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Alcuni elementi fondamentali per camminare insieme durante il sessennio 2008 - 2014

Dicastero per la Comunicazione Sociale


Alcuni elementi fondamentali per camminare insieme durante il sessennio 2008 - 2014

Con il fine di raggiungere gli obiettivi e adempiere i compiti del Dicastero per la Comunicazione Sociale (DCS) durante il sessennio 2008 – 2014, è necessario prendere in considerazione e condividere alcuni elementi generali che emergono dalle Costituzioni, dal CG 26, da lettere degli ultimi Rettori Maggiori (370, 390) che si riferiscono alla Comunicazione Sociale e del SSCS. Questi elementi sono enunciati soltanto in forma breve. I menzionati documenti si possono trovare nel nostro sito Web (www.sdb.org) cliccando SDL e andando poi alla raccolta SSCS.

1. I Dicasteri per la missione: punto di partenza per riflessione e azione coordinate

La missione affidata alla Congregazione, "essere nella Chiesa segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri"[1], ha il suo fondamento nella missione stessa della Chiesa[2] e per essere adempiuta esige comunione di forze e convergenza di prospettive. È per questo che il CG 26 ha chiesto ai Dicasteri per la Pastorale Giovanile, per la CS e per le Missioni di lavorare in coordinazione come "Dicasteri per la missione"[3]. Ciò si potrebbe estendere, logicamente, agli altri Dicasteri, ma adesso incentriamo l’attenzione  sui questi tre.

L’unità e il coordinamento dei dicasteri al servizio della missione in nessun modo annullano l’identità e prospettiva propria di ogni dicastero (settore). Si limitano a sottolineare che il senso autentico di ognuno di essi si trova soltanto nella prospettiva della missione vissuta in comunione con gli altri. Si tratta quindi di un modo di pensare, di organizzare, di orientare e di attuare partendo dal proprio dicastero ma in comunione con gli altri, in vista all’adempimento dell’unica missione. Non si assolutizza nessuno dei dicasteri (settori) né lo si vede come parallelo agli altri. Dal primo momento del processo, dalla riflessione sulla realtà, si parte dalla stessa missione dalla quale sono nati. Il coordinamento dei tre e l’organizzazione particolare di ognuno obbediscono alla missione comune e ai punti di interazione necessari con gli altri dicasteri per il proprio lavoro a livello di Congregazione, di ispettoria e di opera locale.

Il punto di partenza per elaborare i progetti è comune e a favore dell’unica missione nella Congregazione, nell’ispettoria e nell’opera locale. Per tale ragione è indispensabile un’intesa iniziale e continuata di settori in vista alla riflessione, organizzazione, programmazione, attuazione e valutazione simultanee, lì dove sia possibile e necessario. In un secondo momento ogni dicastero o settore rifletterà, si organizzerà, si orienterà e agirà secondo la propria identità e metodologia, in maniera autonoma ma non indipendente, e sempre al servizio della missione che lo ha fatto nascere e a cui si ispira.

2. Passione per Dio e passione per la salvezza dei giovani

Entrando adesso nel campo specifico della CS nella Congregazione, affermiamo che questa nasce dalla Passione per Dio e dalla passione per la salvezza dei giovani[4], del "da mihi animas, cetera tolle". Cerchiamo che Dio e il suo inviato Gesù Cristo siano conosciuti e amati dai giovani; allo stesso modo, che i giovani si accorgano che sono amati da Dio in Cristo, che sono importanti nella Chiesa e per la Chiesa[5]. Per questo la CS non è qualcosa di esterno alla missione salesiana, ma sorge dalla medesima insieme ad altri settori, tutti necessari e complementari, come abbiamo dimostrato sopra. Quindi non sarebbe esatto dire che Don Bosco ha introdotto la CS nella missione. Si è piuttosto accorto che la missione affidatagli da Dio la includeva di per sé, ne aveva bisogno. Ecco perché il salesiano, come Don Bosco, è per natura un evangelizzatore, un educatore, un comunicatore[6].

