RM Resources

Don Pietro Ricaldone: La Pietà, l´Eucaristia, il Sacro Cuore

Sao. PIETRO RICALDONE

(Opera Postuma)

LA PIETÀ

VITA DI PIETÀ

L´EUCARISTIA

IL SACRO CUORE

LIBRERIA DOTTRINA CRISTIANA COLLE DON BOSCO (ASTI)

Scarica il file    

Visto: nulla osta

Torino, 21 Aprile 1955. Can. Unsi CARNiNo, tien.

IMPRIMATUR

Can. LUIGI COCCOLO, Vic. Gen.

Istituto Salesiano Arti Gre.fr.ehe - Colle Don Bosco (Asti) - 1955

Alla vigilia della mia partenza per l´Oriente Sale­siano, ho la gioia di consegnare alla Libreria della Dottrina Cristiana, per la stampa, la presente opera postuma del compianto Don Ricaldone (del cui pio transito celebreremo, di qui a quattro giorni, il terzo anniversario) e di presentare ai membri della Fami­glia Salesiana questa trattazione che contribuirà va­lidamente a mantenere in fiore tra noi < la pietà vo­luta da Don Bosco » (Pio XI).

* * *

Fra le benemerenze di Don Ricaldone, meraviglioso uomo di azione e di governo, di vita interiore e di

VII

spirito sacerdotale, v´è quella di aver arricchito le fonti della spiritualità Salesiana con trattazioni sia organiz­zatrici (che sono le sue Circolari sulla Formazione del Personale Salesiano) sia ascetiche (specialmente a com­mento delle Strenne da Lui intonate ai Voti, alle Virtù e alle Divozioni proprie dei Figli di Don Bosco).

Le sue sofferenze al nervo trigemino e le guerre che travagliarono il suo Rettorato non gli permisero di allontanarsi dal Centro della Congregazione per vi­sitare le Case e avvicinare i Confratelli come tanto avrebbe desiderato. Egli si convinse pertanto di dover parlare (sono sue parole) «non soltanto ai vicini, ma anche ai lontani » per mezzo di opportune Circolari.

E a tal fine lavorò Lui (e noi sempre lo trovavamo coi suoi schemi e appunti o col suo S. Bernardo o con S. Tommaso o con le Memorie Biografiche di Don Bo­sco, quando entravamo nel suo studiolo accanto alla Sala Capitolare oppure io visitavamo durante i suoi laboriosi soggiorni, nella stagione estiva, a Monialen­ghe ed a Caselette) e nel contempo fece lavorare altri: segretari ordinari e straordinari con copioso còmpito stenografico e dattilografico, aiutanti anche eccezio‑

VIII

nali per la.ricerca delle fonti, tecnici specializzati in questioni religiose o giuridiche o liturgiche o pedago­giche, revisori occasionali Oltre quelli consueti che erano Don Vismara di s. m., Don Celia, Don Gen­naro, Don Camilleri, Don Terrone. Mentre, conversan­do nell´intimità, non faceva mistero di tanti (confEgli li chiamava al momento opportuno) « segretari », adem­piva in modo mirabile il suo ufficio di portavoce au­tentico dello spirito di Don Bosco, sempre con l´occhio fisso al santo Fondatore e Padre.

E così, il 24 agosto 1950, negli Atti del Capitolo Superiore, dando un ampio ragguaglio circa Ia Collana Formazione Salesiana, potè scrivere: «Anche i mano­scritti delle quattro Virtù Cardinali, e eli qualche al­tra principale virtù quale la Pietà e l´Umiltà, già pre­parati da tempo e specialmente durante il forzato iso­lamento della seconda guerra mondiale, aspettano solo l´ultimo ritocco prima della stampa definitiva ´.

* * *

E giusto e doveroso pertanto che anche queste opere postume portino ancora il nome di Don Ricai‑

Ix

done, benchè « l´ultimo ritocco > dei -venerati mano­scritti spetti ora a chi ne raccolse l´eredità; il quale ha dato, in proposito, orientamenti e norme al R.do Don Tarcisio Savarè, già addetto alla segreteria par­ticolare del defunto Rettor Maggiore. Anche se inter­valli più o meno lunghi, per diversi motivi, infra­rnezzeranno la stampa di tali volumi postumi, Ia no­stra Congregazione avrà a suo tempo tutta la parola che il quarto Successore di Don Bosco volle dirle per mezzo della Collana Formazione Salesiana e preparò con tanta competenza e dedizione.

***

Il voluminoso manoscritto originale della Pietà ri­sente della vastità dell´argomento, quale apparve subito alla mente -vigorosa e ordinatrice di Don Ricaldone.

Per nostra sorte, Egli medesimo potè staccare punti assai importanti per svilupparli in particolari tratta­zioni: e precisamente, cose e luoghi di culto (in Visita Canonica alle Case Salesiane), Canto sacro (Circolare apposita), educazione Sacramentale dei nostri giovani (in Don Bosco Educatore), il Rendiconto (Circolare ap­posita), Maria Ausiliatrice e il Papa (commenti delle rispettive Strenne, da Lui uniti e pubblicati nella Col­lana Formazione Salesiana).

Come per la trattazione sulla Fede gli era giunta in buon punto l´Enciclica Humani generis, così per la Pietà Don Ricaldone si propose di attingere largamen­te agli stupendi Documenti del regnante Sommo Pon­tefice Pio TTI Mystici corporis, Mediator Dei, Menti no­strae, i quali con lucidità e concisione mirabili propon­gono la Dottrina Cattolica al riguardo; anzi, preoccu­pato di nulla aggiungere di suo alla pietà vissuta e in­segnata dal nostro santo Fondatore, e a noi trasmessa, dai primi Salesiani, Egli volle abbondare in citazioni delle Circolari dei suoi Predecessori e in riferimenti delle testimonianze dei primi Figli di Don Bosco.

E se la Beatificazione dell´angelico Domenica Savio non lo avesse spinto a lasciar da parte la Pietà per la­vorare a ritmo crescente attorno a Don Bosco Educa­tore, noi avremmo potuto avere da Lui questa tratta­zione già stampata alla fine dell´Anno Santo 1950.

Ma è bello pensare che Don Ricaldone parla e par­lerà ogni giorno per bocca nostra e delle future gene­razioni Salesiane, in tema di Pietà, per mezzo di quel­la caratteristica Orazione a S. Giovanni Bosco che, vo­luta e stabilita dal Capitolo Generale XVI (anno 1947), porta l´impronta della mente e del cuore del suo auto­re Don Ricaldone. Questa cara preghiera richiamerà sempre e dovunque gli aneliti più profondi e più vi‑

tiranti del suo zelo operoso a pro delle anime, come pure della sua perenne fedeltà al santo Fondatore e Padre.

* * *

Quanto sia importante, anzi indispensabile, per ogni Figlio di Don Bosco l´argomento della Pietà, non v´è chi l´ignori; ma ciascuno se ne convincerà sempre più alla lettura di queste pagine.

Qui mi permetto di notare che proprio in questi giorni si festeggia a Valdocco il novello Santa Dome­nico Savio, a gracile adolescente, dal corpo debole, ma dall´anima tesa in una pura oblazione di sè all´amore sovranamente delicato ed esigente di Cristo´ (Pio XII): vero esemplare, adunque, di pietà. Salesiana, che tutti ne invita a essere degni di Lui, di S. Giovanni Bosco, di Maria SS. Ausiliatrice, di Gesù Crocifisso e Sacra­mentato.

Ma adesso che stiamo facendo sforzi ardui e diutur­ni per incrementare le nostre Scuole Professionali, a difesa della gioventù operaia contro il materialismo e il laidsmo invadenti, mi pare conveniente far echeg­giare anche la voce di un umile, innominato giovanet­to artigiano di Valdocco, a modello di pietà e di illiba­ti costumi il quale nell´aprile del 1860 scrisse a Don

Bosco una lettera confidenziale: lettera che il Santo a conservò per la grande stima che gli portava » (Mem. Biogr., VI, 50(i). Eccone il tenore:

Superiore Rev.mo, una notte vidi presentarsi ai miei occhi un uomo poveramente, ma decentemente ve­stito, il quale con volto benigno, ma spirante maestà e saviezza, si avanzava con un bastone in mano e coi sandali ai piedi. Questo personaggio, dopo avermi fat­to vedere varie cose future, stendendo il braccio sini­stro verso terra mi disse: — Segui le mie pedate. ­Io lo seguii, ed entrammo in un luogo a me sconosciu­ta Qui mi fece in. modo chiaro intendere e scolpire nel­la mia mente che nell´Oratorio il numero dei giovani aumenterà, diventerà florido, trionferà a vantaggio ogno­ra della Chiesa, se con assiduità si andrà vegliando nel­l´orazione, se tutti pregheranno divotamente. Ma quan­do si comincerà a provar noia degli esercizi di pietà cristiana, quando si trascurerà la frequenza dei Sacra­menti, quando si reciteranno sbadatamente le preghie­re, masticando le parole, quando insomma si tralascerà di amare Iddio, per andare dietro alle vane felicità del mondo (come purtroppo si fa già da taluni), allora di­minuirà il numero dei giovani e del clero e piangeran­no amaramente e saranno desolati coloro che vedran­no gli oltraggi con. cui si ferisce Dio stesso. .Il Superio‑

re perderà la stima dei soggetti, verrà dispregiato e persino perseguitato, come se volesse disperdere le an­tiche usanze della religione nell´Oratorio; e tale cosa incuterà minaccioso spavento in chi ne conoscerà la cagione. Per ora sia persuaso che non v´è questo peri­colo, imperocchè ha giovani che colla loro ottima con­dotta ed innocenza lo possono aiutare molto».

LA PIETÀ* *

Animati cosi dallo Studente Santo e dall´Artigiano Modello di questa Casa Madre, noi intraprenderemo eon diletto e con profitto dell´anima nostra la lettura della Pietà, rivolgendo a Don Ricaldone il nostro me­more affettuoso riconoscente pensiero ed elevando a Dio una prece, com´Egli tanto raccomandò, per l´eterno riposo dell´anima sua nel Giardino Salesiano del Cielo.

TORINO, 21 novembre dell´Anno ~no 1254, nella Solenne Festa di Valdooco al novello Santo Domenica Savio, gloria dell´Oratorio

./19

j

Rettor Maggiore

1. Introduzione.

Nella santa Messa, prima della Comunione, il Celebrante invoca l´Agnello immacolato: < O Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, che per volon­tà del Padre e con la cooperazione dello Spirito Santo hai dato la vita al mondo! »

Con la medesima significativa appellazione noi ora, nell´accingerci a trattare il ponderoso ma soavissimo argomenta della pietà, ci rivol­giamo al nastro divino Redentore e Maestro, e lo supplichiamo di volerci assistere e benedire. Egli invero, oltre che insegnarci a chiamare Iddio Padre nostro, che sei nei cieli (1), rese a noi pos­sibile, facile e lieta la vita stessa della pietà: vita di cui siamo debitori appunto alla volontà del­l´Eterno Padre, alla morte del Figlio di Dio uma­nato e alla cooperazione dello Spirito Santo.

E qui, ancor sempre all´inizio, non possiamo non levare la mente e il cuore anche alla nostra celeste Madre e Ausiliatrice. Ci sprona il fatto

3

che San Paolo, parlando dei veri fondamenti della pietà, ricorda che il Salvatore nacque da una

Donna: Quando venne la pienezza dei tempi, — scrive l´Apostolo, — Dio mandò il suo Fi­gliuolo, nato di Donna, nato sotto la legge mo­saica, per riscattare quelli che _erano sotto la leg­ge, e far sì che noi ricevessimo l´adozione a figli. E perché siete figli — continua San Paolo — man­dò Iddio lo Spirito del Figlio suo nei vostri cuori, il quale grida: Abba, cioè Padre (2).

Oh, la Madonna ci aiuterà! Non è forse Fila la Figlia dell´Eterno Padre? la Madre del Verbo fatto carne? la Sposa dello Spirito Santo? Dun­que può agevolarci assai la conoscenza di quel grande mistero della pietà (3), da cui trae origine la nostra vita di pietà. Anzi, Ausiliatrice amore­vole e potente, ci farà evitare la disgrazia di ca­dere nel numero di quei miserabili, che sono bel-, lati .a fuoco dall´Apostolo delle Genti, perchè hanno parvenza di pietà, ma rinnegano quel che ne è l´essenza vera (4).

Ci assista pure il nostro santo Fondatore e Padre Don Bosco, il quale, ammaestrato Pn da piccolo in mirabili sogni a riporre la sua speranza «nella bontà del Padre Celeste » (5), visse una intensa vita di pietà e a noi, nel Proemio alle Co­stituzioni, lasciò questo solenne ammonimento:

4

 

«La storia Ecclesiastica ci ammaestra che tutti gli Ordini e tutte le Congregazioni religiose fio­riron.o e promossero il bene della religione fino a tanto che la pietà si mantenne in vigore -tra loro; e al contrario ne abbiamo veduti non pochi a decadere, altri a cessare di esistere, ma quando? Quando si rallentò lo spirito di. pietà e ciascun membro si diede a pensare alle cose sue, non a quelle di Gesù Cristo (6), come di alcuni cristiani già lamentava San Paolo ».

E chi di noi non vorrà cooperare a tener lon­tana dalla Famiglia Salesiana sì tremenda di­sgrazia?

2. « Padre nostro ».

A un suo chierico, desideroso di coltivare se­riamente la pietà, San Giovanni. Bosco raccoman­dò che ravvivasse la fede, < la quale — così af‑

fermò il Santo     è l´occhio della pietà» (7).

Noi pure, allo scopo di rendere davvero soda e illuminata la nostra pietà, dobbiamo incomin­ciare dal rinvigorire la fede circa una delle verità più confortevoli e luminose, contenute nella Sa­cra Scrittura. Ed è questa: noi possiamo, anzi dobbiamo invocare Iddio col dolce nome di Pa­dre.

5

a) Nel Vecchio Testamento.

Già anticamente Iddio desiderava esser con­siderato qual Padre emantissimo. E lo ricordò,

in. suon di. rimprovero, Mosè nel suo sublime Cantico presso i confini della Terra Promessa: Questo dunque rendi al Signore, o popolo stolto ed insipiente? Non è Egli più dunque il tuo Pa­dre, che ti possedette, che ti fece, che ti creò? (8).

Dio stesso, per bocca di Geremia, suggerì a Israele: Almeno adesso invocami così: O Padre mio e condottiero della mia verginità! (9). Poi, accennando alla sua rinnovata alleanza col po­polo eletto, esclama: Io mi sono rifatto Padre a Israele (10). Purtroppo, però, dovrà ancora lamen­tarsi per voce di Malachia: Un figlio onora il padre. Dunque, se sono io il Padre, dov´è l´onor mio? (il).

Nel libro della Sapienza troviamo un pensiero filiale a Dio, là ove si parla dei naviganti che si salvano traversando i marosi su di una chiatta: E la tua provvidenza, o Padre, governa la nave; poiché anche sul mare hai aperto una strada, e un sentiero sicuro tra i flutti, mostrando come da ogni pericolo tu puoi salvare, anche se inesperto uno s´imbarchi ed entri in mare (12).

Salomone ricordava che Dio castiga come un

6

padre geloso del bene dei figli. Figliuol mio, ­ammoniva nei suoi Proverbi il più sapiente dei re, — non rigettare la disciplina di Dio, e non ti di­spiaccia d´essere da Lui castigato; perchè Dio ca­stiga colui che ama e, come un padre del figliuol suo, se ne compiace (13). Questo concetto verrà ri­calcato da San Paolo nella lettera agli Ebrei, con le seguenti parole rivolte agli israeliti convertiti: Voi non avete ancora resistito fino al sangue lot­tando contro il peccato, e vi siete scordati dell´e­sortazione che a voi, come a figliuoli, dice: — Fi­glio mio, non far poco caso della disciplina del Signore, e non ti scoraggiare quando sei da Lui ripreso; poiché il Signore castiga chi ama, e sfer­za ogni figliuolo che accoglie. — Perseverate nel­la disciplina: come figliuoli mi tratta Iddio; qual figlio c´è che il padre non corregga? (14).

Anche il profeta Isaia usciva in queste filiali e confidenti espressioni: Tu, Signore, sei nostro Padre e Redentore nostro!... Ed ora, o Signore, sei il nostro Padre e noi un impasto di creta; sei tu che ci hai impastati, e noi siamo tutti opera del­le tue mani. Non. adirarti, o Signore, di più (15).

Così pure l´Ecclesiastico, nel pregare Dio di venir preservato dai peccati di lingua e d´impu­rità, ricorda che Dio è Padre. Eccone la lunga, accorata e fidente invocazione: Chi metterà una

7

guardia alla mia bocca e un sigillo sicuro sulle mie labbra, perchè io non cada per cagion loro, e la mia lingua non mi mandi in rovina? Signore, Padre e Padrone della mia vita, non m´ abbandona­re al loro capriccio, e non permetter ch´io cada per via dì loro. Chi applicherà la sferza ai miei pensieri, e al mio cuore la correzione della sa­pienza, perchè non mi si risparmi nelle loro man­canze e non si lascino correre i loro misfatti? af­finché non si accrescano i miei falli, e non si mol­tiplichino i miei delitti e abbondino i miei pec­cati, e io cada al cospetto dei miei avversari, e goda di me il mio nemico? Signore, Padre e Dio della mia vita, non mi abbandonare al loro ca­priccio: non mi dare eccitazione d´occhi: e ogni concupiscenza tien lontana da me. Togli da me gli appetiti della carne, e la libidine non s´impos­sessi di me, e a uno spirito imprudente e stolto non m´abbandonare (16).

b) Nel Nuovo Testamento.

Ma udiamo ormai il divino Rivelatore Gesù che, quando stimola a praticare la nuova perfe­zione evangelica, fa elevare le menti e i cuori al Padre celeste: La vostra luce — Egli dice — ri‑

8

splenda dinanzi agli uomini in modo tale che, ve­dendo le vostre Opere buone, diano gloria al Pa­dre vostro, che è nei cieli (17).

Fondamento della vita perfetta è l´umiltà, che evita di esibirsi nell´operare il bene ed odia le adulazioni e i titoli onorifici prodigati dai mon­dani. Ebbene, al Padre celeste si appella anche qui Gesù, quando ammonisce: Guardatevi dal fa­re le vostre opere buone dinanzi agli uomini per essere veduti da loro; altrimenti non ne avrete la ricompensa dal Padre vostro che è nei cieli. Ma quando fai elemosina, non sappia la tua sinistra quello che fa la destra, cosicchè la tua elemosina sia fatta in segreto: e il Padre tuo, che vede nel segreta, te ne darà la ricompensa... E non date a nessuno sulla terra il nome di Padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli (18).

Punto essenziale della perfezione è il carita­tevole perdono delle offese. Ed ecco la divina raccomandazione, legata al ricordo del Padre Ce­leste: Amate i vostri nemici, fate del bene a chi vi odia e pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano, affin,chè siate figli del Padre vo­stra che è nei cieli, il quale fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Perché se voi perdonate agli uomini le loro mancanze, anche a vai le perdonerà il Padre

9

vostro celeste; ma se non perdonate agli uomini, nemmeno il Padre vostro vi perdonerà i vostri peccati (19).

Quando l´amore alla perfezione trabocca, in ardore d´apostolato, muove alla salvezza dei pro­pri fratelli; il che sta tanto a cuore al Padre ce­leste, secondo l´affermazione di Gesù: È volere del Padre vostro che è nei cieli, che neppur uno di questi piccoli perisca (20).

Premio della vita di perfezione e di apostola­to è il Paradiso, che Gesù chiama « regno del Pa­dre D quando promette: Allora i giusti risplen­deranno come il sole nel regno del Padre loro (21).

Di sì eccelso Padre si compiace Gesù nel far risaltare la provvidenza, che si estende fino alle più umili creature e che deve riempire il nostro cuore di confidenza filiale: Osservate gli uccelli dell´aria, che non seminano, non mietono e non rac­colgono nei granai; eppure il Padre vostro cele­ste li nutre. Due passeri non si vendono per un asse? Eppure nemmeno uno di essi cade in terra senza il permesso del Padre vostro. Non vogliate dunque preoccuparvi, dicendo: — Che mangere­mo? oppure cosa berremo? o di che ci vestiremo? — Sono i Gentili che cercano tutto ciò, mentre il Padre vostro sa che ne avete bisogno (22).

Trattando poi del gran mezzo della preghiera

10

il divino Maestro torna a ricordarci il Padre Ce­leste. Anzitutto, affruchè siano bandite dall´azione la vanità e l´ipocrisia, raccomanda: Ma tu, quan­do vuoi pregare, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo in segreto, e. il Padre tuo, che vede nel segreto, ti esaudirà (23). Poi per far capire che nel pregare non occorre molti­plicare le parole come usano i pagani, dà questa ragione: Non imitateli, perchè il Padre vostro sa ciò che vi occorre anche prima che glielo doman­diate (24). E quando consiglia l´assiduità e la con­fidenza nell´orazione, si esprime in questi termini: E chi è quel padre tra voi, che al figlio, il quale domanda del pane, gli dia una pietra? oppure dia un serpente, se chiede del pesce? oppure-uno scorpione, se chiede un uovo? Se dunque voi, pur essendo cattivi, sapete dare buoni doni ai vo­stri figliuoli, quanto più il Padre celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo domanda­no? (25). Finalmente, venendo a insegnare con qual titolo si debba invocare Iddio nella pre­ghiera, proclama: Voi dunque pregherete così: — Padre nostro, che sei nei cieli (26).

E perchè non ricorderemo pure, a suggello di tali divini insegnamenti e a maggior stimolo della nostra pietà, le parole usate da Gesù. Risorto nel dare il lieto annunzio alla Maddalena? Va´ dai

11

miei fratelli, — disse il Maestro, — e di loro che salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro (27).

Al calore di sì pressanti esortazioni crebbe il fibre della pietà cristiana, germogliato dalla inef­fabile adozione dell´uomo a figlio di Dio, come ricorda l´Apostolo della Carità: Guardate di quate amore ci ha, amati il Padre, concedendoci di po­terci chiainare ed essere di fatto figliuoli  di Dio (28).

3. Pietà per eccellenza.

La tenera affezione che si nutre pei genitori e per la patria, costituisce la nobile virtù umana della pietà; nessuna meraviglia adunque che deb­ba dirsi pietà, e Pietà per eccellenza, il culto e l´amore al Sommo Padre che è Dio, da cui ogni paternità e nei cieli e sulla terra prende no­me (29). Lo afferma l´angelico San Tommaso: «Pietà vien detto per eccellenza il culto a Dio, alla stessa maniera che Dio è chiamato per eccel­lenza Padre nostro> (30).

Scrive in proposito il secondo Successore di Don Bosco nella sua preziosa Circolare sullo Spi­rito di Pietà: « Procuriamo anzitutto di farci una giusta idea della pietà. Questa parola fu adope‑

12

rata nella lingua latina per indicare l´amore, la venerazione e l´assistenza che deve un figlio a co­loro che furono gli autori della sua esistenza. Era il più bell´elogio che si facesse a un giovane, il dire che egli aveva grande pietà verso i suoi ge­nitori. Ma questa parola — continua Don Paolo Albera — prese nel linguaggio della Chiesa un significato immensamente più nobile e sublime; essa venne usata per significare il complesso di tutti quegli atti con cui il cristiano onora Iddio considerandolo come Padre » (31).

Inoltre, essendosi incarnato il Verbo Eterno, la nostra pietà non può non riguardare esplici­tamente anche il Figlio di Dio. Infatti alla vana­gloriosa asserzione dei Giudei: Abbiamo un solo Padre, Iddio, Gesù rispose: Se Dio fosse vostro -Padre, amereste anche me, perchè io procedo e vengo, da Dio. E per indicare che la pietà degli antichi giusti era pure protesa verso il Messia, soggiunse: Abramo, vostro padre, ha trasalito di gioia nella speranza di vedere il mio giorno: lo vide e si rallegrò. %fine Gesù conchinse il suo dire con questa chiara attestazione della sua Di­vinità: In verità, in verità vi dico: Prima che Abramo nascesse, Io sono (32).

La nostra pietà deve pertanto rivolgersi a Dio Padre e a Dio Figlio, ripetendo con l´Apo‑

13

scolo: Per noi c´è un unico Dio Padre, da cui ogni cosa è, e noi in Lui: e un solo Signore Gesù Cri­sto, per cui sono tutte le cose, e noi per Lui (55).

Ed ecco che primieramente noi considereremo la vita di pietà verso il Padre nostro che sta nei cieli, nonchè le princip.li sue pratiche ed eserci­zi; ma poi ci soffermeremo in particolare sulla pietà verso Gesù Cristo, sviluppando nel presen­te volume quanto riguarda il suo Sacrificio Euca­ristico e il suo Sacratissimo Cuore; mentre al vo­lume seguente spetta ciò che concerne la sua Ma­dre Immacolata e il suo Vicario in terra, capo visibile di quel Corpo Mistico cui dobbiamo ap­partenere per salvarci, secondo il detto di. San Cipriano: a: Non può avere Dio per Padre, chi non ha la Chiesa per madre » (34).

Ma anche allo Spirito Santo deve necessaria­mente indirizzarsi la nostra pietà, dato che, Dio Egli stesso, è lo Spirito del Padre (55) ed è lo Spi­rito del Figlio (56). Anzi, Gesù ce lo presenta quale padre della nostra rigenerazione spirituale, dicendo: Se uno non rinasce dall´acqua e dallo Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Ciò che è generato dalla carne è carne, e ciò che na­sce dallo Spirito è spirito (37).

E v´ha di più. Precisamente questo divino Spirito ci fa prender le mosse, per giungere,

14

attraverso il divin Figlio, fino a Dio Padre: ab uno Sifiritu per unum Filium ad unum Patrem, come si esprimeva lapidariamente San Basi­lio (38).

«Noi tutti siamo spirituali, — ripeteremo con Sant´Ilario, — se c´è in noi lo Spirito di Dio´» (39). E dire ,z spirituali » equivale a dire < p ».

Qui entriamo in quello che è il segreto più meraviglioso della sovraeminente pietà che lega il cristiano a Dio: questa pietà è dono dello Spi­rito Santo!

4. Il Dono della Pietà.

Dobbiamo premettere che lo Spirito Santo in persona è — come canta l´inno Veni, Creator ­il Dono dell´altissimo Iddio: altissimi donum Dei. Era stato preannunciato così da Gesù nell´ultima Cena: Lo Spirito Santo, che il Padre manderà in mio nome... Il Paracleto, che io Di manderò dal Padre... (40). Di modo-che Sant´Agosiino con-chiude: € La fede ci assicura che Dio si degnò di farci un Dono in nulla inferiore a Se stes­so » (41).

Dono meraviglioso! L´amore divino si è river­sato nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci

15

fu dato... Eravamo anche noi una volta — scrive l´ApOstolo — insensati, increduli, traviati, schiavi alle passioni e ai piaceri di ogni sorta, vivendo in malizia e invidia, detestabili e in odio gli uni agli altri. Ma quando apparve la bontà e l´amore verso gli uomini, di Dio Salvatore nostro, Egli ci salvò, non per opere di giustizia fatte da noi, ma secondo la sua misericordia, mediante il lava­cro di rigenerazione e un rinnovamento dello Spi­rito Santo, ch´Egli copiosamente diffuse su noi per mezzo di Cristo Gesù Salvatore, affinché giustifi­cati per la grazia di Lui diventassimo, in isperan­za, eredi della vita eterna (42).

Notiamo bene che il divino Maestro, inviando gli Apostoli alla loro missione, accennò allo Spi­rito Santo chiamandolo precisamente lo Spirito del Padre vostro (45). E allora non ci meraviglie­remo più che proprio la Terza Persona della San­tissima Trinità si degni di condurre noi incessan­temente, con divino e ineffabile istinto, verso il Padre nostro che sta nei cieli. Ce ne fa fede San Paolo, quando stabilisce la grande norma: Quanti son guidati dallo Spirito di Dio, questi son figli di Dio (44).

Oh, preghiamo lo Spirito Santo, affinché ac­cresca sempre più nelle anime nostre l´inestima­bile dono della Pietà; infatti nessuno può dire

1.6

— Signore Gesù! se non in Spirito Santo (45). Anzi, io Spirito ci aiuta a sostenere la nostra de­bolezza, giacchè noi non sappiamo che cosa dob­biam dire nelle preghiere per pregar come si de­ve; ma lo stesso Spirito intercede per noi con inef­fabili sospiri (46). È Lui che ci stimola all´ora­zione, ispirandoci sentimenti opportuni e dettan­doci parole convenienti, fino a gridare per noi dal fondo del nostro cuore: Abba, cioè Padre! (47).

Per mezzo dell´eccellente dono della Pietà lo Spirito Santo ci fa riguardare Dio come Padre e ci fa rendere a Dio, come a Padre, il culto do­vutogli.

Grazie infatti allo Spirito Santo, la nostra pie­tà poggia stole basi sicure delle verità rivelate, secondo che insegna l´Apostolo: A noi rivelò Dio per mezzo dello Spirito, poichè lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio... E lo Spi­rito è quello che attestir. che Cristo è verità (48).

Grazie pure allo Spirito Santo, la nostra pietà fiorisce e fruttifica nel Corpo Mistico di Gesù Cri­sto, giacchè noi tutti, Giudei o Gentili, serpi o liberi, siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, e tutti siamo stati abbe­Verati d´un solo Spirito (49).

Grazie ancora allo Spirito Santo, venne pre­parato alla nostra pietà il bagno salutare nel San‑

gue di Gesù Crocifisso. Infatti il Salvatore per via dello Spirito Santo s´è offerto da Se stesso a Dio come vittima immacolata (50).

Grazie sempre allo Spirito Santo, la nostra pie­tà ci porta a essere sempre più somiglianti .a Dio, come scrive San Paolo: E noi tutti mirando qua­si in uno specchio, a faccia scoperta, la gloria del Signore, siamo trasformati di gloria in gloria, nel­la stessa immagine, come dallo Spirito del Si­gnore (51).

E quando per la nostra pietà diventassimo og­getto di scherno o di persecuzione da parte dei mondani, ci rincuorerebbe la parola di San Pie­tro: Se siete trattati ignominiosamente per il no­me di Cristo, sarete beati, poichè... lo Spirito di Dio riposa su di voi (52).

Finalmente, alimentata per virtù dello Spirito Santo, la nostra pietà si ravviva d´amore e si dilata in zelo, come raccomanda San Giuda Tad­deo: Ma voi, carissimi, edificando voi stessi sopra la santissima vostra fede e pregando per virtù dell´o Spirito Santo, conservatevi nell´amore di Dio, aspettando che la misericordia del Signor nostro Gesù Cristo vi dia la vita eterna. intanto correggete gli uni dopo averli convinti; altri sal­vate, strappandoli dal fuoco; di altri abbiate pietà

mista a timore, odiando perfino la veste mac­chiata dalla carne (53).

Ben possiamo dunque, alla sovraeccellente Pietà che è dono dello Spirito Santo, applicare le parole dell´Apostolo: Grazie sian rese a Dio per questo ineffabile suo dono (54).

5. Pietà, Culto, Religione.

t Pie » vengono chiamate le anime consacrate a Dio, al suo culto, al suo santo servizio.

In realtà il cristiano, arricchito del dono della Pietà, non si limita a riguardare filialinente l´uni­co vero Dio e Padre di tutti, Colui che è sopra tutti e per tutti e in tutti (55), bensì gli tributa pure filioiniente quel culto che a Dio solo è do­vuto: cosicchè Sant´Agostino e San Bernardo di­cono essere pietà il culto che l´uomo rende a Dio col dargli gloria e col sottomettersi a Lui in ani­ma e corpo (56).

Ma nel linguaggio comune le persone « pie » si sogliono anche designare col nome di persone « religiose ». Infatti dire culto è dire al tempo stes­so religione, come fa notare San Tommaso (57).

Di qui nasce l´intimo nesso tra pietà e reli­gione: tanto che parlando della pietà, non si. può

19

far a meno di indugiarsi sugli atti interni ed esterni di quella virtù. morale che si chiama reli­gione.

Ebbene, ricorderemo con l´Angelico Dottore che alla parola « religione » furono date tre spie­gazioni:

a)    secondo la prima, si tratta di rileggere, ossia di ripensare più e più volte ciò che riguarda Iddio e il suo servizio;

b)    nella seconda spiegazione, si tratta di rieleggere, e cioè di eleggere nuovamente il Si­gnore dopo averlo perduto con la nostra negli­genza e coi nostri peccati;

e) secondo la terza spiegazione, si tratta di rilegare, vale a dire di tornar a legarci strettissi­mamente a Dio Onnipotente, che .è nostro primo principio e ultimo fine (58).

Da questi brevi accenni già si comprende quanto giustamente la religione sia considerata come parte principalissima della virtù cardinale della giustizia: infatti per la religione l´uomo, con. assoluta sudditanza interiore ed esteriore, si rivolge a Dio come al Creatore e Signore dell´uni­verso, cui. è dovuto il culto suprema, detto di la­tria.

Tuttavia — afferma l´Angelico (59) — supe­riore alla virtù della religione è il dono della Pie‑

20

-g.. Esso perfeziona il culto che è dovuto a Dio per giustizia, sino a farne un omaggio filiale al Padre che sta nei cieli. Esso, non solo c´innalza, com´è giusto e doveroso, al di sopra del fango della terra e c´indirizza verso Dio, nostro Crea­tore e Signore; ma ci getta addirittura fra le brac­cia del più amoroso dei padri.

Inebriato appunto da viva pietà, San Giovanni Bosco esclamava: « Amiamo Iddio! amiamolo, che è nostro Padre!... Come è mai consolante quel Padre nostro che recitiamo mattina e sera! Come fa piacere il pensiero che abbiamo in cielo un Pa­dre che pensa a noi! » (60).

Oh, la pietà semplice e spontanea, intima e fervorosa, forte ed espansiva, del nostro santo Fon­datore! Studiamoci di conoscerla sempre meglio e di imitarla sempre più. E Dio voglia che a ciò contribuisca pure la presente trattazione, destina­ta a indicare conie, seguendo gli esempi e gli ammonimenti di Don Bosco, la pietà possa per­fezionare l´anima nostra, di modo che questa si muova prontamente e con affetto filiale verso Dio e le cose divine.

Ma nan sarà mai ricordato abbastanza che la pietà, anima del vero culto a Dio e fior fiore della virtù della religione, è dono dello Spirito Santo. Se

21

riconosciamo di possedere questo inestimabile te­soro, dobbiamo far nostre le parole di Sant´Ago­stino al Datare di ogni bene: a Per il dono tuo, o Signore, noi ci sentiamo accesi e portati all´insù; ardiamo e facciamo progressi: andiamo elevandoci sempre più nell´intimo del nostro cuore » (61):

22

LA VITA DI PIETÀ

´1. La Vita interiore.

Il Teologo Giacinto Ballesio, exallievo dell´O­ratorio, manifestò il segreto dell´invidiabile am­biente che regnava in Valdocco ai tempi del no­stro Padre, usando queste quattro parole: L´anima poi della nostra vita nell´Oratorio, il freno del male, l´eccitamento al bene, la giocondità, la bellezza, la soddisfazione nostra e l´ordine della Casa, la no­stra riuscita nello studio e nel lavoro, tutto na­sceva dalla pietà razionale, intima e fervorosa, che Don Bosco sapeva infonderci col suo esempio, con le prediche, con la frequenza dei Sacramenti, a quei tempi quasi nuova, e coi suoi discorsi, con certi racconti vivi ed edificanti, con certe sue pa­role, cenni e sguardi, che dissipavano le tenebre, le ansietà di spirito, inondavano l´anima di gioia

25

ed infervoravano all´amore della virtù e del sa­crificio » (62).

La felicissima formula R pietà razionale, in­tima e fervorosa » sta a indicare che non super­ficiale, non meramente esteriore, non meccanica, fu la pietà instillata nel cuore,, dei suoi figli dal Padre e Maestro della Gioventù: pietà, dunque, pervasa da potente vita interiore.

