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Attualità e sfide nella formazione del Salesiano Sacerdote

Teologia, Spiritualità, Pastorale e Interculturalità

Attualità e sfide nella formazione del Salesiano Sacerdote

Ivo Coelho, SDB
Incontro dei Presidi dei Centri teologici salesiani, UPS, Roma,
17 marzo 2015

Il tema a me proposto è complesso. Si tratta di teologia, spiritualità, pastorale, e interculturalità. Il più recente di questi termini è interculturalità. Molto più familiare a me è l’inculturazione, anche se, naturalmente, per chi è nato e cresciuto in India, la pluralità delle culture non è una cosa strana. Nel corso di questa relazione, non cercherò di studiare con cura il significato di ciascuno di questi termini. Mi limiterò soltanto a mettere insieme certi elementi, e ad offrire certe riflessioni pratiche sulla teologia come uno degli elementi della formazione dei Salesiani di Don Bosco.

1. Inculturazione

Per quanto riguarda l’inculturazione, cominciamo con certe premesse teologiche, punti fermi perché in gran parte tratte dal Magistero:

  • La fede cristiana è transculturale
  • Il carisma salesiano è transculturale
  • La grazia presuppone la cultura
  • La fede deve essere predicata a tutte le culture, e sia la fede che il carisma devono incarnarsi in tutte le culture

 

1.1 La fede cristiana è transculturale: Papa Francesco lo dice esplicitamente nella Evangelii Gaudium:

Non farebbe giustizia alla logica dell’incarnazione pensare ad un cristianesimo monoculturale e monocorde. Sebbene sia vero che alcune culture sono state strettamente legate alla predicazione del Vangelo e allo sviluppo di un pensiero cristiano, il messaggio rivelato non si identifica con nessuna di esse e possiede un contenuto transculturale (EG 117).

Egli ripete, in modo più esplicito, ciò che Papa Paolo VI aveva detto nella Evangelii Nuntiandi: “Il Vangelo, e quindi l’evangelizzazione, non si identificano certo con la cultura, e sono indipendenti rispetto a tutte le culture” (EN 20).

Possiamo supporre che anche il carisma salesiano, come dono dello Spirito, è transculturale, destinato come dono a tutti i popoli, ad ognuno nella propria cultura.

1.2 La grazia suppone la cultura:

Il “Popolo di Dio si incarna nei popoli della Terra, ciascuno dei quali ha la propria cultura. La nozione di cultura è uno strumento prezioso per comprendere le diverse espressioni della vita cristiana presenti nel Popolo di Dio. Si tratta dello stile di vita di una determinata società, del modo peculiare che hanno i suoi membri di relazionarsi tra loro, con le altre creature e con Dio. Intesa così, la cultura comprende la totalità della vita di un popolo. Ogni popolo, nel suo divenire storico, sviluppa la propria cultura con legittima autonomia. Ciò si deve al fatto che la persona umana, «di natura sua ha assolutamente bisogno d’una vita sociale» ed è sempre riferita alla società, dove vive un modo concreto di rapportarsi alla realtà. L’essere umano è sempre culturalmente situato: “natura e cultura sono quanto mai strettamente connesse” (EG 115).

“La grazia suppone la cultura, e il dono di Dio si incarna nella cultura di chi lo riceve” (EG 115).

Possiamo notare che il recente Magistero della Chiesa presuppone un concetto empirico piuttosto che classicista della cultura.[1] La rivelazione è l’ingresso di Dio non solo nel mondo fisico, ma in un mondo mediato e costituito dal significato e motivato dal valore. Tali significati e valori non sono uno ma molteplici, e non statici ma in continua evoluzione. Il mondo in cui Dio entra, prima attraverso le parole dei profeti e poi attraverso la Parola che è il Figlio, è dinamico e pluriculturale.

