Capitolo Generale 23

dei Salesiani di Don Bosco

EDUCARE I GIOVANI ALLA FEDE 

Documenti Capitolari

Roma, 4 marzo - 5 maggio 1990

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Presentazione

Cari confratelli,

iniziamo un nuovo sessennio. Lo facciamo pieni di fiducia nel Signore, convinti che il CG23 è stato per noi una visita del suo Spirito. Egli ci guiderà nel cammino da percorrere. L'atteggiamento da coltivare in ogni confratello e in ogni comunità sarà quello testimoniato in modo eminente dal nuovo Beato, don Filippo Rinaldi, così come lo abbiamo approfondito nella circolare di inizio d’anno (ACG 332, gennaio-marzo 1990).

1. Gli Atti del CG23

Vi presento gli Atti del CG23.] Contengono un materiale assai ricco che orienterà la nostra vita e attività apostolica.

Vi è raccolta la documentazione ufficiale dei lavori capitolari, ossia: il documento sul tema dell’educazione dei giovani alla fede; le modifiche o aggiunte riguardanti le Costituzioni e i Regolamenti; alcune interpretazioni pratiche di testi della Regola; deliberazioni riguardanti Gruppi di Ispettorie; un orientamento operativo per la nostra presenza in Africa; una breve cronistoria dell’evento capitolare; e la "Lettera ai giovani" richiesta dall'Assemblea al Rettor Maggiore.

Troverete, inoltre, vari discorsi e saluti augurali, soprattutto quelli così ricchi di suggerimenti rivolti a noi dal Santo Padre e anche da S. Em. il Cardinale Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata.

Tutto questo prezioso materiale rappresenta il frutto anche di un lungo travaglio di preparazione, iniziato nel mese di agosto del 1988 con la convocazione del Capitolo (ACG 327) e realizzato con uno sforzo largamente comunitario. I Capitoli ispettoriali hanno prodotto interessanti contributi; la Commissione precapitolare ne ha tratto una fedele e organica radiografia ed ha proposto una stimolante sintesi per la redazione di un possibile testo capitolare, ricca di opportune riflessioni. Hanno influito sui lavori capitolari anche i due volumi della "Relazione del Rettor Maggiore" sul sessennio '84-'90 e delle "Statistiche" generali della Congregazione: essi offrono un panorama concreto e ragionato della nostra realtà, dei progressi, delle aspettative, dei problemi e delle possibilità.

2. Il documento capitolare

L'Assemblea capitolare in due mesi di intenso interscambio ha saputo formulare valide conclusioni. E' partita dalla diversità dei contesti in cui operano le nostre comunità, rilevando la complessità della condizione giovanile, interpretando l'atteggiamento dei giovani in relazione alla fede e individuando le sfide universalmente più significative. Alle molteplici interpellanze ha risposto proponendo un cammino educativo, ispirato all'esperienza pedagogico-pastorale tipica di Don Bosco. Per assicurarne poi l'attuazione ha individuato alcune scelte concrete da mettere in pratica.

Penso sia utile sottolineare alcuni aspetti che sono come le colonne portanti del tutto. Il prenderli in considerazione faciliterà la retta interpretazione del documento e promuoverà l'applicazione delle sue deliberazioni e orientamenti.

2.1 E' importante anzitutto tener presente che il cammino di educazione dei giovani alla fede si muove nell’ambito della "nuova evangelizzazione" (cf. ACG 331). Questo comporta svariate esigenze. Il requisito di fondo è puntare sull'autenticità della fede, sulla sua interiorizzazione, sulla credibilità di chi la professa, per saper interpretare le novità dei segni dei tempi e per affrontare le sfide dell’irrilevanza, della lontananza, della molteplicità di messaggi e di proposte. Il Santo Padre ci ha detto che l'educazione dei giovani alla fede "è una delle grandi istanze della nuova evangelizzazione, ed è giusto che cerchiate, oggi, strade adatte e linguaggi appropriati, nella piena fedeltà al vostro carisma ed a tutto l'insegnamento della Chiesa" (Discorso al CG, 3).

Il documento non si ferma ad esaminare le singole nostre istituzioni, che sono già state trattate in Capitoli precedenti aprendo anche strade a nuove iniziative. L'aspetto prioritario che vuole evidenziare come urgenza più sentita è, propriamente, la nostra capacità di adeguarci, dovunque siamo o saremo, alle interpellanze della cultura emergente e alle sfide dei contesti reali. Urge accendere nei giovani un vivo desiderio della fede cristiana e, una volta acceso, accompagnarli passo dopo passo fino alla pienezza della vita nello Spirito.

Per noi la nuova evangelizzazione esige concretamente una "nuova educazione" da ripensare in fedeltà alle origini. La preoccupazione del testo è portata tutta sulla qualità della nostra azione educativa. La chiave di lettura è la proposta di un cammino pedagogico permeato di Vangelo.

Ciò significa dedicazione a una crescita progressiva della fede fino alla maturazione, e non soltanto una semina, una proposta occasionale, o qualche gesto o rito tradizionale. Il cammino proposto dal documento capitolare richiede non solo impegno di seminare, ma anche costanza e perizia nel coltivare, e preoccupazione di condurre a compimento: richiede, cioè, una pedagogia della santità veramente originale.

2.2 Soggetto responsabile e per noi indispensabile per accompagnare i giovani nel cammino della fede è la comunità, ispettoriale e locale.

Il documento non si sofferma sulla natura e struttura della comunità salesiana, già affrontate con profondità anteriormente, ma sulla sua qualità e credibilità. La comunità deve essere visibilmente "segno" e "scuola" di fede viva. Nel caso che essa non risponda all'appello, il documento capitolare rimarrà carta da biblioteca. Il cammino proposto, infatti, parte dalla fede esplicita della comunità per espandersi e crescere nella fede dei giovani: "dalla fede alla fede!" (cf. Commento del Rettor Maggiore alla Strenna-90).

La comunità salesiana è il soggetto primo di tutto il discorso, il filo conduttore che lega le varie parti del testo: essa vive con gioiosa intensità la sequela del Cristo, confessa il suo mistero con la testimonianza consacrata, si sintonizza e scruta con attenzione il contesto in cui opera, scopre in esso i semi di Vangelo, interpreta i desideri di fede, intuisce i passi da fare nel cammino, si dedica a percorrerlo, lo verifica continuamente alla luce della Parola di Dio.

Primo destinatario del documento è dunque la comunità; ad essa si rivolge il CG23 affidandole l'impegno della sua realizzazione.

2.3 La credibilità della comunità, nella sua metodologia salesiana per educare i giovani alla fede, è poggiata dal CG23 su due colonne caratteristiche e complementari: "spiritualità" e pedagogia". Si tratta di due dinamismi su cui converge il Sistema Preventivo che Don Bosco ci ha trasmesso "come modo di vivere e di lavorare per comunicare il Vangelo e salvare i giovani con loro e per mezzo di loro. Permea le nostre relazioni con Dio, i rapporti personali e la vita di comunità, nell’esercizio di una carità che sa farsi amare" (Cost. 20).

Don Bosco ci ha lasciato un patrimonio ricco ed originale a cui ispirarci: pensiamo a tutta la descrizione dello "spirito salesiano" che è codificata nel capo 2° delle Costituzioni. Questo "spirito" costituisce l'anima del nostro stile di convivenza con i giovani e del nostro procedere con loro nel cammino di fede. Il Papa ci ha parlato di spiritualità sia nel Messaggio iniziale, sia nel discorso del 1° maggio: "spiritualità significa partecipazione viva alla potenza dello Spirito Santo... I giovani devono avere coscienza della vita nuova donata loro nel sacramento del Battesimo e portata a pienezza in quello della Cresima, e sapere che da essa procede quella forza di sintesi personale tra fede e vita che è possibile a chi coltiva in sé il dono dello Spirito" (discorso al CG, 5).

Ma la nostra spiritualità si caratterizza come una spiritualità "pedagogica". La qualità pastorale della comunità è misurata dall'evangelizzare "educando". Si tratta di saper coltivare pazientemente il seme gettato nel cuore dei giovani, anche da altri seminatori. La comunità è chiamata tutta a seguire con attenzione i giovani in un dialogo di fede, più in là del semplice adempimento di obblighi istituzionali; in questo non esistono "clichés" che si possano ripetere, ma occorre intensificare la capacità di animare, di coinvolgere, di corresponsabilizzare, ossia di educare.

2.4 La comunità, però, non potrà proporre e sviluppare la fede dei giovani, se non vive in forma attiva e aggiornata la comunione di orientamenti e di iniziative propri della Chiesa.

Tra le priorità pastorali proposte dal Concilio Vaticano II e da vari Sinodi posteriori c'è quella dell’animazione dei fedeli laici. Il documento capitolare ne parla in vista dell’educazione dei giovani alla fede. Lo sottolinea anche il Rettor Maggiore nel discorso conclusivo, affermando che questo impegno ci obbliga a collocarci di fatto sulle frontiere della nuova evangelizzazione e della nuova educazione (cf. "Christifideles laici").

Nelle deliberazioni del Capitolo si indicano due spazi precisi per noi in questo tipo di animazione e coinvolgimento: quello della "comunità educativo-pastorale" e quello della "Famiglia Salesiana". In entrambi operano parecchi laici con ruoli, modalità e possibilità differenti.

Il CG23 richiede alla comunità, in ognuno dei suoi livelli - locale, ispettoriale, mondiale - d’impegnarsi durante i prossimi sei anni in quest'area di animazione a favore dei giovani. A tale scopo indica compiti concreti sia per le Case che per le Ispettorie, e suggerisce al Rettor Maggiore con il suo Consiglio di "offrire elementi e linee per un "progetto-laici" in Congregazione".

2.5 Il documento, poi, propone come mezzo indispensabile per crescere sia nella "spiritualità" e "competenza pedagogica", sia nell’"animazione dei fedeli laici", quello della formazione permanente.

La prima delle deliberazioni capitolari si riferisce proprio alla necessità di saper progredire in questo compito rinnovatore: "Nel prossimo sessennio - afferma- la Congregazione avrà come impegno prioritario la formazione e qualificazione continua dei confratelli. Curerà specialmente l'interiorità apostolica, che è insieme carità pastorale e capacità pedagogica" (n. 221).

La formazione permanente è chiamata a mettere a fuoco, ancora una volta, la comunità. Infatti si tratta di ottenere "la testimonianza di una comunità che si rinnova continuamente". Essa è il soggetto privilegiato della nostra crescita qualitativa con la sua testimonianza quotidiana, con la corresponsabilità e il discernimento, con la partecipazione attiva nella comunione della Chiesa locale, con la fedeltà dinamica al Fondatore sconfiggendo i rischi di quel sottile "genericismo" che è stato individuato come un pericolo attuale nella verifica sulla vita delle comunità (cf. Relazione del Rettor Maggiore, 291-298) e che costituisce un aspetto della nostra superficialità spirituale.

3. L'evento CG23

Ogni Capitolo Generale dovrebbe essere, secondo le Costituzioni, "il principale segno dell’unità della Congregazione nella sua diversità" (Cost. 146); dovrebbe, cioè, avere un significato vitale che va ben oltre i suoi stessi documenti.

Il CG23 lo è stato senz'altro, anche se ogni evento umano porta con sé degli aspetti meno positivi e delle manchevolezze.

In questo Capitolo dobbiamo sottolineare due segni straordinari di peculiare dimensione ecclesiale: la solenne beatificazione del terzo successore di Don Bosco, don Filippo Rinaldi, nella piazza S. Pietro gremita di fedeli, e l'intervento personale del Santo Padre Giovanni Paolo II con il Messaggio iniziale e con la sua storica visita alla sede stessa del Capitolo.

Ma ci sono stati, poi, tanti altri aspetti fortemente positivi: la gioiosa vita di famiglia tra tutti i capitolari, gli interscambi delle svariate esperienze (le famose "Buone Notti"!), la sintonia di tutti con lo spirito del Fondatore, la crescente consapevolezza dell’importanza della nostra comunione mondiale, la sensibilità e il rispetto per le diversità culturali, la sensazione mutuamente confessata di vivere una speciale ora di grazia, l'elevatezza di intenzioni promossa fin dall'inizio dal ritiro spirituale guidato dal nostro benemerito vescovo honduregno, Mons. Oscar Rodriguez, e il fatto di essere stato un Capitolo "ordinario" di nuova fattura.

Il CG23 è stato davvero un "segno dell’unità della Congregazione"; i capitolari ne hanno portato la promessa di vitalità in tutte le Ispettorie come peculiare dono di questa "visita dello Spirito Santo". Possiamo affermare che per mezzo di questo Capitolo "l'intera Società, lasciandosi guidare dallo Spirito del Signore, (ha cercato) di conoscere, in (questo) momento della storia, la volontà di Dio per un miglior servizio alla Chiesa" (Cost. 146).

4. L'impegno del sessennio

Vi invito dunque, cari confratelli, a studiare e a tradurre in pratica quanto il CG23 ci propone per essere "missionari dei giovani".

L'applicazione delle sue direttive ed orientamenti ci collocherà in prima fila tra gli operai della vigna: sia perché la Chiesa è alla ricerca appunto di un metodo pastorale adeguato ai tempi nuovi, sia perché Essa sta guardando con priorità alla nuova evangelizzazione dei giovani. Questo ve lo dicevo già nel commento alla Strenna di quest'anno. Bisognerà verificare, poi, se saremo capaci di procedere in avanti; è quanto auspichiamo per tutti: giovani e anziani, sani e ammalati, perché tutti apportiamo tesori di riuscita secondo la misura della grazia che il Signore dà a ciascuno in tanti modi differenti.

Il segreto per arrivarci sta nella testimonianza della interiorità apostolica che, con la sua grazia di unità, ci rende "pastori" e "pedagoghi": pedagoghi, perché pastori di giovani; e pastori, perché educatori cristiani.

Chiudevo la Relazione sul sessennio 84-90 "sottolineando qual è la condizione di fondo che urge di più per la nostra attività salesiana; la si esprime - scrivevo - con una parola che diviene per noi appello: "spiritualità!"" (p. 272). Infatti, ci dicono le Costituzioni: "Come Don Bosco, siamo chiamati tutti e in ogni occasione a essere educatori alla fede. La nostra scienza più eminente è quindi conoscere Gesù Cristo e la gioia più profonda è rivelare a tutti le insondabili ricchezze del suo mistero" (Cost. 34).

Chiediamo all'Ausiliatrice, Stella dell’evangelizzazione, che ci aiuti ad immergerci sempre più nel mistero di Cristo, Fratello e Signore, perché con Lui non camminiamo nelle tenebre, ma abbiamo - per noi e per i giovani - la luce della vita!

Roma, 10 giugno 1990, Festa della Trinità

D. Egidio Viganò

 

-         a migliore per far presente il Vangelo?[1]

 


[1]    Cf. Reg. 22

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Capitolo Generale 23

dei Salesiani di Don Bosco

EDUCARE I GIOVANI ALLA FEDE

 

Documenti Capitolari

Roma, 4 marzo - 5 maggio 1990

Educare i giovani alla fede

Compito e sfida per la comunità salesiana oggi

Introduzione

[1] La Congregazione salesiana

La Congregazione salesiana, sotto la guida dello Spirito Santo e fedele al carisma del Fondatore, ha compiuto in questi anni un cammino di rinnovamento e di definizione della propria identità. Vorremmo ripercorrere per accenni la storia che dalla "missione" salesiana ci ha portato verso il "cammino di educazione alla fede".

L'impegno educativo-pastorale della Congregazione, infatti, non è un aggregato di eventi e di azioni che scorrono gli uni sugli altri senza un senso e senza un collegamento; ma è l'insieme delle esperienze che, animati dallo Spirito di Dio, noi abbiamo realizzato nella storia della salvezza.

[2] solidale con il mondo e la sua storia

La nostra missione di educatori ci fa intimamente solidali con il mondo e la sua storia.[1] Educare infatti vuol dire partecipare con amore alla crescita delle persone e alla costruzione del loro futuro.

Noi affrontiamo questa storia alla luce del disegno di salvezza, guidati dalla sapienza della Chiesa che ne è il segno e lo strumento.

Le tendenze in atto nel mondo sottolineano la funzione centrale della persona in tutti quei problemi che segnano la vicenda umana. "Siamo testimoni della nascita di un nuovo umanesimo in cui l'uomo si definisce anzitutto per la sua responsabilità verso i suoi fratelli e verso la storia".[1] In questo contesto, allora, l'educazione della persona diventa urgente e prioritaria.

[3] nel cuore della Chiesa

Nel Concilio Vaticano II la Chiesa, guidata dallo Spirito, ha colto i "segni del tempo"; ha svegliato la consapevolezza del suo essere mistero; ha rinnovato la sua interna comunione e ha ripensato la sua presenza nel mondo in vista della missione. Esperta in umanità, si è sentita nuovamente chiamata a educare ed accompagnare l'uomo.

Documenti e assise autorevoli hanno offerto orientamenti pratici per realizzare tutto questo. Molto è maturato da allora nella coscienza e nella vita dei fedeli.

[4] a servizio della nuova evangelizzazione

Negli ultimi anni si è fatto urgente il bisogno di una "nuova evangelizzazione": "nuova nel suo ardore, nel suo metodo, nelle sue espressioni"[1] Essa trova la sua ragione nelle situazioni inedite "ecclesiali, sociali, economiche, politiche e culturali", caratterizzate da una crescente accelerazione del mutamento e dall'accumularsi di questioni che chiamano in causa la responsabilità di tutti.

E' nuovo dunque il contesto, sono nuovi anche gli obiettivi generali a cui essa tende: si tratta di rinnovare il tessuto umano della società, accettando di rinnovare anzitutto lo spirito evangelico nelle comunità ecclesiali.

La "nuova evangelizzazione" si rivolge alla persona, "centro e vertice di tutto quanto esiste sulla terra"[1] E' consapevole però che il rispetto della persona esige una solidarietà anche a livello mondiale. Di questa solidarietà la carità è l'anima e il sostegno. Persona e società vengono così trasformate da una "nuova cultura", attenta oltre che alle esigenze della morale individuale, alla totalità dei bisogni dell’essere umano.

[5] A partire dalla missione (CG20)

La Congregazione si è mossa "solidale con il mondo[1] e in comunione con la Chiesa[1], collocando la sua piccola storia nel grande alveo del cammino dell’umanità.

Il CGS ha concentrato l'attenzione sulla "nostra missione specifica". Due sono state le condizioni indicate per realizzarla. La prima era quella di lasciarsi guidare dallo Spirito a riscoprire il carisma del Fondatore, a partecipare intensamente alla vita della Chiesa, a cogliere gli appelli dei giovani nella storia del mondo di cui Egli è il fermento nascosto.

La seconda, quella di essere disponibili a ripercorrere con fiducia nuovi "esodi" e nuove scelte. Infatti un atteggiamento di paura di fronte alla vita o di sospetto di fronte alla nuova cultura o di scarso entusiasmo di fronte ai grandi compiti che si profilavano non sarebbe mai stato accettato dalla gioventù.

[6] assunta dalla comunità con un progetto (CG21)

Sei anni dopo, tutto questo era ormai meglio avvertito dai confratelli. Il CG21 si propose allora di essere più concreto e operativo nell’indicarne le conseguenze. Scorgeva tra le attese dei giovani e la nostra missione una felice coincidenza; e nella dimensione evangelizzatrice, la fondamentale caratteristica della nostra identità.

Ma come evangelizzare i giovani?

Il CG21 faceva leva su due priorità: la prima era la comunità salesiana soggetto della missione e animatrice di numerose forze apostoliche; e la seconda, un progetto educativo-pastorale. La comunità diventava "centro" di comunione e di partecipazione; e il progetto, cioè il Sistema Preventivo ricompreso e riattualizzato, sarebbe stato il nostro modo originale di rendere reale l'evangelizzazione dei giovani.

[7] come consacrazione apostolica (CG22)

Il CG22 portò a termine l'elaborazione della nostra Regola di vita e riconobbe definitivamente l'inscindibile unità che intercorre per noi tra missione apostolica, vita comunitaria e professione dei consigli evangelici[1], facendo di questa "consacrazione apostolica" un’appassionata "scelta di Dio" attraverso l'amore ai giovani, suoi figli. Risvegliando nel loro cuore i sentimenti di filiazione e la convinzione della presenza del Padre, il salesiano compie la sua "esperienza radicale del Vangelo".

[8] Nuove sfide

Questa lettura della storia salesiana, che è stata ispirata da una profonda comunione con la Chiesa e dalla solidarietà con il mondo dei giovani, specialmente i più poveri, ci ha fatto guardare con concretezza e amore ad essi. Dal loro modo di essere e di vivere sono nate in noi domande urgenti e importanti: che cos'è per loro, oggi, Dio? quale incidenza ha la fede nella loro vita? come impegnare la nostra missione di educatori alla fede in questi nuovi tempi e nelle nuove situazioni?

Queste domande hanno mosso la nostra riflessione. Essa è stata arricchita dai messaggi che gli avvenimenti e le manifestazioni giovanili dell’anno centenario ci hanno comunicato. I giovani si manifestano sensibili ai valori di una nuova proposta di vita che trova in Don Bosco il "maestro" capace di proporre "una nuova educazione che è insieme creativa e fedele"[1].

Nacque allora, con naturalezza, e si diffuse il desiderio di fare un cammino di fede insieme a loro, alla luce della pedagogia della santità giovanile salesiana.

[9] avvertite da tutte le ispettorie

I Capitoli ispettoriali, orientati e sollecitati da queste sensibilità, si sono mossi entro un ambito pratico: quello di verificare l'efficacia dell’educazione salesiana in ordine alla vita di fede dei giovani. Le domande inquietanti che hanno fatto pervenire sono state le domande di sempre; eppure, sotto l'incalzare della nuova epoca, si presentavano nuove nel loro tono e nelle esigenze di concretezza: come va intesa la fede nei contesti in cui essa deve divenire luce e sale? come va riferita all'esistenza personale la vita di fede? che cosa significa oggi educare alla fede? come comunicare la fede e come accompagnare i giovani verso di essa?

[10] a cui risponde il CG23

Bisogna costruire un cammino sulla misura dei giovani, pensando a un tipo d’uomo capace di vivere le esigenze della fede nella storia attuale. Così il progetto raggiunge il punto desiderato.

A partire da qui si sono individuati tre fondamentali temi che hanno occupato l'attenzione dei capitolari e nei quali si articola la riflessione del CG23: la situazione dei giovani nei propri contesti, il cammino di fede, la spiritualità giovanile salesiana.

[11] ispirandosi alla pedagogia del Padre

L'educazione dei giovani alla fede si ispira all'azione di Dio: "Con provvida gradualità, (Egli) ha svelato il mistero del suo amore, muovendo gli uomini attraverso la storia e l'antica alleanza verso l'incontro con Cristo. Ha soccorso gli uomini con eventi e con parole ad essi familiari, parlando al suo popolo secondo il tipo di cultura proprio delle diverse situazioni storiche, mostrando la sua "condiscendenza" al massimo grado nel Figlio fatto carne"[1].

[12] testimoniata dal Figlio

L'avvento del Signore Gesù raccoglie tutta l'opera educativa del Padre. E' Lui l'Emmanuele, il Dio con noi. Gesù è riconosciuto dai suoi come "Rabbi" e "Maestro"[1]. E' dotato di una sua originale autorità di magistero, è capace di farli riflettere sugli eventi umani liberandoli dai pregiudizi correnti, è attento alla loro formazione ed è pronto ad utilizzare le forme più appropriate della comunicazione.

Gesù manifesta in maniera convincente la pedagogia dell’amore, sia nella donazione di sé agli altri, sia nel saper accogliere e difendere "i piccoli e i peccatori", sia nel proporre ai giovani di portarsi oltre traguardi pur buoni verso il cammino esigente e più alto del Regno di Dio.

Certamente il Cristo è assai più che un educatore geniale. E' il Figlio di Dio fatto uomo, Colui che dona senso pieno a tutto ciò che ha rilevanza e valore umano. A Lui come a vero e definitivo "Progetto-Uomo" si rivolge ormai la fondamentale opera dell’educazione, che per essere integralmente umana dovrà imparare a divenire veramente cristiana.

[13] diffusa dallo Spirito Santo

Lo Spirito Santo rinnova e diffonde nella Chiesa questa "sapienza pedagogica". E' Lui che ci conduce a riscoprire Cristo e il suo Vangelo, a ritrovare nella sua originalità lo spirito del Fondatore, a cogliere gli appelli del mondo, a partecipare attivamente alla vita della Chiesa.

La Chiesa, esperta in umanità, diventa anche esperta in educazione. Tutto in essa è ordinato alla crescita dell’uomo. Al suo interno sono sempre nati e si sono formati maestri, pastori e dottori che assunsero in forma intensa il suo amore per l'uomo e la sua capacità educatrice. Attraverso la loro opera feconda e tramite istituzioni di inestimabile valore umano e culturale, la storia della Chiesa si identifica in non piccola parte con la storia dell’educazione di molti popoli.

[14] perché i giovani abbiano la vita

In questo spazio di ampio respiro, in questa missione dalle infinite possibilità ci collochiamo noi Salesiani al seguito di Don Bosco, convinti che è la fede a vincere il mondo[1], e che "gloria di Dio è l'uomo vivente"[1].

Alla vita dei giovani vogliamo dedicare le nostre energie, accogliendo le parole del Signore: "Io sono venuto perché abbiano la vita, e l'abbiano in abbondanza"[1].


Prima parte

La realtà giovanile sfida la comunità salesiana

1. I contesti in cui vivono le comunità salesiane

Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi

(Gv 1,14).

[15] Uno sguardo pastorale ai contesti

Le nostre comunità, poste dalla volontà di Dio in un determinato ambiente umano, sentono che questo è il luogo concreto in cui viene loro chiesto di esprimere la propria fede come testimonianza credibile e come annuncio di vita.

Perciò sono impegnate a comprendere a fondo i contesti in cui sono collocate e a condividere le speranze della gente, facendone un’attenta lettura alla luce della Parola di Dio.

Esse rilevano così con maggior chiarezza gli interrogativi che la società e la cultura pongono oggi alla fede. E riescono meglio a capire le condizioni in cui si realizza la crescita umana e religiosa dei giovani, e le difficoltà che essi incontrano nello sforzo di maturare come cristiani.

[16]

La nostra riflessione sull'educazione dei giovani alla fede muove dunque dall'ambito della cultura vissuta, e cioè dai criteri di giudizio, dai valori determinanti, dai punti di interesse, dalle linee di pensiero, dai modelli di vita[1].

E' una riflessione pastorale. Vuole cogliere la relazione che questi elementi hanno con il "disegno di salvezza" che Dio ha affidato alla sua Chiesa[1]. Utilizza con fiducia il contributo delle scienze competenti e si basa su analisi autorevoli. Ma non si propone di essere esaustiva. Rileva soltanto quegli aspetti, individuati dalle nostre comunità, che maggiormente influiscono sulle crescita dei giovani nella fede.

[17]

La presentazione dei diversi contesti aiuta a comprendere la complessità delle situazioni in cui le comunità si trovano a lavorare. E fa loro capire che devono prendere in seria considerazione il proprio contesto, se vogliono fare con i giovani un cammino di fede.

D’altra parte non dobbiamo dimenticare che il mondo, pur con le differenze accennate, diventa sempre più un "villaggio", a causa specialmente dei mezzi della comunicazione sociale e della facilità dei trasporti. Tendenze culturali, mode, modalità di vita si diffondono simultaneamente un po' dovunque. Si profila quindi un’epoca in cui diventerà necessario aprirsi ai differenti contesti, percependone i problemi e solidarizzando con essi.

I "tipi" di contesti che esamineremo caratterizzano determinate aree geografiche, ma non si trovano in nessuna di esse allo stato puro. E' facile anzi che s'intreccino nella stessa area geografica, condizionandosi e modificandosi a vicenda.

Vengono descritti attorno a quattro riferimenti che interagiscono tra loro: il sistema sociopolitico ed economico, alcune tendenze culturali, la religiosità, la situazione giovanile.

Sarà proprio quest'ultimo la prospettiva da cui guardare gli altri tre.

[18] Contesti segnati da abbondanza di beni materiali

Molte comunità si trovano a lavorare in contesti segnati dall'abbondanza di beni materiali. In questi contesti i problemi del cibo, della casa, del lavoro, dell’istruzione e della sicurezza sociale sembrano risolti.

Le persone, garantite nelle loro esigenze umane primarie, favorite nell’acquisizione e nell’accrescimento della propria cultura, dispongono degli strumenti necessari per il loro sviluppo integrale.

Il sistema politico, a sua volta, tende ad assicurare un ampio margine di libertà e di partecipazione alla vita pubblica. I ceti meno abbienti possono realizzare una migliore crescita economica e sociale. Anche il ruolo della donna è più riconosciuto e meglio valorizzato nei vari ambiti della vita sociale.

La tecnologia spinge costantemente verso un maggior benessere, e abbatte alcuni condizionamenti alla libertà. Quando, però, la mentalità tecnologica viene assunta acriticamente, condiziona il modo di pensare ed ogni altro approccio alla vita.

Il privato sembra dilatarsi sempre più, particolarmente in ciò che fa riferimento alla morale. Si giunge a non accettare alcuna ingerenza di norme che vadano oltre la pura regolamentazione della convivenza sociale.

La società, quando è fortemente segnata dalla logica del profitto, diventa generatrice di povertà antiche e nuove. All'interno dello stesso contesto si consolidano, allora, consistenti minoranze insoddisfatte, e le nazioni più povere risentono pesantemente le conseguenze delle opzioni perseguite in questa logica.

Tutto questo non ci lascia indifferenti perché, di fatto, plasma un certo modo di pensare la vita e il rapporto fra gli individui e le società, che incide su tutti, sui più giovani in particolare.

[19]

La Chiesa è consapevole di essere quantitativamente in minoranza e progressivamente irrilevante nell’ambito della cultura, non senza, talvolta, qualche responsabilità degli stessi cristiani.

Ma siamo anche testimoni che cresce il numero delle persone capaci di vivere con intensità e coerenza i valori evangelici, e di esprimere la loro appartenenza ecclesiale. Esse sono convinte che la Chiesa è chiamata ad essere "segno e strumento della salvezza dell’uomo"[1], e si impegnano con serietà e concretezza in progetti di animazione, solidarietà e promozione sociale.

[20]

In tale contesto troviamo anche numerose espressioni di religiosità popolare. Consolidatesi lungo i secoli, esse hanno raggiunto livelli di autentica pietà. Sono presenti in non poche famiglie, si possono ancora ammirare in manifestazioni e in luoghi di culto caratteristici.

Si diffondono pure fenomeni di nuove forme di religiosità e di sette autonome di ispirazione teosofica, neo-orientale e neo-pagana.

[21]

Vi sono giovani presenti in modo consistente nel sociale. Si impegnano nei movimenti ecologici e pacifisti, in difesa e per la promozione dei diritti umani, pagando spesso di persona nella lotta contro le varie forme di ingiustizia.

Anche se, per mancanza di formazione all'impegno politico, alcuni prendono le distanze dalle formazioni partitiche, questi stessi, magari, li ritroviamo poi decisamente coinvolti in esperienze di volontariato, capaci di lavorare intensamente per la trasformazione della società.

I giovani sono inoltre una componente notevole e significativa dei movimenti ecclesiali.

D’altra parte, si presentano loro ampie e persino eccessive possibilità di godimento e di esperienze. E' facile allora imbattersi in una ricerca dell’immediato, che favorisce l'incapacità a differire la soddisfazione dei bisogni, e in una visione utilitaristica che annebbia la comprensione di valori, quali la gratuità e il sacrificio. Il tutto è amplificato dalla pressione dei mass-media.

In questo clima sociale, non pochi sono spinti a ricercare nuove esperienze, a vivere la loro sessualità come puro piacere, a cercare rifugio nella droga e nell’alcool, a ricorrere alla violenza.

[22] Contesti di impoverimento

Numerose comunità salesiane si trovano a vivere in società strutturalmente dissestate. Sono società il cui impoverimento economico, politico e culturale si presenta come inarrestabile per il concorso di molti fattori, quali l'ingiustizia e la violenza istituzionalizzate, la dipendenza economica e il debito estero, che appesantisce il divario Nord-Sud.

C'è una massa di persone - ed è spesso la maggioranza della popolazione - che si ingrandisce sempre più ad ogni crisi. Essa attende di accedere ai beni indispensabili per vivere umanamente, da persone, senza mai riuscirvi. Beni essenziali sono i minimi della sopravvivenza e della salute, la sufficienza economica, il lavoro, l'istruzione di base, la qualificazione professionale, la giusta retribuzione del lavoro, il riconoscimento dei diritti elementari e la voce per far valere le proprie ragioni nella vita sociale.

Elemento determinante di una matura coscienza collettiva e di una coscienza cristiana formata è la consapevolezza che questo stato di cose non è solo provocato, ma è mantenuto e aggravato da fattori strutturali, di tipo prevalentemente economico, gestiti da forze esterne, con forti collaborazioni all'interno della realtà dei diversi paesi.

[23]

Il popolo, nella sofferta quotidianità della sua vita e nella semplicità delle sue espressioni, conserva ancora e manifesta il patrimonio della sua cultura. Sono valori ricchi di umanità, come la cordialità, l'accoglienza, la solidarietà, il senso della comunione e della festa. Vive una religiosità popolare con un sentito riferimento a Dio; mantiene gesti di devozione e concezioni religiose fondamentali, anche se queste non sempre riescono a permeare la vita personale e a spingere verso un serio e decisivo impegno sociale.

[24]

Specialmente nelle aree dove la popolazione cattolica è in maggioranza, la Chiesa si è fatta spesso "voce dei poveri", assumendo le loro aspirazioni di libertà e di liberazione a tutela dei diritti umani. Per questa sua decisa opzione preferenziale è divenuta coscienza critica riguardo a determinate scelte politiche ed economiche.

In queste difficili situazioni numerose comunità ecclesiali diventano "buona notizia" vissuta, ed espressione di una Chiesa impegnata nella evangelizzazione e nella edificazione del Regno.

D’altra parte si moltiplicano e di diffondono le sette che strumentalizzano il naturale sentimento religioso della gente.

[25]

In questi paesi gran parte della popolazione è fatta di giovani che soffrono queste estreme differenze socioeconomiche ed educative, davanti alle quali reagiscono con atteggiamenti diversi, o di speranza, o di frustrazione, o di ribellione, a volte violenta.

Colpisce profondamente il costatare quanto sono numerosi quelli che non sanno cosa sia la giovinezza, perché passano repentinamente da una fanciullezza di miseria a una vita prematuramente adulta, segnata dal bisogno di lavoro, per lo più vissuto precariamente.

[26]

Nonostante tutto ciò è evidente e significativo il fenomeno di giovani che si aggregano e si impegnano sia nell’ambito ecclesiale che in quello sociale e politico.

[27] Contesti di altre religioni

Non sono poche le comunità che stanno operando in ambienti fortemente caratterizzati dalla presenza di antiche e grandi religioni come l'Induismo, il Buddismo, il Taoismo, il Confucianesimo, l'Islam e altre religioni tradizionali. Esse, pur nelle reciproche e profonde divergenze, si possono tuttavia raggruppare sotto un denominatore comune: il senso religioso verso il Trascendente.

Queste religioni, per secoli e a volte per millenni, sono state sorgenti di energie spirituali. Alcune loro intuizioni e verità fondamentali circa la vita umana, il mondo, il mistero ultimo che sta alla radice di tutto ciò che esiste, esercitano un particolare influsso su molti giovani. Alcune religioni offrono motivazioni valide e a volte sorprendenti per orientare ad assumere le prove della vita.

Con l'avvento della tecnologia e del secolarismo anziché declinare o disintegrarsi, si sono rivelate in ripresa. Sembrano addirittura rafforzarsi ed estendere il loro influsso al di là dei loro ambiti tradizionali.

[28]

Una delle caratteristiche più evidenti di alcune di tali religioni è il loro forte innesto nella cultura, che permette di amalgamarsi bene con la vita del popolo, di permeare tutto il tessuto della società, di ispirarne i comportamenti, favorendo così la formazione di una precisa identità e di un volto ben delineato.

Dove si trovano nella necessità di convivere nello stesso contesto plurireligioso, queste religioni inculcano spesso uno spirito di tolleranza, di coesistenza pacifica, di accoglienza e ospitalità, nonostante occasionali esplosioni di violenza, frutto di correnti intransigenti.

Accanto agli effetti positivi sulle culture, non si può ignorare un certo loro peso negativo, a volte nei principi, spesso nei modi con cui, in pratica, queste credenze in alcuni ambienti hanno fatto da supporto, lungo i secoli, all'immobilismo di società fortemente discriminanti. Concretamente hanno evidenziato una certa tendenza a negare valori della liberazione, e hanno sancito ed esasperato la divisione delle popolazioni in caste e classi sociali, o la discriminazione tra uomo e donna, tra adulti e giovani.

[29]

Il quadro socioeconomico delle società in cui tali religioni sono inserite, è molto vario.

Vi sono paesi che hanno raggiunto un alto livello tecnologico ed economico; altri sono avviati ad ottenere significativi traguardi di sviluppo; altri ancora mostrano gravi forme di povertà collettiva e gravi carenze nelle strutture politiche. In questi ultimi si lotta perché la maggioranza possa godere di un livello di vita dignitoso.

[30]

In questi contesti la Chiesa è di fatto una minoranza. La sua presenza risulta disattesa, o addirittura ostacolata. Diventa allora difficile, e a volte impossibile, annunciare apertamente il Vangelo ed offrire la proposta cristiana.

Le comunità salesiane sono accettate generalmente per il servizio sociale e culturale che offrono.

Situazioni come queste possono generare nei confratelli sofferenza e scoraggiamento. Ma non si chiude la porta al dialogo, pur dovendo riconoscere che non sempre questo atteggiamento risulta facile, perché o non è condiviso da tutti o fatica a trovare la giusta espressione.

[31]

La gioventù, a sua volta, risente della complessità di queste situazioni.

La grande maggioranza della popolazione è al di sotto dei 24 anni. Molti giovani, a causa della povertà, vivono in condizioni di grave precarietà e sono nella impossibilità di accedere ai livelli minimi di istruzione e di preparazione al lavoro.

L'insicurezza di fronte al futuro, con un presente insoddisfacente e con altre forme di pressione, spingono alcuni a cercare rifugio nella droga, nell’alcool, nella delinquenza, nel suicidio, nell’emigrazione.

Quanti vivono invece in situazioni economiche di favore possono usufruire dei servizi sociali di educazione e di promozione. Ma, anche se impegnati ad ottenere miglioramenti nella vita, sono facilmente esposti alle tentazioni del consumismo.

[32]

C'è però un aspetto positivo che emerge dalla vita di questi giovani: nell’attuale lotta per la trasformazione sociale, molti di essi svolgono un ruolo di spinta al progresso. Si impegnano a risvegliare la coscienza del popolo, organizzando e mobilitando gruppi che lavorano per la giustizia e la pace, inserendosi essi stessi come operatori sociali e animatori di comunità.

[33] Nuovi paesi indipendenti

Per il grande impegno della Congregazione di farsi più presente, in questi ultimi anni, nell’area africana, sono aumentate le comunità salesiane che operano in contesti in cui è avviato un processo irreversibile di decolonizzazione. E' un processo avviato dalle recenti indipendenze politiche, ma che richiede anche il superamento di persistenti servitù culturali ed economiche.

In questo contesto non è difficile riscontrare, nello svolgimento della vita sociale, una serie di difficoltà dovute all'instabilità politica, frutto di inefficienza, di corruzione dei dirigenti e di ingerenza di potenze straniere.

Nel tentativo di favorire un’unità culturale nazionale, sono evidenti gli sforzi fatti per integrare sensibilità di gruppi e tradizioni di tribù che hanno diverso patrimonio culturale.

Si osservano anche rilevanti tentativi di amalgamare esigenze culturali locali con forme di vita importate; ma il risultato non è sempre soddisfacente. Esiste, poi, un’autentica tensione, che si tramuta a volte in scontro, tra la fedeltà alle proprie radici e il processo di modernizzazione che avanza, accompagnato dal mito del consumismo. Questo mito, spingendo ad adeguarsi ai comportamenti occidentali, anche nei villaggi più remoti, causa la perdita quasi totale dei valori tribali.

[34]

In genere l'educazione non è riuscita a proporre modelli propri, capaci di sintonizzarsi con la situazione delle persone e della società locale. I modelli proposti appaiono piuttosto trasposizioni di aspirazioni e programmi pensati per altri contesti.

Tutto questo è accaduto mentre è esploso il bisogno di servizi educativi; e nell’impegno di soddisfare tale richiesta non è stata data sufficiente attenzione alla rispettiva qualità culturale e pedagogica.

[35]

Le società di questi nuovi paesi indipendenti si caratterizzano per il diffuso clima di religiosità, che riveste ogni aspetto dell’esistenza e si esprime sia nella sfera della vita personale che in quella pubblica. Si manifesta come atteggiamento di ammirazione e di apertura al mondo religioso, frammisto tuttavia a forme di paura e di sottomissione a forze sconosciute che inclinano verso la magia.

[36]

La fede cristiana, e la Chiesa cattolica in particolare, si sono estese con rapidità nel breve spazio di un secolo di impiantazione e di evangelizzazione.

Le comunità cristiane e l'organizzazione ecclesiastica si sono avviate ad un crescente consolidamento e all'indigenizzazione. Lentamente ma progressivamente la fede si è incarnata nella cultura locale. Sono abbondanti le vocazioni e molteplici i carismi.

Ma dove l'evangelizzazione è troppo recente, insieme ad una crescita di adesioni alla Chiesa, si sono prodotte situazioni in cui la fede è ancora superficiale, con facili sincretismi nella vita pratica. In quanti aderiscono al cristianesimo è ancora debole ed ambivalente l'unità tra fede e vita, soprattutto nell’ambito della morale familiare, dell’economia e della politica. Per molti il punto nevralgico è una solida proposta di catecumenato.

Sono numerose le chiese africane cristiane indipendenti e le sette e i movimenti basati su un forte sincretismo religioso.

L'annuncio del Vangelo trova ancora un campo disponibile, per cui sono evidenti oggi i progressi dell'evangelizzazione nelle singole nazioni. Ad essa si accompagna, da parte delle comunità cristiane, la ricerca di una propria espressione di fede.

[37]

I giovani costituiscono la grande maggioranza della popolazione. Ma essi vivono in uno stato di preoccupante e radicale precarietà che interferisce sulla crescita, l'educazione, il lavoro, la scelta religiosa e la vita morale. Determinante è la loro condizione fortemente subalterna nei confronti degli adulti: il giovane africano non conta affatto, meno ancora la ragazza, mentre la presenza salesiana propone la loro valorizzazione.

Determinante è anche il massiccio esodo dal villaggio verso la periferia urbana, l'urbanizzazione selvaggia e non governata, la doppia mentalità - tradizionale e moderna che si manifesta nella società. Ci si vuol liberare dai modelli di vita della propria cultura per assumerne altri, dando a questo passaggio il significato di una promozione culturale.

[38] Esodo dai regimi autoritari

Altre comunità si stanno ricostruendo o ridisegnando dopo lunghi e difficili anni di lavoro apostolico in società fortemente controllate da regimi autoritari. In questo momento esse si dispongono ad accompagnare il passaggio, rapido e imprevisto, verso un diverso sistema di vita sociale e politica. La situazione, carica di speranza, si presenta ancora fluida e in evoluzione.

Il nuovo clima di libertà consente partecipazione politica ed espressioni culturali e religiose molteplici. C'è l'impegno a costruire la società in questa direzione.

Allo stesso tempo emerge un forte desiderio di beni economici, lungamente preclusi, che spinge a realizzare lo stile di vita tipico dei contesti del benessere. Non mancano voci che mettono in guardia dal rischio di assumerne gli aspetti deteriori.

