GC28

Insieme ai laici nella missione e nella formazione

Insieme ai laici nella missione e nella formazione

Koldo Gutiérrez, SDB

La Chiesa del Secolo XXI ha riscoperto il cammino della sinodalità. Camminare insieme è una delle grandi sfide ecclesiali oggi, come è stato ricordato nell’ultimo Sinodo. E’ curioso constatare come il Sinodo, il cui tema principale è stato i giovani e la pastorale giovanile sarà ricordato per la sua insistente chiamata alla sinodalità. Questa parola ha un importante significato ecclesiologico. In qualche modo possiamo dire che nel parlare dei giovani la Chiesa ha constatato che soprattutto doveva parlare di se stessa. I giovani ci stanno aiutando a ringiovanire il volto della Chiesa.

In questa chiave della sinodalità non è strano che il Capitolo Generale proponga che i salesiani e i laici camminino insieme. Questo è il tempo di raccogliere i semi della sinodalità. Niente cresce se non si è seminato. Se accettiamo la sfida della semina abbiamo la speranza che gran parte della semenza (del seme seminato) cada in un terreno buono e fertile.

Uno sguardo sommario sulla realtà ci fa vedere che la relazione tra i salesiani e i laici è diversa a seconda delle opere, dei compiti e delle sfide. Nella collaborazione che si sviluppa tra i salesiani e i laici vi è una grande diversità di motivazioni, modalità e convinzioni. La motivazione per collaborare insieme può essere diversa: dal condividere la fede fino alla solidarietà in una causa comune. La modalità dell’implicazione può anche essere diversa: da un volontariato a un contratto remunerato. E anche le convinzioni religiose possono essere diverse: da alcune forti convinzioni di fede a un sentimento umanista condiviso.

Questa diversità propone di partire dal rispetto alla situazione e vocazione di ciascuna persona, quella del salesiano consacrato e quella propria del laico. Noi consacrati non siamo chiamati ad essere padroni di una missione che appartiene solo a Dio, e i laici non sono chiamati ad essere “salesiani consacrati su una piccola scala” ma a vivere la loro vocazione laicale in tutta la sua grandezza e pienezza. E’ fondamentale rispettare i cammini che Dio ha per ciascuna persona. Tutto questo ci fa vedere la complessità della sfida che noi affrontiamo.

 

  1. Coltivare il discernimento

Il miglior modo per avvicinarci a questo tema complesso porta a Dio. Quando guardiamo Dio. Lui ci fa guardare l’uomo. Non è possibile separare Dio dall’uomo. “Gesù apre una breccia che permette di distinguere due volti quello del Padre e quello del fratello. Che cosa mi resta? Quali sono le ricchezze che non spariscono?  Senza dubbio due: il Signore e il prossimo. Queste due ricchezze non spariscono” (GE 61). Nell’avvicinarci al tema sulla relazione tra i salesiani e i laici ciò che facciamo prima è guardare Dio ed Egli ci porta alla vita degli uomini.

Dio sta agendo nella storia e nelle persone. E poiché Dio non è ozioso ma sta agendo, la missione della Chiesa è “fare il possibile perché ciascun uomo e ciascuna donna incontrino il Signore che già opera nelle loro vite e nei loro cuori” (DF 105). Questo è il modo consigliato per intendere la missione. Da questa prospettiva dobbiamo dire che la pastorale ha come obiettivo fondamentale aiutare che ciascuna persona si incontri con Dio che già sta agendo nella storia, nella loro vita e nel loro cuore. In questo senso possiamo dire che il discernimento è il cuore della pastorale.

Il discernimento è una grande sfida per la Chiesa e per la Congregazione salesiana. Si deve affermare decisamente che il discernimento non è una moda né solo una metodologia ma che soprattutto è un atteggiamento che ha la sua radice in un atteggiamento di fede. E se vogliamo sapere come camminare “insieme ai laici nella missione e nella formazione” abbiamo bisogno di coltivare un atteggiamento interiore

rinsaldato nella fede.