1.3 La fede deve essere predicata e incarnata in tutte le culture del mondo

Tuttavia il Regno, che il Vangelo annunzia, è vissuto da uomini profondamente legati a una cultura, e la costruzione del Regno non può non avvalersi degli elementi della cultura e delle culture umane. Indipendenti di fronte alle culture, il Vangelo e l’evangelizzazione non sono necessariamente incompatibili con esse, ma capaci di impregnarle tutte, senza asservirsi ad alcuna. (EN 20)

Le Chiese particolari profondamente amalgamate non solo con le persone, ma anche con le aspirazioni, le ricchezze e i limiti, i modi di pregare, di amare, di considerare la vita e il mondo, che contrassegnano un determinato ambito umano, hanno il compito di assimilare l’essenziale del messaggio evangelico, di trasfonderlo, senza la minima alterazione della sua verità fondamentale, nel linguaggio compreso da questi uomini e quindi di annunziarlo nel medesimo linguaggio. (EN 63)

2. Interculturalità

In contrasto con l’inculturazione, la interculturalità è un termine che è recentemente entrato nei documenti della Congregazione. Più conosciuti sono multiculturalità e pluriculturalità. Tutti questi termini, essendo nuovi, hanno significati fluidi. Nei documenti salesiani, multiculturalità sembra un termine descrittivo che si riferisce al fatto della diversità e della pluralità di culture all’interno di una situazione particolare. L’interculturalità invece è un termine spesso usato negli studi di culture diverse che sono in relazione (ad esempio, nella psicologia transculturale); mette in evidenza le differenze e le dinamiche dell’incontro.[2] Nei nostri documenti, sembra che includa una valutazione positiva della multiculturalità, scorgendo in essa un dono, un’opportunità e un compito, nel contesto della fede nel Dio trinitario che chiama ad una comunione che non distrugge la differenza. Così, per esempio, nella sua lettera sull’inculturazione del carisma salesiano, don Pascual Chavez dice:

In Congregazione, come nella Chiesa,… dovremmo prendere sul serio la sfida di promuovere e tramandare ‘una cultura viva, una cultura in grado di promuovere la comunicazione e la fraternità fra diversi gruppi e popoli e fra i diversi campi della creatività umana. In altre parole, il mondo di oggi ci sfida a conoscerci e a rispettarci l’un l’altro nella diversità delle nostre culture e attraverso di essa’. Attraverso le nostre presenze apostoliche, e prima di tutto all’interno delle nostre comunità religiose, sempre più pluriculturali, siamo chiamati a vivere e testimoniare una comunione nella quale ‘l’attenzione reciproca aiuta a superare la solitudine, la comunicazione spinge tutti a sentirsi corresponsabili, il perdono rimargina le ferite... In comunità di questo tipo, la natura del carisma mobilita le energie, sostiene la fedeltà ed orienta il lavoro apostolico di tutti verso l’unica missione. Per presentare all’umanità di oggi il suo vero volto, la Chiesa ha urgente bisogno di simili comunità fraterne, le quali con la loro stessa esistenza costituiscono un contributo alla nuova evangelizzazione, poiché mostrano in modo concreto i frutti del ‘comandamento nuovo’.”[3]

Don Ángel Fernández Artime è esplicito su questo punto: “La diversità culturale, la multiculturalità e la interculturalità sono una ricchezza verso cui camminare in questo sessennio”.[4] Aggiunge che il carisma salesiano non è ‘monocolore,’ e che dobbiamo garantire questa dimensione mediante l’interscambio di confratelli tra le ispettorie, l’apprendimento delle lingue, e l’incoraggiamento ai confratelli a studiare fuori della loro ispettoria.[5]

3. Principi di inculturazione e di interculturalità[6]

3.1 La missione dello Spirito

Giovanni Paolo II ha descritto l’inculturazione come una collaborazione con la grazia di fronte alla diversità culturale: “La sfida dell’inculturazione va accolta dalle persone consacrate come appello a una feconda collaborazione con la grazia nell’approccio con la diversità culturale” [VC 79]. Papa Francesco osserva che ogni volta che una comunità accoglie il messaggio di salvezza “lo Spirito Santo ne feconda la cultura con la forza trasformante del Vangelo” (EG 116).