Questa espressione ascetica « vita interiore », oggi sempre più in voga, non la troviamo nelle parlate dirette di Don Bosco e neppure nei suoi scritti. Però il biografo narra che nel 1883 il San­to, predicando ai seminaristi di San SuIpizio in Parigi, < spiegò loro come il prete debba vivere una vita ardentemente interiore per poter illu­minare intorno a sè gli altri » (63).

quindi naturale che al buon Padre debba star a cuore che tutti i membri della Famiglia Salesiana vivano anch´essi una vita ardentemente interiore.

Ci pare anzi che lo stessa nostro santo Fon­datore ripeta a noi le parole di San Paolo agli Efesini: Io piego le ginocchia davanti al Padre del Signor nostro Gesù Cristo, da cui ogni pater­nità e nei cieli e sulla terra prende nome, affinchè dia a voi, secondo la ricchezza della sua gloria,

26

dí essere per mezzo dello Spirito di Lui fortemen­te corroborati nell´uomo interiore (64).

Difatti la vera e soda pietà non consiste es­senzialmente nel dire molte preghiere vocali, e neppure nel tenere conversazioni su Dio e le cose sante, e meno ancora in determinati atti di culto esteriore. La pietà è anzitutto un´attività interna: la bontà dei discorsi, la frequenza degli atti di cul­to e la ,fecondità delle opere ne saranno soltanto l´esterna manifestazione.

Tant´è vero, che San Paolo, spiegando agli Efe­sini perchè li desidera corroborati nel loro inte­riore dallo Spirito Santo, continua: e Dio Padre faccia sì che Cristo dimori nei vostri cuori (65). Ecco dunque indicato il principio della vita in­teriore, ossia della pietà razionale, intima e fer­vorosa: è il cuore abitato e posseduto da Gesù Cristo, in -virtù dello Spirito Santo, seconda il -vo­lere del Padre. A un cuore siffatto può e deve applicarsi l´ammonimento di Salomone: Con ogni cautela custodisci il tuo cuore, perché da esso de­riva la vita (66).

Sempre alla scuola di San Paolo, udiamo co­me nell´uomo, che è dotato d´intelligenza e di vo­lontà, venga sviluppandosi l´intima vita di pietà: di modo che Cristo — prosegue l´Apostolo ­dimori nei vostri cuori per mezzo della fede e

27

voi siate radicati e fortificati in amore (67). Oc­corrono pertanto fede e amore! La nostra mente invero, illuminata dagli splendori della fede, è la prima a entrare in azione: fissa il suo sguardo in. Dio e penetra ogni giorno più nell´Essere Infinito, sperando dalla divina Misericordia di esser fatta capace di comprendere con tutti i santi, qual sia la larghezza e la lunghezza e l´altezza e la profon­dità, ossia le incommensurabili perfezioni divine, e di intendere questo amore di Cristo che sor­passa ogni scienza (68).

Conseguentemente, la nostra volontà sente il fascino della Bellezza e Bontà infinita; quindi si slancia ad amare Iddio, a unirsi a Lui e a ser­virlo con tutte le sue forze, prendendo risoluzioni sempre più energiche e operando sempre più vi­gorosamente secondo la Volontà di Dio.

Comprendiamo perciò come Sant´Agostino, pregato di fare nn compendio o riassunto della re­ligione cristiana, abbia risposto dicendo che vera sapienza dell´uomo è la pietà e che pietà è il culto reso al vero Dio; che Dio dev´essere onorato con la fede, con la speranza e con la carità e che quindi il credere, lo sperare e l´amare sono i punti prin­cipali, per non dire unici, sui quali si deve insi­stere per praticare la nostra santa religione (69).

Sforziamoci anche noi, pertanto, di coltivare e

28

ingigantire lo spirito di pietà, particolarmente con l´esercizio delle virtù teologali. Tutto il resto, vale a dire le pratiche esteriori di culto e i frutti visibili delle virtù e delle opere buone, abbonderà fino a renderci — secondo la parola dell´Apostolo

ripieni di tutta la pienezza di Dio (70).

2. Le tre potenze dell´anima e la Pietà.

Dobbiamo ora penetrare più che mai nell´inti­mo dell´anima umana. Non, però, allo scopo di ab­bracciare tutto il complesso delle virtù intellettua­li e morali, che la aiutano a conoscere il vero e a praticare il bene; e neppure per considerare le so­vraeminenti -virtù teologali, che la uniscono a Dio divinamente credibile, divinamente sperabile, divi­namente amabile; e meno ancora per contemplare la meravigliosa ricchezza causata in essa dalla di­mora del Padre e del Figliuolo e dello Spirito

Santo.                                  i

1.! •.:

Vogliamo solamente ricordare con San Bernar­do (71) che l´anima è una piccola trinità, creata a immagine e somiglianza della Trinità Angusta e Santissima: di modo che, come il Creatore è un Dio solo in Tre Persone, così l´anima della crea­tura ragionevole, pur essendo una sola, possiede

29

tre facoltà o potenze, che sono la memoria,

l´in‑

telletto e la volontà.

Vedremo adunque come la pietà -viva e si svi­luppi in dette potenze, le quali da un punto di vi­sta ascetico sembrano costituire, per dir così, l´a­nima stessa dell´uomo: e con ciò penetreremo sem‑

pre più e meglio nel profondo segreto della vita interiore.

Anche in questo ci guida e incoraggia S. Tom­maso d´Aquino, « il nostro Maestro » (Cost., 166).

Egli si domanda come la virtù della religione operi

nell´intimo dell´uomo, e risponde che essa muove l´intelletto all´orazione e inclina la volontà alla di‑

voeione (72). Noi però cominceremo con la memo­ria, la quale dalla pietà viene incessantemente ri­chiamata alla presenza di Dio: il che è davvero fondamentale per la vita interiore.

Non ci nascondiamo che questo scandagliare le profondità dell´anima potrà forse parere a taluno

cosa non facile e fuaaneo meno gradita. Ci stimoli tuttavia a penetrare nel segreto più intimo del nostro cuore la considerazione che quel medesimo Padre nostro, il quale sta nei cieli, è pure — co­me insegna Gesù nel Discorso della Montagna ­il Padre che vede nel segreta, anzi che è nel segre­to (73)_

30

a) Memoria e presenza di Dio.

San Bernardo, dopo aver ricordato il noto pro­verbio « Ciò che occhio non vede, cuore non sente »; esce in questa - notevole affermazione: « L´oc­chio mio è la mia memoria! » E, scendendo a pra­tiche applicazioni, spiega come il ricordare i San­ti, sia quasi un vederli, e- come da questa specie di visione i cuori restino infiammati nella divo­zione ai Santi stessi (74).

Orbene, se voglie mo che la pietà verso Dio, nostro Padre, viva e cresca nel nostro interiore, è per noi indispensabile ricorrere anzitutto all´oc­chio della memoria, fino a poter ripetere con tut­ta verità le parole del santo re Davide: Mi pongo sempre il Signore dinanzi agli occhi (75).

Colui che é Dio e Padre nostro, noi con la no­stra memoria dobbiamo vederlo e rivederlo ovun­que, sia in cielo che in terra, e in ogni luogo, poi‑

ché` Egli è l´Immenso. A noi Egli dice per bocca di Geremia: C´è forse da credere che io sia Dio

soltanto da vicino, e poi non più Dio da lontano? Se l´uomo si cela nei nascondigli, forse che io non lo vedrò più? E non riempio io il cielo e la. ter­ra? (76).

Iddio — insegna San Tommaso (77) — è in tut­te le cose in forza della sua essenza, della sua pre‑

31

senza e della sua potenza. « Per essenza »: poichè non esiste essere alcuno che da Lui non sia stato creato e che da Lui non sia conservato. « Per pre­senza »: in quanto che tutto è palese e manifesto agli occhi suoi. 5 Per potenza »: pel fatto che ogni cosa è soggetta al sommo suo potere.

Ma allora, perchè il divin Maestro ci fa di­re: Padre nostro, che sei nei cieli? Non perchè la divina presenza si limiti soltanto al cielo; ma per aiutarci ad avere una più conveniente idea della maestà e grandezza, della sapienza e potenza di Dio: infatti i cieli sono più vasti, più magnifici, più meravigliosi di tutto il resto del creato. Il cie­lo poi nella Sacra Scrittura è chiamato < sede o trono di Dio », perchè lassù Iddio regna e si:co­munica, faccia a faccia, agli Angeli e agli Eletti.

Se poi — seguendo San Tommaso (78) — ap­plichiamo la parola « cieli » a coloro che sulla terra sono santi e giusti, noi dovremo anche qui proclamare che il Padre nostro sta nei cieli; giac­chè la fede ci assicura che il Padre, col Figliuolo e con lo Spirito Santo, abita nelle anime che -vivo­no nella sua grazia, vale a dire che lo conoscono, lo amano, lo servono e crescono di virtù in virtù fino ad andare poi a goderlo eternamente in Para­diso.

La nostra memoria a.dnnque, aiutata dalla Gra- .

32

zia, può e deve ricordare Iddio presente in ogni luogo, anzi in ciascuno di noi, poiché in Lui ab­biamo la vita, il movimento e l´essere (79). Per tal modo sgorgherà dal nostro intimo una pietà umile e riconoscente -verso il Signore, il quale da tutta l´eternità ci ha eletti a esser santi e irrepren­sibili nel suo cospetto, per amore, avendoci pre­destinati a esser figli -suoi adottivi per mezzo di Gesù Cristo (80).

A ravvivare sempre più l´occhio della memo­ria, tra gli splendori della fede e le fiamme della carità, ci sprona particolarmente la nostra voca­zione salesiana. Infatti non è esagerato il dire che l´umile nostra Società nacque e crebbe nel senti­mento della presenza di Dio: sentimento amorosa­mente coltivato da San Giova-orli Bosco e dai pri­mi suoi degni figli, e fissato per ben nove volte, esplicitamente, nelle Costituzioni (art. 45, 61, 67, 74, 139, 148, 173, 186, 201).

Il biografo di Don Bosco afferma che all´Ora­torio « gli alunni vivevano alla presenza di Dio, e su tutte le mura leggevasi scritto a grossi carat­teri: Dio ti vede » (81).

Don Francesco Cerruti ricorda che, tra le mas­sime più frequenti di Don Bosco, vi era questa: « Dio ti vede! Ricòrdati bene! ». E prosegue: « Il pensiero della presenza di Dio Don Bosco Io in‑

33

calcava in mille modi; e lo fece anche scrivere, con molti altri testi Scritturali, nella sua camera privata e sotto il porticato della Casa. Ricordo d´aver sentito da lui che nell´atto di partire da Ro­ma, vivente ancora Pio IX di santa memoria, chie­se all´augusto Pontefice, così grandemente benevo­lo a lui e ai suoi giovani, una massima che do­vesse loro dare come ricordo del Vicario di Gesù Cristo. — La presenza di Dio — rispose Pio IX. — Dite ai vostri giovani che si regolino sempre con questo pensiero. — Da quel momento questa gran massima prese ad inculcarsi da lui anche più frequentemente e vivamente ». Don Giulio Barbe­ris poi assicura: «Fatto sacerdote, Don Bosco si propose di mantenersi costantemente alla presen­za di Dio. Anche quando era solo, manteneva un contegno riservato, come se fosse in presenza di qualche gran personaggio. Entrai più volte in sua camera, per la premura, improvvisamente: e mai mi capitò di trovarlo in posizione meno composta; lo trovai molte volte a pregare. Questo pensiero della presenza di Dio cercò di insinuare a noi. Fece scrivere su vari cartelli da porsi nelle came­re: Dio ti vede! Cosi pure volle che ogni dormi­torio portasse il nome di un Santo, e che in ogni camera ci fosse il crocifisso e qualche divota im­magine » (82).

34

Nel 1877 il nostro Padre, visitando le Suore di Alassio, domandò: — Di quale virtù volete che vi parli? — Esse, che avevano, sempre tanto da fare e non sapevano come praticare quella regola´ che diceva di « stare continuamente alla presenza di Dio », unanimi risposero: — Ci parli dello stare sempre alla presenza di Dio. — Ed egli: — Sa­rebbe veramente bello che le Figlie di Maria Au­siliatrice stessero perpetuamente alla presenza di Dio!... Ma possiamo fare così: rinnovare l´intenzio­ne di far tutto alla maggior gloria di Dio ogni volta che si cambia occupazione. — Sopra il qua­le argomento ragionò un poco e infine concluse: — Come vedete, non è poi tanto difficile farsi l´abito della continua unione eon Dio (83).

Ben penetrava adunque nel vivo dello spirito salesiano il Santo Pontefice Pio X allorquando, nella prima udienza concessa al secondo successore di Don Bosco, insisteva sul pensiero della presen­za di Dio. Udiamo l´edificante ricordo dal medesi­mo Don Albera: « Animato da tanta benignità, mi feci .ardito di chiedergli qualche norma pratica pel governo della nostra Pia Società, e il Papa con un dolcissimo sorriso sulle labbra rispose: — E voi me lo chiedete? Voi non avete a far altro che seguire le tracce di Don Rua. Egli era un santo. In ogni cosa fate come avrebbe fatto

35

egli stesso. Non vi scostate dagli usi e dalle tradi­zioni introdotte da Don Bosco e da Don Rua. Tuttavia aggiungerò una parola: Ricordate ai vo­stri dipendenti che Colui a cui servono, Dominus est: è il Signore. Stia loro fisso nella mente il pensiero della presenza di Dio... Dio sia sempre nella loro mente e nel loro cuore » (84).

Voglia il Cielo che ciò si avveri incessante­mente per ogni membro della Famiglia Salesiana.

b) Intelletto e spirito di orazione.

« Uomo pio i nel linguaggio ascetico equivale a « uomo d´orazione ». L´orazione infatti è ele­mento indispensabile alla vera e intima pietà.

Se la memoria dal canto suo richiama la pre­senza del Padre Celeste, l´intelletto fa ben di più: approfitta di questa divina presenza per slan­ciarsi verso Dio.

È´ vera che chi prega o fa orazione, espone an­che i desideri del proprio cuore e chiede gli aiuti necessari all´anima e al corpo: e in questo senso l´orazione è « una supplica o richiesta a Dio di cose convenienti). Allora l´orazione diventa la óris ratio, cioè la guida della bocca nel soppli‑

36

care. Tuttavia San TOmmaso afferma che l´ora­zione è principalmente l´atteggiamento che pren­de l´intelletto allorchè, assecondando l´impulso del­la volontà e scotendo le ali della fede, s´innalza a: Dio elevandosi dalle creature fino al Creato­re (85).

Non si insisterà mai troppo su questo punto, esso pure così importante per la vita interiore. L´orazione consiste nello slancio della mente, ac­compagnata dal cuore, verso il Creatore e Padre nostro, pex conversare con Lui, per glorificare l´eccellenza delle sue perfezioni infinite, per rin­graziarlo dei benefizi ricevuti, per confessargli le nostre miserie e per riparare le nostre offese.

Tale intima elevazione a Dio, o conversazione col Padre che sta nei cieli, non è necessariamente-legata a parole, a sospiri, a lacrime; tiè a sguardi verso il cielo o verso oggetti di devozione; nè a canti, a genuflessioni o ad altri segni esteriori: benchè, alla stessa guisa che il fuoco nascosto rivela presto o tardi la sua presenza e l´opera sua, così lo spirito di orazione finisca per rive­larsi all´esterno, anche, fuori delle pratiche di pietà, sia ordinarie che straodinarie.

Del nostro santo Fondatore e Padre attestava Don Cerruti: « Il Cardinale Alimonda nel discorso funebre su .Don Bosco, cui egli chiama diviniz‑

37

zatme del suo secolo, segnala in questa unione costante con Dio, ossia in questo spirito di pre­ghiera nascosta eppure incessante, quell´esempio possente che potè dare alle opere sue. Don Bo­sco soleva da tutto cavar motivo di preghiera, ossia di elevazione a Dio. Ricordo — è sempre Don Cerruti che parla — che nelle passeggiate annuali, a cui invitava i suoi giovani, egli soleva ora dai fiorellini dei prati, altre volte dalle messi, tal altra dalle scoperte operate dalle viscere della terra, trarre motivo per elevar l´anima di se stes­so e dei suoi giovani alla contemplazione della bontà e misericordia di Dio. ,Così pure quando gli offrivano limosine per i suoi giovani o per le opere che aveva in corso: — Com´è buono — esclama­va — il Signore. Egli sapeva che avevamo biso­gno di questo denaro e ce lo ha mandato ». « E questi sentimenti manifestava con tanta sponta­neità, che — al dire del suo Primo Successore il Servo di Dio Don Michele Rua — si vedeva che sgorgavano da una mente e da un cuore sempre im­mersi nella contemplazione di Dio e dei suoi at­tributi. Come pure con tanta unzione ci parlava di Maria Santissima, dei Santi, degli Angeli e di tutti i misteri di nostra santa Religione da far­ci persuasi che la sua mente si andava continua­mente nutrendo di tali pensieri .. Don Barberis

38

poi affermava: « Io posso attestare che la sua vita fosse una continua contemplazione, tant´è vero che in qualunque momento lo sorprendessimo o gli domandassimo consigli spirituali, aveva sem­pre il suo pensiero pronto e ben specificato, come se uscisse in quel momento dal discorrere con Dio ». E il Cardinale Giovanni Cagliero, narran­do l´ultima visita fatta dal Cardinale Arcivescovo di Torino a Don Bosco morente, asseriva: <

monda rimase stupito nel vederlo così tranquillo di spirito, così imperturbabile nei dolori della malattia e così pieno del pensiero di Dio; e nel­l´uscire si volse a me e disse: — Don Bosco è sempre con Dio, è l´unione intima con Dio » (86)

Concluderemo ricordando che, quando l´im­mortale Pio XI raccomandò al Servo di Dio Don Filippo Rinaldi, Rettor Maggiore, che i nostri novizi si sforzassero di diventar perfetti imita­tori di Don. Bosco, — sia nell´amore per la gio­ventù povera e abbandonata, sia nell´attività in­stancabile, creatrice dappertutto di nuovi Ora­tori Festivi e di scuole e laboraforii d´ogni ge­nere, — aggiunse subito: 4´. E nello spirito di pre­ghiera! per il quale questi due perni della vita salesiana„ cioè l´amore e l´attività, sono santifi­cati dall´unione con Dio » (87).

39

Ciascun Salesiano pertanto, fiducioso nella divina Grazia, può e deve applicare la propria mente ad acquistare questo indispensabile spirito di orazione.

c) Volontà e divozione.

Le anime « pie » sono pur chiamate « clivote}: ed è cosa sì comune l´accostare tra loro pietà e di­vozione, che « uomo pio » vien detto chiunque compia le sue pratiche di pietà con divozione.

Secondo San Tommaso, la divozione riguarda la volontà. Ed è proprio la volontà il centro della vita interiore, il cuore della vera pietà: non basta infatti che la memoria ricordi Iddio presente, e neppure che l´intelletto si slanci verso DiO me­diante l´orazione; ma occorre soprattutto che la volontà, strappata al suo naturale egoismo, Ven­ga sottomessa interamente e stabilmente a Dio: in una parola, sia « divota ».

Che cos´è dunque la. divozione?

L´Angelico Dottore non si nasconde che la .clivozione, prima di riferirsi alla virtù della reli­gione — e, nel caso nostro, alla pietà — riguarda piuttosto la virtù della carità. E porta in propo­sito il, paragone degli amici, i quali incominciano

40

ad amarsi e finiscono con l´aiutarsi; quantunque sia anche vero che poi l´aiuto reciproco fa si che aumenti il mutuo affetto (88).

Questo legame tra la divozione e la terza vir­tù teologale fu assai celebrato dal nostro dolcissi­mo Patrono e Titolare San Francesco di Sales, che è il maestro classico della divozione. Egli scrive nel capo primo della Introduzione alla -vita devota: « La vera divozione vuole prima di tutto l´amor di Dio, anzi non è altro che il vero amor di Dio; ma non è però un amore mediocre: Devi sapere che l´amore divino, in quanto abbellisce le anice nostre, si chiama grazia, perchè ci rende graditi alla divina Maestà; in quanto ci comu­nica la forza di operare il bene, dicesi carità; ma quando è arrivato a tal grado di perfezione che, oltre a farci fare il bene, ce lo fa fare con dili­genza, assiduità e prontezza, allora piglia il no­me di divozione. A dirla in breve, la divozione è un´agilità e vivacità spirituale, con cui la cari­tà opera in noi e noi operiamo nella carità pron­tamente e con trasporto, casicchè, mentre è uf­ficio della carità farci osservare i comandamenti di Dio, è poi ufficio della divozione farceli osser­vare con prontezza e diligenza. Dosomm.a, la carità e la divozione differiscono tra di loro soltanto co‑

41

me il fuoco e la fiamma, perchè la carità, che è fuoco spirituale, quando diviene molto infiammata si chiama divozione; sicchè la divozione non ag­giunge al fuoco della carità altro che la fiamma, la quale rende la carità, pronta, operosa e diligente, non solo nell´osservanza dei comandamenti divini, ma anche nella pratica dei consigli e delle ispi­razioni celesti >. Fin qui San Francesco di Sales.

Noi però, dovendo mirare ora alla pietà, dob­biamo anche considerare la divozione rispetto alla virtù della religione. Così la San Tonaraasé, quando spiega: s La divozione è la volontà di de­dicarsi prontamente a quelle cose, che apparten­gono al servizio di Dio » (89).

Servire il Signore! In questa espressione si trova compreso tutto ciò che dà gloria al Padre Celeste, e particolarmente il divin culto con le relative pratiche di pietà.

Servire il Signore con prontezza e ardore! Ec­co la più bella prova che la volontà è veramente divota, e che l´anima è vivificata da una pietà razionale, intima e fervorosa.

Ci conceda Iddio di servirlo così! Allora trion­ferà in noi la vita interiore, come già in quei primi cristiani cui scriveva San Paolo: La vita vostra si è nascosta con Cristo in Dio (90). Allora ciascu‑

42

no di noi potrà ripetere sinceramente col mede­simo Apostolo: Vivo non più io, ma vive irn me Cristo (91).

3. La vita esteriore e la Pietà.

La pietà è principalmente, come abbiamo vi­sto, un´attività interna; però essa si manifesta al­l´esterno con la fecondità degli atti e delle opere. Quando infatti la vita interiore vigoreggia nella memoria, nell´intelletto e nella volontà, — di modo che l´anima arda effettivamente nel ricordo della divina presenza, nello spirito di orazione e nel fervore della divozione, — allora ne appaiono gli effetti esterni: il carattere si addolcisce, le parole risentono dell´amore soprannaturale, le ma­ni sono più pronte allo zelo. Ed eccone i frutti: le virtù e l´apostolato.

La pietà è utile a tutto, come afferma San Paolo (92): ossia, compenetra ed eleva tutta quan­ta la vita esteriore, facendo sì che gli uomini pii vivano ed operino da veri imitatori di Dio, come figli bene amati (93).

Se questo vale per tutti i cristiani, tanto più, per la ´Faniiglia Salesiana; la quale si direbbe tut­ta impegnata nella sola vita esteriore, poichè nelle

sue Case          diceva Pio XI — « questa Famiglia

43

non tanto dimora, quanto lavora». E lo stesso Sommo Pontefice asseriva pure di aver udito da Don Bosco che < chi non sa lavorare, non è Sa­lesiano 3. (94).

a) La caratteristica dei figli di Don Bosco.

Gli umili figli del Padre e Maestro della gio­-vendi vivono di rendita, nel senso che vengono giudicati alla luce e secondo i meriti del loro grande Fondatore e Patriarca. Questo accade, ad esempio, quando vengono lodati come lavoratori. Don Bosco, sì, fu un prodigioso lavoratore. E i suoi primi figli furono degni di lui.

Anche a noi, oggi, in realtà il lavoro non man­ca. E Dio voglia che aumentino le vocazioni con ritmo ognora crescente, per poter far fronte ai nuovi ed accresciuti bisogni: sempre più nume­rose sono infatti le opere di bene che ci vengono proposte dal Papa e dai Vescovi, dai Benefat­tori e dagli stessi Governi.

Non dobbiamo però dimenticare che la carat­teristica del nostro Padre non fu il lavoro in quanto tale, bensì il lavoro santificato dalla pietà. Dopo la lettura del Decreto sull´eroicità delle

44

virtù di Don Bosco, il Papa Pio XI, ricordando « quella vita cosi operosa e così raccolta, così ope­rante e così pregante », affermava: a: Questa in­fatti era una delle più belle caratteristiche di lui, quella cioè di essere presente a tutto, affac­cendaio in una ressa continua, assillante, di af­fanni, tra una folla di richieste e consultazioni, ed avere lo spirito sempre altrove: sempre in alto, dove il sereno era imperturbato sempre, dove la calma era sempre dominatrice e sempre sovrana; così che in lui il la-foro era proprio effettiva pre­ghiera, e si avverava il grande principio della vita cristiana: qui laborat, orat. Questa era e deve ri­manere la grande gloria dei suoi figli e delle sue figlie » (95).

Già il Cardinal Cagliero aveva dichiarato: c Don. Bosco pregava sempre, perchè tutto ciò che faceva era diretto alla gloria di Dio e lo faceva alla Sua presenza. Quindi era per lui preghiera anche il lavoro continuo, santo, incredibile: uni­va con ammirabile perfezione la vita contempla­tiva all´attiva ». E Don Barberis: « Un giorno ai Direttori radunati Don Bosco domandò, me pre­sente, che cosa credessero più importante da in­sinuare ai confratelli. Vari dissero varie cose, ed egli soggiunse: — Vedo che da noi si lavora mol‑

45

to. La cosa più importante è che si lavori sem­pre per il Signore. Nel lavoro alziamo sempre gli occhi al Signore, e facciamo in. modo che il de­monio non ci abbia a rubare il merito delle nostre azioni » (96).

Le Costituzioni ci ricordano che la nostra So­cietà tende principalmente alla vita attiva; ma ciò dicono -- cosa degna di nota! — precisa­mente nel capo consacrato alle Pratiche di Pie­tà (Coste 150). Lo stesso pensiero esprimeva Don Bosco in quest´altra maniera: « Specialmente noi, che abbiamo poca vita contemplativa! » (97).

I Regolamenti poi fissano l´indispensabile unione tra lavoro e pietà, là ove esortano i Novizi ad acquistare « le virtù necessarie a un buon Sa­lesiano » e in particolare « quella operosità in­stancabile santificata dalla preghiera e dall´unio­ne con Dio, che dev´essere la caratteristica dei figli di Don Bosco » (Regol., 291, 40). Quest´ulti­ma espressione venne formulata dal Servo di Dio Don Rinaldi, nella revisione dei Regolamenti se­condo l´incarico e i criteri stabiliti nei Capitoli Generali XI e XII.

Non saremmo pertanto buoni Salesiani di Don Bosco, qualora non ci sforzassimo di possedere tale caratteristica. Anzi, saremmo imperdonabili,

46

dopo che lo zelo del medesimo terzo successore di Don Bosco ottenne dalla sovrana bontà di Pio XI un mezzo straordinario per unire pietà e attività, lavoro e unione con Dio.

b) L´Indulgenza del lavoro santificato.

Il 6 giugno 1922 rimase scritta a caratteri d´oro nella storia della spiritualità di Don Bosco. L´al­lora novello Rettor Maggiore Don Rinaldi fu rice­vuto in intima e prolungata udienza dal Santo Padre Pio XI. Dopo aver chiesto alcuni fa­vori, — già concessi dalla bontà dei Sommi Pon­tefici a Don. Bosco, a Don Rua e a Don Albera, ­egli presentò al Vicario di Cristo una supplica tutta speciale. Ascoltiamo lo stesso Don Rinaldi:

«Ma volevo chiedere anche un favore singoe larissimo, per tutti i miei amati figli, per le buone Figlie di Maria Ausiliatrice, per i rispettivi allievi ed .ex-allievi d´ambo i sessi, per i nostri zelanti Cooperatori e Cooperatrici. Me n´era velluto il pensiero ai piedi della nostra potente Ausiliatrice, in questo suo Santuario a noi tanto caro; e in Lei avevo riposto tutta la speranza per ottenerlo dal Santo Padre. Non è forse Lei la vera tesoriera

47

di tutte le ricchetze spirituali di cui Gesù volle dotare la Chiega, sua mistica sposa, con la sovrab­bondante sua redenzione e coi meriti sempre cre­scenti dei suoi Santi? Pieno perciò di fiducia nel­la sua materna assistenza, ricordai al Santo Padre come Don Bosco con la parola e con l´esempio in­culcasse continuamente ai suoi figli il lavoro e la preghiera; com´egli fosse sempre unito a Dio anche in mezzo alle più gravi occupazioni; e lo pregai di voler dare ai Salesiani, alle Figlie di Maria Ausiliatrice, ai loro allievi, ex-allievi e Cooperatori, uno stimolo efficace che li aiutasse ad essere ogni giorno più attivi e nel medesimo tempo più uniti al Signore. Il Santo Padre ascol­tava benignamente; e siccome io, giunto a questo punto, non osavo quasi più manifestare il mio pensiero, Egli con paterna bontà insisteva: ­Dica, dica pure... — Allora gli dissi che, a parer mio, un mezzo molto efficace per aiutarli e spin­gerli tutti a ciò sarebbe stato il concedere loro una speciale Indulgenza da lucrarsi ogniqualvolta avessero unito al lavoro, ,FIll´insegnamento, all´as­sistenza, e via dicendo, oualche devota invoca­zione. E qui gli presentai il foglio contenente la supplica relativa, che avevo portato con me. Dal tenore di essa potrete comprendere meglio, o miei cari, la somma generosità e benevolenza del Santo

48

Padre verso di noi; e perciò ve la trascrivo te­stualmente:

Beatissimo Padre,

Il motto Lavoro e Preghiera, che ci ha lasciato il nostro Venerabile Padre e Fondatore Don Bosco, ci inculca di continuo il dovere che abbiamo di con­giungere all´operosità in vantaggio dei giovani l´inces­sante unione del, nostro spirito con Dio, seguendo in ciò i mirabili esempi che Egli medesimo ci diede.

Conoscendo la grande benevolenza della Santità Vostra verso l´Opera Salesiana, benevolenza che già ripetutamenté si compiacque di attestare, mi faccio ardito d´implorare dal Suo cuore paterno una grazia, che sarebbe un potente aiuto ad attuare con sempre maggior perfezione il progrImma racchiuso in quel motto.

Prostrato pertanto al bacio del S. Piede, supplico , umilmente la Santità Vostra a volersi degnare di con­cedere che i Salesiani, le Figlie di Maria Ausiliatrice, i loro Allievi, Ex-allievi e Cooperatori d´ambo i sessi, ogni volta che uniranno al lavoro qualche divota invocazione, possano lucrare l´Indulgenza di quattro­cento giorni, e l´Indulgenza plenaria una volta al giorno, applicabili anche alle anime del Purgatorio.

Che della grazia...

Di Vostra Santità. Umilissimo e Devotissimo Figlio

Torino, 1° Giugno 1922.

Sac. FILIrro RINALDI

49

Il Santo Padre prese questa supplica, e in­cominciando a leggere le parole Lavoro e Pre­ghiera disse subito:, « Lavoro e preghiera sono una cosa sola: il lavoro è preghiera, e la preghiera è lavoro; il lavoro non val nulla per l´eternità, se non è congiunto con la preghiera; e questa, per­ché sia accetta a Dio, richiede l´esercizio di tutte le facoltà dell´anima. Il lavoro e la preghiera sono inseparabili e procedono di pari passo nella vita ordinaria; prima però la preghiera e poi il lavo­ro: Ora et labora (Prega e lavora) è sempre stata la parola d´ordine dei Santi, i quali anche in ciò si sono semplicemente modellati sugli esempi di Nostro Signor Gesù Cristo. Perché l´operosità sia vantaggiosa, deve andar congiunta con l´unione a Dio, incessante, intima ». Presa poi la penna, scris­se in testa alla supplica la concessione del segna­´ latissirao favore spirituale con queste parole: Pro Grafia juxta infrascriptas Preces. Prus PP. XI ».

E Don Rinaldi continua: «Il Papa Pio XI volle, a .parer mio, superare i suoi Predecessori nella bontà e condiscendenza affettuosa verso i Salesiani. Anche da Lui, per mio mezzo, scende a voi tutti, miei cari figli; lo stesso móniro, che è stato, direi, il tema predominante della medesima udienza, e che si può riassumere in queste parole: "Perchè l´operosità dei Salesiani sia vantaggiosa,

50

deve andar congiunta con l´unione a Dio, deve sempre essere preceduta daTola santificazione per­sonale. E perchè i Salesiani ottengano ciò più si­curamente, annuisco alla supplica presentatami, per aiutarli a santificare il loro lavoro, arricchen­dolo dei tesori delle sante Indulgenze. Finora queste venivano concesse ai fedeli solo a condi­zione di certe pratiche devote esteriori; ma di qui innanzi i Salesiani le acquisteranno col loro lavoro medesimo, ogni volta che ad esso uniranno qualche devota invocazione, per quanto breve. In tal modo conseguiranno più facilmente la loro santificazione individuale, mediante l´abituale unione con Dio ". Se uuesie non sono le precise parole del Santo Padre, ne compendiano però tutto il pensiero e l´affetto. Egli vuole che noi siamo dei santi religiosi, e perché possiamo dive­nire realmente -tali, continuerà ad aiutarci e a snronarci con tutti. i mezzi di cui. può disporre come Vicario di Gesù Cristo e Dispensatore degli inesauribili tesori della Chiesa. Perdonatemi, o carissimi, — conchiude Don Rinaldi, — questa lunga digressione:, il singolare favore che ci ha concesso il Santo Padre, e ii suo vivo interessa­mento per la nostra santificazione, mi mossero a scrivere questi semplici pensieri, per eccitarvi a più viva riconoscenza verso di Lui, e a procedere

51

più animosamente verso le vette della perfezione religiosa } (98).

L´anno seguente il venerato Superiore tornava su questo caro argomento, scrivendo ai Salesiani: « Con questa insigne indulgenza noi dobbiamo mi­rare alla santificazione del momento presente che la bontà del Signore ci concede: solo in tal modo potremo direi veri imitatori del nostro Venera­bile Padre nella ininterrotta unione con Dio, e così conseguire con grande facilità quella perfe­zione religiosa a cui con voto ci siamo obbligati di tendere. La nostra vita altro non è che una suc­cessione di momenti: l´unica cosa reale che vi è in essa è il breve istante attuale che scorre velo­cemente. Noi viviamo solo nel presente; il nostro dovere è di santificarlo, e non possiamo far di più Per la nostra perfezione e per la gloria di Dio. I nostri lavori, fossero anche dei veri prodigi d´in­telligenza e di attività, se non abbiamo pensato a santificare i momenti in cui li abbiamo compiuti, non avranno alcun valore agli occhi di Dio. Ora il Santo Padre, col favore che ci ha concesso, ha voluto precisamente eccitarci a santificare il mo­mento presente, rendendoci abituale la elevazione della mente e del cuore a Dio » (99).

Anche da queste umili pagine salga un rinno­vato ringraziamento alle anime sante di Pio XI e

52

di Don Rinaldi. E, a pratica manifestazione della nostra indefettibile gratitudine, accogliamo rive­renti e volonterosi l´augusto ammonimento che, dopo il Decreto sulla eroicità delle virtù del no­stro Padre, diede allo stesso Don Rinaldi il me­desimo Pio XI, e cioè « che non si risparmiassero fatiche né sacrifizi pur di tener viva la pietà vo­luta da Don Bosco, nella quale v´è proprio lo spi­rito di Dio indispensabile per fare il bene e sal­vare le anime » (100).

4. La Pietà voluta da Don Bosco.

Quale e quanta pietà abbia praticato e inse­gnato il nostro santo Fondatore e Padre, dovrà risultare da tutta la presente trattazione.

Qui però vogliamo considerarne espressamente tre aspetti peculiari: la continuità, l´esemplarità e la soave attrattiva.

a) Pietà incessante.

