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DON BOSCO EDUCATORE - Sac. PIETRO RICALDONE, Volume I

Sac. PIETRO RICALDONE
DON BOSCO EDUCATORE
Volume I. RISTAMPA
LIBRERIA DOTTRINA CRISTIANA
COLLE DON BOSCO (ASTI)
PREFAZIONIE

Da tempo mi sono state rivolte premurose istanze, perchè scrivessi una Circolare su Don Bosco Educatore.
Ho accolto con gioia le filiali insistenze, e mi proposi di presentare il pensiero, la pratica, le tradizioni del sistema educativo del nostro grande Padre, con semplicità e chiarezza, e con l’animo sgombro da ogni altra preoccupazione, che non fosse quella d’inquadrare ordinatamente il vero tesoro di sapienza educativa lasciatoci in eredità da San Giovanni Bosco.
Devo però confessare che, a misura che progredivo nel dolcissimo lavoro, se da una parte mi convincevo sempre più della sua importanza, praticità e necessità, dall’altra riconoscevo, quasi con sgomento, le non comuni difficoltà di una trattazione, la quale oggi più che mai interessa e preoccupa, oltre che noi figli di Don Bosco, e tutti gli studiosi di materie pedagogiche, anche gli statisti e gli uomini sui quali pesa la responsabilità di plasmare, mediante un risanamento educativo, le nuove generazioni.
Sarebbe infatti di scarso giovamento formarle nelle lettere, nelle arti e nel progresso materiale, se poi venisse comecchessia a mancare il loro avviamento alla virtù, alla moralità e a una ben intesa e ben vissuta libertà: qualsiasi altro progresso infatti, oltre che essere privo di base, contribuirebbe anzi a condurre irreparabilmente alla rovina uomini, famiglie e popoli.
A rinfrancarmi nella non facile impresa, servì un osservazione fattami da alcuni, e cioè che sono ormai uno dei pochi che ebbero la sorte di conoscere e di avvicinare il nostro santo Fondatore, e di tenere, per lunghi anni, soave domestichezza con i suoi primi Successori: Don Rua, Don Albera e Don Rinaldi.
Dalle conversazioni di questi nostri Padri sgorgava perennemente, con altri insegnamenti relativi al patrimonio spirituale e religioso, anche il genuino pensiero pedagogico di San Giovanni Bosco, senza la cui fedele e perenne attuazione non sarebbe possibile a noi Salesiani perpetuare la missione cristianamente educatrice del Santo.
A troncare ogni indugio venne la Beatificazione di Domenico Savio.
Fu detto che questo avvenimento, del tutto straordinario e senza riscontro nella storia, è stato il celeste collaudo del sistema educativo di Don Bosco: ed è vero.
L’angelico Alunno dell’Oratorio, il quale nell’ambiente della vita familiare che si svolgeva sotto gli occhi e secondo le norme educative di Don Bosco, potè raggiungere le più alte vette della perfezione cristiana e praticare in grado eroico le virtù, offre la più alta conferma della bontà dell’educazione impartita dal nostro grande Padre.
Ed ora, prima di presentarvi l’umile mio lavoro, debbo prevenire una difficoltà. A taluno potranno parere eccessive le citazioni e troppi i ricordi biografici. Rispondo che, essendomi proposto di presentare Don Bosco quale educatore soprattutto in atto, cioè oggettivamente e non speculativamente, è naturale vengano moltiplicate le citazioni di detti e di fatti di Don Bosco, anche perchè, se incorniciate nella tradizione Salesiana e tramandate in forma organica ai suoi Figli, incidono sull’animo con efficacia maggiore.
Questo copioso materiale, raccolto dall’insegnamento e dalla vita del nostro santo Fondatore, ho creduto bene distribuire in tre parti.
Nella prima parte: Don Bosco di fronte al problema educativo, mi è sembrato opportuno chiarire, sia pur brevemente, il concetto stesso che Don Bosco inculcava circa l’educazione, e poi mostrare anche com’esso risulti mirabilmente concorde con la definizione tratta dall´Angelico Dottore San Tommaso.
Nella seconda e terza parte sono venuto esponendo teoria e pratica del nostro Padre in fatto di educazione, col presentare anzitutto II Sistema Preventivo, sia nei suoi elementi (Educatori, Educandi), sia nelle sue forme principali (Disciplina, Assistenza, Esemplarità, Insegnamento), e col trattare in fine dell’Educazione in atto, così come la realizzò Don Bosco nei vari aspetti di educazione fisica, estetica, intellettuale, professionale, sociale, morale, religiosa. Una parola sulla scelta dello stato, importantissima mèta dell’intera opera educativa, porrà termine a tutta la trattazione.
Quest’umile lavoro che, con l’aiuto del Cielo e non senza fatica, mi fu dato di condurre a termine entrato nel mio ottantaduesimo anno, intendo deporlo ai piedi dell’impareggiabile Maestro e del suo angelico Alunno, come omaggio all’Educatore e all’Educando, che ci si presentano aureolati degli splendori dei Santi.
Dal posto che indegnamente occupo, ho sentito tutta la mia grave responsabilità anche di fronte al problema pedagogico, essendo la pedagogia il campo preciso dell’attività Salesiana. Mi persuasi anzi che non sarebbe stato sufficiente ch’io mi fossi adoperato per conservare e tramandare integro alle future generazioni l’inestimabile tesoro della pedagogia salesiana lasciataci da Don Bosco, se al tempo stesso non avessi procurato, con tutti i mezzi a disposizione, di metterne in evidenza e diffonderne, a beneficio specialmente della gioventù, l’intrinseco, ricco e fecondo contenuto.
Ecco perchè, vedendo avvicinarsi a grandi passi l’ora della mia dipartita, mi affretto a compiere questo mio stretto dovere, pregando Iddio che, per intercessione di Maria Ausiliatrice, si degni di benedire questa mia fatica, e dare alla povera mia parola un po’ di quella efficacia che, con tanta dovizia, si degnò concedere a quella, sapiente e infocata di zelo, del nostro Padre e Maestro San Giovanni Bosco.

PROSPETTO DELLA TRATTAZIONE
INTRODUZIONE
1. Brevi cenni sulla preparazione di Don Bosco all´apostolato educativo.
2. Don Bosco, educatore e pedagogista.
a) Doverosa chiarificazione.
b) La scienza pedagogica di Don Bosco.
c) Don Bosco, scrittore di materie pedagogiche.
d) li « sistema educativo » di Don Bosco.
e) Particolare responsabilità della Famiglia Salesiana.

PARTE PRIMA DON BOSCO DI FRONTE AL PROBLEMA EDUCATIVO
Capitolo I. Don Bosco, Apostolo deli’cducazione.
1. Importanza e necessità dell´Educazione.
2. Il triste quadro.
3. Miserando stato delle fanciulle.
4. Le cause.
5. Dovere dei genitori.
6. La missione dei Cooperatori.
7. Ardore di Don Bosco per l´educazione della gioventù.
Capitolo II. Il concetto di educazione secondo Don Bosco.
1. Una domanda legittima.
2. Il primo professore di « Pedagogia Sacra ».
3. La definizione di « Educazione » data da Don Bosco.
4. Brevi considerazioni sulla definizione di Don Bosco.
5. Formazione integrale.
Appendice al Capitolo II. II concetto di educazione secondo San Tommaso.
a) L’anima è signora del corpo.
b) Il primato della volontà.
c) Dio e la pedagogia.
d) Natura e grazia.
e) Il procedimento educativo.
/) Educatore ed educando.
PARTE SECONDA IL SISTEMA PREVENTIVO
Premessa.
Sezione Prima.
Elementi Fondamentali dell’educazione. Capitolo I. Il sistema.
1. L´opuscolo sul Sistema Preventivo.
2. Dichiarazioni di Don Bosco sul suo sistema,
a) Alcune conversazioni.
1) Col Ministro Rattazzi.
2) Col Prefetto di Torino.
3) Col Maestro Bodrato.
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b) Una « Buona Notte » sul Sistema Preventivo.
c) Altri accenni del santo Educatore.
3. Il principio informatore del Sistema Preventivo.
a) Il fondamento dell’amore.
1) L’educazione, opera d’amore.
2) L’amore, essenza della vita cristiana.
3) San Francesco di Sales, Santo dell’amore.
4) Don Bosco e la sua missione d’amore.
b) L’amore, anima del Sistema Preventivo.
1) Il Sistema Preventivo nel pensiero di Don Bosco.
2) L’amore nel Sistema Preventivo.
3) Come ^Don Bosco amava i suoi giovani.
4) 2La lettera del 1884 da Roma.
c) Le manifestazioni della carità.
1) La dolcezza.
2) La confidenza.
I. Sua utilità.
II. Come avvicinare i giovani: esempi di Don Bosco.
A. All’inizio della sua missione.
B. Don Bosco in Trastevere.
C. Don Bosco in Piazza del Popolo.
D. Don Bosco e Michele Magone.
E. * Vada alla pompa! »
III. Mezzi per guadagnare la confidenza.
A. Le udienze particolari.
B. Le buone maniere.
Capitolo II. Gli educatori.
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1. Il Direttore come Padre.
a) Vita di famiglia.
b) Eequisiti del Padre.
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c) Il Direttore come centro dell’autorità e della responsabilità.
d) Uffici del Direttore.
1) Dirigere.
2) Consigliare e correggere.
3) Vigilare.
4) Altri doveri del Direttore.
2. I collaboratori.
a) Il Prefetto.
b) Il Catechista.
c) Il Consigliere e gli altri Superiori.
3. Requisiti dell´Educatore.
a) La figura ideale dell’educatore secondo Don Bosco.
b) Doveri dell’educatore.
1) Amare i giovani.
2) Essere paziente.
3) Coltivare l’intesa reciproca.
4) Pregare per i giovani.
5) Operare con costanza e con rettitudine d’intenzione.
4) La ricompensa dell´Educatore.
Capitolo III. Gli educandi.
1. Importanza della conoscenza dei giovani.
2. Mezzi per conoscere i giovani.
3. L´indole dei giovani.
4. I giovani pericolosi.
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Sezione Seconda.
Il metodo.
Capitolo IY. La disciplina come mezzo generale di educazione.
1. Amorevolezza e disciplina.
a) Autorità educatrice e perciò amorevole.
b) La mancanza di amorevolezza.
c) Servire il Signore in letizia.
d) Costante allegria del Padre.
e) Sua allegria in mezzo ai giovani.
2. La disciplina educativa.
a) La disciplina all’Oratorio di Valdocco.
b) Concetto di Don Bosco sulla disciplina.
c) Importanza della disciplina.
d) Mezzi per ottenere la disciplina.
1) Rispetto al fanciullo.
2) Non eccedere.
3) Educare al rispetto verso i superiori.
4) Rispetto reciproco tra i Superiori.
Appendice al Capitolo IV. Un’esperienza disciplinare moderna: « Il villaggio dei ragazzi ».
a) Il nome.
b) Autogoverno1?
c) Princìpi informatori.
Capitolo Y. L’assistenza come mezzo fondamentale di disciplina.
1. Concetto délVassistenza,.
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2. Importanza dell´assistenza.
3. L´assistenza come dev´essere.
a) Assistenza positiva.
b) L’assistenza, opera di amore.
c) Assistenza solidale.
d) Altre qualità dell’assistenza.
e) Cose da evitare durante l’assistenza.
/) Particolare vigilanza sulle letture cattive.
1) I libri.
2) Riviste e giornali.
4. Besponsabilità degli assistenti.
5. Don Bosco, assistente modello.
6. L´assistenza negli ambienti particolari.
a) In Chiesa.
b) Nello studio.
c) Nei laboratori e nei reparti agricoli.
d) Nel refettorio.
e) In ricreazione.
/) Durante il passeggio e nelle file.
g) In portineria.
h) In dormitorio.
i) Nell’infermeria.
Capitolo VI. Correzione e castighi.
1. La funzione educativa della legge.
a) Par conoscere la legge.
b) Mezzi per far conoscere la legge.
2. L´amorevole correzione negli esempi e nelle parole di Don Bosco.
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a) Come correggeva Don Bosco.
1) Sua delicatezza.
2) La parolina all’orecchio.
3) Nella « Buona Notte ».
4) Nel cortile.
5) Efficacia correttiva dello sguardo di Don Bosco.
6) Aspettava la calma.
7) Esortava a ricever bene le correzioni.
b) Come Don Bosco insegnava a correggere.
1) La correzione è un dovere per tutti.
2) Correggere in privato.
3) Longanimità, fermezza e imparzialità nella correzione.
4) Saper dimenticare.
3. I castighi.
a) L’amorevolezza e i castighi.
; 1) Prima di punire si adoperino tutti gli altri mezzi di correzione.
2) Si aspetti il momento opportuno.
3) Si eviti anche l’apparenza di passionalità.
4) Si lasci sempre la speranza del perdono.
5) Quali castighi adoperare.
6) A chi spetta castigare.
c) Altre norme di Don Bosco riguardo ai castighi.
d) Come Don Bosco castigava.
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Capitolo VII. La scuola come palestra d’educazione.
Premessa.
1. Come Don Bosco usava Vistruzione ai fini educativi.
2. La scuola.
a) Funzione educativa della scuola.
b) Scuola cristiana.
c) L’ambiente della scuola.
d) La scuola in azione.
1) Don Bosco, maestro modello.
2) Preparazione remota.
3) Preparazione prossima.
4) Puntualità, ordine, pulizia.
5) La disciplina nella scuola.
6) La spiegazione.
7) Il metodo induttivo.
8) Il Metodo deduttivo.
9) Doti dell’insegnamento.
10) L’interrogazione. t
11) Assegnazione dei lavori.
12) Correzione dei lavori.
13) I voti.
14) Lo studio del latino.
15) Per le vacanze.
16) Fuori classe.
e) Come promuovere l’applicazione allo studio.
1) All’Oratorio si studiava.
2) Esortazioni agli studenti.
3) Nove mezzi per studiare con profitto.
4) Industrie di Don Bosco per ottenere lo studio e la buona condotta.
5) Emulazione e incoraggiamento.
Capitolo Vili. L’esemplarità fattore supremo di educazione.
1. Necessità del buon esempio.
a) Valore educativo dell’esempio nel pensiero e nella pratica di Don Bosco.
b) L’esempio, coefficiente di moralità.
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2. La moralità degli educatori.
a) Come ne parlava Don Bosco.
b) Importanza della virtù della castità per 1 educatore Salesiano.
c) La scelta degli educatori.
d) Mezzi per la moralità degli educatori.
1) Mezzi negativi.
I. Dignitoso riserbo.
II. Come trattare le varie persone.
III. Fuga delle occasioni e tentazioni.
2) I mezzi positivi.
e) Il primo responsabile della moralità.
/) Il modello dell’educatore Salesiano. g) Santità è Purezza.
Capitolo IX. Il Sistema Preventivo, sistema di Santità.
PARTE TERZA L’EDUCAZIONE IN ATTO
Premessa.
Capitolo I. L’educazione fisica.
1. Il corpo nel pensiero di Don Bosco.
2. Cura della salute.
a) Preoccupazioni di Don Bosco per la salute dei giovani.
b) L’ambiente e la persona.
c) Alimenti e vestimenta.
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3. Il giuoco nel sistema di Don Bosco.
a) Necessità e fine della ricreazione.
b) Ricreazione piacevole.
c) Il giuoco come elemento educativo.
d) La ginnastica.
e) Giuochi passionali e antieducativi.
/) Musica e spettacoli.
Capitolo II. L’educazione estetica.
1. Alla scuola della mamma...
2. Educazione estetica per mezzo della liturgia.
3. Educazione estetica nelle scuole classiche e professionali.
4. La musica e lo spettacolo come mezzi di educazione estetica.
a) La musica.
b) Il teatrino.
1) Sua origine e sviluppo all’Oratorio.
2) Suoi scopi.
3) La materia del teatrino.
4) Cose da escludersi.
c) Il cinematografo.
d) La radio.
Capitolo III. L’educazione intellettuale.
1. L´ingegno di Don Bosco e la sua prodigiosa memoria.
2. Importanza e fine dell´educazione intellettuale.
3. Scuole in funzione di vita.
4. Scuole domenicali e serali.
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5. Scuole elementari, diurne ed estive.
6. Scuole interne per gli studenti.
7. Scuole professionali interne.
8. Non svilire il lavoro.
9. La preparazione dei maestri.
10. Libri e testi adatti.
a) « Biblioteca della Gioventù Italiana ».
b) « Selecta ex scriptoribus latinis Cbristianis
c) I vocabolari.
d) La Collana Drammatica.
11. Don Bosco, scrittore-educatore.
12. Gli scritti di Don Bosco e i loro pregi.
a) « La Storia d’Italia ».
b) « La Storia Ecclesiastica ».
c) « La Storia Sacra ».
d) « Le Letture Cattoliche ».
13. Don Bosco, formatore di scrittori.
Capitolo IV. L’educazione sociale.
1. Vita di collegio, vita di famiglia.
a) Il pensiero di Don Bosco.
b) Valore sociale della vita di collegio.
c) Spirito di economia e di risparmio.
d) Paternità di Don Bosco.
e) Spirito di famiglia degli Ex-Allievi.
2. Educazione sociale dei primi collaboratori.
3. Le Compagnie Religiose.
4. Società di mutuo soccorso.
5. Relazioni sociali.
a) Compagni cattivi.
b) Compagni buoni.
c) Apostolato sociale.
d) Il fattore sociale del gioco.
6. La buona educazione.
a) Dovere di essere ben educati.
b) Don Bosco, perfetto gentiluomo.
c) Urbanità dei Superiori e degli educatori.
Capitolo V. L’educazione morale.
1. Formazione della coscienza.
a) Gli insegnamenti del Padre.
b) Formazione al senso del dovere.
c) Formazione al senso della responsabilità.
2. Formazione del cuore.
a) Come la voleva Don Bosco.
b) Un pericolo.
c) Distacco dalle cose.
d) Santo amore fraterno.
3. Formazione della volontà.
a) Come la voleva Don Bosco.
b) Mezzi per la formazione della volontà.
1) Mortificare la volontà
2) Vincere il rispetto umano.
3) Frenare l’indole.
4) Soggiogare le passioni.
5) Pensare, parlare, agire rettamente.
c) Scritti e parole di Don Bosco intorno alla formazione della volontà.
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4. Formazione alla virtù.
a) Abiti buoni e virtù.
b) Virtù particolari.
1) L’obbedienza.
2) L’umiltà.
3) La moralità degli educandi.
I. Purezza, Grazia, Santità.
II. Preziosità della virtù angelica.
III. Bruttezza del peccato contrario alla purezza.
IV. Mezzi per coltivare la moralità tra i giovani.
A. L’assistenza.
B. L’occupazione continua.
C. La mortificazione del cuore e dei sensi.
D. La preghiera.
E. La frequenza ai Sacramenti.
V. Contro lo scandalo.
A. L’allontanamento degli scandalosi.
B. Prassi di Don Bosco contro gli scandalosi.
C. Correzione pubblica.
D. Come impedire lo scandalo.
5. Formazione del carattere.
6. Formazione della personalità.
Capitolo VI. L’educazione religiosa.
1. Valore educativo della religione nel pensiero di Fon Bosco.
2. Istruzione religiosa.
3. Religione e Pietà.
4. Il santo timor di Dio.
5. Le pratiche religiose, a) I Santi Sacramenti.
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b) La Confessione.
1) Sua necessità.
2) Il Confessore stabile e la direzione spirituale.
3) Efficacia educativa della confessione.
4) Norme ai confessori e agli educatori.
c) La Comunione.
d) La Santa Messa e la visita al SS. Sacramento.
e) La devozione alla SS. Vergine.
/) La devozione al Papa.
g) L’imitazione dei Santi.
h) L’Esercizio della Buona Morte.
i) Ritiri Spirituali.
I) Il ciclo delle ricorrenze religiose.
6. Il soprannaturale nel!educazione.
Capitolo VII. L’educazione per la vita.
1. L´orientamento professionale.
a) Sua natura.
b) Fattori e mezzi dell’orientamento professionale.
2. La vocazione.
a) La vocazione, chiamata divina.
b) Obbligo di seguire la vocazione.
c) Mezzi per conoscere la vocazione.
d) Necessità di una guida in fatto di vocazione.
e) Libertà nella scelta dello stato.
Conclusione.
INTRODUZIONE
1. Brevi cenni sulla preparazione di Don Bosco all’apostolato educativo.
San Giovanni Bosco, come vedremo, nacque educatore cristiano. Per questo motivo, accingendoci a trattare della sua opera pedagogica, pensiamo di non poter trovare miglior argomento d’introduzione che il primo formarsi della sua personalità e il precoce germogliare e svilupparsi in lui di quell’attività, che doveva assorbire tanta parte della sua vita e costituirne la nota caratteristica.
Don Bosco non fu un puro teorico, nè un innovatore: anziché attardarsi a formulare teorie, s’immerse nell’azione, ispirata a princìpi che affondavano le radici nella tradizione cristiana. A-dattava bensì le dottrine perenni alle esigenze dei nuovi tempi, e qui sta il merito suo; ma senza mai sacrificare l’eterno al contingente, quasi abbandonandosi alle correnti politiche e sociali di quegli anni burrascosi.
E se alcuno ritenesse che Don Bosco sia stato troppo avaro di enunciazioni teoriche, diremo, e non sarà difficile dimostrarlo, che quanto più si studia il suo operare nel campo educativo, tanto più si scoprono tesori di sapienza pedagogica, i quali hanno solo bisogno di venire raccolti e ordinati, perchè se ne apprezzi tutto il valore anche di fronte alle esigenze scientifiche.
È quello a cui miriamo col presente lavoro, nella speranza di recare un modesto contributo a una migliore comprensione di Don Bosco educatore.
Gioverà intanto soffermarci a posare di preferenza lo sguardo sulla giovinezza di questo Grande: una giovinezza che fu aurora, o, se si vuole, primavera, stracarica di promesse non smentite.
Don Bosco non ebbe facile la preparazione alla vita, a quella vita che più propriamente fu sua. Questo era necessario, affinchè egli tesoreggiasse esperienze, delle quali avrebbe avuto bisogno nell’esercizio della sua missione. Giacché, se la Divina Provvidenza lo insignì di doti superiori, lasciò poi a lui l’onere, e diciamo anche l’onore, di rendersi abile a tradurle debitamente in atto.
Colui che è salutato Padre degli orfani, incominciò presto a sperimentare l’orfanezza e le sue conseguenze.
Rimasto, a due anni, privo di padre, lo crebbe un miracolo di mamma, il cui nome suona oggi come un simbolo; ma ciò non valse a salvare Giovannino dalle angustie dell’indigenza e dalle vessazioni del fratellastro, alle quali soltanto l’autorità paterna avrebbe potuto mettere riparo.
Sopra un punto molto delicato cadevano le angherie. Tormentato, con l’aprirsi dell’intelligenza, dalla brama di studiare, il fanciullo veniva costretto dal fratellastro a star lontano dalla scuola e a deporre i libri per sacrificare tempo e forze a rudi occupazioni campestri, senza che la buona madre avesse modo di temperare un sì esoso trattamento.
Le cose giunsero al punto che Mamma Margherita con indicibile strazio del suo cuore si vide costretta a staccarsi dal suo caro figliuolo, inviandolo presso suoi conoscenti perchè lo impiegassero in lavori di campagna. E Giovannino « si allontanava dalla casa materna con un involto sotto il braccio... e qualche libro di religione » (1). Ma certamente portava con sè anche il ricordo del sogno fatto all’età di nove anni, nel quale — come udremo poi da Don Bosco medesimo — gli era stata rivelata la sua futura missione a pro dei giovanetti.
Ed ecco dunque il piccolo andare ramingo lungi dal nido domestico e aguzzare l’ingegno per trovare chi gli offrisse la maniera di vivere.
Girò, picchiò, incontrò chi lo assunse quale servitorello di campagna. Due anni di vita servile, per quanto alla dipendenza di padroni cristiani, avrebbero potuto invelenirgli l’esistenza od almeno farlo disperare dell’avvenire: invece contribuirono a renderlo umile, forte e robusto, come i Personaggi del sogno avevano raccomandato.
Il senso crescente del dominio di sè, ispiratogli dalla pietà cristiana che l’impareggiabile mamma aveva saputo con la parola e con l’esempio infondergli nell’anima, lo mantenne superiore all’avversa fortuna, irrobustendogli la volontà e rassodandogli il carattere, in modo da essere poi tetragono ai colpi della sventura.
Quando finalmente il provvido intervento di uno zio materno lo sottrasse a quell’avvilente condizione e Mamma Margherita, fatta la divisione legale dell’esiguo patrimonio paterno, indusse a vivere altrove colui che era la causa della guerra domestica, egli fu libero di lanciarsi con tutto l’ardore all’acquisto del sapere: contava già ben 14 anni.
Non si smarrì quegli che a suo tempo avrebbe confortato tanti a non perdere la fiducia nelle proprie forze. Un generoso sacerdote. Don Giuseppe Calosso, preso già per l’innanzi dalle sue rare qualità intellettuali e morali, si profferse a impartirgli l’insegnamento.
Parve allora a Giovanni di toccare il cielo col dito. Ma la sua gioia fu di breve durata. Una morte subitanea gli rapì l’amato precettore, che egli pianse amaramente e del quale portò fino alla tomba impresso nel cuore il riconoscente ricordo. Imparò presto ad apprezzare il valore dei benefìci e a serbarne grata memoria.
Intanto bisognava incominciare da capo. Ma come? Ma dove? Sul nativo colle dei Becchi viveva tra campagnoli pressoché tutti analfabeti; la borgata più vicina, detta Morialdo, non aveva scuola. Eravi a Castelnuovo d’Asti una scuola ginnasiale, ma essa era troppo lontana.
Non importa: si assoggetta alla via crucis di percorrere quattro volte al giorno cinque chilometri, finché gli arride la possibilità di prendere stanza a Castelnuovo nella casa di un sarto, anche capo-cantore della Parrocchia.
Per sdebitarsi dell’ospitalità impara quel mestiere e si inizia alla musica, al che, per guadagnare qualche cosa, aggiunge il maneggio del martello e della lima nell’officina d’un fabbro: tre cose che — unite a una sufficiente pratica nel lavorare la terra e nei mestieri di muratore, legatore di libri, barbiere, cuoco e confetturiere (2) — egli non immaginava dovessero un giorno venirgli a taglio non meno del latino.
Ma che gran latino poteva imparare nella caotica classe di Castelnuovo? A 16 anni d’età il suo scarso corredo d’istruzione ben poco s’arricchiva a quella scuola. Però, con l’esperienza personale, misurava le difficoltà che i figli del popolo avrebbero incontrato per applicarsi a studi, ai quali i tempi avrebbero ognora più sospinto anche i figli dei meno favoriti dalla fortuna: esperienza preziosa che gli sarebbe stata in avvenire stimolo a fare molto di quello che operò.
Che fare adunque? Aveva sentito tanto parlare del Collegio di Chieri, come si chiamavano allora gli Istituti governativi. L’idea di venire ammesso a scuola con l’insegnamento regolare e con autentici professori lo assillava: invidiava la sorte degli abitanti del contado che potevano recarsi a frequentarla, mentre egli, privo di mezzi, doveva tenere oziosi i talenti ricevuti dalla Provvidenza, la quale gli ispirò di affrontare qualunque sacrificio pur di arrivare anche lui ad abbeverarsi alle fonti del sapere.
Primo sacrificio fu quello dell’amor proprio nel dover mendicare il necessario. Disse più tardi quanto gli costasse picchiare alle porte dei benestanti.
Non stentiamo a credergli: un giovane di alto sentire non sopporta facilmente l’umiliazione di dover chiedere per sè. Egli tuttavia vide in quell’umiliazione, non solo l’unico espediente per raggiungere il suo ideale, ma anche un mezzo provvidenziale per l’acquisto di un inestimabile tesoro. Confesserà candidamente, nelle Memorie dell’Oratorio (3), che l’orgoglio gli aveva messo profonde radici nel cuore; seppe quindi cogliere l’occasione propizia per estirparlo e sostituirgli il germe di quella umiltà che l’avrebbe reso assai gradito a Dio e agli uomini.
Quanto agli uomini, ne ebbe subito la prova. Gli si voleva bene, e nessuno fu sordo alle sue domande: anzi i più generosi gli risparmiarono il domandare. Dio poi, facendolo passare per tale crogiuolo, lo temprava per quando la necessità l’avrebbe costretto a stendere la mano per gli altri; e intanto lo benedisse negli studi.
Orientandosi subito nell’ambiente cittadino e studentesco, interamente nuovo per un figlio dei campi, non s’impressionò delle prime burle dei compagni, tra i quali in verità faceva la figura di un gigante: non vedeva altro che i suoi doveri scolastici e religiosi.
Sulle magre e sconnesse nozioni di Castelnuovo venne crescendo un corredo di conoscenze letterarie, che gli permisero di scavalcare, nel breve giro di un anno, tre classi, la preparatoria, la prima e la seconda ginnasiale, e quel che è più, senza invidie e malevolenze, anzi portato ognora dai condiscepoli in palma di mano.
Ma l’avanzare così a gonfie vele non fu senza sacrifìci, più che penosi, umilianti. Pazienza per l’affaticarsi in ripetizioni che gli rubavano tempo, ma fruttavano qualche utile alla sua vita di stenti; quel rassegnarsi però a fare da garzone di caffè, quel rannicchiarsi a dormire sopra il vano di un forno, quell’accettare la carità di chi lo aiutava a sfamarsi, dovettero pur saper amaro a uno studente d’intelligenza come la sua.
Non di meno anche questa trafila di prove, lente e difficili, egli volse a mortificazione delle passioni e ad eroico esercizio di virtù.
Giovanni Bosco terminò il ginnasio nel 1835: aveva dunque 20 anni suonati, ma era moralmente ed intellettualmente maturo per varcare la soglia del santuario, sogno della sua vita e premio dei suoi sacrifìci.
La vocazione al sacerdozio si confondeva in lui con la voce della coscienza. Poteva dirsi egualmente della chiamata alla forma di apostolato, che lo attendeva nel futuro?
Se avesse compreso subito quello che arcane manifestazioni continuavano a fargli balenare nella mente, dovremmo rispondere di sì; ma bisognò aspettare che i fatti venissero a chiarirgli le cose misteriosamente rappresentate al suo spirito, quando non era ancora in grado di afferrarne il significato.
Tuttavia un impulso interiore lo spinse ben presto in una direzione precisa e continua, nella quale l’adolescente avanzava verso la mèta fissatagli dalla Provvidenza, come a suo tempo capì. È innegabile infatti che l’attività di Don Bosco educatore riveste il carattere di una missione provvidenziale.
Il crescente prevalere delle aspirazioni democratiche, mirando all’elevamento civile e politico delle masse, faceva sorgere sotto aspetti nuovi, e con nuovi postulati, il problema dell’educazione. Non si eleva una classe di uomini a un grado superiore di vita senza cominciare dall’intelligenza: di qui la necessità dell’istruzione popolare e della scuola aperta a tutti, resa anzi obbligatoria dalla legge.
Se non che quest’arma potente, maneggiata dal laicismo, diventava una minaccia sempre più formidabile contro quello che si aveva di più sacro: la tradizione della civiltà cristiana. Soffocare a poco a poco nelle anime giovanili la Fede con l’indifferenza religiosa, allontanare insensibilmente i fanciulli dalle sorgenti della vita spirituale, insinuare negli adolescenti la sfiducia nel Clero e l’avversione alla Chiesa: ecco lo spirito al quale si sarebbe informato il pubblico insegnamento primario e secondario. Ed intanto con la soppressione delle Congregazioni insegnanti crollava un argine opposto alla marea travolgente.
Ed ecco che, mentre le cose pigliavano una piega che riempiva di apprensione gli uomini solleciti del vero bene comune, si levava sull’orizzonte l’astro destinato a irradiare di sua luce benefica la pedagogia nel Piemonte, in Italia e nel mondo.
Non si è forse misurata abbastanza l’impor-tenza e l’estensione dell’attività pedagogica di Don Bosco. Mentre la pedagogia teorica e scientifica rimaneva pressoché isolata nel dominio dei libri, Don Bosco, silenziosamente, ma intensamente, metteva in azione una pedagogia che, da pochi ma saldi princìpi, veniva operando un mondo di bene nel campo pedagogico pratico.
Centodieci anni dell’Opera iniziata da lui e continuata dai Salesiani e dalle Figlie di Maria Ausiliatrice non sono trascorsi invano: i metodi da lui introdotti hanno contribuito non poco a modificare l’arte dell’educare e istruire i fanciulli, democratizzandola senza abbassarla, e destando anche l’attenzione dei governanti. Senza dire tutto quello che si potrebbe, basta osservare che gli insegnanti usciti dalle sue scuole hanno portato un po’ dappertutto il lievito della pedagogia salesiana; e dove non sono arrivati gli uomini si è imposto l’esempio, accentuando un movimento dei più salutari.
Movimento tanto più degno di nota, se si considera che Don Bosco lo attuò andando a ritroso dei tempi: educatore moderno fin che si vuole, pronto cioè a far proprio quanto la modernità ha escogitato di utile e di sano, egli non si scostò un apice dalla tradizione cristiana, che certe nuove teorie pedagogiche avrebbero voluto sopraffare. Ecco nei suoi semplici e veri termini la missione provvidenziale di Don Bosco.
Ritorniamo ora a lui fanciullo e adolescente, quando si preparava inconscio alla sua missione.
Chi studia i suoi andamenti fin da quell’età, deve concludere che egli era nato a fare il maestro. Lo costatava egli stesso quando, verso il tramonto della vita, confidava che radunare i fanciulli per fare loro il catechismo gli era brillato alla mente fin da quando aveva solo cinque anni: ciò formava il suo più vivo desiderio, ciò sembravagli l’unica cosa che dovesse fare sulla terra (4).
Onde ci spieghiamo come, ragazzetto ancora, proferisse espressioni nella loro ingenuità rivelatrici. La mamma non voleva più che si mescolasse coi monelli, dai quali nulla di buono aveva da imparare. « Se mi trovo in mezzo ad essi, — le osservò — fanno come voglio io e non rissano più (5). Ed incontrando per la strada Sacerdoti, e avvicinandosi loro per salutarli festosamente, e non ricevendone che qualche segno d’attenzione grave e contegnosa senza una buona parola: « Se io fossi prete, — diceva — vorrei avvicinarmi ai fanciulli, vorrei dire loro delle buone parole, dare dei buoni consigli » (6).
Qui sarebbe inutile ripetere cose che tutti sanno: come, trasportato quasi da naturale istinto, s´ingegnasse, egli così piccolo, di cattivarsi piccoli e grandi con mille industrie proprie di provetti ed esperti educatori, i quali posseggono l’arte sommamente educativa del saper unire l’utilità al diletto.
E questo, non solo fra la gente sua che lo conosceva, ma anche durante il biennio in cui, sbalestrato lontano dalla casetta nativa, lavorava sotto padroni. In breve si amicò i contadinotti delle case coloniche di quei dintorni, sicché nelle ore di libertà se li conduceva ovunque volesse, allettandoli a imparare volentieri, da scolaretti, ciò che l’improvvisato maestrino avrebbe esposto e spiegato.
Non basta. La cascina era nel territorio di Moncucco, dov’egli si recava ogni domenica a compiere le sue divozioni. Ebbene, anche là i fanciulli non tardarono ad affollarglisi intorno. Lo aspettavano all’uscire di chiesa, gli tenevano compagnia, si lasciavano da lui condurre nell’aula delle scuole comunali, ed ivi ascoltavano docili, non solo i suoi piacevoli racconti, ma anche l’esposizione delle verità della Fede e le esortazioni al bene.
Venne il periodo di Castelnuovo: a poco a poco la gioventù della scuola e del paese fu tutta sua e l’influenza di lui su di essi era così salutare che i genitori ne gioivano, vedendo i figli tornare a casa migliori.
Nella quaresima il Parroco gli affidò la scuola di Catechismo. Il Card. Caglierò, Castelnovese, narrava che da ragazzo sentiva ancora decantare nelle famiglie i buoni esempi del giovanetto Bosco.
A Chieri il tenore della vita intellettuale si elevò, gli orizzonti spirituali si allargarono, e la santa passione per la gioventù si venne rafforzando. Furono quattro anni di vittorie individuali e di trionfi collettivi, preludenti in modo sempre più manifesto alle grandi conquiste pedagogiche ancora lontane.
Ecco alcuni esempi di vittorie individuali.
Il discoletto figlio della signora che per la prima lo ospitò, svogliato nello studio e amante solo del giuoco, benché appartenente a una classe superiore, subì dal suo contatto una trasformazione così radicale da essere irriconoscibile.
Il distinto giovane israelita, per quanto mondano, nei suoi frequenti incontri con lui improvvisato garzone di caffè, prese tanto amore alla Religione cristiana, che finì col volere il battesimo a dispetto di tutte le opposizioni dei parenti e dei correligionari.
Non vi fu anche il campanaro al quale Giovanni Bosco allenò il cervello, fino ad invogliarlo a studiare da prete?
Tre brevi miracoli pedagogici germinati con la spontaneità dei fenomeni di natura.
Ed ora, alcuni esempi di trionfi collettivi.
Don Bosco, nella maturità degli anni e dell’esperienza, insegnerà ai suoi Figli ad amare quello che i giovani amano, se vogliono far loro amare quello che da essi desiderano ottenere. Ebbene, lo studente Bosco mette già in pratica questo sapiente assioma pedagogico prima assai di saperlo formulare.
Poco ci volle per richiamare su di sè l’attenzione generale nella scuola e fuori.
Prima della scuola aiutava tutti nelle difficoltà scolastiche, financo gli israeliti: ai quali faceva i compiti il sabato, affinchè non agissero contro coscienza facendoli essi stessi contro il divieto della loro legge.
Dalla scuola il favore dei condiscepoli lo seguiva fuori e, per mezzo loro, si propagava; onde la sua popolarità crebbe a segno che egli si vide circondato e quasi obbedito da una numerosa clientela, avida di partecipare alle sue liete ricreazioni, curiosa di ascoltare i suoi racconti, e unanime nell’applaudire, in convegni da lui preparati, ai suoi saggi ginnastici.
Studiandone i gusti, li teneva tutti allegri, ma sempre con in fondo il dolce; ed il dolce era naturalmente ciò che tornava a bene dell’anima.
Del quadriennio chierese l’episodio più significativo fu la « Società dell’Allegria ». Il futuro´ creatore di associazioni mondiali consacrate alla educazione della gioventù, organizzava ora, semplice studente di ginnasio, una unione giovanile che promovesse il bene dei soci e li esercitasse nell’apostolato fra i coetanei. E la nominava proprio dall’allegria, elemento non secondario del suo sistema educativo. La giocondità dell’animo gli si affacciava fin d’allora alla mente quale mezzo indispensabile per elevare la coscienza giovanile.
Per ottenere pienamente l’effetto bramato, il giocoliere, il ginnasta, l’acrobata dei Becchi affinò l’arte sua e arrichì il suo repertorio in modo che si confacesse al nuovo ambiente. Quarant’anni dopo descriveva così le svariate industrie da lui usate in quel tempo: « Carte, tarocchi, pallottole, piastrelle, stampelle, salti, corse, erano tutti divertimenti di mio sommo gusto, in cui, se non ero celebre, non ero certamente mediocre... Se nei prati di Morialdo ero piccolo allievo, in quell’anno ero divenuto un compatibile maestro » (7).
Nè i soci dell’« Allegria » formavano intorno a lui un circolo chiuso: erano piuttosto il suo Stato Maggiore, e chiamavano quanti più potevano a godere dei suoi trastulli per riceverne i salutari influssi. Egli poi, pur occupandosi degli studenti, non perdeva di vista i ragazzi popolani, frequentassero o no le scuole inferiori. Li cercava per piazze e strade, li allettava, e, bel bello, li conduceva al Catechismo e alla chiesa. Dove solevano riunirsi in molti per giocare, egli compariva in mezzo a loro, si divertiva con essi e se li tirava´ dietro.
Insomma l’ascendente acquistato da Giovanni Bosco sulla gioventù a Chieri era quello di un dominatore. Di questo dominio morale il fatto più interessante era senza dubbio la sagacia con la quale sapeva prendere ognuno per il suo verso, per ottenere che tutti facessero a modo suo.
Un fatto che ha dell’incredibile è questo.
Nella quinta ginnasiale aveva venticinque compagni. Orbene, di essi ben ventuno entrarono nella carriera ecclesiastica. Si pensi che per almeno tre classi quei giovani avevano goduto della sua familiare consuetudine!
Nel 1835 si chiusero dietro a lui le porte del Seminario, dove il chierico Bosco andava a incominciare un secondo periodo della sua vita.
Non finì qui la sua preparazione remota veramente eccezionale, poiché, dopo l’ingresso nel sacro recinto, non furono rotti i ponti coll’esterno. E poi vi erano le vacanze annuali, in cui il ritorno del chierico Bosco veniva salutato con gioia dai ragazzi e dai giovanetti delle campagne circostanti.
Scrive di loro: « Mi occupava dei miei soliti giovanetti, ma ciò poteva solamente fare nei giorni festivi. Trovai però un gran conforto a fare catechismo a molti miei compagni che trovavansi, ai 16 e anche ai 17 anni, digiuni affatto delle verità della Fede. Mi sono eziandio dato ad ammaestrarne alcuni nel leggere e nello scrivere con assai buon successo; poiché il desiderio, anzi la smania d’imparare mi traeva i giovanetti di tutte le età. La scuola era gratuita, ma metteva per condizione assiduità, attenzione, e la confessione mensile » (8).
Eccolo dunque sempre uguale a se stesso.
Quello tuttavia fu un tempo dedicato prevalentemente, per non dire esclusivamente, allo studio. Prendiamo invece Don Bosco all’uscita dal Seminario, quando, sacerdote novello, entrò nel campo assegnatogli dalla Provvidenza.
E provvidenziale fu subito per Ini il penetrare nelle carceri di Torino, condottovi dal suo confessore e benefattore San Giuseppe Cafasso. Là mise tosto il dito sopra una gravissima piaga sociale, che gli cagionò spavento e pietà: ma insieme lo orientò senza indugio verso la sua forma di apostolato.
Fra quelle tetre mura incontrò affollamenti di giovani, la cui precoce depravazione era cosa da farlo inorridire. Ne studiò le cause.
Due erano le principali: l’abbandono da parte dei parenti, distratti da altre cure, e l’allontanamento dalle pratiche religiose nei giorni festivi, che per la gioventù in ozio sogliono essere i più pericolosi della settimana. Sentì impellente il bisogno di correre ai ripari.
Detto, fatto. Si diede a raccogliere i ragazzi vaganti per le vie e per le piazze della capitale, e con sacrifici inauditi riuscì a polarizzarne intorno alla sua persona un numero sempre crescente. Se li attirava a centinaia nei giorni festivi, li faceva divertire, li catechizzava, li avviava alle pratiche religiose, e poiché i più erano analfabeti, ideò scuole serali in cui li veniva dirozzando. Intanto ne metteva il maggior numero possibile al lavoro presso buoni padroni e imprenditori, non perdendoli mai di vista.
Ma, dal 1841, per cinque anni non disponeva d’un palmo di terra che fosse suo, e lo perseguitavano da più parti coloro che ne interpretavano male lo zelo, sicché si vedeva costretto a vagare qua e là ammassando il suo chiassoso esercito in luoghi di fortuna.
Tuttavia sarebbe lungo a descrivere con quanta abilità sapeva dominare quelle incomposte moltitudini e piegarle ai suoi voleri. E intanto quali trasformazioni andava operando! La sua potenza educatrice, fatta di carità e di amorevolezza, trionfava eroicamente di difficoltà, che altri si ostinavano a giudicare insormontabili.
L’amore vince tutto, e innanzi all’educatore che ama, da cosa nasce cosa. Nel 1846 Don Bosco acquistò un pezzo di terra con un rustico edificio in aperta campagna, e gli parve di avere fatto un gran passo. Perchè? Perchè più nessuno avrebbe potuto farneìo sloggiare.
Non sloggiare era troppo poco. Piantò ivi saldamente e per sempre le radici. Infatti l’Oratorio festivo non bastava più. Tanti poveri ragazzi avevano bisogno di ricovero, vitto e vestito, se non si voleva che si dessero alla mala vita. Ebbene, prima trasformò l’umile casa, poi vi aggiunse corpi di fabbrica, e infine coperse di grandi costruzioni un’area assai vasta. Tutto un mondo si moveva entro quel recinto: una sua numerosa famiglia religiosa e circa ottocento fra giovani artigiani e studenti, con scuole, laboratori e chiese. I suoi salesiani, crescendo di numero, sciamavano e andavano ad aprire oratori e collegi per il Piemonte, per l’Italia, per l’Europa e fin nell’America.
Il grande educatore, all’età di 72 anni, chiuse la sua carriera mortale il 31 gennaio 1888. Dodici anni prima, in uno spettacoloso sogno, gli era sfilata innanzi una teoria immensa di giova-r ni, che davano a lui festosi segni di riconoscenza. Parte gli erano noti, ma i più sconosciuti: tutti si mostravano lieti di onorarlo come maestro e padre.
Comprese tosto quelle essere schiere giovanili che avevano o avrebbero sperimentato i benèfici effetti della sua opera educativa. Alla loro testa muoveva il quindicenne Domenico Savio, ben degno di capitanare il glorioso esercito, egli che meglio di ogni altro aveva corrisposto alle sue cure, toccando sotto la sua direzione il vertice della perfezione cristiana, sì da meritare il trionfo dei Beati nell’Anno Santo 1950.
La mirabile visione simboleggiava la sovrabbondante messe di bene che, direttamente o indirettamente, Don Bosco aveva e avrebbe mietuto nel mondo col suo sistema educativo: sistema portato dai suoi Figli e dalle sue Figlie fino alle lontananze più remote, come programma di azione pedagogica uniforme e costante.
Quali siano i capisaldi del sistema educativo di Don Bosco e dei suoi, quali le maniere di effettuarlo, quali i risultati ottenuti, apparirà dalla trattazione, che ci proponiamo di sviluppare con relativa ampiezza in queste pagine.
2. Don Bosco, educatore e pedagogista.
Non è possibile immaginare un educatore veramente tale nelle sue concezioni e attuazioni, il quale non abbia al tempo stesso idee, direttive, norme che regolino la sua azione educativa. Le idee, le direttive, le norme, potranno essere sue oppure di altri; ma, ripetiamo, senza di esse non può concepirsi un educatore degno di tale nome.
Se questo deve affermarsi di qualsiasi educatore, a maggior ragione lo dobbiamo dire di Don Bosco, il quale non si consacrò all’educazione saltuariamente nè accidentalmente — come avviene e si sa di altri educatori, che pur godono fama di insigni scrittori di pedagogia — ma svolse le sue non comuni doti di educatore, ben possiamo dire, dalla prima età fino alla tarda vecchiaia.
E si avverta che egli ciò fece coerente sempre a se stesso, in modo uniforme, seguendo una identica ispirazione, adoperando lo stesso sistema, avendo presente in ogni tempo, luogo e circostanza, la stessa mèta da raggiungere con l’opera sua. Non solo, ma il suo ideale educativo, il suo sistema, le sagge norme da lui costante-niente praticate, egli insegnò, fece fedelmente praticare sotto l’immediato suo controllo, e trasmise poi, come eredità preziosa, ai suoi figli e discepoli. Questi, nonostante l’inevitabile logorìo degli anni e malgrado il rapido moltiplicarsi dei soggetti in tutte le nazioni e sotto le più svariate condizioni di clima, di razze, di popoli, di ambiente sociale, hanno conservato intatto e difeso da infiltrazioni di errate ideologie e da attacchi di ogni genere quel medesimo ideale, quel medesimo sistema educativo praticato dal loro Padre e Maestro.
I figli di Don Bosco, mentre sforzavansi di agire così, erano convinti, non solo di rispettare e di divulgare le tradizioni paterne, ma di compiere un’opera di grande portata sociale a vantaggio delle future generazioni.
Ed è provato che la profonda loro devozione verso il grande Padre e Maestro seppe conservare fedelmente tutto ciò che egli aveva loro tramandato, non soltanto a voce e mediante la sua pratica educativa, ma con scritti che la illustrano e fissano a perpetuità.
È questo appunto il motivo per cui possiamo affermare che il nostro Fondatore, oltre che educatore, è anche scrittore di argomenti pedagogici, come vedremo più ampiamente fra breve.

a) Doverosa chiarificazione.
Prima però di studiare Don Bosco come scrittore di materie pedagogiche, ci pare doveroso correggere una erronea interpretazione attribuita ad alcune sue parole, in un primo tempo mal riferite. Ecco il fatto.
Il nostro Padre, nei suoi viaggi in Francia, visitò due volte la città di Montpellier, accoltovi sempre con venerazione ed entusiasmo. La seconda volta vi giunse P8 maggio del 1886, di ritorno da Barcellona, e fu ospite del Grande Seminario di quella città. L’ospitalità fu oltremodo cordiale .ed ebbe un seguito del quale ora dobbiamo occuparci. "
Il Superiore del Seminario, Sig. Dupuy, era membro della Congregazione dei Lazzaristi, fondata da San Vincenzo de’ Paoli. Don Bosco, appena giunse a Torino, inviò a detto Padre l’espressione della sua riconoscenza, aggiungendovi l’omaggio di alcune sue pubblicazioni, tra le quali una breve Vita di S. Vincenzo de’ Paoli.
Il buon Rettore si affrettava a rispondergli il 2 luglio. Dopo averlo ringraziato e assicurato che, nella città di Montpellier e in particolare nel Seminario, si conservava vivissimo il ricordo della sua visita, aggiungeva che a lui però era rimasto un gran rammarico; poiché, avendolo lasciato, durante la breve permanenza, interamente a disposizione degli altri, non si era mai potuto procurare la comodità di discorrere con lui da solo a solo, mentre avrebbe avuto vivo desiderio di interrogarlo a riguardo dei « piccoli segreti » che Don Bosco adoperava per portare le anime a Dio.
È vero che, durante il breve soggiorno del nostro Padre, il Rettore aveva domandato come riuscisse, con sì scarso numero di aiutanti, a dirigere e a governare tanti giovani, e che Don Bosco gli aveva risposto come tutto il segreto stava nell’infondere il santo timor di Dio.
Ma il Sig. Dupuy osservava ora nella sua lettera: « Il timor di Dio è soltanto il principio della sapienza; io invece vorrei sapere come fa lei a guidare le anime al sommo della sapienza, che è Famor di Dio » (9).
Quando gli si lesse lo scritto dello zelante Rettore, Don Bosco esclamò: « Il mio metodo si vuole che io esponga. Mah!... Non lo so neppur io! Sono sempre andato avanti come il Signore m’ispirava e le circostanze esigevano » (10).
Queste parole del nostro Padre furono purtroppo da taluni erroneamente interpretate, quasi che S. Giovanni Bosco avesse affermato di non sapere quale fosse il sistema da lui seguito nell’educazione della gioventù. Nulla di più falso!
La lettera del Sig. Dupuy conteneva, sì, l’accenno a una questione di disciplina pedagogica, ma per dire che essa era già stata risolta dal Santo a viva voce.
Quello invece che ora premeva al Rettore di sapere, erano, ripetiamo, i segreti per portare le anime all’amor di Dio: questione, come ognun vede, non più semplicemente di ^pedagogia, ma — per esprimerci con un termine caro ai moderni — di spiritualità. E tanto è così, che, nella stessa lettera, il Sig. Dupuy prosegue parlando di un confronto fra la spiritualità di San Vincenzo e quella di San Francesco di Sales, chiedendo pure il parere di Don Bosco al riguardo: parere che noi ignoriamo.
Orbene, l’esclamazione del Santo è ovvia, se si riferisce alla guida particolare delle anime, la quale esige somma prudenza e capacità di adattamento così ai bisogni spirituali dei singoli, come alle diverse vie della Grazia. Ecco perchè Don Bosco dice di non seguire un suo sistema rigido, ma di piegarsi alle circostanze concrete e alle ispirazioni del Signore.
Uguale risposta aveva dato parecchi anni prima a simile domanda. Nel 1862 Villa Giovanni, poi Salesiano, trovandosi a Osimo come soldato, fu pregato da un sacerdote di domandare a Don Bosco quale segreto avesse per attirare così potentemente il cuore dei giovani. Il Villa, venuto poco dopo a Torino, riferì l’incarico avuto, e Don Bosco rispose: «Io l’ignoro. Se quel buon p.ete ama Dio, riuscirà pure in ciò assai meglio di me» (11).
Erronea invece sarebbe ogni interpretazione che negasse in Don Bosco la consapevolezza di un suo metodo ben determinato nel campo dell’educazione. Questo sarebbe travisare il vero senso delle parole pronunciate dal Santo e fare nello stesso tempo un vero torto al grande Educatore.
Infatti egli avrebbe affermato, nel 1886, che neppure lui sapeva quale fosse il suo sistema o metodo pedagogico, mentre tante volte ne aveva parlato ai suoi figli; anzi, fin dal 1852, e poi negli anni successivi, aveva incominciato ad abbozzare i Regolamenti, tutti ispirati ai criteri, che più tardi avrebbe espressi nell’opuscolo sul Sistema Preventivo. E si potrebbe credere seriamente che Don Bosco « non conoscesse » il suo sistema, lui che, quasi quarant’anni prima, aveva decisamente formulato la sua scelta pel Sistema Preventivo, e ne aveva così limpidamente espresse le norme fondamentali? Ci sembra contrario a ogni sana ragione il pensarlo; e ciò tanto più, se si pensa che le pagine sul Sistema Preventivo erano per Don Bosco soltanto « l’indice » di un lavoro pedagogico di più ampio respiro, che egli non ebbe poi opportunità di scrivere, ma il cui contenuto gli fu sempre presente alla mente per dirigerne l’azione.
Il Sig. Dupuy gli inviava la sua lettera, come si disse, nel 1886; ma Don Bosco, ripetiamo, fin dagli inizi della sua opera aveva manifestato ben chiaramente di avere, nel campo pedagogico, idee limpide e precise circa il sistema da lui praticato: idee che inculcava ai suoi figli, vigilando perchè fossero fedelmente osservate, anche in certe norme che taluno avrebbe potuto giudicare di poca importanza.
Del resto, in molte altre circostanze, e rispondendo ad analoghe domande, Don Bosco aveva avuto occasione di precisare quali fossero i suoi princìpi in campo educativo e quale fosse il suo sistema. Nè mai egli negò di avere un sistema; anzi di questo si faceva cura di enunziare e chiarire quali fossero gli elementi fondamentali e i princìpi informatori.
Ci valga di esempio, fra tutti, un episodio avvenuto nel 1884, cioè due anni prima della conversazione col Sig. Dupuy e della lettera di questi al Santo.
Il 25 aprile 1884 un redattore del Journal de Rome pubblicava una intervista con Don Bosco. Il giornalista aveva chiesto: « Vorrebbe dirmi qual è il suo sistema educativo? » Il Santo rispose: « Semplicissimo. Lasciare ai giovani piena libertà di fare le cose che loro maggiormente aggradano. Il punto sta di scoprire in essi i germi delle loro buone disposizioni e procurare di svilupparle. E, poiché ognuno fa con piacere soltanto quello che sa di poter fare, io mi regolo con questo principio, e i miei allievi lavorano tutti, non solo con attività, ma con amore. In quarantasei anni non ho mai inflitto neppure un castigo, e oso affermare che i miei alunni mi vogliono molto bene » (12).
Dopo ciò crediamo che non possa sussistere più alcun dubbio circa il senso — ascetico, e non pedagogico — delle citate umilissime parole di Don Bosco: « Il mio metodo?... Non lo so neppur io! ».

b) La scienza pedagogica di Don Bosco.
Oggi è invalsa la consuetudine di chiamare pedagogo o educatore colui che si applica personalmente all’arte di educare, e cioè all’opera educativa direttamente attuata. Chi invece si dedica alle scienze educative o pedagogiche, chi scrive di materie che riguardano la scienza dell’educazione, e più particolarmente chi espone le proprie idee educative come frutto di accurate ricerche e riflessioni scientifiche circa il problema pedagogico, vien chiamato, con parola moderna ormai ammessa e usata da tutti, pedagogista.
Orbene, fra i pedagogisti che moltiplicano scritti ed anche trattati di pedagogia, ve ne sono di quelli che mai, o quasi mai, si sono occupati nell’educare praticamente la gioventù: infatti con i giovani essi non ebbero consuetudine o convivenza personale, nè nella scuola nè in Collegi o Convitti.
È evidente che alla scienza pedagogica di cotesti autori manca il collaudo e il tesoro dell’esperienza, la quale, in questo campo, ha il più delle volte valore decisivo.
Che Don Bosco sia stato anzitutto pedagogo, nel senso che si impegnò nell’educazione praticata e vissuta, è cosa tanto risaputa e universalmente ammessa, che non è necessario spendere parole per dimostrarlo. Nella storia dell’educazione non si riscontrano molti che, come lui, abbiano speso tanti anni di vita, tante fatiche, tanti sacrifici nell’opera educativa, portandola a tale estensione di soggetti, a tanta profondità di vedute, a risultati tanto sorprendenti, da eccellere tra i migliori educatori di tutti i tempi.
Per ciò che riguarda in particolare l’estensione del suo lavoro educativo, egli, pur avendo sempre, fin dai suoi inizi, come soggetto delle sue preferenze i giovani più poveri e derelitti, col crescere degli anni e con lo svilupparsi delle sue opere, abbracciò, nelle manifestazioni della carità, quasi tutte le categorie di educandi: dagli analfabeti e dagli alunni delle prime scuole elementari a quelle dei corsi medi, ginnasiali e liceali; dalla prima infanzia e fanciullezza alla adolescenza e giovinezza: dagli alunni delle classi meno abbienti fino a quelli del ceto medio, non rifiutando, dietro istanze dei genitori, quelli di famiglie benestanti e anche nobili, purché si adattassero al trattamento sempre modesto dei suoi Istituti. Su quest’ultimo punto il buon Padre metteva in guardia i Salesiani al fine di evitare che, per riguardo a qualche ricco o patrizio, il quale volesse a ogni costo affidar loro i propri figli, commettessero l’errore funesto di attrezzare con lusso le loro Case, o di assumere — nelle divise, nel vitto, in altre manifestazioni — atteggiamenti meno conformi alle loro tradizioni di povertà, mai disgiunta però dalla proprietà e dall’ordine.
Sull’esempio del Padre, e interpretandone e sviluppandone il pensiero, i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice continuarono e continuano tuttora a portare il benefìcio di una educazione profondamente cristiana alla gioventù delle già indicate categorie sociali, preferendo però sempre gli orfani, i derelitti, gli umili, i figli di operai, per formarli nelle scuole professionali e industriali, come pure la grande massa dei figli dei contadini, da elevare moralmente e tecnica-mente nelle scuole agricole, queste e quelle sparse ormai, in numero rilevante e con vero vantaggio della società, in tutte le parti del mondo.
Abbiamo detto che Don Bosco compì l’opera educativa anche in profondità, non limitando il suo lavoro pedagogico, come avviene in troppi casi, alla pura istruzione, — il che crea esseri deformi, dalla testa smisurata e dal cuore rattrappito, — ma estendendo invece — con integrità di comprensione e pienezza di responsabilità — le sue attività pedagogiche a tutti gli aspetti dell’educazione, e cioè a quello fisico, intellettuale, estetico, morale, religioso, e anche sociale.
Questa educazione integrale, senza squilibri nè parzialità, è forse uno dei pregi più notevoli e pratici dell’opera educativa di Don Bosco, soprattutto quando si pensi che egli visse nel secolo in cui dominava ancora il vezzo degli illuministi e dilagava quello dei razionalisti, che ogni loro cura dedicavano a illuminare e arricchire le menti senza purtroppo curarsi come sarebbe stato necessario della doverosa formazione morale e spirituale degli alunni.
Questo profondo convincimento e questa costante preoccupazione pratica di dare ai giovani una formazione equilibrata e completa è, lo ripetiamo, la nota più caratteristica dell’orientamento pedagogico e del lavoro educativo di San Giovanni Bosco.
Se poi si volesse mettere in evidenza qualche sua speciale preoccupazione o preferenza per i diversi aspetti o settori dell’opera sua educativa., ci pare di poter affermare che il nostro Padre, pur mantenendosi nell’armonia e nell’integrità delle sue attività pedagogiche, dedicò cure del tutto speciali all’educazione profondamente cristiana della gioventù; anzi sacra egli chiamò e volle la pedagogia, come a suo luogo vedremo.
Egli infatti era intimamente persuaso che la radice e la chiave dello sviluppo e del perfetto ordinamento della vita del giovane è proprio la formazione religiosa e morale, senza di cui qualsiasi educazione sarebbe monca e imperfetta, perchè, non diretta dalla luce del Fine Soprannaturale e priva delle potenti risorse della Grazia, mancherebbe della base granitica che deve sorreggerla.
In ciò il Santo ebbe il più alto e solenne riconoscimento dal grande Papa Pio XI; il quale esaltò la « educazione cristiana come Don Bosco l’intendeva, cioè profondamente, completamente, squisitamente cristiana e cattolica » (13).
Se volessimo infine parlare dei risultati da lui ottenuti, dovremmo richiamarci all’intera sua vita, al prodigioso sviluppo delle sue opere, al costante moltiplicarsi dei suoi figli, al contributo portato in così alta misura dai suoi Ex-Allievi in tutta la scala delle gerarchie sociali, alla cooperazione sempre più estesa, fattiva e cordiale, di centinaia di migliaia di Cooperatori, Cooperatrici e Benefattori, financo acattolici e pagani, che, con generosità, impiantano, sorreggono, sviluppano i suoi istituti sotto tutti i cieli e tra tutti i popoli.
Ma, tralasciando di moltiplicare le citazioni di fatti d’altronde universalmente conosciuti, poniamo invece termine a queste considerazioni riaffermando un concetto già espresso, sul quale però è bene insistere, e cioè che un’opera diuturna, così coerente, così estesa, così notevole in profondità, e feconda di risultati, non poteva non essere frutto di chiare, sode e ben ponderate idee pedagogiche.
Queste idee poi Don Bosco non si limitò a tradurle in pratica nella sua lunga missione di educatore, ma le manifestò ripetutamente nei suoi scritti, e in molte conferenze e conversazioni, che i suoi figli raccolsero con diligenza e amore, e tramandarono alla posterità nelle Memorie Biografiche.
E qui ci venga concesso di rivolgere un ringraziamento a quei membri della Società Salesiana, che, avendo intuito sùbito la grandezza morale di Don Bosco e la sua missione provvidenziale, si proposero, per somma nostra ventura, di prender nota delle sue attuazioni e di fissare le sue parole per tramandarle a edificazione e istruzione di quanti sarebbero poi divenuti suoi figli, suoi divoti, suoi ammiratori, e, comecchessia, continuatori del suo apostolato.
Appunto dall’attento esame di quanto fece, scrisse e disse Don Bosco, risulta la robustezza di struttura delle sue opere. Esse infatti poggiano sulla salda base di idee e princìpi pedagogici, che egli aveva profondamente elaborati e radicati nella mente, irrobustendoli ogni giorno più con le personali esperienze nell’educazione dei suoi giovani, e così pure con la lettura di opere pedagogiche, con frequenti contatti cogli ottimi pedagogisti che fiorivano ai suoi tempi nella capitale del Piemonte, dai quali era ap-prezzatissimo, ed anche con visite accurate ai principali Istituti di educazione della regione in cui viveva, e di altre parti d’Italia e d’Europa.

c) Don Bosco, scrittore DI MATERIE PEDAGOGICHE.
Diciamo subito che Don Bosco non ha scritto un vero e proprio trattato di pedagogia: le sue idee circa l’educazione si trovano disseminate nei suoi scritti e nelle sue parlate. E lo sono in misura tanto completa e abbondante da potersene compilare una trattazione, che speriamo possa essere presto realizzata.
Noi qui ci preoccupiamo solo di passare in breve rassegna alcuni scritti pedagogici di Don Bosco, allo scopo di formarci un concetto sempre più chiaro del contributo dato dalla penna del Santo alla soluzione del problema educativo.
È doveroso assegnare il primo posto all’opuscolo, pubblicato l’anno 1877, dal titolo 11 Sistema Preventivo. In esso egli presenta i concetti fonda-mentali del suo sistema pedagogico e fìssa quale debba essere il principio animatore dell’opera educativa, di cui traccia le linee essenziali: e ciò fa con la sua solita aurea chiarezza e praticità, senza preoccuparsi di dare al suo lavoro anche soltanto l’apparenza di una elaborazione scientifica.
Eppure, in quelle pagine, quale profondità di dottrina, quanta sapienza di norme, quale praticità d’impostazione e fecondità di orientamenti sviluppatisi al calore della carità che gli ardeva in cuore; e, in fine, quale chiaro e giusto concetto di quel principio soprannaturale che dev’essere l’anima di ogni pedagogia destinata a dare frutti di salvezza!
Verso la fine dell’anno 1911, chi scrive, accompagnava il venerato Don Albera nella visita alle Case dell’Austria, della Polonia e della Jugoslavia. Precisamente a Vienna ebbi la sorte d’intrat-tenermi con il celebre P. Krammer, Professore di Pedagogia in quella Università.
Egli aveva studiato a fondo l’opera educativa di Don Bosco, divenendone ammiratore sincero. Appunto nel corso di quella indimenticabile conversazione il chiarissimo Professore, parlando dell’opuscolo scritto da Don Bosco sul Sistema Preventivo, mi diceva: « Vi assicuro che io ho trovato maggior ricchezza di sano contenuto pedagogico, e più sapienti e pratiche norme educative, in quelle brevi pagine, che non in tanti volumi in folio, i quali pur vanno per la maggiore ».
Ciò prova che non basta leggere superficialmente il prezioso trattatello. Esso vuol essere ben considerato in ogni suo particolare concetto; e brillerà in tutta la sua luce, quando sia messo fedelmente in pratica.
Notevoli fonti del pensiero pedagogico di Don Bosco sono inoltre il Regolamento degli Oratori Festivi, il Regolamento delle Case, le Costituzioni e i Regolamenti della Società Salesiana.
Nel Regolamento degli Oratori Festivi, noi troviamo come in germe tutta l’Opera Salesiana e, in particolare, chiaramente abbozzato il sistema che Don Bosco intendeva usare e tramandare ai suoi figli per l’educazione dei giovani. Quel libretto è una vera miniera, purtroppo non sempre sufficientemente conosciuta e approfondita.
D’altronde era giusto che il nostro Padre, trattandosi della prima opera da lui fondata e che maggiormente gli stava a cuore, versasse in quel breve Regolamento tanti tesori di carità, di cristiano senso pedagogico, di praticità organizzativa.
Il Regolamento delle Case è un vero codice pedagogico: è la cornice nella quale deve svolgersi l’opera educativa dei suoi figli; è il saldo e sicuro binario da percorrersi da chi voglia seguire Don Bosco nel suo lavoro di ricostruzione sociale.
Il nostro Padre amò sempre far precedere la pratica, la vita vissuta, alla compilazione della legge. Impiegò molti anni, prima di giungere alla redazione definitiva di quel Regolamento, la cui elaborazione aveva avuto inizio nel 1852 ed era stata preceduta, durante alcuni anni, da varie e brevi norme, scritte su di una tabella che si teneva esposta in dormitorio perchè i giovani potessero leggere e ricordare. Solo dopo venticinque anni lo diede alle stampe.
Questo lungo lasso di tempo sta a provare che esso fu in verità frutto di ponderato studio, di costante osservazione e di diuturna esperienza.
Se talvolta, nella esplicazione dell’opera affidataci dall’ubbidienza, qualcuno di noi ha riscontrato manchevolezze e insuccessi, ripensandoci su, chissà che non debba forse riconoscere che ciò dipese dal non aver opportunamente ricordato e messo in pratica il Regolamento delle Case!
È certamente cosa lodevole e ottima leggere solennemente il Regolamento davanti a tutti i Superiori e giovani, all’inizio dell’anno scolastico-professionale-agricolo, come volle e praticò Don Bosco; ma alla labile memoria umana ciò non basta, e quindi è bene ritornare più volte a dissetarci a quella fonte vitale.
Nè poteva mancare abbondanza di contenuto pedagogico nelle Costituzioni Salesiane. Don Bosco si era proposto di formare una grande famiglia di educatori. Ed era logico che, nel gettare le basi della sua Società, nell’innalzarne le mura robuste, nel condurne a termine la struttura, nel dotarla all’esterno e all’interno di tutti quei sussidi e sostegni che dovevano ´renderla completa e atta alle sue finalità, non perdesse mai di vista la missione fondamentale dei suoi figli: ai quali, come educatori, si dovevano dare nelle Costituzioni princìpi e direttive, atti a rendere la loro opera educativa feconda e duratura.
Fonte copiosa di sapienza pedagogica ci ha poi lasciato Don Bosco nelle Vite, da lui scritte, di Domenico Savio, Michele Magone, Francesco Besucco, Luigi Fiorito Colle, figlio dei Conti Colle di Tolone.
Nella compilazione di queste biografie è da mettere in rilievo il grande senso pratico educativo di Don Bosco. Egli era convinto che la forza dell’esempio nell’educazione è irresistibile, e che l’imitazione, se non è tutto, è certamente pressoché tutto, quando si tratta di giovani. Ed ecco perchè egli stesso volle scrivere, con quella inimitabile chiarezza di pensiero, semplicità di frase e fedeltà storica, le Vite di quei giovanetti, tre dei quali egli stesso aveva raccolto nella sua prima Casa, conosciuta oggi ancora col nome di Oratorio, guidandoli man mano nel nuovo ambiente, mediante le norme del suo sistema pedagogico, fino alle più alte vette della perfezione.
Abbiamo detto pensatamente che tali biografie furono scritte con fedeltà storica, per dare risalto a una qualità che nel nostro Padre risplendette in sommo grado, e che fu riconosciuta dalla Chiesa stessa, durante la Causa di Beatificazione del Giovanetto Domenico Savio, con esplicita ed autorevole dichiarazione della speciale Sezione Storica annessa da Pio XI alla Sacra Congregazione dei Riti.
Don Bosco infatti, nello scrivere le Vite di quei cari giovanetti, oltre a basare le sue affermazioni sull’intima conoscenza che egli aveva avuto di essi per lunga domestichezza e costanti contatti personali, potè attingere dati sicuri e notizie esatte dai Superiori, compagni e altre persone con cui detti giovani erano vissuti.
Se nelle biografìe scritte da Don Bosco gli alunni avessero riscontrato qualcosa di meno esatto storicamente, si sarebbero affrettati, per quel senso d’intimità filiale che li univa al loro Padre e rendeva naturale e spontanea la confidenza, a presentargli le osservazioni che avessero ritenute opportune. Anzi lo stesso Don Bosco li esortava a ciò, appunto perchè gli premeva che la luce delle virtù di questi santi giovanetti si accrescesse e completasse con lo splendore di una assoluta verità storica (14).
Si aggiunga che l’importanza pedagogica di queste biografìe acquista notevole valore dal fatto che ognuno di tali giovanetti aveva speciali caratteristiche d’indole, d’intelligenza, d’impulsi e sensibilità: inoltre ognuno proveniva da ambienti diversi e aveva avuto antecedentemente relazioni
con persone che poterono contribuire a una diversa formazione iniziale.
Il piccolo Savio pareva destinato da Dio a condurre una vita angelica fin dagli anni più teneri, tanto era innocente l’anima sua e robusta la sua virtù. Fin dai primi contatti con Don Bosco il virtuoso giovanetto ne intuì la santità, e, giunto all’Oratorio, si mise totalmente nelle sue mani.
E precisamente in Domenico Savio la pedagogia di Don Bosco ebbe il suo coronamento, al punto di poter noi considerare il Savio come il tipo della santità salesiana: la santità infatti è il movente e la mèta di tutto il lavoro pedagogico di Don Bosco e dei suoi figli.
E si avverta che nello scrivere la biografia di Savio Domenico — la quale dai posteri sarebbe stata considerata come suo capolavoro — Don Bosco non si diffonde nell’enumerare formule e nel-l’indicare princìpi e precetti di scienza pedagogica, che avrebbero pur potuto esser discussi. No. Egli si limita invece a narrare con semplicità i fatti, perchè da questi intendeva si sprigionasse una pedagogia praticamente controllata e vissuta.
Michele Magone, il birichino della strada, il capo dei monelli, insofferente di ogni giogo, audace per natura, nascondeva sotto la ruvida scorza delle sue bravate e monellerie, un cuore d’oro. Guidato da un sapiente educatore, sotto la forza trasformatrice dell’educazione cristiana, avrebbe primeggiato anche nel bene, e con maggior slancio di quello che avesse avuto nella vita di monello fino al giorno in cui Don Bosco, dopo averlo conosciuto capitano degli sbarazzini nei pressi della stazione di Carmagnola, lo aveva condotto al suo Oratorio.
Nella biografìa di Michele Magone si manifesta soprattutto quanta forza attribuisse Don Bosco alle pratiche religiose nell’educazione della gioventù: senza di esse manca agli elementi educativi il principio organico, l’anima di quella formazione morale che è la mèta principale da raggiungere nell’educazione.
Il terzo gioiello di natura squisitamente pedagogica è la biografìa di Francesco Besucco, il Pastorello delle Alpi, che aveva avuto la sorte di trovare nel suo parroco un uomo profondamente spirituale.
Questi seguiva giorno per giorno il suo piccolo parrocchiano, e, vedendolo crescere in modo del tutto straordinario nella pratica delle virtù, si accinsi a dargli una soda formazione ascetica. Quando poi il virtuoso sacerdote udì parlare di Don Bosco e dei risultati meravigliosi che egli otteneva nell’educare i giovani, credette, nella sua umiltà, che il compito suo fosse esaurito, e offrì a Don Bosco quel tesoro di giovanetto, perchè l’esperto e sano educatore completasse l´opera da lui iniziata, dando in certo modo gli ultimi ritocchi a quel piccolo capolavoro di virtù cristiane.
Il Besucco venne infatti all’Oratorio, ove condotto dalla mano esperta di Don Bosco, nei pochi mesi che gli rimanevano di vita, raggiunse un non comune grado di santità, a tal punto che Don Bosco stesso credette di fare cosa utile ai suoi giovanetti scrivendone la vita.
La rassegna delle biografìe pedagogiche scritte dal nostro Fondatore non sarebbe completa se non parlassimo della breve vita di Luigi Fiorito Colle.
I suoi genitori non solo furono grandi ammiratori, ma forse i più insigni benefattori del Santo, che li visitava frequentemente e a loro ricorreva con assoluta fiducia in tutte le sue necessità. Essi, fortemente radicati nella Religione e nell’esercizio delle virtù cristiane, si erano grandemente preoccupati della formazione spirituale del loro Luigi, cosicché il giovanetto era cresciuto illibato e santo. Don Bosco lo conobbe quando era ormai maturo per il Cielo.
Perduto quel loro tesoro, i desolati genitori, solo nella Religione e nella corrispondenza affettuosa di Don Bosco, poterono trovare balsamo per il loro animo straziato.
Don Bosco, raccontando i suoi sogni, parlò parecchie volte dell’angelico Luigi Colle. Lo vide negli splendori della gloria e ne ricevette superne ispirazioni.
Per questo, negli ultimi anni della sua vita, fornì al salesiano Don De Baruel dati e considerazioni pedagogiche, perchè ne abbozzasse la Vita in lingua francese. In quelle pagine, lo scrittore non sempre seppe imitare l’aurea semplicità dello stile e la chiarezza del pensiero di Don Bosco, il quale, come abbiamo detto, rifuggiva da tutto ciò che avesse anche solo una lontana parvenza di pretenziosità.
Comunque, la vita di Luigi Colle è talmente ispirata alle idee pedagogiche di Don Bosco e tracciata nella cornice dei fatti e delle relative considerazioni da lui suggerite, che il nostro Padre non esitò a farla sua, pubblicandola col suo nome. Anche in essa infatti noi ritroviamo tutta Lamina del santo educatore.
Considerando le biografie di questi cari giovanetti, sgorgano logicamente alcune considerazioni.
Anzitutto Don Bosco seppe dare ad essi, giunti a lui con natura e condizioni familiari, sociali, religiose, diverse, tale formazione, da farli oggetto di ammirazione da parte dei loro stessi condiscepoli, che li considerarono e proclamarono santi.
Ma ancor più ci interessa e riempie di stupore, costatare l’immenso tesoro di alta dottrina pedagogica che si sprigiona dalle pagine da lui scritte narrandone la vita. E questo dicasi pure degli edificantissimi Cenni storici sulla vita del Chierico Luigi Comollo, e di due altri preziosi libriccini, intitolati Severino (ossia Avventure di un giovane alpigiano) e Pietro (o La forza della buona educazione). Di quest’ultimo solo una metà è del Santo, il quale tradusse l’altra metà da un opuscolo francese anonimo, che egli però fece suo, accettandone e avallandone il contenuto.
Notiamo poi che le biografie di Savio, di Magone e di Besucco sono il ritratto fedele dell’ambiente della casa salesiana in cui vissero e dei sussidi pedagogici messi in opera a seconda del carattere e delle condizioni dei singoli: insomma, una vera apologia del sistema preventivo, praticato in una soave atmosfera di carità e di serena letizia nell’esercizio della pietà e di ogni più bella virtù, in costante ascesa verso la santità. Poiché — giova ripeterlo — Don Bosco era convinto che, proprio nell’adempimento dei propri doveri e nella pralica dell’amor di Dio e del prossimo, sbocciano, crescono e si irrobustiscono i migliori propositi dei giovani, ai quali così riesce facile corrispondere alle cure dei Superiori, praticarne gli insegnamenti e dare frutti preziosi per la terra e pel Cielo.
Altre fonti del pensiero pedagogico di Don Bosco noi troviamo nei suoi scritti storici. Egli intendeva che effettivamente la storia fosse maestra della vita, specie trattandosi di giovani, i quali sono portati quasi istintivamente all’imitazione.
Nella Storia Sacra, nella Storia Ecclesiastica, nelle Vite dei Papi, nella Storia d’Italia, Don Bosco ha saputo disseminare un vero tesoro di dottrina pedagogica e di norme educative traendo, dai fatti e dai personaggi, tali logiche deduzioni di concetti, esortazioni e stimoli formativi, da lasciar capire, a chi approfondisca il suo pensiero, quale potenza educatrice racchiudesse l’anima sua, che di tutto sapeva profittare per tener lontani i giovani dalla via del vizio e guidarli alla virtù.
Non ultima fonte della pedagogia di Don Bosco è nei libri ascetici e nelle operette agiografiche e morali, che egli scriveva per i giovanetti e pel popolo.
Primeggia su tutti il Giovane Provveduto, tradotto nelle principali lingue e diffuso in milioni di copie. In quelle pagine si ritrova e quasi si rivive lo zelo ardente di Don Bosco per avvicinare le anime dei giovanetti a Dio, fonte, modello e mèta di ogni formazione.
Altrettanto dicasi della Figlia Cristiana e del Cattolico Provveduto.
Nelle Letture Cattoliche il nostro Padre pubblicò non pochi volumetti di indole agiografia, morale ed anche polemica.
Educatore nato, da tutto egli traeva argomento per fissare e inculcare norme educative allo scopo di migliorare i giovani e la società.
Insomma, la sua meravigliosa sensibilità pedagogica è manifesta in tutti i suoi scritti. Ci pare anzi di poter affermare che egli si prefisse di dar sempre la preferenza a quegli argomenti, che presentassero maggior interesse formativo delle menti, dei cuori e del carattere cristiano, sia che i suoi scritti fossero in particolare indirizzati ai giovani, sia che riguardassero il popolo in generale.
Ma forse la fonte più abbondante della pedagogia di San Giovanni Bosco noi la troviamo nei diciannove volumi delle Memorie Biografiche: essi costituiranno sempre il più ricco patrimonio della vita, virtù, esempi, spirito e dottrine pedagogiche di San Giovanni Bosco.
A questo mirabile tesoro si possono aggiungere i Cinque Lustri dell’Oratorio di S. Francesco di Sales scritti da Don Bonetti e direttamente controllati da Don Bosco, c così pure le Deliberazioni prese nei primi quattro Capitoli Generali presieduti dal Santo Fondatore. Grande importanza ha pure la collezione del Bollettino Salesiano pubblicato ancora sotto gli occhi del nostro buon Padre.
Non possiamo poi dimenticare l’abbondante materiale delle prediche., delle innumerevoli conferenze e sermoncini della Buona Notte, nonché le numerose lettere, nelle quali, specialmente se scritte ai suoi figli, il Santo non lascia mancare quasi mai lo spunto pedagogico. Alcune poi, come quella inviata da Roma il 10 maggio 1884, sono veri tesori di pedagogia salesiana, come vedremo a suo tempo.
Fonte non trascurabile del pensiero educativo di Don Bosco sono pure i suoi sogni. I concetti, le norme e le direttive in essi racchiusi hanno quasi un pregio carismatico: giacché va sempre più rafforzandosi la persuasione che i cosiddetti sogni del nostro Padre siano state vere ispirazioni dall’Alto, a volte con carattere profetico, quasi sempre con orientamento didattico e valore pedagogico d’inestimabile valore.
Chi infine si proponga di studiare in tutta la sua estensione il patrimonio pedagogico lasciato da Don Bosco ai suoi figli, non può prescindere dalla ricca fonte della tradizione salesiana, come può giustamente chiamarsi la pedagogia vissuta dai figli di Don Bosco sotto il suo sguardo e il suo controllo, e tramandata poi fedelmente alle successive generazioni: le quali si sforzarono di fissarla in attuazioni pratiche e in scritti largamente noti.
E qui è bene mettere in rilievo un particolare, che giudichiamo di non lieve importanza. Don Bosco, per formare la sua Società Salesiana, preferì servirsi dei suoi giovani. Sono pochissimi gli altri, venuti a Don Bosco in età matura e dopo aver compiuto una loro formazione in diversi ambienti.
Era più facile così al Santo dare una educazione veramente completa e totalitaria a quei primi soggetti chiamati a costituire la Famiglia Salesiana: i quali divennero in seguito, non solo gli elementi direttivi, ma, ciò che più conta, gli eredi e continuatori, oltre che della sua Società, anche e soprattutto delle sue virtù, dei suoi esempi, delle sue dottrine e del suo sistema educativo.
Inoltre la Provvidenza dispose che i Superiori destinati a essere fino ad oggi i primi Successori di Don Bosco avessero avuto la sorte di essere stati suoi alunni, lui vivente. Alcuni vissero molti anni al suo fianco; tutti lo conobbero, e appresero, per lunga consuetudine con lui e con i primi, la più genuina e fresca ir adizione salesiana.
Da questo ci pare di poter dedurre che il pensiero di Don Bosco Educatore potè essere appreso nella sua genuina integrità e venir tramandato con piena sicurezza da coloro che furono chiamati ad occupare il suo posto nella continuazione e sviluppo dell’Opera sua. Non per nulla, dei primi tre defunti Successori del Santo, due sono già avviati all’onore degli altari: Don Rua e Don Rinaldi.
Si aggiunga che le prime Vite di Don Bosco e alcuni stampati che racchiudevano l’essenza e le norme del suo Sistema educativo, uscirono alla luce vivente ancora Don Bosco; quindi possiamo essere sicuri della ortodossìa del loro contenuto. Dopo la sua morte le di lui biografìe, come pure i commenti pedagogici al suo sistema, si andarono moltiplicando.
Il suo pensiero educativo fu inoltre fissato in questi ultimi lustri negli Annali della Società Salesiana, pubblicati con ponderato senso storico dal nostro caro e tanto benemerito Don Ceria, il quale approfondì come pochi tutto ciò che riguardava la vita, le opere, le idee e le pratiche pedagogiche di Don Bosco.
Il nostro fecondo Don Caviglia seppe egli pure presentarci un tesoro di idee e spunti pedagogici, da lui dedotti con non comune competenza dall’esame degli Scritti del nostro Padre: anche se gli potè sfuggire talora qualcosa di meno controllato, che noi credemmo doveroso segnalare e rettificare negli Atti del Capitolo Superiore (15).

d) Il « SISTEMA EDUCATIVO » di Don Bosco.
Il nostro Santo Fondatore pubblicò il noto opuscolo dal titolo II Sistema Preventivo. Questa denominazione è ormai adottata ovunque, ed è questo il motivo per cui è invalsa l’abitudine di chiamare il Sistema Preventivo « Sistema educativo di Don Bosco ».
Il nostro Padre, portato per natura e per amore di chiarezza alla semplicità, usava la parola « sistema » dandole un senso pratico, come se dicesse « modo di fare ». Persino nel sermoncino della Buona Notte, avvisando alle volte i suoi giovani dei falli commessi o di abusi introdottisi, e accennando a misure o anche a sanzioni cui si sarebbe dovuto ricorrere, diceva senz’altro: « Guardate però che questo non è il mio sistema ».
Con ciò affermava che non era quello il suo modo di fare, e che egli non intendeva affatto educare i giovani a base di riprensioni e castighi. Altre volte, parlando o scrivendo ai suoi figli, specialmente se Missionari lontani, soleva dire: « Tu sai come fa Don Bosco ».
Orbene, per « sistema educativo di Don Bosco » noi dobbiamo intendere le idee, i princìpi e i mezzi che mossero, regolarono e condussero a compimento la di lui azione educativa: idee,princìpi e mezzi, quali ci risultano dalle fonti sopra indicate.
Allo scopo di comprendere sempre meglio Firn-portanza di tutto questo inestimabile tesoro affidato ai Salesiani e alle Figlie di Maria Ausiliatrice, daremo uno sguardo alla situazione generale di fronte alla pedagogia.

e) Particolare responsabilità della Famiglia Salesiana.
Oggi purtroppo, come già accadde altre volte, la società non si rende esatto conto del grave pericolo che le sovrasta, e che ne minaccia la stessa esistenza: intendiamo parlare degli errori nella scelta del sistema educativo.
È vero che sistemi educativi esistettero in ogni tempo, perchè, bene o male, si è sempre educato in questo povero mondo; ma è vero altresì che nel succedersi delle generazioni le soluzioni date al problema dell’educazione furono, non solo diverse ed anche contraddittorie, ma soprattutto apportatrici spesso di conseguenze più o meno funeste, a seconda del modo con cui erano intesi i termini del problema stesso: uomo e perfezione, autorità e libertà.
Si resta addirittura sgomenti dinanzi a certe aberrazioni, alle quali facevano riscontro nel- campo pratico deviazioni religiose e morali dalle conseguenze più funeste pel lavoro educativo: e questo anche presso nazioni, che pur avevano raggiunto un notevole grado di civile progresso.
In tal modo, i princìpi, le leggi, le norme stesse dell’arte educativa, non solo non furono dovutamente formulate nè definitivamente fissate; ma, ciò che più rattrista, le soluzioni qua e là prospettate, sono ancora ben lontane dalla mèta a cui tendono coloro che professano e seguono i sani princìpi pedagogici della dottrina cattolica.
Anzi in tempi a noi più prossimi la pedagogia, per cause diverse, venne a trovarsi in una situazione ancor più deplorevole, dovuta a due opposte tendenze.
Taluni infatti si ostinano a considerare la pedagogia, non solo come serva e mancipia della filosofia, ma addirittura a identificarla con essa, togliendole così ogni respiro proprio e la stessa possibilità di costituirsi come scienza autonoma e indipendente.
Altri per contro, e sono oggi i più numerosi, pretendono rinserrare la pedagogia scientifica nella stretta cornice della pedagogia naturalistica, sfruttandone erroneamente i dati scientifici. Molti purtroppo partendo da una visione materialistica della vita umana, e, basandosi su una filosofia miope e angusta, giungono a conclusioni giustamente deprecate nel campo educativo: come quando riducono tutta l´educazione a uno sviluppo somatico e psichico del fanciullo, senza tener conto dei valori morali e spirituali della persona umana.
Se vogliamo conservare il tesoro del sistema educativo di Don Bosco noi dobbiamo evitare questi due opposti estremi e mantenerci nel giusto mezzo, seguendo in ciò le illuminate direttive contenute nell’Enciclica Divini Illius Magiatri del-l’immortale Pio XI e in recenti documenti dell’angelico Pio XII felicemente regnante.
La nostra pedagogia la vogliamo poggiata sulle granitiche basi della filosofia perenne e della teologia cattolica, e insieme sui dati che ci offrono le altre scienze, quali la psicologia, la biologia, la sociologia, e via dicendo; ma insieme vogliamo che il tempio della scienza pedagogica, oltre che venusto e gagliardo, sia anche libero da superstrutture, erronee o estranee, che, con la pretesa di volerlo rafforzare o abbellire, praticamente lo soffochino o deturpino, privandolo della sua fisionomia caratteristica e dello spirito che lo vivifica e contraddistingue per praticità d’intenti, slancio di iniziative e fecondità realizzatrice.
Al tempo stesso però, nelle attuazioni pratiche dell’educazione, intendiamo servirci pure, e nella più ampia misura, dei ritrovati di qualsiasi scienza positiva che abbia possibilità di coadiuvarla. Ma nel compiere questo lavoro ci proponiamo di non perdere mai di vista i sani princìpi della scienza pedagogica, alla luce dei quali sarà più agevole evitare gli scogli del positivismo e del naturalismo, che conducono inevitabilmente al materialismo, con la conseguente negazione di Dio, della stessa libertà umana e di ogni legge morale.
Or non è molto che negli Stati Uniti si alzava accusatrice la voce della professoressa Driscoll, la quale, riferendosi alle disastrose conseguenze causate nel campo educativo da certe dottrine dissolvitrici, ne chiamava pubblicamente responsabile la Columbia University, ove pontificava il Dewey, il più fecondo, ma anche il più fallace sostenitore della pedagogia positivista ed atea.
Noi ci auguriamo che, per un miglior avvenire della gioventù e della società, sorgano, altrettanto autorizzate e potenti, simili voci, ovunque siavi un focolaio di pedagogia infetta ed avvelenatrice.
Gli umili figli di San Giovanni Bosco, consci della loro responsabilità, si faranno un dovere di alzare essi pure, chiara e ammonitrice, la loro modesta voce, là dove saranno chiamati a svolgere le loro attività educative.
La minaccia della pedagogia materialista ed atea, anche se mascherata col nome di scientifica, la riteniamo talmente grave che pensiamo non ve ne sia al presente altra più funesta per le sorti dell’umanità.
A volte ci assale il timore che lo stesso ricco tesoro della pedagogia inculcataci con tanta chiarezza e insistenza da San Giovanni Bosco, possa correre il pericolo di venir comecchesia inquinato con funeste infiltrazioni di teorie demolitrici, propalate insidiosamente dai loro fautori in tutti gli ambienti.
Guai a noi e alle opere nostre se, per mancanza dei sani princìpi o per insufficiente preparazione, non avvertendo tempestivamente e non sapendo sventare le insidie e le trame dell’errore, ci lasciamo sviare dalla strada regia della pedagogia cattolica e salesiana!
Purtroppo non sono pochi nè poco agguerriti coloro che si servono dell’arma micidiale di una pedagogia contaminata per corrompere in fiore la mente e il cuore di quei giovani, la cui salvezza costituisce il fine della nostra vocazione e il lavoro della nostra esistenza.
Anzi, proprio per tener lontana dalla nostra Società tale iattura, e perchè ci schieriamo tutti, come fece ai suoi tempi e farebbe oggi San Giovanni Bosco, a combattere con animo risoluto e mezzi adeguati questa grande battaglia, abbiamo voluto che sorgesse, nel seno del Pontifìcio Ateneo Salesiano, l’Istituto Superiore di Pedagogia, con la specifica missione di approfondire e diffondere la pedagogia cattolica in generale e il pensiero e le norme educative insegnateci da San Giovanni Bosco in particolare.
Ci conforti il pensare che è già notevole il lavoro compiuto e che le promesse per l’avvenire sono in realtà lusinghiere. Soprattutto poi deve rassicurarci pienamente il fatto che da questo nostro centro di scienze pedagogiche uscirono e usciranno tanti figli di San Giovanni Bosco, i quali, nelle case di formazione e in altri nostri Istituti, sapranno approfondire, illustrare, esporre e diffondere i princìpi, le direttive e le attuazioni della vera pedagogia, contrastando la malefica propaganda di princìpi educativi avvelenati dal naturalismo e dal materialismo ateo.
Lo voglia il Cielo!

PARTE PRIMA DON BOSCO DI FRONTE AL PROBLEMA EDUCATIVO
Capitolo I. DON BOSCO APOSTOLO DELL’EDUCAZIONE
1. Importanza e necessità dell’educazione.
Don Bosco, più che persuaso, era, ben si può dire, veramente dominato dall’importanza e necessità dell’educazione cristiana. Per una convinzione precocemente radicata nell’anima, confermata poi e resa sempre più salda e sicura da continue manifestazioni celesti, egli si dedicò, come abbiam visto, fin dalla più tenera età, alla missione educatrice. È questo un fatto quasi unico nella storia dell’educazione.
Dell’importanza, necessità e vantaggi dell’educazione, egli parlò e scrisse del continuo, special-mente nelle conversazioni e spiegazioni, che si vide spesso obbligato a dare, per legittimare il suo modo di agire, a coloro che, non compresi della necessità dell’opera educatrice, specie in quei tempi, lo ostacolarono in mille modi.
L’argomento dell’educazione fu da lui trattato frequentemente nelle conferenze ai suoi figli e cooperatori, come pure quando ricorreva ai privati e alle autorità per avere aiuti e appoggi a sostegno delle sue opere. Ne daremo un breve saggio.
Sebbene Don Bosco fosse così convinto dell’importanza fondamentale dell’educazione della gioventù, tuttavia non ne parlava mai in astratto, in veste di teorico o di pedagogista puro. Infiammato di zelo per il bene delle anime, egli ne ragionava da Santo, e cioè come d’una necessità pratica che mirava alla salvezza dei giovani e ai bisogni dei suoi tempi, i quali offrivano già allora lo spettacolo d’una gioventù minacciata, per cause gravi e diverse, da squallida miseria morale e materiale.
Mentre egli adunque additava ai buoni le cause della triste e paurosa situazione che si andava creando, da uomo pratico ne indicava pure i rimedi. E precisamente avvertiva che il vero e radicale rimedio sarebbe stato questo: la cristiana educazione della gioventù.
« Una delle prime necessità dell’epoca nostra, — scriveva, — è di venire in aiuto alla povera gioventù maschile abbandonata, onde educarla cristianamente e farne dei buoni cittadini, operai e capi di famiglia cristiani, e dei buoni sacerdoti e religiosi, debitamente coltivando la vocazione di ciascuno » (16).
L’esperienza aveva persuaso il Santo che questo era l’unico mezzo per sostenere la civile società: poiché i giovani « se non trovano — diceva — una mano soccorrevole che li raccolga, son destinati a diventare in brevissimo tempo il flagello della società. Son quelli che riempiranno le prigioni e che verranno presto, non più solamente infelici, ma purtroppo, lo ripeto, il flagello della società in generale, e della famiglia in particolare » (17).
« La porzione dell’umana società, — insisteva ancora, — su cui sono fondate le speranze del presente e dell’avvenire, la porzione degna dei più attenti riguardi è senza dubbio la gioventù. Questa, rettamente educata, vi darà ordine1 e moralità: al contrario, vizio e disordine » (18). « Il bene della società e della Chiesa risiede nella buona educazione della gioventù » (19). Per questo « in ogni tempo fu speciale sollecitudine dei ministri della nostra santa cattolica Religione di adoperarsi con zelo a fine di promuovere il bene spirituale della gioventù; perciocché dalla buona o cattiva educazione di essa dipende un buono o tristo avvenire ai costumi della società» (20). Diceva altra volta: t Secondo la parola di uno dei più illustri prelati, Mons. Dupanloup, la società sarà buona se voi darete una buona educazione alla gioventù; se voi la lascerete andare dietro l’impulso del male, la società sarà pervertita » (21).
Sottolineava quindi l’urgenza di adottare questo mezzo, sia per il futuro rinnovamento della società, sia per il bene della gioventù: « È difficile, — scriveva, — ridurre un pomo fradicio alla primiera maturità: sarà dunque più facile seminare quei grani che porta in sè, i quali a tempo suo daranno poi frutto stagionato e salubre. Con ciò s’intende che non vi è altra maniera di sperare la riforma della società che applicandosi ad allevar bene la gioventù, la quale poi arrecherà un miglioramento universale nei popoli » (22).
In altra circostanza diceva ancora: «L’esperienza ha fatto conoscere che ordinariamente la gioventù, prima dei dodici anni, non è capace di fare nè gran bene e neppure gran male, e che passati i diciotto anni riesce assai difficile il far deporre abitudini altrove formate per uniformarsi ad un nuovo regolamento di vita (23). Come una tenera pianta, sebbene posta in un buon terreno dentro un giardino, prende tuttavia una cattiva piega e finisce male se non è coltivata, e, per dir così, guidata fino ad una certa grossezza, così i giovani piegheranno sicuramente al male, se non si lasceranno guidare da chi ha cura della loro educazione e del bene dell’anima loro. Questa guida la avranno nei genitori e in quelli che ne fanno le veci, cui devono docilmente obbedire » (24).
Richiamava infine l’attenzione sul fatto che anche i cattivi, quando si tratta di educazione della prole, ne sentono la responsabilità, in pieno contrasto con la propria condotta: «La bontà è anche stimata dagli uomini perversi, benché essi non la pratichino. Guardate: vi sono dei padri che conosceranno anch’essi di essere cattivi originali, ma vogliono che i loro figliuoli si mantengano, o diventino buoni, se non lo fossero, e sono contenti che siano educati nella religione. Vi sono dei padri dati al vino, ubriaconi veri; ma guai se sanno che il loro figliuolo mette piede nell’osteria! Un tale sarà un giocatore che gioca tutto il suo, ed anche quello che non è suo, ma guai se sorprende il figliuolo a giocare! Un altro sarà sboccato nelle conversazioni, ma guai se sapesse che alla presenza di suo figlio si è detta qualche parola scandalosa! E ciò perchè Essi sanno quanto gravi danni possono portare questi vizi. Mi ricordo, per recarvi un esempio, di un uomo già avanzato in età, coi capelli bianchi, rispettabilissimo, ma senza religione, che veniva a farmi queste raccomandazioni, non sono molti giorni :
— Guardi che il mio figliuolo frequenti le divozioni del collegio, che ascolti le sue Messe, che faccia la confessione e la comunione e che si prepari alla cresima, che tenga buona condotta.
— Ma lei, gli dissi, conosce l’importanza di queste cose?
— Ah, sì, le conosco!
— E le mette in-pratica?
— È vero, soggiunse, che sono cattivo, che sono disgraziato; ma appunto per questo non voglio che mio figlio divenga tale » (25).
Per stimolare poi tutti i buoni a prendersi cura della educazione dei fanciulli e delle ragazze. Don Bosco lodava i pregi e l’eccellenza di questa missione. « Volete fare una cosa buona? Educate la gioventù. Volete fare una cosa santa? Educate la gioventù. Volete fare una cosa santissima? Educate la gioventù. Volete fare cosa divina? E-ducate la gioventù. Anzi questa tra le cose divine è divinissima. I Santi Padri vanno d’accordo nel ripetere quel detto di San Dionigi: Divinorum di-vinissimum est cooperari Deo in saluterà anima-rum. (Cosa divinissima tra le divine è cooperare con Dio alla salvezza delle anime) » (26). E ne mostrava anche l’utilità ed i vantaggi non indifferenti per l’individuo, per la società, per le famiglie e per la Chiesa, dicendo: « Imperocché migliaia di ragazzi, — che, dispersi, privi di educazione e di religione, sarebbero divenuti la maggior parte il flagello della società, e forse non pochi andati a bestemmiare il Creatore nelle carceri, — per mezzo dell’istruzione religiosa, dell educazione, dello studio o di un mestiere imparato, si ritraggono al contrario dalla mala vita, e noi abbiamo la più soave speranza che essi diventino buoni cristiani, onesti ed utili cittadini » (27).
« Raccogliendo ragazzi abbandonati si diminuisce il vagabondaggio, diminuiscono i tiraborse, si tiene più sicuro il danaro in saccoccia, si riposa più quieti in casa, e coloro che forse andrebbero a popolare le prigioni, e che sarebbero per sempre, il flagello della civile società, diventano buoni cristiani, onesti cittadini, gloria dei paesi ove dimorano, decoro della famiglia a cui appartengono, guadagnandosi col sudore e col lavoro onestamente il pane della vita » (28).
« Il raccogliere poveri fanciulli, l’educarli, il toglierli dal vestibolo delle carceri per ritornarli alla società buoni cristiani ed onesti cittadini, sono cose che non possono a meno d’aver l’approvazione di tutte le condizioni degli uomini» (29).
« Cominciate dalle vostre proprie famiglie: allevate bene i vostri figliuoli. Date buoni consigli a quanti potete conoscere. Se presso di voi si trova qualche orfano, prendetevene una cura particolarissima, insegnategli a servire Dio, aiutatelo a evitare le tentazioni del vizio » (30).
« Si tratta, insomma, di liberarli dai pericoli che loro sono imminenti, dal mal fare, dalle medesime carceri; si tratta di renderli onesti cittadini e buoni cristiani » (31).
Ricordava spesso ai buoni il dovere di favorire preferibilmente l’educazione della gioventù povera ed abbandonata, dicendo: « Perseverate nelle vostre tradizioni di generosa carità per tutte le opere buone. La più importante è la cristiana educazione della gioventù » (32). E ne metteva in luce i vantaggi: « Prendendo parte a questa opera di beneficenza, si provvede alla pubblica e alla privata utilità: e voi sarete benedetti da Dio e dagli uomini. Da Dio, presso cui non vi verrà meno la ricompensa; dagli uomini, poi, avrete la più sentita riconoscenza; mentre uno stuolo di giovani benediranno ogni momento la mano benefica, che li ha tolti dai pericoli delle strade avviandoli al buon sentiero, al lavoro, alla salvezza dell’anima » (33).
« La mercede — spiegava altra volta — sarà di avere contribuito a salvare dalla rovina spirituale, e fors’anco temporale, tanti ragazzi, che forse sarebbero andati perduti ed a finire in carcere, d’aver impedito che quei ragazzi divenissero il flagello della società. Credetelo pure, che, se adesso rifiutate l’obolo per la loro educazione, verranno forse un giorno a prendercelo in saccoccia. Ma se adesso procurate di venire loro in aiuto, la cosa muterà ben di aspetto. Essi saranno quelli che vi benediranno, riconosceranno in voi tanti benefattori, e, all’occorrenza, saranno anche disposti a difendervi e a dare anche la loro vita per salvare la vostra. Inoltre essi pregheranno sempre per i loro benefattori: e la preghiera del povero sale sempre gradita al trono dell’Eterno » (34).
Anzi, I’11 aprile del 1883, trovandosi a Lione, ospite al Patronage de Notre-Dame, giunse a dire, con apostolica franchezza, parole che ora hanno sapore di profezia: « La salvezza della società, o signori, è nelle vostre tasche. Questi fanciulli raccolti dal Patronage e quelli mantenuti dall’Oeuvre des Ateliers attendono i vostri soccorsi. Se voi adesso vi tirate indietro, se lasciate che questi ragazzi diventino vittime delle teorie comunistiche, i benefizi che oggi rifiutate loro, verranno a domandarceli un giorno, non più col cappello in mano, ma mettendovi il coltello alla gola, e forse insieme con la roba vostra vorranno pure la vostra vita » (35).
A un giornalista poi replicò: « Sono opere, queste, che non solo i cattolici debbono sostenere viribus unitis, ma anche tutti gli uomini cui stia a cuore la moralità dell’infanzia. Gli umanitari bisogna che se ne interessino non meno dei cristiani. È lì l’unico mezzo per preparare un migliore avvenire alla società »: E continuava dicendo a quei signori: « Se voi non sostenete quest’opera, ne pagherete il fio. Opere come questa sono necessarie all’equilibrio della società » (36).

2. Il triste quadro.
Questi accorati richiami di Don Bosco al dovere urgente di pensare all’educazione dei giovani, assumevano tanto maggior valore quanto più profonda era la sua conoscenza delle tristi condizioni in cui i giovani stessi versavano.
Da fanciullo, da studente e seminarista a Chieri, e fatto poi sacerdote, egli era sempre stato in intimo contatto con la gioventù, specialmente popolare, del cui stato miserando si era fatta una idea concreta specialmente visitando le carceri. Nelle parlate e nei suoi scritti ne presentava questo lacrimevole quadro: « Se vi fu un tempo calamitoso per la gioventù, certamente è questo. Un gran numero trovasi in imminente pericolo di perdere onestà e religione per un tozzo di pane.
« Io non intendo parlare di quella gioventù allevata con tante cure nelle famiglie agiate, in collegi od in istituti; ma parlo solamente dei fanciulli abbandonati, dei vagabondi che girano per le vie, per le piazze, per le strade. Parlo solo di questi esseri derelitti, che tosto o tardi diventano il flagello della società e finiscono con andar a popolare le prigioni » (38).
« Tanti poveri giovanetti abbandonati, che si aggirano oggidì sudici, scalzi e pezzenti, per le contrade della città, e che, vivendo di accatto e andando la sera a stivarsi malamente in certe locande, senz’alcuno che si prenda cura pietosa del loro corpo e della loro anima, crescono ignoranti delle cose di Dio, della Religione, dei loro doveri morali; bestemmiatori, ladri, impudichi, ingolfati in tutti i vizi, e capaci di ogni azione anche la più scellerata. Molti dei quali vanno poi a cadere miseramente o nelle mani della giustizia, che li caccia a marcire in qualche prigione, oppure, ciò che è ancor peggio, tra le branche dei Protestanti.
« Questi hanno aperto ormai molti covi, dove la povera gioventù, allettata dal luccicare dell’oro e da mille promesse fallaci, dopo aver perduto ogni bene e calpestato ogni altra virtù, vanno a fare getto deplorevole anche della loro fede » (59).

