Rector Major

Prima domenica di avvento (Roma 2014.11.30)

Il Rettor Maggiore

Omelia nella Eucaristia della prima domenica di avvento
Incontro degli Ispettori di Europa

Casa Generalizia

Roma 2014.11.30

Carissimi fratelli Ispettori di Europa e Medio Oriente, e fratelli della Casa Generalizia,
sono contento di poter cominciare questo bel tempo di Avvento tutti insieme. L'Avvento è il “tempo di Dio”, il tempo del Suo ascolto, della Sua vicinanza, della Sua consolazione. E noi, come educatori pastori, siamo invitati a esperimentare in prima persona la Sua vicinanza, ascolto e consolazione, perché dopo possiamo essere noi, in prima persona e comunitariamente, testimoni e profeti di vicinanza, ascolto e consolazione.

Il nostro popolo ha bisogno di Dio perché solo Lui può riempire il cuore insaziabile dell'uomo, perché siamo i suoi figli. Noi, carissimi, siamo chiamati a essere vicini, ascoltatori e accompagnatori soprattutto di quelli più dimenticati dagli altri, dalle società, e, qualche volta anche dalle chiese locali. Dobbiamo essere uomini di Avvento e, come pastori educatori, annunciare il kairos rivelato dai profeti, e soprattutto dallo stesso Gesù.

“Fate attenzione, vegliate!” ci dice per ben cinque volte il breve brano del Vangelo odierno. Marco sottolinea in questo modo una insistenza tipica di Gesù detta in diversi modi in altri passaggi. L'invito è a fare attenzione e vegliare per non addormentarci, cioè rimanere “svegli”. Addormentarsi, infatti, significa chiudere gli occhi, chiuderci all'attenzione dell'esterno e degli altri, spegnere le luci del nostro discernimento e l'energia della nostra forza, rimanendo immobili, lasciando di ascoltare e vedere la realtà... Chi pensa più all'eredità ricevuta e si addormenta sui tesori ricevuti, corre il rischio di passare a formar parte di un museo, anche senza accorgersene, e quindi, diventare anacronistico. Carissimi, la ricca Europa, e non lo dico tanto in senso economico, ma piuttosto culturale, storico e sociale, ha questo rischio. Papa Francesco ha avuto il coraggio di chiamarla “nonna” in presenza degli eurodeputati pochi giorni fa, e l'ha caratterizzato come “invecchiata”. Facciamo attenzione e vegliamo perché i nostri tesori storici e carismatici europei diventino le nostre forti e succulenti radici e non il legno della nostra bara.

Ma c'è una seconda immagine che mi viene al sentire la parola “vegliate” ed è l'immagine di una mamma che, sveglia, non si separa del suo piccolo figlio ammalato e aspetta, con serena e fiduciosa attesa, che sia sfebbrato. Quindi, vegliare è anche, aprire il cuore agli altri, soprattutto a quelli che sono i “nostri figli”, che nel buio e in momenti di difficoltà hanno bisogno di “un amico che si prenda cura di loro” come dice Don Bosco a riguardo dei giovani carcerati, nelle Memorie dell'Oratorio. Tante volte i nostri ragazzi e ragazze (e quando dico “i nostri” è perché li abbiamo proprio nel cuore, non perché siano sempre con noi e noi con loro), tante volte, dicevo, i giovani, come la gente dei nostri popoli, e anche i nostri confratelli fanno salire al cielo le stesse parole del profeta Isaia che abbiamo sentito nella prima lettura: “Tu, Signore, sei nostro padre, / da sempre ti chiami nostro redentore. / Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie / e lasci indurire il nostro cuore, cosi che non ti tema? / Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. / Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” Bellissima preghiera che sorge dai cuori piangenti, esplicitamente o appena balbettata...2 Ma noi siamo testimoni del kairos già avvenuto! Giacché noi siamo testimoni non solo dei cieli squarciati ma anche della terra squarciata perché il Figlio Santo di Dio è venuto sulla terra a cercare Adamo e come non l'ha trovato sulla terra è andato fino all'Hades a cercarlo!, come dice una bella preghiera pasquale della liturgia bizantina di Giovanni Damasceno. Noi, carissimi fratelli, abbiamo la grande sfida dei tempi che viviamo e che sono come sono, non come erano o come vogliamo immaginarli. In questo senso, noi dobbiamo essere testimoni di gioia e di speranza; di un umanesimo ottimista; della bellezza della dignità dell'uomo, una dignità che non è tale se non è aperta alla trascendenza; siamo testimoni della bellezza e forza della comunione che non è mai una semplice giustapposizione di particolarità e differenze, ma l'intreccio della diversità, in tal modo che questo armonico intreccio viene a dare splendore e senso all'unità. In questi giorni il nostro grande tema è l'identità della nostra presenza nel subcontinente europeo. L'Europa viene vista oggi come una famiglia di popoli che ancora non riesce a ripristinare la sua propria identità, perché negli ultimi decenni ha dimenticato le sue radici umanistiche e cristiane, e anche quelle che emergono dall'intreccio delle diverse etnie antiche, e dalle diverse radici culturali e religiose che da millenni sono presenti tra di noi.

La preziosa immagine della famiglia, usata anche da Papa Francesco a Strasburgo, è per noi come un gioiello perché l'icona della famiglia è molto radicata nella nostra identità salesiana. Noi, possiamo dare molta vita ancora in questo continente che non è più vecchio degli altri in quanto continente, ma che con mentalità eurocentrica così si è pensato e anche per quello, magari, si è, infatti, invecchiato.

Noi siamo animatori di una nuova vita che potrà far ringiovanire le comunità e presenze, aiutando a risvegliare il tipico umanesimo europeo, l'arte e la scienza a “misura umana”, il prendersi cura di coloro che sono più dimenticati, più in pericolo, più emarginati. Noi abbiamo la grave responsabilità di animare e governare in Europa le nostre presenze perché diventino case aperte a tutti, dove si respira speranza e memoria, semplicità e familiarità, interculturalità e integrazione generazionale ed etniche, rispetto per le differenze e costruzione dell'unità. L'Europa viene chiamata ad essere aperta a tutti i popoli del mondo, apportandone la propria ricchezza umana e culturale e ricevendo dal resto del mondo altre ricchezze delle diverse culture e popoli. E noi, salesiani, siamo presenti in questa realtà in modo molto vivo e coinvolto. Ma non possiamo essere significativi in questo contesto, e non possiamo affrontare queste sfide, se non svegliamo per primo il nostro cuore, se non vegliamo con attenzione e tenerezza su questa realtà europea, soprattutto sulle nuove generazioni.

Carissimi, il così detto “Progetto Europa” non comincia nella carta ne nella tavola del consiglio generale, ma nel nostro cuore. Solo se portiamo questo desiderio di “essere” più che di “fare”, il desiderio di unità nella bellezza della diversità, il desiderio di rinforzare i nostri legami come famiglia di popoli, potremmo vivere veramente la “testimonianza di Cristo [già] stabilita tra [di noi] così saldamente che non ci manca più alcun carisma”. Solo con Lui e radicati in Lui, e con l'aiuto materno della nostra Madre Ausiliatrice potremo “aspettare la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo” insieme al popolo multietnico, plurireligioso e multiculturale che cammina in Europa, e insieme a tutti i popoli della Terra.