Don Barberis, il primo Maestro dei Novizi nella Società Salesiana, tracciò della pietà di Don Bosco un compendio meraviglioso. Lo riportiamo qui, perché da esso risulta che la vita del nostro

53                                      .

Padre fu, non soltanto di azione pel Signore, ma anche di preghiera al Signore: di modo che lasciò ai suoi Figli il fulgido esempio di aver unito alla parte indispensabile di Marta anche la parte ottima di Maria.

« Tutta la vita di Don Bosco può dirsi vita di preghiera — così Don Barberis. — Da giovinetto la mamma io trovava sempre pronto alla preghie­ra. Quando fu servitorello in casa Maglia era già di tale spirito di preghiera, che faceva stupire i suoi padroni; uno di essi che era fanciullo in.quel tempo, e che dormiva con lui, ebbe a dire con me che egli pregava sempre. Una volta il padrone ebbe a dirgli che riposasse di più e il piccolo Gio­vanni gli rispose: — Se preghiamo, voi seminate VIn grano e vengono quattro spighe; e se non pre­gate, ne verrà appena una. — Venendo a casa stanco dal lavoro a mezzodì, non prendeva ci­bo se luna aveva detto l´Angelus, ed il padrone medesimo peI suo buon esempio incominciò a dir­lo anche lui. Da chierico fu l´oggetto di ammira­zione in Seminario. Don Giacomelli mi raccontò che andava nella attigua chiesa di San Filippo a far visita al Sacramento e che per poter fare la Comunione nei giorni feriali si adattava a stare senza colazione. Da prete, quando aveva tante o­pere fra le mani, non gli rimaneva il tempo di fa‑

54

re orazioni vocali, ma si può dire che pregava tutto il giorno. Io lo vidi potrei dire centinaia di volte montando e scendendo le scale sempre in preghiera. Anche per via pregava. Soffri per lun­go tempo•mal d´occhi e il medico gli aveva proi­bito assolutamente di leggere o scrivere a luce ar­tificiale. Entrai moltissime volte in sua camera in quei tempi e lo trovai sempre che pregava, La medesima cosa mi attestò Don Lemoyne, il quale pure doveva con molta frequenza entrare nella sua camera. Nei viaggi, quando non correggeva bozze, lo vedeva sempre in preghiera » (101).

Per parte nostra dobbiamo sforzarci d´imitare iI nostro santo Fondatore, soprattutto ricordando sia l´insegnamento di Gesù che bisogna pregar sempre senza stancarsi mai sia il consiglio del­l´Apostolo: Pregate senza mai cessare (102).

A questo punto forse taluno potrebbe chiedere se e come sia possibile, nella nostra vita -vissuta, una tale pietà davvero incessante.

Con San Beda. il Venerabile rispondiamo che l´orazione, in senso generale, non consiste sola­mente nelle parole con cui s´invoca la divina ,cle­menza, ma anche in tutte le azioni che, in osse­quio al nostro Creatore e Padre, compiamo con quella divozione che viene dalla fede,» (103). A ben comprendere le parole del santo Dot‑

55

tore gioverà il ricordare che alla pietà concorre tutta l´anima nostra con le sue principali potenze: intelletto, memoria e volontà.

Ora è certo che durante il terreno´ pellegrinag­gio, salvo un Miracolo, non è possibile che la me­moria ricordi Iddio senza interruzione alcuna, e neppure che l´intelletto a Dio si innalzi senza posa; tuttavia è facile, ben inteso con l´aiuto del­la Grazia, tenere la volontà assiduamente a Dio divota, ossia protesa sempre al divino servizio per spirito di filiale amore.

Come il cuore del fanciullo non ha momenti fissi per amare la Mamma, cui ama sempre, sia di giorno che di notte; così la volontà che tenda costantemente a poter ripetere con Gesù: Faccio sempre quanto piace al Padre mio (104), vivrà ininterrottamente nella pietà verso il Padre Ce­, leste. A questo scopo mira la purità d´intenzione, che San Giovanni Bosco racchiudeva concretamen­te in questi termini: s Purità d´intenzione è fare quello che più piace a Dio; e noi ce ne assicuria­mo con l´obbedienza ». Egli poi era appunto — co­me scrive il suo biografo — « uomo di preghiera continua, quantunque non avesse nessuna di quelle esteriorità e pratiche, che generalmente si vedono negli altri Santi. Era, la sua, quell´orazione attiva, la quale consiste nello stare continuamente alla

56

presenza di Dio, col fine, non solo di servirlo, ma godendo e rallegrandosi tra le proprie occu­pazioni, nel vedere attuarsi, in ciò che si sta facendo, la volontà del Signore » (105).

Confortiamoci adunqne, pensando che possia­mo vivere nella pietà senza interruzione alcuna: Per mezzo della memoria, ravviveremo a più non posso il ricordo della presenza di Dio; per mez­zo dell´intelletto, innalzeremo il più spesso pos­sibile l´anima a Dio, che invocheremo con preghie­re anche brevi, ma sempre infocate di filiale affetto; grazie poi alla volontà, incessantemente diretta a servire lietamente il Signore, faremo sì che ogni cosa nella nostra vita diventi orazione: e noi vivremo davvero — come dice l´Apostolo

con tutta pietà (106).

b) Pietà esemplare.

San Giovanni Bosco volle che nelle sue Case si desse gloria al Padre Celeste con una grande esemplarità di Vita. « Niente — lasciò scritto nel­le Costituzioni (art. 188) — meglio adorna-un reli­gioso, che la santità della vita, per cui in tutto sia d´esempio agli altri ». E questo specialmente nelle cose riguardanti la pietà.

Le parole di Gesù: La vostra luce risplenda

57

dinanzi agli uomini in modo tale che, vedendo le vostre opere buone, dian gloria al Padre Vostro

che è nei cieli (107), erano spesse volte ricordate dal Santo ai suoi figli. Ad esempio, la vigili/9 del­l´anno 1873, dava questa Strenna per gli assistenti, chierici e preti: « Che siano luce, si mostrino esem­plari- in tutte le loro azioni a tutti i secolari, e non permettano mai che vi siano dei secolari che li superino nella pietà » (108). E nel Regolamento del 1877 (capo XII, ari. 6); a proposito della Con­fessione e della Comunione dei Coadiutori, scri­veva: « E ciò facciano nella propria Chiesa o proprio Oratorio, affinchè la loro cristiana con­`dotla sia conosciuta dai giovani della Casa, e ser­va loro di buon esempio D. Anche per motivo di vi­cendevole buon esempio le Costituzioni vogliono che « riesca agevole ai soci prender parte in co­mune alle pratiche di pietà », con. particolare ri­guardo alle preghiere della sera e all´Esercizio del­la Buona Morte (Cost., 13, 15, 157).

Nelle Costituzioni stesse rimane efficacemente fissato il pensiero del nostro santo Fondatore in fatto di: pietà esemplare. L´ari. 195 impone al Maestro dei Novizi che « si adoperi a far loro compiere e praticare in modo al tutto esemplare gli esercizi di pietà prescritti nella Società ». Per l´ammissione del Novizio ai voti, l´ari. 180 pone

58

tra le altre condizioni quella che egli si sia mo­strato « esemplare nelle pratiche di pietà ».

150 poi afferma perentoriamente: «La vita attiva a. cui tende principalmente la Società, fa sì che i Soci non possano far molte pratiche di pietà in comune. A ciò pertanto suppliscano essi col vi­cendevole buon esempio, e col perfetto adeni­pirnento dei doveri genera del cristiano ».

Anche in questo il nostro Padre, prima d´in­segnare, aveva cominciato P-n da piccolo a pra­ticare. Attestò infatti Don Giovanni Battista Le­moyne: « Seppi da Don Secondo Marellisio, mio confratello, che i coetanei di Don Bosco in ogni luogo nel quale dimorò da giovane, gli testimo­niavano di aver sempre ammirato con quale di­vozione stava in chiesa, recitava il Rosario e fa­ceva pregare i suoi compagni. Aperto il suo Ora­torio in Valdocco, recitava le sue orazioni della sera sotto il porticato con i suoi giovani, con gran­de nostra edificazione. In chiesa presiedeva l´eser­cizio mensile della Buona Morte, e la sua parola risuonava così di-vota, e soave che a tutti, e anche a me, faceva la più grande impressio­ne. Don Ascanio Savio, che convisse più an­ni con Don Bosco, mi disse che il Venera­bile fu sempre modello a tutti nella pre­ghiera, benchè nulla mostrasse di straordinario

59

nel suo contegno, e che non lo vide mai in sacre-stia o in chiesa appoggiare i gomiti sul banco te­nendo le mani giunte oppure leggendo un libro; mi aggiunse che era persuaso che passasse mol­te ore della notte in preghiera. Il suo raccogli­mento era così divoto che Monsignor Bertagna ebbe a dire a Don Felice Reviglio, già allievo di Don Bosco e poi Parroco di Sant´Agostin.o in Tori­no: — Don Bosco pregando aveva l´aspetto di un angelo ». Il citato Don Ascanio Savio poi ricorda­va di aver notato che a quando Don Bosco recita­va le orazioni in comune, pronunciava con un gusto affatto speCiale le parole: Padre nostro che sei nei cieli; e la sua voce, spiccando in mezzo a quella dei giovani, aveva in quel momento un suo­no armonioso, indefinibile, che muoveva a tene­rezza chi udiva » (109).

Se noi ci sforzeremo di ricopiare gli esempi paterni, non solo cresceremo nella santità nostra individuale, ma faremo fiorire la pietà, che è fondamento del sistema preventivo, anche tra i nostri giovani.

Il venerato Don Albera, che tanto approfondì e imitò la pietà di Don Bosco, tocca questo argo‑

mento € che — egli scrive — più di ogni altro do­vrebbe tornar efficace ai Salesiani ». E continua: « Tutto il sistema d´educazione insegnato da Don

60

Bosco si poggia sulla pietà. Ove questa non fos­se debitamente praticata, verrebbe a mancare ogni ornamento, ogni prestigio ai nostri istituti, che diverrebbero inferiori di molto agli stessi istituti laici. Orbene, noi non potremmo inculcare ai no­stri alunni la pietà, se noi stessi non ne fossimo abbondantemente provvisti. Sarebbe monca l´edu­cazione che noi daremmo ai nostri allievi, poiché il più leggero soffio d´empietà e d´infunoralità scan­cellerebbe in loro quei principi, che, con tanti sudori e con lunghi anni di lavora, abbiamo cer­cato di stampare nei loro cuori. Il Salesiano se non è sodamente pio, non sarà mai atto all´ufficio

d´educatore. Ma il miglior metodo per insegnare

la pietà è quello di darne l´esempio. Ricordiamo‑

ci che nessun elogio più bello potrebbe darsi ad

un Salesiano, che quello di dire di lui che è ve‑

ramente pia. Ed è per questo — conclude Don

Albera — che nell´esercizio del nostro apostolato

noi dovremmo sempre avere dinanzi agli occhi

il nostro Don- Bosco, il quale anzitutto ci si mo‑

stra quale specchiato modello di pietà » (110).

Tutti i Salesiani hanno dunque il dovere di

eccellere nello spirito di pietà; ma, naturalmente,

esso incombe in primo luogo a coloro che sono

Superiori. Tanta è così, che San Giovanni Bosco,

tracciando la figura ideale del Direttore, afferma

61

nel Regolamento del 1877 (capo I, art. 7): « Egli deve essere come un padre in mezzo ai propri figli, ed adoperarsi in ogni maniera possibile per insinuare nei giovani cuori l´amor di Dio, il ri­spetto alle cose sacre, la frequenza ai Sacramenti, filiale divozione a Maria Santissima e tutto ciò che costituisce la vera pietà».

Perciò ancora Don Albera, indirizzandosi agli. Ispettori e Direttori, li metteva in guardia « con­tro i gravissimi pericoli d´una vita disordinata­mente attiva ›, quali « la dissipazione dello spi­rito, la durezza di cuore, una maniera d´agire int­-L´affatto umana }. E insisteva: « Più che con le pa­role dunque sia il Superiore di eccitamento alla pietà col suo esempio; così solamente potrà santi­ficare le sue azioni e dare tanto di pietà e fervore ai suoi dipendenti quanto è necessario, senza mai patirne difetto egli stesso ». Poi continuava: « Ve­nendo ora alla pratica: 1) Non manchi mai di trovarsi con la Comunità alla meditazione, alla lettura spirituale, a tutte le funzioni e pratiche di pietà obbligatorie. 2) Approfitti di ogni predica, sermoncino della sera, allocuzione o rendiconto, per eccitare i confratelli a praticare la pietà, e sia santamente industrioso per mantenere vivo in essi il fervore. 3) Sia costante nell´esigere che si compiano le pratiche ordinate dai Superiori, e si

62

opponga, alla mania di abbreviarle od. ometterle. 4) Abbia cura che i sacerdoti celebrino digne, at‑

tenta

ac devote; che si imparino bene le sacre ce­rimonie e che s´insegni specialmente il canto gre­goriano, la musica sacra e quanto può accrescere decoro al culto divino » (M).

Queste ultime parole del secondo Successore di Don. Bosco ci richiamano la terza caratteristi­ca dello spirito di pietà voluto dal nostro Padre: l´attrattiva sul cuore dei giovani.

e) Pietà attraente.

ll Coadiutore Pietro Euria dipinse Don Bosco in preghiera con questa pennellata maestra: «Ave­va un´aria sorridente ». Udiamone tutta la preziosa testimonianza: « Don Bosco pregava! Al vederlo pregare pareva un santo, un serafino, Nulla di af, fettato nel suo atteggiamento: in ginocchio, sta­va ritto sulla persona, con le mani giunte, con la testa leggermente china. Aveva un´aria sorridente. Chi gli stava vicino, non poteva fare a meno di pregare anche lui bene. Son vissuto con lui qua­si trentacinque anni e l´ho sempre veduto prega­re così, anche nelle sue Malattie» (112).

Certo, ai suoi alunni il Santo chiedeva, se non   63

proprio il sorriso nella preghiera, almeno la le­tizia del figlio che si presenta davanti al Padre suo dilettissimo. « Queste pratiche di pietà ­disse in una Buona Notte — si adempiano con amore ed ilarità ». E motivava un si affascinante programma con le parole dell´Apostolo: Mlarem datorem daigit Deus: il Signore ama che quello che si fa per Lui, lo si faccia con allegrezza (115).

Per questo medesimo scopo di rendere attra­ente la pietà, il Santo proponeva ai suoi figliuoli « un amico da onorare: Gesù Sacramentato; e una madre da invocare: Maria Ausiliatrice » (114). Ecchè, si va forse di mala voglia dalla mamma o da un amico? No certamente, fin che uno ha cuore! Altra volta Don Bosco raccomandava: « Pre­gando, recitate adagio le preghiere e con lo stesso tono di voce, col quale parlereste ad un amico a voi caro ». (115). E, parlando di musica, ricor­reva al pensiero degli Angeli: « Non sia mai che apriate la bocca solo per fare pompa della vo­stra voce; pensate invece che col canto divoto lodate Iddio, ed alla vòstra voce fanno eco gli Angioli del Cielo » (Regol. degli Allievi, Capo IV, Contegno in chiesa, 8).

Il santo Educatore si studiava al tempo stesso di non opprimere i giovani con pratiche religio­se non necésiarie o comunque eccessive. Depose

64

l´ei-allievo Canonico Giovanna Battista Anfossi. « Molte volte vennero da lui sacerdoti direttori di altri Istituti per la gioventù, e gli domanda­vano quali erano le pratiche di pietà, che com­pivano regolarmente i suoi giovani. Generalmen­te si credeva che nell´Oratorio fosse un continuo pregare. Ed egli rispondeva che queste pratiche si riducevano a quelle di ma buon cristiano, cioè a quelle del mattino e della sera, ed a quelle del­l´assistenza alla Messa, durante la quale si reci­tava il Rosario. Conviene però notare che Don Bosco procurava che queste preghiere fossero fat­te con gran raccoglimento, e questo otteneva col suo esempio, col dimostrare frequentemente la po­tenza della preghiera e la presenza di Dio, di­cendo che essa preghiera è un colloquio con Dio stesso. Ad un tale, che io ben conosco, che quasi lo rimproverava di trattenere i giovanetti in ec­cessive preghiere, rispose: — Io non esigo di più di quanto si fa da ogni buon cristiano, ma pro­curo che queste preghiere siano fatte bene. ­Anche le minute preghiere, che si solevano fare prima e dopo il cibo, prima e dopo ogni occupazio­ne, erano da lui fatte con grande compostezza: e se scorgeva qualche ragazzo a fare il segno della Santa Croce meno regolarmente, non tralasciava di avvertimelo ). Non mancano, nelle Memorie

65

Biografiche, esempi caratteristici e impressionanti della cura con cui Don Bosco voleva fossero evi­tate nelle pratiche religiose alcune esteriorità inopportune (116).

Infine noteremo che, a donare attrattiva e pia­cevolezza alla pietà, contribuiva potentemente lo ,splendore del divini culto: splendore promosso con zelo inesausto dal nostro santo Fondatore a fine di attirare i giovani alla religione e di innamorar­li delle funzioni di chiesa. 4:Non tralasciò cura, per riuscire a questa scopo — dichiarò Don Barberis. — Innalzò chiese suntuose come Maria Ausiliatri­ce, il Sacro Cuore e molte altre. Volle che si con­servasse gran povertà in casa, ma ci diceva: — Non risparmiate niente per il decoro della chiesa. — Qoa-odo si trattò dell´organo di Maria Ausiliatrice, diede ordine che fosse grandioso e liturgico; vol­le sempre che la musica fosse della più solenne e adatta; così, delle cerimonie e dei sacri Ministri: di modo che venne proverbiale in Torino che, se si voleva gustare buona musica e canto gregoria­no ben eseguito, bisognava andare a Maria Ansi­liatrice. Stabilì appositamente in ogni Casa e volle che in tutte vi fosse il cosiddetto Piccolo Clero, cioè giovanetti vestiti da Chierici, bene istruiti nelle cerimonie, affinché nelle solennità

sei_ vissero all´altare e dessero decoro alle funzio‑

66

ni. Molte volte io udii da ogni qualità di persone magnificare le funzioni delle Case Salesiane. Don Bosco dimostrava un´anima da artista, ma il suo pensiero era sempre e solo il medesimo: con que­sto mezzo attirare anime a Dio ed entusiasmare di amore alla religione ed alle sue pratiche i giova­ni> (117).

5. La morte della Pietà.

A questo punto dovremmo entrar a parlare delle pratiche di pietà, ossia di quegli atti di culto religioso che sono promossi dalla pietà e nel tempo stesso alla pietà apportano vigoria e fervore. Ma siccome la pietà non può rinvigorirsi nè infervorarsi se prima non è viva, e siccome non sarebbe neppur viva qualora l´anima non fosse in grazia di Dio, ne consegue che per noi è indispensabile soffermarci a considerare il pecca­to che, distruggendo la grazia santificante, viene a essere la vera morte della pietà.

Oggi invero, a motivo di una sempre più diffusa ignoranza religiosa,• va affievolendosi nei popolo cristiano il senso del peccato: Purtroppo, anche là ove si studiano iniziative per accrescere la cultu­ra religiosa o per promuovere lo spirito di solida­rietà fra i cattolici, non sempre vien data la do‑

67

vota importanza alla guerra aperta e implaca­bile contro il peteato. V´ha di più. Negli ambien­ti stessi che hanno il privilegio di una frequenza notevole ai santi Sacramenti, forse non sempre si rompono definitivamente certe tristi catene di peccato e confessione, confessione e peccato.

a) Malizia del peccato.

Eppure il peccato è la morte della pietà, an­zitutto perché offende il Padre nostro che sta nei

cieli, col disobbedire gravemente alla sua Volontà. Questa considerazione faceva si che San Bernardo, rivestendosi umilmente della persona del pec­catore convertito, esclamasse: « Oh, come Iddio si mostrò padre verso di me, mentre io mi.mostrai figlio indegno di Lui. Con che faccia alzerò gli occhi a un Padre sì buono, io che san così cattivo figlio?... Ahimè! Non mi vergognai, infelice e in­sensato, di correr dietro a cose vane e caduche, a dei veri nonnulla che conducono però alla morte, an.zichè preoccuparmi dell´amore e dell´onore do­vuti all´Eterno Padre. Mi confondo, mi confondo all´udire dalla sua bocca: Se ti sono padre, ov´è l´onore che mi devi? x (118).

Il peccato poi è la morte della pietà, perchè

68

offende il Figliuolo di Dio fatto uomo e immolato per noi sulla Croce. Alla stessa guisa che Giuda non fissò lui stesso il prezzo del tradimento, ma si rimise alla volontà dei nemici di Gesù, così il pec­catore non esita a barattare il Figlio di Dio e la sua amicizia, quasi ripetendo ai propri istinti sfrenati e menzogneri: Che casa siete disposti a darmi se lo consegno nelle vostre mani? (119). disgraziati peccatori non riflettono al fatto che stanno imitando i giudei quando posposero Gesù a un assassino con l´infame grido: Non Costui, ma Barabba (120); nè si dànno pensiero alcuno che Egli stesso ha portato i nostri peccati sul suo corpo (121); anzi, gli rinnovano l´orribile Passione e Morte rierocifiggendo essi per conto proprio il Figlio di Dio ed esponendolo all´infamia (122).

Il peccato finalmente è la morte della pietà, perchè offende lo Spirito Santo, Amore eterno e sostanziale del Padre e del Figlio, e Fonte per noi di- tutti i beni e di tutte le grazie. L´Apostolo am­moniva: Non contristate lo Spirito Santo di Dio, nel quale avete ricevuto l´impronta per il giorno del riscatto (123). D´altronde Isaia aveva già tac­ciato gl´Israeliti di ingrati verso il Signore, poichè provocarono il suo sdegno e contristarono lo Spi­rito suo Santificatore (124).

69

b) Orrore pel peccato.

Se consideriamo adunque l´infinita Maestà e la Bontà araabilissima di Dio, Padre nostro che sta

nei cieli, ci convinceremo che principio fondamen­tale della pietà é l´odio al peccato, l´orrore pel peccato, la guerra al peccato.

Così l´intesero i Santi, e così pure il nostro Fondatore. Non possiamo qui riprodurre tutto il

coro dei suoi primi figli, ma solo qualche voce, la -quale ci aiuterà nel tempo stesso a fare un pro‑

ficuo esame di coscienza a bene nostro e dei no‑

stri confratelli e giovani.

Il Canonico Anfossi dichiarò: «Io sono per­suaso che Don Bosco non abbia mai commesso un peccato mortale, perchè quando ne parlava pre­dicando, ne mostrava sì bene la gravezza, che muoveva alle lagrime. Ci eccitava ancora ad ave­re in orrore il peccato anche -veniale principal­mente deliberato, perchè soleva dire che dal pec­cato veniale è breve il passo al peccato grave. Noi eravamo persuasi che Don Bosco non avesse mai peccato: e questa persuasione egli ce l´aveva infusa con la sua predicazione e con la sua con­dotta illibata. La sua vita fu sempre intenta ad impedire l´offesa a Dio, e soleva dire che qualun­que male è inferiore al male del peccato

70

Don Barberis ricordava: e Io poi gli fui a la­to ventisette anni, lo trattai intimamente e posso asserire di essere sempre stato edificato dal sua contegno e di non aver mai scorto cosa, che potes­se anche solo giudicarsi peccato veniale. Trattai con molte persone di quelle che ebbero più da fare con lui e udii sempre dire: È un vero angelo! ­Don Bosco aveva un grande orrore del peccato, tanto che soffriva anche fisicamente quando ne vedeva commettere. Disse più volle che al sentir bestemmiare era in pericolo di svenire; egualmen­te lo udii dire che, confessando giovani aventi pec­cati impuri, era stimolato al vomito e ne sentiva fisicamente un cattivo odore così intenso che a mala pena poteva sopportarlo senza svenire. Ci diceva più volte parergli impossibile che un uomo dimenticasse tanto Dio fino ad offenderlo volonta­riamente. Cercava tutti i modi per ispirarne mi grande orrore; ce ne faceva vedere la gravezza in sè e negli effetti; si serviva di tutte le circostanze per ispirarcene maggior orrore e farcelo vieppiù detestare. Non si cancellò mai dalla mia mente un suo detto espostoci quarantacinque anni fa: — Ma vedete come è buono Iddio! creò tutto per noi, si fece uomo per noi, patì e morì per noi, istituì la santissima Eucaristia per stare sempre con noi, ci colmò fatti i giorni dei suoi benefizi... Co‑

71                            •

me è possibile che ancora l´offendiamo? Dunque bene si dice che chi offende Dio dimostra di non essere in• se stesso ».

Don Cerruti a sua volta attestava: « La vita di Don Bosco fu una guerra continua al peccato. — State attenti che non entri iI demonio in casa nostra! Propter peccata Deniunt adpersal (I pec­cati attirano le disgrazie!). Bando, guerra al pec­cato! — erano le parole che ricorrevano spesso sul­la bocca sua ed erano inoltre l´oggetto principale del sermoncino della sera. Ed è per questo, cioè perché i suoi figli spirituali avessero sempre in orrore il peccato, che fece incidere fin dai primi anni della costruzione dell´Oratorio i Comanda­menti di Dio, testo latino e italiano, attorno alle pareti del porticato interno come si vede tuttora. Voleva che avessimo e conservassimo un orrore particolare contro il peccato. Due peccati soprat­tutto detestava in modo particolare, cioè la be­stemmia anzi la profanazione stessa del nome di Dio e l´impurità. Quanto soffrisse quando veni­va a sapere che alcuno aveva commesso i detti pec­cati è cosa che non si può descrivere: — Darei

la mia vita stessa, — diceva talvolta,          pur di
allontanare il brutto demonio- dai miei figli. ­Talvolta offriva a questo scopo i suoi stessi mali ».

72.

« Don Bosco *— affermava il Teologo Ballesio

mostrava gran dispiacere e dolore, quando ac­cadeva che si commettessero peccati nel mondo e specialmente nel suo Oratorio; lo vedevamo ve­ramente addolorato, e dimostrava il suo dolore in privato e nei discorsi della sera fatti alla co­munità radunata, e provvedeva e si raccoman­dava ai suoi collaboratori per la correzione dei colpevoli e per impedire che il disordine si rin­novasse. Tra di noi all´Oratorio vi era quindi un grande orrore al peccato, non solo mortale, ma anche veniale » (125).

Don Lemoyne infine, parlando appunto della maggior parte dei giovanetti dell´Oratorio, scri­ve: « 2 indicibile l´orrore che avevano per il pec­cato. Di qui quel fondo di pietà cara, soda e vera, che era la caratteristica dell´Oratorio: pietà che era quasi superiore alla loro età, ed incredibile ai profani. Noi li abbiamo visti mille volte in chiesa e la loro fisonomia presentò sempre un aspetto cosi amabile da incantare; e, lo sguardo, un tale fuoco d´inestimabile candore, che nessuna penna può descrivere » (126).

Anche noi otterremo simili frutti tra i giovani alle nostre cure affidati, se dichiareremo identica guerra al peccato e se promuoveremo un identico

73

spirito di pietà, inculcando incessantemente a tut­ti di esser morti al peccato, e di vivere a Dio in Cristo Gesù (127).

6. Il perdono del Padre.

Nel Cattolica Provveduto, all´Esame di Co­scienza per la Confessione generale San Giovanni Bosco fa precedere una commovente considerazio­ne sulla parabola del Figli-noi Prodigo.

E con ragione_ Infatti, come ´il prodigo disse: Mi alzerò e andrò dal padre e gli dirò: — Padre, ho peccato contro il cielo e contro le; non son più degno d´esser chiamato tuo figliuolo (128), così anche il peccatore deve prendere la ferma risolu­zione di ritornare a Dio: per umiliarsi, per confes­sare i propri falli e per ottenerne la remissione. Ma si noti che tutto questo è impossibile senza l´aiuto di una grazia specialissima da parte di Colui che è il Padre delle misericordie (129) e « la cui on­nipotenza si manifesta soprattutto nell´usare mi­sericordia e nel concedere il perdono (130).

Grandemente stolto sarebbe chi si ostinasse nel peccato abusando della Grazia; la quale, se oggi ci invita al bene, potrebbe anche non bussare più al nostro cuore domani. Però non meno stolto sarebbe chi disperasse del perdono da parte del

74

!più buono e misericordioso dei padri, il quale nell´accogliere il peccatore pentito fa come rUCM10, della parabola che, appena -visto da lontano il fi­gliuolo che tornava, ne ebbe pietà; gli corse in­contro, e gli si gettò al collo e lo baciò (131). Ripeteremo adunque a tutti con immensa fi­ducia le parole di Don Bosco: « Abbiamo da fare con un Padre buono, che sa compatire le nostre miserie: siamo nelle braccia della Misericordia di­vina » (132).

a) Il Sacramento del Perdono.

L´incontro fra Dio, Padre misericordiosissimo, e l´anima peccatrice, umiliata e pentita, avviene precisamente nel Sacramento della Penitenza, che l´angelico Pio XII chiama « capolavoro della bon­tà. di Dio » (133).

Al nostro santo Fondatore e Padre premeva sempre di mettere in chiara luce anzitutto la dottrina cattolica sulla Confessione. Ad esem­pio, nel Cattolico Provveduto, egli spiega come il Signore abbia lasciato alla Chiesa la facoltà di perdonare o di ritenere in suo nome i pec­cati e come il sacerdote non potrebbe formarsi nn giudizio giusto ed esatto dello stato del peccatore, se questi non manifestasse al confessore la pro‑

75

Aria coscienza onde ottenere il perdono delle col­pe commesse: eosicchè la confessione si svolge come un giudizio, in cui il sacerdote fa da giudi­ce, mentre il peccatore è accusatore, testimonio e reo.

Dopo aver detto pure dell´uso costante della Confessione in tutta la Chiesa, il Santo mette in risalto anche i conforti e i vantaggi di questo sacramento. Udiamo le sue parole, ispirate da profonda conoscenza del cuore umano:

« Nulla maggiormente inquieta l´uomo, quanto una coscienza agitata e il pensiero di essere colpe­vole agli occhi di Dio, e al suo tribunale dopo morte doversi aspettare una severa sentenza. Questa pena vien tolta per mezzo di una buona confessione. Imperocchè il peccatore pentito sa che, mentre il confessore lo assolve, Gesù Cristo gli scancella dall´anima ogni colpa, lo riconcilia con Dio e gli perdona l´eterna punizione. Oltre a questa riconciliazione con Dio, la confessione pro­duce ancora altri buoni effetti: e dapprima secondo il Concilio di Trento (Sessione XIV, Ca­po 4), essa bene spesso infonde una pace e se­renità di spirito al tutto singolare. Poi essa è un potente rimedio contro le ricadute; e quando è frequente, giova mirabilmente a mantenerci nella grazia di Dio; e Io spirito di pietà, che è nella Chie‑

·                                                                   76

sa, lo dobbiamo pure attribuire alla pratica del­la confessione. Per essa diventiamo più fervorosi nel servizio di. Dio, più attenti sovra noi medesi­mi, più umili, più pazienti nel portare il&peso del­le nostre tribolazioni, più accesi nell´amor di Dio, e più riconoscenti al Signore pel prezioso dono della sua grazia, più cauti e guardinghi nel con­servarla. Il confessore nella sacra ordinazione ha ricevuto da Dio grazie speciali per santificare i fedeli col mezzo di questo Sacramento, coi quali aiuti egli può mantenere il segreto dei peccati a lui confessati come vi è severamente obbligato per legge naturale, divina ed ecclesiastica, avesse ben anche a costargli la vita. Perciò il penitente può senza timore aprirgli tutto il cuor suo, e nei suoi dubbi chiedergli consigli, ricevere avvisi e norme pei casi più importanti della vita. Qual cosa vi può esser tanto consolante, quanto il possedere un tale amico, al quale per mio proprio bene debbo scoprire tutto me stesso! quanto l´avere un me­dico, il quale risani le malattie della mia anima, purchè io abbia buona volontà di guarire! quan­to il trovarmi innanzi ad un luogotenente di Dio, il quale al presente mi guida al trono della mi­sericordia, affinché dopo morte io non venga con­dannato al tribunale della divina giustizia! Tali sono i vantaggi che ci procura la confessione>.

77

Quindi Don Bosco chiude la sua istruzione con Tertulliano: « Quando, o cristiano, qualche diffi­coltà, o qualche vano timore ti valesse far abban­donare una salutare confessione, pensa seriamen­te al fuoco dell´inferno che ti sei meritato coi tuoi peccati, e non mettere più indugio ad appi­gliarti all´unico mezzo che ti rimane, mezzo che ti può dar salute } (134).

b) Stima per la Confessione.

Non c´è da meravigliarsi che i mondani non apprezzino il Sacramento del Perdono. Il nostro Padre, in una Buona Notte, ne dava questa spie­gazione: z Io parlo a giovani i quali stimano, ama­no e frequentano il Sacramento della Confessio­ne. E fate ottimamente. Andando pel mondo in­contrerete bene spesso di quelli che non fanno quel conto che voi fate di questo Sacramento. Ma non vi stupite! Supponete un ubriaco addormen­tato sull´orlo del precipizio; andate a gridargli che si levi perché vi può cader dentro; non -vi capirà mai. Per fargli vedere il pericolo bisogna fargli passare l´ubriachezza, levargli da dosso il vi­no. Così è di tanti a questo mondo. Sono ubriachi dei peccati o degli affari del mondo e non vedono. i

78

pericoli dell´anima. Per farli ad essi vedere, bi­sognerebbe segregarli un po´ dalle faccende e da‑

gli interessi, dar loro qualche medicina che li li‑

beri dall´attaccamento a certi peccati, cioè far loro sentire un po´ la parola di Dio: e allora co‑

noscerebbero anch´essi che la confessione è una gran bella cosa e vedrebbero la necessità di to­gliersi, con questo Sacramento, dal pericolo di perder l´anima.´ Infatti che cosa vi ha di più bello. e caro della Confessione? Qual cosa vi ha mai in. cui più ci abbia beneficati il Signore che in questo? Se noi abbiamo un peccato mortale sulla coscienza, siamo in quel momento destinati all´in-. ferno e linchè non ce ne liberiamo confessandolo, il nostro posta è sempre all´inferno. Quindi si ha un bel dire: — Hai tempa di andarti a confessare, lo farai poi quando sarai vecchio. — Ma intanto io sino sospeso sulla bocca di questa inferno or­ribile: ed è• il Signore che mi tien sospeso sopra, e Io fa per una. pura misericordia. Se io continuo ad offenderlo, Egli può sdegnarsi e lasciarmi ca­dere » (135).

Dón Bosco poi non esitava a ricordare la bel­lezza della Confessione anche alle persone adulte e divote. Rimase famosa una sua predica alle re­ligiose di un illustre monastero, presenti pure mol­tissimi cospicui signori e nobili dame. Iniziando

79

;                    •

quello che doVeva essere il panegirico della Pa, trona — una Santa Martire, di cui ricorreva la festa — si domandò se fosse conveniente cambia­re per quell´anno, almeno per varietà, il tema del­la predica; e senz´altro fissò la proposizione che voleva dimostrare: « Tendere alla perfezione ´e salvare l´anima per mezzo delle confessioni ben fatte (136).

Il piissimo Don Albera, accennando al pericolo di ridurre la confessione ad unamera formalità e di farla macehinalmente e per abitudine, esortava i confratelli sacerdoti a richiamare alla mente quanto avevano studiato intorno all´origine e al­la natura divina di questo Sacramento « che porta più profonda l´impronta di quella che può dirsi l´opera di Dio per eccellenza, l´opera cioè della redenzione, e che perciò è meravigliosa in sè e nella sua efficacia ». E dopo aver fatto risaltare che « nulla può resistere alla, potenza purifica­trice e rigeneratrice di questo Sacramento: non la gravezza dei peccati, non la loro qualità o diu­turnità, non la proclività dell´abito connaturato », proseguiva: « È vero, miei carissimi, che l´assolu­zione non rende impeccabili: l´esperienza ben ce lo dice; ma non è piccolo il numero delle anime, che ricevendola con le disposizioni richieste ne so­no cosi rinfrancate che, per quanto possa esser

80

lunga la loro vita, per quanto radicali gli abiti cattivi, per quanto frequenti e gravi i pericoli,

violente le tentazioni, allettatrici le attrattive, pu­re perseverano nel bene, anzi crescono in virtù, e non rare volte giungono a toccare la santità più eminente ».