3. Miserando stato delle fanciulle.
Indicava poi anche le condizioni infelici di molte fanciulle: « I pericoli e seduzioni, a cui stanno esposti i giovani sono, direi, quasi maggiori pelle povere orfanelle. D’ordinario per guadagnarsi da vivere debbono andare nelle città e adattarsi ad ogni mestiere, a ogni servizio. Da una parte la mancanza di educazione e di religione, dall’altra lo scandalo, la corruzione, la malizia fanno strage. Chi può contare tutte le vittime? Chi può dire quante di queste creature ritornano ancora alle loro case come erano partite? Se la cristiana educazione dei ragazzi è ai giorni nostri di massima importanza, non di minor momento si è la buona istruzione delle fanciulle. Una figlia saggiamente istruita, e cristianamente educata, riesce una benedizione, un angelo, un sostegno, Tina sorgente di prosperità e di pace per una famiglia. Cimi invece se la giovane crescerà incolta ed ignorante: peggio poi. se verrà su guasta nelle idee e corrotta nel cuore! Non vi è male peggiore che una donna cattiva » (40). E aggiungeva: « Quante giovanette ripongono la loro cura in vestire e adornare il loro corpo, piuttosto che badare ad abbellire l’anima colla pratica delle virtù! Quanti parenti non hanno altra ambizione che di vedere la loro figlia ben vestita perchè faccia la più bella comparsa tra quelle che si accostano alla Comunione » (41).
« Nostro Signore è venuto nel mondo solo per redimere i giovanetti o non anche le ragazze?... Ebbene io debbo procurare che il suo Sangue non sia sparso inutilmente, tanto per i giovani, quanto per le fanciulle » (42).
Perciò il Santo si compiaceva dell’apostolato delle Figlie di Maria Ausiliatrice, intente a prendersi cura anche delle tante ragazze abbandonate: « ragazze bisognose, e pel corpo, — perchè molte volte stanno tutto il giorno fuori di casa e quasi senza vitto, non potendo i genitori provvederlo, — e per la moralità, essendo esposte* ad ogni sorta di pericoli, senza avere nè guida nè istruzione che le salvi » (43).

4. Le cause.
A Don Bosco poi premeva segnalare, a monito di tutti, le cause del traviamento, o del pericolo di traviamento, di tante povere giovinezze in balìa di se stesse. TI liberalismo aveva incominciato a dare i suoi frutti velenosi combattendo la Chiesa e il Papa, i Vescovi e i Sacerdoti, laicizzando le scuole e diffondendo una stampa sovvertitrice, immorale ed atea. D’altra parte l’industrialismo aveva gettato i primi germi della questione sociale, allontanando l’operaio da Dio, dal Cielo e dal pensiero dei suoi eterni destini, minando al tempo stesso le basi della famiglia cristiana. Questo è il triste sfondo del quadro che Don Bosco delineava ai suoi contemporanei, elencandone tre cause principali: la propaganda dei settari, lo scandalo da parte dei cattivi compagni, l’abbandono dei genitori.
« In questi tempi i malvagi cercano di spargere l’empietà e il malcostume, e vogliono rovinare specialmente l’incauta gioventù con società, con pubbliche stampe, con riunioni, che hanno per scopo più o meno aperto di allontanarla dalla «Religione, dalla Chiesa, dalla sana morale » (44).
« Accade a molti giovanetti che, per lo sfortunato incontro di perversi compagni, o per la trascuratezza dei genitori, e spesso ancora per la loro indole restìa alla buona educazione, dalla più tenera età diventano preda infelice del vizio, perdendo, così, l’inestimabile tesoro dell’innocenza, prima di averne conosciuto il pregio, e divenendo schiavi di satana, senza nemmeno aver potuto gustare la dolcezza dei figliuoli di Dio » (45).
« Si incontrano talora giovani orfani e privi dell’assistenza paterna, perchè i genitori non possono o non vogliono curarsi di loro, senza professione, senza istruzione. Costoro sono esposti ai più gravi pericoli spirituali e corporali,. nè si sa come impedirne la rovina, se non si stende loro una benefica mano, che li accolga, li avvìi al lavoro, all’ordine, alla religione » (46).
Perciò accoratamente rilevava: « Sono degni di nostra carità questi giovanetti poveri ed abbandonati. Poveri fanciulli! Orfani talvolta dei propri genitori, ben sovente lasciati in balìa di se stessi, privi di istruzione religiosa e di morale educazione, circondati da malvagi compagni, a qual sorte mai non vanno essi incontro? Ora noi li vediamo scorrazzare di piazza in contrada, di spiaggia in spiaggia, crescere nell’ozio e nel gioco, imparare oscenità e bestemmie; più tardi li vediamo divenire ladri, furfanti e malfattori; in fine, e il più delle volte sul fior dell’età, li vediamo cadere in una prigione, ed essere il disonore della famiglia, l’obbrobrio della patria; inutili a se stessi, di peso alla società. Se invece una mano benefica li strappa per tempo al pericolo, li avvia per una carriera onorata, e li forma alla virtù per mezzo della religione, essi si fanno capaci di giovare a sè e agli altri, diventano buoni cristiani, savi cittadini per divenire un giorno fortunati abitatori del Cielo. Per questa ragione la gioventù, specialmente la povera e derelitta, fu e sarà sempre la delizia di Gesù Cristo, fu e sarà sempre l’oggetto delle amorose sollecitudini delle anime pietose, amanti della religione e del vero bene della civile società » (47).

5. Dovere dei genitori.
Perciò Don Bosco non si stancava di rivolgere spesso le sue esortazioni anzitutto ai più diretta-mente responsabili dell’educazione dei propri figliuoli, e cioè ai padri e alle madri, insistendo sopra l’obbligo e sulla maniera di educarli cristianamente: « Padri e Madri! Non illudiamoci! È certo che voi dovrete rendere al tribunale di Dio un conto, rigorosissimo dell’educazione data ai vosi ri figliuoli! Certo che molti figli si dannano per essere stati malamente educati; ed è egualmente certo che molti padri e molte madri vanno all’eterna dannazione per la mala educazione data ai loro figliuoli.
« Queste verità meritano di essere attentamente considerate. Se la figliolanza è ben educata, si vedrà la crescente generazione amante dell’ordine e del lavoro, sollecita per confortare i genitori e sollevare la famiglia. Insomma avremo tempi migliori, avremo figliuoli che formeranno l’onore della patria, il sostegno della famiglia, la gloria e il decoro della Religione » (48).
« Padri e Madri! Se desiderate di avere dei figliuoli ben educati e che facciano la vostra consolazione in età adulta, adoperatevi per istruirli nella religione e soprattutto nella tenera età accuditeli ed osservate se vanno in chiesa, o se si diano a frequentare cattivi compagni.
« Ma date voi medesimi l’esempio, perchè sarebbe una vera pazzia, se ci fossero genitori, i quali non si facessero scrupolo di parlare liberamente contro ai buoni costumi, o contro alla Religione, e talora eziandio in presenza della medesima figliolanza; o facessero le loro partite nei giorni festivi, proprio nel tempo in cui dovrebbero assistere alle sacre funzioni, e pretendessero poi che i loro figliuoli siano buoni, ritirati, devoti » (49).
« Padri e madri, padroni e principali di fabbriche e di negozi, a cui sta a cuore il benessere presente e futuro dei giovani dalla Divina Provvidenza a voi affidati, voi potete grandemente cooperare al loro bene col mandarli ed animarli ad intervenire alle pratiche di pietà.
« Il Signore non mancherà di compensare quegli intervalli di tempo che per avventura doveste per un sì santo fine sacrificare.
« Giovani, giovani miei cari, delizia e pupilla dell’occhio divino, non vi rincresca di tollerare alcuni disagi della stagione, onde procurare alle anime vostre un bene, che non verrà meno giammai. Il Signore, chiamandovi ad ascoltare la sua santa parola, vi porge favorevole occasione per ricevere le sue grazie e le sue benedizioni. Approfittatene. Beati voi se da giovani vi avvezzate ad osservare la divina legge: Bonum est viro, cum portaverit iugum ab adolescenza sua. (È bene per l’uomo l’aver portato il giogo sin dalla sua fanciullezza) » (50).
Raccomandava soprattutto la cura di una categoria di giovani che gli stava massimamente a cuore: « Ma quelli che maggiormente vi raccomando sono i giovanetti di buona indole, amanti delle pratiche di pietà, e che lasciano qualche speranza di essere chiamati allo stato ecclesiastico. Sì, prendetevi a cuore queste speranze della Chiesa: fate il possibile, e, direi, l’impossibile, per coltivare in questi teneri cuori e far germogliare il prezioso germe della vocazione: indirizzateli in qualche luogo dove possano compiere i loro studi, e, se sono poverelli, aiutateli anche con quei mezzi che la Divina Provvidenza vi ha posto nelle mani e che la vostra pietà e l’amore delle anime vi sapranno suggerire. Voi fortunati, se potrete riuscire a dare qualche sacerdote alla Chiesa in questi tempi, nei quali scarseggiano talmente i sacri ministri, che, in alcuni paesi della nostra stessa Italia, nei giorni festivi, non si dice neanche più la Messa, nè si compiono le funzioni religiose per mancanza di sacerdoti. Dio, gli Angeli, la Religione, vi saranno grati di un’opera così esimia, e voi ne avrete fin di quaggiù il centuplo nelle benedizioni che ne riceverete in premio da Dio, oltre alla bella corona che Egli- vi tiene riserbata in Cielo » (51).

6. La missione dei Cooperatori Salesiani.
Oltre che ai genitori, Don Bosco si rivolgeva in modo particolare ai suoi Cooperatori perchè s’interessassero della buona educazione della gioventù: anzitutto nell’àmbito parrocchiale.
« I Cooperatori salesiani non debbono solamente raccogliere elemosine per i nostri ospizi, ma anche adoperarsi con ogni mezzo possibile per cooperare alla salvezza dei loro fratelli, e in particolar modo della gioventù. Cerchino pertanto di mandare i ragazzi al catechismo, aiutino personalmente i parroci a farlo, preparino i fanciulli alla Comunione e vedano che abbiano anche gli abiti convenienti; diffondano buoni libri e si oppongano energicamente alla lettura della stampa irreligiosa e immorale » (52).
Voleva che si prendessero cura specialmente dei ragazzi più poveri ed abbandonati: « Volete che vi suggerisca un lavoro relativamente facile, molto vantaggioso, e fecondo dei più ambiti risultati? Ebbene, lavorate intorno alla buona educazione della gioventù, di quella specialmente più povera ed abbandonata, che è in maggior numero, e voi riuscirete agevolmente a dar gloria a Dio, a procurare il bene della Religione, a salvare molte anime, e a cooperare efficacemente alla riforma, al benessere della civile società; imperocché la ragione, la Religione, la storia e l’esperienza dimostrano che la società religiosa e civile sarà buona o cattiva, secondo che buona o cattiva è la gioventù che ora ci fa corona » (53).
Insegnava quindi la maniera di occuparsi di loro, di allontanarli dai pericoli, di preservarli dal vizio, di procurare loro una sana educazione: Anzitutto fatevi uno studio di instillare in bel modo l’amore della virtù e l’orrore del vizio nel cuore dei fanciulli e delle fanciulle delle vostre famiglie, vicini, parenti, conoscenti ed amici. Se mai venite a conoscere che qualche giovanetta inesperta corre pericolo dell’onestà, voi datevi sollecitudine di allontanamela e strapparla per tempo dagli artigli dei lupi rapaci. Quando aveste, o sapeste che qualche famiglia ha giovanetti e giovanette da mettere in educazione al lavoro, aprite bene gli occhi e fate, suggerite, consigliate, esortate che siano collocati in collegi, in educatorio in botteghe, in laboratori, dove, con la scienza e con l’arte, si insegna anche il timore di Dio, e dove sono in fiore i buoni costumi. Fate penetrar nelle vostre case libri e fogli cattolici, e dopo averli fatti leggere in famiglia, fateli correre nelle mani di quanti più potete, regalandoli come per premio ai ragazzi e alle ragazze più assidui al catechismo. Soprattutto poi quando venite a conoscere che qualche giovanetta non si può altrimenti salvare dai pericoli se non collocandola in qualche ritiro, voi datevi premura di metterla al sicuro » (54).
« Quante belle occasioni si presentano! Si può dare un buon consiglio a un fanciullo o ad una ragazza per indirizzarli alla virtù e allontanarli dal vizio; si può suggerire qualche buon mezzo ai genitori, perchè allevino cristianamente i loro figliuoli, li mandino alla chiesa, o, dovendoli collocare allo studio o al lavoro, scelgano buoni collegi, maestri virtuosi, onesti padroni; si può fare in modo da avere buoni maestri e buone maestre nelle scuole; si può prestare aiuto nel fare il catechismo in parrocchia; si può regalare, imprestare, diffondere un libro, un foglio cattolico o levarne di mezzo uno cattivo » (55).
Per rendere più persuasive ed efficaci le sue parole, metteva loro dinanzi il lavoro dei nemici: « I protestanti, gli increduli, i settari di ogni fatta — diceva — niente lasciamo di intentato a danno dell’incauta gioventù, e come lupi affamati si aggirano a far scempio degli agnelli di Cristo.
Stampe, fotografie, scuole, asili, collegi, sussidi, promesse, minacce, calunnie, tutto mettono in opera a fine di pervertire le tenere anime, strapparle dal seno materno della Chiesa, adescarle, tirarle a sè e gettarle in braccio a Satana E quello che più addolora si è che i maestri, istitutori, e persino certi genitori, prestano la mano a questa opera di desolazione. Ora, a spettacolo così straziante, ce ne staremo noi indifferenti e freddi? Non sia mai, o anime cortesi; no, non si avveri che siano più accorti, più animosi nel fare il male i figli delle tenebre, che non siano nell’operare il bene i figli della luce. Laonde ciascuno di noi si faccia guida, maestro, salvatore di fanciulli.
« Alle arti ingannatrici della malignità contrapponiamo le industrie amorose della carità nostra, stampe a stampe, scuola a scuola, collegi a collegi; vigiliamo attenti sui bimbi delle nostre famiglie, parrocchie ed istituti; e poiché una turba immensa di poveri ragazzi e ragazze si trova in ogni luogo esposta ai più grandi pericoli di pervertimento, o per incuria dei parenti, o per estrema miseria, noi, secondo le forze e la posizione nostra, facciamoci loro padri e nutrizi, mettendoli in luogo sicuro, e al riparo dalle lusinghe del vizio, e dagli attentati degli scandalosi. A stimolarci poi e a rinfrancarci ogni dì più ad opera sì bella ricordiamoci sovente delle cure e amorevolezze prodigate dal Figliuolo di Dio ai pargoli durante la sua mortai carriera; rammentiamo an-che l’alto premio da lui promesso a chi, coll’esempio, colla parola e colla mano, farà del bene ad un fanciullo. Il centuplo Egli ci assicurò in questa vita, e una corona eterna nell’altra » (56).
Infine metteva in risalto lo scopo, il valore, i frutti benèfici delle offerte da loro fatte alla sua opera: « A dare ricovero ad un maggior numero di giovani, i quali erano in pericolo di divenire la desolazione dei parenti e il flagello della società, furono le vostre limosine, che, provvedendo loro vitto e vestito, diedero ad un tempo un mezzo di rendersi buoni cristiani ed onesti cittadini e di riuscire il sostegno della famiglia ed il decoro della Religione » (57).
« Ormai sapete a che cosa serve la vostra ca rità, la vostra limosina nelle mani di Don Bosco. Essa serve a raccogliere dalle vie tanti giovanetti, e dar loro col pane della vita il cibo dell’anima, istruirli nella Religione, avviarli ad un mestiere o a qualche carriera onorata, a formare dei buoni figliuoli di famiglia e dei savi cittadini; serve a dare alla civile società dei membri utili, alla Chiesa dei cattolici virtuosi, al Cielo dei fortunati abitatori » (58).

7. Ardore di Don Bosco per l’educazione della gioventù.
Don Bosco adunque non nascondeva la sete e la brama sua ardente di raccogliere la gioventù per educarla cristianamente, e darle la possibilità di guadagnarsi onestamente il pane. Egli sentiva di essere investito d’una missione speciale per la salvezza della parte più eletta del genere umano: « Sono in Torino da vent’anni ed ho consumato ogni momento di mia vita nel ministero sacerdotale per le carceri, per gli ospedali, scorrendo talora le piazze, le contrade, per togliere dai pericoli i fanciulli abbandonati, ed avviarli alla moralità, al lavoro ed allo studio, secondo la rispettiva capacità ed inclinazione » (59).
« È mio fermo proposito — affermava — di attenermi all’unico scopo di fare del bene morale ai poveri giovanetti, per mezzo dell’istruzione e del lavoro, senza ingombrare loro il capo di idee che non sono da essi. Col raccogliere giovanetti abbandonati e coll’adoprarmi di renderli alla famiglia ed alla società buoni figli ed istruiti cittadini, io fo’ vedere abbastanza chiaramente che l’opera mia, lungi dall’essere contraria alle moderne istituzioni, è anzi tutta affatto conforme ed utile alle medesime » (60).
Spinto da zelo e brama sempre più ardenti, si rammaricava di aver troppo pochi aiutanti:
« Quanto bene di più potremmo fare se avessimo tanti uomini, quanti ne richiede il bisogno! Noi potremmo allora raccogliere più migliaia di poveri giovanetti, educarli, istruirli nella religione, nella scienza, nelle arti, e, dopo alcuni anni, restituirli alla famiglia, alla società, alla Chiesa, buoni figliuoli, savi cittadini, esemplari cristiani » (61).
Molte altre citazioni potremmo addurre, le quali tutte metterebbero in evidenza sempre più luminosa quanto stesse a cuore la gioventù a Don Bosco e quanto egli abbia fatto per raccoglierla, educarla, salvarla. Pensiamo però siano sufficienti allo scopo nostro quelle già elencate.
Capitolo II IL CONCETTO DI EDUCAZIONE SECONDO DON BOSCO
1. Una domanda legittima.
A tutti è noto quanto intensamente Don Bosco si sia occupato dell’educazione dei giovani, e quanto abbia parlato e scritto di argomenti pratici relativi alla loro formazione. Ora è una curiosità più cbe legittima chiedersi se e quale definizione abbia dato Don Bosco all’educazione.
Sebbene in nessun luogo il Santo si sia messo di proposito a formulare a fini puramente teorici tale definizione, tuttavia, nei molti suoi scritti e nelle sue conferenze, è oltremodo facile trovare tutti gli elementi che costituiscono una completa definizione della scienza e dell’arte educatrice.
Infatti ripetutamente ne determina e fissa l’essenza come opera squisitamente d’amore: ne enumera i tre grandi fondamenti, — che, per lui, sono la religione, la ragione e l’amorevolezza — incorniciati in un ambiente di pietà tutta poggiata sulla Confessione e Comunione.
Inoltre egli vuole che nel lavoro educativo nulla si trascuri di ciò che riguarda il corpo e il sentimento, l’intelligenza e la volontà dell’educando. Poi s’indugia a fissare le doti del buon educatore, anzi egli stesso, attraverso a sapienti considerazioni e consigli, lo guida allo studio dei diversi caratteri dei giovani, oggetto del lavoro educativo. E in fine, quando si tratta di fissare delle norme, gli propone il sistema preventivo.
L’ampiezza e chiarezza con cui sviluppa questi punti ci persuadono che non gli sarebbe riuscito per nulla difficile darci una esatta definizione dell’educazione.
D’altronde, con la dovizia veramente eccezionale delle sue direttive e mirabili applicazioni pratiche, a voce e per iscritto, egli ci compensa lautamente ed esaurientemente di quella omissione, che può ben dirsi piuttosto apparente che reale. Se infatti non troviamo nelle molte pagine dei molti libri dovuti alla penna di Don Bosco una definizione scritta dell’educazione, essa pervenne a noi per sicura tradizione. Fin da quando coltivò i primi giovani che avrebbero dovuto costituire la base della Società Salesiana, Don Bosco, appunto perchè si proponeva di formare una Società di educatori, volle che, già durante il periodo della loro ascrizione o noviziato, non mancassero loro gli elementi di una buona preparazione pedagogica. E Don Bosco stesso, servendosi di conferenze e istruzioni pubbliche e private, spargeva in mezzo a quei primi candidati i semi della sua pedagogia, coadiuvato efficacemente da colui che ne aveva intuito in modo perfetto lo spirito e che sarebbe stato il suo primo Successore, Don Michele Rua.
2. Il primo professore di « Pedagogia Sacra ».
Quando, il 3 aprile . 1874, la Società di San Francesco di Sales ottenne l’approvazione della Santa Sede, una delle prime preoccupazioni di Don Bosco fu precisamente quella di destinare alla formazione dei .futuri salesiani, religiosi ed educatori ad un tempo, un nomo che avesse le doti richieste per tale delicata missione. La scelta cadde sul Sac. Teologo Giulio Barberis, da tutti stimato per la sua vita angelica, per l’adesione incondizionata a Don Bosco, pel suo spirito di lavoro e di sacrificio, nonché per una accurata preparazione intellettuale ottenuta frequentando la facoltà teologica ed anche i corsi di pedagogia all’Università di Torino.
È da avvertire che in quel tempo la scuola pedagogica della Capitale del Piemonte si trovava nel massimo fiore. Essa poteva vantare nomi illustri come il Rayneri, l’Allievo e per qualche tempo anche l’Aporti, pedagogo di doti non comuni, anche se non immune da qualche esuberanza. Don Bosco ebbe anche occasione di conoscere a Torino il Tommaseo, il Berti, il Boncom-pagni, il Prato e altri illustri filosofi e pedagogisti. La maggior parte di essi furono in intimi rapporti con lui, additandolo come esempio di valente educatore. Il Rayneri, che visitando frequentemente l’Oratorio si era reso conto dell’efficacia del sistema educativo di Don Bosco, ebbe a dire più volte ai suoi scolari: « Se volete veder messa mirabilmente in pratica la pedagogia, andate all’Oratorio di San Francesco di Sales e osservate ciò che fa Don Bosco » (62).
Possiamo pertanto ragionevolmente dedurre che, a contatto con uomini tanto eminenti nella scienza ed arte pedagogica, il nostro Padre abbia potuto, senza sforzo, mantenersi aggiornato circa i problemi educativi e anche circa le diverse soluzioni che di essi venivano date.
Altro rilievo dobbiamo fare, ed è come Don Bosco, così assorbito dall’azione, d’altra parte così scarso di personale, mentre si accingeva ad aprire nuove case e ad inviare i suoi primi missionari nella Patagonia, si sia deciso a far frequentare i corsi di pedagogia da Don Barberis. Questo fatto sta a dimostrare quanto egli avesse a cuore l’accurata formazione pedagogica dei suoi futuri salesiani.
Sappiamo inoltre che, fin dal 1852, lo stesso Don Bosco aveva abbozzato il Regolamento delle Case, ritoccandolo poi negli anni 1855-54, e an cora in seguito, fino alla stesura e stampa definitiva fatta solo nel 1877.
In quegli stessi anni egli andava anche maturando il Sistema Preventivo, che, composto e completato, fu alfine, nel 1877, stampato col citato Regolamento. Queste due magnifiche parallele costituirono il binario percorso da quei primi Salesiani per la loro formazione educativa sotto lo sguardo paterno di Don Bosco, il quale chiariva e illustrava, indirizzava ed esortava, ammoniva e correggeva i suoi figliuoli, incoraggiandoli sempre co! suo equilibrato e sereno ottimismo.
« Nel 1874, — così scrive Don Barberis, — quando la nostra Società fu approvata definitivamente dalla Santa Sede, dispose Don Bosco che tutti i suoi chierici ascritti avessero una scuola apposita, in cui si spiegassero quei princìpi educativi che potessero in seguito aiutarli ad ottenere buoni risultati tra i loro allievi. Volle che essa fosse intitolata Scuola di Pedagogia Sacra: ed egli medesimo, il buon Padre, volle dare al primo Maestro a ciò stabilito, istruzioni speciali, acciò questa scuola avesse ad ottenere lo scopo per cui era stabilita» (63).
È doveroso fare sulle affermazioni di Don Barberis qualche breve considerazione.
Anzitutto, quando Don Bosco vide la sua Società Salesiana definitivamente stabilita e approvata dalla Chiesa, si affrettò a dare forma, diremo, legale e stabile alla Scuola di Pedagogia, appunto perchè egli — come afferma ancora Don Barberis — « non ebbe altro che gli stesse più a cuore quanto l’educar bene i giovanetti che la Divina Provvidenza gli mandava» (64).
In secondo luogo, il Santo determinava subito e senza ambagi la differenza specifica della sua Pedagogia, chiamandola Sacra. Il grande Educatore vedeva che il positivismo, allora capeggiato dal Pestalozzi, dal Froebel e dai loro discepoli, si estendeva e penetrava un po’ dappertutto negli ambienti pedagogici, anche del Piemonte, rinnegando nell’uomo il soprannaturale e riducendo la scienza e l’arte pedagogica a un puro naturalismo. Gli premeva perciò alzare il vessillo di una pedagogia che, nei suoi princìpi, nelle sue norme e nelle sue pratiche attuazioni, attingesse largamente alle fonti della divina Rivelazione e della Tradizione cattolica: perciò chiamò sacra tale sua pedagogia.
Infine, cosa per noi di somma importanza, il primo Maestro di Pedagogia Sacra, ossia lo stesso Don Barberis, ricevette dal Santo Fondatore — e senza dubbio, non solo all’inizio del suo insegnamento, ma anche in seguito fin che visse Don Bosco — « istruzioni speciali », poiché stava grandemente a cuore al nostro Padre che detta scuola desse risultati concreti e abbondanti.
Don Barberis si accinse con lo slancio suo abituale a compiere la missione ricevuta e, per essere più preciso nel l’insegnare, prese note e appunti che andò man mano ritoccando, e che certamente dovettero avere l’approvazione di Don Bosco, al quale nulla sfuggiva di quanto avveniva di notevole nella nascente Società Salesiana.
Non fu però pubblicato nulla di quel primo materiale, di cui si serviva Don Barberis. D’altronde fu questa la regola costante di Don Bosco: mettere in pratica ciò che giudicava buono e opportuno, ma provarlo nel crogiuolo di lunga esperienza, prima di formulare leggi, e soprattutto prima di darlo alle stampe. Ecco perchè solo in seguito, con lo svilupparsi della Congregazione e il moltiplicarsi degli ascritti in altri Noviziati eretti in regioni anche lontane, si sentì la necessità di un testo apposito, allo scopo di mantenere l’unità di metodo. E il Servo di Dio Don Rua ordinò a Don Barberis di pubblicare ciò che fin dal 1874 veniva insegnando.
Don Barberis presentava nel 1897 i suoi Appunti di Pedagogia Sacra in edizione litografica e riservata ai Salesiani, ricordando che « fin dai primordi era stato incaricato da Don Bosco della scuola di Pedagogia » e affermando di aver raccolto in quelle pagine gli ammaestramenti fino allora « esposti verbalmente » (65).
Don Rua stabilì che tali Appunti non fossero dati alle stampe. Al motivo già indicato, e cioè che dovevano servire solo pei Salesiani, Don Barberis aggiunse quest’altro: « Con essi non si ha di mira di fare un trattato completo di Pedagogia, ma di considerare i giovani quali sono nelle varie nostre Case, e, senza tante teorie, aiutare nella pratica i nostri Confratelli nel difficile compito di educarli bene ». E pone termine alla Prefazione con le seguenti parole, che non dovrebbero mai cader di mente a chiunque voglia capire la fonte e lo scopo del sistema di Don Bosco: « Il nostro gran Padre ci lasciò un sistema di educazione in piccolissima parte scritto, nella maggior parte stampato nella mente e nel cuore di noi, che ebbimo la fortuna di avvicinarlo per vari lustri. E tenendoci a questo sistema riusciremo anche noi a fare qualche cosa. Non è da credersi che il metodo di Don Bosco consista in teorie altisonanti od in lunghi ragionamenti o in molti precetti. Tutto il suo segreto sta in questo unicamente: Gesù venne ad educare il mondo e fondò i veri princìpi e la pratica di ogni educazione: seguiamo i princìpi del Vangelo; cerchiamo di fare, nel nostro piccolo, come faceva Gesù: non occorre altro. Da questo punto fondamentale partirono tutti gli ammaestramenti di Don Bosco: su di esso è basato tutto il suo sistema. Esso è tutto facile, tutto naturale: tuttavia richiede una guida; ed è espressamente per facilitare la pratica di questo sistema che si scrissero questi Appunti » (66).
Abbiamo ritenuto necessario indugiarci sulle cose dette, perchè esse mettono in chiara luce la personalità di Don Barberis, la fiducia in lui riposta da Don Bosco, l’intimità dei rapporti fra il grande Educatore e il discepolo fedele, la continuità d’indirizzo e di controllo da parte di Don Bosco sull’incaricato della scuola di Pedagogia Sacra: il che ci rassicura pienamente circa la verità delle cose che Don Barberis attribuisce a Don Bosco, specialmente nel campo pedagogico.
3. Definizione di educazione data da Don Bosco.
Ed ora, ascoltiamo dallo stesso Don Barberis la definizione che Don Bosco soleva dare dell’educazione: « L’educazione è la grande arte di formare gli uomini ».
Don Barberis ci tiene a dire che tale definizione Don Bosco la ripeteva spesso (67).
Noi che avemmo la somma ventura di conoscere Don Bosco, la sua forma mentis e quella del suo pensiero, schivo di speculazioni e improntato sempre a pratiche realizzazioni, riconosciamo senz’altro nella definizione trasmessaci da Don Barberis come data da Don Bosco, la personalità del Santo Educatore, mentre d’altra parte siamo persuasi che le definizione stessa possa figurare in qualsiasi trattato di Pedagogia.
Tra i figli di Don Bosco più anziani, che si occuparono di Pedagogia, è doveroso ricordare il Prof. Don Francesco Cerruti, per molti anni Direttore Generale delle Scuole Salesiane, e il Prof. Don Domenico Vota, insegnante di Teologia, Filosofia e Pedagogia nelle nostre Case.
Orbene, Don Cerruti chiamava la Pedagogia « La scienza dell’educazione dell’uomo » (68) ; e Don Vota diceva che « l’educazione è l’arte di svolgere e perfezionare le facoltà dell’uomo, e specialmente del fanciullo, in ordine al suo fine » (69).
Don Cerruti e Don Vota ebbero dunque la preoccupazione, scrivendo e insegnando come Salesiani, di riflettere sostanzialmente il pensiero di Don Bosco, facendosi un dovere di non allontanarsi, in cosa sì importante e veramente fonda-mentale, dal sentire del Padre e Fondatore.
Perciò concludiamo che la definizione di educazione, trasmessaci da Don Barberis come ricevuta dal nostro Padre, è veramente di San Giovanni Bosco: ce lo assicura un testimonio ineccepibile qual è lo stesso Don Barberis, e ce lo comprovano, con la loro sostanziale riproduzione, i due primi scrittori salesiani di materie pedagogiche, Don Cerruti e Don Vota.

4. Brevi considerazioni sulla definizione di Don Bosco.
E ora crediamo opportuno far qualche breve considerazione sulla definizione data da Don Bosco a riguardo dell’educazione.
Notiamo anzitutto come egli sottolinei il carattere pratico dell’educazione, dicendola la grande arte di formare gli uomini.
In ciò concorda con l’uso comune, nel quale per educazione s’intende appunto l’azione diretta a sviluppare tutta quanta la personalità dell’educando.
Con la parola pedagogia (o, come si diceva nel secolo scorso, pedagogica) s’intende invece la scienza che illumina, guida e giustifica l’arte dell’educazione.
Se Don Bosco qualche volta disse che l’educazione è la scienza e l’arte di educare, si spiega facilmente pensando che egli non si impegnava in sottili distinzioni e che, del resto, la pratica di un’arte non è concepibile senza un pensiero che la diriga. Più spesso però Don Bosco, le cui preoccupazioni erano, come si è detto, di natura prevalentemente pratica, designò l’educazione col puro e semplice nome di arte o di grande arte: e Don Barberis, scrivendo i suoi Appunti, si fa eco, come abbiamo visto, di questo orientamento del suo grande Padre e Maestro.
Don Bosco, nella sua definizione, parla di formazione, che è quanto dire di un lavoro che deve tendere a perfezionare il fanciullo sino a farne un uomo. Tutti i pedagogisti ed educatori sono d’accordo su questo punto fondamentale, che cioè l’opera educatrice sia opera di perfezione; ma noi sappiamo che, proprio dal modo diverso di concepire la perfezione, ebbero origine, presso i differenti popoli, differenti indirizzi educativi.
Gli Ateniesi, ad esempio, reputavano perfetto l’uomo che in sè riunisse la felice armonia della perfezione morale e della perfezione fisica. Platone, facendosi eco della scuola socratica, afferma appunto che l’educazione ha per fine di dare allo spirito e al corpo tutta la bellezza e la perfezione di cui sono capaci. Anzi, Pitagora, aveva già affermato essere fine dell’educazione la somiglianza con Dio.
Ma questo concetto, che può essere accettato senz’altro anche dalla pedagogia cristiana, non fu, presso i pagani, base e fonte di perfezione, ma triste fermento di corruzione, a causa del loro falso concetto della divinità.
Sappiamo infatti che le divinità pagane erano la personificazione delle più abbiette passioni: creazioni tanto abbominevoli da meritare, se fossero realmente esistite, la punizione che si infligge agli scellerati. Tanto che i migliori pensatori greci e romani volevano bandito l’insegnamento religioso dalla scuola, perchè ritenevano le divinità dell’Olimpo mostri d’immoralità.
Anche la scuola positivistica moderna, prescindendo da Dio e da ogni concetto soprannaturale, ha della perfezione del fanciullo e dell’uomo un ideale naturalistico, che esclude perfino l´ombra della Fede e di princìpi religiosi.
Analoghe considerazioni si possono fare rispetto all’altro elemento fondamentale che entra nella definizione dell’educazione: l’uomo.
Sappiamo in qual conto fosse tenuta la dignità dell’uomo presso i pagani. Partendo dall’errore che la natura umana non è uguale in tutti, essa veniva misconosciuta negli schiavi, diventati proprietà del padrone; misconosciuta nella moglie, che il marito poteva ripudiare a suo talento; mi-sconosciuta nei figli, che potevano essere abbandonati o cacciati, anche per minimi pretesti. Il materialismo poi, insozzato d’epicureismo, e la dissolutezza, facevano sì che il corpo e la materia trionfassero sovrani.
Purtroppo siamo obbligati a ripetere anche qui che il positivismo moderno, si chiami esso materialismo o naturalismo, non differisce sostanzialmente da quello pagano, e che, di conseguenza, identiche sono pure le tristi ripercussioni di siffati malaugurati errori nel campo dell’educazione.
Ed è proprio questo il motivo per cui crediamo sia indispensabile chiarire e precisare con esattezza i concetti usati da Don Bosco nel definire l’educazione: la grande arte di formare gli uomini.
« Don Bosco, — dice il già citato Don Barberis, — spese tutta la sua vita nell’educare: egli si studiò sempre di fare degli uomini: uomini che, dietro le sue orme, cercassero a lor volta di salvare la società dal rovinio che si sarebbe detto imminente » (70).
Ora fare o formare degli uomini, nel pensiero di Don Bosco, era educarli in modo che essi raggiungessero il fine pel quale erano stati creati. Perciò la formazione che egli darà ai suoi allievi sarà ispirata al raggiungimento della perfezione indicata dal Divino Maestro quando disse: Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro ch’è nei Cieli (71).
Perfezione senza limiti dunque, affinchè l’uomo, tendendo a mete sempre più alte, possa raggiungere con la perfezione anche i meriti che gli assicurano l’ampia mercede. Perfezione, inoltre, tutta pervasa di soprannaturale, perchè, nella luce della perfezione di Dio, deve svolgersi la breve nostra vita presente, destinata a perpetuarsi poi negli ineffabili godimenti di quella eterna. Certo, in una trattazione di pedagogia sacra, non potrebbe trovar luogo altra definizione all’infuori di quella testé indicata.
L’uomo, anche se indebolito dal peccato d’origine, è suscettibile di perfettibilità: egli, quasi mosso da una molla che mai rallenta, tende al possesso di perfezione sempre maggiore mediante l’affinamento delle sue facoltà. Con ciò egli dimostra la sua educabilità, e, poiché Dio lo dotò di perfettibilità senza misura, da ciò possiamo dedurre quanto sia grande la sua capacità di educazione.
D’altronde se Don Bosco, appoggiato alla dottrina del suo Patrono San Francesco di Sales e agli esempi di molti altri santi educatori, si dedicò durante tutta la sua vita all’educazione, è appunto perchè riteneva l’uomo educabile e capace di perfezione. È questa, — ben possiamo dire applicando a Don Bosco ciò che fu affermato del nostro Patrono, — la prova, anzi una buona prova pratica, della fiducia di Don Bosco nell’uomo.
Infatti il nostro Fondatore afferma categoricamente: « Siccome non v’è terreno ingrato e sterile che, per mezzo di lunga pazienza, non si possa finalmente ridurre a frutto, così è dell’uomo, vera terra morale, la quale, per quanto sia sterile e restìa, produce nondimeno, presto o tardi, pensieri onesti e poi atti virtuosi, quando un direttore, con ardenti preghiere, aggiunge i suoi sforzi alla mano di Dio nel coltivarla e renderla feconda e bella. In ogni giovane, anche il più disgraziato, havvi un punto accessibile al bene: e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore, e trarne profitto » (72).
Don Bosco, parlando di formazione, non poteva intenderla se non completa. L’uomo che si vuol formare è composto di anima e corpo: egli possiede facoltà spirituali e facoltà sensitive. Dello spirito e del corpo egli si sforzerà dunque di raggiungere la maggior possibile perfezione. L’educatore quindi, secondo Don Bosco, deve rivolgere le sue cure soprattutto a coltivare nel fanciullo la ragione e la volontà, senza trascurare alcuna delle altre facoltà (73).
5. Formazione integrale.
L’educazione voluta da Don Bosco è adunque una formazione integrale. Nel suo pensiero l’educazione doveva investire e rivolgere le sue cure a tutto il fanciullo, a tutto l’uomo, al fisico e al morale, senza trascurare nessuna delle sue necessità e dei suoi rapporti familiari e sociali.
Egli voleva, come vedremo in seguito, una educazione armonica e consentanea alle esigenze della natura, purtroppo deturpata da imperfezioni e manchevolezze, specialmente nei giovani: una
educazione insomma, non frutto di fantasia, ma accessibile e aderente ai soggetti da educare e perciò atta alla loro indole, e tale da saper guadagnare soavemente il cuore dei suoi educandi (74).
Ora, se l’attività educativa altro non è che il complesso delle cure e sollecitudini atte a perfezionare tutte e singole le facoltà dell’uomo, ne consegue logicamente la divisione della Pedagogia, quale era stata tracciata da Don Barberis nei suoi Appunti sotto la guida del nostro Santo Fondatore, e poi fissata nei Regolamenti della Società Salesiana: divisione che, con leggere modificazioni e spostamenti, era usata nei trattati di quei tempi ed è ancora in uso ai tempi nostri. E cioè: educazione fisica, intellettuale, estetica, sociale, morale, religiosa (75).
D’altronde le facoltà da educarsi e perfezionarsi nell’uomo saranno sempre le stesse: non si potrà quindi prescindere mai dall’educare fisicamente, intellettualmente, esteticamente, socialmente, moralmente e religiosamente. Ciò fu fatto dal nostro Padre fin dagli inizi del suo lavoro educativo e ciò continueranno a fare i suoi figli.
Si dirà che, in questo, Don Bosco non differisce dagli altri educatori e pedagogisti; e noi risponderemo che non dobbiamo farne le meraviglie. Don Bosco era pervaso da tanto buon senso, da non lasciarsi andare a orgogliose e audaci innovazioni, sconfessando tutto un passato pedagogico — frutto dell’esperienza di tante generazioni e di uomini eminenti, che all’educazione avevano consacrato ogni loro attività — per fare un salto nel vuoto e sostituirlo con nuove concezioni. E d’altra parte, appoggiandosi saggiamente sui saldi fondamenti della tradizione cristiana e senza allontanarsi dalla via, tracciata e battuta, degli insegnamenti pedagogici della Chiesa Cattolica, egli seppe, nel solco morbido e profondo schiuso dall’esperienza, piantare un nuovo virgulto che, irrorato dai suoi sudori e fecondato dalla carità, si sarebbe sviluppato in una nuova pianta vegeta e bella, semplice nella sua struttura, vigorosa nella sua ramificazione, ricca di fiori e di frutti santi (76).
E noi esamineremo a suo tempo quale sia il nuovo apporto di Don Bosco alla scienza e all’arte educativa nei vari settori di essa.
Parlando però di questi diversi settori in cui si divide l’educazione, noi non vogliamo dire che essi siano tra di loro assolutamente separati, e tanto meno che ciascuno di essi possa trovare attuazione senza riguardo all’unità e alla totalità della persona umana. È certo che in ognuno di essi, appunto perchè siano educativi, deve aversi riguardo al valore e ai fini morali della persona: altrimenti l’educazione, nonché integrale, non sarebbe neppure umana.
Ora tutti sappiamo come i costitutivi propri ed essenziali della persona, guardata in senso educativo, sono appunto la coscienza e la libertà.
E proprio in questo senso il nostro Padre intendeva sempre l’educazione, precisando poi il valore morale della persona in senso religioso e cristiano.
La necessità di riaffermare questi princìpi si fa sempre più impellente ai nostri giorni, nei quali il naturalismo dilagante, prescindendo dal soprannaturale, anzi negando Dio stesso, toglie ogni base alla moralità e svuota l’educazione di ogni principio e contenuto che la innalzi al di sopra della natura. D’altra parte lo stesso naturalismo fa ogni sforzo per illustrare con sussidi sempre più numerosi e abbaglianti la psicologia e le discipline affini, collocate esse pure in una cornice naturalista. Ora i pedagogisti cattolici, davanti a questa minacciosa e funesta propaganda che vuol privare l’educazione di ogni bene soprannaturale, si sono giustamente schierati contro l’esiziale dottrina, negando al suo preteso lavoro educativo il nome di vera ed integrale educazione.
Questa ha e deve avere l’alta finalità di formare l’uomo, orientandolo e avviandolo verso il conseguimento dei suoi alti destini soprannaturali. Un’educazione pertanto che si svolga solo e volutamente nell’àmbito della natura, non può chiamarsi educazione. Questo appellativo va riservato invece a quel complesso di attività pedagogiche, che, considerando il fanciullo alla luce del Vangelo di Gesù Cristo, si propongono di conferirgli la capacità di conquistarsi quella eterna beatitudine, che da Gesù Cristo ci fu riconquistata con l’olocausto della sua vita e del suo preziosissimo Sangue.
La pedagogia cattolica non trascura nessuno dei valori umano-naturali, appunto perchè si propone di essere integrale; ma, al tempo stesso, intende rimanere cristiana e soprannaturale. Quando però il naturalismo, prescindendo da ogni principio soprannaturale, si chiude nella stretta sua cerchia e dichiara « autonomo e autosufficiente » il complesso dei soli valori umano-naturali, allora coraggiosamente la pedagogia cattolica gli nega il diritto di chiamare « educazione » quella che, sia fisica, sia intellettuale, si vuol sottrarre alla luce della religione e del soprannaturale. L’educazione infatti non può avere altra mèta all’infuori di questa: dirigere l’uomo al conseguimento pieno dei supremi ideali a cui egli è destinato, e cioè a quell’ultimo fine soprannaturale che diventa, così, la misura suprema degli stessi valori umani ed educativi.
E non sarà certamente inutile notare come questa posizione dei pedagogisti cattolici sia esattamente quella della stessa pedagogia cattolica, contenuta in solenni documenti del magistero ecclesiastico. Pio XI, ad esempio, nell’Enciclica Divini illius magisiri, dice: « Infatti non si deve mai perdere di vista che il soggetto dell’educazione cristiana è l’uomo tutto quanto, spirito congiunto al corpo in unità di natura, in tutte le sue facoltà, naturali e soprannaturali, quali ce le fanno conoscere e la retta ragione e la Rivelazione » (77).
E lo stesso Sommo Pontefice nella Omelia pronunciata nella solennità di Pasqua del 1934, per la Canonizzazione di San Giovanni Bosco, espresse un identico pensiero con queste parole: « Egli (il Santo) mirava a formare nei giovani il cittadino e il cristiano: il perfetto cittadino degno figlio della patria terrena, il perfetto cristiano meritevole di divenire un giorno membro glorioso della patria celeste. Per lui l’educazione non deve essere soltanto fisica, ma soprattutto spirituale; non deve limitarsi a rafforzare i muscoli con gli esercizi ginnastici, a corroborare le forze corporee col sano esercizio delle medesime, ma deve soprattutto esercitare e rafforzare lo spirito disciplinandone i moti incomposti, fomentandone le tendenze migliori, e tutto dirigendo verso una idealità di virtù, di probità e di bontà. Educazione, quindi, piena e completa, che abbracci tutto l’uomo, che insegni le scienze e le discipline umane, malghe non trascuri le verità soprannaturali e divine » (78).
Dalle parole del grande Papa risulta quindi subito ben chiara la necessità di dirigere tutto l’uomo al suo destino eterno e soprannaturale.
E si noti come sia proprio la necessità dell’elemento naturale nell’educazione e insieme la sua insufficienza, a esigere un concetto unitario dell’educazione. Infatti, da una parte, non si può costruire l’edificio soprannaturale se non sulla base delle attività naturali; mentre dall’altra parte queste, da sole, non sono ancora, come si è detto, educazione. L’educazione è una, è unica: e il suo concetto si attua pienamente soltanto nelle funzioni della vita soprannaturale, a cui tutto l’uomo deve essere portato e di cui deve essere reso capace.
E si ricordi a questo proposito l’esortazione di San Paolo, il quale stimolava i cristiani di Corinto a indirizzare ogni loro azione a Dio rendendola in tal modo soprannaturale. « Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio » (79). La vita intera, nel pensiero genuino cristiano, non deve avere altro scopo ed orientamento: tutto per Iddio, e perciò tutto nell’ambiente celeste della vita soprannaturale, la quale esige che l’atto della volontà si compia sempre in armonia coi princìpi della morale e in corrispondenza all’ordine della grazia. Così intesa la vita, è facile tirarne le legittime conclusioni.
Quando adunque si parla di educazione fisica e intellettuale, se si pretende che tali sezioni siano come dei settori chiusi e autonomi di educazione, allora ci troviamo dinanzi ai quadri della pedagogia positivistica e naturalistica: incapace Luna di esprimere un unico concetto coerente
di educazione, per la frammentarietà essenziale al suo empirismo; e falsa l’altra per la negazione almeno implicita delle realtà e dei destini soprannaturali dell’uomo.
Si può invece parlare di educazione fisica o intellettuale in un senso affatto diverso, in quanto tali espressioni servono a indicare l’apporto indispensabile che la natura, sanamente potenziata, può e deve dare alla vita soprannaturale, da cui la natura stessa viene irrobustita, e come trasformata, per diventare o per fornire una base più adatta all’arricchimento di quella medesima vita soprannaturale.
In questo senso, si può legittimamente parlare di educazione fisica, intendendo con essa non il puro fatto fisico, ma rapportando questo fatto alla vita morale e soprannaturale: sia negativa-mente, in quanto non venga a recarle contrasto; sia soprattutto, positivamente, come un elemento materiale che, posto a disposizione dell’uomo, viene da lui coltivato e potenziato, perchè in esso possa riverberarsi la luce soprannaturale dello spirito.
Le stesse considerazioni valgono per l’educazione intellettuale, sociale ed altre. Insomma, questi settori dell’educazione appartengono di diritto ad essa, in quanto si presentano come materiale che si presta alla forma educativa, arricchendola con le copiose possibilità e varietà della natura.
Parlando quindi di educazione fisica, intellettuale, estetica, sociale, non dimentichiamoci di vedere tutto illuminato dalla luce soprannaturale, che deve informare l’educazione che voglia essere veramente degna di tal nome e a cui si possa applicare la denominazione di cattolica e di salesiana.
Appendice al cap. II. IL CONCETTO DI EDUCAZIONE SECONDO SAN TOMMASO
Per noi Salesiani, che abbiamo ricevuto dai nostro santo Fondatore la parola d’ordine: « Il nostro Maestro sarà San Tommaso » (Costit166), è consolante notare come il pensiero di San Giovanni Bosco circa l’educazione collimi con quello dell’Angelico Dottore.
Anzi, giudichiamo bene indugiarci alquanto sopra questo punto, anche se a prima vista può sembrare troppo speculativo. È necessario fissar bene i princìpi e rafforzare le idee alla luce della dottrina di San Tommaso, contro errori pedagogici antichi e moderni che minacciano di compromettere, nella nostra mente e nel nostro operato, il sistema preventivo e la pedagogia cattolica.
Il Santo Dottore nella sua Somma Teologica (80) dice che educare è condurre ed elevare fino alla perfezione, la quale per l’uomo consiste nella saldezza della virtù. Egli poi vuole che nell’educare si abbia sempre presente tutto quanto l’uomo, di modo che nulla venga trascurato delle sue parti nel fatto dell’educazione. L’uomo è materia e spirito, anima e corpo, intelligenza e volontà; è una creatura con dei doveri verso il suo Creatore; è un essere naturale, ma chiamato a uno stato soprannaturale. Non si può pertanto pensare a un’educazione monca, che prescinda da alcuno degli elementi dell’umana condizione, come vorrebbero certi moderni pedagogisti, che con opposti criteri orientano ogni attività educativa al solo intelletto (intellettualismo pedagogico) o alla volontà (volontarismo pedagogico). Peggio ancora fanno coloro che, preoccupandosi soltanto della parte materiale dell’uomo, riducono l’educazione poco meno che a un allevamento selezionato di esseri senza ragione.
Su questi punti faremo, secondo la dottrina di San Tommaso, qualche breve considerazione, a conferma della necessità di quella educazione integrale che, come abbiamo visto, rappresenta il pensiero e l’opera pedagogica di San Giovanni Bosco.
a) L’anima è signora del corpo.
Secondo l’Angelico Dottore, l’anima non è soltanto la parte principale dell’uomo, ma essa è che lo fa esistere ed essere unito in un sol tutto. Per questa ragione l’anima deve averne la padronanza, dominandone i sensi e regolandone tutti gli atti.
Cosicché l’educazione dell’uomo avrà raggiunto il suo scopo, quando sarà riuscita a far sì che sia pieno e stabile il dominio dell’anima sul corpo e sui sensi. Solo allora l’armonia fra le attività di ordine superiore e le attività di ordine inferiore sarà tale, da rispecchiare l’armonia voluta da Dio nella natura umana: si avrà insomma assicurata quella saldezza di virtù, che è la perfezione dell’uomo in quanto tale.
Quando poi si pensi con San Tommaso alle misteriose dinamiche prerogative dell’anima spirituale e immortale, e alla sua capacità e aspirazione a tutto conoscere, e a tutto volere oltre ogni bene particolare, — tanto da potersi dire che più grande dell’universo è ogni anima umana (81) — dobbiamo concludere che l’opera dell’educazione acquista un valore pressoché infinito.
In questa luminosa dottrina vi è il contravveleno per qualsiasi pedagogia materialistica, negatrice dell’anima; e al tempo stesso c’è un mirabile accordo col motto di Don Bosco Educatore: Da mihi animas (Dammi le anime).
b) Il primato della volontà.
L’educazione della volontà ha un valore decisivo e definitivo nella sana pedagogia.
È bensì vero che, quando si tratta di cercare e conoscere la verità, deve predominare l’intelligenza: la quale è pure la luce della volontà nella ricerca del bene.
Tuttavia, in ordine all’azione, il predominio spetta sempre alla volontà: se questa è buona, l’agire sarà buono e virtuoso; se è cattiva, l’agire sarà vizioso e cattivo.
Un uomo intelligente, per quanto ben illuminato dalla ragione e dalla Fede, e per quanto addentratosi nei misteri della filosofia e della teologia, quando non abbia l’aiuto e il sostegno di una volontà buona e ferma, è destinato a fallire miseramente nel campo della virtù.
San Tommaso è molto esplicito a questo riguardo, poiché chiama « uomo buono in quanto tale » colui che ha volontà buona (82).
Ecco allora che educare, e cioè condurre alla saldezza della virtù, significa specialmente formare una volontà buona, la sola che conferisca all’uomo la sua perfezione. I veri grandi uomini, incominciando dai santi, sono prima di tutto volontà buone.
Ed anche in questo il nostro Fondatore e Padre concorda perfettamente con San Tommaso: tanto che insiste, e ripetutamente, sulla necessità che le varie parti (fisica, intellettuale, sociale, ecc.) dell’educazione rispettino la supremazia della moralità, e perciò della volontà buona, affinchè ne risultino azioni veramente educative.
c) Dio e la pedagogia.
Nell’insegnamento di San Tommaso la ragione e la Fede dimostrano che l’uomo è creato da Dio: il che vuol dire che l’uomo da Dio dipende totalmente, così nel suo esistere come nel suo operare.
Una pedagogia che volesse prescindere dai rapporti che intercorrono tra Dio e l’uomo, si ridurrebbe all’assurdo, anche di fronte alla semplice ragione non ancora illuminata dalla Fede.
Qualsiasi parte della pedagogia trova la sua ultima ragione di essere e la sua piena spiegazione nei rapporti dell’uomo con Dio, cioè nell’aspetto religioso. Volere o no, come non vi è parte alcuna per quanto minuta della realtà che non dipenda in tutto da Dio Creatore e Conservato-re, così non vi è pedagogia individuale o sociale che ragionevolmente possa trascurare le relazioni dell’uomo verso Dio e i doveri che ha verso di Lui.
Oggi abbondano, purtroppo, i fautori della pedagogia areligiosa o laica o atea: ma essi, prima ancora che dalla Fede, son condannati dalla ragione e dal buon senso.
d) Natura e grazia.
La semplice ragione, abbandonata a se stessa, non basta a spiegare il mistero dell’uomo, e precisamente gli ardui problemi della personalità, della libertà umana, del male, e simili. È necessaria la Divina Rivelazione: essa ci fa conoscere le grandi verità del peccato originale e dei supremi destini della persona umana, dotata d’intelligenza e di libera volontà, e così pure ci assicura che la grazia soprannaturale è assolutamente necessaria per osservare a lungo tutta la legge naturale (83).
Ora, se l’educazione ha per scopo di condurre l’uomo sino alla vita stabilmente virtuosa, ecco che una pedagogia puramente naturale è errata, anzi assurda; e così la dottrina di San Tommaso rigetta quel naturalismo pedagogico, che sotto diverse forme ha imperversato, da Rousseau in poi, in tutta la pedagogia moderna.
Col grande genio della dottrina sacra, Tommaso d’Aquino, s’incontra il genio della educazione cristiana, Giovanni Bosco. I due Santi dicono che, se è impossibile una pedagogia senza la ragione, non meno impossibile è una vera pedagogia senza la religione. Ragione e Religione! proclama Don Bosco: e per religione intende, non una vaga religiosità qualunque, ma la Religione Cattolica con gli ineffabili aiuti della Grazia, della Confessione e Comunione, della Divozione alla Madonna. In questo il nostro Padre era intransigente.
La pedagogia di Don Bosco è la condanna di ogni naturalismo pedagogico. E la storia sta confermando il pratico fallimento di quei sistemi educativi, che non fanno il debito posto alla Religione e alla Grazia, quali intendeva e voleva il santo Educatore dei tempi moderni.
Per Don Bosco la pedagogia è e dev’essere essenzialmente sacra, cristiana, cattolica.
e) Il procedimento educativo.
Secondo San Tommaso, giova ripeterlo, educare significa condurre l’uomo dallo stato d’imperfezione allo stato di perfezione, che è la soda virtù. Dunque l’educazione è un lavorìo di perfezionamento: è passaggio da ciò che è ancora rudimentale e imperfetto a quello che sarà, relativamente, perfetto e compiuto.
Ora possiamo dire, sempre seguendo la dottrina dell’Angelico (84), che nel fanciullo vi è già tutto l’uomo, con l’intera ricchezza dei suoi doni, sebbene in maniera germinale e imperfetta: come nel germe o nel seme si contiene imperfettamente tutto l’albero con radici, tronco, rami, foglie, fiori e frutti.
Abbiamo qui tracciata la giusta via di mezzo tra l’ottimismo e il pessimismo esagerati, entrambi di marca naturalista.
L’ottimismo pedagogico (tipo Rousseau) non trova nulla da fare nel fanciullo: come se nell’educando tutto già vi fosse in modo perfetto. Invece il pessimismo pedagogico (di tinta luterana) suppone che nel fanciullo non vi sia nulla di buono e che ogni cosa lodevole debba inserirsi nell’educando col bastone o col premio, come se si trattasse di un animale da addomesticare.
La via di mezzo, rivelata dal sereno equilibrio di San Tommaso e dalla pratica degli educatori cristiani, come pure dal paterno sistema di San Giovanni Bosco, sta in questa affermazione: nell’educando vi è già tutto l’uomo, ma in modo potenziale e imperfetto, cosicché è ufficio e missione dell’educatore il rendere attuale e perfetto l’esercizio delle facoltà e virtù umane.
f) Educatore ed educando.
Il procedimento educativo, inteso da San Tommaso quale sviluppo dal germe al frutto, implica l’intervento di due fattori essenziali: il primo è l’educatore, il quale con il suo lavoro agisce sull’educando per perfezionarlo: il secondo è l’educando stesso, che usufruisce dell’opera e dei sacrifici dell’educatore. Questi infatti esercita un influsso attivo sull’educando e suscita in lui una perfezione, che l’educando non possedeva ancora in atto e che va acquistando mediante l’opera dell’educatore.
Orbene, è legge universale, rilevata innumerevoli volte dall’Angelico Dottore (85), che chiunque agisca, non soltanto opera secondo la natura e la grandezza della perfezione da lui posseduta, ma tende a render simile a sè ciò che è oggetto delle sue azioni (86). L’artista, ad esempio, imprime nel marmo e riproduce sulla tela quella perfezione ideale che egli con il suo genio ha concepito: plasma quindi la materia in modo da renderla simile, nel modo più perfetto, alla forma che egli ha in mente.
Quanto succede nelle opere d’arte, avviene pure, in maniera analoga ma assai più profonda e grandiosa, nell’opera di educazione.
E si noti che l’educatore non può educare se non secondo la misura della perfezione che egli stesso possiede; mentre l’educando non riceve l’influsso educativo se non secondo la misura della sua docilità e delle sue buone disposizioni.
Quando poi, per felice congiuntura, una straordinaria perfezione e capacità educativa viene ad incontrarsi con non meno straordinarie disposizioni dell’educando, balzano fuori i capolavori di cristiana educazione della gioventù. Si pensi a San Giovanni Bosco e al Beato Domenico Savio: qui la perfezione del capolavoro educativo rivela insieme la grandezza dell’Educatore e la docilità dell’Educando, in modo che l’uno viene ad essere la gloria dell’altro.
E con questa magnifica visione concludiamo la prima parte di questo lavoro, nella quale abbiamo considerato l’atteggiamento teorico e pratico di Don Bosco di fronte al problema educativo: atteggiamento pienamente conforme ai princìpi del grande Maestro San Tommaso.
Passiamo ora a esaminare quanto il nostro Fondatore e Padre ha scritto, ha detto e ha fatto, riguardo a ciascuno dei problemi educativi in particolare.

PARTE II . IL SISTEMA PREVENTIVO
Premessa.
Dopo avere esposto che cosa sia l’educazione secondo il pensiero di Don Bosco, dobbiamo considerare il sistema o metodo del quale egli si servì per svolgere l’azione educativa salesiana. È appunto questo sistema che fa nascere e forma la caratteristica personalità dei suoi figli educatori, e cioè dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice.
A queste due famiglie religiose egli affidò il delicato incarico di educare la gioventù secondo il suo sistema e le sue tradizioni, applicandolo alle opere suscitate dal suo zelo apostolico: agli Oratori Festivi, agli Ospizi, ai Collegi, alle Scuole Professionali ed Agricole, e ad altre opere di assistenza sociale di qualsiasi indole a vantaggio della gioventù. Le persone e le istituzioni poi, anche considerate nella loro forma materiale, sono di fatto esse pure elementi costitutivi del sistema e, benché siano diverse nella loro specifica natura, convergono tutte allo stesso ideale: l’educazione cristiana della gioventù.
Ma un sistema educativo, oltre alla parte materiale o, se meglio piace, oltre al complesso delle norme e prescrizioni, ha anche la sua anima e il suo spirito: anima e spirito che costituiscono i princìpi ispiratori del sistema stesso, i quali lo perpetuano rendendolo ricco di vita rigogliosa e di risultati fecondi.
Diciamo chiaramente che sbaglierebbe chi ritenesse cosa facile l’individuare, scandagliare, capire lo spirito del sistema educativo di Don Bosco: di fronte a questo insigne Educatore ci si trova realmente in imbarazzo, per la difficoltà di penetrarne l’anima grande, i tesori del cuore, la molteplicità e magnificenza delle idee e dei princìpi che informano l’azione e l’opera sua multiforme. È certo però che, anche da un primo esame della varietà dei princìpi immediati e subordinati, balza sempre fuori chiaro e distinto il principio supremo dell’opera da lui svolta nel campo pedagogico.
Questo è il compito che ora ci prefiggiamo: cogliere, nel sistema di Don Bosco, detto principio supremo, dal quale derivano gli altri. Stabilito il principio, è più facile elencare i mezzi principali, che da quello scaturiscono logicamente «come dalla propria fonte, pel compimento dell’azione educativa, e così pure mostrare i requisiti indispensabili che deve possedere la persona dell’educatore. Quindi resterà da vedere il modo, o, per dirla con parola scolastica, la metodologia dell’applicazione di detti mezzi.
Ci saremo in tal modo sforzati d’inquadrare, . in un sistema logico di idee, tutta l’anima della pedagogia di Don Bosco: e dai princìpi enunziati scaturiranno le norme riguardanti sia l’azione educativa sia il soggetto da educare sia la persona dell’educatore, alla luce sempre del fine dell’educazione qual era dal Santo stesso inteso.
Per darci un’idea adeguata del sistema preventivo gioverà ascoltare anzitutto la parola dì Don Bosco attraverso quelle fonti della pedagogia salesiana da noi indicate nell’introduzione. Esse saranno sempre il mezzo più efficace per conoscere il suo sistema.
A tale conoscenza pensiamo giovi pure qualche brevissimo cenno riguardante l’origine dell’opuscolo Il Sistema Preventivo, che è naturalmente la fonte principale: e che noi riprodurremo per intero fra le appendici.

SEZIONE I. GLI ELEMENTI FONDAMENTALI DEL L’ED UCA ZIO NE
Capitolo I. IL SISTEMA
1. L’opuscolo sul Sistema Preventivo.
Nel 1847 Don Bosco pubblicò il primo Regolamento dell’Oratorio Festivo. In esso sono i germi della Società Salesiana ch’egli avrebbe fondato ed i princìpi del metodo che essa avrebbe seguito nell’educare la gioventù. Il Regolamento delle Case, già in vigore fin dal 1854, fu dato alle stampe solo nel 1877: e Don Bosco lo fece precedere precisamente dal trattatello II Sistema Preventivo nell’educazione della gioventù.
Il prezioso scritto nacque così.
Il 12 marzo di quell’anno il Santo aveva pronunziato a Nizza Mare un discorso in occasione dell’inaugurazione del Patronato di San Pietro. Gli proposero di pubblicarlo allo scopo di far conoscere meglio detto Istituto in Francia. Gli piacque l’idea, e, durante il viaggio di ritorno, compilò un opuscolo dal titolo Inaugurazione del Patronato di San Pietro a Nizza, nel quale incluse, oltre quel discorso, una serie di articoli convenientemente ritoccati e sistemati, da lui poi ripubblicati lo stesso anno insieme col Regolamento. Detti articoli formano appunto II Sistema Preventivo.
Più tardi, parlando di questo lavoro, dichiarò che gli era costato tempo e fatica, avendo dovuto rifarlo parecchie volte. « Andava quasi lamentandomi meco stesso — confidò il Santo — di non trovare di mio gusto questi miei scritti. Una volta gettava giù le intere facciate e non vi ritornava più sopra; ora invece scrivo, correggo, riscrivo, ricopio, rifò la quarta e la quinta volta, e ancor non mi piace il mio lavoro » (88).
Egli riteneva per altro che l’opuscolo fosse atto a fare gran bene: il che avvenne in Francia e in ogni parte, allora e poi. E dire che all’inizio si trattava di un semplice preambolo, quasi come se l’autore medesimo non ne misurasse tutta la portata!
La pedagogia di quell’epoca teorizzava molto, ma non sempre alla teoria, a volte ingombrante, corrispondeva la pratica. La sua scarsa fecondità derivava dal fatto che, il più delle volte, traeva i suoi elementi dai soli dettami del naturalismo; quindi princìpi razionalistici e spirito positivisti-co ne informavano e infirmavano l’indirizzo. Don Bosco, senza alcun sussiego dottrinale, senza la menoma pretesa di aver scoperto il segreto dell’arte educativa, ispirandosi al Vangelo e agli insegnamenti della Chiesa, dopo aver saputo fondere armonicamente con le norme della ragione naturale i mezzi sovrabbondanti della grazia, dava vita a un metodo che, nel campo della pedagogia, ha prodotto e produce frutti ubertosi. Prima però lo aveva attuato, ripensato, ricorretto, condensandolo alfine nelle poche paginette del suo opuscolo.
Si ponga mente anche solo a un punto: alla gran questione dell’autorità, e dei premi e dei castighi. Noti scrittori ´della tendenza naturalistica di allora, dedicarono all’argomento molte pagine, dicendo anche cose belle, ma mischiate purtroppo a errori teorici. Tuttavia, per il difetto lamentato poc’anzi, rimasero ben lontani dall’efficacia raggiunta da Don Bosco, il quale procedendo per via di ragione e di Fede, ha, in poche battute maestre, risolto praticamente e pienamente l’arduo problema.
Meritato e degno riconoscimento del valore pedagogico che impreziosisce II Sistema Preventivo fu, in Italia, la sua assegnazione allo studio delle Scuole Magistrali. A questo proposito Pietro Fedele, Professore di Storia all’università di Roma, Senatore del Regno e già Ministro dell’Educazione Nazionale, pronunciò in una solenne occasione queste parole: « Senza il soprannaturale l’opera di Don Bosco non si spiega. E questa opera è il fiorire esterno delle sue virtù interne. Egli fu contro il materialismo corrompitore della gioventù, e fermò a tempo il popolo italiano sulla china della via funesta. Quando io proposi lo studio della dottrina pedagogica di Don Bosco, qualche filosofo idealista sorrise. Oggi il tempo mi ha dato ragione » (89).

2. Dichiarazioni di Don Bosco sul suo sistema.
Il Conte Carlo Conestabile della Staffa in un suo opuscolo dal titolo Opere religiose e sociali in Italia, asserisce di aver visto attuato da Don Bosco il suo metodo pedagogico prima ancora che lo avesse formulato per iscritto (90).
Dobbiamo aggiungere che lo stesso nostro Padre specificò a viva voce in diverse circostanze, prima e dopo la pubblicazione dell’opuscolo, i princìpi e le attuazioni del suo sistema preventivo.
a) ALCUNE CONVERSAZIONI
Ricorderemo soltanto alcune delle sue conversazioni, che ricevettero particolare rilievo dai personaggi o dalle- circostanze.
1) Col Ministro Rattazzi.
Una domenica di aprile del 1854 egli ebbe un colloquio di circa un’ora con il Ministro Urbano Rattazzi, il quale lo aveva interrogato sopra i mezzi da lui adoperati per conservare l’ordine tra i giovani dell’Oratorio.
Domandava il Ministro:
—Non ha la Signoria vostra ai suoi cenni almeno due o tre guardie civiche in divisa o travestite?
— Non me ne occorrono, Eccellenza.
—Possibile? Ma questi suoi giovani non sono mica dissimili dai giovani di tutto il mondo; saranno ancor essi per lo meno sbrigliati, attaccabrighe, rissosi. Quali riprensioni, quali castighi usa dunque per infrenarli e impedire scompigli?
—La maggior parte di questi giovani sono davvero svegliati dalla quarta, come si dice; ciò non di meno, per impedire disordini qui non si adoperano nè violenze nè punizioni di sorta.
— Questo mi pare un mistero; favorisca spiegarmi l’arcano.
— Vostra Eccellenza non ignora che vi sono due sistemi di educazione, uno chiamato sistema repressivo, l’altro sistema preventivo. Il primo si prefigge di educare l’uomo colla forza, col reprimerlo e punirlo quando ha violato la legge, quando ha commesso il delitto; il secondo cerca di educarlo colla dolcezza, e perciò lo aiuta soavemente ad osservare la legge medesima e gliene somministra i mezzi più acconci ed efficaci all’uomo; ed è questo appunto il sistema in vigore tra noi. Anzitutto qui si procura di infondere nel cuore dei giovanetti il santo timor di Dio, loro s’ispira amore alla virtù ed orrore al vizio coll’insegnamento del catechismo e con appropriate istruzioni morali; si indirizzano e si sostengono nella via del bene con opportuni e benevoli avvisi, e specialmente colie pratiche di pietà e di Religione. Oltre a ciò, si circondano, per quanto è possibile, di un´amorevole assistenza durante la ricreazione, nella scuola, sul lavoro; s’incoraggiano con parole di benevolenza, e, non appena mostrano di dimenticare i propri doveri, loro si ricordano in bel modo, e si richiamano a sani consigli. In una parola, si usano tutte le industrie che suggerisce la carità cristiana, affinchè facciano il bene e fuggano il male per principio di coscienza, illuminata e sorretta dalla Religione.
— Certo è questo il metodo più adatto per educare creature ragionevoli; ma riesce efficace per tutti?
— Per novanta su cento questo sistema riesce di un effetto consolante; sugli altri dieci esercita tuttavia un influsso così benefico da renderli meno caparbi e meno pericolosi; onde di rado mi occorre di cacciare via un giovane siccome indomabile e incorreggibile. Tanto in questo Oratorio quanto in quello di Porta Nuova e di Vanchiglia si presentano e sono talora condotti giovani che, o per mala indole o per indocilità, ed anche per malizia, furono già la disperazione dei parenti e dei padroni, ed in capo a poche settimane non sembrano più dessi; da lupi, per così dire, si mutano in agnelli.
— Peccato che il Governo non sia in grado di adottare siffatto metodo nei suoi stabilimenti di pena, dove, per bandire i disordini, occorrono centinaia di guardie, e i detenuti diventano ogni giorno peggiori!
— E che cosa impedisce al Governo di seguire questo sistema nei suoi Istituti penali? Vi s’introduca la Religione; vi si stabilisca il tempo opportuno per l’insegnamento religioso e per le pratiche di pietà, si dia a queste, da chi presiede, l’importanza die si meritano, vi si lasci entrare spesso il Ministro di Dio e gli si permetta di intrattenersi liberamente con quei miseri, e di far loro udire una parola di amore e di pace, ed allora il metodo preventivo sarà bell’e adottato. Dopo alcun tempo le guardie non avranno più, o ben poco, da fare; ma il Governo avrà il vanto di ridonare alle famiglie e alla società tanti membri morali ed utili. Altrimenti esso spenderà il denaro al fine di correggere e punire per un tempo più o meno lungo un gran numero di discoli e colpevoli, e, quando li avrà messi in libertà, dovrà proseguire a tenerli d’occhio, perchè pronti a fare il peggio ».
Di questo tenore Don Bosco tirò avanti per un buon pezzo; e, siccome fin dal 1841 egli conosceva lo stato dei prigionieri giovani e adulti, perchè faceva a quei miseri frequenti visite, così potè far rilevare al Ministro dell’Interno l’efficacia della Religione sulla loro morale riabilitazione.
« Al vedere il Sacerdote di Dio — continuava — all’udire la parola di conforto, il detenuto rammenta gli anni beati in cui assisteva al Catechismo, ricorda gli avvisi del Parroco o del Maestro, riconosce che, se è caduto in quel luogo di pena, si è perchè cessò di frequentare la Chiesa o perchè non mise in pratica gli insegnamenti che vi ha ricevuti; onde, richiamate a mente queste care rimembranze, sente il più delle volte commuoversi il cuore, si pente, soffre con rassegnazione, risolve di migliorare la sua condotta, e, scontata la pena, rientrerà in società disposto a ristorarla dagli scandali dati.
« Se invece gli si toglie l’amabile aspetto della Religione e la dolcezza delle sue massime e delle sue pratiche, se lo si priva delle conversazioni e dei consigli di un amico dell’anima, che sarà del misero in quell’odiato recinto? Non mai invitato da una voce amorevole a sollevare lo spirito oltre la terra; non mai animato a riflettere che, peccando, offese, non solo le leggi dello Stato, ma Iddio, Legislatore supremo; non mai eccitato a domandargli perdono, nè confortato a soffrire la sua pena temporale in luogo della eterna che gli vuol condonare, egli, nella sua misera condizione, altro non vedrà che il mal garbo di una fortuna avversa; quindi, invece di bagnare le sue catene con lacrime di pentimento, le morderà di mal celata rabbia; invece di proporre emendamento di vita, si ostinerà nel suo male; dai suoi compagni di punizione imparerà nuove malizie, e con essi combinerà il modo di delinquere un giorno più occultamente, per non cadere nelle mani della giustizia, ma non già di migliorarsi e di farsi un buon cittadino ».
Don Bosco, colta la favorevole occasione, segnalò al Ministro l’utilità del sistema preventivo soprattutto nelle pubbliche scuole e nelle case di educazione, dove si hanno a coltivare animi ancor vergini di delitti, animi che si piegano docilmente alla voce della persuasione e dell’amore. E concluse:
« So bene che il promuovere questo sistema non è compito devoluto al dicastero di Vostra Eccellenza; ma un suo riflesso, una sua parola, avrà sempre un gran peso nelle deliberazioni del Ministero della Pubblica Istruzione » (91).
Il Ministro Rattazzi ascoltò con vivo interesse queste ed altre osservazioni di Don Bosco, si convinse appieno della bontà del sistema in uso negli Oratori, e promise che dal canto suo lo avrebbe fatto preferire ad ogni altro negli Istituti governativi. Che, se poi non mantenne sempre la parola, la cagione si è che anche al Rattazzi mancava il coraggio di manifestare e difendere le proprie convinzioni religiose.
Finita così la conversazione, egli ne rimase tanto ben impressionato che, da quel giorno, divenne avvocato e protettore di Don Bosco.

2) Col Prefetto di Torino.

Altra conversazione sullo stesso argomento ebbe il Santo col Prefetto di Torino. I disordini che succedevano alla Generala erano tali da preoccupare grandemente le Autorità; erasi perfino creduto di dover far fuoco sui giovani rivoltosi, e vi furono delle vittime. Il Prefetto, avuta occasione di parlare con Don Bosco, lo interrogò se avrebbe presa la direzione di quei corrigendi, facendogli vive istanze perchè accettasse. Don Bosco rispose che per conto suo non esistevano difficoltà, ma che certamente il Ministero non avrebbe mai affidato a lui un Penitenziario.
— E perchè?
— Perchè si dice che Don Bosco vuol troppa Religione; e infatti io ritengo che, senza Religione, nulla si possa fare di buono fra i giovani.
— Oh! Non dica questo. Noi non volere la Religione? Anzi ne riconosciamo per primi la necessità; quindi saremmo a lei ben riconoscenti se, con questo mezzo, riuscisse a domare quei disgraziati. Se mi permette, io scriverei al Ministro dell’Interno, proponendo che a lei sia affidata questa direzione.
— Ripeto che il mio metodo di educare non sarà mai di gradimento al Governo.
Qui Don Bosco espose il proprio sistema educativo: frequenza dei Sacramenti, istruzione religiosa, sorveglianza preveniente, carità conquistatrice... e relativi vantaggi. Il Prefetto ascoltò con interesse, nè ci vide seri ostacoli al suo divisamente.
— Facciamo la prova — disse poi. — Io scriverò al Ministro e vedrà!
— Eh! Io credo cosa molto difficile che il Governo acconsenta.
— Ed io la credo cosa facilissima.
Il Prefetto scrisse subito. La risposta non tardò a giungere. Era un serto di elogi per Don Bosco; si approvò quell’idea e si pregava di trattarne. Non esservi di meglio che affidare la Generala a Don Bosco; l’esito non poteva mancare; doversi star sicuri che i deplorevoli fatti accaduti non si sarebbero più rinnovati.
Fu chiamato il Santo per dargli la buona novella. — Veda, veda — gli disse il Prefetto — se non aveva ragione io!
— Partito troppo largo! — rispose Don Bosco, crollando il capo. Tuttavia cominciò le trattative, non volendo che per colpa sua si spegnesse quel barlume di speranza. Ma egli esigeva piena indipendenza nella educazione religiosa; gli bisognava essere solo nella direzione; il Governo pagasse ottanta centesimi al giorno per ogni giovane detenuto, escludesse le guardie carcerarie, al più si conservasse il picchetto dei soldati alla porta.
Il Prefetto nulla trovò di irragionevole, ma il Ministro finì con rispondere che Don Bosco voleva fare tutti preti quei giovanetti e che di preti ven erano già troppi. Così, prosaicamente, si chiuse la nobile iniziativa (92).

3) Col Maestro Bodrato.
Altra conversazione sul sistema preventivo ebbe Don Bosco l’8 ottobre 1864 a Mornese. Ivi ricevette in speciale udienza il Maestro comunale Francesco Bodrato, il quale gli chiese qual segreto egli avesse per dominare siffattamente tanta gioventù, insofferente, per natura, di disciplina. Don Bosco rispose:
« Religione e ragione sono le due molle di tutto il mio sistema di educazione. L’educatore deve pur persuadersi che tutti, o quasi tutti, questi cari giovanetti hanno una naturale intelligenza per conoscere il bene che loro vien fatto personalmente, e che insieme son pur dotati di un cuore sensibile, facilmente aperto alla riconoscenza. Quando si sia giunti, con l’aiuto del Signore, a far penetrare nelle loro anime i principali misteri della nostra santa Religione, la quale, tutta carità, ci ricorda l’amore immenso che Dio ha portato all’uomo; quando si arrivi a far vibrare nel loro cuore la corda della riconoscenza che gli si deve in ricambio dei benefìzi che ci ha sì largamente compartiti; quando finalmente colla molla della ragione si siano fatti persuasi che la vera riconoscenza al Signore deve esplicarsi coll’eseguirne i voleri, col rispettare i suoi precetti, quelli specialmente che inculcano l’osservanza dei reciproci nostri doveri, creda pure che gran parte del lavoro educativo è già fatto.
« La Religione in questo sistema fa l’ufficio del freno, messo in bocca dell’ardente destriero, che lo domina e lo signoreggia; la ragione fa poi quello della briglia che, premendo sul morso, produce l’effetto che se ne vuole ottenere. Religione vera, Religione sincera, che domini le azioni della gioventù; ragione che nettamente applichi quei santi dettami alla regola di tutte le sue azioni: eccole in due parole compendiato il sistema da me applicato e di cui ella desidera conoscere il gran segreto ».
Il Maestro Bodrato a questo punto, richiamando la similitudine del domatore di cavalli, domandò a Don Bosco se, oltre al freno della Religione e al buon uso della ragione, si valesse anche d’un terzo elemento, inseparabile da siffatto ufficio, ossia della frusta.
« Eh! mio caro signore! Mi permetto osservarle che, nel mio sistema, la frusta che ella dice indispensabile, ossia la minaccia salutare dei venturi castighi, non è assolutamente esclusa; voglia riflettere che molti e terribili sono i castighi che la Religione minaccia a coloro che, non tenendo conto elei precetti del Signore, oseranno disprezzarne i comandi; minacce severe e terribili, clic, ricordate sovente, non mancheranno di produrre il loro effetto, tanto più giusto in quanto che non si limita alle esterne azioni, ma colpisce eziandio le più segrete, ed i pensieri più occulti.
« A far penetrare più addentro la persuasione di questa verità si aggiungano le pratiche sincere della Religione, la frequenza dei Sacramenti, e l’insistenza dell’educatore; ed è certo che, con l’aiuto del Signore, si verrà più facilmente a capo di ridurre a buoni cristiani moltissimi anche fra i più pertinaci. Del resto, quando i giovani vengono ad essere persuasi che chi li dirige ama sinceramente il loro bene, basterà, ben sovente, ad efficace castigo dei recalcitranti, un contegno più riserbato, che ne addimostri l’interno dispiacere di vedersi mal corrisposto nelle paterne sue cure.
« Creda pure, mio caro signore, che questo sistema è forse il più facile, e certamente il più efficace, perchè con la pratica della Religione sarà anche il più benedetto da Dio » (93).
b) Una Buona Notte.
Gioverà infine ricordare una Buona Notte data da Don Bosco ai giovani dell’Oratorio nell’agosto del 1863: essa riassume con semplicità e immediatezza le sue idee fondamentali circa il sistema preventivo.
« Siamo tutti insieme — diceva il Santo — per correre un arringo e guadagnarci una bella corona. Tutti voi avete desiderio di fare una buona riuscita. Dunque mettiamoci in cammino. Io vi guiderò, voi mi seguirete. Prima però bisogna che ci intendiamo nei patti. Patti chiari, amicizia lunga, dice il proverbio. Io non sono qui per guadagnar denari, per acquistarmi un nome, per gloriarmi del vostro numero; son qui per niente altro che per fare del bene a voi. Perciò fate conto che quanto io sono, sono tutto per voi, giorno e notte, mattino e sera, in qualunque momento. Io non ho altra mira che di procurare il vostro vantaggio morale, intellettuale, fisico. Ma, per riuscire in questo, ho bisogno del vostro aiuto: se voi me lo date, io vi assicuro che quello del Signore non mancherà, ed allora tenete per certo che faremo grandi cose ».
Osserviamo qui come Don Bosco, senza fermarsi alla parte umana dell’educatore e dell’educando, metta in piena luce il concetto genuino e completo dell’educazione cristiana, rilevandone il fattore principale, ossia l’azione di Dio e della sua Grazia.
Egli infatti, come appare dalle parole testè citate, non si accontentava che l’intervento di Dio come Educatore, specialmente nella persona di Gesù Cristo, nostro Divin Maestro e Pedagogo, fosse soltanto ammesso e sottinteso, ma voleva che fosse espressamente ricordato e tenuto nel debito conto.
« Io non voglio — continuò poi Don Bosco — che mi consideriate tanto come vostro Superiore quanto come vostro amico. Perciò non abbiate nessun timore di me, nessuna paura, ma invece molta confidenza, che è quello che io desidero, che vi domando, come mi aspetto da veri amici. Io, ve lo dico schiettamente, aborrisco i castighi, non mi piace dare un avviso coll’intimare punizioni a chi mancherà: non è il mio sistema. Anche quando qualcuno ha mancato, se posso correggerlo con una buona parola, se chi ha commesso il fallo si emenda, io non pretendo di più. Anzi, se dovessi castigare uno di voi, il castigo più terribile sarebbe per me, perchè io soffrirei troppo.
« Quando un padre ha un figliuolo insubordinato, sovente si sdegna, dà mano anche alla sferza, che, in certe circostanze, è necessario adoperare. E fa bene, perchè Qui parcit oirgae odil fi-lium suum (Chi risparmia la verga odia il figlio suo) (94). Non di meno il mio cuore non reggerebbe, non che a battere, neppure a vedere. Non già che io tolleri i disordini. Oh! no, specialmente se si trattasse di certuni che dessero scandalo ai compagni: in questo caso per forza io dovrei dirgli: — Tu non puoi stare in mezzo a noi! — Ma c’è un mezzo per antivenire ogni dispiacere mio e vostro. Formiamo tutti un solo cuore! Io sono qui per aiutarvi in ogni circostanza. Voi abbiate buona volontà. Siate franchi, siate schietti come io lo sono con voi. Chi fosse in pericolo, si lasci sostenere, me lo dica; chi avesse mancato, non cerchi di coprirsi, ma invece procuri di rimediare al mal fatto. Se io so le cose, e da voi stessi, allora procurerò di trovar ripieghi, affinchè tutto proceda pel vostro meglio spirituale e temporale. Non sono io che voglio condannare coloro cui Dio avesse perdonato... » (95).

c) Altri accenni del santo Educatore.
In parecchie altre circostanze posteriori alla pubblicazione dell opuscolo, Don Bosco presentò le linee generali del suo sistema. Ci limiteremo a ricordarne alcune.
Il 23 luglio 1878. su richiesta del Ministro dell’Interno, Zanardelli, allegava, ad una lettera, il suo pensiero sopra il sistema preventivo, in cinque punti:
— Il sistema preventivo nella educazione della gioventù.
— Sistema preventivo e repressivo in mezzo alla società (definizione e differenze).
— Quali fanciulli debbono dirsi pericolosi (quattro categorie).
— Provvedimenti.
— Ingerenza governativa.
In fine esponeva con semplicità i risultati ottenuti (96). ,
Al Principe Gabrielli, Presidente della Commissione che amministrava l’Ospizio di San Michele in Roma, nel giugno del 1879 Don Bosco scriveva: « Nelle nostre Case si fa uso di un sistema disciplinare affatto speciale, che noi chiamiamo preventivo, in cui non sono mai adoperati nè castighi nè minacce. I modi benevoli, la ragione, l’amorevolezza ed una sorveglianza tutta particolare, sono solo i mezzi usati per ottenere disciplina e moralità tra gli allievi » (97).
La sera del 22 maggio 1883, in occasione del cinquantenario della Società di San Vincenzo dei Paoli. Don Bosco tenne a Parigi, alla presenza del Consiglio Centrale della Società, un breve discorso, durante il quale, a mo’ di chiusura, tratteggiò il suo metodo educativo mirante a guadagnare il cuore dei giovani, e a ottenere, mediante l’affetto da essi portato ai loro Maestri, che siano buoni e facciano il proprio dovere (98).
Era poi così intimamente convinto della necessità di praticare detto sistema, che non si stancava di raccomandarlo in tutti i modi ai suoi figli.
Nel settembre del 1884 diceva in seno al Capitolo Superiore: « Ogni studio e ogni sforzo sia rivolto a introdurre e praticare nelle nostre Case il sistema preventivo. I vantaggi che ne verranno sono incalcolabili per la salute delle anime e la gloria di Dio » (99).

3. Il principio informatore del Sistema Preventivo.
a) Il fondamento dell’amore.
Il sistema preventivo, al dire del nostro Padre, « si appoggia tutto sopra la ragione, la religione, e sopra l’amorevolezza » (Regolam., 89).
Che la Ragione sia uno dei fondamenti in questione, emerge da tutta questa nostra trattazione. Ci pare perciò superfluo parlarne espressamente e separatamente.
Più avanti tratteremo del secondo fondamento che è la Religione, base granitica e insostituibile dell’educazione.
Ci fermeremo ora sull’Amorevolezza, che tanta parte ha nel sistema educativo di Don Bosco, chiamato con ragione Amico e Padre dei giovani.

1) L’educazione, opera d’amore.
Fu già ricordato che l’opera educatrice tende alla perfezione dell’educando, in tutto il suo essere di uomo. Perfezionare vuol dire guidare, sostenere, correggere: insomma, rendere bene ordinata, utile e felice la vita umana.
Ora, se l’inclinazione dell’anima a volere il bene di una persona è già amore, a maggior ragione opera di amore deve dirsi l’educazione : essa infatti vuole ed effettivamente si adopra e sacrifica per procacciare l’unico e vero bene dell’educando, ossia la perfezione della sua vita in quanto uomo, assecondando in ciò l’innato impulso di ogni essere verso Dio, Sommo Bene e Sommo Amore.
Ecco perchè l´educatore nel suo delicato lavoro non dovrà allontanarsi mai dalle pure e celesti vie di un sincero e fattivo amore. Qualsiasi formazione data fuori dell’ambiente dell’amore e priva degli slanci generosi di esso, non merita il nome di educazione. E questi diciamo guidati dal solo dettame della retta ragione.
2) L’amore essenza della vita cristiana
Ma che dovremo dire, illuminati dalla luce soprannaturale? L’educazione in questa luce si sublima e quasi divinizza, poiché, aureolata dai suoi splendori, essa altro non è che perfezionare la vita di Gesù in noi, essendo Gesù della vita soprannaturale Autore e Sorgente.
Adamo prevaricando ci comunicò la morte; Gesù venne perchè avessimo la vita, e vita abbondante (100). Egli inoltre vuole che noi, consepolti con Lui e con Lui risorti, viviamo una nuova vita (101). Non dobbiamo più essere coinquinati dal vecchio fermento (102), ma dobbiamo divenire una creatura nuova (103), giusta la frase profondamente teologica di San Paolo. Noi siamo incorporati a Gesù che è nostro capo (104), e perciò di Lui siamo membri (105) e con Lui formiamo un solo corpo mistico. Non siamo più noi che viviamo, ma è Gesù Cristo che vive in noi (106), e la sua vita è la stessa nostra vita (107); donde risulta che questa nostra vita è come nascosta, con la persona di Gesù Cristo, in Dio (108).
È in Dio — al dire dell’Apostolo — che tutta la nostra vita si svolge. In Lui ci moviamo, e costantemente siamo (109): fatti consorti della sua natura (HO); noi, ovunque ci rechiamo, siamo portatori di Gesù Cristo (111).
Principio dunque della vita soprannaturale è Gesù Cristo stesso, che volle addossarsi le umane colpe, espiandole e riversando i meriti della sua Passione sull’umanità. comunicando alla Chiesa, e attraverso la Chiesa, a tutti i suoi figli, quella vita soprannaturale che è comunicazione della vita sua propria. Ma la vita di Dio è vita di amore: Iddio è carità (112).
Se poi scorriamo le pagine del A angelo, ove, sotto Ispirazione divina, sono ritratte le soavi sembianze e narrate le opere prodigiose di Gesù, facilmente ci persuaderemo che là tutto è amore. Anzi Gesù stesso ci assicura di essere venuto dal Cielo in terra per riaccendere il fuoco dell’amore (113). Egli si compiace di chiamarsi il Buon Pastore, e di presentarsi a noi quale Padre che accoglie il fìgliuol prodigo, e quale pietoso Samaritano che si china a curare ogni ferita. Egli ama raffigurarsi a noi come la chioccia che raccoglie i pulcini sotto le sue ali (114). Egli chiama a sè quanti sono afflitti e oppressi per versare balsamo sulle piaghe del loro cuore (115). Egli in fine, prima di manifestarci l’infinito suo amore immolandosi sulla croce, volle darsi a noi come cibo nel Sacramento dell’Amore. La vita cristiana pertanto, considerata alla luce della Fede, è amore perchè originata e alimentata da Gesù, amore infinito. E noi professiamo come verità teologica, sulla scorta di San Tommaso, che la perfezione cristiana tutta si racchiude nella carità, nell’amore; poiché è dessa, la carità, che ci unisce a Dio, nostro ultimo fine (116).
E così veniamo a conchiudere che il vero fondamento e il termine della vita cristiana, il principio informatore di ogni manifestazione, la fonte, il mezzo, il fine della vera perfezione è l’a-more. Ora, essendo Iddio amore e carità, noi veniamo a trovare in Lui, non solo la fonte di ogni bellezza e di ogni bene, non solo l’impulso per operare con slancio e abnegazione in conformità ài divino volere, ma l’ideale della più alta perfezione.
Abbiamo creduto necessario fissare questi concetti, perchè noi Salesiani, come Religiosi e come Educatori, essendoci proposta l’educazione della gioventù in conformità ai dettami della vita cristiana, dobbiamo richiamarci con frequenza ad essi, ricordando e praticamente manifestando che il grande principio della legge evangelica, il mandato nuovo che Gesù è venuto a dare all’umanità redenta, l’anima insomma del cristiano operare, è l’amore.
San Francesco di Sales, dopo aver ricordato che dall’anima viene il primo atto, il principio di tutti i moti vitali dell’uomo, per il quale viviamo, sentiamo e intendiamo, aggiunge che deve dirsi la stessa cosa dell’amore, perchè esso è il primo atto, il principio di tutta la nostra vita spirituale, quel principio appunto per cui viviamo, sentiamo e ci muoviamo.
È logico pertanto conchiudere che l’amore è e dev’essere il principio di tutta l’opera nostra educativa e di ogni apostolato, poiché, se l’educazione è opera di perfezione, e la perfezione cristiana consiste nell’amore, la vera educazione deve raggiungere il suo scopo nell’amore e con l’amore.

3) San Francesco di Sales, Santo dell’amore.
Oltre che al Vangelo, tutto ardore di carità, San Giovanni Bosco si ispirò a San Francesco di Sales, ch’egli scelse come Patrono del suo primo Oratorio, e più tardi di tutta la Società, appunto per la sua amorevolezza.
Fin dall’8 dicembre 1844, autorizzato dall’arcivescovo, Don Bosco, benedicendo due camerette concessegli dalla Marchesa Barolo nei locali dell’Ospedaletto, vi stabiliva la prima cappella, dedicandola a San Francesco di Sales. Tre furono 3e ragioni di questa scelta. Primieramente perchè la Marchesa Barolo, per secondare Don Bosco, divisava di stabilire al Rifugio una Congregazione di Sacerdoti sotto questo titolo. In secondo luogo, perchè la parte di ministero che Don Bosco aveva preso ad esercitare intorno alla gioventù richiedeva molta calma e mansuetudine. Oltre a ciò lo confortava una terza ragione. In quel tempo, parecchi errori, sparsi specialmente dai protestanti, incominciavano ad insinuarsi insidiosamente, soprattutto in Torino, tra il popolo. Orbene, Don Bosco, scegliendosi come Patrono San Francesco di Sales, che aveva lottato e trionfato così splendidamente dei nemici della Chiesa, intendeva renderselo propizio per ottenere dal Cielo quelle speciali attitudini di cui avrebbe potuto aver bisogno nella lotta per guadagnare anime al Signore.
« Insomma — conclude Don Lemoyne — Don Bosco giudicava che lo spirito di San Francesco di Sales fosse il più adatto ai tempi per l’educazione e l’istruzione popolare» (117).
Orbene, in che consiste lo spirito di San Francesco di Sales? È generalmente ammesso che nei colossi della perfezione cristiana si delinei a volte un aspetto speciale, quasi una differenza specifica di azione e di santità, che costituisce in certo modo una loro caratteristica. Evidentemente è sempre lo Spirito di Dio che opera in loro. Dio stesso però ama manifestarsi in modi diversi, e così il suo Spirito ebbe ed ha manifestazioni diverse anche nelle anime dei suoi santi.
La santità si compie sempre e si perfeziona nella carità; ma questa, appunto perchè è carità, seppe nel corso dei secoli e attraverso l’opera di uomini santi e provvidenziali, presentarsi con modi e con caratteristiche particolari. E cosi si usa chiamare San Girolamo il santo della castità. San Benedetto il santo della liturgia, San Francesco d’Assisi il santo della povertà, San Bernardo il santo della mortificazione. Orbene, San Francesco di Sales vien detto il santo dell’amore e della dolcezza. Non già che egli sia stato, in certo modo, l’inventore dell’ascetica dell’amore come metodo per raggiungere la santità; ma perchè, illustrando il fondamento della sua teologia, della sua ascetica, del suo lavoro formativo a vantaggio delle anime, nella Introduzione alla vita devota e nel Teotimo o Trattato dell’amor di Dio, seppe esporre e coordinare in maniera soave e meravigliosa tutta la dottrina dell’amore, che viene presentato come fonte, mezzo e termine della santità.
Di fronte al rigorismo invadente e al fatalismo di Calvino, San Francesco di Sales seppe additare efficacemente la strada del Vangelo per ricondurre le anime al loro Padre che sta nei cieli, ripetendo costantemente con San Giovanni Evangelista che Dio è carità.
Nel cuore del nostro Patrono il Creatore aveva soprattutto versato tesori senza limiti di bontà e di carità. Non voleva che si temesse Dio, ma che lo si amasse grandemente: «Dio è tuo Padre — diceva. — Se così non fosse, egli non ti farebbe dire: Padre nostro, che sei nei cieli. E che cosa hai da temere, essendo figlio di un tal Padre?... Figli d’un tal Padre, è cosa ben strana che abbiamo o possiamo avere altro pensiero che non sia di fedelmente amarlo e servirlo» (118). Nel prossimo stesso amava Iddio, ripetendo: Mi sembra ch’io non ami altro che Dio, e tutte le anime per Iddio, e tutto ciò che non è Dio o per Iddio lo tengo per cosa da nulla» (119). E soggiungeva: « Chi ama il rigore vada lungi da me, perchè io di rigore non voglio saperne... A tener maniere dure e aspre, non vi è nulla da guadagnare » (120). Riguardo poi alla dolcezza con cui trattare il prossimo, diceva ancora: « Lo spirito umano è così fatto, che a trattarlo con rigore si inalbera. Tutto con dolcezza, niente per forza: la durezza manda a male ogni cosa, inasprisce i cuori, produce l’odio: e lo stesso bene che si fa, lo si fa di sì mal garbo, che non si può sapergliene grado. Al contrario la dolcezza maneggia a suo talento il cuore dell’uomo, e ne fa quel che vuole » (121).
Insomma egli era giunto alla persuasione — e frutto di essa fu l’apostolato intero della sua vita — che la perfezione del cristiano è fondata sull’amore, e che solo può cercarsi e compiersi con l’amore. E perciò, come l’amore è tutto nella vita spirituale, altrettanto deve dirsi che è tutto nell’opera dell’educazione, la quale solo può effettuarsi nell’amore e con l’amore.
Questo, in sintesi, lo spirito del Vangelo e lo spirito di San Francesco di Sales, che dal Vangelo lo attinse. Questo pure lo spirito di Don Bosco, formatosi alla scuola del Vangelo e di San Francesco di Sales. Questa anche la ragione per cui Don Bosco non volle che i suoi figli prendessero nome da lui, ma dal Patrono, vale a dire fossero Salesiani, cioè formati allo spirito di carità e di dolcezza del Salesio.

4) Don Bosco e la sua missione d’amore.

Don Bosco intese e visse la sua vita come un esercizio costante d’amore. Non è qui il caso di parlare dell’amore del Santo verso Dio; ma poiché dall’amor di Dio prende tutta la sua forza l’amore verso il prossimo, ci limitiamo a trascrivere circa quest’argomento alcune brevi parole di Don Rua, che meglio di ogni altro conobbe, approfondì e ritrasse lo spirito di Don Bosco. « Ben si può dire — egli afferma — che in tutta la vita di Don Bosco l’amor di Dio fu il movente di tutte le sue opere, l’ispirazione di tutte le sue parole, ed il centro di tutti i suoi pensieri e dei suoi affetti » (122).
Don Albera, secondo successore del Santo, nota che senza dubbio la vita di Don Bosco fu una non mai interrotta unione con Dio, c che, quanto più in Dio s’accresceva l’amor suo, tanto più generosamente questo stesso amore egli riversava sul prossimo: chiamato, per ispirazione celeste, ad occuparsi in modo particolare della gioventù, da Dio stesso, a mezzo di celesti carismi, potè conoscere quale doveva essere il principio informatore dell’opera sua formatrice (123).
Tra le ispirazioni e i carismi occupa il primo posto il sogno fatto all’età di nove anni, nel quale Iddio gli fissava il programma e il metodo della sua missione. Don Bosco stesso lo narra ai suoi figli, a loro incoraggiamento e ammaestramento. Ivi noi possediamo una delle più belle pagine della giovinezza del Santo, descritta con tanta minuzia di particolari e con tanta immediatezza di forma e di sentimento, che egli, mentre da una parte sembra rivivere tutti e singoli gli aspetti di quella prima rivelazione soprannaturale, dall’altra dimostra di essere perfettamente conscio della peculiare importanza di essa in rapporto alla sua vita e alla sua missione.
D’altronde, se è sempre una delle cose più belle la lettura della giovinezza di un grande, pensiamo ciò possa dirsi in particolare del nostro Padre e Fondatore, riguardo alle prime intuizioni del suo avvenire e alle caratteristiche del suo
futuro apostolato. Ecco adunque come egli narra la prima manifestazione fattagli da Dio sulla sua missione di educatore.
« All’età di nove anni circa, ho fatto un sogno che mi rimase profondamente impresso per tutta la vita. Nel sonno, mi parve di essere vicino a casa, in un cortile assai spazioso, dove stava raccolta una moltitudine di fanciulli che si trastullavano. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. All’udire quelle bestemmie, mi sono subito slanciato in mezzo a loro, adoperando pugni e parole per farli tacere. In quel momento, apparve un Uomo venerando, in età virile, nobilmente vestito. Un manto bianco gli copriva tutta la persona, ma la sua faccia era così luminosa che io non poteva rimirarla.
« Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di pormi alla testa di quei fanciulli, aggiungendo queste parole: — Non con le percosse, ma colla mansuetudine e con la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Mettiti dunque immediatamente a far loro un’istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù.
« Confuso e spaventato, soggiunsi che io era un povero ed ignorante fanciullo, incapace di parlare di Religione a quei giovanetti. In quel momento, quei ragazzi, cessando dalle risse, dagli schiamazzi e dalle bestemmie, si raccolsero tutti intorno a Colui che parlava. Quasi senza sapere che mi dicessi:
— Chi siete voi, soggiunsi, che mi comandate cosa impossibile?
— Appunto perchè tali cose ti sembrano impossibili, devi renderle possibili coll’obbedienza e con l’acquisto della scienza.
— Dove, con quali mezzi potrò acquistare la scienza?
— Io ti darò la Maestra, sotto la cui disciplina, puoi diventare sapiente, e, senza cui, ogni sapienza diviene stoltezza.
— Ma chi siete voi, che parlate in questo modo?
— Io sono il Figlio di Colei che tua madre ti ammaestrò di salutare tre volte al giorno.
— Mia madre mi dice di non associarmi con quelli che non conosco, senza suo permesso; perciò ditemi il vostro nome.
— Il mio nome domandalo a mia Madre.
« In quel momento vidi accanto a Lui una Donna di maestoso aspetto, vestita di un manto che risplendeva da tutte le parti come se ogni punto di esso fosse una fulgidissima stella. Scorgendomi ognor più confuso nelle mie domande e risposte, mi accennò di avvicinarmi a Lei, che, presomi con bontà per mano: — Guarda — mi disse.
« Guardando mi accorsi che tutti quei fanciulli erano fuggiti, ed in loro vece vidi una moltitudine di capretti, di cani, di gatti, di orsi e di parecchi altri animali. — Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare — continuò a dire quella Signora. — Renditi umile, forte, robusto, e ciò che in questo momento vedi succedere di quegli animali, tu dovrai farlo pei miei figli.
« Volsi allora lo sguardo, ed ecco, invece di animali feroci, apparvero altrettanti mansueti agnelli, che tutti, saltellando, correvano attorno, belando come per fare festa a queU’Uomo e a quella Signora.
« A quel punto, sempre nel sonno, mi misi a piangere, e pregai quella Donna a voler parlare in modo da capire, perciocché io non sapeva quale cosa si volesse significare. Allora Essa mi pose la mano sul capo dicendomi: — A suo tempo tutto comprenderai.
« Ciò detto, un rumore mi svegliò, ed ogni cosa disparve. Io rimasi sbalordito. Sembratami di avere le mani che facessero male per i pugni che avevo dato, che la faccia mi dolesse per gli schiaffi ricevuti da quei monelli. Di poi, quel Personaggio, quella Donna, le cose dette e quelle udite, mi occuparono talmente la mente, che per quella notte non mi fu più possibile prendere sonno.
« Al mattino io tosto con premura raccontai quel sogno, prima ai miei fratelli, che si misero a ridere, poi a mia madre ed alla nonna. Ognuno dava al medesimo la sua interpretazione. Il fratello Giuseppe diceva: — Tu diventerai guardiano di capre, di pecore, e di altri animali. — Mia madre: — Chissà che non abbia a diventare prete! — Antonio con secco accento: — Forse sarai capo di briganti. — Ma la nonna, che sapeva assai di teologia ed era del tutto analfabeta, diede sentenza definitiva dicendo: — Non bisogna badare ai sogni.
« Io eròi del parere di mia nonna, tuttavia non mi fu mai possibile di togliermi quel sogno dalla mente » (124).
Don Bosco adunque, alla scuola dell’Uomo venerando e della Donna di maestoso aspetto, apprese che, con la mansuetudine e la carità, avrebbe potuto trasformare gli animali selvaggi e feroci in mansueti agnelli. -,
b) L’amore, anima del Sistema Preventivo.
1) Il Sistema Preventivo nel pensiero di Don Bosco.
Ma è tempo ormai che indichiamo almeno i punti fondamentali dell’opuscolo 11 Sistema Preventivo, alla luce di quanto abbiamo rilevato fin qui. Udiamo il Santo Educatore.
« Più volte — egli dice — fui richiesto di esprimere verbalmente o per iscritto alcuni pensieri intorno al cosiddetto Sistema Preventivo che si suol usare nelle nostre Case. Per mancanza di tempo, non ho potuto finora appagare questo desiderio, e, presentemente, volendo stampare il Regolamento che finora si è quasi sempre usato tradizionalmente, credo opportuno darne qui un cenno, che però sarà come l’indice di un’operetta che vo preparando, se Dio mi darà tanto di vita da poterla terminare, e ciò unicamente per giovare alla difficile arte della giovanile educazione » (Regolam., Part. II, Sez. I).
Dopo questo preambolo, egli passa a dire in che cosa consiste il sistema preventivo:
« Due sono i sistemi in ogni tempo usati nell’educazione della gioventù: preventivo e repressivo. Il sistema repressivo consiste nel far conoscere la legge ai sudditi, poscia sorvegliare per conoscerne i trasgressori ed infliggere, ove sia d’uopo, il meritato castigo. Su questo sistema le parole e l’aspetto del Superiore debbono sempre essere severe e piuttosto minaccevole ed egli stesso deve evitare ogni familiarità coi dipendenti. Il Direttore, per accrescere valore alla sua autorità, dovrà trovarsi di rado tra i suoi soggetti, e per lo più solo quando si tratta di punire e di minacciare.
« Questo sistema è facile, meno faticoso, e giova specialmente nella milizia e in generale tra le persone adulte e assennate, che devono da se stesse essere in grado di sapere e ricordare ciò che è conforme alle leggi e alle altre prescrizioni » (Regolam87).
« Diverso, e, direi, opposto è il Sistema Preventivo. Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i Regolamenti di un Istituto, e poi sorvegliare in guisa che gli allievi abbiano sopra di loro l’occhio vigile del Direttore o degli assistenti, che, come padri amorosi, parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli e amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nell’impossibilità di commettere mancanze » (Regolam., 88).
Dallo scritto di Don Bosco risulta chiaramente anzitutto che, tra i due sistemi di educazione, il repressivo e il preventivo, egli scelse il preventivo. Risulta parimenti che questo sistema preventivo non è una novità pura e semplice nella storia dell’educazione e della pedagogia. Già Platone insorgeva a suo modo contro gli educatori del suo tempo, che educavano i giovani con la violenza e con la repressione, come se fossero esseri irragionevoli: egli reclamava, per i giovani dotati d’intelligenza e di volontà, un’educazione ispirata alla ragione e alla libertà, e così lasciava intravvedere una pedagogia ed una educazione basata sull’amore, che della ragione e della volontà è l’espressione più piena e feconda.
Questo sistema del resto, seguito già da altri pedagogisti suoi antecessori, come ad esempio in Italia da Vittorino da Feltre, in Francia dal Dupanloup, e in tempi più remoti da San Paco-mio, da Sant’Anselmo ed altri, Don Bosco- lo intese ed applicò, anzi lo rinnovò in un modo tutto suo, illustrandolo con tanta copia di norme e precetti, da giustificare la denominazione, ormai diffusa in tutto il mondo, di sistema preventivo di Don Bosco.
Il Santo visse in un tempo, in cui l’arte dell’educazione era praticata da alcuni sotto l’ispirazione del naturalismo pedagogico, che faceva capo alle dottrine ottimistiche del Rousseau, mentre altri molti, educatori e moralisti cattolici, si ispiravano piuttosto a un rigorismo di sapore ancora giansenistico.
Don Bosco, con sano equilibrio, seppe cogliere il punto giusto e mantenersi a un’equa distanza dai due estremi: cosicché — ed è ciò che costituisce il massimo pregio delle sue idee pedagogiche e morali — egli potè costituire, con gli stessi princìpi del Vangelo e secondo le direttive della Chiesa, un sistema d’educazione nel quale non vi è posto nè per l’esagerato ottimismo tipo Rousseau, né per il gelido pessimismo giansenistico e, peggio, luterano. Appunto da questa decisa posizione di stabile equilibrio egli trasse e costrusse tutto Te-difìcio della sua azione e tradizione educativa.
Lo stesso Don Bosco poi diede incessantemente a conoscere quale fosse la vera anima di tutta la sua vita di educatore, di apostolo e di fondatore.

