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Confessori Educatori, Sac. N. Camilleri SdB 1926

Confessori Educatori, Sac. N. Camilleri SdB


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Sac. N. CAMILLERI S. D. B.
Dentur borri a idonei confessarli».
(Cono. Trid.).
e Soyez des éducaieurs! s.
(Pio XII al Congr. di Nancy.
Confessori
Educatori
LA CONFESSIONE
IL CONFESSORE
IL PENITENTE
SCUOLA SALESIANA DEL LIBRO - CATANIA-Barriera

VISTO PER LA SOCIETÀ SALESIANA
Catania, 5 Agosto /953
Sac. amo GUGIATTI
NIHIL OBSTAT
Catanae, die 12 Augusti 1953
Can. DOMINICUS SwiLLAci
IMPRIMATUR
Catanae, die 18 Augusti 1958
Dec. N. ~ci°. Vie. Gen.

PREFAZIONE
Ai carissimi Confratelli Salesiani.
Quanto grande fosse l'ampiezza di vedute e l'intuii() lungimirante del nostro santo Padre Don Bosco, ben solennemente ce lo canta la
Liturgia: « Dedit Deus sapientiam multam
nirnis, et latitudinem cordis, quasi arenam quae est in littore nraris! »...
Un saggio, sia pure in campo strettamente pratico, possiamo ravvisarlo nella sua preoccupazione, e perfino nel suo piano minuzioso per preparare la futura Storia data Congregaziohe (Mem. Biogr., XII, pp. 68-70; XIII, pp. 276-279). I nove volumi prima, e i venti volumi poi, delle Memorie Biografiche sono l'incalcolabile tesoro e il frutto di quelle sapienti preoccupazioni del Fondatore.

Similmente per altre due cose — che, forse, si direbbero casette — egli aveva fatto progetti, e auspicato sollecite attuazioni. Una era la stesura di un breve trattato — un
«trattatello di precetti » di eloquenza sacra,
da assegnarsi come libro di testo nelle scuole teologiche. E su questo punto, il nostro Don Bertetto del Pontificio Ateneo Salesiano, ha già composto, in edizione litografica, un bel volume di Lezioni di Sacra predicazione. DOTI, Bosco aveva insistito che il lavoro non riguardasse « esclusivamente la predicazione, si bene anche l'educazione da darsi ai giovani. Bisogna incarnarvi, disse, il nostro sistema preventivo » (Mem. Biogr., XIII, p. 292). L'altra riguardava precisamente la Confessione. Don Bosco, già nel 1856 (1), si era presentato per un consiglio a Don Cafasso con due quaderni, sopra ciascuno dei quali era scritto un titolo, e gli aveva chiesto: Debbo comporre una Storia d'Italia, ovvero un Metodo per confessare la gioventù? A Don Bosco sembrava meglio scrivere intorno al secondo argomento, poichè certuni non davano l'importanza dovuta a queste Confessioni. Don Cafasso, udite le ragioni di Don Bosco, sen
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z'altro gli disse: Scrivete la Storia d'Italia! Don Bosco ubbidì (Mem. Biogr., V, p. 493). Così egli non ha potuto darci il suo trattatello, come il Gersone (t 1429), Del trarre a Cristo i fanciulli,
Ma il bisogno di affrontare l'altro argomento, come era sentito allora da Don Bosco, è sentito ancora oggi, e in una sfera più ampia e generale. .2 di ieri un Congresso Nazionale di Sacerdoti in Francia, a Nandù, aprile 1952, sul tema: L'Eglise Educatrice des Consciences par le Sacrement de Pénitence. E questo bisogno di luce, di approfondimento, di norme e di orientamento pratico lo sente, lo deve sentire ogni Sacerdote cosciente dell'importanza trascendente del ministero delle Confessioni, particolarmente della gioventù.
Anche fra di noi il problema è sentito, e alcuni Ispettori hanno già avuto l'idea e promosso lodevolmente l'iniziativa di organizzare, in modo semplice e familiare, Convegni di Direttori e di Confessori, per studiare alcune questioni di ministero e di direzione spirituale, onde prendere maggiore consapevolezza dei principi, con unità di vedute e di indirizzo pratico, circa le direttive opportune, e più conformi
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allo spirito salesiano, che è lo spirito sempre attuale del nostro santo Fondatore.
Il contenuto di queste pagine rappresenta> precisamente, lo sviluppo di argomenti trattati in parecchi Convegni di Direttori e di Confessori Salesiani di varie Ispettorie, e ne conserva, perciò, la semplicità della forma; e l'immediatezza dello stile. « Molte cose utili, ci scriveva il nostro caro e venerato Don Ceria, dette molto alla buona che perciò si leggono senza fatica ».
Ci conforta pure in questo (si licet parva cornponere magnis) l'esempio di San Paolo, il quale scriveva ai Corinti: «volo magis quinque verba sensu meo loqui, quam decem millia verborum in lingua » (I Cor., XIV, 19).
E infatti non si ha qui l'intenzione di presentare un lavoro scientifico, ma una raccolta di elementi pratici e dottrinali, teologici e sale-Mani, che acquistano unità formale dalla preoccupazione spirituale e pedagogica che li ha ispirati.
Confidiamo che i nostri cari Sacerdoti, specialmente Direttori e Confessori — a cui è particolarmente destinato e riservato, sotto loro personale responsabilità, questo scritto — vorranno
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compatire alle inevitabili manchevolezze di un simile lavoro, che non pretende di essere più che un primo e modesto tentativo di realizzare in qualche modo, alla distanza ormai di quasi un secolo (1856-1953), un disegno accarezzato, come dicevamo, dal nostro Padre Don Bosco.
Voglia il Signore, per intercessione di Maria SS. Ausiliatrice e di Don Bosco, benedire e fecondare quanto vi è di buono in questo scritto, e più ancora la buona volontà con cui — sapientemente e santamente — si cercherà da tutti di metterlo in pratica. Lo Spirito Santo ci faccia tutti docilissimi suoi strumenti in quest'opera
divinissima fra le divine ».
Torino, 8 Dicembre, 1953
DON N. CAMILLERI
del Pontifico Ateneo Salesiano

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CONFESSORI SALESIANI... ...CONFESSORI EDUCATORI
Si caecus caecum ducit, arabo ira foveam cadunt ›.
(Le., VI, 89).
Ego surn Pastor bonus, et cognosco oves meas, et cognoscunt Me meae
(,Io., X, 14).
Ego veni ut vitam habeant, et abundantius babeant
(Io., X, 10).
· Pro eis sanctifico meipsurn (Jo., XVII, 19).

INTRODUZIONE
Importanza.
Se non abbiamo coscienza viva e bruciante del 'importanza del nostro ministero di Confessori, è difficile, è moralmente assurdo, che ne riportiamo tutto quel frutto di redenzione a cui questa divina istituzione, questo Sacramento è destinato. E cominciamo con due rilievi.
1. - Entrando nella Basilica di Maria Ausiliatrice, a Torino, dalla porta centrale, se vi voltate a guardare in alto, alla vostra destra, vi accorgerete che vi è un dipinto il qnale, come rappresenta per mezzo di un sogno-visione di Don. BoSCQ lo scopo della nostra cara Congregazione, così rappresenta, in modo particolarissimo, lo sco
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po sia di tutta la nostra opera di Educazione, sia, e più ancora, di questo mezzo di salvezza e di santificazione che è la Confessione. 2 il sogno della zattera, che è tutto un dramma di salvataggio. Da mihi animasi lotta contro il peccato e il vizio! lotta per il trionfo della graziai Si legga — si mediti! — il lungo racconto nelle Mem. Biogr., VIII, pp. 275-285! E diamogli l'importanza di una vera visione, come già accennammo, poichè -Don Bosco, in conversazioni posteriori, aggiunse varie cose che, a distanza di vent'armi, quasi a garanzia dell'origine celeste, si verificarono letteralmente (cfr. ivi, p. 284).
2. - Il nostro ministero delle confessioni — ecco il secondo rilievo — è un ministero di autentico esorcismo sacramentale sulle povere vittime di Satana. Limitiamoci pure, per ora, a considerare i penitenti incatenati dal vincolo del peccato mortale. Una volta fui invitato a visitare una giovane indemoniata, sulla quale si erano esercitati ripetuti esorcismi. Non mi sentii troppo incuriosito di andarvi, nè di vederla. E di fatti non l'ho veduta. Poteva anche essere, forse, un fenomeno strano natu
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rale. Ma anche se si fosse trattato di una vera ossessione diabolica, la paziente poteva benissimo essere una povera innocente, come di fatti pareva che fosse. Ebbene, io voglio dire che è molto più vero che ci troviamo noi a tu per tu con Satana nel ministero delle Confessioni, quando abbiamo davanti un'anima irretita nella colpa grave, anche in una sola. Riflettiamo al costante linguaggio della Sacra Scrittura: « servus est peccati » (Io., VIII, 34), « quam alligavit Satanas » (Lc., XIII, 16), « introivit in eurn Satanas » (lo., XIII, 27), « in laqueum dia-boli » (I Tim., III, 7; VI, 9), « oppressos a dia-bolo » (Act., X, 38), « ex votis unus diabolus est » (lo., VI, 71), « in hoc manifesti sunt finii diaboli » (I lo., III, 10), « qui facit peccatum, ex diabolo est » (I lo., III, 8). Se avessimo viva questa fede, come l'aveva Don Bosco quando confessava! Egli lo vedeva il diavolo, come orribile gattone, che strangolava il penitente in peccato mortale (Mem. Biogr., IX, p. 594). Se non abbiamo il bisogno di vedere, abbiamo il dovere di credere... e di fremere! Quanto zelo, quanta sapienza, e quanta carità c'ispirerebbe una simile fede!
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Responsabilità.
Tre richiami desidero fare, che sono come tre marchii a fuoco, e che dovrebbero lasciare in noi una impronta indelebile a ricordarci la nostra tremenda responsabilità in questo ministero. Ben inteso che non faccio del tragicismo esagerato, o fuori posto. Ma è naturale che, avendo perfettamente coscienza di parlare di cose spirituali e invisibili, cerchiamo un linguaggio che le renda quasi visibili, e sentite nella loro reale gravità e tragicità.
1. - E anzitutto misuriamoci a questo gravissimo criterio, che riflette certamente il pensiero del nostro Padre Don Bosco : o Confessori santi o non Confessori! Don Bosco veramente lo dice dei Salesiani in generale: o Salesiani Santi, o non Salesiani! (Mem. Biogr., X, p. 1078). Lo si può anche bene adattare e applicare ai Direttori: o Direttori santi, o non Direttori! Che tutti si debba dar le dimissioni?... Oh no, ma concludiamo che se urge per tutti, sopratutto per i Direttori e per i Confessori deve urgere il primo articolo delle Costituzioni: se non sono
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ancora perfetti e santi, essi più di tutti devono assolutamente essere coscienti, e impegnarsi a tendere alla perfezione, a rendersi santi, sempre più santi. P,- questa una questione di responsabilità anzitutto davanti a Dio, e poi anche davanti al penitente che ricorre al Confessore .come al medico. Non si gridi all'efficacia del Sacramento « ex opere operato ». 11 medesimo canone che definisce l'efficacia oggettiva « ex opere operato », la restringe, però, e la condiziona alle disposizioni necessarie, al « non ponentibus obicem ». Quindi le disposizioni « ex opere operantis » del penitente condizionano l'effetto « ex opere operato » : tanto che, se le disposizioni essenziali mancano, l'effetto è nullo, oppure sacrilego. Ma perchè mancano le disposizioni nel penitente? per colpa sua? Certamente, e in primo luogo. Ma anche per colpa mia, se io sono così tiepido o trascurato, da non disporre gl'indisposti! Non solo sono giudice, ma maestro e medico. Questo zelo, frutto di una santità doverosa ed elementare nel Confessore, se manca, può compromettere — indirettamente — il valore stesso del Sacramento. Pensiamoci!
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2. - N. CA VITE-1,M Confessori Educatoti.

2. - Il secondo richiamo è altrettanto grave: In manibus tuis sortes meael (Ps., XXX, 16). Nel testo ebraico è l'uomo che così si affida a Dio. Ma queste parole possiamo considerarle come un toccante, straziante grido del naufrago — del penitente — al Confessore, il quale rappresenta Dio stesso. Io oso dire che, in un certo senso (più morale che giuridico), la responsabilità maggiore non è nei superiori maggiori, ma nei superiori immediati. La responsabilità effettiva, praticamente, non si misura tanto in proporzione dell'altezza della carica, ma in proporzione della immediatezza di contatto con le anime. Anche un semplice assistente, un chierichetto, un coadiutore — tanto più tua Confessore! — in presenza d'un giovane rappresenta un momento di responsabilità suprema: sei tu, infatti, che puoi, in un momento, fame un santo, oppure... un demonio! a seconda di ciò che gli inoculi
_ nell'anima con la parola, con lo sguardo, con l'esempio. Puoi deciderne la dedizione a Dio, come puoi deciderne la dedizione al vizio, e alla perdizione! Alla luce di questi terribili estremi, misuriamo tutti i casi intermedi dei nostri rapporti immediati con le anime.
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Le stesse parole, poi, consideriamole rivolte a noi, Confessori, dalla nostra amata madre la Congregazione, anzi, dalla stessa santa Madre Chiesa: In manibus titiS .sortes meael Ricordiamo la nota parola di Don Bosco: potere il traviamento d'un solo essere cagione di rovina della Congregazione intera (Mem. Biogr., XI, p. 299), di disonore alla Chiesa di Dio!
3. - Il terzo richiamo alla responsabilità è un richiamo all'umiltà soprattutto in questo ministero. Esso ci mette di fronte al mistero delle anime, alla cui salvezza — in quel momento particolarmente! — Dio stesso opera per mezzo nostro. L'umiltà ci deve rendere « buoni conduttori », mentre la superbia ci rende degli « isolanti », o peggio, « cattivi conduttori »! Dio ci scampi — sempre e tutti — dal tragico e disastroso epilogo dei presuntuosi! Valga questo severo avvertimento per i giovani Sacerdoti soprattutto, come del resto ammoniva già San Paolo per i candidati vescovi: « Non neophyturn, ne in superbiam elatus in judicium incidat diaboli » (I Tim., III, 6).
Don Bosco non escludeva per questo i preti
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giovani dal ministero delle Confessioni, ma da tutti esigeva in ogni caso doti particolari di scienza e di virtù: « I Confessori dei giovani — diceva — siano di mia fiducia! » (Mem. ' Biogr., XVII, p. 379). Ed anche per i meno giovani e per gli anziani non manca una parola se
- veramente ammonitrice del Padre buono: « Sia pure uno Superiore, sia pure attempato, non importa: non c'è età, né santità passata che valga contro le insidie di questo nemico (amicizie sensibili, particolari). Anzi, quanto più l'età è avanzata, tanto più è raffinata la malizia! » (Mem. Biogr., XIII, p. 85). Don Bosco l'aveva a morte contro i « giovani in camera » (ivi), le « occhiate appassionate », i « baci », contro il « prendere per mano, metter le mani sulla faccia, accarezzare con maniere affettuose » (Mem. Biogr., IX, p. 707; XII, p. 21), soprattutto « così per simpatia » (XI, p. 580); contro i « regalucci », fossero pure « croci », « immagini », e perfino contro certi « buoni consigli » (Mem. Biogr., XIII, p. 86), e ogni « atto o parola che possa destare una cattiva immaginazione, un affetto sensibile » (Mem. Biogr., IX, p. 707).
E che dire quando si tratta di persone di
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altro sesso? Le cautele vanno moltiplicate. Ciò che Don Bosco raccomandava in proposito, per la salvaguardia della castità in, generale, ispiri la somma riservatezza nostra al momento delicatissimo e sacramentale del ministero delle Confessioni. Per trattazione copiosa e adeguata, oltre le nostre inesauribili Memorie Biografiche, si veda in materia Card. VIVES Y TUTO, Cave ignoscas...
Ecco intanto qualche pensiero del Fondatore: « Quando vi vengono a trovare donne, sia pure cugine, insomma persone di diverso sesso, guardate di trattenervi con esse meno che potete. Intrattenervi con esse è tempo perduto (parlava di parlatorio, vale per certe lungaggini non necessarie, soprattutto se ordinarie, al confessionale)... e poi siamo tutti di carne ed ossa... Il demonio è furbo: toglie il nome di cugina, di sorella, fa astrazione dall'essere parente, e resta la persona di altro sesso » (Mem. Biogr., VIII, p. 873).
Per fuggire la familiarità con persone d'altro sesso: « Non si avranno mai troppe precauzioni. Ne si dica neppure: Oh, è mia sorella! oh, è
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persona religiosa) oh, è fanciulla ancorai Poiché il demonio è furbo: toglie la parola sorella e lascia solo la parola donna; toglie la parola religiosa, parente e lascia la parola figlia (ragazza); toglie la parola bambina, giovinetta, e resta la parola zitella, e, se uno non cade, si mette in pericolo; e se il pericolo non c'è lì presente, aspetta a vedere come saranno i tuoi pensieri quando tu sia da solo ». Come si vede Don Bo-, sco è molto chiaro, e va avanti. Infatti soggiunge: « Andiamo sempre oltre: non basta fuggir la familiarità con persone d'altro sesso. Io dico che dobbiamo anche fuggire la familiarità con le persone d'ugual sesso, e, prima di tutto, tra voi medesimi confratelli mai amicizie tenere... Poi coi giovani, e qui veniamo subito al pratico... Adunque io dico: assolutanente, non mai baci ai giovani, non quelle carezze di mettere loro le mani sulla faccia, lisciarli" e simili; non amicizie particolari con alcun giovane, specialmente coi più avvenenti; non mai scriversi letterine sdolcinate. I regali d'immagini, di commestibili, di altro ai giovani son pericolosissimi, quando fatti così per simpatia e privatamente. Che dire poi di chi, an
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che con motivo buono, si conducesse in camera giovani, e si chiudessero in camera, per far loro parrucche od altro, per trattenerli con sè a parlar di cose segrete? »...
Basta. Don Bosco dice di sè: « Io son venuto fino all'età di 50 anni senza conoscere questo pericolo e purtroppo ho dopo d'allora dovuto convincermi che questo gravissimo pericolo c'è e non sol c'è, ma è instante, e tale da metterci in guardia ». Si veda Mem. Biogr., XI, pp. 581-583, per intero.
Della nostra Congregazione è consolante sapere che Don Bosco, nella relazione fatta al Papa nel 1879 (solo nove anni prima della morte), potè dire: « Finora posso attestare che non si è avverato il caso che un Salesiano, dimenticando se stesso, abbia dato ragione di scandalo » (Mem. Biogr., XII, p. 218). Però Don Bosco con-elude: « Diciamo francamente: la rovina delle Congregazioni religiose addette all'istruzione della gioventù deve attribuirsi a ciò. Per certo, sono esagerate certe calunnie di questi ultimi anni in riguardo ad alcuni religiosi ed alla chiusura di alcuni fiorenti collegi d'Italia: ma di
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ciamo anche che senza sospetti fondatissimi, e di molti casi successivi, non si sarebbe per certo osato venire a questi eccessi » (Mem. Biogr., XI, p. 588). Perciò egli, già nel 1869, con paterna trepidazione per l'onore della sua Congregazione, aveva ammonito e sentenziato: « Non si creda, perché siamo già avanzati in età, di essere sicuri: niente affatto! » (Mem. Biogr.,
p. 708).
Per riuscire.
Se avessi un segreto da svelarvi, quanto sarei felice di usarne io per primo! Fossimo perfetti educatori come Dio coi suoi Angeli, o come Gesù Cristo coi suoi Apostoli, rischieremmo ancora di trovarci di fronte a un peccatore ostinato come Lucifero divenuto Satanasso, o a un peccatore sfiduciato e disperato come Giuda divenuto suicida! Non si dica « Misteri della grazia! » Si dica « Mysterium iniquitatisl » Non è da parte di Dio che manca, infatti, ma solo da parte della volontà umana, veramente libera, ma superba e ribelle e scientemente insensata. Tanto
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è vero, che se così non fosse, in tanto mancherebbe d'imputabilità, di colpa.
Ma noi — Sacerdoti e Confessori — .non siamo perfetti come Dio nel nostro veramente «formidandum ministerium»; e. quindi può darsi che anche per colpa e deficienza nostra compromettiamo l'efficacia di salvezza e di santificazione del Sacramento della Penitenza affidatoci. Sento che è una cosa cosi grande il Sacerdote-Confessore -e la sua opera, che mi pare una temerità affrontare la promessa di dirvi qualche cosa « per riuscirvi »! Pensate infatti, che la nostra opera — la mia azione, la tua azione di Sacerdote, di Confessore-Educatore — non è quasi « un'altra azione » a sé ed autonoma, contrapposta alla<< azione di Dio ». No, piuttosto, la mia azione educativa è ministeriale, e quindi come « un pezzo dell'azione divina » stessa, è « un pezzo della Redenzione », è « un pezzo della Provvidenza », « un pezzo del piano della Predestinazione! » Il fallimento della mia azione, perciò, può, in certo modo, occasionalmente compromettere la provvidenza. di Dio stesso, la Predestinàzione di un'anima, talmente Dio ha intrecciato alla sua
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condizionata volontà salvifica universale le responsabilità umane delle cause seconde, pur non permettendo che alcuno abbia a perdersi senza colpa propria personale.
O altitudo!... Ma tant'è; « Mandavit Deus unicuique de proximo suo » (Eccli., XVII, 12). E quanto più, dunque, al Sacerdote-Confessore demandato al ministero della salvezza dei battezzati? Vero è che potrà trovare cuori sordi al suo zelo, e Dio lo consola, quasi novello
Ezechiele, c. « Nolunt audire te, quia no
lunt audire Me, quia domus exasperans est » (cfr. anche, XXXIII, 12-20). Ma ben gravemente lo avverte anche del suo dovere, (ivi, e. II, 16
21 e _III, 1-9). Limitiamoci pertanto, qui,
a tre rilievi o richiami, importantissimi per un Confessore.
1. - Spirito di grande orazione e di grande penitenza. — Come vedete non incominciamo con la Scienza, con la Teologia Morale e coi Diritto, -con la Dogmatica o con l'Ascetica e Mistica teorica. Anzi di tutte queste cose non parlerò « ex professo », salvo qualche richiamo a scopo pratico. Ma in generale, qui, dobbiamo
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supporre lo studio della Teologia, e anche il ripasso — almeno occasionale — per aggiornarci, o per accertarci dopo esercitato il ministero, specie se fossero occorsi casi più o meno difficili. Incominciamo invece con un richiamo molto pratico al Vangelo stesso di nostro Signore.
Un primo e capitale problema, infatti, per un Confessore, è quello di strappare le ..niine al neccato mortale, e cioè al demonio, per stabilirle e stabilizzarle nella Grazia. Ebbene, quante volte ci è uscito dal profondo del cuore quel gemito degli Apostoli: « Quare nos non, potuirnus e/ieere? » Perché non vi riusciamo?... Oh almeno l'avessimo davvero questo strazio sacerdotale. Diciamolo pure, ciascuno per conto proprio: Non sarò vero Sacerdote, vero Confessore, finché i peccati degli altri non saranno divenuti i chiodi della mia crocifissione; finchè, udita l'accusa di un peccato, non ne sentirò il rimorso come se l'avessi commesso io stesso! e fioche l'educazione e la santificazione delle anime non sarà la mia -- santa e soprannaturale -- passione! Ebbene, quale fu la risposta del Maestro Divino? Non li rimandò alla. Scienza, non
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li rimandò a studiar Psicologia, ma inculcò Orazione e Penitenza corporale: «Nisi fefuniò et orcitione » (Mc., IX, 28).
a) Quanto all'orazione mi limito a riportare questa poderosa e impressionante conclusione che Sant'Alfonso pone al suo libro Del gran mezzo della preghiera: «II mio principale intento è stato d'insinuare a tutti l'uso di questo potentissimo e necessario mezzo della preghiera... E il peggio si è che pochi predicatori e pochi Confessori attendono di proposito ad insinuare ai loro uditori e penitenti l'uso della preghiera, senza cui è impossibile osservare i divini precetti, ed ottenere la perseveranza nella divina Grazia.
« Io avendo osservato l'assoluta necessità di pregare che ci si impone in tanti passi delle divine scritture, dei quali son pieni così il Vecchio come il Nuovo Testamento... dico e replico e replicherò sempre sino a che avrò vita, che tutta la nostra salute sta nel pregare: e che perciò tutti gli scrittori nei loro libri, tutti i sacri oratori nelle loro prediche, e tutti i Confessori nell'amministrare il Sacramento della Penitenza,
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non dovrebbero inculcare altra cosa più di questa, cioè di sempre pregare, con sempre ammonire, esclamare e ripetere: pregate, pregate, e non lasciate mai di pregare... Cosi dovrebbero , fare tutti i predicatori e direttori, poiché, fra tutte le scuole cattoliche nessuna mette in dubbio questa verità, che chi prega ottiene le grazie e si salva; ma troppo pochi sono quelli che così praticano e per ciò tanto pochi si salvano »
b) Quanto alla Penitenza, parlando di San Paolo eletto Apostolo — « vas electionis est miti' iste... .ostendam enim illi quanta oporteat eum
pro nomine meo pati » Cornelio A Lapide
fa questa riflessione meritevolissima di essere approfondita, e applicata analogicamente anche per il nostro caso: «linde liquet Paulum alios
que electos Dei servos magis a Deo eligi et,
destinari ad multa pro eo patienda, quam agenda. Servitus enim Dei, acque ac apostolatus, magis consistit in multa passione, quam operatione » (Corri.. A Lap., in Act. Apost. c. IX, 16).
Don Bosco rispondeva ai Superiori, ai maestri che si lamentavano: « Preghi tu per i tuoi giovani? » E raccomandava anche ai Confes
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sori, caldamente, di pregare per i loro penitenti (Mem. Biogr., VIII, p. 980). Ma così si può, si deve rispondere a un Confessore: Fai penitenza tu per i tuoi penitenti, specialmente per i viziosi, i recidivi, gli scandalosi, i sacrileghi? Possiamo incontrarne, purtroppo, anche di questi.
Facciamo penitenze interne e dei sensi, sì, ma non eliminiamo il senso diretto e immediato del Vangelo. Gesù fece così. I Santi fecero così. Una giovane persona secolare, la quale confidava a un Sacerdote, per riceverne consiglio, - che un palmo circa del cilicio che portava le era penetrato nelle carni, rimproverata. rispon
deva candidamente: Ma allora chi fa penitenza per i peccatori?... Un'altra piissima persona secolare, venendo a sapere che il suo direttore
spirituale partiva per qualche missione importante, domandava con insistenza il permesso di far penitenze per il buon esito, incluso il cilicio, digiuno e disciplina.
E non mancano esempi in casa nostra. In Tm2, muta di Esercizi ai Teologi di Chieri Don
Caviglia, nel 1938, dichiarava fra lo stupore eli tatti: morto Don Fascie gli trovarono un di
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cio di ferro, una bella fascia di maglie, di acciaio cromato, alta 16 centimetri, ove ad ogni punto di maglia corrispondeva una puntina ben aguzza e sporgente, e lo aveva portato per due mesi consecutivi! In una mostra missionaria, allestita al nostro Istituto Internazionale di Torino, abbiamo osservato una vera corazza metallica, il cilicio adoperato da Monsignor Versiglià, zelante missionario e martire della fede e della purezza.
Ora non si tratta qui di fare altrettanto, e tanto meno di ricorrere a stranezze o a esagerazioni. Ma, anzitutto, cominciamo a metterci bene in testa che della mortificazione anche esterna non possiamo farne completamente a meno. Credo si leggerà con frutto a questo riguardo l'opuscolo di Mons. BADI, La Mortificazione esterna, principio di forza, calamita di grazie, fonte di allegrezza e di fervore. (L.I.C.E. Berruti, Torino, 1946, 3' ediz. p. 112).
c) Si meditino bene, anche solo, le dieci paginette sulla Pratica della mortificazione esterna nella Filotea del nostro San Francesco di Sales. Salesianamente egli comincia coll'affermare:
ai

«Il lavoro mortifica e doma la carne non meno del digiuno » facciamoci, dunque, un vero cilicio della disciplina e della diligenza perfetta nel nostro lavoro, metodico, ordinato, coscienzioso, costante. Però, soggiunge il Santo Dottore: « Se puoi sopportare il digiuno, farai bene a digiunare anche nei giorni non comandati ». E qui domandiamoci se pratichiamo seriamente, per non dire severamente, il digiuno prescritto dalla Regola tutti i venerdì. E aggiungiamo pure l'esclusione assoluta del mangiare e del bere fuori pasto; di commestibili o di bevande, e di qualsiasi altra comodità in camera non conf orme a vita comune, o non strettamente necessaria; l'esclusione di ogni lamento del clima, del vitto, della salute, di sgarbi e disattenzioni, o anche di qualche torto ricevuto, piccolo o grande, vero o presunto. Buona mortificazione corporale è anche il resistere in ginocchio, per esempio, ascoltando Messe, o recitando il Breviario, ecc. Quanto campo, per cui non occorrono permessi speciali!
Finalmente, dopo avere ribadito salesiana-mente che, « generalmente parlando, le forze fisiche è meglio conservarle più del necessario,
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che abbatterle più del bisogno », il nostro Santo Patrono riconosce che, in casi speciali, «l'uso moderato della disciplina ha una efficacia straordinaria a risvegliare la divozione » perduta con grave tiepidezza: e che « il cilicio doma fortemente il corpo » quando insolentisce con pericolosa violenza, « se così sembra alla prudenza del Confessore ». E così egli conclude col principio generale, rigorosamente da osservare, che cioè: «In qualsivoglia caso, tuttavia, non si devono giammai intraprendere austerità corporali, senza il permesso del Confessore ». San Francesco parla ai penitenti. Ma... anche il Confessore è, a sua volta, penitente, e deve, quindi, egli stesso stare, per primo, al prudente giudizio del proprio Confessore, anche se credesse di ricorrere a qualche penitenza straordinaria per i propri penitenti. Anzi, trattandosi non di cose di coscienza, ma di pratiche puramente esterne, dovrebbe dipendere dal proprio Direttore. Ad ogni modo, prima di pensare ad altro, imponiamoci la severa disciplina di una perfetta osservanza e di una perfetta obbedienza.
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3. - N. CAMELLERI, COlde,SSUri Educatoti.

d) Ecco infatti come si esprime in proposito un altro Dottore della Chiesa, Sant'Alfonso nella sua Pratica di amar Gesù Cristo, c. 17: « Per
tanto il direttore con queste anime che cominciano la vita spirituale e cercano penitenze de
v'essere molto avaro in concederle ma procuri di
esortarle a mortificarsi internamente con soffrire con pazienza i disprezzi e le cose contra:
rie, ubbidire ai superiori, astenersi dalla curio
sità di vedere o di sentire, e cose simili; e dica loro che poi, quando avranno acquistato il buon
abito di esercitare tali mortificazioni interne allora potranno rendersi degne di praticare le esterne ».
Il medesimo santo Dottore però, con non minore energia soggiunge: « Del resto è marcio
errore il dire, come dicono alcuni, che le mor
tificazioni esterne non servono o poco servono... Dicea San Vincenzo de' Paoli che chi non pratica le mortificazioni esterne non sarà mortifi
cato né esternamente né internamente, Ed aggiungeva San Giovanni della Croce che ad un Direttore che disprezza le macerazioni della carne, non si deve dar credenza ».
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2. - Esemplarità del Confessore, — E una cosa, questa, a cui non si annetterà mai abbastanza importanza. Non si tratta, evidentemente, né di posa, nè di affettazione od ostentazione. E un richiamo che vale ugualmente per il Confessore e per il Direttore come direttore spirituale. Bisogna pensare, infatti, che, anticamente, il Direttore o padre spirituale era prima di tutto un modello di virtù da imitare, e, conseguentemente, un maestro da consultare, anziché viceversa, un maestro prima da consultare, ed eventualmente, poi, modello di qualche virtà da imitare. Perciò risplenda in lui anzitutto la pietà in tutte le pratiche, nella celebrazione del Divin Sacrificio, nella recitazione del Divino Ufficio, in tutte le piccole preghiere, ovunque. E così deve spiccare per l'osservanza spontanea e coscienziosa delle Regole e dei Regolamenti, delle disposizioni dei Superiori, sia maggiori che locali; sia edificante il suo linguaggio nelle conversazioni; la sua dignitosità a mensa, nel mangiare e nel bere; l'assoluta e irreprensibile modestia del tratto con ogni genere di persone, interne ed esterne, specie di altro sesso; il suo contegno nell'atto stesso di ascoltare le Confessioni,.
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il fervdre e lo zelo nell'esercizio stesso di questo ntiristero, deve rivelarne la Fede viva e l'Amore grande per la persona di Nostro Signore Gesù Cristo, la pura intenzione, e il desiderio di salvare e di santificare le Anime. Il Confessore Salesiano, Confessore-Educatore, deve poter dire con candore e fiducia come San Paolo ai suoi cristiani: Fate come faccio io: Imitatores rnei estate! Ita ambulate sicut habeti,s formam nostrani! (Philip., III, 17). Altrimenti rifletta a questo richiamo del Salmo, che suona ammonimento severo: « Quare tu enarras fustitias meas? et assurnis testamentum 197"711 per os tuurn? Tu vero adisti discip!inam, et projecisH sermones meos retrorsum » (Ps., LIX, 16 s).
Si potrebbe domandare a questo punto: t conveniente che i Confessori delle case si trovino in mezzo ai giovani, come tutti gli altri Superiori, per esempio nelle ricreazioni, ecc.?
Di Don Bosco leggiamo queste osservazioni, da lui dette conversando coi chierici: < Non tuffi i Confessori hanno abilità, esperienza e mezzi per scrutare le coscienze e scovare le volpi che rodono i cuori (= impedire Confessioni sacrileghe). Per esempio per un tal Prete
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è suo pane il confessare, ma non i giovani, sibbene gli adulti; perché per confessare i giovani giova moltissimo avvicinarli, frequentarli, conoscerli bene, studiarne l'indole, e quando vanno a confessarsi far noi ben molte volte l'esame per loro; saper mettere insieme (mentalmente, s'intende) costui ha dato causa della tale lagnanza, questo ha il tal difetto, questo ha il tal altro; perché i giovani tacciono, oh sì! tacciono facilmente!!! Sono due grandi bestie: la vergogna, e la paura di scapitarne nella stima del Confessore » (Mem. Biogr., VI, p. 886).
Non abbiamo da aggiungere parola, se non questa: Quanta prudenza ci vuole, quale tatto e amorevolezza per farlo con naturalezza, e senza alcuna indiscrezione per non compromettere la confidenza dei giovani penitenti.
3. - Bisogna avere dentro una fiamma! Gli Apostoli non divennero Apostoli finché non furono investiti dalle fiamme e dal fuoco dello Spirito Santo il giorno della Pentecoste! Guardate che non fu uno strano, e isolato episodio storico, ma è una legge mistica di apostolato e di ministero! Rileggiamo il famoso CHAUTARD,
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L'Anima dell'Apostolato; leggiamo CHARMOT, L'Anima dell'Educazione; e Mgr. SUENENS, La Théologie de l'Apostolat. Oppure, se vogliamo una cosa molto più semplice, ma non meno efficace, rileggiamo P. MATTEO CRAWLEY, Incontro al Re d'amore, specialmente il paragrafo:
Azione apostolica.
Io temo di sembrare esagerato nell'insistenza (e forse io sarò un po' nelle parole), ma devo confessare che è una mia profonda convinzione : che se non c'è — con la debita scienza, s'intende — questa fiamma, potremo fare, e riusciremo a fare ben poco. Io mi limito a dire: interrogate la vostra stessa esperienza. Don Bosco una volta, sentendo parlare di un giovane Prete, predicatore adorno di eccellenti doti oratorie, destinato a Valsalice, e che predicava molto, chiese a Don Dplmazzo suo direttore:
« E predica bene? » — « Fa furore » « Io
domando se la sua predicazione è tale che rechi
frutto di salvezza alle anime, se produce conversioni » — « Questo non lo so » — « Ebbene, per alcuni anni gli proibirai di predicare » (Mea:. Biogr., XI, p. 309). Era un'altra la fiamma che
ci voleval...
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Ma donde attingerla? Certo, tutto ciò ehe è vita, e soprannaturalità, viene, come da fonte e da Causa Prima, infuso da Dio, dallo Spirito Santo, al Quale, perciò, bisogna rivolgersi con la preghiera più sentita. Ma Dio si serve, anche per gli effetti soprannaturali, delle. cause seconde: persone o cose, e, fra le cose, certamente, ci sono i libri e le letture. Anche Don Bosco ha, in proposito, una sentenza molto preziosa e, forse, molto sconosciuta: « Fintantochè non vi piacciono i libri divoti ed i divoti compagni, non crediate di aver ancora una sincera divozione » (Mcm. Biogr., VII, p. 292). E non pensiamo che si tratti solo di libri d'orazione, ma anche d libri d'istruzione. « Per imparare è necessario leggere, leggere libri molto utili » (Mem. Biogr., XIII, p. 430). E Don Albera, nella circolare sulla Pietà, già si lamentava che da noi si trascura lo studio dell'Ascetica e della Mistica. Il piccolo, ma grande beato Domenico Savio, men che quindicenne, sotto la guida di Don Bosco, aveva mirato in alto, alla mistica dell'Imitazione di Cristo, per cui, raccomandandone la lettura, scriveva al Massaglia: «Il Kempis è im buon amico! » Ed è proprio così: per accendere
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in noi una fiamma di amor di Dio, e delle anime, è necessario che abbiamo una visione: una visione, cioè,.di quello che è, e che racchiude in se, sotto i veli della fede, la vita spirituale di un'anima accesa e innamorata di Dio. Per questo, io penso, un Sacerdote deve, almeno una volta in vita, leggere le Opere, anche tutte, di San Giovanni della Croce (che è direi quasi il dottore scolastico della mistica, per il suo ordinato e metodico ragionamento), e di Santa Teresa d'Avila (che è, diciamo, la dottoressa pratica ed empirica della mistica, per la spontaneità e semplice concretezza della sua esposizione). Prescindiamo pure dai fenomeni mistici, e stiamo, però, alla realtà mistica che può portare in sè un'anima anche senza avvedersene. Quanta sapienza, in questi scritti, e soprattutto che fascino! Impariamo a gustarle e ad apprezzarle! Sono cose che non vediamo, e forse non sentiamo neppure; ma che sappiamo, e e.he crediamo!... E, del resto, non è forse principio di mistica ordinaria quel sentimento comune e quella comune unzione della vera pietà, che vien dall'alto (« Deus, auctor ipse pletatis... »)?
Potremmo incontrare anime straordinarie (sa
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rebbe una somma grazia), e dobbiamo essere preparati a guidarle, a consigliarle, con umiltà e prudenza, ma anche con tanta sapienza. Il più delle volte, invece, non avremo da parlarne neppure, ma con quella luce e con quell'ardore nell'anima propria, come si comprendono meglio le anime altrui, e quanto più sicuramente si potranno illuminare, orientare ed aiutare! Seguendo, s'intende, non mai prevenendo l'azione divina. A questo scopo servono pure gli opuscoli di Suor Margherita de la Touche, il libro dell'amore infinito, S. A. Tip. Trevigiana, Treviso; di Suor Elisabetta della Trinità, Verso la luce, l'amore e la vita, « Opera della Regalità » Milano; così pure P. LEBRETON e MoNnga-VrNARD S. J., Cura clamore valido, Marietti (Appello del Redentore ai Sacerdoti e alle anime consacrate); la notissima Storia d'un'anima; e, riproduzione di questa forse la più perfetta, Suor Maria Cecilia, Canto d'Amore, L.I.C.E., Torino.
4. - Ed ecco, a conferma delle precedenti raccomandazioni, alcuni motti che devono restarci impressi nella mente come una bussola che ci orienta, e, soprattutto, c'impegna.
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Sentiamo il bisogno, e procuriamo di essere davvero Confessori illuminati, perchè•: « Si caecus caecum duce, ambo in, foveam cadunt » (Le., VI, 39); questa illuminatezza, oltre e più che dallo studio, viene dalla virtù vissuta; chi, come dice San Paolo, « exereet seipsurn ad pietatem », comprende come per in tuito lo stato delle anime;
a) per ottenere frutto, e quindi, cooperare efficacemente con la Passione redentrice di Gesù Cristo, è necessario, come dicevamo, santificarsi peri propri penitenti: « Pro eis sanctifico — e sacrifico! — meipsum! » (fo., XVII, 19);
b) non vogliamo neppure pensare che valga mai per questo campo il « necesse est ut veniant scandala », trasfoiinandosi il Sacramento di redenzione in Sacramento di perdizione, ma ricordiamo solo di passaggio, a salutare ammonimento, il tremendo : < Vae homini int -per quem scandalum venit! » (Mt., XVIII, 7).
· Un altro ciclo di testi è il seguente:
a) la preghiera: « Orate pro invicem ut salvemini » (kin., V, 16);
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la pienezza spirituale e resemplarità: bisogna che i penitenti ci vedano, ci sentano pieni di ))io, di verità e di grazia, che possan dire « Vidimus (eum) plenum: plenum gratiae et veritatis »; è, infatti, dalla nostra pienezza, come da Gesù stesso, che devono attingere: «.de
plenitudine ejus » T).
b) E come attingere noi, e conservare questa indefettibile pienezza, pur dando e portando negli altri frutti abbondanti? « Qui manet in Me »: ecco la condizione perentoria, da comprendere e da vivere perchè è assoluta: « Sicut palmes non potest fructum (erre a semetipso risi manserit in vite, ita et vos rasi in Me manseritis » (slo., XV, 4) E questa immanenza nostra in Cristo, va intesa, anzitutto, della nostra personale vita sempre in grazia di Dio; e poi del nostro altrettanto personale, costante allenamento nella fedeltà all'amore di Gesù, di Dio, di María Santissima, e nella perfezione, nella santità, e nella virtù perfetta. Bisogna, illSOU1.- ma, come giustamente osserva il Payot (razionalista), essere, o diventare un valore reale nel nostro campo : allora saremo facilmente, e spontaneamente stimati per tali, e quindi ricercati,
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apprezzati, seguiti. ' Il prete deve vivere una vita ardentemente interiore, dice Don Bosco, per poter illuminare intorno a sè gli altri » (Memorie Biogr., XVI, p. 172). E ancora: « Quando un Sacerdote vive puro e casto diventa padrone dei cuori, e riscuote la venerazione dei fedeli » (Mem. Biogr., IX, p. 387).
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Bibliografia.
. E poichè abbiamo indicato dei libri d'intonazione mistica, che devono servire anzitutto per sapere che cosa si passa fra le anime e Dio, in realtà e in profondità soprannaturale, anche senza 11119 straordinaria fenomenologia o semplice coscienza sperimentale mistica, e poi anche per sapersi regolare con sapienza e con prudenza se, eventualmente, il Signore ci facesse incontrare anime privilegiate, proseguiamo indicandone altri sotto un altro punto di vista, specialmente dogmatico e ascetico, pratico e pedagogico. E prima ne segnaleremo alcuni d'indole generale sulla vita spirituale e altri particolarmente utili per Confessori; quindi ne elencheremo alcuni distribuiti per categorie, senza un criterio troppo rigoroso, e che intendiamo segnalare direttamente al Sacerdote-Confessore, lasciando a lui di giudicare, per conoscenza personale, sulla opportunità di suggerirne qualcuno a determinali penitenti.
Segneremo con asterisco qualche opera per ogni gruppo particolarmente raccomandabile, specie per chi non potesse consultare altro. Tralasciamo opere piuttosto antiche, che pure non mancano di preziose indicazioni, come, per esempio Mors. M. CASATI (Vescovo di Molidovi), De administratione sacramenti poenitentiae: praeceptiones theologico-practicao in frequenti sacerdotum convento traditae, 1784.
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A) — Opere spirituali d'indole generale:
1) BEAUDENOM, Le Sorgenti della Pietà, S.E.I., 1938.
2) COLIN, La Vita Interiore, Marietti, 1952.
3) GuEnnEY Moxis., Andiamo al Padre. Meditazioni,
Vita e Pensiero, Milano, 1945.
4) MAnmioN, Cristo Vita dell'anima, Vita e Pensiero,
Milano, 1935.
5) PoLL=g-, La Vita Interiore semplificata e richiamata ai suo fondamento, Marietti, 1949.
6) PoLs,rzaz, La Pianta di Dio, Libr. Ed. Fioren
tina, 1951.
7) Porti, Cristianesimo vissuto, Marietti (ridu
zione particolarmente adatta anche per laici).
8) SCHRUVERS, I principi della vita interiore, Ma
detti, 1940.
In senso apologetico possono -riuscire assai utili, tra gli altri, i seguenti:
9) LUNN A., Ora ci vedo, 5. E. I., 1935.
10) SEnTru.-ANcEs, Il catechismo degli increduli,
S. E. I., 1937.
11) SHnEN F., Ví presento la Religione, Boria, Tori
no, 1952.
12) SHEEN F., La Felicità del cuore, Richter, Na
poli, 1952_
13) SFrFFN F., La pace dell'anima, Richter,
1952.
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B) — Opere per Confessori:
1) AnnoFF, il Confessore Direttore, L: I. C. E., Torino, 1930.
2) BEAuDENOM, La pratica progressiva della Confessione e direzione spirituale, 2 voli., Marietti, 1937; molto raccomandabile.
3) BoccAnco, Confessione e Direzione, 4 voli., Tosino, 1931.
a 4) CnAnmar, L'Anima dell'Educazione, Tip. Arciv, Varese, 1935.
5) CRABBLERE, Ego te absolvo, Ghirlanda, Milano (in italiano), 1940.
6) DESUR1/ONT, La charité sacerdotale, 2 voli., Téqui, Paris, 1911. Quest'opera è un capolavoro di pastorale. Speriamo esca presto in veste italiana,
7) TIMON-DAVID, La Confessione dei fanciulli e del giovanetti, Colle Don Bosco, Torino, 1953.
8) EGLISE (L') Aducatrice des cosciences Par le Sacrement de Pénitence (atti del Congresso Nazionale di Nancy, 1952), Union des Oeuvres, 31 Rue des Fleurs, Paris VI.
9) € Etudes CarméliMnes > (Rivista): Direction spi
rituelle et psychologie 1952, Deselée.
10) FABER P., Il progresso dell'anima nella vita spirituale, S. E. I. e Marietti.
a 11) FABER P., Conferenze spirituali. Spicca in queste preziose opere lo spirito di discernimento, e la particolare efficacia dell'Autore.
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Come approfondimento di tono educativo e a sfondo teologico si vedano:
* 12) GRAZIOLI Mons., La Pratica dei Confessori nello spirito di S. Giuseppe Cafasso, L. D. C., Colle
D. Bosco, 1952;• molto utile per noi per le relazioni
intime tra il nostro Fondatore e il Cafasso.
13) LUI/ G., La condotta dei Confessori riguardo al sesto comandamento, L. I. C. E., Torino, 1946; (Istruz. S. Ufficio, 1943, e Commento).
14) Pros, La direzione spirituale, Marietti, 1944.
15) STRADELLA, Dalla morte alla vita: La contrizione
perfetta, pp. 40, Martano, Chieri, Torino, s. d.
16) SuElsfElvs Mons., La Théologie de l'Apostolat, Desclée, 1951.
C) — Per alcuni casi speciali:
Volendo ora indicare alcune opere per categoria, è difficile spesso poter fare una distinzione netta, così che un libro segnalato per una categoria, non sia anche opportuno per un'altra. Ecco alcune segnalazioni per casi che possono occorrere in diverse categorie di penitenti:
1) BIOT dr. Il Corpo e l'Anima, Morcelliana, 1943.
2) BLESS dr. 11. Manuale di psichiatria pastòrale, Isilarietti, 1950.
3) BOGANELLI dr. Corpo e Spirito, Ed. « Studiurn 1951.
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*4) DE SINETY, Psicopatologia e direzione. spirituale, Morcelliana, 1937
5) GEMELLI, DO scrupulis, Vita e Pensiero, Milano> 1921.
6) JAEGEB, Confidenza, 2 voll., Marietti, 1934.
7) nuG, Les profondeurs de Urne, Mulhouse, (Haut-Ebin), 1939.
8) Lon.ENzza, Psicopatologia e Educazione, S. E. I., 1950.
9) Un HAAR, De occasionariis et recidivis, Marietti, 1989.
10) ZELLE, Ars artium: La Confessione secondo i grandi Maestri, Sampierdarena; parla della confessione sacrilega per falsa vergogna, e del prudente interrogatorio come -rimedio.
Ed ora alcune opere per categorie distinte: I. - Per Sacerdoti:
1) CALABRIA, Apostolica vivendi forma, e Instaurare
anima in Cristo, Casa Buoni Fanciulli, Verona.
2) COFIAITSZ, La missione Sacerdotale nella dottrina
di San Paolo, Vita e Pensiero, Milano, 1933.
3) CRA-c-rAnn, L'Anima dell'Apostolato, Ediz. Paoh.- ne, 1941.
4) Esortazione (L') «Menti nostrae » e i Seminari
(Relazioni III Convegno Superiori Seminari d'Italia) Poliglotta Vaticana, 1952.
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4. - N. aiNautzau, Confessori Educatori.

