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LES BÉATITUDES

DISCURSOS, MENSAJES, DON PASCUAL CHÁVEZ

 

LE BEATITUDINI

 

“La magna charta per quelli che vogliono introdurre nel mondo una nuova civilizzazione” (Omelia all’inizio del CG 21 delle FMA)

Roma – CG 21 FMA
18 settembre 2002

Incomincia oggi un evento storico per l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice: il Capitolo Generale 21, che ha come tema Nella rinnovata Alleanza, l’impegno per una cittadinanza evangelica. Esso – come dice l’art. 135 delle vostre Costituzioni – è l’ «assemblea rappresentativa di tutto l’Istituto, mezzo ed espressione di unità», un «tempo forte di verifica, di riflessione e di orientamento per una ricerca comunitaria della volontà di Dio». Giustamente, avete ritenuto che il modo migliore di iniziarlo – e poi di viverlo – è attraverso l’Eucaristia, dove si coniugano il mistero della nuova Alleanza, suggellata nel sangue versato da Cristo, la comunione portata al suo limite estremo nel renderci commensali della mensa di Dio, e la missione di introdurre la civiltà dell’amore nel mondo. In tal modo viene illuminata la vostra assemblea, tutta orientata a radicare l’Istituto nella esperienza di Dio (“alleanza”), che suscita la comunione come stile di vita (“comunità”) e diventa programma educativo–pastorale (“missione”); e tutto questo sotto un profilo tipicamente salesiano, cioè “l’impegno ad educarci ad assumere con rinnovata responsabilità, nella storia, la missione educativa, insieme alle comunità educanti e alla Famiglia Salesiana” (Strumento di Lavoro, 65).

Sin dall’inizio avete voluto partire dalla Parola e trovare in essa il criterio di riferimento per leggere la realtà comunitaria e apostolica, ed insieme energia e scienza per abilitare le sorelle ad “agire come Gesù in ogni situazione e in ogni incontro, rendendole capaci di uno sguardo contemplativo” (SL, 10). Più in concreto, avete preso “le beatitudini [come] magna charta della cittadinanza evangelica” (SL, 70-77). Nelle parole del Papa, al suo ritorno delle Giornate Mondiali della Gioventù a Toronto, avete una conferma di quanto voi avete scritto: «Sul monte della Galilea – diceva il Santo Padre – Gesù delinea l’identità dei cittadini del Regno in forma di congratulazione: le beatitudini». Esse, infatti – proseguiva Giovanni Paolo II – sono «la charta magna di quelli che vogliono introdurre nel mondo una nuova civilizzazione» (Saluto prima dell’ Angelus, Castelgandolfo, 4.08.2002).

Vorrei approfondire un po’ questo tema delle beatitudini, che oggi ci è stato proclamato, perché questo testo evangelico diventi «ideale di vita evangelica», «risposta alla sete di Dio e della felicità», «cammino per raggiungerla», «logica del Regno».

Le beatitudini sono state considerate da tutte le generazioni cristiane, e particolarmente dalle comunità religiose, come la sintesi migliore del vangelo di Cristo, il suo annuncio più felice. Gesùpresenta il suo vangelo come un programma di felicità, e attraverso di esso offre la nostra piena realizzazione in Dio. Ma soltanto dalla fede può essere accolto e capito questo messaggio, che implica una profonda transvalorizzazione, un capovolgimento della nostra gerarchia di valori, un rovesciamento della logica del mondo, infine un cambio delle nostre immagini di Dio.

Sembrano talmente utopiche queste parole di Gesù, che diventa molto difficile prenderle sul serio. Chi crede veramente che i poveri, i sofferenti, gli affamati e i perseguitati siano felici? Domandiamolo a loro! O forse oggi è dei pacifici la terra? Non c’è dubbio che dopo l’11 settembre il mondo è diventato più pericoloso! Quale beneficio comporta il cercare d’essere limpidi di cuore o misericordiosi? Basterebbe pensare ai miliardi di persone che stentano a vivere, mentre altri accumulano ogni sorta di beni! La nostra stessa esperienza quotidiana sembra, a volte, una palese testimonianza contro le affermazioni di Gesù. Eppure, questa è stata la prima promessa fatta da Gesù di Nazareth, quando incominciò a parlare di Dio e della sua Signoria.