[39]

Il fenomeno religioso non si presenta identico in tutti i paesi. Esso è definito da diverse componenti: la tradizione, il ruolo di difesa dei diritti dell’uomo assunto dalle Chiese durante il periodo precedente, l'integrazione tra pratica cristiana e cultura popolare, l'adesione alla fede da parte della maggioranza della popolazione, la difesa dei valori cristiani, lo sforzo continuo e costante della Chiesa di educare nella fede.

Pur senza spegnere nei più un fondamentale senso religioso, è certo che il lungo periodo di "ateismo ufficiale", imposto con il sistema scolastico e la pressione culturale, propagandato con ogni mezzo della comunicazione sociale e con la discriminazione politica verso i credenti, ha lasciato una profonda traccia.

Il rispetto del patrimonio culturale è assai indebolito. Per questo motivo le sette religiose trovano un terreno favorevole tra la gioventù che ricerca valori permanenti.

[40]

Si riconosce oggi che comunità, segni e personalità legati al mondo religioso sono stati validi punti di riferimento e di appoggio per le forze che hanno spinto e sostenuto l'esodo da tale sistema.

Così la fede cristiana è apparsa come forza storica capace di suscitare coesione e resistenza, impegnata a promuovere efficacemente la libertà e la dignità umana.

[41]

Il ruolo dei giovani è stato importante.

Sono stati costretti a vivere inquadrati dal potere politico, espresso con stili rigidi di educazione e in organizzazioni di regime, sin dalla adolescenza. Molti però non soltanto hanno resistito alle oppressioni di vario genere, ma sono diventati veri apostoli tra i loro compagni. Hanno preso parte da protagonisti e hanno stimolato il cambiamento sociale, specialmente nelle università e nel mondo della fabbrica.

Oggi si aprono anche per loro, pur nei limiti delle difficoltà economiche, molteplici possibilità culturali. Non si è conclusa per loro la ricerca sul come orientare le scelte attuali e verso quale sbocco indirizzarsi nel futuro. E' una ricerca impegnativa, soprattutto di fronte al vuoto ideale e culturale che il crollo del sistema ideologico (marxista) ha lasciato, ma che attende di essere rapidamente colmato.

[42] Gruppi autoctoni e minoranze etniche

Un ulteriore contesto, che rileviamo significativo per la presenza salesiana tra i giovani, è quello in cui vivono alcuni confratelli che operano tra gruppi autoctoni. Ad essi si possono assimilare le situazioni di alcune minoranze etniche. Questi gruppi appartengono a contesti socio-politici più ampi che, di fatto, li tengono ai margini, quando non li escludono del tutto.

Essi vivono e si organizzano socialmente in modo diverso dal contesto a cui appartengono. La loro tradizionale forma di vita non viene per lo più valorizzata, e nei loro confronti si manifesta un atteggiamento di sopportazione. Sono considerati una sorta di "riserva archeologica", di "presenza estranea": sono sentiti come una realtà in via di estinzione, come elementi da integrare o da espellere dalla convivenza sociale.

Eppure essi presentano valori notevoli e una propria visione del mondo, che oggi interessa particolarmente comprendere e approfondire.

Tra le caratteristiche che sono proprie di questi gruppi, emerge un grande amore per la terra, da essi considerata "madre" e spazio vitale garante della loro identità come gruppo umano, vero popolo e autentica nazione. La famiglia riveste la funzione di unità di lavoro, centro dei valori comunitari, difesa contro la disgregazione e il colonialismo.

Sanno vivere profondi valori umani e sociali, come uno spiccato senso religioso. E' loro connaturale un atteggiamento contemplativo, uno stile di vita semplice e sensibilità estetica di fronte alla bellezza della natura.

La loro espressione aggregativa trova la sua forma migliore nel costituirsi in federazioni, capaci di creare forti solidarietà a difesa dei loro diritti.

[43]

La Chiesa si fa presente fra loro anche con numerose comunità di religiosi e di religiose. In questi ultimi tempi è diventata un coraggioso "segno e realtà di salvezza" contro i ripetuti tentativi di spogliazione e di distruzione.

I missionari si sono fatti attivi promotori del loro sviluppo, li aiutano ad essere protagonisti della loro storia, a prendere coscienza della propria identità culturale e a recuperare le proprie radici.

I catechisti e gli altri ministeri sono un valido aiuto per avviare un cammino catecumenale, che li porta ad una fede senza sradicarli dalla loro cultura.

Molti giovani, animati e sorretti dalla presenza dei missionari e dei volontari, si sono organizzati in cooperative, capaci di un’attenta coscienza critica e preparati ad inserirsi nel contesto.

[44]

Le generazioni più giovani hanno potuto godere di una maggiore istruzione. Ed è sorta tra loro, a volte, la tendenza ad abbandonare i gruppi di origine.

Alcuni, attirati dalle maggiori possibilità di benessere, emigrano verso la città, e mettono a repentaglio il proprio patrimonio di umanità e di fede, rischiando di assumere dal nuovo ambiente g]i atteggiamenti più negativi.

2. La situazione della gioventù

Scrivo a voi, giovani, perché siete forti e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno (1 Gv 2,14).

[45]

La comunità salesiana si confronta con i diversi contesti perché le interessa capire la situazione in cui si trovano i giovani e come essi vi reagiscono. Ciò non risulta sempre facile. Le competenze educative pastorali sembrano smarrirsi di fronte alla vita dei giovani che si presentano con differenze notevoli, ma anche con tante convergenze. Questa varietà di situazioni comprende aspetti positivi e negativi, che aprono prospettive o comportano rischi per l'educazione alla fede.

Alcuni dati della situazione giovanile

[46] Le povertà

In ogni contesto sono presenti diverse forme di povertà. Esse sovente assumono dimensioni allarmanti per l'estensione e gli effetti devastanti.

Per chi le soffre rappresentano un’insidia e, in qualche maniera, un ostacolo allo sviluppo. Per altri, invece, possono far maturare sensibilità nuove rispetto a quelle vissute dal mondo adulto circostante.

[47]

La reazione dei giovani di fronte a tante forme di povertà non è ovunque identica.

Alcuni fra loro diventano combattivi, talvolta violenti, in opposizione ai responsabili dell’organizzazione sociale. Cercano con tutti i mezzi di uscire dalla loro situazione di indigenza e organizzano forme di lotta. In conflitto permanente con la società, non trovano il tempo per aprirsi a fedi diverse dall'ideologia che li domina.

Una parte considerevole di gioventù, invece, attende passivamente la soluzione dei problemi, non trovando in se stessa energia e voglia sufficiente per progettare un futuro diverso. Sono giovani senza prospettiva, ripiegati sul presente e preoccupati di sopravvivere.

Tuttavia cresce il numero di quei giovani che si pongono come coscienza critica della società civile e religiosa e operano in modo capillare perché si diffonda la consapevolezza delle possibilità reali di cambio. Avvertono i problemi più immediati della loro società e si fanno attenti alle esigenze mondiali nei punti drammatici del divario economico Nord-Sud, delle spese militari, della coesistenza pacifica tra i popoli e della discriminazione sociale. Cercano sentieri nuovi di liberazione, chiedendo sostegno alle comunità civili ed ecclesiali.

Li troviamo solidali, impegnati per i fratelli e generosi.

Nascono e si sviluppano fra loro molte vocazioni e la Chiesa trova operatori pastorali, catechisti, animatori di comunità, volontari...

[48] La voglia di costruirsi

Un compito interessante che coinvolge in larga misura la gioventù di tutti i contesti è la voglia di costruirsi oggi una personalità umana valida.

Si assiste al venir meno di molti modelli tradizionali. Di fronte alla pluralità di nuovi modelli, i giovani si trovano soli nella ricerca di senso. Si moltiplicano i luoghi e i gruppi che fanno le loro proposte di formazione.

Sono così emersi influssi e dipendenze difficili da gestire. I messaggi tecnicamente curati e psicologicamente attenti alle richieste giovanili frantumano il loro mondo interiore e determinano soggetti dalla debole identità.

Spesso essi appaiono timorosi, incerti di fronte al futuro e incapaci di decisioni chiare e di lunga durata.

[49] La ricerca di nuovi valori

Molti giovani, d’altra parte, non si arrendono e non abbandonano così facilmente il sogno di costruire una società diversa e nuova. Si richiamano a nuovi valori, capaci di rigenerare i rapporti interpersonali e di offrire una struttura sociale più ricca.

Nel vissuto giovanile emergono alcune insistenze: la centralità della persona, principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali; la riscoperta del valore della uguale dignità e della reciprocità uomo-donna; un modo nuovo di costruire relazioni, basate sulla libertà e sulla giustizia; un insieme di valori collegati alla diversità (ad esempio la tolleranza, l'ecumenismo, il rispetto del diverso) e alla solidarietà (la nuova visione della pace e dello sviluppo, la totalità e la globalità della crescita); una rinnovata attenzione alle realtà culturali e religiose, oltre il progresso tecnologico; una spiccata sensibilità verso i grandi problemi del mondo, favorita anche dalla notevole possibilità che i giovani hanno di incontrarsi con altre realtà e con tradizioni culturali e religiose diverse; una significativa riscoperta dell’ambiente e della necessità della sua salvaguardia.

[50]

Vi sono, poi, due atteggiamenti che condizionano fortemente il costruirsi di "identità nuove". Sono il "conformismo", inteso come adattamento non responsabile e non critico, incapace di pensarsi in termini di originalità e di novità; e il "pragmatismo", che si presenta preoccupato di ricercare il presente immediato.

[51]Domanda di nuovi rapporti

Ovunque si riscontra una forte domanda di nuovi rapporti. Essa è, innanzitutto, ricerca di comunicazione, per superare l'isolamento e stabilire un confronto. Non è escluso il desiderio di soddisfare bisogni ed esigenze immediate: si spera di risolvere più facilmente le difficoltà e i problemi della vita quotidiana. Spesso però si tende a rapporti interpersonali stabili e fecondi d’impegni operativi.

[52]

Il legame con il mondo degli adulti, pur restando problematico, è oggi carico di minor tensione e aggressività, sostituite talvolta però da forme varie di apatia e di disagio. Viviamo, comunque, una stagione di maggior serenità.

Con gli altri giovani la relazione si esprime in forme e in spazi spontanei in cui il coinvolgimento risulta molto intenso.

Lo "stare insieme" di ragazzi e ragazze è oggi un fatto che si sta sempre più universalizzando. E' vissuto con naturalezza. La condivisione di esperienze, di processi formativi, favorisce la complementarità vicendevolmente arricchente. Non di rado, però, la promiscuità conduce a banalizzare il rapporto. Il legame affettivamente forte può rompersi, quando un’altra relazione sembra rispondere di più alle proprie attese.

Le istituzioni educative

[53]

Nella situazione giovanile merita particolare attenzione il rapporto che i giovani stabiliscono con le istituzioni oggi chiamate "agenzie educative".

Un fattore comune da prendere in conto è che i giovani si sentono contemporaneamente "dentro" e "fuori" di esse.

Sono "dentro", e, al di là di tutte le apparenze contrarie, il rapporto è consistente. I giovani cercano di utilizzare al massimo l'istituzione ai fini della loro crescita personale.

Sono "fuori", e queste "agenzie" hanno un’influenza relativa nelle loro scelte di vita, determinate da criteri che non coincidono con quelli delle istituzioni.

[54] La famiglia

La famiglia nella crisi delle istituzioni rimane oggi un ancoraggio per i giovani. Rappresenta un rifugio tranquillo e un sincero ambiente affettivo che realizza, ordinariamente, fra gli adulti e i giovani un rapporto positivo di rispetto e di autonomia vicendevole.

Ma l'indice della sua valenza educativa e religiosa risulta ridotto. Le nuove appartenenze che il giovane si costruisce al di fuori della famiglia, il distacco culturale che divide giovani e adulti, l'impossibilità per i genitori di poter seguire i figli dopo l'adolescenza, rendono la famiglia piuttosto esterna al processo di crescita. Luogo di affetto e di comprensione, non è più vissuta come primo ambiente di elaborazione culturale.

[55]

Diverse famiglie nei vari contesti sono investite oggi da una grave crisi segnata dall'indebolimento dei legami interni e da una esagerata ricerca di autonomia.

Molti giovani soffrono le conseguenze di questo sfascio familiare, causato dalla infedeltà, dalla superficialità dei rapporti, dal divorzio, dalla miseria, dall'alcoolismo o dalla droga.

E' in aumento il numero di persone psicologicamente impreparate alla paternità o alla maternità, incapaci di dare affetto ai figli o al partner.

Queste situazioni creano in molti giovani gravi conseguenze che si manifestano in carenze affettive vistose, insicurezze, disadattamento, rischio di devianza.

[56] L'istituzione scolastica

Nel sistema educativo delle nostre complesse società si nota una prevalenza dell’istruzione e del dato scientifico sulle intenzioni educative e sulla formazione globale della persona. Questo fatto crea un distacco tra sistema educativo e vita, tra insegnamento e formazione globale della persona, e rende difficile l'elaborazione di una cultura personale.

L'interferenza, inoltre, di numerose altre "agenzie di educazione" riduce l'influsso di tutte, e relativizza proposte e contenuti offerti ai giovani.

[57] le istituzioni religiose

Le strutture religiose conoscono oggi un crescente interesse e una rinnovata fiducia, anche se il loro influsso sulle decisioni e sulle scelte di vita dei giovani è soltanto parziale e settoriale.

Per comodità di analisi riconduciamo il frastagliato mondo religioso dei giovani a due categorie fondamentali.

 

[58]

Una maggioranza di giovani ritiene incompatibile la ricerca che fanno di un nuovo modo di vivere, con la poca flessibilità dell’istituzione religiosa. Essa infatti sembrerebbe non favorire le novità continuamente richieste dalla vita.

Perciò, allontanandosi dall'istituzione, questi giovani sono indotti a vivere l'esperienza religiosa come fatto interiore e privato, che non riesce ad incidere in maniera significativa sulla loro vita concreta.

[59]

Una minoranza sente, invece, fortemente la comunione con le persone che condividono gli stessi sentimenti e orientamenti culturali e religiosi. Sa esprimere con forza e tenacia l'impegno coerente con la propria fede religiosa, la manifesta pubblicamente e cerca di rielaborarne i gesti, i simboli e i contenuti per renderla più espressiva in un mondo che sta mutando.

Altre situazioni che influiscono sui giovani

[60] Il lavoro

Il posto e la qualità del lavoro influiscono notevolmente sui giovani e sulla loro identità personale e sociale.

Per molti di essi il lavoro è condizione indispensabile di sopravvivenza per sé e per la famiglia. Segna un nuovo rapporto con gli adulti e procura un posto nella vita sociale.

Per altri il lavoro stabilisce anche l'uscita dalla famiglia, una gestione indipendente della propria vita e una conferma sociale delle proprie capacità.

In ogni caso, il lavoro crea nel giovane una maggiore sicurezza di sé, nuovi atteggiamenti: sul posto di lavoro nascono solidarietà e amicizie, si scambiano esperienze, si subiscono influssi.

In molti casi, l'ingresso nel mondo del lavoro spezza la debole partecipazione alla comunità cristiana e la stessa fede rischia di essere sempre meno influente fino a farsi estranea alla vita.

Per un altro verso, cresce il numero di quei giovani che nel posto di lavoro riescono a tradurre concretamente la propria fede in impegno sociale.

Non vanno dimenticati due aspetti.

I giovani, numerosi in alcuni paesi, costretti a un prolungato stato di disoccupazione o di lavoro saltuario, soffrono un senso di fallimento personale e di inutilità sociale e restano in uno stato di dipendenza economica e familiare.

Per molti ragazzi, invece, l'esperienza del lavoro è troppo precoce. E' il fenomeno del lavoro minorile, svolto sovente in condizioni di precarietà, di sfruttamento, senza garanzie per l'incolumità fisica e la salvaguardia dei diritti personali.

A questi ragazzi viene precluso l'accesso alle istituzioni educative e ad un minimo di cultura. Possono quindi buttarsi in facili evasioni o, addirittura, in situazioni devianti.

[61] Il gruppo giovanile

Importanza particolare ha il gruppo giovanile nel cammino di formazione. E', senza dubbio, una realtà diffusa e ricca di prospettive.

A contatto con i coetanei, il giovane ritrova criteri di vita e orientamenti pratici, legge i fatti dell’esperienza e li confronta con il passato, si esprime con protagonismo gratificante.

Il gruppo rappresenta per molti giovani l'unica via per ricomporre la frammentarietà che insidia continuamente la loro vita. E così la solitudine, che è parte integrante del processo di sviluppo personale, viene più facilmente superata.

A volte l'adesione agli ideali del gruppo è parziale e il gruppo stesso diventa piuttosto rifugio od evasione dalle difficoltà che la vita presenta.

[62] "La strada"

La "strada" rimane sempre un luogo di rifugio per i giovani poveri, separati dalle loro famiglie o emarginati dalla società, e che devono utilizzare qualunque mezzo per sopravvivere. Nei contesti di povertà essa è per molti giovani l'unica casa, l'unico posto di lavoro e l'unica scuola di vita.

Ma oggi la strada ha preso una nuova dimensione. La ricerca di nuovi rapporti e il desiderio di libertà portano i giovani a inventare luoghi di aggregazione e di incontro, semplici e di accesso immediato. Indicativo è in questo senso il forte influsso della strada, delle sale di divertimento o di raduno, dove i messaggi si costruiscono, si moltiplicano, o si elidono a vicenda.

I giovani vi cercano il piacere dell’incontro e il gusto dello stare bene insieme. Non si incontrano per fare qualcosa, ma per parlare, per condividere, e soprattutto per divertirsi.

Cresce la forza e l'incidenza del tempo libero sulla formazione dell’identità personale dei giovani, fino ad eclissare l'importanza delle agenzie educative classiche.

La strada e gli altri spazi di aggregazione aiutano a vincere la solitudine, caratteristico prodotto dell’attuale società; suppliscono a carenze affettive di tipo familiare; danno sicurezza personale e offrono possibilità di incontro e di amicizia.

Ma nella strada - e negli altri ambienti di spontanea aggregazione è facile lasciarsi catturare da messaggi carichi di sollecitazioni ambigue, che stimolano al godimento dell’immediato, alla massificazione, all'evasione mediante l'alcool, la droga ed altre forme di comportamenti devianti.

[63] La comunicazione sociale

I giovani comunicano con facilità attraverso quei linguaggi nuovi (musica, TV, videoclips) che creano una nuova cultura, spesso sconosciuta e incomprensibile agli adulti, ma all'interno della quale essi si muovono con naturalezza. Questi linguaggi diffondono modelli di vita[1] e producono continue e abbondanti informazioni sul mondo e i suoi problemi.

I giovani ne sono, in genere, grandi utenti. Per alcuni i mass-media sono occasioni positive di crescita. Facendone un uso intelligente, si formano una vera coscienza critica e una mentalità più aperta. Maturano scelte più documentate e impegnative, coltivano sensibilità ai valori della pace, della giustizia e della tolleranza.

Altri giovani però e sono tanti - accostano i mass-media acriticamente, esponendosi al rischio di sempre maggiori dipendenze. Sono per loro strumenti di evasione, occasioni di nuovi condizionamenti, di falsi bisogni e di errati modelli di vita.

3. I Giovani di fronte alla fede

Ecco, uscì il seminatore a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada... un’altra cadde fra i sassi... un’altra cadde tra le spine... e un’altra cadde sulla terra buona... (Mc 4,3-8)

Nei contesti e nelle situazioni appena descritti, come guardano i giovani alla fede? Cosa si attendono da essa? Cosa le chiedono?

Le loro attese e le loro speranze si presentano diversificate.

[64] Giovani lontani

Vi sono i "giovani lontani". E' la categoria più numerosa, ma dentro il numero le radici della loro lontananza e le sue manifestazioni sono diverse.

Alcuni sono lontani perché, pur essendo vissuti in famiglie fondamentalmente sensibili al fatto religioso, a poco a poco, per influenza di ambienti in progressiva scristianizzazione, si sono trovati ad aver persa la fede senza che ne abbiano fatto un rifiuto cosciente. E' questo un allontanamento silenzioso.

Ve ne sono altri che sono lontani, semplicemente perché sono nati in famiglie e in contesti culturali dove il senso della vita, i suoi criteri, le appartenenze sono autonomi e del tutto estranei ai valori religiosi.

Altri sono lontani perché, privi delle condizioni fondamentali per vivere, impoveriti ed emarginati, neppure sanno che esistono valori cristiani e religiosi; o, se lo sanno, li sentono senza peso e significato per la loro esperienza di vita presa dall'assillo della sopravvivenza quotidiana.

[65]

Alla categoria dei "lontani" appartengono anche quei giovani che escludono esplicitamente ogni riferimento religioso. Educazioni sbagliate possono averli fatti passare da una religiosità intensa al suo rifiuto.

I motivi sono vari: o per testimonianze negative; o perché di questa religiosità non si è curata pedagogicamente la qualità, la gradualità e l'assimilazione personale; o perché la si è sostituita con l'adesione a sistemi di pensiero o a movimenti politici che non riconoscono la capacità umanizzante dell’esperienza religiosa; o perché, più consumisticamente, essi si sono messi sulla via dell’accumulo del benessere e la fede è diventata, per loro, irrilevante e di ostacolo...

[66]

Finalmente vi sono giovani che si dicono lontani da Dio, perché lontani dalle pratiche religiose e dalle istituzioni ecclesiali o dal magistero, non dall'impegno etico. Essi offrono una buona base e una sufficiente disponibilità al dialogo.

[67] Giovani aperti al discorso religioso

Vi sono i "giovani aperti a una certa partecipazione".

Essi sentono il bisogno reale, spesso confuso, di un significato per la propria vita e di valori per motivarne le scelte e le azioni.

Sono un po' i "giovani del desiderio", sensibili agli stimoli religiosi. Ma sostano anche facilmente in quell'ambito di "religiosità" chiamata "light" ("leggera"), dove vivono sprazzi di emozione e di pratica religiosa in occasione dell’incontro con persone o avvenimenti di eccezione. Di fatto, non si preoccupano di una conoscenza organica del mistero cristiano, né di una pratica coerente con gli insegnamenti della Chiesa.

Offrono però una qualche disposizione al dialogo e all 'approfondimento.

[68] Giovani della pratica religiosa

In qualche modo somiglianti a questi, sia pure con accentuazioni diverse, sono i "giovani della pratica religiosa" non motivata, quelli che compiono con regolarità i gesti religiosi richiesti, ma senza viverne la qualità e la pienezza. E lo fanno più in consonanza col costume sociale che come espressione cosciente della ricerca di Dio e dell’avvento del suo Regno. Non si decidono e non si dispongono, di propria iniziativa, a donarsi a Cristo e ai fratelli, anche per l'insufficiente maturazione della scelta religiosa.

Perciò la fede non esplica in loro tutte le sue potenzialità, la vita cristiana non viene accolta nei suoi aspetti profetici di avventura originale, la carità non diventa donazione, testimonianza, servizio ecclesiale, impegno sociopolitico.

[69] Giovani impegnati

Quello dei "giovani impegnati" è il cerchio più ristretto. Eppure la loro presenza è un vero segno di speranza.

Per essi la fede è un dono: è una scoperta, una sorpresa e sempre una gioia. In loro la riflessione sul mistero cristiano è continua, lo sforzo di coerenza è permanente e le varie forme d’impegno apostolico e sociopolitico e le diverse vocazioni, vissute con generosità, danno vita a un’appartenenza alla Chiesa sentita e manifesta.

[70]

E vi sono, fra questi, giovani che hanno vissuto la loro vita semplicemente, nella bontà e nella dedizione agli altri, fino alla santità. La nostra tradizione li ha conosciuti: Domenico Savio, Laura Vicuña, Ceferino Namuncurá, ed altri.

Don Bosco li ha fatti protagonisti straordinari dell'evangelizzazione degli altri giovani. I nostri documenti li indicano come meta di pienezza dell’evangelizzazione[1].

Sono presi da Dio e posti al servizio dei propri compagni e della comunità. La loro esistenza palesa molti aspetti della forza operativa dello Spirito, ed è uno stimolo per le stesse comunità salesiane.

[71] Giovani di varie denominazioni cristiane

L'incontro con i giovani appartenenti alla varie denominazioni cristiane non è più oggi per noi un fatto eccezionale. La Congregazione si è inserita in aree geografiche tradizionalmente legate a tale confessioni. E sempre più spesso ragazzi e giovani di diverse confessioni frequentano le nostre opere.

Si è instaurato recentemente, un po' dovunque, un nuovo clima, con il movimento ecumenico, la tolleranza religiosa e il diffuso desiderio di unità che caratterizza la nostra epoca, per influsso del Concilio Ecumenico Vaticano II.

Questi giovani, in ragione della loro fede, riflettono e vivono una tensione spirituale ed esigenze morali per molti aspetti coincidenti con quelle del mondo cattolico. C'è tra loro chi è aperto al dialogo sui valori religiosi, e disponibile a operare insieme a noi per il Regno.

Vengono da noi con simpatia, o per scelta personale, o perché le loro famiglie trovano attraente il clima dei nostri ambienti, o per ragioni di convenienza.

Per il reciproco rispetto e la valorizzazione della scelta religiosa, si possono superare la diffidenza e la contrapposizione. Ci si stima di più, si solidarizza nella realizzazione di progetti comuni.

Ciò non accade, invece, con le sette fondamentaliste, diffuse in diversi contesti.

[72] Giovani delle altre religioni

I "giovani delle altre religioni" si presentano anch'essi con le caratteristiche proprie dei "tipi" descritti, dai "lontani" agli "impegnati".

Molti fra loro ammirano Gesù, ma la maggioranza di essi non sceglie di aderire al cristianesimo.

La ragioni sono tante: la paura che, diventando cristiani, debbano separarsi dalla cultura e dalla tradizione del proprio gruppo sociale; il sentimento radicato che il cristianesimo sia depositario di una fede importata e straniera; in alcuni paesi anche la mancanza di libertà religiosa.

Influisce pure il fatto che molti cristiani non si impegnano e offrono una testimonianza poco credibile, lottando tra loro pur richiamandosi al medesimo Cristo.

Tutto questo pesa, e condiziona i primi movimenti verso la fede.

[73]

Si aggiunge l'interpretazione che viene data alla crisi morale e religiosa dei paesi tradizionalmente cristiani, quasi che fosse il risultato di un colossale fallimento del cristianesimo, tanto che presso questi popoli si recano anche giovani dell’Occidente in cerca di pace, di armonia, di illuminazione. Il cristianesimo sembra aver poco o niente da offrire, che non si trovi già nelle loro religioni.

L'autosufficienza, nata dall'interpretazione - in parte vera e in parte opinabile - di questi fatti, si presenta come difficoltà al dialogo e come impedimento ad accogliere con cuore povero lo scandalo del Vangelo.

[74]

Nell’insieme, però, queste religioni offrono una buona base di confronto con il cristianesimo. Si tratterà di aiutare a scoprire e aumentare la loro capacità di aprirsi a Dio e alla proposta di fede; di facilitare il discernimento del vero e dell’autentico dal falso e dall'illusorio; di accompagnare i giovani nell’incontro di comunione con Dio, utilizzando il bene che è nella loro fede e nei loro desideri.

4. Le sfide più urgenti

Quando si fa sera, voi dite: Bel tempo, perché il cielo rosseggia, e al mattino: Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l'aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi? (Mt 16, 2-3)

[75]

Dalla lettura dei contesti, dalla situazione giovanile e dalla co]locazione concreta dei giovani nei confronti della fede la Congregazione salesiana si sente sfidata a prendere posizione e ad impegnarsi. Ma in quale direzione?

Il CG23, nel suo discernimento, ha individuato nei fatti alcune sfide che, a suo giudizio, per la loro gravità, urgenza ed ampiezza, sembrano interpellare più direttamente e fortemente le comunità. Sono sfide che si presentano per una parte come provocazioni alla nostra vocazione di educatori alla fede; e per l'altra come opportunità reali cariche di potenzialità. Sono occasioni nuove che sollecitano la creatività e il coraggio.

Esse esprimono in maniera particolareggiata il doppio versante che la fede è chiamata a illuminare e risignificare: la persona e la società; l'identità personale e la universale solidarietà tra gli uomini.

Ne vengono indicate cinque:

-      a sfida della "lontananza-estraneità"; la sfida della "povertà";

-      la sfida dell’"irrilevanza della fede nella vita e nella cultura";

-      la sfida delle "altre religioni";

-      la sfida della "vita".

[76] La lontananza-estraneità

La sfida della "lontananza-estraneità" dei giovani dal mondo della fede è il dato più universale che risulta dalle analisi condotte. La si riscontra persino in coloro che hanno percorso le prime tappe dell’iniziazione cristiana.

Molti giovani, avendo la possibilità di scegliere liberamente, rinchiudono la propria vita in una visione secolarista, che li attrae di più, si appiattiscono sul presente e perdono la coscienza della propria destinazione.

[77]

I giovani lontani sono numerosi e sono una forte sfida alla comunità salesiana, che avverte di essere più volte lontana da essi, per mentalità e mancanza di comunicazione:

-      Come raggiungere i giovani superando le barriere fisiche, psicologiche e culturali che ci separano dal loro mondo?

-      Come entrare in contatto con coloro che, pur essendo nei nostri ambienti, sono lontani e non si interessano della fede?

La stessa maniera di vivere e di presentare la fede da parte della comunità viene scossa, ed essa è spinta ad interrogarsi:

-      La comunità vive davvero la fede come la dimensione che dà il sapore e l'orientamento alla vita? Quali sono le vie che la fanno apparire nel suo vero valore ai giovani di oggi e li aiutano a seguirla?

[78] La povertà

La condizione sociale di "povertà" interpella e sfida ogni uomo di buona volontà. L'impossibilità o la grande difficoltà pratica di realizzarsi come persone, non potendo usufruire delle condizioni minime per uno sviluppo adeguato, pongono domande serie.

Sono domande che diventano ancor più angustianti, quando si giunge a capire che l'impoverimento di molti è in relazione diretta con l'arricchimento di pochi.

[79]

Chi, come discepolo di Cristo, vede questa realtà con i suoi occhi e la sente col suo cuore è chiamato a "compatire" queste situazioni e a rendersi solidale con chi le soffre.

Il carattere profetico della vita religiosa ci domanda di incarnare la Chiesa desiderosa di abbandonarsi al radicalismo delle beatitudini e di testimoniarle. Questo dono dello Spirito ci fa più sensibili al]a sfida della povertà.

Colui che è "ricco di misericordia"[1] ci invia ad essere voce di coloro che non hanno voce, a diventare poveri con i poveri, ad assumere la loro causa, a cercare la giustizia per coloro che soffrono ingiustizia, a collaborare per trasformare una realtà che è lontana dal Regno di Dio.

[80]

Osservando questa condizione sociale di povertà con gli occhi di Don Bosco e costatando come essa distrugga tanti giovani, il cui orizzonte di vita si limita alla ricerca dell’immediato per sopravvivere o ad un ideale svuotato di senso, ci sentiamo sfidati a fare più consistente e qualificata la presenza salesiana tra i poveri.

E ci domandiamo:

-      Come vive la comunità salesiana il radicalismo della beatitudine della povertà, e come la testimonia? Quale educazione e quale vita cristiana presentiamo a quei giovani che vivono in un mondo di povertà, di ingiustizia, di miseria e di abbandono, perché sia significativa e liberatrice?

-      Specialmente nei paesi del benessere, come educhiamo i giovani a rendersi conto dell’ingiustizia generata dal mondo dell’abbondanza?

[81]

Uno degli aspetti della sfida è che i giovani emarginati e impoveriti, nella misura in cui si rendono trasparenti al Vangelo, sono essi stessi nostri evangelizzatori: "riconosciamo i valori evangelici di cui sono portatori", ci dicono le nostre Costituzioni[1].

[82]

Le comunità salesiane sono chiamate ad essere un segno di speranza per questi giovani. Dal momento in cui condividiamo con essi tutto il nostro amore come educatori che vivono di fede, ci sentiamo obbligati ad uscire dalle situazioni di torpore e di indifferenza.

L'incontro quotidiano con loro, arricchito dai segni della presenza di Cristo, produce nelle comunità nuovi stimoli per una fede vissuta con più verità, aiuta a celebrare il Regno e la salvezza, a cercare con realismo nuovi motivi di conversione e di solidarietà, a fare della fede una realtà salvifica della storia.

[83] L'irrilevanza della fede

L'"irrilevanza della fede nella vita e nella cultura" è un assioma della società "moderna", come se fosse indiscutibile e accertato che l'essere religioso è in antagonismo con le leggi e i dinamismi che muovono l'uomo di oggi nell’economia, nella politica, nella gestione del potere.

Nel mondo del benessere, e per riflesso anche in altri contesti, il valore religioso è stato posto ai margini delle componenti della nuova società e degli aspetti che si stimano essenziali al vivere sociale.

Per i giovani, specialmente per quelli che vivono in questo clima, la domanda su Dio non è rilevante, e il linguaggio religioso (salvezza, peccato, fede, futuro) è svuotato del suo significato. Non ha senso dunque parlare della relazione fede-vita o fede-cultura. La proposta religiosa non trova più spazio culturale per esprimersi in forma comprensibile.

E' l'aspetto drammatico del pur legittimo processo di secolarizzazione.

 

[84]

E i giovani credenti? Anch'essi tendono a vivere la loro fede "in privato", senza agganciarla con la vita reale che la rifiuta. Queste situazioni di isolamento, di privatizzazione e di estraneità si vivono e si incontrano seminate dovunque, specialmente dai mezzi della comunicazione sociale.

E i giovani ben presto sembrano essere posti di fronte a un’alternativa senza sbocco:

-      Orientarsi nel sociale ed aprirsi alla vita adulta senza seguire ed ispirarsi a criteri religiosi? O restare fedeli al proprio orizzonte ideale, quello della fede, privilegiando il privato?

Anche i salesiani si domandano:

-      Come educare i giovani nella ricostruzione di una nuova identità cristiana all'interno dei processi di sviluppo dei valori umani?

[85]

La comunità stessa, di riflesso, rischia di non poter rendere credibile la propria fede e di non poterla trasmettere, se non trova il luogo adatto, la durata sufficiente e il linguaggio necessario per l'educazione alla fede di coloro a cui è inviata.

Il luogo non può essere che quello della vita e della storia: è la nuova realtà sociale. La durata è quella delle diverse fasi o età della vita. Il linguaggio, quello capace di comunicare entro la nuova cultura.

La sfida è grande, addirittura immensa. Non si tratta qui di dare soltanto una risposta astratta alle domande; si tratta di tutto il dinamismo della vita e della civiltà, si tratta del senso delle varie iniziative dell’esistenza quotidiana e, nello stesso tempo, delle premesse per ogni progetto di educazione che voglia presentarsi come possibile. Si tratta in fondo di poter sperare ancora.

[86] L'incontro con le altre religioni

L'"incontro con le altre religioni" è una sfida che si fa presente nei diversi contesti descritti, in modi e con caratteristiche distinte, eppure in parte comuni.

-      Come rendere presente Gesù Cristo, "Colui che è penetrato in modo unico e irrepetibile nel mistero dell’uomo ed è entrato nel suo cuore?"[1].

Dopo 2000 anni il cristianesimo è percepito ancora, in questi contesti, come religione lontana dalle proprie sensibilità culturali e straniera, a volte addirittura considerata pericolosa da alcuni gruppi religiosi di tendenza fondamentalista. Chi si sente minacciato, si chiude e rende vane le possibilità di mutua conoscenza, di collaborazione e di scambio.

Un dialogo sincero e pratico, un’attenta e profonda inculturazione della fede cristiana e una coraggiosa evangelizzazione della cultura[1], una testimonianza della comunità impegnata nella carità e nel servizio con entusiasmo e capacità di sacrificio sono la più valida risposta alla sfida dell’incontro con i giovani di altre religioni.

-      Come può la comunità realizzare un dialogo sincero e aperto con queste religioni, sottolineando i loro valori positivi, riconoscendo i loro limiti? Come vivere i valori salesiani del Sistema Preventivo, soprattutto l'amore e la bontà, come la prima testimonianza cristiana e la strada migliore per far presente il Vangelo?[1]

[87] La vita

Le sfide che si sono indicate finora sono individuate nei fatti e provocano inquietudini e opportunità reali. Ma c'è una sfida che è sintesi e matrice di tutte le altre e tutte le attraversa: la sfida della "vita".

[88]

Molti giovani la sperimentano nelle sue manifestazioni più dolorose: nella fame che cerca il pane; nell’oppressione che cerca la libertà; nella solitudine che cerca la comunione; nella profanazione che cerca la dignità; nello smarrimento che cerca una sicurezza; nell’assurdo che cerca un senso; nella violenza che cerca la pace.

Ci sono giovani che sono felici nei loro studi, nella loro famiglia, tra gli amici, nel benessere, nel tempo libero e finiscono col non avere bisogno della fede e di un’altra vita.

Ci sono infine quelli che vogliono vivere pienamente. Questo desiderio di vita acquista oggi caratteristiche proprie: ricerca di una nuova qualità di vita, nella quale, superate le necessità primarie, vengano offerte risposte ad altre necessità più personali, relazionali e religiose; sensibilità per la dignità della persona umana e i suoi diritti; ricerca di nuove motivazioni per vivere da uomini veri nel mondo d’oggi.

La risonanza di queste sfide coinvolge tutta l'esistenza della comunità salesiana, colpisce ogni aspetto della sua identità e l'obbliga a verificare e a valutare il suo essere ed agire. Misurandosi su Gesù di Nazareth, essa verificherà se mai è al servizio della vita distrutta e minacciata da tante morti, e dovrà ripensare il suo concetto di "salvezza cristiana", illuminata dall'art. 31 delle Costituzioni: "educhiamo ed evangelizziamo secondo un progetto di promozione integrale dell’uomo, orientato a Cristo, uomo perfetto".

 

 

Capitolo Generale 23

dei Salesiani di Don Bosco

EDUCARE I GIOVANI ALLA FEDE

 

Documenti Capitolari

Roma, 4 marzo - 5 maggio 1990

 

Seconda Parte

Il cammino di fede

1. La comunità dl fronte alle sfide

 

Due di loro erano in cammino... Gesù in persona si accostò e camminava con loro (Lc 24,13.15.)

[89] La comunità interpellata

La comunità salesiana si sente interpellata dalle sfide. Le coglie con umiltà e con passione pastorale, e si lascia sfidare. E' convinta che non si tratta soltanto di semplici problemi giovanili, ma di "segni dei tempi". Per mezzo di essi il Signore si manifesta e la interpella.

La comunità risponde verificando la propria vita, le prospettive e i progetti che l'hanno guidata finora nel suo impegno pastorale ed è convinta di poter andare incontro ai giovani. Nella tradizione salesiana, infatti, si manifesta una felice coincidenza tra ciò che i giovani chiedono e ciò che la nostra consacrazione apostolica è sospinta a dare.

[90] ripensa la missione ricevuta

Alla radice di questa speranza stanno alcune convinzioni.

La missione giovanile, dove ogni confratello e ogni comunità sperimentano la gioia del proprio servizio, ci consente di camminare al passo con i tempi. Noi collaboriamo all'opera di Dio ed a questo fine Egli ci dà la sua grazia e la sua luce.

Con le loro sollecitazioni i giovani ci impediscono di fermarci sul passato, ci educano e ci spingono a trovare risposte nuove e coraggiose.

L'aurora di una "nuova evangelizzazione"[1] ci convoca ad un impegno per la costruzione di una società più umana e ci chiede, soprattutto, di rinnovare in contesti nuovi, quasi con un salto di qualità, la nostra fede nella Buona Novella portata all'uomo dal Signore Gesù.

[91] si impegna a dare una risposta

Siamo convinti che Dio opera nella storia, che lo Spirito del Signore risorto è presente dovunque c'è del bene e chiama la comunità a confessare Cristo e a risvegliare la sua propria fede.

Non abbiamo risposte puntuali e di sicura efficacia per l'insieme delle sfide o per alcune di esse in particolare. Esse non sono difficoltà passeggere, ma indicazioni di un "cambio di epoca" che dobbiamo imparare a vagliare alla luce della fede.

[92] ispirandosi all'esperienza di don Bosco

A questa convinzione ci porta anche la nostra esperienza spirituale vissuta al seguito di Don Bosco.

Lo Spirito, presente nel suo cuore, attirava i giovani oltre la sua persona, verso Dio. Nella complessità delle situazioni e nella precarietà delle risorse, egli "viveva come se vedesse l'Invisibile"[1]. Seminava con fiducia stimoli di fede, gesti di bontà e formava persone che ne fossero portatori.

E' l'esperienza che noi pure vogliamo comunicare oggi ai giovani: la vita, per questa presenza misteriosa dello Spirito, anche nella povertà, porta in sé la forza del riscatto e il seme della felicità.

Questo è in sostanza "educare alla fede".

Perciò proponiamo di lasciarci convertire dalle loro provocazioni e li aiutiamo a scommettere sulla fede. Nutriamo la fiducia di poter loro offrire un cammino che li porti dal desiderio di vita alla pienezza di essa, a maturare cioè uno stile di esistenza che riproduca quello di Gesù di Nazareth così com'è stato rivissuto da Don Bosco.

Questo è in sostanza la "spiritualità giovanile salesiana".

[93] sull'esempio del Signore

Facciamo tutto ciò sull'esempio del Signore e seguendo il metodo della sua carità di buon Pastore[1] sulla via di Emmaus[1]. Ripetiamo i suoi atteggiamenti: prendiamo l'iniziativa dell’incontro e ci mettiamo accanto ai giovani; con loro percorriamo la strada ascoltando, condividendo le loro ansie ed aspirazioni; a loro spieghiamo con pazienza il messaggio esigente del Vangelo; e con loro ci fermiamo, per ripetere il gesto di spezzare il pane e suscitare in essi l'ardore della fede che li trasforma in testimoni e annunciatori credibili.

2. Il cammino di educazione alla fede

Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (Lc 2,52).

All'incontro di Dio nel giovane

[94] L'opera di Dio

Educare i giovani alla fede è per il salesiano "lavoro e preghiera". Egli è consapevole che impegnandosi per la salvezza della gioventù fa esperienza della paternità di Dio[1] "che previene ogni creatura, l'accompagna con la sua presenza e la salva donando la vita"[1].

Don Bosco ci ha insegnato a riconoscere la presenza operante di Dio nel nostro impegno educativo, a sperimentarla come vita e amore.

[95] riconosciuta

Noi crediamo che Dio ama i giovani. Questa è la fede che sta all'origine della nostra vocazione, e che motiva la nostra vita e tutte le nostre attività pastorali.

Noi crediamo che Gesù vuole condividere la "sua vita" con i giovani: essi sono la speranza di un futuro nuovo e portano in sé, nascosti nelle loro attese, i semi del Regno.

Noi crediamo che lo Spirito si fa presente nei giovani e che per mezzo loro vuole edificare una più autentica comunità umana e cristiana. Egli è già all'opera, nei singoli e nei gruppi. Ha affidato loro un compito profetico da svolgere nel mondo che è anche il mondo di tutti noi.

Noi crediamo che Dio ci sta attendendo nei giovani per offrirci la grazia dell’incontro con Lui e per disporci a servirlo in loro, riconoscendone la dignità ed educandoli alla pienezza della vita.

Il momento educativo diviene, così, il luogo privilegiato del nostro incontro con Lui.

[96] in ogni situazione giovanile

In forza di questa grazia nessun giovane può essere escluso dalla nostra speranza e dalla nostra azione, soprattutto se soffre l'esperienza della povertà, della sconfitta e del peccato. Noi siamo certi che in ciascuno di essi Dio ha posto il germe della sua "vita nuova".

