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Don Alberto Caviglia - vita di Luigi Comollo e Michele Magone scritte da Don Bosco

OPERE E SCRITTI
EDITI E INEDITI
DI
DON BOSCO
NUOVAMENTE PUBBLICATI E RIVEDUTI
SECONDO LE EDIZIONI ORIGINALI
E MANOSCRITTI SUPERSTITI
A CURA DELLA PIA SOCIETÀ SALESIANA
VOLUME QUINTO
PARTE PRIMA
IL PRIMO LIBRO DI DON BOSCO
PARTE SECONDA
IL « MAGONE MICHELE »
SOCIETÀ EDITRICE INTERNAZIONALE

     

INDICI DELL´OPERA
PARTE PRIMA
127 Il primo libro di Don Bosco - Nota preliminare ai « Cenni sulla vita di Luigi Comollo » - Indice
PARTE SECONDA
251        Il «Magone Michele» una classica esperienza educativa
Studio Indice

 

Visto per la Società Salesiana
Sac. GUIDO FAiTINI Torino, 8 settembre 1964
Nulla osta
Sac. Dott. GIUSEPPE ZAVATTARO, Ispettore Torino, 10 settembre 1964
Visto : nulla osta
Fr. CESLAO PERA, O. P., Rev. Del. Cur. Arc. Torino, 23 novembre 1964
IMPRIMATUR
Can. VINCENZO ROSSI, Vic. Gen. Torino, 26 novembre 1964
PROPRIETÀ RISERVATA ALLA SOCIETÀ EDITRICE INTERNAZIONALE DI TORINO - OFFICINE GRAFICHE S.E.I.
MAGGIO 1965                                                                                                                                                                         (M. E. 34957)

 

A vent´anni dalla definitiva stesura, si dànno alle stampe gli ultimi due volumi degli studi del compianto prof. Don Alberto Caviglia sugli scritti di Don Bosco.
Il volume V è dedicato alle biografie del chierico Luigi Comollo, compagno del Santo nel ginnasio e nel Seminario di Chieri per vari anni, e del giovane Michele Magone, allievo del Santo nell´Oratorio di San Francesco di Sales dall´autunno del 1857 al 21 gennaio 1859.
Don Caviglia non seguì l´ordine cronologico delle prime edizioni : la biografia del Comollo fu stampata nel 1844; quella del Magone nel 1861; quella del Besucco nel 1864.
Preferì un suo ordine di valutazione delle tre spiritualità, dopo aver messo in gran luce la santità di Domenico Savio.
Nel pubblicare i tre studi la SEI rimette le biografie in ordine di tempo, anche perché nella biografia del Besucco, che venne ultima, ricorrono frequenti richiami a quella del Magone e talvolta a quella del Comollo.
Preveniamo i lettori che le Memorie dell´Oratorio di San Francesco di Sales, citate ancora da Don Caviglia come inedite dal manoscritto del Santo, furono pubblicate dalla SEI nel 1946, tre anni dopo la conclusione dell´ultimo studio. E li preghiamo a non stupirsi dell´ortografia, della punteggiatura e talvolta anche della sintassi, soprattutto della prima edizione del Comollo.
Don Bosco scriveva in fretta, tra mille altre faccende, spesso di notte, e correggeva le bozze magari in diligenza, in treno, per istrada, come gli capitava. E non trovò sempre correttori capaci a supplirlo nelle tipografie a cui affidava i suoi manoscritti (che bisognava leggere in grazia di Dio — come disse un giorno Don Rua a Don Giuseppe Vespignani affidandogli il regolamento dell´Oratorio, scritto da Don Bosco, da ricopiare per la stampa — tanto erano difficili a decifrare !). Don Caviglia riporta le edizioni tali e quali, senza ritoccare una virgola. E noi non ci siamo permessi di alterare documenti da lui rispettati fino a questo punto.

 

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Né abbiamo aggiornato i titoli di Ven. o di Beato a Santi che vennero canonizzati dopo la morte di Don Caviglia. La ragione è evidente.
La pubblicazione postuma valga a ricordare anche questa caratteristica figura di Salesiano che alla valutazione del suo santo Padre e Maestro, della sua missione e delle sue opere, ha dedicato il suo acuto e forte ingegno, la suà vasta cultura e il suo gran cuore.
Torino, 8 settembre 1964
Festa della Natività di Maria SS.
SAC. GUIDO FAVINI
Salesiano

 

PARTE PRIMA
IL PRIMO LIBRO DI DON BOSCO

 

NOTA PRELIMINARE
AI "CENNI SULLA VITA DI LUIGI COMOLLO"
Il primo lavoro di Don Bosco, uscito, più che dalla penna, dal cuore del Santo non ancor trentenne, quale tributo di affetto alla memoria dell´amico più intimo e più caro ch´egli si ebbe, è, fuori d´ogni considerazione letteraria, quasi cosa sacra, come il più antico scritto documentario delle idee e dello spirito che lo animarono nel suo apostolato educativo e spirituale.
L´averlo poi egli destinato ad essere un libro di edificazione «per ogni fedele cristiano che desideri la salute dell´anima propria » nulla toglie al fatto intrinseco dell´essere un riverbero della figura spirituale dell´Autore stesso. Chi legge il Cornollo sente Don Bosco vivente in un altro, che si rispecchia in lui, e quello che vien dicendo il Santo si deve leggere, come si fa per le scritture di Leonardo, con lo specchio in mano, per voltarle da sinistra a destra, e se n´ha la figura dello scrittore. Certamente lo scrittore non sapeva di descrivere sè medesimo con i lineamenti del Comollo : ma nel fatto è così : questo era già stato detto quando egli aveva, nella sua lettera 16 aprile 1843 (un anno prima della pubblicazione di questo libro), delineato un profilo del santo chierico Giuseppe Burzio, da lui conosciuto e assistito nel Seminario di Chieri ; e il buon P. Felice Giordano, riportandola nel 1846, diceva che, « dissertando egli sulla vita edificante di un giovane servo di Dio, senz´avvedersene ritraeva se stesso ».
Ma qui la somiglianza, che si approssima alla identità, vuol intendersi altrimenti e più profondamente. Le anime dei due amici presentano, salvo qualche particolare di minor conto, e il privilegio della vocazione straordinaria e propria del Santo nostro, la stessa fisionomia. Di qui è derivata la loro amicizia, la fusione (la Scrittura, I Reg. XVIII, 1, direbbe conglutinare) delle due anime in una santa medesimezza di sentimenti

 

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e di tendenze. Tutti sanno a memoria il celebre passo del De Amicitia di Cicerone intorno alla naturale attrazione dei buoni verso i buoni (1). Ma questo sarebbe ancor poco, e non ´uscirebbe dai fatti comuni, per quanto confortevoli.
C´è di più, anzi c´è il più, ed è capitale, ed è prezioso. Se l´affinità, o, come ho detto, medesimezza dei due spiriti ci porge un documento dei più luminosi per conoscere la giovinezza del Nostro,, non tanto nei fatti, che sono ormai noti, quanto nelle più riposte pieghe dell´anima e nelle tendenze dell´istinto spirituale, d´altro canto ci sta a prova e spiega l´origine, o, quando meno, la prima rivelazione degl´indirizzi spirituali che poi Don Bosco trasfuse nell´opera sua di educatore e di autore d´un Istituto religioso. Comollo è già un´anima salesiana, e ciò che in lui si manifesta, quello che fa ed è, coincide con gl´indirizzi e le vedute del Santo Maestro.
È difficile dire quanto vi sia del Comollo in Don Bosco e, per converso, quanto di Don Bosco vi sia stato nel Comollo. Era, mi si perdoni il termine, una vicendevole endosmosi, che li rendeva omogenei nella sostanza e, se non nel grado, nel tono del colore. È certo, e Don Bosco lo lascia intendere nelle sue Memorie personali, che, senza il Comollo, Don Bosco giovane sarebbe stato in qualche parte altro da quello che fu.
Non è adunque soltanto un importante dato biografico, per certi aspetti indispensabile, l´amicizia col santo giovane di Cinzano ; ma, poichè dall´affinità spirituale che generò l´attrazione e l´amicizia ne venne la comunicazione e l´assimilazione delle idee e dei sentimenti, è, dico, un essenziale contributo, quasi un fattore primo, di quella salesianità originaria, alla quale s´informò poi l´apostolato di Don Bosco tra la gioventù.
So di non esagerare, e me ne affido alla lettura del caro librettino e alle Note di cui ho creduto bene corredarlo. Si pensi, tra l´altro, che
i concetti più vitali e più propri di Don Bosco, quali s´incontrano in quelle poche pagine, non sono il. riflesso della sua esperienza o il frutto dell´elaborazione del suo programma, maturati dagli anni e, se mai, inseriti nella tessitura della biografia per una personale interpretazione d´idee appena appena adombrate nei colloqui dei due amici, e in abitudini e fatti di cara memoria: non ci stanno quasi postumo imprestito utile all´edificazione e all´ammaestramento.
No : il libro fu scritto nel 1844, quando il nostro Santo, a 29 anni, era ancora allievo del Convitto Ecclesiastico, ed era ai primissimi umili tentativi dell´opera sua, e il suo Oratorio era ancora presso S. Fran‑
(1) Nihil est quod tam attrahat et alliciat ad amicitiam quam similitudo, qua fit ut boni bonos diligant (De Amicitia, XX).


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cesto d´Assisi e nel Convitto stesso, mentre solo a fine d´ottobre potè portarlo al Rifugio, e ottenere poi quelle due stanzette al terzo piano dell´Ospedaletto di S. Filomena, dove il giorno dell´Immacolata inaugurò una specie di Cappella dedicata a S. Francesco di Sales.
Non ci vuol molto per capire che, allora e in tali circostanze, le idee madri del suo programma educativo e spirituale non potevano trovarsi
che in germe e in attesa di giungere, come tutti c´insegnano i documenti, a maturità, prendendo a grado a grado forma e consistenza nel contatto con la effettuale realtà delle cose fino alla compiuta e definita formulazione, e al sicuro consapevole dominio.
Il Don Bosco del 1844 non è quello del 1860-64, che scrive il secondo Savio Domenico, il Magone, il Besucco, dopo anni di studi e d´esperienza.
L´attenersi a codesto criterio storico è, nel genere nostro, di primaria importanza e utilità: sia per la comprensione e la valutazione delle
singole opere, delle prime specialmente; sia, e non meno utilmente, per riconoscere quali siano veramente le idee primigenie del Grande Pedagogo delle anime : ossia le prime intuizioni e vedute della sua mente e i germi primordiali della possente e penetrantissima sua concezione pedagogica di Santo.
Non che tale sia l´intento del libro : ma l´Autore, ritraendo inconsapevolmente se stesso e le sue idee nella figura dell´amico e nelle idee che
sono comuni perché comunicate, ci mette in mano la storia del suo pensiero.
L´intento del libro è, non occorre dirlo, un altro, che veramente si sdoppia in due, e il secondo poi si atteggia ancora in un modo affine,
ma non medesimo. L´affettuoso tributo alla memoria dell´amico, necessario (tanto che pel dispiacere della perdita ne patì nella salute) (1) e ch´egli chiama meraviglioso (2), si accompagna all´intento di proporlo a modello, prima dei suoi colleghi di seminario e dei loro succedanei, poi in seguito all´edificazione della gioventù e del popolo cristiano.
Ma anche l´assunto celebrativo è venuto trasformandosi col tempo. Mentre dapprincipio si contenta di presentare quasi soltanto ciò che vi è di imitabile e di esteriore, ed anzi dei fatti straordinari si limita ad accennare che avvennero, secondochè tutti sanno : e, in una parola, si studia di tracciare un profilo di santo chierico, i cui lineamenti possono, a volta a volta e in varia misura, riconoscersi in non pochi dei migliori suoi colleghi; quando invece ne destina la lettura al popolo, con inserire il libro nelle Letture Cattoliche, l´idea seminaristica si tiene in disparte per mettere innanzi il «giovanetto esemplarmente virtuoso » ed è Vita del giovane e non più del chierico; finchè, quando vi mette mano qua‑

  • LEMOYNE, Mem. Biogr., I, 474.
  • Mem. Biogr., I, 403: dalle Memorie autografe di Don Bosco.

 

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rant´anni dopo, per la quarta edizione, v´inserisce una quantità di fatti, di detti rivelatori di santità interiore, anche poi di momenti sopran‑
naturali, che ne fanno un Santo.
E qui ognuno vede quanto giustamente venga a proposito, per non
dire che viene imposto, un esame delle edizioni uscite dalle sue proprie mani, e specialmente della prima e della quarta, che fu definitiva. Nel caso nostro non c´è da distinguere le edizioni in senso proprio dalle semplici ristampe : giacchè di queste non ve ne furono vivente l´Autore e, purtroppo, non furono neppur molte dopo la morte di lui. Ed è un po´ malinconico il vedere che se ne sia fatto meno conto di quel che merita in sè e per la storia di Don Bosco. Ma questo ci riguarda davvicino,
e ci contentiamo di notarlo.
Della Vita di Luigi Comollo si hanno pertanto quattro edizioni,
uscite durante la vita dell´Autore e curate personalmente da lui, e con più o meno ritocchi e aggiunte o addirittura rifusioni.
La prima s´intitolava : CENNI STORICI - sulla - vita del chierico LUIGI COMOLLO - morto nel seminario di Chieri - ammirato da tutti per le sue singolari virtù - scritti da un suo Collega. TORINO, dalla Tip. Speirani e Ferrero, vicino alla Chiesa di S. Rocco, 1844. Un caro fascicoletto in-320, di 84 pagine di corpo 10, di buon carattere e ben stampato : tiratura di 3000 copie (1). Era una memoria dedicata Ai Signori Seminaristi di Chieri, tra i quali l´Autore era vissuto fino a tre anni prima : segno d´affetto reso al santo condiscepolo e amico, e omaggio a quell´Istituto, dove « ebbi — egli diceva — educazione,
scienza, spirito ecclesiastico, e tutti i segni di bontà e di affetto che si possano desiderare » (2). E mirava all´edificazione dei giovani Chierici,
giacchè « essendo vivuto (sic) nello stesso luogo e sotto la medesima disciplina che voi vivete, vi può servire di modello perchè possiate rendervi degni del fine sublime a cui aspirate, e riuscire poi un dì ottimi leviti nella Vigna del Signore ». Così nella Prefazione dedicatoria.
Noi conosciamo bene le circostanze, ossia le cause esterne dalle quali fu indotto a scriverne. Nel 1843 alcuni seminaristi, già compagni del

  • Diamo, fuori testo, il facsimile della copertina, dall´esemplare che appartenne a Celestino Durando quando, con Domenico Savio, entrò nella Compagnia dell´Immacolata che si proponeva l´imitazione del Comollo. È il futuro Don Celestino Durando, una delle figure più spiccanti della prima storia salesiana: l´autore, se occorre dirlo, dei Vocabolari latini dell´ediz. salesiana.
  • LEMOYN. E, Mem. Biogr., I, 515.

 

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Comollo, ne avevano furtivamente, con pia irriverenza, violata la tomba, tagliandone in brani la veste per farne reliquie, e uno di essi asportandone addirittura un dito, che poi portò a Don Bosco : « Questa reliquia l´ho presa per te ! ». Dall´orrore e deplorazione del fatto, il Nostro passò alla considerazione dei moventi di quello, ch´era la stima del Comollo, una opinio sanctitatis vivente pur sempre, dopo quattr´ anni, nel caro suo Seminario : e tra questa ragione e le pressioni degli antichi compagni e superiori, si mosse a stenderne le memorie (1).
Senonchè il biografo di Don Bosco ci fa sapere che, in fronte al primo manoscritto che preparava per la biografia del Comollo, sta scritto : « Cenni storici sul chierico Luigi Comollo, seminarista di Chieri, dedicati al giovane Luigi Larissè, conte ereditario » (2). Ma dovette essere un´intenzione passeggera e d´un primissimo momento, suggerita forse da un dovere di gratitudine e dal desiderio di far del bene al giovane amico gentiluomo. Io mi permetto di credere che il giovane Autore, allora alle prime armi, abbia messo in testa al quaderno quella dedica, prima di stenderne il racconto, e che poi, nel condurlo, abbia ben presto avvertita la convenienza di volgersi a quelli che vi erano storicamente e affettivamente più interessati, e pei quali gli esempi d´un chierico erano più adatti che non per un giovane di mondo. Anche se la condotta del lavoro, inspirato ad una mentalità seminaristica, non dimostrasse che fu dapprincipio concepito in vista della sua destinazione, le circostanze più significative concorrono a ravvalorare la mia opinione. Può darsi che il cambio d´intenzione sia avvenuto quand´era finito di trattare il periodo della vita laicale di studente e si cominciò a parlare della vita di chierico : questa doveva prevalere, assorbendo la precedente come preparazione. La figura del Comollo non poteva tornargli innanzi se non disegnata sullo sfondo del Seminario in scene vive e recenti, a cui egli stesso aveva, e quanto! partecipato; inoltre s´era determinato a scriverne «indotto dalle istanze di diversi suoi colleghi e di diverse altre persone ragguardevoli», che dovettero essere gli stessi Superiori del Seminario; quella

  • Mem. Biogr., II, 194-195.
  • Mem. Biogr., I, 490-491. Larissè è abbreviazione idiomatica di Larizzate, frazione di Vercelli, dato in feudo per 8000 lire all´avv. Paolo Lelio Mola dì Carignano, nel 1756, col titolo di Conte, ereditario nei maschi, e dopo questi, semel, in una femmina. Nel 1776 ne fu investito Francesco Andrea, figlio del predetto, e Luigi ne è il pronipote, con titolo ereditario secondo l´investitura. I Mola di Carignano si pretendevano discendenti da Giacomo, Visconte di Carmagnola, detto Mola, e avevano già dal secolo precedente titoli di nobiltà. Larissè non è dunque il cognome di famiglia (come apparirebbe dalla dicitura del ms.) ma predicato del titolo comitale dei Conti Mola di Larissè: il nostro giovane è Luigi Larissè per abbreviazione, come si dice Camillo Cavour, Alfonso Lamarmora, Massimo d´Azeglio, ecc.

 

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vita poi nella quale e per la quale il Comollo s´era rivelato santo, era la medesima da lui scrittore vissuta con tanto beneficio e di cui serbava così grata memoria: ed era giusto che alla «tenerezza dei colleghi verso il loro condiscepolo », e alla «pietà» loro rispondesse una dedica che, oltre ad essere la più naturale, era nel tempo stesso la più consona all´edificazione che dal soggetto poteva derivare.
La seconda edizione (senza numero) uscita pel 10-25 gennaio 1854, nelle Letture Cattoliche, Anno I, fascicolo 20-21, in-32° piccolo, è intitolata : CENNI - sulla - vita del giovane - LUIGI COMOLLO - morto nel Seminario di Chieri - ammirato da tutti per le sue rare virtù - scritti dal - Sac. Bosco GIOVANNI - suo collega. (Torino, 1854, Tipografia dir. da P. De Agostini, Via della Zecca, 23, Casa Birago). Questa vuol essere cioè la « vita d´un giovanetto » esemplarmente virtuoso, proposta «per modello ad ogni fedele cristiano che desideri la salute dell´anima propria ». Infatti nel titolo è detta « vita del giovane» e non più « del chierico ».
La Prefazione, questa volta diretta al Lettore, è variata secondo il nuovo intento della divulgazione e della edificazione popolare, onde rimane stabilita la figura dell´opera : giacchè l´edizione definitiva, che le venne appresso trent´anni dopo, non torna mai alla prima, ma parte dal testo di questa seconda (o dalla terza, ch´è lo stesso) e intende al medesimo fine.
Quest´edizione aggiunge un certo numero di notizie e di particolari, ed è ance - ritoccata e migliorata nella dicitura. La nuova conclusione del libro è uno spunto apologetico della Religione Cattolica, con un´appropriata esortazione morale, come appunto si conveniva all´indole e allo scopo delle Letture Cattoliche, pervenute allora al decimo mese di vita. Questa conclusione non cambia più nelle edizioni successive.
Ed è questa seconda edizione, questo minuscolo libricciuolo, che servì come di testo di pia condotta all´Oratorio, fino a quando non venne ad associarsegli (e un po´ a sostituirlo) la Vita di Savio Domenico. Era il modello al quale Don Bosco faceva volgere lo sguardo dei suoi giovani, come appunto intendeva con la nuova figura che aveva dato a quei Cenni. E vi si modellò Domenico Savio,, entrato all´Oratorio quell´anno 1854, e come il piccolo Santo, gli altri emuli suoi, che formarono la Compagnia dell´Immacolata Concezione da lui promossa e quasi fondata. Quando l´8 giugno 1856 essi fecero la rituale professione del Regolamento della loro Società, essi protestavano, all´altare della Madonna,


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« di voler imitare, per quanto lo permetteranno le nostre forze, Luigi Comollo » (1). Don Bosco, tra le condizioni apposte in approvazione di quel Regolamento, prescriveva per ultima e conclusiva: «N. 7. Prima di accettare qualcheduno gli si faccia leggere la vita di Luigi Comollo » (2). Evidentemente la leggevano nella edizione fatta per loro, ch´è questa umilissima del 1854. Più che il chierico modello, era qui il giovane esemplare che si proponeva all´imitazione, e la figura del futuro sacerdote
che ovviamente ´si disegnava intorno a quello, non poteva essere che la migliore delle visioni per quei giovani, che, nel segreto dei loro cuori,
vi aspiravano, e nel fatto riuscirono ad essere. La Compagnia dell´Immacolata s´ispirava al Comollo nella vita giovanile per apprendere a prepararsi alla vita chiericale, e il libro era, senza apparato di paragrafi e di precetti, il manuale dell´aspirante ecclesiastico, ossia la guida pratica della vocazione. Possiamo aggiungere anche salesiana ? Senza fallo. La Compagnia dell´Immacolata fu il primo aspirandato (un po´
il primo noviziato) (3) della Congregazione Salesiana, costituita formalmente il 18 dicembre 1859.
Venne, nel 1867, un´edizione, indicata in fronte come « terza edizione », differente nel formato e nella copertina dal tipo delle Letture Cattoliche, di cui non reca l´intestazione e la serie. È divenuta rara. La 3a edizione, in-32° maggiore, di pag. 104, fronte compresa, con copertina rosea e fregi tipografici, fu stampata alla Tipografia dell´Oratorio in quella primavera del 1867, nella quale Don Bosco, di ritorno da Roma (2 marzo), riprese l´interrotta attività pubblicitaria, ben presto ostacolata, appunto per bassa gelosia verso le Letture Cattoliche, dalle ostilità insorte contro il suo libro sul Centenario di S. Pietro: ostilità
che durarono dall´emissione del voto contrario, del 21 aprile, fino alla risoluzione comunicatagli il 15 luglio di quell´anno (4).
Tornando da Roma, il Nostro portava, con tutto il resto, anche il comando datogli da PP. Pio IX nell´udienza del 12 gennaio, ch´era di scrivere «quelle cose che riguardavano l´ispirazione di fondare la sua società» (5): comando che lo indusse a scrivere quelle Memorie dell´Oratorio, dal 1815 al 1859, di cui dovremo dire più oltre in relazione

  • Vita di Savio Domenico, cap. XVII, ed.- I, pag. 77.
  • Ibid., pag. 83.
  • Tale è il senso della deposizione del Card. Cagliero al Proc. Apostolico di Domenico Savio (cfr. Somm. Proc., pag. 289), quando descrive lo slancio dei giovani più buoni nell´esercizio delle virtù in modo straordinario con voti temporanei, e secondo la portata dell´età, in cose d´obbedienza, di carità e povertà; nel che il piccolo Savio era dei primi a praticare i consigli evangelici.
  • Mem. Biogr., VIII, 760.
  • Mem. Biogr., VIII, 587.

 

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con l´edizione definitiva della nostra biografia. Ed è ovvio pensare che ciò non fu fatto subito, nè ad un tratto : sicché la materia non poteva passare ancora in quell´edizione del 1867, almeno nella forma con cui passò nell´edizione del 1854. Vedremo fra poco anche un altro perchè
Ma non è vietato di supporre che l´aver dovuto riandare i suoi passati tempi, e la giovinezza sua, come gli fece rivivere la figura dell´amico, così l´abbia indotto a ripubblicarne la Vita, che dal 1854 non s´era più stampata, e che certamente doveva essere da tempo esaurita.
Sicchè (e per questo ho fatto tutto il discorso che precede) la terza edizione non poteva essere se non la ristampa della seconda, come fu difatti, e fedelissima : con la sola aggiunta della carissima Nota biografica sul defunto padre del Comollo, e di due indicazioni di carriera in rispettive note analoghe, e un quei bei fiori corretto in quei belli fiori (capo VI).
La divisione dei capitoli è ancora la medesima, come pure le intestazioni; anzi nella Prefazione, dove si dice che il libro era stato stam‑
pato nel 1844, non è fatta parola dell´edizione del 1854. Dalla quale adunque, fino al 1884, cioè per trent´anni, anche con la comparsa della
terza edizione, nulla di nuovo è apparso nella storia del Comollo conosciuta dal pubblico.
La quarta edizione, ch´è del 1884 (1), è rimasta definitiva e, fortunatamente, immutata, cioè non ritoccata da altre mani.
L´Autore stesso fa notare che « questa edizione non è riproduzione delle altre, ma contiene molte notizie che allora sembravano inopportune a pubblicarsi, ed altre che pervennero più tardi a nostra conoscenza» (2).
In realtà vi è molta materia nuova, di brevi spunti e d´intere pagine : materia importante non solo per la informazione storica, ma, e principalmente, per il nuovo carattere di cui si riveste la figura del soggetto. Vi sono, tra l´altro, le parole dettegli dalla Madonna nella visione, e la confidenza che finalmente pervade l´animo di lui per l´argomento consolante : vi è nientemeno che il racconto della tremenda apparizione del Comollo defunto all´amico Bosco e alla sua camerata in seminario, di che nelle tre prime edizioni era fatto un cenno breve e generico.
La materia è tanta da rendere sproporzionata e malagevole la primitiva divisione in soli sette capitoli, che qui si sdoppiano in quindici (3).

  • Mem. Biogr., I, 474.
  • Prefaz.: Al Lettore.
  • Ecco la corrispondenza numerica dei capitoli tra le edizioni I-II-III e la IV.

I-II-III edizione           I f II i                III         I     IV      I        V        i VI        VII
IV edizione            I I-II III-IV i V-VI-VII                                 X-XI-XII XIII I XIV-XV

 

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Anche la veste letteraria appare mutata. E qui nasce un piccolo problema. Le varianti verbali non sono tutte di solo stile : sovente col variare della parola varia, o si amplifica e precisa, il concetto, e mentre dalla prima alla seconda edizione la lingua e lo stile s´erano migliorati, qui i ritocchi verbali sono anche più frequenti e, nel senso stilistico, non sempre necessari nè felici.
Noi conosciamo lo stile proprio di Don Bosco, e, seguendo dai primi giorni della sua vita di scrittore agli ultimi della sua diretta e personale attività, lo vediamo a grado a grado migliorarsi e rendersi più padrone della parola. L´abbiam già notato altrove (1). Mentre nelle scritture del primo decennio il suo scrivere risente ancora delle sue abitudini letterarie giovanili della vecchia maniera (cose comuni del resto a tutti gli scritti coevi, ed anche posteriori, di coloro dei quali son riferiti i documenti), nelle opere posteriori alla Storia d´Italia, che fu per lui una grande scuola, si trova ad essere più sicuro e più corretto e, pur ritenendo ancora
qualche vezzo antico o provinciale, diventa più naturale e moderno (2). Quell´impronta manieristica tuttavia è soltanto nei particolari del‑
l´ espressione, non nella tessitura e nel giro del periodare. Qui la semplicità

  • la schiettezza ch´egli ebbe sempre, per l´innata tendenza alla sincerità
  • al realismo, si rivelano senz´altro. Perchè egli non scrive per far dell´arte, ma per dir delle cose, e cose soltanto, senza velleità letterarie;
  • le cose sono, nelle sue pagine, o fatti o massime pratiche che hanno valore da sè. Suo studio era soprattutto di farsi capire anche dagl´idioti
  • incolti, e leggeva loro le sue pagine per ridurle a chiara intelligenza. Il primo revisore letterario dei suoi libri fu il portinaio del Convitto Ecclesiastico (3). E quand´è così, qualsiasi scrittura, anche con qualche difetto, va innanzi bene, e si fa leggere. Scorrettezze, povertà di vocabolario e difetto di varietà, qualche esitanza grammaticale e non sempre felice giacitura del periodo, sono difetti che non potevano mancare in un piemontese poco ancora familiare con l´italiano parlato, e del resto corretti con lo studio e con la pratica. La prima edizione, letta nella
  • Opere e Scritti, Vol. I, Parte I, Nota introduttiva.
  • Non si dimentichi che, nel periodo della formazione letteraria del Nostro (formazione in gran parte autonoma, e, per quanto è della scuola, più intesa all´umanesimo che alla letteratura italiana), in quel periodo il Manzoni e la corrente manzoniana non trionfava ancora e durava fatica ad aprirsi la strada; che la rifusione dei Promessi Sposi uscì nel 1842, cioè appena due anni prima (si licet parva componere magnis l) dalla pubblicazione del piccolo libro sul Comollo, seguito l´anno appresso (1845) dalla prima edizione della Storia Ecclesiastica : nè si può dire, è vero ? che il rifuso libro del Manzoni conseguisse subito una tale diffusione e penetrazione, da influire sull´umile prete di Torino, che cominciava a scrivere, ma non faceva il letterato.
  • Mem. Biogr., II, 194.

 

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sua vera forma, appare così. Ed egli stesso se n´era accorto, e cercò di migliorare il testo dieci anni dopo, nella seconda edizione, non tanto però che non vi rimanesse traccia delle sue prime abitudini.
Ma quando, nel 1867, prese a stendere, per ordine di PP. Pio IX, come sappiamo, le decadi delle sue Memorie (ancora inedite) (1), egli aveva oramai acquistato sicuro possesso dei mezzi d´espressione, e i tratti di quelle Memorie che passano nella quarta edizione del Comollo sono migliori dell´edizione che ne riuscì. Ed era meglio non ritoccarle.
Ed eccoci al punto. Questa quarta edizione fu voluta e curata da Don Bosco : ma tutto induce a credere che la nuova stesura del copione non fu di sua mano. Basta ricordare come si siano avvicendate le circostanze della sua vita in quell´anno 1884, od anche, se si voglia, nel 1883 (ci stanno a prova i due esaurienti volumi XVI-XVII delle Memorie Biografiche, stesi con magistrale diligenza da Don Eugenio Ceria), per vedere che non sarebbe stato possibile, non foss´ altro per le sue condizioni di salute, ch´egli potesse attendere ad un lavoro di stesura, pari a quello degli altri libri suoi, già ormai lontani nel tempo.
Un´osservazione un po´ accurata del lavoro, com´è riuscito, in confronto all´edizione di trent´anni prima (1854) può dar sicuro fondamento alle induzioni che noi facciamo.
La conclusione è questa. Don Bosco affida il lavoro ad un suo fidato, più probabilmente al suo « revisore letterario » Don Giovanni Bonetti (2), segnandogli i tratti delle sue Memorie (35 decade), che intende introdurre, e incaricandolo anche di ritoccare, ove occorra, la dicitura. Ad opera compiuta, rivede e ritocca qua e là di sua mano, e licenzia il lavoro.

  • Per ordine di Pio IX, che già gliel´aveva suggerito nel 1858, e nel 1867 glielo comandò, Don Bosco scrisse le « Memorie dell´Oratorio dal 1815 al 1859. Esclusivamente pei soci Salesiani » con proibizione, ivi fatta, « di dare pubblicità a queste cose ». Don Bonetti, nei Cinque lustri dell´Oratorio di S. Francesco di Sales, e Don Lemoyne, nelle Memorie Biografiche, le hanno riferite quasi per intero, benchè in forma indiretta. Ma, per quanto riguarda la nostra presente materia, abbondano nel Lemoyne i tratti testualmente riferiti. Una copia del prezioso manoscritto fu fatta da Don Berto e riletta da Don Bosco, che di sua mano la corresse ed arricchì di nuovi particolari e di pagine intere (cfr. Arch. Capit. Sales., Originali, 45 - XIX). La parte che ha relazione con la Vita del Comollo è nella terza decade, intitolata: Memorie dell´Oratorio dal 1835 al 1845. Cfr. AMADEI, Don Bosco e il suo Apostolato, Prefazione.
  • A Don Bonetti, prima ancora che fosse sacerdote (21 maggio 1864), egli rimetteva le sue opere destinate alla pubblicazione, perchè le rivedesse e correggesse: talvolta perchè le completasse. « E così continuò per tutto il tempo di sua vita » (Mem. Biogr., IX, 4). Altrove ho dovuto notare che nel ripassare certe opere il Bonetti fu anche troppo generoso del suo contributo; ma l´opera di questo meraviglioso salesiano, che proprio in quegli anni io conobbi all´Oratorio, ha per la letteratura di Don Bosco un´importanza capitale.

 

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Così ha fatto moltr´alte volte, persino nelle ultime edizioni della Storia d´Italia, e perfino per i suoi Sogni.
Così, e solo così, si spiega, in primo luogo, il ritocco letterario, che, per fortuna, questa volta non riuscì un travestimento, com´era avvenuto per altri lavori ripubblicati. L´idea non è mai travisata, benché talvolta si perda qualche poco della ingenua spontaneità primitiva. Quest´altra mano tocca perfino, benché leggermente e di rado, il testo dei documenti ivi riportati. Non contiamo tra le varianti stilistiche gl´indispensabili
raccordaraenti tra la materia primitiva e la nuova, venuta ad inserirsi nel filo del racconto.
In secondo luogo si comprende perché i tratti nuovi, provenienti dalle Memorie inedite, riescano ancor essi stilizzati come il resto, senza un´ap‑
parente ragione, mentr´era ovvio e naturale per l´Autore trasportarli dall´originale così come stavano.
Ed ancora, in terzo luogo, che qua e là il ritocco verbale coincida con una variante di concetto, e che vi s´incontrino incisi e brevi inserzioni di cose e particolari nuovi : cose che debbono naturalmente ritenersi introdotte dall´Autore quando ripassava il lavoro. Ma nessun altro fatto posteriore alla seconda edizione (1854) non vi si trova aggiunto : per esempio, qualche grazia ricevuta ricorrendo al santo giovanetto (1).
Così rifuso e riveduto il lavoro, Don Bosco poteva, come fece, e come farebbe ogni altro, riconoscerlo e darlo per suo.
E come tale noi lo accettiamo e diamo al pubblico, quale egli ce lo ha lasciato. Non possiamo qui, come per altri libri del Nostro, tentare una restituzione alla forma originale. Anche se lo facessimo per i tratti corrispondenti alle sue Memorie, non saremmo ben sicuri che egli non abbia consentite quelle varianti o non le abbia fatte egli stesso : per non dire che, facendolo, si riuscirebbe ad un ibrido intollerabile. E insomma è lavoro voluto, diretto, vigilato, ripercorso da chi vi ha segnato il Nome, con l´intento di darlo finito e definitivo, e bisogna tenerlo com´è. Non vi è nulla che non sia di Don Bosco o non sia voluto da lui. Per il Comollo adunque l´autentica e definitiva edizione è la quarta. Anche in questa forma noi ottemperiamo al desiderio espresso dal Santo nelle sue ultime raccomandazioni del 1886, ma nel senso e nel modo più giustamente proprio e inteso da lui (2).

  • Salvo, ben inteso, il completamento delle notizie biografiche di persone nominate nel racconto, collocato a piè pagina, come era già stato fatto nell´edizione del 1867, dove fu inserito il grazioso cenno biografico sul padre del Comollo, e qualche nuova carica di personaggi ivi ricordati.
  • Più fortunati saremo per altri tre lavori affini e, pel nostro scopo, sempre più importanti: chè avremo la sicurezza di dare il lavoro definitivo suo proprio,

 

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Non però che abbiamo da trascurare quel primo lavoro del 1844, quasi sacro per noi. Tra questo e l´edizione definitiva ci corre, direi, quanto da un abbozzo, sia pure suggestivo, all´opera finita. Ma pensare così è superficiale. Anche la prima composizione è da considerare come un lavoro, finito in sè, e che porta l´impronta della prima e spontanea creazione. È abbozzo per quanto è dell´estensione della materia, ma non nelle linee del disegno, che sono pensate nell´insieme e tracciate con un´intenzione. Mancano, è vero, tante cose e, naturalmente, la finitura del lavoro ripensato ; ma quanto ci è cara, nella sua schiettezza, l´immediata percezione dell´idea che a noi giunge senza i rivestimenti dell´arte! E se abbozzo vogliam che sia, non sono forse le opere appena sbozzate di certi grandi dell´arte (pensiamo a Leonardo, a Michelangelo !) altrettanto preziose che le opere finite?
Nel caso nostro fortunatissimo mi pare che il pubblico in genere, e più gli amatori di Don Bosco, non possano disinteressarsi di quella prima scrittura del Santo, che sta a capo di tante e tante, così varie di mole e di materia, e di tanto migliori nella forma (1): quando soprattutto si pensi al valore del suo contenuto, così personale e storicamente prezioso.
E come già si era fatto per la Storia Ecclesiastica uscita l´anno seguente, nel 1845, così mi sembra opportuno, anzi bello, pubblicare tale e quale, senza varianti o correzioni di sorta, la prima edizione del Comollo. Cosi potessimo riprodurla nella sua prima veste tipografica,
non dissimile, per accuratezza e lindura, dalla prima edizione suaccennata della Storia Ecclesiastica, e da quella della Storia d´Italia. Cosa
non trascurabile questa cura del bello per un uomo che doveva travagliare (si prenda il termine in ogni senso, anche dialettale) pel pane quotidiano suo e dei poveri che da lui l´aspettavano !
Ancora. Il divario tra la prima e l´ultima forma non sta solo in questo che abbiamo detto, abusando forse del termine. Vi è tra le due redazioni
una vera e profonda diversità. Quella del 1884 può e deve dirsi un altro lavoro, un nuovo lavoro. Nuovo sarebbe già per l´ingente quantità di materia aggiuntavi (questo è detto anche nella Prefazione); ma tanto
senz´accettazione d´altra mano: come avviene per la quinta edizione del Savio, per la quarta del Magone e la quarta del Besucco. Quelle vengono dalle bozze rivedute dal Santo in persona.
(1) Veramente la prima scrittura sarebbe la Lettera 16 aprile 1843, dove il Nostro dà le preziose notizie intorno al chierico Giuseppe Burzio, seminarista di Chiesi, del quale egli era stato assistente: lettera pubblicata dal P. Felice Giordano nel 1846. Ne abbiam dato cenno altrove. Ma quello scritto non era destinato a pubblicazione.

 

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più per la qualità delle nuove cose che v´appaiono, per le quali lo spirito e l´intento della rappresentazione ci trasformano la prima figura del
chierico esemplare in quella d´un giovane santo, o, se la parola può generare scrupolo in qualcuno, le dànno un aspetto e una statura di maggior altezza e perfezione.
Il che non avviene per il Savio Domenico, dove le notevoli aggiunte apportate alla seconda-terza edizione, e quelle della quarta-quinta edi‑
zione, completano e arricchiscono in vario modo o spiegano la serie dei
fatti, ma i nuovi dati sono della medesima indole e grado dei già esposti, e la figura ne acquista più luce, ma conserva il suo carattere e la sua
posizione : Savio rimane sempre quello. Son cose, quelle aggiunte, non taciute per iscrupolo o timore di critica (quella del bagnarsi ha una spiegazione speciale), ma omesse o perchè apprese dopo, o perchè non ritenute necessarie in un primo momento.
Invece, a distanza di trent´anni dall´edizione popolare, che è la seconda, e a quaranta dalla prima edizione, il Biografo del Comollo
ha finalmente creduto di poter dir tutto, e vi ha inserito quelle notizie, le quali, piuttosto che non sapute, non riteneva in altri tempi adatte, o, bisogna dirlo, credeva pericolose per la divulgazione.
Soltanto allora il Comollo appare quello che fu realmente, e la luce che s´irradia da questa rivelazione illumina nel più profondo dei suoi
secreti la vicendevole arresa delle due anime sante, e la comunicazione,
divenuta comunione, delle aspirazioni e delle idee. Il giovane Bosco Giovan_ni ebbe la sensazione della santità nel suo amico, mentre, com´è natu‑
rale ai santi veri, non la supponeva in se stesso, e quasi si sottomise a
quella, accogliendone le suggestioni. Nessuno può dire che cosa sarebbe divenuto, vivendo, il Comollo, ma stoffa di santo era certamente, e non
è del tutto temerario (per un quasi spontaneo desiderio non avverato) pensare, nonché ad un santo fatto, un santo tecnicamente tale, ma ad un collega e collaboratore, col quale Don Bosco avrebbe condiviso l´apostolato e la vita, e fors´anco la gloria delle grandi opere.
Altri furono i disegni della Provvidenza. Ma, così stando le cose, come mai il Santo biografo ebbe tardato tanti anni a darci tali novità di notizie?
Le parole già citate della Prefazione dicono di notizie venute tardi a conoscenza, e dicono di opportunità, e bisogna credere all´Autore.
Almeno fido a certo segno. Che certe notizie abbiano potuto pervenire al biografo dopo la pubblicazione del 1854, nessun dubbio : la diffusione del caro libretto poteva, come suoi accadere, ridestare, in chi aveva conosciuto il soggetto, la memoria di cose primamente sfuggite o non richieste. Ma, a voler sottilizzare, non è facile indicare, tra le aggiunte ultime, quali circostanze potessero, prima del 1854, essere ignorate dallo scrittore

 

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o a lui comunicate dopo d´allora : e se furono, non se ne può collocare la notizia oltre il 1867-68, quand´ egli stese le sue Memorie, includendovi appunto le cose più intime della vita dell´amico.
Il ritardo nel pubblicarle non può spiegarsi se non perché attendeva più sicura opportunità di poter tutto in una volta rifondere il lavoro, inserendovi anche le notizie giudicate prima «inopportune a pubblicarsi ». E qui non rimane che rimettersi al suo personale criterio, specialmente quando, di certi singoli particolari, a noi non appare l´inopportunità contraria.
Intanto lo doveva trattenere dal rievocare certe circostanze una certa naturale ritrosia a parlar di sè, quando di certi fatti egli, l´amico intimo e «indivisibile » (la parola è di Mons. Dalfi, loro collega) (1) era stato unico testimonio e parte : tanto che, anche pubblicandoli, l´io vi entra poche volte, e tenta nascondersi sotto la figura di un amico anonimo; mentre i medesimi fatti sono narrati colla prima persona nelle sue Memorie, e magari nel prosieguo del racconto, all´amico generico sottentra poi la persona del narratore.
Ma pel fatto dell´apparizione, avveratasi principalmente per causa e interesse suo proprio, secondo la reciproca promessa dei due amici, lo scrupolo c´entrava, oltrechè pel fatto personale, anche per la forma terrificante in cui avvenne, che poteva in un primo tempo apparire un po´ strana e, come spesse volte si legge nei racconti religiosi, più adatta (sit venia verbo!) ad un´anima dannata che non ad un beato del Paradiso. E poi le apparizioni, ch´egli accenna così genericamente nelle prime edizioni, e ricordando che ne furono testimoni due camerate, furono due (2), ma la precedente, quella al Vercellino, che ricorda pure compiutamente nelle sue Memorie personali, nella nuova edizione del Comollo non è riferita, benché egli non v´abbia avuto parte (3). L´omissione potrebbe spiegarsi col dovere di una certa economia del libro : ma non sembra che il risparmio di men che una paginetta sia una ragione sufficiente.
Invece al natural riserbo nel parlar di sè vuole attribuirsi la mancanza d´un´ altra sorta di notizie, anche nell´edizione resa definitiva dall´Autore. E sono appunto quelle più intime, consegnate nelle Memorie personali del Santo. Qui egli non esita a dire dei propri sentimenti e ad esaltare i benefici che l´amicizia del santo giovane gli ebbe procurato. Non per nulla la perdita di un tale amico ebbe su di lui un effetto così profondo da cagionargliene la salute (4). Il medesimo si vedrà avvenire

  • Mem. Biogr., I, 408.
  • Prima ediz., cap. VII, pag. 77; seconda ediz., cap. VII, pag. 88.
  • LEMOYNE, Mem. Biogr., I, 469.
  • Mem. Biogr., I, 473 e 474.


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nel Savio per la perdita del Massaglia, e Don Bosco, scrivendone, farà ben sentire com´egli sia capace di comprenderne tutto il significato (1). Non si comprenderà mai appieno chi fu il Comollo, e che cosa fu nella realtà la compagnia santa e il vicendevole scambio di bene tra le anime gemelle dei due amici, se non si completa il profilo tracciato da Don Bosco con le Memorie sue proprie. Ma è chiaro che certe cose egli non poteva dirle nel suo libro, salvo a volerne fare un´autobiografia.
A codesta integrazione è pervenuto in parte il Lemoyne, che, come ognuno intende, non poteva storicamente dispensarsi dal tener conto di entrambe le fonti, per quel periodo nel quale si rievoca la vita stessa del Santo condivisa col giovane amico da studente e da seminarista, e le citazioni dal libro e i ricorsi alle Memorie manoscritte sono frequenti.
Sicché sarebbe, più che opportuna, necessaria, una pubblicazione della Vita del Comollo, nella quale venissero almeno accostati, punto per punto, i passi correlativi delle due scritture di Don Bosco : suppergiù come viene indicato nelle Note che stiamo per apporre al testo; e quando i passi delle Memorie non trovassero un proprio riferimento (come sono i giudizi e sentimenti sintetici o estranei ai particolari), si allogassero come preliminare o come conclusione.
Io dico almeno, giacché sarebbe desiderabile che alcuno fondesse in un tutto ben concepito l´una e l´altra materia. Ma chi avrebbe il coraggio di mettersi in gara con Don Bosco?
E pertanto sia detto questo, come in parentesi, per mettere in giusta luce e richiamare l´attenzione sulla funzione inderogabile che hanno per la conoscenza più profonda di Don Bosco la personalità del santo suo amico e il libro che ce la ritrae. È Don Bosco stesso che scrive tra i suoi intimi ricordi : « Questo meraviglioso compagno fu la mia fortuna» (2). E gettava così un fascio stragrante di luce sull´essere suo e su quello del meraviglioso amico, segnando incisivamente l´essenzialità di quel-. 1´ azione secreta e compenetrante, che il Comollo esercitò sul formarsi del suo spirito.
Tutte le suesposte considerazioni non sono però sufficienti, e in qualche caso non valgono punto a spiegare il lungo indugio nel pubblicare le preziose nuove notizie onde s´è arricchita e trasformata nell´ultima edizione la piccola biografia del Comollo.
Vi è una ragione ben più intrinseca, e così fondata, perché storica, da dover essere senz´altro tenuta come la vera e principale. Messo tutto insieme, quel ch´era già detto e il di più che vi si è aggiunto, ch´è un di più nel grado delle perfezioni, ne esce, salvo sempre un giudizio della Chiesa,

  • Vita di Savio Domenico, cap. XX.
  • Mem. Biogr., I, 403.

 

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una figura di Santo. Poteva Don Bosco, non dico già sul primo momento, ma per lungo tempo appresso, presentarlo come tale?
Egli credette di no, e, colla storia alla mano, se ne possono travedere le ragioni. Sta intanto il fatto, che nel 1864, quando scrisse la Vita di Francesco Besucco, egli diceva chiaramente che « conservava per un tempo più opportuno » la narrazione « di cose che hanno del soprannaturale » (capo XXXIII), e così si asteneva dal riferire parecchie cose che « potrebbero dar motivo a qualche critica da parte di chi rifugge dal riconoscere le meraviglie del Signore nei suoi servi»; e si riserbava di farlo « a tempo più opportuno » (capo XXXIV).
Per quanto riguarda il Comollo, egli poteva sentirne l´invito nel 1867-68, quando, scrivendo le sue Memorie (1), l´amico santo gli tornò più vivo e radioso di prima dinanzi agli occhi della mente e nella commozione del cuore. Sappiamo che non lo fece, e si contentò di ristampare il libro com´era stato fino allora.
Vi è una dolorosa coincidenza tra la ristampa della cara biografia e i dispiaceri venutigli dalla nuova edizione della Vita di San Pietro, a cagione dei quali, come dissi in altro mio lavoro, vere opere nuove egli non scrisse più (2). Ed è troppo ragionevole pensare che, in tali congiunture, non abbia osato tentare alcuna novità nel lavoro che tornava alla luce.
Ancora pochi anni prima del 1884, e per l´appunto nel 1877 e nel 1880, aveva dovuto difendersi dalle strane difficoltà sollevategli contro dall´Arcivescovo di Torino presso la Curia Romana, per aver pubblicate le grazie ottenute dai fedeli ricorrendo a Maria Ausiliatrice (3). Il che ci fa comprendere che, almeno dal 1872 al 1883, quanto durò il regime a lui ostile, non sarebbe stato prudente, nè esente da astiose cavillazioni, dare alla luce una nuova edizione del libro, nella quale comparisse appunto tutto quello che, come vediamo, ne innalza il soggetto fino alla sfera del soprannaturale. Ed infatti la nuova edizione uscì nel 1884. Per me, sia concesso il dirlo, in questa serie di circostanze sta la vera e sola ragione dell´indugio.
Don Bosco sentiva d´essere ormai alla fine del viver suo, e volle, appena potè, attendere a questo lavoro, quasi per non mancare ad un dovere, e come per un testamento. Di quel medesimo anno sono appunto le sue ultime «Memorie dal 1841 al 1884-5-6, pel sacerdote Giovanni Bosco ai suoi figliuoli salesiani », autografe (e inedite), cominciate a scrivere nell´inverno e proseguite nel settembre, e completate poi nei due

  • Cfr. sopra, pag. 11, n. 3.
  • Profilo storico, 2a ediz., pag. 151.
  • CERTA, Mem. Biogr., vol. XI, 450-454; vol. XIV, 522-528; 795-798.

 

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anni successivi : sono ricordi, massime, raccomandazioni, che formano il testamento spirituale « di un padre verso i suoi amati figli» (1).
Elevando di tanto la figura del lontano suo amico, egli veniva a ravvalorare gl´insegnamenti che ne derivano, che sono,, come s´è detto, i suoi medesimi più propri e vitali, già concepiti e affermati fin dagli esordi del suo apostolato, e che ora comparivano impersonati in una vita da santo, seppure non si volesse dirla vita di santo. Il primo e l´ultimo Don Bosco s´incontravano in quell´ora del 1884.
Non vorrei tuttavia che, dicendo di santo, si fraintendesse la parola. Con ogni doverosa riserva e soggezione che si deve al Magistero della Chiesa, credo di poter dire che la figura del Comollo, così com´esce dalle pagine di Don Bosco, è quella d´un Servo di Dio capace d´un Processo canonico. Tale era il sentimento dei coevi, compagni, maestri e direttori del buon Luigi, i quali, ad ogni buon fine, lo vollero sepolto in chiesa appiè dell´altare. E noi sappiamo a quale imprudenza abbia condotto questa opinio sanctitatis i suoi compagni che, quattr´ anni dopo, nel 1843, ne violarono la tomba per trarne delle reliquie, e che da ciò fu mosso il nostro Santo scrittore a dettarne la Vita. In tale opinione, questi, che pure ad ogni pagina si è sforzato di contenere il suo linguaggio per non insinuare giudizi non autorizzati, ha voluto tuttavia registrare alcune grazie ottenute per l´intercessione di lui, così come, in appresso, fece per Domenico Savio fin dalla prima edizione, e ordinando per questo un´apposita Appendice nelle edizioni successive.
Anche senza la parola, l´opinione traspare con sufficiente lucidezza tanto che due delle Vite scritte .da Don Bosco hanno servito di fondamento e di guida a processi canonici : quella del suo Maestro il Beato Giuseppe Cafasso, ed è pure accennato nel decreto d´introduzione della Causa, e quella del Ven. Domenico Savio. Nella prima l´Autore dice chiaramente ch´egli lascia la decisione sul valore dei fatti al giudizio della Chiesa; nella seconda non lo dice, ma si diporta come in quella del Comollo, ricordando « cose che hanno del soprannaturale» e le grazie impetrate dalla loro intercessione (2), così come dell´uno e dell´altro egli nota come si fosse solleciti in procacciarsi qualche oggetto, non certamente solo per memoria. Personalmente il Santo Maestro n´ebbe un concetto che non può altrimenti definirsi. Fino a che visse il Savio, egli raccomandava ai suoi giovani di ricorrere per grazie al Comollo, e

  • CERIA, Mem. Biogr., XVII, 256-273. — AMADEI, Don Bosco e il suo Apostolato, Torino, 1929: pagg. 720-726; 732-740; 759-760. — Arch. Capitol. Sales., Originali, 45 - XVIII.
  • Grazie che si possono ottenere ancora. Chi scrive attesta la sua riconoscenza al Comollo, per benefici ottenuti a sua intercessione.

 

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benediceva, facendo volgere le preghiere al suo santo amico; poi, colla morte del Savio, cominciò a benedire in onore di questo e ottenne grazie singolarissime da potersi dire prodigiose; finalmente sorse e si affermò il culto di Maria Ausiliatrice, che assorbì o abbracciò tutte le divozioni (1).
In tali scritture l´appellativo di santo non ricorre mai, chè Don Bosco sapeva benissimo le regole canoniche; ma, all´infuori della parola, tutto converge a farne apparire le qualità e i fatti. Ora, chi esamini le virtù
di Domenico Savio quali sono presentate nella Vita scrittane dal suo Maestro, che pur talvolta parla di eroismo, e le confronti con quelle
del Comollo, non può esimersi dal vedervi quel grado eroico, proprio d´un Servo di Dio, quale la Chiesa richiede nei suoi procedimenti, e quale ha riconosciuto nel Savio, con solenne sanzione. Nè altrimenti è condotta la Vita di Francesco Besucco, dove il patrimonio di virtù, che v´è descritto anche più minutamente, è non meno ingente né meno eroico che nelle altre due, e il soprannaturale, nonostante le dichiarazioni, che si son ricordate più sopra, compare nel medesimo senso e anche più che nel Comollo dell´ultima forma. Anche qui ropinio sanctitatis e le manifestazioni che ne conseguono (di oggetti e memorie ricercate, di impetrazioni di grazie, ecc.), procedono parallele a quelle del chierico santo.
L´apparato carismatico, ossia le manifestazioni dei doni gratuiti, che nel Savio vengono a sublimare il carattere della santità vissuta (vedi specialmente nella Vita del Savio il capo XX, ch´era il XIX nella prima edizione) è cosa sopraggiunta, la quale, come tutti sanno, non determina il grado delle virtù. Sono pertanto due servi di Dio (pel Besucco c´è l´allusione chiara di Don Bosco al capo XXXIV della Vita) che, umanamente parlando, si direbbero santi.
Non dico questo per alcuna intenzione di patrocinare una causa o di esaltare più del bisogno le figure dei Servi di Dio. Don Bosco non, si era impegnato a promuovere la causa di Comollo, di Besucco, anzi neppure del Savio, di cui pure diceva che, se dipendesse da lui, l´avrebbe proclamato Santo (2); s´impegnò invece a metterne in luce le virtù e
i fatti, rimettendosi per il resto ai disegni di Dio e della Chiesa. Per il Savio la causa di beatificazione ha superato il punto cruciale, che sta nella dichiarazione del grado eroico delle virtù, ed è ora (mentre scrivo) venerabile, a norma dei canoni. Per gli altri si oppongono circostanze esterne ed umane che impediscono ogni tentativo d´impostazione d´un

  • Somm. Proc. Savio Dom., tit. XXI, pag. 401: Deposiz., Don Francesia teste.
  • Anzi, nella previsione che un giorno la Chiesa lo avrebbe proclamato (e lo disse), ne esprimeva la speranza e l´allega nell´epigrafe, rimasta ineseguita, da lui dettata nel 1864 per la nuova tomba del Savio a Mondonio.

 

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Processo (1); e resteranno non nel numero dei perfetti dalla non perfetta consumazione della carità (2), bensì tra i moltissimi comprensori del Paradiso, che non ebbero la gloria esterna della canonizzazione, e che tuttavia vi risplendono come altri formalmente riconosciuti. O, se non vogliamo inoltrarci tanto, mentre la Chiesa non ha parlato, saranno nel novero « omnium perfectorum justorum toto in orbe terrarum requiescentium » di cui Papa Gregorio III voleva che si celebrasse la memoria nell´Oratorio da lui consacrato nella Basilica Vaticana al Salvatore, alla sua Santa Madre, a tutti gli Apostoli, Martiri, Confessori, e a tutti i giusti perfetti morti in tutto il mondo (3). E non dico del buon Dante che ha popolato di miriadi di beati senza nome le schiere del trionfo di Cristo, e i più alti giri della « candida rosa» dove gli « si mostrava la milizia santa / che nel suo sangue Cristo fece sposa» (4).
Ciò che a noi interessa soprattutto in quest´ordine di fatti, è il nesso

  • la ragione d´affinità, direi l´unità di concetto che li collega l´uno col‑

l´altro. Pensiamo che il Domenico Savio, eroico per definizione nel grado delle virtù, si era studiato, per farsi santo (sappiamo essere stata questa
la sua espressa volontà: capo X I), di modellarsi sul Comollo, così come proponeva nel Regolamento della sua Compagnia; a sua volta la Vita del Savio servì come testo al Besucco, e il Magone, che tante buone cose fece animandosi della tradizione che del Savio fioriva nell´Oratorio, morì avendo letti i primi capitoli di quella Vita ch´egli tanto desiderava;

  • insomma, da quel periodo in poi, Don Bosco non ebbe per incoraggiare al bene, per insegnarne i modi, per lodarne la vitalità nei suoi migliori, se non un termine antonomastico, ch´era il nome di Savio Domenico, come prima faceva del nome del Comollo : pensiamo, dico, a codesta concatenazione, e il tipo di santità che si tramanda dall´uno all´altro per decenni intorno a Don Bosco, e per tradizione nel clima creato da

lui, ci apparirà pur sempre quel primo da lui delineato nella Vita del suo amico.
In una parola, è la via della santità veduta da Don Bosco : via di santità sicuramente tracciata da lui, e percorsa da lui stesso e da quanti si formarono al suo spirito. Che poi riesca al termine supremo con le

  • Ma l´epigrafe che i Cinzanesi hanno collocato nel 1934 a ricordo della tomba nella chiesa del Seminario di Chieri, ne esprime la speranza. Cfr. Note al testo.
  • Così bisognerebbe rassegnarli, secondo il DE GUIBERT, Theotogia Spiritualis Ascetica et IVIystica, §§ 357-359.
  • LIBER PONTIFICALIS (Duchesne), Gregorius III, n. 194 e n. 204. — MIGNE, P. L., vol. 128, Vita Gregorii III. La festa era per il 13 maggio: trasferita poi nell´835 al 10 novembre dall´imperatore Ludovico il Pio. E fu l´origine della festa di Ognissanti.
  • Parad. XXIII, 19-20; XXXI, 1-3.

 

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altezze del Savio, o si arresti prima di toccar l´apice, come, secondo il vedere umano, ci appare negli altri sorpresi a mezzo il cammino, non muta natura : la via è quella, ed è sicuramente via di santità.
Mi consenta il buon lettore di proporre un´idea un po´ singolare, ma giovevole a farmi comprendere. Vorrei che fosse lecito, salve le, convenienze, redigere una tabella comparativa, con altrettante colonne quanti sono i giovani santi celebrati da Don Bosco (e possiamo aggiungervi il Saccardi, che fu cosa tutta sua, come educato nella forma sua dal Bonetti,

  • morto nelle braccia del Santo): in una prima colonna si potrebbero collocare ad uno ad uno i tratti singoli delle virtù e gli atteggiamenti
  • abiti virtuosi e spirituali del primo, non esclusi i fatti che hanno del soprannaturale; nelle altre colonne, parallelamente, si dovrebbe indicare col numero dei capitoli o delle pagine delle varie Vite quel che di somigliante appare negli altri che intitolano la colonna : lasciando in bianco in ciascuna lo spazio corrispondente a ciò che di ciascuno è più particolarmente speciale e proprio. Ebbene io dico che le lacune sarebbero poche, quante appena bastano a segnare una personalità, e quasi tutti i titoli (gli essenziali e indispensabili, naturalmente, tutti) troverebbero una piena e totale rispondenza e un parallelismo eloquente.

Codesto parallelo non è, come vede il lettore, da istituire in questa parte delle nostre introduzioni e studi; ma il fatto esiste e bisogna tenerne conto.
Nel fatto del Comollo codesto modo di vedere non è un´ideazione qualsiasi, suggerita da vedute e intenti personali. Si tratta di materia storica e provata, ed è in questo il valore della dimostrazione, da cui siamo partiti, che dunque Don Bosco ebbe nel Comollo un adiutorium simile sibi, e lo ha descritto com´era, prima assai di aver potuto, colla pratica educativa, formare secondo l´idea sua altre anime di giovani quando poi queste egli modellò, riuscirono secondo quella prima idea sua, vissuta dal Comollo e da lui in piena comunione di spirito.
Quasi dovere nostro sarebbe ora il descrivere codesti caratteri comuni,

  • tradizionali, o fondamentali, che si ravvisano nella Vita del santo giovane e si riverberano in Don Bosco, come i capostipiti dell´eredità spirituale del Santo Educatore. Ne verrebbe un´ampia e, nel momento presente, sproporzionata trattazione che involgerebbe per l´appunto quel parallelismo e quella storia genetica della pedagogia spirituale di Don Bosco, la quale dev´essere il tema di un apposito studio od esposizione organica e in sistema (1).

(1) Un desiderio, che fu un´intenzione, di chi attende a questi studi, sarebbe di costruire uno studio sintetico che comprendesse in un solo sguardo e in una sola concezione l´opera di Don Bosco Pedagogo della santità: la Pedagogia spiri‑

 

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Ma la parte maggiore e più sostanziale di tali riflessi il lettore troverà già succintamente, ma studiosamente, indicata e tracciata nelle Note che accompagnano il testo : le quali, a differenza di altri lavori di questa serie, non si limitano a soli chiarimenti editoriali od oggettivi; sibbene illustrano i concetti e li mettano in relazione con la tradizione spirituale dell´Autore. Perciò mi permetto di raccomandarne il più vivamente che posso la lettura.
Ed ora, ricordando la nostra funzione di editori, esponiamo l´ordine col quale abbiam creduto disporre la pubblicazione di questo primo libro di Don Bosco.
Il volume contiene :

  • - « CENNI STORICI sulla vita del Chierico LUIGI COMOLLO » nel‑

l´edizione di Torino, 1844 (Prima edizione), riprodotta testualmente e
senza emendamenti, con l´indicazione delle pagine dell´originale.

  • - CENNI sulla vita del giovane LUIGI COMOLLO - morto nel

seminario di Chieri - ammirato da tutti PER LE SUE RARE virtù scritti dal SAC. GIOVANNI Bosco - suo collega : secondo l´edizione Quarta o definitiva, fatta a cura dell´Autore, Torino, 1884.
III. - Note editoriali e illustrative al testo della quarta edizione, con numerazione progressiva. Le Note originali del testo sono lasciate a loro luogo, contrassegnate dalla solita sigla (a).
DON ALBERTO CAVIGLIA
Torino, 194... (*)
tuale di Don Bosco Santo! La parte essenziale, e, posso dire, la sostanza, n´è già contenuta negli Studi speciali condotti sulle Vite del Savio, del Besucco e, in parte, del Magone: basterebbe ricavarne un´esposizione sistematica, sommando e ordinando quello che sparsamente è già detto, con gli opportuni riferimenti agli altri scritti e ai discorsi del Santo. Impresa non corriva, e che richiede qualche studio; ma tanto più gloriosa per Don Bosco, e finalmente risolutiva dei molti oscillanti problemi che la sua Persona di « Patriarca dell´educazione cristiana » ha suscitato e vien suscitando tra gli studiosi. Non potendo sperare di averne più il tempo nè l´occasione, affido ad altri il compito, sperando che siano confermati i miei modesti pensamenti. Una S.cti johannis Bosco Paedagogia Spiritualis sarebbe opera utile (e perchè non necessaria?) alla piena conoscenza di Don Bosco e della sua personalità nella storia della Chiesa.
(*) Don Caviglia non completò la data, che doveva segnare l´anno della pubblicazione di questo suo prezioso studio, ritardata, per varie cause, di un buon ventennio. La morte lo sorprese prima di vederne l´edizione, che esce, postuma, in questo anno 1965.

AI SIGNORI SEMINARISTI
DI CHIERI
Siccome l´esempio delle azioni buone vale assai più di un qualunque elegante discorso, così non sarà fuor di ragione, che a voi si presenti un cenno storico sulla vita di colui, il quale essendo vissuto nello stesso luogo, e sotto la medesima disciplina che voi vivete, vi può servire di vero modello perché possiate rendervi degni del fine sublime a cui aspirate, e riuscire poi un di ottimi leviti nella vigna del Signore.
È vero che a questo scritto mancano due cose molto notevoli quali sono uno stile forbito, un´elegante dicitura; perciò ho indugiato finora, perché penna migliore che la mia non è, volesse assumersi un tale incarico; ma scorgendo vana la mia dilazione, mi son determinato di farlo io stesso nel miglior modo a me possibile, indotto dalle replicate instante fattemi da diversi miei colleghi, e da altre persone ragguardevoli, persuaso che la tenerezza che verso questo degnissimo compagno vostro mostraste, e la distinta vostra pietà sapranno condonare, anzi suppliranno alla pochezza del mio ingegno.
Benchè però non possa allettarvi colla bellezza del dire, mi consola assai il potervi con tutta sincerità promettere che scrivo cose vere, le quali tutte ho io stesso vedute, o udite, o apprese da persone degne di fede, del che ne potrete giudicare anche voi che pur ne foste in parte testimoni oculari.
Che se scorrendo questo scritto vi sentirete animati a seguire qualcheduna delle accennate virtù, rendetene gloria a Dio, al quale, mentre lo prego vi sia propizio, questa mia fatica unicamente consacro.

 


CENNI STORICI
SULLA
VITA DEL CHIERICO
LUIGI COMOLLO
MORTO NEL SEMINARIO Di CIIIER1
AMMIRATO DA TUTTI PER LE SUE SINGOLARI ,VIRTU
Scritti da un suo Collega.
TORINO
DALLA TIPOGRAFIA SPEIRANI E FERRERO
vicino alla Chiesa di s. Rocco 1844.

CAPO PRIMO
Fanciullezza di Luigi Comollo
Nacque Luigi Comollo il 7 aprile 1817, nel territorio di Cimano, in una borgata detta la Pra, da Carlo e Gioanna Comollo, i quali sebbene di non molto distinta condizione, hanno però quei beni assai più delle ricchezze pregievoli i veri caratteri di pietà, e di timor di Dio. Sortì il nostro Luigi dalla natura un´anima buona, cuore arrendevole, indole docile, e mansueta. Giunto appena all´uso di ragione tosto si videro allignare in lui quei primi semi di pietà, e divozione che mirabilmente spiegò in tutto il corso del viver suo. Come potè apprendere a pronunziare i SS. nomi di Gesù e di Maria, gli furono ognor l´oggetto di sua tenerezza, e riverenza; non mostrava già quella nausea, o svogliatezza nel pregare che è propria dei ragazzi; anzi quanto più erano prolungate le preghiere, tanto più eran allegro, e contento. Apprese con facilità a leggere e scrivere, e se ne servì ben tosto a proprio, e altrui spirituale vantaggio, giacchè nei giorni festivi, principalmente, che quelli di sua età andavano qua e là a trastullarsi, egli raccoltine alcuni insieme si tratteneva coi medesimi leggendo, e spiegando loro quel tanto che sapeva, oppure raccontando un qualche edificante esempio. Questo gli procurò la stima, e la venerazione dei coetanei in guisa, che, lui presente, niuno ardiva prorompere in parole sconcie, o men che oneste, il che se inavvedutamente avveniva, tosto l´un l´altro avvertiva: « zitto che c´è Luigi che sente » sopraggiungendo egli, ogni discorso men buono era interrotto. All´udire parole disdicevoli ai buoni costumi, o alle cose di religione « non parlar così, tosto colla ammirabile sua affabilità diceva, questo non ista bene nella bocca di un giovane Cristiano. » Secondochè esigeva la condizione sua, conduceva bestiami al pascolo, ma sempre lontano da persone di diverso sesso, e con libretti spirituali tra le mani che leggeva da se solo, o con altri., Con questo tenor di vita mentre
2 - Opere e scritti... Vol. V.

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edificava i suoi compagni, era l´ammirazione delle persone provette, le quali stupivano a tanta virtù in un giovanetto di prima età.
« Io aveva un figlio, affermava un padre, di cui non sapeva più che farmene, l´aveva trattato con dolcezza, e con rigore, e tutto indarno; mi venne in mente mandarlo con Luigi, se mai gli fosse riuscito di renderlo alquanto docile, e più non mi fosse cagione di amaro disgusto. Il mio monello da prima mostravisi ritroso nel dover frequentare chi sì poco secondava le sue mire, ma ben presto allettato dalle attrattive di Luigi gli divenne amico, e compagno delle sue virtù, in guisa, che al presente dimostra ancor la morigeratezza e la docilità che ebbe da quell´anima buona succhiata. »
Singolare era l´obbedienza verso i suoi genitori; sempre pronto, e attento a quanto veniva da loro ordinato, da ogni lor cenno pendeva anzioso, studiandosi con tutta sollecitudine di prevenire anzi i comandi che gli dovevano imporre. Qualora al sopravvenire di qualche siccità, grandine, o perdita di bestiami i suoi parenti mostravansi afflitti, Luigi era colui che li confortava a prendere come favor del Signore quanto accadeva; « anche di questo avevamo bisogno, egli diceva, ogni qualvolta la mano del Signore ci tocchi son sempre tratti di sua bontà, è segno che si ricorda di noi, e vuole che noi pure ci ricordiamo di lui. » Non era mai che si allontanasse da´ suoi genitori senza l´espressa loro licenza, di cui ne era tanto geloso osservatore, che una volta essendo andato a visitare certi parenti con limitata licenza, essi, (allettati dall´amabilità del suo edificante parlare) non permettendogli di partirsene per tempo, si ritirò in disparte a piangere nel vedersi a disubbidienza costretto, e come giunse a casa, tosto dimandò perdono della disubbidienza suo malgrado commessa. Si assentava alle volte dalla presenza altrui, e questo affine di ritirarsi in qualche cantuccio a pregare, o far meditazione. Più volte il vidi, mi afferma una persona che fu con lui allevata, mangiare in fretta, sbrigarsi di alcune occupazioni impostegli, e mentre altri godevano un pò di ricreazione, sotto qualche pretesto andarsi a nascondere in fosso da vite se era in campagna, sul fenile se era in casa, per ivi trattenersi in preghiere vocali,

  1. leggere libretti di meditazione. Tanto è vero che anche fra le glebe Iddio sa guidare i rozzi, e gli indotti per le sublimi vie della virtù.

A questi bei semi di virtù andavano strettamente uniti i veri caratteri di divozione, e grande tenerezza per le cose di religione. Il che dimostrò fin da che fece la sua prima confessione. Fatto un accurato esame di coscienza, si presentò al Confessore, innanzi a cui, tra per la confusione, congiunta colla riverenza a quel Sacramento,

  1. l´apprensione che per le sue, colpe provava, (se pur colpa aveva) sì grave dolore lo assalì, che proruppe in un profluvio di lagrime,

 

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ed ebbe bisogno di conforto a dar principio, e continuare la dichiarazione di sue colpe. Con pari edificazione degli astanti partecipò la prima volta del Corpo di Cristo. Dal qual tempo in poi tanto si affezionò a questi due Sacramenti, che nello accostarvisi provava la più grande consolazione; nè mai lasciava sfuggire occasione senza che ne approfittasse; ma siccome per quantunque frequente gli si permettesse l´uso della Comunione non bastava a saziare l´amore onde tutto ardeva per Gesù, trovò modo di provvedervi bellamente colla Comunione Spirituale, al quale proposito anche quando già Chierico trovavasi nel Seminario udivasi più volte a dire: fu per l´insigne opera di s. Alfonso che ha per titolo: visite al SS. Sacramento, che imparai a fare la Comunione spirituale, la quale posso dire essere stato il mio sostegno in tutti i pericoli, cui andava soggetto finchè fui vestito da secolare.
Alla Comunione spirituale, e Sacramentale univa frequenti visite a Gesù sacramentato, dell´amore di cui talmente sentivasi penetrato che ben sovente giungeva a passare ore intiere sfogando i suoi fervorosi

  1. teneri affetti coll´amato suo Gesù. Spesso era mandato in Chiesa a far quelle cose di cui suo zio Prevosto gli dava incombenza, spesso egli medesimo vi si recava sotto pretesto avervi che fare, ma non ne usciva mai senza prima trattenersi alquanto col suo Gesù, e raccomandarsi alla cara sua madre Maria. Non correva solennità, non si faceva catechismo, o predica, non si dava benedizione, nè altra funzione facevasi in Chiesa a cui egli non intervenisse con animo allegro,
  2. contento a prestar quei servizi di cui era capace.

L´essere il Comollo alieno affatto dalle bambolinaggini che son proprie di quell´età, sofferente, e tranquillo a checchè potessegli accadere, affabile cogli uguali, modesto, e rispettoso con chiunque gli fosse superiore, ubbidiente, tutto dato alla divozione, prontissimo nel prestare quei servigi che in Chiesa gli erano permessi: tutto questo insieme era bel presagio che il Signore lo voleva a stato di maggior perfezione_ Su di che già più volte aveva consultato il suo direttore spirituale, e avutane risposta per quanto potevasi conoscere, averlo Iddio chiamato allo stato Ecclesiastico ne rimase al sommo contento, essendo pur tale la sua determinazione. Il suo zio Rettore di Cimano (di cui Luigi ne andava ognor copiando le virtù) al vedere rampollo sì vigoroso, e che prometteva sì bei frutti, volle pure secondario nelle sue risoluzioni. Chiamatolo pertanto a sè un giorno: hai dunque, gli disse, vera volontà di farti prete ? È appunto questo che io desidero

  1. null´altro, rispose. E perchè Perchè essendo i preti quelli che aprono il paradiso agli altri, spero che lo potrò poi anche aprire per me. A tal fine fu mandato a fare il corso di Grammatica in Caselle

 

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presso Ciriè, dove perfezionando sempre più le accennate virtù, fu della più grande ammirazione a tutti quelli che in qualche modo ebbero occasione di conoscerlo; quivi spiegò particolarmente uno spirito di mortificazione. Già da piccolino soleva far fioretti alla Madonna coll´astinenza di qualche porzione di cibo, o di frutta che gli si donava per companatico; questo diceva, bisogna regalarlo a Maria. Quivi in Caselle andò più avanti; oltrecchè offriva ogni settimana digiuni a Maria, nei pranzi stessi, e nelle cene, sovente sotto specioso pretesto si toglieva da tavola nel meglio del mangiare; bastava portare a tavola qualche pietanza che fosse di special suo gusto, perché non ne mangiasse, e questo sempre per amor di Maria.
CAPO SECONDO.
Va a studiare in Chieri
Sul cominciare dell´anno scolastico 1835 trovatomi in una casa di pensione in Chieri, udii il padrone a dire: « mi fu detto, che a casa del tale vi deve andare uno studente santo ». Io feci un sorriso prendendo la cosa per facezia. « È appunto così, soggiunse, ei deve essere il nipote del Prevosto di Cinzano, giovine di segnalata virtù ». Non feci gran caso allora di queste parole, ma un fatto assai rimarchevole me le fece assai bene ricordare. Erano già più giorni che io vedeva uno studente (senza saperne il nome) che tanta compostezza, e modestia dimostrava camminando per le contrade, tanto affabile, e cortese con chi gli parlava, che io ne era del tutto maravigliato. Crebbe poi questa meraviglia allorché osservava l´esattezza colla quale interveniva alla scuola, dove appena giunto si metteva al suo posto, nè più mai si muoveva, se non per fare cosa, che il proprio dovere gli prescrivesse. Egli è consueto costume degli studenti di passare il tempo d´ingresso in ischerzi, giuochi, e salti alle volte anche pericolosi; a ciò pure era invitato il Comollo; ma esso sempre si scusava col dire che non era pratico, non aveva destrezza; nulla meno un giorno un suo compagno gli si avvicinò, e colle parole, e con importuni scuotimenti voleva costringerlo a prender parte di quei salti smoderati che nella scuola si facevano; « no, mio caro, dolcemente rispondeva Luigi, non sono esperto, mi espongo a far topica. » Indispettito l´impertinente compagno, quando vide che non voleva arrendersi, con insolenza intollerabile gli diede un gagliardo schiaffo sul volto. Io raccapricciai a tal vista, e siccome l´oltraggiatore era d´età, e di forze

 

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inferiore all´oltraggiato, attendeva che gli fosse resa la pariglia; ma fu ben altro lo spirito del Comollo; egli rivolto a chi l´aveva percosso si contentò di dirgli: « se sei pago di questo, vattene pure in pace che io ne son contento ». Questo mi fece ricordare di quanto aveva udito, che vi doveva venire un giovane santo alle scuole, e chiestane la patria, e il nome, conobbi essere appunto quello di cui aveva si lodevolmente inteso a parlare.
Come poi nel rimanente si diportasse in fatto di studio e di diligenza, io nol saprei meglio esprimere che colle parole stesse dell´ottimo suo Professore, il quale si degnò scrivermi del seguente tenore:
« Benché il carattere, e l´indole dell´ottimo giovane Comollo possano essere meglio conosciuti a V. S. che l´ebbe per condiscepolo, e potè più da vicino osservarlo, di quello che non lo siano a me stesso, tuttavia assai di buon grado le mando in questa lettera il giudicio che io me n´era formato infin d´allora quando l´ebbi a scolare pel corso de´ due anni 1835, e 1836 nello studio dell´Umanità, e della Rettorica nel Collegio di Chieti. Esso fu giovine d´ingegno, e fregiato dalla natura di un´indole dolcissima. Coltivò con ammirabile diligenza lo studio, e la pietà, e sempre si mostrò attentissimo ad ogni insegnamento, ed era così scrupoloso, e vigilante nell´adempimento del suo dovere, che non mi ricordo di averlo mai avuto a rimproverare della benchè menoma negligenza. Egli poteva essere proposto ad esemplare ad ogni giovane per la intemerata sua condotta, per l´ubbidienza, per la docilità; onde io meco stesso m´aveva fatto un ottimo augurio allorché seppi che era entrato nella carriera Ecclesiastica. Nol vidi mai altercare con alcuno dei suoi compagni, il vidi bensì alle ingiurie, ed alle derisioni rispondere coll´affabilità, e colla pazienza. Io lo guardava come destinato a confortare la vecchiaia del venerando suo zio, il degno Prevosto di Cinzano, che lo amava teneramente, ed aveva così di buon ora saputo seminare nel cuore di lui tante rare, e singolari virtù. Mi giunse perciò, oltremodo dolorosa la notizia della sua morte, e solo mi confortai nel pensiero che in breve tempo aveva con le sue virtù compiuta anticipatamente una lunga carriera, mentre Iddio forse lo volle a se chiamare con immatura morte, perché lo vedeva oltre la sua età provveduto di buoni meriti, e noi dobbiamo, in ciò venerare la divina volontà. Ella mi chiede che io le dica qualche singolarità in lui osservata, ma quale cosa potrò io dirle che sia più singolare della sua uniformità, e costanza in una età che è tanto leggiera; e vaga di novità e mutazioni ? Dal primo giorno che entrò nella mia scuola sino all´ultimo pel corso di due anni egli fu sempre a se stesso uguale, sempre buono, e sempre intento ad esercitare la sua virtù, la sua pietà, la sua diligenza » ... Così il suo Professore.

