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ACG410 - Fedeltà Vocazionale (2011)

2. Orientamenti e direttive

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2.1. FEDELTÀ VOCAZIONALE

Don Francesco CEREDA

Consigliere generale per la formazione

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A fine gennaio il Rettor Maggiore ha indetto per tutta la Congregazione un triennio di preparazione e un anno di celebrazione per il bicentenario della nascita di Don Bosco. Per tutti noi si apre un “tempo di grazia”, in cui ci è dato di approfondire il carisma di Don Bosco in alcuni dei suoi aspetti fondamentali: la storia, la pedagogia, la spiritualità e la missione con e per i giovani. Soprattutto ci è offerta la possibilità di riconoscere con gratitudine il dono della vocazione consacrata salesiana, alla quale Dio ci ha chiamati e che con gioia abbiamo accolto. Anche la Strenna 2011 ci suggerisce di rileggere e raccontare ai giovani la nostra storia vocazionale. È questo quindi un tempo favorevole per riscoprire e ravvivare il dono e l’impegno della fedeltà alla vocazione.

Negli anni scorsi le Ispettorie hanno svolto una riflessione sulla fragilità vocazionale[1] dei candidati e dei formandi, ricercandone la radice, le espressioni, le cause, e individuando le priorità di intervento in vista del suo superamento. Tale fragilità è un tratto che caratterizza le giovani generazioni di oggi e che continua a persistere anche nella nostra formazione iniziale, soprattutto nelle Ispettorie che non hanno risolto le debolezze delle équipes di formatori, dei cammini formativi, della metodologia formativa. In questi anni abbiamo una perdita media annua di all’incirca di 110 novizi e 220 professi temporanei, su una media di 530 novizi che iniziano; la fragilità vocazionale è una causa di tali uscite, anche se non è l’unica; occorre quindi continuare a tenerla presente.

Ora è giunto il momento di iniziare nelle Ispettorie un processo che miri a rafforzare la fedeltà vocazionale dei confratelli che si trovano in formazione permanente, ma anche di quelli che sono in formazione iniziale. Occorre notare infatti che il periodo della professione temporanea richiede fedeltà; non è un’esperienza provvisoria. La formula della professione temporanea evidenzia che si tratta di una scelta soggettivamente definitiva; in essa il professando dice che, “pur avendo l’intenzione” di offrirsi a Dio “per tutta la vita”, fa voto di “vivere obbediente, povero e casto” per un tempo determinato, “secondo le disposizioni della Chiesa”.[2] Ciò deve essere tenuto maggiormente in conto nella formazione iniziale. Occorre osservare poi che la fedeltà vocazionale richiama la possibilità dell’infedeltà nelle sue varie forme e che la mancanza di fedeltà non coincide con le uscite; ma è anche utile ricordare che favorendo processi di fedeltà, si potranno superare in certa misura le infedeltà, ossia le mancanze di disciplina religiosa, e il fenomeno degli abbandoni.[3]

 

 

 

1. ESPERIENZA DELLA FEDELTÀ VOCAZIONALE

 

 

1.1. Rilettura della propria storia vocazionale

 

La fedeltà vocazionale è prima di tutto un dono di Dio, come lo è la vocazione. Siamo consapevoli che fin dall’inizio della nostra storia vocazionale c’è l’iniziativa di Dio. Egli per amore ci ha chiamati all’esistenza, ci ha fatti crescere in una famiglia, ci ha posti a vivere in una cultura particolare. Nel battesimo ci ha resi Suoi figli. Lungo il percorso della vita, attraverso incontri e situazioni, ci ha accompagnati a maturare nella fede, ad amare Gesù, ad accogliere la Sua Parola e i Sacramenti, ad affidarci a Maria, a sentirci parte della Chiesa, a fare dono di noi stessi agli altri.

È venuto poi il giorno in cui ci siamo sentiti attirati a seguire Gesù più da vicino. La chiamata non è arrivata improvvisamente; è stata l’esito di un progetto d’amore che Dio ha pensato prima della nostra nascita e ha messo in atto attraverso i suoi interventi e le nostre risposte. Con gli occhi della fede, rileggendo il passato, percepiamo che siamo stati oggetto della predilezione di Dio. Egli ci ha eletti prima che noi Lo scegliessimo; si è fidato di noi; ci ha sedotti;[4] ci ha guidati. Ci siamo innamorati di Gesù; ci siamo sentiti felici di continuare la sua presenza e azione nel mondo.[5] Dio ha dilatato il nostro cuore, dandoci la grazia di sentirci amati da Gesù e di amarlo di tutto cuore; ci ha aiutati a identificarci con i suoi sentimenti e il suo stile di vita; ci ha resi disponibili per il servizio ai giovani, come ha fatto Don Bosco. Così con la professione religiosa nella Congregazione abbiamo offerto a Dio e ai giovani non solo il cuore, i beni e l’autonomia, ma tutto noi stessi.

