ON LINE - salesiani coadiutori
di Giancarlo Manieri
Il breve profilo del salesiano coadiutore signor Giacomo Pagliassotti (13 ottobre 1907 – 10 dicembre 1987)
Uno di quegli uomini dalla personalità poliedrica, vero imprenditore della stampa, chiamato a dirigere tipografie prestigiose come la Poliglotta Vaticana, la SEI, la tipografia del Colle Don Bosco…
“Pagliassotti?
È uno dei pezzi da novanta della nostra categoria!”, afferma un
salesiano laico con convinzione. C’è da credergli dal momento che il “super
tecnico grafico” Giacomo Pagliassotti le benemerenze se l’è conquistate sul
campo, lavorando da “maestro” nelle scuole grafiche salesiane del Piemonte,
alla Poliglotta Vaticana, alla SEI, al Colle, alla ELLEDICI. Fu Proto, Capo
Ufficio Tecnico, Amministratore Delegato, Direttore Generale. Quest’ultimo
incarico lo ricoprì alla SEI che allora era forse la più grande editrice
italiana in campo scolastico. Alla Poliglotta ha guidato in visita ai reparti
ben quattro papi nei suoi 24 anni di direzione tecnica.
“È vero che poteva accedere a documenti riservatissimi?”. “È vero. In Vaticano gli avevano affidato la cosiddetta SEGRETA, il settore dei documenti più riservati”. Proprio in Vaticano cominciarono a chiamarlo “il maestro” per la forte personalità, la competenza e il rispetto che incuteva in tutti. Non per nulla fu insignito dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e paludato del grande mantello bianco crociato di rosso con il collare dell’Ordine. Ma non gli fece effetto più di tanto, prese le sue decorazioni come un ammonimento, tant’è che scrisse all’ispettore con un pizzico di ironia: ”Dopo le croci di Cavaliere e di Commendatore ed altri piccoli sonniferi, aspetto la Gran Croce… del sepolcro”. Aveva humour sufficiente per by-passare cariche e onori e soprattutto stava con i piedi per terra, anche se il portamento nobile, i modi signorili, il tratto cavalleresco gli conferivano un’aria baronale che solo un lieve sorriso un po’ sarcastico invitava a non prendere troppo sul serio.
“Non era un coadiutore qualunque, insisteva un confratello che gli è stato vicino, il signor Davico, provi a dare un’occhiata al volume IV dell’enciclopedia della stampa a pagina 241”. Ho letto e riporto: “Pagliassotti Giacomo, dirigente editoriale tecnico ed entipologo italiano; presidente della Cassa Mutua Assistenza; consigliere del A.I.E. (Associazione Italiana Editori); Consigliere del U.E.C.I. (Unione Editori Cattolici Italiani); Vice presidente del A.I.G.E.C (Associazione Italiana Grafici Editoriali e Cartari); delegato dell’AIE presso l’U.N.I. (Ente Nazionale Italiano di unificazione); presidente della sottocommissione per i Problemi Generali e l’Entipologia; Presidente del Centro di Didattica Grafica”, e molti altri ancora. Al “poveretto” un cumulo tale di cariche doveva pesare non poco: per far fronte a tutti gli impegni avrebbe dovuto trasformare in giorno anche la notte. “Pagliassotti è certamente uno dei coadiutori con più onorificenze in assoluto ma lui non se ne curò più di tanto”. Il segreto della vita è quello di non prendersi troppo sul serio e questa virtù adornava in maniera eccelsa il nostro.“Un tipo così doveva essere un uomo sicuro di sé, determinato, perentorio…”, feci osservare. “Invece era un timido. Ti porto un esempio. Un giorno mi abbordò: Ottavio, mi accompagni a comprare una maglia? Gli ho risposto subito: Bene, andiamo. Entrammo in un negozio, girammo per gli scaffali finché adocchiò un maglia che gli piaceva: ecco, prenderei questa. Però fai tu, io vado fuori e ti attendo li”. Pagliassotti poteva essere anche un timido, ma sapeva scrivere e sapeva quel che scrivere. Presentando l’Enciclopedia della Stampa, scrisse tra le altre cose: “A parte facili demagogie di molti, che fanno leva sull’ordine-lavoro per capovolgere l’ordine-valori tradizionali cioè acquisiti alla civiltà e quindi indeclinabili e insostituibili… è certo che il lavoro… ha acquisito preminente importanza”. E più avanti esprime con sicurezza un’idea che sa di futuro: “La stampa, questo colossale mezzo di diffusione del pensiero, non sarà definita arte di imprimere sulle carte segni convenzionali, ma fiaccola di civiltà e di verità”. Sembrano parole di un guru dei media di oggi.
Ma il signor Giacomo ebbe anche altri meriti. Pochi sanno che fu maestro di fotografia dell’allora chierico Callisto Caravario, oggi santo, il quale gli scrisse dalla Cina per ringraziarlo. Un’altra delle sue doti era la precisione. Dicevano che “spaccava l’orario”: pratiche di pietà, pasti, laboratorio, ricreazione, ecc. Molti si gridavano a vicenda: ”Ecco Pagliassotti, rimetti l’orologio, sono le nove spaccate”. Altro pregio ancora, la delicatezza. Verso tutti. Quando capitava qualche diverbio per divergenza di opinioni, finita la discussione lui era capace di recarsi a far visita ai colleghi per chiedere scusa, temendo che ci fosse stata anche solo l’ombra di uno screzio. Data la competenza, l’onestà a tutta prova, la signorilità del tratto, molti gli erano amici e gli scrivevano. Lui non si accontentava di rispondere, ma a tutti faceva un piccolo omaggio. Sapeva scherzare e prestarsi a cose che non facevano parte propriamente del suo DNA. Come quando ogni anno, durante il soggiorno estivo in un paesino del cuneese, veniva organizzata la partita di calcio salesiani contro ragazzi. Non poteva rifiutarsi di giocare, così si sottoponeva a quella tortura: gli facevano fare il portiere e lui per un’ora sopportava stoicamente di diventare lo spasso di superiori e ragazzi che si sbellicavano fuori campo alle sue goffaggini. Né era l’unica forzatura al suo carattere. C’era anche il teatro, cosa del tutto aliena per un tipo come lui. L’accettava per obbedienza o per solidarietà o per amore di sacrificio o per chissà quale altro motivo. Probabilmente tremava di vergogna, quando recitava, ma lo faceva lo stesso: era un sacrificio che andava a rimpinguare i suoi meriti.
Quando dirigeva la tipografia del Colle, pur non essendo un grande atleta, per amore di povertà, invece che il mezzo pubblico inforcava la bicicletta, e si recava a Chieri, ma anche a Torino a fare acquisti o consegne. Tornava con lo stesso mezzo: su e giù per le colline una sgroppata di più di trenta km. Modesto fino all’eccesso si piegò solo in occasione della festa dell’80° compleanno alle preghiere dei confratelli, decidendo con non poca riluttanza di presentarsi finalmente con il mantello bianco di Cavaliere di Gran Croce. Ne approfittarono per fargli un bel mucchio di foto: sapevano che sarebbe stata la prima e ultima volta a vederlo così parato. Morì rimpianto da tutti, quando era in forza alla ELLEDICI dove passò gli ultimi 12 anni in preghiera più che al lavoro, benché non si sia fermato nemmeno nel lavoro. Era il 10 dicembre 1987.