CHIESA

di Silvano Stracca

"QUO VADIS EUROPA? (16)"

I FIGLI DEL DISINCANTO

 

I giovani e la politica non sono consanguinei. Questo vale non solo per l’Italia ma anche per il resto dell’Unione. Occorre indagare questa disaffezione.

 

Un anno fa, in occasione del cinquantesimo della firma dei Trattati di Roma del 1957, l’ex presidente della repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, europeista della prima ora, concludeva un bell’articolo sulle difficoltà dell’Europa dei 27 con un forte appello ai giovani. A loro, soprattutto, chiedeva di sostenere il difficile cammino dell’Unione con il proprio slancio ideale e la partecipazione attiva, non dimenticando di essere “i principali beneficiari della sicurezza di vita generata dalla pur incompleta costruzione europea, frutto dell’‘utopia’ vagheggiata dai loro antenati”. Quasi un ideale passaggio del testimone dell’europeismo dai Padri fondatori ai nuovi cittadini del duemila, speranza di un continente senile. Un popolo silenzioso, i giovani, però con una sua consistenza strategica nell’Europa allargata del XXI secolo. Relativamente poco numerosa questa “generazione E” - appena il 15% della popolazione dell’Ue - rappresenta tuttavia un segmento di frontiera della società contemporanea. Solo dall’impegno delle ultime generazioni, infatti, ci si può aspettare che l’Unione diventi il nuovo sistema di appartenenza e di cittadinanza intorno a cui sviluppare nuovi legami di solidarietà e di identificazione transnazionali.La ricerca “Euyoupart” ha fatto emergere il dato di un diffuso disinteresse

 

SCETTICISMO...

 

Ma si sentono abbastanza “europei” i ragazzi nati dopo il 1980, nel senso che partecipano attivamente all’edificazione della casa comune? La ricerca “Euyoupart” (Political  Participation of Young People in Europe) ha tentato proprio di esplorare i significati  della politica e le forme di partecipazione della “generazione E”. Otto gli istituti europei coinvolti nella grande indagine, finanziata dalla Commissione Ue e durata tre anni. Ottomila i giovani, dai 15 ai 25 anni, contattati in otto paesi: Austria, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Slovacchia. Il principale dato emerso è il diffuso disinteresse dei giovani nei confronti della politica. La gran parte dei ragazzi si dichiara, infatti, poco o per nulla interessata alle problematiche politiche (60%). Solo una manciata si definisce molto interessata (5,9%). I più appassionati appaiono i giovani tedeschi, quasi la metà. Seguono gli italiani (il 43%, di cui il 9% si dice molto interessato) e gli austriaci. I più disinteressati si trovano nel Regno Unito (25%) e nei nuovi paesi dell’Unione come Estonia (29%) e Slovacchia (28%). A livello di interesse dichiarato, stupisce soprattutto il fatto che paesi di lunga tradizione democratica, come il Regno Unito e la Francia, abbiano il livello più alto di indifferenza totale (rispettivamente l’82 e il 74%). Il massimo dell’apatia si riscontra fra i giovani con meno risorse economiche, socialmente marginali, meno istruiti e non occupati, e tra i giovanissimi sotto i 18 anni.

 

... E SCONTENTO

 

I ricercatori di “Euyoupart” li hanno definiti “figli del disincanto”. Sono i figli di una generazione che ha visto, con la caduta del muro di Berlino, la fine di un certo modo di vivere la politica, fatto di passione e di ideali. I figli, cioè, di qualcuno già disincantato, di persone che si sono separate dalla politica anni addietro. Il disincanto dei padri ha determinato il nuovo atteggiamento dei figli. Non un rifiuto tout court della politica, quanto una disaffezione per la politica tradizionale. Le istituzioni, i partiti, la classe politica non sono più centrali, tanto che i ragazzi considerano politica fare un sit-in o aderire alla campagna di una ONG. Abbandono, quindi, pressoché totale dell’attività partitica classica. Oltre il 90% degli intervistati afferma di non aver mai contattato un politico, dato soldi a un gruppo, indossato una spilletta elettorale, distribuito volantini. Solo il 18% ha partecipato a una manifestazione e solo il 7% ha sostenuto una campagna elettorale. Allo stesso modo quasi nessuno si è impegnato in un partito (5,8%) e ancora meno nei gruppi giovanili (2,5%). Destra e sinistra sono poi categorie che i giovani europei mandano definitivamente in soffitta. Quasi la metà del campione dichiara di non essere né di destra né di sinistra. Solamente il 35% si riconosce ancora in questa dicotomia storica.

 

TOTALITARISMO DEMOCRATICO?

 

I ragazzi di “generazione E” paiono propendere per un impegno “fluttuante” che non mette più in gioco identità o appartenenze a tempo indeterminato, bensì interessi precisi legati alla vita sociale. Al primo posto la disoccupazione e la precarietà, al secondo l’inquinamento e le tematiche ambientali, al terzo la violenza e la povertà. La maggioranza dei ragazzi (tra gli italiani il 96%) considera il lavoro tra i problemi più urgenti per la propria generazione. Questo “disinteresse attivo”, come lo chiamano i sociologi, si traduce in una capacità d’aggregazione caratterizzata da un forte  contenuto critico  nei confronti dei protagonisti della scena politica del proprio Paese e di quella internazionale.

Tra le linee convergenti rintracciabili nelle diverse società europee, a sorpresa va sottolineato il ruolo importante che la famiglia conserva nell’influire sugli orientamenti ideologici delle nuove generazioni. Un ragazzo su tre ancora parla di politica in casa con i genitori. Mentre il gruppo dei coetanei contribuisce a influenzarne i comportamenti in relazione alla partecipazione. Ma per dire quanto poco entrino nella vita quotidiana i valori della politica, ben l’82% dei giovani non ritiene importante condividere le idee politiche con i propri amici.

Altri due punti interessanti di convergenza. Il primo è che i giovani, quando utilizzano normalmente un mezzo d’informazione che prevede una modalità di fruizione attiva, come i giornali e Internet, tendono a essere più impegnati politicamente rispetto a coloro che seguono la politica passivamente attraverso la tv. Il secondo è che, anche tra quelli che vedono la politica come qualcosa di positivo, purtroppo la sua realizzazione  a livello concreto è spesso la causa determinante del disincanto.