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LA SCUOLA DI FRONTE ALLE SFIDE ATTUALI `Verso una scuola inculturata e creatrice di cultura`

MESSAGES, SPEECHES OF THE RECTOR MAJOR FR PASCUAL CHÁVEZ

 

LA SCUOLA DI FRONTE ALLE SFIDE ATTUALI

“Verso una scuola inculturata e creatrice di cultura”

 

Roma, 18.09.’02

Eminentissimi Signori Cardinali
Reverenda Madre Generale
Fratelli e sorelle della Famiglia Salesiana

 

Carissime Capitolari

Il dramma dell’umanità odierna è la frattura tra educazione e cultura, in generale, e fra scuola ed educazione in particolare. Ho voluto cominciare questo intervento parafrasando una celebre frase di Paolo VI (EN 20), perché mi permette di impostare adeguatamente il problema della scuola e la sua necessaria soluzione attraverso l’integrazione dell’educazione nella cultura – sia quella propria come quella universale – e della scuola nell’educazione. Solo così l’educazione sarà pienamente umanizzante – com’è la cultura – e solo così la scuola potrà convertirsi in promotrice e creatrice di cultura. E’ questo ciò che intendiamo per “inculturazione dell’educazione” o “verso una scuola inculturata”.

La pressante insistenza di Giovanni Paolo II di non ridurre l’ Unione Europea a un grande mercato di beni, ma a uno scambio di beni culturali e spirituali, sembra echeggiare quello che giustamente riconosceva il Direttore dell’UNESCO inaugurando il “Decennio Mondiale dello Sviluppo Culturale”:

«Lungo i decenni scorsi ci siamo resi conto che, quando si presenta come obbiettivo una  crescita economica in divorzio con l’ambiente culturale, si producono gravi squilibri tanto economici come culturali e si indebolisce notevolmente il potenziale creativo di un popolo. Se lo sviluppo tende all’essere di più e allo star meglio di ciascuno e di tutti, deve basarsi sullo sviluppo più intenso delle risorse sia umane come materiali di ogni comunità, attraverso la libera espressione dei talenti e degli interessi di tutti i suoi membri. Ciò significa che, in ultima analisi, devono ricercare le loro priorità, le loro motivazioni e le loro finalità nella cultura» (Parigi, 21 gennaio 1988).

1.         Il rapporto educazione-cultura

Intimamente vincolate al progresso umano, l’educazione e la cultura non si colgono se non nel loro vicendevole rapporto. Qui consideriamo l’educazione nel suo rapporto con la cultura, intesa nella sua duplice dimensione, individuale e sociale; si tratta cioè della crescita delle persone, così come del modo tipico di essere delle società umane.

Nessuna società può sussistere senza una forma, almeno rudimentale, di educazione, grazie alla quale si trasmettono alle giovani generazioni i valori, le conoscenze e la percezione di un destino comune. Un passo di uno dei grandi antropologi della cultura illustra questo plasticamente:

«Si prenda un uovo di formica di ciascun sesso: uova non covate, fresche. Si distruggano tutti gli altri individui e tutte le altre uova della specie. Si presti qualche cura a questo paio per quanto si riferisce al caldo, l’umidità, la protezione e l’alimento.  Tutta la ‘società’ delle formiche, con tutte le sue abilità, poteri, realizzazioni e attività della specie, sarà riprodotta, e riprodotta senza diminuzione, in una generazione.  Invece collocate su un’isola deserta o in un terreno recintato duecento bimbi nella migliore condizione fisica, della classe più alta e della nazione più civilizzata, date loro la necessaria incubazione e nutrizione; isolateli totalmente dalla loro specie e che cosa otterremo? La civiltà da cui furono strappati? Una decima parte della medesima? No! Nemmeno una frazione dei risultati ottenuti dalla più arretrata tribù selvaggia. Solo un paio o una legione di muti, senza arte né conoscenze, senza fuoco, senza ordine, senza religione. La civiltà rimarrebbe cancellata all’interno di quei confini; non disintegrata, e nemmeno ferita nel vivo, ma cancellata con un colpo di spugna. L’ereditarietà salva per la formica tutto ciò che essa possiede, di generazione in generazione. Ma l’ereditarietà non mantiene, e non ha mantenuto perché non può mantenerla, una sola particella della civiltà, che è l’unica cosa specificamente umana». [1]

L’educazione informale si imparte in primo luogo nella famiglia e poi nell’iniziazione progressiva alle attività comunitarie: rapporti di parentela e di vicinato, apprendistati diversi, partecipazione al lavoro, alle feste, alle celebrazioni, al culto religioso. Il bambino acquisisce qui la sua lingua e le sue conoscenze, gli usi, credenze, tradizioni, comportamenti e regole sociali indispensabili alla sua integrazione nel gruppo.

