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Salesiano. Partito come missionario nel 1953. Per 30 anni opera in Ecuador (Vicariato di Mendez), poi in Perù (Vicariato di Yurimaguas).
Don Luigi, dica la verità: si sente più italiano o più peruviano?
Noi missionari non apparteniamo totalmente né alla patria di origine né a quella di adozione. Noi, piuttosto siamo “ponte”, ci auguriamo che un po’ dei valori e delle bellezze del nostro popolo passi all’altro e viceversa. O, se vuole uno slogan, non solo evangelizzazione, ma anche inculturazione.
Lei dove si trova attualmente?
Tra gli achuar, un popolo del ceppo degli aínts, quelli che un tempo chiamavamo jivari.
E che cosa c’è di bello tra gli achuar?
Beh, la selva e i suoi abitanti, flora e fauna compresi. Mi piacciono il loro stile di vita, le loro belle casette di legno, la loro semplicità, la loro ospitalità. Mi sento un po’ achuar!
È proprio tutto bello e idilliaco?
No. Esistono rivalità e soprattutto esistono potentati economici stranieri e trafficanti che vorrebbero la terra per estrarre il petrolio... E cercano di corrompere in tutti i modi i capi villaggio. Ma finora essi hanno resistito, perché hanno capito che l’oro nero vuol dire inquinamento dei fiumi, divisioni e lotte interne e distruzione dell’armonia comunitaria.
E chi sono i consiglieri degli indi in questo senso?
I missionari. Anch’io. È per questo che molti cercano di metterci in cattiva luce. Fortunatamente i popoli della selva sono più perspicaci e intelligenti di quello che alcuni credono.
Lei dice che fa la vita degli achuar. Che cosa vuol dire?
Che sono senza macchina, per esempio, e vado a piedi, del resto non ci sono strade ma solo sentieri. E quando devo andare dal vescovo... beh, mi ci vogliono otto giorni di barca a motore (si tratta di motore a scoppio!). Mangio quel che mangiano loro, mi do da fare per vivere: consigli, lavori, consulenze, intermediazioni e, in primo luogo, il mio mestiere di prete in decine di villaggi, e mi addobbo come loro durante le loro cerimonie.
Adesso che cosa sta facendo?
La traduzione del Nuovo Testamento in lingua achuar. Siamo ormai, io e i miei collaboratori, alla fine della fatica.
Che cosa si augura?
Che la cosiddetta civiltà, quando sarà arrivata anche lì, non produca i danni che ha prodotto altrove.