HIIDEBRAND, Liturgia e Personalità, Morcelliana, 1935.
5) PrAss, Ai Sacerdoti: La mia Meditazione, Marietti, 1942.
6) Plus, Predicazione « reale » e predicazione « irreale », Marietti, 1924.
II. - Per Religiosi e Religiose:
4 1) Acta et Documenta... de statibus perfectionis, e Atti del primo Convegno delle Religiose educa-Mai, Soc. San Paolo, 1952.
2) CERTA, La vita religiosa negli insegnamenti di
San Francesco di Sales, S. E. 1., Torino. "3) CoLuv, Culto dei Voti, Marietti, 1952.
" 4) Coun,r, Culto della Regola, RR. PP. Redentoristi, Torino, 1950.
5) Fm-r.-CREUSEN, Direction spirituelle des religieu.. ses, etc., L'Edit. Universelle, Bruxelles, 1936.
6) SAN FRANCESCO DI SALES, Trattenimenti, Ist. Prop. Libr., Milano.
7) MATTEO P., Siate sante (per Suore), Vita e Pensiero, Milano, 1947.
8) MAucouRANT, Della Povertà, 1924.
9) MADCODTIANT, Della Castità, 1924.
10) MAucouRAmr, Dell'Ubbidienza, 1924.
11) MATICOURANT3 L'umiltà, Marietti, 1920.
12) SCUPOLI, Il Combattimento spirituale.
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- Per le Vocazioni;
1) ALBERA, La Vocazione, S. E. I.
2) lkor-GALingrARD, Guida medica delle Vocazioni Sacerdotali e Religiose, Vita e Pensiero, Milano, 1949.
3) Jomo, Sacerdos alter Christus: de instrnctione pro scrutinio ad ordines peragendo commentarius . Roma, 1933.
4) PIRELLI, In sortem Domini votati, Ancora, Milano. * 5) QuATENmEn, De Vocatione sacerdotali: animadversiones (molto importante) L. I. C. E., Serrati, Torino, 1950.
6) « Salesianurn », numero speciale sulla vocazione, S. E. I., (studi storici) 1953.
IV. - Per la Gioventù: a) Maschile:
1) GIOCONDO Fra, Fa questo e vivrai: consigli ai giovani.
2) GNOCCHI, La gioventù del nostro tempo e la Direzione spirituale, A. V. E., 1940.
3) GRAZIOLI Mons., La Confessione dei giovanetti, Marietti, 1935.
4) N. N., Far vivere la Grazia, « La Favilla », Milano 1939.
5) NEenDLo, Centro di giovinezza, A. V. E.
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NovELLo, La Santa Verginità, nel laicato, Ediz. Paoline, 1947.
6) OLGIATI., La Pietà cristiana: indirizzi ed esperienze, Vita e Pensiero, Milano, 1935.
7) Prais, Ai Giovani: di fronte alla vita, Marietti, 1942.
8) Prua, Ai Giovani Operai: di fronte alla vita, Marietti, 1944.
9) Star, La Grazia nell'Educazione dei giovani, A. V. E.
10) Sua, La Scelta dello Stato e la Direzione spirituale dei giovani, A. V. E., 1943.
b) Femminile:
1) BorcONOVO, La Confessione delle giovinette, Vita e Pensiero, Milano, 1941.
2) BEAVDE.NOM, La Formazione della giovane, 2 voli, S. E. I., 1923.
3) BoscHi, Moda e Modestia, 1943, (Collana S.O.S.)..
4) CAVASSA, Che male c'è? Tip. Astesano, Torino, (Collana S.O.S.).
5) S. FBANcEsco m SALES, La Filotea S. E. I., (ottima, da diffondere).
6) RUSSI:NETTI, La Gemma delle fanciulle cristiane, Ediz. Paoline, 1946. (Opuse. sulla verginità, delicato, completo, prezioso).
7) PLUS, Che cosa è la vita, Marietti, 1945.
8) PLus, Alle Giovani: di fronte alla vita, Marietti, 1945.
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SANI ALFONSO, La pratica di amar Gesù Cristo.
9) SciBRITVERS, La buona volontà, Vita e Pensiero Milano, 1925.
10) SeenrivEnsi Anime fidenti, Marieta, 1940.
11) ScEtaxisrzns, Il dono di sé, Marietti, 1940.
12) M.A.Izz-gr.. MASSEVIILIANO, Boccioli in fiore, Soc. S. Paolo, 1948.
V. - Per l'età del Fidanzamento:
1) ANTONELLL, Per l'igiene e la Morale, Pustet, Roma, 1929.
2) BA_BLNIA, Amore e Sesso, Ist. Prop. Libr., Milano, 1945.
3) BETIAZZI MARIANNA, Verso le „Nozze, Ferrari, Roma, 1945.
4) BETTAZZL Purezza, S. E. I., 1947.
5) BETTAzir, Su dal Fango, S. E. L
€) BURGER, Le ragazze della via Faden, S.A.L.E.S., Roma, 1948.
7) CARRETTO, Di fronte al domani, A. V. E., 1949.
8) ELISEO P. (10 quaderni, ca. 40 pp. cad.) Ediz. Paoline:
(1) Fatevi un'anima d'acciaio - La volontà.
, (2) Non ascoltate la voce delle sirene! - La purezza.
(3) Non vagate alla deriva! - Il Direttore spirituale.
(4) Volete restare fiori? - L'Eucaristia.
(5) Non siate anime volgari - L'ideale.
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(8) Dammi i tuoi vent'anni! - La vocazione religiosa.
(7) In piedi, cuori d'oro! - L'apostolato.
(8) Quelle di cui si ride. - Le nubili
(9) Quando il cuore fa toc...! - Il matri
monio.
(10) Attente alla passione! - Il fidanzamento.
9) GUALANDI, Santa Maria Coretti, Ediz. Paoline.
10) JEGLOT, (14 quaderni, ea. 30 p. cad.) L. L C. E., Torino:
(1) La giovane e la moda.
(2) La giovane e l'amore.
(3) La giovane e il matrimonio.
(4) La giovane e il piacere.
(5) La giovane senza lo spirito cristiano.
(6) La giovane e il moderno malessere.
(7) La giovane e la professione.
(8) La giovane e la bellezza.
(9) La giovane e la personalità.
(10) La giovane e lo stato nubile.
(11) La giovane e il giovane.
(12) La giovane e la famiglia.
(13) La giovane e il dolore.
(14) La giovane e la ricostruzione nazionale.
11) HOENAERT, Per coloro che hanno vent'anni Ferrari, Roma, 1950.
12) LECLERCQ, Amore e Matrimonio, Marietti, 1951.
13) MAncozzr, Le Beatitudini della Castità, A. V. E., 1952.
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14) MAZZE/. MASSIMI:MANO, vari volumi, Ed. Paoline.
(1) Amore e gioia, 1948.
(2) In attesa delle nozze, 1947. •
(3) Istruzioni per fidanzate, 1946.
15) MONTIER,
(1) A colei che non si mariterà. Marietti, 1943.
(2) La fidanzata ideale, Marietti, 1945.
(3) Il fidanzato ideale, Marietti 1945.
(4) Il focolare ideale, Marietti, 1948.
16) N. N. Per un. focolare cristiano, Ed. Paoline, 1947.
(1) Adolescenza.
(2) Il problema della solitudine.
(3) Fatuità e civetteria.
(4) Egoismo e gelosia dei due sessi.
(5) Per vivere in due_
(6) L'amore ha le sue leggi.
(7) Formazione del carattere.
(8) Per vivere in famiglia.
17) N. N. Fidanzati, Marietti, 1948.
18) OLGIATI, I nostri giovani e la Purezza, Vita e Pensiero, Milano, 1934.
19) OLIVAINT, Consigli ai giovani (Liceisti e Universitari), Daverio, Milano, 1944.
20) Pr.us, Di fronte al matrimonio: Per l'età del
fi
danzamento, Marietti, 1948.
21) Ptus, Di fronte alla vita: La morale cattolica del matrimonio, Marietti, 1943.
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22) SORGATO ANGELA, vari volumi, Ist. Prop. Libr., Milano: Vigilia di nozze. Alba nuziale, ecc.
23) Cfr. 'GUIDA DI LETTURE PER EDUCATOPLI, Ancora, Milano (divisa per categorie: Fanciulli, Giovani, Signorine, Fidanzamento, Genitori, Mamme, Purezza, Vocazione, A. C. I., A. C. L. I., con breve giudizio critico e di orientamento).
VI. - Per adulti e coniugati:
a) Per Uomini, e anche in generale:
1) CORTI P., Vivere in Cristo, Civ. Catt. Roma., 195L
2) N. N., Ut vitam habeant, perché gli uomini vivano in gra via, A. V. E., 1943.
3) N. N., Argue, obsecra, increpa... Edit. Ghirlanda, Milano, 1938.
* 4) N. N., Problemi familiari, Collana di 13 libretti ca. 50 pp. cad.:
(1) L'Amore nella famiglia cristiana, R. M. Del Majno.
(2) La madre e l'educazione dei figli, idem.
(3) La moralità coniugale, Benedetto Marini.
(4) Il problema del cinema, Carlo Gnocchi.
(5) Educazione alla pietà, Alessandro Alessandrini.
(6) Alle soglie della vita, Maria Valori.
(7) I Sacramenti dei figli, Luigi Manzini.
(8) Vita sobria, Lidia Morelli.
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(9) L'educazione della fanciullezza, Pio XII.
(10) Prepariamo i figli alla vita, E. Lombardi Vai-lauri.
(11) I giuochi e lo sport dei nostri figli, Sella Sora.
(12) Com'è difficile fare la mamma, Giovanna Canuti.
(13) Un grande compito materno. M. Matrizi.
5) BABINA, Responsabilità dell'uomo e la corruzione della donna, Ist. Prop. Libr., Milano 1948.
6) BnTrAzzr, Il casto talamo, Marietti, 1949.
7) Bosco, Nuove questioni matrimoniali, Marietti, 1950.
8) GEORG dr. Agenesi e fecondità nel matrimonio, Marietti, 1949.
9) TOTH TInAmEn I Dieci Comandamenti, 2 voli., Ed. Gregoriana, Padova, 1947.
b) Per Donne:
1) BURGEII, Fiocco bianco, S. A. L. E. S. Roma 1949 (esperienze di una ostetrica: pregno di senso morale cristiano: la citata Guida di letture, dice in merito: « adatto anche ai giovani e alle signorine, purché già sperimentati. nella vita oppure che stiano prendendo una china pericolosa) ».
2) Plus, Cristo al focolare, 3 voli. (Meditazioni per persone sposate), Marietti, 1943.
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3) VIVES Y Turo Card., Cave ignoscas... Pro Familia, Milano, 1947, (sul comportamento del sacerdote).
4) S'TECIIER, Continenza periodica nel Matrimonio, Libr. E. Fiorentina, 1947.
5) MAZZEL MASSIMILIANO, Amore di Sposa, Soc. S. Paolo, 1950.
6) BucK S. J., Vostro figlio adolescente, «La Casa », Milano, 1950.
VII. - Per Professionisti:
1) Az. CATT. FIORENTINA, La moralità e le Professioni, Editr. Fiorentina, 1934.
2) Apostolato (L') sociale (Lezioni), S. A. L. E. S., Roma, 1934.
3) AnnIcura, Il dio quattrino, Ferrari, Roma, 1939.
4) Atti del I° Convegno dei Laureati cattolici, Ed. « Studium », Roma, 1936.
5) AZAMBOSA, Lo spirito cristiano e gli affari, Desclée, Roma, 1907.
6) BsccrnmEAL Il Mondo degli affari e la morale, Morcelliana, 1935.
7) Crr-LET, La Morale e le morali, Deselée, 1925.
8) MANZONI, Osservazioni sulla Morale cattolica, S. E. I.
9) MI TLLER S. J., La Morale et la vie des a-ffaires, Casterman, Paris.
O 10) OLG1ATI, Sillabario della Morale cristiana, Vita e Pensiero, Milano, 1930.
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11) PAsQuialim,Lo, Questioni morali nell'Avvocatura, Ed. « Studi= », Roma, 1934:
12) PASQUARIELLO, Principi di etica nelle professioni giuridiche, Ed € Studium », Roma, 1943.
13) PAZZLNI dr., Il Medico dinanzi alla Morale, Morcelliana., 1951.
14) Pres, Cristo nei nostri fratelli, Marietti, 1939.
15) POTTIER, La morale cattolica e le moderne questioni sociali, Vita e Pensiero, Milano, 1921. * 16) SETTnuANE SOCIALI D'ITALIA (XVIII), La Morale professionale, Vita e Pensiero, 1934.
- Come materiale e fonti salesiane, ci limitiamo a ricordare di utilizzare l'indice dei 20 volumi delle Memorie Biografiche, seguendo le citazioni per voce (Pietà, Purezza, Vocazione, Confessione, Comunione, ecc.), prendendo note e raccogliendo così un ricco patrimonio spirituale. Altri aiuti: Don LIICATO, Parla Don Bosco, S. E. I., un piccolo prezioso repertorio, come per € buone notti » ai Direttori, così per ispirazione e per consigli a servizio dei Confessori; — Don. TERRONE, Lo spirito di San Giovanni Bosco, S. E. I. (simile, brani piìi brevi); — Don FOGLIO, Massime di Don Bosco (5.000), litografate presso il Pontificio Ateneo Salesiano di Torino (sono divise per voci, e ogni voce porta enumerate le massime seguendo l'ordine dei volumi delle Memorie Biografiche, che è poi l'ordine cronologico del pensiero di Don Bosco sull'argomento).
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In particolare poi:
D. P. RICALDONE, Collana Ascetica Salesiana (tutta la prima serie), L. D. C.
— 11 Rendiconto.
— Don Bosco Educatore, 2 voli, Colle Don Bosco.
D. M. MIA e D. P. AL/3E13A, Lettere Circolari.
D. E. VALnrrrrgr, vari numeri della Biblioteca del < Salesianum », S. E. I.:
n. 17, Vocazione e Formazione;
n. 18, Spiritualità di Don Bosco;
D.. 20, Direzione spirituale;
n. 22, Pedagogia eucaristica;
n. 24, Pedagogia mariana.
D. Dom. BENTETTO, Don Bosco maestro e guida del sa
cerdote, Colle Don Bosco, Torino.
D. G. DALLA Non. , Psicologia fu, A. V. E., 1953.
D. E. CERIA, Annali della Società Salesiana (passim, per es. vol. I, capitoli sullo spirito salesiano, sul Coadiutore salesiano, ecc.).
D. A. CAVIGLIA, Domenico Savio: Opere edite e inedite di San Giovanni Bosco, vol. IV (opera monumentale, è una vera miniera di soda spiritualità cristiana e salesiana).
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PARTE PRIMA
LA CONFESSIONE
.Quae utilitas in Sanguina meo?»
(P s., XXIX, 10).
« Beati qui lavant stolas suas in
Sanguine Agni ».
(Apoc., XXII, 14).
« Adeamus ergo cum fiducia ad thronum gratiae •.
(Hehr., IV, 16).
«Nihil ergo nunc damnationis iis, qui sunt in Christo lesti
(Rom., VIII, 11).

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Nell'aprile del 1952, come accennavamo nella Prefazione, a Nancy, si è tenuto un Congresso, precisamente, sopra il ministero delle Confessioni. 11 nostro confratello, Don Shi616, da Parigi, ce ne ha mandato un resoconto, sotto forma di riflessioni, che venne pubblicato sulla rivista del nostro Ateneo c Salesianum », 1952, N. 4, pp. 578-589. Ora ne sono usciti gli Atft col titolo, che corrisponde esattamente al nostro argomento: « L'Eglise éducatrice des consciences par le Sacrement de pénitence ». Se noi parliamo di Confessori Salesiani, Confessori Educatati, non è per appropriarci una prerogativa insita alla natura stessa di questo ministero, ma per sottolineare un impegno tutto particolare che singolarmente deve stare a cuore a noi come
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Salesiani. Ricordiamo pure il già citato numero della rivista « Etudes Carmélitaines », 1951, dedicato tutto a Direction spirituale et Psycologie. Noi qui vedremo di limitarci, e di orientarci in un senso e sotto un: punto di vista, particolarmente nostro, che sia sodo e pratico nello stesso tempo, quanto è possibile in questi brevi accenni.
Confessione e Direzione
1. - E anzitutto sembra un punto obbligato toccare questo argomento del rapporto fra Confessione e Direzione spirituale. Dico toccare, quasi a richiamare e a fare una messa a punto in proposito. Per fortuna il problema per noi già è stato trattato, e possiamo anche ben dire sotto, nella magistrale Circolare del compianto, Rettor Maggiore Don Pietro Ricaldone sopra il Rendiconto. Del resto, com'è da supporre, egli parlava certamente con cognizione di causa, sapendo quello che diceva e perchè. Vediamo di rileggere e di comprendere, e poi di orientarci — solidali -- nella direzione tracciata, colmando, con diligenza e senso di responsabilità,
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eventuali, anzi immancabili deficienze da par-, te nostra, sia di scienza che di virtù, mai adeguate a tanto divina funzione, ciascuno nella propria mansione.
Per precise disposizioni di codice, la direzione spirituale extra forum conscientiae ed extra sacramentum poenitentiae, non può estendersi fino ad autorizzare il Superiore a indurre il suddito ad aprire la propria coscienza al medesimo superiore: « Omnes religiosi Superiores districte vetantur personas sibi subditas quo-quo modo inducere ad conscientiae manifestationem sibi peragendam » (Can. 530). Dunque altri possono benissimo raccomandare di far ciò, spontaneamente, coi propri superiori, coi propri direttori, non a se stessi. Materia di coscienza sono le virtù' interne e i peccati, e ciò che vi si riferisce da vicino, e prossimamente vi si connette. Sudditi, poi, dei superiori religiosi, propriamente, non sono se non i religiosi, sia pure in senso largo da includervi i Novizi, ma non sono sudditi (contemplati dal Codice) gli aspiranti. E anche per i Novizi, non sembrano da considerarsi propriamente superiori i Maestri dei noviziati (cfr. ViacravnzEnscil, Theologia Moralis, tom. III
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5. - N. CAMELLE111, Co escori Educatori.

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(1927), n. 143). Si può interrogare sull'osservanza esteriore della Regola e sulla capacità o incapacità di far Orazione.
2. - Ma d'altra parte, si noti bene che, anche se la lettera della legge, e la legge stessa, per mutata disciplina, e a maggior tutela della libertà. di coscienza, è contraria all'usanza antica di congiungere nel medesimo soggetto o Superiore (Direttore) la Confessione e la Direzione Spirituale, lo spirito però della medesima legge odierna della Chiesa è esattamente quello di prima, come si rileva nel secondo comma immediatamente seguente: ,« Non tamen prohibentur subditi quominus libere ac ultro aperire animum. Superioribus valeant; imo expedit ut ipsi filiali cum fiducia Superiores adeant, eis, si sint Sacerdotes, dubia quogue et anxietates suae conscientiae exponentes ». Come si vede, dunque, ciò per cui una volta era designato, per disposizione regolamentare od ufficiale, pur lasciando piena libertà di coscienza, un medesimo soggetto (il Direttore della casa era anche Confessore ordinario), ora, vietata ogni disposizione ufficiale o regolamentare, resta come semplice
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oggetto di esortazione e di raccomandazione autentica della Chiesa (« expedit »). Questa aspirazione a tale spirito di spontanea confidenza, com'è noto, è propria di Don Bosco e della nostra Congregazione. Naturalmente, sarebbe sterile prospettiva e aspirazione, se poi chi è pregato di ricevere simili confidenze spirituali non si prestasse paternamente ad ascoltare e a dirigere, o non fosse all'altezza del suo compito di offrire, con semplicità e sapienza, una efficace e soda direzione spirituale.
3. - Ma torniamo ai Confessori. Oggi, secondo la saggia e vigente disciplina ecclesiastica, i Direttori delle case, che sono qualificati Direttori Spirituali dei Confratelli, nonchè dei giovani, non sono e. non possono essere più i Confessori della casa. Però, se, per le due funzioni, non vi è più unità di soggetto, vi può e vi deve essere, sempre, unità di intenzione, e quindi, unità di indirizzo, in spirito di solidarietà e di collaborazione secondo comuni principi. Contribuire a tale unità è lo scopo supremo di questo Manuale.
Conforti il pensiero che, quanto verremo
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dicendo, non sarà tanto nostro pensiero personale, quanto piuttosto dottrina comune teologica, e riflesso del pensiero del nostro Padre e Fondatore Don Bosco, abbondantemente documentato nelle inesauribili Memorie Biografiche.
Si domanderà: ma dunque c'è posto nella Confessione per una direzione spirituale? O que-, sta si deve lasciare completamente al solo Direttore? Abbiamo già rimandato per la risposta alla Circolare sui Rendiconti. Qui possiamo osservare che, nella realtà complessa della vita spirituale, questa riceve una direzione e un orientamento da molteplici agenti e fattori. Gli esempi e le stesse comuni conversazioni, spessissimo sissimo se non sempre, influiscono in una direzione o in un'altra. Fra tanti agenti però vi può e vi deve essere uno particolarmente responsabile, il quale deve vigilare, osservare, ret
tificare o neutralizzare, coordinare tutti gli altri, e al quale il confratello, o il giovane, possa
ricorrere come per una parola responsabile e autentica in certi dubbi, contrasti o perplessità, oltrechè per una direzione positiva e metodica. Questo da noi è il Direttore.
Ma fra gli altri agenti e collaboratori, evi
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dentemente, il primo e il più prezioso, supposta una scelta opportuna, è il 'Confessore, pur nel sectreto sacramentale del suo ufficio e della sua
e
missione. Egli, per la natura stessa del suo mandato, non è un meccanico distributore di assoluzioni, ma è ufficialmente giudice, medico, maestro. Come giudice, investito di potere divino e debitamente istruito nella teologica scienza morale e canonica, assolve; come medico e maestro, dirige. Precisiamo meglio questo secondo aspetto.
4. - Il Confessore dunque è anche, per natura del suo ufficio, direttore spirituale delle coscienze almeno quoad sublectam ~Mara. Ci si può domandare se, di diritto, si possa consi; derare direttore spirituale anche, diciamo cosi, quoad totius vitae ordinationem. Rispondo che conviene distinguere questo ordinamento totale della vita quoad substantiam, e cioè quanto ad ottenere di vivere abitualmente e costantemente in grazia di Dio, e rispondiamo affernlativamente; oppure quoad perfeetionern. Non vogliamo sembrare di voler fare i sottili, ma è pur necessario distinguere ancora questa stessa per
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fezione, a seconda che s'intenda quoad essentiam, e cioè quanto Pila perfezione interiore dell'amore di Dio, oppure quoad media. Nel primo caso rispondiamo che non vediamo come si possa sottrarre questa parte culminante della morale cristiana al ministero sacerdotale nell'intimo e immediato contatto sacramentale con le anime, supposta, ben inteso, la competenza. Qui sembra calzare quanto dice San Giovanni della Croce, in Viva fiamma d'amore, n. 43: « Riflettano quei direttori di spirito che il principale agente, duce e motore delle anime in tal negozio non sono loro, ma lo Spirito Santo, che non lascia mai di averne cura; e che essi sono soltanto strumenti per indirizzare alla perfezione per mezzo della fede e della legge divina, secondo lo spirito che Dio va donando a ciascuna. Quindi l'unico loro pensiero sia di conformarsi al modo e alla condizione propria; ma piuttosto considerino, se ne sono capaci, per quale via Dio le conduca, e se non lo sanno, non le disturbino, le lascino in pace ».
Quanto, invece, alla perfezione quoad media, e cioè quanto a un sistema di mezzi, di esercizi e di pratiche ascetiche che aiutino a ten
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dere alla perfezione, esercizi e pratiche soprattutto esterne, o comunque non necessariamente legate con fatti di coscienza, questo sembra il campo proprio e ordinario della direzione spirituale che un Direttore può dare, ed è chiamato a dare — secondo il nostro spirito salesiano — extra forum sacramentale, nei Rendiconti. Similmente per il metodo di orazione. -Consigli potrà darne, ove del caso, anche il Confessore, in quello spirito di unità d'indirizzo e di direttive che dicevamo sopra. Per il caso in cui, il soggetto, aprendosi a tutti e due, al Direttore e al Confessore, ricevesse consigli diversi, e soprattutto incompatibili, anche se in sè buoni entrambi, gli si spieghi :
a) che è libero di seguire quello che gli pare più aderente e adatto al suo bisogno;
b) che in materia esteriore o per sè indifferente, il Confessore ben volentieri considera ritirato il proprio parere o consiglio, automaticamente, di fronte a quello del Direttore;
c) che in materia di coscienza, viceversa, il Direttore ragionevolmente lascia la parola al Confessore, che si presume più informato sulle condizioni intime dell'anima e della coscienza..
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Unità di indirizzo.
Abbiamo già accennato sopra, genericamente, all'unità di spirito. Questa unità, che deve essere i ma delle più importanti e nobili nostre preoccupazioni come Confessori-Educatori, oltre che dalle stesse direttive generali o particolari dei Superiori, possiamo attingerla e quasi succhiarla e respirarla, amando di leggere e di meditare le Memorie Biografiche. Il lavoro di assimilazione da parte nostra dei comuni principi, specialmente sopra i principali e più comuni obbiettivi della Confessione dei Confratel
li
e dei Giovani, ci è molto facilitato col volume dell'Indice generale. Con la traccia dei rimandi per i singoli argomenti, virtù, peccati e vizi (Pietà, Obbedienza, Lavoro, Purezza oppure Castità, Vocazione, Confessione, Comunione, Madonna, ecc.), noi possiamo facilmente seguire il pensiero di Don Bosco in materia, e ricavarne preziosissimo materiale di raccomandazioni, di suggerimenti, e di propositi, come anche di norme da seguire noi stessi nel nostro ministero. Usando dei taccuini o Notes, quasi piccoli scrigni del « Thesaurus paternus », potremmo regi,-
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strani, numerati e intestati con una voce indicativa, i pensieri e i principi più pratici e più preziosi. Va da sè che un simile patrimonio di sapienza cristiana dovrebbe esserci familiare anche, anzi in primo luogo, ricavato dalla Bibbia, dai Salmi, e dagli altri Libri Sapienzali, e particolarmente dal Nuovo Testamento. Del resto gli insegnamenti di Don Bosco rispecchiano, precisamente, questa sapienza divina. Alcune applicazioni concrete di questo indirizzo unico, come nel comportamento con certe categorie di penitenti, o di casi speciali, le vedremo nella terza parte.
Confessioni formatrici.
Don Bosco che viene salutato Padre e Maestro della Gioventù moderna, l'Apostolo della Educazione cristiana nei nostri tempi, è anche l'Apostolo della Confessione. È notorio come la sua Pedagogia, fondata sui Novissimi e sulla preoccupazione dominante della salvezza eterna dell'anima: Da mihi animasi, è essenzialmente una pedagogia sacramentarla. Se Egli vuole condurre le anime a Gesù e a Maria, non ve le con
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duce altrimenti, che per la via del buon uso, frequente, dei Sacramenti della Confessione e della Comunione. Per questa via, principalmente, Egli ha raggiunto il massimo del suo ideale nel primo fiore maturo di Santità canonicamente riconosciuta, nel Beato Domenico Savio. E di Domenico Savio egli ne plasmò, e intese che i suoi figli ne plasmassero molti, e molti altri!
Questa nota pertanto, in primo luogo, deve caratterizzare la suddetta unità di indirizzo dei Confessori Salesiani, che siano, cioè, Confessori-Edueatori; che non considerino, né facciano considerare dai loro penitenti, Confratelli o Giovani o altre categorie, la Confessione come un semplice e negativo colpo di spugna, che solo cancella i peccati; ma che la considerino e la facciano considerare come un mezzo positivo, per sè divinamente potente, di emendamento, di formazione e di santificazione. A questo è diretto il volume citato dello CUMULAMI% Ego te absolvo, a questo il BEAUDENOM, La Pratica progressiva della Confessione.
2. - Questo intese Don Bosco con le sue insistenti spiegazioni e raccomandazioni. Ecco al
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cune massime, tanto significative e incisive: la Confessione e la Comunione sono « due martelli » per rompere le corna al demonio (Mem. Biogr., XV, p. 60); esse sono i « due sostegni » più forti a reggere i giovani per la strada del cielo (Mem. Biogr., III, p. 162); le « due colonne » che devono reggere l'educazione (Mem. Biogr., IV, p. 549); « le ali » per volare al cielo (Mem. Biogr., VIII, p. 50). Egli poi non tanto fondava la sua educazione sulla « frequenza » delle Confessioni, quanto sulla « bontà » delle Confessioni, fatte cioè in modo che portassero frutti. Non voleva la frequenza meccanica — di Confessioni colpo di spugna — fino al punto da asserire, e suggerire che vale di più moltiplicare seriamente i proponimenti senza moltiplicare le confessioni, che moltiplicare le confessioni senza la serietà dei proponimenti : « ... andando a confessarmi così con frequenza (suppone che dica un giovane), mi emenderei più facilmente. Nossignore; risolvo io! Il tempo che impiegheresti ad andare a confessarti la seconda e la terza volta in una stessa settimana, impiegalo a fare un proponimento un po' più fermo, e vedrai che questo sarà più efficace, che l'andarti a confessare con
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più frequenza, come vuoi fare, ma sempre con poco proponimento » (Mem. Biogr., XII, p. 31).
Questa parola e norma di Don Bosco, che sembra suonare piuttosto forte, è di facile applicazione, ove si tratti di soli peccati veniali, per i quali deve bastare la confessione settimanale o quindicinale. Quando si tratti di peccati mortali certo occorre maggiore prudenza, soprattutto ove vi fossero segni positivi e sufficienti di vero pentimento e di sincera volontà nell'atto della Confessione. Probabilmente Don Bosco aveva in mente questa distinzione tra veniali e mortali, e queste considerazioni, — quando nel medesimo contesto, si noti bene — soggiungeva: « Vi è un solo caso in cui io credo che uno debba andare con più frequenza a confessarsi, ed è quando il Confessore stesso, dopo di aver considerata bene la coscienza del suo penitente, gli dica: — Vienti pure a confessare ogni qualvolta ricadrai in questo o in quell'altro peccato; ciò è necessario per vincere quell'abito, per sradicare quella cattiva passione. Quando vi sia questo espresso consiglio del Confessore, dato così per un fine speciale, è certo che il penitente ne ritrarrà del bene ». Si noti la clausola
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posta da Don Bosco per il Confessore: « considerata bene la coscienza del suo penitente ». (Mem. Biogr., XII, p. 31),
E poi si noti che, ove anche il penitente non fosse disposto per l'assoluzione, potrà talora essere opportuno incoraggiarlo a presentarsi lo stesso al Confessore, qualora si speri fondatamente qualche utile almeno dalle iterate esortazioni e ammonizioni, od incoraggiamenti, che così riceve.
3. - È importante quanto riferisce a questo rig,nardo il Rodriguez, Esercizio di Perfezione è di Virtù cristiane, t. III, pag. 547, dai canoni del Papa Alessandro III. « II quale, dice il Rodriguez, per questo solo fine, di guidare e indirizzare le anime e di dar loro conveniente consiglio, raccomanda che si ascoltino le Confessioni di alcune persone tanto scellerate e peccatrici, che non sono capaci d'assoluzione, perché dicono che non si possono contenere riè
lasciar di peccare, e così non hanno vero proponimento d'emendarsi. E con tutto ciò, ancorchè non abbiano da essere assolte, le consiglia ivi il Sommo Pontefice che vadano dal Confessore;
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confessino tuffi i loro peccati e gli diano conto di tutta la loro mala vita e della mala disposizione che hanno per quella Confessione. E comanda che il Confessore le riceva e ascolti benignamente, per dar loro salutari consigli e rimedi; perchè forse con questo s'ammollirà loro il cuore e si leveranno dalle occasioni; e mediante quell'esercizio d'umiltà e qualche opera buona, nella quale ordinerà che si esercitino, il Signore aprirà loro gli occhi, perchè si risolvano a lasciare totalmente il peccato e. a fare una buona Confessione » (cfr. Decretai.
Gregorii IX, tit. 38, c. 5).
4. - Dichiarava poi testualmente ancora il nostro padre Don Bosco: « Non sono le frequenti Confessioni che fanno buoni, ma il frutto che si ricava dalle Confessioni » (Mem. Biogr., VII, p. 84); « Le Confessioni che non fanno frutto non sono buone » (Mem. Biogr., XII, p. 573); « Se le Confessioni non fanno frutto, c'è molto da temere, che se non sono sacrileghe, siano almeno nulle » (Mem. Biogr., XII, p. 574); « Dal frutto riportato dobbiamo conoscere la natura delle nostre Confessioni »
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(Mem. Biogr., XIII, p. 418); « Osserva il profitto che i giovani ricavano dalle Confessioni. Il frutto di queste deve essere l'emendazione» (Mem. Biogr., IX, p. 596); « Punto culminante per ottenere la moralità è al certo là frequente Confessione e Comunione, ma proprio ben fatte » (Mem. Biogr., XIII, P. 270). Insomma, Don Bosco mirava a questa formazione robusta, mediante la Confessione, di una vita senza alternative di peccati e di Confessioni, ma costantemente sempre in grazia: « Procurate, egli dice, da una Confessione all'altra di non far peccati, e sarà questo il più bel frutto della Confessione » (Mem. Biogr., VIII, p. 33).
Togliamoci dunque di testa, qualora ci fosse, un certo infausto e nefasto atteggiamento di malinteso mínimismo, e di malintesa rassegnazione: per cui, illudendoci o presumendo di aver fatto perfettamente, o anche solo sostanzialmente, tutta la nostra parte di responsabilità, credessimo di poter starcene sicuri, o almeno tenerci paghi per principio che i nostri educandi e penitenti si ravvederanno, per lo meno, in fin di vita, prima di esalare l'ultimo
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respiro. Assolutamente no, non è, certamente, questo il nostro ideale, non è questa la nostra missione di Confessori e di Salesiani.
Obbiettivi
L'obbiettivo immediato, essenziale, della Confessione come tale, è certamente quello di impedirne la frustrazione con la nullità, o con la profanazione sacrilega. Per questo è primaria responsabilità del Confessore quella di vigilare per conoscere e per disporre gli indisposti. Parleremo in seguito delle cinque parti, da ben curare, per una buona Confessione. Per ora elenchiamo qui alcuni degli obbiettivi principali che il Confessore deve avere costantemente presenti agli occhi per ben regolarsi, a seconda dei diversi penitenti.
i. - La vita abitualmente in grazia di Dio. — Di questo argomento bisogna che, con le dovute maniere — stimolanti, ma non scoraggianti, e incoraggianti, ma non rilassanti — il Confessore parli spesso, spingendo ad uscire da una
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continua alternativa di peccati e di Confessioni, di Confessioni e di peccati, soprattutto mor,. _ tali. Bisogna che sia molto prudente e sappia., dosare il richiamo alla misericordia di Dio con. quello della sua santità e anche della sua giustizia. Sant'IRENEo, Adversus Haereses, IV, 28, 2, come riferisce P. DAFFARA, De N ovissimis, p. 767,
contra Gnosticos, qui in Novo Foedere nii rtisí gratiam -et clementiam esse contendunt, animadvertit vel etici m severiorem esse Legem Ivangelii, eum iubeat abstinere non solurn ab operibus malis, sed al) ipsis quoque cogitationibus et otiosis dictionibus, et serrnonibus vanis, et verbis seurriiibus : sic et poena eorum qui non creduut Verbo Dei adampliata est ».
D'altra parte però, a ben intendere e applicare ciò, conviene meditare questa prudente affermazione di Don Bosco, che dice: «Intorno ai sistemi dell'efficacia della Grazia, il mio sistema è quello che ridonda a maggior gloria di. Dio. Che importa a me di avere un sistema stretto, o largo? Purchè mandi le anime in Paradiso » (Mem. Biogr., VI, p. 832). Sappia dunque il Confessore sapientemente dosare e inoculgre salutari sentimenti di confidenza e di santo timore,
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6. - N. CAMILLERI, Confessori Educatori.

