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MEMORIE BIOGRAFICHE DI SAN GIOVANNI BOSCO - VOL 12


Memorie biografiche di San Giovanni Bosco

raccolte dal sacerdote salesiano Giovanni Battista Lemoyne

(Giovanni Battista LEMOYNE voll. I-IX, Angelo AMADEI vol. X, Eugenio CERIA voll. XI-XIX, Indice anonimo dei voll. I-VIII e Indice dei voll. I-XIX a cura di Ernesto FOGLIO)

Vol. XII, Ed. 1931, 708 p.


CAPO I. 4
La parola del Beato Don Bosco nell'inizio del nuovo anno. 4
CAPO II. 23
Due sogni: le mormorazioni; tre morti. 23
CAPO III. 30
Le conferenze di san Francesco. 31
CAPO IV 52
Installazione dei Salesiani nell'Argentina. 52
CAPO V. 61
Per i collegi e nell'Oratorio. 61
CAPO VI. 85
Viaggio del Beato a Roma. 85
CAPO VII. 123
Nella novena e festa di Maria Santissima Ausiliatrice. 123
CAPO VIII. 130
Modi e linguaggio dei Beato in alcuni incontri. 130
CAPO IX. 137
Missionari e Missioni. 137
CAPO X. 149
Lo spirito di Mornese. 149
CAPO XI. 157
Preparativi per la seconda spedizione di Missionari. 157
CAPO XII. 170
Cose dell'Oratorio dagli esercizi spirituali alla premiazione finale. 170
CAPO XIII. 196
Cose di famiglia. 196
CAPO XIV. 212
Cose dei collegi. 212
CAPO XV. 226
Soci defunti nel 1876. 226
CAPO XVI. 231
Gli esercizi spirituali di Lanzo. 231
CAPO XVII. 253
Fondazioni proposte e fondazioni attuate. 253
CAPO XVIII. 267
Partenza della seconda spedizione di Missionari. 267
CAPO XIX. 285
Molestie giornalistiche. 285
CAPO XX. 290
Principio di anno scolastico e fine di anno civile. 290
APPENDICE DI DOCUMENTI 326


Prefazione.

Anche questo volume comprende un anno solo della vita del Beato Don Bosco, il 1876. La narrazione vi è condotta con gli stessi criteri, che servirono di guida nel volume undecimo, cioè a capitoli organici, con abbondanza di particolari d'ogni maniera e riproducendo testualmente la Parola del Servo di Dio, ci sia questa tramandata nei suoi scritti o in scritti altrui.

Se queste pagine verranno sott'occhio a lettori, che direttamente o indirettamente abbiano avuto conoscenza sicura di fatti e detti del Beato o che ne posseggano autografi inediti, a qualunque anno della sua vita tutto questo appartenga, vogliano darne comunicazione in forma precisa e con le debite garanzie. Cose che in se stesse o per noi sembrassero di poco o niun conto, potrebbero acquistar valore messe in rapporto con altre o giovare comunque ai futuri studi, che non mancheranno di farsi sul nostro Beato. Perciò bisogna evitare che il tempo le mandi in dileguo.

Le Memorie biografiche, chiunque col volgere degli anni ne debba proseguire la compilazione, sono certamente destinate a costituire la fonte precipua a cui attingeranno quanti vogliano con serietà occuparsi di Don Bosco; la qual considerazione, obbliga alla fedele osservanza della legge storica, formulata già da Cicerone e citata pure da Leone XIII, che lo storico nihil falsi dicere audeat, nihil veri non audeat. La seconda parte di questo canone costringe a toccar anche certi punti delicati, che si preferirebbe lasciare per lo meno in una discreta penombra, se non anche nell'ombra intera. Purtroppo alcuni atti di Personaggi autorevoli e degni del massimo rispetto si avvi-


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ticchiano così tenacemente all'attività del nostro Beato, che torna impossibile divellerli. Ogni buon lettore quindi, che svolga queste pagine per edificarsi, guardi con grande serenità il vario succedersi degli avvenimenti, assurgendo dalla loro contingenza immediata a contemplarli nei disegni altissimi della Provvidenza, quali emergono dall'osservazione e dalla valutazione degli sviluppi successivi. Tale è appunto la. fortuna che abbiamo noi venuti dopo; il tempo, che è galantuomo, mette ordinariamente le cose a posto, sicchè alla distanza di mezzo secolo si può senza gran fatica giudicare da qual parte stesse la ragione e da quale il torto in fatti che al loro avverarsi sollevarono contrasti e causarono lunghe e immeritate amarezze.

Sono casi straordinari questi, se li raffrontiamo al tenore della comune vita cristiana, ma ordinari per i Santi. Infatti Benedetto XIV asserisce che per chi si occupa di canonizzazioni, ha grande valore la ricerca, se il canonizzando abbia patito persecuzioni e se le abbia sostenute con carità (1); il che consuona Perfettamente con la dottrina di sant'Antonino da Siena (2). A un fatto confermato dalla storia che nei Santi canonizzati si avverò quanto scrive il Rodriguez. Toccarono, dic'egli, ai Santi casi più scabrosi che a noi altri, perchè i più santi sogliono essere da Dio più Provati; ma essi stavano sempre in un medesimo essere, sempre con un medesimo sembiante, sempre con una certa serenità e allegrezza interiore ed esteriore, come se ogni giorno fosse Pasqua per loro (3). D'altro lato, ciò che cresce nella lotta, si fa saldo e resiste alle vicissitudini incessanti degli uomini e dei tempi. Nessuna meraviglia dunque che così sia stato per il Beato Don Bosco e per la sua Opera. Di somma edificazione sarà per noi il considerare quale fu il Beato Don Bosco in mezzo alle contrarietà della vita, e di non poca istruzione il considerare come acquistino stabilità duratura le grandi Istituzioni religiose.

(1) De Servorum Dei Beatificatione, e. XL.
(2) Summa theol., p. III, tit. 12, c. 8, § 1.
(3) Esercizio di perfezione ecc., p. I, tr. VIII, C. 4,


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Qualche studioso di professione potrebbe tacciare di superficialità l'introdurre nella narrazione discorsi diretti o a dialogo. Data l'indole del lavoro, non è da cercare qui tanta severità di metodo. Osservato questo in generale, bisogna aggiungere che le parlate dirette sono desunte da una cronaca manoscritta di Don Giulio Barberis, che, pieno di venerazione e di affetto per il padre dell'anima sua, ne raccolse per un tempo studiosamente anche le conversazioni familiari; i dialoghetti invece hanno un'altra ragione di essere. Il Beato Don Bosco, narrando cose occorsegli, soleva ridire botte e risposte, secondochè la memoria glie ne somministrava il ricordo; Don Lemoyne poi e altri, che udivano e ne prendevan nota, le riproducevano tali e quali; e tali e quali non deve parer strano che qui ricompaiano, sebbene fosse possibile valersene in forma diversa e più consentanea alle abitudini mentali dei dotti. Ma chiunque metta mano al proseguimento di questo lavoro deve dire: A dotti e non dotti debitor sum.

Torino, festa dell'Immacolata, 1930.


CAPO I.
La parola del Beato Don Bosco nell'inizio del nuovo anno.

La parola orale o scritta, con cui il Beato Don Bosco durante il mese di gennaio aperse in più occasioni l'animo suo ai Salesiani, all'Oratorio, ai Collegi e ai Missionari, ha un contenuto che ci sembra fatto apposta per dare cominciamento a questo volume. Ascoltando o leggendo le cose che egli diceva, chi mai avrebbe potuto supporre che quella incantevole serenità celasse agli occhi altrui pene cocenti e fastidiose preoccupazioni? Le contrarietà per l'Opera di Maria Ausiliatrice e per la pia Unione dei Cooperatori, acuitesi nel '76, come abbiamo narrato; le cure assidue per far fronte agl'incessanti bisogni quotidiani; i pensieri crescenti per il moltiplicarsi e l'ampliarsi delle fondazioni; acerbe molestie per malintesi, sotto diverse forme, sempre ripullulanti; ecco le spine che senza tregua gli trafiggevano il cuore e che oggi noi conosciamo in qualche modo attraverso i documenti. Eran cose però che non gl'impedivano di farsi tutto a tutti senza visibile sforzo, senza attimi di debolezza: cosicchè nelle sue abitudini di lavoro e di ministero, nella par-


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tecipazione alla vita comune, nel tratto e nell'accento i suoi figli non vedevano mai altro in lui che Don Bosco, il solito Don Bosco, il loro amato Don Bosco. Vediamo partitamente queste manifestazioni.

AI SALESIANI

Ai suoi cari Salesiani egli parlava per solito nell'intimità, parlava in pubblico, parlava per lettera.

Il 10 gennaio, discorrendo familiarmente con alcuni Confratelli ed esponendo quasi il bilancio della Congregazione sul principio del nuovo anno, come avrebbe fatto un uomo d'affari dinanzi ai cointeressati nell'annuale resoconto sullo stato dell'azienda, Don Bosco diede uno sguardo al passato, al presente e al futuro, per mostrar loro quanto il Signore manifestasse ogni giorno più di volere questa Congregazione. Uno degli astanti, Don Giulio Barberis, prese nota della conversazione nel proseguimento della sua piccola cronaca.

Parecchi Ministri e fra i più cattivi, diss'egli, l'avevano per l'addietro incoraggiato ed aiutato a tirare innanzi nelle sue imprese. Il conte Camillo di Cavour lo desiderava alla sua mensa, sentendolo volentieri parlare di oratorii e di altri suoi disegni. Rattazzi veniva di quando in quando all'Oratorio, professando tanta riverenza per Don Bosco da chiamarlo nelle conversazioni un grand'uomo; anzi furono suggerite da lui stesso certe previdenze per evitare molestie da parte della potestà civile. Allora poi l'onorevole Vigliani, Ministro di Grazia e Giustizia, gli chiedeva per lettera consigli su cose diverse, e a Roma lo riceveva con maniere non ordinarie. Egli poteva dire il medesimo non di alcuni, ma di molti altri, i quali, anche pessimi in sè, intricati nelle Società segrete, pure sostenevano i Salesiani. Non era questa una meraviglia?

E ancor più meraviglia, soggiunse, è il vedere come noi ci tiriamo su, mentre gli altri Istituti cadono. Non vi sono più novizi; quei che vi si ascrivono, non resistono; ra-


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rissimi perseverano. Noi invece, cosa inaudita al mondo in questi giorni, ci vediamo circondati da un centinaio di novizi, tutti bene in sanità, tutti molto contenti, che danno tutte le speranze di perseverare.

- Nè qui cessano le meraviglie. Tutti quelli che crescono nella nostra Pia Società acquistano uno spirito straordinariamente buono, ed hanno un amore, anzi un ardore tale per il lavoro, che non so se possa da altri superarsi. Uno solo fa scuola, assiste, studia per sè, conduce al passeggio, fa ripetizione, prepara i giovani alla confessione e alla comunione: e questi non sono ancora preti. Io, quando penso a tale spettacolo, resto proprio sbalordito e non so più far altro che ripetere quelle parole: A Domino factum est istud et est mirabile in oculis nostris.

- Se poi dal presente si argomenta del futuro, la mente si perde. Se in pochi anni fra mille difficoltà, con soggetti tutti giovani, si condusse avanti tanto bene l'Oratorio che ha oltre ottocento ragazzi; se si apersero dieci case e così fiorenti che in Italia non ve ne sono altre che possano starci di fronte; se poi ora ci siamo estesi con una casa in Francia, e con due nell'America, che cosa sarà di noi nell'avvenire? E sì che solamente dal '69, cioè da sette anni, si va avanti con un po' di sicurezza, essendo stata approvata allora la Congregazione; anzi non sono ancora due anni, che furono approvate definitivamente le Regole. Che sarà dunque di noi fra venti o trent'anni? Credo che avremo tesa una rete ben fitta, non solo per tutta l'Italia, ma per tutta l'Europa, e col tempo quasi per tutto il mondo.

- Il gran punto però si è che non ci rendiamo indegni dei favori e delle grazie del cielo. Finchè si conserverà il vero spirito, la Congregazione andrà avanti a gonfie vele.
Gli sciami di chierici che si vedevano volteggiare dentro e fuori dell'Oratorio facevano dire che là c'era la fabbrica dei chierici. Anche monsignor Zappata, ai genitori che andavano da lui per consiglio sulla vocazione dei loro figli,


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diceva: - Mandate vostro figlio alcuni mesi da Don Bosco, e se non ha vocazione, gliela fa venire.
Non si creda con questo che Don Bosco di leggeri passasse sopra alle cautele volute dalla prudenza e dalla Chiesa. Proprio il giorno innanzi erasi presentata a lui una famiglia, padre, madre e figliuolo, che si dicevano mandati da monsignor Zappata. Dissero i genitori: - Questo figlio voleva farsi prete; ha promesso tanto, ed ora non vuol più saperne. Poveri noi! - Martoriavano quindi il povero giovane per fargli dire di sì. Don Bosco li riprese in presenza del figlio, dicendo loro: - Ma la vocazione non è mica cosa che si possa imporre! Se egli sente in sè questa inclinazione, rifletterà, pregherà e sarà capace di decidersi da sè a ciò che voi desiderate. Ma se non sente inclinazione a questo stato, non deve in nessun modo venirvi spinto per forza. - Appresso parlò confidenzialmente col giovane, il quale andò via lasciandogli fondata speranza, che avrebbe proseguito nella carriera ecclesiastica.

In un'altra conversazione simile del 7 gennaio il Servo di Dio intratteneva gli astanti sul suo argomento prediletto delle Missioni. Il già fatto era un nonnulla a petto di quanto egli divisava di fare in seguito. Affrettava col desiderio la redenzione della Patagonia. I Gesuiti e altri Missionari avevano tentato indarno d'inoltrarvisi: chè dagli indigeni erano stati sbranati. - Ma noi, disse, dall'esperienza degli altri prendendo le debite precauzioni, chi sa che non possiamo riuscire? Bisognerà mettere per questo fine un collegio nel paese o città ancora un po' incivilita più prossima ai luoghi abitati dai selvaggi, e mentre si tiene collegio per gli abitanti di quel posto, procurar di studiare l'indole e i costumi delle vicine tribù. Sarebbe gran cosa e non difficile, io credo, avere in collegio qualcuno dei figli dei selvaggi, poiché sento che vengono nelle città a fare i loro commerci. Contentando alcuni di costoro, trattandoli graziosamente, regalandoli, ci apriamo già una buona via. Se poi se ne potesse avere


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uno per guida, il quale si fosse fermato già vari mesi nel nostro collegio, questo compirebbe l'opera. Ma quello che soprattutto importa si è che non bisogna precipitare, non bisogna aver troppa fretta; bisogna apparecchiarci la strada, quasi direi, fingendo di non pensare a loro, ma mettendo collegi nelle città ad essi vicine, e con musiche, canti, commerci, regali farci conoscere ed amare. Intanto qualche prete potrà incominciare ad internarsi per qualche giorno in queste terre ed a poco a poco si potranno fare passi lenti, ma sicuri. Se il Signore poi nella sua Provvidenza volesse disporre che alcuno di noi subisse il martirio, forsechè per questo ci avremmo da spaventare? - La casa di Patagónes dal 1879 e quella di Viedma dal 1880 svolsero precisamente questo programma con i risultati a tutti noti. Assalti falliti, insidie sventate sulle prime non mancarono; vi furono anche vittime, ma degli elementi e non dei così detti selvaggi. Poichè bisogna dare a questo termine un significato non troppo crudo, non cioè quasi di cannibali, ma di aborigeni rozzi, gelosi della loro indipendenza e viventi sotto capitribù, che non erano privi di umanità.

Il Beato vagheggiava da parecchio le Missioni dell'India e dell'Australia. Le difficoltà della lingua inglese non lo spaventavano; con un metodo pratico molto più che teorico gli pareva che i suoi sarebbero riusciti a cavarsela. Per alcuni mesi imparare le parole più necessarie nell'uso comune; poi mettersi a fare un po' di conversazione, prima rozzamente, quindi più a modo; infine cercare un maestro inglese per la pronunzia. In sostanza era il metodo Berlitz, venuto poi tanto in auge. Di fondare un collegio nell'Inghilterra non aveva per allora intenzione. Inglesi all'Oratorio ne erano capitati, ma nessuno vi si era fermato. Pochi anni dopo ne vennero e si fermarono. Il primo collegio nell'isola dei Santi fu aperto a Battersea, sobborgo di Londra subito dopo la morte del Servo di Dio; ma le trattative duravano già da tempo.


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Il discorso sull'apprendimento delle lingue per le Missioni condusse il Beato a manifestare un suo disegno, che forse allora non fu giudicato utopistico solamente per la fiducia illimitata che da tutti si poneva nella sua parola, ma che oggi per noi è prova della sua lungimirante chiaroveggenza. Disse così: - Io vedo che fra non molto qui nell'Oratorio avremo scuole di varie lingue per le Missioni. La cosa si potrebbe attuare in questo modo. Coloro che aspirano alle Missioni, siano divisi in tre categorie. Quei della prima ai loro studi letterari e scientifici associno lo studio della lingua spagnuola, imparando pure i costumi di quelle Missioni, dove si parla lo spagnuolo. Quei della seconda, mentre attendono agli studi ordinari, si applichino bene alla lingua francese. Quei della terza studino con tutto il resto anche la lingua inglese, per abilitarsi alle Missioni nei luoghi dove questa lingua prevale. Si potrebbero inoltre stabilire queste lingue come accessori progressivi nei corsi di filosofia e di teologia. Così spererei che con poco incomodo si riuscirebbe nell'intento. - Le speranze di Don Bosco si sono tradotte nella realtà assai più vasta che ora vediamo, proporzionata cioè al campo di apostolato missionario dischiuso dalla Chiesa all'attività della Congregazione Salesiana. Le tre categorie dell'Oratorio eccole diventate una serie numerosa di grandi collegi, dove agli aspiranti Missionari, chierici o coadiutori, si dà una formazione distinta secondo i luoghi a cui sono destinati.

Dalle private conversazioni passiamo ad ascoltare la parola di Don Bosco che tiene conferenza pubblica a tutti i suoi chierici presenti nell'Oratorio; non solo cioè agli ascritti, ma anche ai professi. Parlò ad essi della castità.

Questa conferenza ci è pervenuta in due redazioni, che differiscono soltanto in cose accidentali; diamo la preferenza a quella del chierico Peloso (1), che è più soddisfacente.

(1) Cfr. vol. XI, pp. 290-291.


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Pare che il nostro esercito vada ognor più ingrossando. Se tutte le volte che io vengo qui, vi debbo vedere sempre più numerosi, il diavolo non so come se la caverà.

Cominciamo dal ringraziare il Signore d'averci concesso di poter finire nella sua santa grazia l'anno 1875; e ringraziamolo pure d'aver incominciato nella sua santa grazia, come speriamo, l'anno 1876. Speriamo eziandio di passar bene tutto quest'anno, come è naturalmente mio desiderio e vostro.

L'altra volta che io venni qui a fare la conferenza ho detto qualche cosa riguardo alla vocazione, suggerendo alcune regole per conservarla (1); oggi io dirò qualche cosa riguardo al modo di conservare il frutto di questa vocazione.

Quando uno si consacra al Signore, a Lui fa dono di tutte le sue passioni ed in special modo a lui consacra tutte le sue virtù. Ma queste non si possono tener sempre nei debiti termini, non si possono da noi stessi con facilità custodire, specialmente la virtù della castità, la quale è il centro su cui si fondano, si basano e si rannodano tutte le altre virtù.

Non intendo io già venir qui a dipingervi le bellezze di questa virtù; chè non basterebbero a spiegarle nè conferenze prolungate di anni intieri, nè volumi per quanto grossi e a migliaia per citare tutti gli esempi che di essa si trovano nel Nuovo e nell'Antico Testamento, e per raccontare gl'innumerevoli miracoli che fece il Signore per conservarla ne' suoi divoti.

Non voglio neanche parlarvi del digiuno, dell'astinenza da un cibo piuttosto che da un altro, della mortificazione insomma dei sensi, la quale giova non poco alla conservazione di questa virtù, ed a fortificare lo spirito: oh no! Queste cose voi leggerete nei libri dei Santi e vi saranno esposte nelle varie conferenze che si faranno. Ma voi direte: - Ecco qui D. Bosco! E’ venuto per parlare ai suoi chierici in particolare, egli li ama come la pupilla dell'occhio, e che cosa ci dirà di bello?
Io vi dirò essere la castità la gemma, la perla più preziosa, in special modo per un sacerdote e quindi per un chierico che ha consacrata la sua vita, la sua verginità tutta al Signore. Ora nella posizione in cui vi trovate, voi avete bisogno di conoscere certe piccole cose, che sommamente concorrono a conservare una virtù così bella, senza la quale un sacerdote, un chierico è nulla,- colla quale posseduta un sacerdote, un chierico è tutto, ed ogni tesoro ha nelle sue mani.

Veniamo dunque a dire di queste piccole cose tanto vantaggiose e facili. E quali sono? Noi le verremo esponendo un poco alla volta e vedrete di quanta utilità esse sieno.

1° Comincio dal dire che non poco gioverà alla conservazione della virtù della castità l'esatta osservanza dei propri doveri. Non

(1) Vol. XI, pp. 508-518.


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voglio già con questo nome intendere lo studio, le assistenze, il catechismo e tutti gli altri uffizi particolari di ciascuno, ma sibbene che si faccia quanto richiedono le prescrizioni delle regole: che cioè vi sia puntualità in tutto. Puntualità nel venire al pranzo, nell'andare in chiesa o al riposo.

2° Trovarvi in ricreazione e in questa impiegare il tempo stabilito. Guardate però che la ricreazione non sia una dissipazione, nè una mormorazione contro quella regola o quell'altra, oppure contro alcun Superiore, ma che sia una vera ricreazione, un sollievo dell'animo e della mente, che furono al mattino occupati nello studio: finita la ricreazione, anche il corpo sarà sollevato e ciascuno andrà a compiere i diversi suoi uffizi: chi allo studio, chi alla meditazione, chi a far scuola, ecc.

Ma mi direte voi: - Cosa ha da fare la ricreazione colla virtù della castità? -Ed io vi dirò esser ella un mezzo efficacissimo onde conservarla. Voi necessariamente assistete i giovani o dovrete assisterli. Certe volte vi verrà dato di vedere un giovane che sta bene di corpo ma è pensieroso. Parla con nessuno e, quando è interrogato, dice parole ingarbugliate, delle quali nessuno capisce il senso. Coloro che sono istruiti ed hanno la grazia di conoscere il cuore umano, di penetrarne le più intime latebre, conoscono che in quella mente si aggirano pensieri non verecondi; conoscono che se quel giovane non è ben tenuto d'occhio è capace di andarsi a ficcare in qualche bugigattolo per ivi leggere libri osceni; conoscono che la castità in lui corre sommo pericolo.

Da che cosa procede questo? Tutto dall'ozio della ricreazione. Col fermarsi lì solo, la sua mente cominciò a fabbricare certi castelli cui prima poco o nulla pensava; pensandovi sopra, ne venne il compiacimento, quindi il diletto, e dal diletto all'opera è breve il passo. San Filippo Neri che conosceva a fondo questa virtù, diceva ai giovani: - Gridate, schiamazzate pure quanto volete, ma non fate peccati. Perciò i giovani mettevano e molto bene in pratica questo avviso.

Ma certe volte il frate domestico usciva dalla sua cella e sentendo tutto quel rumore e vedendo tutto quel chiasso per i corridoi e i giovani che mettevano sossopra tutto e rompevano tutto, li sgridava. - Eh, canaglia! E’ questa la maniera di fare? Rompere, guastare ogni cosa? - Ma i giovani non lo ascoltavano nè punto nè poco; lo lasciavano gridare a suo piacimento e continuavano un fracasso da finimondo. Ne avevano avuta la licenza dal Direttore e questo loro bastava. Il fraticello, vedendo che quella turba non voleva obbedirlo, andò da San Filippo Neri e sdegnato gli disse: - Bisogna assolutamente che venga a sgridare questi ragazzacci. Non vede che fanno sprofondar la casa?
San Filippo Neri usciva dalla sua stanza e chiamando a sè tutti i giovani: -Neh!, figliuoli, ascoltatemi. State fermi, se potete! Schiamazzate piano! - E i giovani si precipitavano a più clamorosi diver-


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timenti e il fraticello si ritirava tutto mortificato e brontolando. Avrebbe voluto menare le mani per impedire tanto vandalismo.

Ma san Filippo non cessava di avvisare sul serio i suoi confratelli, dicendo: -Non permettete mai che i giovani stiano oziosi in tempo di ricreazione. - Lo stesso dico anche a voi. Camminate, ridete, schiamazzate, che sono contento. Non vi dico di andar ora a giocare a barrarotta, chè invece di sabbia trovereste un strato di neve.

Ma, finita la ricreazione, anche in ogni altra regola si continui ad essere puntuali.

Vi sarà studio; e voi non lasciatelo mai: è vostro dovere occupare ogni ritaglio di tempo per acquistarvi nuove cognizioni: E' tempo di merenda? ed io esorto a farla tutti quelli che ne sentono bisogno. Poi vi sarà l'ora della Chiesa e si vada con divozione per dar buon esempio; quindi allo studio. Insomma, tutto a suo tempo e bene.

Sovrattutto, osservanza nelle regole dell'Oratorio!

3° Ma basta tutto questo? Sì che potrebbe bastare, se tutto l'orario fosse eseguito fedelmente.

Una regola che ho sempre raccomandata, raccomando e raccomanderò sempre, è questa: che alla sera, dette le orazioni, facciate il possibile per non trattenervi a parlare con qualche compagno. Dopo le orazioni si vada subito a letto.

Chi ha l'obbligo di fare qualche passo di più nel dormitorio per assistere, lo faccia, ma con riservatezza.

Caso mai in quella camerata si avesse un compagno assistente, non fermarsi mai a far chiacchiere.

Peggio ancora è l'andare a dar la buona notte ad un giovane o a un altro chierico; perchè una parola tira l'altra e la cosa va in lungo: e poi il chiacchierare in tempo di camera dopo le orazioni, oltre all'essere vietato dalle regole dell'Oratorio, è giudicato da tutti cosa pericolosa.

Adunque uniformità in tutto e specialmente nel riposo.

Mi ricordo che Virgilio, nel suo quarto libro delle Georgiche, dice che le api, giunto un dato tempo, si mettono tutte a lavorare ed a un altro momento fisso, tutte incominciano a riposarsi. Così si esprime: 0mnibus una quies, labor omnibus unus.

E' necessario che questa regola si osservi fedelmente. Qui non si potrebbe dire tutto quello che si dovrebbe; ma quello che posso dirvi, e che debbo dire, si è che una gran parte dei recenti disordini sono avvenuti per alcuni, i quali, non curando questa regola, andavano a chiacchierare alla sera con altri, dando scandalo ai giovani stessi. Altri invitavano il compagno a bere nella propria cella. E ciò è cosa assolutamente proibita.

Ciascheduno deve stare nella propria cella, nè si deve muovere d'un passo per andare nella cella di un altro, se non in caso di somma necessità.

Vi fu chi scrisse lettere e fece progetti in queste occasioni, i quali,


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se non erano opposti totalmente alla virtù della castità, pure le erano di non lieve inciampo. Furono gravi dispiaceri che non solo Don Bosco provò, ma li provarono anche quelli che ne furono cagione, essendo stati costretti a sfrattare dalla Congregazione. E perchè? Perchè alla sera invece di andare a letto si fermarono a chiacchierare fuor di tempo. Di taluni si ebbero solamente sospetti, ma di altri non mancarono prove certe. Rovinati anche nell'onore, dovettero andarsene dall'Oratorio, perchè non seppero custodire questa virtù.

4° Inoltre alcuni che sono tardi nell'andare a letto la sera, sono eziandio tardi nel levarsi al mattino. - A che ora suona la levata?

- Alle 5 e ½.

- Oh bene! Vuol dire che io posso dormire un quarto d'ora di più. In un altro quarto d'ora io faccio tutto; mi vesto, mi lavo, fo il letto....-

Ma il quarto d'ora è passato!

- Adesso levarmi? Ma.... là.... stiamo ancora cinque minuti. Cinque minuti più, cinque minuti meno fa poi lo stesso. - così dorme o meglio poltrisce ancora per cinque minuti.

Ma questi minuti sono passati e forse ne sono passati più di dieci e quindici.

- Come fare? Eh là.... Ho letto in Cicerone che agli studiosi è permesso dir bugie... (1) e poi le bugie non sono dannose. Dirò che non mi sento bene. - Eh, miei cari, -quando si fa così, si dà al corpo più di quello che conviene.

Quelli che dànno da mangiare ad un poledro, ad un cavallino, cosa dànno loro per cibo e quanto? Domandatelo un poco e vedrete che cosa vi risponderanno. Essi vi diranno: - Noi loro diamo un poco di fieno, un poco di avena, ossia il necessario, ma non di più; perchè altrimenti fanno i matti, rompono il freno e non obbediscono più ad alcuno.
Lo stesso dobbiamo noi dire del corpo. Sicut equus et mulus, come il cavallo o l'asino e il mulo. Se noi gli diamo soverchio nutrimento, intestardisce e ricalcitra. Incrassatus impinguatus recalcitravit.

Il demonio circuit quaerens quem devoret; va attorno a noi per trovare qualche boccone, nel quale ficcare i denti e divorarselo. E non vi è solamente il demonio meridiano che assalta coloro i quali vogliono riposare dopo pranzo, ma vi è anche il demonio mattutino del quale parla il libro di Tobia.

Questo demonio distoglie eziandio l'animo dalle preghiere. Quando vi sono due che pregano, il Signore sta in mezzo a loro e l'Agnello immacolato raccoglie le loro divote preghiere e le presenta all'eterno Padre, ottenendo grazie, consolazioni e premi grandissimi. Al con-

(1) Forse allude scherzevolmente a De orat., II, 67-68, dove si discorre di certi motti, con cui gli uomini di spirito dissimulano il vero; ma Cicerone in più luoghi riprova il mentire.


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trario quelli che dànno albergo a questo demonio, se ne stanno a poltrire sul letto, quindi non partecipano alle pratiche di pietà che si fanno dagli altri e da ciò una perdita gravissima per grazie non ricevute da Dio.

Di più dànno al corpo un nutrimento dannoso, il qual nutrimento li rende più pigri, e lamentandosi quasi sempre di essere privi del riposo necessario, porgono occasione al demonio di tentarli; sebbene egli non abbia bisogno che essi gli porgano occasioni, poichè queste sanno purtroppo cercarsele anche senza suggestioni. Ed a queste tentazioni un poltrone saprà resistere, potrà tenersi su nella castità ? Eh! vi assicuro che è assai difficile; o per lo meno, se resiste, io vi dico che ci vuole un miracolo della grazia del Signore, che impedisca la caduta nel peccato.

Ma questi miracoli il Signore li fa sempre ? Oh credetelo pure che non li fa sempre! Egli li fa quando ne vede la necessità, quando uno non si è messo da sè nell'occasione; li fa quando vede che senza un miracolo non si potrà salvare quell'anima dalle unghie del demonio.

Alcuni mi diranno: - Ma questa vita io l'ho fatta sempre e non sono mai caduto.

Ma io gli rispondo: - Non sei mai caduto in pensieri, opere, desideri cattivi?- Se egli mi risponderà negativamente, io gli dirò chiaro: - Se tu mi narri il vero, il Signore ha operato un gran miracolo di grazia per tenerti su.

Io non ho tempo di contarvi esempi dei quali ne avrei una quantità enorme; ma ve ne racconterò uno che ieri sera mi fu riferito per lettera da uno già chierico, e per tale difetto andato via dall'Oratorio.

Io voleva portarla giù e leggervela; ma l'ho dimenticata di sopra. Tuttavia ve ne dirò qui il tenore. Egli scrive così: " Una sera finite le orazioni, Ella dalla cattedra caldamente raccomandava ai giovani di guardarsi dal demonio del mattino, di non trattenersi cioè tra le coltri per alcuni minuti di più dopo la campana, per godere di quella beata pigrizia.

- Io non volli credere alle sue parole, non volli seguire il suo consiglio e diceva fra me: - Oh! Don Bosco ricorre a quest'arte solamente per farci alzare per tempo.- Ed io perciò continuava sempre nella mia solita vita pigra. Ma intanto in quei pochi minuti il demonio incominciò ad alzarsi lui in vece mia e standomi attorno, mi presentava innanzi una fantasia non mala, ma sconveniente; poi mi metteva nella mente un leggero pensiero disonesto, quindi sempre più questo pensiero si faceva gigante e impetuoso: ne veniva quindi la compiacenza, poi il consenso e finalmente l'opera. Andato via dall'Oratorio girai per un seminario, poi per un altro, sempre tormentato dagli stessi pensieri, dallo stesso demonio del mattino finchè mi risolsi a mettere in pratica quel suo avviso. Allora incominciai ad essere un po' più tranquillo. Quando incominciai ad alzarmi, com-


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battei non poco, ma finalmente vinsi la seconda mattina, e il demonio fu sconfitto.

" Ora però io ho perduto la mia vocazione e sa Iddio come me la caverò in questo mondo.

" Prenda pure, o Don Bosco, da me un esempio per istruzione dei suoi chierici; dica, se vuole, anche il mio nome, chè io credo esservi ancora alcuni di mia conoscenza; e dica pure che tutte queste sventure che mi affliggono, mi vennero sopra perchè non fui pronto al mattino a saltar giù dal letto al suono della levata, onde incominciare e poi passare santamente la giornata "

Oh quanti altri esempi dolorosi come questo io potrei raccontarvi! Ma continuiamo a parlare di questo demonio mattutino, perchè si possono trarre molte altre conseguenze dal nostro ragionamento e notare tutto ciò che succede, anche di poco onorevole, a colui che si lascia predominare da questa misera pigrizia.