 

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Nè queste belle doti erano meno esercitate fuori di scuola. « Io conobbi, dice il padrone di sua pensione, nel giovane Comollo il complesso di tutte le virtù proprie non solo dell´età sua, ma di persona lungo tempo nelle medesime esercitata. D´umore sempre uguale, ed allegro, imperturbabile ad ogni avvenimento, non dava mai a conoscere quello che fosse di special suo gusto, sempre contento di quanto se gli soffriva, non mai si sentì da lui profferire, questo è troppo salso, o troppo insipido, oppure fa molto caldo, o molto freddo; non mai si udì dalla sua bocca una parola meno che onesta, o moderata; parlava volentieri delle cose di religione, e se qualcheduno metteva fuori discorso, o racconto spettante alla religione pretendeva sempre che si parlasse con massima riverenza e rispetto dei sacri ministri. Amantissimo del ritiro, non mai usciva senza licenza, dicendo il tempo, il luogo, e il motivo per cui si assentava. In tutto il tempo che dimorò in questa casa, fu di grande stimolo per gli altri a vivere da virtuoso, e riuscì a tutti di gran dispiacere allorchè dovette cangiare luogo per vestire l´abito chiericale, e recarsi nel Seminario, privandoci colla sua persona di un raro modello di virtù. »
Io pure posso dire lo stesso, giacché in varie occasioni, che gli parlai, o trattai insieme, non l´udii mai querelarsi delle vicende del tempo, o delle stagioni, del troppo lavoro, o del troppo studio: anzi qualora avesse avuto qualche tempo vacante, tosto recavasi da qualche compagno per farsi rischiarire alcune difficoltà, o conferire qualche cosa spettante allo studio, o alla pietà.
Non minore era l´impegno per le osservanze religiose, e per la vigilanza in tutto ciò che riguardava alle cose di pietà: ecco quanto scrive il signor Direttore spirituale delle scuole, che di certo potè intimamente conoscerlo. « Mi ha fatta inchiesta la S. V. di darle notizie di un figliuolo del quale mi è carissima la memoria, e dolcissima cosa il risponderle. Non è il giovane Comollo Luigi un di quelli, in riguardo di cui io debba usare espressioni evasive, oppure che io tema di esaggerare nel rendergliene la più lodevole testimonianza. Ella ben sa che appartenne ad una classe fra le altre distinta di studenti dati alla pietà, ed allo studio, ma tra questi brillava, e primeggiava il nostro Comollo; mi rincresce che ci tocchi già lamentare la morte del Prefetto delle scuole, il quale e dello studio, e della regolarissima sua condotta anche fuori di collegio potrebbe farne le più belle testimonianze. Quanto a me oltre il poterla rassicurare di non avere mai avuto motivo di rimproverare alcuna mancanza nemmeno leggiera, posso asserirle, che assiduo alle congregazioni, compostissimo, sempre attento alla divina parola, divotissimo nell´assistere alla santa messa, ed ai divini uffizi, frequente ai santi sacramenti della Confes

 

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rione, e Comunione, veramente diligentissimo ad ogni dovere di pietà, esemplarissimo in ogni atto di virtù, l´avrei di buon grado proposto a tutti gli altri studenti qual luminoso specchio, e raro modello di virtù. Per quanto lo comportava la sua classe, l´anno di Rettorica fu nominato a carica, quale si concede solamente a´ studenti più distinti per pietà, e studio; si desiderava allora, e si desidera ancora al presente un giovane studente, d´indole, e costumi simile al Comollo Luigi. Il nostro s. Luigi ricordava nel suo nome, e pareva che molte sue virtù volesse ricopiare nei fatti. Non mi si dimandò mai notizia di altro studente, che più volentieri io abbia reso di questa; posso dirle tutto il bene possibile in u.n. giovane. Raptus est ne malitia mutaret intellectum eius. Spero che ora in Cielo preghi per me. » Sin qui il suo Direttore spirituale.
Io non saprei più che aggiungervi alle sovra esposte dichiarazioni, se non quel tanto che nella sua condotta esterna ho osservato. Terminati appena gli esercizi di pietà che nei giorni festivi nella cappella della congregazione si facevano, ben lungi dall´andarsene al passeggio,

  1. a qualche altro lecito divertimento, egli tosto portavasi al catechismo dei fanciulli solito a farsi nella Chiesa dei PP. Gesuiti, al quale, come pure a tutte le altre sacre funzioni, divotamente assisteva. Quella stessa curiosità, ed anziétà di vedere, e sentire generalmente comune a tutti quelli che da paesi vengono nelle città, il che d´altronde è proprio di quell´età, o fosse benefizio dell´indole felice sortita dalla natura,
  2. merito di virtù, pareva che in lui fosse affatto estinta. Quindi il suo andare, e venire dalla scuola era tutto raccoglimento, e modestia, nè mai andava qua, e là vagando o collo sguardo, o colla persona: eccettochè per prestare il debito rispetto ai Superiori, alle Chiese, a qualche immagine, o pittura della B. V., dinanzi cui non fu mai che passasse, senzachè con rispetto non si traesse il capello.

A tal proposito più volte nell´accompagnarlo mi avvenne che il vedeva scoprirsi il capo senza saperne il perché; ma guardando poscia attento scorgeva quinti, o quindi in qualche muro dipinta l´immagine della Madonna. Era minai sul finir del corso di Rettorica, che io l´interrogava sulle cose più curiose, o sui monumenti più ragguardevoli della Città, ed egli rispondeva di non ne essere punto informato, come se fosse stato del tutto forestiero. Quanto più poi era alieno dalle vicende, e occupazioni temporali, tanto più era informato, .e instrutto delle cose di Chiesa. Non facevasi esposizione delle Quarantore, o di altra funzione di Chiesa che egli nol sapesse, e se il tempo
gliel pei metteva non v´intervenisse. Aveva il suo orario per la preghiera,
lettura spirituale, visita a Gesù sacramentato, e ciò era scrupolosamente osservato. Alcune mie circostanze vollero che per più mesi ad

 

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ora determinata mi recassi al Duomo, e questa era appunto l´ora che il Comollo andava a trattenersi col suo Gesù. Piacerci pertanto descriverne l´atteggiamento; ponevasi in qualche canto presso l´altare quanto poteva, ginocchione colle mani giunte, e incrocicchiate alquanto prostese, col capo mediocremente inclinato, cogli occhi bassi,

  1. tutto immobile della persona; ins´ensibile a qualsivoglia voce, e rumore. Non di rado mi occorreva che compiuto quello che toccavaeni fare, voleva invitarlo che meco venisse per essere da lui accompagnato a casa; pel che aveva bel far cenno col capo, passandogli vicino,
  2. tossire perché egli si movesse, ma era sempre lo stesso, finché io non mi accostava toccandolo; e allora quasi si risvegliasse dal sonno tutto si scuoteva, e sebbene a mal in cuore aderiva al mio invito. Serviva molto volentieri alla santa Messa anche ne´ giorni di scuola quanto poteva, ma nei giorni di vacanza servirne quattro o cinque era cosa ordinaria.

Benché poi fosse così concentrato nelle cose di spirito, non vedevasi mai rannuvolato in volto, o tristo, ma sempre ilare, e contento rallegrava colla dolcezza del suo parlare, e suoleva dire che gli piacevano grandemente quelle parole del profeta David: Servite Domino in laetitia; parlava volentieri di storia, di poesia, delle difficoltà della lingua latina o italiana, e questo in maniera docile, e gioviale, sì, che mentre profferiva il proprio sentimento, mostrava sempre di sottometterlo all´altrui.
Aveva un compagno di special confidenza per conferire di cose spirituali, il trattare, e parlare delle quali gli era di grande consolazione. Parlava con trasporto dell´immenso amor di Gesù nel darsi a noi in cibo nella santa Comunione: quando discorreva della Madonna, tutto si vedeva compreso di tenerezza, e dopo d´avere raccontato,

  1. udito raccontare qualche grazia concessa dalla Madonna a favore del corpo, egli sul finir tutto rosseggiava in volto, e alle volte rompendo anche in lagrime esclamava: se Maria cotanto favorisce questo miserabile corpo, quanti non saranno i favori che sarà per concedere a pro delle anime di chi la invoca ?

Tanta era la stima che aveva delle cose di religione, che solo non poteva patire se ne parlasse con disprezzo, ma nemmeno con indifferenza; a me stesso una volta accadde che scherzando, mi servii di parole della sacra scrittura, e ne fui vivamente ripreso, dicendomi non doversi faceziare colle parole del Signore.
Quando alcuno voleva raccontare qualche cosa riguardante i Sacerdoti, tosto premetteva o doversene parlar bene, o tacere affatto, perché erano Ministri di Dio. In simil guisa andava il nostro Luigi preparandosi alla vestizione Chiericale, e quando ne parlava mostra-

 

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vasi tutta gioia, e contento..« Possibile suoleva dire, che io miserabile guardiano di buoi, abbia a diventare Prete pastore delle anime ? eppure a niun´altra cosa mi sento inclinazione, questo mi dice il Confessore, mel dice la volontà, solo i miei peccati mi dicono il contrario; n´andrò a subire l´esame, l´esito del quale mi sarà qual arbitro della volontà Divina sulla mia vocazione ». Si raccomandava anche spesso ad alcuni suoi colleghi che pregassero, perché il Signore lo illuminasse, e gli facesse conoscere se fosse, o no chiamato allo stato Ecclesiastico. Così fra la stima dei compagni, fra l´amore dei superiori, onorato, e tenuto da tutti qual vero modello d´ogni virtù compiva il corso di Rettorica l´anno 1836.
CAPO TERZO
Veste l´abito Chiericale
Va nel Seminario di Chieri

Come ebbe subito l´esame suddetto, e sortitone favorevole esito, si preparava per la vestizione, Qui io non saprei come chiaramente esprimere tutti gli affetti di tenerezza che ebbe a provare in tal circostanza. Pregava egli, faceva pregare altri per lui, digiunava, prorompeva sovente in lagrime, si tratteneva molto in Chiesa, sinché giunto il giorno di sua festa (così chiamava il giorno di sua vestizione chiericale) fece la sua confessione, e comunione, e contento assai più che se fosse sublimato a qualunque più onorevole carica, tutto compreso di santa apprensione, tutto concentrato in sentimenti di religione, raccolto, e modesto che pareva un angioletto, fu insignito del tanto rispettato, e desiderato abito ecclesiastico. Tal giorno fu sempre mai per lui memorando, e suoleva dire essersi il suo cuore totalmente cangiato, di pensoso, e rannuvolato, divenuto tutto ilare, e gioviale, e che ogni qual volta rammentava un tal giorno sentivasi di tenera gioia innondare il cuore.
Venne intanto il giorno dell´apertura del Seminario, dove egli puntualmente recandosi fece campeggiare le sue non istraordinarie, ma compiute virtù. Quello poi che in ispecial modo lo distinse, fu un esatto adempimento de´ suoi doveri di pietà, e studio, un ardente spirito di mortificazione. Aveva letto nella vita di sant´Alfonso, come esso aveva fatto quel gran voto di non perdere mai tempo, la qual cosa era al Comollo motivo di alta ammirazione, e studiavasi con tutto l´impegno d´imitarlo; perciò fin dal suo primo entrare nel Seminario,

 

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s´appigliò con tal diligenza alle cose di studio, e di pietà, che di tutte le occasioni, e di tutti i mezzi approfittava, che al suo scopo tendessero, all´esatta occupazione del tempo. Suonato il campanello subito interrompeva checchè facesse per rispondere alla voce di Dio (così chiamava il suono del campanello) che lo chiamava al suo dovere, e m´accertò più volte, che dato un tocco il campanello gli era impossibile il continuare ciò che aveva fra le mani, perchè rimaneva tutto confuso, e non sapeva più che si facesse. Tanto radicata era in lui la virtù dell´ubbidienza. Non parlo dei Superiori, ai quali ubbidiva ciecamente senza mai dimandar conto, o ragione di ciò che gli era ingiunto; ma agli stessi colleghi assistenti, anche agli uguali mostra-vasi attento, docile ad ogni loro ordine, e consiglio non altrimenti che ai Superiori medesimi. Dato il segno di studio puntualissimo v´interveniva, e in raccolto atteggiamento composto si applicava in maniera che a qualunque rumore, chiacchera, leggerezza, che da altri si facesse, pareva fosse insensibile, nè punto più della persona si moveva, se non al segno del campanello. Un dì, che un compagno passandogli dietro gettogli a terra il mantello; esso si contentò di fargli un semplice motto, acciocchè meglio si guardasse altra volta, il compagno indispettito rispose con viso alterato, e con parole offensive; allora il Comollo s´appoggiò di nuovo sulla tavola, e tutto tranquillo si pose a studiare, come se nulla a lui fosse stato detto o fatto.
Nella ricreazione, nei circoli, nei tempi di passeggiata desiderava sempre discorrere di cose scientifiche, anzi suoleva in tempo di studio founarsi nella mente una serie delle cose che meno intendeva per quindi tosto comunicarle in tempo libero ad un compagno, con cui aveva special confidenza, onde averne nel miglior modo possibile, la dichiarazione.
Nel mentre che animava le conversazioni con varie utili ricerche, e racconti, osservava tuttora in pratica quel non mai abbastanza encomiato tratto di civiltà: di tacere quando taluno parlava: pel che non di rado avvenivagli di troncare a mezzo la parola, onde dar campo che altri liberamente parlasse.
Abborriva grandemente lo spirito di critica, o di censura sulle persone altrui, parlava dei Superiori, ma sempre con riverenza, e rispetto; parlava dei compagni, ma sempre con carità, e moderazione; parlava dell´orario delle costituzioni, o regolamenti del Seminario, degli apprestamenti di tavola, ma sempre con espressioni di soddisfazione, e di contento; di modo che io posso con tutta schiettezza affermare, che nei due anni e mezzo che lo frequentai nel Seminario, non lo intesi mai a proferire parola, che fosse contraria a quel principio che fisso teneva nella sua mente: degli altri o. parlarne bene o

 

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tacerne affatto. Qualora poi fosse stato costretto a dare il proprio giudizio sui fatti altrui, procurava sempre interpretarli nel senso migliore, dicendo avere imparato dal suo zio, che un´azione di cento aspetti, novantanove cattivi, uno buono, si doveva prendere sotto l´aspetto buono e giudicare bene di tale azione. Per l´opposto parlando di se stesso, taceva tutto quello che poteva tornare in sua lode, non faceva mai parola di carica, onore, o premio a lui compartito, che anzi avvenendo che taluno il lodasse, mettevane la lode in facezia, abbassando così se stesso mentre altri l´esaltava.
Quei bei fiori di tenera divozione onde noi l´abbiamo veduto adorno tra le glebe, e i pascoli; negli studi, ben lungi dall´appassire cogli anni, pervennero a mostrarsi in tutta loro bellezza, e compiuta perfezione. Dato il segno della preghiera, o di qualunque altra sacra funzione, accorreva immantinente colla più esatta diligenza, e composto nella persona, col massimo edificante raccoglimento di tutti i suoi sensi, si faceva a favellare col Signore, nè mai si ravvisò nel Co-mollo il menomo rincrescimento a portarsi in Capella, o altro luogo ad assistere a cose di divozione. Bensì il mattino al primo tocco del campanello tosto si alzava da letto, e aggiustato quanto era di dovere, recavasi un quarto d´ora prima degli altri in Chiesa a preparare l´anima sua per l´orazione.
I seminaristi nei giorni festivi, o anche feriali in cui assiste3:ero alle solenni funzioni di Chiesa, solevano essere dispensati dal recitare la corona della B. V.: il Comollo non seppe mai astenersi da siffatta special divozione, ma terminate le funzioni di Chiesa, mentre che ognuno passava il tempo nella permessa ricreazione, egli con un altro compagno si ritirava in Capella a pagare, come suoleva dire, i debiti alla sua buona Madre colla recita del SS. Rosario. Ne´ giorni di vacanza e particolarmente nelle ferie del SS. Natale, di carnovale, delle solennità Pasquali, egli anche più volte al giorno lontano dai suoi comuni divertimenti andava col solito compagno a recitare, quando i salmi penitenziali, quando l´ufficio dei defunti, o quello della B. V., e questo in suffraggio delle anime del purgatorio.
Sempre amante e devoto di Gesù sacramentato oltre il fargli frequenti visite, e comunicarsi spiritualmente, approfittava pure di tutte le occasioni per comunicarsi sacramentalmente, il che faceva con grande edificazione dei circostanti. Premetteva alla Comunione
un giorno di rigoroso digiuno in onore di Maria SS; dopo la confessione non voleva più parlare d´altro, che di cose concernenti alla
grandezza, alla bontà, all´amore del suo Gesù che si preparava a ricevere nel dì seguente, e giunta l´ora d´accostarsi alla sacra mensa, io lo scorgeva assorto nei più alti, e divoti pensieri, e composta la per‑

 

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sona nel più divoto atteggiamento, a passo grave cogli occhi bassi dando in frequenti scuotimenti di santa commossione avvicinavasi a ricevere il Santo dei Santi. Ritiratosi poscia a suo posto pareva fosse fuor di se, tanto vivamente vedevasi commosso, e da viva divozione penetrato. Pregava, ma ne era interrotto da singhiozzi, interni gemiti, e lagrime, nè poteva acquetare i trasporti di tenera commozione, se non quando terminata la Messa si cominciava il canto del mattutino. Avvertito da me più volte a frenare quegli atti di esterna divozione, come quelli che potevano dare nell´occhio altrui, mi sento, rispondevami, mi sento una piena di tal contento nel cuore, cui se non permetto qualche sfogo pare mi voglia togliere il respiro. Nel giorno della comunione diceva altre volte, mi sento sì ripieno di dolcezza, e di contento, che nè so capire, nè spiegare. Da ciò ognun vede chiaramente come il Comollo fosse avvanzato nella via della perfezione, giacchè quei movimenti di tenera commozione, di dolcezza, di contento per le cose spirituali sono un effetto di quella fede viva, e carità infiammata, che altamente gli era radicata nel cuore, e costantemente lo guidava in tutte le sue azioni.
A questa divozione interna andava strettamente congiunta un´esemplare mortificazione di tutti i suoi sensi esteriori. Modesto qual era negli occhi spesso gli avveniva di far passeggiate in giardini, o ville, senza che egli avesse menomamente veduto quello di più rimarchevole che tutti gli altri aveano osservato; non vagava mai qua e là collo sguardo, ma cominciato col suo compagno qualche buon discorso, attento il continuava, non mai badando a checchè occorresse, e tal volta accadde, che dopo il passeggio interrogato dal compagno se avesse veduto suo padre, che pur gli era passato vicino, e l´aveva salutato, rispose di non averlo veduto. Sovente era visitato da alcune sue cugine di Chieri, e questo gli era un grave cruccio, dovendo trattare con persone di diverso sesso, onde appena detto quello che la stretta convenienza, e il bisogno voleva, raccomandando loro con bella maniera di venirlo a trovare il meno possibile, tosto da loro si licenziava. Richiesto alcune volte se quelle sue parenti (colle quali trattava con tanto riserbo) fossero grandi, o piccole, o di straordinaria avvenenza, rispondea che all´ombra gli parevano grandi, che più oltre nulla sapeva non avendole mai rimirate in faccia. Bell´esempio degno di essere imitato da chiunque aspira o trovasi nello stato ecclesiastico!
Era assueffatto d´incrocicchiar l´una coll´altra le gambe e di appoggiarsi col gomito quando gli veniva bene fosse a tavola, nello
studio, o in iscuola. Per amor di virtù anche di questo si volle correggere, e per riuscirvi pregò instantemente un compagno, il quale ogni volta l´avesse veduto nelle succitate posizioni, acremente il dovesse

 

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ammonire, e rampognare, dandogli special penitenza. Ecco onde procedeva quell´esteriore compostezza per cui in Chiesa, nello studio, in iscuola o in refettorio innamorava ed edificava chiunque il rimirasse.
Le mortificazioni circa il cibo erano quotidiane: d´ordinario quando più sentivasi bisogno di far colezione era appunto allora
che se ne asteneva. A tavola era parco al sommo, beveva poco vino,
e quel poco adacquato. Talvolta lasciava pietanza, e vino contentandosi di mangiare pane inzuppato nell´acqua sotto lo specioso pretesto
che gli tornava meglio per la corporal sanità, ma in realtà per ispirito di
mortificazione; giacchè avvertito che un simile cibo poteva cagionargli male di capo, o di stomaco, rispondeva: a me basta che non possa
nuocere all´anima. Nel sabbato d´ogni settimana digiunava per amor
della B. V. nelle altre vigilie, nel tempo quaresimale, anche prima che fosse per età tenuto, digiunava con tal rigore, principalmente
nella piccola refezione della sera, che un compagno, il quale eragli
accanto a mensa, disse più volte che il Comollo voleva uccidersi. Tali sono i precipui atti di penitenza esterna che mi sono noti, dai
quali lieve cosa sarà argomentare quello che ei nudrisse in cuore, giacchè se le azioni esteriori derivano sempre dall´abbondanza di cuore, bisogna pur dire che l´animo del Comollo fosse di continuo occupato in teneri affetti d´amor di Dio, di viva carità verso il prossimo, e di ardente desiderio di patire per amor di Gesù Cristo.
La vita che il Comollo tenne nel Seminario diede sempre (così si esprime un suo Superiore) ottima e santa idea di lui, mostrandosi
in ogni occorrenza esattissimo nei suoi doveri sì di studio che di pietà, esemplare affatto nella sua mural condotta, così che tutto il suo contegno dimostrava un´indole la più docile, ubbidiente, rispettosa, e religiosa. Egli era gradevole nel parlare, epperciò chiunque fosse in tristezza, conversando con lui ne rimaneva consolato; modesto, edificante nelle parole, e nei tratti sì che anche i più indiscreti erano obbligati riconoscere in lui uno specchio di modestia, e di virtù, e un suo compagno ebbe a dire, che il Comollo era per lui una continua predica; che era un mele che raddolciva i cuori, e gli umori anche i più bizzarri. Un altro compagno disse più volte che voleva adoperarsi a tutta possa per farsi santo, e per riuscirvi non erasi fissato altro che seguire le traccie del Comollo; e benchè si vedesse di gran lunga indietro da lui, nulla meno essere assai contento di quel tanto che veniva in lui ricopiando.
Il tempo di vacanza per lui in quanto alla morale sua condotta era quello stesso del Seminario. Assiduo nella frequenza dei Ss. Sacramenti, nell´esercizio delle sacre funzioni, nel fare il Catechismo ai

 

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ragazzi in Chiesa, (il che faceva già sin da quando era ancora vestito da laico) ed anche per le vie quando gli avveniva d´incontrarne.
Ecco come egli stesso esprime il suo orario in una lettera diretta ad un amico. « Ho già passati circa due mesi di vacanze, i quali anche con questo caldo eccessivo m´hanno fatto assai bene per la corporale sanità. Ho già studiato quegli avvanzi di logica e d´etica che si sono ommessi nel decorso dell´anno: leggerei volentieri la storia sacra di Giuseppe Flavio che mi suggerisci, ma ho già incominciata la storia delle eresie, onde verrà a mancarmi il tempo. Del resto la mia stanza, è tuttora l´ameno paradiso terrestre; quivi entro, salto, rido, studio, leggo, canto, e non vi vorrebbe altro che tu per far la battuta; a tavola, in ricreazione, a passeggio sempre mi godo la compagnia del caro mio zio, il quale sebbene cadente pegl´anni è sempre giulivo, e lepido, e mi racconta ognor cose una più bella dell´altra locchè mi contenta all´estremo.
Ti attendo pel tempo stabilito, stammi allegro; e se mi vuoi bene prega il Signore per me etc.
Affezionatissimo qual era a tutte quelle cose che riguardavano l´ecclesiastico ministero, godeva molto quando vi si poteva occupare, sicuro segno che il Signore lo chiamava allo stato a cui aspirava. Suo zio Prevosto per coltivare sì prezioso terreno, e secondare l´ottima inclinazione del nipote l´impegnò a fare un discorso in onore di Maria SS., ed ecco come egli esprime i suoi sentimenti in un´altra lettera scritta allo stesso succitato suo compagno :
« Debbo significarti un affare, che da un canto mi consola, dall´altro mi confonde. Il mio zio mi diede incumbenza di fare un discorso sulla gloriosa assunzione di M. V. L´essere eccitato a parlare di questa mia cara Madre tutto mi riempie di gioia il cuore. Dall´altro canto conoscendo la mia insufficienza, veggo pur chiaro quanto io sia lungi dal saperne tessere condegnamente gli encomii. Checchè ne sia, appoggiato all´aiuto di colei di cui debbo favellare mi dispongo ad ubbidire; l´ho già scritto, e mediocremente studiato; lunedì sarò da te onde l´ascolti recitare, e mi facci le osservazioni che stimerai a proposito sia riguardo al gesto, come riguardo alla materia.
Raccomandami all´Angelo Custode pel buon viaggio: ... addio »
Io tengo presso di me questo discorso, nel quale quantunque sfasi servito di alcuni autori, nulla meno la composizione è sua; e vi si scorgono espressi tutti quei vivi affetti onde ardeva il suo cuore verso la gran Madre di Dio. Nello esporlo poi vi riuscì mirabilmente. « Sul punto di comparire alla presenza del popolo, scriveva egli, io mi sentii mancare la forza, la voce, e le ginocchia non mi volean più reggere; ma tostochè Maria mi porse la mano divenni all´istante

 

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vigoroso e forte; di maniera che lo cominciai, lo proseguii sino alla fine senza il menomo intoppo; questo lo fece Maria, io non già, sia lode a lei. » Di lì a qualche mese essendomi recato in Cimano, richiesi ad alcune persone che loro paresse della predica del Chierico Comollo, al che tutti mi risposero lodevolmente. Il suo zio disse che vedeva l´opera di Dio manifestata nel suo nipote; predica da santo, mi diceva taluno; oh, diceva un´altro pareva un angelo da quel pulpito, tanto era modesto, e franco nel ragionare! altri: che bella maniera di predicare... ciò dicendo ripetevano alcuni sentimenti e per fino le stesse parole che fisse ancora avevano nella memoria.
Senza dubbio sarebbe stato grande il bene che avrebbe fatto nella vigna del Signore un coltivatore di così buona volontà. Tale appunto era l´aspettazione del vecchio suo zio, tale la speranza dei genitori, tale pure il desiderio di tutti i suoi compatriotti, de´ suoi superiori, de´ suoi compagni; se non che Iddio già lo vedeva abbastanza maturo per lui, e perchè la malizia del mondo non venisse a cangiare il suo intelletto, volle compensare la sua buona volontà e chiamarlo a godere il frutto dei meriti già acquistati, e di quelli che vieppiù bramava di acquistare.
CAPO QUARTO
Circostanze che precedono la sua Malattia
Non è mio scopo di esporre cose a cui io attribuisca del soprannaturale; io dirò solo i fatti nella maniera che sono avvenuti colla più scrupolosa esattezza, lasciando ognuno in libertà di farne quel giudizio che gli paia migliore.
Correva l´anno 1858, lorchè nelle vacanze autunnali trovatomi con lui sur un colle, ed osservando la scarsezza dei raccolti, che si vedeva in campagna: l´anno venturo, presi io a dirgli, il Signore ci donerà più abbondante vendemmia, e faremo miglior vino; lo beverai tu, rispose. Perchè ? ripigliai: perchè, ei soggiunse, io spero di berne del migliore; strettolo a ´parlar più chiaro, terminò con dire che sentivasi tutto ardere di desiderio di andare a gustar l´ambrosia dei beati.
Sul finire delle stesse vacanze, recossi in Torino e dimorò più giorni in casa di una persona di molto buon giudizio, da cui rilevo, e trascrivo le seguenti parole: « Noi fummo tutti grandemente edificati dalla modestia di quel buon Luigi; cortese, affabile, semplice inspirava pietà in ogni sua azione, ma specialmente quando pregava,

 

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pareva una san Luigi. Era nostro piacere grande che si fosse trattenuto ancora qualche tempo con noi, ma ei se ne volle assolutamente partire. Nell´atto che si licenziava, addio, gli dissi, forse non ci vedrem più; no... no, rispose egli, non ci vedrem più; non è però a tuo riguardo che parlo così, io replicai, ma per la mia età già di molto avanzata, che anzi voglio, e te lo auguro che tu venga a dir Messa nuova. Allora egli con parole franche, e risolute, oh rispose, io non dirò Messa nuova; l´anno venturo Ella vi sarà ancora, e io non vi sarò più. Preghi intanto il Signore per me, addio. Queste ultime parole pronunziate con tanta franchezza, da persona cotanto amata, ci lasciò tutti vivamente commossi, e sovente andavamo dicendo: chi sa? che quel buon Luigi sappia di dover morire ? e poichè ci venne partecipata la nuova di sua morte: troppo bene ei la previde, esclamammo! »
A questo racconto io vi presto tutta credenza, essendomi stato riferito da più persone colla stessa precisione.
Finite queste ultime sue vacanze, e messosi in via per recarsi in Seminario, era giunto a tal luogo, ove progredendo perdeva di vista il suo paese. Ivi soffermatosi, disse a suo padre: non posso togliere lo sguardo da Cimano, e interrogato che guardasse, se forse provasse rincrescimento a recarsi in Seminario; anzi, disse, desiderio di arrivarvi presto in quel luogo di pace; quel che guardo è il nostro Cinzano che lo rimiro per l´ultima volta; richiesto di nuovo se non istesse bene in salute, se volesse ritornare a casa: niente, niente, rispose, sto benissimo, andiamo allegri, il Signore ci aspetta. Queste parole, dice suo padre, le abbiamo più volte in casa ripetute ed ogni qual volta passo in quel luogo, anche presentemente, a stento posso trattener le lagrime. Il presente ragguaglio fu pure a me riferito prima della morte del Comollo.
Non ostante tutti questi presentimenti del fine del suo viver mortale, che il Comollo aveva in più circostanze esternati, con la solita sua tranquillità, e pacatezza con aria sempre uguale, e imperturbata continuò seriamente ad applicarsi a tutti i suoi doveri di studio, e di pietà, talchè all´esame solito a subirsi alla metà dell´anno conseguì (come l´anno antecedente) il premio che si suole compartire a quelli del corso che in modo speciale per scienza, e virtù si distinguono. Io però che osservava tutti i suoi andamenti, lo vedeva oltre l´usato attento nella preghiera, e in tutto il resto delle cose di pietà; voleva sovente discorrere dei martiri del Tonchino; « quelli, diceva, sono veramente pastori del gregge di G. C., i quali danno la loro vita per la salvezza delle pecore smarrite; quanta gloria sarà loro compartita in paradiso. » Altre volte diceva: « oh potessi almeno, quando sarò per

 

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partire da questo mondo, sentirmi, sebben senza merito, dal Signore un consolante euge serve bone.
Discorreva con grande trasporto di gioia del Paradiso; e fra le belle cose che suoleva dire una fu questa; « sovente m´avviene di essere solo, e disoccupato, o di non potermi addormentare lungo la notte, ed è appunto in quel tempo che io faccio le amene, e deliziose mie passeggiate. Suppongo trovarmi sur un´alta montagna, dalla cima di cui mi sia dato scoprire tutte le bellezze della natura, contemplo il mare, la terra, paesi, città, con quanto di più magnifico in essi si trova; levo quindi lo sguardo pel sereno cielo, miro il firmamento, che tutto di stelle tempestato forma il più maraviglioso spettacolo; a questo vi aggiungo ancora l´idea di una soave musica, che a voce, e a suono faccia eccheggiare di lieti evviva valli, e monti, e così deliziando la mente con questa mia immaginazione, mi volgo in altra parte, alzo gli occhi, ed eccomi innanzi la Città di Dio; la miro all´esterno, poscia mi avvicino, e penetro dentro, qui pensa tu alle cose, che senza numero io faccio passare a rassegna »: e proseguendo nella sua passeggiata raccontava cose le più curiose, ed edificanti che egli fingevasi di vedere nelle varie sessioni del Paradiso.
Fu pure in quest´anno che gli cavai il secreto come egli facesse lunghe preghiere senza veruna distrazione; « vuoi che io ti dica, dicevami, come io mi metta a pregare, ella è un´immagine tutta materiale che ti farà ridere: chiudo gli occhi, col pensiero mi porto entro una grande sala adornata nella maniera la più squisita, in fondo alla quale si erge un maestoso trono su cui siede l´Onnipotente, dopo di lui tutti i cori dei beati comprensori, quivi mi prostro, e con tutto il rispetto a me possibile faccio la mia preghiera ».
Questo dimostra secondo le regole dei maestri di spirito quanto la mente del Comollo fosse staccata dalle cose sensibili, e quanto ei fosse padrone di raccogliere a beneplacito le intellettuali sue facoltà.
Suoleva leggere in tempo di Messa nei giorni feriali le meditazioni sull´inferno del P. Pinamonti, intorno a che l´udii più volte a dire « nel decorso di quest´anno lessi sempre in Capella meditazioni sull´inferno, le ho già lette, e le leggo di nuovo, e benchè trista e spaventosa ne sia la materia, pure vi voglio persistere, affinchè considerando mentre vivo l´intensità di quelle pene, non le abbia ad esperimentare sensibilmente dopo morte. »
Coi sentimenti della più viva penetrazione nel corso della quaresima di quest´anno fece altresì i santi spirituali esercizi; finiti i quali, quasi più nulla si dovesse aspettare in questo mondo, dimostrava che il più grande di tutti i favori che il Signore gli potesse concedere era quello degli esercizi spirituali. « Ella è grazia la più grande, diceva

 

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con trasporto ai suoi compagni, che Dio possa fare ad un cristiano accordandogli un tal mezzo onde trattare, e disporre delle cose dell´anima sua con piena cognizione, con tutto l´agio, e con soccorso di circostanze sì favorevoli, quali sono meditazioni, istruzioni, letture, buoni esempi. Oh quanto siete buono Signore verso di noi; che ingratitudine non sarebbe mai per chi non corrispondesse a tanta bontà di un Dio! »
Così mentre egli s´andava perfezionando nella virtù, e arrichiva l´anima sua di meriti dinanzi al suo Signore, s´approssimava il tempo in cui doveva riceverne la ricompensa come pare egli abbia in più guise antiveduto.
CAPO QUINTO
Diviene infermo, muore
Un´anima sì pura, e di sì belle virtù adorna qual era quella del Comollo, direbbesi nulla dover paventare, all´avvicinarsi l´ora della morte. Eppure ne provò pur egli grande apprensione. Ahi che sarà del peccatore se anche le anime buone temono pur cotanto al doversi presentare al cospetto del divin Giudice a rendere conto dell´operato! Era il mattino del 25 marzo 1839, giorno della SS. Annunziata, che io nell´andare in Capella lo (1) incontrai pei corridoi che mi stava aspettando, e come l´ebbi interrogato del buon riposo, mi rispose francamente essere per lui spedita. Ne fui molto sorpreso, stante che il giorno avanti avevamo passeggiato buon tempo insieme, e sentivasi in perfetto essere di salute; onde chiesta la cagione di un tal parlare « Sento, rispose egli, sento un freddo che m´occupa tutte le membra, mi duole alquanto il capo, lo stomaco è impedito, del male però poco mi do pena, quello che mi atterrisce (ciò diceva con voce seria) si è il dovermi presentare al grande Giudizio di Dio.» Esortandolo io a non volersi così affannare, essere queste certamente cose remote, e avere tutto il tempo a prepararsi, entrammo in Chiesa. Ascoltò ancora la santa Messa, dopo la quale venne sorpreso da uno sfinimento di forze, per cui dovette tosto mettersi a letto. Terminate che furono le funzioni di Capella mi recai a visitarlo nella propria camerata, dove appena mi vide tra gli astanti, fece segno che gli m´approssimassi e fattomi chinare il capo, come se avesse a manifestarmi cosa di grande importanza, così prese a dire « Mi diceste; che era cosa remota e che eravi
(1) Tutto ciò che quivi minutamente ´racconto è stato scritto parte durante sua malattia, parte immediatamente dopo da un suo compagno.

 

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ancor tempo a prepararmi prima d´andarmene, ma non è così; so certo che debbo presentarmi presto al cospetto di Dio; poco tempo mi resta a dispormi; vuoi che ti dica di più ? Abbiamo da lasciarci. » Io lo esortava tuttavia a non inquietarsi, e non affannarsi con tali idee; non m´inquieto, interrompendomi disse, nè m´affanno, solo penso che debbo andare al gran Giudizio, e Giudizio inappellabile, e questo agita tutto il mio interno. Tali parole mi colpirono al vivo, e mi resero assai inquieto; perciò ogni momento desiderava sapere delle sue nuove, e ogni volta che io lo visitava mi ripeteva sempre le stesse parole. « S´avvicina il tempo che debbo presentarmi al divin Giudizio, dobbiamo lasciarci » talmente che nel decorso di sua malattia mi furono non una, ma più di quindici volte ripetute. Locchè sin dal primo giorno di malattia manifestò anche a più altri suoi colleghi nell´occasione che da loro era stato visitato. Disse pure che il suo male sarebbe inteso al rovescio dai medici, che operazioni, e medicine non gli avrebbero prodotto verun giovamento. Il che tutto avvenne. Queste cose che dapprima io attribuiva a mero timore dei Giudizi divini, al vedere poi che s´andavano avverando di tratto in tratto, le palesai ad alcuni compagni, quindi allo stesso nostro signor Direttore Spirituale, il quale benchè sulle prime ne facesse poco conto, rimase poi molto maravigliato dacchè ne vide gli effetti.
Frattanto il Comollo si stette il lunedì febbricitante in letto, il martedì, e mercoledì passolli fuori di letto, però sempre tristo, e melanconico assorto nel pensiero dei Giudizi divini. Alla sera del mercoledì si pose di nuovo a letto come infermo per non levarsi più. Fra il giovedì, venerdì, sabato della stessa settimana (santa) gli furori fatti tre salassi, prese vari medicinali, ruppe in copioso sudore, il che non gli recò alcun giovamento. Il sabbato a sera, vigilia di Pasqua, andatolo a visitare, « poichè, mi disse, dobbiamo lasciarci, e fra poco io debbo presentarmi al Giudizio, avrei caro che tu vegliassi meco questa notte, perciò dimanderò licenza, e spero mi sarà concesso ». Come ebbe parlato col signor Direttore, il quale tosto conobbe alcuni sintomi del peggio di sua malattia, mi diede licenza di passare coll´infetino la notte del 30 marzo precedente al solenne giorno di Pasqua. Verso le otto mi accorsi che la febbre facevasi più violenta, alle otto e un quarto l´assalì un, accesso di febbre convulsiva sì gagliardo, che gli tolse l´uso della ragione. Sulle prime faceva un lamento clamoroso, come se fosse stato atterrito da qualche spaventevole oggetto; da lì a mezz´ora tornato alquanto in se, e guardando fisso gli astanti, proruppe in tale esclamazione, ahi Giudizio! Quindi cominciò a dibattersi con forze tali, che cinque, o sei che eravamo astanti appena lo potevamo trattenere in letto.

 

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Tali dibattimenti durarono per ben tre ore, dopo i quali ritornò in piena cognizione di se stesso. Stette lunga pezza pensieroso, come occupato in seria riflessione, quindi deposta quell´aria di mestizia, e terrore che da più giorni dimostrava pei Giudizi Divini, comparve tutto tranquillo, e placido, parlava, rideva, rispondeva a tutte le interrogazioni, che gli venivano fatte. Gli fu chiesto da che provenisse un tale cangiamento, poc´anzi sì tristo poscia sì gioviale, e affabile. A tale dimanda mostrossi dapprima imbrogliato a rispondere, poscia rivolto qua, e là lo sguardo se da nissuno fosse udito, prese a parlare sotto voce con uno degli astanti: « fin ora paventai di morire pel timore dei Giudizi Divini; questo tutto m´atterriva, ma ora sono tranquillo, e nulla più temo per le seguenti cose, che in amichevole confidenza ti racconto; mentre era estremamente agitato pel timore del giudizio divino, parvemi in un istante essere stato trasportato in una profonda, ed ampia valle, in cui lo squilibrio dell´aria, e le bufere del vento furioso toglievano ogni forza, e vigore a chiunque colà capitava. Nel centro di questa valle v´era un profondo abisso a guisa di fornace, onde uscivano fiamme avvampanti... A tal vista spaventato mi posi a gridare per timore di dovere in quella voragine precipitare. Quindi mi voltai all´indietro per fuggire, ed ecco un´innumerevole turba di mostri di forma spaventevole, e diversa, che tentava urtarmi in quell´abisso... Allora gridai più forte, e tutto confuso, senza sapere che mi face, feci il segno della santa Croce, alla qual vista quei mostri volevano chinare il capo, ma non potevano, perciò si contorcevano scostandosi alquanto da me. Tuttavia non poteva ancora fuggire, e liberarmi da quel mal´augurato luogo; allorché vidi una mano di forti guerrieri venire in mio soccorso. Essi assalirono vigorosamente quei mostri, alcuni dei quali rimasero sbranati, altri stesi a terra, altri si diedero a vergognosa fuga. Liberato da tale frangente presi a camminare per quella spaziosa valle, finchè giunsi ai piedi di un´alta montagna, su cui solo si poteva salire per una scala i cui scaglioni erano occupati da tanti serpenti, pronti a divorare chiunque vi ascendesse. Non v´era altro passaggio che salire su quella scala, a salire la quale non osava inoltrarmi, temendo essere da que´ serpenti divorato; quivi abbattuto dalle angustie, e dagli affanni, privo di forze, già veniva meno, quando una donna che io giudico essere la comune nostra Madre, vestita nella più gran pompa, mi prese per mano, fecemi rizzare in piedi e dicendomi di andare con lei s´incamminava qual guida su per quella scala. Come essa pose il piede sugli scaglioni tutti quei serpenti voltavano altrove la mortifera loro testa, nè si volgevano verso di noi sinchè non fummo alquanto da loro lontani´. Giunti in cima a quella scala mi trovai in un deliziosissimo giardino, dove io

 

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vidi cose che non mi sono giammai immaginato che esistessero. Questo appagò talmente il mio cuore, e mi rese sì tranquillo, che ben lungi dal temere la morte, io la desidero che venga presto, affine di potermi unire col mio Signore. » Sin qui l´infermo.
Checchè se ne voglia dire dell´esposizione del sovraesposto racconto, il fatto fu che quanto grande era prima lo spavento, e il timore di comparire innanzi a Dio, altrettanto più allegro mostravasi di poi, e desideroso che giugnesse un tal momento; non più tristezza, o malinconia in volto, ma un aspetto tutto ridente, e gioviale, in guisa che sempre voleva cantare salmi inni, o laudi spirituali. Intanto avvertito l´infermo essere cosa buona che in quel giorno ricevesse i ss. Sacramenti, occorrendo appunto la solennità di Pasqua, « volentieri ripigliò, e poichè dicono che il Signore risuscitò dal sepolcro in circa quest´ora (erano le quattro, e mezzo del mattino) vorrei che risuscitasse anche nel mio cuore coll´abbondanza della sua grazia. Non ho alcuna cosa di presente che m´inquieti la coscienza, nullameno atteso lo stato in cui mi trovo, ho piacere di parlare col mio confessore prima di ricevere la santa comunione ». La è pur questa cosa degna d´osservazione; un figlio vissuto nel secolo, sul vigore di sua età, persuaso doversi fra poco presentare al giudizio, dire francamente nulla fargli pena alla coscienza... essere tranquillo. Forza è pur dire che ben regolata sia stata la sua vita, puro il cuore, e pura l´anima sua.
Spettacolo poi veramente edificante, e maraviglioso fu la sua comunione. TeL•ninata la confessione, fatta la preparazione per ricevere il SS. Viatico, già il signor Direttore, che ne era il ministro, seguito dai Seminaristi entrava nella camera d´infermeria; al suo primo comparire, l´infermo tutto turbato, cangia colore, muta d´aspetto, e pieno di santo trasporto esclama: « oh bella vista... giocondo vedere...! Mira come risplende quel sole! Quante belle stelle gli fanno corona! Quanti prostrati a terra l´adorano e non osano alzar la chinata fronte, deh! lascia che io vada inginocchiarmi con loro, e adori anch´io quel non mai veduto sole. » Mentre tali cose diceva, voleva rizzarsi, e con forti slanci tentava portarsi verso il SS. Sacramento; io mi sforzava onde trattenerlo in letto; mi cadevan le lagrime dagli occhi per tenerezza, e stupore, non sapeva che dire, nè che rispondergli; ed egli vieppiù si dibatteva onde portarsi verso il SS. Viatico; nè s´acquetò finché non l´ebbe ricevuto. Dopo la Comunione tutto nei più affettuosi sentimenti concentrato verso il suo Gesù, stette alcun tempo immobile, quindi ripieno di meraviglia « oh... portento d´amore, esclamava! Chi mai son io per essere fatto degno di tesoro sì prezioso! oh! esultino pure gli Angeli del cielo, ma ben con più di ragione ho io di che allegrarmi, giacchè colui che gli angeli prostrati mirano

 

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rispettosamente in Cielo svelato, io lo custodisco nel seno : quem Coeli capere non possunt meo gremio confero : magnificavit Deus facere nobiscum ;
oprò il Signore con me le sue meraviglie, e ne fui di celeste gioia, e
di divina consolazione ripieno, et facti sumus laetantes. » Queste, ed altre simili giaculatorie andò pronunziando per buon tratto di tempo.
In fine sommessa la voce chiamommi a se, e mi pregò a non parlargli più d´altro che di cose spirituali, dicendo essere troppo preziosi quegli ultimi momenti che gli- restavano ancor di vita, doverli tutti impiegare a glorificare il suo Dio; perciò non darebbe più alcuna risposta, qualora fosse intorno ad altre cose interrogato.
Difatti in tutto il tempo de´ suoi convulsivi dibattimenti se veniva interrogato intorno a cose temporali vaneggiava, se intorno alle cose spirituali dava le più sode risposte.
Il male intanto andava ognora più crescendo, si fece consulto, si proposero medicinali, s´eseguirono varie operazioni, insomma si operò quanto l´arte dei medici, e dei chirurghi poteva, ma tutto senza effetto, avverandosi così ogni cosa nel modo, e nelle circostanze dall´infermo prenunziate.
In questo mentre trovandosi in libertà onde poter ragionare confidenzialmente con un suo amico (giacchè gli altri seminaristi erano andati tutti al Duomo) tenne un ragionamento, che per essere tutto pieno di tenerezza e di religiosi sentimenti io trascrivo alla lettera tale quale mi viene presentato « Con voce che indicava particolarità così prese parlare: Eccoci, diceva al suo amico, eccoci adunque prossimi al momento in cui noi dobbiamo per alcun tempo lasciarci, ascolta pertanto i ricordi che un amico può lasciare ad un altro amico. Non è solo dovere dell´amico, far quello che l´amico richiede mentre ambi vivono, ma eseguire altresì quanto a vicenda raccomandasi da effettuarsi dopo la morte. Perciò a seconda del patto che abbiamo fatto colle più obbliganti promesse, cioè oremus ad invicem ut salvemur, non solo voglio che si estenda sino alla morte dell´uno, o dell´altro, ma di amEdue; onde, finch´è tu condurrai i tuoi, giorni quaggiù, prometti, e giura di pregar per me. Benchè in udir tali parole, asserisce l´amico, mi sentissi forzato a piangere, pure frenai le lacrime, e promisi nel modo richiesto quanto voleva. Or bene l´infermo proseguiva, ecco quello che io posso dire a tuo riguardo: Non sai ancora se brevi,
o lunghi saranno i giorni di tua vita; ma checchè ne sia sull´incertezza dell´ora, n´è certa la venuta; perciò fa in maniera _che tutto il tuo vivere
altro non sia che una preparazione alla morte al Giudizio... Gli uomini pensano di quando in quando alla morte, credono che verrà quella non voluta ora, ma non vi si dispongono, epperciò allorchè s´appressa il momento rimangono confusi, e chi muore in confusione per lo più

 

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va eternamente confuso! Felici quelli che passando i loro giorni in opere sante, e pie si trovano apparecchiati per quel momento. Se poi sarai chiamato dal Signore a divenir guida delle anime altrui, inculca mai sempre il pensiero della morte, del Giudizio, rispetto alle Chiese; poichè si vedono pur troppo anche persone d´abito distinto che hanno poca riverenza alla casa di Dio, perciò alle volte avviene che un uomo della plebe, una vil donniciuola stia colle più sante disposizioni, mentre il ministro del Santuario vi sta svagato senza riflettere che si trova nella casa del Dio vivente!
Siccome poi per tutto il tempo che militiamo in questo mondo di lacrime, non abbiamo patrocinio più possente che quello di Maria SS., devi perciò averle una special divozione. Oh! se gli uomini potessero essere persuasi qual contento arrechi in punto di morte essere stati divori di Maria, tutti a gara cercherebbero nuovi modi con cui offrirle speciali onori. Sarà pur cessa, che col suo figlio tra le braccia formerà la nostra difesa contro il nemico dell´anima nostra all´ora estrema; s´armi pur tutto contro di noi l´inferno, con- Maria in nostra difesa, nostra sarà la vittoria. Guardati però bene dall´essere di quei tali, che per recitare a Maria qualche preghiera, per offrirle qualche mortificazione credono essere da lei protetti, mentre conducono una vita tutta libera, e scostumata. A vece di essere di tali divoti, è meglio non esserlo, perchè se si mostrano tali, è puro effetto d´ipocrisia per essere favoriti nei loro cattivi disegni, e quello che è più, se fosse possibile, farle approvare la loro vita sregolata. Sii tu sempre dei veri divori di Maria coll´imitare le di lei virtù e proverai i dolci effetti di sua bontà, ed amore.
Aggiungi a questo la frequenza dei sacramenti della confessione, e Comunione, che sono i due istrumenti ossia le due armi colle quali si superano tutti gli assalti del comun nemico, e tutti gli scogli di questo borrascoso mare del mondo. Avverti finalmente con chi tratti, parli, e chi tu frequenti. Non parlo già delle persone di sesso diverso od altre persone secolari, che siano per noi d´evidente pericolo, le quali si devono affatto fuggire; ma parlo degli stessi compagni chierici, e anche seminaristi; alcuni di essi sono cattivi, altri non sono cattivi, ma non molto buoni, altri poi sono veramente buoni. I primi si devono assolutamente fuggire, coi secondi solo trattare qualora si dia il bisogno, ma non formare alcuna famigliarità, gli ultimi poi si devono frequentare,: e questi sono quelli da cui si riporta l´utilità spirituale, e temporale. Egli è vero, questi compagni sono pochi, ed è appunto per questo che devesi usare la più guardinga cautela, e trovatine alcuni frequentarli, e formare quella spirituale famigliarità dalla quale si ricava tanto profitto. Coi buoni sarai buono coi cattivi sarai cattivo.

 

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Una cosa ho ancora da dimandarti, di cui ti prego cordialmente, cioè quando andrai al passeggio, passando presso il luogo di mia tomba udrai i compagni dire qui sta sepolto il nostro collega Comollo; allora tu suggerisci in prudente maniera a ciascheduno da parte mia che mi recitino un pater ed un requiem. In tal guisa io sarò dalle pene .del purgatorio liberato. Molte cose tí direi ancora, ma m´accorgo che il male prende forza, e m´opprime, perciò raccomandami alle preghiere degli amici, prega il Signore per me, Iddio di accompagni e ti benedica, e ci rivedremo quando egli vorrà. » Questi sentimenti, esternati in quei momenti in cui si manifesta tutto l´intrinseco del cuore formano il vero ritratto dell´animo suo. Il pensiero delle massime eterne, frequenza dei sacramenti, tenera divozione verso la Madonna, fuggire i compagni pericolosi, cercare quelli da cui sperava ricavare qualche giovamento per le cose di studio, e di pietà formavano lo scopo di tutte le sue azioni.
Sorpreso verso la sera del giorno di Pasqua da violento accesso di febbre accompagnato dalle più dolorose convulzioni, a stento si poteva trattenere; se non che trovossi uno spediente efficacissimo per acque-tarlo. Comunque fuori di se, agitato dalla gagliardia del male: dettogli appena: Comollo: per chi bisogna soffrire ? Egli subito ritornava in se, e tutto gioviale, e ridente, quasi tali parole gli alleviassero il male: per Gesù Crocifisso, rispondeva. In simile stato senza mai profferire un lamento per l´intensità del male, passò la notte, e quasi intiero il giorno susseguente. In questo frattempo fu visitato da suoi genitori, i quali conobbe appieno, e raccomandò loro a rassegnarsi alla divina volontà, e non dimenticarsi di lui nelle loro preghiere. Di quando in quando si metteva a cantare con voce ordinaria, e così sostenuta, che l´avresti detto nel perfetto suo essere di salute; il suo canto era il Miserere, le litanie della Madonna, l´Ave Maris Stella, laudi spirituali. Ma siccome il cantare di troppo lo stancava e gli aumentava il male, si cercò anche un mezzo per farlo tacere, che fu di suggerirgli la recita di qualche preghiera, e così egli cessava di cantare, e diceva quello che gli veniva suggerito.
Alle sette di sera 1. aprile andando le cose ognor in peggio, il signor Direttore spirituale stimò bene amministrargli l´Olio Santo, nel qual tempo pareva perfettamente guarito; rispondeva opportunamente a quanto abbisognava, talchè il Sacerdote ebbe a dire essere cosa del tutto singolare, che mentre pochi momenti prima pareva in agonia potesse con tanta precisione far l´assistente al ministro, rispondendo a tutte le preci e responsori che in tale amministrazione occorrono. Lo stesso avvenne alle undici, e mezzo quando il signor Rettore al vedere che un freddo sudore cominciava coprirgli il pallido volto gli comparici la papale benedizione.

 

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Amministrati così tutti i santi sacramenti non pareva più un infermo, ma uno che stesse in letto per riposo; era del tutto consapevole di se stesso con animo pacato, e tranquillo, tutto allegro, altro non faceva che fervorose giaculatorie a Gesù Crocifisso, a Maria Santissima, ai Santi; perlocchè il signor Rettore ebbe a dire che non abbisognava che altri gli raccomandasse l´anima essendo sufficiente per se medesimo. Un´ora dopo la mezzanotte del 2 aprile, dimandò ad uno degli astanti quanto tempo v´era ancora: gli fu risposto: v´è ancor mezz´ora. C´è ancora di più soggiunse l´infeimo. Sì, ripigliò l´altro credendo che vaneggiasse; ancor mezz´ora, poi andremo alla • ripetizione. Eh, ripigliò l´infermo sorridendo, bella ripetizione!... v´è altro che ripetizione. Richiesto da un compagno, se sarebbesi ricordato di lui quando fosse in paradiso, rispose: mi ricorderò di tutti, ma in modo particolare di quelli che m´aiuteranno ad uscir presto dal purgatorio. Ad un tocco e mezzo benchè conservasse sempre la solita serenità nel volto, apparve talmente estenuato di forze, che sembrava mancargli il respiro; rinvenuto poscia un tantino, raccolto quanto di vigor aveva, con voce franca, con gli occhi elevati in alto proruppe in tali accenti :
Vergine santa Madre Benigna, cara madre del mio amato Gesù, Voi che fra tutte le creature sola foste degna di portarlo nel Vergineo ed immacolato Seno, Deh per quel amore con cui l´allattaste lo stringeste amorosamente fra le vostre braccia, per quel che soffriste allorchè gli foste compagna nella sua povertà, allorchè lo vedeste fra gli strapazzi, sputi, flagelli, e finalmente spasimare morendo in Croce; Deh per tutto questo ottenetemi il dono della fortezza, viva fede, ferma speranza, infiammata Carità, con sincero dolore dei miei peccati, ed ai favori che mi avete ottenuti in tutto il tempo di mia vita, aggiungete la grazia che io possa fare una santa morte. Sì cara Madre pietosa assistetemi in questo punto che stò per presentare l´anima mia al Divin giudizio, presentatela Voi medesima nelle braccia del Vostro Divin Figlio; che se tanto mi promettete, ecco io con animo ardito, e franco appoggiato alla vostra clemenza, e bontà, presento per mezzo delle vostre mani, quest´anima mia a quella Maestà Suprema, la cui misericordia conseguire spero. » Tali furono le precise parole da lui pronunciate con tanta enfasi, e penetrazione, che commossero tutti gli astanti, sino a trarre le lacrime.
Terminata questa fervorosa preghiera pareva venir sorpreso da un letargo mortale, onde per tenerlo in sentimento gli dimandai se sapeva qual età avesse San Luigi, quando morì, alla qual domanda scossosi, « S. Luigi, rispose, aveva ventitre anni compiuti, io muoio che non ne ho ancora nemmen ventidue.» Vedendolo intanto estremamente sfinito di forze, venirgli meno il polso, m´accorsi appressarsi

 

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il momento che egli doveva dare l´ultimo abbandono al mondo, ed ai compagni; perciò presi a suggerirgli quel tanto che venivami a pro‑
posito in simili circostanze, ed egli tutto attento a ciò che gli si diceva,
col volto, e colle labbra ridenti, conservando l´inalterabile sua tranquillità fissi gli occhi nel Crocifisso che stretto teneva tra le mani
giunte innanzi al petto, si sforzava di ripetere ogni parola che gli veniva suggerita. Circa dieci minuti prima del suo spirare chiamò uno degli astanti, se vuoi gli disse, qualche cosa per l´eternità, io... addio me ne parto. Queste furono le ultime sue parole. Quindi per la durezza delle labbra e lo spessore della lingua, non potendo più colla voce pronunziare le giaculatorie suggerite le componeva, e articolava colle labbra. Eranvi altresì due Diaconi che gli leggevano il proficiscere, il quale terminato, mentre l´anima sua si raccomandava alla Vergine Santissima, agli Angeli onde fosse da loro offerta nel cospetto dell´altissimo, nell´atto che si pronunciavano i nomi di Gesù, e di Maria, sempre sereno, e ridente in volto, movendo egli un dolce sorriso a guisa di chi resta sorpreso alla vista di un maraviglioso, e giocondo oggetto, senza far alcun movimento l´anima sua bella si separò dal corpo volando, come piamente si spera, a riposare nella pace del Signore: le due pomezzanotte prima che sorgesse l´aurora del due aprile 1839 in età d´anni 22 meno 5 giorni. Così morì il giovine chierico Comollo Luigi, il quale seppe gettare nel suo cuore i semi della virtù nelle più rozze occupazioni, coltivarli in mezzo alle lusinghe del mondo, perfezionarli con due anni, e mezzo circa di chiericato, facendoli venire a tutta maturazione con una penosa malattia, e mentre che ognuno si stimava contento di averlo chi per modello, chi per guida nei consigli, altri per amico leale, egli tutti lasciò nel mondo per andarci a proteggere, come fondatamente si spera, in Cielo.
Parrebbe sulle prime che un´anima buona, sì cristianamente vissuta qual si era quella del Comollo, non avrebbe dovuto paventare tanto i giudizi divini; ma se ben si osserva, questa è la condotta ordinaria che tiene Iddio co´ suoi eletti, i quali all´idea di doversi presentare al rigoroso Tribunale ne rimangono pieni di timore, e spavento; ma esso corre in loro soccorso, e in vece che lo spavento del peccatore continua in agitazioni rimorsi, e disperazione, quello dei giusti si cangia in coraggio, confidenza, e rassegnazione che produce nel loro cuore la più dolce allegrezza; e questo è veramente il punto in cui Iddio comincia a far gustare al giusto il centuplicato compenso delle opere buone che egli ha fatto secondo la promessa del Vangelo, con raddolcire le amarezze della morte per via di una pacatezza, e tranquillità d´animo, di un contento, e gaudio interno che ravviva la loro fede, conferma la speranza, infiamma la carità, a segno che il male per

 

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dir così, rallenta il suo rigore, e vi sottentra un saggio anticipato del godimento di quel bene che Iddio sta per compartir loro in eterno; il che solo, parmi dovrebbe stimarsi guiderdone sufficiente pei travagli di tutta la vita, confortarci a tollerarli -con rassegnazione e regolare tutte le azioni nostre a seconda dei divini precetti.
CAPO SESTO
Suoi Funerali
Fattosi giorno, e sparsasi la voce della morte del Comollo tutto il seminario rimase nella più mesta costernazione; diceva taluno: in
quest´ora Comollo è già in paradiso a pregare per noi; un altro: quanto bene previde la sua morte! Questi: visse da giusto, morì da santo; quell´altro: se dagli uomini si può giudicare che un´anima partendo dal mondo voli al paradiso, certamente si può affermare di quella del Comollo. Quindi ognuno andava a gara onde avere qualche cosa che fosse stata di sua pertinenza. Taluno fece il possibile per avere il suo Crocifisso, altri per avere divote immagini; altri poi si stimavano grandemente contenti di poter avere qualche suo librettino, e fuvvi persino chi, non potendo avere altro, prese il suo collare onde conservarsi stabile memoria di tanto amato, e venerato collega.
Il signor Rettore del seminario, mosso pur egli dalle singolari circostanze che accompagnarono la di lui morte, comportando a mal in cuore, che il di lui cadavere fosse portato al cimitero comune, appena giorno si recò a Torino dalle autorità civili, ed ecclesiastiche, da cui ottenne che fosse sepolto nella chiesa di san Filippo aderente al Seminario medesimo. Il professore della conferenza del mattino, cominciò la scuola all´ora solita, ma venuto il tempo di spiegare, rimirando la mestizia che tutti gli uditori avevano dipinta in fronte, fu egli pure talmente commosso, che prorompendo in lacrime, e singhiozzi dovette intralasciare la scuola, non avendo più forza di proferir parola.
L´altro professore la sera venne pure in iscuola ma invece della solita spiegazione fece un patetico discorso sulla morte del Comollo, nel qual
discorso, diceva essere ben giusto il dolore che ognuno esternava per
la perdita di sì prezioso compagno, ma doversi dall´altro canto ognuno di noi rallegrare nella dolce speranza, che una vita sì edificante, una
morte sì preziosa dovesse averci procurato un protettore in Cielo. Esortò tutti a proporselo per modello di virtuosa, e costumata chieri‑

 

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cale condotta. Definì inoltre in varie maniere la sua morte; morte di un giusto, morte preziosa negli occhi del Signore, e finì con raccomandarci che ne serbassimo sempre cara memoria, e procurassimo imitarne le virtù.
Il mattino del 3 aprile coll´intervento di tutti i seminaristi, di tutti i superiori, del signor Canonico Curato colla sua comitiva fu il suo cadavere processionalmente portato per la città di Chieri, e dopo lungo giro accompagnato con funerei cantici, e pie preghiere fu portato alla suddetta Chiesa di San Filippo. Quivi giunti con lugubre musica, con nero, e pomposo apparato si cantò Messa dal signor Direttore presente cadavere; terminata la quale venne deposto in una tomba preparatagli vicino allo steccato che ne tramezza la balaustrata. Quasi che quel Gesù sacramentato, verso cui mostrò tanto amore, e sì volentieri con lui si tratteneva, vicino pure lo volesse anche dopo la morte.
Sette giorni dopo fecesi pure un solenne funerale con tutto il possibile apparato di addobbamenti, e di lumi.
Questi furono gli ultimi onori resigli dai suoi colleghi, i quali oltremodo dolenti niente risparmiarono a favor di un compagno a tutti carissimo.
CAPO SETTIMO

Conseguenze di sua morte
Ella è verità veramente innegabile che la memoria delle anime buone non finisce colla loro morte, ma viene tramandata a posteri con loro utilità. Una malattia, e morte accompagnata da tanti belli esempi, e sentimenti di virtù e di pietà, risvegliò pure in molti seminaristi il desiderio di volernelo imitare. Perciò non pochi s´impegnarono a seguitare gli avvisi, e consigli loro dati mentre ancora viveva, altri a tener dietro a´ suoi esempi, e virtù, di modo che alcuni seminaristi che prima non mostravano gran fatto di vocazione allo stato cui dicevano aspirare, dopo la morte del Comollo si videro con le più ferme risoluzioni divenire modelli di virtù.
« Egli fu appunto alla morte del Comollo, dice un suo compagno, che mi sono risoluto di menare una vita da bravo Chierico per divenire santo ecclesiastico, e quantunque tale determinazione sia stata finora inefficace, ciò nulla meno non mi rimango, anzi voglio addoppiare vieppiù ogni giorno l´impegno. » Nè queste furono solamente determinazioni di primo movimento, ma continua ancora aggidì farsi sen

 

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tire il buon odore delle virtù del Comollo. Onde il Rettore del Seminario alcuni mesi sono, m´ebbe a dire che « il cangiamento di moralità avvenuto nei nostri Seminaristi alla morte del Comollo, continua ad essere tuttodì permanente. »
Qui sarebbe opportuno osservare che tutto questo avvenne principalmente dietro a due apparizioni del Comollo seguite dopo la di lui morte; una delle quali viene testificata da un´intiera camerata d´individui; come pure sarebbe conveniente parlare di alcuni favori celesti che all´intercessione del medesimo furono ottenuti.
Io però tutto questo tralascio, contentandomi solo di chiudere questo comunque siasi ragguaglio, con due fatti, ai quali atteso il carattere, e la dignità delle persone che li affermano panni potersi prestare tutta la credenza.
Una persona molto impegnata pel servizio di Dio era da lungo tempo tentata: quando con un mezzo, quando con un altro aveva sempre riuscito a vincere la tentazione; un giorno poi fu sì gagliarda, che pareva ornai essere sgraziatamente vinta, e quanto più cercava d´allontanare le cattive idee dalla sua fantasia, tanto più vi correvano. Secco, arido, non poteva muoversi a pregare; allorchè volgendo lo sguardo sopra un tavolino, vide un oggetto che apparteneva al Comollo che conservava qual grata memoria di lui: « allora mi posi a gridare, afferma la persona medesima, se tu sei in paradiso, e mi puoi favorire presso il Signore pregalo che mi liberi da questo terribile frangente. Gran cosa! dette appena tali parole quasi fosse mutato in un altro cessò del tutto la non voluta tentazione e mi trovai tranquillo. D´allora in poi non tralasciai più d´invocare in mio soccorso quell´Angioletto di costumi ne´ miei bisogni, e ne fui ognor favorito. »
L´altro fatto io lo scrivo tal quale mi viene esposto da chi ne fu l´attore, e testimonio oculato. « Un mattino fui chiamato a. tutta fretta a raccomandare al Signore l´anima di un mio amico il quale pativa l´ultima agonia. Là giunto lo trovai veramente qual erami stato detto; era privo dell´uso dei sensi, e della ragione, aveva gli occhi acquosi, le labbra dure, e bagnate di freddo sudore, le arterie sfinite, e mancanti sì, che avresti detto a minuto dovesse mandare l´ultimo respiro: lo dimandai più volte, ma senza pro. Non sapendo più che mi fare, diritte mi cadevano le lacrime; e in tal frangente venutomi in mente il chierico Comollo, di cui eranmi state riferite tante belle virtù, volli a sfogo del mio dolore invocarlo. Orsù, dissi, se tu puoi qualche cosa presso il Signore, pregalo che sollevi quest´anima addolorata, e sia liberata dalle angosce di morte. Questo dissi, e l´infeiuiio tosto lasciato andare l´estremo del lenzuolo che stretto teneva tra denti, si riscosse, e cominciò parlare quasi non fosse stato ammalato, e il

 

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suo miglioramento fu tale, che passati otto giorni l´infermo si trovò totalmente guarito da una malattia che esigeva più mesi di convalescenza, e potè ripigliare le primiere sue occupazioni. »
Nel decorso di questo ragguaglio poco si parlò della virtù della modestia che era appunto quella, che in modo particolare caratterizzava il Comollo. Un esterno così regolato, una condotta tanto esatta, una compostezza sì edificante, una mortificazione sì compita di tutti i sensi e principalmente degli- occhi fanno arguire che egli abbia una tale virtù in grado eminente posseduta: e a me pare non dire di troppo se affermo, e nutro costante opinione che egli abbia portata all´altra vita la bella stola dell´innocenza battesimale. Questo io argomento non solo dalla scrupolosa riserbatezza nel trattare, o parlare con persone di sesso diverso; ma molto più da certe materie teologiche che egli niente affatto comprendeva, da certe interrogazioni ridicole che talvolta faceva, il che mostrava la sua semplicità, e purezza. Mi conferma in questa opinione ciò che rilevai dal suo Direttore di spirito, il quale dopo lungo discorso meco fatto sul Comollo, conchiuse che aveva egli conosciuto in lui un Angioletto di costumi, che fervoroso, e divoto di s. Luigi sempre si studiava d´imitarne le virtù; difatti tuttavolta che di questo santo faceva parola, (oltrecchè gli offriva mattina, e sera special preghiera) parlavane sempre con trasporto di contento, e di gioia; anzi gloriavasi perché ne portava il nome. Son Luigi di nome, diceva, ah potessi pure un giorno essere Luigi di fatti; che se studiavasi di seguire le virtù di S. Luigi gli avrà certamente tenuto dietro in quella che di tal santo è la caratteristica il candore, e purità di costumi.
Dal fin qui esposto ognun facilmente comprende come le virtù del Comollo quantunque non siano straordinarie, sono però nel loro genere singolari, e compite, di modo che parmi si possa proporre per esemplare a qualunque persona sia secolare, che religiosa: avendo per certo che chi sarà seguace del Comollo, diventerà giovine virtuoso Chierico esemplare, vero, e degno ministro del Santuario.
Ecco quel tanto che mi riesci di scrivere in torno al giovane Co-mollo Luigi, accertando ognuno avere ciò fatto con animo di esporre niente altro che la pura verità, e appagare le varie richieste fattemi da´ Colleghi, e da altre persone. Contento d´altro canto, se penna miglior della mia, servendosi di queste stesse memorie, che meschinamente ho esposte, aggiungendo, o togliendo ciò che più le torna a grado tesserà un più grazioso, compito, e ordinato racconto.
L´autore di questi cenni non intende di dare ad essi altro peso, se non quello della fede puramente umana.


AL LETTORE
Siccome l´esempio delle azioni virtuose vale assai più di qualunque elegante discorso, così non sarà fuor di ragione un cenno sulla vita di un giovanetto, il quale in breve periodo di tempo praticò sì belle virtù da potersi proporre per modello ad ogni fedele cristiano, che desideri la salute dell´anima propria. Qui non ci sono cose straordinarie, ma tutto è fatto con perfezione a segno che possiamo applicare al giovane Comollo quelle parole dello Spirito Santo : Qui timet Deum nihil negligit: Chi teme Dio nulla trascura di quanto può contribuire ad avanzarsi nelle vie del Signore.
Quivi sono molti fatti e poche riflessioni, lasciando che ciascuno applichi per sè quanto trova adatto al suo stato.
Tutto quello che qui si legge, fu quasi tutto tramandato agli scritti contemporaneamente alla sua morte, e già stampato nel 1844; e mi consola assai il poter con tutta certezza promettere la verità di quanto scrivo. Sono tutte cose pubbliche da me stesso udite e vedute o apprese da persone della cui fede non avvi luogo a dubitare.
Anzi i Superiori, che in quel tempo reggevano il Seminario di Chieri, vollero eglino stessi leggere e correggere ogni più piccola cosa che non fosse abbastanza esatta (1).
Giova notare che questa edizione non è riproduzione delle precedenti, ma contiene molte notizie che allora sembravano inopportune a pubblicarsi, ed altre che pervennero più tardi a nostra cognizione.
Leggi volentieri, o lettore cristiano, e se ti fermerai alquanto a meditare qual che leggi, avrai certamente di che dilettarti e farti un tenor di vita veramente virtuosa.
Che se scorrendo questo scritto ti sentirai animato a seguire qualcheduna delle accennate virtù, rendine gloria a Dio, al quale, mentre lo prego ti sia ognor propizio, queste poche pagine unicamente consacro.


Copertina della seconda edizione, adattata per i giovani, nella collana delle « Letture Cattoliche »

 

CAPO I

Patria e genitori di Luigi Comollo - Sua fanciullezza
Primi tratti di virtù

Nella diocesi di Torino, nel fertile paese di Cinzano e nella borgata detta Aprà, ebbe i suoi natali il nostro Luigi Comollo il 7 aprile 1817. I suoi genitori furono Carlo (1) e Giovanna Comollo, ambedue di professione contadini. Sebbene di condizione non molto agiata, essi avevano peraltro quei beni (2), assai più delle ricchezze pregevoli, quali sono la virtù e il timor di Dio. Il nostro Luigi sortì dalla natura un´anima buona, cuore arrendevole, indole docile e mansueta, cosicchè, giunto appena all´uso di ragione, tosto si videro allignare in lui quei primi semi di virtù e devozione, che mirabilmente si andarono perfezionando in tutto il corso della sua vita. Come potè apprendere a pronunziare i santi nomi di Gesù e di Maria, li ebbe ognora quali oggetti di tenerezza e riverenza. Non mostrava mai quella nausea o

(1) Carlo Comollo, nativo egli pure di Cinzano, era un vero modello dei padri di famiglia. In tutto il corso della sua vita non cercò mai altro che il necessario sostentamento per la sua famiglia, adoperandosi con tutte le forze onde poterla mettere così all´onore del mondo e vivere nel santo timor di Dio. Nelle sue contrarietà era sempre tranquillo come se niente fosse accaduto, tanta era la sua rassegnazione al voler di Dio. Sapeva farsi amare da tutti, caritatevole per quel che poteva verso i bisognosi, alieno dai litigi, non superbo, non vinolento, non iracondo, ma parco nel bere, modesto nel suo vestire e nel parlare, non portava mai odio con nessuno; amava e stimava tutti come se stesso. Fu più anni consigliere municipale e finalmente venne eletto sindaco. In questa carica non ha mai risparmiato alcuna sollecitudine che potesse contribuire al pubblico bene di sua patria, e fu sempre considerato da tutti come amico e padre de´ suoi patriotti. In una parola era il vero seguace di suo fratello il compianto rettore Comollo. Finalmente, dopo non lunga ma penosa malattia, colla gioia sul volto, munito di tutti i conforti della nostra santa religione, placidamente si addormentò nella pace del Signore nel mese di settembre l´anno 1862 in età di oltre 70 anni (a).

3 - Opere e scritti... Vol. V.

 

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svogliatezza nel pregare, che è propria dei fanciulli; anzi quanto più erano prolungate le preghiere, tanto più eran allegro e contento. È più volte avvenuto che, terminate le solite orazioni, diceva alla madre sua: « Mamma, ancora un Pater in suffragio delle povere anime del purgatorio ». Imparò con facilità a leggere e scrivere, e poichè la carità aveva piantato salde radici nel tenero cuore, così egli si servì ben tosto di quella prima istruzione a proprio e altrui spirituale vantaggio. Ne´ giorni festivi, mentre quelli di sua età andavano qua e là a trastullarsi, egli, raccoltine alcuni insieme, si tratteneva coi medesimi leggendo, o spiegando loro quel tanto che sapeva, oppure raccontando un qualche edificante esempio. Questo gli procurò la stima e il rispetto de´ suoi coetanei in guisa che, lui presente, ninno ardiva prorompere in parole sconce, o men che oneste. Che se ciò inavvedutamente avveniva, tosto l´un l´altro avvertiva: « Zitto, c´è Luigi che sente ». Sopraggiungendo egli ogni discorso men buono era interrotto. All´udire parole disdicevoli ai buoni costumi o alle cose di religione: « Non parlar così, tosto coll´ammirabile sua affabilità diceva, questo non istà bene nella bocca di un giovane cristiano ».

Un suo patriotta, compagno della sua giovinezza, raccontò e depose quanto segue (3): «Ho passato più anni della mia vita col giovane Comollo, e sebbene ei fosse un santerello ed io un vero dissipato, tuttavia egli mi soffriva e mi dava spesso degli avvisi, che mi sono tuttora altamente impressi nella mente. Un giorno io lo invitai a spendere danari nel giorno della festa del paese.

—   Che vuoi fare dei soldi, egli mi chiese, e in che spenderli ?

—   In comperarmi dei confetti.

—   Ma io non ne ho.

—   Non sai come provvederne ?

—   No, io non saprei.

-- Aspettare che tuo padre non veda e poi prenderli dalla sua saccoccia.

—   E quando egli lo sappia come se la passeranno le mie spalle e le mie orecchie ?

—  Oh tuo padre nol saprà mai. E poi bisogna essere coraggiosi; del resto possiamo far niente. — Non possiamo far niente di male e questo lo desidero di cuore.

—   Non parliamo così. Fatti dei quattrini, compreremo dei confetti, li mangeremo allegramente, e tuo padre ne saprà nulla.

—   O che tu mi burli, o che vuoi tradirmi. Lo sappia o non lo sappia mio padre, se io rubo divento un ladro. Dato che mio padre noi sappia, potrò evitare i castighi di lui, ma non quelli di Dio il quale vede tutto in cielo, in terra ed in ogni luogo. — Il pensiero che Dio vede tutto e

 

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che si trova in ogni luogo mi ha servito di ritegno in tante occasioni. Più volte ero sul punto di lasciarmi strascinare a commettere mancanze

in casa mia ed altrove, ma pensando che Dio mi vedeva e che poteva punirmi sull´istante, mi nasceva tosto in cuore ribrezzo al male e me ne asteneva ».

Secondochè esigeva la condizione sua, Comollo conduceva bestiami al pascolo, ma sempre lontano da persone di sesso diverso,

e con libretti spirituali tra le mani, che leggeva da sè solo o con altri (4).

Invitare i suoi compagni alla preghiera, raccontare loro curiose isto:delle, cantare con essi delle laudi sacre erano i modi pratici, con cui

Luigi teneva i suoi piccoli amici in allegria e li allontanava dal male. Con questo ten or di vita, mentre edificava gli altri col buon esempio, era l´ammirazione delle persone provette, le quali stupivano a tanta virtù in un giovanetto di prima età.

« Io aveva un figlio, afferma un padre, di cui non sapeva che farmi: l´aveva trattato con dolcezza e con rigore, e tutto indarno.

Mi venne in mente di mandarlo con Luigi, se mai gli fosse riuscito di renderlo alquanto docile, e più non mi fosse cagione di disgusto. Il mio monello dapprima mostravasi ritroso a frequentare chi poco secondava le sue mire, ma ben presto, allettato dalle attrattive di Luigi, divenne amico e compagno delle sue virtù, in guisa che al presente dimostra ancorala morigeratezza e la docilità, che ebbe succhiate da quell´anima buona ».

Singolare era l´obbedienza verso i suoi genitori. Da suo zio Comollo, dotto ecclesiastico e parroco di Cimano, egli aveva imparato questa

obbedienza la quale abbraccia, sostiene e conserva tutte le altre virtù;

perciò ad ogni cosa egli preponeva sempre quanto l´obbedienza proponeva (5). Pronto e attento a quanto veniva dai genitori ordinato

pendeva ansioso da ogni lor cenno, studiandosi con tutta sollecitudine

di prevenire anzi i loro comandi. Era la consolazione e la gioia della casa paterna. Quando al sopravvenire di qualche siccità, grandine o

perdita di bestiame i suoi parenti mostravnnsi affannati, Luigi era colui che li confortava a prendere come favore del Signore quanto accadeva. « Di questo avevamo bisogno, egli diceva; ogniqualvolta la mano del Signore ci tocca, ci usa sempre tratti di bontà; è segno che si ricorda di noi, e vuole che noi pure ci ricordiamo di Lui ».

Non era mai che si allontanasse dai suoi genitori senza l´espressa loro licenza, di cui era gelosissimo osservatore. Una volta andò nella città di Caselle a visitare alcuni suoi parenti con limitato permesso. Allettati essi dall´amabilità del suo edificante parlare, non gli permisero di partirsi per tempo. Del che ebbe tale rincrescimento che si ritirò in disparte a piangere nel vedersi costretto a disubbidire, e, come

 

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giunse a casa, tosto domandò perdono della disubbidienza suo malgrado commessa.

Si allontanava alle volte dalla presenza altrui, ma a fine di ritirarsi in qualche cantuccio della casa a pregare, o far meditazione. « Più volte lo vidi, afferma una persona che fu con lui allevata, mangiare in fretta, sbrigarsi di alcune occupazioni impostegli, e, mentre altri godevano un po´ di ricreazione, sotto qualche pretesto andarsi a nascondere in un fosso da vite, se era in campagna, sul fienile, se era in casa, ed ivi trattenersi in preghiere vocali o leggere libretti divoti ed imparare racconti edificanti, che egli leggiadramente ripeteva ai suoi amici ». Tanto è vero che anche fra le glebe Iddio sa guidare i rozzi e gli indotti per le sublimi vie della santità.

CAPO II

Sua prima Confessione - Prima Comunione
Suo desiderio di farsi Ecclesiastico

A questi bei segni di virtù andavano strettamente uniti i veri caratteri di divozione ed una grande tenerezza per le cose di religione. La qual cosa dimostrò fin da quando fece la sua prima Confessione (6). I suoi genitori si occupavano di lui come di un prezioso gioiello, che Dio aveva loro affidato, e, sebbene non toccasse ancora i sette anni, già l´avevano istruito intorno a tutto quello che è necessario per fare una buona Confessione. Parecchi giorni prima che facesse tale atto di pietà pregava più del solito e stava molto ritirato. Il mattino della Confessione fece un accurato esame di sua coscienza; di poi andò a presentarsi al confessore. Quando si trovò nel suo cospetto, richiamando alla memoria il gran pensiero che il confessore nel tribunale di penitenza rappresenta lo stesso Gesù Cristo, provò tale confusione, congiunta colla riverenza a quel Sacramento, tale apprensione per le sue colpe (se pur aveva colpa), sì grave dolore dei suoi peccati che proruppe in un profluvio di lagrime, ed ebbe bisogno di conforto a (127- principio e continuare la sua Confessione.