Questo ci spinge a renderli coscienti di tale dono e a faticare con loro, perché sviluppino la vita in pienezza. Quando la dedizione sembra non raggiungere il suo scopo, noi continuiamo a credere che Dio precede la nostra sofferenza come il Dio della speranza e della salvezza.

Punto di partenza

[97] Andare verso i giovani

Il nostro impegno di educazione dei giovani alla fede si imbatte sovente in un ostacolo: molti giovani non sono raggiunti né dal nostro messaggio né dalla nostra testimonianza. Rimane tra noi e la maggior parte di loro una distanza che spesso è fisica, ma che è soprattutto psicologica e culturale.

Eliminare la distanze tra noi e loro, farsi prossimi, accostarsi a loro è dunque per noi il primo passo. E anche in questo Don Bosco ci fu maestro. "Sento, o miei cari - egli scriveva da Roma nel 1884 il peso della mia lontananza da voi e il non vedervi e il non sentirvi mi cagiona pena quale voi non potete immaginare"[1].

Egli si metteva alla ricerca dei giovani: usciva per le strade, sulle piazze; entrava nei cantieri e nei posti di lavoro. Li incontrava a uno a uno e li invitava nel suo Oratorio.

Questo amore e i gesti che lo accompagnavano non appartenevano soltanto a un metodo pedagogico, ma erano l'originale espressione della sua fede nel Signore e della sua volontà di annunciare Cristo ai giovani.

[98] incontearli dove si trovano

Andare ed incontrare i giovani dove si trovano, accoglierli disinteressatamente e con premura nei nostri ambienti, metterci in attento ascolto delle loro domande e aspirazioni sono per noi scelte fondamentali che precedono qualsiasi altro passo di educazione alla fede.

[99] valorizzando quanto già hanno

Il cammino di educazione alla fede inizia col valorizzare il patrimonio che ogni giovane ha in sé, e che un vero educatore con intelligenza e pazienza saprà scoprire. Egli utilizzerà opportunamente la ragione e la sua sensibilità pastorale per scoprire il desiderio di Dio a volte sepolto, ma non del tutto scomparso dal cuore del giovane. Metterà in gioco la sua carica di comprensione e di affetto, studiando di "farsi amare".

L'accoglienza genera, poi, una circolazione di reciproca amicizia, stima e responsabilità, al punto da suscitare nel giovane la consapevolezza che la sua persona ha un valore ed un significato che oltrepassa quanto egli stesso aveva immaginato. E questo mette in azione ogni sua migliore energia.

[100] in un ambiente educativo

L'accoglienza tocca più profondamente quando a coinvolgere il giovane non sarà solo una persona, ma tutto un ambiente carico di vita e ricco di proposte. Paradigma di ogni nostro ambiente è l'Oratorio: "casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola che avvia alla vita e cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria"[1].

L'ambiente "oratoriano" non è primariamente una specifica struttura educativa, ma un clima che caratterizza ogni opera salesiana. I rapporti improntati alla confidenza e allo spirito di famiglia, la gioia e la festa che s'accompagnano alla laboriosità e al compimento del proprio dovere, le espressioni libere e molteplici del protagonismo giovanile, la presenza amicale di educatori che sanno fare proposte per rispondere agli interessi dei giovani e suggeriscono nel contempo scelte di valori e di fede, ne costituiscono le caratteristiche principali.

A questo clima ritorna con nostalgia Don Bosco nella lettera dell’84 da Roma, quando chiede che si rinnovino "i giorni dell’affetto e della confidenza cristiana" fra giovani e salesiani, "i giorni dei cuori aperti con tutta semplicità..., della carità e della vera allegrezza..."[1].

Don Bosco fu inventivo nel creare ambienti in cui fondeva educazione e fede e dove i suoi giovani diventavano missionari dei giovani.

Per questo fu sempre esigente circa la qualità educativa dei suoi ambienti, tanto da non esitare a prendere decisioni anche dolorose nei confronti di quei giovani e di quei collaboratori che in qualche modo rifiutassero apertamente o compromettessero il clima educativo.

Così, nello stretto rapporto fra l'incontro personale con ogni giovane da parte dell’educatore e la ricca sollecitazione dell’ambiente, maturarono nella storia salesiana esperienze esemplari di santità giovanile.

La proposta di vita cristiana

[101]

Un incontro significativo o l'accoglienza cordiale in un ambiente divengono momenti di inizio di un cammino "verso" la fede o di un ulteriore itinerario "di" fede. Si mette allora alla prova il cuore oratoriano del salesiano, la sua personale esperienza di fede in Gesù Cristo e la sua capacità pedagogica.

Nell’orientare verso la fede, lo stile salesiano si muove secondo alcuni criteri.

[102] Una proposta di fede all'interno del processo educativo

Il processo educativo, in cui ci si impegna per la promozione totale della persona, è lo spazio privilegiato dove la fede viene proposta ai giovani. Questo orientamento è decisivo per definire le caratteristiche e i contenuti del cammino. In esso si valorizzano non solo i momenti "religiosi", ma anche quanto si riferisce alla crescita della persona fino alla sua maturità.

[103] I giovani e Cristo

Il cammino deve essere tracciato dunque tenendo ben presenti due riferimenti: il travaglio che i giovani devono affrontare nel formare la loro personalità, da una parte; e dall'altra il preciso richiamo di Cristo, che li sollecita a costruirla secondo la rivelazione che si è manifestata in Lui.

La vita dei giovani è insieme punto obbligato da cui partire per un cammino di fede, continuo riferimento nel suo svilupparsi e punto di arrivo del cammino stesso, una volta che essa sia stata trasformata e avviata alla pienezza in Gesù Cristo.

L'annuncio di Gesù Cristo, sempre rinnovato, è l'aspetto fondamentale di tutto il cammino; non rimane qualcosa di estraneo, di giustapposto all'esperienza del giovane. Diviene in essa via, verità e pienezza di vita.

Si ha allora un vero cammino "verso" la fede e un preciso cammino "di" fede che parte da questo riconoscimento: Gesù Cristo si è manifestato come il vero uomo e solo in Lui l'uomo entra totalmente nella vita. Il cammino tende definitivamente ad assicurare e a consolidare l'incontro con Lui, vissuto nella comunità ecclesiale e in una intensa vita cristiana.

[104] Un cammino educativo

Occorre tener presente che si tratta di un cammino "educativo", che prende i giovani nella situazione in cui si trovano e si impegna a sostenerli e orientarli a compiere i passi verso la pienezza di umanità a loro possibile.

E' dunque percorribile anche in quelle situazioni in cui l'annuncio esplicito di Cristo risulta difficile, impraticabile, o dove sono ancora da creare le condizioni minime perché sia ascoltato. In simile stato di precarietà il riferimento al Vangelo fa da ispiratore, indicando valori umani autentici, e dando fiducia alla sofferta e silenziosa testimonianza degli educatori.

Proprio in forza di questa logica il cammino pone al centro dell’attenzione alcuni aspetti.

[105] che privilegia gli ultimi e ui più poveri

1. Il cammino si adegua a coloro che devono incominciare la scelta salesiana di privilegiare i più poveri è la condizione previa per dialogare con tutti, anche con quelli che sono meno informati sull'"evento" cristiano.

Il linguaggio facile e immediato, un ambiente accogliente e lo stile di rapporto familiare rendono accessibile il mistero salvifico e si trasformano in buona notizia e invito per quanti sono lontani.

Il collocarsi dalla parte degli ultimi e dei più poveri determinerà non solo l'inizio del cammino, ma ogni ulteriore tappa, fino a quelle conclusive.

A colui che ha già percorso un tratto di strada non si può certamente chiedere di partire da capo, ma lo si può invitare a ritornare sempre alle realtà, alle parole e ai segni più semplici e fondamentali, per sostenere con la propria testimonianza ed azione il passo di quanti stanno iniziando.

[106] che non finisce mai

2. Il cammino procede sempre verso ulteriori traguardi. Si apre fino a quegli orizzonti di donazione e di santità che lo Spirito sa svelare ai giovani. L'esemplare avventura di Domenico Savio e di Laura Vicuña è paradigma della nostra esperienza educativa, e ci fa riconoscere i frutti straordinari che la vita di fede produce nei giovani.

La nostra missione educativo-pastorale risulterà quindi carente tutte le volte che non saremo capaci di scorgere nei nostri ambienti questo dono posto da Dio, o non ci troveremo preparati a sostenere una risposta generosa.

[107] che si adegua al passo di ogni giovane

3. Oltre a privilegiare i poveri-ultimi-lontani e ad essere propositivo per i più progrediti, il cammino richiede una terza sensibilità: prendere atto che ogni giovane ha un suo passo, diverso dal passo degli altri, che gli esiti delle tappe non sono uguali per tutti e che, quindi, il percorso va adeguato ad ogni singolo caso. Se la fede è dialogo d’amore di Dio e con Dio; se è un’alleanza da Dio proposta nella concretezza della vita, allora non esistono "clichés" che si possano ripetere.

Costituiti dalla iniziativa dello Spirito amici di Dio e dei giovani, ci impegniamo a prevenire, favorire, seguire le loro parole e i loro gesti.

[108]

Anche i fallimenti educativi possono essere esperienza di ogni cammino. Non li consideriamo fatti accidentali o dimensioni estranee al processo educativo. Ne sono parte integrante e vanno assunti con atteggiamento di comprensione. Sono, in alcuni casi, conseguenza delle gravi condizioni in cui si trovano a vivere certi giovani.

[109]

Da tutto questo risulta evidente che il cammino deve essere pensato come unico, perché unica è la meta cui è orientato, uniche le indicazioni legate alla natura della fede, e sono costanti alcune caratteristiche dell'esperienza giovanile.

Ma non è difficile comprendere che il cammino deve progressivamente determinarsi in itinerari particolari, commisurati sui giovani che lo percorrono.

Gli itinerari si presentano appunto come determinazioni più dettagliate di esperienze, contenuti e traguardi, a seconda dei giovani e delle situazioni particolari.

[110] Che si realizza in comunità

4. Vi è un aspetto da non trascurare. E' la comunità educativa, composta di giovani e adulti insieme. Essa è il soggetto che percorre il cammino "verso" la fede e "di" fede. Non si possono fare distinzioni del tipo: i giovani sono i "destinatari" della proposta, mentre gli adulti sono da ritenere solo elaboratori tecnici e autorevoli della medesima. Una simile prospettiva riporterebbe tutto il discorso nell’ambito dei servizi professionali, staccati dalla vita. San Paolo ci ricorda come alla fede noi veniamo generati[1].

Il cammino è unico e coinvolgente, sempre. Anche se esso interpella ogni singola persona in ordine alle sue specifiche responsabilità di fronte a Dio, la proposta però è sostenuta da tutti coloro che riconoscono in Gesù il fondamento e il senso della vita.

[111]

Nella comunità educativo-pastorale tutte le persone, siano esse impegnate in compiti di educazione e sviluppo umano o più esplicitamente sul versante del discorso di fede, sono "educatori dei giovani alla fede".

La loro gioia più grande è comunicare ad essi le incommensurabili ricchezze di Cristo[1]. Tutte le risorse e le attività devono concorrere per servire la stessa persona, aiutandola a crescere verso la vita e verso l'incontro con il Signore risorto.

Aree di attenzione

 

 

La meta globale

"Perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Gv 20,31).

[112] L'uomo orientato a Cristo

Ogni tracciato di cammino è sempre definito da si vuol giungere, dalla meta. Dobbiamo aver chiaro quale sia il tipo di uomo e di credente che deve essere promosso nelle concrete circostanze della nostra vita e della nostra società, consapevoli anche che lo Spirito di Gesù Cristo lo va plasmando a partire da una "nuova creazione".

[113]

In questa direzione ci orientano le nostre Costituzioni: "Educhiamo ed evangelizziamo secondo un progetto di promozione integrale dell’uomo, orientato a Cristo, l'uomo perfetto. Fedeli alle intenzioni del nostro Fondatore, miriamo a formare onesti cittadini e buoni cristiani"[1].

Il primo riferimento di questo testo costituzionale mette a fuoco la sostanziale configurazione a Cristo, Figlio e Fratello, che dona la sua vita per tutti ed è dal Padre risuscitato. Il secondo riferimento invece ("onesti cittadini e buoni cristiani") si rivolge alla realizzazione storica di questo "tipo di cristiano", chiamato a vivere nella Chiesa e nella società in un preciso tempo e in uno spazio determinato.

[114] che sa integrare fede e vita

Per dire tutto questo, in molti contesti si preferisce utilizzare una formula densa ed espressiva: si parla di "integrazione tra fede e vita". Questa integrazione è la risposta alla sfida più drammatica e provocatrice che abbiamo più sopra evidenziato: l'irrilevanza e la separazione tra la fede, la vita e la cultura che si manifestano contemporaneamente a livello sociale e personale.

La meta che il cammino propone al giovane è, allora, quella di costruire la propria personalità avendo Cristo come riferimento sul piano della mentalità e della vita. E' un riferimento che, facendosi progressivamente esplicito e interiorizzato, lo aiuterà a vedere la storia come Cristo, a giudicare la vita come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo.

Per la fecondità misteriosa di questo riferimento la persona si costruisce in unità esistenziale: assume le proprie responsabilità e ricerca il significato ultimo della propria vita. Posta all'interno di un popolo di credenti, riesce con libertà a vivere intensamente la sua fede, ad annunciarla, e nella vita quotidiana a celebrarla con gioia.

[115]

Per conseguenza maturano e diventano connaturali quegli atteggiamenti umani che portano ad aprirsi sinceramente alla verità, a rispettare ed amare le persone, ad esprimere la propria libertà nella donazione e nel servizio. E' l'esercizio della fede, della speranza e della carità come stile di vita.

Mentalità, vita quotidiana, presenza nella comunità: sono indicati in questo modo i tre campi in cui si misura la veridicità del "buon cristiano" e dell’"onesto cittadino".

Il binomio salesiano sottolinea il valore della dimensione comunitaria, sociale e politica della fede e della carità, che porta ad assumere precise responsabilità nella costruzione di una società rinnovata.

Le aree

[116] Quattro grandi aspetti della maturazione cristiana

Il cammino è pensato come progressiva crescita verso questa meta. Ci impegniamo perciò su quattro grandi grandi aspetti della maturazione cristiana che chiameremo "aree".

Le possiamo schematicamente indicare come:

-      a crescita umana verso una vita da assumere come "esperienza religiosa";

-      l'incontro con Gesù Cristo, uomo perfetto, che porterà a scoprire in Lui il senso dell’esistenza umana individuale e sociale: il "Salvatore dell’uomo";

-      l'inserimento progressivo nella comunità dei credenti, colta come "segno e strumento" della salvezza dell’umanità;

-      l'impegno e la vocazione nella linea della trasformazione del mondo.

All'interno di queste aree dovremo:

-      coltivare alcuni atteggiamenti da sottoporre a frequente verifica;

-      individuare alcuni nuclei di conoscenze indispensabili per comprendere adeguatamente la vita cristiana;

-      scegliere esperienze capaci di mediare e proporre atteggiamenti e conoscenze.

[117] che rispondono alle sfide

Questi quattro aspetti partono dalle sfide poste alla fede dei giovani e alla nostra missione di educatori da parte dell’attuale situazione culturale e giovanile. Dalle sfide emerge infatti la domanda di vita e la significatività della fede nella maturazione della propria identità e nella storia umana. Il rischio che la fede corre è di restare irrilevante sia per l'esistenza che per il processo storico.

Le aree vogliono assumere quello che l'uomo stima come vero valore e deporvi il seme della fede come compimento e senso ultimo. Vogliono, nell’insieme, presentare il Regno inserito nel cuore della storia (la grande storia del mondo o la piccola storia personale) e i veri credenti quali chiamati dall'amore di Dio ad impegnarsi nella lievitazione della storia umana.

Così la fede non è disgiunta o giustapposta a ciò che è umano, storico, temporale, secolare, ma, germinando all'interno di tutto questo, lo risignifica, lo illumina, e anche lo trascende allargando i nostri orizzonti al di là della storia.

[118] da comprendere bene nel loro significato

Le aree non sono e non debbono essere pensate, nella persona o nell’azione educativa, come settori separati.

Sono compresenti e si richiamano continuamente a vicenda.

Non è accettabile che si consideri prima solo il versante della crescita umana e poi quello della fede. Bisogna riconoscere alla fede una sua peculiare energia in tutta la crescita umana della persona. Il riferimento a Gesù Cristo e alla Chiesa è costante e attraversa tutte le aree, pur sapendo che si esplicita e si concentra in determinati momenti.

Quando la Parola di Dio ha riempito la vita, la crescita umana non si arresta, anzi continua e si manifesta con nuove espressioni.

Noi abbiamo bisogno di presentare questi contenuti in successione logica, ma ciò non significa che vogliamo indurre a considerarli successivi nel tempo.

[119]

Qualunque progresso è però impensabile, se la proposta non viene assunta dal soggetto. I contenuti che in ogni singola area vogliamo accentuare non sono "lezioni" offerte dall'esterno, o materiali da lavorare. Sono invece maturazioni che avvengono nella persona in forza delle sue scelte. Va allora prestata molta attenzione perché ogni proposta sia debitamente interiorizzata.

L'educazione alla fede viene dunque pensata come umanizzazione, senso della vita, scelta di valori e impegno ecclesiale e sociale.

 

Verso la maturità umana

Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri (Fil 4,8).

[120] Vita e fede si richiamano

I giovani ai quali pensiamo per primi sono "poveri".

La loro povertà si presenta sotto molte forme: povertà di condizioni di vita, di senso, di prospettive, di possibilità, di consapevolezza, di risorse. E' la vita stessa che si trova depauperata delle sue risorse principali. Non affiora alcuna esperienza religiosa finché non si scopre la vita nel suo vero senso. E, viceversa, ogni esperienza di vera vita libera una tensione religiosa.

A partire dall'ammirevole armonia di grazia e di natura così significativamente manifestata nella persona di Don Bosco educatore, è facile per il salesiano comprendere che la fede richiama la vita, e la vita, riconosciuta nel suo valore, sente in certa maniera il bisogno della fede. In forza della grazia non c'è frattura ma continuità tra creazione e redenzione.

 

[121]

Il cammino di fede incomincia con il "renditi umile, forte e robusto"[1] sotto la guida materna di Maria e con il sostegno degli educatori.

Una prima indicazione per sostenere lo sviluppo di quest'area è l'attenzione alle esigenze caratteristiche di ciascuna fase della crescita:

-      la fase dell’infanzia che scopre il mondo circostante con meraviglia;

-      la fanciullezza che si apre a quanto esiste attorno e al rapporto positivo con le altre persone;

-      l'adolescenza con il desiderio di conoscere se stessi, di accettarsi, di esplorare e sperimentare la propria identità;

-      la ricerca di orientamento, lo sforzo di raggiungere una sintesi soddisfacente e il desiderio di partecipare e offrire contributi alla vita sociale che è proprio del giovane.

[122] i primi passi verso i giovani

Per questo non possiamo trascurare, ma dobbiamo prendere in considerazione la particolare situazione di bisogno in cui molti giovani si trovano.

La prassi salesiana vuole aiutare a superare quelle carenze radicali, economiche o affettive, che di fatto condizionano la successiva apertura ai valori.

In questo impegno la fede viene già proclamata nella testimonianza della carità. Contemporaneamente la persona si scioglie da pesanti condizionamenti e si rende libera. Su questa linea si muove ogni iniziativa che intenda offrire ai giovani condizioni degne di vita, luoghi di distensione, o li prepari ad inserirsi nel mondo del lavoro e ad acquistare una cultura sufficiente. Sono così create le condizioni favorevoli perché i giovani si aprano a ricercare e ad accogliere la verità e il gusto di quegli autentici valori che li conducono alla piena maturità umana e li rendono protagonisti della loro vita[1].

[123] chiedono all'educatore scienza e sapienza

Per meglio decifrare problemi ed elaborare proposte giuste in questa prima area, l’educatore alla fede si serve anche delle scienze dell’educazione, utilizzandole con quella sapienza che lo sguardo della fede stessa gli suggerisce.

Il panorama dei modelli educativi si presenta intricato. L'educatore alla fede sceglie e organizza i suoi interventi con lo sguardo fisso all'immagine di uomo di cui percepisce il riflesso contemplando il mistero di Dio presente in Gesù di Nazareth.

L'uomo maturo è quello che ascolta con attenzione gli interrogativi che la propria vita e il mondo propongono; quello che coglie il mistero che li avvolge e ne ricerca il significato mediante la riflessione e l'impegno. E' questo il modello che la solida tradizione salesiana ci riconsegna, quando fa della religione il punto di riferimento per l'educazione. Ben lo sottolinea "Iuvenum Patris" là dove dice: religione "indica che la pedagogia di Don Bosco è costitutivamente trascendente"[1].

[124] portano ad accogliere la vita

In questa prospettiva presentiamo alcune mete da raggiungere e qualche esperienza da proporre.

1. In primo luogo il giovane deve accogliere la vita.

Ciò significa anzitutto che deve accettare se stesso.

Per alcuni giovani questo avviene in maniera spontanea. Il trovarsi in un mondo di persone che li amano, che dialogano con loro e lavorano nel costruire la storia, piccola o grande, è per essi di grande aiuto.

Per altri, invece, è questa la prima e grande scommessa. Pensano - e lo soffrono internamente - che la loro vita non meriti di essere vissuta. Esperienze negative o carenze fondamentali li portano a lasciarla correre o a cederla a basso prezzo. L'educatore della fede deve allora accompagnarli con intelligenza e con cuore, affinché riconoscano il valore inestimabile della vita.

Essi ne scoprono così il duplice carattere di dono e di compito. E' un passo indispensabile perché divengano "soggetto" della propria storia, e responsabili della propria crescita. Se vengono offerte loro esperienze positive, se si aiutano a decifrare i condizionamenti culturali e strutturali, personali e collettivi dentro i quali si è svolta finora la loro storia, percepiscono che il cambiamento è possibile, che c'è futuro, che vale la pena sperare.

Quando queste prime "chiusure" alla vita vengono superate, è possibile far emergere altri interrogativi, suscitare altri atteggiamenti, mettere in attività altre energie.

[125] ad aprirsi agli altri

L'idea positiva di sé porta verso una progressiva apertura alle relazioni interpersonali e dà la capacità di comunicarsi agli altri, riconoscendo il loro valore, accogliendo la loro diversità e accettando i loro limiti.

Predispone anche a mettersi in rapporto positivo con l'ambiente, con la realtà e il mondo.

La pedagogia salesiana affida lo sviluppo di questa dimensione alle attività che i giovani svolgono insieme in un clima di allegria e collaborazione. Lì essi incontrano adulti, capaci di amare le cause più nobili e di trasmetterne l'entusiasmo.

[126] a far emergere le aspirazioni profonde

2. Accoglienza della vita, esplorazione, brama di gustarla fino in fondo svelano e fanno toccare con mano la profondità delle aspirazioni umane e i loro limiti. Sta qui un altro passo da compiere e un grappolo di esperienze da proporre, in linea con l'incontro tra vita e fede. L'adulto è ormai capace di esprimere con proprietà questa percezione, mentre l'adolescente e il giovane la vivono ancora confusamente e la soffrono nella propria carne.

E' compito dell’educatore mettersi al loro fianco e aiutarli a rendersene conto, vivendo esperienze arricchenti.

Tali sono quelle esperienze che chiamiamo di "pienezza", cioè quelle realizzazioni di ideali sognati intensamente come donazione, protagonismo, rinuncia al proprio comodo per servire i più bisognosi, contemplazione della natura o della verità, momenti di realizzazione.

Anche le esperienze "del limite e della miseria" sono capaci di far crescere e maturare interiormente: così le personali insoddisfazioni, la coscienza della propria povertà, le situazioni umane di dolore e di miseria.

Ma come può un giovane comprendere questo?

Ponendosi in ascolto della sua propria voce interiore, e imparando a leggere i fenomeni della convivenza umana. Seguito dall'educatore, egli si apre alla dimensione etica e matura in due direzioni: coglie l'incidenza dei suoi atteggiamenti e delle sue azioni sulla propria vita, e comprende la sua responsabilità verso gli altri con i quali condivide di fatto i beni principali. Separare questi due aspetti o subordinarli l'uno all'altro è far nascere e dar forza alla radice dell’individualismo. Sono due versanti su cui corre la maturazione della persona.

[127] a scoprire il senso della vita

[3.] Prende così corpo la domanda sul senso della vita e la ricerca del suo significato ultimo. Non si tratta di un problema "intellettuale". Al di là del come riescono ad esprimerlo, molti giovani fanno ricerca di senso, specialmente quando sperimentano nella propria vita una profonda insoddisfazione, a volte radicale, e pensano al futuro. L'insoddisfazione può avere origini e motivazioni diverse: la frustrazione di fronte all'impossibilità di raggiungere un modello di felicità che hanno desiderato, o l'esperienza del vuoto, dopo aver vissuto proposte che promettevano l'appagamento dei propri bisogni.

In questo processo di maturazione, gli educatori hanno un ruolo insostituibile. Sono chiamati ad offrire il loro aiuto nella riflessione, rendendo accessibile ai giovani la ricchezza della propria esperienza di adulti.

Ci sono alcuni ambienti che offrono per loro natura una riflessione sistematica sui problemi dell’uomo. La prassi salesiana sa mettere a disposizione anche modalità meno formali come valutazioni rapide, ma non superficiali, su eventi e situazioni, o conversazioni spontanee in contesto di distensione e di gioco, o confronti personali opportunamente predisposti.

 

[128] ad anelare al trascendente

4. Nel giovane la domanda e la ricerca di senso diviene "invocazione", desiderio cioè di una risposta, di un orizzonte o di una prospettiva che faciliti la soluzione dell’interrogativo, posto dalla vita, sulla sua origine e il suo termine, sul compito proprio della persona perché essa giunga a pienezza.

Ogni processo di educazione dovrebbe avere in questo il suo traguardo. Si compie un’esperienza umana matura, che è anche un’esperienza "religiosa" perché la persona arriva ad immergersi nel progetto di Dio.

[129] Risposta alle sfide

Questo percorso cerca di venire incontro alle sfide lanciate dalla cultura attuale. Alla logica dell’autosufficienza e del secolarismo propone, infatti, un modo alternativo di essere pienamente uomo.

In molti contesti si afferma che il primo passo che i giovani devono fare è quello di percepire il vuoto degli idoli che incombono sulla loro vita e cogliere il manifestarsi di Dio nel creato e nella persona umana. Nasce allora la proposta di ricostruire una identità personale, in un tempo in cui questa sembra spesso in crisi o frantumata.

La prassi salesiana sostiene non solo idealmente il valore fondamentale "dell’esperienza religiosa" nella formazione della personalità, ma privilegia nel concreto alcune modalità per farla maturare. Esse sono: la valorizzazione della vitalità e dell’espressione giovanile; la partecipazione ad attività in cui si può sperimentare il proprio valore e la gioia della condivisione; il coinvolgimento in situazioni di bisogno; i tempi di riflessione.

Quando il giovane ha raggiunto livelli più profondi e ha scelto la fede come chiave per interpretare la propria esistenza, viene accompagnato e stimolato ad elaborare una visione cristiana organica della vita e della storia.

Verso l'incontro autentico con Gesù Cristo

lo sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita (Gv 8,12).

[130] Pienezza di vita in Cristo

Il nostro servizio di educatori alla fede non può certo arrestarsi al livello della crescita umana, anche se cristianamente ispirata.

L'educazione alla fede chiede di proseguire verso il confronto e l'accettazione di un evento rivelato: la vita dell’uomo raggiunge la sua pienezza solo in Gesù Cristo.

"Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza"[1]: sta qui la definitiva risposta al grido che sale dall'esistenza in forma di "invocazione".

[131] L'incontro con Lui

Ma l'incontro con Gesù non è un incontro "qualunque". L'educazione alla fede cerca questo: di prepararlo, di offrirlo, di approfondirlo perché sia un incontro personale nella fede.

E' infatti assai frequente riscontrare tra i giovani una vaga simpatia verso la persona di Gesù. Molti sono i messaggi e le immagini di Lui immesse sul mercato dai mass-media, e molti i giovani che conservano tracce di un’esperienza religiosa infantile ed hanno impressioni esterne e generiche sulla vita della comunità cristiana. L'incontro con Cristo resta spesso superficiale e fugace. D’altra parte, un’esposizione sistematica della fede può risultare per questi giovani soltanto una bella teoria, o l'ideologia articolata di un gruppo religioso, non "annuncio e promessa" di salvezza.

Attraverso quale cammino mettere il giovane in contatto profondo con Cristo? quali aspetti del suo mistero è meglio sottolineare?

[132] tramite la testimonianza

Quest'area è fortemente centrata sulla testimonianza dei cristiani. A sollecitare e a sostenere l'incontro di fede con Gesù Cristo si esige la vita vissuta di una comunità credente e la sua interpretazione mediante la parola della fede.

Nelle strutture in cui lavoriamo si verificano a volte degli insuccessi, perché ci affatichiamo a trasmettere in maniera impersonale formule di fede che, sganciate dalla loro efficacia per la vita, risultano del tutto incomprensibili.

La fede è ricercata e desiderata, quando i giovani si incontrano con un’autentica esperienza evangelica.

[133]

Ecco alcuni traguardi a cui tendere progressivamente, perché l'incontro con Gesù Cristo superi la sola curiosità e si trasformi in un incontro nella fede.

[134] Dai segni

1. Un traguardo, che richiede il suo corrispondente nucleo di contenuti e di esperienze, è percepire i segni di Cristo Salvatore, la sua presenza nella comunità credente e la sua incidenza nella storia umana.

Questi segni si trovano:

-      nelle persone che appartengono alla comunità;

-      negli atteggiamenti che la memoria di Cristo suscita in loro;

-      nel culto cristiano celebrato degnamente.

E' un traguardo, questo, alla portata di tutti, anche di quelli che sono meno vicini all'evento cristiano.

I segni hanno un linguaggio e trasmettono messaggi. La pedagogia li sceglie, li prepara e li presenta perché parlino con forza alla sensibilità dei giovani.

Ma ci sono segni e messaggi che sfuggono alle nostre intenzioni. Vengono prodotti dallo stile dell’istituzione educativa o pastorale, dai rapporti delle persone fra loro, dal buon gusto e dal senso religioso che appare nei segni stessi della fede: oggetti, luoghi, gesti.

[135] alla testimonianza

La percezione dei segni può predisporre a capire la testimonianza dei discepoli di Cristo. I gesti umani e di fede delle persone che stanno vicine ai giovani costituiscono il primo richiamo alla fede. Non ci si riferisce solo ai gesti religiosi, ma anche alla disponibilità per un dialogo con i giovani e alla capacità di impegnarsi nella salvezza dei poveri.

La testimonianza rivela ai giovani il valore universale della fede, quando essi vengono a conoscenza di modelli eminenti di carità o di impegno che traggono la loro motivazione e la loro forza dall'amore di Cristo.

[136] Dalla testimonianza all'annuncio

2. La testimonianza viene esplicitata dall'annuncio di Gesù, della sua vicenda umano-divina e degli insegnamenti da Lui proclamati. E' un annuncio che da parte degli educatori è una chiara confessione di fede.

Le circostanze consiglieranno la via da preferire: la conversazione personale, la catechesi, un sereno dialogo interreligioso. Si deve garantire, comunque, il carattere di "buona notizia". Gesù va presentato come verità che illumina la ricerca del giovane; come vita che stimola le energie di bene; come via che conduce al proprio compimento.

In questa stessa prospettiva la Parola di Dio deve apparire ad ognuno come apertura ai propri problemi, risposta alla proprie domande, allargamento ai propri valori, e insieme soddisfazione alle proprie aspirazioni.

[137] Dall'annuncio alla scoperta della Persona di Cristo

3. L'annuncio porta a scoprire la presenza di Cristo nella propria vita come chiave di felicità e di senso. Si avvia allora il processo di conversione che, trasformando l'esistenza, conduce all'età adulta quella forma di Cristo che il Battesimo ha impresso in noi.

L'annuncio e la scoperta implicano, poi, l'adesione alla Persona di Cristo. Dal Cristo annunciato il cammino di fede procede verso il Cristo amato, contemplato e, finalmente, seguito con l'atteggiamento del discepolo.

Non tutto è graduale. Il Maestro propone percorsi nuovi, chiede precise rotture, indica esodi e rilancia nella direzione delle forti esigenze evangeliche.

A questo punto del cammino è possibile che avvenga il primo grande cedimento da parte di quanti lo hanno iniziato, non solo per le difficoltà che la fede pone, ma anche per le sviste degli educatori, più preoccupati delle cose che di accompagnare fraternamente il dialogo tra il giovane e Dio.

[138] La trasformazione della vita

4. La perseveranza nella conversione e nel seguire Cristo porta, di conseguenza, a rielaborare la propria visione della vita, a viverla in modo nuovo, a rompere con l'alienante atteggiamento di peccato e con i modelli di vita che ne derivano. Si esige una ricomprensione della realtà e una condivisione di quella che fu la passione di Gesù: il Regno di Dio.

Per coloro che continuano, alla catechesi deve seguire il confronto della fede con i grandi problemi culturali. Sono i problemi intensamente sentiti, fondamentali per una vera maturazione della mentalità di fede. Questa richiede una precisa coerenza di pensiero e di vita. Tralasciare tale aspetto significa preparare la tante volte deprecata rottura tra fede e cultura personale, tra pratica religiosa individuale ed etica sociale. Ci si impegni dunque nell’accompagnare coloro che prendono in seria considerazione il confronto della propria vita con la fede.

[139] Una fede robusta e dinamica

5. La pratica della fede, infine, implica il radicamento di atteggiamenti e comportamenti sostenuti dalle corrispondenti convinzioni. L'educazione alla fede abilita il credente a rendere ragione della propria speranza[1].

La fede che riconosce la presenza e l'amore del Padre fiorisce nell’atteggiamento filiale verso di Lui (la "pietà"). La preghiera è il linguaggio datoci dallo Spirito per rivolgerci al Padre e va sviluppata secondo le diverse forme che la tradizione cristiana ha maturato.

La cura della "pietà" ebbe nei tempi passati forme pedagogiche adeguate alla condizione dei giovani di allora. Per noi è oggi urgente ripensare momenti e forme convenienti di iniziazione a partire dalla famiglia stessa.

Verso una intensa appartenenza ecclesiale

Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (At 2,42).

[140] L'incontro con Cristo nella Chiesa

L'incontro con Gesù Cristo nella fede ha nella Chiesa il suo luogo privilegiato. Mosso dalla testimonianza viva della comunità cristiana o di qualche credente, il giovane matura attraverso una condivisione piena nel "popolo di Dio".

Senza la fede della Chiesa la nostra fede e quella dei giovani sarebbe molto povera. Mancherebbe il riferimento indispensabile per vivere da credenti. Se non si partecipa alla vita della Chiesa, si è lontani dal luogo in cui si sperimenta, in modo privilegiato, il dono della salvezza.

L'obiettivo finale di questo percorso si propone di aiutare i giovani a vivere l'esperienza della Chiesa, maturando così il senso di appartenenza alla comunità cristiana.

[141] Un'appartenenza che matura progressivamente

L'appartenenza dei giovani alla Chiesa non giunge immediatamente a maturità. Se non viene intesa bene dagli educatori-pastori e non viene curata saggiamente, rimane allo stato di simpatia generica, di adesione esterna, di prudente distanza e autonomia.

I giovani si muovono oggi con realismo tra appartenenze molteplici e limitate. L'appartenenza ecclesiale può maturare come adesione del cuore e della mente, soltanto se la Chiesa viene percepita come comunione con Dio e con gli uomini nella fede e nella carità, come segno e strumento del Regno.

Le istituzioni infatti, civili o religiose che siano raccolgono solamente un consenso parziale ed esterno. Si è capito che la persona è superiore ad esse come valore e come finalità. Soltanto se si percepisce la Chiesa centrata sulle persone la persona di Gesù Cristo, quelle dei credenti e quelle degli uomini da salvare più che sull'organizzazione o sulla legislazione, essa potrà provocare una decisione di fede.

[142]

Anche sotto questo aspetto vi sono atteggiamenti, contenuti ed esperienze che definiscono un cammino. Essi possono essere descritti partendo sempre dai più poveri rispetto alla fede.

[143] Il bisogno di amicizia e di rapporti interpersonali

1. Il primo aspetto è prendere atto del bisogno che i giovani hanno di amicizia e di rapporti interpersonali profondi, di partecipazione e solidarietà; far emergere il loro senso della festa, il gusto dello stare assieme.

Gli educatori accolgono questi valori, li approfondiscono, li condividono, partecipando ai momenti in cui i giovani li esprimono e curando di portarli ad un’ulteriore profondità.

In pieno accordo con la tradizione salesiana, tutto questo si carica già di significato ecclesiale, se si realizza in un ambiente di ampia accoglienza in cui sia possibile entrare in contatto con i credenti, con i segni ecclesiali e con le comunità cristiane.

[144] La "voglia" di gruppo

2. Un altro insieme di atteggiamenti e di contenuti ecclesiali matura nell’esperienza del gruppo giovanile, dove il giovane si sente personalmente accolto e valorizzato. Egli stesso sperimenta la gioia del condividere, si apre alla comunicazione e alla responsabilità in un clima di reciproca fiducia. Impara cosi anche la comprensione e il perdono.

[145] Il gruppo come luogo di scoperta della Chiesa

3. Quando questi gruppi sono inseriti in ampie comunità educative o cristiane, impegnate in un progetto comune, costituiscono già un’esperienza concreta di Chiesa. Matura allora una maggiore consapevolezza. Si arriva alla scoperta della Chiesa come comunione più profonda e come servizio universale.

Questo avviene, però, quando nella comunità sono vivi i segni della realtà ecclesiale: lo sforzo di comunione tra le persone, la presenza complementare di vocazioni diverse, il giudizio evangelico sugli eventi, la celebrazione della fede.

E' utile anche l'incontro con altri credenti, il contatto con altri gruppi e comunità cristiane, con cui sia possibile comunicare esperienze, condividere progetti comuni di impegno sociale e apostolico.

Giova anche una conoscenza sufficiente della storia della Chiesa, che faccia scoprire la presenza e l'azione di Gesù che suscita sempre in essa nuove energie di rinnovamento e santità.

[146] L'atto di fede nella Chiesa

4. Si ha una fase importante nello sviluppo del senso ecclesiale quando esso diventa atto di fede nella Chiesa.

Accompagniamo persone e gruppi verso questo traguardo, aiutandoli a porre la Parola di Dio al centro della propria esistenza. Alla sua luce questa viene riletta, e si impara a condividerla e a celebrarla con altri credenti.

Si partecipa alla pastorale organica della Chiesa locale, si valorizzano gli insegnamenti del Papa e dei Vescovi, riconoscendo la loro missione di unità e di guida.

[147] Esperienze di partecipazione nella comunità ecclesiale

5. L'esperienza positiva di partecipazione giovanile alla vita della comunità cristiana fa crescere il senso di appartenenza alla Chiesa. Quando le comunità cristiane accolgono e valorizzano il loro contributo di vitalità, i giovani assumono le proprie responsabilità, assimilano i valori e le esigenze della comunità e si sentono stimolati alla creatività e all’impegno.

[148] La celebrazione della salvezza

6. La partecipazione più intensa al mistero della Chiesa si realizza attraverso la preghiera, l'ascolto della Parola, la celebrazione della salvezza. Nella fede si comprende che la Chiesa è "mediazione" dell’incontro con Dio. Si vive questa mediazione con gratitudine per conformarsi a Cristo nel pensiero e nella vita.

Promuovendo la tradizione che viene da Don Bosco, proponiamo questo incontro soprattutto, ma non soltanto, nei sacramenti dell’Eucarestia e della Riconciliazione. In essi viviamo, insieme con i giovani, il rapporto personale con Cristo che riconcilia e perdona, che si dona e crea comunione, che chiama e invia, e spinge a diventare artefici di una nuova società.

La partecipazione frequente a questi sacramenti sembra attraversare un momento di stasi. Il segreto per superarla è educare agli atteggiamenti che stanno alla base della celebrazione cristiana: il silenzio, l'ascolto, la lode, l'adorazione; è formare al linguaggio simbolico, concretamente ai simboli fondamentali dei sacramenti; è offrire esperienze di celebrazioni graduali e ben curate; è accompagnare il tutto con una catechesi sacramentale progressiva che faccia vedere il rapporto tra la celebrazione e la vita giovanile illuminata dalla fede in Gesù.

In tutto ciò va colta la profondità del mistero e la sensibilità giovanile. Sono necessarie infatti sia l'educazione alla celebrazione che l'educazione nella celebrazione.

La catechesi della Confermazione acquista una funzione importante come mezzo privilegiato per suscitare nel ragazzo e nel giovane il senso della presenza dello Spirito e la volontà di impegnarsi per il Regno.

La catechesi del Matrimonio prepara a vivere l'amore da persone mature, ad aprirsi generosamente alla vita e ad esprimere la Chiesa nella propria famiglia.

Verso un impegno per il Regno

Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito... a ciascuno è data una manifestazione particolare detto Spirito per l’utilità comune... (1 Cor 12,4.7).

[149] La vita come vocazione

Nella pedagogia salesiana della fede la scelta vocazionale è l'esito maturo e indispensabile di ogni crescita umana e cristiana. "Educhiamo i giovani a sviluppare la loro vocazione umana e battesimale con una vita quotidiana progressivamente ispirata e unificata dal Vangelo"[1].

La fede non può essere ridotta a un puro assenso intellettuale. Il credente confessa la verità impegnando la propria vita per la causa di Dio, Salvatore dell'uomo .

La vocazione cristiana si comprende soltanto facendo riferimento al Regno, che è insieme dono di Dio e fatica dell’uomo. Dio ne è il protagonista. Egli vuole la vita e la felicità dell’uomo e realizza questa sua volontà in molti modi differenti. L'uomo è invitato ad accogliere questo dono con disponibilità totale e a scommettere la propria vita per il progetto di Dio.

Il cristiano allora vive la sua vocazione riconoscendo la signoria e l'amore di Dio e impegnando le proprie forze fino alla radicalità. Accetta che tutto è dono di Dio e che noi siamo "soltanto servi". Ma constata anche la necessità del duro sforzo quotidiano per vincere la potenza della morte e per consolidare la vita. Si è allora veri discepoli e amici di Gesù, perché disponibili con Lui a fare la volontà del Padre servendo l'uomo fino alla croce.

L'impegno vocazionale diventerà in tutti responsabilità familiare, professionale, sociale e politica. Per alcuni fiorirà in una consacrazione di particolare significato: il ministero sacerdotale, la vita religiosa, l'impegno secolare.

[150] Alla scoperta del proprio posto nella costruzione del Regno

L'obiettivo di quest'area è aiutare i giovani a scoprire il proprio posto nella costruzione del Regno e ad assumerlo con gioia e decisione. Per giungere a questo traguardo, si possono immaginare alcuni passi a mo' di tappe di un cammino.

[151] Far emergere il positivo di ogni giovane

1. Ogni giovane ha dentro di sé del positivo, facendo leva sul quale si possono ottenere grandi risultati[1].

Occorre in primo luogo far emergere questo positivo, attraverso il paziente lavoro di attenzione a se stessi, di confronto con gli altri, di ascolto e di riflessione.

Da questa scoperta gioiosa delle proprie risorse, pur con limiti e ostacoli, nasce il desiderio di far fruttificare i doni ricevuti. Essi sono: al primo posto la vita, filo conduttore di tutto il cammino di fede, che bisogna imparare a gestire; la salute; l'intelligenza e il cuore; il patrimonio umano e religioso della famiglia; l'amicizia; i beni materiali; le difficoltà che aiutano a superare se stessi...

Il giovane apre gli occhi su di sé e su quanto lo circonda e scopre il legame di solidarietà che unisce le persone tra di loro.