Il nostro poltrone, dopo di aver detta la bugia ciceroniana, finalmente si alza.

E ce ne vogliono delle stiracchiature prima che sia sceso di letto.

E' vestito.

Ma la prima mancanza non basta. Dice: - Ora è tempo di andare a Messa; ma, se vado a Messa, non posso più studiare la lezione. Dunque? Andremo in istudio e dopo, se ci sarà tempo, andremo a Messa.

E va allo studio, ove continua il suo ragionamento: - Andare a Messa, mentre gli altri vanno a far colazione? Ed io mi sento un appetito, una fame!... Dunque oggi lasceremo d'andare in chiesa e pregheremo meglio domani.

E va a far colazione. Quand'ecco s'incontra in uno che gli dice: - Come stai?

- Oh va bene!

- Dove vai?

- A far colazione.

- E la Messa non l'ascolti?

- Che cosa vuoi? è già tardi.

- Quest'oggi è giovedì, e la regola non dice di far la comunione?

- Ah! già che è vero: ma adesso non c'è tempo (o meglio non c'è la voglia), la farò domani!

Ebbene, domandate un po' a costui alla sera come ha passata la giornata, ed egli, se è sincero, vi risponderà certamente che l'ha passata male, perchè l'ha incominciata colla pigrizia del mattino.


5° Hoc genus daemoniorum non eicitur nisi in ieiunio et oratione. Attenti: non crediate già che io voglia dirvi che questi difetti non si vincono altrimenti che col digiuno prolungato, tutt'altro! Io .non vi dico che digiuniate: però una cosa che vi raccomando si è la temperanza.

Guardatevi specialmente dal vino. Quello che si dà a pranzo e


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a cena, è appena il necessario nè può far male, anzi è bene che si beva: e poi non è già barbera d'Asti da far male. Scrivete tuttavia ben bene nel vostro cuore, che vino e castità non vanno mai d'accordo insieme.

Ci vuole temperanza. Ma pure in alcuni manca non poco.

E fa dispiacere assai l'essersi trovate nelle celle o nei bauli di alcuno bottiglie di liquori e di vini, botticini di acquavite, pollastri, pasticci dolci ed altri manicaretti di simil genere. Ma cari miei! Alla mattina avete latte e pane a piacimento da potervi abbondantemente sostentare. A pranzo avete quello che è necessario e che è di sanità e di giovamento al corpo; lo stesso si può dire a cena. Non so che cosa vi possa mancare! Mangiare ad ore indebite è da ghiottoni, è un aggravarsi di troppo lo stomaco. E poi vengono ammalati e vanno in infermeria. Loro si dimanda: - Che cosa hai? - Essi stan lì non sapendo che cosa dire e ti rispondono: - Mi sento.... ho lo stomaco...

- Oh, lo so che hai lo stomaco: ma che cosa ci hai fatto?

- Mi sento male qui al fondo.

- Eh, gli risponderei io: se tu non avessi mangiato troppo fuori di tempo, nè ti sentiresti male, nè saresti costretto ad andare in infermeria.

E qui noto un disordine avvenuto in questi giorni stessi, e credo che quel tale che lo commise non sia più qui in mezzo a voi. Il fatto sta che quel bonomo, mentre tutti gli altri giovani erano in riposo, si ritira nella sua cella ed invita un suo compagno a far merenda.

Mangiano un bel pollastro, poi bevono; poi di nuovo mangiano e bevono; e dopo aver ciarlato a piacimento, se ne vanno al riposo con quella piccola bagatella sullo stomaco e con sommo pericolo di guadagnarsi un colpo apoplettico, o qualche altro terribile malore.

Non so come sia andata per la castità in quei momenti; dico solo che se la conservarono intatta, ciò fu per una speciale grazia del Signore.

E poi è assolutamente proibito condurre persone nella propria cella. E quando si introducono, e l'obbedienza? e le regole? dove vanno esse?

6° Un'altra cosa che non è punto di vantaggio alla castità si è l'amicizia; non l'amicizia vera, fraterna, ma quell'amicizia particolare che il cuore nostro nutre più per uno che per un altro. Certuni, e non sono i pochi, attratti da qualche dote sia corporale che spirituale di un altro compagno, o subalterno, tendono ad amicarselo, offrendogli ora un bicchier di vino, ora un confetto, ora un libro, ora un'immagine, ora altre cose.

Si comincia in tal modo a coltivare le amicizie che escludono gli altri e preoccupano mente e fantasia. Quindi occhiate appassionate, strette di mano, baci; poi più avanti qualche letterina, qualche altro regalo: “ fammi questo piacere, fammi quest'altro, vieni, andiamo in


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quel luogo, in quell'altro ". Intanto i due amici si trovano impigliati nel laccio senza che se ne accorgano.

Giovani che per gli anni addietro davano moltissime speranze di buona riuscita, ora o non sono più all'Oratorio, o se ci sono ancora, menano una vita ben differente dalla primiera. Avvisati di troncare, di rompere certe amicizie particolari, non sapevano darsi ragione di simile avviso; essi credevano in ciò esservi nulla di male; ma intanto venivano sempre più freddi verso gli altri compagni, verso i Superiori e verso Dio stesso.

E questi non sono fatti da andarsi a leggere nelle storie del Medio Evo, ma sono fatti moderni che accaddero e tuttora accadono. Io potrei raccontarvi di molti e molti che si rovinano per queste amicizie, predilezioni e relazioni particolari fra i compagni. Onde io vi esorto ad essere o amici di tutti o di nessuno.

Usciti di refettorio, è tempo di ricreazione.

V'imbattete in un vostro amico o scolaro e vi mettete a passeggiare con lui: sta bene.

Ma se ne viene un altro, poi un secondo, poi altri ancora, costoro siano sempre trattati al pari del primo.

Non già, se siete in compagnia di uno il quale prediligete, anche perchè più studioso, più buono, trattare gli altri diversamente da lui; ma si deve essere padre comune, maestro comune in tutto e per tutti.

Io stesso posso dirlo schiettamente di non aver nessuno in casa che io prediliga più di un altro, tanto il più alto di voi io amo, come il più umile artigiano. Tutti sono miei figli e per salvarli volentieri darei la mia vita stessa, perchè essi sono e devono essere tutti, giusto il detto di san Paolo, gaudium meum et corona mea.

7° Un altro mezzo poi per combattere questo nemico della castità, questo demonio... mi rincresce il dirlo, ma essendo noi tutti qui raccolti da noi soli, voglio darvi un avviso che vi sarà di non poco giovamento.

Quando si va agli agiamenti, bisogna procurare di allontanarsi subito finito l'uffizio, imperciocchè là è il sito in cui il demonio incomincia ad assalire, là nel luogo più schifoso.

Se uno si ritira subito, guadagna molto, perchè si leva dall'occasione di mancare a tanta virtù: altrimenti il demonio lavora, lavora terribilmente contro chi si trova così solo; la fantasia incomincia pur essa a lavorare e da ciò si possono certe volte avere funestissime conseguenze.

Se prima si vinse l'interperanza per conservare la bella virtù o meglio opponemmo il ieiunium alla tentazione, in questo caso si deve esercitare l'oratio.

8° Alla sera prendete questa bella abitudine. Quando siete per ficcarvi sotto le coltri., pronunciate piano piano qualche preghiera e vedrete che il demonio non vi tenterà più.

- Ma, dirà alcuno, io mi addormento subito non appena sono


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in letto. - Ed io gli risponderei. - Fortunato te! E’ questo che io voglio.
Mi dirà allora un altro: - Ma io certe volte sto delle ore senza addormentarmi.
Io gli risponderei:

- Pregate, pregate sempre.

- Ma io non ne ho voglia.

- Pregate; fatevi forza, pregate, perocchè il Signore, vedendo in voi tanta confidenza ed umiltà, vi darà la forza per poter resistere a quelle gravi tentazioni e vi farà riuscir vincitori.
Tempo fa venne a visitarmi il professore Garelli, ora Provveditore agli studi, il quale in mia presenza e su questo proposito diceva:

- Sa lei in che modo io faccio, affinchè quella brutta bestia del demonio notturno non mi venga ad assalire?

- No, gli risposi: e quale sarebbe mai?

- Semplicissimo. Appena sono in letto, mi metto subito a numerare contando dall'uno e andando sino al mille. Così facendo debbo confessare che la cifra massima alla quale arrivo è il cinquanta; anzi non mi ricordo di esservi mai giunto. Prendo subito sonno e all'indomani mi desto colla fantasia e colla mente tranquilla.
Altri hanno la bella abitudine prima di addormentarsi di ripassare mentalmente qualche canto di Dante, qualche tratto di Virgilio, oppure la lezione scorsa, ovvero quella del domani studiata la stessa sera. E questo uso io approvo, anzi io dico bravissimo a chi fa ciò, perchè, così facendo, la fantasia si stanca, e la mente stanca ed aggravata dal sonno prende riposo.

Io avrei su questo riguardo a dirvi tante altre cose, ma basta per ora. Sono avvisi che vi dà famigliarmente un padre affezionato, ma non come dall'alto di un pergamo e neppure come per conferenza.

Desidererei che ciò che io dico a voi non si spargesse poi fra i giovani, ma che fossero massime proprie vostre e che le portaste scolpite nel cuore. Nemanco vorrei che si raccontasse per tutto che Don Bosco disse questa e quest'altra cosa. Però poco m'importerebbe che si sapesse ciò.

Come vedete, non sono cose di molta entità; ma benchè piccole hanno una grande importanza, e praticate sono molto vantaggiose.

Soprattutto non dimenticate mai le pratiche di pietà proprie della Congregazione, essendo il fondamento dell'edifizio della santificazione vostra.

Nella Messa io pregherò per voi, onde possiate conservare la Virtù della castità, per consecrarla un giorno a Maria con voto.

Questa grazia domandatela nella santa comunione per voi, per i compagni, per i Superiori, per me, affinchè non abbia da predicarla agli altri invano, se per disgrazia non l'avessi io.

Insomma domandiamola a vicenda di cuore ed il buon Dio ce la concederà.


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Due giorni dopo questa conferenza il Beato fece giungere una parola paterna a tutti i Soci in tutte le Case, augurandosi che la sua lettera fosse considerata “ come scritta ad ognuno in particolare”.

Prima di riferirla diamo un'occhiata al Catalogo del 1876. Vi troviamo registrati 112 professi perpetui, 79 professi triennali, 84 ascritti e 55 aspiranti; dei professi 66 sono sacerdoti. Vi compaiono poi quattro nuove case, quelle cioè di Nizza mare, di Bordighera-Vallecrosia, di S. Nicolás de los Arroyos e di Buenos Aires. Non finirà l'anno che di parecchie altre si verrà ad accrescere il numero. Si direbbe che le contraddizioni, non che tarpare le ali al suo zelo, gliele irrobustissero a voli più spiegati. Infatti nel 1880 egli farà a questo proposito una confessione assai eloquente. Da Roma il Cardinale Segretario di Stato gli aveva comunicato “un reclamo ” dell'Ordinario torinese. Il Beato, informandone. per esigenze d'ufficio il suo Procuratore a Roma, gli scrisse: “ Tutte le volte che ci frappongono imbarazzi, io rispondo sempre coll'apertura di una Casa ” (1). Così allora, in mezzo a dispiaceri dello stesso genere, creava nell'Oratorio la scuola di fuoco, preludio alla sezione dei Figli di Maria nell'Ospizio di Sampierdarena, e vivaio fecondo di vocazioni ecclesiastiche e religiose (2).

Anche questo vale a dimostrare. quanto fosse netta a' suoi occhi la visione della missione propria, missione che si affermava ogni anno più largamente, senza che giammai i contrasti valessero ad arrestarne lo sviluppo. Quindi è che gli amici provarono allora viva soddisfazione leggendo la prima volta nell'Annuario La Gerarchia Cattolica e la Famiglia Pontificia “ il carissimo nome ” del Beato “come Superiore Generale ” (3): la qual cosa, come di prassi, non potevasi

(1) Lettera a Don Francesco Dalmazzo, Torino, 21 luglio 1880.
(2) Cfr. vol. XI, c. III.
(3) Lettera di Mons. Fratejacci a Don Bosco, 16 gennaio 1876. Non sappiamo per qual capriccio del compilatore, i Sacerdoti Salesiani vi furono detti Preti Salesiani, diversamente da quello che gli si era scritto.


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fare senza il consenso della Segreteria dei Vescovi e Regolari (1).

Veniamo ora alla circolare del capo d'anno, che recò a tutti e singoli i Soci la parola incoraggiante e ammonitrice del santo Fondatore.

Figliuoli miei in G. C. Carissimi,

Compiuta la visita delle nostre Case, sento in me il bisogno di trattenermi alquanto con voi, Figliuoli Carissimi, intorno alle cose che possono tornare alla maggior gloria di Dio ed a vantaggio della nostra Congregazione.

Prima di ogni altra cosa sono lieto di potervi assicurare che sono stato assai soddisfatto del procedimento materiale e morale, sia in ciò che si riferisce all'amministrazione interna, sia nelle relazioni sociali esterne. Si lavora, si osservano le Costituzioni della Società, si mantiene la disciplina, si frequentano i Santi Sacramenti, si promuove lo spirito di pietà e si coltivano le vocazioni in coloro che per buona ventura dessero segni di essere chiamati allo stato Ecclesiastico.

Di tutto siano rese grazie al Signore, alla cui Bontà e Misericordia è dovuto quel poco di bene che si va facendo tra noi.

Ho pure la consolazione di parteciparvi come la Nostra Società prenda ogni giorno maggior incremento. L'anno testè spirato si aprirono parecchie nuove case; altre saranno aperte in questo 1876. Il personale cresce in numero ed attitudine, ma appena taluno è fatto idoneo a cuoprire qualche uffizio, la Divina Provvidenza presenta l'opportunità di porsi all'opera.

Ma che diremo delle dimande che si fanno di aprire case in tutte parti? In molte città d'Italia, di Francia, d'Inghilterra: nell'America del Nord, del Centro, del Sud, e segnatamente nell'Impero del Brasile e nella Repubblica Argentina, in Algeria, nella Nigrizia, in Egitto, in Palestina, nelle Indie, nel Giappone, nella China, nell'Australia vi sono milioni e milioni di creature, ragionevoli, che tutte sepolte nelle tenebre dell'errore, dall'orlo della perdizione levano loro voci al Cielo, dicendo: Signore, mandateci operai evangelici che ci vengano a portare il lume della verità, e ci additino quella strada che sola può condurci a salvamento.

Parecchi nostri confratelli, come ben sapete, diedero già ascolto a queste commoventi voci e partirono per la Repubblica Argentina, donde recarsi tra le tribù selvaggie della Patagonia; ma in tutte le loro lettere scritte nel loro viaggio, e dai luoghi di loro missione fanno continuo risuonare la stessa voce: Mandate, mandate operai.

(1) Lettera di Mons. Fratejacci a Don BOSCO, 24 dicembre 1875.


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Fra le altre cose notano come l'Archidiocesi del Brasile, Rio Janeiro, ha due milioni di abitanti con pochissimi Sacerdoti e con appena cinque Chierici in Seminario.

O miei cari, io mi sento profondamente addolorato al riflettere la copiosissima messe che ad ogni momento e da tutte parti si presenta, e che si è costretti di lasciare incolta per difetto di operai.

Noi però non perdiamoci d'animo, e per ora ci applicheremo seriamente col lavoro, colla preghiera e colla virtù a preparare novella milizia a G. C.; e ciò studieremo di conseguire specialmente colla coltura delle vocazioni religiose; se farà d'uopo, a suo tempo offriremo anche noi stessi a quei sacrifizi che Dio si degnasse chiedere per nostra ed altrui salvezza.

Intanto nel desiderio di venire a cose valevoli a coltivare le vocazioni religiose, ed efficaci per conservare lo spirito di pietà tra i Salesiani e tra i giovanetti affidati a noi, io mi fo a raccomandarvi alcune cose che l'esperienza mi ha fatto ravvisare sommamente necessarie.

1° In ogni casa e specialmente in quella di S. Filippo Neri in Lanzo, diasi la massima sollecitudine di promuovere le Piccole Associazioni, come sarebbe il Piccolo Clero, la Compagnia del SS. Sacramento, di S. Luigi, di Maria Ausiliatrice e dell'Immacolata Concezione.

Niuno abbia timore di parlarne, di raccomandarle, favorirle e di esporne lo scopo, l'origine, le Indulgenze ed altri vantaggi che da queste si possono conseguire.

Io credo che tali Associazioni si possono chiamare Chiave della pietà, Conservatorio della morale, sostegno delle vocazioni Ecclesiastiche e Religiose.

2° Guardatevi bene dalle relazioni, amicizie o conversazioni geniali o particolari sia per iscritto, per colloquii, sia per mezzo di libri o di regali di qualunque genere.

Quindi le strette di mano, le carezze sulla faccia, i baci, il camminare a braccetto, o passeggiare colle braccia l'uno in collo dell'altro, sono cose rigorosamente proibite non solo dico tra voi, e tra di voi e gli allievi, ma eziandio tra gli allievi stessi.

Teniamo altamente fisse in mente nostra le parole di San Girolamo, che dice: Affezione per nessuno o affezione egualmente per tutti.

3° Fuga del secolo e delle sue massime.

Radice di dispiaceri e di disordini sono le relazioni con quel mondo che noi abbiamo abbandonato e che vorrebbe di nuovo trarci a lui. Molti, finchè vissero in casa religiosa, apparivano modelli di virtù; recatisi presso ai parenti o presso gli amici, perdettero in breve tempo il buon volere, e ritornati in religione non poterono più riaversi, e taluni giunsero a perdere la medesima vocazione.

Pertanto non recatevi mai in famiglia, se non per gravi motivi, e in questi gravi motivi non ci andate mai senza il dovuto permesso, e per quanto è possibile accompagnati da qualche confratello scelto dal Superiore.


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L'assumervi commissioni, raccomandazioni, trattare affari, comperare o vendere per altrui conto sono cose da fuggirsi costantemente, perchè trovate rovinose per le vocazioni e per la moralità.

4° La sera dopo le orazioni ciascuno vada subito a riposo. Il fermarsi a passeggiare, chiacchierare, o ultimare qualche lavoro, sono cose dannose alla sanità spirituale ed anche corporale.

So che in certi siti, grazie a Dio non nelle nostre case, si dovettero deplorare dolorosi disordini, e cercatane l'origine, si trovò nelle conversazioni iniziate e continuate nelle ore cui noi accenniamo.

La puntualità nel recarvi al riposo è collegata colla esattezza nella levata del mattino, che con pari insistenza intendo di inculcare. Credetelo, miei cari, l'esperienza ha fatto fatalmente conoscere, che il protrarre l'ora del riposo al mattino senza necessità, fu sempre trovata cosa assai pericolosa. Al contrario l'esattezza nella levata, oltre di essere il principio di una buona giornata, si può eziandio chiamare un buon esempio permanente per tutti. A questo proposito non posso omettere una calda raccomandazione ai Superiori di fare in modo che tutti, nominatamente i Coadiutori e le persone di servizio, abbiano tempo di assistere ogni mattina alla Santa Messa, comodità di ricevere la Santa Comunione e accostarsi regolarmente al Sacramento della Penitenza secondo le nostre Costituzioni.

Questa lettera, che io indirizzo a tutti in generale vorrei che fosse considerata come scritta, ad ognuno in particolare; che ogni parola di essa venisse detta, ripetuta le mille volte all'orecchio di ciascuno, affinchè non fosse mai dimenticata.

Ma io spero che per l'affezione che mi portate, per l'impegno che ognor mostrate nei vostri doveri, sopratutto nel mettere in pratica i consigli del vostro Padre spirituale ed amico nel Signore, mi darete la grande consolazione di essere non solamente fedeli a queste raccomandazioni, ma di più le interpreterete nel senso che viemeglio potranno contribuire alla maggior gloria di Dio e della nostra Congregazione.

Con questa persuasione e nella speranza di potermi fra non molto ritrovare fra voi, prego Dio che tutti vi benedica e vi conceda sanità stabile e il prezioso dono della perseveranza nel bene.

Pregate in fine anche per me che vi sarò sempre, in G. C. N. S.

Torino, 12 gennaio 1876.

Aff.mo amico
Sac. GIO. BOSCO.

ALL'ORATORIO.

Per i giovani dell'Oratorio due sole parlate serali noi possediamo, notevoli entrambe sia nel loro contenuto che nella loro intonazione. Nella prima, che è del 7, l'intensità


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del freddo obbliga il buon Padre a raccomandare i mezzi più acconci, perchè tutti si premuniscano contro gli effetti della rigida stagione; poi dà notizie dei Missionari; infine con la massima naturalezza prorompe in un bel fervorino su Gesù Sacramentato e sullo spirito missionario.

State attenti, miei cari figliuoli, che io vi darò alcuni salutari consigli, i quali, se saranno da voi messi in pratica, vi saranno di grande giovamento. Quando vi trovate in studio, in refettorio, od in parlatorio, voglio dire in quei luoghi in cui l'ambiente è più caldo, non tenetevi molto coperti; e quando ne uscite, procurate di mettervi un fazzoletto al collo, oppure alla bocca e al naso per alcuni minuti secondi, onde impedire che alla respirazione d'aria calda ne succeda una d'aria fredda, perchè, ciò potrebbe produrvi un gran male.

Così pure quando andate od uscite di camera. Al mattino, quando vi alzate da letto, procurate di astenervi per alcuni minuti dall'uscire dalla camera, onde non impedire la traspirazione ai pori dilatatisi sotto le coltri; e se caso volesse che doveste uscire, almeno copritevi ben bene. Quando siete in letto guardate che le coperte vi coprano il collo; poichè se il collo e le spalle restassero esposte all'aria, poco o nulla vi gioverebbe l'avere indosso anche un materasso. Andando a letto procurate eziandio di mettervi sopra la roba vostra, perché possiate avere più caldo. Non dico questo per coloro che hanno un mucchio di coperte, ma bensì per quelli altri che ne soffrono penuria. Questi tali però, a cui i parenti non hanno provvisto, potrebbero dire se hanno freddo o no, poichè si provvederebbe subito, come si è già fatto con molti: ma non stare lì intirizziti, dir niente ed esporsi in tal modo a molti malanni.

Io stesso ho veduti alcuni che erano vestiti da estate, ed avendo loro domandato perchè non mettessero la roba d'inverno, mi risposero con una sola ragione; cioè che non avevano nè maglie, nè corpetti, nè altro. Se vi fossero altri giovani in questo stato, domandino, e come di vestiario si provvidero altri loro compagni, così, essi saranno provvisti. Vedete, tutte queste sono piccole cose, ma si trascurano facilmente e si possono guadagnare certi raffreddori, certe costipazioni che poi, non si curano nè punto nè poco. Vi prego di mettere in pratica i miei avvisi, perchè, vedete, io voglio che stiate bene nell'anima; dico nell'anima perchè così potrete stare anche bene di corpo. Dio provvede ai suoi figli.

Noi, come già sapete, abbiamo ricevute lettere dai nostri missionari da Rio Janeiro, la prima terra che videro dopo san Vincenzo, ultima isola del Capo verde. Essi ci dicono tante belle cose; che stettero ben undici giorni null'altro vedendo che cielo ed acqua; che ebbero il mare agitato e soffrirono tutti chi più chi meno il così detto


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mal di mare, che proviene dallo stomaco. Raccontano altri molti particolari che io qui non dico, ma che vi saranno letti da questo luogo domani a sera. Questa lettera porta la data degli 8 dicembre e noi la ricevemmo mercoledì, cioè ai 5 di gennaio, sicchè stette in viaggio circa un mese. Essi dicono che quando arriveranno a Buenos Aires ci scriveranno di nuovo e tale lettera deve essere già in viaggio. Calcolando che l'abbiano scritta ai 13 od ai 14 di dicembre, noi, se così Dio vuole, l'avremo ai 14 od ai 15 di questo mese, cioè da qui ad otto giorni,

Come già vi dissi, queste lettere si faranno stampare; così chi volesse potrà mandarle a casa, e poi col tempo se ne formerebbe un piccolo libretto, che stampato unitamente ad altri documenti di questa missione, non riuscirà discaro il leggerlo.

Don Cagliero vi ringrazia molto delle preghiere e delle comunioni che avete fatte per lui, perchè tutte le felicità incontrate ed il prospero viaggio, tutto attribuisce alle orazioni de' cari giovanetti dell'Oratorio. Dice eziandio che il giorno dell'Immacolata Concezione ha celebrata la Messa, applicandola precisamente per voi e per tutti quelli della Congregazione. Si raccomanda poi che continuiate. Fate adunque tutti qualche altra comunione per lui e per i Missionari suoi compagni, non dico già domani o dopo domani, ma con vostro comodo. Quelli poi che non potessero fare la comunione, facciano una visita al Santissimo Sacramento ed implorino dal Signore le grazie necessarie ai Missionari e che li rimuneri per i grandi sacrifizi che hanno fatti. Sono grandi questi sacrifizi! Esporsi ai pericoli di un lungo viaggio e pericoloso per guadagnare anime a Dio! Abbandonare tutti i loro compagni, i parenti, tutto, per seguire le orme di Gesù Cristo e portarne la religione in quei lontani paesi! Per questo si fecero grandi sacrifizi di spese e di roba.

Vi raccomando adunque ancor io, e tanto, una comunione o una visita in chiesa e anche entrambe queste due cose insieme.

Oh che felicità poter ricevere nel nostro cuore il Divin Redentore! quel Dio che ci deve dare la fortezza e la costanza necessaria in ogni momento di nostra vita. Il sacro tabernacolo poi, cioè Gesù Sacramentato che si conserva nelle nostre chiese, è fonte di ogni benedizione e di ogni grazia. Egli sta apposta in mezzo a noi per confortarci nei nostri bisogni. Credetelo pure, miei cari figliuoli, colui che è divoto del Santissimo Sacramento, cioè va con frequenza a fare buone comunioni, e colui che va a far visite a Gesù Cristo nel tabernacolo, costui ha un pegno sicuro della sua eterna salvezza.

Un'altra cosa ancora ci racconta Don Cagliero ed io non voglio tacervela. 1 Missionari andarono a trovare il Vescovo di Rio Janeiro, capitale dell'impero del Brasile, il quale li trattò tanto bene e tra le altre cose lagrimando loro disse che in tutto il suo Seminario ha soli cinque chierici e che ha già più di quaranta parrocchie non solo senza parroco, ma con nessuno che possa, benchè da lontano paese, recarsi


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ad amministrare i Sacramenti a coloro che ne abbisognano. Nella sola sua vastissima diocesi avrebbe necessità non meno di cinquecento Salesiani che lavorassero alacremente. Vedete quanta scarsezza di preti in quei luoghi!

Fatevi coraggio! Usate di quei due mezzi che vi ho accennati e io spero che a molti di voi il Signore darà tanta grazia e tanta forza di andare poi col tempo a lavorare nel Ministero Ecclesiastico in quei luoghi, dove così grande è il bisogno.

Ricordatevi i consigli che vi ho dato, perchè vi possiate conservare in sanità. Buona notte.

Nella seconda parlata il Servo di Dio prende occasione dalla novena di san Francesco di Sales, per dare ai giovani norme salutari circa la frequenza dei Sacramenti e sul pensare per tempo alla vocazione, esortandoli in ultimo a praticare la carità verso i compagni e a sopportare con pazienza gl'incomodi dell'inverno.

Domani incominciamo la novena di san Francesco di Sales. E’ vero che avrebbe dovuto incominciare oggi per fare la festa nel giorno in cui cade; ma per maggiore comodità invece di sabato la faremo domenica ed è perciò che cominciamola novena solamente domani. La festa di San Francesco di Sales è la nostra festa titolare, cioè quella che dà il titolo all'Oratorio, che perciò si chiama: Oratorio di san Francesco di Sales. Bisogna che la facciamo colla maggior solennità e divozione possibile; quindi ciascuno in questa novena si prepari meglio che può per farla riuscire a vero profitto dell'anima sua.

La gran cosa che io raccomanderei in questa, come generalmente in tutte le altre novene, è sempre quella che ora vi propongo. Ciascuno tenga la sua coscienza così aggiustata da poter fare la comunione tutte le mattine. Riguardo alla frequenza della comunione ognuno di voi ne parli, vada inteso col suo confessore, e si accosti alla sacra mensa quel numero di volte che gli sarà indicato. Ma il gran punto da non dimenticarsi mai, è di tenere costantemente la coscienza in tale stato da poter fare la comunione tutti i giorni.

Qui è bene che io dica di un inconveniente, di cui si è già fatto parola nel passato. La sagrestia è spesso così piena di giovani, che non si può quasi neppure traversare. Vi sono alcuni che vengono non col proposito di confessarsi, ma di stare al caldo. Fin qui non ci sarebbe male, perchè essi cercherebbero di fuggire il freddo, poichè colui che è freddo, gelato, non è più capace di far nulla. Ma non è questa la ragione. Se in chiesa veramente facesse freddo o si gelasse, costoro avrebbero ragione di far ciò; ma siccome in chiesa c'è abbastanza caldo, non sono certamente da lodarsi se a questo modo trascurano


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le preghiere comuni. Che se poi qualcuno si sentisse veramente freddo, ne parli a me o a Don Chiala o a Don Sala, che procureremo loro uno scaldino da portarsi in chiesa.

Ma lasciando da parte gli scherzi, vi dirò che questo è un inconveniente non piccolo. Accade da molto tempo che non pochi giovani, e per lo più grandicelli, si vorrebbero confessare da me, e venendo in segrestia e trovandola già piena, dicono: - In questa mattina non posso confessarmi; verrò un'altra mattina. - Oppure sono costretti a mutar confessore, vedendo il gran numero che sempre mi circonda.

Stabiliamo adunque alcune norme, perchè eziandio costoro possano essere contentati ed anche perchè dalla confessione ne venga maggior frutto alle anime vostre.

E come prima norma si tenga questa. Nessuno si confessi prima degli otto giorni. Vi sono alcuni specialmente fra i piccolini, i quali verrebbero tutti i giorni. Per tutti in generale si tenga questa norma e allora vi sarà comodità per tutti. Nessuno però lasci mai passare il mese senza confessarsi: regola ordinaria sia ogni dieci, dodici ed anche quindici giorni. Molti dicono: - Noi desideriamo andarvi ogni otto giorni! - E costoro vadano ogni otto giorni e fanno bene.

Ma dice qualcuno: - Io desidererei di andare con frequenza alla santa comunione, ma dopo un paio di giorni che mi sono confessato, sono già di nuovo come prima e se non mi confesso, non oso più andare alla comunione.

Io direi a costui: - Se tu non sei capace di perseverare in tale stato di coscienza che ti permetta di andare per otto giorni alla comunione, io non ti consiglio la comunione così frequente.

- Ma io ho voglia di emendarmi; andando a confessarmi così con frequenza, mi emenderei più facilmente.

- Nossignore, rispondo io; il tempo che impiegheresti ad andarti a confessare la seconda e la terza volta in una stessa settimana, impiegalo a fare un proponimento un po' più fermo e vedrai che questo sarà più efficace, che l'andarti a confessare più con frequenza, come vuoi fare, ma sempre con poco dolore e con poco proponimento. Appunto il confessore ti ha imposto di andar più di rado, acciochè ti prepari meglio ed abbi le debite disposizioni. - Vi è un solo caso in cui io credo che uno debba andare con più frequenza a confessarsi ed è quando il confessore stesso, dopo di avere considerata bene la coscienza del suo penitente, gli dica: - Vienti pure a confessare ogni qualvolta ricadrai in questo o in quell'altro peccato; ciò è necessario per vincere quell'abito, per sradicare quella cattiva passione. Quando vi sia questo espresso consiglio del confessore, dato così per un fine speciale, è certo che il penitente ne ritrarrà del bene. Fuori di questo caso prendete l'abitudine di andare ogni otto giorni, ogni dieci, od anche ogni dodici e con questo potrete, secondo il consiglio del confessore, fare anche con molta frequenza la vostra santa comunione.


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La seconda norma che voleva suggerirvi perchè si abbia maggiore comodità di confessarsi, si è questa. Io sono contento che veniate anche tutti a confessarvi da me; ma vedo che per lo più i piccolini sono i primi a circondarmi e poi venendo i più grandicelli trovano tutto ingombro e non potendo aspettare tanto, se ne vanno. È vero che anche i pesciolini sono cosa buona e, massimamente se riuniti molti insieme, se ne può fare una buona frittura; ma vi dico schietto che, quando si possono avere pesci più grossi, io sono più contento. Specialmente che costoro adesso sono negli anni in cui devono decidere seriamente della vocazione, e hanno più bisogno consigliarsi e di trattenersi con Don Bosco: costoro desidero che abbiano sempre la preferenza. E' vero che essi hanno ancora tutto l'anno di tempo per decidersi; ma io sarei tanto contento che nessuno aspettasse, per così importante decisione, gli ultimi giorni dell'anno. Allora la deliberazione sarebbe precipitata, con pericolo di non scegliere bene e che qualche fine umano entri a date il tracollo alla bilancia, mentre ungendo il decidere non è più calma la riflessione e non si può esaminare la cosa tanto pel sottile. Anzi io sono contento che anche quei di terza e di quarta ginnasiale incomincino a pensare alla loro vocazione. Non è mai troppo presto il meditare sul nostro avvenire e i giovani di terza e quarta sono già in un'età e ad un punto di studi da poterne parlare con vero profitto.

