VIAGGI

di Giancarlo Manieri

L’INFIERNO DE L’ORBE CREADO

Il viaggio ebbe inizio da Buenos Aires; Poi Bahia Blanca, Fortin Mercedes, Viedma, Patagones, Chimpay, Villa Regina, Stefenelli, San Ignacio, Junin de los Andes, San Martin de los Andes, Bariloche, Esquel: le terre ceferiniane.

 

La Pampa è così per centinaia di chilometriAvevo due opinioni in testa, non mie che in Patagonia non ero mai stato. Una era quella di Charles Darwin, l’arcinoto naturalista, padre dell’evoluzionismo. Lui c’è stato, al seguito del Gral[1] Fitz Roy (1831-1836) e nel suo “Diario de viaje” ha bollato la pampa con un giudizio senza redenzione: “La maledizione della sterilità patagonica viene dalla terra”. Tanto bastò a creare per più di un secolo un’immagine sfavorevole dell’intera regione. L’altra è l’opinione di Don Bosco che nel 1883 raccontò il suo sogno sulla Patagonia, terra d’immense ricchezze, e ne annunciò un avvenire ricco di promesse. È da notare che Don Bosco non conosceva assolutamente nulla di quella sconfinata regione di più di 800 mila km²; al tempo del famoso sogno la regione era descritta come un deserto pressoché disabitato, proprio come la vide e raccontò Darwin. Ma tra i due aveva ragione il prete e torto l’evoluzionista.

LE POPOLAZIONI DEL DESERTO

Fu proprio questo “deserto” che il governo argentino decise di annettere. Non perché si credesse alle ricchezze che conteneva. Molti alti funzionari, infatti, non ne volevano sapere: “A che pro fare una spedizione per ricavare freddo, vento, pioggia e arbusti non commestibili?”. La ragion politica o/e l’amore per le guerre di conquista o/e l’interesse di qualche potenza straniera (fu l’Inghilterra a pagare la campagna!) prevalsero su tutto e toccò al Gral Roca comandare “la conquista del desierto”, che non era per niente deserto. Molti gruppi indigeni l’abitavano, come gli yagane, gli alacalufe, gli ona o tehuelche, i ranquele, i mapuche (la tribù di Ceferino)[2]… L’avevano preceduto nel 1520 pionieri famosi come Ferdinando Magellano[3] che chiamò “patagoni”[4] gli abitatori di quelle fredde immensità; più tardi arrivarono esploratori come Fitz Roy e parecchi avventurieri. Numerosi furono, dunque, i tentativi di colonizzazione, tutti falliti: freddo, fame, privazioni di ogni genere decimavano regolarmente i coloni. Gli sforzi tuttavia continuarono fino a che il governo argentino, nonostante il no háy nada vendible, nada utilizable ni contratable, nada que sirva perché era solo un “infierno”, nel 1832 decise la spedizione. Fu Juan Manuel Rosas, governatore di Buenos Aires e uomo forte della confederazione argentina, a dare l’ordine di attaccare le “tolderíe[5] degli indigeni per incorporare nuove terre a favore degli allevatori di Buenos Aires e di altri. Cominciarono così i massacri che d’ora in poi segneranno la vita degli abitanti della pampa.

LA CONQUISTA

Nel 1879, il Gral Roca scese in campo con cinque divisioni di soldati. In pochi anni l’infierno de l’orbe creado fu conquistato a prezzo di stragi, vessazioni, torture, inganni plateali, tradimenti… tutto il corredo orrendo che precede e accompagna una guerra di conquista. L’eroismo battagliero degli indigeni non servì a nulla, e i principali capi tribù, i cacique, uno dopo l’altro si arresero, né potevano far altro. Tra gli ultimi a cedere fu, nel 1883, il gran cacique Manuel Namuncurá (padre del beato Ceferino, per celebrare il quale scriviamo queste note di viaggio). La grande menzogna per giustificare la conquista fu “civilizzare e pacificare”. Endiade magica, appositamente inventata per tacitare le coscienze dei colonizzatori. Il risultato fu la distruzione della società indigena che incivile certo non era e selvaggia ancor meno. Lo vedremo. Lo sterminio: questa fu la civiltà dei conquistatori; migliaia di morti, famiglie separate per sempre, donne fatte schiave, bambini venduti e uomini sfruttati come peoni mal pagati e maltrattati. Come “civilizzazione e pacificazione”, non c’è male! Del resto, contro i fucili e il telegrafo, le lance e i segnali di fumo potevano ben poco. Manuel Namuncurá usò spesso l’astuzia ma alla fine si convinse che la furberia più proficua era quella di salvare il salvabile.

