Don Bosco

2° tema: Una Visione sulla Vita Consacrata: attualità e prospettive

DISCORSO - RETTOR MAGGIORE


Incontro dei vescovi salesiani - 2° Tema,

22 maggio 2010,
Valdocco, Torino


Una visione sulla vita consacrata: Attualita’ e prospettive

In questo incontro con voi, vescovi salesiani, uno dei temi che ci è sembrato importante da affrontare insieme è quello della vita consacrata. Questo per motivi diversi. In primo luogo per la nostra comune vocazione di salesiani consacrati. Quindi per essere un elemento non indifferente cui deve prestare attenzione un vescovo, ancora di più si questi è religioso. In terzo luogo perché oggi la vita consacrata (VC) deve fare i conti con una profonda crisi d’identità, di credibilità e di visibilità, che si traduce nel calo vocazionale e nella perdita di stima anche da importanti settori ecclesiali. Infine, per il mio ruolo attuale di Presidente della Unione dei Superiori Generali.

Vi offro dunque alcuni elementi che possano spronare la nostra riflessione. Gli ho voluto sistemare sotto il titolo “Una visione sulla vita consacrata. Attualità e prospettive”, sperando che titolo e contenuti ci aiutino a vedere e apprezzare meglio il momento presente e il futuro della VC.

 

1.      Una visione d’insieme

Come già aveva affermato Giovanni Paolo II, la VC non ha soltanto una bella storia da raccontare, ma anche una bella storia da riscrivere. Perciò anche se consapevole del disagio che essa sta attraversando, soprattutto in Europa, dovuto all’invecchiamento inarrestabile del personale, allo scarso flusso vocazionale e al nuovo contesto sociale, culturale ed ecclesiale in cui ci troviamo, credo di poter affermare che lo sforzo fatto dagli Ordini, Congregazioni ed Istituti a partire del Concilio Vaticano IIº - uno sforzo peraltro mirabile – non è stato inutile, anzi sta dando i suoi frutti.

E’ vero che la VC in Europa ha sofferto un indebolimento e si trova attualmente in difficoltà a rispondere ai bisogni evidenziati dalla Chiesa. A suo tempo Paolo VI chiese l’aiuto per l’America Latina, specialmente dopo la Conferenza del CELAM a Medellin. Posteriormente Giovanni Paolo II chiese l’aiuto per Africa, Asia e l’Est d’Europa, e le nostre istituzioni religiose risposero con generosità. Nel contempo è da rilevare il grande apporto che i religiosi di America Latina, Asia ed Africa stanno offrendo alle chiese di altre continenti.

A ciò si deve aggiungere il bisogno, che sentiamo in maniera viva, di accompagnare la nuova realtà della VC che sta sorgendo in Asia ed Africa e gli sforzi che le Ordini, Congregazioni ed Istituto stanno facendo in questo senso. Certo, ci piacerebbe trovare una profonda e convinta comprensione della VC da parte dei vescovi ed un appoggio in questo impegno di dare una salda formazione alle nuove generazioni.

Più concretamente, a partire dal motto del Congresso 2004, noi vogliamo interpretare e vivere la nostra vita religiosa, partendo da una grande passione per Cristo e da una grande passione per l’umanità. Perciò le priorità principali sono:

  1. La spiritualità. Si sta facendo uno sforzo notevole affinché la Parola e l’Eucaristia siano veramente il centro della vita del consacrato e della sua comunità. Siamo convinti che la persona consacrata deve essere focolare e memoria vivente della dimensione trascendente che esiste nel cuore di ogni essere umano.
  2. La comunità. Perché sappiamo che la testimonianza della comunione, aperta a tutti coloro che hanno bisogno, è fondamentale nel nostro mondo. La VC, se vissuta in comunità, è già, in sé stessa, vangelo proclamato.
  3. La missione. Una missione da realizzare e vivere nei “margini” della società e della chiesa, sulle loro ‘frontiere’, vale a dire, l’esclusione, la povertà, la secolarizzazione, la riflessione, la formazione e l’educazione a tutti i livelli. Ci sembrano questi i “luoghi” dove i consacrati devono essere presenti per esprimere la dimensione missionaria della Chiesa. La missione però comprende anche la “passione” – intesa come sofferenza o degenza – di tanti religiosi che continuano a pregare per la Chiesa e per gli operai della messe, e la “passione” come martirio di tanti religiosi incarcerati o trucidati a causa del Regno. Loro sono la migliore rappresentazione di Cristo Gesù.