Col progresso delle società, l’educazione andò sviluppandosi come una funzione specifica, affidata a gruppi o istituzioni particolari: la scuola elementare, media e superiore, l’università, che avevano il compito di continuare questo processo di inculturazione o integrazione degli individui nella loro rispettiva società, nello stesso tempo in cui  assimilavano il progresso dell’umanità. L’ educacionze formale, quella vincolata ai sistemi educativi delle diverse nazioni, ha infatti il compito di preservare il patrimonio prezioso del passato per rispondere alle sfie del presente e preparare il futuro.

1.1        Cultura greco-latina ed educazione

Fondamentalmente il modello educativo delle società moderne ha le sue origini nella cultura greco-latina e giudeo-cristiana. Bene o male, questo modello scolastico ha contrassegnato l’Occidente, così come tutti i Paesi che hanno accolto la modernizzazione economica, politica, sociale ed educativa. Nel bene perché ha favorito l’unità della famiglia umana, nel male perché, sacrificando le culture proprie dei popoli, si è confusa l’unità con l’uniformità. In onore della ‘civilizzazione’ si sacrificò l’inculturazione e si impose la ‘transculturazione’ o trasferimento egemonico di una cultura ad un’altra! Quante fra le guerre, i conflitti e i disturbi politici in corso hanno il loro origine in questo tentativo di privare popoli e nazioni dalla loro identità culturale!!!

E’ vero che le tradizioni culturali della Cina, dell’India, dell’Egitto, hanno anche prodotto forme pedagogiche ammirevoli a cui può ancora ispirarsi il nostro mondo, ma i loro metodi educativi non hanno conosciuto né la sistematizzazione né l’irradiazione universale del modello greco-romano diffuso dall’Occidente.

L’ideale greco di educazione proponeva un umanesimo, vale a dire, una ragione di vivere degna dell’uomo. Questa pedagogia originale, chiamata ‘paideia’, aveva come anima la formazione dell’uomo integrale: corpo, anima, immaginazione, ragione, carattere, spirito. Il giovane si sviluppava mediante la ginnastica, la musica, la danza, le matematiche, la grammatica, la lettura, le lettere, le scienze, la retorica, l’arte, la filosofia. La familiarità coi grandi autori offriva modelli di coraggio, di nobiltà, e i giovani si iniziavano in questo modo all’imitazione degli eroi. Occorre notare soprattutto che il genio ellenistico creò tutte le discipline intellettuali, pratiche ed artistiche, di cui vivono tuttora i nostri sistemi educativi: grammatica, matematica, geometria, storia, teatro, scultura, musica, diritto, retorica, filosofia, scienze politiche, medicina, fisica.

Seguendo i greci, i romani si convertirono in propagatori di una pedagogia umanistica legata alla cultura classica: Cicerone traduceva ‘paideia’ con ‘humanitas’, il fatto di diventare pienamente uomo.

1.2        La pedagogia cristiana delle origini

La diffusione del cristianesimo in tutto l’Impero romano  provocò una nuova sintesi culturale, in cui i valori classici si integrarono e si arricchirono con una visione evangelica del mondo e del destino umano. Questi valori si incentrano su una certa filosofia della persona umana e del suo destino trascendente, su un ideale di famiglia e del bene comune, su una concezione del lavoro e del rapporto con la natura, su una visione dell’economia e della politica, su un’idea della propria nazione e dei suoi rapporti col resto del mondo. E’ in questo contesto che nacquero i diritti dell’uomo, la democrazia, la scienza moderna, lo Stato rappresentativo, l’esplorazione e lo sfruttamento della terra, il diritto universale.

