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La Fede - Don Pietro Ricaldone

Sac. PIETRO RICALDONE

LE VIRTÙ

INTRODUZIONE

LA FEDE

LIBRERIA DOTTRINA CRISTIANA

COLLE DON BOSCO (ASTI)

           

Visto per la Congregazione Salesiana , Torino, 8 Dicembre 1950 Sa C. Dott. ANTONIO SURACI

Visto: nulla osta alla stampa Torino, 2 Gennaio 1951 Can. LUIGI CARNINO, Reo.

IMPRIMA TITE Can. LUIGI COCCOLO, Vie. Gen.

Proprietà riservata alla Libreria Dottrina Cristiana - Colle D. Bosco (Asti) Istituto Salesiano per le Arti Grafiche - Colle Don Bosco (Asti) 1951

INTRODUZIONE ALLE VIRTÙ

1. L´articolo secondo delle Costituzioni.

« La vita di un buon religioso deve essere ador­na di tutte le virtù, di moda che egli sia dentro di sè ´quale si mostra fuori agli uomini ». (1)

Così l´Autore dell´aureo libro della Imitazione di Cristo, tanto caro al nostro santo Fondatore e Padre. Si direbbe, anzi, che San Giovanni Bosco avesse presenti queste parole, allorquando com­pilava le Costituzioni della sua Società Salesiana. Il secondo articolo dice infatti: « I soci, oltre che alle virtù interne, attenderanno a perfezionare se stessi nella pratica delle virtù esterne ».

Ecco perchè, dopo aver parlato a lungo dei voti religiosi, ci accingiamo ora a trattare delle virtù.

È vero che nell´intrattenerci sui voti abbiamo già dovuto dire delle virtù corrispondenti; ma sol­tanto per riferimento agli stessi voti e per segna­larne l´estensione. Ciò però non basta: è doverosa per noi, in base all´articolo citato, studiare a fon­do le virtù da praticarsi, e specialmente quelle teologali e cardinali. Ma questo non potremo fare

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convenientemente, se prima non ci saremo indu­giati a trattare con certa ampiezza della virtù in genere.

Ebbene, le lettura ponderata di tutto il se­condo articolo delle Costituzioni ci aprirà la via ad alcune considerazioni, tanto atte a incoraggiar­ci ad affrontare con cuore aperto e volenteroso quest´argomento preliminare del come la virtù nasce, e si fortifica, e si sublima nella unione sempre più intima con Dio.

a) Per imitare Gesù Cristo.

La prima ragione che il- sullodato articolo reca per animarci all´esercizio delle virtù interne ed esterne è la più nobile ed eccellente che si possa immaginare: l´esempio di Gesù Cristo, che co­minciò a fare e a insegnare.

Il Verbo Eterno, la Seconda Persona della San­tissima Trinità, volle incarnarsi per redimerci dal­la schiavitù del demonio, ma anche per essere a noi di incitamento ed esempio a praticare virtù eroiche, quali la carità, la religione e la giustizia, la pazienza e l´obbedienza, l´umiltà e la modestia, " la temperanza e la prudenza, per citare solo le principali.

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« Appena nomino Gesù, — esclama infatti San Bernardo, (2) — mi si presenta come uomo mite e umile di cuore, benigno, sobrio, casto, misericor­dioso: in una parola, eccelso in ogni genere di bontà e di santità ».

C´è invero da rimanere attòniti davanti a sì straordinario e sublime Modello. Ben lo sperimen­tava il medesimo santo Dottore, il quale però, a suo e nostro conforto, così continua: « Ma Gesù è anche Dio Onnipotente e, mentre col suo esem­pio mi risana, ecco che col suo aiuto mi fortifica. Prenderò adunque per me l´esempio di Gesù-Uo­mo, e al tempo stesso mi varrò del potente aiuto di Gesù-Dio ».

Ci stimoli adunque a una conoscenza sempre più approfondita delle virtù il ricordare che essa ci aiuterà ad apprezzare maggiormente e a imi­tare sempre più da vicino l´adorabile Modello proposto da San Giovanni Bosco alle anime nostre.

b) Per tendere alla perfezione.

Il secondo articolo delle Costituzioni ci ricor­da inoltre che noi dobbiamo attendere a perfe­zionare noi stessi.

Orbene, non vi è altro cammino ´che conduca

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alla perfezione, se non quello delle virtù: ed erre­rebbe chi pensasse a una santità comoda e a buon mercato, che non esigesse lo sforzo nel praticale sode virtù. La carità stessa è chiamata dall´Apo­stolo vincolo della perfezione, perchè l´uomo ­commenta San Tommaso (3) — diventa perfetto col rafforzare tutte le virtù, le quali dalla carità vengono come strette in un mazzo e rese perse­veranti.

Lo stesso Angelico Dottore spiega l´espressione di San Paolo. « cursum consummavi: ho compiuto la mia carriera » (4) nel senso che carriera, an­zi corsa vera e propria deve dirsi il progredire dei Santi nelle virtù: essi infatti, pressati dagli stimoli della carità, corrono con gran fretta a migliorare se stessi fino a raggiungere la sospirata meta di quella gloria e di quel riposo che dureranno in eterno.

Udiamo ancora dall´Angelico Maestro come progresso nella perfezione voglia dire progresso nelle virtù. Dal primo grado, comune a tutti i fedeli che conducono vita onesta e pia nella pra­tica dei divini comandamenti, si ascende al se­condo, che è proprio di quelli che tendono ad asso­migliarsi a Dio e a tal fine purificano se stessi. Qui la prudenza disprezza tutte le cose mondane, mediante la contemplazione delle cose divine cui

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indirizza ogni pensiero; la temperanza frena, quanto lo permette la natura, le mille esigenze del corpo; la fortezza fa sì che nessuna difficoltà o avversità distolga l´anima dall´abbandonare ge­nerosamente le cose materiali per darsi a qiielle spirituali; infine la giustizia induce l´anima a non deflettere in nulla da-questo suo santo proposito. Coloro poi che raggiungono il terzo grado, diven­tano somiglianti a Dio per mezzo delle virtù pro­prie di un animo interamente purgato. Ed ecco la prudenza guardare a Dio solo; la temperanza ignorare ogni terrena cupidigia; la fortezza non conoscere le passioni; la giustizia associarsi con legame perpetuo a Dio imitandolo perfettamente. Questo terzo grado è proprio dei beati compren­sori e, quaggiù, soltanto di alcune anime perfettis­sime. (5)

La Chiesa stessa, prima di elevare all´onore de­gli altari i suoi figli più eletti che non furono coronati dal martirio, si assicura che abbiano praticato in grado eroico le virtù teologali e mo­rali; e ne proclama la santità specificando le parti­colari virtù nelle quali ciascuno di essi si esercitò e si rese illustre.

Poichè stiamo attingendo con tanta abbon­danza alla dottrina di San Tommaso, che le Co­stituzioni vogliono sia « il nostro maestro » (Cose.,

166), ricorderemo qui, anche a titolo di venerazio­ne e di riconoscenza, l´esempio del medesimo San­to Dottore, cui Papa Clemente VI tributò questo singolarissimo elogio: (6) « San Tommaso fu di esempio in ogni virtù, quale traspariva da tutto il suo essere: negli occhi rifulgeva la semplicità, sul volto la benignità, nelle orecchie l´umiltà, nel­la bocca la sobrietà, sulla lingua la verità, nell´odo­rato la soavità, negli atti l´integrità, nelle mani la liberalità, nei piedi la gravità, nel tratto l´onestà, nell´intimo la pietà, nella mente la chiarezza, nel­l´affetto la bontà, nell´anima la santità, nel cuore la carità: di maniera che in lui l´avvenenza e il decoro del corpo erano specchio dell´anima sua e immagine di ´sue virtù ».

Opportunamente dunque la santa Regola insi­ste sulla pratica delle virtù interne ed esterne quale mezzo di perfezione. A essa fa eco la cele­ste massima del Sogno dei Dieci Diamanti, che deve rimanere scolpita nella mente e nel cuore di ogni Figlio di San Giovanni Bosco: Colligite frag­menta virtutum, et magnuin sanctitatis aedificium vobis constituetis: « Praticate le piccole virtù e vi erigerete un grande edilizio di santità ». (7)

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c) Per essere apostoli.

Sempre l´articolo secondo delle Costituzioni, do­po di averci inculcato l´esercizio delle virtù, ci esorta ad adoperarci con zelo in aiuto del pros­simo: in altre parole, ci vuole uomini di apo­stolato.

Ebbene, il nesso tra virtù e apostolato è evi­dente. I Santi concordemente ammoniscono che, prima ancora delle parole, deve conquistare e istruire le anime il buon esempio: e questo con­siste appunto nella pratica della virtù.

Ne è prova tutta la condotta del Signore, il quale, come ci ricorda appunto il nostro articolo secondo, « incominciò a fare e a insegnare ». Basti per tutti l´episodio dell´Ultima Cena. Il Divin Maestro, prima di esortare gli apostoli a praticare l´umiltà, diede Egli stesso l´impressionante esem­pio di abbassamento lavando loro i piedi.

Del resto, il medesimo nostro Signore e Re­dentore nel Discorso della Montagna aveva già messo in guardia i discepoli contro coloro che pretendono dagli altri quanto essi stessi trascu­rano di fare: Perchè guardi la pagliuzza nell´oc­chio del tuo fratello, mentre non badi alla trave che sta nel tuo occhio? Oppure come puoi dire al tuo fratello: — Lascia che io ti levi dall´occhio

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la pagliuzza, — mentre hai una trave nell´occhio tuo? Ipocrita, levati prima la trave dall´occhio e allora ci vedrai bene per levar la pagliuzza dal­l´occhio del tuo fratello. (8)

d) Per educare salesianamente,

Pur avendo presente che, a tenore dell´articolo secondo delle Costituzioni, il nostro zelo deve estendersi al nostro prossimo in genere, ecco che, se noi consideriamo il nostro apostolato specifico a pro della cristiana educazione dei giovani, ve­diamo crescere a dismisura l´obbligo di coltivare tutte le virtù, allo scopo di dare quel buon esem­pio di vita virtuosa, che è il primo fattore di buo­na riuscita nel difficile compito di educare e for­mare cristianamente i giovanetti. Perciò le Costi­tuzioni, all´articolo 34, ci ammoniscono: « Chi spende la vita a pro dei giovani abbandonati, deve certamente fare tutti gli sforzi per arric­chirsi d´ogni virtù ».

« Quanti siete qui, — diceva il nostro Padre ai confratelli di Varazze riuniti per la Strenna del 1872, — siete tutti maestri; chi non lo è di scienze lo deve essere di moralità; e quindi non avvenga mai che si inculchi negli altri la pratica di una virtù, l´adempimento di un dovere, senza che siate

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i primi a praticarlo. Il Divin Maestro coepit facere et docere (incominciò a fare e a insegnare), e fate che non avvenga mai che un giovane vi superi nella virtù, perchè sarebbe cosa vergognosa per lo stato di perfezione che avete abbracciato ». (9)

Parlando altra volta ai sacerdoti, chierici, e gio­vani che dovevano vestire l´abito chiericale, conchiuse così: « Che direste se vedeste un chierico star male in chiesa, far poco bene la genufles­sione, sbadigliare in tempo di lettura spirituale? Invece un giovanetto che sta composto, modesto in chiesa?: e defrauda la ricreazione per far la visita? Dovreste chiamare quel giovanetto e dirgli: — Deponi i tuoi abiti, e li cangerai con quelli del chierico, fino a tanto che egli sia diventato più buono di te ». (10)

Persino in una Buona Notte, dopo aver annun­ciato i premi per i giovani migliori nel giorno di San Francesco di Sales, continuò rivolto agli alunni: « I chierici sono eccettuati: essi non ricevono premi: si suppone che la loro virtù sia tale che superi la virtù di tutti gli altri giovani. Che se tra i chierici ne vedeste qualcuno il quale per virtù fosse da meno di voi, parlate pure, parlate francamente. Io non voglio aver con me chierici di poca virtù: e sono pronto a far deporre la veste a quel chierico, il quale in virtù fosse da

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meno di voi. Colui che s´inoltra nella carriera sa­cerdotale deve avere una virtù superiore ad ogni laico ». (11)

Il nostro Padre ben poteva parlare così, perché egli stesso era l´esempio vivente di ogni più bella virtù.

Fortunati i primi Salesiani, formati alla virtù dallo stesso nostro Santo Fondatore! « Ad una s scuola continuamente illuminata dal pensiero di Dio nella maniera più limpida ed attraente, ­perché non è la virtù dall´aspetto accigliato e dal volto rigido e freddo, ma la virtù vera, gaia e giuliva, splendente della bontà naturale, che affa­scina e rapisce gli animi giovanili, — fioriscono i santi entusiasmi e le vive aspirazioni ad un tenor di vita virtuosa e santa. Tale era la scuola di Don Bosco ». (12)

Il Papa Pio XI, supremo glorificatone del nostro Padre, affermava con la competenza e il compia­cimento di testimonio oculare: «La sua prepa­razione di santità, la preparazione di virtù, la preparazione di pietà, da tutti era vista, perché era tutta la vita di Don Bosco: la sua vita di tutti i momenti era una immolazione continua di carità, un continuo raccoglimento di preghiera; è questa l´impressione che si aveva più viva della sua conversazione ». (13)

·                                                                                                                                      12

E il medesimo immortale Pontefice, parlando

delle cose mirabili della vita di Don Bosco, nella quale « il soprannaturale era divenuto naturale, lo straordinario quasi ordinario », ma dava questa splendida e autorevole spiegazione: « Gli è, o ama­tissimi figli, che questi doni e fatti così straordi­nari erano quasi altrettante stelle scintillanti so‑

pra un cielo, già di per sè splendido e sereno, che

si aggiungevano per dare un risalto sempre più magnifico ad una vita che era già di per sè tutta un miracolo, miracolo di azione, miracolo di opere. Nella bolla di Canonizzazione di San Tommaso d´Aquino è detto — con frase felicissima -- che, nei caso che non vi fosse stato altro miracolo, cia­scun articolo della sua meravigliosa Summa The-o­logica costituiva un vero miracolo. E anche Noi possiamo dire molto bene che ogni anno della vita di Don Bosco, ogni impresa della sua vita mortale ed ogni momento della sua vita postuma, della so­pravvivenza delle sue opere, nei suoi figli, i Sa­lesiani, e nelle sue figlie, le Figlie di Maria Ansi­liatrice, costituiscono un miracolo, una non inter­rotta serie di miracoli ». (14)

Voglia Iddio che questi miracoli, affermati dal Papa di Don Bosco, non abbiano a cessare mai nella Famiglia Salesiana.

A tal fine ciascun membro di essa deve impe‑

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gasarsi a fondo nella pratica delle virtù, seguendo gli esempi e gli ammonimenti del santo Fondatore; anzi, è bene che la pratica sia sostenuta da quella conoscenza teorica, che non solo illumina e inco­raggia, ma è anche indispensabile in chi lavora per salvare altre anime.

L´Uomo venerando, che nel Primo Sogno aveva raccomandato a Giovannino Bosco di guadagnare i fanciulli con la mansuetudine e con la carità, soggiunse: « Mettiti dunque immediatamente a far loro una istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù ». (15)

Applicando ora queste parole al caso nostro, prenderemo le mosse da alcune considerazioni sul peccato e sul vizio: di modo che su questo sfondo tenebroso venga a risaltar meglio la luminosità della virtù, quale dolce richiamo e stimolo potente ad intrattenerci sopra di un argomento sì pratico, sì inculcato dalle nostre Costituzioni, sì indispen­sabile per la vita spirituale nostra e delle anime che ci sono affidate.

2. Bruttezza del peccato e del vizio.

Nel Giovane Provveduto San Giovanni Bosco inizia le Sette considerazioni per i giorni della

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settimana col ricordare i benefizi ricevuti dalla pa­terna bontà di Dio: « Considera, o figliuolo, che questo tuo corpo, quest´anima tua ti furono dati da Dio senza alcun tuo merito, col crearti Egli a sua immagine ».

La creazione è il primo grande donò uscito dal cuore del Padre che sta nei cieli. E se ogni creatura ebbe una impronta della divina bontà, l´uomo, dotato d´intelletto e di volontà, riportò più vivido e profondo il sigillo• di Dio Uno e Trino, preindicato dalle parole "del Creatore; Fac­ciamo l´uomo a nostra immagine e somiglianza. (16)

Iddio volle al tempo stesso largheggiare in modo straordinario con l´uomo, creandolo subito nello stato di giustizia originale con la grazia san­tificante. Per tal modo l´immagine di Dio brillava nel primo uomo con riflessi soprannaturali.

Il peccato di Adamo causò nella natura uma­na questo spaventoso scompiglio: l´anima ribelle a Dio; il corpo ribelle all´anima; l´uomo assog­gettato alla concupiscenza, alla corruzione, alla ignoranza, alla infermità, alla morte. Castigo tre­mendo! Ma non poteva essere diversamente, poichè dobbiamo riconoscere con San Tommaso (17) che il peccato originale ebbe alcunchè di infinito: in­finita la Maestà di Dio, oltraggiata dalla disubbi­dienza; infinito il bene connesso con la fedeltà. del

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nostro progenitore, ossia la beatitudine naturale e soprannaturale in Dio; infinita, in certo qual sen­so, l´anima umana, la quale in forza della sua ca­pacità conoscitiva est quodammodo omnia, ossia è in qualche maniera tutte le cose; (18) indefinita, nel numero, la natura umana, che dal suo capo doveva derivare e moltiplicarsi in numero sempre crescente di generazione in generazione.

Il peggio si è che nell´uomo venne a scolorirsi l´immagine naturale di Dio Creatore e a perder­si la somiglianza soprannaturale di Dio Santifi­catore. È degno di rilievo, a tale riguardo, il fatto che la Sacra Scrittura, dopo aver detto che il giorno nel quale Dio creò l´uomo, lo fece a somi­glianza di Dio, afferma che Adamo... generò un figlio a immagine e somiglianza propria. Il motivo -- secondo San Tommaso (19) — è che dopo il peccato originale, pure perseverando nell´uomo, benchè deturpata, l´immagine del Creatore, cessò la divina somiglianza, intimamente legata ai doni gratuiti dello stato d´innocenza: tutti perciò fum­mo generati a immagine di Adamo peccatore, cui assomigliamo nella natura infetta dalla colpa di origine.

E non cessò qui la nostra sventura. Dopo il pec­cato originale si moltiplicarono spaventosamente i peccati personali, e cioè le libere e volontarie di‑

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subbidienze alla legge impressa dal Creatore nella natura umana e scolpita più tardi nel Decalogo. Si formò così una triste catena di perversità, vizi e debolezze.

Basta ricordare quanto San Paolo afferma dei Gentili, inescusabili, perchè avendo conosciuto Id­dio non l´hanno glorificato come Dio, nè l´hanno ringraíiato; ma s´invanironó nei loro -ragionamen­ti, e fu avvolto di tenebre-4U loro stolto, cuore. Di­cendo di esser sapienti divennero, stolti,- e scam­biarono la gloria dell´incorruttibile. Iddiò.nella ri­produzione d´un´immagine di corruttibile • uomo, e di volatili e di quadrupedi e di rettili. Perciò li abbandonò Dio, nelle concupiscenze de loro cuo­ri, alla sconcezza del disonorare tra loro i loro corpi.. E poichè non si diedero cura di conoscere Dio, li abbandonò Iddio ai reprobi sentimenti: far ciò che non si deve,. ripieni di ogni ingiustizia, malvagità, fornicazione, avidità, malizia; pieni di invidia, di omicidio, di contesa, di inganno, di ma­lignità; sussurroni, maldicenti, in odio a Dio, vio­lenti, superbi, millantatori, inventori di male azio­ni, disobbedienti ai genitori, insensati, disamorati, sleali, incapaci di sentir compassione; i quali, pur avendo conosciuto la giusta sentenza di Dio, che chi fa tali cose è degno di morte, non solo le fanno, ma approvano chi le fa ». (20)

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Gravissimi sono poi « i quattro peccati che gri-. davo vendetta al cospetto di Dio » per la loro enormità contro il prossimo (omicidio volontario), contro il genere umano (peccato impuro contro na­tura) e contro il bene sociale (oppressione dei, po­veri e frode nella mercede agli operai).

Rivestono, pure una raffinata malizia, che ne rende difficile la vera penitenza, « i sei peccati contro lo Spirito Santo »: disperazione della salu­te, presunzione di salvarsi senza merito, impu­gnare la verità conosciuta, invidia della grazia al­trui, ostinazione nei peccati, impenitenza finale. La loro malignità è direttamente contraria alla divina Bontà, che è attribuita alla Terza Persona della Santissima Trinità: per questo furono detti « peccati contro lo Spirito Santo ». Invece i pec­cati di ignoranza offendono la divina Sapienza, attribuita al Figlio, mentre i peccati di fragilità disonorano la divina Potenza, che si attribuisce particolarmente al Padre. ‑

La malizia o la debolezza della volontà, l´igno­ranza dell´intelletto, l´infelice temperamento non dominato, le cattive passioni non frenate, il mal­vagio ambiente familiare o sociale, favoriscono la ripetizione dei peccati attuali: cosicchè gli uo­mini contraggono quelle abitudini moralmente cat­tive, che sono i vizi.

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Tra questi i setti più gravi furore chiamati « ca­pitali », perchè eccitano più fortemente gli ap­petiti disordinati, dando origine ad altri vizi.

Il mondo — al dire dell´Angelico Dottore (21) ­divenne qual mare pericolosissimo: mare gonfio per la superbia; mare inquieto per la gola; ma­re fetido per la lussuria; mare insaziabile per l´avarizia; mare ribollente per l´ira; mare ama­rissimo per l´invidia e per l´accidia. Per di più gli uomini glorificarono i sette vizi capitali fino a creare per ciascuno di essi una falsa divinità e, misconoscendo l´unico vero Dio, si prostituirono ad adorare l´invidioso Saturno, Giove goloso, l´ira­condo Marte, il superbo Sole, Venere lussuriosa, Mercurio avaro, la Luna accidiosa.

a) Miseria estrema.

Veramente è da compiangere l´uomo che, ingra­to e ribelle, si dà in preda al peccato e al vizio.

San Tommaso (22), lo chiama « venditore in­felice » che, come Esaù, cede per vile cibo la pro­pria primogenitura; « pessimo negoziante », che baratta col male nientemeno che l´onore di Dio, la libertà dell´anima, la vita virtuosa e la celeste ere­dità; « ammalato », consunto da febbre continua o intermittente, secondo la ´qualità del vizio che lo

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domina; « debole », tanto più fiacco per il bene, quanto più forte per il male; « cieco », ossia privo dell´occhio della fede e perciò senza la possibilità di vedere nè il mondo spirituale, nè la propria miseria, nè la pena eterna che lo aspetta; « muto », incapace di lodare Iddio e confessare le proprie colpe; « tenebroso », perchè privo della lucentez­za della grazia; « animale bruto », trascinato dal­la passione e non governato dalla ragione; « vitti­ma del demonio », da cui è crudelmente tormen­tato col fuoco della cupidigia, con l´acqua della lussuria, col gelo dell´odio, col vento variabile di beni caduchi e con le spine di dolori e angustie senza fine; « membro del demonio », al quale, come a suo capo, sottostà in perversa combutta con gli altri malvagi; « demonio egli stesso », poichè imi­ta precisamente la malizia diabolica, soprattutto col perseverare nel peccato e nel vizio.

b) Morte spirituale.

Chi pecca mortalmente perde la vita divina dell´anima, che è la grazia santificante: ossia, muo­re spiritualmente.

L´Angelico Dottore conduce a considerare la morte dell´anima partendo da quanto succede nel­la morte del corpo. (23)

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- Come il corpo perde la sua temperatura ordi­naria, così l´anima: per il brutto pensiero. Come il corpo si ammala, così l´anima: per il dannoso di­letto. Come il corpo muore, così l´anima: per il vo­lontario consenso. Come il corpo vien portato alla sepoltura, così l´anima: per l´opera cattiva. Come il corpo viene sepolto, così l´anima: per la pes­sima abitudine. Come il corpo vien coperto dalla pietra tombale, così l´anima: per l´indurimento nel vizio.

Il Santo Vangelo racconta che Gesù risuscitò tre morti: una fanciulla in casa propria, un gio­vinetto sulla porta della città e Lazzaro già -nel sepolcro. Ecco infatti — applica San Tommaso (24) — che alcuni pel peccato muoiono, ma non sono portati alla sepoltura, perchè all´interno con­senso non fanno seguire l´opera esterna. Altri in­vece procedono all´atto esteriore: sono raffigurati nel giovinetto che venne risuscitato alla porta del­la città. Altri infine per la cattiva abitudine giac­ciono nel sepolcro come Lazzaro: puzzano per la loro pessima fama, son sepolti nella tomba di de­sideri terreni e di peccati carnali, e vi si trovano da quattro giorni, nel senso che i primi tre rap­presentano il peccato di cuore, di bocca e di opera, mentre il quarto raffigura il peccato di consue­tudine.

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c) Disordine spaventoso.

Dal fin qui detto già appare sufficientemente la bruttezza del peccato e del vizio. Ma essa acqui­sterà ai nostri occhi un aspetto ancor più terribile, se insisteremo alcun poco nel considerare il disor­dine che peccato e vizio causano nell´uomo.

In ogni peccato mortale vi è infatti una av­versione o allontanamento e una conversione o av­vicinamento: allontanamento dal primo principio e ultimo fine, che è Dio, e avvicinamento alle crea­ture, cui si cede in pratica il posto dovuto a Dio solo.

Sono le vostre iniquità — proclamava il profe­ta Isaia (25) — che hanno masso la divisione tra voi e il vostro Dio. E il Signore stesso, per bocca di Geremia, (26) diceva al popolo d´Israele: T´ac­corgerai e proverai quanto trista e amara cosa è aver abbandonato il Signore Dio tuo.

San Giovanni Bosco era così dominato dal pen­siero di Dio, che usciva in queste accorate espres­sioni: « E perchè trattare così male Iddio, il quale ci vuole tanto bene?... Come è possibile che una persona assennata, la quale creda in Dio, possa indursi ad offenderlo gravemente? ». (27)

Allontanatosi dall´unico vero Bene che mai non muta, il peccatore cerca nelle creature vane e

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mutevoli un surrogato di Dio, secondo l´amaro lamento di Geremia: Stupitevi, o cieli, di questo fatto; molto fortemente rattristatevene, o porte della terra, dice il Signore! Due mali ha fatto il mio popolo: hanno abbandonato me, fonte d´ac­qua viva, e si sono scavati delle cisterne, cisterne screpolate che non possono contenere l´acqua. (28)

E dobbiamo infine notare che, riguardo al­l´allontanamento da Dio, tutti i peccati mortali e tutti i vizi si assomigliano tra loro, perchè tutti fanno perdere la divina grazia. Non succede inve­ce la stessa cosa riguardo all´avvicinamento alle creature: in questo son ben distinti gli uni dagli altri, poichè ogni peccato o vizio cerca una sua particolare soddisfazione, raggiunge un bene tutto suo speciale, e quindi si oppone a un determinato comandamento o distrugge una specifica virtù. Ad esempio, in Esaù la gola soppresse la sobrietà; in Salomone la lussuria fece perire la castità; in Lu­cifero la superbia soppiantò l´umiltà; in Caino l´invidia soffocò la carità fraterna; in Giezi, servo di Eliseo, l´avarizia vinse la liberalità; in Simeone e Levi, figli di Giocobbe, l´ira soppresse la man­suetudine; negli esploratori della Terra Promessa l´accidia escluse il valore. •

Voglia il Cielo che la bruttezza del peccato mortale e del vizio ci stia sempre impressa nella

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mente per farci evitare qualsiasi atto vizioso e per aiutarci a trasfondere il nostro orrore per l´offesa di Dio in tante e tante anime, special­mente di incauti giovanetti, troppo esposti alle insidie del nemico infernale e troppo facili ad al­ternare il vizio con la virtù.

Parlando agli alunni dell´Oratorio e riferendosi al Sogno della quaglia e della pernice, San Gio­vanni Bosco si espresse così: « Vi spiegherò sola­mente che cosa voglia dire quaglia e pernice. La pernice, per andare all´ultimo termine del signi­ficato, è la virtù; la quaglia il vizio; perchè la quaglia fosse così bella in apparenza e poi vista da vicino, piagata sotto le ali, apparisse tutta puzzolente, lo capite e non fa bisogno spiegarlo: sono le cose disoneste. Fra i giovani, altri man­giavano la quaglia golosamente, con avidità, non ostante che fosse tutta fracida, e sono quelli che si dànno al vizio, al peccato: altri mangiavano la pernice, e son quelli i quali portano amore alla virtù e la seguono. Alcuni tenevano in una mano la quaglia, nell´altra la pernice e mangiavano la quaglia; son quelli che conoscono la bellezza della virtù, ma non vogliono approfittarsi della grazia che Dio fa loro per farsi buoni. Altri tenendo in una mano la pernice e nell´altra la quaglia, mangiavano la pernice dando occhiate cupide, in‑

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vidiose alla quaglia; son quelli che seguono la virtù, ma con stento, ma per forza, dei quali si può dubitare, che se non cambiano, una volta o l´altra cadranno. Altri mangiavano la pernice, e la quaglia saltava loro d´innanzi, ma essi non la guardavano e continuavano a mangiare la pernice; son quelli i quali seguono la virtù e abbominano il vizio e lo considerano con disprezzo. Altri man­giavano un po´ di quaglia e un po´ di pernice, e son coloro che alternano tra il vizio e la virtù e così s´ingannano, sperando di non essere, tanto cattivi ». (29)

Interrogato il Santo come fare a non cadere indietro e conservarsi nella virtù, diede questa memorabile risposta: « Fare quel che possiamo: stimarci un nulla davanti al Signore, e persuaderci che, senza di Lui, non possiamo fare altro che pec­cati. (30)

Con questo sentimento di umiltà passiamo ad ascoltare qualcuna delle innumerevoli lodi tri­butate alla virtù.

3. Preziosità della virtù.

L´anima che pecca, si corrompe, ossia perde l´armonia, la salute, -il vigore, l´integrità. La sola

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virtù, con l´aiuto della grazia, può rimediare que­sti guasti e distruzioni, ridonando all´anima sa­nità e illibatezza.

Di qui l´importanza data alla virtù dall´asce­tica e mistica cristiana. Di qui pure l´altissimo con­cetto che già antichi filosofi pagani ebbero della virtù e del pregio che ne deriva sia per l´individuo che per la patria.

Raccoglieremo anzitutto alcune voci della sa­pienza antica, benchè non ancora illuminata dalla Fede. L´angelico Pio XII, gloriosamente regnante, ce ne diede altissimo esempio — citiamo il caso più recente e solenne — quando, nell´Omelia di Pentecoste di quest´Anno Santo 1950, in occasio­ne della canonizzazione di Giovanna di Francia, Regina e Fondatrice, Volle far sue le seguenti pa­role di Cicerone: « Nulla di più formoso, nulla di più bello, nulla di più amabile della virtù ». (31)

a) Alla luce della ragione.

Gli antichi filosofi benchè spesso in preda a mi­serevoli

 passioni e a gravi errori, tuttavia riconob­bero nella virtù, o personale o domestica o civile, una perfezione che mette ordine e armonia nel­l´agire, che risponde pienamente alla natura del‑

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l´uomo, che causa vera ed eccelsa felicità, "che costituisce persino una nobile imitazione della divinità.

Così, Aristotele (32) cantò le lodi della virtù e affermò che fine e premio di essa è qualcosa di ottimo, di divino, di beato e che delle umane co­se nessuna ha tanta fermezza e invariabilità, quan‑

·  to quella attuata per mezzo della virtù: questa è opera più solida e stabile delle scienze medesime. Socrate (33) insegnava che, come la nobiltà di un cavallo non si deduce dalla ricca bardatura, ma dalla egregia natura di esso, così l´onestà del­l´uomo risulta non da ricchezze sfondolate, ma da un´anima ricca in virtù. Interrogato una volta se stimasse felice il re dei Persiani, si limitò a ri­spondere: « Per Ercole, non so quanto egli posseg­ga di virtù e di disciplina ».

Platone dichiarò che ogni ricchezza e ogni ab­bondanza di beni dev´essere riconosciuta come in­feriore alla virtù, la quale è sanità, è bellezza, è robusto vigore dell´anima. (34)

« Allo stesso modo che lo splendore del sole oscura le piccole luci, così — scrisse Cicerone — la virtù con la sua grandezza spezza e domina i dolori, le tristezze, le ingiurie. Nulla vi è di più amabile della virtù, nulla che più di essa attrag­ga gli uomini ad amare. A nessuno è preclusa, a

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tutti è accessibile: ammette tutti, invita tutti; non sceglie chi è potente o chi è ricco; si accontenta anche dell´uomo spogliato di tutto. (35)

La virtù ha in sè tal pregio e nobiltà, che non perde la sua bellezza neanche quando risiede in un

corpo meschino e deforme. « È da lodarsi la vir‑

tù — scrive Seneca — non solo quand´è albergata in corpo robusto e libero, ma anche quando si

trova in corpo ammalato e prigioniero: e non si merita maggior lode l´uomo virtuoso, cui la for­tuna ha dato un fisico integro, anzichè parzial­mente mutilato ». (36)

Epittèto paragonava l´uomo virtuoso a una fontana perenne, dall´acqua pura, tranquilla, po­tabile, dolce, gradevole, dilettabile, estranea a ogni macchia e a qualsiasi danno. (37)

Secondo Antistene la virtù è un´armatura che non vien mai tolta: si posson bensì deporre la spa‑

da e lo scudo, ma l´uomo saggiò e virtuoso resta

sempre armato e per ciò stesso è invicibile. (38) Immagini degli dèi chiamava Diogene gli uomi­ni virtuosi, « poichè, se è proprio degli dèi buoni

far del bene a tutti e non far male a nessuno, tale immagine della divinità, più che nelle statue, brilla negli uomini saggi e virtuosi, veri dèi in corpo umano ». (39)

« Nessuna cosa pertanto — possiamo conchiu‑

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dere con Valerio Massimo (40) — può procurarsi con mano mortale ma con animo immortale, se non la sola virtù ».

Da questi pochi saggi dell´antica sapienza pa­gana si rileva già quanto sia preziosa la virtù e con quale impegno debba essere coltivata da qual­siasi uomo degno di questo nome.

Tuttavia le lodi più eccelse dovevano cantarsi alla virtù in grazia della Divina Rivelazione. Per

questa sola infatti è stata predicata all´uomo, non

soltanto una vera e completa perfezione naturale, ma addirittura una perfezione soprannaturale;

una perfezione da apprendersi alla scuola del Fi‑

glio di Dio fatto uomo, supremo Modello di tutte quante le virtù; una perfezione infusa nell´in‑

timo del cuore dallo Spirito Santo, e da coltivar­si personalmente con l´aiuto dello stesso Divino Spirito.

Con tutta verità e giustezza adunque afferma­va S. Giovanni Crisostomo: « I filosofi pagani

scrissero una loro filosofia morale, nella quale di­pinsero per così dire alcune membra di virtù, tron­cate dal corpo della bontà; ma le membra non possono essere vive se non aderiscono al corpo del­l´amor di Dio ». (41)

Ascoltiamo pertanto alcune lodi tributate dal­la sapienza cristiana alla virtù viva e vera, ossia

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soprannaturale e divina. È un coro mirabile, del quale dobbiamo limitarci ad ascoltare soltanto po­che, ma soavissime note.

b) Alla luce della Fede.

« Grandi beni sono le virtù: per esse non si vive che bene » esclama Sant´Agostino. (42) Infatti so­no proprio le virtù, ed esse sole, che ingenerano il bene: e mentre dei cosiddetti beni di fortuna, di corpo e di mente, noi possiamo purtroppo abu­sare, nessun abuso deriva dalla virtù. Il bene non produce altro che il bene.

« Gradino alla gloria è la virtù » proclama San Bernardo. (43) E aggiunge che proprio della gloria la virtù è madre feconda. Ogni gloria, ogni bel­lezza che non proviene da questa madre, è gloria effimera, è bellezza fallace. La sola virtù garan­tisce vera gloria temporale ed eterna.

Pertanto la virtù è vivida sorgente di gioia. In­fatti « si fa con allegrezza quel che si fa con faci­lità. Quando il bene si ama, si trova una gran fe­licità nell´attuarlo. Per questo l´uomo virtuoso si slancia ratto come aquila, forte come un leone, nel campo delle opere e dell´attività, e non fa passo che non lo avvicini alla felicità´». (44) Anche la

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Sacra Scrittura dice che un animo sereno è come un banchetto perpetuo: (45) ed è precisamente nel banchetto della virtù che la grazia fa udire i suoi meravigliosi concenti, la coscienza tripudia lodan‑

do il Signore, il cuore gode di una pace piena e

ineffabile, che si riverbera anche nell´aspetto este‑

riore.

San Bernardo paragona ancora le virtù a « gem­me preziose, che adornano l´anima e brillano di uno splendore perpetuo, perchè sono sede e fonda­mento della vita eternamente beata ». (46)

A San Gregorio Magno par di vedere nella molteplicità e giuste proporzioni delle virtù un in­censo di prima e ottima qualità, composto di soa­vissimi e ben contemperati profumi. (47)

Per San Gregorio Nazianzeno l´uomo è come un prato in fiore, che rallegra la vista con la bel­lezza e varietà dei suoi vivaci colori. (48)

A questi concetti di bellezza si deve aggiungere con l´Angelico Dottore quello di forza: (49) « te

virtù sono armi, e armi di luce: mentre fortificano e difendono, esse brillano in conformità della ret­ta ragione- ed illuminano il prossimo ».

Ma ciò non basta. Le virtù, a guisa di ali, fan­no volare al di sopra delle bassezze della terra, verso il cielo. E San Gregorio Magno osserva che « come gli uccelli si stimolano al volo mutuamente

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con le ali, così le anime giuste si eccitano a volare considerando vicendevolmente le une le virtù del‑

le altre. Mi dà infatti un colpo d´ala — spiega il santo Dottore — colui che mi sprona al meglio con l´esempio della sua santità; e, viceversa, stimolo io il mio vicino con le mie ali, quando gli mostro una mia buona azione da imitare ». (50)

Le virtù vennero pure assomigliate alle stelle, che brillano di notte e stan nascoste di giorno. In­fatti la virtù vera si tien celata, per cautela, du­rante la prosperità, mentre non può far a meno di mostrarsi nelle avversità. San Bernardo con-chiude questo paragone, che è suo, sentenziando: « La virtù è una stella, e l´uomo virtuoso un cie­lo ». (51)

La virtù soprattutto rende angeli, se non per natura, certo per volontà. « Anzi, — e lo fa no­tare San Giovanni Crisostomo (52) — se manca la volontà retta, è inutile avere natura angelica: basta pensare al demonio, che prima fu angelo. Al contrario, se c´è volontà buona, nessun danno proviene dall´esser uomo per natura: come si ve­de in Giovanni Battista e in Elia, che ascese al cielo ».

Finalmente, la virtù innalza fino a Dio: essa è la porpora regale che Dio dà ai suoi figli, che dovranno con Lui regnare per sempre in Paradiso.

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E non è forse questo il supremo anelito dell´anima nostra? Sì, essa — secondo le fervide parole di Sant´Agostino (53) — altro non desidera che ra­pirsi in Dio volando libera e spedita, al di so­pra d´ogni sorta di fango e di tormenti, mediante le ali bellissime e integerrime, con le -quali il ca­sto amore deve sollevarsi per abbracciare Iddio.

Potremmo continuare ancora a lungo; ma an­che solo questi brevi accenni, benchè fugacemente

riportati, bastano senza dubbio a innamorare sem­pre più della virtù, che ci eleva fino al Bene som­mo e infinito..

Di conseguenza essi sono sufficienti a stimolarci alla ricerca dei mezzi per acquistarla e condurla a

perfezione. È proprio il consiglio che ci dà San

Lorenzo Giustiniani, il quale scrive: « L´esaltare, davanti a chi ha fame, la dolcezza del cibo e l´uti‑

lità del nutrimento, e il dichiarare, a chi ha sete, che c´è abbondanza d´acqua sorgiva, lungi dal­l´essere un rimedio alla sofferenza è un aumento di pena, qualora non si dia modo al paziente di saziare la sua fame e la sua sete. Lo stesso vale per le lodi tributate alla virtù. Esaltare somma­mente questa, e non mostrare la maniera di rag­giungerla, altro non sarebbe che un indicare l´ac­qua fresca a chi è assetato, negando frattanto a costui la possibilità di bere ». (54)

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Affrettiamoci noi adunque a esaminare, della virtù, l´origine e la provenienza, la natura e le caratteristiche, lo sviluppo e il perfezionamento fino al suo supremo fastigio.

4) Il nome « virtù ».

Che la virtù abbia in sè qualcosa di grande, di meraviglioso, di sommamente lodevole, appa­risce già dallo stesso suo nome.

Nella Sacra Scrittura Iddio è chiamato Signore delle virtù ossia degli eserciti; Gesù Cristo com­pie virtù e cioè miracoli; gl´iniqui non mostrano nessun segno di virtù, vale a dire di amore al be­ne; i fedeli cristiani devono far oggetto dei loro pensieri tutto ciò che è virtù, intesa come perfezio­ne della propria condotta morale. (55)

Già in antico alcuni filosofi fecero derivare la parola virtù da vir, uomo: poichè la virtù è ro­bustezza, più propria dell´uomo che della donna. (56) Altri invece derivano virtù da vis, forza: infatti la virtù è il punto massimo cui può giun­gere la forza di una potenza, sia fisica che mora­le. (5´Z)

« Gli antichi — scrisse ìl P. Janvier — (58) con quell´ampiezza di pensiero e con quella sostanza - di linguaggio che portarono così alto, davano il

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nome di virtù ad ogni facoltà giunta alla sua pie­nezza di vita e alla sua potenza di azione. Usa­vano essi le medesime espressioni per designare tanto le potenze di ordine vegetativo, quanto del­l´ordine sensitivo, intellettuale, morale, divino. Chiamavano virtù nutritiva la capacità che han­no le creature di assimilarsi efficacemente e senza difficoltà gli alimenti e le bevande; virtù gene­rativa la facoltà destinata alla propagazione della propria specie; virtù visiva, uditiva; immaginativa le energie dell´occhio, dell´orecchio, della fantasia che si muovono agevolmente ed infallibilmente ver­so il loro oggetto; virtù intellettiva, le complete disposizioni dell´intelletto a pensare fortemente, a svolgere filati ragionamenti, a conchiudere con logica, ad afferrare con certezza la verità; virtù morale, la perfezione degli appetiti pronti sem­pre ad abbracciare il bene conveniente alte loro legittime aspirazioni ed ai loro interessi giusta­mente intesi; virtù divina finalmente lo stato che ci rende atti a concepire idee, provare sentimenti, a Compiere opere che. trascendono l´ordine della natura e ci fanno partecipare alla eccellenza del­l´Altissimo. Secondo essi l´uomo perfetto, l´uomo ideale è quegli che in un´armonia integrale riuni­sce queste varie eccellenze ».

Uno di questi uomini perfetti e ideali fu sen‑

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za dubbio San Giovanni Bosco, il quale, — se­guendo il programma tracciatogli all´età di circa nove anni dalla sua celeste Madre, Maestra e Ausi­liatrice: « Renditi umile, forte, robusto », (59) ­divenne meraviglioso in forza fisica, eroico in virtù morale, sublime in virtù divina.

Noi, figli suoi avventurati, siam tutti convinti che per prolungare nel tempo ed estendere nello spazio il paterno apostolato, dobbiamo andar sem­pre più avanti nel ricopiare le paterne virtù..

Però questo incessante sforzo per progredire di virtù in virtù richiede pure molta accortezza. Che cosa fa l´agricoltore per migliorare l´erba del suo prato? Procura di conoscere sempre meglio il ter­reno, allo scopo di somministrargli i fertilizzanti più appropriati e di prestargli le cure più oppor­tune. Così pel caso nostro: ci aiuterà a sviluppare in noi le più belle virtù, il conoscere sempre me­glio noi stessi.

Cominceremo adùnque dal nostro corpo per ar­rivare poi all´anima, che è la parte più nobile e preziosa della natura umana.

5. Il nostro corpo.

I Santi Padri, commentando il racconto biblico della creazione, si indugiano a descrivere con com‑

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mossa ammirazione le meraviglie del corpo umano, dei suoi organi, delle sue energie e facoltà, dei suoi istinti in ordine all´individuo (che- deve nu­trirsi, crescere e conservarsi) e in ordine alla spe­cie umana (che deve moltiplicarsi di generazione in generazione): e ci presentano il corpo umano come stupenda. abitazione dell´anima, come nave ben attrezzata per solcare il mar della vita, come vaso inestimabilmente ricco e adatto a coni enere lo spirito dell´uomo.

Purtroppo il peccato originale venne a distrug­gere il perfetto benessere di cui godeva il corpo umano, il quale per giusto castigo rimase soggetto alla fatica, alle malattie, ai dolori e alla morte.

Questa miserevole condizione, che continua an­che dopo che il santo Battesimo ha cancellato il peccato originale, crea un notevole impedimento alla umana operosità e un ostacolo non indifferen­te alle virtù individuali e sociali: di qui la grande importanza che si dà alla sana costituzione fisica nei riguardi del cosiddetto « orientamento profes­sionale », — ossia scelta della propria professione o del proprio stato, — affinchè i minorati di corpo restino esclusi da determinati uffici o lavori.

La Santa Chiesa fin dai tempi antichi risolse tale problema a proposito dei suoi Ministri, esclu­dendo dagli Ordini Sacri i difettosi di corpo, che

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sarebbero impediti nel ministero da debolezza o deformità, e gli epilettici (cfr. can. 984).

Anche l´umile nostra Società Salesiana è giusta­mente preoccupata, quando si tratta di accettare nuovi Ascritti, e perciò esige che la- sanità z sia tale, che il postulante possa osservare tutte le Costituzioni della Società senza eccezione » (Cost., art. 176).

Ma non basta che il neo professo porti in Con­gregazione un organismo equilibrato, resistente, integro, non deforme, non intaccato da malattia interna o esterna, ereditaria od occasionale, che gl´impedisca l´osservanza della Regola e il nostro specifico apostolato tra la gioventù. Egli dovrà per tutta la vita aver cura della propria salute e a tal fine osservare quanto Costituzioni, Regolamenti, Tradizioni e Superiori gli impongono riguardo alla pulizia e igiene, al vitto e alloggio, alla ricrea­zione e riposo. Egli si guarderà ben bene dal mi­nare le proprie capacità vegetative ed- energie fi­siche (con incalcolabile danno per le stesse facol­tà mentali e morali) mediante l´abuso di cibi, di bevande, di rimedi, oppure mediante la dolce ma velenosa soddisfazione procurata dal fumo, dal­Falcole, dagli stupefacenti, nonchè dai cosiddetti « medicamenti morfinosimili »: cose tutte che pos­sono purtroppo raggiungere ed allettare anche i

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religiosi, malgrado i loro voti di povertà e di ubbi­dienza. Egli dovrà pur fare della salute il primo punto di Rendiconto, rimettendosi filialmente alle decisioni del Superiore, secondo l´articolo 46 delle Costituzioni: « Niuno si dia ansietà di chiedere nè di ricusare cosa alcuna. Qualora si conoscesse che una cosa. è nociva o necessaria, la si esponga rispettosamente al Superiore, che si darà mas­sima cura di provvedere ».

Rigetterà adunque da sè ogni figlio di San Giovanni Bosco due errori estremamente dannosi circa la relazione tra corpo e virtù: il primo consisterebbe nel confondere salute e prestanza fisica con bontà e integrità morale; il secondo, nel trascurare la sanità corporale come se fosse ne­mica della virtù.

Quando sarà venuto il logoramento e la ma­lattia (e Dio voglia che ciò non accada per nostra - colpa), avremo l´occasione di esercitare speciali ed elette virtù. Frattanto però benediciamo il Si­.gnore di avere quella salute, che ci permette di lavorare per la salvezza delle anime con le virtù proprie dello spirito e dell´apostolato salesiano. In vista precisamente di questo apostolato, che è tanto più urgente quanto più insidioso va diven­tando lo spirito mondano, le Costituzioni racco­mandano al Maestro dei Novizi (art. 195): « Di più

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si studierà di raccomandare con insistenza e di­stillare con dolcezza nell´animo dei Novizi la mor­tificazione interna ed esterna, e soprattutto la so­brietà ».

Mentre adunque, secondo le norme stabilite dalla santa Regola e dai Superiori, favoriremo con esercizio equilibrato il sano e giusto svilup­po delle nostre energie fisiche, applicheremo a tutte le cure necessarie pel corpo la raccomanda­zione che il nostro Santo Fondatore e Padre fa­ceva a proposito di quella operazione che ci ac­comuna agli animali bruti, ossia al prendere il cibo: « Ricordare che il corpo deve aiutare l´a­nima a fare il bene e deve- servirla ». (60)

6. I nostri sensi.

All´anima deve star sottomessa e servire, non soltanto la vita vegetativa del nostro corpo, ma anche la vita sensitiva: questa è inerente al corpo stesso e gli fa percepire le cose materiali, singo­lari, concrete.

Per mezzo dei sensi esterni, che sono dotati di organi meravigliosi, noi conosciamo gli oggetti in modo materiale, ossia nella loro forma e figura, nella loro posizione, nei loro suoni, nei loro odori,

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nei loro sapori, nella loro temperatura e resistenza, e simili.

Le molteplici e diverse sensazioni esterne ven­gono collegate dai sensi interni per mezzo di quel­l´organo comune e centrale, che è il sistema ce­rebro-spinale: di maniera che il cosiddetto « sen­so comune » produce la coscienza delle sensazioni esterne; l´istinto per forza di natura fa stimare le cose materiali in quanto sono utili o nocive al­l´individuo o alla specie; la memoria sensitiva fa riconoscere in certo modo le cose già percepite con gli altri sensi e in altri tempi; infine la fan­tasia conserva e riproduce le immagini di cose prima percepite e per di più, con le stesse im­magini diversamente associate, forma immagini nuove.

Per la nostra vita di uomini, di educatori, di apostoli, è sommamente necessaria l´integrità dei sensi, poichè ogni difetto o lesione dell´organo corporale porta uno squilibrio nella corrispondente sensibilità esterna o interna e per conseguenza nel nostro stesso ordinario lavoro. Ad esempio, tut­ti avremo forse avuto occasione di compatire cor­dialmente un confratello colpito da sordità pro­gressiva, oppure un altro sconvolto da allucina­zioni, che sono eccessi di fantasia indipendenti dal­la ragione e dalla volontà.

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Avendo però noi il dovere di indirizzare la nostra sensibilità alla pratica della virtù, dobbia­mo ricordare che l´integrità fisica dei sensi può diventare un ostacolo alla vita ordinata e vir­tuosa: e questo sia detto senza entrare, per ora, nel campo soprannaturale.

Il senso percepisce soltanto la cosa che gli sta presente; e siccome questa non lo appaga affatto, o non lo appaga completamente, o non lo appaga a lungo, ecco che esso vorrebbe sempre passare da una cosa all´altra, venendo così a trovarsi in una incessante agitazione, in un ininterrotto flusso e riflusso, in una continua tensione. Giustamente predicava il sapientissimo re Salomone: Ogni co­sa è in travaglio, nè può l´uomo spiegarlo a parole: l´occhio non si sazia di vedere, nè mai è pieno l´orecchio d´ascoltare. (61)

Si aggiunga che l´uomo che vive la vita dei sensi è anche curioso. Attratto da sfrenato desi­derio di novità, trascura troppo facilmente i suoi doveri per procurare ai sensi impressioni sem­pre nuove circa cose svariate, strane, nascoste, oziose, più belle che utili, più sonore che solide. Un uomo siffatto esercita le sue facoltà sensitive più facilmente attorno ai fatti altrui che non ai propri; scopre negli altri le piaghe, ma soltanto per vederle, non per curarle; non sa contenere la

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sua curiosità neppure davanti ,alla vanità o alla stessa turpitudine.

Tra i pagani, che pur vivevano in mezzo a de­pravati costumi, non mancarono nobili richiami alla custodia dei sensi. La storia antica ricorda, ad esempio, che Diogene, vedendo un campione Olimpionico camminare con la testa completa­mente girata per rimirare una persona immodesta, esclamò: « Ecco un forte vincitore, che vien con­dotto schiavo, e per di più col collo torto, da una debole femminuccia ». Pericle, durante un viaggio di mare, essendo stato invitato dal poeta Sofocle a contemplare un adolescente di meravi­gliosa avvenenza, si limitò a rispondere: « Con­viene, o Sofocle, che un capo abbia astinenti, non soltanto le mani, ma anche gli occhi e la lin­gua ». (62)

Pertanto ci appare sempre più sapiente, anche dal solo punto di vista naturale e umano, il già ricordato ammonimento delle Costituzioni (art. 195) per coloro che intraprendono la carriera religiosa, salesiana, sacerdotale: « Il Maestro... si studierà di raccomandare con insistenza e distillare con dolcezza nell´animo dei novizi la mortificazione interna ed esterna ».

Guidati da questa mortificazione, interna ed esterna, noi useremo delle moderne e ognor più

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perfezionate invenzioni — nel campo della stam­pa, della fotografia, del cinema, della radio e

dello sport — soltanto come di altrettanti mezzi d´apostolato, e mai a scopo o a incentivo di sen­sualità, di curiosità, di ozio.

Su tale fondamento di mortificazione dei no­stri sensi, interni ed esterni, deve ergersi trionfante lo stemma della Società Salesiana « Lavoro e Tem­peranza », che vuol essere pure garanzia dalla virtù personale dei Soci, secondo la massima del nostro santo Fondatore e Padre: «La temperanza e il lavoro sono i due migliori custodi della vir­tù ». (63)

7. Le nostre passioni.

Quando i sensi, esterni o interni, rappresen­tano a noi le cose materiali, non ci lasciano indif­ferenti come se fossimo dei macigni o delle pian­te: essi stuzzicano la voglia istintiva, che tutti abbiamo, di tendere verso le cose da noi conosciu­te come buone e attraenti, e di rifuggire da quelle percepite come cattive e repellenti.

Detta voglia, chiamata appetito sensitivo per­chè viene eccitata dalle percezioni dei sensi, pro­rompe a sua volta in inclinazioni o affetti assai vi=

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vi, che commuovono il nostro organismo e turbano l´anima nostra in maniere diverse, più o meno cor­ti,e talvolta molto violente. Siccome tali commo­zioni costituiscono una specie di patimento sia per ´l´anima che pel corpo, si diede a quegli affetti vivi e sensibili, che le producono, il nome di passioni.

Se ne contano varie: l´amore e l´odio, che so­no le principali; poi il desiderio e l´avversione, la gioia e la tristezza, la speranza e la disperazione, la paura e l´audacia, e finalMente la collera o ira.

Secondo l´ordine impresso dal Creatore nella natura umana, le passioni, debitamente sottomes­se all´anima spirituale e da essa guidate, dovevano cooperare al benessere fisico, al lavoro e alla

virtù.

Invece il peccato originale ha lasciato purtrop­po anche qui tristissime conseguenze, aggravate spesso da numerose colpe e negligenze perso­nali. Le passioni, abbandonate a se stesse, sono un pungolo che muove al male e ai più gravi di­sordini della vita umana; producono terribili di­sastri negli individui, nelle famiglie e nella so­cietà; corrompono i sensi, esaltano l´immagina­zione, seducono il cuore, accecano l´intelletto e spesso trascinano la volontà fin negli abissi più profondi della degradazione morale;

Può darsi che questa descrizione appaia ec‑

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cessivamente fosca per noi religiosi, che stiamo percorrendo, e, Dio voglia, a grandi passi, il cam­mino della perfezione. Ma anche gli uomini più santi, i più esperti, i più incanutiti nelle mortifi‑

cazioni e nell´apostolato, conservano, finchè vivono, nella loro parte sensitiva una sorgente di emozioni e di passioni tutt´altro che propizia alla virtù.

Anche senza parlare delle occasioni periColose, prossime o remote, basterà a volte una malattia

o  anormalità dell´organismo per sconvolgere tutta una sensibilità fino allora domata e tranquilla. Ed ecco forse sorgere un senso di inadattabilità ai medici e alle medicine, al vitto, all´ambiente con­sueto di vita e di lavoro: ecco forse svilupparsi scrupoli e ossessioni, particolarmente in materia di purezza e di carità fraterna; ecco forse accentuarsi tendenze perverse e aggressive; ecco forse intensi­ficarsi quelle esaltazioni della fantasia, che porta‑

´ no l´individuo a credersi sulle vette della mistica oppure a giudicarsi riformatore di persone e di istituzioni; ecco forse il povero paziente domi­nato dai suoi nervi scossi, reso instabile nell´ope­rare e caduto in balia di gravi esagerazioni, che lo portano incessantemente da un eccesso di gioia, di parola e di attività all´estremo opposto della depressione, del´ mutismo, dell´angosciosa malin­conia.

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Quanto danno rechino questi sbalzi delle pro­prie passioni al religioso, all´educatore, all´apo­stolo, non è chi non veda.

È bensì vero che tutti questi movimenti della parte sensitiva, moralmente parlando, non sono per se stessi nè buoni nè cattivi; ma all´atto prati­co saranno realmente buoni o cattivi, secondo che siano conformi o meno alla ragione e assecondati

o no dalla volontà.

Tornano perciò sempre opportune e provviden­´ ziali, nell´Esercizio della Buona Merte, quelle due domande del Formulario pel nostro Esame di Co­scienza: « Conosco la mia passione dominante? Come la combatto? » Non accada che esse vengano trascurate, o da chi per sopraffina superbia si credesse già libero dal peso dei sensi e dal flut­tuare delle passioni, o da chi per ingannevole fer­vore si limitasse a sognare cose straordinarie e ideali sublimi di virtù, senza disporvisi pratica­mente con accurata e generosa mortificazione, sia interna che esterna.

8. Temperamento. Indole. Carattere.

Con la parte sensitiva dell´uomo è intimamente connesso il temperamento, che consiste in una par‑

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ticolare e naturale disposizione dell´organismo nei riguardi di q-uesta o quella passione.

Anzitutto ricordiamo l´influenza che possono avere sul temperamento i fattori ereditari, tanto quelli diretti, ossia da padre a figlio, quanto quel­li alternanti, e cioè da nonno a nipote.

Il primo dono di Dio è pertanto l´origine da genitori e da nonni sani ed equilibrati: il che de­v´essere ben considerato, sempre che si tratti di accettare chi aspira a iscriversi tra chierici ed edu­catori.

I figli illegittimi furono di regola esclusi da­gli Ordine Sacri. A parte il motivo di umano pre­stigio, le moderne conclusioni mediche circa le ma­lattie e tare ereditarie dànno completamente ra­gione alle apprensioni dei Pastor ecclesiastici e ai provvedimenti canonici riguardo ad essi, ben­ehè non colpevoli. Perciò non si insisterà mai ab­bastanza sulla cura con cui, tra l´altro, debbono prendersi informazioni sulla famiglia di chi aspira a diventare figlio di Don Bosco, e sul, come essa si trovi in fatto di alcoolismo, di tubercolosi, di malattie mentali e di perversioni degli istinti: non avvenga che, dopo anni di relativa calma ed equi­librio, scoppi improvvisamente nel religioso, sia laico che ecclesiastico, una tempesta morale, scan­dalosa e infamante, le cui lontane origini debLano

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riscontrarsi nella costituzione fisica infetta da for­me, fino allora celate, di atavismo o ereditarietà.

Prossimamente, il temperamento deriva in mo­do particolare dalla eccitabilità nervosa del pro­prio organismo. Ne hanno poca i flemma-dei », freddi e calcolatori; ne hanno molta i « sangui­gni », espansivi e leggeri; ne hanno moltissima i

collerici », audaci e iracondi; l´hanno estrema i « melanconici », diffidenti e timidi. Se poi detta eccitabilità nervosa è discreta e uniforme, si han­no gli « equilibrati »; se è disuguale, gli « incoeren­ti »; se è quasi nulla, gli « apatici »; se è eccessiva, gli « esaltati » e gr« impulsivi ». (64) E crediamo bastino al caso nostro questi pochi accenni tradi­zionali, senza voler qui entrare nelle moderne, e non sempre chiare o concordanti, teorie circa i differenti tipi temperamentali: (65)

A ciascuno incombe l´obbligo morale di studia­re e migliorare il proprio temperamento allo sco­po di percorrere con successo il cammino della virtù. Ciò deve farsi specialmente durante il pe­riodo della giovanile educazione; ma anche dopo, se nella prima età vi furono deficienze a tale ri­guardo, oppure se sopravvenute malattie, esterne o interne, hanno portato il disordine in un tempe­ramento fino allora equilibrato.

Quale vergogna e quale umiliazione per un ec‑

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clesiastico, per un religioso, per un educatore, se i fedeli, o gli educandi, o le persone che devono trattare con lui, dovessero dire al suo indirizzo: — Che caratteraccio! Costui si professa religioso, ma non ha ancor imparato a esser uomo.

Al nostro santo Fondatore stava Particolarmen­te a cuore che tutti i suoi figli vigilassero sul pro­prio temperamento, tanto che volle inserire nel Re­golamento per gli Alunni (cap. X, Della .modestia, art. 7) questa raccomandazione: « Studiatevi di emendare a tempo i difetti di temperamento ».

I nostri Regolamenti vogliono che « nel delibe.- rare dell´ammissione ai voti si abbia per norma di escludere i troppo malinconici, quelli di carattere impetuoso e collerico, i propensi alle amicizie sen­sibili, alla poltroneria e alla golosità, qualora du­rante l´anno di noviziato non avessero saputo vil­. toriosamente combattere queste loro inclinazioni » (Regolam., 305). Sarà bene ricordare questo anche da professi, poichè, portando noi un corpo ferito dal peccato originale, avremo sempre motivo di umiliarci e di temere che inclinazioni, malattie, occasioni, affetti sensibili, passioni ed eccitazioni improvvise ci giochino qualche brutto tiro, strap­pandoci dal progresso nella perfezione o addirit­tura dal cammino della virtù.

Mentre il temperamento riguarda di preferen‑

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za la costituzione fisica e la ´parte sensibile di cia­scuno, possiamo dire che l´indole va piuttosto rife­rita alla parte spirituale: ed è la propria e pecu­liare disposizione o inclinazione di ciascuno a vi­zio o a virtù.

Nell´aureo trattatello sul Sistema Preventivo il nostro Padre fissò norme eccellenti circa le diverse indoli dei giovanetti, che la sua esperienza gli fa­ceva distinguere in buone, ordinarie, difficili, cat­tive (Regolam., 105 e seg.).

Nel Regolamento per gli Allievi (Capo X, Del­la modestia, art. 7) raccomanda ai suoi giovanetti: « Sforzatevi di formare in voi un´indole mansueta e costantemente regolata secondo i principi della cristiana modestia ».

Egli stesso ne diede il più bell´esempio, riuscen­do a imbrigliare la propria indole, la quale, a det­ta del suo Parroco il Teologo Cinzano, era « foco­sa e molto sensibile ». Ambedue,conversavano un giorno sulla mortificazione cristiana, rappresenta­ta nel Vangelo sotto figura di croce, e notavano questa croce essere specialmente il nostro io, le no­stre passioni, lo studio di vincere le cattive tenden­ze del proprio naturale, e il patire necessario per vincere in queste lotte spirituali. Don Bosco allo­ra esclamò: — Questa croce non si può lasciare nè di giorno nè di notte, nè per un´ora, nè per un

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minuto. — E confortava la sua asserzione con pa­role del Santo Vangelo. (66)

Temperamento e indole, dominati dall´anima ragionevole e profondamente orientati in forma stabile, conveniente e armonica, formano ciò che suol chiamarsi il carattere.

Per chi tende alla virtù è di somma importanza l´acquisto di un carattere morale vero, integro, adamantino. Esso consiste nella capacità di gover­nare le proprie passioni così da riuscire a operare abitualmente secondo buone regole morali, debP tamente stimate dall´intelletto e amate dalla vo­lontà.

Nel suo trattatello sul Sistema. Preventivo San Giovanni Bosco dovette inserire con paterno com­piacimento questa splendida attestazione: « Certi fanciulli che per molto tempo furono il flagello dei parenti e perfino rifiutati dalle case correzionali, coltivati secondo questi principi, cangiarono indo­le, carattere, si diedero a una vita costumata, e presentemente occupano onorati tiffizi nella so­cietà, divenuti così il sostegno della famiglia, de­coro del paese in cui dimorano » (Regolam., 100, art. 3).

Gli accenni all´indole e al carattere ci hanno introdotti nella parte più nobile dell´umana na­tura, che è l´anima spirituale, la quale giudica,

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vuole ed ama. Di questa, e precisamente delle sue eccellenti facoltà, che sono, intelletto e volontà, parleremo adesso, in relazione sempre alla vita virtuosa.

9. L´intelligenza.

L´intelletto umano fu paragonato al sole. Come l´astro del giorno illumina tutte le cose della ter­ra, così l´intelletto diffonde i suoi raggi nell´uomo e tutto lo illumina. (67)

San Tommaso ripete insistentemente che in­tellfgere è proprio dell´uomo in quanto uomo: è ciò che lo distingue da qualsiasi altro essere: è ap­punto quello che ne misura la nobiltà e la per­fezione. (68)

Grazie alla nostra intelligenza noi possiamo co­noscere tante e tante cose che esistono o possono esistere; formuliamo giudizi; facciamo dei ragio­namenti; riflettiamo, ossia rientriamo in noi stes­si per conoscere noi e i nostri atti; ricordiamo idee già avute; moviamo con successo alla ricerca della verità e alla conoscenza di quel bene che è con­veniente alla nostra natura.

Abbiamo perciò il dovere di custodire gelosa­mente e di sviluppare metodicamente questo dono

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meraviglioso e preziosissimo del Creatore. Ce lo ricorda espressamente l´articolo 2° delle Costitu­zioni: « I soci attenderanno a perfezionare se stessi mediante lo studio ». E l´articolo 48° stabilisce che lo studio sia oggetto del secondo punto del nostro Rendiconto, insieme al lavoro.

Noi dobbiamo pure coltivare l´intelligenza dei giovanetti da noi beneficati. Scrive infatti il no­stro santo Fondatore nel Regolamento per- gli Al­lievi (Capo II, Dell´accettazione, art. 7): « Sicco­me fra essi (giovani accettati gratuitamente) se ne incontreranno alcuni, cui Dio diede attitudine spe­ciale per lo studio o per un´arte liberale, così le no­stre Case di beneficenza si offrono in aiuto di que­sti giovanetti, sebbene non possano pagare nulla o solo una modica pensione. Per tal modo questi giovani potranno rendere fruttuosi a se stessi ed al prossimo quei doni che Dio Creatore ha in lar­ga copia loro accordato e non li lasceranno diven­tare sterili e fors´anco dannosi, per mancanza di mezzi materiali e di cultura ».

Purtroppo, anche a riguardo dell´intelligenza, abbiamo da lottare contro le tristi conseguenze del peccato originale; ossia contro l´errore e l´ignoran­za, che vorrebbero toglierci quel costante equili­brio umano, il quale è tanto importante per la vir­tù e per l´apostolato.

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Non è raro il caso di individui, anche d´inge­gno, che si trovano in penosa balia di idee fisse, di cui essi riconoscono l´assurdità senza poter pe­rò liberarsene. Ad esempio, si dubita se si è fatta un´azione che si doveva fare, e la si ripete più volte; si è presi dall´ossessione di commettere un male morale e si alimenta la triste persuasione che un giorno o l´altro lo si commetterà; si è esa­geratamente inquieti circa la propria salute cor­porale, e in conseguenza si è meticolosi nell´esa-, minare ogni piccolo sintomo di malessere e ael ri­cercare ogni nuovo annunzio di medici e di medi­cine; non si finisce mai di ponderare il pro e il contro di una decisione da prendersi, in continua lotta col timore di tale o tal altra conseguenza; si è costantemente scrupolosi e inquieti a riguardo dello stato di propria coscienza; si è sempre alle prese con idee ossessionanti contro la castità e i buoni costumi.

Inoltre alcuni individui, pure intelligenti, so­no vittime di falsi ragionamenti: la loro logica è invincibile, ma sempre in margine alla questione, della quale essi trascurano il punto centrale o non sanno mai raggiungere il vero nodo per scioglier­lo. Altri, chiusi nel proprio pensiero, si incapo­niscono, fanno dei veri colpi di testa, nutrono spi­rito di contraddizione, non cedono assolutamente

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nè a inferiori, nè a uguali, nè a superiori. Altri ancora, concentrati in se stessi e nelle proprie idee, diffidano di tutto e di tutti; per dei non­nulla alimentano la persuasione di essere malvo­luti e perseguitati; non sanno mai adattarsi al­l´ambiente che li accoglie; restano sempre inso­cievoli, puntigliosi e sul cosiddetto chi-va-là.

Infine vi sono individui, la cui intelligenza non è più in grado di dominare la fantasia troppo esal­tata. Essi nelle conversazioni e nel tratto sociale spacciano come cose vere quelle che sono soltanto invenzione della loro immaginazione; costantemen­te mirano a simulare la verità; vogliono passare come vittime di malattie, che non esistono affatto; per vanità e per richiamare l´altrui attenzione esa­gerano la lode, l´amabilità, l´ossequio; ostentano falsa umiltà; credendosi ispirati da Dio, si atteg­giano a riformatori di opere e di istituzioni; per mera velleità di imitazione e senza controllo alcuno si dànno a forme elevate di spiritualità e di mi­stica, senza essere nè sodamente spirituali nè af­fatto mistici.

Questi e simili turbamenti dell´attività mentale, benchè spesse volte rendano l´individuo non com­pletamente responsabile dei suoi atti, non tolgono però che egli possa essere dannoso alla comunità: ove qualcuno cadesse in simile stato, o per malat‑

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tia o per lavoro estenuante, verrà fraternamente compatito da tutti e fatto oggetto di cure speciali da parte del Superiore e anche del medico specia­lista. (69)

Voglia il Signore tener lontana dai membri del­la nostra Famiglia religiosa ogni disgrazia di ma­lattia mentale, e al tempo stesso concederci Aspi­ranti che effettivamente risplendano — come vo­gliono le Costituzioni (art. 171) — « per virtù ed ingegno ».

Santa Teresa di Gesù con sano realismo vuole escluse dalle Case della Riforma Carmelitana « le postulanti prive di buon criterio: perchè non ca­piscono come vi entrano esse stesse, nè capiranno chi le vorrà far progredire verso il meglio; perchè" nel giudicare sulla convenienza o no di una cosa si fideranno di se stesse e non delle persone più sagge; perchè non presteranno gran che servizio alla comunità e potranno invece recarle molto dan­no; perché, se possono tollerarsi in grandi comuni­tà, non si possono soffrire in piccoli conventi, ove stancherebbero la pazienza delle altre mettendo in serio pericolo la carità. Non si fa presto — ag­giunge la Santa — (70) a scoprire questa mancan­za d´intelletto, perchè molte hanno belle parole, ma cattivo giudizio; mentre altre sono di poche parole, e magari non del tutto appropriate, ma

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hanno molto senno pel bene: poiché esiste una semplicità santa, che poco sa di affari e di con­venienze mondane, ma molto di ciò che riguarda il tratto con. Dio. Per questo occorrono molte in­formazioni prima di riceverle, e una lunga prova prima di ammetterle alla professione ».

Non è chi non veda che le riflessioni e racco­mandazioni della santa Riformatrice del Carmelo debbono applicarsi al caso nostro con maggior ra­gione, essendo noi religiosi di vita attiva ed educa­tori della gioventù. Opportunamente adunque i nostri Regolamenti (art. 305) stabiliscono: « Nel de­liberare dell´ammissione ai voti si abbia per norma di escludere coloro che non mostrano sufficiente criterio, gli stravaganti, i misantropi ».

10. La volontà.

Il Creatore ci ha dato con l´intelligenza anche la volontà: la prima, affinchè conosciamo il bene; la seconda, affinchè facciamo nostro il bene cono­sciuto mediante l´intelletto.

Per mezzo della volontà l´uomo tende al bene e rifugge dal male.

Essa è la vera e somma imperatrice, perchè co­manda alle altre facoltà: le eccita o le frena; to‑

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glie o procura loro gli stimoli interni ed esterni ad agire.

Questa imperatrice è cieca e libera.

È cieca, perchè bisognosa della luce e della guida dell´intelletto, secondo i detti latini: Nihil

volitum quin praecognitum e Ignoti nulla cupido, ossia: Non si vuol niente che prima non sia stato conosciuto; l´ignoto nè si appetisce, nè si desidera, nè si può volere.

È libera perchè, guidata ma non forzata dalla ragione, può scegliere tra volere e non volere, tra fare o non fare una cosa, tra. fare una cosa o farne un´altra.

La volontà libera è il dono più grande che nel­l´ordine di natura Iddio abbia fatto all´uomo: da

essa e per essa hanno origine beni e mali morali, virtù e vizi, diritti e doveri, meriti e demeriti, pre­mi e pene, leggi e precetti, consigli ed esortazioni, cose tutte che distinguono l´uomo dal bruto.

Se noi avessimo soltanto la libertà di volere il bene, potremmo facilmente imitare il Signore, il quale — come dice il Catechismo -- « non può fa­re il male, perchè non può volerlo ».

Invece la nostra libera volontà è imperfetta, essendo noi semplici creature. È difettosa, poten­do noi scegliere anche il male, falsamente stimato come un bene. È ferita dal peccato originale, che

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le fece perdere la sua eccellente disposizione al bene e acquistare invece una pessima inclinazione al male, secondo le parole pronunciate da Dio do­po il diluvio: I sensi ed i pensieri del cuore uma­no inclinano al male sin dall´adolescenza. (71)

È infatti cosa´ che sgomenta il considerare gli eccessi cui può abbandonarsi la volontà umana. Troppe volte essa si trova debole e inetta a fre­nare la ricerca del piacere, la quale perverte l´istinto di conservazione con l´abuso di ghiottone­rie, di liquori, di nicotina e stupefacenti; perverte l´istinto di riproduzione con disordini innomina­bili; perverte l´istinto di associazione mediante iso­lamenti, vagabondaggi, furti, danni fisici e morali al prossimo.

Troppe volte la volontà si trova incostante e squilibrata: controlla con irregolarità nervi, fan­tasie, pensieri; frena solo a sbalzi le passioni; da eccessi quasi maniaci di gioia e di attività si ab­bandona a depressioni di malinconia angosciosa; alterna affetti di esagerata dolcezza e umiltà con esplosioni di irascibilità cieca e violenta.

Troppe volte la volontà, in preda all´egoismo, si concentra in se stessa: si rifugia per puro diletto nell´intimità del proprio interiore, rifiutando il contatto attivo con la vita reale; accarezza sogni e fantasticherie circa il futuro, nonchè infruttuosi

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ricordi del passato; fomenta vane espansioni scrit­te in certi diari personali e intimi, il cui unico vero scopo è un egoistico godimento nello scrivere e nel rileggere; diventa apatica, fredda, indolente; si rende inadattabile a tante minime circostanze del­la vita pratica; si trova ritrosa nell´ubbidire e con­traria a tutto ciò che ostacola il tran trar, della propria condotta stereotipata o che turba il fanta­stico sogno del proprio mondo interiore.

Tuttavia la libertà del nostro volere, benchè

debilitata dal peccato di origine, non andò com­pletamente perduta. Possiamo infatti seguire la guida della ragione e reprimere i movimenti delle passioni per non peccare, come già disse Iddio a Caino: Ma l´appetito ti starà sottoposto, e tu po­trai dominarlo. (72) Tanto più che il Signore — co­me ricorda il Concilio di Trento — (73) non ci co­manda cose impossibili a farsi; ma comandando ci ammonisce, sia di fare quel che possiamo, sia di chiedere a Lui che ci dia quel che non possia­mo; anzi, ci aiuta Egli medesimo, affinchè pos‑

siamo compiere tutto quello che vuole da noi.

Somma importanza si deve adunque dare al­l´educazione della volontà, affinchè la sola edu­cazione fisica o intellettuale non divenga strumen­to di mali funesti all´individuo e alla società.

Secondo il nostro santo Fondatore e Padre l´e‑

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ducazione dei fanciulli, fin dal seno delle loro fa­miglie, dovrebbe « avere per base la formazione della volontà ». (74) E ai suoi figliuoli dell´Orato­rio diceva che « i giovani dovevano fare come i ballerini sulla corda. Essi tengono in mano il piombino e poi camminano senza guardare nè a destra nè a sinistra. Il nostro piombino è la vo­lontà di far bene ». (75) Il suo biografo, dopo aver detto che Don Bosco sceglieva come suoi colla­boratori per la salvezza della gioventù coloro che mostravano volontà ferma e robusta, e che, così aveva formato i primi Salesiani « a sua immagine e somiglianza pel candore, l´attività e risolutezza dei propositi », soggiunge: « Gli irresoluti, gli sner­vati di volontà non facevano per lui ». (76)

Ed ecco, praticamente, come il nostro buon Padre spiegò a Don Barberis il suo pensiero in­torno al modo di portar giudizio sugli Ascritti nei riguardi del buon volere: « Di alcuni ascritti si dànno buone notizie, ma si vedono instabili nelle loro volontà. Vanno avanti anche per vari mesi, ma poi mutano. In quei mesi sono tutti fuoco e fiamma e chi non li conosce a fondo, si forma sul loro conto grandi speranze. Ma dopo cominciano a dar giù, passa il fervore, e si vede che era cosa effimera: infatti cambiano proposito ed escono an­che dalla Congregazione. Invece altri vanno molto

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adagio a farsi inscrivere nella Società, fanno pro­gressi nel bene quasi invisibili, ma si osserva che da anni progredirono sempre e mai diedero un passo indietro. Costoro da chi li conosce poco, so­no tenuti come tiepidi nel bene o per lo meno co­me mediocri. Però chi li conosce bene e da lungo tempo, fonda su loro le più grandi speranze. Co­storo vanno adagio a fare un passo; ma fatto che l´abbiano, non dànno indietro. Prendono adagio una risoluzione, ma presa:che sia, nessuno è più capace di smuoverli .e si è certi di vederli conti­nuamente progredire nella virtù. Si faccia adun­que gran conto d´un giovane, quando è costante nel bene, quantunque non paia tanto ardente e in­fervorato in esso ». (77)

11. Volontà e cuore.

Non basta considerare la volontà quale pa­drona che esercita coscientemente la sua facoltà di scegliere tra questo o quel bene conosciuto me­diante l´intelletto, oppure di scegliere fra tale o tal altro mezzo allo scopo di far sì elle il bene prescelto diventi suo.

È pure indispensabile ricordare che essa è ten­denza o impulso spirituale, che ha i suoi movi‑

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menti spontanei -di piacere, di dolore, di amore, di odio, di desiderio, di disperazione e simili.

Si deve quindi ripetere analogamente per la volontà (78) quello che abbiamo già detto a propo­sito dell´appetito sensitivo, e cioè che i suoi moti spontanei non sono per se stessi nè buoni nè catti­vi: sono impeti che possono diventare preziose energie di bene, se rettamente controllati e guida­ti, oppure strumenti di perdizione, se lasciati in balia del disordine e del male morale.

Mentre i movimenti spontanei dell´appetito sensitivo producono sempre un qualche mutamen­to nell´organismo,. e di conseguenza sono chiamati passioni o emozioni, quelli propri della volontà, che è spirituale, non causano di per sè commozio­ni organiche, e perciò sí dicono semplicemente af­fetti o sentimenti.

Esiste nell´uomo un complesso di passioni e di affetti: un insieme di fenomeni e di tendenze sen­timentali: un piccolo mondo, vario e caratteristi­co, di emozioni e di sentimenti.

Questo piccolo mondo interiore, che agita la natura umana composta di anima e di corpo, ha un nome e un simbolo: il cuore.

San Bernardo, dopo aver parlato di amore, di timore, di piacere, di dolore, esclama appunto: Totum enim cor in his quattuor affectionibus est.

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E cioè: tutto il cuore consiste proprio in questi quattro principali affetti (79) (In Capite fejunii, Serm. II, 3).

Orbene, il nostro santo Fondatore e Padre per educare i suoi giovanetti a virtù soda, incomincia­va col guadagnarsi il loro cuore, suscitando e svi­luppando in esso passioni ed emozioni nobili e pure, ricercando e coltivando in esso i sentimen­ti e gli affetti più sani e più generosi. Una volta espugnato bellamente questo forte avanzato, tro­vava poi facile conquistare alla causa del bene e della perfezione quella ´che è la roccaforte di tutta la vita morale e spirituale dell´uomo, ossia la loro volontà.

Nelle Memorie Biografiche v´è tutta una fiori­tura di detti, scritti, episodi, i quali dimostrano che San Giovanni Bosco studiava il cuore di ciascuno, (80) nel predicare e nell´ammonire parlava al cuo­re, (81) desiderava cuori aperti per educarli, (82) si guadagnava con mille industrie l´affetto dei gio­vani, (83) mostrava pei suoi alunni un cuore di padre. (84)

Il suo mirabile Sistema Preventivo si appoggia non solo sopra la ragione e la Religione, ma anche sull´amorevolezza (Regolam., art. 89); rende av­visato l´allievo in modo che l´educatore potrà ognora parlare col linguaggio del cuore, sia in

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tempo della educazione, sia dopo di essa (Rego­lam;, 89, 40); fa sì che il Direttore e gli assistenti come padri amorosi parlino, servano di guida ad reggano (Regolam., 88); suggerisce che nel ser­ogni evento, diano consigli ed amorevolmente cor­moncino della Buona notte il Direttore, o chi per esso, indirizzi agli alunni alcune affettuose parole in pubblico (Regolam., 96); vuole che l´educatore tra gli allievi cerchi di farsi amare, se vuol farsi temere (Regolam., 101, 1°); assicura che allora nel castigo minacciato oppure inflitto vi è sempre un avviso amichevole e preventivo che Io ragiona e per lo più riesce a guadagnare il cuore dell´allie­vo (Regolam., 89, 1°); afferma che l´allievo ricorde­rà ognor con piacere la direzione avuta, conside­rando tuttora quali padri e fratelli i suoi maestri e gli altri superiori (Regolam., 100, 1°).

Conquistata, attraverso il cuore, la volontà dei giovani, San Giovanni Bosco si adoperava per renderla risoluta e ferma nella docilità alla ra­gione e alla Religione. In particolare, ben sapendo che ciò che manca radicalmente in tanti giovanet­ti è la stabilità nei proponimenti, insisteva sulla osservanza dei propositi fatti specialmente in con­fessione. (85)

Irrobustita così la volontà dei suoi alunni, era facile al santo Educatore farla ripiegare sul cuore,

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ossia sul piccolo mondo interiore delle passioni ed emozioni, dei sentimenti e affetti, per lavorarlo in profondità, formarlo alle più belle virtù e ag­guerrirlo contro le presenti debolezze e le future sorprese di esso, che è tutto sensibilità e impulso.

Questa sapiente pedagogia non deve mai ve­nir meno tra i Figli di Don Bosco, se vogliamo la­vorare con frutto a salvezza delle anime giovanili, e anzitutto a vantaggio dell´anima propria.

Vengano pure accolte le dolci emozioni, i tez2­ri sentimenti, i fervidi entusiasmi, che di tanto in tanto prorompono dall´intimo del cuore; ma non per adagiarvisi sopra mollemente, bensì per rag­giungere subito, attraverso questi affetti, la volon­tà vera e propria, allo scopo di animarla e raffor­zarla in vista dei sacrifici e dei dolori necessa­riamente connessi con la pratica della virtù e del­l´ap ostolato.

Allora la volontà mostrerà, per così dire, la propria riconoscenza al cuore lavorando con inten­sità sempre maggiore alla riforma di esso, secondo i lumi della ragione e della Fede.

Non dobbiamo mai dimenticare infatti che il cuore dell´uomo è — al dire del profeta Geremia — pravo e imperscrutabile; che da esso — così assicura il Divin Maestro — escono cattivi pensie­ri; adultèri, fornicazioni, omicidi, furti, cupidi‑

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gie, malizie, frode, libidine, invidia, bestemmia, superbia, stoltezza; (86) che il suo trovarsi dalla parte sinistra del corpo ben può ricordarci in senso morale — come rileva San Bernardo — che « i suoi affetti sono sempre inclinati e propensi verso la terra ». (87)

Tutto questo, ci dice che una volontà attenta e vigilante non cesserà mai dal trovare nel cuore materia di conversione, di riforma, di migliora­mento, e che anzi farà bene a non permettere al cuore di farla da re, ma ad obbligarlo invece a sottostare alle leggi della ragione e della re­ligione.

E qui vien bene ricordare con San Tommaso che fra tutti gli affetti e sentimenti il più veemente è l´amore: tanto che nel comune linguaggio cuore significa amore.

Soprattutto nel campo dell´amore la volontà de­ve reggere, riformare, convertire a Dio il cuore; poichè — sempre secondo l´Angelico Dottore — (88) se amore è il movimento primo di qualsiasi inclinazione appetitivi, amore per eccellenza deve dirsi il movimento primo della volontà. In altre parole, l´amore nell´uomo appartiene sì al senti­mento e al cuore, ma soprattutto alla volontà.

La volontà adunque sia per davvero la domi­natrice degli affetti, e particolarmente dell´amore,

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anziché dichiararsi stoltamente schiava del cuore, come succede tra i mondani: e dimostri effettiva­mente che, se negli animali e negli uomini anima­leschi l´amore non è altro che sentimento — ossia, più esattamente, istinto e senso, — invece negli uomini veri e integri l´amore è essenzialmente vo­lontà.

Sì, la volontà, che è soprattutto amore, può e deve intervenire nel regolare gli affetti del cuore, e particolarmente l´amore.

Il nostro santo Fondatore umilmente ricordava che, in giovane età, la sua non ordinaria sensibi­lità di cuore era stata sconvolta dalla morte di un merlo fino a piangerne per più giorni e che, nel Seminario di Chieri, era stata oltremodo scossa dalla morte dell´amico Chierico Luigi Comollo, giovane di candore verginale, di mirabile purezza e semplicità di costumi. Scrive Don Lemoyne: (89) « Il vivo dolore che provò alla morte dell´amico fu così grande, che fece nuovo proposito, per cui niu­no, da Dio in fuori, avrebbe posseduto il suo cuo­re. E per mantenere questo generoso proposito, da sua stessa confessione sappiamo che non ebbe a farsi poca violenza, anche più tardi, in mezzo ai buoni giovanetti che accoglieva nell´Oratorio ».

E perchè non ricordare qui la sua insistenza di « fuggire le amicizie Particolari coi giovani,

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perchè hanno delle attrattive per farsi amare »? (90). Parlando ai suoi chierici, spiegava così, pa­ternamente, il suo pensiero: « Certuni, e non sono in pochi, attratti da qualche dote sia corporale che spirituale di un altro compagno, o subalterno, tendono ad amicarselo, offrendogli ora un bicchier di vino, ora un confetto, ora un libro, ora una im­magine, ora altre cose. Si comincia in tal modo a coltivare le amicizie che escludono gli altri e preoccupano mente e fantasia. Quindi occhiate appassionate, strette di mano, baci; poi più avanti qualche letterina, qualche altro regalo: — Fammi questo piacere, fammi quest´altro; vieni, andiamo in quel luogo, in quell´altro. — Intanto i due amici si trovano impigliati nel taccio senza che se n´ac­corgano. Io potrei raccontarvi di molti e molti che si rovinarono per queste amicizie, predilezioni e relazioni particolari fra i compagni. Onde io Vi esorto ad essere amici di tutti o di nessuno ». (91) E, sempre a questo proposito, così parlava ai suoi Direttori: « Sia pure uno superiore, sia pure at­tempato, non importa: non c´è età nè santità pas­sata che valga contro le insidie di questo nemico. Anzi, quanto più l´età è avanzata, tanto; più è raffinata la malizia ». (92)

Va da sè che, ordinato l´amore, si può dire con­quistata la virtù. Afferma infatti San Tommaso,

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ripetendo il pensiero di Sant´Agostino, che in ogni virtù vi è un ordinato amore. E il Cardinal Bona, facendosi eco della più genuina tradizione cri­stiana, attesta: « Uomini dotati di cospicua sapien­za hanno definito che la virtù non è altro che l´ordine nell´amore, mentre il peccato è dell´amore il disordine ». (95)

Ceda dunque ogni subitaneo impeto o cieco affetto del cuore davanti all´equilibrato e forte amore della volontà, unico vero amore degno di questo nome: per tal modo avremo ben preparato il terreno per una virtù costantemente viva e vit­toriosa.

12. Atto umano.

Dalle potenze e facoltà di agire, proprie del­la natura umana, procede l´atto umano, ossia l´atto cosciente e libero.