Lo Spirito viene in nostro aiuto. L’iniziativa parte sempre da Dio che ci precede e ci accompagna. Il discernimento consiste nell’aprire il nostro cuore a Dio per “sentire e gustare” la sua presenza e la sua azione in noi. Il discernimento consiste anche nel lasciare che lo Spirito trasformi i nostri sensi, fino a passare dall’“udire e vedere ad “ascoltare e guardare”; trasformi la nostra mentalità per pensare in un altro modo; trasformi le nostre scelte per percorrere non il nostro cammino ma il suo cammino. Chiedi al Signore che ti aiuti perché tu desideri aprire il tuo cuore alla sua presenza. 

Dio è il primo protagonista del discernimento. Il secondo lo siamo noi giacché Dio ci ha reso capaci e si fida di noi. In questo modo il discernimento si apre la via se in noi esistono le disposizioni che permettono di desiderare, cercare, accettare e compiere la volontà di Dio. In questo tema del camminare uniti possiamo anche chiedere al Signore che metta in noi buoni desideri, che illuminino la nostra ricerca, che ci faccia docili per accettare ciò che ci propone, in definitiva, che ci fortifichi per compiere la sua volontà.

 

  1. Percorrere il cammino dell’umiltà

Il processo capitolare in cui siamo implicati da alcuni anni è stato guidato da questo famoso numero della esortazione postsinodale EG: “E’ importante chiarire quello che può essere il frutto del Regno e anche quello che va contro il progetto di Dio. Questo implica non solo riconoscere e interpretare le mozioni del buon spirito e del male, ma anche radica la decisiva scelta del buon spirito e il rifiuto del male (EG51).

Come propone il papa Francesco il primo passo del discernimento porta a riconoscere. Per poter riconoscere abbiamo bisogno di umiltà. Quando nei prossimi giorni guarderemo con la fede il cammino che come salesiani abbiamo fatto insieme ai laici in questi ultimi anni scopriremo risultati ma anche tentazioni ed errori.

Non ci spaventiamo. Le tentazioni e gli errori accompagnano l’essere umano, la Chiesa e, in essa, la Congregazione. Dobbiamo essere molto lucidi per poter riconoscere che mai saremo totalmente purificati. Vi è sempre in noi uno spazio per la conversione. Possiamo sempre rivolgere il nostro sguardo a Dio perché Egli cambi la nostra mente, purifichi il nostro cuore e ci faccia percorrere il suo cammino.

Non sono poche le volte in cui il papa Francesco parla delle tentazioni che minacciano i consacrati. Infatti il pericolo che ci minaccia consiste nel mettere noi stessi al centro della missione senza tener conto che questo luogo lo può occupare solo Dio. In questo modo si comprende la parola profetica del santo Padre quando denuncia il clericalismo. Per clericalismo si intende “il ministero ricevuto come un potere che si deve esercitare più che come un servizio gratuito e generoso da offrire; e questo ci porta a credere che apparteniamo a un gruppo che ha tutte le risposte e non ha bisogno di ascoltare o di imparare niente” (ChV 98). E’ possibile che questo male sia dentro di noi. Ma vi sono anche degli altri mali sottili che hanno in comune il condurci sempre a noi stessi e difficilmente ci indirizzano verso il Regno di Dio e la sua giustizia.

Non dimentichiamo che siamo soltanto mediatori. Il problema della pastorale sono le mediazioni. Le mediazioni possono essere trasparenti ma possono anche essere mediocri. La mediocrità è una delle nostre maggiori tentazioni, e per questa porta entrano molti dei nostri mali. La mediocrità è accompagnata dalla mancanza di passione, porta a vivere senza motivazione, indurisce il cuore, ci rende insensibili davanti alla sofferenza umana, e non ci fa vibrare davanti al buono e al bello che vi è nei giovani. La mediocrità entra nelle nostre vite senza avvisare e si impadronisce di noi. La mediocrità è accompagnata da tristezza e pesantezza.