Eravamo consapevoli che ogni scelta richiede la rinuncia ad altre opportunità; d’altra parte, abbiamo trovato la scelta di Gesù e della sua missione così affascinante che ci siamo sentiti lieti di lasciare altre cose. Così ha fatto Don Bosco che per le anime ha lasciato perdere tutto il resto; così il mercante del vangelo che, dopo aver trovato la perla preziosa, con gioia ha venduto tutto, per poterla acquistare.[6] L’accoglienza della vocazione alla vita consacrata è stata motivata dalla bellezza del dono; eravamo convinti di trovare felicità in questa vocazione; abbiamo preferito dire di no ad alcune realtà buone, per dire di sì ad altre per noi migliori. E così abbiamo iniziato un cammino di fedeltà alla vocazione che Dio ci ha dato; è sulla vocazione infatti che si fonda la fedeltà.

La vocazione non si sceglie, ma ci è data; noi possiamo solo riconoscerla e accoglierla; se fossimo noi a sceglierla, non si tratterebbe più di vocazione, ma di un progetto che potremmo sempre cambiare. Con la professione religiosa Dio conferma l’alleanza stabilita con noi nel battesimo.[7] Egli ci consacra a vivere totalmente per Lui in comunità fraterne, al seguito di Cristo obbediente, povero e casto, al servizio dei giovani;[8] noi rispondiamo alla Sua azione di consacrazione con l’offerta di noi stessi. Essere fedeli vuol dire rinnovare la nostra risposta a questa speciale alleanza che Dio ha sancito con noi.[9] Sull’esempio di Don Bosco ogni giorno ripetiamo: “Ho promesso a Dio che fin l’ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani”. Talvolta la nostra risposta può essere incerta, debole, infedele, ma non per questo l’alleanza di Dio con noi viene meno; Egli non ritira la sua alleanza. La fedeltà di Dio fonda e richiama la nostra fedeltà.

 

 

 

1.2. Possibilità di una scelta definitiva

 

La fedeltà vocazionale è impegno di amore; è una scelta libera che abbraccia tutta la vita fino alla fine. L’impegno “per sempre” è un’esigenza dell’amore; infatti la misura dell’amore è di non avere misura; così è stato l’amore di Gesù che “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine”.[10] Nei rapporti interpersonali l’amore è impegno totale e incondizionato; un amore parziale e provvisorio non è autentico; il mettere condizioni all’amore, per esempio un limite di tempo, svuota l’amore del suo significato. L’amore richiede totalità e definitività. Ciò vale ancor di più a riguardo dell’amore per Dio e per Gesù, un amore radicale, totale, per sempre.

Talvolta potrebbe sorgere in noi un interrogativo: è possibile vivere la fedeltà fino alla fine? Se facessimo affidamento solo sulle nostre forze, sarebbe difficile rispondere; ma la fedeltà trova il suo sostegno nella fedeltà di Dio. Con la Sua alleanza Dio si unisce a noi come un partner affidabile; non si tratta quindi di quanto duri la nostra forza, ma di quanto dura la Sua; essa dura per sempre. Testimonianza della fedeltà di Dio è la storia della salvezza. Dio è sempre fedele. Ciò ci dà fiducia perché sappiamo che, nonostante la nostra debolezza, Dio che ha iniziato in noi la sua opera, la porterà a compimento;[11] non permetterà che siamo provati al di sopra delle nostre forze;[12] la sua grazia ci basterà.[13] Nonostante le nostre infedeltà, Egli rimane fedele perché non può contraddire se stesso.[14] I suoi doni sono irrevocabili.[15] La fedeltà di Dio rende possibile la nostra fedeltà.

Un’altra domanda ci potrebbe inquietare: come possiamo vivere fedeli fino alla fine? Noi non possiamo sapere se il nostro impegno sarà definitivo; solo la fedeltà quotidiana è ciò che, con la grazia di Dio, possiamo assicurare. Quando nella professione religiosa diciamo “per sempre”, non stiamo annunciando che cosa succederà, ma che cosa vogliamo che accada. Il Rettor Maggiore scrive al riguardo: “La fedeltà ha una caratteristica tipica che la distingue da altre virtù. Possiamo paragonarla, nel campo delle belle arti, con la musica in confronto alla pittura e la scultura: posso contemplare, in un solo momento, una bella statua o un quadro famoso, ma non posso ascoltare, istantaneamente, la Nona Sinfonia di Beethoven o Il Flauto Magico di Mozart: qui è indispensabile il suo ‘spiegamento’ nel tempo, la sua ‘storicità’... In maniera analoga, la fedeltà non può realizzarsi se non come esperienza storica”.[16] Perciò è necessario assicurare una risposta a Dio tutti i giorni.