 

2.      Il futuro della vita consacrata: Gesù Cristo

In occasione del Congresso internazionale sulla VC “Passione per Cristo. Passione per l’umanità”, l’abate Bernardo Olivera ha detto che “il futuro della vita consacrata sta nel suo fondamento: Gesù Cristo». Sono pienamente d’accordo perché, a mio avviso, mai come oggi “la vera sfida attuale della VC è quella di restituire Cristo alla vita religiosa e la vita religiosa a Cristo”.[1] Ecco perché a riguardo della VC si parli oggi con tanta insistenza di “ritorno al vangelo” e di radicalità evangelica”.

Tutta la vita cristiana è già – o dovrebbe esserlo – un processo di “conversione permanente” a Cristo, in modo che ogni cristiano diventi una “versione” di Cristo, una sua icona vivente. Tale processo è bene indicato da San Paolo quando, parlando del disegno salvifico universale di Dio, esclama: “Quelli che da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo”. Se è bello sapere che la vocazione umana e cristiana è riprodurre in noi l’immagine del Figlio di Dio, a maggior ragione ciò vale per la VC, la cui identità è appunto quella di diventare “memoria viva” di Gesù, appropriandosi dello suo stile di vita obbediente, povero e casto.

La straordinaria abbondanza e convergenza, anche terminologica, con cui si esprime a questo riguardo l’esortazione apostolica Vita Consacrata (cf. 14.18.22.29.31.32), vuole evidenziare che la nostra originalità non è quantitativa (“di più”), ma qualitativa (“distinta”). Perciò più che di “consigli evangelici”, preferisco parlare di “valori evangelici”, visto che essi non sono ‘facoltativi’ per alcuni, ma sono una proposta per tutti. Gli stessi atteggiamenti, che ogni cristiano deve vivere in quanto discepolo e imitatore di Cristo, sono vissuti dal consacrato nella forma concreta in cui Egli li visse; vi sono infatti vari modi di viverli, a seconda degli stati di vita. Focalizzare l’obbedienza, la povertà e la castità in questo modo, mentre non rende i consacrati imitatori ‘esclusivi’ di Gesù, impedisce allo stesso tempo che essi perdano la loro identità carismatica.

Naturalmente ci sono altri motivi che spiegano l’attuale insistenza sul ritornare a Cristo. Innanzitutto, la crescita delle istituzioni della VC e lo sviluppo della sua teologia rischiano di identificare la VC stessa con le sue dimensioni di consacrazione, comunione e missione, e soprattutto di confondere la missione con l’azione o le opere. Oggi inoltre più che mai la luce che deve irradiare dalla VC non può provenire dalle sue strutture e istituzioni, ma deve manifestarsi nella vita delle persone consacrate e delle comunità religiose, nella loro identità, visibilità e credibilità di consacrati. Questo è possibile a condizione che esse abbiano una forte mistica, frutto della esperienza di Dio, della sequela di Cristo e della disponibilità allo Spirito. Dio è e deve restare la prima occupazione della VC.

 

3.      L’obiettiva eccellenza della vita consacrata

«Nella tradizione cristiana, leggiamo in Vita Consecrata, si è sempre parlato di “obiettiva eccellenza” della vita consacrata» (VC 18). Secondo non pochi osservatori il calo delle vocazioni di speciale consacrazione sarebbe imputabile anche ad una specie di “livellamento” in basso di tutte le vocazioni e alla conseguente perdita di questo stato di “eccellenza” della VC. Cosa ritengo di poter dire al riguardo?

Prima di tutto penso sia importante capire che cosa si intenda per “obiettiva eccellenza” della VC. Ricordando la vocazione universale alla santità, il Concilio Vaticano II è giunto a rinnovare radicalmente il modo di concepire la vita cristiana, superando la terminologia degli stati di perfezione che lasciava intendere, anche se ciò non è mai stato detto, che esistessero anche stati di imperfezione. La santità è dono e compito per tutti i cristiani; essa è intesa come la perfezione della carità, concretizzata nella sequela-imitazione di Gesù. A questo proposito conviene ricordare la straordinaria chiaroveggenza di San Francesco di Sales.

La vita secondo i consigli evangelici continuava però ad essere vista come impegno “esclusivo” dei consacrati. La valutazione oscillò tra un massimalismo preconciliare, che considerava i consigli evangelici come caratteristica esclusiva della VC, ed un minimalismo che riduceva il senso della consacrazione a professare con voto ciò che ogni cristiano è chiamato a vivere come cammino di santificazione.