Se ben intesa, la diversità culturale non minaccia l’unità della Chiesa. È lo Spirito Santo, inviato dal Padre e dal Figlio, che trasforma i nostri cuori e ci rende capaci di entrare nella comunione perfetta della Santissima Trinità, dove ogni cosa trova la sua unità. Egli costruisce la comunione e l’armonia del Popolo di Dio. Lo stesso Spirito Santo è l’armonia, così come è il vincolo d’amore tra il Padre e il Figlio. Egli è Colui che suscita una molteplice e varia ricchezza di doni e al tempo stesso costruisce un’unità che non è mai uniformità ma multiforme armonia che attrae. L’evangelizzazione riconosce gioiosamente queste molteplici ricchezze che lo Spirito genera nella Chiesa (EG 117).

Sia l’inculturazione che l’interculturalità sono radicate nella opera dello Spirito Santo.

3.2 La missione del Figlio

Se lo Spirito Santo è la forza motrice dell’inculturazione, il Figlio, il Verbo fatto carne, è il modello supremo. Gesù è totalmente ebreo e allo stesso tempo pienamente aperto a tutti: al conquistatore romano e ai zeloti ebrei, ai sadducei e agli erodiani; ai farisei, ma anche ai pubblicani, agli esattori delle tasse, e ai peccatori pubblici; alle donne, ai bambini e agli uomini. In Vita consecrata, Giovanni Paolo II parla di molte persone consacrate che, “col sostegno del carisma dei fondatori e delle fondatrici… hanno saputo avvicinarsi alle diverse culture nell’atteggiamento di Gesù che ‘spogliò se stesso assumendo la condizione di servo’ (Fil 2, 7).”(VC 79) Tale inculturazione, seguendo l’esempio del Signore, richiede grande distacco, anche dalla propria cultura:

Per un’autentica inculturazione sono necessari atteggiamenti simili a quelli del Signore, quando si è incarnato ed è venuto, con amore e umiltà, in mezzo a noi. In questo senso la vita consacrata rende le persone particolarmente adatte ad affrontare il complesso travaglio dell’inculturazione, perché le abitua al distacco dalle cose e persino da tanti aspetti della propria cultura. Applicandosi con questi atteggiamenti allo studio e alla comprensione delle culture, i consacrati possono meglio discernere in esse gli autentici valori e il modo in cui accoglierli e perfezionarli con l’aiuto del proprio carisma (VC 79).

“Col sostegno del carisma dei fondatori e delle fondatrici”: il fatto è che la missione del Figlio si estende nello spazio e nel tempo nella Chiesa, e risplende in modo particolarmente brillante in certi membri della Chiesa. Possiamo pensare alla stupenda figura dell’apostolo recentemente canonizzato dello Sri Lanka, José Vaz, e il modo in cui è andato alle periferie del suo tempo, ha costruito ponti culturali, ha rotto le barriere di casta, religione e comunità, e si è incarnato nella vita delle persone. Possiamo pensare a molte persone che non sono ancora canonizzate, figure come Christian de Chergé e i suoi compagni, che brillano in modo particolare per la loro meravigliosa apertura al mondo islamico senza abbandonare o compromettere la loro fede cristiana.[7] Possiamo pensare, naturalmente, al nostro padre e fondatore, Don Bosco.

Don Bosco è per molti versi un uomo del suo tempo, ma aveva una straordinaria capacità di amare i suoi poveri ragazzi e di raggiungerli nella loro particolarità e singolarità. L’amore che egli ci ha lasciato come un esempio, e il nostro amore per lui, è un principio importante nell’inculturazione del carisma salesiano e nell’interculturalità. Recentemente mi è capitato di incontrare un salesiano anziano che è stato una delle figure chiave del Capitolo Generale Speciale. Mi raccontava che le grandi tensioni durante quel capitolo sono state superate solo perché a un certo punto i capitolari si sono resi conto che erano uniti nel loro amore per Don Bosco. In un modo più semplice, tutti noi abbiamo sperimentato l’ “inter” dell’interculturalità nelle nostre comunità internazionali, nei nostri incontri e capitoli internazionali, nello spettacolo magnifico di confratelli provenienti da diverse nazioni che lavorano pacificamente insieme nei consigli provinciali e locali, ecc. Tutti noi abbiamo incontrato Salesiani il cui sorriso, l’avvicinarsi senza pretese, con semplicità e spirito di famiglia, rivelano la loro bontà fondamentale, il profondo rispetto per il mistero dell’altro, la carità che è in grado di riconoscere l’altro come fratello, sorella, amico, e di portare i pesi degli altri con gioia (Gal 6, 2). Quando il dono dello Spirito che è il carisma salesiano (Cost. 1) trova cuori pieni di fede, speranza e carità, cuori pieni dello Spirito e in sintonia con il mistero di Dio, sorgono l’inculturazione e l’interculturalità.[8]