Poiché viviamo in un mondo in continua trasformazione e anche noi cambiamo, non ci può essere che una fedeltà dinamica e creativa. Non si tratta di restare fedeli, ma di diventare fedeli. Fare la professione religiosa è “come disegnare una cornice: delimita dei confini e distingue lo spazio interno da ciò che rimane fuori; questo spazio dovrà essere riempito dalle decisioni future, le quali saranno qualificate come riuscite e vere, solo se saranno nella stessa linea di questo primo inizio liberamente scelto”.[17] Occorre affrontare le nuove circostanze, operando scelte coerenti con l’impegno iniziale. Non sarà sempre facile; forse ci potranno essere infedeltà; potrà sorgere il dubbio di aver sbagliato strada, di non aver compreso ciò che si sceglieva, di non aver immaginato le difficoltà. Nessuno può sapere come sarà il futuro e quindi anticipare i problemi; non si può avere una conoscenza completa di una forma di vita prima di impegnarsi in essa; nessuno può fare esperienza delle diverse forme di vita e poi scegliere quella giusta. La vita è una continua scoperta della scelta fatta e un rinnovato impegno per viverla in pienezza.

 

 

 

2. FEDELTÀ “MINACCIATA”

 

Nell’epoca odierna la fedeltà non è percepita immediatamente come valore; pertanto risulta arduo creare una mentalità di fedeltà. La cultura, soprattutto postmoderna, mentre apprezza valori, come per esempio la sincerità della persona e l’autenticità delle sue relazioni, non favorisce legami forti. D’altra parte, la fedeltà risulta debole anche nei modi di pensare e vivere la vocazione cristiana e in particolare la vocazione alla vita consacrata. Anche se le situazioni presentano difficoltà e minacce, occorrerà sempre cercare le modalità per trasformarle in opportunità e risorse.

 

 

2.1. Rapidità del cambiamento culturale

 

In tempi recenti lo sviluppo accelerato della tecnologia, il ruolo centrale dell’attività economica e l’enorme impatto dei media hanno contribuito ad un notevole cambio culturale nella società, non solo in quella occidentale ma, a motivo della globalizzazione, anche nel resto del mondo. Alcuni aspetti della cultura o delle proprie culture pongono sfide alla fedeltà vocazionale o la minacciano. Occorre esserne consapevoli, per trasformare tali sfide in punti di partenza dell’azione.

Nella società consumista la persona sperimenta la difficoltà di scegliere; spesso è indotta a soddisfare ciò che è immediato e a portata di mano; si abitua ad una mentalità di “usa e getta”. Anche le convinzioni, i valori e i rapporti sono considerati merce da procurare, usare e gettare. Si fa sempre più strada la cultura del gradimento, di ciò che mi piace e mi reca soddisfazione. I modelli consumisti di vita si diffondono anche nei paesi poveri. Con questa mentalità, se una scelta non piace o risulta difficile, può essere cambiata. Si privilegia la realizzazione esclusiva dei propri bisogni e desideri; si perde stima per la fedeltà, la verità, gli affetti stabili; si trascurano impegni di lungo termine. Così la persona rischia di essere psicologicamente fragile e immatura.

Inoltre si respira una diffusa mentalità relativista. Si ha un’enorme quantità di immagini e opinioni. Mancando il tempo o la capacità di fermarsi a riflettere, si rischia di essere informati di tutte le novità, ma di vivere superficialmente. La ricerca della verità non affascina, perché tale impegno è faticoso e l’esito è incerto. Non si sa distinguere ciò che è essenziale da ciò che è effimero. Così tutto diventa fluido; la storia perde significato e il nichilismo è sempre all’orizzonte. Siamo nella società “liquida”. Vivendo in continuo cambiamento, si ha paura a prendere impegni. Si preferisce vivere “puntualmente” e impegnarsi nel presente. Non si capisce perché legarsi a scelte definitive all’inizio della giovinezza, quando non si ha nessuna esperienza del futuro. Se per caso, precedentemente sono stati presi degli impegni, si giustifica l’abbandono delle scelte fatte, dicendo: “oggi io vedo le cose diversamente e domani potrei pensare ancora in modo differente”.

In questo clima, dunque, le decisioni dipendono spesso più dalle proprie opinioni immediate, emozioni e desideri che dalle motivazioni e convinzioni; ci si lascia trascinare dal facile entusiasmo e dallo spontaneismo. Una forte impressione può talvolta provocare cambi radicali e improvvisi nelle scelte di vita, senza valutarne le conseguenze; ciò che è importante è superare la situazione di malessere in cui ci si trova o raggiungere un benessere sperato, anche se non garantito. Diminuisce in questo modo la capacità di attesa, rinuncia e sacrificio in vista di beni più duraturi nel futuro. Diventa pesante accettare la croce della quotidianità, la disciplina, l’ascetica, l’autocontrollo, e quindi ci si arrende facilmente di fronte alle difficoltà. Sorge allora la domanda: come poter vivere fedeli alla vocazione consacrata in un tempo di cambi radicali e di trasformazioni rapide?