Al riguardo la teologia della VC ha ricevuto delle indicazioni molto interessanti dal Magistero della Chiesa. Ciò che la “Presbyterorum Ordinis” (15-17) del Concilio Vaticano II e la “Pastores dabo vobis” (27-30: ‘Esistenza sacerdotale e radicalismo evangelico’) affermano dei “consigli evangelici” nella vita dei presbiteri, è pure presentato in modo analogo, proprio, da “Vita Consecrata” rispetto ai laici!: “Ogni rigenerato in Cristo è chiamato a vivere, con la forza proveniente dal dono dello Spirito, la castità corrispondente al proprio stato di vita, l’obbedienza a Dio e alla Chiesa, un ragionevole distacco dai beni materiali, perché tutti sono chiamati alla santità, che consiste nella perfezione della carità” (VC 30).

Tra l’estremo massimalista, oggi superato, e quello minimalista, pericoloso in quanto può condurre ad una crisi di identità, occorre cercare non tanto un cammino “intermedio” ma ciò che è proprio e tipico della VC. La stessa Esortazione apostolica Vita Consacrata, in vari suoi passi, ce lo indica. Già dall’inizio del 1° capitolo essa afferma: “Il fondamento evangelico della vita consacrata va cercato nel rapporto speciale che Gesù, nella sua esistenza terrena, stabilì con alcuni dei suoi discepoli, invitandoli non solo ad accogliere il Regno di Dio nella propria vita, ma a porre la propria esistenza a servizio di questa causa, lasciando tutto e imitando da vicino la sua forma di vita” (n. 14). In seguito la VC è chiamata “esistenza cristiforme”. Questa stessa prospettiva è presentata al n. 18: “La sua forma di vita casta, povera e obbediente appare infatti il modo più radicale di vivere il Vangelo su questa terra”.

E’ appunto in questo contesto che l’Esortazione Vita Consacrata parla della obiettiva eccellenza della VC. Inoltre essa afferma: “La vita consacrata ‘più fedelmente imita e continuamente rappresenta nella Chiesa, per impulso dello Spirito Santo, la forma di vita che Gesù, supremo consacrato e missionario del Padre per il suo Regno, ha abbracciato ed ha proposto ai discepoli che lo seguivano (…). Veramente la vita consacrata costituisce memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù” (VC 22). “Ciò appare con evidenza dal fatto che la professione dei consigli evangelici è intimamente connessa col mistero di Cristo, avendo il compito di rendere in qualche modo presente la forma di vita che Egli prescelse, additandola come valore assoluto ed escatologico” (VC 29). “Le persone consacrate, che abbracciano i consigli evangelici, ricevono una nuova e speciale consacrazione che, senza essere sacramentale, le impegna a fare propria - nel celibato, nella povertà e nell’obbedienza - la forma di vita praticata personalmente da Gesù e da Lui proposta ai discepoli” (VC 31). “Quanto alla significazione della santità della Chiesa, un’oggettiva eccellenza è da riconoscere alla vita consacrata, che rispecchia lo stesso modo di vivere di Cristo” (VC 32).

Questi testi di Giovanni Paolo II sono molto illuminanti. Personalmente continuo a credere alla “obiettiva eccellenza” della VC, nel senso detto da San Paolo, secondo il quale chi è diviso difficilmente può consacrarsi totalmente a Dio e votarsi nel contempo pienamente al prossimo (I Cor. 7, 29-35). E dunque condivido l’interpretazione di coloro che attribuiscono un calo delle vocazioni di speciale consacrazione anche a questo livellamento verso il basso di tutte le vocazioni. Comunque ne sono cosciente che il fenomeno della scarsità del flusso vocazionale è molto più complesso e ha altre spiegazioni non indifferenti, come sono la stessa diminuzione demografica, l’alto benessere, l’atmosfera culturale secolarizzata, e nondimeno le innegabili mancanze della VC.

4.      Rinnovamento della vita consacrata

Il Concilio Vaticano II aveva parlato di “rinnovamento” della VC. Successivamente si è parlato con sempre maggior insistenza di “rivitalizzazione”, di “ristrutturazione”, di “rifondazione”, dando per scontata la fine di un certo modello e ribadendo l’esigenza di elaborare “nuovi modelli” di VC. Sulla base della mia esperienza, pensando soprattutto alla crisi in atto nei paesi occidentali (calo di vocazioni, età sempre più elevata e unificazione delle province, alienazione delle grandi strutture sempre più vuote ecc.), mi domando dove sta andando la VC?

Sono convinto che poche istituzioni come la VC all’interno della Chiesa abbiano adempiuto così bene il compito di una “accomodata renovatio” (PC n. 1) chiesta dal Concilio Vaticano II. Si è trattato di un rinnovamento che si è espresso in forme diverse, a partire dalle Costituzioni, poi l’abito, le forme di governo, l’organizzazione della comunità, l’apostolato … Tuttavia il succedersi delle diverse parole per indicare il rinnovamento non è stato un mero virtuosismo linguistico, perché di fatto ha portato gli Ordini, le Congregazioni e gli Istituti a cambiamenti molto impegnativi delle loro strutture, forme di governo, stili di vita.

