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Classe 1952, di Canicattì (AG).
In Madagascar dal 1981 dove fu, più volte e in diverse case, direttore delle comunità salesiane.
Nominato vescovo di Ambanja il 7 novembre 2007.
Monsignore, com’è il Madagascar?
Un Paese dalle grandi risorse soprattutto dal punto di vista umano, povero però come istruzione, formazione e mentalità di futuro. Lì si vive alla giornata. È un Paese agricolo, ma di una agricoltura condotta ancora con metodi semiancestrali. Il Paese dispone purtroppo di scarsi mezzi, è alto il tasso di analfabetismo e ancora maggiore l’analfabetismo di ritorno; mancano strutture tecnologiche, sanitarie, sportive... Insomma c’è da lavorare molto.
I ragazzi e i giovani?...
Sono molto ricettivi e dunque plasmabili. Si lasciano guidare. Da chiunque, purtroppo. Nasce da questa situazione lo sforzo della Chiesa e in particolare di salesiani e FMA per cercare di renderli responsabili del loro futuro. Comunque, per smuovere i giovani in Madagascar bisogna lavorare sugli anziani: solo gli anziani hanno una vera grande influenza e sono seguiti, o meglio obbediti. Essi, infatti, costituiscono la più grande autorità morale del Paese.
Come definirebbe la cultura malgascia?
È decisamente una cultura valoriale: poggia su valori umani di alta qualità, anche per questo sono recettivi al cristianesimo che è il latore da sempre di una cultura valoriale.
Quali pericoli individua?
I malgasci, giovani o vecchi che siano, accettano acriticamente tutto ciò che viene presentato come moderno, purché provenga dall’estero! E tuttavia la gente è accogliente, gioiosa, sincera…
Ci offre qualche dato sulla sua diocesi?
Ambanja è al nord, ha 34 mila km² e un milione e 300 mila abitanti. I cattolici sono l’8%, circa 110 mila. Vi sono villaggi dispersi nella foresta difficilmente raggiungibili, presso alcuni si può arrivare solo a piedi attraverso sentieri. Mancano ancora strade e chiamare pessime quelle che ci sono, almeno in certe regioni, è un complimento... Il clero è costituito da una cinquantina di preti e una sessantina di suore.
Auguri, Monsignore!