Se volessimo descrivere brevemente i valori tipici apportati da questo modello di educazione alla cultura dell’uomo moderno, dovremmo riconoscere i seguenti elementi: la visione propria della felicità dell’uomo visto nell’economia divina, il rispetto per lo spirito e per la libertà, il gusto della creazione e del superamento, la razionalità di fronte ad un universo da conoscere e da sfruttare, il bisogno di intraprendere e di distinguersi, la ricerca dell’eccellere, il senso della competizione e dell’emulazione, la preoccupazione per la città e per i diritti umani, l’attitudine a servire il bene comune mediante un lavoro competente, una concezione della persona creata ad immagine di Dio e chiamata ad un destino eterno. L’educazione classica raggiungeva il suo obiettivo quando i giovani si convincevano, come dice Pascal, che “l’uomo supera infinitamente l’uomo”.

1.3        Verso un nuovo modello culturale ed educativo

Per una specie di paradosso, è stato proprio il successo dell’educazione classica che ha portato al suo disorientamento, giacchè questa pedagogia favorì quel prodigioso sviluppo delle conoscenze che condusse alla rivoluzione tecnologica e alla nascita dello spirito moderno. Oggi all’educazione costa fatica definirsi, in una cultura contrassegnata, da allora, dal pluralismo delle convinzioni e dei comportamenti, dalla caducità e dalla sostituzione rapida delle conoscenze, dalla socializzazione dei beni culturali, dalla scolarizzazione generalizzata e dall’università di massa, dal ruolo dominante dei mezzi di comunicazione sociale nella cultura moderna, dallo sviluppo del settore quaternario che privilegia l’innovazione costante e la ricerca. Nulla di strano quindi che la scuola e l’università tradizionali siano realmente in crisi di fronte ad un mondo in cambio accelerato, che difficilmente accetta le élites e le gerarchie prestabilite, e dove esistono poderose correnti anti-intellettuali che attaccano i possessori del sapere, il cui potere, come si dice, condurrebbe sicuramente alla dominazione sociale, al militarismo e alla distruzione ecologica.

La sociologia dell’educazione si è dimostrata attenta a questi problemi per misurarne la gravità e la complessità. Ma da sola è incapace a dare loro soluzioni soddisfacenti. E allo stato attuale delle riflessioni pedagogiche e filosofiche vale la pena sottolineare alcuni orientamenti fondamentali:

1.            Oggi più che mai importa ridefinire gli obiettivi dell’educazione. La tradizione bimillenaria dell’educazione classica e cristiana offre una risposta sempre valida affermando che obiettivo dell’educazione è la formazione di uno spirito capace di giudicare con libertà. E’ una contraddizione pedagogica ridurre la scuola ad un semplice mezzo di riproduzione ideologica, a un indottrinamento politico, ad un addestramento di tipo militare, o semplicemente alla formazione tecnica richiesta dal sistema economico. Pur senza negare gli obiettivi pratici dell’educazione, la sua finalità più elevata, che è di ordine umanistico, cioè collaborare col giovane nella difficile arte di imparare ad essere persona, esige una ferma rivendicazione.

2.                Occorre perseguire un delicato equilibrio tra la formazione personale dello studente e la sua informazione enciclopedica. Il prodigioso sviluppo delle conoscenze in tutti i campi rende ora impossibile un’assimilazione sintetica di tutto il sapere.  Nella cultura moderna d’ora in poi occorre imparare a vivere con un immenso margine di non-sapere: quei vasti settori delle scienze riservati agli esperti di discipline sempre più specializzate. Si impone, di conseguenza, uno sforzo comune affinché si percepisca e si affermi la finalità umanistica ed etica del sapere che si imparte. La scuola si sforzerà, da parte sua, di far comprendere che la conoscenza è ancora più importante del sapere, poiché è l’unica che porta alla responsabilità morale e alla sapienza.