2) L’amore nel Sistema Preventivo
Chiunque legga la Vita di Don Bosco, si persuade facilmente che egli, fedele alle ispirazioni celesti, volle che tutto il suo lavoro per la gioventù e per le anime — ai Becchi, a Chieri, a Torino; da pastorello e da piccolo saltimbanco; da chierico, da prete e da fondatore della Società Salesiana — fosse, in ogni tempo e circostanza, mosso dal più puro amore, e vivificato dalla carità.
Egli stesso ci fa sapere che, fin dagli inizi del suo apostolato, prese, fra le altre, questa risoluzione: « Cerca di farti amare, di poi ti farai obbedire con tutta facilità » (125). « È cosa — diceva — assai importante ed utile per la gioventù il far in modo che non mai un fanciullo parta malcontento da noi » (126).
Il 31 agosto 1846, convalescente ai Becchi, scriveva a Don Borei, che lo sostituiva a Torino: « Ella faccia che l’olio condisca ogni vivanda nel nostro Oratorio » (127). Dettando le prime norme del suo Oratorio festivo, diceva che la carità e le buone maniere, « sono le fonti da cui derivano i frutti che si sperano dall’Opera degli Oratori » (128).
La moralità cristiana non è, come erroneamente scrissero alcuni filosofi, semplicemente negativa: essa non si limita al Non fare; ma, tutta vivificata dalla carità, sviluppa potenti energie per l’azione, mettendo alle nostre attività una sola condizione, quella di ispirarsi e di tendere all’amore. Ed è opera squisitamente di amore fattivo, il sistema che Don Bosco vuole sia norma della pedagogia salesiana.
Rileggendo le pagine che egli scrisse sul suo sistema, le sue conferenze, i suoi discorsini della Buona Notte e molte sue lettere, si prova una soavità ineffabile. Basti accennare ai Ricordi da lui scritti al figlio prediletto, Don Rua, allorché lo inviava a fondare la prima Casa fuori Torino a Mirabello Monferrato: noi li pubblicheremo fra le appendici (129). Questi documenti, i quali con le Costituzioni e i Regolamenti delle Case salesiane costituiscono come la magna chart a della pedagogia salesiana, sono tutti pervasi e profumati di purissima carità. L’educatore salesiano, sia Direttore o Consigliere o Catechista, sia Maestro o Assistente o Capo d’Arte, o rivestito di qualsiasi altra carica, è e dev’essere sempre, nel pensiero di Don Bosco, l’uomo della carità. Ecco la sua norma: 1 Superiori « amino ciò che piace ai giovani, e i giovani ameranno ciò che piace ai Superiori » (130). Al contrario, quando « i Superiori sono considerati come Superiori, e non più come padri, fratelli ed amici... sono temuti e poco amati » (131). Ed ancora scrive: « Quando illanguidisce l’amore, le cose non vanno più bene! » (132).
L’Amore da lui voluto come scopo e strumento dell’apostolato educativo, è sempre l’amore purissimo che solo può attingersi alla sorgente dell’infinito Amore. E il Santo non si stanca di ripetere. che l’anima, l’essenza, il principio supremo del suo sistema educativo è la carità, giungendo spesso ad affermare compendiosamente: « 11 sistema preventivo è la carità» (133).
A proposito poi dell’applicazione del sistema preventivo, scrive: « La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di San Paolo, che dice: Caritas benigna est... Omnia suffert, omnia sperai, omnia sustinet (134): La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto, e sostiene qualunque disturbo. Perciò — conchiude — soltanto il cristiano può con successo applicare il sistema preventivo » (Regolam., 90). E la ragione è evidente: egli solo si trova vivificato dall’amore soprannaturale.
Il nostro Padre, da pedagogo ed educatore sapientemente sagace, che mira ai risultati reali e duraturi, esclude il sistema repressivo, perchè, secondo lui, « non fa migliori i delinquenti » (Re-golam., 89, 3°). Per lui l’educazione è eminentemente opera di ricostruzione, di miglioramento, di perfezione. Solo il cuore può rendersi padrone dei cuori: ed ecco spiegata la sua insistenza sull’amorevolezza « che rende amico l’allievo » (Regolarli., 89, 3°). « Ricordava sovente la massima di San Francesco di Sales: — Si prendono più mosche con un cucchiaio di miele che non con un barile di aceto » (135).
Ed egli, applicando i princìpi di San Francesco di Sales all’educazione per condurre le anime al Dio dell’amore, si vale dell’amore: è questa l’essenza dello spirito salesiano.
Il 10 agosto 1885 così scriveva a Mons. Costamagna a Buenos Aires: « Vorrei a tutti fare io stesso una predica, o meglio, una conferenza sullo spirito salesiano che deve animare e guidare le nostre azioni ed ogni nostro discorso. Il sistema preventivo sia proprio di noi. Non mai castighi penali, non mai parole umilianti, non rimproveri severi in presenza altrui. Ma nelle classi suoni la parola dolcezza, carità e pazienza. Non mai parole mordaci, non mai uno schiaffo grave o leggero. Si faccia uso dei castighi negativi, e sempre in modo che coloro che siano avvisati, diventino amici nostri più di prima, e non partano mai avviliti da noi … La dolcezza nel parlare, nell’operare, nell’avvisare, guadagna tutto e tutti(136).
D’altronde la ragione stessa conferma l’esperienza che, senza vera affezione, è inutile il ministero dell’educatore. La prima felicità di un fanciullo è sapere di essere amato: e così egli corrisponde a questo amore, si persuade di quanto il maestro asserisce, ama tutto ciò che il maestro insegna, a lui piace quello che al maestro piace, si affeziona per tutto il tempo della sua vita alla verità e alla dottrina da lui apprese, e, a volte, si sente perfino inclinato alla stessa professione, anche sacerdotale e religiosa, dell’educatore, e lo ama come il padre dell’anima sua. Lo ripetiamo con Don Bosco stesso: « Ciò che più di tutto attrae i giovanetti sono le buone accoglienze: per ottenere buoni risultati nell’educazione della gioventù, bisogna studiare il modo di farsi amare, per farsi di poi temere» (137).
Voleva però che non si amassero le creature per fini umani (138), ma solo e sempre per amor di Dio e per far loro del bene: amore fattivo insomma egli desiderava, praticava ed inculcava, per rendere feconda l’opera educativa (139). « Carità, carità, carità » — raccomandava nel 1881 ai missionari partenti (140).
Questa carità poi voleva che si usasse special-mente verso i bisognosi. Diceva il 26 settembre 1868: « Dopo aver messo in pratica tutte le Regole della Casa, procurate anche di farle osservare ai giovani... Nello stesso tempo trattateli con grande carità nell’avvisarli... Andate sempre con quelli che hanno bisogno di essere consolati, cogli infermi, e ispirate loro coraggio, animateli alla pazienza... Ciò fate non solamente con quei tali che piacciono, che sono buoni, che han molto ingegno, ma anche con quelli che sono di poca virtù, di poco ingegno, e anche con i cattivi. Non è scritto nel Vangelo aver detto Gesù che i sani non han bisogno del medico? » (141).
Il 1° marzo 1863 parlava ai suoi collaboratori della sollecitudine che si deve avere per fare del bene alla gioventù.
« Con grande effusione di cuore — attesta Don Bonetti — ci esortò a cercare di preferenza quei fanciulli che ci paiono più abbandonati degli altri per i loro difetti; e che non ricusassimo di trattenerci con quelli la cui compagnia possa recarci noia e fastidio. Uscì infine con queste parole: — Anche costoro hanno un’anima che dobbiamo ad ogni costo salvare» (142).
E non basta. L’amore lungimirante di Don Bosco non sa separarsi da coloro che furono suoi allievi. Egli vuole continuare in certo modo con essi la sua missione, anche quando avranno lasciato l’Istituto. Ora precisamente per rendere indissolubili i vincoli che devono unire l’educatore all’educando, egli ancor più tenacemente insiste sulla pratica della carità. Valendosi del sistema preventivo « l’educatore — così scrive — potrà parlare col linguaggio del cuore, sia in tempo dell’educazione, sia dopo di essa. L’educatore, guadagnato il cuore del suo protetto, potrà esercitare sopra di lui un grande impero, avvisarlo, consigliarlo, ed anche correggerlo allora eziandio che si troverà negli impieghi, negli uffici civili e nel commercio » (Regolarti., 89, 4°).
È questa la chiave del mirabile successo dell’Associazione degli Ex-Allievi, che racchiude, nella forza del suo organismo, tanta ricchezza di risultati e di promesse. Tutto, nell’opera educativa di Don Bosco, si impernia e si sviluppa nell’amore.
Possiamo pertanto conchiudere che il sistema educativo di Don Bosco, è derivato, guidato, sostenuto, perfezionato, reso fecondo dalla carità: la carità ne è l’anima, il principio informatore. Da questa carità, trasformata in amore fattivo per il prossimo, risultò per Don Bosco quella che fu la vocazione di tutta la sua vita, ed è vocazione pure dei suoi Figli e delle Figlie di Maria Ausiliatrice : rigenerare cioè e formare rettamente una sterminata moltitudine di giovani e giovanette mediante l’educazione cristiana, nel soave ambiente della più pura carità, affinchè s’impari fin dalla tenera età, mediante l’adempimento dei propri doveri, a dimostrare praticamente a Dio rispetto per le sue leggi e corrispondenza al suo amore.
Uno può anche consacrarsi all’opera dell’educazione per un sentimento naturale di beneficare i propri simili, o per le gioie stesse che si provano quando i giovani corrispondono alle proprie cure, oppure per trarne mezzi di sussistenza, e perfino a causa di particolari situazioni della vita che rendono inevitabile un tal lavoro. Per Don Bosco invece, il motivo fu sempre, e con tutti, uno solo: la carità, servir Dio salvando i giovani e il prossimo.
Alla luce di questo principio supremo della sua vita e del suo apostolato, egli iniziò e continuò fino al termine dei suoi giorni il suo lavoro meraviglioso, lasciando ai suoi Figli e Figlie il perpetuare un’opera che, beneficando la gioventù, dovrà continuarne le benefiche conquiste a gloria della Chiesa e ad incremento della civile società.

3) Come Don Bosco amava i suoi giovani.
Don Bosco era il primo a dare, con l’esempio, l’idea del come bisogna amare i giovani. Il suo metodo di educazione era la carità, ossia la bontà adattata sapientemente e soavemente all’età dei giovani (143).
Fin da piccolo si era persuaso del bisogno che la gioventù ha di un sostegno amorevole, e che essa si lascia piegare come si vuole, purché siavi chi se ne prenda cura. Egli allora provava in se stesso tale necessità e, come abbiamo visto, si rammaricava del contegno riservato del suo Prevosto verso di lui.
Cresciuto negli anni, e divenuto chierico, si diportava coi piccoli proprio così come aveva sognato da piccolo. Il Sig. Brosio attestò: « Mi ricordo, essendo io ancor giovanetto a Chieri, che Don Bosco, allora chierico, era caro a tutti perchè amantissimo della gioventù. Si poteva dire che egli viveva per i fanciulli» (144). Ed i giovani sapevano di essere da lui praticamente a-mati, e « lo attorniavano, come figli il proprio padre » (145).
Diventato sacerdote, continuò a fare lo stesso coi giovani dell’Oratorio (146). Don Rua, parlando di quando Don Bosco l’aveva accolto a Valdocco, dopo molti anni narrava tutto commosso la cura materna che si era presa, di lui e di tutti gli altri, sopportando le fanciullesche vivacità di molti ed ottenendo amorevolmente silenzio ed attenzione nei tempi designati (147). Don Giacomelli, che per due anni convisse con Don Bosco all’Oratorio e fu sempre suo intimo, attestò che « i giovani, di mano in mano che si avvicinavano a Don Bosco, diventavano migliori e laboriosi, ed egli accompagnava costantemente con la carità ogni comando, avviso o correzione, cosicché, da tutto il suo modo di fare, appariva evidente non cercare egli altro che il loro bene. Prevenendo le mancanze, non era costretto a por mano ai castighi. I giovani, di contraccambio, lo amavano tanto, e tanta stima e rispetto avevano per lui, da bastare che esternasse un desiderio per venir subito ascoltato... Nella loro obbedienza non vi era alcun timore servile, ma un affetto veramente filiale. Taluni si guardavano dal cadere in certe mancanze quasi più per riguardo a lui che per riguardo all’offesa di Dio; ma egli, accorgendosene, tosto li rimproverava seriamente » (148). Voleva che fossero buoni, non per piacere a lui, ma a Dio.
Il Prof. Francesco Maranzana, che nella sua infanzia, e poi per lunghi anni ancora, era stato testimonio delle meraviglie operate da Don Bosco, scrisse: « L’amore ardente e sincero che Don Bosco portava ai giovani traspariva dal suo sguardo e dalle sue parole in un modo così evidente che tutti lo sentivano... e provavano una gioia arcana nel trovarsi innanzi a lui : il quale affetto, congiunto con quella dolce e mite autorità che... gli circondava il capo come un’aureola celeste, faceva sì che ogni suo detto fosse ascoltato attentamente; e quando Don Bosco parlava, si credeva che parlasse Dio stesso » (149).
« Una delle qualità caratteristiche di Don Bosco — disse il Teologo Ballesio — fu quella di guadagnarsi l’affezione dei giovani » (150).
Quanti giovani conobbero che cosa fosse amor li padre solo quando si incontrarono con Don Bosco! Ed egli si intratteneva sempre volentieri con essi per indirizzar loro una buona parola. In questa guisa, mentre educava il loro cuore, ne migliorava la condotta. Sebbene gran parte di essi fossero poveri orfanelli, nondimeno a tutti pareva di trovarsi tra le gioie della famiglia. Egli trattava tutti senz’ombra di parzialità, con le medesime dimostrazioni di benevolenza, e, per evitare fra di loro ogni disputa e gelosia, li rassicurava di tratto in tratto della sua uguaglianza di affetto (151).
Ciò non impediva tuttavia che egli dimostrasse speciale benevolenza verso gli orfanelli più bisognosi ed abbandonati, maggiormente esposti ai pericoli e agli scandali delle famiglie o dei cattivi compagni. Diceva un giorno tutto commosso e colle lacrime agli occhi: « Per questi giovani farò qualunque sacrificio; anche il mio sangue * darei volentieri per salvarli ». E raccomandava ai suoi coadiutori la stessa compassione (152).
Egli esigeva, come manifestazione di carità pratica, rinunce, sacrifici (155), e dedizione completa. Nulla voleva per sè: il suo amore sempre soprannaturale e casto (154) era fatto di sopportazione e di tolleranza, a volte eroica. « Con la pazienza — diceva -— si accomodano tante cose » (155).
Non fanno meraviglia quindi le grandi ed entusiastiche manifestazioni di affetto e di riconoscenza degli antichi Allievi dell’Oratorio per Don Bosco. Ne ricorderemo una sola.
Il Teol. Berrone, parlando nella grande accademia per l’onomastico di Don Bosco nel 1885, a nome degli Ex-Allievi diceva: «Tu pure, Don Bosco, puoi a ragione vantarti di padroneggiare i cuori. Permetti che te lo dica e te lo ripeta: Tu sei un ladro, e un ladro incorreggibile, perchè hai sempre rubato e continui a rubare i cuori di tutti quelli che ti conoscono. Questo furto però, intendiamoci bene, non si compie invito domino, cioè contro la volontà del padrone, tutt’altro; quelli che ti amano vanno anzi superbi di amarti e di essere da te riamati » (156).
E questo amore per i giovani Don Bosco lasciò come testamento spirituale ai suoi figli nelle Costituzioni, dove dice che essi dovranno esercitare ogni opera di carità spirituale e corporale verso i giovani, specialmente i più poveri (Costit1). Egli non mette limiti alla molteplicità delle sue opere, ma vuole che se ne conservi l’indole e la caratteristica: i Salesiani devono amare i giovani, tutti i giovani, e con preferenza i più poveri. Il Santo espresse ripetutamente a voce, per iscritto, e soprattutto con la pratica costante il suo affetto per la gioventù. « Il Signore mi ha mandato per i giovani — diceva; — perciò bisogna che mi risparmi nelle altre cose estranee e conservi la mia salute per loro » (157).
Nelle prime pagine del Giovane Provveduto Don Bosco, fin dal 1847, scrisse: « Miei cari, io vi amo tutti di cuore, e mi basta sapere che voi siete ancora in tenera età perchè io vi ami assai; e vi posso accertare che troverete libri propostivi da persone di gran lunga più virtuose e più dotte di me, ma difficilmente potrete trovare chi più di me vi ami in Gesù Cristo e chi più desideri la vostra felicità. La ragione di questo mio affetto si è che nel vostro cuore voi conservate il tesoro della virtù » (158).
L’amore che Don Bosco aveva per i giovani era immenso e soprannaturale: egli non si peritava di chiamarsi il più grande amico dei giovani, fondandosi, non solamente sui sentimenti del suo gran cuore, ma sulla prova dei fatti, vale a dire sugli innumerevoli ed eroici sacrifici da lui compiuti per fondare l’opera sua a vantaggio della gioventù. Non era l’uomo, ma il sacerdote, che domandava ai giovani il loro cuore per darlo a Dio (159).
Nel fatidico primo sogno, ripetutosi poi in forme diverse pur svolgendosi sempre nella cornice del concetto principale, era stato indicato questo campo della sua mirabile attività, ed egli seguì docilmente, ardentemente, costantemente le direttive ricevute dall’Alto. La sua vita fu spesa tutta e prevalentemente per il bene e la salvezza dei giovani. Ai Becchi, a Chieri, a Torino, ovunque Don Bosco sarà sempre l’apostolo della gioventù, da lui chiamata « la porzione più delicata e la più preziosa dell’umana società» (160). Dei giovani egli conosce, anzi intuisce i bisogni, ne scusa le manchevolezze: sull’esempio del Salvatore, vuole egli pure raccogliere e salvare i figli dispersi (161). La sua vita, come educatore, come scrittore, come conferenziere, nei suoi Oratori, nei suoi Ospizi, nei suoi Collegi, nelle sue Scuole Professionali ed Agricole, sempre e ovunque, egli la spese tutta, con prodigalità e senza misura, per i giovani.
E perchè l opera sua di carità e di dedizione si perpetuasse, creò due famiglie religiose e una Pia Unione di Cooperatori con il compito di continuare nel corso dei secoli il suo apostolato, tenendo viva la fiamma dell’amore per la gioventù, amore fatto di lavoro, di sacrificio, di eroismo. E a taluno che gli fece notare che i suoi figli lavoravano eccessivamente, il nostro Padre rispose: « Quando avverrà che un Salesiano cessi di vivere lavorando per le anime, allora direte che la Congregazione ha riportato un grande trionfo, e sopra di essa discenderanno copiose le benedizioni del cielo » (162).
Don Bosco imparò ad amare i giovani avvicinandoli. Cosi egli conobbe quante deficienze vi fossero nelle famiglie e nei loro elementi basilari, il padre e la madre; quante deficienze si trovassero altresì nella scuola, dalla quale si era voluto togliere l’istruzione religiosa e persino il Crocifisso: quante deficienze ancora venissero causate dai nemici di Dio, i quali ostacolavano in tutti i modi il lavoro dei sacerdoti e dei religiosi; e tali deficienze erano accresciute da una stampa procace, dal malcostume dilagante e da mezzi di propaganda empia e sfacciata, senza ritegno di sorta. A contatto con i giovani, egli vide quanta fosse la loro ignoranza in Religione e i pericoli che ne derivavano.
A quella vista il suo cuore, fatto ardito da un amore irresistibile, si lanciò con entusiasmo a risanare la società mediante la loro redenzione. Fu chiamato padre degli orfani, Orphanorum Pater, per indicare che l’amor suo per i giovani era stato particolarmente diretto ai più poveri ed abbandonati, anzi alla società stessa rimasta orfana, allontanandosi da Dio e dalla Religione.

4) La lettera del 1884 da Roma.
Don Bosco, il 10 maggio 1884, scriveva, da Roma, ai suoi cari figliuoli dell’Oratorio, una lettera di importanza del tutto straordinaria. Ci sforzeremo di riassumerla in breve.
Don Bosco vide in un sogno che nel suo caro Oratorio si passava un momento di crisi. Molti dei giovani di quegli anni non corrispondevano più ai gloriosi esemplari di Domenico Savio, Michele Magone, Francesco Besucco, ed altri. Vi era una svogliatezza, nelle ricreazioni e nell’adempimento dei doveri, che impressionava, mentre il termometro della pietà era in grande ribasso. Ed egli domandò alla guida del sogno come si potessero richiamare quei cari giovani, acciocché riprendessero l’antica vivacità, allegrezza, espansione. Gli fu risposto:
— Colla carità!
— Colla carità? Ma, i miei giovani non sono amati abbastanza?! Tu lo sai se io li amo! Tu sai quanto per essi ho sofferto e tollerato nel corso di ben 40 anni, e quanto tollero e soffro ancora adesso! Quanti stenti, quante umiliazioni quante opposizioni, quante preoccupazioni, per dar ad essi pane, casa, maestri, e specialmente per procurare la salute delle loro anime! Ho fatto quanto ho potuto e saputo per coloro che formano l’affetto di tutta la mia vita!
— Non parlo di lei — disse la guida,
— Di chi adunque? Di coloro che fanno le mie veci? Dei Direttori, dei Prefetti, Maestri, Assistenti? Non vedi come sono martiri dello studio e del lavoro?! come consumano i loro anni giovanili per coloro che ad essi affidò la Divina Provvidenza?!
— Vedo, conosco. Ma ciò non basta: ci manca il meglio.
— Che cosa manca adunque?
— Che i giovani, non solo siano amati, ma che essi conoscano di essere amati.
— Ma non hanno gli occhi in fronte? Non hanno il lume dell’intelligenza, non vedono che quanto si fa per essi è tutto per loro amore?
— No, ciò non basta!
— Che cosa ci vuole adunque?
— Che, essendo amati in quelle cose che loro piacciono, col partecipare alle loro ricreazioni infantili, imparino a vedere l’amore in quelle cose che naturalmente loro piacciono poco, quali sono la disciplina, lo studio, la mortificazione di se stessi, e queste cose imparino a fare con slancio ed amore.
— Spiègati meglio.
— Osservi i giovani in ricreazione!
Osservai e: — Che cosa c’è di speciale da vedere?
— Son tanti anni che va educando i giovani e non capisce? Guardi meglio! Dove sono i nostri Salesiani?
« Osservai — scrive Don Bosco — e vidi che ben pochi preti e chierici si mescolavano fra i giovani, ed ancor più pochi prendevano parte ai loro divertimenti. I Superiori non erano più l’anima della ricreazione, la maggior parte di essi passeggiavano fra di loro parlando, senza badare che cosa facessero gli allievi; altri sorvegliavano così alla lontana, senza avvertire chi commettesse qualche mancanza. Qualcuno poi avvertiva, ma in atto minaccioso, e ciò raramente. Vi era qualche Salesiano che avrebbe desiderato intromettersi in qualche gruppo di giovani, ma vidi che questi studiosamente cercavano di allontanarsi dai Maestri e dai Superiori ».
E qui la guida, dopo aver fatto notare a Don Bosco alcune manchevolezze nell’assistenza da parte dei Superiori, e aver ricordato i tempi antichi dell’Oratorio, quando tutto era un tripudio di Paradiso perchè l’affetto era ciò che a tutti serviva di regola, aggiungeva:
— La causa del presente cambiamento è che un numero di giovani non ha confidenza nei Superiori. Anticamente i cuori erano tutti aperti ai Superiori, che i giovani amavano ed obbedivano prontamente. Ma ora i Superiori sono considerati come Superiori e non più come padri, fratelli ed amici: quindi son temuti e poco amati. Perciò, se si vuol fare un cuor solo ed un’anima sola, bisogna che si rompa quella fatale barriera della diffidenza, e sottentri a questa la confidenza cordiale. Quando l’ubbidienza guidi l’allievo come la madre il suo fanciullo, allora regnerà nell’Oratorio la pace e l’allegrezza antica.
— Come adunque fare per rompere questa barriera?
— Familiarità con i giovani, specialmente in ricreazione. Senza familiarità non si dimostra l’affetto, e senza questa dimostrazione non vi può essere confidenza. Chi vuol essere amato bisogna che faccia vedere che ama. Gesù si fece piccolo e portò le nostre infermità. Ecco il Maestro della familiarità. Il Maestro, visto solo in cattedra, è maestro e non più; ma se va in ricreazione con i giovani, diventa come fratello. Se uno è visto solo predicare dal pulpito, si dirà che fa nè più nè meno il proprio dovere; ma, se dice una parola in ricreazione, è la parola di uno che ama. Quante conversioni non cagionarono alcune sue parole fatte risuonare all’improvviso all’orecchio di un giovane mentre si divertiva! Chi sa d’essere amato, ama, e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani. Questa confidenza mette una corrente elettrica tra i giovani e i Superiori. I cuori s’aprono e fanno conoscere i loro bisogni, e palesano i loro difetti. Quest’amore fa sopportare ai Superiori le fatiche, le noie, le ingratitudini, i disturbi, le mancanze, le negligenze dei giovanetti. Gesù Cristo non spezzò la canna già fessa, nè spense il lucignolo che fumigava. Ecco il vostro Modello. Allora non si vedrà più chi lavorerà per fine di vanagloria; chi punirà solamente per vendicare l’amor proprio offeso; chi si ritirerà dal campo della sorveglianza per gelosia di una preponderanza altrui; chi mormorerà degli altri volendo essere amato e stimato dai giovani, esclusi tutti gli altri Superiori; chi per amore dei propri comodi tenga in non cale il dovere strettissimo della sorveglianza; chi per vano rispetto umano si astenga dall’ammonire colui che deve essere ammonito. Se ci sarà questo vero amore, non si cercherà altro che la gloria di Dio e la Sedute delle anime. Quando illanguidisce quest’amore, le cose non vanno più bene.
— Perchè — continuava la guida — si vuol sostituire alla carità la freddezza di un Regolamento? Perchè i Superiori si allontanano dall’osservanza di quelle regole di educazione che Don Bosco ha loro dettate? Perchè al sistema di prevenire con la vigilanza e premurosamente i disordini, si va sostituendo a poco a poco metodi meno pesanti e più spicci per chi comanda, quelli cioè di bandire leggi,, che si sostengono con i castighi, accendono odii e fruttano dispiaceri, se invece si trascura di farle osservare, fruttano disprezzo per i Superiori e son causa di disordini gravissimi? E ciò accade necessariamente, se manca la familiarità. Se adunque si vuol che l’Oratorio ritorni all’antica felicità, si rimetta in vigore l’antico sistema: il Superiore sia tutto a tutti, pronto ad ascoltare sempre ogni dubbio o lamentanza dei giovani, tutt’occhio a sorvegliare paternamente la loro condotta, tutto cuore per cercare il bene spirituale e temporale di coloro che la Provvidenza gli ha affidati.
— Allora — concludeva la guida — i cuori non saranno più chiusi e non regneranno più certi segretumi che uccidono. Solo in caso d’immoralità i Superiori siano inesorabili; è meglio correre il pericolo di cacciare dalla Casa un innocente che ritenere uno scandaloso. Gli assistenti si facciano uno strettissimo dovere di coscienza di riferire ai Superiori tutte quelle cose che conoscono in qualsiasi modo essere offesa di Dio.
Don Bosco interrogò la guida per sapere quale fosse il mezzo precipuo per far trionfare la familiarità, l’amore e la confidenza inculcata. Gli tu risposto:
— L’osservanza esatta delle regole della Casa.
— E null’altro?
— Il piatto migliore in un pranzo, è quello della buona cera — fu la risposta.
Nella stessa lettera Don Bosco riferì, come frutto d’alta illustrazione speciale, ciò che era stato raccomandato riguardo ai giovani: — Che essi riconoscano quanto i Superiori, i Maestri, gli Assistenti, fatichino e studino per loro amore, perchè se non fosse per il loro bene, non si assoggetterebbero a tanti sacrifici. Si ricordino i giovani essere l’umiltà la fonte d’ogni tranquillità. Sappiano sopportare i difetti degli altri, poiché al mondo non si trova la perfezione, ma questa è solo in Paradiso. Che cessino dalle mormorazioni, poiché queste raffreddano i cuori, e soprattutto procurino di vivere nella santa grazia di Dio. Chi non ha pace con Dio non ha pace con sè, non ha pace con gli altri ».
Don Bosco parla in seguito di un difetto rende poco fruttuoso o vano il frutto dei Santi Sacramenti, ed è la mancanza di stabilità propositi. « Si confessano sempre le stesse mancanze, le stesse occasioni prossime, le stesse abitudini cattive, le stesse disubbidienze, le stesse trascuranze dei doveri; e così si va avanti per mesi ed anche anni. Son confessioni che valgono poco o nulla, quindi non recano pace; e se un giovanetto fosse chiamato in quello stato al tribunale di Dio. sarebbe un affare ben serio ».
Infine la guida raccomandava a tutti, grandi e piccoli, che si ricordassero sempre di essere figli di Maria Ausiliatrice: — Essa li ha qui radunati per condurli via dai pericoli del mondo, perchè si amassero come fratelli, e perchè dessero gloria a Dio e a Lei con la loro buona condotta. È la Madonna quella che loro provvede pane e mezzi per studiare, con infinite grazie e portenti. — E soggiungeva che la barriera di diffidenza e freddezza che si era alzata tra Superiori e giovani verrebbe tolta, se grandi e piccoli fossero stati pronti a soffrire qualche piccola mortificazione per amore di Maria e a mettere in pratica le raccomandazioni fatte.
Don Bosco poi ripigliava: « Sapete cosa desidera da voi questo povero vecchio, che per i suoi cari giovani ha consumato tutta la vita? Niente altro fuorché, fatte le debite proporzioni, ritornino i giorni felici dell’antico Oratorio, i giorni dell’affetto e della confidenza cristiana tra i giovani e i Superiori, i giorni dello spirito di accondiscendenza, per amore di Gesù Cristo, degli uni verso gli altri, i giorni dei cuori aperti con tutta semplicità e candore, i giorni della carità e della vera allegrezza per tutti ».
E finiva: « Mettiamoci adunque d’accordo. La carità di quelli che comandano, la carità di quelli che debbono ubbidire, faccia regnare fra di noi lo spirito di San Francesco di Sales. O miei cari figliuoli, si avvicina il tempo nel quale dovrò distaccarmi da voi e partire per la mia eternità: quindi io bramo di lasciare voi. o preti, o chierici, o giovani, carissimi, per quella via del Signore nella quale Egli stesso vi desidera» (163).
Possa questo documento, di una importanza veramente straordinaria per la pratica del sistema preventivo, far capire sempre meglio quanto grande, per non dire senza limiti, debba essere la carità che l’educatore salesiano deve dimostrare verso l’educando: di modo che questi giunga a persuadersi dalle parole e soprattutto dai fatti, di essere veramente amato dal suo educatore.
c) LE MANIFESTSAZIONI DELLA CARITA’
A questo punto forse qualcuno amerebbe che si dicesse qualcosa delle forme e dei modi con cui
si manifestava la carità di Don Bosco. Il tema è * attraente, ma, poiché potrebbe anche risultare eccessivamente lungo, ci limitiamo a metterne in rilievo solo qualche aspetto tra i più importanti.

1 ) La dolcezza.
Una delle forme della sua carità era la dolcezza. Fin da quando era chierico a Chieri aveva svelato questo suo proposito. Nel Seminario eravi un condiscepolo chiamato pure Giovanni Bosco. Un giorno, faceziando, si chiedevano qual soprannome dovessero imporsi per distinguersi. Si avverta che bosco in piemontese vuol dire legno. Orbene quel tale disse: — Io sono Bosco di Nespolo (in piemontese pucciu). — Con ciò intendeva dire che voleva essere piuttosto duro, poco pieghevole, come è appunto il legno di detto albero. Invece il futuro nostro Fondatore e Padre rispose:
— Ed io intendo chiamarmi Bosco di Sales. —
In piemontese sales vuol dire salice, dal legno dolce e flessibile. Il Santo diede così a divedere che già fin d’allora voleva imitare la dolcezza di colui, che avrebbe poi scelto a Patrono della sua Congregazione (164).
Quando il 6 giugno del 1841 celebrò la sua Prima Messa, fra gli altri propositi, prese questo: « La carità e la dolcezza di San Francesco di Sales mi guidino in ogni cosa » (165). Di questo ammirabile apostolo conosceva minutamente vita e opere, e spesso ne ricordava le massime nei suoi discorsi e nelle sue conversazioni coi giovani. Procurava di rappresentare loro soprattutto la dolcezza del cuore di lui, che tanti eretici aveva ricondotto al seno della Chiesa (166).
Tale virtù egli raccomandava già dal 1861 ai suoi Salesiani riuniti in conferenza. Diceva loro: « Riguardo ai giovani dobbiamo aver carità usando sempre dolcezza; che non si dica mai di nessuno di noi: — Il tale è rigoroso e severo! — No! Questo non sia mai il concetto che i giovani possano formarsi di qualcuno di noi. Se abbiamo da rimproverare qualcuno, prendiamolo in disparte, facciamogli vedere alle buone il suo male, il suo disonore, il suo danno, l’offesa di Dio; perchè facendo noi altrimenti, egli abbasserà il capo alle nostre dure parole, tremerà, ma cercherà sempre di sfuggire; sarà poco il profitto ottenuto con ammonimenti di simil fatta... » (167).
Raccomandava la dolcezza in modo particolare ai primi suoi Missionari. « Con la dolcezza di San Francesco di Sales — assicurava — i Salesiani tireranno a Gesù Cristo le popolazioni dell’America. Sarà cosa difficilissima moralizzare i selvaggi, ma i loro figli obbediranno con tutta facilità alle parole dei Missionari... e la civiltà prenderà il posto della barbarie, e così molti selvaggi verranno a far parte dell’ovile di Cristo » (168).
Don Bosco fu anche assai devoto di San Vincenzo de’ Paoli, del quale scrisse la vita. Avendo egli sortito da natura, al pari di San Vincenzo, un’indole biliosa, spiriti vivaci e inclinati alla collera, lo imitava nella dolcezza per cattivarsi i cuori degli uomini, e da lui, come riflesso, ritraeva la soave affabilità di San Francesco di Sales (169).
Di San Vincenzo Don Bosco riportò nella biografia questi pensieri riguardanti la dolcezza: « La dolcezza ha tre pricipali atti. Il primo di questi atti reprime i movimenti della collera e gli impeti di quel fuoco che turba l’anima, sale al volto, e ne cangia il colore. Un uomo dolce non lascia di sentire la prima emozione, perchè i sentimenti della natura prevengono quelli della grazia. Egli però sta fermo, perchè la passione non trionfi, e se, suo malgrado, comparisce in lui qualche alterazione del suo esteriore, si rimette ben presto, e rientra nel suo stato naturale. Se è costretto a riprendere e a castigare, segue la via del dovere, e non mai quella dell’impeto; in ciò imita il figlio di Dio che chiamò Pietro Satana, rimproverò i Giudei di essere ipocriti, rovesciò le tavole dei negozianti del Tempio, ma tutto ciò fece con perfetta tranquillità, mentre´ un uomo senza dolcezza in simili circostanze avrebbe fatto per collera.
« Il secondo atto della dolcezza consiste in una grande affabilità e in quella serenità di volto che rassicura chiunque si avvicina. Certe persone con aria ridente e amabile contentano tutti, ed al primo istante sembrano offrirvi il loro cuore e chiedere il vostro; altre all’opposto si presentano con aspetto riservato, e il loro viso arido e accigliato spaventa e sconcerta. Un sacerdote, un missionario, e altrettanto dicasi di un educatore, che non ha maniere insinuanti, le quali cattivino i cuori, non farà mai frutti, e sarà come una terra poco feconda che li dà scarsi e rattrappiti.
« Finalmente il terzo atto della dolcezza consiste nello sbandire dal proprio spirito le riflessioni che seguono purtroppo le pene che ci vengono cagionate e i cattivi servigi che ci furono resi. Bisogna allora assuefarsi a distogliere il proprio pensiero dall’offesa, a scusare quegli da cui proviene, a dire a se stesso che egli ha operato con precipitazione e che un primo movimento l’ha trasportato; soprattutto non bisogna aprire bocca per rispondere a coloro che altro non cercano se non di inasprirci. Devonsi egualmente trattare con dolcezza coloro che hanno meno riguardo con noi e se giungessero ad oltraggiarci sino a darci uno schiaffo, bisogna offrire anche questo a Dio, e soffrire per amore suo questo ingiurioso trattamento. Devonsi ancora trattenere gli impeti di collera, e preferire ad ogni altro linguaggio quello della dolcezza, perchè una parola di dolcezza può convertire un ostinato, quando, all’opposto, una parola aspra è capace di desolare un’anima » (170).
Che Don Bosco possedesse questa virtù in sommo grado non v’è alcun dubbio: lo confermano non poche testimonianze. Un giovane, che era vissuto per qualche anno all’Oratorio col Santo, lasciò scritto di lui : « La sua dolcezza era abituale. Essa formava il fondo del suo sistema perchè egli era fermamente persuaso esser necessario, per educare i giovani, aprire i loro cuori, potervi penetrare come in casa propria per estirparne i germogli del vizio e coltivarvi i fiori delle nascenti virtù » (171).
Attestò un ex-allievo sacerdote: « Don Bosco educava i giovani e li portava al bene colla persuasione. Procedeva sempre con dolcezza; dando ordini, quasi ci pregava, e noi ci saremmo assoggettati a qualunque sacrifìcio per contentarlo » (172).
Nè si pensi che la dolcezza di Don Bosco consistesse nel cedere e nel concedere sempre tutto. Però « alla fermezza — asserì un antico Salesiano — univa sempre la dolcezza dei modi» (173).
Appunto questa carità multiforme, praticata sempre e con tutti da Don Bosco, mosse il Card. Lucido Parocchi, Vicario di Roma, a pronunciare P8 maggio 1884 queste memorande parole: « Che cosa dunque di speciale vi sarà nella Congregazione salesiana? Quale sarà il suo carattere, la sua fisionomia? Se ne ho ben compreso, se ne ho ben afferrato il concetto, se l’affetto non mi fa velo alPintelligenza, il suo scopo, il suo carattere speciale, la sua fisionomia, la sua nota essenziale, è la carità esercitata secondo le esigenze del nostro secolo: Nos credidimus caritati; Deus caritas est, (Noi abbiamo creduto alla carità; Dio è carità) (174), e si rivela per mezzo della carità. Il secolo presente soltanto con le opere di carità può essere adescato, e tratto al bene » (175).
Possiamo pertanto affermare che effettivamente per Don Bosco la carità è l’essenza del sistema preventivo. Egli non aveva dimenticato le parole udite dalla nobilissima Signora dei fatidici sogni: « Se vuoi guadagnarti questi monelli, non devi affrontarli colle percosse, ma prenderli con la dolcezza e con la persuasione » (176).
Concluderemo con un episodio personale che viene a confermare quanto abbiamo fin qui detto. Nel 1906 mi trovavo in Portogallo, ove ebbi la sorte di incontrare un eminente Padre della Compagnia di Gesù, il quale era stato Rettore di uno dei loro principali Istituti in quella nobile Nazione. Detto Padre raccontava, che, avendo egli dovuto recarsi in Italia, aveva ottenuto dal suo Superiore di potersi fermare a Torino per fare la conoscenza di Don Bosco e chiedergli qualche consiglio. Giunto infatti alla sua presenza, espose al santo educatore i suoi quesiti circa il modo di educare gli alunni del suo Istituto. Don Bosco lo ascoltò con grande attenzione, senza interromperlo mai. Al termine del suo dire il Padre Gesuita sintetizzò in una sola domanda ciò che desiderava sapere: — In che modo riuscirò a educar bene i giovani del mio Collegio? — E tacque. Don Bosco, al Padre, che si aspettava forse un lungo discorso, rispose quest’unica parola:
— Amandoli!
« Capii subito — mi diceva il buon Religioso — che, con quella sola parola, Don Bosco mi aveva dato la più sapiente e la più efficace risposta ■».
Risposta che può ripetersi a tutti coloro che chiedono come riuscire nell’ardua missione di educare i giovani: — Amandoli!

2) La confidenza.
Nella lettera del 1884 da Roma, citata in parte più sopra, è chiaramente delineata la necessità di avvicinare i giovani per guadagnarsene la confidenza. Data la somma importanza di questo fattore di pedagogia squisitamente salesiana, crediamo opportuno aggiungere ancora qualche considerazione sopra un argomento, che acquista sempre maggior risalto alla luce degli insegnamenti e degli esempi del nostro Padre.
I. Sua utilità.
Nel pensiero del Santo, la confidenza dev’essere anzitutto un potente mezzo di formazione morale. « È impossibile — diceva — poter bene educare i giovani se questi non hanno confidenza nei Superiori »´ (177).
A un giovane che gli domandava in qual modo avrebbe potuto progredire per la via della perfezione, suggeriva tra gli altri mezzi, una S e una T; il che voleva dire: Parla Sovente delle cose dell’anima e palesa sempre Tutto; e cioè, confidenza illimitata nel Superiore » (178).
Egli era inoltre persuaso che la confidenza nel Superiore è un efficace rimedio alle passioni e una preservazione da tanti mali morali, e che ogni atto di confidenza vale una gran vittoria sopra il demonio. A un ottimo giovane che gli aveva confidato di essere stato preso da un’affezione troppo viva per un compagno, e che, nonostante il molto disturbo che ne aveva provato, non aveva osato manifestargliela, Don Bosco disse: « Me nera accorto, sai, e viveva in angustia per te; ma, ora che ti sei aperto, io non temo più » (179).
Nella confidenza trovava un mezzo efficacissimo per illuminare e orientare i giovani nella scelta dello stato. Perciò il 5 febbraio 1868 faceva queste raccomandazioni ai Direttori e ai Confratelli dell’Oratorio:
« Ed ora pensiamo ad accrescere il nostro personale: ma per averlo bisogna che tutti ci facciamo un dovere di guadagnare qualche nuovo confratello. Ciò dipende principalmente dai Direttori delle Case. Bisogna che essi procurino di guadagnarsi e mantenersi la confidenza di quei giovanetti che vedono chiaramente poter essi fare in avvenire un gran bene. È questo, l’unico mezzo per trarli nella Pia Società. Io ve lo dico per esperienza, posso assicurarvi che, se vi è un giovane che facendo i suoi studi abbia sempre avuto una confidenza illimitata col suo Superiore e Direttore, facilmente si riuscirà a guadagnarlo. Vedendo nel suo Direttore, non il superiore, ma il padre, verserà il suo cuore nel cuore di lui e farà quanto questi gli consiglia di fare. Così porrà affezione alla Casa; senza conoscere ancora la Società ne praticherà le regole, e, conosciutala appena, l’abbraccerà per non lasciarla mai, tolto il caso che perdesse quella confidenza. Al contrario vi sono giovani che vengono qui, fanno tutti i loro studi, non si ha niente da dire sulla loro condotta, saranno buoni, meriteranno buoni voti; ma, se non hanno questa confidenza, non si potranno avere che due decimi di speranza che essi siano per entrare o per restare con noi. Da ciò si prenda norma per giudicare la necessità di ispirare affetto per conoscere le propensioni degli allievi e degli altri dipendenti » (180).
Egli sapeva stimolare in mille modi la confidenza. Non di rado la raccomandava in pubblico ai giovani, mostrando quanta fosse la stima che ne aveva ed il piacere che provava della loro apertura di cuore. Il 2 dicembre 1859, dando per fioretto: « Procurerò di avere grande confidenza coi Superiori », soggiungeva: « Noi non vogliamo essere temuti: desideriamo di essere amati e che abbiate in noi tutta la confidenza. Che cosa vi è di più bello, in una casa, di questo: che cioè i Superiori godano la confidenza degli inferiori? È l’unico mezzo per far sì che l’Oratorio divenga un paradiso terrestre e che in Casa non vi sia nessun malcontento » (181). Nel 1875, in occasione della festa del suo onomastico, esprimeva questo desiderio: «Non vi chieggo altro se non che mi lasciate padrone del vostro cuore, affinchè possiamo ornarlo di tante virtù e presentarlo così a San Giovanni perchè lo offra a Dio» (182).
A volte egli stesso rassicurava certi giovani, che, pur amandolo sinceramente, tuttavia mostravano una certa paura e una certa esitazione a trattare con lui. L’anno 1866 aveva assunto come segretario il giovane Ch. Berto Gioachino, il quale, nei primordi del suo ufficio, si mostrava alquanto timido ed affannato per timore di non corrispondere alla fiducia del Superiore. Don Bosco un giorno, mentre quegli lo accompagnava dalla camera al teatro, lo tranquillizzò dicendo: «Guarda, tu hai troppo timore di Don Bosco; credi che io sia rigoroso e tauto esigente, e perciò sembra che abbia timore di me. Non osi parlarmi liberamente. Sei sempre in ansietà di non potermi accontentare. Deponi pure ogni timore. Tu sai che Don Bosco ti vuol bene: perciò, se ne fai delle piccole non vi bada, e se ne fai delle grosse te le perdona» (183). È ammirabile questa comprensione del buon Padre, con la quale attirava irresistibilmente a sé i cuori. Ma più ammirabile ancora è l’abilità non comune con la quale sapeva avvicinare i giovani per averne quella confidenza che, per lui, era la cosa più cara al mondo (184)

II. Come avvicinare i giovani: esempi di Don Bosco.
Sul modo di avvicinare i giovani vi sono degli episodi nella vita di Don Bosco veramente notevoli, che in questa trattazione non possono essere trascurati, data la loro ricchezza di contenuto pedagogico: ci limiteremo a ricordare alcuni tra i più caratteristici.

A — All’inizio della sua missione.
E ci viene anzitutto sott’occhio il classico racconto dell’incontro di Don Bosco con Bartolomeo Garelli, nel quale il buon Padre mostra di avere avuto, fin dall’inizio della sua missione, quello straordinario senso pedagogico che ora tutti gli riconoscono.
Era la mattina dell’8 dicembre del 1841, festa solenne della Immacolata Concezione. Don Bosco all’ora stabilita, nella sacrestia di San Francesco d’Assisi stava in procinto di vestirsi dei sacri paramenti per celebrare la Santa Messa. Attendeva che qualcuno venisse a servirgliela. In mezzo alla sacrestia, volgendosi da una parte e dall’altra, stava un giovane sui 14-15 anni, le cui vestimenta non troppo pulite e la sguaiata andatura davano a conoscere che non apparteneva a famiglia signorile nè agiata. In piedi, col cappello in mano, guardava gli arredi sacri con il volto attonito, come uno che rare volte avesse di tali cose vedute. Quand’ecco il sacrestano, uomo di cattivo garbo e montanaro, se ne andò a lui e bruscamente gli disse:
— Che fai tu qui? Non vedi che sei d’impaccio alla gente? Presto, muoviti, va a servir Messa a quel prete.
Il giovanetto, a udir tali parole, restò come sbalordito, e, tremebondo per paura all’austero cipiglio del sacrestano, balbettando frasi sconnesse, rispose:
— Non so, non sono capace.
— Vieni — replicò l’altro, — voglio che tu serva la Messa.
— Non so, — rispose il giovanetto ancor più mortificato, — non l’ho mai servita.
— Come, come! — gridò il sacrestano, — non sai? — E scaraventandogli un calcio proseguiva:
— Bestione che sei; se non sai servir Messa, perchè vieni in sacrestia? Vattene subito! — E, non essendosi mosso il giovane per lo sbalordimento, egli, in men che non si dica, dà di piglio allo spolverino, e giù colpi sulle spalle del poveretto, mentre questi cercava di fuggire.
— Che fate? — gridò Don Bosco commosso e ad alta voce al sacrestano; — perchè battete quel giovanetto in cotal guisa? Che cosa vi ha fatto?
Ma il sacrestano, tutto infuriato, non gli dava ascolto. Il giovane intanto, vedendosi a mal partito e non conoscendo l’uscio che metteva in chiesa, crasi cacciato nella porta che metteva nel piccolo coro, inseguito dall’altro. Qui, non trovando nessuna uscita, ritornò in sacrestia, e finalmente, trovato scampo, se la dava a gambe in piazza.
Don Bosco chiamò per la seconda volta il sacrestano e con viso alquanto severo gli chiese: — Per qual motivo avete battuto quel giovane? Che cosa ha egli fatto di male da trattarlo in tal guisa?
— Perchè viene egli in sacrestia, se non sa servir Messa?
— Comunque sia, voi avete fatto male.
— A lei che importa?
— Mi importa assai: è un mio caro amico.
— Come, — esclamò il sacrestano meravigliato: — è un suo amico quel bel soggetto?
— Certamente, tutti i perseguitati sono i miei più cari amici. Voi avete battuto uno che è conosciuto dai Superiori. Andate a chiamarlo all’istante, perchè ho bisogno di parlargli, e non ritornate finche l’abbiate trovato, altrimenti dirò al Rettore della Chiesa la vostra maniera di trattare i ragazzi.
A quella intimazione si calmò l’ira spropositata del sacrestano, il quale, deposto lo spolverino e chiamando a gran voce, corse dietro al giovanetto: lo cercò, trovollo in una via attigua, e, assicuratolo di migliore trattamento, lo condusse vicino a Don Bosco. Il poverino si approssimò tutto tremante e in lacrime per le busse ricevute.
— Hai già udita la Messa? — gli domandò il sacerdote con tutta amorevolezza.
— No, — rispose.
— Vieni adunque ad ascoltarla; dopa avrò da parlarti di un affare che ti farà piacere.
Desiderio di Don Bosco era solo di mitigare, l’afflizione di quel tapinello e non lasciarlo con sinistre impressioni contro gli addetti alla sacrestia. Ma ben più alti erano i disegni di Dio, che voleva in quel giorno porre la base di un grande edificio. Quel dialogo era stato interrotto dal sacrestano, il quale veniva accompagnato da un’altro giovane, da lui cercato per servire la Messa.
Celebrata la santa Messa e fattone il dovuto ringraziamento, Don Bosco fece a sè venire e condusse il suo candidato in un coretto della Chiesa, ove sedette con faccia allegra, e, assicurandolo che non avesse più a temere di percosse, prese ad interrogarlo così:
— Mio buon amico, come ti chiami?
— Mi chiamo Bartolomeo Garelli !
— Di qual paese sei?
— Sono di Asti.
— Che mestiere fai?
— Il muratore.
— Vive ancora tuo padre?
— No, mio padre è morto.
— E tua madre?
— Mia madre è anche morta.
— Quanti anni hai?
— Ne ho sedici.
— Sai tu leggere e scrivere?
— Non so niente.
— Sai cantare?
Il giovanetto, asciugandosi gli occhi, fissò Don Bosco in viso meravigliato e rispose:
— No.
— Sai zufolare?
Il giovanetto si mise a ridere; ed era ciò che Don Bosco voleva, perchè indizio di guadagnata confidenza. Poi il Santo continuò:
— Dimmi, sei stato promosso alla prima Comunione?
— Non ancora.
— Ti sei già confessato?
— Sì, ma quando ero piccolo.
— E le tue orazioni mattina e sera le dici sempre?
— No, quasi mai; le ho dimenticate.
— Ed hai nessuno che si curi di fartele recitare?
— No.
— Dimmi, vai sempre alla Messa, tutte le domeniche?
— Quasi sempre, — rispose il giovane dopo un po’ di pausa facendo una smorfia.
— Vai al catechismo?
— Non oso.
— Perchè?
— Perchè i miei compagni più piccoli di me sanno la dottrina, ed io così grande non ne so una parola: per questo mi vergogno di mettermi tra loro in quelle classi.
— Se ti facessi io stesso un catechismo a parte, verresti ad ascoltarmi?
— Ci verrei di buon grado.
— Verresti volentieri anche in questa cameretta?
— Sì, sì, purché non mi diano delle bastonate.
— Sta’ tranquillo che niuno ti maltratterà qui, come ti ho assicurato. Anzi d ora in avanti tu sarai mio amico e avrai da fare con me e con nessun altro. Quando vuoi dunque che cominciamo il nostro catechismo?
— Quando a lei piace.
— Stasera forse?
— Sì.
— Vuoi anche adesso?
— Sì, anche adesso, e con molto piacere.
Don Bosco allora si pose in ginocchio, e, prima di cominciare il catechismo, recitò un’ Ave Maria, perchè la Madonna gli desse la grazia di salvare quell’anima. Quell’Ave fervorosa con sì retta intenzione fu feconda di grandi cose! Don Bosco poi si alzò e fece il segno di Santa Croce per cominciare; ma il suo allievo noi faceva perchè ne ignorava il modo e le parole: e perciò in quella prima lezione il maestro si intrattenne nell’insegnargli la maniera di fare il segno della croce e nel fargli conoscere Iddio Creatore e il fine per cui ci ha Egli creati e redenti. Dopo circa una mezz’ora lo licenziò con grande benevolenza; e, assicurandolo che gli avrebbe insegnato a servire la santa Messa, gli regalò una medaglia di Maria Santissima, facendosi promettere di ritornare la domenica seguente. Quindi soggiunse: — Senti, io desidererei che tu non venissi solo, ma conducessi qua altri tuoi compagni. Io avrò qualche regalo da fare di nuovo a te e a quanti verranno teco. Sei contento?
— Oh! molto, molto! — rispose con una grande espansione quel buon giovane; e, baciandogli la mano due o tre volte, se ne andò.
La domenica seguente pertanto nella chiesa di San Francesco d’Assisi si vide un caro spettacolo. Sei garzoncelli male in arnese condotti da Bartolomeo Garelli stavano attentissimi alle parole di Don Bosco che loro insegnava la strada del Paradiso (185).
Non ci fermeremo ad analizzare tutta la molteplicità degli aspetti pedagogici di questo memorabile incontro. Ci basti sottolineare il fatto che Don Bosco, chiamato a sè il ragazzo fuggitivo, cerca subito di rassicurarlo e di calmarlo, accogliendolo come un amico, e, celebrata la santa Messa, s´interessa delle sue cose, della sua vita, dei suoi parenti, e non è soddisfatto finché non lo vede ridere: « indizio di guadagnata confidenza ». Era ciò che a Don Bosco stava a cuore per poter entrare, poi, a parlare delle cose dello spirito.
Da quel punto l’anima di quel giovane fu sua, diventando anche la pietra angolare sopra la quale Don Bosco fondò l’opera degli Oratori Festivi.
B — Don Bosco in Trastevere.
Un altro episodio che ci mostra il fascino di Don Bosco è il seguente.
Il 25 marzo 1858 egli era a Roma, e, una mattina, si trovava col Marchese Patrizi ed altri ih visita alla città. Di ritorno dopo la celebrazione della santa Messa alla Madonna della Quercia, passato il Tevere, osservò in una piccola piazza una trentina di ragazzi che si divertivano.
Senz’altro si portò in mezzo a loro, ed essi, sospesi i vari giochi, lo guardavano meravigliati. Don Bosco allora alzò la mano, tenendo fra le dita una medaglia. Poi esclamò amorevolmente:
— Siete troppi e mi rincresce di non aver tante medaglie per regalarne una a ciascuno di voi.
Quei ragazzi, preso animo, gridarono a pieno coro sporgendo le mani:
— Non importa, non importa... a me, a me!
Don Bosco soggiunse:
— Ebbene, non avendone per tutti, questa medaglia voglio regalarla al più buono. Chi è di voi il più buono?
— Sono io, sono io! — risposero con grida assordanti.
Il Marchese e i suoi amici ad una certa distanza sorridevano commossi e stupiti nel veder Don Bosco trattare così familiarmente con quei
ragazzi, che per la prima volta aveva incontrati; ed esclamavano: — Ecco un altro San Filippo Neri, amico della gioventù.
Don Bosco infatti, come se fosse stato un amico già conosciuto da quei fanciulli, continuò ad interrogarli, se avessero già ascoltato la santa Messa, in quale chiesa solessero andare, se conoscevano gli Oratori che erano in quelle parti, se avessero già parlato con l’Abate Biondi. I fanciulli rispondevano.
Il dialogo era animato, e finalmente Don Bosco, dopo averli esortati ad essere sempre buoni cristiani, prometteva che´ sarebbe passato altra volta per quella piazza e avrebbe recato una medaglia ovvero un’immagine per ciascuno d’essi. Poi, salutato affettuosamente, usciva di mezzo a quella turba, e, ritornando a quei signori che lo aspettavano, loro mostrava quell’unica medaglia che teneva ancora in mano. Nulla aveva dato a quei fanciulli, eppure li aveva lasciati contenti (186).
C — Don Bosco in Piazza del Popolo.
Altra volta, e precisamente nella prima decade di aprile dello stesso anno, Don Bosco, che era ancora a Roma, ospite quel giorno del Card. Tosti, dopo il pranzo, fu gentilmente pregato dal Porporato di salire con lui in carrozza per la passeggiata. E si incominciò a parlare del sistema più adatto all’educazione dei giovani. Don Bosco gli diceva: — Veda, Eminentissimo, è impossibile poter bene educare i giovani, se quésti non hanno confidenza coi Superiori.
— Ma come, — replicava il Cardinale, — si può guadagnare questa confidenza?
— Col cercare che essi si avvicinino a noi, togliendo ogni causa che da noi li allontani.
— E come si può fare per avvicinarli a noi?
— Avvicinandoci noi ad essi, cercando di adattarci ai loro gusti, facendoci simili a loro. Vuole che facciamo una prova? Mi dica in qual punto di Roma si può trovare un bel numero di ragazzi.
— In Piazza Termini, in Piazza del Popolo.
— Ebbene: andiamo dunque in Piazza del Popolo. — E così si andò.
Don Bosco scese di carrozza e il Cardinale rimase ad osservarlo.
Don Bosco, visto un crocchio di giovanetti che giocavano, si avvicinò, ma i birichini fuggirono. Allora li chiamò colle buone maniere e i giovani dopo qualche esitanza tornarono.
Don Bosco li regalò di qualche cosuccia, domandò notizie delle loro famiglie, chiese a qual gioco si divertissero, li invitò a ripigliarlo, si fermò a presiedere al loro trastullo, ed egli stesso vi prese parte. Allora altri giovani che stavano guardando in lontananza corsero numerosissimi dai quattro angoli della piazza intorno al prete, che tutti accoglieva amorevolmente ed aveva per tutti una buona parola ed un regaluccio; loro chiedeva se fossero buoni, se dicessero le orazioni, se andassero a confessarsi. Quando volle allontanarsi, lo seguirono per un buon tratto, e solo lo lasciarono allorché risalì in carrozza. Il Cardinale era meravigliato.
— Ha visto? — gli chiese Don Bosco.
— Avete ragione! (187).

D — Don Bosco e Michele Magone.
« Una sera di autunno — racconta lo stesso Don Bosco, — io ritornava da Sommariva del Bosco, e, giunto a Carmagnola, dovetti attendere oltre un’ora il convoglio della ferrovia per Torino. Già suonavano le ore sette, il tempo era nuvoloso, una densa nebbia risolvevasi in minuta pioggia. Queste cose contribuivano a rendere le tenebre più dense, sì che a distanza di un passo, non sarebbesi conosciuto uomo vivente. Il fosco lume della stazione lanciava un pallido chiarore che a poca distanza dallo scalo perdevasi nell’oscurità. Soltanto una turba di giovanetti con trastulli e schiamazzi attraevano l’attenzione, o meglio, assordavano le orecchie degli spettatori. Le voci di «aspetta», «prendilo», «corri», «cògli questo », « arresta quest’altro », servivano ad occupare il pensiero dei viaggiatori. Ma, tra quelle grida, rendevasi notabile una voce che, distinta, alzavasi a dominare tutte le altre; era come la voce di un capitano, che ripetevasi dai compagni ed era da tutti eseguita quale rigoroso comando. Tosto nacque in me vivo desiderio di conoscere colui che con tanto ardire e con tanta prontezza sapeva regolare il trastullo in mezzo a sì svariato schiamazzo. Colgo il destro che tutti sono radunati intorno a colui che la faceva da guida; di poi con due salti mi lancio tra loro. Tutti fuggono come spaventati: uno solo si arresta, si fa avanti e, appoggiando le mani sui fianchi con aria imperatoria, comincia a parlare così:
— Chi siete voi, che qui venite tra i nostri giochi?
— Io sono un tuo amico.
— Che cosa volete da noi?
— Voglio, se ne siete contenti, divertirmi e trastullarmi con te e con i tuoi compagni.
— Ma chi siete voi? Io non vi conosco.
— Te lo ripeto, io sono un tuo amico:’ desidero di fare un po’ di ricreazione con te e con i tuoi compagni. Ma tu chi sei?
— Io? Chi sono? Io sono, — soggiunse con grave e sonora voce, — Magone Michele, generale della ricreazione.
Mentre facevansi questi discorsi, gli altri ragazzi, che un panico timore aveva dispersi, uno dopo l’altro ci si avvicinarono e si raccolsero intorno a noi. Dopo aver vagamente indirizzato il discorso ora agli uni ora agli altri, volsi di nuovo la parola a Magone e continuai così:
— Mio caro Magone, quanti anni hai?
— Ho tredici anni.
— Vai già a confessarti?
— Oh! Sì! — rispose ridendo.
— Sei già promosso alla Santa Comunione?
— Sì che sono già promosso e ci sono già andato.
— Hai tu imparata qualche professione?
— Ho imparata la professione del far niente.
— Finora che cosa hai fatto?
— Sono andato a scuola.
— Che scuola hai fatto?
— Ho fatto la terza elementare.
— Hai ancora tuo padre?
— No, mio padre è già morto.
— Hai ancora la madre?
— Sì, mia madre è ancor viva, e lavora a servizio altrui, e fa quanto può per dare del pane a me ed ai miei fratelli, che la facciamo continuamente disperare.
— Che vuoi fare per l’avvenire?
— Bisogna che io faccia qualche cosa, ma non so quale.
Questa franchezza di espressioni, unita a una loquela ordinata ed assennata, fecemi ravvisare un gran pericolo per quel giovane, qualora fosse lasciato in quella guisa derelitto. D’altra parte sembravami che, se quel brio e quell’indole intraprendente fossero stati coltivati, egli avrebbe fatto una buona riuscita; laonde ripigliai il discorso:
— Mio caro Magone, hai tu volontà di abbandonare questa vita di monello e metterti ad apprendere qualche arte o mestiere, oppure continuare gli studi?
— Ma sì, che ho volontà, — rispose commosso; — questa vita da dannato non mi piace più; alcuni miei compagni sono già in prigione; io temo altrettanto per me; ma che cosa debbo fare? Mio padre è morto, mia madre è povera; chi mi aiuterà?
— Questa sera fa’ una preghiera fervorosa al Padre nostro che è nei cieli; prega di cuore, spera in Lui. Egli provvederà per me, per te e per tutti.
In quel momento la campanella della stazione dava gli ultimi tocchi ed io doveva partire senza dilazione.
— Prendi, — gli dissi, — prendi questa medaglia; domani va’ da Don Ariccio tuo Yiceparroco; digli che il prete, il quale te l’ha donata, desidera delle informazioni sulla tua condotta.
Prese egli con rispetto la medaglia: — Ma qual è il vostro nome, di qual paese siete? Don Ariccio vi conosce? — Queste ed altre cose andava domandando il buon Magone; ma non ho più potuto rispondere, perchè essendo giunto il convoglio della ferrovia, dovetti montare in vagone alla volta eli Torino» (188).
E dal quel punto anche l’anima di Magone fu sua, perchè di lì a qualche settimana, anch’egli venne all’Oratorio, a far parte di quella eletta schiera di pii giovanetti che sono la più splendida dimostrazione della bontà e della efficacia del sistema educativo di Don Bosco.

E — «Vada alla pompa»!
Non possiamo trattenerci dal riportare qui una pagina autobiografica del compianto Don Giuseppe Vespignani. La togliamo dall’aureo suo libretto: Un anno alla scuola del Beato Don Bosco.
Egli, adunque, giunto pieno di entusiasmo all’Oratorio, essendo già sacerdote, fu messo a fare scuola di catechismo; ma dovette esserne esonerato, in seguito alle prime esperienze dell’insegnamento, piuttosto disastrose dal lato disciplinare. Ne rimase talmente scoraggiato, da credersi inadatto a tale scuola.
Narra egli stesso: « Il mio sconforto, coin è facile immaginare, non cessava. Ricorsi dunque a Don Bosco, esponendogli le mie disfatte e manifestandogli il dubbio sulla mia inettitudine a compiere gli uffizi principali del Salesiano, come il catechizzare i ragazzi e fare scuola. Don Bosco, sorridendo, mi chiese come mai io fossi così pauroso da spaventarmi d’un centinaio di ragazzi ben disposti e desiderosi di ascoltarmi e d’imparare; tutta la difficoltà stare nel non conoscersi reciprocamente.
— E come farò io a conoscerli e a farmi conoscere?
— Oh, bella, mettendosi con loro, trattandoli familiarmente, portandosi come uno di essi.
— Ma dove, ma quando, mettermi con loro? Io non sono fatto per giocare, correre, ridere in loro compagnia; i miei malanni, la debolezza del petto me l’impediscono.
— Ebbene, vada alla pompa. Là all’ora di colazione troverà tanti giovani riuniti per bere, che discorrono degli studi, della scuola, dei giuochi, di tutto. S’intrometta anche lei, si faccia amico di tutti, e poi andrà alla rivincita e ci riuscirà.
« Il suggerimento mi ridonò la vita, ancorché non ne comprendessi lì per lì tutta l’importanza. Risolvetti di fare proprio come Don Bosco mi aveva consigliato. E, venuta l’ora di colazione, mi appostai vicino alla pompa dell’antico pozzo presso la Casa Pinardi, pompa che tutt ora esiste. In quei tempi la colazione consisteva nella famosa « pagnotta », distribuita ai giovani nell’uscire dalla chiesa. Essi, ricevutala, correvano presso la pompa dell’acqua a divorarla; indi si spargevano, chi prima chi poi, per il cortile, dandosi ai loro giuochi. Là vicino a quel convegno era il punto strategico indicatomi da Don Bosco.
« Eccomi dunque al mio posto d’osservazione. Passeggio lento lento sotto il porticato senza perdere di vista la pompa e i suoi avventori, che vi volavano a stormi con la loro pagnotta in mano. Mentre gli uni bevevano, altri conversavano di lezioni, di compiti, dei voti di condotta, delle materie scolastiche. Io mi accosto, attacco discorso, fo domande su cose scolastiche del giorno, chieggo chi riesce meglio nella tale e tal altra materia, mi spingo financo a interrogare sul conto che si fa del catechismo, e vedo stringermi attorno a poco a poco uno sciame di quei birichinetti che tanta molestia mi cagionavano in classe, e tutti mi rispondono a tono. Presa confidenza, chieggo il perchè di quel chiasso durante la lezione di catechismo.
« Le spiegazioni furono parecchie, dalle quali però ‘capii che non ci conoscevamo e quindi non ci potevamo intendere. Ritornato alcune mattine di seguito al medesimo convegno, me li vedevo attorno con certa libertà, che ne attestava le ottime disposizioni » (189).
III. Mezzi per guadagnare la confidenza.
A — Le udienze particolari.
L’amabilità dei modi paterni di Don Bosco, la serenità del suo volto, il suo sorriso abituale, predisponevano i cuori ispirando rispetto e confidenza.
Al comparirgli dinanzi nella sua stanza un giovane di fresco accettato, la prima parola che dicevagli era sempre dell’anima e dell’eterna salvezza. Per rallegrarlo e diminuirgli la pena del distacco dalla famiglia, incominciava:
— Quanto sono contento di vederti! Ti aspettavo. Sei venuto volentieri, non è vero?
Poi passava a domandagli il nome e notizie sulla sanità, sui genitori, sui parenti, sul parroco, e via discorrendo.
Così, fattosi largo con quelle e simili interrogazioni, passava subito al più importante e, preso un aspetto un po’ sostenuto tra il serio e il
sorridente, tutto proprio di lui: Là, là, — diceva abbassando un po´ la voce in atto di confidenza, — parliamo di ciò che importa di più. Voglio che siamo amici, sai? Vuoi esserlo, mio amico? Io Voglio aiutarti a salvare l’anima tua. Come stiamo di anima? Eri buono a casa? Ma qui ti farai più buono, non è vero? Voglio che andiamo in Paradiso assieme. Mi capisci che cosa voglio da te? Mi verrai a trovare? Vedi: ci parleremo con tutta confidenza; ti dirò delle belle cose che ti faranno piacere! Sarai contento.
Il giovanetto sorrideva, annuiva col capo, rispondeva con qualche monosillabo, o abbassava gli occhi ed arrossiva secondo si andavano succedendo le interrogazioni, che però non erano insistenti, nè aspettavano risposta. Don Bosco intanto con l’occhio scrutatore tutto penetrava, e ne indovinava il carattere, l’ingegno, il cuore (190).
Per rendersi sempre più padrone del cuore dei suoi giovani, moltiplicava le occasioni di intrattenersi con loro. Di quante confidenze non sono state testimoni le pareti delle sue venerate camerette! Nonostante le molte e gravi occupazioni, era sempre pronto ad accogliere, con cuore di padre, i giovanetti che gli chiedevano udienza. Voleva anzi che lo trattassero con tutta familiarità e non si lagnava mai della indiscrezione con la quale era da essi talvolta importunato. Siccome in lui mai si vedevano nè atti di sorpresa, nè precipitazioni di giudizio, nè moti violenti, ma sibbene calma inalterabile e portamento sempre Uniforme, tutti gli si presentavano volentieri, col cuore alla mano.
Lasciava a ciascuno piena libertà di fare domande, esporre gravami, difese, scuse, e un giorno, avendogli chiesto un suo prete il motivo di tanta pazienza, egli, coprendo la virtù e scherzando, gli rispose: — Sai tu che cosa significhi esser furbo? Saper fare il bonomo! Così faccio io: lascio dire tutto quello che si vuol dire, ascolto l’uno, ascolto l’altro, attendendo bene alle parole; m$ in fine nel decidere tengo conto di tutto e vengo a conoscere perfettamente ogni cosa (191).
Un altro mezzo era quello dei bigliettini che, in certe occasioni speciali, egli richiedeva dai suoi giovani. Vi scrivevano un proposito riguardo ad una virtù speciale da mettere in pratica o ad un particolare difetto da correggere. Non vi era nessun obbligo: piena libertà di scrivere! Don Bosco manteneva il segreto, e, di tanto in tanto, quando v’era il bisogno, ricordava agli interessati i proponimenti fatti. Era una risorsa pedagogica, mediante la quale i ragazzi si esercitavano nella volontà, nella riflessione e nella conoscenza di se stessi (192).
Anche nel fare un invito alla confessione usava singolare destrezza e moderazione, memore della gran massima che la confidenza vuole essere guadagnata e non imposta (193).
Oltre a tutto ciò, pur di rendersi padrone del cuore dei suoi giovanetti, sopportava dalla maggior parte, con pazienza eroica ed ilarità, gli schiamazzi, le importunità, la vivacità di carattere, la varietà delle indoli e gli altri difetti, fisici o intellettuali, o cagionati da una educazione rozza od anche villana (194).

B — Le buone maniere.
Chiunque legga attentamente la vita di Don Bosco rimane particolarmente colpito dalle belle maniere che egli usava coi giovani per conquistarne il cuore. Non basta infatti avvicinare i giovani per averne la confidenza: occorre avvicinarli con le buone maniere: poiché alle volte basta un tratto un po’ sgarbato, una parola troppo severa, un modo di fare un po’ rozzo, per allontanarli definitivamente da noi.
Già, nel primo Regolamento dell’Oratorio Festivo, Don Bosco aveva fissato come concetto fondamentale: « Questo Oratorio è posto sotto la protezione di San Francesco di Sales, perchè coloro che intendono dedicarsi a questo genere di occupazione devono proporsi questo Santo per modello nella carità e nelle buone maniere, che sono le fonti da cui derivano i frutti che si sperano dall’Opera degli Oratori» (195). Il 18 settembre del 1869, a conclusione degli esercizi spirituali di Trofarello, insisteva: «È pur nostro dovere usare modi caritatevoli cogli inferiori ed aiutarli. Non dir mai con aria di autorità: — Fai questo, fai quello! — ma usar sempre modi graziosi, soavi, dolci » (196).
Alle volte diceva a chi era di naturale aspro: « Desidero che tu d’ora in poi guadagni i cuori senza parlare; e se parli, il tuo parlare sia sempre condito colla dolcezza! » (197).
Un giorno egli prese il prefetto dell’Oratorio, Don Rua e con tutta serietà: — Mio caro, dammi retta: mettiti a negoziare olio. — Negoziare olio? — Sì, negoziare olio. — Ma, Don Bosco, un religioso! — Precisamente! O non sei tu il prefetto e come tale incaricato delle riparazioni occorrenti nell’Oratorio? Ora mi pare di avere udito certi usci stridere, ed un po’ d’olio ai cardini accomoderebbe tutto. — Oh, come mai? Non vedo la ragione. — E poi, — riprese Don Bosco con dolce sorriso scandendo le parole, — e poi... i tuoi dipendenti stridono in una maniera... Dunque, ci siamo intesi? Quando tratti con loro, non dimenticare che fai o meglio che devi fare il- mercante di olio. — Don Rua capì, ed ognuno, vedendo quant egli sia stato buono, affabile, dolce, in una parola vero imitatore di Don Bosco, può persuadersi che il Santo non sprecava tempo, dando colla maggiore affabilità lezioni tanto preziose (198).
Egli corroborava le sue parole con l’esempio. Già da studente con le buone maniere sapeva guadagnarsi il cuore dei suoi condiscepoli. « A lui nessuno poteva dare una negativa; non poteva essere più buono di quello che era » (199). Un suo compagno raccontava ai Superiori dell’Oratorio : « Sospiravamo il momento di poterci trattenere con lui. perchè i suoi bei modi esercitavano sopra i nostri animi un fascino irresistibile» (200). Fatto Sacerdote, i modi affabili che egli usava con la gioventù erano affatto opposti al metodo di severità tenutosi fino allora (201). « Il suo metodo di educazione — scrisse un autorevole ecclesiastico — era tutto paterno, attirando i giovani con bei modi, per cui gli erano molto affezionati » (202). Anche nel correggere aveva sempre modi cortesi e tutti suoi propri (203), provando gran dispiacere quando vedeva talora qualcuno dei suoi trattare con troppa durezza i giovani (204).
Coi caratteri più difficili poi era così delicato nelle parole e nel tratto che ben presto costoro restano conquisi. Sul principio di agosto del 1866 giungevano all’Oratorio da Ancona sei orfani, dalla fisionomia insolente, sprezzante e prepotente. Rozzi, focosi e ghiotti, erano insofferenti di disciplina ed armati di coltello. Di lì a qualche giorno uno di loro giunse perfino a ferire il capo calzolaio. All’indomani, dopo pranzo, Don Bosco era sotto i portici, quando gli furono presentati quei figuri, i quali neppure si tolsero il cappello. Con amorevole sorriso il Santo tentò di accarezzarli e chiese loro:
— Avete fatto buon viaggio? Come state?
— Male.
— E perchè state male?
— Perchè in questo luogo ci stiamo malvolentieri. Vogliamo tornare a casa.
— E perchè ci state malvolentieri?
— Perchè qui non c’è da mangiare. Quello che ci danno è roba da... ‘
— Olà, è questa la maniera di rispondere? Quella minestra che voi mangiate è quella che mangiano i vostri compagni, che mangiano volentieri quelli venuti da Ancona prima di voi, che mangiano i vostri Superiori, che mangio anch’io.
— Se lei vuol mangiarne, padronissimo.
— Sapete con chi parlate?
— Che me ne importa?
— Là, là: a questo modo non si può discorrere.
E Don Bosco, sempre sereno in volto, si volse altrove a intrattenersi cogli altri giovani che numerosissimi lo avevano attorniato e che frementi avevano assistiso a quel dialogo. Viceversa, quelli, data F ultima risposta, alzarono villanamente le spalle, guardarono attorno provocanti e si ritirarono in crocchio in un angolo del cortile.
Ma non venne meno la magica influenza di Don Bosco sulla gioventù e il tono di ammansire i caratteri pili difficili a dominarsi. Più di una volta aveva visto, nei primi giorni dell’entrata di qualche giovane nell’Oratorio, scene violente di indisciplinatezza; ma anche sotto la pelle d una belva bestemmiatrice, era riuscito a formare a poco a poco un docile agnello e a destare la retta e sempre grande sensibilità di cuore della gioventù. Egli non contrastava, calmava gli animi colla bontà; scopriva e faceva risplendere la parte buona di ogni individuo, e lo traeva a Dio.
Egli adunque prese separatamente ad uno ad uno quei nuovi venuti, e colle dolci parole ne guadagnò gli animi, perchè quasi tutti avevano buon cuore. Li trovò arrendevoli al suo consiglio di fraternizzare cogli altri alunni della casa, e con occhio maestro, investigati i vari talenti di ciascuno, chi mandò allo studio e chi al laboratorio (205).
« Tutti coloro che conversavano eziandio una volta sola con lui, — scrive il biografo, — restavano innamorati della dolcezza e nobiltà dei suoi modi e della grazia delle sue parole. I cuori dei giovani. sempre aperti e confidenti, davano ai loro volti quell’attrattiva speciale che è, diremmo, trasparenza dell’anima. Ad essi pertanto costava tanta fatica separarsi da Don Bosco, che bisognava che lui stesso li staccasse da sè. La fisionomia di Don Bosco, a detta di Giuseppe Buzzetti, aveva un’espressione simpatica, così bella, amorevole, e direi angelica, che sembrava non fosse cosa di questo mondo; nello sguardo e nel sorriso palesava l’incanto della santità che aveva dentro di sè. Le cento volte si udivano i giovanetti che gli restavano d’intorno ripetere: — Sembra Nostro Signore! — Frase divenuta loro abituale. Egli però sapeva talora mostrarsi anche corrucciato, perchè anche l’ira è strumento di virtù, ma non mai fuor di modo, e solo quando si trattava dell’onore di Dio oltraggiato » (206).
A questa scuola furono plasmati Don Rua, il Cardinal Caglierò, Don Giulio Barberis, Don Francesia, e un eletto stuolo di Salesiani di antico stampo, i quali coi loro esempi, e col fascino
indescrivibile che essi a loro volta esercitavano sulle folte schiere di giovani che li circondavano, mostrarono quali meravigliosi frutti abbia prodotto e quindi quale potente efficacia abbia avuto il sistema preventivo, praticato integralmente giusta gli esempi lasciatici da Don Bosco.
Capitolo II GLI EDUCATORI
A questo punto è bene soffermarci a considerare, nella luce della pedagogia di Don Bosco, coloro che sono destinati a compiere l’opera educativa, secondo il suo spirito.
L’educazione, tenendo conto in essa dei soli fattori umani, è sempre un’opera a due: deve realizzarsi dal binomio inscindibile, educando-educatore.
La presenza dell’educatore, la sua formazione, le caratteristiche della sua personalità, sono elementi sostanziali per qualsiasi sistema educativo. È vero che questo è caratterizzato dai princìpi, dai mezzi e dai fini di cui è costituito; ma, in ultima analisi, tutta l’efficacia, tutta la caratteristica di un sistema educativo, dipende in gran parte dalla personalità dell’educatore, dal suo modo d’agire e di applicare un dato metodo di educare.
Don Bosco ebbe un concetto tutto e veramente suo dell’educazione: egli infatti, mentre ha valutato la persona dei suoi educandi, guidandola, giusta sue speciali direttive, ai risultati che si proponeva di conseguire mediante l’opera sua educativa, ha anche concepito in una maniera tutta propria la personalità dell’educatore.
1. Il Direttore come padre.
a) Vita di famiglia.
Una casa di educazione per ottenere il suo scopo dev’essere convenientemente impostata. L’istituto d’educazione, lo abbiamo detto, deve agevolare e talora anche sostituire l’opera educativa della famiglia. Di qui la necessità per ogni istituto educativo di ispirarsi allo spirito di famiglia. Ora è evidente che, se il collegio dev’essere una famiglia, questa famiglia deve avere il suo capo. Mentre, nella famiglia naturale, il capo indiscusso è il padre, nella famiglia del collegio il capo dev’essere il Direttore. Forse nessuno insistette tanto quanto Don Bosco perchè il capo dell’istituto fosse veramente padre, fatto tutto di bontà, di amorevolezza, di benevolenza accogliente.
Orbene, dopo che il divin Redentore, nella parabola del figliol prodigo, ci ha rappresentato in modo mirabile quale debba essere l’azione del padre della famiglia, non è più necessario cercare altre fonti, per attingervi concetti o norme, e per dipingere al vivo la sua missione veramente fondamentale. Come infatti si rimane commossi fino alle lacrime davanti alla longanime bontà e festosa accoglienza pel figlio traviato, non meno inteneriti si resta al leggere, nella parabola evangelica, le dichiarazioni di amorevolezza, confidenza e generosità del padre verso il figliuolo fedele, che rappresenta, grazie a Dio, la generalità dei giovani affidati alle cure degli educatori.
L’istituto di educazione, ove il padre non fosse tale, ove, per spirito di regolamento od impostazione educativa, il padre, anziché trovarsi rivestito di paternità, apparisse quale rappresentante del rigore, della disciplina, del castigo, un tale istituto educativo rammenterebbe piuttosto l’albergo, la caserma, financo a volte la prigione, ma non mai la famiglia. Ecco perchè Don Bosco si fa premura di stabilire che il Direttore della casa salesiana sia padre.
Nel primo articolo del Sistema Preventivo, egli vuole « che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l’occhio vigile del Direttore o degli assistenti che, come padri amorosi, servano di guida ad ogni evento, diano consigli o amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze » (Regolari1., 88). Stabilito così il principio, Don Bosco scende all’applicazione, dando queste norme ai singoli Direttori: « Tu adunque va in nome del Signore; va, non come superiore, ma come amico, fratello e padre » (207). « Non mai dimenticare che tu sei il padre di tutti e che devi fare in modo di condurre tutti a Gesù » (208). « Il Direttore — continua Don Bosco — è un padre, il qqale non può che amare e compatire i suoi figli » (209). « Egli sia costantemente qual padre amoroso che desidera sapere tutto, per fare del bene a tutti, del male a nessuno » (210). « Egli deve essere come un padre in mezzo ai propri figli, e adoperarsi in ogni maniera possibile per insinuare nei giovani cuori l’amor di Dio, il rispetto alle cose sacre, la frequenza ai Sacramenti, filiale divozione a Maria SS. e tutto ciò che costituisce la vera pietà » . (211).
b) Requisiti del padre.
Come Padre, il Direttore deve essere sempre guidato dallo spirito di carità, di pazienza, di preghiera e di prudenza.
Ed anzitutto di carità. « La carità e la cortesia — scriveva Don Bosco — siano le caratteristiche di un Direttore tanto verso gl’interni quanto verso gli esterni » (212). « Nella posizione in cui sono i nostri collegi, la vita dei soci è tutta personificata nel Superiore. Un suo sguardo, direi, può consolarli; un suo sguardo rattristarli; bisogna perciò che ciascuno di voi guardi di essere molto e molto affabile con tutti, e dimostri ad uno per uno affezione speciale » (213). A un Direttore raccomandava: « Il tuo comando sia la carità » (214). « Carità e dolcezza con tutti » (215). « Le virtù che ti renderanno felice nel tempo e nell’eternità sono l’umiltà e la carità. Sii sempre l’amico, il padre dei nostri confratelli; aiutali in tutto quello che puoi nelle cose spirituali e temporali, ma sappi servirti di loro in tutto quello che i può giovare alla maggior gloria di Dio » (216). « Fai in modo che tutti quelli cui parli, diventino tuoi amici » (217). Il Direttore inoltre deve essere sollecito dei bisogni materiali dei suoi dipendenti, aver cura della loro salute e visitarli con frequenza se ammalati (Regolarti., 160). « Si faccia economia in tutto, ma si faccia in modo che agli ammalati nulla manchi » (218).
In secondo luogo il Direttore deve essere uomo di pazienza. Ai Direttori l’anno 1880 dava per strenna: « La pazienza di Giobbe » (219).
Il Direttore deve precedere gli altri nella pietà, nella carità e nella pazienza; mostrarsi costantemente amico, compagno e fratello di tutti, perciò sempre incoraggiare ciascuno nell’adempi-mento dei propri doveri in modo di preghiera, non mai di severo comando » (220). « Dev’essere modello di pazienza e di carità coi suoi confratelli, che da lui dipendono » (221). « Niente ti turbi — raccomandava a Don Rua nei Ricordi confidenziali. — Studia di farti amare prima di farti temere. La carità e la pazienza ti accompagnino costantemente nel comandare, nel correggere, e fa’ in modo che ognuno, dai tuoi fatti e dalle tue parole, conosca che tu cerchi il bene delle anime. Tollera qualunque cosa quando trattasi d’impedire il peccato. Le tue sollecitudini siano dirette al bene spirituale, sanitario, scientifico dei giovanetti dalla Divina Provvidenza a te affidati » (22). Ed insisteva: « Bisogna avere la pazienza per compagna indivisibile. Il Superiore, poi, oh!# quanto più ne avrà bisogno! Perchè se esso sa farla esercitare agli altri, i sudditi possono dire: — Noi siamo molti, esso è solo; noi esercitiamo un po’ di pazienza per ciascuno. — Ma il Superiore resta solo contro tutti e deve esercitare la pazienza con tutti » (223). E riguardo alla preghiera, gli era cosa abituale, nelle visite alle case, chiedere al Direttore: « Pieghi tu per i tuoi alunni? » (224).
Finalmente il Direttore deve essere uomo di prudenza. « Nelle cose di maggior importanza — scriveva — fa’ sempre breve elevazione di cuore a Dio prima di deliberare. Quando ti è fatta qualche relazione, ascolta tutto, ma procura di rischiarare bene i fatti prima di giudicare. Non di rado certe cose a primo annunzio sembrano travi e non sono che paglie » (225).
Ricorderemo infine che per dirigere bene, Don Bosco dava ancora questi tre suggerimenti: «1) Operare tutto per la gloria di Dio e per la salute delle anime; 2) Far vedere ai soggetti, principalmente al principio dell’anno, che il bene delle anime loro è l’unico nostro movente. Far questo nelle scuole, nei refettori, nel correggere, nel premiare e sempre; 3) Studiare i naturali e migliorarli; non urtare mai, secondarli sempre; edificare, non distruggere » (226).
c) il Direttore come centro dell’autorità e della responsabilità.
Sede della paternità, il Direttore, nel pensiero di Don Bosco, non cessa di essere, per altro, anche principio e centro di autorità nel collegio: « Un solo Dio, un solo Padrone: un solo superiore, una sola congregazione » (227). L’11 marzo del 1869, parlando della unità di ubbidienza che deve regnare fra i soci, diceva: « In ogni corpo vi déve essere una niente che regga i suoi movimenti, e tanto più attivo ed operoso sarà il corpo, quanto più le membra sono pronte ad ogni suo cenno. Così nella nostra Società sarà necessario che alcuno comandi e tutti gli altri obbediscano ». E soggiungeva: « Si abbia sempre presente che il Superiore è il rappresentante di Dio, e che chi ubbidisce a lui, ubbidisce a Dio medesimo. Che importa che egli sia in molte cose inferiore a me? Sarà più meritoria la mia sommissione » (228). « Si insista perchè in ogni casa tutti facciano centro al Direttore... Guai quando in una casa si formano due centri! Sono come due campi, come due bandiere, e, se non contrari, saranno almeno divisi. L’affezione che si mette in uno è a scapito dell’altro. Tutta la confidenza che un giovane pone in chi cerca d’attirarlo a sè, è tolta a colui che avrebbe diritto di possederla intera. La freddezza porta l’indifferenza, la minor stima ed anche un principio di avversione; e poi un regno diviso sarà desolato. Il Direttore procuri adunque che, nella sua casa, non si rompa l’unità » (229).
Le parole di Don Bosco sono d’importanza somma: qui si tratta, non solamente del bene dei soci, ma anche di quello dei giovani, i quali patirebbero un gran danno, nella loro formazione, ove mancasse quel coordinamento di lavoro, di norme e di direttive che Don Bosco prescrive e che devono partire dalla mente e dalla volontà d’uno solo, del primo responsabile, del Direttore.
Dalla superiorità sgorga il dovere della responsabilità del Direttore, la quale si estende a tutto l’andamento della casa. « Il Direttore è il superiore principale, che è responsabile di tutto quanto avviene nell’Oratorio » (230). « Il Direttore è il capo del collegio; a lui spetta il ricevere, il licenziare gli alunni, ed è responsabile dei doveri, della moralità di ciascun impiegato e degli alunni del collegio » (231). Ricordiamo pertanto che « ogni Direttore deve rendere conto a Dio dell’anima di ciascuno dei suoi confratelli, che, dallo stesso Iddio furono collocati sotto la sua speciale direzione. In qualcuno si troverà resistenza; ma l’affetto paterno, la carità e la preghiera, vincono i caratteri più difficili » (232).
Queste considerazioni devono spingere tutti i confratelli a formare un sol cuore ed un’anima sola col Direttore, per aiutarlo a portare il peso di una responsabilità non indifferente, affinchè la sua opera di formazione sia agevolata, e non trovi ostacoli proprio nella volontà di coloro che sono i suoi naturali collaboratori.
d) Uffici del Direttore.
1) Dirigere.
Come capo del collegio, il Direttore deve saper comandare.
Il 4 luglio 1884, volendo far rifiorire l’Oratorio come ai tempi migliori, Don Bosco diceva: « Ma è necessario che il Direttore comandi: che sappia bene il suo regolamento e sappia bene il regolamento degli altri e tutto quello che debbono fare: che tutto parta da un solo principio » (233).
Tuttavia anche nel comandare Don Bosco raccomandava prudenza e discrezione. « Procura di non mai comandare cose superiori alle forze dei subalterni. Nè mai si diano comandi ripugnanti; anzi abbi massima cura di secondare le inclinazioni di ciascuno, affidando di preferenza le cose che si conoscono di maggiore gradimento » (254) « Nel comandare si usino sempre modi e parole di carità e di mansuetudine. Le minacce, le ire, tanto meno le violenze, siano sempre lungi dalle tue parole e dalle tue azioni » (235). Questa sì grande circospezione raccomandata da Don Bosco, significa ch’egli vuole che i comandi del Direttore non siano già i comandi di un superiore, ma quelli di un padre, cui deve corrispondere un’ubbidienza, non già di sudditi, ma di figli, in conformità al concetto che egli aveva della casa salesiana, la quale deve essere, più che collegio, una seconda famiglia.
Il Direttore poi deve anche far osservare le Regole, essendo egli il custode autorizzato dello spirito di Don Bosco, spirito di cui è imbevuta l’educazione che si dà ai nostri giovani. « Leggi, — così egli ad un Diretore, — medita e pratica le nostre Regole. Ciò sia per te e per i tuoi » (236). « Ogni cura, ogni fatica, per osservare e far osservare le regole con cui ognuno si è consacrato a Dio » (237). « Il Direttore tratti sovente e con molta familiarità coi confratelli, insistendo sulla necessità della uniforme osservanza delle Costituzioni, e, per quanto è possibile, ricordi anche le parole testuali delle medesime » (238). Abbor-risca come veleno le modificazioni delle Regole. L’esatta osservanza di esse è migliore di qualunque variazione. Il meglio è nemico del bene » (239). « Lo spirito della Casa deve trasfondersi dal Ret-tor Maggiore nei Direttori » (240). Ragion per cui « ciò che avviene pel Rettor Maggiore riguardo a tutta la Società, bisogna che avvenga pel Direttore in ciascuna casa. Esso deve fare una cosa sola col Rettor Maggiore, e tutti i membri della sua casa devono fare una cosa sola con lui. In lui ancora devono essere come incarnate le Regole. Non sia lui che liguri, ma la Regola. Tutti sanno che la Regola è la volontà di Dio e che chi si oppone alle Regole, si oppone al Superiore e a Dio stesso...
« Un Direttore adunque tutte le volte che vuole operare, prendere qualche misura o dèliberazione, si metta sempre sotto lo scudo della Regola, e mai operi di sua propria volontà o autorità.
« Si procuri inoltre di conservare la dipendenza tra il Superiore e l’inferiore, e ciò spontaneamente e non coacte (per forza). I subalterni si impegnino molto a circondare, aiutare, sostenere, difendere il loro Direttore, a stargli fitti d’attorno, a fare quasi una sola cosa con lui. Nulla facciano senza dipendere da lui, perchè così facendo dipendono, non da lui, ma dalla Regola » (241).
2) Consigliare e correggere.
Il Direttore, come capo responsabile della casa, « deve essere pronto ad accogliere con bontà quegli impiegati che a lui si dirigessero, e a dar loro quei suggerimenti che possono tornare utili al mantenimento dell’ordine, e a promuovere la gloria di Dio e il vantaggio spirituale delle anime. Colla dolcezza e colla esemplarità procuri di acquistarsi la loro stima e benevolenza (242). Il Direttore non differisca mai i buoni consigli ed i salutari avvisi quando “vi è occasione di darli » (243).
« Faccia veder che ha coi confratelli grande confidenza; tratti con benevolenza gli affari che li riguardano. Non faccia mai rimproveri, nè dia mai severi avvisi in presenza altrui, ma procuri di ciò far sempre in camera caritatis, ossia dolcemente, strettamente in privato. Qualora i motivi di tali avvisi o rimproveri fossero pubblici, sarà pure necessario di avvisare pubblicamente; ma, tanto in Chiesa, quanto nelle conferenze speciali, non si facciano mai allusioni personali. Gli avvisi, i rimproveri, le allusioni fatte palesemente offendono e non ottengono l’emendazione (244). Sia facile il Direttore a dimenticare i dispiaceri e le offese personali, e, colla benevolenza e coi riguardi, studi di vincere, o meglio, di correggere i negligenti, i diffidenti ed i sospettosi: Vincere in bono malum (vincere nel bene il male) » (245).
A un Direttore il Santo raccomandava: « Procura di vedere gli affari tuoi con gli occhi tuoi. Quando taluno fa mancamenti o trascuratezze, avvisalo prontamente senza attendere che siano moltiplicati i mali » (246). E ad un altro: « Per tuo ricordo particolare, ritieni: 1) Fare ogni sacrificio per conservare la carità e l’unione dei confratelli; 2) Quando avrai da fare correzioni o dare consigli particolari non mai farlo in pubblico, ma sempre inter te et ipsum solum; 3) Quando hai fatta una correzione, dimenticare il fallo e dimostrare la primiera benevolenza al colpevole » (247).
Don Bosco insomma vuole che si faccia di tutto per salvare la paternità del Direttore, nella quale propriamente risiede tutta l’efficacia della formazione impartita dagli educatori agli educandi.
Perciò il Direttore deve astenersi del castigare. Un punto della massima importanza per Don Bosco è che « le parti odiose e le correzioni disciplinari siano da lui affidate ad altri »(Regolam., 164). « I castighi — continua egli — ed i rimproveri appartengono all’ufficio del Prefetto. È un momento perdere, e per sempre, la confidenza di un giovane » (248), ma per riacquistarla, se pure sarà possibile, ce ne vorrà!
« I Direttori non castighino, non rimproverino, non minaccino mai i giovani. Essi colle viscere piene di carità rappresentino la bontà di Dio » (249). Da notarsi questa mirabile espressione che mette in rilievo il gran concetto che Don Bosco aveva della paternità del Direttore, il quale è chiamato a riprodurre in sè, in quanto è possibile a umana creatura, la stessa paternità di Dio.
3) Vigilare.
Ma il dovere principale del Direttore è quello di vigilare sull’andamento generale della casa. Nelle Costituzioni e nei Regolamenti, che servono di norma e di guida al Direttore e a tutti coloro che son chiamati al nobile compito di formare le novelle generazioni, è detto che il Direttore « ha l’obbligo di vegliare con paterna sollecitudine sulla condotta e formazione dei soci, e poi sull’accurata educazione degli alunni. Perciò non cerchi e, per quanto può, non accetti occupazioni estranee al suo ufficio, e non si assenti dalla casa per un tempo notevole senza necessità » (Regolarti. 157). Queste raccomandazioni sono la sintesi di molte di-lucidazioni più e più volte date dallo stesso Don Bosco ai Direttori per mostrare loro l’importanza di tali doveri.
Il nostro Padre, insistendo sulla necessità che ciascuno faccia la parte sua, a riguardo del Direttore dice: « Suo unico e vero ufficio è di sorvegliare sempre e di sorvegliare tutto e tutti » (250). Un buon Direttore « osserva tutto; va da per tutto; parla con tutti; ha confidenza coi superiori subalterni » (251). « Deve vegliare sulla moralità dei Salesiani e sopra gli allievi loro affidati; procurare di chiamarli una volta al mese al rendiconto, e che ognuno faccia l’esercizio della buona morte una volta al mese. Age quod agis. Tutti gli altri affari sono secondari, dimenticando le cose eterne. Deve inoltre occuparsi a perfezionare le cose, gli affari nostri, le persone, e ad aiutarle quanto è possibile nelle pene e nelle malattie » (252). « Il Direttore procuri anche ogni giorno di visitare la casa; veda l’andamento di tutto; passi nelle camere, in cucina, nei refettori e in cantina, sappia tutto quello che si fa. È questo il mezzo d’impedire che non mettano mai radice i disordini » (253).
Riguardo ai confratelli, il Direttore veda di « assisterli, aiutarli, istruirli sul modo di adempiere i propri doveri, ma non mai con parole aspre od offensive » (254). « Per quanto è possibile il Direttore si limiti ad osservare se le cose si fanno dagli altri subalterni; ma egli non si tenga sopra affari determinati; procuri predicatori, confessori, professori, assistenti in numero sufficiente, e poi esamini se ciascuno conosce le rispettive regole, se le pratica e le fa praticare dai suoi dipendenti » (255).
Quindi il Direttore di ciascuna casa « abbia pazienza e studi bene le persone, o meglio esamini bene quanto valgono i confratelli che lavorano sotto di lui. Esiga quello di cui sono capaci e non di più. È indispensabile che egli conosca il Regolamento che ogni confratello deve praticare nell’ufficio affidatogli; la sua sollecitudine sia in modo speciale rivolta alle relazioni morali dei maestri, assistenti, fra di loro e cogli allievi loro affidati » (256). « Egli deve essere istruito intorno ai doveri tanto dei soci come congretati, quanto dei soci addetti a qualche ufficio. Non occorre che egli lavori molto, ma vegli che ciascuno compia la parte che lo riguarda. Le nostre case si possono paragonare ad un giardino. Non fa bisogno che il capo giardiniere lavori molto, basta che egli si cerchi degli operai pratici, li istruisca intorno all’orticoltura, li assista, li avvisi a suo tempo e nelle cose più importanti si trovi eziandio presente per giovare chi fosse imbarazzato nelle cose di maggior momento. Questo giardiniere è il Direttore: le tenere pianticelle sono gli allievi, tutto il personale sono i coltivatori dipendenti dal padrone, ossia dal Direttore che ha la responsabilità delle azioni di tutti » (257).
« Il Direttore faccia il Direttore, cioè sappia fare agire gli altri: invigili, disponga, ma non abbia mai esso da mettere mano all’opera. Se non trova individui di grande abilità nel far le cose, lasci chi è di abilità mediocre; ma per la smania del meglio non si metta lui a fare le cose. Egli deve invigilare che tutti facciano il proprio dovere, ma non deve prendere nessuna parte particolare. Così facendo, gli rimarrà tempo per eseguire ciò che io credo di non aver mai abbastanza inculcato » (258).
Da tutto ciò facilmente si scorge che « l’essenza dei doveri di un Direttore — come afferma Don Bosco — consiste nel ripartire le cose a farsi, e poi insistere perchè si facciano » (259). « L’abilità di un superiore — ripeteva spesso Don Bosco — non consiste solo nel fare, ma anche nel saper far fare agli altri » (260). « Qualora un Direttore non potesse fare altro e ottenesse che ciascuno eseguisca bene la parte che gli è assegnata, farebbe già molto » (261). « Ricordati, — ammoniva spesso — che il Direttore non deve fare molto, ma adoperarsi che gli altri facciano, vegliando che ciascuno compia i propri doveri » (262).
Di conseguenza, il Direttore, tutto intento a vigilare paternamente, deve restare in casa più che è possibile. Questo è vero amore ai propri figli. Don Bosco insisteva: « Non allontanarti senza necessità, e in quei casi procura di provvedere all’ordine, alla moralità del collegio (263). Il Direttore guadagnerà molto se non si allontanerà dalla casa affidatagli, se non per ragionevoli e gravi motivi; non mai si allontani senza aver prima stabilito chi lo supplisca nelle cose che possono occorrere » (264).
4) Altri doveri del Direttore.
Quanto ai giovani e al personale esterno, « egli, il Direttore, accetti e licenzi il personale della casa e gli stessi allievi con quelle condizioni che giudicherà del caso » (265). Ricordi poi un segreto manifestato da Don Bosco a un Direttore: « Passa coi giovani tutto il tempo possibile. Questo è il grande segreto che ti renderà padrone del loro cuore » (266).
Riguardo ai Confratelli, « non dimentichi mai il rendiconto mensile per quanto è possibile; ed in quella occasione ogni Direttore diventi l’amico, il fratello, il padre dei suoi dipendenti. Dia a tutti tempo e libertà di fare i loro riflessi, esprimere i loro bisogni e le loro intenzioni. Egli poi dal canto suo apra tutto il suo cuore senza mai far conoscere rancore alcuno; neppure ricordare le mancanze passate se non per darne paterni avvisi o richiamare caritatevolmente al dovere chi ne fosse negligente » (267). Tanta insistenza e tanta delicatezza nelle parole di Don Bosco, trovano la loro spiegazione nel fatto che, nel rendiconto, si verifica l’incontro del padre col figlio, si attua lo spirito di famiglia nella più dolce intimità e si effettua la più efficace opera di formazione e di educazione nel clima della più serena apertura, spontaneità e libertà. Proprio lì, nel rendiconto, come nei colloqui privati coi giovani, il Direttore realizza il più alto concetto che Don Bosco aveva dell’educatore e ne esercita nel modo più perfetto le funzioni: nel rendiconto è veramente padre e guida delle anime dei suoi collaboratori ed educandi, nei quali può imprimere la forma che egli vuole: nel rendiconto esplica la sua paternità nel modo più vasto e completo, secondo la triplice caratteristica che fa del Direttore il vero unico educatore in casa, essendo egli solo rivestito della triplice paternità di Educatore, di Sacerdote e di Direttore. Ragione per cui si può asserire che il Direttore incarna nel modo più pieno e più perfetto la pedagogia salesiana e quindi lo spirito di Don Bosco: egli, — educatore, sacerdote e capo di famiglia — è il vero rappresentante di Don Bosco.
Ma il Direttore deve ancora, giusta il pensiero del nostro Padre, « radunare il Capitolo, e qualche volta tutti gli insegnanti, per istudiare i mezzi che ciascuno giudica opportuni al fine di rimediare quanto è da rimediarsi » (268). « Soltanto lui ha facoltà di fissare per ciascuno le proprie occupazioni e niuno può introdurre variazioni nell’orario o nella disciplina senza l’espresso di lui consenso » (269).
Finalmente il Direttore ha l’obbligo di curare le vocazioni e la formazione del personale. << Colla tua esemplare maniera di vivere, — dice ancora Don Bosco, — colla carità nel parlare, nel comandare, nel sopportare i difetti altrui, si guadagneranno molti alla Congregazione. Raccomanda costantemente frequenza dei Sacramenti della Confessione e della Comunione » (276). « Bisogna che i Direttori più volte all’anno parlino di vocazione. Non è mai il caso di suggerire ai giova-
ni: “fatevi preti o non fatevi preti!”. Bisogna istruirli come vi siano due vie: gli uni debbono salvarsi passando per Tuna, gli altri passando per l’altra; bisogna raccomandar loro di pregare molto il Signore per conoscere su quale delle due debbono essi camminare... e si consiglino col confessore » (271). « Ogni Casa ponga grande studio nel prepararsi il personale di cui abbisogna. Deve essere studio specialissimo dei Direttori il cercare di formarselo bene, stando attenti in che cosa sbagliano, dando norme opportune e opportuni avvisi, spendendo anche molto tempo in sì necessaria occupazione. Così potremo avere quei sostegni che si desiderano » (272).
Dato il progredire e il moltiplicarsi della Società Salesiana, alcune mansioni affidate prima al Direttore spettano ora all’Ispettore. Tuttavia al Direttore incombe pur sempre il dovere di formare alla pratica della vita salesiana, quindi alla pratica del sistema preventivo, i giovani chierici e coadiutori, ed in generale tutto il personale che è alle sue dipendenze (Regolarti53, 157, 158). E quanto più egli sarà diligente ed esperto nel suo ufficio di insegnare agli altri con l’esempio e con la parola, tanto più gli altri saranno premurosi di corrispondere alle sue cure, e preparati alla missione di educare i fanciulli.
Osserviamo infine che Don Bosco non ignorava l’organizzazione di altri Istituti di educazione, dove erano nitidamente distinte la carica di Rettore, — con la responsabilità generale e la cura particolare del regime esteriore o disciplinare — e quella di Direttore Spirituale per il regime interiore delle anime. Tuttavia egli volle che il Direttore della Casa Salesiana, pur conservando la responsabilità di tutto, si occupasse particolarmente della direzione spirituale, sia dei confratelli che dei giovani, lasciando al Prefetto o Vice-Direttore la cura immediata della disciplina esteriore. Tale è il tipo di paternità spirituale, che va senz’altro alle anime, e che Don Bosco volle attuato nei suoi Direttori in ordine ai loro dipendenti. Anzi, egli volle che ai Direttori fosse affidata pure la direzione delle anime in foro sacramentale: cosicché i primi Direttori, secondo una prassi allora ammessa, erano al tempo stesso i principali confessori dei confratelli e dei giovani. Più tardi la Chiesa giudicò opportuno modificare tale prassi. Resta però sempre vero che i due uffici, di Direttore Spirituale e di Confessore, non si possono nè confondere insieme, nè tanto meno identificare.