« Ogni cosa della terra — al dire di un antico filosofo pagano — (94) possiede un bene suo pro­prio e peculiare. Ad esempio, pregio della vite è la fertilità, del vino il sapore, del cervo la velo­cità; i giumenti hanno la schiena robusta, uni­camente per portare pesi; del cane è propria la sagacia nello scovare la selvaggina, la velocità nel

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rincorrerla, l´audacia nel morderla e afferrarla. Se ciascun essere deve eccellere in quella cosa per la quale è nato e reputato, a maggior ragione deve distinguersi l´uomo nella intelligenza, che lo col­loca avanti agli animali e subito dopo gli dèi. Bene proprio e peculiare dell´uomo è l´usare per­fettamente della sua ragione. Le altre qualità in­vece le possiede in comune con gli animali, spesso anzi in minor grado. Se è forte, lo stesso è dei leoni. Se è bello, anche i pavoni lo sono. Se è ve­loce, lo sono di più i cavalli. Se è alto e corpulento, lo superano gli alberi. Se si slancia e muove a piacimento, non altrimenti fanno le fiere e i vermi. Se ha voce, la possiede ben più forte di lui il cane, più acuta l´aquila, più profonda il toro, più soa­ve e modulata l´usignolo ».

Essendo adunque doti proprie dell´uomo l´in­telligenza e la libera volontà, ecco che sarà atto suo proprio e peculiare, ossia atto umano, sol­tanto quello da lui conosciuto e voluto, vale a dire compìto scientemente e liberamente così .da esserne egli il responsabile.

Invece ogni atto di cui l´uomo è autore soltanto materialmente, cioè senza sapere e senza volere, vien chiamato scolasticamente atto di uomo: non dunque atto da uomo: non atto umano. Ad esem­pio, il respirare o il sognare dormendo, lo star‑

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nutire forzatamente, il gesticolare ´distrattamente e simili.

Neppure entrano nell´ambito dell´atto umano quegli impulsi e sentimenti spontanei, — ossia non deliberati, non ricercati, non acconsentiti, ­che vengono detti nel linguaggio della scuola mo­vimenti primi primi dell´uomo.

Noi troviamo questi princìpi applicati dal Ca­techismo, là ove ci dice che un´azione, sia pure in materia grave, non è peccato mortale, quan­do non procede da piena avvertenza della mente e da deliberato consenso della volontà. Se si è co­nosciuto oppure acconsentito imperfettamente, co­me capita nel dormiveglia o in un subitaneo im­peto di passione, restano assai diminuite la gra­vità e la responsabilità di un´azione, che per se stessa sarebbe mortalmente peccaminosa.

Anche i maestri di vita spirituale ricordano spesso alle anime questi princìpi fondamentali, allo scopo di riberarle da scrupoli e da timori in­fondati. E così l´uomo dato a vita spirituale vien paragonato a un gran palazzo con vari piani: an­zitutto quello terreno, delle cose del corpo; poi il primo piano, dei sensi esterni; il secondo, dei sensi interni; più in alto, il piano dell´intelletto; poi quello della memoria, e, in cima a tutto il piano della volontà. Malgrado la doverosa f u‑

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ga, risoluta e costante, delle occasioni prossime del peccato, a volte irrompe la tentazione, che vuol sommergere l´uomo nel,peccato mortale. Inon- - da con le sue acque turgide e melmose il corpo; si impadronisce dei sensi esterni; sconvolge anche i sensi interni, e in particolare la fantasia; si innal­za fino alla intelligenza e alla memoria; raggiunge persino gli affetti e sentimenti spontanei del cuore e della volontà. Ebbene, se questa volontà non dà il suo libero consenso — ossia, se non scende ai piani inferiori, dove le acque sono entrate e per­mangono contro sua voglia, e se respinge la tenta­zione dal proprio piano, che è il più elevato, con l´intenzione di fare lo stesso per gli altri piani subito appena possa, — l´uomo non ha offeso il suo Dio, malgrado l´invasione, il ribollimento, la violenza della tentazione. In questi casi penosis­simi basta che, sforzandosi di non perdere la sua pace interiore, l´anima si ritiri, per così dire, nella parte più alta e più intima di se stessa: ivi la li­bera volontà umana, aiutata dalla divina grazia, può sempre congiungersi finalmente con la Di­vina Volontà e ripudiare tutto ciò che è contrario alla legge di Dio. Per tal modo la tentazione di­venta sorgente di guadagno, anzichè origine di perdita spirituale.

Naturalmente è diverso il caso di chi dal pia‑

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no supremo della volontà è sceso a rompere le di­fese del pian terreno o degli altri piani, dando li­bero adito a stimoli e a soddisfazioni pericolose, temerarie e benanche illecite. Costui è un impru­dente e immortificato, che spesso si rende già col­pevole, in causa, dei mali maggiori derivanti dalla sua temerarietà. Per evitare simili disgrazie, l´ani­ma tentata dispone di mezzi validissimi con cui far tacere la tentazione: essi sono il ricorso a Dio e alla Madonna, ´e il richiamare alla memoria pen­sieri anche indifferenti, ma capaci di occupare

e distrarre la mente e la fantasia.

Non soltanto nelle tentazioni, ma sempre, l´uo­mo deve preoccuparsi di compiere atti veramente umani, avvalorati cioè dalla intelligenza e dalla

volontà.

San Giovanni Bosco raccomandava sovente di non agire mai a caso e di dar grande importanza a tutte le azioni che si fanno. (95) In ossequio alle paterne ammonizioni, i Regolamenti (art. 280) prescrivono al Maestro dei Novizi: « Esiga dagli Ascritti una grande esattezza e diligenza in tutte

le azioni ».

A tal fine la nostra intelligenza procurerà di evitare l´ignoranza, l´inavvertenza, la dimentican­za, e l´errore; e perfezionerà se medesima, anche per migliorare le azioni tutte della nostra vita.

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La nostra volontà poi si allenerà a usare spedita­mente della propria libertà, curando alla meglio possibile quelle indisposizioni organiche e correg­gendo volonterosamente quei difetti morali, che in modo abituale o saltuario inceppassero la liber­tà stessa, causando per conseguenza scosse e anor­malità nella nostra condotta e nel nostro agire.

13. Atto inorale.

L´atto è umano, in quanto consapevole e libero: ed è morale, in quanto riguarda il bene e i buoni costumi.

Chiamasi moralità la convenienza o conformità che le azioni dell´uomo hanno con la natura uma­na. L´uomo che non vive secondo la sua natura e i -dettami della sua ragione, anche se non illumi­nata dalla Fede, .vien meno al suo dovere e diso­nora se stesso. Tra gli stessi pagani non mancarono filosofi, che ben compresero questa verità e si sfor­zarono di diffonderla nella loro scuola. Diogene, ad esempio, reputava indegni d´esser chiamati uo­mini coloro che agivano seguendo gli istinti della bassa natura; e si narra che un giorno, indignato della immoralità dei suoi concittadini, li apostrof ò in pubblica piazza, paragonandoli a fetidi le­tamai. (96)

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La natura umana poi, considerata in concreto, ha varie relazioni. Relazione verso Dio, suo primo principio e. ultimo fine. Relazione verso gli altri uomini, che hanno la medesima natura, il mede­simo primo principio, il medesimo ultimo fine. Relazione verso gli esseri inferiori, dei quali deve servirsi senza abusarne, per conseguire il suo fine. Relazione tra corpo e anima, per cui la vita ve­getativa e la vita sensitiva, essendo inferiori alla vita della ragione, devono star soggette a questa, servirla e prestarle aiuto.

Dette relazioni, conosciute distintamente per mezzo della intelligenza, devono esser rispettate in ogni azione, affinchè ciascun atto risulti moral­mente buono.

Per ottenere tutto questo, Fumato ha la coscien­za, che guida, comanda, vieta e giudica.

E qui è opportuno ricordare che, nel giudicare della moralità delle nostre azioni, dobbiamo ba­dare, non solo a ciò che facciamo, ma anche al fine che ci proponiamo: vi sono infatti azioni per se stesse buone, che possono diventare moralmente cattive, se fatte per un fine cattivo; e vi sono azioni in se stesse indifferenti, che possono diven­tare buone, se compiute per un fine buono. Un fine buono però non giustifica mai azioni moral­mente cattive in se stesse.

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Dobbiamo inoltre far attenzione alle circostan­ze che accompagnano i nostri atti. Esse riguardano la persona che agisce (uomo, cristiano, religioso, salesiano, educatore, sacerdote, superiore) ed anche il luogo, il tempo, i mezzi per ottenere il fine vo­luto. Un atto in se stesso buono può. diventare moralmente cattivo, se compiuto in circostanze moralmente cattive; ma un atto per se stesso cat­tivo rimarrà sempre tale, anche se le circostanze fossero moralmente buone o indifferenti.

È cosa di sommo valore il possedere una co­scienza retta, sia morale che religiosa: in quanto morale, essa considera gli atti umani come leciti o illeciti, come buoni o cattivi, alla luce della leg­ge naturale; in quanto religiosa, li giudica pure in rapporto alle leggi divine ed ecclesiastiche.

Aiutare i giovanetti a formarsi questa duplice coscienza: ecco il fine dell´apostolato salesiano. Nel Regolamento per gli Allievi (Capo III, Della pietà, art. 4) il nostro Padre raccomanda in proposito: « Eleggetevi un Confessore stabile, a lui aprite ogni segretezza del vostro cuore. Ascoltate con attenzione le prediche e le istruzioni morali. Non partite mai dalle prediche senza portare con voi qualche massima da praticare durante le vostre occupazioni, e date molta importanza allo studio della Religione e del Catechismo ». Sempre pel

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desiderio che i giovani, assistendo alle prediche e alle istruzioni morali, capiscano e si istruiscano, egli insiste: « Quelli che si degneranno di venire in quest´Oratorio a spiegare la parola di Dio sono caldamente pregati di essere chiari e popolari quanto è possibile; facciano cioè in modo che in qualsiasi punto del discorso gli uditori capiscano quale virtù sia inculcata, o quale vizio sia bia­simato ». (97)

Non è qui il caso di ricordare per disteso l´ope- • ra svolta da San Giovanni Bosco per illuminare, educare, tranquillare le coscienze dei suoi gio­vani e delle persone che ricorrevano al suo sacer­dotale ministero. Visitando nel 1883 l´Istituto Cat­tolico di Parigi, esaltava l´importanza dell´insegna­mento superiore, massime per i sacerdoti, facendo poi questo riflesso, che indica la sua costante preoccupazione per le anime e per la scienza mo­rale, che in particolar modo deve aiutar a salvar­le: « Nulla vi è più penoso per un prete che aver da fare con una coscienza imbrogliata ». (98)

Anche come Direttore e Padre spirituale della Casa, procurava che i giovanetti imparassero a operare per principio di coscienza e non per paura di castighi. (99) Egli condivideva pienamente que­sto giudizio del Vescovo di Casale Monferrato su­gli alunni dei collegi salesiani: « L´atmosfera stes‑

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sa che li circonda, l´aria che respirano, è impre­gnata di pratiche religiose. Questo è che rende i giovani così docili, che li fa operare per convin­zione e per coscienza ». (100)

Il Formulario del nostro Esame di Coscienza per l´Esercizio della Buona Morte contiene que­sta domanda, che è importantissima per la pratica del Sistema Preventivo: « M´impegno di aiutare i giovani a formarsi una coscienza vera, retta, deli­cata, senza scrupoli? »

Facciamo in modo di poter sempre rispondere affermativamente. Con questo nostro costante im­pegno coopereremo efficacemente a far fiorire la moralità nelle Case, Oratori e Missioni, secondo lo spirito del nostro santo Fondatore.

14. L´abitudine.

La moralità riguarda gli atti, non soltanto pre­si singolarmente, ma anche in quanto generano l´abitudine, se ripetuti e moltiplicati: la parola morale deriva appunto dal latino mores, che vuol dire costumi abituali.

Tutti ci sentiamo facilmente inclinati a com­piere certi atti piuttosto che certi altri. Tale in­clinazione, una volta divenuta stabile, è quello che si chiama abito o abitudine: sia nel campo intel‑

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iettuale, come avviene per le scienze; sia nel cam­po tecnico e sportivo, come constatiamo per le ar­ti e mestieri e pei divertimenti atletici; sia nel campo morale, come dobbiamo ora notare per le virtù e vizi.

L´abitudine di compiere un atto è prodotta dal ripetere molte volte quell´atto medesimo.

L´azione da noi compiuta lascia nella nostra mente, nei nostri nervi, nei nostri muscoli, in tutto

noi stessi, una specie di piccola, insensibilissima

traccia, di cui nemmanco ci accorgiamo. Al rip&er­si di detta azione, la traccia si approfondisce e a

poco a poco forma quasi un piccolo solco o sen­tiero: nasce così in noi l´abitudine a quella mede­sima azione.

Comprendiamo quindi perchè si succedono a volte in noi pensieri e fantasie stravaganti: sono

frutto di piccole accondiscendenze, magari in sè leggere, ma che col ripetersi hanno lasciato in noi profonda impressione. Rinnovandosi le stesse cir­costanze, si hanno di conseguenza nel nostro orga­nismo le medesime vibrazioni.

È necessario perciò creare in noi solchi buoni, cioè buone abitudini, ed eliminare i solchi cattivi,

ossia le abitudini cattive. Passando molte volte, an­che per una sterpaglia, poco alla volta spariscono le erbe, gli sterpi e si forma un bel sentiero.

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Tanto più che gli abiti morali, buoni o cattivi, producono l´effetto di far agire con prontezza, con facilità e con diletto; e siccome è proprio della na­tura far operare in modo pronto, facile e dilettevo­le, suol dirsi che « l´abito è una seconda natura ».

Sant´Agostino così descrive il miserevole stato, cui lo aveva ridotto la cattiva abitudine, diventata per lui una seconda natura: « Sospiravo egualmen­te anelli() trovandomi legato non dal ferro altrui ma dalla mia volontà divenuta di ferro. Il mio vo­lere stava in mano del mio nemico, il quale ne ave­va fabbricata una catena, con cui mi teneva stret­tamente legato. Dalla mia volontà pervertita e dal­l´assecondarne le cattive inclinazioni si era formata l´abitudine, dal non resistere all´abitudine era na­ta la necessità: cose tutte che, come tanti anelli in­seriti uno nell´altro, e per questo la chiamai ca­tena, mi tenevano stretto in dura schiavitù. Mi era bensì nata la volontà nuova di volerti servire senza mercede, o mio Dio, e di goderti, o unica e sicura giocondità dell´anima; però non bastava ancora a superare l´altra mia prima volontà, resa gagliarda dalla vecchia abitudine. Così questi miei due voleri, l´uno vecchio e l´altro nuovo, l´uno car­nale e l´altro spirituale, combattevano tra loro e siccome il primo discordava dal secondo, squar­ciavano e dissipavano l´anima mia ». (101)

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San Giovanni Bosco, in una Buona Notte, dopo aver chiesto scherzosamente ai giovani il permesso di far loro da parrucchiere, proseguiva: « Vi ri­cordate che si legge nella storia come avendo i Ro­mani tolte le armi ai Cartaginesi, costoro non aven­do corde da mettere agli archi tagliarono i capelli alle loro donne, che li avevano lunghissimi, e in­trecciatili ne fecero delle corde. Ora io non vaglio che i vostri capelli diventino delle corde. Voi mi domanderete: — Che cosa vuol dire ciò? — Ecco! Santa Teresa dice che anche l´anima ha i suoi ca­pelli, i quali se si lasciano crescere diventeranno corde. Questi capelli dell´anima sono i difetti che ciascuno ha. Sono piccoli da principio, sottili co­me un capello, ma se non si tagliano quando in­cominciano a manifestarsi, diverranno in breve così grossi, così lunghi che il demonio ne farà del­le corde per tirarvi alla rovina. Questi difetti, que­sti vizi adesso si possono facilmente tagliare, ma andando avanti diventano abito, mettono profonde radici, diventano corde e come si fa a tagliare le corde con un paio di forbici? »

Accennato così al formarsi dell´abitudine, il buon Padre scendeva a casi concreti: « Per esem­pio: Ad uno salta la voglia di fumare e fuma na­scostamente. È un piccolo capello che cresce. Se mi ascolta, se si persuade che è cosa dannosa, se

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lascia questo capriccio, ecco il capello tagliato.

Se invece vuol continuare, si sottrae alla vista dei

Superiori, si nasconde- in luogo appartato, si as‑

suefà ai sotterfugi, viene il giorno che incontra

qualche diavolo, ed ecco la corda che lo trae in

perdizione: senza contare il danno che può rice‑

verne la sanità. Un altro ama i liquori, cerca di

averne provvista nel baule, di quando in quando

ne beve un bicchierino. Ecco il capello. Se si la­scia guidare da chi gli vuol bene, capirà che con

ciò s´infiamma- il sangue, e che non sono conve­nienti simili bibite ad un giovanetto bene educato, ed ecco il capello tagliato. Se invece vuol conti­nuare a dispetto degli avvisi, farà disordini, il sangue si accende, talora sarà mezzo brillo, le ten­tazioni assaltano, si cede ed ecco la corda. Vi è un tale che quando può avere roba da mangiare, salame, frutta, formaggio, è felice; mangia a tutte le ore: procura di aver sempre la provvista ab­bondante: se non ne ha, scrive ai parenti che glie­ne mandino. Ecco il capello. Se obbedisce al su­periore che gli dice di mangiare a pasto con cer­ta misura, non fa indigestione, non fa malattie; ma se si lascia vincere dall´appetito, collo stomaco pie­no non può più studiare; a poco a poco aborre dall´applicarsi- perchè ciò gli fa male, si dà alla poltroneria; l´ozio è il padre di tutti i vizi, ed ec‑

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co la corda. Vi sarà un giovane il quale talora ha un po´ di rispetto umano nello star composto in Chiesa, nel farsi bene il segno della Croce, nel­l´andare ´con certa frequenza ai Sacramenti. Pove­retto, se non cambi, sappi in primo luogo che Dio conosce l´interno dell´animo tuo e poi questo ri­spetto umano ti farà trasgredire l´obbligo della Messa, del far vigilia, quando sarai fuori dell´Ora­torio: ed ecco la corda, e che corda! E così an­date avanti discorrendo. Si incomincia dal poco e si va al molto. Si incomincia dalla bugia e si finisce col calunniare i compagni quando non si sa come scusarsi. Il capello della disubbidienza finisce colle corde di certi discorsi ».

« Insomma — conchiudeva il santo Educato­re — aiutatemi a correggervi delle mancanze leg­gere colla vostra buona volontà. Lasciatemi taglia­re questi piccoli capelli e il demonio non riusci­rà ad afferrarvi e a strascinarvi ». (102)

Pei suoi Salesiani Don Bosco lasciò scritto nel- - le Costituzioni (art. 188, P): « Ognuno stia attento a non lasciarsi legare da abitudini di nessun gene­re, neanche di cose indifferenti ». Si direbbe che a questo articolo egli abbia fatto un commento an­ticipato, quando nell´Elogio Funebre del suo san­to Confessore e Benefattore Don Caf asso così si esprimeva: « Oltre il mortificare costantemente i

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sentimenti del corpo, Don Cafasso era nimicissi­mo di ogni abitudine anche la più indifferente. — Dobbiamo abituarci a fare del bene, e non al­tro — soleva dire. — Il nostro corpo è insaziabile. Più gliene diamo, più ne dimanda; meno gliene si dà, meno egli dimanda. — Quindi non si è mai voluto abituare al tabacco, nè a commestibili dol­ci, nè a bibite particolari ad eccezione di quelle or­dinate dal medico. Nel corso dei suoi studi, in col­legio, in seminario non volle far uso nè di caffè, nè di frutta a colazione e a merenda ».

Dai santi Fondatori fu sempre considerata co­me cosa della massima importanza l´introdurre nel­le famiglie religiose buone abitudini, usanze e consuetudini: si direbbe che, più ancora delle leg­gi scritte, essi fossero preoccupati delle costuman­ze, come se da queste, non meno che da quelle, di­pendesse il buono spirito delle varie religioni.

Soltanto dopo anni e anni di apostolato San Giovanni Bosco si decise a stampare — sono sue parole — il « Regolamento, che finora si è quasi sempre usato tradizionalmente » (Regolam., In­trod. all´art. 87). Tutti i suoi primi figli con lui presero a cuore il celeste ammonimento del giovi­netto biancovestito nel Sogno dei Dieci Diamanti:

Le vostre opere siano come una luce, che sotto forma di sicura tradizione sirradii sui vostri fra‑

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telli e figli di generazione in generazione ». (103) Naturalmente i superiori hanno in questo la maggior parte della responsabilità. Osserva infat‑

ti San Bernardo: (104) « Colui che viene eletto su­periore, non è messo al di sopra delle paterne tradizioni per cambiarle, ma al di sopra dei pro­pri fratelli per farle osservare ».

Anche i sudditi devono cooperare in questo coi loro superiori. Son degne di esser meditate le se­guenti parole di Santa Teresa di Gesù alle sue figlie: « Se comprendessimo tutto il danno che si fa nel dar principio a una cattiva usanza, vorrem­mo piuttosto morire che esserne noi la causa; poi­chè morirebbe soltanto il nostro corpo, mentre il perdersi delle anime, oltre che essere una grande perdita, sembra che non finirà mai più di produrre sempre nuove perdite: infatti, morte le attuali reli­giose ne verranno ´delle altre, e a tutte forse, sia presenti che future, capiterà di aver parte in una cattiva consuetudine da noi introdotta, piuttosto che in molte nostre virtù, perchè una cattiva usan­za il demonio non la lascerà più cadere, mentre la debolezza stessa della natura umana farà sì che si perdano tante virtù. Oh, — continua la santa Riformatrice del Carmelo, — che grandissima ca­rità farebbe, e che grande servizio a Dio, la mo­naca che, vedendo di non poter sopportare le usan‑

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ze che ci sono in questa Casa, lo riconoscesse e se ne andasse! E badi bene che questo è un suo pre­ciso dovere, se non vuole avere un inferno di qua e, Dio non voglia, l´altro di là; poichè vi sono mol­te ragioni per temere tal cosa: e forse nè essa nè le altre monache lo capiranno tanto bene, quanto lo capisco io ». (105)

11 Signore liberi da sì tremenda responsabilità tutti i figli e figlie di San Giovanni Bosco, aiu­tandoli a osservare costantemente le paterne tra­dizioni e ad esercitare se stessi nelle virtù e opere buone corrispondenti a tali religiose e pedago­giche consuetudini.

15. La virtù.

Dalla buona abitudine alla virtù è facile, an­zi spontaneo, il passo.

Il sommo filosofo Aristotele, allontanandosi da coloro che dicevano essere la virtù lo stesso che la scienza, e l´uomo virtuoso essere uguale a uomo istruito, rivendicò in pieno il valore della libera volontà umana e definì la virtù « un´abitudine, che rende idonei e pronti a una saggia determina­zione pratica ». (106)

Filosofi e teologi cristiani raccolsero e perfe­zionarono questo concetto, chiamando la virtù

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« abitudine ottima dell´anima » o « abitudine di un´anima ben formata ». (107)

Soprattutto San Tommaso, nella celebre trat­tazione delle virtù, con la quale impreziosisce la sua Somma Teologica, insiste nel dimostrare che la virtù umana è un « abito operativo buono »: — abito, ossia qualità permanente che rende l´anima ben disposta e rettamente inclinata, e al tempo stesso costante nella sua buona volontà;

— operativo,• poichè riguarda immediatamen­te l´azione pratica;

— buono, perchè ordina al bene le potenze umane, regolandone l´esercizio conformemente al­la ragione. (108)

Anche da questa sola definizione, data dall´An­gelico Dottore, si può subito rilevare la grandezza e l´eccellenza della virtù.

La virtù, come abito, è la migliore delle quali­tà che possano adornare la natura umana. Se « persona di qualità » o « persona qualificata » nel­la nostra lingua sta a indicare un individuo di gran condizione sociale, senza dubbio il dire « per­sona di virtù » o « persona virtuosa » è fare il più bell´elogio di uno: poichè la nobiltà dei natali, l´ornamento della prestanza fisica, l´abbondanza delle ricchezze, il cumulo degli onori, e via di­cendo, sono tutte cose esteriori all´anima e annes‑

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se all´uomo anche senza suo merito; mentre la vir‑

tù è una qualità che compenetra intelletto e volon­tà, raggiungendo l´intimo di colui che se l´è valoro‑

samente conquistata. Anzi, come stabile inclina­zione, è qualità ferma e costante, pur tra il flusso e riflusso dei beni mondani.

La virtù poi, come abito operativo, segna il trionfo dell´attività veramente umana. Essa, con gran facilità e con instancabile continuità, suscita

idee e affetti, alimenta iniziative e slanci generosi, vince seduzioni e crudeltà, supera inimicizie e ostacoli, produce azioni egregie ed opere eccellen­ti. Insomma, chi dice virtù, clic vigore, agilità, energia indefessa e feconda.

La virtù infine, come abito operativo buono, è tutta per il bene: non solo fa intimamente buono

colui che la possiede, ma ne rende buone le azioni. Gli atti virtuosi infatti portano il suggello di una mente in tutto concorde alla umana natura e di una volontà gagliarda e perseverante nel ben operare.

Aggiungeremo ancora un rilievo. La virtù, come abito operativo buono, è il miglior coefficiente del­la propria personalità. Infatti si domanda il già citato Padre Janvier: « Ma basta forse esser pron­ti all´azione, sentircisi inclinati, mettercisi con fa­cilità, per esser annoverati fra gli uomini virino‑

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si? » E il dotto conferenziere risponde: « No. L´at­to di virtù è personale, essenzialmente personale,

voglio dire che emana da noi, dalla nostra ragione e dalla nostra volontà, le quali sono le due sorgen­ti della personalità. Se noi ci mettiamo in moto sot­to il comando del nostro temperamento, di una ten­denza, di un capriccio; se camminiamo spinti dal­l´opinione, dalla moda, dalla corrente; noi non ci muoviamo, ma siam mossi: non siam noi a opera­re, ma altri operano in noi e per mezzo di noi ». (109)

A coloro pertanto, specialmente giovani, i qua­li fossero inquieti per l´ansia di formarsi una per­sonalità vera e propria o anche per la bramosia di celesti favori e carismi, gioverà ricordare le seguenti parole di San Giovanni Bosco ai suoi giovanetti: « Colui il quale vuol realmente dive­nir grande, ha bisogno di incominciare fin da gio­vane a battere coraggiosamente la via della vir­tù. A me è più cara una virtù costante che le gra­zie straordinarie ». (110)

16. Il giusto mezzo.

Nell´antico proverbio In medio stat virtus, ossia La virtù sta nel giusto mezzo, è racchiusa un´av‑

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vertenza importantissima per coloro che vogliono darsi seriamente alla virtù.

A un giardiniere somiglia infatti colui che pen­sa di arricchire l´animo suo, ad esempio, col nar‑

do dell´umiltà, col giglio della purezza, col melo­grano della carità, con la mirra della mortifica­zione, con la quercia della costanza, con la palma

del disprezzo per le cose basse e vane, e via di­scorrendo.

Ed ecco che questo nobile giardiniere si accor­ge all´atto pratico che, invece di quel dato fiore o

della piantina vagheggiata, va talvolta germoglian‑

do un´erba cattiva o un arbusto velenoso: sarà, ad esempio, l´eccesso nel mangiare e nel bere, sotto pretesto di ospitalità; l´astuzia, in maschera di

discrezione; la malignità, in manto di prudenza; la pigrizia, sotto l´etichetta della mansuetudine; l´amarezza d´animo, camuffata da amare del si‑

lenzio; la durezza di cuore, in paludamento di giustizia.

A ciò si aggiunga il facile disorientamento cau­sato dal giudizio sfavorevole che i maligni dànno

anche delle virtù vere tacciandole di vizi, secondo questa constatazione di Sidonio Apollinare: (111)

« C´è da vergognarsi al vedere come la sincerità della virtù resta infangata sotto la calunnia di

vizio. L´umile è chiamato abbietto; il magnanimo,

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superbo. Chi è poco istruito, per la sua imperizia vigne deriso; chi ne sa abbastanza, per la sua scienza viene giudicato tronfio. L´individuo severo è oggetto d´orrore come un crudele; l´indulgente è incolpato di condiscendenza. Colui che è semplice, vien disprezzato come un giumenta; colui che è acuto, vien reputato scaltro. Il tipo diligente lo si proclama superstizioso; quello calmo, negligente. L´uomo solerte è detto cupido; l´uomo quieto, in­fingardo. L´astemio lo si fa passare per avaro. Chi a mensa mangia, vien accusato di voracità; chi digiuna, vien rimproverato di vanità. La libertà è condannata quale sfacciataggine; la modestia dà noia come se fosse rozzezza. I caratteri rigidi son malvoluti per la loro austerità; quelli dolci son disprezzati per la, troppa confidenza ».

Tutto questo deve farci stare all´erta, memori che, per praticare la virtù, non dobbiamo allon­tanarci dal giusto mezzo tra l´eccesso o esagera‑

zione e il difetto o scarsità. « Difatti, tutte le virtù trovarsi fra due estremi. La fortezza non si con‑

cilia coll´eccesso del timore´ e con quello dell´auda‑

cia; la prudenza non si accorda nè coll´astuzia nè colla temerità; la temperanza si muove fra l´im‑

passibilità e la voluttà; la giustizia, fra l´avarizia e la prodigalità; la fede, fra lo scetticismo e la credulità; la speranza, fra la presunzione e la di‑

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sperazione; la carità, fra la freddezza, che nessun motivo riesce a scuotere, e la sensibilità, che per nulla si commuove. Quelle stesse qualità che per natura sembrano richiedere gli estremi, quali la magnificenza e la magnanimità, si guardano bene tuttavia dalle esagerazioni che offendono, la retta ragione. L´uomo magnifico, così alieno dalla gret­tezza, così inclinato a diffondere il suo oro senza neppur contarlo, rnon dà a diritto nè a rovescio, non cade nello scialacquamento nè nella dissipa­zione dei beni; il magnanimo, così proclive per le

grandi azioni, non si perde mai nella stranezza e nella follia ». (112)

Aveva dunque ragione Aristotele di notare che la virtù « consiste nel seguire quella via di mezzo,

che fa per noi ed è conforme alla nostra- ragio­ne ». (113)

Ciascuna virtù pertanto cammina, per così di­re, fra due vizi: se piega a destra o a sinistra, i

suoi atti non possono più dirsi virtuosi. Questo pericolo, che nel mondo è tanto comune, si può ve­rificare e si verifica, benchè sotto altra forma, an‑

che tra le persone che attendono alla perfezione e vivono in comunità.

Ecco una breve esemplificazione. Un religioso può lusingarsi di esercitare la virtù della pazien‑

za, allorchè rimane indifferente a ciò che lo cir‑

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conda: non dimostra alcun interesse per la giu­stizia, nè zelo per la disciplina, chiudendo magari

gli occhi sui difetti propri e su quelli degli altri, che egli dovrebbe correggere. Questa non è pa­zienza, ma indifferenza colpevole. Può succedere che un altro, per un concetto falso circa l´umiltà, si ritenga inutile, incapace a qualsiasi cosa, per-. fino ad avanzare nella virtù, perdendo forse la fiducia di salvarsi eternamente. Si può dire umile costui? No, perehè l´uomo sinceramente umile sa intraprendere, fidando nell´aiuto del Cielo, opere grandi e generose pel suo profitto spirituale e per la sua eterna salvezza. I Santi operarono cose mi­rabili, perchè erano profondamente umili.

Altri esempi ancora. Un religioso, per idee false intorno alla virtù della temperanza, si mette in capo di nutrirsi così parcamente da non poter più essere in grado di attendere al proprio ufficio. Anche questa è larva di virtù, che a Dio non può tornar gradita. Lo stesso dicasi di chi volesse eser­citare la carità mostrandosi condiscendente in ri­chieste non ragionevoli: tale comportamento è de­bolezza deplorevole, infedeltà all´ufficio, e non ca­rità verso il prossimo. Anche lo zelo eccessivo di­venta vizio, come quando con troppo ardore, e senza il debito consenso dei Superiori, si intra­prendono attività esteriori, nocive al raccoglimen‑

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to e divozione. L´angelico Pio XII, nella sua recen­te Esortazione al Clero, definisce questo esagerato affanno per il lavoro « eresia dell´azione ».

Se volessimo continuare l´enumerazione, po­tremmo anche dire che l´allegria smodata, allo sco­po di combattere e vincere la tristezza e l´accidia, facilmente degenera in sguaiataggine; e che la mortificazione inconsulta della lingua, o tacitur­nità, con il pretesto di evitare parole inutili, è piuttosto sciocco mutismo, che può anche recar danno al prossimo con cui si ha il dovere di co­municare.

Dai casi enumerati e da altri che facilmente ai possono immaginare a proposito di varie virtù, si rileva quanto sia necessario tenere il giusto mezzo nell´esercizio della virtù, in modo da equilibrare

o  contemperare una virtù con le altre. E così, ad esempio, la giustizia non deve mai andare disgiun­ta dalla clemenza, la quale interviene a mitigare opportunamente il castigo. Talora la carità sincera può autorizzare a tralasciar una pratica di pietà

o  un´opera buona per compierne un´altra più ur­gente e necessaria a beneficio del prossimo. Per chi vive in comunità la via più sicura, in tali casi, è di rimettersi al giudizio del proprio Superiore.

Bisogna infine osservare che il giusto mezzo non riguarda i due estremi considerati solamente in se

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stessi, ma anche avuto il debito riguardo alla con­dizione e alla qualità di colui che agisce. San Tom­maso dà in proposito un esempio molto concre­to: non si può dare una regola universale ri­guardante la giusta misura del cibo da prendersi, perchè potrebbe darsi che una medesima quantità per l´uno sia troppo e per l´altro invece troppo po­co. Si deve anche considerare la posizione che uno ha come superiore- o inferiore, sacerdote o laico, per giudicare quale sia il giusto mezzo nell´uno e nell´altro caso. (114)

Chiuderemo queste considerazioni, tanto pra­tiche per la vita virtuosa, ricordando che « la dottrina del giusto mezzo non è affatto una dot­trina di languidezza e di morte; non ci obbliga a reprimere la vita o a disdegnare l´entusiasmo; non costringe affatto a quella tiepidezza di sentimenti, a quella mediocrità di sforzi e di azioni che non dispiacciono meno a Dio che agli uomini; ma si concilia molto bene con l´esaltamento della volon­tà, con l´ardore degli affetti, con le fiamme del cuore ». Davanti alla difficoltà di trovar sempre questo giusto mezzo, rammentiamoci che « lo stu­dio, la riflessione, l´esperienza, la retta intenzione e il retto giudizio, la memoria del passato e fa do­cilità ad ascoltare i consigli, riescono di grande aiuto, quando si voglia dirigere come si deve la

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propria vita », per potere con l´aiuto di Dio « ar­rivare in tutto a quel punto, fuori del quale non vi è posto per il bene ». (115)

17. Alcuni gruppi di virtù.

Ogni virtù è come un fiore che espande un suo particolare profumo. Così — per esprimerci con San Gregorio Magno — (116) « olezza d´una ma­niera tutta sua il fiore della vite, poichè grande è la virtù e la fama di coloro che, predicando, ine­briano le anime degli uditori. In altro modo odo­ra il fiore dell´ulivo, perché soave è l´opera di mi­sericordia che, come olio, riscalda e illumina. Tu maniera sua propria manda olezzo il fiore della rosa, poichè il corpo acquista candore di vita dal­la incorruzione della verginità. Diverso profumo emette il fiore della viola: grande è invero la virtù delle anime umili, che preferiscono l´ultimo posto, non si ergono superbamente e conservano in cuore la regale porpora per il cielo. A modo suo è pro­fumata la spiga, quando raggiunge la maturità, poichè la perfezione delle buone opere sta prepa­rata per saziare coloro che hanno fame della giu­stizia ».

Sarebbe cosa oltremodo bella e gradita il pas‑

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sar a cogliere il profumo di ciascuna virtù umana, cristiana, religiosa, salesiana, sacerdotale. Ma non ci siamo ancora scostati dal campo della sola vir­tù umana. E qui stesso dobbiamo limitarci a osser­vare alcune principali divisioni della virtù, ossia alcuni raggruppamenti più generali che, quali im­mense aiuole, raccolgono in sè e mettono in vista le virtù secondo una comune origine, o una co­mune caratteristica, o un comune insieme di an­nessi e connessi. "

a) Virtù acquisite.

Non vi dovrebb´essere questione sull´origine del­le virtù umane: esse sono tutti abiti acquisiti me­diante la ripetizione degli atti corrispondenti.

Non è raro però il caso di sentire frasi come questa: « È innata nel tale la virtù della genero­sità », quasi a dire che vi sono abiti buoni conge­niti, ossia virtù nate con noi.

Da questo equivoco, che confonde la virtù con la predisposizione nativa che orienta più facil­mente alla virtù, ci mette in guardia San France­sco di Sales:

« Si dànno — scrive il nostro santo Patrono e Titolare — certe inclinazioni che passano per vir‑

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tù e non sono che favori e doni di natura. Quante persone non troviamo che sono naturalmente so­brie, semplici, piacevoli, caste, oneste, silenziose!

« Tutto questo sembra virtù, ma non ne ha il merito, a quel modo stesso che neanche le cattive inclinazioni naturali meritano alcun biasimo, fin­chè non diamo ad esse il nostro volontario e libero consenso.

« Il mangiar poco per natura, non è virtù, ma bensì il farlo per elezione; come non è virtù esse­re inclinati al silenzio, ma il tacere di proposito, e per buon motivo.

« Molti si pensano di avere virtù perchè non cadono nei vizi ad esse contrari, e hanno torto. Chi non è mai stato assalito, può bensì affermare di non essersi mai dato alla fuga, ma non di aver mostrato valore; chi non ha contrarietà, può van­tarsi di non fare atti di impazienza, ma non di es­sere paziente. Così a tanti sembra di avere delle virtù, mentre non hanno che delle buone inclina­zioni naturali ». (117)

C´è senza dubbio da ringraziare il Signore per quei doni di natura, che tanto bene dispongono a far nascere e crescere in noi le virtù. Per questo il nostro santo Fondatore, scrivendo la biografia dei suoi allievi più esemplari, fa sempre risaltare le loro buone inclinazioni naturali, ossia le loro

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predisposizioni native alla virtù. Per esempio, scri­ve del Beato Domenico Savio: « Egli aveva sortito dalla natura un´indole buona, un cuore propria­mente nato per la pietà». Ma, distinguendo tra ec­cellente inclinazione di natura e frutto di costan­te lavorio da parte della volontà, attesta ancora dell´angelico giovinetto: « Chi mirava il Savio nel­la sua compostezza esteriore ci trovava tanta na­turalezza che avrebbe facilmente detto essere sta­to così creato dal Signore. Ma quelli che lo conob­bero da vicino, od ebbero cura della sua educazio­ne, possono assicurare che vi era grande sforzo umano coadiuvato dalla grazia di Dio ». (118) Si comprende adunque come nella Prefazione alla Vita di Magone Michele abbia voluto adattarsi al modo comune di esprimersi quando dice ai suoi giovani: « In Savio toomenico avete visto la virtù nata con lui », aggiungendo però subito: « e colti­vata fino all´eroismo in tutto il corso della sua vita mortale ».

Sempre a proposito di virtù acquisite, con­viene notare che il sentire ancora in noi stessi il contrasto delle passioni non vuol dire che siamo privi delle corrispondenti virtù. Queste infatti — come fa notare San Tommaso — (119) « non estin­guono del tutto le passioni: soltanto le regolano e le modificano, di modo che noi non veniamo più a

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trovarci in loro balia. Tuttavia le virtù acquisite ci procurano il vantaggio di sentir di meno l´as­salto delle medesime passioni, precisamente per­chè la consuetudine virtuosa ci ha disabituati dal­l´obbedire a esse e abituati invece a resistere loro ,con energia e successo ». Pensiero, questo, che ci sarà sempre di conforto e di incoraggiamento nei momenti di lotta e di trepidazione spirituale.

b) Virtù intellettuali.

Tra le virtù naturalmente acquisite mediante la ripetizione costante di atti buoni meritano anzitutto la nostra considerazione le virtù intel­lettuali, ossia quelle che perfezionano la facol­tà conoscitiva per eccellenza, che è l´intelligenza..

Conoscere il vero per affermarlo e il falso per negarlo: ecco il compito del nostro intelletto. kl­lorquando tale conoscenza si arresta nel pensiero, si chiama « speculativa »: se invece procede al­l´applicazione, all´operazione, è detta «. pratica ‘>.

L´Angelico Dottore (120) insegna che le virtù intellettuali sono stabili inclinazioni al bene, le quali perfezionano l´intelletto non soltanto spe­culativo, ma anche pratico.

Se riflettiamo che tali appunto sono le scienze

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e le arti, dobbiamo concludere che grande è l´im­portanza delle virtù intellettuali per i Figli di San Giovanni Bosco.

Anzitutto abbiamo avanti a noi i fulgidi esem­pi del nostro Padre: quando, giovanetto, si impra­tichiva dei più svariati mestieri e quando, semi­narista, attendeva con ardore agli studi. Non po­tremo mai dimenticare la splendida affermazione uscita dalle anguste labbra del Papa Pio XI: « Sfuggì a molti _quella che fu la preparazione del­la sua intelligenza, la preparazione della scienza, la preparazione dello studio e sono moltissimi quel­li che non hanno l´idea di quello che Don Bosco diede e consacrò allo studio. Aveva studiato mol­tissimo, continuò per molto tempo a studiare va­stissimamente e un giorno ci disse ciò che non aveva confidato a nessuno, ma che, incontrandosi con un uomo di libri e di biblioteca, gli pareva di dovei dire: aveva un vasto piano di studi, un va­sto piano anche di opere di storiografia ecclesia­stica ». (121)

La nostra stessa missione educatrice ci impone l´acquisto e lo sviluppo di sode virtù intellettuali, speculative e pratiche.

Noi dobbiamo coltivare giovanetti studenti. Ora « i maestri del pensiero, col chiamare la scienza una virtù della mente, hanno attestato che l´uomo

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si leverebbe a grande perfezione quando l´avesse acquistata. La scienza infatti ci mette in possesso della verità; e quand´anche non ci desse che que­sto, la verità, meriterebbe già la nostra ricono­scenza. Infatti, la verità di per se stessa, per non parlare delle sue relazioni con la vita, è una su­blime cosa. Niente vi è di più grande al mondo quanto il pensiero, e il meglio che trovasi nel pen­siero è la verità. Chi la possiede è già ricco, qua­lunque sia d´altra parte la sua indigenza; chi ne è sprovvisto è un miserabile, qualunque sia d´altra parte la sua opulenza ». (122)

Noi dobbiamo coltivare giovani artigiani e agri­coltori. « Senza dubbio, nel modo di trattare la materia c´entra il mestiere: l´esercizio, la pratica abituale d´inciampare nelle difficoltà devono aver piegato e resi più docili gli strumenti dei quali ci si serve. Ma al tempo stesso gli strumenti e le ma­ni devono ubbidire alla visione della mente, alla potenza dell´idea, alla virtù dell´intelletto prati­co ». (123) È dover nostro educare i nostri artigiani e agricoltori a non crescere nè automi nè schiavi della materia, bensì a diventare lavoratori illu­minati e coscienti, che sapranno domani sceglier­si i materiali, maneggiare gli strumenti del pro­prio lavoro e piegare la materia ai fini voluti dalla loro mente, fatta saggia e progredita.

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Noi dobbiamo suscitare e accrescere nei nostri alunni l´amore all´arte, la quale è lo splendore del vero e del bello. Dalla magnificenza dei riti, ceri­monie e processioni sacre alla soavità incantevole di voci, di salmodie, di strumenti musicali; dalla gioconda letizia di, trattenimenti drammatici e ac-, cademici allo spettacolo di ben ordinati saggi gin­nastici; dalla considerazione dei capolavori umani di architettura, scultura e pittura al concorso dato personalmente a mostre ed esposizioni tecni­che e professionali: il nostro è tutto un ambiente propizio a rafforzare nei nostri alunni quel con­cetto artistico, che racchiude in sè un misto feli­cissimo di verità e di idealità.

Noi dobbiamo soprattutto curare, nell´istruire i giovani e il popolo, quella chiarezza, che renda l´idea in modo sì netto e positivo da imporsi facil­mente alle loro intelligenze: ed in questo ancora ci aiuta l´arte, vera virtù intellettuale. Una idea misteriosa, o inaccessibile, o appena appena ac­cennata, non fa presa: « bisogna che risplenda, che diventi, non dico intelligibile, ma sensibile, che parli agli occhi, alle orecchie, alla immaginazione, perchè si renda popolare. L´immagine, l´inno, il cantico, la parola adorna di figure, di similitudini, di paragoni, valorizzano le idee profonde e i prin­cipi astratti; per questo oggi facciamo largo uso di

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incisioni, di illustrazioni, di teatri; per diffondere, cioè, le nostre convinzioni nelle intelligenze primi­tive ed incolte. L´opera d´arte è il libro nel quale legge la moltitudine ». (124)

Possano queste considerazioni circa le virtù intellettuali animare sempre più i figli di Don Bo­sco allo studio: non solamente i sacerdoti, pei qua­li « la scienza, come dice San Francesco di Sales, è l´ottavo sacramento »; non solamente coloro che aspirano allo stato ecclesiastico, i quali, secondo l´espressione delle Costituzioni (art. 164), « devono attendere seriamente » agli studi filosofici e teolo­gici; ma anche i coadiutori, ai quali incombe

l´ob­bligo di istruire i giovanetti artigiani e agricoltori, o almeno di rendersi sempre più abili nel disim­pegno del proprio ufficio. Per tutti i soci indistin­tamente stabilisce infatti l´articolo 2° delle Costi­tuzioni: « Attenderanno a perfezionare se stessi nella pratica delle virtù... e mediante lo studio ».

c) Virtù morali.

Gli atti umani procedono dall´intelligenza e dalla volontà. Non basta dunque perfezionare l´in­telletto, di modo che abbia una conoscenza vera delle cose e dell´uso che si deve fare di esse; oc‑

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corre altresì perfezionare la volontà, affinchè si uniformi alla ragione, regolando in conformità di essa gli affetti e i sentimenti, le azioni e le abitu­dini.

È chiaro perciò che alle virtù intellettuali, ri­guardanti cioè il vero e il falso, devono unirsi quel­le altre virtù, che mirano al bene da compiere e al male da evitare, ossia le virtù morali.

Anzi, « l´uomo è buono veramente, in grazia appunto della perfezione degli appetiti, della vo­lontà, del cuore, del sentimento, perchè, propria­mente parlando, l´oggetto degli appetiti è preci­samente il bene. Di un dotto o di un artista non si dirà così, senz´altro, che è buono; ma che ha una buona e bella mente, che ha un vero talento,, o che ha buon occhio per vedere il bello. E poichè alla virtù morale si deve se i buoni sentimenti scorrono giù, come da fonte perenne, così alla vir­tù morale (e non a quella intellettuale) si deve se nell´ordine naturale l´uomo è realmente buo­no ». (125)

Di questa virtù o abito operativo morale San Tommaso dà la seguente definizione, sulle orme di Aristotele e di Sant´Agostino: « È una buona qualità dell´anima razionale, per cui si vive retta­mente e di cui nessuno può servirsi per il male ».

E il santo Dottore scende a particolari di som‑

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ma, importanza, quando fa rilevare che: 1) la vir.• tù fa agire perfettamente con uniformità, essendo una inclinazione stabile a ripetere i medesimi atti buoni; 2) la virtù fa agire perfettamente con pron­tezza, perchè la buona inclinazione rende super­fluo un prolungato esame circa le singole azioni buone da compiersi; 3) la virtù fa agire perfet­tamente con gran diletto, poichè la buona abitu­dine, essendo quasi una seconda natura, fa si che l´azione perfetta sia in certo qual modo connatura­Ie, cioè assai conveniente e perciò dilettevole. (126)

Dal che ognuno può esaminare se stesso per ve­dere se è davvero virtuoso: ossia, se ha volontà ferma, e non una semplice velleità; se è sempre pronto a compiere una buona azione, oppure tardo o incostante; se nell´operare virtuosamente, pro­va gusto, o invece tristezza e noia.

È ancora l´Angelico a dirci che vi possono es­sere atti virtuosi senza i corrispondenti abiti vir­tuosi: (127) in questi casi si ha un atto di virtù, piuttosto in senso materiale. Ad esempio, molti non hanno la virtù della giustizia; ma compiono un´azione giusta, perchè la trovano ragionevole in quella data circostanza, o per il timore di spiace­voli conseguenze se non agiscono così, o per la speranza di trarne qualche profitto. Ma ben diver­so è l´atto di giustizia in senso formale, ossia quan‑

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do procede dalla virtù acquisita della giustizia, poichè allora viene compiuto in modo tutto pro‑

prio della virtù, ossia con prontezza e con diletto.

. Può anche accadere che un atto venga com­piuto da una virtù inferiore, per esempio dalla

fortezza, ma per comando o- impero di una virtù superiore, ad esempio della carità: in questo caso l´atto virtuoso, in quanto « elicito », ossia prodotto, appartiene alla fortezza; ma in quanto « impera­to », e cioè comandato, appartiene alla carità, cui verrà attribuito. È infatti cosa normale — al dire ´ di San Tommaso -- (128) che una virtù, la quale abbia per oggetto il fine supremo, comandi ad al­tre virtù, che riguardano i mezzi, atti a raggiun­gere detto fine.

Sia però che una virtù produca essa stessa il suo atto virtuoso, sia che comandi ad altra virtù di compiere il proprio atto, l´importante si è che non resti oziosa´ e non rimanga una semplice pa­rola, vana e infruttuosa. Altrimenti si rinnovereb­be il biasimo dato agli Ateniesi da quell´ambascia­tore Spartano, il quale, interrogato se gli fosse pia­ciuta una sottile disputa filosofica sulla virtù, si limitò a rispondere: « Discussioni eccellenti, ma affatto inutili per voialtri, che la virtù l´avete sul­le labbra, ma non la dimostrate coi fatti ». (129)

Contro questo pericolo San Giovanni Bosco mi‑

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se in guardia i giovanetti nella Introduzione alla Vita del Beato Domenico Savio, scrivendo: « Ri­cordatevi bene che la religione vera non consiste in sole parole; bisogna venire alle opere: Quindi,

trovando qualche cosa degna d´ammirazione, non contentate-vi di dire: Questo è bello; questo mi

piace. Dite piuttosto: Voglio adoperarmi per fare

quelle cose che, lette di altri, mi eccitano alla me­raviglia x.

d) Virtù cardinali.

Fin dall´antichità i sapienti riconobbero come

un fondo comune a tutta quanta l´attività morale dell´uomo: il fondo delle quattro virtù cardinali,

La prima virtù fondamentale riguarda l´intel­letto: sceglie e ordina i mezzi per raggiungere il

fine voluto. È la prudenza, regina delle virtù car­dinali.

La seconda virtù fondamentale appartiene alla volontà: fa quel che si deve, secondo la retta ra­gione. È la giustizia, virtù eminentemente sociale.

La terza virtù fondamentale riguarda l´appeti­to irascibile: essa modera le passioni, allorchè di‑

stolgono dal compiere quanto detta la ragione. È

la fortezza, virtù corroborante contro i pericoli e le difficoltà.

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La quarta virtù fondamentale riguarda l´appe­tito concupiscibile: essa frena le passioni, quando trascinano a far cosa contraria alla ragione. È la temperanza, atta a reprimere i più grandi piaceri dei sensi.

Tra le questioni che l´Angelico Dottore propone e risolve circa queste virtù, ne ricorderemo qui

tre sole: (130) e vedremo com´egli ricorre al pa­ragone della porta che introduce all´interno del­l´abitazione.

Anzitutto, perché si chiamano « cardinali? » Perchè sopra di esse si fondano le altre, allo stesso modo che sui cardini poggia la porta.

E per qual motivo esse si trovano fra le virtù morali, e noia fra quelle intellettuali, pur così no‑

bili? Pel fatto che le virtù morali sono proprie del­la vita attiva, la quale è come porta d´ingresso alla vita contemplativa, cui competono le virtù intel­lettuali.

Infine, perchè non sono chiamate « cardinali » le tre virtù teologali, che vengono dal Cielo e han‑

no per oggetto nientemeno che la Divinità? An‑

che qui, pel motivo che i cardini appartengono alla porta di passaggio, mentre le virtù teologali sono

l´eccelsa punto di arrivo. Questo tuttavia non to­glie che per la vita -cristiana le tre virtù teologali siano anch´esse veramente fondamentali; anzi, la‑

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sciando ora da parte il paragone della porta e dei cardini, proprio sulle virtù teologali devono poggiare tutte, quante le virtù del cristiano, co­me su di una base ferma e inconcussa che l´Apo­stolo chiama fondamento a proposito della fede, chiama àncora a riguardo della Speranza e chia­ma radice relativamente alla Carità. (131)

A questo punto però abbiamo lasciato un or­dine di cose per passare a un altro infinitamente superiore: dalla natura alla soprannatura, dalla esigenza terrena alla grazia celeste.

È vero che il sommo Filosofo al di sopra della virtù comune pose una virtù eroica, anzi divina, per la quale alcuni uomini furono chiamati divini. Ma nessuna mente umana avrebbe mai potuto so­gnare il valore, la magnificenza, Io splendore del­le virtù soprannaturali, per le quali l´uomo diven­ta veramente quasi Dio. (132)

Affrettiamoci adunque a considerare qualcosa di questa vita divina nell´uomo. Non potremo far a meno di prorompere in un grido di ammirazione, come questo di San Gregorio Nisseno: « Sorpassa invero la sua propria natura l´uomo, fatto, da uomo, Dio... Oh, generosità del ricchissimo Iddio e Signore! ». (133)

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18. Vita soprannaturale.

Quando alcuni tra gli antichi filosofi pagani proponevano a sè e agli altri l´ideale di cercar Dio, seguir Dio, imitar Dio, altro non facevano che manifestare un intimo e insopprimibile anelito del cuore umano. È infatti un bisogno e un dovere dell´uomo, creato a divina immagine e somiglianza, tendere a Dio con la maggior perfezione possibile, consentita alle proprie forze, procurando di rag­giungerlo in tutti i modi possibili, attraverso le creature e nelle creature.

Nessun uomo al mondo però avrebbe mai po- - tuto immaginarsi di poter oltrepassare i limiti e le risorse della sua natura fino a raggiungere diret­tamente Iddio in Se stesso per mezzo di Dio mede­simo fatto uomo, e imitare. Dio nelle Sue perfezioni e attività, e godere poi eternamente nella contem­plazione di Dio a faccia a faccia. San Tommaso (134) fa capire che una tale assimilazione dell´uo­mo a Dio supera ogni umana previsione: ci volle infatti la divina Onnipotenza per elevare l´uomo in modo tale da destinarlo per tutta l´eternità a conoscere e amare come Dio stesso conosce e ama.

Per avere anche la sola notizia di queste mera­viglie, — che superando le esigenze della nostra natura conducono a somma e soprannaturale per‑

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fezione l´immagine di Dio, impressa nell´uomo, — ci volle la Divina Rivelazione.

Rivelatore e Redentore si degnò di essere lo stesso Figlio di Dio, il Verbo Eterno, incarnatosi per nostro amore e morto sulla croce per i no­stri peccati.

Dobbiamo ora sostare un poco ad ammirare alcune mirabili realtà soprannaturali, alle quali dovranno far riscontro virtù, non più soltanto umane, ma cristiane e divine.

a) Figliuolanza divina.

« Nulla — così predicava San Pier Crisologo — (135) riempie tanto di stupore e spavento il cie­lo, la terra e ogni creatura, quanto quello che voi udrete oggi dalle mie labbra. Lo schiavo osa chia­mar padre il suo Signore e, benchè tratto dal fan­go, si proclama figlio adottivo di Lui. Ma perchè meravigliarci che il Signore abbia consacrato gli uomini figli di Dio, quando sappiamo che Egli me­desimo si offrì e adattò a essere figliuolo del­l´uomo? ».

« Soltanto a un cenno e per volontà del Padre la natura, creata e schiava, vien chiamata alle co­se soprannaturali! ». A questa espressione di San Cirillo Alessandrino fa riscontro quest´altra di

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Sant´Atanasio: «´Quale benignità. da parte di Dio! Egli, che è Creatore degli uomini, diventa loro Padre secondo la grazia ». (136)

Di questa inaudita e stupenda dignità di figli di Dio noi dobbiamo adunque render grazie al­l´Eterno Padre, ricordando le parole dell´Apostolo della Carità: Guardate di quale amore ci ha amati il Padre, concedendoci di poterci chiamare ed es­sere di fatto figliuoli di Dio. (137)

Ma al tempo stesso siamo debitori di tanto bene a Nostro Signor Gesù Cristo, perchè, come afferma la Sacra Scrittura, essendo noi ancora peccatori, fu dato a morte per i nostri mancamenti e fu ri­suscitato a motivo della nostra giustificazione: do­nando a noi grandissime e preziose promesse, af­finchè per mezzo di queste diventiamo partecipi della natura divina. (138)

Lede eterna sia resa pure allo Spirito Santo, in cui gridiamo: « Abba, o Padre! ». Lo Spirito´ stesso — insegna l´Apostolo — attesta allo spirito nostro che siamo figli di Dio. E se figli, anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo. (139)

b) Grazia santificante.

La nostra elevazione a figli di Dio è una realtà, e non soltanto di ordine giuridico, quale, ad esem‑

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pio, per un giovanetto che, adottato da nobile si­gnore, rimane fisicamente come prima. No, la divina adozione non lascia il nostro essere tale e quale, ma lo modifica assai profondamente, poichè avviene per una vera divina rigenerazione, la quale ci rifà nuove creature. Essa si inserisce nel­l´intima essenza dell´anima nostra causandovi ef­fetti soprannaturali oltremodo mirabili, che ci sono noti solamente per divina rivelazione. Ci rinnova pienamente, ci costituisce giusti al co­spetto di Dio, ci fa nascere a novella vita, ci rende partecipi della natura divina pel tempo e per l´e­ternità.

Sant´Ireneo esclama, ammirato, che detta rin­novazione ci abitua fin da quaggiù a « contenere Iddio e a portarlo in noi ». Infatti Iddio, pur es­sendo presente in tutte le sue creature come Crea­tore e Conservatore, si comunica in modo parti­colarissimo all´anima giusta fino a porre in essa la sua abitazione o presenza speciale, secondo che disse il Divin Maestro: Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio l´amerà e verremo a lui e faremo dimora presso di lui. Per questo l´A­postolo ammoniva i cristiani di Corinto: Non sa­pete che siete il tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio ´abita in voi? (140)

Questo dono augustissimo, datoci affatto gra‑

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tuitamente e per pura benevolenza del Signore, vien chiamato grazia. « Ma perchè grazia? — domanda Sant´Agostino. (141) E risponde: — Per­chè lo riceviamo gratis. E perchè gratis? Perchè non fosti tu ad attirartelo coi tuoi meriti, ma fu Dio a prevenirti coi suoi benefizi ».

La grazia è il dono che santifica permanente­mente l´anima, distruggendo in essa il regno del peccato e instaurandovi il trionfo dell´amicizia con Dio. E siccome l´amicizia vuole una certa qual uguaglianza e comunione di vita, ecco appunto la grazia sollevare l´anima al livello di Dio, congiun­gendo ineffabilmente il finito con l´Infinito.

La grazia è il dono permanente che ci rende cari a Dio, dopo che pel peccato eravamo agli oc­chi suoi oggetto d´orrore e di odio. San Giovanni Crisostomo per spiegare come per mezzo dí Gesù Cristo, non solo Dio Padre ci fece una grazia o dono gratuito, ma ci rese grati ossia cari a Se stes­so, usa questo bel paragone: « Iddio non si limitò a liberarci dai nostri peccati, ma ci rese amabili ai suoi occhi. Come se un individuo rognoso, logorato e abbattuto da contagio, da malattie, da vecchiaia, da miseria e da fame, tutto all´improvviso fosse sta­to da Dio mutato in un giovane graziosissimo, il più avvenente fra tutti gli uomini, splendido in volto e cogli occhi più fulgidi del sole; e poi lo

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avesse costituito nel fiore stesso dell´età, e vestito di porpora, e coronato di diadema, e illeggiadrito con ogni regale ornamento: così l´anima nostra Iddio la mise in ordine e abbellì, rendendola gra­ziosa, desiderabile e cara ». (142)

La grazia poi ci costituisce membra vive del Corpo Mistico di Gesù Cristo, che è la Chiesa. Quivi noi riceviamo e aumentiamo incessantemen­te la grazia santificante, per mezzo di quei segni sensibili di essa, istituiti da Nostro Signore, che sono i Sacramenti.

Non potremo mai ringraziare abbastanza la divina Bontà di averci fatti figli della santa Chie­sa Cattolica, e di averci così data la possibilità di accumulare grazia su grazia per rivestirci, se­condo la raccomandazione dell´Apostolo, dell´uo­mo nuovo che si rinnovella in modo riconoscibile secondo l´immagine di Colui che lo ha creato. Il voto insito nella nostra natura, che è quello di ten­dere alla divina somiglianza col perfezionamento progressivo della immagine di Dio in noi, potrà essere soddisfatto con soprannaturale e gratuita sovrabbondanza, grazie appunto alla Chiesa no­stra Madre: nel grembo di Essa infatti siamo tra­sformati di gloria in gloria, nella stessa immagine divina, come dallo Spirito del Signore. (143)

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c) Grazie attuali.

Il peccato originale fece cadere l´uomo dallo stato di giustizia in cui Iddio lo aveva creato, ma non gli tolse le facoltà naturali. Ebbene, su di que­ste agisce la divina Bontà per convertirlo e miglio­rarlo mediante quegli aiuti passeggeri, che si chia­mano grazie attuali, ossia transitorie, per contrap­posizione alla grazia santificante, che è- perma­nente.

Sono grazie attuali gli aiuti esteriori che la Provvidenza dispone per spingerci al bene: pre­diche, letture, buoni esempi altrui, ammonimenti dei Superiori, vicende liete o tristi della vita.

Preziose oltre ogni dire sono le grazie interne, che raggiungono la parte spirituale dell´uomo: esse illuminano l´intelletto per vedere il da farsi e muovono la volontà ad amare e a compiere quello che dev´esser fatto. Sono proprio queste le grazie che ci aiutano a risanare la debole e guasta na­tura, facendoci vincere la smania di godere dei beni sensibili, così presenti e tanto affascinanti.

San Leone Magno fa appunto notare che la natura umana, instabile di per sè e per di più rovinata dal peccato, anche dopo di essere stata redenta e portata a nuova vita dal Battesimo, ri­mane esposta alle passioni e proclive al peggio;

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anzi, verrebbe certamente corrotta dal desiderio carnale, se non fosse difesa dall´aiuto spirituale. Allo stesso modo però che l´anima ha sempre con sè ciò che la fa cadere, così ha costantemente a sua disposizione ciò che la tiene in piedi, secondo il detto dell´Apostolo: Iddio è fedele, e non per­metterà siate tentati oltre quel che potete, ma con la tentazione vi procurerà anche la via d´uscita, onde possiate sopportarla. (144)

San Gregorio Magno applica in senso morale alle tempeste del cuore umano le parole di Dio a Giobbe: Misi al mare sbarra e uscio, e dissi: Fin qui verrai, ma non passerai oltre, e qui infran­gerai i tuoi orgogliosi flutti. E spiega: « Affinchè il beato Giobbe non attribuisca a se medesimo la propria fortezza durante le procelle del cuore, ascolti Iddio che domanda: Chi rinchiuse con por­te il mare? Come se gli dicesse: Invano ti dài im­portanza all´esterno nelle opere buone, se non consideri che io sto calmando nel tuo interno i marosi della tentazione. Poichè non affronteresti con successo le procelle esterne dell´opera, se col mio potere io non calmassi-le tempeste del cuo­re. (145)

Alla infermità della natura umana si aggiun­gono gli assalti del demonio e del mondo. « In questa vita — dice San Fulgenzio — non c´è nes‑

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sun tempo in cui il nemico non prepari una trap­pola agli uomini. Nessuno può scampare dai di lui lacci con le proprie forze, se non colui che Iddio si degna di liberare con la sua grazia per mezzo di Gesù Cristo. Perciò San Paolo, strumento eletto, sentendosi rendere schiavo dalla legge di peccato, esclamava: Disgraziato, che io sono! chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio per Gesù Cristo Signor nostro. Per la stessa ra­gione il Profeta afferma che, non per le proprie forze, ma per beneficio di Dio i suoi piedi saran­no liberati da trappole: Gli occhi miei son sempre rivolti al Signore, perchè Egli distrigherà dal lac­cio i miei piedi. E altrove sta scritto, nella persona dei Santi che il Signore si degnò di liberare dalle insidie del mondo e trasportare all´eterna sicu­rezza e letizia del Paradiso: L´anima nostra, qual passero, fu salva dal laccio dei cacciatori. Il lac­cio fu spezzato, e noi fummo liberi. (146)

La grazia soprannaturale ci è tanto necessaria, che senza di essa non possiamo fare assolutamen­te nulla che serva per la vita eterna: nè osservare i divini Comandamenti, nè risorgere dal peccato, nè pregare, nè desiderare anzi neppur pensare al­cunchè di meritorio pel Paradiso, nè tanto meno perseverare nelle buone opere, nè fare una santa morte. È proprio infatti della grazia, non soltanto

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risanarci dai guasti della natura decaduta, non soltanto elevarci al piano soprannaturale pel qua­le la natura si trova affatto impotente, ma addi­rittura aiutarci in ogni singola azione buona e me­ritoria.

A questo riguardo troviamo nella Sacra Scrit­tura parole assai impressionanti. Anzitutto Gesù stesso ci dice: Come il tralcio non può portare frutto da se medesimo, se non rimane unito alla vite, così neppure voi se non rimanete in me. Sen­za di me, non potete far nulla. San Paolo poi ci ammonisce: Non che da noi stessi siamo in grado di pensare alcunchè come fosse da noi, ma la sufficienza nostra vien da Dio. Lo stesso Apostolo scrive agli Efesini: Si, per grazia siete stati sal­vati mediante la fede; e ciò non è da voi, ma è dono di Dio; non dalle opere vostre, che nessuno abbia a glorificarsene. Noi siamo fattura di Lui, creati in Cristo Gesù per opere buone, a cui ci preparò Iddio, perchè le praticassimo. E ai Filip­pesi: Poichè Dio è che produce in voi e il volere e l´agire con buona volontà. (147)

d) Umile corrispondenza alla grazia.

Dai sacri ammonimenti or ora ricordati deriva­no per noi due gravissimi doveri.

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Il primo è il dovere dell´umiltà. Poichè chi differenzia te da altri? — domanda anche a cia­scuno di noi l´Apostolo. — E che cos´hai che tu non abbia ricevuto? E se l´hai ricevuto, perchè ti glorii come non avessi ricevuto? La Chiesa stessa nei suoi Oremus, riconosce che tutto il bene viene dal Signore e che per ogni cosa buona da fare dobbia­mo chiedere fiduciosamente aiuto al Signore: « Dio di virtù, donde procede tutto ciò che è ottimo, se­mina nel nostro cuore l´amore del tuo Nome, au­menta in noi la religione, nutristi i buoni propo­siti e conserva mediante lo zelo della pietà quello che hai nutrito: affinchè portiamo a compimento col tuo aiuto ciò che dal tuo esempio abbiamo ap­preso doversi fare ». La stessa cosa chiediamo con l´orazione Actiones nostras, da noi tanto spesso ripetuta: « Le nostre azioni, o Signore, previeni

con la tua grazia e indirizza col tuo aiuto, affinchè ogni nostra preghiera ed opera cominci sempre da te e per te cominciata giunga a compimento ». In­somma, se c´è una legge che domina, per così di­re, il conferimento della grazia da parte di Dio, essa non è altro che legge di umiltà da parte della creatura, secondo le parole di San Pietro: Dio re­siste ai superbi e dà grazia agli umili. (148)

Il secondo nostro dovere è quello di corrispon­dere alla grazia divina. San Tommaso rileva che

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il Divin Maestro nel Pater noster ci fa dire Sia fatta la tua volontà: non dunque facciamo, come

se noi uomini facessimo tutto senza l´intervento della grazia; e neppure fa´ o Signore, quasicchè nulla dovesse fare la nostra volontà e il nostro sforzo; ma sia fatta, per indicare la grazia divina insieme alla nostra sollecitudine. (149)

La grazia infatti rispetta la nostra natura, che è libera di fare ciò che vuole. Perciò « l´inclinazio­ne che dà la grazia, non impone la necessità; e chi ha la grazia, può anche non servirsene e pec­care ». (150)

San Gregorio Nisseno a chi sostiene che, se taluni resistono, ben potrebbe Iddio obbligarli .per forza ad accogliere la grazia della predicazione evangelica, domanda: (151) « Ma allora dove an­drebbe la loro libertà? e la loro virtù? E sarebbe ancora lodato chi si diporta rettamente? Poichè ai soli esseri inanimati o privi di ragione s´appar­tiene il venir trascinati dall´altrui volontà a ciò che loro vien presentato. Spogliare della libertà la na­tura ragionevole e intelligente vuol dire farle per­dere il dono dell´intelligenza. Inutili sarebbero in­fatti mente e pensiero, se l´eleggere e il determi­nare la propria volontà fosse in altrui potere. Tolta la libertà alla elezione dell´animo e impedito il libero arbitrio, che è immortale, resterebbe ne‑

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cessariamente abolita- anche la virtù. E senza vir­tù, ecco priva di onore la vita, dominata dal desti‑

no la ragione, tolta la lode a chi si diporta bene, dovuta l´impunità a chi delinque, negata ogni dif­ferenza tra l´orientare la propria condotta in un modo anzichè in un altro ».

« Iddio — così Sant´Efrem — (152) si dà pen­siero di queste due cose: da una parte non vuole costringere la nostra volontà, ma dall´altra non vuole neppure che restiamo indolenti. Se usa la coazione, toglie alla- nostra volontà il potere di decidersi; se lascia andare, priva l´anima nostra dell´aiuto soprannaturale. Siccome il Signore sa che, se ci costringe, diminuisce la nostra nobiltà, e se non ci aiuta, ci perde, ma se ci ammaestra, ci guadagna; Egli non forza, neppure però rallenta l´aiuto come farebbe il maligno, ma, buono qual è, insegna, ammaestra e conquista ».

Per parte nostra dobbiamo corrispondere alla divina benevolenza, perchè « Iddio, clemente e benefico, fa di tutto perchè noi risplendiamo nella virtù. Volendoci tutti cari e amabili, ci alletta e attira a Sè, non per forza o per necessità, ma con la persuasione e coi benefizi: purchè lo vogliamo anche noi. Questo è il motivo — osserva San Gio­vanni Crisostomo — (153) per cui, quando Egli venne, alcuni lo ricevettero e altri no. Al suo ser‑

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vizio non vuoi nessuno contro voglia o per co­stringimento, ma tutti volenterosi, spontaneamente consenzienti e al tempo stesso grati di tale ser­vitù ».

e) Azione e contemplazione.

La miglior corrispondenza alla grazia divina è quella di vivere noi stessi una intensa vita spiri­tuale e di prodigarci perchè la vivano molte e molle anime. Per tal modo si uniscono vita con­templativa e vita attiva: poichè il fine della pri­ma è vedere la Verità increata, imperfettamente su questa terra e pienamente in Cielo, mentre il fine della seconda è di renderci utili al nostro prossimo.

La vita contemplativa si svolge nell´intimo del­l:anima e, pur non dispensando dal sacrificio, anzi disponendo alle più eroiche immolazioni, porta di per sè sovrannaturale quiete e intima gioia: ed è rappresentata da Maria seduta ai piedi del Si­gnore. Invece la vita attiva si compie tra opere esteriori, ed è fonte di azione e movimento: e vien simboleggiata in Marta, che si affannava tra molte f accende. (154)

Quantunque il contemplare la verità sia un atto proprio e peculiare dell´intelletto, tuttavia

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ciò viene attribuito pure alla volontà, la quale rimane regina di tutte le facoltà, anche spirituali, e applica quindi l´intelligenza alla conteMplazione

se e quando vuole. Anzi, San Tommaso rileva che San Gregorio fa consistere la vita contemplativa nell´amor di Dio, che infiamma la volontà e la spinge a fissare la divina bellezza. Santa Teresa

poi ricorda, che non tutti sono abili a pensare, ma tutti lo sono ad amare, e che, il profitto del­l´anima nón sta nel molto pensare, ma nel molto amare. (155)

Sbaglierebbe tuttavia chi dicesse che queste due vite possono quaggiù esistere separatamente l´una dall´altra in colui che vuole seriamente rag- ,

giungere la perfezione. Affinchè la .vita spirituale sia ben ordinata, esse devono andare unite. L´An‑

gelico Dottore le vede rappresentate in Giovanni,

più giovane e più amato da Gesù, e in Pietro, più anziano e più lavoratore, i quali vanno insieme:

soltanto che nella casa del sommo sacerdote Gio­vanni è il primo a entrare, mentre nel sepolcro entra per primo Pietro. Il che trova applicazione appunto nella vita spirituale.

Se si guarda infatti all´ordine di origine, deve precedere l´attività e seguire la contemplazione, poichè non si può contemplare, senza aver prima represso la veemenza delle passioni e sedato il

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tumulto delle cose esteriori: il che si ottiene me­diante la pratica delle virtù morali, le quali ap­partengono alla vita attiva, a differenza delle virtù intellettuali, proprie della vita contemplativa.

Se si guarda invece all´origine di dipendenza, la contemplazione è superiore all´attività: infatti la vita attiva dev´essere ordinata e ben diretta dal­la vita contemplativa, mediante lo sguardo alla vo­lontà di Dío e lo zelo per la divina gloria. (156)

Le nostre Costituzioni dànno il meritato ri­salto ad ambedue queste parti della vita spi­rituale.

Anzitutto, l´art. 196 vuole che « nel tempo della seconda prova, ossia nell´anno di noviziato, i novi­zi non si occupino assolutamente di alcuna delle opere che sono proprie del nostro Istituto ». An­che l´art. 169 stabilisce: « Finchè i soci attendono agli studi, si eviti accuratamente d´imporre loro uffici che li distolgano dai medesimi, o in qualun­que modo li impediscano dal frequentare la scuola ».

Quindi è chiaro che, negli anni di formazione religiosa e sacerdotale, il salesiano bada soprat= tutto a se stesso, lungi dal tumulto dell´attività, fino a ripetere — per applicare al caso nostro la dottrina. dell´Angelico — (157) la parola del Can­tico dei Cantici: Io dormo, ma il mio cuore vigila,

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ossia: io riposo dalle distrazioni dei sensi e invece presto intima, vigilante attenzione alle ispirazioni e agli influssi della grazia. Questo stesso fine è tassativamente indicato pei novizi dal già citato art. 196 con queste parole: « Affinchè attendano unicamente al progresso nella virtù e alla perfe­zione del loro spirito, secondo la vocazione per la quale furono chiamati da Dio ».

Detto riposo dalle opere proprie del nostro apostolato non è perciò disgiunto da attività spi­rituale. E questa s´esplica nel percorrere (158) le tre grandi´ e tradizionali vie, che conducono alla santità: quella purgativa, che custodisce l´innocen­za, modera le passioni e tien lontano il peccato; quella illuminativa, che porta in alto a conoscere le verità rivelate e insieme sprofonda nell´intimo esame del proprio io, miserabile e peccatore; in­fine quella per f eitiv a, che conduce alla maggior perfezione poS-Sibile interiore ed esteriore, in vi­sta pure dell´apostolato proprio della vita reli­giosa, salesiana e sacerdotale.

Terminato il periodo di formazione, suben­tra « la vita attiva a cui tende principalmente la Società Salesiana » (Costit., 150). Aiutare il prossimo e le anime specialmente dei giovani, con­solarlo, illuminarlo con il Catechismo e la Divina Parola, fortificarlo coi Sacramenti, difenderlo dai

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pericoli mediante le opere di misericordia corpo­rale e spirituale e soprattutto con l´assistenza pra- , ticata secondo il Sistema Preventivo di San Gio­vanni Bosco: è tutto un mare di attività, nel quale ci immerge il primo capitolo delle nostre Costitu­zioni, incoraggiandoci mediante le reiterate espres­sioni « con zelo, con sempre maggior impegno, con • la maggior sollecitudine, massima cura, tutti i mezzi suggeriti da un´ardente carità, con ogni po­tere » e mediante il caratteristico suggello posto­vi dall´art. 11: « Finalmente, in casi eccezionali, si -eserciteranno anche in altre opere di caritàà-e di beneficenza ».

Non saranno adunque i figli di San Giovanni Bosco tra coloro che — al dire di San Tomma­so — (159) volentieri o almeno senza gran pena la­sciano la divina contemplazione per intrigarsi in affari secolareschi: dal che risulta che non hanno affatto amor di Dio, o ben poco. E neppure saran­no di quegli altri, che così tanto si dilettano nella quiete della contemplazione da non volerla in­terrompere neppure per servire il Signore e sal­vare le anime. Si sforzeranno invece di toccare il vertice della carità, come le anime veramente apo­stoliche le quali, come abbracciano generosamente ogni sacrificio e abnegazione per meritarsi il gau­dio intimo della contemplazione, così, con perfet‑

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ta coerenza, sono pronte e generose nel rinuncia­re a detto gaudio per far opere grate a Dio e gio­vevoli al prossimo, sulle ali dell´obbedienza e del­la carità. Queste anime apostoliche sono ben raffi­gurate dagli angeli che salivano e discendevano per la scala vista in sogno da Giacobbe, scala che dalla terra saliva a toccare il cielo: salgono in­fatti con la contemplazione della Verità increata e discendono per la fatica quotidiana- della cura delle anime loro affidate.

Possa il nostro santo Fondatore e Padre vede­re tutti i suoi figli, fedeli agli esempi e ammae­stramenti paterni, quali altrettanti angeli di vita attiva illuminata dalla vita contemplativa.

Questo sarà il più bel modo di imitare Nostro Signor Gesù Cristo, il quale — come afferma San Tommaso — (160) elesse la vita attiva: per­chè, se la vita contemplativa è migliore dell´altra, che si occupa di atti corporali, tuttavia la vita attiva, per cui uno predicando e insegnando co­munica agli altri le cose contemplate, è più per­fetta, racchiudendo in ´se stessa contemplazione e apostolato.

E sarà pure il modo di imitare la Vergine San­tissima, la quale, — come afferma Sant´Anselmo, citato dall´Angelico — (161) eccelse nella vita con­templativa e nella vita attiva.

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Ci aiuti in questo la stessa nostra Celeste Ma­dre, da noi onorata, predicata e invocata col tito­lo di Ausiliatrice, che è il più attivo e dinamico delle Litanie Lauretane. E così vedremo il trionfo della grazia divina nelle nostre anime, nelle no­stre Case, Oratori e Missioni, nelle opere di zelo e di apostolato a noi affidate.

19. Natura- sublimata e umiliata.

Quanto resti nobilitata la natura umana dalla grazia soprannaturale è facile a comprendersi.

Basta pensare alla stupenda, seppur miste­riosa, dignità di figli adottivi di Dio, di templi dello Spirito Santo, di compartecipi della natura divina. L´intelletto viene iniziato ai divini misteri; la volontà vien rapita ad amare la Trinità Augu­stissima; l´uomo è chiamato a godere in eterno della vista e dell´amore di Dio come è in Se stes­so; il corpo medesimo porta in sè il pegno e il ger­me della propria risurrezione gloriosa.

Per la grazia soprannaturale il cuore umano resta abbondantemente appagato nelle sue intime brame di amore e di felicità, di bellezza e di idea­lità, di purificazione e di perfezionamento sia mo­rale che religioso, di azione e di contemplazione, di vita eterna e di gloria immortale.

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Dalla grazia´ soprannaturale proviene la su­blime santità, che procura il sommo onore e il vero supremo benessere all´individuo, alla famiglia, al­la società, a tutta quanta l´umanità.

Tuttavia dobbiamo anche riconoscere che, mal­grado sì eccelsa elevazione, la natura umana, ra­dicalmente bramosa di bastare a se stessa, si trova pure umiliata sotto vari aspetti da ciò stesso che la sublima.

Anzitutto l´umiliazione vera e propria le deri­va dal non aver superato la prova, cui Iddio l´ave­va sottoposta nella persona dei nostri progenitori; onde le nacquero mali e obbrobri senza fine.

In secondo luogo, abbondano per essa i motivi di umiliarsi o, come suol dirsi, di abbassare la cresta, davanti all´ordine soprannaturale. Per la natura altezzosa e superba riesce umiliante, ad esempio, il dover sottoporsi alla oscurità dei miste­ri rivelati e assoggettarsi a precetti e consigli che oltrepassano le proprie forze non sorrette dalla grazia; riesce umiliante dover riconoscere che gli atti umani valgono per la vita eterna soltanto se sono conformi, oltre che alla legge naturale, an­che e specialmente a quella soprannaturale; rie­sce umiliante il fatto che azioni, buone secondo la sola legge di natura, possono esser vuote della di­vina carità e amicizia, e quindi inefficaci per la

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vita eterna. La natura umana poi, decaduta co­m´è, trova umiliante che i suoi galantuomini, one­sti secondo il mondo, qualora siano ribelli all´or­dine soprannaturale, meritino la pena eterna qua­li veri e propri peccatori; trova umiliante che i beni propriamente suoi, — per esempio, le doti fisiche e intellettuali, l´abbigliamento, lo sport, le arti, l´economia, la politica, le scienze e la filo­sofia stessa, — debbano costantemente riferirsi in qualche modo al fine soprannaturale, verso cui è indispensabile converga sempre anche quanto ap­partiene al campo puramente naturale; trova umi­liante che nel culto religioso sociale, nel matri­monio, nella educazione della gioventù, nei pro­blemi morali nazionali e internazionali, debba in­tervenire con diritto prevalente un´autorità reli­giosa che non dipende dalla civile società natu­ralmente costituita; trova umiliante che uomini e asceti, razze e riti, popoli e religioni, valgano di fronte a Dio, non in quanto conformi alla sola na­tura umana, ma in quanto rinnovati dalla grazia soprannaturale, secondo le parole dell´Apostolo: Nè la circoncisione ha valore, nè l´essere incircon­cisi, ma l´essere una creatura ~Da. (162)

In terzo luogo, è una umiliazione per la natura umana il vedere che le proprie forze e risorse non bastano a raggiungere il fine soprannaturale, dopo

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che lo ha conosciuto: e non bastano, malgrado il proprio entusiasmo e fors´anche la propria prete­sa di raggiungerlo. Questo è infatti il più grande mistero della nostra estrema miseria e debolezza: voler aggiustarci da noi, fare noi, stabilire noi la via da percorrere e i mezzi con cui percorrerla; mentre invece dobbiamo piegarci all´ordine so­prannaturale, chiedendo alla divina Bontà e Mi­sericordia quegli aiuti, che il Signore distribuisce liberamente e gratuitamente a chi vuole e come vuole, ma che pur ha promesso e fedelmente con­cede a chi li domanda, sì da farci confessare con San Paolo: Non che da noi stessi siamo in grado di pensare alcunchè come fosse da noi, ma la suffi­cienza nostra vien da Dio. (163)

Buon per noi, cristiani e religiosi, che riget­tando la superba sapienza della carne e abbrac­ciando l´umiliazione della natura insieme all´ob­brobrio della Croce, abbiamo detto con l´Autore della Imitazione: «O Signore, dammi che sia a me possibile per grazia, quello che mi è impossibi­le per natura ». (164)

La grazia di Dio è proprio quella che ripaga abbondantemente ogni umiliazione, dandoci nuove e adeguate risorse con cui pervenire al fastigio del fine soprannaturale: esse sono precisamente le virtù soprannaturali e i doni dello Spirito Santo.

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20. Virtù soprannaturali.

Alla sublime dignità di figli di Dio, chiama-L a partecipare della divina natura mediante la grazia soprannaturale, deve far riscontro la pro­duzione di opere condegne, che siano cioè opere di uomini rinnovati e vivificati da novella vita, tutta divina e celeste.

A tal fine la grazia porta con sè nuove energie abituali che dànno forza di operare in conformi­tà alla divina Rivelazione; mette nuove stabili at­titudini a fare il bene soprannaturale; affonda le radici di nuove ferme disposizioni interne, che in­clinano a compiere i molteplici doveri della vita cristiana.

Queste nuove energie, o attitudini, o disposizio­ni, sono le virtù soprannaturali.

Ricordiamo, ad esempio, come San Pietro met­te le virtù proprie dei cristiani in relazione diretta col dono della grazia soprannaturale: La divina potenza di Lui (Gesù Cristo Signor nostro) ci ha donato tutto quello che riguarda la vita e la pietà, facendoci conoscere Colui che ci ha chiamati con la propria gloria e virtù, donando a noi grandissi­me e preziose promesse, affinchè per mezzo di que­ste — afferma il Principe degli Apostoli — diven­tiate partecipi della natura divina, fuggendo la

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corruzione, che è nel mondo e che proviene dalla concupiscenza. — Ora voi, adoperandovi con ogni sforzo, — esorta il Primo Papa, — unite alla fede vostra la virtù, alla virtù la scienza, alla scienza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pa­zienza la pietà, alla pietà l´amor fraterno e al­l´amor fraterno la carità. Poichè se queste virtù si trovano in voi e aumentano, esse non vi lasceranno vuoti e sterili nella conoscenza del Signor nostro Gesù Cristo. Invece chi non ha tali virtù è cieco e va a tastoni, e si dimentica di essere stato mon­dato dai suoi antichi peccati. Perciò, fratelli miei, studiatevi sempre più di rendere certa la vostra vocazione ed elezione per mezzo delle buone opere; perchè così facendo, non peccherete giammai. Co­sì infatti vi sarà largamente assicurato l´ingresso nel regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. (165)

Anche San Paolo invoca sui fedeli di Efeso il dono dello Spirito Santo, dal quale proviene ai cristiani la potenza o virtù di operare il bene, quale intima e stabile disposizione a compiere i doveri propri della vita soprannaturale: Io piego le ginocchia davanti al Padre del Signor nostro Gesù Cristo, affinchè dia a voi di essere per mezzo dello Spirito di Lui fortemente corroborati nel­l´uomo interiore, e faccia sì che Cristo dimori nei

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vostri cuori per mezzo della fede, e voi radicati e fortificati in amore, siate resi capaci di compren­dere... e intendere quest´amore di Cristo che sor­passa ogni scienza, affinchè siate ripieni di tutta la pienezza di Dio. Io dunque — prosegue l´Apo­stolo — vi esorto- a vivere in modo degno della vocazione che avete ricevuta, con tutta umiltà, con mansuetudine, con longanimità, sopportandovi gli uni gli altri con amore, studiandovi di conservare l´unità dello spirito col vincolo della pace. Avete imparato, per quanto concerne la vostra condotta di prima, a disfarvi del vecchio uomo, che va corrompendosi, cedendo alle ingannatrici passio­ni; e per quel che riguarda lo spirito che ispira la vostra intelligenza, ad esser rinnovati, e a rive­stire l´uomo nuovo, creato per somigliare a Dio nella giustizia e nella santità, che ,sgorgano dalla verità.

Perciò, — insiste San Paolo, premendo su alcuni punti pratici, — rinunziate alla falsità: « Ognuno dica la verità al suo prossimo; perchè siamo membra gli uni degli altri ». « Nell´ira non peccate »; il sole non tramonti sopra il vostro cruccio, e non date appiglio al diavolo. Nessuna cattiva parola vi esca dalla bocca; ma se ne avete alcuna buona che edifichi secondo il bisogno, di­tela, affinché faccia del bene a chi l´ode; e non

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contristate quello Spirito Santo di Dio, dal quale avete ricevuto il sigillo per il giorno della reden­zione. Siano banditi fra voi ogni acrimonia, ogni collera, ogni animosità, ogni clamore, ogni ingiu­ria e ogni sorta di malignità. Siate invece buoni gli uni verso gli altri, pieni di tenerezza, perdo­nandovi reciprocamente, come anche Dio vi ha perdonato in Cristo.

E l´Apostolo delle Genti conchiude: Fatevi dunque imitatori di Dio, come beneamati figliuoli suoi; ed applicatevi ad amare, seguitando l´esem­pio di Cristo che vi ha amato anch´egli, e per noi ha dato se stesso a Dio in oblazione e in sacrifi­cio, qual profumo di soave odore. Conducetevi da figliuoli di luce; perchè il frutto della luce consi­ste in tutto ciò che è buono e giusto e vero. Esa­minate ciò che piace al Signore e non prendete parte di sorta nelle opere sterili delle tenebre; anzi, piuttosto condannatele apertamente. Guar­date dunque con diligenza come è che vi condu­cete: non da insensati, ma da gente savia; appro­fittiamo delle opportunità, perchè i tempi sono cat­tivi. Perciò non siate sconsigliati, ma capite bene quale sia la volontà del Signore. Siate ripieni del­lo Spirito Santo. (166)

Per mezzo delle virtù soprannaturali il cri­stiano, quale figlio di Dio, ascolta e imita il Pa‑

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dre che sta nei cieli; da vera pecorella di Gesù Cristo, riconosce e segue la voce del divino Pa­store; come degno discepolo dello Spirito Santo, si lascia docilmente ammaestrare su ogni verità; mostra di conoscere la mente del Signore e di avere il sentire che era anche in Gesù Cristo; si diporta da concittadino dei santi e da membro della famiglia di Dio.