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come appunto prega la Chiesa nella liturgia: « Saneti Noxninis tui, Domine, timorem pariter et amorem fac nos habere perpetuum » (Dora. infra Oct. SS. Corp. Chr.). Per questo primo obbiettivo si veda P. Colai S. J., Vivere in Cristo, oppure N. N. Ut vitam habeant.
2. - Far tendere alla perfezione. — E cioè spingere alla serietà della volontà di emendamento e di virtù. Si noti che, anche se si tratta solo di peccati veniali, se manca la sufficiente serietà delle disposizioni, e particolarmente del proponimento (quindi anche del pentimento) molto si rischia di fare Confessioni nulle. Don Caviglia narrava come egli, che teneva un po' di soldi contro il regolamento, e che tornava a confessarsene con Don Bosco, si sentì dire dal Santo: « E già la seconda volta che me lo dici! » Paternamente, certo. Ma ciò rivela con che spirito educativo e con quale zelo Don Bosco esercitava questo ministero, anche coi giovani.
3. - Educare e incoraggiare, esortare ai piccoli eroismi. — Non si tratta di eroismi di entità ma di eroismi nella costanza. Concentrando la
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loro attenzione e il loro impegno su un punto determinato, studiare tutte le maniere per svegliare nei penitenti la coscienza delle promesse fatte a Dio nelle Confessioni precedenti. Saranno anche eroismi relativi all'entità psicolo gica del penitente. Gli si farà capire che la cosa in sé è piccola, e che perciò deve farsi coraggio; ma che lo sforzo sembra grande solo, forse, al suo amor proprio; cerchi quindi di dare questa bella prova di generosità e di amore al Signore. Sarà un piccolo eroismo, che potrà essere la via aperta, e l'inizio di tante grazie, forse di una vera e grande santità. Con prudenza e gradualmente, ma con santa franchezza e con serena fiducia, bisogna spingere ad emulare il Beato Domenico Savio. Ai giovani maggiori, ai Confratelli, alle persone adulte, può occorrere anche qualche occasione di vero eroismo. Sappiamo additarlo alle anime: accanto alla soluzione comoda, così detta « umana », indichiamo anche la soluzione generosa, quella superiore, « soprannaturale » ed « eroica », perché perfetta. Mostriamone la bellezza, e — pregando in cuor nostro! — ispiriamone l'anelito e l'ardimento! Forse saremo « Precursori », e la nostra non
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sarà voce nel deserto, ma eco della « voce di Dio », magari a nostra insaputa, eco di una « vocazione divina all'eroismo », alla « santità! » Siamo noi, e facciamoci aquile che, a loro volta, provocano i loro aquilotti al volo, ad alto volo: « Sicut aquila provocans ad volandum pullos suol » (D eut. XXXII, 11).
Si dirà, come fare a seguire tutti a questa maniera, venti, cinquanta, cento Confratelli; centocinquanta, duecento ragazzi?... Non ragioniamo così. Non saranno, o non si mostreranno, di fatto, tutti aquile. Ma l'occhio teniamolo aperto su tutti; saggiare, saggiamo tutti: se ne scopriremo dieci, cinque, tre, due, anche uno solo, rendiamocene conto, e coltiviamo queste anime elette e generose, pur senza trascurare le altre « Omnia probate, quod bonum est tenete » (I Thess., V, 21). A' essenziale al Confessore, a quello regolare soprattutto, conoscere le sue pecorelle (efr. Io., X, 14), le condizioni, le risorse e le disposizioni, « la vocazione spirituale » delle singole anime che sacramentalmente cura e dirige. La stessa cosa vale per i Direttori nell'ambito proprio dei Rendiconti, e soprattutto di quella direzione spirituale più confidenziale che
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i giovani — e anche i Confratelli nello spirito dél Codice: « expedit », can. 530 — domandassera da loro. Cfr. FAnza, Conferenze, ullima: Ciascuno ha una vocazione speciale.
4. - Educare ad una Pietà soda e profonda, semplice, tenera e robusta, ma ferverosa e costante. — Ci sia consentito di rimandare alla nostra relazione pubblicata negli Atti e Documenti del 1' Convegno Internazionale delle Religiose Educatrici, tenuto a Roma nel 1951. Vi si trova sviluppato ampiamente questo punto. Si veda anche il capitolo sullo Spirito Salesiano nel primo volume degli Annali della nostra Società. Coincide con quello della Imitazione di Cristo, Lib. II, cap. 8: De familiari amicitia jesu. Anche BEAUDENOM, Le sorgenti della Pie.. tà, dà gli elementi preziosi, da adattare, s'intende, e da ammannire alle anime. Si veda anche Mores. GUERREY, Andiamo al Padre, Meditazioni; od anche Mons. OLG1ATI, La Pietà Cristiana, già citati nella bibliografia. Bisogna dare la coscienza e il gusto della Grazia Santificante, che porta con sè Dio in noi (è la inabitazione del Padre, del Figlio e dello Spirito d'Amore che
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dimorano personalmente dentro di noi, non solo nell'anima nostra ma anche, nota bene, nel nostro corpo, (cfr.. San Paolo, I Cor., VI, 20); questa grazia poi ci congiunge come amici, anzi come membra vive a Gesù, che è il Figlio naturale del Padre celeste, rendendo così anche .noi veri figli di Dio: adottivi, sì, ma di una adozione che non è pura convenzione giuridica, ma una adozione rigenerativa, per una specie di divino innesto vitale. Dare quindi la nostalgia della Comunione, che realizza al massimo questa mia incorporazione a Cristo, e per cui Gesù entra in me, ed io vengo assorbito da Gesù, e vivo di Gesù: « in .Me manet, et Ego in illo, et ipse vivet propter Me », (cfr. Jo., VI, 57).
Conseguenze: la dolcezza dell'unione; il bisogno amoroso della Comunione frequente, quotidiana; il desiderio di visite spontanee, per intrattenersi vicino al tabernacolo, alla tenda di Gesù amico; la fiducia per la Purezza da questo contatto; l'orrore al sacrilegio, ecc.
In vista di ciò, valorizzare i Sacramenti; insegnare a usarne bene; combatterne la frequenza sterile, meccanica e abitudinaria, irriflessiva e apatica. Però, ricordare sempre la sapiente e
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grave ammonizione di Don Bosco: « non rendere, con impazienze e sgridate, odiosa la Confessione » (Mem. Biogr., III, p. 466). AI contrario, raccomandava ai suoi preti « una grande carità e pazienza nel confessare i fanciulli per non perdere la loro confidenza » (Mem. Biogr., VII, p. 193). E si considerino, a questo effetto, come fanciulli... anche i grandi': A tutti.infatti si può ripetere quest'altra sua parola: « Non lusingarti mai di avere tutta la confidenza di tutti » (Mem. Biogr., XV, p. 707).
5. - Scuotere dalla tiepidezza i Confratelli nell'osservanza dei voti, e della Regola. — Se in foro esterno, per via disciplinare, si può, forse, rimediare alle infrazioni con la repressione a difesa dello spirito buono nella Comunità, in foro sacramentale soprattutto, dove direttamente e necessariamente si tratta della coscienza e del dovere di coscienza, molto di più si può sperare di ottenere. Facciamo per questo qualche rilievo di natura sua molto efficace per le coscienze, almeno non del tutto accecate e indurite.
a) E anzitutto riguardo ai Voti. Procuriamo
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di rilevare, e di insistere sopra il carattere pessimo della violazione dei voti, che è violazione sacrilega. Il sacrilegio! Facile dimostrarlo: sacrilegio infatti è qualunque violazione della virtù della religione, e il voto fatto a Dio è, appunto, atto della virtù di religione. Quindi la violazione di un voto, essendo direttamente contraria alla religione, alla diretta promessa fatta a Dio, è di sua natura empia, è una empietà! Alla verità di questa ampia accezione, essenzialmente morale, di sacrilegio, nulla toglie l'accezione giuridicamente più ristretta, e anche più comune fra gli stessi moralisti, che considera il sacrilegio in quanto violazione di persona o cosa sacra, dedicata a Dio, o al culto, con pubblica istituzione, sia divina che ecclesiastica. Ci diranno che, la violazione, però, in materia leggera, se è sacrilegio, è veniale. E ribattiamo che, anche se veniale, è, però, una empietà, un sacrilegio!
Che dire, poi, quando non si tratta di inezie, ma di cose anche notevoli, anche molto notevoli? Questo, soprattutto, per il voto di Povertà, e per il voto di Castità. In quello può anche essere questione di migliaia e migliaia di lire; o di oggetti che costano migliaia e mi
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gliaia di lire; di viaggi costosi; anche di fumo, specialmente frequente e abitudinale; di profumi perfino; di vestiario, di. resti cli viaggio, ecc. ecc. In qunnto, poi, al voto di castità e di verginità, le mancanze acquistano pure la malizia peculiarmente vergognosa di natura spiritualmente adulterina: a despondí enim vos uni Viro virginem castam exhibere Christo » (11 Cor., I, 12); « Nescitis quoniam corpora vestra membra sunt Christi? T ollens ergo mem
bra Christi, faciam ea membra meretricis?...
et non estis vestri! » (I Cor., V, 15 e 19). Se
tale è la natura empia delle mancanze gravi, tale è pure nelle mancanze più lievi. Non volerci badare, seriamente e impegnativamente, non è affatto giustificarsi, nè purificarsi. Anzi,' vi si aggiunge l'aggravante del disprezzo e dell'ostinazione.
Quanto al Voto di Obbedienza è più raro il caso, ma non mancano vere e proprie violazioni sacrileghe di questo Voto: come quando, essendo chiara e definitiva, in un dato momento, la volontà del Superiore che destina con formale Lettera di Obbedienza ad una casa o ad un ufficio, non semplicemente sí espon
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gono — religiosamente — le proprie difficoltà, ma ci si rifiuta di obbedire. Col fare solo per
forza, non si viola il voto, almeno se nella so
stanza non si eseguisce il proprio ufficio volutamente male, il che sarebbe un non eseguire; ma
resta un vero peccato contro la virtù. Il nostro Padre Don Bosco, poi, generalmente affermava : «È sacrilegio fare il voto di obbedienza, e poi regolarsi come fanno certuni, che obbediscono solo quando loro piace » (Mem. Biogr., XVIII,
p. 207).
Un secondo grave rilievo — grave almeno per sua natura, se non sempre per la materia é questo : si ricordi che i Voti non sono un fine, ma solo dei mezzi: Voti mezzi alla perfezione della Virtù! E quindi tradisce lo spirito dei Voti chi, pur salva la lettera, è volutamente, abitualmente trascurato nella corrispondente virtù.
b) Quanto all'osservanza delle Regole ci limitiamo a riferire quanto, per incarico della S. Congregazione dei Religiosi scrisse il P. NiuzzABELLI, S. S. P., Consultore della medesima Congregazione, in Acta et Documenta del primo Congresso Generale dei Religiosi, tenuto a Roma nel 1950 (edizioni paoline, 1952, n. 66). Egli pre
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mette che cc illud principium, quod scilicet Constitutionum praeseripta non obhga.nt sub rema. sapienter omnino statutum est pro Con
stittxtionibus sensu antiquiori; tunc enim, lex seu norma fundamentalis qua vita regebatur erat Regula equidem al) Ecelesia approbata, non Constitutiones. Aliter dicendum est de Constitutionibus prout hodie summatur: Codex nempe completus, ab Ecclesia approbatus, qui contenere debet etiam normas primarias seu fundamentales Religionis quoad ipsius naturam, spiritura, finem generalem et specialem, regi/ en, etc. »
Ciò premesso soggiunge la seguente chiarifi
cazione pratica, dicendo: « Principium tamen. de Constitutionum obligatione videttir aptius exprimendum, et quidem fauna magis completa, necnon Constitutionum conceptui prout hodie su
muntur magis accomodata. Quod obtineri videtur si Constitutionum, obligatio, hac vel simili ratione enarimitur, nempe:
1. - Pnescripta qua lcges divinas vel ecclesiasticas referunt, propríam quarti ex se habent obligationem retinent.
2. - Praescripta qui vota respiciunt, ut ipsorum scilicet materiam rematane vel proxi
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mani defniant rationemque statuant ea observandi, ex ipsis votis obligationem recipiunt.
3. - Prffiscripta quae regimen spectant, ipsiusque regiminis necessarias functiones, inun.era
et officia quibus exercetur, quoad nempe ipso-mm cardinales nonnas, definiunt; praescripta pariter quw naturam et finem specialem Religionis statuunt et consecrant, in conscientia pro gravitate materie obligant.
4. - Prseripta rnere disciplinaria vel ascetica qua sub prweedentibus non caclunt, per se sub reatu culpa non obligant; obligant tamen directe et in conscientia ad pcenam, et insuper raateriam voti et virtutis obcedientige ipsa certe constituere valent. Prwterea quAibet ex ipsis vel minimis ex formali contempta -violare peccatum est Quod si transgressio ex ratione vel fine non rectis fiat: v. g. ex pigritia, ex debit mortificationis defeeta, habitudine non ordinata, aut alio pravo affectu: vel ad scandalum moveat, aut ad
religiosw relaxationem cooperetur, peccatum contra respondentes virtutes secum fert
6. - Ultimo obbiettivo principale da segnalare: educare alla responsabilità dell'ambiente
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spirituale e morale di una comunità. — Non solo l'individuo, la persona deve amare e glorificare Iddio con la virtù e la santità personale, ma ari-che ogni comunità umana, e soprattutto religiosa, come la nostra. È, pertanto, una grave responsabilità quella di ehi con le sue parole e coi suoi esempi o con qualunque altra sua influenza contribuisce a guastire, o a tener basso il livello, ossia lo spirito di pietà e lo spirito di moralità nella comunità: famiglia, collegio, oratorio, casa religiosa. Si richiami con bontà persuasiva, ma con chiarezza ed efficacia, questa responsabilità davanti a Dio.
Le cinque parti della Confessione.
Vogliamo ora fare alcuni rilievi fondamentali su ciascuna di queste parti che, come sono essenzialmente necessarie ed integranti del Sacramento stesso ben ricevuto, così, ben curate, rendono la Confessione potentemente educativa. BEAUDENOM, in Formazione della Giovane, nella parte seconda del primo dei due volumi, ha precisamente alcuni capitoli con questi ri
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spettiVi titoli: (Formazione della Coscienza per mezzo della Confessione) : 1. Formazione per mezzo dell'Esame; 2. Formazione per mezzo dell'Accusa; 3. Formazione per mezzo della Contrizione; 4. Formazione per mezzo del Proponimento. Si presterebbe a preziosa trattazione un capitolo, che vi manca, sulla formazione per mezzo delle penitenze sacramentali!
1. - Educhiamo all'esame di coscienza. — Educhiamo anzitutto alla chiarezza di principi e di valutazione, specialmente dei veri peccati mortali, come di quelli che sono veri peccati veniali. È necessario che abbiamo idee chiare noi anzitutto. Il ripasso della Teologia Morale, specialmente di certe parti o argomenti, sui Comandamenti di Dio o sui Precetti della. Chiesa, sul Matrimonio o sulla Grazia, sulle Censtlre o sui Libri Proibiti, sulle obbligazioni specifiche dei Religiosi o di certi stati e professióni (le quali ultime non si trovano, almeno aggiornate, sui manuali comuni), ecc., si rivela per esperienza e in coscienza necessario, spesso, come riesame del ministero esercitato e dei casi occorsici, specialmente se ci lasciarono del dub
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bio, e fino a quando non possiamo ritenerci in quei settori moralmente certi, sicuri e tranquilli. Non poco giova per questo discernimento la già citata Filotea di San Francesco di Sales, il Beaudenom con la sua Pratica Progressiva della Confessione, il Progresso del Faber, le sue Conferenze Spirituali, e la Vita interiore del Pollien. Confessori illuminati, e Confessori-Educatori, non siamo di quelli che di fronte a certe accuse, anche di vere colpe, oppure di veri pericoli ed occasioni di peccato, ottundono e disorientano la sensibilità e la delicatezza delle coscienze con un« oh, questo è niente, è niente ». Viceversa illuminiamo e istruiamo le anime, liberandole da angustie e da ansietà infondate, perchè non sanno distinguere tra sentire e acconsentire; tra provare e approvare certi fenomeni naturali, o sensazioni spontanee, non ricercate nè trattenute; tra ignorare e dubitare in materia di fede: altro è, infatti, non comprendere i misteri altro è dubitarne: altro è non saper rispondere a certi quesiti di religione (è solo ignoranza, mancanza di scienza, e di studio), altro è non volere credere, o tentennare volontariamente ad abbracciare la Rivelazione sulla parola di Dio nella
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Sacra Scrittura, sulla parola di Gesù e sul Van, gelo, sull'insegnamento della Santa Chiesa Cattolica, che è Maestra infallibile. « Per me, diceva il card. Newman, mille difficoltà non formano un dubbio ».
2. - Educhiamo ad una buona Accusa sacramentale — Soprattutto educhiamo alla sincerità e ai senso religioso della Confessione. Accusa umile e addolorata alla presenza di Dio, e non un racconto freddo, o un semplice rapporto da uomo a uomo, per semplice e quasi meccanica abitudine, per usanza, per un semplice sfogo umano, per un sollievo naturale, psicologico. L'accusa è, deve essere un chieder perdono a Dio. Distinguiamo il caso di peccati mortali, e il caso di peccati veniali.

a) Per i peccati mortali, anzitutto, bisogna procurare che si accusino tutte le qualità o specie di peccati mortali commessi: quali peccati. Ma poi s'insegni anche e s'Inculchi che è altrettanto essenziale e necessario accusare la quantità o il numero dei peccati mortali: quante volte. Molti omettono ciò ordinariamente, per
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sistema; o dicono solo : « qualche volta ».
curdo due giuste osservazioni del nostro Don Vismara, il quale chiamava « una peste » l'uso di dire 'Semplicemente « mi accuso — per esempio sulla castità — come mi trovo colpevole davanti a Dio », senza dire se si è consentito o 710, se si è peccato o no, e senza dirne il numero; 2) ripeteva che il dire: ho peccato « due o tre » volte, quando si è sicuri che tre e non due volte, è già viziare sostanzialmente l'Accusa e la Confessione.
Questa necessità — si badi bene è un dogma definito anche dal Concilio di Trento: < Si quis dixerit, in Sacramento Poenitentiae ad remissionem peccatorum necessari," non esse iure divino cori fiteri omnia et singulti peccata mortalik, quorum memoria cum debita et diligenti praerneditatione habeatur, etiam occulta, et quae sunt contra duo ultima decalogi praecepta (= peccati mortali di semplice desiderio volontario), et circumstantias, quae peccati speciem mutant; — sed eam confessionem tantum esse utilern ad erudiendum et consolandum poenitentem, et ohm observatam fuisse tantum ad
satisfactionem canonicam imponendam; aut
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7. - Clo.ccE.Lzia, Confessori Educatori.

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dixerit, eos, qui omnia peccata confiteri student, nihil relinquere velie divine misericordiae ignoscendurn... Anathema sit » (Cfr. Denzin ger, Enchiridion symbolorum, etc., n. 917).
Contro l'abuso della Confessione con il falso rossore o la falsa vergogna giova il prudentemente interrogare. E poi, per ottenere che i penitenti si confessino debitamente con questa sostanziale sincerità, ispiriamo loro confidenza, un'umile fiducia nella misericordia di Dio, ed incoraggiamoli con la nostra serenità e con le buone maniere. Su questo grave inconveniente e sul rimedio della opportuna interrogazione tornano particolarmente utili il P. ZELLE S. J., La Confessione, e Mons. GRAzioni, La Confessione dei giovanetti. Il male — delle Confessioni nulle o sacrileghe — si riscontra non solo nei giovani ma anche negli adulti. Don Bosco Santo ha delle dichiarazioni 'gravissime in proposito: « Per lo più le prime Confessioni dei giovanetti, se non sono nulle, almeno sono difettose per mancanza d'istruzione, o per omissione volontaria di cose da confessarsi » (Mem. Biogr., II, p. 152 d'accordo con S. Giuseppe Cafasso); « 11 primo
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laccio con cui suole il demonio prendere i giovanetti è precisamente questo: mettere loro indosso un gran rossore quando si tratta di confessare i loro peccati » (Mem. Biogr., VI, p, 356); « È più grande il numero di coloro che si dannano confessandosi, che di coloro che si dannano per non confessarsi, perché anche i più cattivi qualche volta si confessano, ma moltissimi non si confessano bene » (Mem,. Biogr., VI, p. 903); « Purtroppo una lunga esperienza mi ha persuaso esservi bisogno di far fare la Confessione generale ai giovani, che vengono nei nostri collegi; o almeno questa Confessione essere loro vantaggiosissima » (Mem. Biogr., XII, p. 91). Don Bosco parla in termini di « forse 50 su cento » (Mem. Biogr., XII, p. 91), e perfino di « forse 9 su dieci » (Mem. Biogr., XII, p. 770).
b) Quanto ai peccati veniali, ecco alcune norme importanti. Da principio, alle prime volte, lasciamo pure che i penitenti dicano tutto quello che credono bene, finchè li avremo potuti conoscere bene. Ma poi dopo spieghiamo e discipliniamo la cosa in modo che ci possa essere maggiore concentrazione, maggiore semplicità
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e Maggior impegno, sia nel dolore, sia specialmente nei proponimento. La base è che non c'è
obbligo di confessare i veniali, ma guardiamoci
bene dallo sminuirne la stima per queste Confessioni devozionali! Educhiamo piuttosto a li
mitare l'accusa secondo alcuni opportuni criteri.
Può bastare l'accusa anche solo di una, due o tre mancanze. Raccomandiamo ai penitenti di
pentirsi sinceramente di tutti i peccati veniali, ma per l'accusa insegniamo a scegliere con criteri come questi, per esempio:
1) solo quella o quelle mancanze veniali che sono le più frequenti, o quasi abituali, diventate un vizio: bugie, disobbediente, piccoli furb, piccole immodestie, piccole vendette, ecc.;
2) oppure quelle che sono di maggior entig, e importanza: per esempio perché esterne e
davanti ad altri, danno quindi scandalo; o perciò sono più pericolose, ed espongono di più a peccato grave: per esempio certe letture, spettacoli, discorsi, compagni;
3) od anche quelle di cui il penitente si sente più deciso, e gli piace di più di emendarsi presto: si potrà contare sul coraggio che viene dal successo, ecc.
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3. - Educhiamo con gran cura al pentimentò e alla contrizione! — Anticamente questo Sacramento era detto di Penitenza, perché la riparazione esteriore con la penitenza pubblica era la parte più appariscente. Oggi si chiama generalmente Sacramento della Confessione, tenendo molto conto dell'accusa segreta che il penitente fa dei suoi peccati. Eppure la parte più essenziale, da cui dipende il valore anche di una supposta accusa esatta e completa, e supposta anche l'esecuzione della penitenza esteriore imposta, sono il pentimento interiore o contrizione e, come frutto e conseguenza necessario, il serio proponimento. Se manca questo, tutto il resto vale niente e la Confessione è, per lo meno, nulla, è invalida! Diceva il personaggio a Don Bosco nel sogno: « Ricordati bene: quando predichi soprattutto alla gioventù, insisti molto sulla necessità di fare buone Confessioni: e in specie s'Ala necessità. della contrizione » (Mem. Biogr., XVII, p. 449). « Le cose che ordinariamente mancano nella Confessione dei fanciulli sono il dolore ed il proponimento » (Mem. Biogr., II, p. 153). La brevità dell'accusa, dev'essere, precisamente a vantaggio del pentimento: « Nel-
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l'accusa dei loro falli si studino di omettere le circostanze inutili; siano brevi, e dicano con semplicità ed umiltà le loro colpe in ugual modo, che se le accusassero a Gesù Cristo » (Meni. Biogr., XIII, p. 212).
Senza essere prolissi — ciò che facilmente sa-l'ebbe controproducente — non stanchiamoci, quindi, di far presenti ai penitenti i motivi per un dolore sincero, soprannaturale, ed universa
le: l'offesa di Dio, Padre; particolarmente mo
tivi e spunti, cordiali e sentiti anche da noi, tolti dalla Passione di Gesù Nostro Signore; i dan
ni propri, soprattutto per l'anima, e con discrezione, per certi peccati brutti, anche per la salute del corpo.
Soprattutto peri peccati mortali, s'inoculi forte il rimorso, per fondarvi il bisogno e la ducia del perdono; s'insista nel raccomandare di sforzarsi e di implorare subito l'aiuto di Dio per poter fare subito un atto di vera contrizione perfetta; ripetiamo che bisogna temere di andare a letto col peccato grave sulla coscienza, che è necessario confessarsi al più presto, prima che una. colpa marcisca, e ne produca delle altre, stringendo sempre più la catena del vizio. Sap
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piano usare convenientemente delle verità dei Novissimi: il tono salesiano, prendiamolo dalle succose e toccanti meditazioni del Giovane Provveduto di Don Bosco.
4. - Educhiamo soprattutto alla serietà del proponimento. — Il proponimento, infatti, va inteso come la forma compiuta del sincero pentimento. Insegniamo a distinguere tra volontà e velleità, tra vago dispiacere, più o meno sterile,
detestazione netta del male, con altrettanto netta risoluzione di cambiar condotta. 11 modo, specialmente coi giovani e non solo coi giovani, non dev'essere umiliante o schiacciante, ma accorato e suadente, zelante e premuroso del bene del penitente, affabile e preoccupato per la sua salvezza eterna, ma soprattutto impegnativo insieme e incoraggiante. Spieghiamo che il proposito sincero è quello che si appiglia aí mezzi, non quello che solo vagheggia il fine; che fugge le occasioni, i luoghi, persone e cose, che ricorre assiduamente alla preghiera, e che non si limita genericamente a un « non lo farò più ».
Trattandosi in particolare di peccati gravi, non dimentichiamo la indispensabilità della pre
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ghiera — frequente, quotidiana, soprattutto nei momenti della tentazione — e della grazia di Dio per perseverare di più nella legge divina. 2 dottrina teologicamente certa, .e secondo alcuni anche fede definita, che non si può a lungo osservare tutta la legge divina senza l'aiuto della grazia (« nemo sine gratia potest diu observare totani legem »); e si pensa da molti che la grazia necessaria non sia soltanto qUella attuale, ma la grazia abituale o santificante. Per cui, chi vive in peccato mortale, senza contrizione perfetta o senza confessarsi, facilmente ricade e moltiplica i peccati mortali. E l'esperienza lo dimostra. Lo stesso si pensa a riguardo delle singole tentazioni gravi: è necessaria la grazia e la preghiera. Sant'Alfonso non scrisse solo che « chi prega si salva, chi non prega si danna », ma ha anche detto che : « chi prega vince, chi non prega è vinto! » Diffondiamone più che possiamo il sostanzioso opuscolo Del gran mezzo della preghiera. La lunghezza («diu») è relativa: alle circostanze, alle compagnie (anche necessarie, per esempio a scuola, nell'officina, nella stessa famiglia), all'ambiente, ai pericoli, alla fragilità, congenita o acquisita col vizio, del peccatore spe
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cialmente abitudinario. Può trattarsi di qualche mese, o anche solo di pochi, di due o tre giorni.
La stabilità del Confessore, in questi casi, diventa una necessità. E allora (ma anche in tutti gli altri casi di Confessioni regolari), insegniamo ed educhiamo a dire, e a render conto del proposito stabilito in una precedente Confessione, nella Confessione seguente: prima o dopo l'accusa.
Riflettiamo a queste parole illuminate di Don Bosco: « Ciò che radicalmente manca in tanti giovanetti che si confessano è la stabilità nei proponimenti » (Mera. Biogr., XVII, p. 113). « In tutto il mese di maggio (1873) ho sempre domandato al Signore ed alla Madonna, la grazia che mi facesse un po' conoscere che cosa mai fosse che manda più gente all'inferno. Quasi tutte le notti sognava che questa-era la mancanza di fermo proposito nelle Confessioni» (Mem. Biogr., X, p. 56). Si ricordi che Don Bosco, come abbiamo già citato, avrebbe preferito ci si astenesse dal confessarsi una seconda e terza volta in una stessa settimana con poco proposito, pur di impiegare quel tempo nel fare in cuore da
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vanti a Dio un proposito un po' più serio: stimava più efficace questo, che il contrario.
Sarà una maniera molto efficace per educare i penitenti a preoccuparsi del proponimento e a rendercene conto ogni volta nelle Confessioni seguenti, se saremo noi Confessori i primi a interrogare, prima o dopo l'accusa delle colpe: -- « E qual era il tuo proposito nell'ultima Confessione? come l'hai praticato? perché non rnai praticato? Bravo, praticalo ancora per questa settimana, per essere più sicuro... ». E suggeriamo che imparino a farlo da sé, prima a render-. cene conto spontaneamente, e poi anche a saperlo scegliere da se stessi. Ciò serve a sviluppare lo spirito di iniziativa e di impegno e di metodo nella propria vita interiore, religiosa e morale.
Come col pentimento cercheremo di render vivo il « senso del peccato » (oggi tanto perduto, e perfino combattuto, con apparenza scientifica, tendendo sempre a mostrare il peccatore più come vittima dì chissà quali tare che come colpevole, o presentandolo, addirittura, come l'uomo normale (!): vedi certo « esistenzialismo »
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ateo e materialista, naturalista): cos% col proponimento efficace rendiamo vivo il « senso di Dio », il « senso dell'adorazione », e quindi della fedeltà e dell'amore filiale a Dio.
5. - Educhiamo allo spirito di penitenza. — Don Bosco inculcava ai Confessori, per riguardo alle penitenze sacramentali, quanto prescriveva il Concilio di Trento, e diceva « di non dar penitenze leggere per peccati gravi, ma fissarne qualcuna adattata a guarire il male ed a prevenirlo. Per esempio, soggiungeva, qualche meditazione che si trova nel Giovane Provveduto, per ciascun giorno della settimana » (Mena. Biogr., VII, p. 198). Ho provato coi giovani di collegio, e faceva tanto bene. Si può anche assegnare una o più stazioni della « Via Crucis », particolarmente adatte da meditare. Conviene avvertire, a proposito, il possibile inconveniente che compagni vicini, accorgendosi della 'stessa penitenza assegnata dal Giovane Provveduto, arguiscano le stesse colpe confessate dall'uno e
dall'altro.
Osservo che Don Bosco, assegnando alcune preghiere per penitenza, soleva aggiungervi e
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-spressamente uno scopo, una intenzione. Ciò tende a far evitare una facile meccanicità di recitazione, finalizzando invece si fa un atto cosciente..
Pur senza voler escludere qualche preghiera determinata da dire, è importante studiarsi di assegnare anche qualche cosa da fare, più che da dire, oppure l'una e l'altra cosa. Sarà bene poi domandare nella Confessione seguente se hanno fatto la penitenza. Certo, non è facile trovare, e soprattutto improvvisare simili penitenze di opere, anziché di semplici preghiere. Ciascuno, con la riflessione e l'esperienza, farebbe bene a cercarne di adatte e a notarsele. Si può suggerire, come già detto, qualche determinata stazione della « Via Crucis »; far fare una o due visite distinte nella giornata; una penitenza di semplici preghiere fatta ripetere due o tre volte, per esempio per due o tre giorni consecutivi: in questo modo si costringe allo sforzo della memoria per ricordare la penitenza, e con ciò anche i propositi. Si può imporre una visita in giornata, in cui ricordare espressamente i consigli del Confessore, e i propositi fatti, Mano
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vandoli davanti a Gesù sacramentato, oppure all'altare della Madonna; suggerire di rinunziare volontariamente a qualche cosa a tavola,- anche solo a poco, senza dare nell'occhio; di astenersi volontariamente in giornata alcune volte dal parlare di se; dal lamentarsi di alcunc13.è, caldo, freddo, vitto, superiori, compagni; di resistere qualche poco prima di cambiare una posizione incomoda, in chiesa stando in ginocchio, a letto, ecc., di far qualche favore a qualcuno; associarsi a qualche compagno o superiore che si volesse evitare, per qualsiasi motivo, ecc.
Don Bosco aveva certe massime, che noi, con determinati penitenti, possiamo concretamente determinare su qualche punto più speciale: « A un grande errore che hanno nella testa i giovanetti, che cioè la penitenza debba praticarsi da chi è peccatore. La penitenza è necessaria eziandio per conservare l'innocenza » (Mem. Biogr., XVII, p. 726). « Invece di fare opere di penitenza fate quelle dell'obbedienza » (Mem. Biogr., XIII, p.. 89). « Per quanto si può la penitenza consista nell'osservanza dell'orario » (Mem. Biogr., XIII, p. 89). '« Miei cari giovani, non vi raccomando, discipline e penitenze, ma lavoro, lavoro, lavo-
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o » (Mem,. Biogr., IV, p.. 216). « Attenti ai sensi esterni. Fate digiunare i vostri occhi! » (Mein. Biogr., XII, p. 143). « La Chiesa, quando raccoManda la penitenza, vieta per prima cosa le carni » (Merrz. Biogr., XIII, p. 85). « Potrete anche fare qualche mortificazione, sopportando con pazienza certe contrarietà, un po' di caldo o un po' di freddo, senza lamentarvi » (Mem. Biogr.,
p. 114).
Concludendo, si ricordi il Confessore regolare che è molto importante, ai fini educativi nella Confessione, che mostri di interessarsi e di dar molto peso alla fermezza e alla fedeltà nei propositi fatti nella Confessione. Non si mostri mai annoiato. Don Bosco raccomandava carità, carità, carità! E poi pazienza, pazienza, pazienza!
Ancora due osservazioni:
1. - Certi modi di dire brevi, concisi e scultorii, pieni di, sapienza e ricchi di esperienza, raddolciti dalla nostra carità e arroventati clal nostro zelo interiore, possono muovere e illuminare più che molte parole ed eccessive spiegazioni, che potrebbero rischiare anche di seppellire e dissipare l'attenzione del penitente sul
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la giusta parola detta e il consiglio suggerito. Di Don Bosco si legge, a proposito di artigiani adulti, che « aveva pronti certi modi e certe frasi inaspettate per far rivivere sodi proponimenti nelle loro anime » (Mern. Biogr., VII, p. 11). Come si vede lo spirito salesiano è spirito di semplicità che rifugge dalla verbosità e dalle complicazioni.
2. - Per assicurare di più i propositi delle Confessioni, Don Bosco, secondo una « Buona notte » del 19 dicembre 1859, calcolava che in un giorno si tornasse sopra i consigli e propositi. della Confessione anche 5 o 6 volte! « Quei consigli che vi dà nella Confessione (1) non contentatevi di udirli solo al confessionale, ma (2) dopo subito pensateci sopra e risolvete: mi disse questo e questo : dunque procurerò di farlo! (3) Tornate poi a ricordarli alla sera facendo l'esame di coscienza, e questo esame fatelo specialmente su questo punto (qui Don Bosco pare intenda l'esame di coscienza che si fa in comune tutte le sere!), osservando se siete stati obbedienti. Se non avete tempo in quel momento, (4) fatelo andando a riposo, rinnovando il proponimento
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se trovaste di aver mancato. Così (5) andando in Chiesa a sentir Messa, o (6) a far visita, pro"-
mettete a Gesù: Io per amor vostro farò quello che il. Confessore mi ha detto. Se vi atterrete a ciò che vi dico, state sicuri che farete gran profitto » (Mem. Biogr., VII, p. 356). Si noti qui di passaggio razione solidale di Don Bosco in queste sue « Buone notti » in appoggio all'azione sacramentale dei Confessori.
Infine, Don Bosco, sempre per aiutare la con= genita « volubilità » dei giovani (cfr. Sistema Preventivo), raccomandava loro l'uso di una specie di diario, o, meglio detto, quadernetto spirituale. Diciamo subito che qui non s'intende affatto di caldeggiare un certo genere di diarii (che anche il compianto Don Ricaldone riprovava), veri perditempo nella migliore delle ipotesi per i casi ordinari, depositi bene spesso di fantasie accese o di neri pessimismi, sfoghi di passionale malumore o di malsani sentimenti e immagiriazioni, e di morbose curiosità. Qui s'intende semplicemente, per i casi comuni, un quaderno riservato, che può servire per assicurare qualche buon pensiero, aiutare per l'esame di coscienza, e soprattutto per ricordare i tiro
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pri buoni proponimenti. « Fate un piccolo quadernetto, dice Don Bosco, per registrarvi i vostri segreti. Qui notate gli avvisi che vi dà il Direttore, e il professore, ciò che vi fece più impressione nelle prediche : notate quelle massime più necessarie a praticarsi che avete trovate nei libri » ecc. (Mem. Biogr., VII, p. 602-3).
Davvero, facendo così, possiamo conchiudere con Don Bosco : « A questo modo non tarderete molto a farvi ricchi di miele » come le api...