4. Implicazioni per la Teologia

Abbiamo parlato dell’inculturazione e dell’interculturalità, e ora ci interroghiamo sulle implicazioni di tutto questo per una teologia che prende sul serio le sue funzioni formative, pastorali ed evangelizzatrici.

Lo finalità pratica della teologia. Sono ben consapevole del potenziale distruttivo di atteggiamenti troppo pratici. Credo fermamente nel proverbio che dice che non c’è nulla di più pratico di una buona teoria. Eppure, tutta la teoria esiste per la vita, e quindi dobbiamo affermare chiaramente la finalità pratica della teologia, e certamente della teologia che i nostri giovani salesiani studiano come parte del loro processo formativo. Papa Francesco ci ricorda che i teologi “abbiano a cuore la finalità evangelizzatrice della Chiesa e della stessa teologia e non si accontentino di una teologia da tavolino.” (EG 133) E continua:

Le Università sono un ambito privilegiato per pensare e sviluppare questo impegno di evangelizzazione in modo interdisciplinare e integrato. Le scuole cattoliche, che cercano sempre di coniugare il compito educativo con l’annuncio esplicito del Vangelo, costituiscono un contributo molto valido all’evangelizzazione della cultura, anche nei Paesi e nelle città dove una situazione avversa ci stimola ad usare la creatività per trovare i percorsi adeguati. (EG 134)

Contesto e situazione come luogo teologico. Molto importante è il contatto prolungato e continuo con il contesto e la situazione entro cui opera l’università, sia a livello globale che locale. Il contesto globale includerebbe i fattori culturali, religiosi, politici ed economici, ma anche ciò che Papa Benedetto XVI ha chiamato il ‘continente digitale’. Il contesto locale includerebbe la consapevolezza della realtà degli studenti e del corpo docente, e anche della realtà di noi stessi, persone chiamate alla conversione permanente.

La teologia non si accontenta con il solo contatto con la realtà; ruolo importante di teologia è quello di portare alla luce questo contesto e situazione, di oggettivarlo o tematizzarlo, per poi capirlo alla luce della Parola; così, svolgerebbe la sua funzione di mediazione, incarnazione , contestualizzazione, e l’inculturazione.

La capacità di ascolto e di dialogo. Una teologia viva, una teologia in contatto con la vita, richiederebbe capacità di ascolto e di dialogo. Ciò che Timothy Radcliffe dice della pastorale e della predicazione è anche vero di questo tipo di teologia: “Tutta la pastorale, tutta la predicazione, anche nel villaggio globale, è essenzialmente dialogica ... Il Verbo si fece carne nelle conversazioni di Gesù.” E prosegue: “.. Se Gesù era un uomo di conversazione, è perché la Trinità è la conversazione eterna, vivente, uguale e non-dominativa di Dio.”[9]