Forse stiamo imparando che per natura la VC deve essere sempre in stato di cambiamento, appunto per non perdere la sua identità cristocentrica, la sua istanza profetica, la sua grande riserva di umanità. Dunque piuttosto che proclamare ai quattro venti la fine o il non senso della VC, ai nostri giorni è arrivata l’ora di creare forme di vita o ricreare quelle strutture apostoliche che corrispondono meglio al Vangelo, che ci permettono di approfondire le esigenze dell’amore fraterno, della testimonianza apostolica, della semplicità e della donazione di Gesù. In altre parole è giunta l’ora di ricuperare la specificità della VC, ossia ciò che la può rendere credibile, efficace e significativa.

È indispensabile quindi ridefinire l’identità della VC, che non si fonda sui voti, nè sulle Costituzioni, nè sull’abito, e neppure sulla missione, ma sul suo peculiare rapporto con Cristo. Occorre ridire ciò che è una persona consacrata, perché i consacrati hanno ‘qualche cosa di speciale’ da offrire al mondo e alla Chiesa; ed è appunto quel ‘qualche cosa di speciale’ che li rende significativi. Nel Congresso “Passione per Cristo, passione per l’umanità” si diceva che lo Spirito Santo sta conducendo la VC verso una forma più essenziale; essa deve apparire sempre meno come organizzatrice di opere di promozione umana e sempre più come segno della presenza tenera di Dio al servizio dell’uomo indigente, attraverso un’evangelizzazione più esplicita, in comunità di intensa fraternità, con uno stile di vita austero e semplice.

 

5.      Nuove forme di VC

Da tempo stanno nascendo in tutta la Chiesa, insieme ai nuovi movimenti ecclesiali, anche così dette “nuove forme” di VC, con caratteristiche, spesso, notevolmente diverse rispetto a quelle dei grandi Ordini e Istituti religiosi del passato. La domanda che mi faccio è, prima di tutto, che cosa siano – e significhino – queste “nuove forme di VC”, ma anche se e in che misura possono essere una “opportunità” per gli Ordini e gli Istituti del passato.

Se riandiamo alla storia della VC, possiamo individuare le novità che apportarono gli eremiti, la vita cenobitica, il monachesimo, i mendicanti, i regolari, le congregazioni e istituti al servizio dell’uomo, le società di vita apostolica, gli istituti secolari, fino a configurare tutti insieme l’odierna VC caratterizzata dalla consacrazione mediante i voti di obbedienza, povertà e castità, la comunità e la missione, o meglio dalla “fuga mundi” per rendere il “primato di Dio” e ritornare a fare il samaritano con i “bisognosi del mondo”. A sua volta la nascita di queste diverse istituzioni diede luogo a grandi movimenti sia all’interno della Chiesa e della Società nonché della VC stessa.

Oggi come ieri lo Spirito agisce liberamente e creativamente; e ovviamente può suscitare, anzi sta suscitando, “nuove forme” di VC, come ha fatto lungo tutta la storia del cristianesimo. “La perenne giovinezza della Chiesa continua a manifestarsi anche oggi: negli ultimi decenni, dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, sono apparse nuove o rinnovate forme di VC. In molti casi si tratta di Istituti simili a quelli già esistenti, ma nati da nuovi impulsi spirituali ed apostolici. La loro vitalità deve essere vagliata dall'autorità della Chiesa, alla quale compete l'opportuno esame sia per saggiare l'autenticità della finalità ispiratrice sia per evitare l'eccessiva moltiplicazione di istituzioni tra loro analoghe, col conseguente rischio di una nociva frammentazione in gruppi troppo piccoli. In altri casi si tratta di esperienze originali, che sono alla ricerca di una propria identità nella Chiesa e attendono di essere ufficialmente riconosciute dalla Sede Apostolica, alla quale sola compete l'ultimo giudizio.

Queste nuove forme di VC, che s'aggiungono alle antiche, testimoniano della costante attrattiva che la donazione totale al Signore, l'ideale della comunità apostolica, i carismi di fondazione continuano ad esercitare anche sulla presente generazione e sono pure segno della complementarietà dei doni dello Spirito Santo.