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8. - N. CAMILLER/y Confessori Educatori

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La Giurisdizione sacramentale.
Sebbene, come si .è detto nell'introduzione, non é nostra intenzione fare qui della Confessione una trattazione direttamente teologico-dogmatica, né morale-canonica, ma principalmente ascetico-pastorale e pedagogica, ci sembrerebbe una vera lacuna, dato lo scopo pratico di queste pagine, non richiamare qui alcune cose fondamentali riguardanti l'autorizzazione o giurisdizione per il ministro delle Confessioni. Toccheremo pertanto il problema della Giurisdizione Sacramentale in generale, poi quello della Giurisdizione speciale richiesta per le Confessioni delle Suore religiose, e in fine il problema dell'errore comune. Del resto ogni Confessore
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coscienzioso, anche supponendo ben fatti gli studi teologici regolari, dovrebbe leggere, ed anche rileggere ogni tanto, almeno tutte le parti del Codice che hanno diretta attinenza col ministero delle confessioni, aiutandosi, per la retta comprensione, con qualche buon commento, e con i testi di Teologia Morale. Per un conveniente aggiornamento giova seguire, oltre gli Acta Apostolicae Sedis, qualche rivista ecclesiastica, come Per-fice Munus, o la Rivista del Clero Italiano, ecc.
1. - La Giurisdizione sacramentale in genere. — Si veda il Codice, can. 872ss. È noto che per ascoltare validamente le Confessioni, non basta essere Sacerdote, ma è necessario aver ricevuto la giurisdizione o ipso iure (per cui, per esempio, per il can. 882: « In periculo mortis omnes Sacerdotes, licet ad confessiones non approbati, valide et licite absolvunt quoslibet poenitentes a quibusvis peccatis aut censuris, quantumvis reservatis et notoriis, etiamsi praesens sit Sacerdos approbatus, salvo praescripto can. 884, 2252 ») o da un competente Superiore (per esempio dal Vescovo per la Diocesi, dal
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l'Ispettóre di religione esente per tutti quelli che dimorano diu noctuque negli Istituti dell'Ispettoria, o anche dal Direttore per gli interni della " sua Casa, ma solo ad modem actus, occasionalmente, e se il Sacerdote, anche non salesiano, è già approvato altrove in altra Ispettoria o in altra Diocesi (cfr. Excerpturn privilegiorum ad usum confessariorum, pag. 33, nota 1). Per le Suore vi sono norme speciali che vedremo in seguito. Si noti poi la sanzione per la necessaria giurisdizione in ogni caso : « Sacerdos qui sine necessaria iurisdictione praesumpserit Sacramentales Confessiones audire est ipso finto suspertms a divinis », almeno ad liceitatem per gli atti giurisdizionali, finché non intervenga una sentenza declaratoria o condannatoria (can. 2366); post sententiarn tali atti sarebbero anche invalidi (cfr. can. 2284, et 2261). Vi incorre, quindi, chiunque, senza che vi sia un vero caso di errore comune, almeno seriamente fondato e probabile, si offra o si presti a confessare senza previa approvazione. La giurisdizione ottenuta dal Vescovo è sempre valida, ma perché ne sia lecito l'uso per i nostri Confessori, occorre il permesso dell'Ispettore o del Direttore, rispettiva--
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mente. Si stia attenti ai casi riservati (cfr. can. 893 ss.; can. 2241 ss.).
Per i nostri privilegi cfr. Excerptum privilegiorum: ad usum confessariorum aliortinaque Sacerdotum, n. 13 ss.
2. - La giurisdizione per le confessioni delle Suore. — Fuori delle loro Chiese o Cappelle private, nessuna limitazione speciale (cfr. can. 522). Per le religiose il can. 876 stabilisce il principio generale: « Sacerdotes tum saeculares tum, religiosi ad confessiones quarumeumque religiosa-rum ac novitiarum valide et licite recipiendas peculiari iurisdictione indigent » salvi i can. 522; 523. Tuttavia per la piena libertà di coscienza delle singole Suore il Codice provvede con ben sei disposizioni, o tipi diversi di Confessori nei canoni ora citati, e cioè;
1) Il Confessore ordinario: che deve essere di regola unico, salvo eccezione per grande numero delle Suore o altra giusta causa, (can. 520, paragrafo 1);
2) Il Confessore straordinario: il quale deve prestarsi almeno quattro, volte all'anno, e al quale tutte le Suore devono presentarsi, almeno
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per ricevere la benedizione (can. 521, paragr. 1);
3) Il Confessore speciale: è quello richiesto da qualche Suora, al posto dell'ordinario, « ad animi sui quietem, et ad maiorem in via Dei progessurn », od anche solo come Direttore Spirituale (can. 520, paragrafo 2. Vedi av
' vertenze, ivi, del Codice. Cfr. pure il parere di Don-Bosco in proposito, Mem. Biogr., X, p. 10s);
4) I Confessori designati: sono alcuni Confessori, designati dal medesimo Ordinario del luogo, a cui facilmente si possa ricorrere in caso di bisogno, senza dover chiedere ogni volta il permesso del Vescovo (can. 521, paragrafo 2);
5) Il Confessore occasionale: è qualunque Confessore approvato dal Vescovo per le donne o per le religiose in generale, in qualunque chiesa od oratorio anche semipubblico, anche proprio delle stesse Suore, dove occasionalmente si Covasse, tutte le volte che qualche Suora in particolare, « ad conscientiae suae tranquillitatem », vi acceda spontaneamente, (can. 522), od anche lo chiami o lo faccia chiamare al confessionale, anche ad insaputa della Superiora o per mezzo della Superiora stessa, e senza che la Superiora, pur non obbligata a chiamarlo, possa impedire,
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o interferire (cfr. in Periodica de re 'morali, etc., voi. XVII, p. 37 ss., la risposta della Pont. Commissione, 28 dicembre 1927). Si noti, però, che non può una Superiora, in base a questa disposizione, chiamare essa un Sacerdote, non per sè e «ad conscientiae suae tranquillitatera », sia pure prevedendo che le altre se ne servirebbero; ma solamente per confessare la comunità in-mancanza di quello stabilito; nel canone si tratta di una religiosa particolare; altrimenti le Confessioni per sè sarebbero tutte illecite e invalide (VERMEERSCH, Theol. Mor., III. n. 486, nota I) salvo il can. 209.
6) Il Confessore in caso di malattia: in caso di malattia grave — anche senza pericolo di morte, ma che solo sia molto penosa, o che facilmente possa divenire pericolosa, quale può essere auella che tenga per una o due settimane a letto, oppure che sia grave senza che obblighi a letto, ecc. — la religiosa può chiamare quante volte vuole, e senza che la Superiora possa impedire o interferire, sia direttamente che indirettamente — « quemlibet Sacerdotem ad mulierum confessiones excipiendas approbatum, ersi non designatum religiosis » (can. 523).
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A proposito, poi, degli Istituti religiosi delle Suore, è da notare che alcuni Vescovi riservano a sè di concedere una distinta autorizzazione o giurisdizione speciale per poter ascoltare le Confessioni delle alunne interne. Quindi il Confessore sappia regolarsi, e ififòrmarsi debitamente nelle diverse diocesi dove viene autorizzato a confessare le Suore.
3. - Il caso dell'errore comune. — Codice al can. 209 dice: « In errore commi in aut in dubio positivo et probabili sive iuris sive faeti, iurisdictionern supplet Ecclesia pro foro tura ex-terno tum interno ». Notiamo qui, per l'errore comune circa la giurisdizione di un Sacerdote per le confessioni, quello che afferma un autorevole canonista « Quod ignotus et non communiter expectatus SaCerdos a fideli rogetur audire confessione n et eam re vera, etiain in ecelesiae confessionali, audiat, non ideo inrisdietio ab Ecclesia supplebitur, crini nullus error formaliter vel fundamentaliter sit communis » (VERMEERSCII, Theol. Mor., III, n. 495, p. 384). Si esige, infatti, per un vero errore comune, che sia errore di molti, in senso assoluto (per esem
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pio 200 in una parrocchia), o in senso relati- vo alla comunità di cui si tratta. Per una comunità religiosa composta di dieci persone, per esempio, si crede già sufficiente questo numero perchè vi sia errore comune; per una parrocchia invece occorrono di più, e cioè molti, anche se non necessariamente la maggior parte. Inoltre le stesse circostanze possono confermare maggiormente l'errore comune, per esempio se si è durante una funzione, o nel tempo in cui si accorre alle Confessioni dove è stato promesso un Confessore straordinario, al posto del quale, invece, ne arriva un altro che si scambia con quello, eccetera. Esiste anche l'opinione per una interpretazione più larga dell'errore comune de iure. Si vedano gli autori.
Vero è che nel Confessore, per la validità della supplenza da parte della Chiesa, non si richiede la buona fede; ma non per questo è lecito a qualunque Sacerdote, senza una grave ragione, provocare un vero errore comune. Che se poi, come già accennavamo al principio, le circostanze sono tali per cui effettivamente l'errore comune non esiste, nè come certo e neppure come probabile, il Sacerdote che, conscio di ciò,
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presumesse di assolvere in realtà senza giurisdizione, incorrerebbe nella sospensione a divinis comminata, e inflitta ipso facto, dal can. 2366.
Il Confessore al confessionale.
Del Confessore, soprattutto della sua sagoma spirituale e della sua vita interiore, molto va ricordato e applicato di quanto abbiamo detto abbondantemente al principio, nelle nostre preL messe e introduzioni. La « fiamma » di cui deve ardere nella sua anima sacerdotale; la « visione » che deve avere delle vita interiore, e delle meraviglie della grazia di Dio nelle anime; Io spirito. di « discernimento » degli spiriti, e degli stati delle anime, del quale dev'essere ricco; la «esemplarità » di cui deve rifulgere per essere prima modello, che maestro, e per poter trasfondere con naturale e soprannaturale « influenza personale » — come la chiama il Newnaan la virtù e la santità che nel suo ministero deve inculcare agli altri anche colla parola. Prima di aggiungere qualche altra considerazione in riferie:
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mento al Confessore, trattiamo qui brevemente anche di un aspetto esteriore del Confessore nell'esercizio del suo ministero.
1. - Il luogo e la sede. — Anzitutto il luogo e la sede per le Confessioni. L'uso di una sede speciale, di un confessionale, risale solo. al secolo XIII, e anche a più tardi. Il Codice, quanto al luogo, distingue fra donne e uomini: c Proprius confessionum focus — in generale — est ecelesia, vel oratorium saltern semi-publicum » (can. 90). Però, « confessiones viroram etiam in aedibus privatis excip ere licet » (can. 910, paragrafo 2).
Quanto alla sede, è prescritto che il confessionale per le donne: « semper collocetur in loco patenti et conspicuo, et generatim in ecclesia vel oratorio publico aut semi-publico mulieribus destinato » (can. 909, paragrafo 1). Il paragrafo 2 aggiunge: « Sedes confessionglis (per le donne, di cui si parla in questo canone) crate fixa ac tenuiter perforata inter poenitentem et confessarium sit instructa ». La Pontificia Commissione per il Codice rispondeva il 24 novembre 1920 che anche le Confessioni degli uonvini
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« non sunt per se extra talem sedem au.diendae ». Però: .
a) ciò solo « quando in ecclesia vel oratorio publico excipiuntur » — non dunque se si va fuori della chiesa, per esempio in sacrestia, o la chiesa non è pubblica;
b) notano i teologi, v. g. VELuvraEnscra « eam tamen levem esse prohibitionem liquet ». Per cui una causa ragionevole, scusa. Le eccezioni per le donne, invece, sono condizionate dal Codice: « Foeminaram confessiones extra sedem confessionalem ne audiantur, risi ex causa infirmitatis, aliave verae necessitatis, et adhibitis eautelis quas Ordina-rius lori oppprtunas iudicaverit » (can. 910, paragrafo 1). Dunque bisogna consultarle, e conoscerle.
Nei nostri collegi, non si mettano confessionali, chiusi o aperti, in presbiterio. L'inconveniente è ovvio, in vari sensi, e specialmente perchè impedisce dall'accostarsi quelli che facilmente avrebbero soggezione e vergogna di accedere in vista di tutti, soprattutto se manca altra possibilità. Viceversa, i confessionali in fondo alla Chiesa o Cappella non si mettano dietro
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una parete o così nascosti in un angolo che siano completamente fuori di vista (Mem. Biogr., III,
p. 466). Similmente, se per necessità e in speciali ricorrenze, di Buona Morte o di Feste, si adibissero aule scolastiche (possibilmente vicino . alla sala comune di studio o alla cappella, e, comunque, sempre con la debita vigilanza e assistenza), si tenga la porta aperta, soprattutto se non è a vetri, e il confessionale sia collocato in modo sufficientemente visibile dal di fuori. Quanto alla forma, ossia ai confessionali aperti o chiusi pare si debba dire:
a) è preferibile, possibilmente, che vi siano tutti e due, per ima possibile libera scelta secondo diverse esigenze e impressioni dei penitenti, uomini o giovani; quello aperto farse, almeno in generale, è più utile per potere aiutare i piccoli;
b) tenere in debito conto la consuetudine locale, se si crede d'introdurre, prudentemente e delicatamente, qualche mutamento;
e) quanto alla cabina per i penitenti, completamente chiusa e senza vetri, sebbene separata da quella attigua del Confessore, non è certo l'ideale, e, potendo, conviene provvedere diver
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samente alla necessaria discrezione e segretezza della Confessione, senza impedire ogni visibilità. Le ragioni sono più che ovvie, e possono essere anche gravi.
2. - Paramenti. — Secondo il Rituale il Confessore dovrebbe usare cotta e stola violacea, però è detto: « prout tempus vel locorum fert consuetudo » . Un decreto del 31 agosto 1867 (n. 3158) dice: « Conveniens est ut in ecclesia adbleatur stola » . Dunque la norma è direttiva,. ma non per questo da trascurare.
3. - Tempo sufficiente e puntualità. — Un punto delicato e di ovvia importanza, specie nei collegi e nelle comunità, è la comodità del tempo, e la puntualità del Confessore nel trovarsi al proprio posto. Appena la cappella 'e aperta per i primi servizi religiosi, anche il Confessore non dovrebbe essere assente. Negli Istituti dove le preghiere della sera si dicono all'aperto, in cortile, sarà da vedere la comodità o l'eventuale incomodo e disagio che ne viene per le confessioni. In qualsiasi Istituto od opera di educazione cristiana — dove effettivamente la
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9. - N. CAwn Confessori Educatori.

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preoccupazione suprema dev'essere quella di tenere costantemente le anime in grazia — la facilitazione di accedere alla Confessione pare debba prevalere su tutte le altre considerazioni.
Una sufficiente disponibilità e comodità di tempo per le Confessioni, poi, è assolutamente necessaria, se non si vuole guastare tutto con la fretta, o frustrare, almeno in parte, il frutto di questo salutare Sacramento. Se non basta il breve tempo della Messa della Comunità e delle Preghiere della sera, si provveda che alcune sere della settimana, per un tempo determinato, vi sia libertà di accedere alle Confessioni. Provvedere all'assistenza per la disciplina, senz'ombra di controllare chi vada o chi non vada a confessarsi. Bisogna essere persuasi dell'importan7a di dare molta comodità per evitare disordini e imbrogli di coscienza. Don Bosco esclama: « Fa pietà vedere lo stato di coscienza in forse nove decimi dei giovani! » E perciò voleva si desse « grande comodità » e — si noti bene — si procurassero « Confessori intendentisi di queste cose » (Mem. Biogr., XIII, p. 270). E suggeriva di provvedere alla sera dei giovedì, venerdì e sabato e alla vigilia delle feste, ecc.
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Di questo suggerimento dava resempio egli stesso, anche da vecchio, nel 1884 (Mem. Biogr., XVII, p. 379).
4. - Il cuore del Confessore. — Per la condotta generale coi penitenti, basti ricordare questa deposizione sintetica di Don Rua su Don Bosco al Processo apostolico: « Coi penitenti si regolava in modo da acquistarne tutta la confidenza, della Quale si serviva per animarli alla frequenza dei Sacramenti, e così ottenere la loro emendazione, e il progresso nella virtù... il suo sistema era la dolcezza, senza tralasciare di far risaltare alla mente dei peccatori la bruttezza dei loro peccati » (Mem. Biogr., X, p. 10). ECC() una confessione intima di impressioni su Don Bosco Confessore, fatta per lettera a Don Rua: « Solo quella calma sempre serena e tranquilla di Don Bosco, e sto per dire ;una certa indifferenza a qualunque cosa gli si dicesse; solo quel linguaggio parco, sì, ma condito delle finezze di un amor santo e d'una compassione viva ad un tempo e soave come balsamo; ed infine quel sentire, senza scomporsi mai, ripetutamente le stesse miserie: questi furono i mezzi salutari
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onde l'uomo di Dio riuscì a mettermi ben presto nell'anima non solo l'abborrimento alla colpa, ma il coraggio, la fiducia vivissima che avrei potuto anche una volta spezzare le dure catene della mia schiavitù... » (Mem. Biogr., XVIII, p. 23).
Il GALVEZ, pur laico, nel suo romanzo: « Mercoledì Santo », ossia il prete nel confessionale, ha delle pagine che rispecchiano tanto bene la soprannaturale sensibilità e perspicacia del Confessore. Eccone un tratto:
« II padre Soanas, egli scrive, indovinava lo spirito dei suoi penitenti dal tono e dal ritmo delle parole.
Una voce vibrante di emozione, troncata da punti sospensivi, rivelava un'anima sinceramente pentita.
Una voce precipitosa, una cascata di parole, esibiva il proposito di confessare a metà qualche peccato grave. Quando si parla troppo è perchè qualche cosa si vuoi nascondere.
La siccità dell'anima si lasciava vedere nel tono perentorio, nell'avarizia verbale.
Le voci striscianti e calde, rivelano dalla prima parola, le schiave dell'istinto sensuale.
La falsa angoscia era la maschera dei pecca
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tori non pentiti o a metà, pochi minuti prima della Confessione provocando afflizioni artificiali.
Il piagnisteo rivelatore del desiderio del gentim ento, o della vergogna, o della emozione di andare a raccontare un parlo peccato grave.
Il silenzio di colui che s'inginocchia significa, o timidezza, o peccati molto grandi, o lunghi anni senza Confessione, o riservatezza od orgoglio ».
5. - Il sigillo sacramentale. — Don Bosco esortando alla piena sincerità nella Confessione, vi incoraggia i giovani parlando del sigillo sacramentale, che egli chiama un « segreto terribile » per il Confessore (Mem. Biogr., VI, p. 322). Data la gravità somma dell'argomento è bene che riportiamo qui le espressioni precise del Codice, sia contro la violazione del sigillo sacramentale, così diretta che indiretta, in quanto è rivelazione del peccatore; sia contro ogni uso della scienza sacramentale che porti qualsiasi gravame al peccatore. «Sacramentale sigillum inviolabile est; quale caveat diligenter confessarius ne verbo, aut signo, aut celio quovis modo et quavis de causa, prodat alíquatenus pecccitorem » (can. 889).
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Omnino prohibitus est confessarlo usus scien7 tiae ex confessione acquistate culli gravamine poenitentis, excluso etiam quovis revelationis pericolo » (can. 890). E si noti che il paragrafo che vieta ai Confessori, divenuti dopo Superiori, di servirsi dei casi concreti conosciuti in confessione a scopo del loro governo esteriore in connessione coi casi suddetti. Sarebbe almeno indebito uso di scienza sacramentale, se uno volesse denunciare al Direttore, più o meno genericamente, disordini avvenuti in casa, nelle scuole, nella tale camerata, ecc.
E riportiaino pure qui il brano principale di, una Instructio del S. Ufficio in proposito, che è del 9 giugno 1915, ed è riportata dal GENNAROPISCETTA, Elemento Theologiae Moralis, vol. V, pp. 860-1, nota (1). Essa si rivolge agli Ordinari e ai Superiori religiosi, affinché « huiusmodi abusv.s, si quos alicubi deprehendant (uso di scienza sacramentale), prompte atque efficaciter coercere satagant — graviter onerata eorum conscientia; — utque in posterum tara in scholis theologicis; b) quam in « casus moralis », quàs vocant, conferentiis; c) et in publicis, et d) in privatis ad Clerum allocutionibus et adhorta
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tionibus, sacerdotes siti subditos edoceri curent » su questo punto: e cioè, « ne quid unquam, occasione praesertim SS. Missionum et Exercitiorum Spiritualium, ad Confessionis sacramentalis materiam pertinens - quavis sub forma et quovis sub praetextu - ne obiter quidem - et nec dirette - neque indirette (excepto casu necessariae consultationis iuxta regulas a probatis auctoribus traditas proponendae) - in suis seu publicis - seu privatis sermonibus ».
Dunque non si può parlare di peccati e di cose udite in Confessione (come tali, appellando, per esempio, alla nostra esperienza di confessori, ecc. ecc.), nè facendo prediche e conferenze, nè in semplice conversazione, anche per semplice scambio di esperienze pastorali. Solo il caso di una vera necessità di consultazione è contemplato e ammesso dalla Instructio. Ed anche in questo caso, è detto, sono necessarie cautele e norme precise, principalmente, come si comprende, per sopprimere ogni possibilità di allusione e di violazione, diretta o indiretta, del segreto: evitando quindi, certi particolari: come « oggi », « in parrocchia », « confessando da noi », « stamattina », « un giovane, un uomo
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sui... », « mina suora », « un prete », « il primo
- che... », ecc. ecc. Soprattutto vanno taciute cer
te caratteristiche, più o meno singolari del caso,
che lo rendono facilmente individuabile se ca
pita lo stesso penitente dal nastro consulente.
Motivo fondamentale di questo divieto è che il
parlare fra preti di cose di Confessione riusci
rebbe di gravame, sia pure in generale, ai peni
tenti e nuocerebbe alla loro stima per i Confes
sori come pure alla confidenza nella Confessione.
Quanto al ricordare i peccati passati al penitente nelle seguenti confessioni, è certamente, per sé, lecito, e non mai contrario al sigillo sacramentale: si tratta, infatti, sempre dello stes-. so foro interno sacramentale, e lo può richiedere la stessa prudente amministrazione del Sacramento. Non si deve fare, però, senza una giusta causa o motivo ragionevole. Se il motivo è da poco, e si teme che la cosa riesca molesta al penitente, sí ometta di farlo.
Parlarne col penitente fuori di Confessione sarebbe uso indebito di scienza sacramentale, facendolo senza il suo permesso. È sempre utile, al riguardo, rivedere altri casi, e altre determinazioni particolari presso gli autori.
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L'ordine di una Confessione-tipo.
Naturalmente c'è da tenere conto di certe differenze e usanze locali, specialmente in paesi e nazioni diverse. Sostanzialmente si deve tenere per base il Rituale. E poi, da più a meno, si può seguire, specialmente in Italia, quest'ordine.
— Il Confessore suole benedire il penitente: « Dominus sit in ore tuo, ut bene confitearis peccata tua». Sta bene dunque che si educhi il penitente che accede a segnarsi di croce, e a domandare la benedizione al sacerdote: « Padre, beneditemi (o: perdonatemi), chè ho peccato ». La successione o simultaneità della domanda e della risposta è secondaria; è importante, invece, che il penitente venga edotto di ciò che fa o dice il Confessore. Il Sacerdote potrà soggiungere il saluto: « Sia lodato Gesù Cristo », insegnando al penitente di rispondere: « Sempre sia lodato ». Lo stesso Rituale suggerisce d'insegnare a segnarsi di croce, e — ciò che particolarmente vale per i. ragazzi e giovanetti — a stare composti « qua decet humilitate mentis et habitus, et flexis genibus ».
— Il Confessore — se già non lo fa sponta
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neamente il Penitente — domandi, secondo il Rituale, « da quanto tempo non si confessi — se abbia fatto la penitenza — se si era confessato bene, dicendo tutto, pentito — se abbia fatto con diligenza l'esame di coscienza ». Coi penitenti regolari non sarà necessario farlo sempre, ma ogni tanto serve quasi di richiamo. Il Rituale dice di chiedere, se non si sa già, lo stato di vita del penitente (Adulto, sposato, religioso, Sacerdote o in SaCris : talora si ricava ciò durante la stessa Confessione; si può educare a dichiararlo spontaneamente).
— Il Rituale suggerisce, all'inizio, il Confiteor al penitente, o che dica almeno « Confiteor Deo onnipotenti, et tibi, pater : Mi confesso a Dio onnipotente, e a voi, padre », ché ho peccato. Il Confiteor intero, se vogliono, sarà meglio che lo dicano prima, al loro posto, per risparmiare tempo.
— Il penitente dica, con sincerità, pentimento, e proponimento, i suoi peccati. Se è penitente regolare, impari a render conto, prima o dopo, del proponimento della Confessione precedente. E da sè, o aiutato dal Confessore, confermi o cambi il proponimento per la settimana
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o per il periodo seguente. Aggiunga in fine; sempre, spontaneamente, la rinnovata accusa di tutti gli altri peccati passati, e di quelli che eventualmente non ricorda. Può dire: « Di questi,
e dì tutti. gli altri peccati passati, che non ricordo, o forse mal confessati, mi pento, e domando a Dio perdono, e a voi, Padre, l'assoluzione ».
Il Confessore non interrompa, per non di-strane o disturbare il penitente, salVo che pet capir meglio qualche cosa: « Come?... Gravemente?... Da solo?... Spesso?... Quante volte?..:
e simili. Specialmente non rimproveri interroinpendo, spingendo a tacere sacrilegamente qualche colpa grave! Anzi dia confidenza, ed esorti a dir tutto con umiltà, senza falsa vergogna; che guasterebbe la Confessione. Aiuti, con prudenti domande, per la necessaria integrità secondo la specie e il numero dei peccati gravi, secondo la presumibile coscienza del penitente Ciò faccia, con opportunità e discrezione; anche con penitenti in buona fede, a titolo di doverosa istruzione religiosa e morale, ed eventualmente per un'altra volta.
— Seguano le opportune correzioni e ammó
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nizioni, da fare con paterna carità, al penitente; si cerchino parole efficaci ad eccitarne il dolore; ad emendare la sua condotta e a fargli condurre una vita migliore; si suggeriscano rimedi opportuni.
Non manchi il Confessore di avvertire contro certe forme; quasi superstiziose, di pietà: come di chi crede di salvarsi solo perchè dice di credere in Dio, o magari recita spesso il rosario per i morti, ma intanto commette numerosi peccati mortali, di bestemmie, d'impurità, o d'altro, senza darsi cura di confessarsi che molto raramente, e forse con disposizioni molto dubbie. Brevi e semplici interrogazioni, prudenti e quasi ispirate, possono scoprire talora simili stati di coscienze gravemente compromesse.
— Altre avvertenze speciali per il Confessore: regoli opportunamente la penitenza, che serva di medicina, ma anche di espiazione; possibilmente penitenze contrariamente corrispondenti alle colpe, secondo il Rituale. Se il penitente ignorasse i rudimenti della Fede, lo istruisca quanto occorre per la validità soprattutto del Sacramento (Misteri principali; Notissimi; senso del Sacramento della Confessione e della
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Comunione, ecc.); veda se i penitenti siano degni dell'assoluzione, o se questa sia da negare,.
o da differire. Infine stia attento se si tratta di
casi riservati, oppure se si sia incorsa quakhe censura. Come si vede, sono cose queste che
esigono studio e revisione della Teologia morale e del Codice di Diritto Canonico, come pure delle disposizioni dell'Ordinario del luogo.
Eccetto che si tratti di fanciulli, non si dia del « tu ». Così si eviti di rivolgersi, alle penitenti coll'appellativo di « figlia mia » (cfr. Card. VIVES, op.
Sarà opportuno riferire qui due esplicite dichiarazioni fatte da Mons. Cagliero nel Processo Informativo per la Causa -di Beatificazione Canonizzazione del nostro Santo Fondatore:
« Don Bosco ritenne sempre essere sua missione speciale la gioventù; quindi si occupava difficilmente delle confessioni e della direzione spirituale delle donne. Anzi spinse la sua delicatezza sin all'estremo di non prendersi diretta cura dell'Istituto da lui fondato delle Figlie di Maria Ausiliatrice... ».
« La stessa delicatezza e lo stesso riserbo usava Don Bosco anche nella sua età avanzata;
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non trattando mai con familiarità, nè dando mai del tu a fanciulla alcuna; eccettochè fosse una -bambina di pochi anni; ed anche in questo caso posso assicurare che non la guardava, ma, rivoltele alcune sante raccomandazioni, la benediceva insieme coi propri genitori » (Mem. 13iogr., 31, p. 637 s).
— La posizione normale nei confession2li aperti., può essere quella di stare con le mani giunte o con un braccio su un genufiessorio (evitando di « abbracciare » propriamente), e Con l'altra mano sul ginocchio, o davanti alla bocca se vi sono persone vicine che potrebbero ascoltare o capire (taluni reggono la stola all'altezza della faccia). Non si tocchi faccia a faccia, specie con fanciulli o giovanetti; è anche bene evi--tare di guardarli in faccia, per non incutere facile soggezione. Specialmente cdi piccoli, una mano delicatamente sulla spalla, oppure sul capo, può servire talvolta per impedire che si rigTino e stiano distratti. Ma può bastare anche una semplice parola, un invito a guardare il Crocifisso, a stare bene con le mani giunte, o simili. Per principio tenere questa nonna: Non toccare in:alcun modo il penitente.
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Le interrogazioni.
Una Cosa molto importante nel confessare, specialmente i più giovani (ma, evidentemente, non solo questi!) è quella di creare un'attuosfera di comunicatività, un discreto dialogare! Non bisogna essere dei Confessori... tangenziali? Che, cioè, come una tangente al cerchio, appena appena sfiorano il penitente e il suo caso, e partono dritto con le loro generiche e impersonali o astratte enunciazioni! Questo dialogare — che incatena e impegna nel medesimo tempo — si fa specialmente con un prudente interrogare, e con prudenti ed opportune esortazioni dei caso. Parliamo qui delle interrogazioni, e poi delle esortazioni.,
1. - Le interrogazioni — ecco un'osservazione fondamentale! — hanno per scopo essenziale quello di assicurare la bontà di una Confessione, e, soprattutto, di sanare una Confessione eventualmente sostaTivialmente viziata, o. per incosciente indisposizione invalidante, o, peggio, per volontario difetto di sincerità, di pentimento, e di proponimento specie in materia grave, quindi
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per sacrilegio. Ci può essere, poi, anche quello di migliorare, e di dare iena direzione spirituale. Or ecco altre due avvertenze importanti.
a) La prima la esprimo con le parole di Don Bosco, e vale tanto per lo zelo di prudenti interrogazioni, che di sagge esortazioni: « proprio da dire che l'aggiustarsi delle coscienze viene direttamente da Dio, il quale di tanto in tanto, forse senza nessuna occasione straordinaria, fa rinsavire ». E aveva detto prima: « Fa pietà vedere lo stato di coscienza di forse nove decimi dei giovani! Né l'avere ogni comodità li mette a posto! Bisogna persuadersi che quando un giovane ha la disgrazia di lasciare imbrogli sulla coscienza, per lo più va avanti anni e anni, e non vi è solennità o muta d'esercizi o morte dì altri che lo colpisca » (Mem. Biogr., XIII, p. 270). E di sacrileghi se ne trovano anche negli adulti, e anche nei preti (Mem. Biogr., XV, p. 707). Un prudente e paterno interrogare può rimediare a gravi, e forse inveterati imbrogli di coscienza, inducendo a Confes, sioni generali, secondo uno schema semplice e breve, ma completo e sicuro. (Cfr. le opere del Grazioli e dello Zelle, citate nella bibliografia).
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b) La seconda la esprimo con le parole di Ezechiele, per dire che, quindi, non dobbiamo dispensarci dall'interrogare con semplicità e prudenza « se c'è alizo », « se nulla più turba la coscienza », « se sono contenti, e hanno detto tutto, proprio tutto », dal ripetere « che abbiano fiducia, e non si lascino ingannare dal demonio », « che la morte può venire all'improvviso », e quindi « teniamoci sempre preparati, facciamo sempre buone Confessioni », ecc. « Fili hominis, speculotorem dedi te: super domum Israel. Si, dicente me ad impium : Morte morieris, non annuntiaveris ei, neque locutus fueris ut avertatur a via sua impia, et vivat: ipse impius
in iniquitate sua morietur con responsabi
lità sua); san.guinem autem eius de manu tua requiram (= ma sarà anche colpa tua). Si autem tu annuntiateris irnpio, et ille non fuerit conversus ab impietate sua, et a via sua impia, ipse quidem in iniquitate sua morietur, tu autem animain tuam liberasti » (Ezech., III, 18-19).
2. - Obbiettivi delle interrogazioni? Alcune si fanno a scopo, diciamo così, negativo: per scoprire eventuali peccati taciuti; altre a scopo
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lo. - N. Cioaza.ratra, Contesso Pi Educiatad.