Ed ora che cosa vi proporrò per onorare il nostro santo? San Francesco di Sales, voi lo sapete, è il Santo della mansuetudine e della pazienza. E. vorrei adunque che nella novena procuraste tutti di imitarlo in questa virtù. Vorrei che vi faceste un fondo di questa mansuetudine, la quale informasse sempre il vostro cuore e vi portasse ad amare i compagni, a non mai adirarvi con loro, a non trattarli con parole d'insulto o disprezzo, far loro sempre del bene quando si può, ma del male non farne loro mai e in nessun modo. E giacchè sono in questo, vorrei che specialmente proponeste che questo amore verso i compagni vi portasse a darvi dei buoni consigli gli uni agli altri e non mai, come pur troppo si fa tra gli uomini, spingersi l'un l'altro al male con cattivi consigli. Guardate! Non vi è altra cosa che possa fare più danno, specialmente quando sì è ancora in giovanile età, dei cattivi consigli. Vi è chi sarebbe risoluto a far bene, ed ecco un compagno che gli suggerisce una cosa cattiva, come sarebbe non perdonare, non obbedire, non consegnare un libro, non frequentare compagni buoni, star lontano dai superiori, non ascoltare i loro avvisi: e colui che prima aveva buona volontà, ora quasi senz'accorgersi cade nel male pel cattivo consiglio di quel compagno. Al contrario, credetemi pure, quando uno sa a tempo e luogo dare amorevolmente un buon consiglio ad un compagno, costui fa un gran bene. Il compagno per lo più non è ostinatamente deliberato di fare una cosa cattiva; la farà quasi senza riflessione, e se una voce amica lo avverte, se ne ritira ed è un male di meno e un bene di più. Oh se in questa novena


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cominciaste a praticare il consiglio che vi do, e così continuaste durante tutto il corso dell'anno e nel restante di vostra vita, quanto bene potreste fare a voi stessi e quanto bene ai vostri compagni!

Rimane ancora che io vi dia il fioretto. La stagione è piuttosto cruda ed io per fioretto vorrei che tutto il freddo, l'umidità e gli altri incomodi che soffrirete lungo la novena, li soffriste senza lamentarvi e ciò per dare gusto a san Francesco. Ogni volta che vi accade di patire qualche cosa, come malattie, insulti, offese, dite: Sia per amor di Dio. Il Signore sarà molto contento di questo e per intercessione di san Francesco vi benedirà.

Chi poi volesse fare qualche altra pratica di pietà, la può fare e farà bene, specialmente, imitando questo Santo nel silenzio e nella castigatezza, nel parlare sempre modestamente senza offendere i vostri compagni.

Io sono solito suggerire che in queste novene solenni si facciano comunioni lungo la settimana, con maggior frequenza di quelle che si farebbero negli altri tempi. Chi non può farla sacramentalmente, la faccia spirituale. Altri poi vada a far visita con frequenza al Santissimo Sacramento. Ciascuno proponga eziandio una grande puntualità nei suoi doveri. Buona notte!

AI COLLEGI.

Prima che la moltiplicità delle opere consigliasse l'uniformità della strenna, la parola del Beato Don Bosco o direttamente o per il tramite dei rispettivi Direttori giungeva desiderata nel capo d'anno anche ai singoli collegi. Del '76 due soltanto di queste lettere augurali ci rimangono, una per Lanzo e l'altra per Varazze. Ai suoi figli di Lanzo scrisse così:

Ai miei cari amici Direttore, Maestri, Professori, allievi, e a tutti gli abitatori del Collegio di Lanzo.

Lasciate che ve lo dica, e niuno si offenda, voi siete tutti ladri; lo dico e lo ripeto, voi mi avete preso tutto.

Quando io fui a Lanzo, mi avete incantato colla vostra benevolenza ed amorevolezza; mi avete legate le facoltà della mente colla vostra pietà; mi rimaneva ancora questo povero cuore, di cui già mi avevate rubati gli affetti per intiero. Ora la vostra lettera segnata da 200 mani amiche e carissime hanno preso possesso di tutto questo cuore; ivi nulla più è rimasto, se non un vivo desiderio di amarvi nel Signore, di farvi del bene, salvare l'anima di tutti.


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Questo generoso tratto di affezione m'invita a recarmi il più presto possibile a farvi una visita, che spero non sarà tanto ritardata. In quella occasione voglio proprio che stiamo allegri di anima e di corpo, e che facciamo vedere al mondo quanto si possa stare allegri di anima e di corpo, senza offendere il Signore.

Vi ringrazio adunque cordialissimamente di tutto quello che avete fatto per me; io non mancherò di ricordarvi ogni giorno nella santa Messa, pregando la Divina Bontà che vi conceda la sanità per istudiare, la fortezza per combattere le tentazioni e la grazia segnalatissima di -vivere e morire nella pace del Signore. Al giorno 15 di questo mese, consacrato a S. Maurizio, celebrerò la Messa secondo la vostra intenzione; e voi mi farete la carità di fare in quel giorno la santa comunione, perchè anch'io possa andare con voi al Paradiso.

Dio vi benedica tutti e credetemi sempre in G. C.

Torino, 3 gennaio 1876.

Aff.mo amico
Sac. GIO. BOSCO.

Per i giovani di Varazze espresse i suoi sentimenti, scrivendo al loro Direttore Don Francesia e affidando a lui l'incarico di fare da interprete.

Carissimo D. Francesia,

Avrei tanto bisogno di vederti ed anche bisogno di parlarti. Forse ciò non sarà sino alla festa di san Francesco di Sales. Intanto mi faresti piacere di danni notizie sul personale insegnante, assistente e lavorante, sia in moralità sia in laboriosità secondo il bisogno. E’ vero che qui ci troviamo scarsi, ma se ti fosse assolutamente bisogno di qualcheduno farei in modo di trovarlo.

Il Ch. Barberis mi esprime il suo desiderio di suonare (attivamente) il piano e mi dice di raccomandartelo. Certamente se tu lo vieti hai buon motivo. Ciò nulla di meno vedi se puoi con questa concessione ottenere qualche cosa che egli lasci a desiderare. In ogni caso però fa come credi meglio per la gloria di Dio.

Io voleva scrivere una lettera ai tuoi e miei cari allievi per augurare loro e a te buone feste e buon capo d'anno. Ciò non potei fare allora e m'intendo farlo adesso. Siimi dunque interprete di tante belle cose presso a tutta la cara nostra famiglia di Varazze; di' a tutti che io li amo di tutto cuore nel Signore, che ogni giorno li raccomando nella santa Messa, chiedendo per loro sanità stabile, progresso negli studi e la vera ricchezza, il santo timor di Dio.

Se poi vorranno farmi cosa veramente grata si è di fare una santa comunione secondo la mia intenzione, o meglio per un speciale bisogno, il terzo giovedì di questo mese.


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Ho dei fastidi e giudicai di scriverti per sollevarmi un poco. Dio benedica te e tutti i tuoi e credimi in G. C.

Torino, 10-1876.
Aff.mo amico
Sac. GIO. BOSCO

PS. - Oggi abbiamo avuto notizie da Marsiglia che i nostri Missionari giunsero il 13 passato dicembre a Buenos Aires.

Per Borgo S. Martino c'è una paterna lettera, che veramente appartiene alla metà di febbraio, ma che sta bene anche in questo punto.

Car.mo D. Bonetti

Ho scritto al Cav. Rho (1) nel senso che mi hai indicato, ricordandogli le antiche promesse fattemi ripetutamente. Se - mi fa qualche risposta te la renderò visibile. Spero ogni cosa in bene.

In vista del numero grande e forse ancora crescente del Collegio di S. Carlo, osserva un po' se non sia il caso di scegliere una decina circa dei più gracilini e poi, previo avviso ai parenti, inviarli a Lanzo, dove abbondano di spazio. Si sceglierebbero di preferenza quelli che sono di codeste nostre parti.

Esamina questo punto e poi a suo tempo dimmi qualche cosa.

Dirai a Giolitto che, non essendo abbastanza cattivo, nol posso esaudire. Saluta D. Gallo, Ferrero e Adamo con tutti i nostri confratelli e pregate per questo poverello che vi sarà sempre in G. C.

Torino, 14-2-1876
Aff.mo amico
Sac. GIO. BOSCO

I “ fastidi ” accennati nella lettera a Don Francesia erano i soliti, morali e materiali. Proprio in quel giorno aveva ricevuto da Roma notizia di lettere calunniose “ contro il novello Istituto ” che si seguivano le une dopo le altre (2). Comunicazione ben sconfortante nel momento in cui Don Bosco aspettava che fosse accolta con favore la sua seconda istanza riguardo ai privilegi (3). Era inoltre a sua

(1) Regio Provveditore agli studi per la Provincia di Torino. Da studente conobbe Don Bosco nel 1840 (LEMOYNE, Mem., Biogr., vol. 1, pag. 501).
(2) Lett. cit. di mons. Fratejacci.
(3) Cfr. vol. XI, c. XXI.


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conoscenza essersi brigato perchè un'inchiesta fosse fatta sul metodo di studi teologici praticato nell'Oratorio. Le indagini vennero condotte in via confidenziale; ma ciò non diminuiva le preoccupazioni. Incaricato ne fu il teol. Negri residente in Torino. Egli si rivolse per informazioni al teol. Pechenino, che, amicissimo di Don Bosco, gli confidò la cosa. Questo suscitare diffidenze a Roma sul conto dei Salesiani affliggeva profondamente il Beato.

Altri fastidi non lievi cagionava a Don Bosco la penuria grande di denaro. Solamente per le provviste all'ingrosso il magazzino dell'Oratorio aveva settantamila lire di debiti, cifra allora esorbitante, ed era proprio quello il tempo di pensare ai rifornimenti. Le angustie del povero Don Bosco trapelano abbastanza da questa sua lettera all'avvocato Galvagno di Marene, generoso benefattore dell'Oratorio (1):

Carissimo Sig. Avvocato,

Nel ricevere questa lettera la S. V. dirà tosto: D. Bosco è alle strette e cerca carità. E’ proprio così. Mi trovo nel più crudo dell'invernale stagione con oltre la metà de' miei 900 ragazzi vestiti da estate. Se mai il Signore l'avesse posto in grado di potermi venire in aiuto, sarebbe proprio un vestire i nudi, che il Salvatore reputa fatto a se stesso, e che ci preparerà certamente buona accoglienza, quando ci presenteremo al suo divin tribunale.

Sebbene io Le esponga il grave mio bisogno, La prego di fare solamente quello che può; perciocchè dal canto mio non mancherò di pregare egualmente ogni giorno, affinché Dio conceda a Lei, alla Signora sua moglie lunghi anni di vita felice e faccia che la sua figliuolanza cresca nella sanità e nel santo timor di Dio, mentre con profonda gratitudine ho l'onore ed il piacere di potermi professare

D. V. S. Car.ma

Oratorio di S. Francesco di Sales in Torino, 12-1876.

Umile Servitore
Sac. GIO. BOSCO.

Dopo questo po' di commento ai “ fastidi ”, per i quali il Beato sentiva il bisogno di cercare sollievo scrivendo al

(1) Cfr. vol. XI, pag. 129.


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suo caro Don Francesia, noi ci rendiamo pienamente conto di ciò che Don Barberis nota nella sua cronachetta: “ Don Bosco in questi giorni è molto abbattuto, e non sta bene ”. Ma il medesimo cronista rileva subito dopo: “Pure pensa a tutto, su tutto s'informa e di tutto informa gli altri; dà disposizioni, pareri, consigli ”. Non gli mancava tuttavia il conforto di solide consolazioni. - Consola molto, confessò a Don Barberis, il vedere come da tutti si va acquistando spirito religioso. Sì' le cose vanno proprio bene e finchè c'è molto da lavorare, le cose andranno bene sempre.

AI MISSIONARI.

La parola che fu la prima di molte e molte altre indirizzate da Don Bosco ai suoi figli Missionari sul campo dei loro apostolato, è contenuta in una letterina la cui brevità, senza una frase oziosa, mentre dice mancanza di tempo e insieme gran desiderio di scrivere, esprime pure, se la si analizza con posatezza, un mondo di cose e di sentimenti. Dalla maniera d'annunciare la morte della madre Galeffi, Presidente di Tor de' Specchi, sembra che il Beato abbia scritto non già appena ebbe per la via di Marsiglia la notizia dell'arrivo dei Missionari, ma dopochè ricevette la prima lettera di Don Cagliero da Buenos Aires, che fu addì 17 gennaio.

Carissimo D. Cagliero,

Un cordialissimo saluto a te e a tutti i miei cari Salesiani, che teco dividono le loro fatiche.

La Madre Galeffi è morta al 13 di questo mese. La Contessa Callori, Mamma Corsi, Mons. Fratejacci, Avv. Menghini vi fanno preghiere ed augurii.

Ricordati che per ottobre noi faremo di spedire trenta figlie di M. A. con una decina di Salesiani; alcuni anche prima, se vi è urgenza.

Attesa la grave penuria di clero che vi è nel Brasile, non sarà caso di spiare la possibilità di una casa a Rio Janeiro?

Il nostro Comm. Gazzolo non scrive e non manda notizie. Salutalo da parte mia.


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Dirai al Sig. Benitez che io lo ringrazio della bontà che vi usa: desidero tanto di vederlo; se mai non avrò questo piacere in terra, gli do fin d'ora l'appuntamento in Cielo. Amen.

Dio vi benedica tutti. Allegri tutti in Domino,
Torino, gennaio 1876.
Sac. GIO. BOSCO.

Gran fatto questo della spedizione di Missionari nell'America! Nessun'altra partenza di simil genere aveva destato tanto rumore. Dopo la loro andata Don Bosco sparse a centinaia di copie la fotografia, che si vede in capo all'undecimo volume, unendola ai suoi biglietti di augurio per Natale e capo d'anno. Dopo il loro arrivo l'Unità Cattolica aperse una rubrica intitolata “ Da Torino a Buenos Aires ”, sotto la quale dal 20 gennaio cominciò a pubblicare una serie di corrispondenze, aspettate con impazienza e lette con avidità; i numeri che le portavano, si facevano correre di famiglia in famiglia a Torino, sicchè ne veniva aumentato assai lo spaccio del giornale. Laggiù poi la Missione Salesiana rialzò il buon nome del clero italiano, non dappertutto ivi ben rappresentato; in Italia e fuori quella spedizione risvegliò un fervore straordinario per le Missioni estere; nella Congregazione molti invidiavano i loro confratelli partiti e stancavano il Beato con domande di partire.

Termineremo questo capo nel modo stesso come l'abbiamo cominciato, cioè ascoltando ancora una volta la parola detta dal Servo di Dio nell'intimità. È un colloquio tenuto con Don Barberis il 21 gennaio. Di Don Barberis, uomo semplice retto e piissimo, il Beato disse un giorno: - Don Barberis ha capito Don Bosco. - Con Don Barberis, egli che, finchè fosse fattibile, amava nel governo uomini di soda virtù piuttostochè gente intellettuale, s'intratteneva volentieri a discorrere anche di cose intime. La sera di quel giorno dopo cena gli parlò, così: - Ve n'è del da fare, mio caro Don Barberis, oh! quanto vi è da fare. Oggi, come quasi tutti i giorni, alle due e un quarto dopo pranzo, ero già al tavolino a lavo-


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rare; non mi sono mosso fino alle otto: eppure non ho potuto sbrigarmi di tutto. Ho ancora il tavolo coperto di lettere, che aspettano risposta. E non si può dire che io vada adagio nello scrivere. Ne fo passare del lavoro sotto le mie dita! M accorgo che a forza di pratica e dell'incalzarsi di una cosa sull'altra ho acquistata una celerità, che non so se possa darsi maggiore. Ma là... facciamo quel che si può ad maiorem Dei gloriam, e ciò che, non si potrà fare, bisognerà aver pazienza e lasciarlo non fatto.
Qui Don Barberis lo interruppe, augurandogli lunghi anni e buona sanità, perchè potesse riuscire a sbrigare molti di questi grandi affari. Al che Don Bosco riprese: - Anch'io penso di tanto in tanto che, se il Signore mi concedesse di toccare gli ottanta ovvero gli ottantacinque anni e se mi continuasse a dare la sanità e la prontezza di mente che ora ho, delle cose se ne vedrebbero e non solo l'Italia, ma l'Europa e il mondo se ne dovrebbero accorgere. Ma il Signore disponga come crede. Io, fin che mi lascia in vita, vi sto volentieri. Lavoro quanto posso in fretta, perchè vedo che il tempo stringe e per molti anni che si viva, non si può mai fare la metà di quel che si vorrebbe. Fo i progetti, cerco di eseguirli, perfezionando molte cose finchè posso, e sto aspettando che suoni l'ora della partenza. Quando la campana col suo dan dan dan mi darà il segnale di partire, partiremo. Chi resterà a questo mondo, compirà ciò che io avrò lasciato da compiere. Finchè non oda il dan dan dan, io non mi arresto.

La realtà è che Don Bosco, morendo, fece assai più che non fosse il lasciare ad altri di compiere l'incompiuto; egli ai suoi successori aveva preparato in tal guisa il terreno, che anche germi nuovi, animati dal suo spirito, hanno continuato e continuano ad attecchirvi senza che finora si prevegga o si abbia ragione di temere alcun arresto nella fecondità delle opere.


CAPO II.
Due sogni: le mormorazioni; tre morti.

Nella seconda metà di gennaio il Servo di Dio ebbe un sogno simbolico, del quale fece parola con alcuni Salesiani. Don Barberis lo pregò di raccontarlo in pubblico, perchè i suoi sogni piacevano molto ai giovani, facevano loro gran bene e li affezionavano all'Oratorio.

- Sì, questo è vero, rispose il Beato, fanno del bene e sono ascoltati con avidità; il solo che ne riceva nocumento sono io, perchè bisognerebbe che avessi polmoni di ferro. Si può ben dire, che nell'Oratorio non ci sia un solo, il quale non si senta scosso da tali narrazioni; poichè per lo più questi sogni toccano tutti, e ciascheduno vuol sapere in quale stato io l'abbia veduto, che cosa debba fare, quale significato abbia questo o quello; ed io sono tormentato giorno e notte. Se poi voglio svegliare il desiderio delle confessioni generali, non ho da far altro che raccontare un sogno... Senti, fa' una cosa. Domenica andrò a parlare ai giovani, e tu interrogami in pubblico. Io allora conterò il sogno.
Il 23 gennaio, dopo le orazioni della sera, egli montò in cattedra. Il suo volto raggiante di gioia manifestava, come sempre, la propria contentezza nel trovarsi tra i suoi figli. Fattosi un po' di silenzio, Don Barberis chiese di parlare e interrogò: - Scusi, signor Don Bosco, mi permette che io le faccia una domanda?


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- Di' pure.

- Ho sentito a dire che in queste notti scorse ha fatto un sogno di semenza, di seminatore, di galline, e che l'ha già raccontato al chierico Calvi. Vorrebbe favorire di raccontarlo anche a noi? Questo ci farebbe assai piacere.

- Curioso!! - fece Don Bosco in tono di rimprovero. E qui scoppiò una risata generale.

- Non importa, sa, che mi dia del curioso; purchè ci racconti il sogno. E con questa mia domanda credo d'interpretare la volontà di tutti i giovani, i quali certamente lo ascolteranno tanto volentieri.

- Se è così ve lo racconto. Non voleva dir nulla, perchè ci sono cose che riguardano diversi di voi in particolare, e alcune anche per te, che fanno bruciare un po' le orecchie; ma poichè me ne richiedi, io racconterò.

-Ma eh! signor Don Bosco, se c'è qualche bastonata per me, me la risparmi qui in pubblico.

- Io racconterò le cose come le sognai; ciascuno prenda la parte sua. Ma prima di tutto bisogna che ciascuno tenga bene a mente, che i sogni si fanno dormendo, e dormendo non si ragiona; perciò se vi è qualche cosa di buono, qualche ammonimento da prendere, si prende. Del resto nessuno si metta in apprensione. Ho detto che io sognando di notte dormiva, perchè taluni sognano anche di giorno e alcune volte perfino essendo svegliati e con non leggiero disturbo dei professori, per i quali riescono scolari fastidiosi.

Mi pareva di essere lontano di qui e di trovarmi a Castelnuovo d'Asti, mia patria. Aveva avanti a me una grande estensione di terreno, situata in una vasta e bella pianura; ma quel terreno non era nostro e non sapeva di chi fosse.

In quel campo vidi molti che lavoravano colle zappe, colle vanghe, coi rastrelli ed altri strumenti. Chi arava, chi seminava il grano, chi spianava la terra, chi faceva altro. Vi erano qua e là i capi preposti a dirigere i lavori e fra costoro mi sembrava di esser anch'io. Cori di contadini stavano in altra parte cantando. Io osservava stupito e non sapeva darmi ragione di quel luogo. Meco stesso andava dicendo: - Ma a che fine costoro lavorano tanto? - E rispondeva a me


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stesso: - Per provvedere le pagnotte ai miei giovani. - Ed era veramente una meraviglia il vedere come quei buoni agricoltori non desistessero un istante dal lavoro e incessantemente continuassero nel loro uffizio con uno slancio costante e colla stessa solerzia. Solo alcuni stavano ridendo e scherzando fra di loro.

Mentre io contemplava così bel quadro, mi guardo attorno e vedo che mi circondavano alcuni preti e molti dei miei chierici, parte vicini, parte ad una certa distanza. Diceva tra me: - Ma io sogno; i miei chierici sono a Torino, qui invece siamo a Castelnuovo. E poi come ciò può essere? Io sono vestito da inverno da capo a piedi, solamente ieri io aveva tanto freddo, ed ora qui si semina il grano. - E mi toccava le mani e camminava e diceva: - Ma pure non sogno, questo è proprio un campo; questo chierico che è qui è il chierico A... in persona; quest'altro è il chierico B... E poi come potrei nel sogno vedere questa cosa e quest'altra?

Intanto vidi lì presso, ma a parte, un vecchio che all'aspetto sembrava molto benevolo ed assennato, intento ad osservare me e gli altri. Mi accostai a lui e gli domandai: - Dite, bravo uomo, ascoltate! Che cosa è ciò che io vedo e non ne capisco nulla? Qui dove siamo? Chi sono questi lavoratori? Di chi è questo campo?

- Oh! mi risponde quell'uomo; belle interrogazioni da farsi! Ella è prete e non sa queste cose?

- Ma dunque ditemi! Credete voi che io sogni o che sia desto? Poichè a me par di sognare e non mi sembrano possibili le cose che vedo.

- Possibilissime, anzi reali e a me pare che Lei sia desto affatto. Non se ne avvede? Parla, ride, scherza.

- Eppure vi son taluni, io soggiunsi, cui sembra nel sogno di parlare, ascoltare, operare, come se fossero desti.

- Ma no; lasci da parte tutto questo. Lei è qui in corpo ed anima.

- Ebbene, sia pure; e se son desto, ditemi allora di chi sia questo campo.

- Ella ha studiato il latino: qual è il primo nome della seconda declinazione che ha studiato nel Donato? lo sa ancora?

- Eh! sì che lo so; ma che cosa ha da far questo con ciò che vi domando?

- Ha da far moltissimo. Dica adunque quale è il primo nome che si studia nella seconda declinazione.

E’ Dominus.

E come fa al genitivo? Domini!

Bravo, bene, Domini; questo campo adunque è Domini, del Signore.

- Ah! ora comincio a capire qualche cosa! - esclamai.

Era meravigliato della conseguenza tratta da quel buon vecchio. Intanto vidi varie persone che venivano con sacchi di grano per se-


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minare, e un gruppo di contadini cantava: Exit, qui seminat, seminare semen suum.

A me pareva un peccato gettar via quella semente e farla marcire sotterra. Era così bello quel grano! - Non sarebbe meglio, diceva fra me. macinarlo e fame del pane o delle paste? - Ma poi pensava: - Chi non semina, non raccoglie. Se non si getta via la semente e questa non marcisce, che cosa si raccoglierà poi?-

In quel mentre vedo da tutte le parti uscire una moltitudine di galline e andar pel seminato a beccarsi tutto il grano che altri spargeva per seme.

E quel gruppo di cantori proseguiva nel suo canto: Venerunt aves caeli, sustulerunt frumentum et reliquerunt zizaniam.

Io do uno sguardo attorno e osservo quei chierici che erano con me. Uno colle mani conserte stava guardando con fredda indifferenza; un altro chiacchierava coi compagni; alcuni si stringevano nelle spalle, altri guardavano il cielo, altri ridevano di quello spettacolo, altri tranquillamente proseguivano la loro ricreazione e i loro giuochi, altri sbrigavano alcuna loro occupazione; ma nessuno spaventava le galline per farle andar via. Io mi rivolgo loro tutto risentito e, chiamando ciascuno per nome, diceva: - Ma che cosa fate? Non vedete quelle galline che si mangiano tutto il grano? Non vedete che distruggono tutto il buon seme, fanno svanire le speranze di questi buoni contadini? Che cosa raccoglieremo poi? Perchè state così muti? perchè non gridate, perchè non le fate andar via?
Ma i chierici si stringevano nelle spalle, mi guardavano e non dicevano niente. Alcuni non si volsero neppure: non badavano prima a quel campo, nè ci badarono dopo che io ebbi gridato.

- Stolti che siete! io continuava. Le galline hanno già tutte il gozzo pieno. Non potreste battere le mani e fare così? - E intanto io batteva le mani, trovandomi in un vero imbroglio, poichè a nulla valevano le mie parole. Allora alcuni si misero a fugar le galline, ma io ripeteva tra me: - Eh sì! Ora che tutto il grano fu mangiato, si scacciano le galline

In quel mentre mi colpì l'orecchio il canto di quel gruppo di contadini, i quali così cantavano: Canes muti nescientes latrare.

Allora io mi rivolsi a quel buon vecchio e tra stupefatto e sdegnato gli dissi: - Orsù, datemi una spiegazione di quanto vedo; io ne capisco nulla. Che cosa è quel seme che si getta per terra?

- Oh bella! Semen est verbum Dei.

- Ma che cosa vuol dir questo, mentre vedo che là le galline se lo mangiano?-

Il vecchio, cambiando tono di voce, proseguì:

- Oh! se vuole una più compiuta spiegazione, io gliela do. Il campo è la vigna del Signore, di cui si parla nel Vangelo, e si può anche intendere del cuore dell'uomo. I coltivatori sono gli operai evangelici, che specialmente colla predicazione seminano la parola di


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Dio. Questa parola produrrebbe molto frutto in quel cuore, terreno ben preparato. Ma che? Vengono gli uccelli del cielo e la portano via.

- Che cosa indicano questi uccelli?

- Vuole che le dica che cosa indicano? Indicano le mormorazioni. Sentita quella predica che porterebbe effetto, si va coi compagni. Uno fa la chiosa ad un gesto, alla voce, ad una parola del predicatore, ed ecco portato via tutto il frutto della predica. Un altro accusa il predicatore stesso di qualche difetto o fisico o intellettuale; un terzo ride sul suo italiano, e tutto il frutto della predica è portato via. Lo stesso deve dirsi di una buona lettura, della quale il bene resta tutto impedito da una mormorazione. Le mormorazioni sono tanto più cattive, in quanto che esse generalmente sono segrete, nascoste, e colà vivono e crescono, ove punto noi non ce lo aspettiamo. Il grano sebbene sia in un campo non molto coltivato, tuttavia nasce, cresce, viene su abbastanza alto e produce frutto. Quando in un campo di fresco seminato viene un temporale, allora il campo resta pestato e non porta più tanto frutto, ma pure ne porta. Se anche la semenza non sarà tanto bella, pure crescerà: porterà poco frutto, ma pure ne porterà. Invece quando le galline o gli uccelli si beccano la semente, non c'è più verso: il campo non rende nè punto nè poco; non porta più frutto di sorta. Così se alle prediche, alle esortazioni, ai buoni propositi terrà dietro qualche altra cosa come distrazione, tentazione, ecc. farà meno frutto; ma quando c'è la mormorazione, il parlar male o simili, qui non c'è poco che tenga, ma c'è subito il tutto che vien portato via. E a chi tocca battere le mani, insistere, gridare, sorvegliare, perchè queste mormorazioni, questi discorsi cattivi non si facciano? Lei lo sa!

- Ma che cosa facevano mai questi chierici? io gli chiesi. Non potevano essi impedire tanto male?

- Non impedirono nulla, egli proseguì. Taluni stavano ad osservare come statue mute, altri non ci badavano, non ci pensavano, non vedevano e se ne stavano colle braccia conserte, altri non avevano il coraggio d'impedire questo male; alcuni, pochi però, si univano anch'essi ai mormoratori, prendevano parte alle loro maldicenze, facevano il mestiere di distruggitori della parola di Dio. Tu che sei prete insisti su questo; predica, esorta, parla, non aver paura di dir mai troppo; e tutti sappiano che il fare le chiose a chi predica, a chi esorta, a chi dà buoni consigli è ciò che reca più del male. E lo star muti quando si vede qualche disordine e non impedirlo, specialmente chi potrebbe o dovrebbe, questo è al tutto rendersi complice del male degli altri.

Io tutto compreso da queste parole, voleva ancora guardare, osservare questa e quella cosa, rimproverare i chierici, infiammarli a compiere il proprio dovere. Ed essi già si movevano e cercavano di mettere in fuga le galline. Ma io, avendo fatti alcuni passi, inciampai in un rastrello, destinato a spianar la terra, lasciato in quel campo,


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e mi svegliai. Ora lasciamo da parte ogni cosa e veniamo alla morale. D. Barberis! Che cosa ne dici di questo sogno?

- Dico, rispose D. Barberis, che è una buona bastonata, e bazza a chi tocca.

- Eh certo, riprese D. Bosco, è una lezione la quale bisogna che ci faccia del bene; e tenetelo a mente, o miei cari giovani, di evitare fra voi in ogni modo la mormorazione, come un male straordinario, fuggendola come si fugge dalla peste, e non solo evitarla voi, ma a tutto potere cercare di farla evitare agli altri. Alcune volte santi consigli, opere ottime non fanno il bene, che reca l'impedire una mormorazione e qualunque parola che possa nuocere ad altri. Armiamoci di coraggio e combattiamola francamente. Non v'è peggior disgrazia di quella di far perdere la parola di Dio. E basta un motto, basta uno scherzo.

Vi ho contato un sogno avvenutomi già sono varie notti, ma in questa notte scorsa ne ho avuto un altro, che eziandio desidero narrarvi. L'ora non è ancora troppo tarda; sono appena le nove e posso esporvelo. Procurerò tuttavia di non andare per le lunghe.

Mi parve adunque di trovarmi in un luogo che ora non ricordo più quale fosse: non era io più a Castelnuovo, ma mi pare che neppure fossi all'Oratorio. Venne qualcuno con tutta premura a chiamarmi: - D. Bosco, venga! D. Bosco, venga!

- Ma e che cosa c'è di tanta premura? io risposi.

- E' in corrente delle cose avvenute?

- Io non intendo quello che tu vuoi dire; spiegati chiaramente, risposi ansioso.

- Non sa, D. Bosco, che il tal giovane così buono, così pieno di brio, è gravemente infermo, anzi moribondo?

- lo dubito che tu voglia prenderti gioco di me, gli dissi: perchè appunto stamane parlai e passeggiai con lo stesso giovane, che ora mi annunzi moribondo.

- Ah, D. Bosco, io non cerco d'ingannarla e mi credo in debito di narrarle la pura verità. Quel giovane ha sommamente bisogno di lei e desidera di vederla e di parlarle per l'ultima volta. Ma venga presto, perchè altrimenti non è più in tempo.-

Io senza sapere il dove, andai in tutta fretta dietro a quel tale. Arrivo in un luogo e vedo gente mesta e piangente che mi dice: Faccia pure presto, che è agli estremi.

- Ma che cosa è accaduto? - rispondo. Vengo introdotto in una camera, dove vedo un giovane coricato, tutto smorto nel viso, d'un colore quasi cadaverico, con una tosse e un rantolo che lo soffocava e appena a stento gli permetteva di parlare: - Ma non sei tu il tale dei tali? io gli dissi.

- Sì, sono il tale!

- Come stai?

- Sto male


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- E come va che ora ti vedo in questo stato? Solamente ieri e stamattina non passeggiavi tranquillo sotto i portici?

- Sì, rispose il giovane, ieri e stamattina passeggiavo sotto i portici; ma ora faccia presto, che io ho bisogno di confessarmi; vedo che mi resta più poco tempo.

- Non affannarti, non affannarti; tu ti sei confessato da pochi giorni.

- E’ vero e mi pare di non avere nessuna grossa pena sul mio cuore; ma tuttavia desidero ricevere la santa assoluzione prima di presentarmi al Divin Giudice.
Io ascoltai la sua confessione. Ma intanto osservai che visibilmente peggiorava e un catarro era per soffocarlo. - Ma qui bisogna fare in fretta, dico fra me, se voglio che riceva ancora il santo viatico e l'olio santo. Anzi il viatico non potrà più riceverlo, sia perchè ci vuole più tempo per i preparativi, sia perchè la tosse potrebbe impedirgli d'inghiottire. Presto l'olio santo!
Così dicendo, esco dalla camera e mando subito un uomo a prendere la borsa degli olii santi. I giovani che erano in sala mi domandavano: - Ma è veramente in pericolo? è proprio moribondo, come si va dicendo?

- Purtroppo! io rispondeva. Non vedete che il respiro gli si fa ognor più grave e il catarro lo soffoca?

- Ma sarà meglio portargli anche il viatico e così fortificato mandarlo nelle braccia di Maria!-

Ma mentre io mi affaccendava nel preparar l'occorrente, sento una voce: - è spirato!-

Rientro in camera e trovo l'infermo cogli occhi sbarrati; più non. respira; è morto.

- E’ morto? io domando a quei due che lo assistevano. morto, mi rispondono: è morto!

- Ma come va, tanto in fretta? Ditemi: non è desso il tale?

- Sì, è il tale.

- Non posso credere agli occhi miei! Solo ieri passeggiava con me sotto i portici.

- Ieri passeggiava ed ora è morto, mi replicarono.

- Per fortuna che era un giovane buono! esclamai. E diceva ai giovani che aveva attorno: - Vedete, vedete? Costui non ha nemanco più potuto ricevere il viatico e l'estrema unzione. Ringraziamo però il Signore, che gli diede tempo di confessarsi. Questo giovane era buono, frequentava abbastanza i Sacramenti e speriamo che sia andato ad una vita felice, o almeno in purgatorio. Ma se fosse un po' capitata ad altri la stessa sorte, che cosa ne sarebbe ora di certuni?
Ciò detto, ci mettemmo tutti in ginocchio e recitammo un De profundis per l'anima del povero defunto.