 

 

 

1.2. Debolezza della identità della vita consacrata

 

Ci sono, oltre ad aspetti culturali, anche motivi interni alla vita consacrata che la rendono debole. Ciò avviene specialmente quando si affievolisce o si perde il senso della propria identità di persona consacrata, che è chiamata a vivere come “memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù” tra i giovani.[18] Se la vita consacrata non vive in modo profetico la mistica del primato di Dio, il servizio ai più poveri, la fraternità della comunione, non solo perde la propria identità, ma pone anche a rischio la fedeltà del consacrato. Il rischio aumenta quando poi si assume il “modello liberale” di vita consacrata, che può farsi strada soprattutto nelle culture secolarizzate. [19]

Alla vita consacrata si richiede un’esperienza intensa di fede e vita spirituale, che coinvolga l’esistenza, dia il primato a Dio, faccia sperimentare l’amore del Signore Gesù, riempia il cuore di passione apostolica. Quando però si vive con superficialità nella vita spirituale o l’esperienza spirituale risulta marginale o perde la sua forza mistica, i valori della vita consacrata non vengono interiorizzati così da penetrare nel cuore a livello di affetti, sentimenti, convinzioni e motivazioni. Allora si possono vivere in modo esteriore la preghiera, l’obbedienza, povertà e castità, o la vita comunitaria; non c’è più una vita autentica, ma solo un’osservanza formale; non si vive la radicalità evangelica. Progressivamente la vocazione di vita consacrata perde senso.

Di conseguenza, con il tempo, si ha anche la perdita della passione apostolica, diluisce la capacità di gratuità e generosità, si sente stanchezza psicologica e spirituale. L’apostolato tra i giovani cessa di essere una presenza animatrice ed evangelizzatrice; viene svolto solo per dovere. Alcuni confratelli, a causa di un mancato ridimensionamento delle opere, dell’invecchiamento e della scarsità di vocazioni, si trovano caricati di lavoro eccessivo e non sempre soddisfacente; altri si scoraggiano per il proprio senso di inadeguatezza o per gli scarsi risultati; allora non è difficile capire i motivi di una certa frustrazione apostolica. Non c’è più dinamismo, inventiva, creatività. E quando l’impegno apostolico perde di significato, ci si interroga sul senso della propria vocazione.

Se poi si sperimenta la mancanza della vita fraterna, allora prende piede l’individualismo; ciò porta il confratello ad allontanarsi dalla comunità e a vivere nel proprio mondo. Così si danneggia lo spirito di famiglia e il senso di appartenenza. Gli incontri comunitari risultano formali. Tutti vorrebbero un contatto umano profondo, ma si sentono a volte più impiegati di un’impresa che consacrati per una missione. Gradualmente, se non si è attenti, si slitta verso la mediocrità e l’imborghesimento; si evita l’ascesi; si cerca la vita facile. Si perde la fiducia nel carisma. Mancando un ambiente vitale in comunità, alcuni cominciano a trovarlo fuori. La vita consacrata viene ormai sentita come un peso e la fedeltà incomincia a fare problema.

Ci sono anche altri fattori che accentuano le difficoltà. In tempi passati la persona consacrata godeva prestigio; ciò facilitava la fedeltà, anche nei casi in cui l’individuo si sentiva fragile o meno sicuro nella vocazione. Oggi la Chiesa appare talvolta poco credibile e l’immagine della persona consacrata gode di minor stima; allora c’è poco spazio e scarso riconoscimento per il suo ruolo; spesso si incontrano indifferenza, disinteresse, apatia. Per di più nelle società secolarizzate la religione tende ad essere relegata nella sfera del privato. Superare questo clima richiede coraggio e un livello più alto di maturità vocazionale rispetto ad altri tempi, ma purtroppo non tutti ce la fanno.

 

 

 

3. FEDELTÀ “CUSTODITA”

 

 

La vocazione è un dono inestimabile, ma è anche “un tesoro in vasi di creta”;[20] occorre perciò porre tutto l’impegno per “ravvivarla”[21] continuamente con la fedeltà. Proprio perché è esposta ai rischi e alle minacce della mentalità e degli stili di vita deboli, specialmente alla nostra radicale fragilità, la fedeltà è una realtà da vivere quotidianamente. Essa si nutre di vigilanza, prudenza e attenzione, ma ha anche bisogno di essere coltivata e sorretta.

 

 

3.1. Nel tempo della formazione iniziale

 

L’esperienza odierna ci insegna a dare importanza al mondo interiore della persona con i suoi affetti, emozioni e sentimenti, ma anche con i suoi atteggiamenti, motivazioni e convinzioni. Occorre per questo un lavoro di personalizzazione in tutto il processo formativo, cominciando dalla formazione iniziale, che si prefigga di “raggiungere la persona in profondità”.[22] Ecco ora alcuni aspetti dell’esperienza di formazione iniziale, che favoriscono una vita di fedeltà.

