Consejo Recursos

Autobiografia durante il Prenoviziato 25-11-2008


DIREZIONE GENERALE OPERE DON BOSCO
Via della Pisana 1111 - 00163 Roma

Il Consigliere generale per la formazione

Roma, 25 novembre 2008
Prot. 08/0800

AUTOBIOGRAFIA
COME MEZZO DI FORMAZIONE E DISCERNIMENTO
DURANTE IL PRENOVIZIATO

 

Parlando della formazione umana, la Ratio afferma: “Solo una personalità equilibrata, forte e libera, che sa integrare i diversi aspetti della sua persona in un tutto armonico, può sostenere il cammino di identificazione vocazionale e rendersi capace di vivere con serenità e pienezza la consacrazione religiosa”(FSDB 57). E’ importante saper gestire il proprio mondo interiore: le emozioni e gli affetti, i valori e le motivazioni, le paure e le reazioni, i condizionamenti e le debolezze, le esperienze positive e negative.
Essa presenta poi l’importanza della conoscenza di sé: la persona “riflette sulla sua esperienza, sui suoi pregi e limiti; impara ad accettarsi; coltiva la fiducia in sé e nelle sue possibilità; è capace di conoscere e di valorizzare il tessuto della propria storia nell’ottica del piano della salvezza; sa che Dio ha un progetto su di lui, lo accoglie e si affida a Lui con coraggio”(FSDB 62).
Conoscersi e farsi conoscere sono elementi necessari nel processo di formazione iniziale. Diversi sono i mezzi per ottenere questa conoscenza; uno di essi è l’autobiografia,[1] che va utilizzata insieme ad altri mezzi, quali il contatto personale, che è il più importante, il colloquio, le giornate di ritiro, le valutazioni psicologiche. L’autobiografia è come una fotografia che rivela molto di una persona, ma non tutto. Essa è utile sia per la riflessione su di sé, sia per la manifestazione alla guida.
La formazione salesiana incomincia nel prenoviziato, che è una vera fase formativa e che oggi sta diventando sempre più un momento fondante, organico ed intenso e non solo una tappa propedeutica, occasionale e frammentata. Fin dall’inizio del cammino formativo occorre avviare l’esperienza della direzione spirituale; l’autobiografia è un aiuto per questo scopo. Don Bosco considerava di estrema importanza il rapporto con la guida spirituale fin dai primi passi, come ha fatto egli stesso con don Calosso: “Mi sono messo nelle sue mani. Gli ho fatto conoscere tutto me stesso: ogni parola, ogni pensiero, ogni azione. In tal modo, con fondamento mi ha potuto guidare”.

 

Importanza della narrativa

Perché è importante  l’autobiografia? La sua importanza deriva dal fatto che mediante il racconto si giunge più facilmente alla comprensione di sé, degli altri, del mondo, di Dio. In ambito cristiano pensiamo alle narrazioni della Sacra Scrittura, delle “confessioni” dei mistici, delle agiografie. Nella vita religiosa pensiamo allo spirito dell’Istituto che viene trasmesso attraverso la narrativa, specie quella del fondatore; oggi “si forma narrando”.
La narrativa è un modo di comunicazione transculturale. Essa indossa vestiti diversi: conversazioni, ritratti, film, articoli, romanzi, vetrate, danze, … Siamo infatti circondati da numerose forme narrative. La teologia e specialmente la psicologia, che sono interessate alle nostre speranze, ai nostri sogni, alle nostre motivazioni, fanno un grande ricorso alla narrativa.
Noi siamo narratori; nel racconto cerchiamo il senso del tempo che abbiamo vissuto e il senso del nostro futuro. Anche quando può sembrare che la nostra narrazione riguarda gli altri, in verità essa parla di noi stessi. Il racconto è sempre manifestazione e rivelazione della persona.

 

Conoscenza della persona

Che cosa pensiamo di trovare nella autobiografia? Non semplicemente i fatti riguardanti la persona: quanti fratelli e sorelle ha? dove ha studiato?… Questi fatti sono importanti, ma possono essere conosciuti in altro modo. In essa invece si cerca di comprendere la persona: qual è il senso della sua vita? come è giunto alle soglie della nostra casa? qual è la percezione della sua identità?
L’autobiografia ci fa percepire le diverse scelte della persona, la sua crescita, le sue difficoltà, le sue reazioni, la sua identità. Tutto ciò viene compreso dal suo punto di vista e dal di dentro. Può darsi che la persona non ci abbia detto tutto; ma ciò che ha detto è unico e prezioso. Interessante è comprendere soprattutto la scelta vocazionale, il suo sorgere, i suoi primi passi, le sue motivazioni.
Ci sono culture che non incoraggiano a parlare di sé; d’altra parte l’assunzione della identità carismatica richiede la manifestazione di sé alla propria guida. L’autobiografia non può limitarsi alla riflessione su di sé; ma, pur nel rispetto della cultura e con gradualità, occorrerà far capire che il parlare di sé è necessario. Non si può infatti conoscersi senza farsi conoscere; non si può accogliere il dono della vocazione senza disponibilità a farsi accompagnare.