Lo Spirito, tuttavia, nella novità non si contraddice. Ne è prova il fatto che le nuove forme di VC non hanno soppiantato le precedenti. In così multiforme varietà s'è potuta conservare l'unità di fondo grazie alla medesima chiamata a seguire, nella ricerca della perfetta carità, Gesù vergine, povero e obbediente. Tale chiamata, come si trova in tutte le forme già esistenti, così è richiesta in quelle che si propongono come nuove”. (VC 12)

Tuttavia confesso che non mi risultano molto chiare né l’identità delle così dette “nuove forme” di VC né le novità che esse possono apportare. Tali gruppi si definiscono, infatti, più come movimenti che come forme di VC, anzi non vogliono essere annoverate tra le diverse istituzioni di VC. Inoltre la qualificazione di “consacrato o consacrata” usata, almeno in alcuni di questi gruppi, per riferirsi a esperienze di coppie o di famiglie che vivono in comunità, ispirati a una determinata spiritualità ed impegnati in campi particolari di azione, altera profondamente il senso del termine, riservato per esprimere il “celibato” o la “verginità” per amore del Regno e da non confondersi con la castità matrimoniale. Infine il forte senso di appartenenza, che può caratterizzare qualsiasi gruppo nelle sue origini, non indica una novità in senso stretto, visto che anche le diverse forme di VC hanno esperimentato nei loro inizi questo effetto.

 

6.      Vita consacrata e Chiesa locale

E’ sempre più ricorrente oggi il discorso sul rapporto tra VC e Chiesa locale. Teoricamente si è tutti convinti dell’importanza di un reciproco dialogo. Nei fatti, spesso, ognuno rischia di andare per la propria strada. La sfida continua ad essere come conciliare, da parte dei religiosi, la propria specificità carismatica da una parte e la necessaria “riscoperta” della propria appartenenza ad una Chiesa locale.

In un’ecclesiologia di comunione la VC non può non crescere nel “sensus Ecclesiae”, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II e dal documento “Mutuae relationes”. Essa è nata come un dono dello Spirito alla Chiesa; essa appartiene alla vita, alla missione e alla santità della Chiesa, come esplicitamente afferma la “Lumen Gentium” (n. 44). La storia della Chiesa rileva che i consacrati sempre sono stati e sono tuttora all’avanguardia e nelle frontiere dell’evangelizzazione, della promozione umana, della cultura, dell’impiantazione della Chiesa e della costruzione del Regno di Dio. Le schiere di santi e martiri consacrati fanno poi vedere che la passione per Dio e per l’umanità produce frutti di santità a vantaggio della Chiesa tutta.

E’ vero che nei fatti più che di rapporti di incontro e di dialogo tra Chiesa locale e VC talvolta si sono verificati momenti di scontro e incomprensione. Ciò è dovuto al fatto che la Chiesa locale non ha sempre rispettato i carismi e ha preteso di ridurre tutta la sua missione al ministero pastorale. Talvolta anche la VC non ha vissuto la sua vita carismatica come espressione della Chiesa e non ha capito che la sua autonomia si riferisce alla sua vita interna e organizzazione, ma non alla liturgia e alla pastorale che si costruisce nella Chiesa locale. A volte la profezia della VC è stata considerata come un disturbo alla vita e azione della Chiesa locale e quindi si è cercato di metterla in disparte; a volta anche nella VC non sono mancate deviazioni teologiche, pastorali, liturgiche, spirituali.

Non è giusto contrapporre VC e Chiesa Locale, come se fossero rispettivamente l’espressione del carisma e l’espressione dell’istituzione. Ciò spiega il fatto che nella pratica sovente la VC e la Chiesa locale vadano ciascuna per la propria strada. Se da un canto le persone consacrate non possono rinunciare alla loro identità e missione, anche con la loro carica profetica, perché sono dono di Dio alla sua Chiesa, dall’altro per la stessa ragione non devono opporsi alla Chiesa locale come se fossero una chiesa parallela. Oggi più che mai, la VC deve sviluppare tra i suoi membri un profondo senso ecclesiale; sono convinto che quanto più la VC è radicata nella Chiesa particolare, tanto più diventa feconda e significativa; anzi mi azzarderei a dire che vivere questo sensus ecclesiae  contribuisce a rinforzare la vocazione profetica della VC.

 

7.      Spiritualità – comunione – missione

Spiritualità, comunione, missione: sono tre aspetti fondamentali della vita della Chiesa, ma insieme anche della VC. Appunto per questo, nel rispetto del proprio carisma di fondazione e in un’attenta e doverosa percezione dei “segni dei tempi”, è necessario ed importante precisare quale può essere lo specifico contributo dei religiosi sia nel campo della spiritualità che della comunione e della missione.