D’altra parte i salesiani non vediamo né intendiamo la CS come qualcosa di puramente teorico o tecnico. Non ci consideriamo tecnici specialisti in informazione e notizie, ma cerchiamo di essere dei professionali in questo campo perché ce lo chiede la nostra stessa vocazione di apostoli e missionari dei giovani: lì bisogna incontrare e manifestare l’amore di Dio. Vogliamo imparare, vogliamo conoscere e usare i mezzi e la tecnologia come dimensione trasversale e linguaggio nuovo, come spazio di incontro in un’opera salesiana, come tecnologia che immette in una nuova cultura e come ricorso educativo evangelizzatore.

Dagli ultimi decenni del secolo scorso i giovani hanno incominciato a creare un ambiente proprio, un habitat particolare, un loro proprio continente e universo. All’inizio il fatto fu contemplato con una certa diffidenza dall’educazione e dall’evangelizzazione tradizionaliste e unidirezionali. Lasciate alle spalle le età di pietra e scalpello, di carta e inchiostro, di muri e aule, del rimanere solo seduti ad ascoltare, i giovani esigono nuovi linguaggi, nuovi metodi e nuove modalità di rendersi presenti nella propria educazione ed evangelizzazione. Adesso sono attori ed autori del loro spazio, del loro linguaggio e dei loro contenuti, ricreano e inventano le proprie persone ed esigono la navigazione, la convergenza e il dialogo nel ciberspazio. Se essi si posizionano lì, è lì che a noi tocca annunciare e testimoniare Dio, poiché a questo fummo chiamati e inviati. Fuori da tali spazi e linguaggi non saremo né visti, né ascoltati, né capiti da questi giovani, da questa nuova società[7].

Se affermiamo che la CS è un’esigenza della missione salesiana, allora smetteremo di considerarla come l’hobby di alcuni specialisti, come il divertimento di gente che non ha molto da fare in comunità, come qualcosa aggiunto a un’altra opera o secondario nel Progetto ispettoriale. La vedremo piuttosto come una grazia, un’opportunità che la cultura attuale ci offre per far conoscere l’amore di Dio alle nuove generazioni lì dove esse abitano, e accentueremo innanzitutto ogni sua buona qualità prima di formulare emotive difese dello "ieri" o analisi moraliste circa punti di pericolo o elementi negativi. A noi salesiani la nuova realtà comunicativa non fa paura, non la rifuggiamo. Non partiamo dal vederla in modo sospettoso come causante di tanti mali nella società, meno ancora la rifiutiamo, perché ciò equivarrebbe a dimenticare l’immensità dei giovani che la abitano in modo "naturale" giacché lì sono nati, lì vivono, lì lavorano, lì si divertono, lì si relazionano, lì godono e soffrono... e, inoltre, lì muoiono.

Abbiamo imparato dal nostro padre Don Bosco a vedere la vita quotidiana e la CS con realismo ottimista, anche se ingenuo mai. Affermiamo che si tratta di luogo ed opportunità eccellenti per stare tra i giovani in vista della loro evangelizzazione ed educazione[8]. La Pastorale salesiana in generale e la Pastorale giovanile in particolare, la crescita ed approfondimento della nostra identità carismatica e della nostra passione apostolica[9], non possono ignorare l’universo digitale e multimediatico dove tutti, poveri e ricchi,  viviamo, anche se molte volte non ne siamo coscienti o pretendiamo di non accettarlo o non valorizzarlo per scusare la nostra assenza da tale realtà. Ci siamo dentro, semplicemente. Anche lì Dio viene incontro a noi e a loro, lì si fa vedere e sentire, lì ci tocca inculturare il Vangelo[10]. Un cuore salesiano appassionato di Dio e della salvezza dei giovani si sentirà sempre spinto a vivere dove essi vivono, a usare il linguaggio che essi usano, a cercarli dove essi si trovano.

Nel Vangelo, e nella storia della Congregazione, il Buon Pastore, il salesiano, esce a cercare i suoi giovani perché sono importanti per lui. Ecco perché la norma salesiana è prendere l’iniziativa, "fare il primo passo" e non tanto aspettare che lo facciano loro verso l’angolo dove noi ci siamo istallati. Solo un cuore appassionato di Dio e della salvezza dei giovani ci spingerà a imparare linguaggi nuovi e a cercare "cortili" nuovi per comunicare il Vangelo; solo un  cuore come quello di Don Bosco ci farà emigrare a terre nuove per scoprire nuovi spazi dove stare tra i giovani, ci farà perdere la paura dell’ignoto e abbandonare comode tradizioni per poter vivere il "da mihi animas, cetera tolle" in nuove frontiere e con nuovi tipi di giovani che hanno diritto al Dio di Gesù, al Buon Pastore.

