COME DON BOSCO - l’educatore
di Bruno Ferrero
Troppo spesso le minacce fatte ai figli non sono messe in atto. La risolutezza deve essere una dote dei genitori.
Oggi è diffusa un’evidente difficoltà a chiedere scusa. Il concetto di perdono è largamente ignorato. Uno dei motivi per cui molti adulti hanno difficoltà a esprimersi con il linguaggio del perdono sta nel fatto che non hanno imparato quel vocabolario durante l’infanzia. Forse il clima falsamente neutrale in campo morale della società contemporanea spiega la scarsità di materiale destinato a insegnare ai bambini a chiedere scusa, e probabilmente il nostro amore per la libertà e la creatività ci ha resi così miopi che non riusciamo ad accorgerci che l’individualismo assoluto semina solo infelicità. Temiamo stranamente di minare l’autostima dei bambini se insegniamo loro ad ammettere che il loro comportamento può ferire altre persone. Ma l’arte del perdono deve essere imparata durante l’infanzia. Un bambino può imparare a chiedere scusa quando è ancora piccolo e il suo livello di comprensione dell’importanza del perdono, chiesto e donato, deve crescere con lui. In questo modo pone le basi per la crescita morale e relazionale degli anni successivi. I genitori devono accompagnare i bambini attraverso una serie di tappe semplici ma decisive.
Il primo passo per insegnare ai nostri figli a chiedere scusa consiste nel condurli ad assumersi la responsabilità del loro comportamento. Questo percorso può cominciare presto e in contesti moralmente neutri. Il nostro atteggiamento da adulti che prevede di nascondere la polvere sotto il tappeto e accusare gli altri spesso può essere ricondotto alle abitudini infantili. Assumersi la responsabilità delle proprie parole e azioni è il primo passo per imparare a chiedere scusa. Generalmente, i bambini si assumono di buon grado la responsabilità delle loro azioni positive. «Ho mangiato tre forchettate di spinaci. Posso avere il budino, adesso?». «Sono il più veloce di tutti a correre.» «Ho disegnato una bella automobile durante l’ora di arte.» Sono tutte affermazioni di assunzione di responsabilità per azioni positive. Non sono, invece, così pronti ad assumersi la responsabilità per azioni meno nobili. Qual è stata l’ultima volta in cui avete sentito un bambino di tre anni ammettere: «Ho mangiato il dolce che la mamma aveva detto di lasciar stare» o: «Ho spinto Nicolino»? Un’assunzione di responsabilità a questo livello richiede un notevole sforzo di attenzione da parte dei genitori che devono con pazienza correggere tutte le frasi del tipo Si è rotto! in frasi che cominciano per “io”: Io l’ho rotto!
Il secondo passo per insegnare ai bambini a chiedere scusa consiste nell’aiutarli a comprendere che le loro azioni influiscono sempre sugli altri. «Se aiuti la mamma a preparare la tavola, la mamma è felice. Se giochi con la palla in casa e rompi la lampada, la mamma è triste. Se dici alla sorellina ti voglio bene, lei si sente amata, se le dici ti odio, si sente ferita. Le tue parole e le tue azioni aiutano o feriscono altri. Quando aiuti qualcuno, ti senti bene, quando invece ferisci una persona, stai male».
Il terzo passo per insegnare ai bambini a chiedere scusa consiste nell’aiutarli a comprendere che nella vita ci sono sempre regole. La più importante è la regola d’oro insegnata da Gesù: tratta gli altri come vorresti essere trattato tu.
Vi sono però tante altre regole, molte delle quali sono finalizzate ad aiutarci a vivere bene. «Non si gioca a palla in casa» è una regola che molti genitori hanno stabilito per ovvie ragioni. «Non dobbiamo prendere nulla che non ci appartenga. Non dobbiamo dire cose non vere su altre persone. Non dobbiamo attraversare la strada senza aver accertato che non provengano veicoli da una parte e dall’altra. Dobbiamo dire “grazie” quando una persona ci offre qualcosa o dice qualcosa di bello sul nostro conto. Dobbiamo andare a scuola tutti i giorni feriali, se non siamo ammalati o non c’è un problema grave».
Il quarto passo per aiutare i bambini a imparare a chiedere scusa consiste nel far loro comprendere che è necessario chiedere scusa, per mantenere buoni rapporti interpersonali. Quando ferisco una persona con le mie parole o con il mio comportamento, costruisco una barriera tra lei e me. Se non imparo a chiedere scusa, la barriera rimane e il mio rapporto con lei è incrinato. Parole o azioni offensive allontanano le persone e, in assenza di una richiesta di scuse, esse continueranno ad allontanarsi. Il bambino che non impara questa realtà alla fine si ritroverà isolato e solo.