[152] La gioia di comunicare i propri doni

2. Avere doni e possibilità non basta. Occorre con questi doni essere veramente felici. Si inseriscono qui le prime e diverse esperienze di condivisione. Il giovane si allena alla generosità e alla disponibilità. Sono questi i due atteggiamenti che generano la gioia: per avere più vita bisogna donarla.

Si collocano intanto le basi di un’esperienza cristiana solida, com'è stata descritta nelle due aree precedenti, fondata sull'incontro con Cristo capace di far risuonare un "invito e una chiamata" e sulla percezione della Chiesa come "missione" nel mondo, compiuta attraverso modi e mezzi molteplici.

Per qualunque discorso sulla vocazione tutto ciò è indispensabile.

[153] L'esplicita proposta vocazionale

3. Siamo al momento dell’annuncio vocazionale. C'è una catechesi che avvia i giovani, attraverso la parola e il contatto con modelli, alla riflessione vocazionale. Fa loro vedere qual è la vocazione di tutti e quali sono le diverse forme di servizio del Regno.

A questo annuncio il giovane risponde con l'attenzione e l'ascolto: "Signore, che cosa vuoi che io faccia?"[1]. Egli si interroga attraverso quali vie realizzerà la chiamata ad offrire la propria vita. Si avvia così un dialogo interiore in cui ciascuno deve personalmente ascoltare e rispondere.

[154]

La proposta esplicita di chi accompagna il giovane lo aiuterà a intravedere possibilità nuove per la propria esistenza. Infatti per alcuni l'appello viene dalla presenza di modelli ricchi di senso e di qualità evangeliche. Altri invece assicurano che non avrebbero mai interpretato la chiamata se non fosse stato loro rivolto l'invito esplicito a impegnarsi in un tipo di vita come cristiani laici, religiosi, presbiteri.

La proposta viene a volte da una comunità che, mentre coinvolge e testimonia, è capace di animare e "raccontare" la propria storia. La presentazione del Fondatore e l'aggancio affettuoso alle origini si rivelano determinanti per il nascere di alcune decisioni. Tale è pure la conoscenza degli impegni attuali della comunità, in particolare di quelli più difficili e significativi.

[155] Il discernimento vocazionale

4. L'annuncio vocazionale accolto spinge al discernimento. Il giovane valuta se stesso e i doni ricevuti in rapporto agli inviti fattigli e ai servizi e ai ministeri che ormai fondamentalmente conosce. Egli non fa ciò soltanto mediante un’analisi razionale. Si apre alla generosità e vive la "chiamata" come una iniziativa del Signore, cercando di dare il suo "sì" dal profondo della propria coscienza. Sa che la vocazione coinvolgerà tutta la sua persona: le sue preferenze, i suoi rapporti, le sue energie, i suoi dinamismi.

E' un processo delicato.

Si tratta di tutto l'universo personale in movimento, che va organizzandosi attorno ad una scelta. Questa non dipende soltanto da interessi e attitudini naturali, ma dalla disponibilità a riconoscere la presenza di Dio nella propria vita e dalla libertà capace di assumere l'invito della "grazia".

Tutti gli elementi della vita spirituale concorrono allora all'esito favorevole del discernimento. Alcuni però sono da privilegiare:

-      la preghiera-meditazione che fa passare dalla superficie della vita all'interno di essa: la persona vi incontra se stessa e sente con più facilità l'appello che Dio le rivolge;

-      l'orientamento personale o direzione spirituale capace di proporre contenuti motivanti, di abilitare il giovane a leggere i segni nella propria vita, di illuminare i momenti di snodo vocazionale, di verificare il cammino di crescita, di aiutare a superare la dipendenza dagli stimoli esterni e dallo stesso educatore;

-      l'impegno apostolico che aiuta a maturare quell'amore che si fa dono nella comunità cristiana e nella società.

[156] La scelta vocazionale

5. Il discernimento orienta verso una prima scelta vocazionale.

Molti fattori concorrono ad individuarla: dalle inclinazioni spontanee all'immagine che la comunità cristiana offre come luogo dove impegnarsi. Il punto determinante però è che il giovane riesca a vedere tutto questo come "appello personale" e sia disposto a rispondere, con Maria: "Eccomi, Signore!".

Piuttosto che su un lavoro da fare, religioso o profano, egli si concentrerà su un senso singolare da dare all'esistenza: fare di essa una confessione del valore assoluto di Dio e una risposta al suo amore.

[157] La presenza di Maria nel cammino

La presenza materna di Maria ispira intensamente tutto il percorso nel suo insieme e in ciascuna area. Per ogni giovane si potrà ripetere: "Lei ha fatto tutto"[1].

Maria è la prima fra i credenti e la più perfetta discepola di Cristo[1]. La parola di Dio si è fatta carne e storia nella sua anima e nella sua persona, prima che nel suo seno.

Perciò Essa rappresenta al vivo il cammino faticoso e felice dell’uomo singolo e dell’umanità verso il proprio compimento. In Lei le strade dell’uomo si incrociano con quelle di Dio. E' dunque una chiave interpretativa, un modello, un tipo e un cammino.

Maria si è sentita ed è stata proclamata "beata", felice nella sua povertà, per il dono di Dio, per la sua disponibilità.

Maria ha accompagnato la Chiesa nascente e partecipa oggi con la ricchezza della sua maternità alla maturazione storica della comunità cristiana e alla sua missione nel mondo.

3. La spiritualità giovanile salesiana

Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare (Fil 4,9).

Premessa

[158] Una spiritualità "salesiana"

Il cammino di educazione alla fede rivela progressivamente ai giovani un progetto originale di vita cristiana e li aiuta a prenderne consapevolezza. Il giovane impara ad esprimere un modo nuovo di essere credente nel mondo, e organizza la vita attorno ad alcune percezioni di fede, scelte di valori e atteggiamenti evangelici: vive una spiritualità.

La ricerca sulla "spiritualità giovanile salesiana", adatta ai tempi nuovi, ha avuto nel CGS e nel CG21 momenti storici di approfondimento. Ora il CG23 la rilancia nelle comunità e tra i giovani. La ricerca continua ancora; la realtà, però, viene da lontano.

Una prima formulazione è nel sogno dei nove anni. "Renditi umile, forte e robusto"[1]. Per questo Giovannino Bosco riceverà in Maria una madre e una maestra che lo accompagnerà nella missione giovanile.

Nell’ambito di Valdocco, poi, ispirate da Don Bosco, fioriscono espressioni diverse di santità e di vita nello Spirito. Le biografie di Domenico Savio, Francesco Besucco e Michele Magone descrivono la santità giovanile del primo Oratorio, quella che, ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa, sarà offerta a tutta la gioventù con la canonizzazione di Domenico Savio e la beatificazione di Laura Vicuña.

D’altra parte, sempre la nostra tradizione ha parlato del Sistema Preventivo come di un progetto di spiritualità. Nel trinomio "ragione religione e amorevolezza", fusi in un’unica esperienza per la "grazia di unità", si ritrovano i contenuti e il metodo dell’accompagnamento spirituale.

Il "Giovane Provveduto" e i vari "Regolamenti" scritti per gli allievi delle case salesiane riportano, nel contesto semplice della vita ordinaria, l'impegno della spiritualità salesiana.

"Salesiana" non è, quindi, il distintivo particolare di un gruppo; indica, invece, la fonte carismatica collegata alla corrente spirituale dell’umanesimo di san Francesco di Sales, ritradotto da Don Bosco nell’esperienza dell’Oratorio.

[159] è una spiritualità "giovanile"

Il protagonismo giovanile trovò a Valdocco un ampio spazio in tutti i settori della vita, fino al punto che i giovani furono chiamati da Don Bosco ad essere con lui "confondatori" di una nuova Congregazione.

Da parte loro i giovani lo aiutarono ad iniziare, nell’esperienza giornaliera, uno stile di santità nuova, sulla misura delle esigenze tipiche dello sviluppo del ragazzo.

Furono così, in qualche modo, contemporaneamente discepoli e maestri.

In tutte le comunità salesiane oggi, come già accadeva ieri nell’Oratorio di Don Bosco, l'impegno spirituale nasce da un incontro che fa scoccare l'amicizia. Da questa scaturiscono il riferimento continuo e la compagnia ricercata per l'approfondimento della vocazione battesimale, e il cammino verso la maturità di fede.

"Io voglio restare con Don Bosco"[1] esprime la scelta di un modo particolare di crescere nella vita dello Spirito: l'esperienza di vita cristiana precede la riflessione sistematica.

[160] perciò è una spiritualità "educativa"

 

Il collocare il giovane, con i suoi dinamismi interiori, al centro dell’attenzione dell’educatore e quale criterio pratico per la scelta degli itinerari da percorrere, manifesta la caratteristica fondamentale della spiritualità giovanile: è una spiritualità educativa.

Si rivolge a tutti i giovani indistintamente e privilegia i più poveri.

L'assumere la sfida della lontananza-estraneità e dell’irrilevanza della fede nella vita chiede agli educatori di accompagnare e condividere l'esperienza dei giovani. "Amate le cose che amano i giovani" ripete Don Bosco ai salesiani nell’attuale situazione, "perché i giovani amino ciò che amate voi"[1].

Far crescere i giovani in pienezza "secondo la misura di Cristo, uomo perfetto" è la meta del lavoro del salesiano.
Presentazione sintetica

[161] I nuclei fondamentali

Per aiutare le comunità ad una lettura rapida della proposta e per sollecitarle ad un ulteriore approfondimento, si offre una descrizione dei nuclei della spiritualità giovanile salesiana.

1. Spiritualità del quotidiano.

Il quotidiano ispirato a Gesù di Nazareth (cf. Cost. 12) è il luogo in cui il giovane riconosce la presenza operosa di Dio e vive la sua realizzazione personale.

2. Spiritualità della gioia e dell’ottimismo.

Il quotidiano va vissuto nella gioia e nell’ottimismo, senza rinunciare per questo all'impegno e alla responsabilità (cf. Cost. 17 e 18).

3. Spiritualità dell’amicizia con il Signore Gesù.

Il quotidiano è ricreato dal Cristo della Pasqua (cf. Cost. 34) che dà le ragioni della speranza e introduce in una vita che trova in Lui la pienezza di senso.

4. Spiritualità di comunione ecclesiale.

Il quotidiano si sperimenta nella Chiesa (cf. Cost. 13 e 35), ambiente naturale per la crescita nella fede attraverso i sacramenti. Nella Chiesa troviamo Maria (cf. Cost. 20 e 34), prima credente, che precede, accompagna e ispira.

5. Spiritualità di servizio responsabile.

Il quotidiano viene consegnato ai giovani in un servizio (cf. Cost. 31) generoso, ordinario e straordinario.

1. Spiritualità del quotidiano

[162] E' sintesi tra fede e vita

La sfida fondamentale per un credente e per una comunità è trasformare l'esperienza di vita, in forza della fede, in esperienza evangelica.

E' facile proclamarsi cristiani in modo generico. Difficile è vivere da cristiani, sciogliendo i nodi che rendono problematica l'esistenza e aprendosi alle esigenze pratiche delle beatitudini. L'armonia interiore di un giovane e la gioia di vivere esigono la "grazia di unità".

Nell’esperienza salesiana questa è un’intuizione, gioiosa e fondamentale insieme: non c'è bisogno di staccarsi dalla vita ordinaria per cercare il Signore.

Le prime pagine del GIOVANE PROVVEDUTO proclamano questa esigenza giovanile: "Voglio che siate felici"[1]. Quando i salesiani, prolungando il Don Bosco di Valdocco, vivono la carità pastorale e danno origine ad un ambiente di famiglia in cui "si prova il bisogno e la gioia di condividere tutto"[1], facilitano l'armonia e suscitano nei giovani la domanda sulla felicità.

[163] è riscoperta dell'Incarnazione

Alla base della valutazione positiva della vita quotidiana c'è la continua scoperta dell’evento dell’Incarnazione.

La condizione umana di Gesù rivela che Dio è presente nella vita, e di questo Dio afferma la trascendenza. Gesù-Uomo è il sacramento del Padre, la grande e definitiva mediazione che rende Dio vicino e presente. Egli ci insegna che il luogo per incontrare Dio è la realtà umana: la nostra e quella degli altri, l'odierna e quella storica. "Tutte le volte che avete fatto ciò a uno dei miei fratelli, lo avete fatto a me"[1]. E' la vita umana, quindi, che ci immette nell’evento dell’Incarnazione.

La vita, allora, è primariamente "dono" offerto a tutti; dono "misterioso" per le attese che suscita. E' come uno scrigno che racchiude significati e orizzonti imprevisti.

[164] è amore alla vita

Assumere con coerenza l'aspetto ordinario dell’esistenza; accettare le sfide, gli interrogativi, le tensioni della crescita; cercare la ricomposizione dei frammenti nell’unità realizzata dallo Spirito nel Battesimo; operare per il superamento delle ambiguità presenti nell’esperienza giornaliera; fermentare con l'amore ogni scelta: tutto ciò è il passaggio obbligato per scoprire e amare il quotidiano come una realtà nuova in cui Dio opera da padre.

Nell’amorevolezza del salesiano che con "bontà, rispetto e pazienza"[1] accompagna la costruzione della loro personalità; nell’accoglienza incondizionata della comunità che esprime la sua predilezione per loro[1], i giovani scoprono un segno di Dio che ama e previene. Nonostante le esperienze negative della paternità o dei rapporti familiari che possono aver vissuto, il cuore nuovo, che si stanno costruendo, li aiuta a guardare il mondo in maniera diversa.

Questo sguardo farà percepire che all'origine della nostra vita, così com'è, con le sue pulsioni e aspirazioni, c'è una chiamata di Dio.

"Amare la vita non frammentata, ma progettata come vocazione, vuol dire ricevere l'appello ad impegnarsi come costruttori di umanità, di giustizia, di pace [...] Amare la vita a grande respiro, aperta alla cultura come agli ideali, alla condivisione e alla solidarietà, capaci di aver coraggio di sognare come Don Bosco mondi nuovi, uomini nuovi"[1].

2. Spiritualità della gioia e dell’ottimismo

[165] la gioia della bontà

Ciò che appare evidente a Valdocco è la gioia, l'ottimismo la speranza.

Don Bosco è il santo della gioia di vivere suoi ragazzi hanno imparato così bene la lezione da dire con linguaggio tipicamente "oratoriano" che "la santità consiste nello stare molto allegri"[1].

Ai giovani emarginati del suo tempo Don Bosco presentò la possibilità di sperimentare la vita come festa e la fede come felicità.

La musica, il teatro, le gite, lo sport, la quotidiana letizia di un cortile sono stati sempre valorizzati dalla pedagogia salesiana come elementi educativi di primaria importanza. Suscitano numerose energie di bene, che saranno orientate verso un impegno di servizio e di carità.

La festa salesiana non è mai manifestazione di un vuoto interiore alla ricerca di compensazioni; né l'occasione di distrarre dalla realtà spesso dura e perciò da rifuggire.

E' invece occasione per costruire amicizia, e sviluppare quanto di positivo c'è nei giovani.

Questo stile di santità potrebbe meravigliare certi esperti di spiritualità e di pedagogia, preoccupati che vengano sminuite le esigenze evangeliche e gli impegni educativi.

Per Don Bosco, però, la fonte della gioia è la vita di grazia, che impegna il giovane in un difficile tirocinio di ascesi e di bontà.

[166] e l'impegno della crescita

Don Bosco per tutta la vita indirizzò i giovani sulla strada della santità semplice serena e allegra, congiungendo in un’unica esperienza vitale il "cortile", lo "studio" serio e un costante senso del dovere.

Egli offre oggi, come risposta fedele all'amore gratuito di Dio, una preziosa rilettura del Vangelo, nello spirito delle beatitudini.

Esse manifestano, innanzitutto, chi è Dio per noi e quale dev'essere il nostro impegno di credenti per la costruzione del Regno. Stimolando, poi, a vivere nell’unità la gioia e il dovere, ci insegnano ad assumere, alla sequela di Cristo, la croce, come dimensione pasquale della scelta evangelica e perciò dello sviluppo in umanità seconda la statura di Cristo, morto e risorto.

Al di fuori di un cammino seriamente impegnato, la crescita diventa sempre più difficile. Il salesiano lo ricorderà spesso ai giovani, quando essi avranno l'impressione che ristrutturare la propria vita alla luce del Vangelo richieda il distacco da beni irrinunciabili.

Libertà, giustizia, solidarietà, corporeità molte volte porranno il giovane credente davanti ad un bivio: o stare con il Signore Gesù, accettando il travaglio della fede, oppure scegliere di realizzare la vita al di fuori del suo influsso. E' questo un momento cruciale, un passaggio arduo ma necessario, per giungere alla sintesi in cui si sperimenta la fortuna di vivere insieme al Signore della vita e della storia.

Giovanni Paolo II, con felice intuizione, ha definito il luogo della fanciullezza e adolescenza di Don Bosco, il COLLE DELLE BEATITUDINI GIOVANILI: perché da lì parte un messaggio di gioia e di responsabilità per i giovani che guardano a Don Bosco come a padre e maestro.

3. Spiritualità dell’amicizia con il Signore Gesù

[167] Incontro con Gesù Cristo Risorto

Vivere lo spirito delle beatitudini nello stile di Valdocco è realizzare legami di stretta amicizia tra Gesù e il giovane.

Non ci si contenta più del primo incontro e della simpatia verso il Signore. Si vogliono approfondire la conoscenza e l'adesione alla sua Persona e alla sua causa. Si cerca una risposta concreta al suo amore, ricambiato con impegno e generosità.

I giovani, quando sono giunti a questa relazione con il Cristo Signore, si aprono alla radicalità evangelica.

L'esperienza dell’Oratorio, con la storia personale e comunitaria di Domenico Savio, Francesco Besucco e Michele Magone dice come tutti i giovani possono percorrere la via di questa amicizia con Cristo.

Amico, Maestro e Salvatore sono i termini che descrivono la centralità della persona di Gesù nell’esperienza spirituale dei giovani che vivono lo stile salesiano. La dimensione personale del rapporto "Gesù è mio amico e compagno"[1] dice Francesco Besucco spinge a conoscere la totalità del mistero di Cristo, morto e risorto.

[168] per un cuore nuovo

Preoccupazione costante di Don Bosco fu di educare alla fede, camminando "con i giovani per condurli alla nuovo persona del Signore risorto" affinché... crescessero "come uomini nuovi"[1].

Don Bosco amava ripetere che "l'educazione è cosa di cuore"[1]. Anche il cammino della spiritualità richiede un cuore nuovo. Se non si raggiunge questo centro che muove la vita umana, non si realizzerà alcuna conversione profonda e duratura.

A contatto con il Signore Risorto i giovani rinnovano un amore più intenso per la vita. In amicizia con il Signore Risorto si plasmano un "cuore oratoriano", che vibra con la irrequieta sensibilità giovanile e con la forza silenziosa ma efficace dello Spirito Santo.

4. Spiritualità di comunione ecclesiale

[169] Il desiderio di vivere insieme

Sorretti da una spiritualità che nasce dal rapporto tra persone che trovano in Cristo un amico comune, i giovani degli ambienti salesiani sentono un grande bisogno di stare insieme. Da amici condividono e celebrano la gioia di vivere, per aiutarsi vicendevolmente. Fanno così l'esperienza di divenire lievito in mezzo agli altri ragazzi e giovani.

Per esigenza naturale, inoltre, organizzano e, in qualche misura, istituzionalizzano l'amicizia creando gruppi collegati ai più vari interessi della loro esistenza: dal gioco alla cultura e all'impegno religioso.

Tra i gruppi, spesso, sviluppano un collegamento, perché si ritrovano a partecipare agli stessi ideali e valori. Si orientano così verso un movimento giovanile ispirato ai tratti spirituali di Don Bosco.

[170] per una comunione nella responsabilità

La relazione personale con il Cristo risorto e l'esperienza di gruppo sfociano in un rapporto filiale con la Chiesa.

Don Bosco fu un uomo di comunione. Insegnò ai giovani a vivere il mistero della Chiesa, che racchiude, nella debolezza dell’umano, la grazia invisibile della presenza di Dio.

La sua personale testimonianza quotidiana e l'ambiente di famiglia che creò all'Oratorio, suscitarono nei giovani il senso della collaborazione e della corresponsabilità.

Anche oggi la diversità di interessi, di doni e di valori che convivono nella comunità educativa sono una testimonianza della presenza del Signore che unisce tutti in un cuor solo e in un’anima sola. Questo spirito di famiglia è segno efficace della Chiesa che si vuole costruire insieme, per un servizio fraterno verso coloro che hanno maggior bisogno.

[171] verso la Chiesa particolare

La storia dei giovani all'Oratorio, vivente Don Bosco, è ricca di espressioni concrete di amore alla Chiesa.

Infatti, la comunione cerca continuamente di collegarsi con tutte le forze impegnate per la salvezza e per la costruzione del Regno di Dio.

Questa comunione, poi, si esprime nella stima e nella fraternità operativa verso i Pastori e verso quanti cooperano per il bene di tutti, dei giovani in particolare.

Cerca, inoltre, il dialogo e l'intesa con coloro che sono responsabili della pastorale locale, lasciandosi guidare da una matura visione di fede, capace di comprendere e accettare gli aspetti umani della Chiesa, i suoi limiti e le sue carenze.

Si apre, infine, ai problemi dell’uomo e dei giovani che sorgono nei diversi contesti.

La spiritualità si misura e cresce nel confronto con la storia delle persone.

[172] verso la Chiesa universale

Sentire come propri i grandi interessi della Chiesa universale, intervenendo in maniera proporzionata alla capacità di ciascuno, rappresenta un impegno costante nella storia salesiana.

Ha il sapore di "grande avventura religiosa" la preparazione della prima spedizione missionaria nella Congregazione. Tutto l'Oratorio, infatti, venne coinvolto, e ciascuno si sentì parte attiva. Fu un’esperienza che sviluppò tra i giovani una viva sensibilità verso la mondialità dell’impegno apostolico.

Tra le componenti di una spiritualità giovanile salesiana ci sono l'amore esplicito al Papa e l'adesione convinta al suo magistero.

La persona del Sommo Pontefice è segno visibile di unità per tutta la Chiesa. E' una presenza provvidenziale per il servizio che svolge nel nome di Cristo Signore a favore di tutta l'umanità.

[173] Cristo incontrato nei sacramenti

L'incontro e la relazione con il Cristo risorto si vivono in maniera particolare nella celebrazione dei sacramenti.

La tradizione salesiana riconosce ed afferma la loro importanza nella crescita cristiana dei giovani.

Oggi, poi, seguendo il rinnovamento conciliare, le comunità rivalorizzano i sacramenti dell’iniziazione.

Così il Battesimo, inizio del cammino di educazione alla fede, impegna gli stessi giovani in una catechesi rinnovata e in una testimonianza di vita coerente con la configurazione a Cristo Signore.

Così la Confermazione, sacramento che porta a realizzare la maturità della fede attraverso i doni dello Spirito, assume particolare importanza nell’età giovanile.

La pedagogia della santità in Don Bosco ha evidenziato, però, in modo privilegiato, l'influsso educativo della Riconciliazione e dell’Eucarestia.

[174] nel sacramento del perdono

Il sacramento della Riconciliazione, che celebra l'amore di Dio più forte del peccato, fu da Don Bosco presentato ai giovani come una delle colonne fondamentali dell’edificio educativo.

Per questo a Valdocco veniva celebrato frequentemente ed era circondato di particolari attenzioni.

Se ne curava, innanzitutto, la preparazione attraverso un ambiente accogliente, ricco di amicizia e di fraternità. Ciò aiutava i giovani a superare la naturale riluttanza a manifestare i segreti del proprio cuore.

Lo si voleva, poi, orientato alla vita: doveva, cioè, migliorare i rapporti interpersonali; creare le condizioni per un impegno più manifesto nel compimento dei propri doveri; sostenere la conversione e il rinnovamento del cuore, perché il giovane potesse "darsi a Dio" con un proposito efficace.

Infine, si prolungava nella direzione spirituale, per rinforzare l'adesione al Signore, e nell’incontro fraterno con l'educatore attraverso la condivisione gioiosa della vita.

I frutti educativi del sacramento della Riconciliazione sono molti.

I giovani sostenuti dall'amore che comprende e perdona trovano la forza per riconoscere il proprio peccato e la propria debolezza, bisognosa di sostegno e di accompagnamento. Imparano a resistere alla tentazione dell’autosufficienza. Offrono il perdono come ricambio della riconciliazione ricevuta. Si educano al rispetto delle persone. Si formano una coscienza retta e coerente.

Il regolare ricorso al sacramento della Riconciliazione dà efficacia al processo di conversione e di rinnovamento.

[175] nel sacramento della Eucaristia

La celebrazione dell’Eucarestia preparata attraverso un clima di solidarietà e di amicizia è vissuta come un incontro festivo, pieno di simboli ed espressioni giovanili.

E' celebrazione gioiosa della vita.

Diventa così per i giovani un significativo momento di crescita religiosa.

La si chiama seconda colonna dell’edificio educativo nel sistema salesiano. Dall'Eucarestia, infatti, il giovane apprende a riorganizzare la sua vita alla luce del mistero di Cristo che si dona per amore.

Impara a sottometterla, prima di tutto, alle esigenze della comunione, vincendo egoismi e chiusure.

E' portato a ricercare, poi, la donazione generosa di sé, aprendosi alle necessità dei compagni e impegnandosi nelle attività apostoliche, adeguate alla sua età e maturazione cristiana.

L'Eucaristia diventa, così, per lui una fonte di energie nuove per crescere nella grazia. "L'educazione al vero amore passa attraverso l'Eucarestia"[1].

La tradizione salesiana ricorda un’altra espressione tipica di rapporto con la persona del Signore Gesù: la visita e la preghiera davanti al SS. Sacramento. Nella parola di Don Bosco spesso ritorna il richiamo alla "visita" come mezzo per esprimere a Dio il "grazie" per i doni dell’esistenza.

[176] nella preghiera

La preghiera, fatta con stile salesiano, presenta alcune caratteristiche particolari.

E' la preghiera del buon cristiano, semplice e popolare: affonda le sue radici nella vita. Ama il clima festoso degli incontri tra giovani, ma sa trovare anche il momento per un dialogo personale con il Signore. Si esprime con formule brevi e spontanee, ricavate dalla Parola di Dio e dalla liturgia.

Ogni generazione è chiamata ad inventare la sua preghiera, in fedeltà alla tradizione e nel coraggioso confronto con la cultura e i suoi problemi.

Per questo, la preghiera salesiana sa accettare le nuove modalità che aiutano i giovani a incontrare il Signore nella vita quotidiana. E', cioè, flessibile e creativa, attenta agli orientamenti rinnovatori della Chiesa.

Don Bosco usava più spesso il termine "pietà" che non quello di "preghiera".

La pietà esprime la coscienza di essere immersi nella "paternità di Dio" e guarda, più che alle parole, ai gesti dell’amore di chi cerca di piacere in tutto al Signore.

[177] Maria Madre ed Aiuto della Chiesa

La spiritualità giovanile salesiana dà un posto privilegiato alla persona di Maria.

Don Bosco fin dall'inizio della sua vocazione, nel sogno dei 9 anni, la ricevette come guida e sostegno[1]. Con il suo materno aiuto compì il disegno che il Signore aveva sulla sua vita. Al termine della sua fatica potè affermare con verità: "Tutto ha fatto Maria"[1].

A contatto con la comunità salesiana i giovani imparano a guardare a Maria come a colei che "infonde speranza"[1] e suggerisce loro alcuni atteggiamenti tipicamente evangelici: l'ascolto, la fedeltà, la purezza, la donazione, il servizio.

I giovani vivono tutti certi tempi difficili di trasformazione ma anche di entusiasmo, per la novità che li attende e che desiderano con tutte le loro forze.

Maria, invocata e onorata con il titolo di "Ausiliatrice", è per loro "segno di certa speranza e di consolazione"[1].

Quando giungono ad una devozione mariana motivata, i giovani che vivono nell’ambiente salesiano scoprono gli orizzonti verso cui li sospinge l'Ausiliatrice: un ardente zelo apostolico nella lotta contro il peccato e contro una visione del mondo e dell’uomo contraria alle beatitudini e al "comandamento nuovo".

5. Spiritualità del servizio responsabile

[178] Divenire onesti cittadini e buoni cristiani

Il giovane credente, spinto dallo Spirito, è a servizio dell’uomo, come la Chiesa, esperta in umanità.

Il servizio misura il cammino della spiritualità.

Don Bosco, padre e maestro della gioventù, richiedeva ai suoi giovani di diventare "onesti cittadini e buoni cristiani". La sintesi dei due elementi è il frutto più maturo della spiritualità giovanile. La semplicità della formula nasconde la fatica da compiere e l'impegno mai completamente realizzato.

Essere onesto cittadino comporta oggi per un giovane promuovere la dignità della persona e i suoi diritti, in tutti i contesti; vivere con generosità nella famiglia e prepararsi a formarla su basi di reciproca donazione; favorire la solidarietà, specialmente verso i più poveri; sviluppare il proprio lavoro con onestà e competenza professionale; promuovere la giustizia, la pace e il bene comune nella politica; rispettare la creazione; favorire la cultura[1].

[179] con la creatività dell'amore

La storia dei giovani all'Oratorio, vivente Don Bosco, è ricca di questo apprendistato della vita cristiana: essere al servizio degli altri, in maniera ordinaria e in forme talvolta straordinarie.

Oggi si aprono al giovane nuovi campi di servizi. C'è l'animazione educativa e culturale nel territorio, per vincere l'emarginazione e diffondere una cultura di partecipazione; c'è il volontariato civile e missionario, per collaborare con altri organismi alla promozione umana e all'evangelizzazione.

L'amore alla vita, nel segno dello Spirito, e nello stile di Don Bosco, sa trovare strade adeguate per venire incontro alle migliori energie del mondo giovanile.

[180] fino ad impegnare tutta la vita come e con don Bosaco

Molti giovani sono ricchi di risorse spirituali, presentano germi di vocazione apostolica e giungono fino a far maturare l'incontro e la simpatia iniziale per don Bosco in volontà di donarsi per continuare la sua missione.

La conoscenza dei problemi quotidiani che i propri compagni vivono, trova in molti giovani una prima risposta d’intervento educativo.

Molte vocazioni nascono, di fatto, da una felice esperienza di servizio in un quartiere, in rioni poveri, in una catechesi all'Oratorio, nella visita agli infermi, negli impegni di volontariato e di educazione. I giovani si domandano: "In quali spazi sociali ed ecclesiali mi inserirò per esprimere il mio amore alla vita e al Signore della vita?"

E' certa per alcuni la chiamata alla famiglia e a una professione, vissute come servizio responsabile alla Chiesa e agli uomini. Per altri è sempre più evidente la scelta del sacerdozio e della vita religiosa.

Tutti, in ogni caso, guidati dallo Spirito del Signore e animati dai valori della spiritualità salesiana, accolgono e vivono la propria esistenza come vocazione.

4. Alcuni nodi dell’educazione alla fede

Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri (Gal 5,13).

[181]

Il cammino di fede e la spiritualità giovanile salesiana assumono con serietà il travaglio del giovane che tenta di costruirsi una identità componendo dinamicamente le spinte delle sue energie interiori, i numerosi e svariati messaggi o proposte che sorgono dal contesto, e gli orizzonti che l'ora attuale fa intravedere.

La fede in Cristo viene collocata al centro di questo travaglio come sorgente di senso, speranza di vita futura, dono di Dio, energia trasformatrice della storia.

L'incidenza della fede sulla vita, o la sua irrilevanza pratica, si manifesta oggi in alcuni aspetti dell’esistenza individuale e della cultura, che diventano perciò suo banco di prova.

Non si tratta di punti particolari ma di "spazi" dove si concentra il significato, la forza e la conflittualità della fede.

Ne metteremo a fuoco tre.

La formazione della coscienza

[182] Vivo senso di libertà

Uno sguardo al mondo moderno mette in evidenza, immediatamente, alcuni criteri di comportamento che costituiscono per noi un occasione o una difficoltà, nell’impegno di educare i giovani alla fede.

Vivo è il senso, innanzitutto, della libertà individuale.

In campo politico come in quello religioso, a livello di mentalità o di modi di vivere, la libertà rappresenta per tutti un bene inviolabile. Si è disposti a rinunciare a tante cose, non alla propria autonomia di determinazione.

Ogni norma che non viene interiorizzata non solo perde di significato all'interno del quadro organico dei valori personali, ma resta formalmente ignorata. E si giunge fino ad atteggiamenti di relativismo, che chiudono alla verità morale oggettiva.

[183] Il riflesso sui giovani

I giovani risentono di questa situazione generale, mentre sono già sotto l'influsso di altri elementi caratteristici della loro età che rendono più difficili gli interventi per formare la loro coscienza.

La forte carica emotiva, legata allo sviluppo della persona e alla fragilità volitiva, li pone di fronte alle norme della coscienza in una condizione di debolezza: ne avvertono la voce, ma in maniera debole; intravedono l'orientamento da seguire, ma senza la lucidità necessaria.

Spesso rischiano di assumere atteggiamenti ambigui, sostenuti dalle sollecitazioni che ricevono dai mass-media, e per effetto di ciò che è comunemente chiamato "moda".

Le possibilità di accesso e di scelta, che ovunque vengono loro offerte, sono eccessive e impediscono una coerente selezione di valori armonizzati tra loro. Sono infatti portati più a sovrapporre criteri e riferimenti provenienti da diverse fonti, che ad elaborare un codice coerente di vita.

[184]

Ma, al di là dei limiti, la coscienza giovanile recepisce, in forma spontanea, il "nuovo umanesimo"[1] e i suoi valori: il senso della libertà, l'assoluta dignità della persona, il senso del proprio progetto di vita, il bisogno di autenticità e di autonomia. Sono istanze queste che si aprono al Vangelo.

[185]

Sarà possibile, in una situazione come quella appena accennata, formare alla coscienza morale?

L'educatore si rende conto che il cammino di educazione alla fede trova nella formazione della coscienza il suo punto obbligato di passaggio. L'educatore sa che la coscienza rappresenta il luogo dell’incontro personale tra l'uomo e Dio. E' sacrario di Dio, nella cui inviolabile interiorità l'uomo sente la parola-chiamata di Dio, e le risponde.

Una coscienza distorta è nello stesso tempo causa ed effetto di una visione falsata di Dio, della sua Parola e della Salvezza. Preclude, per conseguenza, ogni progetto di fede che voglia impostarsi su Dio Padre, sul Cristo Salvatore, sulla costruzione del suo Regno, sulla spiritualità.

[186] L'intervento educativo

Da un punto di vista globale, occorre educare ad una mentalità di fede che non tema il confronto con i valori, ma li orienti in contesti normati dalla legge umana e dal Vangelo.

Per riuscire nel compito, sarà opportuno tener conto di alcune indicazioni.

La prima è quella di aiutare il giovane ad acquisire una sufficiente capacità di giudizio e di discernimento etico. Egli dev’essere in grado di discernere il bene dal male, il peccato e le strutture di peccato, l'azione di Dio nella sua persona e nella storia. Puntare su un tale discernimento come asse della formazione della coscienza significa anche mettere in chiaro lo scopo di tutta la formazione morale: diventare capaci di esercitare moralmente la propria autonomia e responsabilità.

Ma non va dimenticato che si forma una coscienza cristiana solo quando si aiuta il giovane a confrontare la propria vita con il Vangelo e il magistero ecclesiale.

Nel processo educativo l'apertura alla verità oggettiva è una condizione previa per l'accettazione della Parola di Dio. Questa è una sfida che impegna l'educatore ad essere fedele nel presentare integralmente i principi morali, pur comprendendo la situazione concreta dei giovani.

 

[187]

E' necessaria, anche, una seria formazione critica circa i modelli culturali e certe norme della convivenza sociale in contrasto con valori fondamentali. Nei loro riguardi occorrerà saper prendere posizione, facendo "obiezione" sulla base della propria coscienza, ispirata a Cristo e al suo Vangelo. Ciò difende dalle ambiguità giustificate razionalmente, dalle ideologie ricorrenti, dalla superficialità di giudizio sugli avvenimenti, di cui svela la natura più profonda.

Molti abbandoni dell’impegno religioso sono stati causati da una fede non inserita nella cultura, o da una mancata crescita culturale in campo religioso, che non ha adeguatamente affiancato il progresso tecnico.

[188] Una lettura evangelica della realtà

D’altra parte, per poter esprimere giudizi sui movimenti culturali del proprio tempo e sui valori che continuamente emergono dalla storia, è indispensabile saperli leggere evangelicamente. La Parola del Signore ha dentro di sé criteri insostituibili che permettono di esprimere un giudizio di valore sugli atti dell’uomo.

Il Vangelo, con l'annuncio della Buona Novella, vuole entrare nella vita delle persone e offrire ad ognuna una visione della realtà che pone al centro il rapporto con Dio Padre e con il Figlio Salvatore. Per compiere un intervento educativo, perciò, non basta esprimere una rapida condanna su quanto sa di nuovo e non corrisponde a ciò che si è fatto fino al presente.

In ordine all'educazione alla/della fede è indispensabile collocarsi positivamente negli spazi significativi della vita odierna, e affrontarli con competenza.

[189] Catechesi specifica

Non è sempre agevole, soprattutto per i giovani, passare dai principi evangelici alla concretezza della vita quotidiana.

E' necessaria una catechesi per valutare la moralità dei gesti e dei comportamenti, per motivare la coscienza che è l'ultimo criterio soggettivo dell’agire, e per cogliere il rapporto tra norma e fede, tra cultura e fede.

L'ambiente e la testimonianza ne sono elementi determinanti.

[190] Senso del mistero, del peccato, del limite

C'è infine un ulteriore aspetto importante da richiamare: il senso del mistero che avvolge la vita di ogni uomo.

Accanto al mistero luminoso che ci lega al Signore e che si è realizzato con l'Incarnazione del Figlio di Dio e con il dono dello Spirito che abita i nostri cuori, c'è pure, e lo sentiamo operante in tutti noi, il mistero dell’iniquità e del peccato.

Nessuna conquista potrà nascondere la debolezza che ci portiamo dentro fin dall'inizio della vita e che con gesti, parole, intenzioni, durezze di cuore radichiamo sempre più in noi, rendendo ciechi i nostri occhi di fronte al bene, e vacillanti i nostri passi sulla strada della santità.

Siamo creature; e perciò siamo limitati e finiti. E' la base costitutiva della nostra identità personale e della morale naturale.

Siamo peccatori; e perciò bisognosi di luce e di forza. Educare al mistero dell’uomo è educare al senso della misura di sé e delle proprie reali possibilità.

[191] L'esigenza di confrontarsi con una norma

Da questa situazione nasce l'esigenza di confrontarci con la norma, la cui funzione è quella di illuminare e sostenere lo sviluppo dell’esperienza.

C'è, innanzitutto, una norma umana di cui tener conto negli orientamenti e nelle scelte personali.

C'è poi l'esperienza della Chiesa, che raccoglie dalla vita dei credenti, illuminati dalla Parola di Dio, dall'attenzione intelligente ai segni dei tempi, dalla storia della santità riconosciuta e nascosta, le linee fondamentali per un’esistenza cristiana.

Il cammino non è facile.

Esige un contatto quotidiano con la vita del giovane, una larga disponibilità ad incontrarlo nel dialogo e nella direzione spirituale, una grande stima ed esperienza vitale del sacramento della Riconciliazione.

L'educazione all'amore

[192] La situazione

Il contesto socio-culturale di oggi stimola e facilita la comunicazione e gli scambi affettivi.

I giovani, poi, con molta intraprendenza, sfidando pregiudizi e censure culturali, stimolati dall'età e desiderosi di superare le carenze affettivo-familiari, sensibili al valore dell’incontro-scambio come espressione di donazione e fiducia, scommettono sull'amore.

Sono desiderosi di "vivere" questo dono. Spesso però, per una serie di condizionamenti interni ed esterni, riescono solo a farne un uso consumistico.

L'amore è certamente una dimensione fondamentale della persona. E' la molla che fa scattare la vita. E' ciò che dà senso all'esistenza, aprendola alla comprensione e all'oblatività.

Esso è vissuto dai giovani con totalità ed esclusività, al punto che gli pospongono ogni altro valore ed impegno.

La radicalità con cui si donano non corrisponde, però, alla durata dell’offerta. Vivono l'esperienza nella sua fugacità. E, anche se l'incontro tenderebbe a realizzare un desiderio di autenticità, frequentemente la forza del sentimento viene travolta dalla carica sessuale.

La ricerca della persona da amare, poi, isola necessariamente dagli altri e dal gruppo, da cui presto ci si allontana.

[193] I riflessi del cammino di fede

Tutto ciò ha dei riflessi sul piano della costruzione della personalità e su quello più specifico della maturazione nella vita cristiana.

Quando l’amore è vissuto in maniera conflittuale, e il contenuto sessuale viene ad occupare il posto preminente, frena la crescita globale. Realizzato egoisticamente, il gesto dell’amore non apre al futuro, perché concentra solo sul sentimento presente e tende a prescindere dall'evoluzione delle persone.

Effetti simili produce, in alcuni contesti, la situazione di tanti giovani che accusano l'assenza della figura paterna, o la mancanza dei genitori. Non hanno alcuna esperienza di una relazione equilibrata con genitori e fratelli. Portano in sé carenze difficilmente colmabili e rimangono indifesi di fronte alle provocazioni della società.

Nel loro processo di sviluppo sostituiscono i valori con i gusti, poiché confondono felicità e piacere. Manca loro un progetto che definisca il senso della propria realizzazione personale.

Anche l'ambiente, costituito da persone che vivono un’esperienza analoga, costituisce una forma di cultura generalizzata che, lungi dal correggere queste tendenze, di fatto le stabilizza e le sancisce.

[194]

In situazioni simili, l'autentica comprensione dell’amore non può avvenire, per il cristiano, che nell’orizzonte di Dio.

E' Dio che ha voluto la persona nella reciprocità uomo-donna, chiamandoli ad una profonda comunione, capace di significare la realtà stessa di Dio.

[195] Intervento educativo

Il salesiano, attento nella sua azione educativa a favorire e a promuovere la maturazione dei giovani, sente oggi uno speciale impegno nell’educare all'amore. E' convinto che il mistero di Cristo, la sua vita e i suoi eventi, sono propriamente la rivelazione piena e normativa del vero amore.

L'esperienza tipica di Don Bosco e il contenuto

educativo e spirituale del Sistema Preventivo lo orientano ad alcune scelte semplici ma efficaci.

[196]

Per prima cosa, è fondamentale creare attorno ai giovani, in ogni ambiente, un clima educativo ricco di scambi comunicativo-affettivi. Il sentirsi accolto, riconosciuto, stimato e amato è la migliore lezione sull'amore.

Quando vengono meno i segni e i gesti della "famiglia", i giovani facilmente si allontanano, non solo materialmente ma anche e soprattutto affettivamente.

[197]

L'educazione integrale della persona e il sostegno della grazia porteranno ragazzi e ragazze ad apprezzare i valori autentici della purezza (il rispetto di sé e degli altri, la dignità della persona, la trasparenza nelle relazioni...) come annuncio del Regno e come denuncia di ogni forma di strumentalizzazione e di schiavitù.

[198]

Gli incontri tra ragazzi e ragazze, quando sono vissuti come momenti di arricchimento vicendevole, aprono al dialogo e all'attenzione verso l'altro.

Fanno scoprire la ricchezza della reciprocità, che investe il livello del sentimento e dell’intelligenza, del pensiero e dell’azione. Nasce così la scoperta dell’altro, accolto nel suo essere e rispettato nella sua dignità di persona.

[199]

Un’adeguata educazione, quindi, fa cogliere la sessualità come valore che matura la persona e come dono da scambiarsi in un rapporto definitivo, esclusivo e totale, aperto alla procreazione responsabile.