3. La CS,  cortile allargato dove incontrare i giovani

Nel nostro padre Don Bosco la passione di Dio e della salvezza dei giovani era tale, che ha saputo capire e utilizzare uno dei migliori mezzi amplificatori della cultura, delle idee e dell’educazione cristiana del suo tempo: la stampa scritta (adesso abbiamo anche quella virtuale). Egli non poteva trovarsi fisicamente presente dappertutto tra i giovani, ma lo desiderava tanto che ampliò quanto gli fu possibile il "cortile", moltiplicò la propria presenza, ingrandì l’aula di esercizio educativo e il pulpito evangelizzatore. Si è introdotto in modo intelligente e convincente nel campo editoriale e tipografico, ossia in ciò che esisteva al suo tempo. In quel modo ha potuto moltiplicarsi tante volte quanti furono i suoi libri letti dai giovani e dalla gente del popolo. Così faceva arrivare il Vangelo e la cultura, le sue idee, i suoi sentimenti e convinzioni, così si rendeva presente dove si trovavano i giovani, gli educatori, i genitori, così superava le barriere e i limiti posti da muri e orari, così ampliava e moltiplicava Valdocco. Con la CS alla sua portata voleva formare la loro coscienza morale, modellare la loro struttura mentale, stimolare la loro fede, aumentare la loro autostima e far loro sentire che anche così era loro vicino perché particolarmente importanti per lui. Da questa prospettiva si possono interpretare sia la sua "lettera sulla diffusione dei buoni libri"[11] come anche lo stesso "sogno del 10 maggio 1884".

Per il salesiano è determinante diffondere le buone opere, affinché coloro che le vedano diano gloria a Dio; è determinante trovarsi "nei nuovi cortili", in quelli abitati e superpopolati da adolescenti e giovani[12], perché lì bisogna portare e incarnare il Vangelo[13]. I salesiani non possiamo rimanere al margine del "primo cortile" e neppure dei "nuovi cortili"[14], rifugiandoci in trionfi o visioni del passato; non possiamo limitarci a contemplare dall’esterno e da lontano l’evoluzione vertiginosa di questi nuovi spazi, e meno ancora essere solo acuti critici degli stessi, senza entrarvi per incarnare, dal di dentro, il Vangelo[15].

Il primo cortile come concetto e atteggiamento relazionale, educativo, evangelizzatore e comunicativo, che sa guadagnare la fiducia per aprire il cuore e da lì portare a Dio nella nuova cultura e nelle nuove relazioni, spinge il salesiano a stare, con il Sistema Preventivo e come "assistente", nei "nuovi cortili". A Don Bosco certamente farebbe male che non ci fossero salesiani in questi nuovi cortili, anche perché i giovani che li abitano, al non trovarci lì a giocare, dialogare, fare amicizia con loro, potrebbero pensare e sentire che non sono  importanti per la Chiesa e per la Congregazione. Don Bosco si rattristerebbe al constatare che non è più come nei primi tempi, quando i suoi salesiani sprecavano il tempo, perdevano la vita tra i giovani, i tempi della vicinanza, della fiducia, della familiarità. Se non siamo con loro non potremo adempiere la nostra missione: "essere portatori dell’amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri e bisognosi". Ecco perché dobbiamo essere noi i primi convinti che Dio veramente li ama: chi glielo farà sapere se i salesiani non siamo tra loro, se a questo non ci prepariamo?[16].