2. I Collaboratori.
a) Il Prefetto,
Al fianco del Direttore vi è colui che porta il nome di Prefetto, il quale, nel pensiero di Don Bosco, non è il prefetto generalmente inteso, e cioè un assistente incaricato di un determinato numero o sezione di giovani. Il Prefetto, nelle case salesiane, è una vera e geniale, anzi provvidenziale creazione di Don Bosco. Mentre ha cura delle cose di amministrazione, egli è al tempo stesso il vicario del Direttore e lo rappresenta durante le eventuali assenze. Ma soprattutto il Prefetto ha l’incarico di allontanare dal Direttore qualsiasi cosa che lo possa rendere meno accetto ai superiori e ai giovani. Perciò quando si tratta di certi atti solenni disciplinari, di certe misure coercitive, di certi avvisi che possono anche non riuscire piacevoli, di tutte queste cose viene incaricato il Prefetto, sempre con l’intento già indicato che il Direttore rimanga costantemente padre (Rego-/am., 174-185).
Visitando le case, Don Bosco non mancava di fare questa raccomandazione al Prefetto: « Ricorda che anche in faccia agli alunni chi deve figurare per primo nella casa è il Direttore, quindi tu règolati sempre come suo rappresentante » (273).
A Don Belmonte, che era Prefetto, Don Bosco dava questi suggerimenti per disimpegnare bene il suo ufficio: « Riuscirai: 1) col cercare la gloria di Dio in quello che fai; fare del bene a chi puoi, del male a nessuno; 2) dipendenza filiale dal Direttore, studiando di secondare le sue mire, coadiuvandolo nelle sue fatiche; 3) studia di conciliare l’economia della casa col contento dei subalterni. Quanto è necessario, a tutti: ma intrepido nell’opporti agli abusi e scialacqui » (274).
b) Il Catechista.
Nella stessa sua funzione paterna, il Direttore ha pure un cooperatore efficace: il Catechista. Non già il Catechista inteso nel senso che debba dare lezioni di catechismo; ma perchè direttamente incaricato di vegliare, sotto la guida del Direttore, sulla vita religiosa dei confratelli e sulla condotta religiosa e morale degli alunni (Regolarvi., 186). A lui è pure dato speciale incarico di assistere e guidare i Salesiani più giovani, bisognosi d’indirizzo e d’assistenza. L’opera del Catechista è un aiuto e un complemento praticamente necessario all’opera paterna del Direttore. Infatti egli deve ampiamente coadiuvarlo con l’istruire al più presto possibile i nuovi alunni intorno alle regole principali della casa; informarsi se abbiano già ricevuto la Cresima e la Prima Comunione, e, in caso negativo, provvedere perché siano ben preparati a questi Sacramenti e li ricevano non appena se ne avrà propizia occasione (Regolam., 187). Egli deve pure conferire cogli altri Superiori, maestri ed assistenti intorno alla condotta religiosa e morale degli alunni, per poterli opportunamente correggere e per prevenire ogni disordine (Regolam., 188). A lui è affidata la cura, oltre che delle Compagnie Religiose, anche della chiesa e del culto, intendendosi col Direttore per l’orario delle funzioni stesse, per i catechismi, e per la predicazione (Regolam., 189).
Il complemento più significativo, da parte del Catechista, alla paternità e bontà del Direttore, è la vigilanza sulle condizioni sanitarie dei confratelli e alunni e sull’infermeria. E quando si ammalano gli alunni, non soltanto deve procurare che siano tosto condotti in infermeria, avvertendo al più presto il Direttore e provvedendo alla visita medica, ma trovarsi pure presente a detta visita, prender nota delle prescrizioni relative alle cure, al vitto e riposo, e invigilare perchè vengano osservate (Regolam., 190). Come si vede, quest’incarico è tutto fatto di bontà e paternità, e appunto per questo abbiamo detto che il Catechista, nel sistema di Don Bosco, è una specie di prolungamento della paternità del Direttore, col quale naturalmente dev’essere in costante contatto e pieno accordo.
Al Catechista Don Bosco rivolgeva questo monito nella circolare del 15 novembre 1873: « Il Catechista si ricordi che lo spirito e il profitto morale delle nostre case dipende dal promuovere il Piccolo Clero, le Compagnie dell’Immacolata Concezione, del SS. Sacramento e di San Luigi. Abbia cura che tutti, e specialmente i Coadiutori, abbiano comodità di frequentare la Confessione e la Comunione. Se mai fra le persone applicate ai lavori domestici avvenne alcuno bisognoso d’istruzione, faccia in modo che nulla gli manchi per ricevere la Comunione, la Cresima, servire la Santa Messa e simili. Parli, alquanto tempo prima, delle Solennità da celebrarsi, e, con brevi sermoncini o con qualche esempio analogo, prepari gli allievi con quel decoro e con quella pompa maggiore che si potrà » (275).
c) Il Consigliere e gli altri Superiori.
Quando invece si tratta delle scuole, dello studio, del refettorio, delle ricreazioni e di tutto ciò che costituisce la parte propriamente detta disciplinare, allora, a seconda delle case di studi elementari o classici, di scuole professionali o di scuole agricole, entrano in funzione i Consiglieri chiamati rispettivamente Scolastico, Professionale, Agricolo: i quali, s’intende, agiscono d’intelligenza col Direttore. Da essi dipende l’ordinaria disciplina degli alunni.
Essi devono, in principio dell’anno e ogni qualvolta ne vedono l’opportunità, radunare il personale insegnante e gli assistenti, per trattare dei mezzi più acconci a promuovere lo studio e il profitto. Devono pure di quando in quando interrogare sull’andamento della scuola e della disciplina, e, con carità, dare le opportune norme e consigli ai maestri, specialmente se principianti (.Regolam., 191,192, 193). Tocca ad essi far dare ai nuovi alunni un posto nella sala di studio e provvedere perchè siano assegnati alla classe a cui sono idonei. Non ne devono lasciare nessuno senza occupazione, neppure temporaneamente (Regolam., 194). Tocca ai Consiglieri riunire ogni mese i superiori, gl’insegnanti, i capi d’arte e gli assistenti, per dare i voti di condotta e di lavoro agli alunni (Regolarti208).
Grazie a tali disposizioni, ognun vede che le parti cosiddette odiose sono sempre fatte, in casi ordinari dal Consigliere Scolastico, Professionale, Agricolo, e, in casi straordinari, dal Prefetto. Anche questo per contribuire a che il Direttore possa sempre presentarsi davanti agli alunni come il paterfamilias, aureolato di bontà e dolce paternità.
Vi sono poi i Maestri di scuola, i Maestri d’arte, i Capi-laboratorio e gli Assistenti. Don Bosco volle che i Superiori di qualsiasi categoria, i quali debbono occuparsi dell’istruzione ed educazione degli alunni, fossero forniti delle doti necessarie. Scherzosamente diceva di volere in tutti tre S, e cioè Sanità, Scienza e Santità (276).
Per la preparazione del nostro personale vi è un complesso di disposizioni speciali. La prima formazione si compie negli aspiranti propriamente detti e nei collegi; la seconda, nel noviziato, la terza durante i tre anni di studi filosofici, liceali o di perfezionamento professionale. Durante la seconda e terza prova s’impartono speciali norme pedagogiche e didattiche (Regolarli., 293, 322). Per consolidare poi la formazione pedagogica, i nostri chierici, prima di recarsi a compiere i loro studi teologici, che durano quattro o cinque anni, vengono destinati ad esercitarsi praticamente, come maestri o assistenti, durante un triennio, nella vita ordinaria delle nostre case (Regolam., 51-2).
A Don Bosco premeva soprattutto di assicurarsi che la moralità fosse ineccepibile e che il soggetto mostrasse pure di avere le doti didattiche sufficienti per compiere l’opera educativa. I Maestri e i Professori li voleva ben preparati, e perciò li mandava a prendere i titoli legali o nelle scuole normali o nelle università. Degli Assistenti parleremo più avanti.
Osserveremo infine che Don Bosco era talmente compenetrato della necessità che tutti i Salesiani della Casa fossero in grado di ben corrispondere all’alta loro missione, che scendeva ai più minuti particolari; ed esigeva che anche coloro i quali compiono uffici di diversa importanza, — come il Portinaio, il Sacrestano, l’Infermiere, il Provveditore, il Cuoco, il Guardarobiere, che, nella Casa Salesiana son tutti chiamati Superiori, — fossero ben compresi di trovarsi in un istituto, nel quale essi pure dovevano, con il loro buon esempio e col loro lavoro, cooperare alla buona formazione dei giovani. Altrettanto dicasi dei Famigli, anche se destinati agli uffici più umili della Casa.
3. Requisiti dell’educatore.
a) La figura ideale dell’educatore secondo Don Bosco.
Don Bosco si preoccupava grandemente della formazione di coloro che dovevano coadiuvarlo nell’opera sua educatrice, ed esigeva che avessero determinate doti e requisiti, — oltre la esemplarità di vita religiosa e morale e la debita preparazione, non soltanto pedagogica, ma anche turale, — per potersi conciliare la stima degli allievi. E così voleva dolcezza di modi,, senso di responsabilità, prudenza, fermezza e giusizia nell’agire, moderazione nel castigare, generosità nel perdonare.
Premuniva poi l’educatore contro la diffidenza nell’efficacia della propria opera. L’anima del fanciullo è materia relativamente facile al lavoro educativo! Essa non è come quella dell’uomo adulto, il quale una volta diventato cattivo, difficilmente si lascia piegare; ma è qual molle cera su cui facilmente s’imprime l’immagine che si vuole, e qual vergine terreno in cui il seme si sviluppa e cresce rigoglioso.
Don Bosco ricordava all’educatore non essere egli solo a lavorare, aiutato com’è, efficacemente, dalla grazia di Dio, la quale in larga misura è concessa a coloro cui è stata affidata una particolare missione. Questa grazia illumina, dirige, sostiene, fortifica, dà ascendente sull’anima dei giovani e li rende docili; essa feconda le fatiche dell’educatore, rimuove le difficoltà, e rende vani gli sforzi che il nemico delle anime fa per distruggerne l’opera di bene.
S’incontrano bensì caratteri difficili che sembrano refrattari a tutte le cure, a ogni sforzo dell’educatore; ma, persistendo a curarli con spirito di sacrifìcio e pregando, spesso si riesce a tirare al bene anche queste anime (Regolam., 99; 100, 2°).
Nel 1880 Don Bosco, parlando agli Ex-Allievi Ecclesiastici, narrò la visita di un Capitano exallievo, che alla distanza di 50 anni, ricordandosi delle industrie con cui Don Bosco l’aveva più volte portato da piccolo ai piedi del confessore, era tornato da lui per fare nuovamente la confessione. Indi proseguiva: « Miei cari figliuoli, se un soldato, fra tanti pericoli del suo mestiere, fra tante dicerie che avrà udite, conserva non di meno la memoria delle verità religiose apprese nella sua giovinezza e, venuta la propizia occasione, domanda di confessarsi e si confessa, perchè mai ci perderemo noi di coraggio e ci avviliremo, quando nella cultura dei giovanetti non ci vedessimo subito corrisposti? Seminiamo, e poi imitiamo il contadino che aspetta con pazienza il tempo del raccolto » (277).
Insomma, a Don Bosco premeva che l’educatore non si lasciasse mai prendere dallo scoramento per parergli di non ricavar frutto dalle sue fatiche. A suo tempo le sabbie fecondate, e tanto più quanto maggiormente si abbia pregato e sofferto, daranno esse pure i loro frutti. Bisogna lavorare come l’agricoltore che semina nell’inverno, con la speranza di raccogliere poi nell’estate.
b) DOVERI DELL’EDUCARE
1) Amare i giovani
Don Bosco aveva familiare questo detto : Diligite et diligite animas vestra vestrorum. (Amate e sarete amati; amate però l’anima vostra e quella dei vostri) (278).
Con questo intendeva ricordare ai suoi collaboratori che dovevano amare i giovani unicamente coll’intento di cercare il loro bene spirituale e temporale (Regolam., 103).
Nel pensiero di Don Bosco, « il Superiore deve avere tre qualità speciali: 1° essere pronto a perdonare, 2° tardo a punire, 3° prontissimo a dimenticare. — Non deve far preferenze, — non badare ad antipatie; — ma procurare sempre di diminuire la malevolenza ed aumentare la benevolenza » (279). Don Bosco insomma voleva che i Superiori facessero di sè un olocausto assoluto per guadagnare se stessi e i loro soggetti a Dio (280); perciò dovevano, « essere disposti a fare grandi sacrifici, nulla risparmiando, nulla trascurando di quanto può contribuire alla maggior gloria di Dio, alla salute delle anime », poiché la carità
usata verso i giovani è il mezzo più acconcio per far loro del bene (281).
2) Essere paziente.
L’amore verso i giovani deve anche essere, in modo speciale, paziente, secondo le parole di San Paolo: «La Carità è longanime, benigna, soffre ogni cosa, copre tutto e sostiene qualunque disturbo» (282). Don Bosco non si stancava di ripetere che sulla carità e sulla pazienza è tutta appoggiata la pratica del sistema preventivo (Regola-men., 91). E aggiungeva: « Anche quel maestro, quell’assistente, potrebbero troncare ogni questione con mezzi sbrigativi o violenti; ma questo, riteniamolo bene, se qualche volta tronca un disordine, non fa mai del bene e non serve mai a far amare la virtù o a farla penetrare nel cuore di nessuno. Ci sia il vero zelo, sì; si cerchi ogni modo di far del bene, sì; ma sempre pacatamente, con dolcezza, con pazienza... Costa? Lo so anch’io che costa; ma la parola pazienza deriva da patì che vuol dire patire, tollerare, soffrire, laici violenza. Se non costasse fatica, non sarebbe più pazienza. Ed è appunto perchè costa molta fatica che io la raccomando tanto, ed il Signore la inculca con tanta istanza nelle Sacre Scritture... Impazientirsi? Non si ottiene che la cosa non fatta sia fatta, e neppure non si corregge il suddito con la furia » (283).
Poi ci vuole quella pazienza che è costanza, perseveranza. « Vedete là un giardiniere quanta cura mette per tirar su una pianticella; si direbbe fatica gettata al vento; ma esso sa che quella pianticella col tempo verrà a rendergli molto, e perciò non bada a fatiche. Comincerà a lavorare e sudare per preparare il terreno, e qui scava, là zappa, poi concima, poi sarchia, poi pianta, e mette il seme. Poi, come se questo fosse poco, quanta cura e attenzione nel badare che non si calpesti il luogo dove fu seminato, perchè non vengano uccelli e galline a mangiare la semente Quando la vede nascere, la guarda con compiacenza: — Oh! germoglia, ha già due foglie, tre..
— Poi pensa all’innesto, ed oh! con quanta cura lo cerca dalla migliore pianta del suo giardino e taglia il ramo, lo fascia, lo copre, procura che il freddo o l’umidità non lo faccia morire. Quando poi la pianta cresce e volta o si piega da una parte, subito cerca di mettervi un sostegno che la faccia crescere diritta; o, se teme che il fusto o tronco sia troppo debole e che il vento o la bufera lo possano atterrare, gli pone accanto un grosso palo, e lo lega e lo fascia, perchè non abbia a succedere il temuto pericolo. Ma perchè, o mio giardiniere, tanta cura per una pianta?
— Perchè se non faccio così, essa non mi darà frutti; se voglio averne molti e buoni, devo assolutamente fare così. — E purtroppo, notate, malgrado tutto ciò, soventi volte muore l’innesto, si perde la pianta; ma nella speranza di rifarsi poi, si fan tante fatiche.
« Ancor noi, miei cari, siamo giardinieri, coltivatori, nella vigna del Signore. Se vogliamo che il nostro lavoro renda, bisogna che mettiamo molta cura attorno alle pianticelle che abbiamo da coltivare. Purtroppo, malgrado molte fatiche e cure, l’innesto seccherà e la pianta andrà a male; ma se queste cure si pongono davvero, nel maggior numero dei casi la pianticella riesce a bene... Caso mai non riuscisse, il Padrone della vigna ce ne ricompenserà ugualmente, essendo tanto buono! Tenetelo a mente, non valgono le furie, non valgono gli impeti istantanei; ci vuole la pazienza continua, cioè costanza, perseveranza, fatica» (284).
3) Coltivare l’intesa reciproca.
Una cosa da Don Bosco molto desiderata era che ci fosse reciproca comprensione e intesa.« Amatevi gli uni e gli altri; aiutatevi gli uni e gli altri caritatevolmente, e non succeda mai che alcuno tenga astio contro il suo fratello e lo screditi con parole sconvenienti » (285). « Questo è l’amor fraterno. Ma a che grado dovrebbe esso ascendere? Iddio Salvatore ce lo disse: Mandatimi novum do vobis: ut diligatis invicem sicut dilexi vos (286); amatevi a vicenda, nel modo, con quella misura con cui io ho amato voi. Ma questo amore per essere come si richiede, deve essere tale, che il bene di uno sia il bene di tutti, e il male di uno sia il male di tutti » (287).
« I preti siano solidarii gli uni degli altri in tutto ciò che spetta all’eterna salvezza loro propria e dei giovani del collegio (288) e per promuovere insieme d’accordo le cose buone, l’iniziativa venga da chi si vuole (289). Qual è lo spirito che deve animare questo corpo degli educatori salesiani? Miei cari, è la carità. Ci sia carità nel tollerarci e correggerci gli uni gli altri; mai lagnarci l’uno dell’altro; carità nel sostenerci; carità specialmente nel mai sparlare dei membri del corpo. Questa è una cosa essenzialissima alla nostra Società; perchè se vogliamo fare del bene nel mondo è d’uopo che siamo uniti fra noi e godiamo l’altrui riputazione... Difendiamoci a vicenda: crediamo nostro l´onore ed il bene della Società; ed abbiamo per fermo che non è buon membro quello che non è disposto a sacrificare se stesso per salvare il corpo. Ciascuno sia sempre pronto a dividere il suo piacere col piacere degli altri, ed anche sia disposto ad assumersi la parte di dolore di un altro... » (290).
E ancora esortava: « Sosteniamoci molto l’un l’altro. Compaia grande nelle Case l’accordo fra i Superiori. Guai, quando si potesse dire dai subalterni: — I Superiori non sono in buona armonia fra di loro; uno vuole e l’altro non vuole: uno appoggia, l’altro combatte la stessa cosa. — Sosteniamoci sempre a vicenda in faccia ai subalterni. Si usino anche mezzi termini per far vedere che vogliamo tutti la stessa cosa, anche quando un subalterno si fosse già accorto del disparere. Sosteniamoci pure col lodarci l’un l’altro, dimostrando la grande stima che ci portiamo scambievolmente. Ogni collegio sostenga sempre moralmente le altre case; si parli sempre degli altri collegi, dando loro lode come fra i migliori e i meglio ordinati » (291).
« Preghiamo gli uni per gli altri, affinchè non avvengano defezioni nella moralità; facciamo il proposito di volerci sempre aiutare a vicenda. L’onore di uno sia l’onore di tutti, la difesa di uno sia la difesa di tutti; tutti siano impegnati per l’onore e la difesa della Congregazione nella persona di ogni individuo, poiché l’onore e il disonore non cade già sopra un solo confratello, ma cade sopra tutti e sopra l’intera Congregazione. Perciò adoperiamoci tutti con zelo, affinchè questa nostra buona Madre non abbia a ricavare danno o vergogna. Applichiamoci tutti a difenderla e ad onorarla » (292).
4) Pregare per i giovani.
Ma nisi Dominus aediftcaoerit domum, in oa-num laboraverunt qui aedificant earn (293). (Se il Signore non edifica la casa, si affaticano invano quei che la edificano). Se si è soli nell’impresa, si farà poco o nulla. Il Signore è quello che fa tutto. L’educatore deve pregarlo affinchè benedica l’o-pera che egli spende attorno ai propri allievi. « L’educazione è cosa di cuore, e dei cuori solo Dio è padrone, e noi non potremo riuscire in cosa alcuna se Dio non ce ne insegna l’arte e non ce ne dà in mano le chiavi » (294).
All’inizio dell’anno scolastico Don Bosco raccomandava caldamente ai Superiori, ai maestri, e ai confessori che pregassero ogni giorno per gli alunni, per gli scolari, per i penitenti, dimostrando loro l’importanza di ottenere da Dio gli aiuti necessari alla buona riuscita della loro missione: e, se accadevano disordini in qualche collegio o in qualche scuola, se certi giovani riottosi non si acconciavano alla disciplina, soleva domandare a chi se ne lamentava: « Preghi tu per i tuoi giovani? » (295).
« Un Superiore — diceva — prima di deliberare, si metta alla presenza di Dio, esamini la sua coscienza, preghi perchè il Signore voglia illuminarlo e fargli vedere se quella disposizione che in-
tende dare è per il bene dei suoi soggetti, esamini ponderatamente la cosa e poi parli secondo-che il Signore gli ispira » (296).
5) Operare con costanza e con rettitudine d’intenzione.
L´opera dell’educazione richiede molta costanza. « Non istanchiamoci mai di f are del bene, e Dio sarà con noi » (297). « Ciò che si può fare oggi, non rimandarlo a domani » (298). « Bisogna operare come se non si dovesse morire mai e vivere come se si dovesse morire ogni giorno » (299).
Ma Don Bosco voleva che si lavorasse col preciso scopo di salvare le anime. « Salve, salvando, salvati » (300) : era il saluto che più spesso rivolgeva ai suoi figli. Ed egli sembrava che non pensasse ad altro.
Quando scendeva in cortile il buon Padre tosto era circondato dagli alunni più anziani. I nuovi si accalcavano dietro a costoro, perchè non osavano avvicinarsi a Don Bosco e farsi strada per essere più vicini a lui. Egli allora li chiamava a sè, e sotto voce, in santa confidenza, diceva ora all’uuo ora all’altro di essi: « Se ti farai buono, saremo amici. — Don Bosco ti vuole bene e vuole aiutarti a salvare l’anima tua. — Il Signore ti ha qui mandato perchè tu fossi sempre più buono e più virtuoso. — La Madonna aspetta che le regali il cuore. — Il Signore vuol fare di te un San Luigi! » (301).
Don Bosco assicurava che i giovani presi così, sono contenti, aprono il loro cuore, incominciano a far bene, diventano amici col Superiore e sono guadagnati, perchè ripongono in lui piena confidenza. Il dire loro subito e chiaro senza ambagi ciò che si vuole da loro per il bene dell’anima, dà la vittoria sui cuori. Don Bosco ne trovò ben pochi che resistessero a queste maniere. Egli asseriva che, all’entrata di un giovane, se il Superiore non dimostra amore per la sua eterna salute, se teme di entrare a parlar prudentemente di cose spirituali, se parlando dell’anima usa mezzi termini, oppure parla in modo vago, ambiguo, di farsi onore, ubbidire, studiare, lavorare, non produce alcun effetto giovevole, lascia le cose come sono, non si guadagna l’affezione; e, sbagliato quel primo passo, non è tanto facile correggerlo. Questo ammonimento era frutto di lunghissima esperienza. « Il giovane — insisteva — ama, più che altri non creda, che si entri a parlargli dei suoi interessi eterni, e capisce da ciò chi gli vuole e chi non gli vuole veramente bene. Fatevi adunque vedere interessati per la sua eterna salute » (302).
« Zelo per la religione e per il buon costume: sacrificio, carità, dolcezza: ecco le virtù caratteristiche di cui devono risplendere i Salesiani » (503).
Ma la cosa più importante di tutte è la santità: «O salesiani santi, o non salesiani» (304). Ciò equivaleva a dire: o santi educatori o non educatori.

c) La ricompensa dell’educatore.

Don Bosco vuole che i suoi educatori abbiano sempre lo sguardo fisso alla ricompensa che il Signore tiene loro preparata: «Oh sì! lavoriamo, che consolantissima ci arride la speranza del premio. Abbiamo la fortuna di dover fare con un buon Padrone! Notate come sono consolanti queste parole: Quia super pauca fuisii fidelis, super multa te constituam (poiché sei stato fedele nel poco, ti darò autorità sul molto) (305). Noi meschini sappiamo far poco, abbiamo poche forze, poca abilità; non importa: in quel poco che possiamo siamo fedeli, e il Signore il premio ce lo darà grande. Quando tu, o maestro, sei stanco, e vorresti lasciare lì le tue occupazioni, attento! bada ad essere fedele nel poco, se vuoi che il Signore ti costituisca nel molto. Oh! un Direttore ha già avvisato, detto, raccomandato, sarebbe lì lì per lasciare anche la pazienza, o piantar tutto che vada come vuole, o fare qualche sfuriata: attento a star fedele nel poco, se vuol essere costituito nel molto! » (306).
Scriveva al chierico Cartier il 1° novembre 1878: « Ritieni che in terra lavoriamo per il cielo. Là saranno ricompensate degnamente le nostre fatiche: al cielo, al cielo! » (307).
A chi entrava in Congregazione, massime se adulto, prometteva « pane, lavoro, paradiso » (308).
Nel 1869 durante gli Esercizi a Trofarello: « Lavorate con fede, speranza e carità. Lavorate con fede, aspirando al premio che ci aspetta in cielo. Non fate le cose perchè il Superiore vi dica un bravo! bene! Lavorate con speranza: quando siamo stanchi, quando abbiamo delle tribolazioni, alziamo gli occhi al cielo; gran mercede ci attende in vita, in morte, nell’eternità; là il premio ci aspetta. Lavorate con carità verso Dio. Egli solo è degno di essere amato e servito, vero rimuneratore di ogni più piccola cosa che facciamo per Lui » (309).
L’educatore dovrebbe consolarsi al pensiero che, se Dio non lascia senza ricompensa un bicchier d’acqua dato in suo nome, certamente riserba un premio incommensurabile a chi spende tutta la sua vita a vantaggio dei piccoli nei quali ama nascondersi: Tutte le volte che avete fatto qualche cosa a uno di questi minimi fra i miei fratelli, l’avete fatto a me (310).
Capitolo III. GLI EDUCANDI
1. Importanza della conoscenza dei giovani.
Don Bosco, appunto perchè mette come base ed essenza del suo sistema educativo la carità, in tutte le sue più soavi manifestazioni, insiste perchè i Salesiani educatori si facciano un dovere di conoscere bene i giovani loro affidati.
Conscio della fondamentale importanza di questo dovere, egli studiava assiduamente il carattere, o, se meglio piace, la psicologia dei suoi ragazzi, agevolato in questo da un naturale intuito, da una disposizione innata a conoscere il cuore e l’indole giovanile.
Ancor piccolino, quasi senza avvedersene, a-veva preso a scrutare il carattere dei singoli suoi compagni, e, fissando taluno in faccia, di leggieri ne scorgeva i progetti del cuore. Fatto più grandicello, la riflessione e i confronti lo resero sempre più perspicace (311). Divenuto sacerdote e capo di una schiera di birichini, per poter conoscere maggiormente la loro indole, approfittava di ogni occasione, e permetteva loro di stargli continuamente ai fianchi (312).
Egli aveva la singolare virtù di cogliere a prima vista il carattere di chiunque ravvicinasse, e, a volte, sotto un’apparenza di idiozia, scorgeva un lampo d’ingegno. Del seguente fatto fu testimonio il Conte Balbo in casa propria. Un giorno accompagnano presso il Santo, nella speranza di affidarglielo, un ragazzo quasi istupidito dall’estrema miseria. Don Bosco amorevolmente gli domanda che cosa sa. Il ragazzo con risposte sconclusionate fa capire che non sa niente di nessuna cosa. Don Bosco replica: — Sai almeno giocare alla barra? — Gli occhi dell’infelice hanno un baleno di compiacenza. Allora il sacerdote, cori l’aria di chi ha fatto un acquisto prezioso, si volge agli astanti e dice seriamente: — Costui fa per me. — E lo accetta. Passano parecchi anni, quando al Conte Cesare Balbo viene annunziata la visita di un Salesiano. Lo riceve e si vede davanti un prete sconosciuto ma di bella presenza, di conversazione vivace, pieno d’ingegno. Questi dice: — Lei non mi conosce; io sono quel ragazzo che, nelle tali e tali circostanze, fu accettato da Don Bosco nella di Lei casa a Nizza(313)
Qui ci sovviene che il grande Pontefice Pio XT, in una paterna conversazione, ci diceva che, giovane prete, aveva raccomandato a Don Bosco un povero giovanetto, il quale fu senz’altro accolto molto volentieri dal Santo. Però, dopo qualche tempo, colto da forte nostalgia per la famiglia, il ragazzo fuggì dall’Oratorio. L’allora Don Achille Ratti ne provò sommo dispiacere e si credette in dovere di chiedere scusa a Don Bosco, aggiungendo che quel giovane doveva essere zotico e di poco buon conto e che, per questo appunto, rincresceva a lui maggiormente di averlo raccomandato. Il Santo invece, con cordiale sorriso di grande bontà, gli rispose: « No, quel giovanetto ha dimostrato di non essere uno zotico, perchè ha saputo trovare il modo di fuggire senza che nessuno lo sorprendesse. Escludo poi che sia un poco di buono, perchè fuggì per un sentimento di amore verso la famiglia. Lo segua, quel ragazzo; e vedrà che farà buona riuscita». E Pio XI concludeva: « Effettivamente quel giovanetto fece ottima riuscita ».
Parimenti Don Bosco conobbe la buona indole di Resucco Francesco al primo incontro. 11 piccolo, ricordando i benefizi del Prevosto dell’Argenterà, suo padrino, piangeva di riconoscenza verso il grande benefattore. E Don Bosco, al vedere quel pianto, pronosticò: « Questo giovanetto,
mediante coltura, farà eccellente riuscita nella sua morale educazione. È provato dalla esperienza che la gratitudine nei fanciulli è per lo più presagio di un felice avvenire; al contrario coloro che dimenticano con facilità i favori ricevuti e le sollecitudini a loro vantaggio prodigate, rimangono insensibili agli avvisi, ai consigli, alla religione, e sono di educazione difficile, di riuscita incerta » (314).
Di conseguenza il contegno e le parole di Don Bosco si adattavano mirabilmente al carattere dei singoli, che egli aveva cura di non violentare, ma di rispettare, pur cercando, secondo i casi, di frenarli, di regolarli, e, insomma, di svilupparli e migliorarli, procurando sempre di ottenere ciò che era possibile, e non di più. Ecco, ad esempio ciò che scriveva ad un alunno chierico: « Avrei bisogno di farti cacciatore di anime. Ma pel timore che rimanga da altri cacciato, ti propongo soltanto di farti modello ai tuoi compagni nel bene operare. Per altro sarà sempre per te una fortuna grande quando potrai promuovere qualche bene o impedire qualche male fra i tuoi compagni » (315).
Prova di come Don Bosco conosceva la psicologia giovanile, sono varie descrizioni che egli fece dello stato d’animo d’un giovane in disgrazia di Dio. Una volta, dando la buona notte ai giovani dell’Oratorio, descrisse minutamente una tempesta di mare da lui vista sulle coste della Liguria. Prese quindi a fare un paragone tra l’agitazione del mare in burrasca e l’agitazione della coscienza del giovane in peccato, con tanta ricchezza di particolari, con sì fine penetrazione di sentimento e con tanta vivacità e chiarezza, da lasciare la persuasione che Don Bosco era un grande conoscitore degli uomini (oggi diremmo un psicologo) oltreché un grande educatore, e che, nel campo educativo, dava la debita importanza alla conoscenza dell’animo degli alunni (316).
D’altronde una delle basi del suo sistema educativo è appunto la ragione, la quale implica la conoscenza e la comprensione del cuore, delle esigenze e delle inclinazioni del giovane.
Per questo Don Bosco vivamente raccomandava ai suoi collaboratori tale conoscenza, senza la quale non è possibile suggerire ai giovani gli opportuni rimedi per correggerli e, tanto meno, formarli. « Studiamo bene il loro carattere » (317) diceva. « Il Superiore studi l’indole dei suoi soggetti, il loro carattere, le loro inclinazioni, le loro abilità, i loro modi di pensare, per sapere comandare in maniera da rendere facile la ubbidienza, ricordando che non sa comandare chi non sa ubbidire » (318).
Da siffatta conoscenza degli alunni scaturivano queste norme pratiche del nostro Padre: « Con quelli che, permalosi, si offendono facilmente, siate ancor più benigni e pregate per essi. Procurate in ogni modo di infondere loro il rispetto verso i Superiori (319). Non comandar mai cose troppo difficili o ripugnanti. Quando, per trarre qualcuno al bene, o guadagnar qualche anima, servisse una immagine, un foglietto, un li bro, ecc., si doni volentieri » (320).
2. Mezzi per conoscere i giovani.
Purtroppo non tutti gli educatori si rendono il dovuto conto della imprescindibile necessità della conoscenza dei giovani, e quindi non sempre adoperano i mezzi opportuni che a detta cono scenza conducono: tra i quali, certo, non deve mancare, oggi specialmente, quello di valorizzare i dati delle scienze anche psicologiche, con un intelligente e ordinato studio della psicologia del giovanetto.
Nel sistema di Don Bosco l’educatore ha molti mezzi pratici per conoscere a fondo il suo alunno Dal fatto che tutti i Superiori, maestri, assistenti, devono trovarsi possibilmente sempre coi giovani, ne deriva come conseguenza una relativa facilità di studiarne le tendenze, le passioni, i difetti. Ciò praticherà il maestro nelle ore di scuola; ciò faranno i diversi assistenti nelle ore di ricreazione e di passeggio, durante le refezioni, nel teatrino, nei passeggi da un luogo all’altro: insomma, dovunque si possa.
Vi sono poi le riunioni settimanali e mensili, nelle quali i Superiori e gli assistenti, fatta eccezione dei confessori, riferiscono circa i voti di condotta meritati dagli alunni nei singoli posti, dandone al tempo stesso le motivazioni. Da queste notizie e da eventuali possibili discussioni per chiarire meglio le cose, la conoscenza dei singoli alunni diviene per tutti sempre più fondata e sicura, chiara ed esauriente. Sarebbe deplorevole che un educatore volesse dar subito un giudizio ed enunciarlo come definitivo, solo per aver dato un’occhiata a un alunno, per averlo colto in flagrante per qualche mancanza, o per averlo trattato poco e fugacemente: ciò porta in pratica solo conseguenze penose, perchè chi è corrivo a formulare giudizi, si espone al pericolo di errare, e quindi di nuocere alla giustizia e alla buona fama dell’alunno.
È vero che, per una conoscenza perfetta, sarebbe necessaria una vera penetrazione nel cuore dei giovani, perchè troppe volte le apparenze ingannano, e sappiamo quanto sia difficile trovare la via per entrare nell’intimo di un’anima. Ecco perchè Don Bosco nel suo sistema educativo vuole un contatto quasi continuo con gli alunni, allo scopo di studiarne, — attraverso le parole, i gesti, gli scatti, e in particolare ponderando le diverse mancanze, — ciò che dell’interno può apparire al di fuori.
L’educatore per vocazione non può e non deve dimenticare mai la necessità di questo contatto: il quale contribuirà ad orientare sempre meglio ogni suo pensiero, ogni sua parola, ogni sua azione, e a sviluppare quello spirito di osservazione per cui, seguendo i giovani dovunque essi siano, si tien conto di qualunque cosa essi dicano o facciano.
La missione dell’educatore è tanto alta da esigere che egli viva del continuo per gli altri e con l´animo proteso verso i giovani: il che importa pure un vigilare continuamente sopra se stesso, intento a ripensare alle osservazioni fatte, a confrontarle, ad approfondirle, onde render sempre più perfetta la conoscenza che egli ha dell’educando.
Ma, per arrivare a tanto, è necessario averne fatta l’abitudine, la quale si acquista facendo degli educandi la nostra preoccupazione continua, un nostro libro vivente. Ed era appunto questa, come abbiamo visto, la costante raccomandazione di Don Bosco.
Egli stesso poi asseriva che vi sono dei momenti in cui l’indole del giovanetto si manifesta più chiaramente, spontaneamente e quasi senza ritegno: come nella foga della ricreazione, nel prendere cibo, durante le rappresentazioni teatrali, e quando uno crede di poter agire senza essere osservato. Anche per questo motivo Don Bosco dava tanto impulso al gioco, raccomandando ai Superiori di prendervi parte. Durante le ricreazioni il giovane è maggiormente espansivo ed aperto, favorendo così dati più sicuri circa le sue energie fisiche e il suo carattere. Un giorno il Chierico Luigi Lasagna, già professore, giocava coi suoi scolari alla « palla a pugno » (o « pallone », come allora si diceva), in cui era valentissimo. Don Bosco in quel mentre entrava in cortile, e, dopo averlo qualche tempo osservato, disse a Don Garino che gli era al fianco: «Vedi Lasagna? Che buona stoffa per farne un Missionario! ». E diventò missionario e vescovo (321).
Notiamo in fine questa riflessione di Don Bosco a Don Barberis: « Quando un giovanetto domanda sempre questo o quello, per istruirsi, a chi lo può sapere, costui fa bene. Invece ve ne ha di quelli che stanno sempre lì come tanti fàr-fu (balordi); non domandano mai nulla. Per costoro questo non è buon segno » (322).
3. L’indole dei giovani.
Certi pedagogisti rendono talvolta essi stessi più difficile il loro già arduo compito di studiosi e di insegnanti, moltiplicando, sotto diversi punti di vista, classifiche e sottoclassifiche dei caratteri dei giovani. Basta leggere qualche testo di tipologia per persuadersene. Le intenzioni sono certamente buone; ma in tutte le cose non bisogna oltrepassare i limiti. Don Bosco, nel capitolo quinto dell’opuscolo sul sistema preventivo, dice, con grande semplicità, che « i giovanetti sogliono manifestare uno di questi caratteri diversi: indole buona, ordinaria, difficile, cattiva ». Per parte nostra, pur ammirando il non facile lavoro di quanti si dedicano allo studio della caratterologia, pensiamo che, per la maggior parte dei casi, ci si possa limitare alle quattro categorie indicale da Don Bosco, e alle norme pratiche da lui dateci in proposito.
Il Santo suggerisce che, quando noi ci troviamo dinanzi a giovani che hanno sortito da natura un carattere ed un’indole buona, ci limitiamo con essi a servirci della sorveglianza ordinaria e generale, spiegando loro le regole e raccomandandone l’osservanza.
La grande categoria, secondo Don Bosco, è costituita da coloro che hanno carattere e indole ordinaria, alquanto volubile e proclive all’indifferenza. Il nostro Padre dice che costoro hanno bisogno di brevi, ma frequenti raccomandazioni, avvisi e consigli. Bisogna incoraggiarli al lavoro, anche con piccoli premi, e dimostrare di aver grande fiducia in loro senza trascurarne la sorveglianza.
Don Bosco mette poi insieme la terza e quarta categoria, vale a dire, quella dei caratteri difficili, e cattivi. A costoro vuole che siano in modo speciale rivolti gli sforzi e le sollecitudini. Egli calcola il loro numero, uno su quindici. E vuole che ogni superiore si adoperi per conoscerli, e a tal fine s informi della loro passata maniera di vivere, si mostri loro amico, li lasci parlare molto; ma egli parli poco ed i suoi discorsi siano brevi esempi, massime, episodi e simili. Insiste poi perchè non si perdano mai di vista, dando tuttavia a divedere che non si ha diffidenza di loro. Sopra di costoro i maestri e gli assistenti devono sempre tenere lo sguardo, e, se si accorgono che taluno sia assente, lo devono tosto far ricercare sotto apparenza di aver qualche cosa da dirgli o manifestargli. Avverte poi che, se a costoro si dovesse fare un biasimo, un avviso o correzione, non si faccia mai in presenza dei compagni. Si può, tuttavia approfittare di fatti, di episodi avvenuti ad altri per tirarne lode o biasimo sopra coloro di cui si parla( Regolam., 105-110).
4. I giovani pericolosi.
Dopo aver considerato i vari caratteri in se stessi, vediamoli ora alla luce dell’influsso che essi possono esercitare sopra dei compagni. Don Bosco in questo caso ci mette particolarmente in guardia circa quei giovani che egli chiama « pericolosi ».
« Per conoscere i giovani moralmente pericolosi, — afferma il nostro Padre, — fin dal principio dell’anno io li distinguo in due classi; i cattivi, corrotti di costumi, e quelli che abitualmente si sottraggono all’osservanza delle regole. E primieramente in quanto ai cattivi, dirò una cosa che sembra impossibile, ma pure è così come io affermo. Fra cinquecento alunni in un collegio supponiamo ve ne sia uno solo guasto di costumi. Ecco entrare un nuovo accettato, egli pure infetto dal vizio. Questi due sono di paesi, di province, anzi di stati diversi; di classe, di camerata distinte; non si sono mai conosciuti, mai visti; eppure al secondo giorno di collegio, e talvolta anche dopo poche ore, voi li scorgete insieme nel tempo della ricreazione. Sembra che un malefico istinto li spinga ad indovinare chi è tinto dalla stessa loro pece, e che una calamita del demonio li attiri a stringere amicizia. Il « dimmi con ehi vai e ti dirò chi sei », è un mezzo facilissimo per scoprire le pecore rognose prima ancora che diventino lupi.
« Un’altra classe di allievi non. si deve tenere in casa. Quando avrete qualche giovanetto che pare buono, ma è spensierato, si assenta facilmente dai luoghi ove lo vuole la regola, lo trovate spesse volte solo negli angoli del cortile, su per le scale, sui balconi, nei ripostigli, insomma nei luoghi nascosti all’occhio del Superiore, temete sempre. Non lasciatevi illudere da apparenza di timidezza, di naturale solitario, di leggerezza o di ingenuità. Costui o sa fingere bene o incontrerà immancabilmente chi lo guasterà. Ritenete che questi individui sono pericolosissimi» (323).
Da tutto quanto disse e fece Don Bosco, balza sempre più evidente questa conclusione: che non è possibile nessun lavoro educativo senza uno studio serio degli educandi; anzi, poiché l’educatore, secondo il sistema preventivo, ha il dovere di amare i giovani, e amarli a tal punto che essi giungano a persuadersi di essere amati, per questo, più che in ogni altro sistema, è necessario ed insostituibile lo studio dell’alunno. Solo quando di lui si conoscano le tendenze, le passioni, le inclinazioni, i difetti, sarà possibile man mano correggerlo, e così far toccare con mano all’educando che si vuole solo e sempre- il suo vero e massimo bene.
Don Bosco insiste inoltre perchè, al disopra della conoscenza di cui abbiamo parlato, l’educatore possegga una conoscenza d’indole ancor più alta e nobile, e cioè la conoscenza soprannaturale dei giovani, che si devono considerare. « delizie di Dio » e trattare « come si tratterebbe Gesù stesso ». Alla luce di questi princìpi, egli vedeva in ogni giovane un’anima da salvare, e non trascurava ogni più ardua fatica per salvarla (324). Riguardava tutti i giovani come un prezioso deposito confidatogli da Dio stesso, e, parlando di loro, soleva dire con santa allegrezza: « Dio ci ha mandato, Dio ci manda, Dio ci manderà molti giovani. Teniamone conto. Oh! quanti altri giovani ci manderà in avvenire il Signore, se sapremo corrispondere con sollecitudine alle sue grazie! Mettiamoci davvero con ardore e sacrificio per educarli e salvarli » (325).
Solamente così l’educatore avrà per l’alunno il rispetto dovutogli, ed il coraggio e la forza per superare tutte le difficoltà che porta con sè il lavoro educativo tra la gioventù.
Sezione II. IL METODO
Capitolo IV. LA DISCIPLINA COME MEZZO GENERALE DELL’EDUCAZIONE
Esaminando i principali elementi del sistema preventivo di Don Bosco, abbiamo già avuto occasione di dichiarare che non sono creazioni o invenzioni sue, poiché di essi si servirono già altri educatori, e in tutti i tempi, ma che Don Bosco seppe dar loro una forma, una tonalità, un’anima tutta sua propria. Data appunto la marcata applicazione personale fattane dal santo Fondatore e dai suoi, essi vengono a costituire in certo modo le basi della metodologia educativa salesiana.
Non basta però avere buoni princìpi, idee chiare, concetti ben elaborati delle cose da farsi: oltre alla possibilità di tradurre tutto ciò in pratica, ci vuole quella tecnica, o meglio quella tattica speciale, e quello spirito che danno vita e valore al cosiddetto metodo. A volte ottimi princìpi furono compromessi, e mezzi di non dubbia efficacia frustrati, perchè non si seppe applicarli o non si indovinò il modo giusto di attuarli praticamente.
Ora sé ciò avviene per tutte le operazioni umane, nelle imprese dell’industria e dell’arte, tanto più si avvera in questa eccelsa missione dell’educatore, in quest’arte delle arti, da cui dipende, non già un interesse materiale o artistico, sia pur rilevante, ma il perfezionamento della stessa persona umana. L’educatore non lavora il legno, il marmo, il ferro, ma bensì le menti e i cuori, la volontà e l’animo dei suoi educandi: e per un’impresa sì alta e delicata occorre ricoprirsi le mani di velluto.
Siccome l’educazione è l’arte più aderente alla persona umana, e diretta specialmente all’intelligenza e alla volontà, la sua metodologia deve improntarsi e ispirarsi alle esigenze stesse di queste menti e di queste volontà. In una parola i mezzi dell’educazione devono essere sempre capiti e accettati dagli educandi stessi.
Proprio in questa luce è bene vedere ed esaminare la metodologia educativa salesiana, cogliendone per dir così tutta l’anima: e proprio in questa luce, secondo il pensiero e la pratica di Don Bosco, bisogna interpretare anzitutto il principio di autorità, che nell’ambiente educativo mantiene in fiore la disciplina.
L’autorità educatrice, mentre fa sì che l’educatore si rivesta di quella superiorità che è indispensabile per l’esercizio della sua missione, vuole inoltre che tale superiorità sia tutta e solo in funzione del bene dell’educando. Si tratta infatti di giungere a illuminare delle intelligenze, e soprattutto a muovere delle volontà: e un’autorità che sia tutta esteriore e quasi meccanica non troverà mai la chiave per aprire le porte dei cuori, le quali sono spalancate soltanto all’amore.
1. Amorevolezza e disciplina.
a) Autorità educatrice e perciò amorevole.
Veniamo ora al momento, che vorremmo dire solenne e cruciale, in cui l’educatore salesiano, imbevuto dei princìpi di Don Bosco e cosciente apprezzatore dei mezzi educativi a sua disposizione, si accinge a metterli in pratica tra i giovani affidati alle sue cure. Egli si trova preoccupato nei riguardi della propria autorità; e forse è tentato di farla valere e di difenderla con qualunque mezzo anche violento. Ebbene, egli, alla scuola e sulle orme di Don Bosco, deve saper rivestirsi di un’autorità amorevole, fino a lasciarsi compenetrare e dominare interamente da essa. Solo così egli mostrerà di possedere una vera e completa formazione salesiana: e, soprattutto, solo così egli potrà sperare, anzi assicurarsi, il risultato positivo della sua azione educativa.
Infatti, ed è bene ripeterlo spesso, l’amorevolezza salesiana — legittima e purissima figlia della carità cristiana — è quella virtù, quell’abito di parlare, di sentire, di agire, più conforme alla mentalità, alla sensibilità stessa dell’educando.
I moderni pedagogisti affermano che nessuna condizione autorevole, nessuna manifestazione psichica e morale della persona dell’educatore, meglio si addice, più si conviene e più fa presa suil’ammo giovanile degli educandi, che il modo di parlare, il modo di sentire, il modo di fare, amorevoli. E con questo riconoscimento dànno ragione a Don Bosco, che volle assegnare e stabilire come fondamento del suo sistema educativo, insieme alia ragione e alla Religione, l’amorevolezza.
II nostro Padre Don Bosco, spaziando col suo sguardo sopra tutta la storia dell’educazione, individuò quasi intuitivamente questo fondamento, e perciò, senza tante elucubrazioni e pretese scientifiche, ha iniziato la spiegazione del suo pensiero pedagogico con queste parole: « Due sono i sistemi in ogni tempo usati nell’educazione della gioventù: preventivo e repressivo». Ed egli si schiera senz’altro decisamente dalla parte del sistema preventivo, asserendo che quello repressivo potrà forse essere utile per altri scopi, ma non per educare i giovani. E non poteva essere diversamente. Il Santo, ispirato sempre alla carità più perfetta e sentita, non poteva non assegnare, come punto di raccordo tra l’azione dell’educatore e la reazione dell’educando, ossia come modo di fare e di agire del primo sul secondo, se non questa stessa carità fatta di amorevolezza.
E qui ci si consenta di indugiarci ancora un poco su questa, che è l’anima e il principio dominatore immediato del lavoro pedagogico salesiano.
È certo che l’amore, mentre è il più forte sentimento che domina il cuore umano, è anche per l’uomo stesso cagione o della sua maggior grandezza o della sua più degradante abiezione. È assolutamente indispensabile saperlo santamente intendere questo amore, rettamente indirizzare, fortemente dominare. L’amore educativo è uno dei sentimenti più delicati e più difficili, che non tutti sanno apprezzare, dosare, orientare. Educati alla scuola di Don Bosco, noi preferiamo chiamare subito questo amore col nome di carità. La parola amore, troppe volte abusata e profanata, potrebbe forse portare alla memoria ricordi che fanno arrossire l’uomo. La carità invece, sempre irradiata dalla luce della Fede, non possiamo considerarla se non redimita con l’aureola della dedizione e del sacrificio. Appunto perchè Iddio ha voluto chiamarsi carità, noi Lo andiamo a cercare ai piedi della Croce, dove il Signore ha dato agli uomini la più eccelsa prova del suo amore nel più grande dei sacrifici. Gesù Cristo stesso dice che solo chi dà la vita per colui che ama, dà la massima prova dell’amore. L’educatore pertanto, appunto perchè deve essere l’uomo del sacrificio, dovrà essere al tempo stesso l’uomo della carità. « L’educatore, — ha detto Don Bosco, — è un individuo consacrato al bene dei suoi allievi » (Regolam., 99). In questo clima o meglio in quest’ambiente soprannaturale di Fede, di Carità, di Sacrificio, Don Bosco forgiò l’amorevolezza salesiana.
Quest’ultima considerazione ci fa capire quale sia il suo carattere, la sua misura, il suo soggetto.
Il suo carattere o la sua nota costitutiva e formale è tutta basata sull’amore di Dio e del prossimo. In forza di questo principio, l’educatore, nello svolgere l’opera sua, amerà i giovani pensando di prestare ossequio e servizio a Dio. Amerà i suoi giovani, perchè sono creature e immagini di Dio e, in essi, amerà i loro più grandi interessi, che sono gl’interessi stessi di Dio, vale a dire, l’anima, la perfezione cristiana, la salvezza eterna.
La misura, l’estensione, la profondità dell’amore educativo sarà dato dall’amore di Dio verso l’uomo, che è senza misura. Solo così l’amore educativo ha saputo e saprà spingere l’educatore ai più grandi sacrifici, rendendoglieli cari, facili, e desiderati appunto perchè servono a meglio compiere la sua missione educatrice.
Ne deriva infine che anche l’oggetto di questo amore non sarà ristretto e meschino, — come se si trattasse di cose e d’interessi materiali o terreni, — ma sarà sempre un oggetto di ordine spirituale, soprannaturale, divino.
Tale è l’amorevolezza salesiana e la carità educativa di Don Bosco. Essa pervade così tutte le manifestazioni, tutto il modo di pensare, di sentire, di fare dell’educatore salesiano nell’opera sua verso i giovani.
b) La mancanza di amorevolezza.
Due grandi pericoli minacciano purtroppo la rettitudine, l’elevatezza, l’eccelsa purezza della carità. Sono due funeste ed opposte infiltrazioni che, insinuandosi man mano nell’animo dell’educatore, possono riuscire a incrinare e falsare il sentimento purissimo dell’amore educativo.
Una è l’infiltrazione di un sentimento che non si sa bene se sia manifestazione di egoismo e di superbia, oppure la triste risonanza al di fuori di un temperamento e carattere eccessivamente forte, violento, impetuoso, che dissecca le sorgenti stesse dell’affetto e della amorevolezza. È il carattere dell’educatore apatico, freddo, severo, portato quasi in modo irresistibile alla violenza nel trattare i giovani. Freddezza e apatia però che si manifestano con l’ambizione del dominio, con la pretensione dell’esagerata disciplina, con l’eccessiva severità e con quegli scatti violenti, che purtroppo non vanno spesse volte disgiunti da opposte passioni pure violente, che possono degenerare in tristi conseguenze.
L’altra è la malsana infiltrazione della sensualità, che emerge dai bassifondi della guasta natura, cioè da quel fango di cui l’uomo è impastato, e che, al dire dell’Apostolo, vorrebbe avere il sopravvento sullo spirito. È una funesta e alle volte violenta simpatia, la quale, se non è prontamente combattuta ed energicamente repressa, facilmente trascina a ignobili cadute e a deplorevoli prevaricazioni.
Ambedue queste infiltrazioni guastano in un modo o in un altro la delicatezza e la purezza della carità educativa, e, in genere, quel santo equilibrio che non deve andare mai disgiunto dalla ben intesa amorevolezza. Si direbbe che l’educatore è come colui che cammina sul crinale di una montagna ed ha continuamente ai fianchi e sotto i suoi occhi ripidi pendii, che minacciano l’incolumità dei suoi passi. Guai se svia, se perde l’equilibrio, se sbanda da una o dall’altra parte!
Rimandando a luogo più opportuno la considerazione del secondo di questi pericoli, soffermiamoci per ora sul primo, che consiste nell’amare troppo poco. In questo caso, poiché viene a mancare all’educatore la forza che deriva dalla carità, egli si trova esposto a lasciarsi trascinare da antipatie, da sospetti, da pessimismi, da poco interesse per il bene dei giovani; facilmente pensa male di essi, ne parla poco bene, non si interessa di far conoscere sufficientemente la legge, non fa la correzione o la fa in modo sconveniente; e infine si lascia trascinare ad infliggere con troppa facilità castighi persino avvilenti, dominato com’è dal vizio contrario alla carità, vale a dire, dall’ira, dall’amor proprio che lo abbassa a scatti di rabbia, a percosse, insomma a una condotta affatto indegna di un educatore cristiano.
Per questo, prima di passare a trattare della disciplina, parleremo brevemente di un mezzo che serve in modo mirabile a far evitare l’indicata deviazione pedagogica: è il gran mezzo dell’allegria.
c) Servire il Signore in letizia.
Nelle brevi pagine che dedica alla trattazione del sistema preventivo, Don Bosco parla della « ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento » che l’educatore salesiano deve lasciare agli allievi (Regolam., 93). Queste parole rivelano il pensiero di Don Bosco, il quale voleva che le sue Case risuonassero della voce giuliva degli alunni come espressione della gioia e allegria che inondava i loro cuori. Si direbbe che, per Don Bosco, l’allegria costituisca come una delle basi del suo sistema. Nel suo pensiero l’allegria dà lena ai giovani nello studio e nel lavoro, rendendo loro dolce la pratica dei doveri religiosi, e piacevole la vita nell’istituto.
« Vivete pure nella massima allegria, — ripeteva, — fate chiasso, correte, saltate, purché non facciate peccati » (326). Anzitutto egli badava alla fonte della vera letizia, cioè alla grazia di Dio e conseguentemente alla frequenza dei Santi Sacramenti della Confessione e della Comunione, i quali ridonano serenità e pace alla coscienza, togliendo la sorgente principale del malumore, cioè il peccato. « Coscienza monda e pura, — soleva dire, — ecco la vera pace nel servire il Signore » (327).
Nemico della taciturnità e dei nascondigli, amava che i giovani nelle ricreazioni si esercitassero specialmente nei movimenti del corpo e nella musica, prendendovi parte assai volentieri egli stesso, anche per disingannare quelli che, per un malinteso spirito o per scrupolo, se ne astenevano. E affermava: « Io desidero vedere i miei giovani a correre, a saltare allegramente nella ricreazione, perchè così sono sicuro del fatto mio » (328). « Riguardo ai giuochi, — diceva altra volta, — è da ritenere che il giovane deve stare contento, e perciò bisogna svagarlo con giuochi. A tale effetto noi non si trascura nulla; anzitutto la musica, e poi gli esercizi fisici. Quando il giovane è stanco di giocare, finisce spesso con l’andarsene a pregare in cappella, che trova sempre aperta» (329).
Delle passeggiate (330), del teatrino e delle accademie (331), delle feste (332) e in generale di tutte quelle risorse educative che servono a svagare la mente dei giovani e a riempir loro il cuore di gioia, e in ispecie dell’accademia in onore del Direttore. per il suo valore altamente educativo, (333) e anche del carnevale (334), voleva che si servissero gli educatori per accrescere nei cuori dei giovani la letizia e l’allegria. All’Oratorio si sa per esperienza che queste feste, anziché dissipare i giovani, conciliano anzi l’applicazione allo studio, sia perchè i Superiori sanno a tempo e luogo allentare e stringere il freno, sia perchè l allegria, così ben condita di pietà, è composta e serena-trice (335).
Nulla sfuggiva al fine senso pedagogico di Don Bosco per rendere lieta la vita dei suoi giovani. Perciò stabiliva che il trattamento a tavola fosse buono, e che il vitto, pur essendo adatto alla condizione sociale degli alunni, fosse sano, ben confezionato, vario. Speciale doveva essere il trattamento a mensa nelle solennità e ricorrenze partrice. (335).
Così il buon Padre di tutto si serviva per far toccar con mano ai giovani che il servire iì Signore può e deve andare bellamente unito con l’onesta allegria (337).
d) Costante allegria del Padre.
E di questa allegria egli dava un continuo ed eroico esempio. Fin da fanciullo aveva intravista l’importanza di questo fattore, e, sotto la spinta d’un prepotente bisogno di viverla e di comunicarla, se n era fatto ben presto apostolo ardente.
Ai Becchi divertiva i coetanei, esercitandosi nell’arte del canto e del saltimbanco. Ma poiché il divertimento costituiva, per lui, solamente un mezzo per far del bene alle anime, sul più bello del gioco, invitava gli spettatori alla recita del santo Rosario o ad ascoltare una lezione di catechismo o la ripetizione della predica dei parroco.
Studente a Chieri, incantava i condiscepoli con le sue facezie ed amene trovate, mostrando la sua abilità nei giuochi di prestigio, senza per altro perdere di vista il pensiero di Dio e l’invito alla frequenza dei SS. Sacramenti. Con la sua parola s’impadroniva delle menti e dei cuori, traendoli dove voleva (338). In breve tempo — giova ricordarlo — fra i condiscepoli, che spesso si recavano da lui per il desiderio di farsi ripetere le lezioni di scuola, di ricrearsi e di sentirlo parlare, fondò´ la Società dell’allegria, nelle cui riunioni ciascuno era obbligato a cercare quei libri, introdurre quei discorsi e trastulli che avessero potuto contribuire a stare allegri, ed era proibita ogni cosa che cagionasse malinconia o fosse contro la legge di Dio. Giovanni era alla loro testa, e di comune accordo furono posti per base alla società due articoli: i) Ciascun membro della Società dell’Allegria deve evitare ogni discorso, ogni azione che disdica ad un buon cristiano. 2) Esattezza nell’adempimento dei doveri scolastici e dei doveri religiosi (339).
In seguito, la prima cosa che lo colpì entrando nel Seminario, fu la meridiana del cortile, sovra la quale stava scritto il verso: Afflictis lentae, coleres gaudentibus horae (lente trascorrono le ore per chi è triste, fuggono invece per chi sta in allegrezza). « Ecco, — disse all’amico Garigliano, — ecco il nostro programma: stiamo sempre allegri e passerà presto il tempo » (340).
Fedele al suo programma, era di una gaiezza e di tale attrattiva nel raccontare storielle graziose ai chierici, da non potersi immaginare. Però d’indole e di carattere serio qual era, anche nelle cose più ridicole, egli mai si vide ridere sgangheratamente (341).
Divenuto Sacerdote, fra le massime che per più di quarant’anni conservò nel Breviario, c’era anche questa: Cognovi quod non esset melius nisi laetari et facere bene in vita sua (e riconobbi che non c’è di meglio per l’uomo che gioire e far bene nella sua vita) (342). Al Convitto Ecclesiastico, nulla smise del suo fare allegro e gioviale, che rendevalo principe in qualunque conversazione. Però nei suoi scherzi e burle teneva sempre un contegno calmo, sorridente e composto, nè mai dava in iscrosci di risa (343).
Tale fu Don Bosco per tutta la sua vita, spargendo intorno a sè gioia e riso, che ripetevano le loro scaturigini nella santità della sua vita e nel suo completo abbandono alla volontà di Dio. Così nella povertà: quanto più era povero, tanto più viva gli brillava in fronte una speciale allegrezza (344). E così ancora nelle malattie: durante l’infermità del luglio 1862 appariva talmente arguto e spigliato, che bastava vedere lui in tale stato conservare una faccia ognora allegra, per sentirsi spinti ad abbracciare con pace i più gravi patimenti (345). È stato comprovato che, quando era maggiore la deficienza dei mezzi o più grandi le difficoltà e le tribolazioni, lo si scorgeva più allegro del solito, tantoché nel vederlo più frequente e spiritoso nel faceziare dicevano i suoi figli: «Bisogna che Don Bosco sia ben nei fastidi, giacché si mostra così sorridente ». Infatti esaminando le circostanze nelle quali si trovava allora, ed interrogandolo, venivano a scoprire i nuovi e gravi ostacoli che gli si paravano davanti (346).
Il 15 agosto 1887 all’Oratorio si festeggiava il compleanno di Don Bosco. Ma la giornata non doveva passare senza una spina crudele. Una lettera gli comunicava una dolorosa decisione da prendersi senza indugio. Don Bosco inviò Don Cerruti a Roma per vedere se era possibile sistemare le cose in modo diverso. Gli si disse che si aspettava l’immediata esecuzione dell’ordine dato, e così fu fatto. Noi potremmo forse figurarci Don Bosco afflitto da grave melanconia per un caso tanto più doloroso quanto più inaspettato. Invece, uscendo di casa con il coadiutore Enria, questi, al vederlo più giulivo del solito, disse con la confidenza ispiratagli dalla grande bontà di lui: — Oggi Don Bosco è più allegro del solito. — Al che il Santo rispose: — Eppure oggi ho ricevuto il più forte dispiacere che abbia avuto in vita mia. — Dall’Alto gli veniva la calma serena che non lo abbandonava mai in mezzo alle sue pene fisiche e morali (347).
Nulla c’era in lui di austero; il suo fare era sempre disinvolto; anzi la sua amabilità gli guadagnava i cuori, e il prestigio della sua santità non cagionava diffidenze o ripugnanze nei mondani. La sua conversazione poi era disinteressata. Questo suo modo di fare gli apriva le porte di tutte le case e lo rendeva accetto agli uomini di princìpi anche diversi. Si può dire che Don Bosco fu una di quelle anime che dal Modello Divino seppero trarre mirabile esempio della più bella e serena vita umana. Il più bell’encomio che di lui si possa fare è il medesimo espresso sul conto di S. Teresa dalla sorella di Francesco Borgia: « Sia lodato Iddio che ci ha fatto conoscere una santa, cui noi tutti possiamo imitare! Il tenore di sua vita non ha nulla di straordinario; ella mangia, dorme, parla e ride come tutte le altre senza affettazione e senza cerimonie, alla buona; eppure ben si vede che ella è piena dello spirito di Dio ».
Anche durante le refezioni il discorso di Don
Bosco era vivo, e interessava gli altri commensali con la sua parola più di ogni altra faceta e desiderata specialmente per i suoi racconti. Sobrio e parco, era misuratissimo: non dissentiva però dal porre in tavola un gocciolo di quel vecchio, quando c’era qualche invitato, per dimostrargli la soddisfazione di averlo commensale (348).
e) Sua allegria in mezzo ai giovani.
Ma specialmente in mezzo ai giovani, la presenza di Don Bosco, le sue parole, il suo sembiante, il suo inalterabile sorriso, erano un continuo riflesso, vorremmo dire, un vivente messaggio di quella gioia che fa nascere nel cuòre il desiderio della bontà.
S’industriava anzitutto di mettere in atto la sua divisa: Servite Domino in laetitia. Timor di Dio, lavoro e studio indefesso e soprattutto, come corona, la santa allegria: ecco la vita dell’Oratorio. E questo mirabile insieme rendeva il vivere dei giovani in Valdocco, giocondo, entusiasta, e, per la quasi totalità, ineffabilmente´ soave. Il cortile, durante le ricreazioni, era battuto palmo a palmo nelle corse sfrenate, e Don Bosco, che era l’anima di quei divertimenti da lui voluti e promossi, ne godeva con immenso piacere. I giovanetti che sapevano come, tutte le volte che egli poteva, prendesse parte alle loro ricreazioni e conversazioni, tratto tratto alzavano gli occhi alla camera del buon Padre; e allorché egli compariva sul poggiolo, levavasi da ogni parte un grido di contentezza. Buon numero di essi gli correva incontro ai piedi della scala per baciargli la mano.
Pochi, noi crediamo, ci furono al mondo che * abbiano saputo attrarre talmente i fanciulli a sé, e giovarsi di questa affezione pel loro bene. Don Bosco in mezzo ai suoi figliuoli era l’amabilità stessa in persona. Mons. Caglierò, i chierici e gli stessi giovani dicevano di lui: Apparuit benignUas Salvatoris nostri (Apparve la bontà del nostro Salvatore) (349).
« Sta’ allegrò » incominciava a dire Don Bosco a qualcuno che gli si fosse presentato mesto e fosco in viso. E queste due parole, pronunciate da lui, producevano un magico effetto, dissipando la tristezza, sicché il giovane sentivasi pronto e volenteroso al dovere (350).
Talora la mattina si vedeva passare nel cortile mentre i giovani facevano la colazione. Sorridendo agli uni ed agli altri con motti amorevoli, a un tratto simulava serietà e diceva ad alcuno che aveva in mano la sua pagnotta: — Getta via quella pietra! — E il giovane rispondeva addentando la pagnotta e staccandone un bel boccone (351).
A questa scuola ritrovò la serenità della vita Michele Magone; si sviluppò, come nel suo ambiente naturale, la vocazione del Caglierò e di tanti salesiani degli antichi tempi.
A questa scuola camminò rapidamente per la via della perfezione l’angelico alunno, il Beato Domenico Savio. La prima cosa infatti che Don Bosco gli aveva suggerito per farsi santo, era stata quella di stare allegro e di prendere parte alla ricreazione coi compagni. E non andò a lungo, che, profondamente compreso della efficacia dell’avvertimento del Padre, divenne a sua volta apostolo di allegria in mezzo ai condiscepoli. A Gavio Camillo che l’aveva interrogato sulla maniera di farsi santo, rispondeva: « Sappi che noi qui facciamo consistere la santità nello stare molto allegri. Noi procureremo soltanto di evitar il peccato, come un gran nemico che ci ruba la grazia di Dio e la pace del cuore; procureremo di adempiere esattamente i nostri doveri, e frequentare le cose di pietà. Comincia fin d’oggi a scriverti per ricordo: Servite Domino in laetitia: serviamo il Signore in santa allegria (352).
Ecco qui il significato completo, che, per Don Bosco, aveva la parola allegra. Nel suo pensiero essa è uno strumento di santificazione: nel senso che, accompagnando e quasi ispirando l’esatto adempimento dei propri doveri e di tutte le azioni della giornata, dà lena e coraggio per compiere, momento per momento, con maggior facilità, prontezza, fiducia e coraggio, la volontà di Dio: nel che propriamente consiste la santità. Questa stessa allegria Don Bosco insegnava alle Suore, destinate esse pure alla educazione delle giovani. Fin dagli inizi della loro fondazione diceva loro: « Vi raccomando santità, sanità, scienza e... allegria! » (353). E ne dava la ragione: « Il demonio ha paura della gente allegra! » (354). Ed insegnava anche il modo di ridere: «Ridere e scherzare, sì; ma con moderazione e senza chiasso » (355).
Per conservare nell’Oratorio quest’atmosfera di serenità che è la più bella espressione dello spirito di famiglia e un bisogno prepotente dell’animo giovanile, oltre ai mezzi sovraccennati, Don Bosco ricorreva a tutte le industrie per combattere il vizio opposto, la malinconia: causa, secondo lui, di tutti i mali, in special modo morali. « Scrupoli e malinconia fuori di casa mia » ripeteva sovente con San Filippo Neri.
Egli soffriva assai nel vedere talvolta alcuni dei nuovi venuti, stare solitari e coll’aspetto melanconico: temeva per loro le insidie del nemico del bene. Allora li chiamava a sè, rivolgeva loro qualche amorevole interrogazione, con particolare interesse li presentava a qualcuno dei migliori allievi, facendogliene l’elogio e raccomandandogli che trovasse il modo di ricreazione più gradito ai nuovi amici; e non si acquietava finché non li aveva affezionati a sé, alla casa, avviati alle loro occupazioni e principalmente alle pratiche religiose (356).
Per lo stesso motivo diceva in una Buona Notte: « Quando qualche giovane viene di fuori ed entra in questo collegio, al veder tanti giovani resta sbalordito: l’allegria degli altri, gli aumenta la malinconia di trovarsi solo, senza conoscere alcuno. Quando vi avviene di scorgere qualcuno di questi tali, appressatevi a lui, usategli qualche cortesia, domandandogli di dove venga, che scuola fa, se sa andare allo studio, al refettorio, se conosce qualche giuoco. Basta talvolta uno di questi amorevoli colloqui per infondere la gioia nel nuovo venuto, farsene un amico, e talvolta fermarlo nel bel meglio che si studia di tornarsene a casa » (557).
Egli aveva anche un tratto squisito nel cercar conforto agli afflitti per una sventura in famiglia, ai malaticci, agli accesi dall’ira per qualche litigio, agli agitati da scrupoli, a coloro che volevano andar via dall’Oratorio per dispiaceri che dicevano sofferti, o per altro motivo. Appena erano entrati nella stanza, egli cominciava a calmarli con un sorriso e dando loro uno di quegli sguardi che andavano fino al cuore; poi con qualche lepidezza, che solamente lui sapeva dire in modo appropriato, acquietava in loro ogni passione e li faceva sorridere; quindi li invitava a sedere e ad esporgli quanto desideravano egli sapesse. Come avevano finito, il suo avviso e consiglio la maggior delle volte riuscivano di consolazione a quei poveretti.
Con altri concludeva il discorso con fare il regalo di una immagine, o medaglia, o libretto, o croce od anche di un frutto; e talvolta con un alio di confidenza l’incaricava di una commissione da parte sna a qualche Superiore o compagno (358).
Nell’aprile del 1867, un giovane che si lasciava vincere dalla malinconia, essendo andato dopo cena a baciargli la mano: — Oh! mio caro! — gli fece Don Bosco ed abbassò il capo vicino a quello del giovane come in attesa che gli dicesse confidenzialmente qualche cosa. E il giovane: — Che cosa vuole che le dica? Mi dica Lei qualche cosa. — Ed Egli: — Tu hai dei fastidi, sei malinconico, e vedendoti malinconico divento mesto io pure. Invece se tu sei allegro, lo sono anch’io. Io vorrei che tu fossi sempre lieto, che ridessi, che saltassi, per poterti fare felice in questo mondo e nell’altro.
A un giovane afflitto per bazzecole diceva: — Tu puoi contribuire molto a farmi stare allegro. — Al medesimo che il giorno dopo, finita la Messa, gli baciava la mano, diceva sorridendo: — Coraggio, sta allegro! Dice San Filippo Neri che la malinconia è l’ottavo peccato capitale (359).
La virtù consolatrice di Don Bosco era talmente conosciuta e provata dagli alunni, che, se loro sopravveniva qualche cosa da renderli meno lieti, ricorrevano subito a Don Bosco, per ottenere un suo rassicurante sorriso (360).
Nè tralasciava d’insistere sovente sopra la sincerità e la confidenza da usarsi coi Superiori nelle cose delFanima; ne descriveva i vantaggi, la chiamava chiave della pace interna, l’arma più efficace per cacciare la malinconia, il segreto più sicuro per trovare la contentezza durante la vita e in punto di morte e per giungere a gran perfezione (361).
I chierici poi, i maestri, i capi cl’arte, gli assistenti e non pochi allievi, facendosi cacciatori e pescatori di anime, sulle orme di Domenico Savio, promuovevano la ricreazione e l’accaloravano per darvi importanza e allettarvi anche gli inerti, affine di scuoterli dalla noia e dalla tristezza e per tal modo sviluppare la vita fìsica e morale: lieti di poter con quel mezzo conoscere meglio i giovani, la loro indole, i loro difetti, e cogliere l’opportunità di volgere loro una parola buona (362).
Questo era l’ambiente dell’Oratorio ai tempi di Don Bosco: e l’allegria contraddistingue ancor oggi le case salesiane.
Un nostro illustre Ex-Allievo, così esaltava lo spirito di serena letizia del grande Padre della Gioventù e dei suoi Istituti: « La sua azione si può riassumere in questi princìpi: divertire per istruire e assistere per educare: sollecitare la curiosità per fermare l’attenzione, provvedere ai bisogni della vita per ricordare le promesse eterne, ed in ogni modo rasserenare la mente per sgombrare il cuore, poiché prima di tutto la gioventù deve essere lieta. Don Bosco sapeva che essere lieti, è la condizione più che il modo di servire à Dio : fin da studente a Chieri aveva fondato una società dell’allegria, intuendo che specie nei giovani la tristezza è quasi sempre frutto di cattivi pensieri. Egli volle che nella sua scuola regnasse sovrana l’allegria, che riposa la mente disponendola allo studio e sgombra il cuore preparandolo alle preghiere: perchè dalla felicità nasce la gratitudine, che è il principio dell’amore, come la speranza è la sostanza della fede.
« Egli dimostrò che il maestro non deve solo insegnare e vigilare, ma condividere la vita dei giovani, mescolandosi ai loro giochi, ai loro discorsi, ciò che ne facilita il compito senza comprometterne il prestigio. Chi entra in una casa di Don Bosco all’ora della ricreazione è sorpreso di vedere che i religiosi e i fanciulli si divertono insieme, e la gioia è piena perchè nessuno vi è estraneo.
« Giorni fa, camminando per una via silenziosa di Roma, pensavo al Santo e all’opera sua, quando fui attratto dal gioioso vociare e mi sembrò di riconoscere il clamore che si spandeva per tutte le strade attorno al vecchio ricreatorio di Sant’Andrea. Passava vicino ad un giardino chiuso fra le case e presto mi accorsi che non erano bimbi, ma uccelli che gremivano gli alberi fin sulle cime salutando in coro l’ultimo sole. Senza volerlo aveva trovato a che cosa paragonare la gioia dei figli del popolo nelle case che il Santo ha costruito per loro » (365).
S’intende allora come i giovani, in un ambiente simile, che è il loro ambiente, siano portati ad osservare spontaneamente le norme disciplinari senza bisogno di speciali provvedimenti.
2. La disciplina educativa.
a) La disciplina all’Oratorio di Valdocco.
Esaminata quale sia l’autorità educativa salesiana, tutta vivificata dall’amorevolezza nell’ambiente della serena letizia, dobbiamo ora vedere come nella cornice di questa autorità la disciplina prenda un aspetto tutto particolare.
Tale aspetto, prima che nelle prescrizioni regolamentari, lo troviamo concretato nella prassi disciplinare dell´Oratorio, all’epoca di Don Bosco.
Nei primi tempi i giovani godevano moltissima libertà, vivendo come in famiglia. Ma di mano in mano che sorgeva un bisogno o circostanze speciali lo consigliavano, Don Bosco gradatamente, onde evitare disordini, dava qualche disposizione speciale suggerita dai fatti. E i giovani, riconoscendo la necessità di quelle nuove disposizioni, vi si assoggettavano volentieri. Così a una a una, a vari intervalli, furono stabilite le norme disciplinari che, sottoposte a molti anni di prova e quindi a successive modificazioni e miglioramenti dettati dallo studio e dalla esperienza, formarono i Regolamenti per le Case Salesiane (564).
Il mantenimento della disciplina era incentrato in Don Bosco, nel quale s’imperniava e si consolidava ogni forma di attività e di vita della casa.
Non si può certo disconoscere l’importanza, la necessità e il valore intrinseco delle norme disciplinari, le quali servono di guida in ogni evenienza al maestro, all’assistente, all’educatore. Tuttavia è anche certo che la loro efficacia estrinseca dipende in gran parte dal prestigio e dall’autorità della persona addetta alla disciplina. Per questo Don Bosco fa osservare che in fatto di disciplina « il vero regolamento sta nell’attitudine di chi insegna » (365). Vediamo le norme che egli introdusse man mano nel suo metodo di disciplina e che poi suggellò nei vari Regolamenti.
Si sa che per ottenere la disciplina è indispensabile nell’educatore una costante uguaglianza di carattere e quel dominio dei propri nervi che praticamente si manifesta in una imperturbabile calma, la quale gli consente di rendersi conto di tutto quello che accade intorno a lui, e di appigliarsi ai mezzi richiesti dalla situazione per dominarla.
Don Bosco raccomandava ai maestri ed agli assistenti di non lasciarsi trascinare da qualsiasi vento, cambiando a guisa dello stolto come, la luna. « Guai, — egli diceva, — se gli alunni, specie i più grandicelli, si vedessero obbligati a dirsi in confidenza: — -Aspettiamo che il maestro o l’assistente abbiano un metodo buono!» — Egli poi personalmente era la stessa inalterabile tranquillità, sempre unita ad una prudente fermezza, con la quale governava l’Oratorio, anche in certi momenti un po’ critici per la irrequieta spensieratezza di qualche giovane (366).
Nei suoi atti non scorgevasi nè violenza nè debolezza. Pareva non si potesse adirare: tosto che gli accendeva il primo moto d’ira ei lo frenava sollecito: e, violentando se stesso con moderato sorriso, si raddolciva. Nello stesso tempo però, ed anche questa era carità, dimostra-vasi di una fortezza abituale, risoluta nell’eserci-iare la virtù della giustizia, sostenendo i diritti della moralità e dell’ordine disciplinare. Scriveva Mons. Caglierò: «Durante il mio chiericato, un giovanetto semplice ed innocente e mio aiutante in sacrestia, era stato vittima di uno scandalo da parte di un adulto. Don Bosco non appena lo venne a sapere, ne sentì un estremo dolore, si turbò e pianse in mia presenza. Quindi fu sollecito a riparare l’innocenza tradita con paterna dolcezza; ma con pari fortezza procurò che fosse subito allontanato il colpevole dall’Oratorio » (367).
Le sue chiare e amorevoli parole lo rendevano tanto padrone dei cuori giovanili, da stabilire e mantenere nell’Oratorio il regno dell’ordine e della moralità (368). La stima, l’amore e il rispetto che i giovani avevano per Don Bosco conservavano la disciplina dell’Oratorio, in ogni luogo e in ogni tempo, e particolarmente il silenzio prescritto, cosa non facile a osservarsi dalla vivacità di giovanetti, per lo più orfani e vissuti in mezzo alla strada (369).
Ciò sta a dimostrare ancora una volta il peso che ha nel campo disciplinare l’autorità di chi regge; se questa manca, da nessun regolamento può essere supplita.
Tuttavia non bisogna dimenticare che anche l’educatore meno dotato, purché animato da buona volontà e sostenuto da un profondo senso di responsabilità, trova sempre nei Regolamenti un prezioso aiuto, se non si scosta per nessun motivo dalle sperimentate norme ivi tracciate. Che anzi, qualora metta tutta la sua attenzione e la sua abilità nello studiare e sfruttare i segreti di quelle direttive, che da sole valgono a preservarlo da fatali errori e a indicargli atteggiamenti e decisioni da prendersi sia nei casi ordinari che in quelli più gravi, egli, giorno per giorno, migliora la sua efficienza, si fa una preziosa esperienza, impara l’arte del governo, raggiungendo quei soddisfacenti ed ottimi risultati di disciplina, che gli consentiranno di esercitare le sue funzioni di educatore con vero profitto degli allievi.
Della serena ed ordinata vita dell’Oratorio, Don Bosco stesso fa questa testimonianza. Il 3 dicembre 1864 si era recato dal Ministro della Guerra, per ringraziarlo della sua beneficenza e per chiederne dell’altra. Sorridendo il Ministro gli domandò quanti giovani si trovassero all’Ora-torio:
— Circa ottocento!
— Ma dunque vi saranno più di cinquanta assistenti!
— Ve ne sono invece pochissimi, ma bastano.
— Almeno la disciplina sarà rigorosa.
— Castighi stabiliti per le mancanze non ve ne sono: e se si trattasse, ma raramente, di castigare qualcuno, gli si dà quella punizione che pel momento può stimarsi conveniente.
— Ma dunque saranno cacciati subito dalla casa i colpevoli?
— Niente affatto. Se uno mancasse al buon costume, in generale se ne va da se stesso, perchè vede e si accorge come sia incompatibile la sua presenza nel Collegio. Del resto il sentimento del dovere e dell’onore ha una gran forza sull’animo dei nostri ricoverati (370).
E qui viene in acconcio un fatto, che caratterizza assai bene il tratto e il metodo che usava Don Bosco per ottenere la disciplina. Il 6 marzo 1858 il Santo era a Roma in visita all’Ospizio di San Michele in Ripa. Mentre Don Bosco si aggirava col Cardinale Tosti e col Direttore per quegli immensi locali, si sentì zufolare e poi cantare. Ed ecco un giovanetto, che discendeva lo scalone, e che ad uno svolto si trovò all’improvviso alla presenza del Cardinale, del Direttore e di Don Bosco. Il canto gli morì in gola e stette col berretto in mano e colla testa bassa. — È questo, — dissegli il Direttore, — il profitto degli avvisi e delle lezioni che vi sono date? Screanzato che siete! Andate al vostro laboratorio ed aspettatemi per. ricevere la meritata punizione. E Lei, Signor Don Bosco, scusi.
— Che cosa? — replicò Don Bosco, mentre quel giovane si era allontanato. — Io non ho nulla da scusare, e non saprei in che abbia mancato quel poveretto.
— E quel zufolare villano non le sembra una irriverenza?
—Involontaria però; e Lei, mio buon Signore, sa meglio di me che San Filippo Neri era solito dire ai giovani che frequentavano i suoi Oratori: «State fermi, se potete! E se non potete, gridate, saltate, purché non facciate peccati! » Io pure esigo, in determinati tempi della giornata, il silenzio; ma non bado a certe piccole trasgressioni cagionate dalla irriflessione. Del resto lascio ai miei figliuoli tutta la libertà di gridare e cantare nel cortile, su e giù perde scale; soglio raccomandarmi soltanto che mi rispettino almeno le muraglie. Meglio un po’ di rumore che un silenzio rabbioso e sospettoso.
Don Bosco chiese quindi di andare a consolare quel poveretto, che forse covava qualche risentimento, nel suo laboratorio. Il Direttore aderì alla richiesta. Come furono nel laboratorio, Don Bosco chiamò a sè quel poveretto che, dispettoso ed avvilito, cercava di nascondersi: — Amico, ho una cosa da dirti. Vieni qua, chè il tuo buon Superiore te lo permette.
Il giovane si avvicinò, e Don Bosco proseguì: — Ho accomodato tutto, sai; ma ad un patto, che d’ora in avanti sii sempre buono e che siamo amici. Prendi questa medaglia e per compenso dirai un’Ave Maria alla Madonna per me! — Il giovane vivamente commosso baciò la mano che gli presentava la medaglia e disse: — Me la metterò al collo e la terrò sempre per sua memoria.
I compagni, ch’erano già al corrente del caso, sorridevano e salutavano Don Bosco che attraversava quella vasta sala, mentre il Direttore faceva il proponimento di non più rimproverare alcuno tanto forte per un nonnulla; e ammirava l’arte di Don Bosco per guadagnarsi i cuori (371).
Arte che, come ognuno vede, parte da una giusta comprensione della natura del giovane, e basa la disciplina educativa sulla dolcezza dei modi, tanto inculcata da San Francesco di Sales.
b) Concetto di Don Bosco sulla disciplina.
Udiamo ora il Santo, che nella Circolare del 15 novembre 1873, scrive: « Per disciplina non intendo la correzione, il castigo, o la sferza, cose tra noi da non mai parlarne ». Bastano queste sole parole per vedere quale differenza quasi sostanziale vi sia tra la disciplina intesa da tanti autori e quella concepita da Don Bosco. Ed egli continua: « Non intendo neppure per disciplina l’artifìcio o maestria di una cosa qualunque; per disciplina io intendo un modo di vivere conforme alle regole e costumanze dell’Istituto ». Ed eccoci al concetto fondamentale da lui con tanta insistenza inculcato, e cioè « che per ottenere buoni effetti dalla disciplina, prima di tutto, è necessario che le regole siano tutte e da tutti osservate ». Egli vuole perciò che queste regole siano costantemente ricordate ai giovani allo scopo che le abbiano presenti quando dovranno agire. Passa quindi a fare un paragone assai espressivo: « Datemi una famiglia in cui siano molti a raccogliere e uno solo a distruggere: noi vedremo andare la famiglia in rovina, e l’edifìcio sfasciarsi e ridursi ad un mucchio di macerie ». Di qui la sua insistenza perchè tra tutti gli educatori vi sia la più stretta unità di pensiero e di azione, e che tutti si propongano di edificare, vale a dire di ricordare le regole e di farle amorevolmente osservare: « Credetelo, miei cari, — sono sue parole — da questa osservanza dipende il profitto morale e scientifico degli allievi oppure la loro rovina ». Infine viene a enumerare e indicare i singoli educatori incominciando dal Direttore, e poi spiega come da tutti i Superiori e Assistenti si debba procedere per ottenere concordemente questa disciplina (372).
Così Don Bosco, non contento di una disciplina puramente materiale e meccanica, si sforzava di dare ai suoi giovani una vera educazione e quel genuino spirito di disciplina, che si basa anzitutto sulla convinzione della opportunità, necessità e importanza delle leggi disciplinari per una vita ben regolata e ricca di virtù e di meriti. La sera del 9 luglio 1875, nel ricordare la regola del silenzio diceva loro: « Siate persuasi che, se si insiste sulla osservanza di certe regole che paiono da poco, ciò si fa solamente per il vostro maggior bene. Senza che voi ve ne accorgiate, eseguendo tutti questi avvisi, che in fin dei conti costano poi un piccolo sacrificio, vi troverete avanzati nelle virtù e più ricchi di meriti» (373). Non quindi la disciplina per la disciplina, nè l’ordine per l’ordine, ma l una e l’altro per la virtù, per un ideale di formazione individuale e sociale.
Com’è bello e interessante riscontrare che Don Bosco non dà inai un avviso, un ordine ai suoi giovani. senza ragionarli prima, specificandone il perchè e il modo di praticarlo!
E non tralasciava di segnalare anche i danni della indisciplinatezza: «Un giovane poltrone, indisciplinato, sarà un giovane disgraziato, sarà un giovane di peso ai suoi genitori, di peso ai suoi Superiori, sarà di peso a sè stesso» (374).
c) Importanza della disciplina.
Don Bosco afferma che « nella casa la disciplina è tutto (375). Essa educa la volontà, la fortifica e nello stesso tempo la fa arrendevole e disposta al bene » (376). « La disciplina, — dice altrove, — è il fondamento della moralità e dello studio » (377).
E infatti le regole di un Istituto indicano agli allievi la via che devono seguire per raggiungere i loro ideali di scienza e di virtù; li preservano dal male e dai pericoli che possono incontrare; li premuniscono contro l’incostanza e la leggerezza, abituando la loro volontà a compiere il dovere nei tempi assegnati. La legge, ad esempio, prescrive agli allievi di non allontanarsi senza permesso dal luogo dove sono riuniti i compagni: così, trovandosi sotto gli occhi dei Superiori, evitano molte mancanze, ed anche gravi falli.
« L’ordine — diceva Don Bosco ai Direttori nel 1879 — impedisce tanti mali » (378). E nel 1884, dopo aver richiamato a ciascuno la sua parte di responsabilità nella disciplina, diceva ai Capitolari: « Non si guardi a spese, purché vi sia tutto il necessario per garantire l’ordine » (379).

d) Mezzi per ottenere la disciplina.
La disciplina per Don Bosco era basata sulle ordinate relazioni tra i membri della Casa: sempre, s’intende, in quell’atmosfera di carità e dolcezza, che non permette venga a spegnersi lo spirito di famiglia sotto lo specioso pretesto di una maggior disciplina.

1) Rispetto al fanciullo.
In primo luogo, per ottenere buoni risultati nella disciplina, il Santo Educatore richiamava l’attenzione dei Superiori particolarmente sopra il rispetto che si deve avere al fanciullo, alle persone e cose che gli appartengono: poiché chi vuol essere rispettato, deve anzitutto rispettare gli altri.
Per questo egli non si stancava di raccomandare di « non parlar male o scherzare sulle cose che sono care ai giovani, come sarebbe la patria, il vestito, gli amici quando non sono cattivi; di non burlare la nobiltà se sono nobili, nè la loro povertà se sono miserabili; il loro poco ingegno, se sono tardi nell’imparare; la fisionomia o difetti corporali; di non permettere che i giovani prendano a zimbello i loro compagni, e tanto più di guardarci noi dal farlo; nemmanco celiare sul nome di qualcheduno, se avesse un significato ridicolo o ambiguo. Niuno può immaginare come i giovani restino offesi da certe frasi e come nel cuore si ricordino per molto tempo di ciò che essi chiamano offesa. I parenti poi restano irritati, se venisse loro rapportato dai figliuoli qualche frizzo detto loro male a proposito. 11 povero non è meno altero del ricco, anzi è più violento» (380).
" « Insomma, — proseguiva Don Bosco, — trattiamo i giovani, come tratteremmo Gesù Cristo stesso, se fanciullo abitasse in questo collegio. Trattiamoli con amore ed essi ci ameranno, trattiamoli con rispetto ed essi ci rispetteranno. Bisogna che essi stessi ci riconoscano Superiori. Se noi vorremo umiliarli con parole per la ragione che siamo Superiori, ci renderemo ridicoli » (381).
Altro punto sul quale voleva Don Bosco che non si venisse mai meno alla carità è quello di ricordare pubblicamente ad un alunno, per avvilirlo, che non paga la pensione; quel poveretto sarà forse un orfano, un diseredato dalla fortuna, e dell’umiliazione subita, sarà capace di vendicarsi anche con danno della Religione e in tarda età (382). « Si tenga poi rigoroso segreto sul nome di chi avesse scoperta e svelata qualche grave mancanza avvenuta nella casa; ma si può avvisare la comunità che v’è chi osserva e può riferire: » (383). Altrove raccomanda di « rispettare la fama degli alunni, di non mortificarli in pubblico con certe espressioni e con certi termini disonorevoli. Senza offendere la regola e quando non vi è pericolo di scandali, difendiamo sempre in faccia ai giovani un alunno accusato. E anche quando è castigato procuriamo di compatirlo e di fargli coraggio, mentre non lasceremo di fargli vedere il suo torto. Allora sì che i giovani ci ameranno. E impediamo che il castigato sia schernito da altri. Si irrita, si ostina nel male chi è burlato » (384).

2) Non eccedere.
Sempre parlando di disciplina, bisogna far in modo che essa non nuoccia allo spirito di famiglia: perciò Don Bosco consigliava di non eccedere nelle prescrizioni disciplinari e di non moltiplicarle inutilmente. Alle volte alcune prescrizioni non sono necessarie per ottenere il buon ordine, oppure non lo sono in quel grado che si pretende siano eseguite: si vogliono certe inutili esteriorità e non si pensa che l’ottimo è nemico del bene. Gli eccessi, non solo non recano vantaggio alcuno, ma riescono nocivi, perchè rendono pesante e odiosa la disciplina che gli allevi invece dovrebbero amare.
La disciplina non dev’essere fine a se stessa, ina soltanto un mezzo per ottenere l’ordine nella misura necessaria: quando questo ci sia, nella disciplina non si deve andare più oltre.
Si badi ancora a non voler pretendere tutto sotto pena di castigo: e si ricordi che gli allievi, con tutto il buon volere, a motivo della loro leggerezza e sbadataggine, non possono aver sempre presenti tutte le regole disciplinari (385).

3) Educare al rispetto verso i Superiori.
Giova inoltre, nello spirito di Don Bosco, formare l’educando al rispetto verso l’autorità dei Superiori, ben sapendo che da ciò dipende anche il rispetto alle regole, che essi appunto hanno il dovere di far osservare.
Per questo egli cercava di infondere nei giovani un alto concetto della dignità dei Superiori, facendo risaltare trattarsi dei rappresentanti di Dio stesso: « Non è forse lo Spirito Santo che dice: Oboedite praepositis vestris et subiacete eis (Obbedite ai vostri superiori e state loro soggetti)? (386). Non è forse Gesù Cristo che parlando dei Superiori disse: Qui vos audit, me audit (Chi ascolta voi, ascolta me)? (387). E quanti altri tratti della Sacra Scrittura potrei ancora recarvi, ma che per brevità non voglio ora ricordare. Se adunque i Superiori credettero opportuno di stabilire una regola, hanno il diritto di essere obbediti; e voi lo stretto dovere di obbedire » (388).
Gettate così le basi dell’autorità dei Superiori, Don Bosco, nel Regolamento per gli Allievi, dedica un intero capitolo a descrivere il contegno che i giovani devono tenere verso i Superiori:
1) Il fondamento di ogni virtù in un giovane è l’obbedienza ai suoi Superiori. Riconoscete, nella loro volontà, quella di Dio, sottomettendovi loro senza opposizione di sorta.
2) Persuadetevi che i vostri Superiori sentono vivamente la grave obbligazione che li stringe a promuovere nel miglior modo il vostro vantaggio e che, nell’avvisarvi, comandarvi, correggervi, non hanno altro di mira che il vostro bene.
3) Onorateli ed amateli come quelli che tengono il luogo di Dio e dei vostri parenti, e quando loro ubbidite pensate di ubbidire a Dio medesimo.
4) Sia la vostra ubbidienza pronta, rispettosa ed allegra ad ogni loro comando, non facendo osservazioni per esimervi da ciò che comandano. Ubbidite sebbene la cosa comandata non sia di vostro gusto.
5) Aprite loro liberamente il vostro cuore considerando in essi un padre amorevole che desidera ardentemente la vostra felicità.
6) Ascoltate con riconoscenza le loro correzioni, e , se fosse necessario, ricevete con umiltà il castigo dei vostri falli, senza mostrare nè odio nè disprezzo verso di loro.
7) Guardatevi bene dall’essere di quelli cbe, / mentre i vostri Superiori consumano le fatiche
per voi, censurano le loro disposizioni; sarebbe questo un segno di massima ingratitudine.
8) Quando siete interrogati da un Superiore sulla condotta di qualche vostro compagno, rispondete nel modo che le cose sono a voi note, specialmente quando si tratta di prevenire e rimediare a qualche male; il tacere in queste circostanze recherebbe danno a quel compagno, e potrebbe essere cagione di disordini a tutta la casa » (389).
Come si vede Don Bosco, nel raccomandare ai giovani il rispetto e l’ubbidienza ai Superiori, non minaccia castighi, ma imparte regole ed ordini sotto forma di preghiere, valendosi della persuasione.
Egli, per altro, parlando ai Superiori, ricordava loro il dovere di esigere rispetto e ubbidienza da tutti i giovani indistintamente, anche dai grandi, evitando di cadere nel grave disordine di essere forti coi deboli e deboli coi forti. « Giusta severità — inculcava Don Bosco. — Non si tollerino risposte insolenti e infrazioni alle regole, principalmente nei grandi. La legge dev’essere uguale per tutti, quindi certe mancanze sian sempre punite. I riguardi speciali, usati verso gli studenti di rettorica gli anni scorsi, portarono amarissimi frutti; il tollerare fece loro prendere baldanza » (390).