In effetti spiritualità, comunione e missione sono tre aspetti fondamentali della vita della Chiesa e anche della VC. Nel caso di questa equivalgono a quei tratti che a poco a poco lungo la storia ne hanno determinato l’identità odierna: esperienza di Dio, fraternità in comunione e missione apostolica. Giovanni Paolo II nella Esortazione apostolica “Vita Consacrata” parla esplicitamente di “Confessio Trinitatis”, “Signum Fraternitatis”, “Servitium Caritatis”. Sono convinto che la VC rappresenta una vera terapia per la nostra società, a condizione che sia un segno visibile e credibile della presenza e dell’amore di Dio (“mistica”), che sia un’istanza critica nei confronti di tutto quanto attenta alla persona umana intesa secondo il disegno di Dio (“profezia”), e che sia solidale con l’umanità, specialmente la più povera, bisognosa, esclusa o messa in disparte (“diaconia”).

Penso che il contributo della VC potrebbe andare appunto su questo suo triplice segno profetico: primato di Dio contro il materialismo e il secolarismo immanentista inarrestabili; autentica fraternità contro l’individualismo esaltato e il culto all’egoismo; servizio della carità contro la povertà in tutte le sue molteplici forme. Sembra che oggi più che mai quello che Chiesa e Società chiedono alla VC, sia di ascoltare lo Spirito con totale disponibilità all’obbedienza e lasciarsi guidare da Lui con più prontezza e gioia.

 

8.      Novità dei giovani consacrati

Oggi si parla molto di VC invecchiata, ma anche ci sono giovani consacrati. Penso che valga la pena dire una parola su di essi. Come sono?, che cosa offrono di nuovo alla consacrazione.

Questo è infatti un tema cui la Unione dei Superiori Generali, al ridosso del Congresso dei Giovani Religiosi, dedicò un’Assemblea con il titolo “Verso l'avvenire con i giovani religiosi - Sfide, proposte e speranze”.[2] In essa tentò di conoscere meglio la realtà della nuova generazione di religiosi. A questo stesso tema si aggiunse la riflessione fatta in seguito al Congresso Internazionale sulla VC organizzato dalle due Unioni (USG e UISG) in novembre del 2004 con il tema “Passione per Cristo – passione per l’Umanità”. Le assemblee seguenti della USG misero a fuoco i seguenti temi: Post-Congresso Vita Consacrata 2004: “Ciò che sta germogliando” (maggio 2005); “Fedeltà e abbandoni nella Vita Consacrata” (novembre 2005); “Per una Vita Consacrata fedele” (maggio 2006).

Come si può vedere dai temi, c’è stato lo sforzo di capire ed accompagnare meglio la novità che sta vivendo la VC, in genere, e quella rappresentata dai giovani consacrati. Su questa, in particolare, vorrei sintetizzare in tre tratti la novità dei giovani consacrati: la loro ricerca di una profonda esperienza di Dio, la loro voglia di comunione anche se non sempre desiderio di comunità, la loro dedizione alla causa dei più poveri ed emarginati.

Queste caratteristiche vanno accompagnate sovente da una fragilità psicologica, da inconsistenza vocazionale, da un marcato soggettivismo. Questa triplice sfida può essere positivamente risolta con una formazione che faccia della storicità tipica di ogni persona orizzonte e cammino di autentica realizzazione umana; che collabori nella comprensione e accettazione che la libertà è il valore supremo della realizzazione umana, in quanto “terminus a quo”, come punto di partenza, ma non come “terminus ad quem”, perché alla fine l’unico valore assoluto è l’amore, quello che realizza la meravigliosa opera della piena trasformazione umana; che sappia demitizzare questa parola magica dell’esperienza, perché quello che conta non è il valore dell'esperienza, bensì l'esperienza del valore ad interiorizzare ed assimilare.

Finalmente, bisogna parlare di una realtà che nel nostro tempo più che in qualunque altro, implica l’andare “contro corrente”: la formazione alla rinuncia. Detto paradossalmente, bisogna propiziare l'esperienza della rinuncia, abitando nel proprio cuore ‘deserto’. Anzi, giocando con le parole direi che non bisogna soltanto propiziare l'esperienza della rinuncia, ma anche, in molte situazioni, è necessaria la rinuncia all'esperienza, una delle cose più difficili da capire e da accettare, oggi. Da qui il bisogno pressante di formare alla libertà interiore, quella che ti permette fare delle scelte coraggiose ed evangeliche, e di ordinare la vita attorno ad esse.

 

9.      Multiculturalità della vita consacrata

La multiculturalità è un fatto globale. Nell’assemblea semestrale della USG di maggio del 2009 abbiamo appunto voluto dedicare la nostra riflessione a questo, con il titolo: “Cambiamenti geografici e culturali negli Istituti di Vita Consacrata: sfide e prospettive”.

