Rector Mayor

Nell’addio al Cielo di don Giuseppe Nicolussi

Carissimi confratelli e consorelle, carissimi tutti. Dire addio alle persone amate è sempre un colpo ai nostri cuori. È umano, semplicemente umano, molto umano. Ma noi abbiamo tanti motivi per vivere questa realtà umana in un’altra dimensione, perché per il dono della fede nel Signore Gesù crediamo, abbiamo la ‘certezza’ in Dio, che ci aspetta LA VITA IN LUI, non soltanto cui ma nella Vita Altra, nella VITA DI DIO.

Ed oggi esprimiamo questa fede nel ADDIO AL NOSTRO CARISSIMO DON GIUSEPPE NICOLUSSI. Un grande credente, un grande salesiano presbitero, un eccezionale figlio di Don Bosco, un grande uomo di Congregazione.

Voglio che siano le parole di Sant’Agostino ad esprimere questa speranza: “Resurrectio Domini, spes nostra – la risurrezione del Signore è la nostra speranza” (Agostino, Sermo 261, 1). Con queste parole, Sant’Agostino voleva dire ai suoi fedeli che Gesù è risorto perché noi, pur destinati alla morte, non disperassimo, pensando che con la morte la vita sia totalmente finita; Cristo è risorto per darci la speranza. La morte non ha l’ultima parola, perché a trionfare alla fine è la Vita. E questa nostra certezza non si fonda su semplici ragionamenti umani, bensì su uno storico  dato di fede: Gesù Cristo, crocifisso e sepolto, è risorto con il suo corpo glorioso. Gesù è risorto perché anche noi, credendo in Lui, possiamo avere la vita eterna. Quest’annuncio sta nel cuore del messaggio evangelico. Lo dichiara con vigore san Paolo: “Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede”. E aggiunge: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini” (1 Cor 15,14.19).

Ma dall’alba di Pasqua una nuova primavera di speranza investe il mondo; da quel giorno la nostra risurrezione è già cominciata, perché la Pasqua non segna semplicemente un momento della storia, ma l’avvio di una nuova condizione: Gesù è risorto non perché la sua memoria resti viva nel cuore dei suoi discepoli, bensì perché Egli stesso viva in noi e in Lui possiamo già gustare la gioia della vita eterna.

La “Pasqua” del Signore, il suo “passaggio”, ha aperto una “nuova via” tra la terra e il Cielo (cfr Eb 10,20). Non è un mito né un sogno, non è una visione né un’utopia, non è una favola, ma un evento unico ed irripetibile: Gesù di Nazaret, figlio di Maria, che al tramonto del Venerdì è stato deposto dalla croce e sepolto, ha lasciato vittorioso la tomba. Infatti all’alba del primo giorno dopo il sabato, Pietro e Giovanni hanno trovato la tomba vuota. Maddalena e le altre donne hanno incontrato Gesù risorto; lo hanno riconosciuto anche i due discepoli di Emmaus allo spezzare il pane; il Risorto è apparso agli Apostoli la sera nel Cenacolo e quindi a molti altri discepoli in Galilea. Questo è il vero mistero della nostra Fede.

Nel mattino di Pasqua tutto si è rinnovato. “Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa” (Sequenza pasquale). Questa è la novità! Una novità che cambia l’esistenza di chi l’accoglie. Così, ad esempio, è accaduto per san Paolo, questo apostolo che per tanti di noi ha un fascino particolare. Saulo di Tarso, l’accanito persecutore dei cristiani, sulla via di Damasco incontrò Cristo risorto e fu da Lui “conquistato”. Il resto ci è noto. Avvenne in Paolo quel che più tardi egli scriverà ai cristiani di Corinto: “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove” (2 Cor 5,17).

Questo che ho espresso è un modo tra altri di dichiarare la nostra firme fede nel Signore e la sua resurrezione che sarà anche la nostra per grazia e dono di Dio. E sempre sarà questa affermazione della resurrezione del Signore un invito forte a non tirarci indietro in questa pacifica battaglia iniziata dalla Pasqua di Cristo, il Quale cerca uomini e donne che lo aiutino ad affermare la sua vittoria con le sue stesse armi, quelle della giustizia e della verità, della misericordia, del perdono e dell’amore.   

E questo invito del Signore è stato accolto con grande fedeltà dal nostro caro don Giuseppe Nicolussi. A me piace tanto ricordare sempre che diamo l’addio a un confratello, quello che dicono le nostre Costituzioni: “Per il salesiano la morte è illuminata dalla speranza di entrare nella gioia del suo Signore. E quando avviene che un salesiano muore lavorando per le anime, la Congregazione ha riportato un grande trionfo” (C.54). Posso affermare che anche questo oggi è vero nella vita del nostro caro don Nicolussi.

La Congregazione e più come la voleva don Bosco grazie anche al dono della sua vita salesiana e del suo generoso servizio. Alla fine dell’Eucaristia avremo l’opportunità di sentire parecchie testimonianze su don Giuseppe. È per questo che io soltanto sottolineerò che:

la sua vita è stato un grande dono per tanti di noi che abbiamo vissuto con lui.  Don Giuseppe è una di queste persone che lascia un segno del suo passaggio su questa terra, soprattutto nei cuori di coloro che l’hanno conosciuto da vicino e tanti di noi che abbiamo vissuto con lui.

La sua testimonianza come uomo di fede, come salesiano con grande amore alla Madonna e a Don Bosco, come persona con una spiritualità profonda ci ha fatto tanto bene.

La sua profonda e ricca formazione, il grande dono che aveva per consigliare, per illuminare le più diversa situazione ha arricchito tanto il suo servizio per il bene della formazione e della Congregazione.

La sua capacità di essere sempre gentile, cortese nei modi e allo stesso tempo con un umorismo finissimo ci ha fatto sentire sempre molto bene accanto a lui.   

La sua sensibilità per i poveri e gli ultimi mai è stata nascosta. Già negli anni di formatore nel Cile ricordava ai giovani salesiani studenti di teologia che “studiare teologia senza stare con i giovani poveri é cosa di borghesi no di salesiani”.

Mi fermo qui, come ho detto aspettando come una seconda parte alla fine della Eucaristia che senza dubbio, specialmente nella parola di Don Pascual Chavez farà giustizia, nella semplicità della nostra fraternità, a questa grande figura, umile figlio di Don Bosco che è stato don Nicolussi.

Finisco con la espressione di un canto che ho imparato nei miei primi anni come salesiano nella mia Ispettoria d’origine (Leon-Spagna) che sempre cantiamo nell’addio di una mamma, un papà, un confratello. In spagnolo suona così:

 “Despidamos todos juntos al hermano y entonemos la victoria del Señor. Entonemos la Victoria: Hasta pronto, hasta el cielo. Cristo te dé la vida y te reciba en su amistad. Cristo te dia la vita e ti riceva nella sua amicizia”.

Addio caro don Giuseppe. Aspettaci con la Ausiliatrice, don Bosco e tutta la famiglia salesiana nel paradiso, assieme ai nostri giovani. Amen.