« Ora, queste anime — continua Don Albera — che sono state in tal maniera pervase dalla virtù del prezioso Sangue di Gesù, da non com­mettere più alcuna colpa grave, quantunque sen­tano di non essere obbligate ad accostarsi a que­sto lavacro di rigenerazione, istituito pei peccati mortali, vi si accostano tuttavia con tanto maggiore frequenza, e con disposizioni tanto più perfette, quanto meno può sembrare che ne abbiano biso­gno. E allora che cosa avviene in esse? Allora, non solo è riconfermato il perdono delle colpe gravi, ogniqualvolta ne fanno anche generica ac­cusa, e non solo sono cancellati i peccati veniali che le deturpavan.o e le rendevano meno belle agli occhi di Dio; ma si accresce inoltre in esse la divina grazia, e con la grazia abituale si molti­plicano pure le grazie attuali necessarie per con­servarsi stabilmente nell´intima amicizia di Dio. La loro, mente è sempre più illuminata riguardo alle cose spirituali, e la volontà sempre meglio si rinfranca nei suoi propositi, e si sente come por‑

81

tata da una forza misteriosa ad avanzare agile e spedita sulla via del bene, superando ogni osta­colo } (137).

Le parole del secondo Successore di Don Bo­sco acquistano un particolare valore dopo che S. S. Pio XII ha condannato l´errore secondo cui < non bisogna molto inculcare la frequente con-. fessione dei peccati veniali, poicbè meglio si adat­ta quella confessione generale che ogni giorno la Sposa di Cristo coi suoi figli a sè congiunti nel Signore fa per mezzo dei Sacerdoti sul punto di ascendere all´altare di Dio. t vero — insegna il Santo Padre — che in molte lodevoli maniere, come voi, o Venerabili Fratelli, ben conoscete, possono espiarsi questi peccati; ma per un più spedito progresso nel quotidiano cammino della virtù, raccomandiamo sommamente quel pio uso, introdotto dalla Chiesa per ispirazione dello Spi­rito Santo, della Confessione frequente, con cui si aumenta la retta conoscenza di se stesso, cre­sce la cristiana umiltà, si sradica la perversità dei costumi, si resiste alla negligenza e torpore spi­rituale, si purifica la coscienza, si rinvigorisce la volontà, si procura la salutare direzione delle co­scienze e si aumenta la grazia in forza dello stesso Sacramento. Quelli dunque che fra il giovane clero attenuano o estinguono la stima della Con‑

82

fessione frequente, sappianò che intraprendono cosa aliena dallo Spirito di Cristo e funestissima al Corpo mistico del nostro Salvatore» (138).

Lungi pertanto da ogni Figlio di Don Bosco la tentazione di mettere la confessione quasi in sott´ordine, posponendola praticamente ad altri mezzi di riforma e di progresso nella vita spiri­tuale. Unica eccezione è la Santissima Eucaristia, alla quale, come a centro e corona di tutti i Sa­cramenti, resta subordinata la Confessione stessa.

o) Frequenza alla Confessione.

Le nostre Costituzioni stabiliscono: « I soci si accosteranno ogni settimana al Sacramento della Penitenza) (Cosi., 152). "

Giova ricordare che fin dal 1868 San Giovanni Bosco esortava i suoi Salesiani: < Confessatevi ogni otto giorni, anche non avendo nulla di grave sul­la coscienza. t un atto di umiltà dei più graditi al Signore, sia perchè si rinnova il dolore dei pec­cati, già perdonati, sia perchè si riconosce la pro­pria indegnità nei difetti anche leggeri, nei quali si inciampa ogni giorno ». E negli Esercizi Spiri­tuali del 1869 a Trofarello aggiungeva: < Chi fos­se tentalo può anche andare più sovente lungo la

83

settimana. Cosi darebbe un colpo risoluto al ten­tatore con grande vantaggio dell´anima sua (139).

Del resto sappiamo che anche ai giovani Don Bosco soleva raccomandare la confessione setti­manale, o almeno quindicinale, o tutt´al più men­sile. Le Memorie Biografiche ne parlano spesso (140); ma in una Buona Notte del 1876 troviamo esposto assai diffusamente il suo pensiero, ed è bene che anche noi lo abbiamo presente nel nostro apostolato per la santificazione delle anime.

a: Nessuno — cosi disse, tra l´altro, Don Bosco — si confessi prima degli otto giorni. Vi sono al­cuni, specialmente fra i piccolini, i quali verreb­bero tutti i giorni. Per tutti in generale si tenga questa norma e allora vi sarà comodità per tutti. Nessuno però lasci mai passare il mese senza con­fessarsi; regola ordinaria sia ogni dieci, dodici ed anche quindici giorni. Molti dicono: — Noi desi­deriamo andarvi ogni otto giorni! — E costoro vadano ogni otto giorni, e fanno bene. Ma dice qualcuno: — Io desidererei di andare con fre­quenza alla Santa Comunione, ma dopo un paio di giorni che mi sono confessato, sono già di nuovo come prima e se non mi confesso, non oso più andare alla Comunione. — Io direi a costui: — Se tu non • sei capace di perseverare in tale stato di

84

coscienza che ti permetta di andare per otto gior­ni alla Comunione, io non ti consiglio la Comunio­ne così frequente. — Ma io ho voglia di emen­darmi; andando a confessarmi cosi con frequen­za, mi emenderei più facilmente. — Nossignore, — rispondo io; — il tempo che impiegheresti ad andarti a confessare la seconda e la terza volta in una stessa settimana, impiegalo a fare un proponi­mento un po´ più fermo e vedrai che questo sarà più efficace, che l´andarti a confessare con più frequenza, come vuoi fare, ma sempre con poco dolore e con poco proponimento. Appunto il con­fessore ti ha imposto di andar più di rado, ac­ciocchè ti prepari meglio ed abbi le debite dispo­sizioni. Vi è un solo caso in cui io credo che uno debba andare con più frequenza a confessarsi ed è quando il confessore stesso, dopo di aver con­siderata bene la coscienza del suo penitente, gli dice: — Vienti pure a confessare ogni qualvolta ricadrai in questo o in quell´altro peccato; ciò è • necessario per vincere quell´abito, per sradicare quella cattiva passione. — Quando vi sia questo espresso consiglio del confessore, dato così per fin fine speciale, è certo che il penitente ne ritrarrà del bene. Fuori di questo caso prendete l´abitudine di andare ogni otto giorni, ogni dieci, od anche ogni dodici e con questo potrete, secondo il con‑

85

siglio del confessore, fare anche con molta fre­quenza la vostra santa Comunione , (141).

Le nostre Costituzioni vogliono pure una con­fessione « più accurata, quasi fosse l´ultima del­la vita > (Cost., 156, III) in occasione dell´Eser­cizio della Buona Morte. Inoltre stabiliscono la confessione annuale da farsi durante gli Esercizi Spirituali, mentre esigono che ognuno, prima di essere ricevuto nella Società e prima di emettere i voti 2, (Cosi., 159), purifichi l´anima sua con la confessione generale.

Riteniamo però sempre, per noi e per i nostri giovani, quanto inculcava il nostro Padre: a Per trar frutto dalla confessione non basta accostar­visi sovente, ma bisogna sforzarsi di non fare pec­cati... Procurate da una confessione all´altra di non far peccati e sarà questo il più bel frutto della confessione A (142).

d) Disposizioni del penitente.

La Bontà misericordiosa di Dio nostro Padre, che ci attende nel Sacramento del Perdono per darci l´abbraccio di pace, rimarrebbe vana qua­lora ci confessassimo senza le dovute disposi­zioni.

86

2 impressionante leggere nelle Memorie Biogra­fiche quanto spesso San Giovanni Bosco abbia par­lato di imbrogli della coscienza, dovuti a confes­sioni mal fatte. Una volta confidò a Don Barberis:

Ve ne sono sempre di anelli che tacciono, e per quanto si faccia... E si va avanti mesi ed anni e molti anni, e se ne trovano anche tra i medesimi adulti e preti » (143).

Nel 1869 fece un sogno sulle confessioni dei giovani e sui lacci del demonio. Raccontandola nella Buona Notte, cosi apriva l´animo suo: « Oh, cari giovani, quanti, che io non mi sarei mai cre­duto, avevano il laccio al collo e il gattone dietro... Quindi se vagliano rompere questi lacci e to­glierli dalle mani del demonio, confessiamo tutti´ i peccati e procuriamoci un vero dolore ed un fermo proponimento di obbedire al confessore> (144).

Fin dagli inizi del suo apostolato il Santo ave­va scritto nel Giovane Provveduto a proposito della Confessione: « Disgraziatamente molti cri­stiani non sanno approfittare di questo Sacramen­to. E purtroppo c´è ragione di temere che a mol­ti, invece di esser mezzo di salute, sia motivo di dannazione, perché lo ricevono male. Per impe­dire che una tal disgrazia accada a voi, o giovani cari, vi do qui una breve istruzione, che vi

87

prego di leggere attentamente ogni volta che an­drete a confessarvi 2«. Quindi passava a parlare delle disposizioni necessarie per fare una buona confessione: esame, dolore, proponimento, con­fessione e penitenza.

Ripassiamole anche noi un poco, alla scuola sempre amabile del nostro santo Fondatore e Padre.

1) Esame.

La prima condizione per una buona confes­sione — scrive Don Bosco per gli adulti — è un diligente esame di coscienza, pel quale uno ri­chiama alla memoria dall´ultima confessione ben fatta, se non è la prima volta che si confessa, tutti i peccati, almeno i mortali, commessi in pensieri, parole, opere ed omissioni dei propri doveri, ri­cordandone il numero e le circostanze. Pertanto l´esame non si deve solamente estendere alle opere esterne, ma ancora ai desideri e compiacenze cat­tive, che si cercarono volontariamente, o sulle quali uno si è fermato con avvertenza. Il tempo da impiegare in questo esame non si può general­mente fissare. Si osservi peraltro che nel far l´esa­me di coscienza si deve avere riguardo all´impor­tanza della cosa, alle circostanze e alla condizione

88

del penitente, al tempo decorso dall´ultima con­fessione, a schivare gli scrupoli e la leggerezza. Si può parimenti tenere a mente l´avviso di San Francesco di Sales, il quale assicura che a colui che si confessa ogni otto giorni, basta a fare il suo esame un semplice quarto d´ora (145).

Ai suoi giovani, in occasione degli Esercizi Spirituali, Don Bosco raccdruandava: « Riandare un po´ le confessioni, poiché, credetemi: 1) Per Io più ci sono delle cose dimenticate, che poi si la­sciarono andare, a cui non si pensò. più. 2) Ci so­no delle cose cui non si pensò ancora, credendo che non fossero gran male e che pure sono vere offese del Signore e bisogna richiamarle a mem.o­ria, pentirvene e confessarvene. Ad esempio: vi sarà chi non guardava tanto pel sottile a molte cose che fin da fanciullo fece contro la modestia. Altri rubarono, ma poco per volta e dicono: ­Questo non è peccato mortale. — Si ruba, ad esempio, qualche marca di caffè, si rompe qualche vetro, o si guasta qualche cosa e si dice: — Nessu­no mi ha visto. — E non si consegna (ossia, non si presenta al Superiore incaricato). Ma vi ha vi­sto Id.diol È questo un danno arrecato! Un altro poi guasta dei lavori, o li fa di nascosto per sé. E così andiamo avanti; se si può rubacchiare qualche cosa in cucina o nell´orto, si la e si dice: — Son

89

tutte piccole cose. — Ma se una goccia posta in un bicchiere quasi non si vede, aggiungendo goc­cia a goccia il bicchiere si riempie e, facendo dan­no a questo modo sempre alla medesima persona, il peccato si fa grave e c´è bisogno assoluto di pentirsene e confessarlo. Altra cosa, che per lo più 31031 si pensa a confessare, è lo scandalo dato. Si veda bene che chi ha dato scandalo ad ma altro con la sua cattiva azione, il peccato non è ben confessato dicendo solamente: — Fio fatto la tale azione; — ma bisogna anche confessare di aver dato scandalo. Purtroppo vi sono eziandio cose taciute da taluni apposta nelle confessioni passate. Qui non c´è via di mezzo; bisogna fare. un bucato generale per mettere tutto a posto > (146).

A un nobile patrizio il Santo scriveva: « Ella deve portare il suo pensiero sopra tre cose: sè, suoi, cose sue D. E riguardo al primo punto con­tinuava: «Dia un´occhiata sui proponimenti fatti in confessione e non mantenuti; sui consigli avu­ti per evitar il male e praticare il bene, ma di­menticati > (147).

Ciascuno di noi deve pure esaminarsi sopra le medesime tre cose: se stesso, i suoi, le cose sue. Chi limitasse il proprio esame soltanto sulla vita cristiana e religiosa, ma trascurasse, ad esempio, di controllare il suo operato come Superiore o

90

Confessore, come Maestro od Assistente, come Amministratore ovvero Incaricato di particolari Sezioni professionali o agricole, non soddisferebbe alla prima condizione per fare una santa confes­sione.

Ed ecco, infine, i punti suggeriti dal nostro, Padre ai Salesiani per un esame pratico: «Doveri. Ubbidienza. Castità. Povertà. Se si praticano gli avvisi dati nella confessione precedente 2: (148).

2) Dolore.

< Ricùrdati bene — disse una volta San Gio­vanni Bosco a Don Cerruti; — quando predichi soprattutto alla gioventù, insisti molto sulla neces­sità della contrizione > (149).

« Il dolore o pentimento — spiega il Santo nel Giovane Provveduto — è quel dispiacere e odio, dei peccati commessi che ci fa proporre di non più peccare. È di due specie: perfetto o contri­zione, e imperfetto o attrizione. La contrizione è il dispiacete dei peccati commessi, perchè sono, offesa di Dio nostro Padre, infinitamente buono-e amabile, e cagione della Passione e Morte del nostro Redentore Gesù Cristo, Figliuolo di Dio. La contrizione è dolore perfetto e di ottiene eu‑

91

bito il perdono dei peccati, sebbene resti l´ob­bligo di confessarli. L´attrizione invece è il di­spiacere dei peccati commessi, per il timore dei castighi eterni e temporali, o anche per la brut­tezza del peccato; e non ce ne ottiene il perdono se non mediante il Sacramento. Senza dolore ­continua Don Bosco — Iddio non concede ad alcu­no il perdono dei peccati>.

Quindi passa a esporre come questo dolore debba essere interno, soprannaturale, sommo ed universale.

Procuriamoci di quando in quando la dolcezza e l´edificazione di rileggere la spiegazione che il nostro Padre dà circa queste quattro qualità del dolore, e così potremo ritrarre un sempre mag­gior profitto dalle nostre confessioni, e particolar­mente da quelle mensili e annuali.

3) Proposito.

< Bisogna altresì — avverte San Giovanni Bosco nel Giovane Provveduto — che al dolore vada congiunto un fermo proponimento, vale a dire la promessa o risoluzione di voler piuttosto morire che ricadere in peccato mortale: senza di ciò non si ottiene il perdono. La mancai-17a

92

di questa risoluzione è una prova evidente che non vi è il vero dolore; perchè se siamo veramen­te pentiti di aver fatto un male, dobbiamo esser decisi di non più commetterlo in avvenire per qualsiasi ragione. Se questa risoluzione è ferma, ben presto verremo pure a fuggir le occasioni che possono condurre al peccato mortale; poichè anche il porsi volontariamente nel pericolo di pec­care, è già un peccato. Un segno evidente del ve­ro dolore si ha quando alla confessione tien dietro un cambiamento interno ed esterno; quando si soddisfa alla giustizia di Dio con la penitenza o con altre buone opere; quando si riparano i dan­ni cagionati al prossimo nell´onore, nella roba o nella persona, e si pone pronto rimedio agli scan­dali dati».

« Riguardo alla confessione ho un, suggerimen­to da darvi — disse il nostro Padre in una con­ferenza ai professi, ascritti e aspiranti. — La pianta si conosce dai frutti se è buona o no: così dal frutto riportato possiamo conoscere la natura delle nostre confessioni. Alcuni vanno a confessarsi sempre con le medesime mancanze. Ciò che cosa indica? che la confessione, non re­cando frutto, non è buona? Eh sì! Quando si fan­no tali confessioni, se proprio non vi è migliora‑

93

mento, c´è grandemente a temere che le confes­sioni non siano buone, che siano nulle. Ciò indi­ca o che non venne fatto il proponimento, o che non si ebbe cura di metterlo in pratica. Si direbbe qualche volta che si va a confessarsi per ceri­monia e che si vuoi burlare il Signore. Io dunque — insisteva il Santo paternamente — raccomando molto che ciascuno procuri nelle confessioni di eccitarsi ad un veramente grande dolore dei pec­cati commessi e poi di tanto in tanto si pensi un poco sui frutti delle confessioni passate. Fac­ciamo proponimenti fermi, che non mutino

Si pensi una volta sul serio ad essere moderati nel cibo, nelle bevande, nella ricreazione, a di­minuire le mormorazioni, ad essere sempre ben parchi nel parlare, a discorrere sempre di cose utili, ad essere più divoto in chiesa, ad essere più studioso, più puntuale alla levata; a morti­ficare un po´ più gli sguardi sia nell´Oratorio, sia specialmente fuori dell´Oratorio; a mortifi­care la gola; insomma a far qualche sforzo per realmente migliorare la nostra condotta (150).

Aggiugeremo infine che l´insistenza del no­stro santo Fondatore perchè venissero praticati i proponimenti fatti in confessione era anche frutto di illustrazioni celesti. Nella Buona Notte

94

del 31 maggio 1873 infatti parlò così: « In tutto il tempo della novena di Maria Ausiliatrice, anzi

in tutto il mese di maggio, nella Messa e nelle altre mie preghiere ho sempre domandato, al Si­gnore e alla Madonna, la grazia che ,mi facessero un po´ conoscere che cosa mai fosse che manda più gente all´inferno. Adesso non dico se questo venga o no dal Signore; solamente posso dire che quasi tutte le notti sognava che questa era la man­canza di fermo propbnimento nelle confessioni. Quindi mi pareva veder dei giovani che uscivano di chiesa venendo a confessarsi, ed avevano due corna. — Come va questo? diceva tra me

stesso.     Eh! questo proviene dall´inefficacia dei
proponimenti fatti nella confessione! E questo è il motivo per cui tanti vanno a confessarsi an­che sovente, ma non si emendano mai, confessa­no sempre le medesime" cose. Ci sono di quelli (adesso faccio dei casi ipotetici, non mi servo di nulla di confessione, perchè c´è il segreto), ci sono di quelli che al principio dell´anno avevano un voto scadente e adesso hanno il medesimo voto. Altri mormoravano in principio dell´anno e con­tinuano sempre nelle medesime mancanze. Io ho creduto bene di dirvi questo, perchè questo si è il risultato delle povere preghiere di Don Bosco, e viene dal Signore 1, (151).

95

4) Confessione.

« La quarta cosa per ben ricevere il Sacra­mento della Penitenza — scrive Don Bosco (152) — è la confessione, cioè la dichiarazione dei pro­pri peccati: la quale deve essere intiera, dolorosa, sincera, umile ».

Un chierico si meraviglia-9a della facilità con la quale non pochi sogliono tacere i peccati in confessione, anche quando vi è abbondanza di confessori. « Non tutti i confessori — gli rispose il Santo — hanno abilità, esperienza e mezzi per scrutare le coscienze e scovare le volpi che rodo­no i cuori. Per esempio, per un tal prete è suo pa­ne il confessare, ma non i giovani, sibbene gli adulti; perchè per confessare i giovani giova mol­tissimo avvicinarli, frequentarli, conoscerli bene, studiarne l´indole e quando vanno a confessarsi far noi ben molte volte l´esame per loro; saper mettere insieme: costui ha dato causa della tale lagnanza, questo ha il tal difetto, questo ha il tal altro: perchè i giovani tacciono, oh sì! tacciono facilmente! Sono due grandi bestie la vergogna e la paura di scapitarne nella stima del confessore » (153).

Per parte sua il Santo cercava le parole più 96

paterne e persuasive nell´esortare i.suoi figliuoli alla sincerità in confessione.

« Il solito laccio con cui suole il demonio pren­dere i giovani — disse in una Buona Notte — è precisamente questo: metter loro indosso un gran rossore quando si tratta di confessare i loro pec­cati. Quando li spinge a commetterli, allora toglie ogni vergogna, facendo vedere che sono cose da un´in. Ma poi, quando si tratta di confessarli, re­stituisce loro questo rossore, anzi lo aumenta e cerca di metter loro in capo che il confessore si stupirà di vederli così caduti e perderà loro la stima. In questo modo cerca di spingere sempre più le anime verso il bàratro dell´eterna perdizio­ne. Oh quante anime, specialmente di giovani, ruba il demonio, e sovente per sempre, al Signo­re! Ma voi, figliuoli, ricordatevi che il confessore non si stupisce mai del peccato che uno abbia commesso, fosse stato pure un sant´uomo colui che si confessa. Sa che grande è l´umana debolez­za e che un momento di inavvertenza può essere fatale per tutti. Quindi compatisce. Una madre, quando un figlio è ammalato, gli vuole più bene di prima. Il peccato è una malattia. Se i1 figlio muore, se la madre potesse risuscitarlo, qual gioia sarebbe -la sua! Il peccato è morte dell´anima: qual gioia pel confessore poterla risuscitare! Ri‑

97

cordatevi, o miei cari figliuoli, che il confessore 23.0n si stupisce mai di un vostre peccato, anzi si rallegra della vóstra conversione, è commosso della vostra confidenza, vi ama e vi stima più di pri­ma). E dopo aver narrato due fatti tolti dalla -vita -di San Francesco di Sales, concludeva: « Avete inteso, cari figliuoli? Tuttavia, se dopo tutte que­ste ragioni non vi sentiste di aprirvi interamente al vostro confessore, piuttosto che fare un sacri­legio, cangiatelo e andate da un altro » (154).

Altra volta Don Bosco insisteva: « Non abbia­te paura di manifestare al confessore i vostri di­fetti, le vostre mancanze. L´essere buono non con­siste nel non commettere mancanza alcuna: oh, no! Purtroppo tutti siamo soggetti a commetterne. L´essere buono consiste in ciò: nell´aver volontà di emendarsi. Perciò quando il penitente mani­festa qualche mancanza al confessore, sia pur grave questa mancanza, il confessore guarda alla volontà e non fa le meraviglie: anzi, prova la mag­giore delle consolazioni che possa provare a que­sto mondo, vedendo che quel tale gli ha confi­denza, che desidera di vincere il demonio e met­tersi in grazia di Dio, che vuole avanzarsi nella virtù. Nulla, o miei cari figliuoli, vi tolga questa confidenza. Non la Vergogna: le miserie umane, si sa, sono miserie umane. Non andate mica a con‑

98

fessarvi per raccontar miracoli! Bisognerebbe che egli vi credesse impeccabili e voi stessi ridereste di questa sua opinione. Non la paura che il con­fessore possa palesare un segreto così terribile per lui, poichè la minima venialità palesata ba­sterebbe a farlo condannare all´inferno. Non il timore che si ricordi poi di ciò che avete confes­sato: fuori di confessione è suo dovere il non pen­sarvi. Coraggio adunque, o figliuoli miei; non fac­ciamo ridere il demonio. Confessatevi bene, di­cendo tutto. Alcuno domanderà: E chi avesse ta­ciuto qualche peccato in confessione come deve fare a rimediarvi? Guardate: al mattino se met­tendomi la veste e abbottonandola salto un bot­tone, che cosa faccio? Sbottono tutta la veste, fin­chè arrivo dove c´è il bottone fuori di posto. Così chi ha da rimediare ad un peccato taciuto, rifac­cia tutte le confessioni fino a quella, nella quale tacque il suo peccato e così tutti i bottoni saran­no a posto e la veste non farà gobba. Lo dice il Catechismo: Dall´ultima confessione ben fatta fino a quella che si vuoi fare. Da bravi, figliu.oli! Con una parola si tratta di schivare l´inferno e guadagnarvi il Paradiso. t cosa di un momento: il confessore vi aiuterà; e voi sapete che siamo amici e desidero una cosa sola: la salvezza del­l´anima vostra » (155).

99

Né si creda che il nostro Padre parlasse così soltanto ai giovani. Anche ai Salesiani, nel pri­mo corso di Esercizi Spirituali del 1869 a Tro­farello, inculcava a riguardo del penitente: « Si confessi delle cose spinose, anche dubbie; delle cose piccole e delle circostanze per avere un con­siglio sicuro » (156). Anche noi adunque, occorren­do, sappiamo_ far tesoro di un consiglio tanto prezioso.

5) Penitenza‑

< L´ultima condizione necessaria ad una buona confessione — scrive San Giovanni Bosco (157) — é l´accettare la penitenza imposta dal confes­sore, promettendo sinceramente di adempierla. Gesù Cristo in verità ha offerto al suo eterno Pa­dre una piena e sovrabbondante soddisfazione per tutti i nostri peccati, e per quelli di tutto il mondo: tuttavia, mentre Egli nel Battesimo ci condona ogni debito di pena dovuta pei peccati commessi prima di questo Sacramento, riguardo ai peccati in cui il cristiano cade dopo aver ricevuto un be­neficio sì grande, mentre ce li perdona se li con­fessiamo umilmente al suo ministro, vuole che sentiamo alquanto il peso della nostra iniquità con sottoporci ad una pena temporale. Nè Egli

100

ci lascia in piena libertà di scontare tutta questa pena temporale in Purgatorio e niente in questa -vita; ma -vuole che, almeno di una parte, ci sdebi­tiamo in questo mondo, e prescrive al confessore di non darci l´assoluzione prima che egli ci abbia imposto e noi abbiamo accettato questa parte di penitenza ».

Le Memorie Biografiche riportano qualche elen­co di avvisi e penitenze sacramentali suggerite da Don Bosco (158); ma qui ci contenteremo delle se­guenti norme date dal Santo nel 1862.

« Infine raccomandi´) ai confessori — dice la cronaca di Don Bonetti — di non dar penitenze leggere per peccati gravi, ma fissarne qualcuna adattata a guarire il male ed a prevenirlo. Per esempio, qualche meditazione che si trova nel Giovane Provveduto, per ciascun giorno della set­timana; o qualche altra considerazione, come l´esercizio di buona morte; o, pratica di pietà, come sarebbe la Via Crucis, la visita al Santissimo Sa­cramento, la Corona di Maria Addolorata ecc. ecc., che si trovano esposte nel Medesimo libro. Si cerchi insomma di fermare il loro spirito su qualche punto o verità ivi contenuta. Così le penitenze torneranno proficue ». (159).

In pari tempo il nostro Padre era di una discre­zione squisitamente paterna. « Quando qualcuno

101

dei suoi giovani allievi, o giovani penitenti, riferisce Don Rua, — gli domandava il permesso di fare digiuni prolungati, oppure dormire sul nudo terreno, o praticare altre mortificazioni pe­nose, egli soleva commutarle in mortificazione de­gli occhi, della lingua, della volontà, e in esercizi di carità; o tutt´al più permetteva di lasciare la merenda o una parte della colazione » (160).

Voglia Iddio che tutti i Confessori Salesiani sappiano unire alla prudenza e alla bontà anche lo zelo che animava San Giovanni Bosco nell´esi­gere che i penitenti adempissero il dovere di espiare i propri peccati con la penitenza.

e) I nostri confessori.

Le Costituzioni stabiliscono che i soci si con­fessino « da confessori che siano autorizzati dal Rettor Maggiore o dall´ispettore ad esercitare questo ministero verso di essi » (Cost., 156). E aggiungono: « Salvo il Can. 519 »; ov´è detto che la confessione fatta per -tranquillità di coscienza a un confessore estraneo, purché approvato dal­l´Ordinario del luogo, è sempre valida e lecita.

A sua volta il citato Can. 519 soggiunge: Fer‑

102

mo restando quanto è prescritto dalle Costitu‑

zioni ».      -

Si vede adunque chiaramente che la Chiesa nostra Madre, mentre vuoi provvedere a tran­quillare la coscienza dei propri figli religiosi, desidera che non venga a scapitarne quell´unità di spirito, la quale è indispensabile al buon an­damento delle famiglie religiose.

Ed è superfluo che noi dimostriamo qui l´im­portanza somma che il nostro Padre dava a que­sta unità di spirito. Tel 1869 uscì in questa me­morabile espressione: « Stiamo attenti che nulla sì cambi delle tradizioni, altrimenti difficilmen­te si potrà richiamare l´antico fervore ». E con paterna confidenza dichiarava: « La diversità di sentimenti e di pensieri, e la fatica di ridurre molti ad uno spirito e ad un´anima sola, è cosa di immensa difficoltà. Ma col vostro aiuto filiale tutto mi sarà facile » (161).

Ai tempi del nostro santo Fondatore (anzi, fino al Decreto emanato nel 1901 dalla Suprema Con­gregazione del Sant´Uffizio) i Direttori erano i. confessori regolari delle Case; e perciò Don Bo-- sco diceva così: « Lo spirito della Casa deve tra­sfondersi dal Rettor Maggiore nei Direttori, e da questi negli altri. Il Direttore è un padre, il qua­le non può che amare e compatire i suoi figli. Il

103

Direttore tutti i giorni nella Santa Messa si ri­cordi dei suoi penitenti passati, presenti, futuri. I

penitenti, poi, nell´ascoltare ]a Santa Messa e nella Comunione, non si dimentichino mai del confessore » (162).

Oggi al Direttore rimangono ancora parecchi mezzi per fomentare l´unità di spirito secondo la mente e il cuore di San Giovanni Bosco: ad esem‑

pio; la Buona Notte (Reggi., 96), la scuola di Te­sfamentino (Regal., 57), le Conferenze mensili e

quelle pedagogiche annuali (Regol., 158), e spe­cialmente il Rendiconto di vita esteriore (Cose., 48) nonehè, pei Confratelli che gliela chiedono, la direzione spirituale individuale (Cost., 47).

Tuttavia la tradizione del Direttore-Confes­sore può ancora continuare negli Oratori Festivi,

come faceva notare il Servo di Dio Don Rinaldi a Valsalice, nel 192Z, durante il Convegno dei Diret­tori d´Oratorio Festivo. « A proposito della pater­nità che deve essere il distintivo del Direttore di un Oratorio, — diceva il venerato Superiore,

mi sarebbe stato caro che si fosse ricordato come la praticava Don Bosco, specialmente quella spi‑

rituale del confessore, che riservò a sè solo. Le prescrizioni canoniche che vietano ai Direttori di confessare abitualmente i propri alunni, han­no fatto pensare che si estendessero anche ai Di‑

104

rettori di Oratori Festivi; ma in realtà riguarda­no solo i giovani interni dei collegi. Torniamo dun­que alla nostra antica tradizione, che non con­trasta con la disciplina ecclesiastica; e ogni Di­rettore di Oratorio Festivo sappia essere e mo­strarsi così buono coi giovani, che questi si sen­tano invogliati a confessarsi da lui. Per le con­fessioni si inviti inoltre il Rettor Maggiore, s´in­viti l´Ispettore, il Direttore della Casa a cui l´O­ratorio è annesso; e per quanto è possibile, non si adibiscano a tate ministero sacerdoti novellini; perchè confessar bene i ragazzi è tutt´altro che facile » (165).

Riguardo a quest´ultima osservazione, dobbia­mo pur ricordare che Don Bosco stesso diceva: « Si vada anche adagio nel mettere i nostri pre­ti nuovi a questo ufficio pei giovani ». E insiste­va: « È necessario che i giovani siano diretti da confessori che tutti abbiano lo stesso spirito. Av­viene con frequenza che vengano e si fermino nel­le nostre Case ecclesiastici molto buoni, ma che non sono dei nostri, e confessano. Taluno sarà san­tissimo, ma non conoscendo lo spirito della Con­gregazione, dà consigli contrari a quelli che da- remino noi, e il giovane perde assolutamente la confidenza al suo confessore antico. Vi sono po­che cose che rechino ai giovani maggior danno di

105

questa. Un tale agli Esercizi Spirituali di Lanzo venne a consultare Don Bosco su punti delicati di occasione; poi andò a consultare un altro con­fessore che non era dei nostri, il quale gli diede un consiglio diametralmente apposto al mio. Quel consiglio fu il principio della sua rovina e adesso è totalmente guasto. Si metta per principio che nei collegi nessuno vada a confessare se non ne ha l´incarico dal Direttore. I preti che non appar­tengono a noi, non si mettano mai a confessare re‑

´ golarmente, fossero pure santi come Monsignor Be­lasio e Don Persi. Se ne scapiterebbe sempre ». E altra volta Don Bosco faceva questo riflesso: < In quanto al confessare, questi sacerdoti avventizi e non autorizzati dal Superiore, portano sempre di­sordini non conoscendo lo spirito della Ca­sa > (164).

Sempre per assicurare l´unità di spirito, nel 1862 il Santo, « radunati i confessori della Casa, loro raccomandò molta cautela nell´interrogare i ra­gazzi sulle cose lubriche, per non insegnar loro quello che non sanno; di non privare dell´assolu­zione neppure i recidivi ed abituati se mostrano qualche disposizione ad emendarsi, ma di negare l´assoluzione o la Comunione qualora questo serva a scuoterli e farli ravvedere; di usare molta seve­rità ed anche negare l´assoluzione al complice

106

agente, e in questo di essere tutti d´accordo, per impedire ai lupi di menare strage nel gregge; di ingiungere al complice vittima o sedotto, di pale­sare ai superiori il lupo od i lupi, in quel modo che la prudenza suggerirà, per impedire l´offesa di Dio e lo scandalo e la rovina degli altri. Sug­gerì due avvertenze: che loro non rincrescesse di impiegare il tempo necessario per disporre con zelo i penitenti che non fossero disposti, e che ri­flettessero sullo stato spaventoso di un´anima che stia anche un´ora sola in peccato mortale » (165).

Tutti poi sappiamo quanto insistesse il nostro Padre sulla scelta di un confessore stabile (166). Nel primo Regolamento dell´Oratorio Festivo (P. II, c. VII, 6) scrisse: « Sebbene non sia peccato cangiare confessare, tuttavia vi consiglio di sce­gliervene uno stabile perchè dell´ anima avviene ciò che fa un giardiniere intorno ad una pianta, un medico intorno ad un malato. In caso poi di malat­tia il confessore ordinario conosce assai facilmente lo stato dell´anima nostra ». Più diffusamente, nella vita di Michele Magone: « Andate con frequenza a trovare il vostro confessore, pregate per lui, se­guite i suoi consigli. Quando. poi avrete fatta la scelta di un confessore, che conoscete adatto pei bisogni dell´anima vostra, non cangiatelo più sen­za necessità. Finchè voi non avete un confessore

107

stabile, in cui abbiate tutta la vostra confidenza, a voi mancherà sempre l´amico dell´anima. Con­fidate anche nelle preghiere deI confessore, il quale nella Santa Messa prega ogni giorno pei suoi pe­nitenti, affinchè Dio loro conceda di fare buone confessioni e possano perseverare nel bene: pre­gate anche voi per lui. Potete però senza scru­polo cangiare confessore quando voi o il confes­sore cangiaste dimora é vi riuscisse di grave inco­modo il recarvi presso di lui, oppure fosse am­malato, o in occasione di solennità ci fosse molto concorso presso il medesimo. Parimente se aveste qualche cosa sulla coscienza che non osate mani­festare al confessore ordinario, piuttosto di fare un sacrilegio cangiate non una, ma mille volte il confessore » (167).