Intanto io andava in camera, quando mi vedo giungere Ferra-


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ris (1) dalla libreria, il quale tutto affannato mi dice: - Sa, D. Bosco, che cosa è avvenuto?

- Eh! purtroppo lo so! E' morto il tale! rispondo.

- Non è questo che voglio dire; vi sono due altri morti.

- Come? chi?

- Il tale ed il tale altro.

- Ma quando? Non capisco.

- Sì, due altri, i quali morirono prima che ella giungesse.

- E perchè allora non mi avete chiamato?

- Mancò il tempo. Ma ella sa dirmi quando è morto questo qui?

- A morto adesso! io risposi.

- Sa ella in che giorno siamo e di qual mese? proseguì Ferraris.

- Sì che lo so; siamo ai 22 di gennaio, secondo giorno della novena di S. Francesco di Sales.

- No, disse Ferraris. Ella si sbaglia, signor Don Bosco; guardi bene. - Io alzo gli occhi al calendario e vedo: 26 di Maggio.

- Ma questa è maiuscola! esclamai. Siamo di gennaio, e ben me ne accorgo dal come sono vestito, non si va vestiti così di maggio; di maggio non vi sarebbe il calorifero acceso.

- Io non so che dirle, o che ragione darle, ma ora siamo ai 26 di maggio.

- Ma se ieri solamente è morto quel nostro compagno ed eravamo in gennaio.

- Si sbaglia, insistè Ferraris; eravamo in tempo pasquale.

- Un'altra ne aggiungi ancor più grossa!

- Tempo pasquale, sicuro: eravamo in tempo pasquale, e fu ben più fortunato di morire nella Pasqua, che gli altri due, i quali morirono nel mese di Maria.

- Tu mi burli, io gli dissi. Spiegati meglio, altrimenti io non t'intendo.

- Io non burlo niente affatto. La cosa è così. Se poi vuole saperne di più, e che io mi spieghi meglio, ecco! Stia attento! Aperse le braccia, poi battè le due mani una contro l'altra forte forte: ciac Ed io mi sono svegliato. Allora esclamai: - Oh per fortuna! Non è una realtà, ma è un sogno. Quanto timore ho avuto! -

Ecco il sogno che ho fatto la notte scorsa. Voi dategli quell'importanza che volete. Io stesso non voglio dargli interamente fede. Oggi però ho voluto vedere se coloro che mi parvero morti in sogno, fossero ancora vivi e li vidi sani e vigorosi. Certamente che non conviene ch'io dica, e non dirò, chi siano costoro. Tuttavia terrò d'occhio quei due: se sarà necessario qualche consiglio per vivere bene, lo darò loro, e li preparerò, facendo le volte larghe senza che se ne accorgano; perchè così, se accadesse loro di dover morire, la morte non li

(1) Era il coadiutore Giovanni Antonio Ferraris, libraio.


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trovi impreparati. Ma nessuno vada dicendo: Sarà questi, sarà quegli. Ciascuno pensi a sè.

E non datevi nessuna apprensione di questo. L'effetto che deve fare in voi è semplicemente quello che ci suggerì il Divin Salvatore nel Vangelo: Estote parati, quia, qua hora non putatis, filius hominis veniet. E' questo un grande avvertimento, miei cari giovani, che ci dà il Signore. Stiamo apparecchiati sempre, perchè nell'ora in cui meno ce lo aspettiamo, può venire la morte e colui che non è preparato a morir bene, corre grave rischio di morir male. Io mi terrò preparato il meglio che posso e voi fate lo stesso, affinchè in qualunque ora piaccia al Signore di chiamarci, possiamo essere pronti a passare nella felice eternità. Buona notte.-

Le parole di Don Bosco si ascoltavano sempre con religioso silenzio; ma quando egli `raccontava di queste cose straordinarie, fra le centinaia di ragazzi che gremivano il luogo, non si sentiva un colpo di tosse nè il più lieve fruscio di piedi. L'impressione viva durava settimane e mesi;. e con l'impressione avvenivano mutazioni radicali nella condotta di certi discoli. Si faceva poi ressa intorno al confessionale di Don Bosco. Di supporre che egli inventasse quei racconti per ispaventare e migliorare la vita dei giovani, non veniva in capo a nessuno, perchè gli annunzi di morti prossime si avveravano sempre e certi stati di coscienza veduti nei sogni rispondevano a realtà.

Ma il timore prodotto da sì lugubri predizioni non era un incubo opprimente? Non pare. Troppe si presentavano le possibilità e le supposizioni in una moltitudine di più che ottocento giovani, perchè i singoli ne potessero essere preoccupati. Inoltre la persuasione realmente diffusa, che chi moriva nell'Oratorio, andava di certo in paradiso, e che Don Bosco preparava i designati. senza spaventarli, contribuiva a scacciare dagli animi ogni timore. D'altra parte si sa bene quanto sia grande la volubilità giovanile: sul momento la fantasia dei giovani rimane colpita e scossa; ma poi quel ricordo si libera ben presto da qualsiasi paurosa apprensione. Tanto ci attestavano unanimi i superstiti di quei tempi.

Andati che furono i giovani a dormire, alcuni confra-


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telli che attorniavano il Beato, lo tempestavano di domande, per sapere se alcuno di loro fosse fra quei che dovevano morire. Il Servo di Dio, sorridendo secondo il suo solito e scotendo il capo, ripeteva: - Già, già! Verrò a dirvi chi è, con pericolo di far morire qualcuno prima del tempo!

Visto che lì non si spillava nulla, lo interrogarono se nel primo sogno vi fossero anche dei chierici a far la parte delle galline, che, si abbandonassero cioè alla mormorazione. Don Bosco, che passeggiava, si fermò, girò gli occhi su gl'interlocutori e fece un risolino come per dire: - Eh! qualcuno sì; tuttavia pochi, e non aggiungo altro. - Allora gli chiesero che dicesse almeno se essi erano fra i cani muti; il Beato si tenne sulle generali, osservando che bisognava stare attenti a evitare e a far evitare le mormorazioni e in genere tutti i disordini, massime i cattivi discorsi. - Guai al prete e al chierico, disse, il quale, incaricato della vigilanza, vede i disordini e non li impedisce! Desidero si sappia e si ritenga che con la parola “mormorazioni ” io non intendo solamente il tagliarci i panni addosso, ma ogni discorso, ogni motto, ogni parola, che possa in un compagno sminuire il frutto della parola di Dio udita. In generale poi intendo di dire che è un gran male starsene quieti, allorchè si conosce qualche disordine, non impedendolo o non cercando che lo impedisca chi di ragione.

Uno più arditello mosse al Servo di Dio un'interrogazione alquanto azzardata. - E Don Barberis per che cosa entra nel sogno? Lei ha detto che ce n'era anche per lui, e Don Barberis stesso sembrava che si aspettasse una buona bastonata per sè. - Don Barberis era presente. Sulle prime Don Bosco accennava a non voler rispondere. Ma poi, essendo rimasti ai suoi fianchi solo alcuni preti e mostrandosi Don Barberis contento che egli palesasse il segreto, il Beato disse: - Eh! Don Barberis non predica abbastanza su questo punto; su quest'argomento non insiste quanto bisogna. Don Barberis confermò che nè l'anno innanzi nè durante


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l'anno in corso si era mai fermato di proposito: su quelle materie nelle sue conferenze agli ascritti; ebbe perciò molto piacere dell'osservazione e se la legò all'orecchio per l'avvenire.

Ciò detto, salirono le scale e tutti, baciata la mano a Don Bosco, si allontanarono e andarono a riposo. Tutti, meno Don Barberis, che secondo il consueto lo accompagnò fino all'uscio della sua stanza. Don Bosco, vedendo che era ancora presto e accorgendosi che non avrebbe potuto prender sonno, perchè fortemente impressionato dalle cose esposte, contro la sua costante abitudine fece entrare Don Barberis nella camera, dicendo: - Giacchè abbiamo ancora tempo, possiamo fare due passi su e giù per la stanza.
Così continuò a discorrere per una mezz'ora. Disse fra l'altro: - Io nel sogno ho veduto tutti ed ho veduto lo stato nel quale ognuno si trovava: se gallina, se cane muto, se nel numero di coloro che avvisati si misero all'opera o non si mossero. Di queste cognizioni io mi servo confessando, esortando in pubblico ed in privato, finchè vedo che producono del bene. Da principio non faceva gran caso di questi sogni; ma mi accorsi che per lo più valgono a produrre l'effetto di più prediche, anzi per alcuni sono più efficaci che un corso di esercizi spirituali; perciò me ne servo. E perchè no? Si legge nella Sacra Scrittura: Probate spiritus; quod bonum est tenete. Vedo che giovano, vedo che piacciono, e perchè tenerli segreti? Anzi osservo che contribuiscono ad affezionare molti alla Congregazione.

- Ho provato io stesso, interruppe Don Barberis, di quanta utilità fossero questi sogni e quanto salutari. Anche narrati altrove, fanno del bene. Dove Don Bosco è conosciuto, si può dire che sono sogni fatti da lui; dove non è conosciuto, si possono presentare come similitudini. Oh, se sì potesse fame una raccolta, esponendoli in forma di similitudini! Sarebbero ricercati e letti da piccoli e da grandi, da giovani e da vecchi, con vantaggio delle anime loro.


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- Già, già! Farebbero del bene, ne sono intimamente convinto.

- Ma forse, lamentò Don Barberis, nessuno li ha raccolti per iscritto.

- Io, riprese Don Bosco, non ho tempo, e di molti non mi ricordo più.

- Quelli dei quali io mi ricordo, replicò Don Barberis, sono i sogni che si riferivano ai progressi della Congregazione, all'estendersi del manto della Madonna...

- Ah, sì! - esclamò il Beato. E accennò a parecchie visioni di questo genere. Presa quindi un'aria più grave e quasi conturbato proseguì: - Quando penso alla mia responsabilità nella posizione in cui io mi trovo, tremo tutto... Che conto tremendo avrò da rendere a Dio di tutte le grazie che ci fa per il buon andamento della nostra Congregazione!


CAPO III.
Le conferenze di san Francesco.

La festa di san Francesco, che cadeva in sabato, fu trasportata alla domenica. Nella settimana seguente l'Oratorio rivide, secondo il solito, i Direttori delle case radunarsi a convegno intorno a Don Bosco e tenere una serie di conferenze dal martedì al venerdì. Arrivarono il lunedì e partirono il sabato, sicchè la domenica poterono trovarsi nei propri collegi per predicare ai loro giovani e confessare.

Le memorie del tempo ci dicono che la loro presenza fu apportatrice di consolazione e di edificazione. Nessun sussiego in essi, ma grande familiarità con quei della casa, gran deferenza reciproca, grande arrendevolezza di tutti verso i Superiori, perfetto spirito di concordia e di mortificazione; spiccava però più d'ogni altra cosa l'affetto a Don Bosco e la riverenza alla sua persona, sicchè era generale la loro premura di conoscerne i desideri per secondarli.

Abbiamo detto del loro spirito di mortificazione. Nessuna eccezione per essi a tavola, fuorchè nel giorno dell'arrivo per festeggiarli e per onorare gli ospiti, che Don Bosco volle invitare a pranzo. Ma quello che oggi quasi stentiamo a credere è che per camere avevano l'e piccole soffitte tuttora esistenti, e parecchie financo albergavano due inquilini. Di


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meglio non c'era. E poi non persone di servizio a loro disposizione, ma assettarsi ognuno il proprio sgabuzzino. Le conferenze che duravano ore e ore, mattino e sera, toglievano loro quasi il tempo di uscire in città e di far visita ai parenti; ma l'allegria che regnava sovrana, temperava la noia e addolciva la fatica. Frizzi, lepidezze, omeriche risate rompevano la monotonia delle interminabili sedute, come tra buoni fratelli che si vogliono bene e godono di ritrovarsi insieme dopo più mesi di lontananza. Il Beato in quella vita di famiglia si sentiva nel suo elemento e ci godeva tanto! Il cronista, lodando il loro buono spirito, nota: “ Nella celebrazione della Messa, nella preparazione e nel ringraziamento si scorge un raccoglimento ed una posatezza tale, che indicano chiaramente la carità che nel cuore sta accesa ”.

Ma avevano poi davvero cose di alta importanza da trattare? Ricorderemo due parole dette dal Servo di Dio nel '75.La prima è questa: “Sapienza e scienza, prevedere e provvedere ”. Quei primi Direttori adunati per conferire sulle cose interne e intime della Congregazione ci dànno l'esempio di quel provvido antivedere, che. è il segreto di ogni buon governo. L'altra sentenza di Don Bosco ha tutta l'aria di un paradosso: “ Nelle nostre case non abbiamo da occuparci che delle piccole cose; il resto viene da sè ”. Quanti invece sarebbero tentati di credere che torni meglio fare il rovescio! Eppure la vita ordinaria non è che un gran tessuto di cose piccole, le quali si tirano dietro tutto. Comunque sia, noi, come nel volume undecimo, così in questo daremo un sufficiente ragguaglio di ogni seduta, riferendo un po' di ogni cosa detta o discussa o deliberata. I lettori provino a leggere, e poi chi ci s'annoia salti al capo seguente, chè non perderà il filo della storia.

Non sembra alquanto singolare che nella prima adunanza presieduta da Don Rua, i Direttori si occupassero di personale, ossia di sue destinazioni, come farebbe oggi il Capi-


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tolo Superiore o un Consiglio Ispettoriale? Tant'è: il Beato Don Bosco amava procedere non autoritativamente, ma paternamente. Come perciò a guisa di chi consulta interpellava spesso individualmente qualche confratello su cose già da lui studiate per ogni verso e deliberate, così gli piaceva mettere in consultazione provvedimenti, nei quali certo non gli bisognavano tanti lumi. Trattava insomma con i suoi come un padre tratta con i figli, che abbiano raggiunta e sorpassata l'età maggiore.

Per l'Oratorio dunque si vedeva, la necessità di sostituire Don Chiala nell'ufficio di catechista degli artigiani. L'ottimo salesiano stava male, tanto male che entro l'anno morì. Fu proposto di mettere in suo luogo Don Branda, prefetto a Valsalice; ma nominalmente prefetto, giacchè il Direttore Don Dalmazzo riuniva in sè tutti i poteri. Questa circostanza fece sì che la discussione si allargasse, estendendosi ad una questione d'ordine generale. L'assemblea, gelosa delle consuetudini legittime, animatamente richiamò un principio, che è buono anche oggi. - Non s'introducano abusi, fu detto. Un Direttore non deve avere la facoltà d'interpretare le Regole come a lui pare, dando al prefetto le attribuzioni che egli vuole. Quando il Capitolo Superiore stabilisce con lui, che il tale gli faccia da prefetto, costui abbia in realtà la carica e le attribuzioni di prefetto. Poichè è bensì vero che per ora, finchè vive Don Bosco, tutti gli siamo sottomessi ed egli non ha che da esprimere un desiderio, perchè noi andiamo subito a gara per eseguirlo; egli quindi può porre, togliere, dare, crescere, diminuire, trasferire attribuzioni a chi gli pare e piace; ma è anche vero che ora bisogna dare alle cose un avviamento tale, che, anche mancando Don Bosco, non abbiano a nascere inconvenienti.
Questa osservazione ne tirò un'altra non meno grave: non essere bene che il Direttore si assumesse anche la parte di prefetto per due motivi. Primo, perchè in tal caso egli doveva prendersi l'odiosità di mantenere la disciplina, sca-


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pitandone in vario modo, massime per le confessioni (i); secondo, perchè, se il Direttore faceva tutto da sè, nessuno vedeva che cosa facesse: non già che per allora si avessero a temere inconvenienti, ma questi erano possibili nel futuro, qualora non si stesse fermi nel principio di dare al prefetto il suo posto, secondochè glielo assegnavano le Regole.

Ridiscesi al caso concreto, discussero un bel po' sulla persona più adatta all'ufficio di prefetto in quel collegio di nobili; finalmente la scelta cadde su Don Marenco, il futuro Vescovo e delegato Apostolico, uomo dalla presenza e dalle maniere distintissime.

Gli adunati passarono poscia a discorrere degli esercizi spirituali soliti a farsi nei collegi verso la fine dell'anno scolastico, il qual tempo l'esperienza dimostrava ben poco propizio allo scopo; essere consigliabile invece di portarli piuttosto nella seconda metà di marzo o in aprile. Ragionavano così: - Questi esercizi sono il gran mezzo per rompere certe relazioni o amicizie malsane. Allora è che il giovane si determina a far bene, prendendo forti risoluzioni, che gli serviran di guida almeno per il corso dell'anno. Se invece gli esercizi sono al termine dell'anno, ecco che non c'è più tempo di eseguire i proponimenti fatti; e poi col fare così a lungo quel che si vuole, i mali incancreniscono. Inoltre, sopraggiungono le vacanze, che portano via anche quel tantino di frutto che la parola di Dio ha fatto nascere. - Accordatisi facilmente sulla data, si divisero senz'altro fra loro le predicazioni. Con ciò si chiuse la seduta mattutina del martedì 1° febbraio.

Nell'adunanza pomeridiana Don Rua, che presiedeva,

(1) In calce al Catalogo del 1875 si legge questa nota: “ Pel buon andamento della Congregazione, per conservare l'unità di spirito e seguire l'esempio degli altri istituti religiosi è fissato un direttore o confessore stabile per quelli che appartengono alla Società. In Torino: sac. Giovanni Bosco, supplente sac. Michele Rua. Nelle altre case: il Direttore di ciascuna di esse, supplenti il prefetto, ecc. ”.


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comunicò il desiderio di Don Bosco, che si esaminasse quali chierici potessero proporsi alle ordinazioni. Ogni Direttore presentò quelli della propria casa, che avevano i necessari requisiti. Per gli ordini minori Don Cerruti sostenne che conveniva allargare la mano, concedendoli ai chierici del primo o secondo corso di teologia, cosa quanto mai atta a renderli contenti e a far loro del bene, non che conforme allo spirito della Chiesa, la quale suol frapporre lunghi interstizi fra un ordine e l'altro. Come agli ordini,- così si fecero ammissioni alla professione religiosa. Naturalmente qui le attribuzioni dei convenuti non erano uguali: i Direttori avevano voto consultivo e i Membri del Capitolo Superiore deliberativo.

Esaurita questa parte, Don Rua fece una raccomandazione. Ai Direttori in quei primordi era concessa maggior libertà di azione che non ora; la Congregazione, come abbiamo visto nel volume undecimo, non si poteva assestare di colpo. Così avveniva che, anche senza previa intelligenza con Don Bosco, essi mandassero via aspiranti, ascritti o soci. Non si contendeva loro la facoltà di provvedimenti sommari, qualora le circostanze li esigessero; ma almeno se ne rendesse avvertito il Capitolo Superiore, e ciò prontamente, e non con la pura notificazione dell'uscita, ma anche con le indicazioni del tempo, della causa e del modo. Talora, volendosi allontanare un aspirante coadiutore, si trovava comodo inviarlo all'Oratorio; non si facesse mai senza darne previo avviso ai Superiori o almeno senza munire l'individuo di una lettera, che desse i ragguagli necessari ed opportuni.

Come il secondo col primo, così il terzo oggetto non aveva niente che fare con tutt'e due. ]La Congregazione, ora che aveva preso il proprio posto nel mondo, sentiva d'aver fatto, per così dire, il suo ingresso nella storia e che la storia non basta farla, ma bisogna anche scriverla. Il Beato Don Bosco poi, che aveva conservato financo i suoi


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scarabocchi puerili e che non distruggeva neppure i più umili documenti (i), possedeva in sommo grado il senso storico. Non ci sorprende perciò il vedere come nell'ordine del giorno entrasse pure la proposta di nominare uno storiografo della Congregazione, il cui ufficio fosse di raccogliere le memorie e preparare la materia, che a suo tempo lo storico avrebbe messa in atto. Ma intanto urgeva compilare le cronache locali. Quindi ogni Direttore notasse le cose principali del suo collegio, non tralasciando nulla di quanto Don Bosco facesse o dicesse nelle sue frequenti visite. Qualora eglino ne fossero impediti, dessero l'incarico a qualche confratello, procurandogli il modo di essere bene informato. Si scrivesse dunque anzitutto in compendio la storia del collegio, indicando con esattezza il quando e il come dell'apertura e ogni avvenimento di rilievo, comprese le circostanze che avevano causato aumento o diminuzione di allievi dal principio fino al momento d'allora. In seguito registrassero i fatti più salienti di mano in mano che accadrebbero. Finito un quaderno, lo facessero ricopiare per bene sopra un gran libro, che non uscisse mai dal collegio; il quaderno, invece si mandasse alla casa madre. Che fortuna sarebbe oggi se da tutti si fosse messa mano all'opera; se i più diligenti avessero perseverato; se col volgere degli anni non fosse sceso l'oblio; se l'incuria non avesse lasciato perire quasi tutto il poco che erasi fatto! Il molto lavoro è certo una buona circostanza attenuante; ma questa non toglie, nè tempera il rammarico, e non impedisce nemmeno di esprimere l'augurio che si pensi un po' più alla storia, la quale non è vano trastullo di gente oziosa, ma veicolo della tradizione, scuola dell'esperienza e stimolo a ben meritare.

Annessi o connessi del Regolamento riempirono il resto della seduta. Intorno al Regolamento nelle due conferenze annuali e in altre straordinarie erasi venuta agglomerando

(1) GIRAUDI. L'oratorio di Don Bosco, pag. 88, nota. Torino, Soc. Ed. Internazionale, 1929


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tutta una congerie di deliberazioni, aventi per iscopo di dichiararne certe parti; se non che, mancando facilità di richiami, tante di queste deliberazioni, messe nel dimenticatoio, non si osservavano più da nessuno. Don Rua, fatto lo spoglio dei verbali, le raccolse, le riunì come in un corpo di note esplicative di esso Regolamento, dividendole in capitoli, e così classificate per materia le presentò all'esame dell'assemblea. Tolto, aggiunto, mutato quanto si credette conveniente, se ne decise la stampa e l'invio a tutte le case. Dal verbale di questa prima discussione tre cose soltanto emergono: una modalità, un'aggiunta e una digressione.

Di dette norme una serie riguardava espressamente i Direttori; queste non parve opportuno che si rendessero di pubblico dominio; ma si vollero stralciate dal rimanente e mandate in copia manoscritta a chi di ragione. Nessunissima tendenza in ciò a un quissimile dei favolosi Monita secreta; si pensi piuttosto a quei “ Ricordi confidenziali ” per i Direttori, oggi tanto poco confidenziali, che son noti lippis et tonsoribus: sono direttive individuali, di quelle che non entrano affatto in un corpus iuris, non riguardano cioè i doveri e i diritti del Direttore, ma ne orientano e ne governano la coscienza nell'osservare gli uni ed esigere gli altri. Cose insomma da foro interno, dove i sudditi non han nulla a vedere. Per le stesse norme spiegative fu proposta fra le altre un'aggiunta sulla corrispondenza dei confratelli. Un confratello, recandosi in qualche collegio o partendone, non accettasse di portar lettere o checchessía senz'averne incarico dal Direttore locale; portandone poi con la debita licenza, non consegnasse direttamente al destinatario, ma al prefetto o al Direttore di quel tal collegio, affinchè, se credesse bene, vedesse. Chiunque inoltre faceva ritorno al proprio collegio, non recapitasse nulla che non fosse passato per le mani del Superiore; conseguentemente nessun confratello desse lettere a chi fosse sul punto di recarsi altrove, ma le consegnasse al prefetto, rimettendosi a lui per l'invio,


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L'argomento della corrispondenza diede motivo a un notevole rilievo: essere troppo raro lo scambio di lettere fra i nostri confratelli, e doversi ciò considerare come un difetto; negli altri Ordini religiosi inculcarsi la frequenza dello scrivere, giudicandosi le lettere un gran mezzo per ottenere unità di spirito, per conoscersi bene, per alimentare la vera fratellanza, per prevenire disordini e per rimediarvi subito, se avvenuti. Come suol accadere nelle discussioni di simili assemblee, finchè si naviga in alto mare, è facile andar d'accordo ed anche entusiasmarsi per un'idea; ma appena dalla teoria si scende alla pratica, allora si dubita, si esita, si delineano divergenze d'opinioni. - Come fare? Ogni quanto tempo scriverci? A chi scrivere? In che modo scrivere? Vi fu unanimità nel riconoscere opportuno che ogni socio scrivesse a Don Bosco o al Capitolo Superiore almeno tre volte all'anno, preferibilmente in tre occasioni solenni, come nelle feste di san Francesco e di Maria Ausiliatrice e negli esercizi di Lanzo; inoltre si stimò cosa utile tener nota di chi avesse scritto, perchè il sapersi questo spingesse tutti a scrivere. Per altro si affacciò tosto un guaio. Siffatte lettere richiedevano risposta; ora i Membri del Capitolo Superiore a troppe faccende dovevano già attendere, perchè rimanesse loro il tempo di addossarsi per soprammercato anche questa. Si troncarono le dispute con riservarsi di farne parola a Don Bosco; e nel nome di Don Bosco a tarda ora si sciolsero.

L'intera conferenza mattutina del secondo giorno fu spesa nel vagliare note dichiarative del Regolamento. Potrà sempre tornare di qualche vantaggio il conoscere come la pensassero intorno a certi particolari della vita pratica salesiana gli antichi Direttori, con a capo il Servo di Dio Don Rua, che si fece sempre un dovere di essere portavoce e interprete del Beato Fondatore. Sei sono i punti che ci sembrano degni di considerazione.

1° Modificazione d'orario. Un tempo la scuola di canto


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si faceva dopo la cena; indi uno alla volta tutti i collegi finirono con portarla prima della cena. Sapendosi per altro quanto ci tenesse il Beato Padre all'integrità e uniformità dell'orario stabilito, si voleva autorevolmente sanzionato questo mutamento. L'esperienza fatta incoraggiava a continuare così. I giovani profittavano di più a quell'ora; i maestri in tal tempo facevano assai più volentieri la scuola; con questa disposizione c'era più ordine e si perdeva meno tempo, perchè dallo studio le classi andavano difilato alla scuola di canto o alla ripetizione, mentre dopo cena era cosa più difficile e più lunga radunare gli allievi (i). Tuttavia la direzione dell'Oratorio non volle adottare il cambiamento d'orario, senza avere la preventiva approvazione di Don Bosco.

2° Rendiconti mensili. Conveniva o non conveniva entrare in cose di coscienza? Oggi il Codice di Diritto Canonico ha tagliato corto: Omnes religiosi Superiores districte vetantur personas sibi subditas quoquo modo inducere ad conscientiae manifestationem sibi peragendam (2). La questione era già stata risolta negativamente altra volta, anche dai nostri. Si convenne però esser bene indagare sulle inclinazioni e sulle abitudini, in quanto queste non costituivano materia di confessione, anche perchè la loro conoscenza tornava a vantaggio dei sudditi, divenendo per tal modo possibile assegnare ai singoli occupazioni più confacenti e sapere come dirigerli in materia d'obbedienza, se con maniere dolci o con forme più risolute. Come in precedenti riunioni, così pure in questa si fece caldo appello ai Direttori, affinchè ricevessero con regolarità i rendiconti, i quali sono da ritenersi mezzo efficacissimo per guidare bene i collegi.

(1) Nell'Oratorio, i giovani usciti da cena, andavano gli uni in cortile, altri da maestri appositi per un po' di ripetizione alla buona, altri a scuola di canto. Siccome non si mettevano in fila, ci voleva un certo tempo prima che le due ultime categorie si radunassero, il che obbligava ad abbreviare la lezione, perchè all'ora stabilita bisognava smettere. Alla ripetizione partecipavano i più tardigradi.
(2) Can. 530, § I.


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3° Conferenze quindicinali. Agli uni sembravano troppo frequenti; dove trovar materia da svolgere o da trattare a così brevi intervalli? Per altri la questione era di trovare il tempo; come fare di giorno a riunire tutti i confratelli? come fare a radunarli dopo le orazioni della sera, essendo essi allora stanchi e non potendosi andare tanto per le spicce? Vi fu chi propose l'esempio di qualche collegio, dove le conferenze si facevano alle cinque pomeridiane, affidandosi in quella mezz'ora l'assistenza dello studio a qualcuno che non fosse della Congregazione; essere l'ora scelta nell'Oratorio per la conferenza degli ascritti; perchè non introdurre la stessa usanza dappertutto? Don Rua disse: - Certamente la conferenza alle cinque pomeridiane arrecherà qualche inconveniente e bisognerà affidare ad alcuno l'assistenza dello studio in quel tempo. Tuttavia ciò non mi sembra cosa grave; si badi solamente di non affidare questo ufficio sempre allo stesso confratello, ma si alternino i soci, e chi non fu presente alla conferenza, si faccia ripetere le cose dette, pregandone qualcuno di coloro che vi si trovarono. Don Bosco dà grande importanza a queste conferenze.
4° Sacri riti. Una nota ordinava ai preti di studiar bene le cerimonie; taluno biasimò la fretta, con cui vari sacerdoti andavano e venivano dall'altare. Don Rua disse: - Fra i sacerdoti secolari è uso disgraziatamente molto generale questo di andare troppo in fretta; forse i soli Filippini qui in Torino osservano quella gravità che è richiesta dalla - santità dell'azione. Non già che i nostri preti si possano nella maggior parte accusare di questa fretta; anzi pare che, eccettuati i Filippini, in nessun luogo si proceda più gravemente che da noi. Tuttavia in vari membri della Congregazione comincia a vedersi tale premura; perciò ogni Direttore raccomandi ai propri preti il contegno decoroso nei sacri riti. Parrà cosa da poco; eppure reca grandissima edificazione ai fedeli, e poi la santità della cosa richiede così. Veramente sarebbe ufficio dei catechisti invogliare su ciò;


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ma per ora da noi i catechisti sono troppo giovani e di poca autorità su gli altri preti; alcuni sono ancora chierici. Perciò il Direttore si prenda per ora questa incombenza e procuri che sia in incessu, sia in recessu, sia nelle cerimonie della Messa si proceda con molta gravità. - Un altro biasimo con invito a correggersi e a correggere toccò a coloro che, nel dire le preci andando e venendo dall'altare, nel far la preparazione. o il ringraziamento, nel recitar il breviario borbottavano.

Che brutto modo di pregare! e che disturbo per i vicini!

5° Il dare alle stampe. Un articolo del Regolamento diceva: “Non si faccia stampare nulla senza il consenso del Capitolo Superiore ”. Per l'osservanza si vide la necessità di designare un membro di esso Capitolo, che avesse l'incarico di dare questo consenso. Non agisse però di suo arbitrio, ma ne riferisse ai Capitolari e rivedesse egli medesimo il lavoro o lo facesse rivedere da persona competente. L'ultima parola in proposito si volle riserbata a Don Bosco.

6° Copie di nostre edizioni alle case. Vigeva la consuetudine che dei libri stampati a conto nostro si mandassero due copie in ogni collegio, non però dei libri stampati a conto di autori estranei. Delle Letture Cattoliche si continuasse a mandare una copia a ogni Confratello; della Biblioteca dei classici un numero di copie bastante ai professori.

L'annunzio che alle ore cinque pomeridiane vi sarebbe stata la conferenza generale presieduta da Don Bosco pose termine alla riunione.

Fu questa una solennissima tornata, a cui parteciparono tutti i confratelli dell'Oratorio, compresi gli ascritti e gli aspiranti, in numero di centocinquantasei. Si adunarono nella chiesa di san Francesco. I Capitolari e i Direttori sedevano in circolo entro il presbitero, rivolti al resto dell'assemblea; Don Bosco stava -nel mezzo, ai piedi dell'altare. Aperse egli la seduta dicendo: - Miei cari fratelli, eccoci radunati secondo l'usanza degli anni scorsi in occasione di questa festa di san Francesco di Sales, per conoscere l'andamento


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sanitario, materiale, scientifico ed anche morale di ciascuna casa della nostra Pia Società; il che ci verrà esposto dai singoli Direttori delle case, che qui si trovano presenti. Sarà primo a parlare il Direttore della casa più antica, quindi gli altri secondo l'ordine di anzianità delle case: poi si darà relazione dell'Oratorio. Io in ultimo parlerò non di qualche casa in particolare, ma dell'andamento della Congregazione e delle cose principali avvenute in quest'anno, che furono tante. Abbia la parola il Direttore di Borgo S. Martino. -

Don Giovanni Bonetti disse che il suo collegio era troppo ristretto, per il gran numero di domande che si ricevevano. Nessun infermo fino allora in casa. I confratelli aver bisogno di freno nel lavoro, poichè i medesimi professori regolari volevano alla sera occuparsi anche delle ripetizioni; tante fatiche venir coronate da più vocazioni allo stato religioso ed ecclesiastico, che erano il frutto di fiorenti Compagnie. Le scuole comunali, affidate ai Salesiani, essersi per i buoni risultati guadagnata la fiducia delle famiglie e delle autorità locali; gli scolari- sommare a 130. Essendo caduta inferma la maestra comunale, le nostre Suore (così si diceva allora) dalla casa che avevano aperta l'anno antecedente nel collegio, andavano a far scuola alle ragazze con immenso piacere della popolazione, la quale bramava che l'istruzione femminile passasse definitivamente nelle loro mani. In collegio poi le Suore, con la diligenza nel custodire le biancherie, rendevano contentissimi i genitori e con le preghiere contribuivano al buon andamento del collegio; infatti la frequenza dei Sacramenti, la moralità e lo studio vi fiorivano a segno che bisognava ringraziarne il Signore. Finì raccomandando la propria casa alle orazioni dei confratelli.