La conversazione inizia sempre con il riconoscimento. Gesù riconosce le persone: Natanaele, Zaccheo sotto l’albero di fico, Maria nel giardino. Egli le riconosce perché le conosce dal di dentro: Egli è la Parola attraverso la quale sono state fatte tutte le cose. Ma se noi condividiamo la vita di Dio, allora anche noi in qualche modo riconosciamo le persone dal di dentro. “Molte persone nella Chiesa sono ferite dalla nostra incapacità di accordare quel riconoscimento”, dice Radcliffe, e nomina le donne, i poveri, le minoranze etniche, le persone omosessuali, e anche un chico dela calle da Perù: ‘Saben que existo, pero no me ven’: ‘sanno che esisto, ma non mi vedono’. Sanno che esisto come una statistica, come una minaccia, come un problema, ma non mi vedono.”[10] Questo può capitare nelle nostre comunità: potremmo vivere insieme senza realmente ‘vedere’ l’altro. È un rischio da evitare nelle ‘missioni’: il rischio di vedere le persone a cui siamo inviati come ‘oggetti’, e non proprio come persone. Un grande principio di inculturazione e di interculturalità, allora, è il riconoscimento. “Papa Benedetto XVI ha scritto nella Deus caritas est: ‘Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all’altro ben più che le cose esternamente necessarie; posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno’.”[11] E Papa Francesco nella Evangelii Gaudium parla allo stesso modo della “mirada cercana”: “La Iglesia necesita la mirada cercana para contemplar, conmoverse y detenerse ante el otro cuantas veces sea necesario.” “La Chiesa ha bisogno di uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro tutte le volte che sia necessario.” Ha bisogno dello sguardo di amore, ha bisogno di contemplare il mistero dell’Altro, di fermarsi davanti all’Altro, di essere mosso dall’Altro, l’Altro che è il nostro roveto ardente davanti al quale siamo chiamati a toglierci i sandali. (EG 169)

Ciò che abbiamo detto delle persone potrebbe benissimo essere applicato alle culture: nel migliore dei casi si corre il rischio di ignorare, e nel peggiore dei casi di guardare dall’alto in basso sulle culture di cui le persone fanno parte. Abbiamo bisogno di poter dire all’Altro, in tutta la gloria della sua particolarità culturale: “Quanto è bello che tu ci sei!”

Dobbiamo ammettere qui che la conversazione e il dialogo implicano una reciprocità, una mutualità capace di operare un cambiamento di entrambi i lati. È proprio nella conversazione che mi sposto verso un giusto senso di auto-identità. “E questo accade perché il mio senso di se emerge sempre in dialettica con quello che gli altri comprendono di me... La conversazione amorevole mi spinge verso un senso di identità che è una convergenza tra ciò che conosco di me stesso e ciò che scopro in relazione con l’altro. L’amicizia ci permette entrambi di scoprire chi siamo con l’un l’altro. Quindi, una conversazione è pastorale se attraverso di essa le identità di entrambe le persone sono aperte all’evoluzione e alla scoperta.” Rowan Williams parla della scoperta aperta di identità in dialogo. Fred Lawrence parla dell’illuminazione simultanea del testo e del sé: l’illuminazione del testo è allo stesso tempo l’illuminazione del sé.[12] Se la mutua auto-mediazione all’interno di una cultura è il normale processo di crescita, inculturazione e interculturalità coinvolgeranno mutua mediazione nel contesto di una pluralità di culture.

La capacità di ascoltare e di dialogare è vitale non solo per il contatto con le persone e le loro matrici culturali, ma anche nel contesto dell’aula di scuola e, in generale, nel nostro contatto con gli studenti. Il Prof. Giorgio Chiosso ha descritto il Sistema Preventivo come “una pedagogia della libertà personale che si basa sulla forza delle relazioni interpersonali e dà il valore dovuto al componente affettivo.”[13] Tale pedagogia non è meno vera e meno efficace nel contesto dell’aula di scuola. I metodi attivi e dialogici superano la distanza tra maestri e allievi e presuppongono relazioni viventi. E ciò che Chiosso dice a proposito dell’educatore di razza può essere applicato anche nella classe: dove il primo “riesce a trasferire in modo originale nella realtà quotidiana” le enunciazioni di principio, l’educatore normale “è tentato di superare la propria insicurezza mediante il ricorso a regole, norme, comportamenti più o meno standard.”

5. Conclusione

In primo luogo, una teologia interculturale richiede un insieme di atteggiamenti e capacità. Tra gli atteggiamenti: l’accettazione del fatto della multiculturalità e del valore dell’interculturalità, e un profondo rispetto per la diversità e la differenza. Tra le competenze: la capacità di ascolto, dialogo e conversazione; la capacità di prestare attenzione ai propri processi interni al fine di essere in sintonia con quelli degli altri, e la capacità di tematizzare questi processi. Tali competenze sarebbero importanti non solo nell’ambito dello studio e della ricerca (che oggi comportano necessariamente il lavoro di equipe), ma anche nella classe e nelle altre interazioni con gli studenti. Esse sono, infatti, fondamentali per la teologia.