È interessante costatare che sia Luca che Matteo hanno posto “le beatitudini” come preambolo e quadro di riferimento di un discorso programmatico di Gesù (“Discorso della pianura”, in Luca, e “Discorso della montagna”, in Matteo). L’intenzione è chiara: per il cittadino del Regno la gioia è un imperativo, la felicità di Dio antecede le esigenze che il regno di Dio comporta. Per Gesù, soltanto lo stabilirsi della Signoria divina potrà portare la beatitudine, la gioia sulla terra travagliata dalla povertà, dalla sofferenza e dalla morte, e impiantarla nel cuore dell’uomo. Ancora di più, questa felicità si potrebbe vivere in qualsiasi situazione umana, non importa quanto disgraziata sia. Proprio lì dove non ci sarebbero ragioni per essere lieti, Dio viene a promettere la letizia e a renderla possibile.

Ecco, care consorelle, una prima conseguenza: credere di cuore alla promessa di Dio significa farsi cittadino/a del suo Regno e ascoltatore/trice di Gesù sulla montagna delle beatitudini. Dio comincia a regnare là dove comincia a realizzarsi la felicità promessa. Siamo, dunque, chiamati a fare della felicità il nostro programma di vita, a professare la gioia come stile quotidiano di vita. Forse non è questo in linea con la più autentica tradizione salesiana: “Noi facciamo consistere la santità nell’essere sempre allegri”?.

Sulla bocca di Gesù le beatitudini furono una proclamazione del regno, indirizzata anzitutto ai poveri, agli esclusi dai beni della terra in questo mondo, agli oppressi. Anche oggi, in un mondo sempre più secolarizzato, che ha deciso di prescindere da Dio, saranno loro, quelli che non contano per il mondo, che saranno capaci di aspettare di più Dio e la sua Signoria. La loro felicità dipende da Dio, perché Dio stesso è la loro felicità.

Questo dovrebbe essere, care consorelle, il nostro vangelo, la buona notizia da vivere e da portare. Ed ecco la seconda conseguenza: Dio si avvicina a quanti ne hanno bisogno. Il Suo regno viene solo ed esclusivamente per coloro che lo attendono. I destinatari del Vangelo sono perciò i più poveri, gli afflitti da qualsiasi povertà, quelle antiche e quelle nuove. Quando si conta su un Dio impegnato per la beatitudine di quelli che sono suoi, sono superflue altre attese e pure gli sforzi per conquistarle. La felicità vera, come il pane buono, “il Signore lo dona ai suoi amici anche se dormono” (Sal 126, 2b). “Cercate, quindi, il Regno di Dio e tutte le altre cose vi saranno date per aggiunta”.

La felicità promessa da Gesù non è stata solo un discorso. Gesù ha fatto delle beatitudini il proprio programma di vita e di prassi, durante il suo ministero pubblico. La realizzazione della gioia annunciata è il tratto distintivo della sua missione messianica (cf. Mt 11, 2-6). Egli era venuto ad annunciare la gioia messianica e l’ha annunciata vivendola; così Egli rese palese anche la sua esperienza religiosa più intima. Così, Gesù seppe parlare di Dio, perché tale era il vissuto di Dio che Egli aveva: un Dio che rende felice chi crede in Lui.

Ecco, allora, care consorelle, la terza conseguenza: dobbiamo annunciare quello che viviamo, comunicare ad altri la nostra esperienza di Dio con la vita. Come Gesù, che nelle beatitudini rivelò la sua esperienza di Dio. Viveva quello che annunciava e, appunto perché credeva a quanto predicava, operò con le sue mani ciò che proclamava: «Andate a raccontare a Giovanni quel che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono risanati, i sordi odono, i morti risorgono e la salvezza viene annunziata ai poveri. Beato chi non perderà la fede in me» (Mt 11, 4-6). Come Gesù, siamo chiamati a “passare ovunque facendo del bene a tutti/e” (cf. At 10, 28), a renderli felici, a “introdurre nel mondo una nuova civilizzazione” .

Gesù interpretò ed espose la logica del regno di Dio perché visse in essa. Tutta la sua vita, dall’umile nascita e fino alla tragica morte, non fu altro che il vissuto degli atteggiamenti delle beatitudini: fu povero (2 Cor 8, 9), fu mite e umile di cuore (Mt 11, 29), ebbe fame (Mt 4, 2) e sete (Gv 4, 7; 19, 28), subì persecuzione per il regno (Mt 10, 16-24). Le beatitudini furono la sua forma di vita, prima che parole sulle sue labbra. Gesù stesso è l’ermeneutica esistenziale delle beatitudini! Senza di Lui, le beatitudini sarebbero un semplice paradosso, un gioco di parole, un’utopia folle, senza realismo e senza garanzia di verità. Perciò le beatitudini comportano l’esigenza di conoscere Gesù. Senza avere la mente e il cuore completamente in Lui, sarebbe impossibile cogliere il segreto delle sue beatitudini. Queste non sono l’espressione di un ideale astratto. Rispecchiano, invece, l’esperienza umana credente di Gesù. Egli sapeva di Chi parlava e di che parlava, quando le proclamò.