Don Giovanni Battista Lemoyne, levatosi dopo di lui, rese buona testimonianza ai suoi confratelli del collegio di Lanzo, sia perchè formavano un cuor solo e un'anima sola, sia perchè la loro operosità permetteva a lui pure di asserire, che anche a Lanzo si lavorava, e si lavorava molto.


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Da due anni i giovani vi godevano perfettissima salute, il che sembrava da attribuirsi a due precauzioni: alla sera dopo cena s'impediva ai giovani di bere acqua e si obbligavano a far ricreazione sotto i portici. Gli alunni interni erano 220 e gli esterni 130, i quali ultimi frequentavano le nostre scuole comunali e perciò anche la congregazione festiva. Mancava per l'oratorio un luogo di ricreazione; ma ci pensava il vicario Albert, preparando una cappella. Tre sacerdoti andavano a dire la Messa nelle chiese del paese. Dell'ottimo andamento morale e religioso del collegio, il Direttore ringraziava i Superiori per l'eccellente personale, di cui lo avevano fornito.

Don Giovanni Battista Francesia riferì sul suo collegio di Varazze. Sanità dei suoi giovanetti invidiabile, sufficiente lo studio, vivo lo spirito di pietà, animatissima la ricreazione. La casa conteneva quanti giovani vi potevano capire, cioè 130; molte domande essersi dovute respingere. Fiorenti le scuole comunali tenute dai nostri e le scuole serali per gli adulti. Nell'oratorio di san Bartolomeo mattino e sera si teneva congregazione per i ragazzi non studenti, gli studenti esterni avevano per oratorio festivo la cappella dell'Assunta. Don Francesia fece grandi elogi del suo personale, che raccomandò alle preghiere dei confratelli.

Don Francesco Cerruti parlò del collegio e liceo di Alassio. Quelle scuole civiche erano frequentate da 500 giovani, dei quali 160 convittori, quanti i locali ne potevano contenere. Dell'andamento materiale e morale egli non aveva che da lodarsi; ma deplorò il guasto che facevano nei giovani le vacanze. Era cosa da rimanerne atterriti: modelli di pietà e moralità essere ritornati in collegio aborrenti da ogni cosa di chiesa. Vista l'insufficienza dei mezzi umani, egli era ricorso alla preghiera, e ne aveva toccata con mano l'efficacia: nelle novene dell'Immacolata e del Natale essergli riuscito di svegliare il fervore e avviare tutte le Compagnie, sicchè finalmente la pietà rifioriva con la frequenza dei Sacramenti.


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Concluse essere buono lo spirito dei confratelli, i giovanetti esterni frequentare l'oratorio festivo, amarsi grandemente dagl'interni lo studio, e nutrirsi speranza che, come già nell'anno antecedente, così anche in quello alcuni avrebbero abbracciato la carriera ecclesiastica; sperar egli ancora che grazie alle preghiere dei confratelli si sarebbe mantenuto vivo nella casa di Alassio il fuoco della carità e dello zelo per la salute delle anime.

Don Francesco Dalmazzo era lieto di annunziare che nella sua casa di Valsalice i giovani erano cresciuti da 30 a 60 ma non potersi pareggiare le uscite con le entrate, a motivo degli stipendi che si dovevano pagare a professori esterni. Studio, pietà, frequenza dei Sacramenti, Compagnie, lavoro dei Salesiani non lasciar nulla a desiderare; quanto alla sanità, fino allora nessuno infermo. - Sia ringraziato il Signore, esclamò, che probabilmente quest'anno ci prepara qualche vocazione.
Don Paolo Albera narrò che a Sampierdarena l'edificio era ultimato e che era tanto vasto da potervisi duplicare i 120 giovani d'allora. Si lavorava e si studiava molto; della sanità non c'era da essere malcontenti, nonostante la posizione della casa, esposta a vento continuo. Il contegno dei confratelli e dei giovani aver tratto già all'ovile qualche pecorella smarrita, ossia qualche settario della città; la popolazione veder bene i Salesiani. Alcuni confratelli andar a fare

catechismo domenicale in varie chiese; molti giovani esterni frequentare la casa, ai quali s'insegnava la dottrina cristiana nelle scuole, donde poi si conducevano in chiesa per la benedizione. I Figli di Maria Ausiliatrice erano 30. - Pregate, disse, perchè la nostra casa possa produrre frutti abbondanti di cristiana carità.

Don Giacomo Costamagna, che dirigeva le Figlie di Maria Ausiliatrice a Mornese, intrattenne gli uditori sui rapidi progressi di questa istituzione: vero grano di senapa che cresceva in grande albero. Le Suore superavano già il centi-


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naio; le domande di accettazione erano continue, per sostenersi però avevano bisogno di aiuto dall'Oratorio. Per umiltà e spirito di abnegazione quelle buone figlie potevano servire di modello; si prevedeva che sarebbero state ausiliari preziose anche nelle Missioni. Purtroppo la sanità lasciar molto a desiderare; due di esse versare in fin di vita. La comunione ogni mattina si poteva dir generale. Oltre a 35 le educande; aversi inoltre le scuole femminili del comune. Anche le maschili erano affidate a un Salesiano. Monsignor Sciandra aveva in quei giorni approvate le regole dell'Istituto. In ultimo raccomandò specialmente se stesso alle preghiere di tutti.

Don Giuseppe Ronchail, Direttore dell'ospizio di Nizza mare, lamentò l'angustia delle sue condizioni. In tutto, nove persone, cioè cinque giovani, due chierici, il cuoco e il Direttore.1 giovani essere tanto pochi per causa delle leggi francesi. Chiunque volesse insegnare un'arte a un giovane, doveva procurare ch'egli imparasse a leggere e a scrivere. Al sacerdote straniero prima di poter insegnare il latino occorreva un biennio di dimora in Francia. Ogni prete non poteva avere più di quattro scolari. Come dunque far scuola e aver giovani? Per poter raccogliere alla domenica i giovani e insegnar loro il catechismo e per esser autorizzati a tenere in casa alcuni ragazzi e far loro scuola, i Salesiani ricorsero al Prefetto protestante, che solamente dopo reiterate istanze
accordò loro quanto domandavano. Si temeva che i nostri covassero intendimenti politici, favorissero cioè sotto sotto le mene di coloro che caldeggiavano la riunione di Nizza all'Italia. Furono perciò esaminati ben bene su quel punto. Un commissario, andato a fare un po' di perquisizione e trovati i giovani in cortile, e il Direttore obbligato al letto, riferì che non vi si faceva scuola. Ed ecco di lì a pochi giorni arrivare dal Prefetto la licenza per iscritto, nella quale si diceva che, visto il bene arrecato alla città e data l'assenza di scopo politico, si concedeva di fare scuola e catechismo.


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In Francia, disse Don Ronchail, si lavora molto alla domenica; ma la legge in questo giorno vieta di far lavorare i fanciulli sotto i sedici anni. Il Prefetto è disposto a far osservare meglio questo articolo di legge, e la popolazione ed anche le autorità sono contente di noi. Della nostra casa alcuni parlano male, altri dicono bene, altri sono indifferenti. Molti ci hanno promesso di aiutarci; ma noi non dobbiamo sperare negli uomini, sibbene nel Signore. Ci raccomandiamo alla preghiere di tutti, perchè Nizza ha molto bisogno di chi le faccia del bene.
Come Don Ronchail ebbe finito, prese la parola il Beato.

Poichè già l'ora è avanzata assai e fra alcuni minuti suonerà il campanello per andare in chiesa, mi limiterò questa sera a dire una cosa di grande importanza, mentre della Casa di Torino, dell'Oratorio, si parlerà domani a sera, radunandoci alla stessa ora di oggi. Ciò che io desidero raccomandare in questa sera a tutti i Direttori si è, che, ritornando alle loro Case, insegnino ai confratelli ed ai giovani il modo di fare le lettere. Purtroppo non si sanno scrivere bene e chi le legge ed esamina, non rende il meritato biasimo al solo individuo, ma lo versa tutto sull'intiera Congregazione. Non dico questo perchè in generale si sia osservato tale difetto nelle lettere ricevute, ma perché si devono prevedere gl'inconvenienti.

Lo scriver lettere è cosa di maggior importanza che non appaia a prima vista; poichè molti si fanno buona o cattiva opinione della casa solo da questo, cioè esaminando le lettere che partono da questa casa o dagli individui della nostra Congregazione; e la lode o il biasimo che si merita un individuo, per lo più si riversa su tutta la casa e la Congregazione, quasi che da noi non si sappia insegnare a far una mezza letterina.

Si badi adunque sempre che nelle lettere non solo. sia buona la materia, ma anche la forma; che cioè le cose che si vogliono dire siano bene espresse. Ciascuno si faccia premura di scansare non solo gli errori di grammatica, ma anche quelli di ortografia. La scrittura poi dev'essere. sempre bene intelligibile; poichè avviene alle volte che non si riesce a farsi capire da colui a cui si scrive, e questa è una vera sgarbatezza.

Nel fare una lettera si ponga primieramente in alto il luogo di dove si manda, il giorno, il mese, l'anno, e non si metta tra il titolo e lo scritto.

Non si incominci subito la lettera dicendo per esempio: Carissimo amico, ti faccio sapere ecc., tutto di seguito, sulla stessa linea; ma si


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metta il titolo in una linea di sopra, e quindi più a basso s'incominci la lettera.

Un'altra cosa che mi pare anche di moltissima importanza, è il conoscere bene i titoli che si debbono dare alle diverse classi di persone; che in principio della lettera il titolo si metta intiero e non abbreviato e si metta in alto del foglio, piuttosto verso sinistra. La data più alta del titolo, ma dalla parte destra; e se si mette in fondo alla lettera, allora dalla parte sinistra del foglio. Se si scrive a persone altolocate, non bisogna incominciare la lettera in cima al foglio, ma lasciare metà del foglio bianco. Così pure la sottoscrizione va fatta in basso, in fondo al foglio, lasciando in bianco la parte del foglio che resta tra il corpo della lettera e la sottoscrizione, la quale va sempre posta verso destra. Invece le parole di V. S. Illustriss. vanno sempre verso sinistra, appena finita la lettera. La conclusione mi dico ecc. sempre andando a capo.

Queste ed altre piccole cose di simil genere io le credo di grande importanza, specialmente per i chierici e i soci della nostra Congregazione.

Perciò raccomando nuovamente ai Direttori che, ritornati nelle loro Case, insistano su questo punto, anche coi giovani alle loro cure affidati. Osservato accuratamente, finisce con fare molto bene.

I Direttori delle case e i sacerdoti dell'Oratorio, appena potevano, attorniavano in quei giorni il Servo di Dio. Egli dal canto suo profittava di ogni momento per sentire a parte uno a uno i Direttori e dare così norme individuali secondo i casi. Tutto ciò lo consolava intimamente, compensandolo dei tanti disgusti che i lettori non ignorano.

La sera 2 febbraio, secondo giorno delle conferenze, parecchi sacerdoti, dopo la cena, conversando familiarmente con lui, toccarono il tema dello storiografo, di cui si era trattato nella seduta pomeridiana del giorno innanzi. L'importanza di stabilirlo non isfuggiva a nessuno Il Beato allora espose ampiamente il suo pensiero, dicendo cose notevoli, che Don Barberis introdusse nella sua piccola cronaca e che ci sembra utile trasportare qui di peso. Don Bosco avrebbe parlato così:

Quel che è più pressante, e che sarà bene fare al più presto, si è che ogni Direttore scriva sommariamente la storia del proprio collegio, dalla sua fondazione fino al presente, e andando avanti registrare in


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forma di cronaca o di annali tutte le cose più importanti, che nel suo collegio avvengono. Nello stendere la prima parte che riguarda il passato, è da notarsi specialmente la data della fondazione, lo sviluppo ed ingrandimento successivo di fabbricato, il numero dei giovani progressivamente crescente anno per anno, qualità dei giovani, bontà, frequenza ai Sacramenti, moralità. Anno per anno chi si vestì da chierico, chi entrò a far parte della Congregazione. Quali relazioni vi furono colle autorità municipali del paese e colla popolazione. Poi delle scuole esterne, serali ed oratorio festivo ecc., notando, per quanto si può, le cause che produssero gli effetti, quale mezzo siasi adoperato per ottenere questo e quello, quali difficoltà vi fossero da superare e come si siano superate.

E poi di mano in mano, anno per anno, registrare tutte le cose nel modo che ho detto, col numero dei giovani, con l'epoca dell'apertura e della chiusura delle scuole, fermandosi specialmente a notare la quantità e la qualità del personale che s'impiega per ogni collegio, ecc. ecc.

Anno per anno poi ciascun Direttore faccia riportare questa cronaca in un altro gran libro, ben ricopiata, e questa copia starà sempre negli archivi di quel collegio, e l'originale o un'altra copia, mano a mano che un quaderno è finito, si manderà a Torino, affinchè i Superiori conoscano bene l'andamento di tutti i collegi e possano avere una norma ed una storia di tutta la Congregazione.

Io ho già scritto sommariamente varie cose che riguardano l'Oratorio, dal suo principio fino ad ora, ed anzi fino al 1854 molte cose le ho scritte in disteso. Nel 1854 entriamo a parlare della Congregazione. e le cose si allargano immensamente e prendono un altro aspetto. Ho pensato che questo lavoro servirà molto per quelli che verranno dopo di noi, e a dare maggior gloria a Dio, e perciò procurerò di continuare a scrivere. A questo punto non si deve più aver riguardi nè a Don Bosco nè ad altro.

Vedo che la vita di Don Bosco è al tutto confusa nella vita della Congregazione; e perciò parliamone. C'è bisogno per la maggior gloria di Dio, per la salvezza delle anime e pel maggiore incremento della Congregazione, che molte cose siano conosciute. Perchè, diciamolo ora qui tra di noi, le altre Congregazioni ed Ordini religiosi ebbero nei loro inizii qualche ispirazione, qualche visione., qualche fatto soprannaturale, che diede la spinta alla fondazione e ne assicurò lo stabilimento; ma per lo più la cosa si fermò ad uno o a pochi di questi fatti. Invece qui tra noi la cosa procede ben diversamente. Si può dire che non vi sia cosa che non sia stata conosciuta prima. Non diede passo la Congregazione, senza che qualche fatto soprannaturale non lo consigliasse; non mutamento o perfezionamento, o ingrandimento che non sia stato preceduto da un ordine del Signore. E qui perciò giudico bene che si lasci l'uomo. Ed a me che importa che di questo parlino in bene od in male? Che m'importa che gli uomini mi giudi


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chino più in un modo che in un altro? Che dicano, che parlino, poco monta per me; non sarò mai nè più nè meno di quello che sono al cospetto di Dio. Ma è necessario che le opere di Dio si manifestino. Noi, per esempio, avremmo potuto scrivere tutte le cose che avvennero a noi prima che avvenissero e scriverle minutamente e con precisione. E varie cose le aveva già scritte per mia norma e conforto.

Terzo giorno: seduta mattutina, sotto la presidenza di Don Rua. Si riaperse la discussione sulle note spiegative del Regolamento. Spigoliamo anche qui sei cose più degne di nota.

1° Merenda dei chierici. Conveniva lasciare ai chierici libertà di far merenda o era meglio che se ne astenessero? Si ritenne che Don Bosco propendesse per il no, sebbene non si fosse mai pronunziato esplicitamente. In una conferenza agli ascritti, raccomandando loro di non mangiare nè bere fuori pasto, aveva detto: - Se l'appetito lo richiede, fate pure liberamente la vostra merenda; ma... - Il Capitolo per altro lasciò la cosa in ponte, pur osservando non esservene bisogno, perchè il vitto che si dava a pranzo era sufficiente, tanto più che non costumavasi in nessun Ordine religioso o Congregazione far merenda. Tuttavia alcuni dispareri non si appianarono.

2° Ufficio del catechista. Qui la discussione straboccò. L'argomento era delicato. Il catechista non doveva essere il direttore dei chierici? non era la seconda autorità. del collegio? non aveva nelle cose spirituali potere analogo a quello del prefetto nelle cose materiali? D'altra parte nei collegi i catechisti solevano essere troppo giovani, e d'ordinario compagni di alcuni chierici; quindi mancava loro l'autorità necessaria. Parve miglior consiglio stabilire che per i confratelli esercitasse il Direttore l'ufficio di catechista. E' vero che per quest'ufficio vi era sempre pericolo di malumori fra il Direttore e un confratello; ma allo stato delle cose non si vedeva altra via di uscita. Col tempo, avendosi soggetti maturi in maggior numero, si sarebbe provveduto a tale inconveniente.


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3° Ingresso nelle camere altrui. Il Regolamento lo proibiva. Per la pulizia delle celle dunque ognuno provvedesse alla sua da sè, fatta eccezione del Direttore e del prefetto, che non ne avevano il tempo e dovevano ricevere visite nelle proprie camere. Ma Direttore e prefetto si facessero servire da un coadiutore, non da un giovane. Riguardo a Valsalice, dove i letti degli alunni venivano rifatti dai servi, costoro rassettassero pure le celle dei chierici, perchè altrimenti il chierico sarebbe stato in condizione di umiliante inferiorità a petto dei giovani.

4° Testo di religione. Per il liceo e per il ginnasio superiore occorreva adottare un manuale di soda istruzione religiosa. Allora non se ne trovò altro che rispondesse allo scopo come il libro del canonico Giovannini; infatti quest'opera combatteva con forti argomenti gli errori del giorno e spiegava a dovere i dogmi novellamente definiti.

5° Abiti e calzature. Un articolo diceva: “Nessuno abbia più di due vestimenta o paia di scarpe ”. Alcuni lo trovarono un po' restrittivo; altri invece lo dicevano convenientissimo anche per chiudere la porta a certi abusi. Lo lasciarono come stava.

6° Registretto personale del Direttore. Un altro articolo voleva che il Direttore tenesse un piccolo registro separato, dove notare per conto suo tutte le spese. Non sembrava un duplicato superfluo? In prefettura c'era il registro generale delle entrate e delle uscite, e poteva bastare. Ma Don Rua dimostrò la necessità di questo libretto, anche per isgravio di responsabilità nei conti particolari. Con questo si finì la seduta.

Il giorno innanzi, essendo festa della Purificazione, le funzioni di chiesa avevano obbligato a troncare la conferenza generale; questa dunque si riprese nel pomeriggio del 3 febbraio con l'intervento di tutti i professi, novizi e aspiranti dell'Oratorio, che di bel nuovo si unirono nella chiesa piccola di san Francesco,


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Primo a parlare sorse Don Luigi Guanella, Direttore dell'Oratorio esterno di san Luigi a Porta Nuova. Vi accorrevano 250 giovanetti, poveri, di buon cuore, assidui alle funzioni domenicali. La Compagnia di san Luigi, qualche regaluccio una volta al mese, qualche passeggiata avevano una grande attrattiva per loro, giovando assai per animarli al bene. Il Direttore avrebbe desiderato che i buoni catechisti, studenti e artigiani, mandatigli dall'Oratorio di san Francesco, si esercitassero a spiegare in modo piano alcune delle principali difficoltà, affinchè fossero pronti a render ragione, quando i ragazzi la domandavano.

Don Domenico Milanesio, Direttore dell'oratorio esterno di san Francesco, sciorinò una mezza conferenza. Il suo oratorio comprendeva tre classi di giovani: studenti, artigiani e quei che lo frequentavano soltanto alla domenica. Gli studenti avevano le scuole diurne e gli artigiani le serali. In chiesa si continuavano le stesse funzioni che una volta vi faceva Don Bosco. Ogni domenica le comunioni oscillavano fra 150 e 200, per merito dello zelo e della pazienza di alcuni sacerdoti della casa. Coltivavansi specialmente la Compagnia del piccolo clero e quella di san Luigi. Ogni settimana in apposita conferenza si leggevano e si spiegavano ai catechisti alcune regole dettate dall'esperienza sul modo di conoscere i giovani e di prenderli per il loro verso. Egli ne rilevò specialmente tre:

1° Dividere il catechismo nelle sue parti e insegnare ai piccolini le cose strettamente necessarie; per i più grandicelli accrescere le cognizioni di mano in mano che progredivano in loro l'età e l'intelligenza, sicchè un giovane a un dato termine potesse conoscere e sapere tutto il catechismo.

2° Per ottenere il silenzio in chiesa, il catechista si movesse poco dal proprio posto, parlasse piano, correggesse piano e invece di mandare fuori della chiesa o di porre in ginocchio il disturbatore, lo lasciasse dov'era, e poi lo con-


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segnasse al Superiore, che avrebbe saputo dargli le convenienti ammonizioni.

3° Erasi anche sperimentato quanto giovasse radunare i giovani vicino alla porta della chiesa prima di farli entrare. Ma i catechisti si trovassero già ai loro posti per riceverli. Entrando in chiesa si cantasse una lode sacra, per coprire così i rumori affatto inevitabili.

Alle scuole diurne erano inscritti 120 alunni, che non tutti vi si recavano con assiduità per incuria dei parenti. Da quando però, messi in ordine i registri, si facevano conoscere ai parenti le assenze dei figli, essi ne vigilavano un po' più la condotta. Una sessantina si confessava ogni sabato, cinque o sei si accostavano alla sacra Mensa tutte le domeniche.

Gli artigiani delle scuole serali erano molto buoni; avevano cominciato il loro anno scolastico con una cinquantina di comunioni. S'insegnavano loro catechismo, lettura, scrittura, aritmetica e canto. Ogni settimana s'insisteva, perchè venissero a confessarsi. - Sembra cosa noiosa, disse Don Milanesio; ma si è provato, che ciò arreca loro grandissimo bene.
Nelle principali solennità le comunioni dei giovanetti arrivarono a trecento.

Don Milanesio chiuse il suo discorso con un ringraziamento e una preghiera. Rese grazie cordiali ai Superiori per gli aiuti materiali, con cui sovvenivano l'oratorio festivo, e caldamente li pregò di volerlo tenere sempre sotto il loro patrocinio diretto, confortandolo anche con le loro orazioni.

Finalmente venne la volta dell'Oratorio interno. Sarebbe spettato a Don Giuseppe Lazzero di riferire, perchè quell'anno egli, e non più Don Rua, vi faceva da vicedirettore. Se non che per mozione di lui medesimo il Capitolo Superiore nella tornata del 27 gennaio aveva consentito che continuasse Don Rua a fare il resoconto della casa madre.

Ecco in breve la sua relazione, divisa in quattro parti,


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quante erano le categorie di persone che componevano l'Oratorio.

1° Membri della Congregazione. Progredivano nel vero spirito religioso e nella carità; il che dovevasi attribuire alla maggior regolarità nell'esercizio mensile della buona morte, nella meditazione quotidiana alle ore 5 per gli uni e alle ore 9 per gli altri, nella lettura spirituale del pomeriggio e nella lettura costante a pranzo e a cena.

2° Ascritti. Quell'anno vivevano separati dal resto della casa: cortile, refettorio, chiesa, camera, studio, tutto avevano a parte. Erano sui sessanta, numero non mai raggiunto per l'addietro. Se ne speravano buoni frutti. Ardeva in essi lo zelo per il bene proprio e del prossimo.

3° Studenti. Numerosissimi e buoni. Esito degli esami non poco soddisfacente sia nell'Oratorio che fuori. Il loro spirito di pietà si manifestava nelle opere. In molti erasi raggiunto lo scopo, che si prefigge la nostra Congregazione: di 45 alunni dell'ultima classe ben 40 avevano indossato la veste chiericale, somministrando ai Salesiani un largo contingente per poter estendere le lor fatiche anche fuori dei nostri paesi. Contributo efficace l'avevano dato le Compagnie; quella dell'Immacolata però lasciava alquanto a desiderare per la regolarità delle conferenze. Essa consideravasi come l'ultimo gradino, dopo il quale si entrava in Congregazione.

4° Artigiani. Cose assai assai consolanti. Regolarità maggiore che non negli anni antecedenti; scuole bene ordinate; catechisti zelantissimi nell'insegnar loro le verità della religione; assistenti unanimi nel promuovere fra essi la pietà e la carità.

- Io spero, disse Don Rua, che ottimi e non pochi saranno i frutti ottenuti; ma per questo bisogna risolversi a vincere e a rinnegare la propria volontà. Ciò non dico, perchè tra noi faccia difetto questo spirito di sacrificio; ma perchè senza di questo poca efficacia possono avere le nostre fatiche, e poco merito e bene arrecare a colui che le fa.


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Dietro l'esempio di tutti gli altri, raccomandò la propria casa alle preghiere comuni.

Terminate così le relazioni dei singoli Direttori, il Beato prese a parlare e pronunziò questo, per più capi, importantissimo discorso.

Dai rendiconti dei singoli collegi, case, oratori esposti ieri e quest'oggi noi dobbiamo trarre argomento di rallegrarci e di ringraziare molto e molto il Signore, perchè volle che tutte le cose nostre andassero bene e che fossero soddisfatti i nostri desideri. Le case nostre sono tutte piene di giovani, anzi di buoni giovani, ed i confratelli sono grandemente animati a far loro del bene: bene letterario, bene morale. In tutto vi è un sempre progressivo miglioramento.

In ciò che si disse però, si lasciò di accennare a parecchie case qui in Torino dirette dalla Società nostra. Non si è ancora parlato dell'oratorio di san Giuseppe, ove alcuni nostri confratelli si recano tutte le domeniche e nella quaresima pel catechismo, non badando alla lunghezza del cammino ed alle intemperie delle stagioni. Ivi le cose vanno molto bene, sia per la cura che essi si prendono dei poveri giovani, sia pel benemerito sig. Uccelletti, fondatore, proprietario, mantenitore, catechista di quell'oratorio e vigilante assistente dei giovanetti più indisciplinati e più discoli. Vi è eziandio la famiglia di san Pietro in Borgo san Donato e il laboratorio san Giuseppe qui vicino a noi, alle quali opere prendono parte i nostri soci.

Per esprimere ora il mio pensiero intorno alla Congregazione in generale, devo far notare che essa è in aumento sia nel fondare continuamente nuove case, sia nell'accrescimento dello spirito religioso. Questo ci deve animare a raddoppiare i nostri sforzi e le nostre fatiche, vedendole così benedette dal Signore. In quanto al numero degli aggregati alla Congregazione, ringraziando sempre il cielo, la cosa è molto soddisfacente. Sono già 330 gli individui che la compongono, secondo che si ricava con precisione dal catalogo che in questi giorni si va stampando. Di essi 112 si sono legati coi voti perpetui, 83 coi triennali. Gli ascritti sono in numero ben grande ed anche vi sono vari aspiranti.

Vi è pure un altro Istituto religioso che molto ci aiuta, istituto per aver cura delle ragazze, come noi ci impieghiamo a far scuola ai ragazzi. E' l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, unito alla nostra Congregazione, che conta oltre a 100 religiose. Queste sommate coi nostri confratelli dànno il totale di 450 persone che militano per la maggior gloria di Dio e per la salute delle anime, animate dallo stesso spirito, sotto la stessa direzione e la stessa bandiera. Queste Suore oltre alla casa madre che è a Mornese nella diocesi d'Acqui, ne hanno un'altra a Borgo S. Martino ed in quest'anno si preparano ad esten-


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dere il volo in vari altri luoghi. Verranno tra poco qui a Torino ad aprir scuola in faccia alla chiesa di Maria Ausiliatrice ed a prendersi cura delle tante ragazze abbandonate di questi dintorni: ragazze bisognose e pel corpo, perchè molte volte stanno tutto il giorno fuori di casa e quasi senza vitto, non potendo i genitori provvederlo, e per la moralità, essendo esposte ad ogni sorta di pericoli, senza avere nè guida, nè istruzione che le salvi. Un'altra casa per le Suore si sta preparando ad Alassio, attigua al collegio, la quale non si può ancora aprire di questi giorni, mancando qualche lavoro accessorio da ultimarsi presto. Questa casa si potrà aprire certamente nel mese di marzo.

Ai 10 di questo stesso mese ne apriremo un'altra a Bordighera, Torrione Valle Crosia, paese costrutto improvvisamente come per incanto ed ora molto esteso. In antico non vi era alcuna casa in questo luogo, tutto coltivato ad olivi. Solo da poco tempo si incominciò per ragioni di commercio, di agricoltura e di villeggiatura, a costrurre. alcune case e poi altre ed altre, sicchè ora è un borgo popolatissimo. I protestanti, scorgendo quel luogo molto atto alle loro mire, non essendovi nè chiese, nè preti, nè scuole, vi fissarono la loro sede principale. Quindi incominciarono ad aprire scuole per i ragazzi e le ragazze, asili, collegio misto; a dar libri e premi di ogni fatta e cercar modo di pervertire quella popolazione, la quale, non avendo scuole cattoliche da mandarvi i fanciulli, li mandò a quelle dei protestanti attirata specialmente dal danaro, dai premi e dalle sollecite cure che pel corpo e per l'istruzione quelli si prendono. Quindi grande è il guasto nel popolo e specialmente nella gioventù, cagionato dalle false dottrine. Grande era la difficoltà da superarsi per opporre un argine a tanto male. Già dall'anno scorso si combinò col Vescovo di aprir noi una scuola cattolica ed una chiesa in quella località. Ed ora la casa è già pronta e fra pochi giorni partirà D. Cibrario destinato direttore con qualche Salesiano per incaricarlo delle scuole maschili e alcune figlie di Maria Ausiliatrice per fare scuola alle ragazze. Insegneranno il catechismo ai giovani ed alle ragazze e intanto il Direttore potrà fare qualche sermone al popolo, spargere per tutto quel paese la parola di Dio ed impedire che la gente si avveleni, bevendo l'acqua putrida dell'errore protestante. E l'oratorio festivo è lo scopo principale che ci conduce al Torrione.

Un altro progresso fece la nostra Congregazione in quest'anno ed è il volo preso per l'America. Là eravamo molto cercati e desiderati e le ultime notizie inviateci dai nostri Missionari ci annunziano di essere giunti a Buenos Aires e di essere stati accolti con onore e rispettati ed amati molto. Il lavoro che c'è da fare in quei luoghi è immenso, il campo è molto ampio,- ma non importa: si lavora con molto frutto. Predicano, confessano e si adoperano continuamente pel bene delle anime. Amministrano la chiesa della Misericordia degli Italiani e hanno inoltre attiguo ad esso un ospizio, in cui potranno ricevere i


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Salesiani che colà si recassero dall'Europa o che avessero da ritornare nei nostri paesi. In questa chiesa è il convegno principale degli Italiani e quivi per lo meno una volta ogni domenica si predica in italiano. Qui presero stanza Don Baccino e Belmonte e per ora anche Don Cagliero, che incominciò subito un corso d'esercizi spirituali al popolo. Se il fine corrisponde al principio, come già ci scrisse, produrrà un bene straordinario. Gli altri Salesiani diretti dal sac. Fagnano si portarono più in su verso il nord a San Nicolàs, di dove abbiamo già avute notizie ieri ed oggi. Il loro viaggio fu ottimo. Furono accolti molto bene, sono trattati magnificamente. Ora vanno visitando la città, preparano la riattazione del collegio molto spazioso secondo il nostro scopo, si vanno perfezionando nello studio della lingua spagnuola, necessaria per poter fare scuola e predicare. Colà un altro campo immenso si apre innanzi al nostro sguardo e vediamo una messe molto copiosa di anime.

Inoltre in quanto alle domande di aprir case, ne abbiamo molte dalla stessa Repubblica Argentina, dall'Australia, dall'Uruguai, dal Paraguai, dalla China, dall'India, dalle Isole dell'Oceania e da moltissimi altri luoghi. Ne abbiamo dalla Francia, nella quale in quest'anno ora scorso abbiamo posto piede, aprendo la casa di Nizza. Anche in Italia ed in Piemonte è una cosa favolosa il vedere come siamo ricercati. In Torino stessa ci si aprono nuovi campi per lavorare alla maggior gloria di Dio. Ma per tutto ci vogliono dei veri Salesiani, animati dallo spirito del Signore e pronti al sacrifizio.

Eziandio in quest'anno incominciò l'Opera di Maria Ausiliatrice, opera che, arenata un tantino in questi primordi per varie cause, va aumentando assai, e prendendo, come spero, proporzioni colossali farà un gran bene alla Chiesa. Finora non si è ancora potuto radunar questi giovani in un luogo separato; ma un poco per volta si farà anche questo.

Abbiamo parlato del numero che in quest'anno già contiamo di confratelli e delle diverse opere esteriori che dalla nostra Pia Società si vanno compiendo. Ora converrà che io venga a dire con che spirito in generale le cose si fanno e che cosa dobbiamo da qui innanzi cercare di far noi, cioè quale è il campo del nostro lavoro. Si tratta di provvedere individui in numero straordinario e che lavorino molto, proprio molto.