In secondo luogo, una teologia interculturale richiederebbe una preparazione globale e interculturale dei professori. Una preparazione olistica non sarà puramente accademica; prenderà cura delle dimensioni affettive, morali e spirituali della persona, della sua capacità di ascoltare, ‘riconoscere’ e impegnarsi in una conversazione. Infatti, “se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa [famiglia] di Dio?” (1 Tim 3:5). Una preparazione interculturale implicherebbe un confronto con almeno un’altra cultura. “Fino a quando uno non acquista una certa conoscenza di un’altra cultura, non può dirsi educato, dal momento che tutta la sua prospettiva è talmente condizionata dal suo ambiente sociale che non si rende conto dei suoi limiti.”[14] Don Ángel Fernández, infatti, ha esteso a tutti i giovani salesiani un forte invito a un apprendimento delle lingue, senza trascurare la lingua italiana, “perché non avvenga, col tempo, che l’accesso alle fonti e agli scritti originali del nostro Fondatore e della Congregazione siano qualcosa di proibitivo, data l’ignoranza”.[15]

In terzo luogo, potremmo fare domande a riguardo del curricolo: riflette esso il fatto che apparteniamo a una Chiesa e una Congregazione multiculturale? Qualunque sia la nostra valutazione delle nuove teologie, è giusto escluderle completamente dall’orizzonte dei nostri studenti? Un istituto di livello universitario avrebbe bisogno di essere consapevole delle teologie subalterne emergenti in Asia, America e Africa; del dialogo interreligioso e delle culture, storie e religioni del mondo. Più ancora, i cosiddetti corsi pastorali sono considerati una parte importante e integrante della formazione teologica?[16] Uno dei corsi più utili durante i miei anni di teologia era quello di counselling. I corsi di omiletica normamente si fanno; perché non pensare anche di corsi sull’accompagnamento spirituale, processi di gruppo, leadership?

In quarto luogo, potremmo pensare la possibilità di integrare la riflessione sulla esperienza pastorale con il processo di teologizzazione.

In quinto luogo, vi sono i grandi compiti della inculturazione della fede e del carisma. Questi sono, ovviamente, grandi temi, ma mi limito all’appello fatto da Don Chávez nella sua lettera sull’inculturazione:

È assolutamente necessario conoscere bene il sistema preventivo per poter sviluppare le sue grandi virtualità, modernizzarne le applicazioni, reinterpretare le grandi idee di fondo (la maggior gloria di Dio e la salute delle anime; la fede viva, la ferma speranza, la carità teologico-pastorale; il buon cristiano e l’onesto cittadino; l’allegria, lo studio e la pietà; sanità, studio e santità; la pietà, moralità, cultura; l’evangelizzazione e civilizzazione), i grandi orientamenti di metodo (farsi amare prima di farsi temere; ragione, religione, amorevolezza; padre, fratello, amico; familiarità, soprattutto in ricreazione; guadagnare il cuore; ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento). Tutto ciò per la formazione di giovani nuovi, capaci di trasformare questo mondo.

Mi sta a cuore dire che il sistema preventivo è un elemento essenziale del nostro carisma, che va conosciuto, aggiornato secondo lo sviluppo filosofico, antropologico, teologico, scientifico, storico, pedagogico, e che la sua inculturazione nella varietà dei contesti economici, sociali, politici, culturali e religiosi dove abitano i nostri destinatari è indispensabile, se vogliamo davvero essere fedeli a Don Bosco e inculturare il suo carisma. Mi azzardo a dire che questo è uno dei compiti più urgenti della Congregazione.”[17]


[1] EN 20; EG 115, 116. Per la distinzione tra il concetto classicista e empirico di cultura, cf. Bernard Lonergan, Method in Theology (Toronto: University of Toronto Press, 1991) xi.