Con pari edificazione degli astanti fece la sua prima Comunione (7). Si può dire che appena ebbe l´uso di ragione si adoperò con tutti i mezzi a lui possibili a prepararsi degnamente a ricevere questo augusto Sacramento; ma la quaresima precedente a quella sua grande festa fu passata in continuo esercizio di cristiana pietà. I dieci giorni più prossimi al suo gran giorno, come egli soleva chiamarlo, passolli in vero

 

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ritiro con suo zio, senza più trattare con altra persona fuori del suo confessore. Avendo più volte udito predicare che Dio ricompensa grandemente le opere di carità che si fanno verso i poveri, volle egli pure, farne una speciale.

« Caro zio, gli disse un giorno dei suoi esercizi, a forza di risparmi voi sapete che mi sono messi insieme tre franchi. Se voi siete contento io li userò a comperare un paio di pantaloni ad un giovanetto che dimora qua vicino. Egli forse non potrebbe venire a fare la sua pasqua, perchè ne ha un paio tutti rotti ». Il buon zio ne fu commosso, acconsentì a fare quella spesa, ma il giorno della Comunione diede pari somma al caro nipote, affinché la conservasse per quell´uso che egli avesse giudicato migliore.

Da quel tempo in poi tanto si affezionò ai sacramenti della Confessione e Comunione, che nell´accostarvisi provava consolazione grandissima; nè mai lasciava sfuggire occasione senza che ne approfittasse. A questo riguardo soleva dire ad un confidente compagno (8): « La Confessione e la Comunione furono i miei sostegni in tutti gli anni pericolosi di mia giovinezza ». Ma comunque frequente gli si permettesse l´uso della Comunione, tuttavia non potendo saziare il fervente amore, onde ardeva pel suo Gesù, trovò modo di provvedervi bellamente colla comunione spirituale. Al quale proposito quando, divenuto chierico, trovavasi nel Seminario, udivasi più volte a dire: «Fu per l´insigne opera di Sant´Alfonso, che ha per titolo: Visite al SS. Sacramento, che imparai a fare la comunione spirituale, la quale posso dire essere stata il mio conforto in tutti i pericoli, cui andava soggetto negli anni che fui vestito da secolare ».

Alla Comunione spirituale e sacramentale univa frequenti visite alle chiese, dove sentivasi talmente compreso dalla presenza di Gesù, che ben sovente giungeva a passarvi ore intere, sfogando i suoi fervorosi e teneri affetti.

Spesso era mandato in chiesa a far quelle cose di cui gli si dava incombenza, spesso egli medesimo vi si recava sotto pretesto di avervi a che fare, ma non ne usciva mai senza prima trattenersi alquanto col suo Gesù, e raccomandarsi alla cara sua madre Maria. Non correva solennità, non si faceva catechismo o predica, non si dava benedizione, nè altra funzione aveva luogo in chiesa, a cui egli non intervenisse con animo allegro e contento a prestar quei servizi di cui fosse capace. Ma qualcheduno farà le meraviglie dicendo: Onde mai un giovanetto di si tenera età apprese a praticar sì rare virtù ? Ne dò pronta risposta. Egli aveva uno zio di nome Giuseppe Comollo, di felice memoria, prevosto di Cimano, anima veramente buona, che nulla aveva di mira se non il bene delle anime alla sua cura affidate. Egli amava

 

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questo suo nipote, e questi amava lui teneramente. Sicché il nostro Luigi, diretto nelle cose spirituali e temporali da sì prudente e pio direttore, ne andava copiando le virtù di mano in mano che cresceva negli anni.

L´essere il Comollo alieno affatto dalle ragazzate che son proprie della giovanile età, sofferente e tranquillo a checchè potessegli accadere, affabile cogli eguali, modesto e rispettoso con chiunque gli fosse superiore, ubbidiente con tutti, dato alla divozione, prontissimo nel prestar quei servigi che in chiesa gli erano permessi e che erano compatibili colla sua età, tutto faceva presagire che il Signore lo destinava a stato di maggior perfezione. Egli, ben penetrato della grande importanza che si deve porre nella elezione dello stato, più volte aveva consultato suo zio prevosto, cui confidava ogni segretezza del suo cuore, e avutane risposta per quanto potevasi conoscere, averlo Iddio chiamato allo stato Ecclesiastico, ne rimase al sommo contento, essendo pur tale il suo vivissimo desiderio. Suo zio al vedere rampollo sì vigoroso, che prometteva sì bei frutti, volle secondarlo nelle sue sante risoluzioni. Chiamatolo pertanto a sè un giorno:

—   Hai dunque, gli disse, ferma volontà di farti prete ?

—   È appunto questo che io desidero e niente altro, rispose.

—   E perchè ?

—   Perché essendo i preti quelli che aprono il paradiso agli altri, spero che lo potrò poi anche aprire a me stesso. —

A questo fine fu mandato a fare il corso di grammatica ossia di terza ginnasiale nella città di Caselle presso di un sacerdote di nome Strumia (9). Perfezionando colà sempre più le virtù che ovunque lo facevano conoscere per modello di vita cristiana, fu pure ivi della più grande ammirazione a tutti quelli che in qualche modo ebbero occasione di conoscerlo. Testimoni oculari raccontano con meraviglia un particolare progresso nello spirito di mortificazione. Già da piccolino soleva far fioretti alla Madonna coll´astinenza di qualche porzione di cibo o di frutta, che gli si dava per companatico: « Questo, diceva, bisogna regalarlo a Maria ». Qui in Caselle andò più avanti; oltrechè offriva ogni settimana digiuni a Maria, nei pranzi stessi e nelle cene, sovente sotto specioso pretesto, si toglieva da tavola nel meglio del mangiare. Bastava portare a mensa qualche pietanza di special suo gusto perchè non ne mangiasse, e questo sempre per amor di Maria.

« Il Comollo, scrive il professore Strumia, fu per me una meraviglia ambulante. Con un aspetto angelico, sempre allegro, sempre attento ai suoi doveri, era la delizia di tutti in ricreazione, modello di studio e di moralità in ogni cosa; ma la sua sobrietà non era di un fanciullo bensì di una persona attempata e costumata nella virtù » (10).

 

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Questo tenor di vita contribuì efficacemente all´avanzamento nello studio e nella pietà, perchè è un fatto da lunga esperienza comprovato, che la sobrietà nei giovani, e segnatamente negli studenti, riesce di gran giovamento alla sanità corporale ed assai al bene dell´anima.

CAPO III

Va a studiare a Chieri - La fama di sue virtù precorre in questa città Fatto eroico di pazienza - Vari attestati di sua commendevole condotta - Esempi pratici

Sul cominciare dell´anno scolastico 1835, tempo in cui io frequentavo le scuole nella città di Chieri, mi trovai casualmente in una casa di pensione, ove si andava parlando delle buone qualità di alcuni studenti. « Mi fu detto, prese a narrare il padrone di casa, mi fu detto che a casa del tale vi deve andare uno studente santo ». Io feci un sorriso prendendo la cosa per facezia. «È appunto così, soggiunse, ei deve essere il nipote del Prevosto di Cinzano, giovine di segnalata virtù ».

Non feci gran caso allora di queste parole, sinchè un fatto molto notevole me la fece assai bene ricordare. Erano già più giorni da che io vedeva uno studente (senza saperne il nome) che dimostrava tanta compostezza nella persona, tale modestia camminando per le vie, e tanta affabilità e cortesia con chi gli parlava, che io ne era del tutto meravigliato. Crebbe questa meraviglia allorchè ne osservai l´esattezza nell´adempimento dei suoi doveri, e la puntualità colla quale interveniva alla scuola. Ivi appena giunto si metteva al posto assegnato nè più si muoveva, se non per fare cosa che il proprio dovere gli prescrivesse.

Egli è consueto costume degli studenti di passare il tempo d´ingresso in ischerzi, giuochi, e salti pericolosi e talvolta immorali. A ciò pure era invitato -il modesto giovanetto; ma esso si scusava sempre con dire che non era pratico, non aveva destrezza. Nulla di meno un giorno un suo compagno gli si avvicinò, e colle parole e con importuni scuotimenti voleva costringerlo a prender parte a quei salti smoderati che nella scuola si facevano. « No, mio caro, dolcemente rispondeva, non sono esperto, mi espongo a far brutta figura ». L´impertinente compagno, quando vide che non voleva arrendersi, con insolenza intollerabile gli diede un gagliardo schiaffo sul volto. Io raccapricciai a tal vista, e, siccome l´oltraggiatore era d´età e di forze

 

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inferiore all´oltraggiato, attendevo -che gli fosse resa la pariglia. Ma l´offeso aveva ben altro spirito: egli, rivolto a chi l´aveva percosso,

si contentò di dirgli: « Se tu sei pago di questa, vattene pure in pace che io ne sono contento ». Questo mi fece ricordare di quanto avevo udito, che doveva venire alle scuole un giovanetto santo, e, chiestine la patria e il nome, conobbi essere appunto il giovane Luigi Comollo, di cui avevo sì lodevolmente inteso a parlare nella pensione del fu Marchisio Giacomo (11).

Da un cuore così ben fatto, da una condotta così ben regolata è facile argomentare come il Comollo si diportasse in fatto di studio e di diligenza, ed io nol saprei meglio esprimere che colle parole stesse del benemerito suo e mio Professore, il quale si degnò di scrivermi del seguente tenore: (1)

« Benchè il carattere e l´indole dell´ottimo giovane Comollo possano essere meglio noti a V. S. che l´ebbe per condiscepolo, e potè più da vicino osservarlo, tuttavia assai di buon grado le mando in questa lettera il giudizio ch´io me n´era fonnato infin d´allora, quando l´ebbi a scolaro pel corso dei due anni 1835 e 1836-nello studio dell´Umanità e della Retorica nel collegio di Chieri. Esso fu giovane d´ingegno e fregiato dalla natura di un´indole dolcissima. Coltivò con ammirabile diligenza lo studio della pietà, e sempre si mostrò attentissimo ad ogni insegnamento, ed era così scrupoloso e vigilante nell´adempimento del suo dovere, che non mi ricordo di averlo mai avuto a rimproverare della benchè minima negligenza. Nol vidi mai altercar con alcuno dei suoi compagni; lo vidi bensì a rispondere alle ingiurie ed alle derisioni coll´affabilità e colla pazienza. Egli poteva essere proposto per esemplare ad ogni giovane per la intemerata sua condotta, per l´ubbidienza, per la docilità; onde io mero stesso m´aveva fatto un ottimo augurio, allorchè seppi che era entrato nella carriera Ecclesiastica. Io lo guardava come destinato a confortare la vecchiaia del venerando suo zio, il degno Prevosto di Cimano, che lo amava teneramente, ed aveva così di buon´ora saputo seminare nel cuore di lui tante rare e singolari virtù. Mi giunse perciò oltremodo dolorosa la notizia della sua morte, e solo mi confortai nel pensiero che in breve tempo aveva con le sue virtù compiuta anticipatamente una lunga carriera. Forse Iddio lo volle a sè chiamare con immatura morte,

(1) Professore del Comollo era il T. Bosco Giovanni da Chieri, dottore in Lettere e Filosofia nell´Accademia militare di Torino (12), e Professore di Sacra eloquenza nella Regia Università. Poi travagliato da gravi incomodi non cessava di rendersi benemerito della scienza e della Religione (a).

 

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perchè lo vedeva oltre la sua età provveduto di buoni meriti, e noi dobbiamo in ciò venerare la divina volontà.

Ella mi chiede che io le dica qualche singolarità in lui osservata; ma quale cosa potrò io dirle che sia più singolare della sua uniformità e costanza in una età che è tanto leggera, e vaga di novità e mutazioni ? Dal primo giorno che entrò nella mia scuola sino all´ultimo pel corso di due anni egli fu sempre a se stesso uguale, sempre buono, e sempre intento ad esercitare la virtù, la pietà, la diligenza... » Così il suo professore (13).

Nè queste belle doti erano meno esercitate fuori di scuola. « Io conobbi, dice il padrone di sua pensione, nel giovane Comollo il complesso di tutte le virtù proprie non solo dell´età sua, ma di persona lungo tempo nelle medesime esercitata. D´umore sempre uguale ed allegro, imperturbabile ad ogni avvenimento, non dava mai a conoscere quello che fosse di special suo gusto. Mostrandosi sempre contento di quanto gli si offriva, non mai si udì da lui proferire: Questo è troppo salso o troppo insipido, oppure fa molto caldo, o molto freddo; non mai si udì dalla sua bocca una parola meno che onesta, o non moderata. Parlava volentieri di cose spirituali, e se qualcuno metteva fuori discorso o racconto spettante alla religione, esigeva sempre che si parlasse con massima riverenza e rispetto dei sacri ministri. Amantissimo del ritiro, non mai usciva senza licenza de´ suoi medesimi padroni, dicendo il tempo, il luogo, e il motivo per cui si assentava. In tutto il tempo che dimorò in questa casa, fu di grande stimolo per gli altri a vivere da virtuosi, e riuscì a tutti di gran dispiacere allorchè dovette cambiar luogo per vestire l´abito clericale, e recarsi nel Seminario, privandoci colla sua persona di un raro modello di virtù ».

Io pure posso dire lo stesso, giacchè in varie occasioni, che gli parlai, o trattai insieme, non l´udii mai a querelarsi delle vicende del tempo, o delle stagioni, del troppo lavoro, o del troppo studio: anzi qualora avesse avuto un po´ di tempo libero, tosto correva da qualche compagno per farsi rischiarire alcune difficoltà, o conferire per cose spettanti allo studio o alla pietà.

Non minore era l´impegno per le osservanze religiose, e per la vigilanza in tutto ciò che riguardava alle cose di pietà. Ecco quanto scrive il signor Direttore spirituale delle scuole, che di certo potè intimamente conoscerlo (1).

(1) Direttore spirituale del collegio di Chieri, allora era il signor D. Calosso Francesco, poi Canonico Priore beneficiato della Collegiata, persona tutta dedita alle opere di zelo e di pietà (a).

 

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«Mi ha richiesto la S. V. di darle notizie di un figliuolo del quale mi è carissima la memoria, perciò dolcissima cosa il risponderle. Non è

il giovane Comollo Luigi, uno di quelli in cui riguardo io debba usare espressioni evasive, o di cui io tema esagerare nel rendergliene la più lodevole testimonianza. Ella ben sa che appartenne ad una classe fra le altre distinta di studenti dati alla pietà, ed allo studio, ma tra questi brillava e primeggiava il nostro Comollo. Mi rincresce che ci tocchi lamentare la morte del Prefetto delle scuole, il professore Robiola, il quale e dello studio e della regolarissima sua condotta anche fuori di collegio potrebbe dirci molte cose di gloriosa rimembranza. Quanto a me, oltre il poterla assicurare di non avere mai avuto motivo di rimproverare alcuna mancanza, nemmeno leggera, posso asserirle che, assiduo alle congregazioni, compostissimo, sempre attento alla divina parola, divotissimo nell´assistere alla santa Messa ed ai divini uffizi, frequente ai santi sacramenti della Confessione e Comunione, veramente diligentissimo ad ogni dovere di pietà, esemplarissimo in ogni atto di virtù, l´avrei di buon grado proposto a tutti gli altri studenti qual luminoso specchio e raro modello di virtù. Per quanto lo comportava la sua classe, l´anno di Retorica fu nominato a carica, la quale si concede solamente agli studenti più distinti per pietà e studio (14). Si desiderava allora, e si desidera ancora al presente un giovane studente d´indole e costumi simili al Comollo Luigi. Ricordava nel suo nome il nostro S. Luigi, e molte sue virtù andava ricopiando nei fatti.

Non mi si domandò mai notizia di altro studente, che più volentieri io abbia resa di questa; posso dirle tutto il bene possibile in un giovane. Raptus est, ne malitia mutaret intellectum eius. Spero che ora in cielo preghi per me ». Sin qui il Direttore spirituale del pubblico Ginnasio e Liceo di Chieri (15).

Il dotto professore Robiola, allora Prefetto delle scuole, ossia Delegato governativo sopra gli studi nella città di Chieri, ci lasciò pure questa onorevole memoria intorno al Comollo: « Io desidererei che questo meraviglioso giovanetto serva di modello a tutti gli studiosi dei nostri tempi » (16).

Da queste relazioni ognuno può facilmente arguire come la condotta del Comollo fosse un complesso di virtù piccole, ma compiute in guisa che lo facevano universalmente ammirare quale specchio di singolar virtù. Io aggiungo qui ancora alcune cose da me particolarmente osservate nella sua condotta esterna. Terminati appena gli esercizi di pietà, che nei giorni festivi avevano luogo nella cappella della Congregazione, per lo più gli studenti andavano al passeggio od a qualche altro divertimento. Ma il Comollo, persuaso di poter fare a meno di

 

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questi passatempi, tosto recavasi al Catechismo dei fanciulli solito a farsi nella chiesa di Sant´Antonio. Ad esso, come pure a tutte le altre

sacre funzioni, divotamente interveniva. O fosse beneficio dell´indole

felice sortita dalla natura, o merito di virtù acquistata col domare se stesso, pareva che in lui fosse affatto estinta quella stessa curiosità

ed ansietà di vedere ed ascoltare, generalmente comune a tutti quelli che dai villaggi vengono nella città, il che d´altronde è proprio dell´età giovanile. Il suo andare e venire dalla scuola era tutto raccoglimento e modestia, nè mai andava vagando qua e là collo sguardo o colla persona, eccetto che per prestare il dovuto rispetto ai superiori, alle chiese, a qualche immagine o pittura della Beata Vergine. Non succedeva mai che passasse innanzi a questi oggetti religiosi senza scoprirsi il capo per venerazione. Più volte nell´accompagnarlo mi avvenne di vederlo levarsi il cappello senza saperne la ragione; ma guardando poscia attento, scorgevo quinti o quindi in qualche muro dipinta l´immagine´ della Madonna.

Era oramai sul finire del corso di Retorica, quando io lo interrogavo sulle cose più- curiose, o sui monumenti più ragguardevoli della città, ed egli rispondeva di non esserne punto informato, come se fosse forestiero. Come, gli diceva io, tante persone partono di lontano per venire a vedere le rarità di Chieri, e tu ci dimori e non ti dài nemmeno pensiero di visitarle ? — Eh mio caro, diceva scherzando, ciò che non giova per domani, mi dò poca premura di cercarlo oggi; volendomi con ciò significare che se tali rarità avessero contribuito ai beni eterni, che formavano il suo domani, non le avrebbe trascurate.

CAPO IV

Vari fatti edificanti - Sua amenità nel parlare - Riguardi nel discorrere di religione - Onomastico del suo professore - Fuga dei pubblici spettacoli - Sua allegria nel bruciare un cattivo libro - Sua deliberazione di abbracciare lo stato Ecclesiastico

Quanto più il Comollo era alieno dalle curiosità e occupazioni temporali, tanto più era informato ed istruito delle cose di Chiesa. Non facevasi esposizione delle Quarant´ore od altra pubblica religiosa funzione che egli nol sapesse, e, se il tempo glielo permetteva, non vi intervenisse. Aveva il suo orario per la preghiera, lettura spirituale, visita a Gesù Sacramentato, e ciò era scrupolosamente osservato. Alcune mie circostanze vollero che per più mesi mi recassi al

 

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Duomo appunto nell´ora in cui il nostro Luigi vi si recava a trattenersi col suo Gesù. Piacemi pertanto descriverne l´atteggiamento. Ponevasi

in qualche canto presso l´altare quanto poteva, ginocchione, colle

mani giunte, col capo mediocremente inclinato, cogli occhi bassi, e tutto immobile della persona; insensibile a qualsivoglia voce o rumore.

Non di rado mi avveniva che, compiuti i miei doveri, volevo invitarlo

a venir meco per essere da lui accompagnato a casa. Pel che avevo un bel far cenno col capo, passandogli vicino, o tossire, perchè egli

si movesse; era sempre lo stesso, finché io non mi accostavo scuotendolo. Allora, come risvegliato dal sonno si moveva, e sebbene a malincuore aderiva al mio invito. Serviva molto volentieri alla santa Messa anche nei giorni di scuola, quando poteva; ma nei giorni di vacanza servirne quattro o cinque era per lui cosa ordinaria.

Benchè fosse così concentrato nelle cose di spirito non vedevasi mai rannuvolato in volto o tristo, ma sempre ilare o contento, colla dolcezza del suo parlare rallegrava tutti quelli con cui trattava, ed era solito a dire che gli piacevano grandemente le parole del profeta David: Servite Domino in laetitia : Servite il Signore in santa allegrezza. Parlava volentieri di storia, di poesia, delle difficoltà della lingua latina o italiana, e questo in maniera umile e gioviale sì che, mentre proferiva il proprio sentimento, mostrava sempre di sottometterlo all´altrui.

Aveva un compagno di special confidenza per conferire di cose spirituali (17). Il trattare e parlare di tali argomenti con lui tornavagli di grande consolazione. Ragionava con trasporto dell´immenso amore di Gesù nel darsi a noi in cibo nella santa Comunione. Quando discorreva della Beata Vergine, si vedeva tutto compreso di tenerezza, e dopo di aver raccontato, o udito raccontare qualche grazia concessa a favore del corpo, egli sul finire tutto rosseggiava in volto e alle volte rompendo anche in lagrime esclamava: « Se Maria favorisce cotanto questo miserabile corpo, quanti non saranno i favori che sarà per concedere a pro delle anime di chi la invoca ? Oh! se tutti gli uomini fossero veramente divoti di Maria, che felicità ci sarebbe in questo mondo! » (18).

Tale era la stima che aveva delle cose di religione, che non solo non poteva patire che se ne parlasse con disprezzo, ma nemmeno con indifferenza. A me stesso una volta accadde che scherzando mi servii di parole della Sacra Scrittura, e ne fui vivamente ripreso, dicendomi non doversi faceziare colle parole del Signore.

Qui credo fare cosa grata col raccontare alcuni episodi piacevoli e nello stesso tempo edificanti avvenuti a questo modello della gioventù (19). La sua pietà e il suo buon cuore non mai vennero meno

 

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anche quando trattavisi di dare qualche segno di gratitudine. Ciò fece specialmente conoscere nell´onomastico del suo professore di Umanità o quarta ginnasiale, che nel 1835 era il Dottore Giovanni Bosco. La carità, la pazienza e le belle maniere con cui trattava gli allievi, la sua sollecitudine per farli progredire nello studio e nella pietà, l´avevano fatto per così dire l´idolo di tutta la sua scolaresca, dimodochè ognuno aspettava con impazienza il giorno onomastico di lui, per fare quanto la gratitudine poteva lor suggerire. Il nostro Luigi non volle essere degli ultimi. Al mattino di quel giorno 24 giugno egli andò per tempo a fare la Confessione e servì la santa Messa, in cui ricevette la santa Comunione. Questa offerta, queste preghiere tornarono graditissime al caro professore; perchè, esso diceva, provengono dal più virtuoso de´ miei allievi.

Dal canto suo il professore non volle cederla in generosità. Egli fissò il prossimo giovedì per fare con tutti i suoi allievi una passeggiata fino ai così detti prati di Palermo, che distano tre chilometri da Chieri. Colà stava preparata una magnifica refezione. Sulle prime si lessero varie composizioni ed il professore rispose più volte. Gli applausi, i battimani furono indescrivibili. Seguì poscia la merenda in cui ciascuno mangiò e bevette a piacimento. Ben bevuti e ben pasciuti si diedero a saltare, correre e cantare a più non posso.

Ma ad un certo punto della ricreazione si spande la voce che Comollo è scomparso. Si temeva di lui qualche disgrazia, tanto più che pochi giorni prima era morto un giovane, annegato nelle acque della Fontana Rossa a pochi passi distante di colà. Tutti pertanto rimasero pieni di spavento e si posero a fare indagini tutto all´intorno, ma inutilmente. In fine lo trovarono in un sito che niuno si pensava. Era nascosto presso la vicina cappella tra un cespuglio ed un pilastro della medesima.

— Comollo, gli fu detto, che fai tu qui ? Tutti sono inquieti sulla tua sorte e ti cercano con ansietà. Vieni. ‑

Egli volse uno sguardo come chi è disturbato da una cara occupazione e rispose:

— Mi rincresce la vostra inquietudine, ma oggi io non avevo ancora recitato il Santo Rosario, e desideravo di pagare questo tributo alla Beata Vergine. —

Salutati i compagni e ringraziato il professore, partirono ciascuno alla volta di Chieri.

Mentre traversavamo questa città, giunti alla piazza detta del Piano, ci siamo trovati vicino ad un saltimbanco che con giuochi e salti tratteneva gli oziosi e i buontemponi.

 

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—   Guarda qui un momento, dissero due compagni al Comollo; ascolta che belle cose! Costui ce ne dice tante che ci fa ridere assai!

Il Comollo con una strappata si licenziò dai due poco delicati amici dicendo:

—   Costui dirà dieci parole per far ridere, ma l´undicesima è cattiva e vi darà scandalo. D´altronde mio zio mi ha molto raccomandato di non mai .fermarmi ad assistere nè ciarlatani, nè saltimbanchi, né bussolotti, nè altri pubblici spettacoli; perchè egli diceva: In questi luoghi uno può andare con l´anima innocente, ma sarà un miracolo se ritorna in questo stato. —

Un giorno alcuni compagni vollero andar con lui nel ritorno dalla scuola. Ma per la via passando di parola in parola finivano con discorsi che a lui non piacevano. Egli si pose ad accelerare il passo per lasciarli addietro. Allora i finti amici dissero:

—   Giacchè hai tanta fretta ricevi questo libro. Tu in esso troverai tanti belli esempi. —

Luigi lo prese, ma giunto a casa trovò che sebbene non fosse libro assolutamente proibito era tuttavia certamente dannoso all´inesperta gioventù (20).

Senza sgomentarsi, come per divertirsi preparò una bella fiammata, poi gettando questo libro sul fuoco si mise a ridere, saltare, scherzare dicendo:

—   Eccoti o libro! Tu volevi mandar me ad abbruciare, ed io brucio te. Sì! brucia pure su questo fuoco, che così per cagion tua io non andrò a bruciare nell´inferno. —

Ascoltava assai volentieri a parlare dei suoi compagni, dei suoi superiori e anche in generale dei preti. Ma quando alcuno voleva raccontare qualche cosa ad essi riguardante, tosto premetteva o doversene parlar bene, o tacere affatto, perchè erano ministri di Dio. In simile guisa andava il nostro Luigi preparandosi alla vestizione clericale di cui parlava sempre con venerazione e con gioia. « Possibile, soleva dire, che io miserabile guardiano di buoi abbia a diventare prete, pastore delle anime ? Eppure a niuna altra cosa mi sento inclinato: questo mi dice il confessore, mel dice la volontà, solo i miei peccati

mi dicono il contrario. Ne andrò a subire l´esame, l´esito del quale mi sarà quale arbitro della volontà divina sulla mia vocazione ». Si

raccomandava anche spesso ad alcuni colleghi che pregassero, perchè il Signore lo illuminasse, e gli facesse conoscere se fosse o no chiamato allo stato Ecclesiastico. Così fra la stima dei compagni, fra l´amore dei superiori, onorato e tenuto da tutti qual vero modello d´ogni virtù, compiva il corso di Retorica l´anno 1836.

 

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CAPO V

Preparazione - Vestizione chiericale - Parole di sua madre (21)

La preparazione fatta dal Comollo prima di vestire l´abito chiericale può certamente servire di norma ai giovani studiosi nel fare la scelta dello stato, e segnatamente a quelli che aspirano allo stato Ecclesiastico. La vocazione o chiamata allo stato sacerdotale deve venire da Dio, perciò un giovane non deve far conto di quanto possono consigliare i parenti nel loro interesse temporale, o di quanto può suggerire la vanagloria e il desiderio di terrene comodità. Volete accertarvi della vostra vocazione ? Prima di ogni cosa sceglietevi un buon confessore, a lui aprite l´interno del vostro cuore; e per quanto vi è possibile non cangiatelo mai. Qualora poi per qualche ragionevole motivo lo doveste cangiare, al momento della scelta dello stato apritegli bene la vostra coscienza, di poi chiedete il suo parere, e voi tenendovi a quello certamente seguirete la voce del Signore; perchè egli dice nel Vangelo: Qui vos audit, me audit : cioè chi ascolta la voce del direttore spirituale, ascolta la voce di Dio; e ciò riguardo alle qualità morali che sono la dote più essenziale, anzi indispensabile per un giovane, che intenda abbracciare lo stato Ecclesiastico (22).

Un amico lo aveva interrogato su alcune cose spettanti la vocazione; egli rispose con questa lettera (23).

« Mio caro,

Tu mi chiedi come sia nato in me il desiderio di abbracciare lo stato Ecclesiastico, e quali siano i mezzi per conoscere la vocazione e perseverare in questa. Non è cosa da me dettarti consigli su cosa tanto importante, ma trattandosi di un amico mi aprirò con te in tutta confidenza, narrandoti ciò che io stesso ho fatto. Oltre la propensione che fin da piccolo sentivo pel Santuario, e la frequenza dei Sacramenti, gli esempi che avevo continuamente sotto gli occhi del mio buon zio prevosto, mi erano di grande eccitamento. La semplicità del suo vivere, la santità dei suoi costumi, la tranquillità sua in ogni più spinoso affare, il suo spirito di pietà, la sua carità per i poverelli, la pace e l´allegrezza costante della sua bell´anima, erano per me un continuo stimolo a farmi migliore e ad amare quello stato che esso aveva abbracciato.

E di lui mi giovai per procedere con sicurezza in quella via nella quale il Signore mi chiamava. Gli apersi tutto il mio cuore in confessione, non gli tenni segreta la menoma cosa che riguardasse la mia

 

Casella di testo:  80

coscienza, anzi gli diedi fin dalle prime volte ogni più ampia licenza di servirsi a mio vantaggio, anche fuori di confessione, di quanto io gli avevo confidato. Esso, da quell´uomo prudente che era, potè così sempre guidarmi con sicurezza.

Due cose mai non omisi dietro suo consiglio. La meditazione e l´esame di coscienza tutti i giorni. Ai giovani principalmente sembrano sul principio cose noiose. Ma se perseverassero per un po´ di tempo in queste due pratiche di pietà, oltre il vantaggio spirituale, ne proverebbero tale consolazione e piacere da non lasciarle più. Per conoscere la mia vocazione aggiungevo ancora tutte le mattine alle solite orazioni la segue^nte preghiera.

— Eccomi ai vostri piedi, o Vergine pietosa, per impetrare da voi la grazia importantissima della scelta del mio stato. Io non cerco altro che di fare perfettamente la volontà del vostro divin Figlio in tutto il tempo della mia vita. Desidero ardentemente di scegliere quello stato che vie più mi renderà consolato, quando mi troverò al punto della morte. Deh! Madre del buon Consiglio, fatemi risuonare all´orecchio una voce, che allontani ogni dubbiezza dalla mente mia. A voi si aspetta, che siete la Madre del mio Salvatore, essere altresì la Madre della mia salvezza; perché se voi, o Maria, non mi partecipate un raggio del divin sole, qual luce mi rischiarerà ? Se voi non m´istruite, o Madre dell´increata Sapienza, chi mi ammaestrerà ? Udite dunque, o Maria, le mie umili preghiere. Indirizzatemi dubbioso e vacillante, reggetemi nella retta via, che conduce all´eterna vita, giacchè voi siete unica speranza di virtù e di vita, i cui frutti non sono altro che frutti di onore e di onestà. — Quindi conchiudevo con tre Pater, Ave e Gloria.

Ecco, o mio caro, quello che io ho fatto per non isbagliare la mia vocazione. Tu pure fa´ lo stesso, ma apri soprattutto il cuore al tuo confessore, e la sua decisione abbila come una voce del Cielo ».

In quanto poi alla scienza che è pure di tutta necessità dovete rimettervi al giudizio dei vostri esaminatori, e riconoscere negli esami la volontà di Dio. Così fece il Comollo, quando si trovò in somigliante congiuntura di sua vita.

Presentatosi egli pertanto all´esame e sortitone l´esito favorevole, si andava preparando alla clericale vestizione coi più vivi sentimenti di pietà e di fervore. Io non saprei come chiaramente esprimere tutti gli affetti di tenerezza, che ebbe a provare in quella circostanza. Pregava egli, faceva pregare altri per lui, digiunava, prorompeva sovente in lagrime, si tratteneva molto in chiesa, sicchè, giunto il giorno

 

Una pagina dell´edizione del 1867 con le correzioni e variazioni autografe apportate da Don Bosco per l´edizione definitiva del 1884

 

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di sua festa (così chiamava il giorno di sua vestizione chiericale), fece la sua Confessione generale con una fervorosa Comunione. Di poi contento come se fosse sublimato alla più onorevole carica del mondo, tutto compreso dallo spirito di pietà e da sentimenti religiosi, raccolto e modesto, che pareva un angiolo, fu insignito del tanto rispettato e desiderato abito ecclesiastico. Tal giorno fu sempre per lui memorando e soleva dire essersi il suo cuore totalmente cangiato: di pensoso e rannuvolato essere divenuto tutto ilare e gioviale, e che ogni qualvolta rammentava quel giorno sentivasi inondare il cuore di tenera gioia. Una lettera indirizzata ad un suo professore ci ha conservate, le sante impressioni di quella giornata. (24)

Venne intanto il giorno dell´apertura del Seminario, dove egli puntualmente recandosi doveva far campeggiare non istraordinarie, ma compiute virtù.

I giorni che trascorsero tra la vestizione e la partenza pel Seminario li passò nel ritiro e nelle pratiche di pietà (25). I suoi genitori non cessavano di raccomandargli l´esatto adempimento dei suoi doveri e la fuga dei cattivi compagni. « Caro Luigi, gli disse sua madre la vigilia della partenza, tu parti pel Seminario ed io ti accompagno col pensiero e colla preghiera. Là avrai superiori che sapranno guidarti pel cammino della virtù: sii loro ubbidiente. Ma per carità non dimenticare il pericolo incorso in queste vacanze per un cattivo compagno. Ti sembrava buono, noi tutti lo giudicavamo tale e ci siamo tristemente accorti che era un lupo da fuggire. Se mai ti accadrà di incontrare compagni, che parlino con poco rispetto delle cose di pietà, che mormorino dei superiori o disapprovino le loro disposizioni, costoro non siano mai tuoi amici e procura di star lontano da essi ».

CAPO VI

Entra in Seminario - Sua bella massima - La voce del campanello Rispetto ed obbedienza ai suoi superiori - Sua pazienza in un insulto - Sue conversazioni - Sua tenera divozione

Giunto in Seminario, tosto si persuase che non basta il luogo per infondere la scienza e la virtù, ma è necessaria una puntuale osservanza delle regole, e l´esatto adempimento de´ propri doveri. Massima sollecitudine per i doveri di studio e di pietà, ardente desiderio di mortificazione erano i pensieri che occuparono l´anima del Comollo

4 - Opere e scrztlz .. Vol. V.

 

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in tutto il corso del Seminario. Per non mai dimenticare se stesso, erasi iscritto sopra un pezzo di carta, che teneva sempre nel libro

o      nel quaderno di cui giornalmente doveva servirsi: Fa molto chi fa poco, ma fa quel che deve fare; fa nulla chi fa molto, ma non fa quello che deve fare (26).

Egli aveva letto come Sant´Alfonso facesse voto di non perdere mai tempo. La quale cosa eragli motivo di alta ammirazione, e stu‑

diavasi con tutto l´impegno d´imitarlo. Perciò fin dal suo primo entrare nel Seminario si appigliò con tale diligenza alle cose di studio

e  di pietà, che approfittava di tutte le occasioni, e di tutti i mezzi,

che tendessero all´esatta occupazione del tempo. Suonato il campanello, subito interrompeva checchè facesse per rispondere alla voce di Dio

(così chiamava il suono del campanello), che lo chiamava al suo dovere. Mi accertò più volte, che, dato un tocco del campanello, gli era impossibile continuare ciò che aveva fra le mani, perchè rimaneva tutto confuso e non sapeva più che si facesse. Tanto radicata era in lui la virtù dell´ubbidienza.

Non parlo dei superiori, ai quali ubbidiva con tutta prontezza

e  giovialità, senza mai domandar conto o ragione di ciò che gli era

ingiunto. Agli stessi colleghi assistenti, anche agli uguali mostravasi

attento, docile ad ogni loro ordine e consiglio, non altrimenti che ai superiori medesimi. Dato il segno di studio, puntualissimo v´inter‑

veniva, e in raccolto atteggiamento si applicava in maniera che a qualunque rumore, chiacchiera, leggerezza, che da altri si facesse, pareva fosse insensibile, nè punto più della persona si moveva, se non ad un novello segno del campanello.

Un dì avvenne che un compagno, passandogli dietro, gettogli a terra il mantello. Esso si contentò di fargli un semplice motto, acciocchè

meglio si guardasse altra volta. Il compagno, dimenticando che era

pur chierico, non badando che la carità comanda di sopportare i difetti altrui, e di non oltraggiare il nostro simile, montò in collera

e rispose con voce alterata, con parole offensive e minacciose. Allora il Comollo, senza far conto degli insulti diretti a lui, si appoggiò di nuovo sullo scrittoio e tutto tranquillo continuò a studiare come se a lui niente fosse stato detto o fatto.

Nella ricreazione, nei circoli, nei tempi di passeggiata desiderava sempre discorrere di cose scientifiche, anzi in tempo di studio soleva

formarsi nella mente una serie delle cose che meno intendeva, per quindi tosto comunicarle, in tempo libero, ad un compagno, con cui aveva special confidenza, onde averne la spiegazione. In tali trattenimenti co´ suoi compagni faceva sempre uso della lingua latina (27).

 

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Ciò gli tornava di grande vantaggio, perciocchè giunse a maneggiare questa lingua nelle materie scolastiche con molta speditezza e con una familiarità meravigliosa. Egli sapeva animare le conversazioni con varie utili ricerche e racconti, ma osservava costantemente quel non mai abbastanza encomiato tratto di civiltà di tacere quando altri parla. Pel che non di rado avvenivagli di troncare a mezzo la parola per dar campo a che altri liberamente parlasse.

Aborriva grandemente lo spirito di critica o di censura sulle persone altrui: parlava dei superiori, ma sempre con rispetto; parlava dei compagni, ma sempre con carità e moderazione; parlava dell´orario, delle costituzioni o regolamenti del Seminario, degli apprestamenti di tavola, ma sempre con espressioni di soddisfazione e di contento; di modo che io posso con tutta schiettezza affermare che, nei due anni e mezzo che lo frequentai nel Seminario, non lo intesi mai a proferire parola che fosse contraria a quel principio che fisso teneva nella sua mente: Degli altri o parlare bene o tacere affatto. Qualora poi fosse stato costretto a dare il proprio giudizio sui fatti altrui procurava sempre interpretarli nel senso migliore, dicendo avere imparato da suo zio, che un´azione di cento aspetti, novantanove cattivi e uno buono, si doveva prenderla sotto l´aspetto buono e giudicarla favorevolmente. Per l´opposto parlando di se stesso taceva tutto quello che poteva tornare in sua lode senza mai far parola di carica, onore o premio a lui compartito, che anzi, avvenendo di essere lodato, metteva la lode in facezia, abbassando così se stesso mentre altri l´esaltava.

Un compagno, pieno di stupore nel rimirare un giovane chierico adorno di tante belle virtù, gli disse un giorno: Certamente, Comollo, tu sei un santo. Esso senza far caso delle espressioni di encomio prese due pezzi di pane, da noi piemontesi detto grissino, e ponendoli a guisa di corna sopra la testa, scherzando rispose: Ecco un santo, cioè un diavoletto (28).

Quei fiori di tenera divozione, onde noi l´abbiamo veduto adorno tra le glebe, nei pascoli e negli studi, ben lungi dall´appassire cogli anni, pervennero a mostrarsi in tutta la loro vaghezza e perfezione. Era bello a vedere come il Comollo, dato il segno della preghiera o di altra sacra funzione, accorreva immantinente colla più esatta diligenza, e, composto nella persona e con edificante raccoglimento di tutti i suoi sensi, compieva le pratiche religiose; nè mai in lui si ravvisò il minimo rincrescimento nel portarsi in cappella, o in altro luogo ad assistere a´ suoi religiosi doveri. Il mattino al primo tocco di campanello si alzava di letto, e, aggiustato quanto era di dovere,

 

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recavasi un quarto d´ora prima degli altri in chiesa a preparare l´anima

sua per l´orazione.

Tutte le volte che i seminaristi assistevano alle solenni funzioni di chiesa, non solevano più recarsi a recitare la corona della Beata Vergine; ma egli non seppe mai astenersi da siffatta speciale divozione, perciò terminate queste pubbliche funzioni, mentre ognuno passava il tempo nella permessa ricreazione, egli con altro compagno si ritirava in cappella a pagare, come soleva dire, i debiti alla sua buona Madre, colla recita del Santissimo Rosario. Nei giorni di vacanza e particolarmente nelle ferie del Santo Natale, di carnevale, delle solennità Pasquali, egli, anche più volte al giorno, si allontanava dai comuni divertimenti, a fine di recarsi a recitare quando i salmi penitenziali, quando l´ufficio dei defunti, o quello della Beata Vergine, e questo in suffragio delle anime del purgatorio.

Sempre amante e devoto di Gesù Sacramentato, oltre a frequenti visite e oltre a comunicarsi spiritualmente, approfittava pure di tutte le occasioni per comunicarsi sacramentalmente (29), e ciò con grande edificazione di coloro che trovavansi presenti. Premetteva alla Comunione un giorno di rigoroso digiuno in onore di Maria SS. Dopo la Confessione non voleva più parlare d´altro che di cose riguardanti alla grandezza, alla bontà, all´amore del suo Gesù che desiderava ricevere nel dì seguente. Giunta poi l´ora di accostarsi alla sacra mensa io lo scorgeva tutto assorto nei più alti e divoti pensieri. Composta la persona in santo atteggiamento, a passo grave, cogli occhi bassi, dando anche in iscuotirnenti di commozione avvicinavasi al Santo dei Santi. Ritiratosi poscia a suo posto, pareva fosse fuor di sé, tanto vivamente vedevasi commosso e da viva divozione compreso. Pregava, ma ne era interrotto da singhiozzi, da interni gemiti e da lagrime;

nè poteva acquetare i trasporti di tenera pietà, se non quando, terminata la Messa, si cominciava il canto del mattutino. Avvertito più volte

a frenare quegli atti di esterna commozione, come quelli che potevano

offendere l´occhio altrui: «Mi sento, rispondevami, mi sento tale piena di affetti e di contento nel cuore, che, se non permetto qualche

sfogo, mi pare di essere soffocato ». « Nel giorno della Comunione,

diceva altre volte, mi sento ripieno di dolcezza e di gaudio, che non so nè capire nè spiegare » (30). Da ciò ognuno vede chiaramente,

come il Comollo fosse avanzato nella via della perfezione, giacché quei moti di amor di Dio, di dolcezza, di contento per le cose spirituali sono un effetto di quella fede viva, e carità infiammata, che altamente gli stava radicata nel cuore e costantemente lo guidava nelle sue azioni.

 

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CAPO VII

Modestia degli occhi e mortificazione de´ suoi sensi. - Sue penitenze Sue vacanze - Sua ritiratezza - Sua prima predica - Buoni effetti di essa

A questa divozione interna andava strettamente congiunta un´esemplare mortificazione di tutti i suoi sensi esteriori (31). Modesto qual era negli occhi spesso gli avveniva di far passeggiate in giardini o in ville, senza che egli avesse minimamente veduto le cose più notevoli, che tutti´ gli altri avevano ammirato. Non vagava mai qua e là collo sguardo, ma cominciato col suo compagno qualche buon discorso in lingua latina attento il continuava, non mai badando a checchè occorresse. Talvolta accadde che dopo il passeggio interrogato se avesse visto suo padre, che gli era passato vicino, e l´aveva salutato, rispondesse di non averlo veduto. Sovente era visitato da alcune sue cugine di Chieri, e questo gli era di grave cruccio, dovendo trattare con persone di altro sesso; onde appena detto quello che la convenienza e il bisogno volevano, raccomandando loro con bella maniera di venirlo a trovare il meno possibile, tosto da loro si licenziava. Richiesto alcune volte, se quelle sue parenti (colle quali trattava con tanto riserbo) fossero grandi o piccole, o di straordinaria avvenenza, rispondeva che all´ombra gli parevano alte, che più oltre nulla sapeva, non avendole mai rimirate in faccia. Bello esempio degno di essere imitato dalla gioventù, e particolarmente da quelli che aspirano o già si trovano nello stato Ecclesiastico!

Le azioni più semplici e indifferenti divenivano per lui mezzi opportuni ad esercitare la virtù. Era assuefatto d´incrocicchiar l´una coll´altra le gambe e di appoggiarsi col gomito, quando gli veniva bene, a mensa o nello studio o nella scuola. Per amor di virtù anche di questo si volle correggere, e per riuscirvi pregò istantemente un amico di ammonirlo ed anche imporgli qualche penitenza ogni qual volta l´avesse veduto nelle succitate posizioni. Di qui procedeva quella esteriore compostezza per cui in chiesa, nello studio, in iscuola o in refettorio innamorava ed edificava chiunque il rimirasse.

Le mortificazioni circa il cibo erano quotidiane; d´ordinario quando più sentivasi bisogno di far colazione, era appunto allora che se ne asteneva. A mensa era parco al sommo: beveva poco vino, e quel poco adacquato. Talvolta lasciava pietanza e vino, contentandosi di mangiare pane inzuppato nell´acqua, sotto lo specioso pretesto che gli tornava meglio per la corporale sanità, ma in realtà era per

 

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ispirito di mortificazione. Difatti, avvertito che tal modo di nutrirsi

poteva cagionargli male di capo o di stomaco, rispondeva: «A me basta che non possa nuocere all´anima ». Nel sabato di ogni settimana di‑

giunava per amore della Beata Vergine; e nelle altre vigilie, nel tempo

quaresimale, anche prima che fosse per età tenuto, digiunava con tale rigore, e prendeva cibo in sì poca quantità, che un compagno,

il quale eragli accanto a mensa, ebbe a dire più volte che il Comollo

voleva uccidersi. Questi sono i principali atti di penitenza esterna che mi son noti, dai quali lieve cosa sarà argomentare quello che ei nutrisse

in cuore, e come l´animo del Comollo fosse di continuo occupato in teneri affetti d´amor di Dio, di viva carità verso il prossimo, e di ardente desiderio di patire per amor di Gesù Cristo.

« La vita che il Comollo tenne nel Seminario, diede sempre (così depone un suo superiore) (1) ottima e santa idea di lui, mostrandosi

in ogni occorrenza esattissimo nei suoi doveri sì di studio come di pietà, esemplare affatto nella sua morale condotta, così che tutto il suo contegno dimostrava un´indole la più docile, ubbidiente, rispettosa e religiosa ».

Egli era piacevole nel parlare, perciò chiunque avesse tristezza alcuna, conversando con lui ne rimaneva consolato. Era così modesto,

edificante nelle parole e nei tratti, che anche i più indiscreti erano

obbligati a riconoscere in lui uno specchio di modestia e di virtù. Un suo collega soleva dire che il Comollo era per lui una continua

predica; che era un miele, il quale raddolciva i cuori, e gli umori

anche più bizzarri. Un altro disse più volte che voleva adoperarsi a tutta possa per farsi santo, e per riuscirvi aveva deliberato di seguire

le tracce del Comollo; e benchè si vedesse di gran lunga indietro da quel modello di virtù, nulladimeno era assai contento di quel tanto che veniva in sè ricopiando.

Il tempo di vacanza per lui in quanto alla morale sua condotta era quello stesso del Seminario. Assiduo ai SS. Sacramenti, frequente

alle sacre funzioni, puntuale nel fare il Catechismo ai ragazzi in chiesa (il che faceva vestito ancor da borghese) (32), ed anche per le vie ogni volta gli avveniva di incontrarne.

Ecco come egli stesso esprime il suo orario in una lettera diretta ad un amico (33): « Ho già passato circa due mesi di vacanze, i quali

anche con questo gran caldo mi hanno fatto assai bene per la corporale sanità. Ho già studiato quegli avanzi di logica e di etica, che si sono omessi nel decorso dell´anno; leggerei volentieri la storia sacra di

(1) Il T. Arduino da Carignano, allora prof. di teologia, di poi canonico prev. vic. For. della Collegiata di Giaveno ed ora già passato alla vita eterna.

 

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Giuseppe Flavio, che mi suggerisci, ma ho già incominciato a leggere la storia delle eresie, onde verrà a mancarmi il tempo. Spero che ciò farò un altr´anno. Del resto la mia stanza è tuttora l´ameno paradiso terrestre; quivi entro salto, rido, studio, leggo, canto, e non vi vorrebbe altro che te per far la battuta. A mensa, in ricreazione, a passeggio sempre mi godo la compagnia del caro mio zio, il quale sebbene cadente pegli anni è sempre giulivo e lepido, e mi racconta ognor cose una più bella dell´altra, che mi contentano all´estremo.

Ti attendo pel tempo stabilito, stammi allegro; e se mi vuoi bene prega il Signore per me ecc. » (34).

Affezionatissimo quale era a tutte quelle cose che riguardavano l´ecclesiastico ministero, godeva molto quando vi si poteva occupare, chiaro segno che il Signore lo chiamava allo stato a cui aspirava. Suo zio prevosto per coltivare sì prezioso terreno e secondare l´ottima inclinazione del nipote, l´incaricò di fare un discorso in onore di Maria SS. Egli esprime a quest´uopo i suoi sentimenti in altra lettera scritta al solito amico.

« Debbo significarti un affare, che da un canto mi consola, dall´altro mi confonde. Mio zio mi diede incombenza di fare un discorso sulla gloriosa Assunzione di Maria Vergine. L´essere eccitato a parlare di questa cara Madre mi riempie di gioia il cuore. Dall´altro canto, conoscendo la mia insufficienza, veggo pur chiaro quanto io sia lungi dal saperne tessere condegnamente gli encomi. Checchè ne sia, appoggiato all´aiuto di Colei di cui debbo favellare, mi dispongo ad ubbidire; l´ho già scritto, e mediocremente studiato; lunedì sarò da te onde l´ascolti a recitare, e mi faccia le osservazioni che stimerai a proposito sia riguardo al gesto, sia riguardo alla materia.

Raccomandami all´Angelo Custode pel buon viaggio... Addio ».

Io tengo presso di me questo discorso, nel quale, quantunque siasi servito di accreditati autori, nulla di meno la composizione è sua, e vi si scorgono espressi tutti quei vivi affetti, di cui ardeva il suo cuore verso la gran Madre di Dio. Nell´esporlo poi vi riuscì mirabilmente. « Sul punto di comparire alla presenza del popolo, scriveva egli, io mi sentii mancare la forza e la voce, e le ginocchia non mi volevano più reggere. Ma tostochè Maria mi porse la mano, divenni vigoroso e forte; di maniera che lo cominciai, lo proseguii sino alla fme senza il minimo intoppo; questo fece Maria, io non già; sia lode a Lei ».

Di lì a qualche mese essendomi recato a Cimano, richiesi che se ne dicesse del Chierico Comollo e della predica da lui fatta (35). Tutti mi rispondevano con parole di encomio. Suo zio diceva di veder l´opera di Dio manifestata nel suo nipote: — Predica da santo,

 

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mi diceva taluno. Oh, esclamava un altro, pareva un angelo da quel pulpito, tanto era modesto e franco nel ragionare! Altri: Che bella maniera di predicare... — Ciò dicendo ne ripetevano alcuni sentimenti e perfino le stesse parole, che fisse ancora avevano nella memoria.

Senza dubbio sarebbe stato grande il bene, che avrebbe fatto nella vigna del Signore, un coltivatore di così buona volontà. Tale era l´aspettazione del vecchio suo zio, tale la speranza dei genitori, tale il desiderio de´ suoi compatriotti, de´ suoi superiori, de´ suoi compagni. Ma Iddio lo vedeva già abbastanza maturo pel cielo. Ed affinché la malizia del mondo non venisse a cangiare il suo intelletto, volle compensarne la buona volontà e chiamarlo a godere il frutto dei meriti già acquistati e di quelli che bramava grandemente di acquistarsi (36).

CAPO VIII

Presagi di sua morte - La vista delle campagne - Parole dirette al Cav. Fassone - Ultimo sguardo alla patria - Parole del padre Rientra in Seminario - Straordinario suo fervore

Non è mio scopo di esporre cose che io giudichi soprannaturali; io intendo soltanto di raccontare i fatti quali sono avvenuti (37), lasciando ognuno in libertà di farne quel giudizio che gli paia migliore.

Nelle vacanze autunnali dell´anno 1838 (38), mi sono recato a Cimano per concertare alcune cose spettanti al vicino anno scolastico. Un bel giorno uscii a passeggio col Comollo sopra un colle, donde scorgevasi vasta estensione di prati, campi e vigne.

—   Vedi, Luigi, presi a dirgli, che scarsezza di raccolti abbiamo quest´anno! Poveri contadini! Tanto lavoro e quasi tutto invano!

—   F la mano del Signore, egli rispose, che pesa sopra di noi. Credimi, i nostri peccati ne sono la cagione.

—   L´anno venturo spero che il Signore ci donerà frutti più abbondanti.

—   Lo spero anch´io, e buon per coloro che si troveranno a goderli.

—   Su via, lasciamo a parte i pensieri malinconici; per questo anno pazienza, ma l´anno venturo avremo più copiosa vendemmia e faremo miglior vino.

—  Tu ne beverai.

—   Forse tu intendi continuare a bere la solita tua acqua ?

—   Io spero di bere un vino assai migliore.

—   Che cosa vuoi dire con ciò ?

 

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—  Lascia, lascia... il Signore sa quel che si fa.

—   Non domando questo, io domando che cosa vuoi dire con quelle parole: Io spero di bere un vino assai migliore. Vuoi forse andartene al paradiso ?

—   Sebbene io non isperi di andare dopo morte al paradiso se non per pura misericordia del Signore, tuttavia (39) da qualche tempo mi sento un sì vivo desiderio di andare a gustar l´ambrosia dei Beati, che pareti impossibile che siano ancora lunghi i giorni di mia vita. Questo diceva il Comollo colla massima ilarità di volto, in tempo che godeva di ottima sanità, e si preparava per ritornare in Seminario.

Quasi le medesime cose manifestò nell´occasione in cui venne a Torino. Sul finire delle stesse vacanze si recò nella capitale, e dimorò più giorni in casa di una persona di molto buon giudizio (1), da cui rilevo e trascrivo le seguenti parole: « Noi fummo tutti grandemente edificati dalla modestia di quel buon Luigi. Cortese, affabile, semplice inspirava pietà in ogni sua azione, ma specialmente quando pregava, pareva un altro S. Luigi. Era nostro piacere grande che si fosse trattenuto ancora qualche giorno con noi, ma ei se ne volle assolutamente partire.

— Addio, gli dissi nell´atto che si licenziava, forse non ci vedrem più.

—   No... no, rispose egli, non ci vedrem più.

—   Non è però a tuo riguardo che parlo così, io replicai, ma per la mia età già di molto avanzata, che anzi voglio, e te lo auguro, che tu venga a dir Messa nuova. ‑

Allora egli con parole franche e risolute:

—   Oh! rispose, io non dirò Messa nuova; l´anno venturo ella vi sarà ancora, ed io non vi sarò più. Preghi intanto il Signore per me: addio. — Queste ultime parole, pronunziate con tanta franchezza da persona cotanto amata, ci lasciarono vivamente commossi, e sovente andavamo dicendo: Chi sa ? che quel buon Luigi sappia di dover morire ? Quando poi ci fu partecipata la dolorosa notizia di sua morte, pieni d´ammirazione esclamammo: Troppo bene ei la previde! »

A questo racconto io vi presto tutta credenza, essendomi stato riferito da più persone colla stessa precisione di sentimenti e di parole.

Finite queste ultime vacanze e messosi in via per recarsi in Seminario, era giunto a un luogo, ove progredendo perdeva di vista il suo

(1) Casa del fu Cav. Fassone, intendente al regio Parco de´ tabacchi (a). (40).

 

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paese. Ivi soffermatosi stava rimirando la patria con una serietà insolita (41). Suo padre fece alcuni passi verso di lui dicendo:

—   Che fai, Luigi ? Non sei bene in sanità ? Che guardi ?

—   Io sono in buona sanità, mi sento bene, ma non posso togliere lo sguardo da Cinzano.

—   Che guardi adunque ? ti rincresce forse di recarti in Seminario ?

—   Non solo non mi rincresce, ma desidero di arrivare al più presto in quel luogo di pace; quel che guardo si è il nostro Cinzano, che lo rimiro per l´ultima volta. — Richiesto di nuovo se non istesse bene in salute, se volesse ritornare a casa: — Niente, niente, rispose, sto benissimo, andiamo allegri, il Signore ci aspetta. — Queste parole, dice suo padre, le abbiamo più volte in famiglia ripetute, ed ogni qual volta passo in quel sito, anche presentemente, a stento posso trattenere le lagrime. — Il presente ragguaglio fu a me e ad altri riferito prima della morte del Comollo.

Nonostante tutti questi presentimenti del fine del suo vivere mortale, che il Comollo aveva in più circostanze esternati, con la solita sua pacatezza, con aria sempre uguale e imperturbata ripigliò seriamente i suoi studi e continuò esemplare nelle pratiche di pietà. All´esame semestrale conseguì (come l´anno antecedente) un premio di sessanta lire, che in ciascun corso ogni anno si suole assegnare a colui che più si distingue nello studio e nella pietà. Sebbene egli dimostrasse la medesima sollecitudine nell´adempimento dei suoi doveri, la medesima giovialità ed allegria nel ragionare e nel far la ricreazione, tuttavia io scorgeva un non so che di misterioso nella sua condotta. Lo vedevo oltre l´usato attento nella preghiera e in tutti gli altri esercizi di pietà (42). In quel tempo in Seminario non si aveva la comodità di fare la santa Comunione se non alla domenica. Ciò rincresceva al Comollo, e per soddisfare in qualche modo la sua devozione, al giovedì chiedeva di potersi recare a servire qualche Messa nella chiesa di S. Filippo annessa al Seminario. Per ciò fare era d´uopo perdere la ricreazione e la colazione; ma egli si sottometteva di buon grado a queste privazioni, giudicandosi assai bene ricompensato dalla Comunione che comodamente faceva nel servir la santa Messa.

Voleva sovente discorrere dei martiri del Tonchino. « Quelli, diceva, sono veramente pastori del gregge di Gesù Cristo, i quali dànno la loro vita per la salvezza delle pecorelle smarrite. Quanta gloria sarà loro riservata in paradiso ». Altre volte esclamava: « Oh potessi almeno, quando sarò per partire da questo mondo, sentirmi dal Signore un consolante: euge, serve bone, vieni, servo fedele! »

 

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CAPO IX

Suoi pensieri sul paradiso - Suo raccoglimento nella preghiera - Meditazioni sull´inferno - Gli esercizi spirituali

Con grande trasporto di gioia discorreva del paradiso; e fra le belle cose che soleva dire, una fu questa: « Quando mi trovo solo e disoccupato o quando non posso prendere sonno lungo la notte allora mi metto a fare le più amene passeggiate. Suppongo trovarmi sopra un´alta montagna, dalla cui cima mi sia dato scoprire tutte le bellezze della natura. Contemplo il mare, la terra, i paesi, le città, con quanto più magnifico esiste in essi; levo quindi lo sguardo pel sereno cielo, miro il firmamento, che tutto di stelle tempestato forma il più meraviglioso spettacolo. A questo vi aggiungo ancora l´idea di una soave musica che a voce ed a suono faccia echeggiare di lieti evviva valli e monti, e, deliziando la mente con questa mia immaginazione, mi volgo in altra parte, alzo gli occhi, ed eccomi innanzi la città di Dio. La miro all´esterno, poscia me le avvicino e penetro dentro; qui pensa tu alle cose che senza numero io fo passare a rassegna ».

Proseguendo nella sua passeggiata raccontava cose le più curiose ed edificanti, che nella sua mente faceva passare a rassegna nelle varie sessioni del paradiso.

Fu pure in quest´anno che gli cavai il segreto di pregare senza distrazione. « Vuoi sapere, dicevami, come io mi metta a pregare ? Ella è un´immagine tutta materiale che ti farà ridere. Chiudo gli occhi, e col pensiero mi porto entro una grande sala, il cui soffitto è sostenuto da innumerevoli colonne, adornata nella maniera più squisita, e in fondo alla quale si alza un maestoso trono, sovra di cui suppongo stare assiso Iddio nella sua infinita maestà; dopo di lui tutti i cori dei Beati comprensori. Questa immagine materiale mi serve meravigliosamente per sollevare il mio pensiero all´infinita Maestà Divina, dinanzi a cui mi prostro e, con tutto il rispetto a me possibile, fo la mia preghiera » (43).

Questo dimostra, secondo le regole dei maestri di spirito, quanto la mente del Comollo fosse staccata dalle cose sensibili, e quanto ei fosse padrone di raccogliere le facoltà della mente sua per trattenersi a spirituali colloqui con Dio. La quale cosa segna un alto grado di perfezione (44).

In quest´anno medesimo, mentre ascoltava la santa Messa ne´ giorni feriali, soleva leggere le meditazioni sull´inferno del P. Pinamonti, intorno a che l´udii più volte a dire: « Nel decorso di quest´anno

 

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lessi sempre in cappella meditazioni sull´inferno, le ho già lette, e le leggo di nuovo e benchè trista e spaventosa ne sia la materia, tuttavia vi voglio persistere, affinchè considerando l´intensità di quelle pene mentre vivo, non le abbia ad esperimentare sensibilmente dopo morte ».

Nel corso della quaresima (1839), coi sentimenti della più viva divozione fece altresì i santi spirituali esercizi (45). Dopo di essi, quasi più nulla si dovesse aspettare in questo mondo, asseriva che il più grande di tutti i favori, che il Signore possa concedere al cristiano, è quello degli esercizi spirituali. cc Ella è la grazia più grande, diceva con trasporto ai suoi compagni, che Dio possa fare ad un cristiano, accordargli tempo, onde disponga delle cose dell´anima con piena cognizione, con tutto l´agio, e con soccorso di circostanze sì favorevoli, quali sono meditazioni, istruzioni, letture, buoni esempi. Oh! quanto siete buono, Signore, verso di noi! che ingratitudine non sarebbe mai per chi non corrispondesse a tanta bontà di un Dio! » (46).

CAPO X

Sintomi di sua malattia - Giudizi di Dio
Sogno spaventoso - La tranquillità

Mentre io intraprendo a raccontare le cose riguardanti all´ultima infermità e alla morte del Comollo, stimo bene di ripetere che quanto quivi espongo è quale fu scritto durante la sua malattia e immediatamente dopo la morte: cose tutte lette e rivedute dai superiori del Seminario, e dai compagni che ne furono testimoni oculari, prima che si mandassero alle stampe. I quali tutti asseriscono non aver trovata parola non conforme alla verità.

È pur bene di notare che (47) un´anima innocente e adorna di tante virtù, quale era quella del Comollo, direbbesi nulla dover paventare l´avvicinarsi dell´ora della morte. Eppure ne provò anch´essa grande apprensione. Ah! se le anime buone temono cotanto al doversi presentare al cospetto del divin Giudice a rendere conto delle loro azioni, che mai sarà, o lettori, che mai sarà di chi non pensa ad altro che a godere i piaceri della vita! che terribile momento sarà mai quello per l´uomo peccatore!

Ora passiamo al racconto. Era il mattino del 25 marzo 1839, giorno della SS. Annunziata (48), quando io nell´andare in cappella incontrai pei corridoi il Comollo che mi stava aspettando. Come l´ebbi

 

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interrogato del buon riposo, rispose francamente essere per lui spedita. Ne fui molto sorpreso, stante che il giorno avanti avevamo passeggiato buon pezzo assieme lasciandolo in perfetta salute. Chiesta la ragione d´un tal parlare: « Sento, rispose egli, sento un freddo che m´occupa tutte le membra, mi duole alquanto il capo, lo stomaco è impedito; del male corporale però poco mi dò pena, quello che mi atterrisce (ciò diceva con voce commossa) si è il dovermi presentare al gran giudizio di Dio ». Esortandolo io a non volersi così affannare, essere queste certamente cose serie assai, ma per lui remote, e avere ancora molto tempo a prepararsi, entrammo in chiesa. Ascoltò ancora la santa Messa, dopo la quale venne sorpreso da uno sfinimento di

- forze, per cui dovette tosto mettersi a letto (49). Terminate che furono le funzioni di cappella, mi recai a visitarlo nel proprio dormitorio. Appena mi vide fra gli astanti, fece segno che me gli appressassi (50), come se avesse a manifestarmi cosa di grande importanza, e così prese a dire: «Mi dicesti che era cosa remota, e che eravi ancor tempo a prepararmi prima d´andarmene, ma non è così; sono certo che debbo presentarmi presto al cospetto di Dio; poco tempo mi resta a dispormi; vuoi che tel dica chiaramente ? Abbiamo da lasciarci ». Io lo esortava tuttavia a non inquietarsi, e non affannarsi con tale idee. « Non m´inquieto, interrompendomi disse, nè mi affanno, solo penso che debbo andare al gran giudizio, e giudizio inappellabile, e questo agita il mio interno ». Quelle parole mi afflissero assai; perciò ogni momento desiderava sapere delle sue nuove, e ogni volta che io lo visitava, mi ripeteva sempre la stessa espressione: Sì avvicina il tempo che debbo presentarmi al divin giudizio; dobbiamo lasciarci. Talmente che nel decorso di sua malattia mi furono non una, ma più di quindici volte ripetute (51). E questo sin dal primo giorno di malattia manifestò anche a più altri suoi colleghi, nell´occasione che da loro era stato visitato. Disse pure che il suo male sarebbe inteso al rovescio dai medici, che operazioni e medicine non gli avrebbero prodotto verun giovamento; come di fatto avvenne. Queste cose che dapprima io attribuiva a mero timore dei giudizi divini; al vedere poi che si andavano avverando di tratto in tratto, le palesai ad alcuni compagni, quindi allo stesso nostro signor Direttore spirituale, il quale, benchè sulle prime ne facesso poco conto, rimase poi molto meravigliato dacché ne vide gli effetti (l).

Direttore spirituale del Seminario di Chieri era in quel tempo il signor D. Giuseppe Mottura, creato poi canonico dell´insigne Collegiata di Giaveno, in età assai avanzata. Questo degno Ecclesiastico dopo una vita onorata finiva i suoi giorni con morte edificante nel 1876 (a).

 

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Frattanto il Comollo si stette il lunedì febbricitante coricato; il martedì e mercoledì passolli fuori di letto, per altro sempre tristo e melanconico, assorto nel pensiero dei giudizi divini. Alla sera del mercoledì si pose di nuovo a letto come infermo per non levarsi più. Fra il giovedì, venerdì, sabato di quella settimana (santa) gli furono fatti tre salassi, prese varie medicine, ruppe in copioso sudore, ma senza ricevere alcun giovamento. Il sabato sera, vigilia di Pasqua, andatolo a visitare: « Poichè, mi disse, dobbiamo lasciarci e tra poco io debbo presentarmi al giudizio, avrei caro che tu vegliassi meco questa notte ». Il Direttore D. Giuseppe Mottura, scorgendo l´infermo camminare di male in peggio, mi concedette assai volentieri che passassi presso di lui la notte, che era quella del 30 marzo precedente al solenne giorno di Pasqua.

« State attento, mi disse il Direttore, e se vi accorgete di grave pericolo chiamatemi tosto. Notate anche ogni particolarità della malattia, e sappiatene ragguagliare il medico domani » (52). Alle otto la febbre facevasi più violenta; alle otto e un quarto l´assalì un accesso di febbre convulsiva sì gagliardo che gli tolse l´uso della ragione. Sulle prime faceva un lamento prolungato, come se fosse stato atterrito da spaventevole oggetto o da tetro fantasma. Di li a mezz´ora tornato alquanto in sè e guardando fisso gli astanti, gridò ad alta voce: Ahi giudizio ! Quindi cominciò a dibattersi con forze tali, che cinque o sei che eravamo astanti appena lo potevamo trattenere in letto.

Tali dibattimenti durarono per ben tre ore, dopo i quali ritornò in piena cognizione di se stesso. Stette lunga pezza pensieroso come occupato in seria riflessione, quindi deposta quell´aria di mestizia e di terrore, che da più giorni dimostrava pei giudizi divini, comparve tutto placido e tranquillo. Parlava, rideva, rispondeva a tutte le interrogazioni, che gli venivano fatte a segno che l´avremmo quasi giudicato in regolare condizione di salute (53). Gli fu chiesto da che provenisse un tale cangiamento, essendo poco prima così tristo ed ora tanto gioviale ed affabile. A quella domanda mostrossi alquanto imbarazzato a rispondere; di poi, rivolto qua e là lo sguardo se da nessuno fosse udito, prese a parlare sottovoce con uno degli astanti (54): — Fin ora paventai di morire pel timore del giudizio divino; questo tutto mi atterriva; ma ora son tranquillo, nulla più temo per le seguenti cose che in amichevole confidenza ti racconto. Mentre era estremamente agitato pel timore dei giudizi divini, parvemi in un istante essere trasportato in una profonda ed ampia valle, in cui l´agitazione dell´aria e le bufere di un vento furioso toglievano forza e vigore a chiunque colà capitava. Nel centro di questa valle era un grande abisso a guisa di larga e profonda fornace, onde uscivano fiamme

 

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avvampanti... (55). Di quando in quando vedevo anime, delle quali alcune riconobbi, cadere là entro, e a quel tonfo globi immensi di fuoco e di fumo si sollevavano verso il cielo... A tale vista spaventato mi posi a gridare per timore di dover precipitare in quella spaventosa voragine. Perciò mi voltai all´indietro per fuggire, ed ecco una innumerevole turba di mostri di forma orribile e diversa, che tentavano urtarmi in quell´abisso... Allora gridai più forte vie più atterrito, senza sapere che mi facessi, e mi segnai col segno della santa Croce. A quell´atto religioso tutti quei mostri volevano chinare il capo, ma non potendo si contorcevano scostandosi alquanto da me. Tuttavia non poteva ancora fuggire e allontanarmi da quel malaugurato luogo; allorchè vidi una moltitudine di uomini armati, che a somiglianza di forti guerrieri venivano in mio soccorso. Essi assalirono vigorosamente quei mostri, alcuni dei quali rimasero sbranati, altri giacquero stesi a terra, altri si diedero a precipitosa fuga. Liberato da quel pericolo, presi a camminare per quella spaziosa valle, finché giunsi ai piè di un´alta montagna, su cui solo si poteva salire per una scala. Ma questa aveva gli scalini occupati da grossi serpenti, pronti a divorare chiunque vi ascendesse. Eppure non v´era altro passaggio che quello, ed io non osava avanzarmi temendo essere da quei serpenti divorato. Quivi abbattuto dalla stanchezza e dagli affanni, privo di forze, già veniva meno, quando una donna ch´io giudico essere la comune nostra Madre, vestita in gran pompa, mi prese per mano e fecemi rizzare in piedi dicendo (56): « Vieni meco. Hai lavorato in mio onore e mi hai tante volte invocata, pertanto è giusto che ora ne abbi la dovuta mercede. Le Comunioni fatte in mio onore ti meritano lo scampo dal pericolo, in cui ti ha posto il nemico delle anime ». Intanto Ella mi fe´ cenno di seguirla per quella scala. Come Essa pose piede sugli scaglioni, tutti quei serpenti voltavano altrove la mortifera loro testa, nè si volgevano verso di noi, se non quando eravamo alquanto da loro lontani. Giunti in cima a quella scala, mi trovai in deliziosissimo giardino, dove io vidi cose che non mi sono giammai immaginato che esistessero (57). Quando fui in sicuro, la benefica Signora mi aggiunse queste parole: « Ore sei in salvo. La mia scala è quella che deve condurti al sommo bene. Animo, figlio mio, il tempo è breve. Quei fiori che formano ornamento sì bello in questo giardino sono raccolti dagli angioli, con cui ti vanno intrecciando una corona di gloria a fine di collocarti tra i miei figli nel regno dei cieli ». Ciò detto disparve. Queste cose, conchiuse il Comollo, appagarono talmente il mio cuore e mi resero così tranquillo che, ben lungi dal temere la morte, io desidero che venga presto, a fine di potermi unire cogli angioli del cielo per cantare le lodi del mio Signore. — Sin qui l´infermo.

 

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Checchè se ne voglia dire del sovraesposto racconto, il fatto fu che quanto grande era prima il suo timore di comparire innanzi a Dio, altrettanto di poi manifestavasi il suo desiderio che giungesse quell´istante. Non più tristezza o malinconia in volto, ma tutto ridente e gioviale voleva sempre cantare salmi, inni o laudi spirituali.

CAPO XI (58)

Ultima Confessione - Il santo Viatico - Avvisi al suo amico - Divozione alla Beata Vergine - Scelta dei buoni compagni - Si raccomanda agli amici affinchè preghino per lui

Sebbene lo stato della malattia del Comollo apparentemente sembrasse assai migliorato, tuttavia sul fare dell´alba ho stimato di avvertirlo essere cosa buona che in quel giorno ricevesse i SS. Sacramenti, occorrendo appunto la solennità di Pasqua. « Volentieri, ripigliò, e poichè dicono che il Signore risuscitò dal sepolcro, in circa a quest´ora (erano le quattro e mezzo del mattino) vorrei che altresì risuscitasse nel mio cuore coll´abbondanza delle sue grazie. Non ho alcuna cosa che m´inquieti la coscienza, nulladimeno, atteso lo stato in cui mi trovo, ho piacere di parlare un momento col mio confessore prima di ricevere la santa Comunione » (1). È pur questa cosa degna -di osservazione; un giovane vissuto nel secolo, sul vigore di sua età, persuaso doversi fra poco presentare al divin giudizio, dire francamente non sentirsi la minima inquietudine di coscienza... essere tranquillo. È forza dire che ben regolata sia stata la sua vita, puro il cuore e pura l´anima sua (59).

Lettor mio, sia questo fatto di eccitamento a me ed a te a regolar fin d´ora le partite dell´anima nostra, onde possiamo in quell´estremo di vita dire anche noi: Ho nulla che faccia pena alla mia coscienza. Ce lo conceda Iddio!

Spettacolo poi veramente edificante e meraviglioso fu la sua Comunione. Terminata la Confessione, fatta la preparazione per ricevere il santo Viatico, già il signor Direttore, che ne era il ministro, seguito dai seminaristi, entrava nell´infermeria; quando al suo primo comparire l´infermo tutto commosso cangia colore, muta d´aspetto, e

(1) Confessore regolare del Comollo era il signor D. Bagnasacco, canonico di felice memoria della onorevole Collegiata di Chieri. Ne´ due anni di collegio, e ne´ due anni e mezzo di Seminario egli aveva sempre frequentato il medesimo confessore (a).

 

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pieno di santo trasporto esclama: « Oh bella vista... Giocondo vedere...! Mira come risplende quel sole! Quante belle stelle gli fanno corona! Quanti prostrati a terra l´adorano e non osano alzare la chinata fronte! Deh! lascia che io vada ad inginocchiarmi con loro, e adori anch´io quel non mai veduto sole » (60). Mentre tali cose diceva, voleva rizzarsi, e con forti slanci tentava portarsi verso il SS. Sacramento. Io mi sforzava a fine di trattenerlo in letto; mi cadevano lagrime di tenerezza e di stupore; e non sapeva .che dire, nè che rispondergli. Ed egli vie più si dibatteva onde portarsi verso il SS. Viatico; nè s´acquetò finchè non l´ebbe ricevuto. Dopo la Comunione, tutto concentrato nei più affettuosi sentimenti verso Gesù, stette alcun tempo immobile, quindi dando in novelli trasporti di gioia: « Oh!... portento d´amore! esclamava. Chi mai son io per essere fatto degno di tesoro sì prezioso! Oh! esultino pure gli Angeli del cielo, ma con più di ragione ho io di che rallegrarmi, giacchè Colui, che gli Angeli prostrati mirano rispettosamente svelato in Cielo, io lo custodisco nel seno: Quem Coeli capere non possunt, meo gremio confero magnificavit Deus facere nobiscum : operò il Signore con me le sue maraviglie, e fui ripieno di celeste gioia e di divina consolazione: Et fatti sumus laetantes » (61). Queste e molte altre simili giaculatorie continuò a pronunziare per buon tratto di tempo. Infine abbassata la voce, chiamommi a sè e mi pregò a non parlargli più d´altro che di cose spirituali, dicendo essere troppo preziosi quegli ultimi momenti che gli restavano ancor di vita, e doverla tutta impiegare a glorificare il suo Dio; peréiò non darebbe più alcuna risposta, qualora fosse interrogato intorno ad altre cose.

Difatti in tutto il tempo di que´ convulsivi dibattimenti se veniva richiesto intorno a cose temporali vaneggiava; se intorno a cose spirituali dava le più sode risposte.

Crescendo ognor più il -male, i parenti giudicarono di fare un consulto di parecchi valenti medici, che proposero rimedi ed eseguirono varie operazioni: insomma si operò quanto l´arte dei medici e dei chirurghi poteva suggerire, ma tutto senza effetto, avverandosi così ogni cosa nel modo e colle circostanze dal Comollo prenunziate.

Intanto l´infermo, apparendo assai prostrato di forze, e palesando tendenza al sonno, si lasciò alquanto riposare. I seminaristi erano andati alle sacre funzioni del Duomo. Dopo breve riposo si svegliò, e trovandosi solo col solito amico prese a parlargli così: « Eccoci, o caro amico, eccoci al momento, in cui noi dobbiamo per alcun tempo lasciarci (62). Noi pensavamo di confortarci nelle vicende della vita, aiutarci, consigliarci in tutto quello che ci avrebbe potuto giovare alla eterna nostra salvezza. Non era scritto così nei santi e sempre

 

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adorabili voleri del Signore. Tu mi hai sempre aiutato nelle cose spirituali, nelle cose scientifiche ed anche temporali, ed ora ti ringrazio. Dio te ne rimeriti. Ma prima di lasciarci ascolta alcuni ricordi di un tuo amico. L´amicizia non importa solo di fare quanto l´amico richiede mentre vive, ma di eseguire altresì quello che a vicenda si è promesso da effettuarsi dopo la morte (63). Perciò il patto, che abbiamo fatto colle più òbbliganti promesse, di pregare a vicenda a fine di poterci salvare, non solo voglio che si estenda sino alla morte dell´uno o dell´altro, ma di ambedue; onde finchè tu condurrai i tuoi giorni quaggiù prometti e giura di pregar per me ». Benchè in udir tali parole, asserisce l´amico, mi sentissi forzato a piangere, pure frenai le lagrime e promisi nel modo richiesto quanto voleva. « Or bene, proseguiva l´infermo, ecco quello che io posso dire a tuo riguardo: Non sai ancora se brevi o lunghi saranno i giorni di tua vita; ma checchè ne sia sull´incertezza dell´ora della morte, n´è certa la venuta; perciò fa´ in maniera che tutto il tuo vivere altro non sia che una preparazione alla morte, al giudizio... Gli uomini pensano di quando in quando alla morte, credono che verrà quell´ora da essi non voluta, ma non vi si dispongono, perciò allorchè se ne appressa il momento rimangono agitati, anzi spaventati per l´imbarazzo grande in cui si trovano nel sistemare le partite dell´anima. E chi muore in mezzo a tale confusione fa temere assai della sua eterna perdizione. Felici coloro che passando i giorni in opere sante e pie si trovano apparecchiati per quel momento. Se poi sarai chiamato dal Signore a divenir guida delle anime altrui, inculca mai sempre il pensiero della morte, del giudizio, il rispetto alle chiese, poichè si vedono pur troppo anche persone di grado distinto, che hanno poca riverenza alla casa di Dio; perciò alle volte avviene che un uomo della plebe, una semplice donniciuola stia colle più sante disposizioni, mentre il ministro dal Santuario vi sta svagato senza riflettere che si trova nella casa del Dio

vivente!

Siccome poi per tutto il tempo che militiamo in questo mondo di lagrime, non abbiamo patrocinio più possente di quello di Maria Santissima, devi perciò professarle una speciale divozione. Oh! se gli uomini potessero essere persuasi del contento che arreca in punto di morte la divozione a Maria, tutti a gara cercherebbero nuovi modi, con cui renderle speciali onori. Sarà pur Ella che col suo Figlio tra le braccia formerà la nostra difesa contro il nemico dell´anima nostra all´ora estrema. Si armi pur tutto l´inferno contro di noi, con Maria in nostra difesa, nostra sarà la vittoria. Guardati per altro bene dall´essere di quei tali che, recitando a Maria qualche preghiera, oppure

 

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offrendole qualche mortificazione, credono essere da Lei protetti, mentre conducono vita scostumata. Invece di essere divoti di questa

fatta, è meglio non esserlo, perchè, se si mostrano tali, è puro effetto d´ipocrisia per essere favoriti nei loro cattivi disegni, e quello che è più, se fosse possibile, farle approvare la loro vita sregolata. Sii tu sempre dei veri divoti di Maria coll´imitare le virtù di Lei, e proverai i dolci effetti di sua bontà e del suo amore.