La Scrittura parla di Giovanni il Battista che prepara la via al Signore. Lo stesso ‘battista’ è cosciente del suo ruolo e dice “Conviene che Egli cresca e io diminuisca” (Gv 3, 28-30). Qui è descritto ciò che deve fare ogni mediatore: diminuire per lasciare crescere il Signore. La via che percorse ‘il battista’ è stata la via dell’umiltà. Questa via è la via che ha percorso Gesù. San Paolo lo esprime in modo magnifico in uno dei suoi testi quando propone  ai cristiani di Filippi di avere gli stessi sentimenti di Cristo.”(Il quale pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 7-8) Se il cammino di Gesù è stato il cammino  dell’umiltà, la Chiesa  e, in essa, la Congregazione salesiana non può seguire un altro cammino. Se vogliamo essere dei buoni mediatori dobbiamo percorrere il cammino dell’umiltà per lasciar vedere con maggiore chiarezza il volto di Gesù

Questo secondo criterio può essere di grande aiuto quando vogliamo camminare “insieme ai laici nella missione e nella formazione”. Potremo percorrere il cammino dell’umiltà solo se non ci situiamo nell’altezza e nella distanza, ma piuttosto sulla vicinanza e sulla collaborazione. Il cammino dell’umiltà fa che il perdono e la misericordia di Dio arrivino a noi; propone di fare memoria grata del cammino che Dio ha fatto con noi animando la collaborazione con i laici; invita a lasciarci accompagnare dalla Chiesa che oggi sta proponendo il cammino della sinodalità.

 

  1. Aprire la propria vita dalla vocazione.

La vita è ben risaldata in Dio.  La vocazione è il regalo che dio ci dona insieme alla vita. Per questo ha molto senso vivere la propria vita dalla vocazione. Come dire, ha molto senso vivere da ciò che sono perché questo è ciò che ha sognato Dio per me.

Il tema della vocazione è di grande attualità nella Chiesa del secolo XXI.  Seguendo la rotta tracciata dal Concilio Vaticano II, il papa Francesco propone di situare tutte le vocazioni alla luce del battesimo e dentro il Popolo santo di Dio. Questo popolo è stato benedetto con diverse vocazioni. “Le vocazioni ecclesiali sono in effetti, espressioni molteplici e articolate attraverso le quali la Chiesa compie la sua chiamata ad essere un vero segno del Vangelo ricevuto in una comunità fraterna. Le diverse forme di sequela di Gesù Cristo esprimono, ognuno a suo modo, la missione di dare testimonianza dell’evento di Gesù in cui ogni uomo e ogni donna trovano la salvezza” (DF 84). Questo criterio ci rende uguali e nello stesso tempo ci differenzia. Tutti abbiamo in Gesù il nostro modello e la nostra forma ma il Signore chiama ognuno di noi ad una concreta vocazione.

Il discorso vocazionale è uno dei fondamenti della missione condivisa. Su questo tema parleremo nei prossimi giorni. Per arrivare a questa espressione la Chiesa ha dovuto percorrere un lungo cammino. Il Concilio Vaticano II chiedeva al laicato cooperazione (AG 2), poi si parlò di corresponsabilità, oggi si parla di missione condivisa (VC 55). La missione condivisa sta diventando realtà nei diversi carismi, anche nella nostra Congregazione salesiana. E’ una grande gioia la presenza di laici impegnati vocazionalmente nella nostra stessa missione. Noi abbiamo bisogno gli uni degli altri, ciascuno con la loro vocazione, per portare avanti la missione.

“Io ti ho scelto prima che nascessi” (Ger. 1,5). Se noi ci lasciamo ispirare dal profeta Geremia dobbiamo riconoscere che nel nostro intimo più profondo è disegnata la nostra vocazione. In questo senso si intende bene l’espressione del papa Francesco: “Io sono una missione in questa terra e per questo sono in questo mondo” (EG 273). Avvicinarsi e toccare questa interiorità permette di scoprire e accogliere la propria vocazione. La vocazione è un cammino caratterizzato da una disposizione che ci porta non tanto a dire “io sono” ma a dire “qui sto”. La Scrittura lo ricorda costantemente.

Molti cristiani vivono la loro vita con questa radicalità anche molti dei nostri fratelli salesiani. E’ una fortuna condividere la vita e la vocazione con fratelli che hanno deciso di vivere la loro vita dalla vocazione che hanno ricevuto per essere pastori ed educatori dei giovani. Questa decisione ci porta a prendere coscienza di essere benedetti, scelti e amati dal Signore, in un modo personale. Questa decisione ci porta ad uscire da se stessi per essere per gli altri e con gli altri. Questo modo di intendere la vita dal dono e come dono ha un carattere profetico in un mondo che si è situato in una antropologia dell’indifferenza: “noi diventiamo incapaci di compatire gli altri e non piangiamo davanti al dramma degli altri, non ci interessa averne cura, come se tutto fosse una responsabilità altrui che non ci compete” (EG54).