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positivo, costruttivo. Di primo tipo sono doman
de dirette ad assicurare, come ho g à accennato,
la sincerità dell'accusa quanto alla specie (Messa festiva, Carni di venerdì, Purezza nei pensieri volontari e desideri, nelle azioni, Bestemmie, Furti, ecc.), e quanto al numero (quante volte. ogni quanto, in media, ecc.); quanto a sacrilegi; quanto a Confessioni passate mal fatte (da quando, per quanto tempo; con che frequenza; in media almeno, se non si può sapere con grecisione). Certo, occorrono lumi, abilità e grazia speciale. Per questo Don Bosco dice — e lo dice anche il Rituale — « ogni mattino raccomandate a Dio, le occupazioni della giornata, nominatamente le Confessioni » (Mem. Biogr., XI, p. 390). Anche accedendo al confessionale : Veni Sancte Spiritus...! Emitte caelitus lucis tuae radium...! Don Bosco prima di andare in confessionale raccomandava al Signore la propria purità (Mem. Biogr., VII, p. 82; IX, p. 387). Le interrogazioni devono servire, poi, ad assicurare il pentimento e il proponimento. Sono infatti questi i tre lacci visti nel sogno che guastano le confessioni: tacere, confessioni senza pentimento, confessioni senza proponimento (Mem. Biogr.,
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VI, p. 356; IX, p. 595; X, p. 56). Si ricordi la grave testimonianza di Don Bosco sulle confessioni passate dei giovani, la sua convinzione: « Purtroppo, una lunga esperienza mi ha persuaso esservi bisogno di far fare la Confessione generale ai giovani, che vengono nei nostri collegi; o almeno questa Confessione essere loro vantaggiosissima (Mem. Biogr., XII, p. 91).
Naturalmente non tutte le interrogazioni vanno fatte a tutti. Con penitenti occasionali, saltuari e di lunga data, tre, cinque e più mesi, ed anni, son più necessarie che con quelli regolari. E anche con questi « non illudersi di avere tutta la confidenza di tutti » (Don Bosco).
3. - In materia delicata, poi, bisogna essere molto cauti. t bene anzi, per quando occorra, formarsi un formulario, modi di dire sobri, chiari sufficientemente ma pudichi. Si veda il Rituale. Si veda pure l'opuscolo citato del nostro Don Luzi, La condotta dei Confessori riguardo
al Comandamento. E Don Bosco fa eco :
« raccomandando ai Confessori radunati molta cautela nell'interrogare i ragazzi sulle cose lubriche, per non insegnar loro, quello che non san
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no », (plein. Biogr., VII, p. 192), e d'altra parte che « loro non rincrescesse di impiegare il tempo necessario per disporre con zelo i penitenti che non fossero disposti » (Mem. Biogr., VII, p. 193). A proposito della materia de sexto felicemente si era espresso il compianto Don Caviglia., in una muta di Esercizi a Chieri, dicendo che troppo si parla di « pedagogia della castità », ma 'che altrettanto, purtroppo, si dimentica la « castità della pedagogia ». E voleva significare il senso cristiano, e il riguardo dovuto al fanciullo e al Sacramento.
Per la necessaria istruzione i figli sono da indirizzare di regola ai genitori, preferibilmente alla madre, o il figlio al padre, la figlia alla madre. Mancando genitori capaci, toccherebbe a buoni educatori dire con sommo pudore e discrezione iI necessario. Il modo non è facile a dirsi, implicando un complesso di abilità, di finezze e di accorgimenti, pur nella massima semplicità, elevata delicatezza e naturalezza, con riferimento a cose sante, e alla grazia. Cose utili si possono vedere presso P. MARCOZZI, 5. J., Le beatitudini della castità.
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4. - Noi vorremmo notare qui una cosa, che ci pare di notevole importanza su questa materia: il suggerire libri è sempre ben fatto? Noi crediamo meglio, per sè, se si potesse dire quel tanto, che è necessario e sufficiente, opportuno e proporzionato, graduato, anzichè senz'altro, mettere il libro in mano. Il motivo di questa cautela sta nel fatto, che il penitente ha un punto, o qualche punto che lo assilla. Il libro invece, per natura sua, gli proporrebbe e susciterebbe tutti i problemi in una volta! Il che, spesso, non è, crediamo, senza inconvenienti, talora forse gravi.
Le esortazioni e ammonizioni.
1. - Facciamocene un autentico dovere, e impariamo a saperle fare efficacemente, e con molta chiarezza, sobrietà e brevità. Non moltiplichiamo le parole, facendo delle vere prediche o conferenze, che dissipano, od anche disorientano il penitente. L'ideale sarebbe, rivolgere brevi parole — principi, o esortazioni, o considerazioni, e ammonizioni — chiare e sentite, semplici e incisive, ripetute e ribadite, CO
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sicché rimangano impresse nella memoria e tocchino il cuore, stimolando la volontà. Se aggiungiamo qualche necessaria spiegazione, abbiamo l'avvertenza di ritornare su quelle brevi espressioni, principi, massime, ripeterle e ribadirle: se no, restano sepolte fra le altre parole!
Un criterio pratico, per misurare la propria maturità, e sufficienza di preparazione remota, può essere questo: ricordare che i brevi momenti della Confessione normale e comune, rappresentano il « tempo psicologico » sufficiente — come misura di detta maturità. e preparazione remota e sufficiente del Confessore — per una solida, chiara e sobria risposta risolutivo-direttiva del caso. In quel breve intervallo egli deve essere così pronto e preparato — esperto spiritualmente, e docile misticamente allo Spirito Santo — da riuscire:
a) a comprende-re, interessandosi...;
b) a semplificare, ascoltando...;
c) a maturare, elaborando...
Comprendere, cioè, il caso e lo stato d'animo; semplificare e sfrondare la sostanza dalle cose inutili o secondarie; maturare la risposta, il
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giudizio, l'avvertimento, il consiglio, elaborando la forma. chiara e paterna, adatta ed efficace, sapiente e ispirata.
Il grande. moralista P. Vermeersch, S. J., parlan.do di « paenitentes parum pii », fra i quali però include anche i così. detti « pasqualini
« raro, v. g. solo tempore paschali ad tribunal Paenitentiae accedentes » pensa che un Confessore abile dovrebbe riuscire a confessarli bene anche in breve tempo. Anzi, « ea dexteritate, dice, tractandi sunt, ut is, paucis momentis, noverit eos suffioenter interrogare, ad sinceram contritionem perducere, et paternis consiliis magis pacificatos, instructos, et contentos de facta confessione reddere » (Theol. Mor., t III, 1927, p. 468).
2. - Di Don Bosco si legge che « in tempo relativamente breve egli spicciava gran numero di penitenti, perché era piuttosto sbrigativo negli ammonimenti » (Mem. Biogr., XIV, p. 121). Alcuni mettevano in carta gli avvisi ricevuti. Un esempio si può vedere nel citato volume in fondo, Documento n. 15, note di un chierico. Naturalmente ci sono penitenti e penitenti (cfr.
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Mem. Biogr., VIII, p. 824). Di Domenico Savio sappiamo che non passava mai i dieci minuti nei suoi trattenimenti con Don Bosco per l'anima sua. Particolarmente da inculcare la brevità con le donne: « sermo brevis cura mulieribus est habendus » (Sant'Agostino). Alle Clarisse di Alassio. Don Bosco pose come condizione per andarle a confessare, che nessuna oltrepassasse i tre minuti nell'accusa (Mem. Biogr., X, p. 12). Anche alle Figlie di Maria Ausiliatrice Don Bosco raccomandò nella Regga la stessa sobrietà e brevità. La regola T del Titolo undecimo dice così: « Al tribunale di penitenza si accosteranno regolarmente ogni otto giorni. Nell'accusa dei loro falli si studino di omettere le circostanze inutili; siano brevi, e dicano con semplicità e umiltà le loro colpe in egual modo, che se le accusassero a Gesù Cristo » (cfr. Mem. Biogr., XIII, p. 212).
È più facile che si richieda più tempo per disporre un indisposto al pentimento, al proponimento, alla sincerità, che non per ottenere una sufficiente integrità di accusa. Per questa è bene avere presente un quadro: praticamente i Comandamenti di Dio, e della Chiesa, i principali
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doveri dello stato del penitente, e — con particolare prudenza e perspicacia — toccare con brevi e non eccessive domande ciò di cui più fondatarnente si sospetta. Certi modi troppo sbrigativi di accusa sono facilmente sostanzialniente incompleti. Viceversa, s'istruiscano o si ammoniscano i penitenti a sfrondare e a correggere il loro modo prolisso di accusarsi, specialmente 'donne e bambini, ma talora anche uomini. Si insegnino le forme brevi e pudiche, pur sufficientemente chiare, per accusare certe colpe. Come le interrogazioni, così le esortazioni mirino anzitutto — soprattutto dove si tratti di peccati mortali, di sacrilegi, di scandali — ad assicurare ed aiutare il pentimento e il proponimento.
Per il pentimento bisogna riferirsi ai Novissimi (la morte e il giudizio di Dio; le angustie in punto di morte; la morte improvvisa; l'eternità dell'inferno) alla Bontà di Dio (ingratitudine; gravità dell'abuso dei suoi stessi doni) e particolarmente alla Passione, a momenti particolari della Passione di N. S. G. C. (Oltre la base storica del Vangelo, si veda ANNA CA-
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R1NA EmblEnnc, La Dolorosa Passione di Nostro Signore Gesù Cristo., Erliz. Paoline, che può suggerire anche spunti concreti, particolarmente toccanti, e commoventi).
Per il proponimento è necessario interessarsi di quello che si era promesso nella Confessione precedente; insistere che è, praticamente, l'unico segno di garanzia, tanto per il Confessore che per il penitente, della stessa serietà del pentimento: dove l'esecuzione del proponimento, dei consigli, dei mezzi promessi è nulla, c'è molto da temere per la validità delle nostre Confessioni. Don Bosco diceva: « Ciò che manda più gente all'inferno è la mancanza di fermo proponimento nelle Confessioni » (Mem. Biogr., X, p. 56). « Dai frutti si conoscerà se siansi fatte buone Confessioni » (Mem. Biogr., XI, p. 21). « Osserva il profitto che ricavi dalle Confessioni: il frutto di queste deve essere l'emendazione » (Mem. Biogr., IX, p. 596). « Per trar frutto dalle Confessioni non basta accostarvisi
sovente, ma bisogna sforzarsi di non fax peccati » (Mem. Biogr., VIII, p. 33). Procurate da una
Confessione all'altra di non far peccati, e sarà questo il più bel frutto della Confessione »
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(Mem. Biogr., VIII, p. 33). E si spieghi che la fermezza del proponimento e della volontà, non consiste in una emozione o impulsività passeggera del sentimento, ma nella tenace fedeltà, anche se apparentemente molto pacata, a mettere in pratica i consigli ricevuti e i propositi fatti (cfr. BEAUDENOM, in Pratica Progressiva della Confessione). a La prima furberia: mettere in pratica gli avvisi del Confessore » (Mem. Biogr., VI, p. 852; VII, p. 84; VIII, p. 823; IX, p. 938; IX, p. 595). Si potrebbe dire che D. Bosco insiste soprattutto sul proponimento, come il Faber insiste sul dolore costante e sincero, dei propri peccati (cfr. FABER, Le Conferenze spirituali: Perché così poco frutto di tante Confessioni).
4. - Certo, per le cose da dire e suggerire nella varietà così grande, sia pure accidentale, di tanti casi, bisogna avere abbondanti risorse di dottrina e di esperienza. Per questo Don Bosco diceva, da una parte, che « prima di proporci maestri agli altri è indispensabile che noi possediamo quello che agli altri vogliamo insegnare » (Mem. Biogr., X, p. 1104); e, dall'altra, noi ricordiamo qui il suo detto, che < per imparare è
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necessario leggere, leggere libri molto utili » (Mem. Biogr., XIII, p. 430).
Quanto ai modo, nell'ammonire, occorre tanta bontà, e pazienza. «per ottenere che si facciano le cose bene in Confessione bisogna avere carità e carità, e tanta carità » (Mem. Biogr., XII, p. 91). Se Don Bosco ripeteva che « ramorevolezza dev'essere il carattere di tutti i superiori » (Mem. Biogr., XII, p. 8) quanto più deve esserlo di tutti i Confessori!
5. - In particolare si procuri di esortare alla stabilità del Confessore. Bisogna nello stesso tem- po — per prudenza — inculcarne l'importanza, ma, insieme, la libertà di scelta del Confessore che più piace o, piuttosto, che più aiuta a farsi migliori. E straordinaria l'insistenza di Don Bosco su questo punto. Si veda nella Biografia di Domenico Savio! Ai Superiori ripeteva: « Insistete che vengano con frequenza a confessarsi: è questo il mezzo più sicuro per tenerli lontani dal peccato » (Mem. Biogr., II, p. 152). E ai giovani: « Andate con frequenza a trovare il vostro Confessore, pregate per lui, seguite i suoi consigli. Quando avrete fatto la scelta di un Confes
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sore — che conoscete adatto per i bisogni dell'anima vostra — non cangiatelo più senza necessità. Finché voi non avrete un Confessore stabile, in cui abbiate tutta la vostra confidenza, a voi mancherà sempre l'amico dell'anima » (Mem. Biogr., II, p. 152). Ma soggiunge, « piuttosto che fare un sacrilegio cangiate non una, ma mille volte il Confessore » (Mem. Biogr., II, p. 151). Lo sconsiglia però come « molto pericoloso per la virtù della modestia » (Mem. Biogr., VII, p: 84).
6. - Con semplici e opportune domande (per es.: Se sono tranquilli sulle Confessioni passate: Se sempre si sono confessati bene, hanno detto tutto, ecc.) può venire opportuna — anche spesso — l'esortazione alla Confessione generale, sia per assoluta necessità, o sia per grande vantaggio e sicurezza. Già riferita la convinzione di Don Bosco su tale bisogno pei giovani che vengono nei nostri collegi, e dove, forse, per la prima volta cominciano ad avere un Confessore stabile e regolare (Mem. Biogr., XII, p. 91; XIII, p. 270). E si spieghi come farla con semplicità e facilità. Don Bosco diceva a un chierico, per la
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Confessione annuale: « Non venire tanto alle particolarità, ma di' solamente le cose più importanti » (Mem. Biogr., XVI, p. 713). Si richiede, per la Confessione Generale, almeno l'accusa di tutti i peccati mortali, e del numero o della media approssimativa.
7. - Le esortazioni e ammonizioni del Confessore non siano « chiuse » al caso singolo e immediato da giudicare e da assolvere; ma « aperte », miranti a ribadire, a stimolare ed educare alla costanza in una data virtù, in tutte le virtù, almeno progressivamente, ma coscientemente e impegnativamente. Se « gli incostanti fanno cattiva riuscita in tutto » (Mem. Biogr., VII, p. 923), Don Bosco diceva, invece: « Si faccia gran conto d'un giovane quand'è costante nel bene ») (Mem. Biogr., XI, p. 279). Nel bene, vale a dire nella virtù e nella Grazia di Dio, nell'osservanza della Legge di Dio.
A questo proposito si ricordi che la perseveranza finale — <c magnum illud usque in finem perseverantiae donum », come dice il Concilio di: Trento — da cui dipende l'eterna salvezza, Bari si può propriamente meritare, ma solo im-
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plorare e impetrare con la preghiera dalla Misericordia di Dio: « Qui perseveraverit usque in finem, hic salvus erit (Mt., X, 22). « Orate
orate pro invicem ut salvemiid » (iao., V, 16). A quelli, però, che particolarmente s'impressionano di questo problema, si parli molto della Misericordia di Dio: « Numquid voluntas mea est mors impii, et non magis ut convertatur et vivat? » (Ezech., XVIII, 23; XXXIII, 11). Piuttosto s'insinuino, insieme, sentimenti di confidenza, rifacendosi al Vangelo (Figliuol prodigo, adultera, buon ladrone, Giuda stesso), e di pentimento o contrizione perfetta e universale (cfr. P. STRADELLA, Dalla Morte alla Vita: La Contrizione perfetta).
8. - Si connetta spesso il presente con l'avvenire, specialmente dei penitenti giovani. Si parli — positivamente, come Don Bosco — della virtù: della gioia di essere puri, in grazia, amici di Dio : che hanno nulla da temere, neppure Dio stesso, nè la morte (pur senza presunzione); vi, ceversa, sí parli della tristezza di sapersi inimicato Dio, sempre col timore della morte e del giudizio di Dio; del dormire incerti di una morte
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improvvisa, col peccato mortale nell'anima; dello stringere sempre più le catene del vizio con le ricadute; del non addossarsi gravissime responsabilità di fronte al a scelta dello stato di domani: come futuro sacerdote, religioso, o padre di famiglia, ecc.
Si prevengano, per questo, i giovani peni--tenti contro i pericoli e i mali esempi o consigli dei compagni, di oggi e di domani: stiano attenti, e siano di carattere, usino costantemente dei Mezzi, e, soprattutto, non abbandonino mai la Preghiera e i Sacramenti. Se poi si trattasse in particolare di aspiranti, si ricordi loro questo solenne monito : «i candidati per le Missioni siano di virtù provata » diceva il Papa a Don Bosco (Mem: Biogr., XIII, p. 499).
9. - Consigliare molto la mortificazione. Principi per Don Bosco erano questi: « La Mortificazione 'è l'abbici della Perfezione! » (Mem. Biogr., XIII, p. 210). « Il nostro corpo è l'oppressore dell'anima: dunque bisogna domarlo non la mortificazione » (Mem Biogr., IX, p. 998). a Chi non vuoi patire con Gesù Cristo in terra, non potrà godere con Gesù Cristo in cielo »
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(Mem. Biogr., II, p. 362). Di qui tirava le sue conseguenze e raccomandazioni pratiche: « Incominciate a mortificarvi nelle cose piccole, per potervi poi facilmente mortificare nelle cose grandi » (Mem. Biogr., III, p. 614). « Chi non mortifica il corpo none nemmeno capace di far buone preghiere » (Mem. Biogr., IX, p. 352; cfr. minuta esemplificazione di mortificazioni adatte per ragazzi (Mem. Biogr., XII, p. 143 s). « Colle piccole mortificazioni si avrà il fervore nella preghiera, si vinceranno le insidie del corpo, la virtù trionferà » (Mem. Biogr., IX, p. 355; 998). Per• ricopiare in noi i, patimenti di Gesù Cristo i mezzi non mancano; sopportare il caldo, il freddo, le malattie, le cose, le persone, gli avvenimenti senza lamentarsi (cfr. Mem. Biogr., IV, p. 216; XII, p. 144). « Mortificazione negli sguardi, nel riposo, nel cibo, e specialmente nel vino » (Mem. Biogr., XII, p. 470). Permettere anche di disfarsi qualche volta di parte della colazione, o della merenda. a Le tue mortificazioni siano nella diligenza ai tuoi doveri e nel sopportare le molestie altrui » (Mem. Biogr., X, p. 1041). Anzi, in questo, anche eroismo nel sopportare i. torti altrui (Mem. Biogr., VII, p. 292, XII, p. 880).
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- N. Csiurr.I.Ext, Confessori Educa Cori.

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« Non tutti possono digiunare », dice Don Bosco (geni. Biogr., V, p, 556). Ma egli pure aikerrna che il digiuno é « Anna potentissima adverStis insidiar diaboli » (Mem. Biogr., XV, p. 184), « Accadrà talvolta che manchi la razione ordinaria: ebbene, si profitta per fare un po' di mortificazione allegra » (Mem: Biogr., XIV, p. 363). « Si dirà, spiegava: Ho bisogno di digiunare qualche tolta per vincere le mie tentazioni: dacché l'occasione mi si presenta, scelgo oggi »...
10. - Abbiamo già parlato altrove dell'ammonire sulla responsabilità e sulla influenza propria nell'ambiente: ammonire di non subire, e di non influire malamente; ma anche dare consigli opportuni per influire salutai-mente, con l'esempio soprattutto e con la preghiera, con qualche buona parola, buon consiglio, o ferma risposta, prudente ed opportuna, ma ferma e serena.
11. -• Aggiungiamo un accenno sull'inculcare molto nelle confessioni le due devozioni al Sacra Cuore di Gesù o a Gesù Eucaristica, e a Maria SS., Trama:Colata, Ausiliatrice. Non si può dite quanto, e con che spirito intendeva Don
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Bosco' si facesse ciò, meglio che con queste sue brevi parole: « Io voglio che scuotiate due ali spirituali: La prima ala è la divozione alla Madonna SS.; l'altra è la divozione a Gesù Sacra, rasentato » (Mem: Biogr., XI, p. 390). Noi diremo solo, qui, che ci si studi di parlare di Gesù e di Maria, e di farli sentire e amare, come persone vive, conosciute e amate t non come « cose », o come « esseri astratti, assenti »..:
12. - Raccomandare qualche lettura a seconda delle persone e della possibilità. Dome, nico Savio veniva consigliato, e consigliava egli stesso di leggere libri: l'Imitazione, Vite di Santi. Giovano assai anche libri dì formazione: per esempio POLLiEN, Cristianesimo vissuto ed altri citati sopra nella bibliografia per categorie.
Anche opere di autori mistici, e di vita contemplativa? Con prudenza grande, se del caso. Citiamo, a titolo di... curiosità o d'informazione, una parola di Don Bosco in proposito. È una risposta data a Don Rua, che aveva domandato se in casa vi fossero dei giovani ai quali sarebbero stati adattati tali libri : « Coloro che potrebbero leggere questi libri ed essere capaci di compre»,
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derli, non si credono tali, poiché se sí sentissero da tanto, guai a loro: Iddio permetterebbe che fossero umiliati » (Mern. Biogr., VII, p. 40). Questo per le illusioni, che sono possibili, in tutti, e particolarmente facili nelle donne. (Cfr. S. Giovanni della Croce, e Santa Teresa d'Avita. II Confessore, se sospettasse qualche caso straordinario, sia prudentissimo. Usi molto riserbo e naturalezza. Preghi, osservi, e studi. Soprattutto sia fedele al segreto; se vi fossero fatti esterni, fondati e ripetuti, potrà consultare l'autorità ecclesiastica...
Infine, pur senza prevenire l'azione della grazia, il Confessore non manchi di un piano, di un programma, adatto ai singoli penitenti, per spingerli gradatamente alla Perfezione, dopo averli condotti alla Riforma della vita (Mem. Biogr., II, p. 532; VI, p. 387; III, p. 71; cfr. pure VII, p. 720, e specialmente p. 292 s).
Direzione per corrispondenza?
1. - Balza ovvio agli occhi di chiunque la delicatezza della questione. Per cui, ci sembra, do
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vrebbe essere pacifico che, in linea di principio, la risposta dovrebbe essere questa: negative, salva necessitate, et prudenter adhibitis debitis cautelis. Per i giovani, tra l'altro, si può vedere ciò che ne dice Don Gnocchi in La direzione spirituale e la gioventù del nostro tempo, p. 25 ss. In senso salesiano, si veda un po' tutto l'epistolario di Don Bosco. Quanta semplicità e quanta prudenza, eppure, bisogna aggiungere, quanta efficacia! Egli sa accoppiare anzi fondere brevità e sostanza, generalità di principi e concretezza di massime, chiarezza e prudenza, sufficienza e discrezione.
E infatti è necessario distinguere casi da casi. Mentre non è raccomandabile affidare alla carta cose strettamente intime e di coscienza, soprattutto materia di peccato, presenta minor inconveniente corrispondere in materia di virtù e di positivo progresso nella perfezione. Più passabile nei riguardi di giovani e di adulti, non lo è altrettanto con persone di altro sesso, per le quali deve bastare normalmente il confessionale, e il suggerimento di lettura opportuna. Quando poi fossero assenti, o andassero lontano si rivolgano ad altro Sacerdote del luogo.
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2. - È pure da tener presente che, quando ci -si dice o si pretende di parlare e di scrivere come fosse in Confessione », conviene spiegare chiaro ehe nella corrispondenza la Confessione, e soprattutto, il sigillo di Confessione non c'entra affatto. Si userà, naturalmente, della dovuta attenzione e discrezione, ma, comunque, chi scrive, prenda la cosa a tutto suo rischio. Chi scrive poi, è naturalmente libero di scrivere quello ehe vuole, chi deve rispondere, invece, essendo Sacerdote, Confessore, o direttore spirituale, decisamente si terrà sulle generali: lascerà all'interessato intuire l'allusione o piuttosto la trasparente applicazione ai caso sottinteso. In tanti casi non creda il Confessore troppo facilmente alla necessità. Qualora la giudicasse . tale per qualche breve tempo, dichiari però e insista, efficacemente e seriamente, a che si cerchi un direttore spirituale in loco. Se si tratta di penitenti avuti già per un tempo notevole, si dica che conoscono lo spirito e le direttive, si ~arma quelle, sciogliendo così da sè gran parte, forse la maggior parte dei loro casi.
Pur riconoscendo rapporto indiscutibile di particolari qualità o doti personali di un buon

direttore spirituale, è pur vero che un tal direttore dovrebbe considerare come parte principale del suo ministero educare a quello spirito vivo e forte di fede, che leghi molto più il penitente al sacramento della Confessione, al carattere sacerdotale in quanto tale, che non alla propria persona, o scienza o doti di qualsiasi genere: in modo, almeno, da escludere poco lodevoli esclusivismi, o esagerate esigenze, e pretese, quando le circostanze, l'obbedienza e la Provvidenza portano a necessarie separazioni, ad allontanamento del penitente o della penitente, oppure del padre spirituale per motivi di obbedienza o di ministero. È, del resto, assioma di grandi maestri, che bisogna dirigere in tal maniera le anime, che non abbiano sempre bisogno della direzione, o, almeno, proprio della nostra direzione.
Casi veramente eccezionali, che non sempre si possono escludere, vanno risolti con grande serietà e obbiettiva prudenza, e, soprattutto, per un Sacerdote religioso, con assoluta sottomissione alla disciplina religiosa e al giudizio del proprio Superiore.
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Altre cautele.
Allo scopo di ben disciplinare — secondo le esigenze della nostra vita religiosa e di una conveniente prudenza e serietà pastorale — l'amministrazione del Sacramento e la direzione spirituale, ecco ancora alcune osservazioni pratiche in riferimento alle donne. Bisogna far di tutto per evitare, almeno di regola, che queste persone vengano a confessarsi nelle nostre cappelle interne. Ciò" in conformità al sempre presupposto spirito — anche dove non è legge — di separazione e di clausura. Se non altro, non è conveniente favorire, così, incontri coi giovani e coi confratelli. Si disponga efficacemente che i Sacerdoti incaricati di simile ministero ricevano solo nella Parrocchia o nella Cappella esterna annessa all'istituto. I Sacerdoti incaricati siano i primi, consapevoli e solidali, ad avviare così le cose; risparmino, in tal maniera, ai Direttori e agli Ispettori interventi di autorità, i quali, per quanto paterni, sono sempre poco piacevoli agli stessi Superiori anzitutto, anche se doverosi per il bene e per la maggiore edificazione comune. Vi possono essere circostanze particolari, ma Si
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tratta di qualche occasione sporadica, o di casi veramente rari ed eccezionali, disciplinati dallo stesso Superiore della casa, come per esempio funzioni pubbliche di Prima Comunione, ai Tesseramento dei giovani di Azione Cattolica, e simili, con partecipazione dei parenti.
Abbiamo già accennato come si debba circoscrivere il ministero delle Confessioni al Confessionale e al tempo stesso della Confessione. Si tenga fermo su questo punto specialmente per quanto riguarda le persone d'altro sesso. Pur con le Migliori intenzioni del mondo, e spesso con animo veramente delicato, il Sacerdote non deve tuttavia favorire assolutamente, per parte sua, relazioni in foro esterno con donne: sia per au
ín circostanze varie, sia per prestiti di libri, o per colloqui prima o dopo la Confessione, in portineria o in parlatorio; sia per offerte di regali personali, consegna o scambi di lettere, eccetera. L'esperienza insegna che tali Cose non sono nè necessarie nè convenienti, e che ordinariamente, quando pur non si tratti di vere futilità, significano una deplorevole perdita di tempo, e poca edificazione tanto dei giovani che dei confratelli. Perfino, in casi veramente seri,
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non sempre è al sicuro del tutto il buon nome,
o la buona fama di serietà dello stesso confratello. Questo, soprattutto, quando le cose accennate, ed altre connesse o affini, sono frequenti
o diventano costume. Nè bisogna tacere che, quando queste cose fossero tollerate per principio, nel numero vi sarebbe seriamente da temere di inconvenienti anche gravi. In particolare il Confessore non s'immischi in affari temporali, oppure in impegni o pratiche di collocamento per lavoro e simili. Si limiti a qualche consiglio e a indirizzare altrove a qualche centro od ufficio. Lo stesso si dica per eventuali raccomandazioni.
Due altri consigli efficaci, fra gli altri, sono questi, facilmente confermabili dall'esperienza:
l) Il Confessore, pur con buone maniere ed espressioni rispettose, sia chiaro e fermo, cioè sinceramente deciso nell'esigere questa disciplina dalle sue penitenti; diversamente, dica pare che egli, per altri doveri, non può assumersi l'impegno di una direzione spirituale che non sia circoscritta al tempo normale delle comuni confessioni;
2) non favorisca e soprattutto non riceva di
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rettamente la consegna di doni personali, e non tenga per sè cosa alcuna di quanto gli viene comunque spedito, ma tutto consegni o faccia consegnare al Prefetto, o al Direttore, pregandolo di disporne come vorrà. Se del caso, sarà il Direttore stesso, poi, a consegnare al confratello ciò che gli paresse a lui necessario o conveniente. Alla persona che gentilmente offre, il Confessore, se pur crederà opportuno, dirà una volta o due con semplicità che lui è religioso, che ha fatto voto di povertà, ed è tenuto alla vita comune, e che quindi rimetterà ogni cosa nelle mani del Superiore come beneficenza per la comunità o per l'opera salesiana. Questo edifica molto, e soprattutto terrà il Confessore stesso in una felice e doverosa libertà di spirito, e in una posizione di grande indipendenza di fronte alle persone stesse che ricorrono al suo ministero. Con ciò non si fa affatto la figura dell'orso o dell'inadatto sociale, ma soltanto la figura dell'autentico Sacerdote e Salesiano:
mihi animas, extera tolto! »
Di tutto questo siamo tutti profondamente e solidamente persuasi, e ci confermi la semplice considerazione, che noi Salesiani siamo
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mandati peri giovani, e, perciò, come dice Don Bosco, ogni occupazione che da ciò ci distolga non è buona (Mem. Biogr., XIV, p. 284).
Con i giovani invece, alunni esterni od ex allievi, è bene favorire questa libertà di ricorso al nostro ministero anche nelle nostre cappelle interne dove, specialmente il giovanotto, si trova più a suo agio e meno controllato. Utile, pure, può essere con costoro l'aiuto di una incoraggiante corrispondenza, specie durante il periodo militare, le vacanze, od altri periodi di speciale difficoltà. Anche qui, però prudenza e discrezione, assoluta rettitudine e una cordialità dignitosa e sacerdotale, devono sempre essere le note salesiane e caratteristiche dominanti. Bando quindi ai sentimentalismi, e a certe espressioni che ne sono l'infausto e sintomatico preludio oppure il miserevole e deplorevole riflesso. Si meditino le utili pagine di San Giuseppe Cafasso in Mons. Grazioli, La Pratica della Confessione
ediz.) p. 193 ss, e p. 384 ss., e del P. Plus, Di
rezione Spirituale ediz.) p. 117 ss.
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PARTE TERZA IL PENITENTE
Amice ad quid venisti? »
(Matth., XXVI, 50).
Pater, peccavi in caelum et ccram te !
(Luc., XV, n).
Gavdium erit in caelo super uno peccatore paenitentiam agente».
(Luc., XV, 7).
· Noli ampilus peccare, ne deterius aliguid tibi contlngat
(Io., V, 14).

-

Le Categorie.
Sebbene i Comandamenti di Dio, e anche molti Precetti della Chiesa siano uguali per tuffi i cristiani, vi sono tuttavia doveri speciali e particolari per alcune categorie. Il Confessore è necessario che sia debitamente istruito .e informato in proposito. Non parliamo qui della giurisdizio
ché può aversi limitatamente Plr categorie — per soli uomini, o per soli interni delle nostre case e non in diocesi, speciale per Suore, ecc.; ma del trattamento sia morale che pastorale, ascetico, pedagogico. Anzi, intendiamo solo accennare alla importanza di tener conto di. questa diversità., condensando .alcune norme fondamentali, e rimandando a opere che ne trattano. di próposito per i particolari, come quelli citati nella bibliografia (p. 45), e altri.

Per i religiosi, e specialmente per le religiose,
è anche da tener in conto lo spirito speciale del loro Istituto o Congregazione. Per le varie classi
sociali occorrerà conoscere opere di Morale pro
fessionale specializzata. E non parliamo poi dei vecchi, dei malati, ecc. Per tutte queste cate
gorie, bisogna avere un opportuno criterio ed orientamento fondamentale, che, secondo l'ufficio e l'esperienza di ciascuno, si procurerà poi di integrare e adeguare il meglio possibile.
Per noi Salesiani, il Confessore bisogna che, in particolare, si impratichisca a confessare con
frutto i Sacerdoti, i Chierici, i Coadiutori; i gio
vani interni, i giovani esterni dei collegi; gli oratoriani; i piccoli, i grandi, quelli dell'Azione
Cattolica; lt Suore F. M. A., o altre, le loro alunne; persone esterne, in parrocchie o cappelle pubbliche, di ogni classe e condizione.
Ricordiamo qui l'opera di S. Gregorio Magno, Regulae Pastorales, divisa in quattro parti,
in 40 capitoli (MICHE, Patrol. Lat., tom. LXXVII, col. 13-128). Parla del Sacerdote Predicatore, è
vero; ma tutto s'attaglia al Sacerdote Confessore quanto all'ufficio di « maestro » e di « medico » in Confessione. Nella prima e seconda
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parte tratta, rispettivamente, della preparazione e delle doti richieste, e della vita nel ministero stesso; nella quarta parte (conclusione) della umiltà e spiritualità interiore del ministro.
nella terza parte che parla espressamente e a lungo delle categorie.
Noi crediamo bene — e interessante — riferirle qui, così come le elenca il santo Ponte'fice stesso al capo XXIV (ossia I° della Parte III), stabilendo il principio che « non una eademque curictis exhortatio congruit, quia nèc cunctos par morum qualitas constringit », e che quindi « pro qualitate audientium formari debet senno doctorurn, ut et ad sua singulis congruat, et tamen a communis aedificationis arte nunquam recedat ». Il motivo è chiaro: « Saepe namque aliis officiunt, quae allis prosunt — et plertunque herbae quae haec anirnalia nutriunt, aiia nceidunt » — come pure « lenis sibilus equos mitigat, catulos instigat. Et medicamentum quod liane morbum imminuit, alteri vires adjungit; et panis qui vitani fortium roborat, parvulos necat ». Quanta prudenza! Perchè « ex una doctrina, non una eademque exhortatione tangere corda audientium debet ». Di qui il trattamento
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12. - N. CA111121,E1U, Confessaci Educatori

morale e pedagogico diverso delle diverse categorie.
« Aliter naraque adxnonendi sunt viri, atque aliter feminae.
Aliter juvenes, aliter senes Aliter inopes, ali
ter locupletes.
Aliter laeti, aliter tristes — Aliter subditi, aliter praelati.
Aliter servi, aliter domini — Aliter huius mundi sapientes, aliter hebetes.
Aliter impudentes, aliter verecundi — Aliter
· protervi, aliter pusillanimes.
Aliter impatientes, aliter patientes Aliter be
nevoli, aliter invidi.
Aliter simplices, aliter impuri — Aliter incolumes, aliter aegri.
Aliter qui flagella metuunt, et propterea innocentes vivunt; aliter qui sic in iniquitate duruerunt, ut neque per flagella corrigantur.
Aliter taciti, aliter raultiloquio vacantes.
· — Aliter pigri, aliter praecipites.
Aliter mansueti, aliter iracundi Aliter humi
les, aliter elati.
Alíter pertinaces, aliter incostantes Aliter gu
lae dediti, aliter abstinentes.
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Aliter qui sua misericorditer tribuunt, aliter qui aliena rapere contendunt.
Aliter qui nec aliena rapiunt, nec sua largiuntur:' aliter qui et ea quae habent tribuunt, et tamen aliena rapere non desistunt.
Aliter discordes, aliter pacati. Aliter seminan
tes jurgia, aliter pacifici.
Aliter qui sacrae legis verba non intelligunt rette; aliter qui recte quidem intelligunt, sed haec humiliter non loquuntur.
Aliter qui cum digne praedicare valeant, prae nimia humilitate formidant; aliter quos •a praedicatione imperfectio vel aetas probibet, et tamen praecipitatio impellit.
Aliter qui in boe quod temporaliter appetunt, prosperantur; aliter qui ea quidem quae mundi sunt concupiscunt, sed. tamen adversitatis labore fatigantur.
Aliter conjugiis abligati; aliter a coniugii nexibus liberi.
Aliter admixtionern carnis expe,rU., aliter ignorantes.
Aliter qui peccata deplorant operum, aliter qui cogitationum.
Aliter qui commissa piangunt, nec tamen dese
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runt; aliter qui deserunt nec tamen plangim t. Aliter qui illicita quae faciunt, etiam laudant; aliter qui accusant prava, nec tamen devitant.
Aliter qui repentina concupisceutia superalitur, atque aliter qui in culpa ex consilio
ligantur.
Aliter qui licet minima, crebro tamen illicita faciunt; aliter qui se a parvis custodiunt, sed aliquando in gravioribus demerguntur.
Aliter qui bona nec inchoant, aliter qui inchoata minime consummant.
Aliter qui mala occulte agunt, et bona publice; aliter qui bona quae faciunt abscondunt, et tarnen quibusdam factis publice tn2la de se opinari perrnittunt ».
Quanta esperienza traspare di uomini e di vita! E quanta sapienza e perspicacia! Ma molto di più, poi, nel passare a suggerire norme concrete per ciascuna di queste 72 categorie! Perchè, dice, « quid utilitatis est, quod cuncta haec collecta numeratione transcurrimus, si non etiam adinonitionis modos per strigula, quanta possunms brevitate, pandamus? ». E noi, dun
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que, rimandiamo a san Gregorio e alle sue norme e raccomandazioni.
In generale, qui, noi vorremmo dire ai Confessori che — a parte la diagnosi e il giudizio sulle disposizioni per la valida assoluzione — si studino di essere aderenti e personali; di rispondere ai caso, cioè, ossia di interessarsi, spiritualmente e sacerdotalmente, del caso personale delle anime e delle coscienze, non deludendo il bisogno e l'attesa di un'anima. Scienza e virtù, zelo e preghiere, esperienze e carità, tutto serve, e deve servire a questo scopo.
Più in particolare si veda Mores. Grazioli, La Pratica dei Confessori, e anche gli ottimi e preziosissimi principi suggeriti dal P. VKR1VIEERSCH S. j., Theol. Mor., III, (1927), pagg. 467-476.
Tipi diversi di penitenti.
A questo punto indicherò — graficamente alcuni tipi principali di penitenti che, credo, resteranno impressi nella nostra mente, e ser viranno per farci collocare, fondamentalmente, i diversi soggetti che ci si presenteranno, per cer
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care, poi-, di saperci regolare in merito. Tali tipi, evidentemente, si possono verificare non solo nei giovani, ma in ogni categoria di persone. Sceglieremo i « superficiali » o « dissipati »; i « curiosi » o « dialettici »; gli « interiori » e « penetranti »; gli « insinceri » o « incostanti » ed evasivi. Vi corrisponderanno, rispettivamente, diverse figure.
Qui rappresentiamo quei soggetti — penitenti, educandi, ecc. — « superficiali » o... « tan
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genziali ». Sono i penitenti distratti, dissipati, disinteressati, apatici, assenti, ecc. i 'quali, appena si lasciano un momento « sfiorare », e sfuggono, o piuttosto fuggono le nostre parole di vita. Per costoro — per cause varie — le nostre - esortazioni, e le nostre belle parole sono... acqua che scivola sul marmo, che non penetra e non viene assorbita dal legno poroso... Il triangolo rappresenta Dio (D); il punto nero rappresenta il Confessore (K), che dev'essere tutto compreso, e assorto in Dio; il cerchio rappresenta la sfera d'azione di Dio, e insieme del Confessore che, come strumento e ministro, agisce e parla in Dio, e in nome di Dio, e con Dio, quasi con una
unica e comune azione ( ) sul pe
nitente (P).
Con la seconda figura sono rappresentati certi soggetti loquaci, « curiosi » o... « circolari ». Sono i penitenti che ci « seguono », parlano e rispondono, s'interessano, ma solo « ragionando », o « discutendo », « studiando » o « curiosando » solo per sapere, oppure anche « obbiettando », e « polemizzando », « narrando » o « teorizzando » — talvolta perfino «

gancio » ma non « volendo », non « penetrando », e non « assimilando » nè « approfittando ».
Nella figura 3 vengono rappresentati invece i tipi di penitenti, educandi, ecc. « interiori » e... « penetranti ». Sono quelli che, come si dice, « entrano » — piano piano, quasi a spirale, progressivamente, vanno addentro, verso il centro, alla sostanza, al nocciolo! dalla comprensione alla risoluzione — e « s'impegnano »; che « penetrano » e si lasciano penetrare; che « desiderano », quindi, e « vogliono », questi « si sforzano » di seguire la guida del Confessare che li conduce addentro, al centro, verso Dio.
Con la figura 4 possiamo indicare coloro i quali, giunti al centro, a Dio, alla « risoluzione fondamentale » di vivere in Dio e non offenderlo: La morte ma non peccati! riprendono, per dire così, una fase di evoluzione o di « sviluppo » — a spirale crescente — prima fino ad essere essi stessi come < pieni di Dio », cioè dell'amar di Dio — adeguando, per quanto si può il cerchio: essi in Dio, e Dio in loro: inahita
'
zinne, pienezza di carità — e poi, quasi, oltre il
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Dio, con cerchio... portando come un aumento a Dio stesso (« in augmentuni Dei », dice arditamente San Paolo, Coioss., II, 191), guadagnando anime a
l'apostolato, accrescendo le membra del Corpo Mistico di Cristo (« augmentum Corporis facit in aedificationem sui », (Ephes., IV, 16).
Nella quinta ed ultima figura rappresentiamo
penitenti « incostanti » o « insinceri »... « sinusoidi » ed « evadenti ». Comunque sono sempre « inconcludenti ». Sono quelli che, al principio almeno, hanno l'aria di « entrare » in quel lo che diciamo loro, di « seguirei », di « interessarsi », ma — se sono in mala fede — « fingendo », e « simulando », « evadendo », « men

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tendo » e « sofisticando »... Se poi sono in buona fede, ,sono però quegli « incostanti », che un poco entrano ma, presto, si stancano ed escono, evadono di nuovo; di nuovo si pentono e ripromettono, rientrano un poco sulla buona strada, ma solo per annoiarsi un'altra volta e ripentirsi, e ricominciare, ritirandosi un'altra volta sfiduciati, ingenerosi, e così di seguito.
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Sta al sagace e prudente Confessore individuare i diversi tipi, comprenderli, e, con abilità e sapienza, con preghiera e implorazione della grazia, saper fermare l'attenzione dei primi, educarli all'attenzione e a concentrarsi, per renderli più riflessivi e coscienti; stimolare i secondi a passare dalle belle parole e dai ragionamenti ai fatti, alla coerenza e alla responsabilità, a impegnarsi e a venire al sodo, a correggersi e a praticare- la virtù; ad abbandonare i sofismi dell'amar proprio e la falsa dialettica, per farsi umili e docili alla verità e alla legge di Dio, agli insegnamenti del santo Vangelo; incoraggiare i terzi a perseverare nel fervore, sia col darsi a Dio fermamente e sempre più generosamente, sia Col dedicarsi a far del bene anche agli altri; animare, finalmente, gli ultimi, rappresentati dalla fig. 5, ad essere più tenaci e costanti, con più generoso sforzo e con più insistente preghiera; oppure, se svogliati e finti, smascherare e dichiarare — con grande carità, ma in maniera efficace — iI loro stato pericoloso, che essi stessi conoscono, ma che anche non possono nascondere a Dio,
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e davanti al quale non possono essere scusati, della loro poca volontà, della loro poca o nessuna sincerità.
Alcuni casi particolari.
1. - Non ci fermiamo sui casi veramente e gravemente patologici. In proposito diciamo solo che è bene leggere qualche studio in proposito, onde almeno saper sospettare e, al caso, prudentemente e delicatamente insinuare o suggerire di rivolgersi a qualche medico fidato, e buon cattolico, esperto in materia. Si può vedere DE SINÉTY S. J., Psicopatologia e Direzione spirituale. Occorre grande pazienza e comprensione da una parte, e semplicità e chiarezza dall'altra per incoraggiare, e non aggravare la situazione.
2. - Accenniamo al caso di anime tormentate, letteralmente, da immaginazioni impudiche , e brutti pensieri; da bestemmie e da altri pensieri contro la religione e la fede; contro il quinto comandamento. In generale raccomandare calma e serenità. Considerare e compren
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dere il caso : scoprendone le cause od occasioni determinanti, od aggravanti, possibilmente farle evitare. Insistere sulla differenza: sentire, non è acconsentire; pensare, non è volere; sensazione, non è approvazione; la tendenza, non è accondiscendenza: quella sta nel corpo, nel fisico; questa sta nella volontà: sentire la tendenza (anche con le conseguenti impressioni di certa soddisfazione naturale) non è volerla, anche se la tendenza continua a farsi sentire ugualmente: è molestia, è tentazione, ma non è peccato. Raccomandare molto di disprezzare e non occupare, quanto meglio si può. Nel momento, forse, spesso sarà meglio occuparsi
materialmente e distrarsi. Portare queste molestie con rassegnazione, come una penitenza. Mol-.
ta fiducia e obbedienza al Confessore, il quale non moltiplicherà troppe considerazioni e raccomandazioni, per non disorientare di più e stancare : poche, ma sagge e pratiche, costanti, pur senza monotonia.
3. - Con gli scrupolosi, similmente. Giova
particola .lente LENEN-BBITCKER S. J., La via
della pace interna; P. GEIVIELLL De Scrupulis;
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DE JA2CER 5. J., Confidenza. 2 basilare esortare fermamente alla calma, a non agitarsi, a evitare certa tormentosa problematica di coscienza, i ria piegamenti su se stessi; inculcare di non chiudere il ciclo di un ragionamento scrupoloso e ossessionante, e a non continuare un ripiegamento incominciato. Insistere sulla sola cura efficace: umiltà e obbedienza al Confessore; non volere per un tempo, ragionare con la testa propria, ma con quella del Confessore. Il Confessore sa, e dichiari, che lo stato stesso di grave scrupolosità teologicamente dispensa da minuziosi e ripetuti esami di coscienza. Talune anime vogliono esprimersi per iscritto... Non è generalmente il caso. Si può permettere una volta, distruggendo subito tutto. Ma, è quasi certo, che dopo vorranno... « un supplemento ». E, con pari prolissità, non faranno che ripetere le cose già dette e scritte.
4. - I casi dei recidivi e abitudinari, sia in fatto di immoralità, che in altri peccati mortali. Supponiamo che non vi interferisca lo scandalo, di che diremo appresso. Sull'argomento ha scritto F. TER MAR C. SS. R., De occasionariis
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et recidivis. i capisaldi per un Confessore sono: che finché risultano sufficientemente pentiti e risoluti, si possono sempre assolvere, senza restrizione di numero di volte; che è compito e
caritatevole dovere del Confessore aiutarli, se •
non sono disposti, a disporsi bene, con oppor-time considerazioni, zelo, e incoraggiamento, oppure con efficaci ammonizioni e richiami, alla morte, al giudizio, ai castighi di Dio e alla sua bontà; infondendo fiducia agli scoraggiati; non tacendo neppure i pericoli anche per la salute (oltre Dr. BAnINA, Amore e sesso, anche AN-To-• N-ALLI, Per l'igiene e la Morale; BETTAZZI, Purezza; soprattutto parlando della Grazia: Sm., La Grazia nella Direzione dei giovani).
Occorre studiare ed esaminare bene due questioni: a) il caso di costoro e la frequenza della Comunione che conviene loro perMettere, o meno; b) la convenienza e l'eventuale efficacia di una dilazione delrassoluzione, anche se non risultano sostanzialmente negative le disposizioni. La soluzione troppo dipende dalle -Circostanze e condizioni del soggetto per poter dar norme generali; ma per ambedue i casi, pensiamo di dire che non si deve escludere di
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ricorrere, o, almeno, di provare anche questo mezzo. Saranno casi rari, da adottare con sobrietà, con prudenza, e, specialmente, quasi consultando e concertando la cosa, la prova, anche con lo stesso penitente, dando con ciò un segno di stima, di interessamento terapeutico spirituale, di fiducia e di collaborazione, ecc. « Senti, ho riflettuto, e penso che, forse... Cosa ne pensi tu, cosa ne pensa Lei?... Vogliamo provare?... Io credo... » e simili. Naturalmente, più facilmente si limiteranno — facendole però desiderare! — le Comunioni, anziché l'assoluzione; si potrà proporre di differire la Comunione, quando si tratta di continui peccati mortali, ancorché, volta per volta, forse, la sufficiente disposizione non manchi. Si dirà quindi, per esempio: La Comunione la farai scifo dopo la Confessione e poi finché non cadrai più. Oppure: se ricadrai entro la settimana, farai, subito, con l'aiuto di Dio, un atto di contrizione perfetta
ti confesserai secondo il consiglio del Confessore — ma non ti comunicherai se non dopo che ti sarai mantenuto in grazia per un certo periodo, indicato dal Confessore: — in proporzione della recidività del soggetto — per
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Is. - N. CANI.U.1-ER/, Confessori Educatori.