Aggiungi a questo la frequenza dei sacramenti della Confessione e Comunione, che sono i due strumenti, ossia le due armi, colle quali si superano tutti gli assalti del comun nemico, e tutti gli scogli di questo burrascoso mare del mondo (64). Procura di avere un confessore fisso: a lui apri il tuo cuore, a lui ubbidisci, e in lui avrai una guida sicura per la strada che conduce al cielo. Ma, ohimè! quanti si vanno a confessare senza alcun frutto: Confessioni e peccati, peccati e Confessioni: ma nessuna emendazione. Ricordati pertanto, che il Sacramento della penitenza è appoggiato sopra il dolore e sopra il proponimento, e, dove manca una di queste essenziali condizioni, diventano nulle o sacrileghe tutte le nostre Confessioni.

Avverti finalmente con chi tratti, parli, e chi frequenti. Non parlo già delle persone di sesso diverso, od altre persone secolari, che siano per noi d´evidente pericolo, le quali si devono affatto evitare; ma parlo degli stessi compagni, chierici, ed anche seminaristi. Alcuni di essi sono cattivi, altri non sono cattivi, ma non molto buoni, altri poi sono veramente buoni. I primi si devono assolutamente evitare, coi secondi soltanto trattare qualora ne sia il bisogno, senza stringere alcuna familiarità; gli ultimi poi si devono frequentare, e questi sono quelli da cui si riporta utilità spirituale e temporale. Egli è vero che son pochi, ma appunto per questo devesi usare massima cautela nel cercarli, e trovati frequentarli, formando con essi quella spirituale amicizia dalla quale si ricava tanto profitto. Coi buoni sarai buono, coi cattivi sarai cattivo.

Una cosa ho ancora da domandarti, di cui ti prego cordialmente. Quando andrai al passeggio, e, passando presso il luogo di mia tomba, udirai i compagni a dire: Qui sta sepolto il nostro collega Comollo, allora tu suggerisci in prudente maniera a ciascheduno da parte mia, che mi recitino un Pater ed un Requiem. In tal guisa io sarò dalle pene del purgatorio liberato. Molte cose ti direi ancora, ma il male prende forza, e m´opprime, perciò raccomandami alle preghiere degli amici, prega il Signore per me; Iddio ti accompagni e ti benedica, e ci rivedremo quando Egli vorrà ».

Questi sentimenti esternati in quei momenti in cui si manifesta tutto l´intrinseco del cuore, formano il vero ritratto dell´animo suo.

 

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Il pensiero delle massime eterne, la frequenza dei Sacramenti, tenera divozione verso la Beata Vergine, fuggire i compagni pericolosi, cercare quelli da cui sperava ricavare qualche giovamento per le cose di studio o di pietà, formavano lo scopo di tutte le sue azioni.

CAPO XII

Aumenta la violenza del male - È visitato dai suoi genitori - Parole loro indirizzate - Riceve l´Olio Santo - Sua preghiera a Maria - Sue ultime parole - Sua preziosa morte

Sulla sera del giorno di Pasqua (65) apparve così prostrato che appena poteva articolare e pronunciare qualche parola, quando fu sorpreso da nuovo e più violento accesso di febbre, accompagnato da dolorose convulsioni, sicchè a stento si poteva trattenere. Ma la nostra santa cattolica religione produce tali impressioni sul cuore delle anime buone, che al medesimo Comollo servì di spediente efficacissimo per acquetarlo. Comunque fuori di sè, o agitato dalla violenza del male, dettogli appena: Comollo, per chi bisogna soffrire? Egli subito rinvenendo tutto gioviale e ridente: «Per Gesù Crocifisso », rispondeva.

In simile stato, senza mai proferire un lamento per l´atrocità dei dolori, passò la notte e quasi intero il giorno susseguente. In questo frattempo fu visitato da´ suoi genitori, i quali conobbe appieno, e raccomandò loro di rassegnarsi alla divina volontà. Queste parole furono pungenti strali al cuore dell´addolorata sua madre, la quale tanto amava un figlio così amabile, e da cui ella pure era tanto

amata (66).

—    Luigi, ella disse, frenando le lagrime, non ti pare di star meglio ?

Fa´ coraggio.

—    Sì, cara madre, mi sento un po´ meglio, ma di qui a poco

spero di star benissimo. È questo il tempo del coraggio! Speriamo

nel Signore.

—    Tuo zio prevosto ti saluta e prega e fa pregare per te.

—    Salutate mio zio. Sì, caro zio, quanto mai vi ringrazio del bene che mi avete fatto. Se non mi sono lasciato trascinare dai perversi compagni lo debbo a voi. Quanto mai di cuore vi ringrazio. —

Dopo una piccola pausa ripigliò:

—    Io godo grande consolazione nel vedervi qui, o cari genitori.

Vi domando perdono dei dispiaceri che vi ho cagionati colle mie disobbedienze.

 

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—   Figlio mio, tu non hai bisogno di perdono; fosti sempre la nostra consolazione.

—   Voi siete troppo buoni. Vi ringrazio ancora di tutto ciò che avete fatto e sofferto per me. Io mi raccomando alle vostre preghiere. Non dimenticatemi! Se mio zio fosse qui lo vedrei con tanto piacere.

—   Se avesse potuto sarebbe volato al tuo fianco. Ma siamo nelle feste di Pasqua. Esso non può lasciar la parrocchia.

—   Oh caro zio, non potrò più vedervi in terra, ma ho piena fiducia di vedervi in cielo. E voi, madre mia diletta, ditelo voi al mio zio prevosto, ditegli che io lo attendo in paradiso.

—   Luigi caro, ripigliò la madre mischiando le parole a copiose lagrime, ti ricorderai anche di me e di tuo padre ?

—   Sì, amati genitori; voi mi avete sempre dati buoni esempi; vi ho amati in vita e se morendo sarò accolto, come spero, dalla divina

misericordia, non mancherò di invocare incessantemente i celesti favori sopra di voi. ‑

La dolente genitrice non potè più trattenere i singhiozzi e diede in dirottissimo pianto.

— Madre amata! egli soggiunse: Non piangete, o miei genitori. Dio vuole così; coraggio, coraggio! Al cielo il nostro cuore!... Al cielo le nostre consolazioni!... Al cielo!... Addio, o cara madre! Addio, o amato padre! A rivederci nella beata eternità. —

Di quando in quando si metteva a cantare con voce ordinaria e così sostenuta che l´avreste giudicato in perfetto stato di salute. Il

suo canto era il Miserere, le litanie della Madonna, l´Ave, maris Stella e laudi spirituali. Ma siccome il cantare di troppo lo prostrava si cercò

di suggerirgli qualche preghiera; così egli cessava di cantare, per recitare quello che gli veniva suggerito.

Alle sette di sera P aprile, andando le cose ognora peggio, il Direttore spirituale stimò bene amministrargli l´Olio Santo. Comin‑

ciata appena tale funzione l´infermo pareva perfettamente guarito, rispondeva opportunamente a quanto abbisognava, talchè il sacerdote ebbe a dire essere cosa del tutto singolare che, mentre pochi momenti prima pareva in agonia, potesse con tanta precisione far l´assistente al ministro, rispondendo a tutte le preci e responsori che in quella amministrazione occorrono. Lo stesso avvenne alle undici e mezzo, quando il signor Rettore, al vedere che un freddo sudore cominciava a coprirgli il pallido volto, gli comparti la papale benedizione (1).

(1) Il Rettore del Seminario era il Teologo Sebastiano Mottura, Canonico,

Arciprete della Collegiata di Chieri. Ivi in età di 83 anni terminava i suoi giorni nel 1876 (a).

 

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Amministrati così tutti i conforti di nostra santa cattolica religione, non pareva più un infermo, ma uno che stesse in letto per riposo; era pienamente consapevole di se stesso, con animo pacato e tranquillo; tutto allegro ad ogni momento innalzava fervorose giaculatorie a Gesù Crocifisso, a Maria Santissima, ai Santi; onde il signor Rettore ebbe a dire: « Egli non abbisogna che altri gli raccomandi l´anima, essendo sufficiente per se medesimo » (67). A mezzanotte, con voce assai robusta intonò l´Ave, macis Stella, e continuò quest´inno sino all´ultimo versetto, senza desistere, nonostante che i compagni lo pregassero a non istancarsi. Era tanto assorto in se stesso e traspariva dal suo volto tale un´aria di paradiso da sembrare un angiolo. Un´ora dopo la mezzanotte del 2 aprile, domandò ad uno degli astanti quanto tempo vi era ancora; gli fu risposto :

—   Vi è ancora mezz´ora.

—   C´è ancora di più, soggiunse

—   Sì, ripigliò l´altro credendo che vaneggiasse; ancora mezz´ora poi andremo alla ripetizione.

—   Eh mio caro, ripigliò l´infermo sorridendo, bella ripetizione!... V´è altro che ripetizione. —

Richiesto da un compagno, se sarebbesi ricordato di lui quando fosse in paradiso, rispose:

—   Mi ricorderò di tutti, ma in modo particolare di quelli che mi aiuteranno ad uscire presto dal purgatorio. —

Un altro compagno (68) gli domandò se non gli rincrescesse di lasciare il mondo, i parenti, gli amici.

—   No... no... Non mi rincresce; mio padre e mia madre li vedrò presto in cielo; gli Angioli santi saranno i miei amici in eterno.

—   Che cosa ti consola di più in questo momento ?

—   Aver fatto qualche cosa per amore di Maria e l´aver frequentato la santa Comunione. ‑

Ad un´ora e mezzo, benchè conservasse sempre la solita serenità nel volto, apparve talmente estenuato di forze, che sembrava mancargli il respiro. Rinvenuto poscia un tantino, raccolto quanto aveva di vigore, con voce tronca, cogli occhi elevati al cielo proruppe in questi accenti: « Vergine santa, Madre benigna, cara Madre del mio amato Gesù, Voi, che fra tutte le creature sola foste degna di portarlo nel vostro immacolato seno, deh! per quell´amore, con cui l´allattaste, lo stringeste amorosamente fra le vostre braccia, per quel che soffriste allorchè gli foste compagna nella sua povertà, allorchè lo vedeste fra gli strapazzi, sputi, flagelli, e finalmente spasimare morendo in croce; deh! per tutto questo ottenetemi il dono della fortezza, viva fede, ferma speranza, infiammata carità, con sincero dolore de´ miei peccati;

 

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ed ai favori, che mi avete ottenuti in tutto il tempo di mia vita, aggiungete la grazia che io possa fare una sana morte. Sì, cara Madre pietosa, assistetemi in questo punto che sto per presentare l´anima mia al divin giudizio; presentatela Voi medesima nelle braccia del vostro divin Figlio; che se tanto mi promettete, ecco io con animo ardito e franco, appoggiato alla vostra clemenza e bontà presento per le vostre mani quest´anima mia a quella Maestà Suprema, da cui spero conseguire misericordia ».

Queste furono le precise parole da lui pronunciate con tanta enfasi e penetrazione, che commossero tutti gli astanti, sino a trarre loro le lagrime.

Terminata questa fervorosa preghiera, pareva venir sorpreso da un letargo mortale, onde per tenerlo in sentimento gli domandai se sapeva qual età avesse S. Luigi, quando morì: alla qual domanda scossosi: « S. Luigi, rispose, aveva ventitrè anni compiuti, e io muoio che non ne ho ancora ventidue ». Vedendo venirgli meno il polso, m´accorsi appressarsi il momento che egli doveva abbandonare il mondo ed i suoi compagni; perciò presi a suggerirgli quel tanto che venivami a proposito in simil circostanze. Ed egli tutto attento a ciò che gli si diceva, col volto e colle labbra ridenti, conservando l´inalterabile sua tranquillità, fissi gli occhi nel Crocifisso che stretto teneva fra le mani giunte innanzi al petto, si sforzava di ripetere ogni parola che gli veniva suggerita. Circa dieci minuti prima del suo spirare, chiamò per nome (69) uno degli astanti, e, « se vuoi, gli disse, qualche cosa per l´eternità, io... addio, me ne parto. Gesù e Maria metto nelle vostre mani l´anima mia ». Queste furono le ultime sue parole. Quindi per la durezza delle labbra e la spessezza della lingua non potendo più colla voce pronunziare le giaculatorie suggerite, le componeva e le articolava colle labbra.

Eranvi altresì due diaconi Don Sassi e Don Fiorito, che gli leggevano il profiscere, il quale terminato, mentre gli si raccomandava l´anima alla Vergine Santissima, agli Angeli onde fosse da loro offerta nel cospetto dell´Altissimo, nell´atto che si pronunciavano i santi nomi di Gesù e di Maria, sempre sereno e ridente in volto, movendo egli un dolce sorriso a guisa di chi resta sorpreso alla vista di un meraviglioso e giocondo oggetto, senza fare alcun movimento, l´anima sua bella si separò dal corpo volando, come piamente si spera, a riposare nella pace del Signore. Il suo felice transito avvenne alle due dopo mezzanotte, prima che sorgesse l´aurora del 2 aprile 1839, in età d´anni 22 meno cinque giorni. Così morì il giovine chierico Comollo Luigi, il quale seppe gettare nel suo cuore i semi della virtù nelle più rozze occupazioni, coltivarli in mezzo alle lusinghe del mondo, per‑

 

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fezionarli con due anni e mezzo circa di chiericato, facendoli venire a tutta maturazione con una penosa malattia. E mentre ognuno si stimava fortunato di averlo chi per modello, chi per guida nei consigli, altri per amico leale, egli tutti lasciò nel mondo per andarci a proteggere in cielo.

Parrebbe sulle prime che un´anima sì buona, sì cristianamente vissuta come il nostro Comollo, non avrebbe dovuto paventare tanto i giudizi divini. Ma se ben si osserva, questa è la condotta ordinaria che tiene Iddio co´ suoi eletti, i quali, al pensiero di doversi presentare al rigoroso divin tribunale, ne rimangono pieni di timore e di spavento; ma Dio corre a suo tempo in loro soccorso, e invece che lo spavento del peccatore continua in agitazioni, rimorsi e disperazione, quello dei giusti si cangia in coraggio, confidenza e rassegnazione, che produce nel loro cuore la più dolce allegrezza. Questo è veramente il punto in cui Iddio fa gustare al giusto il centuplicato delle opere buone, secondo la promessa del Vangelo, con raddolcire le amarezze della morte colla pacatezza e tranquillità di animo, di contento e di gaudio interno che ravviva la fede, conferma la speranza, infiamma la carità a segno che il male per dir così perde la sua violenza, e vi sottentra un saggio anticipato del godimento di quel bene, che Iddio sta per compartir loro in eterno. Il che deve stimarsi guiderdone sufficiente ai travagli della vita, confortarci a tollerarli con rassegnazione, e a regolare tutte le azioni nostre secondo i divini precetti.

CAPO XIII

Costernazione per la morte del Comollo - Si ottiene di seppellirlo in chiesa Discorso del Teologo Arduino - Solenne sepoltura

Fattosi giorno e sparsasi la voce della morte del Comollo, tutto il Seminario rimase nella più grande costernazione (70). Diceva taluno: In quest´ora Comollo è già in paradiso a pregare per noi; un altro: Quanto bene previde la sua morte ! questi: Visse da giusto, morì da santo; quegli: Se dagli uomini si può giudicare che un´anima partendo dal mondo voli al paradiso, certamente ciò si può affermare del Comollo. Quindi ognuno andava a gara per avere qualche cosa che fosse stata di sua pertinenza. Taluno fece il possibile per avere il suo Crocifisso, altri per avere divote immagini: altri poi si stimavano grandemente contenti di possedere qualche suo librettino, e vi fu persino chi, non

 

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potendo avere altro, prese il suo collare, onde conservarsi stabile memoria di tanto amato e venerato collega.

Il Rettore del Seminario, mosso pur egli dalle singolari circostanze che accompagnarono la morte di lui, comportando a malincuore che il suo cadavere fosse portato al cimitero comune, appena giorno si recò a Torino dalle autorità civili ed ecclesiastiche, da cui ottenne che fosse sepolto nella chiesa di S. Filippo annessa al Seminario medesimo.

Il professore della conferenza del mattino Don Prialis cominciò la scuola all´ora solita, ma venuto il tempo di spiegare, rimirando la mestizia che tutti gli uditori avevano dipinta in fronte, fu egli pure talmente commosso che, prorompendo in lacrime e singhiozzi, dovette tralasciare la scuola, non avendo più forza di continuarla.

L´altro professore il Teologo Arduino la sera venne pure nella scuola, ma invece della solita spiegazione fece un patetico discorso sulla morte del Comollo, nel quale discorso diceva essere ben giusto il dolore, che ognuno esternava per la perdita di sì amato compagno, ma doversi dall´altro canto ognuno di noi rallegrare nella dolce speranza, che una vita sì edificante, una morte sì preziosa dovesse averci procurato un protettore in cielo. Esortò tutti a proporselo per modello di virtuosa e costumata chiericale condotta. Definì inoltre in varie maniere la sua morte; morte di un giusto, morte preziosa negli occhi del Signore, e finì con raccomandarci che ne serbassimo sempre cara memoria, e procurassimo imitarne le virtù.

Il mattino del 3 aprile coll´intervento di tutti i seminaristi, di tutti i superiori, del signor Canonico Curato cogli altri Canonici e col clero, fu il cadavere portato processionalmente per la città di Chieri, e dopo lungo giro accompagnato con funerei cantici e pie preghiere alla suddetta chiesa di S. Filippo. In quel momento cadeva dirotta pioggia a segno che le vie della città erano inondate ed infangate. Ciò nulla di meno una folla immensa accompagnò il feretro colla massima divozione e raccoglimento (71). Giunti in chiesa, con lugubre musica, con pomposo apparato si cantò Messa dal signor Direttore presente cadavere; terminata la quale, venne deposto in una tomba preparatagli vicino allo steccato che ne tramezza la balaustra (72), quasi che quel Gesù Sacramentato, verso cui mostrò tanto amore e col quale sì volentieri si tratteneva, vicino pure lo volesse anche dopo morte.

Sette giorni dopo fecesi un solenne funerale con gran pompa e col più maestoso apparato di addobbamenti e di lumi.

Questi furono gli ultimi onori resigli dai suoi colleghi, i quali oltremodo dolenti niente risparmiarono a favore di un compagno a tutti carissimo.

 

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CAPO XIV

Santa memoria di Luigi Comollo in Seminario - Sua modestia e purità di costumi - Comparsa ad una camerata di compagni

Ella è verità innegabile che la memoria delle anime buone non finisce colla loro morte, ma il loro esempio viene tramandato a´ posteri con utilità. Una malattia e una morte accompagnata da tanti segni di viva fede e da sentimenti di virtù e di pietà risvegliò pure in molti seminaristi il desiderio di imitare Comollo. Perciò non pochi s´impegnarono a seguire gli avvisi e i consigli loro dati mentre ancora viveva, altri a tener dietro a´ suoi esempi e virtù, di modo che alcuni alunni, i quali prima non mostravano gran fatto di vocazione allo stato cui dicevano di aspirare, dopo questa morte si posero con le più ferme risoluzioni per divenire modelli di perfezione.

« Egli fu appunto alla morte del Comollo, dice un suo compagno, che mi sono risoluto di menare una vita da buon chierico, per divenire santo ecclesiastico; e quantunque tale determinazione sia stata finora inefficace, nulladimeno non mi rimango, anzi voglio addoppiare vie più ogni giorno l´impegno ». Nè queste furono solamente risoluzioni di primo movimento, ma continua ancora oggidì a farsi sentire il buon odore delle virtù del Comollo. Onde il Rettore del Seminario poco tempo fa (73) mi assicurò che « il cangiamento di moralità avvenuto nei nostri seminaristi alla morte del Comollo continua ad essere tuttodì permanente ».

Nel decorso di questo ragguaglio (74) poco si parlò della virtù della modestia che era appunto quella la quale in modo particolare caratterizzava il Comollo. Un esterno così regolato, una condotta tanto esatta, una compostezza sì edificante, una mortificazione sì compita di tutti i sensi e principalmente degli occhi, fanno arguire che abbia posseduta una tale virtù in grado eminente. Ed a me pare non dire troppo, se affermo e nutro costante opinione, che egli abbia portata all´altra vita la bella stola dell´innocenza battesimale. Questo io argomento non solo dalla scrupolosa riserbatezza nel trattare, o parlare con persone di sesso diverso; ma molto più da certe materie teologiche, che egli niente affatto comprendeva, da certe interrogazioni che talvolta faceva, il che mostrava la sua semplicità e purezza. Mi confermava in questa opinione ciò che rilevai dal suo Direttore di spirito, il quale dopo lungo discorso meco fatto sul Comollo, con-chiuse che aveva egli conosciuto in lui un angioletto di costumi, che fervoroso e divoto di S. Luigi sempre si studiava d´imitarne le virtù.

 

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Difatti tuttavolta che di questo santo faceva parola (oltrechè gli offriva mattina e sera special preghiera), parlavane sempre con trasporto di gioia; anzi gloriavisi perchè ne portava il nome. « Son Luigi di nome, diceva, ah! potessi pure un giorno essere Luigi di fatti ». Che se studiavasi di seguire le virtù di S. Luigi, gli avrà certamente tenuto dietro in quella che di tal santo è la caratteristica, il candore e la purità di costumi.

Qui sembrami opportuno di osservare che la ragione, per cui la morte del Comollo fece sì grande impressione, furono due apparizioni del medesimo seguite dopo la sua morte (75). Io mi limito ad esporne una di cui fu testimonio un intero dormitorio, avvenimento che ha destato rumore dentro e fuori del Seminario. Questa visita straordinaria venne fatta ad un compagno, col quale esso Comollo era stato in amicizia mentre viveva. Ecco in qual modo lo stesso compagno narra il fatto. « Nelle nostre amichevoli relazioni, seguendo ciò che avevamo letto in alcuni libri, avevamo pattuito fra di noi di pregare l´un per l´altro, e che colui, il quale primo fosse chiamato all´eternità, avrebbe portato al superstite notizie dell´altro mondo. Più volte abbiamo la medesima promessa confermata, mettendo sempre la condizione, se Dio avesse ciò permesso e. fosse stato di suo gradimento. Simil cosa allora si fece come una puerilità, senza conoscerne l´importanza; tuttavia tra di noi si ritenne sempre sul serio quale sacra promessa e da mantenersi. Nel corso della malattia del Comollo si rinnovò più volte la medesima promessa, e quando egli venne a morire se ne attendeva l´adempimento, non solo da me, ma anche da alcuni compagni che ne erano informati.

Era la notte del 4 aprile, notte che seguiva il giorno della sua sepoltura, e io riposava cogli alunni del corso teologico in quel dormitorio che dà nel cortile a mezzodì. Ero a letto, ma non dormiva e stava pensando alla fatta promessa, e quasi presago di ciò che doveva accadere ero in preda ad una paurosa commozione. Quando, sullo scoccare della mezzanotte, odesi un cupo rumore in fondo al corridoio, rumore che rendevasi più sensibile, più cupo e più acuto mentre si avvicinava. Pareva quello di un carrettone, di un treno di ferrovia, quasi dello sparo di un cannone. Non saprei esprimermi se non col dire che formava un complesso di fragori così vibrati e in certo modo così violenti, da recare spavento grandissimo e togliere le parole di bocca a chi l´ascoltava. Ma nell´atto che si avvicinava lasciava dietro di sè rumoreggianti le pareti, la volta, il pavimento del corridoio, come se fossero costrutti di lastre di ferro scosse da potentissimo braccio. Il suo avvicinarsi non era sensibile in modo da potersi misurare il diminuirsi delle distanze, ma lasciava un´incertezza

 

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quale lascia una vaporiera, della quale talora non si può conoscere il punto ove si trova nella sua corsa, se si è costretti a giudicare dal solo fumo che si stende per l´aria.

I seminaristi di quel dormitorio si svegliano, ma niuno parla. Io era impietrito dal timore. Il rumore si avanza, ma sempre più

spaventoso; è presso al dormitorio; si apre da sè violentemente la porta del medesimo; continua più veemente il fragore senza che alcuna cosa si veda, eccetto una languida luce, ma di vario colore, che pareva regolatrice di quel sono. Ad un certo momento si fa improvviso silenzio, splende più viva quella luce, e si ode distintamente risuonare la voce del Comollo che, chiamato per nome il compagno tre volte consecutive, dice:

— Io sono salvo! —

In quel momento il dormitorio venne ancor più luminoso, il cessato rumore di bel nuovo si fece udire di gran lunga più violento, quasi tuono che sprofondasse la casa, ma tosto cessò ed ogni luce disparve. I compagni balzati di letto fuggirono senza saper dove; si raccolsero alcuni in qualche angolo del dormitorio, si strinsero altri intorno al prefetto di camerata, che era Don Giuseppe Fiorito da Rivoli; tutti passarono la notte aspettando ansiosamente il sollievo della luce del giorno.

Io ho sofferto assai e fu tale il mio spavento che in quell´istante avrei preferito di morire. Di qui incominciò una malattia che mi portò all´orlo della tomba e mi lasciò così male andato di sanità, che non ho potuto più riacquistarla se non molti anni dopo ».

Lascio a ciascheduno dei lettori a fare di questa apparizione quel giudizio che egli crederà, avvertendo prima però che dopo tanti anni sono oggigiorno ancora fra i vivi alcuni testimoni del fatto. Io mi contento di averlo esposto nella sua interezza, ma raccomando a tutti i miei giovani di non fare tali convenzioni, perchè, trattandosi di mettere in relazione le cose naturali colle soprannaturali, la povera umanità ne soffre gravemente, specialmente in cose non necessarie alla nostra eterna salvezza.

CAPO XV

Favori celesti che si assicurano ottenuti ad intercessione del Comollo Liberazione da grave tentazione - Da grave malattia - Relazione del geometra G. B. Paccotti

Pare che qui sia opportuno parlare di alcuni favori celesti, che ad intercessione del Comollo furono ottenuti (76). Sebbene io di questi conservi esatta memoria, chiuderò questo comunque sfasi

 

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ragguaglio con tre soli fatti, ai quali atteso il carattere e la dignità delle persone che li affermano parmi potersi prestare tutta credenza. Il primo riguarda una persona che fu liberata da grave tentazione. Costei molto impegnata pel servizio di Dio era da lungo tempo ten‑

tata: ora con un mezzo, ed ora con un altro era sempre riuscita a vincere

la tentazione. Un giorno poi fu sì gagliarda, che pareva ormai avervi sgraziatamente a soccombere, e quanto più cercava d´allontanare

le cattive idee dalla sua fantasia, tanto più vi correvano. Secca, arida non poteva muoversi a pregare; quando volgendo lo sguardo sopra un tavolino, vide un oggetto che apparteneva al Comollo, e che conservava qual grata memoria di lui. « Allora mi posi a gridare, afferma la persona medesima: se tu sei in paradiso, o virtuoso Luigi, e se mi puoi favorire presso il Signore, pregalo che mi liberi da questo terribile frangente. Gran cosa! Dette appena-tali parole, quasi fossi mutata in un´altra, cessò del tutto la non voluta tentazione, e mi trovai tranquilla. D´allora in poi non tralasciai più d´invocare in mio soccorso quell´angioletto di costumi nei miei bisogni, e ne fui ognora favorita ».

L´altro fatto io lo scrivo tal quale mi viene esposto da chi ne fu l´attore, e testimonio oculare. « Un mattino fui chiamato in tutta fretta a raccomandare al Signore l´anima di un mio amico, il quale pativa l´ultima agonia. Là giunto, lo trovai veramente qual erami stato raffigurato. Privo dell´uso dei sensi e della ragione, aveva gli occhi acquosi, le labbra dure e bagnate di freddo sudore, le arterie sfinite e mancanti sì che avresti detto tra pochi minuti dovesse mandare l´ultimo respiro. Lo domandai più volte, ma senza pro. Non sapendo più che fare, dirotte mi cadevano le lagrime; e in tal frangente venutomi in mente il chierico Comollo, di cui mi erano state riferite tante belle virtù, volli, a sfogo del mio dolore, invocarlo. Orsù, dissi, se tu puoi qualche cosa presso il Signore, pregalo che sollevi quest´anima addolorata, e sia libera dalle angosce di morte. Questo dissi, e il morente tosto lasciando cadere l´estremità del lenzuolo, che stretto teneva tra´ denti, si riscosse, e cominciò a parlare, quasi non fosse stato ammalato. Il suo miglioramento fu tale che, passati otto giorni, l´infermo si trovò totalmente guarito da una malattia che esigeva più mesi di convalescenza, e potè ripigliare le sue primiere occupazioni ».

L´ultimo fatto io stimo bene di esporlo tale quale fu scritto dalla persona che ha ricevuto il celeste favore, e che dichiara di riconoscerlo

dal Signore ad intercessione del Comollo. È questi il signor Paccotti Giovanni Battista, geometra e proprietario a Cimano, testimonio oculare delle ammirabili virtù praticate dal Comollo in questo paese.

 

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Ecco il tenore della relazione. Molto Rev. Signore,

Cimano, 16 settembre 1847.

Secondo la promessa fatta nello scorso autunno alla S. V. M. Rev., la quale si fa premura di registrare i fatti storici succeduti prima

e dopo la morte del chierico Luigi Comollo (77) mi reco a dovere, sebben tardi, di renderla infoiuiata d´un fatto che mi successe in novembre dell´anno 1845, rinnovato nel 1846 e parimente nell´ora scorso mese di agosto corrente anno 1847.

Molestato da certa acuta malattia, la quale da molti anni ad una certa data stagione dell´anno viemmaggiormente inviperiva, con mag‑

gior violenza ne fui sorpreso nel mese di ottobre e novembre 1845,

a segno che malgrado tutti i suggerimenti dell´arte medica, e specialmente immaginati dai celebri sig. Cavalieri Professori Riberi e Gallo,

senza far parola di vari altri di egual merito, la cosa ciò nonostante rendevasi sempre peggiore ed insopportabile, tal che già dichiaravasi irrimediabile.

In una notte adunque di detto mese di novembre 1845, come dissi, giacendo in letto secondo il solito, e quasi sfinito, più seriamente

che mai pensavo al tristo caso in cui mi trovavo ridotto, ed al fine

a cui io mi vedevo esposto; ed addormentandomi alquanto sul far del giorno, dopo una triste notte passata, non so se svegliato o che

me lo credessi, il fatto si è che mi sentii pronunziare all´orecchio: E perché non pensi a Luigi Comollo, il quale ti potrebbe aiutare in questa tua critica circostanza? E nient´altro intesi se non che mi trovai realmente svegliato.

Fatto adunque serio riflesso a queste parole, e ritenuto che la condotta di questo degnissimo chierico fu sempre irreprensibile, anzi d´esempio a tutti gli altri, risolsi fra me stesso di ricorrere al medesimo invitandolo col dirgli: « Se adunque voi, o Luigi, siete fra i Beati, procurate di ottenermi dal Signore la guarigione, ed io m´obbligo di rendere di ciò informato il sig. Don Bosco, affinchè, unitamente alle altre particolarità a vostro riguardo descritte, unisca anche la presente sempre a vostro maggior decoro ».

Ciò detto rimasi alquanto più tranquillo, e quindi all´indomani mi trovai presso che libero da una malattia, per cui credevo di dover soccombere, o per lo meno diventare una persona d´incomodo o d´aggravio alla famiglia.

Intanto restituitomi finalmente in perfetta salute, tra i negozi, e gli affari di mia professione di misuratore, dimenticai totalmente l´adempimento di quanto al chierico Luigi Comollo promisi di eseguire.

 

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Ma nell´anno successivo, cioè nell´autunno 1846, si rinnovò intempestivamente e con più rigore la mia malattia; ed allora sì che mi rammentai dell´obbligo assuntomi, ed infatti rinnovando la stessa promessa con essermi tosto dalla S. V. M. Rev. presentato, libero come prima mi trovai dall´affezione sopravvenutami... Ma siccome la S. V. M. Rev. in certo modo mi obbligò di farle la narrazione genuina del fatto occorsomi, ed io, dopo averne accettato l´incarico, non l´ho poi eseguito, incontrai la terza volta e pochi giorni sono la stessa malattia; la quale facendosi ogni giorno più seria, opinai ciò derivare dal non aver adempito all´obbligo assuntomi... Ed infatti, avendo ieri rinnovato la mia protesta col dire che, se oggi mi sentivo meglio, avrei senza ritardo esposto alla S. V. M. Rev. il fatto intero occorsomi, ottenni per ben la terza volta un notabile miglioramento, e posso dire esservi tutta la certezza di guarigione d´una malattia, della quale sicuramente l´arte medica non m´avrebbe al certo potuto liberare.

E siccome la mia guarigione interamente la riconosco e la debbo all´intercessione del chierico. Luigi Comollo, mi reco a premura di pregare la S. V. M. Rev. di voler inserire questo vero e sincero fatto a me occorso a maggior gloria di Dio, ed affinché per l´avvenire il rispetto e la venerazione verso questo modello di virtù, Luigi Comollo, cresca sempre più presso tutti, e specialmente presso di quelli i quali ebbero in vita la fortuna di conoscerlo.

Ecco quanto posso e deggio accertare nell´atto che ho l´onore ecc. Di V. S. M. Rev.

Devmo Umilm° Servitore PACCOTTI GIO. BATT.

Dal fin qui esposto ognuno facilmente comprende come le virtù del Comollo, quantunque non siano straordinarie, sono per altro nel loro genere singolari e compiute, di modo che parmi si possa proporre per esemplare a qualunque persona sia secolare, sia religiosa; avendo per certo, che chi sarà seguace del Comollo, diventerà giovine virtuoso, chierico esemplare, vero e degno ministro del Santuario (78).

Mentre però noi ammiriamo le virtuose azioni del Comollo, voglio che fermiamo i nostri pensieri su quella divina religione, che forma sì bei modelli di virtù. Egli è proprio della sola Cattolica Religione aver dei Santi e degli uomini segnalati in virtù; essa sola abbonda di mezzi che confortano l´uomo in tutti i bisogni della vita; essa lo istruisce e lo guida nella giovinezza pel sentiero della verità; lo conforta co´ Sacramenti, colla parola di vita nell´età adulta; raddoppia le sollecitudini nelle malattie, nulla tralasciando di quanto può con‑

 

Casella di testo:

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tribuire al bene spirituale ed eterno, ed anche al bene temporale; essa sola lò conforta in punto di morte, nella morte e dopo morte.

O Religione Cattolica, Religione santa, Religione divina! Quanto sono grandi i beni che tu procuri a chi ti pratica, a chi in te spera e in te confida! Quanto sono fortunati quelli che si trovano nel tuo seno e ne praticano i precetti!

Intanto, o lettore, mentre ammiriamo le virtuose azioni degli eroi del Cattolicesimo, rendiamo i più vivi ringraziamenti a Dio, che per tratto di sua bontà ci ha creati e conservati nella santa Cattolica Religione; e in pegno di gratitudine mostriamoci zelanti osservatori dei precetti di questa nostra Religione divina; ma non cessiamo di supplicare di cuore Iddio ad usarci un gran tratto di misericordia, a conservarci in questa Religione fino agli ultimi momenti di vita.

Allora, lettor caro, sarà pure un gran contento per noi, e quando l´anima nostra abbandonerà tutte le cose terrene a fine di presentarsi per la prima volta alla Suprema e Divina Maestà, saremo certi di sentirci anche noi il dolce invito annunciato da Gesù Cristo nel Vangelo: « Vieni, o servo fedele, vieni, tu fosti a me fedele in vita, ora vieni ad essere coronato di gloria in cielo, ove godrai in eterno il gaudio del tuo Signore: Intra in gaudium Domini tui».

Il Signore Iddio conceda questa grazia a me che scrivo, a te che leggi, e a tutti i fedeli cristiani. Così sia.

 

Un´altra pagina dell´edizione del 1867 con le correzioni e variazioni autografe apportate da Don Bosco per l´edizione definitiva del 1884

 

NOTE AL TESTO

(1)  Questo e il seguente capoverso sono stati inseriti nella quarta edizione, e ci dànno ragione delle varianti e delle aggiunte arrecate in tale edizione, che è rimasta definitiva. Ma l´opera dei Superiori del Seminario si limitò a quanto era detto nella prima edizione, e forse nella seconda: di quello che vi ha apportato l´edizione del 1884 non potevano occuparsi, sia perchè nell´intervallo dei 40-30 anni intercorsi erano mancati tutti, sia perchè la materia proviene dalle Memorie scritte nel 1867, e rimasta secreta fino al tempo dell´edizione. E giustamente può dire che questa non è riproduzione delle precedenti, tanta è la materia nuova e sostanziale che vi è introdotta; provenga poi essa da ricordi propri non prima palesati, come quelli delle Memorie, sia da notizie altrui, pervenute a sua conoscenza dopo il 1854. Ma queste sono poche.

(2)  Il passato « avevano » è della terza edizione (1867). Così la bella nota biografica sul padre del Comollo, ch´era stata una cara conoscenza per il giovane Don Bosco. Di tutta quella casata poteva Don Bosco dire ottime cose: ricordisi Don Giuseppe Comollo, zio di Luigi, parroco di Cimano, che dà al giovane Bosco il prezioso consiglio sulla vocazione (1835), sul non lasciarsi atterrire dalle difficoltà, ed entrare in un ordine religioso. Cfr. Mem. Biogr., I, 334 e 363. Cfr. infra, n. 5.

(3)  L´episodio è aggiunto nella quarta edizione, e il testo primitivo riprende a « Secondochè esigeva la condizione sua, ecc. ».

(4)  Il periodo seguente è della quarta edizione.

(5)  Il cenno sullo zio Don Comollo è della quarta edizione. Così qualche particolare della pagina seguente.

(6)  I seguenti due periodi e, poche righe dopo, la determinazione: « Quando si trovò... provò tale confusione », sono della quarta edizione. Si confronti col testo della prima edizione.

(7)  Di qui alla fine del capoverso seguente (« ... avesse giudicato migliore ») è un´aggiunta della quarta edizione. È un fatto edificante e commovente, che ha un gran significato per la figura morale del Comollo. Eppure Don Bosco tardò 40 anni a rivelarlo.

(8)  Il « confidente compagno » è certamente il giovane Bosco Giovanni. Cfr. capo IV: « Aveva un compagno di special confidenza per conferire di cose spirituali ». Cfr. infra, n. 17. Nel caso presente poi la certezza è indiscutibile, giacchè è uno dei concetti vitali del pensiero educativo del nostro Santo Educatore. L´insistere sulla pratica e la frequenza della Confessione e. della Comunione e sull´efficacia di esse, diviene da questa biografia in poi (e parlo della seconda edizione:

5 - Opere e scritti... Vol. V.

 

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chè nella prima il pensiero è cenato di passaggio, come frutto della Comunione Spirituale: cfr. pag. 10) uno dei due temi immancabili e più frequenti delle Vite scritte dal Santo, con sempre più evidente proposito educativo.

(9)    È della quarta edizione la notizia della persona del professore, come, più sotto, il giudizio del Comollo nelle parole testualmente riportate di Don Strumia.

(10)  Cfr. nota precedente.

(11)  Quanto è detto dal principio del capo III (il capo II della prima-seconda edizione) fino a questo punto, ricorre anche nel LEMOYNE, Mem. Biogr., I, 332-334, come nelle Memorie personali di Don Bosco. Ma il passo citato, specialmente nell´episodio della scuola, è alquanto più nutrito di particolari, perchè nella quarta edizione, ch´è ricalcata sulle sue Memorie, l´Autore tralascia per il pubblico molte cose o le dice con qualche variante o qualche abbreviamento. Così l´Autore ha messo il racconto della sua prodezza in un altro caso analogo, quando, a liberare il Comollo e un tal Antonio Candelo dalle ingiuriose molestie e violenze dei compagni, ne afferrò uno per le spalle e se ne servì come di mazza da battaglia, sventolandone le gambe sugli altri condiscepoli; e in quel tafferuglio arrivò il professore che volle ripetuta la comica scena (Mem. Biogr., I, pag. 335-336). Facciamo notare che in entrambi i casi il professore aveva mancato al suo dovere di trovarsi egli prima nella classe, secondo il Regolamento che citiamo più sotto. (E di questa prescrizione che Don Bosco introdusse nei suoi Regolamenti si volle farne a lui un merito chissà quale: elogi superflui! Molti buoni ordinamenti scolastici di Don Bosco non hanno origine diversa).

Nella seconda edizione (1854) non compare ancora il nome del Marchisio Giacomo. Si avverta che, secondo i Regolamenti approvati il 22 luglio 1822 (riconfermati da re Carlo Alberto), le pensioni per studenti dovevano essere legalmente autorizzate dall´Università, e controllate dal Riformatore o Delegato o dal Parroco, che dovevano vegliare su di esse « massime per quanto riguarda la Religione e i costumi ». Ed anche la condotta dello studente era vigilata fuor di scuola, come appare dalla lettera del Direttore spirituale Don Calosso, citata più sotto. Cfr. Regolamento, Tit. III, Cap. III, § II, art. 46 e altrove, art. 107, e ibid., Cap. II, § V, art. 87-96. Cito il Regolamento per le scuole fuori dell´Università (Patenti di S. M. Carlo Felice, 23 luglio 1822) in: Raccolta degli Atti di Governo di S. M. il Re di Sardegna dall´a. 1814 al 1832, vol. XII, Torino, Ferrero, 1845.

(12)  La postilla biografica sul Dott. Prof. Giovanni Bosco nella seconda edizione si limitava ad « Accademia Militare di Torino »; nella terza (1867) era ampliata: « .., ed ora Preside del Liceo nella medesima sua patria ». Al posto di questa aggiunta, scomparsa, la quarta edizione ha sostituito le notizie susseguenti. (Badare di non confondere le due persone scorrendo i cataloghi delle Biblioteche!).

(13)  Nel 1834-35 il Comollo faceva umanità ed era indietro d´un grado dal Bosco, che era in rettorica (sono, da più a meno, la 4a e 5a ginnasiali odierne): ma le classi erano unite sotto il medesimo professore. Anche nelle scuole pubbliche (quelle di Chieti erano tali, ma non Regie perchè non a spese dello Stato). Cfr. Regol. cit., Tit. III, Cap. II, § II, art. 70.

(14)  Secondo l´art. 147 (Regol. cit., Tit. IV, Cap. I, § II) i Direttori Spirituali nominavano il Rettore, gli Assistenti, i Cantori e gli altri uffiziali della Congregazione. Secondo Part. 153, due allievi per classe tengono il catalogo, e notano le assenze. Probabilmente il Comollo fu nominato assistente.

(15)  Il regime religioso delle scuole è regolato dal citato Regolamento nei più minuti particolari. E durò anche dopo la Legge organica della Istruzione Pubblica, 4 ottobre 1848, benchè con minor rigore di osservanza, cessando definitivamente con la Legge Casati del 1859.

 

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Don Bosco, nel fissare le pratiche religiose dell´Oratorio, non fece che trasportarvi gran parte di ciò che era prescritto già per tutte le scuole pubbliche, e che egli stesso aveva praticato da studente. Le coincidenze son molte, e non prive di curioso interesse. Era prescritta la Messa quotidiana prima della scuola, con l´uso del libro; il Catechismo domenicale con la ripetizione sabbatina in classe; la Congregazione domenicale mattutina, con Messa, Ufficio della B. V., ecc.; e la Vespertina, con canto di Salmi, preghiere, catechismo e istruzione con interrogatorio; prescritta a tutti indistintamente la Confessione mensile, e raccomandata la frequenza dei Sacramenti; prescritti gli Esercizi Spirituali a Natale e presso la Pasqua. Anche gli studenti universitari erano obbligati alle medesime pratiche, salvo il Catechismo e la Messa quotidiana. Un articolo (Tit. III, Cap. I, § II, art. 37) conchiude: a Sarà pregio di morigerato giovine l´accostarsi soventi al Sacramento dell´Eucarestia ». E i Direttori Spirituali dovevano segnare in Registro per ogni giovane anche « la Comunione e la pietà ». (Si domanda: dov´era tutto quel giansenismo di cui troppi pensarono che foSse allora e prima permeato il Piemonte ?). Per tutta questa materia cfr. Regol. cit., Tit. I, art. 14-36; Tit. IV, Cap. I, § I: Della Congregazione; § II: Dei direttori spirituali; Tit. III, Cap. I, § II: Dei doveri degli studenti; ibid., Cap. I, § III: Obblighi dei Professori, art. 54-56.

(16)  La citazione del prof. Robiolo è della quarta edizione. A lui si alludeva, senza farne il nome, già nella prima edizione, dove la lettera ivi riferita del Calosso lamenta che già sia defunto il Prefetto delle Scuole. Si vede come Don Bosco fin dapprincipio avesse fatta un´accurata raccolta di testimonianze e di informazioni, di cui non si servì. nelle prime edizioni, ma conservò presso di sè per tutti quei 40 anni, fino alla quarta edizione. Di qui la preziosità di questa edizione.

(17)  Il a compagno di special confidenza » non era altri che Giovanni Bosco. Il quale sulla vita di codesta amicizia spirituale dice nelle Memorie molte cose che al pubblico non rivelò, come quelle che si riferiscono strettamente e intimamente alla sua persona. « Posso dire — scrive — che da lui ho cominciato ad imparare a vivere da cristiano... Ho messo piena confidenza in lui ed egli in me » (Meni. Biog,r., I, 335).

L´amabile correzione per l´abuso della forza dopo il famoso episodio scolastico, e l´altra per non essersi scoperto il capo davanti a una chiesa, e poi la fratellanza delle cose di pietà col Garigliano (più oltre anche col Giacomelli), sono spunti rivelatori di quel quaderno. Ma tutto è detto quando si legge: « Mettendomi affatto nelle sue mani, mi lasciava guidare dove e come voleva egli » (Mem. Biogr., I, 338). Ed erano, si noti per ogni buon effetto, studenti di 4a e 5a ginnasiale, alle scuole pubbliche!

(18)  Da Don Giacomelli, loro compagno e intimo amico in Seminario (fu poi il Confessore di Don Bosco dopo il Cafasso!) si apprende che i due reciprocamente si ammonivano dei difetti, e si animavano a progredire nella perfezione: si eccitavano ad occupare utilmente il tempo, e conferivano di cose spirituali. Ciò non in Seminario, com´era più naturale, ma ancora da studenti. E non vuol essere trascurata la parte avuta dal Comollo nell´aiutare l´amico a ricolvere il problema, per lui spiritualmente angoscioso, della sua vocazione ecclesiastica secolare. Cose di assoluta intimità che Don Bosco ricorda nei suoi Quaderni (Meni. Biogr., I, 363).

(19)  I tre importanti episodi che seguono sono apparsi soltanto nella quarta edizione. Eppure ai primi due era presente il nostro Santo, giacchè parla in prima persona plurale (« ci siamo trovati ») o nell´impersonale collettivo ch´è lo stesso. Non è facile dare la ragione dell´averli omessi prima.

(20)  Si noti che, per l´art. 45 del Regolamento delle Scuole, gli studenti non potevano « ritenere libri che non siano stati veduti e permessi » dal Prefetto degli

 

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Studi, ch´era sempre un ecclesiastico. (Chi non pensa al precetto dei Regolamento Salesiano che prescrive la visita ai libri di ogni allievo all´entrata o ritorno in Collegio, e di quando in quando durante l´annata, e insomma la vigilanza sui libri che i giovani leggono ? Cfr. per esempio Mem. Biogr., V, 359: la consegna della lista dei propri libri a Don Bosco, anno 1855-56).

Del resto le scuole pubbliche di Chieti (il Collegio delle Scuole) erano a quel tempo, per testimonianza di Don Bosco stesso, informate ad un alto spirito di pietà e di moralità. Egli dice « di non aver mai udito in quattro anni (!) un discorso o una parola sola che fosse contraria ai buoni costumi o contro la religione ». E dei venticinque allievi del suo anno di rettorica, ben ventuno abbracciarono lo stato ecclesiastico! (Cfr. Mem. Biogr., I, 364). E ciò dimostra, insieme con tante altre prove di fatto, quale fosse lo spirito del Clero torinese, anche dedito a uffici pubblici: giacchè la quasi totalità degl´insegnanti delle scuola medie era di ecclesiastici.

(21) L´originale capo III (qui spartito in tre capitoli) fu nella seconda edizione (1854) accresciuto di quasi tutta la materia che qui forma il capo V, aggiungendovi in quarta edizione anche la Lettera all´amico sulla sua vocazione ecclesiastica. Dalla prima edizione viene soltanto, con qualche ritocco verbale, il tratto della preparazione e dell´atto della vestizione (« Presentatosi all´esame... innondare il cuore di tenera gioia »). La terza edizione vi aggiunse la testimonianza d´un suo pròfessore circa le impressioni di quella giornata, e — cosa capitale — le raccomandazioni dei genitori al nuovo seminarista. Così è ampliata la materia del capo VI: per esempio il tratto che include quella sua massima quasi semplicistica, ma praticamente profittevole, di cui vedi infine, n. 26, e il faceto aneddoto dell´« Eccomi Santo ». Anche il capo VII ha già nella seconda edizione più d´un riempimento e raccordo, specialmente per adattare alla gioventù gli esempi del seminarista. Naturalmente i ritocchi verbali sono più frequenti che altrove, e sono per lo più

o  raccordi colla materia aggiunta, o chiarimenti e piccole migliorie di forma. Ma qualche volta... stava meglio com´era prima.

Il profilo morale e ascetico del Comollo seminarista, che il santo amico delinea in questi tre capitoli, trova la sua rispondenza con quanto ne dice nelle sue Memorie, ora più compendiosamente, ora riferendo qualche particolare non passato nel libro a stampa. In quelle Don Bosco apre il suo discorso con dire: « Questo meraviglioso compagno fu la mia fortuna » (Mem. Biogr., I, 403). E l´intercambio del santo commercio spirituale (già iniziato nel tempo della vita di studente: cfr. sopra, n. 17) viene ivi spiritualmente, e per parte del nostro Santo umilmente spiegato con molti spunti, che nel libro destinato al pubblico o non compaiono, o sono dati senza riferimento alla persona dell´amico scrittore. E la ragione n´è evidente.

(22)  Le edizioni precedenti alla quarta dicevano: « ... e ciò riguardo alla pietà, che è la più essenziale, ecc. ». Qui: «...riguardo alle qualità morali, che sono ecc. ». Così, due pagine dopo: « doveva far campeggiare non istraordinarie, ma le più compiute virtù », è corretto in: « ma compiute virtù ».

(23)  La lettera all´amico è della quarta edizione. Evidentemente l´amico non può essere Don Bosco, che già da un anno era in Seminario. Ma l´avesse scritta Don Bosco, non poteva essere altra che come l´abbiamo, tanta è la consonanza di

sentimenti tra lui e il Comollo. E in Seminario diventarono, se si può dire, uno solo.

(24)  La notizia di questa lettera è della quarta edizione.

(25)  L´intero capoverso è della quarta edizione. Ed è ben singolare che all´entrante seminarista i genitori, contadini, raccomandino la fuga dei compagni peri-.

colosi! Ma anche Don Bosco scrisse poi di sè, nelle Memorie manoscritte, che «in quanto ai compagni mi sono tenuto al suggerimento dell´amata mia genitrice, vale a dire associarmi ai compagni divoti di Maria, amanti dello studio e della pietà »

 

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(Mem. Biogr., I, 377). E viene altrove dicendo della possibilità di trovare anche tra i seminaristi qualche sviato, sicchè a lode del Comollo può. attestare: « se non sono stato rovinato dai dissipati, e se potei proseguire nella mia vocazione, ne sono veramente a lui debitore » (Mem. Biogr., I, 403).

(26)  La sentenza del Comollo, derivata da S. Francesco di Sales, è rimasta acquisita al linguaggio salesiano, portatavi da Don Bosco e viva anche al presente. Don Giulio Barberis la ripetè per cinquant´anni ai chierici in formazione.

(27)  Questo periodo e il seguente sono della quarta edizione, e la notizia è certamente una reviviscenza di ricordo personale. Ma si pensi come Don Bosco amava di esprimere in latino, senza pretese di classicità, le sue sentenze e ammonimenti.

Quanto ai compagni delle sue conversazioni, si ritenga, per la storia, che quanto è detto di Don Bosco vuole indivisibilmente attribuirsi anche all´amico inseparabile. Mons. Dalfi, loro compagno, ci ha lasciati i nomi di quei che formavano la piccola società dei migliori attorno ad essi: Avattaneo, Burzio, Zucca, Picchiottino, Ronco ed esso Dalfi. Ma il vero gruppo del circolo scolastico e spirituale era formato da Bosco, Comollo, Garigliano e Giacomelli: ai quali si aggiungeva, almeno per le conversazioni scientifiche, il Dalfi; ed egli descrive il procedere di quelle tornate del circolo, dove Comollo aveva proposto di parlar latino, ed era « celebre a far domande ». Cfr. Mem. Biogr., I, 408-409.

(28)  Più viva (e forse più vera) la forma primitiva: « Eccomi santo ». Primitiva qui vuol riferirsi alla seconda edizione (1854) in cui fu aggiunto tutto il capoverso ossia l´aneddoto (pag. 38).

(29)  Allusione velata al vero stato della pratica eucaristica nel Seminario, che egli descrive, parlando di sè, nelle sue Memorie (Mem. Biogr., I, 378). Per il Comollo lo disse poi più volte, capo VIII, nella quarta edizione (cfr. ivi, nota 42).

(30)  Le Memorie manoscritte ci dicono che l´avvertimento era di Don Bosco, e la seconda edizione dice senz´altro: « avvertito da me »; e la confidente rivelazione era fatta a lui. E sul tema della divozione eucaristica, esse aggiungono un particolare: che il Comollo non di rado, interrompendo la ricreazione, conduceva l´amico in cappella a far la visita al SS. Sacramento per gli agonizzanti, e recitare il Rosario

o l´Ufficio della B. V. per le anime del purgatorio. Cfr. Mem. Biogr., I, 402-403.

(31)  Don Bosco scrive nelle sue Memorie : « In una sola cosa non ho nemmeno provato ad imitarlo: nella mortificazione ». E ne enumera le principali. Nelle altre Vite scritte dal Santo appare ben chiara la sua idea sul tema della mortificazione: il che non toglie che nel vol. IV delle Mem. Biogr. non si sia potuto stendere due ampli capitoli (cap. XVIII-XIX) sulle sue mortificazioni personali. E non so se quelle del suo amico fossero molto più aspre o differenti.

(32)  Più chiaro nella seconda edizione: « Il che faceva già sin da quando era ancor vestito da laico ».

(33)  L´amico non è altri che Don Bosco. Egli aveva letto Giuseppe Flavio (Mem. Biogr., I, 411) e incoraggiava l´amico a leggerlo. Più sotto: « il solito amico » è ancora il medesimo, tantochè nelle prime edizioni è « il succitato amico ». E continuando il suo racconto l´Autore parla in prima persona. La lettera dev´essere collocata nel 1837 (fine del corso filosofico) mentre ciò che segue nel racconto vuoi essere riportato all´anno seguente 1838, in cui furono le ultime vacanze del Comollo. L´Autore qui non sentì il bisogno di segnar date, bastandogli per l´intento suo il valore dei fatti.

(34)  La lettera è pure riferita dal Lemoyne, che a seguito dell´invito, colloca l´ameno racconto della passeggiata di Don Bosco a Cimano, in compagnia del Garigliano e di altre degne persone: quando, essendo il prevosto Don Comollo e il chic‑

 

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rico Luigi andati a Sciolze per la conferenza morale, la comitiva rischiò di rimanere in secco, e l´abilità diplomatica del chierico Bosco trionfò delle giuste riserve della fantesca, ottenendo un magnifico trattamento. Cosa della quale il Bosco nulla disse in casa Comollo, finchè visse il suo amico (Meni. Biogr., I, 427-431). Ciò avvenne nell´estate 1837. All´agosto del seguente anno (1838) vuol riportarsi l´altra lepida avventura del pollastrino, a cui non osavano tirare il collo i due buoni giovani per prepararsi il pranzo (Mem. Biogr., I, 448). Il fatto avvenne appunto quando Comollo andò a casa dell´amico per fargli vedere il discorso preparato per l´Assunta. Ed è narrato da Don Bosco stesso nelle sue Memorie. Si ricordi sempre che Don Bosco è un santo di buon umore.

(35)  Più semplice e più appropriata la dicitura delle edizioni precedenti: « ... richiesi ad alcune persone che loro paresse della predica del Comollo, e tutte mi risposero lodandolo ».

(36)  Con questi riflessi si chiude la prima parte della Vita. La seconda è tutta dominata dal pensiero della prossima fine e, come suole avvenire nei Santi, l´anima, protesa verso il cielo, s´innalza e si affina con crescente rapidità: brucia le tappe, direbbero gli sportivi, e direbbe, se fosse vivo, S. Paolo, che tanto ha preso dal linguaggio agonistico.

(37)  Le edizioni precedenti dicono « ... i fatti nella maniera che sono avvenuti, colla più scrupolosa esattezza ». Questa riserva circa i fatti « a cui egli awibuisce del soprannaturale » (così diceva la seconda edizione, con l´io, s´intende) si ripete poi sempre in tutte le biografie da lui scritte di giovanetti o di persone diverse: perfino nel Pietro (cfr. ivi la prefazione) pubblicato l´anno dopo la seconda edizione del Comollo.

(38)  Con l´autunno del 1838 il Comollo entrava nel primo anno di Teologia, e Don Bosco nel secondo.

(39)  La seconda edizione: « Sebbene io non sia affatto certo di andare al Paradiso dopo mia morte, tuttavia ne ho fondata speranza, ecc. ». Questo episodio è già molto rimaneggiato nella seconda edizione, di cui la presente (edizione quarta) qui ripete il testo, modificando soltanto il passo che abbiamo citato.

(40)  La postilla è già della seconda edizione, dove però il Fassone figura peranco in vita: « Casa del Sign. Fassone, intendente al Regio Parco dei Tabacchi ». Fu fatto Cavaliere in seguito.

(41)  Il dialogo fu rifatto in quarta edizione. Si confronti con la prima edizione, pagg. 44-45, e in seconda edizione, pagg. 52-53.

(42)  L´edizione precedente aggiungeva: «... motivo per cui io osservava più attentamente i suoi andamenti ». Il particolare che segue fu rivelato soltanto in quarta edizione, quarant´anni dopo. Ma Don Bosco lo ricordava già, quanto a se stesso, nelle sue Memorie personali (cfr. Mem. Biogr., I, 378, cit.). Ma non poteva dirlo prima, nella Vita del Comollo, perchè, nel 1844 come nel 1854 e ancora nel 1867, in Seminario persisteva pur sempre la medesima regola (comune del resto alla maggior parte degli Istituti ecclesiastici), che poi nel 1872 Mons. Lorenzo Gastaldi, nuovo Arcivescovo di Torino, abolì, disponendo per la libertà della Comunione quotidiana. Lo dice Don Bosco stesso nel luogo citato.

(43)  Nelle edizioni precedenti questo periodo dice subito e semplicemente: « tutti i cori del Beati comprensori. Quivi mi prostro, e con tutto il rispetto a me possibile, fo la mia preghiera ».

(44)  Segno di vita interiore, espresso nelle edizioni primitive così: « quanto ei fosse padrone di raccogliere a beneplacito le intellettuali sue facoltà ». Cfr. S. FRANCESCO DI SALES, Introduction à la vie dévote, Parte II, Cap. XII: De la retraite spirituelle. Cfr. con Savio Domenico, Vita, capo XIII.

 

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.(45) Sono appunto gli esercizi dettati dal teol. Giovanni Borel, dai quali Don Bosco trasse tanto profitto, e dove cominciò a conoscere la virtù del futuro suo collaboratore (cfr. Mem. Biogr., I, 460).

(46)  In prima edizione (fine capo IV, pag. 49) seguiva un capoverso: « Così mentr´egli s´andava perfezionando nella virtù, e arricchiva l´anima sua di meriti-dinanzi al suo Signore, s´approssimava il tempo in cui doveva riceverne la ricompensa, come pare egli abbia in più guise antiveduto ».

(47)  Le parole di raccordo: « È pur bene di notare che un´anima innocente », sono una zeppa d´altra mano, inserita in quarta edizione, e che ci si guadagna a sopprimere. La prima edizione cominciava il capitolo (capo V = capo X) senz´altro colle parole: « Un´anima sì pura e di così belle virtù adorna, ecc. ». La dichiarazione che ora vi precede fu inserita in seconda edizione, ampliando una postilla della prima edizione (pag. 50) che diceva: « Tutto ciò che quivi minutamente racconto è stato scritto durante sua malattia, parte immediatamente dopo, da un suo compagno ». È bene notarlo a prova della storicità del racconto, della quale l´Autore è sollecito più di tutto. Così farà anche nelle biografie scritte in appresso (che dunque non sono invenzioni edificanti, ma storia fondata e controllata). Qui è interessante rilevare come i particolari della malattia (i discorsi principalmente) furono già raccolti in- iscritto nei giorni, quasi nelle ore, in cui accaddero, o immediatamente dopo la morte: e naturalmente fu questa una cura dell´amico Giovanni Bosco, al quale vanno le non poche confidenze ricordate. Così nel Savio Domenico, Don Bosco prese a notarsi i fatti più singolari della vita straordinaria del suo santino fin dal primo rivelarsi che vide in lui di un lavoro particolare della grazia di Dio. Nell´un caso e nell´altro può negarsi che dunque avesse di quelle anime belle un´opinione di santità ?

(48)  Era il lunedì della Settimana Santa, essendo la Pasqua il 31 marzo. Il Comollo morì nella notte del 2 aprile, martedì di Pasqua.

(49)  « In quel momento — attestava poi Don Giacomelli — Giovanni annunziò ai compagni che Comollo sarebbe morto di quell´infermità » (Meni. Biogr., I, 461). E con tale convinzione risponde all´amico, non già dicendogli quel che non è, come sovente si fa coi malati, ma esortandolo a non inquietarsi con le idee tristi.

(50) Le edizioni prime aggiungono: « e fattomi chinare il capo ».

(51)  Si confronti codesto stato d´animo del Comollo con quanto egli dice poi poco dopo (capo XI) circa lo stato di sua coscienza: « Non ho alcuna cosa che m´inquieti la coscienza ». Ma è bene accostare a queste pagine la considerazione che fa l´Autore alla fine del capo XII intorno alla serenità, confidenza, coraggio, che, dopo le trepidazioni naturali in una coscienza delicata, Iddio concede ai suoi eletti in punto di morte, dove la pace e letizia di quell´ora sono giusto premio della vita santamente vissuta. È la grazia specialissima della sicurezza in morte, che gli scrittori spirituali rilevano nei Santi. Vorrei citare su questo squisitissimo argomento di psicologia spirituale le pagine del FABER, Conferenze spirituali, « Sulla Morte » (ediz. ital. Marietti, 1885), specialmente Sez. II, Proprietà caratteristiche della morte, pagg. 76-103 (cfr. ivi, pagg. 83-88: Le tentazioni della morte); ma di questa materia, come il libro del Comollo è un documento dei più chiari e più pratici e presenta i fatti (fenomeni) con la logica della vera spiritualità, mi riserbo a trattare più praticamente (anche asceticamente) nelle altre Vite dei piccoli Santi di Don Bosco.

Il quale agli ultimi giorni di sua vita dimostrò una quasi pungente sollecitudine in raccomandare che si pregasse « per abbreviargli il purgatorio ». Due atteggiamenti d´anima differenti, ma affini, e derivanti entrambi da profonda umiltà.

Tutto questo non ha che vedere con le tentazioni di fede in punto di morte, com´ebbe per l´Eucaristia S. Francesco di Sales, e sull´esistenza della vita futura,

 

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deI Paradiso, la Santa Teresa di Lisieux. Qui sono sentimenti personali di coscienze delicate, che anche non consce di peccato, si sentono lontane dalla perfezione. Non tutti i Santi son morti ridendo o cantando.

(52)  Dei due precedenti periodi, il primo è rifuso nella forma; il secondo, con le parole del Direttore (non nominato nella prima edizione perchè ancora in carica), fu aggiunto in quarta edizione. La postilla informativa sul Direttore (col nome) fu inserita in seconda edizione, dicendosi che Direttore era « in quel tempo » il Mottura, ora Canonico, ecc.

(53)  Il secondo membro del periodo (« ... a segno che, ecc. ») è della quarta edizione.

(54)  Il racconto della visione rassicurante (racconto fatto più che probabilmente all´amico Bosco in confidenza) è nella quarta edizione ritoccato e completato di particolari, che lo trasformano in un fatto di grado superiore. Il che fa comprendere perchè nelle due prime edizioni l´Autore non avesse creduto opportuno di citarli, limitandosi ad accennarvi genericamente. Era una confidenza fatta all´Autore stesso, che a quarant´anni di distanza non avrebbe potuto averne notizia così esatta, se fin da principio non si fosse subito notate quelle parole col resto che subito pubblicò. D´altro canto era cosa delicata rivelare ogni cosa, come se volesse farne prematuramente un santo. La visione per sè, com´era prima, poteva anche intendersi come un naturale fenomeno psichico di reviviscenza d´immagini e impressioni già provate nelle meditazioni e pie letture del passato, e affiorate ora nell´eccitazione della malattia e nelle ipermnesie del delirio, giacchè la materia plastica delle visioni, sogni, deliri, non è che quella appresa sparsamente dall´esperienza (e il tornare e comporsi è appunto il fenomeno della reviviscenza). Gli elementi che compongono la scena sono abbastanza frequenti nella letteratura religiosa e, in fondo, non sono che la realizzazione e lo sviluppo d´immagini suggerite dallo stesso linguaggio scritturale e liturgico. Invece le parole della SIGNORA, le prime specialmente, sono del tutto personali e fatte per lui, e in questo doveva esservi qualche cosa di non naturale e oggettivo, di sensibilmente concreto. Don Bosco, che di tali cose s´intendeva bene, anche (e quanto!) per esperienza personale, ha saputo distinguere l´uno dall´altro i due elementi.

(55)  Il periodo seguente è della quarta edizione. Nella prima stesura, tratta dalle note che il giovane Bosco aveva prese subito dopo il fatto, questo passo era già a suo luogo, ma coi nomi di parecchie persone, tra cui uomini distinti, rispettati, e in fama di virtù, che il Comollo aveva viste cadere o trovarsi già nell´inferno. I superiori, ai quali il giovane scrittore mostrò il suo lavoro, vollero, ad ogni buon fine, cancellati quei nomi (Mem. Biogr., II, 196). E l´Autore soppresse nella prima edizione tutto il periodo: « Di quando in quando... si sollevavano verso il cielo ». Qui ricompare. Noi pensiamo quante e quante visioni o sogni ebbe in vita sua lo scrittore di queste pagine, e vi scorgeva e riconosceva le persone o í nomi di quelli ch´erano in pericolo dell´anima se non addirittura perduti, e raccontandoli faceva sentire che li aveva presenti, e in disparte poi a ciascuno diceva qual fosse la sua posizione.

(56)  La confortante parlata di Maria è, come detto in nota 54, aggiunta in quarta edizione. Nelle prime era detto: « fecerai rizzare in piedi, e dicendomi di andare con Lei, s´incamminava qual guida per quella scala ».

(57)  Anche questo tratto, colle parole della SIGNORA, fino a « disparve » è aggiunto in quarta edizione. A questo punto, forse, dovevano collocarsi le parole del giovane veggente, che Don Bosco segnò nelle sue Note come udite in quel creduto delirio: « Col vostro potente aiuto, o Maria, riportai la palma su tutti i miei nemici... Sì, voi siete i vinti, ... io sono il vincitore! Di Costei è la vittoria! »

 

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(cfr. Mem. Biogr., II, 194). Dal racconto del Nostro non appare che si siano prodotti altri deliri di tal genere, da potervi allogare simili parole.

(58)  Il contenuto del capo XI (seconda parte del capo V primitivo) è d´un´importanza particolare per la figura del Comollo come per quella dell´amico Autore.

Le disposizioni di spirito del santo giovane in presenza dell´ultima Confessione,

e gli slanci del cuore al momento dell´unione con Gesù Sacramentato (slanci non di sentimentale, ma di spirito solidamente pio e illuminato), ci schiudono la visione

dell´intima vita di un´anima che sembrò preferire di tenersi nascosta. Tali manifestazioni riappariranno nelle altre carissime figure di giovanetti celebrati poi da Don Bosco. Pel quale era massima costantemente proclamata che la morte fa vedere senza veli quello che fu un´anima durante la vita.

Nè minore (e quasi vorrei dir maggiore) attenzione merita, per il suo valore documentario e intrinseco, la serie di ricordi che il Comollo dà come in testamento

al suo « solito amico », mentre si trovano soli, la mattina di Pasqua. « Un ragio‑

namento — scriveva nelle prime edizioni — che per essere tutto pieno di tenerezza e di religiosi sentimenti, io trascrivo alla lettera quale mi viene presentato ».

Nell´edizione definitiva questa piccola finzione letteraria non c´è più, e il discorso, soprattutto a causa degli accenni personali nuovamente inseriti, si dimostra rivolto a nessun altro che a Don Bosco stesso. Ora quel discorso è tutto materiato delle idee più proprie di Don Bosco e più assiduamente da lui inculcate. Chi legge il capoverso di chiusa, dove l´Autore riassume l´intero contenuto del discorso, vi trova formulato nei suoi concetti vitali il programma di Don Bosco. L´affinità delle idee è tanta, qui come altrove, che si sarebbe tentati di credere a un imprestito fatto dal Santo Educatore alla memoria del suo amico per fini di edificazione. Possiam ben credere che il discorso, nelle condizioni del momento, non sia stato detto tutto di seguito e con la concatenazione e l´ordine onde ci si ripresenta nello scritto, e non sia da escludersi una rielaborazione letteraria dell´amico, tanto più che nella quarta edizione v´incontriamo un´aggiunta di notevole importanza: ma non possiamo pensare più in là.

Non è un imprestito del suo che l´Autore fa, quando scrive nel 1844, e cioè di programmi non n´ha ancora, almeno sistematicamente, concepiti, e li viene a poco a poco definendo e concretando; ma è identità di sentimenti e di vedute tra i due santi amici. Comollo e Don Bosco sono in questo una mente, un´anima sola e medesima, ed è questa la ragione della loro amicizia, com´è documento dell´elaborazione concordemente operata da quelle due anime di un sistema o programma di vita cristiana, che doveva divenire il programma del loro apostolato. Quanto vi sia stato di reciproca comunicazione nel ragionare che ne facevano i due amici, di cui questo discorso è somma e compendio, non si saprà mai: il fatto è che, qui, come in altre cose, l´influsso dell´amicizia di Comollo si dimostra profondamente inserito nella susseguente vita e nell´apostolato del Santo Educatore.

È questo lo spirito che unisce la Vita del Comollo con quelle dei giovanetti che Don Bosco educò e celebrò coi suoi scritti; lo spirito che li condusse per mano del Santo alla perfezione della vita, ed è il medesimo che vive nei due giovani Comollo e Bosco, e qui vien definito nei ricordi quasi articolati che il morente lascia in retaggio all´amico suo.

(59)  La notizia sul Can. Bagnasacco fu inserita nella seconda edizione, quando era già « di felice memoria ».

Il fatto del Comollo si riscontra pure negli altri giovanetti celebrati da Don Bosco: il che dà ragione alla conseguenza ch´egli ne trae per assicurare dell´integrità dell´anima loro. Cfr. Vita di Magone Michele, capo XV; Vita di Besucco Francesco, capi XXVII-XXVIII.

 

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(60)  Un´altra visione ? Ma a questa son presenti tutti, e l´Autore può riferirla subito. Così il fervido discorso seguente.

(61)  Lo stile un po´ letterario dei due brevi discorsi del giovane non deve far pensare ad un adattamento stilistico fatto dallo scrittore, il quale, come sopra avvertì egli stesso, queste cose registrò subito neI suo quaderno. Ma come quello era l´abito . comune del parlare in lingua, e il Comollo era stato buon scolaro di rettorica, così gli era familiare da chierico l´intessere i testi scritturali e liturgici, e adattarli, come fa in questo momento, a se stesso. Si ricordi ch´egli si era fatto uno studio e un dovere di parlare in latino, e vi riusciva bene (cfr. sopra, n. 27).

(62)  I quattro periodetti seguenti sono della quarta edizione, e sono la prova sicura che « il solito amico » a cui il Comollo dà i suoi ricordi, è Don Bosco. Del resto

le Memorie lo dicono espressamente: «Trovandosi solo con me, prese a così parlarmi» (Mem. Biogr., I, 466). Oltre l´aggiunta qui avvertita, il discorso presenta qualche variante dalla prima alla seconda edizione, e da questa alla quarta, che noi segniamo.

(63)  Questa sentenza era nelle due prime edizioni così espressa: «Non è solo dovere dell´amicizia far quello che l´amico richiede, mentre ambi (!) vivono, ma eseguire altresì quanto a vicenda raccomandasi da effettùarsi dopo la morte ». Ed è probabilmente una reminiscenza scolastica, da Tacito: « Non hoc praecipuum amicorum munus est, prosegui defunctum ignavo quaestu, sed quae voluerit meminisse, quae mandaverit exsequi» (TACITO, Ann., II, 71). L´uno e l´altro l´avranno imparato in qualche tema di retorica.

(64)  Le raccomandazioni che seguono sulla Confessione e sul confessore fisso furono inserite nella seconda edizione (1854), e sono squisitamente boschiane (si perdoni il termine, per necessità), giacchè le vediamo ripetute in ogni suo scritto (cfr. per esempio il Pietro o la forza della buona educazione, pubblicato nel 1855), e del resto in tutte le Vite dei suoi giovani santi, e nelle esortazioni da lui fatte ai giovani. Della quarta edizione è l´inserzione di « nulle o » nell´espressione dottrinale, che riesce perciò più corretta.

(65)  Il particolare nosologico compreso tra « apparve » e « ... quando fu sorpreso » fu inserito nella quarta edizione, e dimostra ancora una volta che la revisione e rifusione dell´opera non può essere d´altra mano che di Don Bosco, sia pure con l´aiuto letterario di qualche devoto discepolo.

Quella notte (tra domenica e lunedì di Pasqua) non fu vegliata forse tutta da Don Bosco, che aveva già passata intera la precedente. Mons. Dalfi scrisse: «... cui feci io la veglia nella notte antecedente la sua morte » (Mem. Biogr., I, 408).

(66)  Il dialogo che segue, mancante nella prima edizione, è nella successiva ristretto alle due prime rispettive battute. Nell´edizione definitiva lo troviamo rifuso in tal parte e ampliato di tutto quanto vi segue. L´aggiunta va da: « Sì, caro zio, quanto mai vi ringrazio, ecc. », fino al: « A rivederci nella beata eternità ».

(67)  Il particolare del canto dell´Ave, Maris stella è aggiunto nella quarta edizione. È bene notare come l´indicazione precisa delle singole ore è prova che Don Bosco fu presente alle ultime ore dell´amico. Infatti l´ultimo scambio di parole e il racconto dell´agonia sono espressi in prima persona. La notizia sul Can. Mottura fu inserita nella seconda edizione, essendo ancora egli Rettore del Seminario. Nella quarta edizione fu aggiunta la data della morte.

(68)  Altro dato di valore capitale, che ha dovuto aspettare la quarta edizione per essere conosciuto, è questo breve, significantissimo dialogo con « un altro compagno », dove il Comollo rivela uno dei suoi segreti interiori. E questo argomento di suprema consolazione (che troviamo pure in Michele Magone, capo XV) diviene una delle massime più care e consuete a Don Bosco. Il ritardo ad inserir nel racconto questo dato, non dice ch´egli prima l´ignorasse, tanto più che in quel momento egli era presente. È un´idea, d´altra parte, tanto comune nella tradizione del Santo,

 

12.5

che si sarebbe quasi indotti a vedervi un imprestito, se non la leggessimo nelle Memorie (che sappiamo non destinate a pubblicità). Cfr. Mem. Biogr., I, 468.

(69)  L´originale di Don Bosco dice: « mi chiamò per nome, e, se vuoi, disse, ecc. ». Dunque l´« uno degli astanti » è Don Bosco in persona. Perchè poi l´Autore amico passi così sovente dalla prima alla terza indefinita persona, è una

singolarità che si stenta e non si riesce sempre a spiegare.

(70)  Il capoverso presente (inizio del capo XIII) come, del resto, tutto l´esposto

del capitolo (capo VI nell´edizione primitiva), non sono messi per creare una fama sanctitatis : giacchè stanno, con lievi varianti formali, già nella prima edizione, la quale era offerta a quei Seminaristi appunto, che avevano detto, udito e veduto quanto si riferisce. Tanto che allora (1844) non s´erano messi i nomi dei Superiori

che vi ebbero parte, conoscendosi da tutti.

(71)   Il particolare della pioggia e del trasporto eseguito con quel tempo, fu inserito nella quarta edizione. Qualcuno lo avrà richiamato più tardi alla memoria

dell´Autore. C´era Don Giacomelli.

(72)   Veramente il Comollo fu deposto in uno scurolo sottostante al presbitero, tra la balaustrata e l´altare. Una lastra di marmo presso il cancelletto della balaustra chiudeva un´apertura per la quale pochi scalini conducevano al piano sottostante. Ivi, a destra della scaletta e un po´ avanti, verso e presso la base dell´altare, fu posta la bara senz´altro rivestimento nè epigrafe. Qui, nel 1843, scesero alcuni suoi compagni per trarne delle reliquie, e, aperta la cassa, trovarono intatto il corpo. Ne tagliuzzarono la talare, e uno ne tagliò addirittura un dito, per portarlo poi, con strana incoscienza, a Don Bosco, già prete, come reliquia specialissima, che il Santo rifiutò con vive proteste e rimproveri per la violazione della tomba (Mem. Biogr., II, 194). Lo scurolo non è più praticabile, perchè, rifacendosi nel 1893 il pavimento del presbitero, fu tolta la lastra e chiusa l´apertura. Ma allora appunto fu esaminata quella bara, e trovatavi la salma ridotta al solo scheletro, con la talare a pezzi, nessuno pensò a constatare l´integrità di quei resti, dove avrebbe scoperta la mancanza d´un dito. Dato il caso di una ricognizione, sarebbe sempre possibile trovare il corpo del santo chierico nel posto ove fu collocato il 3 aprile 1839. Così mi venne spiegato dal Rev.mo Can. Mons. Zucca, Rettore del Seminario di Chieri,

che di persona aveva in quella circostanza verificata la tomba.

Una lapide, posta nella Cappella di S. Giovanni Bosco, in cornu Evangelii, fatta collocare dai conterranei del Comollo nel 1934, attesta la presenza della sua salma nella chiesa e la venerazione onde è ancora onorata la memoria di lui. Essa dice:

IN QUESTO TEMPIO
SOTTO IL PRESBITERO
DELL´ALTARE MAGGIORE
RIPOSA IN ATTESA DELLA GLORIFICAZIONE

LUIGI COMOLLO

IL GRANDE AMICO E CONDISCEPOLO

DEL CHIERICO GIOVANNI BOSCO

MORTO NEL SEMINARIO DI CHIERI
IL 2 APRILE 1839

NACQUE A CINZANO IL 7 APRILE 1817

I CINZANESI SANTAMENTE ORGOGLIOSI
QUESTO RICORDO POSERO
NEL MAGGIO 1934

 

124

(73)  Nella prima edizione è detto: « alcuni mesi sono »: dunque nel 1843-44. La correzione « poco tempo fa » ch´era nella seconda edizione, non fu più emendata,

neppure nella quarta edizione, nonostante i molti anni passati. Ma « il cangiamento

di moralità » di cui parla il Rettore, non significa punto che la moralità (come l´intendiamo comunemente) lasciasse a desiderare: vuol dire soltanto d´un cangia‑

mento nella condotta e nel contegno ecclesiastico. Il capoverso seguente, che par‑

rebbe alludervi, non veniva subito appresso nell´edizione primitiva (cfr. nota seg.).

(74)  Nella prima edizione il presente lungo capoverso (« Nel decorso... purità di costumi ») era collocato dopo aver riferite le prime due grazie (che nella seconda

edizione diventano tre) ottenute per intercessione del Comollo. E con due brevi capoversi, dei quali il primo segue ora il racconto epistolare della terza grazia, l´altro fu eliminato fin dalla seconda edizione, si chiudeva l´aureo libretto del 1844. Nella edizione del 1854 il tratto riguardante la purità dei costumi fu trasportato nel luogo ove ora lo troviamo, facendolo seguire dal capoverso che accenna alle due apparizioni, e dalla relazione delle grazie ottenute.

