CASA NOSTRA

di Martina Crivello

LE PASSEGGIATE AUTUNNALI
come teatro di animazione>

Gli studiosi sono concordi nell’affermare che le cosiddette “passeggiate autunnali” siano l’esperienza più significativa e culminante dell’attività educativo-teatrale di Don Bosco.

 

Le passeggiate autunnali sono il “testamento” di Don Bosco sul teatro di animazione,  e anche il vertice della lunga stagione creativa salesiana, frutto di una prolungata esperienza di vita a contatto diretto con i giovani. In esse arriva a maturazione la sua pedagogia “di unità” che sa simpatizzare per tutti gli aspetti della personalità umana e perciò sa fondere gioco, cultura, festa, arte, musica, spiritualità. Quelle di cui si intende parlare sono le “grandi” passeggiate autunnali che si svolsero da Torino ai Becchi, il paese natio di Don Bosco, e poi da lì ad alcuni centri circostanti, dal 1859 al 1864. Esse sbocciarono gradualmente a partire dalla consuetudine di contadino dei Becchi di recarsi presso i suoi parenti per alcuni giorni di vacanza nel mese di ottobre, il mese della vendemmia in cui i suoi, contadini, alla fine di una lunga stagione di fatica e di attesa, raccoglievano i frutti del loro lavoro; qui egli era solito dedicarsi alla predicazione durante la novena della Madonna del Rosario e celebrare con i compaesani quella festa solenne. Fu un voto formulato da don Rua all’indomani della morte di Don Bosco: se si fosse ottenuto il permesso di tumulare la salma a Valdocco oppure nel collegio salesiano di Torino-Valsalice, avrebbe fatto decorare l’intradosso della grande cupola della chiesa dell’Ausiliatrice.

COME NACQUERO

Anche oggi la tradizione continua con la passeggiata delle castagne, o la passeggiata dell’uva, o le passeggiate culturali…A partire dal 1845 sappiamo della presenza ai Becchi di alcuni giovani studenti che ricevevano, come premio dell’impegno dimostrato durante l’anno scolastico, un po’ di meritato riposo in compagnia del loro prete. Nei primi tempi essi si limitavano a partecipare alle funzioni religiose. Ma, non oltre il 1849, iniziò la tradizione di concludere la festa con qualche rappresentazione teatrale. Don Giovanni Battista Francesia, che ha conservato le memorie di quelle tournées per il Monferrato, testimonia che «fin dalla vigilia arrivavano da Torino i musici di canto e di suono, che, uniti a molti altri e studenti ed artigiani, portavano il bel numero dei nostri amici a cento e qualche volta anche a cento cinquanta. […] Alla mattina poi della festa avevamo tutti il nostro da fare; chi per la chiesa, chi per la musica, chi pel teatro. Anche al teatro dovevamo pensare, per esilarare quella buona gente». Con i ‘fortunati’ che trascorrevano qualche giorno in più ai Becchi, Don Bosco compiva alcune brevi escursioni nei dintorni e così progressivamente maturò l’idea delle passeggiate autunnali. Normalmente erano fatte a piedi, con opportune tappe, con mete diverse e di durata variabile. Le più famose, quelle del ’61 e del ’63, per esempio durarono una ventina di giorni; la prima, attraverso il Monferrato, giunse fino ad Alessandria; la seconda toccò Tortona, Genova e Ovada. Ovunque arrivassero, i giovani godevano dell’ospitalità da parte di amici di Don Bosco, parroci oppure nobili signori e benefattori dell’Oratorio; partecipavano attivamente alle celebrazioni liturgiche e alla sera si esibivano davanti alla popolazione ospitante.

L’ANTEPRIMA

Il momento della preparazione era estremamente importante e Don Bosco sapeva dargli tutto il suo valore. Ancora don Francesia ci ha lasciato una pagina significativa al riguardo: «Don Bosco, credo verso la metà di agosto, ci poté dire una sera, parlandoci dopo le preghiere, che la passeggiata si sarebbe fatta anche in quell’anno […]. Il maestro della nostra banda fu avvisato di pensarci per tempo, e preparare per i nostri piccoli suonatori una serie nuova di marce, con qualche variazione, per meglio dilettare i paesi, che si sarebbero incontrati nel nostro itinerario. Si musicò pure per banda una Messa, un Vespro, e vari Tantum ergo, perché Don Bosco ci diceva, che le cose buone e belle piacciono a tutti.

Alcuni dovevano pensare al teatro, e preparare una piccola raccolta di drammi e di farse, da poter recitare due volte e più ancora in un medesimo posto, senza doverci ripetere».

Si può notare subito che le indicazioni date per i preparativi erano molto generiche. Per quanto riguarda il teatro, i comici si mettevano all’opera e non si hanno notizie circa interventi successivi di Don Bosco per correggere quanto i ragazzi andavano predisponendo: a loro veniva lasciata una grande libertà e altrettanta responsabilità. Il repertorio di solito prevedeva alcuni lavori già rappresentati durante l’anno e meglio riusciti che venivano adattati agli ambienti e al pubblico diverso a cui si rivolgevano. Purtroppo, spesso rimangono soltanto i titoli di quelle rappresentazioni, anche perché molto era lasciato alla libera interpretazione e perché, come si è detto, i testi venivano rimaneggiati.

UN GRANDE GIOCO ESPRESSIVO

Che nel programma delle passeggiate fosse previsto uno spazio specifico per il teatro è chiaro; ma ciò che sembra più interessante sottolineare sono gli aspetti teatrali che permeavano tutta quell’esperienza: la gita era un unico gioco espressivo, come un grande copione, di cui lo spettacolo vero e proprio costituiva un tassello. Si verificava cioè, anche lì, quella che è stata chiamata la “teatralizzazione del quotidiano” in cui i fatti che appartenevano alla dimensione “privata” di Don Bosco e dei giovani si “teatralizzavano”.

Nelle Memorie Biografiche (vol. VI) si ricorda ad esempio il caso di Tomatis, il quale era famoso per le sue lepidezze: un giorno voleva «cercare le gambe che diceva di aver smarrite nelle escursioni del giorno prima. Pensava intanto a fare improvvisate serie o burlesche al padrone di casa, le quali cagionavano prima sorpresa e poi un diletto senza fine».

Da ultimo non sembra forzato considerare quelle passeggiate come una sorta di esercizi spirituali itineranti. È ancora la testimonianza di don Francesia a suggerirlo: «Alla sera ci avevano visti e sentiti a suonare, come persone intese solo a divertimenti, ed ora erano meravigliati di vederci così raccolti in chiesa, come non si sarebbero aspettato». Poiché «era questa l’arte di Don Bosco, di trovare la pietà nella ricreazione, e direi quasi la ricreazione nella pietà. Non parlo a chi non conobbe né da vicino, né da lontano la industriosa carità di Don Bosco ed i miracoli che esercitava su noi per salvarci dal peccato; ma è certo che noi non sentivamo difficoltà dal divertimento alla chiesa e viceversa, e si provava raccoglimento e spirito non volgari». Di quelle esperienze lo stesso testimone ha lasciato un ricordo pieno di nostalgia: «Oh sere gioconde, degne di essere narrate da penna ben migliore! Ma questa fosse anche la più eletta del mondo, non potrebbe forse dire a metà il nostro entusiasmo, la nostra gioia, onde ci si riempiva il cuore».