PARALLELI
di Francesco Motto
Antonio Rosmini, amico fraterno di Don Bosco, finalmente beatificato dopo 152 anni dalla morte…
“In
quanto all’ottimo sig. Rosmini pareva che la proibizione dovesse deteriorare la
grande sua fama, e nol fu. L'abate Rosmini… si mostrò filosofo profondamente
cattolico colla sommessione; mostrò essere coerente a se stesso, e che il
rispetto tuttora professato alla cattedra di Pietro son fatti e non parole. Le
quali cose non possiamo dire di altri distinti personaggi che un tempo altresì
primeggiavano... Per me ho sempre nutrito e nutro tuttora la più schietta e
leale venerazione per l’Istituto della carità e pel veneratissimo suo
fondatore”. Così Don Bosco scriveva al padre rosminiano Giuseppe
Fradelizio il 5 dicembre 1849, a pochi mesi di distanza dalla condanna
pontificia di due opere del Rosmini, fra cui la famosa e per molti aspetti
profetica Delle Cinque piaghe della Santa Chiesa. Dieci anni dopo, in
un’edizione della Storia d’Italia, ribadiva pubblicamente la sua stima
per l’abate roveretano, ormai defunto. Don Bosco non entrò mai nel merito delle
dispute filosofiche circa il pensiero del Rosmini; non aveva titoli particolari
per erigersi a giudice competente fra accusatori e difensori; a lui interessava
maggiormente la “sommessione” del Rosmini alla Chiesa, diversamente -
par di capire - dall’abate Vincenzo Gioberti che, condannato, respinse la
censura di alcune sue opere, anzi se ne attirò delle nuove con libri e libelli
di sfida alla Chiesa. A Don Bosco stavano a cuore la fede, la carità, lo zelo
per le anime, la difesa della Chiesa, la santità della vita. E oggi che la
Chiesa a un secolo e mezzo dalla condanna di alcune tesi del Rosmini, ne
proclama la santità, Don Bosco ne esulterebbe, visto anche quanto dell’amico
conservava in cuore ancora a trent’anni dalla morte: “Non ricordo aver visto un
prete dire la Messa con tanta devozione e pietà [...]. La stima era peraltro
reciproca: per il Rosmini Don Bosco era “un ottimo sacerdote che a Torino fa
prodigi di carità”.
Rosmini, nato nel 1797, aveva 18 anni più di Don Bosco. Quando questi si trasferisce a Valdocco nel ’46 era uno sconosciuto, mentre Rosmini un personaggio notissimo in Italia e all’estero. La prima stagione operativa dell’uno concise dunque con l’ultima stagione di vita dell’altro, morto nel 1855. Ma in quei pochi anni nacque una sincera amicizia fra i due, fatta di incontri e corrispondenza. I primi contatti dovrebbero risalire a fine anni Quaranta, quando il Rosmini frequentava palazzo Cavour, amico com’era – così come Don Bosco – con il marchese Gustavo. Forse fu in qualcuna di tali visite del Rosmini a Torino che Don Bosco l’invitò a dargli una mano all’Oratorio una domenica pomeriggio. Di visite ce ne furono altre in occasione della venuta dell’abate in città; di esse Don Bosco conservò un ottimo ricordo: “A me non fece che del bene, e materiale con le sue elemosine, e morale con la edificazione che diede a me e ai miei giovani”. Ma non mancarono anche le visite di Don Bosco al Rosmini a Stresa. Per lo meno nel settembre 1847 e del 1850. In quest’ultima ebbe forse modo di discutere con il filosofo/teologo sul voto di povertà delle nuove congregazioni, che sembrava impossibile emettere, pena il ricadere sotto l’espropriazione legale delle proprietà collettive dei religiosi. Il Rosmini aveva risolto da tempo il problema, essendo riuscito a far approvare dalla Santa Sede nel 1839 la sua regola. Don Bosco ne tenne conto nelle sue costituzioni; forte del parere dei rosminiani, difese la sua posizione già nella sua prima presentazione al Papa nel 1858 fino a quando nel 1874 gli venne imposto il testo dei maristi, che si fondava sulla distinzione fatta dal Rosmini stesso.
Ma anche con i rosminiani Don Bosco si mise presto in relazione, soprattutto con
quelli di Stresa, cui mandava aspiranti e con quelli della Sagra di San Michele
sopra Avigliana cui inviava volumi da lui scritti, chiedendone la divulgazione.