Questa è la quarta conseguenza: per conoscere la radice profonda della gioia di Gesù, è necessario scoprire la motivazione della Sua vita: Dio e il suo regno.

Nelle beatitudini, Gesù ci offre il suo modo di vedere il mondo, l’uomo, e, soprattutto, Dio. Non ci impone una nuova legge, né ci esorta a determinati comportamenti. Ci pone dinanzi ad atteggiamenti fondamentali, generatori di energie potenti, produttori di comportamenti sorprendenti, svelatori di nuovi traguardi. Con le beatitudini, come prologo dell’annuncio del regno di Dio, Gesù ci propone un modo per fare nostra la sua stessa esperienza di Dio: vivere nella penuria, senza che ci manchi la gioia di avere Dio come nostro Dio; contare su Dio, quando contiamo poco per il mondo; affrontare i propri limiti e la stessa morte, senza rinunciare alla letizia di averlo come Dio. Ecco il modo di fare nostra l’esperienza di Gesù.

Come è facile immaginare, Gesù ha dovuto pagare un prezzo molto alto per questa frattura con l’immagine di Dio che si coltivava nel suo ambiente: la morte in croce. In realtà, le beatitudini e tutto il discorso della montagna sono leggibili e intelligibili solo alla luce della morte di Gesù. Sulla croce, Egli si mostra come il vero mite di cuore, come colui che soffre per la giustizia, come il vero povero, il solidale universale che ci ha amati sino alla fine e ha dato la sua vita affinché noi avessimo vita abbondante. Perciò, assumere la logica delle beatitudini è assumere la logica del regno, che è la logica della croce. Ecco, dunque, l’ultima conseguenza di accettare d’essere “cittadini/e del regno”.

Il tradimento, il rifiuto, l’abbandono, la morte non hanno, però, l’ultima parola per i credenti in Dio. Le beatitudini proclamate da Gesù continuano ad essere valide, perché Egli sperimentò la fedeltà del Padre che “non lo abbandonò nel mondo dei morti e non permise che il suo corpo andasse in corruzione” (cf. At 2, 31), anzi «Dio lo ha innalzato sopra tutte le cose e gli ha dato il nome più grande. Perché in onore di Gesù, in cielo, in terra e sotto terra, ognuno pieghi le ginocchia, e per la gloria di Dio Padre ogni lingua proclami: Gesù Cristo è il Signore» (w). Nella croce si intravede il vero volto di Dio impegnato nella nostra felicità e si illumina il paradosso della sua Signoria. Nella croce di Gesù, care sorelle, abbiamo la ragione della nostra gioia. La croce di Cristo difende la nostra felicità da ogni tentativo di conquistarla a buon mercato. La risurrezione è stata – e continua ad essere – la risposta di Dio agli uomini e alle donne che decidono di vivere secondo le beatitudini evangeliche.

Don Bosco e Maria Domenica Mazzarello vi siano modello ed ispirazione. E Maria, la prima beata tra i credenti, la cittadina del regno, Madre della Chiesa, vi accompagni e vi sia maestra in questo itinerario spirituale e pastorale.

Don Pascual Chávez V.

Parole del Rettor Maggiore alle Capitolari
CG XXI - FMA

Eminentissimi Signori Cardinali
Reverenda Madre Generale

Fratelli e sorelle della Famiglia Salesiana

Carissime Capitolari

Mi presento dinanzi a voi, portando anzitutto il saluto di tutti i Salesiani, che con la preghiera accompagnano questa importante assemblea, auspicando che da essa possano uscire ispirazioni trainanti e linee da futuro efficaci per la vita e la missione delle Figlie di Maria Ausiliatrice presenti in tutto il mondo.