4. La CS non solo mezzo, dimensione o linguaggio, ma anche presenza-opera per la missione

Se il Sistema Preventivo reclama la presenza del salesiano e della comunità "nei cortili fisici" e "nei cortili virtuali", poiché ambedue sono reali e non si escludono, vuol dire che dobbiamo riflettere, attualizzare e mettere in pratica la presenza "preventiva" del salesiano e della comunità negli attuali cortili allargati della comunicazione, dove  convergono tanti mezzi, dove le pareti non sono più di mattoni o di cemento, i cavi conduttori non unicamente di metallo o plastica, ma energia oppure onde captate e lanciate da satelliti nello spazio siderale. I limiti dei cortili, delle aule, delle chiese si sono allargati in modo tale che superano ogni tipo tradizionale delle nostre opere, ma ciò non vuol dire che queste siano svalutate. Significa soltanto che, da educatori, evangelizzatori, comunicatori, non possiamo pensare o vivere come prima, ossia come se non fosse successo niente.

Fino a pochi anni fa era impensabile portare il telefono in mano andando per strada, in macchina, sulla spiaggia o in aereo; era impensabile che qualsiasi persona, e ancor più adolescenti e giovani, non solo avessero accesso istantaneo per telefono alla comunicazione, ma a diversi tipi di servizi e di opzioni che sono riusciti a cambiare i paradigmi dell’informazione, della convivenza, dell’educazione e del divertimento. Davanti a una realtà adesso tanto normale non bisogna perdere la capacità dello stupore. Oggi nel telefono cellulare ci sta tutto: cinema, radio, tv, musica, messaggi, foto, libri, agende, orologio, internet. E non soltanto si è ricettore, ma anche editore, si appartiene a gruppi e comunità virtuali. Gli steccati sono abbattuti, le distanze geografiche sparite, i costumi e i modi di mettersi in relazione cambiati[17].

In questi nuovi cortili o ambiti la capacità di dialogo è fondamentale poiché tutti hanno il diritto di opinare, rispettando. In essi le persone ben orientate e accompagnate si sanno utili, costruttive, produttive, in modo speciale i giovani. Infatti ognuno può apportare quanto ha, quanto sa e quanto è. Da questa prospettiva ci accorgiamo che la CS non può essere solamente mezzo di cui servirsi, linguaggio con cui esprimersi o dimensione che tutto attraversa. Parlando salesianamente, ci accorgiamo che si tratta di un campo nuovo, di una presenza educativa evangelizzatrice inedita, con diritto uguale a quello di altre opere e presenze. Ci troviamo allora davanti a un’opera e presenza di futuro per l’adempimento della missione, nella quale è necessario educare sin dalla formazione iniziale, perché da lì stanno incominciando ad arrivare e da lì verranno le vocazioni. Non si tratta di proibire la tecnologia, tagliar fili di rete o distruggere ponti di contatto, cosa che ci farebbe retrocedere. Si tratta invece di imparare, accompagnare e tracciare rotte. Per questo è imperativo un saggio modo di stare e vivere lì e con persone, come parte della nostra formazione permanente, poiché con questo tipo di giovani dobbiamo entrare in relazione. È strategico formare, almeno in modo elementare, tutti; e preparare alcuni come personale specializzato: educatori, evangelizzatori, comunicatori. In questo campo ed opera bisogna invertire, con intelligenza e generosità, tempo e risorse umane ed economiche, come si fa nell’infrastruttura e nel personale delle opere tradizionali[18].

È chiaro che una nuova cultura provvista di nuovi strumenti richiede nuove modalità di collocazione, di lavoro e di relazioni all’interno della società, mentre molti di noi siamo arrivati da fuori e dal retro di questo nuovo universo, a volte come turisti, altre come emigranti. Invece gli adolescenti e i giovani vi sono nati, vi appartengono, sono "nativi". Al riguardo il CG 26 è molto chiaro e giudica necessario cambiare la mentalità, modificare le strutture, passando "da un atteggiamento timido e da una presenza sporadica nei media, ad un uso responsabile e a un’animazione educativa ed evangelizzatrice più incisiva"[19] (CG 26 104/5). La chiave, allora, si trova nel tipo di presenza. La cosa più importante non è essere nati in quel continente ed essere un nativo digitale. Non toglie meriti neppure, fino a scoraggiarci o giustificare la nostra assenza, essere migranti, turisti o stranieri digitali all’interno del nuovo e non ben conosciuto continente dei destinatari. La cosa più importante, sia per loro come per noi, è sapere perché e con qual fine ci troviamo lì. Il senso della presenza in quel continente lo chiamiamo "saggezza digitale". In termini salesiani si dice: "Sistema Preventivo e Assistenza Salesiana attualizzati".