Da parte sua, si dichiarò sempre pronto a ospitare a Valdocco studenti
rosminiani. Gli obiettivi di ambedue in qualche modo si sostenevano: Don Bosco,
accogliendo i giovani studenti rosminiani, aveva a disposizione un piccolo
cespite economico; i rosminiani avevano un sicuro anche se provvisorio punto di
appoggio a Torino, in attesa di una dimora propria. Questa non ebbe mai luogo,
nonostante il richiamarsi di Don Bosco alla “semplicità della colomba” e
“prudenza del serpente”, allorché sconsigliava il coinvolgimento nella pratica
in corso del vicario Ravina “che è un sant’uomo, ma pochissimo pratico delle
cose del mondo”. Rimane un fatto; Rosmini e rosminiani furono generosi
con Don Bosco: prestiti a lunga scadenza, riduzione dei tassi d’interesse,
proroga di restituzioni, offerta gratuita di libri da vendere a propria
utilità, ecc. Senza il loro aiuto, le opere di Valdocco – dalla compera di casa
Pinardi alla costruzione della chiesa di San Francesco di Sales e della
basilica di Maria Ausiliatrice – avrebbero quasi certamente avuto uno sviluppo
diverso. Del resto Don Bosco avrebbe potuto fare ben poco da solo se ancora nel
1850 il rosminiano Francesco Puecher, dopo un sopralluogo a Valdocco, scriveva:
“La casetta che tiene al presente in affitto è veramente povera e male arredata,
più che non un convento di cappuccini: letti, sedie, tavoli, arnesi di tutte le
dimensioni e qualità. Le spese sono fatte in parte da lui che possiede qualche
bene di fortuna e parte dalla limosina di pie persone”. Ciononostante
tutto il settore economico-amministrativo, di cui si conservano molte
corrispondenze, dovette essere trattato con estrema chiarezza e sincerità se di
fronte alle “contestazioni” di un amministratore rosminiano che minacciava di
ricorrere a vie legali nel 1859 per i “cento franchi” di cui si credeva
creditore, Don Bosco scrive: “Le debbo premettere che da 18 anni tratto affari
coll’Istituto della carità, e non vi fu mai ombra né di sospetto, né di
freddezza”. Dei rosminiani Don Bosco ebbe sempre grande stima: ne parlò
bene nelle varie edizioni della sua Storia Ecclesiastica; forse ebbe da
loro l’invito a farsi rosmimiano. Del resto all’epoca il futuro arcivescovo di
Torino Lorenzo Gastaldi era membro di quell’Istituto.
In quei difficili anni che precedettero l’unità d’Italia la forte tempra spirituale di Rosmini si consumava nei dibattiti politico-culturali, nella missione diplomatica a Roma presso Pio IX, nello studio della dottrina cristiana; rifletteva e scriveva di carità, soprattutto intellettuale: la verità, la giustizia, la libertà, il diritto... Don Bosco invece si consumava nella ricerca dell’ubi consistam e del “cosa fare” per i ragazzi “pericolanti e pericolosi” che scorazzavano per le vie di Torino; viveva e praticava una carità effettiva, fatta di ricerca di risorse umane ed economiche per sfamarli questi giovani, per offrire loro un tetto, un vestito, per proteggerli sul posto di lavoro. Rosmini si impegnava a difendere la persona umana, immagine di Dio, a sostenere una Ragione che portasse alla Religione a fronte di un razionalismo che rischiava di smarrirsi nelle ideologie e nell’annullamento della ragione stessa; Don Bosco si industriava a educare i giovani “poveri ed abbandonati”, figli di Dio, per farli crescere “buoni cristiani e onesti cittadini”. Due strade diverse, le loro, ma entrambe conducevano alla santità. Le stesse trattative economiche fra loro avevano un obiettivo prettamente spirituale: “Qui non trattasi del vantaggio temporale dell’Istituto [dei rosminiani] e dell’Oratorio [di don Bosco], ma trattasi di promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime”. Una “filosofia” di tutti giorni diventata fede per entrambi. Don Bosco e Rosmini, ambedue impegnati a rigenerare la società: l’uno, con l’educazione fatta di “ragione, religione, amorevolezza; l’altro con la forza della ragione e della volontà, ma senza rinunciare alla fede”.