Se io ho da dire come vedo presentemente le cose nostre, vi posso assicurare, e lo dico persino con un po' di superbia, che sono contento. Il numero è in tale aumento progressivo, che, se non avessi gran fiducia in Dio, il quale disporrà che le cose vadano bene, io ne resterei atterrito, come in parte lo sono, nel vedere che la Congregazione quasi cresce troppo in fretta. Ciò che mi consola è il modo con cui i soci vanno acquistando il vero spirito della Congregazione; vedo realizzato quell'ideale che io mi prefiggeva, quando si trattava di radunare individui che mi aiutassero a lavorare per la maggior gloria


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di Dio. Vedo in generale uno spirito di disinteresse proprio eroico, uno spirito di abnegazione della propria volontà, un'obbedienza che mi commuove. E questo in quanto tempo, con quali mezzi si conseguì? Quando il mio pensiero confronta i tempi presenti coi tempi passati, la mia immaginazione ne resta schiacciata. Trentacinque o trentasei anni fa, che cosa c'era in questo sito, ove noi ora siamo radunati? Che cosa c'era? Nulla, proprio nulla! Io correva qua e là dietro ai giovani più discoli, più dissipati; ma essi non volevano saperne di ordine e di disciplina, si ridevano delle cose di religione, delle quali erano ignorantissimi, bestemmiando il nome santo di Dio, ed io non ne poteva far nulla. Quei giovani erano proprio di trivio e di piazza ed accadevano battagliuole a sassi, e risse continue. Le cose allora erano più pensieri che fatti. In questo luogo stesso e nei dintorni vi erano campi seminati a meliga, a cavoli, qualche orto, e null'altro. Una casupola, o meglio un tugurio, od una taverna sorgeva nel mezzo, miserabile al vederla di fuori, più miserabile dentro. E per soprappiù era casa d'immoralità! Un povero prete, solo, abbandonato da tutti, anzi peggio che solo, perchè dispregiato e perseguitato, aveva un vago pensiero di fare del bene, qui, proprio in questo luogo e far del bene ai poveri ragazzi. Questo pensiero mi dominava e non sapeva come mandarlo ad effetto; tuttavia non si partiva mai da me, anzi era quello che dirigeva ogni mio passo, ogni mia azione. lo voleva far del bene, fare molto del bene ma farlo qui. Sembrava allora un sogno il pensiero del povero prete, e pure Iddio realizzò, compiè i desideri di quel poveretto. E in che modo egli dispose che questo disegno s'incarnasse? Come si siano fatte le cose, io appena saprei dirvelo. Non me ne so dare ragione io stesso. Questo io so, che Dio lo voleva. Io vedo chiese edificate, erette molte fabbriche, tanti giovani raccolti, tanti preti e chierici che mi circondano, tanti Direttori di case che mi fanno corona. Come ciò? Io vedo che grandi sacrifizi si dovettero compiere, intrepidi dovettero essere coloro che mi seguivano, se non cedettero: ma dopo tutti questi sforzi, ecco che ne vediamo il frutto. Migliaia di giovani hanno il pane della parola di Dio, le Regole sono approvate, la Congregazione è stabilita, i soci sono in gran numero, lo spirito si mantiene ed aumenta. Siane gloria a Dio!

Ma qui io mi sento fermare con una grande obbiezione. - Ma Don Bosco! Tutto andrà benissimo; ma intanto la parte finanziaria è in pessimo stato. Dappertutto si fabbrica, dappertutto spese enormi. Come si farà ad andare ancora avanti senza risorse? Dove prendere il danaro? Corriamo pericolo di far fallimento.
Eh! Io debbo rispondere che se dovessi guardare solamente le cose umanamente, a ciò che sta nella palma della mia mano, sarei spinto a mettermi in testa un fazzoletto bianco, a travestirmi, andarmi a seppellire nella solitudine della Tebaide e non lasciarmi mai più vedere nella società; poichè non vedo modo di aggiustare i nostri affari con mezzi umani. Ma noi siamo soliti ad alzare gli occhi


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in su e confidare nella Provvidenza e la Provvidenza non ci manca. E come arguire il suo soccorso? Dalle cose che furono noi possiamo benissimo arguite le cose che saranno. Per il passato fummo assistiti dalla Provvidenza e speriamo che ci assisterà per l'avvenire. Nelle condizioni in cui ci troviamo oggi, noi ci siamo già trovati molte altre volte; anzi, possiamo dire che questa è la nostra condizione permanente. Aggiungerò: ci trovammo in casi peggiori. Ci mancò mai la Provvidenza? Mai! Noi abbiamo sempre fatto onore ai nostri affari. Se noi guardiamo indietro, non possiamo a meno che vedere un'arra certa per l'avvenire. Come si fece fin qui a progredire? Confidammo illimitatamente nella Divina Provvidenza! E questa non ci mancò mai!

Neppur ora ci mancherà. Quando è che ci mancherebbe la Divina Provvidenza? In un caso! Quando noi ce ne rendessimo indegni, quando si sprecasse il danaro, quando si affievolisse lo spirito di povertà; qualora cioè le cose incominciassero a procedere male, non seguendo noi gli obblighi impostici dalla nostra vocazione. Ma finchè io vedrò ciò che ora vedo, che si fanno sacrifizi da ogni parte, e sforzi per economizzare in ogni maniera, che il lavoro è grande e disinteressato, no, statene certi, la Provvidenza non ci mancherà mai. Non abbiate alcun timore. Le nostre sorti le abbiamo lasciate in mano di Dio e tutte furono condotte al termine sospirato.

Tuttavia, mentre noi ci appoggiamo ciecamente sulla Divina Provvidenza, raccomando a tutto potere l'economia. Risparmiamo quanto si può, risparmiamo in ogni modo: nei viaggi, nelle vetture, nella carta, nei commestibili, negli abiti. Non si sprechi nè un soldo, nè un centesimo, nè un francobollo, nè un foglio di carta. Io ciò raccomando caldamente a ciascuno di voi e specialmente agli assistenti, ai professori e a tutti gli altri; che procurino di fare e di far fare ai loro sudditi ogni risparmio conveniente, ed impedire qualunque guasto, del quale si avvedano.

Nello stesso tempo si cerchi ogni modo per eccitare la carità degli altri verso di noi, con pie industrie e con esortazioni. Il Signore dice: Aiùtati che io ti aiuto. Bisogna che noi facciamo ogni sforzo possibile; non si deve aspettare l'aiuto della Divina Provvidenza stando noi neghittosi. Essa si moverà, quando avrà visti i nostri sforzi generosi per amor suo.

Ma bisogna che facciamo buon uso della carità che gli altri ci faranno. Non dobbiamo cercare di rendere la nostra vita più agiata, ma seguir il detto di san Gerolamo: Habens victum et vestitum his contentus ero. E niente di più.

Se noi facciamo così, il Signore non ci mancherà mai. Guardate: se noi avessimo voluto fare tutti calcoli preventivi ed esatti per le spese della spedizione in America e per fare ciò che si chiama l'impianto della Congregazione in quei paesi, avremmo dovuto, anche procedendo con grande economia, mettere in bilancio un centomila


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lire, ed anche un trecentomila, se si fosse voluto pensare a tutte le minutezze ed alle eventualità. Noi questi calcoli non li abbiamo fatti, e si disse solamente: - E' maggior gloria di Dio quello che facciamo! E' Dio che richiede da noi che si parta, è Dio che vuole che si vada.
Ebbene? Si pregò, si chiese la benedizione del Santo Padre, e i mezzi ci furono somministrati, e nulla mancò a coloro che partirono e nulla a noi. Perciò stupiti dobbiamo esclamare: - Tutti questi sono fatti straordinari della Divina Provvidenza, anzi fatti miracolosi, che ci dimostrano volere il Signore servirsi di noi per i fini delle sue misericordie.
Ed ora che cosa potremo fare noi per corrispondere a tanta bontà della Divina Provvidenza? Ecco! La Società è costituita, le nostre Regole sono approvate. La gran cosa che dobbiamo fare si è di adoperarci a praticare in ogni modo le Regole ed eseguirle bene. Ma per praticarle ed eseguirle è necessario conoscerle e perciò studiarle. Ciascheduno si faccia un dovere di studiar le Regole. Ora non ci troviamo più come nel tempo passato, quando non le Regole, ma la sola Congregazione era approvata, e quindi si andava avanti con un governo tradizionale e quasi patriarcale Non sono più quei tempi. Bisogna tenerci fissi al nostro codice, studiarlo in tutte le sue particolarità, capirlo, spiegarlo, praticarlo. Tutte le nostre operazioni dirigerle secondo le Regole.

I Direttori, giunti alle loro case, facciano conoscere meglio ai loro dipendenti, e colla massima sollecitudine, le nostre Costituzioni. A queste si dia tutta l'autorità e quella autorità suprema che realmente hanno. E’ la maestà delle leggi! Queste facciano imparare e capire, interpretandole colla carità e colla bontà dei modi.

In ogni circostanza, invece di appellarsi ad altre autorità, si porti quella delle Regole: - Le Regole dicono così: le Regole sciolgono la questione in questo modo; tu vorresti far questo, ma le Regole lo vietano; tu vorresti astenerti da quello, ma le Regole lo comandano.- E nelle conferenze, nelle esortazioni, in pubblico, in privato, si promuova molto l'osservanza e l'autorità della Regola. In questo modo il governo del Direttore può mantenersi paterno, quale da noi si desidera. Facendo sempre vedere che non è esso Direttore che vuole questa o quell'altra cosa, che proibisce, o consiglia, ma è la Regola, il subalterno non potrà avere appiglio alcuno per mormorare o disobbedirlo. In una parola: l'unico mezzo per propagare lo spirito nostro è l'osservanza delle nostre Regole.

Neppur le cose buone si facciano contro di esse o senza di lesse; perchè, se si vuol lavorare anche con buono spirito, ma non dentro alla cerchia delineata dalle nostre Regole, che cosa ne verrà? Che ciascuno lavorerà, e poniamo anche molto, ma il lavoro resterà individuale e non collettivo. Ora il bene che deve aspettarsi dagli Ordini religiosi avviene appunto da ciò, che lavorano collettivamente: se così non fosse, sarebbe impossibile gettarsi in qualche grande impresa.


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Se ci allontaniamo da ciò che strettamente richiedono le Regole e si continua a lavorare, uno incomincierà a ritirarsi di qui, l'altro di là per fine buono, ma individuale; di qui il principio del rilassamento; e queste opere non saranno più benedette dal Signore, come le prime. Quindi ne viene necessariamente il bisogno di una riforma e ciò indebolisce grandemente una Congregazione, come abbiamo visto accadere in molti Ordini religiosi, e sempre con grandissimo scapito della salvezza delle anime. E poi? Il decadimento e la rovina totale. L'osservanza della Regola è l'unico mezzo, perchè possa durare una Congregazione.

Tra di noi il Superiore sia tutto. Tutti diano mano al Rettor Maggiore, lo sostengano, lo aiutino in ogni modo, si faccia da tutti un centro unico intorno a lui. Il Rettor Maggiore poi ha le Regole; da esse non si diparta mai, altrimenti il centro non resta più unico, ma duplice, cioè il centro delle Regole e quello della sua volontà. Bisogna invece che nel Rettor Maggiore quasi s'incarnino le Regole: che le Regole ed il Rettor Maggiore siano come la stessa cosa.

Ciò che avviene pel Rettor Maggiore riguardo a tutta la Società bisogna che avvenga pel Direttore in ciascuna casa. Esso deve fare una cosa sola col Rettor Maggiore e tutti i membri della sua casa devono fare una cosa sola con lui. In lui ancora devono essere come incarnate le Regole. Non sia lui che figuri, ma la Regola. Tutti sanno che la Regola è la volontà di Dio e chi si oppone alle Regole, si oppone al Superiore e a Dio stesso.

Si parli sempre in questo modo ai confratelli: - Bisogna che si faccia questo o quello, è strettamente necessario che ciascuno s'impegni a fare quel lavoro, perchè la Regola al capo tale lo comanda; ora bisogna che ci mettiamo tutti d'accordo ad eseguire questo o quell'altro, poichè la Regola insiste su ciò. - Un Direttore adunque tutte le volte che vuole operare, deve prendere qualche misura o deliberazione, si metta sempre sotto lo scudo della Regola, e mai operi di sua propria volontà o autorità. Dica: - Si deve fare così, perchè la Regola così dice di fare e così vuole. - Questo modo di regolarsi nei Direttori arrecherà grandissimo bene alla Congregazione.

Si procuri inoltre di conservare la dipendenza tra il Superiore e l'inferiore, e ciò spontaneamente e non coacte. I subalterni si impegnino molto a circondare, aiutare, sostenere, difendere il loro Direttore, e stargli fitti d'attorno, a fare quasi una sola cosa con lui. Nulla facciano senza dipendere da lui, perchè così facendo dipendono non da lui, ma dalla Regola.

Non voglio dire qui che non si faccia nessuna azione volta per volta, senza il consenso del Direttore: che cioè, ad esempio, chi scopa, camera per camera che ha scopata. vada a domandare al Direttore quale altro pavimento debba andare a far pulito; che ognuno che fa scuola, volta per volta che finisce un autore od un capo, vada a domandare al Direttore quale altro libro debba spiegare; così, per esem-


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pio, il cuciniere vada a chiedere tutti i giorni al Direttore quali pietanze debba preparare pel pranzo o per la cena: ma intendo che tutti si regolino secondo gli avvisi e le norme che il Direttore ha dati e nelle cose in genere o improvvise da farsi, non si proceda a capriccio, ma si abbia sempre lo sguardo rivolto al centro di unità.

Del resto nelle cose ordinarie e giornaliere ciascheduno sa bene quali cose convengano al suo uffizio senza andare dal Superiore, tanto più avendo ciascuna casa regole fisse pel disimpegno di ogni attribuzione. Hanno tutti in mano le Regole e ciascheduno procuri di compiere il proprio dovere, l'uffizio che gli è assegnato, da buon cristiano e da buon religioso.

Finirò! Ecco che siamo nuovamente per dividerci. E quale pensiero vi darà Don Bosco, che ci serva a ben regolarci pel presente, e per sempre nell'avvenire? Io ho un gran pensiero da esternarvi, molto vantaggioso a tutte le case, che deve servir di guida specialmente in quest'anno e sempre: un pensiero che, secondato, farà fiorire la nostra Società. Questo pensiero si esprime con una sola parola: OBBEDIENZA.

Sì, ciascuno nella sua sfera procuri di essere obbediente, sia alla Regola, sia ai singoli comandi dei Superiori. Questo lo faccia ciascuno per conto suo, questo si promuova fra gli altri confratelli. Questa virtù si inculchi negli inferiori, negli allievi, in tutti. Quando in una casa o Congregazione regna questa virtù, tutto va bene.

Tutta la religione, diceva un gran Santo, consiste nell'obbedienza, la quale genera tutte le virtù e le conserva. Siamo obbedienti ed avremo la pazienza, la carità e la purità, la quale specialmente è il premio dell'umiltà.

Perciò l'obbedienza sia il tema delle letture, delle prediche e di molte conferenze. Ciascheduno legga e rilegga attentamente il capo delle nostre Regole, dove si parla del voto di obbedienza; anzi questo capo si studi a memoria.

E il punto più principale, attorno a cui deve versare la nostra obbedienza, si è intorno alle pratiche di pietà, le quali sono come il cibo, il sostegno, il balsamo alla stessa virtù. Il Direttore faccia rileggere bene anche questo capitolo, procuri di osservarlo e di farlo osservare. L'obbedienza, e specialmente per le pratiche di pietà, è la chiave maestra dell'edifizio della nostra Congregazione, è quella che lo sosterrà.

Io non voglio intrattenervi di più. Non occorre che dica più altro; solo voglio prima di finire esporvi ancora un grande riflesso, perchè tutti ci animiamo a percorrere generosamente la nostra strada. Se un povero prete con niente e con meno di niente, perchè bersagliato da tutti e da ogni parte, potè portare le cose fino al punto in cui ora si trovano; se, dico nuovamente, un solo fece tutto ciò che voi vedete e con niente, qual bene il Signore non aspetterà da trecentotrenta Individui, sani, robusti, di buona volontà, forniti di scienza, e coi


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mezzi potenti che ora abbiamo in mano? Qual cosa non potrete fare appoggiati alla Provvidenza?

Il Signore aspetta da voi cose grandi; io le vedo chiaramente e distinte in ogni parte e potrei già esporvele una per una, o per lo meno accennarvele; ma per ora non giudico bene parlarvene. Se qualcheduno mi ricorderà queste mie parole nell'anno venturo, io vi potrò far vedere grandi cose che il Signore quest'anno si è degnato di iniziare e specialmente una che vi riempirà di stupore. Dio ha incominciato e continuerà le sue opere, alle quali tutti voi avrete parte. Queste riguardano il florido stato della Congregazione, le quali, mentre io già mi troverò alla mia eternità, porteranno rilevanti conseguenze per la salute delle anime, a gloria di Dio; gioveranno al bene universale della Chiesa, saranno cagione di gloria (sì, lasciatemi dire questa parola) alla nostra Congregazione. Ed in verità, le meraviglie, a compiere le quali il Signore vuol servirsi di noi miserabili Salesiani, sono grandi. Voi stessi vi meraviglierete e sarete stupiti nel vedere come voi abbiate potuto fare tutto questo innanzi agli occhi dell'universo e pel bene dell'umana società.

Il Signore fu Colui che incominciò le cose, Egli stesso diede loro l'avviamento e l'incremento che hanno, Egli col volgere degli anni le sosterrà, Egli le condurrà a compimento. Iddio è pronto a fare tutte queste grandi cose che contribuiranno all'aumento meraviglioso dei soci. Una sola cosa Egli richiede da noi: che noi non ci rendiamo indegni di tanta sua bontà e misericordia. Finchè noi corrisponderemo alle sue grazie col lavoro, colla moralità, col buon esempio, il Signore si servirà di noi, e voi vi stupirete che si sia potuto far tanto, e che possiate fare tanto; poichè, se si procede collo spirito dolce e coll'operosità di san Francesco di Sales, il mondo deve cedere e ne verrà la gloria di Dio ed il bene della Società.E noi dobbiamo esclamare Omnia possum in eo, qui me confortat.

Verso la fine del suo discorso il Servo di Dio appariva estremamente commosso, e tutto il suo dire erasi fatto di una energia straordinaria. L'annunzio di “grandi cose ” per il venturo anno colpì l'uditorio; ne abbiamo qualche indizio in un minuscolo diario dì Don Lazzero, il quale sotto questa data non si contentò di porre nuda e cruda una delle solite noterelle da taccuino, ma, dopo aver scritto: “ 2, 3 febbraio. Conferenza in chiesa piccola colla relazione dei Direttori delle case ”, sentì il bisogno di soggiungere: “ Chiuse Don Bosco predicendo che di quest'anno si inizierà dalla Congregazione tal cosa che un giorno ridonderà a gloria della Congregazione


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e di vantaggio alla Chiesa universale ”. Il Beato volle alludere principalmente, come dirà nelle conferenze del '77, alla sua grandiosa concezione dei Cooperatori Salesiani, maturata a poco a poco, attuata nella sua forma definitiva durante quest'anno e destinata a un avvenire, di cui i suoi stessi collaboratori chi più chi meno stentarono sulle prime a farsi una giusta idea. (1).

Che lì realmente egli mirasse, ce lo conferma una confidenza. da lui fatta a Don Barberis il 19 febbraio. Dopo un accenno all'Opera di Maria Ausiliatrice e alle famose scuole di fuoco omai avviate, continuò: - Ora poi sto lavorando intorno ad un altro affare molto importante, cioè l'Associazione Salesiana. E’ da molto tempo che mi occupo ed è ben difficile stabilire cose positive. Da circa due anni ci lavoro attorno. Ora la formulerò e prima del fine dell'anno si renderà. pubblica. Ci vorranno due anni a consolidarla. Affare molto importante, lunghi studi preparatorii, pubblicazione in fin d'anno: sono questi tanti elementi che ci dànno la chiave per penetrare il senso delle parole dette nella conferenza.

Ma queste parole ci somministrano anche una prova per mostrare quanto sia infondata l'opinione che l'origine dei Cooperatori Salesiani fosse dovuta a un'idea di Don Guanella, quand'egli era salesiano. Don Bosco dice qui nel febbraio del 1876 che vi pensava “ da molto tempo ”e che “ da circa due anni ” vi lavorava attorno; infatti il primo “Programma ” per i Cooperatori fu steso nel 1874: ma un abbozzo iniziale data dal 1841, come si è detto nel volume precedente. Orbene Don Guanella venne all'Oratorio nel 1875.Che lo stesso Don Guanella potesse aver creduto questo, non ci farebbe meraviglia. Il Beato Don Bosco, quando ruminava, importanti disegni, soleva indagare su di essi il pensiero altrui, senza lasciar trapelare i propri intendimenti;

(1) Cfr. Vol.. XI, c. IV.


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anzi faceva le viste di prendere in considerazione le cose che udiva, sicchè lasciava i suoi interlocutori nella credenza d'avergli apportato chi sa quali lumi. Era naturale che con un uomo come Don Guanella il Servo di Dio si aprisse intorno al suo disegno e fors'anche lo pregasse di presentargli un abbozzo conforme al suo modo di vedere, sicchè quegli dopo s'immaginasse d'avergli suggerita l'idea. Così il ministro Urbano Rattazzi dopo un celebre colloquio (i) non sarebbe potuto rimanere con l'impressione d'essere stato proprio lui a suggerirgli l'idea della Pia Società Salesiana?

L'ultima conferenza, che fu nelle ore antimeridiane del 4 febbraio e a cui presero parte i soli Direttori e i membri del Capitolo Superiore, si tenne alla presenza del Servo di Dio. Lo scopo non era più di discutere, ma di ascoltare la parola del caro Padre. Tuttavia gli si espose come, nelle adunanze presiedute da Don Rua, si fossero lette ed esaminate le deliberazioni già prese nelle conferenze generali degli altri anni, per radunarle in un corpo solo e farle stampare. Il Beato approvò; soltanto chiese che prima di consegnarle al tipografo, venissero a lui presentate, perchè desiderava di eliminarne qualche espressione caustica già notata. Finchè si può, diss'egli, si evitino sempre gli urti e si vada avanti un poco alla volta. - Quindi prese a parlare così:

0h! adesso io dirò due cose che mi era proposto di dirvi, prima che ciascuno parta per i propri collegi; e poi mi direte ciò che fu deliberato nelle conferenze dei giorni scorsi e mi suggerirete ciò che a voi sembra da farsi, per la maggior gloria di Dio ed a bene della Congregazione.

La prima cosa che io desidero di avvertire si è questa. I Direttori dispongano che, quando vado a far visita nelle case, io possa parlare con tutti gl'individui di esse, cioè con tutti i confratelli della nostra Congregazione. Non ve ne sia uno solo, col quale io non possa parlare. Si renda loro facile l'abboccarsi con Don Bosco, si annunzi preventivamente il mio arrivo e il desiderio che ho di parlare con tutti. Perciò si faccia sapere ai confratelli, in quali ore per ciascuno sarà fissata l'udienza, e si esorti in generale che, chi avesse qualche cosa

(1) Lemoyne, Mem. biogr., vol. V, pag. 696.


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di speciale da dirmi, si, prepari a manifestare liberamente tutto il suo cuore. Mio scopo principale in queste visite si è di togliere la ruggine, che in alcuni potrebbe esservi col Direttore. Con me ed in queste circostanze parlano volentieri, palesano schiettamente il loro cuore ed io posso comporre ogni cosa in pace. Il Direttore poi toglierà le cause che possono aver prodotto questi malcontenti e così l'ordine della carità sarà aggiustato.

Avviene con frequenza che qualcuno si crede di essere visto di mal occhio dal suo Direttore e suppone che il Superiore abbia chi sa che cosa contro di lui, mentre il Direttore ha nulla affatto in contrario e non sospetta neppure che il confratello abbia questo pregiudizio. Simile avversione, benchè sovente non palesata, dura per mesi e mesi Ora andando io in visita, se questi tali non hanno comodità di parlarmi, credono che il Direttore abbia così disposto, e si rattristano maggiormente. In alcuni collegi mi accadde che più volte di seguito non potei per varie cause parlare con qualcuno, il quale mi scrisse poi lettere proprio compassionevoli, che talora; quasi trascendevano in filippiche, mentre affatto impensatamente era accaduto di non potergli parlare.

Nella posizione in cui sono i nostri collegi, la vita dei soci è tutta personificata nel Superiore. Un suo sguardo, direi, può consolarli, un suo sguardo rattristarli; bisogna perciò che ciascuno di voi guardi di essere molto e molto affabile con tutti e dimostri ad uno per uno affezione speciale.

Perchè le mie visite riescano maggiormente profittevoli, sarà bene che mi si dia una nota dei confratelli che sono in casa affinchè io sappia: - Questo l'ho già veduto, questo non ancora.- Anzi crescerà il frutto se in questa nota ad ogni nome si porrà una postilla. Cioè: Sarebbe bene che al tale parlasse di questo o di quello; costui ha bisogno di un incoraggiamento per questa parte, e colui è necessario trattenerlo per quest'altra, ovvero ammonirlo pel tale difetto.Io procurerò di procedere con prudenza, ed eseguire i desideri del Direttore in modo che il confratello non se ne accorga, e servendomi di quell'avviso solamente nel caso che io giudicherò essere di maggior gloria di Dio. Così le visite riusciranno veramente vantaggiose.

Un'altra cosa vi dirò, mentre me ne ricordo. Ritornando ai vostri collegi, si avvisino i confratelli che si tratta d'una nuova spedizione per le Missioni d'America. Chi desiderasse prendervi parte, faccia la domanda; chi l'avesse già fatta, se persevera nel desiderio di andare, la rinnovi. Basterà che mi scrivano un biglietto in questo senso: Occorrendo, io sono pronto a partire per le Missioni. In questo modo si possono provvedere le Missioni con quelli individui, che la Congregazione crede bene di mandare, e nello stesso tempo si mandano solo quelli che assolutamente lo desiderano, senza che nessuno venga sforzato a questo passo. Chi ha già fatto la domanda, è bene che la ripeta, scrivendo, per esempio, la seguente frase: Io sono sempre dello


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stesso parere. Molti vengono nell'Oratorio espressamente per aver. campo d'andare nelle Missioni ed è conveniente che costoro siano contentati. Per esempio, Allavena, venendo nella Congregazione, mi aveva detto espressamente: - Se Ella crede di potersi servir di me nelle Missioni, io entrerò nella Pia Società; ma questo è proprio il mio desiderio. - E andò benissimo che fosse così pronto ad ogni evento; poichè, qualcuno essendosi ritirato al momento della partenza, Allavena senza dir parola si trovò pronto.

Anche i chierici ponno fare questa domanda, ma qualora siano veramente risoluti. Noi tuttavia andremo sempre adagio nell'interrompere i loro studi.

Non occorre che io ripeta nuovi avvisi, perchè si coltivino molto le vocazioni allo stato ecclesiastico. Questo è lo scopo principale, a cui tende ora la nostra Congregazione. La straordinaria scarsità del clero, che ogni anno più si deplora, è il maggior male che presentemente ci minaccia. Ciò che io desidero dirvi sono alcune regole, o sante astuzie per coltivare con profitto queste vocazioni. Si indaghi adunque chi sono coloro che hanno propensione per la Congregazione. ma non si spinga mai nessuno ad entrarvi; anzi, chi desidera andare in seminario, si lasci in libertà, e speriamo, purchè siano atti, che faranno del bene. Ma quando alcuno ci domanderà consiglio sulla vocazione, come rispondere? E specialmente quando siamo interrogati da chi è indeciso e propende più per farsi prete secolare che per entrare in Congregazione? Ecco questo, che io credo un gran consiglio. Quando si vede che un giovane assai buono in collegio, è solito nelle vacanze a far qualche mancanza grave contro la moralità, e, rientrato nel collegio, aggiusta le partite dell'anima, e per vari mesi e per tutto l'anno non ha più nulla da rimproverarsi su questo punto, se costui desidera farsi prete, il consiglio che assolutamente gli darei sarebbe questo: - Se tu vuoi farti prete e vivere nel mondo, tu la sbagli; non farti prete; oppure entra in una Congregazione od in un Ordine religioso. - Questo è chiaro: poichè, se costui si fa chierico, va in seminario, e come resisterà nelle vacanze tanto lunghe e tanto disastrose?

Invece, se sta ritirato, allora, e per i minori pericoli e per i grandi aiuti di letture, di meditazioni, di sacramenti, si può benissimo conservare in grazia. Ma se costui si fa chierico per la diocesi, avverrà di lui come di molti ci tocca vedere, che vestono l'abito ecclesiastico e dopo poco tempo lo depongono, ovvero i Superiori ecclesiastici sono costretti a farlo loro deporre.

In questo caso si dica pure schietto in confessione a quel giovane: -Se ti piace la vita ritirata, va nei Cappuccini, nei Domenicani. nei Certosini; vieni fra noi, fa' tutto come credi meglio, e così ritirato potrai fare gran bene a te e salvar anime: ma io non ti consiglio il seminario; piuttosto sta' secolare; un buon secolare può benissimo operare la sua eterna salute.


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Per la vocazione io credo assolutamente che si richiedano tre cose. Propensione, studio, morum probitas. Quando non si ha propensione, è inutile ogni ulterior fatica, ad eccezione che, come molte volte avviene, questo provenga solo da timidità; nel qual caso si può benissimo incoraggiare ad andar avanti. Per ciò che riguarda lo studio, si lasci decidere dagli esami. Vi è poi la morum probitas. Questo è assolutamente necessario, a meno che uno voglia proprio vivere, ritirato, e nel solo caso che le occasioni siano quelle che lo trascinano sulla mala via, fuori di queste essendo buona la sua condotta.

Ora dirò qualcuna delle industrie che possono grandemente giovare a coltivare le vocazioni, sebbene alcune per sè possano parere assai piccole.

1° Frequenza grande ai sacramenti; su questo punto poco mi fermo, perchè da tutti si sa quanto giovi. Nelle nostre case questa frequenza vi è regolarmente.

2° Bisogna usare grande amorevolezza coi giovani; trattarli bene. Questa bontà di tratto e questa amorevolezza sia il carattere di tutti i Superiori, nessuno eccettuato. Fra tutti riusciranno ad attirar uno e basta uno per allontanar tutti. Oh, quanto si affeziona un giovane, quando si vede ben trattato! Egli pone il suo cuore in mano ai Superiori.

3° Non solo trattarli bene, ma ai più grandicelli che danno qualche speranza, si conceda molta confidenza dal Superiore. Per esempio prenderlo separatamente e dirgli: - Vedi, mio caro: ho bisogno che tu mi faccia un piccolo lavoro, che mi copii questo foglio (e sarà una cosa da nulla, della quale non avremmo alcuna necessità), ma ho bisogno che nessuno lo sappia. Se ti pare di poterlo fare nello studio, mentre non ci sono altri, o che altri non ti veda, bene; del resto, va' nel tal posto, parla col tal Superiore che ti assegni un luogo, e poi, finito questo lavoro, me lo porterai - Pare una bazzecola da niente; ma questo chiamarlo a parte, dargli importanza, quella specie di segreto, fa sì che il giovane resti tutto portato pel Superiore e farebbe qualunque sacrifizio per lui, ed attacca il cuore a chi se lo seppe in quel modo guadagnare. Gioverà anche, per esempio, prendere un giovane e dirgli: - In questi giorni io ho bisogno di una grazia grande da te; saresti capace di fare un paio di comunioni, ma di quelle proprio fervorose, per me?
Risponderà di sì.

- E quali giorni vorresti scegliere? Fa' pure la scelta a tuo piacimento: solamente, che ancor io lo sappia, perchè possiamo unire insieme le nostre preghiere.

- Sceglierei i tali giorni.

- Bene, e dopo che le avrai fatte, vieni a dirmelo ed allora, se lo potrò, te ne dirò il motivo.
Quel giovane, con questo tratto di confidente affezione, resta già per metà ingaggiato. Quando ritornerà dopo fatte, le comunioni, gli


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si potrà dire per esempio: - Sai poi qual è la grazia che mi stava tanto a cuore?

- No.

- Vuoi saperla? Ecco: io ho fatte preghiere speciali ed ho voluto che anche le tue fossero unite alle mie, perchè voleva supplicare il Signore per la mia e tua santità; che ci faccia tutti e due santi; che uniti di corpo sempre su questa terra, possiamo poi essere un giorno uniti in cielo. Sei contento così? Vuoi metterti in molto impegno, perchè così sia? Coraggio! Io continuerò a pregare, perchè questa nostra impresa che abbiamo incominciato, vada avanti prosperamente: e anche tu pregherai per questo fine, non è vero?
Queste sono tutte piccole industrie, ma formano il macchinismo che lavora potentemente nelle nostre case, e si può dire essere le fonti che alimentano la nostra Congregazione. Molti giovani si decidono dopo questi atti di confidenza speciale che si dà loro.

A questo punto un sorriso generale spuntò sulle labbra dei congregati e ciascuno ripeteva: -E’ vero: in questo modo ha preso me... Si può dire che in questo modo ingannò fortunatamente tutti noi... Così potessimo noi prendere molti altri nella nostra rete! - Don Bosco dopo quella breve pausa proseguì:

4° Giova anche tanto il far bene le cerimonie, le quali dimostrano con quale posatezza e santità si debba procedere nello stato ecclesiastico, al quale per avventura si sentono chiamati.

5° Giova poi immensamente il promuovere il piccolo clero. Io sono di parere che sia desso il semenzaio delle vocazioni ecclesiastiche. Chi si veste da chierico, o vede il suo compagno vestirsi in questo modo, lo vede grazioso, far bene le cerimonie. farle posatamente, avere un posto distinto all'altare, eh! non può a meno di sentirsi inclinato alquanto a quello stato. Per lo meno questo spettacolo servirà a rompere il ghiaccio di chi non può vedere i preti. Anche tra i giovani delle nostre case ve ne sono vari che, sentendo sempre a casa loro parlare male dei preti, li tengono come in dispregio, come gente interessata, e purtroppo di ciò possono aver avuti esempi sotto gli occhi. In alcuni vi sarà anche vero astio contro i sacerdoti, perchè non li praticarono mai da vicino. Ma qui, se vedono i preti impegnati pel loro bene e poi vedono i compagni migliori aver la prerogativa di andar vestiti da chierico, prendono in grande concetto questo stato. Non è molto tempo che avvenne il fatto seguente. Un buon giovane, ma veramente buono, aveva manifestato il desiderio di farsi prete nel primi mesi di Oratorio. Dopo qualche tempo, interrogato da me della sua vocazione, mi disse chiaro: - Non voglio più farmi prete.


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- Oh! che cosa è questo? io gli chiesi; la vocazione l'avevi.

- No; non voglio più farmi prete - Mi replicò risolutamente.