Anzitutto, fin dai primi passi della formazione, il processo di maturazione umana merita una grande attenzione La scarsa stima di sé, per esempio, fa sentire la persona poco compresa, poco apprezzata ed amata dagli altri; quando non riceve sufficiente affetto e considerazione, essa vive in difficoltà e si chiude; ciò spiega alcuni problemi connessi con la pratica della castità, che poi intaccano la fedeltà. È necessario quindi che il formando, mentre va scoprendo la presenza di Dio nella propria storia, ponga attenzione a ciò che vive nel profondo di se stesso, non tacendo problemi personali, interrogativi, incertezze, e quindi ricorrendo all’aiuto psicologico e all’accompagnamento spirituale. La formazione in queste tappe iniziali deve mirare a preparare persone con una maturità psicologica e affettiva e una capacità di vivere serenamente la castità; ciò dà forza alla fedeltà.[23]

Poiché l’amore occupa un posto centrale nella vita, la formazione all’affettività e alla castità necessita una profonda vita spirituale, mirata essenzialmente a far innamorare di Gesù, e insieme a Lui, di Dio, di Maria, di Don Bosco. Sentendo Gesù Risorto come suo “amico”,[24] questo “grande amore, vivo e personale”[25] per Lui diventa il centro unificatore della vita del formando. Egli assume gradualmente i sentimenti di Gesù, scopre il senso e la bellezza del dono di sé a Dio nella vita consacrata salesiana, prova un forte senso di appartenenza alla Chiesa e alla Congregazione, nutre un attaccamento a Don Bosco ed entusiasmo per la missione giovanile. È l’amore che fa vivere la fedeltà alla vocazione. Per questo occorre favorire un grande cambio nella prassi formativa e aiutare il formando ad assumere la capacità di preghiera personale, iniziando dalla meditazione quotidiana, fatta per almeno mezz’ora e preferibilmente nella forma della “lectio divina”, la visita e adorazione eucaristica, la Confessione, fino all’unione con Dio. Anche l’affidamento personale a Maria va coltivato; esso ha una forte connotazione affettiva che sostiene castità e fedeltà.

La formazione iniziale, che è il processo di identificazione con la vocazione consacrata salesiana, mira a formare dei discepoli e degli apostoli di Gesù, secondo lo stile di Don Bosco; il suo centro è quindi la vita spirituale e l’impegno apostolico. L’amore per il Signore si converte in passione apostolica che ispira entusiasmo nel formando per la missione giovanile e lo porta ad amare i giovani con generosa disponibilità e a stare volentieri tra di loro, mettendo tutto se stesso al loro servizio. E ciò sorregge la sua fedeltà.[26] Seguendo i passi del processo di ripensamento della pastorale giovanile, è necessaria una formazione pastorale, che è fatta di riflessione aggiornata e prassi impegnata secondo il cammino che la Congregazione sta facendo.

Lo stesso amore motiva la formazione intellettuale. Pieno di passione apostolica, il formando riconosce la necessità di prepararsi per il servizio educativo pastorale. Egli trova nella formazione intellettuale una base solida per la sua vita spirituale; acquisisce conoscenza e competenza per la missione salesiana; si forma una mentalità coerente con la vocazione. Allo stesso tempo valorizza gli aspetti positivi della modernità e postmodernità e si prepara a non smarrirsi di fronte alle tendenze relativiste e nichiliste della cultura e al disorientamento morale. Per questo la formazione intellettuale deve aiutare il cambio della mentalità e, se vuole incidere su motivazioni e convinzioni del formando, deve assumere anche una connotazione affettiva.

Oggi siamo più coscienti dell’importanza della formazione iniziale; per questo si sono fatti notevoli passi per migliorare i contenuti e le metodologie formative, irrobustire le comunità formatrici e i centri di studio, preparare i formatori. Per quanto sia buona, la formazione iniziale è però anche consapevole che nella vita vi sono continui e imprevedibili cambiamenti; quindi essa si sente interpellata a sviluppare nel formando la capacità di vivere la vocazione in fedeltà creativa, ossia ad assumere una mentalità di formazione permanente. “La formazione iniziale deve… saldarsi con quella permanente, creando nel soggetto la disponibilità a lasciarsi formare in ogni giorno della vita”.[27] Per questo è necessario che il formando irrobustisca la sua capacità di autoformazione, attento però a non alimentare l’individualismo nei propri cammini formativi.

 

 

3.2. Nel tempo della formazione permanente

 

Un grande sostegno della fedeltà vocazionale è la formazione permanente; essa infatti aiuta a far fronte alle sfide provenienti dalla cultura che cambia e dalla persona che evolve nel corso della vita. Nella Congregazione essa ha bisogno di essere curata maggiormente. Si suggeriscono ora alcuni aspetti a livello personale, comunitario e ispettoriale, che possono favorire la fedeltà.