tre giorni, per quattro o cinque; per due, o anche solo uno... Ciò si potrà richiedere, dopo promesse non mantenute, come una piccola garanzia di fatto alla promessa e sincerità dichiarata con le parole, prima di concedere maggior frequenza alla S. Comunione. Per sè ciò dovrebbe servire di stimolo allo sforzo, e al progresso sia pure graduale e proporzionato alle forze di volontà e di grazia che si rivelano in pratica. Ma bisogna tener conto anche (sempre supposta la sufficiente disposizione del momento) della psicologia del penitente, per non spingerlo, imprudentemente, alla sfiducia, alla disperazione, o all'indifferenza e all'abbandono della Confessio
ne, e di tutto.
Don Bosco ha in proposito queste affermazioni: « Quando il male va in cancrena, difficilissima ne è la guarigione » (Mera.. Biogr., XIII, p. 716). « Quando il mal abito è inveterato, solo per miracolo uno si converte » (Mem. Biogr., XIII, p. 274). Però dice pure: « Le abitudini cattive si possono vincere da chi si mette alla prova con buona volontà» (Mem. Biogr., VII, p. 190). E ancora: « Punto culminante tra i mezzi per ottenere moralità tra i giovani è al certo
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la frequente Confessione e Comunione, ma proprio ben fatte » (Mem. Biogr., XIII, p. 273).
Vorrei aggiungere che insistessimo, con tali soggetti che pensano, e dicono: — Ma non posso, non sono capace, sono debole, non ho la forza... — a persuaderli che, prima ancora, e più che questione di forza o di debolezza, la questione è piuttosto di sincerità o insincerità della nostra libera scelta del bene contro il male, di Dio contro il Demonio. Insistere di esaminarsi su questo. Perché allora, se siamo sinceri noi, sappiamo che è sincerissimo Iddio: il quale non nega la Grazia a chi non gli nega la propria volontà! Va da sè che questa sincerità che portiamo alla Confessione, dobbiamo cercare di met7 terla anche nel momento della proposta del demonio quando ci tenta di nuovo, o nel momene to della passione quando di nuovo ci torna alla mente, o di nuovo si fa sentire. La sincerità dovrà esplodere in un « No! », e « Dio mio, salvami! » « La Morte, ma non voglio peccare! Gesù, Ti amo, e non ti tradirò! » Decisivo, spessissimo, uscire dalla solitudine, e disfarsi di certe compagnie o di certi oggetti ed occasioni. Si veda in materia di castità la con
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ferenza di Don Bosco ai chierici, (Mera. Biogr., XII, pp. 15-23). Notevole l'importanza che annette alla levata da letto per tempo (p. 18), e ad un particolare delicato, di sbrigarsi cioè nei luoghi di decenza. Forse val la pena riferire il modo di esprimersi del Padre che rivela ad un tempo la sua delicatezza e la sua premura per la salvezza delle anime: « Un altro mezzo poi, dice, per combattere questo memico della castità, questo demonio... mi rincresce dirlo ma essendo noi tutti qui raccolti da noi soli, voglio darvi un avviso che vi sarà di non poco giova
mento. •
« Quando si va agli adagiamenti, bisogna procurare di allontanarsi subito finito l'ufficio, imperciocchè là è il sito in cui il demonio incomincia ad assalire, là nel luogo più schifoso. Se uno sí ritira subito, guadagna molto, perchè si leva dall'occasione di mancare a tanta virtù: altrimenti il demonio lavora, lavora terribil
mente contro chi si trova così solo; la fantasia incomincia pur essa a lavorare e da ciò si pos
sono certe volte avere funestissime conseguenze. « Se prima si vinse l'intemperanza per conservare la bella virtù, o meglio opponemmo il
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ieiunium alla tentazione, in questo caso si deve esercitare l'oratio ». Lo stesso per i bagni.
Sant'Alfonso de' Liguori, nel suo Ristretto delle Virtù, n. 15, ha questa perentoria sentenza, che: « Chi prega vince; chi non prega.è vinto » . Egli sviluppa lo stesso pensiero anche nella Pratica di amar Gesù Cristo, capo ottavo, quinto mezzo; e molto più nel preziosissimo opuscolo Del gran mezzo della Preghiera, dove alla fine del capo primo, ha l'altra più nota e ormai proverbiale sentenza: « Chi prega certamente si salva, chi non prega certamente si danna ».
5. - f sacrileghi e gli scandalosi_ — Sono due casi questi che dovrebbero costituire la pena spirituale più straziante per il cuore del Sacerdote e, in modo tutto particolare, del Salesiano. Per i sacrileghi — oltre a tutte le risorse del nostro zelo per far presente la enorme malizia di questo peccato, la enorme ingratitudine verso Gesù Cristo proprio nel Sacramento del suo Amore per noi — vorremmo ripetere, a molto più forte ragione, la prospettiva sopra detta per i recidivi; di negare, o differire l'assoluzione.
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Nell'uno é nell'altro caso (quando ci fosse, attualmente, la sufficiente disposizione) la cosa è molto delicata, sia nel senso che poi — per rispetto umano — farebbero ugualmente la Comunione sacrilegamente, sia nel senso che, se già la facevano male, continuino a farla senza più presentarsi al Sacerdote... Vuol dire che ci vuole prudenza per trovare la maniera buona, ma non bisogna rinunciare a prospettare, minacciare, e poi anche effettivamente negare l'assoluzione, finchè non si emendino, o non diano prova di miglioramento. Tanto più da mettere, così, efficacemente, di fronte alle proprie responsabilità, se sí trattasse, Dio non voglia, di un Sacerdote che celebri sacrilegamente' (Cfr. Comusz S. J., La missione sacerdotale nella dottrina di San Paolo, cap. Cura teipsum).
Quanto al pensiero di Don Bosco in materia si veda quasi intero il capo XVI del volume II -delle Memorie. Si vedano le parole d'esperienza del Teologo Ballesio, (Mem. Biogr., XV p. 706), anche per adulti, e anche per preti! Ripensiamo alla convinzione di Don Bosco sui giovani; « Credetemi, parrò esagerato; ma io sono del parere che, forse cinquanta su cento
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i giovani, quando vengono nei nostri collegi, hanno bisogno di fare la Confessione generale. E per ottenere che si facciano le cose bene, bisogna avere carità, e carità, e tanta carità.. Bi-_sogna saper quasi estrarre per forza quel che non vorrebbero dire » (Mem. Biogr.-, XII, p. 91). Oh! se fossimo come Don Bosco, il quale, dice il biografo, « Nel descrivere l'eccesso di amore di Gesù per gli uomini, piangeva lui e faceva piangere gli altri per santa commozione! » « Quando però discorreva della Comunione sacrilega faceva agghiacciare il sangue » (Mem. Biogr., IV pp. 457 s).
Quando poi si tratta dello scandalo, il principio della negazione dell'assoluzione diventa sempre più urgente. Anzi, è proprio a questo proposito che Don Bosco, — oltre che per l'argomento delle vocazioni — insisteva espressamente per la necessaria unità di indirizzo, di criterio e di direttive, conforme, del resto, alla sana teologia morale. Qui soprattutto vi sia unità d'indirizzo e di criterio non solo nei Confessori, ma anche nei. Direttori per quello che fosse venuto comunque a loro conoscenza e che cade sotto il loro controllo. Questi ricordino e si ispi
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rivo alle parole di Don Bosco: « Guardate! Don Bosco è iI più grande bonomo che vi sia sulla terra: ma non date scandalo, non rovinate le anime perchè allora egli diventa inesorabile! » (Mein. Biogr., IV, p. 750). Quando in una casa « entrasse la seduzione, allora è una piaga che per essere guarita bisogna tagliare via tutto il marcio » (Mem. Biogr., XII, p. 585). « Il vizio si propaga serpeggiando come la scintilla elettrica sul quadro magnetico » (Mem. Biogr., XII, p. 726). « Conosciuto un giovane per malvagio, non lasciamoci illudere da speranze di ravvedimento » (Mem. Biogr., XVII, p. 186). « Se alcuno fosse di cattivo esempio e scandalo, allora costui dev'essere allontanato senza remissione, in guisa però che, per quanto è possibile, si provveda al suo onore » (Mem. Biogr., XVI, p. 447). « Non si tema di usare in ciò troppo rigore » (Mem. Biogr., XVII, p. 191). « Non si usi deplorevole benignità. con gli scandalosi » .(Mem. Biogr., XVII, p. 397; cfr. pure XVII, pp. 192 s). E non mancava Don Bosco di utilizzare, pedagogicamente, l'ambiente psicologico e morale, diffidando in pubblico — creando un clima di orrore a tanto male, di allarme, di
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difesa e di preservazione, oltre che di ritegno per chi vi fosse portato — parlando in pubblico con linguaggio arroventato dello scandalo e degli scandalosi, fino a chiamarli « lupi », e « assassini », « razza di scellerati », « demonio maledetto » (cfr. LIMATO, Parla Don Bosco, sotto il titolo : Peccato).
Quanto alla parte dei Confessori, al loro comportamento — a parte l'opera di persuasione, e di ammonimento per il ravvedimento — circa l'assoluzione ecco l'indirizzo comune da seguire: prospettare, minacciare e poi negare l'assoluzione, a. condizioni diverse, secondo che si tratta dello scandaloso (agente) o dello scandalizzato (vittima): al primo, cioè, finché non smetta; al secondo finché non denunzi al Direttore, o al Catechista, o a qualche superiore di fiducia. Non è necessario che accusi se stesso, o dichiari di essere stato vittima; l'essenziale è che denunci lo scandalosi), per salvare se stesso, e tante altre anime dalla strage. « Siamo fermi nel volere impedire ril male; ma sempre dolci e prudenti, perseveranti ed amabili » (Mem. Biogr., XVI, p. 440). « Radunati i Confessori della Casa, Don Bosco racéo
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mandò loro molta cautela nell'interrogare i ragazzi sulle cose lubriche, per non insegnar loro quello che non sanno, di non privare dell'assoluzione o della Comunione, a meno che questo mezzo serva a scuoterli e a farli ravvedere »; ma poi disse « di usare molta severità ed anche negare l'assoluzione:
a) al complice agente, e in questo essere tutti d'accordo, per impedire ai lupi di menare strage nel gregge;
b) di ingiungere al complice vittima o sedotto, di palesare ai Superiori il lupo o i lupi, in quel modo che la prudenza suggerirà » (Mem. Biogr., VII, p. 192).
E non sembra prudenza che lo faccia il Confessore stesso, sebbene fosse autorizzato dal penitente. Non si consiglino neppure biglietti anonimi. Altra volta diceva: « Quello che non raccomanderò mai abbastanza insistentemente è che si vada tutti d'accordo su certi punti, e non si usi deplorevole benignità con gli scandalosi. Bisogna cercare in modo prudente:
a) che le vittime facciano rapporto al Direttore o al Prefetto o a qualche Assistente di loro fiducia. Io vorrei che non si mandassero assolti
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fInchè non avessero denunziato » (Mero.. Biogr., XVII, p. 379). E ancorai
b) « E quando si confessa quel tale che ha dato scandalo? Allora è necessario che tutti tengano lo stesso modo di agire. Se l'agente è recidivo, gli si neghi l'assoluzione, finché non siisi emendato » (Mem. Biogr., XVII, p. 380).
Dunque, non vi siano nelle nostre case i Confessori « di manica larga » e quelli « eli manica stretta »i Ma un solo modo comune di agire! Fare diversamente è un disastro per la casa, e si rischia di tramutarla in un covo di peccati e di nascosta rovina delle anime. Don Bosco ribadiva che: « Vi sono poche cose che rechino ai giovani maggior danno di questo », cioè di Confessori di diverso spirito (Mem. Biogr., XIV, p. 45). Tanto più in questi casi. Naturalmente, con questa concordia nel modo di agire di tutti i Confessori di un medesimo istituto, ci può essere il rischio per taluno che abusi con Comunioni sacrileghe. Ma contro questo bisogna condurre un'altra azione parallela ed opportuna, e non dispensarsi dalle necessarie direttive suddette. Contro il sacrilegio, come dicemmo, si cerchi di ovviare:
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a) parlandone contro in pubblico, in modo convincente e salutare, in modo da incutere orrore e senso di responsabilità e con discreta frequenza;-
b) lasciando piena libertà di movimento nell'uscire e tornare per le Comunioni;
e) specialmente poi procurando di « dare molta comodità del Confessore straordinario », sia nell'Esercizio della Buona Morte e negli Esercizi, sia nelle Feste, e nelle occasioni di buoni Confessori di passaggio nelle nostre Case.
Don Bosco dice di negare l'assoluzione ai recidivi. Infatti, una prima volta, se appare pentito e disposto il soggetto, si potrà assolvere. Una seconda volta, fatte debitamente, pur con accorata bontà e paternità, severe ammonizioni, e prospettando anche, o minacciando di non dare l'assoluzione, di non potere dare l'assoluzione, se però vi fossero segni abbastanza straordinari di pentimento e di ravvedimento, e di desiderio dell'assoluzione (per il perdono di Dio, non solo... per evitare la vergogna, forse, di non presentarsi alla Comunione), si potrà concedere l'assoluzione. Ma se il colpevole, oppure il sedotto o complice, tornasse una terza volta sen
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za aver mantenuto la parola, e insistesse per avere rassohwione con segni, o dichiarazioni di pentimento e di fedeltà a smettere o a denimziare; gli si dirà che:
a) ben volentiefi, vedendolo disposto, gli daremmo l'assoluzione;
b) ira che già altra volta ha detto, e promesso Io stesso a parole, senza mantenere;
- e) questa volta è necessario che, prima di dare ('assoluzione, vediamo in lui la prova dei fatti, la garanzia di quanto dice e promette di nuovo.
- In caso estremo come per estrema rilut
tanza e ripugnanza dello scandalizzato a denunziare — si vedrà, soprattutto se si teme fondata-niente il sacrilegio in Confessione o alla Comunione, se contentarsi di minacciare, e poi negare
assoluzione — almeno — finchè la vittima non smetta di .prestarsi: e ne dia la prova coi fatti, con la perseveranza, cioè, nella promessa per un tempo congruo, indicato prudentemente dal Confessore.
6. - Casi di Anime mistiche, o contemplative. — Non intendiamo trattarne diffusamente. Ne abbiamo fatto qualche accenno sopra. Evi
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tiamo noi aiizitutto la curiosità e l'indebito par. lame: Somma prudenza contro facilissime illusioni. Guidare secondo la via della Fede semplice e del quotidiano dovere. Inculcare e conservare nell'umiltà, non mostrandosi ammirati, o molto interessati. Si vaglino alla prova della più umile e semplice obbedienza. Sentire però la responsabilità di adeguarsi con vita più santa, con molta più preghiera e anche con studio o lettura opportuna per il discernimento degli spiriti. Leggere le Opere di Santa Teresa e di San Giovanni della Croce. Prudenza e cautela circa eventuali diari. C'è, evidentemente, diario e diario. Ne abbiamo espresso un accenno più sopra (pag. 112). Ecco altri due criteri o apprezzamenti, di fonti, e a scopi molto diversi:
a) Scrive G. MABANON, Arnie/ o della timidezza, trad. di M. Canella, Einaudi, Torino, 1938, pp. I69-170,'a riguardo dei diari in senso deteriore: « Un diario, a mio giudizio, è pure una espressione di narcisismo (1). Normalmente un diario intimo si scrive nella fanciullezza o
(1) Dal mitologico Narcisso, il quale invaghitosi della sua immagine veduta in una fonte, per abbracciarla annegò, e fu mutato in un fiore che serba il suo nome.
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nell'adolescenza, nell'epoca appunto del narcisismo fisiologico, quando il fanciullo o il giovanetto crede di costituire il .centro dell'universo e scambia ogni moto del suo animo, ogni episodio della sua vita, per avvenimenti di straordinaria importanza... Ma gli uomini, che già adulti lo continuano o lo incominciano, rivelano senza dubbio un narcisismo anormalmente persistente, ecc. ecc. ».
b) II P. CHABBIERE S. J., nel maggio 1903, alla Madre LUISA MARGDERITA CLARET DE LA ToueffE, scriveva, invece, in questi termini per diari di. ben altro genere: « Procuri di essere nelle mani di Gesù un docile strumento dell'amor suo per le anime. Scriva semplicemente i lumi che la Sua bontà Le dona, e sia umile per piacere al Divin Cuore... Sofferenza... Oggi gliene impongo una dalla parte di Dio, in nome Suo. Ella continuerà a scrivere ciò che; a suo avviso, crederà un lume, poi non ci penserà più volontariamente; ossia non attribuirà nessuna importanza reale a questi lumi. Anzi li guarderà con una certa diffidenza, temendo molto di essere stata ingannata dal demonio; e, senza stare a cercare se ciò che Lei crede un 1111-
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- me, viene da Dio o dal demanio, non se ne inquieter à più, dopo che l'avrà fedelmente messo in carta ». Poi, passando dal monastero, il E Charrière domandava alla Superiora questi scritti, e se li portava con sé.
Insomma, la verità come la virtù sta fra due estremi, fra i due assolutismi contrari, e, nel caso nostro, è una questione di criterio; di opportunità e di saggezza pratica. Ecco, a confenna, un sereno periodo di Santa Teresa del Bambino Gesù: Mio Dio, quanto sono mai differenti le vie per le quali conducete-le anime! Leggendo le vite dei Santi, vediamo che molti non lasciarono di sè traccia alcuna, non il minimo ricordo, non il minimo scritto! Ve ne sono altri invece, come la nostra Madre Santa Teresa, else hanno arricchito la Chiesa di Dio -con la. loro dottrina sublime, non temendo di rivelare i segreti del Re, affinché Egli fosse dalle anime conosciuto ed amato di più. Quali di questi due modi piace maggiormente a Nostro Signore? Mi pare che entrambi Gli siano egualmente
Tutto è bene, quando non si cerca che la volontà divina » (Storia di un'anima, cap. 9).
· Don Bosco, per una ascetica ordinaria, ma
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seria e impegnativa, raccomandava, come abbiamo detto nella prima parte, il sussidio di un quadernetto spirituale, riservato, che fosse ad un tempo segno di serietà, e mezzo di costanza e di perseveranza nel lavorio della propria formazione (Vedi pure pp. 16S s.).
7. - I Penitenti Sacerdoti. — li Confessore può, anzi deve, di regola, considerare questi cari e privilegiati penitenti come «- reincarnazioni di Cristo Con quanto rispetto, venerazione e umile carità li deve accogliere! Tuttavia, non si creda perciò dispensato dal porgere loro, oltre Va,ss-oluzione, l'aiuto fraterno secondo il loro particolare bisogno spirituale per il più cosciente, .generoso, ardito slancio verso il progresso, il perfezionamento, la santità. Deve, natiralmen- te, anche in questo caso, come per tutti gli altri, cercare di adeguarvisi, con una competenza che dev'essere fatta, sì, anche di scienza o, piuttosto, di sapienza teologica e spirituale, ascetica e mistica, morale e pastorale, ma — soprattutto — che sia animata da- un affiato sopran naturale che riveli il proprio zelo, la propria premura di crescere egli stesso nell'amore di Dio,
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14. - N. CAO.EILLEILI, Confessai Edteratori.

di Gesù Cristo e delle anime, nella virtù, nella propria emenda, nel proprio sacrificio, ecc. Il Confessore si ispiri ai desideri di Gesù stesso nei riguardi dei suoi Sacerdoti e apostoli: a Diligis Me? », «Diligis Me plus his? ». Si ispiri all'ideale di san Paolo: « quaerere non quae sua
sunt, sed quae jesu Christi »; al « nemo quod suurn est quaerat, sed quod alterius ». la so
prannaturalità, è la generosità della carità, del
ministero, delle proprie occupazioni, di tutto se stesso. Siamo, anche:qui, con Don Bosco: « Il
Signore ci ha messi al mondo per gli altri » (Mem. Biogr., VII, p. 30). « Un Sacerdote fedele alla sua vocazione è un Angelo » (Mem. Biogr., VII, p. 82). « Le anime sono un tesoro affidato al Sacerdote » (Mem. Biogr., IX, p. 217). «
Sacerdote non va nell'Inferno o nel Paradiso-da solo, ma accompagnato sempre da anime perdute o salvate da lui » (Mein. Biogr., VIII, p.
909; XIV, p. 713). « Lavoro, lavoro, lavoro dovrebbe essere l'obbiettivo e la gloria dei preti » (Mein. Biogr., VII, p. 338). « I Preti riposano in Cielo » (Mem. Biogr., XIII, p. 192). « Il prete o muore per il lavoro o muore per il vizio » (Mem. Biogr., XIII, p. 86).
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Fra i libri che si possono raccomandare utilmente ai Sacerdoti, da meditare, non da scorrere, ricordiamo qui, fra i già citati nella Bibliografia D. CALM3BIA, COHAUSZ, HILDUBRAND, Ponnme CUM, clamore valido, ecc.
Si inculchi poi, molto, ma molto, la santa celebrazione della Messa, basata sulla assoluta Fede nella presenza reale, e sullg contritissima, ma ardentissima tenerezza — soprannaturale — per la Persona viva e divina, per il sacrosanto Corpo di Gesù che il Sacerdote consacra (« genera euca.risticamente », qual padre, qual madre, come dice San Bernardo), e .che prende in mano, tratta, e affida alle anime. Che si badi.al senso, si vibri all'unisono con le parole specialmente del Canone...
Si insista sulla devota e cosciente recitazione del Divino Ufficio, del Breviario: È la preghiera ufficiale per delega, a Dio, in nome dei 400.000.000 di Cattolici! e, possiamo dire, di altri 300.000.000 pur essi battezzati (protestanti ed ortodossi), per non dire anche di tutta intera l'umanità, e per quante intenzioni! Per, la vita in grazia di tutte le membra di Cristo! Per la distruzione di tutti i peccati nel mondo!
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Per il superamento di tutte le tentazioni contro la purezza, contro la Fede, di omicidio, di dispera forge, ecc. Per la conversione degli eretici, per il loro ritorno all'Unità nella Chiesa! Si pensi — si aderisca!!! — a questo! Non Breviario strapazzato: in giro: nei cortili, alrultinia ora: omesso per . negligenza... facilmente gravemente colpevole, senza causa veramente grave che dispensi, senza ricorso per dispensa (ad rnodum actus) al Direttore, almeno per sicurezza di coscienza; non recita a bocca-chiusa: non vale, si consulti la teologia morale. Si raccomandino pie industrie per recitarlo digne, attente ac devote: in compagnia di tutta la Chiesa (richiamandosi alla mente, e al cuore, per esempio la Chiesa Militante, quei circa 800.000.000 al Deus in adtutoiiton; la Chiesa Trionfante, quasi associandosi cogli Angeli e coi Santi, miriadi e miriadi, che vanno cantando e ripetendo « Sanctus, sanctus; sanctus », ecc. al. Gloria Patri, che segue immediatamente, al Deus in adjutorium, o magari ad ogni Gloria Patri; la Chiesa Purgante e sofferente, al termine di ogni Ora Canonica: Et fidelizon.
ani
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tnae, per misericordiam Dei, requiescant iti
Si applichi ad una Confessione ben fatta ci?? che Don Bosco diceva di una buona muta di
Esercizi « Io sono persuaso che una
muta d'Esercizi Spirituali porterebbe ottimi fedi se portasse il Salesiano alla recita esatta della Messa e del Breviario » (Mem. Biogr., XVII, p. 617):
Si inculchi la gravissima responsabilità di coscienza in merito ai Voti: per le violazioni del voto di povertà si avvisi che non basta l'assoluzione in foro interno sacramentale, ma occorre — analogamente come per il furto che commette un ladro — la restituzione, o ripa- razione, diretta o indiretta, per le appropriazioni indebite e per i danni arrecati; o il ricorso al Superiore in foro esterno per il condono, oppure per la sanazione del voto quando si .è disposto contro la nota volontà del Superiore, od omettendo un doveroso permesso non legittimamente presunto.
« Anche ai suoi preti e chierici Don Bosco disse in una conferenza che si guardassero da ogni minima. cosa, benché lecita, ma che possa..
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irt qualche módo essere occasione di scandalo.:-. che nessuno si preparasse in camera il caffè con la macchinetta », ecc. (cfr. Mem. Biogr., VII p. 85). Oggi si parla tanto, troppo, di aggiornamento... per le comodità della propria vita: ma noi abbiamo professato, davanti a Dio di tenerci sempre più aggiornati alle nostre sante Regole, e'giurato con Voto lo spirito di rinunzia e di mortificazione del Vangelo! Insomma bisogna far riflettere le coscienze, e che usciamo deci
samente, con lealtà, dall'equivoco: Non per
ché una cosa, o una comodità oggi è più facile,
diventa, perciò stesso, a noi più lecita!
Per salvaguardare la -moralità si esiga, con carità, ma con apostolica fermezza l'osservatiza delle Regole e dei Regolamenti nel trattare coi giovani. Per l'obbedienza, si insista sulla responsabilità, pure gravissima davanti a Dio, della docilità e della solidarietà, evitando critiche e mormorazioni disfattiste, disgregatrici, neutralizzanti tutta una somma di sacrifici, e tutta un'opera di bene, di costruzione e di educazione cristiana. In fine si ritorni sulla responsabilità collettiva dell'assistenza, della vigilanza. « Per questi giovani farei qualunque sacrificio, anche
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il mio sangue darei volentieri per salvarli s (Mem. Biogr., IV, p. 335). Inculcare che si parli quando si tratta di salvare qualcuno dal peccato, o nella vocazione, o l'onore stesso della casa e della Congregazione. Non si dimentichino i peccati di omissione, del mancato adempimento dei propri doveri particolari di scuola, di ufficio, di ministero.
Qualche soggetto caduto, o pericolante? Si faccia di tutto, da buon Samaritano, per preservarlo, e per salvarlo. Cfr. N. N. Resurget frater tuus. Si preghi molto, e si faccia penitenza. Si regoli il Confessore con prudenza, a seconda che scorga avvilimento o presunzione, timidezza o superbia, ecc. Sempre molta carità, tanta pazienza e delicatezza, ma insieme ferinezza, soprattutto a impedire il peggio, sacrilegio o scandalo. Si rileggano casi occorsi a Don Bosco (Indice, voce « Traviati »).
Coi Direttori farà bene il Confessore a ispirarsi, per incoraggiare o per suggerire fraterna
mente preziosi richiami e consigli, alle Regole, al Manuale del Direttore, e al pensiero di Don Bosco nei riguardi dei direttori attingendo dalle Memorie Biografiche. In particolare, Mem.
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Biogr., III, p. 93 ss., il primo Regolamento dell'Oratorio che prelude alle Regole della Congregazione; Mem. Biogr., XVII, p. 257-272: la Lettera-Testairiento, ricca di insegnamenti; Mem.. Biogr., X, p. 1040-1050: i famosi Ricordi confidenziali ai Direttori, uno dei più antichi ed espressivi documenti del Sistema tenuto da Don Bosco nell'educare e dove il nostro Padre conclude: Se mettete in pratica questa specie di testamento ai Direttori, io muoio tranquillo, e la Congregazione continuerà a prosperare; MeinBiog., VII, p. 524-526: più brevemente, un regolamento al primo direttore di Mirabello, Don Rua; Mein. Biogr., VIII, p. 445-446: più breve ancora; Mem. Biogr., IX, p. 3S4, brevissimo programma mandato a Don. Lemoyne:
1. Osserva tutto; 2. Va' da per tutto; 3. Para la con tutti; 4. Confidenza ai subalterni superiori.
Altro materiale ad hoe si trova nel 1' Capi-, tale Generale, Mem. Biogr., XIII, p. 243-294; e in quella vera miniera, che è il capo ottavo del volume X delle Memorie. Presso i Direttori non si insisterà mai abbastanza sulla Carità paziente e benigna, sulla Umiltà prudente e longani
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me,. sulla Responsabilità e la vigilanza; sulla Paternità di cuore e dei modi, della premura e del sacrificio; sul dovere della esemplarità e dell'osservanza, nonché della formazione spiritnea. le e. soprannaturale di tutti, particolarmente dei Confratelli più giovani, o, comunque, più bisch posi, sia per custodire la loro propria vocazione,. sia per assicurare i frutti spirituali del lore, laVoro educativo fra i giovati, e del ministero.
8. - I fidanzati. — Parlando qui a Confessori Salesiani, che devono essere Confessori-Educatori, noi consideriamo, in questo scritto, principalmente, il loro lavoro e ministero coi nostri giovani, e tra i nostri Confratelli. Tuttavia, considerando che tanti nostri Sacerdoti Confessori esercitano questo ministero anche col pubblico, e. anche, nell'ambito stesso dei no- seri Oratori, con associazioni di giovanotti, e di padri di famiglia, ecc. crediamo non del-tutto. inopportuno, nè fuori_ posto, toccare qui,. almeno due argomenti delicati, in cui pure, anzi in modo particolare, i nostri. Confessori debbono-portare il tono,. il soffio dello spirito salesiano tutto pudore, delicatezza, e caratterizzato, so
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prattutto, da grande prudenza e riservatezza, e da una estrema castigatezza di linguaggio, in
materia di castità. Richiameremo pertanto qualche norma riguardo ai penitenti fidanzati, oPpure coniugati, felici di riferire anche in questo campo brevi, ma efficaci accenni al pensiero e alle direttive dello stesso Don Bosco.
- Come trattare, adunque, i fr,danzati? Troppo spesso, purtroppo, il periodo di fidanzamento — anche quando è sincero, e non vile abuso dell'ingenuità e della buona fede — mentre dovrebbe essere la preparazione del matrimonio, ne diventa una distruzione anticipata, per tutta una catena di leggerezze, di abusi, e di nefandi peccati. Il fidanzamento dev'essere per il Sacramento del Matrimonio, ciò che è il Seminario per il Sacramento del Sacerdozio, o il Noviziato per la Professione Religiosa: una preparazione cioè, ed un esercizio intensificato di virtù proprie, o in ordine al santo ideale. Occorre pertanto con parole quanto è possibile brevi e pudiche inculcare i doveri di coscienza e il rispetto costante dei Comandamenti divini e l'uso dei mez'- zi necessari (Preghiera e Sacramenti), previa la fuga dei luoghi e delle persone, e di altre occa
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rioni o pericoli, specialmente prossimi, di peccato, discorsi leggeri od osceni, spettacoli ca letture disoneste, luoghi solitari e appartati o chiusi, fuga dei genitori o di altra buona compa-, gaia, tratto impudico, immodesto, licenzioso, e addirittura già in se stesso peccaminoso é scan
daloso ecc.
Al fidanzato si faccia presente la sua tremenda responsabilità di coscienza davanti a Dio, la sua ingiustizia contro la fidanzata; che non si può chiamare amore, quello che è delitto di lesa innocenza, di lesa coscienza, di lesa verginità; che i fidanzati non sono, assolutamente, marito e moglie, quindi nulla esser lecito a loro di ciò che è lecito solo nel matrimonio; che non chiami soddisfazione ciò che è marchio di eterna dannazione; che se il giovane abusa dell'ingenuità della fanciulla, non è amatore, ma traditore; non si offenda per queste parole, che non si dicono per offendere, ma per illuminare e salvare; che non sono proibizione della gioia, ma preservazione dell'onore e preparazione della vera e pura gioia paterna e materna per domani, nell'ordine voluto da Dio. (Vedi biblio
grafia sopra).
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· • Alla fidanzata si inculcherà di essere gelosa della sua purezza, e di difendere con feuiiezza fi euo Onore e la Grazia di Dio nella sua coscienza; di rispettarsi e di farsi rispettare; di non essere ingenua, e di non vincolarsi impru: dentemente; diffidi di un giovanotto che non la rispetta, che è impudico e impuro, che cerchi la solitudine, che si rivela. sensuale, debole e interessato sfruttatore; che inganna con moine e regali o con promesse che -non gli costano niente; diffidi dei fidanzamenti lunghi e interminabili; se il matrimonio si prospetta lontano, diradi .le visite e gli incontri; fugga l'oscurità e la solitudine, i luoghi chiusi o appartati; pece gin moltissimo, specialmente il Sacro Cuore di Gesù, e Maria Immacolata e Ausiliatrice; si consigli coi genitori buoni cristiani, Q con persona profondamente cristiana e praticante. La Purezza del Fidanzamento prepari la gioia e la Santità del Matrimonio; e i fidanzati pensino, ora, per non dover arrossire domani sottoe lo sguardo dei figli.
Ripetiamo questo grande principio: che il Fidanzamento per il Sacramento del Matrineoe nio dev'essere ciò che è il Seminario per id. Sa
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cramento del Sacerdozio.: un tempo sacro, un periodo di preparazione seria e coscienziosa, fatta di più intensa preghiera,- di allenamento a una maggiore mortificazione, di purezza . e di virtù; e non, evidentemente, un periodo di leggerezze, di impudiche licenze e illecite sensuae lità, di 'peccati e di oscenità vergognose, di spirituale e morale rovina reciproca, nel tempo e, forse, per l'eternità! Quanti così detti fidanzamenti non sono che una scuola di immoralità, e un periodo di complotti futuri contro la castità coniugale e di delittuòse congiure anticipate contro il rispetto alla vita e alla prole nascitura.
Un punto per i fidanzati particolarmente delicato è l'uso di, baci e di abbracci. Se doinandano, si ricordino loro i. principi. Quando seno segni civili, puri e ben intenzionati segni di benewlenza — come tra fratello e sorelle„ tra euadre e. figlio, tra figlia e padre, così Ira due promessi — e non sfoghi e intenzioni di senstolite!, nulla da ridire, per sè parlando, Ma ciò non toghe che il pericolo sia inerente, come avvicinare un fuoco a iena, materia infiammabile porta inerente il. pericolo di un incendio: di qui, dune

que, la rarità o sobrietà di queste manifestazioni, la delicatezza e il rispetto: la moderazione e soprattutto la pura intenzione di affetto, che vada nobilmente da cuore a cuore, ossia da anima ad anima, e non — come fra legittimi coniugati — da intenzioni di sensualità a sensualità. È necessario escludere l'intenzione, ed evitare il pericolo prossimo di conseguenze e di disordini sensuali contrari alla castità. Non sono marito e moglie. Questo è il principio, questa la base. Per i fidanzati, quindi, valgono integralmente il VI e il IX comandamento in quanto contrari a fatti e desideri di soddisfazioni sensuali proprie dello stato e nelle legittime condizioni del Matrimonio, conforme il fine naturale di esso. Cfr. CianA, DP17, Filippo Rinaldi, 5. E. I. cap. IX e X, specialmente pag. 190, dove se la sbriga brevemente ed efficacemente sulla onestà o meno del bacio. In questo, si dica francamente, che in generale, stante il pericolo, quanto meno, tanto meglio. È sempre segno di maggior serietà, è di più vero e spiri
tuale cristiano amore..
Simile, e anche molto maggior cautela, anzi severità per gli abbracci e per i balli. Si. facciano
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presenti i criteri, che sono il peccato e il pericolo prossimo di peccato, che si devono assolutamente evitare e abbandonare; come pure il pericolo all'altro, e lo scandalo, sia di abbigliamento, che di tratto, e di certe forme di abbracci e di balli per se stesse oscene. Si ricordi che, spesso, il -peccato e pericolo. grave, gravissimo, non apparente talora durante il ballo stesso, si ha prima e dopo del ballo, nei ritrovi, incontri, discorsi, eccetera. Si ripeta, per principio che oggi come oggi, il ballo é malfamato, e he compromette il bacon nome e l'onore e la stima di una figliuola e della stessa famiglia che lascia andare o manda o magari conduce a certi balli le figliuole. S'impari dalla dolorosa, spesso. tragica esperienza altrui, prima che sia troppo tardi, per la propria coscienza di cristiana, e per il proprio onore e verginità: Si cerchino altre maniere, oneste e più sane, di sollievo e svago. Soprattutto si sappia rispondere appellando alla loro stessa esperienza e ooScienza: Non avete mai peccato al ballo? E
perché domandate a me se sia lecito?..... Dopo il ballo vi sentite tranquilla in coscienza? Vi sentireste di fare la Comunione tranquilla
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mente, senza sacegio?... E dopo tanti balli, •
siete ancora innocente, pura, vergine?... Non avete la coscienza di trovarvi in pericolo serio di perdere la grazia di Dio, in quegli ambi e, M quelle compagnie, in quell'abbigliamento, e con quel -contegno?... Siate coerente! Rispettate la vostra coscienza, che è la voce di Dio e della sua divina legge!... Se dicono che hanno.
la coscienza a posto... si risponda:
a) Che vedano se, sinceramente, si sentiranno di rispondere così di fronte l m aomento della morte, cioè dell'immediato Giudizio di
Dio, che deciderà per l'eternità;
b) Che se veramente, finora, non fecero o non ebbero male, riconoscano il grave pericolo, lo evitino finché è tempo, credano a chi sa più di loro, ed ha più esperienza... In. conclusione, se frequentando i balli, resta ancora salva la loro innocenza, dicano pure ché è mi vero mira-colo! a, Quanto a consigli circa futuro matrimonio ci si ispiri all'esempio e allo spirito di Don Bosco, quali si rivelano, da alcuni casi, da lui risolti_
magistralmente pur con brevissime e
succosissime righe in alcune lettere (Mura. aogr., X, p.. 159; XIII, p. 848; XVIII, p. 275).
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9. - Per i coniugati. — I casi dell'Onanismo e della Continenza periodica o del cosidetto Metodo Ogino-Knaus. L'onanismo — abuso dell'atto coniugale, viziato contro natura per non avere figli, — essendo, appunto, contro natura, è sempre peccato gravissimo. Essendo contro natura, per definizione è, anzi un delitto. Spesso è necessario ribattere scuse, pretesti, pregiudizi che si esprimono (cfr. BURGER, Fiocco bianco). Per lo più i due coniugi sono complici e vanno ammoniti della gravità, conconaitante ratto ben incominciato non proibito);
2) Non cooperare esternamente (sempre inteso: all'interruzione);
3) Protestare frequentemente (esprimere seriamente la propria disapprovazione).
Quanto al metodo Ogino-Knaus, o della continenza periodica, oramai, abbiamo autorevolissime dichiarazioni e precisazioni dello stesso Sommo Pontefice Pio XII, e anche più adeguate di prima. Consiste detto metodo nell'astensione sistematica dall'atto coniugale nei giorni fecondi, riservandone l'uso ai giorni infecondi fra un mestruo e l'altro. II periodo varia da soggetto a soggetto. La fondatezza di questa teoria, secondo molti dottori, non sembra da mettersi in dubbio; i casi di insuccesso non pare si debbano a infondatezza del principio, ma ad errore di calcolo. Comunque il Sacerdote non si prenda personalmente la responsabilità scientifica della cosa, ma la rimetta ai competenti.
Secondo lo STEcHau, per il computo dei giorni infecondi — nei cicli regolari, calcolati dal primo giorno del flusso — varrebbe la nonna
anche se sembrassero in buona fede (cfr. Pio XI, Casti connubii). In casi ostinati e fallite altre vie, si potrà caute insinuali la continenza periodica, evitando assolutamente di prendere l'aria di raccomandarlo, o di farsene propagandista! All'uomo si farà bene a raccomandare qualche libro sulle sue gravissime responsabilità di coscienza (Dr BABINA, La corruzione della donna e la responsabilità dell'uomo. Il Sacerdote veda P. Boscm S. J., Nuove questioni matrimoniali, Marietti).
Quando è la moglie che si confessa e appare sinceramente ben disposta, che vorrebbe o bene, o niente, ma trova ostinato il marito, le si raccomandi:
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15. - N. CAMILLERT, Confessori. Educatori.