Tutta questa perfezione di agire è palese nelle tre virtù teologali, mediante le quali raggiungiamo Iddio mediante Dio stesso: infatti la Fede ci fa credere Dio a Dio, aderendo noi alle verità di­vine con gli occhi della Verità Increata; la Spe­ranza ci fa sperare Dio da Dio, desiderando noi la vita eterna, e le grazie che la preparano, con la fiducia posta nel potente aiuto e nei meriti in­finiti di Gesù Cristo, nostro Redentore; la Carità ci fa amare Dio per Dio: principalmente Iddio in Se stesso, quale Padre e Amico dell´anima, e se­condariamente Iddio nel nostro prossimo che amiamo per amor di Dio. (167)

In unione e al servizio delle virtù teologali, e principalmente della carità, vi sono le virtù morali, che perfezionano le particolari tendenze spirituali, sensibili, sociali, del cristiano, allo scopo di far raggiungere pienamente il fine soprannaturale in ogni sua attività, di fronte ai beni e ai mali di

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questo mondo e nelle relazioni varie col prossimo.

Queste virtù morali, che arricchiscono sopran­naturalmente le, facoltà, le energie e gli appetiti del cristiano, sono molte: e fra esse spiccano le quattro virtù cardinali, non diversamente da quanto avviene in campo puramente naturale.

Anche soprannaturalmente, la prudenza ri­guarda l´intelletto: giudica, sceglie e ordina i mez­zi al fine. Qui però il fine ultimo non è la sola perfezione naturale della vita presente, ma quel­la soprannaturale in rapporto alla vita futura ed eterna.

Anche soprannaturalmente, la temperanza ri­guarda l´appetito concupiscibile: modera le pas­sioni nelle cose che maggiormente allettano l´uo­mo, quali sono i piaceri del gusto e del tatto, re­lativi alla conservazione dell´individuo e della specie. Tuttavia fa questo in un modo che è de­gno, oltre che di una creatura ragionevole, di un figlio di Dio che aspira al Paradiso.

Anche soprannaturalmente, la fortezza riguar­da l´appetito irascibile: modera le passioni in quello che è fatica, difficoltà e pericolo special­mente di morte. Ciò ottiene in modo adeguato, non solo all´uomo, ma al cristiano.

Anche soprannaturalmente, la giustizia riguar­da la volontà: inclina a fare quel che si deve

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e a dare a ciascuno il suo. Essa però si esercita in modo confacente, non soltanto a esseri umani e sociali della terra, ma a santi concittadini del regno dei cieli.

E qui vien bene una parola sugli intimi rap­porti che hanno tra loro le virtù naturali e quelle soprannaturali.

Come sentiamo spesso ripetere, la grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona elevan­dola all´ordine soprannaturale: per modo che tut­to il complesso delle virtù naturali e dei doveri corrispondenti viene sancito e confermato dalla grazia, ed ulteriormente ordinato al raggiungimen­to del fine soprannaturale.

Ne segue che le virtù semplicemente naturali, siccome riguardano le stesse facoltà umane e gli stessi oggetti materiali, aiutano a rimuovere osta­coli provenienti dai vizi e dalle passioni: vizi e passioni che, mentre nuociono alle virtù naturali, dannegRiano anche maggiormente quelle sopran­naturali. Dette virtù adunque, per il fatto stesso che diminuiscono o tolgono ostacoli di carattere naturale, concorrono indirettamente a rendere più sode e stabili le virtù soprannaturali.

È poi manifesto che le virtù di ordine natu­rale non possono per se stesse condurre al fine soprannaturale. San Tommaso reca in proposito

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come esempio la virtù della temperanza. Per la temperanza naturale l´uomo regola il suo nutri­mento in modo da non danneggiare la salute e da non impedire l´uso della ragione; e non va ol­tre. Invece la temperanza soprannaturale richie­de mortificazione e astinenza, sull´esempio del­- l´Apostolo che diceva: Mortifico il mio corpo e lo rendo schiavo. (168)

Nel primo caso l´uomo è naturalmente onesto e virtuoso, nel secondo è cristianamente mortificato e temperante.

Lo stesso dicasi delle altre virtù soprannatu­rali che — in vista del fine ultimo, immensa­mente più alto del semplice fine naturale, — esi­gono e ottengono assai più delle corrispondenti virtù naturali: esse elevano l´uomo al di sopra delle terrene concupiscenze, lo corroborano al di sopra dei mali terreni, lo inducono a usare di,que­sto mondo come colui che non ne usar anzi, inco­raggiano il cristiano ad astenersi dagli stessi- beni materiali e ad affrontare opere piuttosto ardue, ed anche eroiche, di santità e di apostolato.

21. Virtù infuse.

La nostra ammirazione per le meraviglie della grazia e il nostro sentimento di gratitudine verso

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Dio aumenteranno, se consideriamo che le virtù cristiane soprannaturali vengono infuse diretta­mente da Dio nell´anima nostra.

Il Catechismo del Concilio di Trento parla appunto del « nobilissimo accompagnamento di tutte le virtù, che vengono infuse nell´anima in­sieme alla grazia ». (169)

Già Sant´Agostino, dopo aver detto che nel cristiano si trovano opere di misericordia, affetti di carità, pietà santa, carità incorrotta, sobrietà modesta, proseguiva: « E chi mai potrebbe elen­care tutte le sue virtù? Formano quasi un eser­cito a servizio dell´Imperatore che risiede nell´in­timo dell´anima. Come un imperatore fa quanto gli pare e piace per mezzo dei suoi soldati, co­sì Gesù Cristo, entrato ad abitare per mezzo della fede nell´uomo interiore, ossia nell´anima, si serve di tali virtù come di altrettanti servi messi a sua disposizione ». (170)

E San Gregorio Magno, distinguendo le virtù ordinarie della vita cristiana da quelli che si dicono doni o carismi straordinari, come i mira­coli, le profezie, la dottrina sovrabbondante, di­ceva a proposito delle prime: « Lo Spirito Santo, riguardo alla fede, alla speranza, alla carità, e agli altri beni indispensabili per raggiungere la patria celeste, quali l´umiltà, la castità, la giu‑

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stizia e la misericordia, non abbandona affatto il cuore dei perfetti ». (171)

Tra le virtù infuse, debbono anzitutto enume­rarsi le tre virtù teologali. Nella Sacra Scrittura spesso appaiono intimamente congiunte la fede in Dio, l´aspettazione della salvezza da parte di Dio, e la carità verso Dio. Così leggiamo in San Pao­lo: Ora, soltanto queste tre cose perdurano, fede, speranza e amore; ma la più grande di tutte è l´amore. E ancora: Ma noi, figli del giorno, siamo sobrii, rivestendo la corazza della fede ,e della carità, e prendendo per elmo la speranza della salvezza. Orbene, il Concilio di Trento affer­ma categoricamente: « Nella stessa giustificazione, con la remissione dei peccati, l´uomo attraverso Gesù Cristo, al quale viene inserito, riceve tutto questo, infuso insieme: fede, speranza e cari­tà ». (172)

Ma la Sacra Scrittura ci dice pure che dalla vi­ta nuova in Gesù Cristo derivano la fuga dei vizi e la pratica delle virtù: e queste appariscono come stabili disposizioni buone, proprie del cri­stiano, intimamente connesse con la rigenerazione soprannaturale e con la santità da Dio infusa nel­l´intimo del cuore dei fedeli.

Vediamo, ad esempio, come esprime San Paolo alcune virtù principali della vita cristiana, recla‑

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mate dalla vocazione divina alla Fede e inerenti all´unione con Cristo Gesù: Io vi esorta dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vo­stri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio: è il culto ragionevole che gli dovete; e non vi conformate al presente secolo, ma siate trasfor­mati mediante il rinnovamento del vostro spirito, affinchè possiate discernere quale sia la volontà di Dio: volontà che è buona, accettevole, perfetta.

Per la grazia che mi è stata data, — continua l´Apostolo — io dico quindi a ciascun di voi che non abbia di sè un concetto più alto di quel ch´è giusto, ma abbia di sè un concetto modesto secondo la misura di fede che Dio gli ha assegnata. Ora, poichè abbiamo dei doni differenti secondo la gra­zia che ci è stata fatta, chi ha dono di profezia profetizzi secondo la proporzione della sua fede; chi è chiamato al ministero, attenda al ministero; chi insegna, s´applichi a insegnare; chi esorta, ba­di ad esortare. Chi benefica, lo faccia con genero­sità; chi presiede, presieda con diligenza; chi fa opere pietose, le faccia con allegrezza.

E San Paolo prosegue: L´amore sia senza ipo­crisia. Aborrite il male e tenetevi fortemente al bene. Quanto all´amor fraterno, siate teneramente affezionati gli uni agli altri; quanto al rispetto, siate pieni di deferenza- gli uni per gli altri;

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quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate allegri nella speranza, pazienti nell´afflizione, perseveranti nel­la preghiera. Provvedete ai bisogni dei santi; eser­citate con premura l´ospitalità. Benedite quelli. che vi perseguitano; benedite e, non maledite. Ralle­gratevi con quelli che sono allegri; piangete con quelli che piangono. Abbiate fra voi uno stesso sentire; non aspirate alle cose alte, ma accompa­gnatevi con gli umili. Non vi stimate savi da voi stessi.

Dirigendosi poi a particolari classi di fedeli, l´Apostolo delle Genti così esorta: Le donne siano soggette ai loro mariti, come al Signore. E voi, o mariti, amate le vostre mogli, così come Cristo amò la Chiesa. O figliuoli, obbedite ai vostri geni­tori nel Signore. O servi, obbedite ai vostri pa­droni come a Cristo, non servendo solo all´occhio come chi vuol piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, facendo la volontà di Dio di cuore, ser­vendo con buona volontà come a Dio non come ad uomini, sapendo che ciascuno se fa il bene, bene riceverà dal Signore, schiavo o libero che sia. E voi, padroni, fate lo stesso coi servi, aste­nendovi dalle minacce, sapendo che il Padrone lo­ro e di voi è nei cieli, e nón è presso di Lui accet­tazione di persone. Così, miei cari, come sempre

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siete stati ubbidienti, recate a compimento la vo­stra propria salvezza con timore e tremore; poi­chè Iddio è quel che opera in voi la volontà e l"a­zione in virtù della sua benevolenza. Fate ogni co­sa senza mormorii e senza dispute, affnchè siate irreprensibili e schietti figliuoli di Dio senza bia­simo in una generazione perversa e corrotta, in mezzo alla quale voi risplendete come astri nel inondo, tenendo alta la Parola della vita. (173) Fin qui l´Apostolo San Paolo.

Le virtù soprannaturali infuse, proprie del cri­stiano, sono nuovi doni di Dio, che accompagnano il dono divino della grazia santificante.

Posto con San Tommaso il principio che « Dio non agisce meno perfettamente nelle opere della grazia che in quelle della natura », (174) possia­mo con lui affermare che, come la perfezione uma­na poggia sopra le varie virtù morali naturali, così la perfezione cristiana dev´essere assicurata da virtù morali soprannaturali, con le quali po­ter compiere ogni specie di opere buone per la vita eterna, in conformità agli insegnamenti della Sacra Scrittura.

Vi è però una gran differenza di origine tra le une e le altre. Le virtù morali umane sono acquisite: vengono cioè fissate e radicate, grazie al lento sforzo e al costante esercizio, con cui ra‑

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gione e volontà rendono l´umana attività confor­me ai primi princìpi naturali della bontà e onestà. Invece le virtù morali soprannaturali sono infuse, ossia vengono date gratuitamente da Dio insie- ­me alla grazia: sono disposizioni permanenti e sentimenti abituali, proporzionati alla nuova con­dizione soprannaturale di vita e di azione, i quali dànno la possibilità e la garanzia che, non sol­tanto il fondo dell´anima resta unito a Dio Uno e Trino, ma tutte le manifestazioni possibili dell´at­tività umana, siano grandi oppure piccole, ma­teriali o spirituali, volgari od eroiche, sono degne della Verità rivelata e della divina Amicizia.

Non sarà mai abbastanza ripetuto che le virtù soprannaturali infuse non distruggono le facoltà e potenze naturali e neppure le eventuali abitu­dini buone di ordine naturale, ma vi si inseri­scono sopra. Queste, alla loro volta, già così varie e molteplici, e di per sè tanto meravigliose, ven­gono divinamente perfezionate, ciascuna secondo il suo ordine, la sua indole, il suo fine; anzi, acqui­stano una capacità più profonda e una finalità più alta, diventando a un tempo più docili e più forti, più pronte a ricevere l´azione di Dio e più attive nel servirlo e nel compiere le opere a Lui accette.

Per mezzo delle virtù soprannaturali infuse,

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le nostre potenze naturali diventano come stru­menti elaborati, da Dio medesimo; partecipano in modo varia, intimo, nuovo, soprannaturale, del­la divina perfezione; acquistano una unità d´in­tenzione e un´armonia di operazione, che fanno imitare più da vicino l´unità e la semplicità di Dio; raggiungono in Dio Creatore e Santificatore il proprio fine e il proprio supremo anelito, poi­ché, al dire dell´Angelico Dottore, « il desiderio naturale dell´uomo non può quietarsi in nessun altro all´infuori di Dio ». (175)

Proprio per la grazia e le virtù soprannaturali infuse l´uomo abita in Dio e Dio abita in lui, se­condo le splendide parole di Sant´Agostino: « Vi­cendevolmente abitano l´Uno nell´altro: e Chi con­tiene e chi è contenuto. Tu abiti in Dio, ma per essere da Lui contenuto. Iddio abita in te, ma per contenerti. Sia Iddio la tua dimora, e sii tu la dimora di Dio. Rimani in Dio, e rimanga Dio in te. Iddio resta in te, per contenerti: tu resti in Dio per non cadere ». (176)

22. Virtù cristiane e sforzo umano.

Quando il sacerdote ripete con Sant´Ambro­gio, nella Preparazione del Sabato alla Santa Mes‑

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sa: « Dammi, o Signore, le tue sante virtù, ripieno, delle quali io possa avvicinarmi al tuo Altare con buona coscienza non fa che esprimere il, vero concetto delle virtù cristiane. Siccome queste sono soprannaturali, e cioè dànno al pensare, all´amare, al volere, al sentire e all´agire, una perfezione ec­celsa, superiore alla natura umana, bisogna che ci vengano date da Dio stesso.

Sorge a questo punto per la volontà il pro­blema se possa rimanere oziosa riguardo alle virtù soprannaturali infuse, o se debba. fare qualcosa, non potendo far tutto come per le virtù naturali, che nascono dalla frequente ripetizione degli atti e non dalla divina infusione.

La risposta venne data dal Primo Papa, quan­do scrisse ai fedeli: (177) Ora noi, adoperandovi con ogni sforzo, unite alla fede vostra la virtù.

Anche il nostro santo Fondatore, scrivendo del­la modestia esteriore dell´angelico Savio Domeni­co, assicura, come abbiamo già visto, che « vi era grande sforzo umano coadiuvato dalla grazia di Dio ». (178)

Da una parte ci vuole adunque la grazia di Dio, che prevenga ed ecciti il nostro libero arbi­trio e poi lo accompagni nell´esercizio delle virtù cristiane; dall´altra però occorre che questo libero arbitrio corrisponda, e non mollemente, ma con

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vigore e persino con sforzo, sia per prepararsi alla infusione o al ricupero, sia per disporsi all´au­mento delle virtù cristiane. La volontà allora farà come il ferro, che di per sè non può produrre ca­lore, ma se si unisce al fuoco e diventa infuocato, riceve dal fuoco stesso la forza di scaldare e , di bruciare.

Vediamo brevemente in quali cose deve spe­cialmente manifestarsi questo nostro sforzo uma­no, coadiuvato dalla divina grazia.

1)  Ci vuole anzitutto sforzo di volontà per desiderare fermamente e generosamente le virtù cristiane, anche se ci appaiono quali gigli cir­condati da troppe spine, o quali rose fiorite tra pungiglioni troppo acuti, o quali tappe di corse troppo lunghe e difficili. Dice il proverbio che chi ben comincia è alla metà dell´opera. Ebbene, secondo la Sacra Scrittura, (179) il principio della sapienza è invero una sincerissima brama d´istru­zione, e la premura d´istruzione è amore. La virtù consiste soprattutto nella volontà: e così l´umiltà è amore e desiderio di disprezzo, la pazienza è af­fetto al patire, la carità è brama di amare Dio e il prossimo. Entri, adunque, decisamente per questa porta del, desderio chi vuol penetrare nel santuario della perfezione cristiana.

2)  Ci vuole poi sforzo di volontà per con‑

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filmare durante tutta la vita nel proposito di colti­vare le virtù. Tale proposito è come il vento, che deve incessantemente allontanare la navicella del nostro cuore dalle cose terrene e portarla con fe­lice corso al porto delle perfette virtù cristiane. Guai a chi volesse riposare, quando bisogna an‑

cora faticare; o mietere, quando occorre seminare. Ce lo ha insegnato chiaramente il Divin Maestro

parlando di Se stesso: Bisogna che io compia le

opere di Colui che mi ha mandato, fintantochè è giorno; poi piene la notte, quando nessuno può

operare. (180) Crescere negli anni dev´essere per

noi un crescere nelle virtù, e gli ultimi giorni e ore della nostra vita dovrebbero trascorrere ´in

santità sempre píù grande, come ce ne diede su­blime esempio Gesù stesso, che volle prepararsi al giorno della sua morte con atti eroici di umil­tà, lavando i piedi ai discepoli, e di carità, isti­tuendo la Santissima Eucaristia.

3)   Ci vuole pure un grande sforzo di volontà per essere fedeli a controllarci, durante il cam­mino, per mezzo dell´Esame di Coscienza, che ci manifesta a che punto siamo giunti nell´esercizio delle virtù. « Mi domandate — predicava Sant´A­gostino (181) -- che cosa sia camminare. Ve lo dico in breve: è progredire. Non avvenga che non com­prendiate, e che camminiate con molta pigrizia.

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Progredite, o miei fratelli! e a tal fine esaminatevi senza inganno, senza adulazione, senza lusinga. Dentro di te non c´è alcuno, di cui tu abbia ros­sore o col quale tu possa usar vanterie. Meglio, c´è Uno cui piace l´umiltà: Egli ti esamini. Anche tu esamina te stesso. Sempre ti dispiaccia ciò che sei, se vuoi giungere a quello che non sei. Dove sei piaciuto a te stesso, ivi sei rimasto. E se hai detto « Basta! », ivi sei anche perito. Aggiungi sempre, cammina sempre, progredisci sempre ». San Tom­maso, commentando il Cantico dei Cantici, (182) osserva che la sposa paragonata a una colonna di fumo olezzante di mirra e d´incenso è la Chiesa, perchè i santi si studiano, di piacere a Dio con la mirra della mortificazione e con l´incenso della preghiera uscita da un cuore puro e semplice. Poi si domanda perchè mai il sacro Testo aggiun­ge: -e di ogni polvere di profumiere. E risponde: « Questo significa l´insieme di tutte le -s,irtù. E vien detto che gli aromi non erano interi, ma ridotti a polvere, perchè le azioni stesse dei santi devono essere esaminate con gran discernimento e come ventilate col crivello di una minutissima conside­razione, affinchè nulla vi sia per caso in esse di duro o di inconveniente; inoltre, avendo da fare col nemico dai mille inganni, il quale suole con astuzia recar danno anche per mezzo delle cose

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buone, bisogna impedirgli di rubare ai santi la salvezza servendosi delle loro stesse virtù ».

4) Ci vuole inoltre un grande sforzo umano per lottare contro gli ostacoli, e principalmente contro i propri vizi e le passioni sempre insorgen­ti: Saiat´Agostino paragona questa lotta al marti­rio, quando esorta: « Lottiamo contro le mortifere blandizie della carne, sapendo che in questo ai cristiani non mancano martìri anche quotidiani ». Costa infatti reprimere i vizi capitali, sia presi nella loro forma più grave e appariscente, sia considerati, come fa notare il Cardinale Bona, in senso più profondo e più spirituale, quali radici di tante imperfezioni che pullulano in materia di gola, lussuria, avarizia, ira, invidia, accidia e su­perbia. (183) E costa pure assai il sedare le pro­prie cattive passioni, mortificando e indirizzando al compimento del dovere e alla pratica della vir­tù l´amore e l´odio, il desiderio e la fuga, il godi­mento e la tristezza, la speranza e la disperazione, il timore, l´audacia, l´ira. Fulgido esempio di det­ta forza di volontà fu il nostro santo Fondatore e Padre Don Bosco, del quale scrive il Biografo: « Era ammirabile il pieno dominio sulle passioni e la padronanza sopra il suo cuore, moderando gli affetti• di simpatia, di sensibilità, come pure di collera e di avversione, in guisa da assoggettarli

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sempre alla retta ragione, agli insegnamenti del­la fede, e dirigerli alla maggior gloria di Dio.

Quanti lo conobbero da vicino, dovettero ammi­rarlo. Infatti una vita così straordinaria e grave riusciva a lui così spontanea, che avrebbe provato una gran pena a fare altrimenti. Erano abiti=-che egli possedeva in grado eroico ». (184)

5) Ci vuole infine un grande sforzo di volon­tà per durarla costanti nel bene, perseverando si­no alla fine, secondo l´esortazione dell´Apostolo: Conseguentemente, o diletti fratelli, siate stabili, incrollabili, abbondando sempre nell´opera del Si­gnore, sapendo che la fatica vostra non è vana nel Signore. (185) Il cristiano costante venne ap­punto paragonato al cubo dalle sei facce quadra­te e uguali: su qualunque di esse cada, resta im­mobile. Così noi dobbiamo essere fermi nel buon proposito e non far caso al demonio tentatore, sia che veniamo a trovarci nella prosperità, nella li­bertà, nella notorietà, sia che restiamo in avver­sità, in sudditanza, in nascondimento. In questa costante e generosa disposizione di volontà ci vol­le il nostro santo Fondatore, allorchè scrisse in due memorabili articoli delle Costituzioni (art. 189 e 21): « Ciascuno sia pronto a sopportare, quando oc­corra, il caldo, il freddo, la sete, la fame, le fati­che ed il disprezzo, ogni qual volta queste cose

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servano alla maggior gloria di Dio, allo spirituale

profitto del prossimo, e alla salvezza dell´anima propria. Ciascuno perseveri fino al termine della

vita nella vocazione, a cui fu chiamato. Tutti i giorni si/richiamino alla mente quelle gravissime -parole del Divin Salvatore: Niuno che dopo aver messa la mano all´aratro volga indietro lo sguar­do, è buono per il regno di Dio ».

L´energia e forza di volontà, della quale ab­biam parlato, richiede per certo grande e continuo

sacrificio: e noi potremmo anche cadere nello sco‑

raggiamento, se dimenticassimo che non siamo ab­bandonati a noi stessi. Nel nostro lavorio spiri‑

tuale noi siamo sempre prevenuti dalla grazia di­vina, la quale poi amorosamente ci accompagna e sostiene. Per questo Gesù, animandoci a seguirlo e a portare la croce dietro di Lui, affermava es‑

ser s´oave il Suo giogo e leggero il Suo carico: Egli stesso infatti ci aiuta a portarlo. Cosicchè l´anima

nostra, lungi dal rimanere sfiduciata, non può far a meno di ripetere tutta gioiosa con Davide: Io ti amo, o Signore, mia forza! Il Signore è il mio .so­stegno, il mio rifugio, il mio liberatore. Il mio Dio è l´aiuto mio in cui spero. (186)

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23. Progresso e regresso nelle virtù.

Le virtù cristiane sono armi sfavillanti, che non devono giacere oziose: sono talenti da non nascon­dersi sotto terra.

Il servo infedele, che nascose la moneta del suo padrone invece di trafficarla, venne gravemente punito. Affinchè simil cosa non accada a noi quando ci presenteremo al Divin Giudice, le no­stre Costituzioni vogliono che nell´Esercizio della Buona Morte « ognuno pensi almeno per mezz´ora al progresso o regresso fatto nella virtù durante il mese precedente e prenda ferme risoluzioni dì vita migliore » (Costit., 157, H).

Vediamo pertanto come le virtù nascono, au­mentano, diminuiscono e si perdono: da queste considerazioni, piuttosto speculative, potremo ri­cavare vantaggio pel nostro profitto spirituale, sia dal lato umano delle virtù acquisite o acquistate, sia dal lato cristiano delle virtù infuse.

a) Nascita delle virtù.

_ Dobbiamo ricordare anzitutto che l´origine del­le virtù acquisite è ben diversa da quella delle

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virtù infuse: assai laboriosa la prima, facile e gratuita la seconda.

Le virtù acquisite nascono da noi stessi, quan­do ne ripetiamo frequentemente gli atti corrispon‑

denti. La natura umana ci dà infatti la possibili‑

tà di operare secondo la regolar della ragione, be­ninteso con l´aiuto del Creatore. Usufruita a lun‑

go detta possibilità mediante una continuata ri‑

petizione dei medesimi atti da parte delle nostre facoltà umane, ecco nascere in noi le virtù natu‑

rali acquisite. San Tommaso ricorda, a questo proposito, che le molte gocce riescono a incavare la pietra e che il prolungato esercizio rende abili i muratori e i musici. (187)

Invece le virtù infuse provengono da Dio, che le produce immediatamente nelle nostre facoltà,

allorquando infonde nell´anima nostra la grazia

santificante. Tali virtù non si limitano a essere per noi nuove possibilità soprannaturali di operare

secondo la regola della Divina Rivelazione, ma co­stituiscono altresì inclinazioni, stabili e abituali, ad agire in corrispondenza a dette possibilità so­prannaturali.

Tuttavia dobbiamo ancora notare una diffe­renza tra le une e le altre.

La virtù acquisita, una volta che esiste, ci fa operare subito in modo facile, pronto e dilettevole,

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grazie ai frequenti atti coi quali ci siamo abituati ad agire così: perciò una virtù acquisita ci fa sen­tire di meno le cattive inclinazioni e passioni che le si oppongono.

Invece la virtù infusa, di per se stessa, non ci conferisce senz´altro la facilità ad agire virtuosa­mente, e neppure ci rende meno sensibili alle no­stre cattive inclinazioni e passioni che le si op­pongono; tuttavia non resta inattiva, perchè, men­tre essa perdura, imprime un intimo orientamento verso il nostro fine ultimo, di modo che le pas­sioni non spadroneggiano più, anzi, ne rimangono fondamentalmente frenate e domate. (188) Mag­gior facilità ed efficacia conferiscono invece, co­me vedremo, i doni dello Spirito Santo.

b) Aumento delle virtù.

Le virtù acquisite sono suscettibili di un au­mento sempre più grande, in quanto che uno sfor­zo maggiore e costante della volontà nell´usarne le fa radicare più profondamente e ne fa eserci­tare più facilmente gli atti. Anche a riguardo del­la virtù, che progredisce mediante l´esercizio in­stancabile, si può applicare il detto Scritturale: L´anima dei laboriosi sarà impinguata. (189)

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Tuttavia la nostra cura più premurosa dev´es­sere rivolta all´aumento delle virtù infuse, le sole che ci fanno pervenire alla felicità del Paradiso. « Nessuna meraviglia — afferma San Gregorio Ma­gno — che ci siano dei gradi tra virtù e virtù, dal momento che una medesima virtù va aumen­tando, quasi da un gradino all´altro, fino a rag­giungere la sommità mediante l´accrescimento dei

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meriti. C´è differenza infatti tra l´inizio, lo svilup­po e la perfezione ». E il Santo Dottore lo dimostra appellandosi alla preghiera rivolta dagli Aposto­li al Divin Maestro: Accrescici, o Signore, la fe­de. (190)

E qui bisogna notare che, come l´infusione del­la virtù soprannaturale viene da Dio, così provie­ne da Lui anche il vero aumento degli abiti vir­tuosi soprannaturali. Questo aumento è chiamato dai teologi interno o intrinseco: per esso la virtù diventa più intensa ed è posta in grado di com­piere atti più frequenti e più perfetti.

Vi è sènza dubbio anche per le virtù infuse un aumento solamente esterno o estrinseco. Esso ri­guarda l´oggetto a cui le medesime si riferiscono:

come ad esempio la fede di un teologo, o di uno che studia Religione, si dice grande, perchè il

numero di verità rivelate, che egli distintamente conosce, è cospicuo. Ma a questo accrescimento

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esterno della fede, dovuto alle nuove e più ampie cognizioni, non sempre corrisponde l´aumento in­terno della prima virtù teologale: aumento che si misura soltanto dall´accresciuta intensità di ade­sione alle verità rivelate da Dio. E così può ac­cadere che la fede di una vecchierella senza stu­di, le cui cognizioni religiose si riducano al puro e semplice Catechismo, sia più grande che non la fede di un teologo o di un diplomato in cultura religiosa, qualora colei fosse diligente e fervoro­sa, e costui invece neghittoso e privo di fervore. Va da sè che, l´aumento della virtù in intensità è da preferirsi al solo aumento in estensione.

Altro accrescimento, ancora puramente ester­no o estrinseco alla virtù, si ha quando il cristia­no rimuove con maggior energia gli impedimenti a una virtù infusa, quali sono l´ignoranza, l´irri­flessione, la concupiscenza e simili. Allontanando questi ostacoli, evidentemente si acquista una mag­gior facilità e una più vigorosa fermezza nell´eser­citare la virtù infusa; ma questo non basta an­cora a far aumentare intimamente, in intensità e fervore, la virtù di cui parliamo.

E allora, come si otterrà da Dio l´aumento vero e proprio, chiamato interno o intrinseco, delle vir­tù infuse?

Non mediante la sola ripetizione degli atti in

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quanto tale; ma — allo stesso modo che avviene per la grazia santificante, di cui le virtù sopran­naturali formano l´elettissimo corteggio, — si ot­tiene anzitutto ex opere operato, e cioè per mezzo dei Santi Sacramenti, e poi ex opere operantis, vale a dite coi propri meriti personali: meriti che si acquistano, sia col compiere le buone opere con sforzo generoso, sorretto dalla grazia, sia col ri­volgere a Dio preghiera umile e fiduciosa.

Quando viene infusa la " prima grazia santi­ficante, insegna il Concilio di Trento che « ognu­no riceve la sua propria giustizia in quella mi­sura che lo Spirito Santo distribuisce a ciascuno secondo che il medesimo Spirito vuole, e secondo la disposizione e cooperazione di ognuno ». (191) Allo stesso modo possiam dire che, tra le nostre opere buone, gli atti che si riferiscono a una´deter­minata virtù meritano un aumento della virtù stessa, alla quale prossimamente essi ci dispongo­no. (192) Resta però sempre inteso che soltanto da Dio procede l´aumento della grazia e delle virtù soprannaturali.

In conclusione, riguardo al progresso nelle vir­tù infuse, dobbiamo evitare due estremi. -1-1. pri­mo è quello di voler lasciar fare tutto a Dio sen­za preoccuparci di cooperare mediante il costan­te esercizio di esse, dimenticando così l´esorta‑

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zione di San Paolo a Timoteo: Esèrcitati nella pie­tà. Il secondo estremo è credere che tutto dipen­da dalla nostra volontà e dai nostri atti, siano pu­re incessantemente ripetuti, come se il Divin Re­dentore non avesse detto: Senza di me non potete far nulla, e come se la Chiesa non ci mettesse sal-le labbra la pressante invocazione: « Onnipotente e sempiterno Iddio, dà• a noi un aumento di fede, di speranza e di carità ». (193)

e) Diminuzione delle Virtù.

Un´attività che raramente si eserciti, o si eser­citi con fiacchezza, presto si affievolisce: pertan­to l´abito delle virtù naturalmente acquisite si gua­sta per la quasi cessazione degli atti corrisponden­ti. Invero « la decadenza si giudica dalla inatti­vità delle virtù, dalla tiepidezza della loro azione In tutta la natura, una facoltà che non si eserciti, deperisce: un braccio che non si muove, un intel­letto che non studia, si indeboliscono e finiscono per perdere ogni vigore. La virtù nasce, vive, si mantiene, si sviluppa a forza di lavoro; l´oziosità incomincia dall´intristirla e finisce con l´uccider­la ». (194)

Invece per le virtù infuse, che accompagnano la grazia santificante, una diminuzione vera e pro‑

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Aria, detta anche interna o intrinseca, dipendereb­be solo da Dio: ed è chiaro che Iddio non opere­rebbe questa diminuzione se non in pena di- col­pevole trasgressione delle virtù, o per qualche al­tra ragione nota a Lui solo.

Tuttavia, anche per queste virtù infuse, vi può essere una diminuzione esterna o estrinseca, diminuzione cioè di facilità e di fermezza, la qua­le proviene, sia dalla´ omissione degli atti corri­spondenti, sia specialmente dai peccati veniali de­liberati, contrari a determinate virtù soprannatu­rali.

A questo proposito non si insisterà mai troppo sull´avvertimento dell´Ecclesiastico: (195) Chi di­sprezza il poco, andrà tra breve in rovina, ossia: chi non bada alle piccole colpe, cadrà a poco a po­co nelle gravi. Poiché — secondo San Tomma­so — (196) tutte quelle cose che paiono veniali, i demoni le fanno fare per attrarre così gli uomini alla loro, familiarità e condurli poi a commettere cose sempre più gravi.

Non accada pertanto a noi religiosi ciò che notava San Gregorio Magno: (197) « Avviene spes‑

so che l´anima, assuefatta ai mali leggeri, non ha più orrore neppure di quelli gravi ». E il nostro

santo Fondatore vide appunto sull´orlo del manto indossato dal misterioso personaggio del Sogno

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dei Dieci Diamanti (198) questo celeste ammoni­mento: Vae Dobis, qui modica spernitis, paulatim nos decidetis. « Guai a voi, che disprezzate le pic­cole cose: a poco a poco voi andrete in rovina ».

24. Connessione ira le virtù.

Le virtù sono assai numerose, e differenti le une dalle altre: vi è però tre esse una connessione o unione, che diventa sempre più intima e profon­da a misura che si progredisce nella via della perfezione umana, cristiana e religiosa.

C

a) Connessione tra le virtù caratteristiche.

Anzitutto conviene ricordare una connessione che potremmo chiamare occasionale, e che viene determinata da alcune virtù caratteristiche e indi­spensabili per una determinata classe di persone.

Così, ad esempio, nel Regolamento per gli Al­lievi (Capo III, Della pietà, art. 7), San Giovanni Bosco, dopo aver esortato gli alunni: « Datevi da giovani alla virtù », prosegue: «Le virtù che for­mano il più bell´ornamento di un giovane cri­stiano sono: la modestia, l´umiltà, l´ubbidienza e la carità ».

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Alle Figlie di Maria Ausiliatrice il santo Fon­datore propose nelle Regole queste particolari vir­tù: « 1. Carità paziente e zelante non solo con l´in­fanzia, ma anche con le giovani zitelle. — 2. Sem­plicità e modestia; spirito di mortificazione inter­na éd esterna; rigorosa osservanza di povertà. —

3.    Obbedienza di volontà e di giudizio, ed accet­tare volentieri e senza osservazione gli avvisi e correzioni, e quegli uffizi che vengono affidati. ‑

4.    Spirito d´orazione, col quale le Suore attendano di buon grado alle opere di pietà, si tengano alla presenza di Dio, ed abbandonate alla sua dolce Provvidenza ». (199)

Pei Salesiani rimane particolarmente memo­rando il Sogno dei Dieci Diamanti, ossia delle dieci virtù che devono brillare nel vero figlio del­la Società Salesiana: Fede, Speranza, Carità, La­voro, Temperanza, Obbedienza, Povertà, Castità, Premio, Digiuno. (200)

Al nostro santo Fondatore e Padre, nel Sogno di Lanzo, il Beato Domenico Savio presentò un magnifico mazzo di fiori: vi erano rose, viole, gira­soli, genziane, gigli, semprevive o perpetue e in mezzo ai fiori spighe di grano. E disse: « Questo mazzolino presentalo ai tuoi figli, perchè possano offrirlo al Signore quando sia venuto il momento; fa´ che tutti l´abbiano, che non vi sia alcuno che

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ne sia privo e che nessuno loro lo tolga. Con´que­sto sta´ sicuro che ne avranno abbastanza per es­sere felici ». ,E a Don Bosco, che ne chiedeva la spiegazione, aggiunse: « Rappresentano le virtù che più piacciono al Signore. La rosa è simbolo della carità, la viola dell´umiltà, il girasole del­l´ubbidienza, la genziana della penitenza e della mortificazione, le spighe della Comunione frequen­te. Il giglio indica quella bella virtù della quale sta scritto: Saranno come angeli in cielo: la ca­stità. E la senapreviva o perpetua significa che tut­te queste virtù devono durare sempre: la perseve­ranza ». (201)

Per tutti i cristiani San Pietro fissa nove virtù, quali gemme ornamentali del perfetto seguace di Gesù Cristo: concordia, compassione, amore fra­terno, misericordia, modestia, umiltà, render bene per male, costante pazienza nelle persecuzioni, benedire Cristo Signore in santità di cuore. (202)

b) Connessione tra le virtù cardinali.

Tra le quattro virtù cardinali naturalmente acquisite vi è una stretta unione, per la quale esse formano come il cardine e il sostegno di tutta quanta la vita morale di ordine naturale.

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Sant´Agostino fa notare che « giustamente di­cevano gli Stoici tutte e quattro queste virtù esse‑

re possedute da chi ne abbia una, ma proprio sul

serio; e che tutte mancano, venendo a cessare an­che una sola delle quattro. Così, la prudenza non

può essere nè fiacca, nè ingiusta, nè intemperan­te, poiché allora non sarebbe più prudenza. Vice­versa, se la prudenza per esser tale dev´essere for­te e giusta e temperante, vuol dire che là, ov´essa si trova, vi sono pure le altre tre. Similmente, la fortezza non può essere imprudente o intemperan­te o ingiusta; ed è necessario che la temperanza sia prudente e forte e giusta; e così pure la giu­stizia non sarà che prudente, forte e temperan­te ». (203)

San Tommaso mette in risalto il mutuo influsso che ridonda a vicendevole vantaggio di queste quattro virtù cardinali. (204) Secondo l´Angelico Dottore, la prudenza ha molto da vedere con le al­tre pel fatto stesso che deve dirigerle. Ciascuna delle altre, poi, influisce sulle compagne, in quan­to che l´uomo preparato alle cose più difficili è per ciò stesso atto a compiere anche le più facili. Cosa difficile, per esempio, è frenare gli eccessi delle concupiscenze di cose dilettevoli al tatto; ma chi fa questo, resta ben disposto a frenare gli eccessi dell´audacia nei pericoli di morte, il che è

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più facile: e in questo caso abbiamo una fortezza che è temperante. Viceversa, vi è una temperanza

forte, in quanto che un animo fermo contro i pericoli di morte, il che è assai difficile, resta preparato a dimostrare tale fermezza anche con­tro gli assalti dei piaceri.

Allo stesso modo, nell´ordine della grazia, le quattro virtù cardinali si accordano in mirabile unione per perfezionare ed elevare al fine sopran­naturale le corrispondenti virtù cardinali naturali.

Secondo San Gregario Magno esse costituiscono quella misura quadrata, ossia perfetta, la cui lun­ghezza è tanta quanta la larghezza. Spiega il san­to Dottore: « Quadro di misura pei fedeli sono la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperan­za. Esse debbono essere tali, che una non ecceda l´altra, come fanno appunto le quattro linee di un quadrato. Grande è la prudenza; ma, se fosse me­no temperante riguardo ai piaceri, se fosse vinta dal diletto, se fosse meno forte nei pericoli, se me­no giusta nelle sue operazioni, sarebbe senza dubbio meno prudente. Grande è la temperanza; ma se capisce poco da che cosa deve astenersi, se val poco a sostenere con fortezza le avversità, se talvolta con la sua imposizione prorompe in ecces­si ingiusti, allora è meno temperante. Lo stesso dicasi della fortezza e della giustizia. Venga adun‑

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que misurata la vita dei perfetti con misura qua­drata: un lato dell´edificio spirituale deve avere tanta lunghezza, quanta gli altri singoli lati; poi­chè ciascuno è tanto prudente, quanto temperan­te, ed è tanto giusto, quanto prudente e temperan­te e forte ». (205)

c) Connessione tra le virtù annesse a una virtù cardinale.

Ogni virtù cardinale ha un suo sèguito parti‑

colare di altre virtù, le quali — al dire di. San Tommaso — (206) accompagnano la principale

come di lei parti integranti o soggettive o poten‑

ziali.

1)   Le parti « integranti » concorrono a perfe‑

zionare la virtù cardinale, come fanno ad esempio la pazienza e la costanza al seguito della for‑

tezza.                                -            -

2)   Le parti « soggettive » costituiscono alcune

specie distinte di una medesima virtù cardinale. Così, ad esempio, la temperanza ha come parti soggettive o specifiche l´astinenza, che modera il piacere del cibo, e la castità, che modera i. cosid‑

detti piaceri della carne.

3)   Le parti « potenziali » partecipano solo in

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qualche cosa della perfezione propria della virtù cardinale. Per esempio, alla prudenza vengono as‑

segnate come parti potenziali tre virtù: il consi­gliar bene (eubulìa), il giudicar bene secondo le regole comuni (sìnesi) e il giudicar bene allorquan­do si deve far eccezione alla regola (gnome).

Per avere dinanzi agli occhi un esempio com­pleto della magnifica attrezzatura formata dalle virtù annesse a ogni singola cardinale, prendiamo a esaminare brevemente la virtù della giustizia.

La giustizia è la volontà costante e perpetua di dare a ciascheduno il suo.

Parti « integranti » di essa sono due: fare quel bene che è dovuto agli altri ed evitare quel male che è nocivo al prossimo.

Parti « soggettive » della giustizia sono tre: la giustizia commutativa, che si esercita con gli scambi o contratti che si fanno tra i privati; la giustizia distributiva, che si esercita con la distri­buzione di onori e di oneri, da parte di chi go­verna la società, ai soci o membri della medesima; la giustizia legale o sociale, che si esercita dai par­ticolari verso la società per il bene di essa e di quanti la compongono, cioè dei soci stessi. Parti « potenziali » della virtù cardinale della giustizia sono queste nove virtù: la religione, che riguarda Dio: la pietà, che si pratica coi genitori;

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la osservanza, verso chi è degno di stima e di ono‑

re; la obbedienza, nelle cose comandate da chi è superiore; la verità, per cui le cose restano im‑

mutate; la grazia, la quale fa sì che uno venga

rimunerato per la buona memoria di altra per­sona o per le premure e raccomandazioni altrui;

la vendetta, che ha luogo in difesa, o in sodisfa­zione, o in contraccambio di un male; la libera­lità, che largheggia del proprio nei riguardi al­trui; l´affabilità, o amicizia, che regola il modo di parlare, di agire e di gestire.

Basta questo solo esempio della seconda virtù cardinale a farci intravedere tutto un insieme di

meraviglie nel giardino della moralità e della gra­zia soprannaturale, ove le particolari virtù si in­trecciano, per formare splendide ghirlande, che adornano il cuore degli uomini e rallegrano gli occhi di Dio.

d) Connessione tra tutte le virtù.

La connessione più mirabile, e che offre una stupenda unità alla coscienza morale dell´uomo e del cristiano, è senza dubbio quella che esiste fra tutte le virtù.

Non si vuol dire che nel fare, ad esempio, un

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atto di giustizia, si compie al medesimo tempo un atto di tutte le altre virtù, ossia di pazienza, di castità, di speranza, e via dicendo. No. Ogni virtù ha una sua propria forma: e si noti che forma si­gnifica perfezione, come nel linguaggio usuale « es­sere in forma equivale a « trovarsi con tutta la propria perfezione ».

Ma ecco che alla forma propria di ciascuna vir­tù se ne aggiunge sempre un´altra superiore: ed è questa che è comune a tutte le virtù, e morali e teologali.

Questa superiore perfezione, che rende ancor più preziosa l´eccellenza caratteristica di ogni singola virtù, vien data dalla prudenza e dalla ca­rità: dalla prudenza, se si tratta di virtù natural­mente acquisite; dalla carità, nei riguardi delle virtù soprannaturalmente infuse.

Prendiamo anzitutto le virtù morali acquisite. San Tommaso afferma categoricamente che « moto­re di tutte le virtù morali è la prudenza, chiamata auriga o cocchiere delle virtù: perciò qualsiasi virtù morale possiede, oltre il suo proprio moto, anche un po´ di movimento impressole dalla pru­denza ». (207) Infatti la prudenza, in ogni singola azione umana degna di questo nome, sceglie e ordina i mezzi al fine voluto: essa « avvezza la mente a raccapezzarsi in mezzo alla baraonda

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delle vicende, ad abbracciare con lo sguardo tut­ta quanta la moltitudine degli oggetti, a riunir tutto con la mira ad un unico scopo, a spingere la corrente della vita verso il bene, a indicare ai voleri e agli istinti umani il passo che devono tenere nel cammino della vita. Fra le virtù morali essa è la regina, perchè governa su tutte le altre, si insinua nei loro atti ed obbietti, e dalla mat­tina alla sera non fa che regolare l´uso delle loro facoltà. È, dicono alcuni grandi teologi, la virtù per essenza, mentre le altre non lo sono che per partecipazione  ». (208)

Se così è, bisogna concludere che tutte le virtù morali acquisite sono tra loro unite nella vera e somma prudenza: unite circa la loro parte più perfetta, che è quella di dirigere la vita umana al suo vero fine di operare il bene e di fuggire il male: e, viceversa, non c´è vera prudenza senza tutte quante le virtù morali. (209 Non così, invece, di certe virtù intellettuali, che possono anche man­care senza danno della prudenza: si può infatti essere uomo ottimo e prudentissimo, senza essere nè artista, nè abile commerciante, nè insigne stra­tega.

Consideriamo ora le virtù morali infuse da Dio nella volontà o in altra facoltà da essa dipendente. Giova ricordare che San Paolo chiama la carità

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vincolo di perfezione: ossia, — commenta l´Ange­lico, (210) — se tutte le virtù perfezionano l´uomo, la carità però le unisce insieme e le rende per­severanti. E in questo fa assai più che non la prudenza umana; poichè questa organizza e diri­ge tutta l´azione virtuosa dell´uomo, a un fine na­turale, mentre la carità regola e indirizza al fine soprannaturale della vita eterna. E siccome vi è tale unione tra carità e grazia santificante, che l´una non può rimanere senza dell´altra, ecco che per la vera carità le nostre opere sono fatte in grazia di Dio, e cioè sono gradite al Signore e meritano il Paradiso.

La carità adunque stringe in un mazzo tutte le virtù morali, aggiungendo alla forma o per­fezione, che è loro propria, una forma o per­fezione superiore, la quale è l´unica veramente degna di Dio e della vita eterna. Anzi, proprio con la carità vengono infuse tutte le virtù morali che aiutano a compiere la legge tutta quanta, secondo le parole dell´Apostolo: Nell´amore del prossimo sta la pienezza della legge. (211)

Le stesse prime due virtù teologali, che pur ri­guardano direttamente Iddio, non sono virtù vive e perfette, se non vengono vivificate o informate dalla carità. Senza di questa avremmo una fede o una speranza informe, morta e per ciò stesso non

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degna del Cielo. Viceversa, la carità non può esi­stere senza fede e senza speranza. (212)

San Paolo poi nel suo mirabile inno alla carità, fa apparire l´atto di ogni altra virtù come atto proprio della carità: La carità è paziente, è buona, non è invidiosa nè sconsiderata, non si gonfia d´or­goglio, non fa nulla di sconveniente, non cerca il suo interesse, non s´irrita, non tiene conto del male; non si compiace nell´ingiustizia, ma si rallegra del­la verità; essa scusa tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto. (213)

Cosicchè possiamo esclamare ammirati con Origene: « Tanta è la forza della carità che, pur essendo e rimanendo per sua natura una virtù, trae tutto a sè: e a se stessa associa, e per sè rivendica, tutte quante le altre virtù ». (214)

Dalla mirabile connessione tra le virtù per opera della carità, scaturisce la consolante con­clusione che chi, ha veramente la carità verso Dio e il prossimo possiede tutte quante lé altre virtù in quello che esse hanno di formale o perfetto, anche se non può esercitarle tutte nei loro singoli atti materiali. A questo proposito San Tommaso (215) porta l´esempio del povero, che material­mente può fare soltanto atti di mortificazione e temperanza, e non già di magnificenza nell´im­piego delle ricchezze, che non possiede affatto.

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Eppure a questo povero, se è davvero virtuoso, non manca la virtù della magnificenza, da lui posseduta non in modo materiale, ma in modo formale: in quanto cioè nella sua volontà, sempre regolata da prudenza e da ´carità, egli è pronto e disposto a impiegare le ricchezze in opere magni­fiche, se per avventura gli toccasse di venirne in possesso e di ciò fare. Similmente, il ricco davvero virtuoso ha nella buona disposizione dell´animo suo, dominato com´è da carità e da prudenza, il proposito di tollerare le avversità e la povertà con uguaglianza di carattere. Dove si vede che tutte le virtù, anche le più disparate, sono tra loro connesse in ciò che hanno di superiore da parte della carità e della prudenza, benché in pratica non sia materialmente possibile trovare insieme riúniti tutti i loro atti concreti.

Così si comprende come i Santi si diedero con animo generoso e fidente all´acquisto di tutte quan­te le virtù.

San Giovanni Bosco, interrogato una volta sul punto della direzione delle anime, richiamò le parole di Gesù: Cercate prima il Regno di Dia e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato per giunta. « Cerchiamo — spiegò — di fondar bene nelle anime il regno della giustizia di Dio, guidan­dole per il cammino della grazia, cioè nell´esercizio

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di tutte le virtù cristiane, e con il mezzo della preghiera: ecco i due punti importanti. Il resto poi, cioè il risolvere casi speciali e il dare con­sigli secondo lo stato di ciascuno, verrà per giunta, verrà da sè ». (216)

Questo trionfo del regno di Dio e della gra­zia soprannaturale, ossia l´esercizio di tutte le virtù cristiane, intimamente connesse fra loro me­diante la carità, stia dunque a cuore anche a noi, pel profitto nostro e delle anime che ci sonò. af­fidate. A ciò ne, sproni l´esortazione dell´imitazione di Cristo: «Ricòrdati sempre del fine, e che il tem­po perduto non ritorna. Senza sollecitudine e dili­genza non farai mai acquisto delle virtù. Se tu incominci ad intiepidirti, comincerai a star male. Ma se ti darai al fervore, troverai gran pace, e più leggiera proverai la fatica mediante la gra­zia di Dio e l´amore della virtù ». (217)

25. Perdita delle virtù.

La divina grazia e le virtù soprannaturali non ci tolgono la libertà.. Quindi noi possiamo agire secondo l´inclinazione della grazia e delle virtù, e fare il bene; oppure póssiarao non corrispon‑

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dere alla grazia e operare il male, perdendo le virtù, sia acquisite che infuse. (218)

A questa mobilità della nostra volontà verso il male si aggiunge la tentazione, che non rispar­mia nessuno durante il terreno pellegrinaggio. San Tommaso rileva che Nostro Signore non c´insegnò a chiedere a Dio di non venir tentati, ma di non essere indotti in tentazione con l´acconsentirvi; poichè l´essere tentati è cosa umana, mentre il con­senso al male è cosa diabolica. (219)

Ci tenta pertanto il mondo, e purtroppo non siamo sempre pronti a vincerlo mediante la fede in Colui che disse: Confidate; io ho vinto il mon­do. Ci tenta la carne, e purtroppo non ricordia­mo sempre il divino insegnamento di ricorrere alla vigilanza, al digiuno e alla preghiera. Ci tenta il demonio, e purtroppo non pensiamo che il dia­volo — come afferma l´Angelico Dottore — si vince solamente con l´umiltà. (220)

Orbene, con la caduta nel peccato mortale, si pèrdono forse tutte quante le virtù, sia acquisite che infuse?

Un solo peccato mortale non basta a togliere l´abito di una virtù acquisita: ad esempio, un atto grave di gola da solo non fa perdere l´abito della sobrietà o dell´astinenza. Ma se l´atto pecca­minoso vien ripetuto tante volte da creare un´a‑

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bitudine contraria a quella della virtù, l´abitudine virtuosa viene esclusa: così, l´abito della golosità leva via quello della sobrietà o astinenza.

E qui si avverta che perdendo anche una virtù sola, che era già acquistata, si perde al tempo stesso la prudenza; poiché agire contro una virtù qualunque è agire contro la prudenza. Ed ecco che, esclusa la prudenza, senza di cui nessuna virtù morale può sussistere, vengono pure escluse tutte quante le virtù morali in quanto alla loro vera forma o perfezione, che veniva data ad esse appunto dalla prudenza. In questo., caso, al posto delle virtù morali escluse, restano soltanto le cor­rispondenti inclinazioni buone; ma queste inclina­zioni a compiere atti virtuosi non meritano già píù il nome di virtù vere e proprie. (221) Anzi, rimangono solo come residui informi e inerti di virtù, e andranno man mano scomparendo, se l´in­dividuo non reagisce con decisione ed energia.

Se nel campo naturale avviene la perdita di tutte le virtù morali per un abito vizioso con­trario anche solo a una virtù acquisita, ben più grave è la disgrazia che succede nel campo so­prannaturale, ove basta un solo peccato mortale a togliere la grazia santificante e a distruggere la carità: ed ecco che, scomparendo la carità, si dileguano con essa tutte le virtù morali infuse, le

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quali sonò intimamente legate alla carità. Anche qui rimangono soltanto le eventuali inclinazioni buone a compiere atti di questa o quella virtù mo­rale; ma dette inclinazioni troppo facilmente sva­niranno davanti alla forza delle tentazioni. (222)

Invece le virtù teologali della fede e della spe­ranza non si perdono per ogni peccato mortale, ma soltanto per il peccato grave, rispettivamente, di incredulità e di disperazione. Possono per tal modo sussistere senza la carità; anzi, il, cristiano peccatore deve trovare appunto in esse il mezzo per tornare a Dio con cuore umiliato, confidente e compunto. Tuttavia sappiamo che, senza la ca­rità, sia la fede che la speranza non sono più vive, ma informi. (223)

Quale potenza spaventosa ha dunque il pec­cato mortale! Di un colpo, come la folgore, schian­ta tutti i magnifici fiori di celestiale virtù e ne di­strugge senza remissione anche le radici. Sopra l´anima che ha perduto la carità e la grazia san­tificante possiamo ripetere con ragione le lamen­fazioni del Profeta Geremia: Come si è offuscato l´oro, come si è cambiato il color buono! Sono di­sperse le pietre del Santuario ai cardi di tutte le piazze. I figli di Sion, impareggiabili, rivestiti d´o­ro purissimo, come mai furono pareggiati a vasi di terra, opera delle mani di un vasellaio? Quei -

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che mangiavano lautamente son morti di languo­re per le vie; quei cresciuti nella porpora branci­carono nello sterco. I suoi Nazarèi, più puri della neve, più candidi del latte, più vermigli dell´avo­rio corallino, più leggiadri dello zaffiro, hanno l´aspetto più scuro del carbone, per le piazze più non si ravvisano, con la pelle che s´informa dalle ossa, arsa e risecchita come legno. (224)

26. I doni dello Spirito Santo.

Per quanto meravigliose siano le cose già vi­ste, non abbiamo ancora esaurito tutta la gran­dezza accumulata nello splendido edificio spiri­tuale costruito in noi dalla grazia santificante.

Sappiamo anzitutto che si tratta di un edi­ficio di santità: e questa si compie per mezzo di tutte le virtù. (225)

Le virtù naturali sono abituali disposizioni, na­turalmente acquisite, ad agire secondo la ragione. Esse dovrebbero bastare a farci compiere con fe­deltà tutti i nostri doveri umani; ma purtroppo allo stato attuale di natura decaduta, noi, senza il soccorso della grazia, non possiamo compiere tutti i doveri neppure della sola legge natura­le. (226)

Le, virtù cristiane sono abituali disposizioni

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soprannaturalmente infuse, ad agire secondo la ragione illuminata dalla Fede: esse sono i mezzi indispensabili per essere fedeli a tutti i nostri do­veri cristiani.

Se noi siamo in tal modo attrezzati a vivere se­condo la ragione e la grazia, che cosa ci manca ancora?

Risponde l´Angelico Dottore: (227) « Per mez­zo delle virtù teologali e morali -l´uomo non re­sta così perfezionato in ordine al suo ultimo fine da non aver sempre bisogno di una speciale mo­zione superiore dello Spirito Santo ».

Ci manca, insomma, di trovarci perfettamen­te e abitualmente a disposizione di Dio, affinchè le nostre azioni restino regolate, non soltanto secon­do la prudenza naturale e specialmente secondo la prudenza infusa, ma per di più secondo gli impulsi divini, allorquando Iddio stesso si degna di intervenire direttamente con ispirazioni, che illuminano la nostra mente, e con affetti, che muo­vono la nostra volontà.

Scrisse un illustre Maestro Domenicano: « An­che esercitando le virtù soprannaturali l´anima vi porta il suo stile che risente la debolezza delle creature, con un certo soggettivismo che affiora nei difetti delle persone virtuose. Le nostre opere buone, anche se fatte con la grazia santificante, ci

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assomigliano un poco: hanno bisogno di una Pu­rificazione e di uno slancio, perchè noi ci possia­mo assomigliare di più al Signore. È proprio que­sta la funzione dei doni dello Spirito Santo, che

rendono sovrumano il modo di agire della vir­i

tù. (228)

I doni dello Spirito Santo sono appunto abi­tuali disposizioni ad agire secondo il divino im­pulso. Soprattutto per mezzo loro lo Spirito Santo ci configura alla natura divina, rendendoci per si­militudine fratelli di Gesù Cristo; ci fa abili a operare il bene; ci mette sulla via della eterna

beatitudine. (229)   -

I doni dello Spirito Santo sono: Sapienza, In­telletto, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietà é Ti­mor di Dio. (230)

Secondo l´insegnamento di Leone XIII, « l´uo­mo giusto, colui cioè che vive in grazia di Dio e opera servendosi di virtù adatte come di spiritua­li facoltà, ha bisogno dei doni dello Spirito Santo, pei quali l´anima viene istruita e munita in mo­do tale, che con più facilità e prontezza obbedisce alle voci e agli impulsi di Lui. Inoltre, i doni sono così efficaci da portare l´anima al fastigio della santità e sono così eccellenti da perseverare, quan­tunque in modo più perfetto, anche nel regno ce­leste ». (231)

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Parlando di perfetta adattabilità abituale alle divine mozioni, — conferita dai doni dello Spirita

Santo, il quale è il Santificatore delle anime, ­noi entriamo nella parte più intima dell´edificio della santità, proprio là ove il cristiano viene mosso da istinto divino in modo sempre più chiaro e manifesto, per compiere azioni sia ordinarie che straordinarie ed eroiche: egli si rivela, così, stru­mento perfetto nelle mani dello Spirito Santo.

Senza voler entrare nel campo della mistica propriamente detta, ci accontentiamo di rilevare che i doni dello Spirito Santo, sia che riguardino la contemplazione (Sapienza,- Intelletto, Consiglio Scienza), sia che muovano all´azione (Fortezza, Pietà e Timor di Dio), sono ordinati al perfeziona­mento delle virtù teologali e cardinali.

Alla fede sono annessi due doni: l´Intelletto, che ci fa penetrare nelle verità rivelate e quasi leggere dentro di esse; e la Scienza, che ci aiuta a giudicare con rettitudine le cose create e a pren­derle in considerazione solo in quanto possono giovarci per giungere fino a Dio.

Alla speranza si aggiunge il dono del Timore casto e filiale, che ci fa riverire la Maestà di Dio, ci inclina a evitare tutto ciò che a Lui di­spiace, e ci sprona a compiere tutti i nostri do­veri con delicata e nobile precisione.

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Alla carità corrisponde il dono della Sapienza, che ci muove a contemplare con gusto spirituale Iddio e le cose divine, e a rettificare, purificare ed elevare tutti gli affetti umani e terreni.

La prudenza è perfezionata dal dono del Con­siglio, che ci rende atti a ben giudicare nei casi più difficili e improvvisi, in quanto hanno attinen­za con la salvezza dell´anima.

La giustizia, o meglio la religione che ne è la parte più nobile, ha il suo compimento nel dono della Pietà, che ci fa rendere onore e amore a Dia come a nostro Padre, e, per ciò stesso, a tutti gli uomini in quanto appartengono a Dio; in parti­colare ci fa venerare i santi e soccorrere i biso­gnosi.

La fortezza riceve una perfezione tutta divina dal dono che porta lo stesso nome, il quale ci di­spone a compiere atti eroici e a sostenere o ad af­frontare gravi pericoli nel fare il bene e nel vin­cere il male.

Finalmente la temperanza è pure perfezionata dal dono del Timor di Dio, che ci allontana dai piaceri disordinati e ci fa camminare con cau­tela nell´osservanza della divina legge per non offendere Iddio e non separarci mai da Lui.

I sette doni dello Spirito Santo sono comuni a tutti i battezzati e si sviluppano a misura che

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si perfeziona la carità. Da essi devono distinguersi numerosi e svariati altri doni dello stesso Divino Spirito, .i quali vengono elargiti non pel proprio profitto personale nella virtù, ma soprattutto per l´utilità altrui: si tratta delle grazie gra­tis datae, ossia gratuitamente concesse, le quali sovrabbondantemente dànno a conoscere lo Spi­rito Santo, affinchè ne sia edificata la Chiesa, si convertano le anime, e resti comprovata la santità destinata a servire di modello ed esempio agli al­tri (232).

Noi Salesiani, abituati al meraviglioso che ab­bonda nella vita del nostro santo Fondatore e Pa­dre, ci troviamo nel pericolo di esaltare i celesti carismi di San Giovanni Bosco in modo tale da sottovalutare, o almeno trascurare, l´opera dello Spirito Santo in quell´anima perfettamente docile alle mozioni del Divino Santificatore. Ad accre­scere questo pericolo contribuisce il fatto che il nostro Padre, per indole e per proposito, fu assai parco nel parlare delle soprannaturali e mistiche operazioni della grazia nell´anima sua, eccezio­nalmente grande e santa, attiva allo stesso tempo che contemplativa.

In occasione della sua Beatificazione, salutam­mo con edificazione l´accurato studio che un Teo­logo Domenicano pubblicò sotto questo titolo: I

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Doni dello Spirito Santo nell´Anima del Beato Giovanni Bosco (233). Egli si propose « di deli­neare la vita intima del Fondatore della nuova pedagogia, di penetrare nel più intimo della vita spirituale del Santo dei Giovani, di contemplarla più precisamente sotto l´influsso dello Spirito San­to, che agisce nelle anime giuste per mezzo dei doni ». Nella Introduzione egli aggiunge: « Nes­suno mi farà torto di guardarlo con occhi tomisti e di schiudere il senso dei fatti della sua vita co­sì piena, alla luce dei principi e della teoria to­mista dei doni dello Spirito Santo ».

Possiamo affermare che l´egregio Autore ha guardato San Giovanni Bosco, non soltanto con occhi tomisti, ma anche con occhi salesiani, pel fatto che le nostre Costituzioni, da una parte ci dànno come nostro Maestro San Tommaso d´Aqui­no, e dall´altra insistono ripetutamente sulle virtù interne ed esterne, delle quali i doni dello Spirito Santo sono lo stabile, ecceLso e sovrumano perfe­zionamento.

Per questo pure abbiamo accolto con devota riconoscenza l´affettuoso incoraggiamento e il mò­nito salutare contenuti nella Prefazione a tale studio, sgorgata dal cuore di un altro valoroso Do­menicano, già allievo dell´Oratorio Salesiano di Valdocco. Una non breve citazione di essa sarà

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la miglior conclusione a quanto abbiamo visto cir­ca i doni dello Spirito Santo.

« Ciò che oggi appare non è che un piccolo ger­moglio di ciò che fiorirà e. fruttificherà domani. Le rose sono sbocciate appena per la quarantunesima primavera attorno all´urna ora deserta di Valsali-ce, e per i claustri luminosi di Valdocco si incal­zarono poco più´ di sessanta generazioni di ange­lici folletti. Vediamo intanto che l´opera prosegue con progressione più che geometrica e che le pri­mavere di spirito e di carne vanno cedendo di anno in anno più e più folte sotto la falce sale­siana, come messi copiose di rose e di gigli.

« Siamo appena all´inizio del fecondissimo dive­nire salesiano. Che cosa prepara al mondo questo spirito fascinatore, irrompente e invadente? Quali trionfi appresterà alla Chiesa di Dio, permeando e saturando sempre più l´umanità de´ .suoi alti ideali? I collegiali e gli oratoriani di oggi, per il perenne incalzar degli anni, saranno i cittadini di domani e la pedagogia dolcemente trasformatrice dell´oratorio salesiano diventerà, per felicissimo evento, la linea direttiva delle future società civili, poichè è un fatto chiaro che la politica stessa, la quale altro non è che la pedagogia degli adulti, si modella ai principii che plasmò la generazione negli anni della sua adolescenza.

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« Un´altra volta l´ascetica cristiana battezzerà il mondo e le moderne nazioni nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, e novello Giordano sarà l´istituzione salesiana con tutti i benèfici corollari da essa fluenti.

« Senond è tutta questa meravigliosa e prov­videnziale promessa salesiana è condizionata alla conservazione dello spirito soprannaturale del sa­pientissimo Fondatore che fu strumento perfet­tissimo nelle mani di Dio.

« Vedano adunque i suoi degnissimi figli quan­to si aspetti da essi il mondo, e con quale ardore debbano travasarsi genuinamente ne´ cuori sale­siani gli ideali paterni di perfetta adattabilità al­le divine mozioni. L´abbondanza dei doni dello Spirito Santo costituisce il massimo patrimonio di questa famiglia di esperti e validi lavoratori del­la vigna del Signore: e tanto più verranno impre­gnati di salesianità i figli, quanto_ più verranno or­nati di tali interiori disposizioni.

« Così, imitare il Beato don Bosco nella parte­cipazione sempre maggiore dei doni dello Spirito Santo è dovere preciso di ogni cuore salesiano, per conservare ed accrescere nel mondo tutti gli effet­ti redentori della provvidenzialissima opera pa­terna. Il mondo ha bisogno del vostro zelo, per­chè in -esso soffia lo Spirito di Dio ».

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27. I frulli dello Spirito Santo.

Le virtù soprannaturali e i doni dello Spirito Santo sono disposizioni abituali, che vengono a terminare nelle opere corrispondenti, allo stesso modo che le piante hanno il loro naturale com­pimento nei frutti.

Come i frutti sono la cosa ultima e più squisi­ta della pianta, così le opere soprannaturalmente virtuose sono chiamate frutti dello Spirito Santo, perchè da Esso procedono, come da divin seme in­fuso nell´anima del cristiano, secondo le parole di San Giovanni Evangelista: Chiunque è nato da Dio, non fa peccato, perchè tiene in sè un germe di Lui. (234)

«Le opere virtuose si chiamano frutti, — spie­ga Sant´Ambrogio, — (235) perchè alimentano i lo­ro possessori con un diletto santo e sincera ». E non può essere altrimenti, poichè lo Spirito Santo, essendo Amore, riscalda le anime di amor di Dio e le riempie così di intima soddisfazione. « Colui che ama, — scrive l´Angelico Dottore, — (236) trova dilettevole qualunque cosa faccia o patisca per la persona amata, e il suo amore diviene sem­pre più ardente, ,in quanto che sperimenta mag­gior diletto nelle cose che per la medesima persona amata fa o patisce ».

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Ma oltre questo diletto generale, prodotto dal Divin Santificatore, sono da ricordarsi i dodici gu­stosi frutti particolari, che San Paolo contrappone alle opere della carne: Frutto dello Spirito — af­ferma l´Apostolo — (237) è l´amore, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la longa­nimità, la mitezza, la fede, la moderazione, la con­tinenza, la castità.

Benchè vi siano elencate delle virtù, per frutti si devono intendere i prodotti di esse, vale a dire gli atti o effetti virtuosi, ognuno dei quali procura all´anima che li compie un dolce e pecu­liare godimento.

San Tommaso (238) scopre in questi dodici frut­ti un mirabile processo tenuto dallo Spirito San­to nell´ordinare e perfezionare l´anima cristiana in se stessa, poi nei riguardi del prossimo e in­fine circa le cose inferiori.

1) L´anima è ben ordinata in se stessa, quan­do si trova bene sia in quanto ai beni che l´atti­rano, sia in quanto ai mali che l´affliggono.

La carità incomincia a ordinare nell´anima la radice di tutti gli effetti, che è l´amore: lo Spirito Santo, che è Amore, porta appunto l´anima al som­mo Bene, che è Dio, con la carità.

La gioia tien dietro necessariamente alla cari­tà, perchè colui che ama, gode della presenza

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dell´amato: e Dio è sempre presente all´anima che Lo ama.

La pace perfeziona questa gioia della carità, sia perchè i beni esteriori non distolgono più dal godimento intimo di Dio amato sopra tutte le co­se, sia perchè il fluttuare dei desideri sparisce, quando si ha il cuore perfettamente quieto nel­l´unico sommo Bene.

Passando ora dalla considerazione dei beni a quella dei mali, troviamo che circa questi ultimi lo Spirito Santo produce nell´anima una doppia imperturbabilità, ossia:

a)   mediante la pazienza, se i mali sono pre­senti;

b)   mediante la longanimità, se vi è del ritardo, sempre penoso, nell´allontanamento di qualche ma­le o nel raggiungimento di qualche bene. 2) Ordinata così l´anima in se stessa, lo Spi­rito Santo procede a perfezionarla nei riguardi del prossimo.

La bontà riguarda il proposito di comunicare agli altri il bene che uno possiede.

La benignità fa eseguire tale proposito, poichè il buon fuoco dell´amore (benigno, quasi bonus ignis, secondo l´Angelico) rende fervidi nel bene­ficare il prossimo.

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La mansuetudine calma l´ira e fa evitare le risse.

La fede, presa qui nel senso di fedeltà, allonta­na ´da ogni frode e da ogni inganno nel trattare con gli altri.

3) Infine l´anima vien ordinata dallo Spirito Santo a riguardo delle cose, che da essa devono dipendere.

La modestia regola le azioni esteriòri, misuran­do debitamente tutto ciò che si fa e si dice.

La continenza aiuta a resistere alle concupi­scenze, per quanto veementi esse siano.

La castità non soltanto resiste alle gravi ten­tazioni, ma fa sì che raramente uno vi sia sog­getto.

Sempre San Tommaso vede questi dodici frut­ti dello Spirito Santo raffigurati nell´Apocalisse, ove si parla dell´albero della vita, che fa dodici frutti; (239) ma avverte al tempo stesso che non tutti i frutti dello Spirito Santo sono elencati dal­l´Apostolo, poichè sono taciuti gli atti della sa­pienza e di molte altre virtù.

Anzi, afferma che i dodici frutti indicati, pro­cedenti dalle virtù soprannaturali, non sono an­cora i più perfetti ed eccellenti. Vi sono infatti opere ancor più perfette, le quali per la loro stes­sa perfezione in tutto sublime, non vengono at‑

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tribuite alle virtù soprannaturali, ma addirittura ai doni dello Spirito Santo.

Queste opere perfettissime sono le beatitudini, vero culmine della perfezione evangelica.

28. Le beatitudini.

Quando l´angelico Beato Domenico Savio sve­lava a Camillo Gavio, di fresco entrato all´Ora­torio, questo segreto: « Sappi che noi qui faccia­mo consistere la santità nello stare molto alle­gri », (240) toccava con semplicità quello che è un punto altissimo di perfezione cristiana.

San Tommaso, commentando le parole dell´A­postolo Ilare donatore ama il Signore, afferma: « Gli uomini vedono ciò che salta agli occhi, e perciò basta loro che uno compia un atto specifico di virtù, ad esempio un atto di giustizia; ma a Dio, che scruta i cuori, non basta l´atto esterior­mente virtuoso, qualunque esso sia, se al tempo stesso non è compiuto nel modo dovuto, ossia di­lettevolmente e con gioia. Per questo Iddio ama, ossia approva e ricompensa, non il semplice do­natore, ma il donatore ilare, come si rileva pure da altri passi scritturali: Servite il Signore con le­tizia; In ogni offerta mostra ilare il tuo volto, e

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con esultanza consacra le tue decime; È una gioia pel giusto fare giustizia ». (241)

Tutti gli atti buoni portano con sè vera e in­tima allegria, ma specialmente quelli perfetti ed eroici, detti appunto beatitudini: poichè la beati­tudine è il sommo della felicità.

Chiamasi beatitudine — secondo San Tomma­so — (242) un´azione che procede dalla virtù so­prannaturale, perfezionata però dal dono dello Spirito Santo: è perciò un´azione cristiana perfetta.

Con le beatitudini incominciò il Divin Maestro il « discorso della montagna »: (243)

Beati i poveri in ispirito, perchè di loro è il regno dei cieli.

Beati i mansueti, perchè essi possederanno la terra.

Beati coloro che piangono, perchè essi saranno consolati.

Beati quelli che hanno fame e sete della giu-- stizia, perchè essi saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perchè troveranno mi­sericordia.

Beati i puri di cuore, perchè essi vedranno Dio. Beati i pacifici, perchè saranno chiamati figli di Dio.

Beati quelli che soffrono persecuzioni per causa della giustizia, perchè di loro è il regno dei cieli.

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Udiamo adunque dal nostro Angelico Mae­stro come ciascuna beatitudine si inserisce sopra un dono dello Spirito Santo.

La prima beatitudine, della povertà in ispirito, appartiene al dono del Timor di Dio. Il Timore, specialmente se filiale, fa che ci sottomettiamo pie­namente a Dio, mortificando la superbia e disprez­zando le ricchezze terrene.

La seconda beatitudine, della mitezza cristiana, si adatta al dono della Pietà; poichè si adirano propriamente coloro che non sono contenti di ciò che dispone la Divina Provvidenza e coloro che, avendo riverenza verso Dio, non sono misericor­diosi col prossimo, creato a immagine di Dio.

La terza beatitudine, delle lacrime, è propria del dono della Scienza: infatti piange colui che conosce la miseria dell´uomo e delle cose del mondo.

La quarta beatitudine, della fame e sete di giu­stizia, si ricollega al dono della Fortezza, la quale fa sì che tendiamo alla perfezione combattendo e operando con ardore.

La quinta beatitudine, della misericordia, sì ri­ferisce al dono del Consiglio, perchè a essere mi­sericordiosi ci muove soprattutto il consiglio di­vino.

La sesta beatitudine, della purezza, appartiene

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al dono dell´Intelletto; poichè questo dono rende trasparente la nostra intelligenza, mentre nulla im­pedisce tanto la contemplazione spirituale, quanto l´immondezza della carne.

La settima beatitudine, della pace, si confà al dono della Sapienza, perchè la sapienza ci fa figli di Dio.

L´ottava e ultima beatitudine, della tribolazio­ne; non ha corrispondenza con nessun dono specia­le dello Spirito Santo, perchè indica la fermezza e la perfezione di tutte le precedenti beatitudini: è infatti perfetto nelle altre sette colui che non ne abbandona nessuna per timore delle tribolazioni.

Per non scoraggiarci nel tendere alla perfezio­ne delle beatitudini evangeliche, ci gioverà consi­derare anche il merito loro assegnato e il premio loro promesso: merito e premio che riguardano la beatitudine o felicità perfettissima, — e cioè la vita eterna, per la cui speranza noi ci chiamiamo qui beati, — ma dànno già un anticipo o inizio di essa, quale si trova fin da questa vita nelle anime veramente perfette.

C´è su questa terra chi fa consistere la feli­cità nella vita piena di piaceri; altri invece, nella vita attiva; altri infine, nella vita contémplativa.

Alcuni anzitutto cercano la felicità nell´accumu­lare beni esteriori, ossia onori e ricchezze, oppure

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nel soddisfare l´appetito irascibile contro i nemici, o l´appetito concupiscibile circa le soddisfazioni e consolazioni mondane. Per ritrarre costoro da tale falsa felicità, temporale e caduca, il Signore nelle tre prime beatitudini promette: ai poveri in ispiri­to, il regno dei cieli con tutta l´abbondanza dei suoi beni; ai miti, il sicuro e quieto possesso della terra dei viventi, senza pericolo alcuno da parte dei nemici; e a coloro che, rigettando volontaria­mente i piaceri mondani si assumono pianto e lutto in questo mondo, promette verace ed eterna con­solazione.

Altri vedono la felicità nelle opere della vita attiva, la quale riguarda il prossimo, sia nelle prestazioni dovute, sia in quelle spontanee. .A chi ha fame e sete, e cioè fervente desiderio, di giustizia senza badare al proprio tornaconto, il Signore promette con la quarta beatitudine sazie­tà di beni. A colui che per amor di Dio benefica gratuitamente il prossimo, abbassandosi alle altrui miserie, la quinta beatitudine assicura la divina misericordia, liberatrice da ogni male.

Altri infine ripongono la felicità nella vita con­templativa. E poichè la mondezza di cuore di­spone a veder chiaro, la sesta beatitudine promet­te- ai puri di cuore la visione divina. E siccome il metter la pace in se stesso o tra gli altri manifesta

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che l´uomo è imitatore del Dio dell´unità e della pace, così la settima beatitudine assegna come premio ai pacifici e ai pacificatori la gloria della divina figliolanza, che consiste nella perfetta unio­ne con Dio per mezzo di una consumata sapienza.

L´ottava e ultima beatitudine forma, come si è detto, come la stabilità delle precedenti in mezzo alle prove ed afflizioni: pertanto — dice l´Angeli­co Dottore — (244) le sono dovuti i premi di tutte le altre; per questo ´ricomincia da capo col premio del regno dei Cieli, assegnato alla prima beatitu­dine, affinchè si comprenda che, nominato- il pri­mo, verranno poi anche tutti gli altri in conse­guenza.

Parlare di beatitudini evangeliche equivale adunque a parlare di santità consumata. San Tom­maso vede appunto una mirabile corrispondenza fra esse e i distinti ordini dei Santi, quando, spie­gando il Vangelo della Festa di Ognissanti, le ri‑

corda ed applica così: « Poveri in ispirito furono gli Angeli umili e ubbidienti, a differenza di Lu‑

cifero e seguaci, ricchi di superbia. Miti furono i

Patriarchi, i quali tra minacce e prove conserva­rono la loro mansuetudine. Furono dediti al pianto

i Profeti, che versavano lacrime sui mali del popo­lo eletto. Ebbero fame e sete di giustizia gli Apo­stoli, fomentandola attraverso il mondo intero.

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Misericordiosi furono i Martiri, persino verso i lo ro persecutori. Mondi di cuore furono i Vergini, gelosi della purezza di anima e di corpo. Pacifici furono finalmente i Confessori, isolandosi da ogni inquietudine per amor della pace ».

L´esempio dei Santi sproni anche noi a cercare la vera ed eterna felicità per mezzo delle beatitu­dini, ossia delle opere, e opere perfette, delle vir­tù soprannaturali coronate dai doni dello Spirito Santo. Sarà questo il più bel modo di corrispon­dere alla nostra santa vocazione, poiché il primo articolo delle Costituzioni ci impone, con l´obbligo dell´apostolato, anche il dovere di sforzarci per acquistare la perfezione cristiana.

29. Le virtù teologali.

Al di sopra di tutte le altre virtù infuse, e non meno degli stessi doni dello Spirito Santo, dalle quali e dai quali procedono i frutti dello Spirito Santo e le beatitudini evangeliche, sono da stimar­si — secondo San Tommaso — ´(245) le tre virtù teologali: Fede, Speranza e Carità.

La Fede ci fa conoscere Dio in modo sopran­naturale fin da questa vita mortale, dando noi il nostro assenso alle verità da Lui rivelate. La Spe­_

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ranza ci porta a Dio come a nostro fine sopran­naturale, attendendo noi fiduciosi la vita eterna e le grazie per meritarla. La Carità ci infonde per Iddio un amore come quello che Egli ha per Se stesso, amando noi il Signore non solo pei bene‑

fici da Lui ricevuti, ma proprio per Lui mede‑

simo.

La Fede adunque è una conoscenza sopranna­turale, anzi divina, che crede a Dio in ossequio a Dio. La Speranza è una fiducia soprannaturale, anzi divina, che spera in Dio appoggiandosi a Dio. La Carità è un amore soprannaturale anzi divino, che ama Dio per Iddio. ´Cosicchè que­ste divine e permanenti disposizioni dell´intelletto e della volontà ci fanno raggiungere Iddio imme­diatamente in Se stesso, e non soltanto- nelle crea­ture e attraverso le creature: esse uniscono a Lui, come a somma Verità, la nostra parte razionale; uniscono a Lui, come a somma Potenza e Beati­tudine, la nostra parte irascibile; uniscono a Lui, come a somma Bontà, la nostra parte concupisci‑

bile.

Si può dire altresì che la Fede, unendo diretta­mente a Dio il nostro intelletto, rende soprannatu­rale e divina la Prudenza, che ci deve appunto _ guidare a Dio, nostro Fine supremo. La Speranza, unendo direttamente a Dio le nostre aspirazioni,

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rende soprannaturali e divine la Temperanza con­tro le seduzioni e la Fortezza contro le difficoltà. La Carità, unendo direttamente a Dio e, per amor di Dio, al prossimo, la nostra volontà e il nostro cuore, rende soprannaturale e divina la Giustizia verso Dio e verso il prossimo medesimo, poichè la radica nella stessa Carità increata, che è lo Spi­rito Santo abitante nell´anima del giusto, come scrive l´Apostolo: L´amore divino si è riversato nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci fu dato. (246)

Le tre virtù teologali vengono infuse contem­poraneamente nell´uomo giustificato.

Riguardo però ai loro atti, si deve dire che la Fede precede le altre due, poichè non si può spe­rare nè amare quello che non si conosce ancora Similmente l´atto di Speranza precede quello di Carità, perchè solo chi spera qualcosa da un al­tro, procede ad amare costui e a fare quello che egli vuole: senza dire che colui il quale vuoi_ rag­giungere un fine, deve già considerarlo come pro­prio appunto mediante la speranza. (247)

Viceversa, se si guarda alla perfezione delle singole virtù teologali, la Carità supera le altre due, perchè con essa il cristiano non si limita ad attingere direttamente da Dio per sè la verità, co­me fa la Fede, o la beatitudine, come fa la Spe‑

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ranza, ma riposa completamente in Dio senza cu­rarsi di sè.

La Carità è tanto perfetta, che continuerà in Paradiso. « Infatti — fa notare Sant´Agostino -­(248) alla Fede e alla Speranza succederà il loro stesso Oggetto, non più da credersi nè da spe­rarsi, ma da vedersi e da temersi; mentre la Ca­rità, che è la maggiore tra queste tre virtù, non sarà tolta, ma aumentata e in tutto soddisfatta, contemplando finalmente ciò che credeva e posse­dendo ciò che sperava ».

Non sarà mai ripetuto sufficientemente che le virtù teologali costituiscono i tre solidi fonda-. menti della vita cristiana, secondo le parole di San Paolo: Ben fondati e saldi nella Fede, senza lasciarsi smuovere dalla Speranza dell´Evangelo... la quale Speranza noi teniamo, àncora dell´anima, sicura e salda... radicati e fortificati nella cari­tà. (249)

E siccome la perfezione dell´uomo consiste nel­l´unione con Dio, queste tre virtù teologali procu­rano all´uomo la più alta perfezione possibile: anche perchè qui non si tratta, come per le altre virtù, di cercare e conservare un giusto mezzo, ma piuttosto di slanciarci, il più possibile, fino in fondo. « L´uomo — scrive San Tommaso — (250) non deve usare in cuor suo nessuna misura nella

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Fede, nella Speranza e nella Carità; ma, quanto più crede e spera e ama, tanto meglio è per lui. Solo negli atti esteriori di ossequio a Dio biso­gna usare quella discrezione, che è suggerita dal­la carità ».

Nel sogno dei Dieci Diamanti (251) San Gio­vanni Bosco ricevette la celeste consegna che le tre virtù teologali devono brillare sul petto di tut­ti i suoi Salesiani, quale garanzia di altissima per­fezione cristiana. Possa pertanto il nostro caro Padre rivolgere ai suoi Figli e Figlie di tutti i tempi e di tutti i luoghi le stesse parole che l´A­postolo scriveva ai Tessalonicesi: Noi rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, facendone men­zione nelle nostre preghiere, e non smettendo mai di ricordare nel cospetto di Dio nostro Padre l´operante vostra Fede e la Carità laboriosa e la costante Speranza che avete in Gesù Cristo Si­gnor nostro. (252)

30. Con umiltà e con amore.

Giunti al termine di questa Introduzione alle Virtù, — che ha potuto ricordarci tanti aspetti pratici della vita spirituale e stimolarci nell´asce­sa alla vetta della perfezione naturale e sopranna­turale, — possiamo e dobbiamo ritenere due gran‑

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di lezioni, che scaturiscono da tutto quello che abbiamo considerato circa la virtù in genere: una lezione di umilià e una lezione di carità.

L´umiltà è resa indispensabile dalle ferite cau­sate nella nostra natura dal peccato originale e dai peccati personali: ferite che ci mettono in ba­lia delle ree passioni e ci rendono incapaci di com­piere sempre e completamente, mediante perfette virtù naturali, anche solo il bene voluto dalla semplice legge di natura.

Il fatto poi che siamo chiamati a un fine so­prannaturale, per il quale non giovano le sole vir­tù naturali, e l´altro fatto che nel campo -delle vir­tù soprannaturali non possiamo far nulla senza l´aiuto della grazia, — la quale sola ce le infonde e ce le aumenta, sia pure non escludendo la nostra cooperazione, — devóno tenerci vieppiù sprofon­dati in umiltà.

Cosicchè ci appaiono in tutta la loro fondatez­za e forza le affermazioni dei Santi sulla- necessità di questa virtù, quale fondamento di tutto l´edifi­cio spirituale.,

Quando ti vedi sollevato all´apice della vir­tù, allora più che mai ti è necessaria l´umiltà, — insegna Sant´Efrem, — (253) affinchè, essendo solido e perfetto il fondamento che è l´umiltà, l´edificio rimanga ben fermo ».

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. < L´umiltà merita che le si diano le altre vir‑

tù, ad esempio la castità e               — ripete
San Bernardo, — (254) perchè agli umili Iddio dona la sua grazia. L´uniiltà adunque riceve le al­tre virtù, e inoltre, dopo averle ricevute, le con­serva, perchè lo Spirito di Dio non riposa che sul­l´uomo tranquillo e umile. Infine essa perfeziona quelle virtù che ha conservate, poiché la virtù vien perfezionata nella • infermità, ossia nell´u­miltà ».

San Gregorio Magno paragona colui che ra­duna virtù senza umiltà a chi porta polvere sulla mano aperta, mentre soffia il vento. E aggiunge: < Vestimento di tutte le virtù è l´umiltà, e se loro lo togli, le vedrai morire a poco a poco ». (255)

San Tommaso ammonisce che, come il ramo della pianta è tanto più inclinato quanto è mag­giore la quantità di frutta che vi si trova appesa, così deve esser più umile colui che è più ricco di opere buone, le quali sono tutte doni di Dio, onde ci ammonisce l´Apostolo: Che cos´hai che tu non abbia ricevuto? e se l´hai ricevuto, perchè ti glorii come non avessi ricevuto? (256)

Di questa profonda umiltà abbiamo un magni­fico esempio nel nostro santo Fondatore e Padre, il quale, udendo fare elogi di sue virtù e di sue opere, interrompeva il discorso e diceva:" « Non

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facciamo torto a Dio e a Maria Santissima. Se quell´affare è riuscito così bene, se le nostre one­re vanno prosperando, lo dobbiamo totalmente a Dio e alla´ nostra buona Madre ». Altre volte af­fermava con accento di intima convinzione: « Se il Signore avesse trovato uno strumento più disa­datto di me per le sue opere, purchè disposto ad abbandonarsi intieramente alla sua Divina Prov­videnza, lo avrebbe scelto in ´vece mia, e sarebbe stato meglio servito di quello che lo sia da me, ed avrebbe operato cose ancor più grandi di que­ste ». (257)

Egli stesso volle imprimere nella mente e nel cuore dei suoi giovanetti, e a tal fine stampare nel Regolamento per gli Allievi (Capo IX, Con­tegno verso i compagni, art. 6; Capo VI, Contegno nella scuola e nello studio, art. 22) queste verità: « La superbia è sommamente da fuggirsi: il su­perbo è odioso agli occhi di Dio e dispregevole di­nanzi agli uomini. La virtù che è in particolare maniera inculcata agli studenti è l´umiltà. Uno studente superbo è uno stupido ignorante ». E una volta affermò recisamente: « La gloria del­l´Oratorio non deve consistere solamente nella scienza, ma in modo speciale nella pietà. Una di mediocre ingegno, ma virtuoso ed umile, fa mol­to maggior bene e più grandi cose che uno scien‑

°

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ziato superbo; non è la scienza che faccia i santi, ma la virtù ». (258).