Quanto premesse a San Giovanni Bosco la li­bertà di coscienza nella scelta del confessore per fare una buona confessione, lo possiamo anche ve­dere da quanto disse agli Aspiranti nel 1887 du­rante gli Esercizi Spirituali di Valsalice: < Don losco è vecchio e non può più confessare regolar­mente. Al suo posto confessa Don Rua, e Don. Rua confessa come confessava Don Bosco: andate quin­di da Don Prua! Ivla se qualcuno non si sentisse, cerchi un altro confessore. Ad esempio può fare

108

così! Voi sapete che Sandro (un vecchio famiglio che faceva il portinaio) ogni sera chiude la porta a chiave, ma lascia la chiave sulla porta. Voi al­zatevi verso la mezzanotte: scendete in porteria, aprite pian piano la porta, e andate al Munte dei Cappuccini, dove, a quel tempo, dicono il Mat­tutino. Bussate alla porta del Convento, bussate forte, anche due o tre volte, e vi apriranno, e di­te che volete confessarvi! Confessatevi bene, e poi tornate a casa, entrate, chiudete la porta e torna­te a letto!... » E il buon Padre sorrideva con ama­bilità affascinante (168).

Ci sproni a imitare lo zelo del nostro santo Fondatore nel combattere il demonio muto la se­guente impressionante parlata di Don Bosco du­rante il Primo Capitolo Generale: < Finora si dis­sero molte cose sulla moralità e si parlò di molti mezzi per ottenerla nei giovani; ma non si toccò ancora il principale. Punto culminante per otte­nere la moralità è di certo la frequente conf es­sione e comunione, ma proprio ben fatte. S´è detto nella Conferenza antecedente di dare ogni como­dità ai giovani e di fare venire confessori da essi non conosciuti, iiaa preferibilmente della Congre­gazione: si vede proprio che col dare grande co­modità e col procurare confessori intendertisi di

109

queste cose, si ottiene già molto; ma certo sarà sempre quasi impossibile ottenere tutto. Fa pietà vedere lo stato di coscienza in forse nove decimi dei giovani. Nè l´avere ogni comodità li mette a posto! Bisogna persuadersi che quando un giova­ne ha la disgrazia di. lasciare imbrogli sulla co­scienza, per lo più va avanti anni e anni, e non vi è solennità o muta d´Esercizi o morte di altri che Io colpisca. È proprio da dire che l´aggiustar­si delle coscienze viene direttamente da Dio, il quale di tanto in tanto, forse senza nessuna occa­sione straordinaria, fa rinsavire. E con la grazia del Signore nelle nostre Case di bell´imbrogli si aggiustano. Si può dire che non passa una festa, non Esercizio della Buona Morte, senza che si ap­palesi la misericordia del Signore sopra qualcuno dei nostri allievi. In occasione degli Esercizi Spiri­tuali ciò avviene proprio su larga scala; ma pur­troppo questo non è in tutti, ed anche dopo vari anni, se si domanda a uno di costoro: — Ma non hai tu fatto gli Esercizi Spirituali? — Si. — E co­me va che non hai aggiustato questo? — Mah!... non l´ho aggiustato. — E tutto finisce lì. Tuttavia son di parere che si studino tutti i modi di dare sempre maggior comodità, perché vi sarà sempre qualcuno, il quale in grazia di questo lascerà °pe‑

li()

rare su di sè la divina misericordia: e la sola pro­babilità di Un buon successo merita che ce ne oc­cupiamo molto. Ma la si tenga come cosa impor­tante (169).

f) Una parola ai sacerdoti.

Forse i nostri Confratelli Sacerdoti si attendo­no qui una parola che direttamente li riguardi e li indirizzi nel loro sacro ministero di Confessori. Ma ci limitiamo a far loro un augurio e ad indi­care un mezzo pratico perché si possa realizzare.

L´augurio è che nella loro coscienza si sentano oggetto dell´augusto compiacimento, manifestato dall´angelico Pio XII nella Esortazione alla Santi­tà Sacerdotale durante l´Anno Santo 1950. Esso si riferisce a penitenti sacerdoti; ma possiamo esten­derlo a riguardo di tutti i nostri penitenti. Ricor­diamolo: « Desideriamo poi — scrive il Papa ­esprimere il nostro compiacimento in modo parti­colare a quei sacerdoti i quali, con umiltà e con ardente carità, attendono alla santificazione dei Confratelli, come consiglieri o come confessori o come direttori spirituali. Il bene incalcolabile che essi rendono alla Chiesa rimane per lo più nasco‑

sto, ma sarà        giorno manifesto nel regno della

111

gloria divina. Noi — continua iI Santo Padre ­che, non sono ancor molli anni, con intima soddi­sfazione dell´animo Nostro abbiamo decretato gli onori degli altari al sacerdote torinese Giuseppe Cafasso — il quale in tempi difficilissimi fu guida spirituale, sapiente e santa, di non pochi sacer­doti, che fece progredire nella virtù, e di cui rese particolarmente fecondo il sacro ministero — nu­triamo piena fiducia che anche per il suo valido patrocinio, il Divin Redentore susciti numerosi sa­cerdoti di pari santità, i quali sappiano condurre se stessi ed i propri Confratelli a così eccelsa per­fezione di vita che i fedeli, ammirando i loro esem­pi, si sentano spontaneamente mossi ad imitarli> (170).

Quale mezzo pratico per corrispondere ai de­sideri del Sommo Pontefice felicemente regnante, proponiamoci di approfondire lo studio della Teo­logia Morale.

Già il venerato Don Albera sviluppava questo punto tanto importante nella sua stupenda Circo­lare su Don Bosco modello del Sacerdote Salesia­no. Scriveva il piissimo Superiore:

«Lo studio della Teologia Morale, Pastorale, Ascetica e Mistica, nonchè del Diritto Canonico secondo il nuovo Codice, quanto necèssita di ve‑

112

mire ben approfondito! Siccome, al dire. del Ve­nerabile Cafasso, " la Teologia Morale, considerata nella sua applicazione, si può dire inesauribile ed influita, come infiniti sono gli aggiunti e le circo­stanze che possono modificare le singole azioni ed il giudizio che se ne deve fare "; così il sacerdote ha da- studiarla per tutta la vita.

" Altrettanto si deve dire della Teologia Pa­storale, dell´Ascetica e della Mistica, le quali; per certi rispetti, si possono dire complemento e per­fezione della Teologia Morale. Purtroppo questi tre rami della Teologia non sono apprezzati da tutti convenientemente, o per lo meno si conside­rano solo come retaggio di pochi sacerdoti privi­legiati. Errore, questo, per il quale non pochi sa­cerdoti, trascurando un tale studio, rimangono inetti a dirigere le anime, e ad elevarle a quel grado di santità cui Dio le chiama.

« Nella direzione delle anime — prosegue Don Albera — conviene curare non solo il mìnirnunt dell´obbligazione, ma anche il maximum della per­fezione possibile; e questo vale altresì riguardo ai giovani affidati alle nostre cure. Noi dobbiamo mirare a farne dei santi, pur senz´averne l´aria; ma non potremo riuscirvi se non conosciamo bene la Teologia Ascetica e la Mistica. Dicendo mistica

113

non intendo riferirmi ai fatti straordinari della vita soprannaturale, ma solo alla perfezione cri­stiana raggiunta con la preghiera vocale, medita­tiva, affettiva e contemplativa, come insegna il nostro dolcissimo San Francesco di Sales.

« Procuriamo quindi, miei carissimi, — conclu­de il Secondo Successore di Don Bosco — di te­nerci al corrente di questa scienza, per preparare alle anime una via sicura e piana al Cielo, iter futura et pianura, come appunto dice la Chiesa riguardo al nostro Patrono; per provvedere ad ogni bisogno, per illuminare le intelligenze, per consolare i cuori, per trarre abbondante profitto d´ogni grazia e d´ogni dono anche soprannaturale delle anime, non lasciando che vadano frustrati i disegni di Dio sopra di esse. Il nostro Venera­bile Padre possedeva a fondo questa scienza, ed aveva il segreto d´instillarla nei giovani cuori, senza neppure farne il nome; e così ci diede un Domenico Savio, un Francesco Besucco, un Mi­chele Magone, e tutta una falange di giovani e confratelli santi. Ma questo segreto non si può in­segnare a parole: ´è un prezioso tesoro che si tro­va solo con la lettura assidua, attenta e amorosa della vita di Lui: e fortunati quelli che vi si dedi­cano! quali meraviglie potranno operare nel campo dell´educazione! a (171).

114

g) Don Bosco confessore.

A complemento di quanto si è detto finora sul Sacramento del Perdono, giudichiamo nulla esser­vi di più istruttivo ed edificante che i1 ritrarre Don Bosco quale confessore.

Dovremo accontentarci di poche linee. Esse però, tracciate dai suoi primi figli, basteranno a dar risalto alla figura del nostro grande Padre anche in questo sublime ministero delle confes­sioni.

1) L´esempio.

Alle parole San Giovanni Bosco fece prece­dere l´argomento più convincente, vale a dire il suo proprio buon esempio, sia nel confessarsi che nel confessare.

« Egli — attesta Don Barberis — si confessava tutte le settimane dallo stesso confessore. Udii a dire da lui medesimo e dai più antichi della Con­gregazione che fin da quando fu prete si con­fessò sempre da Don Cafasso, finché questi visse. Dopo andò dal Teologo Golzio, succeduto a Don Cafasso nella direzione del Convitto. Qrtando io entrai nell´Oratorio si sapeva pubblicamente che ­il confessore di Don Bosco era il detto Teologo.

115

Morto lui, tenne sempre Don Giacomelli, Rettore dell´Ospedaletto della Marchesa Barolo. Questi, abitando vicino a noi, veniva essa stesso, tutte le settimane, al mattino verso le otto, nella sacri­stia, e Don Bosco si confessava da lui, anche per dare buon esempio ai suoi; ed io lo vidi moltis­sime volte, compunto e raccolto ai piedi del con­fessore ».

In quanto poi all´esercitare il ministero delle confessioni, il nostro Padre così viene ritratto dal medesimo Don Barberis: « Scopo della sua vita si potrebbe dire essere questo: mettere le anime in grazia di Dio. Parrai che di tutte le cose che si posson dire di Don Bosco, la fondamentale fosse questa:- l´ardente desiderio di mettere anime in grazia di Dio per mezzo del Sacramento della Penitenza. Varie volte nei viaggi, nelle pubbliche vetture, nelle botteghe, prendeva l´occasione di parlare coi vetturali, coi viandanti, con nego­zianti, della necessità di mettersi in grazia di Dio, e quando vedeva sufficienti disposizioni, non ter­giversava e l´invitava a confessarsi anche subito. Egli riuscì a confessare molti anche per via, fer­mandosi nei campi e nei boschi e fino nelle vetture. Cominciò questo ministero delle confessioni ap­pena ne ebbe l´autorizzazione, nel Convitto e nella Chiesa di San Francesco d´Assisi, e in ciò perse‑

116

verò fino alla morte. L´ultima sua opera fu di con­fessare ancora nell´ultimo giorno prima di met­tersi a letto, e ancora da ammalato grave in letto. Non aggiungo altro; mi limita a conchiudere di­cendo che passò notti intiere a confessare e che, stanco che fosse, si trovava sempre al mattino a confessare; e ricordo che, me presente, ripetè più volte: — Non abbiate paura di disturbarmi; io so­no sempre e tutto per voi; quando si tratta di dar pace alla coscienza di qualcuno, sia dì gior­no che di notte io sono sempre pronto 2. (172).

2) La parola.

Ammirabile lo zelo del nostro Padre nel trat­tare del Sacramento della Penitenza.

« Se doveva parlare per esempio due sere di seguito agli allievi di qualche collegio,— ricor­dava Don Rua, — almeno una sera parlava della confessione: e se non aveva che da parlare una• volta, non mancava anche allora di fare qualche cenno della confessione » (173).

Don Bosco stessa nel 1861 spiegò il motivo di tanta sua insistenza, allorché, raccontando il sogno della ruota, esclamò: « Quell´uomo (ossia l´interprete del sogna) diede poi a me un consiglio:

117

cioè che quando si dicono due parole in pulpito, una sia intorno al far bene le confessioni. Promisi che avrei obbedito. Non voglio dire di regolarmi assolutamente cosi, perchè mi renderei noioso; ma farò il possibile per inculcare spesse e spesse volte questa massima necessaria » (174).

Racconta il già citato Don Barberis: « Consi­gliava con molta frequenza ai suoi giovanetti la confessione settimanale e ne fece regola per tutti gli ascritti alla sua Congregazione. Non costringe­va mai nessuno ad anelarsi a confessare; ma, oltre a dare grande comodità e copia di confessori, stu­diava ancora mille espedienti per allettare i gio­vani a questo grande atto. Credo di non esagera­re asserendo che l´ho udito più centinaia di volte a raccomandarci la frequente confessione e co­munione, ma sempre con modi nuovi ed attraen­ti, mai con imperio e comando, per lo più con esempi di santi e anche con esempi di compagni, o prendendo occasione dalla circostanza della mor­te di qualcuno o di qualche solennità, o di qualche grazia da domandare. Non solo a noi, ma anche agli estranei non lasciava passar occasione senza raccomandare la frequente confessione. A coloro che venivano a domandar consiglio sul modo di ottenere grazie dal Signore, indicava sempre per

118 •

prima cosa, di metter l´anima in grazia di Dio. Scrisse anche un libro intitolato: Conversazioni fra un avvocato ed un curato di campagna, per stabilire la divina istituzione della confessione. Io son solito a dire, parlando di questo libro, che se Don Bosco non avesse scritto o fatto altro, do­vrebbe dirsi benemerito della Religione e della Chiesa » (175).

3) Brevità e precisione.

< Don Bosco — attestò Don Lemoyne — aveva

compreso bene il suo Maestro Don Cafasso di santa memoria: la stessa carità nell´accogliere i penitenti; la stessa precisione nell´interrogazione, e brevità nelle confessioni, si che in pochi minuti

scioglieva coscienze intricatissime; la stessa con­cisione in quelle poche parole di eccitamento al dolore, che passavano l´anima e vi restavano im­presse; la stessa prudenza nel suggerirei rimedi. Chi ebbe la sorte di confessarsi da Don Bosco, ricorda sempre la forza e l´unzione dei suoi con­sigli, come lo esperimentai io stesso ».

Anche rexallievo Monsignor Vincenzo Tasso ricorda che Don Bosco « ordinariamente in questo ministero era di brevi parole; ma queste erano •

119

come carboni accesi che accendevano il fuoco -del­la carità nel cuore dei penitenti, come ho espe­rimentato io stesso » (176).

4) Bontà.

Il Cardinal Cagliero affermò che nel ministero delle confessioni fu eccezionale, costante ed ara-mirabile, la bontà di Don Bosco coi giovanetti e con gli adulti: « Tutti ci confessavamo da lui, gua­dagnati dalla sua dolcezza e dalla sua carità sem­pre benigna e paziente. Più indulgente che severo, ci animava a confidare nel perdono del Signore, mentre infondeva nei nostri cuori un- salutare ti­mor di Dio ».

« Noi intanto nelle confessioni — così il Ca­nonico Anfossi — ricevevamo consigli che ci era­no di guida e di conforto, e ci pareva di vivere in un altro mondo. Il Venerabile, pieno il cuore di amore verso Dio, ci sapeva infondere un distacco totale da quanto ne circondava. Per noi tutto era pietà e studio, e l´Oratorio forinava la nostra fa­miglia, di cui il Venerabile era il padre ).

« Ebbi campo anche a constatare — dichiarò Don Rua — quanto progredissero nelle virtù co­loro che continuavano per un tempo considere­vole a confessarsi da lui. Il suo sistema era la dolce

120

eezza, senza tralasciare di far risaltare alla mente dei peccatori la bruttezza dei loro peccati ». V´ha di più. « Questa carità che egli usava per i pove­ri peccatori sia nel suo Oratorio, sia negli Ospeda­li, sia nelle prigioni, cercava trasfonderla non solo nei suoi dipendenti, ma anche nei sacerdoti, spe­cialmente giovani, animandoli a prestarsi volen­tieri in questo ministero tanto salutare alle ani­me e dando consigli e norme sapientissime per renderlo fruttuoso, secondo le varie classi di età dei penitenti » (177).

5) Fiducia in Dio.

Affermava Don Francesco Dalm.azzo: « Era ta­le la speranza che Don Bosco aveva nella miseri­cordia di Dio che sapeva a tempo opportuno in­fonderla nel cuore dei peccatori più sfiduciati. Quante volte ho veduto io stesso a tarda sera,ar­rivare uomini di facce sinistre, che avendo udi­. lo parlare della santità dell´uomo di Dio, veniva­no ai suoi piedi per confessare i loro peccati e bene spesso sfiduciati di ottenerne il perdono, e si vedevano invece uscire col volto raggiante di gioia e col cuore pieno di consolazione. Li invi­tava a ritornare spesso, assicurandoli che Iddio

121

nella sua, infinita misericordia aveva tutte le loro colpe cancellate ».

« Sapeva talmente infonderci la fiducia nella Misericordia di Dio — riferisce a sua volta Don Barberis — che noi vivevamo affatto senza fa­stidi. Sapeva togliere ogni scrupolo, ed infatti io non ricordo che tra noi fanciulli ed anche tra i chierici ed i preti si trovasse qualche serupo-. loso. Quando andavamo a confessarci da lui, ed in molte circostanze, era solito a dirci: — Fatti corag­gio, Dio è buono, la Madonna ti ama; fa´ così e così, e non temere di nulla. Quando io ero Mae­stro dei Novizi, — continua Don Barberis, — fin che il Noviziato fu a Torino, tutti andavamo a confessarci da lui. Vidi sempre i novizi allegri e tranquilli per le parole che avevano udito da Don Bosco in confessione: e mi dicevano poi che era­no stati tanto da lui animati, che erano pronti a qualunque sacrifizio per perseverare nella voca­zione » (178).

6) Confessione generale.,

Nelle Conferenze di San Francesco del 1876 il Santo parlò così ai suoi Direttori:

´ Ora veniamo ad un altro punto che io credo della massima importanza per far camminare be‑

.

122

ne i giovani nella via della salute. Purtroppo una Lunga esperienza mi ha persuaso esservi bisogno• di far fare la confessione generale ai giovani, che vengono nei nostri collegi: .o almeno questa con‑

fessione essere loro vantaggiosissima. Il giovane

si può disporre in questo modo:

—  Hai già fatta la confessione generale?

—  No!

—  Non saresti contento di fissarti un tempo per farla? Pensa un po´ un momento, dimmi con

tutta schiettezza: se tu avessi a morire questa notte, ti pare che non avresti nulla da aggiu­stare col Signore? Ti pare che saresti tranquillo?

—  Noi

-      Ebbene, quando la vorresti fare?

Quand´Ella mi dice.

—  Oh, guarda! Io ti dico che tu la faccia in quel tempo in cui abbia intenzione di dirmi -tut­to, tutto...

« Poi anche, venendo quel giovane a confessar­si per ripassare l´intera sua vita, dirgli: — Sei venuto proprio col cuore aperto? Con intenzio­ne di dirmi tutto, piccolo e grosso? Oppure tu hai qualche cosa che non osi guaii dirmi? — E dalle risposte che darà, si prendano le norme per con­tinuare. Credetemi, parrò esagerato; ma io sono

123

di parere che, forse cinquanta su cento, i gio­vani, quando vengano nei nostri collegi, hanno bisogno di fare la confessione generale. E per ot­tenere che si facciano le cose bene, bisogna ave­re carità, e carità, e tanta carità. Bisogna saper quasi estrarre per forza quel che non vorrebbero dire» (179).

In tema di confessione generale possediamo, tra l´altro, una Buona Notte nella quale Don Bosco raccomandava « pulitezza » per la Novena dell´Ira­niacolata. « Con questa pulitezza — disse il buon Padre — non voglio dire del farvi pulire le scar­pe o gli abiti, ma della pulitezza dell´anima. Bene è il tenersi puliti nella persona come si conviene, ma è meglio che ciascuno abbia la coscienza monda da ogni colpa. E se alcuno non avesse fatta la con­fessione generale, può benissimo farla in questa occasione. Alcuno si accorgerà di aver mancato di dolore o di proponimento nelle confessioni pas­sate, o di non aver fatto sufficiente esame, o che la confessione fu mancante per qualche altra parte, per esempio, di umiltà, di sincerità, d´in­tegrità: ebbene, tolga partito da questa Novena per aggiustar bene tutto. Se qualcuno si sentisse un prurito qui nel cuore e dàndo un´occhiata alle sue confessioni vedesse d´aver sempre le stesse colpe, le stesse bugie, le stesse perdite di tempo, le

124

stesse mancanze alle regole, dimodochè egli si trovasse con una serie di peccati e confessioni, di confessioni e peccati, ebbene costui manife­sti queste cose e, se lo crede bene il confessore, faccia anche atta rivista di tutta la sua vita con una confessione generale, o solo su quei punti che si crederà necessari.

« Vi sarà un altro che sentirà un´agitazione nell´anima e dirà: — Ma io temo d´aver fatto male una confessione e di non trovarmi in un buono stato; è vero che di quel peccato mi sono dimenti­cato, ma l´ho dimenticato apposta. — Costui forse è andato altre volte a confessarsi e non ha avuto il coraggio di rifare la confessione mal fatta. E anche costui se si trovasse qui, vada dal proprio Confessore, gli parli della sua pena, si rimetta interamente a lui. Esso esaminerà con tutto l´af­fetto di un amico lo stato di quella coscienza, si ritornerà indietro di confessione in confessione, fino all´ultima fatta bene, si aggiusterà di nuo­vo regolarmente quella povera anima, sicchè pos­sa rimanere tranquilla e sicura.

Un altro dirà: — Da qualche tempo mi tro­vo inquieto. Ho dubbi, ho paure. — Ebbene, an‑

che costui si confidi col suo padre, spirituale, e se vuole, faccia pur anche la sua confessione gene­rale più o meno precisa, secondo che il confes‑

125

sore interrogherà, che questo è appunto il tempo opportuno per ciò » (180).

Come si vede, il nostro Padre fu apostolo il­luminato e zelante della confessione generale: a noi, il seguirne le orme luminose.

h) Don Bosco ripetitore di Morale.

Quando San Giovanni Bosco fissò la sua abi­tazione in Valdocco, la sua niente « era solamente. divisa — com´ebbe a dire nel 1876 — in due o ´tre cose: i giovani e quanto li riguardava, l´eser­cizio del sacro ministero e lo studio della Mo­rale » (181).

Ma ben presto fu ricercato quale maestro di Morale da parecchi ecclesiastici i quali, conoscen­do per testimonianza di San Giuseppe Cafasso quanto Don Bosco fosse esperto in quella materia, scendevano a Valdocco perchè loro facesse ripe­tizione. Ciò che li attraeva maggiormente era la rara valentia di Don Bosco nel dare la chiave dei trattati con la quale, posto il principio dominante, con tutta facilità scendeva alle molteplici e varie conseguenze dei casi pratici. Inoltre sapeva tra­sfondere nei suoi uditori tutto l´affetto che ardeva nel suo cuore per il Sacramento della Penitenza:

126

li animava ad essere pronti a scendere al confes­sionale a ogni chiamata, dicendo « essere .cosa de‑

siderabile che un sacerdote prendesse tanto di cibo da potere senza incomodo mettersi in con­fessionale solo mezz´ora dopo aver finito il suo pranzo » (182).

Anche distinti ecclesiastici, molto dotti in teo­logia, assistevano a tale scuola, perchè Don Bo­sco -trattava sempre in modo speciale i punti che riguardavano la gioventù e in qual maniera con­fessarla con speditezza e con profitto. Esponendo molteplici casi di coscienza, insegnava come inter­rogare, giudicare della colpabilità, togliere le oc­casioni prossime, assicurarsi delle disposizioni, dare le istruzioni indispensabili ai più rozzi. Era una meraviglia come rendesse facili e bre­vi le confessioni. E nello stesso tempo in cento modi insegnava la prudenza nel parlare. Rac­comandava pure caldamente di non rendere, con impazienza e con sgridate, odiosa e pesante la confessione, perchè i giovani facilmente non-osa­no più parlare, e quindi sacrilegi su sacrilegi; ma di procurare con tutta carità di guadagnarsi la loro confidenza. Insisteva però che si usasse con essi un grande riserbo nel trattare; mai d´ordinario si confessasse in luogo appartato senza testi‑

,

127

moni; mai avvicinare troppo la persona; mai carezze sdolcinate di nessun genere e per nessun pretesto. La parola esprimente un vero desiderio per la salute dell´anima era quella che doveva aprire i cuori. E Don Bosco ne aveva un tesoro di queste parole e le suggeriva ai suoi volontari discepoli: come pure quei sentimenti brevi e ta­glienti come una saetta, coi quali muoveva al dolore (183).

Si degni Iddio, per intercessione di Maria Au­siliatrice e dello stesso San Giovanni Bosco, di con­cedere ininterrottamente alla nostra amata Con­gregazione pii, dotti e sperimentati ripetitori di Morale, che siano sale e luce per tutti i confratelli confessori, seguendo le orme gloriose di Don Ca­fasso, di Don Bosco, di Monsignor Bertagna, di Don Piscetta, ín questo eccellente campo di apo­stolato per la salvezza delle anime.

Il nostro Padre avrebbe desiderato di compor­re un « Manuale sul modo di confessare i giovani »; invece da San Giuseppe Cafasso ebbe il suggeri­mento di scrivere la « Storia d´Italia », che poi sa­rebbe stata giudicata il suo capolavoro. Un giorno Don Bonetti, che aveva complimentato Don Bosco per il successo della Storia aggiungendo: « Ha pensato bene Don Cafasso quando le diede il

128

consiglio di scrivere la Storia d´Italia, piuttostochè il manuale che lei intendeva comporre sulla ma­niera di confessare i giovani », si sentì rispondere: « Ho seguito il consiglio del mio venerato maestro.. E pure anche questo Manuale è necessario. Pove­ro me! Io trovo che le confessioni di molti giovani non possono reggere con le norme date dalla Teo­logia. Per lo più non si fa conto di quei manca­menti commessi dagli otto ai dodici anni; e se un confessore non va propriamente a cercare, ad interrogarli, essi ci passano sopra e vanno avanti fabbricando così su falso -terreno » (184).

E qui ricorderemo anche, in proposito, che San Giovanni Bosco si era prefisso di mettere in iscrit­to le illustra7ioni ricevute nel Sogno delle co­scienze, il quale — si era alla fine del 1860 — per ben tre notti consecutive lo aveva trattenuto in compagnia di Don Cafasso, di Silvio´ Pellico e del Conte Cays. « Nella prima notte — specificò-il Santo — si trattarono punti e questioni di teo­logia riguardanti il tempo presente, ossia le cose-del giorno, ed ebbi molti lumi. La seconda notte, molte questioni di morale pure riguardanti il tem­po presente, intorno ai vari casi di coscienza dei giovani dell´Oratorio. La terza notte furono casi pratici, coi quali conobbi l´interno morale di cia‑

129

schedun, giovane in particolare ». E ad alcuni in­timi fece noto il suo proposito: « Quello che farò si è di scrivere le questioni di teologia delle prime due notti; lascerò di nominare i fatti pratici e darò le teorie » (185). Ma purtroppo anche questo divisamento rimase senza effetto.

Per nostra sorte possediamo nelle Memorie Bio­grafiche un tesoro copiosissimo di fatti e detti del nostro Padre circa la confessione dei giovanetti. Soprattutto riteniamo che egli non sí stancava di raccomandare ai suoi preti « una grande carità e pazienza nel confessare i fanciulli per non per­dere la loro confidenza; e nello stesso tempo as­sicuravali come la prudenza necessaria e l´effica­cia della parola per renderli padroni dei cuori, erano doni del Signore, e che bisognava ottenerli con molte preghiere, con perfetta purità d´inten­zione e anche con atti di penitenza e di sacrifi­zio, come fanno i confessori zelanti » (186).

Quanto più noialtri, come penitenti anzitutto, e poi come confessori, ci specchieremo nel nostro santo Fondatore sforzandoci d´imitarne anche gli esempi, tanto più fomenteremo in noi e attorno a noi il vero spirito di pietà salesiana, nel quale ha una importanza specialissima, al tutto fondamen­tale, il Sacramento del Perdono.

130

Allora ciascuno di noi, come ciascuno, dei no­stri giovani e dei nostri penitenti, sentirà la gioia di potersi gettare, pentito e perdonato, tra le brac­cia della divina Misericordia, in modo da poter ripetere le parole di Davide: Benedici, anima mia, il Signore e non dimenticare tutti i suoi benefizi. È Lui che perdona tutte le colpe, che risana tutte le infermità, che riscatta da morte la tua vita, che ti corona di grazia e di misericordia (187).

7. L´Esame di coscienza.

Mentre stiamo compiendo il nostro terreno pellegrinaggio, non dobbiamo mai separare lo spi­rito di pietà dal santo timor di Dio, memori del­l´avvertimento del Principe degli Apostoli: Voi in­vocate come padre Colui che senza riguardi per­sonali giudica ciascuno secondo le opere sue (188).

Il pensiero che Dio nostro Padre negli angeli suoi trova manchevolezza (189), ci confonde: e sen­tiamo tutta la nostra miseria di creature impasta­te di fango e di peccato, in angustiosa attesa del divin Giudice. Possiamo però trovar conforto e incoraggiamento nelle parole che San Paolo scris­se ai cristiani di Corinto: Se ci esaminassimo bene da per noi stessi, non saremmo condannati (190).

131

Prima della Comunione (come vuole ivi l´Aposto­lo) e prima della Confessione (come sopra abbiam visto) noi dobbiamo esaminarci: nel primo caso, per ricevere degnamente il Corpo di Gesù; nel secondo, per esser perdonati dei nostri peccati mediante l´assoluzione sacramentale.

Non è tuttavia esagerato dire che, chi abbia vero spirito di fede, non dovrebbe mai presen­tarsi a Dio senza prima aver dato almeno uno sguardo all´anima propria; noich.è, soltanto se sia­mo tranquilli o almeno pentiti, potremo pregare con tutto il trasporto di una fiducia veramente fi­liale. Ce lo assicura l´Apostolo San Giovanni: Ca­rissimi, se il nostro cuore non ci condanna, abbia­mo fiducia dinanzi a. Dio; e qualunque cosa do­manderemo, la otterremo da Lui; perchè osservia­mo i sizoi comandamenti, e facciamo quel che a Lui è gradito (191).

Come a tutti i Santi, così a Don Bosco preme­va molto che i suoi figliuoli esaminassero frequen­temente, e bene, la propria coscienza: tanto che volle inserire questo esercizio nelle quotidiane pre­ghiere della sera. E a un chierico seminarista scris­se espressamente: « Ogni sera pensi di quale cosa potrebbe essere rimproverato se dovesse in quella notte presentarsi al tribunale di Gesù Cri­sto per essere giudicato > (192).

132 •

a) Esame generale.

Il Servo di Dio Don Rua inculca i cinque atti da farsi per un proficuo esame di coscienza, e cioè:

1)   Gratias age: ringraziare Iddio di averci con­servati dopo l´ultimo esame è colmati di favori;

2)   Pete lumen: chiedere luce per conoscere i pro­pri difetti; 3) Dìscute mentem: esaminarci sui pensieri, parole, opere, doveri ecc.; 4) Dote: ecci­tarci al dolore dei difetti commessi; 5) Propone: prendere buone risoluzioni per l´avvenire (193).

Don Rua ricorda espressamente i doveri. Or­bene, noi siamo religiosi di vita principalmente attiva e perciò abbiamo, non soltanto doveri di santificazione individuale, ma anche doveri di apostolato per la salvezza delle anime. Possiamo dunque a noi tutti applicare ciò che il Santo Padre Pio XII scrive per ogni singolo sacer­dote: « Nè ometta il cotidian o esame dip co­scienza, che .è il mezzo più efficace, sia per ren­dersi conto dell´andamento della vita spirituale durante il giorno, sia per rimuovere gli ostacoli che intralciano o ritardano il progresso nella vir­tù, sia infine per conoscere i mezzi più idonei ad assicurare al ministero sacerdotale maggiori frut­ti: e per implorare dal Padre Celeste indulgenza sulle nostre miserie > (194).

133

L´esame di coscienza che noi facciamo coi no­stri giovani durante le preghiere della sera, dura pochi istanti; ma può essere continuato durante il cosiddetto « silenzio sacro » che appunto inco­mincia subito dopo la Buona Notte, come vuole l´art. 15 delle Costituzioni: « La sera dopo le pre­ghiere in comune sono proibiti i privati colloqui; perciò ognuno in silenzio si ritiri nella propria ca­mera ».

Sul modo di far bene questo esame della sera il nostro Padre si espresse così in una BuL;na Not­te: « Prima di ogni altra cosa bisogna diligente- , mente esaminare la coscienza e cominciare a to­gliere da essa, se per caso vi fosse, qualche cosa di grave; perchè se voi vi deste pena di tappez­zar bene le pareti d´una camera, anche ammobi­liata con ogni lusso, mentre nel bel mezzo vi fos­se un immondezzaio o altra cosa schifosissima, voi fareste ridere, e si direbbe: -- Comincia prima a togliere quell´immondezzaio, e poi addobberai la camera. — Così è dell´anima vostra: se alcuno avesse il peccato grave sulla coscienza e volesse sforzarsi a togliere i piccoli difettucci, costui non farebbe bene; per agire da savio bisogna togliere il peccato e poi si pensa ad ornarla sempre più bene » (195).

Il breve esame quotidiano si chiude con la f or‑

154

mulac « E se ci troviamo colpevoli di qualche pec­cato, facciamo di cuore un atto di dolore, promet­tendo al Signore di confessarcene al più presto possibile ». In queste parole c´è tutta la principale e costante preoccupazione del gran cuore di San Giovanni Bosco!

b) Esame particolare.

Dobbiamo ora chiederci se il nostro santo Fon­datore e Padre abbia raccomandato, oltre l´esame generale quotidiano, anche l´esame cosiddetto « particolare » di coscienza.

Rispondiamo senz´altro di sì, per quanto ri­guarda la sostanza; quantunque il Santo, nella sua straordinaria semplicità di esprimersi, non usasse tale nome parlandone ai suoi figliuoli.

Ci basti ´ricordare la sua incessante raccoman­dazione di richiamare alla mente il proposito della Confessione: il che corrisponde di fatto a un esa­me particolare sempre rinnovellato.

Già nel primo Regolamento dell´Oratorio Fe­stivo il Santo aveva inserito quest´articolo (p. II, c. VII, 11): « Fate in maniera che da una confes­sione all´altra riteniate a memoria gli avvisi dati dal Confessore, procurando di metterli in prati­ca ».

135

In una Buona Notte così si esprimeva: « Quei consigli che il confessore vi dà nella confessione, non contentatevi di udirli solo al confessionale, ma dopo subito pensateci sopra e risolvete: — Mi disse questo e questo; dunque procurerò di farlo! — Tornate poi a ricordarli alla sera facendo l´esa­me di coscienza, e questo esame fatelo specialmen­te su questo punto, osservando se siete stati ob­bedienti. Se non aveste tempo in quel momento, fatelo andando a riposo, rinnovando il proponi­mento se trovaste di aver mancato. Così, andando in chiesa a sentir Messa o a far la visita, promet­tete a Gesù: — Io per amor vostro farò quello che il confessore mi ha detto. — Se voi vi atterre­te a ciò che io vi dico, state sicuri che farete gran profitto nella via della virtù v (196).

Anche parlando ai Salesiani Don Bosco insi­steva: « Alla sera prima di coricarci esaminiamo­ci se abbiamo messo in pratica i proponimenti già fatti su qualche difetto determinato: se siamo in guadagno o se siamo in perdita. Sia un po´ di bi­lancio spirituale; se vediamo di aver mancato ai proponimenti, si ripetano per l´indomani, fintan­tochè non siamo giunti ad acquistare quella virtù e ad estinguere o fuggire quel vizio o quel difet­to (197).

Pertanto, quando il primo Maestro dei Novizi,

136

Don Barberis, nei suo prezioso Vade Mem:m, e i due primi Successori del Santo, Don Rua e Don Albera, nelle loro inestimabili Circolari, specifica­no e inculcano, oltre l´esame generale, anche l´esa­me particolare, non fanno che promuovere una pratica insegnata costantemente dal Santo, ag­giungendo solo quella denominazione che è in uso nel linguaggio ascetico.