Non è strano intendere la vocazione come cammino di santità, come frutto dello Spirito Santo nelle nostre vite e nelle nostre comunità, perché ogni vita è missione. “Tu anche hai bisogno di concepire la totalità della tua vita come una missione. Provalo, ascoltando Dio nell’orazione e riconoscendo i segni che egli ti dà. Domandalo sempre allo Spirito che cosa aspetta Gesù da te in ogni momento della tua esistenza e in ogni scelta che devi prendere, per discernere il luogo che questo occupa nella tua propria missione. E permettergli che forgi in te questo mistero personale che rifletta Gesù Cristo nel mondo di oggi” (GE 23).

Non è esagerato affermare che il maggior servizio che possiamo prestare ai giovani è aiutarli a scoprire la persona che sono e che sono chiamati a essere. Nell’ultimo Sinodo si è parlato della necessita di una pastorale giovanile in chiave vocazionale. Si dice che il primo maestro dei novizi della nostra congregazione, don Barberis, commentava che don Bosco era solito ripetere che il momento vocazionale è un momento decisivo nella vita di un giovane. Senza dubbio don Bosco lo intenderebbe con la teologia che aveva nelle sue mani, però noi, con la teologia del nostro tempo possiamo dire che se aiutiamo una persona ad essere ciò che è e ciò che è chiamata aa essere, gli stiamo dando un grande aiuto. Ogni vocazione non è per sé ma per gli altri.

 

  1. Abitare e condividere la tenda della missione

Vocazione e missione sono inseparabilmente unite, come la testa o la croce in una moneta. Dobbiamo constatare con gioia che in questo tempo cresce la coscienza missionaria nella Chiesa e nella nostra stessa famiglia salesiana. Non possiamo mai dimenticare che la vocazione e la missione nascono dal Signore. Non possiamo intendere la missione come una nostra concessione generosa. Ciò che possiamo fare nostro è abitare e condividere la tenda della missione”.

Lo Spirito Santo ha voluto che a Valdocco germinasse e germogliasse la vocazione salesiana a favore dei giovani poveri. Don Bosco ha saputo accogliere quella chiamata e anche ha saputo condividerla con molti giovani e non pochi laici di diverse condizioni sociali e stati di vita. A Valdocco fiorirono molte vocazioni consacrate e laicali a favore dei giovani. Don Bosco era solito ripetere “Io ho avuto bisogno di tutti”.

Nel cammino del post-concilio, dove si è sottolineato una ecclesiologia di comunione, stiamo vivendo una nuova tappa caratterizzata da una chiamata alla sinodalità. Questo segno dei tempi sta chiamando alla porta della Congregazione salesiana. Per camminare uniti, laici e consacrati è imprescindibile valorizzare il carisma che lo Spirito ci regala secondo la vocazione e il ruolo che ci propone. A Valdocco possiamo respirare elementi essenziali del nostro carisma. Qui possiamo anche scoprire impronte di corresponsabilità. L’eco che invita alla corresponsabilità si ascolta nel cortile, la cappella Pinardi, la cappella di San Francesco di Sales, la basilica di Maria Ausiliatrice, la cucina di Mamma Margherita, la bottega. Qui non ti sarà difficile domandare al Signore ciò che sta chiedendo alla nostra Congregazione che desidera “abitare e condividere la tenda sella missione”.

Una delle nostre caratteristiche è lo spirito di famiglia e la cura delle relazioni. La chiave è nelle relazioni. Lo sappiamo per esperienza. Noi investiamo molto sulle relazioni. Il mistero dell’incarnazione è un mistero di relazione. Il nostro carisma è fondamentalmente relazionale. Valdocco è un bel poema sullo spirito di famiglia. Lo possiamo vedere in Don Bosco, nei salesiani, nei collaboratori, nei giovani, nel popolo fedele che si avvicinava a Valdocco ai piedi dell’Ausiliatrice.

