CHIESA

di Silvano Stracca

QUO VADIS EUROPA? (15)

PIANETA GIOVANI O GENERAZIONE “E”.

“Desideriamo un’Unione europea che promuova i valori democratici e i diritti umani, che preservi il nostro ambiente per le generazioni future, che promuova il successo economico e la responsabilità sociale per tutti i cittadini, in particolare quelli in maggiore difficoltà” (Summit di Roma 2007 dei giovani europei)

 

Frequentavano le elementari al tempo della caduta del muro di Berlino. L’ultimo capodanno del secolo breve hanno brindato alle speranze del nuovo millennio. Hanno vissuto in prima persona l’11 settembre e tutto quello che è venuto dopo. Si sono mobilitati per papa Wojtyła e sono scesi in piazza contro la guerra. Si preoccupano dei pericoli planetari che minacciano l’ambiente. Aspirano a una migliore qualità della vita. Si appassionano ai temi etici come la manipolazione genetica o la pena di morte. Molto meno o per nulla appaiono interessati alla politica.I giovani della generazione 'E' sono quelli che non si fanno troppi problemi

Un identikit, a grandi linee, della generazione “E”. I giovani dai 15 ai 25 anni, nati dalla metà degli anni ottanta nei 27 paesi dell’Unione europea. Ogni dieci persone nel vecchio continente, tre hanno meno di 25 anni su una popolazione complessiva di 500 milioni di abitanti, che si estendono dal mar d’Irlanda alle porte della Russia. Non sono, dunque, molto numerosi i nuovi ventenni in questo grande spazio politico transnazionale. Un’ulteriore conferma del “fattore D”, demografico: mentre l’immigrazione dilaga, gli europei non fanno più figli e rischiano di diventare stranieri in casa.

UNA GENERAZIONE EUROPEA

Tuttavia, pur se scarsa numericamente, è la prima generazione nata e cresciuta “europea” dopo il 1989. Le generazioni precedenti potevano dire d’aver visto i paesi stranieri soprattutto a seconda delle dichiarazioni di guerra dei loro governi. Oggi esiste invece un’Europa di giovani persone che trovano naturale spostarsi da un paese all’altro da “cittadini” europei e non più da viaggiatori. Ancora qualche anno fa i ragazzi italiani o spagnoli o portoghesi andavano oltre frontiera con la valigia di cartone dell’emigrante. Adesso il continente è per tutti a portata di mano e di esperienza, grazie a Erasmus, internet e i voli low cost. Non esiste solo l’Europa della moneta e delle banche, ma c’è anche l’Europa che le nuove generazioni imparano a considerare casa loro su un banco di scuola a Berlino o Barcellona, dormendo tra lenzuola sconosciute, metabolizzando cibi nuovi.

Nove giovani su dieci sostengono, secondo i sondaggi, la costruzione dell’unità europea. Nonostante le molte differenze tuttora constatabili nel vecchio continente, esistono alcuni denominatori comuni condivisi da quasi tutti i giovani, specie i più istruiti. Garantire uno sviluppo sostenibile, difendere i diritti umani e sociali, equilibrare lavoro e tempo libero, assistere i meno fortunati, gettare ponti per costruire la pace sono i tratti salienti del “sogno” della generazione “E”. Per conoscere più da vicino valori e aspirazioni dei nuovi ventenni, l’UE investe molto sulla ricerca sociologica. Si vuol sapere che cosa pensano, che cosa fanno, che cosa considerano importante e urgente. Bruxelles conta parecchio sui ragazzi della generazione “E”. Essi voteranno, infatti, da qui ai prossimi quarant’anni. Ed anche se non sono troppo numerosi - meno di un terzo della popolazione dell’Unione a 27 - sono però strategici per far compiere un salto di qualità alla politica e alle istituzioni europee.

UNITÀ NELLA DIVERSITÀ

Il motto dell’UE è “unità nella diversità”. E i dati di Eurostat, l’osservatorio dell’Unione, mettono a fuoco proprio quest’aspetto del pianeta giovani: l’unità di un sentire comune nella varietà delle situazioni nazionali. Dalle statistiche ufficiali si apprende che gli europei sotto i 15 anni sono più di 78 milioni, pari al 15,9 per cento della popolazione totale. E oltre 62 milioni quelli tra i 15 e i 24 anni (12,7%). Irlanda, Danimarca e Lussemburgo i paesi dell’Unione con il più alto tasso di giovani di meno di 15 anni (tra il 20 e il 18%). La maglia nera spetta invece a Bulgaria, Germania e Italia (in tutte e tre il tasso si aggira sul 13,5-14%). La Polonia risulta infine la nazione con la più forte proporzione di gioventù tra i 15 e i 24 anni (16,2%).

Tutti numeri destinati però, stando a Eurostat, inesorabilmente a diminuire entro la metà del secolo. Infatti, l’attuale percentuale di popolazione giovanile sotto i 25 anni, pari ora al 28,6% della popolazione UE, scenderà di oltre cinque punti di qui al 2050, arrivando al 23,1%. Tutti gli stati membri dell’Unione sono destinati a conoscere la medesima tendenza negativa. In futuro, la concentrazione più alta di giovani dovrebbe registrarsi in Lussemburgo (28,2%) e poi in Danimarca, Paesi Bassi e Svezia (27,5% ciascuno). Prospettive, nemmeno a dirlo, più nere per il nostro Belpaese, dove si confermerà un trend che vede in calo costante il numero di giovani, che tra 40 anni saranno sotto il 20 per cento.

LA RICERCA EUROSTAT

La ricerca Eurostat è una vera miniera d’informazioni sulla generazione “E”. Partiamo dal capitolo istruzione. Più dei tre quarti degli europei tra i 20 e i 24 anni hanno completato il secondo ciclo di studi secondari. Rispetto alla media UE (77,4%), gli italiani con una formazione secondaria superiore sono appena 73 ogni cento. Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia e Slovenia con oltre 90 diplomati su 100 ci surclassano. Spostandosi sul versante lavoro, dalle statistiche emerge che negli ultimi tempi il tasso di disoccupazione tra i giovani di 15-24 anni si è abbassato, ma resta ancora di ben due volte superiore a quello della popolazione totale dell’Unione. Punte tra le più alte si riscontrano in Italia e nei paesi dell’Est europeo, dove il tasso di disoccupazione giovanile è tre volte o più quello degli adulti. Paesi Bassi (66,2%) e Danimarca (63,7) sono gli Stati con il maggior numero di giovani occupati.

A lungo potrebbe continuare la citazione delle statistiche di Eurostat che, per l’UE, rappresentano una base certa di riferimento per realizzare e implementare nuove forme di azione mirate a dare ai giovani sempre più il loro ruolo di protagonisti dell’Europa che verrà. Ma la partecipazione dei giovani all’Europa non è solo un oggetto di conoscenza sociologica. È soprattutto una realtà culturale e civica sicuramente decisiva dato che, evidentemente, senza l’apporto della generazione “E” non ha futuro l’Europa. (15 – continua)