Il piissimo Don Albera poi, preoccupato dal pensiero che qualche confratello potesse fare la pace coi propri difetti e specialmente col difetto dominante, dà questi chiari insegnamenti:

« Il lato più debole dell´anima nostra è quello dell´inclinazione naturale, è la passione o cattiva consuetudine che vien chiamata passione dominan­te: e da questo lato dobbiamo con maggior atten­zione provvedere a fortificarci contro gli assalti del nostro nemico; il che si ottiene principalmente con l´esame particolare.

« La ricerca della passione dominante diviene tanto più malagevole, quanto più uno si avanza nella perfezione, specie quando gli impulsi sensi­bili della grazia muovono l´anima più gagliarda­mente e ne quietano i moti cattivi. Per scoprirla dobbiamo anzitutto invocare i lumi dello Spirito Santo con assidua preghiera. Poi esaminiamo di­ligentemente e a diverse riprese quali siano i no‑

137

stri pensieri abituali, di quali si occupi la nostra mente la mattina al nostro primo destarci; qua­le sia il soggetto dei sogni a cui ci lasciamo andare nei momenti di solitudine; quale la sorgente più comune delle nostre gioie e delle nostre tristezze; quale la causa del nostro affanno nell´ora dello sconforto; quale il motivo che ci conduce ad ope­rare, e che ordinariamente ispira la nostra con­dotta; quale l´origine delle nostre mancanze, e via dicendo. Tutti questi sentimenti possono, è ve­ro, avere altre cause accidentali; ma il più delle volte sono soltanto la conseguenza di una dispo­sizione interna, d´una condotta abituale, che co­stituisce la passione dominante. Possiamo anche scoprire questa passione ponendo mente agli at­tacchi del tentatore, il quale ci conosce meglio che non ci conosciamo noi stessi, e ci batte da quella parte dove è più facile riportare vittoria.

« Se l´esame particolare — conchiude Don Al­bera — è sommamente utile e pressochè necessa­rio all´anima nostra, tutto ciò che è forma, me­todo, procedimento, ha un´importanza secondaria. Ognuno quindi l´adatti ai suoi bisogni personali. Ora questo adattamento consiste quasi sempre nel semplificare — Man mano che si progredisce nella conoscenza di se stessi — la propria vita, nel con­centrare i pensieri, gli affetti, gli atti, le tendenze,

138

sopra un unico punto... E questo punto sarà per lo più di poter arrivare a conoscere quale sia la volontà di Dio in quel dato momento, in quella situazione, di fronte a quelle opere, a quelle dif­ficoltà, dopo quelle cadute, con quel temperamen­to, ecc. Allora l´anima, conoscendo ciò che Iddio vuole da lei, si applicherà a darglielo, si esamine­rà ogni giorno se abbia raggiunto l´ideale voluto e scelto sotto lo sguardo di Dio. Allora il controllo sotto forma di statistica rigorosa non s´impone più, quantunque un controllo vi sia sempre. Al­lora l´anima farà tutti i sacrifizi che l´amore do­manda. E l´esame particolare di un´anima che co­mincia a salire, è il sacrifizio passato allo stato di regola di vita » (198).

Iddio conceda a ciascun membro della Fami­glia Salesiana di farne felice e mai più interrotta esperienza.

8. Le pratiche di Pietà.

Non basta che la Pietà sia rimasta sempre vi­va, o almeno sia tornata a rivivere per mezzo di una buona confessione favorita da un accurato controllo. Occorre che le si dia sempre maggior vigore con pratici esercizi e incrementi, secondo l´espressione di San Paolo al diletto Timoteo:

139

Exerce teìpsum ad pietatem: Esèrcitati nella pie­tà (199).

La totale consacrazione che di noi stessi abbia­mo fatta a Dio, ci ha posti nella dolce necessità di servire a Lui solo, di non lavorare che per Lui, di non perderLo mai di vista in tutti i nostri la­vori: il che però si verifica soltanto se noi di fre­quente compiamo quegli atti di religiosa divo­zione, che sono espressione del nostro amore, del­la nostra pietà filiale verso il Padre che sta nei cieli. Mediante questi atti esteriori, accompagnati dagli interni affetti, tutto il nostro essere si pro­tende verso Dio così da poter ripetere col santo re Davide: Siano accette le parole della mia boc­ca e i sentimenti del mio cuore al tuo cospetto, o Signore, mia Roccia e mio Redentore (200).

Gli esercizi o pratiche di pietà sono pure il provvidenziale alimento dell´anima, come fa • no­tare il nostro Padre nel Proemio alle Costituzioni: « Siccome il cibo alimenta il corpo e lo conserva, così le pratiche di pietà nutriscono l´anima e la rendono forte contro le tentazioni ».

Le pratiche divote sono inoltre scudo e difesa della vocazione. « Fino a tanto — continua infatti Don Bosco — che noi saremo zelanti nell´osservan­za delle pratiche di pietà, il nostro cuore sarà in buon´armonia con tutti, e vedremo il Salesiano

140

allegro, e contento della sua vocazione. Al con­trario comincerà a dubitar della sua vocazione, anzi a provare forti tentazioni, quando nel suo cuore cominci a farsi strada la negligenza nelle pratiche di pietà ›.

Esse sono ancora un mezzo potente per la buona riuscita del nostro sistema di educazione. « La nostra missione — scrive il Servo di Dio Don Rinaldi — è di portare la vita cristiana, per insinuarla nell´animo dei giovani, facendola pra­ticare tutta intera nella chiesa, nello studio, nel lavoro, nelle ricreazioni e nei divertimenti, e sen­tire e gustare nella frequenza e pratica dei Sa­cramenti, nelle feste della Chiesa, nella sua Li­turgia con la grandiosità delle ´funzioni sacre che parlano al cuore meglio di ogni discorso. Quanta importanza dava il nostro Padre a tutte queste cose! Nei suoi Oratori, Ospizi e Collegi il punto centrale di tutto, la leva di volta per operare dei veri prodigi di trasformazioni, erano le pratiche di pietà e le funzioni della chiesa. Allegria, di­vertimenti, teatrini, giuochi, passeggiate, studio e lavoro, non erano fine a sè, ma mezzo per fare amare la pietà e la religione. Queste avevano la preminenza in tutto nel suo sistema educativo messo in pratica da lui medesimo con tanti sa­crifizi e privazioni e mortificazioni. Molti su que‑

141

sto punto non capiscono ancora Don Basco, nè la sua e nostra missione. Essi dànno poca importanza alla partecipazione dei giovani al clero, al can­to sacro, alle´ accademie e teatrini religiosi, alle Compagnie e alle funzioni sacre. Si ha paura di annoiare i ragazzi con le funzioni in chiesa, con tenerli un po´ di più, con farli cantare la santa Messa, l´Ufficio della Beata Vergine, i Vespri. Il tempo delle pratiche di pietà lo si riduce ai mi­nimi termini sotto pretesto che i giovani si stan­cano: perchè essi amino le cose di Dio bisogna farle gustare ai giovani; non si fanno nè gustare, nè amare, facendole in fretta e furia e nel minor tempo possibile. Si direbbe quasi che si ha pau­ra della chiesa per guadagnare tempo di recarsi ai divertimenti. Questo non è certo il sistema di Don Bosco e non può recare buoni frutti D (201).

Ravviviamo adunque il desiderio e lo sforzo di essere, anche in fatto di pietà, figli sempre più degni di San Giovanni Bosco! Ne stimola e incoraggia il venerato Don Albera in questi ter­mini: « Gettiamoci fiduciosi, o carissimi, fra le braccia di Dio, come fece il nostro buon Padre. Allora soprattutto ci riusciranno naturali, com´era­no a Don Bosco, gli esercizi ordinari della perfe­zione religiosa, e porremo ogni nostra cura per non tralasciarne alcuno. Altri si servono di gilè‑

142

sti medesimi esercizi come di mezzi per raggiun­gere la perfezione; noi invece, figli di Don Bosco, li dobbiamo sul suo esempio praticare come atti naturali del divino amore, che già, è vivo in noi, per esserci gettati intieramente e amorosamente fra le braccia di Dio. Per noi essi debbono essere non già la legna che serve ad accendere e alimen­tare nel cuor nostro il fuoco divino, ma le fiam­me stesse di questo fuoco (202).

9. Le nostre pratiche di Pietà.

Quali sono le pratiche di Pietà che noi, figli di Don Bosco, dobbiamo compiere nella nostra vita di comunità? A onesta domanda risponde l´art. 16 dei Regolamenti: « I soci compiano in co­mune tutte le pratiche di pietà prescritte, nè se ne dispensino mai senza un esplicito permesso del Superiore. In ciò si segua fedelmente il manuale intitolato Pratiche di Pietà in uso nelle Case Sale­siane, edito per ordine del Rettor Maggiore, al quale soltanto è riservata ogni modificazione in proposito D.

Le nostre pratiche di Pietà non sono nè ec­cessive nè straordinarie; e si direbbe che la voce di Don Bosco e dei suoi Successori acquisti un to‑

143

no insolitamente energico davanti al pericolo che le medesime possano venir omesse, o cambiate,

o  svuotate del loro genuino spirito.

Ascoltiamo anzitutto San Giovanni Bosco: « Il punto principale attorno a cui deve versare la nostra obbedienza, si è intorno alle pratiche di pietà, le Quali sono come il cibo, il sostegno, il balsamo della stessa virtù. Il Direttore faccia ri­leggere bene il capitolo delle Costituzioni sulle pratiche di pietà, procuri di osservarlo e di farlo osservare. L´obbedienza, e specialmente per le pratiche dì pietà, è la chiave maestra dell´edi­fizio della nostra Congregazione, è quella che lo sosterrà ». Così pure: « Tra le Regole specialmen­te si osservino le pratiche di pietà ». Ed ancora: « Soprattutto non dimenticate mai le pratiche di pietà proprie della Congregazione, essendo il fondamento dell´edilizio della santificazione vo­stra » (203). E nel Proemio alle Costituzioni: « Se noi pertanto, o figliuoli, amiamo la gloria della nostra Congregazione, se desideriamo che si pro­paghi e si conservi fiorente a vantaggio delle ani­me nostre e dei nostri fratelli, diamoci la massi­ma sollecitudine di non mai trascurare la medita­zione, la Lettura Spirituale, la Visita quotidiana al Santissimo Sacramento, la Confessione settima­nale, la Comunione frequente e divota, la recita

144

del Rosario della Beata Vergine, la piccola asti­nenza del venerdì e simili. Sebbene ciascuna di queste pratiche separatamente non sembri di gran­de necessità, tuttavia contribuisce efficacemente all´alto edifizio della nostra perfezione e della nostra salvezza ».

Ascoltiamo poi il Servo di Dio Don Rua: « Al­le volte avviene di parlare con qualche sacerdote

o  coadiutore antico della Congregazione, e si ap­prende che da quando si è preti, o che si ebbe carica speciale, non si fece più regolarmente il rendiconto, o non ci si trovò più regolarmente alle conferenze, alle meditazioni o alle altre pratiche di pietà. È bensì vero che per occupazioni o cir­costanze speciali, alle volte i sacerdoti non posso­no più trovarsi sempre alle pratiche comuni; ma ogni volta che lo possono, lo debbono fare; ed è anche da cercare modo di disturbarli il meno possibile in quei tempi. Pel rendiconto poi non vi è occupazione che direttamente lo impedisca. I Direttori pertanto, con viva carità, non lascino d´avvisare e, se occorre, di insistere, ed anche imporre che nessuno lasci le pratiche prescritte dalle Regole, e che nessuno lasci di fare il proprio rendiconto, nel quale anche si regoli con preci­sione il modo d´eseguir quelle, quando non si possono fare in comune. Io intendo su questo

245

di far notare la responsabilità dei, singoli Diret­tori, e ricordar loro che la trascuratezza nell´os­servanza delle Regole e delle pratiche di pietà nei confratelli, gràvita sulla loro coscienza, e che essi • ne dovranno rendere conto a Dio; come ne dovrebbe rendere conto a Dio l´Ispettore che non. vigilasse e non prendesse i mezzi sufficienti per ottenere che nella sua Ispettoria queste cose fos­sero osservate » (204).

Ascoltiamo anche il venerato Don Albera: < A dir vero sono assai poche le pratiche religiose clie c´impone la nostra Regola in paragone di ciò che si fa in altre Comunità: ragione di più per com­pierle con maggior diligenza. Inoltre esse sono facili, sicchè nessuno può ragionevolmente addur­re il pretesto che non è capace di farle. Soprat­tutto poi esse sono pienamente corrispondenti ai bisogni della nostra condizione. Le une onorano direttamente Iddio, e sono il grido dell´anima che, conscia della propria debolezza, chiede aiuto. Le altre hanno per iscopo di farci rientrare in noi medesimi, aiutarci a conoscere lo stato dell´ani­ma nostra, sradicare i nostri difetti, togliere gli ostacoli al nostro proíresso nella vita spirituale e dissipare ogni illusione che possa venirci dal demonio o dalle nostre passioni. Tanto le une poi quanto le altre, come mille volte ne abbiamo fat‑

146

to l´esperienza, lasciano in fondo al cuore una soa­vissima pace e la gioia più pura; sono desse che apportano all´anima nostra quell´energia di cui abbiamo bisogno per non lasciarci accasciare dal­le pene che sono inevitabili anche nella vita re­ligiosa: in una parola, per impedire che noi abbia­mo la sventura di laicizzarci. Dopo tali riflessioni vi sarà ancora fra noi chi vada mendicando prete­sti per sottrarsi a questa o a quella delle prati­che prescritte? Possibile che per attendere allo studio non si trovi il tempo di soddisfare ai no­stri doveri di pietà! Quanto son lungi dal compie­re bene il loro dovere quelli che rifuggono da ogni esercizio in comune! Forse non tengono conto della promessa fatta dal Divin Maestro, che dove sono due o tre congregati nel suo nome, colà Egli si trova in mezzo di loro. Farse costoro non pen­sano all´obbligo che incombe ad ogni Salesiano di edificare i suoi fratelli col buon esempio, ed è specialmente nelle pratiche di pietà che dobbiamo darlo } (205).

Ascoltiamo infine il Servo di Dio Don Rinaldi: « Importa poi assaissimo che le pratiche di pie­tà siano fatte non solo con regolarità d´orario, ma soprattutto con la regolarità del metodo fissato dai Regolamenti. A questo riguardo le nostre pra­tiche di pietà, per quanto categoricamente deter‑

1 47

minate da un testo unico, sono, qua e là, in più Case, sottoposte a cambiamenti, abbreviazioni e prolungamenti arbitrari con grande facilità ed indifferenza, sotto pretesto della necessità di adat­tarsi ai tempi, ai luoghi e ai gusti altrui: quasi che le nostre pratiche di pietà siano cosa molto secondaria che vien lasciata alla mereè dei Diret­tori e Catechisti! No, no, o carissimi, e mi scuse­rete se qui calco alquanto la penna: si sono avu­te troppe osservazioni in proposito e mi pare necessario un richiamo alla regolarità. Si stia da tutti e dappertutto a quanto è prescritto nel li­bro delle Pratiche di Pietà tanto per i confra­telli, come per i giovani, interni ed esterni. Sono le stesse pratiche di pietà dei tempi di Don Bosco, e la loro uniformità nelle nostre Case è dimostra­zione sicura che siamo veramente suoi... Se ogni Istituto religioso ha le proprie divozioni, le pro-. prie pratiche di pietà, noi pure abbiamo le nostre e non dobbiamo sostituirle neppure in parte con altre per quanto eccellenti ci possano sem­brare per la loro antichità ed universalità. Non cambiarle, dunque, ma neppure abbreviarle: si re­citino invece ogni dì quali sono: e per farlo non è necessario di allungare le funzioni, basta farle bene e con dignità. In qualche Casa si prega e si canta meglio, impiegando meno tempo, che non

148

in altre nelle quali la troppa lentezza indispone e porge pretesto di non terminarle. Parimente certi predicatori dicono di più e più chiaro che altri i quali parlano molto e dicono poco. Il motivo di tale disparità sta in questo che nelle prime Case si è saputo far gustare e amare le pratiche di« pietà dai giovani, mentre nelle altre le medesime pratiche sono solo un peso che i giovani sop­portano di mala voglia, nell´attesa di poterne fa­re a meno, appena liberi » (206).

Dopo voci sì paterne ed autorevoli ci troviamo certamente meglio disposti a passare in rassegna le singole nostre pratiche di pietà: il che faremo tralasciando quelle che direttamente si riferisco­no alla Santissima Eucaristia, al Sacro Cuore e a Maria Ausiliatrice, pel motivo già detto che di esse ne trattiamo a parte.

Incominciamo adunque dalla preghiera, la quale — come con tanta semplicità spiegò San Giovanni Bosco negli Esercizi Spirituali del 1871 (e noi lo sappiamo dagli appunti presi allora da Don Rua) — c è di tre sorta: preghiera vocale, e cioè le orazioni che si dicono insieme; preghiera mentale, ossia la meditazione; preghiera mista, cioè le giaculatorie in ogni tempo e specialmente ´nelle tentazioni » (207).

149

10. La preghiera vocale.

Le parole dell´Apostolo San Giacomo: Con la lingua benediciamo Dio e il Padre (208), noi le realizziamo soprattutto con le nostre preghiere vo­cali.

Affinchè queste, essendo fatte in comune, dia­no davveio gloria a Dio, dobbiamo praticare Part. 151 delle Costituzioni, che esige. « la pro­nunzia chiara, divota e distinta delle parole nei divini uffizi ». Già nelle prime Conferenze Ge­nerali delle nostra Società venne deliberato: < I Superiori provvedano ed ogni socio si adoperi perchè in tutte le Case nostre nel recitare le ora­zioni si introduca e si mantenga un modo unifor­me, grave e divoto, senza precipitazione e pro­nunziando intiere le parole » (209).

Possiamo dire che di orazioni vocali è costel­lata tutta la giornata salesiana, a cominciare dal primo saluto dello svegliatone: Benedicamus Domino, cui tutti rispondono: Deo Gratias (Re-gol., 17).

Le nostre preghiere mattutine e serali sono pressochè quelle indicate dal Catechismo pei buoni cristiani. Dato però l´ambiente di famiglia delle Case Salesiane, Don Bosco volle, al matti‑

.

150

no, le speciali preci per la pace in casa, nonchè pei nostri genitori, parenti, benefattori e persone raccomandate • alle nostre preghiere; e, alla se­ra, la Salve Regina pei nostri Superiori e Missio­nari. 11 24 aprile 1921 fu introdotta dal Rettor Maggiore Don Albera l´Ape Maria per gli Exal­lievi.

Particolare rilievo meritano pure la preghiera mattutina a San Luigi Gonzaga e l´invocazione: Ab omni malo, libera nos, Domine, introdotte da Don Bosco nel 1851, un anno prima dello scoppio della polveriera non lungi da Valdocco (210). Il Pater, Ave, Gloria secondo l´intenzione del Sommo Pontefice resta doppiamente impreziosito dal­l´amore al Vicario di Gesù Cristo e dal ricordo delle sante indulgenze.

Assai care al nostro cuore sono le tre Ave Ma­ria della sera, così commentate ai suoi figliuoli da Don Bosco stesso nel Giovane Provveduto: «E tre grazie, in modo particolare, alla Madonna dovete , chiedere con vive istanze: Di non commettere mai peccato mortale in vita vostra; Di conserva­re la santa e preziosa virtù della purità; Di star lontani e fuggire dai cattivi compagni. Per ot­tenere queste grazie reciteremo ogni giorno tre Ave Maria, e un Gloria Patri, ripetendo -per tre

151

volte la giaculatoria:: Cara Madre, Vergine Maria, fate chic, salvi l´anima mia ».

La filiale preghiera a San Giovanni Bosco, da recitarsi alla sera, fu stabilita dal XVI° Capitolo Generale (anno 1947).

Dobbiamo poi ricordare le preghiere prima e dopo la scuola o lo studio o il lavoro. Esorta il nostro Padre nel Regolamento per gli Allievi (Capo V, Del lavoro, 8): «Ditele bene queste pic­cole preghiere, affinchè il Signore voglia Esso guidare i vostri lavori e i vostri studi, e possiate lucrare le indulgenze concesse dai Sommi Ponte­fici a chi compie queste pratiche di pietà ». E nel medesimo Regolamento (Capo X, Della mode­stia, 9) il Santo Educatore aggiunge: « Prima e dopo il cibo fate i soliti atti di religione, e durante la refezione procurate di pascere eziandio la spi­rito, attendendo in silenzio a quel po´ di lettura che vi si fa ».

Gli exalunni di Valdocco ricordavano con pia­cere le sollecitudini del nostro buon Padre per le pratiche di pietà e specialmente le soavi impres­sioni suscitate dalla recita delle preghiere serali e dalla Buona Notte. Udiamo il Teologo Ballesio: « Come la religione era il vero e solo codice della Casa, così Don Bosco occupava la mente e il

152

cuore dei suoi giovani negli esercizi pratici della medesima, varendosene come luce direttiva e for­za per indirizzarli alla virtù ». E dopo aver fat­to passare in rassegna varie pratiche religiose, continua: « Alla sera, terminata la scuola di can­to, che chiudeva i lavori educativi della nostra giornata, al suono del campanello ci radunavamo all´aperto sotto il porticato e nell´attiguo cortile nella bella stagione, od in un grande lo-cale chiuso, e si intonava una lode da quel coro di trecento o quattrocento voci, che erano udite ben da lonta­no. Dopo qualche strofa della sacra lande, guida un chierico o sacerdote, da tutti noi ginocchioni e con Don Bosco in mezzo a noi colle sue mani giunte, in atteggiamento grave e pio, si recitavano le orazioni in comune, terminando con un breve esame di coscienza, che era un grave ed impo­nente silenzio molto atto alla riflessione, e con re­lativo atto di pentimento. Poscia Don Bosco sali­va una modesta bigoncia, e di là impartiva gli ordini alla sua famiglia per l´indomani. Dava qualche salutare avvertimento ed augurava la buona notte, salutato da noi con un lungo e cla­moroso grazie ». Don Lemoyne poi afferma che Don Bosco « insisteva molto che, quando i gio­vani fossero raccolti per le preghiere in-comune,

153

nessuno stesse a far ricreazione chiacchierando o passeggiando ´nel cortile o sotto´ il porticato », giudicandolo. « scandalo da evitarsi a qualunque

·  costo » (211).

Termineremo ricordando che qualcuno, fece a Don Bosco questa osservazione: « Non sarebbe meglio che, invece di far recitare dai giovani le preghiere in comune e ad alta voce, si lasciasse che ciascuno le dicesse sottovoce e si assuefacesse alquanto all´orazione mentale? ». Il nostro Padre, cui certamente non mancava nè pietà, nè zelo, nè esperienza, rispose: « I ragazzi sono così fatti che, se non pregano ad alta voce cogli altri, la­sciati a sè non direbbero più le preghiere nè vocal­mente nè mentalmente. Quindi, posto anche che le dicessero solo materialmente, anche distratti, mentre sono occupati a pronunziare le parole non possono parlare coi compagni, e le stesse parole che dicono anche solo materialmente, servono a tener lontano da loro il demonio ». D´altronde « Don Bosco sapeva loro ispirare un grande rac­coglimento durante le preghiere, di cui rilevava l´efficacia dimostrandole un colloquio a faccia a faccia con Dio stesso » (212).

Ed ora passiamo dall´orazione vocale a quella mentale.

154

11. La preghiera mentale.

Un giorno San Giovanni Bosco, mentre par­lava ai suoi Salesiani della meditazione, proruppe in queste parole: « Ricordiamoci sempre che Dia è Padre e noi siamo i suoi figliuoli » (213). Con ciò ribadiva il pensiero che soprattutto l´orazione mentale è un esercizio di quella Pietà, che è vera e propria espansione filiale verso Dio.

D´altronde lo Spirito Santo, senza il cui aiuto non riusciremo mai a pregare come si deve, ci è stato dato grazie appunto alla nostra figliuolanza adottiva di Dio: Perchè siete figli — scrive San Paolo — mandò Iddio lo Spirito del Figliuol suo nei vostri cuori (214).

Fiduciosi ora in questo Divino Spirito, prendia­mo a trattare il punto dell´orazione mentale, il cui influsso sulla vita di pietà è davvero tra i più considerevoli.

a) Facilità e difficoltà.

Dobbiamo anzitutto riconoscere che l´orazione mentale da una parte attrae per la sua facilità e dolcezza, ma dall´altra può sgomentare chi intra­prenda a coltivarne l´esercizio metodico.

La facilità della preghiera mentale proviene

155

dal fatto che essa non è legata nè a parole nè a formule prestabilite. È la voce del cuore; il quale parla a Dio col proprio amore, coi propri affetti e soprattutto col proprio desiderio. « 11 tuo conti­nuo desiderio — avverte Sant´Agostino — costi­tuisce la continua tua voce. Solo se tu cessassi dall´amare, allora incominceresti a tacere; alla stessa guisa che diventarono muti con Dio coloro dei quali fu predetto: E per il moltiplicarsi delle iniquità si raffredderà la carità di molti. Il raffred­damento della carità porta con sè il silenzio del cuore; mentre l´ardor dell´amore è del cuore il grido possente» (215).

San Giovanni Crisostomo ricorda che Anna, la madre del profeta Samuele, fu esaudita da Dio non per il suono della voce, ma per l´intimo grido dell´anima; e che quindi, se uno non prega mentalmente, non cerchi vani pretesti, come ad esempio gli affari o la lontananza dal tempio. « Ovunque ti trovi — ammonisce il santo Dottore — puoi innalzare il tuo altare: non c´è luogo che, te lo vieti, nè tempo che te lo impedisca. Non potrai forse inginocchiarti, nè batterti il petto, nè stendere le mani verso il cielo; ma per fare una perfetta orazione basta che tu presenti a Dio il fervore dell´anima tua. Per tal modo può pregare a lungo chi va tra la ressa come chi cam‑

156

mina da solo; può offrire a Dio il proprio cuore chi sta in bottega e chi cucisce le pelli; può -pre­gare con lunghezza e solerzia il servo mentre va alla compera, o sale e scende le scale, o ha cura della cucina, e non può andare in chiesa. Iddio infatti non bada al luogo, ma desidera bensì un cuore fervoroso e un´anima casta » (216).

La preghiera mentale così concepita è tanto facile, che San Giovanni Bosco invitava persino i suoi stessi giovanetti a praticarla. Ad esempio, voleva che durante la santa Messa si sospendes­sero le preghiere comuni « all´elevazione dell´Ostia Santa e del Calice, all´Ite Missa est e nell´atto che il Sacerdote dà la benedizione »; e nel primo Regolamentò dell´Oratorio Festivo (P. la, Capo VI, 7) dava questa motivazione: « Si sospendano le preghiere comuni, dovendo ciascuno in quel gran momento parlare a Dio solamente cogli af­fetti del proprio cuore ». Similmente raccoman­dava: « Un poco prima che a voi si presenti il Ministro per la santa Comunione, cessate dal recitare preghiere vocali: basta, anzi è meglio per qualche istante intrattenersi in santi pen­sieri ed affetti, internamente » (217).

Che più? Il santo Educatore desiderava che i suoi giovanetti pregassero mentalmente in attesa del sonno. t noto che Santa Teresa ricordava con

157

vera compiacenza che ad acquistare il gusto per la contemplazione l´aveva aiutata assai l´abitudi­. ne presa fin da fanciulla, di pensare ogni sera, pri­ma di addormentarsi, a Gesù agonizzante :nell´Orto degli Ulivi. Orbene, il nostro Padre, senza perder­si in disquisizioni sull´orazione mentale, introdusse a coronamento delle preghiere della sera questi in­viti assai significativi: « E, mentre ci spogliamo, immaginiamoci di vedere i carnefici a levare con violenza le vesti di dosso a Gesù Cristo per fla­gellarlo... Pensando quindi che siamo alla presen­za di Dio, con le mani giunte dinanzi al petto prenderemo riposo ».

Detto ciò, non possiamo tuttavia dissimulare che l´orazione mentale può diventar difficile quan­do la si debba esercitare metodicamente e per un determinato spazio di tempo.

La sentenza Nil vòlitum, quin praecògnitum (Non si può voler niente, che prima non sia stato conosciuto) vale anche per la Meditazione, ove gli affetti della volontà tengono ordinariamente die­tro alle riflessioni dell´intelletto, alla stessa guisa che — secondo il celebre paragone del Padre Ro­driguez (218) — nel-cucire il filo segue l´ago: os­sia, i movimenti affettuosi del cuore sono suscita­ti dalle considerazioni della mente.

Ma ecco che non sempre la nostra mente è di‑

158

sposta a indagare, a scrutare, a considerare: trop­pi ostacoli, infatti, può -trovare dentro e fuori di noi. Ed è pure innegabile che, se vi sono verità in tutto tranquillanti (si pensi, ad esempio, alla Mi­sericordia di Dio), non ne mancano però alcune piuttosto inquietanti (come la divina Giustizia) o almeno difficili a capirsi (per esempio, la Provvi­denza che tutto regge e governa). Allora — al dire

di San Bernardo (219) —       nostra non trova
più il riposo di una soavissima considerazione e di una placida ammirazione, ma piuttosto la fati­ca di una ricerca inquieta e di una esercitazione laboriosa: cosicchè essa diventa quasi incerta, se rinunciare a una soavità che le è pur tanto mo­lesta, o se affrontare una molestia che le è pur co‑

sì soave.

Ad ogni modo, noi dobbiamo costantemente im­pegnarci, sull´esempio dei Santi, affinchè la no­stra meditazione riesca bene. Anzi, fino a quando la Grazia non ci chiami più in su, ci eserciteremo in quella meditazione, che suol chiamarsi « meto­dica » perchè regolata secondo un ordine prbsta‑

bilito.

San Giovanni Bosco, nel Giovane Provveduto, suggerisce la seguente preghiera d´introduzione al­la meditazione: « Mio Dio, mi pento con tutto il cuore di avervi offeso; fatemi la grazia ch´io ben

159

conosca le verità che sono per meditare, e mi ac­cenda di amore per Voi ». Come si vede, vi è già

qui il nucleo di un vero metodo di orazione menta­le, atto a rendere la meditazione tutta quanta per­vasa di conoscenza e di amore, di riflessioni e di affetti.

E noi, alla scuola del nostro grande Padre, ci sforzeremo di far bene la nostra meditazione, su­perando a tal fine anche quelle difficoltà che pos­sano nascere dal modo, divenuto ormai tradizio­nale, di far la meditazione in comune (cfr. Co­stit., 13) e intercalata dalla lettura pubblica di due o tre punti già sufficientemente svolti.

Anzitutto, la meditazione in comune. Quanto edifica la esemplarità dei confratelli nell´interve­nirvi sempre e puntualmente, malgrado le molte e assillanti loro occupazioni e preoccupazioni! D´altronde una lunga esperienza insegna quanto casti, durante la giornata d´intensa operosità, ri­trovare, per far l´orazione mentale in privato, quella mezz´ora di cui ci si fosse privati al mat­tino col restar fyori dell´orario comune. Al tempo stesso è per noi di sommo stimolo e conforto il po­ter applicare anche alla meditazione fatta in co­mune la divina promessa: Dovunque due o tre per­sone sono riunite nel mio nome, Io sono in mezzo

160

a loro (220). Tanto più che Gesù è presente anche sacramentalmente, quando la Comunità si trova a Meditare in chiesa o cappella.

Il fatto poi che i nostri consueti due o tre pun­ti sono già svolti a sufficienza dal libro (anzichè venir brevemente proposti al principio della mez­z´ora, di modo che i singoli curino per conto pro­prio ogni -ulteriore sviluppo) acuisce lo stimolo al­l´attenzione e alla riflessione, radica meglio e ir­robustisce il nostro spirito di fede, e asseconda in noi il prorompere degli affetti e il maturare dei propositi, a misura che nuove considerazioni raf­forzano le nostre convinzioni.

Noteremo infine che il nostro santo Fondatore, nella sua grande praticità, attribuiva grande im­portanza all´esame di coscienza fatto durante la meditazione: esame che non è un´arida rassegna di azioni od omissioni, ma un´opportuna revisione della propria anima e del proprio apostolato alla luce delle verità meditate e con gli affetti propri di chi si trova in preghiera al cospetto della divi­na Maestà. Il Santo chiamava questa « la medita­zione dei mercanti » (221). Orbene, i tradizionali due o tre punti, già svolti dal libro, facilitano a tutti i membri della Comunità detto esame di co­scienza, tanto appropriato alla « vita attiva a

161

cui. tende principalmente la nostra Società » (Cost., 150).

Dobbiamo pertanto esser lieti di aver ricevuto un metodo di meditazione, il quale, pur conser­vandosi nella scia tradizionale dei grandi Santi e Maestri di spirito, viene a noi presentato in mo­do assai semplice: tanto semplice, che venne fis­sato dal nostro Padre nel Giovane Provveduto an che con alcune brevi meditazioni completamente svolte. Don Lemoyne, dopo aver affermato che

quanto alla preghiera mentale, si puà dire es. sere stata connaturale in Don Bosco », prosegue: «Un Padre Lazzarista faceva leggere ai giovani del suo Collegio le meditazioni del Giovane Prov­veduto, e diceva a Don Albera che queste produ­cevano un gran bene, soggiungendo: — Peccato che, invece di sette, non ne abbia scritto settanta­sette! » (222).

b) La nostra meditazione.

Ripasseremo ora brevemente il nostro metodo di meditare. Esso ci fu già spiegato ampiamente durante il nostro noviziato (cfr. Cost., 195; Regol. 281); ma il rammentare alcune cose tra le più importanti non sarà senza frutto pel buon esito di questa nostra quotidiana pratica di pietà.

162

I. L´introduzione.

Il Veni, sancte Spiritus apre la nostra mez­z´ora di colloquio filiale con Dio. Lo Spirito San­to è infatti il vero e perfetto Maestro d´orazione. Quando Egli spira con la sua grazia e infiamma col suo ardore, non troviamo più difficoltà ad ef­fondere il nostro cuore al cospetto del Signore.

L´introduzione alla nostra meditazione abbrac­cia queste tre parti: metterci alla divina presen­za, chiedere perdono dei nostri peccati e doman­dare la grazia di ben meditare.

A. — Presenza di Dio.

È vero che sempre ci troviamo sotto lo sguardo del Signore; ma non sempre vi riflettiamo, perchè preoccupati dalle faccende esteriori. Tuttavia, se nel prendere il riposo notturno ci saremo effetti­vamente messi alla presenza di Dio secondo la già ricordata ammonizione posta da Don Bosco alla fine delle preghiere vespertine, noi avremo già fatta una eccellente preparazione remota al­la nostra meditazione: e al principio di questa ci sarà facile riassumere e rinvigorire tale pio at­teggiamento di spirito davanti all´Altissimo.

Infatti, accingendoci a fare la nostra orazione

163

mentale, dobbiamo dimenticare tutto il resto e ri­cordare soltanto che entriamo in colloquio con Dio: e non con Dio assente e lontano, bensì a noi presente, che ci guarda, che ci ascolta, che vuol darci i suoi lumi, le sue grazie e i suoi aiuti.

Per richiamare efficacemente la divina pre­senza, lo spirito di Fede mette a nostra disposizione vari mezzi: e noi possiamo valercene a seconda della loro particolare efficacia in quel dato mo­mento. Sarà, ad esempio, uno speciale Attributo divino, oppure il Mistero proprio del tempo li­turgico, o, meglio ancora, il Santissimo Sacra­mento davanti al quale abbiamo la fortuna di poter meditare.

Allora ci verrà quasi spontaneo il sospirare col santo re Davide: Ha sete di Dio, del Dio vi­vente, l´anima mia; quando verrò e comparirà al cospetto di Dio? (223) e il prostrarci davanti al­la divina Maestà con l´umile sentimento di Abra­mo: Parlerò ancora al mio Signore, benchè io sia polvere e cenere (224) .