La seconda lezione da non mai dimenticarsi è la carità.

Se vogliamo compendiare in due parole ciò che è la virtù, dobbiamo ripetere con Sant´Agostino: Virtus est bona voluntas: retta ooluntas est bonus amor. « La virtù è la volontà buona. La volontà retta è l´amore buono ». (259)

Venga allora la divina Carità, ossia l´amore del Bene Sommo e Infinito, a prendere completo e stabile possesso della nostra volontà, ed avremo la madre e la radice di tutte quante le virtù. Dob­biamo infatti riconoscere con Origene: « Se il cri­stiano giunge a tanta perfezione, da amar Dio con tutto il suo cuore, con tutta l´anima sua, con tutte le sue forze, e il prossimo come se stesso, che luo­go può mai esserci ancora pel peccato? Per que­sto nella Legge la carità è detta il primo coman­damento; per questo nel Vangelo vien comandata sopra tutte le altre cose; per questo a San Pietro, quando si tratta di consegnargli il governo delle pecorelle e di fondare la Chiesa su di lui come sopra la roccia, non si esige la protesta di nes­sun´altra virtù se non della carità; per questo San Giovanni, tra le molte altre cose sull´amor di

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Dio e del prossimo, proclama: Dio è carità: e chi sta nella carità, sta in Dio e Dio in lui. (260)

Nessun dubbio che San Giovanni Bosco, impo­nendoci nelle Costituzioni « un tenor di vita stret­tamente cristiano » e il « perfetto adempimento dei doveri generali del cristiano » (Costit., 12 e 150), ci esige in primo luogo quella carità che, al dire di Sant´Agostino, « è il frutto vero e proprio di noi cristiani, proveniente, secondo l´Apostolo, da un cuore puro, da una coscienza buona e da una fede sincera». (261)

Tanto è così, che l´articolo 12 delle medesime Costituzioni ci vuol proprio « stretti solamente dal vincolo della carità fraterna e dei voti semplici, il quale ci unisce in guisa, che formiamo un cuor solo e un´anima sola per amare e servire Iddio ».

Ma a noi, che siamo religiosi di vita princi­palmente attiva, il nostro santo Fondatore ha pur dato nelle Costituzioni un capo, il primo, tutto pervaso di carità e di zelo per le anime. Infatti l´amor di Dio non può andar disgiunto dall´am or del prossimo. Alle parole dell´Apostolo Giovanni Se ci amiamo l´un l´altro, Dio abita in noi e la ca­rità di Lui è perfetta, San Tommaso fa appunto questo bel commento: « Allora la carità di Dio è perfetta in noialtri, quando Lo amiamo non sal‑

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tanto in Se medesimo, ma anche nella immagine Sua, che è il nostro prossimo ». (262)

Infine a noi, come a educatori della gioventù, il nostro buon Padre non parla che di carità qua a-do scrive a riguardo del suo Sistema Preventivo: « La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di San Paolo che dice: Caritas patiens est... Omnia suffert, omnia sperai, omnia sustinet. La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque distur­bo » (Regolam., 90).

Conserviamo adunque l´umiltà e la Carità co­me i due costanti atteggiamenti del nostro spirito nell´esercizio delle virtù naturali, cristiane, reli­giose e salesiane: l´umiltà attirerà su di noi e sui nostri sforzi grazie -abbondanti, mentre la ca­rità ci renderà santamente attivi, secondo la spie­gazione dell´Angelico nostro Maestro, alle parole del Cantico dei Cantici: Le ,3ue fiaccole son fiaccole di fuoco e di fiamme! «Sano di fuoco, per l´ar­dore interno di carità; sono di fiamme, per la luminosità esterna delle opere ». (263)

Ci aiuti in questo la Vergine Santissima. Il sa­cerdote, nel Ringraziamento dopo il Divin Sacrifi­cio, non trova miglior regalo da fare alla Madon­na che quello di presentarle e offrirle il dilettis­simo suo Divin Figliuolo Gesù: e glielo presenta

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ed offre humiliter et amanter, ossia con umiltà e con amore. Ci ottenga la nostra Celeste Madre e Ausiliatrice la grazia di perseverare in questa umiltà e in questo amore per tutto il corso di no­stra vita, che dev´essere vita di sforzo per l´ac­quisto della perfezione, e vita di attività nel mul­tiforme apostolato salesiano: perfezione e apo­stolato da esplicarsi — come sentimmo ammonirci dall´articolo secondo delle Costituzioni — nell´eser­cizio di tutte le virtù, interne ed esterne.

Tra esse sono di primaria importanza le virtù teologali e cardinali, che ora passiamo a conside­rare una per una, incominciando dalla Fede.

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Casella di testo: LA FEDE

1. Significati della parola « fede ».

Fin dall´inizio della presente trattazione cir­ca la prima virtù teologale sarà bene ricorda-re che cosa vuoi. dire « fede > in senso anche solo mutano, e così pure nel linguaggio della Sacra Scrittura.

Nei discorsi comuni e familiari fede equivale a lealtà o fedeltà: chi non osserva una conven­zione, tradisce, come suol dirsi, la fede dei patti.

Si prende come fiducia nella frase: aver fede in un rimedio nuovo e costoso.

Si usa in senso di opinione o sentenza della mente: ad esempio, un tale manifesta la propria fede politica.

Si dice che è in buona fede colui che sostiene una cosa falsa credendola vera, e che è in inala fede chi dice il falso sapendo di mentire.

Fede assume poi lo speciale significato di testi­monianza. Così, i superiori fanno fede dell´ottima condotta di un alunno. Fede di nascita, fede di

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battesimo, e simili, sono appunto i certificati che rilasciano le autorità competenti.

Proprio a questo proposito, dobbiamo subito notare che, quando non possiamo o non vogliamo accertarci personalmente di una data cosa; dob­biamo per forza ricorrere all´altrui testimonianza. Ed ecco che in questo caso noi prestiamo fede, os­sia crediamo.

Qui la parola < fede > vuol dire tener per vera una cosa pel solo fatto che questa vien data per vera da un´altra persona, chiamata testimone.

Tra gli uomini questa fede è tenuta, e meri­tamente, in gran conto. Infatti, se non si accet­tasse la testimonianza dei propri simili, la vita sociale diventerebbe impossibile e il mondo si convertirebbe in un caos.

Se di molti fatti, ed anche di molte verità, noi possiamo procurarci da noi medesimi la certezza. per moltissime altre verità e avvenimenti noi ab­biamo bisogno di credere alla testimonianza di coloro che sono ben informati e che per la loro probità e veracità non ingannano.

Ci è stato facile, per esempio, accertarci per­sonalmente che il fuoco brucia: una momentanea esperienza subito ci persuade. Così, fin da fan­ciulli, una volta conosciuta la parte di una cosa e il tutto della medesima, ei siamo subito persuasi

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della verità o assioma che il tutto è maggiore della parte.

Ma vi sono tantissimi fatti e moltissime ve­rità, della cui esistenza o certezza l´uomo non po­trebbe venire in possesso nè con la propria espe­rienza personale, nè coi propri ragionamenti. Nes­suno dubita che esistano Roma e Atene: anche coloro che non visitarono mai tali città, ne sono certissimi, perchè la testimonianza di innumere­voli persone degne di fede è per essi garanzia di verità. E così uno crede a tante cose insegnate dai grandi scienziati e studiosi della natura, anche se non comprende i problemi dei quali essi si occupano.

Tuttavia sappiamo pure benissimo che gli uomini sovente sbagliano, sia pure inavvertita­mente e per ignoranza; e sappiamo inoltre che non rare volte essi per malizia ingannano gli altri. Malgrado ciò, sentiamo come un interno impulso ad accettare l´altrui testimonianza.

Ora è evidente che ogni nostra esitazione sva­nirebbe, se noi sapessimo con sicurezza che chi ci parla, nè corre pericolo di sbagliarsi, nè ha la minima intenzione di trarci in errore.

Non gli uomini possono darci tale sicurezza assoluta, ma Dio solo. Egli è la stessa Sapienza, la stessa Verità; perciò noi accogliamo con ade‑

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sione assoluta la sua testimonianza, secondo che rileva l´Apostolo San Giovanni: Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è maggiore. (264)

Per questo la parola « fede » significa soprat­tutto la fede religiosa, nei riguardi della divina rivelazione.

Passiamo dunque a ricordare alcuni signifi­cati di essa nella Sacra Scrittura.

Fede può essere soltanto un credere superfi­ciale e di corta durata per mancanza di profon­de radici. Ne parla Nostro Signore nella parabola del seminatore: I semi caduti sulla pietra sono coloro i quali, udita la parola, la ricevono con gioia; ma non hanno radice, credono per breve tempo e al momento della tentazione si tirano in­dietro. (265)

Fede può significare la persuasione e la fiducia inconcussa di qualche futuro evento miracoloso. È la cosiddetta « fede dei miracoli », della quale però afferma San Paolo: ,U se avessi tutta la fede, sì da trasportar le montagne, e poi mancassi di carità, non sarei nulla. (266)

Fede può dirsi la semplice professione este­riore di religione; ma, in proposito, domanda San Giacomo il Minore: Che giova, fratelli miei,

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se uno dice di aver la fede, ma non ha le opere? Potrà forse salvarlo la fede? (267)

Fede è l´amore e zelo lodevole per l´osservanza della religione cristiana, e in questo senso scrive l´Apostolo ai Romani: La vostra fede è rinomata in tutto il mondo. (268) Così pure noi diciamo lavorare o combattere per la fede, volendo signi­ficare, in generale, lavorare o combattere per la religione.

Ma fede vera e propria è la prima virtù teolo­gale, fondamento della giustificazione e vera vita del cristiano.

Essa è la piena accettazione di quella divina rivelazione alla quale dobbiamo credere e obbe­dire, conformando noi stessi all´ordine sopranna­turale che Dio ha stabilito per la nostra eterna salvezza.

A riguardo di questa fede soprannaturale e divina l´Apostolo proclama solennemente: Uno è il Signore, una la fede, uno il battesimo... Noi abbiamo ricevuto la grazia e la missione di in­durre, nel nome di Dio, all´obbedienza della fede tutti i gentili. (269)

E a Timoteo raccomanda di combattere la buo­na battaglia, mantenendo la fede e la buona co­scienza; la quale rigettando, alcuni han fatto nau­fragio rispetto alla fede. (270)

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Tenga Iddio lontano da noi siffatto naufra­gio, pei meriti del Figliuol Suo fatto uomo e per l´intercessione della celeste nostra Madre e Ausi­liatrice.

2. La fede soprannaturale che salva.

Il celebre poeta, drammaturgo e romanziere, Victor Mugo si presentò un giorno a San Giovan­ni Bosco e, assumendo la persona di incredulo, gli disse: « Io sono un incredulo... Nella prima mia età io credevo come credevano i miei parenti e amici; ma appena potei riflettere sopra le mie idee e ragionare, ho messo la religione in disparte e mi son posto a vivere da filosofo ». Richiesto che cosa intendesse per « vivere da filosofo », spiegò: « Tenere una vita felice, ma non mai ba­dare al soprannaturale, nè alla vita futura, con cui i preti sogliono spaventare la gente semplice e di poca elevatezza ».

Il Santo non si scompose e non entrò in pro­fonde disquisizioni, come forse avrebbe deside­rato il suo visitatore, ma si limitò a invitarlo a immaginarsi di essere già alla fine della vita, sul punto di passare dal tempo alla eternità, pro­seguendo: « Voi dovete pensare al grande av‑

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venire: avrete ancora qualche istante di vita; se ne approfitterete, se vi servirete della religione e della misericordia del Signore, sarete salvo, e sal­vo per sempre; diversamente voi morrete, ma mor­rete da incredulo, da reprobo, e tutto sarà per sempre perduto per voi. Vi dirò le cose più chiare ancora: che per voi non vi è più altro da spe­rare che il nulla (giacchè tale è la vostra opinio­ne), od un supplizio eterno che vi aspetta (se­condo la mia credenza e quella di tutto il mon­do) ».

L´interlocutore, pensieroso, replicò: « Voi mi tenete un discorso, che non è filosofico, non è teo­logico, ma un discorso da amico, che io non vo­glio respingere. Dico che fra i miei amici si at­tende a discutere di filosofia, ma non si viene mai al gran punto: o l´eternità infelice, o il nulla aspetta. Io voglio che questo punto sia ben stu­diato e poi, se lo permettete, ritornerò a farvi un´altra visita ». Tornò infatti la sera dopo, e con­cluse il suo dire così: « Io credo nel sopranna­turale, credo in Dio e spero di morire nelle mani di un prete Cattolico che raccomandi lo spirito mio al Creatore ». (271)

Nelle parole del singolare visitatore dobbiamo rilevare questa inesattezza: « Voi mi tenete un di­scorso che... non è teologico >>. Tutt´altro.

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Il Santo conosceva assai bene la Teologia, e in modo particolare la definizione del Sacro Con­cilio di Trento: (272) c La fede è l´inizio dell´uma­na salvezza... Proprio a questa fede, secondo la tradizione che risale agli Apostoli, si riferiscono i catecumeni allorquando, prima del Battesimo, chiedono quella fede che dà la vita eterna ».

Ecco adunque un punto veramente fondamen­tale e caratteristico, per cui la fede cristiana si presenta al di sopra della natura pura e sem­plice, e al di sopra di qualsiasi fede che si chie­dono e si prestano gli uomini a vicenda nel campo della convivenza, o del sapere, o dell´interesse temporale. E il punto è precisamente questo: la fede soprannaturale riguarda direttamente l´eter­na salvezza, come affermò il Divin Maestro: Chi ascolta la mia parola e crede in Colui che mi ha mandato, ha la vita eterna. (273)

Questa relazione intima della fede con il pre­mio che noi dobbiamo e vogliamo sperare da Dio dopo la vita terrena, spicca al primo posto nella famosa definizione, che San Paolo dà della fede; alla qual definizione, come alla più perfetta, ben­chè non scritta con pretese scientifiche, San Tom­maso riduce ben sei altre definizioni di Padri e Scrittori ecclesiastici. (274)

Scrive l´Apostolo: La fede è realtà di cose spe‑

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rate, e convincimento di cose che non si vedo­no. (275)

Va da sè che, trattandosi di cose sperate, le quali poi in Paradiso ci renderanno eternamente felici, la fede, in questa vita, ce le fa soltanto pre­gustare; però fa sì che nell´anima nostra, la quale pensa e vuole, i beni futuri abbiano fin d´ora una realtà anticipata. Fra detti beni occupa il primo posto la conoscenza di Dio, come disse Gesù nel­l´Ultima Cena, rivolto al Padre Celeste: Ora la vita eterna consiste nel conoscere Te,, solo vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo, (276) e così la fede risulta una vera deificazone della nostra intelligenza, comunicandole una partecipazione so­prannaturale della cognizione che Dio ha di Se stesso. (277)

Tuttavia, siccome questa stupenda realtà si ri­ferisce a cose sperate, l´uomo non deve preten­dere che la fede gli anticipi quaggiù la visione chiara e netta dei beni futuri. Qui è il caso di ripetere con l´Apostolo: (278) Quando quel che si spera, si vede, codesto non è più speranza; per­chè chi già vede una cosa, che spera più? Noi speriamo quel che non vediamo.

All´uomo saggio e retto deve dar soddisfazione il sapere che, di queste cose´ che non si vedono, la fede, che lo salverà in eterno, è convincimento,

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ossia convinzione, assenso dell´intelletto. Lo abbia­mo udito da San Paolo, nella sua definizione della fede.

Trattandosi della eterna salvezza, l´uomo non deve trovar insormontabile qualsiasi difficoltà gli si presenti nel dare questa assenso del suo intellet­to. Anche nel campo semplicemente naturale fe­de vuole dire credere alla parola altrui, e cioè te­ner per- vera una cosa che non si vede immedia­tamente in se stessa, ma è però testimoniata da persona autorevole. Tanto più deve ciò valere in questo caso, in cui Dio stesso si degna rivelare cose nascoste: qui l´intelletto, anche se non vede e non capisce, può e deve affermar come vere tali cose, convinto dall´autorità di Colui che le ha ri­velate.

Sbaglia pertanto miseramente chiunque ricusa la propria eterna salvezza, che gli viene unicamen­te dalla fede soprannaturale e divina, e la ricusa per non sapere o non volere elevarsi al di sopra delle cose che colpiscono i sensi oppure appagano la ragione umana con la loro evidenza.

Parola di Dio, che non si cancella: Chi non crederà, sarà condannato. (279)

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3. Fede in Dio.

La semplice ragione naturale, risalendo dagli effetti alle cause, si innalza fino P. Dio, che è la Causa Prima di tutto quanto esiste. Questo è un giungere al Creatore attraverso le creature, se­condo le parole dell´Apostolo: Le perfezioni in­visibili di Lui fin dalla creazione del mondo, com­prendendosi dalle cose fatte, si rendono visibili, quali la sua eterna potenza e la sua divinità; e secondo il detto della Sapienza: Dalla grandezza invero e dalla bellezza delle creature si può cono­scere, per analogia, il loro Creatore. (280)

Tuttavia siffatta conoscenza, di ordine naturale, non entra nell´intimo della Divinità. Cosicchè op­portunamente nel libro di Giobbe all´affermazione: Tutti gli uomini vedono Dio, tien dietro quest´al­tra: Ciascuno lo scorge da lontano. (281)

E non può essere diversamente, pOichè — spie­ga San Tommaso — (282) le creature che ci parla­no di Dio sono infinitamente distanti dalle divine perfezioni. E come la vista facilmente s´inganna nello scrutare oggetti lontani, così lo sforzo di co­noscere Iddio attraverso le creature può far cade­re gli uomini in molteplici errori; tanto più che vi furono delle creature, le quali — secondo la parola della Sapienza — si tramutarono in abomi‑

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nazione e in scandalo per le anime degli uomini e in laccio per i piedi degl´insensati, (283) attirando a sè quel culto e quell´amore che erano dovuti´ al Creatore.

Sia lode a Dio, che provvide agli uomini una via soprannaturale per arrivare a conoscerlo in­timamente. Egli si degnò di rivelare direttamente Se medesimo, come scrive San Paolo: Le cose divine nessun altro le sa fuor che lo Spirito di Dio... A noi le rivelò Dio per mezzo dello Spirito suo. (284)

Il medesimo Apostolo, iniziando la sua lettera agli Ebrei, nella quale si propone di far conoscere l´infinita grandezza di Gesù Cristo, pone a base e fondamento del suo lungo ragionamento il fatto della divina rivelazione: Iddio, dopo avere in an­tico, a più riprese e in molte guise, parlato ai no­stri padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi tempi parlò a noi per mezzo del Figlio suo. Con tale solenne esordio pare quasi voler dire: — Ascol­tatemi attentamente: sappiate che tutto ciò che io verrò esponendovi è parola e rivelazione celeste, alla quale voi dovete prestar fede sincera e piena.

È logico infatti che a una soprannaturale ri­velazione debba corrispondere una fede e una predicazione speciale, come afferma ancora l´Apo­stolo: Avendo lo stesso spirito della fede, secondo

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quel che sta scritto: « Ho creduto, perciò ho par­lato », anche noi crediamo, perciò anche parlia­mo. (285)

D´altronde non si possono credere le cose che Dio ha rivelato, se prima non si crede in Lui e a Lui.

Sant´Agostino dice appunto che, per salvarsi dalle burrasche della vita, bisogna incominciare dalla fede soprannaturale e divina: « Credi a Dio -- insiste il Santo. — (286) Questo è il primo precetto, questo è l´inizio della religione e della tua vita: aver il cuore fisso nella fede, e, renden­do il cuore stabile nella fede, vivere rettamente, astenendoti da ciò che ti seduce e sopportando ciò che ti affligge nel corso della vita mortale ».

4. Dono divino.

La fede soprannaturale è una grazia segnala­tissima, un dono gratuito che Dio concede agli uomini, al di fuori e al di sopra di ogni aspetta­zione o esigenza.

Infatti i misteri che formano l´oggetto della fede sono così alti ed eccellenti, che nessuna mente creata avrebbe potuto da sola conoscerne anche solo l´esistenza. Per poter averne notizia era ne­cessario che il Signore ce li rivelasse, o immedia‑

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tacente, come agli Apostoli e ai Profeti, o media­tamente, ossia attraverso i predicatori della fede: e tale rivelazione soprannaturale è già un gran dono di Dio alla umanità. (287)

Ma v´ha di più. Per aver fede soprannaturale nelle verità rivelate da Dio occorre a ciascuno un lume speciale, superiore al semplice lume della ragione: poichè l´uomo, credendo, viene elevato al di sopra della sua propria natura fino a meritare, grazie appunto alla fede, di congiungersi misterio­samente con i segreti più intimi della vita della Divinità, ossia con l´ordine soprannaturale. Quel lume speciale è un lume di grazia, ossia un dono affatto gratuito di Dio. (288)

m— San Francesco di Sales, con la sua abituale semplicità e chiarezza, descrive in qual modo Dio concede agli uomini l´inestimabile dono della fe­de e, con un appropriato paragone, fa capire co­me, tra le oscurità dei misteri della fede, essi ven­gano avviati a una assoluta, irrefragabile certez­za della loro verità. Scrive il nostro Santo Patrono e Titolare: « Quando Dio ci fa il dono della Fede, entra nell´anima nostra e parla al nostro spirito, non in maniera -discorsiva, ma a mo´ di ispirazio­ne, proponendo all´intelletto in forma sì gradevo­le ciò che si deve credere, che la volontà ne prova grande compiacenza, talmente che stimola l´in‑

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telletto a consentire e aderire alla verità senza dub­biezza o diffidenza di sorta. E la meraviglia è che Dio propone alla nostra anima i misteri della fe­de fra oscurità e tenebre, di guisa che non vedia­mo quelle verità, ma solo le intravvediamo. Così avviene talora che, essendo la terra coperta di nebbie, non possiamo vedere il sole, ma vediamo soltanto un po´ più chiaro dalla parte dov´è; sicchè lo vediamo, per così dire, senza vederlo, giacchè non lo vediamo nè tanto da poter dire sincera­mente di vederlo nè si poco da poter dire di non vederlo: e questo diciamo propriamente in­travvedere. Tuttavia questa oscura chiarezza del­la fede, una volta introdottaci nello spirito, non da forza di raziocini, nè da evidenza di argo­menti, ma dalla sola soavità della sua presenza, con tanta autorità si fa credere e obbedire dal­l´intelletto, che la certezza da lei dataci della verità sorpassa tutte le altre certezze del mondo e sottomette talmente tutto lo spirito e tutti i discorsi del medesimo, che questi al paragone val­gono nulla ». (289)

Noi tutti, che godiamo di un dono si eccelsa, dobbiamo ringraziarne con tutto il cuore Iddio, che dalle tenebre ci ha chiamati alla sua meravi­gliosa luce. (290) Appunto alle tenebre dell´igno­ranza, dell´infedeltà e della eterna dannazione si

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riferì Nostro Signore quando disse: Io son venu­to luce ín questo mondo, affinchè chiunque cre­de in me, non resti nelle tenebre. (291) Perciò San Paolo ringrazia Iddio Padre, che ci ha sottratti al­l´impero delle tenebre; (292) e scrivendo ai Tes­salonicesi si mostra riconoscente al Signore per l´accoglimento da essi fatto a questo dono divino: Ed è per questo — egli dice — che noi ringra­ziamo continuamente Iddio, che voi accogliendo la parola di Dio da noi udita, l´avete accettata, non come parola di uomini, ma — com´è davvero ­parola di Dio, la quale mostra la sua efficacia in voi che credete. (293)

Voglia il Signore far sì che queste parole ispi­rate possano applicarsi anche a noi, che siamo stati oggetto di consimile misericordia.

5. Prima virtù teologale.

Delle tre virtù chiamate teologali, perchè rag­giungono Dio immediatamente in Se stesso, viene nominata per prima la fede.

Essa è un lume soprannaturale, da Dio infuso nella nostra intelligenza, per il quale noi credia­mo fermamente, sulla di Lui parola, quanto Egli si degnò rivelare di Sè, primo nostro principio e ul‑

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timo nostro fine sia nell´ordine di natura che nel­l´ordine della grazia.

subito dobbiamo notare con San Tommaso (294) che nei riguardi della fede Dio può essere considerato come oggetto, come testimone e come fine: questa triplice considerazione ci farà capire sempre meglio che cosa è la prima virtù teologale.

Ci fa adunque osservare l´Angelico Dottore che si suol dire: credere Dio, credere a Dio e credere in Dio.

Anzitutto, dicendo « io credo Dio », indichiamo l´Oggetto principale della nostra fede, qual è ap­punto l´unico vero Dio, in tre Persone uguali e distinte, la Seconda delle quali si è incarnata e umanata per salvarci.

Ma affermare questo primo e supremo Oggetto della nostra fede non basta: per giungere alla virtù teologale occorre fare un secondo e un terzo passo.

Dicendo poi « io credo a Dio », indichiamo il Testimone autorevole che ci muove a credere, il quale non è altri che Dio stessa: noi infatti cre­diamo sulla parola di Dio il quale, se dice una cosa, non può certo sbagliare Egli stesso e non può nè vuole far sbagliare noi. Davanti a una simile testimonianza, che è la maggiore di tutte quante possano esistere in terra e in cielo, il nostro

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intelletto dà ragionevolmente il suo assenso, anche per le cose più difficili e misteriose.

Così abbiamo fatto un secondo passo: non sol­tanto crediamo Dio, ossia le cose divine anche più intime, ma crediamo a Dio, cioè basali sulla parola del divino Testimone.

Finalmente, dicendo « io credo in Dio », espri­miamo che Iddio è il nostro fine, verso il quale noi ci moviamo, non soltanto con la nostra intelligen­za, ma anche con la nostra volontà, ossia col no­stro amore. Una fede che si limitasse a credere Dio e a credere a Dio col pensiero, senza credere in Dio, ossia tendere a Lui con l´affetto, sarebbe -una virtù teologale sì, ma informe, ossia non per­fetta, perchè priva della carità.

Soltanto una fede che veramente è « in forma » ossia nella sua perfezione, — che le viene dall´a­mor di Dio, — soltanto una tale fede fa sì che l´anima tutta, sia coi pensieri che con gli affetti, tenda verso Dio e abbondi in opere buone.

Ora è chiaro perchè il Signore disse: Chi cre­de in (e non a) Lui, non è giudicato, (295) e così pure promise: Chi crede in (e non a) Me, ha la vita eterna. (296) Soltanto la fede _vivificata dalla carità libera dal tremendo giudizio. Soltanto la fede resa perfetta dalla carità fa tendere verso la cosa creduta, la quale diventa in conseguenza an‑

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che cosa amata. Ebbene, colui che ha fede e amo­re, possiede Gesù Cristo nell´intelletto e nell´affetto fin da questa vita; anzi, per ciò stesso possiede radicalmente la vita eterna, avendo scritto l´Apo­stolo San Giovanni: Questi (Gesù) è il vero Dio e la vita eterna. (297)

A pratica conclusione di quanto abbiamo detto circa la fede come prima virtù teologale, — che ci fa credere Dio, credere a Dio e credere in Dio, — rileveremo che il Simbolo degli Apostoli, che noi recitiamo sera e mattina, ha precisamente: « Credo in Dio, Padre Onnipotente... e in Gesù Cristo, suo Figliuolo unico... e nello Spirito San­to »; mentre poi prosegue: Credo la Santa Chiesa Cattolica, la Comunione dei Santi, la risurrezione della carne, la vita eterna ». Questo, appunto per­ché Iddio Uno e Trino è, non soltanto oggetto del­la nostra fede (come le verità nominate per ul­time nel Credo), ma, oltre a esserne -l´Oggetto, è anche il Testimone alla cui parola noi c´inchiniamo con la nostra intelligenza, ed è soprattutto il Fine a cui noi tendiamo con il nostro essere tutto quanto.

6. Principio della giustificazione.

Della fede il Sacro Concilio di Trento (298) insegna che è la base su cui poggia tutta la vita.

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cristiana. Eccone le testuali parole: « Noi dicia­mo di essere giustificati per mezzo della fede, pel fatto che la fede è l´inizio dell´umana salvezza: è il fondamento e la radice di ogni giustificazione: e senza di essa è impossibile piacere a Dio e per­venire al consorzio dei figliuoli di Dio ».

« La fede — afferma Sant´Agostino — (299) è il principio di quella vita santa che ha diritto al­la vita eterna ». Lo stesso Dottore chiama la fede radice di tutto il bene che l´uomo può operare, e fondamento dell´edificio di santità che può in­nalzare: e nei suoi discorsi illustra dette similitu­dini in modo interessante e grazioso. Dopo aver detto che il tempo della fede, e cioè della vita presente, è tempo di seminagione, e che non biso­gna scoraggiarsi, ma perseverare fino al tempo della raccolta, egli osserva: « La fede, nell´anima, è come una radice buona che trasforma la pioggia in ottimi frutti. La radice però, quantunque buo­na, non appare bella ai nostri occhi: la forza della sua bellezza è tutta interna e nascosta. Tu tieni in gran conto un bell´albero, ameno, frondoso, carico di frutti, e ne esalti la magnificenza; ti viene an­che la voglia di staccarne qualche frutto e di met­terti a riposare sotto la sua ombra amica, a riparo della gran caldura: in una parola, ecco che la sua bellezza t´incanta. Ma se qualcuno scopre le

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radici e te le fa vedere, tu non vi scorgi nulla di bello e non te ne curi affatto. Bada però che sei in errore: non devi disprezzare ciò che in sè pare molto abbietto: proprio di lì è sorto tutto ciò che di bello ammiri nell´albero ». Analogo ragiona­mento fa il Santo circa il fondamento di un edifi­cio: « Gli inesperti non sanno apprezzare le fon­damenta degli edifici. Nulla di più comune: si scava una gran fossa, vi si collocano man mano e, senz´ordine apparente pietre e massi, senz´om­bra di finitura o eleganza. Tu osservi le fonda­menta con indifferenza e senza godimento, mentre contempli l´edificio con ammirazione. O insensato, e non pensi tu_ che ciò che tanto esalti, è sorto proprio da ciò che non ti procura alcun dilet­to? ». (300)

Queste immagini così bene appropriate espri­mono tutta la fondamentale importanza ed effi­cacia della fede. Cosicchè possiamo´ concludere col Santo Dottore: « Così avviene pel cristiano: se non mette a base la fede, non potrà condurre buo‑

na          ». (301)

Naturalmente si parla sempre della fede vivi­ficata dalla carità, quando si dice che essa è il fondamento di tutto l´edificio spirituale. San Tom­maso rileva in proposito (302) che il fondamento è tale, non soltanto perchè è il primo a farsi, ma

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anche per la sua connessione con le altre parti della costruzione, dalle quali non può star distac­cato: e per l´opera spirituale, detto vincolo di con­nessione è appunto la carità.

Così pure dobbiamo notare che, se tra tutte le virtù tengono il primato quelle teologali, per­chè hanno per oggetto Dio stesso, ultimo fine del­l´uomo, tra le teologali viene per prima la fede coi suoi atti, dato che il fine ultimo, prima di essere sperato e amato, dev´essere conosciuto dall´intel­letto, e ciò avviene proprio mediante la fede. Tutto questo San Tommaso vede misticamente raffigu­rato nelle parole Scritturali: Abramo fu il padre di Isacco; Isacco, di Giacobbe. (303) Dapprima è la fede, indicata in Abramo, che è il padre di tutti i credenti; poi la speranza, rappresentata da Isacco, che significa « sorriso » e fa pertanto ri­cordare quella speranza gioiosa, spe gaudentes, di cui parla San Paolo; infine viene la carità coi suoi due precetti, amor di Dio e amor del pros­simo, e con le sue due vite attiva e contempla­tiva: carità simboleggiata da Giacobbe, di cui di­ce la Sacra Scrittura che ebbe per mogli Lia e Rachele.

Dalla fede ha pertanto inizio la giustificazio­ne. L´Apostolo San Paolo, dopo aver dimostrato ampiamente che Abramo fu giustificato mediante

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la fede, esorta i fedeli di Roma: Giustificati dun­que dalla fede, si abbia pace per mezzo del no, stro Signor Gesù Cristo; per il quale abbiamo an­che avuto, mediante la fede, adito a questa gra­zia in cui siamo, e di cui meniamo vanto nella speranza della gloria dei figliuoli di Dio. (304)

Accogliamo perciò anche noi dal medesimo Apostolo il seguente invito a un serio esame di co­scienza: Mettete alla prova voi stessi se siete nel­la fede; fate l´esame di voi. Infatti anche noi ab­biamo creduto in Gesù Cristo per essere giustifica­cati in forza della fede di Lui. (305)

7. Fede viva e operosa.

- La Sacra Scrittura, nei vari luoghi ove parla della fede, ci manifesta in che modo e con quali caratteri questa virtù deve trovarsi nell´anima no­stra. Basteranno anche semplici accenni, secondo i quali la fede dev´essere:

-       VERA, E NON FINTA. Dice infatti l´Aposto­lo: (306) Fine dell´ammaestramento è l´amore che proviene da un cuore puro, da una coscienza buo­na e da una fede sincera;

-       CERTA, E NON DUBBIA. San Giacomo esorta colui che ha bisogno di sapienza a chiederla a Dio:

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(307) Chieda però con fede, senza per nulla esi- tare;

—   UNA, E NON DIVISA. Afferma San Paolo:

(308) Uno è il Signore, una la fede;

—   VIVA, E NON MORTA. Conforme sta scritto:

(309) 11 giusto vive di fede;

—   GRANDE, E NON PICCOLA. In tal senso Gesù elogiò la Cananea: (310) Donna, la tua fede è grande;

—   FERVOROSA, E NON TIEPIDA. Ai discepoli, elie non erano stati capaci di scacciare il demonio dal fanciullo lunatico, e che ne chiedevano la cau­sa, il Maestro Divino rispose: (311) Per la vostra poca fede; perchè in verità vi dico che, se voi ave­ste tanta fede quanto un granello di senapa... niente vi sarebbe impossibile. Orbene i sacri in­terpreti fanno notare che il grano di senapa simbolo di fervore perchè, schiacciato, ha quel particolare ardore, che lo rende utile a medicare e a condire;

— OPEROSA, E NON OZIOSA. Avverte San Paolo: (312) Vale la fede operante per mezzo dell´amore;

—   FERMA, E NON INSTABILE. Scrive l´Apostolo ai Colossesi: (313) Se anche son da voi lontano di corpo, ma con lo spirito sono con voi; e godo ve­dendo la vostra disciplina e la fermezza della vo­stra fede in Cristo;

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—   CORAGGIOSA, E NON TIMIDA. I cristiani di Efeso vennero appunto invitati da San Paolo a star saldi in ogni cosa impugnando lo scudo della fede; (314)

—  finalmente, PERPETUA E NON TRANSITORIA. Diceva Tobia a quei che schernivano la sua cari­tatevole condotta e la sua cecità: (315) Noi siamo figli di santi, ed aspettiamo la vita che Dio darà a quelli che non perdono mai la loro fede in Lui.

Tutte le qualità testè ricordate possono riassu­mersi nel paragone portato da San Tommaso per distinguere la fede morta da quella viva e ope­rosa. Scrive il Santo Dottore: (316) « Fede morta è fede che si trova impotente a compiere le sue opere. Invece la fede viva è come un albero ri­goglioso: essa produce fiori, ossia i fermi propo­siti di servir Dio; produce foglie, ossia le parole che, edificano la fede stessa e dànno grazia a chi ascolta; infine produce frutti, ossia le dovute ope­re buone ».

E non può esser diversamente, perchè tutte le virtù sono operative, in quanto vivificate dalla carità. « L´amore — secondo San Gregorio Ma­gno — (317) ()Pera grandi cose, quando c´è; se ricusa di produrre opere, amore non è ».

La fede adunque non è soltanto una celeste luce, un occhio mirabile che scopre l´aspetto so‑

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prannaturale delle cose e di tutto quanto succede nel mondo: essa, animata dalla carità, è per di più una potente forza d´impulsione, che stimola e trascina ad operare il bene.

L´Apostolo San Giacomo dichiara questa ve­rità con parole assai espressive, scrivendo: Che giova, fratelli miei, se uno dice di aver la fede, ma non ha le opere? Potrà forse salvarlo le fede? Se un fratello o una sorella hanno bisogno di vesti e di cibo quotidiano, e uno di voi dica « Andate in pace, riscaldatevi e saziatevi », senza dar loro le cose necessarie al corpo, che gioverà? Così la fede, se non ha le opere, è morta in se stessa. Quindi´ l´Apostolo incalza: Tu credi che Dio è uno: fai bene; ma anche i demoni lo credono e temono. Ma vuoi tu conoscere, o uomo vano, come la fede senza le opere è morta? Forsechè Abramo, padre nostro, non è stato giustificato per via delle opere, quando offrì sull´altare il suo figliuolo Isac­co?... Allo stesso moda Rahab, peccatrice, non fu anch´essa giustificata per le opere, quando accol­se i messaggeri e li fece partire per un´altra stra­da? Poichè — conclude San Giacomo — come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta. (318)

Dopo queste parole pur tanto esplicite, che escludono anche l´ombra del dubbio, udiamo in

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proposito anche il nostro San Francesco di Sales. Egli distingue tre sorta di fede: la fede morta, la fede moribonda e la fede viva. E s´intrattiene a parlare delle prime due.

La fede morta è quella separata dalla carità. Questa separazione fa sì che l´uomo non compia più le opere che sono conformi alla fede profes­sata. Una fede morta hanno purtroppo non pochi cristiani, i quali credono bensì i misteri e le ve­rità rivelate, ma, essendo la loro fede disgiunta dalla carità, non producono opere buone.

La fede moribonda non è totalmente separata dalla carità; perciò può ancora produrre opere buone, ma assai raramente e con molta fiacchez­za. La carità quando alberga in un´anima che ha fede, non può non operare, o poco o molto: se non opera, non può sussistere. Così chi vuol cono­scere quale sia la fede che egli ha, se morta viva, non ha che esaminare le proprie opere e azioni. A quel modo che un moribondo non agisce che debolmente e a stento per l´indebolimento, delle forze, così la fede opera sempre meno, a mi­sura che si allontana dalla carità, nella quale

la sua forza e il suo vigore.

E continuando il paragone, il Santo aggiunge: « Quando voi osservate che una persona mori­bonda,non ha più alcun movimento, e non respira

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più, voi subito capite che essa è: morta e che l´anima, separata dal corpo, più non agisce. La stessa cosa avviene della fede, quando non fa più opere buone. Potrà ancora rimanere nell´anima qualche inclinazione al bene; ma questa deriva dalla carità che prima era in lei. Ed è proprio questo che costituisce una illusione pericolosa, e che fa credere all´anima di non aver perduta la fede; ma non si tratta, in questo caso, che di ap­parenza esteriore, di un´ombra di fede. ESsa è come un, albero secco, che durante l´inverno non si distingue affatto dagli altri alberi nei quali la vitalità è semplicemente sospesa: aspettate la primavera, e vedrete che, mentre gli alberi vivi si coprono di foglie e di frutti, esso, perchè privo di umore vitale, rimane totalmente spoglio, nudo e secco... Dite lo stesso della fede morta: esterna­mente essa rassomiglia alla fede viva, ma con la differenza che la fede viva produce frutti, men­tre quella morta non produce mai nè fiori, nè frutti ». (319)

Aggiungiamo, per ultimo, che sono ben incoe­renti coloro che — al dire dell´Apostolo — (320) professano di saper chi è Dio, ma con le opere lo rinnegano, essendo abominevoli e ribelli e inca­paci di qualsiasi opera buona. Spiegando questo passo, San Tommaso rileva appunto che, se ere-

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dono in Dio, come dicono, devono pur affermare che Egli è onnipotente e che a Lui bisogna obbe­dire; ma siccome poi Gli disobbediscono commet­tendo peccati, ecco che disdicono coi fatti ciò che avevano proclamato con le parole.

Non così il cieco nato che, illuminato nel corpo e nell´anima da Gesù Cristo, confessò la sua fede con la bocca, dicendo: Signore, io credo! e poi la confermò praticamente con l´opera: E si prostrò innanzi a Lui, e l´adorò. (321)

A ciascun fedele, e a noi in particolare, Iddio rivolge l´invito: (322) Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo sul tuo braccio; vale a dire, sul cuore per mezzo di una fede viva, e sul braccio per mezzo di una fede operosa.

Accogliamo questo divino invito, e così saremo con tutta verità uomini di fede.

8. Fede vigilante.

San Francesco di Sales dopo aver parlato, come abbiamo udito, di fede morta e moribonda in contrasto con la fede viva, aggiunge che vi è una fede vigilante, alla quale si oppone una fede son­nacchiosa e addormentata.

Quest´ultima; detta anche fede letargica, vede

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e intende bene le verità da credersi, ma non le medita a fondo, non ne penetra l´intimo significato e non ne trae le conseguenze; non ha gli occhi del tutto chiusi, ma neppure totalmente aperti; di modo che vede e non vede, intende e non intende, al pari di un uomo assonnato, il quale, pur te­nendo gli occhi aperti, non vede quasi nulla e, pur sentendo gli altri a parlare, non capisce ciò che essi dicono. Una fede di tal fatta può anche paragonarsi a certe persone distratte, le quali sembrano assorte in gravi pensieri, mentre, se voi le interrogate, non sanno neppur dirvi a che cosa pensino. Questa è la condizione delle persone di fede sonnolenta: esse credono in modo generico a tutti i misteri; ma se in particolare le invitate a spiegarne qualcuno, non sapranno rispondervi una sola parola. Non è dunque a meravigliare se una fede di tal sorta si trovi in grave rischio di venir assalita e vinta da molti nemici, e di far delle rovinose cadute.

La fede vigilante invece, non soltanto com­pie molte opere buone come la fede viva, ma inol­tre è pronta e acuta nel penetrare le verità rive­late; è attiva e solerte nel ricercare ed abbrac­ciare tutto ciò che può giovarle per farsi più-grande e robusta; sempre sta alle vedette per scoprire il bene e schivare il male, guardandosi

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da tutto ciò che può esserle causa di rovina. Ap­punto perchè costantemente è ben desta, va avanti franca e senza paura di cadere nei precipizi: essa è sempre accompagnata dalle quattro virtù car­dinali e si serve di esse come di ben temprata ar­matura contro i suoi nemici, resistendo invitta e incrollabile a tutti i loro assalti.

Taluno potrà pensare che ci siamo indugiati più del necessario a parlare di fede morta e le­targica, perchè tra le anime che vivono in reli­gione la virtù della fede non può essere che viva sempre e ardente.

Dio volesse che fosse così! Ma non sono pur­troppo ipotetici i casi di fede languida anche tra i religiosi,. fino al punto di diventare insensibil­mente moribonda e anche di morire del tutto.

Lasciando da parte questi pochissimi e lagri­mevoli casi, gioverà ricordare che la professione religiosa non elimina il pericolo di, vivere una fede sonnacchiosa e addormentata. Purtroppo la fede è una virtù sulla quale taluni molto rara‑

mente portano il loro esame, credendo sia cosa quasi superflua, dal momento che dicono di aspirare alla

perfezione, di cui la fede è soltanto base e fonda­mento. Ma se ben si riflette al modo con cui essi compiono le loro azioni, specialmente quelle riguar­danti direttamente il servizio di Dio, quali sono

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le pratiche di pietà prescritte dalla regola, si do­vrà concludere che non poche volte la loro fede è tutt´altro che vigilante. Il contegno loro durante le meditazioni, la stanchezza e fiacchezza nella recita del Breviario o del Rosario oppure nella celebrazione o assistenza della Santa Messa, la meccanicità con la quale si accostano ai Santi Sacramenti, la loro trascuratezza nelle prescrizioni liturgiche, il poco desiderio della parola di Dio, la dimenticanza in cui lasciano il Divino Ospite nel Tabernacolo, attestano che la loro fede sonnec­chia e ha bisogno di venir scossa e destata.

Si tratta insomma di quello stato doloroso di tiepidezza che è tanto esiziale, eppure non infre­quente nella vita religiosa. Abbiamo sentito da San Francesco di Sales che la fede perde tanto più vigore, quanto più si allontana dalla carità. L´anima tiepida e rilassata ha perduto il santo fervore della carità; per conseguenza anche la luce della fede è scemata in essa, e andrà sempre più illanguidendosi fino a estinguersi totalmente, se non si ricorre energicamente ai mezzi efficaci per scuotere il torpore e l´indifferenza nel servi­zio del Signore e nella pratica delle opere buone.

Per avere un´idea di fede religiosa vigilante a noi basterà richiamare le luminosissime figure di Don Bosco e di Don Rua.

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Quanto era grande lo spirito di fede del no­stro Santo Fondatore e Padre! E non solo nelle pratiche di pietà, ma nel sacro ministero, nell´eser­cizio delle opere di carità, nelle stesse occupazio­ni più ordinarie, nel tratto con ogni sorta di per­sone, sempre e ovunque: può affermarsi senza te­ma di esagerazione che Don Bosco viveva del con­tinuo alla presenza di Dio, anche in mezzo ad oc­cupazioni materiali disparatissime. « In casa ­attestava il Cardinal Cagliero al Processo di Bea­tificazione — (323) e fuori casa, nei viaggi, a piedi, in carrozza, nei convogli, discorrendo con noi o con estranei, lo si vedeva sempre penetrato dal pensiero della presenza di Dio, e, se non da principio del suo discorso, certo alla metà o alla fine della conversazione, concludeva sempre con un pensiero di fede ». E dopo aver riportato vari detti, che a Don Bosco erano familiari, e da lui ripetuti a mo´ di giaculatorie, il Cardinale con­cludeva: « Queste espressioni uscivano dal suo labbro con amore e gran fede: alzava il suo sguar­do al cielo, e traspariva dal suo volto la fede che aveva in cuore ».

Similmente fede vivissima e sempre vigilan­te aveva il Servo di Dio Don Michele Rua, co­me si rileva dalla sua Vita. (324) Alla, scuola di Don Bosco, grande educatore e grande santo, il

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Servo di Dio acquistò presto quella fede che gli fu guida e sprone in tutta la vita e divenendo col volger degli anni ognor più viva e profonda, gli fu di sostegno in lotte e cimenti che avrebbero spez­zato qualunque fibra senza un aiuto soprannatu­rale, pur serbando inalterata quella incantevole semplicità, che è propria delle anime innocenti e singolarmente privilegiate. Vivere alla presen­za di Dio era per Don Rua il mezzo più fattivo per avanzare nella perfezione, e lo ripeteva so­vente: « Viviamo alla presenza di Dio; tenetevi uniti a Lui, non con sforzo, ma dolcemente, con naturalezza, pensando che è con voi, che vi sta os­servando, che si compiace della vostra diligenza ».

Voleva che i Salesiani nella loro missione a pro della gioventù, che è la prima opera di cari­tà della Congregazione, lavorassero con grande spirito di fede e ripeteva spesso: « Riguardate gli allievi con l´occhio della fede, e tutto vi sarà fa­cile. Fatemi santi tutti i vostri giovani: voi siete i loro angeli custodi ».

In una parola,´ il Servo di Dio Don Rua fu proprio l´uomo giusto che vive di fede. Fisso in Dio in ogni istante, ne traeva quella rettitudine, che lo rese un modello insuperabile di ogni virtù, e quella efficacia di parola, che impressionava e spronava al bene.

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Specchiamoci con frequenza in questi mirabili esemplari di fede viva e vigilante, e sforziamoci di imitarli.

9. La fede, scudo e vittoria.

Il demonio rivolge le sue armi con particolare accanimento contro coloro i quali, mentre si ser­vono di tutti i mezzi possibili per sfuggire ai suoi lacci e alle seduzioni che egli suscita nel mondo, spendono inoltre tutta la loro vita per strappar-gli le anime e condurle a Dio.

Opportuno è pertanto l´ammonimento dell´Apo­stolo: Saldi dunque... in ogni cosa impugnando lo scudo della fede, su cui possiate spegnere i dardi infocati del maligno. (325) Grazie a questo scu­do, si riporta sul demonio vittoria completa, sia nella virtù che nell´apostolato.

A proposito di fede vittoriosa, San Tommaso (326) ricorda il detto di San Paolo: I santi per la fede vinsero dei regni, e lo applica in senso spiri­tuale al regno del diavolo, al regno della carne e al regno del mondo.

Dobbiamo anzitutto vincere il regno del de­monio, che ci tenta affinchè disobbediamo a Dio. Ora la fede ci fa conoscere che Dio è Creatore e Padrone assoluto di tutto e di tutti, e che perciò

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dobbiamo prestargli ubbidienza filiale e completa. Per tal modo noi al demonio resistiamo forti nella fede, come esorta solennemente San Pietro. (237)

Dobbiamo poi anche vincere il regno del mon­do, che ci tenta lusingandoci con la prosperità o spaventandoci con l´avversità. Ed ecco la fede mostrarci, sia la felicità eterna, che è ben più bel­la e piacevole di qualsiasi gioia mondana, sia l´Inferno eterno, che è male assai più grave di tutti i mali del mondo. Cosicchè la fede ci induce a disprezzare quanto noi troviamo di´ attraente oppure di spaventoso in questa vita terrena, di modo che possiamo ripetere con l´Apostolo San Giovanni: Questa è la vittoria che vince il mondo,

la fede nostra. (528)                         •

Dobbiamo infine vincere il regno della nostra carne, che ci tenta attirandoci alle soddisfazioni passeggere della vita presente. Ma la fede ci fa vedere che, se aderiamo ai piaceri disordinati dei sensi, perderemo le eterne delizie del Paradiso. Per conseguenza essa raccomanda a ciascuno di noi, come raccomandava San Paolo a Timoteo: Com­batti il buon combattimento della fede, afferra l´e­terna vita cui sei stato chiamato e hai fatto quel­la professione di fede in presenza di molti testi­moni. (329)

Insomma, la fede ci offre fortezza, sicurezza,

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vittoria. Per questo il profeta Anania ammonì Asa, re di Giuda: Gli occhi del Signore veggono tutta la terra e dànno la forza a quelli che credono in Lui con cuore perfetto. (330)

A mettere in maggior rilievo questo mezzo im­portantissimo della fede per riportare le più belle vittorie spirituali, gioverà senza dubbio, più che altri ragionamenti, richiamare alla nostra mente quel bellissimo sogno o visione di Don Bosco, che ben potrebbe aver per titolo: La fede nostro scu­do e nostra vittoria. (331)

Narrando tale sogno Don Bosco descrive a vi­vaci colori la terribile battaglia che si svolse tra un grande mostro e i giovani dell´Oratorio, capi­tanati dal nostro Padre.

Nell´imminenza della lotta la Madonna, alla quale gli occhi di tutti stavano rivolti, con voce dolcissima li assicurò: « Non temete, abbiate fe­de ». E Don Bosco, all´invito di innalzare gli affet­ti del cuore a Dio, gridò: « Su, su, figliuoli, rav­viviamo, fortifichiamo la nostra fede, innalziamo i nostri cuori a Dio ».

Quando poi l´orribile mostro, qualificato da Don Bosco per il principe dei demoni, e col mostro tante altre feroci bestie, si accanivano rabbiosa­mente e, sollevando il muso con occhi sanguigni, guatavano i giovani tanto spaventati, ecco che la

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Madonna prese a cantare: Súmite ergo scuturn

 fi‑

dei inexpugnélile: Prendete dunque lo scudo in­vincibile della fede. All´armonia della voce di Maria tutti erano come in estasi.

A questo punto partirono dai fianchi della Madonna molti leggiadrissimi giovanetti, portando degli scudi in mano e posandoli sul cuore di cia­scun giovane dell´Oratorio.

« Tutti quegli scudi — narra Don Bosco ­erano grandi, belli, risplendenti. Rifiettevasi in ­essi la luce che veniva dalla Madonna e sembrava proprio una visione celeste. Ogni scudo nel mez­zo pareva di ferro, poi un gran cerchio di diaman­te, e in ultimo .sull´orlo un cerchio d´oro purissi­mo. Lo scudo rappresentava la fede.

« Quando tutti fummo così armati, — conti­nua il Santo, — coloro che erano intorno alla Ver­gine intonarono un duetto e cantavano con si bella armonia, che non saprei quali parole possano in qualche modo esprimere tanta dolcezza. Era tutto ciò che si può immaginare di più bello, di più soa­ve, di più melodioso. Mentre io contemplava quel­lo spettacolo ed ero assorto in quella musica, fui scosso da una voce potente che gridava: Ad pu­gnam! All´assalto!

« Tutte quelle belve presero ad agitarsi fu­riosamente. Ed ecco ognuno di noi trovarsi in lot‑

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ta con le-fiere, protetti dallo scudo divino. Il coro celeste continuava le sue armonie. Quei mostri lanciavano contro di noi, coi vapori malefici che uscivano dalle loro fauci; palle di piombo, lance, saette e altri proiettili di ogni specie; ma queste armi, o non arrivavano fino a noi, o colpivano i nostri scudi e rimbalzavano indietro. I nemici pe­rò volendo a ogni costo ferire e uccidere, si pre­cipitavano all´assalto, senza poter per altro re­carci alcuna ferita. Tutti i loro´ colpi urtavano con impeto in quegli scudi, ed essi si rompevano i denti e fuggivano. Come flutti, l´un dopo l´altro si succedevano nell´assalirci, ma tutte quelle masse di belve spaventevoli incontravano la stessa sorte.

« Lunga fu la pugna. Finalmente si fece udire la voce della Madonna: Haec est vittoria vostra, quae vincit mundum, fides -Destra: Questa è la vittoria vostra, che vince il mondo, la vostra fede. A tal voce quella moltitudine di belve spaventata si diede a precipitosa fuga e scomparve ».

Questo sogno, mentre commenta le citate pa­role Scritturali, mette soprattutto in luce sempre più bella quella virtù della fede, che ci fa trion­fare nelle lotte contro il demonio e ci aiuta a sventare le insidie, con le quali il maligno cerca di scuotere la nostra fedeltà a Dio e alla nostra vocazione.

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10. Esortazione alla vita di fede.

Il venerato Don Paolo Albera, secondo Succes­sore di Don Bosco, inviò ai Salesiani una Circola­re sulla Vita di Fede, assicurando di averla scrit­ta in seguito a una misteriosa voce, che pareva gli ´ dicesse: « È necessario che la vita di ogni Sale­siano sia vita di fede ».

Lo zelante Superiore, convinto dell´immenso vantaggio che i religiosi ritraggono da un ardente spirito di fede, scriveva: « L´esperienza insegna che se in un religioso è viva la fede, quand´anche si avesse a deplorare qualche difetto nella sua con­dotta, egli non tarderà a emendarsene, farà passi da gigante nel sentiero della perfezione, e diver­rà strumento atto a procurare la salvezza di molte anime ».

E dopo aver accennato ai diversi gradi di fer­mezza dell´assenso della mente e dell´affetto del cuore, segnalava alcuni punti, sui quali voleva che i Salesiani si esercitassero con particolare im­pegno. Gioverà ricordare le sue esortazioni.

1) IL DOVERE DI UNO SPECIALE FERVORE. « A lutti è nota la sentenza pronunziata dal Divin Salvatore, che a colui al quale fu dato di più, sarà chiesto più stretto conto. Ne deriva che da- noi, ai cui occhi brillò più abbondante e fulgida la

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luce della fede, il Signore ha diritto di esigere che non solo crediamo tutte le verità che ci furono ri­velate, sicchè non abbiamo ad aver la sventura di essere eretici, ma che vi aderiamo con tutte le forze della nostra mente e col più intenso affetto del nostro cuore. In tale adesione vi possono esse­re diversi gradi, che fanno distinguere la fede di molti cristiani, pur fermamente credenti, da quel­la di certe anime, più particolarmente favorite dal Signore, che la praticarono in modo eroico. Mi par conveniente — continua Don Albera — accennare alcuni esempi a nostra edificazione ».

2)  I Novissm. « Ogni buon cristiano crede alla esistenza dell´Inferno e ai tremendi supplizi che soffrono i dannati. Ma come credeva questo dogma, come lo concepiva San Francesco Borgia, che meditandovi sopra tremava talmente da far tremare ancora la cella in cui si trovava? Tutti crediamo alla eternità delle pene; ma quale non era la fede che vi prestava Santa Teresa, la quale pensandovi seriamente, ne rimaneva atterrita e si aggirava per i corridoi del suo convento, ripeten­do a quante religiose incontrava: — Com´è lunga, com´è terribile l´eternità! ».

3)  MARIA SANTISSIMA. « Tutti ammiriamo le singolari prerogative che Gesù Cristo concesse al­l´augustissima sua Madre, e la amiamo del più

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ardente affetto. Eppure quanta differenza tra la nostra divozione e amore, e quella di cui ardeva San Stanislao Kostka, il cui volto si infiammava, i cui occhi si riempivano di lagrime anche solo pensando a Lei, passando dinanzi a una chiesa a Lei dedicata, oppure pronunziandoneil dolcis­simo Nome! »

4)   L´EUCARISTIA. « Certo nella nostra mente non entra neppure il minimo dubbio sulla reale presenza di Gesù Cristo nel SS. Sacramento del­l´Eucaristia. Ma quanto è meno viva la nostra fe­de e quanto freddo è il nostro cuore, in paragone del trasporto d´amore con cui lo visitava Sant´Al­fonso de´ Liguori, la cui anima si liquefaceva nel pregare davanti al Tabernacolo! »

5)   LA DIVINA PROVVIDENZA. « Ammettiamo senza esitazione che la Divina Provvidenza veglia giorno e notte al nostro fianco, e soccorre con te­nerezza più che materna alle nostre necessità. Ma che è mai la nostra confidenza, se la mettiamo a confronto con quella che si ammira nella vita di Don Bosco in ogni circostanza, ma specialmente in quei dolorosi frangenti in cui tutto sembrava congiurare per mandar in fumo l´opera sua? »

6)   Lo ZELO PER LE ANIME. « Non ignoriamo esser cosa divina per eccellenza il cooperare con Dio alla salute delle anime; ma ohimè! quanto è

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meschino il nostro zelo a petto di quello onde ardeva il nostro Padre, il quale avrebbe voluto, a costo di qualunque sacrificio, distruggere ovun­que il peccato e salvare le anime di tutto il mon­do se avesse potuto! E tutto questo era effetto della sua vivissima fede ».

« Oh! — conchiude Don Albera — quando sa­rà che noi cammineremo sulle tracce di questi maestri e modelli? Gettiamoci ai piedi del Croci­fisso, umiliamoci profondamente per aver avuto finora una fede´così languida, così poco operosa; e più ancora per aver tenuto una condotta non sempre conforme alle verità che professiamo. Se non ci sentiamo in cuore questa vivezza di fede, se l´adesione della nostra mente alla parola di Dio non è così intensa da manifestarsi anche esterior­mente, come avveniva ai Santi di cui abbiamo fatto cenno, almeno, prostrati alla presenza del Signore, ripetiamo la preghiera che varie persone rivolgevano al Divin Salvatore dopo averne udi­ti gli insegnamenti: Signore, accrescete in noi la fede! Aiutate la nostra incredulità! E intanto sfor­ziamoci di rendere la nostra fede così pratica da influire su ogni nostro pensiero, su ogni nostra pa­rola, su ogni nostra azione, sicchè di ciascuno di noi si possa dire ciò che San Paolo dice del giusto: Il giusto vive di fede ». (332)

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11. Lo spirito di fede nella vita salesiana.

Avere spirito di fede è vivere costantemente in coerenza coi principi della fede cristiana da noi professata. Quando questa fede scende dal­l´intelletto ad animare tutte le nostre azioni, allora possiamo dire che viviamo per davvero di fede; poichè, non soltanto la esercitiamo vedendo alla sua luce persone, cose e avvenimenti, ma la pra­tichiamo pure compiendo opere veramente degne di essa.

Ad acquistare e aumentare questo spirito di fede ci incoraggia in modo particolare la nostra vocazione salesiana.

a) Il diamante della fede.

Il primo dei dieci diamanti visti da San Gio­vanni Bosco rifulgere nel manto del personaggio misterioso, che simboleggiava la Società Salesia­na, è proprio quello della fede. (333)

I raggi di questo diamante contenevano tre sen­tenze, che ci spiegano quale dev´essere lo spirito di fede nella vita pratica salesiana.

La prima allude alle battaglie che suscita il demonio contro di noi, e che dovranno essere vinte con la robustezza della nostra fede: Sumite

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scutum fidei, ut aduersus insidias diaboli cercare possitis: Date mano allo scudo della fede, per po­ter combattere contro le insidie del demonio.

La seconda sentenza ci ammonisce di mostrare praticamente la nostra fede con le buone opere: Fides sine operibus mortua est: La fede senza le opere è morta.

La terza, infine, stimola il nostro ardore per la fede operosa, mediante il ricordo dei Novis­simi: Non auditores, sed factores legis regnum Dei possidebunt: Non coloro che senton parlare della legge, ma solo quelli che la praticheranno, giungeranno al possesso del regno di Dio.

b) I due tarli: Sonno e Accidia.

Quando il personaggio, dopo le tenebre improv­visamente sopravvenute, riapparve agli sguardi del nostro Padre, il suo stato era deplorevole per mostrare così i pericoli, che minacciavano la no­stra Congregazione. I diamanti erano divenuti dei tarli, che rabbiosi rodevano il manto.

Al posto del diamante della Fede si vedevano il Sonno e l´Accidia: Somnum et Accidia.

Il sonno è adunque il primo attentatore alla nostra vita di fede.

Dormire equivale a non vegliare, ossia a non

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praticare quella vigilanza, che è frutto di costan­te riflessione e di assidua sollecitudine. Noi pos­siamo purtroppo ingannarci e trascurare di esse­re vigilanti, vedendo abbondare tanti mezzi di sal­vezza nella nostra famiglia religiosa. Invece do­vremmo incessantemente scuotere noi stessi per non cadere in siffatta sonnolenza, ripetendo spesso con San Bernardo: (334) « Ma perchè noi soli non siamo presenti a noi stessi? Perchè noi soli trascu­riamo noi medesimi? Forsechè dobbiamo dissimu­lare la gravità-dei pericoli, pel fatto che da tutte le parti ci si presta aiuto? Anzi, proprio per que­sto dobbiamo vigilare con più attenzione. Non si avrebbe infatti ´sì grande sollecitudine a nostro ri­guardo, sia in cielo che in terra, se non si vedesse che una grande necessità a noi ne incombe: non ci verrebbe data una così molteplice custodia, se non fosse in vista di molteplici insidie da parte del nemico delle anime ».

Guai a noi, pertanto, se ci lasciassimo coglie­re da un sonno così funesto per la fede, in parti­colare durante le pratiche di pietà. Allora la Me­ditazione cesserebbe di essere quel pascolo abbon­dante, ove l´anima nostra scopre e assimila i valori soprannaturali della vita. La Santa Messa non ap­parirebbe più ai nostri occhi come l´azione più grande e sublime, in cui Gesù rinnova il sacrificio

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di Se stesso a redenzione e salvezza nostra e del mondo. La Santa Comunione non sarebbe più per noi il celeste convito, nel quale Gesù in Cor­po, Sangue, Anima e Divinità, si degna di essere nostro Ospite, si mette a nostra disposizione e ci trasforma in Sé. Il Rosario non significherebbe più la nostra alleanza con l´Ausiliatrice, che è la vera vincitrice del demonio, delle eresie, delle guerre mosse contro la Chiesa del suo Gesù. La Lettura Spirituale non costituirebbe più per noi come il prolungamento e complemento della Meditazione per la seconda parte della nostra giornata di lavo­ro. La Confessione più non sarebbe da noi apprez­zata come il bagno salutare, grazie al quale i Santi han lavato le loro vesti e le hanno imbiancate nel Sangue dell´Agnello. (335) L´Esercizio di Buona Morte cesserebbe di essere per noi lo svegliarino provvidenziale, che ci invita ogni mese a sistemare tutte le nostre cose spirituali e temporali in prepa­razione al grande passo. Gli Esercizi Spirituali non significherebbero più per noi un´oasi di fede nell´infocato ardore del nostro anno lavorativo. E purtroppo il nostro sonno fatale sarebbe imi­tato dai nostri giovani, che si vedrebbero da noi costretti a subire le pratiche di pietà, anzichè in­coraggiati a viverle con una convinzione sopran­naturale sempre più profonda: e così verrebbe a

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trionfare il pe.ccato, che alla luce della fede è l´unico vero male per ogni anima e per ogni Ca­sa Salesiana.

Il secondo attentatore alla vita di fede, secon­do il Sogno dei Dieci Diamanti, è l´accidia.

La noia e pigrizia nel disimpegno dei propri doveri soprannaturali rende tristi in quelle cose che bisogna fare pel Signore; (336) anzi, siccome nessuno può restare a lungo triste e senza qual­che soddisfazione, ecco che chi si allontana dai beni spirituali che lo annoiano, passa insensibil­mente a quei beni corporali che lo dilettano. E così quel fervore ardente, che nel Noviziato si nu­triva pel Signore e per le cose della Chiesa e del­la Congregazione, un Salesiano divenuto accidio­so lo indirizzerebbe miserevolmente al giornale, al­lo sport, alla radio, ai divertimenti, alle novità e agli affari secolareschi.

San Tommaso osserva che questo vizio da po­chi è tenuto nel debito conto, benchè produca molti mali. (33Z) E di questi, fondandosi nella Sacra Scrittura, ne enumera ben quindici, che qui riportiamo, perchè sono in netto contrasto con lo spirito di fede. L´accidia adunque:

— RITRAE DAL FARE IL BENE, secondo il detto dei Proverbi: (338) La via del pigro è come una siepe di spine.

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—   DISSIPA LE BUONE OPERE COMPIUTE, COme dice la Sacra Scrittura: (339) Chi è molle e fiac­co nel suo lavoro, è fratello del dissipatore delle sue fatiche.

—   NUTRISCE PESSIMI VIZI. Scrive infatti Sa­lomone: (340) Son passato pel campo del pigro... ed ecco tutto era pieno d´ortiche.

—   È CAUSA DI ETERNA DANNAZIONE, benchè molti non vi badino affatto. Invero il padrone dei talenti rimproverò il servo iniquo ed infingardo e conchiuse dicendo: Questo servo inutile gettatelo nelle tenebre esterne. (341)

—  ABBREVIA LA VITA, Come sta scritto: Le voglie del pigro lo faranno morire; perchè le sue mani rifuggirono dall´operare, tutto il giorno si pasce di brame e di desidèri. (342)

—   PRODUCE BORIA E PRESUNZIONE, poichè, al dire dei Libri Santi, ai suoi occhi lo stolto è più sapiente di sette dottori che dànno responsi as­sennati. (343)

—   FAVORISCE LA CARESTIA di beni materiali e spirituali. Osserva infatti Salomone: (344) La mano oziosa ha fatto impoverire.

PORTA A DESIDERARE COSC svariate e an­che tra loro contrarie, secondo che si legge nella Bibbia: (345) Il pigro vuole e disvuole.

—   FA ADDORMENTARE NEL BENE. COSÌ. dice il

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Libro dei Proverbi: (346) Pel freddo il pigro non volle arare, poi mendicherà d´estate e non gli sa­rà dato nulla.

-      PROVOCA L´UOMO A LUSSURIA, come ne fa prova Davide, il quale, innocente durante le guer­re e i combattimenti, peccò gravemente stando ozioso nella sua real casa. (347)

-      GETTA NEL Più PROFONDO TORPORE. Sta scritto: (348) Come la porta gira sui propri car­dini, così il pigro nel proprio letto.

-      RENDE OLTREMODO TIMIDI, secondo il det­to scritturale: Il timore abbatte il pigro. (349)

-      FA DIVENTARE PROFETI DI SVENTURA e pes­simisti nel giudicare, come dicono i Proverbi: (350) Dice il pigro: — C´è il leone fuori; sarò sbranato in mezzo alla piazza.

—  Finalmente, ATTIRA LA DIVINA MALEDIZIO­NE, come scrive Geremia: (351) Maledetto chi ese­guisce l´opera di Dio infedelmente.

c) Richiami particolari.

Per nostra fortuna, la vita salesiana è piena di richiami allo spirito di fede, di modo che brilli; in tutta la sua luce questo prezioso diamante e restino lontani i tarli roditori del sonno e del­l´accidia.

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Fin dalla prima prova l´aspirante deve « ri­splendere per virtù » (Costit., 171): il che sarebbe impossibile senza una fede solida e profonda, che premunisca contro gli assalti della carne, del mon­do e del demonio.

Al novizio vien proposto un magnifico eserci­zio dello spirito di fede: « avere di mira in tutte le cose la maggior gloria di Dio » (Costit., 180).

Al Coadiutore le Costituzioni ricordano che nella Società Salesiana i laici, non meno che gli ecclesiastici, devono « amare e servire Iddio con le virtù della povertà, della castità e dell´obbe­dienza » (Costit., 12). Adunque è ancora lo spi­rito di fede che sostiene i coadiutori nella persua­sione che la loro gloria sta anzitutto nell´essere re‑

Tigiosz                 ed esemplari, essendosi dati al
Signore e alla Congregazione incondizionatamente,

e   non con la riserva di seguire la vocazione sol­tanto fino a che si è diventati abili nel lavoro, o si resta capi responsabili, o si è da tutti apprezzati,

o  si vive senza alcun contrasto nella propria Casa

o  Scuola Professionale od Agricola.

All´assistente lo spirito di fede rammenta che lapratica del Sistema Preventivo è tutta appog­giata sulla carità (Regolam., 90); che l´educazione cristiana `è un´arte sacra, la quale suppone mezzi sacri, ossia la preghiera e la vita in grazia di Dio;

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che l´assistenza continua fa evitare molti peccati fra igiovanetti, restando per tal modo ben com­pensato,

pensato ogni sforzo e sacrificio. Sarebbe poi cosa triste e incongruente il correggere disordini di­sciplinari offendendo il Signore e danneggiando l´anima propria e altrui con peccati contro la ca­rità, la mansuetudine, la giustizia.

Al chierico lo spirito di fede ricorda ogni gior­no la mèta radiosa del sacerdozio che lo attende e alla quale deve prepararsi ispirandosi quotidia­namente agli esempi di Don Bosco Seminarista. La fede lo aiuterà a tenere il cuore libero da affetti sensibili o comunque disdicevoli allo stato eccle­siastico e lo incoraggerà a ornare l´anima di sode virtù e la mente del tesoro delle scienze sacre.

Al sacerdote lo spirito di fede presenta il cu­mulo dei doveri sacerdotali verso Dio e verso le anime, prospettandogli il pericolo di sottrarre al­la pietà e all´apostolato un tempo assai prezioso, di cui dovrà rendere stretto conto a Dio. Ogni di­spersione di energie all´infuori dell´ubbidienza re­ligiosa, in lavori o letture, in colloqui o passatem­pi, e in simili cose geniali, sarebbe pel sacerdote doppiamente colpevole in questo tempo di lotta sempre più aperta e impetuosa del male contro il bene.

y_ Al Consigliere Scolastico, e Professionale e

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Agricolo, lo spirito di fede suggerirà il modo di valersi dei motivi di ragione e di religione per ot­tenere spontaneamente dai giovani disciplina, stu­dio e lavoro, senza ricorrere a quelle imposizioni, minacce, pene corporali, punizioni esagerate, che renderebbero nemici gli educandi, ossia coloro stessi che devono essere i primi alleati, volonterosi e docili, pel buon successo educativo. Non è sem­pre facile al Consigliere far onore, nel pratico esercizio della sua mansione, al carattere sacerdo­tale; ma la fede, resa sempre più viva dall´umiltà e dalla preghiera, gli faciliterà l´arduo compito.

Al Catechista spetta, la"´ « cura di tutte le cose spirituali della Casa, sia riguardo ai soci, sia ri­guardo agli altri » (Costit., 117) : quanto più spi­rito di fede egli avrà, tanto maggior bene potrà fare, particolarmente ai chierici del tirocinio pra­tico e ai giovani degli ultimi corsi.

"1- Al Prefetto lo spirito di fede ricorderà che clev´essere sempre prete, anche nelle cure, mate­riali e nell´affrontare, dentro e fuori Casa, dei ca­si spinosi a nome del Direttore, la cui aureola di paternità salesiana dev´essere assolutamente sal­vaguardata presso interni ed esterni. Nessun fine materiale deve pregiudicare i superiori interessi spirituali delle anime, nell´ambiente della giusti-. zia sociale e della carità cristiana.

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Parroco salesiano Io spirito di fede. ricor­derà la sua grave responsabilità spirituale riguar‑

,

do a tutte le anime della sua parrocchia, le quali devono essere da lui avvicinate personalmente o per mezzo dei suoi collaboratori e di un ben or­ganizzato apostolato delle Associazioni parrocchia­li, in particolare quelle di Azione Cattolica, affin­ché il solo lavoro di chiesa, di sagrestia, di ufficio, non faccia trascurare la conquista degli assenti e dei lontani. E siccome le parrocchie vengono con­ferite « non ai singoli soci, ma alla Società» (Co­stit., 10), lo spirito di fede lo sosterrà quando l´Ubbidienza lo chiamasse ad altra mansione, co­me avviene per glí altri membri della nostra So­cietà.

Al Direttore lo spirito di fede suggerirà il modo di dare ai confratelli e ai giovani una dire­zione spiritualmente soda, che li faccia agire per intima convinzione cristiana e religiosa, e non soltanto per influsso di ambiente. « O religione o bastone » (Regolam., 94, noia): se si lascia la vita di fede e di pietà, si dovrà ricorrere alla costri­zione, ossia trasformare la famiglia in caserma. Solo dando il primo posto al soprannaturale, si formano e si sostengono le coscienze, tenendo lon­tane le trasgressioni alle Regole e ai Regolamenti con un sistema veramente preventivo.

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All´Ispettore lo spirito di fede ricorderà par­ticolarmente l´obbligo di vedere « se l´amministra­zione delle cose spirituali e temporali tenda real­mente allo scopo proposto, a promuovere cioè la gloria di Dio e la salvezza delle anime » (Costi­tuz., 120).

Al Rettor Maggiore, e ai Capitolari che con lui condividono la sollecitudine dell´intero governo della Società, lo spirito di fede non farà mai di­menticare che tutta l´opera dei Superiori, come quella da svolgersi sotto la loro direzione e il loro controllo, dev´essere costantemente e solo ispirata da viva fede, che praticamente si tramuta poi in carità operante. Proprio tale spirito di fede fer­vidamente, vissuta dettò a San Giovannie Bosco queste parole nella Lettera-Testamento ai Sale­siani: « Il vostro primo Rettore è morto. Ma il nostro vero Superiore, Gesù Cristo, non morrà... Il vostro Rettore è morto, ma ne sarà eletto un altro che avrà cura di voi e della vostra eterna salvezza ».

Questa cura assidua pel bene spirituale dei Salesiani suggerì al già citato Don Paolo Al­bero le seguenti espressioni sullo spirito di fede con cui dobbiamo considerare tutte le cose della nostra Congregazione.

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d) Memorabili parole di Don Albera.

« Se avremo la fortuna di vivere di fede, sen­tiremo in cuore una vivissima riconoscenza a Dio per averci chiamati alla Pia Società Salesiana, così provvidamente fondata da Don Bosco; la considereremo come l´arca di salvezza e il nostro rifugio, e l´ameremo come la nostra dolcissima madre. Riguarderemo la Casa dove l´Ubbidienza ci ha mandati a lavorare come Casa di Dio stesso; il nostro ufficio, qualunque sia, come la porzione della vigna che il Padrone ci diede a coltivare. Nella persona dei Superiori vedremo i rappresen­tanti di Dio stesso, sulla cui fronte la fede ci farà leggere quelle parole: Chi ascolta voi, ascolta Me; chi disprezza voi, disprezza Me. Quindi i loro co­mandi saranno da noi tenuti come comandi di Dio stesso, e ci faremo premura di eseguirli, guardan­doci bene dal giudicarli fuor di proposito e cri­ticarli. Riconosceremo le Costituzioni, i Regola­menti, l´orario, come altrettante manifestazioni del­la Volontà di Dio a nostro ´riguardo, e sarà nostra cura che non siano mai trasgrediti. I giovani dei nostri Oratori e Istituti saranno agli occhi della nostra fede un sacro deposito, di cui il Signore ci chiederà strettissimo conto. I nostri confratelli, che con noi dividono gioie e dolori, con cui pre‑

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ghiamo e lavoriamo, saranno altrettante immagini viventi di Dio stesso, incaricati da Lui medesimo ora di edificarci con le loro virtù, ora di farci praticare la carità e la pazienza coi loro difetti. Oh! quando verrà quel giorno in cui, secondo l´immaginosa espressione di San Francesco di Sa­les, ci lasceremo portare da Nostro Signore come un bambino tra le braccia della mamma? Quando, carissimi confratelli, ci avvezzeremo à veder Dio in ogni persona, in ogni cosa, in ogni avvenimen­to, che noi considereremo come altrettante specie sacramentali, sotto le quali Egli si nasconde? Co­sì ci persuaderemo che la fede ci fa vedere Dio in tutte le cose, e tutte le cose in Dio ». (352)

12. Zelo Salesiano per la fede.

Se tanto necessario è pel figlio di Dori Bosco quello che potremmo chiamare l´istinto della fe­de, non meno necessario è in lui lo zelo per la fede stessa.

Lo zelo è carità divenuta stimolo sempre spro­nante a procurare la salvezza del nostro prossimo: e il capo primo delle nostre Costituzioni è tutto un incitamento allo zelo, anche sotto il punto di vista della fede.

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Parla infatti « di raccogliere i giovanetti più poveri ed abbandonati, per istruirli nella santa Religione, particolarmente nei giorni festivi » (Co­gli., 4). Raccomanda « l´istruzione religiosa dei giovani » (Costit., 5). Mette in risalto che tra i giovani meritano la più grande compassione quel­li, che insieme con le loro famiglie e popoli non sono stati ancora rischiarati dalla luce del Vange­lo» (Cogli., 7). Afferma che si fa ognor più sen­tire il bisogno di « sostenere la Religione cattolica anche tra i popoli cristiani » e di « porre un ar­gine all´empietà e all´eresia, che tenta tutti i modi per insinuarsi tra i rozzi e gl´ignoranti ». E prose­gue: « A questo scopo devono indirizzarsi le pre­diche che si fanno di tratto in tratto al popolo; a questo i tridui e le novene; a questo infine la diffusione dei buoni libri » (Costii., 8).

Anche la preparazione intellettuale dei Sale­siani deve spirare zelo per la fede, secondo il di­sposto delle Costituzioni: « Oltre le discipline de­signate dai Sacri Canoni, lo studio dei soci sarà rivolto a quei libri e trattati che parlano di pro­posito del modo d´istruire la gioventù nella reli­gione. Il nostro maestro sarà San Tommaso, con quegli altri autori che siano stimati comunemente più celebri nell´istruzione catechistica e nella spie­gazione della dottrina cattolica » (Costit., 165-6).

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In forza adunque delle Costituzioni, approvate e confermate da Santa Madre Chiesa, anche noi, umili figli di San Giovanni Bosco, scendiamo• nel­l´arringo pel trionfo della fede cristiana.

Noi ammiriamo i forti lottatori per la fede, appartenenti al clero secolare e regolare, nonchè al laicato cattolico. Tra essi emergono — per ispi­rarci a immagini della Sacra Scrittura, rievocate dall´Angelico — (353) prodi soldati, che difendono la Chiesa dagli assalti nemici; solerti vignatiuo/i, che accudiscono la vigna del Signore; buoni pa­stori, che nutrono il gregge cristiano con la parola e con l´esempio; indefessi aratori, che aprono i cuori dei fratelli alla fede e alla penitenza; bravi seminatori, che predicano con frequenza e con van­taggio per le anime; sacrificati trebbiatori, che se­parano i cattivi dai buoni; saggi architetti, che con tanto zelo costruiscono e riparano la casa del Si­gnore; finalmente, fedeli e prudenti ministri, che devotamente servono Iddio.

Nel multiforme apostolato per le fede, a noi toccò l´invidiabile sorte di occuparci, col nostro umile concorso, dei giovanetti, porzione eletta del gregge di Gesù Cristo, avendo pure la possibilità di giungere, attraverso i piccoli, anche a molti adulti.

E cosi ci sforziamo di seguire il nostro Santo

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Fondatore e Padre, il quale raccolse dalle labbra della Chiesa le accorate espressioni dei Libri San,: ti: I parvoli domandavano pane e non era chi per loro un briciolo ne avesse! Dov´è il letterato? do­ve il ponderatore delle parole della legge? dove il dottore dei parvoli? (354)

Nessun dubbio che San Giovanni Bosco sia stato il provvidenziale dottore dei parvoli: doctor p arvulorurn.

Ma non dobbiamo perderci in sterile ammira­zione, bensì rafforzare il proposito di essere de­gni di tanto Padre, ciascuno nella sua umile e volenterosa prestazione di apostolato per difen­dere e propagare la fede.

È ancora il venerato Don Albera che ci rivolge la sua infervorata parola: « Se per poco — egli dice — vi fermate a considerare lo stato dell´attua­le società, dovrete convincervi che in molti, i quali si chiamano cristiani, la fiaccola della fede si è tal­mente indebolita, che minaccia di spegnersi da un momento all´altro. Vedrete molti altri, più infelici, che già fecero naufragio nelle loro credenze, e vivono come se non avessero più religione. Tra i giovani poi un numero sterminato frequenta le scuole laiche, in cui spesso è delitto pronunziare il nome di Dio; e altri non meno numerosi sono affidati talvolta alle mani di maestri empi e scostu‑

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mali, che lavorano con tutte le forze a sradicar dal cuore della gioventù ogni vestigio di religione e di moralità. Quale avvenire ci si prepara? Non è pessimismo, ma si ha ragione di temere che avremo una generazione interamente priva del soffio vi­tale della fede, e totalmente incadaverita.

« Certo Iddio, nella sua infinita potenza e mi­sericordia, troverà il modo di far rifinire la vita dello spirito in questi cadaveri ormai fetenti. Non mancheranno uomini dotti e santi, che, quali no­velli apostoli, saranno mandati a rinnovare la fac­cia della terra. Forse il Signore, che suol sceglie­re i mezzi più meschini, per compiere le opere più grandi, si degnerà di chiamarci a far parte di quello che, nella sua misericordia infinita, in­tende fare per la restaurazione del suo regno nel- ­le anime, e farà assegnamento sulla nostra buona volontà e sull´umile nostra cooperazione. Son sicu­ro che i figli di Don Bosco risponderanno genero­samente all´appello ». Fin qui Don Albera. (355)

Praticamente, le nostre Costituzioni incoraggia­no il nostro zelo per la fede ad allontanare questi quattro pericoli incombenti: l´ignoranza religiosa, l´infedeltà, l´empietà, l´eresia.

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a) Contro l´ignoranza religiosa.

San Giovanni Bosco desidera che i giovanetti accolti nelle sue Case si rendano subito conto del­la necessità di imparare la dottrina della fede; e perciò esorta nel Regolamento degli Allievi (ca­po III, Della pietà, art. 6): « Date molta impor­tanza allo studio della Religione e del Catechi­smo ». E, quasi a indicare che la dottrina sacra, anzichè limitarsi ad arricchire la niente di cogni­zioni, deve anche influire salutarmente sulla con­dotta del cristiano, inculca ivi stesso: « Ascoltate con attenzione le prediche e le altre istruzioni mo­rali. Non partite mai dalle prediche senza portare con voi qualche massima da praticare durante le vostre occupazioni ».

Per tal modo, fin da quando siamo stati accolti tra i fortunati allievi di Don Bosco, abbiamo in­gaggiato la lotta contro la nostra propria igno­ranza religiosa: lotta poi continuata da noi, dive­nuti figli avventurati di tanto Padre, mediante gli studi ecclesiastici e la scuola di Testarnentino, se chierici, e mediante apposite conferenze di cultura religiosa, se coadiutori (Regolam., 57-8).

Ed è bene a questo punto rilevare che, a pari­tà di fervore, il religioso bene istruito nelle verità sante ha modo di rendere la sua fede più robusta,

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perchè sostenuta, oltrechè dalla parola di Dio, anche dall´ossequio più illuminato della sua intel­ligenza, posta a servizio della fede stessa.

È dunque di grande utilità accrescere e cor­roborare la fede con lo studio o almeno con la lettura dei Libri Santi, e di quegli autori che espongono, commentano ed illustrano i dogmi nel­la loro sostanza. Questa lettura dev´essere fatta con semplicità di cuore, pensando che si tratta del­la parola di Dio conservata e tramandata fino a noi, perchè ci serva di luce e di norma per la no­stra condotta.

Non intendiamo ora parlare di quello studio della Sacra Scrittura che taluni fanno a scopo di maggior cultura oppure per dovere di insegnare o difendere la dottrina della Chiesa, ma della lettura privata per la propria santificazione e perfezione cristiana. Basta a tale scopo un testo della Bibbia in una edizione corredata di note e di un facile commento che spieghi, ove occorra, le definizioni della Chiesa, gl´insegnamenti dei Padri e dei mi­gliori interpreti moderni. La Chiesa ha sempre raccomandato e raccomanda che si cerchi nella pa­rola di Dio quel nutrimento di cui parlò il Divin Maestro, quando ricordò al diavolo tentatore che sta scritto: Non di solo pane tyiDe l´uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. (356)

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Analoga raccomandazione può esser fatta per la lettura dei libri di apologetica e di ascetica, di vite dei Santi scritte con criteri seri di verità e va­lutazione. Soprattutto poi giova l´assidua frequen­za alla predicazione, ascoltata con le dovute di­sposizioni, cioè con vivo desiderio di conoscere sempre meglio le verità della fede e della morale cristiana, e non per compiacersi della eloquenza del predicatore o della eleganza della forma. t ben da compiangere quel cristiano, e più ancora quel religioso, che ascoltando le istruzioni e con­ferenze sacre, si accontentasse di sentirsi accarez­zare le orecchie dalla abilità artistica dei predi­catori! Questa ammirazione della parola di Dio è falsa, è vana, è priva di merito davanti al. Si­gnore, e non riuscirà mai a produrre il menomo accrescimento di fede.

Dopo aver combattuto l´ignoranza religiosa in noi stessi, siamo invitati e incoraggiati a combat­terla anche negli altri, insegnando con zelo la Dot­trina Cristiana. San Tommaso riduce questa a cinque gruppi principali, ispirandosi alle parole dell´Apostolo: Nell´adunanza preferisco dir cin­que parole secondo il mio sentimento. (357) Tali gruppi sono i seguenti:

1)   Credenda: cose da credersi.

2)   Agenda: cose da praticarsi.

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3)   Vitanda: cose da fuggirsi.

4)   Speranda: cose da sperarsi.

5)   Timenda: cose da temersi.

Rileva però il medesimo Santo Dottore che la dottrina della fede è miele ed è latte, secondo che lo Sposo dice alla Sposa nei Sacri Cantici: Miele e latte è sotto la tua lingua. (358) Il latte conviene ai pargoletti, e significa un insegnamento più sem­plice; il miele invece sta a indicare un insegna­mento più elevato e succoso, che conviene a ai è già ben istruito e progredito nella perfezione cri­stiana. Sotto la lingua della Chiesa vi è proprio latte e miele, perchè talvolta Essa annuncia cose elevate alle anime perfette, tal´altra cose piane e semplici ai piccoli e agli ignoranti.

L´ambiente specifico del nostro ordinarioapo­stolato ci inclina a somministrare il latte della ce­leste dottrina, affinchè i fanciulli e gli ignoranti di cose religiose — e di questi ultimi ne troviamo tanti in ogni categoria di persone, anche istruite nelle scienze e nelle arti — restino soavemente at­tratti dalla dolcezza, facilità e adattabilità dei nostro insegnamento.

Questo latte della dottrina di fede altro non è che il Catechismo.

Sull´insegnamento del Catechismo fu detto ani

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piamente nel Commento alla Strenna dell´anno centenario 1941. (359)

Qui ricorderemo solo che talora, malgrado le apparenze e la speranza di un buon raccolto, re­gna la penuria e financo la carestia. Ciò accade o perchè il seme era vuoto, o perchè era scarso, o perchè il terreno era impreparato a riceverlo. Orbene:

1)   Il seme Catechistico non dev´essere vuo­to. E purtroppo è tale, se non si spiega il senso delle parole e delle formule con espressioni facili, semplici, brevi, adattate alla capacità delle tenere menti. Quando le verità della fede non si capi­scono, almeno nelle parole con cui vengono enun­ciate, non recano alcun lume all´intelletto. Oltre a ciò, il comprendere il senso delle parole fa sì che si ritengano più facilmente le stesse formule studiate e apprese a memoria. Senza una chia­rificazione, per quanto elementare, delle formule, il seme Catechistico marcisce rapidamente.

2)   Bisogna seminare molto, e cioè tutto quel­lo che è necessario a sapersi da un buon cristiano, senza fermarsi sempre alle prime lezioni del Cate­chismo. Oggi fortunatamente i Vescovi insistono che nelle parrocchie vengano spiegate al popolo tutte e singole le parti della Dottrina Cristiana, pur avendo riguardo di richiamare di tratto in

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tratto le nozioni principali, che si debbono sapere per necessità di mezzo. Quanto ai giovani, la Cro­ciata Catechistica di questi ultimi anni, la ricca fioritura di ottimi sussidi didattici, la provviden­ziale scuola per la formazione di catechisti, la saggia distribuzione delle classi nei vari Oratori Festivi sorti presso Istituti religiosi e Parrocchie, le gare di cultura religiosa tra le Associazioni di Azione Cattolica, provvedono egregiamente alla necessaria e, per quanto è possibifé, abbondante e completa seminagione Catechistica.