[200]

Il confronto con persone che vivono questo amore ha la forza della testimonianza. Certi atteggiamenti legati alla donazione e alla gratuità vengono fortemente intuiti ed assimilati.

La gioia di una vocazione vissuta con convinzione si riverbera nei giovani, e facilita in loro un’apertura all'amore seria e serena, che sa accettare le esigenze che essa comporta.

[201]

La testimonianza del salesiano che vive in modo limpido e lieto la sua donazione nella castità fa percepire al giovane la possibilità di vivere una simile esperienza d’amore.

Il giovane che gli vive accanto si interrogherà sul Signore della vita, che riempie il cuore di una creatura in maniera così totale.

Prenderà coscienza che l'amore diventa a pieno titolo un progetto di vita, che si può esprimere in mille forme diverse.

Anche il servizio fraterno ai "piccoli" e ai "poveri" e il contatto graduale e guidato con situazioni di sofferenza educherà ad amare gratuitamente.

[202]

Un’attenta catechesi farà comprendere al giovane la realtà e le dimensioni di questo amore; lo guiderà all'accettazione del progetto di Dio, Amore fonte di ogni amore; e lo preparerà a realizzarlo nel matrimonio cristiano.

La dimensione sociale della carità

[203] la situazione

Il Capitolo Generale ha vissuto il senso mondiale della La vocazione salesiana. E quello che più colpisce la mente e il cuore è il racconto vivo e quotidiano della storia di migliaia di salesiani che ogni giorno sono sollecitati dalla tragedia dei poveri, con essa si confrontano e per i poveri danno la vita. La sfida è continua, sia perché la povertà materiale sembra dilatarsi a dismisura in molti paesi, sia perché nei contesti di benessere economico nascono ed esplodono nuove e tragiche forme di povertà: devianza, emarginazione, sfruttamento di persone e droga.

[204] Componente essenziale dell'etica cristiana

Ma la povertà è solo la spia di un dissesto sociale in un momento di trasformazione globale. Altri motivi di preoccupazione si addensano all'orizzonte, pur insieme a evidenti segni di speranza. Emergono nuovi problemi che richiedono la partecipazione attiva dei singoli: la pace, l'ambiente e l'uso dei beni, la questione morale in ogni singola nazione, i rapporti internazionali, i diritti delle persone indifese.

La sfida è grande. Si tratta di preparare una generazione capace di costruire un ordine sociale più umano per tutti. La dimensione sociale della carità si presenta allora come la "manifestazione di una fede credibile"[1]. Essa è infatti una "dimensione costitutiva della predicazione del Vangelo"[1] .In altre parole, è un aspetto fondamentale dell’azione della Chiesa per la redenzione della stirpe umana e la liberazione da ogni forma di oppressione.[1]. Ne segue che la dimensione sociale della carità è una componente essenziale dell'etica cristiana.

[205] Necessità di formarsi una mentalità

Si tratta perciò di abbattere una sorta di diffusa indifferenza, di andare contro corrente, e di educare al valore della solidarietà contro la prassi della concorrenza esasperata e del profitto individuale.

Per i giovani è molto forte la tentazione di rifugiarsi nel privato e in una gestione consumistica della vita. Nei più c'è la sfiducia che sia possibile fare qualcosa di valido e di duraturo.

A questo si aggiunge la diffidenza che nasce dalla grave frattura fra etica e politica, che si traduce in ricorrenti notizie di corruzione, puntualmente riferite e amplificate ad arte dai mezzi di comunicazione sociale.

[206]

La sfida tocca tutti gli educatori dei giovani, di quelli specialmente che vivono in situazione di povertà e di sottosviluppo. Qui la speranza è delusa ogni giorno di più dalla consapevolezza dell’esistenza di meccanismi perversi di sfruttamento. La corruzione a tutti i livelli genera nuove e tragiche situazioni di povertà. Alcuni giovani vorrebbero cambiare, trasformare... Ma l'impazienza tipicamente giovanile e l'impossibilità sperimentata di operare cambiamenti li portano, di fatto, ad atteggiamenti di violenza e a stati d’animo di permanente frustrazione.

Eppure molti di questi giovani sentono di essere responsabili del futuro del loro paese. Come aiutarli a trasformare in progetti concreti questo nobile sentimento, senza che essi cadano nella tentazione della violenza, dell’utopismo, o in forme di religiosità intimista che le sette offrono in abbondanza e a buon mercato? Come, soprattutto, fare in modo che essi stessi non soccombano alle tentazioni consumistiche e allo sfruttamento dei loro fratelli?

[207] La risposta storica di don Bosco

Per rispondere a questa sfida, ci viene incontro l'esperienza esemplare di Don Bosco.

Pur nelle mutate situazioni sociali e politiche, la realtà che colpì il giovane Giovanni Bosco nel suo primo impatto con la Torino dell’immigrazione e dello sfruttamento giovanile era, per certi aspetti, simile a questa.

Per affrontarla egli scelse la via dell’educazione integrale, rispondente ai bisogni dei giovani di allora. La sua scuola di santità si faceva progetto di vita calata in impegni concreti: una spiritualità non privata, ma impegnata nell’azione.

[208]

La comunità salesiana è dunque consapevole che la lotta contro la povertà, l'ingiustizia e il sottosviluppo è parte della sua missione[1]. Si sente pertanto coinvolta profondamente in essa secondo il proprio carisma e lo stile di Don Bosco: con intelligenza e realismo e, sempre, con carità[1].

Convinta, poi, che un’efficace educazione alla dimensione sociale della carità costituisce la verifica della sua capacità di comunicare la fede, la comunità salesiana cerca innanzitutto di testimoniare la giustizia e la pace di fronte ai giovani e di promuoverle ovunque. Vive perciò in profonda sintonia con i grandi problemi del mondo ed è attenta alle sofferenze dell’ambiente in cui è inserita.

In contesti di benessere economico, saprà orientare i giovani a porsi criticamente di fronte alla società, aiutandoli soprattutto a scoprire il mondo nascosto, ma non per questo meno tragico, delle nuove povertà e delle loro cause strutturali.

Ma la sfida tocca intensamente quelle comunità che lavorano in contesti di povertà. Qui spetta ai salesiani motivare, attraverso l'educazione, i giovani e la gente del popolo, perché siano protagonisti della propria liberazione.

[209] Educare al valore della persona

A questo punto, nasce l'urgenza di individuare atteggiamenti e progettare iniziative che aiutino i giovani d’oggi ad esprimere con la vita la vera dimensione sociale della carità.

L'indicazione più generale è di lavorare, nel cammino di fede, per far risaltare il valore assoluto della persona e la sua inviolabilità: essa è al di sopra dei beni materiali e di ogni organizzazione. Questa è la chiave critica, che permette di valutare situazioni eticamente anormali (corruzione, privilegio, irresponsabilità, sfruttamento, inganno) e di fare scelte personali di fronte ai pesanti meccanismi di manipolazione.

Sarà possibile "giocarsi la vita" nel sociale, quando sarà maturata questa "personalizzazione". E' necessario favorirla, valorizzando l'originalità di ciascun giovane e la sua dimensione intersoggettiva. Egli deve realmente comprendere che nella vita il suo destino si compie insieme con altre persone e nella capacità di donarsi ad esse.

Quando questa prospettiva viene interiorizzata con profonde motivazioni cristiane, allora essa diventa criterio di rapporti con gli altri e fonte di tenace impegno storico.

[210] Avviare a conoscere la complessità della realtà sociopolitica

1. Una prima attenzione va posta nell’accompagnare i giovani alla conoscenza adeguata della complessa realtà sociopolitica.

Parliamo di studio serio, sistematico, documentato. A due livelli. Anzitutto a livello della realtà del proprio quartiere, della propria città, del proprio paese: le situazioni di bisogno, le istituzioni, le modalità di gestione del potere politico ed economico, i modelli culturali che influiscono sul bene comune.

Allo stesso tempo lo sguardo dev'essere rivolto al mondo, ai suoi problemi, ai suoi drammi e ai meccanismi perversi che in tanti paesi amplificano le situazioni di sofferenza e d’ingiustizia. Questa serietà di approccio deve aiutare i giovani a valutare criticamente e serenamente i diversi sistemi e i molteplici fatti sociopolitici.

L'informazione ovviamente non basta. E' necessario ricondurre tutte le conoscenze parziali all'unità di una sintesi operativa, ad una fede-passione che animi un’azione efficace, nella verità e nella pace, per la costruzione di una "civiltà dell’amore". L'insegnamento sociale della Chiesa si presenta allora come chiave di lettura della realtà e come indicazione delle mete ideali a cui tendere.

[211] Introdurre i giovani in situazioni che chiedono solidarietà

2. E' possibile e desiderabile andare oltre. Fare soltanto analisi della realtà non giova.

Le comunità che operano in contesti di povertà e di miseria lavoreranno perché i giovani e il popolo diventino responsabili del proprio sviluppo, superando la rassegnazione con coscienza viva della propria dignità e facendosi carico non soltanto della propria miseria, ma anche di quella di chi sta loro accanto.

Per le comunità che lavorano in contesti di benessere si tratterà invece di introdurre fisicamente i giovani nel mondo di quegli uomini e donne che chiedono solidarietà e aiuto.

E' il momento più delicato. L'impatto con questo mondo deve essere purificato da false curiosità ed emotività. Non si tratta solo di fare esperienza di un contesto, di una situazione, di un mondo problematico. L'obiettivo è quello di incontrare le persone, di farsi carico del loro dramma umano. Ciò permetterà di superare una certa mentalità di chi è disposto a servire i poveri, ma non a condividere la vita con loro.

L'atteggiamento spirituale allora è definito dalla stima e dalla ricerca dei valori che ognuno porta in sé, anche in situazioni di personale degrado.

E' questa la fase dell’ascolto, della conversione e della condivisione.

[212] Rispondere con progetti concreti di solidarietà

3. L'impatto personale con i problemi e gli appelli del Rispondere mondo esige che si impari da giovani ad elaborare precisi e concreti progetti di solidarietà, e a maturare forme di intervento sociale.

L'educazione sociopolitica non tollera ingenuità, e richiede alcune attenzioni di fondo:

-      il superamento, nei giovani, di atteggiamenti superficiali, carenti di quella coscienza sociale su cui tanto insiste l'insegnamento della Chiesa;

-      il giusto rapporto tra "opere caritative" e "obblighi di giustizia"[1];

-      l'analisi paziente per trasformare le strutture che hanno e mantengono il loro peso sulle situazioni;

-      l'elaborazione di progetti fatti non solo "per" i poveri, ma "con" essi perché, assumendoli, diventino capaci di gestire la propria vita.

Sempre e ovunque - sull'esempio di Don Bosco che rivendicava con forza la portata sociale della sua opera - è necessario educare i giovani perché si impegnino a coinvolgere i responsabili a livello sociale, politico e religioso. Solo così i progetti potranno diventare esemplari, ed essere eventualmente imitati e moltiplicati.

[213] Una solidarietà fondata sul vangelo e sulla fede

Ogni fase sopra descritta esige che aiutiamo i giovani a rafforzare le motivazioni di fede.

Educare alla solidarietà è far comprendere che la carità deve essere espressione del proprio incontro con Cristo. Da qui l'importanza dell’ascolto e dell’adesione profonda alla Parola di Dio e della preghiera, attraverso cui i giovani si avviano alla costruzione di sé, prima che degli altri, ed evitano il pericolo dell’attivismo e dell’efficientismo. E la forte radicazione nell’insegnamento sociale della Chiesa darà loro luce per orientare la propria azione verso mete e secondo modalità ispirate dall'amore cristiano.

[214] anche in esigenze di partecipazione politica

Le iniziative con cui maturare queste sensibilità e questa formazione dei giovani possono riferirsi a spazi diversi: al territorio in cui si vive, ai paesi in via di sviluppo in cui si possono spendere energie e tempo, all'animazione di ambienti giovanili.

Ma c'è un aspetto per il quale noi salesiani siamo chiamati ad operare con convinzione: è quello di avviare i giovani all'impegno e alla "partecipazione alla politica", ossia alla "complessa e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune"[1].

Quest'ambito da noi è un po' trascurato e disconosciuto. Si teme forse di incappare in forme di collateralismo o di cadere nei complicati meccanismi della concorrenza elettorale o di essere infedeli alle modalità che ci sono proprie nel partecipare all'impegno della Chiesa per la giustizia e la pace[1].

Ma questa resta una sfida da raccogliere e un rischio da correre.

Le comunità giovanili più vive sapranno chiedere ai migliori anche questo servizio, in nome della dimensione sociale della carità. Sarà all'inizio un impegno limitato, ristretto al proprio quartiere, alla propria città. Altre strade si apriranno successivamente, e questo obiettivo servirà anche a favorire nei giovani un atteggiamento positivo verso la realtà politica e ad aprirsi alla fiducia che, anche a questo livello, si possono cambiare cose e situazioni.

La carità evangelica, fatta progetto concreto, continuerà così a tracciare nella storia le nuove strade della giustizia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo Generale 23

dei Salesiani di Don Bosco

EDUCARE I GIOVANI ALLA FEDE

 

Documenti Capitolari

Roma, 4 marzo - 5 maggio 1990

Terza Parte

Impegni operativi della comunità

Voi siete il sale della terra... voi siete la luce del mondo... Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli (Mt 5,13-14.16).

[215] La comunità

Il compito di educare i giovani alla fede nel contesto della nuova evangelizzazione porta la comunità a ripensarsi e a rinnovarsi alla luce del Vangelo e della Regola di vita.

I Capitoli Generali precedenti hanno già proposto riflessioni stimolanti sulla comunità salesiana evangelizzata ed evangelizzatrice. Ora, più che ripetere una sintesi dottrinale, è opportuno evidenziare alcuni temi che sono strettamente legati al compito di educazione alla fede.

[216] segno di fede

La comunità è consapevole di essere costituita per vocazione "segno della fede". Ne gioisce, ed è grata al Signore, pur conoscendo la propria debolezza. Si impegna per dare trasparenza e autenticità evangelica alla sua vita, convinta che non si può comunicare la fede se non la si vive come la grande risorsa della propria esistenza.

Ripete a se stessa che "per operare il discernimento e rinnovamento necessari, non bastano gli storici, né i teologi, né i politici, né gli organizzatori; sono necessari gli uomini chiamati "spirituali", uomini di fede, sensibili alle cose di Dio e pronti all'obbedienza coraggiosa, come lo fu il nostro Fondatore"[1].

Ritrova così la via concreta per rafforzare la propria testimonianza nella preghiera, con la quale quotidianamente essa "ravviva la coscienza della sua intima e vitale relazione con Dio e della sua missione di salvezza"[1] ,e nella comunione fraterna, con la quale "i confratelli vivono con semplicità il dono di sé e il senso della condivisione nella accoglienza degli altri"[1].

Essa diventa segno efficace, quando accoglie e valorizza la generosità e il dinamismo dei confratelli giovani, il contributo originale dei diversi carismi, la sofferenza dei confratelli ammalati e la presenza serena e paterna degli anziani.

Dà trasparenza alla sua sequela di Cristo, convinta che "in un mondo tentato dall'ateismo e dall'idolatria del piacere, del possesso e del potere, il nostro modo di vivere testimonia, specialmente ai giovani, che Dio esiste e che il suo amore può colmare una vita"[1].

[217] scuola di fede

Ma la comunità, proprio perché è "segno", è chiamata, in quanto salesiana, ad essere "scuola di fede" per i giovani. Essa è soprattutto "missionaria", fa cioè della missione la sua ragion d’essere e di operare. Ciò le domanda attenzione e discernimento per mettere a confronto la fede con la realtà circostante. La continua evoluzione del mondo e della società coinvolge i giovani, e di conseguenza interpella gli educatori.

Il rinnovamento spirituale e quello pastorale sono due aspetti che si compenetrano e sono interdipendenti tra loro. Questo esige atteggiamenti di fiducia, di incontro, di comprensione e dialogo col mondo; creatività pastorale, per cui si risponde alle sfide con "criterio oratoriano"; discernimento e fedeltà allo stile pedagogico salesiano che si fa progetto educativo concreto, pensato e attuato in corresponsabilità.

[218] centro di comunione

La comunità non è soltanto segno e scuola della fede centro di ma, in forza della sua vita consacrata, diventa "centro comunione di comunione e partecipazione", capace di radunare e stimolare coloro che lo Spirito chiama a lavorare per i giovani. "Opera in comunione con la Chiesa particolare"[1], da cui riceve orientamento e sostegno e a cui dà il proprio contributo carismatico[1].

Da questa visione della comunità come segno, scuola, centro di comunione e partecipazione, e dal confronto con le sfide, con il cammino di fede e la spiritualità giovanile salesiana, prendono avvio alcune deliberazioni considerate come le più urgenti e alcuni orientamenti operativi per l'educazione dei giovani alla fede.

1. Deliberazioni capitolari

1.1. Il cammino di fede dei giovani richiede la testimonianza di una comunità che si rinnova continuamente.

[219] Testimonianza

La testimonianza è l'unico linguaggio capace di convincere i giovani che "Dio esiste e il suo amore può colmare una vita"[1]. E' indispensabile quindi che la comunità viva e renda trasparente la sua fede in Gesù Cristo, incontro al quale vuole accompagnare i giovani.

Per noi salesiani, chiamati dal Signore ad essere "segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani, specialmente i più poveri"[1], è necessario concentrare l'attenzione e lo slancio su tre grandi aspetti che danno forza alla nostra testimonianza.

Il primo è l'unità della comunità, che è il segno evangelico che Gesù domanda ai discepoli da lui inviati nel mondo ad annunciare la Buona Novella.

Il secondo è la proclamazione del messaggio che, agli inizi, può essere anche solo il dono di un’accoglienza o una manifestazione di fiducia, come accadde a Bartolomeo Garelli.

Il terzo è l'impegno di servizio verso il mondo, e in particolare verso i giovani, specialmente i più poveri.

[220] Formazione permanente

Questi tre aspetti richiedono l'approfondimento della nostra vita religiosa e l'aggiornamento delle nostre competenze. E' la cultura in continua evoluzione che esige un costante rinnovamento, se si vuole inserire nella storia la novità di Cristo. Non si può dunque parlare di educazione alla fede senza coinvolgere la vita del salesiano, che è per vocazione "inviato ai giovani" e per professione educatore.

Egli deve dare a Dio e ai giovani il meglio del suo tempo e delle sue risorse. Formazione religiosa e professionale, pur nella diversità, si fondono nella "grazia di unità".

La formazione permanente, che abilita il salesiano nella sua missione di educatore e pastore, deve diventare allora una costante inderogabile della sua vita. Il luogo dove portarla avanti è la comunità locale e ispettoriale.

 

Perciò:

[221]

Nel prossimo sessennio la Congregazione avrà come impegno prioritario la formazione e qualificazione continua dei confratelli. Curerà specialmente l'interiorità apostolica, che è insieme carità pastorale e capacità pedagogica.

Per questo:

[222]

Ogni comunità locale, animata dal Direttore, abbia un programma annuale di formazione permanente, preferibilmente con ritmo settimanale ("giorno della comunità") o quindicinale. I confratelli partecipino agli incontri comunitari, che sono "occasioni per rinnovare il senso religioso-pastorale della propria vita e abilitarsi a svolgere con maggior competenza il proprio lavoro"[1].

[223]

Ogni Ispettoria elabori un piano organico di formazione permanente dei confratelli in ordine al loro rinnovamento spirituale, alla loro qualificazione pastorale e alla loro competenza educativa e professionale.

Prepari i confratelli soprattutto ai compiti di educatori alla fede, di animatori delle comunità pastorali, di formatori di laici.

Preveda particolari iniziative di formazione dei Direttori nel campo della direzione spirituale comunitaria e personale.

[224]

Il Rettor Maggiore con il suo Consiglio assista e segua i piani ispettoriali con opportune indicazioni. Li verifichi nelle "visite d’insieme" che si faranno durante il sessennio.

1.2. Il cammino di fede dei giovani richiede che la comunità salesiana si inserisca nel contesto e nel mondo giovanile con una nuova qualità pastorale.

[225] Inserimento più vivo nel mondo dei giovani

La lontananza dei giovani dalla fede, ma spesso anche la nostra lontananza da loro, ci chiedono il coraggio di un inserimento più vivo nel loro mondo e nel contesto sociale in cui vivono.

Ogni singolo salesiano è dunque chiamato a farsi compagno di viaggio dei giovani.

Ciò comporta esperienza diretta del loro mondo, ascolto delle loro domande e aspirazioni, acquisizione della loro cultura e del loro linguaggio, e disponibilità a condividere esperienze e progetti pensati non soltanto per loro, ma anche e soprattutto con loro.

Si tratta di operare un vero salto di qualità, un ritorno fra i giovani con rinnovata sensibilità pastorale e con più spiccata competenza educativa.

[226] Significatività nel territorio e nella Chiesa

Questa impresa non spetta soltanto al singolo salesiano. Tocca la comunità e, in modo del tutto particolare, il suo progetto educativo e pastorale.

Essa deve acquistare l'attitudine a rivedere e a riprogettare continuamente la significatività giovanile della propria opera, e la sua capacità di dialogare con la realtà circostante, con le istituzioni sociali ed educative del quartiere e della città; la capacità di irradiare la sua passione educativa con piani che rispondano alle attese dei giovani, di interagire continuamente con la realtà che la circonda e nella quale è vitalmente inserita.

In quanto esperienza viva di Chiesa, la comunità salesiana deve inserirsi con chiarezza nei progetti e proposte di pastorale giovanile nella Chiesa locale. Da essa deve imparare a ricevere stimoli, ma anche a comunicare esperienze e offrire progetti di educazione alla fede di tutti i giovani, specialmente dei più poveri e più lontani.

[227] La responsabilità dell'Ispettoria

Ma la necessità di creare un rapporto vivo fra opera salesiana, territorio e Chiesa non tocca soltanto la responsabilità della comunità locale. Spetta alla comunità ispettoriale rivedere continuamente e riprogettare le singole opere dell’Ispettoria in ordine alla significatività ecclesiale e sociale. Tale continua riflessione comporterà anche il dovere di prendere alcune decisioni difficili ma importanti. Si dovrà avere talvolta il coraggio di ricollocare un’opera in contesti sociali ed ecclesiali più rispondenti alla missione salesiana, e di fondare opere nuove per rispondere a nuove urgenze e a nuovi fronti di impegno salesiano.

Nel prendere queste decisioni l'Ispettore con il suo Consiglio troverà nel Consiglio Generale orientamenti e appoggio.

Perciò:

[228]

La Congregazione si impegna, nel prossimo sessennio, a qualificare le proprie presenze dal punto di vista dell’educazione alla fede e, se necessario, a ricollocarle per un maggior contatto con i giovani, specialmente i più poveri.

Per questo:

[229]

La comunità locale cercherà le vie concrete per rivitalizzare la propria presenza tra i giovani, e valorizzerà ogni forma di comunicazione e solidarietà con il proprio territorio, mediante la partecipazione e il collegamento con le istituzioni che mirano alla promozione dell’educazione e della cultura del popolo.

Verificherà annualmente, attraverso uno "scrutinio", l'incidenza della sua azione evangelizzatrice e, di conseguenza, ridimensionerà le attività, riformulerà compiti e impegni dei singoli confratelli per concentrare le risorse sugli obiettivi dell’educazione alla fede.

[230]

Entro il prossimo Capitolo Ispettoriale ogni Ispettoria farà la revisione del Progetto Educativo Pastorale Salesiano (PEPS). In esso:

- presterà particolare attenzione all'inserimento vivo delle singole opere nella Chiesa locale e nel territorio;

- rivedrà la qualità educativa delle stesse opere e la loro significatività dal punto di vista giovanile, avviando, se sarà necessario, una riflessione per una eventuale loro ricollocazione;

- individuerà pure nuovi e urgenti fronti di impegno, principalmente tra i giovani che hanno maggiori difficoltà, istituendo per loro qualche presenza come "segno" del nostro andare verso i giovani più lontani;

- tradurrà il cammino di fede proposto dal CG23 in itinerari concreti e adeguati ai propri destinatari e ai contesti in cui opera.

[231]

Il Rettor Maggiore con il suo Consiglio, studiando la situazione particolare di ogni Ispettoria, ne orienti le riflessioni e le decisioni per adeguare gli impegni pastorali alle nuove situazioni.

1.3. Il cammino di fede dei giovani richiede che la comunita salesiana si faccia animatrice della comunità educativa pastorale e della Famiglia Salesiana.

[232] La comunità educativa

Dovunque lavoriamo, realizziamo la comunità educativa pastorale. "Essa coinvolge in clima di famiglia giovani e adulti, genitori ed educatori fino a poter diventare un’esperienza di Chiesa, rivelatrice del disegno di Dio"[1]. Pur essendo certamente una forma atta a migliorare l'organizzazione educativa e ad utilizzare meglio le varie competenze dei laici, essa è soprattutto un’esperienza di comunione e di corresponsabilità.

Costruire la comunità educativa pastorale significa riuscire a coinvolgere direttamente tutti i membri e a renderli corresponsabili dell’esperienza educativa e della formazione cristiana.

Non è impresa facile. Urge pertanto un cambiamento di mentalità in tutti i suoi componenti, e in primo luogo nei salesiani.

[233] Corresponsabilità dei laici

Tale cambiamento riguarda soprattutto la valorizzazione dei laici. Essi sono la parte numericamente più consistente delle comunità educative pastorali. E' necessario stabilire con loro rapporti di corresponsabilità matura. Urge soprattutto intraprendere un serio cammino di formazione. Le esperienze fatte finora garantiscono, pur con alcune difficoltà, risultati soddisfacenti. D’altra parte, in questa direzione ci spingono senza sosta gli orientamenti della Chiesa che hanno un’espressione recente nella "Christifideles laici".

[234] La Famiglia salesiana

Particolari compiti di animazione abbiamo riguardo ai gruppi della Famiglia Salesiana. Essi vivono la stessa spiritualità e partecipano alla medesima missione giovanile, collaborando con noi in corresponsabilità nelle opere, o lavorando con lo stile di Don Bosco in svariati campi di attività.

La loro presenza nel territorio è un elemento non indifferente per l'educazione dei giovani. Ci proponiamo dunque di estenderla e di rafforzarla. Noi sentiamo la responsabilità della loro formazione spirituale, educativa e pastorale, e li sosteniamo nelle loro iniziative a favore della gioventù o dell’ambiente.

Perciò:

[235]

La Congregazione si impegna nel prossimo sessennio a costruire in tutte le presenze la comunità educativa pastorale. In essa curerà soprattutto la qualificazione dei laici e, in modo particolare, dei membri della Famiglia Salesiana, dal punto di vista cristiano, pedagogico e salesiano.

Per questo:

[236]

Entro il prossimo Capitolo Ispettoriale ogni comunità locale realizzi e perfezioni nella propria opera la comunità educativa pastorale. Traduca in iniziative locali concrete il programma ispettoriale di formazione dei laici, di cui al numero seguente, avendo particolare cura della formazione dei membri della Famiglia Salesiana. Questa sia sempre coinvolta e impegnata nei programmi di educazione alla fede.

E l'Ispettore verifichi, durante la visita ispettoriale, il cammino fatto dalla comunità in questo campo.

[237]

L'Ispettoria elabori un programma di formazione dei laici che ne promuova la professionalità, la capacità educativa e la testimonianza in ordine all'educazione alla fede. Offra iniziative di collegamento, stabilisca criteri di corresponsabilità e partecipazione per tutte le opere, e sperimenti particolari forme di gestione dell’opera con la collaborazione dei laici.

[238]

Il Rettor Maggiore, tramite i Dicasteri competenti, offra elementi e linee per un "progetto laici" in Congregazione.

1.4. Il cammino di fede dei giovani richiede che la comunità sviluppi una pastorale organica.

[239] La comunione operativa

La comunione ecclesiale ha la sua fonte nello Spirito Santo. Si esprime nella fede, nella speranza e nella carità, e si manifesta in maniera eminente nella comunione operativa.

La Chiesa, sviluppando attività differenziate attraverso i suoi membri, tende ad un’unica finalità, la Salvezza dell’uomo in Cristo. Servizi e ministeri servono questa unità e contribuiscono così a sviluppare e qualificare l'azione pastorale.

[240] Strutture di unità

Anche nella Congregazione ci sono servizi e strutture di animazione pastorale. Il CGS chiedeva strutture di unità e orientamento, piuttosto che di divisione e pura organizzazione di iniziative settoriali. Le strutture devono favorire l'integrazione della fede nella vita, devono far comprendere meglio ed esprimere la complementarità di tutti i valori in Cristo[1].

Per superare la pastorale di molte iniziative non collegate fra loro, e per creare una comunione operativa attorno alle grandi finalità e allo stile del nostro agire, bisogna far convergere interventi e persone su determinati obiettivi.

[241]

Questa convergenza è richiesta dal soggetto dell’educazione, il giovane, a cui si rivolgono le diverse proposte che devono armonizzarsi e adeguarsi a tutte le sue autentiche esigenze.

Questa convergenza è richiesta anche dal soggetto che opera, cioè dalla comunità educativa pastorale. Se infatti la comunità non condividesse le finalità e le vie da percorrere, il cammino di fede risulterebbe compromesso.

E' ulteriormente richiesta dalla necessità di rendere possibile la circolazione di esperienze e modelli pastorali a raggio regionale, continentale e mondiale, secondo l'indirizzo attuale della Chiesa.

Perciò:

[242]

In sintonia con la pastorale della Chiesa e con la sensibilità del CG23, la Congregazione Salesiana, attraverso i suoi organismi di animazione mondiale ispettoriale e locale, promuova la comunicazione e il collegamento, e concordi linee operative e interventi differenziati.

Per questo:

[243]

In ogni comunità locale e nelle altre forme di presenza salesiana si stabiliscano i ruoli in modo che l'educazione alla fede risulti impegno corresponsabile di tutti i confratelli, mentre i compiti particolari di animazione, (catechesi, liturgia, direzione spirituale, impegno apostolico) saranno affidati a ciascuno di essi in conformità con le norme del direttorio ispettoriale.

[244]

L'Ispettore con il suo Consiglio è il responsabile della pastorale dell’Ispettoria. Nominerà un suo delegato per la pastorale giovanile, il quale coordinerà una équipe che assicuri la convergenza di ogni iniziativa sull'obiettivo dell’educazione alla fede e renda possibile la comunicazione operativa tra le Ispettorie.

[245]

I centri di pastorale nazionali o regionali saranno seguiti dagli Ispettori responsabili, e saranno riorganizzati conformemente al criterio della centralità dell'educazione alla fede; saranno costituiti da personale preparato e sufficiente, e dotati di mezzi adeguati.

[246]

I servizi, le attività, le iniziative, le opere che mirano all'educazione dei giovani alla fede troveranno un riferimento unificante nel Dicastero per la Pastorale Giovanile.

1.5. Il cammino di fede dei giovani richiede che la comunità salesiana ponga particolare attenzione al loro orientamento vocazionale.

[247] Dimensione qualificante

L'orientamento vocazionale costituisce il vertice e il "coronamento della nostra azione educativa pastorale"[1].

Esso non è però un momento terminale del cammino di fede, ma un elemento ovunque presente, e qualificante ogni area di intervento e ogni tappa.

[248]

Per noi salesiani ciò vale ancora di più, perché la cura delle vocazioni apostoliche è una caratteristica della nostra missione; è anzi uno dei fini della nostra Congregazione[1].

Luminoso è anche in questo campo l'esempio di Don Bosco. In un tempo di grandi trasformazioni sociali e di grave crisi per la Chiesa, Don Bosco ha saputo tracciare nuove strade di promozione vocazionale per la Chiesa e per la sua Congregazione nascente[1].

[249] Nuove esperienze

Negli ultimi anni la nostra Congregazione ha operato una lunga riflessione per far fronte alla nuova situazione, caratterizzata da una parte dal prolungamento dell’età giovanile con il conseguente ritardo delle decisioni, e dall'altra dal fenomeno della secolarizzazione che ha investito le istituzioni educative e in particolare la famiglia.

La diminuzione delle vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa ha ulteriormente stimolato la Congregazione a rivedere la qualità della sua vita religiosa e la vivacità della sua proposta educativa.

Oltre a rinnovare le tradizionali forme di orientamento e di accompagnamento vocazionale, essa ha saputo dar vita a nuove e svariate esperienze, quali i gruppi di riferimento vocazionale, le "comunità proposta", le scuole di preghiera, i ritiri, i campi scuola e le settimane vocazionali. Ha soprattutto individuato nell’esperienza di gruppo un promettente luogo di promozione vocazionale. Il rinnovato entusiasmo missionario, infine, ha aperto a molti giovani nuovi orizzonti vocazionali.

[250]

La riflessione della Congregazione si è concentrata particolarmente sulla comunità locale come luogo risolutivo di ogni serio progetto di pastorale vocazionale.

E' nella casa salesiana infatti che i giovani vengono a contatto con la vocazione salesiana. E' la comunità locale che ha la capacità di individuare i segni della chiamata, di operare un serio orientamento, di fare una proposta vocazionale esplicita e di accompagnare il giovane attraverso un cammino di discernimento della volontà di Dio verso la decisione vocazionale.

Perciò:

[251]

L'orientamento, la proposta, l'accompagnamento vocazionale diventino parti qualificanti degli itinerari di fede lungo tutte le loro tappe.

Per questo:

[252]

Ogni comunità locale esprima nel proprio progetto educativo pastorale le modalità secondo cui provvedere ad orientare tutti i giovani nella scoperta della loro vocazione nella Chiesa e ad accompagnare quelli che dimostrano segni di vocazione a una speciale consacrazione.

Offra ai giovani esperienze concrete di impegno e di servizio gratuito tra i più poveri, come il volontariato. Crei esperienze di gruppo con chiara intenzionalità vocazionale.

Il Direttore ricuperi il ruolo di orientatore dei giovani attraverso l'incontro personale e di gruppo, inviti i giovani più disponibili a condividere i momenti più significativi della nostra vita, e li coinvolga nella nostra azione apostolica.

Ogni comunità faccia conoscere e amare la storia e la vita della Congregazione.

[253]

L'Ispettore verifichi che la dimensione vocazionale abbia lo spazio che le compete nel progetto di ogni opera e di ogni gruppo giovanile; curi la preparazione dei confratelli, sia per quanto riguarda l'orientamento vocazionale che la direzione spirituale.

Nomini all'interno dell’équipe ispettoriale di pastorale giovanile un animatore che orienti, che coordini la dimensione vocazionale e tenga i necessari collegamenti con la pastorale vocazionale della Chiesa locale.

1.6. Il cammino di fede dei giovani richiede dalla comunità una nuova forma di comunicazione.

[254]L'importanza della comunicazione

La capacità di comunicare e di entrare in sintonia con le persone e gli avvenimenti caratterizza lo sviluppo della persona umana e soprattutto la crescita dei giovani.

La comunicazione diventa spesso un fattore determinante di sopravvivenza e di sviluppo. Infatti tocca tutti gli ambiti della vita sociale e tutte le dimensioni della vita personale.

Essa non dà solo informazioni, ma comunica idee, crea facilmente consensi e propone modelli di vita e di comportamento.

[255] per il giovane

Il giovane vive in questa società della comunicazione-relazione. E' aperto a recepire ogni messaggio e forma di comunicazione, ed è egli stesso capace di produrre e fornire nuovi messaggi.

Impara a mantenersi informato, e sente l'esigenza di saper controllare, selezionare e valutare i messaggi che riceve.

Non si accontenta dell’informazione verbale e culturale: ricerca pure quella simbolica, gestuale e corporale. Di fronte al bombardamento dei mass-media si trova impegnato a resistere alla loro potenza massificante e omologante.

[256] sfida agli educatori

Tutto ciò sfida gli educatori: da una parte, nella loro capacità di parlare in un mondo che adopera abitualmente linguaggi molteplici; dall'altra, perché l'uso dei mezzi della comunicazione sociale diventa imprescindibile anche per l'annuncio della Parola di salvezza.

La Congregazione si sente coinvolta in questa dimensione, tanto più che una delle sue finalità è quella di essere educatrice "della fede negli ambienti popolari, in particolare con la comunicazione sociale"[1].

Don Bosco ne aveva intuito l'importanza e aveva raccolto la sfida. Per questo si impegnò in "imprese apostoliche originali per diffondere e sostenere la fede del Popolo"[1].

Perciò:

[257]

Nel prossimo sessennio la Congregazione si impegna ad una adeguata utilizzazione della Comunicazione sociale per la trasmissione del messaggio cristiano e per l'educazione dei giovani alla fede.

Per questo:

[258]

La comunità locale curi la propria capacità comunicativa:

-       aiutando ciascun salesiano ad essere un buon comunicatore, capace di adoperare un linguaggio adatto ai giovani e al popolo, specialmente nella liturgia e nella catechesi;

-       sfruttando tutti i mezzi (rapporti, aspetto della casa, teatro, video, musica, sale...) attraverso cui si emettono messaggi per predisporre alla fede e diffondere il messaggio della salvezza;

-       curando, in particolare, l'educazione dei giovani alle diverse forme di comunicazione e alla lettura critica dei messaggi.

[259]

L'Ispettore nomini l'incaricato ispettoriale della Comunicazione sociale. Egli:

-      assisterà le singole comunità nella promozione delle varie realtà comunicative;

-      presterà il suo servizio ai vari settori di attività e terrà i rapporti con gli organismi locali, ecclesiastici e civili.

In tutto ciò che riguarda l'educazione dei giovani, egli opera all'interno dell’équipe di pastorale giovanile.

[260]

Il Consigliere generale per la Comunicazione sociale:

-      stimoli la formazione del salesiano come comunicatore;

-      assista le comunità nell’uso dei diversi mezzi della comunicazione;

-      orienti, specialmente nelle società emergenti, l'avvio di progetti concreti e rispondenti ai bisogni dei vari paesi nel campo della Comunicazione sociale (case editrici, centri di produzione di audiovisivi e video per l'educazione alla fede, radio popolari, ecc.).

2. orientamenti operativi per situazioni particolari

[261]

Il cammino "verso la fede" e "di fede", tradotto in adeguati itinerari, verrà preso in considerazione dalle comunità e dai singoli salesiani che lavorano in situazioni particolari e orientano specifiche esperienze giovanili.

Ricollegandosi idealmente al CG21 e ad altri documenti della Congregazione, il CG23 si limita ad alcune indicazioni fondamentali, strettamente collegate alla proposta espressa in questo documento. Siamo consapevoli che questa proposta deve essere inserita in un progetto educativo più ampio. Ora però, nelle varie iniziative, interessa soprattutto evidenziare il tipo di rapporto che si stabilisce con il giovane e le possibilità che questo stesso rapporto offre per l'educazione alla fede.

2.1 Ambienti di ampia accoglienza

[262]

Gli ambienti di ampia accoglienza - oratori, centri giovanili e altri ancora - svolgono un’azione progressiva di educazione e di crescita nella fede. Servono una vasta zona o il territorio di una parrocchia. Si presentano come opera di frontiera tra il religioso e il civile, tra il secolare e l'ecclesiale: in questa collocazione è tutta la loro originalità e il loro rischio.

Che perdano qualità educativa e pastorale non è un pericolo immaginario. L'ampia accoglienza, la diversità dei giovani che vi giungono, il clima di libertà in cui vengono fatte le proposte e la scarsità del personale possono compromettere il programma di educazione alla fede, che deve essere necessariamente molto diversificato.

Di conseguenza, per il prossimo sessennio, si chiede un impegno particolare:

[263]

- Nel qualificare l'ambiente. L'accoglienza di tutti esige che questi ambienti siano caratterizzati da principi e modalità evangeliche, che si manifestano negli obiettivi generali, nell’organizzazione, nei rapporti personali, nei comportamenti concreti, nel clima di famiglia.

[264]

- Nel ribadire che l'anima dell’oratorio-centro giovanile è l'evangelizzazione. Perciò si deve curare la formazione religiosa e la catechesi dei giovani, evitando ogni forma di improvvisazione. La domanda di vita e di compagnia va fatta crescere negli incontri, sia con la massa, sia con i gruppi, e nei contatti personali.

[265]

- Nel distribuire tempo e risorse per tradurre in pratica le precedenti indicazioni. Ogni singolo oratorio-centro giovanile, oltre all'aspetto educativo-pastorale, dovrà preparare, con proposte precise di tempo e di operatori, iniziative:

•      per incontrare i giovani,

•      per annunciare la fede,

•      per fare catechesi,

•      per formare quelli che sono disponibili ad un maturo cammino di fede e alla ricerca della propria vocazione.

[266]

- Nel promuovere in forma del tutto particolare la formazione pedagogica, culturale e religiosa degli animatori. Questi sono l'espressione più riuscita del lavoro oratoriano, una delle sue finalità più attentamente perseguite.

2.2 Ambienti di educazione sistematica

[267]

L'incontro con i giovani negli ambienti predisposti per un programma di educazione sistematica (scuole, centri di preparazione al lavoro, internati, pensionati per studenti e lavoratori, e altri ancora) può offrire un momento sistematico di educazione alla fede. Essa viene di fatto inserita in una visione del mondo e della vita che il giovane costruisce attraverso l'apprendimento delle discipline e la progettazione del proprio futuro.

[268]

In questi ambienti sono aumentate le esigenze dei programmi culturali.

Il tempo di permanenza dei giovani con noi per attività ricreative, culturali e formative è sensibilmente diminuito.

Si nota inoltre una sorta di frattura fra l'istituzione e la vita. L'insegnamento non attinge ai problemi della vita del giovane. Si verifica una forma di distacco tra l'istituzione e l'educazione, tra l'educazione e l'educazione alla fede.

Alla radice non c'è soltanto il programma culturale con scarse disponibilità di tempo e di contatti, ma la concezione che sostiene la separazione dei due aspetti, se non addirittura la loro totale equiparazione.

[269]

Ci sono confratelli e collaboratori laici che lavorano e profondono tante energie in queste strutture per la crescita educativa e culturale dei giovani. Essi dovranno orientare in maniera più organica gli interventi seguendo queste linee:

[270]

- Ripensare, in vista dell’educazione alla fede, sia il senso globale della cultura e del lavoro, sia l'insegnamento delle singole discipline, di cui porre in evidenza la dimensione religiosa come aspetto profondo della realtà.

[271]

- Qualificare l'insegnamento della religione come momento importante di formazione culturale e di annuncio della fede. A questo fine vanno garantiti il giusto orientamento dei contenuti, i tempi necessari nell’orario, l'aggiornamento degli insegnanti, e tutti quegli elementi che sono utili per lo svolgimento ottimale di questo insegnamento.

In tutto il processo di formazione alla fede si tenga presente la diversità dei giovani nei confronti della stessa fede.

Agli organismi ispettoriali spetterà promuovere iniziative per qualificare salesiani e collaboratori laici per questo compito. A questi stessi organismi spetterà verificare i programmi e la loro qualità.

[272]

- Predisporre nell’orario celebrazioni di fede per l'intera comunità scolastica e/o per gruppi particolari. Saranno così offerte esperienze concrete di ciò che è stato comunicato attraverso la parola.

[273]

- Seguire personalmente e in gruppo tutti i giovani, soprattutto quelli che manifestano maggiore sensibilità a proposte culturali e di fede. I salesiani si dedichino a questi giovani direttamente, condividendo con i collaboratori laici aspetti di tipo organizzativo e amministrativo.

2.3 Il gruppo giovanile

[274]

L'esperienza di gruppo è elemento fondamentale della tradizione pedagogica salesiana.

Il gruppo giovanile è parte di organizzazioni più vaste (associazioni, ambienti educativi, parrocchie); è soggetto di particolari iniziative di apostolato (volontariato, attività espressive, turismo, sport...). In questi vari aspetti non guardiamo alla loro particolare organizzazione né alla loro finalità immediata, ma all'obiettivo ultimo della formazione alla fede dei giovani che vi partecipano.