(75)  Le tre edizioni primitive si limitarono a dire: « ... furono due apparizioni del medesimo seguite dopo la sua morte; una delle quali viene testificata da un´intiera camerata d´individui; come pure sarebbe conveniente parlare d´alcuni favori, ecc. ». E il Lemoyne (Mem. Biogr., I, 474) ricorda che « le bozze della prima edizione, nella quale se ne fa cenno, furono lette e rivedute dai Superiori del Seminario, e dai compagni che ne furono testimoni oculari ». Ma Don Bosco aspettò fino al 1884 a dirne di più.

Dell´una delle due apparizioni l´Autore non dice altro. Eppure si trova nei suoi quaderni di Memorie, dove la racconta sulla testimonianza del prefetto di camerata Giacomo Bosco. È la comparsa di Comollo al chierico Vercellino, nell´istante medesimo della morte, dicendo: « Son morto adesso! ». E il chierico gridava: « C´è Comollo, c´è Comollo! ». E comandato di tacere, ripete: cc Comollo è morto! », e soggiunge agl´increduli camerati: « Eppure l´ho visto io. Comollo entrò nella camerata, e disse: Sono morto adesso! E poi disparve ». E la cosa vien subito confermata dai due diaconi che han recitato il Proficiscere, i quali dànno il tempo preciso: « morto... saranno dodici minuti ». Sarà stato un caso di telepatia ?

L´altra apparizione, qui riferita, e così nota a tanti individui coetanei di Don Bosco e vissuti nell´età sua, per esempio Don Giuseppe Fiorito, prefetto di camerata, che la raccontò sovente ai Superiori dell´Oratorio (Mem. Biogr., I, 474), non fu pubblicata che tardi, nella quarta edizione, e, si noti, con l´ingenua finzione letteraria del compagno, pel quale l´apparizione avveniva, e di cui si riporta il racconto; laddove nelle Memorie la pagina, preparatoria del racconto è del tutto personale e liberamente variata dal testo a stampa (Mem. Biogr., I, 471). Compagni ce ne furono quanti erano gli altri venti di quella camerata (e del resto, con quel fragore, se n´accorse tutto il Seminario); ma il compagno interessato non è che lui, Don Bosco. Il Comollo comparso gridò: « Bosco! Bosco! Bosco! sono salvo! ». E lo sentirono tutti. Tanto che un imprudente si prese dappoi il bel gusto di ripetergli quelle parole, ed egli, Bosco, ne soffiiva (Mem. Biogr., I, 474).

Il Lemoyne qui, come altrove, attinge non all´edizione stampata (si osservi che il primo volume delle Mem. Biogr. fu pubblicato nel 1898), ma direttamente ai quaderni di Don Bosco. Vi sono perciò notevoli varianti verbali, mentre nella stampa della Vita si sente la cura di occultare al più possibile la propria persona. Ma l´ultimo capoverso del capo XIV rende vana codesta• precauzione, quando raccomanda ai suoi giovani di non fare tali convenzioni, perchè « la povera umanità ne soffre gravemente ». Ed è chiaro che allude a se stesso.

 

125

Il fatto è ora ricordato con un´epigrafe posta nel corridoio di fronte all´ingresso della camerata, annuente e presente S. E. il Card. Arcivescovo Maurilio Fossati:

ALOISIUS COMOLLO

ALUMNUS MORIBUS SUAVISSIMIS
TERTIA MORTIS NOCTE
PER STREPITUM ET LUCEM
HAC IN PORTICU
IOHANNI BOSCO AMICISSIMO
SE SALVUM
EST SUA VOCE TESTATUS

SEMINARIUM

ANNUENTE MAURILIO CARD. FOSSATI
ARCHIEPISCOPO TAURINENSI
HUNC LAPIDEM SACRANDUM CURAVIT
A. D. IV. NON. APR.

MDCCCXXXIX

I. Capello scripsit.

(76)  Per Io spostamento di questa materia nel racconto, cfr. sopra, n. 74. Nella prima edizione (1844) i fatti erano due soli: il terzo, conclusosi nel 1847, fu riferito nella seconda edizione (1854). Nessun altro fatto l´Autore credette di aggiungere per l´edizione definitiva, « sebbene — dice — io di questi (favori) conservi esatta

memoria ».

Un dubbio. La « persona » ch´è soggetto del primo fatto (una tentazione ostinata) è un uomo o una donna ? Nelle due prime edizioni le parole dirette, citate dall´Autore, hanno tutti gli aggettivi al maschile: « secco, arido... mutato in un altro... mi trovai tranquillo... ne fui ognor favorito ». Nella quarta edizione essi passano tutti al femminile. Che sia un ritocco infelice di un ripassatore, ingannato dal primo periodo: « Costei (la persona liberata), molto impegnata nel servizio di Dio, era da lungo tempo tentata... era riuscita a vincere la tentazione, ecc. » ? Io sarei propenso a crederlo, giacchè il rivolgersi al Comollo è provocato dal vedere un oggetto appartenente al santo chierico, e cotali cimeli noi sappiamo dalla Vita stessa che furono raccolti dai compagni subito dopo la morte (capo XIII, primo

capoverso).

(77)  Il libretto era uscito nel 1844, e si andava divulgando, con speciale interesse, com´è naturale, per i compaesani di Cinzano, dei quali è il Paccotti. Ma si vede che, anche dopo la prima pubblicazione, Don Bosco non lasciò di raccogliere notizie, com´è detto nella lettera presente e come conferma anche la prefazione: notizie che tenne in serbo, ed inserì poi nell´edizione successiva, fino alla quarta ed ultima. Al testo della lettera s´erano arrecati in codest´ultima edizione, non certo dal nostro Scrittore, quattro leggeri ritocchi di parola, che noi abbiam creduto bene di restituire alla primitiva fedeltà. Un misuratore di campagna non ha l´obbligo d´essere un raffinato in materia di lingua. Il Paccotti era vecchia conoscenza di Don Bosco, e con lui era andato nelle vacanze del 1837 a cercare Comollo a Cinzano, mentr´era via e la _casa era vuota, e la serva-padrona fece gli onori di casa (Meni. Biogr., I, 428: cfr. sopra, n. 34).

 

126

(78) Qui la prima edizione faceva seguire un capoverso di chiusa, contenente la dichiarazione di non aver detto nulla di non bene accertato, e con esso terminava il suo dettato. Nella seconda edizione (1854) quel tratto venne omesso, e in suo luogo fu aggiunto il seguente riflesso apologetico, dettato per uso e secondo lo scopo delle Letture Cattoliche, di cui la Vita occupava i due fascicoli 20-21 dell´anno I: 10-25 gennaio 1854, com´è notato nella copertina posteriore.

La pagina così aggiunta non ha, a vero dire, un nesso altrimenti che generico col contenuto del libro, e potrebbe collocarsi altrove dovechessia, a mostrare come la sola Religione Cattolica sia capace di far dei santi e sostenere la vita morale degli uomini, confortandoli « in punto di morte, nella morte e dopo morte ». Ma è una buona pagina, anzi una pagina buona, che in un libretto popolare non è fuor di posto, e, quanto al santo Autore, è un caro documento del suo fervore apostolico.

 

INDICE

PARTE PRIMA

IL PRIMO LIBRO DI DON BOSCO

Nota preliminare ai « Cenni sulla vita di Luigi Comollo» ............................  pag• 9

Ai signori seminaristi di Chieri  ................................................. ».... 31

CAPO I — Fanciullezza di Luigi Comollo ........................................  » 33

CAPO II — Va a studiare a Chieti ............................................  ».... 36

CAPO III — Veste l´abito Chiericale - Va al Seminario di Chieti .  .... ».... 41

CAPO IV — Circostanze che precedono la sua malattia ....................  » 47

CAPO V — Diviene infermo, muore ..............................................  » 50

CAPO VI — Suoi Funerali . .........................................................  » 59

CAPO VII — Conseguenze di sua morte ........................................  » 60

Al Lettore  ........................................................................................................ »...... 63

CAPO I — Patria e genitori di Luigi Comollo - Sua fanciullezza - Primi

tratti di virtù  ..................................................................... ».... 65

CAPO II — Sua prima Confessione - Prima Comunione - Suo desiderio

di farsi Ecclesiastico  ............................................................... »68

CAPO III — Va a studiare a Chieti - La fama di sue virtù precorre in in questa città - Fatto eroico di pazienza - Vari attestati di sua com‑

mendevole condotta - Esempi pratici  ..................................... ».... 71

CAPO IV — Vari fatti edificanti - Sua amenità nel parlare - Riguardi nel discorrere di religione - Onomastico del suo professore - Fuga dei pubblici spettacoli - Sua allegria nel bruciare un cattivo libro ‑

Sua deliberazione di abbracciare lo stato Ecclesiastico  .............. »    75

CAPO V — Preparazione - Vestizione chiericale - Parole di sua madre »   79

CAPO VI — Entra in Seminario - Sua bella massima - La voce del campanello - Rispetto ed obbedienza ai suoi superiori - Sua pazienza

in un insulto - Sue conversazioni - Sua tenera divozione . . . .       »    81

 

128

CAPO VII — Modestia degli occhi e mortificazione de´ suoi sensi - Sue penitenze - Sue vacanze - Sua ritiratezza - Sua prima predica ‑

Buoni effetti di essa ............................................................  pag. 85

CAPO VIII — Presagi di sua morte - La vista delle campagne - Parole dirette al Cav. Fassone - Ultimo sguardo alla patria - Parole del

padre - Rientra in Seminario - Straordinario suo fervore . .     .    »      88

CAPO IX — Suoi pensieri sul paradiso - Suo raccoglimento nella pre‑

ghiera - Meditazioni sull´inferno - Gli esercizi spirituali  ............. »      91

CAPO X — Sintomi di sua malattia - Giudizi di Dio - Sogno spaventoso

- La tranquillità  ................................................................. »      92

CAPO XI — Ultima Confessione - Il santo Viatico - Avvisi al suo amico

-  Divozione alla Beata Vergine - Scelta dei buoni compagni - Si rac‑

comanda agli amici affinchè preghino per lui  .......................... »      96

CAPO XII - Aumenta la violenza del male - È visitato dai suoi genitori

-  Parole loro indirizzate - Riceve l´Olio Santo - Sua preghiera a Maria

- Sue ultime parole - Sua preziosa morte  ................................... » 100

CAPO XIII — Costernazione per la morte del Comollo - Si ottiene di seppellirlo in chiesa - Discorso del Teologo Arduino - Solenne se‑

poltura  ................................................................................ » 104

CAPO XIV — Santa memoria di Luigi Comollo in Seminario - Sua mo‑

destia e purità di costumi - Comparsa ad una camerata di compagni » 106

CAPO XV — Favori celesti che si assicurano ottenuti ad intercessione del Comollo - Liberazione da grave tentazione - Da grave malattia ‑

Relazione del geometra G. B. Paccotti  ....................................... » 108

NOTE AL TESTO ......................................................................  » 113

PARTE SECONDA
IL «MAGONE MICHELE»
UNA CLASSICA ESPERIENZA EDUCATIVA

STUDIO

Ludens in orbe terrarum...

(Prov. VIII, 31)

CAPITOLO I

Il libro

BIBLIOGRAFIA

Il « Cenno Biografico - sul giovanetto - MAGONE MICHELE - al­lievo dell´Oratorio - di S. Francesco di Sales - per cura del Sacerdote ­Bosco GIOVANNI » usciva nel 1861, pei tipi del Paravia, in Torino, nella serie delle Letture Cattoliche, anno IX, fascic. VII - settembre, in-320 picc., di pag. 96.

Una «Edizione 2a, accresciuta e corretta dall´Autore » fu pubbli­cata nei primi mesi del 1866, Tip. dell´Oratorio di S. Francesco di Sales, in-320 di pag. 80 (1).

Nel 1893 ne uscì una 43 edizione accresciuta (Lett. Catt. di Torino, n. 103) che nella prefazione dell´Autore (pag. 5) dice : « in questa terza edizione»: e dev´essere davvero la terza, col solito scambietto editoriale già notato da noi stessi per altre opere dell´Autore (p. es. la Storia d´Italia), mentre d´una terza edizione non è traccia, e questa del 1893 non è ac­cresciuta per nulla dalla 2a edizione.

Recentemente, nel 1925, ne fu fatta un´edizione (non numerata) , a cura della S. E. I., tra gli « Scritti edificanti e apologetici » del B. Gio­vanni Bosco.

Con appena quattro edizioni in sessantaquatr´ anni non si può dire che il libro abbia avuto una gran diffusione, specialmente se ne parago‑

(1) Cfr. Civiltà Cattolica, vol. LXV, 1866, Bibliografia. — Diciamo nei primi mesi, poichè la vediamo annunziata nella Bibliografia editoriale della 5a edizione della Storia d´Italia, la quale a sua volta uscì nel primo semestre di quell´anno, essendo nel secondo semestre annunziata sulla copertina dei fascicoli di Letture Cattoliche.

 

132

niamo la fortuna con quella di altri scritti del medesimo Autore, mentre pure è uno dei meglio riusciti e più attraenti dei suoi racconti.

Ma appunto in questo c´è una fortuna particolare, della quale dob­biamo davvero rallegrarci. Perchè, all´infuori delle poche aggiunte e dei pochi ritocchi verbali arrecati dall´Autore nella seconda edizione, il libro, sia lodato il Cielo !, è giunto fino a noi nel suo testo genuino, ciò che non è avvenuto per gli scritti di maggior diffusione, che, come sanno i conoscitori della precedente nostra serie, furono tutti, specialmente tra il 1870-1880, ritoccati da altre mani, e adornati d´una veste letteraria che non era più dello stile di Don Bosco. Qui Don Bonetti e gli altri meno valenti curatori e correttori non han messo mano, e ci vien così risparmiata la non gradevole fatica della critica del testo. È una ragione di più per credere che non fu fatta una 3a edizione, la quale, cadendo in quel torno di tempo, non sarebbe andata esente dal rivestimento che sappiamo.

Che anzi, quella cosiddetta 4a edizione (1893) ha il pregio di atte­nersi scrupolosamente alla P e 2a, ed è per ogni aspetto più corretta della successiva : sicché l´abbiamo presa a norma e modello della nostra.

VALORE PEDAGOGICO

Rassicurati così sulla genuinità del testo, noi possiamo con certa coscienza leggere nel suo contenuto quello che il libro dice per noi, e che, insieme col fine dell´edificazione dei giovanetti, non fu estraneo all´in­tenzione dello Scrittore. Il quale, appunto per ciò, si è fatto quasi uno studio di oggettività, non solo storica, ma rappresentativa, che ci mette senz´altro in presenza della realtà, e da tale realismo, come dalla concre­tezza dei riflessi, genera l´evidenza e l´efficacia della persuasione.

La simpatica e attraente biografia del piccolo convertito di Carmagnola clev´ esser letta da noi come un libro d´idee. A differenza degli altri gio­vanetti di cui Don Bosco scrisse la Vita, i quali a lui pervennero già predisposti, e in parte preparati, il monello, condotto in soli quattordici mesi cc ad un meraviglioso grado di perfezione cristiana » è un prodotto puro ed esclusivo della pedagogia di Don Bosco : di quella pedagogia fatta, si direbbe, specificamente per il tipo più comune dei giovanetti a cui Don Bosco si era consacrato : ragazzi che si sarebbero perduti se egli, il Santo, non li salvava.

È una pedagogia, nei suoi esordi e nel suo primo aspetto, d´indole proletaria, come il ceto povero a cui si rivolge; ma capace, come si vede in parte nel Pietro, o la forza della buona educazione (che si pubblica pure in questa serie), di elevarsi ed elevare a sfere più alte, fino a toccare da vicino e, in qualche caso, a raggiungere la santità.


133

E questo perché essa non è una qualsiasi filantropia, che si accontenta d´una certa redenzione sociale, ma è essenzialmente e primamente una pedagogia spirituale, che mira a formare, con i mezzi più efficaci della religione e della bontà della vita del giovanetto, l´anima cristiana. Quest´a­nima, una volta formata, può bene svolgersi ed ascendere come e dove la porta la grazia di Dio.

E, se dico proletaria la pedagogia così intesa, non credo recar of­fesa alla sua sostanza spirituale, la quale è così proletaria nelle quattro Beatitudini annunciate in S. Luca (capo VI, 20-25), come nel resto, se pensiamo che la dottrina morale del Vangelo è fatta per tutti, e dap­prima fu comunicata alla povera gente e accolta da essa, mentr´ era ri­cusata dalle cosiddette classi superiori (1).

Pertanto il piccolo libro riesce, per questo aspetto, luminosamente probativo, anche per il concetto da cui parte sempre, fin dagli esordi, l´apostolato educativo del Santo : che i giovani (salvo rare eccezioni) hanno sotto la scorza e le scorie dell´ineducazione e della dissipazione, il cuore buono e l´animo riducibile, se presi dal verso loro e guidati dal sistema cristiano della bontà.

Michele Magone, uno dei tanti, uno dei quasi tutti tolti alla strada, che formarono per anni ed anni il popolo dei figli di Don Bosco nel­l´Oratorio festivo ed anche nell´Oratorio interno, Magone non è un discolo corrigendo, nè un delinquente minorenne, ma, trascurato, è in procinto di divenirlo, e lo dice, si noti, egli stesso: la mano di Don Bosco lo coglie in tempo, e ne fa un´anima di santo. Questa è la lezione pedago­gica che ci dà il Grande Maestro con questo scritto, al quale, dopo quanto son venuto dicendo, non mi par troppo dare il titolo di classico.

Coltivare e perfezionare è gran cosa : trasformare è anche più, è l´apice. E quei che insistono sul paragone tra l´educatore e lo scultore,

il quale dal rude masso ricava la bella e perfetta figura, possono questa volta valersene a buona prova : purché non dimentichino di estenderne

l´applicazione alla stragrande moltitudine di anime fanciulle, alle quali la mano del Santo artista diede forma e bellezza. È un´idea che la Chiesa ha tratto da S. Giovanni Grisostomo, per attribuirne il valore alla san­tità di Don Bosco (2).

(1)     Giustamente, a questo proposto, CARLO ADAM, in Gesù, il Cristo (ediz. ital., Brescia, Morcelliana, 1935, pagg. 131-133), fa notare il tono proletario delle Beati­tudini nel discorso della Montagna, secondo S. Luca, VI, 20-25, e del resto rileva il contrapposto con lo spirito delle classi dominanti.

(2)     La Nona Lezione dell´Ufficio di S. Giovanni Bosco, tratta dalla Homil. 60 in Ev. Matth., cap. 18, si chiude dicendo: s Qui tali instructus est facultate (di formare le anime dei giovani) plus diligentiae exhibeat oportet, quam quivis pictor aut statuarius ».

 

134

LA PEDAGOGIA DI DON Bosco

Io vorrei, scrivendo, ottenere che quest´aureo documento fosse più conosciuto e considerato, che finora non fu, dagli studiosi della pedagogia di Don Bosco. Essi hanno guardato quasi sempre al fatto pedagogico umano ed esterno, ed anche troppi han cercato di scoprirne la dottrina e l´inquadrarlo nella scienza, pure esaltando l´arte propria del Pedagogo santo, passata in tradizione nell´opera sua (1). Ma qui si svolge ad attua

un´altra pedagogia, la pedagogia spirituale, ch´è formazione ed educazione dell´anima cristiana. A questa pedagogia, lo so, i non profani e i meno

profani hanno alluso, ricordando con giusto rispetto le idee e la pratica religiosa : di schiancio però, o, se si vuole, in serie, come un potente,

potentissimo sussidio della cessante e più sostanziale disciplina educativa, non troppo di più che un coefficiente.

Per Don Bosco la tesi e il principio, come lo scopo a cui mira e l´azione che ne consegue, è del tutto spirituale, ed egli mira a salvar l´anima nel senso assolutamente religioso dell´assunto, coordinandovi e subordinandovi

i mezzi umani, ossia l´arte, che la bontà e il genio gl´ispirano. Egli è felice quando può dire che il Magone, per le vie facili ma perseveranti è pervenuto « ad un meraviglioso grado di perfezione » : quando a lui

può parlare del Paradiso come stando sull´uscio di casa e lasciargli i saluti e le commissioni per la Signora.

Non capirà mai Don Bosco educatore nè la pedagogia di lui chi non parte da questo principio e non vede le cose in questo modo, che è quello

veduto da lui. La biografia del Magone è il documento positivo, la prova classica di questa tesi.

Così richiamata e predisposta l´attenzione e la mente del lettore, io potrei far punto, lasciando ad esso il compito di rilevare da sè, parte

per parte, quel che le pagine del piccolo volume possono insegnare. E con un po´ di buona volontà e conveniente attrezzatura si può riuscirvi.

Senonchè l´attrezzatura, che in questo genere si richiede, non è troppo comune : giacchè (lasciando stare che di materie spirituali molti non hanno pratica o ben poca) bisogna conoscere un po´ coscienziosamente la restante letteratura di Don Bosco, e le correlazioni che intercedono tra gli scritti congeneri. E poi quel caro Don Bosco è uno di quegli scrit‑

(1) Gli studiosi sanno che nello studio del fatto educativo bisogna distinguere la scienza o complesso di regole derivate da principi, dall´arte pedagogica che è applicazione di norme suggerite dalla pratica e tramandate per tradizione, e dalla dottrina, ch´è un insieme di principi di cui non si spiegano le ragioni. La pedagogia è nel suo primo significato scienze ed arte: ma quella scienza da che principi deriva ?


135

tori che dicono sempre più di quel che non pare : cose profonde e concetti vasti in un linguaggio semplice e senza pretese, che dice l´idea senza mettere in vista l´autore : qui poi, nel caso nostro, incaricandole e obiet‑

tivandole nell´eloquenza dei fatti.

È dunque un dovere, più che un´opportunità, quello di mettere in

luce codesto tesoro di massime e di pensamenti che stan sotto il velame. E si potrebbe fare sottolineando, come dicono, ossia commentando, a volta a volta, gli spunti che offre il contesto del discorso narrativo. E, almeno per chi scrive, sarebbe più comodo, tanto che nego di essermici

provato in un primo tempo.

Ma poi ho pensato che con ciò va perduto il senso dell´insieme, che

qui è vario, sì, e molteplice, ma ha pure una concatenazione e una ragione d´unità, non foss´ altro perchè il fatto pedagogico si fonde col fatto spiri­tuale, ed è in molti casi una cosa sola e medesima.

Perciò, rimettendo alle note occasionali il compito d´illustrare i dati esterni, ho creduto conveniente riunire il commento in una analisi, o meglio, esposizione discorsiva, che permetta di abbracciare il tutto in una sola veduta.

LA PREFAZIONE

Già la Prefazione, ben misurata e sostanziosa, ci mette dinanzi il carattere e le intenzioni del libro. Esso non è un´affrettata necrologia, ma la narrazione desiderata di una Vita, ricordata con amore, e scritta due anni dopo la morte del soggetto, così com´era avvenuto per Savio

Domenico (1).

È una vita singolare, o meglio «romantica», di un giovanetto che si

è conquistato « l´affetto » di Don Bosco e fu e il comune amico » di lui e dei compagni; e che si è studiato, ed è riuscito ad imitare «il modello di

vita cristiana, che fu Savio Domenico ».

Ed ecco la tesi, e Don Bosco mi perdoni il lusso di questa parola,

ch´egli non usò mai. È una tesi d´indole spirituale. In Domenico Savio si può vedere «la virtù nata con lui e coltivata fino all´eroismo in tutto il corso della vita sua» (e questa definizione, si noti, compare adesso, nella Prefazione al Magone, non nella Vita del Savio); nel Magone si assiste ad un altro lavoro d´anima : egli è «un giovanetto (uno dei quasi tutti, dicevo più sopra) che, abbandonato a se stesso, era in peri‑

(1) Savio Domenico morì il 9 marzo 1857, e la Vita uscì col gennaio del 1859; Magone muore il 21 gennaio 1859, e il libro di Don Bosco esce col settembre 1861. Del Besucco, mancato il 9 gennaio 1864, fu pubblicata la Vita appena cinque mesi dopo, perchè una metà del lavoro era già fatto con la relazione dell´arciprete Pepino e buona parte del resto dalla relazione del prof. Ruffino.

 

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colo di battere il tristo sentiero del male a, e il Signore lo chiama, ed egli, assecondando la grazia dí Dio, perviene « a trarre in ammirazione» quanti lo conobbero : perviene a « tratti di virtù », a sentimenti « fino anche superiori» alla sua età, e insomma «non comuni ».

Lavoro della grazia, dice Don Bosco; e noi aggiungiamo : trionfo della sua educazione spirituale. La modestia del Santo non glielo lascia dire : ma noi dobbiamo vederlo, giacchè « l´amorosa chiamata » del Si­gnore è fatta per bocca di Don Bosco, e il giovane « corrisponde alla grazia di. Dio » seguendo la via che il Santo gli viene tracciando. E la tesi della pedagogia spirituale che maneggia la grazia di Dio per trasformare un pericolante della vita in un «modello di vita cristiana », sarà dimostrata con la plastica storicità dei fatti, col realismo della verità conosciuta da «una moltitudine di viventi ». E cioè nel lavoro materiato di fatti il let­tore deve saper scorgere il significato e il valore ch´esso ha, per assorgere all´idea e al principio che con esso si vuole inculcare, e che non vuol limi­tarsi ad una edificazione sporadica di particolari, per quanto utile ed anch´essa voluta, ma deve giungere usque ad interiora velaminis, ad arrendersi alla grazia di Dio, tanto più se amministrata da una mano educatrice, a formare in sè, integralmente, la vita cristiana.

Non credo d´ingrandir le cose nè d´imprestare nulla all´Autore : basta interpretarlo, e chi legge il libro non può non vedere come la Prefa­zione risponda all´intento e ne esprima il concetto animatore.


CAPITOLO II
Con Don Bosco

CARATTERE LETTERARIO DEL LIBRO

Veniamo al libro. Sono sedici capitoli, in ciascuno dei quali, oltre alla ragionevole unità di materia narrativa, è dato di vedere un parti­colare afflusso di concetti, espressi o in chiare sentenze o, più sovente, nella stessa presentazione dei fatti : al che vanno aggiunte le illazioni che il lettore può dedurre di per sè, e che, messe insieme, ci dànno l´idea della pedagogia ivi attuata.

Non m´indugio a parlar della forma letteraria. Qui abbiamo Don Bosco genuino, e doppiamente : primo, perchè il dettato è davvero testuale; poi, come nel Savio Domenico, perchè non ha da far uso d´altra fonte che di se medesimo.

IZ Magone poi, scritto con evidente simpatia per il soggetto, e quasi col sorriso sulle labbra, il bonario paterno sorriso di Don Bosco, ci mette dinanzi al caro monello nello schietto realismo della sua natura, veduta, com´è e come va divenendo, dall´occhio perspicace e intuitivo del grande educatore, nei fatti, nei sentimenti, nei dialoghi. E se qualcuno ha potuto credere che il Manzoni pensasse in milanese le pagine più vive del suo libro immortale; noi possiamo ben accertare con piena sicurezza che, se non tutto il libro, molte delle sue pagine sono state dette in piemontese, nel piemontese classico che va ora spegnendosi, e che Don Bosco e Magone possedevano nativamente e parlavano tra loro (1). E quando un libro è pensato così, non c´è posto per le delicature letterarie. Ne viene quello stile caratteristico di Don Bosco, che sa farsi piccolo coi piccoli e per i piccoli, senz´avvilirsi nella volgarità e nella sciatteria; si fa capir dai semplici e indotti, e pure può dire cose d´alto valore e di profondo signi­ficato, che i dotti debbono considerare.

(1) Carmagnola, la patria di Magone, era detta la Siena del Piemonte!

 

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Qui poi la fedeltà della rappresentazione al soggetto « singolare e quasi romantico », con le vivacità interlocutorie e l´avvicendarsi degli aneddoti, talvolta curiosi, come li dice l´Autore, e i particolari così prossimi di vita vissuta, conferisce al racconto un´attrattiva tutta sua, che non lascia posare il libro, fin che non s´è finito di leggerlo.

È un libro geniale.

IL PRIMO INCONTRO

Il primo fatto è il « Curioso incontro » col Magone. È un caso che, per uno spirito intuitivo come quello di Don Bosco, dà luogo ad una sco­perta, ed è anche per noi una lezione di pedagogia. Il modo con cui il Santo avvicina quella frotta di piccoli scioperati è tutto proprio della maniera di lui, il quale l´ha praticata essenzialmente perfino in Roma (1): accostarsi senza far paura, fraternamente, e scendere al loro piano. L´idea ottimistica sua propria, che il fanciullo preso pel suo verso rivela il fondo che ha ed è generalmente buono, qui gli fa fare la scoperta, e il tono della carità opera la conquista. In poche parole quel ragazzo è suo. Gli dice « un tuo amico » e gli fa delle domande che portano a confessioni schiette, rivelatrici del buon fondo. Non è mai cattivo un ragazzo quando comprende e vuol bene a sua madre.

Nella franchezza, del resto non petulante né sfrontata, di quel «ge­nerale » di birichini non vede tutto quel male che allontanerebbe ogni altro, e la « loquela ordinata e assennata », « quel brio e quell´indole intraprendente » gli fan travedere dall´un canto la maggior facilità del traviamento, dall´altra la probabilità di un avviamento a buona riuscita. E senz´altro si volge al fondo vero, che ha scoperto sotto le scorie : e la coscienza ancor sana a quel tocco si risveglia, e dirompe in un discorso concitato, e chiama « vita di dannato » quella che fa, e si vede sugli occhi il pericolo dell´ultimo passo, del traviamento, della prigione, e si desola a vedersi chiusa ogni strada alla sua volontà.

Allora è la risposta buona e rassicurante, che persuade la fede nel « Padre nostro che è nei cieli », che esorta alla preghiera fervorosa : che assicura la Provvidenza « per me, per te e per tutti ». E viene il gesto della carità, che ha risoluto di salvare quell´anima ancor buona.

È un piccolo dramma, descritto in una pagina magistrale, dove l´arte sgorga dalla bellezza della sola verità : e ci è insieme rivelata quell´altra arte, ch´è quella veramente propria e squisita del Santo Educatore. Siamo nel 1857, e dal 1841 in là di simili incontri n´ha avuti a centinaia : sono le sue scoperte e le sue conquiste. Non tutti i monelli da lui trovati

(1) Mem. Biogr., V, 917.


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han dato l´esito di Michele Magone, ma salvati furono quasi tutti, e la società glien´è debitrice.

IZ Magone è un esempio classico della pedagogia redentrice e trasfor­matrice di Don Bosco, ch´egli presenta come un particolare lavoro della grazia di Dio. Gli altri non giunsero a tanto, ma la buona riuscita dei molti è pur sempre un prodotto della medesima arte che ha portato il monello trovato quella sera alle più alte sfere della virtù.

IL PRIMO COLLOQUIO ALL´ORATORIO

Il profilo del primo Magone, quello incontrato a Carmagnola, ci è dato nelle sagge, caritatevoli parole della lettera del suo viceparroco. Vi è la scioperataggine inevitabile al fanciullo trascurato; vi è la naturale incontenibile vivacità irrequieta; ma vi è l´ingegno «non ordinario », vi è, quel che più conta, la bontà del cuore e la semplicità dei costumi. «Difficile a domarsi », ma non indomabile per Don Bosco. E c´è l´orfa­nezza e la povertà, due titoli alla preferenza della sua carità. E lo accoglie. Il primo presentarsi all´Oratorio, a Don Bosco, è pienamente in carattere. Se l´avesse inventato ad arte, non poteva riuscire più naturale e coerente e più geniale, ed è un peccato che non l´abbia potuto dire nel piemontese in cui fu parlato.

C´è una venatura di umorismo, che risponde al tono di sorriso benevolo di quanto precede nel capitolo. Il ragazzo compare correndo, e si pre­senta in due parole « arditamente », con la volontà negli occhi, e il dialogo, di poche e nette battute, dimostra che Don Bosco ha già letto su quella fronte le parole dell´anima.

Ed ecco la sorpresa, l´imprevisto, l´inatteso : per noi, non per lui, che lo ha intuito e lo fa balzar fuori. Alla domanda : e poi, terminate le tue classi, che cosa vorresti fare? il caro monello risponde con una sospensione sulla parola che dice l´opinione ch´egli ha di sè : « Se un birbante... », e ride, vedendo (ma è un ingegno non ordinario) la santa comicità del con­trasto. Dunque? « Se un birbante — continua — potesse diventare abba­stanza buono da potersi ancora far prete, io mi farei volentieri prete ».

Ed io domando : Chi ha messo in mente, e quando, a questo monello, trovato poc´anzi a sbrigliarsi sulla strada, acchiappato, si direbbe, come la mosca dallo scolaretto, così, senza discorsi, senza suggerimenti, in un attimo, l´idea di farsi prete?

Non può essere che una rivelazione subitanea, e che c´entri la mano di Dio non è dubbio, quando si conosce l´esito di quella vita (1).

(1) Del resto, chi scrive può dire di se stesso qualche cosa di simile. Lasciati, a causa di salute, gli studi alle scuole pubbliche (Ginnasio Gioberti), e datomi per

 

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Perché per una caratteristica prontezza di decisione; che non è sol­tanto un´impulsività momentanea, si organizza nell´anima di lui (nella psiche, dice la scienza) tutto il sistema d´idee e di volizioni che ne deri­vano, e saranno gli sforzi della buona volontà che vi lavoreranno.

Anche questa è una pagina da grande artista : chi non ve la sente, neppure il commento gli giova. E lo scrittore, psicologo autentico e pro­fondo, insiste a presentarci il ragazzo com´è di natura : con un bollore, un´irrequietezza, un bisogno irresistibile di vita e di moto, che si contiene per forza di volontà e a tempo dato, e poi « esplode come uscisse dalla bocca d´un cannone »: e tuttavia s´arrende quando è avvertito dal giovane mentore messogli accanto « secondo la consuetudine della casa» dal saggio pedagogo, ed ha continua la consapevolezza di quel che fu e non deve più essere. È sapiente codesto accostamento della volontà del bene (l´idea-fine) con il ricordo del passato e la traboccante vivacità che perdura. Sapiente e prezioso per la psicologia del piccolo convertito, che diverrà tra breve un modello di santa vita, e per la pedagogia che, rispettando la natura, lo guiderà ad un esito così meraviglioso.

IL DRAMMA DELL´ANIMA

Per codesta pedagogia è d´un´importanza capitale il capo III del libro. Magone è lasciato un mese a vedere gli altri, senza che nessuno gli dica, tanto meno gli comandi o gli si imponga col timore reverenziale, per condurlo alla pratica risolutiva. Tutt´al più un compagno, messogli accanto dall´educatore (si ricordi che questo era uno dei fini della Com­pagnia dell´Immacolata, fondata da Domenico Savio, dove si assegna­vano ai soci i clienti da assistere [capo XVIII]), lo corregge delle cose più improprie, nient´altro.

Il principio è : Deve venire da sè. E ci viene, mosso dall´esempio della vita ambiente. È dunque il principio della libertà corretta e guidata verso il bene nel suo moto spontaneo, mettendola in condizioni da sentire personalmente il bisogno del bene. La vita morale e la pietà, così natu‑

questo all´oreficeria, cambiai, per una singolare combinazione di circostanze, tre fabbriche in quattro mesi. Ritirandomi dall´ultima, mentre venivo a casa, passando in via della Zecca (ora via Giuseppe Verdi), mio padre mi si pianta di fronte, là, sul marciapiede, e dice: Ed ora che cosa vuoi fare ? Ed io, senz´altro: Voglio fare il prete. Nessuno, e non certo l´ambiente, e non i preti, che non frequentavo (a tredici anni non m´ero ancora confessato), nulla poteva avermi mai suggerita quel­l´idea. E fui preso in parola. Per bontà di Dio e carità di Don Bosco ho potuto farmi prete, e lo sono, sia pure indegnamente, da cinquant´anni. Forse mi ha acchiappato la mano della Madonna, che, uscito di malattia, visitai, per voto della famiglia, ogni giorno alla Consolata per un anno intero.

 

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ralmente scaturite e come generate per moto autonomo, s´immedesimano coll´anima, e con essa si evolvono e progrediscono. A far questo le rego­lamentazioni non servono, quando addirittura non nuociono. E per questo l´Oratorio di Don Bosco aveva ad essere una Casa, cioè una famiglia, e non voleva essere un Collegio.

Chi non comprende il valore di codesto principio e la sua attuazione; chi, imitando certe forme, non bada al principio informatore, non capisce Don Bosco educatore.

È un principio, come si vede, non operante per sè, ma indispensabile, come condizionante necessaria e antecedente. Che poi il mezzo operativo della ricostruzione e della formazione morale abbia ad essere la pratica dei Sacramenti, e anzitutto la Confessione seriamente intesa (e cioè l´instaurazione della grazia di Dio nell´anima), è questo l´altro fonda­mento sul quale s´imposta la sua pedagogia. Ma la pratica religiosa non avrebbe, nel pensiero di lui, nè senso nè efficacia, se non fosse liberamente voluta o accettata per un´intima persuasione. E questa pure, a sua volta, viene fatta elaborare dall´animo stesso del giovane, portandolo socra­ticamente a parlar esso di coscienza; e solo allora gli si presenta, a mo´ di catechesi, la confessione.

La breve e chiara catechesi sulla confessione non si presenta qui per la prima volta, e non sarà neppure l´ultima : noi la vediamo comparire quasi colle medelme parole negli altri scritti, e, per esempio e princi­palmente, nelle Vite dei suoi giovanetti, dal Savio al Besucco, come soventissimo nei discorsi ed esortazioni che il Santo teneva ai suoi figliuoli. Ma, se altrove ci sta in forma d´istruzione parenetica, qui, nel Magone, è strettamente legata al fatto della necessità di tranquillare il turbamento di quella giovane coscienza.

Il piccolo dramma, ch´è pur grande nella vita di un´anima, giunge al suo scioglimento, e si opera qui ciò che Aristotele chiama la catarsi, ma non dello spettatore, bensì nel protagonista. Egli vince le sue ripu­gnanze e i suoi terrori, e si purifica dal male, « con maniera franca e risoluta » dice il biografo (capo V), e cioè sul serio e con coscienza di ciò che fa.

LA e CONVERSIONE »

Il capo IV (rimasto in tutte le edizioni invariato) ci fa assistere al fatto, e lo prepara con descriverci lo stato d´animo del giovane Michele nelle ore della preparazione, e della deliberazione, rapida e risoluta, e segna le commozioni del grande atto.

Egli piange : prima, per la sensazione che ha delle sue colpe; poi per tenerezza di consolazione. L´anima di lui fu tutta presente in quel

 

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rito, con una consapevolezza assolutamente superiore e non pensabile per l´età sua e per i suoi precedenti. E quando tutto fu conchiuso, volle la parola rassicurante: « Vi sembra che i miei peccati mi siano tutti perdonati? Se io morissi questa notte, sarei salvo ? ».

La risposta di Don Bosco (giacchè non altri è il confessore) è quella che, in presenza di tali disposizioni, dovrebbe dare ogni ministro di Dio ben illuminato : «Va pure tranquillo. Il Signore che nella sua grande misericordia ti aspettò finora perchè avessi tempo a fare una buona confessione, ti ha certamente perdonati tutti i tuoi peccati: e se ne´ suoi adorabili decreti Egli volesse chiamarti in questa notte all´eternità, tu sarai salvo ».

Non so se qualche dottrinario raffinato troverebbe da dire su codesta categorica assicurazione. Ma Don Bosco conosce l´animo del suo

peni‑

tente ed ha fede nel valore del Sacramento. Le sottigliezze rigoriste e scrupoleggianti, che isteriliscono e fossilizzano lo spirito, e lo affondano in un timore non amoroso, non sono della scuola di Don Bosco. Egli mette sempre in guardia dalle illusioni e dalle presunzioni del ritualismo, e basta badare ai discorsi cento volte tenuti ai suoi giovani, ed anche a certi periodi del libro stesso che leggiamo : ma, insomma, quando i Sacramenti sono ricevuti bene pro uniuscuiusque viribus et captu, egli non esita a vederne l´efficacia sicura. La buona teologia è tutta con lui.

Bella e commovente la pagina dove è rappresentato il dramma inte­riore di quell´anima che ora si sente libera dal male e in possesso della grazia divina. «Quella fu per lui una notte d´agitazione, di emozione », dice il Santo scrittore. E la fa descrivere da lui stesso. Inferno e demoni che compaiono e che fuggono; angeli che mostrano, sollevando i veli del Paradiso, la bellezza e la felicità delle anime che saranno « costanti nei proponimenti ». E poi il bisogno di esprimere a parole quel che sente addentro, e il levarsi su, e, genuflesso, considerare gli abissi del peccato, da cui è potuto uscire : lo stato di

... quei che con lena affannata, uscito fuor del pelago alla riva, si volge all´acqua perigliosa, e guata,

come si esprime il buon Dante.

Si sente, è innegabile, nelle parole del giovane ravveduto, il riflesso della lettura del Giovane Provveduto e dei consueti discorsi di Don Bosco. Ma questa mancanza di originalità non deve far credere ad una imper­sonazione didascalica (come avviene, per esempio, sensibilmente in Pietro, o la forza della buona educazione). Al contrario è la prova concreta della penetrazione della coltura spirituale (e coltura sta qui per colti-


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vazione), che si operava nello spirito dei giovani quasi a loro insaputa, e che sbocciava poi a suo tempo in tali frutti. I dati di fatto sono storici, anche se stilisticamente i discorsi sono un po´ racconciati; e il loro signi­ficato pedagogico è tanto più evidente, in quanto dimostra l´efficacia di quella ch´io chiamerei endosmosi morale, e metterei in opposizione alla coltivazione precettistica e sentenziosa. Don Bosco insegna coi fatti la sua pedagogia.

S´inizia così la vita nova del piccolo convertito. È naturale nella psicologia dei neofiti lo slancio intemperante, com´è facile lo scrupolo. Ma Don Bosco interviene.

Massima costante di Don Bosco fu sempre che alla vita spirituale del suo giovanetto è necessaria e sufficiente la confessione settimanale, ed egli disapprovava una frequenza maggiore (salvi, ben inteso, i casi di vera necessità), come effetto di leggerezza. Egli modera l´intemperante frequenza, come previene la «malattia» degli scrupoli: l´una e l´altra più che spiegabile nel piccolo convertito. La « serietà » nella vita spirituale, a cui il Santo intese soprattutto, lo porta ad ovviare sul primo nascere ai due pericoli. Riesce quindi opportuna la breve e succosa istruzione sull´obbedienza al confessore in materia di scrupoli, messa qui a com­mento dei fatti: quando si pensi che il libretto si propone d´insegnare coll´esempio vivo d´una biografia la via che il giovane deve tenere per condursi alla più soda vita cristiana. Tanto che ad una espressa trat­tazione didattica è dedicato il capitolo seguente.

LA DIDASCALIA E PARENESI SULLA CONFESSIONE

Il capo V del Magone Michele (1) è, sotto l´aspetto documentario e sotto il concettuale, uno dei più importanti e preziosi della letteratura di Don Bosco e della sua pedagogia spirituale. Esso riassume, si può dire, tutta l´idea del Santo sulla pratica della confessione per i giovani. Collocato nel tempo, esso viene dopo il Comollo, il Pietro, o la forza della buona educazione, il Savio Domenico, e precede il Besucco; e ciò che sparsamente è detto negli scritti precorritori è qui ordinatamente esposto in una didascalia, che servirà di fondamento e quasi di rimando a ciò che dirà dappoi, nell´altro libro posteriore, dove s´incontrano passi paralleli. Il linguaggio e il tono ch´egli tiene in questo discorso saranno

(1) Non più ritoccato, salvo una leggera variante verbale del terzo periodo nella 2´ edizione.

 

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d´ora in poi quelli d´ogni suo ritorno sull´argomento, anche quando parlerà ai suoi giovanetti in quelle esortazioni di cui ci fu serbata memoria scritta.

Si direbbe che intorno a quel tempo (1861) egli abbia finito di con­cretare nella sua mente la formola definitiva dei suo: pensamenti in questa materia, della quale egli fa il caposaldo della vita spirituale del giovane, ed alla quale darà l´ultimo tocco, elevandola ad essenziale fattore pedagogico nel capo XIX della Vita del Besucco (1864). Sta il fatto che, nelle biografie succedute al Savio Domenico, e tra il 1860-65, il nostro Pedagogo s´indugia sempre più in osservazioni e sviluppi teorici e parenetici sul fatto della confessione, prima e principalmente, e poi sulla comunione frequente; sicché, senza voler dettare un trattato di pedagogia spirituale della gioventù, la sparge e la formula via via in queste operette tipologiche, che sono alla loro volta documenti della sua pratica.

Il valore di tali scritti e di tali pagine deriva specialmente dal tempo in cui furono scritte : quando cioè Don Bosco, vedendo consolidarsi l´opera sua, si studiava di individuarne l´anima e gl´indirizzi pratici per comu­nicarli ai suoi collaboratori e continuatori; e quelle ch´erano dapprima in lui le intuizioni del Santo, si concretavano e´ assodavano nella formula di principi normativi.

Ciò è tanto più vero, e fa meraviglia, in quanto neppure nel Giovane Provveduto, ch´è ° destinato a guidare il giovanetto nella « pratica de´ suoi doveri e negli esercizi di cristiana pietà », e che in tal materia rimase invariato dal 1847 in poi, non è così sviluppata una precettistica così importante, ed è anzi accennata appena sparsamente e di sfuggita. In seguito, e più tardi, anche tardi assai, cioè negli ultimi anni, Don Bosco non farà che affermare e ripetere sostanzialmente, e spesso, letteralmente, quel che ora vien fissato per la prima volta.

E si noti che le pagine presenti, come quelle a cui alludiamo di altri scritti, non sono aggiunte di edizioni fatte negli ultimi due decenni, quando cioè la costruzione, diciamo così, dell´opera sua era al tetto e non mancava che qualche finitura e stabilitura; no : sono del periodo costruttivo delle sue concezioni come del suo sistema. Per noi non sono novità, e paiono cose ovvie e comuni : nella storia concettuale di Don Bosco e nell´evoluzione del suo pensiero educativo, sono momenti e documenti.

PAROLE AI SACERDOTI

Il discorso è rivolto ai giovani (Una parola alla gioventù); ma nella seconda parte del capitolo l´Autore si dirige a « chi dalla Provvidenza è destinato ad ascoltare le confessioni della gioventù », perché egli pensa


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che il buon effetto della retta pratica della confessione, e la stessa pos­sibilità di effettuazione, dipenda in parte notevole dal modo onde si diporta il ministro di un sacramento, nel quale ha parte soprattutto la fiducia e la confidenza.

E volge su tre punti. Il primo, della sincerità e integrità della con­fessione con le connesse sentenze sul segreto sacramentale era già toccato catecheticamente nel Giovane Provveduto (1). Qui è svolto, e più ampia­mente, in una calorosa forma parenetica, nella quale si sente tutta la trepida ansietà del Santo, che vede la rovina dell´anima insincera e mendace (« mi trema la mano » egli dice), e scongiura con sacre parole il suo giovanetto a riparare quanto prima. Un accenno a questo punto era già nel Pietro, capo II, e nel Comollo, capo V dell´edizione 1854 (XI della 4a edizione, 1884), e quanto alla riparazione, nella conclu­sione del Savio Domenico. Ma la forma data al suo pensiero in queste pagine è quella rimasta poi sempre, e potremmo quasi dire d´averla ancora udita noi da lui stesso, tanto si era immedesimata nei suoi discorsi.

L´altro punto, la scelta di un confessore stabile, è per Don Bosco una delle condizioni capitali per l´efficacia spirituale della confessione. Egli ne parla in ogni libro. Nel Comollo, in un´aggiunta fatta fin dalla 23 edizione nel 1854; nel Pietro, al capo II e VI; nel Savio Domenica, capo XIV; nel Besucco, capo VI, e nel capo XIX, due volte. Ma prima di tutte codeste affermazioni, egli aveva già introdotta questa massima nel Primo piano di Regolamento per la Casa dell´Oratorio, cominciato nel 1852 e fissato nel 1854. Ivi, nell´Appendice per gli studenti, la norma del confessore fisso è proposta come una necessità per lo studio della vocazione, e in questo senso è ancora il discorso tenuto il 12 di­cembre 1864 ai giovani dell´Oratorio (2). Riprovava coloro i quali, o per leggerezza o per motivi più gravi, mutano a casaccio il confessore. Naturalmente, come ammetteva, e lo si vede qui stesso, che occasionai‑

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(1)   Nelle prime edizioni, anteriori al 1863: Maniera pratica per accostarsi san­tamente al Sacramento della Confessione : L´ESAME, pag. 96.

(2)    Mem. Biogr., IV, 735 segg.: Primo piano di Regolamento per la Casa annessa all´Oratorio di S. Francesco dì Sales. Appendice per gli studenti, cap. I, art. 3 (pag. 746): « Siccome è da tutti raccomandato l´avere un confessore stabile, così per gli studenti sarà stabilito un confessore, che ciascuno avrà cura di non cangiare senza parteciparlo al Superiore; e ciò per accertarsi che l´allievo si accosti ai SS. Sacra­menti, ed anche perchè sia diretto dal medesimo direttore: avendo maggior bisogno di coltura spirituale quelli che si danno allo studio, che è tutto lavoro di spirito. Ma assai più ancora è necessario di praticare un medesimo confessore, affinchè, terminato il corso di latinità, egli (cioè lo studente) sia in grado di giudicare con fondamento della propria vocazione ». Cfr. Ibid., voi. VII, 832-834: Discorso di Don Bosco, 12 dicembre 1864.

6 - Opere e scritti... Vol. V.

 

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mente si possa ricorrere ad un altro, così insisteva (1) perchè i confessori non usassero pressioni o mostrassero diffidenze inopportune per tali cam­biamenti. E ne dava l´esempio egli stesso, volendo sempre che vi fosse qualche altro sacerdote a ricevere i suoi giovanetti, che pure preferivano lui ad ogni altro : consigliava persino ai suoi migliori di cambiar qualche volta il confessore (2).

In terzo luogo, Don Bosco si rivolge direttamente ai sacerdoti confes­sori. Il primo periodo è ripetuto quasi letteralmente nel Besucco, capo XIX; ma le raccomandazioni dell´uno e dell´altro libro volgono su punti diversi, formando tra i due una elementare istruzione peda­gogica per i sacerdoti in quanto tali, e per i medesimi, o per chi con essi collabora, in quanto educatori.

Qui, rispecchiando se stesso (e purtroppo in contrasto colle maniere di troppi altri di quel tempo), inculca l´amorevolezza, la bontà coi piccoli penitenti, e richiama l´attenzione sulla necessità di riesaminare le con­fessioni dei primi anni, e d´interrogare con molta delicatezza, ma sempre, sulle cose della modestia. Ed ha sentenze gravi sulla dubbia validità o sui difetti delle confessioni fanciullesche, dai 7 ai 12 anni, mentre è certo che la coscienza del male è già formata.

Nel Besucco è raccomandato lo zelo nell´inculcare la frequente con­fessione, nel mostrare l´utilità di avere un confessore stabile; inoltre la convenienza d´insistere sulla natura e sulla inviolabilità del segreto sacra­mentale e sulla paterna discrezione del confessore.

Può dirsi che i due capitoli citati suppliscano in parte al mancato Metodo per confessare la gioventù, che nel 1855 Don Bosco si pro­poneva di scrivere in alternativa con la Storia d´Italia, domandandone consiglio al Cafasso, il quale lo indusse a lasciar quello e attendere a questa (3). Quell´idea gli stava tuttavia fissa in mente, e nei primi di marzo del 1863 (siamo dunque tra il Magone e il Besucco!) manifestava a Don Bonetti di vedere più che mai la necessità di un tal Manuale, e allegava precisamente le ragioni che adduce in questo capitolo del Magone, particolarmente al ´art. 2 dell´esortazione ai sacerdoti (4).

(1) Mem. Biog., IV, 455.

(2) Vita di Savio Domenico (5a ediz.), capo XIV.

(3) Mem. Biogr., V, 494.

(4)   Diceva: « Povero me! trovo che le confessioni di molti giovani non possono reggere colle norme date dalla teologia. Per lo più non si fa conto di quei manca­menti commessi dagli otto ai dodici anni; e se un confessore non va propriamente a cercare, ad interrogarli, essi ci passano sopra, e vanno avanti, fabbricando così su falso terreno ». Cfr. Mem. Biogr., VII, 404.

 

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TRASFORMAZIONE

Dopo questa parentesi didascalica e parenetica, il Santo biografo, con alcuni tocchi sapienti del capitolo che segue (il capo VI) e di parecchi dappoi (dal capo VII al X), ritrae il graduale, ma rapido trasmutarsi del monello carmagnolese in un modello di virtù e di pietà cristiana.

Meravigliosa è questa trasformazione, che non muta l´indole, ma la ritempra a strumento di bene; e non meno meravigliosa è la rapidità con la quale si opera, non d´un balzo, ma di corsa, giungendo così presto al segno. Dalla prima conoscenza con Don Bosco al giorno della morte corrono appena quattordici mesi : tredici se vogliamo contare dal giorno della conversione narrata poco prima : e in così breve spazio le risolute volizioni, i propositi continuativi, le solide prove di virtù e le ascensioni, gli slanci dell´anima, si vengono moltiplicando e facendosi più forti, fino ad una morte serena, direi quasi voluta, da santo, alla quale non mancano neppure le prove di speciali favori celesti.

La figura morale e spirituale del Magone è così disegnata, compo­nendola di fatti positivi e quasi elementari della realtà quotidiana. L´Autore qui non mette nulla di suo : parla coi fatti. Ed è una semplicità di cose che, una per una, paiono ordinarie o possibili a tutti, e, sommate insieme, significano una vita interiore agile e presente, che si volge a perfezionare la vita esteriore : semplici cose, adunque, che sono altrettanti equivalenti spirituali, perchè sono esercizio di volontà. E Don Bosco vi si sofferma con evidente compiacenza, e moltiplica le citazioni dei fatti così prodotti : perchè appunto questo è l´ideale suo e il suo programma di santificazione, o, se piace meglio, il suo sistema spirituale : che la santità si abbia ad esercitare e mostrare nelle cose d´ogni giorno e d´ogni momento, e nelle pratiche consentite ad ognuno dalla vita che egli ha da vivere. Per questo aspetto la vita di Magone è praticamente più incitabile, perchè più prossima alla comune realtà, che non, per esempio, la vita di Domenico Savio, nella quale si disegnano altezze non a tutti accessibili.

E, venendo appunto ai fatti, si noti con quale accorgimento l´Autore, per far sentire concretamente il mutamento che s´inizia da quella con­versione, accosta in antitesi il prima e il poi, il naturale col perfezionato, l´abito e la volontà. Ma, così di passaggio, benchè non senza intenzione, io vorrei avvertito dal lettore il regime dell´Oratorio, come ci si presenta ai tempi del Magone, e, diciamo, in quel primo decennio che fu detto eroico, non tanto per certi eroismi di povertà, quanto piuttosto per il fiorire della vita virtuosa e dei virtuosi più esemplari. Vi è nel Processo Apostolico del Savio una descrizione del Can. Ballesio, che fu ai tempi del Savio e del Magone, la quale ci fa ben intendere quale fosse l´aria

 

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che si respirava in casa di Don Bosco (1). Quei che rimasero esemplar‑

mente celebrati prima e dopo il Savio, sono di quel tempo.

In quel regime, che può dirsi, ed era, di disciplina familiare, non

si può non vederlo, domina la libertà, soprattutto nelle cose di religione (2). IZ Magone può dapprincipio non trovar posto o modo che gli vada, e cambiarlo, perchè il posto è libero. E può indugiarsi e differire eroica­mente, per ore ed ore e in ginocchio, il suo turno per confessarsi, o, ter­minata la funzione, può trattenersi per le sue divozioni personali e ritornar quando vuole, perchè nessuno gli misura i passi e non è reg­gimentato all´uso dei collegi. Eh! la sapienza di Don Bosco nel disporre che ad una funzione di chiesa sempre seguisse una ricreazione! Così, tra l´altro, restava libero ai migliori di trattenersi in chiesa e coltivare la divozione e le divozioni personali, come sempre era possibile scappare per fare una visita. Quanti sono ora i collegi e gl´istituti, ove il giovane abbia la possibilità di andare, venire, trattenersi in cappella liberamente, quando e quanto vuole? Quante cose vanno perdute per amore della disciplina!

In questo clima di libertà è possibile l´iniziativa personale, e quel ch´è detto della « sua esemplare sollecitudine per le pratiche di pietà» (capo VI), è non un´osservanza regolamentare, ma una serie di atti e di pratiche scelte da sè, e condotte secondo il modello di Domenico Savio,

ch´egli si è proposto.

Questa libertà Don Bosco non la lascia soltanto esteriormente, ma

anche nel mondo interno della spiritualità. Egli rispetta la personalità e le preferenze religiose anche d´un ragazzo, salvo a moderarle, se trasmo­dano o sbagliano; lascia che l´anima, sciolta dal male e portata dalla grazia, segua l´indole sua e volga in qualsiasi parte. Perciò troviamo nei giovanetti di cui scrisse la Vita un fondo comune di pratica dei Sacra­menti, ch´è quello indispensabile, e del resto coltivato intensamente e con

libertà sotto la direzione del Santo (cosi nel Savio, capo XX, e nel Besucco, capo XX), insieme con una varietà d´inclinazioni, preferenze

devozionali, atteggiamenti, che, per esempio, rendono inconfondibili anche

spiritualmente il Besucco e il Magone.

Su codesta libertà spirituale, che nel fatto diviene poi libertà di

spirito, vi sarebbe molto da dire; ma io credo che basti averla accennata, perchè valga a far intendere la direzione che Don Bosco dà alle anime dei suoi discepoli.

(1)    Somm. Proc. Savio Domenico, Dep. Ballesio, pag. 170: « Nell´Oratorio, cominciando da Don Bosco giù fino ai suoi figli, compreso il Servo di Dio tra i migliori, si viveva una vita ricca di virtù, di pietà, di allegria, di studio e di lavoro, ma poverissima di tutto quello che si dice il confortabile. Tutto per amor di Dio, e sperando il suo aiuto e il suo premio. Questa era la bandiera ».

(2) Cfr. Vita di Savio, capo XX; Vita di Besucco, capo XX, ecc.

 

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L´ALLEGRIA

Un altro fattore pedagogico compare in questi capitoli magistrali e ammaestrativi, sia come dato biografico, sia come coefficiente morale. Dico dell´allegria, della gioia o letizia nella vita del giovane e per la vita dello spirito.

Non è soltanto un fattore psicologico, sintomo o causa di eccitazione della buona volontà, com´è appunto nel fanciullo; ma è pure un contri­buto essenziale alla vita spirituale. « Sappi, dice il Savio ad un amico nuovo e santo, che noi facciamo consistere la santità nello star molto allegri ». Il Faber, grande maestro di spirito e affine strettissimamente allo spirito di Don Bosco, ha pagine magnifiche su questo tema: qui ricordo in particolare quella della sua Conferenza Prima, sul buon umore e sul benefici effetti ch´esso produce (1). Perfino Spinoza la definiva : «la passione per la quale l´anima passa ad una perfe­zione maggiore, come per la tristezza discende a una perfezione minore» (2).

IZ giovinetto che si sente in grazia di Dio prova naturalmente la gioia, sicuro del possesso di un bene ch´è tutto in suo potere, e lo stato di piacere si traduce per lui in allegria (3). Don Bosco seppe vedere la funzione della gioia nella formazione e nella vita della santità, e volle diffusa tra i suoi la gaiezza e il buon umore. Servite Domino in laetitia poteva dirsi in casa di Don Bosco l´undecimo comandamento. L´ Orestano, pel quale il nostro Santo è il «Patriarca dell´educazione cristiana », ha potuto dire che egli « santificò la gioia, la gioia di vivere, ed è il Santo della euforia cristiana, della vita cristiana operosa e lieta» (4).

Invero egli ebbe sempre un vero terrore della tristezza e della musoneria, e faceva tener d´occhio gli appartati e i solitari. Non per nulla scrisse fin dal 1855, tra i pensieri sul Sistema Preventivo pre­messo al Regolamento della Casa, e pubblicati con esso soltanto nel 1877: « Si dia ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a pia­cimento, ecc.» (5).

(1)   FABER, Confer. Spirituali, ediz. ital., Marietti, 1885, pagg. 38-39.

(2)    SPINOZA, Ethica, lib. III, teorema XI, Scolio.

(3)   Il Galluppi (Lezioni di Logica e Metafisica, ediz. 1854, II, 841) distingue tra la gioia della presenza dell´oggetto che si ama e l´allegrezza del sentirlo vicino e certo ad ottenersi, e contrappone all´una la tristezza, all´altra la mestizia. Noi possiamo accogliere l´una e l´altra idea.

(4)   FRANCESCO ORESTANO, Accad. d´Italia, Il Santo Don Bosco : Discorso tenuto a Cagliari, 1934, pag. 23.

(5)  Mem. Biogr., IV, 549. Ibid., vol. VII, 112 e 920.

 

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LA CONDOTTA

Bisogna dire che in questo il Magone ha corrisposto pienamente all´idea del Santo Educatore. Le pagine della biografia lo descrivono (capo VII) come «l´anima della ricreazione, e che teneva tutti in movimento ».

«Indole focosa, fervida immaginazione, cuore pieno di affetti» lo portano alla vivacità. Ma c´è differenza tra il Magone del primo mese, che cerca soltanto uno sfogo alla propria irruenza, e quello dei tempi dappoi, che porta nella esuberanza della vitalità anche la letizia della pace con Dio, ed è presente a se stesso : tanto che tronca di botto ogni giuoco, e « come se fosse portato da una macchina» cioè con un vero scatto, corre ad essere il primo nel dovere.

È, più che singolare, mirabile questa autodisciplina del giovane Magone, che si studia d´essere « sempre ottimo » nei suoi doveri ed impec­cabile nella puntualità. Il quadernetto trovatogli dopo morte ragiona come un perfetto religioso disciplinato dall´ascetica e dalla vita di per­fezione. E vorrebbe, negli Esercizi del 1858, « far voto di non mai perdere un momento di tempo », come S. Alfonso : non gli è permesso, ma egli si regola con l´ideale dell´ottimo, fino all´autopunizione per le trasgressioni.

Le notizie date dal suo maestro Don Francesia (allora chierico sui vent´anni) sono, senza che forse n´avesse l´intenzione, la più chiara dimostrazione della rapida mutazione avvenuta in quel forte carattere di fanciullo. Si mettano a confronto le notizie date da Don Ariccio (cap. II): « La sua volubilità e sbadataggine l´hanno fatto più volte licenziare dalla scuola... nelle classi di scuola o di catechismo egli è il disturbatore universale, quando non interviene tutto è in pace », con le parole del Francesia: «Non mi ricordo d´averlo dovuto sgridare mai per la sua indisciplina, ma placidissimo era... nonostante la sua grande viva­cità (capo VII). E sì che lo ebbe in classe fin dal principio» (1).

La graduatoria scolastica dice anche altro, ed è preziosa per la sua storia morale. Il primo mese, quando non s´era peranco convertito, la condotta e la diligenza è mediocre: poi buona, poi quasi ottima, e dopo tre mesi arriva a//´optime, e vi si mantiene poi sempre. E guadagna un corso di ginnasio, passando dalla prima alla terza classe. Cioè venuto nell´ottobre, soltanto a gennaio può dirsi che la sua condotta è stabiliz­zata senza regressi, e i progressi morali e spirituali si vengono mani­festando anche all´esterno.

Al cominciare del nuovo anno scolastico, nell´autunno 1858, per la III ginnasiale, il maestro, Don Francesia, trova in lui «un totale can‑

(1) Cfr. la nota al testo.

 

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giamento, sì nel fisico che nel morale », una gravità, « un´aria che lo faceva comparire nella fronte e negli occhi piuttosto serio » : ch´è poi il raccoglimento interiore, che fa pensare ad una « presa deliberazione di volersi dare tutto alla pietà » : ed è, in altre parole, il naturale con­centrarsi dell´anima nei progressi della sua vita interiore. Nelle poche parole di lui, riferite nel capo VII, e tolte dal suo quaderno, scorgiamo riflessioni proprie d´uno spirito molto avanzato.

I passi del giovanetto sul cammino della perfezione spirituale sono davvero meravigliosi per la loro rapidità, e non nella sola condotta esterna, ma nella vita interiore. Non è solo una correzione e un´emenda, ma una santificazione. Quella si opera in tre mesi: questa si rivela come già inoltrata, agli Esercizi Spirituali, al sesto mese, e, progredendo, si adempie in meno di un anno.

Orbene, codesta celerità d´avanzamento dev´essere stata una sorpresa o rivelazione per lo stesso Don Bosco. È agevole vedere che le notizie degli atti di virtù e di pietà e divozione appartengono specialmente al periodo che vien dopo l´aprile del 1858; e poichè solo in quel gennaio i registri di scuola notano che la sua condotta è stabilizzata e senza regressi, corrono due o tre mesi in cui non si sente la diretta personale osservazione di Don Bosco. Possiamo dire che in quell´intervallo il Santo Educatore lavora mediante il suo sistema e l´influsso del clima creato da lui : ma personalmente non opera sul bravo Michele. Ed è appunto il lasso di tempo che corrisponde alla prima andata e soggiorno di Don Bosco a Roma, e dal 2 febbraio al 16 aprile, cioè a dopo Pasqua, egli è assente dall´Oratorio (1). Quando torna, ecco, il Magone è già corso assai, ed egli ne segna i fatti rivelatori in quell´aprile-maggio (capi VII-VIII), e poi in seguito, giacché il Biografo, almeno nei capitoli centrali, dal VI all´XI, non segue uno stretto ordine cronologico, ma preferisce raggruppare i fatti congeneri, affine di fissare meglio i singoli lineamenti del profilo spirituale, e così concretare le sue massime.

IL DOVERE

Per tal modo il capitolo della Puntualità nei suoi doveri (capo VII), a cui si riferiscono le precedenti osservazioni, non ha solo valore per la storia morale del nostro caro giovanetto : sibbene vuol essere considerato come un´affermazione di princìpi spirituali (e del primo di tutti, per Don Bosco), se è vero che il lodare in altri una virtù significa la stima che ne facciamo.

(1) Mem. Biogr., V, 805, 923.

 

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Due fondamentali principi pratici: l´uso scrupoloso del tempo e la diligenza nell´adempimento del dovere, sono quelli che Don Bosco ha messo in capo a tutto il lavoro spirituale.

Forse non tutti hanno riflettuto all´importanza che il Santo, e per sè e per i suoi giovanetti, ha dato all´uso del tempo. Magone trova il cartello (messo nel 1849): «Ogni minuto di tempo è un tesoro », e per un´intuizione singolare pensa perfino a fare il voto di S. Alfonso. Lo stesso accadrà al Besucco (1).

Il santo Maestro vedeva nella perdita del tempo l´assonnamento spirituale (chiamiamola accidia, è lo stesso) e il pericolo del peccato a causa dell´ozio.

Ma anche nel mondo più intimo della spiritualità, chi non vede che quella continua cura (ch´è pure sempre una mortificazione) del briciolo di tempo è una ginnastica che tien desto lo spirito? Non penso neppure a far citazioni da scrittori spirituali: ma da Bellecio, S. Alfonso e Faber alla Santa Teresa di Lisieux è tutta una catena d´incisive sentenze sul valore dell´uso del tempo (2).

E così si dica dello «spirito di nobile precisione» nel compiere i doveri della propria condizione, che PP. Pio XI ha inserito nella storia interna di Domenico Savio (3), volendo che si moltiplicassero tra i giovani e

i fedeli cotali esempi di vite cristiane diligenti e generose come il Cuore

di Dio.

Sarebbe (ed è, praticamente, di molti mezzo-spirituali) un errore il

separare la pietà, la vita devota, cioè spirituale, dalla vita quotidiana, ossia dalla vita del dovere. Essa deve svolgersi non malgrado questo, ma mediante questo. Sarebbe errore fatale quello di voler rendere tutta interiore la pietà, mentre tutta la vita è dovere esteriore (4). La vita spirituale non consiste tanto in certe cose, quanto nel modo di fare ogni cosa; nell´elevare all´ordine soprannaturale la nostra vita comune. È sen­tenza del Faber (5), pel quale «i doveri rispettivi sono la nostra via principale, spesso la sola via per diventare santi» (6), e «la diligenza

(1)    Vita del Besucco, capo XVIII. Cfr. in Meni. Biogr., VII, 817 il discorso serale di Don Bosco sull´uso del tempo, del 25 novembre 1864.

(2) E se non temessi di compromettermi col Processo canonico per la Beati­ficazione di Don Michele Rua, mi appellerei a quanti l´hanno conosciuto (io, ad esempio, per trent´anni) se non possa dirsi che mezza la sua santità consistette in questa precisione nel dovere e nell´uso del tempo.

(3) Discorso 9 luglio 1933, § 11.

(4) Cfr. GASQUET, Religio Religiosi, ediz. ital., pag. 70, e FABER, Tutto per Gesù, ediz. ital. Marietti, pag. 366.

(5)  Progressi dell´anima, trad. ital., Marietti, cap. XVIII, pag. 281.

(6)  Ibid., cap. III, pag. 30.


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nei doveri del proprio stato è come l´VIII Sacramento della vita spirituale» (1).

È ovvio che l´osservanza del dovere prende suo valore principalmente dallo spirito interno col quale lo si adempie: è il qui laborat, orat, ch´è il principio vitale, l´anima, il carattere, di tutta la spiritualità degli uomini d´azione, e l´aforisma fu appunto da Pio XI ricordato per Don Bosco Santo e per. Don Bosco vivente nell´opera sua.

Il piccolo Magone, che, vivendo, poteva forse diventare un salesiano, e sarebbe stato dei più intraprendenti (pensiamo al Bonetti e al Cagliero, tanto a lui somiglianti nel carattere), si fece della fedeltà al dovere, e, diciamo fin d´ora, del dovere della fedeltà alle piccole cose della pietà, un rigoroso programma, e, nei tempi più inoltrati della sua così breve manifestazione, fu in certe osservanze quasi eroico, e bisogna in ciò riconoscere una vera tempra di anima interiore.

Si rilegga con questi criteri il capo VII, e si vedrà quanta materia spirituale vi sta raccolta. Che questa «vita cristiana vissuta con spirito di nobile precisione » (2) sia la via segnata da Don Bosco, quasi l´unica via (che è via e mezzo, non termine o scopo di perfezione) n´abbiamo prova dall´insistere che vi fa in tutti i suoi profili biografici, a lode dei suoi piccoli santi; inoltre dal modo onde concepiva l´osservanza dei regola­menti della Casa, e ne faceva questione di coscienza anche per regolare la frequenza alla comunione, secondo la dottrina alfonsiana ch´egli segui fino all´ultimo. Le frequenti parole di lui rimasteci su tal proposito e in tal senso non lasciano dubbio, ed appartengono a tutto il tempo della sua attività, ed anzi divengono sempre più forti e categoriche nell´ul­timo ventennio.

Del resto la dimostrazione più brillante e indiscutibile di codesta concezione spirituale, la personificazione canonizzabile (salvo sempre il giudizio di Santa Chiesa) del sistema, è la santità più prossimamente formata da lui, contemporaneamente a quelle di cui scrisse e che, all´in­fuori del Savio, non giunsero tutte al compimento eroico : voglio dire di Don Michele Rua, che, se verrà posta sugli altari, sarà nell´ordine dei beati il santo delle piccole cose e dei piccoli doveri. E si noti, a prova di ritorno, che Don Rua non si propose altro in vita sua, se non il così di Don Bosco : « Don Bosco faceva così, diceva così, voleva così » può dirsi la sua formola. Non mi permetto citazioni: ma è doveroso questa volta ricordare il celebre capitolo del Tutto per Gesù di F. G. Faber, «Batter moneta » (3), dove è svolta con profonda scienza

(1)  FABER, Progressi dell´anima, cap. XVII, pag. 277.

(2)  PP. Pio XI, disc. cit.

(3) FABER, Tutto per Gesù, ediz. Marietti, cap. VI, pagg. 210-246.

 

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spirituale la dottrina dell´intenzione nelle azioni ordinarie : intenzione che sarà abitualmente o espressamente oblativa, e che converte tutte le azioni del dovere e della vita (ch´è pure dovere) in servizio di Dio.

E così la dottrina delle «piccole cose» (1) e quelle altre che, da S. Francesco di Sales in qua, hanno preparato quella «via delle piccole anime» che la Santa di Lisieux ebbe la missione d´insegnare (2).

Orbene, in ogni dottrina che, come questa, miri ad elevare a Dio, a santificare in ogni cosa, piccola o grande, la vita quale ci è data dalla mano di Dio, Don Bosco ci sta a suo agio. E così insegna ai suoi, siano ragazzi di prima adolescenza o sia il servo di Dio Michele Rua, e tale spirito trasfonde nella Santa Mazzarello, che ne informa le Figlie di Maria Ausiliatrice, e che lascia detto : « La vera pietà religiosa consiste nel compiere tutti i nostri doveri a tempo e luogo, e solo per amor del Signore! ».

È dunque tutta una dottrina della scuola di Don Bosco inculcata per via di fatti, non creati con intento tipologico, ma storicamente vissuti da chi ha vissuto quella dottrina. E tra questi è modello Michele Magone (3).

DIVOZIONE E PEDAGOGIA MARIANA

Che dopo questa materia venga il capitolo sulla « Divozione verso la B. V. Maria» (capo VIII), mi pare logico, anzi doveroso nei rispetti del Magone, il quale tra i santi giovani proposti da Don Bosco a modello con le Vite che ne scrisse, può dirsi individuato dalla divozione mariana, e dalla completa penetrazione di tale moto dello spirito, da farne senz´altro il tipico lineamento della sua figura, e pressoché la ragione d´essere di tutta la sua costruzione spirituale. Magone è uno specializzato nella divozione a Maria, alla quale mette capo tutta la somma delle sue virtù.

(1)    FABER, Progressi dell´anima, ediz. cit., cap. XVI, pag. 251. Del buon Filip­pino inglese, che propagò soprattutto l´indirizzo italiano della pratica divota, Don Bosco non potè leggere le opere, dettate tra il 1853 e il 1860, ma cominciate a tradurre in italiano solo nel 1867; ma lo spirito filippino del Faber era il suo e potrei postillare (come farò sovente altrove) ogni dato dell´indirizzo spirituale del nostro Santo coi riferimenti del dotto e pio oratoriano.

(2)    PETITOT, S. Teresa di Lisieux e una rinascita spirituale, ediz. ital., Torino, pag. 26.

(3)    La pedagogia laica o scientifica può pensare che basti il senso del dovere a far sì che l´uomo, per imperativo categorico, faccia quel che deve fare ed è sta­bilito da una legge morale o da una legge positiva accettata come espressione di quella. Don Bosco è d´altra opinione, e in unò scritto inedito del 1869 dice bene che le cose prescritte dalla Regola e se non si procura di eccitarsi ad osservarle per un motivo soprannaturale, cadono in dimenticanza ». Cfr. Mem. Biogr.,

Ined. XXI, 894-896.

 

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Tale concezione è nell´ordine delle idee spirituali. Come non si è cristiani ortodossi senza il culto di Maria, così non si è buoni cristiani senza divozione alla Madre di Dio. C´è di più. Senza questa divozione la vita interiore è impossibile : la spiritualità autentica dev´esserne tutta permeata, giacchè essa divozione è tutta informata all´odio del peccato e all´acquisto delle più solide virtù. È il consolidamento della divozione, di ciò che chiamasi vita devota (La vie dévote di S. Francesco di Sales) ossia vita che lavora al conseguimento della perfezione cristiana. Il « meraviglioso grado di perfezione» che Don Bosco riconosce come rag­giunto dal Magone (capo IX) è appunto il prodotto della sua pratica della divozione mariana. Non si può separare la divozione mariana dalla vita cristiana senza temerità, come non si può diminuirne il valore, e restringerne il campo senza intristire l´intera vita della religione (1).

Noi sappiamo quanto la divozione alla Madonna sia una caratteri­stica del Santo di Maria Ausiliatrice, e come, dalla prima rivelazione della sua missione, a nove anni, fino all´ultima sua impresa, Maria gli stesse accanto misticamente, e talvolta visibilmente. È naturale perciò che i suoi allievi e discepoli ne rimanessero totalmente compresi. Anche al presente, chi esce dalle case di Don Bosco, potrà dimenticare tante belle cose, ma non perde più la divozione a Maria.

Ma, e questo viene al fatto nostro, il Santo Pedagogo non limitava la sua pedagogia devozionale alla pratica divota, al culto teneramente filiale, all´impetrazione fiduciosa: in una parola, a tutto ciò ch´è per tutti una divozione elevatissima e sentitissima. Per Don Bosco la divo­zione mariana era un fattore educativo dei più efficaci sul cuore dei giovani e, più intimamente, un fattore spirituale (2). Fare ad un ragazzo pregar la Madonna perchè l´aiuti a levarsi un difetto, o fargli fare per amor della Mamma celeste il proposito di astenersi da certe cose, e in­somma inserire la presenza di Lei, come quella della mamma lontana, nelle congiunture della piccola vita quotidiana, era un´amabile maniera educativa di ottenere quel che forse altrimenti non si sarebbe ottenuto, e tre Avemaria fatte dire perchè ci si risolva a « mettere a posto le proprie cose » furono la salvezza di giovanetti disorientati e di uomini traviati.

(1)  Sono concetti principalmente ispirati dalle molte pagine del Faber, il quale vi raccoglie l´essenza dei dettami dei più alti e sicuri maestri di spirito.

(2)  È merito di S. Alfonso l´aver introdotta la Mariologia nell´Ascetica, e il culto mariano, quale egli lo promosse, contiene una vera e sostanziale ricchezza etica e religiosa per il cuore e per le anime che si avviano alla perfezione, o, se si voglia, alla vita divota (cfr. KENSCH, La dottrina spirituale di S. Alfonso M. de Liguori, trad. ital., Milano, 1931, pag. 417 segg.). Don Bosco, anche in questo senso (nonchè nelle forme e nel fervore del culto mariano), era squisitamente alfonsiano.

 

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Nella vita scritta del Magone Don Bosco parte dal concetto più profondo, ch´è quello spirituale. «La divozione verso la Beata Vergine è il sostegno d´ogni fedele cristiano : ma lo è in modo particolare per la gioventù» (capo VIII). Riprende così lo spunto del Giovane Provveduto, a pagina 51 delle prime edizioni, col testo : Si quis est parvulus, veniat ad me (1): la Madonna che invita i fanciulli. Ma al Magone l´invito viene per mezzo d´un´immaginetta della B. V., regalatagli, bisogna credere, dal buon Padre, col testo : Venite, filai, audite me: timorem Domini docebo vos (Ps. XXXIII, 12).

Bisogna dirla un´ispirazione : giacché la pratica mariana diviene da

quel punto per il bravo ragazzo la scuola del timor di Dio, dove con tale Maestra non può far che progressi.

Si noti. Le divozioni o pratiche mariane comuni ai buoni cristiani (e che il Magone, benché scioperato, non ignorava) erano già entrate nella pratica, anche supererogatoria, del nostro giovane e vi attendeva con fervore esemplare. Ma qui il Santo Maestro vuoi dirci di più : quanto cioè e come il nuovo impulso venutogli da quelle parole e la congiuntura del Mese Mariano, abbiano prodotto in lui un´attività spirituale più intensa, e acceso un desiderio di più alta perfezione. Quelle parole l´ave­vano colpito a segno che sentì il bisogno di scrivere al Direttore (noi sap­piamo chi è) convinto che «la B. V. gli aveva fatto udire la sua voce, e lo chiamava a farsi buono, e ch´ella stessa voleva insegnargli il modo di temere Iddio, di amarlo e di servirlo ». Quando si vede ch´egli si vale della divozione alle Sette Allegrezze per ripartire le pratiche protettive della virtù angelica, e corona il Mese di Maggio col desiderio di consa­crarsi a Maria col voto di castità, e l´ultima sua novena all´Immacolata è tutto uno sforzo di distacco e di ascensione, non si può che vedere la superiorità di quel nuovo moto di divozione, che diviene una qualità caratteristica della sua persona spirituale.

,Tutto induce a credere che quell´invito, in cui «la B. V. gli aveva fatto udire la sua voce », gli sia pervenuto a mezzo aprile del 1858, giacché le risoluzioni ch´egli prende, e che egli fa conoscere « al suo diret­tore», si concretano specialmente nei fioretti da lui allora « costante­mente praticati ». Ora Don Bosco era tornato da Roma il 16 aprile, e nella settimana precedente (2) era stato pubblicato il fascicolo delle

(1)  Prov., IX, 4.

(2)  Mem. Biogr., V, 913. Il buon lettore non creda che il fissare la cronologia, come veniamo spesso facendo nello studio di codeste Vite, sia quasi un puntiglio di pedanteria, che colla sostanza ha poco da vedere. Nella storia delle anime, e in questa del Magone molto seriamente, la cronologia ha un´importanza superiore ad ogni parvenza storica. Lo si vede capitalmente nella Vita del Savio.