Se è vera l’affermazione che senza gli altri gruppi della Famiglia Salesiana noi Salesiani non saremmo quello che dobbiamo essere, lo è in modo particolare riguardo alle Figlie di Maria Ausiliatrice, con le quali condividiamo un padre fondatore, uno stesso carisma vissuto al maschile e al femminile, uno spirito che ci fa sentire membri della stessa famiglia, una spiritualità che scaturisce dal medesimo Sistema Preventivo e che si esprime nel Da mihi animas, una missione che ci spinge alla collaborazione e alla comunione. È naturale quindi che seguiamo con molto affetto, simpatia e interesse questo Capitolo Generale XXI dell’Istituto, come avete fatto voi in relazione al nostro CG25, convinti che le conclusioni che trarrete e gli orientamenti che prenderete saranno sempre un arricchimento alla nostra vocazione, oltre che uno slancio per il rinnovamento delle vostre comunità religiose e delle comunità educanti.

È il primo Capitolo generale che celebrate nel nuovo millennio e quindi va letto e realizzato nel contesto sociale ed ecclesiale che stiamo vivendo. Di fatto, nel vostro Documento di Lavoro si fa accenno, nella visione della realtà, alla situazione di globalizzazione (SL 82.87) e modernizzazione che si impadronisce sempre più chiaramente del nostro mondo, e, d’altra parte, nell’illuminazione, ci si riferisce al programma pastorale della Chiesa, alla spiritualità di comunione, secondo la Novo millennio ineunte (SL 87).

Come tutti i Capitoli Generali, questo vostro CG21 è un evento pentecostale, una visita dello Spirito Santo che ha il potere di “rinnovare la faccia della terra”, di creare “i cieli nuovi e la terra nuova”, tanto attesi.

Desidero ora, come successore di Don Bosco, condividere con voi alcune riflessioni che sono state provocate in me dallo studio del Documento di Lavoro.

 
1.Il contesto e la sua risposta evangelica

Un primo elemento di riflessione è stato per me la visione della realtà presentata nel Documento di Lavoro, che fa vedere con chiarezza il contesto in cui si svolge il vostro CG21 e che io sintetizzerei in due grandi nuclei: uno sociale e uno ecclesiale; il primo che si può identificare con il neoliberalismo e il secolarismo, che si esprimono nel materialismo, nel consumismo, nel permissivismo e nel relativismo etico (cf. SL 7); e il secondo, che è dato dal programma pastorale per la chiesa del terzo millennio, così come viene tracciato da Giovani Paolo II nella Novo millennio ineunte.

Il contesto gioca un ruolo molto importante in una assemblea come questa. Esso corrisponde alla realtà in cui viviamo, in cui si sviluppa la fede cristiana, in cui noi attuiamo la nostra vita religiosa, e in cui svolgiamo l’azione pastorale. Sin dal momento dell’incarnazione, tutta la realtà è chiamata ad essere assunta per essere redenta, come direbbe Ireneo. Il contesto èuno scenario, ma si propone anche come interlocutore, e non si possono fare riflessioni sulla vita e prenderne decisioni se queste non sono in rapporto con la realtà.

Sono contento che ci sia nell’Istituto una forte sensibilità riguardo alle “problematiche inerenti alla globalizzazione che caratterizza la nostra società…, e all’ingiustizia che sta alla radice dell’ineguale distribuzione dei beni, dell’esclusione dei deboli, della violazione dei diritti umani e diventano una provocazione nei contesti in cui sono inserite [le comunità educanti](SL 31). È una presa di coscienza che sgorga proprio dalla vocazione salesiana, che vi chiama ad “essere presenti nelle situazioni in cui i giovani, soprattutto dei ceti popolari, hanno difficoltà ad esprimere il meglio di se stessi… [a] vivere la prossimità testimoniata da Gesù e [l’esigenza] di lasciarsi evangelizzare dai poveri” (SL 37).

Mi sembra che il Santo Padre abbia descritto magistralmente questo quadro nella sua omelia durante la messa in occasione delle beatificazioni, a Cracovia, il 18 agosto: “… il ventesimo secolo, nonostante indiscutibili successi in molti campi, è stato segnato, in modo particolare, dal «mistero dell’iniquità». Con questa eredità di bene ma anche di male, siamo entrati nel nuovo millennio. Davanti all’umanità si aprono nuove prospettive di sviluppo e, nel contempo, pericoli finora inediti. Sovente l’uomo vive come se Dio non esistesse, e perfino mette se stesso al posto di Dio. Si arroga il diritto del Creatore di interferire nel mistero della vita umana. Vuole decidere, mediante manipolazioni genetiche, la vita dell’uomo e determinare il limite della morte. Respingendo le leggi divine e i principi morali, attenta apertamente alla famiglia. In vari modi tenta di far tacere la voce di Dio nel cuore degli uomini; vuol fare di Dio il «grande assente» nella cultura e nella coscienza dei popoli. Il «mistero dell’iniquità» continua a segnare la realtà del mondo. Sperimentando questo mistero, l’uomo vive la paura del futuro, del vuoto, della sofferenza, dell’annientamento… Bisogna far risuonare il messaggio dell’amore misericordioso con nuovo vigore. Il mondo ha bisogno di quest’amore.” (OR 19-20.08.02, pag.8).