 

Momento giusto per l’autobiografia

L’autobiografia è utile al duplice scopo di conoscersi e di farsi conoscere. Se il soggetto trova difficile farsi conoscere, non si può chiedere l’autobiografia troppo presto. Ogni guida spirituale sa che è molto importante scegliere il momento giusto, per introdurre un nuovo compito o per far imparare una nuova capacità. Bisogna anche tener conto che il proprio rapporto con la persona è primario, rispetto alla stessa autobiografia. Non si può quindi fare una regola per tutti.
Ci sono Istituti che richiedono l’autobiografia all’inizio del processo di discernimento, cioè poco dopo il primo contatto con il candidato; essa servirebbe a fornire informazioni sulla famiglia, la scuola, il lavoro, ...; di per sé questo non è lo scopo dell’autobiografia. Altri Istituti la richiedono verso la fine del prenoviziato, cioè prima che si faccia la richiesta di entrare nel noviziato, o verso la fine del noviziato, cioè prima che si faccia la domanda di ammissione alla prima professione.
Sembra che il tempo più indicato sia a metà del prenoviziato o del noviziato, quando spesso il candidato sta interrogando se stesso e sta cercando il senso della propria vita. A prima vista questo può sembrare un momento difficile per suggerire l’autobiografia, ma proprio in tale situazione essa può diventare un mezzo per individuare la strada da prendere. A metà del cammino poi c’è più confidenza con la guida e si ha tempo per discernere, prima di ogni richiesta di ammissione.
Secondo la nostra Ratio, sembrerebbe preferibile proporre l’esperienza dell’autobiografia durante il prenoviziato, che è la fase in cui il conoscersi e il farsi conoscere hanno una loro accentuazione tipica. Il prenovizio infatti “con apertura e coraggio affronta il proprio passato e non ha paura di parlare di sé e della propria famiglia. Impara a riflettere sulla propria condotta, sulle esperienze, sulle ragioni delle scelte e sul proprio modo di pensare. E’aiutato a scoprire le motivazioni inconsce e a distinguere tra i desideri e le vere motivazioni. Quest’approccio sincero e profondo di sé costituisce una prima base di discernimento”(FSDB 334).
Tale processo, iniziato durante il prenoviziato, richiede di essere completato nel noviziato: “il novizio approfondisce la conoscenza e l’accettazione di sé, coltiva il dominio di sé e la temperanza, consolida la capacità di scelte motivate”(FSDB 359). Conviene notare che alcuni nostri prenoviziati non sono ancora in grado di realizzare un serio cammino del candidato circa “il conoscersi e il farsi conoscere”; per questo l’autobiografia è rimandata alla fase del noviziato.

 

Istruzioni per l’autobiografia

Come si chiede di fare l’autobiografia? Che istruzioni si devono dare per la sua formulazione scritta? Il tipo di istruzioni, che vengono offerte, influisce molto su ciò che viene poi scritto.
Per prima cosa è meglio dare le istruzioni per iscritto. Si possono dare istruzioni dettagliate come queste: “Prepara una breve autobiografia. Includi ciò che pensi siano stati gli influssi più significativi nella tua vita, per esempio la famiglia, il curricolo degli studi, i rapporti e le amicizie, le esperienze nel lavoro, ecc.” Come risposta si riceverà con ogni probabilità uno scritto ben fatto, strutturato in ordine cronologico, ma senza molta originalità, perché la persona ha risposto ad una lista di domande o seguito una traccia. In questo caso sarà più difficile penetrare sotto la superficie.
Si possono invece dare istruzioni meno strutturate, un po’ vaghe, non molto chiare, come per esempio: “Prepara un’autobiografia. Quali sono stati secondo te i rapporti e eventi salienti nella tua vita fino ad oggi? La lunghezza dell’autobiografia dipende da te, ma dovresti cercare ad includere gli aspetti che consideri significativi per la tua vita.” Come risposta è probabile che si riceva uno scritto più personale: l’autobiografia potrebbe essere più corta, ma in essa si troverebbe più facilmente ciò che la persona vuole comunicare, quindi elementi più interessanti.
E’ sempre utile chiedere se la persona ha scritto un’autobiografia precedentemente. Se la risposta fosse positiva, allora si potrebbe ulteriormente chiedere se la persona ha ancora con sé una copia dell’autobiografia. Se la risposta fosse ancora affermativa, questa sarebbe un’indicazione che l’autobiografia era per lei importante. In caso di risposta negativa, il dato non avrebbe rilevanza.
Cosa si fa se una persona rifiuta di scrivere l’autobiografia? Questo rifiuto è già in se stesso un’informazione. Vuol dire che non è il momento giusto per chiedere l’autobiografia: la persona non si sente ancora a suo agio per tale esercizio di condivisione. Quindi si eviti di giudicare negativamente il rifiuto; si continui invece a lavorare con la persona. Se l’autobiografia è una cosa richiesta dal processo formativo, si motiva la persona e la si aiuta a compiere questo passo.
Il non sentirsi di comunicare l’autobiografia può offrire anche un’altra informazione. A volte, dietro l'indisponibilità a raccontarsi, si può trovare la volontà di non affrontare se stessi o, peggio ancora, la volontà di nascondersi. Anche in questo caso non c’è ancora stata maturazione e quindi occorre pazientare. La disponibilità di apertura è segno che è iniziato un serio discernimento e cammino spirituale; essa esprime la consapevolezza che la vocazione è un cammino di accoglienza del dono di Dio, che si realizza anche attraverso i suggerimenti e le proposte della guida spirituale.