La chiamarono “la conquista del desierto” per due motivi, prima di tutto perché in effetti le desolate distese di ciuffi spinosi che ricoprivano centinaia di migliaia di km² di superficie non permettevano colture di sorta. La seconda ragione è più sottile e forniva motivazioni “morali” all’impresa: deserto nella mentalità comune era sinonimo di barbarie, quindi spazzare la barbarie era impresa meritoria. Fu perfino assoldato un famoso ingegnere rumeno Julio Popper, un po’ avventuriero, un po’ scopritore, un po’ inventore che nella Tierra del Fuego aveva fondato “El Páramo”, un’impresa di estrazione dell’oro che lui trasformò in una specie di Stato di cui fu il padrone assoluto. Portò avanti una caccia spietata agli indigeni e, dicono, quando arrivò a mille morti si fece fotografare sopra un gran mucchio di cadaveri. Ma non fu il solo. Cacciati i “barbari”, le loro terre divennero proprietà dei capi militari (non sono poche le cittadine della pampa con il nome di qualcuno dei conquistatori: Gral Roca, Gral Acha, Coronel Belisle, Coronel Gómez…), di coloni, di latifondisti o di imprese straniere. Le estancias si moltiplicarono, ma a dispetto di tutti, i “barbari” vivono ancora su quelle terre e continuano a difenderle dagli speculatori e a richiedere risarcimenti al governo per la depredazione subita.

QUALCOSA SI MUOVE

I veri regali fatti dagli huinca[6] agli aborigeni furono morbillo, influenza, scorbuto, tbc (infettò mortalmente anche Ceferino), alcolismo che falcidiarono in poco tempo gli ona. Per loro arrivarono poi anche indiscriminate violenze dagli estanciero (i bianchi che avevano occupato le loro terre recintandole di filo spinato e costruendovi fattorie (le estancias appunto) e dai cercatori d’oro che di scrupoli ne avevano ancor meno. Un po’ più tardi – meglio tardi che mai! – la Costituzione argentina, riformata nel 1994, riconobbe “la preexistencia étnica y cultural de los pueblos indígenas argentinos”. E ancor più tardi, il governo si rese conto che la conquista del deserto fu un grande affare, il più grande, forse, in assoluto; la Patagonia era un desierto ricco, ricchissimo di ogni ben di Dio: acque, animali d’ogni specie, minerali preziosi (le pietre argentine sono famose – e costose), gas, petrolio e pascoli immensi, dove il bestiame (mucche, pecore, capre, struzzi, guanachi, pudú, mara, lobo…) vaga in assoluta libertà e la cui carne è tra le più care sui mercati di tutto il mondo. In questa terra di conquista, tra i cespugli infertili della pampa, presso Chimpay, località sulla riva destra del Rio Negro, nacque Ceferino, il fiore più bello della confederazione mapuche. Proprio in vista della sua beatificazione abbiamo intrapreso il viaggio con il padre Piero Santilli, per far conoscere ai nostri lettori come avvenne che un indio riuscisse a diventare santo tra cavalli, bola, guanachi e struzzi, cespugli e montagne, venti gelidi e caldi soffocanti. Sarà materia dei prossimi articoli.



[1] Gral, contrazione argentina di “Generale”.

[2] Preferiamo il termine spagnolo, Ceferino, a Zeffirino o Zefferino.

[3] Ferdinando Magellano, il grande navigatore portoghese che portò a termine la prima circumnavigazione del Globo.

[4] È ancora incerto il significato del nome: forse “Grandi Piedi” a causa delle orme che gli indio lasciavano sul terreno, avendo i piedi avvolti in pelli di guanaco.

[5] L’abitazione/rifugio degli indigeni fatta di pali ricoperti di pelli di guanaco si chiamava “toldo”, da cui “toldería”.

[6] Huinca è il termine mapuche per designare i bianchi.