 

Impegno personale

 

La formazione permanente è affidata in primo luogo alla responsabilità personale.[28] Occorre l’atteggiamento e l’impegno personale di voler crescere nella propria vocazione. “Ogni formazione è ultimamente un’autoformazione. Nessuno, infatti, può sostituirci nella libertà responsabile che abbiamo come singole persone”.[29] Purtroppo capita che specialmente nei primi anni del pieno inserimento apostolico, ma non solo, buttandoci nel lavoro, ci esponiamo a pericoli come l’abitudine, l’attivismo, la demotivazione. Dunque, ci vuole l’impegno personale che sa utilizzare tutte le opportunità che incontriamo nella nostra vita, per mantenere vivo in noi il desiderio di crescere ed essere fedeli; l’animazione comunitaria, il clima di preghiera, la passione apostolica, lo studio, le relazioni fraterne sono situazioni da valorizzare.

Uno dei mezzi più efficaci per custodire la fedeltà vocazionale è la vita spirituale. Il nostro cuore è fatto per amare ed essere amato; abbracciando la vita consacrata, abbiamo dato il nostro cuore al Signore Gesù in risposta all’amore che abbiamo ricevuto da Lui. L’Eucaristia, la Riconciliazione, la “lectio divina”, la devozione alla Vergine Maria, la preghiera personale, l’unione con Dio sono alcune tra le espressioni fondamentali della nostra vita spirituale. La preghiera è come l’olio con cui teniamo accesa la lampada del nostro amore per il Signore Gesù e alimentiamo la gioia per la nostra vocazione salesiana; ma quando essa viene meno, si affievolisce la fiamma dell’amore e ci troviamo più esposti alle “tentazioni” che minacciano la fedeltà.

Congiuntamente alla vita spirituale e come suo frutto vi è la passione apostolica del “da mihi animas, cetera tolle”. Si tratta di uno zelo pastorale ispirato dall’amore per il Signore Gesù e per il carisma di Don Bosco, che ci fa cercare in tutto “la gloria di Dio e la salvezza delle anime”. La passione apostolica evoca il meglio che vi è in noi: l’amore per i giovani, la generosità, la dedizione, la creatività, la comunione con altri operatori pastorali, ma anche lo spirito di sacrificio, l’ascesi, l’autodisciplina. Essa purifica le nostre motivazioni; ci preserva dallo scoraggiamento nei momenti di difficoltà; in cambio, ci riempie di gioia e soddisfazione per la vocazione.

Ciononostante, una crisi vocazionale è sempre possibile; essa non arriva all’improvviso, ma si sviluppa progressivamente; può riguardare la vita di fede, la stanchezza psicologica, la delusione apostolica, la perdita di motivazioni. Spesso tale crisi riguarda affettività e castità; si comincia con piccoli cedimenti e gratificazioni che all’inizio sembrano leciti o innocui, ma che gradualmente si trasformano in abitudini e comportamenti ambigui, fino ad evolversi in crisi vocazionale. Anche in questi momenti è però sempre possibile tornare indietro e riprendere una vita fedele; queste situazioni non sono irreversibili. È importante riconoscere che siamo fragili; non possiamo mai presumere delle nostre forze. Proprio per questo dobbiamo esercitare prudenza e vigilanza e avere autodisciplina ed autocontrollo. In questo ambito giova molto la sincerità con noi stessi e con una guida spirituale; occorre il coraggio di confrontarci onestamente davanti a Dio, di riconoscere in noi sentimenti, comportamenti e atteggiamenti che non sono coerenti. Ciò rivela un’assunzione di responsabilità per la nostra vita e vocazione, e una serietà nel voler vivere fedeli al nostro impegno.

 

Cura comunitaria

 

La comunità è un grande sostegno per la fedeltà, trovandosi vicina ai confratelli nelle loro situazioni concrete. La comunità può avere debolezze e limiti, ma possiede pure elementi di vitalità che la rendono il luogo privilegiato per far fronte alle sfide della fragilità vocazionale dei formandi e alle difficoltà della fedeltà vocazionale dei confratelli di ogni età. Una realtà viva, vivace e vitale suscita interesse, fascino, attrattiva; ma soprattutto genera fecondità, autenticità, totalità di risposta. La vita genera vita. Quindi, affinché la comunità aiuti i confratelli a vivere creativamente la fedeltà, occorre potenziare gli elementi di vitalità che già si trovano in essa, e cioè le sue capacità di offrire una testimonianza profetica, attrarre vocazioni, rinforzare il senso di appartenenza, mobilitare i confratelli per compiti e forme di vita di maggiore impegno, coinvolgere  laici e giovani, accrescere la propria significatività nella Chiesa e nel territorio.

Tra i suoi elementi vitali, uno che racchiude grandi risorse per la fedeltà è lo stile di vita e di lavoro. L’accoglienza e la gioia dello stare insieme fa sì che ognuno si senta amato, apprezzato, valorizzato. Vi è una ricchezza di rapporti da scoprire e ricevere. Lo spirito di famiglia crea una mentalità di comune ricerca e discernimento; il clima di fede e di preghiera rafforza le motivazioni interiori e dispone a vivere con radicalità evangelica e dedizione apostolica; la buona impostazione del lavorare insieme e dei progetti comunitario e pastorale favorisce la crescita, migliora la prestazione apostolica, fa evitare stress e affaticamento. E se qualcuno si trovasse in difficoltà, il senso di responsabilità reciproca dei confratelli li fa attenti ai primi segnali del suo disagio; gli sono di sostegno la loro amicizia, interesse e comprensione; gli è di stimolo la loro vita esemplare.