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Letture Cattoliche intitolato «Il mese di maggio consacrato a Maria Immacolata» (1), composto dal Santo stesso : e i Fioretti che il Magone si propone di praticare sono suggeriti dai «Fioretti da cavarsi a sorte per ciascun giorno » la cui serie è premessa allo svolgimento del libro. Così il primo ricordato nella narrazione è il fior. 11 della serie; quel che segue è il fior. 3; e le mortificazioni ivi ricordate (ed anche quelle indicate più oltre esplicitamente pel mese di maggio come mezzi di vi­gilanza) sono suggerite dai fior. 4-5-6. Quell´aureo libretto popolare deve fin dal suo primo apparire aver formato una lettura assidua del Magone, giacchè non è difficile riconoscere affinità molto prossime tra i suoi sentimenti e quelli contenuti nelle 33 Considerazioni ed Esempi

di quello.

La nuova fase spirituale, più calorosa ed accelerata (com´è proprio del

fervore, che acceleva i tempi) (2), trovava il Magone al settimo mese della sua conversione, quando Don Bosco potè nuovamente dirigerlo di sua mano, accompagnandolo nei suoi avanzamenti. Ed infatti, a di­mostrare quanto cammino venisse facendo, e qual grado avesse raggiunto, ecco a fine maggio l´idea di consacrarsi a Maria col voto di castità. Nessun dubbio che in ciò abbia avuto parte l´esempio di S. Luigi, quale eragli proposto dalle « Sei domeniche in onore di S. Luigi Gonzaga ­Domenica Terza » che poteva leggere nel Giovane Provveduto a pagg. 59-60; e ricordato del resto nell´Esempio del Giorno vigesimosesto del mese di maggio, cioè appunto verso la fine del mese.

Non può dirsi una velleità inconsiderata, proveniente da facile e mobile sensibilità di fanciullo : la risposta che dà all´obiezione del suo Direttore (« che non era ancora all´età di fare voti di quella impor­tanza») è prova d´una consapevolezza e d´una fede che nei fanciulli non è ordinaria: questo poi è fanciullo più d´età che non di spirito, e l´Autore stesso fa altrove notare la sua maturità superiore a quella dei coetanei.

Qui infatti l´idea del voto di castità è connessa coll´idea o voto di farsi prete (3), in modo che l´una è condizione dell´altra, il che gli è per nulla suggerito dalle sue letture.

(1)  Letture Cattoliche, anno VI, fasc. II, n. 62 - aprile 1858. Il libro continuò ad essere ristampato: alla morte di Don Bosco toccava la 12a edizione. Singolare coincidenza: del 7 aprile 1858 è datato il decreto delle indulgenze speciali concesse da Pio IX pel canto delle Lodi mariane ai giovani dell´Oratorio. Il decreto si conserva in Archivio.

(2)  FABER, Progressi dell´anima, cit., cap. XXVI, pag. 423.

(3)  Dice: s ... desidero di fare il voto di farmi prete e di conservare perpetua castità » (la ediz., pag. 42).

 

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Tuttavia Don Bosco non consente a quel voto, che non ha mai permesso a nessuno, neppure al Savio, e vi fa sostituire la « promessa» di abbrac­ciare, ove gli sia dato, lo stato ecclesiastico, ed insiste sull´altra promessa (si noti, senza connetterla con la prima) di usare ogni rigore per non commettere la minima cosa « contraria a quella virtù ». E l´ossequio mariano si concreta nel pregar Maria per poter mantenere la promessa, appunto come faceva, in quell´intento medesimo, il suo modello Domenico Savio, col quale ha in questo proposito molti punti di affinità (1).

(1) Vita di Savio Domenico, capo XIII.

CAPITOLO III
La purezza

IL CONCETTO DI DON Bosco

Per questa via si apre l´adito a trattare il tema più delicato, che, per il nostro Santo Maestro, è nell´educazione cristiana un punto capitale, e a mettere insieme tutta l´ingente copia dei suoi ammonimenti ai giovani e agli educatori, parrebbe quasi l´unica ed essenziale, quasi un postulato dell´educazione. Non che non sappia la teologia od ignori che i Comanda­menti della legge di Dio sono dieci : ma, per un molteplice riflesso pratico, l´adolescentium poter et magister non vede in quella ch´è «tra giovane e fanciullo età confine » maggiore e più prossimo e comune pericolo da combattere, e principalmente da prevenire. Sicchè, novanta volte su cento, quando parla di peccato, intende quello ch´egli non nomina se non coi termini velati d´immodestia, disonestà, peccato brutto, oppure il male, il peccato, la disgrazia, senz´altro : come per la virtù a cui s´oppon­gono preferisce i nomi di modestia, virtù angelica, bella virtù, purità, innocenza (1).

Tutta questa cura che ha Don Bosco di conservar santi i suoi gio­vani, tutto codesto preventivo, a cui si riduce in misura preponderante il suo sistema, non deve far credere, a chi vuol troppo filosofare in peda­gogia, che derivi dalla veduta unilaterale d´un dottrinario, o dalla pre­venuta fobia d´un asceta solitario. Don Bosco, educatore completo (e certamente più dei filosofeggianti senza pratica), sa benissimo che il carattere non è tutto in quello, e la sua pedagogia contempla tutte le

(1) Vedansi in TOMIVIASEO, Dizionario dei sinonimi (edito 1859) Ie delicate defi­nizioni ed i bei sentimenti, negli articoli che trattano di tali parole: particolarmente alle voci Castità, Modestia, Purità, ecc. (mi. 3947-3953). Sulla modestia, intesa come suole Don Bosco, art. n. 3953. Cosi per la parola disonestà, i mi. 2470-2472.

 

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facce del prisma morale, e abbraccia tutti gli aspetti del problema. L´il­lustrazione, che abbiamo fatto poco sopra, del capo VII, sulla Puntualità nei doveri, n´è buona prova. Si è fatto finora poco studio sulla morale quotidiana coltivata dal Santo : dove l´osservanza del dovere, l´obbedienza, la disciplina, il rispetto, la sincerità, la schiettezza (1), il contegno, la carità o bontà, hanno non solo il valore umano ed esterno dell´educazione sociale e del carattere ben formato, ma sono portati nel campo religioso della coscienza. L´ozio, l´insubordinazione, la malignità, l´irreligiosità, sono, insieme con l´immodestia, peccati di cui vuole si tenga conto da­vanti a Dio.

Che poi sul punto della bella virtù e del male opposto egli abbia concentrato la sua preponderante attenzione, non è che la più giusta e ragionata e, perché no? la più scientifica delle vedute. Non dimentichiamo che la sua non è la pedagogia dell´infanzia e fanciullezza (Penfance dei francesi), ma bensì quella dell´adolescenza: e la Chiesa gliela rico­nosce nell´orazione liturgica, dicendolo adolescentium patrem et ma­gistrum. Ora si può pensare ad un´educazione dell´adolescenza, che dico? ad uno studio qualchessia, anche di laboratorio, senza tener conto del fatto fisiopsicologico della pubertà? Certamente Don Bosco non ha mai voluto discorrere di questione sessuale come se ne parla da scienziati e moralisti (purtroppo sovente più pseudo che autentici): neppure s´è indugiato a scrivere o a ragionare della pubertà, in quel senso materialistico della psicofisiologia; ma conobbe e capì, e come ! a fondo il fatto e il problema : e chi fra i tredici e i diciassette anni ebbe la fortuna (diciamo, via, la grazia di Dio !) di essere diretto nella coscienza da lui, sa molto bene come intendeva e come spiegava le cose (2). Anche nei riflessi del fatto fisio­logico sul morale, cioè sul carattere, così... caratteristico nell´adolescente, egli possedette idee chiare e profonde.

E se non fu mai (come superficialmente non pochi han potuto credere) di manica larga, dimostrò sempre un´intelligenza così vera` del fatto psi­cologico, da usare il più largo e fondato compatimento. In questo, sì, era largo !

E allora non occorre molto acume per capire che nel giovanetto quel ch´è fenomeno naturale può, per un mondo di cause che ognuno può co­noscere, diventare un´attrazione, un invito al male, e questo, una volta entrato, si radica in vizio, e per lo più tende a propagarsi in contagio.

(1)  TOMMASEO, Sinonimi, cit.: sulla schiettezza e suoi opposti (doppiezza, simu­lazione) art. 2033, 2036.

(2)  Cfr., per es., gli atti e le risposte date a certi giovanetti che gli dicono di esser molestati da cattivi pensieri. Cose del 1862-65. Relazione Gioacchino Batto in Meni. Biogr., VII, 554.

 

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Che cosa doveva fare adunque un educatore vero, specializzato dalla sua missione per l´adolescenza, che contemplava coll´occhio di Dio l´anima dei giovani, e coll´occhio umano dell´esperienza (la strada, le carceri, gli ospedali ) vedeva le strade della corruzione e della rovina, che cosa doveva fare se non mirar diritto al punto, a quel punto, e get­tarsi con tutte le sante armi del cuore e dell´ingegno, e con le ispira­zioni della fede, a combattere, ad evitare, più che tutto a prevenire, quel male? Non è esclusivismo nè monoveggenza: è visione chiara e diretta, comprensiva ed unitaria, dell´essenza del problema educativo dell´adolescenza.

La scienza moderna gli ha dato ragione. Una vasta letteratura, non tutta per vero accettabile, si è prodotta, da quarant´anni in qua, specialmente tra gli anglosassoni e i francesi, intorno al vitalissimo pro­blema dell´adolescenza, e ne sono piene le biblioteche e infittite le colle­zioni o i periodici di pedagogia scientifica, e deve dirsi che non v´è stu­dioso ormai che non faccia della questione della pubertà e dei suoi riflessi psichici e psicologici e delle sue attinenze sociali, il tema cardinale e il punto di partenza per ogni sorta di considerazioni sull´adolescenza (1). E se pensiamo che, come s´è detto, tutto codesto lavoro scientifico è di data recente, dobbiamo, noi, amici e figli di Don Bosco, inorgoglirci di scoprire un altro merito e gloria sua : d´aver cioè precorso di più che mezzo secolo il cammino, neppur ancora tracciato, della scienza. La quale, a causa dell´agnosticismo del mondo a cui appartiene, o dell´errata con­cezione religiosa e spirituale di troppi studiosi, non ha saputo, e non poteva, salir sopra l´analisi del fenomeno e la deplorazione del male, nè vedere il punto giusto dell´instaurazione morale, se non in certo mora­lismo stoico, del tutto insufficiente in una materia che attinge appunto la volontà per indebolirla, e che sfugge al controllo sociale : così come sono insufficienti gli ausilii della religione, quando questa è destituita della sovrannaturalità dei Sacramenti e della divina autorità di un sacerdozio.

(1) Cito, tra i meglio intenzionati e non materialisti, PIERRE MENDOUSSE, L´dme de l´adolescent, Paris, Alcan (Bibl. de philos. contemporaine; molte edizioni). Il Mendousse cita una bibliografia, da lui ben maneggiata, di circa duecento opere, fino al 1929: quasi tutta di anglo-americani e francesi, e in minor numero, di tedeschi. L´italiano ANTONIO 1VIARRO di Torino, in La pubertà nell´uomo e nella donna (già trad. in francese dal 1901), ha, in un lavoro pure da psichiatra, qualche riflesso serio e giudizioso. Dei tanti lavori citati due soli, purtroppo a fondo protestante, si occupano espressamente del dato religioso: lo STANLEY-HALL, The moral and religious training of children and adolescente; e A. A. COCK, The religious education of adolescent. Veramente il problema era stato indicato già da Rousseau nell´Émile, lib. IV: La seconde naissance; ma l´idea fu lasciata cadere fino ai nostri tempi.

 

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LA PEDAGOGIA DELLA CASTITÀ

E c´è poi un altro merito del nostro Educatore Santo. Egli ha portato la pedagogia dell´adolescenza, che dunque è soprattutto pedagogia della castità, nel mondo proletario, che gli scienziati trascurano di considerare in questa materia, non so se per difetto di esperienze o per sfiducia della riuscita. Tutti, o quasi, codesti studiosi infatti prendono ad oggetto delle loro disamine ed esperienze le classi civili e ripulite della media e supe­riore società, e specialmente la jeunesse scolaire (junior High-School pupil, school children, Schuljugend, e simili) degli istituti pubblici e. dei collegi : i pochissimi che guardano ai ceti inferiori, specialmente alla jeunesse ouvrière, non rivelano molta conoscenza delle loro vere con­dizioni e dei bisogni del loro spirito.

Invece i quasi tutti di Don Bosco appartengono al mondo della «gio­ventù povera e abbandonata », dei ragazzi della plebe, dei dimenticati sociali, strappati alle strade, al pervertimento dei bassifondi e delle famiglie disordinate; oppure ai figli poveri della campagna, cattivi o in pericolo di divenirlo per difetto di correttivi sociali : tutto un mondo a cui egli doveva spesso far prima la carità del pane, per giungere alla difesa e alla salvezza morale, o quanto meno, doveva creare un ambiente moralmente trincerato contro il contagio del male nelle sue forme più basse e triviali. E qui ritorna bene la nota sentenza di Ludovico Vives «Pauperum filiis a nulla re est maius periculum quam a vili et sordida et incivili educatione» (1).

Tutte le raffinatezze psicologiche di cui son pieni quei libri, qui non ci han che vedere. La brusca apparizione della realtà negli stimoli del­l´istinto, trascurata dall´ineducazione e contornata dalla grossolanità delle maniere, rende facile l´acquisto di storte abitudini, e più ancora il contagio della rivelazione maliziosa, e il vizio è presto formato.

Non c´è da far altro che prender di fronte il male com´è, nelle sue forme elementari, e cercar di arrestarlo, correggerlo, farlo evitare, pre­vederlo, prevenirlo, mettendo moralmente il giovane « nell´impossibilità di commetterlo », e gettando nell´anima il ritegno unicamente valevole nel secreto, ch´è quello del timor di Dio, ed elevando a desideri più alti, con gli aiuti soprannaturali, che giungono là dove lo stoicismo o la reli­gione umanizzata non bastano.

Così ha fatto Don Bosco. Col vantaggio che, mentre ha preso le mosse da quel che vedeva necessario per i suoi poveri figli, si è visto poi che aveva trovata l´unica via che vale per tutta la gioventù di qua­lunque siasi condizione. Accade di questo come d´ogni altro aspetto del

(1) De subventione pauperum, c. 51-A.


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suo sistema educativo : che, concepito per i suoi quasi tutti, pei figli del popolo, lo si è visto adatto per tutti, ed anzi indispensabile. Perchè? Perché egli tocca i primi principi (1), che son comuni a tutti, al prole­tario come all´abbiente, al plebeo come all´alto ceto, al piemontese suo come ai figli di ogni stirpe, anche di selvaggi. Tanto più in questa materia, ch´è la più sostanziata d´istinto, e in presenza della quale, vestito come vuoi, l´uomo è sempre l´uomo, e dei due termini della sua definizione, il primo ha troppe volte più forza del secondo.

CONSERVARE

Non vorrei tuttavia che il riflesso sulle necessità morali della gioventù proletaria,, a cui primamente occorse il nostro Santo, facesse pensare che tutta o quasi tutta la folla che formava la sua famiglia d´anime da salvare fosse nelle tristi condizioni che la sua condizione farebbe supporre. Ad onor del vero le nostre popolazioni erano, almeno ai tempi di Don Bosco e massimamente in campagna, molto più sane, e senza tanto progresso (la parola era di moda allora), la Religione intonava la vita della famiglia e sorreggeva il costume : le madri buone potevan dirsi quasi tutte. Non eran perciò rari i giovanetti innocenti e « di sem­plici costumi» (del Magone lo scriveva l´ottimo Don Ariccio); in molti poi lo spuntar del male non era peranco allo stato di vizio, ma d´immo­destia grossolana e incosciente, e neppur troppo difficile  ad emendarsi. I figli della campagna erano meno guasti dei cittadini, e, a pari età, meno maliziosi e corrotti. Già più sopra abbiam ricordato l´entusiastica, ma fondata descrizione che il Ballesio faceva del clima dell´Oratorio quale egli trovò in quegli anni appunto di cui discorriamo (2).

Orbene, chi per poco consideri la pedagogia della castità praticata e inculcata da Don Bosco, vedrà ch´essa non è fatta soltanto per cor­reggere e ravviare « coloro che già ebbero la disgrazia di cadere vittima delle umane passioni» (3), ma ben anco per conservar nell´atmosfera della purezza le anime innocenti, ed elevarle ad una vita, ch´egli chia­mava angelica, sull´esempio di S. Luigi Gonzaga. L´idea sua non è solo quella d´un austero regime proibitivo, ma d´un vivere ridente di serenità e di limpida gioia nella visione di Dio riserbata a quelli che son mondi di cuore.

Il suo linguaggio in questa materia è tale che, ad esempio, un capitolo, come questo del nostro libretto, può esser letto da un´anima beatamente

(1)  Cfr. mio Profilo storico, 2a ediz., 1934, pag. 185.

(2)  Cfr. sopra, pag. 21.

(3)  Regole Sales., cap. IV.

 

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ignara del male, e non restarne edotta di nulla, tranne che della bellezza dell´essere santi e delle precauzioni da prendersi per conservarsi tali.

Si rilevino queste ultime parole. In tale disciplina egli non fa mai la teoria del male, nè l´analisi psicologica o casistica di esso. Egli, che pure non è un ingenuo e conosce bene le anime, ha una sua parola clas­sica : conservare la virtù, e l´equivalente : « custodire con la massima diligenza» (1), come se la virtù esistesse di già in ognuno; e indica i mezzi per difenderla e rinsaldarla, prossimi e remoti. E dal Cafasso aveva appresa la formola delicatissima e comprensiva, ch´è di per sè un´ideale aspirazione : « Conservarsi puri e santi al cospetto di Dio ».

IL CAPO IX DEL LIBRO

Ed ecco, per tornare al mio primo proposto (il buon lettore avrà già compresa, e comprenderà ora meglio, l´importanza delle digressioni), ecco il valore sommo di questo capo IX del Magone. Nel quale, chi ben lo esamini, l´insegnamento pratico del Pedagogo spirituale ci viene presentato non per mezzo d´un discorso diretto dell´Autore, come, per esempio, nel capo V; ma attraverso un documento del suo discepolo, che lo riferisce come avuto da lui, appunto per la conservazione della più preziosa delle virtù. Sono i « Cinque punti che S. Filippo Neri dava ai giovani per conservare la virtù della purità» ; e sono i sette mezzi che Don Bosco ha indicati quasi a commento di quei ricordi: quelli che il buon Magone, ameno sempre anche nella serena santità, chiama « i sette carabinieri di Maria ».

Non sono soltanto i mezzi negativi di precauzione e difesa contro l´assalto del male, e contro il pericolo del contagio : mezzi semplici ed elementari, che rispondono ad una profonda conoscenza psicologica : « ozio e modestia non possono stare insieme », temperanza, custodia dei servi, astensione da letture provocanti, fuga dei compagni non sani; vi è Pure, anzi vi domina sovrano fin dal principio l´ideale d´una protezione superiore e, pel giovanetto, carissima, perchè congiunta con l´immagine di Maria: la sicurezza di vincere con gl´ingenui piccoli gesti devoti, e con la trionfante invocazione della graculatoria mariana, ed infine è indicato, nella pratica dei Sacramenti e nella vita eucaristica, ciò che ha forza d´elevare lo spirito e sostenerlo nella vicenda bellica contro il male (2).

(1)    Regole, cap. IV.

(2)   « Quanto son difettivi sillogismi » quelli della scienza a confronto di codesto magnifico apparato cristiano! La scienza, sì, può indicare, senza efficacia, perchè senza autorità, alcuni dei mezzi negativi prima accennati, ed è tanto di acquisito

 

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Che poi il Magone, di sua iniziativa, abbia saputo ripartire quelle osservanze, innestandole nella forma d´una particolare divozione mariana, è un dato biografico edificante, che si accorda colla magnifica attrez­zatura morale venutasi costruendo nell´anima chiara e volitiva del gio­vane, e, come sopra fu detto, è prova del valore etico della divozione medesima. Bene aveva detto il Don Ariccio nella sua semplice relazione : «buono di cuore e di semplici costumi ». Magone, anche monello, era ancora senza malizia, e non conobbe mai la corruzione. E questo ci dà ragione della stupenda capacità e prontezza al bene, di cui Don Bosco si valse per farlo santo.

LA MASSIMA TRIONFATRICE

Con quali mezzi? È qui, in una mezza paginetta di piccolo trenta­duesimo, alla fine d´un capitoletto che non ha apparenze e ci ha fatto dir tanto, qui, chiara, breve, pratica, tutta la preziosa e caratteristica dottrina del Santo come educatore e direttore di anime: la dottrina che ispira la sua pedagogia spirituale. Ne abbiam dato cenno più sopra (1), e qui siam chiamati ad ascoltarne la formola.

Don Bosco sottolinea, dicono adesso, la semplicità dei mezzi con che il Magone (e com´esso, gli altri, guidati dal Santo Maestro) difendeva la sua virtù, e siccome sa benissimo (e, del resto, lo vuole) che chi legge Magone vede la mano di Don Bosco (proprio come vado facendo io, salvo il gradimento di chi mi accusa di volerci veder troppo), così si oppone l´obiezione « che simili pratiche di pietà sono troppo triviali ». E la risposta questa volta viene in prima persona, ed esprime senza incertezza il suo pensiero, che dal fatto particolare della castità si estende a tutto il sistema dei mezzi di progresso spirituale. In materia di castità, poichè « ogni piccolo soffio di tentazione » può oscurare e perdere lo splen­dore della virtù (si noti che per il nostro squisito Psicologo la castità è virtù totalitaria, che dev´essere integra, e risplendere, o non esiste), così « qualunque più piccola cosa che contribuisca a conservarla» ha un valore molto apprezzabile e « deve tenersi in gran pregio ».

Ma di qui assurge ad una massima più generale, non solo per il suo contenuto, ma, si noti bene, per la sua estensione, che non contempla più soltanto la spiritualità dei giovanetti, ossia una specie di spiritualità giovanile, ma « ogni fedele cristiano ». È la questione delle piccole e facili pratiche, quali si possono aver sempre sottomano, contrapposte alle auste‑

alla sodezza delle massime di Don Bosco; ma il resto, no, non lo può dare che la fede cristiana vivente, e se manca, tutto resta umano ed impotente, perchè non ha un perchè nella fede.

(1). Cfr. sopra, pag. 21.

 

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rità e penitenze, e al volume di preghiere che vorrebbero forse coloro che trovano «troppo triviali» le pratiche da lui lodate. Quelle non spa­ventano nè stancano; queste si finisce con smetterle, « o si praticano con pena e rilassatezza ». E dice chiaro : «per questo io consiglierei di calda­mente invigilare che siano proposte cose facili che non ispaventino e neppure stanchino il fedele cristiano, e massime la gioventù ».

E pronuncia la sua massima, che vale per questo come per ogni altro fatto spirituale : « Teniamoci alle cose facili, ma si facciano con perseveranza ». Una massima che si è trascurato di trarre in luce, perché sperduta in un libro sperduto, e che pure sta alla base di tutto il lavoro direttiva del Santo, e compendia l´indirizzo e lo spirito della sua Pedagogia spirituale : potremmo dire anzi di tutta la sua spiri­tuale eredità.

Ed egli lo riconosce espressamente, e ne porta per prova che : « Questo fu il sentiero che condusse il nostro Michele ad un meraviglioso grado di perfezione ». Ch´è senz´altro, per il suo figlio spirituale, un brevetto di santità, operatasi in così breve tempo, sotto la mano del Santo Pedagogo.

Noi potremmo dire che quelli guidati da Don Bosco (e n´ abbiam conosciuti bene parecchi, e Don Rua n´è uno), potremmo dire che non percorsero altro sentiero. È la via della santità, del «meraviglioso grado di perfezione» raggiunto colle piccole, facili cose, e possibile a tutti, e più al proletariato. La « Via delle piccole anime », la « Via di piccolezza» della Teresa di Lisieux non è che questione di date, e non lontane. So bene che nel concetto della Santa Carmelitana c´è anche dell´altro : ma questo, nel fondo, e come antitesi alla spiritualità rigorista e penosa, come alle concezioni troppo complesse e astruse, occupa una parte non certamente ristretta e secondaria, e tanto meno minimista (1).

È un´affinità di spirito che converge a quello appunto che forma l´indirizzo già altrove accennato della spiritualità moderna e salesiana.

L´una e l´altra pensano che Iddio viene alle sante anime non tanto nelle azioni eroiche, che son piuttosto balzi dell´anima verso Dio, quanto nella

pratica di divozioni ordinarie e abituali, e nell´adempimento di doveri modesti e riservati, resi eroici per lunga perseveranza ed interna in­tensità (2).

Il pensiero viene dal Faber, col quale il nostro Pedagogo ha tanta affinità nelle vedute spirituali, da potersi quasi sempre commentare

(com´io faccio sovente) le sue parole con quelle del pio e dotto Filippino, ch´egli tuttavia non potè conoscere. Codesta affinità è tanto più vera e preziosa in questo punto, quando vediamo, leggendo l´Autore inglese nella

(1)   Cfr. PETITOT, op. Cit., ediz. ital., Torino, cap. I e passim.

(2)   FABER, Betlemme, ediz. cit., pag. 211.

 

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traduzione italiana del Mussa (1889), una singolare felicissima coin­cidenza di concetti e perfino di parole : «Il fervore._ dilettasi delle cose comuni e triviali, alle quali si attenda con perseveranza, e che siano animate da incessante attenzione : il che è prova infallibile della sua potenza e della sua presenza» (1).

La spiritualità di Don Bosco, così compresa, ha dunque suo fonda­mento nelle profondità dell´ascetica, ed è essa medesima un´ascetica: con l´indirizzo pragmatico richiesto dal tempo in cui vive e dalla condizione di coloro a cui si volge, ma con l´immutabile sostanza della dottrina della Chiesa e la conferma delle prove di santità. Il 9 aprile 1863 (siamo appunto negli anni che ci riguardano) Don Bosco poteva dire : « Abbiamo nella casa alcuni giovani ed anche chierici, i quali sono di tale virtù che lasceranno indietro lo stesso S. Luigi, qualora continuino nella via che battono. Quasi ogni giorno io veggo nella Casa cose tali, che non si crederebbero se si leggessero nei libri : eppure Iddio si compiace di farle fra di noi » (2). Savio e Magone eran passati, e Besucco entrò all´Oratorio in quell´anno, sul finire. Che dunque? Non quei soli campioni, di cui scrisse, ma altri ed altri, in quegli anni, di cui ricordiamo l´elogio del Ballesio, vivevano quella medesima vita spirituale delle cose facili fatte con perseveranza, pel sentiero delle quali giungevano essi a meraviglioso grado di perfezione.

LA LETTERA ALL´AMICO

Il lettore (sempre benevolo, speriamo !) che ci segue, ha potuto vedere quanta e quale materia si nasconda sotto l´umiltà di questi capitoli sem­plicetti, che vogliono essere biografici e sono un documento dottrinale. Potrei ora venire a quello che segue. Ma vi è ancora un altro riflesso da fare sul contenuto precedente.

Il documento del Magone è una lettera ad un compagno che gli domanda « che cosa suole praticare per assicurare la conservazione della regina delle virtù, la purità ». Dunque Magone non era il solo virtuoso tra i giovani dell´Oratorio, nè, diciamo, si estinse con lui la bella fiamma. L´ abbiam detto poco fa, e alludemmo anche al Ballesio. Questi, entrato all´Oratorio negli ultimi mesi del Savio, e cioè appena un anno prima del Magone, lasciò scritto nel suo discorso sulla «Vita intima» di Don Bosco, che « dal 1857 al 1860, in cui Don Bosco veniva sempre con noi... nell´Oratorio si viveva la vita di famiglia, nella quale l´amore a Don Bosco, il desiderio di contentarlo, l´ascendente che si può

(1)   FABER, Progressi dell´anima, cit., cap. XXVI, pag. 418.

(2)   Mem. Biogr., VII, 414.

 

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ricordare ma non descrivere, facevano fiorire le più belle virtù» (1).

Il che torna a dire che la pedagogia di Don Bosco era in gran parte egli stesso colla presenza della sua bontà e santità. Non si vuol escludere che vi fosse anche della zavorra, e PP. Pio XI, esaltando le virtù del Savio, aveva ben definita quella «gioventù che la grande anima del B. Don Bosco adunava e formava, e veniva formando, riformando, san­tificando, ma dove era tanta miscela di buoni e non sempre buoni esempi,

di buoni e non sempre buoni elementi » (2).

Ma quelle note dissonanti non mutavano il tono generale che dominava

la vita che si raccoglieva attorno a Don Bosco, e davano occasione e materia al piccolo apostolato dei migliori, di cui il Santo si valse per completare ed ampliare il suo lavoro di educatore.

Non n´era lo stesso Magone un esempio?

(1)  Menz. Biogr., V, 736. Di quella che fu detta l´età dell´oro dell´Oratorio noi abbiamo conosciuto ancora non pochi superstiti, che furono compagni o coevi di Savio, Magone, Besucco, e, a distanza di venticinque anni e mezzo da quel tempo, non eran vecchi. E realmente portavano in sè qualche cosa di non comune.

(2)  Disc. cit., 9 luglio 1933.


CAPITOLO IV
Il cuore

GLI EPISODI DELLA BONTÀ

Così ci è predisposto il capo X e gli altri più specialmente aneddotici. Questo dei « Bei tratti di carità verso il prossimo » è un capitolo che nelle altre biografie non si trova. Qualche spunto analogo è in un accenno del Savio Domenico, al capo XVI, e fu aggiunto nel 1861,in 3a edi­zione, parallelamente alla stesura del Magone (1).

Spiritualmente è un documento di virtù espressamente diretta all´amor di Dio, come «il mezzo più efficace per accrescerlo », e il Santo ci fa vedere che il Magone v´intendeva. Storicamente, se può dirsi, questa è la più spiccante caratteristica esterna della sua figura morale; si direbbe una specialità di lui.

Invero il buon Michele, definito, come leggemmo, buono di cuore, ci presenta, tra i lineamenti del suo bollente temperamento, quella forma di buon cuore che si chiama generosità, nella quale cioè si contiene il lavoro volitivo di una virtù attiva : quella di donarsi, di spendersi per gli altri. Se pensiamo che la bontà o buon cuore e la purezza sono i due perni sui quali poggia essenzialmente l´azione educativa di Don Bosco, noi intendiamo agevolmente perch´ egli s´indugi con visibile compiacenza a segnare tutti i particolari della carità di questo suo discepolo, e le manifestazioni della sua bontà. E, così di passaggio, vorrei che si notasse il fatto pedagogico di codesta diligenza di osservazione da parte del Santo Maestro : egli non è sempre visibile, ma vede tutto e registra tutto.

(1) Sparsamente, nella Vita del Savio, ci si offrono tratti di bontà, di carità e di generosità, e soprattutto vi appare ciò che appartiene all´apostolato (il capo XII e il XVII-XVIII): ma non se n´ha un capitolo apposito. Cfr. Studio su « Savio Domenico e Don Bosco », lib. IV, cap. II: Il Cuore.

 

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Cosa per cosa, non v´è molto d´appariscente, di straordinario, di non comune e possibile : lo scrittore non vi mette di suo che le pure parole indispensabili, senz´altra letteratura che l´oggettività descrittiva : la realtà, fedelmente esposta. È un´anima di Dio, un´anima buona, che si spende volentieri, e, se potesse, tutta, per gli altri. Un po´ di Don Bosco

in un fanciullo.

Sono, come dirà nel capitolo seguente, « cose facili e semplici, che

ognuno può di leggeri imitare» ; ma è meraviglioso il complesso, come n´è santa l´origine. Perchè, nella loro semplicità, quei gesti non sono senza un qualche dono di sè.

Pensiamo a qual ch´è per lui il gioco : vi prende parte e con tale entusiasmo che non si sa più se sia in cielo o in terra ». Ed egli vi rinunzia per far piacere a un collega, o per consolare un afflitto. E si sottopone, così vivace e ardente com´è, a sacrifizi di tempo e di fatica, e soffre il freddo, e si priva dei suoi guantini (le mitene piemontesi) per amor d´un compagno che patisce i geloni, e passa le notti in bianco accanto ad un infermo. Un gran cuoraccione, ecco. Giustamente domanda lo scrittore : « Che cosa poteva far di più un giovanetto di quell´età? ».

E non è piccola cosa, ma lavoro grande di virtù l´essere egli, così focoso e irruente, «riuscito in breve a vincere se stesso », e di monello, che era, facile alle risse, « divenire pacificatore dei suoi compagni mede­simi ». Riuscire, come dimostra il racconto, alla sopportazione e al pronto perdono, è effetto di bontà d´animo, che qui, tuttavia, nel duro contrasto con la natura, è ispirata a motivi superiori, come si rivela dal richiamo cristiano ch´egli fa e dai riflessi ch´egli è capace d´opporre alle ire e ven‑

dette dei compagni.

Gettate in una tempra tutta cuore, la cui esuberanza di sè inonda

gli altri (1), gettate la scintilla di Dio, e ne avrete l´apostolo. La scintilla di Dio è la carità delle anime, in cui si riflette la carità di Dio. Si può dire che lo spirito d´apostolato, qualunque sia poi la forma in cui si esplica, è una prova della santità. Il buon Faber trova che i santi (cano­nizzati o no, non importa) nella loro caratteristica simpatia per Gesù si somigliano in tre cose : nello zelo per la gloria di Dio, nella sensibilità per gl´interessi di Gesù, nell´ansietà per la salvezza delle anime (2).

Orbene Don Bosco, che ha per motto : Da               animas, cetera tolte,
poteva indirizzare altrimenti lo spirito dei giovani ch´egli conduceva a santità, se non gettandovi dentro la scintilla di Dio? Ravvicinate le

(1)     FABER, Confer. Spir., cit., pagg. 1-2.

(2)     FABER, Tutto per Gesù, cap. II, pag. 23 e segg. Lo stesso Autore spiega altrove (pag. 72) che l´ansietà per la salvezza delle anime torna a quello degl´inte­ressi di Gesù che è il frutto della sua Passione, ossia l´impedire il peccato. E questa è poi la formala semplificata della scuola di Don Bosco.

 

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biografie di quelli ch´egli offerse in esempio, compreso il Comollo, ch´era in tanta parte un altro lui, e troverete che coincidono nel fatto che, col diventar buoni, diventavano santamente aggressivi, ossia missionari tra i compagni.

La santità vivace e gioconda del Magone, perfino un po´ Boanerges in qualche momento, si espande nell´assalire le anime dei compagni. E se pensiamo che in quei giorni un altro cuore grande, di tempra viva­cissima e irrequieta, di pochi anni maggiore, viveva all´Oratorio col Magone, e fu il Cagliero (nomino lui perchè più illustre e celebrato, ma dovrei unirvi il Borsetti, altra tempra santamente invadente), ci per­suaderemo che la scintilla di Dio che Don Bosco gettava sulle anime belle, era quella parte del suo proprio essere spirituale che viveva solo per gl´interessi di Gesù.

Codesta nota, sulla quale il Santo fece sempre assegnamento per avere tra i suoi giovani stessi i collaboratori della sua azione salvatrice, ci si offre come spiccatamente caratteristica, quasi un lineamento essen­ziale, in Savio Domenico, vero irradiatore di santità coll´opera per­sonale e con l´istituzione della Compagnia dell´Immacolata Concezione, vivaio autentico di anime sante. Ma, se il Savio oltre all´opera di rav­viamento degli sviati, si fa anche ispiratore e guida dei buoni a più intima vita spirituale (e per questo il PP. Pio XI ne fa un modello del­l´Azione Cattolica Giovanile) (1), il Magone che lo imita nell´impedire o correggere il male e nel ravviare gli sviati, ha poi di suo la tempra, che ho detto, del Boanerges nel reagire al male (2).

APOSTOLATO

È anche quella carità di anime; e non per nulla il sapiente biografo congiunge nel suo racconto alle opere di bontà esterna quelle dell´apo­stolato convertitore, e le fa seguire da un capitolo di «Fatti e detti arguti» (capo XI), che sono altrettanti esempi di azione cristiana. E se nella forma non sono del tutto imitabili (per esempio, la baruffa in piazza Castello), servono, dice il biografo, « a far sempre più rilevare la bontà di cuore e il coraggio religioso del nostro giovanetto », quel coraggio religioso (bella parola davvero !) ch´egli avrebbe voluto in tutti i suoi giovani contro il male e il rispetto umano, e che possedette egli stesso.

Con «la grande avversione pel male» di quell´anima cristianamente forte, non è a stupire che un temperamento cosiffatto, quando sentisse l´offesa di Dio, potesse dare in eccessi di zelo e scattare per impedirla.

(1) Disc. cit., §§ 7-8.

(2) Marc., III, 17.

 

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Sono rudi intemperanze e «imprudenze» che, naturalmente, Don Bosco non raccomanda; ma senti sotto sotto ch´egli non ammette si possa tran­sigere col male, ad accomodarvisi per non dispiacere altrui. Lasciamo da parte la sua generosa irruenza, non certamente convertitrice, del primo sogno, quando si scagliò in mezzo ai monelli malparlanti e riottosi: ma non aveva egli stesso, già studente di rettorica, difeso i due con­discepoli Comollo e Candelo in quel modo eroicomico che tutti sanno? (1). Il mazzo di funi sui mercanti del tempio è talvolta più opportuno che la tepidezza e remissività dell´Angelo di Laodicea.

DIGRESSIONE: LA VITA DEL CORTILE

A questo punto mi si consenta una digressione, che l´indole delle cose accennate e il carattere pedagogico di questo studio rende molto pros­sima e quasi necessaria.

Sullo sfondo dei fatti, o di gran parte di essi, anche nelle altre bio­grafie, sta la scena che li include e in cui si svolgono; e di questa non può non occuparsi chi studia la vita ambiente di Casa Don Bosco e la pedagogia che ne deriva.

Dico della vita del cortile. È uno dei fattori capitali di tutta l´azione educativa di Don Bosco, ed è difficile  misurare il valore che ha rispetto agli altri due fattori non meno capitali, che sono la vita religiosa, per esempio della pratica di chiesa, e la scuola, o, se si voglia, quella qual­siasi disciplina che è indispensabile ad un elementare buon ordine, e che per lui è disciplina di famiglia. Se riflettiamo che tutto il sistema d´idee educative si origina in Don Bosco dalla vita degli Oratori, e in questi la scuola e la collegialità della disciplina sono assenti dal regime ordi­nario; ed invece non resta, all´infuori e dopo il lavoro essenzialmente religioso, se non quello che si fa nel cortile: se ricordiamo che, fino a quando gli fu possibile, Don Bosco lasciava tutto il resto, per trovarsi in cortile coi suoi figliuoli: noi avremo compresa l´importanza che questo fattore ha ai suoi occhi di educatore e di padre delle anime dei suoi figliuoli.

Di quel che si legge in Savio, in Magone, in Besucco, nella storia interna dell´Oratorio, come d´una gran parte dei detti memorabili di Don Bosco, la scena è il cortile : tra il vociare e il brulicare dell´accaldata ricreazione, e i pochi momenti di conversazione tra giovani e con lui. Possiamo assimilarvi, ed è bene, tutto ciò ch´è fuori delle ordinanze, fuori della chiesa : le passeggiate, per esempio, gl´incontri per la casa o per via, e quelle riunioni attorno alla sua tavola, dopo cena, che si

(1) Mem. Biogr., I, 335.


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formavano spontaneamente (ma, e l´ordine?) durante la ricreazione della sera, e si continuarono finché il numero le rese impossibili.

Il cortile è Don Bosco tra i giovani: un´idea, un´immagine, che non hanno ormai bisogno di commento : benché si sia magnificata l´immagine senza ricordarsi che Don Bosco tra i giovani significa Don Bosco nel cortile. L´ha ben notato a merito del Santo, più volte e da par suo, PP. Pio XI, ricordando d´avervelo veduto, e da ciò salendo ad esaltare il suo cuor d´oro che si spende per i piccoli e per i poveri, e per i più piccoli e i più poveri tra i poveri e i piccoli, faceva risaltare che « egli riteneva come un dovere quello di familiarmente discendere trai fanciulli... come se nella sua vita nessun altro compito od occupazione richiedesse la sua preziosa presenza» (1).

Era per lui un altro banco di lavoro, dove legava i cuori e le volontà. Vorrei che dalle voluminose Memorie Biografiche si estraessero, come s´è fatto per altre materie, tutti i tratti dove il Santo, aureolato di bontà paterna e gioviale, compare nel suo lavoro di penetrazione dei cuori, di accaparramento e conquista delle volontà, di trinceramento contro il male incombente, di attrazione nel clima di Dio. Bisogna dipingerselo alla mente come Dante dipinge S. Bernardo :

Diffuso era per gli occhi e per le gene di benigna letizia, in atto pio,

quale a tenero padre si conviene (2).

Il Don Bosco per autonomasia, il Don Bosco dell´immaginazione e dell´amor popolare, il Don Bosco padre e salvatore della gioventù, è questo, dalle origini alla fine : il Don Bosco, circondato dai ragazzi, fuori della scuola e in vista, ma fuori, della chiesa.

Invero tutto il sistema delle sue idee educative si origina, come ho detto, dalla vita degli Oratori, dove, oltre il lavoro collettivo d´istruzione e d´informazione religiosa e morale, egli adempie al lavoro dell´un per uno, e ciascuno crede d´essere il meglio compreso e più ben voluto da lui. Un po´ d´ordine, un po´ di regola, per la massa, e non solo e non troppo : tutto il resto all´aperto, in libertà, senza coazioni, senza reggimentazioni ;

(1)  PP. Pio XI, Disc. 19 nov. 1933 per l´approvazione dei miracoli, § 2. Ricordo le parole non citate: « ... discendere tra i fanciulli per contentare specialmente i più disgraziati fra quei piccoli, e per mettersi a novellare e giuocare con essi, come se... ecc. ».

(2)   Par. XXXI, 61-63. Ho potuto scrivere queste parole sotto un ritratto di Don Bosco, studiato e dipinto con genio e cuore dal prof. Mario Caffaro-Rore. Il dipinto appartiene ora al Capitolo Superiore della Società Salesiana.

 

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non il Superiore che sorveglia, ma il padre, il fratello, l´amico, che con­vive e conversa (1).

Ho già fatto notare, a proposito del Magone e dei particolari suoi gesti, come a Don Bosco nulla sfugge, e ch´egli è presente dappertutto, anche se non lo si vede. Ma è cosa d´ogni giorno e per tutti. Il giovanetto, lasciato in libertà, si. rivela, ed è prezioso conoscerlo così. Quante furono credute divinazioni da parte di Don Bosco, che non erano se non per­cezioni (certamente acute e geniali) avute osservando ! E quante volte, quasi del consueto, disse all´orecchio la parola salvatrice, di cui nessuno s´accorse, o diede uno sguardo, o si atteggiò espressivamente, e valse più d´un discorso ! Quante sentenze, perfino giocose, quante parabole inven­tate lì per lì, gli vennero così, che ricordate ci fanno stupire ! È il saper mettere il pensiero di Dio e delle cose di Dio e della pietà trammezzo al novellare, senz´aria di predica.

E poi la vita del cortile per Don Bosco, e sotto la sua guida, ha da essere il campo dell´apostolato dei suoi piccoli santi. Qui i più maturi e i migliori prendono cura dei nuovi e, com´è avvenuto pel Magone novel­lino e monello, li trattengono, li correggono delle grossolanità, o peggio, che portano dalla vita trasandata del di fuori (cfr. capo II) ; qui lavorano a richiamare al bene gli sviati e i traviati; qui arrestano lo scandalo; qui invitano alle buone pratiche; qui, se occorre, discutono, con quel tanto che sanno, le idee più o meno diritte dei compagni; qui i buoni s´intendono per gareggiare nel bene e promuovere la pietà. Da questo terreno spuntano, come avvenne allora (nel 1856-57-68), le Compagnie che Don Bosco sanzionava e regolava (2).

Per altro aspetto, sarebbe esagerato considerare codesta vita, almeno ai tempi che più c´interessano per l´esperienza pedagogica, quasi come una terra di missione. No : ci sta l´apostolato dell´Educatore, com´è ovvio, e ci sta l´apostolato spontaneo dei piccoli santi; ma vi regna pure una temperie, un´aria di Dio, creatavi e conservatavi dal Santo nella comunanza di vita di quella giovane folla. Vedete come ragionano e di che cosa discutono : anche se sbagliano, stanno sempre nell´ambito

(1)  Può sembrare sproporzionato e irriverente il paragone col Cristo dei Vangelo. Ci si perdoni l´audacia. Ma dove ha predicato il buon Gesù il suo Vangelo se non pei campi, per le vie, per le piazze, le case, rarissime volte negl´intervalli popolani dei sabati nelle sinagoghe, e insomma in mezzo alla gente, dove capitava ? Appena qualche insegnamento esoterico riserbò ai predestinati apostoli. Eh! quante volte le novità dei Santi non sono che rinnovazioni di ciò che ha fatto Nostro Signore! Diremo che Don Bosco nella vita del cortile ha ricopiato Gesù ? E perchè non dovremo dirlo ?

(2)  Non è questa una penetrazione sociale cristiana operata nel proprio ceto, quella piccola azione cattolica, di cui Pio XI vide il saggio nello spirito d´apostolato del Savio ?

 

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delle cose dell´anima, e, se mai, il richiamo a quelle li rimette al buono. Tipico è a questo proposito l´episodio dell´opposizione del Magone a

fuggire di casa (dell´Oratorio) per cercarsi un confessore estraneo, e sin‑

golari le sue asserzioni sul confessore stabile. I loro discorsi sanno di Giovane Provveduto, e il loro frasario ripete quello dei sermoncini della

sera : si ricordi, per esempio, la spiritosaggine sull´inferno, corretta comi­camente dal Magone con la fiamma d´un zolfanello (capo XI). E si commentano i sogni e le predizioni, e si fantastica o si gioisce o si piange, secondo che Don Bosco ha sorriso o parlato o guardato o taciuto, o (lo ricordo io) premuta più o meno la mano o la spalla.

Nei dialoghi che il biografo riferisce tu senti l´un per mille di quelli che si tenevano : e se vi scorgi una coltura alquanto più alta che l´età non comporterebbe, essa non è se non l´eco dei discorsi uditi da lui e dai suoi collaboratori, o il riflesso delle pie letture quotidiane.

I renitenti, gli apatici, i ribelli, i cattivi (Don Bosco li direbbe volen­tieri i senza cuore), non mancano (egli ne conta, come sappiamo, uno

su quindici, il sei o sette per cento); ma sono contenuti, e la vigilanza e l´attività missionaria, oltrechè riesce perfino a convertirne qualcuno, elide il cattivo esempio o, in ogni caso, li mette allo scoperto, e sono, quando non c´è verso di ridurli, eliminati.

Nella tradizione di Don Bosco la vita del cortile, quale egli l´ha intesa e attuata e inculcata, è un fattore essenziale e indispensabile per

la completa educazione dei giovani, ed è un caposaldo del suo sistema; e noi comprendiamo la ragione dell´insistere ch´egli vi fece sempre, scri­vendo o parlando ai suoi Salesiani. La lettera 10 maggio 1884, resa ormai di pubblica ragione nelle Memorie Biografiche (1), è un docu­mento molto significativo, anche per la gravità di certi riflessi.

Togliete dalla vita di Don Bosco, come dalla vita di una sua Casa, la vita del cortile : rimane una figura senza carattere, e nella Casa si

fa un vuoto incolmabile, in cui sprofonda senza compenso una gran

parte, ma grande davvero, della tipica costruzione educativa, e proprio quella dell´un per uno, ch´è la più necessaria. In tale fraternità e fami‑

liarità (la parola su cui insiste la lettera sopra ricordata) si opera, più

che altrove, la conoscenza e l´educazione del carattere : e l´Allievo di Don Bosco ricorda della sua vita giovanile tra i Salesiani non tanto

la scuola o la predica, quanto la sapiente maniera con che, nella libertà della vita all´aperto, sul terreno d´un cortile o sotto un portico, in mezzo al chiasso spensierato della moltitudine, i suoi educatori gli dicevano parole che restavano impresse, perchè dette alla buona e amorevolmente, e perchè fatte solo per lui.

(1) Mem. Biogr., XVII, 107 segg.

 

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E questo è qualche cosa d´insostituibile. Io ho ben dovuto molte volte tener discorso del sistema educativo di Don Bosco a convegni d´Insegnanti pubblici, animati, diciamolo, della miglior volontà di capirlo e seguirlo : e se molte altre parti erano subito comprese e accolte con l´assenso più promettente, questa veniva ad infrangersi contro l´impossibilità materiale del praticarla, perché il Maestro (qualunque ne sia il grado) non ha mai, fuor che nella scuola, i suoi allievi con sè. E lo stesso si dica di quegli istituti che hanno il personale d´assistenza stipendiato e tutta la gerarchia destinata soltanto a far osservare i regolamenti.

Per la vita che diciam noi, ci vuole una convivenza amorosa e amo­revole di padre, di fratello, di anime buone, che non abbiano altro inte­resse che l´anima del giovanetto. I Regolamenti, da soli, non servono.

Per converso, dovunque un bravo prete, o un buon cristiano amante della gioventù, ne metta insieme un qualche numero, come in certi piccoli oratori di parrocchia, e vi attenda alla maniera di Don Bosco, potrà sempre dire che le sue più numerose e salde conquiste son quelle ch´egli fa nella vita, che diciamo, del cortile.

Collocate ora tutti gli episodi della Vita di Magone o di Savio Domenico in questa cornice, e n´avrete doppio vantaggio : che i fatti diventano come esempi o simboli di una serie innumerevole di possibilità, che nell´insieme fanno vedere quale fosse la vita ambiente intorno a loro, sotto lo sguardo (e intendo lo sguardo reale) di Don Bosco (1); e in secondo luogo vi dànno la ragione dell´essersi così formati e con quella schietta tempra di cristiani, di educatori, di apostoli, nel sacerdozio e nel laicato, quei che appartennero alle generazioni passate all´Oratorio quando il Santo era il Padre visibile o prossimo dei suoi figliuoli.

Parecchi (e più che non si sappia) si fecero santi; molti, quasi tutti, furono santi uomini e fecero del bene grande.

(1) Si richiamino qui le sue parole del 9 aprile 1863, citate più sopra, pag. 167.


CAPITOLO V
Le ascensioni

LAVORO DELLA GRAZIA DI DIO

Alla serie dei capitoli che noi abbiamo dovuto così ampiamente inter­pretare, per assecondare l´intento del Santo Scrittore, ne seguono altri dove l´indole più strettamente biografica intende mettere in luce il grado di perfezione raggiunto dal santo giovanetto. Qui si rilevano fatti per­sonali ed inconsueti, o non comuni, fino alla stupenda angelica fine, e ciò che qui vien narrato appare come risultato e conclusione del lavoro compiuto in dieci mesi. Giacché il Magone del settembre 1858 e dei pochi mesi successivi è più innanzi di quello di Pasqua, come l´ha veduto Don Bosco tornando da Roma, lontano ormai dall´incipiente convertito del primo trimestre : sicché la pedagogia della santità, che noi vi commen­tiamo, accompagna il santo alunno sempre più verso l´alto.

La grazia di Dio, a cui il giovinetto si arrende e corrisponde « con nobile precisione », lavora in quell´anima in un modo singolare : l´eroico non appare, come non vi compare lo spunto mistico, e tutto sembra con­tenuto nei limiti d´un buon naturale indirizzato alla pietà e al bene dall´educazione del Maestro. Ma col solo buon naturale non si spiegano certi fatti, e tanto meno il meraviglioso (e vorrei dire miracoloso, se non temessi malintesi) stato d´animo di quel giovinetto che sente stroncarsi la vita sul più bello del suo fiorire, e non ha bisogno di rassegnazione, perché si sente sicuro del suo Paradiso, e per lui quel momento non è che l´aprirsi della porta di casa.

Egli non crede e non sa d´essere santo : egli crede e sa d´andar sen­z´altro al Paradiso, coi suoi graziosi incarichi per la Madonna. Anche la Teresa di Lisieux, fatte le debite proporzioni, sapeva di passar subito in Paradiso, dove aveva tanto da fare!

Nel Magone, così come appariva nella vita quotidiana, nessuno avrebbe mai supposto, anche stimandolo assai, un tale e tanto lavoro

7 - Opere e scritti... Vol. V.

 

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segreto della grazia di Dio : uno solo, Don Bosco, lo vedeva, e come lo aveva, senza comparire, predisposto, così lo venne guidando per quella via (egli la chiama sentiero) sulla quale egli, il Pedagogo, doveva col­laborare con la segreta mano di Dio. Dopo la grazia, adunque, quello è l´esito della guida spirituale del Santo.

Rimane così affermato l´essenziale concetto di codesta pedagogia spi‑

rituale : che la santità può essere raggiunta non solo per le ardue vie delle grandi gesta spirituali, ma anche pei sentieri umili e modesti della spiritualità concentrata nelle cose facili e comuni, e accessibili a tutti. Multiformis gratia Dei! (1).

ALTEZZA DI SENTIMENTI

Il capo XII (Vacanze di Castelnuovo - Virtù praticate in quel‑

l´occasione) già di per sè darebbe luogo a gran copia di riflessioni. Limi­tiamoci alle principalissime. La prima è sul fatto della gratitudine, così nobilmente sentita dal suo giovanetto, e così delicata, da non restar indif­ferente al più piccolo atto di bontà. Sono, senza ricercatezze letterarie, pagine gentili. Don Bosco s´indugia a ricordare fatti e sentimenti, quasi cesellandoli, per accentuarne il valore. Così farà col Besucco (2). Gli è che il nostro Scrittore rispecchia qui se stesso, giacché questo sentimento fu in lui tra i più spiccanti della sua grande anima, e sono proverbiali i suoi tratti di riconoscenza verso chi gli avesse fatto qualche bene. In un giovane la gratitudine era per lui il segno della possibilità del bene, mentre il contrario era un dato quasi infallibile per pronosticarne la cattiva riuscita (3).

Una pagina, commovente, fu aggiunta in 2a edizione (1866), ed è là dove il buon Padre rimembra le tenerissime dimostrazioni che il gio­vinetto gli dà della sua riconoscenza: «non rare volte » si ripete quella scena dolcissima, che s´è stampata nel cuore di Don Bosco. «Non rare volte — scrive — mi stringeva affettuosamente la mano, e guardandomi con gli occhi pregni di lacrime, diceva: Io non so come esprimere la mia riconoscenza per la grande carità che mi avete usato coll´accettarmi

 nel­l´Oratorio. Studierò di ricompensarvi colla buona condotta, e pregando ogni giorno il Signore perché benedica voi e le vostre fatiche ». Ed è pure un povero figlio di popolo, che non ha avuto un´educazione, era anzi lasciato alla grossolanità della vita di strada.

(1) I Petri, IV, 10: dispensatores multiformis gratiae Dei!

(2)   Il LEMOYNE, Mem. Biogr., VII, 494, lo nota, mentre, cosa strana, non lo rileva per il Magone.

(3) Vita di Besucco, capo XVI.


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Ma il cuore era buono, fu detto, e la santità coltivata nell´anima gli ha dato quella gentilezza, quella squisitezza di sentire, che la con‑

venzionale educazione non dà. Il sapiente Maestro di quell´anima fa

bene, distinguere fin dalle prime pagine che il suo giovanetto non è indif­ferente ai benefici, e sente quel che deve a sua madre; ma poi, con l´af‑

finarsi dello spirito nel vivere con Dio, quel che vi è di umano, ed è bello già di per sè, si eleva a sfere più alte; e diviene la preghiera. È il santo, conciso, ragionare delle anime di Dio : Che cosa avrei io da poter ricambiare il bene che mi si fa? Oh Dio ! ricambiatelo voi, che tutto potete !

Queste parole non vi sono, così espresse, ma sono il compendio delle spiegazioni che il buon Magone dà a chi lo domanda del suo pregare in certe circostanze singolari. E non è una nostra interpretazione, codesto trasportare le cose in quella sfera superiore. L´anima di Magone è ormai, mi si lasci dire, misticamente unita col pensiero di Dio. Don Bosco, al solito, e di proposito, non discorre se non coi fatti : e qui appunto egli vi presenta una non so se meditazione o contemplazione, in cui sor­prende il suo alunno al chiaro di luna.

A quei tempi la luna era ancor di moda nel romanticismo di maniera; ma nessuno penserà che alla mente dello Scrittore e tanto meno del suo figlio spirituale abbia potuto affacciarsi una qualsiasi lontana remini­scenza letteraria. Qui non c´è altra letteratura che quella spontanea d´un´ anima che vive con Dio, e d´ogni cosa si fa scala per salire a Lui (1). Che questo sia di stile nella scuola di Don Bosco, nessun dubbio. Egli insegnava ad interpretare spiritualmente il linguaggio delle cose, colla frequenza quasi abituale dei paragoni, sogni, parabole, di cui erano materiati i suoi discorsi e le sue conversazioni. Ma che un ragazzo sui 13 anni (Magone li compiva il 10 settembre) sia capace di pervenirvi da sè, e in una forma così elevata e così pia, non è cosa né così facile nè comune, e il nostro Autore v´insiste, con un riflesso che merita la nostra attenzione.

Egli nota la precoce maturità, anzi «l´elevatezza di criterio e di raziocinio » del giovinetto quattordicenne, e capace di riflessioni molto superiori alla sua età», specialmente nelle cose di Dio. In forme diverse, ma affini nella sostanza, egli fa notare questa prerogativa in tutti i suoi profili di santi giovani : nel Comollo giovanetto, due volte; nel Savio, quasi generalmente; nel Besucco poi (1864), fin dalla Prefazione, spie­gandone l´origine.

(1) Cfr., del resto, nel Besucco il singolare fenomeno del suo pio fantasticare in presenza della grandiosità e bellezza delle scene montane, volgendo in preghiera ogni contemplazione (Vita, capo VII). E quello è un montanaro non bene sgrossato.

 

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Che è questa. La maturità di giudizio e le virtù, nonchè le cognizioni « superiori all´età» egli li riferisce solo in parte all´assimilazione dei pre­cetti morali e degli insegnamenti dottrinali, assimilazione prodotta dalla svegliatezza dell´ingegno e dalla volontà d´apprendere : la fonte prima e principale è «il modo speciale con cui Dio favorisce dei suoi lumi » un´anima bella (1).

E certamente, quando entra nell´anima il lavoro della grazia e l´amor di Dio, l´intelligenza e lo spirito si- levano sopra la comune natura. È il

sapientiam praestans parvulis (Ps. XVIII): il dono di sapienza e di scienza, che sarà vario nella sua misura « secundum mensuram donationis Christi» (Eph. IV, 7), ma non manca nelle anime che Iddio chiama ad «un alto grado di perfezione » (2). E del Magone il « meraviglioso grado » è riconosciuto dal Santo Biografo (capo IX).

Don Bosco non fa comparire la parte che ha la sua scuola nel pro­durre tale potenza di pensare nei suoi discepoli spirituali (3); ma anche

di questo fattore si deve tener conto, quando il Pedagogo della santità

è un Santo, e, nel fatto nostro, un Santo specializzato da Dio per le anime della gioventù. E pur mettendo al primo posto, come fa il Santo

Maestro, la grazia speciale di Dio, credo non far torto a questa addi­tando nella santa pedagogia di lui una delle fonti e delle cause predispo­nenti di tali precoci rivelazioni dello spirito.

Per lui, Maestro e descrittore studioso di quell´anima, quei fatti sono « cosa degna d´ammirazione ». E in queste pagine, e in quelle che le seguono,

è più evidente che altrove, e giustamente, quel senso di tenera simpatia

per questo suo tipo di giovane che gli cresce, a così dire, tra mano, facen­dolo di volta in volta meravigliare : ed egli ha cura di non lasciar sfuggire,

senza notarlo, nessun,gesto e nessuna parola, assommando poi le sue osser­vazioni in una sentenza che ne innalza il valore. Così ha fatto ai capi IX, XI, XII, e così nell´aprirsi del capo XIII.

L´ULTIMA ASCESA

Sono gli ultimi tre mesi di quella vita carissima : da mezz´ottobre a mezzo gennaio. Don Francesia lo vede tornare alla scuola (cfr. capo VII) con « una cotale gravità mista ad un´aria che lo faceva comparire nella fronte e nello sguardo piuttosto serio : la quale cosa indicava che il cuore

(1)   Vita di Besucco, Prefazione. E Besucco è il Pastorello delle Alpi!

(2)   Cfr. TANQUEREY, Comp. di Teol. Ascet.-Mist., lib. III, cap. I, nn. 1340-1341;

art. VII, n. 1350.

(3)   FABER, Confer. cit., pag. 300: « Il miglior criterio, la più alta prova d´un sistema d´educazione (in ingl. = istruzione) è la potenza di pensare ch´essa produce

nei suoi allievi ».

 

181

di lui era in grave pensiero ». Egli crede che « questo cangiamento esterno derivasse dalla presa deliberazione di volersi dar tutto alla pietà, e poteva veramente proporsi a modello di virtù ».

Realmente il giovanetto d´un anno prima, colto come un´erba sel­vatica sulla proda del burrone, e trapiantato nell´aiuola curata dalla mano di Don Bosco, era divenuto un vivace virgulto dalla più nobile e rara fioritura : fuor di metafora, la vita del Magone in quegli ultimi tre mesi rivelava ad una volta la profonda trasformazione operatasi nel­l´anima di lui, che ormai non viveva, e non voleva vivere, che di vita interiore, « di pietà» come si diceva alla buona, ed insieme s´addimo­strava il crescente accelerarsi del ritmo delle sue aspirazioni ad una più intensa e intima vita di santificazione (1), ed egli lo esprimeva nello studio di perfezionare le sue azioni esterne inserendole nel pensiero di Dio. Quei tre mesi sono una breve storia di santificazione e di santità.

Dico troppo? No : è il sentimento di Don Bosco, il quale, nel pre­ludere alla morte non lontana (e il capo XIII è intitolato : Sua prepara­zione alla morte), ci dà in pochi tratti il più caratteristico e significante ritratto del suo alunno, e, senz´accorgersi, ci disegna il tipo del cristiano spirituale, quale egli ha sempre avuto in mira di formare : «In quanto alla pietà — scrive il Santo — egli era giunto ad un grado che nella sua età io non avrei saputo quale cosa aggiungere o quale cosa togliere per fare un modello alla gioventù ».

Delle tre Vite da lui scritte è questo il più comprensivo e più esatta­mente definito dei giudizi dati da lui. Per gli altri, compreso il suo Burzio (Lettera 16 aprile 1843) (2) e il Comollo, una tale perfezione è riferita

principalmente all´esemplare fedeltà ai piccoli doveri : qui è nell´ambito della «pietà» dov´egli è giunto ad un grado umanamente perfetto nella

sua età (3). Quella parola di pietà, unita all´idea del grado, ci fa ben intendere che siamo nella sfera della vita interiore e dei gradi di perfe­zione. Quale poi sia il grado raggiunto da quell´anima, Don Bosco (il quale conosce i termini, ma non li usa mai) non lo dice, e gli basta descri‑

verne i caratteri fino al più sicuro di tutti, ch´è di collocarlo senz´altro in Paradiso.

Ma poi, senza parere, ci presenta nella figura concreta e storica del suo discepolo la personificazione del suo tipo spirituale, che ha raggiunto il giusto equilibrio dell´anima. Il Magone conserva ciò ch´è sano del suo temperamento vivace, ma è pio, buono, divoto, con grande stima delle

(1)   Cfr. la squisita dottrina del Faber, cit., in Progr. dell´anima, XXVI: Fervore, specialmente pag. 423 e pagg. 418-420.

(2)   Mem. Biogr., I, 504-510.

(3)   Cfr. sopra, pagg. 25-27 segg.

 

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piccole (la la edizione diceva delle «più piccole ») pratiche di religione (1). Una vivacità che non trascura le più piccole cose, è indice d´un´ anima interiormente ben desta e presente a se stessa. Ed ecco tre parole scultorie : « Egli le praticava con allegria, con disinvoltura, senza scrupoli ». Noi vi leggiamo la santa agilità spirituale, ch´è la vera libertà di spirito.

La parola nostra è quella del Faber (2) che vuole compendiare in uno il concetto della Devozione secondo S. Tommaso e secondo S. Francesco

di Sales; pel quale (oh! come in questo è salesiano Don Bosco !) la divozione è, più che amore, «una certa agilità e vivacità nel fare ciò che l´amor di Dio vorrebbe da noi fatto» (3).

Il tipo del vero divoto si contrassegna dal suo vivere col prossimo : « affabile e di belle maniere » si conquista i cuori colla vivacità e colla gaiezza, ch´è a sua volta un mezzo apostolato (4). Non è superfluo far

pensare che il tipo ideato da Don Bosco è fatto come lui, e si avvera nella perfezione di Domenico Savio.

E perchè il ritratto spirituale sia completo, e definita la genuinità della divozione, il Santo Pedagogo non tralascia d´indicarne il con‑

trassegno esterno, così poco comune ai mezzo divoti e ai pseudo divoti (5):

il bel vivere col prossimo, l´affabilità del Magone, che lo rende « amato » da tutti, come già il restante del suo vivere lo fa «venerato » (6); e la

nessuna posa, nessuna ombrosità, ma la «vivacità » che, « con le belle maniere » (pensiamo all´agreste piccolo capo banda!) lo fa « l´idolo della ricreazione ».

Ecco i documenti sicuri di una buona educazione spirituale, in codesta disinvoltura nel bene, nella libertà di spirito, che dev´essere lo scopo di ogni ben intesa direzione (7).

Quella di Don Bosco (alla quale si attiene, quand´è bene intesa, la spiritualità salesiana) orientava verso la cura delle piccole azioni e delle

piccole pratiche comuni. A buon diritto il P. Faber, che scriveva le sue

indimenticabili opere spirituali in quegli anni, con lo spirito italiano di S. Filippo Neri (e per questo mi attengo spesso al suo dettato), insiste

in ogni suo libro sull´attenzione e sull´intenzione, anzi intensità e sforzo, delle piccole cose e delle piccole pratiche : ed insiste, per esempio, sul‑

(1)   La dottrina del Faber, sparsa in tutte le opere. Cfr. Progressi, cit., cap. XXII, pag. 344 segg.

(2)   Op. cit., loc. cit., pagg. 344-346.

(3)   Introd. à la vie dévote, part. I, chap. I: Description de la vraie dévotion.

(4)   FABER, Conf. spir., cit., pag. 39.

(5)    Ibid., cap. I, pagg. 16-17.

(6)   È proprio la parola: « Dimodochè per pietà, studio e affabilità era amato e venerato da tutti ». Il monello di Carmagnola!

(7)   FABER, Progressi, cit., cap. XVIII, pag. 294.

 

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l´Angelus (1), ricordando S. Francesco di Sales : e spiega e inculca l´attenzione della mente che valorizza la preghiera (2), e sottolinea l´importanza spirituale delle piccole cose (3): così come, a differenza d´altri maestri di spirito, e in pieno accordo con Don Bosco, illustra e sostiene vigorosamente, con S. Teresa, la potenza, i privilegi, le pre­rogative, ed anzi, per certe condizioni di spirito e di persone, la necessità della preghiera vocale (4).

CARATTERE CRISTIANO

In tale forma spirituale può stare ogni direzione della vita; perchè non è se non « la vita cristiana vissuta con spirito di nobile precisione ». Il Santo si compiace di farlo intendere, mentre con calda simpatia ne addita l´esempio nell´ammirato suo figliuolo.

Egli è infatti, così giovanetto, un « modello di vita cristiana », di quelli che abbisognano per far del bene nel mondo. Il Santo Maestro, che lo conosce a fondo e ne intuisce le possibilità, si permette di anticipare la risposta al grave quesito : Che cosa sarebbero stati questi giovanetti da lui glorificati, se avessero vissute anche le età seguenti? Noi sappiamo che questa difficoltà fu più d´una volta obiettata da coloro che poco incli­nano a riconoscere la santità formale (cioè canonizzabile) nei giova­netti : al che non sono mancate le risposte autorevoli (5).

E Don Bosco ci dice che «sia nello stato sacerdotale, cui mostravasi inclinato, sia nello stato laicale » (si noti che egli non prescriveva cate­goricamente la vocazione dei suoi allievi), il Magone « avrebbe fatto molto bene alla patria e alla religione ». Un carattere adunque di cristiano completo, che non sarebbe mai rimasto a metà, indifferente e inerte (6). Don Bosco ci vedeva la stoffa dell´apostolo, e, notiamolo ch´è bello e opportuno, anche nel laicato: cosa davvero non comune nel pensiero di quel tempo ! Come ci appare profonda la visione di PP. Pio XI, quando nella tessitura della vita di Domenico Savio vede intrecciati i fili dell´Azione Cattolica giovanile ! (7). Rispetto al Magone, questa di

(1) Conf. spir., cit., pag. 226.

(2) Tutto per Gesù, cap. VIII, pag. 248: Giaculatorie e attenzione.

(3)  Progressi, cit., cap. XVI, pag. 251-253.

(4)  Tutto per Gesù, cit., cap. VI, pag. 247. Progressi, cit., cap. XV, pag. 205 segg.

(5)   Cfr. L. voN HERTLING, S. J., dissertatio : Utrum pueri canonizari possint? in Periodica de re morali, ecc., Romae, aprii. 1935, fasc. II.

(6)   Nel 1854 aveva profetato al giovane Cagliero, quasi moribondo, la sua futura Missione, e più ancora. Ma quella fu profezia, e questa è intuizione d´un carattere.

(7)   Allora, nel 1933, parve a taluno che quel modo di vedere fosse dettato da circostanze del momento. Ma chi legge Don Bosco, come noi facciamo, trova che il Papa anche quella volta parlò con cognizione di causa.

 

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Don Bosco è una sintesi pratica di giudizio che illumina d´un tratto tutta la figura, e ne stabilisce la fisionomia morale. Il soggiungere poi le altre espressioni di « fiore del giardino della Chiesa militante» e del « trapiantarlo nella Chiesa trionfante del Paradiso» dimostra la stima convinta che il Santo Maestro serbava della santità del suo discepolo.

SEMPRE PIÙ PRESSO

Dopo questo, il Biografo si dedica tutto a descrivere i momenti del­l´ultimo periodo di quella vita, che sembra affrettarsi per adempiere nel breve tempo che le rimane il lavoro di lunghi anni (1).

Era l´anno dell´Apparizione dell´Immacolata a Lourdes (11 feb­braio 1858). Don Bosco aveva consigliato molti dei suoi giovani a scri­versi gli atti di pietà che volevano praticare per la Novena (2), e rivede quelli di Magone, e li modera in qualche parte. Per esempio gli vieta, come superflua, la « confessione generale» ch´egli aveva fatta «non molto tempo prima », e gli cambia una mortificazione esterna in una pra­tica divota.

In quei propositi si sente l´inconscio presentimento della fine che tra un mese lo attende. Ed è una manifestazione di ardori, di slanci, di aspirazioni, che mostrano il grado di amore e di perfezione raggiunto da quell´anima che vuole « staccare il cuore da tutte le cose del mondo per darlo tutto a Maria ».

E allora, per quella Novena, il giovanetto si propone di far la comu­nione ogni giorno. Dunque, con tutto il cammino che Don Bosco è venuto descrivendo di lui, la comunione quotidiana non era peranco la sua pra­tica ordinaria, neppure nel mese di maggio (il biografo infatti non l´ha notata), e si annunzia ora soltanto come un segno di accresciuto fervore, dopo un anno di lavoro che lo ha condotto ad un maraviglioso grado di perfezione. Nè l´appartenere alla Compagnia del SS. Sacramento, proprio istituita quell´anno 1857-58, dal Bongiovanni, portava con sè altro impegno che quello della comunione nei dì festivi, e di una volta per settimana, da ripartirsi in modo che sempre vi fosse ogni giorno qualche comunione. La comunione « quotidiana » era per la comunità, non per gl´individui.

Noi ricordiamo il passo del Savio Domenico (capo XIV) che spiega per quale cammino il santo fanciullo fu ammesso alla comunione quoti­diana: «Il confessore, osservando il grande profitto che faceva nelle cose

(1)    Consurnmatus in brevi explevit tempora multa (Sap. IV, 13).

(2)    Mem. Biogr., VI, 92. S´intende la Novena dell´Immacolata.


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di spirito, lo consigliò a comunicarsi tre volte per settimana, e, nel ter­mine di un anno, gli permise la comunione quotidiana ». E più oltre :

« Nè pensiamoci che egli ... non avesse un tenor di vita cristiana quale si conviene a chi desidera di far la comunione quotidiana. Perciocchè la sua condotta era per ogni lato irreprensibile ».

Ma non era Don Bosco il direttore di quelle due anime? Sì, ma allora era il Don Bosco strettamente alfonsiano (1), quale s´era formato sotto Don Cafasso nel Convitto Ecclesiastico. È bene non dimenticarlo.

Pertanto la comunione quotidiana del Magone in quella Novena, e nella successiva del S. Natale, appariva come segno di un accresciuto fervore, che si estrinsecava in una attività esteriore non priva di significato e quasi di mistero. Invero quell´intensificazione dell´apostolato tra i com­pagni, quell´accelerazione di azione benevola, quell´affrettarsi a far del bene, che « cagionava grande stupore » in chi lo considerava (leggi, per esempio, Don Bosco), e la ripresa alla Novena di Natale, con l´ac­cenno alla sperata misericordia di Dio, rivelano una disposizione non casuale nè intermittente, che si può ben dire presentimento sempre meno vago. Infatti lo Scrittore intitola il capo XIII: Sua preparazione alla morte.

E il presentimento si definisce nella sera 31 dicembre (1858) per le profetiche parole di Don Bosco, che il Magone prende per sè, com´erano infatti; e, più chiaramente ancora, nella domenica 16 gennaio (1859), per il provvidenziale fioretto della Compagnia a lui toccato, che l´Autore indica espressamente come «un più chiaro avviso » (2).

(1)  S. ALPHONSI, ecc., Praxis Confessarii, cap. IX, § IV, nn. 149-150 e 153-155. La medesima dottrina seguiva allora l´alfonsanissimo SCAVINI: cfr. Theol. Moral. Univ., lib. III, tract. IX, disput. IV: De Euchar., cap. III, a. 148-152. Qualche anno più tardi (1864), nella Vita di Besucco, esprimerà un indirizzo più progredito: ma solo nel difendere il fatto della frequenza che ivi era stata impugnata. Cfr. ivi, cap. XX.

(2)  Il Lemoyne (Mem. Biogr., VI, 118) ricorda che le parole profetiche di Don Bosco furono intese per sè anche dal giovane Berardi Costanzo, di 16 anni, che persino ne scrisse ai parenti, e andò a congedarsi dal Can. Anglesio del Cot­tolengo, e si ricredette soltanto quando seppe delle parole dette al Magone quella domenica.

Parimenti il Lemoyne (ibid., 121) osserva che « questa fu l´unica volta che Don Bosco si sia lasciato sfuggire qualche parola di più, che indicasse, benchè oscuramente, che il giorno era vicino, e che veggendo il passeggero turbamento del giovane, fece fermo proponimento di non lasciar mai più trapelar simili segreti ».

Quella volta aveva fatto assegnamento sulla virtù di Magone e sul suo amor di Dio. Il medesimo (vol. VI, 119) riporta il racconto di Don Giovanni Garino, allora condiscepolo di Magone, dov´è detto dello scherzo chiromantico di Don Bosco tra i suoi ragazzi, avvenuto otto giorni dopo la parlata del 31 dicembre: nel quale scherzo il Santo omise di osservare la mano di Magone, e fu notato dai circostanti.

 

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Appena è bisogno di avvertire la delicata prudenza del Direttore nelle risposte che sono evasive, solo quanto al termine fisso e vicino, che del resto il caro giovinetto comprende da sè ; mentre rinfrancano lo spirito, più sorpreso che atterrito, e lo ritornano gioioso, assicurando che, nel caso, la morte sarebbe un « andare a fare una visita alla B. V. in cielo a. Anche per il Besucco (capo XXVI) egli osserva che « da certe espres­sioni sembra ch´egli n´avesse presentimento»; e vi connette il manifestarsi di più elevati e santi pensieri spirituali e l´intensificarsi della divozione, ed anzi vi ricorda il cupio dissolvi di S. Paolo. Ma già prima del Magone (a non parlare del Comollo che predisse la sua fine) il Savio presagiva la propria vicina morte, e non per vago presentimento o per avviso avutone da Chi prevedeva il futuro, ma per interno chiaro pre­sentimento, che forse proveniva, come pensa Don Bosco, da una «rive­lazione del giorno e delle circostanze» tanto che ne parlava « con tale chiarezza di racconto che meglio non avrebbe fatto chi ne avesse parlato dopo la medesima morte » (1).

Come si vede, il Santo, biografo di giovani santi, scorge in tali pre­sentimenti, che non sono comuni telepatie, un indice di santità e un segno di benevolenza del Signore, congiunti, come sono, ad un moto accelerato nell´ascesa dell´anima verso Dio. Si direbbe, anzi deve dirsi, che quando in tali anime privilegiate (nè solo in quelle di cui scrisse) vedeva deli­nearsi questo caro « fenomeno », egli ne deduceva che la loro chiamata al cielo non doveva essere lontana.

Ch´è precisamente il pensiero del Faber, in una delle sue più care pagine : «Il vero fervore ha questa proprietà, questo carattere distintivo, di crescere sempre, e di crescere con una rapidità visibile, ma tranquilla, vicino a morte : appunto come una pietra in cerca del suo centro cresce in celerità ed impeto quanto più gli s´appressa. Possiamo talora predire la nostra morte dal modo con cui il fervore ci attrae internamente e ci opprime d´amor divino » (2).

E se le semplici biografie non paiono dettate da Don Bosco con l´arte dei letterati, certamente con arte sono disegnate, giacché sempre mostrano il convergere delle linee a quel punto prospettico, ed egli ne prepara il trapasso con tratteggiare la felice santa psicologia del presentimento e della preparazione.

(1)     Vita di Savio Domenico, cap. XXI: tratto aggiunto in 2a edizione alla pag. 100 della la edizione.

(2)     Progressi dell´anima, cit., cap. XXVI, pag. 423.


CAPITOLO VI
Al Paradiso

IL PASSAGGIO AL PARADISO

Le ultime ore di Michele Magone (di giorni non è da parlare, perché mancò di male rapidissimo, in due soli giorni : 19-21 gennaio 1859), cosi come sono rievocate nel semplice affettuoso racconto di Don Bosco, ci dànno un quadro delle più confortevoli bellezze spirituali cristiane, quali soltanto possono adunarsi in chi ha toccato certe altezze di perfezione.

La nota prima, dominante, è la serenità quasi miracolosa di quel­l´anima ormai sicura del suo stato di grazia e del suo Paradiso. Questa, che fu la grande parola di cui continuamente si valse Don Bosco come di motivo supremo per animare al bene, proponendola come unico ideale della vita, e creare attorno all´anima dei suoi figli un´aria di cielo, questa è la parola che ora, con una delicatezza squisita, egli ripete per dischiu­dere a quell´anima bella la visione della gioia imminente.

E noi leggiamo nel contesto la gioia di quello spirito in mezzo alle sofferenze, anzi la gioia del soffrire per purificarsi sempre meglio : giacché ha « domandato a Dio di fare tutto il suo purgatorio in questa vita a fine di andare tosto dopo morte in Paradiso ». «Questo pensiero era quello che gli faceva soffrire tutto con gioia » e « quel male... in lui produceva gioia e piacere». E il Biografo, il Santo che comprende i Santi, insiste più oltre a dirci che « per grazia speciale di Nostro Signor Gesù Cristo, non solo parve insensibile al male, ma parve sentire grande con­solazione nei medesimi patimenti » (1).

Diciamo senz´altro : è meraviglioso. Quel ragazzo raccolto dalla strada, con un temperamento dei più irrequieti e bollenti, in quattordici

(1) Cfr. H Cor., XII, 9; ibid., VII, 4: non la sola pazienza, ma la gioia della sofferenza: il senso eroico dei Santi, che rifulse nella S. Teresa di Lisieux.

 

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mesi ha camminato, ha corso, ha divorato la via dello spirito, fino ad una mistica di questo grado (1). Egli è pienamente padrone di sè, e « l´aria serena, la giovialità, il riso, e l´uso di ragione» non sono quelle di chi muore, ma di chi vive in pieno la vita.

La morte è, in lui, come sempre per i Santi, eminentemente signifi­cativa della vita. E la vita di questo giovanetto, precoce e agilissimo nello spirito, era divenuta in breve tempo un´intensa vita interiore, e dire, come soleva Don Bosco, che «la morte è l´eco della vita» ha qui un significato tutto particolare e al certo non comune.