3.                La famiglia, come primo ambiente educativo, e gli insegnanti di professione  conservano tutto il loro posto nella società moderna. Col pretesto di una razionalizzazione politica, economica, non si può, senza cadere in contraddizione, mobilitare la scuola per farne uno strumento di potere, di manipolazione economica, di riproduzione sociale, ideologica. L’esperienza dimostra che nessun  progetto educativo può ottenere successo senza la partecipazione delle famiglie, degli insegnanti competenti e delle forze vive di una cultura. In una nazione, la politica dell’educazione è chiamata anzitutto a favorire l’uguaglianza di opportunità nei riguardi dell’istruzione a tutti i livelli, mettendo le risorse dello Stato al servizio del sistema educativo. Il ruolo di stimolare, di animare e di coordinare i compiti educativi spetta allo Stato, ma la missione di educare e di istruire appartiene alla comunità umana, alle famiglie, alla scuola, alle università, a tutte le istituzioni culturali che formano l’ambiente educativo propriamente detto.

4.                Anche se occorre difendere la prospettiva umanistica dell’educazione, bisogna riconoscere che la scuola del passato ha potuto favorire, più o meno consapevolmente, un individualismo che poco si preoccupava delle responsabilità degli insegnanti e degli studenti di fronte al cambio sociale. Si impone una revisione nelle culture, che ora valorizzano – almeno nell’intenzione – la solidarietà e l’aspirazione di tutti allo sviluppo e alla giustizia. Se la formazione umanistica delle persone conserva tutta la sua validità, occorre pure accentuare, molto di più che nel passato, la funzione sociale dell’educazione. Le società tradizionali si rappresentavano il mondo come qualcosa di relativamente statico, in cui i rapporti tra le classi sociali e tra i popoli si coglievano come un dato praticamente immutabile. Uno dei cambi più profondi della nostra epoca è la convinzione crescente che le società si possono effettivamente cambiare mediante uno sforzo umano accomunato. E’ questo il senso dell’interdipendenza che oggi viviamo e che si traduce nell’attuale processo di globalizzazione. Ciò richiede un’educazione alla responsabilità sociale, in senso civico e politico, inteso nel senso più ampio della parola, di costruttori della città. Questo aspetto dell’educazione si carica di un’urgenza particolare in un mondo in cerca di giustizia e di partecipazione universale alla cultura. L’educazione, d’ora in avanti, si concepisce come un servizio all’individuo, certo; ma anche come un fattore di sviluppo e di promozione per l’insieme della società.

5.                La capacità di analisi sociale e culturale, quindi, è parte integrante di ogni formazione umana. Questo non significa che ciascuno degli studenti debba specializzarsi in sociologia, ma che tutti, in una cultura in cambio accelerato, hanno bisogno di discernere, in un contesto di valori pluralisti e di ideologie contradditorie. La formazione al discernimento culturale è una necessità, se si vuole evitare l’indeterminazione etica e la perdita di identità. Così si assicura, come contropartita del punto precedente, la crescente valorizzazione dell’identità culturale di ogni popolo. In altri tempi  l’ambiente e le istituzioni stabili aiutavano gli individui a situarsi nel cuore di una cultura. Adesso la responsabilità è diventata in gran parte personale. L’educazione classica insegnava ad analizzare le grandi opere letterarie del passato; l’educazione moderna, senza trascurare questa attitudine, deve preparare gli studenti ad analizzare le culture vive, i loro valori dominanti, le loro evoluzioni, il loro impatto sulle mentalità e sui comportamenti. Oggi educare significa insegnare alla persona ad autoeducarsi senza sosta in un ambiente culturale fluido ed in costante evoluzione. Di qui la necessità dell’educazione permanente, che è diventata un’esigenza ineludibile per le culture in cambio.

6.                Nella società moderna il pluralismo culturale pone problemi nuovi e difficili ai responsabili dell’educazione. Una soluzione di falsa razionalità induce certi governi ad una politica educativa che semplicemente prescinde dalle convinzioni religiose e morali delle famiglie, relegando questi valori alla sfera del privato. Questo significa dimenticare il diritto primario che hanno le famiglie di trasmettere ai loro figli le proprie credenze ed eredità spirituali. In nome dello stesso pluralismo si rivendica attualmente un’altra soluzione: quella di diversificare i servizi offerti alla popolazione, tenendo conto delle convinzioni della famiglia e delle risorse disponibili da parte dello Stato. Giovanni Paolo II