a) che non cessi, anzitutto, in modo opportuno, di fare opera di persuasione presso il marito, per il rispetto del vero amore, per rispetto alla coscienza di entrambi, alfinchè non la almeno lasci la sua coscienza in pace e costringa al peccato, allo strazio del rimorso davanti a Dio; oppure si decida a far bene il suo dovere;
b) di ottenere dal marito ostinato, almeno, la continenza, periodica;
e)
di non prestarsi assolutamente, e di re
c) il marito, come potrà spingere come agi'
e per quanto potrà, se volesse l'atto viziato fin da principio, con uso di strumenti disonesti anticoncezionali;
d) in caso di violenza o d'irap ecc.,
osizione fisica o morale, con gravissime minacce, che almeno protesti, preghi, e così non acconsenta;
e) se l'abuso è solo da parte dél marito lice dell'atto naostinato, r-ostinato, per interruzione semp
turale, si raccomandino tre cose per salvagua dare la coscienza propria:
1) Non acconsentire internamente (s'intende, all'interruzione; ché, alla soddisfazione
226

del --19 (neno diciannove) e —10 (meno dieci), applicata rispettivamente alla minima e alla Massima lunghezza dei cieli stessi. Esempio: oscillazione dei cicli di giorni 29-33: saranno infecondi i primi dieci giorni (29 19 = 10), e di nuovo infecondi gli ultimi giorni dal 230 al nuovo inizio (33 --10 = 23). Fecondi sono i.
giorni intermedi.
Che cosa dire in ordine all'onestà delf uso
di questo metodo? Ecco brevemente:
1) Il fondamento scientifico si ritiene assi
curato; le eccezioni sono facilmente dovute a
errore di computo, o alla irregolarità dei periodi;
2) In tutti i casi non spetta al prete farsene
· quasi propagandista, indiscriminatamente so
prattutto;
3) L'atto come atto, certo, non è, per se,
contrario a una delle virtù morali e cioè alla castità coniugale: infatti, anche in quel -periodo,
ratto è conforme alla natura;
4) Il sistema come sistema, non è per sè con
trario alla castità, ma è contrario ad altra parte, e. ad altre esigenze della stessa Morale, e cioè evade il fine stesso del Matrimonio, anzi il fine primario e principale di esso, la prole;
228

5) Da ciò segue che non è lecito l'uso indiscriminato di questo sistema, che assicura
la soddisfazione, ma evade, appunto, per sistema il dovere dell'istituto stesso matrimoniale;
6) Se occorrono ragioni proporzionatamente gravi — come gravi condizioni di salute della moglie, gravi condizioni materiali, di locale e di ambiente, economiche e igieniche, le quali, sebbene materiali, possono influire anche nel piano morale come motivo di onesto riguardo di carità per la moglie ammalata, di doverosa continenza per il marito, o come seria difficoltà per la educazione dei figli, allora queste ragiOni giustificheranno l'uso del metodo Ogino, finehè dura la situazione (cfr. Pio XII, Discorso alle Ostetriche e altri posteriori);
7) Se Opporranno l'incertezza del metodo, o del calcolo, si risponda che accettino e lascino almeno questo margine alla Provvidenza, se ' hanno ancora un po' di vera fede cristiana; se ne verrà prole, vorrà dire che proprio Dio vuoi affidare loro un altro tesoro per l'eternità beata, e lo accolgano così, come Dio lo manda;
S) Che se alcuni dichiarano di seguire questo metodo, e mostrano di essere in buona fede, nè
sug

vi è fondata speranza di ottenere diversamente, seguire il Decreto: « non esse inquietai:Las coniuges ». Si sfati la impossibilità della continenza », insegnando che è possibile se si usano, come si devono usare quando è necessario, i mezzi relativi: riserbo e fuga delle occasioni eccitanti; uso leale di sforzo della volontà e di carattere; ricorso sincero e costante alla preghiera, e ai Sacramenti; conveniente mortificazione dei sensi, nobile e deciso dominio sulla propria immaginazione e sui propri istinti, riportando il proprio affetto su un piano più alto e spirituale, che non sia quello sensuale.
Criteri comuni circa le Vocazioni.
Ed eccoci all'ultimo fra i più importanti problemi, che ci possono presentare e ci presentano i penitenti, che ci chiedono un parere, o un giudizio in materia di vocazione. È il secondo dei due punti gravissimi sopra i quali Don Bosco voleva che regnasse unità di indirizzo fra .tutti i nostri Confessori, e, s'intende, fra tutti i.
2 ao
-
Direttori: " gli scandalosi, soprattutto in materia di castità o moralità, e le vocazioni. Noi qui ci limiteremo, semplicemente, ai criteri di moralità in ordine alle Vocazioni sia Religiose che Sacerdotali. Più particolarmente ci limiteremo a riferire le direttive della Santa Sede, soprattutto la più recente Instructio del 2 marzo 1948 aí Vescovi, e le direttive date per noi da San Giovanni Bosco, quali ci risultano abbondantemente dalle Memorie Biografiche.
Si veda QUATEMBER, De Vocatione Sacerdotali, ricco di documentazione, e molto equilibrato e serio di giudizio; BIOT-GALLI1~D, Guida medica per le Vocazioni sacerdotali e religiose, e altri già riferiti sopra.
IR sintesi possiamo dire che la Instructio esige, prima degli Ordini Sacri, cinque anni interi .senza alcuna grave colpa esterna contro la castità; esclude incondizionatamente per una colpa, anche npa sola, cum alio o cum alfa, dopo l'ingresso in Seminario, similmente basta una sola colpa grave nel primo anno di teologia per sospendere l'ascesa al Sacerdozio; e anche prima, nel Liceo o nel Ginnasio, se constano abiti e propensioni non riuscite a superare. t consolante
231

rilevare che Don Bosco, a distanza quasi di 100 anni, dava gli stessi criteri, e con lo stesso rigore; anzi, simile rigore usava anche solo per l'ammissione ai Voti, come vedremo. Premettiamo, prima di riferire la Instructio, il pensiero diretto del Papa Pio XI, espresso in due occasioni.:
a) Nell'Enciclica « Ad Catholiei Sacerdoti » diceva ai Superiori: nel dubbio « tutiorem semper sententiam sequantur »...
b) Al Capitolo Gen. dell'O; M. Capp., 1938 dichiarava perentoriamente: « Estote severi, severi... Si quis dixerit, hac in re, Minium exigi rigorem, Ipsé potestatem respondendi Superiori-bus facio, hanc esse Papae voluntatem! ».
Ed ora ecco la Instructio della S. Congr. de Serninariis, che crediamo opportuno riferire, qui, non trovandosi pubblicata fra i documenti ufficiali negli A. A. S.
232,

La « Instructio » del 2 marzo 1943. — Compiti del Direttore Spirituale.
1. — « Il Direttore Spirituale deve compiere il suo lavoro nel segreto e nel nascondimento. Deve pertanto rimanere assolutamente estraneo alle questioni disciplinari. Non si tratterrà mai col Rettore intorno agli alunni singoli; tanto più dovrà guardarsi dal manifestare alcun giudizio. Solo in casi eccezionali il Direttore Spirituale• potrà o anche dovrà imporre ai giovani di segnalare ai Superiori disciplinari qualche grave mancanza che importi il pericolo di altri (1).
« Non dovrà mai servirsi delle notizie di coscienza per intervenire in foro esterno (per esempio presso l'Ordinario), nemmeno a favore dell'alunno, anche da questo autorizzato e pregato, ad eccezione di casi rarissimi, dopo essersi munito di autorizzazione scritta del medesimo.
2. — « Preposto dalla. Chiesa alla guida delle anime dei Seminaristi verso il Sacerdozio, il Di
(1) Si ricordino le norme citate di Don Bosco per gli sanarla li,

rettore Spirituale deve seguire l'andamento spirituale del Seminario. Gli orari vengono stabiliti dal Rettore, anche per quanto riguarda le pratiche di pietà. Circa la distribuzione e la durata di questo, il Rettore curerà d'intendersi col Direttore Spirituale. Gli orari dovranno essere approvati dall'Ordinario Diocesano, e, per i seminari regionali, dalla Commissione Vescovile di vigilanza. Le questioni interessanti la formazione spirituale degli alunni nel foro esterno, come la scelta dei libri per la lettura spirituale, la durata degli esami di coscienza e della visita pomeridiana al SS. Sacramento, il tenore delle preghiere pubbliche, le funzioni liturgiche o devote ordinarie e straordinarie, verranno decise di comune accordo. Quanto ai problemi attinenti alla formazione generale (criteri pedagogici, ideali ed iniziative di apostolato, direttive per razione liturgica e missionaria,- letture in refettorio, letture private dei giovani, ecc.) la decisione spetta al Rettore, il quale peraltro avrà. cura di consultare il Direttore Spirituale.
3. — « Per la Direzione Individuale degli alunni, il Maestro di spirito si giovi prineipal
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mente dei colloqui spirituali. La frequenza dei colloqui può stabilirsi nella media di uno al mese (1) come necessario e sufficiente Per la generalità degli alunni. Sembra preferibile il sistema del turno mensile preordinato per tuffi -rimanendo peraltro libero a chiunque l'accesso al Padre Spirituale durante le ore di studio e di ricreazione. Non pare invece opportuno che, in via ordinaria, il Direttore Spirituale chiami di sua iniziativa alunni singoli, eccetto quelli che ne avessero fatto richiesta (per esempio con biglietto scritto).
« L'argomento della Direzione privata dovrà essere adattato alle esigenze di ognuno. Non dovrà limitarsi all'accusa dei peccati, ma dovrà essere eminentemente positivo, come la santità. sacerdotale, alla quale il giovane deve essere condotto attraverso l'allenamento progressivo nelle varie virtù, e la vita soprannaturale secondo la tradizionale ascesa per la via purgativa, illuminativa ed unitiva. Il Direttore avrà cura di suscitare e alimentare l'amore sincero per il
(l) Per noi sono i Rendiconti mensili, stabiliti dalle Regole.
235

Signore, un'intensa pietà eucaristica e mariana, ielo generoso per le anime (1).
4. — « Al Maestro di spirito spetta anche la Direzione collettiva mediante la predicazione in pubblico. Il mezzo più indicato a tal fine è la Conferenza spirituale da tenersi settimanalmente, su temi efficacemente formativi, secondo uno schema organico (2) pur dovendosi certe esortazioni ed osservazioni rinnovarsi costantemente, sotto forma più o meno variata. Ogni anno, fra l'altro, il Direttore dovrà tornare sul Metodo pratico della, Igeditazione, insistendovi particolarmente per gli alunni di Ginnasio e di Liceo, e accompagnerà i più provetti per la via dell'Orazione, della quale ai chierici verranno spiegati i gradi progressivi.
(1) Si pensi a Don Bosco, definito runione con Dio, tutto nel suo programma Da mini anintas caetera tale, con la pratica dei Sacramenti, e le Devozioni a Gesù e a Maria.
(2) Si pensi alle nostre Conferenze settima.pli negli Studentati, e alle due Conferenze mensili per tutti i Con-.fratelli. Sarebbe opportuno sviluppare uno o più temi fondamentali ogni anno, per esempio: Preghiera, combattimenti spirituali ed esami, Virtu e loro esercizio, Confessione e Comunione, santa Messa, Sacerdozio e Voest7ione, Metodo educativo, ecc.
236

5. — e Essendo largamente impegnato dalle sue occupazioni giornaliere di confessioni e di direzione, zl Direttore Spirituale non deve essere sovraccarico di prediche. Oltre la Conferenza Settimanale e le Meditazioni, di cui 2 o 3 volte la settimana detterà i punti al mattino, raramente dovrà essere officiato per tenere discorsi in cappella. Per i panegirici, ore eucaristiche e simili, potranno, volta per volta, essere incaricati o invitati altri. Sarà conveniente che il Direttore Spirituale venga interpellato in merito. Si asterrà dall'assumere impegni di predicazione fuori del Seminario durante l'anno scolastico.
— Direttore Spirituale e Confessori ordinari (esterni).
1. — «Il Codice di Diritto Canonico (e. 1358) impone l'obbligo di mettere a disposizione degli alunni due Confessori ordinari oltre il padre spirituale. Deve essere lasciata piena libertà di accesso ai medesimi (e. 1361).
« L'unicità di direzione spirituale reca notevoli vantaggi. t bene quindi che il Direttore
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Spirituale nominato ufficialmente a tale scopo dal Vescovo o dalla Santa Sede sia unico ad impartire la direzione spirituale ai giovani di un medesimo Seminario, salvo qualche rara eccezione pratica (I). L'esperienza insegna che gli alunni che si studiano di fuggire il Direttore Spirituale sono mossi per lo più da intenzioni non completamente rette. Quindi il Confessore, se non é il Direttore Spirituale del Seminario, non deve in generale accettare la direzione propriamente detta di alcun seminarista, ma fare piuttosto opera di persuasione perché tutti ri
orrano al Direttore di ufficio. Nel caso che l'uno o l'altro trovi difficoltà ad aprirsi al Direttore Spirituale del Seminario, il Confessore potrà accettare la responsabilità di dirigerlo, ma, perché il Direttore Spirituale dei Seminario possa esercitare un certo controllo generale, dovrà indurre ralunnó a presentarglisi almeno qualche volta.
(i) Da noi il Direttore Spirituale ufficiale è il Direttore della Casa, anche se non è il Confessore: la libertà di accesso ai Confessori aggiunti nei Seminari, rispecchia in qualche modo rattuale canonico separazione dell'ufficio di Confessore da quello di Direttore negli Istituti a sempre maggiore tutela della libertà di coscienza dei sudditi.
23S

- r— « indispensabile che i Confessori or
dinari (esterni od interni) abbiano contatti e scambi d'idee col Direttore Spirituale affine di assicurare l'identità di criteri e di metodi, specialmente in materia di vocazione (1). 11 Rettore dovrà dunque provvedere a metterli in relazione, e procurerà loro modo di riunirsi al7 meno al principio e a metà di ogni anno scOlaL stico, per trattare delle questioni che devono essere risolte con. principi comuni, e in modo uniforme.
« Il Confessore ordinario si asterrà, normalmente, dall'emettere il giudizio definitivo sulla Vocazioné di un Candidato agli Ordini Sacri, qualora non avesse già per più anni assistito spiritualmente il medesimo. Nei casi dubbi, non avendo il Confessore avuto tempo e oppor
tunità di formarsi la certezza morale circa la idoneità o meno del Candidato, rinvierà la de
cisione ultima al Direttore Spirituale del Seminario, imponendo ai giovani di ricorrere ad
esso.
(1) Si ricordino le conferenze di Don Bosco- nelle riunioni dei Confessori.
239

III. — Criteri per giudicare della Vocazione sacerdotale.
« Per la mancanza di sufficiente severità e di uniformità di criteri nel giudicare dell'idoneità dei Seminaristi allo stato ecclesiastico, avvengono non di rado lagrimevoli promozioni agli Ordini di soggetti indegni. Questi poi, una volta diventati preti, perché aiutati o addirittura spinti con eccessiva indulgenza a conseguire il Sacerdozio, s'indegnano., vedendo le conseguenze del loro incauto passo, contro chi fu la causa responsabile della loro rovina (1).
e L'autentica vocazione viene riconosciuta dal manifestarsi di doni vari di natura e di grazia. Il, giudizio quindi intorno alla Vocazione deve tener conto di molti elementi, e principalmente di un complesso di qualità morali e spirituali (in primo luogo della Pietà, Umiltà e Docilità, Mortificazione e Distacco) che sono indispensabili per un Ministro del Signore (2).
(1) Don Bosco parla di vocazioni ottenute con artificio e con una specie di mela fede ›, (Mem. Biogr,,. V, p. 404).
(2 Si ricordi Don Bosco, Mem. Biogr., XVI, p. 44: Base
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« Per ora — prosegue la Instructio — riteniamo opportuno di insistere su di uno particolare (degli elementi) che deve ritenersi « conditio sine qua non » per poter riconoscere nel Candidato la Vocazione al Sacerdozio: la virtù della Purezza.
« Intendiamo pertanto stabilire i seguenti
delle vocazioni è la frequenza ai Sacramenti; — Mem. Biogr„
XIII, p_ 488: difficile trovare leviti nelle agiatezze: perciò
si cerchino con massima sollecitudine tra la zappa e il martello; — Mem. Biogr., XII, p. 563: Per non perdere la vocazione, non essere mondani e amanti delle affezioni sensibili e di casa; — Mem. Biogr., XI, p. 511: Mi pare un errore grave questo, dà dire che la vocazione è difficile a conoscersi: il Signore ci mette in circostanze tali, che noi non abbiamo che da andare avanti, solo che noi corrispondiamo, cfr..pure p. 298; — Meni. Biogr., XIII, p. 229: Ohi bisogna pur dirlo che le vie del Signore sono segrete, e quando giunge il tempo prestabilito egli manifesta la sua volontà. E quasi in sintesi, si veda il pensiero di Don Bosco Mem. Biogr., XI, p. 574: Io vorrei sapere se ho la vocazione ecclesiastica. Hai tu desiderio e propensione a farti prete? L'ho. Seconda domanda: Ti compiaci nel servizio delle funzioni, nell'ascoltar messe, accostarti ai Sacramenti, imparar cerimonie? Mi compiaccio. Allora io vengo alla terza domanda: Come stai riguardo a probità di costumi? E qui tenete ben a mente: se uno non è moralmente certo, mediante la grazia dei Signore, di poter conservare la castità, costui .per carità non cerchi di farsi nè prete nè religioso.
241
16. - N. CAMBt.LmRI, Confessori Educato i.

punti obbligatori per tue. « graviter onerata conscientia » :
1. — « Con l'inizio del Corso Teologico lo studio del giovane sotto l'aspetto della Purezza deve considerarsi chiuso. In Teologia l'abito della Castità deve essere acquisito. Se il giovane non si é mantenuto immune da peccati gravi esterni almeno da un anno prima di entrare in Teologia deve essere eliminato dalla via del Sacerdozio (1).
2. — « Nel terzo anno di Liceo il Direttore Spirituale deve accertare le disposizioni del giovane in merito alla Purezza. In questo, che può dirsi l'anno dello scrutinio, deve emergere la sicurezza morale che il giovane aspirante al Sacerdozio si manterrà puro. Perché l'esito della prova in tale anno — comprese le vacanze estive precedenti — sia da considerarsi negativo, basta un peccato grave esterno (2).
(1) Don Bosco parla p più anni prima degli ordini Sacri, Mem. Biogr., XI, p. 574.
(2) Don Bosco, di regola almeno, tende ad escludere già un semplice Aspirante che, durante Fanno, cada dué o tre volte in tali colpe gravi esterne, Mein. Biogr., XVIII, p. M&
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Quando si verificasse o si prolungasse un periodo di crisi, dipendente dall'età o da parco-lari condizioni di temperamento (ritardo di crisi) e il giovane apparisse peraltro dotato di sincera pietà e solida virtù, si potrebbe prolungare il periodo di prova per un altro anno, in modo che il giudizio definitivo possa concludersi entro il primo anno di Teologia, possibilmente prima del conferimento della Tonsura (1).
« Si tenga però presente — prosegue la Instructio — che il riammettere alla prova deve
essere un espediente eccezionale. In via ordinaria, quelli di cui non appaia sicura la perseveranza nella Purezza dall'inizio della Teologia devono essere eliminati (2).
(1) Ciò vuoi dire due anni prima del Suckliaconato. Anche Don Bosco, imponeva di attendere = parecchi mesi, o qiialche anno per maggior sicurezza . : qualche anno, significa, appunto, non un anno, ma 2 o .3 anni, Mena. Biogr., M, p. 547. Don Bosco pare contempli anche, o prospetti almeno questi. casi di rilardi di crisi, ,che non sarebbero quindi indizi di • perversa inclinazione a, com'egli si esprime, Mem. Biogr., XIII, p. 269.
(2) Anche Don Bosco, espressamente contempla simile eccezioni; e parlando, anzi_ di semplici aspiranti, non an. cora teologi, che non fossero ancora saldi. nella Purezza, dice di eliminarli, <, a meno che non ci siano indizi estremi di
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3. — < Durante i primi anni di Liceo devono essere eliminati dal Seminario i giovani che non riuscissero a vincere le tentazioni e a superare i turbamenti prodotti dalla crisi. Soltanto in_ questo modo si potrà ottenere che non entri in Teologia, e tanto meno riceva la Tonsura, chi non avesse dato prova di possedere, per grazia del Signore, l'abito della Purezza difeso é sostenuto dall'esercizio abituale delle altre Virtel necessariamente concomitanti.
4. « Quando le disposizioni dell'alunno
apparissero già chiaramente negative, la prova deve essere conclusa anche prima del Liceo. Occorre quindi eliminare fin dal Ginnasio i soggetti che non dessero serio affidamento in materia di purezza, o per insufficiente energia di ca-rattere, o per abitudini viziose già contratte. Così pure vanno esclusi fin dal Ginnasio quelli che .apparissero propensi a passionalità sensuali e spinti sentimentalismi (1).
vocazione, e si manifesti volontà di appigliarsi ai mezzi necessari per riuscire » Mem. Biogr., XVII, p. 569.
(1) Don Bosco ci ha lasciato criteri identici, e quasi con le stesse parole della recentissima Instructio della Santa
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5, « Deve essere escluso in qualsiasi tem
po. senza indugi e senza concessioni di ulteriori prove, chiunque avesse commesso, dopo il suo ingresso in Seminario, anche un soló peccato con persone d'altro, sesso oppure con un compagno (1).
Sede. Per i giovani studenti prima della Teologia, e quindi anche, oggi, per ii nostri chierici tirocinanti, considerando il caso sopra citato di un giovane e-che cadesse 2 o 3 volte durante l'armo, Don. Bosco esita, a mandarlo avanti, e risponde:
· Osservazione fondamentale da premettere: che non sia per 23erversa inclinazione, ma per circostanze esterne, occasionali .; quindi non sarebbe per 4 l'abito cattive ». « Resta a vedere, soggiunge ancora Don Bosco, se la sua volontà è di quelle risolute, e non tentennanti a, e cioè se vi sia quella « sufficiente energia di carattere » di cui parla il Documento Pontificio. La motivazione che Don Bosco adduce, è dominata dalla preoccupozione di assicurare soggetti che non siano indegni. Egli infatti dopo la risposta affermativa al caso contemplato, adduce, è vero, il motivo che • altrimenti bisognerebbe temere di vedere i Seminari e gli Ordint religiosi vuotarsi poco a poco, perchè qua.,zi nessuno, po., trebbe entrarvi A, ma conclude che, se non vi sono quelle condizioni per una fondata speranza di emenda, « si risponda pure negativamente (Mem. Biogr., XIII, p. 269),
(1) Don Bosco escludeva anche semplici ragazzi, e non solo chierici o studenti di teologia, se avessero commesso scandalo: « Se alcuno fosse di scandalo, allora costui dev'es, sere allontanato senza remissione geni. Biogr.> XVI, p. 44'4
Siano severamente allontaTlati. q, ili che dicessero, o in*
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« Dalla fedele osservanza delle norme su esposte potrà derivare, con l'aiuto di Dio, il fe, lice risultato di una accurata selezione tra i giovani candidati al Sacerdozio, provvedendosi ad eliminare tempestivamente, prima dei Corso Teologico, ed anche Liceale, quelli che non presentano le doti necessarie per diventare Sacerdoti come la santa Chiesa li vuole »
I criteri di Don Bosco.
Dopo aver accennato già, riportando la histructio della Santa Sede, al pensiero pienamente conforme di Doli Bosco, vogliamo ora raccogliere tutte insieme alcune sue dichiarazioni e direttive basilari sull'argomento. Premet
tiamo qui ciò che potevamo benissimo pre
mettere alla riferita Instructio — che, in fatto
nuassero, o facessero cose biasimevoli contro la moralità Mena. Siogr., XVII, p. 191; «. Se mancarono nella moralità con altri non si consiglino mai a farsi salesiani; volendo essi andare in Seminario, se mandano a chiedere l'attestato di moralità, non si risponda; si faccia loro solo attestato della scuola Mem. Bioge., XVII, p. 41e.
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di Vocazioni, noi siamo semplici delegati, e non padroni. Padroni, sono, per così dire, soltanto i Capi supremi: il Papa per tutta la Chiesa, e, sotto di lui, Don Bosco e i suoi Successori per la Congregazione in particolare. Non tutte le norme, certo, sono tassative, trattandosi di un campo così squisitamente morale, ed essenzialmente soggetto alla maturità della virtù cardinale prima — la Prudenzal. — di chi deve giudicare (cfr. QUATEMBER, De vocatione sacerdotali, passim, e in fine); ma di norme tassative, o quasi, ce ne sono pure. Ora, quando risulta che Chi ha il diritto supremo di decidere ha posto delle condizioni chiare e precise, come condizioni « sine quibus non », se mancano queste in un soggetto, noi — semplici delegati non possiamo, né dobbiamo discutere, o rimettere la questione sul tappeto. « Si quis dixerit
proclamava altamente S. S. Pio XI, come, abbiamo già riferito — hac in re nimium exigi rigorem. Ipse potestatem respondencdi superioribus facio: !une esse Papae voluntatem! a.. Ed ora passiamo alle norme e direttive di Don Bosco, raggruppandole in alcune categorie. Si veda pure la raccolta, in forma di trattazione, già fat
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ta sotto un altro aspetto dal compianto Don Caldone in Don Bosco Educatore, II, p. 452-49&
1. — Don Bosco, conforme il pensiero della Chiesa, esigeva rigore. — Nel Primo Capitato.
Generale (1877), Conferenza, Don Bo
seo propose norme perchè vi fosse unità di azione nel consigliare circa la vocazione (Mem: Biogr., XIII, p. 268). Importante il principio enunciato dal relatore Don Cagliere: « Il nostro noviziato non è di natura tale che possa cambiare i costumi già depravati, ma è fatto perché ciascuno possa istruirsi sul genere di vita che vuole abbracciare e sulle cose che dovrà fare nel resto del viver suo. Questo fine del nostro noviziato e della nostra Congregazione è da tenersi altamente impresso nella mente; i1 non badarvi può produrre pessime conseguenze ». Il biografo osserva: Mem. Biogr., V, p. 401:a Don Bosco seguiva le orme dettate dai Teologi più severi nell'escludere al Santuario chiunque non è saldo nella virtù ».
Nei già citato Primo Capitolo Generale Mem. Biogr., XIII, p. 247, lo stesso Fondatore dichiarava: « La moralità deve essere preven
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Uva, vale a dire che precede l'entrata in Congregazione... Prima di accettare zar, aspirante' si prendano informazioni da fonte sicura sulla sua condotta morale antecedente; si transiga sulla scienza e sull'interesse materiale, ma si usi rigore intorno alle doti morali; nè mai si accetti un individuo, il quale per ragioni d'immoralità sia stato espulso da qualche collegio, seminario o istituto educativo. Gli ascritti che nell'anno di prova mettono in dubbio questa dote importante, non siano ammessi alla professione religiosa. Anzi è meglio seguire l'usanza di altre corporazioni religiose, che rimandano il novizio appena vi è indizio che la moralità non sia ben fondata ».
Mem. Biogr., XIII, p. 811: « Bisognerebbe — disse Don Bosco nel Capitolo Superiore del 4 novembre 1878 — andare più rigorosi nell'accettare chierici o preti nella Congregazione, ecc. » — Mem. Biogr., XVII, p. 662: « In quan to alla moralità si usi più rigore per chi va agli Ordini Sacri che per chi vorrebbe fare i voti. In ambo i casi però sempre rigore. Se sono pen sied, letture, si potrà vedere, aspettare, so
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spendere il giudizio. Se sono atti contro se stesso, abitudini, ancora maggior severità; se però fossero sorprese, casi rari, si dia tempo e si vedrà. Se si tratta di mancanze fatte con altri, allora è difficilissimo che uno cambi. Le ricadute si verificano anche quando tale individuo si è consacrato a Dio ». — Mem. Biogr., XVII, p. 111: « Siano severamente allontanati -- diceva nella seduta Capitolare del 7 luglio 1884 — quelli che dicessero, insinuassero o facessero cose biasimevoli contro la moralità. Non si tema usare in ciò troppo rigore »
Mem. Biogr., pp. 268 ss: « Nel '75 si notò che per l'ammissione degli aspiranti al noviziato egli andava sempre più a rilento, massime se gli aspiranti desideravano vestire l'abito ecclesiastico. Costoro, disse in una conferenza di Capitolari delle varie case durante gli Esercizi autunnali, non si debbono accettare se non diedero segno di una moralità a tutta prova o se non si lasciarono conoscere abbastanza bene e non ebbero confidenza grande nei superiori... Riguardo al primo punto è da notare che non basta la buona volontà, non bastano i propositi
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del momento; questo basterà per l'assoluziow,
.rion basterà per assicurare che in seguito non cadranno di nuovo. Perciò, se non diedero durante un lungo tempo segni straordinari di perseveranza, non bisogna fidarci; ordinariamente ricadono ». — Lo stesso principio è ribadito in Mem. Biogr., XI, p. 274: « Nel 1875 trattandosi dal Capitolo Superiore dell'amatisione ai voti perpetui, fu tenuto indietro chi aveva dato segni di amare la bottiglia. Don Bosco dichiarò doversi procedere con gran rigore su questo punto. Nè si dica che riconobbero, che hanno promessó molto risolutamente; questo dolore basta per l'assoluzione sacramentale, ma non serve a darci la menoma guarentigia per l'avvenire ».
Mem. Biogr., XIII, pp. 398 s : Si noti che Dam. Bosco portava questo rigore anche dopo la professione, non escludendo di rivedere, quasi di « schiumare » le vocazioni. « Quando sembra che certi chierici — disse nel 1877 — meritino di essere licenziati, si possono per ultima prova invitar a fare tre giorni di esercizi spirituali... » E questo rigore Don Bosco lo ap
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plicava anche ai inoranoratori per sistema: « Ecco, diceva, un'altra peste: le mormorazioni! Entrate che siano nelle case religiose tutto va in rovina. L'unico mezzo è troncare risolutamente, bruscamente il ramo infetto. Oh! chi è scruscì (magagnato) in qualche cosa, allontanarlo e non sperare ulteriormente che si corregga ».
2. — Don Bosco nel dubbio decideva nega, tivamente. — Mem. Biogr. X, p. 1078: 11 suo principio ideale era: « O Salesiani santi, o non
Salesiani ». Mem. Biogr., X, p. 238: Perciò
il. 10 maggio del '75 insisteva presso i giovani.: «. Nessuno intraprenda lo stato ecclesiastico, se non vi è chiamato da Dio: e nessuno s'incapricci di altro stato, se la voce del Signore lo chiamasse al servizio della sua Chiesa ». Mem. Biogr., XVII, p. 367: Trattandosi di un chierico del Seminario, che non portava l'attestato del Vescovo, e che fu visto chiacchierare durante gli Esercizi, Don Bosco disse così: <z Di regola ordinaria non si deve mai transigere con la moralità. Qualora la moralità sia
ubbia, ,è meglio non accettare, che introdurre
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in casa un individuo dubbiamente immorale. Punto cardinale la moralità. L'esperienza ci mostra che un segno dell'immoralità è fuggire superiori ». — Mem. Biogr., XIII, p. 809: Nel Capitolo del 4 novembre 1878, una questione,fu ivi esaminata, questione spinosa e non mai decisamente affrontata prima di allora (!), perchè su questo punto si andava piuttosto alla buona. Non mancavano chierici di vocazione dubbia, e per conseguenza di condotta men che mediocre; eppure con certa facilità si tolleravano in casa. Ma allora i Superiori proposero e Don Bosco assenti che chierici cotali si dovessero licenziare, giudicandosi miglior partito sbarazzarsene subito, che lasciar penetrare per causa loro la rilassatezza negli altri ».
Mem. Biogr., V, p. 404: Insomma Don Bosco professava la gran massima di San Vincenzo de' Paoli: « Spetta a Dio solo sceglierei suoi ministri e destinarli alle varie mansioni: le vocazioni prodotte dall'artificio, e mantenute da una specie di mala fede, recano poi disonore
alla casa del Signore ». Mem. Biogr., XVII,
pp. 659 s: Perciò nel 1885 inculcava l'imparzia
-25.3

lità nelle accettazioni: « Nelle accettazioni, di.- ceega, stiamo ben attenti a non lasciarci ingan
nare da benevolenza o da malevolenza, non dia norma per accettare o rifiutare qualcheduno
l'inclinazione personale del votante ». Mem,
°•gr., V, p. 402: « Per la scelta della vocazione, se trattavisi di giovani che non fossero suoi pe
rlitenti, egli stesso voleva che prima sentissero
ravviso del loro Confessore. Sovente, per non dire quasi sempre, li mandava da Don Cafasso
ad udire l'ultima parola ». Meati. Biogr., XIII,
p. 808: E anche ai giovani stessi non cessava d'inculcare che: « Chi non si sentisse di conservare la virtù della castità, non è fatto per il Sacerdozio: da prete non farebbe che del male asèeaglialtri».
Mem. Biogr., XI, p. 350: Coltimi indecisi, che facevano dipendere la loro risoluzione di
entrare in noviziato dal volere dei loro genito
ri; vennero da Don Bosco consigliati a non entrare in Congregazione. A certi altri che repu
tava leggieri e poco adatti alla Congregazione, specialmente se poveri, mise per condizione che pagassero le spese solite a esigersi da chi entra in qualunque noviziato... Si prenda in seguito
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quello che possono dare... Ma dall'impegno che essi mettono per cercare di ottenere questa somma dai loro genitori, molte volte si può conoscere benissimo le intenzioni di un individuo ».
3. — Criteri di Don Bosco nel consigliare i
giovani sulla vocazione. — Anzitutto ecco una
pregiudiziale, un gran principio, tolto dal Te
stamento paterno, (Mem. Biogr., XVII, p. 264),
Ma che fu già enunciato dal Card. Cagliero,
come relatore del Primo Capitolo Generale:
« La nostra Congregazione non è stata fondata per coloro che avessero condotto una vita mondana, e che poi per convertirsi vollero venire fra noi. La nostra Congregazione non è fatta per essi. Noi abbiamo bisogno- di Soci sicuri, e Provati nella virtù secolare. Vengano essi non a perfezionare loro medesimi, ma ad esercitare la perfezione cristiana, e liberare dagli immensi e gravi pericoli in cui si trovano in generale i fanciulli poveri ed abbandonati. Per quei fanciulli che furono già vittima infelice delle mi-Serie umane, o che hanno già fatto naufragio in fatto di religione e negli stessi costumi, costoro o non si facciano preti, o siano inviati ad ordini
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claustrali o penitenti... Il Direttore del Noviziato badi a non mai presentare per l'accettazione quei novizi di cui coscienziosamente egli non fosse sicuro della moralità ». — Mem. Biogr., XVII, p. 262, sempre nel Testamento paterno, Don Bosco dice ancora: « Che questa vocazione o questo prete vada in Diocesi, nelle Missioni o in una casa religiosa non importa. sempre un gran tesoro che si regala alla Chiesa di .Cesù Cristo. Ma non si dia consiglio ad un giovanetto qualunque, se non è sicuro di conservare l'angelica virtù nel grado che è stabilito dalla sana Teologia » . — Mem. Biogr., XVII, p. 461: « Se si viene a scoprire che siano man--canti della bella virtù, non si -consiglino mai a farsi Salesiani » — Mem. Biogr.,. XI, pp. 573 Dialogo, esempio di un esame di vocazione. Alla terza domanda, sulla moralità, il Santo Fondatore dice: « E qui tenete bene a mente: -se uno non è moralmente certo, mediante la grazia del Signore, di poter conservare la castità, costui per carità non cerchi di farsi nè prete nè religioso. Ma uno dirà: Purtroppo io devo lamentare cadute; ma conosco il male, .prepongo risolutamente... Non basta, mio caro,
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non basta... Accertiamoci meglio: da quanto tempo non sei più caduto .in queste cose? Son più mesi o più anni? Se sì, c'è già speranza. Ma no, è da poco tempo. Allora abbi pazienza, non andare avanti. Ma il dolore, il pentimento che costui ha, il proponimento fermo di non più peccare non bastano? Bastano per ottenere il perdono da Dio nel Sacramento della Confessione; ma per questo, no! Finché non passarono parecchi mesi, o qualche anno, per maggior sicurezza, cioè finché uno non può dirsi moralmente certo di poter conservare la castità che è il fondamento, la base, delle altre virtù, io non consiglierei mai alcuno ad andare avanti! ».
Mern. Biogr., XII, p. 88: Qui Don Bosco indica positivamente, e come in compendio, le doti richieste: « Per la Vocazione io credo assolutamente che si richiedano tre cose. Propensione, studio, morum probitas. Quando non si ha la propensione, è inutile ogni ulteriore fatica, ad eccezione che, come molte volte avviene, questo provenga solo da timidità; nel qual caso si può benissimo incoraggiare ad andar avanti. Per ciò che riguarda lo studio, si lascia
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17. - N. CAZ,Z.ULLET; Confessori Educatori.