La sua divozione caratteristica era verso la SS. Vergine e per gli agonizzanti (2) : ed egli ha, se non una visione, certo la rivelazione

interna che la B. Vergine sarà accanto a lui al giudizio di Dio, e cor‑

regge, chi osa dire spiritosamente? il fioretto ammonitore del 16 dicembre. Siamo ad altezze spirituali non comuni : a quelle in cui neppure il ricordo

dei propri falli non disturba, e il sacramento dell´Estrema Unzione, facendoli ritornare alla mente, fa sentire anche meglio il valore della grazia di Dio.

Ed un frutto di codesta « stima della grazia » che il caro Faber colloca tra i contrassegni dei Santi (3), e che il Magone dimostrò sempre col

fare «gran conto di tutte le pratiche religiose cui erano annesse le sante indulgenze », un frutto sono «l´unzione, i sentimenti di viva fede » onde accoglie la Benedizione Papale.

È una notizia preziosa, questa, tanto rispetto alla spiritualità del discepolo di Don Bosco, quanto per la comprensione degl´indirizzi spi‑

rituali del Maestro. Un grande nesso vi è tra le indulgenze e la vita

spirituale : tra l´uso di divozioni a cui sono annesse indulgenze e la spi­ritualizzazione della mente e ravvivamento della fede in noi, e della

carità per le anime. Basta pensare al valore del Rosario, la regina delle divozioni indulgenziate, e al senso di fiducia che porta con sè la Benedi­zione Papale in fine di vita (4).

Ed era naturale che lo spirito eminentemente semplificatore e realistico della pedagogia di Don Bosco si volgesse verso tale concezione della pratica spirituale e la insegnasse. Egli è in questo con S. Alfonso, con

(1)    TANQUEREY, op. cit., nn. 1090-1091.

(2)   Una divozione che deve aver imparata al suo paese: giacchè nel Giovane Provveduto non comparve mai, nè era delle pratiche speciali dell´Oratorio. E la mamma non ci sarà stata per nulla ?

(3) Tutto per Gesù, I, sez. VI; II, III seg.

(4)   S. Alfonso dice, per esempio, che, per divenir santi, non richiedesi altro che lucrare tutte le indulgenze che possiamo. Cfr. Del gran mezzo della preghiera, ediz. 1759.

 

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S. Leonardo da P. Maurizio, e, se vogliamo una modernità di coevi, col P. Faber, le cui piissime e dotte riflessioni sulla spiritualità delle pratiche indulgenziate potrebbero citarsi testualmente per spiegare il pensiero di Don Bosco (1).

Così s´era formata, sotto la mano del Santo Maestro, la spiritualità del giovanetto Magone : tutta cose sostanziose e sostanziali, capaci di portare l´anima in alto, dove le cose umane si abbelliscono nella luce di Dio.

È codest´alta spiritualità che gli detta al cuore finezze squisite per la mamma sua: non la vuole presente al suo morire, per non affliggerla,

per non doversi affannare vedendola soffrire; ma lascia per lei una

commissione tenerissima che lo lega a lei anche nel Paradiso. E Don Bosco, che gli sta accanto, perché egli non vuole che l´abbandoni, Don

Bosco che sa la teologia e l´ascetica e la mistica, e sente la presenza della grazia nelle anime, Don Bosco, un quarto d´ora prima che spiri quel suo figlio generato alla santità, s´intrattiene, come in un familiare con­gedo sulla porta di casa, e gli fa dire le sue commissioni e le sue conso­lazioni, e gli dà la grande commissione per la Madonna.

È un dialogo da Fioretti di S. Francesco : certo non è frequente tanta semplicità di cose grandi, tanta familiarità per le cose divine,

tanta sicurezza d´essere sulla soglia del Paradiso. La figura spirituale del giovane neppur quattordicenne qui grandeggia e s´innalza ad altezze imprevedute.

Come il Comollo, egli dichiara che la sua massima consolazione in quel momento è « quel poco che ho fatto in onore di Maria ». La sua

maggior premura è di sapere, diciamo così, l´etichetta o il galateo da

osservare entrando in Paradiso. E Don Bosco, assecondandolo, gl´in­segna le maniere, e l´incarica dei suoi saluti, e gli dà la grande commis‑

sione per la Madonna. Bisognerebbe dire in dialetto quelle parole, tanto sono celestialmente casalinghe. E non meno confidente è l´ultimo ridente saluto : « di qui a pochi momenti farò la vostra commissione ».

Tutto questo si ricama sopra un tessuto di aspirazioni e colloqui interni, che si manifestano nelle ultime giaculatorie e nel baciare da sè il Crocifisso, e si conchiudono spirando come per un atto voluto.

Don Bosco, ammirato egli stesso, non sa che nome dare a quel tra­passo, se non chiamandolo « un sonno di gioia ».

Per nessun altro egli ha trovato un´espressione così poetica e così espressiva della santità.

(1) Cfr. Progressi dell´anima, cap. XV, pagg. 231-235. L´opera fu pubblicata nel 1854.

 

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LA MADRE

L´ultimo capitolo non sta soltanto a concludere il racconto con le indispensabili notizie del compianto e delle esequie : esso riprende quasi, come in una perorazione sinfonica, i temi sui quali si è intessuta questa amorosa e avvincente esposizione, presentandoli in un insieme vigoroso ed efficace, che trasfonde nel lettore una viva simpatia per il santo gio­vanetto e una sicura persuasione della santità di lui.

La nobile figura della madre, « quella donna cristiana» che in prin­cipio non era veduta se non per gli stenti della povertà e le pene che le davano i figliuoli, è comparsa nell´ora più tremenda, dominando se stessa, a dire al figlio la parola ch´è quasi un annunzio, e pensa all´anima di lui, non al suo proprio dolore : e il figlio, che per vie misteriose ha ereditato da lei la squisitezza del sentimento, le vuol risparmiata l´angoscia del vederlo morire. E la donna cristiana si aderge solenne nella luce della sua fede, e dice parole che nessun libro può averle insegnato, e proven­gono da un´anima coltivata nei sublimi pensieri di Dio, e da un cuore che si è esemplato su quello della Madre che stette in piedi accanto alla Croce. «Essa piange — dirà nell´elogio funebre Don Zattini, che allora le stava accanto — le lagrime della pietà più ancora che quelle della natura e dal sangue ».

E se di Don Bosco noi comprendiamo più cose e più a fondo, sapendo quale fu la madre di lui, così del caro giovane, di cui egli ha narrato la vita, noi vediamo ora, per l´aspetto della madre sua, e tanto più in quanto per la sua età egli è più prossimo alle fonti, le riposte scaturigini del cuore e della virtù. Potevano, è vero, inaridirsi o restare sepolte, e fu Don Bosco col suo intuito a sentirle prima, e a derivarle poi, ed avviarle ad una inattesa fioritura, ed egli appunto si è studiato con evidente compiacenza a rivelarcelo. Non vi è miglior pedagogia di quella che liberando dalle scorie la gemma dell´anima, la porta a brillare di tutto il suo splendore, e la rende capace di riflettere la luce del sole divino.

E come il dolore santo della madre non si scompagna dall´intima convinzione che quell´anima sia già in Paradiso fin dalla prim´ora, ed essa gli dice : «Prega per tua madre che ti ama ancor più ora che ti crede coi giusti nel cielo)); così sono convinti della sua sorte beata i compagni suoi e quanti l´han conosciuto : « A questo momento — dicono — Magone è già con Domenico Savio in cielo ».

L´ESALTAZIONE

L´Autore (come ha fatto nelle due biografie precedenti del Savio e del Comollo, e come farà pel Besucco) ci fa vedere il formarsi e il rive­larsi della santa opinione che circonda la memoria del santo discepolo :


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non è propriamente Popinio sanctitatis quale vediamo per gli altri, ma alcunchè di molto prossimo. Soprattutto vi appare, come di riflesso, la calda simpatia che la bontà cordiale e aperta del giocondo giovanetto si è conquistata presso tutti.

Lo scritto « del suo maestro Francesia» è prezioso per questo. Vi è, in atto, il dolore sentito dai condiscepoli, e la stima di santo che ne hanno. Come accadde già per il Comollo e il Savio, tutti vogliono, anche uno dei professori, averne un ricordo, che varrà come di reliquia. E il Fran­cesia si rivolge a lui nella preghiera e dice di sentirsene esaudito.

E che sia caro ed amato, come l´amico proprio di ciascuno, Don Bosco ci fa vedere anche nelle povere trovate dei suoi giovanetti, che vogliono una sepoltura solenne, poverini! mettendo intorno a quella bara tutto ciò di cui può disporre «l´umile condizione» dell´Oratorio. E gli fanno anche l´Uffizio di trigesima, è il « celebre oratore» Don Zattini che deve tesserne l´elogio.

Di quel discorso il Santo Biografo non reca se non- la parte ultima e conclusiva, ma ci dà un´idea sommaria del corpo dell´orazione, che vediamo magistralmente riepilogata dalla stessa conclusione. E si deve dire che, salvo la forma un po´ studiata e forbita dell´oratore di pro­fessione, il quale però parla con sincero e profondo sentimento, quel discorso poteva essere di Don Bosco, e certamente non avrebbe detto nè altro, nè meglio, nè più di quanto vi si dice; e insomma egli parla per bocca d´altri.

È un richiamo dolente dell´amata figura, là stesso dov´egli pregava dolcemente, ed ora si prega per lui : richiamo nobilissimo della sua pre­ziosa esistenza. È un rispecchiarsi di tutto quel che egli era per una madre che «pianse le lagrime della pietà più ancora che quelle della natura e del sangue »; per Don Bosco, «il Padre adottivo » che «sì bene e sì presto » gli ebbe appreso «l´amor di Dio e lo studio della virtù », è l´adombrarsi lontano d´una vita di santità sacerdotale. Ed è un´affer­mazione, quasi una proclamazione, della santità di quell´anima, dimo­strata dalla morte, dalle grandi lezioni di quella morte da santo; è la certezza della sua beata sorte, che fa invocare la sua intercessione; è collocarlo tra i giovani santi dell´Oratorio che l´han preceduto in quella sfera superiore che, con Domenico Savio, tocca la santità.

E Don Bosco accoglie quel pensiero come suo, e quelle parole chiu­dono il libro.

Non è questo il luogo d´un giudizio letterario : ma chi potrebbe ne­gare che Don Bosco, senza voler mai fare dell´arte, qui ci si rivela artista, e di quell´arte che non cerca l´arte, e riesce, essa sola, efficace e potente?

 

CAPITOLO VII

Il lavoro di Don Bosco

IL TIPO MAGONE

Ora, volendo concludere questa qualsiasi disamina del caro libro di Don Bosco, c´incomberebbe un duplice dovere : quello di raccogliere in un sol disegno i caratteri della figura spirituale del giovanetto da lui trasformato in un modello di vita cristiana, e quello di descrivere la maniera del lavoro pedagogico, maniera dell´arte, con che il Santo edu­catore delle anime ha compiuto l´opera sua : in una parola vedere la forma personale e la pedagogia della santità che si rivela in Magone

Michele.

Quanto alla pedagogia può ben dirsi subito che nelle sue linee essen­ziali essa coincide con quella seguita nella guida di altre anime, ed anzi col tipo dominante della universa pedagogia di Don Bosco : né potrebb´ es­sere altrimenti, perchè l´artista, pur variando il soggetto, non abdica al suo stile. Ma siamo ben lontani (e qui l´artista si rivela davvero) dal­l´uniformità, dal metodismo dottrinario, dalla, vorrei dire, standardiz­zazione spirituale. Don Bosco è il santo suscitato per l´arte educativa cristiana, ed ha i doni specifici per questo compito : primo dei quali è

intendere e rispettare la personalità.

E la personalità, come è distinta e propria nell´ordine della natura, così è pure nell´ordine della grazia di Dio, la quale adatta la forma del suo lavoro divino alle attitudini e disposizioni individuali, sicchè ciascuna vita esterna forma con la grazia un amalgama diverso da ogni altro, e spiritualmente ogni vita è modellata in uno stampo d´individuo,

e non in uno stampo di classi.

Chi guida le anime non deve costringerle in uno stampo unico, secondo una formula prestabilita e immutabile, il che porta senz´altro alla mec­canizzazione della spiritualità e cioè alla disimpersonazione del lavoro interiore, ch´è insomma la morte di quella libertà che, secondo S. Paolo,


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accompagna lo spirito di Dio : « Dominus autem spiritus est, ubi autem spiritus Dei, ibi libertas » (1)..

Questo ben capiva Don Bosco, e guidò il Magone seconclaché richie­deva l´indole spirituale di lui, portandolo fino al punto in cui lo trovò la chiamata di Dio : fu arte magistrale, ma altra da quella con che aveva guidato il Savio, benché anche questa fosse ispirata ai medesimi princìpi.

Di ciò si discorre in altro studio ben più ampio e minuto, come si deve al capolavoro spirituale del Santo. Per quanto si riferisce al Magone, mi sembra che a noi principalmente importi vedere quello che fu presentato come primo aspetto del tema, e cioè i caratteri della figura spirituale del buon figliuolo trasformato in santo esemplare di vita cristiana : vedendo in essi così elaborati il risultato di un lavoro che dalla materia greggia li ha portati ad essere cose di valore.

Vediamo pertanto quale ci si presenta il tipo Magone. La nota più caratteristica di codesta figura spirituale è la completa assenza di forma esteriore : voglio dire degli atteggiamenti comuni al tipo pio, e, come s´immagina, santo; manca affatto la posizione, l´espressione, con cui il pittore atteggerebbe il ritratto se volesse dar l´idea del piccolo santo. Non smentisce, ma non esprime il suo essere interiore. Vi sono in lui come due personalità, non in contrasto, ma certo non conseguenti: una delle quali sembra destinata a coprire l´altra d´un abito che non disdice e non sfigura le forme, ma le lascia appena sì e no indovinare. A vedere il Rua, il Gavio, il Savio, il Besucco, ognuno avrebbe detto : che bel­l´aria da santo I A veder Magone : quel ragazzo non dev´essere cattivo. È una figura in piedi, eretta, disinvolta, vivace e pronta, gioconda e gioviale, un po´ bersagliera (2), che nella moltitudine non si distingue se non perchè non fa mai quel che non va fatto, e fa bene quel che si deve fare, come molti dei migliori : senonchè la prontezza nel comandarsi, e nell´aspetto un qualcosa di più intelligente e attento, unitamente al par­lare ordinato e assennato, facevan pensare ad un equilibrio di animo e ad una maturità di mente superiori all´età.

Egli è pertanto uno spirito che vuole le cose chiare e precise, e vi porta la risolutezza d´una pronta decisione. Anche nella pietà non appare tanto l´unzione, quanto la franchezza dell´offerta e della dedizione, e la sicurezza di trattare personalmente con Gesù e con la sua Madonna. Io credo che, salvo i momenti in cui doveva seguire il libro o recitare il Pater e l´Ave, pel resto, per la domanda sua propria, usasse il suo buon piemontese, dialogando internamente come dialogava con Don Bosco.

(1) ZI Cor., III, 17.

(2) Cavalière, dicono i Francesi. Ma l´idea del bersagliere, tipo svelto dell´ardito nell´età del Risorgimento, fu familiare al linguaggio salesiano, specialmente al Cagliero.

8 - Opere e seiltri... Vol. V.

 

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Un tipo come quello non era fatto per andare e non andare : o sta fermo, o marcia diritto al termine. Così il Magone che prima non si decideva e stava fermo, quand´ebbe presa la sua strada, la corse con una celerità sempre maggiore, quanto più gli si accrescevano le forze spirituali. E non v´è cenno di soste o di regresso, neppure di rallenta­mento. Il suo cammino per quel sentiero fu senz´altro «meraviglioso», mentre in meno di 14 mesi (scrivo in cifra, perché apparisca) riportò ad un grado di perfezione che fece stupire lo stesso Don Bosco.

Il Santo, che aveva capito quell´indole fin dai primi momenti, ed aveva intraveduto la possibilità di « qualche buona riuscita », seppe aspettare il momento buono, e lo mise sulla strada, accompagnandolo e guidandolo, sì, ma lasciandogli il suo passo spedito e la sua disinvolta e simpatica andatura. Posso sbagliarmi, ma dalla lettura di quella Vita mi son fatta l´idea che Don Bosco ebbe una simpatia particolare per quel tipo, che forse s´immaginava, cioè avrebbe voluto, che rimanesse quello dei più. Il Savio Domenico è un modello superiore, ma non può essere in tutto di tutti; quello di Magone va bene per tutti i suoi che vengono dai quasi tutti, e vogliono uscirne. Il Magone si propose a modello il Savio, ma rimase il Magone. Ed infatti la santità bersagliera non è, nella gran maggioranza, quella dei migliori figli di Don Bosco?

LA FIGURA SPIRITUALE

Se poi cerchiamo quell´altra personalità che la persona esterna sembra dissimulare, il Magone ci si offre come un insieme di fattori, alcuni per­sonali, altri propri degl´indirizzi di Don Bosco, e perciò acquisiti, se si può dire, al sistema; benchè se il tipo ha da essere esemplare, anche ciò ch´è personale, non può essere in contrasto con gli ideali di chi lo propone a modello, quando si pensi che lo svolgimento e l´attuazione delle doti personali si adempiono sotto gli occhi del Pedagogo dell´anima.

IZ Magone è per parte sua un carattere volitivo e di pronta decisione : in lui possono riconoscersi le proprietà e atteggiamenti che ai volitivi attribuiscono gli studiosi delle cose di spirito, descrivendo i padroni di se stessi che lavorano a dominarsi e padroneggiare le proprie inclina­zioni (1). Ma poi bisognerà in progresso di tempo concedergli anche le doti specifiche dei volontari d´azione.

Su questa volontarietà, rivelatasi fin dai due primi dialoghi scam­biatisi fra loro, come sul « cuore buono e i semplici costumi », uniti all´in­telligenza «non ordinaria », si fondò Don Bosco per apprendere « sì bene

(1) TANQUEREY, op. cit., pag. agg. 15, B.


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e sì presto » a quel «modello di vita cristiana» «l´amor di Dio e lo studio della virtù ».

E l´esempio è classico, secondo che abbiam detto, perché è la costru­zione integrale di tutta una spiritualità in una natura non preparata. Dall´una parte, nonostante un´imprevista vocazione al sacerdozio, c´è il dramma interiore della coscienza; dall´altra, l´attesa paziente nella libertà della decisione : poi, dopo aver aggiustate le cose dell´anima « con maniera franca e risoluta », la domanda schietta e la risposta risolutiva : Posso esser salvo ? — Tu sarai salvo!

E su questa parola comincia il lavoro di quell´anima : lavoro pre­muroso e celere e profondo nei tre periodi in cui si distingue la storia sua. Il primo, dei primi tre mesi, è lo studio della propria emendazione e dell´adattamento alla nuova vita; esso culmina, e può intitolarsi da esso, nell´optime finalmente conseguito e che non declina più. Il secondo, dal gennaio all´agosto, è l´acquisto e l´assimilazione di quanto il giovane conosce esser migliore nella vita del dovere e nella vita interiore della pietà : e si rivela specialmente nella volontà di fare il voto di S. Alfonso, e poi, nei fervori spirituali del mese di maggio, col proposto voto di castità in onore di Maria. È il periodo nel quale egli si mostra avviato al «maraviglioso grado di perfezione ».

Il terzo periodo, quello degli ultimi tre mesi, è contrassegnato dal­l´agilità spirituale e dal grado raggiunto nella pietà, che noi intendiamo come vita interiore, la quale, su parola di Don Bosco, non ha che togliere o che raggiungere per essere data come un perfetto modello alla gioventù. Vi si scorgono, proporzionati all´età, gli effetti del dono di sapienza (1) ch´è il più perfetto dei doni, in quanto li assomma tutti, perfezionando la carità (2). Che se ad alcuno par troppo, lo invito a riflettere che le espressioni definitorie di Don Bosco vengono dopo aver scritto la Vita di Savio Domenico, e l´Autore perciò sa molto bene che cosa valgono.

Allora sente il bisogno della comunione quotidiana : allora è capace della virtù del distacco da se stesso, e alle ultime ore anche della gioia nel soffrire e gioia del soffrire (3); sia poi gioia mistica o no, non occorre definire : certamente vi si può vedere fino a un certo grado la virtù, e da quello in su, un vero dono di Dio (4).

Con tali criteri è possibile ora una semplice enumerazione dei dati più caratteristici della forma spirituale del discepolo, da che torna age‑

(1)          TANQUEREY, op. cit., n. 1350.

(2)          .Ibid., n. 1349.

(3)     Ibid., nn. 1090-1091.

(4)          Ibid., ma. 1308-1310.

 

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vole, a chi si conosce di cose di spirito, dedurre, senza troppe spiegazioni, la maniera tenuta dal suo educatore.

Nel giovane Magone il lavoro di autodisciplina, tenacemente affron­tato, che porta a rapido progresso, si esprime nella puntualità e nella fedeltà al dovere, nella fuga dell´ozio, nello scrupolo del tempo : nel dovere insomma della fedeltà, adempito con spirito di nobile preci­sione (1).

Ricordiamo, di passaggio, quel che fu detto delle doti native del cuore, che portano alla carità generosa e spiccatamente, tipicamente, alla gra­titudine più delicata. Codesta disposizione nativa alla bontà, uscita fuor dalla scoria della dissipazione trascurata, non si limita ai bisogni e favori esterni, ma conduce l´anima ormai permeata dalla fede, che ha appreso nella sua lotta interiore il profondo orrore del male, ad un energico lavoro di appugnazione al male e ad un apostolato che riesce a vere conversioni tra i suoi compagni.

Vi è in lui la vera caratteristica, la prima e più vera, delle anime veramente di Dio, ch´è l´orrore del peccato. Anima sveglia di per sè e vigilante ora, attenta alle più piccole cose, col suo piglio ardimentoso se ne difende, e vi oppone ingegnosamente i sette carabinieri della Madonna, e lo combatte anche dove lo vede in altri.

È un´anima casta, nativamente amante della purezza. Ancor di sem­plici costumi a tredici anni, quando vive la vita della piazza (ma si noti che, in fin dei conti, quei ragazzi giocavano il più innocente, benché vivace e rumoroso dei giochi : giocavano ai ladri, come precisamente si giocava all´Oratorio !), egli vede nella illibatezza non solo una virtù opposta al male, ma uno stato, un modo di essere dell´amore alla sua Madonna (e qui c´entra chissà quanto la prima educazione materna), e vuoi donarsi a Lei, e votarsi allo stato ecclesiastico per essere sempre nel cielo della virtù che piace a Maria.

L´ANIMA MARIANA

Tutto il bene che fa il Magone, e i suoi progressi medesimi, sono ispirati dalla divozione alla Madonna. È un´anima caratteristicamente mariana. È una propria e speciale, anzi individuale, attrazione della grazia, che mette in strettissimo congiungimento la divozione e la virtù. E se le propensioni a certe divozioni (quella di Maria poi le domina tutte) sono omogenee per lo più alle indoli personali, non v´ha dubbio

(1) Nei due studi sul Savio e sul Besucco questa dottrina spirituale della fedeltà

si vedrà estesamente svolta e copiosamente commentata con le stupende e precise citazioni del Faber.

 

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che in tale attrazione devozionale si abbia da vedere una propria voca­zione spirituale (1).

Nel nostro giovanetto è così. Tutta la sua vita di scolaro è legata all´invocazione : Sedes Sapientiae o. p. m. I nuovi impegni di virtù sono ispirati dal mese di maggio : non solo mette in posizione i suoi sette carabinieri, ma allora vorrebbe consacrarsi a Maria col voto di castità, come S. Luigi. Verso il termine (sia pure inconscio) della vita, la tenerissima divozione all´Immacolata ascende fino al distacco da sè per esser tutto di Lei e non vivere che per la sua Madonna, e lo scrive (2).

E in presenza della morte, ciò che lo persuade ad accettarla, che ras­serena un passeggero turbamento (la domenica 16 gennaio, nel dram­matico colloquio con Don Bosco), ciò che anzi gli fa sembrar bello il morire, e gli rende così semplice il passare dalla casa di qui alla casa di là, è l´idea di « andare a fare una visita alla B. V. in cielo», di pre­sentarsi alla Madonna e stare con Lei; perfino i terrori del giudizio svaniscono perchè « con me ci sarà anche la Madonna ». E quando, un quarto d´ora prima di spirare, gli si domanda : « Che cosa ti consola di più in questo momento? », egli risponde : « ... quel poco che ho fatto in onore di Maria».

Codesta attrazione e preferenza devozionale (naturale, del resto, in ogni anima che vive nello spirito), nulla detraeva in lui, chè sarebbe stata una contraddizione impossibile a casa di Don Bosco, alla vita eucaristica. La divozione eucaristica e la mariana sono interdipendenti e inseparabili (3), e Don Bosco non le ha vedute se non così, come dimostra l´essere egli stato nel suo tempo il più grande ( e praticamente il più efficace) apostolo della vita eucaristica e del culto mariano, e l´aver sempre con­giunte insieme nelle forme impetratorie le due divozioni.

La vita eucaristica del Magone non è, nel dettato della biografia, oggetto di riflessi particolari ed estesi : essa è lasciata intravedere dagli

accenni alle sue visite in chiesa, alla sua regolare frequenza alla comu­nione per determinati fini di carità spirituale : per le anime del purga­torio, per gli agonizzanti, per i suoi benefattori, per l´onore di Maria. Forse un altro anno non avrebbe vissuto, senza pervenire, come il Savio, alla comunione quotidiana.

Ma in questo campo medesimo della divozione, e delle divozioni (giacchè non sono escluse le altre) è singolare, e Don Bosco lo fa notare,

(1)  Teoria largamente e sodamente esposta da. P. FABER, Betlemme, pagg. 224, 228, 230.

(2)  Capo XIII : il primo e il sesto (ultimo) dei propositi che si scrive per la Novena.

(3)  FABER, 11 SS. Sacramento, pagg. 154-155: « Nella divozione è quasi sino­nimo il dire che uno è grande divoto della Madonna e che è grande divoto del SS. Sacramento ».

 

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il suo studio delle piccole pratiche : il che dice d´un´anima attenta a procacciarsi il più che può di piccoli meriti e far, come si direbbe, tanti atti di gentilezza verso Gesù e la sua Madonna.

La più caratteristica delle note di quella spiritualità è la disinvoltura, l´allegria, il senza scrupoli: tutto questo insieme di attenzioni, di lavoro, di atti di pietà, non diminuiscono, non impacciano l´agilità di quello spirito, che appunto riesce ad una pietà, quale nella sua età non può pensarsi più compiuta.

Allora, alla fine, come per racchiudere in una parola tutto quello che nel suo Magone Don Bosco ha veduto, allora viene la definizione

chiara e perfetta : «In quanto alla pietà egli era giunto ad un grado che nella sua età io non avrei saputo quale cosa aggiungere o quale cosa togliere per fare un modello alla gioventù» (capo XIII, pag. 65, ediz.

È una grande parola, specialmente in bocca di colui che vive del­l´ideale di salvare la gioventù mediante la vita cristiana. Vi sono esempi più alti : eroi della mortificazione, spiriti dotati di evidenti carismi gra­tuiti, anime eucaristicamente trasumanate, capaci dell´orazione continua

e dell´assorbimento estatico della preghiera : quello è Domenico Savio, e, in qualche parte, il futuro Besucco, come altri più numerosi ai quali di quando in quando Don Bosco accennò senza far nomi.

IL MODELLO DEI « QUASI TUTTI »

La Vita del Magone non è dettata secondo una tipologia, né facendo risentire che vien dopo quella del Savio : essa vuol darci il modello dei quasi tutti, mostrando il campione qual è. Per esempio, non vi è un capitolo dedicato alla mortificazione. Magone conosce la mortificazione, e la vorrebbe, se gliela concedessero (capo VIII): ma soprattutto pratica la mortificazione delle piccole, assidue rinunzie, e più quella della pre­cisione anche nei doveri più minuti e nascosti (chi va a vedere se, dato un ordine, la penna non termina la parola?), due cose ben ardue per un temperamento come il suo, tagliato a grande maniera. Non dico della mortificazione dei sensi, ch´è una specialità doverosa per tutti.

Così egli prega molto, prega a tempo, e prega oltre il tempo; ma non ha mai l´orazione continua, propria di anime viventi di vita uni­tiva (1): ha il dono e la grazia della preghiera, che è più dell´abito della preghiera (2), ma non è ancora l´unione continua con Dio. La sua vita eucaristica, forte, convinta, divota, non eccede la misura dei cristiani fervorosi.

(1)    TANQUEREY, op. cit., n. 1303.

(2)    FABER, Progressi, cit., cap. IL pag. 18.

 

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Non vi saranno dunque gli estremi per un processo canonico : manca quell´eroico così difficile a definirsi, specialmente in quell´età (benchè a diventar com´ egli era divenuto, un po´ d´eroismo, non è vero? ci vuole); così non vi appare il soprannaturale. Col tempo, forse, poteva venire anche quel che si desidera, e non ne manca qualche segno; ma quando il buon Dio regala ad una creatura una morte come quella di Michele Magone, che cosa importa se colui che è santo in Paradiso non è un santo da porre sugli altari? Multiformis gratia Dei, ripetiamo anche qui.

Ma per Don Bosco il Magone è modello alla gioventù, perchè il Santo Educatore pensa che tutta la gioventù fino a quel punto può arri­vare. In questo è il valore del libro.

PEDAGOGIA INTERNA ED ESTERNA

Certamente qui ha lavorato la grazia di Dio, e il Santo Scrittore lo dice fin dalla prefazione : che cioè si tratta di un´arresa e corrispon­denza alla grazia di Dio. Ma, come giova ripetere, questa si è anche valsa della mano educatrice di lui, e la « corrispondenza alla grazia» è praticamente la docilità alla guida del suo Maestro : sicché l´esito meraviglioso è un prodotto della pedagogia spirituale di Don Bosco. Di tale pedagogia una parte, quella più intima e delicata, ch´è la direzione interna, sfugge alla nostra vista, così come sfugge nel Savio, che pure Don Bosco dice essersi fatto santo con la confessione (cfr. Vita, capo XXVII), e sfugge del resto in ogni altro; al più c´è la questione, ch´è pure esterna, degli scrupoli (capo IV), che nel caso presente sono accennate come pericolo possibile e non come fatto, mentre nel Savio si ricordano come fenomeno passeggero (capo XIV), con la didascalia del superamento quale è nel Magone al passo accennato; ma, infine, la dire­zione interna può solo arguirsi dal riflesso che ha sulla vita che si vede o dai princìpi pratici che si sanno seguiti dal Santo in tal ministero, e che valevano a formare quella moltitudine di anime elette delle quali si abbelliva a quei tempi «il giardino dell´Oratorio» : primo e principale tra tutti la funzione educatrice della confessione con l´esercizio della volontà, e il riflesso pedagogico, o meglio, psicologico, della comunione commisurata alla capacità morale e spirituale degl´individui (1). È l´attuazione delle idee di S. Francesco di Sales passate attraverso il sistema alfonsiano. Esternamente, nello svolgersi della vita quotidiana e della educazione giovanile, quale ordinariamente s´intende, vi è pure una pedagogia visi­bile, che muove da principi definiti e rimasti esemplari : della quale, se nel libro nostro non appaiono le didascalie, non mancano i saggi sparsi

(1) Di questo è discorso espressamento nello studio sul Savio Domenico e sul Besucco.

 

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e la linea generale nei vari momenti della vita del giovanetto e negli episodi che vi si inseriscono.

Il principio della disciplina familiare, della confidenza filiale, della convivenza fraterna, della libertà non abusata; il tono dell´allegria nel­l´ambito della naturale espansione e in tutto il clima circostante; l´auto­disciplina consapevole e indotta colla persuasione della bontà fino alla convinzione, nella diligenza del dovere e nella vita del lavoro, la stessa austerità del tenore di vita ridotto alla massima semplicità; il tutto adempiuto con coscienza e per coscienza, sotto l´ispirazione non incom­bente, ma elevatrice e confortevole degli alti ideali, e diremmo della visione superiore della Religione; tra tutto, l´effetto difficilmente oppu­gnabile del comune tenor di condotta con l´esempio dei molti buoni e dei non cattivi, con l´apostolato dei migliori, col consiglio quotidiano collettivo e personale; per quel tempo e ancor per del tempo appresso, la presenza irradiatrice di Don Bosco tra i suoi figliuoli : tutto forma una somma di dati pedagogici che sono altrettanti fatti morali, i quali debbono aver lavorato quell´anima, nella quale la grazia di Dio e la sapienza ispirata del Santo Educatore coltivarono una feracità non comune e degna di memoria esemplare.

AL CUORE COL CUORE

Codesta feracità (o recettività, direbbero) era aiutata, sì, e fino ad un certo punto, dalle qualità dello spirito aperto e precoce : ma non sarebbe stata capace di nulla, senza le doti del cuore, e del buon cuore. L´intera Vita di Magone, dal primo all´ultimo capo, dal primo dialogo di Carmagnola, dove il piccolo scioperato accenna a sua madre, fino alle ultime parole, quando a lei e a Don Bosco assicura il suo ricordo presso la sua Madonna, è uno stupendo documento, e dovrei dire, un vero can­tico del buon cuore. Non v´è altro scritto del Santo Maestro dove il cuore, quello che umanamente si chiama il buon cuore e il cuore buono, abbia la parte dominante come in questo, e sia senz´altro il protagonista di tutto codesto stupendo dramma biografico, dettato dal cuore di Don Bosco.

Io lo affermo qui, a conclusione di tutto il mio discorso, perchè, se ho voluto presentare nel Magone una classica esperienza educativa, fu perchè essa è fondata tutta sul principio, che sta per Don Bosco sopra ad ogni altro concetto educativo, che per educare bisogna scendere col proprio cuore nel cuore del giovane, e che, quando questo risponde, tutta l´educazione (ditela pedagogia, non importa) è assicurata.

La Vita di Magone è un classico esemplare dell´educazione per le vie del cuore : per questo riuscirà in ogni tempo il documento classico della Pedagogia di Don Bosco.

 

Giovani Carissimi,

Tra quelli di voi, giovani carissimi, che ansiosi aspettavano la pub­blicazione della vita di Savio Domenico eravi il giovanetto Magone Michele. Esso in modo industrioso ora dall´uno ora dall´altro raccoglieva i tratti speciali delle azioni, che di quel modello di vita cristiana si rac­contavano; adoperandosi poi con tutte le sue forze per imitarlo; ma ardentemente desiderava che gli si porgessero insieme raccolte le virtù di colui che egli voleva proporsi a maestro. Se non che appena poteva leggerne alcune pagine, che il Signore ponendo fine alla sua vita mortale chiamavalo, come fondatamente si spera, a godere la pace de´ giusti in compagnia dell´amico di cui intendeva farsi imitatore (1).

La vita singolare o meglio romantica di questo vostro compagno eccitò in voi il pio desiderio di vederla eziandio stampata; e me ne faceste ripetutamente dimanda. Laonde mosso da queste domande e dal­l´affetto che nutriva verso quel nostro comune amico, mosso anche dal pensiero che questo tenue lavoro sarebbe tornato dilettevole e nel tempo stesso utile alle anime vostre, mi sono determinato di appagarvi racco­gliendo quanto di lui avvenne sotto ai nostri occhi per darvelo stampato in un libretto.

Nella vita di Savio Domenico voi osservate la virtù nata con lui, e coltivata fino all´eroismo in tutto il corso della vita sua mortale.

In questa di Magone noi abbiamo un giovanetto che abbandonato a se stesso era in pericolo di cominciar a battere il tristo sentiero del male; ma che il Signore invitò a seguirlo. Ascoltò egli l´amorosa chiamata e costantemente corrispondendo alla grazia divina giunse a trarre in ammi­razione quanti lo conobbero, palesandosi così quanto siano maravigliosi gli effetti della grazia di Dio verso di coloro che si adoperano per corrispondervi.

Voi troverete qui parecchie azioni da ammirare, molte da imitare, anzi incontrerete certi tratti di virtù, certi detti che sembrano anche supe­riori all´età di quattordici anni (2). Ma appunto perché sono cose non

9 - Opere e scritti._. Vol. V.

 

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comuni mi parvero degne di essere scritte. Ogni lettore per altro è sicuro della verità dei fatti; imperciocchè io non feci altro che disporre e col­legare in forma storica quanto è avvenuto sotto agli occhi di una molti­tudine di viventi, che ad ogni momento possono essere interrogati su quanto viene ivi esposto. ‑

In questa terza edizione aggiunsi parecchi fatti che non mi erano noti quando fu fatta la prima; altri fatti poi meglio spiegati per le speciali circostanze che posteriormente da fonti sicure ho potuto attingere intorno ai medesimi.

La divina Provvidenza che dà lezione all´uomo col chiamare quando vecchi cadenti, quando giovanetti imberbi, ci conceda il grande favore di poterci trovare tutti preparati in quell´ultimo momento da cui dipende la beata o la infelice eternità. La grazia di nostro Signor Gesù Cristo sia il nostro aiuto nella vita, nella morte, e ci assista nella via che con- ­duce al Cielo. Così sia.


CAPO I

Curioso incontro

Una sera di autunno io ritornava da Sommariva del Bosco (3),

e    giunto a Carmagnola dovetti attendere oltre un´ora il convoglio della ferrovia per Torino. Già suonavano le ore sette, il tempo era nuvoloso, una densa nebbia risolvevasi in minuta pioggia. Queste cose contribuivano a rendere le tenebre così dense, che a distanza di un passo non sarebbesi più conosciuto uomo vivente. Il fosco lume della stazione lanciava un pallido chiarore che a poca distanza dello scalo perdevasi nell´oscurità. Soltanto una turba di giovanetti con trastulli

e    schiamazzi attraevano l´attenzione, o meglio assordavano le orecchie degli spettatori. Le voci di aspetta, prendilo, corri, cogli questo, arresta quell´altro servivano ad occupare il pensiero dei viaggiatori. Ma tra quelle grida rendevasi notabile una voce che distinta al7avasi a domi­nare tutte le altre; era come la voce di un capitano, che ripetevasi da compagni ed era da tutti seguita quale rigoroso comando. Tosto nacque in me vivo desiderio di conoscere colui che con tanto ardire,

e    tanta prontezza sapeva regolare il trastullo in mezzo a così svariato schiamazzo. Colgo il destro che tutti sono radunati intorno a colui che la faceva da guida; di poi con due salti mi lancio tra di loro. Tutti fuggirono come spaventati; un solo si arresta; si fa avanti e appoggiando le mani sui fianchi con aria imperatoria comincia a par­lare così:

—   Chi siete voi, che qui venite tra i nostri giuochi ?

—   Io sono un tuo amico.

—   Che cosa volete da noi ?

—   Voglio, se ne siete contenti, divertirmi e trastullarmi con te

e    coi tuoi compagni.

—   Ma chi siete voi ? Io non vi conosco (4).

—   Te lo ripeto, io sono un tuo amico: desidero di fare un po´ di ricreazione con te e coi tuoi compagni. Ma tu chi sei ?

 

204

—   Io ? Chi sono ? Io sono, soggiunse con grave e sonora voce, Magone Michele, generale della ricreazione.

Mentre facevansi questi discorsi, gli altri ragazzi, che un panico timore aveva dispersi, uno dopo l´altro ci si avvicinarono e si rac­colsero intorno a noi. Dopo avere vagamente indirizzato il discorso ora agli uni, ora agli altri, volsi di nuovo la parola a Magone e con­tinuai così:

—   Mio caro Magone, quanti anni hai ?

—   Ho tredici anni.

—   Vai già a confessarti ?

—   Oh sì, rispose ridendo.

—   Sei già promosso alla s. Comunione ?

—   Sì che sono già promosso, e ci sono già andato.

—   Hai tu imparata qualche professione ?

—   Ho imparato la professione del far niente.

—   Finora che cosa hai fatto ?

—   Sono andato a scuola. — Che scuola hai fatto ?

—   Ho fatto la terza elementare.

—   Hai ancora tuo padre ?

—   No, mio padre è già morto.

—   Hai ancora la madre ?

—   Sì, mia madre è ancora viva e lavora a servizio altrui, e fa quanto può per dare del pane a me ed ai miei fratelli che la facciamo continuamente disperare.

—   Che cosa vuoi fare per l´avvenire ?

—   Bisogna che io faccia qualche cosa, ma non so quale.

Questa franchezza di espressioni, unita ad una loquela ordinata e assennata, fecemi ravvisare un gran pericolo per quel giovane qualora fosse lasciato in quella guisa abbandonato. D´altra parte sembravami che se quel brio, e quell´indole intraprendente fossero coltivati, egli avrebbe fatto qualche buona riuscita: laonde ripigliai il discorso così:

—   Mio caro Magone, hai tu volontà di abbandonare questa vita da monello e metterti ad apprendere qualche arte o mestiere, oppure continuare gli studi ?

—   Ma sì, che ho volontà, rispose commosso, questa vita da dan­nato non mi piace più; alcuni miei compagni sono già in prigione; io temo altrettanto per me; ma che cosa devo fare ? Mio padre è morto, mia madre è povera, chi mi aiuterà ?

—   Questa sera fa una preghiera fervorosa al Padre nostro che è nei cieli; prega di cuore, spera in lui, egli provvederà per me, per te e per tutti.

 

205

In quel momento la campanella della stazione dava gli ultimi tocchi, ed io doveva partire senza dilazione. Prendi, gli dissi, prendi questa medaglia, domani va da D. Ariccio tuo vice-paroco; digli che il prete il quale te l´ha donata desidera delle informazioni sulla tua condotta.

Prese egli con rispetto la medaglia; ma quale è il vostro nome, di qual paese siete ? D. Ariccio vi conosce ? queste ed altre cose andava domandando il buon Magone, ma non ho più potuto rispondere, perchè essendo giunto il convoglio della ferrovia, dovetti montare in vagone alla volta di Torino (5).

CAPO II

Sua vita precedente e sua venuta all´Oratorio di S. Francesco di Sales

Il non avere potuto conoscere il prete, con cui aveva parlato, fece nascere in Magone vivo desiderio di sapere chi egli fosse; quindi invece di aspettare l´indomani si recò immediatamente dal sig. Can. D. Ariccio (6) raccontando con enfasi le cose udite. Il vice-paroco comprese ogni cosa, e nel giorno seguente mi scrisse una lettera in cui dava giusto ragguaglio delle maraviglie riguardanti alla vita del nostro generale.

« Il giovane Magone Michele, mi scriveva, è un povero ragazzo orfano di padre; la madre dovendo pensare a dar pane alla famiglia non può assisterlo, perciò egli passa il suo tempo nelle vie e nelle piazze coi monelli. Ha un ingegno non ordinario: ma la sua volubilità e sbadataggine l´hanno fatto licenziare più volte dalla scuola; tuttavia egli ha fatto abbastanza bene la terza elementare.

« In quanto alla moralità io lo credo buono di cuore, e di semplici costumi; ma difficile a domarsi. Nelle classi di scuola o di catechismo è il disturbatore universale; quando non interviene tutto è in pace; e quando se ne va via, fa un beneficio a tutti.

« L´età, la povertà, l´indole, l´ingegno lo rendono degno d´ogni caritatevole riguardo. Egli è nato il 19 settembre nel 1845 ».

Dietro queste informazioni ho deciso di riceverlo tra i giovani di questa casa per destinarlo allo studio o ad un´arte meccanica. Ricevuta la lettera di accettazione il nostro candidato era impaziente di venire a Torino. Pensavasi egli di godere le delizie del paradiso terrestre, e diventare padrone dei danari di tutta questa capitale.

Pochi giorni dopo me lo vedo comparire avanti. Eccomi, disse, correndomi incontro, eccomi, io sono quel Magone Michele che avete incontrato alla stazione della ferrovia a Carmagnola.

 

206

—   So tutto, mio caro; sei venuto di buona volontà ?

—   Sì, sì, la buona volontà non mi manca.

—   Se hai buona volontà, io ti raccomando di non mettermi sos­sopra tutta la casa.

—   Oh state pure tranquillo, che non vi darò dispiacere (7). Pel passato mi sono regolato male; per l´avvenire non voglio più che sia così. Due miei compagni sono già in prigione ed io...

—   Sta di buon animo; dimmi soltanto se ami meglio di studiare, o intraprendere un mestiere ?

—   Sono disposto di fare come volete; se però mi lasciate la scelta, preferirei di studiare.

—   Posto che ti metta allo studio, che cosa ti sembra di avere in animo di fatie terminate le tue classi ?

—   Se un birbante... ciò disse e poi chinò il capo ridendo.

—   Continua pure, che vuoi dire: se un birbante...

—   Se un birbante potesse diventare abbastanza buono per ancora farsi prete (8), io mi farei volentieri prete.

—   Vedremo adunque che cosa saprà fare un birbante. Ti metterò allo studio: in quanto poi al farti prete od altro, ciò dipenderà dal tuo progresso nello studio, dalla tua condotta morale, e dai segni che darai di essere chiamato allo stato ecclesiastico.

—   Se gli sforzi di una buona volontà potranno riuscire a qualche cosa, vi assicuro che non avrete ad essere malcontento di me.

Per prima cosa gli venne assegnato un compagno, che a lui facesse da Angelo custode (9). È consuetudine di questa casa che quando si riceva qualche giovanetto di moralità sospetta o non abbastanza conosciuta si affidi ad un allievo dei più anziani della casa, e di moralità assicurata, affinchè lo assista, lo corregga secondo il bisogno fino a tanto che si possa senza pericolo ammettere cogli altri compagni. Senza che Magone il sapesse, nel modo più accorto e più caritatevole quel, compagno non lo perdeva mai di vista; lo accompagnava nella scuola, nello studio, nella ricreazione: scherzava con lui, giuocava con lui. Ma ad ogni momento bisognava che gli dicesse: Non fare questo discorso che è cattivo; non dire quella parola, non nominare il santo nome di Dio invano. Ed egli, sebbene spesso gli apparisse l´impazienza sul volto, non altro diceva che: bravo, hai fatto bene di avvisarmi; tu sei proprio un buon compagno. Se pel passato avessi avuto te per compagno non avrei contratte queste pessime abitudini che adesso non posso più abbandonare.

Nei primi giorni egli non provava gusto quasi in nessuna cosa dalla ricreazione in fuori. Cantare, gridare, correre, saltare, schiamaz­zare erano gli oggetti che appagavano l´indole sua focosa e vivace.

 

207

Quando però il compagno gli diceva: Magone, il campanello ci invita allo studio, alla scuola, alla preghiera o simili, dava ancora un com­passionevole sguardo ai trastulli, di poi, senza opporre difficoltà anda­vasene ove il dovere lo chiamava.

Ma un bel momento di vederlo era quando il campanello dava il segno del fine di qualche dovere, cui teneva dietro la ricreazione. Sembrava che uscisse dalla bocca di un cannone; volava in tutti gli angoli del cortile; ogni trastullo ove fosse stata impiegata destrezza corporale, formava la sua delizia. Il giuoco che noi diciamo barrarotta era a lui prediletto ed in esso era celeberrimo. Mescolando così la ricreazione agli altri doveri scolastici egli trovava assai dolce il novello tenore di vita.

CAPO III

Difficoltà e riforma morale

Il nostro Michele era da un mese nell´Oratorio, e di ogni occupa­zione servivasi come mezzo a far passare il tempo; egli era felice purchè avesse avuto campo a fare salti e star allegro, senza riflettere che la vera contentezza deve partire dalla pace del cuore, dalla tranquillità di coscienza. Quando all´improvviso cominciò a scemare quell´ansietà di trastullarsi! Appariva alquanto pensieroso, nè più prendeva parte ai trastulli, se non invitato. Il compagno che gli faceva da custode se ne accorse, e cogliendone l´occasione un giorno gli parlò così:

—   Mio caro Magone, da qualche giorno io non ravviso più nel tuo volto la solita giovialità; sei forse male in salute ?

—   Oibò, di salute sto benissimo.

—   Da che adunque deriva questa malinconia ?

—   Questa malinconia deriva dal vedere i miei compagni a pren­dere parte alle pratiche di pietà. Quel vederli allegri, pregare, acco­starsi alla Confessione, alla Comunione mi cagiona continua tristezza.

—   Non capisco come la divozione degli altri possa esserti oggetto di malinconia.

—   La ragione è facile a capirsi: i miei compagni, che sono già buoni, praticano la religione e si fanno ancora più buoni; ed io che sono un birbante non posso prendervi parte, e questo mi cagiona grave rimorso e grande inquietudine.

—   Oh ragazzo che sei! Se ti cagiona invidia la felicità dei compagni, chi ti impedisce di seguirne l´esempio ? se hai rimorsi sulla coscienza non puoi forse levarteli ?

 

208

—   Levarteli._ levarteli... presto detto! ma se tu fossi ne´ miei panni, diresti eziandio che... (10): ciò detto, crollando il capo in segno di rabbia e di commozione, fuggì nella sacristia.

Il suo amico lo seguì, e come lo raggiunse: mio caro Magone, gli disse, perchè mi fuggi ? Dimmi le tue pene; chissà che io non sappia suggerirti il modo di sollevarle ?

—   Tu hai ragione, ma io mi trovo in un pasticcio.

—   Qualunque pasticcio tu abbia, avvi mezzo per aggiustarlo.

—   Come mai potrò darmi pace se mi sembra di aver mille demonii in corpo ?

—   Non affannarti; va dal confessore, aprigli lo stato della tua coscienza; egli ti darà tutti i consigli che ti saranno necessari. Quando noi abbiamo dei fastidi facciamo sempre così; e perciò siamo sempre allegri.

—   Questo va bene ma... ma... intanto si mise a piangere. Passa­rono ancora alcuni giorni, e la malinconia giungeva alla tristezza. Il trastullarsi tornavagli di peso; il riso non appariva più sulle sue labbra; spesso mentre i compagni erano corpo ed anima in ricreazione, egli si ritirava in qualche angolo a pensare, a riflettere e talvolta a piangere. Io teneva dietro a quanto accadeva di lui, perciò un giorno lo mandai a chiamare e gli parlai così:

—   Caro Magone, io avrei bisogno che mi facessi un piacere; ma non vorrei un rifiuto.

—   Dite pure, rispose arditamente, dite pure., sono disposto a fare qualunque cosa mi comandiate.

—   Io avrei bisogno che tu mi lasciassi un momento padrone del tuo cuore, e mi manifestassi la cagione di quella malinconia che da alcuni giorni ti va travagliando.

—   Sì, è vero, quanto mi dite, ma... ma io sono disperato e non so come fare. Proferite queste parole diede in un dirotto pianto. Lo lasciai disfogare alquanto; quindi a modo di scherzo gli dissi: CoMe! tu sei quel generale Michele Magone capo di tutta la banda di Carmagnola ? Che generale tu sei! non sei più in grado di esprimere colle parole quanto ti duole nell´animo.

—   Vorrei farlo, ma non so come cominciare; non so esprimermi.

—   Dimmi una sola parola, il rimanente lo dirò io.

—   Ho la coscienza imbrogliata.

—   Questo mi basta; ho capito tutto. Aveva bisogno che tu dicessi questa parola affinché io potessi dirti il resto. Non voglio per ora entrare in cose di coscienza; ti darò solamente le norme per aggiustare ogni cosa. Ascolta adunque: se le cose di tua coscienza sono aggiu­state nel passato, preparati soltanto a fare una buona confessione,

 

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esponendo quanto ti è accaduto di male dall´ultima volta che ti sei confessato. Che se per timore o per altro motivo hai ommesso di confessare qualche cosa; oppure conosci qualche tua confessione man­cante di alcuna delle condizioni necessarie, in questo caso ripiglia la confessione da quel tempo in cui sei certo di averla fatta bene, e con­fessa qualunque cosa ti possa dare pena sulla coscienza.

—   Qui sta la mia difficoltà. Come mai potrò ricordarmi di quanto mi è avvenuto in più anni addietro ?

—   Tu puoi aggiustare tutto colla massima facilità. Di´ solo al confessore che hai qualche cosa da rivedere nella tua vita passata, di poi egli prenderà il filo delle cose tue, di maniera che a te non rimarrà più altro se non dire un sì o un no; quante volte questa o quella cosa ti sia accaduta.

CAPO IV

Fa la sua confessione e comincia a frequentare i Ss. Sacramenti

Magone passò quel giorno nel prepararsi a fare l´esame di co­scienza; ma tanto gli stava a cuore di aggiustare le partite dell´anima, che la sera non volle andarsi a coricare senza prima confessarsi. Il Signore, egli diceva, mi aspettò molto, questo è certo; che poi mi voglia ancora aspettare fino a domani è incerto. Dunque se questa sera posso confessarmi, non debbo più oltre differire, e poi è tempo di romperla col demonio. Fece pertanto la sua confessione con grande commozione, e la interruppe più volte per dare corso alle lagrime. Come l´ebbe terminata prima di partire dal confessore gli disse: Vi sembra che i miei peccati mi siano tutti perdonati ? se io morissi in questa notte sarei salvo ?

—   Va pure tranquillo, gli fu risposto. Il Signore che nella sua grande misericordia ti aspettò finora per darti tempo a fare una buona confessione, ti ha certamente perdonati tutti i peccati; e se ne´ suoi adorabili decreti egli volesse chiamarti in questa notte all´eternità, tu sarai salvo.

Tutto commosso, oh quanto mai io sono felice! soggiunse. Di poi rompendo di nuovo in lagrime andò per prendere riposo. Questa fu per lui una notte d´agitazione, di emozione. Egli più tardi espresse ad alcuni suoi amici le idee che in quello spazio di tempo gli corsero per la mente.

« È difficile, soleva dire, di esprimere gli affetti che occuparono il mio povero cuore in quella notte memoranda. La passai quasi intie‑

 

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ramente senza prendere sonno. Rimaneva qualche momento assopito, e tosto l´immagine facevami vedere l´inferno aperto pieno di demoni. Cacciava, tosto questa tetra immagine riflettendo che i miei peccati erano stati tutti perdonati, e in quel momento sembravami di vedere una quantità di angeli che mi facessero vedere il paradiso, e mi dices­sero: Vedi che grande felicità ti è riserbata, se sarai costante nei tuoi proponimenti!

Giunto poi alla metà del tempo stabilito pel riposo, io era così pieno di contentezza, di commozione e di affetti diversi, che per dare qualche sfogo all´animo mio mi alzai, mi posi ginocchioni, e dissi più volte queste parole: Oh quanto mai sono disgraziati quelli che cadono in peccato! ma quanto più sono infelici coloro che vivono nel peccato. Io credo che se costoro gustassero anche un solo momento la grande consolazione che provasi da chi si trova in grazia di Dio, tutti andrebbero a confessarsi per placare l´ira di Dio, dare tregua ai rimorsi della coscienza, e godere della pace del cuore. O peccato, peccato! che terribile flagello sei tu a coloro che ti lasciano entrare nel loro cuore! Mio Dio, per l´avvenire non voglio mai più offendervi; anzi vi voglio amare con tutte le forze dell´anima mia; che se per mia disgrazia cadessi anche in un piccolo peccato andrò tosto a con­fessarmi ».

Così il nostro Magone esprimeva il suo rincrescimento di aver offeso Dio, e prometteva di mantenersi costante nel santo divino ser­vizio. Di fatto egli cominciò a frequentare i Ss. sacramenti della Con­fessione e della Comunione; e quelle pratiche di pietà, che prima gli cagionavano ripugnanza, dopo le frequentava con grande trasporto di gioia. Anzi provava tanto piacere nel confessarsi, e vi andava con tanta frequenza, che il confessore dovette moderarlo per impedire che non restasse dominato dagli scrupoli. Questa malattia con grande facilità si fa strada nella mente dei giovanetti quando vogliono darsi davvero a servire il Signore. Il danno ne è grave, perciocchè con questo mezzo il demonio turba la mente, agita il cuore, rende gravosa la pratica della religione; e spesso fa tornare a mala vita coloro che avevano già fatti molti passi nella virtù.

Il mezzo più facile per liberarci da tale sciagura si è l´abbandonarci all´obbedienza illimitata del confessore. Quando esso dice che una cosa è cattiva, facciamo quanto possiamo per non più commetterla. Dice in questa o in quell´altra azione non esservi alcun male ? Si segua il consiglio, e si vada avanti con pace ed allegria di cuore. Insomma l´obbedienza al confessore è il mezzo più efficace per liberarci dagli scrupoli e perseverare nella grazia del Signore.

 

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CAPO V

Una parola alla gioventù

Le inquietudini e le angustie del giovane Magone da un canto, e dall´altra la maniera franca e risoluta con cui egli aggiustò le cose dell´anima sua, mi porge occasione di suggerire a voi, giovani amatis­simi, alcuni ricordi che credo molto utili per le anime vostre (11).

Abbiateli come pegno di affetto di un amico che ardentemente desidera la vostra eterna salvezza.

Per prima cosa vi raccomando di fare quanto potete per non cadere in peccato, ma se per disgrazia vi accadesse di commetterne, non lasciatevi mai indurre dal demonio a tacerlo in confessione. Pensate che il confessore ha da Dio il potere di rimettervi ogni qualità, ogni numero di peccati. Più gravi saranno le colpe confessate, più egli godrà in cuor suo, perchè sa essere assai più grande la misericordia divina che per mezzo di lui vi offre il perdono, ed applica i meriti infiniti del prezioso sangue di Gesù Cristo, con cui egli può lavare tutte le macchie dell´anima vostra.

Giovani miei, ricordatevi che il confessore è un padre, il quale desidera ardentemente di farvi tutto il bene possibile, e cerca di allon­tanare da voi ogni sorta di male. Non temete di perdere la stima presso di lui confessandovi di cose gravi, oppure che egli venga a svelarle ad altri. Perciocchè il confessore non può servirsi di nessuna notizia avuta in confessione per nessun guadagno o perdita del mondo. Dovesse anche perdere la propria vita, non dice nè può dire a chic­chessia la minima cosa relativa a quanto ha udito in confessione. Anzi posso assicurarvi che più sarete sinceri ed avrete confidenza con lui, egli pure accrescerà la sua confidenza in voi e sarà sempre più in grado di darvi quei consigli ed avvisi che gli sembreranno maggior­mente necessari ed opportuni per le anime vostre.

Ho voluto dirvi queste cose affinché non vi lasciate mai ingannare dal demonio tacendo per vergogna qualche peccato in confessione. Io vi assicuro, o giovani cari, che mentre scrivo mi trema la mano pensando al gran numero di cristiani che vanno all´eterna perdizione, soltanto per aver taciuto o non aver esposto sinceramente certi pec­cati in confessione! Se mai taluno di voi ripassando la vita trascorsa venisse a scorgere qualche peccato volontariamente ommesso, oppure avesse solo un dubbio intorno alla validità di qualche confessione, vorrei tosto dire a costui: Amico, per amore di Gesù Cristo, e pel sangue prezioso che egli sparse per salvare l´anima tua, ti prego di

 

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aggiustare le cose di tua coscienza la prima volta che andrai a con­fessarti, esponendo sinceramente quanto ti darebbe pena se ti tro­vassi in punto di morte. Se non sai come esprimerti, di´ solamente al confessore che hai qualche cosa che ti dà pena nella vita passata.

Il confessore ne ha abbastanza; seconda solo quanto egli ti dice, e poi sta sicuro che ogni cosa sarà aggiustata.

Andate con frequenza a trovare il vostro confessore, pregate per lui, seguite i suoi consigli. Quando poi avrete fatta la scelta di un confessore che conoscete adattato pei bisogni dell´anima vostra, non cangiatelo più senza necessità. Finchè voi non avete un confessore stabile (12), in cui abbiate tutta la vostra confidenza, a voi mancherà sempre l´amico dell´anima. Confidate anche nelle preghiere del con­fessore, il quale nella santa messa prega ogni giorno pe´ suoi penitenti, affinchè Dio loro conceda di fare buone confessioni e possano perse­verare nel bene: pregate anche voi per lui.

Potete però senza scrupolo cangiare confessore quando voi o il confessore cangiaste dimora e vi riuscisse di grave incomodo il recarvi presso di lui, oppure fosse ammalato, o in occasione di solennità ci fosse molto concorso presso il medesimo. Parimente se aveste qualche cosa sulla coscienza che non osaste manifestare al confessore ordinario, piuttosto di fare un sacrilegio cangiate non una ma mille volte il confessore.

Che se mai questo scritto fosse letto da chi è dalla divina Prov­videnza destinato ad ascoltare le confessioni della gioventù, vorrei, omettendo molte altre cose, umilmente pregarlo a permettermi di dirgli rispettosamente:

1° Accogliete con amorevolezza ogni sorta di penitenti, ma spe­cialmente i giovanetti. Aiutateli ad esporre le cose di loro coscienza; insistete che vengano con frequenza a confessarsi. È questo il mezzo più sicuro per tenerli lontani dal peccato. Usate ogni vostra industria affinchè mettano in pratica gli avvisi che loro suggerite per impedire le ricadute. Correggeteli con bontà, ma non isgridateli mai; se voi li sgridate, essi non vengono più a trovarvi, oppure tacciono quello per cui avete loro fatto aspro rimprovero.

20 Quando sarete loro entrato in confidenza, prudentemente fatevi strada ad indagare se le confessioni della vita passata siano ben fatte. Perocchè autori celebri in morale, in ascetica e di lunga esperienza, e specialmente un´autorevole persona che ha tutte le garanzie della verità, tutti insieme convengono a dire che per lo più le prime con­fessioni dei giovanetti se non sono nulle, almeno sono difettose per mancanza di istruzione, o per ommissione volontaria di cose da con­fessarsi. Si inviti il giovinetto a ponderare bene lo stato di sua co­

 

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scienza particolarmente dai sette sino ai dieci, ai dodici anni. In tale età si ha già cognizione di certe cose che sono grave male, ma di cui si fa poco conto, oppure si ignora il modo di confessarle. Il confessore faccia uso di grande prudenza e di grande riserbatezza, ma non ommetta di fare qualche interrogazione intorno alle cose che riguardano alla santa virtù della modestia.

Vorrei dire molte cose sul medesimo argomento, ma le taccio perchè non voglio farmi maestro in cose di cui non sono che povero ed umile discepolo. Qui ho detto queste poche parole che nel Signore mi sembrano utili alle anime della gioventù, al cui bene intendo di consacrare tutto quel tempo che al Signore Dio piacerà lasciarmi vivere in questo mondo. Ora fo ritorno al giovane Magone.

CAPO VI

Sua esemplare sollecitudine per le pratiche di pietà

Alla frequenza dei sacramenti della Confessione e della Comunione egli unì uno spirito di viva fede, un´esemplare sollecitudine, un con­tegno edificante in tutte le pratiche di pietà. Nella ricreazione egli sembrava un cavallo sbrigliato; in chiesa poi non trovava posto o modo che gli piacesse; ma poco per volta giunse a starvi con tale raccoglimento, che l´avreste messo a modello di qualunque fervoroso cristiano. Si preparava a dovere per l´esame di confessione; al confes­sionale lasciava che altri passasse avanti prima di lui; ed egli sempre raccolto e paziente attendeva che potesse comodamente appressarsi al confessore (13). Fu talvolta veduto durarla quattro ed anche cinque ore raccolto, immobile e ginocchioni sul nudo pavimento per atten­dere l´opportunità di confessarsi. Un compagno volle far prova d´imi­tarlo; ma dopo due ore cadde di sfinimento, nè mai più cercò d´imi­tare il suo amico in quel genere di penitenza. Questo sembrerebbe quasi incredibile in quella tenera età se chi scrive non ne fosse stato testimonio oculare. Ascoltava con grande piacere a parlare del modo edificante con cui Savio Domenico si accostava ai sacramenti della Confessione e Comunione, ed egli si adoperava con tutte le forze per imitarlo (14).

Quando venne in questa casa, lo stare in chiesa era per lui fatica appena sopportabile; alcuni mesi dopo provava grande consolazione per le funzioni religiose comunque prolungate. Ciò che si fa in chiesa, egli diceva, si fa pel Signore, ciò che si fa pel Signore, non si perde più. Un giorno erasi già dato il segno delle sacre funzioni, ed un compagno

 

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lo esortava a volere ancora condurre a termine la partita. Sì, rispose, mi fermo ancora, se tu mi dai la paga che mi dà il Signore. A tali parole quegli si tacque, e andò con lui a compiere quel religioso dovere.

Un altro compagno gli disse una volta: « Non ti senti annoiato delle funzioni quando sono tanto lunghe ? ».

« O ragazzo, ragazzo, tu sei come io era una volta, rispose; tu non conosci le cose utili. Non sai che la chiesa è la casa del Signore ? più staremo in casa sua in questo mondo, maggiore speranza abbiamo di stare poi eternamente con lui nella chiesa trionfante del paradiso. Anzi se coll´uso si acquista diritto nelle cose temporali, perchè non si acquisterà nelle spirituali ? quindi stando noi nella casa materiale del Signore in questo mondo, acquistiamo il diritto di andare un giorno con lui in cielo ».

Dopo l´ordinario ringraziamento della Confessione e Comunione e dopo le sacre funzioni egli si fermava accanto all´altare del SS. Sacra­mento, o davanti a quello della Beata Vergine a fare speciali preghiere. Egli era talmente attento, raccolto e composto nella persona che pareva insensibile ad ogni cosa esterna. Talvolta i compagni uscendo di chiesa e passandogli vicino lo urtavano; spesso inciampavano nei suoi piedi ed anche glieli calpestavano. Ma egli come se nulla avvenisse prose­guiva tranquillo la sua preghiera o meditazione.

Aveva poi molta stima per tutte le cose di divozione. Una medaglia, una piccola croce, una immagine erano per lui oggetti di grande vene­razione. In qualunque momento avesse inteso che si distribuisse la s. Comunione, si recitasse qualche preghiera, o si cantasse qualche lode, fosse in chiesa, o fuori di chiesa, egli tosto interrompeva la ricreazione, e si recava a prendere parte a quel canto, o a quella pratica di pietà.

Amava assai il canto e poichè aveva una voce argentina e gratissima si applicava anche allo studio della musica. In poco tempo acquistò cognizioni da poter prendere parte a pubbliche e solenni funzioni. Ma assicurava, e lo lasciò scritto, che egli non avrebbe giammai voluto sciogliere il labbro a proferire una sola parola che non si potesse indirizzare a maggior gloria di Dio. Pur troppo, egli diceva, questa mia lingua non ha fatto pel passato quello che doveva fare; almeno per l´avvenire potessi rimediare al passato! In un foglietto fra i suoi proponimenti eravi questo: O mio Dio, fate che questa mia lingua resti secca in mezzo ai denti prima di proferire una parola a voi dispiacevole.

L´anno 1858 prendeva parte alle funzioni che nella novena del SS. Natale avevano luogo in un ritiro di questa capitale. Una sera i compagni andavano decantando il buon esito della parte fatta da lui

 

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nel canto di quella giornata. Egli confuso si ritirò in disparte pieno di malinconia. Interrogato del motivo si mise a piangere dicendo: Ho lavorato invano, poichè mi sono compiaciuto quando cantava ed ho perduto la metà del merito; ora queste lodi mi fanno perdere l´altra metà; e per me nulla più rimane che la stanchezza.

CAPO VII

Puntualità ne´ suoi doveri

La sua indole focosa, la sua fervida immaginazione, il suo cuore pieno di affetti lo portavano naturalmente ad essere vivace e a primo aspetto dissipato. Per altro a tempo debito egli sapeva contenersi e comandare a se stesso. La ricreazione, come si è detto, la faceva compiuta. Tutti i lati dell´ampio cortile di questa casa in pochi minuti erano battuti dai piedi del nostro Magone. Nè eravi trastullo in cui egli non primeggiasse. Ma dato il segno dello studio, della scuola, del riposo, della mensa, della chiesa, egli interrompeva ogni ´cosa e correva a compiere i suoi doveri. Era maraviglioso il vedere colui che era l´anima della ricreazione e teneva tutti in movimento, come se fosse portato da una macchina, trovarsi il primo in que´ luoghi ove il dovere lo chiamava (15).

Riguardo ai doveri scolastici stimo bene di riferire qui una parte della giudiziosa dichiarazione del suo professore Sac. Francesia Gio­vanni che l´ebbe a scolaro nelle classi di latinità (16). « Ben volentieri, egli scrive, rendo pubblica testimonianza alle virtù del mio caro alunno Magone Michele. Egli stette sotto la mia disciplina tutto l´anno scolastico 1857 ed una parte del 58-59. Che io mi sappia nulla avvenne di straordinario nel suo primo anno di latinità. Egli si rego­lava costantemente bene. Mediante la sua applicazione e diligenza nella scuola fece in un solo anno due classi di latinità; perciò alla fine di questo anno medesimo meritò di essere ammesso alla classe di terza grammatica latina. Questa sola cosa basta a farci conoscere che il suo ingegno non era ordinario. Non mi ricordo di averlo dovuto sgridare mai per la sua indisciplina; ma placidissimo era egli nella scuola, malgrado la sua grande vivacità, di cui dava splendido saggio nel cortile in tempo di ricreazione. Anzi so che stretto in amichevole relazione coi più buoni dei condiscepoli procurava di imitarne gli esempi. Arrivato al secondo anno (58-59) mi vedeva attorniato da una bella corona di giovani allegri e tutti unanimi nel desiderio di

Casella di testo:

 

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non perdere un piccolo ritaglio di tempo, ma di occuparlo tutto per avanzarsi negli studi. Michele Magone era tra i primi di costoro. Ebbi per altro non poco a maravigliarmi del suo totale cangiamento sì nel fisico che nel morale; ed una cotale insolita gravità mista ad un´aria che lo faceva comparire nella fronte e nello sguardo piuttosto serio; la quale cosa indicava che il cuore di lui era in grave pensiero. Credo che questo cangiamento esterno derivasse dalla presa delibe­razione di volersi dare tutto alla pietà; e poteva veramente proporsi a modello di virtù. Mi pare ancora di vederti, o compianto allievo, in quell´atteggiamento devoto ascoltar me tuo maestro, ma oscuro discepolo delle tue virtù! pareva proprio che si fosse spogliato del­l´antico Adamo. Nel contemplarlo così attento a´ suoi doveri, così alieno dalla divagazione, cosa tanto propria di quella età, chi non avrebbe appropriato a lui il verso di Dante (17):

Sotto biondi capei canuta mente?

« Ricordomi che una volta per tentare l´attenzione ed il profitto del sempre caro discepolo l´invitai a scandere un distico che io aveva poco prima dettato. Son poco capace, mi risponde modestamente Michele. Sentiamo adunqu e il poco, gli soggiunsi.

« Ma che ? il fece tanto bene che fu salutato da me e dai mara­vigliati compagni con prolungati applausi. D´allora in poi il poco di Magone passava per proverbio nella scuola per indicare un giovane segnalato nello studio e nell´attenzione ». Così il suo professore.

Nell´adempimento degli altri suoi doveri era in ogni cosa esemplare. Il superiore della casa aveva più volte detto che ogni momento di tempo è un tesoro. Dunque, egli andava spesso ripetendo, chi perde un momento di tempo, perde un tesoro.

Mosso da questo pensiero non si lasciava sfuggire un istante senza fare quel tanto che le sue forze comportavano. Io ho qui presenti i voti di diligenza e di condotta di ciascuna settimana per tutto il tempo che fu tra noi (18). Nelle prime settimane la condotta fu mediocre, di poi buona, quindi quasi ottima. Dopo tre mesi cominciò ad avere ottima­mente: e così fu in ogni cosa per tutto il tempo che visse in questa casa.

Nella Pasqua di quell´anno (1858) fece gli spirituali esercizi con grande esemplarità pei compagni e con vera consolazione del suo cuore. Effettuò il vivo desiderio di fare la confessione generale, scri­vendosi di poi parecchi proponimenti da praticarsi in tutta la sua vita. Fra gli altri voleva far voto di non mai perdere un momento di tempo. La qual cosa non gli fu permessa. Almeno, egli disse, mi si conceda di promettere al Signore di fare sempre ottimamente nella mia con­dotta. Fa pure, gli rispose il Direttore, purchè questa promessa non

 

Copertina di un quaderno di Michele Magone conservata da Don Rua, prezioso cimelio, nell´Archivio Capitolare Salesiano

 

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abbia forza di voto. Fu allora che egli formò un quadernetto sopra cui preventivamente notava il voto che voleva assolutamente riportare in ciascun giorno della settimana. Coll´aiuto di Dio, egli diceva, e colla protezione di Maria Santissima voglio fare:

Domenica, ottimamente Lunedì, ottimamente

Martedì, ecc. ...........

Ogni mattina poi era suo primo pensiero di portare lo sguardo sopra il piccolo quadernetto, e più volte lungo il giorno il leggeva e rinnovava la promessa di volersi regolare ottimamente. Qualora poi secondo lui vi fosse stata alcuna anche piccola trasgressione, egli la puniva con penitenze volontarie, come sarebbe colla privazione di qualche momento di ricreazione, coll´astinenza di qualche cosa che fosse stata di speciale suo gusto, con qualche preghiera e simili.

Questo quadernetto fu trovato dai compagni dopo la morte di lui, e ne furono molto edificati delle sante industrie usate dal loro condi­scepolo per avanzarsi nella via della virtù. Egli voleva che tutto fosse ottimamente; perciò dato il segno di fare qualche cosa, tosto sospen­deva la ricreazione, rompeva ogni discorso e spesso troncava la parola, deponeva anche la penna a metà di linea per andare prontamente ove il dovere lo chiamava. Talvolta egli diceva: È vero che terminando quanto ho tra mano fo cosa buona; ma il mio cuore non prova più alcuna sod­disfazione nel farla; anzi ne rimane angustiato. Il mio cuore prova il più grande piacere nell´adempimento dei miei doveri di mano in mano che mi sono indicati dalla voce dei superiori o dal suono del campanello.

L´esattezza ne´ suoi doveri non lo impediva di prestarsi a quei tratti di cortesia che sono dalla civiltà e dalla carità consigliati. Perciò egli offerivasi pronto a scrivere lettere per chi ne avesse avuto bisogno. Il pulire abiti altrui, aiutare a portar acqua; aggiustare i letti; scopare, servire a tavola; cedere i trastulli a chi li avesse desiderati; insegnare agli altri il catechismo, il canto; spiegare difficoltà di scuola, erano cose cui egli prestavisi col massimo gusto ogni qualvolta se ne fosse data occasione.

CAPO VIII

Sua divozione verso la B. Vergine Maria

Bisogna dirlo, la divozione verso della Beata Vergine è il sostegno d´ogni fedele cristiano. Ma lo è in modo particolare per la gioventù. Così a nome di lei parla lo Spirito Santo: Si quis est parvulus, veniat

io - Opere e scritti... Vol. V.

 

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ad me (19). Il nostro Magone conobbe questa importante verità, ed ecco il modo provvidenziale con cui vi fu invitato. Un giorno gli fu regalata un´immagine della B. V. nel cui fondo era scritto Venite, fili,

erudite me, timorem Domini docebo vos ; cioè: « Venite, o figliuoli, ascol­tatemi, io vi insegnerò il santo timor di Dio ». Egli cominciò a pensare

seriamente a questo invito; di poi scrisse una lettera al suo direttore in cui diceva come la B. V. gli aveva fatta udire la sua voce, lo chia­mava a farsi buono, e che ella stessa voleva insegnargli il modo di temere Iddio, di amarlo e servirlo.

Cominciò pertanto a farsi alcuni fioretti che costantemente prati­cava in onore di colei che prese ad onorare sotto il titolo di Madre

celeste, divina maestra, pietosa pastora. Ecco dunque i principali tratti di sua filiale divozione che con fervore ognora crescente andava eser­citando verso Maria. Ogni domenica faceva la s. Comunione per quell´anima del Purgatorio che in terra era stata maggiormente divota di Maria SS.

Perdonava volentieri qualunque offesa in onore di Maria. Freddo, caldo, dispiaceri, stanchezza, sete, sudore e simili incomodi delle sta­gioni erano altrettanti fioretti che egli con gioia offeriva a Dio per mano della pietosa sua Madre celeste.

Prima di mettersi a studiare, a scrivere in camera o nella scuola, tirava fuori da un libro un´immagine di Maria, nel cui margine era scritto questo verso :

Virgo parens studiis semper adesto meis.

« Vergine Madre, assistetemi sempre negli studi miei ».

A lei sempre si raccomandava in principio di tutte le scolastiche sue occupazioni. Io, soleva dire, se incontro difficoltà negli studii miei, ricorro alla mia divina Maestra, ed ella mi spiega tutto. Un giorno un suo amico si rallegrava con lui del buon esito del suo tema di scuola. Non con me devi rallegrarti, rispose, ma con Maria che mi aiutò, e mi pose in mente molte cose che da me non avrei saputo.

Per avere ognora presente qualche oggetto che gli ricordasse il patrocinio di Maria nelle ordinarie sue occupazioni, scriveva ovunque potesse: Sedes Sapientiae, ora pro me. « O Maria, sede della sapienza, pregate per me ». Quindi sopra tutti i suoi libri, sulla coperta dei quaderni, sul tavolo, sui banchi, sulla propria sedia, e sopra qua­lunque sito avesse potuto scrivere colla penna o colla matita, leggevasi: Sedes Sapientiae, ora pro me.

Nel mese di maggio di quell´anno 1858 si propose di fare quanto poteva per onorare Maria. In quel mese la mortificazione degli occhi, della lingua, e degli altri sensi fu compiuta. Voleva pure privarsi di

 

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una parte della ricreazione, digiunare, passare qualche tempo della notte in preghiera; ma queste cose gli furono vietate, perchè non compatibili colla sua età.

Sul finire dello stesso mese egli si presentò al suo direttore e dis­segli: Se voi siete contento, voglio fare una bella cosa in onore della gran Madre di Dio. Io so che s. Luigi Gonzaga piacque molto a Maria perchè fin da fanciullo consacrò a lei la virtù della castità. Vorrei anch´io fare questo dono, e perciò desiderio di fare il voto di farmi prete e di conservare perpetua castità.

Il direttore rispose che non era ancora all´età di fare voti di quella importanza. — Pure, egli interruppe, io mi sento grande volontà di danni tutto a Maria; e se a lei mi consacro, certamente ella mi aiuterà a mantenere la promessa. — Fa così, soggiunse il direttore, invece d´un voto limitati a fare una semplice promessa di abbracciare lo stato ecclesiastico, purchè in fine delle classi di latinità appariscano chiari segni di essere al medesimo chiamato. In luogo del voto di castità fa soltanto una promessa al Signore di usare per l´avvenire sommo rigore per non mai fare, nè dire parola, neppure una facezia che per poco sia contraria a quella virtù. Ogni giorno invoca Maria con qualche speciale preghiera affinchè ti aiuti a mantenere questa promessa.

Egli fu contento di quella proposta e con animo allegro promise di adoperarsi quanto poteva in ogni occasione per metterla in ese­cuzione.

CAPO IX

Sua sollecitudine e sue pratiche per conservare la virtù della purità

Oltre alle pratiche suddette aveva eziandio ricevuti alcuni ricordi, cui egli dava massima importanza, e soleva nominarli padri, custodi, ed anche carabinieri della virtù della purità. Noi abbiamo que´ ricordi nella risposta da lui fatta ad una lettera scrittagli da un suo compagno sul finire del mentovato mese di Maria. Scriveva quegli al nostro Michele pregandolo di dirgli che cosa soleva praticare per assicUrarsi la conservazione della regina delle virtù, la purità (20).

Quel compagno mi trasmise la lettera da cui rilevo quanto segue: « Per darti una compiuta risposta, sono parole di Magone, vorrei poterti parlare a voce e dirti più cose che, non sembrano convenienti a scriversi. Qui esporrò soltanto i principali avvisi datimi dal mio direttore, mercè cui mi assicura la conservazione della più preziosa fra le virtù. Un giorno mi diede un bigliettino dicendomi: Leggi e

 

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pratica. Lo aprii, ed era di questo tenore: Cinque ricordi che s. Filippo Neri dava ai giovani per conservare la virtù della purità. Fuga delle cattive compagnie. Non nutrire delicatamente il corpo. Fuga dell´ozio. Frequente orazione. Frequenza dei Sacramenti, specialmente della confessione. Ciò che qui è in breve me lo espose altre volte più dif­fusamente, ed io te lo dico siccome l´ho ascoltato dalla sua bocca. Mi disse egli adunque:

« 10 Mettiti con filiale fiducia sotto alla protezione di Maria; confida in lei, spera in lei. Non si è omai udito al mondo che alcuno abbia con fiducia ricorso a Maria senza che ne sia stato esaudito. Sarà essa tua difesa negli assalti che il demonio sarà per dare all´anima tua. « 20 Quando ti accorgi di essere tentato mettiti sull´istante a fare qualche cosa. Ozio e modestia non possono vivere insieme. Perciò evitando l´ozio vincerai eziandio le tentazioni contro a questa virtù. « 30 Bacia spesso la medaglia, oppure il Crocifisso, fa il segno della s. Croce con viva fede, dicendo: Gesù, Giuseppe, Maria, aiuta­temi a salvare l´anima mia. Questi sono i tre nomi più terribili e più faimidabili al demonio.