4) Rispetto reciproco tra i Superiori.
Ma a nulla gioverebbero tante norme ed esortazioni, se i Superiori, dimentichi della propria dignità, non che dare l’esempio del rispetto che si deve al Superiore, scendessero al livello dei giovani, criticando le azioni e mettendo in mostra i difetti dei propri colleghi. Perciò Don Bosco ammonisce: << Tutti quelli che esercitano qualche autorità, se vogliono essere ubbiditi e rispettati, facciano essi stessi altrettanto verso i loro rispettivi Superiori » (391). E aggiungeva: « Non far mai confidenze ai giovani intorno alle cose della Casa, manifestando qualche inconveniente. Non parlare dei difetti di qualche nostro confratello; difetti ne abbiamo tutti. In tutti i discorsi difendiamo ciò che si può difendere; scusiamo dal lato buono ciò che si può scusare; non manchiamo giammai di far notare le virtù dei nostri fratelli. Se si trattasse della nostra fama, allora sapremmo diventar eloquenti. Non ascoltare o prender parte alle mormorazioni contro i Superiori. Non ridere in pubblico delle inurbanità di alcuno, non provocare o ammettere accuse di qualche giovane contro qualche chierico, specialmente se si trattasse di offese fatte a noi. Molto meno interrogare noi direttamente, volere che si parli, promettere segreto, o minacciar castigo … Se un fratello manca, avvertitelo in privato, e se non ne avete il coraggio o temete offenderlo, ditelo al Direttore, il quale adempirà con carità il suo ufficio. Formiamo un cuor solo. Parlar sempre con lode dei nostri compagni, perchè il biasimo di uno è biasimo di tutti » (392).
La stima, che si deve dagli uni verso gli altri,´ esclude in modo assoluto apprezzamenti men che favorevoli nei riguardi dell’operato dei colleghi in faccia ai giovani. « Nessun confratello — dice Don Bosco, — si permetta parole di disprezzo o di disapprovazione a carico di un altro confratello, specialmente innanzi agli alunni; altrimenti regnum divisimi desolabitur (il regno diviso andrà in rovina) (393). Si coprano i difetti, si difendano i Superiori; e non si prenda mai quell’aria di popolarità che non frutta altro che disinganni » (394).
Ma per far osservare più facilmente i regolamenti ai ragazzi occorre pure che i Superiori per primi diano l’esempio di una esatta osservanza delle proprie regole. A tal fine Don Bosco avverte di « non proteggere le scappate dei giovani, non celare per un amor proprio mal inteso o paura di perderne la confidenza, o per la debolezza di perdere la popolarità. Guardarsi dal prendere parte alle loro mancanze contro le regole con dare certi permessi... In questo caso, oltre la disubbidienza, tutta la responsabilità del male che ne può venire, peserà su chi vuol fare di sua testa, e allora, non il Direttore, ma chi dà la licenza ne renderà conto al tribunale di Dio.
« Il chierico, il prete deve essere il primo a rispettare la regola, e Tessere Superiore non dispensa affatto dalle regole non solo della Società, ma del Collegio. Dicono i Teologi che il legislatore è obbligato anch’esso alla legge fatta da lui per ovviare allo scandalo che ne viene.
« Noi siamo obbligati per il voto di obbedienza. Noi dobbiamo essere la personificazione della Regola, e cento bei discorsi senza l’esempio valgono nulla. Il giovane vedendo sottomesso chi è da più di lui, si sottometterà volentieri; e non ascolteremmo certe ragioni: — Perchè sono Superiori fanno come vogliono! — E non è la nostra volontà che noi Superiori dobbiamo fare, ma quella della Regola. La Regola è superiore a tutti: è la voce di Dio » (595).
Parlando poi della educazione fisica, vedremo che Don Bosco considerava il gioco, la musica, il canto, il’ teatro, le passeggiate, come mezzi molto indicati per ottenere la disciplina. Con ciò egli si proponeva di conservare l’ordine in casa nel modo più spontaneo e meno coercitivo, ben sapendo che, per indurre i giovani a fare la nostra volontà, è necessario anzitutto mostrar di fare la loro in quelle cose che sono legittime esigenze della loro età.
Appendice al capitolo IV. IL VILLAGGIO DEI RAGAZZI
Da qualche tempo si parla, un po’ dappertutto, di Città o Villaggio dei ragazzi: ed è bene dedicare qualche parola a questo argomento.
Le cause che resero necessarie tali istituzioni sono note. Da una parte il liberalismo e l’industrialismo contribuirono ad affievolire la coesione familiare. D’altra parte le dottrine estremiste, allontanando l’uomo da Dio e dal pensiero dei suoi alti destini, lo piegarono miseramente verso la terra, unica fonte ormai dei suoi godimenti e delle sue speranze, impedendogli la vista del Cielo. Il libero amore poi, il divorzio e la dissoluzione sistematica della famiglia accrebbero spaventosamente il numero dei ragazzi derelitti e vagabondi. Le ultime guerre infine, con le orrende distruzioni di città e di vite, buttarono sulle vie e sulle piazze migliaia e migliaia di orfani e di giovani disgraziati che, corrotti dall’ozio, dal vagabondaggio e dalle compagnie perverse, crearono un vero pericolo sociale.
Davanti a questo triste spettacolo, oltre ai Religiosi e alle Religiose consacrate per vocazione agli orfani e ai derelitti, sorsero altre anime generose, le quali, trovandosi sole per gl’immensi e pressanti bisogni, idearono Città e Villaggi pei fanciulli, con il nobile scopo di rendere meno dolorose soprattutto le conseguenze delle guerre. Sia lode ai cuori generosi che, con slancio e sacrificio, consacrano le loro energie a così degno scopo.
Premesso ciò, è bene dare una risposta a coloro che vorrebbero sapere se le sullodate organizzazioni possano considerarsi come una nuova forma o sistema di educazione e se effettivamente, così come d’ordinario vengono presentate, rispondano veramente ai fini dell’educazione, che è l’arte di formare gli uomini.
Nell’esporre le nostre considerazioni non intendiamo alludere a questa o a quella istituzione particolare, che potrebbe trovarsi scevra da ogni difetto e fors’anche essere pedagogicamente perfetta; ma consideriamo il tipo ideale del Villaggio dei ragazzi, quale viene descritto secondo le norme di certa moderna pedagogia, che largamente indulge, come già abbiamo avuto occasione di notare, ai canoni del naturalismo.
Non ignoriamo che, grazie a Dio, in vari istituti del genere è in pieno fiore la pedagogia cattolica e che la loro denominazione di Città o di Villaggio sta a indicare piuttosto l’organizzazione esterna, anziché una innovazione sostanziale nei sani metodi tradizionali dell’educazione.

a) Il nome.
Anzitutto pare meno giustificato il. nome di Città o Villaggio: esso, mentre si pone come in antitesi al nome di Famiglia, ci dà subito l’idea di una organizzazione che scavalca quella familiare.
È risaputo che gli Istituti educativi ebbero finora la tendenza di ricopiare la vita del focolare domestico, sia pure in una grande varietà di pratiche attuazioni. Questa nuova istituzione invece trapianta subito il fanciullo nella vita civile: il che non è immune da pericoli, specialmente in quest’epoca di infatuazione democratica.
Il nome di Città o Villaggio perciò, in quanto esprime una realtà diversa dalla famiglia, si oppone alle esigenze ambientali proprie del fanciullo, il quale di sua natura reclama l’ambiente familiare, bisognoso com’è, per la sua età, di affetto, di aiuto e di autorità veramente paterna.
Finora gli Istituti educativi, pur essendo considerati come surrogati della famiglia, ne costituivano però il prolungamento e una specie di preparazione alla vita sociale. Erano e sono stadio intermedio tra la vita di famiglia e la vita di società, con le caratteristiche sia dell’una che dell’altra, compatibili naturalmente con la vita di collegio e con il grado reale di sviluppo raggiunto dal fanciullo.
All’incontro l’organizzazione della Città o Villaggio, trasporta il fanciullo direttamente nella vita di società: a meno che si voglia far consistere l’ambiente familiare nel mettere i piccoli in contado cogli adulti, anche di sesso diverso: ciò sarebbe quanto mai deplorevole.
Se si trattasse di vere famiglie adottive, la differenza non sarebbe così stridente. Ma con la semplice presenza di adulti, ai quali i più piccoli dovrebbero rivolgersi per cercare appoggio, amore e guida, senza però che vi sia un padre con la responsabilità e l’autorità che gli competono, lo spirito di famiglia è solamente fittizio. E così la famiglia, altro non è che Città o Villaggio.
Non c’è poi chi non veda quanto sia pericolosa per la moralità, siffatta mescolanza dei piccoli coi grandi, del tutto contraria ai princìpi di una sana pedagogia. È stato constatato infatti che là, dove non predominano i vincoli del sangue, l’amore facilmente degenera, soprattutto in un ambiente dove molti ragazzi, grandi e piccoli, già tarati e predisposti da cattivi precedenti, vivono assieme, senza la debita separazione richiesta dall’età e dallo sviluppo, e senza la debita assistenza. E dove non ci sia moralità, non ci potrà mai essere disciplina, ordine, educazione!

b) Autogoverno?
Ci si dice poi, anzi quasi se ne mena vanto, che il Villaggio è prevalentemente organizzato in Repubblica democratica e dotato di proprie leggi.
Ma chi comanda? Vi è un sindaco-ragazzo: un ragazzo, dunque, che dirige. Vi è un giudice-ragazzo: un ragazzo, dunque, che giudica.
Che pensare di questo autogoverno? O c’è o non c’è.
Se c’è, vien subito da domandarsi come si possa trovare o esigere, nel sindaco-ragazzo e nel giudice-ragazzo, tanta saggezza e prudenza per governare, tanta consapevolezza delle proprie responsabilità e del bene pubblico, tanta coscienza dei problemi morali, intellettuali e spirituali inerenti all’età dell’adolescente, tanta energia per impedire o reprimere disordini, tanta esperienza e intuito per risolvere le difficoltà a volte assai complesse di un intero Villaggio. Un sindaco-ragazzo come pure un giudice-ragazzo, siano pure coadiuvati da coetanei, non hanno raggiunto ancora il perfetto sviluppo dell’uomo; in essi la volontà e la maturità di giudizio sono scarse assai, la conoscenza della vita e dei suoi problemi quasi nulla, la virtù appena agli inizi! L’istituzione suppone ciò che dovrebbe dare: l’educazione, la maturità.
Il cercare di venir incontro al provvidenziale istinto che spinge i ragazzi ad imitare i grandi, non significa già che si debbano mettere nelle condizioni di riprodurre le azioni specifiche dei cittadini maggiorenni, ma semplicemente questo: che gli educatori sono in dovere di presentare ad essi dei modelli di uomini virtuosi e bennati, sia in se stessi, sia nei personaggi principali della storia e della vita contemporanea.
Il fanciullo, lungi dal saper giudicare gli altri, se non in quelle cose che sono proprie dei ragazzi, sente il bisogno di essere illuminato e governato da chi ha su di lui autorità paterna o tutoria: e compito della educazione è quello di seguire la natura umana del fanciullo nel suo graduale sviluppo fisico, intellettuale e morale, per portarlo allo stato dell’uomo perfetto, senza forzarla col costringerla ad agire come i grandi. Per questo motivo e sotto questo aspetto, l’organizzazione del Villaggio dei ragazzi fa troppo violenza alla natura.
Oppure questo governo non c’è, perchè di fatto governano le persone maggiori, qualunque mansione esse occupino, e tra qualsiasi quinte esse si nascondano. Ma allora si tratta di una finzione, per cui i ragazzi, per sistema, devono darsi a quel divertimento chiamato « gioco dei grandi ». Abbiamo nominato le quinte: esse ci ricordano la commedia.
Non c’è chi possa misurare la gravità delle conseguenze di una organizzazione della vita sociale, dove facilmente s’infiltrasse l’idea che la vita sia passatempo.
A che cosa si riduce la tanto decantata educazione al senso di responsabilità, dove non si tratta di una cosa seria, ma di una commedia? Dove va la serietà della formazione sociale in una istituzione improntata a tanto artifizio e a tanta leggerezza? Come non dovrebbe degenerare in libertinaggio quella libertà che, in caso di manifestazioni di disordine e d’immoralità, si trova davanti alla tutela disciplinare, esercitata da un sindaco ragazzo e da un giudice-ragazzo?

c) Princìpi informativi.
I fautori delle Città o Villaggi dei ragazzi, parlano ancora di tre princìpi-base, che però non hanno nessun motivo di presentare come propri di tali organizzazioni: detti princìpi infatti, intesi nel senso migliore e cristiano, stanno alla base di ogni sistema di educazione e anche in modo particolare del sistema preventivo di Don Bosco.
Ma ciò che maggiormente desta la nostra perplessità è la considerazione se questi princìpi abbiano o possano avere applicazione e successo in un ambiente, che, di sua natura, neutralizza ogni generoso sforzo, da parte degli educatori e degli educandi, per migliorare l’individuo e la collettività: ambiente che manca di un organo dirigente e disciplinare adeguato.
Una secolare esperienza invece autorizza a dire che i suddetti princìpi, — come del resto anche le idee di libertà e di socialità che essi incarnano e che l’istituzione del Villaggio ha pure la pretesa di appropriarsi, — sono sempre stati adottati con felice successo, sebbene in diversa misura, dalla scuola tradizionale, ed hanno avuto ed hanno una piena affermazione ed attuazione nell’àmbito del sistema preventivo.
a) Si attribuisce al Villaggio il principio che « ogni fanciullo può diventare un uomo onesto ». Orbene questo medesimo principio ha tale importanza nella scuola cattolica, che su di esso vien fondata l’economia della Redenzione: anzi, proprio in questo vien confutata la scuola protestante, la quale nega ogni fondo di bontà alla natura dell’uomo, che essa dice intrinsecamente corrotta dal peccato originale. Dal canto suo Don Bosco, seguendo le norme di San Francesco di Sales, nutre e vuole che si nutra la massima fiducia nel potere di resipiscenza del fanciullo anche più traviato, poiché non esiste, secondo il santo Educatore, terreno così ingrato e sterile che non possa portare buon frutto, quando sia ben coltivato, adoperando tutti i mezzi, umani e soprannaturali, che il sistema preventivo mette a disposizione dell’educatore.
b) Pel Villaggio dei ragazzi si invoca pure il principio che « nessuno può educare il fanciullo senza il suo concorso». È naturale; perchè l’educazione, come abbiamo detto, è un lavoro a due. Tale concorso in base al sistema preventivo non s’impone, ma s’inculca in modo da risvegliare nell’educando ciò che si vuole, mediante la ragione e la persuasione, escludendo ogni sorta di intimidazione e gli stessi leggeri castighi.
Il sistema preventivo vuole pure che si dia , ampia libertà al fanciullo in tutte le fasi e in tutti i settori della sua educazione, e specialmente nelle cose di pietà. Si capisce che questa libertà non può essere sconfinata, ma ha dei limiti segnati dalle leggi di Dio e della Chiesa e dalle esigenze del bene comune. Di conseguenza il ragazzo che desse pubblico scandalo e non volesse emendarsene, verrebbe allontanato dall’istituto.
D’altra parte non solo è lecito, ma talvolta è persin doveroso usare una dolce violenza nei riguardi dell’educando, quando si tratta del suo bene; poiché egli, a motivo della sua età, non è ancora in grado di giudicare della importanza di certi elementi educativi, di cui solamente più tardi potrà misurare la portata. In tali casi la speranza di sicuro successo salvaguarda la libertà del fanciullo.
c) Finalmente al Villaggio si suol applicare un terzo principio, secondo il quale « i fanciulli sono i collaboratori più intimi della educazione degli altri ragazzi ». Ciò, nella organizzazione del Villaggio, sembra avere una maggiore applicazione per il fatto che figurano loro, come se facessero proprio tutto loro. In realtà tale educazione non sarà mai così profonda ed efficace come quando è impartita direttamente dagli educatori ed in modo speciale dal Superiore in capo, ossia dai padre che dovrebbe avere in mano il cuore dei fanciulli.
Nè la suddetta formazione è scevra di pericoli, soprattutto quando dai più adulti si tentasse entrare coi piccoli in cose intime e di coscienza: e il pericolo sussiste di fatto, per il delicato incarico loro affidato. A noi basta l’avervi anche solo accennato.
Anche nel sistema preventivo il fanciullo, oltre che dare, pel suo personale profitto, il proprio concorso all’azione dell’educatore, coopera poi efficacemente al bene comune e alla educazione dei suoi compagni: e ciò mediante l’apostolato del buon esempio, della parola e dell’esercizio di alcune piccole mansioni di fiducia; il quale esercizio, mentre sviluppa in lui il senso della responsabilità e l’abitudine alla vita sociale, non fomenta però lo spirito di orgoglio e di prepotenza, e meno ancora la brama di dominio.
Nel sistema preventivo le responsabilità maggiori gravano sulle spalle degli educatori. Don Bosco, iniziando l’opera degli Oratori Festivi dovette, per forza di cose, valersi della collaborazione dei giovani più grandi, sia per l’ordine in casa, sia per la scuola di catechismo; ma riservò a sè la direzione dell’opera e il diritto di decidere e di castigare. Non appena potè, affidò i principali incarichi a educatori salesiani, lasciando ai giovani gli incarichi minori, cioè quei pesi di responsabilità che essi possono portare nell’àmbito della casa e delle associazioni giovanili. Non pertanto, egli era sempre presente a tutto e a tutti, e gli adulti sapevano di essere sorvegliati dallo sguardo di colui, cui nulla sfuggiva dell’andamento generale della casa.
Il primo fu un pericolo di transizione. Don Bosco infatti aveva già in mente di fondare una Società di religiosi, ai quali tramandare l’opera dell’educazione giovanile, dopo averli formati nella pratica del suo sistema. Pensiamo che anche il Villaggio dei fanciulli, con le proprietà che ora lo caratterizzano, sia una organizzazione di transizione dal marasma della guerra alla normalità della pace, finché non gli sia data col tempo la possibilità di evolversi, di perfezionarsi e di organizzarsi in un modo più consentaneo ai fini della educazione. Creando l’ambiente di famiglia, quale lo esige il sistema preventivo di Don Bosco, si avrà il concorso e la collaborazione di tutti nell’ambiente della carità, che elimina le distanze e stringe i cuori in quello del Padre, che tutti vuol salvare e condurre a Dio.
In quest’ambiente familiare è favorito lo sviluppo del senso sociale del fanciullo, il quale si espande liberamente nella serena letizia della casa salesiana, senza bisogno di mettersi nella condizione di fìngersi cittadino maggiorenne in una metaforica repubblica democratica.
In modo parallelo, spontaneo ed armonico si sviluppa nel cuore dell’educando, — senza lo sbalzo di una innaturale anticipazione di cariche civiche, riservate dalla legge stessa ai maggiori di età, — il senso della responsabilità; poiché in seno alla famiglia, tutti i membri naturalmente si sentono impegnati al bene comune nonché al proprio individuale perfezionamento. Viceversa questi fattori di libertà, socialità e responsabilità, minacciano di essere compromessi nella artificiosa atmosfera del Villaggio, ove i fanciulli, colpevoli di qualche mancanza, sanno di dover sottostare alla decisione e al castigo di un ragazzo come loro. E si avverta che il ragazzo-giudice applica la pena stabilita da un codice assai discutibile specialmente se si pensa a chi debba applicarlo, senza che vi possa essere un’adeguata valutazione della mancanza stessa, in quanto che egli è sprovvisto della necessaria conoscenza, esperienza, prudenza e soprattutto della comprensione di cui abbisogna l’animo giovanile, che pecca più per spensieratezza che non per malizia. Insomma c’è proprio un vero pericolo di cadere nel sistema repressivo: e già abbiamo visto che esso non è il sistema più adatto alla educazione della gioventù.
In nessun modo poi è spiegabile come questo nuovo movimento abbia la pretesa di sorgere come una reazione alla scuola tradizionale, cui rimprovera tal sorta di « formalismo-passivo » permeato da spirito di coercizione ai danni della libertà dell’alunno, come pure un certo disagio sociale in cui verrebbero a trovarsi gli educandi a causa di un malinteso « paternalismo » dell’educatore, che terrebbe in minorità la loro intelligenza e il loro spirito, dominandoli con la paura.
Basta questo atteggiamento di recriminazioni arbitrarie, oltre che di pericolose novità, per tenerci in guardia contro una tendenza pedagogica che rinnega la tradizione e dimentica che il cristianesimo, oltre ad aver trovato il giusto modo di educare cristianamente i fanciulli, seppe formare gli uomini più grandi della storia.
Praticamente, in troppi casi, il nuovo movimento, mentre osa render responsabile la Chiesa di qualche deviazione educativa, imputabile non alla sua dottrina ma a manchevolezze personali, passa all’estremo opposto sconfinando in dottrine materialistiche.
Chi ben considera le cose, deve invece conchiudere che, quello che di buono può avere questo movimento, lo ha preso in prestito dalla tradizione cattolica.
Quanto poi a menar vanto di aver introdotto il metodo intuitivo per l’insegnamento del catechismo nel Villaggio dei fanciulli, ci permettiamo di ricordare che esso non è nuovo nella tradizione della Chiesa. Don Bosco lo praticò già un secolo fa, e altri prima di lui.
Non si può invece approvare che in certe comunità di ragazzi siano messe al bando regole, catechismi e formule a memoria. Ma di ciò diremo in seguito più ampiamente.
Riassumendo, concluderemo che le Città o Villaggi dei ragazzi, secondo che qui li abbiamo descritti, costituiscono un insieme che è in contrasto con la natura, o almeno prescinde da essa. La natura infatti non ci presenta i bambini che si governano da sè, ma i figli che, nel seno della famiglia, sono sottomessi all’autorità dei genitori che li educano. Quando poi, come negli eccìdi della guerra o di altri sconvolgimenti sociali, venissero a mancare i genitori, la logica vuole che si creino istituti che si avvicinino il più possibile alla famiglia.
La Città o Villaggio dei ragazzi, oltre che essere in contrasto con la natura, lo è con le tradizioni di qualsiasi nazione civile, che, nell’educazione, vuole rispettato il principio di una vera e non effimera autorità nell’ambiente della libertà.
Tale istituzione è pure in contrasto con le tradizioni delle leggi di Dio e della Chiesa, e pur senza volerlo, di fatto snatura il fanciullo, mettendolo nella condizione di fare ciò che non sa, di dirigere senza esserne capace, di governare e guidare mentre ha bisogno di essere governato e guidato, esponendosi così a errori e ingiustizie, che turbano e sovvertono la sua stessa coscienza.
Infine, come già si disse, o governa davvero il fanciullo e allora si va alla rovina, o di fatto non governa, e allora si educa la gioventù alla menzogna e alla ipocrisia snaturandone il carattere.
Queste considerazioni ci autorizzano ad affermare che dette nuove forme — come già avviene in alcuni cosiddetti Villaggi diretti da zelanti sacerdoti sotto la guida dei loro Vescovi — solo orientandosi verso la tradizione pedagogica cristiana potranno sussistere. Per parte nostra, pur lodando ogni buona iniziativa, siamo persuasi di avere nel sistema preventivo di Don Bosco una sorgente inesausta di risorse pedagogiche applicabili ai bisogni di tutti i tempi, perchè tutto, nel sistema preventivo, poggia sulla carità, la quale è fonte di ogni bene temporale ed eterno, poiché la carità è da Dio, anzi Dio è carità (396).

Capitolo V. L’ASSISTENZA COME MEZZO FONDAMENTALE DI DISCIPLINA
1. Concetto dell’assistenza.
Dai princìpi direttivi di un sistema pedagogico, rettamente impostati e chiaramente definiti, sgorgano quasi necessariamente i relativi mezzi dell’educazione. Anzi, non pochi sistemi educativi ricevono la loro caratteristica, più che dai princìpi, dai mezzi che si adoperano: questi mezzi infatti riflettono la natura dei princìpi stessi. Anche nel sistema di Don Bosco, dai princìpi che abbiamo testé indicati, — princìpi che sgorgano dall’essenza stessa del suo sistema, ed investono ed abbracciano tutto il problema educativo, — nascono come dalla loro naturale sorgente, i mezzi da adoperarsi nella educazione.
Si osservi però che i mezzi educativi, mentre sono dettati dai princìpi pedagogici del sistema, devono naturalmente conformarsi alla natura della stessa azione educativa, la quale è opera eminentemente conforme alla ragione e alla libera volontà.
Ne consegue che i mezzi educativi più importanti, e diremo indispensabili, saranno quelli che agiscono più efficacemente — anche se non sempre immediatamente — sulla ragione e sulla volontà dell’educando.
Pertanto, in una concezione retta e legittima della pedagogia, i principali mezzi educativi saranno sempre la parola e l’azione: la parola, che diverrà luce d’istruzione e calore di esortazione nelle forme più diverse; l’azione, sia esemplarmente vissuta dallo stesso educatore, sia presentata da lui nella persona di altri attraverso i libri, racconti e specialmente biografie. La saggezza popolare e la tradizione hanno già fissato e valutato la forza educativa di questi due mezzi nel noto adagio verba movent, exempla trahunt: mentre le parole muovono gli animi e fanno presa sulla ragione, gli esempi trascinano la volontà all’emulazione, all’imitazione, all’azione.
Don Bosco seppe servirsi in modo sapiente e sagace di questi due mezzi: approfondì la ragione della loro forza e pensò che convenisse fonderli in un solo mezzo, del quale fece come la base, il perno, la caratteristica del suo sistema d’educazione, o meglio, della pratica della sua pedagogia.
Questo mezzo fu l’assistenza. Essa infatti racchiude in sè e attua allo stesso tempo l’istruzione e l’esempio.
E avvertiamo subito che è ben lungi da noi anche solo la insinuazione che l’assistenza, ossia la vigilanza e la sorveglianza, sia una invenzione di Don Bosco. Tutti gli educatori, da che mondo è mondo, hanno adoperato questo mezzo. Soltanto la forma, lo spirito potè essere ed è stato effettivamente diverso, come si deduce dalle stesse parole che frequentemente furono usate nel linguaggio pedagogico: vigilante, sorvegliante, censore, ispettore, ed anche prefetto. Queste parole indicano generalmente la stessa carica, ma ne specificano il differente spirito e modo di praticarla e attuarla.
Don Bosco la chiamò semplicemente assistenza, e colui che la esercita, assistente: benché questa denominazione non fosse, generalmente, adoperata nè allora nè poi in altri istituti di educazione. Anzi, — come avviene ad esempio per le parole salesiane coadiutore e rendiconto, — ne resta perfino difficile le traduzione in altre lingue. Il motivo è che, nelle diverse traduzioni, non è tanto la parola che si vuol tradurre, quanto il finissimo e delicatissimo concetto che essa racchiude, e nel quale sta appunto lo spirito, anzi tutta la delicatezza dello spirito di Don Bosco, sempre vivificato da opportuna praticità e da squisita carità.
Chi volesse trovare un’immagine o una frase parallela che esprima l’azione dell’assistente secondo Don Bosco, non dovrebbe certamente andarla a cercare nell’edilizia, o nelle cliniche mediche e chirurgiche, o nella milizia, nè altrove; ma nella sacra intimità del focolare domestico riscaldato dall’amore materno e dall’affetto paterno. Ivi noi troveremo raffigurata e attuata l’assistenza salesiana nell’atteggiamento soave della mamma presso la culla del suo figliuolo: ivi sorprenderemo ancora questa assistenza nello sguardo vigile e, vorremmo dire, amorosamente inquieto del padre e della madre, che seguono dappertutto il figliuolo del loro cuore: ivi noi vedremo attuata detta assistenza nella voce affettuosamente risoluta di un avviso, di un consiglio, di uno stimolo. Insomma, la forza dell’assistenza educativa, secondo Don Bosco, mentre è informata dalla più ardente carità soprannaturale, prende le mosse dai genitori, di cui si fanno le veci, e si ispira a quell’affetto materno e paterno, che rende tanto caro il focolare domestico.
2. Importanza dell’assistenza.
Le semplici considerazioni fatte basterebbero già a darci un’adeguata idea della importarla somma dell’assistenza, che costituisce il primo dovere dell’educatore salesiano. Don Bosco era convinto che le mancanze dei giovani derivano in gran parte da difetti di sorveglianza. « Non dimenticate mai — diceva — che i ragazzi mancano più per vivacità che per malizia, più per non essere ben assistiti che per cattiveria. Bisogna aver di essi sollecita cura, assisterli attentamente, senza aver l’aria di farlo e prendere anche parte ai loro giuochi, tollerare i loro schiamazzi e le noie che arrecano, poiché eziandio il Divin Salvatore disse in tali circostanze: Sinite parvulos venire ad me (Lasciate che i bambini vengano a me) » (397). « Vigilando si previene sufficientemente il male, e non c’è bisogno di reprimere » (398).
In un sogno avuto nella notte fra il 17 e il 18 gennaio 1883, sembrandogli di parlare con il defunto Don Proverà, gli disse: — Pei nostri giovani, che cosa mi raccomandi?
— Per i nostri giovani si deve impiegare lavoro e sorveglianza.
— Ed altro?
— Altro: sorveglianza e lavoro, lavoro e sorveglianza (399).
D’altronde, come abbiamo visto, l’assistenza è il primo dovere che deriva dall’essenza stessa del sistema preventivo, che è un’emanazione della carità. Perciò l’assistenza non deve conoscere rilassamenti, per quanto i giovani possano parer buoni. Non già che Don Bosco volesse che noi considerassimo i giovani come cattivi. Egli dice semplicemente: « Sorvegliamo come se tutti fossero cattivi, ma facciamo in modo che tutti credano che noi li stimiamo bravissimi » (400). E cioè, non è che si voglia mancare alla carità credendoli cattivi, ma è la carità che ci fa pensare che essi potrebbero commettere il male, e perciò dobbiamo assisterli in modo tale che essi non lo facciano (401).
Taluno potrà dire che l’assistente, se vuol compiere bene il suo dovere, dev’essere disposto a una vita di vero sacrificio. È proprio così; il Salesiano che ha abbracciato la sua missione di educatore, ha consapevolmente e generosamente fatto il sacrificio di tutto se stesso per la salvezza dei giovani e delle anime. Perciò, sia l’assistente che il maestro, devono essere pronti a rinunciare a studi od occupazioni geniali, pur di assistere i giovanetti e di procurar loro una conveniente istruzione ed educazione nella scuola (402).
Don Bosco voleva ancora che la presenza dell’assistente tra gli allievi fosse senza dubbio fisica, ma soprattutto fattiva ed operante. È i Regolamenti ribadiscono: « La loro presenza fra gli a-lunni non sia soltanto materiale, ma efficacemente educativa» (Regolam., 210). Gli assistenti adunque devono attendere continuamente a istruire e consigliare i giovani su ciò che devono fare o evitare: animarli al dovere, riprendere i loro falli, correggerne i difetti, provvedere quanto han bisogno, trattenerli allegramente nelle ricreazioni, allontanare ciò che può essere loro di pericolo corporale o spirituale, metterli in guardia, specialmente dagli inciampi che possono loro opporre i cattivi compagni.

3. L’assistenza come deve essere.
a) Assistenza positiva.
Prima di svolgere l’importante argomento dell’assistenza, sarà bene sgombrare il terreno da un’obiezione che si potrebbe affacciare alla mente. Taluno infatti, quando ode ripetere che nel sistema educativo di Don Bosco l’assistenza esercita una parte tanto preponderante, può essere mosso a pensare: — Ma dunque, il sistema educativo di Don Bosco è semplicemente negativo, esso cioè si limita a far evitare il male!
La risposta non è difficile. Osserviamo anzitutto che per far evitare il male non basta un atteggiamento negativo; chè anzi talvolta si richiede un atto ancor più energico che per far praticare il bene. Il male disgraziatamente è di una forza tale che a volte travolge non solo i sensi, ma la fantasia, l’intelligenza, la volontà. Ora sarebbe da ingenui il credere che, contro un nemico, così potente e attrezzato com’è specialmente ai nostri tempi in tutti i settori della vita, possa bastare, per vincerlo, un atteggiamento passivo. Che anzi, a un’attività che vorrebbe trascinare al male è assolutamente necessario opporre un’altra attività che spinga al bene. Ed è già un bene, anzi un grande bene e una grande forza positiva, quella che sa suscitare la energia per saper resistere al male, poiché questa resistenza è il frutto e il risultato di ripetuti atti di virtù, di coraggio, di umiltà, di ubbidienza, di studio, di sacrificio, e talora anche di eroismo.
Solo la virtù può contrastare il vizio. Ora fu già detto che Don Bosco non intendeva la virtù nel senso di alcuni filosofi, sia antichi che moderni, secondo i quali essa consisterebbe semplicemente nella scienza o conoscenza del bene. No. La virtù è soprattutto forza; la virtù è slancio; la virtù è energia feconda. Senza dire che, del resto, anche il solo fatto della resistenza al male è già un primo segno dimostrativo di un’attività vigorosa e di una meravigliosa virtù.
Ci preme tuttavia stabilire che non dev’essere assolutamente considerato sotto un aspetto negativo il sistema pedagogico di Don Bosco: sistema tutto vivificato dalla carità, che è essenzialmente amore ed energia senza limiti. Giova infatti ricordare che il Santo, nel compiere la sua missione, s’ispirò al Vangelo e a San Francesco di Sales; e come sapeva perfettamente dal linguaggio scritturale che la carità è capace di tutto e giunge, nelle manifestazioni della sua potenza, anche fino all’eroismo di dare la propria vita, così dal santo Patrono apprese che l’amabilità e la dolcezza sono un miele che sgorga solo dai cuori più generosi ed eroici.
La carità è davvero eminentemente positiva e feconda. Abbia l’educatore un cuore ripieno di carità: e si vedrà allora come, alla luce e al calore di questa fiamma, egli saprà trovare esuberanza di mezzi, di accorgimenti, di abilità, di sacrifici, e raggiungere tali risultati educativi, da riempire tutti di meraviglia.
No, non poteva presentarci per l’educazione un sistema semplicemente negativo quel Don Bosco, che seppe moltiplicare in modo meraviglioso le sue attività, rinnovellandole a seconda delle circostanze e dei bisogni dei suoi alunni, spendendole sempre e solo per dare agli educandi il vantaggio di una formazione che li preparasse a essere domani uomini onesti e apostoli del bene.

b) L’assistenza, opera di amore.
Premesso questo chiarimento, ripetiamo che l’assistenza è un atto d’amore. Chi ama veglia. Si veglia su colui che ci ama. La sorveglianza è il miglior controllo di un amore degno e sincero; poiché proprio la sorveglianza diventa preservazione dal male attraverso manifestazioni ardenti di tenerezza. La madre, che veglia le lunghe notti china sulla culla del suo bambino colpito dal male, è e sarà sempre la manifestazione e l’esempio più bello della bontà ed eroicità dell’assistenza.
Ogni creatura umana ha al suo fianco un Angelo, custode invisibile: quando al fianco del fanciullo noi vediamo un educatore che amorosamente veglia su di lui, ben possiamo dire che l’assistenza è opera angelica. Alla stessa guisa infatti che l’Angelo deve ispirare, aiutare e difendere la creatura che da Dio gli è stata affidata, così l’assistente salesiano deve restare al fianco dei suoi alunni con lo stesso sentimento di amore angelico, difendendoli con lo scudo della sua vigilanza sotto gli sguardi di Dio che tutti ha redenti.
E qui si avverta che l’assistenza è richiesta dalle condizioni stesse dell’educando. Il fanciullo è debole, e non deve mancare chi lo sorregga; è inesperto e ignaro di tante cose, e guai se non avesse al fianco chi gli illumini i sentieri della vita. Il ragazzo è esposto a mille pericoli: pericoli derivanti dalle sue inclinazioni, dalle sue piccole passioni, dalle sue manchevolezze; pericoli da parte del mondo che lo circonda, e lo circuisce; pencoli tra gli stessi suoi compagni; pericoli pel dilagare di letture oscene e di cinematografi perversi,; pericolosi per l’insidia diretta e la corruzione organizzata. Chi lo salverà, se non un cuore che, ripieno di squisita carità, non lo perda di vista e non lo abbandoni mai, lo preservi e difenda, e lo riconduca, se smarrito, sul buon sentiero? Il giovanetto ha bisogno assoluto di aiuto fisico, intellettuale, morale; ora questi aiuti — per preservarne le forze fisiche, per accrescerne il tesoro delle cognizioni intellettuali, per irrobustirne la volontà nell’esercizio della virtù, per formarne il carattere a una vita coerente e veramente onesta, — gli possono venire solo da un’assistenza amorosa, e perciò vigile e costante.
Quest’assistenza poi si rende particolarmente necessaria negli istituti di educazione. A un mucchio di materia infiammabile fu giustamente paragonata una riunione di giovani. Nel collegio, nella scuola, nel cortile, nei vari ambienti, non vi sono solo i giovani buoni, ma altresì gli indifferenti, e, troppe volte, i cattivi. Alcuni di essi hanno forse portato in collegio il ricordo di lamentevoli scandali visti nel focolare domestico o appresi sulle piazze e per le strade, al contatto dì compagni pervertitori. Ora, che cosa ci vuole perchè questa materia infiammabile di passioni, di perversi esempi, diventi fiamma vorace? Basta una scintilla. Guai se manca chi possa a tempo allontanare tale scintilla! Guai se la mancata assistenza causa la perdita dell’innocenza anche di un solo fanciullo!

c) Assistenza solidale.
L’assistenza, per non venir meno al suo scopo, - che è, secondo Don Bosco, « mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze » (Regolarli,,, 88) — dev’essere coordinata. Gli assistenti che svolgono il loro lavoro educativo sui giovani di uno stesso collegio, e spesso di una stessa classe, devono aver presenti alla memoria i princìpi che il nostro Padre fissò, il 27 marzo 1870, per regolare i loro reciproci rapporti, e promuovere in tal modo quello spirito di solidarietà e di attività armonica, che è la prima condizione per allontanare ogni sorta di mali da una casa di educazione.
« Ciascuno, — spiegava Don Bosco, — ha degli obblighi da adempiere nella posizione in cui si trova; e di questi obblighi o doveri, alcuni sono di giustizia, altri sono di carità.
« I doveri di giustizia li ha ciascheduno in particolare per quell’ufficio che gli fu affidato; e quindi nel suo ufficio ciascuno ha pieni poteri di far eseguire le regole, ma coi mezzi leciti. Così, per spiegarci con un esempio chiaro, un maestro nella scuola, deve impartire l’istruzione per giustizia. Può far alto e basso coi suoi allievi; deve però ricordarsi di far le cose per carità e quindi usar molta tolleranza. Ma non deve credere che la sua autorità di maestro coi suoi allievi si estenda anche fuori di scuola. Fuori di scuola i giovani dell’Oratorio per lui devono essere tutti eguali, a qualunque classe appartengano, perchè allora ha soltanto verso di essi uffici di carità da adempiere, i quali non devono estendersi soltanto ad alcuni, ma a tutti. Dico questo perchè vedo che spesso un uffizio cozza coll’altro, quello di un maestro con quello di un assistente, e quindi ne nascono anche delle gelosie; e gli uffici non si compiono più come si dovrebbero compiere. Accade che un giovane commette una mancanza sotto la custodia di uno, e l’altro, cioè l’offeso, lo a-spetta che sia sotto di lui per vendicarsi, e questo non si può. Per esempio: nel cortile vi sarà uno che fa un’insolenza, e in tal caso il maestro non è autorizzato di castigarlo nella scuola, ma se vuole, da fratello, da padre, da amico, può avvisarlo. Così anche uno non è autorizzato a proibire ai suoi dipendenti di andare or con l’uno or con l’altro dei suoi compagni, se non è mosso da carità, ma dal suo capriccio» (403).
La sera del Natale del 1876, tornando sull’argomento, diceva: « Un’altra cosa che ho da raccomandarvi, si è di aiutarvi vicendevolmente nel lavoro. Non dir mai: — Tocca a quell’altro, non tocca a me. — Si vede talvolta qualche disordine che si potrebbe e dovrebbe impedire; e manca l’assistente. Non si stia indifferenti col pretesto che noi non siamo incaricati della sorveglianza, ma si dica invece: — Ora l’assistente sono io. — Qualunque volta si possa impedire un male anche il materiale, si faccia... Ma soprattutto badiamo a impedire il male morale, i disordini di qualsivoglia sorta, sia tra i giovani che tra noi medesimi. Colla sola concordia in questo si può progredire, e rendere innocui i membri pericolosi. Si sa che il tale ha un libro cattivo. Tu che vuoi essere religioso, non solo non devi cooperare a tenerlo, a nasconderlo, ma cerca di averlo questo libro, prendilo e brucialo. Se ne possono impedire delle risse, delle combriccole, degli scandali! » (404).
Insomma, alla base della parola di Don Bosco c’è un profondo senso di responsabilità sociale e solidale, del quale devono sentirsi rivestiti tutti gli assistenti, affinchè la loro vigilanza risulti veramente efficace.
In virtù di questo senso di responsabilità, il Santo voleva si vigilasse, per evitare che s’introducessero nelle case, come può avvenire in qualsiasi famiglia, soggetti non sempre edificanti, o, peggio ancora, pericolosi, deformanti e perciò nocivi all’opera costruttiva dell’educazione. Particolare vigilanza egli esigeva sulle visite di persone adulte, sia in parlatorio che fuori; e sulle stesse relazioni a volta indispensabili tra gli alunni, i familiari, gl’impiegati ed i servi. Purtroppo non è unico il caso d’aver visto sciupati e distrutti i frutti di una educazione accurata e soda dall’opera subdola, dall’influsso maligno e diuturno, anche di una sola persona di servizio. Ciò può avvenire nella famiglia e negli istituti che la rappresentano, senza che i genitori o i responsabili se ne accorgano, tanto l’opera è a volte diabolicamente sottile e penetrante. Il veleno lo si somministra a poco a poco, a piccole dosi, segretamente, furtivamente; ma purtroppo le funeste conseguenze non tardano poi ad apparire. Certi mutamenti dei giovani in seno alla famiglia e negli istituti, devono essere seguiti, studiati, per vedere se sia ancora possibile arginare l’opera del maligno pervertitore, il quale seppe forse nascondersi persino sotto mentite spoglie di virtù e di santità: non è la prima volta che il diavolo sa camuffarsi da monaco.

d) Altre qualità dell’assistenza.
L’assistenza dev’essere, essenzialmente e sempre, l’occhio della carità. È evidente pertanto che la prima sua dote sia quella di vigilare amorosamente.
Don Bosco voleva esclusa dalle case salesiane l’assistenza sospettosa, quasi poliziesca. No, la casa salesiana non è un correzionale, e meno ancora una prigione o una caserma; perciò quanto sappia di militaresco, d’indagine poliziesca, di sospetti a catena, deve esulare da essa. Il Santo vide con pena che col moltiplicarsi degli alunni nell’Oratorio, allo scopo di procedere con un certo ordine nei passaggi da un luogo ad un altro, si fossero stabilite le file: gli pareva che, con quella misura, fosse stato sottratto qualche cosa allo spirito di famiglia. Si rendeva conto che effettivamente una massa ormai di cinquecento e più allievi non poteva procedere come una mandra di pecore; ma quella piccola coazione delle file gli pareva un affievolimento di carità e di familiarità.
Per lo stesso motivo non voleva uggiosa l’assistenza: vigilante sì, ma affettuosa; quindi non fatta con l’occhio indagatore di chi quasi va alla caccia di un disordine, oppure di chi si rende insopportabile con la sua intransigenza anche a riguardo di certe minime particolarità, sulle quali, data l’indole dei ragazzi, la carità suggerisce di chiudere un occhio e di agire con benigno compatimento.
Don Bosco dice a questo proposito che i giovani bisogna « assisterli attentamente senza aver l’aria di farlo », così pure « non far capire loro che si sospetta, ma con prudenza sorvegliare senza che se ne accorgano » (405). E veramente un superiore che fosse tenuto per sospettoso, sarebbe causa di mormorazioni, irriterebbe i poco buoni, rendendo diffidenti coloro che si regolano bene.
D’altronde non è forse la carità a tener l’assistente fermo al suo posto? Dunque i pensieri, gli sguardi, le azioni, eventualmente le parole, i giudizi, tutto deve essere ispirato e guidato dall’amore.
Un’altra prerogativa dell’assistenza è che sia universale. Don Bosco vuole in primo luogo che sia universale come obbligo da parte di tutti i suoi Salesiani: egli ripetutamente ha ricordato loro questo primo ed essenziale dovere. Parlando del sistema preventivo così si esprime: « Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un istituto, e poi sorvegliare in guisa che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l’occhio vigile del Direttore o degli assistenti, che come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli e amorevolmente correggano; che è quanto dire, mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze » (Regolam., (88).
Ma l’assistenza dev’essere universale, cioè deve estendersi a tutti i giovani e a tutti i luoghi ove essi si trovano. Per questo Don Bosco insiste perchè « gli allievi non siano mai soli; per quanto è possibile, gli assistenti li precedano nel sito dove devonsi raccogliere; si trattengano con loro fino a che siano da altri assistiti; non li lascino mai disoccupati » (Regolam., 92).
« Per carità, — diceva già ai primi giovani catechisti, — raccomando di non lasciar mai soli i giovani, ma di assisterli sempre, continuamente e dovunque ». E per animarli spiegava lóro quel motto di sant’Agostino: Animam salvasti, animam tuam praedestinasti (Hai salvato un’anima? hai predestinato la tua) (406).
Premeva al nostro Padre che nessuno rimanesse fuori della sorveglianza, e che perciò, qualora un assistente o un maestro si fosse accorto che qualcuno degli alunni era assente, lo facesse tosto cercare (Regolam., 109). « Notando poi l’assenza di un alunno da qualunque luogo, — soggiungono i nostri Regolamenti, — ne informino prontamente chi di ragione». E ancora: «Se per qualche ragione devono lasciare temporaneamente il proprio posto, ne chiedano licenza al Consigliere, e, in ogni caso, non si allontanino finché non siano sostituiti » (Regolam., 212, 211).
Don Bosco giunge ad affermare che la vigilanza assidua è essenziale quanto la preghiera e più ancora. Egli infatti ricorda ai suoi figli che la parte più importante dei doveri affidati ai maestri e agli assistenti sta nel trovarsi puntualmente nel luogo dove si raccolgono i giovani per la chiesa, per lo studio e il riposo, per la scuola e il laboratorio, per la ricreazione e via dicendo (407). « Tutti quelli che esercitano qualche autorità nelle scuole, nei dormitori, in cucina, in portineria, in qualunque altra parte della casa, siano puntuali ai loro doveri: pratichino le regole della Società, soprattutto quelle religiose; ma si adoperino con la massima sollecitudine per impedire le mormorazioni contro i Superiori, contro l’andamento della Casa, e specialmente insistano, raccomandino e nulla risparmino per impedire i cattivi discorsi » (408). « Puntualità ed esattezza, —- insiste ancora, — nell’assistenza in chiesa, nella sala di studio, e quando gli alunni vanno in fila, e in camerata, e a passeggio e in ricreazione » (409). « A tutti poi è caldamente raccomandato di comunicare al Direttore tutte le cose che possono servire di norma a promuovere il bene ed impedire l’offesa del Signore » (410).
Un’assistenza così universale, cioè totale e assoluta, può essere giudicata difficile o pressoché impossibile, anche da studiosi di pedagogia. Non si sa capire come il Salesiano possa assistere tutti e sempre e in ogni dove.
Ma l’assistente non è sempre solo: ha dei supplenti. E la stessa assistenza, ove occorra, è distribuita tra i vari Confratelli. Ciò che Don Bosco vuole si è che i giovani non siano mai soli nello studio, nel refettorio, nel dormitorio, nel cortile, e via dicendo.
Alcuni pensano che essa sia sorgente di soggezione, e quasi una menomazione della libertà degli alunni, dando luogo forse a finzioni e financo a deformazioni della loro personalità.
Costoro non hanno capito il pregio principale ed essenziale dell’assistenza salesiana, tutta pervasa di carità. Ora la carità è ordinata, e appunto per questo l’assistenza non dovrà attuarsi per tutti allo stesso modo. Abbiamo già visto come Don Bosco, con la sua consueta semplicità, avesse praticamente divisi i giovani in varie categorie, per ognuna delle quali diede norme particolari. Perciò occhio su tutti, sì; ma somministrando a ciascuno quel grado di assistenza che esige la sua indole, e sempre con carità.
Fatte queste premesse ascoltiamo Don Bosco che parla agli assistenti: « Sorvegliate continua-mente i giovani in qualunque luogo si trovino, mettendoli quasi nell’impossibilità di fare il male; in modo più attento la sera dopo cena, e così prevenire anche il menomo disordine. Il sabato sera o la vigilia di qualche solennità, quando i giovani escono dallo studio o dai laboratori, si vigili perchè non vadano e non si fermino per le scale, per i corridoi e nei cortili, col pretesto di andarsi a confessare; e si procuri che ognuno abbia con sè il Giovane Provveduto per la preparazione e il ringraziamento della Confessione» (411). Scriveva da Roma nel 1880 a Don Bologna: « In particolare poi procura di distribuire gli uffizi ai singoli, in modo che non rimanga nè cosa, nè persona, nè ragazzo, nè luogo, che non siano affidati a qualcuno » (412). E Don Savio Angelo, scrivendo nel settembre 1861 a Don Durando in nome di Don Bosco, si esprimeva così: « Disse poi, per ciò che spetta a ciascuno dei soci che sono nell’Oratorio, doversi portare le cose al punto che in qualunque posto o angolo della casa uno di essi si trovi, si possa essere sicuri che tutto procede bene, senza che vi sia pericolo di male: sia col mettere gli altri in guardia colla loro presenza, e sia coll’impedire qualora si tentasse di commettere disordini. Disse ancora di esigere che si manifestino a lui o a chi lo rappresenta, gli alunni che si giudicano non far per la casa in quanto a moralità ed a religione specialmente » (413). In particolare poi Don Bosco inculcava: « Massima vigilanza affinchè i giovani interni non possano mai liberamente familiarizzare cogli esterni » (414).
L’assistenza così universalmente esercitata, deve poi riflettersi, secondo il pensiero di Don Bosco, nel giudizio che determina il voto di condotta; in quanto esso deve essere, nei limiti del possibile, la risultanza di tutte le aggravanti e di tutte le eventuali attenuanti: « Gli assistenti tengano conto di tutto per assegnare agli alunni i voti di condotta. Di questi diano comunicazione settimanalmente al Consigliere, o, in sua assenza, al Prefetto; ma avvenendo cose gravi, ne facciano pronta relazione » (Regolam., 213).
e) Cose da evitarsi durante l’assistenza.
A Don Bosco stava massimamente a cuore che si evitassero, nell’assistenza, certi inconvenienti, i quali potrebbero tornare di danno agli allievi e a coloro che assistono. Certi disordini accadono appunto per mancanza di quella virtù della prudenza, della quale ogni buon educatore deve essere fornito sempre, ma in modo speciale quando assiste.
Anzitutto dice Don Bosco: « I chierici nelle cose riguardanti la moralità non interroghino mai i giovani, ma lascino al Direttore questa cura, tanto più che la loro mancanza di esperienza può essere cagione che impari la malizia chi ancora non la conosce » (415).
« Non si lodi mai un giovane in presenza di altri confratelli, perchè queste lodi son poi ripetute e possono divenir causa di superbia e di amicizie particolari (416). Non si parli mai con loro, nè con persone di servizio, di qualche disordine accaduto in un altro collegio; nè cogli alunni di una classe di un disordine avvenuto in un’altra» (417). Un edificio costruito sulle altrui ruine, è destinato a rovinare anch’esso.
Gli assistenti poi « non facciano mai rimproveri collettivi, e ricordino che i provvedimenti disciplinari sono riservati al Prefetto o al Consigliere » (Regolam214). Il motivo viene spiegato dallo stesso Don Bosco: « Così eviteranno odiosità, e non faranno sbagli... Però le mancanze di rispetto all’assistente siano punite con severità » (418). Infatti se l’autorità dell’educatore viene messa in non cale, non c’è più sostegno per la disciplina.
Don Bosco voleva si ricordasse che la carità non conosce antipatie. Non basta non permettere che il proprio cuore si faccia schiavo di simpatie; in forza della stessa carità, bisogna evitare le antipatie, le quali vengono subito conosciute non solo da chi ne è vittima, ma anche dai compagni, e fanno sì che cada la disistima sull’educatore e se ne perda la confidenza.
Altra cosa da evitare è il pessimismo. Qualche educatore, per carattere infelice, oppure per stanchezza o per malattia, prende l’abitudine di vedere tutto nero, mancando così a quanto esige la più elementare carità. Don Bosco educò sempre a un sereno ottimismo, fecondo di buoni propositi sia negli educatori che negli allievi. L’ottimismo, pel Salesiano che vuole imitare Don Bosco, deve costituire come una seconda natura. Allora nel suo cuore non metterà radici lo scoraggiamento; al contrario sempre più crescerà in se stesso la fiducia e si renderà padrone dei cuori.
f) Particolare vigilanza SULLE LETTURE CATTIVE.
1) I libri.
Don Bosco voleva che si vigilasse soprattutto sulle letture, e perciò si escludessero dalle case salesiane libri, riviste, giornali, che in qualsiasi modo potessero nuocere alla formazione degli alunni. Sui libri egli ha scritto una bellissima pagina che ci pare doveroso ricordare: nessun commento potrebbe avere la forza persuasiva deh le sue parole. Il 1° novembre 1884, quando Don Bosco era giunto alla maturità, e, quasi vorremmo dire, alla completezza del suo pensiero pedagogico, così scriveva a tutti i suoi collaboratori:
« Una gravissima cagione mi determina a scrivere questa lettera sul principio dell’anno scolastico. Voi sapete quanta affezione io nutra per quelle anime che Gesù benedetto, Signore nostro, nella Sua infinita bontà, volle affidarmi e, d’altra parte, non dovete misconoscere quale responsabilità pesa sugli educatori della gioventù e quale strettissimo conto costoro dovranno rendere della loro missione alla divina Giustizia.
« Ma questa responsabilità io debbo sostenerla con voi divisa, o miei carissimi figliuoli, e bramo che sia per voi e per me origine, fonte, causa di gloria e di vita eterna. Perciò ho pensato di richiamare la vostra attenzione sopra un punto importantissimo dal quale può dipendere la salute dei nostri allievi. Parlo dei libri che si devono togliere dalle mani dei nostri giovanetti e di quelli che si debbono usare per le letture individuali o per quelle fatte in comune.
« Le prime impressioni che ricevono le menti vergini e i teneri cuori dei giovanetti durano tutto il tempo della loro vita, e i libri oggigiorno sono una delle cause principali di questo. La lettura ha per essi una vivissima attrazione sollecitando la loro smaniosa curiosità, e da questa dipende moltissime volte la scelta definitiva che fanno del bene o del male. I nemici delle anime conoscono la potenza di quest’arma e l’esperienza v’insegna quanto sappiano scelleratamente adoperarla a danno dell’innocenza. Stranezza di titoli, bellezza di carta, nitidezza di caratteri, finezza d’incisioni, modicità di prezzi, popolarità di stile, varietà d’intrecci, fuoco di descrizioni, tutto è adoperato con urte e prudenza diabolica. Quindi tocca a noi opporre armi ad armi, strappare dalle mani dei nostri giovani il veleno che l’empietà e l’immoralità loro presenta: ai libri cattivi opporre libri buoni. Guai a noi se dormissimo, mentre l’uomo nemico veglia continuamente per seminare la zizzania.
« Perciò fin dal principio dell’anno scolastico si metta in pratica ciò che le regole prescrivono; si osservi cioè attentamente quali libri rechino con sè i giovani nell’entrare nell’Istituto, destinando, se fa d’uopo, una persona ad ispezionare bauli ed involti.
« Oltre a ciò il Direttore di ogni casa imponga ai giovani di far l’elenco coscienzioso di ogni loro libro e di presentarlo al Superiore stesso. Questa misura non sarà superflua, sia perchè si potrà esaminare meglio se qualche libro rimase inosservato, sia perchè, conservandosi questi elenchi, potranno in data circostanza servire per regola d’azione contro chi maliziosamente avesse celato qualche libro cattivo.
« Simile vigilanza continui tutto l’anno, sia comandando agli allievi di consegnare ogni libro nuovo che acquistassero lungo il corso scolastico o che fosse introdotto dai parenti, amici e condiscepoli esterni; sia osservando che, per ignoranza o per malizia, non siano fatti avere ai giovani pacchi involti in giornali pessimi, sia col fare prudente perquisizione in studio, in camera, in iscuola.
« Le diligenze usate a questo fine non sono mai troppe. Il professore, il capostudio, l’assistente, osservino eziandio che cosa si legga in chiesa o in ricreazione, in iscuola, nello studio. I vocabolari non purgati sono pure da eliminarsi. Per tanti giovani i libri cattivi sono il principio della malizia e delle insidie dei compagni cattivi. Un libro cattivo è una peste che ammorba molti giovani. Il Direttore stimi d’aver ottenuto una buona ventura, quando riesce a togliere di mano a qualche allievo uno di questi libri.
« Purtroppo i giovani possessori dì questi si prestano ben difficilmente all’obbedienza e ricorrono ad ogni astuzia per nasconderli. Il Direttore deve lottare contro l’avarizia, la curiosità, la paura del càstigo, il rispetto umano, le passioni sbrigliate. Perciò io credo necessario conquistare il cuore dei giovani persuadendoli colla dolcezza.
« Più volte all’anno, dal pulpito, alla sera, nelle scuole, trattare l’argomento dei libri cattivi, far vedere i danni che da questi derivano, persuadere i giovani che non si vuol altro fuorché la salute delle loro anime, che noi dopo Dio, amiamo sopra ogni altra cosa. Non si usi rigore se non nel caso che un giovane fosse di rovina agli altri. Se uno consegnasse un libro ad anno avanzato, si dissimuli anche la passata disobbedienza, e si accetti quel libro come un carissimo regalo. Tanto più che talora può essere il confessore che gli ha prescritto simile consegna, e sarebbe imprudenza cercare più in là. La conosciuta benignità dei Superiori indurrebbe anche i compagni alla denuncia di chi nascondesse simili libri.
« Scoperto però un libro proibito dalla Chiesa o immorale, si consegni subito alle fiamme. Si sono visti libri tolti ai giovani e conservati, riuscir di rovina a preti e a chierici. Così operando io spero che i libri cattivi non entreranno mai nei nostri collegi, ovvero, entrati, saranno presto distrutti.
« Ma, — continua il Santo, — oltre i libri cattivi, è necessario tenere d’occhio certi altri libri, i quali benché buoni o indifferenti in sé, pure possono riuscire di pericolo, perchè non convenienti all’età, al luogo, agli studi, alle inclinazioni, alle passioni nascenti, alla vocazione. Questi pure si debbono eliminare. In quanto ai libri onesti e ameni, se si potessero escludere, ne verrebbe gran vantaggio per il profitto nello studio: i professori regolando i compiti scolastici potranno misurare agli allievi il tempo. Essendo però oggi-giorno quasi irrefrenabile la smania di leggere, e anche molti libri buoni scaldando troppo le passioni e le immaginazioni, ho pensato, se il Signore mi dà vita, di ordinare e stampare una collana di libri ameni per la gioventù ».
Don Bosco, dopo aver parlato di libri che si leggono in privato, passa a parlare delle letture da farsi nei refettori e nella sala di studio: « Dirò in primo luogo, che non si leggano mai libri se prima non sono approvati dal Direttore, e siano esclusi i romanzi di qualunque genere essi siano, non usciti dalla nostra tipografia ». Indicati poi alcuni libri che dovevano servire come di guida e di modello, prosegue: « Riguardo alle letture nelle camerate intendo di bandire assolutamente ogni lettura divagante o amena, ma desidero siano adottati libri che, con le loro impressioni sull’ani-mo del giovanetto che sta per addormentarsi, siano atti a renderlo più buono. Quindi sarà cosa utilissima che si usino in queste circostanze libri allettevoli, ma d’argomento piuttosto sacro od ascetico. Incomincerei dalle biografie dei nostri giovanetti Comollo, Savio, Besucco, ecc: continuerei con quei libretti delle Letture Cattoliche che trattano di Religione; finirei con vite di Santi, ma scegliendo le più attraenti ed opportune. Queste letture, che seguono il brevissimo discorso della sera partito da un cuore che desidera la salute delle anime, son certo che talora faranno più bene di quello che può fare un corso di esercizi spirituali ».
Infine dava sapienti norme riguardanti le pubblicazioni dei Salesiani, raccomandando che fossero sempre messe nella luce migliore, specialmente davanti ai giovani. E finiva così: « Miei cari figliuoli, ascoltate, ritenete, praticate questi miei avvisi » (419).
2) Riviste e giornali.
Ciò che si dice del libro, vale parimenti per le riviste e giornali. Quelle sono più ricercate dagli allievi, o almeno imposte da certi regolamenti scolastici governativi per gli educatori, per le biblioteche circolanti e per le sale di lettura.
Noi immaginiamo, data la sensibilità morale e la energia educativa di Don Bosco, quanta sarebbe oggi la sua accortezza per impedire che simili letture producano conseguenze funeste. Sappiamo quanto coraggio Don Bosco, e con lui i suoi figli, e in particolare Don Cerruti, abbiano avuto nel sacrificare l’aggiornamento dei giovani su certe questioni e sulla conoscenza di determinate opere e pagine letterarie di autori celebri. Essi seppero affrontare, anche nei licei e nelle università, il pericolo di rappresaglie negli esami, pur di rispettare l’integrità morale dei giovani. In questa maniera immunizzarono le anime giovanili, facendo in modo che non venisse comecchessia intralciata, o, peggio, guastata del tutto in esse la formazione morale e cristiana.
D’altronde è risaputo per lunga esperienza, che la stessa formazione letteraria e scientifica dei giovani molte volte subisce detrimento, anziché avere vantaggio, dal frequente maneggio di troppi libri, e soprattutto di giornali e anche di riviste: fu detto giustamente che il giornale — e lo si può ripetere di certe riviste, — è il maggior nemico del libro. « Tale lettura, — diceva Don Bosco ai suoi preti e chierici, — toglie gran parte del tempo agli studi severi, volge l’animo a molte cose inutili, e per certuni anche dannose, accende le passioni politiche » (420).
I giovani generalmente non hanno il senso della misura. Manca loro soprattutto il giudizio per una giusta e opportuna valutazione di ciò che può esser loro conveniente o dannoso. La loro mente, ancora in formazione, si lascia più vivamente e profondamente impressionare da pagine e descrizioni leggiere, futili, e anche nocive alla loro incolumità morale, anziché dal salutare influsso di concetti, idee, giudizi formativi e costruttivi della loro mentalità. Per Don Bosco, come abbiamo visto, era questo un punto di grande importanza e lo inculcò insistentemente ai suoi collaboratori nell’opera educatrice.
4. Responsabilità degli assistenti.
In relazione a questo e a tutti gli altri aspetti dell’assistenza, Don Bosco voleva che i suoi assistenti fossero profondamente convinti della propria responsabilità. « Essi, — dicono i Regolamenti, -— sono i più direttamente responsabili della disciplina e della moralità» (Regolam., 210). Perciò non trascurino nessuna piccolezza che possa diventare causa di disordine. Tante volte sarà un nonnulla che presto sparisce; ma alle volte da piccoli princìpi si producono mali non lievi. « Guai al prete o al chierico il quale, incaricato della vigilanza, vede i disordini e non li impedisce!... È un gran male starsene quieti allorché si conosce qualche disordine non impedendolo o non cercando che lo impedisca chi di ragione » (421).
Di questa responsabilità degli assistenti Don Bosco cercava di persuadere i giovani stessi. Nella Buona Notte del 15 aprile 1877 parlò, tra l’altro, così:
« Alcuni, pochi, pochissimi, si lamentano continuamente, e spargono il malcontento fra i compagni, dicendo: — Non possiamo leggere un libro di nostro gusto, senza aver sùbito chi ci interrompa quella lettura; sempre gli occhi dei superiori addosso a noi in tutti i luoghi! — E altre cose simili. Spensierati che sono! I vostri assistenti sarebbero crudeli se non facessero così: questo è il loro dovere, questo richiede il vostro bene. Gli assistenti avrebbero ben altro da fare, se si contentassero del loro personale interesse; potrebbero stare tranquilli, se l’assistenza non fosse un loro preciso dovere. Se ciò fanno è per impedire il male; e ciò ridonda a vostro bene. Gli assistenti dovranno inoltre rendere conto a Dio, se avranno trascurato di assistere i loro giovani e se questi, per loro negligenza, si fossero lasciati andare a qualche colpa » (422). Già San Bernardo aveva detto che sarebbe stato lieto di veder su di sè gli occhi di mille pastori, che conducessero l’anima sua a pingui pascoli e la difendessero dai lupi.
5. Don Bosco, assistente modello.
Don Bosco cercava d’infondere nei suoi figli il senso .dell’importanza e della responsabilità dell’assistenza, oltre che con le parole, più ancora con l’esempio, facendo loro concretamente vedere con quale oculatezza e preveggenza, decisione e posatezza, delicatezza e fermezza, serenità e prudenza, dignità e comprensione, costanza e fiducia, bisognava assistere.
Fin dai primordi del suo Oratorio, quando la maggior parte dei ricoverati erano artigiani, collocati a lavoro nelle officine della città, era suo costume di portarsi tutte le settimane or dall’uno or dall’altro dei padroni di officina o di bottega, per vedere coi propri occhi e per informarsi minutamente della condotta e profitto nel mestiere dei suoi giovani. Quando aveva buone notizie, per incoraggiarli regalava loro qualche coserella. Li raccomandava intanto con insistenza alla vigilanza dei capi, facendo loro capire che, se egli procurava che i giovani apprendisti fossero docili e laboriosi, i padroni dovevano altresì, dal canto loro, aver cura di ben istruirli nel loro mestiere e di tener lontano da essi ogni scandalo. Se qual-cono maltrattava i suoi giovanetti, ne prendeva le difese volendo che fossero trattati bene e che anche verso di loro, benché piccoli, fosse rispettata la virtù della giustizia. Se in un laboratorio scorgeva pericoli per l’anima o per il corpo, risolutamente li cambiava di padrone. E del nuovo padrone cercava sempre informazioni circa la condotta morale, l’abilità nell’arte e la santificazione delle feste. Quando non poteva egli stesso far tali ispezioni, mandava altri di sua fiducia, e, appena ebbe dei chierici, anche questi incaricò di tale vigilanza. Con lo stesso zelo continuava ad assistere nelle officine i giovani esterni dell’Oratorio festivo, i quali, conservandosi buoni e laboriosi, formarono la propria felicità (423).
In casa poi vegliava sempre come sentinella costante, ma prudente, al fine di prevenire il male e vincerlo, qualora avesse gettato qualche radice in essa. Nei primi vent’anni dell’Oratorio compariva da per tutto, e talora quando era meno aspettato: nelle camere, nei laboratori, nelle scuole, nei refettori, nei luoghi meno osservati, e più reconditi. Osservava anche le minime cose. Voleva saper tutto e veder tutto. Un giorno due giovani dopo pranzo si fermarono soli nel loro refettorio per alcuni istanti, esaminando il libro della lettura. Erano stimati buoni; nonostante, ecco la voce amorevole di Don Bosco che li chiamava.
Altri si erano appartati da tutti per intrattenersi di qualche loro progetto, o preparando una merenda o qualche gioco di quattrini, e Don Bosco all’improvviso sopraggiungeva: — Che cosa fate qui? Andate in ricreazione coi vostri compagni.
Un allievo passeggiava tenendo per mano un compagno o mettendogli un braccio sulla spalla. Don Bosco gli si avvicinava e scherzando gli dava un colpo sul braccio o sulle dita, dicendo: — Sapete la regola di non mettervi le mani addosso? Giochi di mano, giochi da villano.
Un giorno vide un giovanetto che nel cortile aveva intrecciato il suo braccio con quello di un assistente, il quale lasciò fare. Egli attese che quel chierico fosse solo, e chiamatolo a sè, lo ammonì severamente.
Su questo punto Don Bosco era delicatissimo.
Iddio stesso premiava lo zelo del suo fedel Servo con illustrazioni straordinarie. In molti casi la vigilanza di Don Bosco era inesplicabile e pareva splendesse in lui una speciale virtù visiva. Spesse volte, mentre era tutto occupato nello scrivere o nel pregare in chiesa, o intrattenendosi coi giovani, o anche in tempo della refezione, a un tratto chiamava a sè uno dei suoi anziani e dicevagli segretamente: « Va’ nella tale camera; vi sono (e faceva i nomi) tre che, chiusa la porta, leggono un giornale poco buono; di’ loro che escano subito ».
Altra volta ad un allievo giudizioso: « Corri a dire all’assistente che nel tal luogo, dietro ai portici, vi sono alcuni nascosti! Che li faccia saltar fuori ».
Poi, altre volte ancora, a qualche chierico: « Ascendi in cima alle scale, troverai il tale e il tale. Di’ loro che Don Bosco sa tutto ».
Questi fatti si rinnovarono non di rado, e sempre si verificava aver Don Bosco indovinato e luoghi e persone e circostanze. Ma comunque egli esercitasse l’ufficio dell’Angelo Custode, ne imitava la paziente e discreta condotta. Per i pretesti più naturali del mondo che coonestavano le sue apparizioni, per la sua bontà e semplicità, per le continue dimostrazioni di affetto e di stima verso tutti senza eccezione, per l’oblio delle mancanze scoperte e perdonate, non si destava nei giovani nessuna diffidenza. Infatti bastava che egli si presentasse in qualche luogo della casa perchè corressero intorno a lui (424).
Agli inizi dell’Oratorio, quando mancavano i chierici e Don Bosco era solo in mezzo a tanti giovani, per aiutarli a conservarsi puri e buoni li faceva assistere colla massima, ma prudente vigilanza, in ogni luogo ed in ogni tempo, dai giovani più virtuosi, mettendoli quasi nella impossibilità di fare mancamenti (425).
E voleva averli sempre sott’occhio i suoi giovani (426). A volte, fattili sedere intorno a sè, li divertiva con giochi di prestigio, colla bacchetta e simili. Ma questi giuochi e queste industrie non lo distraevano dalla vigilanza su tutto il cortile, ed era espertissimo nel conoscere le sue pecorelle.
Perciò quando scorgeva in tempo di ricreazione certi crocchi e poteva dubitare s’intrattenessero in cose non convenienti o di mormorazione, ne chiamava uno e dicevagli: « Ho bisogno di un piacere da te; prendi la chiave della mia camera, cerca nello scaffale il tal libro e portamelo ». Il giovane correva, ma talora il libro non si trovava, e veniva la line della ricreazione: Don Bosco, ringraziandolo, lo mandava a scuola (427).
Nei pomeriggi della Domenica egli stesso s’interessava del divertimento, ed era sempre in mezzo ai giovani. Aggiravasi qua e là, si accostava or all’uno or all’altro, e, senza che se ne avvedessero, li interrogava per conoscerne l’indole ed i bisogni. Parlava in confidenza all’orecchio a questo e a quello. Fermavasi a consolare o a far stare allegri con qualche lepidezza i malinconici. Egli poi era sempre lieto e sorridente, ma nulla di quanto accadeva sfuggiva alla sua attenta osservazione, ben sapendo di quali pericoli potesse essere causa l’agglomeramento di giovani di varia età, condizione e condotta. E non interrompeva questa sua vigilanza neppur quando ebbe chierici e preti assidui nell’assistenza, volendo egli pel primo stabilire, col suo esempio, il metodo così importante di non lasciar mai giovani da soli (428).
Altre volte disponeva i giovani in fila, a due a due, mettendosi in testa alla schiera, e poi in marcia, e avanti. Egli intonava lo stornello piemontese: un doi, polenta e coi (uno-due: polenta e cavoli); i giovani lo ripetevano centinaia di volte, cadenzando il passo, battendo le mani ed i piedi con tale fracasso sotto i portici da far tremare la terra. Ora si usciva all’aperto, ora si rientrava tra le arcate. Ora si piegava a destra e ora a sinistra; ora si montava le scale da una parte, si passava per un corridoio e si discendeva per un’altra scala. E sempre battendo le mani e levando la voce secondo l’esempio che dava loro Don Bosco. Infine stanchi, ma lieti, sentivano con rincrescimento il suono del campanello che li chiamava alle proprie occupazioni. Questa passeggiata teneva luogo di una pattuglia in perlustrazione (429).
Non poteva soffrire che alcuni durante la ricreazione stessero appartati da tutti gli altri compagni; nè permetteva che vi fossero panche per sedersi (450).
Nell’intento di porre un argine ai pericoli delle vacanze, provvedeva a far sorvegliare i suoi giovani dai loro parroci, inviando ad essi, per mezzo dei giovani stessi, una lettera di raccomandazione del tenore seguente:
« Raccomandiamo rispettosamente questo nostro allievo alla benevolenza del suo signor Parroco, facendogli umili preghiere di assisterlo in tempo delle vacanze, e, nel suo ritorno tra noi, munirlo di un certificato in cui si dichiari: 1) se nel tempo che passò in patria si accostò ai Santi Sacramenti della Confessione e della Comunione; 2) se frequentò le funzioni parrocchiali e se si prestò a servire la Santa Messa; 3) se non ha frequentato cattivi compagni e non ha altrimenti dato motivi di lamento sulla sua morale condotta» (431).
Naturalmente, sapendosi sorvegliati e dovendo poi rendere conto della propria condotta, la maggior parte dei giovani facevano giudizio.
Desiderando informare a questo spirito di saggia vigilanza i suoi figli, nel dicembre 1876 Don Bosco progettava lo schema di una operetta dal titolo Il Maestro e l’Assistente Salesiano, suddivisa in tanti capitoli di questo genere: come deve comportarsi l’assistente di dormitorio; l’assistente di passeggiata; l’assistente di chiesa; l’assistente di scuola; come deve comportarsi il maestro salesiano riguardo alla puntualità nel trovarsi in classe, riguardo alla disciplina, ai premi, ai castighi, e via di questo passo. Avrebbe poi voluto che tali lezioni di pedagogia, adatte proprio per noi, s’impartissero nell’anno di prova, indi si stampassero e formassero un libro di testo per uso dei Salesiani (432). Purtroppo le occupazioni non gli permisero di portare a compimento personalmente i suoi disegni; però si servì, come abbiamo visto, di Don Barberis per le lezioni di Pedagogia Sacra agli Ascritti.
Nelle conferenze non si stancava di raccomandare ai chierici ed ai Superiori l’assistenza coscienziosa dei giovani (433), per prevenire i mali.
Verso il 1875 si era cominciato a permettere che, per la festa di Maria Ausiliatrice, la gente fino a notte avanzata restasse in chiesa e circolasse nelle adiacenze. Ciò diede luogo a inconvenienti tra i giovani, alcuni dei quali, una volta, sottrattisi alla vista dei superiori, si erano nascosti nei sotterranei a far gozzoviglie. Perciò i Capitolari volevano abolita la veglia. Pervenuta la cosa alle orecchie di Don Bosco, egli lasciò dire e poi osservò: « Di chi la colpa? Di voi che non avete sorvegliato abbastanza. Adesso non si sopprima il bene per impedire il male; piuttosto un altr’anno ci si pensi per tempo e si piglino tutte le precauzioni, perchè i lamentati inconvenienti non si ripetano più » (434).
Era poi rigoroso cogli assistenti che dessero scandalo ai giovani, contravvenendo alle disposizioni dei Superiori. Quantunque dolcissimo, Don Bosco non passava facilmente sopra le mancanze di disciplina. Nei primi tempi e precisamente durante l’anno scolastico 1859-60, un chierico, Marcello, nel recarsi tutte le domeniche all’Oratorio di Vanchiglia, conduce va qualcuno della casa con sè contro il divieto espresso dei Superiori. Fu avvertito, ma senza frutto.
Una domenica, celebrandosi in Vanchiglia una particolare solennità, nuovamente portò seco a quella festa vari giovani, senza previa intesa con Don Bosco o col prefetto Don Alasonatti. Don Bosco pensò subito a porre termine a tale disordine conosciuto da tutti, e a togliere un cattivo esempio che poteva facilmente trovare seguaci. La sera adunque, innanzi all’intera comunità dopo le orazioni, toccò il fatto della grave disubbidienza di chi avesse condotto fuori casa i giovani senza averne la licenza. Quindi parlando — cosa insolita a quell’ora — in dialetto piemontese, e con tono marcato di amarezza, si fece a chiedere in pubblico, chiamandoli per nome, ai singoli giovani sopra accennati:
— Dove sei stato questa mattina?
— All’Oratorio di Vanchiglia.
— E chi ti condusse?
— Il chierico Marcello, — Così domandò agli altri che ripetevano la stessa risposta. In mezzo ad un profondo silenzio, risuonarono, con brevi pause, lentamente le parole: — E tu?... — Marcello.
Finite queste interrogazioni, Don Bosco espresse il suo vivo dispiacere con poche e secche frasi, ma tanto più forti, quanto più era la calma con cui venivano pronunciate. Fra gli altri era presente Don Paolo Albera (435).
Parimenti la sera del 26 marzo 1865, facendo osservare ai giovani il brutto spettacolo che presentavano al visitatore le camere, a motivo di alcuni letti in disordine e malfatti, soggiungeva: « Però non ne voglio far colpa ai giovani, no; la fo’ agli assistenti, i quali, volere o non volere, dovrebbero esigere che tutte le mattine si accomodassero i letti » (436).
6. L’assistenza negli ambienti particolari.
Abbiamo detto che l’assistenza è universale. Ciò implica che essa sia praticata convenientemente a seconda dei luoghi ove si trovano gli alunni. A tal fine sarebbe forse sufficiente richiamare il piccolo Regolamento redatto da Don Bosco per gli Allievi, poiché in esso egli descrive in particolare quale debba essere il contegno dei giovani nei vari ambienti della casa, e, per conseguenza, l’ufficio degli assistenti, che naturalmente consiste nel far osservare le prescrizioni regolamentari. Essendovene tuttavia molte altre che si riferiscono direttamente alla persona di chi assiste, crediamo opportuno accennare almeno alle norme pricipali.
a) In chiesa.
La sorveglianza in chiesa — nel pensiero di Don Bosco — deve conformarsi, in linea di principio, allo spirito del luogo, che è ambiente di raccoglimento e che di sua natura richiede un’assistenza tutta speciale. Essa risponderà alle esigenze del sacro recinto in cui si svolge, se da una dignitosa calma e divota compostezza saranno caratterizzati i movimenti, la voce, il gesto, l’espressione del viso e dello sguardo, in una parola tutta la persona dell’assistente, in modo da non turbare il raccoglimento dei ragazzi che pregano.
L’atteggiamento divoto dell’educatore mentre assiste, anche se la sua preghiera per forza di cose non potrà essere fatta con quella intensità di concentrazione interiore ch’egli vorrebbe, lungi dal cagionare distrazione ai giovani, è un potente richiamo a mantenerli alla presenza di Dio ed a pregare divotamente.
Ormai non c’è chi non sia persuaso della necessità di tale assistenza. Don Bosco era di questo avviso quando scriveva per i giovani: « In chiesa non dovrebbe essere necessario alcun assistente; il solo pensiero di trovarsi nella casa di Dio dovrebbe bastare a impedire ogni divagazione. Ma, siccome taluno può dimenticare se stesso e il luogo ove si trova, perciò ad ognuno si raccomanda di stare sottomesso agli ordini dell’assistente, nè alcuno cerchi di uscire senza gravi motivi » (437). Naturalmente il nostro Padre voleva che si tendesse a rendere pressoché inutile l’assistenza dei giovani in cappella, dando alla Pietà un aspetto e una forza attraente, affinchè gli alunni, compresi della bellezza ed importanza delle funzioni liturgiche, come anche del profondo significato delle preghiere, si mantenessero divoti e raccolti.
Egli raccomandava che possibilmente si trovassero in chiesa anche i maestri: « In chiesa si trovino tutti, chierici e sacerdoti, senza addurre pretesti... È questo uno strettissimo dovere per loro e perchè i giovani si comportino e preghino bene» (438). Naturalmente gli impegni della casa potranno talvolta ostacolare tale presenza: ma è bene che il pensiero di Don Bosco sia conosciuto e, per quanto è possibile, praticato (439).
Dai maestri ed assistenti egli esigeva in Chiesa più che altrove il buon esempio nella modestia della persona, nel pregare a voce spiegata, nel frequentare i Santi Sacramenti e in tutto il resto, poiché se in questo l’assistente fosse poco esemplare, i giovani meno buoni scuserebbero la loro negligenza adducendo l’esempio di lui (440). Per ciò che riguarda il suo ufficio, l’assistente vegli perchè ogni allievo abbia il libro delle pratiche di pietà e non altro, e si adoperi per sostenere il canto religioso (441). Faccia in modo che le preghiere non si recitino in modo accelerato (442), che i giovani stiano seduti con compostezza, e, quando è tempo di star inginocchiati, stiano diritti colla persona senza appoggiarsi albi indietro (443). Soprattutto non tolleri che gli alunni dormano, ciarlino, scherzino, o gridino nel pregare e nel cantare, in modo da disturbare gli altri: su questo Don Bosco era piuttosto rigoroso e ricordava che Gesù aveva scacciato dal tempio colla sferza coloro che vi negoziavano (444). Gli premeva che gli alunni potessero seguire con l’occhio i sacri riti, udire le istruzioni e avere la maggior comodità d’accostarsi ai santi Sacramenti. Ed aggiungeva: « Quando vi è il Piccolo Clero, niuno esca dopo la Messa, se non quando siano terminate le comuni preghiere in chiesa » (445).
Per l’assistente addetto all’Oratorio festivo, furono fissate queste norme: << 1) All’assistente incombe di assistere a tutte le sacre funzioni dell’Oratorio e vegliare che non succedano scompigli in tempo di esse; 2) Basterà che non avvengano disordini entrando in chiesa, e che ciascuno, prendendo l’acqua benedetta, faccia bene il segno della santa Croce e la genuflessione all’altare elei Sacramento; 3) Se succederà che si portino in Chiesa ragazzini, i quali disturbino con grida e con pianto, avviserà con bontà chi di ragione, affinchè siano portati via. 4) Nell’avvisare qualcuno in chiesa usi raramente la voce; Don Bosco in tali casi preferiva qualche richiamo con gesti assai composti. Dovendo poi correggere qualcuno con discorso un po’ prolungato, differisca di ciò fare dopo le funzioni, oppure lo conduca fuori della chiesa. 5) Nel cantare il Vespro od altre cose sacre, indicherà, occorrendo, in qual pagina del libro si trovi quello che fu intonato » (446).
È pratica degli istituti salesiani che coloro, i quali sono incaricati dell’assistenza in chiesa, vadano con la massima libertà a confessarsi e a far la santa Comunione, anche se devono assentarsi momentaneamente dal loro posto: il buon esempio che essi dànno, compensa la momentanea assenza.
Chi ha da praticare l’assistenza nella chiesa o cappella, senza dubbio proverà la pena di non poter raccogliersi^ tanto quanto vorrebbe, poiché l’assistente deve anzitutto pensare ai giovani. Ed allora ai nostri cari assistenti è bene ricordare di frequente ciò che insegnavano Don Bosco e i suoi Successori, e cioè che il compimento di questa o-pera di carità verso i giovani è assai gradita a Dio, il quale saprà ricompensare ampiamente il sacrificio fatto. Il nostro santo Patrono dice che, in simili casi, si lascia in certo modo il Signore per amore del Signore. Perciò se la preparazione e il ringraziamento per la santa Comunione non potranno essere fatti come l’assistente desidererebbe, egli può star sicuro che Iddio riserva grazie speciali per coloro che sanno fare l’immolazione anche delle gioie e soddisfazioni più care per amore del prossimo.
b) Nello studio.
Lo studio è uno dei luoghi che merita speciale considerazione, sia per il molto tempo che ivi trascorrono gli alunni, sia per il grande numero di essi, ed anche per la responsabilità di chi li assiste: il quale non deve accontentarsi che i giovani siano materialmente presenti nella sala, ma adoprar-si perchè ivi compiano il loro dovere. Per rendere l’assistenza dello studio vantaggiosa agli alunni, è necessario che il luogo e la attrezzatura di esso sia tale da facilitare l’assistenza. La sala non deve avere angolosità o nascondigli: la luce, sia naturale che artificiale, deve essere abbondante per non recar danno alla facoltà visiva degli alunni; l’aria deve essere in condizioni tali da purificarsi costantemente affinchè la permanenza in una sala, dove talvolta devono rimanere anche per ore intere centinaia di giovani, non si renda loro nociva. Oggi la cosa è resa facile dai cosiddetti condizionatori dell’aria.
Ai tempi di Don Bosco nello studio vi erano generalmente grandi tavoli a otto o sei posti. Al capo della tavola era il decurione o capo e alla testa opposta eravi il vicedecurione o vicecapo; essi dovevano coadiuvare l’assistente, impegnandosi con serietà e senza disturbo di sorta, perchè i loro quattro o sei dipendenti osservassero buona condotta e in modo particolare occupassero il tempo convenientemente. Questa specie di gerarchia era senza dubbio un coefficiente di formazione sociale, e soprattutto educava i decurioni e vicedecurioni al senso della responsabilità. Gli altri poi sapevano che potevan essi pure esser promossi a tale carica, e si sentivano naturalmente stimolati a comportarsi in modo da meritare quella distinzione.
Secondo il pensiero di Don Bosco, nella sala di studio vi dev’essere la massima pulizia; il calore, nel periodo invernale, ben distribuito: e l’ambiente sia disturbato il meno possibile. Le eventuali uscite dallo studio devono essere quasi eccezionali: a tal fine il Consigliere scolastico darà di quando in quando avvisi opportuni.
Don Bosco inoltre esige che l’assistente si trovi già nello studio e sulla cattedra quando entrano i giovani (Regolam92). Detta la preghiera, egli deve avere gli occhi sopra gli alunni, e non scendere di cattedra fino a quando gli allievi non abbiamo avviato il loro lavoro. In seguito potrà farlo, ma sempre con la massima moderazione. È poi evidente che questa sua ininterrotta vigilanza richiede da lui il sacrificio di non occuparsi, durante quell’assistenza, in studi o lavori che esigano attenzione.
Un giorno Don Bosco, incontrando a Lanzo l´assistente generale dello studio ove si raccoglievano in silenzio duecento alunni, gli disse: « Abbi sempre l’occhio aperto: aperto e lungo. Benché il Signore ci abbia mandati buoni figliuoli, è bene che tu alle volte sia in sospetto. Guarda, domanda, provvedi, ed abbi per grande ogni piccola mancanza che potrebbe essere causa di gravi disordini e di offesa di Dio. Vigila specialmente sui libri che leggono pur mostrando sempre buona stima di tutti e senza mai scoraggiare nessuno: ma non stancarti di vigilare, d’osservare, di comprendere, di soccorrere, di compatire. Làsciati guidare sempre dalla ragione, e non dalla passione» (447). In altre circostanze replicava: «Non è solo il silenzio che si deve cercare, ma più di tutto la moralità. Più centinaia di giovani come possono essere sorvegliati da uno solo? Quindi anche i viceassistenti son tenuti a non abbandonare il loro posto. I nostri pretesti saranno poi giudicati da Dio. Quanto male può avvenire nella sala di studio, se manca l’assistenza! » (448). « Si è notato che tanti disordini morali incominciano da certe parole lette nel vocabolario. ´È questa l’arte con la quale un cattivo cerca di esplorare il cuore di un compagno e conoscerne le tendenze. Se uno manda ad un altro un vocabolario segnato, e talora col segno sopra una parola indifferente che precede la maliziosa, si osservi l’espressione di chi lo riceve. Se si può impedire questo male è ottenuta una grande vittoria » (449).
Superfluo dire che deve essere principale impegno dell’assistente ottenere nello studio il silenzio ed il raccoglimento, affinchè ognuno possa attendere seriamente al proprio dovere: già ai tempi di Don Bosco la sala di studio « era considerata quasi come luogo sacro » (450). Ma questo non basta: bisogna assicurarsi che i giovani compiano il loro dovere scolastico, che non facciano letture ricreative fuori del tempo per esse stabilito, che non perdano il tempo in cose inutili. A tal fine è necessario che di tanto in tanto si faccia qualche giro per lo studio, badando però a non perder d’occhio gli allievi. Nello studio dei piccoli si deve inoltre controllare se gli allievi hanno fatto i lavori e studiato la lezione. Avverte Don Bosco che per favorire il buon andamento disciplinare e il profitto scolastico dei giovani è bene che l’assistente di studio conferisca di tratto in tratto con i vari insegnanti.
Ne guadagnerà assai l’andamento della disciplina se, invece di dare lui avvisi e norme in pubblico, li farà dare dal Consigliere scolastico, dal quale viene autorità al suo operare. In caso di vera necessità lo si faccia con brevi parole, perchè a volte è facile a chi parla compromettersi. Dice il proverbio che il pesce muore per la bocca, perchè è proprio per la bocca che resta agganciato all’uncino dell’amo. I giovani studiano i loro superiori, e in particolare gli assistenti; e la materia che loro meglio serve per giudicarli sono le loro parole. In certo modo il giovane teme il silenzio dell’assistente (451). Un assistente che non parli in pubblico, o rarissimamente e con poche parole, è molto più rispettato di un altro che per la sua loquacità offre ai giovani il modo di conoscere i suoi lati deboli.
« Nell’assistenza poche parole, molti fatti » (Regolavi., 104): ecco l’aurea regola proposta da Don Bosco ai suoi assistenti.
c) Nei laboratori e nei reparti agricoli.
Nelle nostre Scuole Professionali e Agricole l’assistenza si svolge come nelle altre case per ciò che riguarda la chiesa, la ricreazione, il dormitorio, l’infermeria, lo studio, ecc. Vi è invece un’assistenza speciale nei laboratori delle scuole professionali e nei differenti reparti delle scuole agricole.
Il laboratorio può essere considerato dall’assistente come un luogo di studio: ivi infatti si compiono esercitazioni pratiche di lavoro, essendo i nostri laboratori « vere scuole di arti e mestieri » (Cosiit5). Nei laboratori è necessaria una perfetta intesa tra l’assistente, i capi ed i vicecapi. L’assistente deve conoscere quali siano i luoghi destinati ai singoli gruppi degli allievi: perciò quando osservasse che qualcuno senza motivo esce dalla sua sezione, lo dovrà prudentemente avvisare. Gli alunni però avranno talvolta, e anche con frequenza, bisogno di spostarsi per ottenere strumenti speciali od altro dai loro capi; oppure il lavoro loro assegnato può anche richiedere la loro andata a speciali macchine per compiere qualche operazione richiesta. Come si vede, la posizione dell’assistente è assai delicata ed esige ch’egli sappia aggiornarsi circa i lavori e i bisogni dell’allievo, e al tempo stesso vigilare affinchè, quando l’allievo stesso si avvicina a qualche macchina, lo faccia con la dovuta autorizzazione del capo o vicecapo, e sia da essi assistito allo scopo anche di evitare possibili disgrazie.
Nel laboratorio l’assistente deve tener conto di tre cose: primo, che gli allievi osservino la disciplina generale evitando chiacchiere e disturbi di qualsiasi genere; secondo, che compiano diligentemente il lavoro loro assegnato; terzo, che lo compiano nei limiti di tempo fissati dal capo.
In parecchie nostre scuole professionali si segue ancora l’usanza di dare, a incoraggiamento degli alunni, una ricompensa o mancia al termine della settimana. Detta ricompensa viene loro consegnata nei giorni di festa mediante biglietti speciali di diverso valore, stampati dall’amministrazione, e considerati come moneta valevole, presso la Dispensa, per l’acquisto di oggetti per la scuola e pel lavoro, o di altro. Orbene, per calcolare la ricompensa sono necessari i voti dei tre fattori suindicati: condotta, diligenza nel lavoro, tempo impiegato nel compierlo. Questo mezzo, usato tradizionalmente nelle nostre scuole professionali, si è rivelato pedagogicamente utile, ed è bene continuar a servirsene. Per facilitare i calcoli vi sono apposite tabelle.
Nei laboratori l’assistente deve coadiuvare i capi e i vicecapi per la pulizia e buona tenuta delle macchine, degli attrezzi, del lavoro in corso, adibendo a ciò gli alunni e impiegandoli per turno. Talvolta, per effettuare lavori che esigono un impiego collettivo di allievi, sarà anche necessario che questi dicano qualche parola: toccherà al capo ed all’assistente giudicare se si ecceda nel parlare oltre il bisogno.
L’assistente dovrà pur esigere ordine e pulizia nei lavandini e nei comodini destinati agli allievi.
La cosa che maggiormente si raccomanda agli assistenti di laboratorio, come già s’insinuò di passaggio, è che facciano di tutto perchè regni la più perfetta intesa tra loro e i capi: ciò poi è assolutamente necessario nell’assegnare i voti agli allievi. Un po’ di umiltà e carità dalle due parti farà sì che tutto proceda bene.
Ancor più difficile è l’assistenza nelle scuole agricole. ‘È vero che anche là vi sono reparti e sezioni speciali, dov è sempre necessaria la presenza di un capo o vicecapo tra gli allievi. Ma l’assistenza può esser resa a volte ancor più complicata dalle condizioni metereologiche, dall’epoca delle semine, delle colture, della fienagione, delle sarchiature, dei raccolti, esigendosi, in questi casi, quasi del continuo spostamenti di personale. I capi, d’accordo con gli assistenti, devono procurare che i diversi gruppi, — destinati al caseificio, stalla, pollaio, piccoli laboratori, orto, frutteto, vigneto, agrumeto, cantina, e via discorrendo, — siano talmente organizzati da potersi ogni mese cambiare la metà degli allievi di ogni reparto agricolo. Questa metà passerà ad altra sezione, mentre la metà rimasta sarà in grado di addestrare i nuovi, sotto la sorveglianza dei capi, nei lavori in corso.
Talvolta alcuni allievi avranno un’occupazione individuale in luoghi anche piuttosto separati dal capo e dall’assistente. In questi casi si dovrà moltiplicare la sorveglianza per ottenere che i lavori si compiano bene e senza pericolo corporale o morale degli alunni. Anche qui la perfetta intesa tra i capi e l’assistente servirà a far procedere le cose nel modo migliore.
Nelle scuole agricole la vigilanza deve essere particolarmente accurata in quei reparti e in quelle occupazioni ove si richiede grande delicatezza, modestia e serietà. Il Direttore, il Prefetto e il Consigliere non tralascino di dare quegli avvisi, che possano giovare al buon andamento delle cose e soprattutto alla buona formazione degli allievi.
d) Nel refettorio.
È questa, secondo la comune esperienza, una delle assistenze più difficili. Proprio nel refettorio viene, in certo modo, più facilmente a mancare nei giovani il controllo della ragione, mentre invece prevale, talvolta anche con spiacevoli eccessi, la parte più bassa dell’uomo. Qui pure l’assistente accorto ha modo di meglio studiare le propensioni, le passioni, gl’istinti degli alunni.
Gli assistenti del refettorio, nel pensiero di Don Bosco, hanno il compito di occuparsi, non solo della disciplina e della moralità, ma anche del galateo, come pure di evitare che vi sia spreco di pane o di vivande (452). Egli consiglia che, per mantenere l’ordine con più facilità, si facciano leggere, per una parte del tempo, libri che siano insieme buoni e attraenti (453). La lettura è anche utile, perchè i giovani, avendo meno tempo di conversare, hanno anche minor occasione di mancare nei loro discorsi.
Gioverà pure assai curare l’ordine e la disciplina, la pulizia dell’ambiente, delle mense e delle stoviglie, il buon apprestamento delle vivande ed il servizio ben regolato di coloro che ne sono incaricati. Così pure, per contribuire alla buona educazione degli allievi, è bene che il Prefetto o il Consigliere, nello studio o anche nello stesso refettorio, richiamino ogni tanto alla mente degli allievi le opportune regole che si devono osservare durante le refezioni, raccomandando loro di non mostrarsi golosi e quasi incontentabili; di non parlar sovente delle vivande, e meno ancora di far gli schizzinosi. Si ricordi spesso a tutti che l’uomo mangia per vivere e non vive per mangiare. Si recitano le preghiere prima e dopo i pasti, precisamente con questo scopo, di far sì che un’azione, la quale rischia di metterci al livello degli animali, sia nobilitata da un pensiero soprannaturale. La compostezza della persona, la moderata masticazione delle vivande, la correttezza nel bere e altre norme date opportunamente, serviranno a questo scopo eminentemente educativo.
Quando poi si permette agli alunni di parlare, si ricordi che parlare non vuol dire gridare: così si eviterà l’inconveniente curioso che, quanto più forte è il vociare, tanto più soffocata resta la voce di chi parla, di modo che in tutti cresce il bisogno di alzare il tono della voce.
Queste regole di disciplina e di urbanità, mentre giovano alla buona formazione degli allievi, rendono anche meno difficile il lavoro dell’assistente.
L’assegnare agli allievi certi uffici di casa, ad esempio in cucina e nei refettori, Don Bosco giudicava cosa pericolosissima sempre. « Per me, — diceva, — piuttosto che mettere a fare il refettorio un giovane che non sia ancora di età matura, preferirei fare io la pulizia in refettorio » (454).
e) In ricreazione.
Nel pensiero di Don Bosco, anzitutto si deve curare in cortile, ove sia possibile, la debita separazione tra i piccoli e i grandi (455). In secondo luogo bisogna ritenere che tutti i confratelli sono assistenti, specialmente perchè l’assistenza deve facilitar loro la conoscenza ognor più chiara delle inclinazioni e dei difetti dei giovani onde meglio dirigerli e correggerli. « Desidero — diceva loro nel 1869 — che procuriate di tenervi sempre in mezzo ai giovani in tempo di ricreazione per discorrere, divertirvi con loro e dar dei buoni consigli » (456). «fÈ obbligo di tutti i chierici e preti far ricreazione in mezzo ai giovani. Tengano essi animati i giochi. Il Signore li compenserà della noia che proveranno» (457).
Egli voleva che nei cortili, quando cessavano i giochi, o non era possibile, per la ristrettezza del tempo, ingaggiare qualche partita di gioco, i Superiori si trattenessero piacevolmente in conversazione con i giovani, rivolgendo qualche parola (458), dando così loro agio di esprimere liberamente i propri pensieri; ma vigilando al tempo stesso per « rettificare ed anche correggere le espressioni, le parole, gli atti che non fossero conformi alla cristiana educazione » (Regolarti., 104). Egli era d’avviso che i giovani in generale non sono ancora fatti per ragionare e sostenere convenientemente lunghe conversazioni, perciò bandiva la guerra ai crocchi, raccomandando di « osservare i crocchi ed in bel modo mettersi in mezzo, e scioglierli prudentemente; con questo o con quel pretesto si possono dividere facilmente: ad esempio si può mandar uno a far una commissione, un altro a cercar un libro, ecc. (459). Si tenga bene a mente che, facendosi in modo diverso, i discorsi cattivi guasteranno i cuori, o almeno le mormorazioni contro il maestro, il compagno, l’assistente saranno all’ordine del giorno. Vinciamo quella ripugnanza che il demonio ci mette in cuore per impedire questo bene» (460). Avvertiva poi di fare molta attenzione a certi casi. « Quando due passeggiano soli... attenti! Quando uno passa solitario la ricreazione... attentissimi! Il Superiore si avvicini, gli domandi come sta, se ha dispiaceri, ecc. » (461). Aggiungeva che il tempo di ricreazione più pericoloso è quello del demonio meridiano, e quello della sera quando i cortili sono poco illuminati; era necessario perciò moltiplicare la sorveglianza negli angoli remoti, nei vani, nella vicinanza delle ritirate; su ciò raccomandava di avere la massima prudenza, e di riferire qualsiasi anormalità al Direttore (462). E soleva ripetere di frequente: « Qualora udiste o vedeste qualche cosa sconveniente a questo santo recinto, procurate di darne segretamente avviso al Superiore, affinchè egli impedisca quanto possa tornare ad offesa di Dio » (463).
Sempre allo scopo di rendere migliori i giovani e di tener lontano qualsiasi pericolo, dava ai primi maestri questo consiglio: « Non avendo speciale occupazione, fate ogni giorno in tempo di ricreazione il giro delle scale e dei corridoi, e avrete il merito come se aveste salvata un’anima » (464). «Vigilanza! — insisteva. — Quando non potete intrattenervi nei loro divertimenti, almeno assisteteli, girate le parti più remote della casa, e procurate di impedire il male. Non potete credere il bene che si può fare col salire una scala, passare per un corridoio, fare un giro di qua e di là per il cortile» (465).
È pure compito degli assistenti in ricreazione vigilare perchè gli alunni, durante o dopo di essa, non bevano eccessivamente acqua fredda quando sono accaldati: l’assistenza nel pensiero di Don Bosco è rivolta non solo al bene dell’anima, ma di tutto l’uomo.
Era poi sua brama vivissima che i Salesiani approfittassero del tempo di ricreazione per dare opportunamente qualche avvertenza, o buon consiglio, o istruzione, e per raccontare esempi edificanti.
f) Durante il passeggio e nelle file.
Don Bosco, assai amante della proprietà in generale e della mondezza personale, vuole che non si lascino uscir di casa quei giovani che non hanno i vestiti mondi e le scarpe pulite. E raccomanda per il passeggio la compostezza della persona, la custodia degli occhi, la gravità del passo: la sbadataggine di uno solo potrebbe infatti procacciare vergogna a tutto il drappello. A prevenire dolorose sorprese per la moralità, proibisce che si conducano i giovani nell’interno della città o a visitare musei, giardini, palazzi, senza speciale permesso (466).
« Per quanto si può, gli alunni vadano in fila a quattro a quattro, così uno darà soggezione all’altro. Non si permettano mai compere di frutta, di commestibili o altro; ne verrebbe che terrebbero danaro presso di sè e farebbero contratti e furti, e spedirebbero lettere anche poco buone. Non si lascino mai allontanare dalle file, se non talvolta da soli per qualche necessità. Quanti peccati si commetterebbero, quanti discorsi scandalosi...! » (467).
Don Bosco preferiva che si seguissero le strade e i sentieri più usati allo scopo di allontanare pericoli di ogni genere. Ripeteva sovente: « Non si vada mai in case particolari, non si accetti frutta o vino. Teniamoci indipendenti e non obblighiamo i superiori a dover far poi concessioni dannose all’ordine generale per salvare l’onore dell’assistente in faccia ai parenti che lo invitarono » (468).
L’assistente non deve lasciare che la sua attenzione sia assorbita dal gruppo che lo attornia, ma deve estendere l’occhio della carità a tutti: « Gli assistenti badino ai giovani. Non si formino un crocchio speciale attorno, trascurando gli altri. Non narrare esempi o fatti ameni ad alcuni, mentre gli altri si allontanano. Non si leggano libri. "Voi studiate, e il demonio studia anche lui. Tenetevi sempre i giovani così vicini da sorprendere i loro discorsi » (469). Non vi siano lunghe fermate, nè ai giovani si associno elementi esterni, nè vengano introdotti libri, giornali, lettere le quali devono sempre passare prima per le mani dei Superiori (470).
Riguardo poi alle file nell’interno dell’Istituto, ammoniva gli assistenti: «Uno si trovi sempre alla testa e un altro alla coda. Tutti quelli che sono in libertà, come quelli che prendono parte all’assistenza, in quel tempo osservino il silenzio per primi, altrimenti i giovani prendono baldanza e si mettono anch’essi a parlare sottovoce, e chi sa di che cosa» (471).
g) In portineria.
Al portinaio è affidata la vigilanza su quanti entrano in casa o ne escono: perciò si trovi sempre al suo posto di osservazione, ma gli sia assegnato un supplente per le ore in cui deve per giuste ragioni assentarsi (Regolarli229),
« Si usi la massima sorveglianza per impedire che nell’istituto siano introdotti compagni, libri, giornali, fogli di qualsiasi genere, o persone che facciano cattivi discorsi » (Regolam., 95). Il portinaio lasci uscire solo chi ne abbia il dovuto permesso dal Direttore o da chi per esso, e non permetta agli allievi di fermarsi in porteria senza giusto motivo. Non ammetta nessuno a parlare con gli allievi, se non nelle ore stabilite o con un permesso speciale del Direttore; e consegni al Direttore le lettere, i libri e i pacchi che riceve per loro dall’esterno. Gli è vietato ricevere mance, vendere o comprare commestibili, ritenere presso di sè danaro o altre cose degli allievi (Regolam., 230-32).
« La scelta di un buon portinaio è un tesoro per una Casa di educazione » (Regolam., 95) (472).
h) In dormitorio.
Anche l’assistenza in dormitorio è assai delicata. Qualsiasi occhiata o parola o azione meno misurata da parte dell’assistente, potrebbe anche esser mal interpretata da quei giovanetti che fossero già stati vittime del male. Perciò, non meno che la vigilanza, è la modestia quella che deve guidare l’assistente nel dormitorio.
In particolare Don Bosco vuole che gli assistenti anzitutto veglino attentamente sulla pulizia dei dormitori ed in modo speciale dei gabinetti di decenza, e, qualora qualche cosa lasciasse a desiderare, ne avvisino sollecitamente il Prefetto della casa (Regolam., 144).
È pure stabilito che i dormitori durante il giorno siano (phiusi e ne tenga le chiavi un superiore (Regolam., 120). « Gioverà molto — osserva Don Bosco — a ottenere la moralità, tener sempre le camerate chiuse. Non vi si entri che alla sera, andando a riposo; e, se è necessario, un momentino, ma proprio un brevissimo istante, al tempo della colazione » (473).
Gli stava a cuore che al dormitorio si desse come un carattere sacro, allo scopo appunto di far sì che il riserbo e la modestia dei giovani fossero, in quell’ambiente, veramente edificanti. All’Oratorio ogni dormitorio aveva il suo santo titolare e patrono, il cui nome era scritto sulla porta di entrata, e quasi ritenevasi come un santuario. Oltre il crocifisso vi era un altarino con una statuetta o quadro della Madonna, e tutti i giorni, nel mese di maggio, si recitava da tutti insieme, prima di coricarsi, una piccola preghiera innanzi all’immagine di Maria Santissima, ornata da lumi e tappezzerie (474). Esigeva poi silenzio assoluto. Gli assistenti, diceva, « facciano osservare rigoroso silenzio, e non permettano che alcuno entri e rimanga in dormitorio senza assistenza » (Regolam., 216) (475).
Durante la notte i giovani non dovevano mai essere abbandonati. A tal fine disponeva che gli assistenti lasciassero alquanto aperte le tendine allo scopo di poter meglio sorvegliare (476), e che il Direttore, o altri in sua vece, facesse di tempo in tempo un’ispezione in ore diverse della notte per rendersi conto che tutto in dormitorio procedesse bene (477).
È pure tradizione e raccomandazione del Padre che gli assistenti non si avvicinino al letto dei giovani, che non rivolgano loro la parola se non per un bisogno veramente eccezionale. Don Bosco vietava a tutti indistintamente « di portarsi tra l’uno e l’altro letto, tolto il caso di grave necessità» (478). E diceva di questi e altri simili riguardi: « Cercate d’inculcarli prudentemente anche fra gli alunni» (479).
Per riguardo alla distanza di un letto dall’altro, dava a Don Bonetti questa norma: «Fa’ in modo che gli allievi dal proprio letto non possano mettersi le mani addosso » (480).´
Sempre per salvaguardare la virtù angelica, avvertiva gli assistenti o maestri di non permettere agli allievi di entrare nella loro cella o camera. « Che dire poi — sono parole del nostro Padre — di chi con motivo buono si conducesse in camera giovani e vi si chiudesse per far loro parrucche (rimproveri) od altro, per trattenerli con sè e parlare di cose segrete? Non si faccia mai » (481). « Ciò desta invidie, sospetti, maldicenze, scandalo » (482). «I giovani osservano molto: certuni sono guasti, hanno letto libri cattivi, nulla loro sfugge di quello che fanno i Superiori, e guai se uno viene incolpato» (483). Per lo stesso motivo « non è permesso entrare nei dormitori o nelle celle altrui o camere » (484).
Raccomandava inoltre: « Nessuno dei preti o professori si faccia servire dai giovani, per portar acqua, lucidare scarpe e simili; ma ciascuno faccia le cose sue da sè, perchè io vedo che in casa già si tende all’agiatezza, e, per poco che si trascuri questo riserbo, si verrà subito a cose deplorevoli, e ordinariamente a perdere lo spirito della Congregazione » (485).
A scopo di prevenire i mali, stabiliva questa norma per la cella degli assistenti: « Io poi desidererei anche che le celle degli assistenti si restringessero in modo, che vi fosse il posto del letto, della sedia e nulla più » (486).
« Nessun assistente abbia la cella grande per tenervi i suoi libri e farvi studio. La camerata non è luogo di studio, e si farebbe un consumo esagerato di lumi. Si stia alle nostre Regole, altrimenti guai alla moralità! » (487).
Su questo punto era esigente e intransigente.
Nella decima conferenza del- primo Capitolo Generale, qualcuno osservò:
— Vi sono maestri che devono assistere in camera ed hanno bisogno del tavolino per mettere i libri e pagine, ed abbisognano della celletta per andarvi a studiare qualche volta.
— Nemmeno in questo caso si permetta, — disse Don Bosco.
— Ma come faranno dunque i maestri?
— Abbiano luogo adatto altrove; per esempio uno scrittoio chiuso a chiave nello studio comune o nella scuola; ma in dormitorio, no.
— Altrove non vi sono camere disponibili; con tanti giovani che domandano di essere accettati nei nostri collegi, si sta alle strette.
— Ebbene, si accetti minor numero di giovani; ma in dormitorio non vi siano tavolini, nè celle. Basta il letto con le tende per. il tempo della levata e del coricarsi; poi queste siano sempre raccolte (488).
Per la pulizia personale dei giovani, dava una norma, fissata nei Regolamenti con queste parole: « In dormitorio vi è un assistente ed un vice-assistente. Veglino essi sulla pulizia della persona, degli abiti e dei letti » (Regolam216).
Stabiliva infine che non si lasciassero entrare donne nei dormitori. « Questo articolo — diceva — è della massima importanza » (489).
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i) Nell’infermeria.
Uno dei luoghi, ove l’assistenza deve essere più accurata e circondata di angelico riserbo, è l’infermeria. Gl’incaricati delle cure e dell’assistenza devono avere presente, oltre a ciò che è prescritto nell’apposito Regolamento ( Regolarti., 247-254), il pensiero che compiono un’opera di squisita misericordia. Il giovanetto che soffre, si affida all’infermiere, all’assistente, così come farebbe con la mamma. È doveroso pertanto che in quel caso l’alunno si consideri come aureolato di luce angelica e rappresentante il Bambino Gesù. A lui ci si deve avvicinare quasi con devozione e ogni nostro atto deve essere degno della carità più intemerata e celeste. Chi sventuratamente si lasciasse andare ad abusare in qualsiasi modo della debolezza di un giovane infermo, meriterebbe giustamente i castighi Dio e degli uomini.

Capitolo VI. CORREZIONI E CASTIGHI
Prima di venire ai castighi. Don Bosco desiderava si mettessero ancora in pratica altri mezzi preventivi, da lui indicati nelle pagine del Sistema Preventivo (Regolam., 101) (490). Era convinto che, per l’efficacia di questo sistema, è indispensabile la spontanea collaborazione dell’allievo all’azione dell’educatore; collaborazione però non ottenuta con mezzi repressivi: i quali possono bensì costringere forzatamente l’allievo, ma non piegano la sua volontà, che in simili casi può anche rimanere restìa e ribelle. Il sistema preventivo, pur escludendo in linea di massima i castighi, non spoglia l’educatore d’altri mezzi con i quali egli possa impedire il disordine e ottenere la disciplina. Che anzi la ragione, la religione e l’amorevolezza faranno sì che, dalla mente e dal cuore dell’educatore cristiano, sgorghino risorse pedagogiche sempre nuove per compiere efficacemente la sua missione, e in tale abbondanza da persuaderlo che, soprattutto con la carità e con le buone maniere, riuscirà efficace l’opera sua educatrice.

