CASA NOSTRA
di Martina Crivello
Quando Don Bosco arrivò a Torino era un giovane prete fresco di studi, ma il cuore era quello smarrito di un contadino “inurbato”, come quello di tanti ragazzi che incontrava per le strade della capitale piemontese. Occorreva una mediazione sociale.
Don Bosco si sentiva parte di quel mondo agricolo che ora viveva tutto il
disagio dell’adattamento alla vita della città, al pianeta del lavoro
produttivo nell’industria nascente. Era reale il rischio di smarrire quel
bagaglio di cognizioni, competenze, saggezza, valori – che fino a quel momento
era risultato indispensabile per affrontare la vita – e con esso, forse, anche
parte della propria umanità. Non era possibile essere giovani in uno spazio e
in un tempo senza bellezza, senza sogni, senza la fantasia e la libertà che
avevano colorato i suoi giorni faticosi di lavoro e di studio tra le colline e
il cielo dei Becchi. Nella sua azione educativa, Don Bosco comprese perciò la
necessità di operare una mediazione sociale per favorire – senza traumi né
brusche imposizioni esterne – l’adattamento dei giovani più disorientati alla
realtà urbana, al mercato del lavoro, alla conquista di un ruolo nella società.
Ma questo era possibile soltanto radicando l’intervento educativo su quel
complesso di consuetudini, valori e intime convinzioni attive nella coscienza
collettiva. Per questo la vita degli oratoriani a Valdocco continuò a essere
scandita dal ritmo settimanale della solennità domenicale e dalle feste
religiose che durante l’anno offrivano oasi di ristoro e di gioia a fanciulli
affamati di calore, di compagnia, di speranza almeno quanto del cibo, che per
l’occasione era anche più abbondante e più curato di quello abituale. E nel
contesto della festa mai mancavano gli ingredienti indispensabili che Don Bosco
conosceva dai tempi della sua infanzia: la musica; il canto, liturgico e
profano; il gioco; e, naturalmente, il teatro. Nel periodo “d’oro” della sua
attività diretta di educatore, tra gli anni ’40 e ’50 dell’Ottocento, matura
l’esperienza di animazione teatrale svolta da Don Bosco con i giovani, che
culminerà negli anni tra il 1859 e il 1864 con le “passeggiate autunnali”, vere tournée
dell’Oratorio attraverso i paesi del Monferrato.
Si tratta di un passaggio importante: da un Don Bosco che agiva a un Don Bosco che fa agire i ragazzi. In realtà egli continuava, non tanto sulla scena, quanto nella “teatralità del quotidiano”, in quella “scuola del dialogo” che permeava le sue relazioni a trascinare i suoi interlocutori in una drammatizzazione giocosa. Attraverso l’esperienza concreta, infatti, egli intuì le potenzialità educative del teatro, la sua peculiarità nel coinvolgere tutto l’uomo nell’elaborazione di un progetto di trasformazione della realtà, immaginandovi un ordine diverso e nuove possibilità, come fossero vere. Anche per i suoi ragazzi si apriva così l’opportunità di sperare ciò che ancora non c’era, di prendere sul serio i sogni che la giovinezza suggeriva loro con tanta abbondanza e di “provare” – già e almeno nello spazio della finzione scenica – a realizzarli. E di sogni Don Bosco se ne intendeva… All’Oratorio di Valdocco ormai erano diventati protagonisti i ragazzi, i quali avevano imparato da lui quella circolarità tra vita e teatro che li rendeva capaci di affrontare la scena con libertà e fantasia. Del resto l’esiguità degli scritti teatrali di Don Bosco – a parte il valore storico che essi mantengono – conferma l’idea che egli vedeva nel teatro soprattutto un’espressione creativa del giovane. L’improvvisazione su canovaccio era una modalità frequente e i suoi ragazzi sapevano dar prova di grande spontaneità e di inventiva.
Volendo cercare l’origine storica di questo teatro di animazione, ci si è dovuti accontentare di una nascita “simbolica”: la prima rappresentazione scenica all’Oratorio “documentata”, mentre di altre – forse molte – che l’hanno preceduta non è rimasto più nulla. Il biografo Lemoyne parla di esse in modo generico, come di una pratica consueta e si limita a segnalare che «Buzzetti Giuseppe conservò per molti anni questi dialoghi, che però non furono più ritrovati dopo la sua morte». Il fatto emblematico a cui si è attribuita l’origine simbolica del teatro salesiano si colloca negli anni più duri per Don Bosco: quelli del doloroso pellegrinaggio dell’Oratorio da una sede all’altra, poiché il suo fondatore fu più volte sfrattato, non veniva capito, soprattutto dalle autorità civili e religiose.
In occasione di uno di questi “traslochi”, il 13 luglio 1845, ebbe luogo una rappresentazione descritta sia nelle Memorie dell’Oratorio di Don Bosco sia nelle Memorie Biografiche del Lemoyne. Si trattò di una drammatizzazione che ebbe inizio fin dal momento della partenza dal “Rifugio” della marchesa Barolo, quando, in mezzo alla confusione e al tramestio, ogni ragazzo si caricava di qualche oggetto e tutta la “processione” dava pubblico spettacolo per le strade della città. Giunti alla nuova dimora, ai “Molassi” o “Molini Dora”, il teologo Borel – il principale collaboratore di Don Bosco in quel periodo – tenne una famosa omelia sui “cavoli”, i quali, come l’Oratorio festivo, crescono e «fanno bella e grossa testa se sono trapiantati». Il pomeriggio domenicale proseguì con «le funzioni di chiesa» e una rappresentazione teatrale consistente in un dialogo buffo e spiritoso, «scritto da Don Bosco e recitato da alcuni giovani nel cortile al cospetto di tutti gli altri che ridevano di cuore ai frizzi pronunciati da colui che sosteneva la parte buffa. Aveva prestato l’argomento quella nuova trasmigrazione, le circostanze che l’accompagnavano, la proibizione a chiunque di essi di inoltrarsi nel recinto interno delle case de’ Molini, e di non porre il minimo impedimento alla celebrazione della messa nei giorni festivi, detta a profitto degli impiegati del Municipio e dei mugnai».
È significativa l’operazione compiuta in quell’occasione da Don Bosco e dai suoi giovani attraverso il teatro: la “tragedia” si trasforma in una festosa commedia che libera dall’angoscia, mentre tra una battuta e l’altra si trasmettono al giovane pubblico le norme che dovevano essere osservate nella nuova sede. La tristezza di quel vagabondaggio, l’insicurezza di un luogo fisso per gli incontri festivi, per i ragazzi non doveva essere l’ultima parola: nella drammatizzazione essi ricostruiscono i fatti, e se ne appropriano; non sono più vittime passive di una sventura ma protagonisti nella rielaborazione di quegli eventi e osano immaginare un futuro in cui il disagio, la miseria, la precarietà del vivere non esistono più.