« 40 Che se il pericolo continua, ricorri a Maria colla preghiera propostaci da santa Chiesa; cioè: Santa Maria Madre di Dio, pregate per me peccatore.

« 50 Oltre al non nutrire delicatamente il corpo, oltre alla custodia dei sensi, specialmente degli occhi, guardati ancora da ogni sorta di cattive letture. Anzi qualora cose indifferenti fossero a te di pericolo, cessa tosto da quella lettura; per opposto leggi volentieri libri buoni, e tra questi preferisci quelli che parlano delle glorie di Maria e del SS. Sacramento.

«60 Fuggi i cattivi compagni: al contrario fa scelta di compagni buoni, cioè di quelli che per la loro buona condotta odi a lodare dai tuoi superiori. Con essi parla volentieri, fa ricreazione, ma procura di imitarli nel parlare, nell´adempimento del doveri e specialmente nelle pratiche di pietà.

« 70 Confessione e Comunione con quella maggiore frequenza che giudicherà bene il tuo confessore; e se le tue occupazioni il per­mettono, va sovente a fare visita a Gesù Sacramentato ».

Questi erano i sette consigli che Magone nella sua lettera chiama i sette carabinieri di Maria destinati a fare la guardia alla santa virtù della purità. Per avere poi ogni giorno un particolare eccitamento alla pietà, egli ne praticava specialmente uno per ciascun dì della settimana, aggiungendovi qualche cosa in onore di Maria. Così il 10 consiglio era congiunto colla considerazione della prima allegrezza, che gode Maria in cielo, e questo era per la domenica. I120 alla seconda

 

221

allegrezza, ed era pel lunedì; e così del resto. Compiuta la settimana in questa maniera, faceva la medesima alternazione in onore dei sette dolori di Maria, di modo che il consiglio indicato col N0 10 lo pra­ticava la domenica in onore del 10 dolore di Maria, e così degli altri.

Forse taluno dirà che simili pratiche di pietà sono troppo triviali. Ma io osservo che siccome lo splendore della virtù di cui parliamo può oscurarsi e perdersi ad ogni piccolo soffio di tentazione, così qua­lunque più piccola cosa che contribuisca a conservarla, deve tenersi in gran pregio. Per questo io consiglierei di caldamente invigila re che siano proposte cose facili, che non ispaventino, e neppure stanchino il fedele cristiano, massime poi la gioventù (21). I digiuni, le pre­ghiere prolungate e simili rigide austerità per lo più si ommettono, o si praticano con pene e rilassatezza. Teniamoci alle cose facili, ma si facciano con perseveranza. Questo fu il sentiero che condusse il nostro Michele ad un meraviglioso grado di perfezione.

CAPO X

Bei tratti di carità verso del prossimo

Allo spirito di viva fede, di fervore, di divozione verso della B. V. Maria, Magone univa la più industriosa carità verso dei suoi compagni. Sapeva che l´esercizio di questa virtù è il mezzo più efficace per accrescere in noi l´amore di Dio. Questa massima destramente egli praticava in ogni più piccola occasione. Alla ricreazione prendeva parte con tale entusiasmo che non sapeva più se fosse in cielo o in terra. Ma se gli avveniva di vedere un compagno ansioso di trastul­larsi, a lui tostamente cedeva i suoi trastulli, contento di continuare altrimenti la sua ricreazione. Più volte io l´ho veduto a desistere dal giuocare alle pallottole, ovvero bocce, per rimetterle ad un altro; più volte discendere dalle stampelle per lasciarvi montare un collega, che egli in bel modo assisteva e ammaestrava affinchè il trastullo fosse più ameno, e nel tempo stesso esente da pericolo.

Vedeva un compagno afflitto ? se gli avvicinava, il prendeva per mano; lo accarezzava; gli raccontava mille storielle. Se poi giungeva a conoscere la causa di quell´afflizione procurava di confortarlo• con qualche buon consiglio, e se era il caso facevasi di lui mediatore presso ai superiori o presso di chi l´avesse potuto sollevare.

Quando poteva spiegare una difficoltà a qualcheduno; aiutarlo in qualche cosa; servirlo di acqua; aggiustargli il letto, erano per lui

 

222

occasioni di grande piacere. In tempo d´inverno un condiscepolo, soffrendo i geloni, non poteva ricrearsi, nè adempiere i suoi doveri come bramava. Magone scrivevagli volentieri il tema della scuola, ne faceva copia sulla pagina da consegnare al maestro; di più lo aiutava a vestirsi, gli aggiustava il letto, e infine gli diede i suoi medesimi guantini perchè viemmeglio si potesse riparare dal freddo. Che cosa poteva fare di più un giovanetto di quella età ? Di carattere focoso come era, non di rado lasciavasi trasportare ad involontari impeti di collera; ma bastava il dirgli: Magone, che fai ? È questa la vendetta del cristiano ? Ciò bastava per calmarlo, umiliarlo così, che andava egli stesso a domandare scusa al compagno pregandolo di perdonarlo e non prendere scandalo dal suo villano trasporto.

Ma se nei primi mesi che venne all´Oratorio aveva spesso bisogno di essere corretto nei collerici trasporti, colla sua buona volontà giunse

in breve a vincere se stesso e divenire pacificatore dei suoi compagni

medesimi. Perciò nascendo risse di qualsiasi genere, egli sebbene pic­colo di persona, tosto lanciavasi tra i litiganti, e con parole, ed anche

colla forza procurava di calmarli. Noi siamo ragionevoli, soleva dire,

dunque in noi deve comandare la ragione e non la forza. Altra volta aggiungeva: Se il Signore appena offeso usasse la forza, molti di noi

saremmo sterminati sull´istante. Dunque se Dio onnipotente che è

offeso usa misericordia nel perdonare chi lo percuote col peccato, perchè noi miserabili vermi di terra non useremo la ragione tollerando

un dispiacere ed anche un insulto senza tosto farne vendetta ? Diceva ancora ad altri: Noi siamo tutti figliuoli di Dio, perciò tutti fratelli; chi fa vendetta contro al prossimo egli cessa d´essere figlio di Dio, e per la sua collera diviene fratello di Satanasso.

Faceva di buon grado il catechismo; si prestava molto volentieri a servire malati, e chiedeva con premura di passare anche le notti

presso di loro, quando ne fosse stato mestieri. Un compagno mosso dalle cure che in più occasioni gli aveva prodigate, gli disse: Che cosa potrei fare per te, o caro Magone, per compensarti di tanti disturbi che ti sei dato per mio riguardo ? Niente altro, rispose, che offerire una volta il tuo male al Signore in penitenza dei miei peccati.

Altro compagno assai divagato era più volte stato causa di dispia­cere ai superiori. Costui fu in modo particolare raccomandato a

Magone, affinchè studiasse modo di condurlo a buoni sentimenti. Michele si accinge all´opera. Comincia per farselo amico; gli si associa nelle ricreazioni, gli fa dei regali, gli scrive avvisi in forma di bigliet­tini, e così giunge a contrarre con lui intima relazione, senza però parlargli di religione.

 

223

Cogliendo poi il destro della festa di san Michele, un giorno Magone gli parlò così: — Di qui a tre giorni corre la festa di san Mi­chele; tu dovresti portarmi un bel regalo.

—   Sì che te lo porto: soltanto mi rincresce che me ne abbi parlato, perché calcolava di farti un´improvvisata.

—   Ho voluto parlartene perchè vorrei che questo regalo fosse anche di mio gusto.

—   Sì, sì: di´ pure, sono pronto .a fare quanto posso per compiacerti.

—   Sei disposto ?

—     Sì.

—   Se ti costasse qualche cosa un poco pesante, lo faresti egual­mente ?

—   Te lo prometto, lo fo egualmente.

—   Vorrei che pel giorno di s. Michele mi portassi per regalo una buona confessione, e se ne sei preparato una buona comunione.

Attese le fatte e replicate promesse il compagno non osò opporsi a quell´amichevole progetto; si arrese, ed i tre giorni precedenti a quella festa furono impiegati in pratiche particolari di pietà. Il Magone si adoperò in tutti i modi per preparare l´amico a quel festino spiri­tuale, e nel giorno stabilito si accostarono ambidue a ricevere i Ss. Sacramenti con vera soddisfazione dei superiori, e con buon esempio dei compagni.

Magone passò tutto quel giorno in onesta allegria col suo amico: giunta poi la sera gli disse: Abbiamo fatto una bella festa, ne sono contento: mi hai fatto veramente piacere. Ora dimmi: Sei tu pure contento di quanto abbiamo fatto quest´oggi ?

—   Sì, ne sono contentissimo; e lo sono specialmente perché mi ci sono ben preparato. Ti ringrazio dell´invito che mi hai fatto; ora se hai qualche buon consiglio a darmi io lo riceverò con vera gra­titudine.

—   Sì che avrei ancora un buon consiglio a darti; perciocchè quanto abbiamo fatto è soltanto la metà della festa; ed io vorrei che mi portassi l´altra metà del regalo. Da qualche tempo, o mio caro amico, la tua condotta non è come dovrebbe essere. Il tuo modo di vivere non piace ai tuoi superiori, affligge i tuoi parenti, inganna te stesso, ti priva della pace del cuore e poi... un giorno dovrai rendere conto a Dio del tempo perduto. Dunque d´ora in avanti fuggi l´ozio, sta allegro fin che vuoi, purché non trascuri i tuoi doveri.

Il compagno già vinto per metà lo fu interamente. Divenne amico fedele di Magone, prese ad imitarlo nell´esatto adempimento dei doveri del suo stato, e presentemente per diligenza e moralità forma la consolazione di quanti hanno relazione con lui.

Casella di testo:

 

224.

Ho voluto corredare questo fatto con più minute circostanze sia perchè esso rende sempre più luminosa la carità di Magone, sia perchè si volle trascrivere nella sua integrità quale me lo espose il compagno che vi ebbe parte.

CAPO XI

Fatti e detti arguti di Magone

Quanto abbiamo detto fin qui sono cose facili e semplici che ognuno può di leggieri imitare. Ora espongo alcuni fatti e detti arguti che sono piuttosto da ammirarsi per la loro amenità e piacevolezza, di quello che siano da seguirsi. Servono tuttavia a far sempre più rilevare la bontà di cuore e il coraggio religioso del nostro giovanetto. Eccone alcuni fra molti di cui sono stato io medesimo testimonio.

Era un giorno in conversazione coi suoi compagni, quando alcuni introdussero discorsi che un giovane cristiano e ben educato debbe evitare. Magone ascoltò poche parole; quindi messe le dita in bocca fece un fischio così forte che squarciava a tutti il cervello. Che fai, disse uno di loro, sei pazzo ? Magone nulla dice e manda un´altra fischiata maggiore della prima. Dov´è la civiltà, ripigliò un altro, è questo il modo di trattare ? Magone allora rispose: Se voi fate i pazzi parlando male, perchè non posso farlo io per impedire i vostri discorsi ? se voi rompete le leggi della civiltà introducendo discorsi che non convengono ad un cristiano, perchè non potrò io violare le medesime leggi per impedirli ? Quelle parole, assicura uno di quei compagni, furono per noi una potente predica. Ci guardammo l´un l´altro; niuno più osò proseguire in quei discorsi, che erano mormorazioni. D´allora in poi ogni volta che Magone trovavasi in nostra compagnia ognuno misurava bene le parole che gli uscivano di bocca per tema di sentirsi stordire il cervello con uno di quegli orribili fischi.

Accompagnando un giorno il suo superiore per la città di Torino giunse in mezzo a piazza Castello (22), dove udì un monello a bestem­miare il santo nome di Dio. A quelle parole parve tratto fuori di senno; più non riflettendo nè al luogo nè al pericolo, con due salti vola sul bestemmiatore, gli dà due sonori schiaffi dicendo: È questo il modo di trattare il santo nome del Signore ? Ma il monello che era più alto di lui, senza badare al riflesso morale, irritato dalla baia dei compagni, dall´insulto pubblico, e dal sangue che in copia gli colava dal naso, si avventa arrabbiato sopra Magone; e qui calci, pugni e schiaffi non lasciavano tempo nè all´uno nè all´altro da respirare. Fortunatamente

 

La prima pagina del quaderno di Michele Magone, conservato da Don Rua

 

225

corse il superiore e postosi paciere tra le parti belligeranti, riuscì, non senza difficoltà, a stabilire la pace con vicendevole soddisfazione. Quando Michele fu padrone di se medesimo si accorse dell´impru­denza fatta nel correggere in cotal guisa quello sconsiderato. Si pentì del trasporto e assicurò che per l´avvenire avrebbe usato maggior cautela, limitandosi a semplici amichevoli avvisi.

Altra volta alcuni giovani discorrevano sull´eternità delle pene del­l´inferno, ed uno di essi in tono di facezia disse: Procureremo di non andarci, che se ci andremo, pazienza. Michele finse di non aver inteso; ma intanto si allontanò da quel crocchio, cercò un zolfanello e come lo trovò, corse nella compagnia di prima. Accesolo di poi, destramente lo pose sotto alla mano che il compagno mentovato tenevasi dietro. Al primo sentirsi a scottare, che fai, disse tosto, sei matto ? Non sono matto, rispose, ma voglio solamente mettere alla prova la eroica tua pazienza! perciocchè se ti senti di sopportare con pazienza le pene dell´inferno per una eternità, non devi inquietarti per la fiammella di un zolfanello che è cosa di un momento. Tutti si misero a ridere, ma il compagno scottato disse ad alta voce: si sta veramente male all´inferno (23).

Altri compagni volevano un mattino condurlo seco loro a confes­sarsi in luogo determinato per avere un confessore sconosciuto, e gli adducevano mille pretesti. No, loro rispondeva, io non voglio andare in niun luogo senza permesso dei miei superiori. Altronde io non sono un bandito. I banditi temono ad ogni momento di essere cono­sciuti dai carabinieri; per ciò vanno sempre in cerca di luoghi e di persone sconosciute per timore di essere scoperti. No, io ho il mio confessore; a lui confesso e piccolo e grosso senza timore alcuno. La smania di andarvi a confessare altrove dimostra o che voi non amate il vostro confessore, o che avete cose gravi da confessare. Comunque sia, voi fate male allontanandovi in tal modo dalla casa senza permesso. Che se avete qualche ragione di cangiare confessore io vi consiglio di andare, come io andrei, da qualcheduno di quelli che ogni sabbato e tutti i giorni festivi vengono ad ascoltare le con­fessioni dei giovani dell´Oratorio (24).

In tutto il tempo che fu tra noi una volta sola andò a casa in tempo di vacanza (25). Di poi, anche a mia persuasione, non volle più andarvi, sebbene sua madre ed altri parenti, cui portava grande affetto, lo aspettassero. Gliene fu chiesta più volte la cagione, ed egli si scher­miva sempre ridendo. Finalmente un giorno svelò l´arcano ad un suo confidente. Io sono andato una volta, disse, a fare alcuni giorni di vacanza a casa, ma in avvenire, se non sarò costretto, non ci andrò più.

— Perchè ? gli chiese il compagno.

i. - Opere e scritti... Vol. V.

 

226

—   Perché a casa vi sono i pericoli di prima. I luoghi, i diverti­menti, i compagni mi strascinano a vivere come faceva una volta, ed io non voglio più che sia così.

—   Bisogna andare con buona volontà e mettere in pratica gli avvisi che ci danno i nostri superiori prima di partire.

—   La buona volontà è una nebbia che scomparisce di mano in mano che vivo lungi dall´Oratorio; gli avvisi servono per alcuni giorni, di poi i compagni me li fanno dimenticare.

—   Dunque secondo te niuno dovrebbe più andare a casa a fare le vacanze, niuno a vedere i propri parenti ?

—   Dunque secondo me vada pure in vacanza chi sentesi di vin­cere i pericoli; io non sono abbastanza forte. Quello che credo certo

si è che se i compagni potessero vedersi nell´interno, se ne scorgereb­bero molti i quali vanno a casa colle ale da angeli, ed al loro ritorno portano due corna sulla testa come altrettanti diavoletti.

Magone era di quando in quando visitato da un antico compagno, che egli desiderava di guadagnare alla virtù. Fra gli altri pretesti

costui soleva un giorno opporgli come egli conosceva un cotale che

da molto tempo non frequentava cose di religione. Eppure, diceva, egli è pingue, vegeto, e sta benissimo. Michele prese l´amico per mano,

lo condusse presso ad un carrettiere che scaricava materiali da costru‑

zione nel cortile, di poi cominciò a parlargli così: Vedi tu quel mulo ? anch´egli è pingue, grasso e grosso e non si è mai confessato, neppure

credo che sia mai andato in chiesa: vorresti anche tu diventar simile

a quest´animale che non ha nè anima, nè ragione; e che deve solo lavorare pel suo padrone per servire un giorno ad ingrassare i campi

dopo morto ? Il compagno rimase mortificato, e per l´avvenire non osò più addurre i suoi frivoli motivi per esimersi dalla pratica dei suoi doveri religiosi.

Ometto molti simili aneddoti: bastino questi per far sempre più conoscere la bontà del suo cuore, e la grande avversione che egli aveva pel male, lasciandosi talvolta trasportare ad eccessi di zelo per impédire l´offesa di Dio.

CAPO XII

Vacanze di Castelnuovo d´Asti - Virtù praticate in quella occasione

Siccome il nostro Michele andava di mala voglia a fare le vacanze alla casa materna; così a ristorarlo alquanto delle fatiche scolastiche ho deliberato di mandarlo a Morialdo, borgo di Castelnuovo d´Asti, dove a più riprese vanno a godere un po´ di campagna i giovani di

 

227

questa casa, specialmente quelli che non hanno luogo o parenti presso cui recarsi nella stagione autunnale. Attesa poi la sua buona condotta, a titolo di premio, volli fargli anticipare la gita, e con pochi altri farmelo compagno di viaggio. Durante il cammino ebbi tempo a discorrere a lungo col buon giovinetto, e ravvisare in lui un grado di virtù di gran lunga superiore alla mia aspettazione. Lascio da parte i belli ed edificanti discorsi tenutimi in quella occasione e mi limito soltanto all´esposizione di alcuni fatti che servono a fare conoscere altre virtù dell´animo suo, specialmente la gratitudine.

Per la strada fummo sorpresi dalla pioggia; e giungemmo a Chieri tutti inzuppati nell´acqua. Ci recammo dal cav. Marco Gonella, il quale con bontà suole accogliere i nostri giovani tutte le volte che sono di andata o di ritorno da Castelnuovo di Asti.

Egli ci somministrò quanto occorreva pegli abiti; di poi ci apprestò una refezione che se da una parte era da signore, dall´altra trovò un appetito corrispondente.

Dopo qualche ora di riposo ripigliammo il cammino. Percorso un tratto di strada Magone rimase indietro dalla comitiva ed uno dei compagni pensando che fosse per istanchezza gli si avvicinava, quando si accorse che bisbigliava sotto voce.

—   Sei stanco, gli disse, caro Magone, non è vero ? le tue gambe sentono il peso di questo viaggio ?

—   Oibò: stanco niente affatto; andrei ancor sino a Milano.

—   Che cosa dicevi ora che andavi sotto voce da solo parlando ?

—   Io recitava il rosario di Maria SS. per quel signore che ci ha accolto tanto bene; io non posso altrimenti ricompensarlo, e perciò prego il Signore e la B. Vergine affinché moltiplichino le benedizioni sopra di quella casa, e le doni cento volte tanto di quello che ha dato a noi.

È bene di notare qui di passaggio come simile pensiero di grati­tudine dimostrasse per ogni piccolo favore. Ma verso i suoi benefattori era sensibilissimo. Se non temessi di annoiare il lettore vorrei trascri­vere alcune delle molte lettere e de´ molti biglietti scrittimi per ester­nare la sua riconoscenza di averlo accolto in questa casa. Dirò soltanto che aveva per massima di andare ogni giorno a fare una visita a Gesù sacramentato; dire al mattino tre Pater, Ave e Gloria per coloro che in qualche modo lo avevano beneficato.

Non rare volte mi stringeva affettuosamente la mano e guardan­domi cogli occhi pregni di lagrime diceva: Io non so come esprimere la mia riconoscenza per la grande carità che mi avete usato coll´ac­cettarmi nell´Oratorio. Studierò di ricompensarvi colla buona condotta, e pregando ogni giorno il Signore affinché benedica voi e le vostre

 

228

fatiche. Parlava volentieri dei maestri, di quelli che lo avevano inviato presso di noi, o che in qualche modo lo aiutavano; ma ne parlava sempre con rispetto, non mai arrossendo di professare la sua povertà da una parte, e la sua riconoscenza dall´altra. Mi rincresce, fu udito a dire più volte, che non ho mezzi per dimostrare, come vorrei, la mia gratitudine, ma conosco il bene che mi fanno, nè sarò per dimen­ticarmi de´ miei benefattori, e fino a che vivrò, pregherò sempre il Signore che doni a tutti larga ricompensa.

Questi sentimenti di gratitudine dimostrò pure allora che il pre­vosto di Castelnuovo d´Asti invitò i nostri giovani a lieta mensa a casa sua. La sera di quel giorno mi disse: Se siete contento domani io fo la comunione pel signor prevosto che ci ha fatti stare allegri quest´oggi. La qual cosa non solo gli fu permessa, ma ad esempio di lui fu raccomandato agli altri di fare altrettanto, siccome siamo soliti di fare in simili occasioni pei benefattori della nostra casa.

Fu eziandio mentre era a Morialdo che ho notato un bell´atto di virtù che parmi degno di essere riferito. Un giorno i nostri giovani erano andati a divertirsi nella vicina boscaglia. Chi andava in cerca di funghi, altri di castagne, di noci; alcuni ammassavano foglie e simili cose, che per essi formavano il più gradito passatempo. Erano tutti attenti a ricrearsi quando Magone si allontana da´ compagni e tacito tacito va a casa. Uno lo vede, e nel timore che avesse qualche male lo segue. Michele pensandosi di non essere veduto da alcuno entra in casa, non cerca persona, non fa parola con chicchessia, ma va direttamente in chiesa. Chi gli tien dietro giunge a trovarlo tutto solo ginocchioni accanto all´altare del SS. Sacramento che con invi­diabile raccoglimento pregava.

Interrogato di poi sullo scopo di quella partenza inaspettata da´ suoi compagni per andare a fare la visita al SS. Sacramento, schiet­tamente rispondeva: Io temo assai di ricadere nell´offesa di Dio, perciò vado a supplicare Gesù nel SS. Sacramento affinchè mi doni aiuto e forza a perseverare nella sua santa grazia.

Altro curioso episodio succedette in quei medesimi giorni. Una sera mentre i nostri giovani andavano tutti a riposo, odo uno a piangere. Mi metto pian piano alla finestra e veggo Magone in un angolo del­l´aia che mirava la luna e lagrimando sospirava. Che hai, Magone, ti senti male ? gli dissi.

Egli che pensava di essere solo, nè essere da alcuno veduto, ne fu turbato, e non sapeva che rispondere; ma replicando io la domanda, rispose con queste precise parole:

— Io piango nel rimirare la luna che da tanti secoli comparisce con regolarità a rischiarare le tenebre della notte, senza mai disobbe­

 

229

dire agli ordini del Creatore, mentre io che sono tanto giovane, io che sono ragionevole, che avrei do´vuto essere fedelissimo alle leggi del mio Dio, l´ho disobbedito tante volte, e l´ho in mille modi offeso. Ciò detto si mise di nuovo a piangere. Io lo consolai con qualche parola, onde egli dando calma alla commozione andò di nuovo a con­tinuare il suo riposo.

È certamente cosa degna di ammirazione che un giovanetto di appena quattordici anni già possedesse tanta elevatezza di criterio, di raziocinio: pure è così, e potrei addurre moltissimi altri fatti che tutti concorrono a far conoscere il giovane Magone capace di riflessioni molto superiori alla sua età, specialmente nel ravvisare in ogni cosa la mano del Signore e il dovere di tutte le creature di obbedire al Creatore.

CAPO XIII

Sua preparazione alla morte

Dopo le vacanze di Castelnuovo d´Asti il nostro Michele visse ancora circa tre mesi. Egli era di corporatura piuttosto piccola, ma sano e robusto. D´ingegno svegliato e sufficiente a percorrere con onore qualunque carriera avesse intrapresa. Amava molto lo studio, e vi faceva non ordinario profitto. In quanto alla pietà egli era giunto ad un grado che nella sua età io non avrei saputo quale cosa aggiun­gere o quale cosa togliere per fare un modello alla gioventù. D´indole vivace, ma pio, buono, divoto, stimava molto le piccole pratiche di religione. Egli le praticava con allegria, con disinvoltura, e senza scrupoli: di modo che per pietà, studio e affabilità era amato e vene­rato da tutti; mentre per vivacità e belle maniere era l´idolo della ricreazione.

Noi avremmo certamente desiderato che quel modello di vita cri­stiana fosse rimasto nel mondo sino alla più tarda vecchiaia, perciocchè sia nello stato sacerdotale, cui mostravasi inclinato, sia nello stato laicale, avrebbe fatto molto bene alla patria ed alla religione. Ma Iddio aveva altrimenti decretato, e voleva togliere questo fiore dal giardino della Chiesa militante e chiamarlo a sè trapiantandolo nella Chiesa trionfante del paradiso. Lo stesso Magone senza sapere che gli fosse cotanto vicina, si andava preparando alla morte con un tenore di vita ognor più perfetto.

Fece la novena dell´Immacolata Concezione con particolare fervore.

 

230

Noi abbiamo scritte da lui medesimo le cose che si propose di praticare in quei giorni, e sono di questo tenore:

Io Magone Michele voglio far bene questa novena e prometto di:

« 1° Staccare il mio cuore da tutte le cose del mondo per darlo tutto a Maria.

2° Fare la mia confessione generale per avere poi la coscienza tranquilla in punto di morte.

3° Ogni giorno lasciare la colezione in penitenza de´ miei pec­cati, o recitare le sette allegrezze di Maria a fine di meritarmi la sua assistenza nelle ultime ore di mia agonia.

4° Col consiglio del confessore fare ogni giorno la santa Comunione.

5° Ogni giorno raccontare un esempio a´ miei compagni in onore di Maria.

6° Porterò questo biglietto ai piedi dell´immagine di Maria e con questo atto intendo di consacrarmi tutto a Lei, e per l´avvenire voglio essere tutto suo sino agli ultimi istanti della mia vita ».

Le cose sopra descritte gli furono concesse ad eccezione della con­fessione generale, che aveva fatto non molto tempo prima; invece poi di lasciare la colezione gli fu ordinato di recitare ogni giorno un De profundis in suffragio delle anime del Purgatorio.

Cagionava certamente grande stupore la condotta di Magone in quei nove giorni della novena di Maria Immacolata — Dimostrava straordinaria allegria; ma sempre affacendato nel raccontar esempi morali agli uni, invitar altri a raccontarne; raccoglier quanti compagni poteva per andare a pregare dinanzi al SS. Sacramento o dinanzi alla statua di Maria — Fu in questa novena che si privò ora di alcuni frutti, di confetti, di commestibili; ora di libretti, di immagini divote, di medaglie, piccole croci e di altri oggetti a lui donati, per regalarli ad alcuni compagni alquanto dissipati. Ciò faceva o per premiarli della buona condotta tenuta in quella novena o per ingaggiarli a pren­dere parte alle opere di pietà che egli loro proponeva.

Con eguale fervore e raccoglimento celebrò la novena e la festa del s. Natale. Voglio, diceva sul principio di quella novena, voglio adoperarmi in tutti i modi per far bene questa novena, e spero che Dio mi userà misericordia, e che Gesù Bambino verrà anche a nascere, nel mio cuore coll´abbondanza delle sue grazie.

Giunta intanto la sera dell´ultimo giorno dell´anno, il superiore della casa raccomandava a tutti i suoi giovani di ringraziare Dio pei

 

231

benefizi ricevuti nel corso dell´anno che era per terminare. Incoraggiava poi ognuno a farsi un santo impegno di passare il nuovo anno nella gra­zia del Signore; perchè, soggiungeva, forse per taluno di noi sarà l´ul­timo anno di vita. Mentre diceva queste cose teneva la mano sopra il

capo di colui che gli era più vicino, e il più vicino era Magone (26). Ho capito, egli disse pieno di stupore, sono io che debbo farmi il fagotto per l´eternità; bene mi ci terrò preparato. Coteste parole

furono accolte con riso, ma i compagni se ne ricordarono e lo stesso Magone andava spesso ripetendo quel fortunato incidente. Non ostante questo pensiero non fu minimamente alterata la sua allegria

e la sua giovialità; onde continuò ad adempiere colla massima esem­plarità i doveri del suo stato.

Avvicindosi per altro ognora più l´ultimo giorno di sua vita, Dio volle dargliene più chiaro avviso. La domenica del 16 gennaio i giovani della compagnia del SS. Sacramento, di cui faceva parte ´ Magone, si radunarono come sogliono tutti i giorni festivi (1). Dopo le solite preghiere e la solita lettura, dati quei ricordi che sembravano più adatti al bisogno, uno dei compagni prende il taschino dei fioretti ovvero dei bigliettini sopra cui era scritta una massima da praticarsi lungo la settimana. Con esso fa il giro, e ogni giovanetto ne estrae

(1) Ecco i principali articoli del regolamento di questa compagnia (27):

1.   Lo scopo principale di questa compagnia si è di promuovere l´adorazione verso alla SS. Eucaristia, e risarcire Gesù Cristo degli oltraggi che dagli infedeli e dagli eretici e dai cattivi cristiani riceve in questo augustissimo Sacramento.

2.   A questo fine i confratelli procureranno di ripartire le loro comunioni in modo, che vi possa essere ogni giorno qualche comunione. Ciascun confratello col permesso del confessore avrà cura di comunicarsi ne´ giorni festivi ed una volta lungo la settimana.

3.   Si presterà con prontezza speciale a tutte le funzioni dirette al culto della SS. Eucaristia, come sarebbe servire la santa Messa, assistere alla benedizione del Venerabile, accompagnare il Viatico quando è portato agli infermi, visitare il SS. Sacramento quando è nascosto nel Santo Tabernacolo, ma specialmente quando sta esposto nelle Quarant´ore.

4.   Ognuno procuri d´imparare a servire bene la santa Messa facendo con esat­tezza tutte le cerimonie, e proferendo divotamente e distintamente le parole che occorrono in questo sublime ministero.

5.   Si terrà una conferenza spirituale per settimana, cui ognuno si darà premura d´intervenire, e d´invitare gli altri a venirvi pure con puntualità.

6.   Nelle conferenze si tratteranno cose che riguardino il culto verso il SS. Sacra­mento, come sarebbe incoraggiare a comunicarsi col massimo raccoglimento, istruire ed assistere quelli che fanno la loro prima comunione, aiutare a far la preparazione ed il ringraziamento quelli che ne avessero bisogno, diffondere libri, immagini, foglietti che tendano a questo scopo.

7.   Dopo la conferenza si tirerà un fioretto spirituale da mettere in pratica nel corso della settimana (a).

Casella di testo:  232

 

uno a. sorte. Magone tira fuori il suo e vede sopra di esso scritte queste notabili parole: « Al giudizio sarò solo con Dio ». Lo legge e con atto di maraviglia lo comunica ai compagni dicendo: Credo che questa sia una citatoria mandatami dal Signore per dirmi che mi tenga preparato. Dopo andò dal superiore e gli mostrò lo stesso fioretto con molta ansietà, ripetendo che egli lo giudicava una chia­mata del Signore che lo citava a comparire davanti a lui. Il superiore lo esortò a vivere tranquillo e tenersi preparato non in virtù di quel biglietto, ma in virtù delle replicate raccomandazioni che Gesù Cristo fa a tutti nel s. Vangelo di tenerci preparati in ogni momento della vita.

—   Dunque, replicò Magone, ditemi quanto tempo dovrò ancor vivere ?

—   Noi vivremo finché Dio ci conserverà in vita.

—   Ma io vivrò ancora tutto quest´anno ? disse agitato ed alquanto commosso.

—   Datti pace, non affannarti. La nostra vita è nelle mani del Signore che è un buon padre; egli sa fino a quando ce la debba con­servare. D´altronde il sapere il tempo della morte non è necessario per andare in paradiso; ma bensì il prepararci con opere buone.

Allora tutto malinconico: se non volete dirmelo è segno che sono vicino.

—   Nol credo, soggiunse il direttore, che ci sii tanto vicino, ma quando anche ciò fosse avresti forse a paventare di andare a fare una visita alla B. Vergine in Cielo ?

—   È vero, è vero. Presa quindi la ordinaria giovialità se ne andò a fare ricreazione.

Lunedì, martedì ed il mattino del mercoledì fu sempre allegro, nè provò alterazione alcuna nella sua sanità, e adempì con regolarità tutti i suoi doveri.

Solamente nel dopo pranzo del mercoledì lo vidi che stava sul balcone a rimirare gli altri a trastullarsi, senza che discendesse a prendervi parte; cosa affatto insolita, e indizio non dubbio che egli non era nello stato ordinario di sanità.

CAPO XIV

Sua malattia e circostanze che l´accompagnano

La sera del mercoledì (19 gennaio 1859) gli ho domandato che cosa avesse, ed egli rispose aver niente; sentirsi alquanto incomodato dai vermi, che era la sua solita malattia. Per la qual cosa gli si diede

 

Intestazione e prima pagina autografa della testimonianza del giovane Galleano, compagno di Michele Magone, di cui si valse Don Bosco per scri­vere la vita del Magone, come aveva già fatto per quella di Domenico Savio raccogliendo le relazioni scritte dai testimoni oculari contemporanei

 

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qualche bibita secondo quel bisogno; di poi andò a letto, e passò tranquillamente la notte. Al mattino seguente si levò all´ora ordinaria co´ suoi compagni, prese parte agli esercizi di pietà e fece con alcuni altri la s. Comunione per gli agonizzanti, siccome soleva fare il gio­vedì di ogni settimana. Andato poscia per prendere parte alla ricrea­zione non potè più, perchè sentivasi molto stanco, ed i vermi rende­vangli alquanto penoso il respiro. Gli furono dati alcuni rimedi per somiglianti incomodi, fu pure visitato dal medico che non ravvisò alcun sintomo di grave malattia, e ordinò la continuazione degli stessi rimedi. Sua madre trovandosi allora in Torino venne pure a vederlo, ed ella stessa asserì che suo figliuolo andava soggetto a quella malattia fin da ragazzo, e che i rimedi somministrati erano i soliti già altre volte da lei usati.

Il venerdì mattina voleva levarsi pel desiderio di fare la s. Comu­nione, siccome egli soleva fare in onore della Passione di Nostro Signor Gesù Cristo per ottenere la grazia di fare una buona morte; ma ne fu impedito perchè apparve dal male più aggravato. Siccome aveva evacuato molti vermi, così fu ordinata la continuazione della cura medesima con qualche specifico diretto ad agevolargli il respiro. Finora niun sintomo di malattia pericolosa. Il pericolo cominciò a manifestarsi alle due dopo mezzodì allora che andatolo a vedere mi accorsi che alla difficoltà del respiro erasi aggiunta la tosse, e che lo sputo era tinto di sangue. Richiesto come sentivasi, rispose che non sentiva altro male che l´oppressione di stomaco cagionata dai vermi. Ma io mi accorsi che la malattia aveva cangiato aspetto ed era divenuta seria assai. Laonde per non camminare con incertezza e forse sbagliare nella scelta dei rimedi, si mandò tosto pel medico (28). In quel momento la madre, guidata da spirito cristiano, Michele, gli disse, intanto che si attende il medico non giudicheresti bene di con­fessarti ? Sì, cara madre, volentieri. Mi sono soltanto confessato ieri mattina, ed ho pure fatta la s. Comunione, tuttavia vedendo che la malattia si fa grave desidero di fare la mia confessione.

Si preparò qualche minuto, fece la sua confessione: dopo con aria serena in presenza mia e di sua madre disse ridendo: Chi sa se questa mia confessione sia un esercizio della buona morte, oppure non sia realmente per la mia morte!

—   Che te ne sembra ? gli risposi, desideri di guarire, o di andare in paradiso ?

—   Il Signore sa ciò che è meglio per me; io non desidero di fare altro se non quello che piace a lui.

—   Se il Signore ti facesse la scelta o di guarire o di andare in paradiso, che sceglieresti ?

i2 - Opere e scritti... Vol. V.

 

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—    Chi sarebbe tanto matto di non scegliere il paradiso ?

—    Desideri tu di andare in paradiso ?

—    Se lo desidero! lo desidero con tutto cuore, ed è quello che da qualche tempo domando continuamente a Dio.

—    Quando desideresti di andarvi ?

—    Io vi andrei sull´istante, purchè piaccia al Signore.

—    Bene; diciamo tutti insieme: in ogni cosa e nella vita e nella morte facciasi la santa, adorabile volontà del Signore.

In quel momento giunse il medico che trovò la malattia cangiata affatto di aspetto. « Siamo male, disse, un fatale corso di sangue si porta allo stomaco, e non so se ci troveremo rimedio ».

Si fece quanto l´arte può suggerire in simili occasioni. Salassi, vescicanti, bibite, tutto fu messo in pratica a fine di deviare il sangue che furioso tendeva a soffocargli il respiro. Tutto invano.

Alle nove di quella sera (21 gennaio 1859) egli medesimo disse che desiderava di fare ancora una volta la s. Comunione prima di morire: tanto più, egli diceva, che questa mattina, non l´ho potuta fare. Egli era impaziente di ricevere quel Gesù cui da molto tempo si accostava con frequenza esemplare.

Nel cominciare la s. funzione dissemi in presenza di altri: Mi rac­comandi alle preghiere dei compagni; preghino affinchè Gesù sacra­mentato sia veramente il mio viatico, il mio compagno per la eternità. Ricevuta l´Ostia santa si pose a fare l´analogo ringraziamento aiutato da un assistente.

Passato un quarto d´ora cessò di ripetere le preghiere che gli si andavano suggerendo, e non profferendo più alcuna parola, noi ci pensavamo che fosse stato sorpreso da repentino sfinimento di forze. Ma indi a pochi minuti con aria ilare, e quasi in forma di scherzo fe´ cenno di essere ascoltato e disse: Sul biglietto di domenica vi era un errore. Là stava scritto: Al giudizio sarò solo con Dio, e non è vero, non sarò solo, ci sarà anche la B. Vergine che mi assisterà; ora non ho più nulla a temere: andiamo pure quando che sia. La Ma­donna SS. vuole ella stessa accompagnarmi al giudizio.

CAPO XV

Suoi ultimi momenti e sua preziosa morte

Erano le dieci di sera ed il male appariva ognor più minaccioso; perciò nel timore di perderlo forse in quella notte medesima, avevamo stabilito che il sacerdote D. Zattini, un chierico ed un giovane infer‑

 

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miere passassero la metà della notte. D. Alasonatti poi (1), prefetto della casa, con altro chierico e con altro infermiere prestassero rego­lare assistenza pel rimanente della notte sino a giorno. Dal mio canto non ravvisando alcun prossimo pericolo dissi all´infermo: Magone, procura di riposare un poco: io vado alcuni momenti in mia camera e poi ritornerò.

—   No, rispose tosto, non mi abbandonate.

—   Vado soltanto a recitare una parte di breviario e poi sarò di nuovo accanto a te.

—   Ritornate al più presto possibile.

Partendo io dava ordine che al minimo segno di peggioramento fossi tosto chiamato; perciocchè io amava teneramente quel caro allievo, e desiderava trovarmi presso di lui soprattutto in caso di morte. Era appena in camera, quando mi sento a dire di fare presto ritorno all´infermo perchè pareva avvicinarsi all´agonia.

Era proprio così; il male precipitava terribilmente, quindi gli fu amministrato l´olio santo dal sacerdote Zattini Agostino. L´infermo era in piena cognizione di se stesso.

Rispondeva alle varie parti dei riti e delle cerimonie stabilite per l´amministrazione di questo augusto Sacramento. Anzi ad ogni unzione voleva aggiungere qualche giaculatoria. Mi ricordo che alla unzione della bocca disse: O mio Dio, se voi mi aveste fatta seccare questa lingua la prima volta che la usai ad offendervi, quanto sarei fortunato! quante offese di meno; mio Dio, perdonatemi tutti i peccati che ho fatti colla bocca, io me ne pento con tutto il cuore.

All´unzione delle mani soggiunse: quanti pugni ho dati ai miei compagni con queste mani; mio Dio, perdonatemi questi peccati, ed aiutate i miei compagni ad essere più buoni di me.

Compiuta la sacra funzione dell´Olio Santo, gli dissi se desiderava che avessi chiamata sua madre, che era andata a riposarsi alquanto in una camera vicina, persuasa ella pure che il male non fosse co­tanto grave.

No, rispose; è meglio non chiamarla; povera mia madre! ella mi ama tanto, e vedendomi a morire proverebbe troppo dolore; cosa che potrebbe cagionarmi grande affanno. Povera mia madre! che il Signore la benedica! quando sarò in Paradiso pregherò molto Iddio per lei.

(1) Questo virtuoso sacerdote, dopo una vita consumata in modo il più esem­plare nel sacro ministero ed in opere varie di carità, dopo lunga malattia moriva in Lanzo il giorno 8 ottobre 1865.

Ora si sta compilando una biografia delle sue azioni, che speriamo tornerà di gradimento a´ suoi amici e a quanti si compiaceranno di leggerla (a) (29).

 

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Fu esortato a stare alquanto tranquillo, e prepararsi a ricevere la benedizione papale colla indulgenza plenaria. Nel corso di sua vita faceva gran conto di tutte le pratiche religiose cui erano annesse le sante indulgenze, e si adoperava quanto poteva per approfittarne. Perciò accolse con vero piacere l´offerta della papale benedizione. Prese parte a tutte le preghiere analoghe; volle egli stesso recitare il confiteor. Ma le sue parole erano pronunciate con tanta unzione, con sentimenti di così viva fede, che tutti ne fummo commossi fino alle lagrime. Dopo sembrava voler prendere un momento di sonno e si lasciò alcuni istanti in pace: ma tosto si risvegliò. Era cosa che riem­piva di stupore chiunque lo rimirasse. I polsi facevano conoscere che egli trovavasi all´estremo della vita, ma l´aria serena, la giovialità, il riso, e l´uso di ragione manifestavano un uomo di perfetta salute. Non già che egli non sentisse alcun male, imperciocchè l´oppressione di respiro prodotta dalla rottura di un viscere cagiona un affanno, un patimento generale in tutte le facoltà morali e corporali. Ma il nostro Michele aveva più volte domandato a Dio di fargli compiere tutto il suo purgatorio in questa vita a fine di andare tosto dopo morte in Paradiso. Questo pensiero era quello che gli faceva soffrire tutto con gioia; anzi quel male, che per via ordinaria cagionerebbe affanni ed angustie, in lui produceva gioia e piacere.

Quindi per grazia speciale di nostro Signor Gesù Cristo non solo pareva insensibile al male, ma pareva sentire grande consolazione nei medesimi patimenti. Nè occorreva suggerirgli sentimenti religiosi, poichè egli stesso di quando in quando recitava edificanti giaculatorie. Erano le dieci e tre quarti, quando mi chiamò per nome, e mi disse: Ci siamo, mi aiuti. Sta tranquillo, gli risposi, io non ti abbandonerò finchè tu non sarai col Signore in Paradiso. Ma poscia che mi dici d´essere per partire da questo mondo, non vuoi almeno dare l´ultimo addio a tua madre ?

— No, rispose, non voglio cagionarle tanto dolore.

—    Non mi lasci almeno qualche commissione per lei ?

—    Sì, dite a mia madre, che mi perdoni tutti i dispiaceri che le ho dati nella mia vita. Io ne sono pentito. Ditele che io la amo: che

faccia coraggio a perseverare nel bene, che io muoio volentieri: che io parto dal mondo con Gesù e con Maria e vado ad attenderla dal Paradiso.

Queste parole cagionarono il pianto in tutti gli astanti. Tuttavia fattomi animo, e per occupare in buoni pensieri quegli ultimi momenti, gli andava di quando in quando facendo alcune domande.

—    Che cosa mi lasci da dire a´ tuoi compagni ?

—    Che procurino di fare sempre delle buone confessioni.

 

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—   Quale cosa in questo momento ti reca maggiore consolazione di quanto hai fatto nella tua vita ?

—   La cosa che più di ogni altra mi consola in questo momento si è quel poco che ho fatto ad onore di Maria. Sì, questa è la più grande consolazione. O Maria, Maria, quanto mai i vostri divoti sono felici in punto di morte.

Ma, ripigliò, ho una cosa che mi dà fastidio; quando l´anima mia sarà separata dal corpo e sarò per entrare in Paradiso, che cosa dovrò dire ? a chi dovrò indirizzarmi ?

—   Se Maria ti vuole Ella stessa accompagnare al giudicio, lascia a Lei ogni cura di te stesso. Ma prima di lasciarti partire pel Paradiso vorrei incaricarti d´una commissione.

—   Dite pure, io farò quanto potrò per ubbidirvi.

—   Quando sarai in Paradiso e avrai veduta la grande Vergine Maria, falle un umile e rispettoso saluto da parte mia e da parte di quelli

che sono in questa casa. Pregala che si degni di darci la sua santa benedizione; che ci accolga tutti sotto la potente sua protezione, e ci aiuti in modo che niuno di quelli che sono, o che la divina Prov­videnza manderà in questa casa abbia a perdersi.

—   Farò volentieri questa commissione; ed altre cose ?

—   Per ora niente altro, riposati un poco.

Sembrava di fatto che gli volesse prendere sonno. Ma sebbene conservasse la solita sua calma e favella, ciò non ostante i polsi annun‑

ciavano imminente la sua morte. Per la qual cosa si cominciò a leggere

il proficiscere ; alla metà di quella lettura, egli come se si svegliasse da profondo sonno, colla ordinaria serenità di volto e col riso sulle

labbra mi disse: Di qui a pochi momenti farò la vostra commissione,

procurerò di farla esattamente; dite a´ miei compagni che io li attendo tutti in Pardiso. Di poi strinse colle mani il crocifisso, lo baciò tre

volte, poscia proferì queste sue ultime parole: Gesù, Giuseppe e Maria, io metto nelle vostre mani l´anima mia. Quindi piegando le labbra come se avesse voluto fare un sorriso, placidamente spirò.

Quell´anima fortunata abbandonava il mondo per volare, come piamente speriamo, in seno a Dio alle ore undici di sera, il 21 gen‑

naio 1859, in età appena di quattordici anni. Non fece agonia di sorta: nemmeno dimostrò agitazione, pena, affanno od altro dolore, che natu­ralmente si prova nella terribile separazione dell´anima dal corpo. Io non saprei qual nome dare alla morte di Magone se non dicendola un sonno di gioia che porta l´anima dalle pene della vita alla beata eternità.

Gli astanti piangevano più commossi che addolorati; perciocchè a tutti doleva la perdita di un amico, ma ognuno ne invidiava la sorte.

 

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Il prelodato D. Zattini (30), lasciando liberi gli affetti, che più non capiva in cuore, profferì queste gravi parole: « O morte! tu non sei un flagello per le anime innocenti; per costoro tu sei la più grande benefattrice che loro apri la porta al godimento de´ beni che non si perderanno mai più. Oh perchè io non posso essere in tua vece, o amato Michele ? in questo momento l´anima tua giudicata è già con­dotta dalla Vergine Beata a deliziarsi nella immensa gloria del cielo. Caro Magone, vivi felice in eterno; prega per noi; e noi ti renderemo un tributo di amicizia facendo calde preci al sommo Iddio per assi­curare sempre più il riposo dell´anima tua ».

CAPO XVI

Sue esequie - Ultime rimembranze - Conclusione

Fattosi giorno, la buona genitrice di Michele voleva recarsi nella camera del figliuolo per averne notizie; ma quale non fu il suo dolore

quando fu prevenuta che egli era morto! Quella donna cristiana stette

un momento immobile senza proferir parola, nè dare un sospiro,
quindi proruppe in questi accenti: Dio grande, voi siete padrone di

tutte le cose... Caro Michele, tu sei morto... io piangerò sempre in

te la perdita di un figliuolo; ma ringrazio Dio che ti abbia concesso
di morire in questo luogo con tale assistenza; di morire di una morte

così preziosa agli occhi del Signore. Riposa con Dio in pace, prega

per tua madre, che tanto ti amò in questa vita mortale, e che ti ama
ancora più ora che ti crede coi giusti in cielo. Finchè vivrò in questo

mondo non cesserò mai di pregare pel bene dell´anima tua, e spero di andare un giorno a raggiugnerti nella patria dei beati. Dette queste parole diede in dirottissimo pianto, di poi andò in chiesa a cercare conforto nella preghiera.

La perdita di questo compagno fu altresì dolorosissima ai giovani della casa e a tutti quelli che ebbero occasione di conoscerlo.

Egli era molto conosciuto per le sue morali e fisiche qualità, ed era molto stimato e venerato per le rare virtù che fregiavano l´animo di lui.

Si può dire che il giorno seguente a quella morte i compagni lo passarono in esercizi di pietà pel riposo dell´anima dell´amico. Essi

non trovavano conforto se non nel recitare il rosario, l´ufficio dei defunti, fare delle confessioni e delle comunioni. Tutti piangevano in lui un amico, ma ciascuno provava in cuore un gran conforto dicendo: A questo momento Magone è già con Savio Domenico in Cielo.

 

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La sensazione provata da´ suoi condiscepoli e dallo stesso suo professore sac. Francesia venne da esso medesimo espressa colle seguenti parole: «Al domani della morte di Magone io mi portai alla scuola. Era un giorno di sabato, e si doveva fare un lavoro di prova. Ma il posto di Magone vacante mi annunziava che aveva perduto uno scolaro e che forse il cielo aveva un cittadino di più. Io era profon­damente commosso; i giovani erano costernati, e nel silenzio generale non fu possibile pronunziare altra parola che: È morto, e tutta la scuola ruppe in dirottissimo pianto. Tutti l´amavano; e chi non avrebbe amato un fanciullo adorno di tante belle virtù ? La grande riputazione di pietà che egli si era acquistato presso i compagni si fece conoscere dopo la sua morte. Le pagine di lui erano disputate una per una; ed un mio degnissimo collega si stimò assai fortunato di avere un quadernetto del piccolo Michele, e di attaccarvi il nome che si tagliò da una pagina d´esame dell´anno precedente. Io stesso poi, mosso dalle sue virtù praticate in vita con tanta perfezione, non esitai con piena confidenza ad invocarlo ne´ miei bisogni: e ad onore del vero devo confessare che non mi falli mai la prova. Abbi, o angio­letto, la più sentita mia riconoscenza, e ti piaccia d´intercedere presso il trono di Gesù pel tuo maestro. Fa che si desti nel mio cuore una scintilla della grande umiltà che tu avevi. O Michele! o caro, prega ancora per tutti i tuoi compagni, che furono molti e buoni, affinchè tutti ci possiamo riabbracciare in paradiso ». Fin qui il suo maestro.

Per dare un segno esterno del grande affetto che da tutti por­tavasi all´amico defunto, fu fatta una sepoltura solenne quanto era compatibile coll´umile nostra condizione.

Con cerei accesi, con cantici funebri, con musica istrumentale e vocale accompagnarono la cara salma fino alla tomba, dove pregan­dogli riposo eterno gli diedero l´ultimo addio nella dolce speranza di essergli un giorno compagni in una vita migliore della presente.

Un mese dopo gli fu fatta una rimembranza funebre. Il sacerdote Zattini, celebre oratore, espose in patetico e forbito discorso l´elogio del giovane Michele. Rincresce che la brevità di questo libretto non comporti di inserirlo per iutiero; voglio tuttavia metterne gli ultimi periodi che serviranno anche di conclusione ai presenti cenni biografici.

Dopo di aver esposto in forma oratoria le principali virtù di cui era ricco l´animo del defunto, invitava i dolenti e commossi compagni a non dimenticarlo: anzi a spesso ricordarsi di lui, e per confortarlo colla preghiera, e per seguirlo nei begli esempi che ci lasciò nella sua vita mortale. In fine conchiuse così:

« Questi esempi in vita e queste parole in morte ci porgeva il comune amico Michele Magone da Carmagnola. Ora egli non è più,

 

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la morte ha vuotato il suo seggio qui in chiesa, ove egli veniva a pre­gare, e la sua preghiera eragli così dolce, e la pace così profonda. Egli non è più, e colla sua subita scomparsa ci prova che ogni astro si spegne quaggiù, ogni tesoro si dissipa, ogni anima è richiamata. Trenta giorni or sono noi abbiamo consegnato alla terra le sue care giovani spoglie. Se io fossi stato presente, ad uso del popolo di Dio, avrei estirpato presso la tua fossa una manciata di erba e gettandola dietro le spalle, avrei mormorato in mesto accento come il figlio di Giuda: Fioriranno essi come l´erba dei campi: dalle tue ossa risorgano altri cari giovanetti che risveglino tra noi la tua ricordanza, ne rinno­vino gli esempi, e ne moltiplichino le virtù.

« Addio dunque per l´ultima volta, o dolce, o caro, o fedele nostro compagno, o buono e valoroso Michele! Addio! Tu crescevi trepida speranza dell´ottima tua madre, che sopra di te pianse le lagrime della pietà più ancora che quelle della natura e del sangue... Tu crescevi bella speranza di quel padre adottivo che ti accoglieva nel nome del provvido Iddio, che ti chiamava a questo dolce e benedetto asilo dove imparasti sì bene e sì presto l´amore di Dio e lo studio della virtù... Tu amico ai tuoi condiscepoli, rispettoso ai superiori, ai maestri docile, a tutti benevolo! Tu crescevi al sacerdozio... e forse in esso saresti stato esempio e maestro della sapienza celeste!... Tu hai lasciato al nostro cuore un vuoto... una ferita...! Ma tu ti sei involato, o piuttosto morte ti involò alla nostra stima, al nostro affetto... ah dunque ave­vamo noi bisogno delle lezioni della morte ? Sì, ne avevano bisogno i fervidi, i meno solleciti, i trascurati; bisogno il negligente, il son­nolento, il pigro, il debole, il tiepido, il freddo. Deh! ti preghiamo, facci conoscere che tu sei ora nel luogo della gioia, nella terra beata dei viventi: facci sentire che tu ti ritrovi ora presso alla fonte, anzi al mare della grazia e che la tua musica voce interfusa a quella dei cori celesti è possente, è gradita alle orecchie di Dio! Impetraci zelo, amore e carità... impetraci di vivere buoni, casti, divoti, virtuosi... di morire lieti, sereni, calmi, fidenti nelle divine misericordie. Impetraci che la morte non ci tocchi coi suoi touienti; come rispettava te mede­simo. Non tangat nos tormentum mortis ! Prega per noi cogli angelici giovanetti pur di questa casa che ti precedettero nel seno di Dio, Gavio Camillo, Fascio Gabriele, Rua Luigi, Savio Domenico, Mas­saglia Giovanni, e prega con essi soprattutto pel tanto amato capo di questa casa. Noi ti rammenteremo sempre nelle nostre preci, noi non ti oblieremo giammai, finchè non ci sia dato di raggiungerti sulle stelle. Oh benedetto sia Dio che ti formò, che ti nudrì, ti mantenne e ti tolse la vita. Benedetto sia quegli che toglie la vita, e benedetto sia quegli che la rende! »,

 

PRATICA DI PIETÀ

che ogni giorno compieva il giovane Magone Michele (31)

PREGHIERA QUOTIDIANA

A GESÙ AGONIZZANTE

per tutti coloro che muoiono entro le ventiquattr´ore della giornata

O clementissimo Gesù amatore delle anime, io vi supplico, per l´agonia in che fu il vostro santissimo Cuore, e pei dolori della vostra Madre Immacolata, di lavare nel vostro Sangue le anime dei peccatori di tutto il mondo, quelle che al presente agonizzano, e che passeranno di vita nel dì d´oggi.

Cuore agonizzante di Gesù abbiate pietà di essi. Così sia.

ALTRA PREGHIERA

da recitarsi la mattina, nel mezzodì e la sera a pro degli agonizzanti

Mio Dio, applicate ai fedeli, che sono in agonia, e muoiono in questo momento, i meriti infiniti del preziosissimo Sangue di N. S. Gesù Cristo, della sua dolorosa passione e morte, del martirio di Maria a´ piè della Croce, e delle preghiere, che Essa in quel punto v´indirizzò. Un´Ave Maria.

 

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CONSIDERAZIONI

utili a ben praticare le preghiere ed altre opere meritorie

per gli agonizzanti

I.          Quante migliaia d´uomini cadono quest´oggi, com´erba molle, mietuti dalla falce della morte! Essi tutti comparir debbono al tribu­nale tremendo di Dio per udire la sentenza o di vita, o di morte eterna!

Ohimè! saranno tutti in grazia, o forse alcune migliaia sono ancora in istato di peccato mortale!

II.        Una confessione ben fatta, o un atto solo di vera contrizione può bastare a salvarli!

Oggi una nostra preghiera, un digiuno, una qualunque altra pra­tica religiosa può ottenere loro dal Cuore agonizzante di Gesù o l´una, o l´altra delle due grazie: domani non sarà più tempo!

III.     Quanti tra quelli, che oggi agonizzano sono nostri amici, nostri benefattori, forse anche fratelli e congiunti, forse anche com­plici di qualche nostro peccato, o testimoni di qualche nostro scandalo!

Ognuno per qualsiasi di queste ragioni ha diritto alle nostre carità.

IV.     Verrà giorno, in cui tra i moribondi saremo noi pure noverati. Quale consolazione in quegli estremi e pericolosi momenti, se altri pregherà per l´anima nostra! Quale dolce memoria delle nostre pre­ghiere, e delle opere fatte in vita da noi per gli agonizzanti.

AVVERTIMENTO: Chi recita tre Pater ed Ave al segno che si dà colla campana dell´agonia di qualcuno, lucra 300 giorni d´indulgenza applicabile anche alle anime sante del purgatorio.

LODI

AL NOME ADORABILISSIMO DI DIO

Dio sia benedetto.

Benedetto il suo santo Nome.

Benedetto Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo. Benedetto Gesù nel Santissimo Sacramento dell´altare. Benedetta la gran Madre di Dio Maria Santissima. Benedetto il nome di Maria Vergine e Madre. Benedetto Dio nei suoi Angeli e nei suoi Santi. Amen.

Pio VII concede l´indulgenza di un anno ogni volta che si recita.


NOTE AL TESTO

AVVERTENZA. - Le Note proprie dell´Autore sono lasciate a loro luogo e contras­segnate in fine con (a).

(1)   La Vita di Savio Domenico uscì nel gennaio 1859, nelle Letture Cattoliche (anno VI, fase.. XI), e forse sul finire della prima quindicina. Il Magone s´ammalò il 19 gennaio.

(2)   « All´età [di un giovanetto] di quattordici anni ». Così la 13 edizione. Il Magone, nato il 19 settembre 1845, confessa poi, per un po´ di vanteria, 13 anni nell´ottobre 1857, e volgeva sui 14 nel gennaio 1859. Si osservi: il Savio mori a 14 anni e undici mesi; il Besucco (nato in marzo 1850, morto in gennaio 1864) mancò a 13 anni e nove mesi. Non fanciulli adunque, ma giovanetti agli albori dell´adolescenza, ch´era appunto l´età nella quale Don Bosco credeva si potesse efficacemente attendere all´educazione della gioventù. Non prima dei dodici, non dopo i diciotto. (Cfr. Primo Piano di Regolamento per la Casa annessa all´Oratorio di S. Francesco di Sales, 1852-54: in Mem. Biogr., vol. IV, pag. 735, cap. I).

(3)   A Sommariva Bosco nel 1857 non passava ancora la linea Torino-Bra­Savona, decretata soltanto nel 1861. Bisognava venire a prendere il treno a Carma­gnola, dove dal 1856 passava la linea Torino-Savigliano, e dove le due linee di Cuneo e di Savona si congiungono. A Sommariva Don Bosco aveva insigni benefattori ì Sign. Marchesi, ch´erano allora il Gen. Claudio e la consorte Elisabetta Bontur­line, russa. Tutti ricordano il miracolo del rosaio fiorito nel dicembre 1862 attorno alla finestra della stanza che ospitava Don Bosco nel castello (Mem. Biogr., VII, 352). I Marchesi di Sommariva appartengono al ramo diretto dei Seyssel d´Aie, una delle più antiche Case feudali di Savoia, illustre per lunga serie di uomini insigni. Anche in seguito questa Casa s´è mostrata amica e benefica verso Don Bosco e le Opere sue. Chi scrive ne ha provato la generosità quando il March. Col. Claudio (f 1931) concorse largamente alle spese d´una sua pubblicazione, che le R. Depu­tazione di Storia Patria non bastava a sostenere, e che, dicono le Riviste e le Enci­clopedie, fece onore agli studi storici italiani. Modestia a parte, s´intende.

(4)   Si noti l´uso del Voi, che íl Magone conserverà sempre parlando a Don Bosco. Era, tra il popolo piemontese, il pronome di rispetto che si usava anche coi genitori. Che nel Savio e nel Besucco non compaia, è probabilmente un fatto di riflesso letterario. Certamente quei bravi ragazzi parlavano in dialetto piemontese, e le conversazioni del Magone, lette nel linguaggio paesano (Carmagnola era allora detta la Siena del Piemonte) conserverebbero tutta la loro caratteristica impronta.

 

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Si noti che anche all´Oratorio si parlava in piemontese, e l´obbligo (non molto rigo­roso del resto) di parlare in italiano fu imposto agli studenti soltanto nel febbraio 1860, mentre si seguitò a predicare (Borel, Cagliero) in dialetto, almeno nell´istruzione vespertina della domenica, fino al 1865. Cfr. Mem. Biogr., VI, 484, 787; VII, 309.

(5)    Il linguaggio ferroviario qui usato differisce un poco dal nostro, ma era quello comune d´allora. Le ferrovie si chiamavano ufficialmente Strade Ferrate (piem.: strà d´ fer). Noi vecchi ricordiamo la sigla SFAI (Strade Ferrate Alta Italia) scritta su tutte le carrozze e vagoni d´un tempo.

(6)    Canonico dappoi, della Collegiata di S. Agostino di Carmagnola. Allora non era (e in la edizione è detto semplicemente: Sig. D. Ariccio), e il titolo fu aggiunto in 23 edizione. Mie informazioni private mi assicurano che il Don Ariccio era un degno amico di Don Bosco e prete zelantissimo.

(7)    Il seguito della parlata, e le prime due proposizioni della seguente, fino ad « ami meglio » sono aggiunti in 23 edizione. La la diceva semplicemente: « ... non vi darò dispiacere. — Ami meglio di studiare o intraprendere un mestiere ? ».

(8)    « Da potersi ancora far prete », diceva, in 33 persona, la la edizione, ed era meglio.

(9)    La P edizione aggiungeva: « che lo avvisasse, lo correggesse secondo il bisogno ». Il periodo seguente è aggiunto in 23 edizione, ed è di un alto valore pedagogico. Cfr. lo Studio su Savio Domenico e Don Bosco, lib. III, cap. II.

(10)  Da questo punto il dialogo, che nella la edizione era assai più sbrigativo, è stato rifuso con nuovi particolari di fatto. Era semplicemente così:

«— Levarteli... levarteli... presto detto! ma se tu fossi nei miei panni, diresti eziandio che io sono in un gran pasticcio.

— Qualunque pasticcio tu abbia, io ti suggerisco il mezzo di aggiustartelo. Va dal confessore, aprigli lo stato di tua coscienza, ecc. ».

(11)  Il capo V non fu più ritoccato, salvo una amplificazione della 23 edizione nel terzo periodo. La la diceva: « Per prima cosa vi raccomando di confessare sempre qualunque peccato, senza lasciarvi indurre dal demonio a tacerne alcuno ».

(12)  Non è cosa da postille la questione qui proposta, e noi la trattiamo nel testo dello studio preposto alla Vita, allegandovi pure la citazione storicamente importantissima dell´articolo del .Primo Regolamento (cit. sopra), del 1852-54.

(13)  I tre periodi che seguono, coll´eroico fatto dell´attesa per la confessione, sono aggiunti in 23 edizione. Non che li ignorasse al tempo della la edizione, ma per le ragioni di opportunità già da noi spiegate altrove (p. es. nel Comollo) ritardò ad inserire particolari troppo fuori del comune. Nessuno poi faccia le meraviglie di quelle lunghe ore: Don Bosco non si risparmiava, e durava anche dieci ore a confessare: giacchè i 169-180 allievi del 1857-59, e gran parte dei giovani esterni, volevano tutti passare da lui; e la Casa dell´Oratorio non aveva rigore di orari in queste cose. Era ancora Casa e non Collegio.

(14)  Prezioso particolare per la Causa di Savio Domenico, la quale, dopo il 9 luglio 1933, è, per grazia di Dio, fuori causa. Cioè la memoria e l´opinione dì san­tità del Savio era viva nell´Oratorio dopo la sua morte, prima che Don Bosco ne pubblicasse la Vita (gennaio 1859, quando il Magone morì), e perciò fuori di quel­l´influsso che il libro avrebbe dovuto esercitare sul concetto della sua santità.

(15)  Si confronti questo capoverso con quanto è detto nel capitalissimo scritto di Don Bosco sul Sistema Preventivo (premesso fin dal 1855 al suo Regolamento manoscritto: l´uno e l´altro rimasti inediti fino al 1877): « si dia ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento, ecc. ».

(16)  La figura di Don Francesia è nota ad ognuno che per poco conosca la storia di Don Bosco, del quale fu tra i primissimi allievi (1852). Vestito chierico

 

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fin dal 1853, fu, nel 1855, a 17 anni, messo dal Santo a tenere quella classe di terza latina o grammatica (3a ginnasiale), che fu allora la prima scuola interna dell´Oratorio e dov´ebbe a scolaro Savio Domenico. L´anno seguente furono sta­bilite le tre classi inferiori del ginnasio con due insegnanti; nel 1857-58 le tre classi furono regolari, col ch. Francesia alla prima, e nell´anno successivo, 1858-59, di nuovo alla terza, frequentando intanto come uditore la facoltà di Lettere nella R. Università di Torino. Sicchè il Magone, che fece due classi sole, passando dalla prima alla terza (1858-59), non ebbe altro maestro che Don Francesia, e morì alunno della 3a ginnasiale.

Il titolo di professore e la qualità di sacerdote sono una variante della 23 edi­zione, del 1866, quando Don Francesia era sacerdote dal 14 giugno 1862 e lau­reato dal 13 dicembre 1865. La la edizione diceva molto semplicemente: « ... dal suo maestro Francesia Giovanni ».

(17)  Tutte le edizioni, perchè nessuno si curò di correggere (neppure Don Francesia, vissuto fino al 1930), dànno il verso come di Dante. Ma è di Petrarca, Son. in vita di M. L, n. CCXIII, v. 3. Anzi il buon chierico maestro, citando ad orecchio, aveva scritto:

« Sotto biondi capei mente canuta» (la ediz., pag. 35).

(18)  Niente di più positivo. Le prime liste di voti conservate all´Oratorio (che passavano poi a Don Bosco) risalgono proprio al 1857-58: il primo anno sco­lastico di Magone, col 1° trimestre della sua conversione (cfr. Mon. Biogr., VI, 393). Si osservi che la dicitura della classifica (la quale non ha voti in cifre) traduce i termini latini della vecchia scuola: di medie (mediocre = 6-7); il bene (buona, suf­ficiente = 8); il fere optime (quasi ottima = 9); l´optime (ottima = 10); in materie scolastiche stava anche l´egregie (dieci con lode). E la graduatoria scolastica del buon Magone risponde appunto alla sua vicenda morale: il primo mese, quando non s´era peranco convertito, la condotta era, tanto da contentarsi, mediocre : poi in tre mesi, ma per gradi, arriva all´optime, e vi si mantiene poi sempre. E la pagina descrive gli sforzi della sua volontà.

(19)  Cfr. Giovane Provveduto, P e 23 ediz., pag. 51.

(20)  Si noti il ripetersi costante del termine e dell´idea del conservare : nel titolo, nella lettera del condiscepolo, nell´introduzione dei Cinque ricordi di S. Filippo Neri, nell´ultimo capoverso. Il testo dell´annesso Studio mette nella giusta luce questo modo di parlare, proprio di Don Bosco. Ma perchè non possiamo vedervi un poco di ottimismo (così caro ai Santi), nel concepire tutto il sistema di cautele e provvidenze attinenti alla delicata materia, come una difesa di quello che già si possiede, piuttosto che una conquista di ciò che non si ha o si è perduto ? E Don Bosco sapeva ben distinguere ciò che non era se non incosciente grossolanità o ineducazione, da ciò che implicava vera malizia.

(21)  Le prime edizioni avevano l´indicativo: « non ispaventano, e neppure stancano il fedele cristiano ». E mi pare che dicesse meglio il pensiero dell´Autore. L´indicativo fa supporre che le cose che si propongono siano di quelle notoriamente conosciute per essere agevoli e meno noiose e pesanti, soprattutto più alla mano. Noi tuttavia riproduciamo l´edizione definitiva com´è.

(22)  « In mezzo ad una piazza », diceva la la edizione. La 23 edizione ha pre­cisata la notizia, dicendo di Piazza Castello, il centro della vita torinese d´allora, quand´era capitale, e di molto tempo dappoi. Il Superiore qui accennato è lo stesso Don Bosco, il quale altrove non sdegna di parlare in prima persona, e dice fin dapprincipio d´esser stato testimonio di molti fatti che qui narra.

(23)  Cfr. Giovane Provveduto : CONSIDERAZIONI: Giovedì: L´Inferno, pag. 44 (ed. cit.). Forse vi è una qualche relazione tra il « reggere un dito sopra il lume

 

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d´una candela o una scintilla di fuoco sulla mano, senza gridare » e il gesto reale del Magone ?

(24)  I sentimenti del Magone a proposito del confessore dimostrano ch´egli ha pienamente assorbito l´insegnamento di Don Bosco (cfr. sopra, capo V). Che se vogliamo riferirci al Regolamento del 1852-54, già citato, si osservi che quella quasi prescrizione riguarda gli studenti, e mira a che possano essere diretti nel cammino della loro vocazione, che in essi è, almeno intenzionalmente, presunta per l´ac­cettazione.

(25)  Le sole brevi vacanze passate a casa (capo XI) furono forse quelle pasquali, di otto giorni, che cominciavano dal pomeriggio del Mercoledì Santo, dopo gli Esercizi Spirituali in preparazione del precetto pasquale. Anni dopo furono abolite, e i giovani interni furono impiegati nelle funzioni della Settimana Santa presso le varie chiese che avevano bisogno di chierici (e, per l´occasione, si vestivano), come si continuò a fare ancora ai tempi miei. Naturalmente, sorta la chiesa di ManI Ausiliatrice, fu tanto più necessaria la presenza dei giovani fumionanti e partecipanti.

Nelle vacanze estive invece, il Magone non volle andare a casa sua, anche perchè voleva guadagnare un anno di corso, e lo dice il libro al capo XII: e Don Bosco lo condusse poi, per isvagarlo, alla sua casa di Murialdo, ai Becchi. Murialdo è la frazione di Castelnuovo a cui appartiene la borgata o casale (sottofrazione) dei Becchi, con la casa nativa del Santo e le case di suo fratello Giuseppe. Da Torino fin là, s´andava a piedi. Chi scrive, ricorda d´avervi ancora passato qualche giorno nelle vacanze, ai tempi di Don Bosco, e precisamente, come al solito, al tempo della festa del SS. Rosario, che si celebrava in una cappelletta disposta dal Santo nel pianterreno della casa fraterna (c´è ancora): e si faceva un po´ di vita campa­gnuola alla maniera antica. Si dormiva sul fienile, e s´andava pei paesetti circostanti a far dell´accademia agli amici dell´Oratorio, merendando un po´ dappertutto, come capitava. La vendemmia ambulante era sottintesa.

(26)  Veramente, come ricorda il LEMOYNE, Mem. Biogr., VI, 118, quelle parole profetiche furono intese per sè anche dal giovane Costanzo Berardi. Cfr. mie osser­vazioni nel testo dello Studio.

(27)  Della Compagnia del SS. Sacramento la nota informativa fu posta fin dalla la edizione, come di cosa recente e che si voleva far conoscere. Infatti essa fu iniziata ed ebbe il Regolamento qui riferito per opera del caro chierico Giuseppe Bongiovanni, sul finire del 1857, appunto durante l´anno scolastico 1857-58 che fu il primo anno del Magone e l´unico intero della sua vita nell´Oratorio. Del Rego­lamento, quale è qui riferito, si conserva ancora l´autografo dello stesso Don Bosco. Primo direttore della Compagnia fu lo stesso chierico Bongiovanni, angelico giovane e confidente degnissimo di Domenico Savio, da lui aiutato nell´istituire la Compagnia dell´Immacolata Concezione. Fatto sacerdote, morì il 17 giugno 1868, mentre si chiudeva l´Ottavario per la, Consacrazione di Maria Ausiliatrice, di cui aveva egli stesso preparato tutte le funzioni. Don Bosco ne ha tracciato un breve ed affettuoso profilo biografico in una lunga nota aggiunta nella 5a edizione (definitiva) della Vita di Savio Domenico, capo XVII.

(28)  Il rapido decorso della malattia (pomeriggio 19 gennaio - sera del 21 gen­naio), i pochi accenni ai sintomi della medesima, fanno credere ad una improvvisa congestione polmonare, di cui i vermi furono una causa indiretta. A quel tempo il medico l´avrebbe detta « emormesi polmonare » o col Tommasini « angioidesi »; ma spiegandosi col linguaggio popolare doveva dire, traducendo, « un fatale corso di sangue (frane.: coup de sang) si porta allo stomaco », indicando con questo pie­montesismo (storni = petto) gli organi inclusi nel torace. E i mezzi usati per deviare il sangue (deplezione sanguigna) secondo l´uso del tempo, ne sono la prova.

 

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(29)  La notizia su Don Alasonatti fu inserita subito nella 2a edizione (1866): la biografia di lui, qui annunziata come in preparazione, fu pubblicata nel 1893.

(30)  Don Agostino Zattini, professore di filosofia, era un emigrato lombardo, che a Brescia era stato impiccato in effigie, condannato per ribellione al Governo austriaco (LEmovivE, Mem. Biogr., IV, 421; VI, 159). Venne ricoverato nel 1852 all´Oratorio (erano i tempi del famoso processo di Brescia, dei Martiri di Belfiore), e vi stette fin dopo la liberazione della Lombardia. Il dotto professore, sacerdote pio, umile e di gran cuore, non sdegnò di far scuola, per due anni, di leggere e scrivere nelle scuole diurne elementari per esterni, con scolaresche ineducate e difficili, usando una pazienza davvero eroica. Ma non gli sfuggì mai una parola di politica. Don Bosco lo dice « celebre oratore », probabilmente perchè in patria doveva goder fama di valente, e tale si dimostrava predicando con unzione e dottrina all´Oratorio. La sua eloquenza, come si vede dai tratti riferiti, risente alquanto delle tendenze accademiche della scuola; ma il pensiero è sempre forte ed elevato, e profondo il sentimento: la chiusa poi, veramente dettata dal cuore, è degna che Don Bosco la metta a conclusione dell´intero suo lavoro.

(31)  L´Editore crede opportuno ripubblicare, insieme con la Vita di Michele Magone, anche la Pratica di pietà che gli fu cara e familiare, ed è come un segno concreto della sua personale divozione. Il testo proviene dai libri di divozione allora in uso tra il nostro popolo, e che forse il Magone conobbe a casa sua. La divozione per gli agonizzanti fu principalmente promossa e diffusa dai Camillini. Le Lodi al Nome di Dio sono qui riferite come si recitavano allora, senza le invocazioni aggiun­tevi in seguito.

 

PROTESTA DELL´AUTORE

A quanto fu detto e scritto intorno al giovane Michele Magone l´autore non intende di dare altra autorità se non quella di semplice storico, e rimettendo ogni cosa al giudizio di S. Chiesa reputasi a massima gloria ogni volta che si può professare ubbidientissimo figliuolo.

 

INDICE

PARTE SECONDA

IL « MAGONE MICHELE »: UNA CLASSICA ESPERIENZA EDUCATIVA

STUDIO

CAPITOLO I — Il libro ....................................................................................  pag. 131

Bibliografia ....................................................................................................  » 131

Valore pedagogico ..........................................................................................  » 132

La pedagogia di Don Bosco ............................................................................  » 134

La Prefazione .................................................................................................  » 135

CAPITOLO II — Con Don Bosco ............................................................................  » 137

Carattere letterario del libro ..........................................................................  » 137

Il primo incontro ...........................................................................................  » 138

Il primo colloquio all´Oratorio .......................................................................  » 139

Il dramma dell´anima ......................................................................................  » 140

La « conversione » ..........................................................................................  » 141

La didascalia e parenesi sulla confessione .......................................................  » 143

Parole ai sacerdoti ..........................................................................................  » 144

Trasformazione ..............................................................................................  » 147

L´allegria ........................................................................................................  » 149

La condotta ...................................................................................................  » 150

Il dovere ........................................................................................................  » 151

Divozione e pedagogia mariana ......................................................................  » 154

CAPITOLO III — La purezza ...............................................................................  » 159

Il concetto di Don Bosco ...............................................................................  » 159

La pedagogia della castità ...............................................................................  » 162

Conservare .....................................................................................................  » 163

Il capo IX del libro .........................................................................................  » 164

La massima trionfatrice ..................................................................................  » 165

La lettera all´amico .........................................................................................  » 167

CAPITOLO IV — Il cuore .....................................................................................  » 169

Gli episodi della bontà ...................................................................................  » 169

Apostolato .....................................................................................................  » 171

Digressione: la vita del cortile ........................................................................  » 172

 

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CAPITOLO V — Le ascensioni ..........................................................................  pag. 177

Lavoro della grazia di Dio ..............................................................................  » 177

Altezza di sentimenti .....................................................................................  » 178

L´ultima ascesa ...............................................................................................  » 180

Carattere cristiano .........................................................................................  » 183

Sempre più presso ..........................................................................................  » 184

CAPITOLO VI — Al Paradiso ..............................................................................  » 187

Il passaggio al Paradiso ...................................................................................  » 187

La madre ........................................................................................................  » 190

L´esaltazione ..................................................................................................  » 190

CAPITOLO VII — Il lavoro di Don Bosco ................................................................  » 192

Il tipo Magone ...............................................................................................  » 192

La figura spirituale .........................................................................................  » 194

L´anima mariana .............................................................................................  » 196

Il modello dei « quasi tutti » ...........................................................................  » 198

Pedagogia interna ed esterna                                                                             » 199

Al cuore col cuore ..........................................................................................  » 200

« CENNO BIOGRAFICO SU MAGONE MICHELE »

Prefazione ............................................................................................................  pag. 201

CAPO I        - Curioso incontro .............................................................................  » 203

CAPO II   - Sua vita precedente e sua venuta all´Oratorio di S. Fran‑

cesco di Sales .................................................................................  » 205

CAPO III - Difficoltà e riforma morale .................................................................  » 207

CAPO IV - Fa la sua confessione e comincia a frequentare i Ss. Sa‑

cramenti .........................................................................................  » 209

CAPO V      - Una parola alla gioventù .................................................................  » 211

CAPO VI - Sua esemplare sollecitudine per le pratiche di pietà . ...........................  » 213

CAPO VII - Puntualità ne´ suoi doveri ..................................................................  » 215

CAPO VIII - Sua divozione verso la B. Vergine Maria ..........................................  » 217

CAPO IX - Sua sollecitudine e sue pratiche per conservare la virtù

della purità .....................................................................................  » 219

CAPO X      - Bei tratti di carità verso del prossimo ..............................................  » 221

CAPO XI - Fatti e detti arguti di Magone .............................................................  » 224
CAPO XII - Vacanze di Castelnuovo d´Asti - Virtù praticate in quella

occasione .......................................................................................  » 226

CAPO XIII - Sua preparazione alla morte ..............................................................  » 22(

CAPO XIV - Sua malattia e circostanze che l´accompagnano ................................  » 232

CAPO XV - Suoi ultimi momenti e sua preziosa morte .........................................  » 234

CAPO XVI - Sue esequie - Ultime rimembranze - Conclusione . . ........................  » 238

Pratica di pietà che ogni giorno compieva il giovane Magone Michele » 241

Altra preghiera da recitarsi la mattina, nel mezzodì e la sera a pro degli

agonizzanti .....................................................................................................  » 241

Considerazioni utili a ben praticare le preghiere ed altre opere meritorie

per gli agonizzanti  .......................................................................................... » 242

Lodi al- Nome adorabilissimo di Dio .....................................................................  » 242

NOTE AL TESTO ................................................................................................  » 243