B. — Perdono dei peccati.

Il peccato è la vera rovina dell´anima, giacchè inquina la memoria con cattivi ricordi, turba l´in­telligenza con idee terrene e corrompe la volontà

164

con affetti impuri e orgogliosi. Ora, se si pensa che l´anima per meditare deve far uso precisa­mente di queste sue facoltà, appare chiara la ne­cessità di prepararla all´orazione col liberarla il meglio possibile dal peccato e dai suoi tristi ef­fet Li.

D´altronde noi col meditare tendiamo a cono­scere sempre più ´e meglio Iddio e le verità eterne. Fa perciò al caso nostro il consiglio di Sant´Ago­sfino: « Vuoi vedere Iddio? Ascolta la sua parola: Beati i mondi di cuore, perchè essi vedranno Dio. Pensa dunque anzitutto a mondare il cuore: togli quanto in esso trovi che dispiace a Dio > (225) .

C. — Grazia di ben meditare.

Non è piccola grazia quella di fare come si conviene l´orazione mentale, assuefaCendoci così a vedere le cose con gli occhi della Fede e a nu­trire affetti e propositi graditi al Padre nostro che sta nei cieli.

Anche a questo fine dobbiamo ripetere le paro­le dell´Apostolo: Non che da noi stessi siamo in grado di pensare alcunchè come fosse da noi, ma la sufficienza nostra viene da Dio (226) .

Opportunamente quindi noi invochiamo l´aiuto

165

del Signore, della Madonna, dell´Angelo Custode, di San Giovanni Bosco e di tutti i Santi, con la bel­la invocazione, che riassume pure tutti i sentimen­ti della introduzione o preparazione prossima alla nostra orazione mentale. La parte centrale di que­sta invocazione preparatoria si trova già fissata, come ricordammo sopra, dal nostro buon Padre nel Giovane Provveduto.

II. Il corpo della meditazione.

Ed ecco venire la Meditazione propriamente detta: « divisa in due o tre punti », secondo che vuole il Manuale delle Pratiche di Pietà.

Noi abbiamo certamente il desiderio di immer­gervi tutta l´anima nostra. Ma come realizzarlo?

Ricorderemo con San Bernardo che, ascetica­mente parlando, le tre principali facoltà dell´ani‑

ma —                     la memoria e la volontà — co‑
stituiscono per così dire l´anima stessa (227) e ne trarremo la conclusione che l´anima si immerge tutta quanta nella meditazione allorquando vi impiega proprio la memoria per ricordare l´argo­mento, l´intelletto per ruminarlo e la volontà per seguirlo coi suoi affetti e per tradurlo poi in realtà di vita vissuta.

166

San Giovanni Bosco diceva ai suoi Salesiani: « La Meditazione è l´orazione mentale. Nostra con­versatio in caelis est, dice San Paolo: la nostra conversazione è nei cieli. E si potrebbe fare in questo modo. Scegliere il soggetto che si vuoi me­ditare, mettendosi alla presenza di Dio. Quindi riflettere attentamente su ciò che meditiamo e applicare a noi ciò che fa per noi. Venire alla conclusione, risolvendo di lasciare certi difetti ed esercitarsi in certe virtù e quindi mettere in pra­tica lungo il giorno quel che abbiamo risolto al mattino. Dobbiamo anche eccitarci ad affetti di amore, di riconoscenza, di umiltà verso Dio; chie­dergli tante grazie delle quali abbisognano, e do­mandargli con le lagrime, perdono dei nostri pec­cati » (228).

Alla fin fine, in queste parole facili e semplici del nostro santo Fondatore, non troviamo forse in­dicato l´esercizio effettivo delle tre potenze o fa­coltà dell´anima p´el buon esito della meditazione?

A. — La memoria.‑

Alla memoria tocca offrirci la materia o sog­getto da meditare: ad esempio, gli Attributi di Dio, la vita e le virtù di nostro Signor Gesù Cri‑

167

sto, i benefizi della Creazione e della Redenzione, le grazie comuni e particolari da Dio ricevute, i nostri peccati ed infedeltà, i No-vissimi a cui ine­sorabilmente andiamo incontro, i doveri imposti­ci dai Comandamenti di Dio, dalle leggi della Chiesa, dalle prescrizioni della santa Regola, dal­le norme degli uffici o ministeri a noi affidati, e simili.

Quando San Giovanni Bosco -- e lo abbiamo testè udito — consigliava di « scegliere il soggetto che si vuoi meditare », non gli era stato ancora possibile introdurre la meditazione in comune. Anche adesso detto suggerimento vale per chi si trova nella necessità di fare la meditazione in privato, oppure sente che il soggetto proposto al­la Comunità non viene incontro a certe esigenze immediate dell´anima propria. In questi casi la memoria può assumere una parte assai più rile­vante del solito.

Per la nostra ordinaria meditazione in comune la materia viene indicata dal libro (229): cosicchè non si richiede tanto un esercizio di memoria, - quanto piuttosto di attenzione divota e costante alla lettura dei singoli punti già svolti.

E qui dobbiamo notare che detfa lettura de­v´essere chiara, posata, distinta, affina:è risaltino bene i singoli concetti e soprattutto le parole Scrit‑

165

turali o Liturgiche, nonchè i conseguenti affetti e propositi. Come si vede, è importante e delicato l´ufficio di lettore della meditazione. Questi, non soltanto è responsabile della durata « per non me­no di mezz´ora » (Cost., 153) di questa pratica di pietà, ma praticamente dà l´avvio al colloquio delle anime con Dio: è il portatore della voce del Signore invitante alla più soave intimità. « La tua orazione -- afferma Sant´Agostino (230) — è un colloquio con Dio. Quando leggi, è Lui che par­la a te. Quando preghi, sei tu che parli a Lui ».

Terminata la lettura, la nostra memoria potrà ancora richiamare brevissimamente, tra le cose udite, quelle che ci avranno colpiti nel più intimo del cuore, e le presenterà all´intelletto, cui tocca ormai entrare in azione per la buona riuscita di sì santo commercio dell´anima col Dio e Padre suo.

B. — L´intelletto.

Il Divino Maestro ricordò al demonio tentatore che nel Deuteronomio sta scritto: Non di solo pane vive l´uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (231) .

È dovere dell´intelletto ricevere con bramosia questo alimento celeste e masticarlo con posatezza,

169

anzi, se fa d´uopo, a più riprese, fino a che venga trasformato in succo e sangue, cioè in intime con­vinzioni stabili e profonde. Siffatta masticazione spirituale, per cui pensando e ripensando si ru­mina una verità fino ad assimilarla il più perfet­tamente possibile, è vera e propria meditazione. Se medita lo studioso a scopo di scienza, se me­dita il mercante a scopo di lucro, se medita il malvagio a scopo di riuscire nelle sue cattive im­prese, con maggior ragione può e deve meditare l´anima a scopo di -vivere la sua vera vita col santificarsi, avendo detto Gesù: Le parole che vi rivolgo sono spirito e vita (232) .

Il lavorio interiore per ben penetrare le veri­tà proposte alla nostra meditazione suoi essere facilitato dal libro stesso, il quale guida, più o meno a lungo, la nostra mente nelle considerazioni e -nelle conclusioni. Ma non basterebbe, per una buona Meditazione, l´ascoltare sia pur attenta­mente la lettura, approvare senz´altro, e poi at­tendere passivamente il punto che vien dopo sen­za « applicare a noi — secondo le parole sopra ci­tate di Don Bosco — ciò che fa per noi ».

Neppure è scopo della meditazione l´appagare la propria curiosità, nè l´aumentare la propria istruzione ascetica o pastorale, nè l´esercitare il proprio senso critico circa il contenuto dottrinale

170

o circa la forma letteraria del libro che si legge. Specialmente in questa pratica di pietà si deve tendere a rafforzare e ingigantire il proprio spi­rito di Fede, e di Fede operante per mezzo della Carità (233).

Ispiriamoci anche in questo al nostro santo Fondatore e Padre.

« Già da fanciullo — narrava Don Barberis ­era trovato alle volte a far meditazione; e, quan­do in Seminario imparò a farla con metodo, si occupava molto di essa. Nella sua vita tanto atti­va non lo vedevamo a farla col libro alla mano od in comune, essendone impossibilitato, ma io posso attestare che la sua vita fosse una continua contemplazione; tant´è che in qualunque momento´ lo sorprendessimo o gli domandassimo consigli spirituali, aveva sempre il suo pensiero pronto e ben specificato, come se uscisse in quel momen­to dal discorrére con Dio. Io poi, avendo dovuto trattare molte volte con lui di cose spirituali, essendo maestro dei novizi, mi sentiva sempre rispondere con parole del Da Ponte, del Catena, dello Spinola: il che mi dà ragione di credere che quei libri di meditazione li conosceva tutti ».

« Don Bosco — dichiarò il suo segretario Don Gioachino Berto — aveva una perfetta unione di spirito con Dio e ne dava prova luminosa con

171

l´orazione mentale e vocale di ogni giorno. A ri­guardo della sua orazione mentale ricordo che do­po la Messa molte volte io stesso gli portai il libro Regula Cleri, di cui si serviva per la sua meditazione quotidiana. Quando poi non poteva più reggere alla lettura da sè, si faceva leggere da altri i punti della meditazione ».

Udiamo pure il venerato Don Luigi Piscetta: < Posso attestare, e di mia scienza propria e per averlo inteso dire, che Don Bosco incul­cava la meditazione dei misteri cristiani e spe­cialmente dell´Infanzia di Gesù, della sua Passio­ne e dell´Eucaristia. Di questi misteri l´intesi più volte a parlare, e me ne rimase questa impres­sione: che tali misteri fossero abitualmente pre­senti alla sua mente e che l´anima di lui ne fosse penetrata D.

€ I Misteri di nostra Religione — attestò a sua volta il Cardinal Cagliero — erano la nota precipua della sua mente e del suo cuore. Di essi ci parlava; li meditava, e ne faceva oggetto di discorso, di conversazione e cristiana raccoman­dazione in varie occasioni ».

Infine il Servo di Dio Don Rua, dopo aver ri­cordato i santi pensieri con cui Don Bosco fa­ceva costantemente sollevare la mente al Crea­tore e alla Divina Provvidenza, continuava: « E

172

questi sentimenti manifestava con tanta sponta­neità, che si vedeva che sgorgavano da una mente e da un cuore sempre immersi nella contempla­zione di Dio e dei suoi Attributi. Come pure con tanta unzione cí parlava di Maria Santissima, dei Santi, degli Angeli e di tutti i Misteri di nostra santa Religione da farci persuasi che la sua men­te si andava continuamente nutrendo di tali pen­sieri » (234).

Voglia il Cielo che anche il nostro intelletto, assiduamente esercitato durante la meditazione del mattino, procuri a noi una giornata ricolma di santi pensieri. A ciò ne invita l´Epistola pro­pria della Messa di San Giovanni Bosco: Del resto, o fratelli, tutte le cose che son vere, tutte le cose degne, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutto quel che è di buo­na fama, se v´è qualche virtù e qualche lode, a questo pensate... . e il Dio della pace sarà con voi (235).

C. — La volontà.

L´Apostolo afferma categoricamente che il giu­sto vive di fede (236). Orbene, spiritualmente si vive non soltanto per quello che si sa, ma soprat‑

_

1_73

tutto per quello che efficacemente si vuole. In al­tre parole, ai lumi dell´intelletto è indispensabile che tengano dietro gli affetti e i propositi ´della volontà.

Di qui l´urgenza di passare, con l´aiuto della Grazia, dalle considerazioni della mente ai pii movimenti della volontà, senza dei quali non fa­remmo una vera e propria meditazione in senso ascetico. Opportunamente San Giovanni Bosco, nella invocazione preparatoria, ci fa chiedere a Dio, sia di « ben conoscere le verità» che stiamo per meditare, sia di « accenderci d´amore » per Lui, Padre nostro amorosissimo.

È vero che per talune intelligenze acute e investigatrici, e così pure per certi caratteri piut­tosto asciutti e freddi, può costituire un vero di­sagio questo passare dalla riflessione al senti­mento, dai pensieri agli affetti, dalla teoria alla pratica. Eppure è certo che, quanto meglio l´ani­ma si sia esercitata nella meditazione, quanto mag­giormente abbia progredito nella genuina pietà, quanto meglio disposta si trovi a ricevere le ispi­razioni dello Spirito Santo, tanto più facilmente e prestamente potrà, dagli atti della memoria e dell´intelletto, giungere ai veraci affetti della vo­lontà.

174

D´altronde Sant´Agostino fa questa domanda: « E chi mai potrebbe vivere senz´affetti? Credete voi forse, o fratelli, che viva senza affetti chi teme il Signore, chi adora il Signore, chi ama il Signo­re? » E l´infervorato Dottore prosegue: « Ma pro­prio sul serio potrai, anzi, oserai tu pensare che, mentre tanti affetti suscita il gioco, o il teatro, o la caccia, o l´uccellagione, o la pesca, non accen­da poi il cuore di particolarissimi affetti la medi­tazione di Dio e delle opere sue? » (237).

Non intendiamo qui enumerare tutti gli sva­riati sentimenti propri dell´anima durante l´ora­zione mentale: dall´odio verso il peccato all´umile compunzione per le proprie colpe, dal timore dei giudizi divini alla speranza nei meriti di Gesù

Cristo, dall´ammirazione per le grandezze dell´Al­tissimo al giubilo per le sue misericordie senza

numero, dalla riconoscenza per tanti benefizi ce­lesti alla lode e •ammirazione per gli eccelsi Attri­buti di Dio, e via dicendo.

Ma alla tenerezza e soavità dei sentimenti non deve andar disgiunto il vero fervore della divo‑

zione. Per esso la volontà si dà incondizionata­mente al divino servizio e, in conseguenza, fa suoi quei mezzi pratici di santificazione e di apo­stolato che le vengono suggeriti dalla materia

175

stessa che vien meditando, oppure che le furono già ´indicati in confessione o in rendiconto, nelle prediche o conferenze, nelle stesse Buone Notti, in conformità allo spirito cristiano, religioso, sale­siano, sacerdotale.

Per tal modo affetti e propositi spingono verso una perfezione sempre più alta, che l´anima pro­curerà di impetrare da Dio con replicate doman­de in forma di colloquio intimo e fiducioso. Non dobbiamo dimenticare infatti che la meditazione è orazione, e perciò supplica umile e fervente.

III. La conclusione.

Verso la fine della mezz´ora siamo invitati ad assicurare i frutti pratici mediante propositi adat­ti e preghiere particolari.

Al lettore della meditazione non verrà mai ab­bastanza raccomandato di dare la dovuta impor­tanza anche a quest´ultima parte. In conseguenza, pronunzierà con posatezza le parole che invitano a compiere gli atti conclusivi; e baderà bene a non defraudare i confratelli delle debite pause, che non sono soltanto convenienti, ma indispen­sabili.

176

A. — Risoluzioni.

Il primo invito è quello di prendere qualche buona risoluzione e di cercare il modo di metterla in pratica.

Scrive il nostro santo Patrono e Titolare: « necessario che uscendo dalla meditazione tu porti con te le risoluzioni e proponimenti fatti, per pra­ticarli esattamente durante quel giorno. Qui sta il gran frutto della meditazione; tolto questo, la meditazione diventa spesso non solo inutile, ma ben anche perniciosa, poichè le virtù meditate e non praticate gonfiano talvolta lo spirito e fo­mentano la presunzione sembrandoci di essere in realtà quali semplicemente abbiamo risoluto di essere » (238).

Il proposito sgorgherà naturalmente dalla ma­teria su cui si è meditato, avuto però riguardo agli immediati bisogni dell´anima nostra e impe­gni del nostro apostolato.

TÈ poi sempre bene ehe non manchi la rinnb­vazione del proposito preso in confessione, il qua­le facilmente sarà in relazione con quello dell´ul­timo Esercizio della Buona Morte, anzi coi pro­positi stessi degli Esercizi Spirituali. Così la no­stra vita spirituale andrà guadagnando in unità, in semplicità e in profondità.

177

Quindi si cercherà il modo di mettere in pra­tica le prese risoluzioni. Questo significa preve­dere possibilmente le occasioni che metteranno a prova la saldezza dei nostri propositi; significa pensare come procurarsi l´opportunità di tradurli in opera durante la giornata.

A San Giovanni Bosco premeva tanto che la parola di Dio conducesse al miglioramento della propria vita vissuta, che scrisse nel Regolamento per gli Allievi (Capo III, Della Pietà, 6): « Non partite mai dalle prediche senza portare con voi qualche massima da praticare durante le vostre occupazioni ». Il che, è chiaro, a più forte motivo deve dirsi della meditazione quotidiana.

Nelle parole del nostro Padre riecheggia la preoccupazione dell´Apostolo San Giacomo, il quale ammoniva i primi fedeli: « Siate quindi operatori della parola, e non semplici uditori in­gannando voi stessi. Poiehè se uno ascolta la pa­rola e non la mette in pratica, egli sarà simile a un uomo che mira in uno specchio il nativo suo volto e, dopo essersi mirato, se ne va e dimentica subito quale egli fosse. Invece chi si specchierà nella legge perfetta della libertà, e in essa perse­vererà, non come uditore smemorato, ma come operatore di fatti, questi sarà beato nei suo ope­rare (239).

178

B. — Ringraziamento.

Secondochè ammonisce San Paolo, noi dobbia­mo render grazie a Dio in ogni cosa (240): dun­que, anche e particolarmente in occasione del no­stro non breve colloquio col Padre che sta nei cieli.

« Dobbiamo questo ringraziamento a Dio ­scrive San Francesco di Sales (241) — per gli affetti e le risoluzioni da Lui comunicatici, e per la sua bontà e misericordia, da noi ravvisata nel Mistero che ci fornì l´argomento della medita­zione ».

La nostra riconoscenza sarà pure mezzo effi­cacissimo per attirare nuove grazie e benedizioni, affinchè l´orazione mentale dia davvero quei frut­ti pratici, che la Chiesa e la Congregazione si aspettano da noi a gloria di Dio e a salvezza delle anime.

C. — Supplica.

L´ultimo invito è quello di domandare al Si­gnore la grazia di mettere in pratica le prese ri­soluzioni.

Giova infatti ricordare che ogni, più bel piano di perfezionamento spirituale è destinato a restare

_,179

senza effetto, qualora manchi l´aiuto di Colui che disse: Senza di me non potete far nulla (242). E se talora le nostre risoluzioni non divennero operante realtà nella nostra vita pratica, la causa va forse ricercata anche in questo che noi, sod­disfatti dei lumi e delle risoluzioni della nostra meditazione, non ci preoccupammo abbastanza di supplicare umilmente il Signore a darci for­za e costanza nell´eseguire con la mano quanto avevamo promesso col cuore.

Dio è che produce in voi e il volere e l´agire con buona volontà: così ammoniva l´Aposto­lo (243). Perciò la nostra supplica per ottenere i frutti pratici della meditazione deve sempre salire a Dio con intenso fervore.

D. Consacrazione a Maria Ausiliatrice.

La nostra mezz´ora di orazione mentale ter­mina con la Consacrazione alla Santissima e Immacolata Vergine Ausiliatrice.

È la quotidiana invocazione dell´aiuto di Maria sulla Chiesa e sulle persone e opere che più ci stanno a cuore nella nostra qualità di figli del grande Apostolo della gioventù.

È la quotidiana supplica pel nostro incessante

180

progredire « nella pratica delle virtù » (Cosi., 2).

È il quotidiano rinnovamento della intenzione che forma lo scopo della Società Salesiana, « pro­muovere cioè la gloria di Dio e la salvezza del­le anime » (Cost., 120).

È, soprattutto, la quotidiana consacrazione di noi stessi a Maria Santissima Ausiliatrice, affinchè disponga di noi secondo il volere del suo Divin Figliuolo.

Questo veramente aureo suggello della nostra meditazione renderà preziosa agli occhi di Gesù e di Maria la nostra giornata, se si avvereranno in noi le seguenti parole del Santo Padre Pio XII: « La consacrazione alla Madre di Dio è un dono totale di sé, per tutta la vita e per l´eternità; non è un dono di pura formalità o di puro sentimento, ma un dono effettivo, compiuto nell´intensità del­la vita cristiana e mariana » (244).

e) Verso la contemplazione.

Quando San Giovanni Bosco ci fa chiedere a Dio, all´inizio della nostra meditazione, la grazia di conoscere e amare il Creatore, Salvatore e Som­mo Bene delle anime nostre, propone a noi i due germi della contemplazione. Infatti, secondo l´An‑

181

gelico Dottore (245), l´anima si unisce perfettamen­te a Dio contemplando; e contempla, sia mediante l´intelletto che mira la Verità, sia mediante la vo­lontà che ama la Verità cui sta mirando e rimi­rando.

San Bernardo applica "alla contemplazione le parale del Cantico dei Cantici: E lo sposo m´ha introdotto nella cella vinaria (246). Dopo aver det­to che vi sono anche molti altri doni dello Spirito Santo a vantaggio della Chiesa e delle anime, il santo Dottore così si esprime per dare un´idea del dono di contemplazione: « Se taluno nella ora­zione avrà ottenuto di esser rapito in ispirito verso quel divino arcano e di tornarne poi vee­mentissimamente acceso d´amar divino e infiam­mato di zelo per la giustizia, nonchè ferventissimo in ogni sua dovere e ministero spirituale, sì da poter ,ripetere col Salmista: S´infiammò dentro di me il mio cuore, e nelle mie meditazioni un fuoco avvampa in me; costui senza dubbio potrà con ragione affermare di esser entrato nella cella vinaria dello Sposo celeste, ove, attingendo dal­l´abbondanza della divina carità, ha incominciato a inebriarsi col vino eccellente e salutare della su­perna letizia. Poichè due sono i rapimenti della beata contemplazione: il primo nell´intelletto, il secondo nella volontà; uno nel lume, l´altro nel

182

fervore; dapprima nella conoscenza, poi nella di­vozione. Un affetto pio, una vampata d´amore, una infusione di santa divozione, uno spirito di zelo veemente, non possono • aversi che da questa mistica cella vinaria; e chiunque riceva da Dio la grazia di uscire dall´orazione con abbondanza di tali doni, potrà invero ripetere: E il re m´introdus­se nella cella vinaria b (247).

Orbene, il coraggio, lo sforzo, la costanza nel far bene la quotidiana meditazione, unitamente alle immolazioni del lavoro e della temperanza salesiana, sono ottime disposizioni alla grazia al­tissima della contemplazione: per essa l´anima si eleva a Dio rimirando Lui con l´intelletto e a Lui unendosi con la volontà, semplicemente, quieta­mente, senza sforzo alcuno di ragionamenti, senza neppure la molteplicità di affetti. L´orazione con­templativa — a detta di un pio, illuminato Pa­store — è « una elevazione dell´anima a Dio per semplice affettuosissima intuizione ». Ciò non vuol dire « che sia occupata tutta quanta da un prolun­gato sguardo intuitivo; ma soltanto che l´atta con­templativo vi abbia la parte preponderante, an­che se sarà preparato e seguito e, se occorre, infra­mezzato, da considerazioni e accompagnato da affetti » (248).

« I maestri di spirito — scrive il venerato Don

183

Albera — dichiarano essere dottrina comune dei Santi che a ciascun grado di perfezione corri‑

sponde un modo speciale d´orazione. ______  fin‑
ché l´anima nostra è assorbita dalle cure e occu­pazioni esteriori, per quanto buone siano, fino a tanto che è esposta a gravi pericoli di peccare, e insieme poco esperta delle cose spirituali, avremo bisogno di molte riflessioni e considerazioni per elevare la nostra mente e il nostro- cuore a Dio, e muovere la nostra volontà a sante e forti riso­luzioni. A misura però che la forza delle passioni va in noi scemando, e si fa più vivo il desiderio del progresso spirituale e più ardente l´amor di Dio, il lavoro dell´intelletto avrà una parte sem­pre minore nella nostra orazione, mentre prevar­ranno i movimenti del cuore, i santi desideri, le domande semplici e le risoluzioni fervorose. Que­sta è la cosiddetta orazione « affettiva », che è superiore all´orazione mentale, e che a sua volta conduce all´orazione « unitiva », chiamata dai mae­stri di spirito orazione « contemplativa ordinaria ».

« Qualcuno — continua il secondo Successore di Don Bosco — forse penserà che un Salesiano non debba mirare tanf alto, e che Don Bosco non abbia volute, questo dai suoi figli, giacchè da prin­cipio egli non impose loro neanche la meditazione metodica. in. comune. Ma io posso assicurarvi che

184

fu sempre desiderio suo di vedere i suoi figli elevar­si, per mezzo della meditazione, a quell´intima unione con Dio ch´egli aveva così mirabilmente at­tuata in se stesso, e a questo non si stancò mai d´invitarci in ogni occasione propizia. Non abban­doniamo però l´orazione mentale semplice senza prima avere insistito a lungo negli sforzi per farla bene, nè senza aver preso consiglio da qualche il­luminato direttore di spirito. Perseveriamo in essa, sopportando con umiltà e senza scoraggiamenti le difficoltà apparenti o reali che s´incontrano in questintimo commercio con Dio » (249).

Si degni il Signore di concedere la grazia della contemplazione a molti figli di Don Bosco, affin­ch.è imitino sempre più perfettamente il loro Pa­dre e Fondatore col ravvivare nell´orazione con­templativa le fiamme del proprio zelo. Il Santo, « sebbene occupatissimo per le sud innumerevoli opere di carità e di religione, tuttavia fu sempre osservato tanto raccolto in sè, con l´animo sì quie­to e tranquillo, da sembrare d´esser in una quasi continua contemplazione delle cose celesti; egli era su questa terra per operare il bene, ma il suo spirito era in altra vita» (250).

185

d) Preziosi incifamenfi.

Prima di chiudere l´argomento della meditazio­ne, udiamo ancora quanto pressantemente i no­stri grandi Padri ci esortino alla fedeltà nel com­piere questa quotidiana pratica della nostra vita religiosa.

1) Don Bosco.

Già ai primi Salesiani, avanti l´approvazione delle Costituzioni, San Giovanni Bosco inculcava: « Meditazione! Più breve o più lunga, farla sem­pre. Col libro se si può. Sia per noi uno specchio, dice San Nilo, per conoscere i nostri vizi e la mancanza delle virtù. Ma non si ometta mai. ­L´uomo che non ha orazione è un uomo di perdi­zione (Santa Teresa). In meditatione mea exar­desce-t ignis (Nella mia meditazione avvamperà il fuoco). — All´anima è come il calore al corpo ». E negli Esercizi Spirituali del 1869 il nostro Fon­datore insisteva: « Per preghiera s´intende tutto ciò che solleva i nostri affetti a Dio. La medita­zione al mattino è la prima. Ciascuno la faccia sempre; ma, scendendo alla pratica, concluda sempre con la risoluzione di ricavarne frutto, di

186

evitare un difetto, di praticare qualche vir­tù» (251).

Approvate le Costituzioni, ecco la meditazione occupare il primo posto fra gli esercizi di pietà raccomandati dal nostro Padre nel celebre nassa dell´Introduzione: « Se noi pertanto, o

amiamo la gloria della nostra Congregazione, se desideriamo che si propaghi e si conservi fiorente a vantaggio delle anime nostre e dei nostri fra­telli, diamoci la massima sollecitudine di non mai trascurare la Meditazione...

Non ci stupiremo pertanto che l´ultima parola rivolta dal Santo al futuro suo terzo Successore sia stata questa: Meditazione! «Volete ancora — scrisse Don Rinaldi in una Circolare riservata ai Maestri di Noviziato — un´altra conferma della immensa stima che il nostro caro Padre faceva della meditazione come elemento di for­mazione e di perfezionamento nella vita spiritua­le? La scelgo fra mille, rievocando un ricordo per­sonale, che io voglio confidare con paterna liber­tà. Recatomi a far visita al caro Padre nell´ultimo: anno, anzi negli ultimi mesi della sua vita e desi­deroso di fare, ancora una volta, da lui, la mia confessione, lo pregai a volermi ascoltare. Sapeva bene che era stata fatta proibizione a tutti di recarsi da Don Bosco per le confessioni; ma io

187

pensai che non avrei trasgredito l´ordine, rego­landomi come ora -vi dirò. — Ella non deve stan­carsi, — dissi a Don Bosco, — non deve parlare: parlerò io; lei poi mi dirà una sola parola. ­Notate la mia preghiera, una sola parola. Il buon Padre, dopo che mi ebbe ascoltato, mi rivolse proprio una parola, una sola parola: e sapete quale? Meditazione! ´Null´altro. Egli si accontentò di quella, non certo, io credo, per assecondare la mia preghiera da me espressa, ma per accentuare la raccomandazione, il consiglio"; per fermare la mia attenzione sull´importanza di ciò che deside­rava da me. Non aggiunse proprio nulla, nessuna spiegazione o commento. Una sola parola: Medita­zione! Ma quella parola per me valeva più di un lungo discorso. E dopo tanti anni mi ´pare ancora di vedere il Padre in quell´atteggiamento di santo e tranquillo abbandono e di sentirlo a ripetere sommessamente: Meditazione!... »

2) Don Rna.

Identico zelo per la fedeltà alla meditazione dimostrava il venerato Don Rua. E ben sapendo che nelle Case il fervore dipende dall´esempio del Superiore e dall´impulso che questi può dare alla Comunità tutta quanta, scrive ai Direttori: « Ve‑

188

gliate perchè nessuno del vostro personale tralasci la meditazione e la lettura spirituale. Voi stessi, a costo di qualche sacrificio, date il buon esempio prendendovi parte. A dir vero mi pare seriamente imbarazzato quel direttore che debba inculcare ad altri di fare la meditazione, mentre egli non si trova mai. Oh! quando saremo tutti persuasi che si è specialmente nella meditazione che noi impa­riamo a farci santi ed a santificare gli altri? »

Così pure, Don Rua considera quale punto di massima importanza che gli Ispettori nella Visita alle Case badino « se si fa la meditazione secondo le prescrizioni delle Deliberazioni Capitolari ».

Notevole infine una dichiarazione di Don Rua a proposito dei confessori, che non dovrebbero essere soverchiamente sbrigativi è neppure aridi nei consigli. Il Servo di Dio ammonisce: « Si ri­tenga che sono in grado di far molto del bene ai loro penitenti quei confessori che nutriscono l´ani­ma loro con la meditazione e con la lettura dei libri ascetici: essi, ripieni di fervore e di zelo, pur dicendo poche parole, sanno comunicare agli al­tri quel fuoco sacro onde arde il loro cuore » (252),

189

3) Don Albera.

Il piissimo secondo Successore di Don Bosco scrive: « L´orazione, che le Costituzioni ci prescri­vono .a nutrimento dello spirito, è la mentale, che secondo Santa Teresa è « una pura comunio­ne d´amicizia, per mezzo della quale l´anima s´in­trattiene da sola a sola con Dio, e non si stanca di manifestare il suo amore a Colui dal quale sa di essere amata »; e secondo Sant´Alfonso dei Liguori è « la fornace dove le anime s´infiammano d´amor di Dio ». « Se giova, dice Sant´Agostino, vivere con uomini saggi, perchè dalla loro conver­sazione c´è sempre da guadagnare; che dovrà dirsi di coloro che vivono abitualmente in compa­gnia di Dio? ». Noi perciò, miei cari, per confor­marci allo spirito delle Costituzioni, dobbiamo da­re all´orazione mentale il carattere di vero tratte­nimento intimo, di conversazione semplice ed af­fettuosa con Dio, sia per manifestargli il nostro amore, sia anche per venir meglio a conoscere le opere necessarie per la nostra santificazione e per animarci a praticarle con maggior generosità ».

« Se saremo uomini d´orazione, — continua Don Albera, — ci sarà facile sopportare con pazienza le avversità e le miserie della vita, trovare la for­za e il coraggio per vincere le tentazioni del ne‑

190

urico, mortificare la volontà con tutte le sue in­clinazioni, conoscere le , astuzie del demonio, e sventarne le trame a nostro danno. Ci sarà facile scacciar dall´anima i vani pensieri e le cure sover­chie, nutrirla di soda divozione, di pensieri buoni e di ardenti desideri, confermarla nelle vie del Signore, ottenerle l´effusione e le grazie dello Spi­rito Santo, Maestro d´ogni verità, e innalzarla un po´ per volta fino alla perfetta unione con Dio. L´orazione quindi è veramente il perno vitale del­la perfezione religiosa » (253).

4) Don Rinaldi.

« Noi faremo certo a Don Bosco cosa gradita — scriveva il terzo Successore del Santo — e che attirerà sopra di noi le benedizioni di Dio se ci proporremo di far meglio la meditazione. Elevan­do la mente a Dio, impareremo a operare in modo più conforme allo spirito del Padre, nostra guida e modello: saremo più attivi, più buoni coi ragaz­zi, più caritatevoli coi confratelli, più sacrificati per il bene delle anime; e muoveremo il cuore di Dio a rivelare più presto al mondo la santità di Don Bosco ».

E nel raccomandare l´annuale pratica degli Esercizi Spirituali Don- Rinaldi si rivolge a chi

191

deve predicarli: « Ancora una raccomandazione vorrei fare ai predicatori. Ho parlato della spe­ciale necessità che abbiamo noi, religiosi di vita attiva, di fare gli Esercizi Spirituali. Ma, per quanto grande sia il giovamento che se ne ritrae, essi tuttavia non durano che pochi giorni, e non potrebbero bastare da soli a mantenere in noi la vita interiore per tutto l´anno. V´è un altro gran mezzo che ci aiuta a ciò, un mezzo quotidiano, indispensabile alla vita religiosa precisamente co­me lo è il cibo alla vita del corpo: la meditazione! Sopra questo mezzo io avevo già richiamato la vostra attenzione, miei buoni confratelli, con la Strenna dell´anno scorso: « Fare bene quotidiana­mente la meditazione. Essa deve illuminare le ope­re, le parole, i pensieri di tutta la giornata ». Era la Strenna per il 1925, ma non vuol dire che doves­se praticarsi solo in quell´anno: questa è una co­sa da farsi sempre, se si vuoi conservare lo spi­rito religioso. Si domandò una volta al venerando Don Prua come facesse a star raccolto, in mezzo a tanti viaggi, occupazioni e visite. ed egli rispo­se: — Vedo d´ingegnarmi: una buona meditazione al mattino, pensieri forti, volontà ferrea... — Co­sì facessimo noi pure! Dobbiamo essere persuasi che senza la meditazione ben fatta il Salesiano si mette a gravissimo rischio di ridursi a lavorare

192

come un semplice impiegato, e fors´anche, Dio non voglia! di perdere la vocazione. Non mancano purtroppo esempi che hanno dato a questa veri­tà una dolorosa conferma; e disgraziato chi non ne fosse convinto! Ora io varrei che questa con­vinzione i predicatori cercassero di imprimerla saldamente negli animi degli esercitandi, insisten­do molto sull´importanza somma, fondamentale, della meditazione quale mezzo per conservare il raccoglimento tra il frastuono delle faccende este­riori, e quale rimedio preventivo contro tutti i pe­ricoli inerenti alla vita salesiana » (254).

Concludiamo pertanto augurandoci che i mem­bri della Famiglia Salesiana, grazie particolar­mente alla quotidiana meditazione ben fatta, si perfezionino fino a raggiungere, come San Gio­vanni Bosco, l´intima e abituale unione con Dio.

San Bernardo commentando le parole del Canti­co dei Cantici: « Mi baci Egli col bacio della sua bocca! » (255) rileva che l´anima ivi non parla co­me una schiava che tema la presenza del padro­ne, o come una salariata che attenda la mercede dal suo signore, o come una discepola che porga l´udito al suo maestro, o come una figlia che ono­ri il padre suo, ma addirittura come sposa che chiede a Dio, suo Sposo, un segno di predilezio‑

19´3

, .

ne (256). Ebbene, possa la nostra umile orazione mentale venir elevata dalla grazia dello Spirito Santo fino al punto di ottenerci, sì, da Dio un sol­lievo alla nostra schiavitù, un premio al nostro servizio, i lumi per un ulteriore progresso spiri­tuale nonchè l´eredità stessa dovuta alla nostra figliuolanza adottiva, ma anche e soprattutto quel­la strettissima e amorosissima unione con Lui, la quale ci faccia ripetere con tutta verità le parole ispirate: Io sono del mio Diletto, e il mio Diletto è per me (257).