3)   Il terreno dev´essere ben preparato e di­sposto a ricevere e a far fruttificare il seme del­l´istruzione religiosa. Il che si ottiene insegnando con carità, con pazienza, con maniere affabili e soavi. L´esperienza dimostra luminosamente che i giovanetti ricavano maggior profitto frequentando per un solo mese un catechista affabile, cortese, al­legro e di maniere graziose, che non in molti anni di un insegnamento tetro, burbero, austero, re­pellente.

Noi soprattutto, figli di San Giovanni Bosco e seguaci dello spirito del dolcissimo San France­sco di Sales, dobbiamo ispirarci alla mitezza del Divin Maestro, il quale ce ne diede il più alto esempio, istruendo i suoi Apostoli con infinita bon­tà e pazienza.

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E qui ricordiamo ancora una volta che colui il quale insegna la dottrina cristiana, essendo il con­tinuatore della missione di Gesù Cristo, non deve discostarsi dal metodo da Lui usato — metodo che abbiamo chiamato Metodo del Vangelo nel sopra ricordato Commento alla Strenna 1941 -- tutto ispirato a pazienza, bontà e soave costanza, mai disgiunte da semplicità e chiarezza.

La seminagione Catechistica richiede lavoro e fatiche non indifferenti. Voglia il Cielo che an­che a noi possa applicarsi ciò che scriveva in una sua lettera San Gregorio Magno: « Cresce ogni giorno, grazie al vomere della vostra lingua, il frumento celeste: e, moltiplicato, si accumula pel granaio del Paradiso. Pertanto godiamo che, in voi e per voi, si sia adempiuto il detto Scritturale: Dooe le biade abbondano, è manifesta la forza dei buoi. (360)

b) Contro l´infedeltà.

Le nostre Costituzioni all´articolo 7 si espri­mono così: « Siccome tra i giovani meritano la più grande compassione quelli, che insieme con le loro famiglie e popoli non sono stati ancora rischiarati dalla luce del Vangelo, così i soci

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si dedicheranno con zelo alle Missioni estere ». Passiamo adunque a parlare degl´infedeli, os­sia di coloro che non hanno la fede.

Infedele, in senso puramente negativo, è colui che non ha mai sentito parlare della vera fede, e per questo non ha modo di possederla. Siccome la sua volontà non è contraria a ciò che non conosce, egli non è reo del peccato di infedeltà. Se però è colpevole di altri peccati contro la legge di natu­ra, è meritevole del relativo castigo, temporaneo od eterno.

Da questo appare tutta l´estrema difficoltà che si salVino eternamente i poveri infedeli, benchè la cosa non sia impossibile, essendo Gesù Cristo morto sulla Croce per tutti gli uomini, nessuno escluso. Certo, la Divina Provvidenza ha a sua di­sposizione mezzi anche straordinari di conversio­ne. Noi però, da parte nostra, dobbiamo, animati da zelo missionario, cooperare con Essa a istruire i poveri infedeli nelle cose necessarie alla eterna salvezza: il che è l´unico mezzo ordinario per schiudere a essi le porte del Cielo.

Infedele, in senso positivo, è invece colui che rigetta sprezzante la vera fede, dopo averla co­, nosciuta. Questo impugnare la verità conosciuta è peccato gravissimo, poichè, se la fede onora Iddio, che è la prima e suprema Verità, l´infedeltà

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Lo offende, allontanando l´uomo dal proprio fine ultimo, che è lo stesso Iddio.

La Chiesa Cattolica, nelle Litanie dei Santi, chiede .a Dio la conversione di tutti gli infedeli, senza distinguere tra negativi o positivi: Che ti degni di richiamare tutti gli erranti all´unità della Chiesa, e condurre tutti gli infedeli alla luce del Vangelo: noi Ti preghiamo, ascoltaci.

San Tommaso (361) distingue gli infedeli in tre classi: Pagani, Giudei, Eretici. I Pagani re­sistono alla vera fede, che però non hanno mai abbracciata. I Giudei, dopo averla accolta in fi­gura, nel contenuto del Vecchio Testamento, la ripudiano nella sua realtà, che è il Testamento Nuovo. Gli Eretici, con peccato ancor più grave, corrompono la fede cristiana dopo averla ricevuta.

Se noi badiamo, non ai sentimenti più o meno ostili dell´animo, bensì alle idee proprie degli in­fedeli, troviamo che i più lontani dalla divina rivelazione sono i pagani. Essi non conoscono af­fatto l´unico vero Dio, Creatore del mondo e Pa­dre che sta nei cieli, il quale si è degnato, di pro­mettere e di mandare il suo Divin Figliuolo a redimerci, ad ammaestrarci, a salvarci.

San Paolo, dopo aver ricordato le parole del profeta Gioele: Chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvo, prosegue incalzando con que‑

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ste domande: Come dunque invocheranno quello in cui non han creduto? e come crederanno in uno di cui non han sentito dir nulla? e come ne sentiranno parlare senza chi lo annunzi? e come lo annunzieranno se non sono stati mandati? Quin­di l´Apostolo passa a rievocare le parole di Isaia: Come belle sono le orme di quelli che recano lieto annunzio di cose buone! «Belle — commenta San Tommaso — per la rettitudine d´intenzione, poichè gli evangelizzatori non annunciano la divina paro­la a scopo di gloria o di lucro, ma per la gloria di Dio e la salvezza delle anime ». (362)

Tra questi zelanti evangelizzatori non manca­no, grazie a Dio, gli umili figli di San Giovanni Bosco, i quali si sforzano, secondo che si intra­vede nel citato articolo 7 delle Costituzioni, di incominciare dai giovanetti per arrivare alle fa­miglie e ai popoli. Tale metodo, oltre che assicu­rare la formazione di nuovi focolari cristiani, vie­ne incontro meravigliosamente alla costante preoc­cupazione della Chiesa per il clero indigeno, poi­chè la pratica del Sistema Preventivo e delle tra­dizioni salesiane è garanzia dello sbocciare di sem­pre nuove vocazioni in ogni parte della terra.

Anzi, questo zelo per la propagazione della fede è stato un provvidenziale fermento di bene per tutte le Case salesiane sparse nei paesi cat‑

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Colici. Il Servo di Dio Don Filippo Rinaldi, terzo Successore di Don. Bosco, parlando appunto dei frutti dell´azione missionaria « che -L- egli scri­ve — si va tra noi sempre più dilatando, mercè la zelo e l´attività di ogni singolo confratello », dà queste consolanti notizie:

« Non è più soltanto il lavoro silenzioso e mi­nuto (che però sarà sempre il primo e più ne­cessario) di scoprire e svolgere gradatamente i germi della vocazione in qualche giovane; ma è insieme tutta una vasta rete di opere esteriori, che aiutano mirabilmente sia a far meglio penetrare nel cuore dei giovani e anche degli adulti la co­noscenza e il desiderio della nobile vocazione mis­sionaria, sia a raccogliere i mezzi materiali per condurre a maturità le vocazioni già sbocciate. Sono conferenze, convegni, comitati stabili per rac­cogliere offerte d´ogni genere e preparare banchi di beneficenza; sono feste, giornate e settimane missionarie, per attirare le benedizioni celesti sul­le nostre -Missioni; sono periodici, numeri unici, foglietti volanti di propaganda.

« E, cosa mirabile, i giovani stessi´ di molti no­stri collegi, pensionati, convitti, e principalmente Oratori Festivi, sono già divenuti apostoli ferventi, suscitano e tengono viva tra i compagni una no­bile gara di privazioni e mortificazioni spontanee

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a pro delle nostre Missioni; di lotterie, recite dram­matiche, e altri trattenimenti per lo stesso fine; di letterine ai genitori, ai fratelli, ai conoscenti ed amici per avere qualche offerta, o per indurli a iscriversi tra i Cooperatori o ad abbonarsi al ca­ro periodico Gioventù Missionaria. E non di rado avviene che, a forza di questuare per le Missioni, qualche giovane finisce col dare anche se stesso, facendosi missionario salesiano ‘». Fin qui Don Ri­naldi. (363)

Il nostro zelo ha pure modo di estendersi ai giovanetti Mussulmani. L´accogliere questi fan-ciuffi, là ove fortunate circostanze, abilmente usu­fruite, rendono la cosa possibile, incomincia a distruggere una barriera, che- altrimenti sarebbe assai difficile superare. Il Signore affretti la con­versione dei seguaci dell´Islamismo, mediante pure il lavoro e i sacrifici dei figli di San Giovanni Bosco.

Anche pei giovanetti Ebrei mostreremo tutto quell´interessamento, di cui ci ha dato esempio San Giovanni Bosco, a cominciare dalla conversione del suo coetaneo Giona a Chieri.

Il nostro buon Padre era pieno di compassio­ne per gli Ebrei: pregava ed esortava a pregare per una nazione che fu un giorno il popolo di Dio, destinato ad entrare alla fine dei tempi nel

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grembo della Chiesa. E finchè visse continuò a procurare come poteva la salvezza delle loro ani­me. Trattava gli adulti con carità e li ospitava quando ne lo richiedevano. Ricoverò anche giova­netti, li istruì e battezzò.

« Io ne ho conosciuti molti di questi fanciulli, — confidava il Santo negli ultimi suoi anni, — i quali ardevano dal desiderio di abbracciare la nostra santa religione; e perchè insistevano di voler venire alla fede cristiana, le loro famiglie presero a chiamarli ingrati, traditori della loro religione, infamatori della loro parentela e a mi‑

, nacciarli che li avrebbero diseredati, espulsi dalla casa paterna ove non mutassero proponimento. E ne conosco pure alcuni i quali furono chiusi per molto tempo in una stanza, come in un carcere, a fine di impedir loro di rendersi cristiani. Nè ciò de­ve recar sorpresa. L´Ebraismo moderno non è più la santa legge di una volta, annunziata dai Pro­feti e confermata dai miracoli. Ha la Bibbia, ma tiene in maggior pregio il Talmud, ispiratore di odio contro i cristiani e bestemmiatore di Dio ne­gandone indirettamente l´esistenza.

« Nel corso della mia vita — continuava Don Bosco — non rare volte mi toccò di trattare con Ebrei adulti, e spesso cadde il discorso sopra co­se di religione; parlando del Messia faceva con-

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passione udire come ragionassero di tale impor­tantissima verità. Alcuni, interrogati da me, mi, commossero quasi fino all´indignazione per le loro ciniche rispóste. Vi ebbe chi, domandato se Cre­deva nel Messia, mi rispose: — Il mio Messia è il danaro della mia borsa. — Un altro a somi­gliante interrogazione mi replicò: — Un buon pranzo è per me un vero Messia. — Che cosa si ha mai a rispondere a persone siffatte? Il mag­gior numero di essi passa la vita nella ignoranza della propria religione, senza curarsi del Messia e fuggendo chiunque volesse adoperarsi per istruir­li. I Rabbini poi ricusavano sempre di entrare in tale argomento.

« Non a tutti però — concludeva il Santo -- era sconosciuto Nostro Signor Gesù Cristo, ma stavano nell´Ebraismo tenutivi dal solo interesse. Non è gran tempo che un Ebreo fattosi istruire nella religione cristiana, mostravasi dispostissimo a ricevere il Battesimo, purchè veramente gli fos­sero pagati alcuni debiti che egli aveva contratti. Un altro mi assicurò che avrebbe abbracciato la nostra religione, ove con ciò non fosse stato co­stretto a rinunciare all´eredità del padre. Un ter­zo, uomo dottissimo, era pronto a convertirsi, pur­chè io gli assicurassi i mezzi di sua sussistenza con una grossa somma. Egli era Rabbino. Ciò non

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ostante, io trovai anche fra gli Ebrei persone oneste nei contratti e benefiche, e alcune poche che vivevano secondo la legge di Dio, e mi parve che stessero in buona fede aspettando il Mes­sia ». (364)

c) Contro l´empietà.

Secondo San Bernardo (365) l´empietà non è altro che « incredulità, la quale nè crede a Dio nè onora Dio ».

L´empio disprezza Iddio, opprime il prossimo fatto a immagine di Dio e perde se stesso eter­namente.

Spaventa il leggere nella Sacra Scrittura co­me gli empi sono esecrati dal Signore. Ugualmente odiosi — dice la Sapienza — sono a Dio l´empio e la sua empietà. La via dell´empio — secondo i Proverbi — è in abominio a Dio. Isaia dice: Gli empi saranno come un mare sconvolto che non può trovare la calma, i flutti del quale rigettano mehna e fango. Non v´è pace per gli empi, dice il Signore. E l´Ecclesiastico: Tutto quanto vien dalla terra, ri­torna alla terra: così gli empi van dalla maledi­zione alla perdizione: castigo della carne- dell´em­pio sarà il fuoco e il verme. Si legge nel libro di Giobbe: Gli occhi degli empi verranno meno: ver‑

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rà loro a mancare ogni scampo, e loro speranza sarà abominio d´anima. Perchè — conferma la Sa­pienza -- la speranza dell´empio è come pula por­tata dal vento, come lieve spuma dispersa dalla tempesta, come fumo dissipato dal vento, come il ricordo dell´ospite fugace di un giorno. (366)

La punizione degli empi da parte di Dio verrà subitanea, repentina, terribile. Scrive l´Apostolo San Paolo: Quando diranno: « Pace e sicurezza », allora improvvisa sopraggiungerà la rovina, e non sfuggiranno. E San Pietro: Essi dovranno ren­dere conto a Colui che è pronto a giudicare i vivi e i morti. E se il giusto a stento sarà salvato, dove compariranno l´empio e il peccatore? San Gio­vanni poi paragona la distruzione degli empi a un convito, quando narra nell´Apocalisse: E vidi un angelo che stava ritto nel sole, e gridò a gran vo­ce, dicendo a tutti gli uccelli volanti per mezzo il cielo: « Venite, adunatevi per il gran banchetto di" Dio, per mangiar carni di re, e carni di capi­tani, e carni di potenti, e carni di cavalli e cava­lieri, e carni di tutti, liberi e schiavi, e piccoli e grandi ». (367)

Queste grandi verità devono corroborarci con­tro l´empietà, sia essa individuale, sia essa col­lettiva e cioè incarnata in associazioni, in partiti, in governi.

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Viviamo in tempi di empietà dilagante. Ab­biamo visto costituirsi persino delle società di. senza Dio, che in pratica sono contro Dio. Ab­biamo udito tanti inneggiare al dittatore osten­tatamente ateo, ignorando l´ammonimento Scrit­turale: Quelli che dicono all´empio: «Tu sei giu­sto », i popoli li malediranno, e li detesteranno le genti. (368)

Dobbiamo perciò prendere per= noi, e per le anime che ci sono affidate, la pressante esortazione di San Giuda Taddeo: Ma voi, carissimi, ricorda­tevi di quel che vi è stato predetto dagli apostoli del Signor nostro Gesù Cristo, i quali vi dice­vano che negli ultimi tempi sarebbero venuti degli schernitori, che vivranno secondo i loro istinti nella empietà. Costoro son quelli che generano le divisioni, gente bestiale, priva dello Spirito. Ma voi, carissimi, edificando voi stessi sopra la san­tissima vostra fede e pregando per virtù dello Spi­rito Santo, conservatevi nell´amor di Dio, aspet­tando che la misericordia del Signor nostro Gesù Cristo vi dia la vita eterna. Intanto correggete gli uni, dopo averli convinti; altri salvate, strappan­doli dal fuoco; di altri abbiate pietà mista a ti­more, odiando perfino la veste macchiata ´dalla carne. (369)

Al tempo stesso non bisogna dimenticare che

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per gli uomini pii è una tentazione il vedere la prosperità, sia pur breve e passeggera, degli empi. Il Salmista  confessa di se stesso: Per poco non han vacillato i miei piedi, per poco non sono sdruc­ciolati i miei passi! Perchè ho invidiato gl´iniqui, vedendo la prosperità dei malvagi... Finchè pene­trai nel sacrario-di Dio, e compresi la triste loro fine. E Davide dedica tutto un salmo a parlare dell´apparente e caduca prosperità degli empi, fino però a concludere: Vidi l´empio esaltato, cresciuto i su come un cedro del Libano; e passai, ed ecco non c´era più, e lo cercai, e non si trovò il suo posto! (370)

La floridezza degli empi è particolarmente do­vuta alla loro accortezza nel disbrigo degli affari materiali, come ebbe a rilevare il Divin Maestro: I figliuoli di ´questo secolo sono, nel loro genere, più accorti che i figliuoli della luce. (371)

Adoperiamoci pertanto a salvare dagli allet­tamenti della empietà e dell´irreligione tanti po­veri cattolici, che vorrebbero tentare una miglior fortuna dandosi a chi promette loro un tozzo di pane a prezzo del tradimento della fede.

Questo pericolo esiste in patria, per opera di associazioni atee, massoniche, protestanti; ma è ben più facile e insidioso per tanti poveri emi­granti, che si recano lontano in cerca di lavoro.

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San Giovanni Bosco si preoccupò della sorte spirituale dei propri connazionali emigranti, e vol­le che i suoi figli se ne prendessero assidua cura religiosa. Che le preoccupazioni del Santo non fos­sero infondate, lo confermarono i suoi missionari, i quali testimoniarono di aver trovato tanti emi­grati « pieni di complimenti, ma vuoti di Sacra­menti ». E Mons. Costamagna allora scriveva, tra l´altro, a Torino: « E chi potrà con tutta- facilità suggerire ad un amico suo di costì: -- Va colà tu pure, vàtti a far l´America? — Si farà l´America, se pure se la farà; ma disfarà la propria ani­ma ». (372)

Gli esempi e le direttive del nostro Santo Fon­datore e Padre ci stimolino adunque a lottare con­tro l´empietà, in qualunque campo essa si pre­senti al nostro sguardo. E, a incitamento del nostro buon volere, udiamo ancora San Giuda Taddeo, il quale scriveva ai fedeli di quelle prime comuni­tà cristiane: Carissimi, desideroso come sono di scrivervi con ogni sollecitudine intorno alla comune vostra salute, mi son trovato nella necessità H di scrivervi per esortarvi a combattere vigorosamente per la fede, che è stata data una volta per tutte ai santi. Poichè tra noi si sono intrusi certi uomini .empi (la cui condanna è già scritta da tempo), i quali mutano in lussuria la grazia del nostro Dio,

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e negano il solo Dominatore e Signor nostro Ge­sù Cristo. (373)

Finalmente, nell´asprezza del nostro sforzo per « porre un argine all´empietà » (Costit., 8), ci in­coraggino le parole dei Libri Santi: L´aspettazione dei giusti è la gioia, ma la speranza degli empi andrà perduta... Perchè l´Altissimo odia i pecca­tori e degli empi farà vendetta. (374)

d) Contro l´eresia.

L´eresia è un errore contro la fede, abbracciato e tenuto con pertinacia da un cristiano.

Per essa viene rinnegata una verità divino-cat­tolica, ossia che Dio ha rivelato e la Santa Chiesa Cattolica propone a credere. Vengono pervertiti l´intelletto e la volontà dell´uomo. Vien recato ol­traggio a Dio, Verità per essenza; al suo unico Figliuolo Gesù Cristo, Divino Rivelatore; e alla chiesa del Dio vivente, colonna e base della ve­´ rità. (375)

Quando poi il cristiano giunge al punto di rinnegare apertamente, in blocco, tutte le verità della fede e la stessa religione da lui professata, vien detto apostata.

L´apostasia è adunque il pubblico ripudio del‑

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la propria fede. Per analogia vien detto apostola anche colui che rinnega i propri voti religiosi an­che se non cade nell´eresia. Ma purtroppo non so­no pochi i religiosi e gli ecclesiastici che, avendo in un primo tempo rinnegato i propri voti con pubblico scandalo, precipitarono di abisso in abis­so e finirono per ripudiare la stessa religione cri­stiana.

Accanto agli eretici ed apostati, che spezzarono il vincolo dottrinale che li univa alla. Chiesa Cat­tolica, dobbiamo ricordare gli scismatici, i quali infransero direttamente il vincolo sociale, ricu­sando di obbedire al supremo legittimo Pastore di tutti i cristiani, Successore di Pietro e Vicario di nostro Signor Gesù Cristo.

Che simili divisioni avvengano persino nel greg­ge di Cristo non deve farci meraviglia. Il Signo­re le permette, affine]] è siano provati i pii e con­dannati gli empi, secondo che scrive San Paolo: Sento che vi sono tra voi delle divisioni, e in par­te ci credo; bisogna bene vi siano tra noi dei par­titi, perchè diventino riconoscibili quelli degni d´approvazione. Lo stesso Apostolo, riferendosi a coloro che periranno per non aver accolto l´amore della verità in maniera da salvarsi, afferma: Per questo manderà loro Iddio forza di inganni sì che credano alla menzogna, onde siano condannati

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quelli che non hanno creduto alla verità e ´anzi si son compiaciuti dell´ingiustizia. (376)

Il Primo Papa mette in guardia i fedeli contro i maestri d´errore e d´iniquità: Vi furono però tra il popolo (ebreo) — egli scrive — (377) dei falsi profeti, come pure tra voi ci saranno dei maestri bugiardi, i quali introdurranno sètte di perdizio- _ ne e rinnegheranno quel Signore che li ha riscat­tati, tirandosi addosso una pronta perdizione. Mol­ti li seguiranno nelle loro dissolutezze e per causa loro la via della verità sarà bestemmiata; essi per avarizia faranno traffico di voi con parole bu­giarde... specialmente quelli che vanno dietro al­la carne nella immonda concupiscenza e disprez­zano l´autorità, audaci, arroganti, e non temono d´introdurre delle sètte, bestemmiando. Questi son fontane senz´acqua e nebbie sbattute dai turbini ,e ad essi è riserbata la caligine tenebrosa. Mentre fanno discorsi di vanità superba, adescano per mezzo delle impure passioni della carne coloro che poco prima fuggivano da chi viveva nell´errore; e promettono loro la libertà, mentre essi stessi sono schiavi della corruzione.

Non meno esplicitamente parla l´Apostolo del- - le Genti al suo diletto Timoteo: (378) Ma lo Spi­rito dice espressamente, che nei tempi avvenire alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a

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spiriti ingannatori e a dottrine di demoni ipocri­tamente mentitori, bollati a fuoco nella propria coscienza. E ancora, con apostolica insistenza e chiarezza: Or sappi questo, che negli ultimi gior­ni verranno dei tempi difficili; perchè gli uomini saranno egoisti, avidi di danaro, vantatori, su­perbi, maldicenti, ribelli ai genitori, ingrati, ir­religiosi, disamorati, sleali, calunniatori, intempe­ranti, crudeli, senz´amore di bene, traditori teme­rari, gonfi d´orgoglio, amanti del piacere più che di Dio, con parvenza di pietà ma rinnegatori di quel che ne è l´essenza vera... gente corrotta di mente, di nessun valore per rispetto alla fede... E quanti vo­gliono vivere piamente in Cristo Gesù, saranno perseguitati. Ma i malvagi e gli impostori andran­no di male in peggio, &aviatori e traviati.

La storia e l´esperienza confermano che la ri­bellione, la cecità, l´ambizione, la corruzione del cuore hanno provocato édiffuso le eresie, con in­calcolabile danno per le anime.

Dalle parole della Sacra Scrittura che abbiamo citato, risulta pure tutta la intensa malizia di quello che San Tommaso chiama « il più grave di tutti i peccati, che avvengono nella perversità dei costumi ». (379) La ragione è manifesta. Un pecca­to è tanto più grave, quanto più allontana l´uomo da Dio; ora nessun peccato ci allontana maggior‑

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mente da Dio che l´eresia. Gli altri peccati spez­zano l´unione che lega l´anima a Dio, distruggen­do la carità; ma l´eresia, oltrechè la carità, di­strugge anche la speranza, anzi la fede stessa, la quale può sussistere e rimanere nell´iracondo, nel superbo, nel dissoluto, ma non più nell´eretico.

Non credere a Dio e alle cose da Lui rivelate è oltraggio atrocissimo, perchè è giudicare che Dio possa dire il falso: e benché l´eretico non lo dica espressamente, in realtà nega a Dio la Sua vera­cità, che è quanto negare la Sua esistenza. Ecco come l´eresia è il più grande di tutti i peccati.

San Tommaso si propone il quesito se gli eretici siano da tollerarsi, e risponde citando le parole dell´Apostolo: L´uomo eretico, dopo una o due ammonizioni, evitalo, sapendo che un sif­f atto s´è fuorviato, e pecca, essendo condannatore di se stesso. (380)

La Chiesa, gelosa tutrice della fede dei suoi figli, proibisce a questi di avere comunicazione con gli eretici in funzione di culto religioso. Inol­tre li mette in guardia contro il pericolo della propria perversione o dello scandalo altrui in occasione di rapporti sociali con gli eretici. Trat­tandosi poi di matrimoni detti misti, ossia tra persona cattolica e persona eretica o scismatica, anzitutto fa opera di dissuasione; se quindi v´è

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una causa grave di permetterli, Essa, prima di dare la necessaria dispensa, esige assicurazione e garanzia che verrà rimosso ogni pericolo di per­versione per la parte cattolica e che tutta la prole sarà soltanto cattolicamente battezzata ed educata.

La storia racconta come e quanto nei tempi - passati siano stati rigorosi i principi cristiani verso i corifèi eretici. Oggi i pubblici costumi sono cambiati, e forse suoneranno troppo severe le seguenti parole di San Tommaso, il quale, par­tendo dal principio che l´autorità civile deve cu­rare anche il supremo bene spirituale dei suoi dipendenti, scrive nella Somma Teologica: «Ri­guardo agli eretici bisogna considerare la situazio­ne loro e quella di Santa Madre Chiesa. Essi per­sonalmente peccarono in modo da meritare, non soltanto di esser scomunicati dalla Chiesa Cat­tolica, ma di venir esclusi dal mondo con la morte. Infatti è cosa ben più grave corrompere la fede, che fa vivere l´anima, che non falsare la moneta, che aiuta la vita del corpo. Ora, se i falsari della moneta, come altri malfattori, sono subito e giu­stamente uccisi dai principi secolari, a più forte ragione gli eretici, una volta convinti della colpa di eresia, possono scomunicarsi e anche uccidersi giustamente. Da parte della Chiesa però c´è mi­sericordia, affinchè gli erranti si convertano. Per

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questo Essa non condanna subito l´eretico, ma, come insegna l´Apostolo, dopo un primo e un se­condo rimprovero o ammonimento. Dopo di che, se l´eretico è pertinace, la Chiesa, non sperando più nella di lui conversione, provvede alla salvez­za di tutti gli altri fedeli, separandolo da sè me­diante la sentenza di scomunica: quindi lo ri­lascia al giudizio secolare, che lo stermini dal mon­do con la morte. Dice, infatti San Girolamo: ­Bisogna amputare le carni andate in cancrena e allontanare dall´ovile la pecora rognosa, affinchè tutta la casa, la massa, il corpo e il gregge, non ardano, non si corrompano, non imputridiscano, non periscano. In Alessandria l´eretico Ago fu una scintilla; ma poichè non fu subito calpestata, ne divampò la fiamma per tutto il mondo ». (381)

Oggigiorno la Chiesa proibisce ai suoi figli ogni contatto, anche solo sociale, con lo scomu­nicato tritando (e cioè da Essa sentenziato come « da evitarsi »), eccetto che si tratti di coniuge, genitori, figli, servi, sudditi e, generalmente, quan­do scusa una causa ragionevole (Can. 2267).

Venendo ora a noi, figli di San Giovanni Bo­sco, dobbiamo chiederci che cosa fare per ubbidire alle Costituzioni, le quali ci esortano a « porre un argine all´eresia, che tenta tutti i modi per in­sinuarsi tra i rozzi e gl´ignoranti » (Costit., 8).

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1) Anzitutto ricordare a noi, e alle anime che ci sono affidate, il pericolo che, frequentando più dello stretto necessario gli eretici e lasciando­ci trascinare a vane discussioni, succhiamo man mano i loro errori e quasi insensibilmente ci raf­freddiamo nella fede cattolica.

San Paolo, indicando a Timoteo la condotta da tenere coi novatori, scrive: (382) Queste cose richiama alla memoria, scongiurando davanti a Dio, che non si contrasti a parole; cosa che non giova a nulla se non alla rovina di quelli che ascoltano. Tu stùdiati di comparire degno di ap­provazione davanti a Dio, come operaio che non ha da arrossire mai, dispensando conveniente­mente la parola di verità. Evita le profane e vuo­te chiacchiere, poìchè avanzeranno sempre più nell´empietà, e la loro parola va serpeggiando co­me cancrena».

Se, per dovere di ufficio o di carità, dovessi­mo trovarci in mezzo ad acattolici e miscredenti,

seguiamo il consiglio che dava Don Bosco ai suoi giovani: « Miei cari figliuoli, — diceva — (383) se vi troverete con qualcuno che parli male della re­ligione, in generale non combattetelo mai, se non

siete ben istruiti in essa; ma se vi interpellano, non lasciatevi confondere e vincere, ma prendete a interrogarli con calma e carità, come se voleste

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esser istruiti da essi. Generalmente questi calun­niatori e nemici della religione sono ignoranti e li confonderete subito alle prime domande; così ri­volgerete contro di loro quelle stesse armi con le quali essi volevano combattervi ».

Dalla Cina, tanto provata dalla bufera, ci giunse proprio recentemente questa notizia, in­viata da quei nostri missionari: « Sono frequenti le ispezioni e le perquisizioni, ma finora non han­no recato gravi conseguenze. Un piccolo, interro­gato dall´ispettore scolastico se credesse che gli uomini provengono dalle scimmie, rispose candida­mente: — Io no; e tu ci credi? — Certamente — ri­spose l´ispettore. — E ti piace di avere una scim­mia per padre? — riprese il bambino. L´ispettore se la cavò con un: — Perchè no? -- Ed il bimbo: — Bene, se a te piace così, va tanto bene; a me non piace. — L´altro ebbe il buon senso di non insistere ». (384)

2) In secondo luogo dobbiamo ricorrere al gran mezzo della preghiera, al quale uniremo la potente intercessione di Maria Ausiliatrice, vit­toriosa su tutte le eresie. Anzi, i sacerdoti potran­no valersi anche della benedizione di Maria Ansi­liatrice. A Roma, nel 1881, per mezzo di questa benedizione San Giovanni Bosco ridonò la sanità a una signora. Costei, imbattutasi di lì a poco in

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suoi conoscenti che erano protestanti, e interro­gata come mai fosse subitamente guarita da sì

grave malattia, raccontò ciò che era successo. Es‑

si allora, avendo una figlia molto inferma, senza badare a pregiudizi religiosi, decisero di condur‑

la da Don Bosco. Il Santo la benedisse e la gio­vane guarì. Sua madre, piena di consolazione, an­dava dicendo: — Ecco l´errore di noi protestanti: non onorare Maria. — Nel 1885 Don Bosco rice­vette da quella famiglia una lettera, in cui gli si annunciava la conversione di tutti i suoi membri al Cattolicesimo. (385)

3) Finalmente ci sforzeremo con le parole e con gli scritti — come dice l´articolo 8 delle Co­stituzioni — di porre un argine all´empietà e al­l´eresia, indirizzando a questo scopo prediche, tri­dui, novene e la diffusione dei buoni libri. Al tempo stesso ci specchieremo nei consigli ed esem­pi paterni.

Pieni di celeste prudenza erano gli ammoni­menti di San Giovanni Bosco circa la predica­zione contro l´eresia. « Se in un paese vi fossero eretici, — diceva ai suoi preti e chierici, — il predicatore badi a non inasprire menomamente gli erranti. Le sue parole spirino sempre carità e benignità. Si cònfutino i loro errori e sofismi provando semplicemente con solidi argomenti le

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verità contestate. Prevenendo le obiezioni, si tol­gono le armi dalle mani dei nemici. I testi Scrit­turali che sogliono addurre falsati per combatte­re, esponiamoli nel loro vero senso, e procediamo con questi a svolgere la nostra tesi. Le invettive non ottengono le conversioni: l´amor proprio si ribella. Era questo il metodo che teneva San Frani cesco di Sales e che era da lui consigliato. Egli narrava che i protestanti correvano in folla ad udirlo e dicevano che loro piaceva, perché non lo vedevano infuriarsi come i loro Ministri >. (386)

Riguardo poi al modo di combattere l´eresia con gli scritti, niente di meglio che ricordare il titolo del primo fascicolo delle Letture Cattoliche: Il Cattolico istruito nella sua religione: trattenimen­ti di un padre dì famiglia co´ suoi figliuoli, secon­do i bisogni del tempo, epilogati dal Sacerdote Bosco Giovanni.

Era un trattatò, si può dire completo ma popo­lare, sulla vera religione. Si pubblicò in sei fa­scicoli, dal marzo all´agosto del 1853, alternati da altre operette. Confutava gli errori, le empietà, le contraddizioni dei ministri protestanti e val­desi, dimostrava la loro malafede e le sacrileghe alterazioni introdotte nei testi della Bibbia; e intanto narrava la vita scellerata e oscena dei Capi della Riforma. Don Bosco però riputava

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suo dovere di far osservare qua e là, che le espres­sioni le quali potessero a taluno sembrare un po´ vibrate, riguardavano unicamente gli scritti ere­tici ed escludevano qualsiasi allusione alle per­sone dei Valdesi. Concludeva il suo lavoro rivol­gendo alcune parole ai Ministri Protestanti, dimo­strando loro la tremenda responsabilità che si as­sumevano al tribunale di Dio, strappando le pe­corelle al suo ovile: « Queste sono parole — scri­veva — di un vostro fratello che vi ama, e vi ama assai più che voi nol credete. Parole di un fratel­lo, che offre tutto se stesso e quanto può avere in questo mondo pel vostro bene... Tutto compreso da terrore e da spavento per l´incertezza della sa­lute dell´anima vostra e dei vostri seguaci, alzo gli occhi e le mani al cielo, invitando voi e tutti i buoni a pregare il Dio delle misericordie onde vi voglia tutti illuminare coi raggi della sua celeste grazia, sicchè facendo ritorno al paterno ovile di Gesù Cristo, possiamo procurare una grande alle­grezza a tutto il paradiso, pace alle anime vostre, e fondata speranza di salvezza per tutti ». (387)

Parlando delle Letture Cattoliche, le quali og­gi vengono pubblicate nelle principali lingue del mondo, San Giovanni Bosco nel 1861 si esprime­va così: « Dai buoni solamente imploriamo aiuto per la maggior diffusione possibile dei nostri opu‑

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scoli; in essi abbiamo tutta la fiducia per credere che vorranno adoperarsi con tutto lo zelo, affinchè i sani princìpi della religione cattolica e della moralità siano ognor più nel popolo propagati. Tanto più che non si tratta che di far conoscere e propagare con tenuissima spesa libri che sotto aspetto di amene letture, di cattoliche istruzioni, ora di consigli e pratiche religiose, ma sempre mo­rali, sono dirette a civilizzare il popolo, il quale, avido di sapere, sovente si guasta il cuore e lo spirito con libri immorali, solamente perchè o ignora o non può avere libri buoni ». (388)

Non dimentichiamo mai che siamo figli di un Padre, che, per amore della fede, spese tutta la sua vita, non in modo generico e blando, ma la­vorando, combattendo, mettendo anche a repenta­glio la sua esistenza. Non appena gli fu possibile, impiantò una modesta tipografia nel suo Oratorio, allo scopo di iniziare la pubblicazione di opere in difesa della religione e per spargere, in misura sempre crescente, il seme della buona parola tra i fedeli e preservarli dall´errore. E nel giorno in cui collocava la prima macchina, diceva ai suoi giovani: « Avremo una tipografia, due tipografie, dieci tipografie. Vedrete! ». (389) Chi può dire oggi quante e di quale importanza siano disse­minate nel mondo?

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Teniamo presente che la diffusione dei buoni libri è uno dei primari scopi della nostra Società, oggi soprattutto che, davanti alla esiziale propa­ganda antireligiosa dei nemici della Chiesa, acqui­stano particolare forza di verità queste parole del Cardinale Pie: « Quando tutta una popola­zione, fosse anche la più divota ed assidua alle prediche, non leggesse che giornali cattivi, in me­no di trent´anni diventerebbe un popolo di empi e rivoltosi. Umanamente parlando non vi è pre­dicazione di sorta che valga contro la forza della stampa cattiva ». (390)

13. Don Bosco, martello dei Protestanti.

Quanto giustamente Don Bosco sia stato chia­mato « martello dei Protestanti » (391) risulta dal­le sue Memorie Biografiche, le quali narrano dif­fusamente come il Santo cercasse tutti i mezzi a lui possibili per opporsi alla loro propaganda e come confutasse i loro errori a viva voce e con la stampa, in particolare servendosi della Storia Ecclesiastica, della Storia Sacra e soprattutto delle Letture Cattoliche.

Il biografo fa notare l´azione continua di Don Bosco e dei suoi collaboratori per strappare dai lacci del protestantesimo quelli che n´erano stati

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accalappiati e nel preservarne tanti altri, spe­cialmente i giovanetti. Tutto il Santo metteva in opera: opuscoli, corrispondenza epistolare, discus­sioni, scuole cattoliche, conferenze. Non risparmia­va disagi e fatiche, pur di compiere questa sua missione sacerdotale.

Specialmente egli addestrò ai combattimenti contro l´eresia Don Giovanni Bonetti, Direttore della casa di Mirabello Monferrato, incoraggian­dolo -pure a inviare due lettere a un ministro protestante della provincia di Alessandria; nelle quali lettere sono certamente di sua ispirazione la soda impostazione dei quesiti preliminari, la squisita carità, lo zelo ardente e l´amabile sapore della forma, fino a dire, nella seconda di esse: « Sciolti questi due quesiti, passeremo ad altri di non minor importanza. Ma bisogna che siamo - chiari, positivi, e non passare a una nuova que­stione fino a tanto che sia esaurita la prima, e che intorno a quella convengano le parti. Mi creda, Signor Ministro, trattandosi di cose da cui di­pende la futura felicità dell´uomo, bisogna sta­bilire dei principi chiari, positivi, da cui si pos­sano poi dedurre le conseguenze pratiche; che se noi vaghiamo da uno in un altro argomento, perdiamo tempo e fabbrichiamo una torre di Ba­bele ». (392)

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A Roma, nel 1867, recatosi a pranzo dagli scrittori della Civiltà Cattolica, Don Bosco in­teressò il dotto teologo gesuita Padre Giovanni Perrone a scrivere contro gli errori dei protestan­ti un libro popolare, che sarebbe stato stampato nell´Oratorio di Torino: e a tal fine gli fece in­viare dal bibliotecario di Valdocco il Catechismo dei Valdesi di Ostervald; Liturgia dei Valdesi, stampata in Losanna; Inni cattolici ovvero Cristia­ni primitivi di Arturo Beat; Amico di famiglia; libretto di preghiere ed anche altri libretti prote­stanti. (393)

È impossibile riprodurre qui tutti gli accenni che, circa i protestanti e i loro errori, si trovano nelle parlate familiari di Don Bosco e nelle sue prediche. Per darne sia pure una sola idea, ci limiteremo a riprodurre la non breve digressione contro questi eretici fatta dal buon Padre nella cerimonia di addio ai missionari della terza spe­dizione, nel 1877. Dopo aver parlato del fecondo lavoro dei missionari salesiani delle due prime spedizioni, bel bello passò a dire così:

« Debbo qui notare una cosa: anche i prote­stanti mandano e vanno nelle loro così dette mis­sioni, ma quale diversità tra le nostre e le loro missioni, tra il missionario protestante ed il mis­sionario cattolico! Non ho tempo di farvi vedere

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particolareggiata questa differenza, ma ve la no­terò solo. I protestanti vanno in missione, sì, ma da chi sono mandati? Dalla regina d´Inghilterra, da imperatori, da re, da prìncipi. I Missionari cattolici da chi ricevono la missione? Da Gesù Cristo, rappresentato dal suo Vicario, il Sommo Pontefice. La regina d´Inghilterra o l´imperatore di Russia o di Prussia mandano forse in nome di Gesù Cristo? Eh no, essi non sono sacerdoti, nè succedono per una serie non interrotta agli Apo­stoli di Gesù- Cristo. Essi sono mandati da uomi­ni, hanno una missione umana che in generale non ha altro scopo che la politica e la guerra alla ve­ra Chiesa. Non è Gesù Cristo che li manda. I ministri protestanti prima di partire, osservano se lo stipendio è abbastanza grasso: — Eh? quan­to mi dànno? Se mi dànno tanto, bene, vado; al­trimenti non ci vado. E vi è poi buon alloggio? E il vitto e il vestito è largamente provveduto? — Poi cercano se vi hanno mezzi di sussistenza per i figli e per la moglie e partendo conducono con sè un mondo di cose, perchè vogliono ogni co­modità ed agiatezza. Fa così il missionario cat­tolico? Niente di tutto questo! ´Dà l´addio ai pa­renti ed ai confratelli e parte tenendo per sola sua ricchezza ed appoggio Iddio e null´altro; e va dove l´obbedienza comanda, dove più vi è biso‑

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gno dell´opera sua, senza pensare dove, come e *quando troverebbe i mezzi da vivere.

« I protestanti — continuava Don Bosco ­vanno solamente ove siano possibili tutti i con­forti della vita, e se non vi fossero, se li procu­rano in ogni modo, calcolano i vantaggi temporali che potranno ricavare da quelle missioni e ricu­sano di andare incontro ai pericoli, e se talora la necessità o l´onore li costringe, vi vanno bene armati. I nostri invece non badano ad incomodi e sacrifizi, vanno dove sono mandati senza badare a stenti e a pericoli, e quando loro toccasse sof­frire anche la fame e la sete, sanno sopportare le privazioni con ammirabile pazienza. — Iddio, essi dicono, mi manda a predicare il suo Vangelo, ed io lo predicherò a costo della mia vita. Del rimanente non mi preoccupo e non mi curo. ­Questi vanno per guadagnare anime a Gesù Cri­sto, quelli vanno per far danaro ed arricchire sè, la moglie, i figliuoli e per rendere onorevole, se­condo il mondo, la propria casa. Mentre le mis­sioni protestanti sono un impiego lucroso, le mis­sioni cattoliche sono un ufficio nobile, utile alla società umana, necessario alla vita eterna, un ufficio celeste, divino.

« Chi — e con questa interrogazione San Gio­vanni Bosco metteva fine alla sua digressione —

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chi ricopia in sè la vita del Di vin Maestro, l´amo­re alle anime, le fatiche per salvarle? Il missiona­rio protestante, o il missionario cattolico? ». (394)

Il miglior suggello a queste parole del Santo è quanto afferma il biografo: « Uno dei benefizi arrecati dappertutto nell´America Meridionale dal­l´Opera di Don Bosco è stato ed è quello di op­porre un argine all´invadenza protestante ». (395)

Ciò si era già verificato in varie parti d´Italia. ITna volta Don Barberis esclamò: — Oh, Don Bo­sco! Lei vuole proprio bene ai protestanti. Qui a Torino briga già da tanti anni per istabilirsi vi­cino a loro (con la chiesa di San Giovanni Evan­gelista); a Bordighera non sa discostarsene. Bi­sognerebbe che anche a Pinerolo si andasse a met­tere ai loro fianchi. — Oh, già, precisamente ai. loro fianchi! — rispose Don Bosco. — Anzi, ora a Roma va in vendita il tempio dei protestanti e io vi ho già incaricato qualcuno di aprire trattative per la compera ». (396)

Al Cardinale Protettore nel 1881 dava queste consolanti notizie, che confermano il suo zelo nel combattere gli eretici:

« La nuova casa e la nuova chiesa dei Piani di Valle Crosia sono eziandio terminate e frequen­tate a più non dire. Dal Bollettino Salesiano po­trà vedere la solenne funzione fatta quando il

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Vescovo portò il SS. Sacramento dalla chiesa prov­visoria alla chiesa. definitiva. Io noto solo con pia­cere che le Scuole dei fanciulli e delle ragazze at­tivate dai protestanti, furono chiuse definitiva­mente per difetto di allievi. — Così neppure un cattolico frequenta il tempio Valdese, malgrado le incessanti profferte che fanno per adescare gli incauti credenti. La casa di Lucca progredisce in mezzo alle gravi difficoltà, ma si vanno oggi gior­no appianando. Più tempestose sono le cose di Firenze, dove i Protestanti spendono immenso da­naro, e noi ci troviamo nella miseria e senza casa. Abbiamo ciò nullameno viva fiducia di poterei provvedere e consolidarci entro breve tempo, ma qui ´abbiamo bisogno di una preghiera da parte della Em.za V. e di una speciale benedizione del Santo Padre ». (397)

Nel 1877 ai Direttori convenuti per le annua­li conferenze di San Francesco, Don Bosco parlò anche di protestanti messi fuori, per opera dei suoi figli, dalle scuole di Ariccia (Roma).

« Di questi giorni — disse — fui a Roma. Mi dicevano che in quei luoghi la gioventù è di­versa dalla nostra, che non è possibile avvicinarsi ai fanciulli, che non si sarebbe potuto stabilire gli Oratori o almeno non certamente simili a quello di Torino. Sarà un miracolo, ma ad Ariccia

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si aprirono le scuole elementari, -- che prima erano in mano dei protestanti, — per desiderio e istanze delle autorità del luogo e del Santo Pa­dre. Le nostre scuole diurne divennero frequenta­tissime: i protestanti si misero disperatamente a fare scuola privata, e per avere discepoli davano gratuitamente ai giovani ogni cosa: carta, penne, libri, quaderni. Con tutto ciò alle loro scuole ave­vano pochi o nessuno. Quando io arrivai là, an­che quei pochi abbandonarono i maestri dell´er­rore con mia grande consolazione, e li lasciarono interamente. Se si continua così, i protestanti faranno bancarotta in poco tempo. E non solo so­no frequentate le scuole diurne, ma ben anche le serali per gli adulti, e apriremo anche l´Oratorio Festivo, ed i protestanti facciano pure ciò che vogliono ». (398)

Anche parlando ai giovani dell´Oratorio, in una Buona Notte del 1876, ne eccitava lo zelo per le anime introducendosi così:

« Miei cari figliuoli, sono stato in questi giorni a visitare i nostri collegi della Liguria. Oh quan­to vi è da lavorare in ogni luogo! Vi è molto e molto bene da fare! E non si sa più dove dar del capo: dappertutto chiedono aiuti e rinforzi. Iò, vedendo questo, andava tra me stesso dicendo: — Se tutti i nostri cari giovani dell´Oratorio fos‑

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seco già preti e capaci di fare grandi lavori, e veri operai evangelici, ci sarebbero posti e im­prese per tutti. — Ve l´assicuro, miei cari, che non mi troverei imbrogliato ad impiegarvi.

« Guardate — proseguiva il buon Padre — come il Signore benedice le nostre fatiche. Voi avete visto che poco più di un mese fa partiva dall´Oratorio Don Cibrario, il chierico Cerruti ed un certo Martino per recarsi a Bordighera, pae­se tutto pieno di protestanti. Tre soli individui, anzi due, un prete ed un chierico, che cosa po­tranno fare? Solo da due settimane avevano aper­te le scuole, quando io mi vi recai. Circa cento ragazze già frequentano le scuole delle monache e quasi altrettanti fanciulli la scuola del chierico Cerruti: tutta gente che prima andava a scuola dai protestanti, e gli altri erano obbligati a stare alle case loro senza imparar nulla, perchè scuole cattoliche non ve n´erano. Alla domenica poi con­correvano al tempio protestante. Ma ora che si aperse quella nostra piccola chiesuola, sono due domeniche che il´ministro protestante si sbraccia a parlare a quattro sole persone, gridando la cro­ce addosso a Don Bosco e ai suoi preti, perchè rendono deserti i loro istituti: e certo, continuan­do così le cose, come spero, i protestanti saranno costretti a far bancarotta e ad andarsene! Vedete

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che cosa voglia dire aver due o tre operai evan­gelici! E pensare che senza quelle nostre scuole, senza quella piccola chiesa, non solo poco per volta molte famiglie si sarebbero fatte protestan­ti, ma di più i protestanti avrebbero potuto porre in questo paese un centro stabile, dal quale chi sa quando si sarebbero potuti snidare e chi sa dopo quanti sforzi e fatiche ». (399)

Questi pochi accenni allo zelo del nostro san­to Fondatore e Padre servano ad accrescere sem­pre più il nostro impegno per calcarne fedelmente le orme anche nell´opera di apostolato contro l´eresia.

Nelle inevitabili difficoltà, crucci, sacrifizi e amarezze, ci confortino le parole di San Giaco­mo: (400) Fratelli miei, se qualcuno tra voi devìa dalla verità, e un altro lo riconduce sul retto cammino, deve sapere che chi ritrae un peccatore dall´errore della sua via, salverà l´anima di lui dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati ».

14. Fede e ragione.

San Giovanni Bosco nel manuale di pietà Il Giovane Provveduto, destinato ai giovanetti, volle inserire un trattatello, in forma di domande e

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risposte, dal titolo: Fondamenti della Santa Re­ligione.

Così il Santo Educatore ha dimostrato pratica­mente di non considerare il giovane moderno ab­bastanza provveduto riguardo alla sua fede, qua­lora non possegga nel proprio libro di pratiche religiose una specie di prospetto delle principali verità, non soltanto di fede ma anche di ragione, le quali concorrono a formare il cattolico istruito e convinto.

Ed in proposito i nostri Regolamenti, rispetto al punto della istruzione religiosa dei giovani dei nostri Istituti, esortano: « Nelle classi superiori converrà che si spieghi altresì il trattatello apo­logetico Fondamenti della Santa Religione, ag­giunto da Don Bosco al suo Giovane Provveduto » (Regolam., 131).

Esso contiene dieci capitoletti: Idea generale della nera Religione. — Una sola è la vera Reli­gione. — Le Chiese degli eretici non hanno i ca­ratteri della divinità. — La Chiesa degli eretici non è la Chiesa di Gesù Cristo. — Del Capo della Chiesa Cattolica. — Della infallibilità pontificia. -- Una risposta ai protestanti. — I protestanti con­vengono che i cattolici sono nella vera Chiesa. ­Tre ricordi per la gioventù. A suggello del pic­colo trattato stanno due sentenze del Santo Van‑

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gelo e sei massime di Santi Dottori: una di-San­eAlfonso, due di San Cipriano, una di Sant´Am­brogio e due di Sant´Agostino.

Questo fatto costituisce per noi, giunti a que­sto punto della trattazione sulla fede, un ammo­nimento e una direttiva.

Fin qui abbiamo considerato la fede, anzitutto come prima virtù teologale, poi come vita del cri‑

stiano, del religioso, del salesiano, e infine come sprone ad arginare l´ignoranza religiosa, l´infedel­tà, l´empietà e l´eresia.

Ora ci proponiamo, sia pure con brevità e sen­za entrare in questioni puramente speculative, di

osservare la fede soprannaturale e divina quale

atto dell´intelletto, atto conforme alla nostra na­tura di esseri ragionevoli in cammino verso la

Patria beata e immortale, atto adunque che ha i suoi fondamenti, il suo motivo, il suo oggetto, le sue qualità, la sua necessità, la sua regola in­fallibile.

A considerare qualcosa delle relazioni tra fede e ragione ci giunge pure l´incoraggiamento della recente Enciclica Humani generis, (401) con la ´ quale l´angelico Pio XII, felicemente regnante, denunzia le false opinioni che minacciano oggi­giorno di menomare l´integrità della fede catto­lica. Ebbene, notiamo le seguenti parole del San‑

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to Padre: < Tutti sanno quanto la Chiesa apprez­zi il valore della ragione umana. Alla ragione spetta il compito di dimostrare con certezza la esistenza di un solo Dio personale, e di dimo­strare invincibilmente, per mezzo dei segni divini, i fondamenti della stessa fede cristiana. Alla ra­gione spetta anche di porre rettamente in luce la legge che il Creatore ha impressa nelle anime de­gli uomini. Alla ragione spetta infine di raggiun­gere una conoscenza limitata, ma utilissima, dei misteri ›.

Quanto si ingannano adunque coloro che pre­tendono di mettere i diritti della ragione umana in contrasto col diritto supremo della Verità In-creata di esigere l´adesione dell´intelletto nostro a quanto Essa ha rivelato!

Lo sguardo che stiamo per dare alla fede nelle sue relazioni con la ragione umana rafforzerà in noi, con l´aiuto di Dio e di Colei che è la Ver­gine fedele, la persuasione che della nostra fede possiamo ripetere ciò che l´Apostolo afferma del sacrificio vivente e santo, dovuto a Dio, dei no­stri corpi, ossia che è un rationabile obsequium, (402) vale a dire un ossequio davvero ragionevole, degno in tutto di esseri intelligenti.

Al tempo stesso, di fronte agli avversari della fede, potremo praticare le esortazioni di San Pie‑

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tro e di San Paolo, le quali acquistano oggi un senso di particolare e gravissima opportunità: Be­nedite nei vostri cuori Cristo Signore, pronti sem­pre a dar soddisfazione a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi... Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale, per sapere com´è che dovete rispondere a cia­scuno. (403)

15. La fede vien dall´udito.

L´Apostolo San Paolo ricorda le parole del pro­feta Isaia: Signore, chi ha creduto a quel che ha udito da noi? e conclude: Adunque la fede vien dal sentir parlare. (404)

Se noi consideriamo l´origine dell´atto di fede, troviamo proprio che remotamente nasce dall´o­recchio, che ha ascoltato quello che l´occhio non potè e non potrà scorgere su questa terra.

In tante cose, che non possiamo vedere noi di­rettamente, crediamo a chi le ha viste e ce ne parla: se così non fosse, nessuno ricorrerebbe ,al medico o all´avvocato, nessuno intraprenderebbe viaggi lunghi e costosi.

L´uomo pertanto non deve meravigliarsi di do­ver spesso udire anzichè vedere, e cioè dover ere-

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dere tante verità che non può conoscere da per sè in modo immediato. L´Angelico Dottore (405) per far capire che non è cosa stolta il credere cose che non si vedono, e che sarebbe anzi una stoltezza fare il contrario, porta il paragone del campagnuolo e del professore: « Se un maestro dicesse qualcosa della propria scienza, e un cam­pagnuolo sostenesse che non è vero pel fatto che lui non capisce, verrebbe giudicato ben stolto un tale campagnuolo ». E il Santo aggiunge: « L´uo­mo che non volesse credere se non le cose da- lui personalmente conosciute, certo non potrebbe vi­vere in questo mondo. Come infatti potrebbe uno vivere senza credere a nessuno? E come saprebbe, ad esempio, che il tale è suo padre? Perciò è ne­cessario che l´uomo creda a qualcuno in quelle -Cose che non può perfettamente sapere da se stesso ».

L´unico desiderio legittimo dell´uomo, riguardo alla fede, è quello di poter un giorno vedere quel­lo di cui ora sente soltanto parlare.

Ebbene, questo desiderio sarà pienamente sod­disfatto in Paradiso, secondo la scultorea frase di San Bernardo: Auditus ad meritum, visus ad prae­mium. (406) E cioè: quaggiù, l´udito per meritare; Lassù, la vista per godere il Premio.

Non saranno adunque gli altri sensi, special‑

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mente esterni, a procurarci la salvezza con le loro vane pretese ed effimere soddisfazioni, ma sol­tanto l´udito, da cui ha origine la fede. Nell´inno Adoro te devote dice assai bene San Tommaso al Dio nascosto sotto i veli eucaristici: « La -vista, il tatto, il gusto, non Ti intendono; ma solamente per l´udito noi crediamo sicuri ».

16. Iddio ha parlato.

Se la fede umana ha inizio dall´udito che si presta agli uomini, fede soprannaturale e divina è quella di colui che ode e ascolta la parola che viene da Dio. Così appunto scrive ai Romani San Paolo: La fede vien dal sentir parlare, e ciò si fa per mezzo della parola di Cristo. E nel solenne esordio alla Lettera agli Ebrei: Dopo aver Iddio in antico, a più riprese e in molte guise, parlato ai nostri padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi tempi parlò a noi per mezzo del Figlio suo. (407)

Davanti a queste eccelse affermazioni, la ra­gione umana incomincia a chiedersi se è mai pos­sibile che Iddio si abbassi a parlare all´uomo, trattando con esso da persona a persona.

E risponde che sì. La ragione infatti, anche

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senza una divina rivelazione soprannaturale, ri­conosce che Dio esiste; che Dio è la Causa su­prema e infinita di tutti gli esseri del mondo; che Dio è il fine ultimo di ogni creatura. Al tem­po stesso riconosce da sola che l´uomo, col suo cor­po mortale e con la sua anima spirituale e im­mortale, deve tendere a Dio e onorare Iddio.

Orbene, se la creatura umana accoglie le idee che le vengono manifestate dai suoi simili, per ben più forte motivo dovrebbe accettare quanto il Creatore stesso si degnasse di manifestarle. E va da sè che una importanza particolare, anzi mas­sima e assoluta, acquisterebbero queste divine e personali comunicazioni, qualora riguardassero non un singolo individuo, ma tutta quanta l´umanità, e non solamente in relazione al benessere terreno e passeggero dei corpi, ma addirittura a proposito della salvezza eterna delle anime immortali.

Trattandosi però di cosa sì straordinaria in se stessa e nelle sue conseguenze pel tempo e per l´eternità, la ragione passa a chiedersi se a si bel­la ipotesi corrisponda la realtà dei fatti.

E in questo usa di un suo forte diritto e com­pie un suo stretto dovere, poichè sarebbe per essa una leggerezza imperdonabile l´accontentarsi del­la sola probabilità che Dio Sabbia parlato, o il fidarsi delle sole esperienze intime di anime per‑

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vase da un certo qual misticismo, o il credere sol­tanto in base a ispirazioni private che altri dices­se aver avuto da Dio. « La ragione umana — am­monisce il Papa Pio IX — (408) per non essere ingannata in cosa di tanta importanza, deve fare diligenti indagini sul fatto della divina rivelazio­ne, affinchè sappia con certezza che Dio ha par­lato e tributi a Lui, come sapientissimamente in­segna l´Apostolo, un ossequio ragionevole >.

No, senza ima notizia sicura del fatto che Dio ha parlato, e pubblicamente per tutti quanti gli uomini, la ragione umana non potrebbe e non dovrebbe sentirsi obbligata ad accettare quella che si volesse far passare come la parola di Dio a tutta quanta l´umanità: troppo facili, infatti, sarebbero gli errori o gl´inganni da parte di in­dividui deboli di mente o male intenzionati.

Per questo San Pietro, apostolo della fede e maestro insuperabile di essa, incomincia con l´af­fermare il fatto storico della venuta a questo mon­do del Figlio di Dio. Ascoltiamolo: Carissimi, — egli scrive, — non già tenendo dietro a favole arti­ficiosamente immaginate, noi vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signor no­stro Gesù Cristo; ma ve lo abbiamo fatto cono­scere, perchè coi nostri propri occhi abbiam ve­duto la sua maestà. E ricorda l´episodio della Tra‑

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sfigurazione sul monte Tabor, quando dalla lucida nuvola uscì una voce che disse: Questi è il mio Figliuolo diletto, nel quale ho riposta la mia com­piacenza; ascoltatelo. (409)

Apostoli ed Evangelisti, con le prove più con­vincenti per l´umano intelletto di allora e di oggi, assicurarono che Gesù Cristo visse realmente; che fu vero uomo, pur chiamandosi e dimostrandosi vero Figlio di Dio; che, quale divino Rivelatore, portò a questo mondo un Vangelo, ossia buon an­nunzio, buona novella di verità attinte nel seno stesso della Divinità; che fondò una società per­fetta, soprannaturale, visibile, gerarchicamente co­stituita, infallibile nel definire le cose di fede e di costumi, alla quale affidò per tutti i secoli sino alla fine del mondo la sua stessa missione di am­maestrare gli uomini circa le cose necessarie alla eterna salvezza.

La buona novella portata da Gesù Cristo ri­guarda soprattutto la triplice unione dell´umanità con Dio: unione mediante la Incarnazione del Ver­bo Eterno; unione mediante la grazia soprannatu­rale, che rende gli uomini figli adottivi di Dio; unione mediante la eterna beatitudine, che è il godimento di Dio in Se stesso e non soltanto at­traverso le creature. (410)

La ragione umana ammira la sublimità e la

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santità del Vangelo: ne riconosce la splendida armonia di dottrina e la mirabile fecondità di azione: dichiara che esso colma abbondantemente ogni esigenza morale e religiosa, — privata e pub­blica, personale e sociale, — della natura umana: e confessa che il Vangelo corrisponde alle più in­time aspirazioni del cuore dell´uomo.

Tuttavia non è ancor soddisfatta. Non si trat­ta infatti di ammirare là dottrina cristiana, come si fa per le dottrine di Socrate e di Confucio, ma bensì di accoglierla quale rivelazione che viene da´ Dio e che da parte di Dio lega le anime pel tempo e per l´eternità, avendo detto Gesù Cristo agli Apostoli: Andate per tutto il mondo, predi­cate l´Evangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; chi invece non cre­derà, sarà condannato. (411)

Perciò la ragione si domanda ancora: — proprio Iddio che ha parlato, oppure soltanto si tratta di argute favole, per usare l´espressione di San Pietro? (412) •

Ed ecco che, a confermare la dottrina da Lui rivelata, interviene Dio stesso con segni eschisi­vamente divini, quali sono i fatti straordinari, le profezie e soprattutto il miracolo.

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17. Il sigillo di Dio.

Nostro Signor Gesù Cristo parlando coi Giu­dei, tanto ostili alla sua persona e restii a cre­dere alle sue parole, fece ricorso al solenne argo­mento delle sue opere miracolose: Se non faccio le opere del Padre mio, non credete in me; ma se le faccio e non volete credere a me, credete alle opere. (413)

Il miracolo è infatti il divino sigillo che accom­pagna il messaggio che viene da Dio, allo stesso modo che il sigillo reale apposto a una lettera indica che il contenuto di questa procede dalla volontà del re. (414)

Per questo San Pietro, nel suo primo discorso del gran giorno della Pentecoste, accennò ai mira­coli del Messia, dicendo: Uomini d´Israele, ponete mente a queste parole: Gesù di Nazaret, uomo di cui Dio ha legittimato la missione tra voi con ope­re potenti e. prodigi e segni ch´Egli ha fatto per mezzo di lui tra voi, come voi stessi ben sapete... voi l´avete fatto morire... Ma Dio l´ha risuscitato. Già Nicodemo aveva detto a Gesù stesso: Mae­stro, noi sappiamo che sei venuto da parte di Dio, come un dottore; in verità, nessuno può fare i miracoli che tu fai, se Dio non è con lui. L´Evan‑

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gelista Luca poi, parlando degl´infermi presentali a Gesù e da Lui guariti, riassumeva tutto in que­ste parole: La potenza del Signore era quivi pre­sente per compiere delle guarigioni... E tutto il popolo cercava di toccarlo, perchè usciva da Liti una forza che guariva tutti. (415)

Per la ragione umana il miracolo non è sol­tanto un fatto straordinario, meraviglioso, susci­tatore della universale sorpresa per trattarsi di cosa difficile, o insolita, o priva di una causa na­turale appariscente o comunque conosciuta, ma dev´essere un effetto che supera l´ordine e la po­tenza della natura creata, così da non poter es­sere attribuito che a uno speciale intervento di Dio, Autore e Dominatore assoluto della natura. Dio solo può infatti far produrre alle forze create effetti superiori alla loro potenza o capacità natu­rale: come pure può, senza distruggere la costan­za delle leggi fisiche e dell´ordine mondiale, de­rogare, in un dato caso, a una legge ordinaria della natura.

Certamente non può esserci vero miracolo sen­za un motivo degno di Dio: ed è fuor di disCus­sione che motivo degnissimo è proprio quello di confermare una dottrina, che si presenta all´uomo come rivelata da Dio. In questo caso, al compier­si del miracolo, avviene che l´ordine di natura ce‑

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de il posto all´ordine della grazia, affinché resti confermata la fede soprannaturale.

Una falsa rivelazione, che si dicesse divina; non potrà mai essere appoggiata da veri miracoli, perchè Iddio, infinitamente buono e sapiente, non può prestarsi ad essere testimonio di una falsità, sigillando col miracolo la menzogna. Per questo San Paolo chiama « bugiardi » i mirabolanti pro­digi che farà l´Anticristo: La venuta di costui ­scrive l´Apostolo — (416) avrà luogo per opera di Satana, con ogni potenza e segni e prodigi bugiar­di, e con tutti gli inganni di ingiustizia per quelli che periranno per non aver accolto l´amore della verità in maniera da salvarsi.

Invece i veri miracoli, quali fatti esteriori di evidenza tangibile, restano, come disse il Sacro Concilio Vaticano, (417) « segni certissimi della di­vina rivelazione, adatti alla intelligenza di tutti ».

Orbene, la vita pubblica di Gesù Cristo fu tutta intessuta di veri miracoli, secondo che disse lo stesso Divin Maestro ai discepoli del Battista: Andate a riferire a Giovanni ciò che udite e ve­dete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i leb­brosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono e la buona novella è annunciata ai poveri. La gente medesima, meravigliata della sua dottrina e sbigottita del suo potere contro i demoni, si

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chiedeva: Che cosa è mai ciò? Quale nuova dot­trina è questa? Egli comanda con autorità anche agli spiriti immondi e questi gli ubbidiscono. Tali fatti miracolosi eccedevano tanto il potere limitato di qualsiasi uomo, da mostrare chiaramente in Ge­sù Cristo una virtù divina, come pel caso suo fece rilevare il cieco nato ai Farisei: Da che mondo è mondo non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Certamente se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far­lo. (418)

Inoltre, il Divin Rivelatore assicurò che i mi­racoli non sarebbero mai mancati tra i suoi veri seguaci: Ora questi segni -- disse agli Apostoli do­po di averli incaricati di evangelizzare tutto il mondo — accompagneranno coloro che credono: scacceranno i demoni nel mio nome; parleranno lingue nuove; prenderanno in mano serpenti e, quand´anche bevessero veleno, non ne avranno al­cun male; imporranno le mani agli infermi e gua­riranno. E l´Evangelista Marco chiude il suo Van­gelo con questa splendida attestazione, che accen­na pure allo stupendo miracolo della mirabile pro­pagazione della fede cristiana su tutta quanta la terra per ´opera di dodici poveri pescatori: Quelli poi (ossia gli Apostoli) se ne andarono a predicare da per tutto con l´assistenza del Signore, il quale

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confermava la loro parola con i miracoli che l´ac­compagnavano. (419)

Il fatto che miracoli d´ogni specie si sono com­piuti, e si compiono anche oggi, soltanto in seno alla Chiesa Cattolica, ispirò a San Giovanni Bo­sco questa fervida pagina nelle sue Letture Cat­toliche: « Del resto noi possiamo sfidare i Calvi­nistí, i Luterani, i Valdesi, gli Anglicani, tutti in­sieme gli eretici d´ogni sètta a mostrarci tra loro una sola persona così eminentemente virtuosa in grado eroico come esige la Chiesa Romana nei suoi figli per innalzarli agli onori degli altari... E sono mai essi, i protestanti, stati da tanto dì saper mostrare un miracolo fatto, o dai loro capi o da altri loro settari? Non mai! Invece nel seno della Chiesa Cattolica Romana si sono operati e tut­t´ora si operano veri miracoli, e chiunque .lo vo­glia, può farsene certo e sicuro leggendo i processi apostolici... Ora chi non sa che i miracoli sono una evidente prova della verità e della santità della Religione?... Dio non può concorrere con prodigi ad autorizzare una Chiesa, che non sia quella stabilita da Lui, unico fonte di verità e di santità; altrimenti Egli stesso spingerebbe all´er­rore. Ma nella Chiesa Cattolica Romana vi sono e santi e veri miracoli; dunque necessariamente

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essa è la vera Chiesa di Dio, sovrano di ogni santi­tà e di tutti i miracoli ». (420)

18. L´udito interiore.

Dal momento che la ragione umana ha acqui­stato la certezza del fatto della divina rivelazione, e inoltre ha avuto la sicurezza dei molti e gravis­simi motivi di credere a Dio, si direbbe che essa emetterà senza fallo il suo atto di fede. Ma pur­troppo non è così.

La Sacra Scrittura, (421) la Storia Ecclesiastica, la quotidiana esperienza, ci dicono che un medesi­mo Vangelo è predicato a ´un paese, a una città, a una nazione: e c´è chi liberamente lo accoglie, e c´è chi liberamente lo respinge.

Questo vuol dire che non basta l´udito este­riore, prestato a colui che Dio ha inviato a pre­dicare e ad ammonire, ma ci vuol pure l´udito in­teriore alla grazia stessa di Dio, la quale attira ed eccita a credere, e aiuta effettivamente a cre­dere, se non vi si mette ostacolo con la perversa volontà. (422)

Si adempie così nei cattivi ciò che disse Gesù a Nicodemo: La luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perchè le loro opere erano malvagie. Perché chi fa il ma‑

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le, odia la luce e non si accosta ad essa per paura che le sue opere siano giudicate come cattive. E nell´Ultima Cena, riferendosi all´odio che gli por­tava il mondo, il Signore affermò: Se non avessi fatto, in mezzo a loro, opere che nessun altro ha fatto, non avrebbero colpa; ma ora le hanno ve­dute, e hanno odiato me e il Padre mio. (423)

Rispondendo ai Giudei che Lo accusavano, il Divin Maestro rimproverò loro il peccato di in­credulità, che scaturiva dal loro cuore perverso: Del Padre, che mi ha mandato, voi non possedete la parola in fondo ai cuori e perciò non credete a Colui che Egli ha inviato. (424)

Al contrario, Gesù afferma che i suoi fedeli ascoltano una voce interna che viene dal Padre. Quando felicita Pietro della sua confessione, gli dice: Tu sei beato, Simone figlio di Giona, perché nè la carne nè il sangue te l´ha rivelato, ma il Pa­dre mio che è nei cieli. Quando parla della feli­cità degli umili che rispondono alla sua chiamata, esclama: Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perchè così t´è piaciuto. Quando si riferisce a coloro che Lo seguono, dichiara: Nes­suno può venire a me, se non vi è attratto dal Pa­dre che mi ha inviato. Chiunque ha udito il Padre

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e si è lasciato ammaestrare da Lui, viene a me. Infine, rivolto a tutti coloro che a Lui porgono l´orecchio esteriore, accenna a un altro udito af­fatto interiore, ammonendo per tal modo che non basta l´ascoltare superficialmente la predicazio­ne: Chi ha orecchie da intendere, intenda! (425)

Opportunamente San Tommaso (426) fa no­tare che per credere vi sono motivi più che suf­ficienti, i quali non fanno procedere in questo con leggerezza. Tali motivi sono, da una parte, l´auto­rità di una dottrina confermata da miracoli, e dall´altra, « ciò che più vale », un istinto o mo­zione interiore di Dio che invita alla fede.

Fortunati adunque coloro che anche con l´orec­chio interiore ascoltano la voce di Gesù seguendo come fedeli pecorelle Lui, che è il Buon Pastore, ripetendogli dal fondo del cuore le parole di Pie­tro: Tu solo hai parole di vita eterna. Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei Cristo Figlio di Dio. (427)

19. L´atto di fede.

L´uomo, con l´aiuto della grazia soprannaturale, compie un atto di fede teologale o divina allor­quando, resosi certo del fatta della divina rive­lazione e dell´obbligo che Dio fa a lui di accoglier‑

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la, di fatto accoglie fermamente nel suo intelletto la verità rivelata, appoggiandosi sull´autorità di Dio che non può ingannarsi nè ingannare.

E qui dobbiamo notare che tanti acattolici parlano bensì di un accoglimento anche interiore della fede, ma considerano questa fede soltanto come un sentimento religioso o un semplice en­tusiasmo del cuore, oppure come un trasporto di fiducia in Dio da parte della volontà: così essi escludono l´intervento della ragione umana; anzi, si ostinano a chiamare quest´ultima autonoma, os­sia regolata da leggi sue proprie senza dipendere affatto da leggi superiori e divine.

Contro tali funeste aberrazioni dobbiamo ener­gicamente reagire nel nostro apostolato per la fe­de. Che il cuore faccia la parte sua, cooperando col sentimento all´atto di fede, va tanto bene. Che la volontà tenda a Dio, Bene infinito, e debba al­l´uopo nutrire immensa fiducia nella divina Bon­tà, è fuor di questione. Ma atto di fede teologale o divina propriamente detta, quale risulta dalla Sacra Scrittura, dai Santi Padri e dal Magistero della Chiesa Cattolica, è accogliere le verità ri­velate da Dio, ossia dare loro il proprio fermo as­senso o adesione, sicchè tali verità diventino intime convinzioni della mente e prendano interna consi­stenza nell´umano intelletto.

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Da tutto il ´Vangelo si deduce che quella fede, che ci deve salvare eternamente, ha per oggetto verità rivelate dal Divin Maestro. Bisogna crede­re, ad esempio, che Gesù Cristo è il Messia pre­detto dai Profeti: che è l´Inviato da Dio: che è il Figlio di Dio: che è la Via, la Verità, la Vita: che è il supremo Giudice dei vivi e dei morti. L´Evan­gelista Giovanni così appunto si esprime: Queste cose sono scritte affinchè crediate che Gesù è il Cristo, il Figliuolo di Dio, e credendo, abbiate nel suo nome la vita. (428)

Missione degli Apostoli è quella di predicare le verità ascoltate da Gesù Cristo, affinchè vengano credute. Lo afferma San Paolo ai Corinti: Sia dunque io, siano loro (gli Apostoli), così predi­chiamo e così avete creduto. (429)

San Cirillo di Gerusalemme, in una delle sue celebri Catechèsi, distingue tra fede operatrice di miracoli, che lo Spirito Santo dona gratuita­mente ad alcuni soltanto, e fede comune a tutti i veri cristiani. Il Santo chiama quest´ultima fede dommatica (i dorami sono verità religiose incon­cusse), pel fatto che detta fede « include l´assenso e l´approvazione dell´anima circa qualche verità, con profitto dell´anima stessa », come dice il Si­gnore: Chi ascolta la mia parola e crede in Co­lui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non è

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sottoposto a giudizio, ma passa da morte a vi­ta. (430) E il Santo Dottore e Catechista prosegue: « O grande pietà di Dio! Poichè se tu avrai cre­duto che Gesù Cristo è il Signore, e che Dio lo risuscitò da morte, sarai salvo, e sarai trasporta­to in Paradiso da Colui che vi introdusse il buon ladrone ».

Sant´Agostino ripete che « lo stesso credere non è altro che un pensare con l´assenso o adesione della mente ». (431)

San Giovanni Damasceno (432) parla di quella fede che, secondo l´Apostolo, vien dall´udito. E spiega: « Proprio con l´ascoltare la Sacra Scrit­tura, noi crediamo alla dottrina dello Spirito San­to. Chi poi non crede secondo la tradizione della Chiesa Cattolica, oppure comunica col demonio mediante opere delittuose, è un infedele ».

Gli errori dei Protestanti, dei Razionalisti, dei Modernisti, secondo i quali la fede sarebbe un sentimento cieco del cuore o una semplice e ste­rile fiducia dell´anima religiosa, diedero occasione a solenni e celebri dichiarazioni da parte del Con­cilio di Trento, del Concilio Vaticano e del Ve­nerabile Papa Pio X. (433)

Se ne occupa anche l´angelico Pio XII, nella già citata Enciclica Humani generis, ove espone luminosamente qual è la funzione della volontà

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e del sentimento, e come detta funzione non deve pregiudicare affatto il processo del pensiero, pro­prio dell´intelletto umano, nelle cose di fede.

« La filosofia cristiana — scrive il Santo Pa­dre — non ha mai negato l´utilità e l´efficacia, che hanno le buone disposizioni di tutta l´anima, per conoscere ed abbracciare le verità religiose e mo­rali; anzi, essa ha sempre insegnato che la man­canza di tali disposizioni può essere la causa per cui l´intelletto, sotto l´influsso delle passioni e del­la cattiva volontà, venga così oscurato da non po­ter rettamente vedere. Di più, il Dottor Comune ritiene che l´intelletto possa in qualche modo per­cepire i beni di grado superiore dell´ordine mo­rale sia naturale che soprannaturale, in quanto che esso esperimenta nell´intimo una certa « con-naturalità », sia essa naturale, sia frutto della grazia, con i medesimi beni; ed è chiaro quanto questa, sia pur subcosciente conoscenza, possa es­sere di aiuto alla ragione nelle sue ricerche.

« Ma — prosegue Sua Santità — altro è rico­noscere il potere — che hanno la volontà e le di­sposizioni dell´animo -- di aiutare la ragione a raggiungere una conoscenza più certa e più salda delle verità morali; ed altro è quanto, vanno so­stenendo quei tali novatori: cioè che la volontà e il sentimento hanno un certo potere intuitivo

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e che l´uomo, non potendo col ragionamento di­scernere con certezza ciò che dovrebbe abbrac­ciare come vero, si volge alla volontà, — per cui egli possa compiere una libera risoluzione ed ele­zione fra opposte opinioni, — mescolando così malamente la conoscenza e l´atto della volontà ».

Anche tra le anime divote può entrare una spe­cie di confusione, la quale, se non altro, è di osta­colo alla sodezza e all´accrescimento della virtù del­la fede. Tale confusione ha luogo precisamente tra fede e fiducia: e nasce dal fatto che, quando si tratta di impetrare una grazia — e le anime di­vote lodevolmente pregano tanto, per sè e per gli altri, — bisogna unire alla fede anche la fiducia. La fede ci fa dire a Dio con Giobbe: Riconosco che tu puoi tutto; (434) la fiducia esclude inoltre dalla nostra preghiera dubbi ed esitazioni.

Abbiamo in proposito l´esempio di Pietro, quan­do camminò sulle acque per andare da Gesù. Egli aveva tanta fede nel Maestro, da dirgli, prima di scendere dalla barca: Signore, se sei Tu; coman­dami di venire da Te sulle acque; e, quando co­minciava a sommergersi: Signore, salvami! Eppure, vedendo la violenza del vento, s´impaurì, tanto da meritarsi il richiamo dí Gesù: Uomo di poca fe­de perchè hai dubitato? Gli espositori e interpreti di questo brano evangelico dicono che ivi « fede »

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equivale a « fiducia ». In tal senso di « fiducia » spiegano la parola « fede » nella raccomandazio­ne fatta da San Giacomo al cristiano che ha bi­sogno di sapienza: La chieda a Dio.., e gli sarà data. Chieda però con fede, senza per nulla esi­tare, perchè chi esita è simile all´onda del mare, mossa e agitata dal vento. (435)

San Tommaso, pur ammettendo che fiducia deriva da fede, spiega che la fiducia riguarda sia la fede che la speranza: appartiene alla fede, per­chè necessariamente crede qualcosa e crede a qualcuno; appartiene alla speranza, secondo il detto Scritturale: Ti sentirai fiducioso per la spe­ranza che hai dinanzi. (436) Cosicchè ben si può dire che l´uomo fiducioso concepisce speranza pel fatto stesso che crede alle parole di chi gli promet­te aiuto.

Queste due cose, ben distinte e specificate, os­sia fede e confidenza o fiducia, noi troviamo dette dal Beato Donaenico Savio al nostro santo Fonda­tore e Padre, nel celebre Sogno di Lanzo, quando.. indicando il numero sterminato di giovani che si trovavano felici nel celeste « Giardino Salesiano »; l´angelico Alunno spiegò: « Orbene, (questi) fu­rono tutti Salesiani, o furono educati sotto di te, o da altri che da te furono posti sulla via della loro vocazione. Nùmerali, se puoi! Ma sarebbero cento

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milioni di volte più numerosi, se tu avessi avuto maggior fede e confidenza nel Signore ».

San Giovanni Bosco, narrando il sogno, con­tinuava umilmente: « Io sospirai con un gemito. Non seppi che cosa rispondere a questo rimpro­vero e proponeva tra me stesso: Guarderò di ave­re per l´avvenire questa fede e questa confiden­za ». (437)

Associamoci noi pure al proponimento del no­stro Padre amatissimo, non soltanto avendo dì mira la fiducia o confidenza (delle quali si occu­pa di proposito la virtù della Speranza), ma ir­robustendo anche la nostra fede col moltiplicare gli atti di adesione intellettuale alle verità rive­late da Dio.

20. Motivo dell´atto di fede.

Fede in genere è l´assenso dato a qualche dot­trina o a qualche fatto per l´autorità del testimone.

Ora, tra fede umana e fede sovrumana o di­vina vi è pure questa differenza: nella prima, si presta l´assenso per autorità d´uomini, nella se­conda invece per l´autorità stessa di Dio, che si degna parlare e istruire, ossia rivelare. In altre parole, per esprinaerci con San Francesco di Sa‑

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les, (438) « l´atto di fede consiste in questo assen­so del nostro spirito che, ricevuto il gradito lu­me della verità, vi aderisce con dolce ma robusta e salda e sicura certezza, fondata sull´autorità di. Dio che ha rivelato la verità che noi crediamo »..

Iddio è senza dubbio il Testimone più autore­vole che esiste, percliè, essendo Verità e Bontà per essenza, è infinitamente sapiente e verace. « Se non crediamo a Dio, — esclama Sant´Ambrogio, ­a chi crederemo?... Cosa veramente indegna sareb­be credere a uomini che testificano in favore di altri, e poi non credere a Dio che parla di Se stesso ». E Cassiano scrive: « Iddio disse questo, Iddio ha parlato: per me la sua parola è il motivo più grande di credere. Via da me le argomenta­zioni, via le dispute: alla mia fede basta la per­sona di Chi attesa. Non mi è lecito tentennare o perdermi in tante considerazioni, se credere o no alla parola udita. A che serve l´indagare in qual modo sia vero ciò che Dio ha detto, se non devo neppur dubitare che non sia vero ciò che Dio ha affermato? ». (439)

A questo- stesso motivo supremo — la testimo­nianza di Dio, Verità infallibile, — fecero appello San Giovanni Evangelista e San Giovanni Bat­tista, parlando di Gesù: Se accettiamo la testimo­nianza degli uomini, — scrive l´Apostolo della Ca‑

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rifà, — la testimonianza di Dio è maggiore. Ora la testimonianza di Dio che è maggiore, è questa che Egli ha reso al suo Figliuolo. Chi crede nel Figliuol di Dio, ha in sè la testimonianza di Dio. Chi non crede al Figliuolo, tiene Dio per bugiar­do, perchè non crede alla testimonianza che Dio ha reso al suo Figliuolo. E il Battista, nella sua seconda mirabile attestazione circa Gesù Cristo, dopo aver umilmente affermato: Bisogna che Egli cresca e che io diminuisca, continuava: Chi viene dall´alto è al di sopra di tutti; chi viene dalla terra è terreno e parla come uomo terreno. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti e attesta le cose vedute e udite... Chi ora ne accetta la testi­monianza, conferma che Dio è verace. Infatti co­lui che Dio ha mandato, dice la parola di Dio, perchè Dio gli dà lo Spirito senza misura. (440)

Questo motivo dell´atto di fede è così efficace che, da coloro i quali lo accolgono, ottiene ciò che la Sacra Scrittura chiama ossequio della fede, anzi ubbidienza della fede: (441) tanto da far dire a San Paolo che egli riduceva a schiavitù ogni intelligenza (442) in ossequio a Cristo.

Appunto commentando le parole dell´Apostolo: Abbiamo ricevuto la grazia e la missione di in‑

durre all´obbedienza della fede tutti i Gentili, San Giovanni Crisostomo avverte: (443) « Non di‑

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ce l´Apostolo di indurre alla « ricerca » o alla « di­mostrazione », ma alla « obbedienza ». Cioè a di­re: Non siamo stati inviati a portare sillogismi e argomenti, ma a dare quello che abbiamo rice­vuto. Quando infatti il Signore dice qualcosa, gli uditori non devono scrutare o indagare con cu­riosità, ma soltanto ricevere. E gli Apostoli sono stati appunto inviati a ripetere ciò che udirono, e non ad aggiungere alcunchè di proprio: e a noi tocca semplicemente credere ».

E davvero. « credere semplicemente per la sola autorità di Dio, che ha rivelato » è quel che fan­no i fedeli, da quando hanno raggiunto l´uso di ragione. Fanciulli e anziani, poveri analfabeti e dottori in sacra teologia, popolani e capi di stato, laici e preti e vescovi, tutti senza distinzione di età e d´istruzione e di grado sociale, van ripe­tendo nell´Atto di fede: « Mio Dio, perchè siete Ve­rità infallibile, credo fermamente tutto quello che Voi avete rivelato ».

In una forma più solenne, ma sostanzialmente identica, asseriva- San Leone Magno: Divina est enim auctoritas cui credimus, divina est doctrina quam sequimur. «Divina è infatti l´autorità a cui noi crediamo, divina è la dottrina che noi seguia­mo ». (444)

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21. Oggetto dell´atto di fede.

Oggetto o materia della fede sono le cose da credersi per l´autorità del divino Rivelatore, ossia le verità che Dio ha rivelato perehè noi le cre­diamo.

Quando noi diciamo, nell´Atto di fede: « Mio Dio, credo fermamente tutto quello che Voi avete rivelato e la Santa Chiesa ci propone a credere », noi indichiamo appunto che oggetto totale, glo­bale della nostra fede è la divina e pubblica ri­velazione, fatta da Dio per mezzo del suo stesso Figliuolo e affidata alla Chiesa Cattolica, a sal­vezza di tutta quanta l´umanità.

Senza dubbio Iddio può parlare a un indivi­duo per il bene personale di costui: si ha in tal caso una rivelazione privata, che impegna sol­tanto la fede divina dell´interessato. Effettiva­mente si sente parlare di quando in quando di rivelazioni private, ed è nota la cautela con cui procede la Chiesa in questi casi, limitandosi essa, dopo rigorosi esami, a dichiarare che nulla con­tengono contro la fede e i costumi.

La pubblica rivelazione cristiana pervenne im­mediatamente agli Apostoli, mentre a noialtri giun­ge solo mediatamente, e cioè per mezzo degli Apo­stoli e dei loro legittimi Sucessori. Di questo i

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Protestanti non ne vogliono sapere, e pretendono come unica regola di fede una ispirazione divina, privata e individuale, superiore ancora, secondo essi, alla stessa Sacra Scrittura; ma ciò afferma­no per il fatto che si ostinano a non voler rico­noscere che nella Chiesa Cattolica si è conservata e si è trasmessa ininterrottamente, attraverso i secoli, tutta e integra la divina rivelazione pub­blica, insieme alla più fedele e ineccepibile te­stimonianza in favore della medesima.

Si dirà da qualcuno che dal tempo degli Apo­stoli fino a oggi sono aumentate le verità di fede. Ma è facile rispondere che, essendosi con gli Apo­stoli terminata la divina rivelazione pubblica per la redenzione dell´umanità, il deposito della fede cristiana, (445) che gli Apostoli hanno trasmesso ai loro Successori, non può più essere aumentato.

Invece, man mano che sorgono dubbi nuovi, difficoltà nuove, controversie nuove circa qual­che verità contenuta in detto sacro deposito, au­mentano, da parte della competente Autorità ec­clesiastica, le spiegazioni o dichiarazioni al ri­guardo: spiegazioni o dichiarazioni che, fatte nel­le dovute circostanze, sono vere definizioni da par­te del sacro e infallibile Magistero della Chiesa Cattolica.

Il Concilio Vaticano (446) chiama appunto dom‑

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ma di fede (ossia, cosa da credersi in modo incon­cusso) ogni verità che, rivelata da Dio, vien pro­posta come tale dal Supremo Magistero Sacro ai fedeli, con l´obbligo di credere.

Ora va da sè che una verità che Dio ha rive­lato agli Apostoli resta tale e quale, e non può affatto aumentare o progredire in se stessa: e in questo senso i dommi non cambiano, non progre­discono, non si evolvono.

Al contrario, un legittimo progresso può es­serci, anzi c´è di fatto, nella conoscenza e nella espressione delle verità che furono da Dio rive­late. Anche nel linguaggio comune succede che, oltre una parte esplicita e cioè ben espressa e manifesta, può esserci una corrispondente parte implicita, vale a dire compresa nel discorso in modo non chiaro, ma facilmente riconoscibile e chiarificabile dall´attento uditore.

Questo legittimo progresso dommatico rispetta in pieno la sostanza e integrità del deposito della fede, perchè si limita a rendere esplicito il con­tenuto implicito.

Tale progresso appare chiaramente nelle nuove formule dommatiche. Con esse la Chiesa esprime e definisce una verità rivelata da Dio implicita­mente, e come tale contenuta nel deposito affidato a essa Chiesa.