5. Una struttura minima ispettoriale partendo dal SSCS con decisioni strategiche

L’adempimento della missione, oltre alla comunione e convergenza di dicasteri e delegazioni, esige che ogni dicastero conservi chiara la propria identità e lavoro nell’organizzazione della Congregazione e dell’ispettoria. Ogni dicastero ha la sua storia e importanza riguardo alla missione salesiana. Per questo adesso mi fermo su quello che sarebbe il minimo di struttura e organizzazione nell’ispettoria secondo il Sistema Salesiano di Comunicazione Sociale (SSCS)[20].

In primo luogo non si potrà sviluppare la CS nell’ispettoria senza integrarla nel POI e senza la nomina e la presenza effettiva di un delegato, salesiano o laico/a, a cui toccherà portare avanti l’animazione e organizzazione di questo settore partendo sempre dalla centralità della missione nell’animazione, la formazione, l’informazione, la produzione e imprese. Mancando qualcuno che animi a tempo completo, questi quattro pilastri che costruiscono il SSCS si vedranno sminuiti, frammentati e senza orientamento.

La necessaria integrazione della CS nel POI mette in chiaro che è parte integrante della missione e che a compierla, attraverso il delegato e la sua équipe, è l’ispettoria[21]. Soltanto con il lavoro di animazione progettato in équipe si può rendere effettiva l’animazione e organizzazione ispettoriale della CS in una nuova epoca con una nuova cultura comunicativa. Lui o lei, secondo il caso e la decisione dell’ispettore con il suo Consiglio, in comunione con gli altri delegati per la  missione (PG, CS, Mis), la formazione e l’economia, curerà la messa in pratica della preparazione, esecuzione e valutazione dei progetti e l’animazione dei campi indicati dal SSCS: il Progetto ispettoriale di CS, il Progetto di Formazione iniziale e permanente alla CS (priorità durante questo sessennio); l’informazione e immagine istituzionale dentro e fuori ispettoria (ANS, sdb.org, Chiesa e media locali, pagine web: ispettoriale e di ogni opera, BS, bollettini informativi, blog, riviste salesiane 2010, ecc.), e la presenza e organizzazione di ditte e prodotti di comunicazione (tipografie, editrici, radio, tv, riviste, centri di produzione multimediali, notiziari, pagine web, ecc.), senza dimenticare mai i mezzi che producono cultura popolare: danza, teatro, cori, bande musicali, "musical", CD, ecc.

I principi generali saranno di casa nella realtà solo se provvediamo ogni ispettoria della struttura, dell’organizzazione e del personale necessario e adeguato in questo campo e opera di futuro per la missione salesiana. Anche se è vero che non disponiamo sempre del personale di cui l’ispettoria ha bisogno per la missione, né della preparazione professionale in ognuno dei settori, è necessario pensare in modo strategico a come ottenerlo e prepararlo, sia tra i salesiani che tra i laici e la FS dell’ispettoria. A volte ci si chiude la porta in faccia perché smettiamo di pensare come Chiesa e come FS, mossi da protagonismo invece che da anelo per la salvezza dei giovani.

Davanti alle urgenze e necessità imposte dalla missione, la soluzione non si trova in assoluto nel lamento sui tempi nuovi, nel tirarsi indietro o nelle braccia incrociate. Diventa piuttosto invito, spinta pressante ad aprire la mente e il cuore alla speranza, alla fiducia in Dio e in noi stessi affinché, dopo aver cambiato atteggiamenti e mentalità con il fine di prendere decisioni, introduciamo mutamenti in certe strutture che sono strategiche, dando in questo senso piccoli e sicuri passi all’interno di una nuova realtà dove il Vangelo e il carisma chiedono di essere incarnati. Certamente, nella situazione attuale, non possiamo fare di più. Ma se cambiamo la mentalità e qualche struttura e certi modi di organizzazione, staremo con un numero maggiore di giovani e in un modo migliore. Su tutto ciò il Dicastero riflette e cammina con voi e con i giovani, sempre a vostro servizio.

Roma, Italia

8 settembre 2008

Fraternamente in Don Bosco,

firma

D. Filiberto González Plasencia sdb

Conigliere Generale per la CS