Non è altro il messaggio della Novo millennio ineunte, nella quale – in risposta a queste situazioni – viene offerta al mondo la salvezza che viene dalla morte e risurrezione di Gesù, e quindi dal suo Vangelo, dallo spirito delle beatitudini (cf. SL 79).

In verità, c’è molto bisogno di un nuovo ordine internazionale e noi non possiamo non cercare di dare il nostro contributo da discepoli/e di Gesù e da religiosi/e, creando già piccoli microcosmi dove la vita maturi e fiorisca e dia frutti.

 

2.Tema e grazia dell’unità attorno a Dio

Una seconda riflessione riguarda il tema: Nella rinnovata Alleanza l’impegno per una cittadinanza attiva. Mi è sembrata una scelta molto interessante, prima di tutto perché fa una sintesi della vostra vita religiosa, partendo dall’esperienza di Dio (alleanza), che dà origine ad una nuova forma di vita di comunione (comunità) e che diventa programma educativo-pastorale (missione) nella “cittadinanza evangelica”. In questo modo, tutto diventa un mistero di amore e di comunione, una partecipazione alla vita trinitaria, che per sua natura è diffusiva e si esprime nella vita comunitaria e nella vita sociale e si manifesta, si rende credibile, nell’amorevolezza che caratterizza il Sistema Preventivo. Questo, infatti, non è soltanto un metodo educativo, ma dà forma alla nostra relazione con Dio e ai nostri rapporti personali nella comunità e nella missione, poiché ci fa sentire amati e ci spinge a rispondere con la forza dell’amore. In tal modo, come dite in forma molto bella, “l’ampiezza di orizzonti si coniuga con la profondità del nostro radicarci in Dio” (SL 79).

In effetti, dalla comunione – partecipazione delle Tre Divine Persone – derivano impulsi di liberazione in favore di ogni persona umana, della società, della chiesa, e dei poveri. La persona umana è chiamata a superare tutti i meccanismi d’egoismo ed a vivere la sua vita in comunione. La società, che offende la Trinità quando si organizza sulla disuguaglianza – “non si può costruire la nuova società sulla sofferenza e sulla povertà degli altri” (Giovanni Paolo II, nel suo saluto d’arrivo a Polonia, 16.08.02) –, onora la Trinità quando favorisce lacomunione e la partecipazione di tutti, generando così la giustizia e l’uguaglianza fra tutti. La Chiesa, quanto più supera la divisione fra i cristiani, tanto più valorizza e vive l’unità della fede nella diversità delle culture, e tanto più diventa sacramento della comunione trinitaria. I poveri, infine, trovano nella comunione intratrinitaria il modello di una società umana che, partendo dalle differenze di ognuno, riesce a formare una società fraterna, aperta, giusta, solidale, dove tutti hanno accesso a quei beni che rendono umana la vita sulla terra.

Il Dio Trinitario non è un mistero incomprensibile, del quale è meglio non parlare. No! Il suo mistero è il mistero dell’Amore, nel quale tutti possiamo capirci e sentirsi amati. Dio è Amore (1 Gv 4, 8.12). È proprio lì che si ispira e trova il suo fondamento il Sistema Preventivo, nell’amore di Dio, «che previene ogni creatura con la sua providenza, l’accompagna con la sua presenza e la salva dando la propria vita» (Cost. SDB 20). Si tratta di un amore liberatore, che si esprime nella promozione integrale a cui deve tendere la nostra azione pastorale, rendendosi segno della presenza del Regno di Dio.