Io era stordito, tanto più che il giovane continuava ad essere un vero modello di buona condotta. Allora io gli chiesi per gran piacere che mi significasse, qual causa gli avesse fatto mutar deliberazione. Dopo molta esitanza: - Ecco, mi disse; il tale mi ha fatto vedere come tutti i preti sono cattivi. E’ ipocrisia ciò che pare all'esterno. Esso ha un parente canonico ed ha sentito raccontare da lui stesso che molti parroci conducono una vita! ... che prendono in casa persone!… che vivono male... Piuttosto che farmi prete briccone, non mi farò mai e poi mai prete. Io l'anima mia la voglio salvare.

Io gli feci animo a non rinunciare così facilmente alla propria vocazione, gli feci vedere l'assoluta falsità della cosa e senza più insistere gli soggiunsi: - Fa' il possibile per dimenticare ciò che quel perverso ti narrò: non pensarci più oltre. Dal tuo canto, fa' così: poniti per un momento avanti ad un Crocifisso od al Santissimo Sacramento, e di' fra te stesso: Se io mi trovassi in punto di morte, qual è la cosa che desidererei d'aver fatta? Quale stato desidererei d'aver abbracciato per potere con maggior facilità salvarmi l'anima e fare del bene? Pensa a questo e poi rispondimi.
Quel giovane si pose avanti ad un Crocifisso, vi stette alquanto e poi ritornato da me, disse: - Prete sì, ma non nel mondo. Star ritirato affatto!-
Questo era ciò che io voleva.

6° Gioverà anche grandemente il dare ad un giovane molta famigliarità. Farlo passeggiare qualche volta da solo con noi, raccontare, ridere, ascoltarlo; farsi narrare della sua vita a casa, dei campi, dei prati, delle vigne, della cascina, ecc. Se essi, trattati così famigliarmente, domandano della propria vocazione, suggerir loro di parlarne in confessione, quando si conoscono bene le cose.

Consigliarli anche di parlarne a Don Bosco, quando verrà, in visita. - Pensaci bene, gli si potrà dire; matura il tuo consiglio e finirai di decidere allora: vedrai che, seguendo il consiglio di Don Bosco, sarai poi contento per tutta la tua vita.
Quando io passo nelle case a far queste visite, specialmente verso il termine dell'anno, è allora il tempo di conchiudere molti affari. Io domando sempre: - Il tuo Direttore che cosa ti ha detto?

- Mi ha consigliato di domandare anche a lei per accertarmi meglio; ma diceva non vedere esso difficoltà ed essere di parere che avrei potuto abbracciare lo stato ecclesiastico.

- Bene! Ed io farò il resto, come mi sembrerà meglio per te.-
Invece un altro mi risponderà: - Il Direttore mi disse di no pel tale motivo.
In questo caso, se io dovessi cambiare il giudizio del Direttore, per lo più ho mezzo di farlo, senza che l'allievo si accorga di nulla. Gli dico: - E tu togli quel motivo che il Direttore ti disse essere


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d'impedimento. Non sei buono di. farla vedere al demonio? Guarda, fa così e così, e poi vedrai. Oh, se tu segui questo o quell'altro consiglio, tu puoi ancora rimediarvi facilmente! - Per questo lato il Direttore non tema: se vi fosse da cambiar consiglio, si va molto prudentemente.

Ora veniamo ad un altro punto che io credo della massima importanza per far camminare bene i giovani nella via della salute. Pur troppo una lunga esperienza mi ha persuaso esservi bisogno di far fare la confessione generale ai giovani, che vengono nei nostri collegi; o almeno almeno questa confessione essere loro vantaggiosissima.

Il giovane si può disporre in questo modo:

- Hai già fatta la confessione generale?

- No!

- Non saresti contento di fissarti un tempo per farla? Pensa un po' un momento, dimmi con tutta schiettezza: se tu avessi a morire questa notte, ti pare che non avresti nulla da aggiustare col Signore? Ti pare che saresti tutto tranquillo?

- No!

- Ebbene, quando la vorresti fare?

- Quand'ella mi dice.

- Oh guarda! Io ti dico che tu la faccia in quel tempo in cui abbia intenzione di dirmi tutto, tutto....
Poi, anche venendo quel giovane, a confessarsi per ripassare l'intera sua vita, dirgli: - Sei venuto proprio col cuore aperto? Con intenzione di dirmi tutto, piccolo e grosso? Oppure tu hai qualche cosa che non osi guari dirmi? -E dalle. risposte che darà, si prendano le norme per continuare.

Credetemi, parrò esagerato; ma io sono di parere che, forse cinquanta su cento, i giovani, quando vengono nei nostri collegi, hanno
bisogno di fare la confessione generale. E per ottenere che si facciano le cose bene, bisogna avere carità, e carità, e tanta carità. Bisogna saper quasi estrarre per forza quel che non vorrebbero dire.

Ancora una cosa. Ciascun Direttore nella propria casa dia moto, per quanto può, alle nostre associazioni della Biblioteca e specialmente delle Letture Cattoliche. E’ vero che ciò andava specialmente fatto in principio dell'anno, mentre i giovani avevano danaro; ma l'avviso serva per altri anni, ed anche ora si propaghino e si raccomandino quanto più si può.

Giunta al termine questa bella conferenza, s'intavolò una conversazione molto familiare, in cui tornarono a galla parecchie cose discusse nelle ordinarie sedute; i presenti profittarono dell'occasione per interpellare il Beato sopra diversi argomenti.


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Così, per esempio, si riparlò del distribuire ai confratelli una copia di ogni numero tanto delle Letture Cattoliche quanto della Biblioteca della gioventù italiana. Nei collegi non si agiva dappertutto a un modo; ma dove quei libri si davano a tutti i professi, dove ai soli professori, dove ai professori i fascicoli della Biblioteca e ai maestri i fascicoli delle Letture. Spiaceva sentire confratelli che, cambiando casa, uscissero in confronti odiosi, dicendo: - Qui si fa così; dov'ero prima, si faceva cosà. - Se ne ingenerava facilmente il sospetto che i Direttori procedessero in maniera arbitraria.

Come regolarsi dunque? Togliere di mezzo senz'altro l'uso della distribuzione generale, parve misura draconiana; concedere i volumetti a tutti i Salesiani era cosa che col crescere continuo dei collegi avrebbe importato una spesa troppo grave per la. Congregazione; dare ai professori la Biblioteca e ai maestri le Letture urtava contro l'inconveniente, che essendo in certi collegi gli associati alla Biblioteca più numerosi nelle classi elementari che nelle ginnasiali, i maestri non avrebbero avuto conoscenza di quelle pubblicazioni e quindi non le avrebbero potute raccomandare. Si chiese a Don Bosco quale fosse il suo pensiero.

A Don Bosco veramente arrideva l'idea della massima diffusione; tuttavia con il suo spirito pratico propose una soluzione per gradi: 1° Dov'era invalso l'uso di dare i libri agl'insegnanti, si continuasse pure; ma si badasse a segnare ciascun libro con il bollo del collegio o della biblioteca, indicando così essere i libri dati ad usum e non in proprietà, e quindi non poteva l'insegnante farne regalo ai giovani o ad altri, nè, cambiando collegio, recarli seco. 2° Dove l'usanza fosse di distribuire i libri a tutti i Salesiani, e così costumavasi ancora nella maggior parte delle case, si concedessero a richiesta, non movendo alcuna difficoltà a chi li domandasse dicendo d'averne bisogno. 3° Negli anni successivi s'introducesse dappertutto la consuetudine di dare quei libri solamente, ma senza veruna difficoltà, a chi li chiedesse per


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motivo di studio. In questo modo si sarebbero eliminate le cause di lagnanze e contentati tutti senza tanto dispendio. Di regola, si desse la Biblioteca solo ai professori di latino o d'italiano..

Per transenna, fu rilevato come il numero degli associati alle Letture Cattoliche, sebbene già grandissimo, andasse continuamente aumentando; la Biblioteca invece averne solo duemila, quanti appena bastavano per condurre avanti l'impresa: i volumi tuttavia avere grande spaccio separatamente. Erasi di fresco stampato un fascicolo con lettere inedite del Pellico in tremila esemplari, smaltiti nello spazio di un mese. Don Bosco disse: - La Biblioteca, finchè avrà mille associati, conviene continuarla; avremo sempre il vantaggio della vendita dei volumi separati.
Il Beato chiuse la seduta a mezzogiorno con le solite preghiere, augurando il buon viaggio ai Direttori e incaricandoli di dire tante cose ai giovani dei loro collegi da parte sua, da parte dei Superiori e da parte anche dei giovani dell'Oratorio di Torino.

Nei nostri archivi troviamo elencati undici buoni effetti di queste conferenze direttoriali. Trattandosi di osservazioni dettate se non per ispirazione, certo sotto l'influsso di Don Bosco e nei giorni delle surriferite conferenze, chiuderemo il capo, citando tal quale il documento “Queste conferenze coi Direttori dànno origine ai seguenti beni:1° Autorizzano questi viaggi, sicchè in certe circostanze non mettono sospetto ai confratelli della propria casa, qualora vi fosse qualche questione da sciogliere. - 2°La risoluzione di vari quesiti si rimanda a quest'epoca, e perciò risparmio nei viaggi. - 3° Mettono d'accordo i Direttori su vari punti. - 4° 1 Direttori colla loro presenza dimostrano i progressi della Congregazione. - 5° Animano grandemente a farsi ascrivere nella Congregazione ed a perseverare in essa. - 6° Stabiliscono una straordinaria fraternità fra i Direttori, che altrimenti avrebbero poca comodità di conoscersi. - 7° Per


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le parole di Don Bosco si va sempre innanzi con grande unità di spirito. - 8° Si spiega e s'intende sempre meglio il Regolamento. -9° Si rimedia insieme a qualche disordine, che tentasse introdursi. - 10° E’ il tempo nel quale i Direttori, se hanno qualche cosa d'importanza da proporre lo fanno... - 11° Le relazioni dei collegi sono ascoltate con piacere straordinario e si parla di esse dai confratelli per tutto l'anno ”.


CAPO IV
Installazione dei Salesiani nell'Argentina.

Missionari approdarono a Buenos Aires il 14 dicembre. Dalla nave alla casa di loro provvisoria residenza raccolsero prove continue, che essi giungevano nella Capitale argentina ansiosamente aspettati.

Il piroscafo faceva il suo ingresso nel porto, quando udirono un fragoroso scoppio simile a sparo di artiglieria, che li mise in apprensione, perchè immaginarono chi sa quale oscura minaccia; ma il loro momentaneo sgomento si convertì in gioia, appena conobbero la vera causa del colpo. Non temano, andò a dir loro il capitano, è un saluto che si fa ai Missionari Salesiani.
Gettate che furono le ancore, ecco appressarsi al bastimento un vaporino, dal quale scese un prete, che, lanciatosi su per la scaletta, montò rapido a bordo. Era Don Ceccarelli, venuto a prendere i Salesiani per condurli seco in città. La reciproca brama di conoscersi personalmente fece sì che nullo bel salutar tra lor si tacque. Con lui filarono al molo.

Colà li aspettavano duecento Italiani, fra i quali parecchi ex-allievi dell'Oratorio di Torino. Gli applausi e le grida echeggiarono lontano e a lungo. Mentre percorrevano in carrozza le vie, molte persone si fermavano e salutavano rispettosamente.


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Giunti alla loro dimora temporanea, vi trovarono con grandissima sorpresa l'arcivescovo monsignor Federico Aneyros, che li attendeva impaziente di dar loro il benvenuto. Il degno prelato li accolse con la massima amorevolezza, li abbracciò tutti, si sedette in mezzo ad essi, interrogandoli di Don Bosco e di mille cose e manifestando il vivo desiderio di rivederli.

In ora conveniente si recarono poscia all'Arcivescovado per restituire la visita. Là stavano radunati con Monsignore i Vicari Generali, e tutta la Curia. Sua Eccellenza mosse loro incontro, li presentò a quegli ecclesiastici, li condusse a visitare ogni cosa con affabilità e premura incantevoli; quindi, menatili in sala, li volle sentir sonare e cantare. Più volte chiamò fortunate le diocesi, dove esistevano case salesiane e, quanto a sè, ringraziava di cuore Iddio, che gli avesse concessa tanta benedizione.

Anche tutti i Superiori di comunità religiose si affrettarono a visitare i nuovi arrivati, dimostrando loro molta deferenza e simpatia. I parroci non vollero essere da meno degli altri, ma offrirono amichevolmente ai Salesiani ogni appoggio.

Fra le persone private che fecero cordiali accoglienze ai Figli di Don Bosco, merita particolare menzione Don Francesco Benitez, il venerando vegliardo già noto ai lettori, che, nonostante i suoi ottant'anni, erasi partito espressamente da S. Nicolás de los Arroyos, per venirli a incontrare (1). Umile, caritatevole, cordialissimo, si professava loro amico, mentr'essi presero subito con lui tanta confidenza, che lo chiamavano col nome di padre.

L'eco di accoglienze sì oneste e liete arrivò attraverso gli Oceani fino al Beato Don Bosco in quattro lettere di là speditegli pochi giorni dopo l'arrivo, senza dire di quelle che gli furono inviate da Don Cagliero e dagli altri. Il dot-

(1) Cfr. vol. XI, pp. 144-5-


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tor Ceccarelli, rilevata la bella coincidenza che il mese del viaggio, dal 14 novembre al 14 dicembre, corrispondeva esattamente al mese mariano di laggiù, sicchè poteva dirsi essere stato quel viaggio “prodigiosamente diretto da Maria Santissima ”, compiacevasi con lui dell'onore fatto ai suoi figli nell'Argentina. Il dottor Espinosa, Vicario Generale, gli manifestava le grandi speranze concepite dai buoni per lo zelo che già ammiravasi nei Salesiani. L'Arcivescovo, soddisfatto, ammirato, consolatissimo, gli annunziava di aver date ai Missionari tutte le licenze per l'esercizio del sacro ministero e gli prometteva che essi avrebbero trovato in lui “ un padre amorevolissimo e zelante del loro bene sì spirituale che materiale ”. Infine Don Benitez, non sapendo l'italiano, ma conoscendo assai bene il latino, gli scrisse in questa lingua una lettera riboccante di affetto, di gratitudine e di venerazione. Testimonianze così calorose non è a dire quanta consolazione arrecassero al cuore del buon Padre.

I Missionari si pensavano che li aspettasse soltanto un pied-à-terre a Buenos Aires, per ripartire tosto alla volta di S. Nicolás; ma l'Arcivescovo aveva disposto che stabilissero anche una residenza nella città, assumendovi il servizio della chiesa di Mater Misericordiae, detta la Iglesia de los Italianos. Gli Italiani nella sola capitale non erano meno di trentamila. L'offerta potevasi considerare provvidenziale, giacchè porgeva subito ai nostri i mezzi per occuparsi dei propri connazionali, che dovevano formare oggetto precipuo della Missione. Accolta di buon grado la proposta, si divisero in due gruppi, aggiustandosi alla meglio, finchè arrivassero validi rinforzi da Torino.

Quella chiesa era stata costruita da una Commissione di buoni Italiani mercè il contributo di oblazioni popolari. Comprato il terreno, vi si edificò la Capilla Italiana con la formale autorizzazione della Curia arcivescovile, che vi trasferì pure la Confraternita Mater Misericordiae, sorta già


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nella chiesa di san Domenico e di là fatta passare a Calle Moreno. Questo trasferimento diede alla Capilla il nome, che tuttora conserva. Ma eretta la chiesa, vi mancava il cappellano. Gli stranieri cattolici di Francia, di Germania e d'Inghilterra n'erano provvisti; soltanto gl'Italiani, più numerosi di tutti gli altri insieme, non riuscivano ad avere un prete che seriamente si occupasse dei loro bisogni spirituali. Grandemente perciò si rallegrarono, quando videro appagati i loro voti. E ben lo dimostrarono al momento dell'arrivo; poichè la Confraternita aveva divisato di andare con parecchie centinaia de' suoi membri a pregare i Padri, che non prendessero altri impegni e avrebbero voluto condurli processionalmente alla chiesa. Ma, seguendo il prudente consiglio di Don Ceccarelli, si limitarono ad inviare una semplice commissione.

L'Arcivescovo, bramoso di provvedere finalmente a tante anime, nella lettera già citata scrisse della cosa al Servo di Dio in questi termini: “ [I suoi figli] faranno certo gran bene non solo a S. Nicolás, ma anche in questa dominante, dove è convenientissimo che abbiano una casa, non solo per facilitare la comunicazione con V. R., ma ancora perchè il bene che potranno fare qua è immensamente maggiore di quello che potranno fare a S. Nicolás. Solo gl'Italiani sono un trentamila a Buenos Aires e la maggioranza dei preti italiani vengono, mi stringe il cuore al dirlo, per far quattrini e niente altro. Credo dunque convenientissimo che prendano i suoi figli la direzione della chiesa italiana, che quei buoni confratelli loro offrono. Così presteranno un servizio immenso non solo agli Italiani, ma ancora ai nostri ”.

Don Cagliero non istette con le mani in mano. Egli cominciò senz'altro la predicazione nella chiesa della Misericordia, facendovi la Novena del Natale con istraordinario concorso di fedeli; la qual predicazione nel triduo prese l'aspetto di una vera missione, come quelle che si fanno nei nostri paesi. Lo aiutava Don Baccino, rimasto a Buenos


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Aires insieme col coadiutore Belmonte. Stragrande era il numero di coloro che volevano confessarsi, cosicchè per soddisfare a tutti, essendo due soli i confessori, fu protratta quelle specie di missione durante l'intera ottava natalizia. Ormai Don Cagliero s'era fatto con le sue prediche un gran nome (1); anche il titolo di dottore in teologia e di maestro e compositore di musica attiravano più largamente la stima e l'attenzione al Superiore de los Saleses.

Monsignor Alberti, Vescovo di La Plata, ama, parlando coi nostri, ricordare un episodio della sua fanciullezza, il quale si riferisce appunto all'ingresso dei Salesiani in Buenos Aires. Ragazzetti in buon numero, che si affollavano alla chiesa di Madre della Misericordia per servire la Messa e per aiutare nelle sacre funzioni, mettevano a rumore e a soqquadro la sacrestia; onde gl'Italiani della Confraternita, disturbati dal loro chiasso, li minacciavano spesso dicendo: - Ora vengono i Padri Salesiani, e vedrete come vi faranno star cheti! Essi vi aggiusteranno per le feste! La finirete una buona volta con tanti schiamazzi! - A forza di sentirli ripetere quell'antifona, i ragazzi s'erano formata l'idea che i Salesiani fossero preti terribili e che avrebbero messo mano a chi sa quali castigamatti. Posti tali precedenti, si comprende come quei poverini il 14 dicembre non dovessero partecipare alla gioia comune. Mentre numerosi Italiani andavano incontro ai Missionari, le due campane della chiesa sonavano a distesa per avvertire i fedeli; - ma a noi, suol ripetere monsignor Alberti allora fanciullo di nove o dieci anni, sembrava che sonassero la nostra agonia.

(1) Il giornale El Catolico Argentino nel numero del 25 dicembre aveva un articolo intitolato“o El presbitero D. Juan Cagliero ”, nel quale si leggeva: “ El domingo pasado predicó en la iglesia Mater Misericordiae este distinguido sacerdote, superior de los Salesianos llegados últimamente de Europa...; es un elocuente orador, de palabra fácil, enérgica y persuasiva. El tema de su discurso fué la benéfica influencia de la religión en el individuo en la familia y en los pueblos y probó así mismo que el catolicismo es la fuente ùnica de la civilización y del progreso ”.


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Ora che avvenne? Un gruppo dei più birichini combriccolarono e decisero di slegare le corde alle campane. Arrampicatisi sul campanile e colto il momento di una breve sosta dei campanari, sciolsero quelle corde, che caddero al suolo senza che se ne indovinasse la causa. Intanto arrivavano i Missionari, stupiti di non incontrare ragazzi nè per via nè presso la chiesa. I ragazzi vi erano, ma si tenevano nascosti dietro la gente o accoccolati negli angoli. Finalmente Don Cagliero, avendone scoperti alcuni, li chiamò dolcemente a sè, li prese per mano, li regalò di medaglie, li trattò insomma con tanta amorevolezza, che quelli, e fra gli altri il piccolo Alberti, dissero rinfrancati ai soci della Confraternita: - Questi sì che sono buoni e ci vogliono bene! L'oratorio festivo fu così bell'e inaugurato. Un oratorio, dove l'eroico Don Baccino farà miracoli di carità e di zelo non solo coi ragazzi, ma anche coi giovanotti operai, e preparerà le prime vocazioni di coadiutori e di chierici, fra i quali oltre lo stesso monsignor Francesco Alberti, l'ottimo parroco Angelo Brasesco, l'attuale Direttore dei Cooperatori Salesiani monsignor Carranza e il vescovo di S. Juan de Cuyo monsignor Giuseppe A. Orzali.

Anche una Figlia di Maria Ausiliatrice, suor Emilia Mathis, argentina, serba freschi ricordi di quei giorni. Quando vide giungere i primi Missionari, aveva dieci anni e frequentava la scuola laica. Ora, dopo aver assistito a un altro corteo ben più imponente in onore di Don Bosco beatificato, sentì il bisogno imperioso di dare sfogo ai sentimenti del suo cuore e, riandando quelle lontane memorie, scrive così al Rettor Maggiore Don Filippo Rinaldi: “ Noi alunne delle scuole pubbliche ascoltavamo le belle prediche di Don Cagliero e di Don Baccino, ci confessavamo da loro, andavamo al catechismo con grande gusto e profitto. Essi ci davano tanti utili consigli, eccitandoci a farci buone e insegnandoci a scansare i pericoli, da cui eravamo circondate. Furono essi che ci prepararono e ci ammisero alla prima comunione


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essi che gettarono in parecchie di noi e coltivarono il germe della vocazione, fino a farci riuscire umili Figlie di Maria Ausiliatrice e di Don Bosco. - Come sono buoni questi Padri! ci dicevamo fra noi. Come si curano delle nostre anime! Quanto bene ci fanno! Prima nessuno si dava pensiero di noi. - Venute poi le Suore ed aperto il loro collegio di Almagro nel 1878, noi volammo fra le postulanti e le novizie e fummo le prime Argentine a professare. Amatissimo Padre, questi dolci ricordi ci si affollavano alla mente e ci facevano piangere di consolazione e di gratitudine, mentre accompagnavamo le falangi delle nostre fanciulle dietro l'effigie del Beato Don Bosco ”.

Non si creda però che tutti gli Italiani ivi residenti la pensassero a un modo. Elementi massonici, che cercavano di dominare la colonia, si erano infiltrati anche nella Confraternita e in combutta con i loro colleghi della penisola lontana lavoravano astuti e tenaci a laicizzare la religiosa istituzione. Ma ebbero da fare i conti con chi aveva petto più saldo di loro e possedeva risorse a dovizia. Don Cagliero, accortosi del lavorio settario e appoggiato dalla Curia metropolitana, rimaneggiò il regolamento, riformò gli statuti (1), gettò al fuoco i registri. Tutto egli fece alla luce del sole. Con un discorso di infiammata eloquenza veramente italiana purificò il nome della patria dalle infamie, di cui nell'aprile precedente l'avevano macchiato orde selvagge della Boca con la sassaiola contro l'Arcivescovo e la chiesa di san Francesco e con l'incendio del collegio del Salvador, e per rinnovare l'elemento della Confraternita proclamò alto dal pulpito che chiunque volesse farne parte, presentasse in persona il biglietto pasquale: quella essere l'unica entrata, quella la vera porta dell'ovile di Gesù Cristo. Poi diresse eroicamente le elezioni del nuovo Consiglio. Si videro bene quel giorno cartellini alle pareti con la scritta Morte a Ca

(1) App., Doc. 1.


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gliero; il designato presidente ricevette anche un pugno ferrato nel fianco: ma questi riuscì eletto e fu il signor Romolo Finocchio, cattolico tutto d'un pezzo, che non aveva nessunissima paura dei massoni. Il 15 gennaio del'76 l'Arcivescovo di Buenos Aires poteva ormai scrivere al Beato: “La benedizione del Santo Padre produce già i suoi frutti, poichè [i suoi figli] stanno facendo un bene grandissimo alla popolazione italiana di questa Capitale, popolazione così numerosa e così sprovvista di buoni sacerdoti della loro patria ”.

I sette destinati a S. Nicolás de los Arroyos si divisero dai fratelli il 21 dicembre. Li accompagnavano il parroco Ceccarelli e il venerando Benitez. La popolazione li ricevette con entusiasmo. Cinque di essi furono ospitati dal dottor Ceccarelli nella casa parrocchiale e gli altri due da Don Benitez. Troppi lavori si richiedevano ancora prima che il collegio fosse all'ordine. E qui bisogna premettere un po' di preistoria.

La fondazione di S. Nicolás fu offerta al Beato Don Bosco da Don Ceccarelli, parroco di quella città; ma non aveva basi solide. Il Servo di Dio nelle trattative non guardò per il sottile. Suo intendimento hic et nunc era di piantare una prima stazione in luogo, dove poter attuare il suo duplice ideale, d'intraprendere le Missioni indigene e di portare aiuto agli emigrati italiani, privi di assistenza, privi di maestri, privi di sacerdoti. San Nicolás offriva queste due possibilità per la relativa vicinanza degli Indi e per il gran numero di coloni venuti dalla Liguria. Da sessanta a settanta famiglie di quinteros ossia ortolani vi conducevano vita patriarcale, coltivando terreni che s'eran acquistati col frutto del proprio lavoro. Esse non traevano a sè elementi del paese; i maritaggi si stringevano fra connazionali, facendosi venire le spose anche dalla Liguria, massime dalla valle della Polcevera. Fra quelle famiglie primeggiavano i Montaldo, con i quali erano strettamente imparentati i Campora, i Lanza, i Ponte, i Vigo, nomi noti e cari ai nostri confratelli, per i benefizi


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avutine e per le vocazioni ecclesiastiche e religiose sbocciate in quelle case.

Allorchè dunque i Salesiani misero piede in S. Nicolás de los Arroyos, ebbero l'ingrata sorpresa di trovare che il collegio, promesso e concesso da una Commissione argentina senza limiti di tempo, non aveva mobili e si riduceva a tre o quattro cameroni sul pianterreno. Don Fagnano, vedendo che le cose andavano per le lunghe, si diede attorno con l'aiuto dei coloni e dello stesso Don Ceccarelli per provvedere lo stretto necessario alla comunità; intanto vi si faceva anche un po' di scuola.

Meno male che la chiesina era discreta; ma l'aveva edificata un privato a sue spese, il munifico Francesco Benitez, che fu il più grande e il più caritatevole dei Cooperatori Salesiani da quelle parti. Egli vi aveva fatto costrurre un bellissimo altare di legno intagliato; si era procurato da Barcellona una graziosa statua lignea di Maria Immacolata. La chiesetta si vedeva ogni giorno gremita d'Italiani, dietro i quali cominciarono presto a far capolino i ragazzi del paese. Le funzioni vi si eseguivano come a Torino con solenni Messe cantate, in cui formavano coro i figli dei coloni. E poi predicazione continua- e confessori a disposizione di tutti e a tutte le ore del giorno.

I coloni, venendo a presentare i loro figli per la scuola, ne avrebbero voluti lasciare là come convittori; ma dove ricoverarli? Per tirar su un nuovo edificio eglino medesimi si dissero pronti a prestar il denaro, quanto ne occorresse e senza interesse. Don Fagnano, uomo di affari e impratichitosi di costruzioni a Lanzo e altrove, cominciò senz'altro a condurre una fila di portici e sopra a questi e sull'edifizio già esistente alzò un gran dormitorio lungo sessanta metri e largo quattordici. Disgraziatamente per la poca solidità delle fondamenta e per le piogge autunnali (la primavera nostra laggiù è autunno) alcune colonne si spostarono e parte dell'edifizio crollò. Ma Don Fagnano non si perdette


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d'animo: per il 1877 il collegio era aperto. La popolazione vi mandò subito ragazzi in parte di famiglie agiate e in parte di condizione umile, come convittori e semiconvittori. Vi si riprodusse il metodo di Alassio e di Lanzo nell'ordinamento scolastico, nell'orario, nelle passeggiate. Un'ottima banda rallegrava le feste, le ricreazioni e le gite. Un programma stampato sopra una sola facciata di un largo foglio in quattro colonne diffuse la notizia per tutta la regione (1). Ai 10 di giugno monsignor Ceccarelli scrisse a Don Bosco: “ Il Collegio di San Nicolás va perfettamente. I Padri Salesiani si portano benissimo e sono stimatissimi in città, ed il loro nome suona già in tutta l'America del Sud ” (2). L'ex-allievo dottor Guido Lavalle, Ministro della Suprema Corte di Giustizia, in un suo discorso del 2 giugno 1929, giorno della Beatificazione di Don Bosco, rievocò la vita di quei tempi nel collegio di S. Nicolás, ritraendo con brio i superiori, i compagni e le abitudini d'allora.

Perchè intera sia la storia delle origini bisogna aggiungere, che non vi fu nessunissima donazione nè di terreno nè di edifizio, nè venne stipulato contratto di sorta con la mentovata Commissione, nella quale i nostri avevano riposto ogni fiducia. Detta Commissione, che in un primo momento aveva offerto una cabana de ovejas ed altre cose per il mantenimento, non diede mai niente. L'area di circa tre ettari apparteneva al Governo, che ne concesse appena l'uso. Chi aiutò continuamente i Salesiani e sarebbe stato disposto a fare di più, se non ne fosse stato impedito, fu il cooperatore Francesco Benitez. Scioltasi più tardi la Commissione, i suoi pretesi diritti sul collegio passarono al Municipio, ostile e massonico. Haec olim meminisse iuvabit

(1) Avendo potuto trovare una copia di questo primo vecchio programma, stimiamo utile riprodurlo nell'Appendice (Doc. 2)
(2) Più innanzi dice: “ Fagnano è infaticabile, Tomatis intrepido, Cassinis costante, Allavena robusto, Molinari indefesso, Gioia invincibile, Scavini incommovibile nel lavoro scientifico, manuale e religioso ”.


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Ora facciamo luogo alla corrispondenza del Servo di Dio, potutasi salvare in troppo scarsa misura dall'ingiuria del tempo. Nella prima metà di febbraio arrivarono a Don Bosco cinque plichi contenenti parecchi fogli di confratelli e di amici. Le lettere dei confratelli, prima annunziate e poi lette in pubblico, invogliavano molti ad abbracciare la vita missionaria. “Fra i Salesiani, dice a questo proposito la cronaca, ottanta su cento sono pronti a partire alla prima voce di Don Bosco ”. Con ritocchi di Don Chiala le lettere comparivano poi nell'Unità Cattolica. Il 12 febbraio il Beato scrisse a Don Cagliero:

Mio caro D. Cagliero,

Abbiamo ricevuto la tua lettera e quelle che furono scritte dagli altri nostri Salesiani. Furono lette col massimo piacere e si pubblicano con gran premura nei giornali. Io ringrazio Dio che ci aiuti a condurle avanti a maggior sua gloria.

Ho già ricevuto lettera da D. Fagnano da S. Nicolás, in cui mi dà notizie del loro arrivo, e delle loro attuali occupazioni. Secondo esso il locale del collegio è assai ristretto, ma soggiunge che il Municipio pare disposto a farlo ingrandire ed aggiustar ogni cosa per bene. Mi avete già in più lettere detto di procurare dei Salesiani e delle Ausiliatrici, dei giardinieri, ecc., ma io attendo positive disposizioni che vengano da te, ed allora ci metteremo all'opera. Avvi Sammorì che riesce a meraviglia nella predicazione. Se ne parla come di una specialità, ed avendolo invitato a fare una predica nella Chiesa di M. A., tutti confermarono le voci, o meglio la fama divulgata. Andrebbe forse bene per la Chiesa della Misericordia. Non esiterebbe un momento di andarvi. In questo momento, se dessi libertà, tutti i Salesiani volerebbero presso Buenos Aires.

D. Tomatis ha scritto una lettera a Varazze, in cui esprime come egli non sia tanto d'accordo con qualcheduno. Questa lettera, scritta a D. Francesia, ha fatto cattiva impressione in quel collegio e a Torino. Digli due cose:1° Che un missionario deve ubbidire, soffrire per la gloria di Dio, e darsi massima sollecitudine per osservare quel voti, con cui si è consacrato al Signore.

2° Che quando si avesse motivo di malcontento, il dica col suo Superiore, o lo scriva immediatamente a me, e così avrà norma di operare.

Ieri l'altro (10 febb.) furono aperte le due piccole case di Ventimiglia: D. Cibrario, Direttore; Cerruti Maestro; Martino Maggiordomo. A suo posto in Sacrestia vi sottentrò D. Bodratto.


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In numero i figli di M. A. crescono maravigliosamente, e promettono assai. Questa è l'opera da coltivarsi con tutto l'impegno possibile.

Mi si danno pochissime notizie del Comm. Gazzolo. C'è qualche nube?

Le Ausiliatrici verranno in Valdocco ai primi di marzo. Dobbiamo prepararne per l'America?

Fa rispettosi ossequii a Mons. Arcivescovo, Dott. Spinosa, Dott. Ceccarelli e al papà Benitez. A costui dirai che la sua lettera in latino fu letta da tutte parti, da Lanfranchi, Vallauri, e nelle nostre case pubblicamente. Tutti fecero meraviglia della sua bellezza, ordine e purezza. Gli risponderò quanto prima. Quanti saluti! Casa Radicati, Appiani, Passati, Calori, Corsi, Marengo, Margotti ed un milione di altri, compreso D. Picco, Prof. Bonzanino, Cont. Roasenda, ti salutano.

Caro D. Cagliero, abbi cura della sanità tua e di quella degli altri. Noi raccomandiamo te e tutti i tuoi compagni al Signore, e tu prega anche per me che ti sarò sempre nel Signore.

12 febbraio, 1876.

Aff.mo amico

Sac. GIO. BOSCO.

P. S. Dammi poi anche notizia del vostro stato finanziario.

La casa di Nizza prende ottimo avviamento.