C’era una duplice giustificazione del tema, una per certi versi congiunturale e un’altra da ritenersi sostanziale. La congiunturale era quella dei Sinodi Continentali, ad incominciare da quello del Africa, che stanno per realizzarsi ancora una volta. Con la nostra riflessione abbiamo espresso il nostro impegno a seguire da vicino il cammino attuale della Chiesa. La motivazione sostanziale è quella del bisogno avvertito di riflettere su una nuova realtà, vale a dire, il decentramento della Chiesa e della VC verso la periferia.

Il tema è particolarmente interessante, perché non sempre risulta chiaro definire quali cambiamenti, spostamenti geografici ed equilibri culturali si stanno generando nella VC, e si vede perciò più che mai necessario incominciare a descriverli ed a comprenderli. Si costata, infatti, che non sempre gli Istituti sono consapevoli dei cambiamenti che stanno avvenendo. Ci sono mutamenti demografici nei continenti che hanno delle conseguenze sulla crescita vocazionale; c’è poi la realtà dell’invecchiamento, cui si aggiunge lo scarso flusso vocazionale nei paesi tradizionalmente ricchi di vocazioni.

Non è facile neppure individuare le sfide che al riguardo si presentano alla VC. Un esempio chiaro è rappresentato dal numero crescente di vocazioni tribali che arrivano alla VC. I candidati hanno un background familiare e culturale debole e possono talvolta trovarsi a dover lavorare in opere degli Istituti che si trovano nelle città, fuori dal loro contesto, senza la dovuta preparazione o inculturazione.

Per il resto è ormai fuori dubbio che la comunità ha necessità di trovare nuovi modelli d’incarnazione. La VC presenta sempre più situazioni multiculturali al suo interno. È un segno della ‘vittoria del vangelo’ sull’umanità divisa. Ma è pure una sfida da affrontare con discernimento. Il governo degli Istituti è alla ricerca di nuove vie che favoriscano, insieme agli equilibri culturali, anche l’unità e la comunione. Anche a questo livello, si pongono nuovi problemi di inculturazione del carisma e della formazione.

C’è da dire, poi, che i cambiamenti provocano scelte non sempre riflesse. Per mantenere attività e opere o per sostenere i processi di evangelizzazione, per esempio, si prende la decisione di importare vocazioni da altri continenti verso l’Europa, ma poi ci si accorge che la soluzione risulta inadeguata. Anche le scelte di fronte ai cambiamenti hanno bisogno perciò di essere meglio illuminate.

La nostra riflessione ha voluto centrare l’attenzione su due realtà, con le quali si misura oggi la VC: lo spostamento dal centro alla periferia e l’interculturalità che caratterizza sempre più le comunità religiose. Se il primo fatto fa riferimento alla universalità della Chiesa e dunque della VC, chiamate ad inserirsi in tutte le culture, il secondo evidenzia un elemento non accidentale, dal momento che il modo stesso di essere della VC porta a vivere insieme, uniti da un carisma come segno e testimonianza di comunione al servizio di una missione condivisa.

La fede nel Signore Gesù che chiama a vivere il Vangelo, nella specificità del carisma e missione degli Istituti, permette a persone così diverse, nei caratteri, nella formazione, nell’età, nelle aspettative e, non ultimo, nelle culture, di formare una vera comunità di fratelli e sorelle uniti dall’Amore. La “verità del vangelo” (Gal 2,5.14) è dunque la chiave di interpretazione della VC nella diversità dei contesti e nella interculturalità delle comunità, il suo criterio di verifica, l’autentica Regola di vita.

Infatti, l’amore fraterno in comunità non è il risultato della simpatia reciproca, ma è frutto di un cammino di conversione in cui i religiosi e le religiose apprendono ad amare il Signore sopra ogni cosa attraverso i segni visibili della comunione fraterna. Per questo essi si impegnano a riconoscere il valore delle diversità che emergono nelle relazioni, coltivando insieme le qualità che aiutano a realizzare “una sintesi concreta di che cosa sia non solo una evangelizzazione della cultura ma anche un’inculturazione evangelizzatrice e una evangelizzazione inculturata” (VFC  53).

 

10.    Vita consacrata al servizio della comunione

La VC nella Chiesa è convinta del suo servizio alla comunione, consapevole però che questa comunione si realizza oggi in mezzo alla diversità ed attenta dunque a superare la tentazione dell’uniformità.

In vista di una maggiore significatività sociale, politica e culturale e fecondità spirituale, pastorale e vocazionale servire alla comunione è una missione che viene affidata ai consacrati non solo attraverso la testimonianza silenziosa, ma attraverso un’azione mirata.

Forti di una esperienza personale di fraternità che è dono di Dio, i consacrati, come singoli e comunità, sono chiamati a espandere, rafforzare o ricreare la comunione: diventano “esperti di comunione” (VC 46), lievito di unità, operatori di riconciliazione.