Tutto questo può essere riassunto in una specie di scaletta a cinque gradini, che per i più piccoli può essere quasi un gioco: 1. Esprimere rammarico: «Mi dispiace»; 2. Assumersi le proprie responsabilità: «Ho sbagliato»; 3. Cercare di rimediare: «Che cosa posso fare per riparare?»; 4. Impegnarsi per il futuro: «Cercherò di non farlo più»; 5. Chiedere scusa: «Mi perdoni?». L’obiettivo è che i bambini acquisiscano una specie di “mentalità del perdono”. Il livello di capacità in questo senso dovrebbe crescere con l’età ed è molto simile al processo di apprendimento di una lingua. In ogni caso, il metodo più efficace per insegnare ai bambini più grandi a parlare i linguaggi del perdono è l’esempio. Quando i genitori chiedono scusa ai figli per parole dure o un trattamento ingiusto, offrono l’insegnamento più efficace. I bambini piccoli fanno quello che dicono i genitori; i figli più grandi fanno ciò che fanno i genitori. Se i genitori imparano a chiedere scusa uno all’altra, ai loro figli e ad altre persone, allora anche i figli impareranno a parlare i linguaggi del perdono.
COME DON BOSCO - Il genitore
di Marianna Pacucci
Una cara amica, donna molto
esigente con se stessa, moglie e madre avvezza misurarsi con le difficoltà del
presente, le differenze fra persone, le pressioni negative della realtà
ambientale, impastata di realismo, generosità e religiosità, confessò una sera
che avrebbe fatto a meno di tante cose nella sua vita famigliare, ma non
dell’abitudine a chiedersi scusa e a perdonarsi reciprocamente.
Mi impressionò, perché ho sempre avvertito una certa fatica in questa esperienza e così decisi che la questione meritava una chiacchierata davanti a una tazza di tè. L’amica mi spiegò che la possibilità di chiedere e di dare per-dono (disse proprio così, suggerendomi che in questo sentimento c’è il regalo più grande che ci si possa offrire l’un l’altro) è, in fondo, l’unica certezza nell’amore coniugale e nel rapporto fra genitori e figli, la sola cosa che ti fa assaporare la speranza del futuro, quando intorno a te le cose non vanno affatto bene. Aggiunse anche che questa consapevolezza rinforzava continuamente la sua vocazione familiare; quanto più verificava nelle varie dimensioni della vita sociale lo spirito di competizione, l’accumularsi di infiniti conflitti, l’esistenza di fratture irrevocabili, tanto più ringraziava Dio perché in casa poteva assaporare un clima ben diverso. Anzi, era quasi contenta che la sua fosse una famiglia inquieta; la considerava una sorta di garanzia, perché consentiva la sovrabbondanza del perdono. Immediatamente, mi stupì molto, in questa conversazione, come il saper guardare le cose da una prospettiva diversa è sempre molto istruttivo; se altre famiglie, di fronte all’emergere di situazioni difficili, rischiano di disintegrarsi, quella della mia amica invece usciva addirittura migliorata dalle stesse difficoltà. Con il tempo, mi sono resa conto che questi atteggiamenti non si possono improvvisare; sono il punto di arrivo di un cammino molto lungo, e spesso doloroso, in cui ci si lascia educare dagli altri e dalla vita stessa, mettendo in discussione i propri sentimenti, le reazioni emotive, un modo di ragionare che si dà per scontato anche quando si comprende che non serve a nulla. Riversando tutta questa riflessione nel mio vissuto familiare, mi sono pian piano accorta anche di altre cose.
La prima è che ci vuole un allenamento costante a chiedere scusa; se non si comincia dalle piccole cose e se non si cerca di rendere abituale una certa sensibilità, sarà difficile scuotere la polvere che inesorabilmente si accumula sul proprio orgoglio. Quando si preferisce il silenzio, o si aspetta che il tempo da solo consenta una riconciliazione, si coltivano pericolose illusioni: le cose non possono mai tornare a posto automaticamente e indipendentemente da noi e dalla nostra disponibilità ad ascoltare e a esprimere quel che proviamo davvero.
La seconda è che occorre una pazienza intelligente per trasformare un muro in un ponte e senza il perdono questo miracolo non può realizzarsi; le pietre che butti giù, se non hai nella mente e nel cuore un progetto diverso per riutilizzarle, diventano solo un cumulo di macerie. Chiedere scusa è l’unico modo per rimettere ordine nelle relazioni affettive, per dare loro un orientamento positivo, per comprendere come certi materiali grezzi (e ogni persona lo è, soprattutto quando è acerba negli anni o nel suo processo di maturazione) possono diventare risorse preziose per costruire e condividere un’identità e una storia.
La terza può sembrare la più ovvia, ma non lo è affatto: le situazioni problematiche devono essere affrontate tempestivamente, così che non imbocchino strade tortuose che potrebbero rendere molto laboriosa l’esperienza del perdono. Soprattutto nei confronti dei figli, bisogna sforzarsi continuamente di mettere in sintonia educazione e prevenzione: questa sollecitudine (che è fatta di parole, ma soprattutto di esempi, di presenze rassicuranti, di compagnie corroboranti) può consolidare il patrimonio dei valori familiari che fondano la realtà personale e far sì che le riconciliazioni quotidiane riguardino questioni che non determinano ferite incurabili. Quest’ultima considerazione mi spinge a dire una cosa che forse non tutti condivideranno: è bene che in famiglia ci si abitui a chiedere scusa, perché il perdono è un indicatore importante per comprendere quanto teniamo alle persone che amiamo; non mi piacerebbe però che questa esperienza venisse continuamente riproposta, perché potrebbe mascherare una sostanziale mancanza di orientamenti etici e culturali validi; quando fare errori diventa un’esperienza ricorrente, temo che il ricorso alla riconciliazione possa non costituire una misura idonea a tamponare una diffusa crisi di senso.