Non c’è dubbio che il tema scelto per il CG21 centra tutto sul primato di Dio, per trovare in Lui la grazia dell’unità, che aiuti a superare la frammentazione della vita e la superficialità spirituale (cf. SL 77.84). Ma, al tempo stesso, sottolinea in modo operativo le sue conseguenze nella vita della comunità (SL 88-95) e nell’azione educativa da svolgere (SL 97-102). Dio non ci risolve i problemi, ma ritornando a Lui riscopriamo le grandi direzioni di umanizzazione e ricuperiamo il coraggio per percorrerle. Molti dei nostri problemi odierni si incamminerebbero verso una giusta soluzione, se ci abbandonassimo a Dio che ci ama e vuole pace, giustizia, sviluppo, solidarietà per ogni uomo. Egli smaschera le nostre rovinose idolatrie e offre vie alternative nella ricomposizione del tessuto comunitario e sociale.

 

3.Cittadinanza evangelica e impegno per l’educazione

Un terzo e ultimo elemento di riflessione è il tema della cittadinanza evangelica, che voi avete voluto prendere come programma, con il conseguente impegno per un’educazione ispirata alle Beatitudini.

La comunità è – come dice molto bene il testo precapitolare – “laboratorio di cittadinanza evangelica” (SL 18). La comunità non è soltanto supporto per la fedeltà e per rendere più agevole ed efficace la nostra vita religiosa. Essa è già in se stessa evangelizzatrice, ricca di carica umanizzante, propositiva di modelli alternativi di organizzazione sociale (cf. At 2, 42-47; 4, 32-35). Perciò, la comunità è il vero soggetto della missione, la quale non consiste nel fare cose, anche se molto appariscenti, e neppure nel gestire opere, anche se molto grandiose e complesse, ma nell’essere segni e portatori/trici dell’amore di Dio, o meglio ancora del Dio-Amore, del Dio-Trinità.

Per questo motivo la scelta metodologica adeguata è quella salesiana, cioè l’educazione, che favorisce la crescita delle persone e le abilita ad affrontare la vita con senso, con successo, con sicuro traguardo, e che cambia a poco a poco la cultura di un popolo, con una particolare attenzione alla donna, nella convinzione che “se si educa una donna si educa un popolo” (SL 40). Una simile scelta non esclude, anzi postula “il lavoro in rete con i membri della Famiglia Salesiana, gli organismi ecclesiali, le istituzioni governative e civili, le organizzazioni non governative e con tutti coloro che si interessano all’educazione e lavorano per collaborare alla costruzione di una nuova società” (SL 38), e anche il “contributo critico e costruttivo nelle sedi dove si elaborano le politiche giovanili, nella difesa dei diritti umani con azioni volte a restituire dignità ai più poveri” (SL 39).

In questa linea si collocano le proposte dirette a irrobustire l’esigenza ad “educarci a un’economia solidale, alla sobrietà, alla coscienza critica nei confronti dell’impoverimento del pianeta, per assumere una nuova visione della povertà e delle sue conseguenze; per lottare contro la logica del consumismo e dell’esclusione; per sostenere i movimenti che promuovono la trasparenza del potere pubblico e il rispetto dei diritti umani fondamentali” (SL 43), e lapromozione dell’educazione socio-politica alla luce dell’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa (SL 51), nello spirito delle beatitudini e con fedeltà al carisma.

È evidente che una tale prospettiva richiede una nuova FMA, e questo è compito della formazione (cf. SL 59.61). A questo riguardo, ve lo posso dire, mi è sembrato lucido, e alquanto coraggioso, riconoscere che “è urgente ri-centrare il cammino formativo su Gesù e il suo messaggio…, un’esigenza [questa] sollecitata dall’attuale complessità” (SL 103).

Mi auguro che possiate trovare nella Parola di Dio e nel patrimonio di spiritualità salesiana, consegnatoci da Don Bosco e da Maria Domenica Mazzarello, l’ispirazione e l’energia per affrontare con successo il tema e proiettare tutto l’Istituto a una rinnovata Alleanza, verificata nell’impegno di una cittadinanza evangelica. Contate sulla nostra preghiera e sulla nostra simpatia. Vi accompagneremo, soprattutto con la preghiera, e utilizzando anche l’informazione che riceveremo, lungo questa avventura spirituale, che oggi iniziate nel nome del Signore.

Maria, la donna della nuova Alleanza, vi guidi in questo cammino e vi aiuti a manifestare la vostra cittadinanza evangelica nella comunione fra di voi e nell’impegno di prendere cura delle/dei giovani condividendo, come Lei, la sorte dei poveri e dei piccoli.

Pascual Chávez V.

Roma, 18.09.’02