Sovente tendiamo a sorvolare per troppo conosciuto il ruolo di comunione a cui i religiosi sono chiamati nella Chiesa universale e in quelle particolari. Questo ruolo può avere nuove espressioni in un inserimento più visibile in queste chiese mediante servizi specializzati e nell'accentuare il senso di universalità che è congeniale agli istituti religiosi.

La missione di comunione riguarda i rapporti tra i consacrati. “Memori dell'amicizia spirituale che spesso ha legato sulla terra i diversi Fondatori e Fondatrici, essi, restando fedeli all'indole del proprio Istituto, sono chiamati ad esprimere una esemplare fraternità, che sia di stimolo alle altre componenti ecclesiali nel quotidiano impegno di testimonianza al Vangelo” (VC 53).

E, grazie a Dio, non mancano nuove insistenze pratiche in merito. Alla partecipazione attiva negli organismi di animazione, comunicazione e coordinamento, “per capire il disegno di Dio nell'attuale travaglio della storia e rispondervi con iniziative apostoliche adeguate” (VC 53), si aggiunge la possibilità di stabilire collaborazioni sistematiche e stabili tra diversi istituti per determinate iniziative che richiedono convergenza di competenze e risorse. Lo si è provato già con i centri di studio. La complessità del contesto attuale e le nuove esigenze dell'evangelizzazione portano non solo a concordare le impostazioni e linee, ma anche a pensare ad alcune iniziative in collaborazione.

Dentro ancora della comunione ecclesiale, ma anche oltre, i religiosi sono invitati a dare origine a vasti “movimenti”, “aggregazioni” o “famiglie” di e con laici. Il fattore aggregante può essere il desiderio di partecipare nello spirito e missione dell’Istituto nel caso dei “vicini e associati” (cf. VC 54-56), un interesse culturale o sociale comune (pace, ecologia, diritti umani, volontariati…), un'iniziativa concreta in cui si opera insieme. In tali aggregazioni, i religiosi prendono parte sinceramente nell'azione in favore di cause giuste e danno un contributo specifico di riflessione ed una testimonianza di solidarietà.

Da alcuni si auspica, inoltre, la costituzione di comunità internazionali ed interculturali che, facendone esperienza, diventino laboratori di accoglienza e valorizzazione delle diversità.

L'Esortazione Apostolica Vita Consecrata ha visto poi la vita religiosa come spazio privilegiato per il dialogo tra le grandi religioni (cf. VC 101-102), perché alla sua origine c’è una opzione che, in termini generali, è condivisa da tutte le persone profondamente religiose. Questa diventa dunque una mentalità da acquisire, una pratica da mettere in atto in tutte le presenze ed uno spazio dove collocare comunità con finalità specifiche.

 

A modo di conclusione

La cultura odierna, in particolare il mondo della comunicazione e la globalizzazione, aprono anche per noi nuove prospettive e presentano problemi inediti. Ciò esige da noi una rinnovata volontà di servire la VC. Abbiamo bisogno di rilanciarne, con fedeltà creativa, il dinamismo e l’intraprendenza affinché essa continui ad essere una presenza viva ed attiva nella Chiesa, al servizio di una spiritualità di comunione e di condivisione.

Ogni Istituto di VC è profondamente consapevole che i processi di rinnovamento richiedono risposte continue, che passano attraverso

  1. un ritorno continuo alle sorgenti di ogni vita cristiana;
  2. un ritorno continuo all’ispirazione originaria degli istituti;
  3. un adattamento degli istituti alle mutevoli condizioni dei tempi.

C’è però prima un criterio che diventa normativo, vale a dire, le tre richieste di questo rinnovamento vanno prese insieme: simul!. Non ci può essere nessun rinnovamento adeguato con una sola di tali prospettive. Inoltre con la crescita dei nostri Istituti in Asia ed Africa l’inculturazione diventa un’urgenza; analogamente sentiamo fortemente gli impegni per l’evangelizzazione in Europa. In queste prospettive la VC è interpellata a rinascere. La VC è un dono di Dio alla sua Chiesa. E nostra comune responsabilità, vescovi e religiosi, di riceverlo con gratitudine e viverlo con responsabilità. Ci guidi e aiuti Maria, “esempio sublime di perfetta consacrazione, nella piena appartenenza e totale dedizione a Dio”; sia Lei chi ci comunichi “quell'amore che ci consente di offrire ogni giorno la vita per Cristo, cooperando con Lui alla salvezza del mondo” (VC 28).

Grazie.

Torino, 22 maggio 2010

Don Pascual Chávez V., SDB
Rettor Maggiore