Il gruppo è il luogo dove si personalizzano le proposte educative e religiose; è lo spazio dell’espressione e della responsabilità; è il luogo della comunicazione interpersonale e della progettazione delle iniziative. Spesso è l'unico elemento strutturale che offre ai giovani l'occasione per accedere ai valori umani e all'educazione alla fede.

Nei nostri ambienti si dà accoglienza e vita ad una grande varietà di gruppi per rispondere adeguatamente ad ogni vero interesse giovanile.

[275]

I gruppi e le associazioni giovanili che, pur mantenendo la loro autonomia organizzativa, si riconoscono nella spiritualità e nella pedagogia salesiana, formano in modo implicito o esplicito il Movimento Giovanile Salesiano (MGS).

E' un dono originale dello Spirito alla comunità dei credenti, una ricchezza che appartiene alla Chiesa e ai giovani.

Nell’anno centenario si è manifestato con vivacità ed è cresciuto in consapevolezza.

[276]

Nel MGS tutti i gruppi vivono i valori della spiritualità giovanile salesiana a livelli diversi.

Il MGS è una realtà aperta, a cerchi concentrici, che unisce molti giovani: dai più lontani, per i quali la spiritualità è un riferimento appena percepito attraverso un ambiente in cui si sentono accolti, a quelli che in modo consapevole ed esplicito fanno propria la proposta salesiana. Questi ultimi costituiscono il "nucleo animatore" di tutto il movimento.

E', dunque, un movimento educativo originale.

[277]

La circolazione dei messaggi e dei valori della spiritualità nel MGS non ha bisogno di un’organizzazione rigida e centralizzata. Si fonda sulla libera comunicazione tra i gruppi. Considera necessaria una struttura minima per organizzare il coordinamento di iniziative comuni.

Su questa base si favoriscono quegli incontri che diventano occasioni significative di dialogo, di confronto, di formazione cristiana e di espressione giovanile.

I gruppi operano e si collegano fra loro nella comunità educativa locale. In essa interagiscono per arricchirsi e per creare un clima culturalmente vivace e cristianamente impegnato.

Questo primo ambito avrà un più ampio respiro a raggio ispettoriale e interispettoriale, in cui vengono favoriti lo scambio e la comunicazione tra i gruppi per una verifica della loro incidenza nel territorio e del loro inserimento ed apporto alla Chiesa locale.

[278]

Circa l'educazione alla fede, non sempre i gruppi riescono a promuovere con efficacia la proposta cristiana che è presente nei loro progetti.

L'attenzione prevalente agli interessi immediati dei giovani; gli animatori, spesso poco motivati a riguardo della proposta di fede; le preoccupazioni organizzative, piuttosto che quelle di formazione, possono determinare un calo di impegno nell’educazione alla fede.

Si chiede perciò agli animatori dei singoli gruppi, ai responsabili delle associazioni, al Direttore e ai Consigli locali, all'Ispettore e ai responsabili ispettoriali:

[279]

- di promuovere l'attività dei gruppi nelle nostre opere, anche come mezzo privilegiato per arrivare ai lontani e favorire il processo di un’autentica educazione alla fede;

[280]

- di esplicitare, per ogni gruppo o costellazione di gruppi, la proposta dell’itinerario "verso la fede" e "di fede", ispirata agli elementi fondamentali della SGS, a partire dagli interessi immediati dei giovani;

[281]

- di programmare annualmente un cammino di formazione pedagogica e salesiana per gli animatori di gruppo, e di prevederne le verifica;

[282]

- di curare la comunicazione fra i gruppi, creando punti di riferimento e di coordinamento nel rispetto dell’autonomia organizzativa;

[283]

- di approfondire continuamente la SGS valorizzando anche i luoghi delle origini storiche salesiane.

2.4 L'incontro personale con il giovane

[284]

L'educazione alla fede trova uno spazio privilegiato nel dialogo personale: Don Bosco ne fu maestro impareggiabile. Le sue principali espressioni sono la ricerca del singolo giovane nel suo ambiente, il colloquio educativo, la direzione spirituale, l'incontro sacramentale.

Negli ultimi tempi la sua necessità si è fatta molto sentire, per la complessità dei problemi che i giovani affrontano e per l'attenzione personale che richiedono. Non sempre, però, la nuova domanda ha trovato i salesiani preparati. D’altra parte, coloro che si sono assunti questo compito si stanno interrogando sul modo di svolgerlo secondo lo stile salesiano e con il maggior profitto possibile.

Partendo dalla validità indiscussa del dialogo personale si vogliono incoraggiare i confratelli a rendersi disponibili, offrendo alcune indicazioni:

[285]

- Venga approfondito nelle Ispettorie lo stile tipicamente salesiano dell’accompagnamento personale: un insieme convergente di elementi che sostengono la maturazione cristiana quali il clima, l'assistenza-compagnia, le attività partecipate, la parola personale, le brevi esortazioni ai gruppi, le celebrazioni.

[286]

- I confratelli siano incoraggiati e si preparino ad offrire, nel dialogo personale con i giovani, la testimonianza della propria fede e gli orientamenti di cui essi hanno bisogno.

[287]

- Il Direttore prenda a cuore l'incontro personale con i giovani, particolarmente con quelli il cui cammino sta giungendo ad una decisione importante di vita.

 

[288]

- Nelle case di ritiri per i giovani, e in momenti di particolare importanza (per es. esercizi spirituali), i giovani sappiano che possono con completa libertà godere di questa forma di orientamento.

[289]

- Un momento privilegiato dell’incontro personale con il giovane si vive nel sacramento della Riconciliazione. L'Ispettore curi la preparazione dei confratelli a questo ministero, così importante nella pedagogia salesiana.

2.5 Comunità per giovani in difficoltà

[290]

In questi ultimi anni sono nate e si sono consolidate le comunità di accoglienza per ragazzi e giovani in difficoltà. Esse sono la testimonianza del "coraggio" mai spento in Congregazione, e del valore del Sistema Preventivo. Sono punti di riferimento e di promozione della solidarietà: riscuotono l'approvazione generale, riescono a coagulare collaborazioni molteplici, creano mentalità solidale nella gente e ottengono l'appoggio della società.

Il discorso di educazione alla fede in queste comunità ha i suoi risvolti tipici. Indichiamo alcuni orientamenti operativi.

[291]

Fondamentale è il segno dell’avvicinamento a questi giovani e al loro mondo.

Il salesiano rivive così, con lo stile di Don Bosco, l'incontro con Bartolomeo Garelli. Cacciato via ed emarginato, questi trova in Don Bosco "un cuore" che lo accoglie, "un volto" che gli sorride, "una mano" che lo aiuta, capace di condividere il suo dolore e la sua speranza, di sostenere la sua volontà per cominciare o per riprendere. Comincia a crollare la barriera della diffidenza, forse anche dell’ostilità e del pregiudizio che, di fatto, hanno allontanato questi giovani dalla Chiesa e da Dio. E' il primo passo.

[292]

Per questi ragazzi il contatto quotidiano con uomini "nuovi", capaci di suscitare meraviglia e di risvegliare in loro il "meglio" che si portano dentro, le loro risorse intensamente umane e perciò coincidenti con valori evangelici, diventa un’esperienza davvero originale.

L'amicizia attenta, il clima di famiglia, la semplicità e la bontà, la promozione della dignità personale costituiscono una "testimonianza". che fa sorgere nei giovani le domande: "chi siete voi? perché agite così?".

La risposta, data in molti modi e in tempi diversi, a seconda delle esigenze di ogni ragazzo, diventa annuncio del Cristo compagno nel cammino e dell’amore del Padre, del suo progetto di salvezza e di felicità; è offerta di liberazione dalla schiavitù e di pienezza di vita.

[293]

Il cammino di educazione alla fede così avviato è un processo delicato, difficile, e spesso esposto all'insuccesso. E qui viene manifestata la nostra fede nell’educazione, la nostra convinzione nella forza della preghiera, della grazia e della pazienza di Cristo. Ricordiamo con ammirazione il procedimento creato da Don Bosco con Michele Magone.

[294]

L'educatore punta con entusiasmo sul "positivo" presente nel giovane. Tutta la comunità lo incoraggia, lo comprende, lo perdona, pronta a ricucire ogni strappo, a ricominciare, e disposta a ritentare ancora una volta, perché mai si smarrisca la sua speranza.

Così sostenuto ed accompagnato, il giovane si aprirà non solo ad una critica matura del sistema, ma anche ad una profonda revisione di vita, all'autocritica, che nel sacramento della Riconciliazione diverrà grazia di perdono e forza di ripresa.

Il senso della convivialità e della solidarietà comunitaria, la disponibilità a vincere contro il proprio egocentrismo e a donarsi ai fratelli crescerà fino a divenire esperienza di comunione eucaristica.

In questo modo educheremo evangelizzando ed evangelizzeremo educando.

2.6 Grandi convocazioni giovanili

[295]

In questi anni si stanno moltiplicando i momenti di grandi convocazioni giovanili. Essi rispondono all'esigenza che i giovani sentono di esprimersi collettivamente sul piano umano e religioso. Le proposte nascono sovente dai gruppi impegnati, ma coinvolgono anche altri giovani disponibili o in qualche modo interessati. La "giornata della gioventù" istituita da Giovanni Paolo II ha risposto a questo bisogno avvertito, che ha riscontri anche in ambiti più ristretti. Nell’arco di un anno, diverse Ispettorie vivono giornate in cui si intensifica il dialogo fra tutte le componenti giovanili.

Anche il pellegrinaggio è una forma culturale presente presso tanti popoli, segno della Chiesa pellegrina. Esso unisce la gente nei sentimenti, nei gesti e nei ricordi, a contatto con luoghi significativi per la religiosità popolare o per la memoria di santi che vi hanno operato. I giovani vivono questa esperienza con desiderio di crescita, e talvolta come offerta di fede nel sacrificio di un lungo camminare. Essi chiedono ambienti per riflettere e persone che li accolgano.

[296]

Per quanto riguarda la maturazione nella fede però l'esito non è scontato. Il clima di festa, con i suoi innegabili valori, è la connotazione immediata, che tutti percepiscono. L'educatore della fede deve aiutare a non enfatizzare questo clima a scapito dei contenuti.

La convocazione nel suo insieme deve risultare un vero annuncio.

Perciò:

[297]

- La realizzazione, nella varietà dei momenti e delle espressioni, preveda un’accurata convergenza dei contenuti su ciò che interessa la fede e una buona qualità nella comunicazione: preghiera e celebrazione, musica, trattenimento, gioco, convivenza, attività sceniche, incontro con testimoni, dibattiti...

[298]

- E' necessario un conveniente periodo di preparazione; va ugualmente pensato un "dopo-festa".

Entrambi esigono la partecipazione attiva di un numero proporzionato di animatori/animatrici, specialmente giovani.

[299]

- La verifica consideri due dati che definiscono il senso della convocazione: i giovani che da partecipanti "occasionali" si decidono ad iniziare un cammino di fede; e quelli che maturano impegni concreti, sociali o apostolici nel proprio ambiente.


Conclusione

[300]

Abbiamo, idealmente, percorso con i nostri giovani

un viaggio verso la fede.

Lo abbiamo compiuto alla luce dello Spirito Santo,

che ci ha aiutati a capire ed ascoltare

la sua voce nei giovani.

La fatica del percorso

è stata compensata dalla gioia della scoperta.

Se, dopo aver letto queste pagine,

qualcuno dicesse che, nell’insieme,

non contengono novità,

sotto certi aspetti, dice il vero.

Raccontano, infatti, della nostra missione di salesiani,

impegnati nell’educazione dei giovani alla fede:

della missione di ieri, dunque,

di oggi e di sempre,

finché ci saranno ragazzi e giovani.

Sono le cose essenziali

che vanno continuamente ripensate,

conservate nel cuore

e, soprattutto, praticate.

E se leggendo queste pagine

qualcuno si sentisse "uomo di poca fede",

intimorito dal compito che gli si chiede,

sappia

che anche noi ci siamo sentiti uomini dalla fede piccola

come un granellino.

E' il seme di senape,

affidato alla terra di Dio perché cresca.

E' un seme

che il logorio delle giornate di lavoro

non potrà corrodere,

né il vento far volar via,

poiché la carità non potrà far difetto

finché Dio Trinità è amore.

Ci affidiamo, dunque, alla carità pastorale,

dono ed energia dell’amore del Padre,

significata a noi dal Cristo

ed effusa in noi dallo Spirito Santo.

L'amore è l'unica forza a cui nulla resiste.

Incoraggiandoci, Don Bosco ci dice:

"Se non si può compiere tutto l'alfabeto,

ma si può fare ABCD,

perché tralasciare di far questo poco?"[1]

Infine,

se leggendo queste pagine

alcuni di noi hanno riascoltato la voce di Don Bosco oggi,

e hanno provato gioia e gusto

di fronte a questa energia di Spirito Santo

che, per l'intervento di Maria Ausiliatrice,

si va diffondendo nella Chiesa;

se, dopo qualche esperienza di stanchezza,

intendono riprendere il cammino verso la missione

allora

rallegriamoci tutti

perché il Signore si è fatto presente fra noi:

"Non ci ardeva forse il cuore nel petto

mentre conversava con noi,

lungo il cammino...?".[1]

Capitolo Generale 23

dei Salesiani di Don Bosco

EDUCARE I GIOVANI ALLA FEDE

 

Documenti Capitolari

Roma, 4 marzo - 5 maggio 1990

Deliberazioni ed orientamenti

riguardanti le Costituzioni e i regolamenti.

Il Capitolo Generale XXIII ha studiato attentamente le proposte, pervenute dai Capitoli ispettoriali e dai confratelli, riguardanti alcuni punti del diritto proprio o delle strutture operative della Congregazione, ed ha approvato sia alcune modifiche o aggiunte ai testi legislativi, sia alcune deliberazioni e orientamenti per l'interpretazione pratica degli stessi testi o per l'animazione delle strutture della Congregazione.

 

1. Modifiche o aggiunte al testo delle costituzioni

 

[301]

I1 Capitolo Generale XXIII, con maggioranza di oltre i 2/3 dei presenti, a norma di Cost. 152, ha deliberato le seguenti modifiche o aggiunte al testo delle Costituzioni della Società di San Francesco di Sales.

Le modifiche e aggiunte, trasmesse alla Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e per le Società di vita apostolica, sono state da essa approvate e confermate in data 25 maggio 1990 (Prot. n. T. 9-1/90), ed entrano quindi nel testo costituzionale.

Si riportano, di seguito, le piccole modifiche e aggiunte, che hanno carattere pratico e di precisione giuridica.

 

1.1 Soppressione del n. 14 del §1 dell'art. 132 delle Costituzioni.

 

[302]

Con riferimento al §1 dell'art. 132 delle Costituzioni, che elenca i casi nei quali il Rettor Maggiore deve avere il consenso del suo Consiglio, si delibera di sopprimere il n. 14, che dice: "tutti gli altri casi previsti dal diritto universale".

 

Le motivazioni per tale soppressione sono principalmente queste:

- il suddetto n. 14 del citato articolo è superfluo: infatti è chiaro che il Rettor Maggiore deve avere il consenso del suo Consiglio nei casi prescritti dal diritto comune;

- inoltre, per il fatto che il n. 14 è collocato a conclusione del §1 dell'art. 132, rappresenta una limitazione generica (non esattamente delimitata) del potere del Consiglio di esprimere il consenso, anche per i casi in cui non è strettamente richiesta la totalità dei Consiglieri.

Evitando di specificare questa norma generale nel testo delle Costituzioni, ci si regolerà secondo le indicazioni date dallo stesso Codice di diritto canonico.

 

1.2 Modifica del §2 dell'art. 132 delle Costituzioni.

 

 

[303]

Con riferimento all'art. 132 delle Costituzioni, si delibera si modificare il §2 nel modo seguente:

 

"I1 Rettor Maggiore deve avere il consenso dei consiglieri presenti in sede, riuniti in numero non inferiore a tre, nei seguenti casi:

1. dispensa dalla professione religiosa temporanea;

2. nomina dei consiglieri ispettoriali (C 167);

3. concessione di autorizzazione per le operazioni finanziarie di cui all'art. 188 delle Costituzioni, salvo quanto previsto dall'art. 132 §1, 12".

Spiegazione e motivi:

 

Con questa modifica viene abbassato da cinque a tre il numero minimo di Consiglieri necessari per esprimere il consenso su alcune materie ritenute di particolare urgenza (per le quali, quindi, non si può attendere le riunioni "plenarie" del Consiglio).

Con ciò il Capitolo generale accoglie e sancisce una modifica al testo costituzionale che era già stata chiesta alla Sede Apostolica da parte del Consiglio generale, come "deroga" alle Costituzioni, e che la Congregazione per i Religiosi e gli Istituti secolari aveva concesso in data 16 marzo 1985 - "fino al prossimo Capitolo generale".

I1 motivo della modifica è di carattere pratico: tenuto conto che i Consiglieri regionali per il loro impegno di collegamento con le Ispettorie della Regione devono assentarsi per un tempo notevole dalla sede, e che anche altri Consiglieri devono in certi periodi dedicarsi all'animazione delle Ispettorie, si è sperimentata una non piccola difficoltà ad avere in sede almeno cinque Consiglieri (oltre il Rettor Maggiore o il Vicario) per espletare pratiche urgenti. Di qui la decisione di ridurre da cinque a tre il numero minimo di Consiglieri necessari per svolgere le suddette pratiche, senza attendere lungo tempo.

 

1.3 Modifica dell'art. 151,8 delle Costituzioni.

 

[304]

Con riferimento all'art. 151 delle Costituzioni, che elenca i membri del Capitolo generale della Società, si deliberano le seguenti integrazioni (in corsivo) al n. 8:

 

"8. i delegati delle circoscrizioni giuridiche di cui all'art. 156 delle Costituzioni, professi di voti perpetui, eletti a norma delI'art. 171,5 delle Costituzioni e a norma dei Regolamenti generali".

Spiegazione:

 

Come si può facilmente vedere, si tratta di necessarie precisazioni giuridiche:

- viene richiamato l'art. 156 delle Costituzioni, dove sono descritte le "circoscrizioni giuridiche", in cui la Società è divisa, e che inviano delegati al Capitolo generale;

- viene inoltre citato esplicitamente l'art. 171,5 delle Costituzioni, dove è stabilito che i delegati (uno o due) al Capitolo generale e i loro supplenti sono eletti dal Capitolo ispettoriale. Le modalità sono poi ulteriormente specificate nei Regolamenti generali.

2. Modifica al regolamenti generali

 

Modifica all'art. 76,4 dei Regolamenti generali

 

 

[305]

In riferimento all'art. 76 dei Regolamenti generali, si delibera che il n. 4 sia così modificato:

"4. per i benefattori e per i componenti della Famiglia Salesiana defunti, in ogni comunità si celebrerà una Messa il 5 novembre".

 

I1 motivo di questa modifica è legato al fatto che il giorno 13 novembre, che i Regolamenti generali indicavano per il suffragio dei benefattori e dei componenti della Famiglia Salesiana defunti, è stato ora assegnato ‑ nel nostro Messale proprio ‑ alla memoria annuale dei Beati Martiri Versiglia e Caravario.

È stato perciò scelto, per il suffragio anzidetto, il primo giorno liturgicamente libero del mese di novembre, che è il 5 novembre.

3.    Interpretazioni pratiche dl testi costituzionali e regolamentari

 

Le seguenti "interpretazioni pratiche", a norma di Cost. 192, sono state deliberate dal CG23, per rispondere ad esigenze sorte nella definizione di alcuni concreti problemi, specialmente in occasione delle elezioni al Capitolo ispettoriale o al Capitolo generale.

3.1 Interpretazione pratica in riferimento a Cost. 151, 7 e 8:

 

[306]

"Il CG23 dispone che l'Ispettore o il Superiore della Visitatoria che presiede il Capitolo ispettoriale, ma che scadrà prima della celebrazione del Capitolo generale, possa avere voce passiva nell'elezione del Delegato al Capitolo generale".

Motivazione: Questa deliberazione è stata approvata per togliere un dubbio e per sancire il pieno diritto di voce attiva e passiva, nell'elezione del Delegato al CG, per l'Ispettore (o il Superiore di Visitatoria) che, all'atto dell'elezione, è ancora in carica, ma che scadrà prima della celebrazione del Capitolo generale.

3.2 In riferimento all'art. 164 dei Regolamenti generali:

 

[307]

"Il CG23 dichiara che, sia il telefono sia il telefax, in caso di necessità, sono equiparati alla lettera di cui in Reg. 164, purché le indicazioni trasmesse siano ricevute dagli scrutatori, che sono obbligati al segreto".

 

 

 

 

4. Deliberazioni riguardanti gruppi di ispettorie

 

A riguardo dei gruppi di Ispettorie, il CG23 ha approvato due deliberazioni: una per determinare la Regione di appartenenza delle Ispettorie della Cecoslovacchia e dell'Ispettoria dell'Ungheria; l'altra per prorogare ancora per il prossimo sessennio la speciale Delegazione per le Ispettorie della Polonia.

Ecco il testo delle deliberazioni:

[308]

4.1 "Il CG23 delibera l'appartenenza delle Ispettorie della Cecoslovacchia e dell'Ungheria alla Regione Nord‑Europa/Africa Centrale".

[309]

4.2 "Il CG23, pur auspicando un progressivo cammino verso una più piena integrazione delle Ispettorie della Polonia nell'Europa Salesiana, ritenendo tuttavia sufficientemente valide le motivazioni adottate dal CGS (1971) fino ad oggi, stabilisce di affidare ancora per un sessennio le Ispettorie della Polonia a un Delegato personale del Rettor Maggiore".

 

5. Orientamento operativo per la presenza salesiana in africa

 

[310]

Nell'ambito della verifica della presenza salesiana in Africa, e con riferimento alle strutture di collegamento, per una maggiore efficacia di animazione, il CG23 ha approvato il seguente orientamento operativo:

"Il CG23 affida al Rettor Maggiore con il suo Consiglio la cura di esercitare, nelle forme ritenute più idonee, un ruolo speciale di coordinamento, al fine di aiutare i confratelli operanti in Africa ad assumere una coscienza della cultura africana, tale da orientare in modo efficace la crescita delle presenze salesiane, l'attività pastorale e in particolare il processo formativo".

 

 

 

 

 

 

 

ALLEGATO 4

Indirizzo di omaggio al S. Padre,

del Rettor Maggiore don Egidio Viganó

durante la visita del Papa alia sede.capitolare

Santo Padre, siamo ammirati e colmi di gratitudine per questo Suo gesto paterno di voler venire a visitarci ed a parlarci nella sede stessa del nostro Capitolo genérale.

Sonó qui presentí piü di 200 capitolari convenuti dai cinque con-tínenti: sacerdoti e confratelli laici; mancano, per difficoltá polití-che, solo i rappresentanti del Vietnam.

Stíamo concludendo i nostri lavori sul tema dell'educazione dei giovani alia fede. Abbiamo passato in rassegna molti contesti giova-nili assai differentí tra loro; ci siamo dedicatí ad esaminare le princi-pali sfide che da essi scaturiscono per la Chiesa; abbiamo realizzato, in dialogo, la ricerca di criteri validi, ispirati alia prassi educativa di Don Bosco, per poter determinare alcuni orientamenti operativi che guidino lé nostre comunitá nell'ardua opera della nuova evangeliz-zazione.

Sentiamo le incalzanti interpellanze di un'ora di cambio epoca-le. Essa richiede una piü intensa capacita profetica, radicata nella rilettura fedele e illuminata del Fondatore e protesa verso il terzo-millennio con un discernimento, atiento e pastorale, dei segni dei tempi.

Ci ha stimolati, in questa allettante fatica, anche il recente viag-gjo ministeriale di Vostra Santitá in Cecoslovacchia; in esso abbia­mo ammirato l'amore alia veritá che rende liberi, il coraggio e la chiarezza pedagógica nel proclamarla, la magnanimitá nel proiet-tarne gli orizzonti sociali, l'attualitá storica al passo con l'accelerato divenire degli eventi, la testimonianza di bontá al di sopra delle partí per promuovere la comunione dei popoli, cosi da far parlare di «mi-racolo» nientemeno che in sede profana.

Crediamo che la nuova evangelizzazione abbisogna dawero di un clima propriamente «miracoloso», nel senso di una sintonía piü forte con lo Spirito Santo, in tal forma che gli agenti di pastorale operino sommersi con persónate consapevolezza nella Sua potenza, nell'unione mística con Cristo Risorto - il Supremo Pastore vivo e attivo -, nell'affidamento a María - Madre della Chiesa e suo per­manente Aiuto -. La novitá «miracolosa» sará cosi frutto dello Spiri­to che accende nei cuori l'ardore e l'audacia delTautentica fede!

Questo clima di ardore pastorale dovrá essere sorretto da quel-l'interioritá apostólica che Vostra Santitá ha messo in rilievo dome-nica scorsa con la beatificazione del sac. Filippo Rinaldi, divenuto per noi, in questo Capitolo genérale, modello e intercessore. Con lui e come lui sentiamo che l'attivitá evangelizzatrice richiede intenso vigore interiore: il supporto di una peculiare spiritualitá.

Chiediamo a Vostra Santitá che benedica i nostri propositi e ci ottenga a tal fine abbondanti doni dallo Spirito del Signore.

Cercheremo di ripagarLe la squisita bontá e la straordinaria deli-catezza di questa Sua visita con la nostra rinnovata adesione alia Cattedra di Pietro e con un instancabile impegno operativo per esse­ré nella Chiesa, come Vostra Santitá piü volte ci ha ripetúto, dei so­lera' «missionari dei giovani».

Grazie!

Capitolo Generale 23

dei Salesiani di Don Bosco

EDUCARE I GIOVANI ALLA FEDE

 

Documenti Capitolari

Roma, 4 marzo - 5 maggio 1990

ALLEGATI

ALLEGATO 1

 

Messaggio di S.S. GIOVANNI PAOLO II per l'inizio del Capitolo Generale XXIII

 

Al diletto Figlio Don EGIDIO VIGANÒ Rettor Maggiore della Società di San Francesco di Sales

[311]

Giunga il mio saluto augurale a Lei ed a tutti i Suoi Confratelli, che partecipano al XXIII Capitolo Generale di codesta Congregazione.

L'Assemblea capitolare è, per ogni Istituto religioso, un punto fermo, da cui partire per un nuovo approfondimento del proprio carisma: quella che sta per iniziare deve quindi costituire per voi un'occasione privilegiata non solo per approfondire ulteriormente la missione affidatavi da San Giovanni Bosco, ma anche per migliorare sempre di più la qualità dell'azione pastorale, che i Salesiani svolgono in tante Chiese particolari, con speciale attenzione verso la gioventù.

In effetti, il vostro impegno istituzionale si volge soprattutto all'educazione dei giovani, dalla cui risposta dipende il futuro della fede. La speranza, infatti, di un mondo più cristiano rinasce con ogni nuova generazione, purché essa possa usufruire di una adeguata educazione, ispirata al Vangelo. Anche oggi, pertanto, occorre far maturare nei giovani una convinta sintesi tra fede e vita, così che possano divenire nella società i testimoni coraggiosi e credibili del grande mistero di Cristo: principio e coronamento di tutta la speranza cristiana.

[312]

Sono certo che, seguendo la collaudata tradizione pedagogica della vostra Congregazione, non mancherete di elaborare, a tale scopo, progetti concreti ed aggiornati: San Giovanni Bosco, infatti, vi invita non solo a dedicarvi ai giovani, ma ad "educare con un progetto". Come vi dicevo in occasione della chiusura del Centenario della morte del vostro Fondatore, egli ha lasciato "una sintesi vitale tra sapere pedagogico e prassi educativa", e voi dovete studiarvi d'applicarla allo sviluppo del tema "unificando in sintesi i complessi elementi destinati a promuovere lo sviluppo completo del ragazzo e del giovane".

In questa prospettiva, desidero ricordare a voi, Capitolari, due aspetti da approfondire con cura: la spiritualità giovanile" e la "dimensione sociale" della carità. Sono due grandi preoccupazioni pastorali della Chiesa.

[313]

Anzitutto, nell'educazione dei giovani, non basta far leva sulla semplice razionalità di un'etica umana, né è sufficiente un'istruzione religiosa soltanto accademica. Occorre suscitare convinzioni personali profonde che portino ad un impegno di vita ispirato ai perenni valori del Vangelo. Occorre tendere a formare dei santi. "Nella Chiesa e nel mondo - scrivevo nella Lettera Juvenum patris - la visione educativa integrale, che vediamo incarnata in San Giovanni Bosco, è una pedagogia realista della santità. Urge ricuperare il vero concetto di santità, come componente della vita di ogni credente. L'originalità e l'audacia della proposta di una santità giovanile è intrinseca all'arte educativa di questo grande Santo, che può essere giustamente definito "maestro di spiritualità giovanile"" (IP 16).

[314]

In secondo luogo, nella vostra attività educativa e pastorale dovrà emergere la "dimensione sociale della carità". Ad essa infatti i segni dei tempi assegnano nuovi spazi, alla luce di una rinnovata coscienza del bene comune. S'aprono oggi davanti alla carità dei cristiani, con prospettive sempre più vaste, i molteplici campi della vita civica e politica. San Giovanni Bosco vi ha insegnato a formare cittadini responsabili mediante la maturazione di concrete convinzioni di fede, da tradurre in scelte operative rispondenti alle esigenze via via emergenti. A voi il compito di individuare gli obiettivi oggi prioritari, verso cui far convergere l'impegno della gioventù a voi affidata.

Che Maria Ausiliatrice vi guidi maternamente! La sincera e filiale devozione verso di Lei vi stimolerà ad affrontare generosamente ed a superare vittoriosamente le molteplici difficoltà, che potete incontrare nel vostro cammino.

Augurando un esito felice all'attività del Capitolo Generale, invoco su di Lei e sui Capitolari l'effusione dei doni dello Spirito Santo, in pegno dei quali a tutti imparto l'implorata Benedizione Apostolica, che estendo volentieri ala vostra Congregazione ed all'intera Famiglia salesiana.

Dal Vaticano, 22 Febbraio l990, festività della Cattedra di San Pietro Apostolo.

Joannes Paulus II
       

ALLEGATO 2

 

Saluto del Card. Jean-Jérome Hamer Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e per le Società di vita apostolica

 

[315]

Sono qui per salutarvi nella mia veste di Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica. Intendo salutarvi dicendo l'importanza di una riunione come la vostra, la fiducia che abbiamo in voi, e invitarvi ad assumere il vostro compito con lucidità e coraggio.

Siete un Capitolo Generale, rappresentate tutta la Società Salesiana di San Giovanni Bosco, siete il segno della sua unità nella diversità.

Siete qui per una riflessione fraterna e comunitaria che deve portarvi ad una più grande fedeltà al Vangelo, al carisma del vostro Santo Fondatore, nella preoccupazione di rispondere ai bisogni del tempo e dei diversi luoghi.

Tutti insieme, lasciandovi guidare dallo Spirito del Signore, cercherete di conoscere la volontà di Dio per un servizio migliore alla Chiesa nel mondo di oggi.

Però non siete soltanto un gruppo di fratelli e di amici che si riuniscono per degli scambi interessanti e forse anche fruttuosi, ma senza impegno personale. In nessun modo. Invece la vostra riflessione sarà comunitaria ed impegnata: deve pervenire a delle decisioni.

Siete infatti un Capitolo Generale, detenete l'autorità suprema nella Società Salesiana e la eserciterete secondo le vostre Costituzioni.

Siete qui adunati in una assemblea di governo. Ciò che si aspetta da voi sono delle riflessioni e delle deliberazioni approfondite che devono approdare in orientamenti precisi ed in prese di posizione nette e chiare.

Tra le decisioni da prendere figurano, al loro posto, l'elezione del Rettor Maggiore e dei membri del Consiglio Generale. Tocca anche a voi di stabilire delle leggi per tutta la Società e di trattare in modo responsabile gli affari più importanti.

[316]

Ma tutto ciò si farà in un'ottica ben precisa: quella della fedeltà al vostro patrimonio proprio, al servizio specifico che la Chiesa aspetta da voi.

Siete dei religiosi, siete degli apostoli, siete al servizio dei giovani. E tutto ciò lo siete inseparabilmente nella indissociabile unità di una vita.

Le vostre Costituzioni (art. 2) lo dicono chiaramente: "Noi, salesiani di Don Bosco, formiamo una comunità di battezzati che, docili alla voce dello Spirito, intendono realizzare in una specifica forma di vita religiosa il progetto apostolico del Fondatore: essere nella Chiesa segni e portatori dell'amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri. Nel compiere questa missione, troviamo la via della nostra santificazione".

Vi siete ben preparati per il vostro compito capitolare. So che una Commissione Precapitolare ha fatto un lavoro preparatorio considerevole che è messo a vostra disposizione. Questo documento di lavoro è tutto rivolto al tema del Capitolo "Educare i giovani alla fede" e privilegia l'aspetto operativo, pur non trascurando gli elementi di analisi e di riflessione.

Non tocca a me entrare in materia. È il ruolo di voi Capitolari. Ma ho notato con soddisfazione che la vostra Commissione Precapitolare ha avuto, fin dal suo punto di partenza, la preoccupazione di rispettare l'equilibrio che deve caratterizzare ogni Capitolo Generale come organo di governo pastorale.

La vostra missione nella Chiesa è un servizio. Cercate di essere spiritualmente ed umanamente preparati e qualificati per dare il vostro contributo all'evangelizzazione dei giovani, e particolarmente all'evangelizzazione dei più sprovvisti, dei più poveri. E così vi mettete a disposizione di coloro che hanno la responsabilità dell'evangelizzazione nella loro qualità di successori degli apostoli, nelle varie diocesi.

Le vostre Costituzioni (art. 48) lo dicono in una maniera molto felice: "La Chiesa particolare è il luogo in cui la comunità vive ed esprime il suo impegno apostolico. Ci inseriamo nella sua pastorale che ha nel vescovo il primo responsabile e nelle direttive delle conferenze episcopali un principio di azione a più largo raggio. Offriamo ad essa il contributo dell'opera e della pedagogia salesiana e ne riceviamo orientamenti e sostegno".

E commentando quest'ultima frase, si può dire: "La prima istanza sottolinea la ricchezza che i Salesiani sono tenuti a portare nella Chiesa particolare: l'azione pastorale tipica di Don Bosco e il suo sistema preventivo.

[317]

L'altra invece sollecita ad accogliere gli orientamenti dei Pastori per poter camminare coerentemente in una pastorale d'insieme e ricevere il sostegno di tutta la Chiesa nel nostro lavoro" (Progetto di Vita dei Salesiani di Don Bosco, Roma 1986, p. 397-398).

In questo saluto che vi indirizzo prima dell'apertura formale del vostro Capitolo lasciatemi ancora sottolineare un altro punto: un Capitolo Generale è un atto di comunione ecclesiale.

Certo un Capitolo è un'assemblea come tutte le altre assemblee, nel senso che corrisponde a determinate leggi della psicologia sociale. Ci sono le regole di una discussione organizzata. Avete la traduzione simultanea e probabilmente, dietro le quinte, dei computer e un segretariato ben attrezzato. Tutto ciò è utile e perfino indispensabile, e tutto ciò si trova nelle assemblee moderne un po' numerose, specialmente se sono internazionali.

Tuttavia un Capitolo ha un nota specifica. E un atto di comunione ecclesiale. Non è un atto della società civile, che ha per scopo di organizzare l'ordine temporale. È un atto della Chiesa. Siamo nell'ordine spirituale. La vita religiosa non ha nessun altro scopo che quello della Chiesa stessa: la salvezza degli uomini.

Perciò le nostre fonti saranno spirituali: il Vangelo, perché ignorare il Vangelo è ignorare Cristo, la tradizione spirituale della Chiesa, il suo Magistero, la tradizione del vostro Istituto dai tempi del Fondatore, il Diritto canonico, tutta una ricchezza che le vostre Costituzioni oggi devono portare fino a voi.

E perciò ricorriamo spesso alla preghiera. Il vostro Capitolo è stato preceduto da un corso di Esercizi spirituali. Questa iniziativa è eccellente. E non esiterete a dare alla celebrazione eucaristica e alla preghiera un largo spazio nello svolgimento del vostro Capitolo. Possiamo ispirarci qui ai Concilio Ecumenico Vaticano II. Questo Concilio è stato una "celebrazione". Non avrei nessuna difficoltà a parlare della "celebrazione" di un Capitolo Generale. Ciò che conta anzitutto è una atmosfera di preghiera e di raccoglimento, che mette la riflessione e la discussione al loro giusto livello.

Spesso nei Capitoli Generali di oggi si recita la bellisssima preghiera allo Spirito Santo: "Adsumus", che è stata recitata dai Padri del Vaticano II prima di ogni sessione durante i quattro anni del Concilio. Lasciatemi che ve ne ricordi le prime frasi perché sono piene di insegnamenti per voi: "Adsumus, Domine Sancte Spiritus, adsumus, peccati quidem immanitate detenti, sed in Nomine Tuo specialiter congregati. Veni ad nos, et esto nobiscum". In una versione italiana: "Eccoci, Signore, Spirito Santo, eccoci alla tua presenza, gravati dal peso dei nostri peccati, ma adunati particolarmente nel tuo nome. Vieni a noi e rimani con noi".

Nessuno può partecipare ad un Capitolo con la sicurezza e 1. presunzione del fariseo. Nessuno può prendere la responsabilità degli altri a nome della sua propria virtù. È con l'umiltà del pubblicano che assumiamo il compito capitolare. Ma l'assumiamo senza pusillanimità, con determinazione e coraggio, perché siamo stati con. vocati dallo Spirito Santo e perché speriamo che Egli realizzerà la sua opera in noi, nella nostra persona e nella nostra azione.

La preghiera "Adsumus" non è altro che una parafrasi della parola di Cristo: "Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, sono in mezzo a loro". Gesù sia in mezzo a voi. Il Suo Spirito vi assista. Tale è il mio augurio per voi tutti riuniti qui oggi nel XXIII Capitolo Generale della Società Salesiana.

Il 9 marzo 1990.
 

 

 

 

 

 

 

ALLEGATO 3

Discorso del Rettor Maggiore don Egidio Viganò all'apertura del CG23

Eminentissimo Cardinale Hamer, Eminenze, Madri Sorelle e Fratelli responsabili di Gruppi della Famiglia Salesiana, Confratelli capitolari:

[318]

Un saluto riconoscente a Sua Eminenza il Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e agli Eminentissimi Signori Cardinali che con la loro presenza sottolineano il senso ecclesiale di questo nostro Capitolo generale.

Un grazie cordiale alla Madre Generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, ai Presidenti dei Cooperatori, degli Exallievi e delle Exallieve, alla Responsabile Maggiore delle Volontarie di Don Bosco e alla Superiora Generale delle Oblate salesiane, che rappresentano l'adesione, la preghiera e la speranza di tanti fratelli e sorelle della Famiglia Salesiana nel mondo.

Un caloroso benvenuto, poi, a tutti i capitolari qui convenuti da ben 85 circoscrizioni giuridiche della nostra Società.

1. Il Capitolo generale 23°

Stiamo dando inizio ufficialmente al 23° Capitolo generale della Società di San Francesco di Sales.

Quando Don Bosco convocò il primo, nel 1877, i capitolari erano 23 e la durata del Capitolo fu di 13 giorni completi.

Quando, dopo quasi un secolo nel 1971 si realizzò il CG20, i capitolari erano 202 e la durata del Capitolo fu di 6 mesi e 26 giorni; si trattava, però, di un Capitolo generale "speciale", ossia eccezionale.

I Capitoli Generali 21 e 22 che lo seguirono furono anch'essi coinvolti, in qualche modo, nella esigenza di "specialità", e durarono all'incirca 4 mesi ciascuno.

Oggi, nel CG23, i capitolari dovrebbero essere 207 - uno, il 208, è stato consacrato vescovo recentemente -. Ci chiediamo per quanto tempo si protrarrà la durata di questo Capitolo.

Credo sia utile iniziarlo proponendo un piano di massima al riguardo. Nel Consiglio generale, considerando che si tratta di un Capitolo "ordinario", si è pensato di suggerire ai colleghi dell’Assemblea - ossia a voi, cari capitolari - di voler prendere sin dall'inizio la decisione di non oltrepassare i due mesi; a noi è parso ragionevole porre eventualmente come data limite il prossimo 12 maggio.

2. Un Capitolo generale "ordinario"

[319]

Perché consideriamo "ordinario" questo Capitolo?

In realtà la cosiddetta "ordinarietà" è una qualifica inerente alla natura stessa di un Capitolo generale normale: ha quindi la sua spiegazione nel dettato costituzionale. Ciò che avrebbe bisogno di spiegazione sarebbe, invece, la qualifica di "speciale" o di "straordinario".

Ci interessa tuttavia insistere qui nel sottolineare questo aspetto di "ordinario" per significare che per noi, di fatto, si è conclusa la vasta, delicata e indispensabile opera di revisione globale dei documenti della nostra identità nella Chiesa.

E' finito, dunque, il compito "speciale" (esigito dal Vaticano II) ed emerge la necessità "ordinaria" di affrontare solo un qualche aspetto vitale nel cui studio si vedranno anche proiettate nella pratica le grandi conquiste dei Capitoli anteriori.

Nella Regola troviamo indicati i compiti da affrontare.

Li conosciamo; però dobbiamo riconsiderarli ora, partendo dalla situazione nuova di cui ognuno di noi è rivestito in quanto "capitolare", ossia membro di una Assemblea rappresentativa di tutto l'Istituto, che detiene collegialmente, secondo diritto, "l'autorità suprema nella Società" (Cost. 147). Quest'ottica di coscienza capitolare risveglierà la consapevolezza personale della propria grave responsabilità.

Quali principali doveri ci aspettano?

2.1 Innanzitutto il compito di curare e animare un carisma suscitato dallo Spirito per la Chiesa.

[320]

E' un impegno che si deduce dall'art. 6 delle Costituzioni: "la vocazione salesiana ci situa nel cuore della Chiesa e ci pone interamente al servizio della sua missione"; esso viene specificato dall'art. 146 in cui si dice che i lavori di un Capitolo generale devono essere ordinati alla ricerca della "volontà di Dio per un miglior servizio alla Chiesa".

Noi oggi diamo inizio a un evento che ha, come abbiamo già visto, una sua dimensione nettamente ecclesiale. L'autorità suprema dell’Assemblea capitolare è solo interna alla Congregazione; ci sono altre autorità superiori a cui dobbiamo fare costante riferimento. "La Società Salesiana - affermano le Costituzioni - ha come supremo superiore il Sommo Pontefice alla cui autorità i soci sono filialmente sottomessi anche in forza del voto di obbedienza, disponibili per il bene della Chiesa universale. Accolgono con docilità il suo magistero e aiutano i fedeli, specialmente i giovani, ad accettarne gli insegnamenti" (Cost. 125).

Il Diritto canonico precisa che a un Capitolo generale "compete soprattutto tutelare il patrimonio dell’Istituto e promuovere un adeguato rinnovamento che ad esso si armonizzi" (can. 631), ossia che siamo investiti di autorità per custodire fedelmente l'intendimento e i progetti del Fondatore "relativamente alla natura, al fine, allo spirito e all'indole dell’Istituto, così come le sane tradizioni, cose che costituiscono il patrimonio dell’Istituto" (can. 578).

2.2 Un altro compito e la cura dell’unità di vita nella Congregazione.

[321]

La nostra Assemblea ne deve essere "il principale segno" (Cost. 146). Pur nella diversità delle situazioni e delle culture, siamo chiamati a testimoniare e a rafforzare qui i vincoli di piena comunione nello stesso spirito e missione, in convinta e vissuta adesione a una medesima Professione religiosa.