1. La funzione educativa della legge.
a) Far conoscere la legge.
Un primo mezzo preventivo è sicuramente la conoscenza della legge, in quanto ne condiziona ed aiuta l’osservanza.
Si resta sorpresi, leggendo la vita di Don Bosco, i suoi scritti e parlate, per l’insistenza con cui egli raccomanda agli educatori di ricordare le regole agli alunni. « Il Direttore — egli dice nel Sistema Preventivo — faccia ben conoscere le regole, i premi e i castighi stabiliti dalle leggi di disciplina, affinchè l’allievo non si possa scusare dicendo: — Non sapeva che ciò fosse comandato o proibito » (Regolam101, 5°).
La ragione più essenziale di questa insistenza, nel pensiero di Don Bosco, è « la mobilità giovanile, che in un momento dimentica le regole disciplinari e i castighi che quelle minacciano. Perciò spesso un fanciullo si rende colpevole e meritevole di una pena cui egli non ha mai badato e che niente affatto ricordava nell’atto del fallo commesso, e che avrebbe per certo evitato, se una voce amica l’avesse ammonito ». Invece, — afferma Don Bosco, — « l’allievo preventivamente avvisato non resta avvilito per le mancanze commesse, come avviene quando esse vengono deferite al Superiore, nè mai si adira per la correzione fatta o per il castigo minacciato oppure inflitto, perchè in essi vi è sempre un avviso amichevole e preventivo che lo ragiona, e per io più riesce a guadagnare il cuore, cosicché l’allievo conosce la necessità del castigo, e quasi lo desidera» (Regolam., 89, 2°, 1°).
D’altronde il far conoscere le regole da parte dell’educatore serve ad accrescere la sua autorità. Gli alunni si persuadono che egli non opera a caso, e meno ancora a capriccio, ma che, citando le regole ed appoggiandosi ad esse, non esige che l’osservanza di un mezzo, il quale serve a renderli migliori. Per questo Don Bosco consigliava di non dire ai giovani « Voglio così », ma invece «Le regole, o i regolamenti, esigono così». Per lo stesso motivo voleva che nessuno le modificasse arbitrariamente, ed esigeva che fossero osservate da tutti incominciando dal Direttore e dagli altri Superiori.

b) Mezzi per far conoscere la legge.
Per far conoscere le leggi dell’Istituto, Don Bosco ordinava per l’inizio di ogni anno scolastico la pubblica e solenne lettura del Regolamento: lettura che poi passò nella tradizione delle altre case salesiane. In occasione infatti dell’apertura del collegio di Mirabello, Don Bosco, che ne aveva redatto il regolamento, stabiliva che, sul principio dell’anno scolastico, seguendo l’usanza dell’Oratorio, si leggesse detto regolamento ai giovani del collegio, radunati nella sala di studio, alla presenza di tutto il corpo insegnante e dirigente. Voleva altresì che non si omettessero gli articoli che riguardavano gli uffici e i doveri dei singoli Superiori, compresi quelli dello stesso Direttore, poiché i giovani dovevano riconoscere che anche i Superiori erano soggetti al Regolamento e facevano semplicemente il loro dovere, e non operavano ad arbitrio, quando esigevano obbedienza, prendevano misure di sorveglianza, rimproveravano, e anche, nella necessità, costringevano. Tale lettura doveva pure costituire gli alunni testimoni della fedeltà dei Superiori ai loro doveri, sicché questi, come modelli, potessero dir loro francamente: — Obbedisco, io, obbedite anche voi! (491).
In secondo luogo, sempre per lo stesso motivo, Don Bosco ordinava una lettura settimanale dei regolamenti. « Ogni settimana, in giorno determinato, se ne spieghi qualche articolo » (Regolam 112). Si può scegliere il giorno in cui si leggono agli allievi i voti di condotta settimanali nello studio o in altri luoghi (492).
Il 3 febbraio 1868 Don Bosco tenne una conferenza a tutti i Direttori ed esortò i preti ed i chierici a essere i primi nell’osservanza delle regole della casa e che tutti procurassero di averne un’esatta conoscenza. A tale fine raccomandò al Direttore degli studi di trovar modo di leggere ogni settimana un tratto del regolamento ai preti, ai chierici e ai giovani assieme radunati. Nuovamente rigettò la proposta, fatta da alcuno, di nascondere ai giovani le regole a cui debbono sottostare i chierici e i preti. « I giovani — disse — avrebbero motivo di lagnarsi quando si vedessero essi soli stretti da regole e da doveri. In pubblico bisogna essere riservati nel parlare di fatti, quando questi siano riprovevoli: ma parlar chiaro a tutti in fatto di leggi » (493).
Presentandosene l’occasione, Don Bosco spiegava qualche articolo dei Regolamenti anche nella Buona Notte, sicuro di promuovere, con la conoscenza, anche l’osservanza dei medesimi e il profitto morale degli allievi.
Volendo che i suoi allievi capissero bene i loro doveri e la loro responsabilità, metteva in rilievo le conseguenze morali della trascuratezza delle leggi disciplinari.
La sera del 30 maggio 1865, dopo di aver parlato di altre cose soggiunse: «Molti di voi domanderanno: « È dunque peccato trasgredire le regole della casa? — Pensai già seriamente a questa questione e vi rispondo assolutamente di sì. Non vi dico sia grave o leggero: bisogna regolarsi dalle circostanze; ma peccato lo è. Qualcheduno mi dirà: — Ma nella legge di Dio non vi è che noi dobbiamo ubbidire alle regole della casa! — Ascoltate: Vi è nei Comandamenti: — Onora il padre e la madre! — Sapete che cosa vogliono dire quelle parole: padre, madre? Comprendono anche chi ne fa le veci. Non sta anche scritto nella Sacra Scrittura Oboedite praepositis vestris? Se voi dovete ubbidire, è naturale che essi abbiano a comandare. Ecco l’origine delle regole d’un Oratorio, ed ecco se siano obbligatorie o no» (494).
Similmente a proposito di coloro, che nonostante le proibizioni del Regolamento si ostinano a ritenere danaro presso di sè, Don Bosco osser va va la sera del 30 marzo 1876: « Io non so come costoro possano accostarsi tutti i giorni alla Santissima Eucaristia, e pregare con fiducia di conseguire ciò che domandano.
— Oh! Questo non è mica peccato!
— Ed io ripeto che non so come costoro si accostino ai Sacramenti con una disubbidienza così grave sulla coscienza. Io sono solito a dire che costoro è meglio che non ci vadano. Che frutto può ricavare dalla santa Comunione chi va a ricevere Gesù quasi dicendogli: — Io voglio continuare ad offendervi! — Infatti questo tener denari è la radice dei disordini ordinari, che avvengono nelle passeggiate » (495).
Questa forma di parlare di Don Bosco era un modo efficacissimo per far conoscere agli alunni non solo i regolamenti, ma anche la relativa importanza delle singole prescrizioni.
In tal modo Don Bosco mostrava ai giovani la necessità di osservare le leggi dell’istituto non per paura, nè per la stima degli uomini, ma basandosi unicamente sopra il timore di offendere Dio.
2. L’amorevole correzione negli esempi e nelle parole di Don Bosco.
Tutte le precauzioni indicate non bastano però a impedire le mancanze; e. quando queste sono state commesse, ci vuole l’avviso e la correzione.
a) Come correggeva Don Bosco. 1) Sua delicatezza.
Anche qui ci è d’esempio il nostro santo Fondatore e Padre. Egli era delicatissimo di coscienza e si sforzava di tener lontana anche ogni apparenza del male, cercando con una continua amorevole assistenza, colla frequenza dei Sacramenti e con industrie senza numero, di allontanare dai giovani, per quanto era possibile, ogni pericolo di peccato ed ogni disordine dalla Casa. Egli aborriva tanto l’offesa fatta a Dio che si sarebbe sacrificato cento volte al giorno per impedirne anche una sola: « Com’è possibile — e-sclamava talora, — che una persona assennata, la quale creda in Dio, possa indursi ad offenderlo gravemente? ». Se qualcuno avesse commesso qualche grave mancanza, se ne rattristava quanto non avrebbe fatto per qualsiasi altra disgrazia accadutagli, e, tutto addolorato, diceva ai colpevoli: « E perchè trattar così male Iddio, il quale ci vuol tanto bene? » E talora fu visto piangere. Tutte le sue parole in privato e in pubblico avevano il fine d’ispirare orrore per il peccato (496).
Nel suo zelo per la gloria di Dio e per il bene delle anime, rivolgeva all’occorrenza i suoi paterni ammonimenti a tutti e a ciascuno. « Una domenica sera, — narrò egli stesso, — vidi un certo giovane adulto maltrattare uno dei suoi compagni più piccoli. A quell’atto io fremetti e dovetti farmi grande violenza per non parlare. All’indomani però, incontrando quel giovanotto, non tralasciai di fargli un’amorevole correzione » (497).
Osservava attentamente la condotta dei suoi futuri collaboratori, e li trattava con tanta amorevolezza, che gli portavano vero affetto filiale, riponendo in lui ogni confidenza. Ed egli si affaticava a distruggere in loro ciò che poteva condurli al peccato, e, per incoraggiarli a vincere i propri difetti, diceva che non bisogna pretendere di diventar santi in quattro giorni, perchè la perfezione si acquista con fatica a poco a poco.
Quasi non passava giorno senza che desse in particolare qualche consiglio. Usava gran prudenza nel compatire la suscettibilità dei vari caratteri, non prendendoli di fronte nel comandare, e specialmente nella distribuzione degli impieghi. Non mancava di correggerli al minimo difetto che in essi scoprisse, ma stava in grande attenzione a non disgustare nessuno. Il suo avviso non era mai un rimprovero che irritasse, e tutti intendevano come egli ciò facesse per amore del loro bene. Nell’inverno, un tale non compariva da qualche mattina in chiesa ad ascoltare la santa Messa, perchè si levava dal letto più tardi dell’ora stabilita. In tempo di ricreazione, essendosi costui avvicinato a Don Bosco, si sentì domandare:
— Oh! come sono contento di vederti: e come stai di sanità?
— Benissimo, grazie a Dio.
—Tanto meglio! Credevo che tu fossi ammalato: è qualche giorno che non ti vedeva prendere parte ai mattino alle orazioni in comune.
La lezione produsse il suo effetto e l’altro fu più diligente (498).
Con garbo sapeva dire ciò che loro conveniva, anche ai Sacerdoti. Un giorno, venendo a casa, incontrò per via un suo giovane prete, il quale, dopo aver discorso di molte cose, finì col criticare il modo di predicare dell’Abate Bardessono.
Don Bosco lo interruppe e gli domandò:
— E tu hai già predicato?
Il pretino rispose di no. E Don Bosco:
— Ebbene, aspetta che tu abbia incominciato a predicare, e poi se ti basta l’animo, criticherai l’Abate Bardessono (499).
Nè risparmiava i suoi rimproveri all’intera Comunità.
Ora bisogna notare che la potenza mirabile di Don Bosco stava in questo: egli aveva in mano cuore dei suoi giovani. Con una sua parola metteva nella più grande allegria, al modo stesso che, con l’apparenza sola di un suo rimprovero,li faceva cadere nella più profonda tristezza.
Accadde adunque che i giovani, sentendo ancor nelle ossa la dissipazione delle vacanze, una sera dopo le orazioni non si prendevano tanta cura di far silenzio appena ricevutone il segno. Don Bosco era in cattedra, e, dopo aver atteso per qualche momento, a un tratto esclamò con grande pacatezza:
— Ma sapete che io non sono contento di voi? — E li mandò a letto senza permettere che gli baciassero la mano.
Era questo il castigo più forte e più temuto, perchè il più sensibile che il buon Padre potesse infliggere ai suoi figliuoli, e non ci fu più bisogno d’altro poiché, da quel giorno memorabile. Don Bosco non aveva che a comparire perchè si potesse anche udire volare una mosca (500).
Ma il suo zelo non andava mai disgiunto da una estrema delicatezza nel correggere. A volte si mostrava persino faceto nei suoi modi. Diceva ad alcuno che aveva visto dissipato in chiesa al tempo della predica:
— Dimmi: hai tu mal di denti, poveretto?
— Io? No!
— Almeno mi sembrava che avessi male ài denti. — Quindi gli spiegava, come intendesse dire che masticava male la parola di Dio, che non la gustava e che perciò non ne ricavava profitto.
Dicendo: « Poveretto, hai male al capo », intendeva i capricci e le disubbidienze. Un motto che aveva molto familiare era questo: « Quand’è che ti metti a far miracoli? » E simili frasi talora diceva all’improvviso a chi stava pensoso e pareva distratto badando ad altro, e a chi parlava sommesso al compagno nel crocchio d intorno.
A un giovane che, da alcuni mesi non si accostava ai santi Sacramenti, un giorno disse: — Ehi, l’amico! Non saresti disposto domani a pranzare con me? — E, alla risposta affermativa, soggiunse: — Bada che io pranzo domani mattina alle sette e mezzo — alludendo alla Mensa Eucaristica durante la Santa Messa.
Era un caro spettacolo contemplare Don Bosco in mezzo a un numero di allievi, che egli, mentre stava ragionando, passava in rivista ad uno ad uno collo sguardo. E per tutti aveva poi un motto. « Come stai? Sei buono? Sei proprio un angioletto? ». E chiusa la mano, sollevava l’indice ed il mignolo, facendo le cornette. E i giovani, ridendo, imitavano lo stesso gesto sopra la testa del compagno che avevano dinanzi.
A un piccolo che appoggiava la testa al suo braccio Don Bosco diceva: — Sta zitto! — Ad un altro: — Ah, cattivello! — E lo minacciava scherzosamente col dito. Ad altri giovani: — Voglio che siamo amici, ma davvero e non per burla.
— Dimmi: lo sei mio amico sincero? — Quindi a taluno: — E quando ci vedremo? — E il giovane intendeva che si trattava di cose dell’anima e della vocazione.
Talora indirizzava un avviso a un giovanetto, e poi, volgendosi improvvisamente ad un altro:
— Hai capito? (501).
Se chi parlava con lui pronunciava uno sproposito di grammatica, gli rincresceva che i presenti facessero atto di critica o di scherno, e, rispondendo a quel tale, faceva entrare nella sua alcuna osservazione, sicché l’uno e gli altri capi-^ risposta la parola errata, correggendola, senza fare—^ vano (502).
Nella primavera del 1879 Don Bosco si trovava a Lanzo. I convittori durante il passeggio avevano trovato una nidiata di merli, che allevarono di nascosto. Ma, pel cattivo trattamento degli allevatori, le povere bestiole ben presto soccombettero. Morto l’ultimo uccellino, i ragazzi s’accordarono di dargli onorata sepoltura; e nel tempo della ricreazione, fecero il trasporto scimiottando le cerimonie usate dalla Chiesa nei funerali.
Don Bosco da una finestra aveva seguito tutto lo svolgersi della scena: poi, durante lo studio, mandò a chiamare colui che era stato il protagonista della birichinata. Con aspetto grave grave gli fece capire la brutta cosa che aveva fatto, una vera profanazione da non .doversi ripetere mai più. Non appena quindi vide il bricconcello tutto compreso del proprio fallo, mutò registro. Disse che perdonava a lui e agli altri, e nel congedarlo gli regalò un pacco di caramelle, da distribuire anche ai suoi complici. La lezione ci voleva e ci fu; ma nel modo di impartirla c’era tutta l’anima e il sistema educativo di Don Bosco (503).
2) La parolina all´orecchio.
Ma il Santo aveva a sua disposizione altri mezzi per impartire i suoi avvisi a chi ne avesse bisogno. Le sue paroline all’orecchio, dette anche in tempo di ricreazione, sono rimaste memorabili per i loro meravigliosi effetti (504).
La parolina all’orecchio era come l’eco della parola di Dio: viva, efficace, e più tagliente di una spada a due tagli, e penetrante sino a dividere l’anima e lo spirito, le giunture e le midolla, e scrutatrice dei sentimenti e dei pensieri del cuore (505).
Don Bosco, con grande zelo e prudenza, reggendo tutto col suo consiglio, informandosi di tutto, conoscendo ogni giovanetto interno ed esterno, distinguendoli per nome e per carattere, sapeva porgere con irresistibile amorevolezza un avviso sempre adattato ai bisogni di ciascuno. Ma ciò che dava massima efficacia a tale parola, era che tante volte questa indicava a un giovane cose segrete, solo a lui note, e sovente avvenimenti futuri che lo riguardavano. Perciò i giovani le davano la massima importanza.
Spesse volte interrogava: — Vuoi che ti dica una parola? — Ovvero il giovane stesso chiedeva: — Mi dica una parola! — Don Bosco allora gli passava una mano sul capo e, curvandosi al suo orecchio, gli parlava in segreto, coll’altra mano facendo riparo alla sua bocca perchè nessuno potesse udire.
Era cosa degna d’esser vista il vario aspetto che prendevano le fisionomie dei giovani in quell’atto: ora sorridenti, ora seri; taluno veniva rosso fino alla radice dei capelli, tal altro si metteva a piangere; questi accennava un sì, l’altro un no: questi si ritirava raccolto a pensare, da solo; quegli gridava un grazie e correva poi a giocare; un altro andava in chiesa a fare una visita.
Ora era un consiglio, ora un’osservazione, un eccitamento al bene, ed anche un rimprovero. Don Bosco non soleva rimproverare aspramente, e molto meno in pubblico. Mai faceva conoscere di aver poca stima di un giovane, ed anche coloro che sentivano di non essere meritevoli di riguardi sapevano che Don Bosco non li avrebbe in nessun modo svergognati. Egli in tutta la vita non umiliò mai nessuno, eccettuato il caso in cui si dovesse mettere riparo a uno scandalo da tutti conosciuto. Di qui la fiducia e l’abbandono nel Superiore della quasi totalità di costoro.
Queste paroline più comunemente suonavano così: « Potresti farmi un fioretto alla Madonna? studiare un po’ meglio la lezione? — Gesù ti a-spetta in chiesa per una visita. — Togliti quell’abitudine di mettere le mani addosso agli altri.
— Ti sei confessato bene? — Perchè non vai più sovente alla Comunione? — Ah, quei compagni!
— Coraggio! Invoca Maria, ed Essa ti aiuterà!
— Se tu potessi vedere lo stato della tua anima!
— Continua così: la Madonna è contenta di te!
— Ricordati bene: ci troveremo insieme in Paradiso. — Procura di fare una buona confessione e proverai una gran contentezza. — Qui faciunt peccata liostes suni animae suae (coloro che peccano, sono nemici della propria anima). — Recita cinque Pater alle Piaghe di Gesù pel fine di ottenere che niuno di quelli che muoiono in questo giorno vada all’inferno. — Aiutami a salvare l´anima tua. — Allegri, un giorno staremo insieme col Signore. — Sii obbediente e sarai santo. b Chiedi alla Madonna di non cader mai in peccato in vita tua. — Puoi dormire tranquillo questa notte? — E cento altre frasi di simd genere, che variavano secondo il bisogno. Gli spettatori per lo più ne notavano l’immediato effetto.
Attesta Mons. Caglierò: « Sovente questa parola all’orecchio usciva come un’affocata giaculatoria con ardenti sospiri, e noi che gli eravamo vicini ci sentivamo scaldati di amore per Dio e per lui, che pur tanto ci amava nel Signore. Tutto per il Signore e per la sua gloria! Era questo il ritornello quotidiano che risuonò al mio orecchio migliaia di volte » (506).
3) Nella « Buona Notte ».
Altro mezzo per fare le sue ammonizioni era il sermoncino della sera, fatto sempre con grande amorevolezza: rare volte rivestiva un tono alquanto severo, e, più raramente, in via eccezionale, addirittura tragico.
A mali estremi estremi rimedi, pensava il Santo. Il suo unico fine era la salute delle anime; di qui la guerra al peccato a qualunque costo, senza rispetti umani che lo trattenessero, senza curarsi dei giudizi che certi prudenti avrebbero potuto emettere sopra il suo modo di operare e di parlare. Egli era mosso dalla Fede, e se, dopo aver tentato ogni mezzo di correzione, certi giovani apparivano incorreggibili, usciva più volte con ardente zelo in tali ammonizioni che rimanevano memorande nella sua vita.
Memorabile fra tutte la Buona Notte del 15 settembre 1867.
Parecchi giovani non si regolavano bene; alcuni anzi erano di vero scandalo ai compagni. Don Bosco voleva mettere rimedio al male e lo fece, con insolita fermezza, dinanzi all’intera comunità. Con la calma che è propria dei santi anche nelle ore di gran pena, dopo d’aver ricordato quanto il Divin Salvatore aveva fatto per le anime, le Sue terribili minacce contro gli scandalosi, parlò anche di ciò che egli stesso aveva fatto e stava facendo per il bene dei giovanetti, che la Divina Provvidenza gli aveva affidato. Poi passò a dire come nell’Oratorio ci fossero dei giovani, i quali non solo non corrispondevano alle sue fatiche e tenerezze, ma che si erano benanche fatti ministri di Satana per trascinare anime all’inferno. E perchè i colpevoli non avessero a pensare di non essere conosciuti, il Santo pronunciò lentamente e distintamente il nome di sei giovani specificandone la colpevolezza. Scrive il biografo che « la voce di Don Bosco era calma, spiccata; e che, ad ogni nome, si udiva un grido o un singhiozzo che risuonava in mezzo al cupo silenzio dei compagni ». Le parole di Don Bosco, pronunciate in difesa dei diritti di Dio e delle anime, furono di un’efficacia singolare.
Infatti al termine di quella impressionante parlata, mentre tutti si ritiravano, Don Bosco non si allontanò come chi si sente offeso o sdegnato, ma si fermò sereno sotto i portici dove pure erano rimasti i sei nominati. Di questi, alcuni presero le sue mani baciandole, altri si attaccarono alla sua veste. Il Santo li guardò e una lagrima scorreva sulla sua guancia: poi disse a ciascuno una parola confidenziale di conforto e salì in camera.
Aggiungeremo che all’indomani Don Bosco prese le misure che ritenne necessarie per l’inco-lumità morale dei giovani e perchè l’Oratorio fosse, come sempre, arca di salvezza e palestra di virtù per i suoi cari giovanetti (507).
Talvolta la Buona Notte conteneva avvisi generali, comunicati con una certa solennità, come soleva fare per l’anno nuovo, quando a tutti i giovani riuniti dava la cosiddetta Strenna: era, questa, una massima morale e religiosa da praticarsi durante tutto l’anno. Per richiamarla alla memoria, esigeva che fosse esposta in un quadretto. E questa tradizione continua tuttora nelle case Salesiane con buoni risultati.
Fin dai primi tempi Don Bosco aveva incominciato a dare, sul finire dell’anno, una Strenna a tutti i suoi giovani in generale e, un’altra a ciascuno in particolare. La prima consisteva in norme da seguire pel buon andamento dell’anno che stava per incominciare, ed era talora accompagnata da previsioni o profezie di ciò che sarebbe accaduto. La seconda era una massima o un consiglio, dato confidenzialmente a voce o per iscritto e adatto ai bisogni e alla condotta di ciascuno. Queste Strenne caratteristiche col- , pivano la mente, rimanevano stampate in cuore, e lungo Tanno, ricordate da Don Bosco, in momento opportuno ed in segreto, producevano mirabili effetti (508).
Erano pure di carattere generale gli avvisi fatti stampare su appositi foglietti e distribuiti ai giovani, a guisa di Ricordi per passare bene le vacanze (509).
4) Nel cortile.
Don Bosco correggeva i giovani, quando se ne porgeva il destro, anche durante i giochi in cortile. Racconta Don Bonetti riferendosi al 1861:
« Generalmente dopo pranzo e dopo cena Don Bosco trovavasi in ricreazione con noi. Ora in piedi ed ora seduto sopra una tavola o anche sul nudo terreno, circondato sempre da una larga corona di giovani, egli ci deliziava raccontandoci fatti ameni ed esempi edificanti. Talvolta volgeva una parola d’incoraggiamento a questo, che ne sapeva abbisognare; tal altra ne diceva una in confidenza nell’orecchio a quello; onde, mutandosi ognora attorno a lui i giovani, e succedendosi gli uni agli altri pel piacere di stargli vicino, avveniva che quasi tutti in pochi giorni ricevevano, come pulcini dall’amorevole chioccia, una imbeccata, che loro dava e conservava la vita. Altre volte faceva chiamare a sè o andava egli stesso in cerca di taluno che conosceva più o meno bisognoso di esser scosso al bene o allontanato dal male, e, a quattr’occhi e con una bontà inarrivabile, dicevagli alcune parole, che, nell’animo suo, facevano più effetto che una muta di Spirituali Esercizi.
« E siccome, dopo le orazioni della sera e finito il breve sermoncino, i giovani si presentavano a lui d’intorno per augurargli la buona notte, od esporgli un dubbio e chiedergli un consiglio, così egli coglieva premurosamente il destro, e diceva a questo o a quell’altro una parola confidenziale, che veniva custodita come un tesoro e praticata con molta fedeltà » (510).
Senza tralasciar di fare amorevoli rimproveri a chi se li meritava, quando temeva che fossero ricevuti in mala parte, procurava che insieme con quel permaloso si trovasse un compagno di giudizio, talora preavvisato e talora no. A questi rivolgeva la correzione, e così l’altro amico riceveva il fatto suo, intendeva il suo obbligo senz’accorgersi, almeno in quell’istante, dello stratagemma.
Il buon effetto però non poteva mancare. Quegli, riflettendo, si accorgeva come Don Bosco avesse ragione, e ritornava più tardi presso di lui per chiedere scusa e promettere condotta esemplare (511).
Quando eravi qualche ruggine o dissenso ad-bastanza accentuato tra due giovani dei più grandicelli, e vedeva cosa difficile rimetterli in buona armonia, allora correva al ripiego da lui chiamato « delle tre passeggiate ». Invitava il primo a fare una passeggiata: quest’atto di amicizia calmava quel cuore alterato, mentre aveva agio di raccontare tutta la storia dei torti che credeva gli fossero stati fatti. Un altro giorno invitava il secondo a uscire a passeggio con lui e lasciava che dicesse a carico del compagno tutto quello che credeva. S’intende che con ragioni affabili cercava di dissipare i pregiudizi dell’uno e dell’altro, senza però urtare i loro sentimenti.
Finalmente invitavali tutti e due insieme ad andare fuori con lui per un po’ di svago. Sul principio facevano qualche smorfia, ma senza osare di rifiutarsi, Silenziosi e incerti lo seguivano, e il buon Padre li rallegrava, li muoveva al riso: quando si ritornava all’Oratorio, i due erano ridivenuti amici (512).
Un’altra industria di Don Bosco era lo scrivere di quando in quando un bigliettino, facendolo rimettere a chi voleva dare un consiglio. Alcuni furono conservati: — Parla poco degli altri e meno di te. — Ama i tuoi doveri, se desideri adempirli. — Sopporta volentieri i difetti altrui, se vuoi che gli altri sopportino i tuoi. — Non cercare di scolparti dei tuoi difetti, cerca piuttosto di emendartene. — Agli altri perdona tutto, a te nulla. — Non tener amico chi soverchiamente ti loda. — Dimentica i servizi prestati e non quelli ricevuti. — La salvaguardia più sicura contro l’ira è tardare a sfogarla. — Non lodare un uomo per la sua avvenenza: così dice lo Spirito Santo (513).
5) Efficacia correttiva dello sguardo di Don Bosco.
Iddio aveva concesso a Don Bosco il dono della parola con tanta pienezza che tutto in lui, sguardo, accento, movimento, aveva ragione di linguaggio. Con l’occhio in modo speciale esercitava simultaneamente le potenze della mente e del cuore. Col suo sguardo misurato, calmo, sereno, s’impossessava del pensiero altrui con attrazione irresistibile, e, con la stessa forza, quando lo voleva, era egli stesso compreso. Spesso un motto, un sorriso accompagnato dallo sguardo fìsso, valeva una domanda, una risposta, un invito, un discorso intero.
« Tante volte Don Bosco guardava un giovane in modo così particolare, che i suoi occhi dicevano ciò che il suo labbro in quel momento non esprimeva, e gli faceva comprendere ciò che desiderava da lui. E il buon giovane, rispondendogli col labbro, stupiva di aver perfettamente compreso il ragionamento intellettuale di Don Bosco.
« Talvolta si trattava di cose che non avevano nessuna relazione con ciò che prima era stato detto, oppure che si era in quell’istante visto od operato; era una interrogazione che personalmente non riguardava l’interrogato : un comando, un avviso, un consiglio per la scuola, per la ricreazione od altro. E si intendeva benissimo » (514).
Sovente Don Bosco, mentre conversava tranquillamente con altri, seguiva con lo sguardo un giovane in qualunque parte egli andasse del cortile e dei portici. Ma ad un tratto lo sguardo di quel ragazzo si incontrava con quello del nostro Padre, e, leggendo in quell’occhio così limpido un desiderio di parlargli, veniva a chiedergli che cosa volesse da lui. E Don Bosco glielo diceva all’orecchio.
Non di rado, mentre aveva dinanzi molti allievi, ne fissava uno o due, facendo con la mano quasi visiera ai suoi occhi, come chi è contro luce e vuole veder meglio; pareva penetrasse nell’in-timo del loro cuore. E infatti leggeva nel loro sembiante qualche indizio di colpa e di rimorso. Un suo leggero muover di capo allora bastava: non vi era più bisogno di altro accenno; restava solo da stabilire il momento della confessione.
Don Bosco guardava ancora nel modo sopraddetto, allorché qualcuno gli faceva una promessa che sapeva non sarebbe stata mantenuta, ovvero gli diceva cosa contraria alla verità. Ma quell’atto esprimeva questa volta, e chiaramente, un dubbio e un rimprovero, o una negazione, ed era come l’esordio di un buon avviso.
In ricreazione, a chi aveva conosciuto come troppo curioso nel voler sapere ciò che altri facesse o dicesse, o nell’ascoltare qualche facezia o discorso non conveniente, egli coll’indice comprimeva leggermente il lobo dell’orecchio sul padiglione, in atto di sigillarlo. Se vedeva qualcuno un po’ libero negli sguardi, quasi scherzando, gli toccava le palpebre abbassandogliele come per chiudergli gli occhi. A un altro poi, prendendogli le due labbra col suo pollice ed indice, gii chiudeva la bocca, volendo così significare che non s’aprisse per mormorare. Ciò faceva con una delicatezza impareggiabile, senza pronunciare parola; ma il suo sguardo spiegava tutto. Erano avvisi eloquentissimi e indelebili (515).
6) Aspettava la calma.
Ma la prudenza di Don Bosco nel fare la correzione si manifestava soprattutto nel fatto di saper aspettare che l’ira scemasse e tornasse la calma dello spirito: poi parlava.
Scriveva Don Ruffino nella sua Cronaca; al 1° Giugno 1864: «Don Bosco è facile a dare certe ragionevoli dispense, ma non ammette in nessun modo che a sua insaputa venga modificato l orario, trasgredito il Regolamento, o trascurata qualche sua prescrizione, per tutela della moralità. Non manca mai di avvertire o rimproverare i trasgressori, ma ciò fa con grande calma, e si tiene dalle rimostranze quando sente il suo animo agitato.
« Aveva pensato una notte intera sopra una lettera di rimprovero, che voleva scrivere per una mancanza commessa da qualcuno. Levatosi al mattino, si mise a scriverla, ma poi disse:
— Io sono in collera; questo foglio non sarebbe dettato da me, ma dallo sdegno; questo adunque non sarebbe il momento da ciò! — Quindi lasciò stare e si occupò d’altro. Più volte lungo il giorno sedette a tavolino per quel fine, ma di bel nuovo lo lasciava. Venne la sera, e non aveva scritto nulla; ma conobbe poi aver fatto bene a non manifestare per lettera la sua indignazione,» (516).
Qualche volta rimandava le correzioni a più mesi, quando era persuaso che riuscirebbero più efficaci e sarebbero meglio accolte. Ben inteso che, quando si trattava di casi importanti, le faceva subito, ma sempre con parole dolci e con mansuetudine (517).
Sempre a motivo della delicatezza che lo distingueva in tutto, era suo costume, quando scorgeva uno che si turbava per un avviso un po’ serio, troncarlo e dare all’alunno una dimostrazione di affetto, per così levare da lui ogni specie di amarezza (518).
7) Esortava a ricevere bene le correzioni.
Ma Don Bosco oltreché dare le correzioni, insegnava anche il modo di riceverle. Diceva ai giovani in una buona notte del 1858: « Una mancanza sarà sempre mancanza, e quindi bisogna correggersi. E poi non dimenticate che qui spermi modica paulatim décidet (chi disprezza il poco, andrà tra breve in rovina) » (519). Altra volta: « Ringrazia sempre chi ti dà avvisi, e ricevi le correzioni in buona parte » (520). Nel piccolo Regolamento per gli Allievi (c. Vili, 8) è detto esplicitamente quale contegno debbano avere i giovani verso i Superiori quando ricevono da essi una correzione o un avviso: « Ascoltate con riconoscenza le loro correzioni, e, se fosse necessario, ricevete con umiltà il castigo dei vostri falli, senza mostrare nè odio nè disprezzo verso di loro ».
b) Come Don Bosco insegnava a correggere.
Nel trattare di questo argomento delle correzioni, abbiamo premessa la prassi di Don Bosco alle sue direttive, sicuri che, alla luce dei suoi esempi, anche le sue parole avrebbero acquistato in chiarezza e forza di convinzione. Non ci è parsa eccessiva la lunga esemplificazione, perchè i fatti sovraccennati rispondono ad altrettante maniere con cui pùò essere fatta convenientemente la correzione.
1) La correzione è un dovere per tutti.
Parlando del dovere di questa, Don Bosco dice: « Quelli che trovansi in qualche ufficio o prestano assistenza ai giovani che la Divina Provvidenza ci affida, hanno tutti l’incarico di
dare avvisi e consigli a qualunque giovane della Casa, ogni qualvolta vi è ragione di farlo, specialmente quando si tratta d’impedire l’offesa di Dio» (Regolam102).
È proprio a proposito della correzione che Don Bosco scrisse: « 11 Sistema Preventivo rende amico l’allievo, che nell’assistente ravvisa un benefattore, il quale lo avverte, vuole farlo buono, liberarlo dai dispiaceri, dal castigo, dal disonore » (Regolam89, 3°).
Quando alcun Superiore era incerto della buona riuscita di un giovane, per accettarlo o congedarlo, egli suggeriva di mettere in pratica la gran massima di San Paolo: Omnia probate, quod bonum est tenete (Tutto esaminate, ritenete il bene) (521). E a ciò doveva condurre la vigilanza e l’avviso opportuno (522). Don Bosco aveva la certezza che, ordinariamente, con la riflessione, aiutata dall’avviso e dal consiglio, si riducono tutti i giovani a riconoscere i propri mancamenti e a correggerli (523).
Egli ripeteva spesso il noto adagio: Non regit qui non córrigit (Non si regge, se non si corregge). E ai Superiori richiamava alla memoria il detto d’Isaia: Guai a me perchè ho taciuto! (524). Piuttosto che permettere l’offesa di Dio, preferiva che i suoi educatori potessero parere talvolta inopportuni: « Lo star muti quando si vede qualche disordine, e non impedirlo, specialmente chi potrebbe e dovrebbe, questo è al tutto rendersi complice del male degli altri » (525).
Perciò consigliava di usare frequentemente e tempestivamente dell’avviso, perchè esso, in molti casi, sostituisce i castighi: « Quando taluno fa mancamenti o trascuratezze, avvisalo prontamente senza attendere che siano moltiplicati i mali » (526). Ed ancora: « In generale, cioè tolto qualche raro caso, non si lascino mai moltiplicare g atti difettosi prima di fare una correzione. Si parli subito schiettamente. Lodare chi si corregge ed incorraggiare gli indolenti » (527).

2) Correggere in privato
« Eccettuati rarissimi casi, le correzioni, i casti ghi, non si diano mai in pubblico, ma privatamen te, lungi dai compagni » (Regolarli., 101, 3°) (528´ A tu per tu è facile ottenere che i giovani si pie ghino alla volontà del Superiore.
Insisteva su questo concetto: « Per correggere con frutto non si deve mai far rimprovero presenza d’altri » (529). « Se dovrete dare un av vertimento, datelo da solo a solo, in segreto e con la massima dolcezza » (530). E ancora: « Se ab biamo da rimproverare qualcuno, prendiamolo in disparte, facciamogli vedere alle buone il suo male, il suo disonore, il suo danno, l’offesa di Dio; perchè, facendo noi altrimenti, egli abbasserà il capo alle nostre dure parole, tremerà, ma cercherà sempre di fuggirci; sarà poco il profitto ottenuto con ammonimenti di simil fatta. Se coglieremo in flagrante qualche stordito, allora, al più al più prendiamolo per un braccio e con animo risoluto diciamogli: — Vedi il male che fai? pensa a quello che meriteresti, se io ti conducessi dal Superiore. E allora? » (551).
In secondo luogo Don Bosco raccomandava prudenza e calma. Diceva: « I Superiori non si adombrino mai per cose da nulla. Siano calmi,´ temporeggino, aspettino, esaminino, prima di dare importanza a questa o a quella cosa (532). Quando siete adirati o agitati astenetevi sempre dal fare riprensioni o correzioni, affinchè i giovani non credano che si agisca per passione; ma aspettate anche qualche giorno, quando sia spento ogni sdegno e ogni collera, o passata quella violenta impressione. Così pure, quando si deve fare qualche correzione, riprensione od osservazione ad un giovane, si procuri di prenderlo sempre in disparte, e non mai quando si trovi agitato ccl adirato: si aspetti che sia calmo e tranquillo; allora si avvisi e infine si lasci sempre con qualche buona parola: per esempio, che d’ora in poi volete essere suo amico, aiutarlo in tutto ciò che potete, ecc. (533). Per lo più fare le correzioni appena avvenuto un fallo è cosa pericolosa. L’individuo è riscaldato da quel pensiero; non prenderà in buona parte la correzione, e parrà anche che noi lo facciamo per un po’ di passione » (534).
In pedagogia è noto l’adagio: la passione non ha diritto di correggere la passione.
Don Bosco suggeriva: «Pacatamente si avvisi, si diano le norme opportune, si esorti, ed anche quando è il caso di sgridare un poco, si faccia, ma si pensi un momento: — In questo caso San Francesco di Sales come si diporterebbe? — lo posso assicurarvi che, se faremo così, si otterrà quanto disse lo Spirito Santo: — In patientia vestra possidébitis animas vestras (535). Quando la correzione è fatta pacatamente, in quel senso amoroso, come si usa nei rendiconti, i colpevoli vedono chiaramente il male che hanno commesso vedono il dovere del Superiore di porre sotto i loro occhi i difetti nei quali sono caduti, perchè se ne emendino, e traggano profitto dalla correzione (536). Molte volte qualche correzione amichevole produce nel cuore dei compagni e fratelli l’effetto di più prediche, ed avviene che si mettano a servir Dio, o per lo meno ad amar di più la Religione, solo perchè trovano questa cortesia di modi in chi sanno che pratica la Religione » (537).
3) Longanimità, fermezza e imparzialità nella correzione.
Quante volte ripeteva il Festina lente (Affrèt-Iati lentamente) e quante volte ricordava pure le parole della Scrittura che dicono: L’impaziente commetterà stoltezza (538). Ciascuno di noi ascolti pertanto Don Bosco: «Nel dare avvisi o consigli procura sempre che l’avvisato parta da te soddisfatto e tuo amico » (539).
Si procuri avere una grande longanimità prima di fare una correzione, avvertendo però di evitare anche in ciò qualsiasi eccesso. Infatti una longanimità mal intesa può rendere audace il colpevole. In certi casi poi è preferibile amputare la parte andata in cancrena, affinchè il male di un sol membro non danneggi l’unità, la carità e la pace di tutto il corpo.
Don Bosco amava la schiettezza, mai disgiunta dalla prudenza e. dalla più soave carità, e perciò, quando era necessario, non temeva di ripetere le celebri parole di Natan: Sei proprio tu che hai commesso il fallo! (540).
La correzione pero voleva che fosse circondata da tutti quegli accorgimenti che servissero a renderla più efficace.
« Si osservi bene — diceva — quale grado di colpabilità si trovi nell’allievo, e, dove basta l’ammonizione, non si usi il rimprovero; e dove questo sia sufficiente, non si proceda più oltre » (541).
Nel primo Regolamento dell’Oratorio festivo il Santo fa al Catechista questa raccomandazione: « Nel correggere od avvisare usi sempre parole che incoraggiscano, ma non mai avviliscano. Lodi chi lo merita, sia tardo a biasimare » (542). Tutti poi Don Bosco esortava a usare la massima prudenza e pazienza perchè l’allievo comprendesse il suo torto con la ragione e la Religione (Regolarli., 101, 3°). « Nessuno, mai e poi mai, dica ad un ragazzo o ad altri che abbia disobbedito, o detto qualche parola insolente, o mancato in altra maniera di rispetto: — Me la pagherai. — Questo linguaggio non è da cristiano» (543).
Le belle maniere nel correggere Don Bosco le inculcava ai Pacificatori ed agli Invigilatori dell’Oratorio festivo. Ecco le norme principali, che riassumono tutto il pensiero di Don Bosco:
« La carica dei Pacificatori consiste nell’impedire le risse, gli alterchi, le bestemmie e qualsiasi cattivo discorso. Quando avvenissero simili mancanze, che, grazie a Dio, tra di noi sono rarissime, avvisino immediatamente il colpevole, e, con pazienza e carità, facciano vedere come simili colpe siano vietate rigorosamente dal Superiore, contrarie alla buona educazione, e, quello che è più, proibite dalla santa legge di Dio. In caso di dover fare correzioni, abbiasi riguardo che siano fatte in privato, e, per quanto è possibile, non mai in presenza altrui, eccetto che questa fosse necessaria per riparare un pubblico scandalo. Procurino d’impedire con modi graziosi che alcuno esca in tempo delle religiose funzioni » (544).
« Gli Invigilatori vedendo taluno ciarlare e dormire lo correggano con le belle maniere, muovendosi il meno possibile dal loro posto, senza mai percuotere alcuno, neppure per motivi gravi: nemmeno sgridarlo con parole e con voce alta. In casi gravi si condurrà il colpevole fuori della chiesa, e si farà la debita correzione » (545).
4) Saper dimenticare.
« Quando un allievo si mostra pentito di un fallo commesso, siate facili a perdonargli, e perdonate di cuore. Dimenticate tutto in questo caso» (546). Se si vuol ottenere molto dagli allievi, non si deve mostrarsi offesi contro alcuno. Si correggano bensì i difetti, ma poi si dimentichi. Bisogna mostrarsi sempre loro affezionati e far loro conoscere che tutti gli sforzi dei Superiori sono diretti a far del bene alle anime loro.
«Dimenticare e far dimenticare al colpevole i tristi giorni dei suoi errori è arte suprema di buon educatore » (547).
Non vi è chi non vegga la profonda sapienza educatrice racchiusa in queste parole di Don Bosco, le quali effettivamente corrispondono a verità, poiché il ragazzo ha bisogno della fiducia delTe-ducatore per sentirsi aiutato al bene. Per sua natura egli è molto più sensibile alla bontà che alla durezza; perciò si può essere sicuri della realtà del suo pentimento, e non c’è ragione di coltivare sospetti sul suo conto, anche se si prevede che, data la mobilità giovanile, ricadrà nel medesimo fallo. Il ragazzo, grazie a Dio, è suscettibile di continue riprese.
Aggiungeremo infine che l’amorevole correzione, di cui abbiamo parlato, si deve usare anche coi discoli e cogli scandalosi.
Il 5 febbraio 1886 Don Bosco teneva conferenza a tutti i Direttori. Richiesto di consiglio intorno al modo di correggere alcuni giovani discoli, disse che il Superiore, chiamatili tutti in disparte, esponesse loro amorevolmente la sua afflizione per la loro mala condotta, li animasse al ravvedimento, e, nello stesso tempo, li affidasse alle cure del loro professore, il quale, spesso ribadendo il medesimo chiodo, facesse di tutto per ritrarli dalle loro cattive abitudini (548).
Trattando della moralità degli educandi, vedremo quale debba essere il contegno degli educatori verso gli scandalosi. Per ora ci basti notare che Don Bosco si giovava della correzione anche nei loro riguardi, persuaso che, nei casi non estremamente gravi, la stessa correzione può operare delle salutari trasformazioni, purché fatta come si deve.
3. I castighi. a) L’amorevolezza e i castighi.
Ci pare di non poter parlare a dovere dei castighi se prima non torniamo a considerare quella che è la caratteristica e l anima dell’educazione salesiana, vale a dire l’amorevolezza.
« Questo sistema — è bene riudirlo dal nostro buon Padre — si appoggia tutto sopra la ragione, la Religione, e sopra l’amorevolezza » (Regolam., 89). Quest’ultima quindi, nel pensiero di Don Bosco, è una delle basi del suo sistema educativo, anzi dovrebbe essere come il distintivo dell’educatore salesiano: « Bisogna usare grande amorevolezza coi giovani — dice Don Bosco — e trattarli bene. Questa bontà di tratto e questa amorevolezza siano il carattere di tutti i Superiori, nessuno eccettuato. Fra tutti riusciranno ad attirare uno, e basta uno per allontanare tutti. Oh ! quanto si affeziona un giovane quando si vede ben trattato! Egli pone il suo cuore in mano ai Superiori » (549).
È innegabile che con questa amorevolezza, che potremmo chiamare paterna e materna, si conquista la confidenza dell’alunno, senza della quale non è possibile una soda formazione.
« Per fare del bene — era solito ripetere — bisogna avere un po’ di coraggio, essere pronti a soffrire qualunque mortificazione, non mortificare mai nessuno, essere sempre amorevole. Con questo sistema gli effetti da me ottenuti furono veramente consolanti, anzi magnifici. Chiunque oggi giorno potrebbe riuscire al pari di me, purché abbia disinvoltura e la dolcezza di San Francesco di Sales » (550).
Umiltà e amorevolezza, ecco i requisiti di chi vuol conquistare il cuore di Dio e degli uomini, poiché « colui il quale è umile ed amorevole — soggiunge Don Bosco — sarà sempre amato da tutti, da Dio e dagli uomini. Beati i mansueti, perché possederanno la terra! » (551).
Viceversa quanto è deleteria per l’educazione la mancanza della carità e dell’amorevolezza! Anzitutto si va formando nell’animo dell’educatore una specie di insensibilità e quasi di incomprensione, che non gli permette di valutare le esigenze più delicate dell’animo dei suoi alunni, così aperto, quasi per natura, all’affetto e alla riconoscenza. Abitua l’alunno a conformarsi in modo opportunistico e superficiale alla volontà del suo educatore, dimenticando invece elle egli dovrebbe osservare, per sentimento di dovere e di moralità, ciò che è stabilito e comandato. In terzo luogo resta scosso e quasi snaturato l’animo dell’educando per le continue scariche di intimi-dazioni, di minacce, di violenze da parte dell’educatore. Soprattutto poi ritarda di molto, se pure non impedisce del tutto, il vero effetto educativo, che si raggiunge presto con la persuasione amorevole e il ragionamento affettuoso.
Finalmente la mancanza di amorevolezza e carità rende praticamente insolubile il problema della libertà e dell’autorità, turbando l’accordo e l’armonia che dovrebbe esservi tra l’educando e l’educatore. E questo fatto increscioso serve a formare individui timidi, quasi abitualmente eccitati e spaventati, senza iniziativa, senza personalità, disposti sempre ad assoggettarsi alla volontà altrui, pur di evitare minacce e castighi: oppure, per un senso di reazione, pronta o tardiva, li fa ribelli all’autorità, insofferenti di qualsiasi giogo o imposizione altrui, quasi precocemente anarchici, adoratori ostinati della propria volontà per tanto tempo assoggettata indebitamente.
Precisamente per evitare anche questi mali l’amorevolezza è necessaria all’educatore salesiano. Ma su un punto così estremamente delicato, è bene avere idee chiare onde servirsene rettamente.
L’amore in quanto si manifesta è più propriamente bontà; e noi abbiamo detto che il sistema di Don Bosco è la bontà adattata alle esigenze dei giovani. Nell’ambiente salesiano simile bontà viene chiamata comunemente amorevolezza, quasi a significare la sfumatura più delicata dell’amore. Ed è un’amorevolezza così intesa che Don Bosco esige dai suoi educatori, in tutti i loro • . . ... atteggiamenti, in mezzo ai giovani.
Certo è più facile all’educatore assumere un contegno sostenuto e riservato con essi, anziché mostrarsi amorevole come vuole Don Bosco. Tuttavia il nostro Padre, guardando al bisogno che i giovani hanno di sentirsi amati per entrare in confidenza con l’educatore e lasciarsi da lui plasmare, vuole nei suoi figli l’amorevolezza. E chi non è amorevole coi giovani non può dirsi educatore salesiano.
Se tale deve essere l’atteggiamento dell’educatore, come si potrà adunque parlare del castigo come mezzo educativo?
Questo problema disciplinare affiora precisa-mente quando si parla dell’amorevolezza, la quale, per osservatori affrettati, potrebbe sembrare senz’altro opposta a quegli atteggiamenti disciplinari che sfociano poi nei castighi.
Don Bosco ha affrontato il problema di questo accostamento tra l’esigenza della carità e dell’amorevolezza e l’uso dei castighi. Infatti, dopo aver parlato del suo sistema educativo ed insistito per la pratica dell’amorevolezza, del tratto buono, affabile, caritatevole sempre e dappertutto con gli educandi, ha sentito il bisogno di dedicare uno dei cinque capitoli del suo Sistema Preventivo, e precisamente il quarto, al punto dei castighi.
Ora, chi ben consideri quanto abbiamo fin qui detto circa l’amorevolezza cristiana impiegata come metodo, e cioè come modo di fare nell’applicare i mezzi educativi salesiani, si renderà ragione che questo sistema non è per se stesso opposto alla correzione e al castigo: ma toglie loro una forma avvilente, che si riflette nell’educando con opposizioni, irritazioni ed umiliazioni; anzi mira a prevenire il castigo stesso e renderlo più raro, e per un effetto quasi naturale, arriva persino ad eliminarlo completamente.
Certo si può affermare che il castigo diminuisce a misura che aumenta la buona applicazione e l’efficienza del sistema preventivo, e si arriva ad eliminarlo totalmente, quando il sistema raggiunge la pienezza della sua applicazione pratica. E la ragione di questo fenomeno sfa nella natura medesima del sistema, ossia nella forza profondamente umana, morale, religiosa dei suoi stessi elementi costitutivi: i quali, se ben impiegati ed applicati, riescono a colpire l’animo dei giovani nelle radici stesse del loro pensare, del loro sentire, del loro agire.
Qui sta tutto il segreto, tutta la virtù del sistema preventivo. Per questo, quando esso abbia raggiunto la sua totale applicazione pratica pervadendo il principio stesso della condotta dei giovani, questi vengono a trovarsi, come diceva Don Bosco, « nella morale impossibilità di commettere mancanze ». Ora, dove non vi sono mancanze, non vi è posto per il castigo.
b) La grande circolare sui castighi.
Don Bosco il 29 gennaio 1883 indirizzava a tutti i Salesiani una lettera circolare, nella quale indicava le norme da seguire nell’infliggere i castighi.
« Sovente e da varie parti — egli dice — mi arrivano, ora domanda, ora anche preghiera, perchè io voglia dare alcune regole ai Direttori, ai Prefetti e ai Maestri, che servano loro di norma nel difficile caso in cui si dovesse infliggere qualche castigo nelle nostre Case. Voi sapete in quali tempi viviamo, e con quanta facilità una piccola imprudenza potrebbe portare con sè gravissime conseguenze. Nel desiderio pertanto di secondare la vostra domanda e di evitare a me ed a voi dispiaceri non indifferenti, e, meglio ancora, per ottener il maggior bene possibile in quei giovanetti che la Divina Provvidenza affiderà alla nostra cura, vi mando alcuni precetti e consigli, che, se voi procurerete, come io spero, di praticare, vi aiuteranno assai nella santa e difficile opera dell’educazione religiosa, morale e scientifica.
« In generale il sistema che noi dobbiamo adoperare è quello chiamato preventivo, il quale consiste nel disporre in modo gli animi dei nostri allievi, che, senza alcuna violenza esterna, debbano piegarsi a fare il nostro volere. Con tale sistema io intendo di dirvi che i mezzi coercitivi non sono mai da adoperarsi, ma sempre e soli quelli della persuasione e della carità. Che se l’umana natura, troppo inclinevole al male, ha talvolta bisogno di essere costretta da severità, credo bene di proporvi alcuni mezzi, i quali io spero che, con l’aiuto di Dio, ci condurranno a fine consolante.
« Anzitutto, se vogliamo farci vedere amici del vero bene dei nostri allievi e obbligarli a fare il loro dovere, bisogna che voi non dimentichiate mai che rappresentate i genitori di questa cara gioventù, che fu sempre il tenero oggetto delle mie occupazioni, dei miei studi, del mio ministero sacerdotale, e della nostra Congregazione Salesiana. Se perciò sarete veri padri elei vostri allievi, bisogna che voi ne abbiate anche il cuore, e non veniate mai alla repressione o punizione senza ragione e senza giustizia: e solo in modo di chi in questa si adatta per forza e per compiere un dovere ».
E qui Don Bosco passa ad esporre quali siano i veri motivi che devono indurre alla repressione, quali siano i castighi da adottarsi, e da chi applicarsi.
1) Prima di punire si adoperino tutti gli altri mezzi di correzione.
« 1) Non punite mai se non dopo aver esauriti tutti gli altri mezzi.
« Quante volte, miei cari figliuoli, nella mia lunga carriera ho dovuto persuadermi di questa grande verità. È certo più facile irritarsi che pazientare, minacciare un fanciullo che persuaderlo: direi ancora che è più comodo alla nostra impazienza e alla nostra superbia castigare quelli che ci resistono, che correggerli col sopportarli con fermezza e con benignità. La carità che vi raccomando è quella che adoperava San Paolo verso i fedeli di fresco convertiti alla Religione del Signore, e che sovente lo faceva piangere e supplicare quando se li vedeva meno docili e corrispondenti al suo zelo.
« Perciò io raccomando a tutti i Direttori che prima debbano adoperare la correzione paterna verso i nostri cari figliuoli, e che questa sia fatta in privato, o, come si suol dire in camera caritatis. In pubblico non si sgridi mai direttamente, se non fosse per impedire lo scandalo o per ripararlo qualora fosse già dato.
« Se dopo la prima ammonizione non si vede alcun profitto, se ne parli con un altro Superiore che abbia sul colpevole qualche influenza, e poi alla fine se ne parli col Signore. Io vorrei che il salesiano fosse sempre come Mosè, che si studia di placare il Signore giustamente indignato contro il suo popolo d’Israele. Io ho veduto che raramente giova un castigo improvviso, e dato senza aver prima cercato altri mezzi. Niuna cosa — dice San Gregorio — può forzare un cuore, che è come una cittadella inespugnabile, e che fa d’uopo guadagnare con l’affetto e con la dolcezza. Siate fermi nel volere il bene e nell’impedire il male, ma sempre dolci e prudenti; siate poi perseveranti e amabili, e vedrete che Dio vi renderà padroni anche del cuore meno docile.
« Lo so, questa è perfezione che s’incontra non tanto di frequente nei maestri e negli assistenti, spesso ancor giovani... Essi non vogliono pigliare i fanciulli come converrebbe pigliarli; non farebbero che castigare materialmente, e non riescono a nulla, o lasciano andare tutto a male, o colpiscono a torto ed a ragione.
« È per questo motivo che sovente vediamo il male propagarsi, diffondersi il malcontento, anche in quelli che sono i migliori, e che il correttore è reso impotente a qualunque bene. Devo perciò anche qui portarvi di nuovo per esempio la mia propria esperienza. Ho sovente incontrato certi animi così caparbi, così restìi a ogni buona insinuazione, che non mi lasciavano più nessuna speranza di salute, e che ormai vedevo la necessità di prendere per loro misure severe, e che furono piegati solamente dalla carità.
« Alcune volte a noi sembra che quel fanciullo non faccia profitto della nostra correzione, mentre invece sente nel suo cuore ottima disposizione per secondarci, e che noi manderemmo a male con un malinteso rigore e col pretendere che il colpevole faccia subito grave ammenda del suo fallo. Vi dirò prima di tutto che egli forse non crede di aver tanto demeritato con quella mancanza ch’egli commise più per leggerezza che per malignità. Sovente chiamati a me alcuni di questi piccoli riottosi, trattati con benevolenza, e richiesti perchè si mostravano tanto indocili, ne ebbi per risposta che lo facevano perchè erano presi di mira, come si suol dire, o perseguitati da questo o da quel Superiore.
« Io poi, informandomi dello stato delle cose con calma e senza preoccupazione, dovevo convincermi che la colpa diminuiva di assai, e alcune volte scompariva quasi interamente. Per la qual cosa, devo dirlo con qualche dolore, che nella poca sommissione di questi tali, noi medesimi avevamo sempre una parte di colpa. Vidi che sovente questi, che esigevano dai loro allievi silenzio, castigo, esattezza ed ubbidienza pronta e cieca, erano pur quelli che violavano le salutari ammonizioni che io e gli altri Superiori dovevamo fare; e dovetti convincermi che i maestri che nulla perdonano agli allievi, sogliono poi perdonare tutto a se stessi.
« Adunque, se vogliamo saper comandare, guardiamo di saper prima ubbidire, e cerchiamo prima di farci amare che temere. Quando poi è necessaria la repressione e devesi mutare sistema, giacché vi sono certe indoli che è forza domare col rigore, bisogna saperlo fare in modo che non compaia alcun segno di passione ».
Ed ecco venire spontanea al buon Padre la raccomandazione seconda.
2) Si aspetti il momento opportuno.
« 2) Procurate di scegliere nelle correzioni il momento favorevole.
« Ogni cosa a suo tempo, disse lo Spirito Santo, ed io vi dico che, occorrendo una di queste dolorose necessità, occorre pure una grande prudenza per saper cogliere il momento in cui essa repressione sia salutare. Imperocché le malattie delFanìma domandano di essere trattate almeno come quelle del corpo. Nidla è più pericoloso di un rimedio dato male a proposito o fuori di tempo. Un medico saggio aspetta che l’infermo sia in condizioni di sostenerlo, ed a tal fine a-spetta l’istante favorevole. E noi potremo conoscerlo solo dall’esperienza perfezionata dalla bontà del cuore. E prima di tutto aspettate che siate padroni di voi medesimi; non lasciate conoscere che voi operate per umore o per furia, perchè allora perdereste la vostra autorità, ed il castigo diventerebbe pernicioso.
« Si ricorda dai profani il famoso detto di Socrate ad uno schiavo di cui non era contento: — Se non fossi in collera, ti batterei. — Questi piccoli osservatori, che sono i nostri allievi, vedono, per poca o leggera che sia, la commozione del nostro volto o del tono della voce, e se è zelo del nostro dovere o ardore della passione che accese in noi quel fuoco. Allora non occorre di più per far perdere il frutto del castigo; essi, quantunque giovanetti, sentono che non vi è che la ragione che abbia diritto di correggerli.
« In secondo luogo non punite un ragazzo nell’istante medesimo del suo fallo, per timore che, non potendo ancora confessare la sua colpa, vincere la passione e sentire tutta l’importanza del castigo, non si inasprisca e non ne commetta di nuovi e di più gravi. Bisogna lasciargli il tempo per riflettere, per rientrare in se stesso, sentire tutto il suo torto e insieme la giustizia e la necessità della punizione, e con ciò metterlo in grado di trarne profitto.
« Mi ha fatto sempre pensare la condotta che il Signore volle tenere con San Paolo, quando questi era ancora spirans irae atque minarum (in furia di minacce e di strage) contro i cristiani, e mi parve di vedere la regola lasciata anche a noi quando incontriamo certi cuori ricalcitranti ai nostri voleri. Non subito il buon Gesù lo atterra: ma dopo un lungo viaggio; ma dopo aver potuto riflettere sulla sua missione; ma lontano da quanti avrebbero potuto dargli incoraggiamenti a perseverare nella risoluzione di perseguitare i cristiani. Là invece, sulle porte di Damasco gli si manifesta in tutta la sua autorità e potenza, e, con forza insieme e mansuetudine, gli apre la mente perchè conosca il suo errore. E fu appunto in quel momento che si cambiò l’indole di Saulo e che da persecutore diventò apostolo delle genti e vaso di elezione.
« Su questo divino esempio io vorrei che si formassero i miei cari Salesiani, e che con la pazienza illuminata e con la carità industriosa attendessero nel nome di Dio quel momento opportuno per correggere i loro allievi ».
3) Si eviti anche l’apparenza, della passionalità.
« 3) Togliete ogni idea che possa far credere che si operi per passione.
« Difficilmente quando si castiga si conserva quella calma che è necessaria per allontanare ogni dubbio che si operi per far sentire la propria autorità o sfogare la propria passione. E quanto più si fa con dispetto, tanto meno uno se ne accorge. Il cuore di padre che noi dobbiamo avere, condanna questo modo di fare. Riguardiamo come nostri figli quelli sui quali abbiamo da esercitare qualche potere. Mettiamoci quasi a loro servizio, come Gesù venne ad ubbidire e non a comandare; vergognandoci di ciò che potesse aver l’aria in noi di dominatori; e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere.
« Così faceva Gesù con i suoi Apostoli, tollerandoli nella loro ignoranza e rozzezza, nella loro poca fedeltà, e col trattare i peccatori con una domestichezza e familiarità da produrre in alcuni lo stupore, in altri quasi lo scandalo, e in molti la santa speranza di ottenere il perdono da Dio. Egli ci disse perciò d’imparare da Lui ad essere mansueti ed umili di cuore. Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli, o almeno moderiamola in guisa che sembri soffocata affatto.
« Non agitazione nell’animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro, ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l’avvenire: ed allora sarete i veri padri e farete una vera correzione.
« In certi momenti molto gravi giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a Lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall’altra parte nessun vantaggio a chi le merita. Ricordiamo il nostro Divin Redentore che perdonò a quella città che non lo volle ricevere tra le sue mura, malgrado le insinuazioni — per il suo decoro umiliato — di quei due suoi zelanti apostoli, che l’avrebbero veduto volentieri fulminarla per giusto castigo.
« Lo Spirito Santo ci raccomanda questa calma con quelle sublimi parole di Davide: Irascimini et nolite peccare. E se vediamo sovente riuscire inutile l’opera nostra e non ricavare dalla nostra fatica che triboli e spine, credete, o miei cari, lo dobbiamo attribuire al difettoso sistema di disciplina.,
« Non credo opportuno di dirvi in largo come Dio volle un giorno dare una solenne e pratica lezione al suo profeta Elia, che aveva un noti so che di comune con alcuni di noi nell’ardore per la causa di Dio e nello zelo avventato per reprimere gli scandali che vedeva propagati nella casa d’Israele. 1 vostri superiori ve la potranno riferire in disteso, come si legge nel libro dei Re; io mi limito all’ultima espressione che fa tanto al caso nostro, ed è: Non in commotione Dominus, e che Santa Teresa interpretava: — Niente ti turbi.
« Il nostro caro e mansueto San Francesco di Sales, voi lo sapete, aveva fatta una regola severa a se stesso per cui la sua lingua non parlerebbe quando il cuore fosse agitato. Soleva dire infatti: — Temo di perdere in un quarto d’ora quella poca dolcezza che ho procurato di accumulare in vent anni a stilla a stilla come la rugiada nel vaso del mio povero cuore. Un’ape impiega più mesi a fare un po’ di miele... che un uomo mangia in un boccone. E poi che serve parlare a chi non intende? — Essendogli rimproverato di aver trattato con soverchia dolcezza un giovanetto che erasi reso colpevole con sua madre di grave mancanza, egli disse: — Que-sto giovane non era capace di profittare delle mie ammonizioni, poiché la cattiva disposizione del suo cuore lo aveva privato di ragione e di senno; un’aspra correzione non avrebbe servito a lui e sarebbe stata a me di gran danno facendomi fare come coloro che si annegano, volendo salvare gli altri. — Queste parole del nostro ammirando Patrono, mite e sapiente educatore di cuori, ve le ho volute sottolineare, perchè richiamino meglio e più la vostra attenzione, ed anche voi ve le possiate più facilmente imprimere nella memoria.
« In certi casi può giovare il parlare, alla presenza del colpevole, con altra persona, della disgrazia di coloro che mancano di ragione e di onore fino a farsi castigare: giova sospendere i segni ordinari di confidenza e di amicizia fino a che non si vegga che egli ha bisogno di consolazione. Il Signore mi consolò più volte con questo semplice artifizio. La vergogna pubblica si riserbi come ultimo rimedio.
« Alcune volte servitevi di altra persona autorevole che lo avvisi e gli dica ciò che non potete, ma vorreste dirgli voi stessi: che lo guarisca dalla sua vergogna, lo disponga a tornare a voi. Cercate colui col quale il ragazzo possa, nella sua pena, aprire più liberamente il suo cuore, come forse non osa fare con voi* dubitando o di non essere creduto, o, nel suo orgoglio, di non dover fare. Siano questi mezzi come i discepoli che Gesù soleva mandare innanzi a sè perchè Gli preparassero la via.
« Si faccia vedere che non si vuole altra soggezione che quella ragionevole e necessaria. Procurate di fare in modo che egli si condanni da se medesimo e non rimanga altro da fare che mitigare la pena da lui accettata.
« Un’ultima raccomandazione mi resta a farvi, sempre su questo grave argomento. Quando voi avete ottenuto di guadagnare quest’animo inflessibile, vi prego che, non solo gli lasciate la speranza del vostro perdono, ma ancora quella che egli possa, con una buona condotta, cancellare la macchia a sè fatta con i suoi mancamenti ».
4) Si lasci sempre la speranza del perdono.
« 4) Regolatevi in modo da lasciar la speranza al colpevole che possa essere perdonato.
« Bisogna evitare l’affanno e il timore inspirato dalla correzione e mettere una parola di conforto. Dimenticare e far dimenticare i tristi giorni dei suoi errori è arte suprema di buon educatore. Alla Maddalena il buon Gesù non si legge che abbia ricordato i suoi traviamenti; come pure con somma e paterna delicatezza fece confessare e purgarsi San Pietro della sua debolezza.
«Anche il fanciullo vuol essere persuaso che il suo Superiore ha buona speranza della sua emendazione, e così sentirsi di nuovo messo dalla sua mano caritatevole per la via della virtù. Si otterrà più con uno sguardo di carità, con una parola di incoraggiamento che dia fiducia ul suo cuore, che con molti rimproveri, i quali non fanno che inquietare e comprimere il suo vigore.
« Io ho veduto vere conversioni con questo sistema che in altro modo parevano assolutamente impossibili. So che alcuni dei miei cari figliuoli non hanno rossore di palesare che furono guadagnati così alla nostra Congregazione, e perciò a Dio.
« Tutti i giovanetti hanno i loro giorni pericolosi, e voi pure li aveste! E guai se non ci studieremo di aiutarli a passarli in fretta e senza rimprovero. Alcune volte il solo far credere che non si pensa che l’abbiano fatto con malizia, basta per impedire che ricadano nel medesimo fallo. Saranno colpevoli, ma desiderano che non si credano tali. Fortunati noi se sapremo anche servirci di questo mezzo per educare questi poveri cuori! Siate sicuri, o miei cari figliuoli, che quest’ arte che sembra così facile e contraria a buon effetto, renderà utile il vostro ministero i vi guadagnerà certi cuori che furono e sarebbero per molto tempo incapaci, nonché di felice riuscita, ma di buona speranza ».

5) Quali castighi adoperare.
5) Quali castighi debbano adoperarsi e da chi.
« Ma non si dovranno usare mai dei castighi? — So, o miei cari, che il Signore volle paragonare se stesso a una verga vigilante, virga vigilans, per trattenerci dal peccato anche pel timore delle pene. Anche noi perciò possiamo e dobbiamo imitare parcamente e sapientemente la condotta che Dio volle tracciare a noi con questa efficace figura. Adoperiamo quindi questa verga, ma sappiamolo fare con gentilezza e carità, affinchè il nostro castigo sia di natura da rendere migliore.
« Ricordiamoci che la forza punisce il vizio, ma non guarisce il vizioso.
« Non si coltiva la pianta, curandola con a-spra violenza e non si educa perciò la volontà gravandola con giogo soverchio. Eccovi una serie di castighi che soli io vorrei adoperati tra noi.
« Uno dei mezzi più efficaci di repressione morale è lo sguardo malcontento, severo e triste del Superiore, che fa vedere al colpevole, per poco cuore che abbia, di essere in disgrazia, e che lo può provocare al pentimento e all’emenda.
« Correzione privata e paterna. Non troppi rimproveri, e fargli sentire il dispiacere dei parenti e la speranza della ricompensa. Alla lunga si sentirà costretto a dimostrare gratitudine e perfino generosità.
« Ricadendo egli, non siamo corti a carità. Si passa ad avvertimenti più seri e recisi; così si potrà con giustizia fargli conoscere la differenza della sua condotta con quella che si tiene verso di lui; mostrandogli come egli ripaga tanta accondiscendenza, tante cure per salvarlo dal disonore e dalla punizione. Non però espressioni umilianti; si mostri di aver buona speranza di lui, dichiarandoci pronti a dimenticare tutto, dal momento che egli avrà dati segni di condotta migliore.
« Nelle mancanze più gravi si può venire ai seguenti castighi: pranzare in piedi al suo posto od a tavola a parte, pranzare diritto in mezzo al refettorio, e per ultimo alla porta del refettorio. Ma in tutti questi casi sia somministrato al colpevole tutto quello che è dato alla mensa dei compagni. Castigo grave è privarlo della ricreazione; ma non metterlo mai al sole e alle intemperie in modo che ne abbia a patire danno. I] non interrogarlo per un giorno nella scuola può essere castigo grave, ma non si lasci di più; intanto si provochi altrimenti a far penitenza della sua mancanza.
« Ora che vi dirò dei pensi? Un tal genere di punizione è per isventura troppo frequente. Ho voluto interrogare su questo proposito quello che ne dissero i più celebri educatori. V’ha chi lo approva, e chi lo biasima come inutile e pericolosa cosa tanto al maestro quanto al discepolo Io lascio però a voi libertà di fare, in questo avvisandovi che per il maestro è pericolo grande di andare agli eccessi senza alcun giovamento, e che si dà all’alunno occasione di mormorare e di trovare molta pietà per l’apparente persecuzione del maestro.
« Il penso non riabilita nulla, ed è sempre una pena ed una vergogna. So che qualcuno dei nostri confratelli soleva dar per pensi lo studio di qualche brano di poesia sacra o profana e con tale utile mezzo otteneva il fine della maggior attenzione e qualche profitto intellettuale. Allora si verificava che omnia cooperantur in bonum (tutto coopera al bene) a quelli che cercano Dio solo, la sua gloria e la salute delle anime. Questo vostro confratello convertiva coi pensi; ciò lo credo una benedizione di Dio, e caso piuttosto unico che raro: ma riusciva perchè si faceva vedere caritatevole.
« Ma non si venga mai a far uso del cosiddetto camerino di riflessione.
« Non c’è malanno in cui non possano precipitare l’alunno, la rabbia e l’avvilimento che lo assalgono in una punizione di tal natura. Il demonio prende da questo castigo un impero violentissimo sopra di lui e lo spinge a gravi follìe, quasi per vendicarsi di colui che lo volle punire, e in quel modo ».
A questo punto della sua Circolare il nostro buon Padre introduce una nota di questo tenore:
« (1) Nel timore che in qualche collegio per rara eccezione e assoluta necessità si credesse di dover usare il camerino, ecco le precauzioni che vorrei adoperate:
« Il Catechista, o altro Superiore, vada sovente a visitare il povero colpevole, e con parole di carità e di compassione si cerchi di versare olio in quel cuore tanto esacerbato. Si compianga il suo stato e si industri a fargli capire come tutti i Superiori siano dolenti di aver dovuto usare un castigo così estremo, e si capaciti a domandare perdono, a fare atto di sottomissione, a chiedere che si faccia di lui un’altra prova della sua emendazione. Se pare che questo castigo produca il suo effetto lo si levi anche prima del tempo, e si riuscirà a guadagnare sicuramente il suo cuore.
« Il castigo dev’essere un rimedio. Ora noi dobbiamo aver fretta di lasciarlo, quando abbiamo ottenuto il doppio scopo di allontanare il male e di impedirne il ritorno. Riuscendo così a perdonare, si ottiene anche l’effetto prezioso di cicatrizzare la piaga fatta al cuore del fanciullo; egli, vedendo che non ha perduto la benevolenza del suo Superiore, si rimette maggiormente al suo dovere ».
Fin qui la nota. Poi Don Bosco riprende:
« Nei castighi summentovati si ebbero soltanto di mira le mancanze contro la disciplina del Collegio, ma nei casi dolorosi che qualche allievo desse grave scandalo o commettesse offesa al Signore, allora egli sia condotto immediatamente dal Superiore, il quale nella sua prudenza prenderà quelle efficaci misure che crederà opportune. Che se poi uno si rendesse sordo a tutti questi savi mezzi di emendazione e fosse di cattivo esempio e scandalo, allora costui dev’essere allontanato senza remissione, in guisa però che, per quanto è possibile, si provveda al suo onore. Questo si ottiene col consigliare il giovane stesso a chiedere ai parenti che lo tolgano, e consigliare direttamente i parenti a cambiare collegio nella speranza che altrove il loro figliuolo faccia meglio. Quest’atto di carità suole operare buoni effetti in tutti i tempi, e lascia anche, in certe penose occasioni, una grata memoria nei parenti e negli alunni ».
6) A chi spetta castigare.
« Finalmente mi resta ancora a dirvi da chi deve partire l’ordine, il tempo e il modo di castigare. Questi dev’essere sempre il Direttore, senza però che egli abbia a comparire. È parte sua la correzione privata, perchè egli più facilmente può penetrare in certi cuori meno sensibili; parte sua, la correzione generica e anche pubblica; ed è anche parte sua l’applicazione del castigo, senza che egli per via ordinaria lo debba eseguire o intimare.
« Perciò vorrei che nessuno si arbitrasse di castigare senza previo consiglio od approvazione del Direttore, il quale solo determina il tempo, il modo e la qualità del castigo. Nessuno si tolga da questa autorevole dipendenza, e non si cerchino pretesti per eludere la sua sorveglianza ».
Qui Don Bosco introduce altra nota con la seguente avvertenza:
« (2) I maestri od assistenti non mettano mai fuori di scuola alcun colpevole, ma, in caso di mancanza, lo si faccia accompagnare dal Superiore ».
Quindi prosegue:
« Non ci dev’essere scusa per fare eccezioni da questa regola della massima importanza. Siamo obbedienti perciò a questa raccomandazione che io vi lascio, e Dio vi benedirà e vi consolerà per la vostra virtù.
« Ricordatevi che l’educazione è cosa di cuore e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte e non ce ne dà in mano le chiavi. Procuriamo perciò in tutti i modi, ed anche con questa umile ed intera dipendenza, di impadronirci di questa fortezza, chiusa sempre al rigore ed all’asprezza. Studiamoci di farci amare, d’insinuare . il sentimento del dovere e del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori, e unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di Colui che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell’educazione della gioventù » (552).

c) Altre norme di Don Bosco RIGUARDO AI CASTIGHI.
Prima di passare in rassegna altre prescrizioni di Don Bosco sui castighi, bisogna notare che egli, nel compilare il primo Regolamento degli Oratori Festivi, aveva sott occhio anche i programmi che riguardavano alcuni Oratori destinati per discoli ricoverati in Ospizi, e nei quali si radunavano anche giovani esterni di quella stessa classe. Ma non gli garbava il sistema disciplinare loro imposto, la sorveglianza quasi poliziesca, benché fosse necessaria, e le coercizioni per obbligarli alla frequenza. Questo sistema non poteva più sussistere per l’opinione pubblica che gli si mostrava contraria, e Don Bosco desiderava che i suoi alunni facessero liberamente e per amore.
Perciò nel suo Regolamento, trattandosi di insubordinazione, mise per principio una grande tolleranza, come abbiamo visto, ed ai castighi sostituì l’ammonizione, cordiale, insistente ed efficace, stabilendo di allontanare dall’Oratorio solamente coloro che offendevano gravemente il Signore collo scandalo, e di non ammettere registri ufficiali che notassero le mancanze dei colpevoli e degl’indifferenti nelle cose di pietà (555).
A questo principio s’ispirarono in seguito gli altri Regolamenti, che, in fatto di castighi, non fanno che ribadire le stesse raccomandazioni.
Le norme che ora verremo esponendo, riproducono in molti punti il pensiero e persino le parole della grande Circolare sui castighi. Tali norme però dette e ridette prima e dopo l’anno 1883, ci confermano sempre più le idee e le direttive di Don Bosco in fatto di punizioni.
È anzitutto opportuna una parola circa il cosiddetto « camerino di riflessione ». Questo antipatico e antipedagogico mezzo di castigo era assai in uso negli altri istituti, quando Don Bosco iniziò il suo lavoro educativo. Il pensiero del Santo è chiaro e reciso: « Non si venga mai a far uso del cosiddetto camerino di riflessione ». Egli stesso ne mette in luce i danni e i pericoli. L’ultima concessione per casi estremi, si vede chiaramente che egli la fa a malincuore. Dalle case Salesiane è assolutamente escluso, secondo il desiderio del no-siro Fondatore e Padre..
Riassumiamo ora alcune norme pratiche.
1) Anziché dare castighi si ricorra possibilmente a mezzi preventivi.
Don Bosco stabilisce questa regola generale: « Dov’è possibile non si faccia mai uso dei castighi » (Regolam., 101). Diceva a un assistente: « Si vis amari, esto amabilis (se vuoi essere amato, sii amabile). Le prime impressioni nel cuore dei giovani sono quelle dell’educazione. Per carità non si irritino coi castighi e con maltrattamenti, perchè non maledicano le vesti nere. È già troppo l’ab-borrimento che hanno alcuni verso il prete » (554). Si tratta qui di una ragione buona senz’altro, ma accidentale, che va messa insieme a tutte le altre già note e che rivedremo tra breve.
Tuttavia, nella sua esperienza, Don Bosco non poteva misconoscere la necessità che v’è talvolta di castighi; per questo scrive: «Dove la necessità chiede repressione, si ritenga quanto segue ». E comincia con l’esporre i mezzi preventivi:
« L’educatore tra gli allievi cerchi di farsi amare, se vuol farsi temere: in questo caso la sottrazione di benevolenza è un castigo che eccita l’emulazione, dà coraggio e non avvilisce mai. Presso ai giovanetti è castigo quello che si fa servire per castigo. Si è osservato che uno sguardo non amorevole sopra taluni produce maggior effetto che non farebbe uno schiaffo. La lode quando una cosa è ben fàtta, il biasimo quando vi è trascuratezza, è già un gran premio od un castigo» (Regolani101, 1° 2°) (555).
2) Non si castighi senza aver ben appurato i fatti.
In parecchie circostanze Don Bosco ritornò sopra questo punto, esortando a non prendere mai alcuna misura nè pro nè contro di uno, senza aver pazientemente ascoltato e ponderato le ragioni addotte da ambo le parti, senza aver prima rischiarato i fatti, o, come si suol dire, senza aver udito prima le due campane. « Spesso — scriveva a Don Rua — ti saranno dette cose, che sembrano travi, e sono soltanto paglie » (556).
3) Nel castigare far in modo che l’allievo riconosca il suo torto.
Quando poi si deve castigare, si usi massima prudenza e pazienza per far sì che l’allievo comprenda il suo torto, e nello stesso tempo si faccia intendere il vero dispiacere che si prova nel doverlo punire (Regolam., 101, 3°).
4) Mostrarsi caritatevole nel castigare.
« Castigare con giustizia e con carità: non far mai vedere rabbia; altrimenti diranno che non è la Regola, ma Famor proprio offeso che si vuol vendicare» (557). E in una istruzione da lui tenuta negli Esercizi Spirituali a Trofarello insisteva:
« Non mai che un castigo prenda aspetto di vendetta. o che si rinfacci, o anche solo si ricordi, a qualcuno che ci abbia offesi in tempi trascorsi, la sua mancanza, specialmente se fu perdonato. Anzi state attenti a dimostrargli più amore di prima e a dimenticare tutto » (558).
Quando si tratta del rispetto che si deve al fanciullo, Don Bosco fa leva per lo più sul fondo umano dell’educatore, che deve essere uomo di buon senso anzitutto, e ben equilibrato. Perciò è bene evitare certi atteggiamenti puerili coi giovani, perchè potrebbero ottenere l’effetto contrario. Diciamo questo perchè, a forza di vivere in mezzo ai giovani, un educatore non ancora ben formato corre il rischio di mancare alla sua dignità di formatore dei suoi allievi, e di dimenticare che il Superiore non è un uomo qualsiasi, ma che è sempre responsabile di quello che dice e di quello che fa.
Per questo Don Bosco stabilì che non fossero ammessi nel rango degli educatori coloro che non mostrano sufficiente criterio e gli stravaganti, coloro cioè che per insufficienza di basi umane, non potrebbero svolgere con frutto la missione dell’educatore (Regolam., 305).
5) I castighi siano pochi e di poca durata e gravità.
Fu detto che l’educatore arriva al massimo della sua efficienza guando giunge al minimo dei castighi; d’altronde la severità non è buona se non sa celarsi sotto l’amore. E poi il timore non può mai essere a lungo maestro del dovere. Don Bosco voleva che i castighi fossero pochi, di poca durata e di poca gravità (559).
6) Castigare con giustizia.
Vuole Don Bosco che il castigo sia giusto, e perciò ragionevole, graduale, proporzionato (560). « Non si diano castighi gravi — egli dice — per cose leggere, perchè un alunno che si crede castigato a torto, ne conserverà in cuore la memoria, e talvolta anche il desiderio di vendetta; e, non potendo vendicarsi, imprecherà a quel maestro e a quell’assistente. Si hanno degli esempi di simili odii inveterati che fanno spavento» (561).
Quanto alla graduazione dei castighi, essa non deve uscire dai limiti tracciati. Udiamo Don Bosco: « Quando è assolutamente necessario castigare per la prima, volta, i puniti si facciano stare in piedi al loro posto in tempo di pranzo, ma colla pietanza. Se ricadono nel fallo, si puniscano col farli venire a pranzo in refettorio dopo gli altri. In ultimo, se i primi castighi non bastano, si pongano in una tavola a parte nel mezzo del refettorio. La pietanza però sia l’ultima cosa a togliersi, e di rado. E in questo caso si dica in privato ai giovani stessi che non se ne servano, ma si metta loro innanzi come a tutti gli altri. In generale ubbidiscono perchè intendono che il Superiore usa con essi il riguardo di risparmiar loro una brutta figura al cospetto di tutta la Comunità» (562).
7) Non si diano castighi generali.
« Non s’impongano mai castighi generali a una classe, a una camerata, ma si procuri di scoprire gli autori del disordine, e, se fa d’uopo, si allontanino dalla Casa: ma si separi la causa dei buoni da quella dei cattivi, i quali son sempre pochi, acciocché, per questi pochi, non abbiano a soffrire i molti. Ma nello stesso tempo si dica ai colpevoli che hanno buona volontà, qualche parola di incoraggiamento, lasciando sempre luogo alla resipiscenza, perchè si rimettano sulla buona strada (563).
8) L’applicazione dei castighi sia riservata al Superiore incaricato della disciplina, secondo le direttive del Direttore.
Gli assistenti e i maestri possono minacciare punizioni, ma l’applicazione di esse è riservata al Consigliere Scolastico o al Prefetto dell’Istituto, ai quali suole essere affidata la cura della disciplina. Non si permettano castighi a piacere del punitore: sono un grave errore morale e didattico. E neppure siano inflitti dagli interessati, ma da persona neutrale che giudica imparzialmente e punisce ad correptionem o ad exemplum (564).
Il Consigliere scolàstico poi e il Prefetto si attengano a lor volta fedelmente alle direttive del Direttore, specialmente nei casi di maggior rilievo, come già è stato detto. « Le trasgressioni o mancanze di obbedienza in camerata, in ricreazione, o in chiesa, spetta al Prefetto punirle. Tocca al Prefetto mantener la disciplina. Ne verranno due vantaggi: che il chierico, non castigando, ma facendo rapporto, non vi sarà pericolo o che castighi ingiustamente o che la pena inflitta sia maggiore della mancanza; e che non avrà da temere odiosità, facendo il rapporto a sangue freddo e anche qualche minuto dopo. Persuadetevi che la vostra autorità non avrà mai a scapitarne ed il Direttore è risoluto che sia rispettata a qualunque costo » (565).
Ecco i vantaggi della correzione fatta secondo le norme del nostro Padre:
« a) Si avrà la confidenza dei giovani, b) Aumenteranno il numero delle vocazioni, c) Quando escano, si avranno amici; se no, dei nemici, d) Non diventeranno mai peggiori; o daranno buon esempio o non lo daranno mai cattivo » (566).
Perciò, « quando un giovane, irritato da un castigo, dice: — Andrò dal Direttore — non si raddoppi il castigo, nè si adoperino le inani; ma gli si dica: — Va’ pure. — Il giovane non andrà, o, se andrà, il torto sarà sempre suo. Neppure si dica agli allievi: — Ciò che accade nella nostra scuola o nelle passeggiate non voglio che diciate ad alcuno, nemmeno al Direttore» (567).
Per le stesse ragioni, « sia maestri sia assistenti permettano al Direttore che usi del suo diritto di modificare un castigo o anche perdonarlo. Il Direttore si può supporre che almeno abbia tanto giudizio quanto un altro, e non si può supporre che faccia una cosa contraria all’autorità di un maestro. È interesse del Direttore che resti salva l’autorità dei suoi dipendenti; e quindi, se anche sembri esteriormente che uno possa restarne offeso, non è così. Un perdono concesso è sempre segno che il colpevole ha riconosciuto il suo errore, che il giovane ha promesso di ripararlo, che gli fu imposta un’ammenda onorevole, come domandar scusa e simili.
« E poi, — continua Don Bosco — in certe circostanze vi prego anche notare che alcune volte non si può agire altrimenti, se si considera che la missione delicatissima del Direttore presenta tante spine e tante difficoltà, che non è cosa facile il superarle, se non seguendo l’ispirazione del Signore e il gran principio della salute delle anime. Se anche doveste sacrificare a questo gran principio un po’ del vostro onore, un po’ della vostra autorità, vi sembrerebbe forse sacrificio troppo grande? E se bisognasse dare la vita, fareste qualche cosa di più del vostro dovere?
« Adunque lasciate al Direttore la libertà di dirigere: che egli non,sia obbligato, per vane suscettibilità, a indietreggiare, quando con qualche perdono o qualche dolce parola, vedesse la possibilità di salvare un’anima » (568).
9) Non percuotere assolutamente.
Il sistema preventivo che cerca di tener lontano gli stessi leggeri castighi, tanto più esclude ogni castigo violento (Regolam., 89). Il percuotere in qualunque modo, il mettere in ginocchio con posizione dolorosa, il tirare le orechie e altri castighi simili si devono assolutamente evitare, perchè sono proibiti dalle leggi civili, irritano grandemente i giovani e avviliscono l’educatore (Regolam., 101, 4°). « La legge punisce col carcere o colla multa il maestro e l’assistente che dia un solo schiaffo allo scolaro » (569).
A chi era in pericolo di lasciarsi dominare dalla collera, Don Bosco ricordava che certe volte, anche tra i giovani, ve ne sono di quelli che hanno il sangue caldo, e che quindi si rivoltano, e allora si è nella avvilente condizione di stare a contendere con grave scandalo e con grave perdita della nostra autorità (570).
Il buon Padre ripetè altra volta: «Dev’essere l’amore che attira i giovani a fare il bene per mezzo di una continua sorveglianza e direzione, non già la punizione sistematica delle mancanze dopo che queste siano state commesse. È constatato che questo secondo metodo il più delle volte attira sull’educatore l’odio del giovane fino che vive » (571).
« I giovanetti non dimenticano i castighi subiti, e per lo più conservano amarezza con desiderio di scuotere il giogo e anche di farne vendetta. Sembra talora che non ci badino, ma chi tiene dietro ai loro andamenti conosce che sono terribili le reminiscenze della gioventù; e che dimenticano facilmente le punizioni dei genitori, ma assai difficilmente quelle degli educatori. Vi sono 1 di alcuni che in vecchiaia vendicarono brutalmente certi castighi toccati giustamente in tempo loro educazione» (Regolarti., 89, 3°).
« Perciò — continua Don Bosco — riguardo castighi, opportune ed importune si insista perch sia praticato il sistema preventivo » (572). A un chierico che aveva preso un ragazzo per il colletto cacciandolo di scuola Don Bosco non aveva esitato a dire: « Chi mette le mani addosso si pone dalla parte del torto» (573).
d) Come Don Bosco castigava.
La prassi di Don Bosco nei castighi riflette fedelmente il suo pensiero.
1) In generale egli non castigava mai.
Il perugino Conte Carlo Conestabile della Staffa, scrivendo del sistema1 educativo di Don Bosco, narrò questo fatto a lui occorso prima del 1878. Un giorno, andato a visitare Don Bosco, lo trovò allo scrittoio che percorreva una noterella recante alcuni nomi. « Ecco qui — disse il Santo — alcuni dei miei bricconcelli, la cui condotta lascia a desiderare ». Venne spontaneo al visitatore di domandare qual punizione riserbasse loro. « Nessuna punizione — rispose Don Bosco, — ma ecco quello che farò. Costui per esempio (e gliene indicò il nome) è il più bricconcello di tutti, sebbene sia di buon cuore. Lo incontrerò durante la ricreazione e gli chiederò notizie della sua salute. Egli risponderà senza dubbio che sta bene. — Ma, sei proprio contento? — gli dirò allora. Egli resterà prima sorpreso, poi abbasserà gli occhi arrossendo. Io insisterò affettuosamente: — Eh, tu hai qualche cosa che non va bene: se il corpo gode buona salute, l’anima forse non è contenta!... È già da molto tempo che non ti confessi? — Di lì a pochi minuti questo giovane sarà al tribunale di penitenza, e sono quasi certo che non avrò più a dolermi di lui ».
Il Conte ascoltava in silenzio, incantato dalla dolcezza di quel parlare. E qui commenta: « Avete scoperto il segreto delle grandi opere, che quest’umile prete ha saputo condurre a compimento » (574).
La mattina del 9 luglio I860 le scuole dell’Oratorio subivano una perquisizione. Scrive il Maestro Reano Giuseppe: « Entrò nella mia classe un signore della Questura e mi chiese quali castighi si infliggessero ai discoli. Risposi: — Nessuno, nessuno affatto.
— Possibile! — esclamò quel signore.
— Possibilissimo — io risposi. — Il castigo che adopero, secondo gli ordini ricevuti dal Superiore della casa, consiste nel distribuire in certi giorni della settimana ai giovani che. si regolano bene, essendo essi tutti figli di gente povera, alcuni buoni di pane da prendersi alla panetteria Magra in Via Pellicciai, e ai discoli non concedo alcuno di questi buoni. Tale è l’unico castigo che si usa in questa scuola (gli allievi erano 93, tutti esterni e discoli). Don Bosco poi, per allettarli a venire, prepara loro qualche premio, per esempio oggetti di vestiario.
« Quel signore allora si congedò, e parve che nulla avesse da notare » (575).
2) Qualche rara volta castigava per impedire o togliere qualche scandalo, o per dare una lezione a chi non si curava di assistere bene i giovani.
Don Bosco, secondo le testimonianze di antichi alunni dell’Oratorio, non castigava mai, tranne rarissime volte, allorché si trattava di qualche giovane insolente, ribelle, o bestemmiatore, o sorpreso a fare discorsi immorali. E ciò in quei soli casi nei quali, tolto lo scandalo, sarebbe stato fatale per l’anima di quell’incauto il cacciarlo dall’Oratorio. Difficilmente i compagni si accorgevano della punizione inflitta; ma, talora essendo palese, tutti parteggiavano per Don Bosco e dicevano: — Ha fatto bene! — E poi convenivano i colpevoli, perchè giammai accadeva che si lasciasse guidare dall’amor proprio ferito (576).
3) Di regola non permetteva neppure ai superiori di castigare, disposto in caso contrario ad esonerarli dall’ufficio. Nell’affidare la scuola di prima ginnasiale al chierico Vacchina, ne dava la seguente motivazione: « Vedi, tolgo la scuola al chierico P. perchè mena le mani ed è troppo amico del pensum. Figurati che dà da copiare trenta volte le lezioni! Come devono fare quei poveri ragazzi? Ogni qualvolta ti trovi imbrogliato, vieni da me! » (577).
Avvisava anche i giovani di questa usanza dell’Oratorio, ma nello stesso tempo non faceva misteri sopra la severità con la quale avrebbe proceduto contro i trasgressori del regolamento. Diceva la sera del 20 marzo 1865 agli studenti, che in quei giorni si erano comportati male dentro e fuori del refettorio: « Per contentarvi, poiché vi lamentate di certi assistenti, proibisco assoluta-mente agli assistenti di dare castighi; così nessuno avrà da lamentarsi. Nella Casa non voglio che si castighi nessuno; ma voglio che si faccia rapporto a me, e, lo ripeto, ne obbligo in coscienza gli assistenti. Io poi, chiunque sia che manchi, in qualunque modo manchi, lo rimanderò subito a casa sua, perchè non posso tollerare l’indisciplinatezza nell’Oratorio. Don Bosco, buono, tollera tutto, ma quando si tratta dell’ordine è inflessibile. Se si trattasse di mancanze di convenienza o d’altre cose che accadessero tra me e voi, vi passerei sopra; ma, se si tratta di mancanza di rispetto agli altri Superiori e il disordine è pubblico, allora non vi è più bontà che tenga » (578).
Si mostrava esigente soprattutto con gli studenti, poiché avevano una maggior cultura. Con gli orfani e più derelitti tollerava maggiormente per non metterli sopra una strada.
4) I suoi castighi, tutti e sempre ispirati a carità e dolcezza, venivano applicati secondo i princìpi della prudenza e della giustizia.
Riportiamo due testimonianze. Don Savio Ascanio diceva: « Egli esercitava la giustizia in grado eminente, ma il suo zelo era ispirato a carità e dolcezza, e la punizione veniva come secondaria, cioè quando non bastavano i mezzi preventivi a correggere un colpevole. Non lo si vedeva mai inquieto quando doveva muovere rimproveri a qualcheduno, e attendeva a farli sempre in privato». E Giuseppe Buzzetti: « Io non mi ricordo che Don Bosco abbia mai corretto alcuno ingiustamente. Quando ci correggeva, noi dovevamo subito confessare: — Don Bosco ha ragione» (579).
La prima punizione che dava era quella di mostrarsi un po’ serio ai giovani restìi all’ubbidienza, che avevano mancato scientemente a qualche norma del regolamento, o non curato un avviso o consiglio. E Don Bosco, ora non li faceva partecipi di certi segni di benevolenza che praticava verso i più buoni, ora li privava di uno sguardo benevolo e simulava di non vederli; o non permetteva che gli baciassero la mano, ritirandola con pacatezza, mentre sorridendo acconsentiva che gli altri gli dessero quel segno di rispetto; o non rispondeva quando si avvicinavano per augurargli il buon giorno e la buona notte. Talvolta li interrogava se fosse vero che non gli volevano più bene. Se il fallo era segreto, egli usava questo contegno in modo che se ne avvedesse solo il colpevole. I giovani temevano queste sue maniere come il più grave dei castighi, e molti ne provavano tanta pena da prorompere in pianto per lunghe ore e talora dalla sera fino all’alba.
Per questo per moltissimi dei suoi cari figliuoli egli doveva usare molta precauzione nel misurare una parola di giusto rimprovero, poiché le mancanze, che in apparenza talora sembravano alquanto gravi, nell’intenzione del giovane e per la sbadataggine dell’età, non erano avvertite come tali, e quindi alcuni sembravano impazzire temendo aver dato causa di grave dolore a Don Bosco. Nello stesso tempo egli usava una grande avvertenza continua per corrispondere agli atti di ossequio e di affetto degli alunni più buoni, poiché una sua distrazione o dimenticanza faceva temere ugualmente al giovanetto avergli recato qualche dispiacere; benché sentisse in sé di non aver commesso alcun fallo, pure rimaneva inquieto.
Quelli poi che avevano meritata tale lezione, quasi tutti mutavano subitamente condotta. E, non appena il colpevole era umiliato ed aveva promesso sincera ammenda, Don Bosco restitui-vagli subito la sua benevolenza esterna, giacche l’interna non la perdeva mai, che anzi era questa che lo conduceva a diportarsi in tal modo a line di migliorare e di allontanare il giovane dai pericoli del male.
Se taluno mostravasi indifferente a queste paterne riprensioni, e se era recidivo nelle sue mancanze, Don Bosco non transigeva e lasciava che fosse punito con qualche piccolo castigo: segreto, se tale era stata la mancanza; pubblico e grave, benché raramente, se la colpa richiedeva simile misura per riparare al cattivo esempio. In questi casi però non infliggeva egli stesso il castigo, ma lasciava che ciò facessero i suoi dipendenti, riservandosi poi di mitigarlo per rendersi sempre più padrone dei cuori e fare ad essi sempre maggior bene. Ma voleva sempre escluse le percosse, le priJ vazioni del cibo sufficiente, le punizioni umilianti od irritanti, i rimproveri accompagnati da espressioni ingiuriose. Voleva poi una grande benignità nei modi. Egli diceva: « Non umiliarli i colpevoli, ma procurare che si umiliino da se stessi » (580).
5) L’entità dei suoi castighi, sostanzialmente leggera, era grave nell’apprezzamento degli allievi.
I castighi si riducevano alla sottrazione di una parte del companatico per i poltroni, all’isolamento in silenzio dai compagni nel luogo stesso della
ricreazione per i disubbidienti, all’essere messo fuori dal refettorio chi avesse saltato il muro di cinta per uscire senza licenza, ma con la porzione di pranzo. Queste punizioni, sebbene non molto gravi, Don Bosco procurava che fossero tali nell’apprezzamento dei giovani. Perciò con poco otteneva molto (581).
6) Il cuore di Don Bosco nei castighi.
Tuttavia anche in questi casi, Don Bosco, quando vedeva un allievo sincero nel riconoscersi colpevole di un fallo del quale fosse accusato, ordinariamente; dopo avergli dato gli avvisi opportuni, condonava il castigo, se i disordini non erano stati assai notevoli. Faceva il contrario, se scopriva sotterfugi, tergiversazioni e menzogne. Ma dopo la correzione, se il colpevole si pentiva, egli diceva sempre una parola di conforto e dimenticava tutto. La stessa pratica raccomandava di fare a chiunque esercitasse qualche autorità nella Casa (582).
7) Sapeva castigare anche l’intera comunità.
Finora abbiamo detto di punizioni, alle quali erano assoggettati i singoli individui; ma, quando si trattava di mancanze commesse da una intera classe o anche da una gran parte della Comunità, come faceva Don Bosco a richiamare tutti all’ordine e castigare gli spensierati? Ci affrettiamo a dire che, nell’Oratorio, mai accaddero scene disgustose come quelle che per insubordinazione si lamentano talora in certi collegi. Erano fanciullaggini e nulla più, alle quali però era necessario mettere rimedio, per la gran regola: Principiis ob-sta (Opponiti ai princìpi) (583).
Don Bosco adunque ascoltava con. attenzione le lagnanze degli assistenti, investigava le cause che essi esponevano di quel disturbo. Respingeva però l’idea di un castigo generale, anche di una sola camerata, perchè ciò irrita, — diceva, — gli innocenti, che si trovano sempre in questi casi in mezzo ai colpevoli: e riserbava per sè la correzione. Si trattava di molti voti scadenti, che indicavano svogliatezza nello studio? poca osservanza del Regolamento, con la facilità di parlare nei luoghi ove era prescritto il silenzio? mancanze ripetute contro l’amor fraterno per qualche futile dissensione? o anche noncuranza degli ammonimenti di coloro che li sorvegliavano?
Ed ecco Don Bosco appigliarsi ad un mezzo che sempre raggiunse il suo fine. Incominciare a dimostrarsi freddo, preoccupato e di poche parole; trovandosi in mezzo ai giovani, li privava del racconto di qualche fatto straordinario, che aveva già promesso e che era aspettato con viva curiosità. Più di una volta, dopo le orazioni della sera, montato in cattedra, invece di fare il solito sermoncino, volgeva attorno con serietà lo sguardo, che aveva sempre una forza particolare sull’animo dei giovanetti, e pronunciava queste sole parole: — Non sono contento di voi! questa sera non vi posso dire altro! — E discendeva dalla cattedra nascondendo le mani nelle maniche della veste, non permettendo che gli fossero baciate) e lentamente si avvicinava verso la scala per la quale salivasi in sua camera, senza più indirizzare parola ad alcuno. Nella folla dei giovani qua e là si udiva qualche singhiozzo represso, molte faccie si vedevano rigate di lacrime e tutti andavano a dormire meditabondi e pentiti, poiché per essi offendere e disgustare Don Bosco era lo stesso che offendere e disgustare il Signore. Questo bastava per rimettere in casa un ordine perfetto, e quando Don Bosco ricompariva, tutti sentivansi felici nel rivederlo a sorridere (584).
8) Era poi rigoroso in certi casi.
Ma se Don Bosco era > facile a dimenticare le mancanze dei ravveduti contro la disciplina, la carità, l’obbedienza e il rispetto ai Superiori, se riteneva e sopportava con pazienza qualcuno che egli sapesse essere cattivo purché non recasse danno agli altri, adoperandosi alla sua conversione; era poi rigoroso verso di coloro che avessero rubato, offeso gravemente la Religione o la carità col loro modo di parlare o di operare. Non sapeva assolutamente tollerare l’offesa di Dio.
Tuttavia nella maggior parte dei casi non si veniva a decisioni dolorose, poiché colui che era sordo alla voce della coscienza, ai paterni avvertimenti di Don Bosco e dei suoi collaboratori, chi non sentiva la forza del biasimo immancabile dei compagni, finiva per andarsene da sé. Allorché si trattava di soli sospetti, ma abbastanza ragionevoli, non spaventavasi, e cercava di prevenire il male che si temeva (585).
9) L’allontanamento dall’Oratorio.
Purtroppo talvolta tutti i mezzi di consiglio, di correzione e anche di castigo, si mostravano inefficaci davanti a nature ribelli e magari disgraziatamente corrotte. E allora l’educatore si vede obbligato a ricorrere all’ultimo castigo, che è precisamente l’espulsione.
Abbiamo udito quante volte la voce di Don Bosco si sia rivolta ai suoi collaboratori per dir loro che compatissero la leggerezza e la troppa vivacità (586); ma la stessa voce risonava pure solenne per dire: « Non si tolleri mai nè l’immoralità, nè la bestemmia, nè il furto» (587).
Ci riserviamo di parlare in seguito del procedimento che usava Don Bosco per allontanare dall’Oratorio gli scandalosi. Per ora ci contentiamo di accennare alla sua prassi rispetto agli incorreggibili in fatto di disciplina, di applicazione allo studio e simili.
Si sa che egli giovavasi del registro dei voti di condotta e dei rapporti degli assistenti per scoprire in modo sorprendente coloro che sapevano nascondere la loro malizia agli occhi dei Su-periori. Ma, oltre al registro ufficiale della condotta, teneva un registro particolare con tutti i nomi dei giovani, e tutte le volte che udiva qualche rapporto disonorevole, qualche mancanza leggera, ma di quelle che fanno stare all’érta un uomo prudente, qualche serio sospetto sulla condotta di un alunno, egli a fianco del nome poneva uno dei segni convenzionali che lui solo intendeva e che specificavano le qualità del male imputato.
Talora in un mese un nome solo poteva portare dieci o quindici segni, e anche segni che indicavano tutti la stessa cosa. Don Bosco di quando in quando dava una lettura attenta a questo registro. Su cento giovani novanta non avevano nessun segno, ma dieci o dodici portavano il loro nome segnato più volte. Egli allora volgeva tutte le sue cure a questi ultimi, indagava più minutamente la loro condotta, ponevali sotto sorveglianza speciale e li interrogava egli stesso, e ben difficilmente il diavolo poteva nascondere la sua coda e le sue amicizie.
Don Bosco raccomandava sovente ai suoi Direttori questo sistema, assicurando che lo aveva trovato grandemente vantaggioso, anzi quasi infallibile nei suoi responsi.
Col suo registro alla mano alla fine di ogni anno scolastico, nel mese di giugno, provvedeva alla moralità per l’anno seguente. Faceva lo spoglio dei nomi di coloro che non erano più da accettarsi, e, consegnandolo al Prefetto, lo incaricava di farli rimanere a casa loro per l’anno venturo. Notava pure i nomi di coloro da non tenersi più fra gli studenti e che bisognava applicare a un mestiere, i nomi di quegli artigiani che meritavano di passare tra gli studenti, e i nomi di coloro che si potevano riaccettare, ma solo per prova (588).
In certi casi poi il suo procedimento era ben più rapido e severo: per esempio, quando si trattava di salvare l’autorità in faccia ai giovani, persuaso com’era che, senza il debito rispetto per l’autorità, non è possibile la disciplina e per conseguenza la formazione.
Ecco a proposito, un fatto accaduto all’Oratorio nel marzo del 1865.
L’economo Don Savio non era ben visto da certi alunni pel suo rigore nel mantenere la disciplina. Varie erano le sale dei refettori, e, un giorno, mentre assisteva nel refettorio grande ove sedevano a mensa più di trecento alunni, un pèzzo di pane venne a colpirlo nella schiena. Forse il proiettile era destinato a un compagno. Don Savio, prudente, non fece atto di sdegno, non si volse per osservare chi potesse essere quello screanzato, e per allora nulla disse: ma l’indomani, rinnovatosi lo stesso scherzo da una mano ignota, ne parlò a Don Bosco. Appariva evidente che erasi voluto recare sfregio alla sua persona, e alla sera Don Bosco rivolse alcune parole ai giovani, concludendo che chiunque si fosse ancor reso colpevole di simile insulto avrebbe dovuto allontanarsi immediatamente dall’Oratorio.
Il giorno dopo gli alunni erano schierati sotto i portici per andare a pranzo. L’economo stava osservando che fosse mantenuto il silenzio e dava ordine per la mossa delle squadre, quand’ecco un torso di cavolo colpirlo con impeto alla berretta. Egli si volge rapidamente e distingue il giovane Agostino che abbassa il braccio. Senz’altro lo fa entrare in una cameretta vicina e conduce gli altri in refettorio. Il giovanetto, confuso e piangente, protestava di aver voluto lanciare quel cavolo ad un compagno e di non aver avuto mai l’intenzione di colpire l’economo. Era egli molto vivace e talvolta sbadato; del resto di ottima condotta e di buona riuscita negli studi, nella sua classe di quinta ginnasiale. Per questo motivo il professore che lo amava, e qualche altro insegnante ed assistente, persuasi della sua innocenza, presero tosto le sue parti, e, fattolo subito uscire da quella stanza, senza riflettere all’affronto che facevano a un loro Superiore, lo condussero a pranzo, dichiarandosi pronti a sostenerlo con tutte le loro forze; e lo tennero con sè tutto il rimanente del giorno, non senza ammirazione della Comunità. Il cuore faceva velo alla ragione, e in tempo di cena questi insegnanti, che, per altri motivi l’avevano alquanto amara con l’economo, presero a biasimare altamente il suo contegno in quella circostanza, poiché senza udir ragione aveva punito un innocente. Gli animi erano scaldati e le parole poco misurate. Don Bosco taceva, e, dopo le orazioni della sera, annunciò che il mattino seguente il giovane Agostino sarebbe partito per il suo paese. Fu uno scoppio di folgore.
I giovani si ritirarono nei dormitori, e restò solo nel cortile e come sbalordito un piccolo crocchio di insegnanti, fra cui quelli che si erano dichiarati contro l’economo, e biasimavano le severe disposizioni del Superiore. Mormorarono per un pezzo, e finalmente un capo di laboratorio, con impegno inconsiderato, concluse: « Uno di noi vada da Don Bosco e gli dica francamente che, se quel giovane non ottiene grazia, noi abbandoneremo l’Oratorio.
— Non spingiamo la questione tanto avanti, — osservò il consigliere scolastico, che aveva udito questa minaccia: — io salgo da Don Bosco e spero che le cose si accomoderanno. — Erano le dieci e mezzo, e, trovato Don Bosco ancora a tavolino, gli espose il malcontento di certi confratelli, e pregò per un perdono immediato.
Don Bosco rispose: «La mancanza è certa; l’intenzione non la giudica altri che Dio. D’altra parte il lanciare quel torso di cavolo costituisce una infrazione alla Regola, sia perchè in quel tempo era intimato il silenzio, sia perchè nelle attuali circostanze un simile atto poteva essere causa di gravi disturbi, dopo i replicati avvisi. Tuttavia, nonostante la gravità del fatto, io avrei potuto trovare un ripiego per salvare il giovane che realmente è buono; ma voi, prendendone le difese, mi avete messo nell’impossibilità di in-
dietreggiare. Si sa dai chierici e dai giovani che voi avete preso partito contro Don Savio, e io non permetterò mai che l’autorità sia costretta a subire una simile pressione ».
Il Direttore degli studi ritornò verso le undici e un quarto fra i compagni, che l’aspettavano con ansietà, e disse loro: — Don Bosco è irremovibile.
Tutti si ritirarono nelle loro stanze pensando a qual partito dovessero appigliarsi. E, per loro fortuna, si appigliarono al migliore. Qualcuno disse sottovoce, e fra questi Enrico Bonetti: — Lasciare Don Bosco? Mai!
— Con Don Bosco fino alla morte! — rispose uno per tutti; e così fu.
Sul far dell’alba Agostino partiva.
Calmata la passione e posta a tacere la cosa, dopo qualche settimana Agostino, forse per consiglio avuto, scrisse da casa sua una lettera a Don Bosco, nella quale chiedevagli perdono del fallo che, per sbadataggine e involontariamente, aveva commesso. Don Savio, interrogato, intercedette per lui, che, ritornato nell’Oratorio, vi finì con lode gli studi.
Questo fatto fu per gli alunni una salutare lezione, poiché videro che Don Bosco, trattandosi dell’autorità, non badava a nessuno, e che anche un alunno dei più buoni, e sostenuto dai più influenti dell’Oratorio, non era riuscito a sottrarsi alle conseguenze di una disobbedienza (589).
Con questo significativo episodio diamo termine all’argomento della correzione e dei castighi. Dio voglia che, quando dovessimo anche noi trovarci nella necessità di ricorrere a questi mezzi disciplinari, lo sappiamo fare con la mente e col cuore di San Giovanni Bosco.

