VIAGGI

di Giancarlo Manieri

TRADIZIONI DI UN POPOLO… TRADITO

I mapuche sono il popolo del beato Ceferino. Fino alla fine egli è rimasto un membro della “gente della terra”, la sua gente, conservando nel cuore storia, folclore e tradizioni dei suoi avi.

 

Il toldo tehuelche che divenne dimora mapuche, dopo il passaggio in Patagonia.Fu il vecchio mapuche Ñancufíl a raccontarmi la storia del suo popolo “il più numeroso e famoso della pampa patagonica”, disse con orgoglio. Provenivano dal Cile, dove gli spagnoli colonizzatori li chiamavano araucani, forse perché forti mangiatori del pinolo dell’araucaria, frutto fornito di più calorie della carne. Fu proprio a causa degli spagnoli che dovettero sloggiare dalle terre da sempre abitate e spostarsi forzosamente all’interno del territorio argentino, in zone più aride ma libere ancora da infiltrazioni coloniali. L’esodo cominciò a partire dal XVII secolo: incalzati dai bianchi non immaginavano di emigrare in un’altra nazione e in regioni abitate da altre tribù; la terra nella loro concezione non aveva padroni, non aveva nazionalità. Mi meravigliò udire queste affermazioni dalla bocca del vecchio indio: “La terra è di tutti!”. Saggezza antica e sempre nuova. Il processo di fusione con gli autoctoni costò, ovviamente, sudore e sangue; gli storici, sempre pudichi nel linguaggio, la chiamarono “araucanizzazione”.

ORGANIZZAZIONE SOCIALE

Il Jefe, il capo che guidò l’esodo più massiccio dei mapuche al di là della cordigliera andina, si chiamava Calfucurá (Pietra Azzurra). Era padre di Manuel e nonno di Ceferino Namumcurá. Egli, adattando la vita alle nuove esigenze, riorganizzò la sua gente in gruppi di famiglie di una sessantina di membri, assegnò a ciascun nucleo un territorio ben delimitato e vi stabilì un cacique come capo, scegliendo un uomo che sapesse usare bene l’arma della parola, per convincere quelli del suo clan a seguire le nuove regole. Il cacique, ovviamente, godeva di qualche privilegio rispetto ai membri del clan: aveva più libertà di movimento, maggiori pascoli, una quantità notevole di bestiame e poteva permettersi più mogli. Calfucurá, insomma, riuscì a creare un po’ con la persuasione e un po’ con la forza, una confederazione indigena, convincendo decine di cacicchi e formando una specie di Stato dentro lo Stato, con una capitale strategica - Salinas Grandes - per via delle miniere di sale, essenziale per la conservazione della carne. Si fece proclamare imperatore della Pampa. Fu la sua gloria e la sua fine: tutto questo non poteva piacere a Buenos Aires. “Noi mapuche, continuò Ñancufíl, siamo guerrieri ma anche valenti artigiani, tessitori abilissimi e cacciatori infallibili”. Queste qualità fecero in modo che essi prendessero subito il sopravvento sugli autoctoni, così poté diffondersi e prevalere la loro lingua, ma anche le loro tradizioni, i costumi, il folclore, e perfino la religione. Dal canto loro, essi si adattarono alla vita nomade e al toldo, la casa tehuelche. In Cile i mapuche/araucani erano sedentari: lavoravano i metalli, fabbricavano oggetti di ceramica, confezionavano ceste, vassoi e piatti di legno. Vestivano di cuoio, pelli, piume e lana. Mangiavano carne, frutti selvatici, uova di ñandú e di struzzo, mele, oltre che cacciagione e pescato. M’incuriosì l’arma da essi più usata per la caccia e la guerra, le boleadora, tre palle di pietra ricoperte di cuoio e collegate da lunghe strisce intrecciate dello stesso materiale che, lanciate con maestria, imbrigliavano le zampe della preda immobilizzandola a terra. Per la guerra usavano anche lunghe lance. Parlavano il mapudungun (“lingua della gente della terra”). La religione, fatta di preghiere e cerimonie come tutte le religioni del mondo, prevedeva un essere superiore, NGUENECHÉN (padrone del popolo), al quale dedicavano due volte l’anno una straordinaria cerimonia che poteva durare fino a tre giorni, chiamata Nguillatún, fatta di invocazioni, canti, danze, discussioni e quant’altro, e accompagnata da strumenti musicali di costruzione artigianale in cui parte importante aveva il cultrún, il tamburo sacro, oltre alla trutruca e alla pifilca. Del Nguillatún riparleremo. Punto nodale della religione mapuche era il pillán, il culto degli antenati, niente sacerdoti, ma molte orazioni ogni giorno a cominciare dall’alba, per tenere lontani gli huecuvú, gli spiriti malefici.

TERRA MISTERIOSA

Uno dei motivi per cui molti coloni di diverse nazioni (spagnoli e inglesi in testa) tentarono l’avventura di internarsi nella pampa fu la leggenda che favoleggiava di una Città dei Cesari ricettacolo di immense ricchezze, ritrovata da naufraghi spagnoli verso gli anni Quaranta del 1500. Un esploratore, certo Francisco Cesare, ufficiale di Giovanni Caboto, l’italiano navigatore ed esploratore, si avventurò in quelle terre sconosciute, affermando al ritorno di aver visto una città favolosa, fondata dagli araucani. Tanto bastò perché pionieri e avventurieri si mettessero alla ricerca dell’inesistente “città di Cesare”, che divenne poi Città dei Cesari. Ci provò perfino un missionario famoso, il gesuita italiano padre Niccolò Mascardi, poliglotta (aveva imparato i vari dialetti degli indio), evangelizzatore (pare abbia fatto 20 mila battesimi) ed esploratore. Ben quattro spedizioni tentò verso la Città dei Cesari. Ma durante la quarta venne catturato dai Poia e trapassato da frecce. La città non fu mai trovata “… e meno male, sentenziò un salesiano, se l’avessero trovata sarebbe costata altro sangue, altre guerre, altri dolori: l’uomo di fronte al luccichio dell’oro perde il luccichio del cervello! E l’uomo senza ragione diventa peggio di una bestia”. Anche per questa ragione, la terra dei mapuche divenne appetitosa per coloni, contrabbandieri, banditi, avventurieri… Di fronte a questa invasione, è ovvio che la sorte dei mapuche era segnata.

TERRA DI CONTRADDIZIONI

Della Patagonia è stato detto tutto il bene e tutto il male possibile. Si dipinsero di volta in volta i mapuche come feroci guerrieri (soprattutto da parte dei coloni), ma altri li descrissero come saggi e pacifici. Si giurò su immense distese di terre sterili, eppure emergevano, soprattutto lungo le sponde dei numerosi fiumi, boschi ed estese colture. La si presentò come un immenso deserto senza vita, poi lo si scoprì popolato di animali di ogni specie, alcuni rarissimi. A una superficie arida corrispondeva un sottosuolo imbottito di pietre preziose, petrolio e gas. La Patagonia: terra poverissima e ricchissima, straordinariamente pericolosa e miracolosamente bella. Terra di tipacci, ma anche di santi. Terra di Ceferino, mapuche dalla testa ai piedi, che osservava le tradizioni e le leggi del suo popolo, pregava nella sua lingua, partecipava alle cerimonie tradizionali...  Ceferino Namuncurá, figlio del cacicco Manuel, nipote del gran cacicco Calfucurá, ascendente dell’attuale cacicco Celestino. (continua 3)