ON LINE - Salesiani coadiutori

di Giancarlo Manieri

Un breve profilo del salesiano laico signor Pietro Barale – tipografo di Don Bosco.

E IL FOGLIO DI BARALE SI TRASFORMÒ IN BS

Il signor Barale dimorò all’Oratorio a fianco di Don Bosco di cui seguiva obbedientissimo le direttive, non senza qualche sprazzo originale tutto suo che piaceva al suo padre e maestro. Il suo “Bibliofilo cattolico” nato per propagandare le realizzazioni tipografiche della stamperia dell’Oratorio, divenne per volere di Don Bosco il “Bollettino Salesiano”.

 

I librai con Pietro Barale (I a destra - Torino 1870)Ci sono uomini che amano il proprio lavoro non per vanagloria ma per la convinzione di fare qualcosa di utile a favore della famiglia, della società e/o della Chiesa. È il caso di Pietro Barale che sarebbe rimasto uno sconosciuto, se non avesse avuto la sorte – felice sorte! – di incappare in un’idea geniale di Don Bosco e non avesse avuto la prontezza tutta religiosa di dirgli sì, subito, senza riserve (del resto come si faceva a dire no a Don Bosco?) e consegnargli quanto di più caro aveva inventato, una rivistina di propaganda su cui stampava più o meno mensilmente le realizzazioni della tipografia dell’Oratorio. 

UN BRAVO COADIUTORE

Ma chi era Barale? Un bravo coadiutore, avrebbero risposto senza esitare i nostri vecchi (oggi l’etichetta linguistica ma anche contenutistica spinge a dire “salesiano laico” o “salesiano coadiutore”), accolto all’oratorio da Don Bosco stesso. Da Morano Po, dove era nato il 7 novembre 1846, a Valdocco dove arrivò 22 anni dopo, il salto non fu traumatico; tanto più che il giovanottone fu preso in cura per quanto riguardava il mestiere da due pezzi da novanta, Gastini e Buzzetti, i primi e più fidati coadiutori di Don Bosco, mentre la parte formativa/spirituale era riservata a Don Bosco stesso che seguiva personalmente ciascuno dei suoi collaboratori. Doveva essere davvero in gamba Pietro, se dopo un solo anno trascorso all’Oratorio, poté eccezionalmente emettere i volti religiosi. Ancora una volta l’arguto e perspicace prete dei Becchi aveva visto giusto, come sempre del resto: Barale resterà mordicus legato alla sua vocazione tanto che alla sua scomparsa, a 87 anni – quasi un record per quei tempi – la percezione fu di aver perduto una reliquia vivente. Barale “fece carriera”, se così si può dire, all’interno del suo mestiere. Da legatore diventò, sempre incoraggiato e spinto da Don Bosco, stampatore, quindi libraio, quindi amministratore delle famose “Letture cattoliche” e della “Biblioteca della Gioventù”. Era ancora in vita, quando il suo secondo padre fu canonizzato il 1° aprile 1934. Morirà circa due mesi dopo, il 27 giugno.

SALESIANO

Barale fece la trafila di tutti quelli che ebbero la fortuna di vivere fianco a fianco con Don Bosco (gli fu vicino per vent’anni), se ne “innamorò”, non l’avrebbe lasciato per nulla al mondo. E da Don Bosco assorbì lo sviscerato amore per i libri, o meglio, per la buona stampa, che all’oratorio veniva considerata un vero apostolato. C’è chi li leggeva soltanto i libri, lui li produceva nella stamperia dell’oratorio e ne andava fiero, tanto che se ne fece propagatore convinto e scrupoloso, fondando bibliotechine circolanti e sale di lettura, organizzando conferenze di propaganda e infine – siamo giunti al punto – avviando un foglio periodico in cui raccoglieva, con un certo orgoglio, le “cose” fatte nel mese precedente, una specie di rendiconto dell’attività della sua tipografia. Don Bosco gli riconobbe i meriti e tra la meraviglia di tutti decise, con una di quelle sue inimitabili invenzioni, di nominarlo “Cavaliere della stampa”.

Non era una personalità emergente il signor Pietro, era solo un umile coadiutore dotato di grandi virtù che, unite alla non poca voglia di lavorare e di far bene, ne hanno fatto un personaggio di prim’ordine, uno dei collaboratori più cari a Don Bosco, se è vero, come è vero, che lo additava come esempio e modello ai ragazzi e che gli affidò la fondazione di un gruppo, la cosiddetta “compagnia di San Giuseppe”, cui partecipavano gli artigiani. Altre compagnie erano per gli studenti. E a Barale si rivolse Don Bosco quando decise di fondare una sua famosa rivista, sì, proprio questa, Il Bollettino Salesiano, perché diventasse in qualche modo la rivista ufficiale della sua giovane congregazione. Non la fece ex novo. Forse l’ispirazione gli venne proprio dal foglio di Barale che nemmeno due anni prima egli aveva avviato. Don Bosco lo mise al corrente del suo progetto e Barale gli offrì il suo “Bibliofilo Cattolico”  perché lo trasformasse a suo piacimento. Don Bosco senza tanti indugi lo chiamò “Bollettino Salesiano mensuale”: non solo propaganda di libri, ma anche idee, articoli, profili, storie, grazie ottenute e ancora notizie sulle pubblicazioni, ecc., indirizzandolo ai suoi salesiani, ai cooperatori e a tutti quelli che gli erano amici e benefattori.

PRONTO A “CAMBIARE”

Barale ebbe ancora il suo posto per un paio d’anni a fianco di Don Bosco prima di don Bonetti poi, finché non passò la redazione al nuovo direttore, don Bonetti, per l’appunto. Si può immaginare la sua sofferenza quando iniziarono le obbedienze “difficili”, lui che respirava Valdocco come vita della sua vita.

Ma partì, senza recriminazioni, prima per San Benigno Canavese, poi per La Spezia, quindi addirittura per Catania, approdò poi a Roma e infine a Ivrea. Né poté esercitare dovunque il suo mestiere in queste trasferte. Si convertì docilmente in orticultore, cantiniere, sguattero di cucina, curatore degli animali domestici. Non solo. Per un anno intero dovette anche occuparsi di tener puliti i servizi igienici (allora più brutalmente ma con più veridicità si chiamavano latrine da latérestar nascosto – e si comprende il perché; o anche cesso, da se/cédereappartarsi – forse perché di igienico i “servizi” di allora avevano ben poco!). Un salesiano deve adattarsi a tutto… glielo aveva inculcato Don Bosco, e lui l’ha messo in pratica pari pari, senza recriminazioni di sorta. Del resto è facile che l’avesse appreso da Don Bosco stesso che era solito fare prima che predicare.

Barale è certamente un grande: grande lavoratore, grande uomo, grande religioso che non rifiutò mai nulla, né lavoro, né obbedienza, né sofferenza; che disse la sua quando c’era da dirla e fece silenzio quando capiva che era meglio tacere. Don Bosco gli dimostrò più di una volta la sua stima, anzi si può dire la sua “tenerezza”, come scrive don Rufillo Uguccioni nella lettera mortuaria. E don Rua era solito chiamarlo il “suo menestrello”, segno di grande affetto da parte del successore di Don Bosco, ma anche della grande disponibilità di Barale.