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Un fulgido esempio di dette definizioni dam­matiche l´abbiamo avuto, per grazia di Dio, nel trionfale e memorando 1° Novembre di quest´Anno Santo 1950, riguardo all´Assunzione di Maria San­tissima in Cielo. Il Sommo Pontefice Pio XII così ha definito, parlando ex Cathedra, nella pienezza del suo Sacro e Infallibile Magistero: « Pertanto, — dopo aver innalzato ancora a Dio supplici istanze, ed aver invocato la luce dello Spirito di Verità, — a gloria di Dio Onnipotente, che ha riversato in Maria la sua speciale benevolenza, ad onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre ed a gioia ed esul­tanza di tutta la Chiesa, per l´autorità di Nostro Signor Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e de­finiamo esser domma da Dio rivelato che: l´Im­macolata Madre di Dio sempre Vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo

Ma, fin dal principio, la Chiesa si preoccupò di presentare le verità della fede insieme riunite in brevi e facili riassunti, che vennero chiamati sim­boli, sia perchè compendiano in un formulario le verità da proporsi a credere ai fedeli, sia perchè

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costituiscono un segno o emblema che manifesta la fede cristiana.

I Simboli più antichi e venerandi sono due, e la Chiesa li ricevette rispettivamente dagli Apostoli e dai Padri.

San Tommaso (447) fa notare che il Simbolo degli Apostoli, recitato durante le persecuzioni e prima che la fede fosse resa di pubblico dominio nel mondo, viene ancora detto come occultamente nelle Ore di Prima e di Compieta, quasi a difesa dalle tenebre degli errori passati e futuri. Invece il Simbolo dei Padri, chiamato « Niceno-Costanti­nopolitano » quale sommario della dottrina dei due primi Concili Ecumenici (a Nicea nel 325 e a Costantinopoli nel 381) fu composto quando le persecuzioni erano cessate e la fede cristiana già resa a tutti manifesta; per questo vien cantato pubblicamente nella Santa Messa dopo il Vangelo, come esposizione breve e solenne di tutta la dot­trina evangelica.

Vi è pure un terzo Simbolo, antico e- molto cele­bre, che incomincia con la parola Quicumque: è chiamato di Sant´Atanasio, benchè non se ne co­nosca il vero autore. Acquistò tanta autorità nella Chiesa, da entrar a far parte dell´Ufficio Divino, per l´Ora di Prima, quasi nascente luce solare contro le tenebre dell´eresia. Sempre a proposito di

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esso, San Tommaso dopo aver dimostrato che toc­ca all´autorità del Sommo Pontefice comporre un simbolo della fede, — non altrimenti che per con­vocare un Concilio Ecumenico, — prosegue: « San­t´Atanasio veramente compose una manifestazio­ne della fede, non a mo´ di simbolo ma piuttosto a maniera di istruzione, come appare dal suo dire; siccome però la sua istruzione conteneva in bre­ve tutta la verità della fede, fu accolta dall´auto­rità del Papa in modo da dover ritenersi quasi come regola della fede ». (448)

Del resto, a chi dicesse che una solo dev´essere il Simbolo, come una sola è la fede, risponde an­cora l´Angelico: « In tutti i Simboli vengono in­segnate le medesime verità di fede; ma là, ove nascono degli errori, è necessario che il popolo venga istruito più diligentemente, affinchè gli ere­tici non corrompano la fede dei semplici. Perciò fu necessario comporre vari Simboli, i quali dif­feriscono solo in questo, che quanto in uno era contenuto implicitamente, in un altro viene più pienamente spiegato, secondo che lo richiedono le nuove istanze degli eretici ». (449)

Nel nostro secolo XX° il Venerabile Pontefice Pio X, preoccupato delle moderne deviazioni da parte tanto del razionalismo quanto dell´anti-in­tellettualismo moderno, impose il cosiddetto Giu‑

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ramento Antimodernistico, (450) che contiene una vera professione di fede a diretta esclusione di errori moderni.

Il medesimo Papa, impensierito altresì al vede­re gli effetti della ignoranza religiosa nel popolo minuto, provvide alla pubblicazione di un Cate­chismo, chiamato appunto Catechismo di Pio X.

Anzi, volle premettervi una Raccolta di Pre­ghiere e Formule, quasi compendio delle, verità che ogni fedele deve aver abitualmente dinanzi agli occhi nell´orazione e nell´azione. ,

Le Preghiere, che anche noi e i nostri giovani ripetiamo ogni giorno nelle pratiche di pietà, sono: Pater noster, Gloria Patri, Ave Maria, Salve Re­gina, Angele Dei, Requiem aeternam, Atto di fe­de, Atto di speranza, Atto di carità, Atto di dolore.

Le Formule sono più numerose. Noi recitiamo quotidianamente queste: Segno della Croce, Cre­do (Simbolo degli Apostoli), I dieci Comandamen­ti di Dio o Decalogo, I cinque Precetti generali della Chiesa, I sette Sacramenti. Inoltre, il Ca­techismo di Pio X riporta le seguenti: I due miste­ri principali della Fede, I due comandamenti del­la carità, I sette doni dello SpiritoSanto, Le tre virtù teologali, Le quattro virtù cardinali, Le sette opere di misericordia corporale, Le sette opere di

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misericordia spirituale, I sette vizi capitali, I sei peccati contro lo Spirito Santo, I quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio, I quattro Novissimi.

Potrà far meraviglia il vedere che parecchie di queste formule riguardano, più che la mente,, la volontà amante della virtù e nemica del pec­cato. Ma con San Tommaso dobbiamo ricordare che alla fede appartengono, sia le cose che vedre­mo poi apertamente in Paradiso, sia le cose che servono a condurci Colassù. (451)

Cosicchè il Venerabile Pio X, fin dalle prime pagine del suo Catechismo, pare voglia dire a tut­ti i fedeli: — Per la salvezza eterna dell´anima vo­stra è inutile che recitiate il Credo o l´Atto di fe­de, se poi dimenticate i Comandamenti di Dio o i Sacramenti. — E in questa insistenza per la fede che deve condurci a salvamento, Egli ricalca fedel­mente le orme del Primo Papa e Primo Catechi­sta, San Pietro, il quale scriveva ai fedeli: Per virtù di Dio siete custoditi dalla fede per la sal­vezza, che è preparata per essere manifestata nel­l´ultimo tempo... Credendo esulterete di una le­tizia ineffabile, e beata, riportando il premio della vostra fede, la salvezza delle anime. (452)

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22. I due misteri principali della fede.

Tra le formule testè indicate, premesse al Ca­techismo di Pio X, ve n´è una che dice: I due mi­steri principali della fede.

Anzitutto dobbiamo rilevare che nessun essere intelligente deve meravigliarsi che nell´ordine so­prannaturale e divino vi siano dei misteri, ossia delle verità arcane e inesplicabili per la mente umana; questa infatti è costretta a confessare che nello stesso mondo materiale vi sono tante cose inesplorate e forse inesplorabili, chiamate appun­to « misteri di natura ».

Orbene, il divino Rivelatore parlando delle cose soprannaturali e divine del Regno dei cieli, le chiamò proprio misteri, allorchè disse ai suoi discepoli: A voi è dato di conoscere i misteri del Regno dei cieli. Anche San Paolo presentava la salvezza del mondo, operata da Gesù Cristo, Fi­glio di Dio fatto uomo, come il mistero occultato ai secoli e alle generazioni, che ora è stato rive­lato ai santi di Lui. E scrivendo ai fedeli di Co­rinto affermava: Noi esponiamo la sapienza di Dio in mistero, la sapienza nascosta... A noi rivelò Dio per mezzo dello Spirito... affinchè conosciamo le cose da Dio a noi graziosamente donate. (453)

Qui però può sorgere un dubbio. Se rivela‑

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zione significa « togliere il velo, scoprire cose co­perte, manifestare verità nascoste », come mai la divina rivelazione contiene ancora per noi dei mi­steri?

La risposta è già stata data dal Concilio Va­ticano, là ove fa notare che il velo non è tolto completamente in questo mondo, mentre non ve­diamo ancora Iddio faccia a faccia. Ecco le pa­role del Sacro Concilio: « I divini misteri, per la loro stessa natura, trascendono talmente l´intel­letto creato che, sebbene rivelati e creduti, re­stano tuttavia coperti dal velo della fede, e come offuscati da una certa qual caligine, fin tanto che noi, durante la vita mortale, peregriniamo lonta­ni dal Signore: giacchè per fede noi camminia­mo, non per visione. (454)

Grazie alla divina rivelazione, da noi accet­tata mediante la fede, i misteri sono rimasti sve­lati riguardo alla loro esistenza e ai termini coi quali essi si esprimono: di modo che non sono più per noi cose ignote e sconosciute.

Restano tuttavia ancor velati riguardo alla lo­ro intima natura e modo interiore di essere, quali

verità inintelligibili e inesplicabili per chi voles­se scrutarle fino in fondo contro la dissuasione dei Libri Santi: Non cercar quel ch´è al disopra di te, e non scrutare ciò che sorpassa le tue forze... Co‑

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me a colui che mangia troppo miele non gli fa bene, così chi si fa scrutatore della Maestà, sarà oppresso dalla gloria. (455)

Questa prudente cautela noi l´osserveremo an­che nel « porre un argine all´empietà e all´eresia » (Costit., 8), schierandoci contro l´ingiusta pretesa che hanno i nemici della fede, di veder chiaramen­te spiegati con umane ragioni i divini misteri della nostra fede.

« Il cristiano che disputa circa i dommi di fe­de — avverte al riguardo San Tommaso —. non deve proporsi di dimostrarli, ma soltanto di di­fenderli, secondo la raccomandazione di San Pie­tro: Siate sempre pronti a dar soddisfazione a chiunque Di domandi ragione della speranza che è in voi. (456)

Detta soddisfazione consiste nel far capire: 1) che tra verità naturale e verità soprannaturale non vi può esser contraddizione, perchè proce­dono ambedue da una stessa fonte, che è Dio, Verità sostanziale e infinita; 2) che Dio ha vera­mente rivelato le verità da credersi da tutti gli uomini in ordine alla loro eterna salvezza; 3) che Dio ha testimoniato la sua rivelazione con fatti divini, quali sono i miracoli e le profezie; 4) che ogni sforzo dell´empietà e dell´eresia per trovare contraddizioni nella divina rivelazione fu, è e

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sarà sempre una stolta e vana pretesa, destinata al fallimento.

Ma non tutto è oscurità nei divini misteri. An­zi, il Concilio Vaticano, pur dichiarando che il nostro intelletto su questa terra non potrà mai ca­pirli perfettamente come comprende le verità di ordine naturale, afferma che, « allorquando la ra­gione, illuminata dalla fede, cerca con diligenza, con pietà e con sobrietà, ottiene per dono di Dio una certa quale intelligenza, e fruttuosissima, ri­guardo ai misteri divini: intelligenza, che si basa sulla analogia di cose conosciute col lume natu­rale della ragione, nonchè sulla connessione che i misteri stessi hanno tra di loro e col fine ultimo dell´uomo ». (457)

Davanti a sì augusto incoraggiamento, cresce a mille doppi nell´anima fedele il desiderio di analizzare e meditare tutte e singole le parti del­la divina rivelazione.

La Chiesa stessa però fa notare che, tra i divini misteri, ve ne sono due principali, di modo che nessuna verità appartiene alla fede senza avere una qualche relazione con essi, che sono:

1)   Unità e Trinità di Dio.

2)   Incarnazione, Passione e Morte del nostro Signor Gesù Cristo. E giustamente. Infatti la fede è virtù teolo‑

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gale: quindi non può avere altro oggetto primario che quel Dio, a cui essa crede: Dio Uno e Trino. Secondo la precisa asserzione di San Tommaso, nihil cadit sub fide, nisi in ordine ad Deum: nulla cade sotto la virtù della fede, se non in ordine a Dio. (458)

Ma la fede è pure una virtù infusa nell´uomo, il quale tende alla sua propria felicità. Siccome il bene vero e infinito della creatura umana è lo stesso Iddio, che per mezzo del suo unico Figliuo­lo ci ha redenti e richiamati alla beatitudine eter­na del Paradiso, era conveniente, anzi necessario, che il secondo mistero principale della fede ri­guardasse il Verbo fatto carne per salvarci.

Così fu accolto il precetto del Signore agli Apo­stoli: Voi avete fede in Dio: anche in me abbiate fede. E fu ricalcata la splendida confessione di Pietro: Tu sei il Cristo (ecco l´Incarnazione!), il Figlio di Dio vivente (ecco la Divinità!). (459)

Anche l´Apostolo Tommaso, dapprima incredulo e poi convinto circa la Risurrezione di Gesù Cri­sto, esclamò: O mio Signore e mio Dio. L´Angelico riconosce nel menzionato Apostolo « il buon teo­logo, che confessò la vera fede nella umanità e nella divinità di Gesù ». (460)

Non altrimenti San Paolo fa notare a Timoteo con fervida espressione: Senza contrasto è grande

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il mistero della pietà. Colui che si manifestò in carne, che fu giudicato nello Spirito, fu visto da­gli angeli, fu annunziato alle Genti, fu creduto nel mondo, fu assunto nella gloria. (461)

Inebriamoci anche noi al profumo dei due mi­steri principali della nostra fede, e avremo inco­minciato fin da questa vita a godere anticipata­mente il Paradiso, poichè disse Gesù nell´Ultima Cena, rivolto al Padre Celeste: Ora la vita eterna consiste nel conoscere Te, solo vero Dio, e Colui chd hai mandato, Gesù Cristo. (462)

23. Alcune proprietà dell´atto di fede.

A determinare sempre meglio in che cosa con­siste l´atto ´di fede gioverà prenderne brevemente in esame • qualche principale proprietà o dote, e precisamente: l´oscurità, la libertà, l´universalità, l´infallibilità e la fermezza di esso.

Per tal modo, mentre rinfrescheremo alcune nozioni che allontanino incertezze ed errori, au­menteremo la nostra stima e il nostro amore per la prima virtù teologale, tanto importante per il raggiungimento della vera sapienza cristiana e della beatitudine eterna.

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a) Oscurità dell´atto di fede.

Noi vorremmo veder tutte le cose in modo chia­ro, ossia comprenderle perfettamente. Quando que­sta chiarezza o evidenza manca, allora diciamo che la cosa è per noi oscura, inesplicabile, incom­prensibile.

Ora l´atto di fede è proprio una conoscenza oscura. Basta pensare ai misteri divini, i quali, ben­chè a noi rivelati in quanto alla loro esistenza, re­stano pur sempre imperscrutabili alla mente uma­na durante il terreno esilio.

E qui gioverà notare una cosa importante, ed è che il mistero rimane sempre mistero, ossia oscu­ro, anche quando sono chiarissimi i miracoli che ci inducono a crederlo.

Prendiamo ad esempio il mistero di Gesù Cri­sto, vera Dio e vero uomo. L´una e l´altra natura del Redentore fu resa abbastanza manifesta e com­provata. Infatti « nelle opere e nei patimenti di Gesù — scrive l´Angelico Dottore — (463) noi troviamo unite l´umana debolezza e la divina po­tenza. Appena nato, viene avvolto in fasce e co­ricato su una mangiatoia; ma gli Angeli lo esal­tano e i Magi, guidati da una stella, lo adorano. Vien tentato dal diavolo; ma gli Angeli lo servono. Vive povero e mendico; ma risuscita i morti e dà

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la vista ai ciechi. Muore confitto in croce fra due ladroni; ma alla sua morte il sole si oscura, la ter­ra trema, si spaccano le rocce, si aprono le tombe e risorgono i corpi di morti. Se qualcuno, — con­clude San Tommaso, — dopo aver, considerato gli umili inizi da cui ebbe origine l´immenso frutto della conversione di quasi tutto il mondo al Cri­stianesimo, esigesse ancora nuovi miracoli per cre­dere, si manifesterebbe più duro di una pietra, perchè alla morte del Redentore persino le rocce si spezzarono ».

Tuttavia, anche creduto, il mistero della du­plice natura, divina e umana, in Gesù Cristo, per l´intelletto umano resta sempre oscuro, ossia pri­vo di evidenza. Lo stesso è a dirsi degli altri mi­steri veri e propri, tanto da far esclamare a San Leone Magno: « La virtù della fede è costituita soprattutto da quelle cose, che non soggiaciono alla vista », ossia a una chiara comprensione. (464)

Oltre ai misteri propriamente detti, apparten­gono pure alla divina rivelazione verità facili e comprensibili alla niente umana.

Ebbene, anche in questo caso l´atto di fede, in quanto tale, resta in certo qual modo oscuro. Esso infatti prescinde dalla chiarezza che tali verità possano offrire in se stesse agli scienziati, e si ap­poggia unicamente sulla parola di Dio sapiente

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e veritiero che le ha rivelate. Ora anche tra gli uo­mini, lo stare all´altrui parola vuoi dire rinunciare, con tale atto, a una propria visione intima della verità, per onorare colui che fa da testimone auto­revole.

Cosicchè il vero credente, con l´atto di fede, onora il divino Rivelatore tanto nelle verità mi­steriose, quanto nelle verità che possono sapersi anche naturalmente. A credere egli è mosso uni­camente dal motivo della divina autorità, indi­pendentemente dalla propria scienza umana circa l´oggetto rivelato. Per tal modo ogni fedele ac­coglie l´energico invito di Sant´Agostino: Quod videt Deus, crede tu! « Credi, o uomo, quel che Iddio vede. Egli ha gli occhi della conoscenza in­tima e chiara; tu abbi gli occhi della ferma cre­denza, benchè oscura, in ciò che ti è da Lui ri­velato ». (465)

Avere i soli occhi della fede vuol dire appun­to accontentarsi, durante questa vita, — secondo l´espressione dell´Apostolo — (466) di vedere con oscurità, traverso uno specchio, in enigma, in at­tesa di poter vedere con evidenza, faccia a faccia, nella beata eternità.

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b) Libertà dell´atto di fede.

L´atto di fede è di per sè oscuro, ossia privo di evidenza circa le cose credute: perciò esso è anche libero. Tocca infatti alla volontà piegare l´intelletto ad affermare quello che non vede inti­mamente; e la volontà è proprio libera di coman­dare o di rifiutare questo atto di ossequio a Dio, che parla e rivela.

Il santo Vangelo registra l´abuso di libertà fatto dai giudei, ostili al Messia predetto dai Profeti, e conserva le accorate parole del Figlio di. Dio a Nicodemo: In verità, in verità ti dico: Noi par­liamo di quel che sappiamo, e attestiamo quel che abbiamo visto; e voi non accettate la nostra testi­monianza. (467)

Siccome il ripudio della fede è un atto della volontà libera, merita il divino castigo. Perciò. dis­se Gesù, prima-di ascendere al cielo: Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; chi invece non cre­derà sarà condannato. (468)

Dobbiamo adunque concludere con Clemente Alessandrino: « Credere e ubbidire è in nostro potere »; e con Sant´Agostino: « Potrà uno entra­re in chiesa senza volerlo, potrà avvicinarsi al­l´altare senza volerlo, potrà persino ricevere un

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sacramento senza volerlo; ma non potrà credere se non di spontanea volontà ». (469)

Questo influsso della libera volontà sull´atto di fede ci spiega come la fede stessa possa venir meno, qualora la volontà muti dal meglio in peg­gio e diventi cattiva. A questo riguardo San Tom­maso asserisce: c La perdita della carità è la stra­da che conduce a perdere la fede ». (470)

E come non ricordare le due grandi nemiche della carità, e perciò della fede? Esse sono la su­perbia e l´impurità.

Anzitutto la superbia. Basta ricordare i nomi e le tristi vicende di tanti infelici apostati dal tem­po dei martiri fino a Lutero, a Calvino e a quelli dei giorni nostri, per concludere che il loro nau­fragio ebbe origine dal primo dei vizi capitali, che non sa tollerare limiti e freni alle aberrazioni e capricci dell´umana intelligenza.

Possiamo pertanto affermare, senza tema di smentita, che la superbia è la causa principale dei peccati contro la fede. Dio è l´Autore della nostra fede, ed Egli la concede all´uomo come un dono singolare, preziosissimo, celeste: tutti adunque, dotti e ignoranti, hanno il dovere di credere a un Dio che si è degnato rivelarsi; tutti debbono pre­stare umile assenso alle verità che l´infinita sua Sapienza ha creduto bene di manifestare. Pur‑

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troppo però l´uomo, abusando della propria liber­tà e ottenebrato dal fumo della scienza acquistata con lo sforzo del proprio ingegno, rigetta questo dovere e ricusa altezzosamente di accettare quelle verità, perchè non può averne la piena conoscen­za come delle verità naturali. E allora, orgoglioso di aver esplorato tanti misteri della natura, della quale ha saputo anche incatenare le forze a van­taggio della società, non si rassegna ad ammet­tere verità che non comprende, anche se l´autore­vole Magistero della Chiesa lo assicura che furo­no rivelate da Dio che non può ingannarsi nè in­gannare. Stolto! Pretenderebbe che le infinite gran­dezze e perfezioni di Dio fossero limitate alla pic­colezza del suo cervello! È Sempre lo stesso orgo­glio di Lucifero che continua ad eccitare le ani­me alla ribellione contro Dio, rendendole ostinate nei loro pregiudizi e nel protestare di non voler credere se non a ciò che si può intimamente dimo­strare, negando tutto ciò che non si può capire. Giustamente afferma San Francesco di Sales che la stima che l´uomo ha di se stesso è talmente fa­vorita dall´amor proprio, che la ragione nulla può contro di lei. (471)

Noi sappiamo quale sia stata la triste fine di Lucifero e di tanti idolatri dell´umana ragione. Ma l´orgoglioso finisce col non sentire neppur più

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la voce, del vero e si ostina nella sua incredulità. Non si può immaginare una presunzione maggiore, la quale dopo tutto si può dire effetto di cieca ignoranza.

In secondo luogo, il vizio impuro opera con­tro la carità, e perciò contro la, fede vivificata dalla carità.

La nostra natura, pervertita dal peccato ori­ginale, non sa frenare la sete insaziabile di pia­ceri e di godimenti terreni. Fu detto, e giusta­mente, che se dal Decalogo fossero soppressi due a tre comandamenti, ben pochi sarebbero coloro che rifiuterebbero di piegare la mente alla fede cat­tolica. Nessuno infatti pensa a rigettare le con­clusioni delle scienze pure, come la matematica, anche se non le comprende, perchè esse non esi­gono la rinunzia agli appetiti disonesti.

Non è così delle verità della fede, le quali, mentre sono un riflesso di luce divina, costitui­scono altresì la base inconcussa della morale e del­la vita cristiana. La fede viva non può sussistere senza le opere, che sono la carità, l´umiltà, la pa­zienza, l´integrità e purezza della vita e ogni al­tra manifestazione di virtù.

L´uomo che non si sente di praticare queste opere, o non abbraccia la vera fede, o, dopo aver‑

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la abbracciata, ne scuote il giogo, rinnegandola per vivere a proprio talento.

Delle due grandi- nemiche della fede, se è te­mibile la superbia, non lo è meno la deprava­zione del cuore: esse difficilmente vanno disgiun­te, perchè l´orgoglio trascina fatalmente al fango. Il superbo che osa negare le verità della fede, non saprà più piegare il ginocchio e il cuore alla preghiera: privo così dell´assistenza divina, diver­rà il balocco delle sue passioni che, oscurandogli la mente, lo immergeranno sempre più nell´errore e nella dissolutezza. Anzi, il dissoluto, per far tacere i rimorsi, si adoprerà ad estinguere se fosse possibile del tutto la luce della fede, per battere così, senza penosi richiami, le tortuose vie della depravazione.

Giustamente perciò in tutti i trattati di cose spirituali è detto che la perdita della fede, nella quasi totalità dei casi, è dolorosa conseguenza del­la corruzione del cuore. Ed è inutile che i più, vo­lendo passare come uomini di alta levatura intel­lettuale, si impegnino a parlare di crisi di co­scienza o di fede: passerà poco tempo, e si vedrà affiorare la vera causa, e cioè i bassi istinti di un cuore corrotto. La stessa motivazione è da addur­si per spiegare la defezione di certi giovani, usciti da collegi religiosi dopo aver ricevuta soda istru‑

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zinne religiosa e aver vissuta una vita cristiana. Non è che si sia spenta in loro la fiaccola della fede: è la bassa passione che ottenebra la loro mente. Nella maggior parte dei casi il ritorno è sicuro: ma avviene altresì che per alcuni il fan­go del vizio diviene la tomba della fede. Tutto questo deve persuaderci di dare ai giovani, che si educano nelle nostre Case, e ai fedeli, che fre.. quentano le nostre chiese, una istruzione religiosa sempre più illuminata e al tempa stesso una for­mazione cristiana veramente soda e fortemente vissuta.

Noteremo, per ultimo, tutta la sapienza teolo­gica e pedagogica di San Giovanni Bosco che, co­me sappiamo, premuniva i suoi giovani contro la tentazione di tralasciare preghiera e confessione, una volta usciti dal collegio; e che in molti adulti faceva cessare la crisi di fede, inducendoli de­stramente a fare una buona confessione. Va da sè che, risanata dal peccato e aiutata dalla grazia sacramentale, la libera volontà non trova più osta­colo serio nel comandare all´intelletto di aderire con l´atto di fede alle verità rivelate da Dio.

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e) Universalità dell´atto di fede.

Il nostro assenso di fede soprannaturale e di­vina dev´essere universale, deve cioè estendersi a tutte le verità rivelate da Dio, nessuna esclusa. Perciò ripetiamo nell´Atto di fede: « Mio Dio, per­chè siete verità infallibile, credo fermamente tutto quello che voi avete rivelato ».

Anche quando esprimiamo la nostra fede in una sola o in poche verità rivelate, sulle quali fermiamo la nostra attenzione, noi dobbiamo sot­tintendere che non vogliamo limitare la fede a quelle sole, ma che tutte noi accettiamo- impli­citamente: poichè per tutte vale l´identico motivo dell´autorità di Dio, il quale tutte le ha esplici­tamente o implicitamente rivelate.

Appare quindi in tutta la sua grossolanità l´er­rore degli eretici, che si illudono di credere con fede divina soltanto le verità scritte nella Bibbia e rifiutano ogni altro articolo di fede, trasmesso oralmente dalla tradizione apostolica. Si vede chia­ro che essi non si appoggiano sull´autorità del di­vino Rivelatore, ma soltanto sul proprio criterio personale e sulla propria velleità di scelta. Per­tanto il loro assenso alle proprie credenze religiose potrà bensì costituire una ferma persuasione indi‑

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-sriduale, ma non sarà mai un vera atto di fede soprannaturale e divina.

Si possono- paragonare le verità di fede a tanti anelli di una lunga catena, che dalla terra giunge al cielo. Basta sopprimere anche un solo anello, ri­pudiando una sola verità rivelata, perchè la ca­tena si spezzi e non serva più a salvarci Lassù eternamente.

Alla virtù della fede può applicarsi ciò che San Giacomo afferma della legge o della religione in genere: Ora chiunque osserverà tutta la legge, ma mancherà in un punto solo, diventerà reo di tutto. (472) Costui infatti ha violato la legge,, la quale è appunto- l´insieme di tutti i precetti. Si­milmente, noi diciamo che ha violato un trattato colui che ne ha conculcato un solo articolo.

Ebbene, le realtà rivelate da Dio e a noi pro­poste dalla Santa Chiesa, costituiscono un solo complesso o corpo di verità, chiamato Vangelo, Deposito della Fede, Simbolo della Fede, Dottri­na Cristiana, Rivelazione Cristiana: chi negasse un solo articolo, sconfesserebbe l´autorità di Dio che ha rivelato, e perciò diventerebbe come reo di tutto. Per tale motivo San Paolo, tra coloro che — come scrive — han fatto naufragio rispetto al­la fede (si noti il modo di esprimersi in generale), nomina un certo Imeneo, il quale con Fileto inse‑

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gasava quest´unico errore: che la risurrezione è già avvenuta. Di entrambi affermava l´Apostolo: Sov­vertono la fede di alcuni. (473)

È triste davvero dover constatare che taluni, i quali vivono fuori della vera Chiesa, rientrerebbe­ro volentieri nell´ovile di Cristo, se fossero radiate-alcune verità di fede cattolica: ed è parimenti cosa triste udire che non pochi indifferenti o atei abbandonerebbero la loro incredulità, se alcune verità spiacevoli non figurassero tra gli articoli della nostra santa fede.

« Le verità della fede — scrive San France­sco di Sales — (474) qualche volta sono gradite allo spirito umano, non soltanto perchè Dio ce le ha rivelate con la sua parola, e proposte per mez­zo della sua Chiesa, ma perchè riescono di nostra soddisfazione, perchè le penetriamo bene, le in­tendiamo facilmente, e sono conformi alle nostre inclinazioni. Per esempio, che vi sia un Paradiso dopo questa vita mortale è una verità di fede che piace assai a tutti, perchè è dolce e desiderabile; che Dio sia misericordioso, è conforme al nostro gusto e al nostro desiderio: la maggior parte degli uomini riconosce che è cosa buona e facilmente-la crede, tanto più che anche la filosofia ce la in­segna. Ma non tutte le verità della fede sono di tal natura. Che vi sia l´inferno eterno a castigo.

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degli scellerati, è una verità di fede molto amara, tremenda, spaventosa: e noi la crediamo di l´ala-voglia e soltanto per l´autorità della parola di Dio ».

Ma se la fede è veramente universale, essa non tentenna nè si turba dinanzi a nessuna verità, anche se incute timore: la venerazione che noi ab­biamo per la divina autorità ci muove a non fare alcuna distinzione tra le verità che Dio rivela, ma a crederle tutte con la massima certezza e semplicità.

d) Infallibilità dell´atto di fede.

Noi vediamo con quanti ,sforzi l´uomo procura di raggiungere la verità nelle cose sue individuali, familiari e sociali. Eppure a lui, tarato dal pecca­to originale, bene si applica il detto degli Scola­stici: Errare humanum est (è cosa propria del­l´uomo lo sbagliare), e più ancora l´espressione del Salmista, fatta sua da San Paolo: Ogni uomo è menzognero; mentre soltanto Iddio è verace. (475)

Orbene, la fede soprannaturale e divina ap­porta all´uomo il dono che possiamo chiamare della infallibilità, nel senso che egli è sicuro di non sbagliarsi quando crede a Dio, che è il Sa­piente e il Veritiero per essenza.

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Gesù Cristo, parlando della sua divina mis­sione, proclamava appunto: Colui che mi manda è verace: e ciò che io ho udito da Lui, lo dico al mondo. (476)

Dunque, mediante l´atto di fede, siccome l´uo­mo fa sua la verità stessa di Dio unendo il pro­prio intelletto creato alla Verità increata, ecco che il suo assenso di fede non può riguardare se non cose vere, ossia è immune da errore: e in que­sto senso è infallibile.

Supponiamo ora che un individuo pensi er­roneamente essere una cosa rivelata da Dio, men­tre non lo è; e vi dia il suo assenso con intera e piena convinzione personale: sarà, questo, un ve­ro atto di fede soprannaturale e divina? La ri­sposta dev´essere negativa. (477) E il motivo è il seguente. Ivi manca di fatto l´autorità di Dio Rivelatore: perciò manca il vero motivo su cui deve poggiare l´atto di fede: dunque si avrà allo­ra un .atto di fede soltanto putativo, ossia repu­tato tale senza che lo sia in realtà.

Tuttavia quest´atto putativo, anche se non per­feziona soprannaturalmente l´intelletto come fa il vero atto di fede, può anche esser meritorio, al­lorquando la buona volontà lo ha provocato nel desiderio di fare un ossequio a Dio. Analogamente succede, a volte, di dare l´elemosina a un finto po‑

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vero: ivi                       resta ingannato, ma la vo‑

lontà retta ha il suo merito davanti a Dio.

Invece nessun merito verrà alla credulità, os­sia alla estrema facilità, o faciloneria, nel ritenere come cose di fede certe particolari visioni e rivela­zioni, fino al punto da tacciare di colpa o di in­credulità coloro che non vi prestano credenza.

Che nella Santa Chiesa, come già nel popolo eletto, vi siano in tutti i tempi anime privilegiate, favorite dal Signore del dono di profezia e di su-penne illustrazioni, è cosa a tutti nota. Basti ri­cordare le apparizioni del Divin Salvatore a San­ta Margherita Maria Alacoque e quelle della Ver­gine Immacolata a Santa Bernadetta Soubirous, delle quali la Chiesa stessa fa menzione nella•sua Liturgia.

Ma è pur noto che il demonio sa trasfigurar­si in angelo di luce allo scopo di ingannare e se­durre i fedeli. Per questo l´Apostolo San Giovan­ni ci ammonisce: (478) Carissimi, non vogliate credere a ogni spirito; ma provate gli spiriti per accertarvi se son da Dio; poichè molti falsi pro­feti si aggirano per il mondo.

Soprattutto abbiamo la predizione ammoni­trice del Divin Maestro: Badate che nessuno vi seduca. Perchè molti verranno nel mio nome e diranno: — Io sono il Cristo — e sedurranno mol‑

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ti... E molti falsi profeti si leveranno e sedurran­no molti— Allora se alcuno vi dirà: -- Eccolo qui, il Cristo; — oppure: — Eccolo là.- — Non lo cre­dete; perchè sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faran di gran segni e prodigi da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti. Ecco, ve l´ho predetto. Se dunque vi diranno: — Eccolo nel deserto, — non v´andate; — Eccolo nei luoghi più nascosti della casa, — non credete. (479)

La Chiesa, sempre memore delle raccomanda­zioni del celeste suo Sposo e Capo, e sempre ge­losa custode della fede divina anche contro i peri­coli e le aberrazioni della credulità umana, an­novera tra i libri proibiti per se stessi (cioè, che senza il debito permesso non si possono stampare, nè leggere, nè ritenere, nè vendere, nè tradurre, nè comunicare ad altri in nessuna maniera) quei libri e libelli che divulgano nuove apparizioni, ri­velazioni, visioni, profezie, miracoli, qualora detti libri e libelli siano stati editi senza l´approva­´ zione ecclesiastica (Can. 1399, 50).

L´infallibiltà della nostra fede poggia adunque sull´altissimo motivo della testimonianza di Dio Rivelatore.

A Lui, che di Sè disse: Io sono la luce del mon­do; chi mi segue, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce di vita, i fedeli ripetono da venti se‑

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coli le parole del santo profeta Davide: Presso di te è la sorgente della vita, e nella tua luce noi vediamo lume. (480)

e) Fermezza dell´atto di fede.

Finalmente, dote caratteristica dell´assenso di fede è e dev´essere- la fermezza.

Con questo si vuol dire che alle- verità rive­late da Dio, l´assenso nostro dev´essere perfettis­simo, aderendo noi alle medesime senza nessuna incertezza e senza timore alcuno di sbagliare.

Il vero e proprio atto di fede non ammette esitazioni o perplessità di sorta, perchè il motivo intellettuale su cui poggia è di tal peso e autorità da non poter lasciar adito al minimo dubbio. An­che tra gli uomini ciò che dà credito a chi parla, è la sua saggezza, la sua rettitudine e bontà: gli si crede perchè si ha la fondata persuasione che non ci ingannerà. E quanto più grande è la ri­putazione di colui che asserisce una cosa, tanto più fermo è l´assenso che noi gli prestiamo. Ora, giova ripeterlo ancora una volta, chi può dire quanto sia grande l´autorità di Dio, essendo Egli la stessa Sapienza, Bontà, Santità, Verità per es­senza? Dubitare o temere che Dio ci abbia a in‑

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gannare, sarebbe lo stesso che negare i suoi divini attributi e la sua stessa esistenza.

Per questo medesimo motivo di fede, la certez­za circa le verità udite da Dio è la più grande di tutte le certezze. Infatti — al dire di San Tom­maso — (481) « l´uomo è assai più certo di quello che ode da Dio, il quale non può errare, che non di ciò che vede per mezzo della propria ragione, la quale può anche sbagliarsi ».

Lo stesso deve dirsi confrontando la certezza della fede con la sicurezza dei nostri sensi. San Pietro chiama la fede nelle verità rivelate da Dio ai Profeti più ferma che non la testimonianza dei suoi propri occhi sul Monte Tabor. (482)

E tutta la tradizione Ecclesiastica applica me­ravigliosamente questa dottrina al Mistero Euca­ristico, riguardo al quale bisogna credere a Gesù Cristo anzichè ai propri occhi. Ci basti al riguar­do quanto insegna San Cirillo di Gerusalemme: (483) « Non fare quel caso che tu faresti, se si trattasse unicamente di pane e di vino; poichè sono invece il Corpo e il Sangue di Cristo, se­conda l´affermazione del Signore. Quantunque i sensi ti suggeriscano quello, la fede ti renda in­vece certo e fermo in questo. Non giudicare dal•gu­sto: la fede senza nessuna esitazione ti rassicuri

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che sei stato degnato dell´ineffabile dono del Cor­po e del Sangue di Cristo ».

Non soltanto l´attestazione della nostra ragione e dei nostri sensi, ma anche quella di tutti gli uomini riuniti insieme cede in fermezza davanti alla fede soprannaturale, poichè deve ripetersi quanto afferma l´Apostolo San Giovanni: Se ac­cettiamo la testimonianza degli uomini, la te­stimonianza di Dio è maggiore. (484)

Però si deve sempre avere presente che cer­tezza e fermezza di fede non devono confondersi con quella chiarezza e soddisfazione di mente, le quali nascono dalle cose vedute e comprese con piena evidenza. La visione chiara delle verità che noi crediamo è riservata all´altra vita, giacchè su questa terra — come scrive l´Apostolo — (485) per fede noi camminiamo, non per visione.

Anche tra le oscurità dei misteri si può e si deve avere una fermezza di fede incrollabile: e perfino tra le dubbiezze involontarie. Queste in­fatti possono nascere nella nostra mente, malgrado la volontà più seria di aver sempre una fede fer­missima; tuttavia non impediscono tale fermezza, bensì le fanno gettare più profonde radici, come fanno i venti gagliardi per le annose querce.

Patir dubbi, anche gravi, contro la fede non è in alcun modo peccato: l´impegno e la próntezza

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che mettiamo nel respingerli costituiscono un me­rito davanti al Signore. Chi fosse negligente nel­l´allontanarli, peccherebbe più o meno gravemente a seconda della negligenza e del pericolo di ac­consentire al dubbio.

Peccherebbe gravemente quel cattolico che, assalito da un dubbio circa la propria fede, vo­lesse accoglierlo e sospendere il pieno assenso al­la verità, rivelata da Dio e proposta dalla Chiesa, fino a che non abbia trovato motivi cosiddetti scientifici che inducano a credere. (486) La ra­gione è questa: il cattolico possiede già sicura­mente la parola di Dio, contenuta nella Scrittura e nella Tradizione e insegnata dal Magistero della Chiesa infallibile. Soltanto dopo aver fatto un at­to di fede soprannaturale e divina, potrà cercare — e farà assai bene — prove e argomenti che contribuiscano a difendere la verità rivelata.

Particolare vigilanza occorre ai fedeli che vi­vono in costante contatto coi protestanti e cogli scismatici, ossia coi « fratelli separati o dissiden­ti », dato il persistente pericolo di succhiarne man mano gli errori.

Provvidenzialmente cresce ognor più la facili­tà di istruirsi per mezzo della predicazione, della stampa cattolica, dei colloqui con sacerdoti o con laici colti: in tal modo si possono sciogliere dubbi

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e difficoltà dottrinali, irrobustendo la propria fede.

Soltanto se saremo forti nella fede, come ci vuole San Pietro (487), noi saremo in grado di su­perare ogni ostacolo alla nostra santificazione e al nostro apostolato. E, nel nostro piccolo, speri­menteremo quello che faceva rilevare San Paolo, quando asseriva che non v´è scienza mondana che resista davanti alla fermezza della fede. Dopo aver ricordato la profezia di Dio per bocca di Isaia: Sperderò la sapienza dei Savi, e l´intelligenza de­gli intelligenti annienterò, l´Apostolo prosegue di­cendo: O dove è il savio? dove lo scriba? dove il dialettico di questo secolo? o non ha Iddio fallo vedere com´è stolta la sapienza del mondo? Poi­chè, nei sapienti disegni di Dio, il mondo non co­nobbe Dio per via della sapienza, si compiacque Dio di salvare i credenti mediante la stoltezza della predicazione... Giacchè questa pazzia di Dio è più sapiente degli uomini, e più forte degli uomini è la debolezza di Dio. (488)

24. Obbligo degli atti di fede.

La virtù della fede è un abito infuso da Dio. Per ciò stesso, in di ha raggiunto l´uso della ra­gione, deve esplicarsi necessariamente negli atti

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che le sono propri, come d´altronde avviene per tutte le altre virtù.

Questi atti non sono soltanto, così in generale, quelle opere buone che corrispondono alla fede professata, ma, in senso preciso e specifico, atti di piena adesione intellettuale alle verità rivelate, che formano appunto l´oggetto della prima virtù teologale.

San Paolo, là ove dichiara che senza fede non è possibile piacere a Dio, specifica che chi s´acco­sta a Dio, deve credere che Egli esiste, e che Egli è rimuneratore di quelli che lo cercano. (489) Per­tanto, qualsiasi peccatore adulto, che voglia esse­re giustificato e andare in Paradiso, deve, secondo il presente ordine di cose, avere questa fede, fon­data sulla parola e sull´autorità di Dio, quale mez­zo indispensabile per conseguire il suo ultimo fi­ne. Deve, per ciò stesso, tradurre in atto la sua fede col prestare fermo assenso soprannaturale a tutte in genere le verità rivelate, ed esplicitamen­te almeno alle due verità indicate dall´Apostolo, le quali riguardano appunto Iddio, fine sopran­naturale dell´uomo.

Quando la Chiesa Cattolica, a istruzione dei fedeli e per l´amministrazione dei Sacramenti, sup­pone ed esige che almeno si credano esplicita­mente i due Misteri principali della fede, non si

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allontana dalle due verità indicate da San Paolo, ma piuttosto, sempre e solo fondata sulla divina rivelazione, si riallaccia alle medesime: infatti « l´Unità e Trinità di Dio » lumeggia la verità Dio esiste; «l´Incarnazione, Passione e Morte di Gesù Cristo » illustra la verità Dio è rimuneratore, poichè soltanto per mezzo di Gesù Cristo possia­mo entrare in Paradiso a ricevere il premio eter­no, come disse il Divin Maestro agli Apostoli: Nel­la casa del Padre mio vi sono molte mansioni... E quando sarò andato e avrò preparato il vostro posto, tornerò e vi prenderò con me, affinchè dove sono io, siate anche voi. Voi sapete dove io vada e ne conoscete la via... Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo mio. (490)

Posta adunque la necessità di fare atti di fede, viene spontanea la domanda: — Quando e con quale frequenza il cristiano deve fare atti di fede?

Secondo il comune insegnamento dei Teologi, il cristiano deve fare tali atti: 1) quando ha rag­giunto l´uso della ragione; 2) durante la vita; 3) all´avvicinarsi della morte.

Anzitutto l´obbligo di fare atti di fede inco­mincia quando il cristiano ha raggiunto l´uso di ragione. Fino a quell´epoca i fanciulli, pur essen­do stati arricchiti del prezioso dono della fede nel

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santo Battesimo, non sono in grado di emetterne l´atto e non ci pensano affatto, se in ciò non sono aiutati dai genitori, o da coloro che ne hanno la re­sponsabilità. I genitori che trascurassero questo lo­ro stretto dovere o ne ritardassero colpevolmente l´adempimento, sarebbero in colpa davanti a Dio.

In secondo luogo vi è l´obbligo di fare atti di fede parecchie volte nel corso della vita. Siamo pellegrini incamminati verso la Patria celeste. La via che noi battiamo è scabrosa, difficile e ci ap­pare tante volte buia, tenebrosa: abbiamo biso­gno di tenere costantemente accesa la divina fiac­cola della fede, per non smarrirci e per premu­nirci contro i pericoli dai quali siamo circondati. È poi evidente che il cristiano è obbligato ad emet­tere atti di fede, non solo quando fosse fortemente tentato contro la fede, ma anche se, tentato con­tro altra virtù, non riuscisse a superare la tenta­zione senza formulare qualche atto di fede. Spe­cialmente vi è obbligato chi fosse caduto nel pec­cato di infedeltà: in questo caso urge più che mai riparare la perdita della prima virtù teologale, procurando a tutto potere di combattere e allon­tanare le cause che hanno determinato il naufra­gio, pregando Iddio che ridoni la fede e ricor­rendo al ministero del Sacerdote.

Infine vi è l´obbligo di fare atti di fede al ter‑

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mine della vita e precisamente all´avvicinarsi del­la nostra ultima ora. In quéi momenti decisivi è necessario più che mai perseverare nella grazia di Dio e premunirsi per vincere le tentazioni che il demonio scatena contro i moribondi per precipi­tarli nell´inferno. Allora soprattutto i seguaci del divin Redentore devono resistere e tener accesa quella lampada, della fede, che nel santo Batte­simo venne loro consegnata con l´es-ortazione di custodirla per poter andare incontro al. Signore, quando sarebbe venuto a invitarli alle nozze della mansione celeste. (491)

Rimanendo ancora nel campo della Teologia, aggiungeremo che la Chiesa non ha determinato quante volte all´anno vi sia obbligo di fare atti di fede: non è quindi il caso di soffermarci a fis‑

- sacre un numero qualsiasi. Ricorderemo soltan­to quel paragone, secondo il quale ai servitori fe­deli e ubbidienti basta illuminare sfarzosamente, anche all´esterno, il palazzo del padrone, poche volte all´anno; ma ogni notte, durante l´intero cor­so dell´anno, essi non trascurano di illuminare, nel­l´interno del palazzo, tutti gli ambienti nei quali dimorano i padroni.

Sono certamente degne di lode tutte le magni­fiche dimostrazioni di fede individuale e collet­tiva, le quali radunano grandi folle in occasioni

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di pellegrinaggi, di feste religiose, di Comunioni Pasquali: esse costituiscono effettivamente una ve­ra professione di fede, con atti espliciti di assen­so agli insegnamenti del divin Maestro.

Ma i cristiani ferventi, e ancor più i religiosi, non si accontentano soltanto di tali rare occasioni per dimostrare a Dio la loro filiale divozione e il profondo e totale ossequio della mente e del cuore. Essi sentono il bisogno di vivere uniti a Dio, di dirgli tutta la loro adesione, il loro amore, il de­siderio di servirlo e di propagare le verità della Religione. Ogni volta poi che praticano atti di vir­tù, essi intendono con ciò rendere omaggio alla parola di Gesù Cristo, perchè nessuna opera buo­na, nessuna virtù cristiana può praticarsi senza la fede. E così tutta la loro vita si inquadra e svolge in un continuo succedersi di atti di fede, rendendo in tal modo ogni loro opera, anche la più semplice, particolarmente accetta a Dio.

È questo un grande motivo di gioia e di sod­disfazione per le anime buone e specialmente per i religiosi: essi sono in tal modo liberi da ogni ansietà circa l´obbligo e la frequenza degli atti di fede. Infatti ogni qual volta recitano le preghiere di regola, o si accostano ´ai santi Sacramenti, o visitano Gesù Sacramentato, o assistono alle sacre funzioni, o dicono privatamente giaculatorie

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fanno comunioni spirituali, essi formulano tanti atti di fede attuale, reiterando la loro illimitata e forte adesione alle verità contenute nel Simbolo e insegnate dalla Chiesa.

25. Professione esterna della fede.

La virtù della fede è interiore, in quanto con­siste essenzialmente in un atto dell´intelletto, con il quale prestiamo il nostro assenso a Dio che si è degnato di rivelarsi soprannaturalmente a noi.

Quest´atto può da noi essere compiuto tacita­mente, senza che in nessun modo gli altri lo av­vertano.

Ma esso può ,e, tante volte, dev´essere mani­festato all´esterno e in modo pubblico, secondo l´espresso avvertimento di Gesù Cristo: Chi dun­que mi avrà confessato davanti agli uomini, an­ch´io lo confesserò davanti al Padre mio, che è nei cieli; ma chi mi avrà rinnegato davanti agli uomini, anch´io lo rinnegherò davanti al Padre mio, che è nei cieli. (492)

Questo divino ammonimento, che è al tempo stesso splendida promessa e terribile minaccia, im­porta un doppio dovere: primieramente, di con­fessare con la bocca, cioè con le parole ed aperta‑

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mente, la propria fede; secondariamente, di essere pronti a sacrificare tutto, e anche la propria vita, anzichè negarla.

a) Professare la fede.

Anzitutto è dover nostro professare la fede con le parole, secondo che scrive l´Apostolo: (493) Se tu confessi nella bocca il Signore Gesù, e nel tuo cuore hai fede che Dio lo ha risuscitato da morte, sarai salvo; poichè col cuore si crede sì da pervenire alla giustizia, e con la bocca si fa la confessione che porta alla salute.

La professione esterna può essere fatta in mol­te maniere: con la vita esemplarmente cristiana, con la preghiera vocale, con l´accostarsi ai santi Sacramenti. L´Apostolo però parla, espressamente della professione che ogni cristiano deve, all´uopo, fare con la bocca, cioè professando francamente la propria qualità di cristiano, ed avendo cura di evitare nella propria condotta, nelle conversazioni ed in qualsiasi incontro, ogni cosa che sia con­traria agli insegnamenti della fede.

Come sono infelici quei cristiani i quali, per un vano timore di dispiacere a conoscenti ed ami­ci, si inducono a rifiutare a Dio l´ossequio della loro mente convinta della verità religiosa, prefe‑

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rendo i giudizi degli uomini a quelli della Sa­pienza divina! Queste misere anime, schiave del rispetto umano, molto facilmente e insensibilmen­te si sentono scosse nelle loro convinzioni: e non è raro il caso che, per non aver da lottare tra le pretese del mondo e le esigenze della fede, am­mettano dubbi positivi e volontari circa le cre­denze religiose, e arrivino al punto di abbandonare ogni pratica cristiana e di cadere nella indiffe­renza religiosa e nella incredulità.

Quantunque questo gran nemico della fede, il rispetto ardano, non riesca a recare così gravi dan­ni tra le anime consacrate a Dio nella vita reli: giosa, tuttavia è bene che anch´esse stiano in guardia, perchè il demonio con arte finissima cer­ca a volte di insinuare incertezze o indecisioni proprio quando è più necessaria da parte loro una doverosa, vigilante e precisa intransigenza nel di­fendere i diritti della fede, che esse in modo al tutto privilegiato professano. Potrebbe succedere, ad esempio, che per non disgustare qualche perso­na o per non rompere una geniale amicizia, un re­ligioso non abbia il coraggio di dar sulla voce a chi, in sua presenza, osa pronunziare giudizi er­rati sulla Chiesa o tiene discorsi poco rispettosi verso il Papa, i Vescovi, i Sacerdoti, i Religiosi.

Se noi, figli di Don Bosco, nelle nostre predi‑

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che; discorsi, istruzioni, conversazioni, ci preoccu­passimo di blandire le anime accarezzando con lu­singhe e vezzi l´orecchio di chi ci ascolta, in­vece di insistere con semplicità e apostolico corag­gio sulle verità fondamentali della fede e sui do­veri della vita cristiana, dimostreremmo di non aver compreso lo spirito del nostro Fondatore.

Nel 1867 trovandosi egli a Roma, gli furono fatte molte insistenze perchè si recasse a celebra­re la santa Messa a Villa Ludovisi, dove era at­teso dal Re di Napoli e da una eletta schiera di nobili romani. L´occasione era allettante per chi avesse voluto preparare un forbito discorso da declamarsi con arte per riscuotere la stima e il plauso dei presenti. Non così agiscono i Santi. Don Bosco parlò per dieci minuti sulla fede. Il breve sermone fu tale, che la Duchessa di Sora, la qua­le altra volta aveva ammirato i suoi discorsi, esclamava fuori di sè per la meraviglia: — Ma dove prende Don Bosco certe ragioni? Non ho mai sentito simile potenza di persuasione. Nessuno predica come lui! (494)

E appunto per questo forte spirito di fede, che tutto e sempre lo animava, egli potè, dopo la funzione, tenere al Re quel discorso così fermo e inesorabilmente chiaro e profetico, che non si può leggere senza ammirata commozione. Pare

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di assistere a una di quelle solenni e ieratiche invettive che i profeti lanciavano contro i pre­varicatori della legge di Dio.

Così i grandi confessori della fede: e così dob­biamo agire pure noi nella modesta nostra sfera e nello svolgimento delle mansioni affidateci, cal­cando fedelmente le orme di coraggiosa fran­chezza del nostro Padre e Maestro, al quale quo­tidianamente ripetiamo nelle preghiere della sera: « Aiutateci a vincere il rispetto umano! »

b) Non negare la fede.

Al dovere di professar la fede con le parole va unito quello di non negare la fede davanti agli uomini, quand´anche la nostra fermezza ci espo­nesse ai più grandi mali e alla stessa perdita del­la vita.

Secondo l´insegnamento dei Teologi, in due casi può accadere al cristiano di essere obbligato a professare la sua fede a costo della vita: in primo luogo, quando il silenzio o la mancata aper­ta confessione significasse un rifiuto a rendere a Dio l´onore che gli è dovuto; in secondo luogo, quando tale silenzio riuscisse causa di grave danno alla salute spirituale del prossimo.

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Per poco che si rifletta, si comprende facil­mente che questo precetto, a prima vista molto severo, esige semplicemente ciò che la retta ra­gione non può in alcun modo rifiutare.

1) L´onore di Dio deve andare avanti a tut­to: alla gloria di Lui tutto dev´essere sacrificato, perchè tutto da Lui abbiamo ricevuto e a Lui ap­p artiene.

Gesù Cristo per la salute nostra ha dato la sua stessa vita fra indicibili tormenti: potremmo noi, senza recargli gravissima offesa, ricusare di confessarlo per nostro Redentore, Signore e Mae­stro, quando ne fossimo richiesti dagli uomini?

Nè basterebbe in tale circostanza chiudersi in un silenzio profondo, decisi a conservare nel proprio cuore il dovuto ossequio al Signore. Non rispondere alle richieste, specialmente se fatte in tribunale, sarebbe già un dar prova di vano timore, ed il silenzio sarebbe interpretato come vera sconfessione della fede. Siffatto silenzio può salvare forse l´interrogato dalla morte del cor­po, ma non da quella ben più terribile dell´anima. Si eccettua il solo caso in cui un dignitoso si­lenzio in nessun modo apparisca negazione della fede, ma solo disgusto e noncuranza verso chi non ha il diritto di sindacare i sentimenti altrui. In questo caso il silenzio è una muta confessione

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dei sentimenti cristiani, unita a sdegno contro chi osa dubitare della saldezza dei propri princìpi.

2) Il secondo caso in cui il cristiano è ob­bligato a confessare la sua fede, anche a costo del­la vita, è quando ciò viene richiesto dal bene spi­rituale del prossimo.

Se noi sappiamo che il nostro scampo dalla morte può indurre qualche nostro fratello alla apostasia, oppure ritardare la conversione di un altro già ben disposto, noi siamo obbligati a far generosamente il sacrificio della nostra vita. Allo­ra è il caso di praticare quanto dice l´Apostolo San Giovanni: Egli (Gesù Cristo) ha dato la sua vita per noi; e così noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli. (495)

San Vitale, soldato, padre dei Santi Gervasio e Protasio, entrando nella città di Ravenna col giudice Paolino, s´imbattè in un corteo e scorse un medico, di nome Ursicino, che veniva condotto al supplizio, perchè cristiano. Dal contegno del medico il soldato comprese che egli paventava i tormenti, e temette della di lui costanza. Allora non ebbe un istante di esitazione e, avvicinatosi, così gli parlò: « Coraggio, Ursicino! Bada bene, tu che eri solito a curare gli altri, a non rovinare te stesso, condannandoti a una morte eterna ». Ba­starono queste parole, perchè Ursicino riprendesse

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animo e affrontasse coraggiosamente il martirio. San Vitale non ignorava che cosa gli doveva co­stare la sua franchezza. Il giudice infatti, acceso di rabbia, lo fece distendere sull´eculeo e, dopo atroci tormenti, lo fece seppellire sotto una tem­pesta di sassi. E come San Vitale, così tanti altri, come si legge nella Storia Ecclesiastica, seppero dare spontaneamente la propria vita per il bene dei fratelli nella fede.

Aggiungiamo una considerazione per comple­tare l´argomento.

Non è lecito confessare la propria fede a metà, in modo indiretto, incerto ed equivoco, e tanto meno fingendo o simulando infedeltà, nella stolta e falsa convinzione di conservarsi fedeli e sinceri nel proprio interno.

Diverso è il caso di una_cerimonia patriottico-religiosa, imposta da governi pagani, la quale vie­ne considerata dai cattolici unicamente sotto l´a­spetto civile.

Ogni sorta di finzione è odiosa dinanzi al Si­gnore; ma è ingiuria somma e abbominevole em­pietà quella che riguarda la confessione della fede.

La Chiesa, fin dai primi tempi, condannò tutti coloro che in qualunque modo e forma tergiversa­vano nel professare la fede cristiana. Condannò i

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« Sacrificati », cioè quei cristiani che per sfuggire ai supplizi consentivano a offrire sacrifici .agli ido­li, sia pure detestando sinceramente questi nel proprio cuore. Condannò pure i < Turificati », cioè coloro che, soltanto meccanicamente e con interno disprezzo, gettavano incenso nei braceri del sa­crificio idolatra. E la stessa condanna pronunciò contro i < Libellatici », i quali, senza fare alcun atto di idolatria, si procuravano con danaro una dichiarazione o Libello, da cui risultava aver essi obbedito agli ordini dell´imperatore. Tutte queste viltà erano misere forme di vera apostasia, non meno che l´aperta negazione della fede.

Forse a taluno può sembrare superfluo che ci siamo intrattenuti sopra quest´argomento, perchè nei paesi cristiani il bisogno di professare la fede nelle forme ricordate è meramente ipotetico. Sa­rebbe meglio dire < era », perchè pur troppo, in questi ultimi tempi, anche in paesi di antica civil­tà si sono scatenate violente persecuzioni contro la nostra santa Religione, a tal punto che i mar­tiri e i confessori della fede sano stati più numero­si che non in terra di missione. La Chiesa, pur piangendo la morte di tanti suoi figli, ne va santa-. mente orgogliosa ed esulta, perchè mentre le vitti­me tornano gradite al suo divino Fondatore e Sposo, il loro esempio e il sangue loro, sempre

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fecondo, aumenteranno il numero delle anime che verranno ad accrescere le falangi dei discepoli di Gesù Cristo.

26. Eccellenza della fede.

Durante il corso della presente trattazione ab­biamo visto la virtù della fede grandeggiare ognor più in bellezza, man mano che ne esaminavamo la natura, l´efficacia, gli atti.

Ora possiamo soffermarci a dare quasi uno sguardo d´insieme ai pregi della prima virtù teo­logale.

Il miglior panegirista è senza dubbio l´Apostolo San Paolo, il quale, ispirato dallo Spirito Santo, canta gli splendori della fede negli antichi Padri e Santi, i quali con eroica costanza aspettavano il promesso Messia.

Per la fede — scrive l´Apostolo delle Genti ­Abele offrì a Dio un sacrifizio più eccellente che quel di Caino... Per la fede Enoc fu trasportato sì che non vedesse la morte... Per la fede Noè, di­vinamente avvisato di cose ancor non visibili, con pia cautela costruì un´arca... Per la fede Abramo, chiamato a partire per un luogo che doveva ri­cevere in eredità, obbedì, e partì senza sapere do­ve andava... Per la fede la stessa Sara ricevette,

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oltre il limite dell´età, la virtù di dare in luce una creatura, perchè stimò fedele Chi l´aveva promes­so... Per la fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, l´unico suo figliuolo... Per la fede Isacco benedì Giacobbe ed Esaù, in cose avvenire. Per la fede Giacobbe morendo benedì ciascuno dei figli di Giuseppe... Per la fede Giuseppe morendo rammentò l´esodo dei figli d´Israele... Per la fede Mosè appena nato rimase nascosto tre mesi per opera dei suoi genitori... Fatto grande, rifiutò d´es­sere dettò figlio di una figlia di Faraone, prefe­rendo esser maltrattato insieme col popolo di Dio, che avere il godimento momentaneo della colpa, e stimando maggior ricchezza dei tesori Egiziani l´obbrobrio di Cristo, poichè aveva lo sguardo ri­volto alla ricompensa. Per la fede lasciò l´Egitto. non temendo l´ira del re, perchè, come se vedesse l´invisibile, tenne duro. Per la fede celebrò la Pa­squa e fece l´aspersione del sangue, perchè lo ster­minatore dei primogeniti non toccasse quelli di loro Israeliti. Per la fede passarono il Mar Rosso come su terra asciutta... Per la fede caddero le mura di Gerico...

E che dirò io ancora? — prosegue San Paolo. — Mi mancherebbe il tempo a parlare di Gedeo­ne, di Barac, di Sansone, di Iefte, di Davide e Sa­muele e dei Profeti; i quali per la fede conqui‑

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starono dei regni, esercitarono la giustizia, con­seguirono le cose promesse, chiusero le gole dei leo­ni, spensero la forza del fuoco, scamparono al ta­glio della spada, ricevettero forza quando si era­no infiacchiti, diventarono valenti in guerra, mi­sero in fuga eserciti stranieri. Delle donne (come la vedova di Sarepta, da Elia; e la Sunamita, da Eliseo) riebbero i loro morti per risurrezione. Al­tri furono messi alla tortura, non accettando la liberazione, per ottenere una risurrezione migliore; altri ebbero a provare scherni e sferze, e anche ceppi e prigione; furono lapidati, sottoposti a du­re prove, segati, morirono di spada; andarono in giro in pelli di capra, mancanti di tutto, perse­guitati, maltrattati. Di essi non era degno il mon­do, e andavano errando per i deserti e i monti e le caverne e spelonche e le grotte della terra.

Ebbene, — afferma a questo punto l´Apostolo, — anche costoro, pur ricevendo testimonianza per la fede, non conseguirono l´oggetto della promessa, Dio avendo in vista qualcosa di meglio per noi, perchè non arrivassero alla perfezione senza di noi.

E che altro poteva essere questo qualcosa di meglio, se non la venuta del Messia promesso, no­stro divino Rivelatore, Maestro e Redentore?

Ecco perciò San Paolo concludere con fervido accento: Adunque anche noi, circondati come sia‑

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mo da sì gran nuvolo di testimoni, facendo getto di ogni impedimento e del peccato che sì ci av­volge, con costanza corriamo l´agone che ci è pro­posto, guardando al capo e perfezionatore della fede, Gesù. (496)

Il Sommo Pontefice Pio IX, nella enciclica con­tro gli ermesiani, che negavano la differenza tra verità di ragione e verità di fede, ricorda le pa­role del Crisostomo: « Ogni principio dei nostri dommi ha la sua radice dall´alto, dal Padrone dei cieli », e quindi proclama: « Nulla vi è di più si­curo, nulla di più santo, nulla basato su più fer­mi princìpi, che la nostra fede ». Poi prosegue: « Proprio questa fede, maestra della vita, indi­catrice della salvezza eterna, debellatrice di tutti i vizi, madre feconda e nutrice delle virtù; que­sta fede, confermata dalla nascita, vita, morte, ri­surrezione, sapienza, miracoli e profezie del Ca­po e Perfezionatore, Gesù Cristo; questa fede, da ogni parte rifulgente della luce di superna dottri­na e arricchita dai tesori-di ricchezze celesti; que­sta fede, al sommo eccellente e insigne per le pre­dizioni di tanti Profeti, per lo splendore di tanti miracoli, per la costanza di tanti martiri, per la gloria di tanti santi; questa fede, che profferisce le leggi salutari di Cristo e acquista ogni giorno più vigore dalle perSecuzioni stesse, crudelissime;

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questa fede, col solo vessillo della croce: ecco che la pervaso tutto il mondo per terra e per mare, da´ oriente a occidente, e, sconfitti -i falsi idoli, cac­ciati i tenebrosi errori, superati trionfalmente i nemici di ogni genere, ha illuminato con la luce della conoscenza di Dio e ha sottomesso al soa­vissimo giogo di Gesù Cristo popoli, razze e na­zioni tutte, — per quanto barbare in crudeltà e per quanto diverse nell´indole, nei costumi, nelle leg­gi e nelle istituzioni, — proclamando la pace, an­nunziando il bene. Cose tutte che brillano d´o­gni parte con sì gran fulgore di divina sapien­za e potenza, da far intendere facilissimamente, a chiunque vi ponga attenzione e riflessione, che la fede cristiana è opera di Dio ». (497)

Il Dottore della Chiesa San Francesco di Sales, sostando in ammirazione davanti alla oscura chia­rezza della fede, esclama: «La fede è la grande amica del nostro spirito; e alle scienze umane, che si vantano di essere più evidenti di lei, si può dire quello che la sacra Sposa diceva alle altre pastorelle: — Io sono bruna, ma bella. O umani discorsi, o scienze acquisite, io sono bruna, per­chè sto fra le, oscurità delle semplici rivelazioni, le quali, essendo prive di apparente evidenza, mi fanno comparir nera, rendendomi quasi irricono­scibile; ma pure sono bella in me stessa per la

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mia infinita certezza, e se gli occhi dei mortali potessero contemplarmi quale io sono per natura; mi troverebbero tutta bella. Ma bisogna in realtà che io sia infinitamente amabile, se le oscure te­nebre e le folte nebbie, fra le quali, anzichè ve­duta, sono solo intravveduta, non possono impe‑

dirmi di piacere tanto, che lo spirito umano, aven­domi cara sopra ogni cosa e fendendo la calca di

tutte le altre cognizioni, fa fare luogo a me e mi riceve come sua regina, sul trono più eleva­to ». (498)

Infine, sulla scorta del dotto teologo gesuita Padre Giovanni Perrone, compendiamo i pregi e gli effetti di questa nostra fede. (499)

La fede soprannaturale e divina, di cui No­stro Signore Gesù Cristo è capo e perfezionatore,

è il dono più sublime e prezioso di Dio all´uomo.

Per essa l´uomo, elevato sopra l´ordine di na­tura, penetra il Cielo, attinge — quasi le avesse presenti ai suoi sensi — le cose divine, e aderisce

fermamente alla eterna e immutabile Verità. In

questa fede sta il fondamento della vita cristiana, il principio e la radice della giustificazione e sal­vezza eterna, il sostegno e l´àncora della speranza: e per essere viva e operosa deve aver sempre a

compagna la carità, che ne forma quasi l´anima e la vita. Grazie a questa fede il cristiano, su‑

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perando se stesso, mira con occhio indifferente le cose transitorie e caduche; sprezza le false e ap­pariscenti dolcezze con cui le passioni e il mondo, vorrebbero sviarlo dal vero ed eterno suo fine; si rende animoso e forte contro tutte le traversie e calamità della vita; e salutando la Patria eterna, e contemplandola sebbene da lontano, in mezzo ai travagli stessi gioisce ed esulta. Questa fede rac­chiude quel tesoro di grazia, col quale possiamo piacere a Dio con timore e riverenza, e raggiun­gere il nostro fine, che è la santificazione del­l´anima nostra.

Dagli effetti individuali passiamo ora a quelli sociali.

La fede soprannaturale e divina ispirò sem­pre ai cristiani, nei quali aveva gettato profonde radici, sentimenti di benefica operosità, di magna­nimità, di eroismo, rendendoli fecondi strumenti di ogni pia e caritatevole opera a beneficio del­l´umana famiglia, e portatori di benedizione e sal­vezza alla stessa civile società. Essa rese i Santi operatori di miracoli, nonchè predicitori infallibili di cose future, comunicando loro in certo modo l´onnipotenza e la sapienza stessa di Dio, e sol­levandoli come ad àrbitri della natura e dei se­coli. Essa li trasse tante volte dal loro pacifico ri­tiro per metterli tra le armi e le schiere dei com‑

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battenti a fine di recare pace e concordia. Essa li sospinse ad affrontare la ferocia di un barbaro conquistatore per salvare da saccheggi e rovine le città pericolanti. Essa li eccitò a recarsi in ter­re lontane e inospitali per farsi banditori del Van­gelo, e al tempo stesso maestri di civiltà, a popo­lazioni selvagge e ad orde feroci ed abbrutite. Tutti questi, è vero, furono pure prodigi di cari­tà eroica; ma donde questa traeva vita, alimento e fiamma inestinguibile, se non dalla fede viva e immobile che dominava tali anime generose?

E allora non ci resta che concludere invitan­do ciascuno a ripetere con San Francesco di Sa­les: «La bellezza della nostra santa lede mi pare così stupenda, che muoio d´amore per essa, e sem­brami di dover chiudere il dono prezioso che Dio me ne ha fatto, in un cuore tutto profumato di di­vozione ». (500)

27. La regola di fede.

Nella recita quotidiana dell´Atto di Fede, non ci accontentiamo di dire: « Mio Dio, perché siete verità infallibile, credo fermamente tutto quello che voi avete rivelato », ma aggiungiamo: « e la santa Chiesa ci propone a credere ». Con queste parole noi indichiamo chiaramente la regola di

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fede; alla quale dobbiamo e vogliamo sottostare. Trattandosi di un punto tanto fondamentale e importante conviene chiarirlo con qualche breve

spiegazione, allo scopo di renderci sempre più il­luminati e sicuri circa ciò che, specialmente in quest´epoca nostra, è oggetto di terribili e sata­nici attacchi da parte dei nemici della vera Re­ligione.

Regola significa norma o modo da seguire nel fare una determinata cosa: ed è in certo qual modo la misura con cui ci rendiamo conto della giustez­za delle cose.

Regola di fede sarà adunque la norma sicura e autorevole per conoscere quali sono le verità rivelate da Dio agli uomini, affinchè questi vi cre­dano e così raggiungano la salvezza eterna.

Anzitutto non dobbiamo dimenticare che Dia non ha parlato in segreto e per un solo individuo, ma per mezzo del Verbo Incarnato lo ha fatto in pubblico e per tutti gli uomini.

Ne consegue che tutti devono essere in grado di conoscere con assoluta certezza quali siano le verità che devono credere: perciò vi dev´essere un mezzo certo e sicuro per sapere che cosa si debba credere, ossia dev´esserci una regola di fede.

Aggiungiamo ancora che questo mezzo è ri­chiesto dalla stessa natura delle cose che l´uomo

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deve credere per salvarsi. Noi vediamo quanta in­certezza, quante opinioni, quante dispute vi siano tra gli uomini, anche quando si tratta di verità di ordine naturale. Ora che avverrebbe per le co­gnizioni e verità di ordine soprannaturale, ben più alte e sublimi? Chi saprebbe valutarle, sceveran­do le vere e fondate dalle infondate e false, qua­lora non vi fosse all´uopo un criterio sicuro? D´al­tronde la storia è lì ad ammaestrarci col metterci dinanzi, non solo le discussioni interminabili, ma altresì le divisioni, gli scismi, le eresie, che ebbero luogo quando non si volle tener conto del mezzo o criterio sicuro di cui parliamo.

È poi naturale che una regola dí fede, a uso di tutta quanta l´umanità, debba avere certi re­quisiti, che l´umana ragione esige prima di dare il suo assenso a una divina rivelazione, la quale, ol­tre che pubblica, è anche mediata, ossia giunge per mezzo di interposte persone.

Il primo requisito è che la regola di fede sia sicura e tale da togliere ogni controversia. La ra­gione è semplicissima. Abbiamo detto che il no­stro assenso alle verità rivelate dev´essere certo, fermo, immutabile. Ora come potrebbe esser ta­le, se la regola di fede non fosse sicura? Si avreb­bero del continuo incertezza, divergenze, contro­versie, scissioni.

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Il secondo requisito è che la regola di fede sia universale e accessibile a tutti: ai poveri e ai ric­chi, ai dotti e agli ignoranti, ai sudditi e ai reg­gitori; perchè gli uomini tutti furono redenti da Gesù Cristo e chiamati all´eterna beatitudine. La regola di fede deve poter dire a qualsiasi uomo la parola certa che scioglie ogni dubbio: a tutti e a ciascuno dev´essere in grado di additare la via per giungere alla, salvezza eterna.

Infine il terzo requisito è che la regola di fe­de sia perpetua, così da non venir mai meno, sino alla fine del mondo, poichè deve giungere agli uomini di tutte le età e di tutti i tempi, qualora a lei ricorrano e la consultino con animo retto e sincero.

Questi tre requisiti stanno a indicare chiara­mente che il criterio o mezzo sicuro per distin­guere le verità rivelate da quelle che non lo sono, dev´essere costituito da un tribunale supremo e inappellabile, che custodisca gelosamente il deposi­to della divina Rivelazione e fissi con autorità in­fallibile quelle verità che ivi sono contenute e che devono formare l´oggetto della universale fede so­prannaturale e divina.

Orbene, con sentimenti di purissima gioia e con la sicurezza che ci dà la parola di Gesù. Cri­sto, noi proclamiamo davanti al mondo intero, e

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particolarmente ai nostri infelici fratelli dissi­denti, che questa regola di fede c´è, ed è la Chiesa una, santa, cattolica, apostolica con il suo capo visibile, il Romano Pontefice: Chiesa docente, os­sia insegnante, con magistero vivo, autentico, in­fallibile.

Affinchè aumentiamo la nostra ammirazione per detta regola di fede, la nostra riconoscenza a Dio e il senso di sicurezza nell´aderire — secondo l´espressione di San Tommaso — (501) « alla dot­trina della Chiesa come a regola infallibile della nostra fede », passiamo a considerare brevemente le fonti a cui la Chiesa attinge il deposito della verità rivelata, che sono la Sacra Scrittura e la Tradizione; poi parleremo pure della infallibilità del Magistero Ecclesiastico.

a) La Sacra Scrittura.

La Sacra Scrittura o Bibbia è il complesso dei libri canonici, ossia dalla Chiesa accolti nel cà­none o regola, perchè da Essa riconosciuti come ispirati da Dio e contenenti la parola di Dio.

I libri che compongono´la Bibbia sono distribui­ti in due grandi sezioni: Vecchio e Nuovo Testa­mento. Benché tutti siano stati ricevuti fin dal‑

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l´inizio nel cànone della Chiesa, tuttavia fin verso il secolo V° di 7 libri del Vecchio e di 7 del Nuo­vo Testamento si ebbero dei dubbi circa la loro ispirazione. Essi, chiamati deuterocanònici, furono ingiustamente ripudiati -da Ebrei, Scismatici e Protestanti, i quali si ostinano a chiamarli apò­crifi. Invece sono realmente apòcrifi quei libri che, pur assomigliandosi a libri del Vecchio o del Nuo­vo Testamento, dalla Chiesa non furono ricono­sciuti come ispirati e quindi non furono accolti nel cànone..

I libri del Vecchio Testamento si dividono in tre grandi gruppi: storici, didattici e profetici.

1)   Libri storici: Anzitutto i cinque libri scrit­ti da Mosè, chiamati globalmente Pentatèuco, e precisamente: Gènesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronòmio. Poi: Giosuè, Giudici, Rut, quattro libri dei Re, due libri dei Paralipòmeni, Esdra, Neemia, Tobia, Giuditta, Ester. Infine: due libri dei Maccabèi.

2)   Libri didattici: Giobbe, Salmi, Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, Sapienza, Eccle­siastico.

3)   Libri profetici: Anzitutto dei Profeti Mag­giori: Isaia, Geremia (con le sue Lamentazioni e immediatamente seguito dal suo compagno e se­gretario Baruc), Ezechiele e Daniele, Poi dei Pro‑

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feti Minori: Osea, loele, Amos, Abdia, Giona, Mi­chèa, Naum, Abacuc, Sofonìa, Aggèo, Zaccarìa e Malachìa.

Anche il Nuovo Testamento abbraccia tre iden­tici gruppi:

1)   Libri storici: I quattro Vangeli (San Mat­teo, San Marco, San Luca, San Giovanni) e gli Atti degli Apostoli.

2)   Libri didattici: Quattordici lettere di San Paolo (ai Romani, due ai Corinti, ai Gàlati, agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, due ai Tessalo­nicesi, due a Timoteo, a Tito, a Filèmone, agli Ebrei) e sette lettere chiamate fin dai primi secoli Cattoliche, (una di San Giacomo, due di San Pie­tro, tre di San Giovanni, una di San Giuda deo).

3)   Libro profetico: L´Apocalisse.

La molteplicità e varietà di detti autori umani non deve farci dimenticare che Uno solo è l´Auto­re principale: Iddio.

Tutta la Sacra Scrittura è parola di Dio, poi­chè — come scrive Sant´Agostino — (502) « Gesù Cristo dapprima parlò per mezzo dei Profeti, poi per Se medesimo, infine per bocca degli Apostoli, secondo che giudicò esser conveniente. Egli è pure l´Autore principale della Scrittura chiamata ca­nonica, alla quale, per la sua autorità sovraemi‑

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nenie, noi crediamo nelle cose che non dobbiamo ignorare e che d´altra parte non siamo idonei a conoscere da noi stessi ».

Orbene dal fatto che Dio è l´Autore princi­pale della Bibbia, derivano due grandi verità, che il Magistero Ecclesiastico ha solennemente definite come domini di fede: l´ispirazione divina e la iner­ranza ossia immunità da errori.

Tutta la Scrittura è ispirata da Dio, afferma San Paolo. E San Pietro a sua volta scrive: I san­ti uomini di Dio hanno parlato mossi dallo Spi­rito Santo. (503) Secondo l´insegnamento dell´im­mortale Pontefice Leone XIII, l´ispirazione bibli­ca è quell´azione soprannaturale per mezzo della quale Iddio, non soltanto eccitò e mosse gli scrit­tori sacri à scrivere; ma li assistette pure nello scrivere: di modo che, tutto quello che Egli vole­va che esprimessero, essi lo concepirono rettamen­te col pensiero, poi lo vollero fedelmente scrivere, e infine lo espressero acconciamente con infallibile verità.

In virtù di questa ispirazione divina, la Sa­cra Scrittura è immune da qualsiasi errore. A questo riguardo insegna ancora Leone XIII: « talmente impossibile che sotto l´ispirazione divina trovi posto alcun errore, da doversi escludere non soltanto qualsiasi sbaglio di fatto, ma persino la

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possibilità stessa di sbagliare: come necessaria­mente ripugna che Dio, Somma Verità, diventi autore di errori ». (504) E cita Sant´Agostino, il quale scriveva a San Girolamo: « Se nei sacri te­sti io trovassi alcunchè di apparentemente con­trario alla verità, non esiterei a dir altro che questo: o si tratta del codice di cui mi servo, che non è esatto; o si tratta dell´interprete, o tradut­tore, che non ha reso il vero senso di quanto fu scritto nel codice originale; oppure son io che non riesco a capire quanto .fu rettamente scritto e rettamente tradotto ». (505) Resta insomma la gran parola del Divin. Maestro: Non potest salpi Scrip­tura. E cioè: La Scrittura non può smentirsi. (506)

I Papi, i Vescovi, i Santi, incoraggiarono sem­pre i fedeli a leggere la Bibbia e specialmente il Santo Vangelo, a fine di ricavarne aumento di fede e di pietà per l´anima propria e per far del bene al prossimo.

Ricordiamo solo San Giovanni Crisostomo, (507) il quale esortava i suoi uditori, non solamente a stare attenti alle prediche in chiesa, ma a leggere assiduamente la Sacra ScrittOra a casa propria. E immaginava di sentirsi fare delle difficoltà, la prima della quali riguardava le proprie occupa­zioni e preoccupazioni di ciascun fedele: — Ma ìo sono inchiodato alle cause del tribunale... Ma

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io sono un pubblico funzionario... Ma io sono un semplice artigiano... Ma io ho moglie, allevo i figliuoli, bado alla mia famiglia... Ma io sono uomo di mondo... Non tocca a noi leggere i Libri Santi, bensì a coloro che si ritirarono nei deserti, hanno occupato la cima delle montagne e vivono in ca­stità! — E il Santo a rispondere che tocca proprio a chi naviga tra i pericoli del mondo cercar rifu­gio e sostegno nella Sacra Scrittura, perchè i mo­naci hanno già tanti altri mezzi di perfezione, mentre colui che viene spesso assalito dalle armi carnali del mondo, ha maggior bisogno di maneg­giare le armi spirituali della divina parola. « Se a volte basta anche il solo toccare o guardare la Scrittura per sentirsi più sicuri e più fermi nella fede, — rileva il Santo Vescovo, — tanto più ci farà crescere in santità la lettura di essa ». — Ma noi non ne capiamo nulla! — E lo zelante Pasto­re si studia di far comprendere che lo Spirito Santo ha illuminato pubblicani, pescatori, fab­bricanti di tende, illetterati affinchè non si potesse ricorrere a una simile scusa: di modo che l´operaio, il servo, la vedova e persino l´uomo meno istruito, tutti possono ricavare una qualChe utilità dal leg­gere i Libri Santi. Chi, ad esempio, non capisce il linguaggio delle beatitudini evangeliche, dei mira­coli, dei fatti storici? Il non capire è piuttosto una

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scusa per coprire la propria pigrizia. Tanto più che si può ricorrere a uno più istruito, perchè ci aiuti a comprendere. E se non si trovasse nessun aiuto umano, Iddio stesso interverrebbe ad illu­minarci. «Il leggere le Sacre Scritture — con-chiude il Crisostomo — è un premunirsi contro il peccato; invece ignorarle è un precipitare in profondo abisso. Mette in pericolo la propria sal­vezza eterna chi nulla sa delle divine leggi. Da questa ignoranza nacquero le eresie e dilagò la cor­ruzione della vita. No, non può essere che se ne parta senza alcun frutto, chi- prende diletto a leg­gere con assiduità e attenzione le Sacre Scritture D.

Per noi Salesiani resteranno per sempre me­morabili le parole con cui il Rettor Maggiore Ser­vo di Dio Don Filippo Rinaldi anticipò ai Novizi lo studio del Santo Vangelo, studio già imposto ai Chierici da San Giovanni Bosco e dai Regola­menti.

Scriveva adunque il venerato Don Rinaldi, in data 24 settembre 1928: (508)

« Dalle esortazioni dei Sommi Pontefici, Leone XIII, Pio X, Benedetto XV e Pio XI; dalla pro­paganda straordinaria dei santi Vangeli al massi­mo buon prezzo, da parte della Società di San Girolamo; dai lavori pubblicati, anche dai nostri Confratelli, per facilitare l´intelligenza del Li‑

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bro divino al popolo; dalle pie letture del Vangelo in gruppi appositi, è stato un continuo crescendo di attraimento degli spiriti verso il Vangelo, il quale ha culminato nei Congressi Nazionali e nelle Giornate del Santo Vangelo per la sua diffusione nelle famiglie e per lo studio di esso nelle scuole primarie e secondarie.

« Voi, ne sono certo, avete tenuto dietro con entusiasmo a questo ascensionale movimento per lo studio del Santo Vangelo: anzi parecchi di voi ne sono stati parte attiva, sia con ben indovinati lavori sul sacro testo, e sia con l´ardente propa­ganda della parola. Il che m´è tornato di grande consolazione, perchè mi parve conseguenza e frut­to naturale di una delle più antiche tradizioni sa­lesiane.

«Lo studio infatti del Santo Vangelo da parte dei nostri chierici è stato sempre considerato come un vero obbligo fin dai primi tempi della Con­gregazione. Prima Don Bosco medesimo, per più anni, e poi il suo successore Don Rua, ogni set­timana facevano ai Chierici dell´Oratorio la scuo­la del Nuovo Testamento, ed i chierici dovevano ogni volta studiare a memoria un brano del Van­gelo. Questa tradizione è consacrata nel Regola­mento agli articoli 57 e 323 come un dovere da non trascurarsi in nessuna Casa.

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« È un piccolo germe dello studio del Vangelo che Don Bosco ha immesso nella sua Congregazio­ne, il quale, se non sempre e dappertutto è stato convenientemente sviluppato, ha però tenuto vi­vo in molti l´aspirazione di penetrare le mera­viglie nascoste nel Libro della vita, per cui po­terono prendere parte viva e in modo competente all´attuale movimento del Santo Vangelo e in pa­ri tempo mettere in maggiore evidenza l´importan­za della nostra tradizione.

« Don Bosco ha preveduto l´avvenire anche in questo, e noi, se siamo degni suoi figli, dobbiamo precedere gli altri con lo studio del Santo Vangelo nelle scuole. Perciò chiamo anzitutto l´attenzione dei singoli Ispettori sopra l´osservanza degli arti­coli 57 e 323 del Regolamento. In tutte le Case dove vi sono chierici, la scuola settimanale del Vangelo per essi sia fatta immancabilmente: sia essa uno dei più cari doveri del Direttore: non ammetta pretesti per dispensarsene: non la tenga come una pura formalità per vedere se i chierici abbiano imparato materialmente i versetti assegna­ti, ma vi si prepari in modo- da far risaltare alle lor menti le meraviglie contenute quasi in ogni parola del sacro testo. Così dalle parole di Dio medesimo caverà quelle della paternità salesiana di cui è rivestito e. che deve a ogni momento sa‑

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per dire ai suoi dipendenti. Le nostre Costituzioni e la nostra vita salesiana sono così permeate del succo del Santo Vangelo, che si può facilmente, spiegandoli, scendere ad applicazioni pratiche e pedagogiche affatto conformi al nostro sistema preventivo.

« E perchè questo succo del Santo Vangelo che è nelle nostre Costituzioni penetri per tempo in quanti il Signore chiama alla vita salesiana, in­tendo con questa mia di estendere anche a tutti gli Ascritti lo studio del Santo Vangelo. I loro Maestri li provvedano di un testo in lingua vol­gare dei quattro Vangeli già coordinati tra di loro. In Italia può servire il testo del Vangelo Unificato del nostro Don Anzini, che è già adottato come testo in molte scuole primarie e secondarie e ri­conosciuto dalle autorità religiose e civili come il più completo e scorrevole nello stile. I chierici abbiano inoltre i quattro Vangeli in lingua la­tina per poterli consultare e così assuefarsi a leg­gere con profitto i quattro testi separati. Durante l´anno di noviziato, il Vangelo dev´essere conside­rato come materia obbligatoria di studio, con tan­te lezioni che bastino a spiegarlo tutto, affinchè i Novizi possano conoscere bene la vita di Nostro Signor Gesù Cristo. Così non avverrà che negli Oratori Festivi e nelle scuole i nostri chierici ab‑

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biano a trovarsi con giovanotti meglio istruiti di loro.

« Inoltre gli Ispettori e Direttori d´Italia ve­dano di assecondare l´impulso che le autorità sco­lastiche pubbliche dànno allo studio del Vangelo nelle scuole primarie e secondarie: procurino an­zi che le nostre scuole acquistino il primato an­che in questo studio che è proprio nostro. Le scuo­le elementari di Torino hanno dato ultimamente saggi di dizione e di disegni sul Santo Vangelo, che furono a molti una rivelazione della virtù educatrice e pedagogica del Libro divino. Non si potrebbe fare ancor più da noi? È questo il campo in cui la nostra espansione può progredire di ascensione in ascensione senza timori di fuorviare.

« Il Santo Vangelo, ispirato dallo Spirito San­to, si eleva ad altezza di cielo sopra ogni altra opera letteraria umana. Il massimo nostro studio sia dunque rivolto a questo Libro dei libri. E se faremo tesoro delle parole di Gesù, come si fa raccolta di pietre preziose; se le impareremo a me­moria e le conserveremo interiormente nel cuore, secondo l´esempio della Madre di Dio, possedere­mo certo il vero spirito religioso e salesiano, e lo comunicheremo naturalmente a quanti ci avvici­nano nel nostro apostolato ). Fin qui il terzo Suc­cessore di Don Bosco.

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La Chiesa, custode gelosa dei Libri Santi, vigila affinchè la loro lettura non abbia a con­vertirsi in veleno, specialmente per gli ignoranti e per gli orgogliosi. Perciò esige che la Sacra Scrittura in lingua volgare sia approvata dalla Santa Sede, salvo che si stampi sotto la vigilanza dei Vescovi e con annessi commenti di Santi Padri nonché di autori dotti e cattolici (Can. 1391). Al tempo stesso proibisce le edizioni non cattoliche, sia del testo originale della Bibbia, sia delle an­tiche traduzioni cattoliche, anche della Chiesa Orientale; come pure vieta ai fedeli le traduzioni scritturali in qualunque lingua, fatte o edite da non cattolici (Can. 1399, 1°). L´uso delle medesi­me però viene permesso agli studiosi di Teologia e di Sacra Scrittura, purchè si tratti di edizioni fe­deli, integre e, nelle introduzioni e nei commenti, non ostili ai dommi cattolici (Can. 1400).

Tutto questo suppone le difficoltà che si in­contrano per poter avere il testo genuino oppure una traduzione fedele della parola di Dio, e di­mostra con quale cautela bisogna procedere per poter fedelmente interpretare il senso voluto e ispirato dallo Spirito Santo. E così Sant´Agosti­no, studiando quale possa essere stata l´origine delle eresie e dei dommi perversi che prendono nel laccio tante anime e le precipitano nell´abis‑

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so, la trova nel fatto che la Scrittura, pur così buona in se stessa, non fu compresa bene, e che quanto non era stato ben capito, venne asserito con audace temerità. « Perciò, o miei cari, — esor­ta il santo Vescovo di Ippona — (509) con gran cautela e con cuore pio e con tremore, come sta scritto, dobbiamo udire quelle cose, per compren‑

dere le quali noi siamo troppo piccoli. Seguiamo la

sana regola di ricevere come alimento salutare tutto quello che avremo capito secondo la fede nella quale siamo stati istruiti. Se poi qualcosa non potrà essere da noi intesa, secondo detta rego­la, procureremo di chiarire il dubbio, differendo a più tardi la piena comprensione della verità, con­vinti però che anche le cose a noi nascoste e in­comprensibili sono buone e vere ».