Di particolare rilievo è anche l’impegno che la comunità assume per aiutare i confratelli ad approfondire l’identità della vita consacrata salesiana. La comunità favorisce l’aggiornamento nella salesianità,[30] la riflessione sulle Costituzioni,[31] lo studio della condizione giovanile, anche mediante la presenza dei giovani nei suoi incontri o la sua presenza nei loro ambienti di vita,[32] l’apprendimento di nuovi approcci nella pastorale giovanile e nella catechesi, la comunicazione del carisma.[33] Così i confratelli vivono una profonda esperienza di riconoscenza a Dio per il dono della vocazione; sentono la fierezza di essere membri della Congregazione e figli di Don Bosco; sperimentano gioia, entusiasmo e impegno nella vocazione.

A tutto ciò contribuisce decisamente il modo di esercitare il servizio di autorità nella comunità. Il direttore si impegna a creare un clima di accoglienza e rispetto per ogni confratello, così da farlo sentire ‘a casa sua’;[34] mantiene un contatto giornaliero con ciascuno, agendo sempre come “padre, fratello e amico”.[35] È sua preoccupazione tenere tutti uniti in fraternità e corresponsabilità. Dimostra sollecitudine per chi soffre, si sente solo, si trova ai margini, è in difficoltà. Con il colloquio e l’accompagnamento spirituale aiuta i confratelli a vivere un’affettività matura, ad assumere la responsabilità per la propria formazione, a trovare la gioia del rapporto amichevole con il Signore Gesù, a fare buon uso del tempo e dei mezzi di comunicazione sociale, a progettare la propria vita personale e a far fronte alle difficoltà dell’azione apostolica. La sua animazione mira ad assicurare un buon livello di vita spirituale e pastorale nella comunità, curando la preghiera e ascesi comunitaria,[36] la condivisione fraterna, l’apostolato.

 

Responsabilità ispettoriale

 

Pur essendo una realtà complessa, anche la comunità ispettoriale gioca una parte notevole nel favorire la fedeltà dei suoi membri, in quanto infonde in loro anzitutto il senso di appartenenza. La fraternità che si sperimenta nell’Ispettoria, particolarmente in occasione di professioni, ordinazioni e anniversari, la sollecitudine nel caso di malattia, la vicinanza nei momenti di perdita di familiari, sono prove di affetto verso i confratelli e vincoli che legano all’Ispettoria. È importante che le relazioni tra confratelli e con l’autorità siano serene; i confratelli siano coinvolti nei processi di discernimento in vista di importanti scelte ispettoriali; si percepisca nell’Ispettoria una mentalità e una “cultura” coerente con l’identità della vita consacrata salesiana.

Allo stesso tempo, è di grande aiuto per la crescita e la fedeltà dei confratelli la formazione permanente. In un mondo che cambia rapidamente e dove le persone evolvono con il passaggio degli anni, “la formazione continua [aiuta] il religioso ad integrare una crescita dinamica ed una fedeltà nelle circostanze concrete dell’esistenza”.[37] Essa facilita la trasformazione della “cultura ispettoriale”, specialmente in riferimento alla identità della vita consacrata. Giova per questo una buona animazione ispettoriale, con offerte di varie opportunità per la crescita e il rinnovamento spirituale e pastorale dei confratelli. In particolare, è necessaria un’attenzione speciale ai confratelli del tirocinio e del “quinquennio”; non è sempre facile infatti il passaggio da una vita organizzata e accompagnata nella comunità formatrice al pieno inserimento nel lavoro educativo e pastorale; ciò esige un ripensamento delle modalità di inserimento e di accompagnamento di questi confratelli.

Infine è rilevante il modo in cui l’Ispettoria svolge la missione nel territorio. Ciò esercita infatti un influsso considerevole sulla fedeltà dei confratelli. Perciò importa che essi possano dedicarsi ai giovani, specialmente ai più poveri, impiegando i propri doni e capacità e avendo la possibilità di una presenza animatrice tra loro. Importa che possano vivere e lavorare insieme in comunità, numericamente e qualitativamente consistenti, di fratelli consacrati pienamente dediti a Dio e sostenuti da Lui. Importa che le forze presenti nella comunità educative pastorali siano adeguate per compiere un lavoro sereno ed efficace che dia testimonianza, attiri vocazioni, coinvolga collaboratori. La missione gioca un ruolo centrale nella vita dei confratelli e costituisce uno stimolo per la loro fedeltà vocazionale; le Costituzioni affermano che “la missione dà a tutta la nostra esistenza il suo tono concreto”.[38] Quindi, ogni Ispettoria impegnata nel processo di “ridisegno della sue presenze”, con attenzione ai processi di risignificazione, ridimensionamento e ricollocazione, non può non tenere presenti questi criteri se vuole assicurare che i confratelli siano felici e fedeli alla vocazione. Essa deve mirare non tanto ad iniziare o a continuare le opere, per quanto ciò sia importante, ma soprattutto ad assicurare una migliore qualità pastorale della presenza salesiana nel territorio, perché solo in questo modo avrà un futuro il carisma salesiano.