Sono di ispirazione queste parole del Sinodo: “Nelle relazioni - con Cristo, con gli altri, nella comunità - si trasmette la fede. Anche nell’ambito della missione la Chiesa è chiamata ad assumere un volto relazionale che ponga al centro l’ascolto, l’accoglienza, il dialogo, il discernimento comune, in un cammino che trasformi la vita di chi ne fa parte…. Così la Chiesa si presenta come una “tenda santa” nella quale si conserva l’arca dell’alleanza (cf. Es 25): una Chiesa dinamica e in movimento che accompagna camminando, fortificata da tanti carismi e ministeri. Così è come se Dio si fa presente in questo mondo” (DF 122).

Oggi la missione ha molte sfide. Non credo che questa meditazione sia un luogo per concretizzarle. Però vi è una sfida che il nostro Capitolo desidera affrontare ed è il camminare uniti nella formazione. Abbiamo bisogno di una formazione del cuore. Cioè una formazione intesa come un continuo processo personale di maturazione della fede e di configurazione con Cristo, secondo la volontà del Padre e con la guida dello Spirito Santo, necessario per vivere l’unità con la quale è segnato il nostro proprio essere come membri della Chiesa e cittadini della società umana (ChL 57 e 59).

La formazione deve coinvolgere sia le motivazioni come la vocazione o le competenze. “Si deve pensare che ogni pastorale è vocazionale, ogni formazione è vocazionale e ogni spiritualità è vocazionale” (ChV 254). In questo senso possiamo dire che oggi dovremmo favorire una formazione che renda possibile formarsi uniti, formarsi dalla propria vocazione, formarsi per la missione.

 

  1. Vivere con gioia e speranza

Il papa Francesco parla molto della gioia. Quando lo fa parla di Gesù e del suo Vangelo. Il Vangelo è sempre un messaggio di gioia. Il motivo della gioia cristiana non è tanto la Chiesa ma Dio come si è rivelato in Gesù Cristo. Gesù è la causa della nostra gioia.

Siamo d’accordo con questo messaggio poiché constatiamo che la tristezza e l’accidia stanno guadagnando adepti nel nostro mondo, chissà forse anche tra di noi. Siamo coscienti che quando le sfide sono maggiori delle nostre forze, o i compiti sono pesanti, quando il futuro è oscuro, può guadagnare terreno la tristezza in noi. Ricorda che nel libro dell’Apocalisse l’angelo di Dio chiede alla Chiesa di Efeso che ritiene di essersi mantenuta fedele di ritornare al primo amore. E alla Chiesa di Laodicea, che si era sistemata ed era molto soddisfatta di sé stessa, le propone: “sii fervorosa e pentiti” (Ap 3,15-19).

Non dimentichiamo che a Valdocco si viveva con semplicità la gioia. Don Bosco seppe comunicare ai suoi giovani l’importanza della gioia quando la vita cristiana è accentrata su Gesù. Questo messaggio lo captarono i giovani dell’Oratorio. Non sorprende che Domenico Savio, un giovane di quattrodici anni ha saputo sintetizzare la fonte della pastorale salesiana. “Noi facciamo consistere la santità nello stare sempre allegri”. Non sono le parole di un teologo ma quelle di un ragazzo. Egli desidera comunicare ai suoi compagni l’esperienza che sta vivendo. La vita unita a Gesù, la vita di grazia è accompagnata dalla gioia. Possiamo leggere ancora nei portici di Valdocco: “Servire il Signore con gioia”.

Abbiamo bisogno della gioia e abbiamo bisogno della speranza. In questa vita la gioia e la speranza sono un tutto indissolubile. “La ragione fondamentale e decisiva per la nostra speranza è la fedeltà e l’amore di Dio. Egli desidera che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla felicità della sua gloria (cf. 1 Tim 2,4). Solo con la speranza possiamo vivere questo processo in cui desideriamo camminare “uniti ai laici nella missione e nella formazione”. Lo Spirito Santo continua ad agire nella Chiesa e nella Congregazione salesiana ringiovanendola. Qualcosa di nuovo sta nascendo, non lo noti? (Is 43,19)