Errano adunque tutti coloro, e i Protestanti per

primi, i quali sostengono che basta l´interpretazio­ne privata della Sacra Scrittura, così come a cia­scun fedele par di capire. Già San Pietro ammoni­va: Nessuna profezia della Scrittura è cosa di pri­vata intepretazione; e metteva in guardia quei primi fedeli contro erronee interpretazioni delle Lettere di San Paolo, nelle quali — scriveva il Primo Papa — vi sono alcuni punti difficili a in‑

tendersi e che gli ignoranti e i poco stabili stra­.

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Dolgono, come anche tutte le altre Scritture, per loro perdizione. (510)

Sua Santità Pio XII, sempre nell´Enciclica Hu­mani generis, denunciando le principali vie del­l´errore nel mondo moderno, ha pure un accenno alla privata e indipendente interpretazione della Sacra Scrittura. Udiamo le parole del Santo Padre: « In tanta confusione di opinioni, Ci reca un po´ di consolazione il vedere coloro, che una volta erano stati educati nei principi, del razionalismo, ritornare oggi, non di rado, alle sorgenti della verità rivelata, e riconoscere e professare la Pa­rola di Dio, conservata nella Sacra Scrittura, co­me fondamento della Teologia. Nello stesso tempo però reca dispiacere il fatto che non pochi di essi, quanto più fermamente aderiscono alla parola di Dio, tanto più diminuiscono il valore della ra­gione umana, e quanto più volentieri innalzano l´autorità di Dio Rivelatore, tanto più aspramen­te disprezzano il Magistero della Chiesa, istitui­to da Cristo Signore per custodire ed interpreta­re le verità rivelate da Dio. Questo disprezzo non solo è in aperta contraddizione con la Sacra Scrit­tura, ma si manifesta falso anche con la stessa esperienza. Perchè frequentemente gli stessi « dis­sidenti » si lamentano in pubblico della discordia che regna fra di loro nel campo dogmatico, cosic‑

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chè, pur senza volerlo, riconoscono la necessità di un vivo Magistero ».

Del resto, gli stessi Protestanti devono ricono­scere che non possono basarsi unicamente sulla Bibbia: e neppur essi stessi lo fanno. Ad esempio, ,essi credono, come noi cattolici, che è valido il bat­tesimo dato ai bambini, e quello amministrato per infusione e non per immersione, e così pure quel­lo conferito da eretici: cose tutte che non risultano dalla Bibbia. Essi credono, come noi cattolici, che il disposto dal Concilio di Gerusalemme, di cui parlano gli Atti degli Apostoli, (511) circa l´ob­bligo di astenersi dalle carni immolate agl´idoli e dal sangue e dagli animali soffocati, era soltanto un precetto transitorio, che oggi non obbliga più i cristiani: il che non risulta dalla Bibbia. Essi credono, come noi cattolici, che la lavanda dei piedi non è un Sacramento vero e proprio. Eppu­re, se prescindiamo da una Tradizione o da un Magistero autentico, il senso letterale della Bibbia ci porterebbe a credere proprio il contrario, avendo detto con tanta solennità il Divin Maestro a Pie­tro: Se io non ti lavo, tu non avrai parte con me, e poi agli Apostoli: Voi chiamate me Maestro e Si­gnore, e fate bene, perchè lo sono. Se dunque io, Signore e Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavarveli a vicenda, gli uni gli altri.

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Vi ho dato l´esempio, affinchè anche voi facciate come io ho fatto a voi. (512)

Anche da questi soli tre esempi, (513) che po­tremmo facilmente moltiplicare, bisogna conclude­re che la Sacra Scrittura non contiene tutto quello che Iddio ha proposto agli uomini da credersi e da praticarsi necessariamente per salvarsi l´anima.

Passiamo adunque a considerare la seconda fonte della Divina Rivelazione, che è la Tradizio­ne. Ecclesiastica.

b) La Tradizione.

Si chiama Tradizione la parola di Dio, ri­guardante la fede e i costumi, la quale non fu scritta nei Libri ispirati, ma venne trasmessa a vi­va voce dagli Apostoli ai loro legittimi Successori.

La Tradizinne è divina, se l´insegnamento fu fatto direttamente da Nostro Signore. È poi di­vino-apostolica, se gli Apostoli furono istruiti, non dalle labbra di Gesù Cristo, ma dalla ispirazione dello Spirito Santo, secondo la promessa del Si­gnore: Il Paracleto, lo Spirito Santo... Egli vi in­segnerà ogni cosa e vi suggerirà tutto ciò che io vi ho detto. (514)

Il Divin Maestro non lasciò scritto nulla, e an‑

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che agli Apostoli comandò, non di scrivere, ma di predicare, insegnando e testimoniando quanto avessero udito da Lui o- dallo Spirito Santo.

Perciò San Paolo scrive ai Tessalonicesi: Adun­que, o fratelli, state saldi, e tenete fermi gli inse­gnamenti che avete ricevuto sia col discorso sia a mezzo della nostra lettera. E San Giovanni Cri­sostomo commenta: « È chiaro quindi che gli Apo­stoli non insegnarono tutto per iscritto, ma molte cose anche senza scrivere: e queste pure sono de­gne di fede. Perciò dobbiamo reputare degna di fede anche la Tradizione Ecclesiastica. È Tradi­zione: tu non voler cercare di più ». Ancora San Paolo esorta, Timoteo: Le cose che hai sentito da me a mezzo di molti testimoni, tu trasmettile a per­sone fedeli, che saranno in grado di ammaestrare altri. (515)

Dai Padri della Chiesa si eleva un coro solen­ne e concorde circa la Tradizione, quale fonte del­le verità rivelate riguardanti la fede e la morale cristiana.

Sant´Ignazio, discepolo di San Pietro e suo suc­cessore nella Chiesa Antiochena, condotto prigio­niero attraverso l´Asia, metteva in guardia quei fedeli contro le insorgenti eresie e li esortava « ad aderire tenacemente alle tradizioni degli Aposto­li ». (516)

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San Policarpo, discepolo di San Giovanni Apo­stolo e vescovo di Smirne, inculcava: « Perciò non badiamo alla vanità e alle false dottrine di molti, ma torniamo alla dottrina che fu a noi conse­gnata fin dal principio ». (517)

Sant´ Ireneo di Lione, preclaro assertore e te, stimonio della Tradizione Apostolica, contro l´ar­roganza degli eretici scrisse parole come le se­guenti: « Allorquando noi li richiamiamo nuo­vamente a quella Tradizione, che deriva dagli Apostoli e che, attraverso i Presbiteri successori de­gli Apostoli, vien custodita dalla Chiesa, ecco che codesti eretici rispondono saperne essi di più, non solo dei Presbiteri, ma degli stessi Apostoli, e aver essi soli trovato la sincera verità: cosicchè avvie­ne che non credono più nè alla Scrittura nè alla. Tradizione. Eppure tutti quelli che vogliono apri­re gli occhi, possono controllare in ogni Chiesa la Tradizione degli Apostoli, resa manifesta attra­verso tutto il mondo; e possiamo pure enumerare coloro che nelle varie Chiese dagli Apostoli fu­rono creati Vescovi, e poi i loro Successori, fino a noi: ebbene, essi non insegnarono mai cose simili, anzi, neppur conobbero gli spropositi che codesti eretici van dicendo ». (518)

Origene di Alessandria scrive: < Poichè vi son molti che credono di sapere le cose di Cristo, ma.

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alcuni fra essi non vanno d´accordo con quelli dei primi tempi, e poichè la predicazione ecclesiastica, tramandata dagli Apostoli attraverso l´ordinata successione dei Vescovi, rimane intatta nelle Chie­se fino al presente, ne consegue che bisogna cre­dere soltanto quella verità, che in nulla discorda dalla Tradizione ecclesiastica e apostolica ». (519)

Sant´Atanasio, Patriarca di Alessandria, osser­va che i Padri di Nicea, mentre alla data da essi fissata per la celebrazione della Pasqua fecero pre­cedere l´espressione « Furono decretate le cose se­guenti », alla loro professione di fede non premise­ro le parole « Fu decretato », ma queste altre « Co­sì crede la Chiesa Cattolica »: e confessarono su­bito la loro fede per far capire che la loro cre­denza non era recente, ma apostolica, e che quanto mettevano per iscritto non era una loro invenzione, ma quello stesso che avevano già insegnato gli Apostoli. (520)

San Basilio il Grande, nativo di Cesarea di ›Cappadocia e Vescovo di Cesarea del Pento, spie­ga: « Alcuni dogmi e ordinamenti che vengono predicati nella Chiesa, li abbiamo dalla dottrina scritta, mentre altri li ricevemmo dalla Tradizio­ne Apostolica... ma tanto gli uni che gli altri hanno un identico valore per la pietà ». (521)

Sant´Epifanio, nativo di Eleuteròpoli della Pa‑

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lestina e Vescovo di Salamina in Cipro, ricorda esplicitamente che Iddio « insegnò parte con gli scritti e parte senza scritti ». (522)

Sant´Agostino dichiara che i Santi Padri « ri­tennero ciò che nella. Chiesa avevano trovato; in­segnarono ciò che avevano imparato; trasmisero ai figli ciò che avevano essi stessi ricevuto dai padri ». (523)

Teodoreto, nato in Antiochia e Vescovo di Ciro nella Siria, scriveva: « La dottrina dogmatica de­gli Apostoli noi la conserviamo intatta fino al gior­no d´oggi... Queste cose ce le trasmisero, non sol­tanto gli Apostoli e i Profeti, ma anche coloro che ne interpretarono le Scritture: Ignazio, Eustazio, Atanasio, Basilio, Gregorio, Giovanni (Crisostomo), e gli altri luminari del mondo; e, prima di essi, i Santi Padri riuniti in Concilio a Nicea, la cui pro­fessione di, fede noi conserviamo illibata, quasi paterna eredità ». (524)

San Vincenzo di Lerins, nel suo celebre Com­monitorio ossia Avvertimento contro gli eretici, confessa di aver interrogato moltissimi, santi e dotti, circa una norma sicura, generale e immuta­bile per distinguere la cattolica verità dalla fal­sità eretica, e di averne avuto questa risposta: Con l´aiuto di Dio bisogna consolidare la propria fede con due mezzi: l´autorità della Divina Legge

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e   la tradizione della Chiesa Cattolica. Proposto il dubbio, se non possa bastare la sola Sacra Scrit­tura, risponde: « Essa, per la sua medesima pro­fondità, non viene capita da tutti allo stesso modo, ma alcuni interpretano i suoi detti in una maniera

e   altri in un´altra. Anzi, nella stessa Chiesa Cat­tolica bisogna ritenere quello che fu creduto sem­pre, e dovunque, e da tutti. Poichè solo ciò è ve­ramente e propriamente cattolico ». Poi il Santo prosegue: « Per conseguire il nostro intento, se- - guiamo l´universalità, l´antichità e il consenso: l´u­niversalità, riconoscendo come vera soltanto quella fede, che vien confessata da tutta la Chiesa diffusa sulla faccia della terra; l´antichità, non allontanan­doci in nulla dalle sentenze manifestamente lodate dai santi antichi e dai padri nostri; infine il consen­so, abbracciando, tra le cose antiche le definizioni e le massime comuni a tutti o a quasi tutti i Vescovi

e   Dottori ».

E ancora sempre San Vincenzo Lirinese am­monisce; « Annunziare qualcosa al di fuori, di quel­lo che essi stessi hanno ricevuto, mai fu, mai è, mai sarà lecito a cristiani cattolici; esecrare invece con anatèma coloro che annunziano qualcosa all´in­fuori di ciò che una volta è stato ricevuto, sempre fu, sempre è, sempre sarà necessario ». (525)

Il filone d´oro della Tradizione divina e apo‑

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stolica si rintraccia nei vari Simboli e Liturgie antiche, negli scritti dei Santi Padri, negli Atti dei Martiri, nell´Archeologia Sacra.

Lo spirito di fede che animò San Giovanni Bosco nel propagare la conoscenza degli Autori Cristiani Antichi, e di conseguenza l´amore ai San­ti Padri e ai Martiri — basti ricordare le sue idee ardite e generose in proposito, (526) attuate oggi in sempre più vasta misura, per quanto riguarda i Padri Latini e Greci, mediante la Corona Patruin Salesiana, — deve ispirare noi tutti, suoi figli, ad accogliere e venerare con sempre maggior pietà, amore e riverenza, la Parola di Dio, « la quale — al dire del Concilio di Trento — (527) è contenuta tanto nei Libri scritti, quanto nelle Tradizioni non scritte che, comunicate dalle labbra stesse di Gesù Cristo agli Apostoli, e da questi consegnate quasi da mano a mano, sotto dettatura dello Spirito Santo, son pervenute fino a noi ».

e) Il Magistero vivo e infallibile.

La parola di Dio, sia scritta che non scritta, venne affidata da Gesù Cristo alla sua Chiesa, la quale deve trasmetterla agli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi mediante un Magistero, che

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venne autenticato da Gesù stesso con queste parole agli Apostoli: Andate, dunque, ammaestrate tutte le genti... Ed ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo... chi ascolta voi, ascolta me. (528)

Il Magistero Ecclesiastico è un magistero vivo. Esso è composto dal Romano´ Pontefice e dai Ve­scovi uniti e subordinati a lui come a Capo visi­bile, al quale nella persona di Pietro Gesù ha detto: Tu sei Pietro e sopra questa pietra edifi­cherò la mia Chiesa... Pasci i miei agnelli... Pasci le mie pecore. (529)

Il Magistero Ecclesiastico è un magistero infal­libile. Infatti assicurò il Divin Maestro: Le porte dell´inferno non prevarranno contro di essa (Chie­sa). A Pietro poi disse nell´Ultima Cena: Ma io ho pregato per te, affinchè la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli. (530)

Dal Codice di Diritto Canonico noi ci sen­tiamo autorevolmente ricordare che Gesù Cristo hà affidato alla Chiesa il deposito della fede, af­finchè, assistita dallo Spirito Santo, custodisca san­tamente ed esponga fedelmente la dottrina rive­lata. La Chiesa, indipendentemente da ogni pote­re civile, ha il diritto e il dovere di insegnare l´e­vangelica dottrina: e tutti gli uomini sono tenuti

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a rettamente apprenderla, ascrivendosi alla vera Chiesa di Dio. Per fede divina e cattolica si deve credere tutto ciò che, contenuto nella Scrittura e nella Tradizione, la Chiesa propone a credere co­me rivelato da Dio: sia che detta proposizione si svolga attraverso il magistero ordinario e univer­sale, sia che avvenga mediante quella definizione solenne, che è propria del Concilio Ecumenico o Universale, nonchè del Papa quando parla dalla Cattedra: ed è dogma di fede soltanto quello che fu manifestamente dichiarato come tale. (Can. 1322-3).

Al solo Magistero della Chiesa Cattolica, che è la chiesa del Dio vivente, colonna e base della verità, (531) spetta pertanto distinguere e difen­dere le Scritture e Tradizioni vere da quelle false, e in secondo luogo interpretare il senso genuino della Sacra- Scrittura e della Divina Tradizione. Anzi, -- come asserisce S. S. Pio XII nell´Enci­clica Humani generis, — « Dio insieme a queste sacre fonti ha dato alla sua Chiesa il vivo Magi­stero, anche per illustrare e svolgere quelle verità che sono contenute nel deposito della fede soltanto oscuramente e quasi implicitamente. E il Divin Redentore non ha affidato questo deposito, per l´autentica interpretazione, nè ai singoli fedeli, nè agli stessi teologi, ma al Magistero della Chiesa ».

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È per noi tutti, figli di San Giovanni Bosco, motivo di legittimo orgoglio e di somma compiacen­za il poter riaffermare tutta la nostra filiale e in­condizionata adesione al Magistero vivo e infalli­bile della Chiesa nostra Madre, in particolare se­condo le direttive della recente Enciclica Huma­ni generis, la quale mette in guardia contro la smania delle novità perniciose, contro l´amore del­l´irenismo ossia pacifismo coi dissidenti, e contro l´imprudenza nell´insegnamento della Teologia, del­la Filosofia e delle Scienze positive.

Siccome poi il nostro apostolato è in primo luo­go e soprattutto Catechistico, vogliamo opporci con tutte le nostre forze a quello che il Santo Padre denuncia quale < disprezzo verso la dottrina tradi­zionale e verso i termini con cui essa si esprime ».

A dire il vero, il nostro insegnamento Cate­chistico, sull´esempio e dietro le raccomandazioni di San Giovanni Bosco, ha sempre dato il primo posto alla memoria, affinchè, sia pure con le più appropriate spiegazioni, la dottrina cattolica si fissasse nelle tenere menti dei fanciulli con le espressioni determinate dal Magistero Ecclesiasti­co; anzi, abbiamo preso posizione contro il così detto « attivismo catechistico », che fatalmente con­duce a un deprecato relativismo dai «.concetti ­per usare le parole dell´angelico Pio XII — ap‑

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prossimativi e sempre mutevoli, coi quali la ve­rità viene in un certo qual modo manifestata, ma necessariamente anche deformata ».

Non esitiamo perciò ad accogliere, anche per l´insegnamento del Catechismo, i seguenti ammo­nimenti di Sua Santità: « Quelle nozioni e quei ter­mini, che con generale consenso furono composti attraverso parecchi secoli dai dottori cattolici per arrivare a qualche conoscenza e comprensione del dogma, senza dubbio non poggiano su di un fon­damento così caduco (qual è il relativismo). Si ap­poggiano invece a principi e nozioni dedotte da una vera conoscenza del creato; e, nel dedurre queste conoscenze, la verità rivelata, come una stella, ha illuminato, per mezzo della Chiesa, la mente umana. Perciò non c´è da meravigliarsi se qualcuna di queste nozioni, non solo sia stata ado­perata in Concili Ecumènici, ma vi abbia ricevuto tale sanzione per cui non ci è lecito allontanarcene. Per tali ragioni è massima imprudenza il trascu­rare o respingere o privare del loro valore i concet­ti e le espressioni che da persone di non comune ingegno e santità, sotto la vigilanza del sacro Ma­gistero e non senza illuminazione e guida dello Spirito Santo, sono state più volte con` lavoro se­colare trovate e perfezionate per esprimere sempre più accuratamente le verità della fede, e sosti‑

.

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tuirvi delle nozioni ipotetiche e delle espressioni fluttuanti e vaghe della nuova filosofia, le quali, a somiglianza dell´erba dei campi, oggi vi sono e domani seccano: a questo modo si rende lo stesso dogma simile ad una canna agitata dal vento ». Noi, figli di San Giovanni Bosco, rispondiamo al Vicario di Gesù Cristo, che con paterna ansietà ci indica i moderni pericoli contro la fede, di voler a ogni costo evitare qualsiasi disprezzo per la Tradizione Ecclesiastica e qualsiasi spregio del Sacro Magistero; proclamiamo anzi con tutte le

nostre forze che per noi il Sacro Magistero della Chiesa Cattolica è e sarà sempre — come dice

l´Enciclica Humani generis — « in materia di f e‑

de e di costumi, la norma prossima e universale di verità: in quanto a esso Cristo Signore ha affidato

il deposito della fede — cioè la Sacra Scrittura e la Tradizione Divina — per esser custodito, dife­so ed interpretato ».

d) È alzato il vessillo sulle nazioni.

San Cipriano, nel suo libro Sull´Unità della Chiesa, dopo aver espresso tutta l´immensa sua pena al vedere che non pochi cristiani disertavano la vera Chiesa cadendo nei lacci dello scisma e

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delle eresie che andavano anche allora pullulando, e dopo aver smascherate le ,arti menzognere di cui si servivano i corifei dell´errore per sedurre gli incauti col bugiardo pretesto di volerli con­durre alla verità e a un più fedele servizio di Gesù Cristo, prorompeva in queste espressioni:

« Tutto questo avviene perchè non si vuol risalire all´origine della verità; nè si cerca ove stia la somma di ogni cosa: nè si mantiene l´inse­gnamento del celeste Maestro. Basterebbe consi­derare ed esaminare bene questo solo, senza tanti lunghi discorsi e sottili argomenti. La via per rag­giungere le verità della fede è facile e compen­diosa, ed è questa. Il Signore disse a San Pietro: Ed io ti dico che tu sei Pietro e sopra questa pie­tra edificherò la mia Chiesa: le porte dell´inferno non prevarranno contro di essa. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che tu le­gherai sulla terra sarà legato ne´ cieli, e tutto ciò che tu scioglierai sulla terra sarà sciolto ne´ cieli. E similmente, dopo la sua Risurrezione, dice al medesimo: Pasci le mie pecorelle. Sopra di lui solo adunque edifica la sua Chiesa: a lui affida il compito di pascere il suo gregge ». (532)

Mai forse come ai nostri tempi sarebbe neces­sario che le parole del grande Santo fossero ri­petute e proclamate per ogni dove, perchè esse

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racchiudono in sè il fondamento e l´economia me­ravigliosa della Chiesa di Gesù Cristo, fornisco­no la chiave infallibile e il luminoso criterio del vero Cattolico, e costituiscono l´àncora di salute pei singoli fedeli e per le intere popolazioni cri­stiane.

Noi assistiamo da qualche tempo al susseguirsi di attacchi sempre più accaniti contro la Chiesa

e il Papa. Di fronte ai seminatori di errori e di

false ideologie; in mezzo al dilagare dei principi dissolventi del protestantesimo che conducono ine‑

vitabilmente all´indifferentismo religioso e all´atei‑

smo; per arginare l´universale inondazione del ra­dicalismo e del comunismo sovvertitore di ogni

ordine, di ogni legge, di ogni diritto, di ogni mora‑

lità in nome di una malintesa libertà o meglio libertinaggio, che poi si tramuta in avvilente ser‑

vaggio: se si vuole effettivamente apportare un ri‑

medio a questi mali che portano con sè la dis­soluzione e la morte, è assolutamente necessario

ritornare con cuore sincero a stringersi con fedeltà e amore sotto il vessillo della unità e verità cat­tolica.

Il Concilio Vaticano applica appunto alla Chie­sa Cattolica la profezia di Isaia: Il Signore alze­rà un´insegna alle nazioni. (533)

Glorioso vessillifero della verità eterna è il

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Vicario stesso di Cristo, tanto da far esclamare a Sant´Ambrogio: « Ove è Pietro, ivi è la Chiesa; ove è la Chiesa, non c´è morte alcuna, ma la vita eterna ». (534) Se noi resistiamo qui al desiderio di indugiarci a illustrare con speciali considera­zioni il Magistero del Romano Pontefice, è perchè riserviamo tutto ciò al Commento della Strenna 1950: « Conoscere, Amare, Difendere il Papa ».

La Chiesa Cattolica, secondo il già citato Conci­lio Vaticano, è adunque il vero e splendido vessil­lo, che chiama a raccolta sotto di sè i non credenti, mentre conforta coloro che, illuminati dal Sacro Magistero, già vivono nella vera fede.

« Ai non credenti la Chiesa porge l´invito a considerare come Iddio, per mezzo del suo Fi­gliuolo Incarnato, non soltanto istituì essa Chiesa, ma la arricchì di note o prerogative, che la ren­dessero facilmente riconoscibile quale custode e maestra della divina rivelazione: ad esempio, l´am­mirabile propagazione, l´esimia santità, la inesau­sta fecondità in ogni genere di beni, la cattolica unità, l´invitta stabilità. In tutto questo gli uomi­ni possono riscontrare una testimonianza irrefra­gabile della di lei divina missione e un motivo grande e perpetuo in favore della fede da essa pre­dicata, che è l´unica vera fede, soprannaturale e divina, che rende giusti e salva eternamente.

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« Ai suoi figli che già credono, la Chiesa Cat­tolica dà assicurazione che la fede da essi profes­sata poggia sopra un saldissimo fondamento, al quale si aggiunge la grazia di Dio, che fa seguire al dono della verità anche il dono di perseve­rare nella verità stessa, poichè « Iddio non abban­dona, se non viene prima abbandonato ». Fin qui il Concilio Vaticano, nella sua Costituzione Dog­matica sulla Fede Cattolica.

Benediciamo adunque il Signore, che ha voluto darci nella Chiesa Cattolica l´unica vera e univer­sale regola di fede soprannaturale e divina.

E benediciamo pure questo mezzo e strumento mirabile, così degno della divina Sapienza e Bon­tà, con cui la Provvidenza va compiendo in ogni classe di persone e in tutte le nazioni della terra il suo misterioso disegno di riportare tutto il mondo a quella fede divina, primitiva, da cui erasi miseramente dipartito, e di conservarlo in essa, a salvezza temporale ed eterna dell´umanità.

Il sacro vessillo della regola infallibile di fede è inalberato. E noi dobbiamo ripetere al suo indi­rizzo le parole del Salmista a Gerusalemme: S´io mi dimentico di te, sia colta da oblio anche la mia destra. S´attacchi la mia lingua alle mie fauci, se non mi ricordo più di te. (535)

Ma ciò non basta. Dobbiamo sforzarci di rac‑

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cogliere sotto questo vessillo quante più anime ci sarà possibile, suscitando in tutti l´amore della verità e convincendo tutti che questo amore sarà pienamente soddisfatto soltanto nella Chiesa Cat­tolica, regola infallibile di fede divina. E a tutte le anime di buona volontà ripeteremo con San­t´Ireneo: (536) « Dove è la Chiesa, ivi è lo Spi­rito di Dio: e dove è lo Spirito di Dio, ivi è la Chiesa e ogni grazia. Lo Spirito poi è verità ».

28. Credo la Santa Chiesa Cattolica.

La Chiesa non è soltanto vera e universale re­gola di fede soprannaturale e divina, ma è anche oggetto di questa stessa fede. Lo ripetiamo ogni giorno: Credo... sanctam Ecclesiam cathoiicam! (Io credo... la santa Chiesa cattolica).

E infatti, chi crede in Cristo, non può limitare la propria fede alla di Lui divina Persona, sussi­stente nella natura divina e nella natura umana; ma deve anche credere nel di Lui Corpo Mistico, che è la Chiesa stessa, la quale ha vita dal suo Capo e da Esso è inseparabile.

Cosicchè la Chiesa, suprema regola di fede, quando predica Gesù Cristo, appare agli occhi di Sant´Agostino, e così pure di ogni fedele istruito,

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come il Corpo Mistico che parla del proprio Ca­po; in altre parole, come Cristo che parla di Cri­sto: Praedicat ergo Christus Chrisium, praedicat corpus Caput suum. (537)

L´angelico Pio XII, felicemente regnante, in­dirizzando ai fedeli di tutto il mondo, sconvolto dagli orrori della seconda guerra mondiale, la sua mirabile Enciclica sul Corpo Mistico, intese ap­punto illustrare la dottrina cattolica circa la Chie­sa, combattere errori e deviazioni al riguardo, e al tempo stesso, in questi tempi di incomprensio­ni, errori, calunnie e persecuzioni, invitare i cre­denti a stringersi con affetto sempre più illuminato a Colei, che è la loro Madre e Maestra.

Anche noi, figli di San Giovanni Bosco, di­nanzi all´acuirsi di tanti attacchi alla Chiesa Cat­tolica, sentiamo più vivo il bisogno di conservare illesa e vigorosa la paterna eredità dell´amore alla Chiesa e al Papa, e perciò di corrispondere am­piamente alle intenzioni e alle aspettative del Santo Padre.

Crediamo perciò opportuno, in questa tratta­zione sulla Fede, fare un largo posto a questo punto della Chiesa, attingendo all´uopo al ricco tesoro della sullodata Enciclica sul Corpo Mistico.

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a) Nozioni circa la Chiesa.

Chiesa è una parola greca, che significa « chia­mare a raccolta ». In senso religioso, è la riunione o società degli uomini chiamati in modo particola­re da Dio al suo culto: così, nel Vecchio Testa­mento, « Chiesa » fu detto il popolo eletto, Israele.

In senso cristiano, vuol dire unione o società di tutti coloro che hanno risposto affermativamente al messaggio e alla chiamata di Gesù Cristo. Per­ciò, più precisamente, si usa la parola Chiesa, sia per indicare la Società dei fedeli e dei pastori, raggruppati così intimamente con Gesù Cristo, da formare con Lui un solo corpo, di cui Egli è capo, sia anche per significare il luogo, cioè a dire il tempio, ove si radunano i fedeli con i loro pastori.

Naturalmente noi ci occupiamo qui non di luo­go, ma di Società: e ciò, in senso più o meno am­pio ed esteso.

IN SENSO PIÙ AMPIO « Chiesa » comprende:

1) La Chiesa trionfante, detta anche « Ge­rusalemme celeste » o « Chiesa dei comprensori », perchè composta da coloro che già trionfano con Gesù Cristo in Cielo. È chiamata pure, in senso eminente e perfetto, « Città di Dio », perchè in essa la gloria e la maestà dell´Altissimo risplen­dono nella pienezza di ogni fulgore.

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2)   La Chiesa purgante, formata da coloro che, nel Purgatorio, scontano le pene dovute alla divina Giustizia e si purifichino per entrare mondi da ogni macchia in Paradiso.

3)   La Chiesa militante, così chiamata perchè, essendo una milizia la vita dell´uomo sulla terra, coloro che formano parte della Chiesa in questo mondo, sono considerati come´ soldati militanti sotto il vessillo di Gesù Cristo.

San Paolo, secondo alcuni interpreti, parla ap­punto delle tre Chiese, trionfante, purgante, mili­tante, quando scrive che Dio costituì Gesù Cri­sto capo sopra tutta la Chiesa. (538)

IN SENSO MENO AMPIO « Chiesa » comprende so­lo i viatori, e cioè tutti gli uomini che in questo mondo stanno compiendo il terreno pellegrin.ag­gio verso la Patria beata. E qui abbraccia tre pe­riodi a stati diversi:

1)   Prima della caduta di Adamo ed Eva. Se i nostri progenitori non fossero caduti nella colpa, tut­ti gli uomini senza eccezione sarebbero stati mem­bri della Chiesa, avendoli Iddio creati pel Cielo.

2)   Dopo la caduta, fino alla venuta di Gesù Cristo. Purtroppo i nostri primi parenti perdet­tero, per sè e per tutti i loro discendenti, il diritto alla felicità eterna. Iddio, mosso a pietà, promise loro un Redentore, per i cui meriti essi avrebbero

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potuto riconciliarsi con Dio e riacquistare il di­ritto alla vita eterna. Pertanto, fino alla voca­zione di Abramo, tutti coloro che vivevano se­condo i dettami della legge naturale e speravano nel futuro Redentore, formavano parte della Chie­sa. Dopo la vocazione di Abramo e la promulga­zione della Legge Mosaica, gli Israeliti per ap­partenere alla Chiesa dovevano, non solo credere nella venuta del Redentore, ma praticare la cir­concisione e osservare i comandamenti delle due tavole della Legge.

3)   Dopo la venuta di Gesù Cristo. Il Divin Redentore non volle più nessuna divisione tra Giudei e Gentili, ma, grazie alla- sua morte, risur­rezione e ascensione, Egli è la nostra pace -- co­me si esprime San Paolo. — (539) Egli delle due cose ne ha- fatta una sola, togliendo di mezzo il muro di separazione, cioè la inimicizia... E per Lui noi abbiamo accesso entrambi in unico Spiri­to al Padre.

Finalmente, NEL SENSO PIÙ STRETTO, ´« Chiesa » è la società dei veri cristiani, fondata da Gesù Cri­sto. Essa comprende il ceto dei legittimi Pastori, che- costituiscono la chiesa docente, e il ceto dei fedeli, che formano la chiesa discente.

Noi parleremo appunto di questa Chiesa, in senso stretto.

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b) Divina origine della Chiesa.

Gesù Cristo, morendo sulla Croce, redense il genere umano; ma — come rileva San Tommaso ­(540) l´efficacia della sua morte, che è la causa universale della nostra salvezza, restò come sospe­sa fino a che non fosse applicata soggettivamente a ciascun uomo.

Per meglio spiegare questo concetto si suole distinguere, nell´opera compiuta da Gesù Cristo Redentore, la parte effettiva da quella applica­tiva.

a.

Gesù Cristo compì l´opera della Redenzione, vale a dire diede piena soddisfazione al Padre per i peccati dell´umanità e mise a disposizione degli uomini il tesoro infinito dei suoi meriti, nonchè i mezzi da Lui istituiti perchè la Redenzione fosse applicata ai singoli individui. Ma era necessario che i meriti del Divin Salvatore fossero pratica­mente applicati ai singoli individui, nel modo e coi mezzi da Lui voluti, affinchè ognuno, con l´aiuto di Dio e mediante la propria cooperazione, libera ma doverosa, potesse vedere attuati in se stesso i benefizi della Redenzione e raggiungere così la salvezza eterna.

Orbene, Gesù Cristo — come spiega l´Enci­clica sul Corpo Mistico — e avrebbe potuto elar‑

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pire l´abbondanza delle grazie della Redenzione da Sè a tutto il genere umano: avrebbe potuto, cioè, assolutamente parlando, salvare gli uomini in­dividualmente, agendo Egli stesso direttamente su ciascun individuo, senza nessun altro, intervento. Ma Gesù Cristo volle farlo per mezzo di una Chie­sa visibile, nella quale gli uomini si riunissero al fine di cooperare tutti con Lui, e per mezzo di Essa comunicare vicendevolmente i divini frutti della Redenzione. Come infatti il Verbo di Dio, per redimere gli uomini coi suoi dolori e tor­menti, volle servirsi della nostra natura; quasi allo stesso modo, nel decorso dei secoli, si serve del­la sua Chiesa per continuare perennemente l´opera incominciata ».

Gesù Cristo volle trattare gli uomini come es­seri ragionevoli e liberi, quali essi sono, illumi­nando le loro intelligenze con le verità della fede, mediante il magistero della predicazione, e comu­nicando, attraverso l´opera dei suoi ministri, i te­sori della grazia, racchiusi nei Sacramenti. Ma per­chè gli uomini potessero venire a conoscenza del­le verità, aderire liberamente ad esse e aperta- _ mente professarle, come pure compartecipare del­le grazie dei Sacramenti, era necessario che vi fos­sero, da una parte, ministri che predicassero il Vangelo e distribuissero i tesori di Gesù Cristo, e,

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dall´altra, discepoli che abbracciassero la dottrina e ricevessero i Sacramenti.

Era necessario insomma che, al modo stesso che nell´ordine naturale gli uomini vivono socialmen­te, così anche nella economia soprannaturale, essi avessero un organismo sociale, che fosse il depo­sitario del tesoro delle verità insegnate dal Reden­tore e dei mezzi che il Redentore stesso intendesse dare agli uomini per salvarli.

Ed ecco che Gesù Cristo suscita a tale altissimo scopo una mirabile creazione spirituale, divina­mente organizzata in modo che le anime spiri­tuali e immortali potranno essere ammaestrate, santificate e gerarchicamente governate, ricevendo ciascuna i doni della Redenzione secondo le pro­prie particolari necessità.

Questa mirabile creazione, destinata, come quel­la tratta dal nulla all´inizio del tempo, a can­tare con armonie incessanti le glorie del suo Auto­re, è la Chiesa.

Prescindendo dai molti simboli con cui la Chie­sa era stata prefigurata nell´Antico Testamento, ci limiteremo a ricordare le parole con le quali Ge­sù stesso ne annunzia l´istituzione.

San Matteo (541) narra che il Divin Maestro, uscito dalla casa ove aveva ammaestrato le turbe, sedette sulla riva del lago di Tiberiade; ma, es‑

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sendosi radunata attorno a Lui una gran turba di popola, salì su di una barca per poter far me­glio udire la sua voce alla moltitudine, che lo ascol­tava dal lido. Fu in quella occasione che Egli par­lò del Regno di Dio, ossia della sua Chiesa, pro­nunciando ben sette bellissime parabole per chia­rire le modalità del suo sviluppo e del suo com­plemento.

Nelle prime due, e cioè del seminatore e della zizzania, sono messi in rilievo gli ostacoli, di ordine sia interno che esterno, che la Chiesa troverà per poter crescere e dilatarsi nel mondo. Nelle due seguenti, quelle del granello di senapa e del lie­vito, è messa in luce l´irresistibile forza di espan­sione della Chiesa. La quinta e la sesta, ossia del tesoro nascosto e della perla di gran pregio, fanno risaltare l´interiorità e la preziosità di quel ricco tesoro di grazie, che vien messo a disposizione dei fedeli nella Chiesa. La settima e ultima parabola. vale a dire della rete calata in mare e che ha pre­so ogni sorta di pesci, rammenta che non basta esser membro della Chiesa e portare il nome di seguace di Gesù Cristo, ma che bisogna seguirne la dottrina e praticarne i precetti, per non venir separato dagli eletti e allontanato da Dio insieme con i reprobi nel giorno tremendo del Giudizio finale.

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Dopo la risurrezione, Gesù Cristo fondò effet­tivamente il suo regno, costituendo la Chiesa co­me società visibile e duratura.

´Egli infatti, quando apparve la terza volta ai discepoli sulle sponde del lago di Tiberiade, con­ferì a Pietro il potere supremo sulla Chiesa, affi­dandogli l´ufficio di pascere tutto il gregge. A tut­ti gli apostoli poi diede la facoltà di rimettere i peccati, e ordinò loro di andare per tutto il mon­do e di predicare il Vangelo a ogni creatura, spe­cificando che chi avesse creduto e ricevuto il bat­tesimo sarebbe stato salvo, mentre invece sarebbe stato condannato chi avesse ricusato di crede­re. (542)

Che il Divin Maestro abbia preannunziato e fondato una Società vera e propria, appare chia­ramente da questo, che Egli ne determinò il fine e fissò i mezzi per raggiungerlo nell´ambiente del­l´unità e al tempo stesso della dipendenza gerar­chica.

Infatti la sua Chiesa: 1) ha un fine, che è la santificazione delle anime, mediante la pratica del­la religione cristiana; 2) ha i mezzi per raggiun­gere detto fine, i quali sono specialmente la pre­dicazione, la preghiera, i Sacramenti; 3) è costi­tuita da una moltitudine di fedeli, governati da legittimi Pastori; 4) è strettamente unita nella pro‑

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fessione di una medesima fede, nella osservanza di una identica legge, sotto la guida di uno stesso Capo visibile, che governa l´intera società.

I protestanti pretenderebbero una chiesa invi­sibile e individualista, salta il nome di Cristo, al­la quale poter agganciare le innumerevoli, e stra­vaganti loro sètte. Ma la Sacra Scrittura è lì a sconfessarli can espressioni e immagini, che in­culcano l´idea di una Chiesa ben visibile, nella quale i fedeli sono uniti dai più stretti vincoli so­ciali.

Già nell´Antico Testamento i Profeti paragona­no il Regno del futuro Messia a cose ben visi­bili. Isaia lo presenta come il monte della casa del Signore, preparato in cima ai monti e innal­zato sopra i colli, al quale affluiscono tutte le, genti. Daniele lo raffigura in quel sassolino che,´ dopo aver percosso la grande statua; diventò un monte così esteso da riempire tutta la terra. Anche Mi­chèa lo mostra come il monte del Signore e la casa del Dio di Giacobbe. (543)

Gesù Cristo stesso paragonò la sua. Chiesa a un regno, a una casa, a una famiglia: tutte cose visibili. Inoltre disse che era necessario ascoltare la sua Chiesa, ubbidire alle pìescrizioni e assog­gettarsi ai tribunali di essa. Affidò alla sua Chie­sa la potestà di insegnare e di battezzare. Orbene,

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per ascoltare e ubbidire, è necessario vi siano su­periori che comandino; assoggettarsi ai tribunali vuol dire sottostare ai giudici: e superiori e giu­dici sono persone visibili. Per ,insegnare, predi­care, amministrare i Sacramenti, ci vogliono pre­dicatori e ministri sacri.

San Paolo scrisse che la Chiesa è colonna e base della verità, e asserì che i Vescovi, persone ben visibili, sono posti dallo Spirito Santo a reg­gere appunto la Chiesa di Dio. (544)

D´altronde Gesù Cristo, fondando la Chiesa, in­tese fondare una Società composta di uomini, e perciò necessariamente visibile.

È vero, vi è anche una Chiesa a noi invisi­bile: quella degli eletti, la parte più bella e no­bile dei Cristiani. Ma anche gli eletti, finchè vis­sero su questa terra, formarono parte della Chiesa militante e visibile, fuori della quale non vi è salvezza.

Noi, come abbiamo gíà detto, ci limitiamo qui a parlare proprio della Chiesa militante, la quale non è sola formata da eletti e da predestinati, ma anche da imperfetti e peccatori: come nella rete vi sono pesci buoni e cattivi, come sull´aia, con il buon frumento, vi è anche la paglia.

L´Enciclica sul Corpo Mistico, dopo aver ri­levato che tutti gli elementi essenziali della CMe‑

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sa sono visibili, — poichè la fede viene predica­ta pubblicamente, e sono cose ben visibili i Sacra­menti e gli atti della Sacra Gerarchia, — ricorda le seguenti parole di Leone XIII: « Per il fatto stesso che è corpo, la Chiesa si discerne cogli occhi. Perciò si allontanano dalla verità divina quelli che si immaginano la Chiesa come se non potesse nè raggiungersi nè vedersi, quasi che fos­se una cosa pneumatica (o spirituale) — come di­cono — per la quale molte comunità di cristiani, sebbene vicendevolmente separate per la fede, tut­tavia sarebbero congiunte tra loro da un vincolo invisibile ».

Così pure erra chi sostiene che la Chiesa può restare invisibile anche per lungo tempo. Non è mancato infatti chi abbia preteso che la Chiesa sia stata invisibile dal terzo o quarto secolo fino alla venuta di Lutero. No, la Chiesa è sempre stata visibile, e bisognerebbe distruggere i momenti più insigni e autorevoli della storia per sostenere una simile enormità. Agli eretici e ai dissidenti di tutti ) i secoli si poterono, si possono e si potranno rivol­gere le parole di Sant´Agostino ai seguaci di Do­nato: « Voi non siete sul monte Sion, perchè non abitate nella città edificata sul monte, la quale per ciò stesso non può stare nascosta. Essa è infatti nota a tutte le genti ». (545)

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La Chiesa fondata da Gesù Cristo continuerà poi a svolgere visibilmente la sua missione, attra­verso il mondo intero, fino alla consumazione dei secoli.

Infatti gli antichi Profeti la predissero, oltre che visibile, anche duratura e indefettibile. Isaia dice che il futuro Redentore siederà sul trono di Davide e sopra il suo regno, per stabilirlo e con­solidarlo nel giudizio e nella giustizia, da ora e in perpetuo. Il Dio del cielo, assicura Daniele, su­sciterà un regno che mai in eterno verrà distrut­to. (546)

L´Arcangelo Gabriele annunciò alla Vergine Maria che Gesù sarebbe stato grande, e chiamato Figliuolo dell´Altissimo; che avrebbe ricevuto da Dio il trono di Davide suo padre e che, regnerebbe in eterno sulla casa di Giacobbe; che il suo regno non finirebbe mai più. (547)

Gesù Cristo confermò le suddette profezie, an­zi diede alla sua Chiesa la più ampia garanzia di perpetuità e di indefettibilità quando disse a Pietro che le porte dell´inferno non prevarrebbero mai contro di Essa, e assicurò gli Apostoli che sarebbe rimasto con loro sino alla fine dei seco­li. (548)

D´altronde la Chiesa fu fondata per la sal­vezza delle anime, e perciò dovrà durare fin che

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vi siano sulla terra anime, cui predicare il Vangelo e distribuire i tesori della Redenzione.

Ringraziamo adunque l´adorabile Redentore per aver voluto dare alla sua Chiesa caratteristiche le quali, mentre tengono conto delle nostre manche­volezze e miserie, sono di tanto giovamento al no­stro bene.

Infatti noi sperimentiamo ogni giorno quanto sia difficile staccarci dai sensi e innalzarci alle altezze della vita spirituale. Se la Chiesa non fos­se visibile, saremmo forse anche noi piombati nel­le più basse aberrazioni. Avendo invece Ministri di Dio, che ci insegnano le vie della verità, ci ir­robustiscono con i Sacramenti, ci richiamano alla pratica delle virtù, è più facile alla debole nostra natura aderire agli inviti del Signore, accorrere al­la sua Chiesa, perseverare nella sua santa legge e meritare, con il divino aiuto, il premio eterno.

´Inoltre ci è pure di grande conforto pensare che Gesù Cristo versò il suo Sangue preziosissimo, non solo. per le genti di una generazione o di una deterMinata contrada, ma per gli uomini che vis­sero, vivono e vivranno in ogni regione, sotto tutti i cieli, in tutti i secoli, fino alla fine del mondo: Gesù Cristo morì per tutti, e tutti vuole salvi. So­lo quando non vi saranno più uomini sulla terra, la Chiesa avrà terminato la sua missione, o meglio

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verrà allora glorificata trasformandosi tutta quan­ta da militante in trionfante.

Salga pertanto ancora una volta dai nostri cuori l´inno della riconoscenza al Divin Reden­tore che, con la fondazione della sua Chiesa, ha facilitato e assicurato a tutti noi, in modo visibile e duraturo, i mezzi per raggiungere la nostra eter­na salvezza.

c) Il Corpo Mistico di Gesù Cristo.

Dopo aver accennato all´origine e alla natura della Chiesa come società visibile e duratura, dob­biamo ora aggiungere che essa, mentre è società umana perchè composta di uomini, è pure società divina: la sua nascita è soprannaturale, tanto per il suo fine quanto per i mezzi di cui si serve per raggiungerlo.

Considerandola sotto questo aspetto, noi tro­viamo che tra Gesù Cristo e la sua Chiesa vi sono delle relazioni speciali, a definire e descrivere le ,quali, come afferma S.S. Pio XII, nulla si trova di più nobile, di più grande, di più divino che quella espressione con cui la Chiesa vien chiamata «Il Corpo Mistico di Gesù Cristo »: espressione che scaturisce e germoglia da ciò che vien fre‑

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quentemente esposto nella Sacra Scrittura e dai

Santi Padri.

Per spiegare questa eccelsa e consolante dot‑

trina pensiamo che il mezzo più opportuno ed ef­ficace sia quello di seguire man mano l´augusto Documento del Santo Padre, esponendone le parti

p rincip

1) LA CHIESA È UN « CORPO ». A somiglianza

del corpo umano, la Chiesa ha capo e membra. Capo è Gesù Cristo; membra sono tutti i fedeli, uni‑

ti tra loro e con Gesù loro Capo.

Questo Corpo della Chiesa, unico, indiviso, in‑

divisibile, ha i propri organi e la propria gerar‑

chia: infatti tutte le membra della Chiesa sono rettamente disposte e, pur avendo differenti còm‑

piti e mansioni, sono tuttavia debitamente ordi‑

nate e subordinate tra loro.

Oltre a ciò, come il corpo umano ha mezzi suoi

propri per provvedere alla vita, alla sanità, al­l´incremento delle singole membra, così il Corpo

della Chiesa è dotato di organi vitali, che sono i Sacramenti: per mezzo di questi, quasi attra‑

verso gradi non interrotti di grazie, sovviene con ogni abbondanza, dalla culla fino all´estremo ane­lito, alle necessità individuali e sociali di tutte

le membra.

Al Corpo della Chiesa, evidentemente, non ap‑

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partengono coloro che non furono rigenerati nelle acque del santo Battesimo nè professano la vera fede; e neppure quelli che, battezzati, furono poi separati dal Corpo stesso per .le loro gravissime colpe.

I peccatori, pur avendo perduto la carità, se conservano la fede, non restano esclusi dal Corpo della Chiesa.

2) LA CHIESA È « CORPO DI GESÙ CRISTO ». Essa, così mirabilmente costituita da potersi para­gonare a un corpo, lo è realmente, e lo è di Gesù Cristo, perchè Egli ne fu il Fondatore e ne è il Sostentatore e Conservatore.

Gesù Cristo fondò la Chiesa: ne iniziò la co­struzione allorchè, predicando, espose la sua dot­trina e dettò i suoi precetti, e ne ultimò la costru­zione quando morì sulla Croce. Allora infatti al­l´Antica Alleanza successe la Nuova; allora fu morta e sepolta la Legge Antica per cedere il posto alla Nuova: allora Gesù Cristo, con i meriti della sua Passione e Morte, placò l´ira divina, abbattè le barriere che separavano i popoli, invitando tutti a unirsi a Lui come in un sol Corpo a fine di godere dei frutti salutari della sua Redenzione.

E quella Chiesa che aveva fondato col suo Sangue, Gesù la promulgò nel giorno della Pente­coste mediante la peculiare virtù dello Spirito

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Santo, sceso dall´alto a illuminare e fortificare con le lingue di fuoco gli Apostoli, che stavano per iniziare la loro missione.

Gesù Cristo è il Capo di questo suo Corpo, per­chè, come Figlio di. Dio e come Uomo-Dio, è supe‑

riore a tutte le membra; e anche perchè tutte le governa e indirizza Al loro fine ultimo, sia in modo invisibile con le sue grazie, sia in modo visibile per mezzo del Papa e dei Vescovi.

Gesù Cristo è il Capo di questo suo Corpo per­chè influisce in modo benefico e salutare su tutte le membra, illuminandole con la luce della fede e della dottrina rivelata, e santificandole con i tesori della grazia, mediante i Sacramenti. Gesù Cristo è il Capo di questo suo Corpo, per­chè Egli lo sostiene. Infatti è proprio Lui che, per mezzo dei suoi ministri, battezza, insegna, go­verna, assolve e lega, offre e sacrifica: e ciò fa per opera dello Spirito Santo, che è l´anima del­la Chiesa.

Infine Gesù Cristo è il Capo di questo suo Corpo, perchè Egli lo conserva. Di tutte le mem­bra particolarmente è Salvatore, Avvocato, Amico, Fratello, Padre: e per queste sue prerogative, e per gl´immensi benefizi che ci elargisce, ha diritto a tutta la nostra gratitudine.

3) LA CHIESA È DI CRISTO IL CORPO « MISTICO ».

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Già in antico si usò questo termine per distin­guere il corpo sociale ecclesiastico, di cui Gesù Cristo è il Capo, dal corpo fisico dello stesso Re­dentore, quello cioè con cui Egli nacque dalla sua

, santissima Madre, la Vergine Maria.

Si usa dire « mistico » per distinguere questo Corpo dalle altre società umane, le quali non comunicano la vita soprannaturale. La Chiesa in­fatti è una società ben distinta da tutte le altre: Essa le supera tutte, come la grazia supera la, na­tura, e le cose immortali superano quelle mortali e caduche.

La Chiesa è un Corpo soprannaturale, ove l´in­tima forza di coesione non impedisce che le sin­gole membra godano del tutto di una propria personalità. Anzi — così insegna il Santo Padre — « il principio interno, che esiste e vigorosamente agisce nella intera compagine e nelle singole sue parti, è di tale eccellenza da superare per se stesso immensamente tutti i vincoli di unità, che ten­gono strettamente unito, sia un corpo fisico, sia un corpo morale. Tale principio interno --conti­nua Pio XII — non è qualcosa di ordine naturale, bensì di ordine soprannaturale: in Se stesso infi­nito e increato, è precisamente lo Spirito Santo, il quale, uno e identico per numero, riempie ed uni­sce (al dire dell´Angelico) tutta quanta la Chiesa ».

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Come Gesù Cristo non è tutto il Cristo per chi lo considerasse soltanto nella natura umana visibile, o nella natura divina invisibile; così que­sto suo Corpo Mistico non è solamente una vera società giuridicamente organizzata e visibile, ma è pure una società vivificata da vita soprannatu­rale e invisibile.

d) Unione dei fedeli con Gesù Cristo.

Dal fin qui detto risulta che è strettissima l´u­nione dei fedeli con Gesù Cristo: come nel corpo umano le membra vivono unite al capo, così nel Corpo Mistico i fedeli, come membra, sono unite al loro Capo, che è Gesù.

Tale unione nasce anzitutto dal fatto che la Chiesa, per volontà del suo Fondatore, è un corpo sociale e perfetto, in cui tutti tendono allo stesso altissimo fine servendosi, per raggiungerlo, degli stessi mezzi. Ma, oltre a detti vincoli giuridici e sociali, tra´ il Divin Capo e le membra v´è un al­tro motivo di unità, proveniente dalle tre virtù teologali, che ci uniscono a Dio nel modo più stret­to: una stessa fede ci fa credere la stessa dottrina rivelata; una stessa speranza ci fa aspirare alla stessa eterna beatitudine; una stessa carità ci fa

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amare lo stesso- Iddio e, per amor Suo, lo stesso prossimo.

Infine l´unione dei fedeli con Gesù Cristo si rafforza e si completa con quell´amore infinito per cui Gesù vive in noi, sia eón il suo Spirito, sia dan­dosi in cibo nella Santissima Eucaristia. L´Eucari­stia è infatti vero segno efficace di unità, perchè, nutrendoci tutti di un medesimo Pane celeste, fa sì che viviamo tutti, non più la nostra vita, ma la vita stessa di Gesù Cristo.

e) Errori contro il Corpo Mistico.

Il Santo Padre Pio XII ricorda particolarmen­te i due seguenti errori circa la dottrina del Cor­po Mistico.

Il primo è il falso misticismo, che confonde il corpo fisico e naturale di Gesù con il suo Corpo Mistico che è la Chiesa, attribuendo in tal modo agli uomini cose unicamente divine, e a Gesù Cri­sto errori e debolezze umane.

Il secondo è il quietismo, il quale, attribuendo tutto il progresso nelle virtù unicamente all´azio­ne dello Spirito Santo, sostiene non essere neces­sario da parte nostra nè sforzo nè cooperazione per ottenere la salute eterna.

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Da questi errori taluni sono passati a funeste applicazioni pratiche, sostenendo ad esempio che non si deve inculcare la confessione frequente e neppure l´accusa dei peccati veniali; asserendo pure che le preghiere, specialmente private, non hanno efficacia impetrativa; insegnando infine che le nostre preghiere non devono esser rivolte a Ge­sù Cristo stesso. Basta la semplice enunciazione di queste aberrazioni per comprenderne l´enormi­tà e l´infondatezza.

f) Esortazione ad amare la Chiesa.

L´Angelico Pio XII, dopo aver esposto ampia­mente e mirabilmente nell´Enciclica Mystiei cor­poris tutta la dottrina che riguarda il Corpo Mi­stico di Gesù Cristo, finisce esortando tutti ad amare la Chiesa con amore ardente e operoso, imi­tando anche in questo Gesù Cristo.

Il Divin Redentore infatti amò la Chiesa con amore pratico e operativo, lavorando assiduamente, pregando molto e infine spargendo tutto il proprio Sangue per gli uomini. Sul suo esempio anche noi dobbiamo pregare per tutti: pel Papa, pei Vesco­vi, pei Sacerdoti e Religiosi, per chi è costituito in autorità´ e per tutti i semplici fedeli. Nè dobbia‑

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mo limitarci a pregare, ma dobbiamo anche la­vorare, anzi esser pronti a soffrire e immolarci per il trionfo della Chiesa, che è il trionfo di Gesù Cristo,e delle anime. Tutto ciò noi potremo com­piere con maggior efficacia, se sapremo ricorrere con fiducia a Colei, che è la Madre e l´Ausilia­trice dei cristiani.

g) Qual è il nostro amore per la Chiesa?

Per corrispondere alla paterna esortazione del Vicario di Cristo, è doveroso rivolgere a noi stes­si questa domanda: — Qual è il nostro amore per la Chiesa?

Ma poichè per amare è necessario avere cono­scenza e stima della cosa o persona che si deve amare, chiediamoci anzitutto se noi andiamo ap­prezzando ogni giorno più il Corpo Mistico di Ge­sù Cristo. Avviene purtroppo che, incalzati dalle occupazioni e preoccupazioni della vita, non solo i cristiani che vivono nel mondo, ma anche taluni religiosi, non sempre si soffermino a studiare con la dovuta diligenza le cose che riguardano la vita soprannaturale, le verità rivelate, i problemi dello spirito in generale, e soprattutto questo della Chie­sa, che tanto intimamente ci interessa.

La Chiesa è infatti la nostra Famiglia, la no‑

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stra Patria spirituale, la nostra Madre. Essa è come un monumentale edificio, le cui pietre sono cementate e vivificate da un Artefice e da uno Spirito Divino. È un regno ove i sudditi sono ar­monicamente uniti sotto l´autorità sovrana di Ge­sù Cristo. Nella Chiesa l´elemento divino predomi­na così potentemente, che solamente, col tener con­to della importanza di esso si riesce a spiegare la sua origine e la sua storia, le quali costituiscono alla lor volta la prova più luminosa e incontro­vertibile della sua divinità.

La luce della Chiesa si è riversata in modo mirabile dalla Palestina sul mondo intero, pene­trando ogni regione e diffondendo su tutti e su ciascuno fulgori tali, che rischiarando le vie del tempo guidano alla eternità. La Chiesa è la vera arca che, salvandoci dalle tempeste della vita, ci riconduce a Dio, unico porto di salvezza.

Ma la Chiesa è pure la Sposa del Verbo In­carnato, e soprattutto il di Lui Corpo Mistico, nel quale gli uomini vengono incorporati affinchè, vivendo la vita di Gesù, che di questo Corpo è il Capo, siano poi eternamente una cosa sola nel Padre e nel Figliuolo e nello Spirito Santo, secon­do la preghiera di Gesù: Affinchè siano tutti una cosa sola; come tu, Padre, sei in me, e io sono in te, così anch´essi siano in noi. (549)

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La Chiesa è Gesù Cristo che continua la sua missione sulla terra, vivendo e operando quaggiù attraverso i secoli. Gesù non morirà più nella sua Chiesa, perchè quando la chiesa militante avrà fi­nito sulla terra, e quella purgante lascerà il Pur­gatorio, Egli continuerà a vivere eternamente nel­la chiesa trionfante in Cielo.

Oh, quanto è meraviglioso ed eccelso questo Corpo Mistico! E chi non si sentirà consolato pen­sando che il Capo, il quale domina spandendo la sua influenza su tutte le membra di Esso, è il Figlio di Dio, il Verbo Incarnato, Gesù Cristo? Quale sventura sarebbe la nostra, se non avessi­mo questo Capo, la cui sapienza è infinita e alla cui potenza non c´è forza che possa opporsi!

Sgorghi anzitutto dai nostri cuori l´inno della riconoscenza per essere stati scelti come membra di questo Corpo Mistico che, comunicandoci la vita stessa del suo Capo Divino e illuminandoci della sua stessa luce e infiammandoci della sua stessa carità, ci guida per la stessa via, che con­duce alla stessa mèta suprema, ossia al godimento della stessa felicità senza fine.

Ci conforti poi il pensare che la Chiesa è di Gesù Cristo, che la creò, la possiede, la governa. Essa sí staglia trionfante attraverso i secoli, mol­tiplicando le sue opere e le sue conquiste sotto

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tutti i cieli. Questo stesso fatto è divino; Solo Dio poteva trarla dal nulla e, ad onta di tutti gli osta­coli, ricavare la vita dalla morte, il trionfo dalla sconfitta, una potenza inaudita da una inaudita debolezza, il tutto dal niente. (550)

La Chiesa è tanto cara a Gesù Cristo, che per essa Egli diede la vita: essa zampilla dal suo San­gue, è frutto della sua morte.

Orbene, se Gesù Cristo amò la Chiesa e volle dare per essa tutto il suo Sangue, immolandosi per lei, (551) perchè rimarremo ancora tiepidi e ten­tennanti quando si tratta di manifestare pratica­mente il nostro amore alla Sposa di Cristo e Ma­dre nostra?

Esaminiamoci adunque. Qual è praticamente l´amar nostro per la Chiesa e per il suo Capo visibile, il Romano Pontefice? Quale la nostra de­vozione, il nostro amore ai Vescovi, che sono i Pastori del gregge di Gesù Cristo? Quale il no­stro rispetto, la nostra adesione, L´ubbidienza no­stra ai sacerdoti, che sono gli esecutori dei divini disegni, giacchè per mezzo loro vengono e, fino alla fine del mondo, verranno generati i cristiani alla vita della grazia?

Come rispettiamo noi i grandi organismi della Chiesa, le Sacre Congregazioni della Curia Roma­na, per mezzo delle quali ci vengono comunicate

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tante provvidenziali norme e disposizioni per il bene spirituale di ciascuno di noi e della nostra amata Congregazione? Le abbiamo forse conside­rate talvolta con poco spirito di fede, con occhio puramente umano, interpretandone le disposizioni meno prudentemente e meno benevolmente?

Abbiamo poi saputo, a vantaggio nostro e delle anime che ci sono affidate, usufruire dei grandi be­, nefizi che ci procura la nostra fortunata condi­zione di membra del Corpo Mistico di Gesù Cri­sto? Quanto più ardente sarà il nostro amore e quanto più forte e intima la nostra adesione alla Chiesa, accettando la sua dottrina, assoggettan­doci alle sue leggi, bevendo alle divine sorgenti dei suoi Sacramenti, estendendo il suo pacifico regno e il suo culto liturgico, tanto più abbondanti scenderanno su di noi le benedizioni che Gesù Cristo con infinita larghezza concede al suo mi­stico Corpo.

Gesù Cristo invero è stato costituito, dal Pa­dre celeste, Dispensatore dei tesori della grazia; (552) ma Egli ha voluto che i frutti della sua Re­denzione siano applicati agli uomini attraverso la Chiesa. Abbiamo noi approfittato di questa di­sposizione provvidenziale, tutta a nostro vantag­gio? Come ci siamo accostati ai Santi Sacramenti, specialmente della Confessione e della Comunione?

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Come ci siamo serviti del potente mezzo della pre­ghiera? In qual conto abbiamo tenuto le sante In­dulgenze?

Abbiamo pure tesoreggiato suffragi per le ani­me del Purgatorio? Specialmente noi sacerdoti do­vremmo, riflettere, in particolar modo quando sia­mo all´Altare, che la chiesa purgante ha riposto in noi la sua speranza, aspettando il sollievo da tante pene proprio dal Divin Sacrificio e dalle preghiere dei sacerdoti e delle anime che profes­sano la perfezione religiosa. Oh quanto è felice, e al tempo stesso eccelsa, la condizione nostra di dispensatori del refrigerio e delle consolazioni per l´eterna vita! Il potere nostro non è limitato a que­sta terra di esilio, ma si estende fino agli ultimi confini del mondo soprannaturale. Quale gioia deve procurarci il sapere che i nostri nomi risuo­nano in benedizione tra i dolori del Purgatorio e nei gaudi eterni del Paradiso!

Le chiavi del Cielo sono nelle nostre mani, e a noi è concesso l´ineffabile onore di essere i po­polatori della celeste Gerusalemme attraverso l´e­sercizio del nostro ministero e l´elevazione a Dio delle nostre preghiere. Ogni. Santo, ogni Beato, porta i segni dell´opera salvatrice di altri uomini e specialmente dei sacerdoti: sarà un consiglio, un´opera Wuona, una benedizione, una assoluzione.

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Quale conforto non dovremmo provare pen­sando che verrà anche per noi, sacerdoti, religiosi, educatori, il giorno fortunato in cui saremo accolti trionfalmente in Cielo dalle anime da noi bene­ficate, o in vita, o quando gemevano nei tormenti del Purgatorio!

Proponiamoci di essere generosi con gli altri, mo­strando così praticamente il nostro amore, per tut­te le membra del Corpo Mistico di Gesù Cristo: gli altri saranno poi altrettanto e ancor più gene­rosi con noi.

h) Dobbiamo vivere nell´unità della Chiesa.

Sta bene godere e usufruire degli immensi bene­fizi che ci procura l´esser membra del Corpo Mistico di Gesù Cristo; ma dobbiamo inoltre esser disposti a favorire e difendere la Chiesa in tutti i modi e con tutte le nostre forze.

Una delle doti caratteristiche della Chiesa è l´unità: unità di fede, unità di speranza, unità di carità. La Chiesa è una perchè ha un solo Capo, una sola dottrina, una stessa legge, gli stessi Sa­cramenti, lo stesso, fine.

L´unità però non basta professarla: è dover nostro viverla praticamente e, in caso necessario, difenderla strenuamente. Gesù Cristo ha fondato

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una sola Chiesa, la Chiesa Cattolica: Egli ha un solo Corpo Mistico, come ebbe un solo corpo fisico. Il Divin Redentore alla vigilia della sua morte chiese al Padre che tutti coloro i quali avessero creduto in Lui, fossero tutti una cosa sola: che la loro unità fosse perfetta. (553)

Scindere l´unità è lacerare le membra del Cor­po Mistico di Gesù Cristo. Quando Paolo perse­guita i Cristiani, Gesù lo atterra sulla via di Da­masco e gli dice: Saulo, Saulo, perchè mi perse­guiti? (554) Perseguitare i cristiani è perseguitare Gesù Cristo, è intaccare l´unità delle membra mi­stiche. Quale profondo insegnamento! L´unità del­la Chiesa è il fondamento della carità cristiana. Non possiamo intaccare in qualunque modo, con pensieri, parole od opere, qualsiasi dei nostri fra­telli di fede, senza intaccare Gesù Cristo, del cui Corpo Mistico noi siamo le membra. E se questa vale per tutti i cristiani, che dovrà dirsi quando si tratta di religiosi e di sacerdoti?

Non dobbiamo mai dimenticare che tocca so­prattutto a noi, sacerdoti e religiosi, mantenere e difendere l´unità del Corpo Mistico, ricordando a tutti con Sant´Agostino: « Sotto l´azione della ca­rità ritrovansi di bel nuovo uniti in un sol corpo, che è il Corpo Mistico di Gesù Cristo, coloro che l´orgoglio aveva separati ». (555)

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Proponiamoci adunque di far sì che nelle Ca­se, nella nostra Congregazione, in tutta la Chiesa, la carità di tante anime, di tutte le nostre anime, venga a formare come una carità sola, intima­mente unita a Gesù Cristo. È questo appunto il di­segno del divino Fondatore: nella Chiesa_ e per mezzo della Chiesa far regnare l´unità.

i) Dobbiamo vivere nella santità della Chiesa.

La Chiesa è santa! Anche ciò è verità di fede.

-Vi pensiamo noi, e soprattutto ci rendiamo con­to delle nostre responsabilità di fronte a una real­tà così consolante? Pensiamo noi che la Chiesa è santa, perchè santa la sua Anima, che è lo Spi­rito Santo, e perchè santo il suo Capo Gesù Cristo?

Troppo poco forse abbiamo considerato che la Chiesa racchiude in se stessa mezzi veramente mi­rabili, celesti, divini, per suscitare la santità, sia nei Pastori che nei fedeli: ciò potrebbe anche spie­gare perchè noi non abbiamo sempre saputo ser­virci convenientemente di tali tesori. Eppure noi assistiamo ogni giorno al miracolo di questa virtù santificatrice della Chiesa che, come il fermento della parabola evangelica, comunica la santità al­la massa dei fedeli.

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Noi sappiamo, anzi crediamo, che la Chiesa è santa nella sua dottrina e nelle sue leggi, perchè queste e quella vengono da Dio: eppure non sem­pre siamo capaci di trarre profitto dalla sapien­za di tale dottrina e dall´efficacia moralizza­trice di tali leggi.

Abbiamo udito tante volte, e forse lo abbiamo predicato anche noi, che la Chiesa, in virtù della sua dottrina e dei suoi Sacramenti, può dare ai suoi figli la pace dello spirito in terra e la felicità eterna in Cielo, che sono i più bei premi della santità. Eppure non ci siamo forse esposti, o per trascuratezza, o per aver dato ansa alle nostre pas­sioni, o per aver omesso o fatto male la preghiera, a perdere la pace del cuore e la stessa felicità eterna? Quanta materia per un buon esame di coscienza, specialmente durante gli Esercizi Spiri­tuali o nell´Esercizio della Buona Morte!

La Chiesa poi, non solo ha in sè forza santi­ficatrice, ma effettivamente ha prodotto, produce e produrrà sempre frutti di santità. Essa ci ha purificati dal peccato nelle acque rigeneratrici del Battesimo e nella Penitenza; ha accresciuto in noi la grazia mediante gli altri Sacramenti; in­somma ci ha resi veramente popolo accetto a Dio, perchè ricco di opere santamente compiute.

Gesù Cristo stesso volle additarci quale mèta

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della nostra santità la perfezione del Padre Cele­ste, e noi non possiamo dubitare dell´efficacia del­la sua esortazione. Anche se non tutti ascoltano la sua voce; anche se non mancano, specialmente in certi periodi funesti, coloro che, invece di per­correre le vie della santità, corrono sfrenatamente per quelle del vizio e dei peccati più esecrandi; tuttavia, pure in tali epoche disgraziate, la Chiesa non tralascia mai di dare frutti abbondanti di santità. E noi sappiamo che non sono soltanto frutti di santità comune e ordinaria, ma anche di quella santità che si sublima fino ai più alti gra­di della eroicità. Dice appunto San Paolo che Ge­sù Cristo volle elargire diversi doni ai suoi fedeli per il perfezionamento dei santi e per l´edificazio­ne del Corpo Mistico di Cristo, affinchè seguendo la verità nella carità, essi vadano crescendo in tutto in Lui, che di quel glorioso Corpo è il Ca­po. (556)

Il Divin Redentore poi, non solo volle decorata la sua Chiesa dagli eroismi, ma anche dai cari­smi della santità, ossia dai miracoli. La Storia Ecclesiastica e le Vite dei Santi ci testimoniano con documenti insigni e irrefragabili che, nel suc­cedersi dei secoli, non sono mai mancate alla Chie­sa le prove più luminose della sua santità. Tutto in essa è orientato verso questa altissima finalità

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di formare dei santi: anzi, possiamo affermare can tutta verità che questa sua prerogativa la dimo­stra degna di Dio, tre volte Santo.

Dinanzi a queste considerazioni, quale dev´es­sere il nostro atteggiamento? Se tutto nella Chiesa è orientato verso la santità, possiamo noi afferma­re di aver saputo usufruire di tanti doni e mezzi per la santificazione nostra?

E che dovrà dirsi di noi sacerdoti, di noi re­ligiosi? Professare la vita di perfezione vuol dire esserci addossato lo stretto dovere di tendere co­stantemente a una santità sempre maggiore, non esclusa quella più alta e anche eroica. Il sacerdote poi, come potrà compiere la sua, missione di san­tificare le anime, se non tende egli stesso incessan­temente alla santità? È vero, motore e forza della santità è la grazia; ma i canali con -cui la grazia feconda il campo della Chiesa sono i Sacramenti, dei quali è ministro e dispensatore il sacerdote: è per mezzo suo che Dio genera i fedeli e i santi nel­la sua Chiesa. Ah! sarebbe in verità deplorevole che, mentre il sacerdote avvia gli altri alla santi­tà e al Cielo, si collocasse poi egli stesso sulla chi­na pericolosa della tiepidezza che mena al pecca­to e alla perdizione. Il sacerdote, come ripeteva S. Giovanni Bosco, o sarà accolto trionfalmente in Cielo dalle anime da lui salvate e santificate me‑

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diante il suo ministero, o precipiterà sventurata­mente nell´inferno tra le maledizioni dei reprobi, trascinati colà dalla sua ignavia o dai suoi cat­tivi esempi.

San Paolo chiama e santi » coloro che apparten­gono a Gesù Cristo. Ora noi, che apparteniamo a Gesù Cristo, non solo come cristiani, ma anche come religiosi, come sacerdoti, possiamo dire con verità di essere santi? Quali sono i nostri sforzi per progredire nel bene? Essere santi vuol dire essere spogli di tutto ciò che sia peccato, fango, difetto volontario: vuol dire esser rivestiti di vir­tù, di ubbidienza, di castità, di povertà, di umil­tà, di preghiera. Appartenere alla Chiesa santa, esser membra del Corpo Mistico di Gesù, sottostare a un Capo infinitamente santo, e poi non esser santi, sarebbe un venir meno alla nostra vocazio­ne, a uno dei nostri più stretti doveri.

Ma ciò non basta. Come sacerdoti, come edu­catori, siamo stati prescelti da Dio a essere apo­stoli e strumenti di santità. Abbiamo noi corri­sposto a questa nostra altissima missione? Le no­stre parole, le nostre opere, i nostri esempi in mezzo ai giovani, ai confratelli, ai fedeli, furono sempre luce e stimolo di santità? Non dimenti­chiamoci mai che dipende anche da noi far sì che il Corpo Mistico di Gesù Cristo giunga allo stato

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di pienezza, alla statura perfetta di Gesù, vale a dire che noi e i nostri fratelli ci avviciniamo quan­to più sia possibile alle perfezioni e alla santità del nostro Capo. (557)

Quale eccelsa dignità è la nostra! Il nostro potere trascende la terra e s´innalza fino al Cie­lo. Infatti la santità del Cielo è il frutto della no­stra predicazione, delle nostre assoluzioni e be­nedizioni, delle nostre Sante Messe, delle nostre preghiere, delle nostre fatiche, della nostra assi­stenza, dell´insegnamento della Dottrina Cristia­na e della istruzione e formazione religiosa della gioventù e delle anime. Quale ventura per noi l´essere, con la grazia di Dio, artefici di simili me­raviglie! Rendiamoci degni di questo nostro eccel­so privilegio.

1) Le porte dell´inferno non prevarranno.

Chi ama la Chiesa deve avere molto zelo per la sua propagazione ed esser disposto a difenderla, quando essa fosse vilipesa e combattuta. Come figli della Chiesa, come membra del Corpo Mi­stico di Gesù Cristo, noi siamo chiamati a soste­nere e fomentare i suoi interessi che sono, oltre che nostri, quelli stessi del Divin Redentore. Ora,

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sentiamo noi questo zelo? Consideriamo come fatti a noi i dileggi e gli oltraggi rivolti contro di essa?

La Chiesa Cattolica è combattuta perchè è la vera; perchè, per la sua origine, per la sua dot­trina, per la legittima successione dei Pastori, si ricollega a Gesù Cristo, che la fondò sul Colle­gio Apostolico, proclamandone Capo visibile San Pietro.

Non mancarono, nel corso dei secoli, i me­statori, gli eretici, che pretesero entrare nell´ovile di Gesù Cristo, non già per la porta, ma per al­tra parte: costoro — lo affermò lo stesso Divin Maestro — (558) non sono pastori, ma ladri e briganti. Come Tertulliano, (559) così anche noi dobbiamo avere il coraggio di dire a tutti costo­ro: — Chi siete voi? Quando, e di dove venite? E come mai osate turbare la Chiesa senza neppur appartenere a essa? Solo la nostra Chiesa ha fer­me e sicure le sue origini: solo la nostra Chiesa è l´erede degli Apostoli. Voi siete stranieri e nemici.

Nessunó può rimanere indifferente o neutrale, quando è attaccata la sua Madre. Non avvenga che a qualcuno si possa ripetere con il profeta Elia: — (560) E fino a quando zoppicherete voi da due parti? E fino a quando pretenderete di appartenere alla Chiesa, mentre non la difendete,

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anzi la disonorate e forse indirettamente la com­battete?

E si avverta che quanto più noi siamo stati favo­riti dalla Chiesa, quanto più alto è il posto che occupiamo nella sua gerarchia, altrettanto più stretto è il nostro dovere di amarla e di difenderla. Dio non voglia che alcuno di noi appartenga alla categoria di coloro che, quando si tratta di di­fendere gli interessi di Dio, sono stracchi e remis­sivi, mentre invece insorgono con forza, e si servo­no di qualsiasi mezzo anche il più violento, quan­do si tratta di difendere le cose proprie.

Gesù Cristo e la Chiesa sono inseparabili. Es­sere con la Chiesa, onorarla, difenderla, è essere con Gesù Cristo. Anche la Chiesa può ripetere le parole del Signore: Chi non è con me, è contro di me. (561)

Purtroppo la Chiesa fu ostacolata e combattu­ta fin dal suo sorgere, e non mancarono in ogni tempo coloro che avrebbero voluto arrestarne il mirabile sviluppo. Vani tentativi! Gesù Cristo or­dinò agli Apostoli di portare la buona novella del­la sua dottrina a tutte le genti fino agli ultimi con­fini della terra. La Chiesa dev´essere e sarà sempre cattolica, e nessuna potenza terrena potrà arre­starne la marcia trionfale.

Solo essa è cattolica nel vero e completo si‑

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gnificato della parola. Solo essa conserva l´uni­versale tesoro della dottrina di Gesù Cristo. Solo essa ne possiede e applica l´universalità dei me­riti, delle grazie, dei mezzi di salute che il Reden­tore meritò per noi con la sua passione. Solo essa durò dal giorno in cui fu costituita da Gesù Cri­sto e durerà fino alla consumazione dei secoli. Solo essa, da quando uscì dal Cenacolo integra e non settariamente divisa, accogliendo nel suo seno fe­deli di ogni razza, paese e condizione, si mantenne nella integrità della sua dottrina e vi si manterrà sino all´ultima venuta del suo Fondatore. Il gra­nellino di senapa stenderà ovunque i suoi rami, sotto la cui ombra benefica troveranno rifugio e ristoro uomini di tutte le contrade, perché in tutte le parti del mondo verrà predicato il Vange­lo di Gesù Cristo. Fu detto giustamente che, se il nostro nome è « cristiano », il nostro cognome è « cattolico », appunto perchè la chiesa vera, quel­la che è una, santa, apostolica, si distingue dalle altre separate e non vere come « cattolica ». Gli stessi eretici e scismatici, vogliano o non vogliano, allorchè dovranno parlare con altri della nostra Chiesa, saranno sempre obbligati a chiamarla cat­tolica e nient´altro che cattolica (562).

Non lasciamoci adunque prendere dallo sgo­mento, allorquando udremo scatenarsi furiosa la

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tempesta contro il Corpo Mistico di Gesù Cristo. La Chiesa, ne siamo certi, continuerà, serena e benefica, la sua missione redentrice attraverso il mondo, coronata ogni giorno dagli allori di nuove conquiste.

Anche quando vedessimo accresciuto il numero di coloro che ignorano, traviano, falsano, bestem­miano le cose della Chiesa; anche se gli ignoranti financo delle più elementari nozioni della sua dot­trina oseranno impancarsi a dottori del Vangelo; anche se uomini corrotti e corruttori pretende­ranno erigersi a censori della sua morale; anche se coloro che si imbrattano nel più lurido fango della scostumatezza, saranno spudorati fino all´e­stremo di volerle dare lezioni di illibatezza dei co­stumi; anche quando parrà che la bufera tutto ab­bia a travolgere: non lasciamoci turbare. La Chiesa ha conosciuto attacchi ben più accaniti e terribili.

Il mondo è sempre stato così: esso è tutto sotto il maligno. (563) Ma le armi del mondo e del de­monio si sono sempre spuntate contro la Chiesa: in lei è la forza di Dio Onnipotente, che di tutto e di tutti trionfa. La rapidità e l´universalità delle sue conquiste e più ancora le trasformazioni asso­lute, radicali, permanenti, da lei operate nel mon­do pagano, proclamano che l´opera sua è l´opera stessa di Gesù Cristo. Quantunque insegni verità

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misteriose e virtù eroiche, e combatta gli eccessi dell´umana natura, la Chiesa continua a trionfare della superbia con l´umiltà, delle ricchezze con la povertà, della strapotenza con la debolezza. Essa resistette impavida ai pericoli della prosperità e alle insidie della contrarietà, ai trionfi e agli in­successi, alle vittorie e alle sconfitte. È questo il più grande miracolo della storia: la Chiesa, quan­tunque affidata alla debolezza degli uomini, ha sfidato le tempeste di tutti i tempi.

Noi ricordiamo i tanti tiranni che accanita­mente colpirono e straziarono le membra del Cor­po Mistico di Gesù. I nomi di Nerone, Domiziano, Traiano, Adriano, Marco Aurelio, Settimi° Seve­ro, Massimino, Decio, Valeriano, Aureliano, Dio­cleziano, Massimiano, Giuliano l´Apostata, mentre rappresentano altrettanti satanici attacchi con­tro la Sposa di Gesù Cristo, sono altresì ricordi e vessilli dei suoi magnifici trionfi,

Ancor più terribili e funesti furono gli assalti di figli suoi, degeneri e ribelli, che provocando lotte intestine, seminando errori, suscitando ere­sie e scismi, tentarono di sconvolgerne l´interna compagine, intaccarne la purezza della dottrina, minarne e abbatterne le gerarchie. Vana illu­sione la loro! Simon Mago, Montano, Manete, Afio, Pelagio, Nestorio, Eutiche, Fozio, Berenga‑

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rio, Valdo, Wicklef, Huss, Lutero, Calvino, Zuin­glio, che nel loro diabolico orgoglio si erano pro­posti di distruggere la Chiesa Cattolica dalle fon­damenta, giunti al termine della loro vita dovet­tero ripetere con Giuliano l´Apostata che Gesù Cristo aveva vinto, perchè la Chiesa continuava a compiere serena e indefettibile la sua divina mis­sione.

Tutto passa: uomini, sistemi, istituzioni, regni, imperi. Ma la Chiesa non crollerà mai. Sulle sue mura gigantesche, le quali non invecchiano e non potranno essere mai abbattute, stanno scritte le parole uscite dalle labbra del suo Divino Fon­datore: Le porte dell´inferno ngn prevarranno contro di essa. (564) La Chiesa trascende i tempi: è questa la sua grandezza. Essa ha il privilegio di soffrire sempre, senza mai morire. Nata tra le sofferenze e il sangue, nelle sofferenze e nel san­gue trova l´elemento più consono alla sua vita. Combattuta, trionfa di ogni insidia; schernita e vi­lipesa, ne esce più bella; ferita, subito risana; sconvolta dai flutti, non sarà mai sommersa, nep­pure dalle più furiose procelle. (565)

Essa non può e non deve perire, perchè la sua missione è altamente moralizzatrice e redentrice. La. Chiesa infatti, lungi dall´ostacolare le società civili, dona ad esse l´appoggio più solido e la tu‑

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tela più sicura. Solo la, potenza delle sue chiavi penetra nel più intimo dell´uomo per soffocarvi le passioni che rovinano le istituzioni sociali, e per farvi fiorire le virtù e gli eroismi da cui dette istituzioni ricevono :forza e splendore. Essa sola dà al mondo quella vera e luminosa dottrina so­ciale che, basata sulla giustizia e sulla carità, è vincolo di pace, fonte di vero progresso e pe­gno infallibile di felicità terrena e di beatitudine eterna.

In_nalziamo adunque un inno alla sua immor­talità. La Chiesa è nata nel tempo, ma vivrà eterna­mente: essa sarà immortale come il suo Capo. I fedeli viventi al tempo di Gesù videro il Capo del­la Chiesa e credettero al Corpo; noi oggi, avendo dinanzi agli occhi le meraviglie del Corpo Mistico, rafforziamo la nostra fede nel Capo. (566)

m) Stringiamoci filialmente alla Chiesa.

Proponiamoci adunque di essere della Chiesa figli devoti, e propagatori zelanti delle sue glorie: esse sono così eccelse, che non riusciremo mai a proclamarne dovutamente le lodi. La Chiesa in­fatti ci dà la vita della grazia, spiritualmente ci nutre e ci illumina, provvede ai nostri destini eter‑

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ni, ci accompagna dalla culla alla tomba facendo scendere su ciascuna delle vicende e opere nostre le sue benedizioni. Nel Corpo Mistico di Gesù è il perdono dei peccati, l´accrescimento e il coro­namento delle virtù, "la luce dell´eterna vita.

Perciò, anzichè turbarci e temere, dovremmo piuttosto domandarci: Come mai lo sfolgorio di tante glorie e di così immensi benefizi non suscita nei nostri cuori una più profonda ammirazione e un più ardente amore per la Chiesa, nostra Ma­dre? Come mai non ci sentiamo spinti a difen­derla con più ardente slancio? Eppure al fonte battesimale, quando la Chiesa ci accolse tra i suoi figli, abbiamo fatto delle rinunzie, formulato del­le promesse, emesso dei propositi di fede. Fummo noi fedeli a quelle promesse, ogni anno solenne­mente rinnovate? In certi momenti, e in partico­lari situazioni della storia, in cui tanti si allon­tanano vilmente dalla Chiesa, anche quei deboli, che non avessero il coraggio di schierarsi aperta­mente in sua difesa, potrebbero rendersi colpe­voli di poco amore verso la loro Madre.

Di fronte al moltiplicarsi delle invettive, calun­nie, persecuzioni, con cui si attacca la Chiesa, e davanti al dilagare di libretti e scritti che la diffamano, che abbiamo fatto noi per contrastarne i malefici effetti? Abbiamo saputo prendere posi‑

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zioni nette, atteggiamenti gagliardi? ´Abbiamo for­se dimenticato che della Chiesa non siamo solo figli, ma soldati, anzi milizie scelte? Soprattutto noi, religiosi e sacerdoti, che, appunto perchè ri­vestiti di maggior autorità e collocati più in alto, abbiamo gli occhi di tutti a noi rivolti per scru­tare la nostra condotta, che cosa abbiamo fatto per corrispondere alla nostra missione di ministri di Dio e di educatori? Non basta invero che siamo figli devoti della Chiesa noi stessi, ma è dover nostro portare sempre più vicino ad essa, con la parola e con l´esempio, le anime affidate al no­stro apostolato. Ciò esige la condizione nostra e il nostro zelo. Imitiamo la Sposa di Cristo nella sua costante sollecitudine per procurare al Celeste Sposo la gioia di nuovi figli.

Oh, quanto è mai bello e confortante fissare rocelaio nostro su questa Madre, feconda, integra, casta, che, ovunque diffusa, incessantemente e in ogni dove offre a Dio figli spirituali sempre più numerosi! Nè paga di aver dato loro la vita, mai più li abbandona: pargoli, essa li nutre con il latte della divina parola; bambini, li avvia ai primi passi della saggezza; adolescenti, veglia su di essi onde tutelarne il candore; giovani, li addestra a combattere contro i nemici che attentano alla loro virtù; uomini maturi, li fortifica nella prudenza;

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anziani, circonda la loro canizie di rispetto e ve­nerazione.

Amiamola dunque la Chiesa, stringiamoci filial­mente a questa Madre che, amandoci teneramente, illumina i nostri passi e sovviene ai nostri biso­gni. Proponiamoci di non volerci mai staccare da questo Corpo Mistico, neppur minimamente, af­finchè con esso e per esso meritiamo di vivere poi eternamente trionfanti con Gesù, nostro Capo, in Cielo.

Ripetiamo ogni giorno con rinnovato fervore le parole del Simbolo degli Apostoli: « Credo... la santa Chiesa cattolica! ».

Ma soprattutto ricordiamo che è la carità quella che più gagliardamente fortifica il Corpo Mistico di Gesù Cristo e lo fa rifiorire e ripullulare di sempre nuovi e più robusti germogli: è la carità, che assoggetta e stringe le membra al Capo con quella irresistibile forza di attrazione, che è ga­ranzia di sempre nuove conquiste.

Ah! faccia Iddio che, all´impulso irresistibile della fede e della carità, la Chiesa Cattolica domi­ni dall´uno all´altro mare e che tutte le nazioni vengano a lei, sicchè più non vi sia parte della terra, ove essa non regni e trionfi. (567)

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29. San Giovanni Bosco e la Chiesa.

I biografi del nostro santo Fondatore e Padre esaltano a gara la sua fede e il suo amore alla Chiesa.

Don Lemoyne ricorda la seguente invocazione, che egli afferma essere stata la preghiera conti­nua, appassionata di Don Bosco: « Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, si dilati e trionfi la Chiesa Cattolica, la sola vera Chiesa di Gesù Cristo; tutte le nazioni riconoscano i suoi diritti e quelli del suo Capo e dei suoi Vescovi; tutti gli intelletti a lei, do­cente, aderiscano come l´unica depositaria delle verità rivelate, testimone divina della autenticità ed autorità dei Libri Sacri, maestra infallibile de­gli uomini, giudice supremo inappellabile nelle questioni dottrinali. A lei tutte le volontà obbe­discano nell´osservanza delle sue leggi morali e disciplinari, finchè dopo le vittorie sulla terra entri a trionfare eternamente nei cieli, con la mol­titudine delle anime salvate ». (568)

In questi sentimenti che infiammavano il cuore di Don Bosco si ha da cercare la ragione della sua instancabile attività di sacerdote, di fondatore, di uomo provvidenziale suscitato da Dio per il bene della Chiesa. « Esaminiamo la sua vita intera, ‑

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scrive il Servo di Dio Don Michele Rua, (569) — e noi troveremo Don Bosco premuroso anzitutto di essere sempre ubbidientissimo figlio della San­ta Chiesa, disposto ad ogni sacrificio per propa­garne le dottrine e sostenerne i diritti. Non solo ne osservava le leggi, ma ancora ne preveniva i desideri ».