 

 

 

 

SCHEDA DI RIFLESSIONE E CONFRONTO

 

1. Il confratello, sia in formazione iniziale che in formazione permanente, rifletta personalmente su questi orientamenti; riveda la propria vita attuale, verificandola dal punto di vista della fedeltà vocazionale; ponga nel proprio progetto personale di vita ciò che può aiutarlo a vivere in fedeltà.

 

2. La comunità locale proponga momenti di condivisione in cui rifletta sulla sua vitalità, su come vive la vocazione consacrata salesiana e sull’aiuto che offre ai suoi membri per vivere in fedeltà.

 

3. La comunità formatrice si interroghi su ciò che sta facendo per aiutare i formandi ad assumere una mentalità di fedeltà vocazionale e di formazione permanente.

 

4. L’ispettoria rifletta sulla sua “cultura”, sull’impostazione della formazione permanente, sui mezzi per rafforzare la fedeltà vocazionale. Essa cerchi il modo di coinvolgere i confratelli, le comunità locali e le comunità formatrici in questo processo riguardante la fedeltà.

 



[1] F. CEREDA, Fragilità vocazionale, in ACG 385, Roma 2004.

[2] Cfr Cost. 24.

[3] L’Assemblea dell’Unione Superiori Generali ha affrontato il tema della fedeltà vocazionale due volte; si vedano al riguardo: USG, Fedeltà e abbandoni nella vita consacrata oggi, Litos 2005; e USG, Per una vita consacrata fedele. Sfide antropologiche alla formazione, Litos 2006. Nell’Assemblea del 2005 Luis Oviedo ofm ha presentato i risultati di un’indagine, a cui ha partecipato un significativo campione di Istituti religiosi maschili. Egli rileva che il massimo numero di abbandoni di professi perpetui avviene nella media età: il 37,8% di abbandoni nella fascia di 31-40 anni e il 33,0% nella fascia di 41-50 anni; in particolare il 42,2% di abbandoni avvengono nei primi 10 anni dopo la professione perpetua ed il 31,3% nei 10 anni seguenti. Egli rileva altresì che il 42% degli abbandoni è dovuto a problemi affettivi, a cui si possono collegare altri motivi simili, quali l’immaturità per il 21,3% e problemi psicologici per il 21,0%.

[4] Cfr Ger 20,7.

[5] Cfr GIOVANNI PAOLO II, Vita consecrata, 22.

[6] Cfr Mt 13, 44-46.

[7] Cfr Cost. 23.

[8] Cfr Cost. 3.

[9] Cfr Cost. 195.

[10] Gv 13, 1.

[11] Cfr Fil 1,6.

[12] Cfr 1 Cor 10,13.

[13] Cfr 2 Cor 12,9.

[14] Cfr 2 Tm 2, 13.

[15] Cfr Rm 11, 29.

[16] P. CHÁVEZ, La fedeltà, fonte di vita piena, in: USG, Per una vita consacrata fedele, o.c., 27.

[17] A. CENCINI, Mi fido… dunque decido, Milano 2009, 74.

[18] GIOVANNI PAOLO II, Vita consecrata, 22.

[19] Cfr P. CHÁVEZ, Tu sei il mio Dio, fuori di te non ho altro bene, in ACG 382, Roma 2003.

[20] 2 Cor 4, 7.

[21] 2 Tm 1,6.

[22] FSDB 208.

[23] F. CEREDA, Formazione alla affettività e alla castità, in ACG 408, Roma 2010.

[24] GIOVANNI PAOLO II, Pastores dabo vobis, 45, 46.

[25] Ibidem, 44.

[26] Cfr Cost. 195.

[27] GIOVANNI PAOLO II, Vita consecrata, 69.

[28] Cfr Cost. 99: “Ogni salesiano assume la responsabilità della propria formazione”.

[29] GIOVANNI PAOLO II, Pastores dabo vobis, 69.

[30] Cfr CG26, 10.

[31] Cfr CG26, 10.

[32] Cfr CG26, 15.

[33] Cfr CG26, 21.

[34] Cfr Cost. 16.

[35] Cost. 15.

[36] Cfr CIVCSVA, La vita fraterna in comunità, 23: “La comunità senza mistica non ha anima, ma senza ascesi non ha corpo”.

[37] CIVCSVA, Potissimum instituioni, 67.

[38] Cost. 3.