[2] “Comunque intercultura è un termine usato più sovente per gli studi che mettono in relazione le diverse culture (per esempio nella psicologia transculturale), e ne rilevano le differenze e le dinamiche di confronto. Mentre la multicultura si riferisce ad uno stato di fatto delle diverse culture, più dal punto di vista descrittivo” (Giuseppe Crea, nella sua e-mail a me, in data 9 gennaio 2015). Cf. Giuseppe Crea, Vivere la comunione nelle comunità multietniche. Tracce di psicologia transculturale (EDB, 2009).

[3] Pascual Chavez Villanueva, “L’inculturazione del carisma salesiano,” Atti del Consiglio Generale della Società Salesiana di S. Giovanni Bosco, n. 411 (2011). La prima citazione è da Giovanni Paolo II, Discorso ai rappresentanti del mondo della cultura e della scienza, (Tbilisi, Georgia, 9 novembre 1999). La seconda citazione è dalla Vita Consecrata 45, con riferimento anche a Benedetto XVI, “Omelia nella solennità di Corpus Domini (23 giugno 2011)”.  

[4] Angel Fernandez Artime, “Appartenere di più a Dio, di più ai confratelli, di più ai giovani”, Atti del Consiglio Generale della Società Salesiana di S. Giovanni Bosco, Anno XCV, n. 419 (set. – dic. 2014) 22; cf anche 25.

[5] Fernandez Artime, “Appartenere di più a Dio, di più ai confratelli, di più ai giovani”, ACG 419: 25

[6] I ‘principi’ qui sono principi nel senso originario: sono i fonti, da dove sorge tutto; sono le persone della Trinità.

[7] Cf. Christian Salenson, Christian de Chergé. A Theology of Hope (Collegeville: Liturgical Press/Cistercian Publications, 2012).

[8] Ringrazio Silvio Roggia, SDB per questa riflessione.

[9] Timothy Radcliffe, “Pastoral Care in the Global Village,” Pastoral Ministry for Today: ‘Who Do You Say That I Am?’ Conference Papers 2008, ed. Thomas G. Grenham (Dublin: Veritas, 2009) 25-36.

[10] Radcliffe.

[11] Radcliffe.

[12] Frederick G. Lawrence, “Critical Realism and the Hermeneutical Revolution,” Conferenza al Lonergan Workshop, Boston College, 1990 (non pubblicata) 18.

[13] Giorgio Chiosso, “Problemi aperti e prospettive del Congresso,” Congresso Storico Internazionale: Bicentenario della nascita di don Bosco, sul tema “Sviluppo del carisma di Don Bosco fino alla metà del scolo XX,” Roma, Salesianum, 19-23 novembre 2014. Non pubblicato.   

[14] Christopher Dawson, The Crisis of Western Education (New York: Sheed and Ward, 1961) 113.

[15] Fernandez Artime, “Appartenere di più a Dio, di più ai confratelli, di più ai giovani,” ACG 419: 25.

[16] Cf. Lonergan, Method in Theology, cap. 14 per una proposta importante a questo riguardo. La specialità funzionale di ‘comunicazioni’ è più ampia dei ‘corsi pastorali’, ma questi non sono da escludere da una concezione olistica di teologia. 

[17] Chavez Villanueva, “Inculturazione del carisma salesiano”, in ACG 411. Don Chavez sviluppò lo stesso tema più ampiamente in una conferenza poco conosciuta del 2006: vedi Pascual Chavez Villanueva, “Don Bosco’s Educational System Today,” Divyadaan: Journal of Philosophy and Education 21 1[2010] 1 – 18. [Originale: Pascual Chavez: “Cristianità e prevenzione,” L’educatore, oggi: tratti per un profilo di san Giovanni Bosco: Seminario di studio. Salone degli Affreschi – Palazzo Ateneo, Bari, 26 aprile 2006, ed. Cosimo Laneve, Università degli Studi di Bari, Quaderni di Ateneo 111 ([Bari]: Servizio Editoriale Universitario, 2007) 11-28.] Recentemente, don Chavez fece la stessa relazione, in inglese, nello STS Gerusalemme.