La dinamica di un Capitolo non si ispira alle pratiche democratiche di un parlamento, bensì all'originalità del mistero della Chiesa per cui ci si dedica a rinsaldare, con fraterna sincerità, le motivazioni di comunione per raggiungere l'unanimità nell’Assemblea: uno, infatti, è il carisma, uno il suo Fondatore e una la sua Regola di vita.

Nel 1° Capitolo generale questo aspetto era più facile: "noi siamo ancora nei nostri principi - affermava Don Bosco ; il nostro numero non è ancora straordinariamente grande e finora l'Oratorio è stato centro per tutti... Ma andando avanti, se non si studia ogni modo di rannodare questo vincolo, in breve entrerà uno stadio eterogeneo e non vi sarà più assoluta unità fra noi. Bisogna far di tutto per vincolarci in un solo spirito" (MB 12, 286).

In questo senso il Capitolo generale diviene una specie di alto e specializzato "corso di formazione permanente" sui valori dell’unità nello spirito salesiano, organizzato per moltiplicatori qualificati al servizio di tutte le Ispettorie.

2.3 Un altro compito è l'impegno comunitario per dinamizzare il carisma.

[322]

I Regolamenti generali affermano che, nel convocare il Capitolo, il Rettor Maggiore ne "indicherà lo scopo principale" (Reg. 111). Il tema proposto per questa nostra Assemblea è quello dell’educazione dei giovani alla fede. Vogliamo dinamizzare la "qualità pastorale" delle nostre opere. Dovremo quindi orientare i lavori verso una crescita in fedeltà dinamica a Don Bosco in due sensi: quello di una più genuina adesione alla missione evangelizzatrice, e quello di una miglior sensibilità e capacità pedagogica di risposta alle interpellanze dei tempi e dei luoghi (cf. Cost. 146).

I suggerimenti dei Capitoli ispettoriali e il documento di lavoro, contenuti negli "Schemi precapitolari", offrono una piattaforma di lancio per elaborare orientamenti operativi.

Siamo ormai tutti convinti che la nostra azione apostolica passa attraverso l'educazione, ma la priorità da chiarire è quella di assicurare, nella pratica, in che modo e con quali passi l'educazione stessa venga permeata e guidata dall'afflato pastorale.

Ecco un discernimento di peculiare urgenza per assicurare l'identità salesiana nella prassi.

2.4 E' pure compito del Capitolo generale considerare le proposte di modifica di alcune leggi interne.

[323]

La nostra Assemblea detiene la potestà di "stabilire leggi per tutta la Società" (Cost. 147). Gli ultimi tre Capitoli generali hanno rielaborato i testi delle nostre leggi (1984).

Secondo proposte pervenute, suggerite dall'esperienza, ci sarebbero da riesaminare in questo Capitolo ancora alcuni articoli; lo indicherà opportunamente il Regolatore.

3. La delicata responsabilità delle elezioni

[324]

Un compito poi, che inciderà molto sulla vita della Congregazione è quello di "eleggere il Rettor Maggiore e i membri del Consiglio generale" (Cost. 147).

Qui si vede forse con più chiarezza in che consiste l'"autorità suprema" del Capitolo generale (Cost. 147; cf. 120).

Vale la pena rifletterci un momento.

Vorrei notare anzitutto che il qualificativo di "suprema" sottolinea, per la nostra coscienza capitolare, una responsabilità veramente straordinaria e altissima, anche se essa non ha, nella Chiesa come abbiamo già accennato -, un senso assoluto e illimitato.

E' interessante osservare che i Capitoli generali dei vari Istituti di vita consacrata non hanno tutti le stesse competenze: si riscontrano notevoli differenze; la fisionomia di ognuno dipende dalla natura del proprio carisma e dalle determinazioni del Diritto proprio.

L'autorità della nostra Assemblea è "suprema" soprattutto nel senso che è la fonte di ogni autorità in Congregazione. "Va ricordato che tra noi - ci ha detto il CGS - l'autorità dei diversi superiori non deriva immediatamente da una eventuale volontà designativa da parte della base, ma ha origine nell’atto di erezione canonica della Società. Esiste quindi in tutta la Congregazione un solo nucleo, un solo centro sorgivo di autorità. E questa autorità ricevuta dalla Chiesa, passa attraverso la volontà elettiva del Capitolo generale per concentrarsi, secondo le Costituzioni, nel ministero del Rettor Maggiore e del Consiglio generale" (Atti CGS 721).

L'esperienza ci insegna che questo ministero risulta fortemente vitale. Se è vero che l'autorità del Capitolo generale è "suprema", in quanto detiene la potestà legislativa e la facoltà di dare direttive autentiche e orientamenti universali di animazione e governo, non ha però in proprio né la normale potestà giudiziaria né quella esecutiva. Il Capitolo generale non è un organismo permanente di governo; è un’istanza discontinua, solo sessennale. Durante la sua stessa celebrazione il Rettor Maggiore con il Consiglio generale continua a svolgere le funzioni necessarie (più urgenti) per il buon andamento della vita in Congregazione, e anche i capitolari Ispettori nelle proprie circoscrizioni.

Nei testi costituzionali redatti da Don Bosco, trattando del governo interno della Società non si accenna neppure all'autorità suprema del Capitolo generale.

Tutto questo lo dico per sottolineare l'estrema importanza delle elezioni. I ruoli del Rettor Maggiore e dei membri del Consiglio generale hanno costituzionalmente e di fatto un’incidenza decisiva, permanente, pratica e immediata su tutta la vita dell’Istituto.

Bisognerà, dunque, prepararsi a questo atto elettivo con attenta coscienza, maturata nella preghiera e in un discernimento oggettivo degli eventuali candidati, tutto rivolto alla vitalizzazione del carisma di Don Bosco, senza accentuazione di motivazioni inessenziali che potrebbero risultare dannose.

In questo momento, a nome anche dei membri dell’attuale Consiglio generale - alla conclusione di un mandato sessennale ricevuto in obbedienza dal CG22 -, posso dire che si è cercato di lavorare intensamente e con lealtà per la Congregazione. Da parte mia, certo, è dovere quello di chiedere scusa per le manchevolezze che hanno accompagnato i miei servizi.

Nel Consiglio generale, con i suoi molteplici compiti, si acquistano conoscenze, sensibilità, visioni d’insieme, senso di Chiesa, criteri di priorità, equilibrio d’identità, che non emergono negli altri ruoli della vita salesiana; si può dire che il Consiglio generale costituisce una vera scuola di alta specializzazione per servire la Congregazione. In esso, però, passano pure gli anni e si invecchia. Converrà perciò pensare anche a candidati nuovi, più giovani e molto capaci.

E' anche, questa delle elezioni, una delle responsabilità più delicate se si pensa alla vitale incidenza che il Rettor Maggiore e il Consiglio generale hanno, per il loro ruolo, su tutta la Famiglia Salesiana.

4. Il tema

[325]

Nella lettera circolare di convocazione del CG23 (ACG n. 327 ottobre-dicembre 1988), spiegando il carattere "ordinario" di questo Capitolo, affermavo che in esso "si intende concentrare l'attenzione dei confratelli su un argomento specifico, di ordine operativo, considerato di particolare urgenza per tutta la Congregazione, ma in certa maniera settoriale, nel senso che non si riferisce alla totalità della vita salesiana".

L'espressione "in certa maniera settoriale" è vera in quanto tocca propriamente solo l'aspetto operativo delle nostre attività concrete, supponendo acquisite le grandi fondamentazioni spirituali e dottrinali. Se, però, si interpretasse quel "settoriale" come qualcosa di secondario e non coinvolgente, in forma primaria, tutto il nostro rinnovamento, allora sarebbe una interpretazione sviata.

Infatti l'impegno dell’educazione dei giovani alla fede mette al centro dei lavori capitolari il Sistema Preventivo di Don Bosco,

come "ortoprassi" (cf. Lettera circolare, ACS n. 290, luglio-dicembre 1978) della vita salesiana in ogni comunità locale; ossia, come luogo di verifica e come metro di fedeltà.

Non intendo dire che il Capitolo dovrà studiare il Sistema Preventivo, bensì che bisognerà tener continuamente presente la sua

vera finalità, la sua natura carismatica e la sua originale metodologia.

5. Il Sistema Preventivo, come frutto e fonte di spiritualità salesiana

[326]

E' suggestivo osservare che nelle Costituzioni si parla del Sistema Preventivo in due modi differenti e complementari: uno, nell’art. 20 trattando dello "spirito salesiano" (esso vi appare come una delle componenti); l'altro, negli art. 38-39, in rapporto al nostro servizio educativo pastorale.

Penso sia fondamentale per questa nostra Assemblea guardare al Sistema Preventivo dall'ottica dello spirito salesiano. In tal senso è descritto come un "modo di vivere e di lavorare per comunicare il Vangelo e salvare i giovani con loro e per mezzo di loro. Esso permea le nostre relazioni con Dio, i rapporti personali e la vita di comunità, nell’esercizio di una carità che sa farsi amare" (Cost. 20).

E' possibile parlare del Sistema Preventivo semplicemente come un metodo educativo fatto di bontà, di ragionevolezza, di promozione culturale. Il che è pure vero. Però se pensiamo alla distinzione (che spesso, purtroppo, è anche separazione) che si dà tra "educare" (come azione umana di cultura) ed "educare alla fede" (come azione ecclesiale di evangelizzazione), e se allo stesso tempo ricordiamo che per Don Bosco questi due aspetti devono interscambiarsi mutuamente i propri valori così che nella prassi salesiana non si separi mai l’"uomo" dal "cristiano" ("onesti cittadini - perché buoni cristiani" MB 4, 19), dovremo concludere che l’"educazione alla fede" e chiamata, nel Sistema, a permeare tutta l'opera dell’"educazione".

Perciò, la grande sfida che ci lancia il tema del Capitolo è quella della "spiritualità evangelizzatrice e missionaria" nelle nostre comunità. Siamo educatori perché siamo pastori della Chiesa di Cristo. La qualità pastorale è l'anima della nostra competenza pedagogica, così come il "da mihi animas" è il segreto vivificante dell’intero nostro spirito.

Le odierne esigenze di rinnovamento pastorale comportano per noi che la cosiddetta "nuova evangelizzazione" si traduca in "nuova educazione". Ma ciò richiede densità spirituale.

Nei differenti aspetti di novità che accompagnano l'educazione, secondo le interpellanze socioculturali delle varie situazioni, dobbiamo saper fare emergere l'intrinseca inseparabilità dell’"evangelizzare educando"; siamo chiamati a riqualificarci come "educatori", ma perché siamo "missionari dei giovani".

"Per San Giovanni Bosco - ci ha scritto il Papa -, si può dire che il tratto peculiare della sua "genialità" è legato a quella prassi educativa che egli stesso chiamò "Sistema preventivo". Questo rappresenta, in un certo modo, il condensato della sua saggezza pedagogica e costituisce quel messaggio profetico, che egli ha lasciato ai suoi e a tutta la Chiesa" (IP 8). E più avanti, esortandoci a ritrovare nella sua eredità le premesse per rispondere anche oggi alle difficoltà e alle attese dei giovani, ci ricorda che il primo segreto dell’esito di questa pedagogia si situa nel cuore stesso di Don Bosco educatore: nella sua intensa carità pastorale, ossia, nell’educare "in forza di un’energia interiore, che unisce inseparabilmente in lui l'amore di Dio e l'amore del prossimo. Egli riesce così a stabilire una sintesi tra attività evangelizzatrice ed attività educativa. La sua preoccupazione di evangelizzare i giovani... si situa all’interno del processo di formazione umana, consapevole delle deficienze, ma anche ottimista circa la progressiva maturazione... (affinché la fede divenga) elemento unificante e illuminante della loro personalità" (IP 15).

E per questo, aggiunge, sarà criterio fondamentale per l'educatore quello di "avere la chiara percezione del fine ultimo (che è appunto l'educazione alla fede), poiché nell’arte educativa i fini esercitano una funzione determinante. Una loro visione incompleta od erronea, oppure la loro dimenticanza, è anche causa di unilateralità e di deviazione, oltre che segno di incompetenza" (IP 16).

Dunque: lo spirito salesiano esige nella coscienza di ogni confratello in azione la chiara percezione del fine pastorale, costantemente presente, per elaborare e realizzare Progetti ed Itinerari.

6. Un auspicio

[327]

La preparazione del nostro Capitolo è stata seria, sia nelle Ispettorie che nella Commissione precapitolare. Lo testimonia il grosso volume (505 pagine!) che abbiamo tra mano: "Schemi precapitolari".

Il valore del lavoro di questa Assemblea, però, non si giudicherà dalla quantità delle pagine, ma dalla qualità e concretezza delle direttive e degli orientamenti.

Desidero sottolineare due aspetti suggeriti dal "documento di lavoro": il primo è quello della necessità di perfezionare il Progetto educativo-pastorale con dei criteri salesiani per "Itinerari" specificamente adatti ai vari gruppi di giovani; il secondo è quello della "Spiritualità giovanile". Considero illuminante dare rilievo, anche se brevemente, a questo secondo.

Credo opportuno, al riguardo, incominciare ricordando una stimolante affermazione di Sant'Ignazio martire nella sua lettera ai Romani:

"Non domandate altro per me - scrive - che la forza interiore ed esteriore, così che io sia cristiano non solo con la bocca, ma con il cuore; non solo di nome, bensì che lo sia di fatto... Perché quando cresce l'avversità del mondo, la fede cristiana non è più semplice frutto di persuasione, bensì opera di potenza" (Rom 3), ossia è una partecipazione alla "potenza" di Dio, in quanto la presenza dello Spirito Santo infonde nel cuore una "spiritualità" che è forza vitale.

Sono convinto, come ho già detto commentando la Strenna di quest'anno, che la sintesi organica tra fede e vita da far maturare oggi nei giovani - in un mondo così alieno e avverso - si ottiene solo attraverso la forza di una concreta spiritualità. Ce lo ha testimoniato lo stesso Don Bosco che ha fatto dell’arte educativa una vera "pedagogia della santità".

La spiritualità è un’energia interiore, fatta insieme di convinzioni e di entusiasmo evangelico, dotata di potenza unificatrice che fa crescere in armonia i diversi aspetti della maturazione umana e cristiana di un giovane.

La nostra prassi educativa dovrebbe sgorgare da una viva spiritualità quella della comunità - per suscitare intorno a sé una spiritualità giovanile dinamica e contagiosa; dovrebbe quindi promuovere e favorire l'associazionismo, non per svuotare di qualità educativo-pastorale le opere, bensì per fermentarle con il protagonismo degli stessi giovani, fatti soggetti portatori di una sintesi vitale tra Vangelo e cultura.

Questo aspetto, tanto caro a Don Bosco, dovrà essere rilanciato con tutti i mezzi, soprattutto in una società pluralista che porta facilmente al relativismo e all'indifferenza.

Proprio da questa necessità di "potenza" spirituale sorge la grande sfida per le nostre comunità: la spiritualità giovanile ha come fonte ambientale e come inizio pedagogico la spiritualità dei confratelli. E' qui che si misura la loro vera paternità: dalla fede degli educatori alla fede dei giovani!

Pensiamo a quanto ci dicono le Costituzioni: ""Questa Società nel suo principio era un semplice catechismo"... Come Don Bosco, siamo chiamati tutti e in ogni occasione a essere educatori alla fede... Camminiamo con i giovani per condurli alla persona del Signore risorto affinché, scoprendo in Lui e nel suo Vangelo il senso supremo della propria esistenza, crescano come uomini nuovi" (Cost. 34).

7. La nostra fiducia nell’aiuto di Maria

[328]

E per concludere eleviamo il pensiero alla Madonna.

Sappiamo che Maria è "Colei che ha creduto", perciò è modello per tutti con la pienezza della fede; nel giorno di Pentecoste Ella è stata pervasa, insieme agli Apostoli, dalla potenza dello Spirito Santo che ha perfezionato nel suo cuore una forte spiritualità, manifestata nella gratitudine vittoriosa del "Magnificat".

"Guidato da Maria che gli fu Maestra - dicono le Costituzioni -, Don Bosco visse nell'incontro con i giovani del primo Oratorio un'esperienza spirituale ed educativa che chiamò "Sistema Preventivo"", ossia: "un amore che si dona gratuitamente, attingendo alla carità di Dio che previene ogni creatura con la sua provvidenza, l'accompagna con la sua presenza e la salva donando la vita. Don Bosco ce lo trasmette come modo di vivere e di lavorare per comunicare il Vangelo" (Cost. 20).

Ecco perché l'applicazione fedele del Sistema Preventivo, ortoprassi della nostra consacrazione religiosa, risulta il luogo teologico della nostra spiritualità apostolica.

L'Ausiliatrice illumini e guidi anche noi nel cammino verso il terzo millennio affinché siamo, come Don Bosco, radicati nella potenza dello Spirito e così diveniamo validi educatori dei giovani alla fede.

Maria, "Stella dell'evangelizzazione", rafforzi la nostra spiritualità!

Grazie!

ALLEGATO 4

[329]

Indirizzo di omaggio al S. Padre,

del Rettor Maggiore don Egidio Viganó

durante la visita del Papa alia sede.capitolare

Santo Padre,

siamo ammirati e colmi di gratitudine per questo Suo gesto paterno di voler venire a visitarci ed a parlarci nella sede stessa del nostro Capitolo genérale.

Sonó qui presentí piü di 200 capitolari convenuti dai cinque con-tínenti: sacerdoti e confratelli laici; mancano, per difficoltá polití-che, solo i rappresentanti del Vietnam.

Stíamo concludendo i nostri lavori sul tema dell'educazione dei giovani alia fede. Abbiamo passato in rassegna molti contesti giova-nili assai differentí tra loro; ci siamo dedicatí ad esaminare le princi-pali sfide che da essi scaturiscono per la Chiesa; abbiamo realizzato, in dialogo, la ricerca di criteri validi, ispirati alia prassi educativa di Don Bosco, per poter determinare alcuni orientamenti operativi che guidino lé nostre comunitá nell'ardua opera della nuova evangeliz-zazione.

Sentiamo le incalzanti interpellanze di un'ora di cambio epoca-le. Essa richiede una piü intensa capacita profetica, radicata nella rilettura fedele e illuminata del Fondatore e protesa verso il terzo-millennio con un discernimento, atiento e pastorale, dei segni dei tempi.

Ci ha stimolati, in questa allettante fatica, anche il recente viag-gjo ministeriale di Vostra Santitá in Cecoslovacchia; in esso abbia­mo ammirato l'amore alia veritá che rende liberi, il coraggio e la chiarezza pedagógica nel proclamarla, la magnanimitá nel proiet-tarne gli orizzonti sociali, l'attualitá storica al passo con l'accelerato divenire degli eventi, la testimonianza di bontá al di sopra delle partí per promuovere la comunione dei popoli, cosi da far parlare di «mi-racolo» nientemeno che in sede profana.

Crediamo che la nuova evangelizzazione abbisogna dawero di un clima propriamente «miracoloso», nel senso di una sintonía piü forte con lo Spirito Santo, in tal forma che gli agenti di pastorale operino sommersi con persónate consapevolezza nella Sua potenza, nell'unione mística con Cristo Risorto - il Supremo Pastore vivo e attivo -, nell'affidamento a María - Madre della Chiesa e suo per­manente Aiuto -. La novitá «miracolosa» sará cosi frutto dello Spiri­to che accende nei cuori l'ardore e l'audacia delTautentica fede!

Questo clima di ardore pastorale dovrá essere sorretto da quel-l'interioritá apostólica che Vostra Santitá ha messo in rilievo dome-nica scorsa con la beatificazione del sac. Filippo Rinaldi, divenuto per noi, in questo Capitolo genérale, modello e intercessore. Con lui e come lui sentiamo che l'attivitá evangelizzatrice richiede intenso vigore interiore: il supporto di una peculiare spiritualitá.

Chiediamo a Vostra Santitá che benedica i nostri propositi e ci ottenga a tal fine abbondanti doni dallo Spirito del Signore.

Cercheremo di ripagarLe la squisita bontá e la straordinaria deli-catezza di questa Sua visita con la nostra rinnovata adesione alia Cattedra di Pietro e con un instancabile impegno operativo per esse­ré nella Chiesa, come Vostra Santitá piü volte ci ha ripetúto, dei so­lera' «missionari dei giovani».

Grazie!

ALLEGATO 5

Discorso di S.S. GIOVANNI PAOLO II ai Capitolari salesiani nella sua visita del 1o maggio 1990

Cari Capitolari della Societá Salesiana

di San Giovanni Bosco,                              ;

[330]

        1; Sonó lieto di incontrarmi con Voi in una circostanza tanto signifi­
cativa, nella luce festosa della elevazione agli onori degli altari del
vostro confratello don Filippo Rinaldi, che ho avuto la gioia di pro­
clamare Beato proprio l'altro ieri.

Vi rivolgo il mió affettuoso saluto e ringrazio per la cordiale ac-coglienza ciascuno di voi che rappresentate tutta la Famiglia Sale­siana. Esprimo innanzitutto un particolare pensiero al carissimo don Egidio Viganó, confermato ancora una volta come Rettore Maggiore, ed attraverso di lui intendo salutare Tintero vostro Istitu-to religioso. Alia fiducia da voi espressa nell'affidargli nuovamente la guida della vostra Congregazione, unisco di cuore i miei voti au-gurali perché, insieme ai suoi collaboratori del nuovo Consiglio Ge­nérale, anch'essi eletti da questa assemblea capitolare, egli possa proseguiré efficacemente Topera cosi preziosa sin qui svolta.

[331]      

2. Ho tenuto in modo particolare ad incontrarvi in questa vostra ca­
sa, per esprimervi concretamente il mió personale incoraggiamento
e la viva riconoscenza della Chiesa, al cui servizio cosi altivamente
opérate.

A tutti, infatti, sonó note le molteplici attivitá salesiane, diffuse ormai in ogni angolo del mondo. Diversifícate sonó le opere e mo-derne le strutture che fanno da supporto al vostro apostolato: sem: pre idéntico, pero, é lo spirito che le anima, quel particolare cari-sma che vi distingue, e che voi avete ricevuto in'ereditáda don Gio­vanni Bosco, il santo della Gioventü.

Al centro delle vostre attenzioni ci siano, dunque, sempre i gio-vani, speranza della Chiesa e del mondo, verso i quali tutti guarda-no con fiducia e trepidazione. Nelle Nazioni piü ricche, come nei Paesi piü poveri, siate sempre al loro servizio; specialmente siate at-tenti a Coloro che sonó piü déboli ed emarginati. Recate ad ognuno di essi la speranza del Vangelo, perché li aiuti ad affrontare con coraggio la vita, resistendo alie tentazioni dell'egoismo e dello scorag-giamento. Siate per loro padri e fratelli, come Don Bosco vi ha inse-gnato.

Preoccupatevi che tutto il processo educativo sia ordinato al fine religioso della salvezza. Questa «pedagogía realística della santitá», típica del vostro Fondatore, «Maestro di spiritualitá giovanile», comporta l'impegno costante ad ahitare i ragazzi, a voi affidati, per­ché aprano il cuore ai valori assoluti interpretando la propria esi-stenza e gli awenimenti della storia «secondo le profonditá e le ric­chezze del Mistero» (Iuvenum Patris, 15).

Vasta é la missione e arduo é il vostro compito, ma la Chiesa guarda con fiducia al vostro Istituto e vi incoraggia a proseguiré su questa strada. Siate educatori della fede e, fiduciosi nell'aiuto di Dio, scrutate con vigile attenzione i segni dei tempi, in questo parti-colare periodo storico che stiamo yivendo.

[332]

3. Sonó lieto e ringrazio il Signore che proprio su queste tematiche complesse e delicate voi stiate riflettendo ,nel vostro Capitolo gene-rale, cercando gli opportuni criteri di illuminazione e i necessari orientamenti pratici. Avete scelto bene: quella dell'educazione dei giovani é una delle grandi istanze della nuova eyangelizzazione, ed é giustochecerchiate, oggí, strade adatteelinguaggiappropriati, nella piena fedeltá al vostrp carisma ed a tutto l'insegnamento della Chiesa.

Vorrei profittare di questo gradito incontro per metiere in rilievo
alcuni valori fondamentali che considero di particolare attualitá per
chi, come voi, interpreta la missione educatrice della Chiesa verso i
giovani.  

Mi piace sottolineare anzitutto, come elemento fundaméntale, la forza di sintesi unitiva che sgorga dalla carita pastorale. Essa é frutto della potenza dello Spirito Santo che assicura rinseparabilitá vítale tra unipne con Dio e dedizione al prossimo, tra interioritá evangélica e azione apostólica, tra cuore orante e maní operanti. I , due grandi Santi, Francesco di Sales e Giovanni Bosco, hanno testi-, moniato e fatto fruttificare nella Chiesa questa splendida «grazia di ,   unitá». L'incrinatura.di essa apre un pericoloso spazio a quegli atti-vismi o intimismi che costituiseono una tentazione insidiosa per gli Istituti di Vita Apostólica. Invece, le segrete ricchezze, che questa «grazia di unitá» porta con sé, sonó la conferma esplicita, prpvata con tutta la vita dei due Santi, che l'unione con Dio é la vera sor-gente delTaniore ; operoso del prossimo: quanto piü un salesiano contempla il mistero del Padre infinitamente misericordioso, del , Figlio fattosi generosamente fratello e dello Spirito Santo potentemente presente nel mondo come rinnovatore, tanto piü si senté spinto da questo insondabile mistero a donarsi ai giovani per la loro maturazione umana e per la loro salvezza.

[333]      

4. Un altro aspetto importante é Y origínale scelta pedagógica del
vostro Fondatore che consiste nella «educazione» evangelizzante
dei giovani. Egli é stato dawero, in questo senso, un «genio del cuo-
re». Infatti il saper concentrare le iniziative della carita pastorale
nell'area cultúrale dell'educazione non é cosa semplice: comporta
atteggiamenti e competenze con caratteristiche proprie e con esi-
genze concrete, anche di professionalitá pedagógica.

Si tratta di una missione allettante che ha continuo bisogno di revisione e di confronto con Cristo, l'uomo nuovo, attraverso una fede limpida, profonda, nutrita quotidianamente dall'Eucarisita e manifestata nella semplicitá e nel sacrificio del vivere giornaliero.

[334]

5. Emerge súbito un altro prezioso valore al quale abbiamo giá ac-
cenñato: suscitare ira i giovani una autentica «spiritualitá».

Spiritualitá significa partecipazione viva alia potenza dello Spirito .Santo ricevuta nel Sacramento del Battesimo.e portata a pienez-za in quello della Cresima. I giovani devono avere coscienza della vita nuova donata loro in questi Sacramenti e sapere che da essa procede quella forza di sintesi personale tra fede e vita che é possi-bile a chi coltiva in sé il dono dello Spirito.

Quanto bisogno c'é oggi nella Chiesa che si educhino i giovani all'amicizia con Cristo e con María, all'entusiasmo per la vita, ad una generositá d'impegno, al servizio degli altri, ossia ad una con­creta «spiritualitá» che li faccia divenire protagonisti dell'evangeliz-zazione e artefici del rinnovamento sociale!;

[335]      

6. Cari Salesiani di Don Bosco, guárdate sempre al vostro Santo
Fondatore e alia genialitá evangélica del suo método pedagógico e
rilancerete tra i giovani la sua preziosa ereditá! II suo messaggio
educativo «richiede di essere ancora approfondito, adattato, rinno-
vato con intelligenza e coraggio, proprio in ragione dei mutati con-
testi socio-culturali, ecclesiali e pastorali» (Iuvenum Patris, 13).

.,, Invoco su tutti voi la continua protezione di Maria Ausiliatrice,

Madre della Chiesa; Ella sia per voi, come lo fu per San Giovanni

Bosco, la Maestra e la Guida, la Stella della nuova evangelizzazione.

A voi, ai vostri confratelli e a tutti i membri della grande Fami-

glia Salesiana impai'to di cuore l'Apostolica Benedizione.

 

ALLEGATO 6

Saluto alie FMA Capitolari

nel Capitolo genérale XIX de instituto

"Alia Rev.ma Madre Marinella CASTAGNO

e alie Rev. FMA Capitolari

nel Capitolo genérale XIX dell'lstituto

[336]

Alia chiusura del nostro CG XXIII desideriamo, come capitolari, ri-volgerci a voi, care Figlie di María Ausiliatrice, che state per iniziare questo stesso lavoro capitulare a servizio dell'lstituto e della Chiesa.

Durante i due mesi della nostra riflessione, nella quale ci siamo con-frontati con l'educazione dei giovani alia fede, costatando la vastitá delle sfide che interpellano la gioventú e che attendono risposta dal­la iniziativa e dalla capacita di noi tutti educatori ed educatrici for-mati alia scuola di Don Bosco, molte volte abbiamo awertito la ne-cessitá di crescere nell'unitá della Famiglia a servizio della comune missione. Questa necessitá é stata sottolineata anche da Lei, Rev.ma Madre Marinella, che in due occasioni durante il nostro CG, ci ha rivolto un fraterno invito di fedeltá al patrimonio carisma-tico del Fondatore, che siamo chiamati a conservare, ad accrescere e a trasmettere insieme.

Anche la recente glorificazione di don Filippo Rinaldi, vero dono della bontá del Padre, é stata da noi percepita e vissuta come un nuovo segno e uno stimolo alia comunione e alia collaborazione re­ciproca nel rilanciare la spiritualitá salesiana.

Siamo consapevoli di vivere un tempo di Spirito Santo. Alie soglie del terzo millennio, di fronte agli accorati appelli della gioventú e dei poveri "e alie sfide della «nuova evangelizzazione», la nostra vo-cazione di «missionari e missionarie della gioventú» é chiamata a rinnovarsi, a illuminarsi e ad estendersi con dinamismo e creativitá.

Vorremmo poter comunicare e condividere con voi l'entusiasmo che il Signore ha risvegliato nei nostri cuori in questi giorni di gra-zia. Auguriamo anche a voi di poter vivere un'esperienza di luce e di forza nel Signore Risorto e con la presenza tra voi dell'energia trasformante dello Spirito, che fa nuove tutte le cose.

Invochiamo congiuntamente Maria Ausiliatrice, Ispiratrice e Madre della nostra vocazione, chiedendoLe che ci faccia sentiré sempre piü veri fratelli e sorelle, eredi di una ricchezza di grazia e di spiri-tualitá per la salvezza della gioventü, soprattutto la piü povera e bi-sognosa.

Siate certe della nostra preghiera e del nostro affettuoso ricordo. Vi assista ancora con predilezione il beato don Filippo Rinaldi, special-mente per il buon esisto del vostro Capitolo genérale. San Giovanni Bosco e Santa Maria Mazzarello guidino dal cielo il vostro lavoro e intercedano per tutta la nostra Famiglia.

I salesiani membri del CG23 Roma, 5 maggio 1990.
 

 

ALLEGATO 7

II CG23 ai Cooperatori e Cooperatrici Salesiani

[337]

1. Don Bosco parla ai Cooperatori e alie Cooperatrici: «Ora dunque ecco quale dev'essere piü direttamente lo scopo dei Cooperatori sa­lesiani: ecco in quali cose debbono occuparsi. [... ] Volete fare una cosa buona? Edúcate la gioventú. Volete fare cosa santissima? Edú­cate la gioventü. Volete fare cosa divina? Edúcate la gioventú. Anzi questa tra le cose divine é divinissima» (Torino, 16 maggio 1878) (MB 13, 629).

2.     IICG23 dei SDB, dopo aver a lungo ripensato il tema della educa-
zione dei giovani allá fede, a conclusione, invita tutti voi, Coopera­
tori e Cooperatrici, a rispondere volentieri, con generositá ed entu­
siasmo, alia voce insistente di Don Bosco, che oggi, alie soglie del
Terzo. Millennio, vi esorta all'impegno apostólico.

In modo speciale sentano questo appello i piü giovani tra voi e l'accolgano con gioia per farsi missionari dei loro coetanei.

Per mezzo di questo Capitolo Genérale, é sempre Don Bosco che incoraggia tutti ad associarsi al suo lavoro di educazione, e soprat-tutto di educazione alla/della fede dei giovani, diventando per essi Vangelo vivo (cf. RVA 13).

3.     II Vangelo é indispensabile, come lo é l'acqua, il fuoco, l'amore...
Senza Vangelo la societá si disumanizza. La documentata prova sto-
rica di questa veritá é sotto gli occhi di tutti. Urge quindi far cresce-
re i valori evangelici nei giovani che sonó l'awenire della societá e
della Chiesa. Occorre preparare «onesti cittadini e buoni cristiani»
per il Terzo MiUennio ormai alie porte. Urge assicurare la presenza
trasformatrice della fede cristiana negli ambienti, nei meccanismi
umano-storici, nei gangli strategici dei sistemi, nelle strutture so-
cioeconomiche e socioculturali, evangelizzando i segni dei tempi: é
questa la «nuova evangelizzazione», alia quale ci invita il Papa Gio-
vanni Paolo II.

 

4. La fede non vive senza incarnarsi nelle attivitá e nelle culture che
fanno crescere l'uomo, non vive senza serviré l'umanitá rondando
la sua speranza e accendendo il suo amore. Occorre perció «dovun-
que rifare il tessuto cristiano della societá umana» (ChL 34). Questa
«incarnazione» é la vostra specificitá di vocazione «secolare»: in
forza della vostra partecipazione alTufficio profetico di Cristo, siete
i pienamente coinvolti in questo compito della Chiesa (cf. ChL 34).
Ben lo esprime il capitolo secondo del Regolamento di vita apostóli­
ca, proponendo la vasta gamma del vostro impegno nella Chiesa e
nel mondo.    

[338]

5. E siccome Don Bosco ha voluto innestare la vostra «secolaritá» nella vocazione «religiosa» di SDB e FMA, non siete soli in questo compito immenso: siamo in comunione, siamo Famiglia Salesiana mobilitata apostólicamente, nello Spirito Santo e nella Chiesa, a of-frire semi di Cielo ai solchi della nostra Térra.

Ci rendiamo contó che a noi Salesiani resta ancora della strada da fare per giungere a un effettivo esercizio del nostro compito e della nostra responsabilitá di animazione, e per contribuiré alia for-mazione e alio sviluppo della vostra missione laicale. Piú che a livel-lo di efficienza organizzativa, la vostra presenza va considerata sulla linea di tale complementaritá apostólica: voi Cooperatori concorre-te con la specificitá del vostro ministero al compimento dell'unica missione salesiana; siete parte di noi stessi.

Perció consentite a questo Capitolo, confortato dal Magistero del Papa sui laici (cf. Esortazione Apostólica «Christifideles laici») e convinto della identitá salesiana (cf. Costituzioni SDB e Lettera del Rettor Maggiore sui Cooperatori), in fedeltá al comune Fondatore, di fare un appello di crescita in questa direzione a tutti i confratelli SDB: é questo uno degli impegni essenziali per il prossimo sessen-nio.

É ancora Don Bosco, quindi, che ci manda flanco a flanco, fratel-li nell'unitá della sua Famiglia spirituale, «pronti a dedicare non promesse, ma fatti, sollecitudini, disturbi e sacrifizi» (MB 13, 262) ai giovani, specialmente «i piü poveri, abbandonati, pericolanti» e, con l'indole geniale del proprio carisma, contribuiré costruttiva-mente in varié forme all'impegno apostólico della Chiesa e comuni­cando ai giovani e a tutti coloro che incontreremo sui nostro cam-mino l'Amore smisurato del Padre Celeste.

Guardiamo al nuovo beato don Filippo Rinaldi che «ci insegna ad affrontare con autenticitá salesiana le esigenze proprie del progredi-re dei tempi» (E. Viganó, in ACG 332, p. 62).

María Ausiliatrice, Madre nella Chiesa e Stella della nuova evange-lizzazione, faccia crescere la nostra «interioritá apostólica» e sia sempre con noi in questa meravigliosa e urgente missione.

I capitolari del CG23

Roma, 5 maggio 1990.

 

ALLEGATO 8

II CG23 agli Exallievi ed Exallieve di Don Bosco

[339]

1. Vi giunga, cari Exallievi ed Exallieve di Don Bosco, il nostro sa-
luto e il nostro grazie per il messaggio che ci avete trasmesso.

Durante i due mesi della nostra riflessione capitolare, noi membri del Capitolo Genérale 23, provenienti da tutti i continenti, abbiamo awertito con forza di essere chiamati, seguendo Don Bosco, a daré una risposta alie grandi sfide che provengono dal mondo dei giovani e dai molteplici contesti socio-culturali in cui essi vivono. La vastitá e 1'urgenza di questa impresa coinvolgono tutta la Famiglia Sale-siana.

Per questo facciamo appello anche a voi, Exallievi ed Exallieve sa-

lesiani/e: vi vediamo attívi nelle nostre opere e in ogni strato della

societá come collaboratori qualifícati e impegnati a vivere con Don

Bosco la missione, attraente e difScile, dell'educazione della gio-

ventú.

Rinnoviamo la nostra fiducia in voi e vi affidiamo alcune direttrici

di marcia per Una comune esperienza educativa.

[340]

2. Innazitutto siamo consapevoli che il compito di educare richiede
oggi uno sforzo profondo: riscoprire la «passione» per i giovani.
Questo ci impegna insieme su diversi fronti.

I giovani sonó la speranza di un futuro nuovo, e portano in sé, inse-riti nelle loro attese, semi di bene e semi del Regno. Con loro é pos-sibile edificare una piü autentica comunitá umana.

Questa convinzione ci spinge a guardare sempre piú ai giovani con gli occhi di Don Bosco, ad amarli come lui li amava, ád essere loro vicini, come indicavano gli stessi exallievi dell'Oratorio nel sogno-lettera di Roma (1884).

Sappiamo che Dio educa il suo popólo con una pedagogía che sa adattarsi alie molteplici circostanze e al passo dei popoli. Per questo lavoriamo con entusiasmo con tutti i giovani di qualsiasi condizione socialé, cultúrale e religiosa per aiutarli a costruire la vita, nella soli-dariétá, nell'impegno e nella letizia.

 

Siamo convinti pero - e i giorni del nostro Capitolo lo hanno parti­cularmente sottolineato - che la pienezza di questo cammino di educazione si raggiunge quando i giovani possono realizzare la sin-tesi espressa nel binomio caro a Don Bosco: «onesti cittadini e buo-ni cristiani».

Lo Statuto rinnovato della vostra Confederazione, che abbiamo ri-cevuto durante il Capitolo, attesta questo vostro impegno.

[341]

3. Voi Exallievi ed Exallieve di Don Bosco, in virtü delTeducazione
ricevuta, siete chiamati a divenire nella societá testimonie portato-
ri di una missione giovanile.    ,

Quelli, poi, tra voi che hahrio il dono della fede cristiana, sonó an­che partecipi dell'attivitá educatrice della Chiesa: in forza della co-mune dignitá battesimale, infatti, ciascun fedele é corresponsabile di questo impegno.

La presenza operativa della vostra Federazione potra estendersi ad una molteplicitá di forme e attivitá e potra svolgersi sia in strutture ecclesiali o in ambienti civili e sociali, dove spesso manca l'attenzio-ne ai problcmi giovanili, sia in opere proprie della nostra Famiglia.

i In modo particolare nelle istituzioni salesiane awertiamo l'im-portanza di realizzare un'autentica comunitá educativa. Una co­munitá, cioé, che coinvolge i giovani, i genitori, i salesiani e tutti i collaboratori, insieme con voi exallievi/e. Una comunitá,«educati­va» che é esperienza di «comunicazione e di corresponsabilitá», pri­ma che essere uno strumento organizzativo e di efficienza. Questo richiederá, certamente, di pi-edisporre una strategia di coin-volgimento di tutti, secondo le diverse competenze, in clima di cor­responsabilitá.

Da voi, in particolare, aspettiamo il contribúto della vostra esperien­za di laici impegnati con lo spirito e la magnanimitá di Don Bosco, intensificando il cambio di mentalitá richiesto dai tempi.

[342]

4. La societá, con isuoi cambi continuie profondi, ci sfida: é urgen­
te riscoprire e vivere con «professionalitá cultúrale, pedagógica e
spmtuale» gli impegni che la responsabilitá nella Famiglia di Don
Bosco esige. Siamo quindi chiamati, con senso di serietá e concre-
tezza, a realizzare un sistemático cammino di aggiomamento e di
crescita nella capacita educativa.

Noi Salesiani siamo consapevqli dell'impegno che la Congregazio-ne ci affida nell'accompagnaryi e aiutarvi in questo cammino di formazione umana, spirituale e salesiana.

Dobbiamo tutti migliorare: i giovani ci vogliono persone mature e

competenti nella specificitá del nostro servizio.

[343]

5. Cari Exalüevi ed Exallieve, il momento storico che viviamo é mo­mento di grazia. Avevamo fatto memoria di Don Bosco nel centena­rio della sua morte e oggi, durante il nostro Capitolo, abbiamo par-tecipato alia beatificazione di don Filippo Rinaldi, erede della pater-nitá e della saggezza pedagógica del Fondatore, primo organizzato-re degli Exallievi e delle Exallieve. Sonó segni profetici, che ci infon-dono incoraggiamento e speranza.

La sollecitudine materna di María Ausliatrice e l'intercessione dei Santi della nostra Famiglia ci ottengano il dono di amare i giovani e di saperli educare, camminando insieme, fino a farli incontrare con Colui che é la pienezza della vita.

Cordialmente e con speranza.

I capitolari del CG23 Roma, 5 maggio 1990.

ALLEGATO 9]

 

Discorso del Rettor Maggiore don Egidio Vigano alla chiusura del CG23

Cari confratelli capitolari,

[344]

Il primo sentimento che sorge dal cuore in queste ore di chiusura dei nostri lavori è quello di una sincera riconoscenza al Signore che ci ha sempre accompagnato in questi mesi di ricerca e di convivenza fraterna. E' stata un’esperienza di feconda e operosa comunione da comunicare ai confratelli e da far fruttificare nelle case.

La nostra gratitudine si estende anche mutuamente tra noi, gli uni con gli altri, e la rivolgiamo in modo speciale al sacrificato e abile Regolatore, don Francesco Maraccani; ai membri della Intercommissione, specialmente al loro presidente, don Juan Edmundo Vecchi, e al loro relatore, don Antonio Martinelli; ai confratelli della Casa generalizia che ci hanno seguiti con servizievole bontà; e, in modo particolare, alle benemerite Suore e ragazze che hanno pregato tanto per noi e ci hanno alimentati e accuditi in svariati modi con umile generosa e fattiva gentilezza. L'Eucaristia conclusiva sarà davvero per tutti noi un’azione di grazie molto sentita e condivisa in gioiosa fraternità.

Permettetemi, ora, di fare alcune riflessioni su questo nostro CG23 per sottolinearne il potenziale di forza trainante che porge alla Congregazione per il prossimo sessennio.

Il messaggio del CG23

[345]

Il nostro documento capitolare è stato paragonato da qualcuno di voi alla famosa lettera di Don Bosco dell’84: un messaggio da Roma per il ritorno alle origini nella modalità salesiana di educare i giovani alla fede.

Si è respirata in assemblea la consapevolezza dell’ora accelerata che vivono i popoli in questo scorcio del secondo millennio della fede cristiana.

Si è capito con accresciuta profondità che il vero carisma fondamentale donato alla Chiesa nella seconda metà di questo secolo è

stato il Concilio Ecumenico Vaticano II; esso ci ha addentrato nel mistero di Cristo e della Chiesa e nel mistero dell’uomo e della storia: i Pastori, infatti come ha affermato Paolo VI -, proprio per amore a Cristo si sono "rivolti", non "deviati", verso l'uomo.

Così, per opera dello Spirito Santo, si è dato inizio nella Chiesa a un’era di "nuova evangelizzazione". Le sopravvenute novità umane sono notevoli. Ma ogni novità del divenire è da raffrontare con la novità suprema: la Pasqua di Cristo. Nasce perciò, per i discepoli del Signore, un vasto compito di ripensamento, di creatività, di nuovo cominciamento.