Capitolo VII. LA SCUOLA COME PALESTRA DI EDUCAZIONE
Premessa.
Dopo aver esaminata la disciplina e l’assistenza salesiana, come mezzi generali ed essenziali per educare secondo il sistema di Don Bosco, passiamo ora a esaminare alcune categorie più particolari di mezzi educativi, tra cui principalmente l’istruzione e l’esempio.
E li considereremo sempre alla luce della carità, nello spirito e nella forma in cui Don Bosco li ha escogitati e considerati, sia nella teoria che nella pratica. Anzi, proprio sotto quest’ultimo aspetto noi intendiamo esaminarli, quali risorse pedagogiche specificatamente salesiane. Ripeteremo anche a questo proposito quello che abbiamo detto altrove, e cioè che dell’istruzione e dell’esempio si servono e si servirono tutti gli educatori, ma che la specialità di Don Bosco precisamente consiste nell’averli concepiti e praticati in quel modo suo proprio, che tramandò poi ai suoi figli nel Sistema Preventivo.

1. Come Don Bosco usava l’istruzione ai fini educativi.
Ogni attività umana suppone la conoscenza. In particolare poi la coscienza morale e religiosa non può agire, e anzi neppur esistere, là dove mancano le dovute cognizioni. Non si può volere nè compiere il bene che non si conosce, poiché la volontà dev’essere illuminata dall’intelletto. Quindi l’educatore deve impegnarsi ad aiutare i giovanetti , ad arricchirsi di sane ed utili cognizioni, specialmente morali e religiose.
Don Bosco praticò l’istruzione nei modi più diversi, taluni generali, altri suoi propri e particolari. Anzitutto si servì dell’istruzione verbale, personale, fatta in privato ed in pubblico. A questa forma appartengono principalmente le prediche e istruzioni religiose tenute in chiesa; le conferenze fatte ai giovani, a tutti insieme oppure per gruppi, secondo l’età e le condizioni loro; e le cosiddette Buone Notti o sermoncini della sera.
Molto dovremmo dire delle sue prediche od istruzioni religiose. Le sue doti di predicare sodo, e, al tempo stesso, semplice e popolare, e il fascino della sua santità, facevano sì che le sue prediche e le sue istruzioni fossero desiderate non solo dai giovani, ma da ogni categoria di persone. Per ciò stesso erano innumerevoli le richieste che gli venivano fatte da ogni parte perchè si recasse in città o paesi a predicare missioni, esercizi spirituali, panegirici ed istruzioni morali. Egli però, per quanto poteva, cercava di liberarsene, perchè, come fu già detto, era profondamente persuaso che la missione affidatagli da Dio era specialmente quella di occuparsi della gioventù.
Che dire poi delle innumerevoli conferenze fatte ai Salesiani e ai giovani? Il suo linguaggio era sempre persuasivo, ricco di aneddoti. Soprattutto sapeva, in ogni caso, dare ai differenti gruppi quell’indirizzo, quelle norme, quei consigli pratici, che maggiormente giovassero al bene loro.
Ma una parola speciale va detta sopra i sermoncini della sera. Molto si è parlato di questa forma d’istruzione, che viene considerata come una creazione geniale e caratteristica di Don Bosco. Taluni pensano che l’origine della Buona Notte di Don Bosco sia da ricercarsi nel primo colloquio veramente materno che Mamma Margherita rivolse ai primi ricoverati, prima di mandarli a riposo: e certamente si tratta di una bellissima manifestazione dello spirito di famiglia, come vedremo. Altri vollero paragonare la Buona Notte a una semplice predichetta religiosa rivolta ai giovani prima che vadano a prendere riposo. Chi conosce l’indole e il significato intimo della Buona Notte salesiana sa che essa è cosa ben diversa da una predichetta, come pure da semplici avvisi o ammonimenti dati dai Superiori a collegiali in determinate occasioni.
Storicamente, lo stesso Don Bosco scrisse come e perchè incominciò a darla nel 1848: « Non avendosi ancora i laboratori nell’istituto, i nostri allievi andavano a lavorare e a scuola in Torino, con grande scapito della moralità, perciocché i compagni che incontravano, i discorsi che udivano, e quello che vedevano, facevano tornare frustraneo quanto loro si faceva e si diceva nell’Oratorio. Fu allora che ho cominciato a fare un brevissimo sermoncino alla sera dopo le orazioni collo scopo di esporre o confermare qualche verità che per avventura fosse stata contraddetta nel corso della giornata» (590).
Nel suo discorsetto che durava da due a tre minuti, esponeva ora un punto di dottrina, ora una verità morale, e ciò col mezzo di qualche apologo, che i giovani ascoltavano col massimo piacere. Soprattutto egli mirava a premunirli contro le insane opinioni del giorno, e contro gli errori dei protestanti, che serpeggiavano per Torino. Talora per meglio attirare la loro attenzione e per scolpire più profondamente nell’animo una buona massima, egli raccontava loro un fatto edificante avvenuto nel giorno, o tolto dalla storia o dalla vita di un santo. Altre volte proponeva un quesito da risolvere, od una domanda a cui dare adeguata risposta. Per lo più egli lasciava alcuni giorni per rispondere. La risposta facevasi sempre sopra un bigliettino portante il nome e cognome dell’autore, ed un premiuccio toccava a chi dava nel segno. In questa guisa faceva pensare, e intanto apriva la via a se stesso a sviluppare le più utili verità, che non si dimenticavano più (591).
Pedagogicamente, la Buona Notte è l’espressione più significativa, eloquente e simpatica di quello spirito di famiglia che, come abbiamo visto, è una delle più spiccate caratteristiche della vita salesiana.
La Buona Notte c il riflesso di una bontà paterna soavissima. È il padre, che, quando vede raccolti attorno a sè i suoi cari figliuoli, nel momento più tranquillo e suggestivo, al termine di una giornata intensamente vissuta, rivolge loro, prima ch’essi vadano a riposo, una parola affettuosa in un’atmosfera di silenzio e di esuberante spirito familiare.
Appunto perchè essa è espressione dello spirito di famiglia, il tema generalmente trattato riguarda particolari avvenimenti del giorno, con un leggero commento che serva d’istruzione e magari di preparazione a ciò che dovrà farsi nel dì seguente, ricavandone dall’esame dei c,+Qc,“ si, insegnamenti salutari, che incoraggiano gli animi, allora si ben disposti, ad evitare disordini e pericoli. Altre volte prende le mosse già passati, ma dei quali si continua a dentro e fuori di Casa, fatti che meritano rilievo o un giudizio meglio ponderato, oppure una rettifica o una messa a punto nej quadro della vita, della storia e della moralità cristiana. Non poche poi sono le Buone Notti che contengono un’esortazione o un orientamento efficace su qualche punto della vita spirituale. Insomma la Buona Notte è la parola paterna e autorevole del Direttore, il quale deve essere considerato non solo come il buon padre di famiglia, ma l’educatore per eccellenza della casa salesiana.
Può anche avvenire che talvolta argomento della Buona Notte sia un abuso, una mancanza, un difetto morale. Il Direttore in questo caso, anziché dare alla Buona Notte il tono di rimprovero, saprà servirsi di un esempio, di un apologo, come sapientemente faceva appunto Don Bosco, allo scopo di far capire le cose senza lasciare amarezza nei cuori. Si avverta che questa è una delle caratteristiche della Buona Notte. I giovani sono sul punto di recarsi a prender riposo; può anche darsi che, nel corso della giornata, alcuni di essi siano stati turbati da insuccessi nella scuola o nel lavoro, oppure siano cadqti in qualche mancanza frutto della loro leggerezza. Ora la Buona Notte dev’essere come una rugiada soave che scende sugli animi, la parola buona che a tutti ridona la calma e la serenità.
Solo in rarissime occasioni e per motivi eccezionali Don Bosco disse nel sermoncino della sera il suo disgusto per qualche colpevole atteggiamento dei giovani o la sua riprovazione di mancanze commesse. Ma anche allora la sua parola, grave e severa, era vivificata da un sentimento di affetto verso i giovani stessi, lasciando capire che quel suo rimprovero era per richiamarli al dovere e non già per amareggiarne il cuore. Sicché i giovani ne rimanevano scossi: e quella tanto inusitata severità, anziché chiudere i loro cuori, li apriva alla fiducia, al ravvedimento, al desiderio di ottenere, con una condotta migliore, il perdono.
Affinchè poi la Buona Notte fosse veramente paterna, e aderente alla vita dell’Istituto, Don Bosco lasciava queste norme: « Ogni sera, dopo le ordinarie preghiere e prima che gli alunni vadano a riposo, il Direttore, o chi per esso, indirizzi alcune affettuose parole in pubblico, dando qualche avviso o consiglio attorno alle cose da farsi, o da evitarsi, e studi di ricavare le massime da fatti avvenuti in giornata nell’istituto o fuori; ma che il suo sermone; non oltrepassi mai due o tre minuti. Questa è la chiave della moralità, del buon andamento della casa e del buon successo dell’educa-zione » (Regolarli., 96) (592). Moltissimo, se non tutto, dipende eia questo (593). Lì si taglia la radice dei disordini prima ancora che nascano (594). In eletto sermoncino, « poche parole: una sola idea eli maggiore importanza, ma che faccia impressione, sicché i giovani vaelano a dormire ben compresi della verità che è stata loro esposta » (595). E il Direttore parli regolarmente lui (596); non ceda´ad altri questo suo dovere, a meno che non sia assolutamente impedito (597).
Oltre all’istruzione impartita nei modi finora indicati, vi sono anche gli avvisi dati agli alunni in generale nello studio, nella chiesa, nelle camerate, secondo le circostanze: avvisi comunicati a seconda dei casi, dal Prefetto, dal Catechista, dal Consigliere professionale, scolastico, agricolo, a volte anche dal Direttore, ma sempre in modo paterno; e, più raramente, dagli Assistenti.
Vi sono- poi i colloqui privati. Questi avvengono talvolta, e specialmente per i più grandicelli, a tu per tu, nell’ufficio del Direttore. Son colloqui destinati a qualche paterna ammonizione, ma non poche volte per aiutare il giovane a migliorarsi sempre più e ad orientarsi verso quella mèta che costituirà poi la sua vocazione. All’Oratorio di Valdocco fu tradizione costante che nel proprio ufficio, solo il Direttore tenesse colloqui privati con i giovani: e anche il Prefetto, quando avesse dovuto intervenire. Invece il Catechista generalmente chiamava gli alunni, ai quali credeva necessario dire una buona parola, durante la ricreazione, in cortile, o sotto i portici: altrettanto faceva il Consigliere Scolastico, il quale talvolta riceveva i giovani anche in una scuola a porte aperte.
Tali colloqui privati, se talvolta dovevano a-vere il tono della correzione, contenevano però sempre anche una buona parola che istruiva l’alunno sui doveri ed esortava a migliorare la propria condotta pel bene suo, e a conforto della famiglia e dei superiori. È evidente che simili colloqui, vivificati dai sentimenti suindicati, abbiano una forza formativa più grande sull’animo degli educandi, perchè più particolarmente adatti alle loro condizioni personali, al loro carattere, ai loro difetti e passioni, e perciò direttamente interessanti la loro vita.
Abbiamo già accennato alle cosiddette « paroline all’orecchio », che Don Bosco rivolgeva talvolta agli alunni in tempo di ricreazione. Qui crediamo doveroso indicare che la loro efficacia, così potente, doveva certamente derivare dai suoi doni straordinari e dai carismi speciali con cui Iddio aveva arricchito Don Bosco. Dette parole, non solo manifestavano la più tenera paternità, ma mettevano in evidenza la santità di colui che le proferiva. Perciò pensiamo che non tutti e non sempre si sentiranno in animo di pienamente imitare anche in questo il grande Educatore. Eppure questo rappresenta una parte di quella « azione diretta » sempre indispensabile nell’educazione e di cui oggi si riconosce tanto l’importanza.
Dopo aver segnalato la forza educatrice della parola di Don Bosco, viva e penetrante, è bene mettere in rilievo anche la singolare efficacia pedagogica dei suoi scritti. L’istruzione in quest’ultimo caso ha spesso maggior valore e consistenza, giacché le parole scritte hanno il vantaggio di rimanere, mentre quelle orali facilmente svaniscono e si perdono.
Don Bosco si valse in maniera straordinaria della parola scritta.
E qui è doveroso ricordare i libri che egli sapeva scegliere con accortezza e distribuire con prudente zelo ai suoi giovani per la lettura privata, e per la lettura comune in chiesa, in dormitorio, in refettorio; i libri scelti e raccolti nelle bibliotechine della casa; i libri, soprattutto, scritti da lui espressamente per loro: ed è universalmente noto come egli avesse saputo divenire fecondo compositore di libri e librettini per la gioventù, scritti con parola piana e alla portata di tutti, attraenti e al tempo stesso con stile forbito e con purezza di linguaggio.
Son poi innumerevoli gli altri scritti, foglietti, pagine, che contenevano avvisi, consigli e fioretti spirituali, dati ai giovani da praticare in tridui, novene, mesi speciali. Affissi a volte in quadretti esposti nei luoghi più frequentati, richiamavano la nota e soavissima voce del Padre.
Altra categoria di scritti, dei quali si valse genialmente Don Bosco, mosso soprattutto da profondo spirito educativo, sono le iscrizioni murali. Molte di esse si possono vedere ancora oggi nell’Oratorio, nella parte più alta delle arcate dei portici primitivi, oppure nelle camere o in altri luoghi. 11 santo giovanetto Domenico Savio, la prima volta che entrò nella cameretta di Don Bosco, rimase appunto profondamente colpito da una di queste iscrizioni. Esse, anche durante le ricreazioni, oppure in luoghi diversi, richiamavano alla mente dei giovani un buon pensiero che poteva riuscire fecondo di riflessioni e propositi.
Che dire poi delle parole scritte da Don Bosco nelle lettere indirizzate ai suoi alunni, anche quando si trovavano molto lontani? Anzitutto gli alunni si persuadevano che Don Bosco veramente li amava, perchè in lui era sempre vivo il loro ricordo. Inoltre gli avvisi e consigli che loro dava in quelle lettere rispondevano precisamente ai loro bisogni fisici, intellettuali e morali, perchè Don Bosco aveva sempre presente la loro formazione e il loro bene. Le lettere poi indirizzate agli alunni di diversi istituti racchiudevano veri tesori di sapienza educativa. Quando verrà pubblicato il voluminoso epistolario compilato a cura del nostro Don Ceria, tutti avranno modo di persuadersi quanto fosse vivo, fecondo, incessante lo zelo formativo di Don Bosco, e come il cuore del padre sapesse riversarsi in quello dei figli, facendone vibrare le fibre più delicate, per la conoscenza personale che egli aveva dei suoi alunni.
Non meno delle lettere, corrispondevano ai fini indicati i bigliettini che Don Bosco scriveva agli alunni, rispondendo brevemente a una consultazione, sciogliendo un dubbio, esaminando una richiesta. Erano biglietti brevi, insinuanti, persuasivi, scritti su puliti ritagli di carta. Talvolta egli stesso si recava a collocarli sotto il guanciale degli alunni, affinchè essi lo potessero leggere con più calma di spirito.
Gli alunni erano persuasi che quelle brevi parole, contenessero o no illustrazioni celesti, erano sempre l’espressione, non solo dell’autorità di Don Bosco, ma soprattutto della sua grande santità e immensa carità.
2. La scuola.
a) Funzione educativa della scuoi a.
Don Bosco era convinto che, tra i mezzi di educazione, la scuola è certamente uno dei più importanti, essendo la più copiosa fonte dell’istruzione. Ma era pure persuaso che la scuola non esaurisce per nulla tutta l’opera dell’educazione, come sembrerebbe oggi ancora ad alcuni pedagogisti i quali sopravvalutano la potenza della scuola, come se essa fosse la sorgente e il mezzo più efficace di educazione. Fin dal secolo scorso non mancarono uomini eminenti, come il Lacordaire ed altri, che minacciavano funeste conseguenze agli Stati nei quali l’istruzione fosse a scapito dell’educazione.
L’istruzione infatti opera direttamente sull’intelletto, mentre il lavoro educativo agisce particolarmente sulla volontà. L’istruzione farà degli uomini colti, ma solo l’educazione può renderli e conservarli onesti. L’istruzione è mezzo e condizione dell’educazione, la quale è il fine. Un progresso intellettuale al quale non andasse parallelamente unito un progresso morale e religioso, resterebbe vano e diverrebbe fonte di orgoglio, d’insubordinazione, di egoismo, fino a costituire un vero pericolo per la società. Non mancò chi affermasse che una istruzione non educatrice è peggiore dell’ignoranza, e un semenzaio per le carceri. Le ultime funestissime guerre sono venute a dimostrarci che la scienza, con il suo imponente progresso, non è capace di governare i destini del mondo: solo l’educazione, la quale non può essere mai disgiunta dalla moralità e dalla Religione, renderà gli uomini galantuomini.
Questa distinzione e subordinazione della istruzione all’educazione fu raccomandata sempre, anche dopo la morte di Don Bosco, da coloro che la appresero da lui e ne continuarono la missione. Lasciò scritto Don Cerruti: « L’istruzione è via alla educazione; quella si indirizza all’intelligenza ed ha ragione di mezzo; questa, alla volontà ed ha ragione di fine. È dunque l’istruzione — conclude — l’ausiliaria dell’educazione con cui coopera in certo modo, o meglio, con cui deve cooperare a preparar la via al conseguimento del suo fine» (598).
Queste idee, i primi Salesiani le avevano apprese alla scuola di Don Bosco, il quale mentre ebbe, come si disse, in alta stima l’istruzione, fu però sempre persuaso che essa a nulla gioverebbe senza l’educazione, anzi l’ostacolerebbe. « 1 parenti, — egli diceva, — affidano i loro figliuoli agli Istituti Religiosi con l’intenzione che siano istruiti nella letteratura, nelle scienze, nelle arti e nei mestieri: ma il Signore ce li manda affinchè noi c’interessiamo delle loro anime ed essi vi trovino la via dell’eterna salute. Perciò tutto il resto deve da noi considerarsi come mezzo; e il nostro fine supremo, farli buoni, salvarli eternamente » (599). I maestri pertanto «si ricordino che la scuola non è che un mezzo per far del bene. Essi sono come parroci nella parrocchia o missionari nel campo dell’apostolato. Quindi di quando in quando devono far risaltare la verità cristiana, parlare dei doveri verso Dio, dei Sacramenti, della divozione alla Madonna; insomma le loro lezioni siano cristiane, e siano franchi e amorevoli nell’esortare gli allievi ad essere buoni cristiani. È questo il gran segreto per affezionarsi la gioventù ed acquistarsi tutta la confidenza. Chi ha vergogna di esortare alla Pietà è indegno di essere maestro, e i giovani lo disprezzano ed egli non riuscirà che a guastare i cuori che la Divina Provvidenza gli ha affidati» (600).
Don Bosco non negò mai l’importanza che la scuola occupa nella vita del giovane. Ma egli la intese e volle costantemente educativa, anche per la forza stessa che l’idea ha sull’azione, e la conoscenza sulla volontà. La scuola considerata sotto questa luce, partecipa della natura dei due grandi mezzi di educazione, dei quali abbiamo parlato: l’istruzione e l’esempio, la parola e Fazione. Don Bosco avendo sempre in vista tali nobili sentimenti, seppe servirsi, personalmente e per mezzo dei suoi collaboratori, della scuola in tutti i rami dello scibile, pel bene degli alunni.
Parlando dei rami dello scibile, dobbiamo dire che egli avrebbe voluto una scuola nella quale non si studiassero troppe cose, ma si studiassero bene e profondamente le necessarie. Oggi si dà, vorremmo dire, uno sviluppo esagerato a ciò che potrebbe piuttosto chiamarsi soddisfazione della curiosità: è certo che, chi approfondisce poche materie, riesce a conoscerle di più e a servirsene meglio.
Soprattutto poi ripeteva che l’istruzione senza la Religione non sarebbe mai riuscita formativa. Nel suo Regolamento stabilisce che, una volta per settimana, nella scuola di lingua latina, si faccia una lezione sopra un testo latino di autore cristiano (Regolam206) (601). Il maestro inoltre, egli dice, « dai classici sacri e profani avrà cura di trarre le conseguenze morali quando l’oppor-tunità della materia ne porge occasione, ma senza ricercatezza » (602).
Nella tradizione salesiana una delle massime più fedelmente praticate fu ed è quella di far passare Iddio nel cuore dei giovani, non solo per la porta della chiesa, ma anche per quella della scuola e dell´officina (603). Era questa la mèta che Don Bosco voleva si raggiungesse col lavoro educativo: collocare Dio nel cuore dei giovani.
Don Cerruti, fedele continuatore delle tradizioni di Don Bosco, ribadiva moltissimo questi concetti, come pure insisteva sopra la lettura e la spiegazione degli autori cristiani, indicandone anche diffusamente la modalità. Il suo prezioso Ricordino Educativo Didattico merita di essere conosciuto perchè serve a farci capire sempre meglio il pensiero di Don Bosco (604).
« Ogni insegnante, — diceva Don Bosco, — non deve dimenticare che è un maestro cristiano » (605); perciò « la vigilia delle feste, ne dia un brevissimo annunzio colla esortazione alla Comunione, sul finir della scuola del pomeriggio. Grande è l’influenza che ha la parola del maestro sugli scolari, quando è da essi amato» (606). I nostri Regolamenti espressamente raccomandano la breve esortazione agli alunni, perchè celebrino devotamente le novene e le feste (Regolavi., 206) (607).
Insomma, nel suo grande amore per la salvezza dei giovani, Don Bosco voleva anzitutto la scuola come strumento distruzione e di formazione religiosa. Alla Religione infatti erano riservate alcune ore del programma. D’altronde fu questa la prima disciplina che egli insegnò nel suo Oratorio e che oggi ancora, giusta il suo desiderio, conserva e deve conservare, nei nostri istituti, il posto più importante e onorifico. E detta scuola di Religione egli volle nei corsi elementare, ginnasiale e liceale, ed anche per gli alunni artigiani e agricoltori. Nella storia della Pedagogia, almeno in Italia ed in Piemonte, egli è meritevole di menzione speciale per questa sua opera, domenicale e quaresimale, a favore dei giovani più poveri e derelitti e delle classi operaie.
Spiegando la strenna dell’anno centenario 1941, abbiamo messa in chiara luce, e diffusamente, l’opera svolta dal Santo per l’insegnamento catechistico: riputiamo superfluo ripetere qui le cose ivi dette (608).
b) Scuola cristiana.
Il sistema educativo di Don Bosco si basa sulla religione, oltre che sulla ragione e sull’amorevolezza. Orbene la religione esige che l’educatore cerchi d’improntare ai princìpi del Vangelo l’istruzione che dà all’allievo. Pertanto, nel pensiero di Don Bosco, la scuola che non è cristiana, deve considerarsi anticristiana.
Parlare di scuola neutra è voler ingannar la gente. In pratica si è visto ormai dappertutto, e oggi c comprovato da tragiche esperienze, che la neutralità altro non è che menzogna e settarismo, mentre con ragione fu detto che la scienza senza la religione è come un libro a cui sia stato tolto il principio e la fine.
Abbiamo visto come Don Bosco esigesse che il pensiero religioso fosse fatto presente ai giovani, non solo nella scuola di Catechismo, ma, con prudenza, discrezione e sano accorgimento, anche in tutte le altre materie. Non può un maestro o professore salesiano insegnare la grammatica, la lingua greca, la storia, le scienze naturali e fisiche, come le insegnerebbe un professore incredulo o indifferente. Ogni scienza racchiude un sistema di verità, ogni verità deriva sempre dalla Verità somma, che è Dio. L abilità del professore sta appunto nel saper risalire dalle verità letterarie e scientifiche alla Fonte stessa della verità, per riceverne quella luce rischiaratrice che forma e irrobustisce l’intelligenza.
I raggi dell’istruzione Don Bosco li voleva convergenti tutti al nobile scopo di eccitare e nutrire la pietà e, con essa, la moralità. Non deve un figlio di Don Bosco, pur ripudiando come errore la scuola neutra, farsi in certo modo praticamente fautore di essa, spogliando l’istruzione di quella Ilice che, mentre impedisce l’atrofia del cuore, favorisce la stessa scienza umana.
c) L’ambiente della scuola.
Essendo la scuola uno dei mezzi più importanti di formazione e di educazione, l’impegno di ciascun Salesiano, di ciascuna Figlia di Maria Ausiliatrice, dev’essere rivolto a perfezionare le proprie scuole; a renderle possibilmente le migliori, le più attraenti, le meglio attrezzate, sia dal punto di vista dell’ambiente scolastico, sia da quello del personale insegnante.
Don Bosco desiderava camminare coi tempi. Considerando le costruzioni da lui fatte in epoche diverse .si scorge che in tutte vi era sempre qualche progresso. Ai nostri giorni gli edifìci scolastici, e le aule in particolare, dopo lungo studio di esperienza, furono notevolmente migliorate e rese sempre più adatte alle condizioni di clima, di ventilazione, di tranquillità, di assenza di pericoli e di rumori. I miglioramenti sono inoltre dovuti alle aumentate esigenze circa il numero degli allievi, la cubatura d’aria, le possibilità di aerazione, di riscaldamento, di mobilio adatto ed igienico, specialmente per i banchi e i deschetti. Così pure sono oggi assai più numerosi i sussidi didattici, quali i quadri murali, i cartelloni, le bibliotechine, le proiezioni fìsse e mobili, la radio e via dicendo.
Don Bosco naturalmente si servì dei mezzi che eranvi ai suoi tempi. Egli però, pur apprezzando i progressi ambientali e sussidiari, era persuaso che essi costituiscono come il corpo della scuola. A lui premeva soprattutto quello che ne è l’a-nima. E nel suo pensiero, l’anima della scuola è l’educatore, il maestro, il professore ben formati, dotati dei titoli necessari, e soprattutto forniti di ricca attrezzatura non solo intellettuale e scientifica, ma anche pedagogica e didattica. Don Bosco ricordava spesso ai suoi collaboratori che, se dovevano esser sempre animati dalla più squisita carità, dovevano al tempo stesso aver presente che erano obbligati a impartire ai loro allievi istruzione ed educazione anche a titolo di giustizia. Sapeva che le famiglie affidavano a lui i loro figliuoli perchè li educasse con il suo sistema: così si spiegano le sue insistenze mai interrotte per illuminare, guidare, incoraggiare i suoi maestri a compiere nel modo migliore la loro alta missione giusta le sue norme pedagogiche.
d) La scuola in azione.
1) Don Bosco, maestro modello.
Come Don Bosco fu catechista nato, così possiamo dire che egli del maestro abbia avuto ia vocazione e le doti in grado eminente: zelo per le anime dei giovanetti, purezza e santità di vita, memoria prodigiosa, ingegno perspicace, cultura non comune, estro inventivo e spirito di iniziativa. Ebbe poi, in rara misura, attitudine sorprendente a rendersi interessante, chiarezza e semplicità di parola, abilità nel colpire i sensi e l’immaginazione, inesauribile facilità nella creazione di esempi e similitudini, e poi il gran dono di farsi amare. Scrive Don Lemoyne che « le sue parole attraenti, le sue maniere affettuose, tutto candore e semplicità, lo rendevano padrone del cuore degli scolari. Era sempre una festa la sua apparizione in una scuola » (609).
Giovane studente e poi seminarista a Chieri, ripeteva le lezioni di scuola ai membri della Società dell’Allegria ed ai giovani che si recavano a visitarlo tutti i giovedì in seminario; insegnò i primi rudimenti di latino al sacrestano del duomo, spianandogli la via del sacerdozio: faceva da ripetitore di latino e di greco specialmente durante le vacanze, dopo i vari corsi di filosofia e di teologia, con vera passione e bravura. Divenuto sacerdote e chiamato da Dio a fondare l’opera degli Oratori festivi, istituì subito le scuole serali per gli adulti e artigiani, attirando ben presto col suo metodo d’insegnamento l’attenzione della cittadinanza. Giova ricordare che la sua Storia d´Italia, ed il Sistema Metrico Decimale furono gioielli di pedagogia e di didattica. In seguito diede a ogni genere di scuola quel potente impulso che anima ancora adesso tutte le scuole salesiane.
Le caratteristiche del suo insegnamento risultino dalla sua prassi e dalla esposizione delle norme didattiche che egli impartiva, non solamente per la scuola di Religione, ma per qualsiasi altro insegnamento, incominciando dalla preparazione remota e prossima alla scuola.

2) Preparazione remota.
Vedremo più diffusamente ciò che Don Bosco fece per la preparazione remota dei suoi professori, dotandoli non solo dei titoli richiesti, ma anche di scienza e pratica didattica.
I titoli scolastici, oltreché rappresentare un riconoscimento ufficiale della scienza del maestro e delle sue attitudini all’insegnamento, servono ad accrescere la stima per l’istituto da parte delle autorità scolastiche, delle famiglie e degli allievi.
Essendo presupposto indispensabile di ogni attività scolastica la scienza dell’insegnante, questi deve persuadersi che la sua competenza deve riguardare anzitutto la materia propria del suo insegnamento, ma poi anche le materie accessorie, direttamente o indirettamente connesse con quella principale.
A Don Bosco premeva inoltre che gli scolari avessero quasi l’impressione che il loro maestro sapesse di tutto e fosse sempre pronto a dare soddisfazione alle loro domande, in scuola o fuori di essa. Gran parte dell’ascendente che egli godeva anche in ambienti colti era dovuto alla sua vasta e profonda erudizione. Sugli inizi dell’Oratorio, costretto a mandare i suoi giovani a scuola in città, li seguiva, e durante le ore di scuola e durante gli esami. Andava a visitare gli esaminatori, i quali spontaneamente gli facevano vedere i lavori dei suoi giovani. Don Bosco leggeva attentamente, esaminava le correzioni, difendeva certe improprietà che erano giudicate errori. Ciò faceva con tanta competenza, da farsi ammirare da quei professori, i quali esclamavano che mai si sarebbero immaginati, in Don Bosco, tanta profondità e varietà di cognizioni nella letteratura latina (610).
I giovani poi, durante le ricreazioni, gli facevano un mucchio di domande di indole scientifica, corredandole con una infinità di perchè. Don Bosco sapeva quasi sempre rispondere con franchezza e con precisione. A questo modo essi eransi formato un concetto altissimo della sua scienza, che, nella loro ingenuità, consideravano quasi inarrivabile. E questo per Don Bosco era un mezzo potente per imporsi paternamente a tutti. Egli si era fatta una legge di non ignorare veruna di quelle cognizioni che i suoi giovani possedevano, oppure che dovevano avere o avrebbero necessariamente acquistate. Era un nuovo o continuo studio, al quale solo poteva attendere chi aveva, come lui, una meravigliosa memoria (611).
A chi gli chiese una volta quali fossero le doli necessarie a un Direttore per reggere bene un collegio, Don Bosco diede questa risposta: « È necessario che un Direttore abbia piena influenza sui giovani e per averla bisogna: 1) che sia stimato santo; 2) che i giovani sappiano di essere amati; 3) che sia reputato dotto in ogni ramo di scienza, specialmente in quelle cose che interessano gli alunni. Se interrogato non sa rispondere, dica al giovane: — Ora non ho tempo, domani ti darò la risposta. — E bisogna che abbia pazienza e si istruisca su quel punto per poter rispondere con precisione » (612).
3) Preparazione prossima.
Dovendo ora penetrare più addentro nello spirito della scuola, così come la concepiva Don Bosco, notiamo che le molteplici norme, che qui riportiamo, sono tolte dai nostri Regolamenti e dall’antico Regolamento per le scuole Elementari diurne e serali, che Don Bosco stesso era venuto elaborando a poco a poco in ben sedici anni di esperienza, e che doveva servire di norma per le scuole di tutti i futuri Oratori Festivi (613).
Per la preparazione prossima, egli raccomandava anzitutto che il maestro « procuri di andare preparato sulla materia delle lezioni, poiché ciò servirà molto per far comprendere le difficoltà dei temi e la scuola tornerà di minor fatica allo stesso maestro » (614). Lo ricalcano anche i Regolamenti, i quali aggiungono : « Distribuisca la materia mese per mese » (Regolam., 206). Don Bosco vuole inoltre che, al principio dell’anno, i maestri presentino al Direttore una sommaria distribuzione della materia da insegnare e che, sopra l’esecuzione di tale programma, ci sia controllo, mese per mese, allo scopo di vedere e di notare quali siano le principali difficoltà incontrate dagli allievi. Questa preparazione deve riferirsi, oltre che alla quantità della materia, anche al modo di insegnarla tenuto conto del testo, del programma, e delle condizioni degli alunni: l’ordine e la precisione facilitano la comprensione di qualsiasi argomento.
All’inizio dell’anno poi, detta preparazione deve riguardare anche la scelta dei libri di testo, nella quale va osservato quanto stabiliscono i Regolamenti: « Nella trattazione delle materie d’insegnamento e nella scelta dei libri di testo, pur uniformandosi ai programmi prescritti dallo Stato, si seguano, per quanto è possibile, i criteri, i metodi e le indicazioni che suggerirà il Consigliere Scolastico della nostra Società. Si dia la preferenza ai libri di testo di edizione salesiana e, se questi mancano, si adottino altri tecnica-mente ben fatti e moralmente sicuri» Re galani., 136, 137). Fu già detto che, per salvaguardare la moralità, Don Bosco esigeva che, nello studio degli autori classici, tanto latini quanto italiani, che fossero pericolosi per la fede e per i costumi, si adoprassero sempre testi debitamente purgati, compresi i vocabolari di qualsiasi lingua usata dagli allievi (615). E insisteva che si vegliasse sopra le letture dei cattivi libri, si raccomandassero e nominassero « gli autori che si possono leggere e ritenere senza che la religione e la moralità sieno compromesse » (616). Avvertiva inoltre i professori che si guardassero bene dal citare autori cattivi, e specialmente dal farne elogio in quanto alla lingua o ad altri pregi (617).
Con questo Don Bosco voleva che la preparazione alla scuola si estendesse anche alla scelta dei libri di lettura, e più particolarmente a quelli che si leggono in classe, i quali debbono servire a completare e integrare l’insegnamento della scuola.
Concludendo, la preparazione prossima non deve mancare mai. Se si osserva bene, la lezione più proficua è quella che è stata meglio preparata. Essa deve essere tanto più diligente, quanto più alto è il soggetto che si vuol trattare o la materia che si vuol insegnare. Da un educatore od insegnante cristiano si esige perciò la massima preparazione per l’insegnamento della Religione, il quale è, senza dubbio, il più diffìcile, oltre che il più importante, perchè si aggira nel campo delle realtà soprannaturali.
Don Bosco faceva capire che sarebbe stata vera presunzione, anzi ingiustizia, voler fare la scuola senza la richiesta preparazione. La nostra scuola finirebbe per cadere nel disprezzo degli scolari, i quali non ne caverebbero quel profitto che, nel mandarceli, si aspettano i loro genitori. Tutti coloro, pertanto, i quali prestano la loro opera di insegnanti ai nostri giovani, sentano la responsabilità che pesa sulla loro coscienza, davanti alle famiglie, davanti alla società, e davanti ai loro stessi alunni, i quali, il più delle volte, proprio nella scuola, gettano le basi del loro avvenire.
Non senza ragione, nel giorno dell’Esercizio mensile di Buona Morte, i figli di Don Bosco vengono invitati a riflettere sul modo col quale si sono preparati alla scuola. Ricordiamoci spesso che siamo una Congregazione di insegnanti, e di insegnanti salesiani; e che, appunto per questo, tante famiglie mandano a noi i loro figliuoli, affinchè li educhiamo in modo conforme all’alto concetto che esse hanno della educazione impartita secondo i dettami di Don Bosco.
4) Puntualità, ordine e pulizia.
I nostri Regolamenti, che conservano le tradizioni di Don Bosco, stabiliscono: « Oltre i doveri annunciati agli articoli 136 e seguenti, i maestri di scuola e capi d’arte hanno pure quelli di essere puntuali a trovarsi nella scuola o laboratorio al momento dell’entrata degli alunni per farvi osservare l’ordine e il silenzio, di notificare tosto al Consigliere i nomi degli assenti e di provvedere alla necessaria assistenza qualora dovessero allontanarsi per qualche motivo » (Regolam205).
« Siate i primi a trovarvi nella scuola e gli ultimi ad uscire » raccomandava Don Bosco (618).
II maestro poi, « tenga la decuria in modo da poterla presentare ogni giorno a chi ne facesse domanda, e nel caso che qualche persona autorevole visitasse le scuole » (619). « Tenga in ordine i suoi registri » (Regolam., 206).
« Raccomandi nettezza nei quaderni, regolarità e perfezione nella calligrafia; pulitezza nei libri e sulle pagine, che si devono presentare al maestro » (620). Insomma vegli a tutta possa perchè i giovani si tengano puliti e facciano in modo che il sudiciume sia bandito dalla scuola. Degno di nota è pure questo consiglio di Don Bosco: « Al principio dell’anno scolastico i maestri diano ai giovani la traccia di una lettera da scriversi ai parenti esprimendo il loro affetto, domandando scusa delle mancanze fatte a casa, promettendo di farsi buoni e di studiare. È questo un primo segno della buona educazione che incominciano a ricevere e praticare » (621).
5) La disciplina nella scuola.
Ma a poco gioverebbe l’osservanza delle norme didattiche, se nella scuola poi la disciplina lasciasse a desiderare. Quanto insisteva Don Bosco perchè essa fosse seria e prudente in classe, e costantemente mantenuta dal principio al termine della scuola! Udiamo il nostro Padre: « I maestri sono responsabili di tutto ciò che avviene nella scuola. Usino massima sorveglianza per impedire qualsiasi commercio fra interni ed esterni: prudenza somma nel distribuire i posti; solerzia grande nello scoprire i segreti degli alunni, onde impedire perfin l’ombra di qualunque specie di immoralità (622). Si facciano tener sempre le mani sul banco; non si lascino mai soli; e quando uno ha finito la lezione, se chi deve succedere non c pronto, abbia pazienza e non abbandoni la classe » (623).
« Niuna parzialità! (624). Si dimostri grande stima ed affezione per tutti gli allievi (625). Non si usino preferenze nemmeno coi più buoni. Principalmente fuori di scuola, si trattino tutti egualmente (626). I maestri amino tutti egualmente i loro allievi; incoraggino tutti, non disprezzino nessuno » (627).
Gran cautela nelle lodi. « I migliori della scuola si insuperbiscono se sono lodati e certi ingegni piccoli si avviliscono, e non potendo raggiungere i primi, odiano il maestro dicendo che non li cura troppo. A costoro piuttosto un po’ di elogio moderato » (628).
« Niuna animosità. Avvisi e biasimi se è il caso; ma perdoni facilmente (629). Soprattutto poi gli insegnanti non si permettano espressioni insultanti o di rimprovero a tutti gli allievi. Queste riprensioni generali sono un grave errore che semina il male: e scoraggiscono i volenterosi. Non minaccino mai di rimandare un allievo negli esami o alla fine dell’anno : questa minaccia scoraggia troppo, e se il giovane non fosse promosso, dirà sempre, per iscusarsi, che era una vendetta del maestro (630). Dovendo prendere deliberazioni • di grave importanza, intorno a qualche allievo, ne parli prima col Direttore (631). Il maestro procuri di non adirarsi mai quando è obbligato a punir l’inerzia e la baldanza di qualche alunno; farà in modo che l’allievo conosca voler egli castigare unicamente il vizio (632). Non mandi mai fuori di scuola i ragazzi negligenti e tolleri molto le loro dissipazioni (633). Eviti più che sia possibile di ricorrere a provvedimenti disciplinari, e, se non ne può fare a meno, non mandi gli alunni fuori di scuola o di laboratorio. Nei casi più gravi faccia chiamare il Consigliere o accompagnare da lui l’alunno» (Regolam., 207) (634).
Quando poi un allievo fosse mandato dal maestro al Consigliere od al Prefetto, Don Bosco lascia capire che il maestro deve essere ben disposto a riaccettarlo, dopo aver fatto al giovane le debite ammonizioni (635). I castighi siano inflitti nella scuola. Ma si ritenga che è rigorosamente proibito di dare schiaffi, battiture, o percuotere come che sia, gli allievi (636). I maestri fuori della scuola non esercitino alcuna autorità sui loro allievi e si limitino ai consigli, avvisi, o al più alle correzioni che permette e suggerisce la carità ben intesa » (637).
Era pure desiderio di Don Bosco che i maestri, per rendere più efficace la loro azione formativa sugli allievi, la continuassero fuori di scuola, stando il più possibile in mezzo a loro specialmente in chiesa e nella ricreazione » (638).
6) La spiegazione
Nel pensiero di Don Bosco, gli elementi principali d una buona lezione sono la spiegazione, l’interrogazione e l’assegnazione dei lavori con la susseguente relativa correzione.
Quanto alla spiegazione, osserviamo subito che le direttive di Don Bosco collimano col pensiero di San Tommaso, e cioè della tradizione cattolica.
L’Aquinate insegna che per acquistare la scienza vi sono due vie: quella individuale dell’autodidatta che si sforza d’imparare da sè; e quella dottrinale che si percorre attraverso l’insegnamento. Quest’ultima risparmia tempo e fatica, ma vuole essa pure il concorso dell’alunno, mediante l’attenzione e lo sforzo delle proprie facoltà. Ed è pure uno dei modi più comuni e confacenti alla natura sociale dell’uomo.
Lo stesso Angelico Dottore stabilisce il principio che ogni scienza nasce col concorso delle precedenti condizioni. Donde la necessità per l’insegnante di seguire nel suo insegnamento la stessa legge, portando gradatamente lo scolaro da ciò che già conosce a ciò che ancora non conosce, cioè alla scienza.
In base a tale principio, il Santo Dottore fìssa due leggi fondamentali, le quali noi vediamo con sorpresa presentarsi da qualche pedagogista come frutto di moderni studi, mentre i cattolici le hanno sempre attinte alle fonti degli antichi autori cristiani. Se questi autori, e specialmente San Tommaso, fossero più conosciuti, vi sarebbe maggior correttezza in simili apprezzamenti, e si eviterebbero altezzose pretese.
La prima legge è quella del metodo induttivo. L’insegnante deve anzitutto portare lo scolaro da ciò che sa a ciò che ancora non conosce, presentandogli a tal fine aiuti e sussidi, come immagini sensibili, similitudini, contrapposizioni, esempi: cose insomma allo scolaro già note, mediante le quali la di lui intelligenza possa pervenire alla conoscenza di cose non ancora conosciute.
La seconda è la legge del metodo deduttivo. L’insegnante passa a rafforzare l’intelletto dello scolaro, proponendogli una serie ben ordinata di princìpi e di rispettive conclusioni, facilitandogli in tal maniera la comprensione della verità.
Così San Tommaso ci delinea in sostanza i metodi tradizionali dell’insegnamento (639).
E cui crediamo opportuno aggiungere alcune considerazioni già da noi fatte parlando della scuola di Catechismo, ma applicabili a qualsiasi genere di insegnamento.
Bisogna evitare anzitutto di confondere ciò che è forma o semplice modo di procedere nell’esporre una verità conosciuta, con quello che è il vero metodo di ricerca della verità: invero, nè il modo di esporre la dottrina per mezzo di oggetti o di altri sussidi intuitivi, nè la pura forma dialogata o socratica dell’insegnamento possono scambiarsi con un vero metodo di studio, neppure se mascherate col pomposo nome di metodo attivo, oggettivo o qual si voglia altro.
I metodi che l’uomo segue nel cercare e raggiungere la verità sono, come si disse, essenzialmente due: induttivo e deduttivo. Preferiamo questa denominazione all’altra di metodo analitico o sintetico, che, pur non essendo erronea, si presta a confusioni, pel fatto che i termini analisi e sintesi sono usati sì, tanto in filosofia quanto nelle scienze sperimentali, ma in senso compieta-mente diverso.
Orbene, se noi partiamo dai fatti particolari per arrivare a una legge universale, o dalle cose dei sensi ci eleviamo a quelle della ragione, ecco che ci serviamo del metodo induttivo. Quando invece da un principio, da una verità, da una legge universale, già conosciuta o universalmente ammessa, noi scendiamo a pratiche applicazioni o a stabilire nuove verità, che da quel principio o da quella verità generale derivano come conseguenze o corollari, allora ci serviamo del metodo deduttivo.
7) Il metodo induttivo.
Per quanto questi due metodi si completino a vicenda e siano usati con maggior o minor prevalenza a seconda di particolari esigenze, tuttavia, in generale, quando si tratta di insegnare ai giovani, nei quali l’intelligenza non ha ancora raggiunto il debito sviluppo ed è perciò meno atta al ragionamento e all’analisi, è preferibile il metodo induttivo. Partendo da nozioni e cognizioni di ordine inferiore, si arriva più facilmente a conquistare e penetrare verità di ordine superiore, le quali abbiano con le prime qualche relazione o analogia.
Oggi molti scrittori di pedagogia sono unanimi nell’affermare che, in generale, la via da seguire nell’insegnamento è quella che s’ispira al metodo induttivo, adattato, nelle applicazioni o nel modo, alle diverse età e categorie dei giovani.
E così una buona metodologia vuole che — per usare didatticamente il metodo induttivo — si parta in certo modo dal basso verso l’alto, dalle cose visibili per giungere alle invisibili, da ciò che è concreto e sensibile, per arrivare alle cognizioni astratte e della sola ragione, quasi trasformando gli oggetti e le immagini materiali in idee. La regola delle regole, secondo il già citato San Tommaso, è quella di ridurre ad visa (alle cose già viste), mediante esemplificazioni, similitudini, contrapposizioni, parabole, apologhi, analogie, e simili.
Per questo, dovendo insegnare ai fanciulli o a persone meno atte al ragionamento, si fa speciale uso, non solo dell’oggetto e della persona reale, ma anche di quadri, disegni, immagini che li rappresentino; non solo si ricorre al fatto storicamente avvenuto, ma molte volte si crea il fatto immaginario o fittizio. Si tratta insomma di colpire particolarmente il senso della vista con oggetti o pitture a colori vivi e attraenti; il senso dell’udito con una conversazione chiara, facile, interessante; l’immaginazione con descrizioni animate, scultorie, impressionanti.
La sana metodologia moderna infine inculca che gli oggetti e i fatti siano attinti in primo luogo dall’ambiente fisico, sociale, religioso e storico in cui si vive, e precisamente nella cornice delle arti, delle scienze, della letteratura, della storia e della religione della propria nazione e regione e in seguito anche degli altri popoli; di modo che — secondo quello che era già il pensiero di San Tommaso — l’insegnante studiando l’animo e l’ambiente dell’alunno, vi scopra e vi ecciti nozioni o sentimenti, cui egli possa riallacciare ciò che vuol insegnare.
Di più, da un’attenta lettura del Vangelo, appare chiaro che appunto questo era il metodo generalmente seguito da Nostro Signore parlando alle turbe e a gente poco avvezza a ragionare.
Egli procedeva con essa come coi fanciulli, cercando di colpirne perfettamente i sensi e l’immaginazione, per rischiararne l’intelligenza. Egli, che volle chiamarsi e fu veramente il Maestro, con mirabile arte, si serviva dei sussidi didattici offertigli da tutta la natura, dalla più umile alla piò eccelsa.
Traeva insegnamenti dagli oggetti inanimati, sia naturali (come il sole, la luna, la pietra) sia artificiali (come la casa, il tempio, il sale). A volte ricorreva alla natura animata, non solo vegetale (come l’erba, il giglio, il grano di senapa, la zizzania) ma anche animale (come i passeri, le colombe, i serpenti, le pecore, il lupo),scolpendo così le immagini nella fantasia degli uditori. Circondò di segni sensibili persino l’istituzione dei Sacramenti e il compimento di miracoli (come alle nozze di Cana e nella guarigione del cieco di Betsaida). Mostrava pure la sua inarrivabile arte didascalica nello sfruttare le manifestazioni della vita familiare e sociale (come la nascita, l’educazione, l’agricoltura, le arti e la pesca) e nel richiamare sia le vicende storiche del popolo d’Israele, sia i fatti e le scenette che accadevano sotto i suoi occhi (come l’obolo della vedova e le abitudini degli Scribi e dei Farisei).
Era poi insuperabile nella creazione di parabole e di fatti, che oltre a incidere profondamente l’idea nella mente, scuotevano le coscienze, e suscitavano i più vivi e svariati sentimenti nel cuore. E sempre, e ovunque, adoperava un linguaggio chiaro, facile, accessibile a tutti, rendendolo più efficace col variare del gesto e del tono della voce.
Non è a stupire quindi se, con le meravigliose attrattive del suo insegnamento, trascinasse in modo irresistibile dietro a sè le turbe, che a una voce proclamavano che nessun uomo mai aveva parlato così. Neppure dobbiamo stupirci se non pochi apostoli e missionari, insegnando le stesse verità con lo stesso metodo, favoriti spesso da identici carismi, siano riusciti a diffondere e radicare il Cristianesimo su tutta quanta la terra.
Ora questo procedimento, sia come metodo che come forma, non solo è utile per la esposizione della dottrina religiosa, ma giova anche mirabilmente a qualsiasi genere di insegnamento. Infatti, tanto per le lettere quanto per le scienze, è facile, da una proposizione o da un’operazione o da un esperimento, ricavare e far intendere agli alunni la relativa regola o definizione o legge.
8) Il metodo deduttivo
Pur ammettendo i grandi vantaggi del metodo induttivo, specialmente quando si tratti d’insegnare alla gioventù, tuttavia è riconosciuto da tutti che a volte giova anche il metodo deduttivo, col quale si parte da una verità, in cui sono come polarizzate tutte le idee che da essa derivano, e si giunge a tutte queste stesse idee particolari. Mentre col metodo induttivo si forniscono piuttosto gli elementi del sapere, invece col metodo deduttivo si presentano verità e princìpi, derivandone altre idee e subordinando queste fra di loro secondo i diversi rapporti di logica dipendenza.
Senza ordine nelle idee vano sarebbe il conoscere, poiché quello che conta, e fa la scienza, è proprio il sapere ordinato. D’altra parte è necessario irrobustire nell’alunno le facoltà di giudicare e di ragionare, appunto formando in lui l’abitudine al riflettere e al discorrere ordinata-mente sulle cose apprese. Anche la memoria trae gran vantaggio dall’ordine in cui i concetti e i fatti vengono esposti.
Didatticamente, il metodo deduttivo si usa di preferenza nell’esporre verità già conosciute o che sono facilmente accessibili senza bisogno di ricorrere all’esempio. Si usa in particolare per riassumere in breve una spiegazione e per mettere in evidenza un nesso logico o una relazione tra causa ed effetto. Si usa pure per abituare l’alunno a trovare da sè le relazioni tra ciò che impara e ciò che ha imparato; a collegare una lezione, una regola, una materia con un’altra; a confrontare un trattato, un fatto, un avvenimento o periodo storico, con un altro. Infine detto metodo si usa per applicare, come dicevamo, una legge o una verità universale ai casi particolari, ovvero per ricavarne altre leggi o verità particolari. Esso può avere naturalmente una maggiore applicazione cogli alunni dei corsi superiori, i quali hanno già una certa abitudine al ragionamento astratto.
Queste considerazioni ci permettono di capire fin d’ora l’importanza e la saggezza di quella norma che Don Bosco dava ai suoi collaboratori: far parlare molto, in conversazione e nella stessa scuola, gli alunni, ai fine di abituarli non solamente a pensare e a parlare con idee giuste e con espressioni corrette, ma anche a riflettere con ordine, connessione ed equilibrio.
9) Doti dell’insegnamento.
Anzitutto Don Bosco voleva che l’insegnamento fosse semplice, facile, aderente al testo sul quale gli alunni devono studiare. « Vorrei, — egli dice, — che le spiegazioni fossero attaccate al testo, spiegandone bene le parole. Andare nelle regioni elevate mi sembra un battere l’aria ». Poi soggiunge: « E non si critichino i testi. Ci vuol poco a metterli in discredito innanzi ai giovani; quando poi questi ne abbiano perduta la stima, non li studiano più. Si può aggiungere quello che manca, dettandolo, ma critiche, no, mai» (640).
In secondo luogo Don Bosco voleva che l in-segnamento fosse chiaro: dote che presuppone il pieno possesso della materia che si deve spiegare, e quindi un’accurata preparazione sia riguardo alla scelta delle parole e dei concetti, sia all’ordine delle idee.
La chiarezza esclude le impostazioni difficili, l’artificiosità della forma, l’affettazione e la ricercatezza dei termini, la complessità dei pensieri. E noi sappiamo quali sforzi abbia fatto Don Bosco per ´ conseguire la chiarezza dell’espressione, eliminando dal suo linguaggio tutto ciò che la mamma o il portinaio del Convitto, entrambi illetterati, non riuscivano a comprendere. Esortava a risparmiare ai giovanetti eccessivi sforzi di mente dicendo: « Non si entri in materia difficile, nè si mettano in campo questioni che non si sappiano risolvere chiaramente e con popolarità (641). I giovani non capiscono certe ragioni, e perciò o cadono nell’errore o si scandalizzano » (642). E qui bisogna ritenere che, quando Don Bosco inculca ai maestri di tenere un discorso semplice e chiaro, non esclude affatto la correttezza, la precisione, la varietà e la ricchezza del linguaggio, sempre che tutto ciò sia proporzionato alle esigenze della scuola e degli alunni. Egli del resto diede prove non dubbie di quanto ci tenesse alla proprietà e purezza della lingua.
Per essere chiari consigliava di procedere gradatamente e ordinatamente nello svolgimento del programma, insegnando una cosa per volta, perchè i fanciulli difficilmente tengono dietro a un ragionamento prolungato, senza stancarsi e senza distrarsi. Voleva che gli insegnanti non precipitassero, ma si preoccupassero di essere seguiti da tutta la scolaresca, anche dagli ultimi. Suggeriva di premettere a ogni argomento la ripetizione di quelle nozioni elementari, che i giovani dovrebbero bensì conoscere, ma che molte volte hanno già dimenticato. Egli poi era convinto che alla chiarezza delle idee molto contribuisce il frequente ricorso a esempi pratici, come pure a buoni sussidi didattici.
In terzo luogo voleva die l’insegnamento fosse ben coordinato secondo la maggiore o minore importanza delle materie, al vertice delle quali poneva la scuola di Religione. Nei programmi scolastici generalmente sono fissati i limiti di tempo e di estensione che si debbono dedicare all’insegnamento di ciascuna materia, in vista appunto dello scopo che si prefigge ogni scuola. Le materie risultano così le une subordinate alle altre, di modo che le principali sono tenute nel debito conto senza che vengano trascurate le secondarie. Ma al maestro resta un largo margine di responsabilità, sia nell’applicazione di tale programma, sia nella sua integrazione, qualora fosse deficiente in taluni punti importanti o, peggio, non conforme ai princìpi del Cristianesimo. Questo compito nelle scuole salesiane è oggi ancora facilitato dal Direttore Generale degli Studi, il quale, sempre appoggiato alle norme tradizionali lasciate da Don Bosco, dà speciali direttive per le diverse scuole e i singoli insegnamenti. Particolare rilievo merita, al riguardo, il fascicolo Norme e Programmi per la formazione del personale salesiano (643).
In quarto luogo Don Bosco voleva che i maestri sapessero adattarsi all’età e alle condizioni dei giovani.
« I professori — diceva — abbiano pazienza e cerchino di abbassarsi molto, si abbassino fino alla capacità degli alunni: non pretendano di fare continue e sublimi dissertazioni: non dissertare bisogna, ma spiegare alla lettera il trattato » (644).
I nostri professori più anziani, formati alla scuola di Don Bosco, — ci è caro ricordarlo, — usavano appunto fare nella scuola una spiegazione proporzionata alla capacità di noi alunni, sia riguardo alla materia che al modo di presentarla. A tal fine ogni lezione cominciava con uno schema, che presentava l’argomento: e detto schema veniva svolto nelle sue parti e nel suo complesso, con parole semplici, chiare e convincenti. Naturalmente si avevano sempre presenti le leggi fondamentali della pedagogia e della didattica. La raccomandazione tante volte fatta da Don Bosco di non trascurare gli ultimi era religiosamente osservata. Così pure quella di studiare diligentemente gli alunni per conoscerne le rispettive doti e inclinazioni, badando se fossero di memoria facile, pronta, fedele, tenace; se fossero inclini alla riflessione e capaci di seguire un ragionamento; se trovassero facile o difficile combinare insieme le nozioni ricevute, ed esporle con proprietà; se, per ultimo, fossero in grado di formarsi dei giudizi sensati sulle cose: e così il loro insegnamento riusciva veramente adatto alla nostra capacità. Sapevano inoltre abilmente sfruttare il naturale desiderio dei giovani di conoscere, e poiché questi vanno piuttosto alla caccia di molte notizie senza curarsi di approfondirle, essi, mentre ci fornivano quegli elementi di cultura che erano compatibili con la nostra età e richiesti dai programmi, nel contempo si sforzavano, con frequenti richiami, di abituarci alla riflessione per rendere maturo il nostro giudizio e più agevole l’acquisto della scienza. Ciò facevano specialmente ricorrendo, secondo l’opportunità, a ricapitolazioni, riassunti, specchietti: curavano insomma lo sviluppo armonico della nostra mente.
Don Bosco voleva infine che l’insegnamento fosse attraente. Non bisogna dimenticare il peso e la forza, che, come in ogni altro campo, così nell’insegnamento, ha l’attrattiva, che è l’arte di rendere caro e quasi giocondo l’insegnamento agli alunni. La si chiama arte, benché si tratti il più delle volte di una dote di natura, che costituisce come una vera vocazione alla scuola: dote suscettibile di sempre maggior perfezione, poiché, facendo scuola e intensificando lo studio, l’insegnante si affina giorno per giorno.
Don Bosco possedeva questa dote in grado eminente. Egli aveva il dono di rendere interessante ed attraente anche la materia più astrusa, servendosi di un linguaggio che rispondeva ai gusti ed alle esigenze degli alunni, sempre ricco di aneddoti, esempi, parabole, ed opportunamente anche di oneste lepidezze, che egli attingeva alle fonti più disparate della storia e della letteratura religiosa e profana. Era d’avviso però di non esagerare in queste digressioni: « Non perdersi in dissertazioni, — egli diceva, — e neanche in esempi. Si tratta di istruire i giovani. Non lanciamoci prendere dalla vanità di farci lodare, perchè diciamo belle cose. Il Signore ci domanderà conto se abbiamo istruiti i giovani e non se li abbiamo dilettati » (645).
Noi ricordiamo che i nostri antichi professori, fedeli alle tradizioni lasciate da Don Bosco, procuravano di farci sentire l’utilità di quello che imparavamo; variavano poi le occupazioni scolastiche in modo che noi trovassimo una specie di sollievo e di riposo passando da un’occupazione all’altra. Sapevano inoltre rendere serena e lieta la scuola, sia per quella semplicità e spirito di famiglia che ne costituiva l’ambiente e il carattere, sia per quell’ottimismo e sana comprensione con cui secondo l’opportunità passavano sopra a certe esuberanze giovanili, frutto più di vivacità che di malizia. In ciò ricalcavano le orme del Padre che permeava tutto, anche l’ambiente della scuola, di quella letizia che ispira fiducia, coraggio e forza per vincere ogni sorta di difficoltà.
Per riuscire interessanti, cercavano inoltre di essere — dove era possibile — pratici, mediante l’uso di sussidi didattici, che figuravano in piccole e a volte notevoli collezioni di minerali, vegetali e plastici che non´ di rado essi stessi, vivamente interessati al bene degli scolari, avevano allestito, raccogliendo materiale della zona e regione in cui si trovava ubicata la scuola. Una bibliotechina di libri di consultazione o di lettura, coronava talvolta questo repertorio didattico, oggi tanto apprezzato. Quando mancavano gli oggetti reali, s’industriavano disegnando o fabbricando solidi e figure con pezzi di legno o di cartoncino. In molti casi si servivano della lavagna, vero tesoro delle scuole povere.
Procuravano infine che la scuola fosse vivace. Questa dote, come del resto anche le altre, era frutto della loro diligente preparazione prossima, giacché difficilmente la vivacità si ottiene senza un’intensiva riflessione sulla materia che si deve insegnare. Essa dipende anche dall’amore che si ha per la scuola, dallo spirito di cui l’insegnante sa informare ogni sua parola e dall’interesse che si porta al progresso degli alunni. Una buona dizione generalmente serviva essa pure a mantenere viva la scuola. Oggi ancora, passati gli ottant’anni, ricordiamo come i nostri professori, alla scuola di Don Bosco, avevano imparato, con l’arte della parola e di una buona dizione e modulazione della voce, a vivificare il discorso e a tener desta l’attenzione degli allievi. Era tradizione di quei cari insegnanti il parlar chiaro e pacato, come voleva Don Bosco, evitando sia l’eccesso della parola stracca che distrae e annoia e sia ancor più quel parlare vorticoso che riesce inafferrabile dalla maggior parte degli scolari. Articolare bene le sillabe e le parole, parlare adagio con senso, con dolcezza e modestia, ecco le norme che essi avevano appreso alla scuola di Don Bosco per rendere interessante e fruttuoso il loro insegnamento.
Don Bosco riassumeva in certo modo gl’insegnamenti or ora sommariamente ricordati, quando dava ai maestri delle prime classi elementari questi preziosi suggerimenti: « Sul principio dell’anno scolastico rendete dilettevole la scuola, tralasciando le teorie dell’aritmetica e della grammatica. Quanto all’aritmetica, interrogando, fate ripetere qualche operazione a memoria, proponendola talora sotto forma di raccontino. Per la grammatica fate pronunziare dai vostri alunni proposizioni semplici. Dite loro ad esempio: «Dio...! ditemi un attributo di Dio... — Vi risponderanno: — Eterno! — Dunque Dio è eterno! — Così insegnerete loro praticamente a fare le proposizioni. Poi andate avanti nelle proposizioni composte, e spiegate bene che cosa è il soggetto, che cosa l’attributo, e via via; e i vostri alunni impareranno a fare bene i periodi. In fine assegnate loro una piccola composizione, un racconto, una letterina, che voi avete già in qualche libro. Quando vi consegnano i compiti leggeteli tutti con attenzione e correggeteli; poi dettate il testo e fatelo studiare a memoria » (646).
10) L’interrogazione.
Perchè la scuola fosse viva e interessante, Don Bosco la voleva soprattutto animata da interrogazioni e conversazioni continue, finita la spiegazione. Nell’antico Regolamento egli prescrive: « Il maestro interroghi tutti senza distinzione e con frequenza» (647). E insisteva: «Sono di parere che s’interroghi molto e molto, e, se è possibile, non si lasci passar giorno senza interrogare tutti. Da ciò si trarrebbero vantaggi incalcolabili. Invece sento che qualche professore entra in classe, interroga uno o due, e poi senz’altro fa la spiegazione. Questo metodo non lo vorrei nemmeno nell’Università. Interrogare, interrogare molto, interrogare moltissimo; quanto più si fanno parlare gli scolari, tanto più il profitto aumenta» (648).
Ecco come Don Cerruti, Direttore Generale degli Studi, raccomandava ai Direttori questo pensiero di Don Bosco: « Per via ordinaria i giovani imparano più con l’esercizio che fanno rispondendo alle interrogazioni loro fatte, od esponendo essi, che dalle troppe parole del maestro. Il miglior insegnante è quello che parla poco e interroga molto. Per questi motivi non sarà mai troppo inculcare l’usanza di riandare al termine della settimana per le materie principali, al termine del mese per le materie accessorie, quel che si è fatto e studiato durante la settimana e il mese. Quel po’ di tempo, che apparentemente si perde in questa interrogazione, si acquista realmente in intensità e sodezza. La riflessione e la memoria debbono aiutarsi a vicenda nella educazione intellettuale dell’alunno » (649).
In particolare poi Don Bosco vuole che i maestri « compatiscano i più ignoranti della classe, abbiano grande cura di essi, li interroghino sovente, e, se occorre, parlino con chi di dovere perchè siano aiutati fuori di scuola » (650). Egli torna con frequenza sul medesimo concetto, mostrando quanto gli stiano a cuore i più deboli, i quali, a volte, sono oggetto di dileggio da parte dei compagni e di abbandono da parte dei professori (651).
Ne dava anche la ragione: « Generalmente i professori tendono a compiacersi degli allievi che primeggiano per studio e ingegno e, spiegando, mirano solo ad essi. Quando i primi della classe hanno capito bene, sono pienamente soddisfatti e così proseguono sino alla fine dell’anno. Invece con chi è corto di mente o poco avanti nello studio, si adirano e finiscono con lasciarli in un cantone senza più curarsi di loro. All’incontro, — egli aggiungeva, — sono di parere affatto opposto. Credo che sia dovere di ogni professore tener d’occhio i più meschini della classe, interrogarli più spesso degli altri, fermarsi per loro più a lungo nelle spiegazioni, e ripetere, e ripetere, finché non abbiano capito, adattare i compiti e le lezioni alla loro capacità. Se l’insegnante tiene il metodo contrario a questo, non fa scuola agli scolari, ma ad alcuni degli scolari » (652)
Queste sapienti tradizioni sono ancora vive nelle nostre Case. Ci sia permesso ricordare ancora i nostri antichi professori, i quali avevano imparato, alla scuola di Don Bosco, che nulla giova tanto agli alunni quanto rispondere alle sagge interrogazioni del maestro. Il più delle volte infatti non sono sufficienti le sue spiegazioni: si fa perciò necessaria l’interrogazione, affinchè egli si renda conto se l’alunno ha capito, nè passi oltre prima di essersi assicurato che tutti abbiano compreso, In secondo luogo l’allievo troppe volte nella scuola è distratto, anche se apparentemente sembri prestare attenzione: in questi casi l’interrogazione diventa una specie di svegliarino. Inoltre non è facile al fanciullo afferrare subito il senso delle cose, specialmente nuove, che gli vengono dette: e può accadere che, a causa dei pochi vocaboli che possiede, spesso capisca una cosa per l’altra. Quando invece è obbligato a rispondere, e a rispondere con il ristretto frasario del suo vocabolario, compie uno sforzo utilissimo alla formazione dell’intelligenza e della memoria.
Si può anche usare dell’interrogazione per aiutare gli alunni a ricavare delle conseguenze, delle applicazioni e delle nozioni da ciò che hanno appreso. È questo il metodo detto socratico, perchè adoperato con molta arte da Socrate coi suoi discepoli. Come metodo d’interrogazione è forse il migliore, perchè parte da ciò che gli alunni sanno e, a mezzo di domande e di considerazioni, li induce a riflettere e a trovare, da loro stessi, la verità: verità che, per essere stata una loro conquista, rimane indelebile nella loro mente. Questo metodo però richiede arte e preparazione da parte del maestro, e tutti sanno che l’arte d’interrogare bene non è tanto facile.
Anzitutto il maestro, affinchè sia desta l’attenzione di tutti gli scolari, deve evitare di fare la domanda per uno solo, ma per tutta la scolaresca, acciocché non avvenga che, badando egli al singolo, gli altri si credano dispensati dal tenersi preparati a rispondere e si distraggono, perdendo il frutto dell’interrogazione.
Le domande naturalmente non debbono essere ingannevoli nè nascondere tranelli, ma fatte in modo piano e tale da condurre l’alunno verso il vero e giusto punto. Insomma dal maestro si richiede molta attenzione nel formulare la domanda, perchè sia ben messo in chiaro l’oggetto dell’interrogazione: inoltre le domande devono essere talmente connesse e coordinate fra loro da agevolare possibilmente la risposta.
Siccome poi il ragazzo corre facilmente alle analogie, troppe volte dice, sia pure involontariamente, delle stranezze. I fanciulli inoltre non hanno l’esercizio del linguaggio, e perciò a volte rispondono, senza rendersene conto, una cosa per l’altra. Il maestro quindi non deve stupirsi, nè tanto meno scoraggiarsi, se non ottiene le desiderate risposte. È necessario che la mente degli allievi si abitui all’utilissima ginnastica di afferrare il pensiero, di trovare la risposta e di esporla con parole convenienti e con frasi complete.
Noi ricordiamo che queste precisamente erano le norme seguite dai nostri maestri, formati alla scuola di San Giovanni Bosco. Entrati nell’aula, si era tutti intenti a ripassare la lezione che veniva richiesta talvolta dal maestro stesso e altre dai decurioni e vicedecurioni. Assegnati i voti, il maestro, con poche ma chiare parole, spiegava la nuova lezione. Subito dopo si susseguivano le interrogazioni: tutti dovevano sempre essere preparati a rispondere, e il professore si riservava di fissare chi dovesse dare la risposta. Questa interrogazione diveniva come una masticazione e digestione delle idee che erano state presentate e che così più facilmente venivano assimilate e ricordate.
I nostri professori poi facevano gran conto delle interrogazioni giudiziose degli allievi, poiché vi scoprivano quanto e come gli alunni avevano inteso; anzi, in conseguenza, a volte si inducevano a indirizzare il loro insegnamento sopra un nuovo punto o ad appigliarsi con più vantaggio a un nuovo procedimento.
Concluderemo con la preziosa e memoranda letterina, scritta il 9 aprile 1875 da San Giovanni Bosco al giovane professore di filosofia nell’Oratorio di Valdocco. Essa sarà sempre assai cara e utile a tutti i maestri e professori salesiani.
« Carissimo Bertello, io andrò facendo quello che posso per risvegliare amore allo studio tra i tuoi allievi; ma tu fa’ quanto puoi per cooperarvi.
1) Considerali come tuoi fratelli: amorevolezza, compatimento, riguardo, ecco le chiavi del loro cuore.
2) Falli soltanto studiare quello che possono e non di più. Fa leggere e capire il testo del libro senza disgressioni.
3) Interrogali molto sovente, invitali ad esporre, a leggere; a leggere ed esporre.
4) Sempre incoraggiare, non mai umiliare; lodare quando si può senza mai disprezzare, a meno di dar segno di dispiacere quando è per castigo.
Prova a mettere ciò in pratica, e poi fammi la risposta. Io pregherò per te e pei tuoi e credimi in G. C. aff.mo amico Sac. Gio. Bosco » (653).
11) Assegnazione dei lavori.
È la terza fase importante della lezione. Don Bosco dice: « Almeno una volta al mese, il maestro dia il lavoro di prova, e dopo averlo corretto, ne dia le pagine al Direttore» (654). Presentemente, in vista del notevole sviluppo delle Case, che assorbe le attività del Direttore, i nostri Regolamenti, pur facendo la stessa raccomandazione, esortano a consegnare i compiti mensili corretti al Consigliere Scolastico (Regolam206).
Don Bosco voleva che ogni maestro assegnasse lavori in misura conveniente e fruttuosa « evitando però l’usanza di alcuni che davano lavori unicamente per tenere i discepoli occupati durante lo studio e poi non li guardavano nemmanco: meglio assegnare lezioni a memoria, esercitazioni, specchi e sunti su cui interrogare in scuola.
« Per occupare poi convenientemente gli alunni d’ingegno più svegliato si assegnino compiti e lezioni di supererogazione, premiandoli con punti di diligenza. Piuttosto che trascurare i più tardi, si dispensino da cose accessorie; ma le materie principali si adattino interamente a loro » (655). Così pure, « quando un giovane, prima indolente o cattivo, incomincia a farsi buono e non riesce a far tutto il suo lavoro e a portare la lezione, si tolleri, s’incoraggi, si aiuti » (656).
Don Bosco voleva che i maestri presentassero all’inizio dell’anno al Direttore una raccolta di lavori e di esercizi graduali. Don Cerruti, Direttore Generale degli Studi, così si faceva eco delle idee e tradizioni di Don Bosco a questo riguardo:
« Un’altra cosa raccomando ed è che ogni insegnante si faccia una raccolta di temi con la traduzione corrispondente, adattati ai bisogni della propria classe. Questi temi poi siano graduati (chè la graduazione e la convenienza sono le prime leggi dell’insegnamento), e versino sopra le cose spiegate o nella settimana o nel mese o nel bimestre, sicché il lavoro di prova così settimanale, come mensile o bimestrale, inchiuda re gole spiegate e dia in certo qual modo la misura del profitto fatto in quel periodo di tempo dall’allievo. È vero che vi sono testi stampati a questo scopo e nel programma stesso ne troverete proposti alcuni utilissimi. Ma questo non basta; ogni istituto, anzi ogni classe ha condizioni, bisogni particolari, e perciò particolare a quell’istituto, a quella classe, dev’essere il rimedio da adoperare ».
« Quello che dico dei temi di versione e di retroversione, si dica dei temi di componimento che devono pure essere ben scelti, graduati, sicché i giovani svolgano entro l’anno con gli svariati argomenti i diversi generi letterari, assegnati alle singole classi.
« La ragione di questi lavori va ricercata nel fatto che, senza l’esercizio pratico, l’alunno non coopera al magistero dell’insegnante.
« Non basta spiegar le regole, ci vogliono esercizi, e questi devono essere continui, graduati, variati; nè solo mediante i compiti per casa, ma con esercizi in classe, oralmente e per iscritto. Le regole medesime vanno chiarite con esempi frequentissimi, ed impresse nella memoria degli alunni con ripetizioni molte, così da assicurare di essere ben intesi » (657).
Una forma di cooperazione degli alunni alla scuola sono i riassunti e gli esercizi a memoria. Gli uni presentano una grande utilità per lo sviluppo della riflessione, in quanto mettono l’allievo nella necessità di distinguere ciò che è necessario e principale da ciò che è secondario ed accessorio; gli altri, quando il quantitativo sia grandemente aumentato, favoriscono lo sviluppo della memoria. A questa, in base alle nostre tradizioni scolastiche, si deve dare una grande importanza. « La memoria poi dev’essere coltivata; l’eliminarla o lasciarla intorpidire nell’opera educativa è andare contro la natura e nuoce grandemente al profitto intellettuale e morale della gioventù, che... non fa scienza, — sanza lo ritenere, aver inteso » (658).
Don Bosco deplorava che si lasciasse intristire nell’ozio « una delle più importanti facoltà u-mane qual è la memoria ». Questo difetto riesce particolarmente funesto nell’educazione della gioventù, « la quale, in un’età, in cui la memoria suol essere particolarmente potente, ha bisogno grandissimo di farsi un corredo di cognizioni, quanto più possibilmente abbondante, non solo per la scuola, ma per la vita» (659).
Noi ricordiamo con riconoscenza che i nostri maestri, ancor vivente Don Bosco, ci davano compiti ben appropriati alla portata della classe, e soprattutto eminentemente educativi e formativi del carattere, eliminando temi di lor natura troppo leggeri o sentimentali, troppo astratti o fantastici.
Essi però si facevano un dovere di non stracaricare di lavoro gli allievi, e di non abbondare eccessivamente in una materia con danno delle altre. Similmente non ci assegnava mai da studiare a memoria un passo che non fosse stato ben spiegato prima o che superasse la capacità media degli allievi.
12) Correzione dei lavori.
Don Bosco voleva che i maestri manifestassero praticamente il loro interessamento in favore degli allievi correggendo con cura i lavori assegnati. « 11 maestro — diceva, — corregga accuratamente i compiti » : e ciò restò fissato nei nostri Regolamenti (Regolam206).
In classe, i maestri « leggano per turno qualche lavoro di ognuno » diceva ancora Don Bosco (660). E Don Cerruti riguardo ai temi d’italiano, suggerisce questo particolare: «Gioverà pure nelle scuole elementari e nelle prime ginnasiali, esaminato e corretto un componimento, presentare qualche volta agli alunni un modello di svolgimento corrispondente, e questo farlo studiare a memoria per modo che si provvedano di un corredo sufficiente e svariato di generi epistolari, narrativi, descrittivi, ecc. »(661).
Noi ricordiamo ancora il lavoro snervante dei nostri maestri e professori nel correggere i compiti settimanali, quindicinali e mensili. Essi consideravano come grave l’obbligo della correzione dei lavori, e così pure ogni altro ufficio della scuola. Erano convinti che « un insegnante restìo al lavoro didattico preparatorio, disordinato nelle lezioni, rifuggente dalla fatica di scegliere convenientemente temi adatti ai suoi scolari e del correggere coscienziosamente i compiti, cercante non il bene reale della classe, ma bensì che questa faccia, come suol dirsi, figura, potrà forse, lì per lì, con audace verbosità e con colpevole indulgenza, acquistarsi qualche popolarità momentanea, vana e menzognera: ma i suoi scolari saranno i primi, e presto, a deplorare il danno patito e non certamente a benedire la memoria di lui » (662).
Dalle correzioni dei nostri lavori, noi riuscivamo a capire la pazienza, la diligenza e l’abilità dei nostri maestri. Correggevano essi i compiti settimanali a tutti; normalmente anche gli altri lavori più frequenti, purché la classe non fosse eccessivamente numerosa; in questo caso facevano in modo che gli allievi avessero corretto dall’insegnante uno ogni due compiti presentati. Con segni diversi correggevano i diversi errori di dicitura, coerenza, grammatica, forma, ortografia, punteggiatura od altro. Usavano matita o inchiostro colorato, segnando gli errori gravi con una croce e le imperfezioni con linee: gli errori di ortografia con una linea verticale, gli errori di salto con un zero tagliato, gli altri piccoli errori con una linea inclinata. Spesso segnavano i componimenti con osservazioni marginali. Di regola però non specificavano come l’errore andava corretto, se non in via eccezionale, per costringere in tal modo la diligenza e l’intelligenza dello scolaro ad eseguire la correzione di propria testa. Le correzioni venivano poi fatte in comune nella scuola per dar modo agli allievi di ripassare le regole di sintassi, d’ortografia, di punteggiatura ecc.
Talvolta mettevano al termine della pagina, a conclusione, ora una parola di lode, altra volta di incoraggiamento, e sempre di bontà per animarci a far meglio. Non rifuggivano dal mostrarsi severi nell’esigere, specialmente cogli indolenti, riflettendo che era dover loro provvedere al bene degli allievi, anziché cedere ai capricci e alla pigrizia.
Ossequenti alle prescrizioni dei Regolamenti, consegnavano periodicamente i lavori di prova settimanali, quindicinali o mensili, al Consigliere Scolastico o al Direttore, dando così loro l’occasione d’intervenire nella scuola, per farsi un’idea del suo andamento e per dire all’occorrenza la parola opportuna.
13) I voti.
Ricordiamo che erano attesissimi i voti per i temi di italiano, di latino e di greco, che si applicavano secondo i criteri tradizionali. A questo proposito bisogna osservare che la ragione del voto, il quale normalmente si esprime mediante un numero o mediante un giudizio, sta nella sua attitudine a far conoscere se c’è o non c’è del progresso, e più ancora nella necessità che sente l’alunno di confrontare il suo giudizio con quello più maturo dell’insegnante; senza dire del peso che il voto avrà negli esami e in relazione alla scelta dello stato o all’orientamento professionale.
Il voto quindi era, in linea di massima, giusto e imparziale; il che non impediva che gli insegnanti dessero talvolta i cosiddetti voti di incoraggiamento, quando l’alunno avesse bisogno di questo stimolo per progredire negli studi.
Don Bosco dava pure questa norma generale: « Non fate entrare nel voto di condotta scolastica, i diportamenti dei vostri allievi nella ricreazione » (663), e, soggiungiamo per analogia, negli altri ambienti che non siano la scuola.
14) Lo studio del latino.
Ognuno sa quanta importanza desse Don Bosco allo studio delle lingue: « Data l’occasione e la possibilità, — diceva ai giovani una sera del 1876, — non trascurate lo studio delle lingue. Ogni lingua imparata fa cadere una barriera tra noi e milioni e milioni di nostri fratelli di altre nazioni, e ci rende atti a fare del bene ad alcuni e talora anche ad un grande numero di essi » (664). È mirabile la sua abilità o meglio il suo zelo per orientare sempre ogni attività intellettuale verso l’educazione morale.
Ma in modo del tutto particolare gli premeva che i giovani imparassero la lingua latina, reputandola non solo eccellente strumento di cultura classica, ma anche un gran mezzo per favorire le vocazioni. « Si coltivi con cura speciale la lingua latina, che è la lingua della Chiesa e si cerchi di farla apprezzare ed amare dai giovani come elemento precipuo di cultura. Non deve perciò mancare la lettura in classe degli autori cristiani » (Regolam., 138).
A Don Rua, verso la fine del 1851, dava questo consiglio: « Vuoi imparare bene la lingua latina? Traduci prima in italiano un tratto di autore classico; quindi senza più vedere il testo, volta in latino la tua traduzione, ed in ultimo confronta col testo la tua composizione latina. Con questo esercizio, fatto tutti i giorni per un mese, ti assicuro che intenderai moltissime difficoltà senza aver bisogno del vocabolario » (665).
Per promuovere lo studio di questa lingua diede anche impulso alla recita di commedie in lingua latina, dirette con molta abilità dal professore Don Francesia, che preparava ogni volta un biglietto d’invito ai benefattori, pur esso vergato in latino. Sono rimaste celebri all’Oratorio le rappresentazioni, più volte ripetute, di Minerval, A-learia, opere del distinto Gesuita P. Palumbo, e di Phasmaionices, parola greca che vuol dire « vincitore delle larve e degli spettri », opera del celebre Mons. Rossini Vescovo di Pozzuoli, chiaro per le sue produzioni latine (666).
Se ne interessavano persino i giornali. Il 16 maggio 1867 era stata rappresentata la commedia Deceptores dece pii. «L’Unità Cattolica» del 19 maggio, dopo aver accennato ai tre Vescovi ed ai professori dell’Università, dei Licei e dei Ginnasi che erano stati presenti, commentava: « Tutti restarono meravigliati del modo con cui questi vispi ed intelligenti giovani seppero fare la loro parte. Quest’esercizio, che vien rinnovato varie volte nell’anno da quei bravi giovani, è sommamente proficuo per ogni lato; e sarebbe un bell’esempio da imitarsi in tutti gli Istituti di educazione » (667).
Tali rappresentazioni e più ancora il brillante esito degli esami, facevano conoscere a tutti come fossero coltivati gli studi classici pel ginnasio dell’Oratorio, ed è perciò che a quando a quando si facevano preghiere a Don Bosco perchè accettasse la direzione di qualche collegio municipale.
Don Bosco, con gli accennati trattenimenti, si proponeva di esercitare gli allievi nella pronunzia, nella lettura e intelligenza di questa antica e maestosa lingua di Roma e della Chiesa, e di mostrare che la Religione è tutt’altro che nemica della scienza e delle lettere (668). La tradizione dei drammi latini durò nelle Case Salesiane fino a pochi anni dopo la morte di Don Bosco (669), e qua e là si perpetua tuttora.
Fu così che Don Bosco, il quale scriveva un latino « forbito e semplice », come ebbe a dire lo stesso Sommo Pontefice Leone XIII, si circondò di uno stuolo di distinti latinisti, fra i quali non possiamo tacere il già citato Don Francesia, meritamente qualificato dal foglio liberale Stella d’Italia come un « latinista provetto, quali in Italia pochi rimangono ancora », e inoltre, per citarne solamente alcuni tra gli scomparsi, Don Durando, Don Carino, Don Tempini, Don Sisto Colombo, studioso esimio degli autori latini cristiani.
È poi risaputo che uno studio serio del latino deve muovere i passi dalla propria lingua nazionale, accuratamente analizzata nella sua forma e nel suo contenuto.
Vengono perciò molto a proposito qui le parole scritte da Don Bosco a uno studente nel 1887: « Mi dici che hai già studiata la lingua italiana; ma ora tu devi seriamente studiare questa lingua: ortografia, vocaboli, sentimenti, esposizione, ecco quello che devi ancora meditare » (670).
E Don Cerruti, commentando e perpetuando il pensiero di Don Bosco, così scriveva: « Sia molto coltivato lo studio della grammatica senza cui è impossibile l’apprendimento pieno e sicuro di una lingua. Or questo studio deve incominciare ad essere fatto con particolarissima cura nelle scuole elementari dove si pongono le prime solide basi dell’insegnamento della lingua italiana. Certo i professori di ginnasio non devono trascurarli. Non solo le prescrizioni del programma governativo, ma la ragione stessa vuole che essi continuino con ardore l’insegnamento teorico e pratico della lingua italiana. Ma l’opera loro non potrà essere coronata da un esito pienamente felice, se gli alunni non vi saranno convenientemente preparati dai maestri delle scuole primarie » (671).
« Or quel che è detto dei maestri elementari rispetto all’insegnamento della grammatica italiana, va applicato ai professori del. Ginnasio Inferiore riguardo all’insegnamento della grammatica latina. Sono le tre prime classi ginnasiali quelle dove il giovane si forma alla conoscenza e all’uso della lingua latina. Come nell’ordine morale, l’uomo riesce per lo più quale fu formato nei suoi primi anni di vita, così nell’ordine intellettuale riesce più o meno valente in latino nel Liceo e all’Università, secondo che avrà ricevuto maggiore o minore istruzione grammaticale nel Ginnasio Inferiore » (672).
15) Per le vacanze.
Ma le preoccupazioni scolastiche di Don Bosco si estendevano anche al tempo delle vacanze sia per gli alunni che per gli insegnanti, non solo per una finalità di ordine morale, ma ancora per i grandi vantaggi scolastici che ne derivano spendendo quei giorni utilmente.
Nel luglio del 1875 rivolgeva ai professori queste parole: « Non dimenticate qualche occupazione: io desidererei che ci fosse un po’ di scuola, nella quale i più deboli nella lingua latina potessero fare qualche progresso: ma cose semplici, facili; senza lunghe spiegazioni e solamente osservazioni grammaticali. Esercitarli a leggere bene... Un’altra cosa che sembra da nulla ed è di somma importanza, si è l’insegnare a scrivere una bella lettera... Per insegnare queste cose mi sembra molto opportuno il tempo delle vacanze: poichè sono studi che non riescono troppo gravosi ed arrecano una utilità pratica grandissima. Si potrebbe anche dare qualche lezione di francese a coloro che hanno fatto molto progresso negli studi lungo l’anno. In quanto a quelli che sono debolucci nel latino, ci vuole pazienza. Per lo più sono quelli che vorrebbero meno scuola, oppure si credono di sapere quanto gli altri e non si degnano por mente a quelle regole che essi chiamano piccolezze; e cercano cose più sublimi, e finiscono con non imparare nè l’una cosa nè l’altra. Tuttavia mi par bene che si faccia così, affinchè per parte nostra si procuri di dare maggiore istruzione a coloro che ne hanno bisogno » (673).
Trovava poi egli stesso il tempo di occupare i suoi giovani addestrandoli a scrivere lettere, perchè riteneva che il comporle convenientemente non è cosa delle più facili. Nello stesso tempo esortavali a cercare nei loro scritti la semplicità dello stile: ma li avvertiva che questa semplicità doveva essere frutto di lunghi studi sui classici; e loro ne proponeva alcuni perchè attentamente li meditassero. Ripeteva loro l’avviso, a lui dato da Silvio Pellico, di tener sempre sopra il tavolino il vocabolario e di usarlo continuamente senza stancarsi, nei dubbi circa il significato di una ^parola o circa il valore di una frase e per evitare inesattezze e gallicismi: assicurava che così avrebbero acquistato nello scrivere una chiarezza invidiabile (674).
Simili esortazioni faceva di frequente ai giovani in vacanza. Il 24 agosto 1877 diceva loro: «Per queste vacanze desidererei darvi un consiglio sul modo di passarle bene. A tutti rimane sempre qualche materia che non si è potuto studiare abbastanza lungo Fanno: in questo tempo si procuri ripassarla con maggior attenzione. Vi sono certe lezioni che non si mandarono troppo fedelmente a memoria, tante altre che non si intesero in ogni loro parte, tanti trattati nei quali si fece riuscita mediocre, e se ora più non si guardano, si finirà con uno zero. Tutto ciò si può accomodare tanto bene in tempo di vacanza. Si ripassi quel poco di latino e quel poco di italiano, si rivedano gli autori latini per abilitarsi a capirli ».
Nella stessa circostanza raccomandava le buone letture: « Notate ancora che per imparare è necessario leggere, leggere libri molto utili, e tante volte questa cosa lungo Fanno non si può fare. Si faccia adesso perchè ora non siete stretti da quella lezione, da quei lavori che prima vi davano da fare. Così non perderete il tempo. Ricordatevi di quell’avviso dello Spirito Santo, di non perdere neppure un minuto di tempo» (675).
16) Fuori di scuola.
Ed ecco, quasi a coronamento di quanto fu detto circa la scuola, qualche altra raccomandazione del nostro Fondatore.
« Son proibite ai maestri le visite ai parenti dei giovani. Venendo qualche parente a domandare informazione di un allievo, si dia soddisfazione, ma ciò si faccia in cortile o nel parlatorio, e non nella scuola » (676).
« Per l’onomastico degli insegnanti o per qualunque altra festa in loro onore, non si permetta agli alunni alcun regalo, ma solo, come segno di gratitudine, la lettura di qualche componimento al termine della scuola, previa intesa col Direttore » (Regolam., 209). Questa disposizione dei Regolamenti, pur nelle limitazioni appositivamente introdotte per impedire abusi e disordini, ha una ragione profondamente pedagogica: i giovani infatti sentono il bisogno di manifestare al maestro la loro riconoscenza per le fatiche prodigate a loro vantaggio; e l’educatore deve stimolare e sviluppare in essi i migliori sentimenti del cuore.
All’Oratorio, ancor vivente Don Bosco, si facevano queste festicciole in classe sia dagli studenti che dagli artigiani, in occasione dell’onomastico dell’insegnante, il quale era considerato come rappresentante di Don Bosco in mezzo ai suoi alunni. Una serena giocondità, che allontanava dagli animi degli allievi qualsiasi nube passata, era la caratteristica di quelle brevi manifestazioni,»cui talvolta interveniva personalmente Don Bosco. La Comunione collettiva degli scolari era al centro della manifestazione.
I nostri Regolamenti, ov’è fissato il pensiero di Don Bosco, richiamano ancora la nostra attenzione sopra alcune disposizioni tradizionali. « Si diano regolarmente gli esami nei tempi stabiliti e con maggiore solennità quello semestrale » (Regolarli., 140). « Al termine dell’anno scolastico si tenga un saggio finale con declamazione, canto e musica, e distribuzione dei premi » (Regolarvi., 142) : e ciò non solo per stimolare lo spirito di emulazione tra gli allievi, ma anche per assecondare lo spirito di famiglia che, dopo un anno di studio e di lavoro, e nell’imminenza della separazione a motivo delle vacanze, invita superiori e giovani a godere della festa dei premi, allo stesso modo, diremmo, che un lieto e riposato convito corona la fine della mietitura e della vendemmia.
Tutte queste cose, da noi vissute ben oltre settant’anni fa, le stiamo rievocando con un senso affettuosamente nostalgico; e ricordando i cari professori e superiori che le praticavano, ammiriamo sempre più, e con accresciuta riconoscenza, il loro grande lavorio, negli ultimi mesi o nelle ultime settimane dell’ anno scolastico, per prepararci bene agli esami finali, affinchè potessimo conseguire con ottima riuscita i migliori diplomi.
I felici risultati degli esami, mentre provvedevano agli interessi famigliari, sociali e civili degli alunni, attiravano verso l’Istituto la stima delle Autorità scolastiche e l’affluenza dei giovani. Tutto ciò, dopo il Premio sperato dalla Bontà Divina, era la maggior ricompensa alle fatiche e ai sacrifici dei nostri amati insegnanti.
e) Come promuovere l’applicazione allo studio.
1) All’Oratorio si studiava.
Con quanta cura i giovani rispondessero alle esortazioni di Don Bosco, si deduce dai brillanti risultati da loro conseguiti agli esami pubblici, destando spesso stupore tra gli esaminatori, non sempre bene informati circa la serietà con la quale si facevano gli studi all’Oratorio.
Nei primi tempi Don Bosco, benché mandasse i giovani in città alla scuola di Don Picco e di Bonzanino, procurava che il mattino o la sera avessero in casa ripetizioni di italiano, latino, aritmetica, storia: ripetizioni che talora succedevansi l’una all’altra, essendo i giovani divisi in varie classi secondo la loro capacità. Nello stesso tempo li esortava a non isgomentarsi innanzi alle difficoltà degli studi e di altre miserie della vita, dicendo: « Se sapeste quanti stenti ho sofferto per riuscire chierico! Ho sempre avuto bisogno di tutto e di tutti per andare avanti » (677). E l’amore allo studio, per le sue esortazioni, diveniva una vera smania di imparare. Don Bosco però sapeva temperarla, allo stesso modo che equilibrava i divertimenti e le pratiche di pietà. Così gli alunni dell’Oratorio distinguevansi per abilità e virtù.
Nel 1864 Don Bosco, per la prima volta, presentò tre suoi giovani agli esami statali di licenza liceale. Nonostante gli schiarimenti avuti, la commissione, prevenuta contro gli studi dell’Oratorio, respinse la composizione latina dell’alunno Rinaudo, per essere troppo ben fatta: non poteva averla fatta lui. Dietro istanza di Don Bosco, fu ammesso agli orali, ma prima dovette rifare ivi stesso la composizione latina, che riuscì migliore della prima, onde fu promosso a pieni voti. Altri e poi altri dell’Oratorio, negli anni seguenti, si presentarono per gli stessi esami ai licei di Torino, destando l’ammirazione degli esaminatori.
Oltre a ciò Don Bosco, benché l’esame di licenza ginnasiale non fosse necessario, mandava, sul finire dell’anno scolastico, i più distinti dei suoi studenti a subire l’esame di Rettorica nei pubblici Ginnasi, dovie essi riportarono sempre splendide promozioni. Quando poi tale esame fu imposto dalla legge, tutti gli anni i giovani dell’Oratorio si presentavano in numero di trenta, quaranta e più agli esaminatori governativi, e riuscivano non di rado i primi.
Un distinto Direttore di Ginnasio governativo, pieno di entusiasmo per la riuscita dei giovani alunni dell’Oratorio, ripetè molte volte a Don Durando non potersi immaginare il vantaggio immenso che avevano causato i giovani dell’Oratorio agli alunni delle scuole pubbliche, col destarne l’emulazione e col non lasciarsi superare nella votazione (678).
Non meno lusinghieri erano già stati i risultati dei primi Salesiani che si erano presentati agli esami per l’Università.
Il 6 luglio 1863 quattro maestri dell’Oratorio, i chierici Cerruti e Durando, i sacerdoti Francesia e Anfossi, subirono l’esame di ammissione alla facoltà di Lettere. Essi aprirono una nuova via ai confratelli esponendosi, per amore di Don Bosco e della Congregazione, a fatiche non indifferenti. Eravi però gran diffidenza negli ambienti dell’Università: tanto che si costituirono due commissioni appositamente per loro. L’esame riuscì splendidissimo.
II famoso pedagogista Abate Giovanni Antonio Rayneri, che presiedeva una delle commissioni esaminatrici, visto nell’aula il Prof. Vallauri, lasciò il suo seggio e gli andò vicino. Il Vallauri, creduto troppo ligio a Don Bosco, non aveva potuto esaminare. E il Rayneri pieno di vivacità: — Ditemi, professore, ditemi, che voto debbo dare agli insegnanti di Don Bosco?
— Oh! Non li avete esaminati voi?
— Il busillis è che sanno, sapete, sanno!
—Lo dite a me? Sono i migliori del mio corso.
Tutti e quattro ottennero i pieni voti assoluti, e Francesia e Cerruti ebbero anche la lode.
Nell’uscire dall’aula, li accolse un’ovazione da parte dei loro numerosi compagni studenti.
Il Prof. Prieri, Preside della Facoltà della seconda commissione, entusiasmato della bellissima prova, uscì dall’aula con uno degli esaminati dicendogli: — Oh! sì che da Don Bosco si studia! Ma vedete, credetemi, non tutti i nemici vostri sono solamente all’Università. Ne avete anche altrove... e potentissimi. — Intanto passava colà il poeta Prati. « Giovanni, — gli disse il professor Prieri, — venite qui, sentitemi. È un peccato che stamattina non vi siate trovato all’Università; avreste presenziato al bellissimo esame di questo signore. Sappiate che da Don Bosco si studia, e si studia davvero » (679).
Prima di por termine a quest’argomento ci pare doveroso dire che, grazie alla solida impalcato ra didattica e al potente impulso dato da Don Bosco agli studi, le sue scuole fiorirono e si moltiplicarono in un crescendo continuo, raccogliendo fiumane di giovani, desiderosi d’imparare la scienza, l’arte e la virtù alla scuola del grande e santo Educatore.
E ciò viene ad attestare ancora una volta quanta importanza Don Bosco dava alla formazione intellettuale della gioventù, sempre orientata al bene delle loro anime, e ci persuade ognor più della bontà e della efficacia dell’indirizzo dato alle sue scuole per ottenere una soda educazione intellettuale e morale dei suoi allievi.
Non possiamo pertanto che far nostre le parole di Don Cerruti: « Ogni giorno che passa, mi persuado ognor più della necessità, che per noi è dovere, di stare attaccatissimi, mordicus, agli insegnamenti di Don Bosco, anche in fatto di istruzione e di educazione, e da questi insegnamenti non dipartirci mai; neppure d’un punto, nec transversum quidem unguem! Lungi da noi i novatori » (680).
2) Esortazioni agli studenti.
Con quanto interesse e con quanto amore Don Bosco seguisse i giovani studenti nei loro studi, lo provano le frequenti esortazioni che rivolgeva loro per animarli a un’applicazione sempre maggiore. Lo scopo, l’importanza e la maniera di studiare erano i temi preferiti delle sue conversazioni, delle sue Buone Notti, ed anche della sua corrispondenza.
Scriveva a Don Vespignani il 22 agosto 1880: « Dirai agli studenti ed ai nostri ascritti che io attendo grandi cose da loro. Moralità, umiltà, studio: ecco il loro programma » (681). E ai giovani di Lanzo: « Siete in collegio per farvi un corredo di cognizioni con cui potervi a suo tempo guadagnare il pane della vita » (682). Ai giovani dell’Oratorio: « Guardate di imparare quelle cose di cui non avrete a pentirvi quando sarete vecchi » (683).
Ricordava un giorno al chierico Francesia questa massima di San Francesco di Sales: « Vuoi imparare? Studia da te con molto impegno. Vuoi imparare molto? Cerca chi ti istruisca. Tuoi imparare moltissimo? Mettiti a far scuola di ciò che vai studiando ». E la splendida riuscita dei maestri di Don Bosco dimostrò la verità di questo assioma (684).
Mentre però inculcava la scienza, raccomandava ancor più la virtù. « Agli studenti io auguro — diceva — che possano imparare la scienza profana, senza dimenticare la scienza dei Santi (685). Procurino nella scienza terrena di cercare la scienza del cielo, la virtù, e metterla in pratica » (686).
3) Nove mezzi per studiare con profitto.
Son rimaste memorande nove Buone Notti che, alla fine del 1864, Don Bosco diede agli studenti dell’Oratorio proponendo e spiegando nove mezzi per trarre profitto dagli studi.
Udiamoli dalla bocca dello stesso nostro Padre. È sempre utile bere alla fonte del pensiero genuino del grande Educatore.