Tutti i suoi pensieri, tutte le sue opere, animate da fede vivissima, miravano essenzialmente alla esaltazione della Chiesa. « La Chiesa, la Santa Se­de, il Vicario di Cristo riempivano la sua vita », come ebbe a dire di lui l´immortale Pontefice Pio XI. (570) Godeva delle gioie e delle glorie della Chiesa, e soffriva dei suoi patimenti e delle perse­cuzioni che l´angustiavano. Perciò si adoperava con ardore ad accrescere le sue contentezza e le sue conquiste, a lenire i suoi dolori e a compen­sare le sue perdite, col ricondurre al suo seno ma­terno gran numero di pecorelle smarrite, accre­scendo così la sua famiglia di nuovi figli. « Come cattolico e come sacerdote — attesta Don Lemoyne — (571) riconosceva il proprio dovere. Grandioso in tutte le sue idee, coordinava le sue più piccole azioni con quelle della Chiesa universale, come un semplice soldato il quale, henchè valga come un solo uomo, pure fermo al suo posto coopera sempre — e talora efficacemente, eziandio con

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un colpo solo, o ardito o casuale, — alla vittoria di un intero esercito. Perciò non lasciavasi sfug‑

gire un´occasione di dare un buon consiglio, di ascoltare una sacramentale confessione, di pre­dicare, di ammonire, di prender parte ad una preghiera, riguardando tutte queste azioni quali opere di importanza suprema ».

Basterebbe leggere quanto fece San Giovanni Bosco dal 1871 al 1874 per conciliare il Regno d´Italia con la Santa Sede e specialmente per le nomine di oltre cento Vescovi nelle diocesi va­canti d´Italia, onde rendersi conto delle fatiche e lotte da lui sostenute per il bene della Chiesa. Egli seppe, in quei tempi estremamente difficili, compiere la sua. missione con tanta saggezza e coraggio da far pensare che Don Bosco, non per una semplice iniziativa, ma per divina ispirazione si sia accinto a quell´opera, e che in essa sia stato guidato da Dio. (572)

Don Ceria mette bene in risalto come « real­mente Don Bosco apparve nel seno della Chiesa Cattolica quale precursore o antesignano mandato a suscitare in ogni parte con il suo esempio mol­teplici attività, o novelle o rinnovellate, per la dilatazione del regno di Dio e per la conquista delle anime. Due Congregazioni dotate di mirabile elasticità, per cui si adattano a tutti i bisogni

488

moderni sotto tutti i governi e in tutti i climi; parecchie altre Congregazioni propagginate dalle sue; sistemi di propaganda primamente da lui introdotti e da non pochi guardati con diffidenza, ma poi universalmente imitati; forme di religiosa cooperazione ispirate ai vetusti terzi ordini, ma armonizzate con i tempi e preludenti all´odierna Azione Cattolica; diffusione dell´idea missionaria, fatta penetrare simpaticamente in tutti gli strati della società; indirizzi pedagogici tutti suoi, che adagio adagio hanno trionfato di metodi educativi antiquati, soppiantandoli; scuole tipografiche per la propaganda popolare della buona stampa; sva­riate opere di assistenza giovanile o create di netto o rinnovate secondo le esigenze dell´ora presente; reclutamento di vocazioni ecclesiastiche fra, adolescenti già maturi; inusitate pompe sacre di una attrattiva irresistibile sulle masse dei fe­deli; inaudita frequenza pubblica ai Sacramenti e pratica delle Prime Comunioni precoci, l´una cosa e l´altra solennemente sancite, quattro lustri dopo la sua morte, dal Papa Pio X e con termini che ricordano espressioni a lui familiari; un aposto­lato sacerdotale senza vincoli di servitù politiche; uno spirito francamente ortodosso nei principi, ma caritatevolmente conciliante nelle applicazioni: ec­co in rapida sintesi un insieme di iniziative, o

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partite direttamente da Don Bosco o da Don Bosco promosse e divulgate, sicchè dei loro bene­fici effetti è ripieno oggi il mondo, mentre cen­i´ anni fa erano o ignorate o dimenticate o giu­dicate impossibili o ristrette entro angusti con­fini ». (573)

Il nostro Santo Fondatore e Padre appare ai nostri occhi proprio quale lo definì il Papa Pio XI: « grande, fedele e veramente sensato servo della Chiesa Romana, della Santa Sede Romana ».. Sì, tale « fedeltà generosa e animosa a Gesù Cri­sto, alla sua santa Fede, alla Santa Chiesa, alla Santa Sede fu il privilegio » esemplare che il sullodato Pontefice potè « leggere e sentire nel suo cuore », constatando « come al- disopra di ogni gloria egli poneva quella die essere fedele servitore di Gesù Cristo, della sua Chiesa, del suo Vi­cario ». (574)

Non dimentichiamo adunque che ogni anelito del nostro Padre fu una manifestazione della sua fede ardente e del suo immenso e mai interrotto amore per la Chiesa: fede e amore che, quale pre­ziosa eredità, egli volle inculcare in vita e anche dal letto di morte, e tramandare a noi suoi figli.

E, giacchè la Provvidenza dispone che scrivia­mo queste ultime pagine nel 75° anniversario della Prima Spedizione dei Missionari Salesiani, ricor‑

490

deremo qui che, nel dare loro l´Addio dal pul­pito del Santuario di Maria Ausiliatrice, San Gio­vanni Bosco disse, tra l´altro: « Ma la voce mi manca, le lagrime soffocano la parola. Soltanto vi dico che se l´animo mio in questo momento è commosso per la vostra partenza, il mio cuore gode di una grande consolazione nel mirare ras­sodata la nostra Congregazione; nel vedere che nella nostra pochezza anche noi mettiamo in que­sto momento il nostro sassolino nel grande edi­fizio della Chiesa. Sì, partite pure coraggiosi; ma ricordatevi che vi è una sola Chiesa che si estende in Europa ed in America e in tutto il mondo, e riceve nel suo seno gli abitanti di tutte le nazioni che vogliono venire a rifugiarsi nel suo materno seno. Ma dovunque andiate ad abitare, o figli amati, voi dovete costantemente ritenere che siete preti Cattolici, e siete Salesiani. Come Cattolici, voi siete andati a Roma a ricevere la benedizione, anzi la Missione dal Sommo Pontefice. E con que- - sto fatto´ voi pronunciate una formula, una pro­fessione di fede e date a conoscere pubblica­mente che voi siete mandati dal Vicario di Gesù Cristo a compiere la stessa missione degli Apostoli, come inviati da Gesù Cristo medesimo. Pertanto quegli stessi Sacramenti, quello stesso Vangelo pre­dicato dal Salvatore, dai suoi Apostoli, dai suc‑

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cessori di San Pietro fin ai nostri giorni, quella stessa religione, quegli stessi Sacramenti dovete gelosamente amare, professare ed esclusivamen­te predicare, sia che andiate tra selvaggi, sia che andiate tra popoli inciviliti. Dio vi liberi dal dire una parola o fare la minima azione che sia o possa anche solo interpretarsi contro agli am­maestramenti infallibili della Suprema Sede di Pietro che è la Sede di Gesù Cristo, a cui si deve ogni cosa riferire, e da cui in ogni cosa si deve di­pendere ». E dopo aver detto che, come Salesiani, non dimenticassero « che qui in Italia avete un padre che vi ama nel Signore, una Congregazione che ad ogni evenienza a voi pensa, a voi prov­vede e sempre vi accoglierà come fratelli », con­cludeva: « Andate adunque; il Vicario di Gesù Cristo, il nostro veneratissimo Arcivescovo vi han­no benedetti, io pure con tutto l´affetto del mio cuore invoco copiose le divine benedizioni sopra di voi, sopra il vostro viaggio, sopra ogni vostra impresa, ogni vostra fatica ». (575)

Finalmente, è doveroso un accenno alle molte preghiere che Don Bosco faceva e chiedeva per la Chiesa. In epoche di particolari difficoltà e per­secuzioni, « faceva recitare tutti i giorni dai suoi allievi un Pater, Ave e Gloria per i bisogni di Santa Madre Chiesa ». (576)

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Nel suo Cattolico Provveduto poi troviamo una bellissima invocazione, che fa ricordare an­tiche preghiere, con cui i Padri della Chiesa rac­comandavano a Dio le singole categorie dei fedeli. La riproduciamo, affinchè ci dica ancora una volta tutto il copiosissimo amore di Don Bosco per la Chiesa e al tempo stesso ci sproni a innal­zare, sul suo esempio, a Dio particolari suppliche per tutte e singole le membra del Corpo Mistico di Gesù Cristo.

La profusa, ma tanto espressiva orazione, dice precisamente così:

« O Signore, il quale tutti gli uomini avete creato a vostra immagine e somiglianza, e per tutti avete sparso il vostro prezioso Sangue, fate a noi tutti sentire gli effetti del vostro amore.

« Conservate in primo luogo, difendete, gover­nate la vostra Santa Chiesa, il. Sommo Pontefice che è il Capo supremo di Essa. Preservate i suoi ministri dalle false dottrine e dall´indifferenza religiosa, tenete lontano ogni scisma, impedite ogni scandalo, fate cessare ogni persecuzione.

« Fate che tutti i fedeli siano una cosa sola coi propri Vescovi, e tutti i Vescovi una sola cosa col Sommo Pontefice, e questi una sola cosa con Gesù Cristo: affinchè tutta la Chiesa, innalzata com´è sul fondamento degli Apostoli, sulla rocca

493

di Pietro, e sulla pietra angolare che è Gesù Cristo, formi un edificio ben compatto e così unito da riuscire invincibile.

« Fate che i nemici della Chiesa riconoscano la verità e l´abbraccino; domate l´empietà e l´ir­religione, e così rassodate il vostro regno, e pro­pagatelo per la gloria del vostro santo Nome, il­luminando gli erranti, convertendo gli ostinati, e perdonando i peccatori pentiti.

Assistete tutti i regnanti, ispirando nei loro cuori la pietà di Davide, la sapienza di Salo­mone, affinchè conoscano ciò che è buono, co­mandino ciò che è salutare, compiano quanto torna a vera utilità dei loro sudditi, e così e nel­l´amore e nel potere rappresentino Voi, che siete il re dei re, il sovrano dei sovrani.

« Suggerite a tutti i loro consiglieri salutari progetti, date a tutti i magistrati un grande amo­re alla giustizia, a tutti i pubblici impiegati in­tegrità e fedeltà, affinchè impediscano il male e promuovano il bene, comprimano il vizio, rimuo­vano i disordini, e accrescano la pubblica pro­sperità.

« Benedite i sudditi, affinchè siano obbedienti alle autorità, osservino le leggi, e siano pronti a sacrificare i loro averi e la vita per la gloria di Dio, e per la difesa della patria e del loro so‑

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erano. Benedite anche le campagne, rendeteci pro­pizie le stagioni, e fate prosperare tutte le cose nostre, pubbliche e private, versando le vostre benedizioni su tutte le famiglie, acciocchè tutti siano contenti del proprio stato.

« Ispirate ai figliuoli docilità, profondo rispet­to, cordiale affezione verso i loro genitori, così da essere il- loro conforto e sollievo, e meritarsi le vostre benedizioni.

« Muovete i servi a essere fedeli verso i loro padroni, e coscienziosi nell´adempiere i loro do­veri, docili e obbedienti in tutto ciò che non è con­trario alle vostre leggi. Muovete i padroni e tutti i superiori a essere giusti, caritatevoli e indul­genti verso i loro servi e inferiori, e solleciti dí assisterli nei loro bisogni spirituali e temporali.

« Vi raccomandiamo, o Signore, tutti gli uomini che sono su questa terra. Provvedete ai poveri, consolate gli afflitti, guarite gli ammalati, conser­vate i sani, vegliate sui fanciulli, assistete i gio­vanetti difendendoli Voi nelle tentazioni e allon­tanandoli dai pericoli, proteggete i vecchi, soccor­rete alle vedove e agli orfani, e sovra ogni fa­miglia spandete le vostre benedizioni.

« Vi raccomandiamo in modo speciale tutti co­loro che ci appartengono: allontanate dai mede­simi ogni disgrazia, guidateli col vostro Santo Spi‑

495

rito, affinehè non escano mai dalla via che con­duce al Cielo.

« Benedite i nostri benefattori spirituali e tem­porali, custodite gli amici, perdonate ai nemici, procurando che si convertano a Voi, e guidateli tutti all´eterna vita.

« Finalmente, o pietoso Iddio, abbiate pietà dei fedeli defunti, specialmente dei nostri genitori, congiunti, benefattori, amici, e di tutti quelli i quali non hanno persona che si ricordi di loro: e´ concedete a tutte quelle anime l´eterno riposo. Così sia ». (577)

30. Conclusione.

Prima di por termine alle considerazioni fatte sulla prima virtù teologale, che- ci eleva fino a Dio nostro Padre e ci fa penetrare nel santuario stesso della Divinità e dei divini misteri, ascol­tiamo ancora una volta la gran parola di San Paolo: Senza la fede non è possibile piacere a Dio. (578)

« La fede adunque — riconosciamo con San

Fulgenzio (579) — è il fondamento di tutti i beni e l´inizio della umana salvezza. Senza la fede nes‑

suno può appartenere al numero dei figliuoli di Dio, poichè senza di essa, nè si ottiene la grazia

496

della giustificazione in ´questo mondo, nè si ri­ceve la vita eterna nell´altro: chi non cammina quaggiù per mezzo della fede in Dio, non potrà giungere alla visione di Dio. Insomma, senza la fede, ogni fatica dell´uomo è vana ».

E    chi mai potrà esser sicuro di camminare nella vera fede che conduce al Cielo?

« Nostra è la verità, — rispondiamo con Ter­tulliano, (580) — perchè noi seguiamo quella re­gola che abbiam ricevuta dalla Chiesa, come la Chiesa dagli Apostoli, come gli Apostoli da Gesù Cristo, come Gesù Cristo da Dio ».

E    ciascuno di noi, rivolto al dolce Cristo in ter­ra, ripeta le parole di San Girolamo al Papa San Damaso: « Io, non volendo seguire altri che Cristo, mi unisco in comunione con la Beatitudine Tua, e cioè con la Cattedra di Pietro. So infatti che su tale pietra fu edificata la Chiesa. Chiunque mangerà l´agnello pasquale fuori di questa casa, è un profano. Chiunque non si troverà in quest´arca di Noè, -perirà all´imperversare del diluvio ». (581)

Uniti così, strettamente, alla Chiesa nostra Ma­dre, noi ci slanceremo all´arringo per il trionfo, in noi e` nelle anime che ci sono affidate, di una fede vera, integrale, perfetta, ossia animata dal­l´amore e vivificata dalle opere.

E    affinchè questa eccelsa mèta possa effetti‑

497

vamente esser da noi raggiunta, pregheremo con le parole stesse di Sant´Agostino:

« O Signor mio Gesù Cristo, io credo in Te; ma Tu fa´ che io creda in modo da amarti. Poichè credere in Te vuol dire amarti: non però il credere come credevanO i demoni, i quali poi non ama­vano. Essi infatti credevano, ma intanto grida­vano: — Che cosa abbiamo da fare noi con Te, Figlio di Dio? — Non così voglio credere io, per-che voglio credere e amare. Non dirò mai: — Che cosa ho io da fare con Te? — Dirò invece: — Tu mi hai redento e riscattato: io sono cosa tua.

Casella di testo: NOTE« Io griderò a Te. Ma Tu aiutami, affinchè io non mi accontenti di vane chiacchiere, rimanen­domi poi muto con la condotta. Griderò a Te con il mio disprezzo pel mondo. Griderò a Te col non curarmi affatto dei vani piaceri secolareschi. Gri­derò a Te, non con la lingua, ma con la vita: Il mondo è per me crocifisso, e io son crocifisso pel mondo.

« In una parola, o Signore, alla vera fede io aggiungerò una vita santa per confessarti in due modi: con le parole, dicendo la verità; e con le opere, conducendo una vita regolata secondo la tua Santissima Volontà ». (582)

INTRODUZIONE

(1)         De Imit. Christ.,1. I, c. 19, n. 1.

(2)        S. BERNARDO, In Cantica Canticorum, serm. XV, 6.

(3)        S. TOMMASO, Comment. in Col., III.

(4)        S. TOMMASO, in II Tini., IV.

(5)        la 2",    61, a. 5.

(6)        C. ALAPIDE, IX, 441, 2.

(7)         Meni. Biogr., XV, 184.

(8)        Quid autem vides festucam in oculo fratris tui, et tra­bem in oculo tuo non vides? Aut quomodo dicis fratri tuo: Sine ejiciam festucam de oculo tuo, et ecce trabs est in oculo tuo? Hypocrita, ejice primum trabem de oculo tuo, et tunc videbis ejicere festucam de oculo fratris tui (Matth., VII, 3-5).

(9)         Mem. Biogr., X, 1037.

(10)      Meni. Biogr., IX, 403.

(11)      Mem. Biogr., VIII, 19.

(12)      Mem. Biogr., X, 30.

(13)      Mem. Biogr., XVI, 328.

(14)      Mem. Biogr., XIX, 101.

(15)      Mem. Biogr., I, 124.

(16)     Faciamus hominem ad imaginem et similitudinem no­strani (Gen., I, 26).

(17)      In 3 Sent., D. 20, I, 2.

(18)     Cfr. S. TOMMASO, De Verit., II, a. 2; Contro Gent., III, 113; Summa Theol. la, q. 14, a. 1; q. 16, a. 3; q. 80, a. 1, etc.

(19)     In die qua creavit Deus hominem, ad similitudinem Dei fecit illum. Adam... genuit ad imaginem et similitudinem suam (Gen., V, 1, 3). S. TOMMASO, Comment., in hunc locum.

501

(20)     Rom., I, 20 seg.

(21)       S. TOMMASO, in Apoc., VIII; Serm. 2, ex Ep. Domin.

10 post Pent.           •

(22)       Cfr. J. BEN. PERAZzO, Ecclesiastes Thomisticus, Pec­catum. Aug. Vindelic., MDCCXL.

(23)       S. TOMMASO, in Apoc., II, Com. 2, § 2.

(24)       S. TOMMASO, in Matth., IX; in Jo., XI, 1. 4 et 6.

(25)       Sed iniquitates vestrae diviserunt inter vos et Deum vestrum (/s., LIX, 2).

(26)       Scito et vide, quia malum et amarum est reliquisse te Dominum Deum tuum (Jer., II, 19).

(27)       Mem. Biogr., III, 587.

(28)       Obstupescite, caeli, super hoc; et portae eius, desola-mini vehementer, dicit Dominus. ´Dna enim mala fecit populus mens: me dereliquerunt fontem aquae vivae, et foderunt sibi cisternas, cisternas dissipatàs, quae continere non valent aquas (Jer., II, 12-13).

(29)       Mem. Biogr., VIII, 16.

(30)       Mem. Biogr., VII, 40.

(31)     M. T. CICERONE, Ad familiares, IX, 14.

(32)       ARISTOTELE, Ethica ad Nicomachum, I, 9-10.

(33)     CL. DIANO, Varice Historiae, XIII.

(34)       PLATONE, in Menexem; Politeia, IV.

(35)     M. T. CICERONE, De Amicitia.

(36)       L. A. SENECA, Epist. 67 ad Lucilium.

(37)       STOBEO, Sermo de Virtute.

(38)       STOBEO, Sermo de Virtute.

(39)       DIOGENE LAERZIO, Vitae et placita clarorum philoso­phorum, VI.

(40)       VALERIO M., De dictis factisque rnemorabilibus, V.

(41)     S. GIOV. CRISOS., in. Matth, hom. 3.

(42)       S. AGOSTINO, De libero arbitrio, II, 19.

(43)       S. BERNARDO, In nativitate S. Victoris, serm. I, 1.

(44)     E. JANVIER, La Virtù, Quaresimale del 1906, Ia Con­ferenza. Versione del P. G. Benelli.

(45)       Secura mens quasi juge convivium (Prov., XV, 15).

502

(46)       S. BERNARDO, In Cant., serm. XXVII, 3,

(47)       S. GREGORIO M., Moralium, I, 39.

(48)     S. GREGORIO NAZIANZ., Oratio de Paupertate.

(49)     S. TOMMASO, in Rom., XIII.

(50)     S. GREG. M., Moralium, XXIV, 6.

(51)     S. BERNARDO, in Cant., serm. XXVII, 8.

(52)       S. Gzov. Ciusos., in Act., hom. 32.

(53)       S. AGOSTINO, De moribus Eccl. Cathol., XXII, 41.

Cfr. C. ALAPIDE, Suppl., III, 481.

(54)     S. LORENZO GIUSTINIANI, De ligno vitae.

(55)       Cfr. Ps. LXXXIII, 1, 4, 9, 13; Matth., XI, 21; Sap.,

V, 13; Phil., IV, 8.

(56)       M. T. CICERONE, Tusculanae Disputationes, Il; F. LAT‑

TANZIO, De opificio Dei, XII.

(57)       ARISTOTELE, De coelo, I, t. I, XVI.

(58)     E. JANVIER, La virtù, Quaresim. 1906, IP Conica.

(59)       Mem. Biogr., I, 125.

(60)       Mem. Biogr., XIII, 802.

(61)       Cunctae res difficiles; non potest eas homo explicare sermone. Non saturatur oculus visu, nec auris auditu impletur

(Eccle., T, 8).

(62)       DIOGENE LAERZIO, Vitae et placita clan. philos., VI;

PLUTARCO, citato da STOBEO, Florilegium, serm. V.

(63)       Mem. Biogr., XV, 460.

(64)     F. VARVELLO, Dizionario Etimologico Filosofico e Teolo‑

gico, Temperamento.

(65)       G. LORENZINI, Appunti di Caratterologia e Tipologia,

P. I, C. IV, §4. Torino, Pont. Ateneo Sales., 1949.

(66)       Mem. Biogr., II, 510-11.

(67)       FILONE EBREO, De Somniis.

(68)       Conca Gent., II, 73, 76; 79.

(69)   Riguardo agli squilibri dell´Intelligenza, e così pure

a quelli da noi accennati al n. 7 (Passioni) e al n. 10 (Volon­tà), cfr. I. GERAUD, Contre-Indications Médicales à l´orien‑

tations vers le Clergé, 3 éd. Vitte, Lyon-Paris, 1947.

(70)       S. TERESA, Camino de Perfección, cap. XIV.

503

(71)         Sensus enim et cogitatio humani cordis in malum pro­na sunt ab adolescentia sua (Gen,, VIII, 21); 2a 2ae, q. 85, a.

3 e. et ad I.

(72)         Sed sub te erit appetitus ejus, et tu dominaberis illius (Gen., IV, 7) ; S. TOMMASO, De Verit., 24, 1, ad I.

(73)         CONCIL. DI TRENTO, SeSS, VI, cap. 11.

(74)         Mem. Biogr., XV, 78.

(75)         Mem. Biogr., VII, 575.

(76)         Mem. Biogr., VI, 512; XIII, 269.

(77)         Mem. Biogr., XI, .279.

(78)         la 2ae, q. 22, a. 3.

(79)         S. BERNARDO, In Capite Jejunii, serm. II, 3.

(80)         Mem. Biogr., II, 177; XII, 580-1.

(81)         Mem. Biogr., III, 534; IV, 289; XI, 246; XII, 583-5; XIII, 420, 434; XIV, 424; XVII, 649.

(82)         Mem. Biogr., III, 115-16; XVII, 204.

(83)         Mem. Biogr., I, 123; II, 93-5; III, 11, 162, 169 seg., 178, 343; IV, 418, 439, 680; V, 637-8, 737; VI, 394; VII, 849; IX, 70; X, 739, 742, 1019; XII, 33, 86; XVI, 439-40.

(84)         Mem. Biogr., II, 461-2; III, 11, 162, 169-73, 178; IV, 270, 439, 680; VI, 3, 362, 385-6, 889, 990; VII, 498, 585; VIII, 47, 113, 239, 259, 891, 418; IX, 8134, 880; X, 46, 170, 252, 254, 263, 288 seg., 482, 779, 1017; XI, 125-9; XII, 153, 370; XIII, 104, 124, 434; XIV, 27; XVI, 587; XVII, 107, 114, 115, 450, 802; XVIII, 258, 312, 369, 457, 489, 495, 497.

(85)         Mem. Biogr., XVII, 113; X, 43, 56.

(86)     Pravum est cor omnium, et inscrutabile (Jer., XVII, 9). Ab intus enim de corde hominum malae cogitationes proce­dunt, adulteria, fornicationes, homicidia, furta, avaritiae, nequi­tiae, dolus, impudicitiae, oculus malus, blasphemia, superbia, stultitia (Marc., VII, 21-22).

(87)         S. BERNARDO, in Ps. Qui habitat, serm. VII, 15.

(88)     P 2", q. 25, a. 2.

(89)         Mem. Biogr., I, 119.

(90)         Mem. Biogr., IX, 707.

(91)         Mem. Biogr., XII, 21-22.

504

(92)         Mem. Biogr., XIII, 85.

(93)         S. AGOSTINO, De moribus Eccl. Cath., XV, 25; CARD. J. BONA, Principia vitae Christ., II, 38.

(94)         L. A. SENECA, Epist. 77 ad Lucil.

(95)         Mem. Biogr., III, 614.

(96)   DIOGENE LAERZIO, Vitae et placita clar. philos., VI. (97)- Mem. Biogr., III, 468. (98) Mem. Biogr., XVI, 222. (99.) Mem. Biogr., XI, 221.

(100)       Mem. Biogr., XIII, 889.

(101)       S. AGOSTINO, Confessiones, VIII, 5.

(102)       Mem. Biogr., VII, 600.

(103)       Mem. Biogr., XV, 186.

(104)       S. BERNARDO, De Praecepto et Dispensatione, n. 9_

(105)       S. TERESA, Camino de perfección, cap. XIII.

(106)       ARISTOTELE, Ethic. ad Nicom., II, 6.

(107)       P. ABELARDO, Dialogus inter philosophilm judaeum et christianum; ALGHERO DL CHIARAVALLE, De spiritw´et anima, 4..

(108)       la 2ae, q. 55, a. 1-3,

(109)       E. JANVIER, La virtù, Quaresim. 1906, P Confer.

(110)       Mem. Biogr., VI, 99, 969.

(111)       SIDONLO APOLLINARE,y Epistolarum 1. VII, ep. 9.

(112)       E. JANVIER, La virtù, Esercizi Pasquali del 1906,. Ia Istruzione.

(113)       ARISTOTELE, Ethic. ad Nicom., II, 6.

(114)       S. TOMMASO, Comment. in Ethic. ad Nicom., un. 314, 322, 370.

(115)       E. JANVIER, La virtù, Eserc. Pasq. del 1906, P Istruz.

(116)       S. GREG. M., in Ezech., hom. 6.

(117)       S. FRANO. DI SALES, Teotimo, II, 7.

(118)       S. Giov. Bosco, // Beato Domenico Savio, cap. I e XVI.

(119)       2a 2ae, q. 2, ad I; De Virtutibus, a. 10 ad XIV.

(120)       la 2", q. 58, a. 3 ad III.

(121)       Mem. Biogr., XIX, 214.

(122)       E JANVIER, La virtù, Quaresim. 1906, IP Confer.

505

(123)    E. JANVIER, La virtù, Quaresim. 1906, lila Confer.

(124)    E. JANVIER, La virtù, Quaresim. 1906, Ma Confer.

(125)    E. JANVIER, La virtù, Quaresim. 1906, IVa Confer.

(126) le 2ee, q. 55; De Virt. a. 1.

(127)    2a 2", q. 32, a. 1 ad I.

(128) 2a 21e, q. 32, a. 1 ad II; la 2ae, q. 114, a. 4 ad I.

(129)     PLUTARCO, Apophtegutata laconica.

(130)    S. TOMMASO, De Virt., a. 12 ad XXIV.

(131)    Cfr. I Cor., III, 10; Hebr., VI, 19; Eph., III, 17.

(132)    S. TomaaAso, Comment. in 7 Ethic. ad Nicom.; le 2",

q. 68, a. 1 ad I; in 3 Sent., D. 34, I, 1.

(133)    S. GREG, NISSENO, De beatitudinibus, 7.

(134)    Summa Theol., 12, q. 25, a. 6 ad IV.

(135)    S. PIER CRISOLOGO, Serm. 70.

(136)    S. CIRILLO ALESS., in Jo., I, 9; S. ATANASIO, Adv. Arianos, Or. II, 59.

(137)    Videte qualem charitatem dedit nobis Pater, ut fiuti Dei nominemur et simus (I Jo., III, l).

(138)    Qui traditus est propter delicta nostra, et resur­rexit propter justificationem nostrani (Rom., IV, 25). Per quem maxima et pretiosa nóbis promissa donavit, ut per haec efficia­mini divinae consortes naturae (II Petr., I, 4).

(139)    In quo clamamus: Abba (Pater). Ipse enim Spi­ritus testimonium reddit spiritui nostro, quod sumus filii Dei. Si autem filii, et heredes: heredes quidem Dei, coheredes autem Christi (Rom., VIII, 15-17) .

(140)    Si quis diligit me, sermonem meum servabit, et Pa­ter mens diliget eum, et ad eum veniemus, et mansionem apud eum faciemus (Jo., XIV, 23). Nescitis quia templum Dei estis, et Spiritus Dei habitat in vobis? (I Cor., III, 16). S. IRENEO, Contra haereses, V, 8.

(141)    S. AGOSTINO, in Ps. XXX.

(142)    S. Giov. Crusos., in Ep. ad Eph., hom. I, 3.

(143)    Et induentes novum, eum qui renovatur in agnitio­nem, secundum imaginem ejus qui creavit illum (Col., III, 10). In eamdem imaginem transformamur, a claritate in claritatem,

506

tanquam a Domini Spiritu (II Cor., III, 18). Contra Gent., III, 19.

(144)    Fidelis autem Deus est, qui non patietur vos ten­tari supra id quod potestis; sed faciet etiam man tentatione proventum, ut possitis sustinere (I Cor., X, 13). S. LEONE M., Serm. 17 De Jejun. decim. mens. et Eleem., VII, 1.

(145)    Et posui vectem et ostia, et dixi: Usque bue venies, et non procedes amplius, et hic confringes tumentes fluctus tuos (Job, XXXVIII, 10-11). S. GREG.M., Moralium XXIX, e. 19, n. 43.

(146)    Infelix ego homo! quis me liberabit de corpore mor­tis hujus? Gratia Dei per Jesum Christum Dominum nostrum (Rom., VII, 24-25). Oculi mei semper ad Dominum, quoniam ipse evellet de laqueo pedes mens (Ps., XXIV, 15). Anima nostra sicut passer erepta est de laqueo venantium; laqueus contritus est, et nos liberati sumus (Ps., CXXIII, 7). S. Fui,- GENZIO, Epist. 4, 4.

(147)    Sicut palmes non potest ferre fructum a semetipso, nisi manserit in vite, sic nec vos, nisi in me manseritis... Sine me nihil potestis facere (Jo., XV, 4-5). Non quod sufficientes simus cogitare aliquid a nobis, quasi ex nobis, sed sufficientia nostra ex Deo est (II Cor., III, 5). Gratia enim estis salvati per fidem; et hoc non ex vobis, Dei enim donum est; non ex operibus, ut ne quis glorietur. Ipsius enim sumus fattura, creati in Christo Jesu, in operibus bonis quae praeparavit Deus, ut in illis ambulemus (Eph., II, 8-10). Deus est enim qui operatur in vobis et velle et perficere, pro bora voluntate (Phil., II, 13).

(148)    Quis enim te discernit? Quid autem habes quod non accepisti? si autem accepisti quid gloriaris quasi non acceperis? (I Cor., IV, 7). Deus superbis resistit, humilibus autem dat. gratiam (I Petr., V, 5). Orat. Dom. VI post Pent. et Fer. III

post. Dom. II Quadrag. Grat. Act. post               Orat.

(149)    S. TOMMASO, Op. 7, Pet. 3.

(150)  Summa Theol., P, q. 62, a. 3 ad II.

(151)    S. GREG. NISSENO, Catechetica Oratio, 31.

(152)    S. EFREM, Hymn. de Epiph., X, 14-15.

507

(153)         S. Grov. CRISOS., in Jo., hom. X, 1.

(154)         Maria, quae etiam sedens secus pedes Domini, audie­bat verbum illius. Martha autem satagebat circa frequens mi­nisterium (Luc., X, 39-40).

(155)         S. TOMMASO, De Verit., II, 4; 28 2ae, q. 180, a. L S. TERESA, Fundaciones, cap. V.

(156)         S. TOMMASO, in Jo., XVIII, 1. 3; XX, 1. 1; 2a 2ae,

q. 182, a. 4 ad II.

(157)         Ego dormio, et cor meum vigilat (Gant. V, 2). SAN TOMMASO, Comment. in h. 1.

(158)         Cfr. INNOCENZO XI, Litt. Ap. Sacrosancti apostolatus, 17 aprile 1684_ Enchir. Clericor., n. 151.

(159)         S. TommAso, De Virt., II, 11 ad VI; in Gen., XXVIII.

(160)         Summa Theol., 3a, q. 40, a. 1 ad II.

(161)         in 3 Sent., D. 35, I, 3, q. 3 in 2, sed contra.

(162)         In Christo enim Jesu, neque circumcisio aliquid va­let, neque praeputium, sed nova creatura (Gal., _VI, 15).

(163)         Non quod sufficientes simus cogitare aliquid a nobis quasi ex nobis, sed sufficientia nostra ex Dea est (II Cor., III, 5).

(164)         De ´mit. Christ., 1. III, c. 19, n. 5.

(165)         II Petr., I, 3-11

(166)         Eph., III, 14 segg.; IV et V.

(167)         II. LENNERZ, De Virtutibus Theologicis, nn. 623-8. Romae, 1930.

(168)         Castigo corpus meum, et in servitutem redigo (I Cor., IX, 27) ; la 2", q. 63, a. 4.

(169)         Catechismus Concil. Trident., P. II (De Bapt. Sa­cram.), n. 51,

(170)         S. Gmv. Carsos., in -Ep. Jo. ad Parthos, tr. VIII, 1.

(171)         S. GREG. M., in Ezech., I, hom. V, 11.

(172)         Nunc autem manent fides, spes, charitas, tria haec; major autem horum est charitas (I Cor., XIII, 13). Nos autem qui diei sumus, sobri simus, induti loricam fidei et charitatis, et galeam spem salutis (I Thess., V, 8). OGNCIL. DI TRENTO, sess. VI, cap. 7‑

(173)      Bora., XII; Eph., V-VI; ,Phil.,

508

(174)         la 2ae q. 65, a. 3.

(175)         S. TOMMASO, De Virt., q. 1, a, 10.

(176)         S. AGOSTINO, in Ep. Jo., VIII, 14; IX, 1.

(177)         Vos autem curam omnem subinferentes, ministrate in fide vestra virtutem (II Petr, I, 5).

(178)         S. G. Bosco, Il Beato Domenico Savio, cap. XVI.

(179)         Initium enim illius verissima est disciplinae concu­piscentia. Cura ergo disciplinae dilectio est (Sap., VI, 18-19).

(180)         Me. oportet operari opera ejus qui misit me, donec dies est; venit nox, quando. nemo potest operari (Jo., IX, 4).

(181)         S. • AGOSTINO, De Verbis Apostoli, serro. XV.

(182)         Sicut virgula fumi ex aromatibus myrrhae, et thuris, et universi pulveris pigmentarii (Cant., III, 6). S. TOMMASO, Comment.-in h. 1.

(183)         S. AGOSTINO, De Tempor., serro, 250. CARD. J. BONA, Cursus Vitae Spiritualis, P. I, C. XI, De vitiis capitalibus se­cundum altiorem intellegentiam.

(184)         Mem. Biogr., IV, 212.

(185)         Itaque, fratres mci diletti, stabiles estate, et immo­biles; abundantes in opere Domini semper, scientes quod la­bor verter non est inanis• in Domino (I Cor., XV, 58).

(126) Jugum enim meum suave est, et onus meum leve (Matth., XI, 30). Diligam te, Domina, fortitudo mea. Dominus firmamentum meum, et refugium meum, et liberator meus. Deus meus adiutor meus, et sperabo in eum (Ps., XVII, 2-3).

(187)         S. TOMMASO, Comment. in X Libros Ethic. Arist., IT, 1. 1, nn. 249, 250.

(188)         S. TOMMASO, De. Virt., a, 10, ad XIV.

(189)         Anima autem operantium impinguabitur (Prov., XIII, 4) .

(190)         Adauge nobis fidem (Luc., XVII, 5). S. GREG, M., in Ezech., II, hdm. III, 4.

(191)         CONCIL. DI TRENTO, seas. VI, cap. 7.

(192)    la 2a8, q. 92, a. 1 ad I.

(193)         Exerce autem teipsum ad pietatem (I Tini., IV, 7). Si­ne me nihil potestis facere (Jo., XV, 5). Or. D. XIII post. Pent.

509

(194)    E. JANVIER, La virtù, Eserc. Pasq. 1906, IIIa Istruz.

(195)    Qui spernit modica paulatim decidet (Eccli., XIX, 1).

(196)    la 2ae, q. 89, a. 4 ad III.

(197)    S. GREG. M., Regala Pastoralis, III, 33.

(198)    Meni. Biogr., XV, 184.

(199)    Mem. Biogr., XIII, 212.

(200)    Mem. Biogr., XV, 183.

(201)    Mem. Biogr., XII, 592.

(202)    I Petr., III, 8-15.

(203)    S. AGOSTIDIO, Epist. 29.

(204)    la 210, q. 61, a. 4 ad I.

(205)    S. GREG. M., in Ezech., luarn. XXII.

(206)    2a 2ae, q. 48.

(207)    In 4 Sent., D. 17, II, 2, q. 4.

(208)    E. JANVIER, La virtù, Quaresim. 1906, IVa Confer.

(209)    la 2", q. 65, a. 2.

(210)    S. TOMMASO, in Col., III.

(211)    Plenitudo ergo legis est dilectio (Rom., XIII, 10). la 2a8, q. 65, a. 3.

(212)    la 2", q. 65, a. 5.

(213)    Charitas patiens est, benigna est. Charitas non aemu­latur, non agit perperam, non inflatur; non est ambitiosa, non quaerit quae sua sunt, non irritatur, non edgitat malum; non gaudet super iniquitate, congaudet-autem veritati; omnia suffert, omnia credit, omnia sperat, omnia sustinet (I Cor., XIII, 4-7).

(214)    ORIGENE, in Ep. ad Rom., VI, 1. VI.

(215)    2a 2ae, q. 152, a. 3 ad II.

(216)    Quaerite ergo primum regnum Dei, et justitiam ejus, et haec omnia adjicientur vobis (Matth., VI, 33). Mem. Biogr., XIII, 321.

(217)    De Imis. Christ., I. I, c. 25, n. 11.

(218)    Contra Gent., III, 70, 155; 12 258, q. 106, a. 2 ad II.

(219)    S. TOMMASO, Op. 7, Pet. 6.

(220) Confidite, ego vici mundum (Jo., XVI, 33). Cfr. Mat­th., XXVI, 41; Marc., IX, 28. S. TOMMASO, in Apoc., II, com. 2, § 1.

510

(221)    la 2", q. 73, a. 1 ad II.

(222)    la 2ae, q. 71, a. 4.

(223)    la 2ae, q. 65, a. 4.

(224)    Lament., IV, 1, 2, 5, 7, 8.

(225)    la 280, q. 70, a. 3 ad L

(226)    Com. DI CARTAGINE, De pecc. orig. et gratia, can. 4.

(227)    la 2", q. 68, a. •2 ad II.

(228)    P. M. CORDOVANI O. P., Itinerario della Rinascita Spirituale, Introd., Metodo Tomista. Roma, 1946.

(229)    Contra Gent., IV., 21.

(230)    Et requiescet super eum spiritus Domini: spiritus sa­pientiae et intellectus, spiritus consilii et fortitudinis, spiritus scientiae et pietatis; et replebit eum spiritus timoris Domini (/s., XI, 2).

(231)    LEONE XIII, Encicl. Divinum illud, 9 marzo 1897.

(232)    S. TOMMASO, in I Cor., XII, 1. 2.

(233)    P. C. PERA O. P., I Doni dello Spirito Santo nell´a­nima del Beato Giovanni Bosco. Prefazione del P. R. Giuliani O. P. Torino, 1930.

(234)    Omnis qui natus est ex Deo, peccatum non facit, quoniam semen ipsius in eo manet (I Jo., III, 9).

(235)    la 2", q. 70, a. 1.

(236)    In 3 Sent., D. 27, I, 1.

(237)    Fructus autem spiritus est charitas, gaudium, pax, patientia, benignitas, bonitas, longanimitas, mansuetudo, fides, modestia, continentia, castitas (Gal., V, 22-23).

(238)    la 2ae, q. 70, a. 3.

(239)    Lignum vitae, afferens fructus duodecim (Apoc., XXII, 2). S. TOMMASO, Comment. in h. 1.; la 2ae q. 70, a. 2.

(240)    S. G. Bosco, Il Beato Domenico Savio, cap. XVIII.

(241)    Hilarem enim datorem diligit Deus (II Cor., IX, 7). Servite Domino in laetitia (Ps., XCIX, 2). In omni dato hilarem fac vultum tuum, et in exultatione santifica decimas tuas (Ec­cli., XXXV , 11). Gaudium justo est facere judicium (P rov ., XXI, 15). S. TOMMASO, in 2 Cor., IX.

(242)    S. TOMMASO, in Is., XI; 2a 2ae, Q 19, a. 12 ad I.

511

(243)       1) Beati pauperes spirito, quoniam ipsorum est re‑

, gnum caelorum. 2) Beati mites, quoniam ipsi possidebunt ter­ram. 3) Beati qui lugent, quoniam ipsi consolabuntur. 4) Beati qui esuriunt et sitiunt justitiam, quoniam ipsi saturabuntur. 5) Beati misericordes, quoniam ipsi misericordiam consequen­tur. 6) Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt. 7) Beati pacifici, quoniam filii Dei vocabuntur. 8) Beati qui perse­cutionem patiuntur propter justitiam, quoniam ipsorum est regnum caelorum (Matth., V, 3-10).

(244)       la 2a8, q. 69, a. 4 ad II.

(245)       la 258, q. 68, a. 8; 2a 2ae, q. 9, a. 1 ad III.

(246)       Charitas Dei diffusa est in cordibus nostris per Spi­ritum Sactum, qui datus est nobis (Rom., V, 5).

(247)       la 2ae, q. 62, a. 4; 2a 2", q. 17, a. 7 et 8.

(248)       S. AGOSTINO, De perfect. Justitiae hominis, XVIII, 19.

(249)       Sì tamen perinanetis in fide fundati, et stabiles, et immobiles a spe evangelii (Col., I, 23). Quam (spem) sicut anchoram habemus animae tutam ac firmam (Hebr., VI, 19). In charitate radicati et fundati (Eph., III, 17).

(250)       S. TOMMASO, in Rom., XII.

(251)        Mem. Biogr., XV, 183.

(252)       Gratias agimus Deo semper pro omnibus vobis, me­moriam vestri facientes in orationibus nostris sino intermis­sione; memores operis fidei vestrae, et laboris, et charitatis, et sustinentiae spei Domini nostri Jesu Christi (I Thess., I, 2-3).

(253)       S. EFREM, De vita spirituali, n. 66.

(254)       S. BERNARDO, De moribus et officio Episcoporum, n. 17.

(255)       S. GREG. M. Moralium 1. XXXIV , c. 18.

(256)       Quid autem habes quod non accepisti? si autem ac­cepisti quid gloriaris quasi non acceperis? (I Cor., IV, 7). S. TOMMASO, De eruditione Principum, V, 39.

(257)        Mem. Biogr., VIII, 977.

(258)        Mem. Biogr., VIII, 931.

(259)       S. Acosnivo, De civitate Dei, XIV, 6 et 7.

(260)       Deus charitas est, et qui manet in charitate, in Deo manet, et Deus in eo (I Jo., IV, 16). ORIGEN; in Ep. ad Rom., VI, 1. VI.

512

(261)        Charitas de corde puro, et conscientia bona, et fide non fitta (I Tim., I, 5). S. AGOSTINO, Tractatus LXXXV1I, 1.

(262)       Si diligamus invicem, Deus in nobis manet, et cha­ritas ejus in nobis perfetta est (I Jo., IV, 12). S. TOMMASO, Comment. in h. I.

(263)       Lampades ejus lampades ignis atque flammarum (Cant., VIII, 6). S. TOMMASO, Comment. in h. 1.

LA FEDE

(264)       Si testimonium hominum accipimus, testimonium Dei majus est (I Jo., V, 9).

(265)       Nam qui supra petram, qui cum audierint, cum gau­dio suscipiunt verbum; et hi radices non habent; qui ad tem­pus credunt, et in tempore tentationis recedunt (Luc., VIII, 13).

(266)       Et si habuero omnem fidem ita ut montes transferam, charitatem autem non habuero, nihil sum (I Cor., XIII, 2).

(267)       Quid proderit, fratres mei, si fidem quis dicat se habere, opera autem non habeat? Nunquid poterit fides sal­vare eum? (Jac., II, 14).

(268)       Fides vestra annuntiatur in universo mundo (Rom., 8).

(269)   Unus Dominus, una fides, unum baptisma (Eph., IV, 5). Per quem accepimus gratiam et apostolatum, ad obe­diendum fidei in omnibus gentibus (Rom., I, 5).

(270)       Habens fidem et bonam conscientiam, quam quidam repellentes, circa fidem naufragaverunt (I Tim., I, 19).

(271)        Mem. Biogr., XVI, 158.

(272)       CONCI´, DI TRENTO, sess. VI, cap. 8 et 7.

(273)       Qui verbum meum audit, et credit ei qui misit me, habet vitam aeternam (Jo., V, 24).

(274)       2a 28e, q. 4, a. 1.

(275)       Est autem fides sperandarum substantia rerum, ar­gumentum non apparentium (Hebr., XI, 1).

513

(276)         Haec est autem vita aeterna: ut cognoscant te, so­lum Deum verum, et quem misisti Jesum Christum (Jo., XVII, 3).

(277)    la 2%. q. 110, a. 4.

(278)         Spes autem quae videtur non est spes; nam quod videt quis, quid sperat?... Quod non videmus speramus (Rom., VIII, 24-25)..

(279)    Qui vero non crediderit, condemnabitur (Marc., XVI, 16),

(280)    Invisibilia enim ipsius, a creatura mundi, per ea quae fatta sunt, intellecta, conspiciuntur; sempiterna quoque ejus virtus, et divinitas (Rom., I, 20). A magnitudine enim speciei et creaturae cognoscibiliter poterit creator horum videri (Sap., XIII, 5).

(281)         Omnes homines vident eum; unusquisque intuetur procul (Job., XXXVI, 25).

(282)         S. TOMMASO, Op. 70, Praef.

(283)    Creaturae Dei in odium factae sunt, et in ten­tationem animabus hominum, et in muscipulam pedibus in­sipientium (Sap., XIV, 11).

(284)    Quae Dei sunt, nemo cognovit, nisi Spiritus Dei... Nobis auteni revelavit Deus per Spiritum suum (I Cor., II, 11, 10).

(285)         Habentes autem eumdem spiritum fidei, sicut scriptum est: Credidi, propter quod locutus sum; et nos credimus, prop­ter quod et loquirnur (II Cor., IV, 13).

(286)         S. AGOSTINO, Sermo XXXVIII, 5.

(287)    S. TOMMASO, in Eph., II, 1. 3; 2a 2", q. 6, a. 1.

(288)    la 2", q. 109, a. 1.

(289)         S. FRANO. DI SALES, Teotirno, II, 14.

(290)         Qui de tenebris vos vocavit in admirabile lumen suum

(I Petr., II, 9).

(291)         Ego lux in mundum veni, ut omnis qui credit in me, in tenebris non maneat (Jo., XII, 46).

(292)         Qui eripuit nos de potestate tenebrarum (Col., I, 13).

(293)         Ideo et nos gratias agimus Deo sine intermissione, quoniam cum accepissetis a nobis verbum auditus Dei, accepi‑

514

stis illud, non ut verbum hominum, sed, sicut est vere, verbum Dei, qui operatur in vobis, qui credidistis (I Thess., II, 13).

(294)         S. TOMMASO, in Jo., VI, 1. 3 et 6; III, I. 3; in Rom., IV, 1. 1).

(295)     Qui credit in eum, non judicatur (Jo., III, 18).

(296)         Qui credit in me, habèt vitam aeternam (Jo., VI, 47).

(297)     Hic est verus Deus, et vita aeterna (I Jo., V, 20).

(298)         CONCIL. DI TRENTO, sess. VI, cap. 8.

(299)         S. AGOSTINO, Senno XLIII, 1.

(300)     S. AGOSTINO, in Ps. CXXXIX, 1; in Jo., VIII.

(301)         S. AGOSTINO, De fide et operibus, C. 7.

(302)     2a    q. 4, a. 7 ad IV.

(303)     Abraham genuit Isaac. Isaac autem genuit Jacob (Matth., I, 2). S, TOMMASO, Comment. in h. 1.

(304)     Justificati ergo, ex fide, pacem habeamus ad Deum per Dominum nostrum Jesum Christum, per quem et habe­mus accessum per fidem in gratiam istam in qua stamus, et gloriamur in spe gloriae filiortun Dei (Rom., V, 1-2).

(305)     Vosmetipsos tentate si´ estis in fide; ipsi vos pro­bate (II Cor., XIII, 5). Et nos in Christo Jesu credimus, ut justificemur ex fide Christi (Gal., II, 16).

(306)         Finis autem praecepti est charitas de corde puro, et conscientia bona, et fide non fitta (I Tim., I, 5).

(307)     Postulet autem in fide nihil haesitans (Jac., I, 6).

(308)     Unus Dominus, una fides (Eph., IV, 5).

(309)     Justus autem ex fide vivit (Rom., I, 17; cfr. Abac., M 4) .

(310)     0 rnulier, magna est fides tua (Matth., XV, 28).

(311)     Propter ineredulitatem vestram. Amen quippe dico vobis, si habueritis fidem, sicut granum sinapis... nihil impossi­bile erit vobis (Matth., XVII, 19).

(312)     Sed (valet) fides quae per charitatem operatur (Gal., V. 6).

(313)         Nam etsi corpore absens sum, sed spiritu vobiscum sum, gaudens et videns ordinem vestrum, et firmamentum ejus quae in Christo est fidei vestrae (Col., II, 5).

515

(314)   In omnibus sumentes scutum fidei (Eph., VI, 16).

(315)   Filii sanctorum sumus, et vitam illam expectamus quam Deus daturus est his qui fidem suam nunquam mutant ab eo (Tob., II, 18).

(316)   S. TOMMASO, De erud. Princ., II, 3.

(317)   S. GREG. M. cit. da S. TOMMASO, De Virt., q. 2, a. 3 ad II.

(318)   Jac., II, 14 seg.

(319)   S. FRANO. DI SALES, Disc. 8, 2° giorno di Quaresima.

(320)   Confitentur se nosse Deum, factis autem negant, cum sint abominati, et incredibiles, et ad omne ´opus bonum reprobi (Tit., I, 16).

(321)   Credo, Domine, et procidens adoravit eum (Jo., LX, 38).

(322)   Pone me ut signaculum super cor tuum, ut signaculum super brachium tuum (Cant., VIII, 6).

(323)   Positio super introductione causae, 410, n. 183.

(324)   SAc. A. AMADEI, Vita del Servo di Dio Don Michele Rua, Vol. 2, cap. 2, pag. 20-23.

(325)   State ergo... in omnibus sumentes scutum fidei, in quo possitis omnia tela nequissimi ignes exstinguere (Eph., VI, 14, 16).

(326)   Qui per fidem vicerunt regna (Hebr., XI, 33). S. TOMMASO, Comment. in h. 1.; in Machab., Prol.; Op. 6, § 1.

(327)   Fortes in fide (I Petr., V, 9).

(328)   Haec est vittoria quae vincit mundum, fides nostra

(I Jo., V, 4).

(329)   Certa bonum certamen fidei; apprehende vitam ae­ternam, in qua vocatus es, et confessus bonam confessionem coram multis testibus (I Tim., VI, 12).

(330)   Oculi enim Domini contemplantur universam ter­ram, et praebent fortitudinem his qui corde perfetto credunt in eum (II Paralip., XVI, 9).

(331)   Mem. Biogr., XII, 349 seg.

(332)   SAc. P. ALBERA, Circolari, pag. 86-7.

(333)   Mem. Biogr., XV, 183 seg.

516

(334)   S. BERNARDO, in Ps. Qui habitat, serm. XI, 1.

(335)   Et laverunt stolas suas, et dealbaverunt eas in san­guine Agni (Apoc., VII, 14).

(336)   28 28P, q. 35, a. 3 ad II.

(337)   S. TOMMASO, in Apoc., VI, com. 2.

(338)   Iter pigrorum quasi sepes spinarum (Prov., XV, 19).

(339)   Qui monis et dissolutus est in opere suo frater est sua opera dissipantis (Prov., XVIII, 9),

(340)   Per agrum hominis pigri transivi... et ecce totum repleverant urticae (Prov., XXIV, 30-31).

(341)   Et inutilem servum ejicite in tenebras exteriores (Matth., XXV, 30).

(342)   Desideria occidunt pigrum: noluerunt enim quid­quam manus ejus operari. Tota die concupiscit et desiderat (Prov., XXI, 25-26).

(343)   Sapientior sibi piger videtur septem viris loquentibus sententias (Prov., XXVI, 16).

(344)   Egestatem operata est manus remissa (Prov., X, 4).

(345)   Vult et non vult piger (Prov., XIII, 4).

(346)   Propter frigus piger arare noluit; mendicabitur ergo aestate, et non dabitur illi (Prov., XX, 4).

(347)   II Reg., XI.

(348)   Sicut ostium vertitur in cardine suo, ita piger in lectulo suo (Prov., XXVI, 14).

(349)   Pigrum dejicit timor (Prov., XVIII, 8).                 •

(350)   Dicit piger: Leo est foris, in medio plateartun oc­cidendus sum (Prov., XXII, 13).

(351)   Maledictus qui facit opus Domini fraudulenter (Jer., XLVIII, 10).

(352)   SAc. P. ALBERA, Circolari, pag. 95-6.

(353)   Cfr. Il Tim., II, 3; Ose., II, 15; I Petr., V, 2; Ose., X, 11; Luc., VIII, 5: /s.. XLI, 15; I Cor., III; 10; I Cor., IV, 1. S. TOMMASO, Op. 19, C. 7.

(354)   Parvuli petierunt panem, et non erat qui frangeret eis (Lament., IV, 4). Ubi est litteratus? ubi legis verba pon‑

derans? ubi dottor parv´ulorum ?             XXXTIT,      .

517

(355)         SAc. P. ALBERA, Circolari, pag. 99-100.

(356)         Non in solo pane vivit homo, .sed in =mi verbo quod procedit de ore Dei (Matth., IV, 4. Cfr. Deuter., VIII, 3).

(357)         In ecclesia volo quinque verba sensu mea loqui (I Cor., XIV, 19). S. TOMMASO, Comment. in h. 1.

(358)         Mel et lac sub lingua tua (Cant., IV, 11). S. TOM­MASO, Comment. in h. 1.

(359)         SAc. P. RICALDONE, Oratorio Festivo, Catechismo, Formazione religiosa. Libreria Dottrina Cristiana, Colle Don Bosco (Asti).

(36Q) Ubi autem plurimae segetes, ibi manifesta est for­titudo bovis (Prov., XIV, 4). S. GREG. M., Epistolarum 1. II, 47).

(361)     25 2", q. 10, a. 15.

(362)     Omnis enim quicumque invocaverit nomen Domini, salvus erit. Quomodo ergo invocabunt in quem non crediderunt? Aut quomodo credent ei quem non audierunt? Quornodo =tern audient sine praedicante? Quomodo vero praedicabunt visi mit­tantur? sicut scriptum est: Quam speciosi pedes evangelizantium pacem, evangelizantium boria! (Roco., X, 13-15. Cfr. Joel, Il, 32; /s., LII, 7). S. TOMMASO, in Rant., X, 1, 2,

(363)     Atti del Capitolo Superiore, N. 25, 24 giugno 1924, pa g. 294.

(364)     Mem. Biogr., IV, 281 seg.

(365)     S. BERNARDO, de Diversis, serm. LIV.

(366)     Similiter autem odio sunt Deo impius et impietas ejus (Sap., XIV, 9). Abomínatio est Domino via impii (Prov., XV, 9). Impii autem quasi mare fervens, quod quiescere non potest, et redundant fluctus ejus in coneulcationem et lutum.

Non est pax impiis, dieit Dominus Deus                           LVII, 20-21).
Omnia quae de terra sunt in terram convertentur; sic impii a maledicto in perditionem... Vindieta carnis impii ignis et ver­mis (Eccli., XLI, 13; VII, 19). Oculi autem impiorum defi­eient, et effugium peribit ab eis, et spes illorum abominatio animae (Job, XI, 20). Spes impii tamquam lanugo est quae a vento tollitur; et tanquam spuma gracilis quae a procella

518

dispergitur, et tanquam fumus qui a vento diffusus est, et tan­quam memoria hospitis unius dici praetereuntis (Sap., V, 15).

(367)    Cum enim dixerint: Pax et securitas, tune repentínus eis superveniet interitus... et non effugient (I Thess., V, 3). Qui reddent rationem ei qui paratus est judicare vivos et mortuos... Et si justus vix salvabitur, impius et peccator ubi parebunt? (I Petr., IV, 5, 18). Et vidi unum angelum stantem in sole, et clamavit voce magna, dicens omnibus avibus quae volabant per medium caeli: Venite, et congregamini ad coenam ma­gnam Dei; ut manducetis carnes regum, et carnes tribunorum, et carnes fortium, et carnes equormn et sedentium in ipsis, et carnes omnium liberorum et servorum, et pusillorum et magno-rum (Apoc., XIX, 17-18).

(368)    Qui dicunt impio: Justus es, maledicent eis populi, et detestabuntur eos tribus (Prov., XXIV, 24).

(369)         Judae, 17-23.

(370)    Mei autem pene moti sunt pedes, pene effusi sunt gressus mei; quia zelavi super iniquos, pacem peccatori= vi­dens... Donec intrem in sanctuarium Dei, et intelligam in no­vissimis eorum (Ps., LXXII, 2-3, 17). Vidi impium superexal­tatum, et elevatum sicut cedros Libani; et transivi, et ecce non erat; et quaesivi eum, et, non est inventus locus ejus (Ps.,

XXXVI, 35-6).           -

(371)    Filii hujus saeculi prudentiores filiis lucis in gene­ratione sua sunt (Luc., XVI, 8).

(372)         Mem. Biogr., XVII, 635; XVIII, 739.

(373)         Judae, 3-4.

(374)    Expectatio justorum laetitia, spes autem impiorum peribit (Prov., X, 28). Quoniam et Altissimus odio habet pec­catores, et impiis reddet vindictam (Eccli., XII, 7).

(375)    Quae est ecclesia Dei vivi, colurnna et firmamentum veritatis (I Tim., III, 15).

(376)    Audio scissuras esse inter vos, et ex parte credo,. nam oportet haereses esse, ut et qui probati sunt manifesti fiant in vobis (I Cor., XI, 18-19). Ideo mittet illis Deus opera­tionem erroris, ut credant mendacio, ut judicentur omnes qui

519

non crediderunt veritati, sed consenserunt iniquitati (II. Thess,, II, 10-11).

(377)    71 Petr., II, 1-3, 10, 17-18.

(378)  I Tim., IV, 1-2; H Tim., III, 1-5, 8, 12-13.

(379)    28 28P, q. 10, a. 3.

(380)    Haereticum hominem, post unam et secundam correp­tionem, devita, sciens quia subversus est qui ejusmodi est, et delinquit, cum sit proprio judicio condemnatus (Tit., III, 10).

(381)    28 28P, q. 11, a. 3.

(382)  II Tim., II, 14-16.

(383)  Mem. Biogr., VII, 844.

(384)  Bollettino Salesiano, 1° Luglio 1950, pag. 259,

(385)  Mem. Biogr., XV, 161.

(386)  Mem. Biogr., IX,- 24-25.

(387)  Mem. Biogr., IV, 573-4.

(388)  Mem. Biogr., VII, 60-61.

(389)  Mem. Biogr., VII, 56‑

(390)  Mem. Biogr., VII, 56.

(391)  Mem. Biogr., IV, 574.

(392)  Mem. Biogr., IX, 630-33.

(393)  Mem. Biogr., VIII, 610.

(394)  Mem, Bigos., XIII, 316-17.

(395)  Mem. Biogr., XVI, 368.

(396)  Mem. Biogr., XII. 128-29.

(397)  Mem, Biogr., XV, 207-8.

(398)  Mem. Biogr., XIII, 79.

(399)  Mem. Biogr., XII, 131.

(400)    Fratres mei, si quis ex vobis erraverit a vediate, et converterit quis eum, scire debet quoniam qui converti fe­cerit pecc,atorem ab errore viae suae, salvabit animam ejus a morte, et operiet multitudinem peccatorum (Jac., V, 19-20) .

(401)    S. S. Pio XII, Enciclica Humani generis, 12 agosto 1950.

(402)  Rom., XII, 1.

(403)    Parati semper ad satisfactionem omasi poscenti voi rationem de ea ctuae in vobis est spe (I Petr., III, 15), Senno

520

vester semper in gratia sale sit conditus, ut sciatis quomodo oporteat vos unicuique respondere (Col., IV, 6).

(404)    Isaias enim dicit: Domine, quis credidit auditui no­stro? Ergo fides ex auditu (Rom., X, 17. Cfr. /s., LITI, 1).

(405)    S. TOMMASO, Op. 6, § 1.

(406)    S. BERNARDO, In Cant., serm. XXVIII, 5,

(407)    Fides ex auditu, auditus autem per verhum Christi (Rom., X, 17). Multifariam, multisque modis olim Deus lo­quens patribus in prophetis, novissime diebus istis locutus est nobis in Filio (Hebr., I, 1-2).

(408)    Pio IX, Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.

(409)    Non enim doctas fabulas secuti, notam fecimus vobis Domini nostri Jesu Christi virtutem et praesentiam; sed spe­culatores facti illius magnitudinis (// Petr., I, 16), Hic est Filius meus dilectus, in quo mihi bene complacui: ipsum au-dite (Matth., XVII, 5).

(410)    S. TOMMASO, in Rom., I, 1. 1; in I Cor., XV, 1, 1.

(411)    Euntes in mundum universum praedicate evange1ium omni creaturae. Qui crediderit, et baptizatus fuerit, salvus erit; qui vero non crediderit, condemnabitur (Marc., XVI, 15-16).

(412)    Non enim doctas fabulas secuti (II Petr, I, 16) .

(413)    Si non facio opera Patris mei, nolite credere mihi. Si autem facio, et -si mihi non vultis credere, operibus credite (Io., X, 37-8).

(414)  Summa Theol., 3a, q. 43, a. 1.

(415)    Viri Israelitae, audite verba haec: Jesum Nazare­num, virum approbatum a Deo in vobis, virtutibus, et et signis, quae fecit Deus per illum in medio vestri, sicut et vos scitis... interemistis. Quem Deus suscitavit (Act., II, 22, 23, 24). Rabbi,, scimus quia a Deo venisti magister: nemo enim potest haec signa facere.quae tu fa cis, nisi fuerit Deus cum eo (Jo., III, 2). Et virtus Domini erat ad sanandum eos... Et omnis turba quaerebat eum tangere, quia virtus de illo exibat, et sanabat omnes (Luc., V, 17; VI, 19).

(416)    Cujus est adventus secundum operationem Satanae, in omni virtute, et signis, et prodighi mendacibus, et in ornai

521

seductione iniquitatis iis qui pereunt, eo quod charìtatem ve­ritatis non receperunt ut salvi fierent (11 Thess., IL, 9-10). Con-tra Gent., III, 103-5.

(417)         CONC. VATICANO, sess. III, cap. 3.

(418)         Euntes renuntiate Joanni quae audistis et vidistis. Cacci vident, claudi ambulant, leprosi mundantur, surdi andiunt, mortui resurgunt, pauperes evangelizantur (Matth., XI, 4-5). Quidnam est hoc? quaenam dottrina haec nova? quia in po­testate etiam spiritibus immundis imperat, et obediunt ei (Marc..

I, 27). A saeculo non est auditum quia quis aperuit oculos cacci nati. Nisi esset hic a Deo, non poterat facere quidquam (io., IX, 32-3).

(419)    Marc., XVI, 17-18, 20. Lontra Gent., III, 6.

(420)    Mem. Biogr., IV, 575.

(421)         Cfr. Il Cor., IV, 3.

(422)         CONC. DI TRENTO, sess. VI, cap. 5.

(423)         Lux venit in mundum, et dilexerunt homines magis tenebras quam lucem; erant enim eorum mala opera. Omnis enim qui male agit, odit lucem, et non venit ad lucem, ut non arguantur opera ejus (Jo., III, 19-20). Si opera _non fecissem in eis quae nemo alius fecit, peccatum non haberent; fluite autem et viderunt, et oderunt et me, et Patrem meum (Jo., XV, 24).

(424)         Et verbum ejus non habetis in vobis manens, quia quem misit ille, huic vos non creditis (fo., V, 38).

(425)         Beatus es Simon Bar Jona, quia caro et sanguis non revelavit tibi, sed Pater mens, qui in caelo est (Matth., XVI, 17). Confiteor tibi, Pater, Domine caeli et terrae, quia abscon­disti haec a sapientibus et prudentibus, et revelasti ea parvulis. Ita Pater: quoniam sic fuit placitum ante te (Matth., XI, 25-26). Nemo potest venire ad me, visi Pater qui misit me, traxerit eum... Omnis qui audivit a Patre, et didicit, venit ad me (Jo., VI, 44, 45). Qui habet aures audiendi, audiat (Matth., XIII, 9).

(426)         2a 2", q. 2, a. 9 ad III.

(427)         Ego sum. pastor bonus... Oves meae vocem meam audiunt (Jo., X, 11, 27). Verba vitae aeternae habes. Et nos

522

credidimus, et cognovimus quia tu es Christus Filius Dei (Io., VI, 69-70).

(428)     Haec autem scripta sunt ut credatis quia Jesus est Chrìstus Filius Dei, et ut credentes, vitam habeatis in nomine ejus (Jo., XX, 31) .

(429)     Sive enim ego, sive illi, sic praedicamus, et sic credi­distis (I Cor., XV, 11).

(430)     S. CIRILLO di Gerusalemme, Catecheses, V, 10.

(431)     S. AGOSTINO, De praedestinatione Sanctorum, II, 5.

(432)     S. GiOv. DAMASCENO, De fide orthodoxa, IV, 10.

(433)     CONC. DI TRENTO, sess. VI, cap. 6. CONC. VATICANO, sess. III, cap. 3. Pro x, Enda Pascendi dominici gregis, 8 settembre 1907.

(434)     Scio quia omnia notes (Job, XLII, 2) .

(435)     Domine, si tu es, jube me ad te venire super aquas... Domine, salvum me fac... Modicae fidei, quare dubitasti? (Matth., XIV, 28, 30-1). Postulet a Deo... et dabitur ei. Postulet autem in fide nihil haesitans; qui enim haesitat similis est fluttui maris, qui a vento movetur et circumfertur (Jac., I, 5-6)

(436)     Et habebis fiduciam, proposita tibi spe (Job, XI, 18). 22 2", q. 129, a. 6.

(437)     Mem. Biogr., XII, 591.

(438)     S. FRANO. DI SALES, Lettere, vol. IV, n 93.

(439)     S. AMBROGIO, in Luc., IV, 71; De Abraham, 1. I, III, 21. CASSIANO, De Incarnatione Christi, 1. IV, VI, 3.

(440)     Si testimonium hominum accipimus, testimonium Dei majus est, quoniam hoc est testimonium Dei quod majus est, quoniam testificatus est de Filio suo. Qui credit in Filium Dei, habet testimonium Dei in se. Qui non credit Filio, manda­cem facit eum, quia non credit in testimonium quod testifi­catus est Deus de Filio suo (I Jo., V, 9-10). Illum oportet cre­scere, me autem minai. Qui desursum venit, super omnes est. Qui est de terra, de terra est, et de terra loquitur. Qui de coelo venit, super omnes est. Et quod vidit, et audivit, hoc testatur... Qui accepit ejus testimonium, signavit quia Deus verax est. Quem enim misit Deus, verba Dei loquitur; non

523

enim ad mensuram dat Deus spiritum (io., III, 30-4).

(441)     Cfr. Phil., II, 17; Rom., XV, 18; XVI, 26; Act., VI, 7.

(442)     Et in captivitatem redigentes omnem intelleetum in obsequium Christi (II Cor., X, 5).

(443)     Accepimus gratiam et apostolatum, ad obediendum fidai in omnibus gentibus (Rom., I, 5). S. Giov. CRISOS., in Rom., I, hom. I, 3.

(444)     S. LEONE M., Serino 27, 1.

(445)     Cfr. I Tim., VI, 20.

(446)     CONC. VATICANO, sess. III, cap. 2; sess. IV, cap. 4.

(447)     2a 2", q. 1, a. 8; in 3 Sent., D.´25, I, I, q. 3 ad IV.

(448)     2a 2ae, q. 1, a. 10 ad III.

(449)     2a 21°, q. 1, a. 9 ad II.

(450)     Pio X, Jusjurandum contra errores modernismi, ex Motu proprio Sacrorum antistitum, 1 settembre 1910.

(451)     2a 2", q. 1, a. 8.

(452)     In virtute Dei custodimini per fidem in salutem, paratam revelari in tempore novissimo... Credentes autem ex­sultabitis laetitia inenarrabili et glorificata; reportantes finem fidei vestra e, salutem animarum (I Petr., I, 5, 8-9).

(453)     Vobis datum est nosse mysteria regni caelorum (Matth., XIII, 11). Mysterium quod absconditum fuit a saeeulis et generationibus, nunc autem manifestatum est (Col., I, 26). Loquimur Dei sapientiam in mysterio, quae abscondita est... No. bis autem revelavit Deus per Spiritum suum... ut sciamus quae

a Deo donata sunt nobis            Cor., II, 7, 10, 12).

(454)     Peregrinamur a Domino (per fidem enim ambula­mus, et non per speciem) (II Cor., V, 6-7). CONC. VATICANO, sess. III, cap. 4.

(455)     Altiora te ne quaesieris, et fortiora te ne serutatus fueris (Eccli., III, 22). Sicut qui mal multum comedit non est ei bonum, sic qui scrutator est majestatis opprimetur a gloria (Prov., XXV, 27). Contra Gent., 1. IV, Prooem.

(456)     Parati semper ad satisfactionem omni poseenti vos rationem de ea quae in vobis est spe (I Petr., III, 15).

524

(457)     CONC. VATICANO, sess. III, cap. 4. Contra Gent., I, 8, 2°; Summa Theol., la, q. 1, a. 5 ad I.

(458)     2a 2ae, q. 1, a. 1.

(459)     Creditis in Deum et in me credite (Jo., XIV, 1). Tu es Christus, Filius Dei vivi (Matth., XVI, 16).

(460)     Dominus meus et Deus meus (Io., XX, 28). S. TOM­MASO, Comment. in h. I.

(461)     Et manifeste magnum est pietatis sacramentum, quod manifestatum est in carne, justificatum est in spirito. apparuit angelis, praedicatum est gentibus, creditum est in mundo, as­sumptum est in gloria (I Tim., III, 16).

(462)     Haec est autem vita aeterna: ut cognoscant te, solum Deum verum, et quem misisti Jesum Christum (Jo., XVII, 3).

(463)     S. TOMMASO, Op. 2, e. 7.

(464)     S. LEONE M., Senno 69, 2.

(465)     S. AGOSTINO, in Ps. 36, Enarr. II, 2.

(466)     Videmus nunc per speculum in aenigmate; tune autem facie ad faeiem (I Cor., XIII, 12).

(467)     Amen, amen dico tibi, quia quod scimus loquimur, et quod vidimus testamur, et testimonium nostrum non acci­pitis (Jo., III, 11).

(468)     Qui crediderit, et baptizatus fuerit, salvus erit; qui vero non crediderit, condemnabitur (Marc., XVI, 16).

(469)     S. CLEMENTE ALESSANDRINO, Stromata, I. VII, c. 3. S. AGOSTINO, in Jo. tr. 26, 2.

(470)     2a 2ae, q. 39, a. 1 ad III.

(471)     S. FRANC. DI SALES, Lettere, vol. IV, n. 93.

(472)     Quicumque autem totani legem servaverit, offendat autem in uno, factus est omnium reus (Tue., II, 10).

(473)     Cfr. I Tim., I, 19-20; II Tim., II, 17-18.

(474)     S. Fluiste. DI SALES, Lettere, vol. IV, n. 93.

(475)     Est autem Deus verax, omnis autem homo mendax (Rom., III, 4).

(476)     Qui me misit, verax est; et ego quae audivi ab eo, haec loquor in mundo (Jo., VIII, 26).

525

(477)         H. LENNERZ, De Virtutibus theologicis, nn. 243-6. Romae, 1930.

(478)         Charissimi, nolite omni spiritui credere, sed probate spiritus si ex Deo sint; quoniam multi pseudoprophetae exie­runt in mundum (I Jo., IV, 1).

(479)         Matth., XXIV, 4-5, 11, 23-26.

(480)    Ego sum lux mundi; qui sequitur me non ambulat in tenebris, sed habebit lumen vitae (lo., VIII, 12). Apud te est fons vitae, et in lumine tuo videbimus lumen (Ps., XXXV , 10).

(481)         2a 28e, q. 4, a. 8 ad II.

(482)         Cfr. H Petr., I, 19.

(483)         S. CIRILLO di Gerusalemme, Catecheses, XXIII, 6.

(484)         Si testimonium hominum accipimus, testimonium Dei majus est (I Jo., V, 9).

(485)         Per fidem enim ambulamus, et non per speciem (II Cor., , 7).

(486)                      CONC. VATICANO, Can. 6 De Fide.

(487)         Fortes in fide (I Petr., V, 9).

(488)         I Cor., 19-21, 25. Cfr. /s., XXIX, 14.

(489)    Sine fide autem impossibile est piacere Deo; cre­dere enim oportet accedentem ad Deuni quia est, et inqui­rentibus se remunerator sit (Hebr., XI, 6).

(490)         lo., XIV, 2-4, 6. J. B. PERAZZO, Ecclesiastes Tho­misticus, Fides, n. 11, litt. G.

(491)    Cfr. Rituale Romanum, tit. II, e. II, n. 25.

(492)    Omnis ergo qui confitebitur me coram hominibus, confitebor et ego eum coram Patre meo, qui in caelis est. Qui autem negaverit me coram hominibus, negabo et ego eum coram Patre meo, qui in caelis est (Matth., X, 32-3)

(493)    Si confitearis in ore tuo Dominum Jesum, et in corde tuo credideris quod Deus illum suscitavit a mortuis, sal­vus eris. Corde enim creditur ad justitiain, ore autem confessio fit ad salutem (Rom., X, 9-10).

(494)         Mem. Biogr., VIII, 643.

(495)         Ille animam suam pro nobis posuit; et nos debe mus pro fratribus animas ponere ( I Jo., III, 16).

526

(496)         Hebr., XI; XII, 1-2.

(497)         PIO X, Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.

(498)         S. FRANC. DI SALES, Teotim.o, II, 14.

(499)         G. PERRONE S. J., Il Protestantesimo e la Regola di Fede, P. I, Introd., § 1. Roma, 1853.

(500)         SAC. G. BARBERIS, Vita di S. Francesco di Sale; Vol. II, pag. 155.

(501)    2´ 22P, q. 5, a. 3.

(502)         S. AGOSTINO, De Civitate Dei, XI, 3.

(503)    Omnis Scriptura divinitus ispirata (II Tim., III, 16). Spiritu Sancto inspirati, locuti sunt santi Dei homines (// Petr., I, 21).

(504)         LEONE XIII, Encicl. Providentissimus Deus, 18 no­vembre 1893.

(505)         S. AGOSTINO, Eli. 82, 1, n. 3.

(506)         Jo., X, 35.

(507)         S. Giov. Clusos., Conc. 3 de Lazaro.

(508)         Atti del Capitolo Superiore, n. 46, pag. 694-5.

(509)         S. AGOSTINO, in Jo. tr. 18, 1.

(510)         Omnis prophetia Scripturae propria interpretatione non fit (II Petr., I, 20). In quibus sunt quaedam difficilia intellectu, quae indocti et instabiles depravant, sicut et ceteras Scripturas, ad suam ipsorum perditionem (II Petr., III, 16).

(511)         Act., XV, 28-29.

(512)         Jo., XIII, 8, 13-15.

(513)         FR. A. POUGET, Institutiones Catholicae in modum Catecheseos, P. II, Sect. II, C. II, § 4. Venetfis, 1742.

(514)    Paraclitus autem Spiritus Sanctus... ille vos docehit omnia, et suggeret vobis omnia, quaecumque dixero vobis (Io., XIV, 26) .

(515)         Itaque, fratres, state, et tenete traditiones quas di­dicistis sive per sermonem, síve per epistolam nostrani (II T hess., II, 14). Quae audisti a me per multos testes, h a ec commenda fidelibus hominibus, qui idonei erunt et alios (lacere (H Tim., II, 2). S. GIOV. CRISOS., in II Thess. hom. IV.

(516)         S. EUSEBIO, Hist. Eccl., III, 36, 4.

·                                                                                                     527

(517)         S. POLIGARPO, Ep. ad Philipp., VII, 2.

(518)         S. IRENEo, Contra Haereses, III, 2, 2; cap. 3.

(519)         ORIGLNE, De Principiis, L. I, Praef., n. 2.

(520)         S. ATA/VASIO, Ep. de Synodis, 5.

(521)         S. BASILIO, De Spiritu Sancto, 27.

(522)         S. EPIFANIO, Adversus haereses Panarium, L. 3, Haer. 75, n. 8.

(523)         S. AGOSTINO, Contro Julianum, II, 10, 34.

(524)                      TEODORETO, Epist. 89.

(525)         S. VINCENZO di Lerins, Commonitorium, II, 9.

(526)         Mem. Biogr., IX, 426; XI, 438.

(527)                      CONC. Dz TRENTO, sess. IV.

(528)         Euntes ergo docete omnes gentes... Et ecce ego vo­biscum sum omnibus diebus, usque ad consummationem sae­culi (Matth., XXVIII, 19, 20). Qui vos audit, me audit (Luc.,

X, 16).

(529)    Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ec­clesiam meam (Matth., XVI, 18). Pasce agnos meos... Pasce oves meas (Jo., XXI, 15-17).

(530)    Et portae inferi non praevalebunt adversus eam (Matth., XVI, 18). Ego autem rogavi pro te ut non deficiat­fides tua; et tu aliquando conversus confirma fratres tu (Luc., XXII, 32).

(531)         Ecclesia Dei vivi, columna et firmamentum veritatP´:

(I Tim., III, 15).

(532)         S. CIPRIANO, De Catholicae Ecclesiae unitate, 4.

(533)         Et levabit signum in nationes (Is., XI, 12). CONC. VATICANO, sess. III, cap. 3.

(534)         S. AMBROGIO, Enarr. in Ps. 40, 30.

(535)         Si oblitus fuero cui, oblivioni detur dextera _mea. Adhaereat lingua mea faucibus meis, si non meminero tal (Ps., CXXXVI, 5-6).

(536)         S. IRENEO, Contro Haereses, III, 24, 1.

(537)         S. AGOSTINO, Senno 354, I, 1.

(538)         Ipsum dedit caput supra omnem ecclesiam (Eph.,

I, 22).

528

(539)    Ipse enim est pax nostra; _qui fecit utraque unum, et medium parietem maceriae solvens, inimicitias... Per ipsum habemus accessum ambo in uno Spiritu ad Patrem (Eph., 14, 18).

(540)         Contra Gent., IV, 56.

(541)         Matth., XIII, 1-52.

(542)         Jo., XXI, 15-17; XX, 23. Marc., XVI, 15.

(543)    Et erit in novissimis diebus praeparatus mons do­mus Domini in vertice montium (Is., II, 2). Lapis autem, qui percusserat statuam, factus est mons magnus, et • impleyit universam terram (Dan., II, 35). Venite, ascendamus ad mon­tem Domini, et ad domum Dei Jacob (Mich., IV, 2).

(544)    Columna et firmamentum veritatis (I Tim., III, 15). Vos Spiritus Sanctus posuit episcopos, regere ecclesiam Dei (Act., XX, 28).

(545)         S. AGOSTINO, Contra litteras Petiliani Donatistae, 1. II, c. 104,- n. 239.

(546)    Super solium David, et super regnum ejus sedebit, ut confirmet illud et corroboret in judicio et justitia, amodo et usque in sempiternum (Is., IX, 7). Suscitabit Deus caeli re­,num quod in aeternum non dissipabitur (Dan., II, 44).

(547)    Hic erit magnus, et Filius Altissimi vocabitur, et it illi Dominus Deus sedem David patris ejus; et regnabit domo Jacob in aeternum, et regni ejus non erit finis (Luc., 32-3).

(548)         Matth., XVI, 18; XXVIII, 20.

(549)    Ut omnes unum sint, sicut tu Pater in me, et ego in te, ut et ipsi in nobis unum sint (Jo., XVII, 21).

(550)    S. Giov. Caisos., bom. Quod Christus sit Deus.

(551)         Christus dilexit ecclesiam, et seipsum tradidit pro ea (Eph., V, 25).

(552)    Et omnia subjecit sub pedibus ejus, et ipsum dedit caput supra omnem ecclesiam, quae est corpus ipsius, et pieni­tudo ejus, qui omnia in omnibus adimpletur (Eph., I, 22-23).

(553)         Cfr. Jo., XVII, 20-22.

(554)    Saule, Saule, quid me persequeris? (Act., IX, 4).

529

(555)         S. AGOSTINO, Sermo 271.

(556)         Cfr. Eph., IV, 11-17.

(557)         Donec occurramus omnes... in virum perfectum, in mensuram aetatis plenitudinis Christi (Eph., IV, 13).

(558)         Omnes quotquot venerunt, fures sunt et latrones (Io-, X, 8).

(559)         TERTULLIANO, De Praescriptione Haereticorum, 37.

(560)         Usquequo claudicatis in duas partes? (III Reg., XVIII, 21).

(561)         Qui non est mecum, contra me est (Luc., XI, 23).

(562)         PACIANO, Epist. 1. S. AGOSTINO, in Ep. Jo. tr. 3.

(563)         Mundus totus in maligno positus est (I Jo., V, 19).

(564)         Portae inferi non praevalebunt adversus eam (Match., XVI, 18).

(565)         S. Grov. Caisos., hom. De capto Eutropio.

(566)         S. AcosTmo, Sermo 116, 6.

(567)         S. AGOSTINO, Ep. ad Esychium, 12.

(568)         Meni. Biogr., II, 272.

(569)         SAC. M. RUA, Circolari, pag. 489.

(570)         Mem. Biogr. XIX, 295.

(571)         Mem. Biogr., II, 273.

(572)         Mein. Biogr., X, 514.

(573)         Mem,. Biogr., XIII, 7.

(574)         Mem. Biogr., XVI, 327.

(575)         Mem. Biogr., XI, 387.

(576)         Mem. Biogr., VI, 493.

(577)         SAc. G. Bosco, Il Cattolico Provveduto, pag. 176 seg.

(578)         Sine fide autem impossibile est piacere Deo (Hebr., XI, 6).

(579)         S. FULGENZIO, De Fide, ad Petrum, Prol., 1.

(580)         TERTULLIANO, De Praescript. Haeret., 37.

(581)         S, GIROLAMO, Ep. 2 ad Damasum, 2.

(582)         S. AGOSTINO, Serm. 88, 12; 183, 13.

530

INDICE

INTRODUZIONE

         1. L´articolo 2° delle Costituzioni      .      .      .      . Pag.            3

a)      Per imitare Gesù Cristo           .      .      .      .    »             4

b)     Per tendere alla perfezione                   .      .    »             5

c)      Per essere apostoli            .      .      .      .      .    »             9

d)     Per educare salesianamente .                 .      .    »           10

          2. Bruttezza del peccato e del vizio .      .      .  ............ »           14

a)      Miseria estrema  ................................................................... »           19

b)     Morte spirituale                                               »           20

c)      Disordine spaventoso       .      .      .      .      .    »           22

           3. Preziosità della virtù    .       .      .      .      .      .    »           25

a)      Alla luce della ragione .           .             .           »           26

b)     Alla luce della Fede .               .      .      .      .    »           30

4. Il nome « Virtù »                                       .....      .      .    »           34

                                  5. Il nostro corpo .....      .      .      .    »           36

6. I nostri sensi                                      .....      .      .      .                 40

7. Le nostre passioni              .    .       .      .      .      .      .    »           44

          8. Temperamento, Indole, Carattere .      .      .      .    »           47

9. L´intelligenza              .       .    .  ..................................................... »           53

10. La volontà  ................................................................................................. »           58

11. Volontà e cuore .             .    .  ..................................................... »           63

                               12. Atto umano .....            .      .  ............ »           71

13. Atto morale  .............................................................................................. »           76

14. L´abitudine       .       .  ........................................................................ »           80

15. La virtù  ....................................................................................................... »           88

16. Il giusto mezzo .              .  ............................................................. »           91

531

17. Alcuni gruppi di virtù ...............................................  Pag. 98

a) Virtù acquisite                                                   »       99

.         b) Virtù intellettuali                                                »     102

c)    Virtù morali      .     .  .................................... »     106

d)    Virtù cardinali .      .     .     .     .      .      .       »     110

18. Vita soprannaturale .         .     .     .     .      .      .       »     113

a)    Figliuolanza divina       .     .     .      .      .       »     114

b)    Grazia santificante .     .     .     .      .      .       »     115

c)    Grazie attuali   .     .     .     .     .      .      .       »     119

d)    Umile corrispondenza alla grazia     .      .         » . 122

e)    Azione e contemplazione    .     .      .            .,.     126

»

19. Natura sublimata e umiliata .        .     .      .      .             132

20. Virtù soprannaturali .....                             .      .       »     136

21. Virtù infuse  .............................................................. »     144

22. Virtù cristiane e sforzo umano .           .      .  ........... »     151

23. Progresso e regresso nelle virtù .           .      .      .       »     158

a)    Nascita delle virtù  ........................................ »     158

b)    Aumento delle virtù      .     .     .      .  ........... »     160

c)    Diminuzione delle virtù .     .     .      .  ........... »     164

24. Connessione tra le virtù  .......................................... »     166

a)    Tra virtù caratteristiche  ............................... »     166

b)    Tra le virtù cardinali  .................................... »     168

e) Tra virtù annesse a una virtù cardinale .         »     171

d) Tra tutte le virtù  ............................................. »     173

25. Perdita delle virtù                                                        »     179

26. I doni dello Spirito Santo                                           »   183

27. I frutti dello Spirito Santo  ....................................... »     192

28. Le beatitudini                                                             »     196

29. Le virtù teologali                                                         »     202

30. Con umiltà e con. amore .............................................  » 206

532

LA FEDE

1. Significati della parola « fede » .               .     .             Pag. 217

2. La fede soprannaturale che salva .           .     .      .    »         222

3. Fede in Dio ......................................................................  » 227

4. Dono divino .                 .     .  .................................. »         229

5. Prima virtù teologale .          .  .................................. »         232

6. Principio della giustificazione .                 .     .  ....... »         235

7. Fede viva e operosa .             .  .................................. »         239

8. Fede vigilante           .      .  ......................................... »         245

9. La Fede, scudo e vittoria  .......................................... »         251

10. Esortazione alla vita di fede  .................................. »         256

11. Lo spirito di fede nella vita salesiana .          .  ....... »         260

a)    Il diamante della fede  ................................. »         260

b)    I due tarli: Sonno e Accidia         .     .  ....... »         261

c)    Richiami particolari  ................................... »         266

d)    Memorabili parole di Don Albera . .....................  » 272

12. Zelo salesiano per la fede  ....................................... »         273

a)    Contro l´ignoranza religiosa .      .     .  ....... »         278

b)    Contro l´infedeltà                                          a        284

e) Contro l´empietà                                              a        292

d)    Contro l´eresia  ............................................ a        297

13. Don Bosco, martello dei Protestanti .           .  ....... »         310

14. Fede e Ragione .           .  ......................................... »         319

15. La fede vien dall´udito  ............................................ »         323

16. Iddio ha parlato  ..................................................... »         325

17. Il sigillo di DM .  ...................................................... »         330

18. L´udito interiore  ..................................................... »         335

19. L´atto di fede  .......................................................... »         337

20. Motivo dell´atto di fede  ........................................... »         345

21. Oggetto dell´atto di fede  ......................................... »         349

22. I misteri principali della fede  ................................. »         357

23. Alcune proprietà dll´atto di fede .            .     .          »         362

a)    Oscurità                                                                » 363

b)    Libertà        .      .  ......................................... a        366

c)    Universalità                                                   »         372

533