Direi che a noi Salesiani di Don Bosco viene assegnata, in questo ripensamento creativo, la responsabilità della "rifondazione dell’Oratorio"! Infatti, in conformità a quanto ci suggeriscono le Costituzioni sappiamo che "nel compiere oggi la nostra missione, l'esperienza di Valdocco rimane criterio permanente di discernimento e rinnovamento di ogni attività e opera" (Cost. 40).

Noi dovremo pensare la nuova evangelizzazione tra i giovani con il "criterio oratoriano" del Fondatore.

L'esplosione delle culture

[346]

Diamo uno sguardo, anche se fugace, a ciò che succede nelle società. L'uomo, e quindi la sua cultura, esiste di fatto, dopo Cristo, in "situazione escatologica"; più si cammina in avanti e più il senso del futuro assoluto si rifrange sul futuro storico. Solo Cristo Risorto rivela all'uomo ciò che egli veramente è e verso dove è incamminato. Il prescindere dal suo Vangelo porta carenze, deviazioni e mutilazioni nelle culture; la più evidente e dannosa è la perdita del senso del peccato camuffata da razionalizzazioni pseudo-scientifiche. Il tramonto di certe ideologie, a cui stiamo assistendo, risulta un monito sconvolgente per tutti e un forte invito a riempire il vuoto lasciato da esse, proclamando i grandi ideali evangelici sull'uomo integrale.

Un pericolo per la cultura emergente suole fluire dal progresso scientifico-tecnico, pieno di dinamismo e di promesse positive, ma che fa credere facilmente ai non credenti che esso sia l'unico motore della storia, favorendo una mentalità "post-religiosa". Certamente la scienza e la tecnica sono dei magnifici beni, però non spiegano il senso dell’esistenza e non parlano delle grandi finalità dell’uomo. Sono progresso di civiltà, ma non posseggono le verità trascendenti. Portano facilmente a concezioni, in definitiva, "materialiste".

Urge battezzare questo provvidenziale dinamismo con una nuova evangelizzazione che aiuti a far emergere nella società una cultura intrinsecamente "post-materialista".

Oggi bisogna saper evangelizzare dalle radici; collaborare nel dar inizio ad un nuovo umanesimo; essere, come credenti, operatori di cultura, artefici di una convivenza umana più adeguata alla dignità delle persone.

L'apporto dello specifico cristiano

[347]

Ma che cosa apporta di specifico, il credente con la sua fede cristiana, alla cultura? Ecco la domanda chiave. I giovani ne aspettano la risposta, non tanto in espressioni verbali o di ragionamento, quanto nella testimonianza di vita e nella prassi operativa.

E la risposta è: il credente apporta alla cultura i valori del mistero di Cristo: per chi vive di fede, come per S. Paolo, "la vita è Cristo" (Fil 1, 21), sa che nel Cristo si è "nuova creatura" (2 Cor 5, 17) e che nel progetto del Creatore c'è il piano di "ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra" (Ef 1, 10). Ossia, sa che nella storia dell’uomo Cristo è il vertice assoluto, l'alfa e l'omega; e che la vittoria che vince il mondo è la fede.

Cristo non è il fondatore di una religione tra le altre; non è l'iniziatore di un movimento religioso che, provenendo dall'uomo, ascenda verso Dio. Lui discende da Dio tra gli uomini e fa storia con gli eventi della sua esistenza umana, mostra così perché è il secondo Adamo, il Capo del Corpo, il Signore.

In riferimento a Lui, più che di "religione" si parla di "fede"; così il Cristianesimo non è semplicemente la forma più sublime della religione umana, ma il dato di fatto più ineffabile dell’incarnazione di Dio. Per questo la fede cristiana è storia: storia della salvezza inserita inseparabilmente nella storia umana. La "fede", quindi, è più che religione; è contatto solidale, è alleanza, è atteggiamento vitale che eleva e purifica anche le espressioni di religiosità umana che necessariamente l'accompagnano e la rivestono. Questa fede cristiana è per se stessa una energia del divenire, come lo è l'incarnazione del Verbo che dà inizio all’"uomo nuovo"; questa fede cresce tra i popoli, lungo i secoli, per trasformare la società e preparare la costruzione del Regno; è, se vissuta con autenticità, esattamente il contrario della "religione-oppio del popolo".

Questa oggettività della fede cristiana ci porta a formulare un principio che ci interessa enormemente come educatori alla fede, ed è che il mistero di Cristo diviene il metro e la luce di una vera e integrale "antropologia". E siccome l'antropologia è il sostrato di ogni cultura, questa fede - attraverso l'opera di evangelizzazione - apporta alla cultura il servizio più alto.

Ecco perché nella nuova evangelizzazione deve essere fortemente presente la capacità profetica di proclamare e testimoniare il mistero di Cristo, la luce del suo Vangelo, e i suoi eventi storici per la salvezza umana. Qui si trova il centro e il vertice dell’educazione alla fede.

L’originalità dell’evangelizzazione della gioventù

[348]

La formazione dei giovani alla fede è parte vitale della nuova evangelizzazione; presenta degli aspetti peculiari: esige una "nuova educazione".

Don Bosco, suscitato dallo Spirito per questo compito, ha lasciato in eredità alla sua Famiglia un cammino originale che gli ha meritato nella Chiesa il titolo di "Padre e Maestro della gioventù". La sua è una prassi d’azione che unisce indissolubilmente insieme l'evangelizzazione e l'educazione. Non è una cosa semplice, ci ha ricordato il Papa; comporta dei rischi. Nella sua realizzazione si trovano molti elementi distinti tra loro, classificabili in due poli in tensione, che urge saper unire in armonia.

Facciamone un breve elenco esemplificativo:

-      un polo, educare (= azione culturale) e, l'altro, educare alla fede (= azione ecclesiale);

-      un polo, avere professionalità pedagogica e, l'altro, possedere competenza pastorale;

-      un polo, fare promozione umana e, l'altro, curare la crescita cristiana;

-      un polo, stare con i giovani e, l'altro, vivere in unione con Dio;

- un polo, inculturarsi costantemente e, l'altro, evangelizzare coraggiosamente la cultura;

-      un polo, apprezzare i valori della laicità e, l'altro, ricapitolare tutto nel Cristo;

-      un polo, privilegiare nell’Oratorio "casa", "scuola", "cortile", e, l'altro, avere l'arte sintetica di fare "parrocchia"; ecc.

[349]

La sintesi viva tra questi due poli è resa possibile da una forza proveniente dall'alto che - come ci ha ricordato ancora il Papa - si chiama "grazia di unità". Si vive con una spiritualità - ossia con una partecipazione all'amore vivo e presente dello Spirito Santo - che chiamiamo "carità pastorale" e che vincola inseparabilmente tra loro l'unione con Dio e lo stare con i giovani. E' un aspetto della continuazione del mistero dell’Incarnazione. Se a Natale è nato l'uomo che ha introdotto un dinamismo nuovo nella vita, a Pasqua si è manifestata in pienezza la sua novità di contenuti. E' apparso il "novissimo assoluto" della storia, introducendo nella cultura una misteriosa "situazione escatologica". A Natale il Verbo si è inserito nella cultura umana, ma a Pasqua ha lanciato, con il dono di sé sulla croce, l'evangelizzazione di tale cultura. Tra inculturazione del Vangelo ed evangelizzazione della cultura c'è una chiara distinzione e una mutua correlazione che, nel Cristo, unisce due aspetti di per sé dissimili: appartenere alla cultura e correggere la cultura.

La carità pastorale segue questa stessa strada con l'ardore di una spiritualità vissuta con sempre più chiara consapevolezza.

All'inizio del Capitolo ci eravamo fatti una domanda: di quale fede si tratta? Ebbene, ora possiamo dire che si tratta di una fede che è energia storica tradotta per noi in una concreta spiritualità; essa rende possibile una sintesi esistenziale tra i valori della cultura e quelli del Vangelo: essa forgia il salesiano come educatore; essa fa maturare e crescere il giovane come onesto cittadino. Per essa il salesiano diviene competente educatore perché è vero pastore; e il giovane diviene onesto cittadino perché è buon cristiano. Questo doppio "perché" non è riduttivo, ma causativo; sottolinea la forza propria della nostra spiritualità salesiana, come espressione dinamica e quotidiana della grazia di unità.

La fisionomia oratoriana della prassi di Don Bosco

[350]

Ho parlato di rifondazione dell’Oratorio di Don Bosco! Per noi la nuova evangelizzazione passa e cresce attraverso il criterio oratoriano. Non mi soffermo nello spiegarne gli aspetti complementari e le molteplici ricchezze che lo rendono particolarmente prezioso. Faccio osservare che tale criterio è intrinsecamente e indissolubilmente legato con il Sistema Preventivo. Nel discorso di apertura del Capitolo ho parlato di questo Sistema come "frutto e fonte di spiritualità salesiana", sottolineando l'ottica dell’art. 20 delle Costituzioni: esso è un "modo di vivere e lavorare per comunicare il Vangelo e salvare i giovani con loro e per mezzo di loro. Esso permea le nostre relazioni con Dio, i rapporti personali e la vita di comunità, nell’esercizio di una carità che sa farsi amare". Questo articolo 20, insieme all’art. 40 sull'Oratorio, ci offre le linee direttive di fondo per la nostra attività di "nuova educazione". La spiritualità dell’ardore pastorale assume la prassi della pedagogia della bontà per fare del salesiano un efficace operatore della nuova evangelizzazione.

Vi dicevo, nell’inaugurazione dei nostri lavori, che il qualificativo di "ordinario" dato a questo Capitolo non doveva essere considerato come qualcosa di settoriale, perché il tema assunto proiettava i traguardi raggiunti nei Capitoli anteriori (circa la nostra identità ecclesiale) sul terreno pratico dell’azione educativa: doveva servire a tradurre sempre più i principi in prassi! L'identità e fedeltà a Don Bosco viene concentrata dal CG23 nell’educazione dei giovani alla fede. Dobbiamo formare nel mondo un modo di stare con i giovani che sia come un grande Oratorio, più in là delle pur necessarie strutture; esso manifesterà concretamente la verità e la genialità del cuore di Don Bosco, la sua amicizia e presenza educativa tra i giovani, la sua centrale preoccupazione di salvezza.

Siamo stati forse per anni alquanto rinchiusi staticamente in opere pur valide; il criterio oratoriano non abbatte le strutture, ma va più in là; richiede fantasia e dinamismo, sollecitati sempre dall'affanno pastorale del "respiro per le anime", secondo l'espressione nata da don Rinaldi.

Il documento capitolare sottolinea vari aspetti di questa mobilitazione oratoriana, sia nel cammino da percorrere sia nell’energia con cui correre. Ricordiamo le quattro aree con i loro vastissimi spazi; ricordiamo la spiritualità salesiana con la sua radicazione nella corrente affascinante del grande S. Francesco di Sales e con la sua peculiare applicazione giovanile e popolare di Don Bosco.

Mi sembra che il CG23 ci regali, nel documento, un ricco panorama di orientamenti e di suggerimenti da curare e da incrementare; la loro messa in pratica ridonerà alle Ispettorie quel dinamismo divenuto ormai indispensabile per chi imbocca un cammino di fede che vuole tenere il passo dell’odierna accelerazione della storia. E' come se ci invitasse a rifondare, in vista del terzo millennio, il carisma dell’Oratorio.

Un vibrato appello alla comunità ispettoriale e locale

[351]

Evidentemente il rilancio del criterio oratoriano ha un soggetto direttamente responsabile del suo esito. Se questo soggetto non risponde all'insistente appello, il bel documento capitolare rimarrà carta da biblioteca. E il soggetto è, appunto, la comunità ispettoriale e locale.

Gli orientamenti operativi del Capitolo sono espliciti ed esigenti. Non fanno altro che prolungare i propositi del solenne rinnovamento della Professione salesiana, realizzato da tutte le comunità nel maggio dell’88.] Il nostro documento capitolare indica, dunque, con autorevolezza qual è la vera strada da percorrere.

Il Rettor Maggiore con il suo Consiglio, gli Ispettori e i Direttori sono chiamati a rinnovare tutto un tipo di animazione. La comunità non è chiamata a girare su se stessa solo per affanno di osservanza religiosa. Deve sentirsi oggettivamente stimolata dalle interpellanze del contesto giovanile. La natura della nostra consacrazione è apostolica; quindi è nutrita intrinsecamente dal clamore dei destinatari. E' l'educazione alla fede, sono gli stessi giovani con le loro ansie e carenze che reclamano alla comunità di essere ripiena dello spirito di Don Bosco. La carità pastorale le farà programmare il cammino di fede, puntando sempre, come condizione intrinseca di riuscita, sull'ardore della spiritualità. Urge, perciò, che la comunità armonizzi vitalmente tra loro metodologia e spiritualità, che sono come il corpo e l'anima dell’azione pedagogico-pastorale.

[352]

Si è parlato più volte nel Capitolo di "formazione permanente", non solo come corso intermittente per alcuni - cosa certamente valida -, ma come atteggiamento costante maturato da iniziative ispettoriali e locali che aiutino a tradurre in pratica nelle case e quotidianamente le direttive capitolari.

Mi piace segnalare, al riguardo, come in ogni Ispettoria dovrà essere pianificato opportunamente un insieme di iniziative per conoscere ed assimilare il CG23, e così formulare dei propositi adeguati alla condizione giovanile del proprio ambiente.

Non c'è bisogno che io ripeta qui quanto è già affermato autorevolmente dal Capitolo. Semplicemente vorrei esorcizzare la tentazione di scoraggiamento: tutto bello quanto si propone nel documento, ma con quali confratelli lo possiamo fare, per esempio, in questa casa? Senz'altro ci sono delle concrete difficoltà da affrontare.

Bisogna reagire incominciando da se stessi; essere convinti che in ogni casa ci sono molte più possibilità di quanto a volte si crede; e, soprattutto, bisogna accrescere la fiducia nella vera e attiva presenza dello Spirito, nell’energia della risurrezione portata da Cristo nei sacramenti, nell’aiuto materno e costante di Maria, nell’intercessione di Don Bosco, dei nostri Santi e di tutta la Chiesa celeste. C'è proprio bisogno di rinnovare l'ardore della fede: essa vince il mondo e opera miracoli. Urge, in casa nostra, il ricupero di una genuina interiorità.

[353]

Vorrei aggiungere, riguardo alla comunità ispettoriale, l'utilità e la corresponsabilità di nuove proposte interispettoriali. Uno degli aspetti interessanti a cui abbiamo assistito durante la convivenza capitolare è stata la consapevolezza di una maggior apertura dei responsabili ai dinamismi del divenire e a tante vaste problematiche che superano i confini delle singole Ispettorie e delle proprie Chiese locali. Questa tendenza verso una intercomunione più ampia è certamente un segno dei tempi, percepito con immediatezza e simpatia soprattutto dai giovani.

Abbiamo visto, per esempio, i capitolari dell’Europa preoccuparsi della ormai famosa "casa comune", o anche delle proposte dell’"Alpeadria"; abbiamo visto coloro che operano in Africa interessarsi per una maggior intercomunione di presenza nel continente; abbiamo visto crescere la fraternità e le possibilità di collaborazione tra le Ispettorie di una stessa Regione o di un medesimo Paese.

E' una tendenza di fatto, questa, che apre nuove prospettive alla pastorale giovanile e che invita ad aumentare la propria statura e a rivolgere lo sguardo su orizzonti più ampi che influiscono in concreto, e parecchio, sull'educazione dei giovani alla fede.

Questo respiro interispettoriale lo si aveva già, per esempio, nel settore della formazione (ed è bene che lo si promuova ancor di più); ma ciò che è caratteristico qui, è che si è invitati a farlo crescere nell’ambito della pastorale giovanile. Bisognerà saperlo curare con intelligenza e con programmazioni adeguate che coinvolgano anche altri Gruppi della nostra Famiglia. Ciò farà circolare aria fresca e susciterà nuove spinte in avanti. L'esito dipenderà dall'adesione da parte di tutti a quegli orientamenti che abbiamo precisato durante il Capitolo.

Certamente, però, l'elemento che muoverà i gruppi giovanili a sintonizzarsi mutuamente, costituendo come l'aurora di una inedita e coinvolgente speranza, sarà la comunione di tutti in quel tipo di "spiritualità" che è chiamata giustamente "salesiana" e che farà sentire vitalmente i vincoli di una specie di parentela personalizzante.

Il coinvolgimento laicale

[354]

Un punto che vale la pena sottolineare è quello del coinvolgimento dei laici in vista dell’educazione dei giovani alla fede. Ogni comunità deve poter animare un numero crescente di laici, sia della nostra Famiglia (Cooperatori, Exallievi), sia di collaboratori delle nostre opere. E' un’esigenza dell’ecclesiologia conciliare su cui hanno insistito recentemente il Papa e l'Episcopato. Un tale coinvolgimento suppone non solo una mentalità ecclesiale più aggiornata nei confratelli - traguardo urgente da raggiungere -, ma anche una consapevolezza dell’originalità dello spirito salesiano, vissuto come un bene da partecipare ad altri con contagiosa comunicabilità. Anche questo comporta cambio di mentalità e conversione del cuore. Ma sarà possibile nelle attuali comunità? E' una domanda inquietante che ci fa pensare all'indispensabilità di accurate iniziative.

Mi sembra importante far osservare che la formazione del laicato è, nella Chiesa, una priorità pastorale di massima urgenza; essa oltrepassa l'impegno da parte dei laici, come se fossero gli unici interessati; coinvolge invece anche il clero, i religiosi e le religiose.

Sappiamo che nel settore dei religiosi e delle religiose (pure in casa nostra) c'è carenza di sensibilità conciliare al riguardo. Dobbiamo aprirci di più a quest'area di impegno formativo: ci farà maturare nella nostra stessa vocazione. Ricordiamo che il concetto di "formazione" ha sperimentato, in questi decenni, un notevole spostamento di significato a causa degli accelerati cambiamenti culturali. Ormai la formazione si misura dalla capacità di adeguamento permanente o continuo; è dalla formazione permanente che si giudica e si programma anche quella iniziale. Vorrà dire che il vero concetto di formazione oggi comporta una duttilità esistenziale, una preoccupazione giornaliera, un impegno che dura tutta la vita.

Se poi, per realizzare questo compito, guardiamo alla struttura dell’Esortazione apostolica "Christifideles laici", troviamo che la crescita cristiana dei laici ha quattro grandi obiettivi da raggiungere: l'identità battesimale (cap. 1°), la comunione ecclesiale (cap. 2°), le nuove frontiere dell’evangelizzazione (cap. 3°) e la complementarità delle differenti vocazioni (cap. 4°).

Il punto che a noi qui interessa specificamente, appunto in vista della nuova educazione dei giovani, è quello del capitolo 3° circa le nuove frontiere dell’evangelizzazione (soprattutto i numeri dal 36 al 44).

Oggi si usa facilmente l'espressione "nuova evangelizzazione", ma forse non sempre con una visione concreta delle sue interpellanze, che sono parecchie e di diversi settori. Nei numeri suindicati vengono precisate le principali frontiere della laicità, da cui sorgono numerosi aspetti di novità e di interpellanza: la dignità della persona, l'inviolabile diritto alla vita, la libertà religiosa, la famiglia cellula della società, l'amore di solidarietà ai vari livelli, la responsabilità politica, la dimensione economico-sociale e, infine, quasi sintesi globale, la cultura e le culture dei popoli.

Sono frontiere su cui si affaccia ampiamente una aggiornata programmazione dell’educazione dei giovani alla fede.

La dimensione sociale della carità

[355]

Un punto chiaramente vincolato con la nuova evangelizzazione è quello della dimensione sociale della carità. Il documento capitolare ne ha fatto oggetto di considerazione trattando tre dei principali "nodi" dell’educazione alla fede. Mi sembra importante sottolineare accuratamente, al riguardo, due aspetti.

Il primo è quello di insistere nel possedere una vera competenza nella Dottrina sociale della Chiesa. Ciò esige una dedicazione attenta, che comporta cambi di mentalità in non pochi confratelli. E' urgente farsi un’idea chiara di questa Dottrina, senza lasciarsi plagiare da complessi di moda che sono sorti in certi ambienti e che in qualche parte circolano ancora, quasi si trattasse di una specie di mediazione ideologica, unilaterale e concettualistica. L'enciclica "Sollicitudo rei sociali", nel n. 41, ne specifica l'identità: essa non è né "terza via" né "ideologia", bensì una interpretazione della realtà nell’ottica del Vangelo. Appartiene, dice l'enciclica, al campo "della teologia, specialmente della teologia morale". La sua diffusione e il suo insegnamento "fanno parte della missione evangelizzatrice della Chiesa". Essa verte propriamente sull'aspetto etico dei problemi, pur tenendo conto anche dei risvolti tecnici. E' mediazione di quella saggezza evangelica con la quale la Chiesa si presenta al mondo come "esperta in umanità" e come coraggiosa maestra della verità che libera.

Il secondo aspetto è quello dell’autenticità salesiana nelle iniziative e negli impegni da prendere in questo ambito. Certamente in Congregazione bisogna fare di più e progredire. L'art. 33 delle Costituzioni ce lo chiede, ma con un chiaro discernimento che assicuri l'identità del nostro carisma. In questo campo è facile rimanere indietro o passare oltre; purtroppo lo abbiamo anche sperimentato qua e là in Congregazione: difetti di imborghesimento fermo sullo "statu quo", ed esagerazioni di sapore ideologico lanciate in forma arbitraria. Sarebbe una specie di tradimento ai giovani poveri snaturalizzare la nostra specifica vocazione e missione nell’un senso o nell 'altro.

Certamente l'appello della gioventù povera e bisognosa ci deve interpellare continuamente e muoverci, anche con sacrificio, a iniziative coraggiose. Nelle Ispettorie è importante saper conservare quell'equilibrio d’impegno delle varie nostre presenze, che ci caratterizza come amici ed educatori dei giovani del popolo, ricordando quanto diceva il nostro Fondatore: "mi basta che siate giovani perché io vi ami assai". E' un’affermazione, questa, che ci deve misurare sempre. Ad ogni modo, la presenza tra i giovani poveri e tra gli apprendisti del mondo del lavoro ci stimolerà continuamente a crescere come speciali comunicatori per loro dell’insegnamento sociale della Chiesa.

L’incoraggiamento apostolico del Santo Padre

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Abbiamo avuto, quasi a conclusione del Capitolo, la entusiasmante visita del Successore di Pietro. E' stato per noi un dono straordinario: lo possiamo considerare un evento storico da leggersi in rapporto al significato di attualità che ha il carisma di Don Bosco nella Chiesa.

Giovanni Paolo II aveva già parlato al Consiglio generale (nella chiusura delle celebrazioni centenarie - 4 febbraio 1989) sull'importanza del tema scelto per questo nostro Capitolo. Ci ha poi inviato uno stimolante Messaggio all'inizio dei nostri lavori. Ha voluto aggiungere, con generosa bontà, l'iniziativa di venirci a parlare nella nostra stessa sede capitolare. Avrebbe desiderato farlo la sera della domenica 29 aprile, dopo la solenne beatificazione di don Filippo Rinaldi, ma non fu possibile. E' venuto il 1° maggio, memoria liturgica di S. Giuseppe Lavoratore, e non solo ci ha parlato in relazione al tema capitolare svolto, ma si è intrattenuto con affabilità tra noi, ha salutato personalmente tutti uno per uno, ha condiviso la nostra mensa e ha partecipato con simpatia al nostro stile di gioia familiare. Il suo Messaggio, il suo Discorso e anche il suo dialogo in refettorio guideranno lo studio e l'assimilazione degli orientamenti capitolari.

Ma il nostro impegno dell’educazione dei giovani alla fede trova, anche in altri suoi importanti interventi, speciali luci e concrete direttive per vivere con attualità e fedeltà la nostra vocazione salesiana. Non possiamo tralasciare di ricordare la preziosa sua lettera "Iuvenum patris", che rimarrà per noi l'invito più autorevole a rilanciare, in fedeltà a Don Bosco e ai tempi, il criterio oratoriano con la prassi educativa del Sistema Preventivo. La meditazione di questa Lettera ci aiuterà ad approfondire con chiarezza e con sicurezza gli aspetti più impegnativi del cammino di fede.

Anche l'iniziativa presa dal Santo Padre di conferire ufficialmente a Don Bosco, nella Chiesa, il titolo universale di "Juventutis pater et magister" ci deve richiamare costantemente alla contemplazione del dono che lo Spirito del Signore ha voluto fare alla gioventù del mondo con la vita e l'esperienza oratoriana del nostro Fondatore.

Non potevamo avere un apprezzamento e un incoraggiamento più autorevoli sulla urgente necessità di impegnarci con tutte le forze a vivere con nuovo ardore apostolico la nostra vocazione e a farci amare dai giovani quali "segni e portatori - per loro - dell’amore di Dio". La generosa dedicazione al compito di educarli alla fede sarà la dimostrazione pratica dell’utilità del carisma salesiano nel Popolo di Dio in cammino verso il terzo millennio.

Questa indimenticabile visita, poi, rafforzerà la nostra sincera e coraggiosa adesione al ministero di Pietro, così come ce la descrivono le Costituzioni (art. 13 e 125); essa è uno dei grandi valori lasciatici in eredità da Don Bosco.

Il nostro Fondatore presentò alla Santa Sede, il 23 febbraio 1874, un "Riassunto" circa la vita e l'identità della "Pia Società di S. Francesco di Sales"; in esso si esprime così: "Scopo fondamentale della Congregazione, fin dal suo principio, fu costantemente sostenere e difendere l'autorità del Capo supremo della Chiesa nella classe meno agiata della società e particolarmente della gioventù pericolante" (Opere edite, Ristampa anastatica, vol. XXV, pag. [380]: num. XV).

La nostra fiducia nell’affidamento a Maria

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Concludo rivolgendo un pensiero alla S. Vergine Maria, Ausiliatrice e Madre della Chiesa, Stella dell’evangelizzazione, la più grande Maestra della fede per tutti i tempi: "Colei che ha creduto".

La nostra Congregazione si è affidata solennemente a Lei il 14 gennaio 1984, all'inizio del CG22.] Le Costituzioni dicono che tale affidamento ci aiuta a "diventare tra i giovani testimoni dell’amore inesauribile del suo Figlio" (art. 8). A Lei il CG23 intende affidare, in modo speciale, due grandi valori che abbiamo visto crescere nell’esperienza di lavoro in questi mesi: la comunione nell’identità fraterna di tutte le Ispettorie e il rilancio di una vera spiritualità giovanile.

Innanzitutto la fraterna comunione in una solida unità di tutte le Ispettorie tra loro e in rapporto al Rettor Maggiore con il suo Consiglio. "Il Capitolo Generale - ci dicono le Costituzioni - è il principale segno dell’unità della Congregazione nella sua diversità. E' l'incontro fraterno nel quale i Salesiani compiono una riflessione comunitaria per mantenersi fedeli al Vangelo e al carisma del Fondatore e sensibili ai bisogni dei tempi e dei luoghi" (Cost. 146). Noi affidiamo all'Ausiliatrice quel prezioso stile di famiglia con cui Don Bosco ci insegnò a vivere l'unità della Congregazione; anche il Papa lo ha lodato nella sua tanto gradita visita. Chiediamo a Maria di ravvivare in noi non solo i sentimenti di genuina fraternità ma anche lo stile gioioso di esprimerli per esserne portatori a tutti i confratelli nel mondo. Ogni Capitolo Generale è chiamato ad essere sempre un evento che consolidi l'unità familiare. Siatene portatori in tutte le case!

In secondo luogo affidiamo a Lei il proposito di procedere nel cammino della fede intensificando la cura e l'approfondimento della spiritualità salesiana. Chiediamo a Lei che ci aiuti a condividere con i giovani quel "patrimonio spirituale" proprio dell’orbita dell’umanesimo cristiano di S. Francesco di Sales e collaudato magistralmente da Don Bosco a favore della gioventù popolare. Maria stessa ha guidato il nostro Fondatore in questa esperienza educativa e gli ha insegnato a portare i giovani alla santità.

Considero un auspicio profetico il fatto che concludiamo i lavori capitolari proprio nella festa di S. Domenico Savio. E' una provvidenziale coincidenza che ci mostra il traguardo a cui vogliamo giungere: un modello vivo di spiritualità giovanile e di associazionismo apostolico protagonizzato da giovani!

Quando nel settembre dell’88 si realizzò solennemente ai Becchi la beatificazione di Laura Vicuña, il Santo Padre definì quel caro luogo salesiano "Colle delle beatitudini giovanili", con il fragoroso applauso di decine di migliaia di adolescenti e di giovani che ne confermavano l'accettazione entusiasta. Dal Colle dei Becchi si spanda nel mondo la spiritualità delle beatitudini giovanili!

Come materna risposta al nostro affidamento, ci aspettiamo dall’intercessione di Maria il dono della pienezza dello Spirito Santo che ci assicuri un cuore veramente oratoriano per essere nel mondo validi educatori dei giovani alla fede.

Grazie e Arrivederci!
 

 

ALLEGATO 10

 

L'Assemblea capitolare, a conclusione della propria riflessione sul cammino di fede, durante la quale ha costantemente guardato ai giovani con la simpatia e l'amore di Don Bosco, ha chiesto al Rettor Maggiore, Successore di Don Bosco, di indirizzare ai giovani una lettera-messaggio, interpretando i sentimenti dei capitolari e di tutti i Salesiani.

La lettera, già trasmessa alle Ispettorie, viene pubblicata in questi Atti del Capitolo.

A voi giovani, a te che leggi questa lettera!

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Con gioia prendo contatto con ciascuno di voi a nome di Don Bosco, "padre, maestro e amico".

Do voce ai tanti Salesiani sparsi nei cinque continenti, la cui patria e compagnia siete voi giovani.

Il Signore ha instillato nel cuore salesiano una grande passione: stare con i giovani, comprenderli nel profondo, condividere fatiche e speranze, sogni e progetti. Don Bosco è il modello geniale di questo cuore che batte per i giovani. Egli ha trasformato la predilezione per la gioventù in "missione", facendola diventare la ragion d’essere della sua esistenza. Ha lanciato quel "metodo della bontà" che è il manifesto su cui il salesiano scommette il suo impegno per i giovani.

 

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1. Tu, carissimo, cerchi di aprirti ogni giorno alle meraviglie della vita. Esplori il mondo che ti circonda, ti immergi nell’amicizia, assapori la gioia di esistere, costruisci il tuo futuro che vuoi felice, ti impegni nelle cose che valgono. Sì: vuoi "realizzare in pienezza" il dono della vita.

Ebbene, è per questo che Don Bosco si è fatto tuo amico!

Ma la sua generosa passione risale a un più grande Maestro d’amore che dà sapore, senso ed energia alla vita di tutti. L'amicizia di Don Bosco per i giovani, e anche la nostra, si radica nell’affascinante personalità di Gesù Cristo, il Quale è venuto e viene con la potenza di Dio a far nuove tutte le cose, a riempire il divenire umano di speranza, di giustizia, di grandi ideali e valori, di vera felicità. In Lui si intuisce la grandezza dell’uomo: è il Dio vicino che si fa nostro compagno di viaggio e diviene, di fatto, Via, Verità e Vita nuova.

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2. Oggi però l'umanità sta vivendo cambiamenti profondi. Anche voi giovani vi interrogate sui numerosi e grandi problemi che travagliano le persone e le società.

Assistiamo a cose impensate. Miti decennali stanno crollando, ideologie ieri di moda si sono sgretolate; e nello stesso tempo appaiono all'orizzonte preoccupanti fenomeni che purtuttavia suscitano fascino. Tanti giovani per primi scuotono dalle spalle i pesi che mortificano la libertà, che impediscono il fiorire della vita; tentano vie nuove per proclamare valori che devono irrobustirsi.

Ma in agguato ci sono nuovi idoli, miraggi emergenti che attirano: ci vuole una coscienza vigile e un cuore attento perché l'effimero, il piacere, la violenza, il desiderio di dominio, l'indifferenza o lo scoraggiamento non abbiano il sopravvento. Si impone dunque una impegnativa ricerca e un discernimento coraggioso.

Le reazioni dei giovani costituiscono per gli educatori delle provocazioni.

Di fronte a tante novità i Salesiani non intendono fare da spettatori, rimanendo alla finestra. Hanno preso un’iniziativa: si è chiamata "CG23", un’assemblea mondiale ("Capitolo Generale") che si è svolta con intenso lavoro per ben due mesi - il marzo e l'aprile scorsi -. Si sono radunati da tutti i continenti per riflettere, per confrontarsi, per progettare intorno a un tema sentito urgente: "come educare i giovani alla fede in questo nostro tempo". Ne è risultato un avvenimento le cui proiezioni operative intendono coinvolgere anche voi, giovani. Vorremmo che suscitasse in noi e in voi un vigoroso slancio per rinnovare la nostra mutua amicizia e spingerci a camminare insieme verso gli ideali del vero progetto-uomo.

I contesti giovanili dei popoli sono, però, molto vari. Di fronte a tanta complessità è stato perciò importante comprendere le culture, rilevare le domande giovanili e individuare le sfide che emergono dalle principali situazioni. Abbiamo avvertito che la fede nel Cristo non è conosciuta o non è valutata nel suo originale aspetto di storia di salvezza, ossia di evento centrale per tutti. Persino nei paesi di tradizione cristiana essa non è più da considerare cosa scontata.

Diventa allora rilevante per noi Salesiani chiederci come vivere da credenti nel Signore, appassionati per la causa del suo Regno,

impegnati nel far risuonare la sua "buona notizia" tra i giovani, come essere credibili oggi; quale cammino compiere insieme a voi giovani per crescere nella vita nuova; che stile di convivenza realizzare nelle comunità educative - l'oratorio, la scuola, il gruppo "pronti sempre a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in noi" (1 Pt 3, 15).

Come vedi, non sono interrogativi da poco. Ce li siamo posti con sincerità e abbiamo tentato di formulare una risposta, tracciando la strada che vorremmo percorrere insieme e precisando la meta a cui tendere.

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3. Una "prima" evidenza su cui riflettere è la diagnosi della salute e capacità visiva dei vostri occhi giovanili: dove si va fissando il vostro sguardo, la vostra sensibilità, i vostri desideri e le vostre preoccupazioni.

Oggi più che mai voi giovani avvertite una crescente consapevolezza dei valori della persona di ciascuno. Siete convinti che sempre e dovunque ognuno debba essere ritenuto degno di vivere: soggetto della propria esistenza, responsabile del proprio destino. Quindi un rapporto educativo fondato sul qualunquismo, sull'indifferenza o sulla manipolazione delle persone, sarebbe assolutamente contro la coscienza della vostra dignità.

Tra giovani e adulti ci educhiamo reciprocamente, contribuendo ciascuno con il dono di ciò che è. Non è una formula alla moda, perciò, invitarvi a "camminare insieme"; è piuttosto un’esigenza pedagogica dalle radici profonde.

In quanto adulti che si dedicano all'educazione dei giovani, i Salesiani sentono dunque urgente rinnovare una specie di "patto educativo" con voi, per progredire insieme nel cammino della fede.

Un patto educativo impegna, ma fa crescere.

Proporsi di camminare insieme, esige attenzione e simpatia verso i compagni di viaggio; chiede interesse reciproco per sintonizzarsi su una comune lunghezza d’onda, disponibilità a individuare valori autentici, voglia di condividere le ragioni che nutrono di senso la vita.

Per realizzare tutto questo i Salesiani hanno bisogno di voi giovani.

A voi, a te, spetta un contributo insostituibile: il vigore della giovinezza, la voglia di vivere, la gioia di sperare, la fantasia di ricercare, la generosità di agire, l'entusiasmo di concreti impegni operativi.

Le aree d’interesse sono varie, ma complementari; non c'è monotonia, non c'è uniformità; si cammina verso una comune meta da raggiungere con differenti velocità ma con chiarezza di rotta. Guardiamo insieme al traguardo.

Il "CG23" ha consegnato ai Salesiani un documento assai interessante che indica le differenti possibilità di questo cammino, secondo le molteplici situazioni di partenza. Avvicinati a qualcuno di loro. Fattene raccontare le preziose suggestioni, le analisi, le riflessioni, gli orientamenti.

E' un dono d’attualità per camminare verso il 2000 e per arricchire di giovinezza la storia, la quale certo continuerà oltre, avventurandosi con più forte speranza nel terzo millennio della fede cristiana.

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4. Ma c'è un argomento fondamentale che propongo alla tua considerazione.

La nostra fede è centrata sulla storia concreta dell’uomo: non è assolutamente quella religione-"oppio del popolo" che è stata irrisa e avversata da certe ideologie.

Nell’epoca degli antichi miti politeisti la fede cristiana veniva considerata quasi come una specie di ateismo: infatti non ha mai accettato né idoli sull'Olimpo, né idoli nella città. Più recentemente, nel clima di un ateismo invadente, essa ha sempre professato un così forte realismo da scavalcare gli stretti orizzonti dello stesso materialismo, proclamando nientemeno che la "risurrezione della carne" e l'avvento di una "terra nuova".

Questa nostra fede fissa il suo sguardo sull'Uomo di Nazaret, Gesù il Cristo, divenuto "Signore della storia" a Gerusalemme nella Pasqua della Nuova Alleanza. Lui ci ha rivelato chi è Dio: tutto Amore!

Il "Padre" che ha creato il mondo per noi e ci accompagna con infinita misericordia; il "Figlio" che si è fatto uno di noi divenendo il punto-omega dell’umanità nei secoli; lo "Spirito Santo" che è portatore di verità e potenza di novità. Un Dio uno e trino, fonte e corona di tutto!

Un "Amore", dunque, che ci invita a partecipare da protagonisti nel far progredire il creato con il nostro lavoro, con la scienza, la tecnica, l'ecologia...; che ci indica la storia come la patria della sua avventura di donazione per lottare insieme a Lui contro il male a favore della giustizia, della solidarietà, della pace...; che ci accompagna e ci aiuta nell’edificare il vero progetto-uomo attraverso il primato dei valori della risurrezione. Così il portatore di questa fede, l'autentico credente, apprezza nel mondo i valori della vera laicità; nelle vicende storiche, quelli della genuina liberazione; nei cambiamenti e nei segni dei tempi, quelli dell’autentica evoluzione.

Non dire che tutto questo è difficile e astratto. E' invece la suprema realtà, sempre più affascinante quanto più la si penetra. Qui sta la verità cui anela l'intelligenza; essa apre vasti orizzonti al protagonismo dell’uomo.

Vedi: la fede cristiana ha gli occhi aperti su tutto; non si rifugia nell’oscurità, né si compiace in riti occulti; cerca la luce del Mistero dell’Amore e gioisce nel parteciparne le ricchezze. Ogni uomo sperimenta nel suo intimo l'istinto e la nostalgia di questo Mistero, della sua pienezza di verità, di luce e di bellezza. Esso s'assomiglia al sole che, anche se non può essere fissato con gli occhi, illumina e riscalda tutto, invogliandoci alla grande festa della vita.

Ti dicevo che la fede rivolge il suo sguardo sull’evento-Cristo. Davvero Egli non ti è estraneo. A Lui sta a cuore che ti realizzi sino in fondo. Ti interpella per farti crescere. Ti ama: è morto e vive per te; ti chiede un rapporto di amicizia personale, quale risposta al dialogo iniziato da Lui: un dialogo ampio, oggettivo e coinvolgente. Sarebbe di fatto terribilmente distratto chi non si accorgesse del suo amore e della sua verità.

Inoltre, siccome l'amicizia di fede non è mito o fantasia o ideologia, ma storia, ti offre anche un aiuto e un modello in una donna, Maria, la sua madre, "Colei che ha creduto" e che è stata posta dallo stesso Signore come Ausiliatrice di tutti i credenti. Ella ti accompagna maternamente lungo il percorso del cammino che ti viene proposto.

[363]

5. Ma come potrai progredire in questo cammino?

Sulle orme di Don Bosco il "CG23" ti offre l'esperienza salesiana in una proposta concreta di "spiritualità" giovanile.

E' qui il grande segreto della riuscita. La spiritualità è un’energia interiore sempre in crescita che ti mette gradualmente in sintonia con lo Spirito del Signore. Egli è veramente presente con la sua soave potenza nella vita di ognuno. Con Lui si fanno progressi incredibili: guarda Domenico Savio, Laura Vicuña, Piergiorgio Frassati. Con l'energia di una spiritualità il Signore ti aiuta a costruire e a testimoniare quella sintesi tra fede e vita che è il contenuto proprio della "santità".

Si tratta di vivere la fede immergendosi nel quotidiano come luogo privilegiato in cui ascoltare gli inviti dello Spirito. Ciò che Don Bosco - "maestro di spiritualità giovanile" - indica pedagogicamente non è solo preghiera o impegno in cose eccezionali, bensì una proposta che abbraccia la totalità dell’esistenza nelle sue più diverse e molteplici espressioni.

Così la vita trascorre nella gioia e nell’impegno: lo Spirito, infatti, non ti vuole triste o straniero in patria. La tua giovinezza è un grande valore: ha tratti di somiglianza con la sua presenza creatrice. Allegria e speranza, ansia di donazione e responsabilità, volontà di preparazione alla vita e solidarietà sono da coniugare nel tuo cammino da percorrere. Il tipo di "spiritualità" che ti offre Don Bosco educa alla formazione di una coscienza personale attenta alla progressiva esperienza del Mistero, fino a farla esprimere in energia di vita. E' in questo senso che la spiritualità diviene forza propulsiva che dinamizza cristianamente l'esistenza.

In questo progredire evangelico, poi, non si cammina soli, si è in compagnia: il gruppo, la comunità locale dei credenti, la Chiesa Corpo di Cristo e Popolo di Dio - che accompagnano di tappa in tappa la marcia in avanti.

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6. Ecco la sostanza di quanto desideravo comunicarti.

Don Bosco ti chiama per nome; ti propone un progetto; ti offre buona compagnia; ti addita un ideale di non difficile "santità giovanile": semplice e quotidiana, interiore e apostolica, gioiosa e condivisa.

Ma egli lancia a te e a tutti voi, giovani, ancora un appello che gli sta tanto a cuore. Lo esprimo con lo slogan "giovani per i giovani" inventato da alcuni di voi. Il suo significato l'hai già intuito: coltivare l'amicizia con Cristo vuol dire schierarsi dalla sua parte, farsi carico del suo concreto progetto, vivere per gli altri, far crescere il bene nella società. Le "beatitudini evangeliche", che sono l'autobiografia di Gesù, costituiscono la vera modalità interiore con cui impegnarsi.

Le ricorrenti forme di morte come lo sfruttamento, l'alienazione, la prepotenza, l'ingiustizia, la discriminazione, l'intolleranza... rappresentano minacce che fanno degenerare la vita e rovinano la storia. Servono lottatori per il trionfo del bene! Così, con lo spirito delle beatitudini, la fede cristiana apparirà veramente come energia della storia.

A te, a ciascuno di voi tocca il compito di apportare questa forza spirituale alla trasformazione del mondo.

[365]

7. E' bello pensare che ad ogni generazione spetta scrivere una sua storia, un suo vangelo; ogni nuovo flusso di gioventù è un’ora di speranza. Come ha scritto un famoso autore, "il giorno in cui si raffreddi l'animo giovanile, il mondo intero si metterebbe a battere i denti".

Io prego per te, prego per tutti voi giovani. Anche i Salesiani lo fanno.

E Don Bosco, proclamato dal Papa "padre e maestro della gioventù", intercede, precede e guida con il suo infuocato cuore di discepolo del Signore.

A te e a tutti il più sincero augurio di correre verso il traguardo.

Con grande simpatia e a nome dei Salesiani,

Roma, Pentecoste dello Spirito,

3 giugno 1990]

Don Egidio Viganò

Successore di Don Bosco