12. La preghiera mista.

< L´orazione vocale senza che intervenga la mentale, è un corpo senz´anima» (258). Così af­fermava San Giovanni Bosco, il quale ricordava pure il lamento del Signore: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me (259). Cosicchè, in certo senso, ogni orazione vocale dovrebbe trovarsi unita con quella mentale.

Il nostro Padre riservava però il nome di « pre­ghiera mista » alle giaculatorie. E spiegava che queste < raccolgono in breve l´orazione vocale e mentale. San Bonaventura le dice aspirazioni, perchè, come un respiro, partono dal cuore e van­no a Dio. Sono dardi infuocati che mandano a

194

Dio gli affetti del cuore e feriscono i nemici del­l´anima, le tentazioni e i vizi » (260).

Le Costituzioni ci presentano « la maggior fre­quenza possibile di giaculatorie » quale ottimo ri­piego per supplire alla orazione mentale, cui even­tualmente non si possa attendere a motivo dell´e­sercizio del sacro ministero (Cosf., 153). E parlano pure di « frequenti giaculatorie » quando indicano i mezzi « per custodire con la massima diligenza la virtù della castità » (Cost., 39). Al qual proposi­to Don Bosco suggeriva in una Buona Notte: «Rendetevi familiare l´uso delle giaculatorie. Quando vi sentite tentati, rivolgete tosto i vostri occhi a Maria: — O Maria, — esclamate, — mia cara Madre, aiutatemi » (261).

Ma il buon Padre, più che can le parole, in­segnava con l´esempio. « Le sue preghiere non erano solamente mentali — ricorda Don Cerruti. — L´uso delle giaculatorie era in lui frequentis­simo. — Dio sia benedetto!... Tutto per amor di Dio!... Tutto per Gesù e pel Paradiso!... Quanto è mai buona la Madonnal... — Erano invocazioni che uscivano frequentemente dalle sue labbra, dette sempre senz´ombra di affettazione e con la più profonda convinzione di un vero credente ». < Quando le occupazioni glielo permettevano, ­asserisce Don Berto, — prendeva parte alle co‑

195

mani orazioni. Era poi assiduo a recitar giaculato­rie, aspirazioni; e scriveva spesso le medesime sulle immagini che distribuiva alle persone che venivano a visitarlo ». Anche il Cardinal Cagliero afferma: « La meditazione delle verità eterne era a lui abituale: e soventi volte usciva in ardenti sospiri ed infuocate giaculatorie. Noi che l´udiva­mo e partecipavamo del suo ambiente divoto e fervente, ci sentivamo allora scaldarci d´insolito amore per Dio e anche per lui che ci amava tan­to nel Signore » (262).

È bensì vero che oggi, per guadagnare le in­dulgenze, basta recitare solo mentalmente le gia­culatorie. Ma, essendo composti d´anima e di cor­po, il far ricorso alla « preghiera mista » pratica­ta e inculcata dal nostro Padre sarà sempre un valido coefficiente di raddoppiato fervore e slan­cio verso una più intima unione con Dio.

13. L´acquisto delle Indulgenze.

Il cenno testè fatto alle indulgenze c´invita a toccare anche questo punto, che non è indifferen­te per la nostra vita di pietà.

Noi sappiamo che coi nostri peccati andiamo accumulando debiti di pene temporali verso la

196

divina Giustizia. La remissione poi del peccato mortale non sempre sopprime completamente l´ob­bligo di scontarne ogni pena, ma ordinariamente riduce questa da eterna, che è propria dell´In-, fermo, a temporale, ossia da espiarsi o nella vita presente o nel Purgatorio subito dopo la morte.

La Chiesa, nostra Madre tenerissima, vuoi_ ren­derci liberi da tanti debiti di sofferenza e, a tal fine, si mostra con noi indulgente: pel potere avu­to da Nostro Signor Gesù Cristo, ci condona tali debiti sotto certe condizioni.

Per acquistare le sante indulgenze è necessa­rio anzitutto che i peccati siano già stati rimessi in quanto alla colpa, ossia « è indispensabile lo stato di grazia, perchè — come spiegava San Giovanni Bosco — non può ottenere la remissio­ne della pena temporale chi meritasse la pena eterna » (263).

Bisogna poi adempiere alcuni obblighi fissati dalla Chiesa per l´acquisto delle indulgenze: ad esempio, confessarsi e comunicarsi, fare determi­nate orazioni ed opere buone, visitare un luogo sacro, pregare secondo le intenzioni del Sommo Pontefice.

Interviene quindi l´Autorità Ecclesiastica ad assolvere, cioè a rimettere la pena. Se la rimette

197

tutta quanta, l´indulgenza è plenaria; se solo in parte, l´indulgenza è parziale.

La Chiesa fa questo in virtù del tesoro dei meriti infiniti di Gesù Cristo e dei meriti di Ma­ria Santissima e dei Santi: tesoro che soltanto il Romano Pontefice pienamente possiede e può co­municare.

Il nostro Padre fu un apostolo delle indulgen­ze, grazie al suo vivissimo spirito di Fede e al suo zelo per il bene delle anime. « Le indulgenze per lui — afferma Don Barberis — erano la manife­stazione della bontà della Chiesa. Cercava di ac­quistarne quante poteva, ed inculcava a noi di ac­quistarne molte per le anime del Purgatorio; e si occupava di ottenerne molte da Roma » (264).

Fin da giovane prete, nelle sue istruzioni ne spiegava sovente l´efficacia ai suoi uditori e di­sapprovava i pregiudizi di coloro che esagerano le difficoltà per l´acquisto delle medesime. Escla­mava: « Il Divin Salvatore con la sua grazia ha reso facile e posto alla portata delle nostre forze tutto ciò che giova alla nostra santificazione e al­la salvezza delle anime » (265). Perciò più tardi ne domandava e ne otteneva moltissime dalla San­ta Sede per le sue Case e per i fedeli cristiani, da guadagnarsi mediante la pratica di qualche opera di carità e divozione. « Quando la prima

198

volta andò a Roma nel 1858 — ricordava Don Giovanni Battista Francesia — ottenne partico­lari indulgenze dal Santo Padre per coloro che facevano il catechismo all´Oratorio e alla Parroc­chia del suo paese, ed ogni volta che si cantava una lode sacra » (266).

Nel primo Regolamento dell´Oratorio Festivo dedicò un intero capitolo alle sante indulgenze. Metteva una cura speciale, affinchè i giovani si facessero una esatta idea delle medesime e delle condizioni necessarie per acquistarle, -e qualche giorno prima delle solennità dava l´annuncio di quelle che potevansi lucrare, specificando ogni qualvolta erano applicabili alle anime del Pur­gatorio (267).

Noi dobbiamo anche in questo imitare la pie­tà e lo zelo del nostro santo Fondatore, special­mente ora che la paterna bontà dei Sommi Pon­tefici ha abbondato in straordinarie concessioni, sia per i fedeli in generale, sia per la Famiglia Salesiana in particolare. Già sopra parlammo della singolarissima Indulgenza del Lavoro San­tificato.

I Direttori poi procureranno di ricordare alla Comunità le varie indulgenze che si possono acqui­stare di tempo in tempo, e le condizioni per lu­crarle effettivamente, e si faranno pure eco di

199

questi sentimenti di San Giovanni Bosco: « Sia sempre benedetta la Divina Misericordia e rin­graziato il pietosissimo e clementissimo nostro Divin Redentore Gesù Cristo, il quale conferì alla sua Chiesa fin dalla sua origine la podestà di comunicare a noi e a noi partecipare il tesoro delle sante indulgenze, in virtù delle quali con leggerissimo nostro incomodo possiamo anche in­teramente pagare alla divina Giustizia quello che le dobbiamo per i nostri peccati » (268).

14. I suffragi.

Le Costituzioni determinano ampiamente i suf­fragi pei nostri cari defunti (Cost., 160-63). Ogni sera poi, al termine della lettura del Necrologio Salesiano, ci sentiamo esortare a offrir preghiere, indulgenze e altri pii sufragi pei confratelli già passati all´eternità.

Soprattutto dalla diligenza dei Direttori di­pende che le norme, le quali regolano i suffragi da farsi e le sante Messe da celebrarsi pei membri defunti della Famiglia Salesiana, non restino let­tera morta.. Nel compiere questo loro dovere, essi potranno sempre ispirarsi ai sentimenti di San Giovanni Bosco, quali appaiono per esempio dal‑

200

la seguente Buona Notte del nostro Padre in una muta di Esercizi Spirituali: « Domani si farà un servizio funebre in suffragio delle anime del Pur­gatorio. Lo abbiamo nelle nostre Regole che in uno degli ultimi giorni consacrati agli Esercizi Spirituali si facciano speciali pratiche di pietà a sollievo delle anime dei nostri confratelli de­funti. In quest´anno sono cinque che passarono all´eternità. È vero che ;tutti erano di specchiata bontà, ed abbiamo ferma speranza che il Signore li abbia già con sè; tuttavia noi pregheremo per questo scopo... e così speriamo che, se avessero da soddisfare ancora qualche conto con la divina Giustizia, potranno domani essere liberati » (269).

Particolarmente utile alle anime dei confra­telli defunti è la sollecitudine del loro Direttore nell´inviare la prescritta lettera mortuaria. Nel 1874 l´Elenco delle Case era accompagnato per la prima volta da brevi cenni biografici dei Sa­lesiani morti nell´anno antecedente. « Si reputa cosa opportuna — spiegava Don Bosco in una ­Circolare -- darvi un cenno sulla vita di ciascu­no, affinchè la loro memoria sia conservata tra noi. Quello che facciamo per essi, con l´aiuto del Signore speriamo che si farà pei confratelli già chiamati alla vita eterna nei tempi passati e per quelli che a Dio piacesse chiamare nell´avvenire.

201

Ciò noi faremo per tre ragioni particolari: 1) Per­chè così sogliono fare gli altri ordini religiosi e le altre congregazioni ecclesiastiche. 2) Affinchè coloro che vissero tra noi e praticarono esemplar­mente le medesime regole, ci siano di eccitamento a farci loro seguaci nel promuovere il bene e fuggire il male. 3) Affinchè conservandosi i loro nomi e le principali loro azioni, ci ricordiamo più facilmente di innalzare a Dio preghiere pel riposo eterno delle anime loro, se mai non fossero ancora state accolte in seno della Misericordia Di­vina » (270)..

Non deve farci meraviglia l´insistenza con cui ci si esorta a suffragare i morti, anche quelli di cui sappiamo essersi già pregato assai: ce ne dà esempio la Chiesa stessa, che approva i legati perpetui di sante Messe per un determinato de­funto. Ed è bene ricordare che la Chiesa, mentre col suo potere di giurisdizione condona essa me­desima direttamente la pena temporale ai fedeli viventi, non può fare la stessa cosa coi defunti. Sopra di questi la Chiesa esercita sola un influs­so indiretto, a modo di suffragio o supplica a Dio affinchè, nella sua infinita Misericordia e in vista dei meriti di Gesù Cristo, rimetta la pena tem­porale alle anime purganti.

Siamo generosi verso i nostri confratelli defun‑

202

ti! E quella carità che noi usiamo oggi con co­loro i quali « ci hanno preceduti col segno della Fede », Iddio disporrà che venga domani ripe­tuta da altri a beneficio dell´anima nostra, affin­chè raggiunga quanto prima « il luogo del refri­gerio, della luce e della pace » (271).

15. I1 digiuno.

Le Costituzioni, all´art. 155, prescrivono: « Ogni venerdì si farà digiuno in onore della Passione di Nostro Signor Gesù Cristo ».

Questa, che dal nostra santo Fondatore nel­l´Introduzione alle Regole è chiamata « piccola astinenza », ci viene indicata fra le pratiche di pietà, perchè dev´essere una prova del nostro amore per Gesù Redentore, il quale nella sua Pas­sione ha tanto sofferto per amor nostro fino a ricusare qualsiasi lenimento alla spaventosa arsu­ra che lo travagliava in croce.

Il divino Maestro, prima d´iniziare la sua vita pubblica, volle digiunare per ben quaranta gior­ni. Cosicchè San Bernardo giustamente domanda­va ai suoi monaci: « Perchè le membra non dovreb­bero seguire il loro Capo? Se da Lui abbiamo ri­cevuto tanti beni, perchè non sopportare anche

203

qualche male? Forse che vogliamo lasciarlo tutto solo nella tristezza e accompagnarlo unicamente nella gioia? Se così fosse — conclude il santo Dot­tore — ci dimostreremmo indegni di appartenere al nostro Capo... Non è troppo che digiuni ora con Gesù Cristo, chi siederà poi con Lui eternamente alla mensa del Padre » (272).

Il digiuno è anche un atto di penitenza corpo­rale per scontare le nostre colpe ed essere pre­servati da nuove cadute. Pel Salesiano poi è uno di quei fulgidi Dieci Diamanti, che devono con­traddistinguerlo. Attorno a esso Don Bosco vide brillare, a modo di raggi, queste sentenze: « Arma potentissima contro le insidie del nemico. — Cu­stode di tutte le virtù. — Col digiuno verrà scac­ciato ogni genere di demoni » (273).

Il Servo di Dio Don Rinaldi, geloso assertore delle tradizioni salesiane, scriveva: « Insisto sul­l´osservanza del digiuno del Venerdì in onore della Passione di Nostro Signor Gesù Cristo, da parte di quanti sono in grado di farlo; e il cambio della qualità sia solo per gli ammalati. La mortifica­zione poi della sera del Venerdì dev´essere fatta, come s´è sempre usato presso il Capitolo Superio­re, anche quando ci fosse la dispensa ecclesia­stica» (274).

Degno di memoria è il rigoroso digiuno voluto

204

da San Giovanni Bosco nel marzo del 1874 allo scopo di implorare i lumi dello Spirito Santo so­pra la Commissione Cardinalizia, incaricata del voto per l´approvazione delle Costituzioni della Società Salesiana. Ecco le parole del nostro Padre: « Cominciando il 21 di questo mese, per tre gior­ni si farà rigoroso digiuno da tutti i Soci Salesiani. Chi per motivo ragionevole non potesse digiuna­re, reciti il Miserere con tre Salve Regina alla Bea­ta Vergine Ausiliatrice col versetto Maria, Auxi­Iiuin Christian,orum, ora pro nobis. Ciascuno ag­giunga quelle preghiere e quelle mortificazioni che giudicherà compatibili con le sue forze e coi dove­ri del proprio stato » (275).

Non è infine da passarsi sotto silenzio il fatto che nel 1855 Don Bosco, per scongiurare la legge di soppressione degli Ordini religiosi nel Piemonte col sequestro immediato di ogni loro proprietà, « non solo aveva esortato i suoi giovani a speciali pratiche di pietà, ma eziandìo a digiunare a pane ed acqua per un giorno intero. E tutti l´ubbidi­. rovo » (276).,

16. L´Esercizio della Buona Morte.

San Pietro avverte i primi fedeli che il giorno del Signore verrà come un ladro. Quindi dorami‑

205

da: Riflettete voi quali vi conviene essere nel san­to vivere e nella pietà, aspettando e correndo in­contro alla venuta del giorno del Signore, nel qua­le i cieli ardenti si scioglieranno e ´gli elementi si liquefaranno per l´ardore del fuoco? (277).

Se è impressionante il pensiero della fine del mondo, non lo è meno quello della fine nostra: sappiamo infatti che la sorte eterna per ciascuno di noi si decide già alla nostra morte, la quale se­gna appunto, al ,dire dei Padri, il momento da cui dipende la nostra eternità.

a) Importanza.

Di qui l´importanza, per il nostra santo vivere e per la nostra pietà (per usare le parole testè udite dal Principe degli Apostoli) del far bene l´Esercizio della Buona Morte, che è destinato a prepararci mese per mese al gran passo, col nutri­re in noi l´odio al peccato, il disprezzo per le cose mondane, il sentimento di umiltà e il generoso proposito di acresciuta osservanza religiosa.

Oh! non ci cadano mai di mente le parole di San Giovanni Bosco nel Proemio alle Costitu­zioni: «La parte poi fondamentale delle pratiche di pietà, quella che in certo modo tutte le abbrac­cia, consiste in fare ogni  anno gli Esercizi Spiri‑

206

tuali,, ed ogni mese l´Esercizio della Buona Morte... Credo che si possa dire assicurata la salvezza di un religioso, se ogni mese si accosta ai santi Sacra­menti e aggiusta le partite di sua coscienza come se dovesse di fatto da questa vita partire per l´e­ternità ».

Anche ai suoi primi Missionari il Santo diede, tra gli altri, questo Ricordo: « Osservate le vostre Regole, nè mai dimenticate l´Esercizio della Buo­na Morte » (Regol., 69, 14°). E in altra occasione esortava: « Tra le Regole specialmente si osservino le pratiche di pietà, e tra queste, come ricordo speciale, desidero che si faccia bene quanto ri­guarda l´Esercizio della Buona Morte. Posso assi­curarvi che chi eseguisce bene questo esercizio mensile, può star tranquillo della salute dell´ani­ma sua e sicuro di camminare sempre nella vera via della propria vocazione » (278).

b) Norme e consigli.

Per questa importantissima pratica di pietà abbiamo direttive ben determinate, che sono assai atte a farci progredire assai nella perfezione re­ligiosa e salesiana. Ricordiamole brevemente.

207

1) « L´Esercizio della. Buona Morte si farà in comune » (Cose., 157).

A dire il vero, le antiche Deliberazioni, prese nelle Conferenze Generali dei Direttori, lasciava‑

no .ai confratelli completa libertà di scelta, come appare dalla seguente norma: « Per l´Esercizio della Buona Morte ciascuno si scelga il giorno più comodo. Ma questo giorno sia noto ai Superiori, affinchè in quel tempo sian sospese tutte le occu­pazioni non assolutamente necessarie.. Se uno, per esempio, deve attendere a far scuola, faccia, per quanto è possibile, unicamente la scuola, e non studi o corregga; e nel tempo libero attenda alle pratiche di pietà secondo che la Regola vuoi che si faccia in detto giorno » (279).

L´esperienza poi suggerì di addivenire alla for­ma odierna, che garantisce i vantaggi propri della vita comune, e particolarmente la regolarità e il mutuo buon esempio, nonché il beneficio della Conferenza a tutta quanta la Comunità. Il Diret­tore potrà tuttavia, volta per volta, autorizzare le singole eccezioni, secondo l´art. 158 delle Costitu­zioni: « Chi per le sue occupazioni non potesse fare l´Esercizio della Buona Morte in comune, né compiere tutte le sovraccennate pratiche di pietà, col permesso del Direttore faccia quelle che sono compatibili col suo ufficio, rimandando le altre

208

ad un giorno più comodo ». Non altrimenti si esprime il nostro Padre nell´Introduzione alle Re‑

gole: « Se taluno, per le sue occupazioni, non po‑

trà fare l´Esercizio della Buona Morte in comune, col permesso del Direttore lo pratichi privatamen‑

te per quella volta; e a chi, per le occupazioni, non è dato d´impiegarvi l´intiera giornata, ne im­pieghi una parte, rimandando ad ,altro giorno il lavoro che non è strettamente necessario ».

2)   L´Esercizio della Buona Morte sia giorno di speciale raccoglimento, sotto lo stimolo fortissimo della considerazione del primo dei Novissimi. Si ponderino le parole delle Costituzioni: « Ognuno, liberandosi per quanto gli sarà possibile dalle cu­re temporali, si raccoglierà in se stesso» • (Cost., 156).

3)   Sia giorno di completo aggiustamento delle proprie cose. Ognuno infatti « farà l´Esercizio del­la. Buona Morte, disponendo le cose spirituali e temporali come se fosse per lasciare il mondo e partire per l´eternità» (Cosi., 156).

« Io spero molto — diceva il nostro Padre ­da questo Esercizio ben fatto; perchè, se ciascu­no ogni mese impiega un giorno ad aggiustare in modo regolare tutte le cose sue, costui, venga la morte quando vuole e nel modo che vuole, non avrà a temere la morte improvvisa. Non solo in

209

detto giorno si faccia una confessione con maggior diligenza ed una più fervorosa Comunione, ma anche si dia sesto alle cose che riguardano gli studi e specialmente alle cose materiali; che se la morte ci sorprendesse, allora noi potremo dire: — Non ho più da pensare a nient´altro che a mo­rire nel bacio del Signore ». E scrivendo al futuro Cardinal Cagliero asseriva: < Questa è la chiave di tutto »; quasi a indicare il segreto, il mezzo pifl efficace per il buon andamento dei Confratelli, delle Case e di tutta la Famiglia Salesiana (280).

4) « Oltre alla meditazione solita si faccia un´altra mezz´ora di meditazione, oppure una con­ferenza d´argomento morale » (Cost., 157, I). An­zi, nel Proemio alle Costituzioni, Don Bosco spe­cifica: « E questa conferenza versi su qualcuno dei Novissimi o su qualche punto della Regola ».

´È certo che il pensiero della morte sprona la volontà •a compiere più esattamente i propri do­veri, e soprattutto a provvedere nel miglior mo­do possibile alla salvezza eterna dell´anima. Nel giugno del 1864, alla vigilia dell´Esercizio men­sile, San Giovanni Bosco parlava così ai giovani: « Oh! se noi meditassimo che abbiamo un´anima sola, che questa perduta è perduta per sempre, sarà ancor possibile che un giovane tenga il pec­cato sulla coscienza? Lo so che in generale dai

210

giovani si riflette poco, talora si fa il male con una leggerezza inconcepibile, e talora vi si dorme sopra per molto tempo, sopra un orribile mostro che potrebbe da un momento all´altro sbranarci. Ma quale sarà lo svegliarino che ci rammenti ogno­ra questo gran pensiero dell´anima? Un altro pen­siero! Quello della morte! Verrà il tempo in cui debbo morire: sarà presto? sarà tardi? sarà breve? sarà lungo? Sarà quest´anno, questo mese, oggi, stanotte? Ed intanto di quest´anima che cosa sa­rà in quell´ora fatale? Se la perdo, sarà perdu­ta per sempre! » (281).

5) « Ognuno pensi almeno per mezz´ora al progresso o regresso fatto nella virtù durante il mese precedente, soprattutto quanto ai proponi­menti fatti negli Esercizi Spirituali e all´osservan­za delle ´Regole; e prenda ferme risoluzioni di vi­ta migliore » (Cost., 157, II).

Questo esame della propria coscienza oggi ­secondo che stabilisce il Manuale delle Pratiche di Pietà — è da farsi in comune; ma ciò non dispen­sa dal rivedere seriamente le proprie manchevo­lezze riguardo ai propositi degli Esercizi Spirituali e alle Costituzioni, come vuole espressamente la santa Regola, anche se il formulario ufficiale, che vien letto pubblicamente, non può toccare tutti i punti particolari.

211

Il nostro Padre, nella predica dei Ricordi do­po gli Esercizi di Lanzo, nel 18Z6, proponeva che ciascuno durante il ritiro mensile si facesse alme­no queste quattro domande: « 1) Se morissi in que­io momento, non ho nessun imbroglio sull´anima? 2) In questo mese quali sono stati i miei difetti principali? 3) Tra questo mese ed i precedenti, quale andò meglio? 4) Se morissi ora, non lascerei nessun imbroglio nella mia gestione o nei miei uffizi? non lascerei nell´imbroglio i Superiori ri­guardo a quanto posseggo? e nelle gestioni mate­riali che mi riguardano? Facendo queste conside­razioni — concludeva Don Bosco — dobbiamo pro­curare di mettere veramente a posto quanto po­tremo trovare d´inconveniente » (282).

. In altra muta di Esercizi Spirituali il nostro santo Fondatore specificava: « Gioverà tanto fare un confronto tra mese e mese: — Ho fatto del pro­fitto in questo mese? oppure vi fu in me un re­gresso? — Per venire ai particolari: — In questa ed in quest´altra virtù come mi sono comportato? — E specialmente si dia una rivista a ciò che for­ma oggetto di voti e alle pratiche di pietà: ­Riguardo all´obbedienza, come mi sono comporta­to? ho progredito, l´ho osservata scrupolosamente? Per esempio, quell´assistenza che mi si diede da fare, come l´ha fatta? In quella scuola come mi

212

sono impegnato? Riguardo alla povertà, sia negli abiti, sia nei cibi e nella cella, non ho nulla a rimproverarmi che non sia da povero? Ho desi­derato golosità? Mi sono lamentato, quando mi mancava qualche cosa? — Poi venire alla castità: — Non ho dato in me luogo a pensieri cattivi? Mi sono distaccato sempre più dall´amore ai pa­renti? Mi sono mortificato nella gola, negli sguardi, ecc.? — E così far passare le pratiche di pietà e notare specialmente se vi fu tiepidezza ordinaria, sicchè si siano fatte le pratiche senza slancio. Questo esame, o più lungo o più corto, si faccia sempre. Siccome vi sono vari che hanno occupa­zioni da cui non possono esimersi in nessun giorno del mese, queste occupazioni sarà lecito tenerle; ma ciascuno in detta giorno, procuri veramente di eseguire queste considerazioni e di fare buoni e speciali propositi » (283).

Immaginiamoci pertanto che anche a noi San Giovanni Bosco rivolga ancora quest´altre parole, da lui scritte a un chierico: « Sta´ allegro; ma non mancar di fare l´Esercizio di Buona Morte una vol­ta al mese, esaminando quid sit addendurn; quid carrigendum, quidoe tollendum, ut sis bonus miles Christi (284). E cioè: per essere buoni soldati di Gesù Cristo, dobbiamo togliere ciò che non va, correggere ciò che è imperfetto, aggiungere ciò che

213

manca. In altre parole: togliere il peccato, correg­gere i difetti e fare buoni propositi di acquistare le virtù che ci mancano. Così, stimolati dal salu­tare pensiero della morte, ci prepareremo sempre meglio al giorno del grande rendiconto al divin Giudice.

6)   « La confessione sacramentale di quel giorno sia più accurata, quasi fosse l´ultima della -vita; e si riceva la santa Comunione come per Viatico » (Cosi., 157, III). Gioverà molto a rendere più frut­tuosa la confessione, l´invitare per l´occasione con­fessori straordinari, possibilmente Salesiani (cfr. Regol., 20).

7)   « Si recitino le preghiere contenute nel Ma­nuale di pietà » (Cost., 157, IV).

Il biografo narra che « finita la Messa e depo­sti gli abiti sacri, Don Bosco andava ai piè del­l´altare ove per lui era stato preparato un ingi­nocchiatoio, e là recitava l´affettuosa preghiera per implorare da Dio la grazia di non morire di morte improvvisa, e una supplica a San Giuseppe per averne l´assistenza negli estremi momenti: aveva sempre insistito che i suoi giovani, col no­me di Maria Santissima e di San Luigi, invocas­sero eziandìo quello del Padre putativo di Gesù. Quindi leggeva con grande compunzione i brevi periodi che ricordano le singole fasi dell´agonia

214

di un cristiano, ad ognuno dei quali i giovani ri­spondevano: — Misericordioso Gesù, abbiate pietà

di me!         Finiva con una orazione per le anime
del Purgatorio » (285).

8)   « Si rileggano tutte, o almeno in parte, le Costituzioni della Società» (Cost., 157, IV).

Avendo noi solennemente domandato, nel Rito della Professione, « di professare le Costituzioni della Società di San Francesco di Sales », ecco che al tribunale di Gesù Cristo il libretto delle sante Regole fornirà la materia su cui saremo giudicati.

Si noti che in due Esercizi mensili, ad esem­pio al principio e verso la fine dell´anno scolasti­co-professionale-agricolo, converrà iniziare la let­tura delle Costituzioni da protrarsi nei giorni se­guenti fino all´ultimo articolo, per ottemperare all´art. 23 delle medesime: « E queste si leggano in comune per intero due volte all´anno ». Nè va dimenticata, durante l´anno, la lettura a mensa dei Regolamenti, imposta dall´art. 18 dei medesi­mi. Conoscere sempre meglio i nostri doveri è un invito sempre più pressante a praticarli e farli praticare. Quando il Servo di Dio Don Rinaldi presentò ai Salesiani i Regolamenti nella edizione del 1924, la prima dopo la promulgazione del Co­dice di Diritto Canonico, scrisse queste memoran­de parole: « Don Bosco dal cielo sarà tanto più

215

soddisfatto di noi, quanto più saremo fedeli nel­l´osservanza delle Costituzioni e dei Regolamenti, che sono l´espressione della forma di perfezione alla quale Egli ci ha avviati ».

9) « Sarà anche bene in tal giorno scegliere un Santo per Protettore del mese che si incomincia ». Così scrive il nostro Padre nella Introduzione alle Costituzioni, e così ripetono i Regolamenti all´art.. 20.

Conviene che il santo Protettore non venga pro­posto a tutta la Comunità, ma che ciascun con­fratello se lo scelga secondo la propria divozione, oppure secondo ,i particolari bisogni o speciali pro­positi dell´anima propria, o anche secondo l´aposto­lato che dovrà esercitare in quel mese a salvezza delle anime.

10). « Il rendiconto prescritto dall´art. 48 delle Costituzioni sia fatto di regola in occasione del­l´Esercizio di Buona Morte » (Regol., 44).

Ad altro volume della presente Collana è riser­vata la trattazione di questa pratica tanto caratte­ristica dell´Obbedienza Salesiana. San Giovanni Bosco soleva dire che chi non capisce l´importanza del Rendiconto, non capisce nulla della vita Sale­siana. E fin dal 1869, nel « solenne giorno dell´As­sunzione di Maria Santissima » scriveva ai suoi «

amatissimi >>: « Ogni socio una volta al

216

mese si presenterà al Direttore di quella Casa cui appartiene e gli esporrà quanto egli giudicherà vantaggioso al bene dell´anima sua, e, se ha qual­che dubbio intorno all´osservanza delle Regole, lo esporrà, chiedendo quei consigli che gli sembra­no opportuni pel suo profitto spirituale e tempo­rale. Dal canto suo il Direttore, con dovuta carità, ascolterà a tempo determinato ogni cosa, anzi procurerà di interrogare separatamente ciascun so­cio intorno alla sanità corporale, agli uffizi che compie, all´osservanza religiosa, agli studi ò lavoro cui deve attendere. Infine procurerà d´incoraggiar­lo con l´opera e col consiglio per mettersi in uno stato di poter godere la pace del cuore con la tranquillità di coscienza, che deve essere lo sco­po principale di tutti quelli che fanno parte di questa Pia Società » (286).

Fortunati adunque i Salesiani che possono coronare l´Esercizio di Buona Morte con un Rendi­conto, il quale si svolga realmente secondo la men­te e il cuore di San Giovanni Bosco.

c) Un timore di Don Rna.

Il primo Successore di Don Bosco sente il biso­gno di manifestare in una Circolare la gran pena

217

che prova al pensiero che potrebbe venir meno il fervore dei Salesiani nel compiere una pratica di così grande importanza; onde insiste con paterna fermezza perchè si ricordi l´esempio di Don Bosco e si seguano le sue prescrizioni.

< Lasciate che vi esprima iI timore, che mi tormenta da qualche tempo, — così apre l´animo suo il Servo di Dio, — che a poco a poco si ri­duca l´Esercizio della Buona Morte ad una prati­ca quasi infruttuosa. Noi ricordiamo come si fa­cesse ai tempi di Don Bosco; quale impressione facevano le parole con cui l´annunziava! Ci ser­viva di predica il suo contegno divoto mentre si recitavano le belle preghiere della buona morte! Ancor dopo ci richiamava alla mente i buoni propositi fatti. Vi prego, o miei buoni Ispettori e Direttori, di conservare sempre a questa utilissima pratica il suo antico carattere; non risparmiate nulla perchè essa produca i frutti più abbondanti. Oltre ciò che potrebbe farsi coi giovani, non si tralasci mai pei confratelli l´esame di coscienza ed una fervorosa conferenza. Così prescrive il no­stro buon Padre Don Bosco » (287):

Dalle parole or ora riportate rileviamo che primissima condizione perchè tutti possano far bene l´Esercizio della Buona Morte e sfuggire al pericolo di ridurlo a una pratica quasi infruttuo‑

218

sa, è una conveniente preparazione. Così faceva il nostro Padre: parlava agli alunni, intendendo peri che lo ascoltassero bene anche i Salesiani. « I gio­vani — scrive il biografo — erano avvertiti, qual­che giorno prima, di prepararsi; e si disponeva­no con profitto e con una serietà superiore alla lo­ro età, tanto era il desiderio che aveva saputo ispirar loro Don Bosco, di far bene questo Eser­cizio» (288).

E non si abbia lo stolto -timore di usare la di­citura tradizionale: ,Esercizio della Buona Morte! Non avvenga che nuove espressioni — ad esempio, quella sola di « ritiro mensile » — contribuiscano a svuotare questa pratica di pietà del genuino spirito impressole da San Giovanni Bosco.

d) L´antico carattere.

Finalmente, per animarci a conservare all´E­sercizio della Buona Morte quello che è, al dire di Don Rua, « il suo antico carattere », gioverà ascol­tare ancora due -testimonianze.

Il Canonico Felice Reviglio, antico alunno di Valdocco, attestava: « Così pure Don. Bosco ave­va stabilito che ogni mese si praticasse l´Eserci­zio della Buona Morte, che consisteva in una con‑

219

fessione e comunione, come fossero state le ultime della vita, e nella recita delle preghiere analoghe, quali aveva stampate nel suo libro Il Giovane

Provveduto. t incredibile con quanto fervore esso da noi si praticasse. Al medesimo ci preparava qualche giorno prima, perchè fosse fatto con mag­gior impegno. Sceglieva luoghi particolari, per esempio, le prime volte quando eravamo pochi, nell´oratorio privato delle famiglie divote o al Con­vento dei Cappuccini; coi quali mezzi ci ispira­va un tale desiderio di farlo bene, che non solo praticavamo le esposte opere, ma consideravamo quel giorno come l´ultimo della nostra vita, cer­cando persino la posizione del morto, quando an­davamo a letto, bramando di addormentarci con il Crocifisso tra le mani; anzi, alcuni avrebbero proprio desiderato che Dio li chiamasse a Sè in tal giorno, siccome meglio preparati al terribile passo » (289).

Don Lemoyne dal canto suo deponeva: « Don Bosco dicevaci molte volte in occasione dell´Eseaci­210 mensile della Buona Morte: — Oh, se morissi­mo oggi, come saremmo contenti! Andremmo in Paradiso » (290).

In queste parole riecheggia la speranza, con cui l´Apostolo San Giovanni confortava i primi cal­zi-iati; nella pietà e nella santità: Carissimi, noi                                  220

siamo figli di Dio; ma non è ancora manifesto ciò che saremo. Sappiamo che quando si manifesterà, saremo simili a Lui, perchè, lo vedremo come Egli è. E chiunque ha questa speranza in Lui, si santifi­ca, come Egli pure è santo (291).

Questa sia pure la nostra intima speranza, ef­ficacemente ravvivata in ogni Esercizio della Buo­na Morte compiuto come ci è stato insegnato dal nostro- grande Padre Don Bosco.

17: Gli Esercizi Spirituali.

L´ammonimento di San Paolo al suo discepolo Timoteo: Esercitati nella pietà (292) noi lo dob­biamo praticare soprattutto durante gli Esercizi Spirituali: Essi, più che tempo di manovre spiri­tuali dei soldati di Cristo, devono essere, pei mem­bri della Famiglia Salesiana, giornate di espansio­ni filiali, più intime e prolungate, col Padre Ce­leste. Ciò appare chiaramente dal modo di espri­mersi delle Costituzioni: una prima volta all´art. 8 (4I soci si adopreranno con zelo a confermare e incoraggiare nella pietà coloro che, mossi dal desiderio di una vita più virtuosa, fanno alcuni giorni di ritiro ») e poi all´art. 159 (« Ogni anno ciascuno farà circa dieci o almeno sei giorni di
                                              221