 

Lettura dell’autobiografia

Quando la guida spirituale riceve un’autobiografia, la prima cosa è leggerla per intero per avere un’idea generale; quindi si passa a considerare le indicazioni che servono a delineare la personalità dell’individuo. E’ un fatto che un’autobiografia contiene molto di più di ciò che si vede per iscritto. Per questo si deve sapere già in partenza ciò che si vuole trovare nell’autobiografia; se non se ne ha la minima idea, non si troverà nulla di importante.
Tra le diverse cose a cui fare attenzione, c’è anzitutto la struttura dell’autobiografia. Partendo da un foglio di carta bianco o da uno schermo vuoto sul computer, l’individuo deve fare le proprie scelte di che cosa e come vuole descrivere la propria storia. Allora il lettore può valutare se, per esempio, lo scritto si presenta logico o confuso; questa è un’informazione.
Il tono dell’autobiografia può rivelare i sentimenti e gli atteggiamenti della persona davanti ai vari eventi della vita, come può essere la morte di un genitore o un insuccesso inaspettato. Si può venir a sapere, per esempio, se l’individuo è abitualmente ottimista e se dimostra segni di buon equilibrio. Il tono evidenzia lo stato d’animo a riguardo di fatti importanti.
Cercando il punto focale, si può venire a conoscere se l’individuo rimane bloccato nel suo passato, se si concentra sul presente, se non si confronta con il presente e passato e guarda solo al futuro, se ha paura del futuro. Sono importanti le cose scritte, ma lo sono anche quelle non scritte; suscita interrogativi il trovare alcuni temi trattati e altri passati sotto silenzio.
Di enorme importanza per valutare la maturità emozionale, per esempio, è la descrizione delle emozioni, sia quelle presenti che quelle assenti, il modo di esprimere la gioia e di reagire alla sofferenza. Si può notare qualche reattività o blocco.
Infine dalla descrizione delle relazioni si possono avere alcune indicazioni circa la capacità dell’individuo di vivere in comunità: quali relazioni sono presentate nell’autobiografia e con quale profondità? quali relazioni sono messe da parte? ci sono amicizie? si accenna a relazioni difficili?
Davanti a questa ricchezza di informazione, la guida spirituale deve chiedersi se tutto ciò corrisponde alla conoscenza che ha avuto finora della persona; se ha trovato spiegazioni o conferme alle sue osservazioni; se si è imbattuto in alcune dissonanze che richiedono chiarimento. Così si può arrivare ad una conoscenza più adeguata della persona e si diventa in grado di aiutarla meglio.

 

Dialogo sull’autobiografia

Dopo la lettura sembra utile che il lettore interroghi l’autore dell’autobiografia sulla sua esperienza nel comporre lo scritto: se per esempio è stato un esercizio difficile, un momento di autoscoperta, un mezzo per crescere nella conoscenza di sé, … E’ utile anche la riformulazione orale di qualche aspetto e la ripresa di alcuni temi in vista dei passi di cammino da svolgere.
Si può invitare la persona ad esplorare ancora più in profondo, particolarmente in un ritiro, quello che ha scritto nella sua autobiografia. Ciò lo si fa specialmente quando l’autobiografia è troppo breve o dà poca informazione. In questo caso, dopo aver lasciato passare un po’ di tempo, si invita la persona a rivedere il suo scritto in preghiera e a parlare con Dio delle sue esperienze raccontate e non raccontate, delle sue emozioni espresse e non espresse, delle sue relazioni.
L’autobiografia è un momento della conoscenza di sé che ha bisogno di essere integrato nel resto del cammino, per un’ulteriore conoscenza di sé e per un progressivo farsi conoscere, per la ricerca delle esperienze da integrare nella propria vita e per il processo di discernimento.

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Ci sono alcuni prenoviziati che usano con frutto questa pratica dell’autobiografia e che hanno esperienza di come lavorare. Risulta utile allora fare uno scambio di esperienze tra gli incaricati dei prenoviziati all’interno delle Regioni; anche il Dicastero riceverebbe volentieri qualche contributo di esperienza in proposito. I prenoviziati che operano già anche con il progetto personale di vita, trovano una sinergia e un utile apporto dall’esperienza dell’autobiografia.

Roma, 1 maggio 2004


[1] Queste note  sono state scritte sulla base di una conferenza di Suor Mary Pat Garvin tenuta a Roma nel febbraio 2004 e del suo articolo “L’autobiografia nel discernimento di vocazione” in Vita Consacrata 38 (2002) 497-508. Esse sono state rielaborate ed integrate nella nostra metodologia formativa salesiana.