D. Ronchail Direttore, Rebagliati pianista, Peret Maestro, Capellano cuoco, Guelfi Enrico guardia stabile.

Mons. Fratejacci, Avv. ed ora Can. Menghini il caro Alessandro Sigismondi, Cav. Bersani, Card. Antonelli e Card. Berardi ossequiano ecc.

Omnia in Nomine D. N. I. C. Amen.

Il zelante Missionario Don Tomatis, al quale ancor giovincello Don Bosco aveva predetto che avrebbe per lunghi anni diviso con lui il pane, mal soffriva le scontrosità del coadiutore Molinari, maestro di banda. Costui realmente col suo carattere si rendeva talvolta insopportabile, tant'è che l'anno dopo se ne uscì dall'Istituto. Don Bosco, che con la sua carità longanime e sapiente si guadagnava individui anche mezzo strambi fino a renderseli docili e non poco utili, desiderava che i suoi figli lo imitassero in questo spirito di tolleranza. Perciò, non pago della raccomandazione indiretta, scrisse al medesimo Don Tomatis una lettera bellissima sullo stesso argomento.


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Mio caro D. Tomatis,

Ho avuto tue notizie e provai gran piacere che tu abbi fatto buon viaggio e che abbi buona volontà di lavorare. Continua. Una tua lettera scritta a Varazze ha dato a conoscere che tu non sei in armonia con qualche tuo confratello. Questo ha fatto cattiva impressione, specialmente che si lesse pubblicamente.

Ascoltami, caro D. Tomatis: un Missionario deve esser pronto a dare la vita per la maggior gloria di Dio; e non deve poi essere capace di sopportare un po' di antipatia per un compagno, avesse anche notabili difetti? Dunque ascolta quello che ci dice S. Paolo: Alter alterius onera portate, et sic adimplebitis legem Christi. Caritas benigna est, patiens est, omnia sustinet. Et si quis suorum et maxime domesticorum curam non habet, est infideli deterior.

Dunque, mio caro, dammi questa gran consolazione, anzi fammi questo gran piacere, è D. Bosco che te lo chiede: per l'avvenire Molinari sia tuo grande amico, e se non lo puoi amare perchè difettoso, amalo per amor di Dio, amalo per amor mio. Lo farai, non è vero? Del resto io sono contento di te, ed ogni mattina nella S. Messa raccomando al Signore l'anima tua, le tue fatiche.

Non dimenticare la traduzione dell'aritmetica, aggiungendo le misure e pesi della R. Argentina.

Dirai al benemerito Dott. Ceccarelli che non ho potuto ricevere il catechismo di cotesta Archidiocesi, e desidero averlo, il piccolo, per inserire gli atti di Fede nel Giovane provveduto conformi ai diocesani.

Dio ti benedica, caro D. Tomatis; non dimenticare di pregare per me, che ti sarò sempre in G. C.

Alassio, 7-3-76.
A ff.mo amico
Sac. GIO. BOSCO

Il Giovane Provveduto, stampato allora allora in francese (1), stava per uscire tradotto anche in spagnuolo; si aspettava solo quel catechismo, che non tardò a venire.

Dobbiamo ancora dire una parola sopra un altro punto della lettera a Don Cagliero, la quale contiene una di quelle espressioni che il Beato non buttava là a caso. “ C'è qualche nube? ” chiede egli sul conto del Gazzolo.

Siccome di questo personaggio ci dovremo occupare altre volte, è necessario che richiamiamo fin d'ora i nostri lettori

(1) Abbé JEAN BOSCO, La Jeunesse instruite de la pratique de ses devoirs et des exercices de la piété chrétienne, suivie de l'Office de la Sainte Vierge et des Morts. In-32, pag. 511, Turin, 1876.


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a una realtà non infrequente nelle vicende umane. La divina Provvidenza nel compiere opere anche di somma importanza si è valsa più volte di uomini che non cercavano punto la gloria di Dio e il bene delle anime, ma l'onore proprio e l'interesse della loro causa, qualunque essa fosse, ovvero anche della loro persona. In così agire non s'avvedevano essi che altri, movendo da polo opposto, s'incontravano con loro, ne mettevano a profitto l'attività e ne facevano convergere le mire a finalità ben più alte. Anche nel corso di queste Memorie la verità storica potrebbe obbligarci a riscontrare ombre, dove tutto sembrava adorno di pura luce; ma era la luce del nostro Beato che, investendo certe nebulose, le rendeva splendenti. Giova credere tuttavia che a tale categoria di suoi collaboratori la preghiera del Servo di Dio abbia avuto efficacia di ottenere lumi celesti in tempo opportuno.

Il Gazzolo non era contento. Gli spiaceva che in tanto parlare di Missionari si fosse parlato così poco dell'opera sua. La sua corrispondenza permette di leggergli nell'animo (1).

Un'affermazione particolarmente è d'uopo qui rettificare, e non nel solo interesse della storia. In una lettera egli asserisce rotundis verbis, che la chiesa della Misericordia fu da lui “ fondata ed eretta ”. La verità è che egli fu incaricato dalla Confraternita di comperare il terreno per costruirvi la chiesa. Nell'occasione fece pure un buon affare; poichè, senza defraudare la Confraternita, acquistò tanto terreno che ve ne fosse per la chiesa e per conto suo. Solo che, confinata la chiesa nel fondo, ritenne per sè i due appezzamenti laterali, che fiancheggiavano le vie, con la mira alle due case ivi in appresso da lui fabbricate, una delle quali i Salesiani comprarono da' suoi eredi, pagandola profumatamente.

Per buona sorte il Beato riceveva da altre fonti comunicazioni assai più confortanti. Così il Vicario monsignor Espi-

(1) App., Doc. 3.


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nosa con il medesimo corriere gli scriveva (1): “I suoi figli fanno un bene immenso in città. Predicano, catechizzano che è una consolazione. I poveri Italiani non avevano qua nessuno che li coltivasse e così adesso si riempie la chiesa... Quel che bisognerebbe si è che il signor Gazzolo desse quel terreno che ha accanto alla chiesa per i Padri. La casa che hanno attualmente è piccola assai, e non c'è terreno per ingrandirla ”. Anche Don Ceccarelli aveva già tessuto le lodi dei Salesiani di S. Nicolás (2): “La salute di tutti è eccellente, la buona volontà di lavorare nella vigna del Signore è indicibile, il desiderio di far onore all'Istituto è ammirabile, il loro comportamento è degno di Missionari che vanno ad incontrare il Martirio ”. La quale ultima espressione non va attribuita ad enfasi oratoria. Don Fagnano, per esempio, eseguiva lunghe escursioni apostoliche, nelle quali faceva gran bene, grandemente soffrendo.

Rimangono due lettere da riprodurre qui, scritte dal Beato Don Bosco a Don Cagliero, testimonianti l'affezione paterna di lui per i suoi cari figli lontani.

Carissimo D. Cagliero,

Il Sig. Can. Vogliotti ha un nipote che va a Buenos Aires e desidera che io ve lo raccomandi. Io ti mando la stessa sua lettera, affinchè ne possa aver maggior conoscenza. Aiutalo in quello che puoi, soprattutto per ciò che riguarda la religione.

Ieri (13) si fece teatrino e si rappresentò la famosa Disputa tra un avvocato ed un ministro protestante, e riuscì brillante. Mino (3) cantò Il figlio dell'Esule con ottimo successo, ma il pensiero che l'autore

(1) Lett. 15 gennaio 1876.
(2) Lett. 25 dicembre 1875.
(3) Questo distintissimo giovane, di Camandona bieltese, vestì l'abito chiericale in un istituto di Biella aperto e diretto da un P. Gurgo filippino, per fornire buoni preti alla diocesi. Fatto sacerdote vi rimase come insegnante di ginnasio superiore e vicedirettore. Degno allievo di Don Bosco e squisitamente dotato da natura, condusse vita esemplarissima. Un fiero morbo ne troncò l'esistenza nel fiore dell'età, dopo tre o quattro anni di sacerdozio. Il Beato, che lo amava assai, fece per mezzo di Don Barberis parecchi vani tentativi di fermarlo con altri suoi compagni nella Congregazione.


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della musica era cotanto lontano, mi ha profondamente commosso; quindi in tutto il tempo del canto e della stessa rappresentazione, non ho fatto altro che pensare ai miei cari Salesiani d'America.

D. Cibrario e D. Ronchail mi scrivono che le loro case sono ben cominciate e ben avviate con prospettiva di vero incremento.

I soliti saluti ai soliti amici e figli, ed altri: sempre in G. C. 16-2-76.

Aff.mo amico

Sac. GIO. BOSCO.

Car.mo D. Cagliero,

Aggiungo qualche parola a quanto hanno scritto gli altri.

Oggi si è benedetta la Cappella per le Suore in Casa Cattellino e sono per ora in numero di sette. Suor Elisa, Madre Sup.a; vi è anche qui la Madre Giusep. Tutte insieme ti mandano tanti saluti. Il T. Molinari, Marengo, Barone Bianco, Conte Sigismondi, Marc. Fassati, Mons. Fratejacci, Avv. Menghini, Mamma Corsi e molti altri ti mandano mille saluti. Oggi fu stabilita una nuova Casa da aprirsi ai Santi alla Trinità. Dillo a D. Tomatis (1). E' un ricovero colla scuola.

Lunedì parto per Roma, donde tratterò più cose, tra cui la compra di una casa. Di là scriverò al Dott. Ceccarelli, e al Papà Benitez.

Saluta tutti i nostri cari Salesiani, e di' a tutti: Alter alterius onera portate et sic implebitis legem Christi.

Amatemi e pregate per me che vi sarò sempre in G. C.
Torino, 30 marzo 1876.

Aff.mo amico

Sac. GIO. BOSCO.

Di mano in mano che la fama dei Salesiani si propagava nella Repubblica Argentina e, varcando le frontiere, si diffondeva pure. nelle repubbliche limitrofe, domande si succedevano a domande per fondazioni che avessero per iscopo l'educazione della gioventù, come si vedrà nel processo di questa storia. Il Beato, che tutto questo sapeva, chiamava già a raccolta i suoi pensieri per allestire presto una seconda spedizione. Infatti il 30 marzo diede a Don Chiala questo biglietto, che gli servisse di traccia per scrivere a Don Cagliero: “ Nelle vostre lettere ci fate vedere il pressante bisogno di personale; noi siamo pieni di buona volontà di man-

(1) Don Tomatis era di Trinità.


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darvene; ma bisogna che D. Cagliero domandi specificatamente quanti individui e per quali impieghi. Nelle varie lettere si domandano ora due, ora quattro, altra volta trenta Missionari... Avuta questa nota, si penserà subito alla spedizione e la faremo partire ”.

Di una cosa si sono fatti apprezzamenti erronei, del disegno cioè balenato alla mente di Don Bosco e da lui palesato poco dopo la prima spedizione di Missionari. Egli carezzò l'idea d'indurre il Governo italiano a fondare nel sud dell'Argentina una colonia, che dipendesse in tutto e per tutto. dalla madre patria: sogno inattuabile, ma scevro di moventi politici.

Che il disegno fosse chimerico, egli non lo sospettava, perchè riteneva che laggiù esistessero plaghe sconfinate non appartenenti a nessuno Stato civile. Ci risulta infatti che egli due volte ne parlò in questo senso. La prima volta, il 5 febbraio del '76, accennò a “ quelle terre della Patagonia, non ancora soggette alla Repubblica Argentina ”; la seconda, il 19 dello stesso mese, disse essere tanti colà “ i terreni primi occupantis ”. La stessa persuasione è formulata in un promemoria al Ministro degli Esteri Melegari (1), dove segnala una plaga stendentesi “ dal Rio Negro fino allo stretto Magellanico ”, in cui “ non vi è abitazione, nè porto, nè governo che abbia alcun diritto ”. In tale errore l'avevano indotto autori italiani male informati, enciclopedie superficiali e carte geografiche con fantastiche indicazioni. Gli studi geografici dovevano aspettare ancora una quarantina d'anni in Italia per elevarsi a maggior dignità scientifica. Ma allorquando seppe che non s'incontrava più da quelle parti un palmo di suolo, su cui non si stendesse il dominio dell'Argentina o del Chile, naturalmente non fece più motto dell'impresa (2).

(1) App., Doc. 5.
(2) Non è da tacere che ancora nel 1896 Teodoro Herzl, nel suo celebre libro L'Etat juif, Essai d'une solution de la question juive, giudicava non


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Impresa, per altro, da lui concepita come il mezzo più efficace a conseguire il suo duplice intento di evangelizzare e incivilire gli Indi e di incanalare saggiamente la nostra emigrazione. Egli vedeva che questa sarebbe cresciuta di anno in anno; vedeva come i nostri poveri emigrati fossero esposti alla mercè degli elementi fisici e d'ingordi sfruttatori; prevenendo i tempi, egli sentiva che il Governo faceva male a disinteressarsene: ma soprattutto gli piangeva il cuore al leggere con quanta facilità i nostri connazionali perdessero in quell'abbandono la fede avita. Avvezzo a trar partito da ogni qualità di enti e di persone per fare del bene, volle per ideali così puri strappare aiuti anche al Governo del suo paese. Non che biasimo dunque, glie ne va data alta lode, almeno per le sante intenzioni. In magnis et voluisse sat est (1).

inattuabile il disegno di ottenere dalle grandi Potenze per gli Ebrei “ la souveraineté d'un morceau de la surface terrestre en rapport avec leurs légitimes besoins de peuple ” in Palestina o nell'Argentina. (Cfr. Etudes, 5 agosto 1930, p. 328).

(1) PROPERZIO, Eleg. III, 1.


CAPO V.
Per i collegi e nell'Oratorio.

QUANDO vediamo il Beato Don Bosco uscire dall'Oratorio per recarsi nei collegi, corre spontaneo alla mente l'evangelico exiit, qui seminat, seminare semen suum. Quanto ci sarebbe caro e vantaggioso aver copia di notizie intorno a quelle provvide seminagioni!, Ciò ben mostrarono d'intuire i primi Direttori, allorchè unanimi si pronunziarono in favore delle cronache locali, dove registrare quanto Don Bosco andasse facendo e dicendo per le case durante le sue visite. Che ricca messe d'esempi e d'insegnamenti noi avremmo ora, se quelle cronache locali non fossero rimaste un pio desiderio! Tesoreggiando dunque il poco che abbiam potuto razzolare qua e là per i due mesi di febbraio e marzo, ci riserbiamo di rifarci un tantino della carestia esterna con lo sfruttare cronachine e cronachette dell'Oratorio.

Dal 20 febbraio all'11 marzo il Servo di Dio, chiamato telegraficamente a Nizza, profittò del viaggio per visitare i collegi della Liguria. Seguiamolo direttamente alla meta, sebbene abbia fatto a Sampierdarena una sosta, della quale non sappiamo nulla.

Il Patronage S'. Pierre era alla vigilia di una bella trasformazione. L'opera non poteva vivere, non che svilupparsi, così rannicchiata nel. pianterreno e nel sotterra della vecchia filanda. E poi sotto gli occhi indiscreti, che dalle finestre dei palazzi circostanti spiavano tutto quello che si faceva


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in casa, vi si pativa una soggezione che sapeva di schiavitù. Il Direttore, venuto a Torino per la festa di san Francesco, parlò a Don Bosco di una villa Gautier presso la Piazza d'Armi, che era in vendita e che gli sembrava rispondere pienamente allo scopo. Edifizio capace; giardino da mutarsi in bel cortile; sito fuori dai tumulti cittadini, ma abbastanza vicino alla città per gli esterni; posizione saluberrima e incantevole. Solo il prezzo non si confaceva guari con le finanze di Don Bosco; ci volevano centomila franchi! Ma egli, visto il bisogno, non esitò. Il 3 febbraio diede a Don Ronchail l'incarico di scrivere ad alcuni benemeriti Nizzardi, che si procedesse alla compera: la Provvidenza non sarebbe venuta meno.

Allora fu che l'abate Roetti di Nizza ebbe una geniale idea. I giornali annunziavano che monsignor Mermillod, Vicario Apostolico di Ginevra, proveniente da Marsiglia e diretto a Roma, sarebbe passato per Nizza. Questo eloquente Prelato di fama mondiale anche perchè da tre anni soffriva l'esilio, vittima di tirannie ereticali e settarie, andava alla Città eterna sia per ritemprare l'animo sulla tomba di San Pietro e ai piedi del grande Pio IX, sia per promuovere la causa della dichiarazione del Salesio a Dottore della Chiesa. L'abate dunque propose ai soci della Conferenza Vincenzina di supplicar Monsignore, che. volesse fermarsi a Nizza per tenervi un sermon de charité o, diremmo noi, una conferenza in favore dell'opera di Don Bosco. Il presidente avvocato Michel, il barone Héraud ed alcuni altri soci, accolta la proposta, invitarono Monsignore; questi dopo uno scambio di lettere e di telegrammi finalmente consentì per il pomeriggio del 23 febbraio, nel tempo che sarebbe corso fra l'arrivo di un treno e la partenza dell'altro.

Un'eletta di ferventi cattolici si trovò a ricevere il degno Pastore, che giunse all'una. Il discorso, che doveva farsi alle tre, fu fatto alle due nella chiesetta di san Francesco da Paola, talmente gremita di uditori, che molte persone


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dovettero rassegnarsi a tornare indietro. Nella sacrestia l'oratore domandò su quale argomento dovesse predicare. Inteso che trattavasi di un'opera a vantaggio di orfanelli e diretta dai Salesiani, se ne mostrò contentissimo, perchè, come disse poi, era bene che il successore di san Francesco di Sales predicasse in pro di un'opera affidata a una Congregazione avente per Patrono il santo Vescovo di Ginevra. Pochi minuti dopo montò in pulpito. Il nobile e imponente uditorio, presieduto da monsignor Sola, Vescovo di Nizza, aspettava ansioso la parola de1 grande perseguitato.

Monsignor Mermillod prese per tema il testo di Davide: Tibi derelictus est pauper, orphano tu eris adiutor (1). Dimostrò quindi la relazione che passa fra la maternità della donna e la maternità della Chiesa; fece vedere come questa venga in aiuto di quella, quand'essa non abbia la possibilità di allevare la prole; terminò mettendo in rilievo il comune obbligo di unirsi con la Madre Chiesa per mantenere e crescere buoni i poveri orfani, i quali, aiutati dalla religione, divengono il sostegno della società, mentre abbandonati a se stessi, privi dei soccorsi di questa Madre, non si rassegnano punto allo stato in cui la divina Provvidenza li ha posti e invece di ravvisare nel ricco il fratello e il benefattore, lo considerano quale un tiranno e così vengono trascinati al comunismo. La commozione prodotta dal suo dire fu tale, che la limosina raccolta ammontò alla somma di franchi quattromila e cinquecento. Giornali francesi e italiani se ne occuparono, intrecciando gli elogi del conferenziere con le lodi all'“ammirabile prete torinese, il-cui nome era già immortale ” (2).

Effetto di tanta pubblicità fu una pioggia di formali domande da più parti della Francia, come da Lione, da Parigi, da Annecy; più particolarmente sorse e prese corpo l'idea di una casa Salesiana a Marsiglia. Il Vescovo di Aix mandò espres-

(1) Ps. IX, 34.
(2) Semaine Religieuse di Nizza, domenica 27 febbraio 1876.


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samente una persona di sua fiducia a parlare con Don Bosco per ottenere una fondazione nella sua diocesi. Don Bosco rispondeva a tutti che le proposte erano conformi alle sue intenzioni; che ben volentieri accettava; che però non aveva personale sufficiente e quindi per il momento gli conveniva soprassedere; che intanto egli avrebbe veduto il da farsi.

Il Beato assistette alla conferenza? Certamente. Ma si narra che, mentre gli uditori ammiravano i prodigi della sua carità, egli tranquillamente dormiva, tanto si sentiva sicuro della divina Provvidenza. La qual fiducia venne da lui espressa a chiare note in due particolari circostanze, che ci fanno conoscere sempre meglio l'uomo di Dio.

Il notaio Sajetto, che prestava gratuitamente l'opera sua, gli fece rilevare che la registrazione dell'atto importava per il Governo un diritto di oltre seimila franchi; al che Don Bosco rispose che, avendo appena i quattromila franchi della questua, si rassegnava a comprare sulla parola. Allora il presidente della Società di san Vincenzo, scorgendo in questo puramente un atto di sconsigliata temerità, non si trattenne dal dirgli che quella era una pazzia. - Uomo di poca fede! gli rispose Don Bosco. Vedrete che in-tre mesi avremo trovato più di diciottomila franchi qui nel paese e si potrà firmare il contratto. Scrivete prima di tutto a Pio IX: il suo nome farà effetto in capo alla sottoscrizione. - Il consiglio fu accettato, ed ecco che Sua Santità per mezzo del cardinal Antonelli mandò subito duemila franchi (1). Poi il Consiglio generale della Società di san Vincenzo ne spedì mille; altri mille donò monsignor Sola; parecchi soci regalarono mille franchi ciascuno; un socio, il meno agiato ma il più affezionato forse al Patronage, vendute certe sue azioni, ne ritrasse franchi ottomila, che rimise nelle mani di Don Bosco. Allo spirare dei tre mesi i diciottomila franchi erano trovati e il contratto firmato.

(1) App., Doc. 6.


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In un'altra occasione ancora il Beato dimostrò quanta fiducia egli riponesse nella divina Provvidenza. Avendogli il medesimo presidente domandato se non gli paresse che quella casa, avuto riguardo al fine cui la si voleva destinare, fosse troppo costosa, il Servo di Dio animatamente lo interruppe dicendo: - Dio fa le sue opere con magnificenza. Osservate nel cielo la quantità delle stelle, nel mare la profondità degli abissi e la moltitudine dei pesci, sulla terra quante varietà, ricchezze e bellezze d'ogni specie. Ora, anche questa è opera sua. Non andiamo tanto per il sottile. Se i mezzi per comprare questa bella casa ci mancano, Dio ce li provvederà.
Facciamo di qui un balzo innanzi, portiamoci nell'Oratorio alla sera stessa del suo ritorno, per gustarvi una di quelle conversazioni familiari che Don Barberis ebbe, diciamo così, l'ispirazione di consegnare alla sua umile cronaca, che talora ha tramandato fino a noi quasi l'accento vivo della parola di Don Bosco.

Con parecchi suoi preti egli dopo cena discorreva, secondo il solito, di millanta cose, rispondendo per lo più a domande e osservazioni fattegli dagli interlocutori. Quella volta uno gli chiese: - Assistette lei alla predica di monsignor Mermillod?

- Se vi assistetti! Il Vescovo di Nizza mi tirò vicino a sè. Era stato posto per lui un seggiolone in presbitero e là volle che anch'io mi sedessi al suo fianco, circondato da tutti i canonici, in presenza del popolo.

- Conosceva già monsignor Mermillod?

- Sì, lo conoscevo già da tanto tempo e ci mantenemmo sempre in relazione per lettera. E’ assai benevolo verso l'Oratorio. Passò già qui per venirmi a trovare, vide l'Oratorio, e gli piacque.

- Era piccola, eh, la chiesa di san Francesco? Altrimenti la elemosina sarebbe stata maggiore.

- Piccola, e così stipata, che i collettori non potevano


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passare. A molti il taschetto non arrivò. Si disse, e credo con ragione, che se la chiesa fosse stata grande, non quattromila, ma quindicimila franchi si sarebbero raccolti. Tanti signori fecero dopo ciò che non poterono fare allora, di modo che a ogni momento io mi vedeva giungere visitatori e lettere con quaranta, cinquanta, cento franchi di elemosina per concorrere ad assicurare stabilmente l'esistenza dell'oratorio. A Nizza siamo proprio ben veduti. Anche le autorità civili ci proteggono. Persino il Prefetto, che è protestante, ci sostiene sul serio. Erasi presentato a lui un protestante per protestare contro Don Bosco. Due ragazzi, fuggiti dall'ospizio protestante, erano passati al nostro Patronage, dove quel tale diceva che si violentavano le coscienze e si costringevano i giovani a farsi cattolici. Pretendeva quindi che il Prefetto cavasse fuori di là i due giovani. Ma il Prefetto gli rispose: " Da voi sono fuggiti, perchè non volevano più rimanere; come dunque farveli ritornare? Sarebbe un violentarli. Non permettere a Don Bosco di ricevere i due fanciulli, che gli si presentarono accompagnati dai loro genitori e nelle debite forme, io non posso. Andate, andate; staranno bene là come da voi " Così i due fuggitivi sono rimasti.
Indi il Beato descrisse in questi termini la nuova dimora e lo stato delle cose: - Quando si possa aprire la casa nuova or ora comperata, si avrà un locale magnifico. E' posta sul confine della Piazza d'Armi. Ha novemila metri quadrati e cortili così spaziosi da bastare per un migliaio di giovani esterni. Di alunni interni, occupando bene i posti come siam soliti fare noi, ne può contenere centocinquanta. E poi c'è mezzo d'ingrandire l'edifizio. La fabbrica è persino troppo bella; ha scaloni di marmo bianco e pavimenti pure di marmo. Si è comperata per novantamila franchi, e subito dopo mi si offerse altrettanto, perchè vendessi il terreno del giardino senza il fabbricato. La spesa totale ascenderà a centomila franchi, contando lo strumento, la carta bollata, la tassa, cose che in Francia importano maggiore spesa che da noi.


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Ma tra le elemosine portatemi e altre che sono andato io a sollecitare e alcune altre promessemi per il tempo dei pagamenti, l'intera somma della compera è raggiunta. Anche il procuratore si dà la massima cura per togliere le ipoteche varie che vi gravano sopra, facendo tutto di sua spontanea volontà senza interesse. Egli e l'avvocato mi hanno già detto che non vogliono un soldo di ricompensa, perchè desiderano di concorrere anch'essi in qualche modo a quella fondazione. Sia lodato il Signore! Passi ne feci, non istetti inoperoso; ma ho potuto portare le cose a un punto che oramai possono andare avanti da sè. Dirò ancora che a Nizza ci siamo inoltre intesi per l'apertura di un secondo oratorio festivo, presso la chiesa dove va il nostro Don Guelfi a dire la Messa.

In conclusione disse bene Don Durando: -Là in Francia capiscono quello che veramente può far del bene e, quando vedono che un'istituzione è buona, sono larghi di elemosine. Le cose potevano, sì, andare avanti da sè, ha detto Don Bosco, ma con questo egli non escludeva la valida cooperazione. Perciò di qui a due mesi scriverà a quel Direttore, indicandogli molto in concreto la maniera di trovare i mezzi necessari. E’ una lettera, che ci svela i principii, secondo cui si regolava il Beato Fondatore nell'avviare le sue opere. “ Giacchè ci siamo messi in ballo, bisogna che procuriamo di condurre la danza al fine ”: ecco l'uomo della costanza, che, una volta decisa un'impresa, non conosce più i se e i ma. “Dio vuole quest'opera e non possiamo rifiutarci senza ledere i suoi santi voleri; e se noi coopereremo, siamo certi del buon esito ”: ecco l'uomo della santità che, una volta conosciuto il volere divino, affronta in pieno il suo dovere, che è di fare tutto l'umanamente possibile per attuare i disegni della Provvidenza.

Carissimo D. Ronchail,

Giacchè ci siamo messi in ballo bisogna che procuriamo di condurre la danza al fine; quindi sciogliere le difficoltà che si presentano pel nostro patronato di S. Pietro. Se pertanto il benemerito sig. No-


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taio Sajetto può trovare la somma di fr. 60 mila in mutuo, tra tutti ci adopreremo di trovare gli altri 30 mila che occorrono al pagamento a pronta cassa per la casa Gautier. Dunque:

1° Dirai al Sig. Avv. Michel e al signor Barone Heraud che cerchino ubique terrarum per aggiungere cosa a cosa, cioè quattrini a quattrini; coltivando specialmente la Marchesa Villeneuve, l'inglese che sta sotto l'alloggio del sig. Barone, il Conte Aspromonte e tutti quelli che potessero giovarci nel riparto della beneficenza del Carnevale. Siccome il Sindaco disse ripetutamente che prendeva parte al nostro caso e come cittadino e come capo del Municipio, il quale avrebbe pure concorso, così è bene di sollecitare una memoria all'oggetto di supplicare per un concorso alle 30 mila lire che dovrebbonsi pagare in contanti subito per effettuare un'opera che riguarda certamente alla parte più degna di attenzione, quali sono appunto i fanciulli abbandonati di Nizza. Chi sa che il Signor Dellepiane non venga anche in aiuto?

2° Tu lavora presso il Sig. Pirone, al Canonico Daidero ed anche presso il Sig. Canonico Bres, affinchè facciano qualche sforzo in questo caso eccezionale.

Di' al Sig. Audoli che metta in opera tutta la sua pazienza, la sua carità ed anche la sua borsa.

Forse il padre Giordano (1) potrà anche giovarci.

Il Vescovo aggiungerà ancora qualche cosa, ma gli scriverò a suo tempo.

3° Intanto si depurino bene le cose, si faccia il compromesso fissando circa due mesi a fare l'istrumento. Sul finire di questo mese vado a Roma e di là farò quel che posso.

Quindici giorni prima del giorno fissato per l'atto notarile mi scriverai quanto vi manca ancora e farò modo di mandarvelo a costo di fare un mutuo a Torino.

Dio vuole quest'opera e non possiamo rifiutarci senza ledere i suoi santi voleri e se noi coopereremo siamo certi del buon esito. Ma bisogna dire che il demonio ci metterà la coda e noi ci adopereremo di comune accordo per tagliargliela. Sarà anche bene di comunicare la cosa al Vescovo senza però fare alcuna dimanda.

Saluta i mentovati signori, preghiamo con fede e l'aiuto Divino non mancherà.

Dio ci benedica tutti e credimi in G. C.

(senza data).
Aff.mo amico

Sac. GIO. BOSCO.

Il Beato si affrettò pure a informar il Direttore delle grazie spirituali concesse già dal Papa ai benefattori delle

(1) Degli Oblati di Maria Vergine (cfr. vol. XI, pag. 524).


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opere salesiane, riservandosi di comunicargli più tardi, forse da Roma, le concessioni di altri favori individuali per le persone più benemerite.

Car.mo D. Ronchail,

Ti mando una parte de' favori ottenuti dal S. Padre ai nostri benefattori, affinchè se ne possano cominciare a servire. Rabagliati saprà dire le parole che devono scriversi in ciascun foglio. Le altre grazie spirituali te le manderò presto; ma comincia a distribuire questi e dì a tutti che abbiamo bisogno della loro carità. Il Can.co Dondero, il Sig. Pirone, il sig. Dellepiane ecc. non fecero niente?

Nei giorni passati non fu possibile occuparmi del nuovo acquisto. Lunedì comincierò di proposito. Ma tu cercane dove ce n'è e fattelo dare per forza. Il Barone, il sig. Audoli che ne dicono?

(Originale di D. Bosco senza firma).

Non andò guari che Don Ronchail ebbe bisogno di consiglio in un affare delicato, che turbava la pace della diocesi. In luogo remoto e isolato sorgeva un santuario, che si denominava del Laghetto, meta di frequenti pellegrinaggi divoti. Il Vescovo, come già vedemmo (1), avrebbe voluto affidarlo ai Salesiani., ma a Don Bosco non pareva cosa opportuna accettare. Tuttavia le insistenze continuavano.

Bisogna conoscere un po' la storia del sacro luogo. Prima della rivoluzione francese esso apparteneva ai Carmelitani scalzi. Cacciati durante il turbine rivoluzionario al par degli altri religiosi, i Carmelitani tornarono al tempo della restaurazione; ma chiesa e convento divennero appresso proprietà dello Stato per la legge d'incameramento del '55. Annessa la Contea di Nizza alla Francia, il Governo pose in vendita l'insieme di tutti quegl'immobili. I Carmelitani vollero farne acquisto per ristabilirvisi; se non che il Capitolo di Nizza vi si oppose, fece un'offerta maggiore, ne rimase proprietario e vi pose un prete secolare che, presa stanza nel convento, attendeva alla amministrazione del santuario, nulla curando le proteste dei Carmelitani.

(1) Vol., XI, pag. 428.


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Le cose stavano a questo punto, quando si tentò di trattare con Don Bosco. Vi erano gravi rotture nel clero, fra clero e laici, fra i laici medesimi. “ Io sono neutro, scriveva Don Ronchail (1), e debbo tenermi tale per le circostanze in cui mi trovo; sono ben impicciato e non oso andare a far visite di giorno, perchè c'è sempre chi osserva dove si va, per arguire a che partito uno si tiene, epperciò vado di notte. Sembrano cose da ridere, -ma sono serie. Se ne parla alla Camera dei Deputati e non so come andrà a finire... Anche i membri delle Conferenze sono divisi per questo, ed io debbo stare sul quinci e quindi (sic) per non cadere in disgrazia di nessuno. Mi gioverebbe tanto una sua lettera con qualche consiglio a proposito ”. Il Beato, che non gli potè rispondere subito, gli rispose da Roma.

Car.mo D. Ronchail,

Ho ricevuto a suo tempo le notizie che mi hai comunicato e ti rispondo da Roma, dove mi trovo da pochi giorni.

Ho poi molto piacere che il sig. Audoli comincia a mettere i suoi pensieri e la sua stessa persona nel nostro piccolo patronage. Usagli tutti i riguardi possibili; pregalo a dirti quanto gli occorre e provvedi. Lo saluterai tanto da parte mia ed io lo raccomanderò in modo particolare nella S. Messa, come amico, come fratello e gli domanderò una speciale benedizione, quando mi presenterò al S. Padre.

In quanto al nostro affare Gautier, approvo tutto. Continua a preparare ed appostare danaro per l'epoca dell'atto notarile. Noi faremo un catalogo su cui saranno scritti i benefattori, che in qualunque misura hanno fatto offerte a quest'uopo; in capo sarà il sig. Barone. Hèraud e l'avv. Michel; e finchè durerà questa nostra istituzione si faranno mattino e sera particolari preghiere