decidere agli esami. Vi è poi la morum probitas. Questo è assolutamente necessario, a meno che uno voglia proprio vivere ritirato, e nel solo caso che le occasioni (esterne) siano quelle che lo trascinano sulla mala via, fuori di queste essendo buona la sua condotta »
Mem. Biogr., XI, p. 239: Ecco come egli sviluppava il suo pensiero su questo terzo punto: « Vi sono molti i quali, se stanno ritirati, praticano la virtù e adempiono con diligenza i doveri di religione: se invece si trovano, anche per brevi istanti (!) nel secolo, non sono più capaci di contenersi fra i tanti pericoli, che vi s'incontrano e non fanno buona riuscita. Perciò
quando io vedo un giovane, il quale, fi±iehè si trova ricoverato nell'Oratorio o in Collegio, conduce vita esemplare, e poi va a casa in vacanza e cade in molti peccati e ripiglia le opere che faceva prima che venisse all'Oratorio; e quindi ritorna dalle vacanze e vedo che si mette di nuovo sul serio ad adempire bene i suoi doveri ed essere assiduo alle pratiche di -pietà e, restituitosi a casa un'altra volta, si hanno da lamentare di bel nuovo gravi cadute, oh, io allora richiesto da questo giovane di dargli consiglio sul
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la sua vocazione, gli rispondo assolutamente: Se tu hai intenzione di andare nel mondo come prete, parroco assolutamente non entrare nella via del santuario, che questa sarebbe la via della tua rovina, e chi sa di quante altre anime. Che se — però — ti senti inclinato, con fini retti, a farti prete, allora, se tu risolvi a condur vita ritirata in qualche Congregazione religiosa e regolare, volentieri ti consiglio e permetto di farti Sacerdote ». — Mem. Biogr., XVII, pp. 192-3: Riferendosi a giovani di quarta e quinta ginnasiale, Don Bosco diceva: « Bisogna escludere quelli che fossero di rovina agli altri e di flagello a se stessi. Certi esseri non si tengano più in casa. Quando danno veri indizi di non essere chiamati al Santuario, e hanno condotta equivoca, si tolgano dagli studi e si congedino. Si guardi bene dal mettere questi studenti fra gli artigiani. Se uno studente che non ha la vocazione, si mette fra gli artigiani, ne fa strage a dritta e a sinistra, perchè costoro sono individui della peggiore specie ».
4. — Criteri di Don Bosco nell'ammettere a Noviziato o alla Professioné. — Anzitutto si ri
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cordino qui i principi generali posti sopra, sul rigore voluto da Don Bosco, specie Mem. Biogr., XI, pp. 268: Don Bosco, dice ivi l Biografo, pur bisognoso di accrescere il numero dei soci, non ispalancava le porte agli aspiranti, perché entrassero oves et boves. « Perché un aspirante fosse ammesso in Congregazione come chierico, disse Don Bosco il 25 settembre 1875, si richiede nel superiore conoscenza esatta del soggetto, e nel soggetto la prova di molta confidenza verso il Superiore. Quanto poi a moralità, essere necessario che egli fosse irreprensibile ».
Mem. Biogr., XIII, pp. 268 s: A fax sì che vi fosse unità di azione nel consigliare chi chiedesse di ascriversi alla nostra Società., Don Bosco propose il seguente caso: « Un giovane domanda di essere ammesso in Congregazione e così espone il suo stato : — Durante quest'anno sono caduto in tempi diversi due, tre volte in cose immorali. Oppure: caddi una volta, poi stetti molto tempo senza ricadere, poi ricaddi tre o quattro volte di seguito; poi non più. Che consiglio darebbesi a costui? Gli si
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potrebbe consigliare di entrare in Congregazione? Un'osservazione fondamentale, disse Don Bosco, si è di vedere se il giovane cadde tutte le volte che si trovò nell'occasione. Posto che sì, (cioè) per occasione esterna, non per perversa inclinazione, sarebbe ancora a vedersi, se egli è di quelli che rispetto alla vocazione sono fermi e non tentennanti, e se la sua volontà di quelle risolute. Posto che sia di fermo volere, gli si può rispondere che vada avanti: poiché — se non si rispondesse così — bisognerebbe temere di vedere i seminari e gli Ordini religiosi vuotarsi a poco a poco, perché quasi più nessuno potrebbe entrarvi. Se invece, date le condizioni descritte, il giovane non è di quelli fermi e costanti nei loro propositi, si risponda pure negativamente! » — Nel margine del Verbale, accanto al penultimo periodo, una mano estranea, che si può ritenere con certezza essere di Don Cagliero, scrisse: « Qui si parla certo di sole mancanze cum seipso solo; vae nobis, si aliter foret! ».
Mem. Biogr., XIV, pp. 550-1: Per rammissione al Noviziato o ai Voti Don. Bosco, in una se
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diga. del Capitolo Superiore (1880), propose e risolse tre casi importanti.
Primo caso. Un giovane si presenta per chiedere di essere ascritto al Noviziato. Il poverino ha avuto una catena di miserie fino al tempo degli Esercizi spirituali; ma allora si mostra risolutissimo nel bene. — Si ammetta alla prova concluse Don Bosco.
Secondo caso. Un altro ha deciso di fare la domanda dei Voti e le cose sue vanno bene; ma prima della Professione si deve recare in famiglia, e qui abyssus abyssum invocat. Udito il parere degli altri, che ignoriamo quale fosse, Don Bosco parlò così: No! no! no! Ai giovani che fanno pasticci fino all'ultimo, io rispondo: No; non farti chierico! Costoro nel tempo del Navi- ziato sanno frenarsi; ma poi l'incendio si ridesta sempre. Bisogna quindi che andiamo tutti d'accordo nell'essere più rigorosi, perché crescono ogni giorno più gli incentivi al male, e si vedono altrove cadute che mettono spavento ».
Dunque, qui, Don Bosco esclude costoro non solo dalla Professione, ma anche dal Noviziato.
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Tuttavia non sembri che nei due casi Don Bosco , si conb:addiCa. Le « miserie » del primo caso, e i « pasticci » del secondo differiscono, in quanto quelle s'intendono solitarie, e questi, invece, insieme con altri o con altrui scandalo. Infatti Don Bosco aveva soggiunto per il secondo soggetto: « Come potrebbe poi questo tale andar a predicare nel suo paese? » E si ricordi che nella prima ipotesi si contempla solo un caso eccezionale, di un soggetto «risolutissimo» di cambiare, e l'ammissione era soltanto in « prova ».
Infatti, il 24 agosto 1885, (Mem. Biogr., XVII, p. 659), così Don Bosco stesso enunciava il suo principio in proposito: « Che se uno fosse stato sempre imbrattato fino agli ultimi giorni, è certo che bisogna dissuaderlo dall'andare avanti».
Terzo caso. Un individuo, che è vissuto nel mondo ed ha passato nella dissipazione (luxuriose? così pare da quanto segue) la sua gioventù, tiene da un anno buona condotta, e domanda di essere ascritto e di farsi prete. Don Bosco non volle nemmeno che si consigliasse a un tale soggetto di cominciare la prova, massime se al suo passivo c'entrasse Sodoma. Tutti d'accordo,
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disse, aiutatemi, perchè simile gente non venga mai accettata».
Mem. Biogr., XVII, p. 662: Fra le quattro norme speciali; date il 24 novembre 1885, per l'ammissione ai voti, oltre alla 4' già riportata, circa il rigore quanto a moralità, è interessante la 2" che tocca il pensiero di Don Bosco circa i voti temporanei: « In quanto a voti triennali, che Don Bonetti propone di imporre a tutti prima dei voti perpetui dopo l'anno di Noviziato, rispondo — dice Don Bosco — che colui, il quale non fosse pronto a fare i voti perpetui dopo l'anno di Noviziato, remittatur. Costoro faranno uno sforzo che vale un momento, ma poi siamo da capo. Si può fare eccezione quando si prevede che un individuo riuscirà molto utile 'Alla Pia Società, e quando nello stesso tempo la sua moralità è inappuntabile ». Dunque l'eccezione, qui, non sembra che riguardi incertezza sulla moralità.
5. — Criteri di Don Bosco in vista degli Ordini sacri e del Sacerdozio. — Quanto a criteri nel consigliare o sconsigliare la via del Sacerdozio a coloro che sono ancora giovani e studen
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ti, ne abbiamo, già visto alcuni sopra. Il gran principio è quello già riferito, Mem. Biogr., XI, p. 574: « Se uno non è moralmente certo, mediante la grazia del Signore, di poter conservare la castità, costui per carità non cerchi di farsi nè prete nè religioso! » . Viceversa, soleva dire Don Bosco, Mem. Biogr., XIII, p. 257:
Ove è moralità e attitudine, io son di parere che si faciliti la via al Sacerdozio ». É bene notare tutto il contesto in cui Don Bosco fece questa affermazione. Siamo al Capitolo Generale del 1877: « Chi fosse accettato in Congregazione come Coadiutore, per via ordinaria, non si volle che potesse venirvi ammesso alla carriera Ecclesiastica: su questo punto gli altri istituti religiosi sono inesorabili_ Tuttavia, se occorressero eccezioni, queste si accordassero esclusivamente dal Rettor Maggiore. Quanto agli artigiani desiderosi di passare agli studi per entrare in Congregazione come chierici, la cosa si rimetteva ai rispettivi Direttori: Del resto, os-: servò Don Bosco a conclusione, ora scarseggia tanto il clero, ove è moralità e attitudine, io son di parere che si faciliti la via al sacerdozio ». Seguono esempi di passaggi da coadiutoré a stia
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dente (Don Lago); dagli artigiani al sacerdozio (Don Tarnietti, altri).
Mem. Biogr., XVIII, p. 693: Il principo generale in fatto di moralità e vocazione è così espresso nelle norme per le Sacre Ordinazioni: W... Non si promuovano alle Sacre Ordinazioni se non coloro dei quali secondo i sacri Canoni Vitae sanctitas tempore probata sit, e che abbiano il parere favorevole del proprio Direttore di coscienza ». — Mem. Biogr., V, p. 401 : « longo tempore » per Don Bosco si risolveva nella prova di fatto di iim « compiuta vittoria , che poi cerca di determinare concre-• tamente in termini di tempo: « parecchi mesi », e cioè « almeno un anno » prima del Suddiaconato (si noti « almeno »); « qualche anno per maggior sicurezza », e cioè « più anni » Ecco i testi in cui si leggono queste determinazioni indicative, progressivamente crescenti: — loc. cito A un Suddiacono della diocesi, ancor da ordinare: « Non illudiamoci: se non riporta compiuta vittoria di quell'inconveniente non vada avanti, nè cerchi mai d'inoltrarsi
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gli Ordini Sacri se non almeno dopo un anno in cui non ci siano state ricadute ».
Mem. Biogr., XI, p. 574, già visto: Uno dice: Io vorrei sapere se ho la Vocazione Ecclesiastica o religiosa (si noti che, qui, si suppone ancora un giovane il soggetto). Come terza domanda Don Bosco chiede: « Da quanto tempo non sei più caduto in queste cose: sono più mesi o più anni? Se sì, c'è già speranza ».. « Ma no, è da poco tempo. Allora, abbi pazienza: Non andare avanti! » Ivi soggiunge, e ripete: « Se non passarono parecchi mesi, o qualche anno per maggior sicurezza, io non consiglierei mai alcuno ad andare avanti ». Ora « qualche anno » ò «più anni » vuoi dire due o tre almeno. Tanto esige Don Bosco per andare avanti anche solo come religioso, e cioè alla Professione religiosa. Quanto più dunque per andare avanti al Suddiaconato, o agli altri Sacri Ordini.
Abbiamo già visto, a proposito della più recente Instructio del 194.3, come Don Bosco coincide più che sostanzialmente con le direttive della Santa Sede, in questo punto della In, structio. Così anche per gli anni che precedono la Teologia. Si noti ora come Don Bosco ponga
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praticamente le stesse esigenze per le Ordinazioni che per la Professione: Mem. Biogr., XVII, p: 63: « Discutendosi dell'ammissione di un
chierico francese agli Ordini Sacri, Don Bosco espresse questo parere: Se uno non, è preparato a fare i Voti al tempo degli altri, si licenzi definitivamente. Se uno non è ammesso alle Ordinazioni si conchiuda: Voi non appartenete più alla Congregazione. E si congedi formalmente. Qui Don Cagliero ricordò un'idea del Padre Franco, essere uno dei più grandi errori tenere in casa chi non è capace di Ordinazioni o di Voti ».
Mem. Biogr., XVII, p. 187: Come conclusione generale, egli diceva ai Capitolari: « Impedite collo stesso zelo, che percorrano la carriera ecclesiastica coloro che non sono chiamati e gli indegni ». — Mem. Biogr., XVI, p. 416: « In particolare, poi, riferendosi agli aspiranti per il Sacerdozio, avverti tutti in confidenza che non si accettasse mai per lo stato ecclesiastico nessuna che avesse avuto la disgrazia di andare in luoghi di malaffare
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Coltiviamo le vocazioni.
Questa l'esortazione finale, forse la più
portante, con cui poniamo fine a questo MaunRle per i Confessori, soprattutto Salesiani. Questo zelo per le vocazioni — insieme con lo zelo per le anime da rimettere stabilmente in grazia, o da educare alla santità — devono costituire i due poli della tensione permanente dello spirito apostolico di un autentico Confessore. «Non vi dovrebbe essere Sacerdote, dice Don Bosco, il quale non cercasse di procurare, di secondare, a costo eziandio di sacrifici, lo spirito di vocazione in altri, per lasciarli suoi eredi e successori nel ministero di salvar le anime » (Mem. Biogr., XVII, p. 490). Da miki anima<!... Mitte operarios!... L'opera per promuovere le vocazioni, è vero, è molto complessa, e dipende da molti, ma innegabilmente grande è la parte che può, che deve esercitare ogni Sacerdote e particolarmente il Confessore su tante anime elette, che Dio stesso gli manda. All'Oratorio soltanto, nel solo 1878, sbocciarono ben 800 vocazioni, quasi la metà dei giovani, di cui ben 185 per le diocesi, e solo 80 salesiani
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Mem. Biogr., XIII, p. 735). Nel 1883 Don Bosco poteva ben a ragione esclamare: « Sono contento! » Da una statistica fatta fare da lui stesso
sul clero che egli aveva provveduto alle varie diocesi, risultava la bella cifra di 2.000. Anzi Don Lemoyne, integrando il computo per gli ultimi anni di vita del Santo, e per le vocazioni maturate dopo la sua morte, ma da lui coltivate, calcolava a 6.000 i Sacerdoti dati alla Chiesa dall'opera e dallo zelo di Don Bosco!
Biogr., V, capo 33).
a) Pensino i Confessori — e del resto anche tutti i Sacerdoti e gli Educatori — che la vocazione non si deve immaginare come una pianta selvatica o come una pura generazione spontanea. Ordinariamente è da pensare che Dio getti il seme della vocazione, il primo desiderio cosciente o la prima risoluzione, a un certo momento della vita, e per mano di qualche solerte o incosciente agricoltore, per mezzo, cioè, delle cause seconde. Volesse il cielo che ognuno di noi fosse un effettivo, anche se incosciente, serninator di vocazioni! Ma perché non essere, invece, un seminatore cosciente e solerte? D'altra parte i disegni di Dio sopra un giovane pio
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e innocente — si rivelano spesso attraverso i segni impressi da Lui nell'anima giovanile, e talora perfino infantile, che manifestarlo appunto il terreno preparato e predisposto, il quale attende solo... il seme della parola opportuna del Confessore. A volte il primo seme sarà gettato da una mamma santa, da un pio insegnante, da un buon amino, da un altro Sacerdote zelante, da un... anonimo; e allora 1112 nuova parola — noi pensiamo, qui, in modo particolare a quella del Confessore — sarà, nei piani e sotto la grazia di Dio, il caldo raggio di sole provvidenziale che feconderà il seme già latente nel terreno. E non mancano neppure casi, in cui una parola — rischiaratrice e rivelatrice di un orizzonte santo, di un ideale bello e fecondo farà l'effetto di un dissodamento di terreno apparentemente sterile, e arido e duro, e deciderà forse di una svolta risoluta nella vita, di una presa di coscienza, di una feconda e generosa missione nel mondo. Insomma, in quel momento sacramentale, una parola illuminata può segnare l'ora di grandi decisioni, con incalcolabili riflessi per la storia, per le anime e per l'eternità! Può darsi che il risultato sfugga alla nostra ira
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mediata osservazione e personale costata7Joate, ma sarà. assicurato nelle arcane fila della divina Provvidenza che tutto governa.
b) La parte del Confessore, soprattutto nell'ambito del suo ministero, dovendo essere molto sobria e prudente, consisterà in brevi, essenziali é ispirate parole di richiamo al problema della scelta dello stato, e della vocazione; pa
role illurainatriei di principi fondamentali in materia; parole orientatrici di fronte alle possibilità di scelta; parole incoraggianti per quelli che si mostrano veramente chiamati dal Signore. Aggiungeremo nel seguente paragrafo alcuni criteri positivi presi da Don Bosco, e il Confessore se ne saprà servire e ispirare. Si vedano anche le pagine del Manuale del Direttore sulle vocazioni.
Impariamo soprattutto dalla ricca miniera di sapienza e di esempi che ci ha lasciato Don Bosco, riandando nelle Memorie Biografiche anche solo i luoghi richiamati dall'Indice generale alla parola « vocazione ». Intanto, tutti i criteri sopra citati devono servire per tenere lontani i non chiamati e gli indegni (Muta. Biogr., XVIII p. 187; efr. pure Regolamenti, art. 305). Ma poi,
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come indirizzo positivo generale; teniamo presente la parola di Don Bosco: « Ove è moralità e attitudine, io sono di parere che si faci
liii via al Sacerdozio » (Mein. Biogr.,
p. 258).
Spesso si tratterà di cominciare con una semplice domanda, quanto mai naturale e spontanea per un giovane puro e pio, specialmente dei nostri collegi ed oratori: se cioè non abbia mai pensato alla vocazione religiosa e sacerdotale; si tratterà di esortarlo a farlo, e a pregare Dio,
e la Vergine Santa, anche con visita spontanea
e quotidiana, per ottenere i lumi necessari. Il Confessore ripeterà con Don Bosco, che non è mai troppo presto pensare al proprio avvenire,
e saprà dire poche, ma efficaci parole sulla preziosità della vocazione, sia sacerdotale che religiosa. In seguito, soprattutto se nota buona e positiva reazione, non dimentichi più e non perda di vista questo ragazzo, ma lo aiuti a maturare, con la corrispondenza, il dono di Dio (cfr. Mein. Biogr., XVII, p. 262). Quelli nei quali fòsse già sbocciata la vocazione, ad esempio nei nostri aspirantati, bisogna da una parte incoraggiarli e sostenerli, dall'altra educarli dolce
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/8. - N. CAMILLERI., Confessori Educatori.

mente ma sodamente, e guidarli progressivamente alla correzione dei difetti; all'esemplarità dell'obbedienza e dell'osservanza, alla costanza e alla fermezza del carattere, alla bontà delle maniere, a una pietà profonda e allo spirito di lavoro e di sacrificio.
o) Per quanto brevissimamente, non vogliamo omettere di raccomandare uno zelo particolare per cercare, soprattutto ai nostri tempi, buone vocazioni di Salesiani Coadiutori, ai quali si aprono grandi possibilità di far del bene a se stessi e al prossimo (Mem. Biogr., XVIII, p. 699). Non bisogna, evidentemente, distogliere della via del Sacerdozio quelli che già vi sono chiaramente chiamati, ma è necessario scegliere altrove fra gli altri elementi.. Don Bosco anzi, per principio, era contrario ai passaggi da coadiutori a chierici e viceversa, sebbene non escludesse buone eccezioni (Mem. Biogr., XIII, p. 257).
Per un'azione su più vasta scala, Don Bosco
suggeriva: « Teniamoci in relazione coi parroci» (cfr. una circolare, Mem. Biógr., XIV, p. 783).
Oggi abbiamo un vasto campo di scelta nelle stesse nostre numerose opere. Egli non voleva che entrassero in Congregazione come soci « cer
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ti individui, che saranno buoni, ma sono rozzi e dirà di cervello ottuso » (Mem. Biogr., XVII, p. 373). Egli voleva invece « giovinotti fidati, di moralità sicura, amanti della pietà, desiderosi di ritirarsi dal mondo », per salvare più facilmente l'anima propria e far del bene ad altri. Si vedano le due parlate principali, una agli artigani, l'altra ai Coadiutori quando ebbero per la prima volta il loro noviziato a parte a San Benigno (Mein. Biogr., XII, p. 152; XVI, p. 512).
d) È bene ricordare qui la prudenza suggerita da Don Bosco, di lasciar decidere al soggetto della propria vocazione, senza indebite pressioni o imposizioni di sorta. Don Bosco nel 1885, allora soprattutto in vista delle opposizioni di certi parenti; e anche per riguardo ai Vescovi e ai Parroci, diceva : « Prudenza nel consigliare i giovani a farsi Salesiani. Quando il giovane interroga, si faccia dare /a risposta da lui stesso : Decidi tu qual è il tuo meglio », se, cioè, credi di trovare la salute della tua anima meglio qui, o altrove (Mem. Biogr., XVII, p. 461; cfr, pure XII, p. 152). Per altro, quando anche la vocazione fosse chiara, e il giovane fosse risoluto, potrà esservi ancora qualche difficoltà da
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parte dei parenti, e di altri, che bisogna superare. Questi giovani, diceva Don Bosco, siano Istruiti sulle giuste risposte da dare. Dicano con molta pacatezza : « Ho studiato molto la mia vocazione, e mi sono persuaso che per éSsere felice ho bisogno di abbracciare una CongregaZione. La Salesiana è quella che mi piace. Sento che la coscienza mi chiama qui, e devo ubbidire alle mia coscienza, se non voglio essere Vittima di rimorsi, e fare una cattiva riuscita ». POtra.imo anche parlare, soggiUngeva Don Bosco, dei vantaggi spirituali e materiali, secondo le disposizioni d'animo dei parenti (Mem.
XVII, p. 368). Se poi il passo fosse già fatto, corde nel caso dei Novizi, il linguaggio di Don Bosco si faceva anche più fermo e deciso. Nel 1875, ad esempio, rivolgendosi agli Ascritti, aveva detto: « Ma consiglierei io a fuggire da casa, come si legge che hanno fatto molti Santi, aiutati anche miracolosamente nella loro fuga dal Signore? /o non vi consiglio questo; ma dal Momento che tu sei già qui, e vorrebbero farti tornare al secolo, io ti dico schiettamente, che tu non sei tenuto ad obbedire, anzi sei tenuto a nOn obbedire. Obbedire magis oportet Deo
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quarn hominibus » (Mem. Biogr., XI, p. 516).
hiferendpci al Vangelo, cercheremo di educare all'amore soprannaturale e spirituale per i parenti (Mem. Biogr., X, p. 1071), e insieme a sacrificare e consacrare al Signore i sentimenti puramente naturali, che abbiamo verso di essi, con un santo e generoso distacco (Mem. Biogr., XI, p. 516).
In compenso sappiano i parenti che « Quando un figlio abbandona i genitori per obbedire alla Vocazione, Gesù Cristo prende il suo posto nella famiglia » (Meati. Biogr., IX, p. 704); e che « La Madonna benedice quelle famiglie che danno le nroprie figlie a questa Congregazione » (Mem. Biogr., X, p. 651).
Don Bosco aveva anzi soggiunto queste parole: « Quando scrivete ai vostri parenti, dite
che Don Bosco li saluta, e che tutti quelli che hanno dei Salesiani e delle Figlie di Maria Au
siliatrice saranno tutti salvi fino alla terza e alla quarta. generazione » (ivi). Ecco ora, come abbiamo promesso,
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Alcuni criteri poAtivi.
Sono alcuni pensieri di Don Bosco, in senso positivo, per riconoscere una vocazione, e incoraggiare a corrispondervi e a maturarla coi debiti mezzi, 'o ad accertarne completamente resistenza e la provenienza da Dio. Intendiamo raccogliere, qui, piuttosto, solo alcune formule sintetiche.
a) Prime indicazioni generali: — 1) Mem. Biogr., XI, p. 284: « Io sono solito di raccomandare molto di pensare alla propria vocazio
ne ». Mem. Biogr., XI, p. 511: « Errore
grave dire che la vocazione è difficile a conoscersi. Il Signore ci mette in circostanze tali -che noi non abbiamo che da andare avanti». Si veda per intero questa magistrale conferenza di Don Bosco, pp. 508-518. — 3) Mem. Biogr.; XI, p. 234: « Intorno alla vocazione ciascuno deliberi col suo Confessore ordinario ». Mera:. -Biogr., XI, p. 509: « Per decidere deTh Vocazione bisogna portarsi in punto di morte: di là si vede ciò che è realtà e ciò che è verità 55. — 4) Mem. Biogr., XIII, p. 229: « Oh bisogna
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pur dirlo che le vie del Signore sono segrete, ma quando giunge il tempo prestabilito Egli manifesta la sua volontà ». — 5) Mem. Biogr., III, p. 18: « Se Dio ti chiama anche a lasciare il mondo, arrenditi presto ». — Mem. Biogr., XI, p. 575: Due ricordi che ci aiutino a conservare la Vocazione: Il primo è il segreto. Il secondo si è il corrispondere subito alla divina chiamata. — 6) Mem. Biogr., XI, p. 511: « Quando uno è indeciso se abbia da farsi religioso o no, vi dico apertamente, che costui ebbe la vocazione, Don l'ha seguita subito e si trova ora un po' imbrogliato, un po' indeciso... Riesce difficile a conoscersi, quando non si ha voglia di
seguirla, do si rigettano le prime ispira
zioni: è li che s'imbroglia la matassa... Fate che si decida a farsi religioso; egli entra, e con quel-ratto finiscono tutte le sue inquietudini... Ditegli pure che preghi, che si consigli, ma finchè non dà un calcio a tutto e si getta nelle mani di Dio unicamente, costui sarà sempre inquie, to ». — 7) Mem. Biogr., XI, p. 298: « Se il Signore ti ha dato l'ispirazione di entrare in una Congregazione in cui vedevi che potevi far del bene, il desiderare altro è volersi allon
:rto

Panare dal luogo dove il Signore ti pose ».
8) Mem. Biogr., XI, p. 298: « Dal momento che voi avete avuto il desiderio, la voglia di entrare in Congregazione, è già segno che il Signore, avendo posto questo desiderio, questa voglia in voi, vuole che voi la seguiate. Dal momento che questo desiderio in voi ci fu da parte del Signore, voi non dovete rigettarlo senza manifesta volontà di Dio in contrario: la quale deve essere riconosciuta dal Direttore spiritua
le ». 9) Mem. Biogr., XI, p. 511: « Se il Si
gnore vi ha fatto venire il desiderio, e vi ha condotti fino a questo punto, cioè vi ha dato grazia già d'incarnare quel desiderio che esso vi ha dato, questo è segno evidente che è Esso che vi ha chiamato qui ». — 10) Mein. Biogr., XI, p. 512: « Se il Signore non vi avesse chiamati a questo stato, non vi avrebbe dato il desiderio illuminato sul da farsi, nè la volontà di abbracciarlo; non vi avrebbe messi nella circostanza di poter eseguire il vostro desiderio; non vi avrebbe fatto provare quel piacere e quella pace che provaste quando sentiste d'essere accettati. dunque al tutto certo che noi daino stati chiamati a questo stato ».
280

b) Venendo più al concreto: — Mem, Biogr., XII, p. 561: « L'aver noi inclinazione a questa vita dei Salesiani non è segno di vocazione? Chi ce l'ha infusa? Ogni dono perfetto viene dall'alto. Dunque la nostra Vocazione viene da Dio ». Mem. Biogr., IX, p. 711: « Segno di vocazione religiosa e salesiana è lo star volentieri coi giovani, aver desiderio di adoperarsi perché abbraccino lo stato ecclesiastico ». — 2) Mem. Biogr., XI, p. 574: « Io vorrei sapere se ho la vocazione ecclesiastica o religiosa. Hai tu desiderio e propensione a farti prete o religioso? L'ho. Seconda domanda: Ti compiaci nel servizio delle funzioni, nell'ascoltar Messe, accostarti ai Sacramenti, imparar cerimonie? Mi compiaccio. Allora io vengo alla terza domanda: come stai riguardo a probità di costumi? ecc. — 3) Mem. Biogr., XII, p. 255: « Ecco un gran segno per conoscere se un giovane è fatto per la Congregazione, se gli si deve consigliare di entrarvi: Quando un giovane è molto onesto e schietto in confessione, e costantemente sì confessa dal medesimo Confessore... questo è ottimo indizio che si fermerà in Congregazione ».
4) Mem. Biogr., XIII, p. 807: « Qu2ndo si
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conosce che si è chiamati allo ' stato ecclesiastico, è cosa ancora di maggiore importanza il vedere se sia meglio gettarsi nel secolo, o ritirarsi in qualche Religione ». — Diceva infatti, Mem, Biogr., XI, p. 238, che: « Vi sono molti i quali se stanno ritirati praticano la virtù e adempiono con diligenza i doveri di religione; se invece si trovano, anche per brevi istanti, nel secolo, non sono più capaci di contenersi -fra i tanti pericoli che vi s'incontrano, e non fanno buona riuscita ». — Da sottolineare la insolita motivazione, Mem.. Biogr., IX, p. 344: .« In due classi si dividono gli ecclesiastici: il clero secolare e il clero regolare. Per gli ecclesiastici che vivono nel secolo si richiede che abbiano già acquistato una grande perfezione, prima di essere posti al governo delle anime. Lo stato religioso, cioè di quelli che vivono ritirati dalle cose del mondo, è per coloro che aspirano alla perfezione. I primi debbono essere più forti
e più perfetti degli altri, per i grandi obblighi che loro incombono, per la responsabilità di centinaia e migliaia di anime, e per i grandi peri, coli ai quali sono esposti ».
5) Castità: Meni. Biogr., XI, p. 581: « La
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Castità deve servire di fondamento pratico di tutto l'edificio religioso ». — Mem. Biogr., XVII, p. 384: « La Moralità, è il semi aio delle vocazioni ». — Mem. Biogr., X, p. 1118: « La cosa più importante nelle nostre case si è di assicurare la Moralità sia nei Soci, sia nei Giovgni. Assicurato questo, assicurato tutto; mancando questo, manca tutto ». 6) Carità: Meni. ,Biogr., XIV, p. 44: « Mezzi importantissimi per risvegliare nei giovani e conservare la vocazione allo stato ecclesiastico: a) Carità con cui i giovani si vedranno trattati; b) la Carità reciproca ehe vedranno usarsi tra loro i Superiori ».
7) Lavoro. Mem. Biogr., VIII, p. 829.: « Chi si cerca una vita comoda, una vita agiata, non entra con buon fine nella nostra Società
Mein. Biogr., XIX, p. 157: « Chi non sa lavorare non è Salesiano » (Pio XI). — Meni. Biogr., IV, p. 748: « Per lavoro s'intende l'adempimento dei doveri del proprio stato ». — Meni. Biogr:,. XIII, p. 424: « Niuno entri in Congregazione colla speranza di starvi colle mani sui fianchi:»„ — Mem. Biogr., XII, p. 470: « Per conservare la castità bisogna lavorare e pregare ». — Meni. Biogr., IX, p. 712: a Lavorare con _fede, spe
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ranZa e carità ». Mem. Biogr., XV, p. 29:
Lavora ma lavora per il cielo ». . .
8) Sacrificio: M. Biogr., XII, p. 600: « In
tutte le nostre case avrete pane, lavoro e parai 7.59. Vi capiterà fors'anche, come agli Ebrei nel deserto, d'incontrare acque amare, cioè disgusti, malattie, prove difficili, . tentazioni; ebbene, ricorrete al rimedio indicato da Mosè: mettete nelle acque amare il legno che ha la proprietà di addolcirle, voglio dire il legno della Croce, ossia la memoria della Passione di Gesù - e del suo divino sacrificio, che si rinnova quotidianamente sui nostri altari ». — 9) Mem. Biogr., XIII, p_ 233: « Stolto chi facesse i voti pensando che qui non vi sia altro che godimenti. Nella 'eligione non vi sono tutte rose, anzi è l'op
posto: vi sono le spine ». — Però, « Non
t'ingannare, mettendo in cuore che la vita reli::.osa sia una vita tutta di sacrifici. Prima le spine e poi.le rose. È vero che la vita religiosa . domanda lavoro continuo, spirito di -sacrificio,
umile abnegazione di se stesso; ma queste stesse prove sono fonti di grazie maggiori e di consolazioni grandissime ». — 1,0) Obbedienza: Mem..
Biogr., X, p. 1088: « L'ubbídien72 e la povertà

sono necessarie per ehi entra in religione, la castità è la corona, l'abbellimento ». — XIII, p. 203: « Prima di entrare in quella santa casa, lasciate la vostra volontà fuori della porta ».
Nei riguardi dei parenti si veda tutto quello che disse Don Bosco nella prima Muta di Esercizi Spirituali a Troffarello, Mem. Biogr., IX; pp. 703-5. Tra l'altro disse: « I ministri di DIO devono allontanarsi dalla patria e dai parenti, se vogliono fare del bene ». Ma « chi ha parenti -poveri, in necessità (soprattutto, quindi, se figlio unico), non entri in Religione: rimanga per aiutarli. Chi volesse aiutarli, non potrà mai vivere in Congregazione col cuore contento ». D'altra parte, Meni. Biogr., XVII, p. 263, Don Bosco insiste che bisogna « impedire la vocazione ecclesiastica in coloro che volessero abbracciarla per aiutare la propria famiglia, per motivo che foSse povera ». Il distacco dai genitori fu la condi:- zione posta da Gesù agli Apostoli, se volevano seguire lui e diventare « pescatori di uomini ».
· 10) Va da sè che queste, e altre simili verità, vanno poi dette opportunamente, con una perSuasività dolcemente ragionata; e con una fervorosa unzione di santo zelo.
2g5

Conclusione.
Dopo quanto è stato detto non è possibile fare una conclusione che dica ancora qualche cosa di diverso da quanto è stato detto. Abbiamo sviluppato un pensiero profondo, un motivo fondamentale, ed è questo: Confessori SaJesiani, Confessori Educatori! In realtà tutti i Confessori, non solo quelli salesiani dovrebbero essere tali. Il Confessore infatti, sempre è Giudice, ma insieme, è Medico, è Maestro. Ma di questa funzione educativa í figli di San Giovarmi Bosco, al quale ci siamo ispirati nello stendere queste pagine, vogliono avere una coscienza particolarmente profonda, e un senso di responsabilità costantemente operante.
Per far questo, dicevamo, bisogna avere in cuore € una fiamma », e nello spirito « una visivone »!... Mem. Biogr., XVI, p. 172: « Il prete; ci ha detto Don Bosco, deve vivere una vita ardentemente interiore! — per poter illuminare intorno a sè gli altri ».
Per questo ancora, occorre non considerare e trattare la Confessione come una cosa solo negativa, « un colpo di spugna », una « mecca
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laica distribuzione di assoluzioni »; oppure di
frasi fatte » spacciate per direzione spirituale, e di « predicozzi » generici, che, come non ardono, così non incendiano: ma come cosa positiva, come Sacramento della Riforma, Sacramento della Conversione, Sacramento della Ricostruzione, Sacramento della Perfezione e della Santificazione.
Il Confessore deve sentirsi — soprattutto da, Tante questo ministero — come vero € alter Christus », il vero Mediatore tra il Penitente e Dio, tra le Anime e lo Spirito Santificatore, tra Cristo e le Membra da ricongiungere, o da stringere maggiormente al. Capo. Il Confessore riproduca, pertanto, di Cristo la Sapienza, la Bontà, la Santità!...
Il Penitente, costante, sotto la guida di un Confessore stabile, deve diventare, o ridiventare, il perfetto Cristiano, di stabile carattere soprannaturale, vivendo abitualmente in Grazia di Dio, senza peccato mortale, ed emergere come spiccata personalità soprannaturale, se Dio vuole, anche fino ai fastigi di una esemplare Santità autentica, emula del Beato Domenico Savio.
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Mi sia permesso — invocando una preghiera — di chiudere con la finale di San Gregario Magno alle sue Regulae Pastorales (Migne, PL. 77, 128). Egli parla del predicatore sul pulpito, io intendo applicare al predicatore in Confessionale; « Ecce, boni viri, dum monstrare qualis esse debeat Pastor invigilo; pulchrum depinxi hominem pictor foedus; aliosque ad perfectionis littus dirigo, qui adhuc in delictorum flnctibus versor. Sed in huius, quaeso, vitae naufragio, iorationis vestrae me tabula sustinete, ut ila pondus proprium deprimit, vestri meriti manus me ievet »
LAUS DEO ET MARIAE

INDICE
Prefamone • . . „ pag. 5
CONFESSORI SALESIANI... ...CONFESSORI EDUCATORI.
Introduzione • • . . 13
Importanza . • • • . • » 13
Responsabilità • . • • . • » 16
Per riuscire • . • • . . » 24
Spirito di grande orazione o di grande penitenza p. 26. — Esemplarità del Confessore p. 35. — Bisogna aver dentro una
fiamma p. 37.
» 45
Bibliografia • • • • . . .
A) Opere spirituali d'indole generale p. 46.
· — B) Opere per Confessori p. 47•
C) Per alcuni casi speciali p. 48.
D) Opere per categorie: I. Per Sacerdoti
p. 49. — IL Per Religiosi e Religiose
p. 50. — III. Per le Vocazioni p. 51.
IV. Per la Gioventù: a) maschile p. 51. —
2b9 • .

b) femminile p. 52. V. Per l'età del
Fidanzamento p. 53. - Vi. Per adulti e coniugati ; a) per uomini, e anche in generale p. 56. - b) per donne p. 57. - Per Professionisti p. 58. - VIII. Fonti salesiane p. 59.
PARTE PRThAA.
LA CONFESSIONE
Confessione e DireziOne pag. 64
Unità di indirizzo » 7'3
Confessioni formatrici. » 73
Obbiettivi principali » 80
I. La vita abitualmente in grazia p. 80

- 2. Far tendere alla perfezione p. 82.
- 3. Educare e incoraggiare ai piccoli eroismi p. 82. - 4. Educare ad una pietà soda e profonda p. 85. - 5. Scuotere - dalla tiepidezza i Confratelli nell'osservanza dei Voti e della Regola p. 87. 6. Educare alla responsabilità dell'ambiente spirituale e morale di una comunità p. 92.
Le cinque parti della Confessione . . a 93
1. Educhiamo all'esame di coscienza p. 94. - 2. Educhiamo ad una buona accusa sacramentale p. 96. - 3. Educhiamo con gran cura al pentimento e alla contri- '
290

zione p. 101. - 4. Educhiamo soprattutto alla serietà del proponimento p. 103. - 5. Educhiamo allo spirito di Penitenza p. 107. - Due osservazioni p. 110.
PARTE SECONDA
IL CONFESSORE
La Giurisdizione sacramentale . . pag. •117
1. La giurisdizione in generale p. 118.
2. La giurisdizione per le confessioni delle Suore p. 120. - 3. Il caso dell'errore comune p. 123.
Il Confessore al confessionale . . . » '125
1. Il luogo e Ia sede p. 126. - 2. Paramenti p. 129. - 3. Tempo sufficiente e puntualità p. 129. - 4. Il cuore del Confessore p. 131. - 5. Il sigillo sacramentale p. 133.
L'ordine di una Confessione-tipo.. . a 137
1. Benedizione al penitente p. 137.
2. Non interrompere p. 139. - 3. Correzione, istruzione, ammonimenti p. 139.
- 4. Non dare del «tu» p. 141. - 5. Contegno del Confessore p. 142.
Le interrogazioni . . . • . » _143
1. Scopo essenziale delle inten-oga2goni p. 143. - 2. Altri obbiettivi p. 145. -
• 3. In materia delicata di purezza 'p: 147. •
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· Le esortazioni e ammonizioni . . . pag. 149
1. Dovere e brevità p. 149. - 2. Esempio di
D. Bosco p. 151. - 3. Mirare ai pentimento e proponimento p. 153. - 4. Risorse
p. 155. - 5. Esortare alla stabilità del Confessore p. 156. - 8. Esortare opportunamente alla Confessione generale p. 157. - 7. Le esortazioni del Confessore ordinario siano connesse, e mirino alla costanza, alla perseveranza p. 158. - 8. Si connetta il presente con l'avvenire specie dei penitenti giovani p. 159. - 9. Consigliare molto la mortificazione p. 160. - 10. Ammonire sull'influenza, attiva o passiva, dell'ambiente p. 162. - 11. Le due devo
- zioni sostanziali: a Gesù e alla Madonna
p. 162. - 12. Raccomandare opportunamente qualche lettura p. 163.
Direzione per corrispondenza? . . », 164
1, Delicatezza della questione : di regola no, soprattutto per donne p. 164. - 2. «
Co
me se fosse in confessione.... p. 188
Altre cautele » 108
PARTE TERZA
IL PENITENTE
Le Categorie 2 175
Tipi diversi di penitenti » 181
292

Alcuni casi particolari . . . pag. 189
1. Casi patologici p. 189. - 2. Anime tormentate p. 189. - 3. Scrupolosi p. 190. - 4. Recidivi e abitudinari p. 191. - 5. Sacrileghi e scandalosi p. 197. - 6. Casi di anime mistiche o contemplative p. 205. 7. 1 penitenti Sacerdoti p. 209. - 8. I Fidentari p. 217. - 9, 1 Coniugati p. 225.
Criteri comuni circa le Vocazioni . . » 230
La e Instructio del 2 marzo 1943: . . y 233
1. Compiti del Direttore spirituale p. 233. - 2. Direttore spirituale e Confessori ordinari p. 237.. - 3. Criteri per giudicare delle Vocazioni sacerdotali p. 239.
I criteri di Don Bosco . , . . 246
1. Don Bosco, conforme il pensiero della Chiesa, esigeva rigore p. 248. - 2. Don Bosco nel dubbio decideva negativamente p. 252. - 3. Criteri di Don Bosco nel consigliare i giovani sulla vocazione p. 255.
4. Criteri di Don Bosco nell'ammettere al Noviziato o alla Professione p. 259.
5. Criteri di Don Bosco in vista degli Ordini sacri e del Sacerdozio p. 264.
Coltiviamo le vocazioni . . ». 269
· Alcuni criteri positivi . . » 278
Conclusione . ..... » 286
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