Primo mezzo: « Voglio suggerirvi, o miei cari figliuoli, alcuni mezzi per riuscire bene nello studio e ve ne dirò uno per sera. Primo mezzo per studiare bene è il timore di Dio. Initium sapien-tiae timor Domini! Volete divenir dotti veramente e fare grande profitto nelle scuole? Temete il Signore, guardatevi bene dall’offenderlo, perchè in maleuolam animam non introibit sapientia, nec habitabit in corpore subdito peccatis. La sapienza degli uomini deriva da quella di Dio. E poi che piacere volete che provi nello studio chi ha il cuore agitato dalle passioni? Come volete che uno superi le difficoltà che si incontrano nelle scuole, senza l’aiuto di Dio? Omnis sapientia a Domino Deo est. Un solo peccato mortale fa ingiuria così grande a Dio, che tutti gli angeli e gli uomini insieme non potrebbero ripararla. E Dio dovrà aiutare negli studi coloro che gli fanno un insulto cosi grave? Uomini veramente dotti non furono mai coloro che offendevano il Signore. Guardate San Tommaso, San Francesco di Sales. L’esperienza insegna continuamente che coloro i quali approfittano nello studio sono quelli che stanno lontano dal peccato. Yi sono è vero certi malvagi i quali risplendono ora per ingegno e sapere. Ma forse in altri tempi si meritarono dal Signore con la buona condotta e con opere buone questo gran dono del quale poi abusarono. Del resto la massima parte di costoro non hanno vera sapienza; hanno la mente piena di errori che insegnano agli altri. Che se a qualcuno poi dei cattivi il Signore ha permesso profitto nella scienza, benché sia suo nemico, ciò tornerà a maggior castigo e maggior maledizione avendone abusato » (687).
Secondo mezzo: « Secondo mezzo per ben studiare è non perdere mai un briciolo di tempo. 11 tempo, miei cari figliuoli, è prezioso. Fili, conserva tempus! Il tempo che si deve dare allo studio, darglielo tutto. Non cercare mai pretesti per sfuggire la scuola. È doloroso vedere giovani che vanno cercando pretesti di malattie, o di licenze carpite ai Superiori, per non adempiere a questo loro dovere.
« Non leggere in tempo di studio o di scuola libri che non hanno a far nulla colle materie scolastiche. Frenare la fantasia. Vedete quel giovane che sembra attento al suo libro? Credete che studi? Oibò! Ha la mente distante mille miglia. Vedete, ei sorride: gli sembra di essere in ricreazione a giocare alla trottola; e pensa alla vittoria che ha conseguito sul compagno. Quell’altro pensa alle castagne ed al salame che ha nel cassone. L’altro ha quel progetto, per esempio di comperare quel libro, di riuscire in quella gherminella, di far quello scherzo, di andare a quella scampagnata. Non parlo di quei giovani che pensano ad offendere Dio, perchè spero che qui nell’Oratorio non ve ne siano. Studiamo dunque e non perdiamo il tempo » (688).
A questa Buona Notte di Don Bosco, circa il buon uso del tempo, ci permettiamo di aggiungere che, in uno schema di proposte per il 1° Capitolo Generale del 1877, Don Bosco aveva scritto anche questa raccomandazione: « Si abbia la massima cura che gli allievi non passino il tempo in ozio, ma anche che non istudino più di quello che ognuno può. Il maestro non isforzi a progredire coloro che sono di scarso ingegno: gli allievi siano aiutati nelle rispettive classi ». In seguito a questo e sempre per fomentare il profitto negli studi col buon uso del tempo, il nostro Padre suggeriva ancora quattro cose: 1) la precisione dell’orario 2) l’osservanza della disciplina; 3) le passeggiate a suo tempo, senza fermate, e non troppo lunghe; 4) non troppe vacanze, e queste pure condite con studi di gradimento (689).
Terzo mezzo: « Terzo mezzo per riuscire nello studio: abituarsi a non passare da uno all’altro capo di qualsivoglia scienza, da una all’altra regola della grammatica, da uno ad altro argomento, se prima non si ha bene inteso ciò che antecede. Quindi mandate a memoria quanto andate studiando. Disse bene Cicerone: Tantum scimus, quantum memoriae mandamus. Ogni giorno studiate in modo che resti fissa nella mente la lezione o il tratto di autore classico che il maestro vi assegna da recitare. Ogni giorno, io dico: perchè se oggi trascurate d’imparare, domani per mettervi a posto dovrete raddoppiare la fatica. Chi trascurasse di usare questa diligenza per una settimana dovrà rimediare alla deficienza di sette lezioni, notando che il suo compito da fare, giornaliero, è tale da occuparlo tutto il giorno. È per non usare questa diligenza, che non pochi hanno molte lacune nella mente; molte cose non hanno intese bene; e, negli ultimi mesi dell’anno scolastico, si ammazzano per studiare, col timore di essere rimandati. Chi invece fu sempre diligente, possiede con sicurezza il tesoro delle sue cognizioni, e il giorno dell’esame non reca a lui nessun fastidio » (690).
Quarto mezzo: « Quarto mezzo per ben studiare: mangiare a tempo debito. Più ne uccide la gola che la spada. Volete istruirvi? Non vivete per mangiare; mangiate per vivere. Al mattino e alla merenda mantenetevi leggeri. Non mangiate a crepapancia. Se avete qualche buon boccone messo in serbo nel vostro balde, non lasciatevi tirare dalla gola, non mangiatelo tutto in una volta, in modo da scoppiarne: conservatene un po´ per i giorni seguenti e così non vi farà male. Non crediate già che io ve lo dica per mio interesse: no davvero; perchè l’esperienza mostra che se mangiate una pagnotta di meno a colazione, ne mangerete poi più di tre a pranzo. Chi va in iscuola o istu-dio collo stomaco troppo pieno ben presto resta colla testa grave, indisposto, svogliato, combatte inutilmente il sonno e fa nulla, perchè nulla o quasi nulla capisce non potendo applicarsi. Se poi fa uno sforzo per applicarsi, peggio che peggio. Sovraggiunge il mal di capo, non si fa più nulla per qualche giorno, ed alcune volte si guadagna una forte indigestione » (691).
Quinto mezzo: « Quinto mezzo per ben studiare: la compagnia dei giovani studiosi. È questo il mezzo più adatto per fare un gran profitto nello studio. Quando siete in ricreazione avvicinatevi ai chierici o ai compagni più istruiti, e domandate loro qualche nozione di geografìa, qualche spiegazione su certe frasi di autori classici, o su qualche regola della grammatica, o su qualche punto di storia. Parlando fra voi sovente di cose riguardanti i lavori, le lezioni, i componimenti, le traduzioni, oh quanto profitto farete! A passeggio eziandio intrattenetevi in simili ragionamenti e lasciate la compagnia di certi fannulloni e scempiati, che addirittura farebbero perdere, non che acquistare la scienza. I discorsi inutili o frivoli giovano a nulla e non servono che a dissipare le menti e a raffreddare i cuori. Dice il Savio: Se vuoi diventare sapiente, pratica i sapienti » (692).
Sesto mezzo: « Sesto mezzo è la ricreazione ordinata. La ricreazione fatela intera, perchè ricreandovi prenderete nuove forze per studiare meglio, quando verrà Fora della scuola. Non cambiate l’ora della ricreazione in ora di studio, perchè poi, quando dovrete studiare nel tempo fissato dalla regola, avrete la mente stanca e farete poco profitto. Guardatevi poi dalla ricreazione smodata ed eccessiva. Vi sono alcuni che, nell’ora della ricreazione, corrono su e giù con tale furia, che non sembra mica che facciano ricreazione, si direbbe piuttosto che si ammazzino. Urtano e cacciano a terra i compagni, si rompono il naso, si pestano le membra, fanno a pugni così per passatempo; e poi quando è finita la ricreazione, tutti sudati, trafelati, e stanchi vanno a studio: ma sì... la testa è ancora in rivoluzione ed ha bisogno di riposo; e tanto sono nel gioco che ci pensano anche nella scuola. Non parlo di quelli che urlano in modo da aver male al capo per tutto il giorno. Noto anche quei giovani che, passeggiando o facendo crocchio, parlano di passeggiate, feste, merende, pranzi, vacanze con tale entusiasmo, che poi in iscuola non hanno altro per la testa.
« Di coloro poi che in ricreazione tengono discorsi cattivi, dirò solo che, dove non si trova il timore di Dio, è impossibile un profitto vero. Dunque anche in ricreazione siate regolati. Non vi dico già che non giuochiate alla trottola, a barra rotta, ecc. ecc.; saltate pure, divertitevi, ma guardatevi dagli eccessi. Ancor io, quando non ho da intrattenermi colle persone che mi vengono a cercare, faccio ricreazione, mi sollazzo con voialtri, facezio, rido, ma non mi rompo mica il collo per divertimento. Dunque sesto mezzo per studiare con profitto è una ricreazione bene ordinata» (693).
E qui aggiungiamo che, in altra circostanza, dopo di avere esortato i giovani a essere diligenti nei lavori scolastici, soggiungeva: « Non intendo per altro che vi occupiate dal mattino a sera senza nessun sollievo, pechè io vi voglio bene e vi concedo volentieri e in gran numero tutti quei divertimenti nei quali non vi è peccato. Tuttavia non posso fare a meno che raccomandarvi tutti quei trastulli che, mentre servono di ricreazione cagionandovi diletto, possono recarvi qualche utilità. Tali sono lo studio della storia, della geografìa, e delle arti meccaniche e liberali, il canto, il suono, il disegno, ed altri studi e lavori domestici, i quali, ricreando possono procurarvi cognizioni utili e oneste, e contentare i vostri parenti e i vostri Superiori » (694).
Settimo mezzo: « Il settimo mezzo per ben studiare è questo: Vincere le difficoltà che s’incontrano nello studio degli autori. Quando incontrate difficoltà, non dovete avvilirvi. Che cosa siete venuti a fare qui all’Oratorio? A studiare. Dunque è naturale che bisogna imparare quello che non sapete. E imparare quello che non si sa, indica sforzo di mente più o meno, secondo il maggiore o minore ingegno. Quindi coraggio; non bisogna lasciar l’opera a metà. Non fanno bene coloro che, incontrando una difficoltà, la saltano, dicendo: — Questo non lo capisco, — e passano ad altro; non bisogna passar oltre finché la difficoltà non sia vinta e superata. E per ottenere questo, primieramente ricorrete a Gesù e a Maria con qualche divota giaculatoria, e vedrete che le difficoltà spariranno. Non dimenticatelo mai, miei cari figliuoli; è questo iJ mezzo più efficace per vincere ogni difficoltà nello studio, perchè solo Dio è il donatore e padre della scienza e la dà a chi vuole e come vuole. A Maria SS. voi lo dite ogni giorno nelle litanie: Sedes sapientiae,. ora pro nobis. Essa è la sede della sapienza. Rivolgetevi poi ai maestri, agli assistenti: essi si faranno premura di aiutarvi e vi daranno tutte quelle nozioni e spiegazioni delle quali avrete bisogno. Yi dirò ancora di più: non solo sforzatevi e siate costanti nel vincere le difficoltà, ma godetene, quando ne incontrate, perchè queste accrescono l’ingegno e fanno provare una dolce soddisfazione quando riusciamo ad intendere. Che vanto vi è nell’imp arare ciò che facilmente si capisce? Aggiungete ancora che ciò che s impara con fatica non si scancella mai più dalla mente » (695).
A questo proposito il nostro Padre disse altra volta: « Non perdiamoci di coraggio se troviamo difficoltà. San Girolamo ci è esempio di costanza per lo studio delle Sacre Scritture. Egli si era preso l’incarico di tradurre la Bibbia dall’Ebraico in Latino e a tal fine si era ritirato in una spelonca. Dopo aver speso molto tempo in tale studio, non poteva riuscire a sciogliere moltissime difficoltà. Prese pertanto la deliberazione di sospender quel lavoro. Ma un bel giorno uscito dalla caverna vide una roccia nella quale era scavata una buca. Si fermò a considerare come si era potuta produrre quella buca, e venne a conoscere che era stata fatta, con l’andar del tempo, dal cadere sullo stesso punto, di continue gocce d’acqua, da uno stillicidio. E disse tra sè: — Chi sa che questo non sia un avviso di Dio perchè non mi perda d’animo, ma prosegua nel mio intento. Se una goccia d’acqua potè col tempo forare questa pietra, potrò io pure trar profitto dal mio studio colla costanza. — E continuò, prese lezioni da un dottissimo Rabbino e compì la sua magnifica impresa con vantaggio incalcolabile di tutta la cristianità. Gutta cavat lapidem! » (696).
Ottavo mezzo: « Ottavo mezzo per studiare con profitto si è: occuparsi esclusivamente di cose riguardanti il nostro studio. Pluribus intentus minor est ad singula sensus. Non si acquista mai alcuna scienza sfiorando nello stesso tempo molti libri. Interrogato San Tommaso d’Aquino come avesse fatto per riuscire così dotto, rispose: — Col leggere un sol libro.
« Bisogna che ci fissiamo in mente che gli studi estranei alle nostre scuole devono essere messi da parte. Se uno che studia la lingua latina volesse nello stesso tempo studiare l’inglese e il francese, quale lingua saprebbe alla fine dell’anno? il programma della scuola di latinità è già tale da preoccupare un ingegno svegliato per tutto il tempo delle scuole. Yi sono dei giovani che leggono molto, ma non s’avvedono che tanto leggere non fa altro che imbrogliare la loro mente. Molti vi sono che leggono poeti, racconti, storie, prose classiche non prescritte; cose buone, se volete, ma intanto lasciano troppo da parte il´ loro dovere trascurando di acquistare le cognizioni necessarie.
« Ma come passare il tempo — voi direte — quando è fatto il lavoro, è studiata la lezione? — Quando avrete fatto il vostro dovere, se vi resta ancora qualche ora di tempo libero, ripassate le spiegazioni degli autori già fatti, ritornate su certe regole di grammatica, che vi sono sfuggite, leggete una facciata del libro di testo prescritto, ma leggetela con attenzione. Insomma non perdete il tempo con leggere le gesta di Guerrin Meschino, la vita di Gianduja, o quella di Bertoldo.
« Dandovi però questi consigli, non disconosco l’importanza ed i vantaggi di moderate e giudiziose letture; ma è necessario che nel leggere ternate queste due regole: 1) Non si leggano altri libri, finché non si siano compiuti i doveri di scuola. 2) Non si leggano prima di avere chiesto consiglio al proprio maestro o ad altri capaci di darlo, affinchè non vi avvenga di leggere libri inutili, oppure libri che, oltre l’essere inutili, siano scritti in lingua cattiva, ovvero libri che siano riprovevoli e che vi guastino la mente ed il cuore con insinuarvi cattive massime » (697).
Nono mezzo: « Continuando a parlare dei mezzi per studiare oggi vi dirò il principale: Ricorrere sempre alla protezione di Maria SS. Maria è sede della sapienza; quindi avanti di studiare la lezione, prima di incominciare la spiegazione degli autori, prima di fare la composizione, non dimenticatevi mai di dire un’Ave alla Santa Vergine e poi soggiungete: Sedes sapientiae, ora pro nobis » (698).
4) Industrie di Don Desco per o tenere lo studio e la buona condotta.
Per promuovere e incoraggiare l’applicazione allo studio e la buona condotta dei giovani, Don Bosco aveva escogitato vari accorgimenti, tutti diretti a suscitare lo spirito di emulazione, che è una leva potente sul cuore dei ragazzi.
È notevole anzitutto il suo personale interessamento, che non si limitava a dare norme agli altri: il lavoro principale, per la conservazione dell’ordine in casa, lo riservava a sè. Egli facevasi consegnare dagli assistenti e dai maestri la lista dei voti settimanali e mensili di ciascun alunno, sia di studio, che di lavoro e condotta. Tante erano le liste quanti erano i maestri, compresi quelli delle scuole serali, i capicamera, i capilaboratorio. Ogni lista portava la firma dell’insegnante. Le prime liste che si conservano risalgono all’anno 1857-58. In margine a queste si leggono delle osservazioni (699).
Quando, per motivi speciali, doveva assentarsi lungo tempo dall’Oratorio, di lontano si faceva dare notizie particolareggiate dai maestri delle singole classi, per iscritto; ed egli rispondeva in modo da acuire il desiderio di fare sempre più e sempre meglio (700). Da Roma il 12 marzo 1875 scriveva a Don Rua: «Di’ agli studenti e ad altri cui riguarda, che mi tornò carissimo il regalo fattomi di un optime generale di condotta. Oggi alle 11 vado all’udienza del Santo Padre e fra le altre voglio dargli questa notizia e chiedergli una speciale benedizione che parta dal Capo e vada fino agli ultimi. Il piacere poi sarà raddoppiato, se questo regalo sarà anche rinnovato nella seconda settimana » (701).
Intanto gli alunni, sapendo che i loro voti passavano sotto gli occhi di Don Bosco, e vedendo che tutte le domeniche venivano a lui consegnati quelli dello studio in comune, davano a questi voti la massima importanza: tanto più che erano assegnati con certo qual rigore, tenendosi per massima che, quegli che era mantenuto dalla carità, doveva esserne degno.
Don Bosco, saputo il voto che il giovane aveva ottenuto in scuola, lo confrontava con quello dello studio e talvolta trovava che il maestro e capostudio non erano dello stesso parere. Perciò dei voti scadenti non dava subito giudizio. Faceva a tal fine salire gli interessati un dopo l’altro in sua camera in giorni diversi e dava loro alcune pagine da studiare a memoria, oppure una piccola composizione da scrivere: quindi li interrogava. Questi era scusato dal tardo ingegno, sicché stentava a tener dietro alle lezioni. In quello scopriva una portentosa memoria, che però si riduceva a ritenere le cose senza riflettere. L’altro aveva poca memoria ma giusto criterio. E dava a ciascuno le norme per occupare e con profitto il tempo.
Quindi avvisava i chierici, che vedendo di quelli distratti o che dormicchiavano, li avvicinassero amorevolmente e sottovoce chiedessero loro se avessero inteso ciò che studiavano, se trovassero difficoltà nel compito; e che soggiungessero: i— Sei contento che t’aiuti? — A questo modo taluni, che sul principio parevano inetti allo studio, fecero bella riuscita. Pochi erano gli studenti meritevoli di rimprovero. Nessuno mai potrà immaginarsi la smania che in quei tempi vi era di studiare. Se i giovani andavano in refettorio, tenevano aperto accanto a sè il libro; accorciavano il tempo di ricreazione per ritirarsi in un angolo a ripassare la lezione; di notte cercavano di avere un posto accanto al lume onde vegliare allo studio quanto più tempo era possibile. Ci volevano avvisi continui per impedire abusi dannosi alla sanità (702).
Oltre al suo personale interessamento, Don Bosco non tralasciava di vigilare attentamente i giovani ovunque fossero, a fine di rendersi conto coi propri occhi della loro condotta. Con frequenza andava nello studio ed entrava nei laboratori. Mai che accadesse la più piccola infrazione alle regole, senza che egli subito se ne avvedesse e ci rimediasse con prontezza. Conferiva sovente con gli altri Superiori, informandosi del comportamento dei giovani e dando sempre norme per il buon andamento della disciplina (705). Questo continuo scambio di idee e. di osservazioni, mentre incoraggiava coloro che dovevano stare in mezzo agli educandi, teneva al corrente di ogni cosa il Superiore (704).
Giovavano poi moltissimo le conferenze che i Superiori dell´Oratorio tenevano ogni domenica dalle sei e mezzo pomeridiane alle sette e mezzo. Questa era la ruota maestra per far andare avanti le cose a dovere. In tali conferenze, formate dai membri del capitolo locale e presiedute da Don Rua, i capitolari subivano una specie di mutuo esame sulla diligenza che mettevano nell’invigilare, ognuno entro la sfera della propria azione. Così tornava agevole prevenire disordini e rimediare a quelli avvenuti. I Superiori poi si intendevano fra loro per operare con lo stesso metodo e con lo stesso spirito; così tutti rimanevano informati di quanto fosse accaduto. In fine, mediante i consigli suggeriti dai più provetti, si aveva una vera scuola di prudenza, massime nell’andare adagio a prendere deliberazioni quando le cose fossero un po’ dubbie. Negli affari di maggior importanza la parola decisiva si riservava sempre a Don Bosco (705).
Privatamente Don Bosco teneva sempre a portata di mano un quaderno speciale, che consigliò anche a Don Rua nel mandarlo ad aprire il Collegio di Mirabello: il quaderno dell’esperienza. In esso aveva cura di registrare tutti gli inconvenienti, i disordini, gli sbagli, a mano a mano che occorrevano nelle scuole, nelle camerate, nel passeggio, nelle relazioni tra giovani e giovani, tra Superiori e inferiori, tra i Superiori stessi, nei rapporti del collegio coi parenti dei giovani, colle persone estranee, colle autorità scolastiche o civili o ecclesiastiche. Notava le disposizioni che si vedevano necessarie per ovviare a molti sconcerti accaduti nelle feste straordinarie: e via discorrendo. Teneva pure conto dei motivi di cambiamento d’orario o di funzioni o di vacanze o di scuola in certe circostanze; leggeva a quando a quando e studiava le proprie note; e specialmente, ricorrendo uguali circostanze, riandava quanto altra volta erasi fatto, per regolare con prudenti misure ogni cosa, e gli errori nei quali si era incorsi e la maniera di rimediarvi (706).
5) Emulazione e incoraggiamento.
Abbiamo già detto che Don Bosco cercava di destare lo spirito di emulazione dei giovani: vediamo ora i principali mezzi, di cui l’esperto Educatore sapeva servirsi.
1) Con piccole cariche. Don Bosco ciò faceva, oltre che per interessare molti al bene dei giovani e per una maggiore vigilanza, anche per dare, come premio meritato, un segno di speciale confidenza. Certe indoli intraprendenti, lusingate da quella preminenza sui compagni, si affezionavano sempre più all’istituto (707).
2) Con lodi e con biasimi. Spesso nelle Buone Notti lodava i giovani diligenti e biasimava o rimproverava i negligenti; e con altrettanta frequenza, dopo aver messo a confronto gli uni cogli altri, faceva risaltare la stima che si aveva dei buoni e la poca considerazione in cui stavano i cattivi (708). Altre volte segnalava in pubblico la buona riuscita fatta da antichi alunni nella società, l’onore e la stima in cui erano tenuti fuori nel mondo i giovani dell’Oratorio, sicuro di indurre i suoi ascoltatori a mettersi d’impegno per emulare gli antichi e conservare all’Oratorio la considerazione in cui era tenuto (709). Non mancava talora di sottolineare i progressi già ottenuti, allo scopo di raggiungere un miglioramento generale (710).
3) Con segni di particolare distinzione alla sua mensa. Ogni Domenica comparivano a pranzo dai Superiori, per turno, i giovani che avevano ottenuto i migliori voti di condotta; prima quelli di ciascuna classe degli studenti, e successivamente gli artigiani di ogni laboratorio. A questo modo, su per giù tre volte all’anno, ogni classe e ogni laboratorio era rappresentato nel refettorio dei Superiori.
Nel giovedì Santo, a tredici, scelti fra gli ottimi, lavava i piedi alla funzione della sera e poi li conduceva a cenare con sè: cortesia che era gradita moltissimo (711).
Ciò serviva a incoraggiare al bene non solo le singole classi, ma tutti i giovani in generale. Il buon Padre godeva assai nel vedere questi alunni, li desiderava, e sostenne questa costumanza anche quando, da parte di certi metodisti, sorse qualche contrarietà. Egli riteneva cosa di gran momento che i giovani più distinti avessero occasione di avvicinarsi ai Superiori, e avrebbe voluto che questo premio si desse loro più volte all’anno. Grande era l’utile per gli alunni premiati. Immancabilmente, finito il pranzo, passavano a salutare Don Bosco, ed egli diceva a ciascuno una parola che produceva sempre gran bene. Talvolta, con una frase che sembrava detta a caso, egli feceve intendere il genere di vita che un alunno doveva abbracciare; tal altra contribuiva a far germogliare una vocazione o ad assicurarla o anche a compirla. In certe occasioni egli donava a ciascuno una pasta dolce.
In attesa di questo premio i giovani ne parlavano molti giorni prima con un gran desiderio, vi facevano sopra i loro commenti, e tutti ricordavano per anni interi la fortuna di aver pranzato con Don Bosco (712).
Dal 1869 gli alunni di quinta ginnasiale che più si segnalavano per istudio e condotta, sede vano ogni domenica alla mensa dei Superiori(713).
4) Con la solenne premiazione in occasione della festa di San Francesco di Sales. A stimolo ed anche a guiderdone di buona condotta, Don Bosco stabiliva, — e iniziava così una lodevole pratica, che rimase in vigore per molti anni, — che fossero premiati i giovani reputati migliori per comune votazione dei compagni. La distribuzione dei premi a studenti e artigiani si faceva per lo più alla sera della festa di San Francesco di Sales. La settimana prima ciascun giovane scriveva il nome di un dato numero di compagni, che, a suo giudizio, erano di più specchiata condotta religiosa e morale, e consegnava la lista a Don Bosco. Tra i votanti non poteva esservi precedente accordo, e non si spiegava il motivo del proprio voto. I Superiori non s’immischiavano, neppure col consiglio: tale votazione era perfettamente libera. Don Bosco ne faceva lo spoglio ed i sei, otto, dieci, od anche più giovani, che avevano ricevuto un maggior numero di voti, venivano proclamati in quella sera e premiati con qualche libro alla presenza di tutti i Superiori e i giovani dell’Oratorio. È degno di rilievo il fatto che il giudizio dato dai compagni riusciva ogni volta così giusto ed assennato, che migliore non sarebbe riuscito quello dei Superiori medesimi: nessuno infatti è più atto a conoscerci, di colui che si frequenta, ci tratta familiarmente, e intanto senza che noi ce ne accorgiamo, osserva le azioni e le parole nostre. Detta premiazione, dopo tre soli mesi dall’entrata dei giovani nell’Oratorio, non era solo di grande incitamento ai buoni, ma anche un avviso e una rivelazione per quelli che non avevano avuto alcun suffragio (714).
Don Bosco stesso ne dava giorni prima l’annunzio (715). E procurava che il premio, anche se non di prezzo eccessivo, fosse assai ben presentabile. Egli soleva dire: « I giovani stimano le cose secondo hanno imparato a giudicarle. Non è il molto, ma il dato di cuore, anche a poco a poco, e in tempo opportuno, che torna loro gradito ». Ed egli col suo fare e colla sua parola incantevole, tutto rendeva bello ed amabile (716).
5) Con la solenne premiazione di fine d’anno. Si svolgeva con grande solennità alla presenza dei parenti. Don Bosco, nel 1859, ne dava il preavviso ai suoi giovani con queste parole: « Sono contento nel vedere che i voti dello studio sono buoni, perchè se i voti sono buoni vuol dire che si studia, e se si studia, ciò indica due cose. La prima che voi vi farete onore, la seconda che siete bravi figliuoli. In quest’anno adunque vi farete onore, e non solo potrete essere promossi tutti all’esame finale, ma ancora essere tutti premiati. Ma voi direte: — Come fare ad essere tutti premiati? I premi si danno solo ad alcuni, altrimenti Don Bosco dovrebbe fare bancarotta a provvedere premi per tutti noi» — Ma io vi rispondo che non si daranno solamente ad alcuni, ma a tutti quelli che se lo saran meritato. Se tutti lo meriteranno, lo avranno tutti. E nel giorno finale dell’anno inviteremo i parenti, i parroci, i sindaci, gli amici, e che bel trionfo sarà allora per chi avrà studiato!... Ma, l’aver ottenuto buoni voti, ho detto indicare eziandio
che voi siete buoni, perchè il mezzo principale che stimola allo studio è la pietà... Coraggio dunque! Quelli che ottennero l’optime continuino a meritarlo sempre: quelli che ottennero un voto di sufficienza, ma inferiore all’optime, prendano animo e dicano a se stessi: Se questo e quello ha preso l’optime, perchè non potrò averlo anch’io? Non voglio essere inferiore agli altri » (717).
6) Con la lettura settimanale dei noti di condotta. Don Bosco aveva prescritto che ogni settimana si desse a ciascun alunno il voto di condotta, di studio e di lavoro, ed egli stesso si recava a leggere pubblicamente i voti la domenica sera, incoraggiando i diligenti ed ammonendo i negligenti (718). Scrisse il Teologo Ballesio: « Su più che duecento studenti era raro un medie, rarissimo un male, che veniva accolto con un senso di generale disapprovazione. Giusto e temuto castigo! La grandissima maggioranza riportava sempre optime o fere optime. Ed a questo ardore sostenuto dalla religiosa educazione si devono le palme poi mietute dagli studenti, vuoi all’Uni-versità vuoi al Seminario, ed il continuo progredire e perfezionarsi dei laboratori della sezione artigiana » (719).
7) Con accademie e con gare. Nei primi tempi dell’Oratorio Don Bosco, da solo, ideava, preparava accademie e specie di gare catechisti-che per innamorare sempre più i suoi giovani alla Dottrina Cristiana; e addestrandoli in quegli esercizi con interrogazioni e spiegazioni, prometteva premi e somministrava tutti quegli incoraggiamenti che riconosceva più desiderati (720).
8) Con buone informazioni ai parenti. Nelle visite alle Case diceva ai Direttori: «Vuoi che ti suggerisca un premio molto gradito agli alunni? Di’ talora ad un bravo giovanetto: — Sono contento di te, e lo scriverò ai tuoi parenti! — Vedrai quale effetto produrranno queste parole nei cuori ben fatti » (721).
9) Con belle passeggiate. Quando egli aveva stabilito di concedere una passeggiata speciale o dare altro simile divertimento ai giovani, indettava un prete, il quale a metà del discorso della sera, lo interrompeva, chiedendogli se non gli sembrasse conveniente concedere ai giovanetti quello spasso. Don Bosco faceva qualche obiezione ed osservazione, dimostrandosi esitante a concedere. L’altro insisteva. I giovani naturalmente prendevano interesse vivissimo ad una disputa che speravano riuscisse a loro favore, e finalmente Don Bosco concedeva. Questi dialoghi servivano per ottener certe promesse di migliore condotta, manifestare certi disordini da rimediare, rimproverare certe mancanze contro la regola, ma senza offendere nessuno, con maniere festive, e con sicurezza di ottenere un grande miglioramento. Con ciò si tenevano le menti dei giovani occupate, e talora per più settimane, nel pensiero di ciò che era stato annunziato, e quindi era questo l’argomento dei loro discorsi, ne scrivevano a casa, sospiravano il giorno aspettato, formavano i loro allegri progetti e ne restavano quindi escluse dal loro cuore le fantasie, che avrebbero potuto recar danno all’anima. Per lo stesso motivo promoveva, ed annunciava colle descrizioni più seducenti, ora feste religiose, ora accademie, o teatrini o lotterie. Talvolta raccontava avvenimenti portentosi, descriveva sogni di una bellezza incomparabile o palesava i grandiosi progetti che andava meditando (722).
10) Con riduzioni di pensione. Don Bosco possedeva in sommo grado l’arte di prevenire. Ecco per esempio un rimedio preventivo semplice ed efficace, che salta agli occhi di chi sfoglia gli antichi registri delle pensioni. Don Bosco era sempre disposto ad accettare orfani o giovanetti abbandonati. Per gli altri la pensione era modestissima. Egli però era di avviso che non si dovevano favorire con riduzioni coloro che non ne avessero bisogno, con scapito di altri veramente bisognosi. Specialmente poi per i nuovi usava accorgimenti speciali allo scopo di conservarli o renderli buoni. La pensione andava, per chi poteva dare qualcosa, da un minimo di lire 5 a un massimo di 24. Orbene Don Bosco stabiliva che il primo trimestre fosse, ad esempio, di lire cinque mensili, aggiungendo che, secondo la condotta dell’alunno vi sarebbe poi stata una riduzione progressiva, fino a gratis in tutto: quésto sistema produceva salutarissimi effetti. I nuovi venuti, nella speranza del beneficio, stavano attenti a fare il loro dovere; i genitori o chi per essi, che non di rado si toglievano il pane dalla bocca per mettere insieme le poche lire mensili, premevano sul ragazzo, perchè si comportasse in guisa da meritare la grazia. Frattanto in tre mesi di sforzi e di regolarità, i novellini si abituavano all’ordine, allo studio e alla pietà, la quel cosa diventava in seguito lo loro salvezza (723).
11) Talora con pubbliche minacce ai negligenti. La sera, per esempio, del 26 gennaio 1875, così parlava ai giovani, dopo un preambolo: « Quelli poi che prendono voti scadenti, bisogna anche che sappiano come saranno tollerati per un po’ di tempo; ma poi non più... Con altri si tollera un po’ di più e si lascia andare alquanto più avanti per vedere se si ravvede; ma voi sapete quello che dice il proverbio: la secchia va tanto al pozzo, che al fine vi lascia le doghe; cioè che una cosa unita all’altra fa una cosa grossa. Taluno si lascerà andar fino alla fine dell’anno, ma a questo punto compaiono le marachelle unite insieme, si dà un voto scadente e poi, lungo le vacanze, gli si deve mandare un bigliettino a casa dicendogli che si fermi pure a fare le vacanze lunghe, perchè nell’Oratorio non c’è più posto per riceverlo. Così purtroppo si dovette fare anche quest’anno... Sappiatelo che i voti si conservano e, anche dopo tanti anni, servono ancora di testimonianza in favore o contro di voi » (724).
E la sera del 19 marzo del 1865 replicava ai giovani che avevan subito gli esami semestrali: « È uso nel nostro Oratorio che tutti coloro i quali sono beneficati dalla Casa, quand’anche ottenessero sei punti su dieci, sono rimessi ai parenti; perchè sono indegni dei favori della Casa quelli che, nella Casa stessa, non si diportano veramente bene. Notate che nella votazione si tiene conto di tutto. Si tiene conto del contegno in Chiesa, in refettorio, nello studio, nella scuola, onde coloro che si credono di avere un dieci, avranno appena un sei o un otto, e coloro che credono di avere ottenuto l’approvazione degli esaminatori, troveranno che furono rimandati. La colpa di questo è tutta loro, perchè vennero avvisati abbastanza in tempo » (725).
12) Finalmente con l’espulsione stessa dal collegio, quando non bastavano gli avvisi e le minacce. Il provvedimento era una buona lezione per tutti: per lo più sortiva l’effetto di far rinsavire gli scapestrati. Ma di questo si è già detto prima, trattando l’argomento dei castighi.
Frattanto va notato che Don Bosco, in base al suo sistema che si appoggia anche sopra la ragione, non era alieno dal far sapere agli alunni il motivo dei loro voti scadenti, sia perchè avessero modo di correggersi, sia anche in vista d una eventuale espulsione, affinchè il giovane espulso non adducesse la scusa di non essere stato a suo tempo preavvisato. Nella conferenza di febbraio del 1872, presieduta da Don Rua, qualcuno si domandò se fosse il caso di dir sempre ai giovani la ragione quando si danno voti scadenti. Si conchiuse: esser bene che i giovani sappiano il motivo dei loro voti scadenti; ma i giovani debbono domandarlo con rispetto, e non mai in presenza altrui; e si conosca che lo domandano per potersi emendare. In tal caso l’assistente può dirlo. Non conviene lo dica quando domandano con arroganza o in presenza d’altri; ma può rispondere con tono grave: — Te lo dirò poi. — Oppure: — Vai dal Superiore, che ti dirà tutto (726).
Gli effetti di questo sapiente sistema di disciplina ci sono segnalati in gran parte da Don Bonetti, uno tra i più esimi Salesiani, forbito scrittore, e autore dei Cinque lustri dell’Oratorio e di altri scritti. Egli attesta che « era sì grande in tutti l’impegno di tenere una buona condotta morale religiosa, che alla fine della settimana, quando leggevansi pubblicamente i voti da ognuno riportati dai propri maestri e assistenti, accadeva raramente di udire un nove, poiché tutti meritavano dieci, vale a dire niuno dava motivo al più lieve lamento nè per la pietà, nè per lo studio, nè per la scuola, nè per il dormitorio, nè per la ricreazione e via dicendo. Il nove, ossia il suffragio indicante una condotta solamente quasi ottima, era in tanta disistima, che quando un giovane allievo, più per leggerezza che per cattiveria lo aveva ricevuto, ne piangeva dirottamente, e per ordinario non ne riceveva più in tutto l’anno » (727).
Capitolo VIII . L’ESEMPLARITÀ FATTORE SUPREMO DI EDUCAZIONE
1. Necessità del buon esempio.
Nel sistema educativo di Don Bosco, come del resto in ogni altro sistema, ebbe ed ha larga parte il grande mezzo pedagogico dell’esempio.
L’esempio ha sempre efficacia maggiore della parola: questa chiarisce, avvisa, persuade e stimola; ma generalmente resta limitata alla sfera della ragione e praticamente inoperosa, se non viene appoggiata e integrata dalla forza del buon esempio. Quando invece l’educando vede che il suo educatore, non solo parla ma agisce, e non solo insegna ma eseguisce, allora sente una forza più immediata e potente che preme in certo modo la sua volontà, e questa si trova per tal modo maggiormente incoraggiata a decidersi al bene e spinta a imitare la virtù e l’ardimento.
Non è necessario dimostrare quanta sia la potenza, a volte irresistibile, dell’esempio nella vita dei giovani e nella loro esuberante attività. L’educatore sa per esperienza che il giovane, nel suo periodo di formazione, ha una sensibilità straordinaria, quasi invincibile, per imitare ciò che vede fare: e questo avviene, non solo negli Istituti di educazione, ma anche negli ambienti sociali, persino in quelli più elevati e autorevoli. Giovani e non più giovani cercano di imitare il tono della voce, il modo di parlare, i gesti delle persone che esercitano qualche ascendente sopra di essi, soprattutto poi quando si fosse stabilita una corrente di simpatia. Tutto ciò non è altro che la potenza meravigliosa dell’azione che influisce su di essi.

a) Valore educativo dell’esempio NEL PENSIERO E NELLA PAROLA DI DON BOSCO.
Don Bosco che, a contatto costante della gioventù fin dai suoi primi anni, si era persuaso della potente efficacia dell’esempio, si valse di questo grande mezzo educativo, sforzandosi di portarlo al grado massimo d’influsso, di stimolo, di potenza formativa.
Dava egli stesso ai suoi giovani il primo esempio di azione e di vita virtuosa, È fuor di dubbio cbe la sua attività straordinaria, la sua pietà così commovente, il suo profondo senso di onestà, di carità tanto nobile ed umana, facevano un’impressione da potersi chiamare decisiva sui giovani che lo circondavano. Egli era il modello vivente dell’uomo compito, del cristiano perfetto, del religioso esemplare, del sacerdote santo. L’aureola di alta spiritualità da cui era circonfuso, e che brillava in tutte le sue azioni, era già per se stessa una forza assai potente d’educazione. Questo affermano concordemente tutti coloro che hanno avuto, come chi scrive, la somma ventura di vederlo, d’udirlo, d’ammirare la sua santità.
Mamma Margherita sul letto di morte gli aveva detto: « L’insegnamento più efficace è fare quello che si comanda agli altri » (728). Questa sapientissima massima certamente la buona Mamma gliel’aveva ripetuta più e più volte durante la sua vita, trovando in lui una rispondenza piena e perfetta fin dall’infanzia. Non altrimenti si spiega quest’affermazione di un suo intimo confidente: « La virtù andava in lui crescendo con l’età. Fin da quando era ancor fanciullo, vedendolo in chiesa, avevo ammirato il suo contegno edificante e la divozione con la quale pregava, e il suo riserbo nell’evitare quanto poteva la compagnia delle persone di altro sesso. Si distingueva fra tutti i suoi coetanei per morigeratezza e bontà di carattere... Le madri dei dintorni animavano i loro fanciulli a frequentare la sua compagnia, dalla quale l’esperienza dimostrava evidentemente come ritornassero sempre migliori » (729).
E tale fu da studente e da seminarista a Chieri. Divenuto Sacerdote e Capo d una moltitudine di ragazzi, era, per essi, spinta efficacissima al bene il suo sublime esempio. Egli precedeva tutti nell’adempimento dei doveri, nella pratica dei consigli evangelici, nel zelare la gloria di Dio in tutto. Il salesiano Don Dalmazzo Francesco lasciò scritto: « Noto un apprezzamento fatto da molti dei miei confratelli e da me stesso, che, colla frequenza e familiarità intima del Servo di Dio, al contrario di quello che avviene ordinariamente con gli altri uomini, si scorgeva sempre in lui qualche nuova virtù o qualche cosa in generale da ammirare, a cui prima non si poneva mente. Nel periodo di circa 30 anni, in cui l’ho avvicinato, debbo ingenuamente confessare che, non solo non ho trovato in lui cosa da biasimarsi, ma che anzi dovetti in ogni tempo ammirare la pratica di ogni virtù cristiana, in modo tale che fui costretto a persuadermi, de visu et auditu, essere vero quanto la fama diceva di lui: — È un santo » (730).
Per dare il buon esempio, di tanto in tanto si recava a studiare coi giovani nella sala comune (731), o a pregare in cappella. L’esempio era uno dei mezzi con cui egli accendeva nei giovani lo spirito di preghiera.
Dal 1846 al 1871, cioè fin che potè, egli fu assiduo nel recitare tutte le sere le orazioni colla comunità. Il giovane Luigi Bussi diceva un giorno sottovoce a un compagno, mentre gli allievi si radunavano: « Perchè Don Bosco quando si trova in casa viene sempre a dire le orazioni con noi? » Intanto si dava principio alle preghiere, e, come furono terminate, Don Bosco salì in cattedra, parlò, e quando discese, Bussi gli si avvicinò dicendogli: «Don Bosco, mi dica una parola!» E Don Bosco gli sussurrò all’orecchio: «Si dicono le orazioni insieme cogli altri pel buon esempio! ». Il giovane strabiliò, essendo certo che Don Bosco non poteva averlo udito (732).
Una seconda categoria di esempi personali era costituita dall’azione e dalla vita edificante dei primi ausiliari di Don Bosco. Egli se li volle formare direttamente, anche a costo d’immensi sacrifici, affinchè quei suoi primi aiutanti fossero veramente in tutto conformi alle sue norme, al suo sistema, alla sua mente, al suo cuore. Fu duro quel lavoro per lui, ma utilissimo. Gli stessi primi insuccessi giovarono a far sì che la formazione di essi fosse, dalle esperienze fatte, resa più sicura ed efficace. Ecco perchè incarnavano di fatto, in modo evidente e palpabile, le sue direttive morali, le sue norme educatrici, in gran parte le sue stesse virtù, e quella forma di vita che egli insegnava, inculcava, e voleva praticata dai suoi alunni. Con accortezza e sensibilità di educatore eminente volle che i suoi primi aiutanti si formassero nell’ambiente stesso degli alunni, vivendo in intimo contatto con essi, seguendoli nel corso della giornata per conoscerli sempre meglio, e, conoscendoli, guidarli, correggerli, formarli. Trovandosi sempre in mezzo ai giovani, in Chiesa, in studio, nei cortili, dappertutto, essi dovevano essere i primi nell’osservanza del Regolamento, i primi nell’adempimento esatto dei doveri, i primi in tutto e dappertutto, costituendo così l’esempio vivente e la regola sicura di ciò che gli altri dovevano fare.
Altra norma profondamente educativa, da lui praticata, fu quella di coltivare, qual solerte giardiniere, delle pianticelle speciali nel giardino vivente del suo Oratorio. In tal modo egli aveva sempre a sua disposizione un gruppo di giovani da lui stesso formati nel modo più accurato, più avanzati degli altri nella via della virtù e dell’adempimento dei propri doveri. Sapeva che poteva fare pieno assegnamento su di essi, e perciò dava loro norme speciali perchè si mescolassero come buon fermento in mezzo ai compagni: assegnava loro posti più in vista, ed anche di qualche responsabilità, perchè illuminassero colla luce delle loro buone azioni i propri compagni. È noto come egli, quando accettava qualche nuovo alunno nel suo Oratorio e desiderava che modificasse prontamente la sua condotta, con abilità e prudenza gli metteva al fianco, quale angelo custode, uno di questi suoi giovani più fidati, affinchè servisse al nuovo arrivato di guida, d’istruzione, di vero amico. L’esempio, reso in tal modo più accessibile, più comune, per trattarsi di un compagno che si avvicina a un altro suo compagno, non solo non perdeva nulla della sua forza, ma si direbbe che facesse maggior presa ed esercitasse un influsso più tangibile, e fosse accettato più volentieri. Anche in questo risplende il fine tatto e la prudenza sommamente educativa di Don Bosco.
Ma gli esempi, nella vita dell’Oratorio, si avevano quasi scolpiti nella storia delle Vite di alunni dell’Oratorio stesso. Gli educandi avevano così agio d’impararli dalle pagine luminose dei libri che loro venivano presentati ed anche dal racconto di episodi edificanti. Questa forma educativa è assai attraente, quando siano accuratamente scelti i fatti e gli episodi, e ne sia reso interessante il loro racconto. Tutti sanno quanto i giovani siano avidi d’udire quelle che essi chiamano « storielle, aneddoti, racconti, esempi ». Malgrado La loro leggerezza innata, sono capaci di rimanere a bocca aperta, pendenti dalle labbra del Superiore che narra, anche per lungo tempo. È pur noto cbe le scene, le fughe, gli intrecci di un racconto non scompaiono così rapidamente dalla loro memoria e dalla loro fantasia. E poiché i giovani sono come istintivamente portati all’imitazione, anche senza rendersene conto, a poco a poco danno forma nella loro mente e soprattutto nella loro condotta alle cose udite e rimaste impresse nell’animo loro.
Don Bosco seppe servirsi in modo mirabile di questi mezzi educativi. Dotato di memoria prodigiosa, e inoltre facile narratore, egli, fin dai primi anni della sua infanzia, aveva saputo ripetere, con grazia e forza incisiva, le cose udite nelle prediche e nei discorsi, e ciò in modo così mirabile da costituire una delle pagine più commoventi ed espressive della sua vita. Più tardi, a Chieri, tra i suoi compagni, e poi tra i seminaristi, continuò la magnifica missione compiuta fin dall’infanzia. I giovani lo attorniavano con affetto e non si saziavano di udire dalla sua voce esempi, fatti, storielle, che egli fin dall’ora sapeva scegliere con accortezza di educatore, allo scopo di rendere migliori i suoi ascoltatori.
Divenuto sacerdote, egli estese la cerchia della sua influenza sugli alunni e sulla gioventù in generale, mediante il racconto stampato che veniva assai diffuso attraverso la collana delle Letture Cattoliche. Nelle piccole agiografìe e nei racconti edificanti giganteggia la sua anima di educatore: aveva una dote del tutto eccezionale per combinare le circostanze e i più piccoli particolari della sua narrazione, in guisa che apparisse sempre più chiaro e bello il trionfo della virtù sopra il vizio. Anche nei racconti storici, egli, senza allontanarsi punto dalla realtà, sapeva presentare in modo così attraente gli atti virtuosi praticati dal suo protagonista, da dar loro un valore tutto speciale mediante riflessioni, frasi e incoraggiamenti destinati a muovere soprattutto la volontà.
Tra questi gioielli biografici scritti con verità storica e profondo senso pedagogico, tutti ricordiamo ed ammiriamo le note biografie dei giovani Savio Domenico, Magone Michele, Comollo Luigi, Besucco Francesco, Colle Luigi, che, appunto per l’alto loro valore morale e pedagogico, costituiranno sempre una delle più utili letture per i giovani.
Avremo occasione di parlare più avanti del teatro sotto un altro punto di vista; ma qui è bene far risaltare che, per Don Bosco, le rappresentazioni teatrali dovevano essere come una raf-figurazione plastica di esempi e di fatti edificanti.
Ai suoi tempi il teatro corruttore costituiva già una terribile piaga, come è ora per noi, oltre il teatro, anche il cinematografo. Egli vedendo, col cuore straziato, la gioventù trascinata alla perdizione, invece di smarrirsi in vani lamenti, si • accinse subito a un lavoro pratico che valse almeno in parte a contrastare il male, e servì anche ad altri di stimolo per cooperare al risanamento della società. Le collane drammatiche e liriche che, pubblicate dai Salesiani in tutto il mondo, vogliono essere un omaggio reso allo zelo educativo di Don Bosco, sono una continuazione del lavoro da lui così sapientemente iniziato.
Sempre a proposito di buon esempio, ricordiamo ancora che Don Bosco costantemente raccomandava di edificare con gli esempi (733) e di essere sale e luce (734). Diceva il 31 dicembre 1871: « Siete tutti maestri; chi non lo è di scienze, lo deve essere di moralità: quindi non avvenga mai che s’inculchi negli altri la pratica di una virtù, l’adempimento di un dovere, senza che siate i primi a praticarlo. Il Divino Maestro coepit facere et docere (incominciò a fare e poi a insegnare). Non dovrebbe avverarsi, mai che un giovane vi superi nella virtù, perchè sarebbe cosa vergognosa per lo stato di perfezione che avete abbracciato. E quale sarà la chiave del buon esempio per noi? Sono le Regole della Congregazione e specialmente l’ubbidenza. Datemi uno osservante delle regole ed ubbidiente, e lo vedrete modello in tutto (735). L’educatore dev’essere la personificazione della regola: cento bei discorsi senza l’esempio valgono nulla. Il giovane, vedendo sottomessi quelli che sono più di lui, si sottometterà volentieri, e non potrà mai dire: — Perchè sono Superiori, fanno come vogliono (736). La nostra Società ha per fine la santità di quanti la compongono e la salvezza delle anime con l’esercizio della carità. Qualunque ufficio abbiano i Salesiani debbono insegnare la via della virtù; quindi è sempre meglio un maestro anche da poco che uno ben preparato nella scienza, ma non esemplare; perchè chi non facesse quello che insegna, si sentirebbe dir da tutti: — Cura te stesso! (737). Il miglior mezzo per salvare la nostra anima è l’altrui è di cominciare col perfezionare noi stessi mediante l’esempio » (738).
Oltre l’importanza del buon esempio, Don Bosco ne mostrava la grande utilità, in relazione al bene dei confratelli e degli educandi: « Una cosa che si può fare anche da tutti, ed è di massima utilità ed un vero lavoro nella vigna del Signore, si è il dare buon esempio. Oh, quanto bene si può fare a questo modo! Buon esempio colle parole, incoraggiando gli altri al bene, dando avvisi, buoni consigli... Oh, se proprio si vedesse in noi questa luce! Se tutti restassero edificati dalle nostre parole ed opere! Se ci fosse quella carità infiammata che ci fa tenere in non cale ogni cosa, purché possiamo fare del bene ai nostri fratelli; se ci fosse proprio quella castità perfetta che fa riportar vittoria su tutti gli altri vizi; se ci fosse proprio quella mansuetudine che ci attira il cuore degli altri; oh, io credo che tutto il mondo resterebbe attirato nelle nostre reti! (739). Finché corrisponderemo alle sue grazie col lavoro, colla moralità, col buon esempio, il Signore si servirà di noi, e voi stupirete che si sia potuto far tanto e che possiate fare tanto (740). Il lavoro, la buona e severa condotta dei nostri confratelli, guadagnano, e, per così dire, trascinano i loro allievi a seguirne gli esempi (741). I giovanetti fanno presso a poco come le scimmie. Se vedono altri a fare il bene, lo fanno pure essi; se il male, lo imitano ancor più presto. Di qui la grande necessità di mettere sotto ai loro occhi esempi edificanti allontanandoli le mille miglia dagli scandali» (742).
Donde l’insistente raccomandazione del buon esempio a tutti i suoi collaboratori. Con lettera del 24 settembre 1885, così scriveva al Direttore dell’ospizio e collegio di Paysandù: « Praebe te-ipsum exemplum honorum operum: procura che questo buon esempio risplenda nella regina delle virtù » (743). Ai sacerdoti: « Noi siamo il sole della terra e la luce del mondo, e comportiamoci in modo che si verifichino le parole del Salvatore, cioè che gli uomini veggano le nostre opere buone e glorifichino il Padre nostro che è nei cieli » (744). E in una circolare: « Si procuri, a costo di qualunque sacrifìcio, che la nostra Società Salesiana abbia sacerdoti che siano sale colla pietà e colla scienza per indirizzare le anime al bene ed alla virtù, e luce col buon esempio » (745).
Agli ascritti: « Ai chiericandi io dico che l’abito non fa il monaco. Dobbiamo essere lux mundi ovvero lucerna ardens in domo Dei, perchè un chierico viene osservato da mille e mille, e guai se non risplende. E fra le cose di cni dobbiamo risplendere, credetelo pure, è la virtù della modestia » (746).
Il buon esempio lo inculcava in modo particolare a quei chierici, ai quali erano affidate alcune mansioni educative: « I chierici insegnino ai giovani il rispetto ai Superiori con la loro riverenza esteriore, col saluto e colla confidenza» (747). La sera del 31 dicembre 1858 dava loro per ricordo: « Buon esempio, ricordando sempre di essere lumen Christi » (748). Ancora ammoniva: « Nessuno dei maestri o assistenti critichi il vitto e le disposizioni dei Superiori in faccia ai giovani, perché anche questi imparerebbero presto a mormorare, e dalla mormorazione viene l’immoralità; quindi la rovina delle anime: e allora qual conto da rendere a Dio! E poi, che esempio daremmo di ubbidienza, di carità, di mortificazione!? » (749). E voleva che nessuno mostrasse il suo disaccordo col Superiore o con parole o con atti esteriori. Rimproverava poi grandemente chi avesse osato dire a un allievo: — E che importa a me del Direttore? — oppure: — Se i Superiori non vogliono castigarti, te la faccio vedere io! — Ovvero: — Piuttosto vado via di qui! — « tutto questo scandalizza i giovani » (750).
Verso la fine del 1858 rivolgeva questa esortazione ai chierici e a quanti erano incaricati dell’assistenza: « Ciò che desidero con tutto il cuore, ciò che vi raccomando, si è che voi mettiate in pratica quello che fu tante volte raccomandato da San Paolo anzi, che Dio stesso raccomandò a Mosè mentre scendeva dal monte: Siate modelli. Siate veri modelli a tutti i figli dell’Oratorio. Voi dovete essere come false-righe sulla cui traccia devono scrivere e camminare tutti gli altri figliuoli. Perciò dovete regolarvi in modo che gli altri, specchiandosi in voi, possano restare edificati. Dovete procurare, non solo di giovare altrui con i consigli, ma colle opere, con l’esempio. Che vale che voi raccomandiate agli altri che frequentino i santi Sacramenti, se vedono che voi li frequentate poco? Se invece vi vedono accostarvi devotamente ai santi Sacramenti, se vi vedono composti e modesti in chiesa, oh, allora sì che dal vostro esempio potranno attingere onde alimentare le anime loro. Se poi, per cattiva sorte, udissero un chierico fare discorsi non troppo modesti, lasciarsi sfuggire qualche paroletta che sia alcun poco oltraggiosa della bella virtù della purità, ahimè, ahimè! Che danno! che scandalo! ». E dopo aver citato San Giovanni Crisostomo, che paragona il ministro del Signore a una pianta, continuava: « Tali siamo noi! I popoli volgono a noi gli occhi e aspettano frutti buoni, e, se non vedono alcun frutto, oh quale scandalo ne prenderanno! ». Ricordava pure questo paragone di Sant’Ambrogio : « La luna non splende di luce sua propria, ma la piglia dal sole, se ne serve per sè, quindi la dona alla terra. Così siamo noi: noi del nostro non abbiamo niente; ma dobbiamo ricevere dal sommo Iddio, dal Sole di Giustizia, quella divina parola che illumina le menti e, dopo essercene serviti per nostra santificazione, dobbiamo spargerla per illuminare tutti gli uomini i quali aspettano di essere da noi indirizzati sulla via del Cielo ». Paragonava poi, seguendo Sant’Agostino, i suoi chierici ai giovani romani giunti all’età d’indossare la toga: « Sotto quest’abito, — conchiudeva — noi dobbiamo portare quelle virtù, che merita un abito così divino. Facciamo tutto quello che ci vien dato per far del bene alle anime. Intorno a voi vi sono molti giovani che vi tengono d’occhio continuamente. Adoperatevi con tutto il vostro potere, per bene indirizzarli, col buon esempio, colle parole, con i consigli, cogli avvertimenti caritatevoli » (751).
Raccomandava infine il buon esempio ai confratelli coadiutori: « Dovendo venire in aiuto in opere grandi e delicate, dovete procurarvi molte virtù, e, dovendo presiedere ad altri, dovete prima di tutto dare voi buon esempio. Bisogna che dove si trova uno di voi, si sia certi che là vi sarà l’ordine, la moralità, il bene. Guai però se il sale divenisse fatuo » (752). Don Cerruti, fedele interprete delle tradizioni lasciateci dal Padre, raccomandando ai maestri soprattutto l’esemplarità di vita per influire salutarmente sulla formazione degli alunni, usava quasi le stesse parole di Don Bosco (753).
In tal modo il nostro Santo Fondatore, coi suoi esempi, con quelli dei suoi collaboratori, con le sue istruzioni e norme, arricchì in modo straordinario il tesoro del suo sistema educativo, fornendo ai giovani, con profondo tatto pedagogico, quei mezzi che dovevano contribuire a una loro forte struttura formativa.
b) L’esempio, coefficiente di moralità.
Se l’esempio occupa, nel pensiero di Don Bosco, uno dei primissimi posti come mezzo efficacissimo di educazione, ciò vale in modo del tutto particolare per ciò che riguarda l’esempio di una vita d’illibata purezza, che dev’essere come una luce che continuamente si riverberi dall’educatore sull’educando.
Don Bosco che, come vedremo, tanto disse e tanto fece per conservare nei suoi giovani l’integrità dei costumi, e che giunse a identificare la vita di perfetta purezza con la vita di santità, si preoccupò in modo speciale che i suoi figli possedessero integro e immacolato questo inestimabile tesoro per poterlo poi comunicare e coltivare nelle anime dei giovani a loro affidati.
A questo proposito nel 1874 scrisse da Roma una lettera ai Salesiani dell’Oratorio; essa sarà sempre uno dei documenti più autorevoli per manifestare quanto stesse a cuore a Don Bosco che i suoi figliuoli, per compiere l’opera educatrice, studiassero di rivestirsi di angelica purezza.
L’intonazione della lettera è solenne: « Mentre tratto cose di nostra Congregazione in questa città eterna, città consacrata dal sangue dei due Principi degli Apostoli, Pietro e Paolo dopo aver pregato nella santa Messa, invocati i lumi dello Spirito Santo, chiesta una speciale benedizione al Supremo Gerarca della Chiesa, vi scrivo sopra uno dei più importanti argomenti: del modo di promuovere e conservare la moralità fra i giovanetti che la divina Provvidenza si compiace di affidarci. Per non trattare questa materia troppo brevemente credo bene dividerla in due parti:
1) Necessità della moralità nei soci salesiani;
2) mezzi per diffonderla e sostenerla nei nostri allievi.
« Si può pertanto stabilire come principio invariabile che la moralità degli allievi dipende da chi li ammaestra, li assiste, li dirige. Chi non ha, non può dare, dice il proverbio. Un sacco vuoto non può dar frumento, nè un fiasco pieno di feccia può mescere buon vino. Laonde prima di proporci maestri agli altri, è indispensabile che noi possediamo quello che agli altri vogliamo insegnare.
«Sono chiare le parole del Divin Maestro: — Noi — Egli dice — siete la luce del mondo: questa luce, ossia il buon esempio, deve risplendere in faccia a tutti gli uomini, affinchè, vedendosi da tutti le opere vostre buone, siano in certo modo tratti anch’essi a seguirle e così a glorificare il Padre comune che è nei cieli.
« San Girolamo dice che sarebbe un cattivo medico colui il quale volesse guarire gli altri e non fosse capace di guarire se stesso. Gli sarebbe certamente risposto con le parole del Vangelo: — Medice, cura te ipsum! (Medico cura te stesso). Se pertanto noi vogliamo promuovere la moralità e la virtù nei nostri allievi, dobbiamo possederla noi, praticarla noi, e farla risplendere nelle nostre opere, nei nostri discorsi, nè mai pretendere dai nostri dipendenti che esercitino un atto di virtù da noi trascurato. Difatti, come potremo pretendere che gli allievi siano esemplari e religiosi, se in noi vedono negligenza nelle cose di chiesa, nella levata, nelle meditazioni, nell’accostarci alla Confessione, alla Comunione, o nel celebrare la Santa Messa? Come può pretendere ubbidienza quel Direttore, quel maestro, quell’assistente, mentre essi, per frivoli pretesti, si esimono dalle loro obbligazioni e, per lo più senza permesso, escono di casa e si occupano in cose che non hanno alcuna relazione con i propri doveri? Come ottenere dagli altri carità, pazienza, rispetto, se chi comanda va in furia con tutti, percuote, censura le disposizioni dei Superiori, critica gli orari, e gli stessi trattamenti di tavola e chi ne ha la cura? Noi siamo certamente tutti d’accordo nel dire a costoro: «Medice, cura te ipsum».
E qui, dopo aver riferito alcuni esempi a con ferma delle sue asserzioni, aggiungeva: « Dunque, o cari figli, se vogliamo promuovere il buon costume nelle nostre case, dobbiamo esserne maestri col nostro buon esempio. Proporre ad altri una cosa buona, mentre noi facciamo il contrario, è come colui che, nella oscurità della notte, volesse far lume con una lucerna spenta, oppure volesse trar vino da un vaso vuoto. Anzi, parmi che si possa paragonare a chi cercasse di condire gli alimenti con sostanze velenose; perciocché, in simil guisa, non solo non si promuove il buon costume, ma si dà occasione di far male, si dà scandalo. Ed allora noi diventiamo miserabile sale infatuato, sale guasto che altro più non serve che ad essere gittato nella spazzatura: Vos estis sai terrae, — ci dice Gesù Cristo, — quod si sai evanuerit in quo salietur? Ad nihil valet ultra, nisi ut mit-tatur for as et conculcetur ab hominibus (Voi siete il sale della terra. Ora se il sale diventa insipido, con che gli si renderà il suo sapore? Non è più buono ad altro che a essere buttato via e calpestato dalla gente).
« La voce pubblica spesso lamenta fatti immorali succeduti con rovina dei costumi e scandali orribili. È un male grande, un disastro; ed io prego il Signore a far in modo che le nostre case siano tutte chiuse prima che in esse succedano somiglianti disgrazie.
« Non voglio per altro nascondere che viviamo in tempi calamitosi; il mondo attuale è come ce lo descrive la Scrittura: Tutto il mondo sta sotto il maligno. Esso tutto vuole vedere, tutto giudicare. Oltre poi ai giudizi perversi che fa delle cose di Dio, spesso ingrandisce le cose, spessissimo ne inventa a danno altrui. Ma se per avventura riesce ad appoggiare il suo giudizio sopra la realtà, immaginatevi che rumore, che strombazzare!... Tuttavia se con animo imparziale cerchiamo la cagione di questi mali, per lo più troviamo che il sale divenne infatuato, che la lucerna fu spenta; cioè che la cessazione di santità in chi comandava diè cagione ai disastri avvenuti nei loro dipendenti.
« Oh, castità, castità! tu sei una grande virtù! Fino a tanto che tu risplenderai tra noi, vale a dire, finché i figli di San Francesco di Sales ti pregheranno, praticando la ritiratezza, la modestia, la temperanza e quanto abbiamo con voto promesso a Dio, sempre tra noi avrà posto glorioso la moralità; e la santità dei costumi, come fiaccola ardente, risplenderà in tutte le case che da noi dipendono. Se Dio mi darà vita, spero fra non molto potervi scrivere intorno ad alcune industrie, che a me paiono poter giovare efficace mente a promuovere e conservare il buon costume tra i nostri allievi » (754).
Con queste ultime parole Don Bosco annunciava la seconda parte, che però sfortunatamente non potè scrivere, oppresso com’era da mille occupazioni e cure. Egli tuttavia vi supplì abbondantemente con le sue conferenze, parlate, Buone Notti, lettere e consigli.
2. La moralità degli educatori.
Parlando dell’amorevolezza, abbiamo visto che Don Bosco voleva che i giovani, non solo fossero amati, ma lo fossero in modo da rendersi conto essi stessi d’essere amati. La carità, lo abbiamo ripetuto, è soprannaturale; ma in certo qual modo, per rendersi palese ai giovanetti, dovrebbe quasi apparire naturale nelle sue manifestazioni. Ed è qui soprattutto dove l’educatore può trovare i maggiori pericoli per la sua moralità. È questo il motivo per cui Don Bosco voleva che i Salesiani vedessero nei loro alunni, non solo una cosa sacra, ma l’immagine di Gesù stesso. La grande riverenza dovuta al giovane, appunto perchè sulla sua fronte splende un raggio della divinità, esige che l’educatore gli stia innanzi con religioso rispetto e con sentimenti angelici. Guai, se nelle anime giovanili, che sono come ànfore finissime uscite dalle mani di Dio, si versasse un liquido malefico che le corrompesse! Il motto scelto da Don Bosco era costante ammonimento ai suoi col-laboratori nell’opera educativa: « Dammi anime, o Signore! ». L’amore che non educa è corruttore. Indegno poi e bugiardo sarebbe l’affetto che tentasse ad azioni grossolane e ignobili. Perciò Don Bosco insisteva che, nel giovane, non si amasse l’abilità, le grazie, le esteriori fattezze, il corpo, ma l’anima u e le anime non devono mai essere profanate, ma condotte a Dio.
Non è chi non veda gli effetti disastrosi di un amore che non fosse puro e santo. Anzitutto l’educatore perderebbe la visione esatta dell’opera educatrice e delle vere mete da raggiungere, volendo in certo modo far convergere a sè quei sentimenti e affetti dell’educando, che egli estesso dovrebbe aiutar a dirigere verso Dio. Posto poi sulla brutta china del falso affetto, perderebbe pure il controllo dei suoi atti, il senso della giustizia, l’equilibrio della prudenza, e snaturerebbe il suo stesso carattere, esponendosi a continue finzioni, accomodamenti, raggiri, ipocrisie ed inganni per celare, o giustificare davanti agli occhi degli altri, il suo peccaminoso modo di agire e di procedere. Finirebbe insomma col perdere ogni sua autorità di fronte all’educando, il quale spegnerebbe in sè ogni fiducia e rispetto verso il suo istitutore, costatandone ad ogni passo le bugie, le tergiversazioni, le capitolazioni. Infelice quell’alunno che venisse così a trovarsi fuori del retto sentiero del-la cristiana educazione! Ai primi dubbi sottentrerebbe la mestizia e poi gli si accenderebbe in cuore un odio cupo e sinistro verso colui che, invece di guidarlo alla vera mèta, vorrebbe piombarlo nel fango.
A tutto ciò si aggiunga il disonore, il discredito per la stessa opera educativa e più ancora per il sistema o l’istituzione a cui appartengono simili disgraziati, indegni del nome di educatori, contro i quali le leggi divine e umane, che stanno a difesa dell’innocenza del fanciullo, pronunciano il tremendo guai! a minaccia di severi castighi temporali ed eterni.
Queste considerazioni ci fanno capire quanto fosse giusta e doverosa l’insistenza mai interrotta di Don Bosco per salvare la moralità.
Abbiamo già visto quanto sia grave il pericolo di snaturare l’essenza del sistema preventivo e di sminuirne l’efficacia, quando manchi l’amorevolezza che ne costituisce l’anima.
Un altro pericolo, però, si profila in questo campo, e in senso contrario; ed è appunto quello di cui stiamo parlando: guai, se la carità verso i giovani si dovesse trasformare in un affetto torbido e sregolato! Verrebbe allora compromessa la moralità e, snaturato il sistema preventivo, l’opera di educazione sarebbe destinata al fallimento. Don Bosco soleva ripetere questa frase: « La moralità! Ecco quello che soprattutto importa! » (755).
a) Come ne parlava Don Bosco.
Profondamente convinto che, senza la moralità, un educatore non può compiere la sua missione, e corre rischio di provocare le maggiori rovine in sè e negli altri, Don Bosco non si stancò mai di insistere presso i suo figli su questo punto:
« La cosa più importante nelle nostre case si è di promuovere, ottenere ed assicurare la moralità sia nei soci, sia nei giovani. Assicurato questo, assicurato tutto; mancando questo, manca tutto (756). Cosa della massima importanza per le nostre case è cercare ogni mezzo per ottenere, promuovere, propagare, assicurare la moralità. Finché in faccia al pubblico, senza eccezione, esse avranno questa buona fama, affluiranno sempre i giovani, noi saremo tenuti come educatori eccellenti, e i nostri collegi fioriranno in ogni maniera. Dal momento che mancasse questo, mancherebbe tutto. Non già procurare di render fiorente la moralità per il solo fine di avere la fiducia delle famiglie: noi il nostro fine lo abbiamo più sublime: ma anche di questa fiducia, di questa benevolenza noi abbiamo bisogno, e perciò in ogni modo procuriamo di ottenerla » (757). E ancora: «Per riuscirvi non si risparmi nè personale, nè lavoro, nè fatica, nè spesa (758). Ah! se le
case salesiane non dovessero essere quali bisogna che siano, io amerei meglio che cessassero di esistere ». Ciò diceva rispetto alla moralità (759).
Nella impossibilità di addurre per esteso tutti i preziosi insegnamenti del nostro buon Padre su questo importante argomento, accenniamo soltanto ad alcune conferenze fatte dal Santo, negli ultimi vent’anni della sua vita, agli educatori Salesiani che egli stesso si era formati: la Congregazione allora aveva già la sua fisionomia particolare, ed egli si adoperava a consolidarne le basi sia religiose e morali, sia pedagogiche, fissando e chiarendo le particolari caratteristiche del suo spirito.
Si registrano anzitutto le due istruzioni sui mezzi negativi e positivi riguardo alla castità, durante il primo corso di esercizi spirituali a Trofarello nel 1869 (760).
Agli ascritti parlò della castità il 16 giugno 1873, elencando tre mezzi principali (761).
Degli esercizi spirituali del 1875 a Trofarello si conserva solo una istruzione, purtroppo incompleta, sui mezzi negativi, ossia « sulle quattro fughe » (762).
All’inizio del 1876 fece una conferenza sul tema della castità ai chierici, sia novizi che professi, insistendo sopra l’osservanza religiosa (763).
Il 30 ottobre dello stesso anno 1876 fece un’altra conferenza molto importante sul tema della vocazione, in cui, venendo a parlare dei voti religiosi, trattò anche dei mezzi per conservare la virtù della castità (764).
Un’altra notevole conferenza, sopra tre mezzi negativi e due positivi, è quella del giorno dell’Ascensione del 1878 (765).
A meglio comprendere il pensiero di Don Bosco gioverà ricordare che egli in queste parlate s’indirizzava a un uditorio il più delle volte composto di professi, di ascritti e anche di aspiranti. Ciò serve a spiegare certi suoi accenni, che parrebbero esulare da un ambiente strettamente sacerdotale.
E poiché si trattava di religiosi ed educatori insieme, o di coloro che si preparavano a divenir tali, Don Bosco, nel trattare della castità, non perdeva mai di vista entrambi gli aspetti: quello religioso-morale e quello pedagogico.
E qui aggiungiamo che non sarebbe stato semplice, in molti casi, staccare l’un elemento dall’altro, senza pericolo di compromettere l’unità e l’organicità della formazione che Don Bosco dava ai suoi figli.
Per lui non esisteva difatti una formazione pedagogica separata da quella religiosa-morale, quasiché il Salesiano, in mezzo ai giovani, potesse o dovesse vivere la vita dell’educatore, e,lontano da essi, la vita del monaco. Allo stesso modo che nel religioso non esiste che una persona, una vita e un fine principale, quello della propria santificazione; così, per Don Bosco, non vi poteva essere che una formazione, in cui l’elemento pedagogico fosse subordinato a quello religioso-morale e, tutti e due, al raggiungimento della propria perfezione.
Il religioso infatti deve tendere anzitutto alla perfezione, davanti alla quale la sua stessa missione di educatore non rappresenta che un mezzo per conseguirla.
Ecco perchè nel pensiero del nostro Fondatore e Padre l’insieme dei mezzi religiosi è fondamentale, soprattutto in fatto di moralità. Il Santo sapeva benissimo che, senza di essi, sarebbero destinati a crollare i mezzi strettamente pedagogici, poiché questi non bastano e, senza l’aiuto della Grazia e della Regola, falliscono al loro scopo.
b) Importanza della virtù della castità PER l’educatore SALESIANO.
Ma se è somma l’importanza della moralità in relazione alle case di educazione in genere ciò vale specialmente per l’educatore religioso giacché « la castità — osserva Don Bosco, — è necessaria a tutti, ma specialmente a chi si dedica al bene della gioventù» (766).
Nel suo pensiero poi questa virtù dev’essere la nostra caratteristica: « Ciò che deve distinguerci fra gli altri — diceva il 4 giugno del 1876 alla presenza di 170 confratelli — ciò che deve essere il carattere della nostra Congregazione, è la virtù della castità, che tutti ci sforziamo di possedere perfettamente e sempre, e di inculcarla e di piantarla nel cuore altrui. Per me credo di poter applicare a questa virtù ciò che si legge nella Bibbia: Venerimi mihi omnia bona pariter cum illa (Mi vennero con essa tutti i beni insieme) (767). Se vi è questa, vi sarà ogni altra virtù; essa le attira tutte. Se non vi è questa, tutte le altre vanno disperse: è come se non ci fossero. Essa deve essere il perno di tutte le nostre azioni. Teniamolo altamente scolpito nelle nostre menti; affatichiamoci in ogni modo per dare buon esempio ai nostri giovani; ma che non succeda in tutta la nostra vita che un giovane abbia da prendere scandalo da uno della Congregazione. Giammai avvenga che un Salesiano perda questa virtù della modestia e che sia, in essa, d’inciampo agli altri con le parole, con gli scritti, coi libri, con le azioni. Nei tempi in cui siamo, fa bisogno in noi di una modestia a tutta prova e di una grande castità » (768).
La castità, ripeteva, è « la gemma, la perla più preziosa, in special modo per un Sacerdote, e quindi per un chierico, che ha consacrata la sua vita, la sua verginità tutta al Signore (769). Con questa virtù il religioso ottiene il suo scopo di essere tutto consacrato a Dio (770). Ma guai a chi la perde. La carità, la castità, l umiltà sono tre regine che vanno sempre insieme: una non può esistere, senza le altre. Fintantoché uno è casto, ha sempre viva fede, ferma speranza e ardente carità; ma, quando si abbandona al vizio, incomincia a dubitare delle verità della fede. L’incredulità, l’eresia non ebbero e non hanno altro principio » (771).
Gli premeva di radicare profondamente in tutti questo concetto: « Ciò che deve distinguere la nostra Società è la castità, come la povertà contraddistingue i figli di San Francesco d’Assisi e l’ubbidienza i figli di Sant’Ignazio » (772). Avendo la Congregazione Salesiana una missione di purezza, non può prescindere da questa virtù nei suoi membri. « Non si dimentichi mai di custodire gelosamente la moralità, — inculcava nel febbraio 1877 in occasione della conferenza annuale di San Francesco di Sales. —- La gloria della nostra Congregazione consiste nella moralità. Sarebbe una sventura, si offuscherebbe questa gloria, qualora i Salesiani degenerassero. Il Signore disperderebbe, dissiperebbe la Congregazione, se noi venissimo meno nella castità. È questa un balsamo da spargersi fra tutti i popoli, da promuoversi in tutti gli individui: essa è il centro d ogni virtù » (773).
Don Rua, interpretando fedelmente il pensiero del Padre, aveva detto la stessa cosa nel 1866 ai Direttori convenuti per la conferenza annuale, chiamando la virtù angelica « la nostra gloria e la nostra corona» (774). E Don Bosco, il 16 luglio 1875, parlando di coloro che sarebbero di aggravio alla Congregazione, diceva: « Sono coloro che non osservano fino allo scrupolo la virtù della castità, senza la quale uno solo può essere cagione di rovina alla Congregazione intera» (775).
Il 14 gennaio 1877 ebbe una udienza speciale dal Santo Padre Pio IX. Richiamando alla mente le parole udite in quella circostanza, ne partecipava la lieta notizia ai Direttori il 16 febbraio dello stesso anno: « Il santo Padre mi disse che se vogliamo far sempre fiorire le nostre istituzioni, badiamo d’introdurre fra noi e di propagare fra i nostri giovani queste tre cose: 1) lo spirito di pietà, 2) lo spirito di moralità, 3) lo spirito di economia» (776). Ricordava poi a tutti le parole del Sommo Pontefice, dette quasi con accento pro fetico: «Ma io vi dico in nome di Dio, che se voi corrisponderete al divino aiuto col vostro buon esempio, se voi promuoverete lo spirito di pietà, se voi promuoverete lo spirito di moralità e specialmente quello di castità, se questo spirito rimarrà in voi, avrete coadiutori, cooperatori, ministri zelanti, vedrete centuplicarsi le vocazioni religiose, sia per voi, per la vostra Congregazione, come per gli altri ordini religiosi ed anche per le (diocesi, che non mancheranno di buoni ministri, i quali faranno molto bene... E vi predico, e voi scrivetelo ai vostri figliuoli, che la Congregazione fiorirà sempre di coadiutori e di cooperatori, infino a tanto che cercherà di promuovere lo spirito di pietà e di religione, ma specialmente di moralità e castità » (777).
Nel pensiero di Don Bosco adunque la castità ci è necessaria, poiché è la nostra caratteristica, la base e il centro di tutte le virtù dell’educazione, il perno di tutte le nostre azioni, la gloria della nostra Congregazione, la ragione della efficacia del nostro lavoro educativo, e perciò va custodita gelosamente.
c) La scelta degli educatori.
Da quanto si è detto fin qui si comprende facilmente come Don Bosco dovesse rivolgere le sue cure più oculate e premurose alla scelta degli educatori, affinchè essi corrispondessero al modello che egli se ne era tracciato e fossero sicura garanzia di moralità tra i giovani.
Questo fu il primo problema che egli dovette affrontare agli inizi della sua opera: e lo risolse in un modo veramente geniale.
Abbiamo già notato un fatto, forse unico nella pedagogia: ed è che Don Bosco, quando si trattò di scegliersi e formarsi cooperatori per lo svolgimento dell’Opera sua, non li cercò tra le persone adulte, ma tra gli stessi suoi allievi, che egli dapprima accuratamente selezionò, poi andò man mano formando sotto il suo sguardo, non curandosi degli insuccessi, ma preoccupandosi che coloro, che egli andava formando, fossero veramente degni della eccelsa missione alla quale intendeva destinarli. La tradizione di Don Bosco si è perpetuata nella sua famiglia religiosa, ed oggi ancora si segue lo stesso criterio: dare cioè la preferenza ai giovani, formandoli man mano nello spirito salesiano. Son poche, e vorremmo dire rarissime le eccezioni di Salesiani entrati adulti nella Congregazione di Don Bosco.
Ora, sappiamo bene che i nostri giovani aspiranti sono oggetto di una formazione accuratissima e di una selezione diligente durante molti anni, a cominciare dal corso ginnasiale o professionale o agricolo, e più tardi nel noviziato. In seguito, — durante il perfezionamento professionale o agricolo, se coadiutori; o durante il triennio filosofico e liceale, se chierici, — vengono studiati e valutati, sia circa la moralità, sia circa le doti pedagogiche e didattiche. Specialmente durante il tirocinio pratico la selezione diviene più rigorosa, prima degli studi teologici e del sacerdozio.
I criteri, che determinano questa prolungata e rigorosa selezione, sono assai noti a tutti i figli di Don Bosco. Giova qui riassumerli.
Don Bosco stesso, nelle Costituzioni, pone i princìpi basilari da non mai dimenticarsi. Incomincia con le memorande parole:
« Chi spende la vita a pro dei giovani abbandonati deve certamente fare tutti gli sforzi per arricchirsi di ogni virtù; ma la virtù che si deve sommamente coltivare e sempre avere dinanzi agli occhi, virtù angelica, virtù più di tutte cara al Figliuolo di Dio, è la virtù della castità » (CostU., 34). E poi, con tono solenne e reciso, continua: « Chi non ha fondata speranza di poter conservare, col divino aiuto, la virtù della castità, nelle parole, nelle opere e nei pensieri, non professi in questa società; perchè sovente si troverebbe in pericolo » (Costa., 35). A questa ragione d’indole personale ne aggiunge un’altra d’indole pedagogica, ed è questa: «Le parole, gli sguardi anche indifferenti sono talvolta mal interpretati dai giovani che furono già vittima delle umane passioni. Perciò si dovrà usare la massima cautela nel discorrere o trattare con essi, qualunque sia la loro età e condizione » (Costit., 36). Vi è poi una terza ragione che chiameremo di apostolato. Essa fu così espressa, in una riunione del Capitolo Superiore, da Don Caglierò: « La Congregazione non è fatta per chi venisse a piangere i suoi peccati; per questo vi sono ordini contemplativi. Noi dobbiamo ricevere chi si trova in grado di slanciarsi in mezzo al mondo per lavorare alla salute delle anime ». Don Bosco, presente, lasciò dire ed approvò (778).
Sulla necessità di selezionare i futuri educatori salesiani, nello schema di proposte da lui redatto per il Primo Capitolo Generale, scrisse: « La moralità è il fondamento e la conservazione degli Istituti Religiosi. Non basta che questa sia palese esternamente, ma deve essere preventiva; vale a dire che preceda l’entrata in Congregazione ». E continuava specificando i criteri per l’accettazione degli aspiranti e per l’ammissione degli ascritti: «Prima di accettare un aspirante si prendano informazioni da fonte sicura sulla sua condotta morale antecedente; si transiga sulla scienza, sull’interesse materiale, ma si usi rigore intorno alle doti morali; nè mai si accetti un individuo, il quale per ragione d’immoralità sia stato espulso da qualche collegio, seminario o istituto educativo. Gli ascritti che, nell’anno di prova, mettono in dubbio questa dote importante, non siano ammessi alla professione religiosa. Anzi è meglio seguire l’usanza di altre corporazioni religiose, che rimandano il novizio appena vi è indizio che la moralità non sia ben fondata » (779).
Gli attuali Regolamenti, fedeli interpreti del pensiero di Don Bosco, sono espliciti: « Nel deliberare dell’ammissione ai voti s’abbia per norma di escludere i troppo malinconici, i non sicuri in fatto di moralità, inoltre... i propensi alle amicizie sensibili, alla poltroneria e alla golosità, qualora durante l’anno di noviziato non avessero saputo vittoriosamente combattere queste loro inclinazioni » {Regolam., 305).
Risulta evidente che Don Bosco voleva la più ampia sicurezza circa questa materia, fino a esprimersi così: «Di regola ordinaria non si deve mai transigere sulla moralità. Qualora la moralità sia dubbia, è meglio non accettare che introdurre in casa un individuo dubbiamente immorale. In quanto alla dissipazione, alla poca educazione, al poco studio si può transigere. Punto cardinale la moralità. L’esperienza ci mostra che un segno dell’immoralità è il fuggire i ^Superiori» (780).
Dava pure quest’altra importante norma: « Si usi grande attenzione di non mai accettare nessuno tra i Soci, tanto meno per lo stato ecclesiastico, se non vi è morale certezza che sia conservata l’angelica virtù » (781).
Durante una seduta del Terzo Capitolo Generale, Don Bosco spiegò, con un’immagine, l’accuratezza che bisogna usare per allontanare da noi i soggetti pericolosi: « Converrebbe fare come ho veduto che un tale faceva col grano. Una volta vedevo vagliare il grano e molte persone erano in questo occupate. — Voglio imparare anch’io a vagliare il grano, — dissi. — Ebbene — mi si rispose, — faccia cosi come facciamo noi. — Vi era uno che teneva un sacco e versava il grano nel crivello. Scotendosi il crivello, cascavano di sotto tanta terra e tante pietruzze, che io credeva bell’é finita l’operazione. Ma quel grano si passava poi in un secondo crivello, ed ecco cadere altrettanto loglio. Allora credetti che bastasse; eppure no; un terzo crivello scartò ancora materie eterogenee. — Ma ora basterà, — feci io; — altrimenti è un perder tempo. — No, veda, osservi bene. Questo frumento non è purgato; questi granelli che sembrano abbastanza buoni, se fa bene attenzione, scoprirà che sono guasti. Non si può vagliare col solo crivello, ma bisogna avere pazienza e con le proprie mani, levar via tutti questi granelli, che guasterebbero la futura messe. — Ecco, quello che bisogna fare per conservare la moralità... Tutti debbono procurare questa purga secondo le proprie forze ». Riferendosi poi agli aspiranti per il sacerdozio, avvertì tutti in confidenza che non si accettasse mai per lo stato ecclesiastico nessuno che avesse avuto la disgrazia di essere stato in luoghi infamati (782).
Don Bosco insegnava anche in che modo si dovessero prendere le informazioni: « Trattandosi di giovani che vogliono entrare come ascritti nella Congregazione Salesiana, e specialmente se come chierici, si venga a parlare in tutta confidenza della moralità. Si dica loro: — Sei contento che ti faccia una domanda? — Risponderà di sì — Dimmi: come hai trattato la moralità quest’anno? in opere e in pensieri? è molto tempo che ti sei corretto? — Ovvero. — È molto tempo che hai questa abitudine? — Che se uno fosse stato sempre imbrattato fino agli ultimi giorni, è certo che bisogna dissuaderlo dall’andare avanti, a meno che non vi siano indizi forti di vocazione e in lui si manifesti volontà risoluta di appigliarsi ai mezzi necessari per riuscire. Stare attenti però e andare adagio nell’interrogare i timidi: aiutarli con carità, ma guardare bene con chi si aprono, perchè non si commettano imprudenze. Si può incominciare così: — Se vuoi che ti dia un consiglio intorno alla tua vocazione, permettimi che ti domandi: come va la tua moralità? — Questa domanda bisogna farla sempre in simile esame (783).
d) Mezzi per la moralità degli educatori.
Don Bosco non si limitava a raccomandare ai suoi figli la pratica della moralità e a vigilare per allontanare coloro che non dessero sufficiente garanzia su questo punto: egli ricordava e illustrava spesso i mezzi, usando i quali si sarebbero potuti conservare puri.
Tali mezzi Don Bosco distribuiva in due categorie: mezzi negativi e mezzi positivi.
1) Mezzi negativi. I. Dignitoso riserbo.
Dice Don Bosco: « I mezzi negativi si possono tutti comprendere in quella regola che diede San-t’Agostino: Apprebende fugam, si vis referre vic-toriam (Se vuoi vincere, impara a fuggire). Per combattere gli altri vizi bisogna prenderli di fronte: questo invece lo vincono i poltroni, dice San Filippo, cioè chi fugge. Mezzi negativi si chiamano quelli che ci indicano che cosa si deve evitare, che cosa si deve fuggire, perchè noi non ci troviamo più in pericolo di perderla » (784). Praticamente « i mezzi negativi sono la fuga delle occasioni » (785). Essi si riferiscono alle cautele da usare nei rapporti coi giovani, con gli altri, e col nostro corpo: per questo si dicono anche esterni.
Anzitutto coi giovani:
« Custodia del cuore preservandolo dalle affezioni smodate » (786). Il secondo capo del Sistema Preventivo dice testualmente così: « I maestri, i capi d’arte, gli assistenti devono essere di moralità conosciuta ». Essi, dice Don Bosco, « studino di evitare come la peste ogni sorta di affezioni o amicizie particolari con gli allievi, e si ricordino che il traviamento di uno solo può compromettere un Istituto educativo » (Regolam92).
La ragione per cui Don Bosco mette in guardia contro tali amicizie è che i giovani « hanno delle attrattive che si fanno amare » (787). Perciò « non amicizie particolari con un giovane più che con un altro, specialmente con i più avvenenti. Neppure nessuno si dimostri più amico di questo che di quello » (788).
« Ma non si potrà essere più larghi, non essere tanto ritenuti? — si domanda Don Bosco. E poi risponde: — No; gli è come chi si trovi sul pendio di un precipizio: scendendo pian piano pel pendio a cogliere un fiore sull’orlo del precipizio può darsi che rimonti ancor su; ma quanto pericolo non gli scivoli un piede, non gli prenda un capogiro! Raccomandiamoci a San Luigi! » (789).
« Sia pure uno superiore, sia pure attempato, non importa: non c’è età nè santità passata die valga contro le insidie di questo nemico. Anzi, quanto più l’età è avanzata, tanto più è raffinata la malizia. Anche quel posto che si occupa vicino a quel tale può essere pericoloso » (790).
Nella istruzione tenuta durante gli esercizi spirituali del 1875 a Trofarello, Don Bosco immagina di dover rispondere ancora ad un’obiezione: « Io raccomando sempre di stare in mezzo ai giovani, e ora dico di fuggirli? Intendiamoci bene. Si deve stare con loro, in mezzo a loro, ma non mai da soli a soli, non mai con uno più che con un altro. Diciamo francamente: la rovina delle Congregazioni religiose addette alla istruzione della gioventù deve attribuirsi a ciò... Io sono venuto fino all’età di 50 anni senza conoscere questo pericolo, e purtroppo ho, dopo di allora, dovuto convincermi che questo gravissimo pericolo c’è e non solo c’è, ma è instante, e tale da metterci molto in guardia » (791).
Don Bosco era convinto che tali amicizie rivestono una particolare malizia, perchè, oltre ad essere dannose per colui che le coltiva, sono anche un fattore antieducativo. Infatti l’educatore che si lascia avvincere da siffatti lacci è portato a curare soltanto la formazione di quell’uno o di quei pochi, trascurando gli altri. Anzi, trascinato dal suo egoismo, col pretesto di meglio educare il suo protetto, lo sforma, compromettendo il di lui avvenire con malintese concessioni.
Ecco perchè raccomandava di amare tutti egualmente e di andare con tutti volentieri. « Si metta in pratica quel detto di San Girolamo: aid nullos aid omnes pariter dilige (Amar tutti egualmente, o nessuno). I Direttori invigilino su questo » (792). Disse altra volta: « Usciti di refettorio, è tempo di ricreazione. Yi imbattete in un vostro amico o scolaro, e vi mettete a passeggiare con lui; sta bene. Ma se ne viene un altro, poi un secondo, poi altri ancora, costoro siano sempre trattati alla pari del primo. Non già, se siete in compagnia di uno il quale prediligete, anche perchè più studioso, più buono, trattare gli altri diversamente da lui: ma si dev’essere padre comune, maestro comune in tutto e per tutti » (793). « Mi piace tanto quel che vedo già praticarsi assai e che desidero vada tanto estendendosi; cioè uscendo di refettorio, di chiesa, ecc. associarsi col primo giovane che ci si presenta senza distinzione di età o di scuola, trattenersi con loro sopra un po’ di tutto. Ma chi è costui? Non lo so. Che fa? Non lo so. Che vuol fare? Non lo so. Con tutto ciò associarsi insieme » (794).
Per prevenire il pericolo di tali amicizie, Don Bosco proibiva assolutamente di mettere in quel-siasi modo le mani addosso ai giovani. Nelle conferenze, dopo di aver elencato i mezzi spirituali rappresentati dalle pratiche di pietà, soggiungeva: Ciò sta bene, ma non è tutto: bisogna ricorrere ai rimedi per prevenire le cadute: non mettere le mani addosso, non andare a braccetto, non mettere le mani sul collo » (795) : « astenersi dai baci, dal prenderli per mano, dal metter loro le mani sulla faccia, accarezzarli, comunque sia, con maniere affettuose. Fuggire le strette di mano; quest’ultima cosa però è tollerabile per uno che vada o venga da casa, e si permette » (796). Guardarsi insomma assolutamente « dal permettersi atto o parola, che possa destare in loro una cattiva immaginazione, un affetto sensibile » (797). « Per lo più questo riesce pericoloso, sebbene molte volte non vi appaia niente di male; ma, ora nel chierico, ora nel giovane, ora in entrambi, ora in chi vede, può, se non altro, ingenerare cattivi pensieri, fantasie, immaginazioni » (798). Dopo aver detto altra volta che « tutte queste cose non sono subito colpa », soggiunge: « ma danno, se non altro, motivo ai maligni di parlare e di interpretare male quelle azioni, le quali sono certamente pericolose per l’anima e per la virtù della modestia » (799).
Insisteva anche perchè dai confessori si usasse nel trattare coi giovani un grande riserbo: mai di ordinario confessare in luogo appartato senza testimoni; mai avvicinar troppo la persona; mai carezze sdolcinate di nessun genere e per nessun pretesto. La parola esprimente un vero desiderio per la salute dell’anima era quella che doveva aprire i cuori (800).
Nell’esortare i chierici a prendersi cura affettuosa dei giovani recava loro l’esempio di Nostro Signore Gesù Cristo. Temendo tuttavia che taluno non sapesse giovarsene in bene, non citava in pubblico, per intero e senza commenti, quei brani del Vangelo ove si dice che il Divin Maestro stringeva al seno i fanciulli, « perchè, — soggiungeva, — ciò che Dio faceva, non potevano farlo essi, senza pericolo » (801).
Sempre allo scopo di prevenire o di stroncare siffatti rapporti speciali coi giovani, Don Bosco insisteva: « Non mai regalucci particolari specialmente ad uno più avvenente di un’altro » (802). I regali d’immagini, di commestibili, di altro ai giovani, son pericolosissimi, quando fatti così per simpatia e privatamente. Si possono dar piccoli premi nella scuola a chi studiò di più, a chi fu più buono per un dato tempo, a chi fece meglio il tal lavoro; questo sì, si può fare ad incoraggiamento dei giovani, ma altro no (803). Si comincia con regalucci, croci, immagini; poi vengono i buoni consigli; e poi... e poi avanti! » (804).
Per lo stesso motivo « mai scrivere loro lettere troppo affettuose » (805). Se sapeste come questo scriversi letterine sdolcinate guastò già tanti, e come si dissero, anche solo di quest’anno, sciocchezze e bambolaggini tali... Lettere che girarono per le mani di più, e poi caddero nelle mie » (806). E aggiungeva: « Mai dare occhiate troppo espressive. La gioventù è un’arma pericolosissima del demonio contro le persone consacrate a Dio » (807).
Don Bosco inoltre esigeva che « ogni trattenimento, conversazione si facesse alla presenza di tutti, e per nessun pretesto mai in luoghi appartati (808): mai intrattenersi da soli, e molto meno nella propria stanza, qualunque sia il motivo » (809).
Sempre allo scopo di impedire l’eccessiva familiarità dei giovani cogli educatori, Don Bosco vuole che « in scuola, in studio, in ricreazione, il maestro o l’assistente non permetta agli alunni di accostarglisi troppo... non si trattenga da solo a solo con alcuno di essi in luogo chiuso o appartato, nemmeno per le necessarie correzioni o avvisi » (Regolam., 57) (810).
« Inoltre nessuno prenda commissioni per comperare in città oggetti, libri, commestibili per altri: nessuno riceva denari dai giovani per custodirli; e, come i giovani, anche voi consegnate il denaro che possedete al prefetto» (811).
Ricordiamo ancora questo monito del Padre, col quale egli intendeva mettere in guardia contro ogni manifestazione di particolare sensibilità: « Non lusingarsi delle passate vittorie, perchè si vince una, due, tre volte, ma poi la quarta si cade. Apprehende fugam, si vis referre uictoriam (Impara a fuggire se vuoi vincere). Non si creda, perchè siamo già avanzati in età, di essere sicuri; niente affatto; poiché, chi più forte di Sansone, chi più santo di Davide, chi più sapiente di Salomone? Eppure, malgrado tante virtù, caddero miseramente. Non dimentichiamo che habemus thesaurum in vasis fictilibus (Abbiamo questo tesoro in vasi di creta) » (812).
II. Come trattare le varie persone.
In generale Don Bosco raccomandava ai suoi preti ed ai suoi chierici che si guardassero da ogni minima cosa, benché lecita, ma che potesse in qualche modo essere occasione di scandalo agli altri (813). Esigeva che in ogni loro gesto, scritto, parola, nulla vi fosse che, anche da lungi, mettesse in dubbio la loro virtù (814). Perciò voleva anzitutto sbandite, come già si disse, le amicizie particolari: « Io dico che dobbiamo anche fuggire la familiarità con le persone di ugual sesso, e prima di tutto, tra voi medesimi confratelli, mai amicizie tenere (815); non mettere le mani addosso o battere per ridere i confratelli. Certe scene che si castigherebbero nei giovani, dite voi se stanno bene fra chierici » (816).
Interpellato il 31 luglio 1860 sulla costumanza di baciarsi a vicenda in certe circostanze, rispondeva:
1) Quando si tratta del padre e della madre o di qualcuno che si diporta verso di noi con affetto paterno, riceviamo e restituiamo il bacio.
2) Baciamo quando vi è un’utilità e convenienza, come quando si potrebbe con questo atto spegnere un odio, o non dimostrarsi avversi, escludendo però sempre le persone di diverso sesso.
3) Quando fosse una persona amica che da molto tempo non abbiamo più vista. Del resto tutti quelli che reggono comunità, e attendono all’educazione della gioventù, proibiscono di mettersi le mani addosso, il baciarsi, il toccarsi la mano, eccetto che sia in occasione di un addio per lungo viaggio, oppure di rivedersi dopo una prolungata assenza » (817).
A Don Bosco premeva assai che si avessero i massimi riguardi nel trattare con persone di sesso diverso. In una seduta del Terzo Capitolo Generale tenuto a Valsalice, raccomandava per prima cosa « di chiudere la casa ad ogni donna. Nessuna donna dorma in casa. Questo si prenda in seria considerazione » (818). Ciò tanto lo preoccupava che l’anno dopo, l’11 settembre 1884, diceva recisamente in Capitolo : « Desidero che, a qualunque costo, si faccia in modo che nessuna persona di altro sesso, per nessun motivo, abbia occupazioni od abitazione nell’interno delle nostre Case. Si vegli severamente su questo punto. Una donna, sia pur madre o sorella di un Salesiano, è sempre donna. Non verranno inconvenienti da quelle che ora vi sono, tutte persone veramente stimabili, ma dal principio del tenerle in casa, che a poco a poco si stabilirà, se ora non si mette una regola di esclusione. Bisogna pensare ai nostri posteri, perchè abbiano una norma assoluta alla quale attenersi. Si osservi anche con diligenza quello che sta scritto nelle Deliberazioni riguardo alle nostre suore, e si ubbidisca stretta-mente a quanto si è stabilito » (819).
Quanto al contegno da tenere con persone di altro sesso, dava queste norme ispirate al più rigoroso riserbo: « In quanto alle occasioni pericolose, vi dirò di evitare di stare da soli con persone d’altro sesso. Dovendo trattare con esse, siate più brevi che potete e dato sul principio uno sguardo indifferente, parlate con la faccia volta da un lato, volgendo gli occhi qua e là senza affettazione » (820). « Non fissate gli sguardi in volto alle persone di diverso sesso e neppure a quei giovani che fossero più avvenenti. La stessa precauzione si usi nel fare il catechismo alle ragazze o ai ragazzi. Trattare con riserbo coi familiari e con affettuosa riverenza la propria madre » (821).
Sul modo di regolarsi con le suore diceva: « Nel trattare affari materiali, i religiosi e le religiose non siano mai soli, ma procurino di essere sempre assistiti, o che almeno siano da altri veduti. Nunquam solus cum sola loquatur » (822).
Sempre a scopo di mantenere illibata la purezza che ci è necessaria per educare i nostri giovani, raccomandava ancora di fuggire le conversazioni secolaresche. « Oh, come son rare, — esclamava, — quelle conversazioni in cui per nulla neppur si alluda a cose di questo genere!... Fra le conversazioni, quelle che paiono più pericolose, sono gli inviti a pranzo, specialmente a nozze » (823).
Voleva che si limitassero anche le visite ai parenti: « Ecco lì un chierico che si reca a casa dei suoi genitori. Si dirà: — Oh, non c’è nessun pericolo. — Eppure, ecco, bisognerà che vada a trovare la cognata, la zia, la cugina. Si incontrano donne prudenti; ma non tutte lo sono... Il demonio è furbo, ha studiato ben bene la logica e sa a meraviglia far Tassazione. Toglie la parola sorella e lascia solo la parola donna; toglie la parola religiosa, parente, e lascia la parola ragazza; toglie la parola bambina, giovanetta, e resta la parola zitella; e, se non si cade, almeno ci si mette in pericolo; e se il pericolo non c’è lì presente, aspetta a vedere come saranno i tuoi pensieri quando tu sarai solo » (824). Perciò « nessuno vada mai a casa sua o dei parenti, o di amici o di conoscenti, se non per l’interesse della Congregazione o per esercitare un atto di carità. Per qualsiasi pretesto non si accettino mai inviti a festini di nozze o ad altri pranzi secolareschi di qualunque genere siano. Per quanto è possibile non si viaggi mai di festa, e mai con persone di sesso diverso. Nel convoglio non si stia in ozio, ma si dica il Breviario, si reciti la corona della Madonna o si legga qualche buon libro » (825).
Quanto alle visite che si ricevono, manifestava le sue intenzioni cosi: « Si usi pure in questo cortesia: si ricevano e si diano i saluti, si domandino nuove di questo e di quello; vedete, qui c’è questo, qui c’è quello. Si sta un momento, e poi: — Là, ora ho qualche cosa di premura che mi attende; statemi allegri. — Ma il fermarsi a lungo, il conversar prolisso, il condurre a vedere qua e là, queste sono cose che cominciano ad essere pericolose. Nè si dica che i visitatori resteranno offesi... Sebbene a prima vista sembri scortesia il non secondarli in tutto, quando vedono che questo è per osservare l’ordine e che, quando si tratta d’ordine, non si transige, ne restano sorpresi e se ne vanno ben contenti » (826).
A nessuno sfuggirà certamente l’importanza di queste raccomandazioni anche nel campo pedagogico. Don Bosco infatti parlava a religiosi ch’e-rano educatori. Ora l’educatore non può svestirsi della sua personalità o della sua missione, neanche quando è fuori del suo ambiente educativo; egli deve mantenersi sempre e dovunque in efficienza per il compito che ha da svolgere. A tal punto che il Salesiano, che contravviene alle cose indicate, oltre a venir meno alla regola, viene meno anche alla sua missione educativa, per il rischio, in cui si mette, di rendersi inabile alla sua alta funzione.
III. Fuga delle occasioni e tentazioni.
Parlando ai suoi figli, Don Bosco richiamava la loro attenzione sulla necessità di « fuggire le cose piccole, le piccole occasioni e tentazioni. Si vis magnus esse a minimo incipe. Principiis obsta. (Se vuoi esser grande, incomincia dalle cose più piccole, dice Sant’Agostino. Attenzione agli inizi). Metterci subito in guardia quando siamo tentati; dar mano a far qualche cosa... Appena incomincia la tentazione è facile la vittoria; ma se si sta alquanto in mora a combattere, questa diventa difficile: perchè tanto si diviene più deboli, quanto il nemico acquista .di forza... Qui a mat Deum, nihil negligit (Nulla trascura chi ama Dio). E intanto portar gran rispetto a noi stessi, camminare modestamente per le strade, sedere, conversare, scherzare, ricrearsi ecc., in modo che il nostro contegno rispecchi la bella virtù » (827).
Sempre in tema di vigilanza sulle piccole cose, nella conferenza tenuta ai chierici all’inizio del 1876 sulla castità, faceva notare: « Una regola che ho sempre raccomandato, raccomando e raccomanderò sempre è questa: che alla sera dette le orazioni, facciate il possibile per non trattenervi a parlare con qualche compagno. Dopo le orazioni si vada subito a letto. Chi ha l’obbligo di fare qualche passo di più nel dormitorio per assistere, lo faccia, ma con riservatezza. Caso mai in quella camerata si avesse un compagno assistente, non fermarsi mai a far chiacchiere.
« Peggio ancora l’andar a dar la buona notte ad un giovane o ad un altro chierico; perchè una parola tira l’altra e la cosa va in lungo; e poi, il chiacchierare in tempo di camera dopo le orazioni, oltre all’essere vietato dalle regole dell’Oratorio, <è giudicato da tutti cosa pericolosa.
« Adunque uniformità in tutto e specialmente nel riposo. Mi ricordo che Virgilio, nel suo quarto libro delle Georgiche, dice che le api, giunto un dato tempo, si mettono tutte a lavorare e ad un altro momento fisso, tutte incominciano a riposarsi. Così si esprime: Omnibus una quies, labor omnibus unus. È necessario che questa regola si osservi fedelmente. Qui non si potrebbe dire tutto quello che si dovrebbe, ma quello che posso dirvi e che debbo dire, si è che una gran parte dei recenti disordini sono avvenuti per alcuni, i quali, non curando questa regola, andavano a chiacchierare alla sera con altri, dando scandalo ai giovani stessi. Altri invitavano il compagno a bere nella propria cella: e ciò è cosa assoluta-mente proibita. Ciascheduno deve stare nella propria cella, nè si deve muovere d’un passo per andare nella cella d’un altro, se non in caso di somma necessità » (828).
« Inoltre alcuni, che´ sono tardi nell’andare a letto alla sera, sono eziandio tardi nel levarsi al mattino... Eh! miei cari, quando si fa così, si dà al corpo più di quello che conviene... Sicut equus ei mulus: come il cavallo o l’asino e il mulo. Se noi diamo al corpo soverchio nutrimento, intestardisce e recalcitra: incrassatus, impinguaius, re-calcitrauii... Non vi è solamente il demonio meridiano che assalta coloro i quali vogliono riposare dopo pranzo, pia vi è anche il demonio mattutino del quale parla il libro di Tobia. Questo demonio distoglie eziandio l’animo dalle preghiere... Quindi non partecipano alle pratiche di pietà che si fanno dagli altri: e da ciò una perdita gravissima per grazie non ricevute da Dio. Di più... porgono al demonio occasione di tentarli. Ed a queste tentazioni un poltrone saprà resistere? potrà tenersi su nella castità? Eh, vi assicuro che è assai difficile; o per lo meno, se resiste, io vi dico che ci vuole un miracolo della grazia del Signore, che impedisca la caduta nel peccato » (829).
Parlando poi della cosiddetta siesta, o riposo a letto dopo pranzo, diceva: «Per me la tengo una delle cose più pericolose per la moralità, e sono di parere che il tener quest’abitudine e conservar bene la moralità sia cosa difficilissima, per non dire impossibile. Credo che se i Direttori di case conoscessero quanto questo riesca esiziale, si contenterebbero piuttosto di chiudere il collegio, che introdurre tale abitudine. È dunque da vietare ai nostri confratelli ed ai giovani di riposare un poco nel dopo mezzodì? Se avviene che, specialmente d’estate, uno resti soprappreso dal sonno nel pomeriggio, dovrà sforzarsi a non lasciarsi vincere da quella tendenza? No; avvenendo che, mentre si lavora o si studia, il sonno ci sorprenda, ognuno assecondi pure questo bisogno e dorma un momento, adagiandosi sulla sedia o posando il capo sulla scrivania; ma nessuno si ponga a letto per conciliarselo il sonno; poiché io credo che sia precisamente questo il deamonium meridianum, da cui siamo avvisati di guardarci, come tanto pericoloso per le anime » (830).
In fine Don Bosco raccomanda la mortificazione di tutti i sensi. Anzitutto « custodia degli occhi. Chiudere le finestre, per cui entra il demonio a rubarci questa virtù. Sono i due occhi, dei quali dobbiamo frenare la curiosità, perchè quel che si vede, se è illecito, lascia un’impressione cattiva: Pepigi foedus curri oculis meis ut ne co-gitarem quidem de virgine (Un patto io conchiusi con gli occhi miei, di neppur pensare ad altra persona) (831). Non mai leggere libri immorali, romanzi, commedie, racconti sentimentali, o profani. Questi ultimi faranno eccezione per coloro che sono obbligati a studiarli o ad insegnarli. Vi sono tanti libri buoni ed istruttivi in ogni genere di scienza da leggersi! (832). I giornali, i libri cattivi, i compagni ed i discorsi non riservati in famiglia, sono spesso cagione funesta della perdita delle vocazioni e non di rado sono sventuratamente il guasto e il traviamento di coloro stessi che hanno già fatto la scelta dello stato » (833).
E poi « custodia della lingua. Noi specialmente che abbiamo a trattar coi giovani: una parola equivoca può bastare a creare mali immensi nell’anima loro » (834).
In terzo luogo: « custodia delle orecchie. Non ascoltare discorsi cattivi; adoperarsi anche perchè non ne ascoltino le orecchie altrui (835). Un male incalcolabile avviene dall’aver udito qualche discorso o anche solo qualche parola maliziosa » (836).
In quarto luogo : « custodia del gusto : in vino luxuria (nel vino vi è la dissolutezza) (837). « Hoc genus daemoniorum non eiicitur nisi in ieiunio et oratione (Demoni siffatti non si scacciano se non con la preghiera e col digiuno). Attenti; non crediate già che io voglia dirvi che questi difetti non si vincano altrimenti che col digiuno prolungato, tutt’altro! Io non vi dico che digiuniate; però una cosa che vi raccomando si è la temperanza. Guardatevi specialmente dal vino... Scrivete ben bene nel vostro cuore, che vino e castità non vanno mai d’accordo insieme (838). Ciascuno si dia sollecitudine per eliminare ogni refezione fuori dei pasti regolari, come merende ecc. » (839).
Altra volta Don Bosco per la conservazione della moralità comandò che nessuno si preparasse in camera il caffè colla macchinetta (840). Nella istruzione tenuta ai confratelli riuniti a Trofarello nel 1869, richiamava l’attenzione sopra la qualità dei cibi e delle bevande: « Non si mangino cose forti, piccanti, ricercate, di difficile digestione, troppo abbondanti o troppo gustose come sarebbero le paste dolci, le confetture. Non si bevano vini squisiti o liquori inebrianti, e tanto più se con intemperanza, perchè facendo in questo modo è un doppio miracolo se conservasi la bella virtù. Se non fosse altro, si dà in pensieri o desideri illeciti deliberatamente, con pericolo di azioni abbominevoli. Alla sera non star del tutto digiuni: ma più ci terremo leggeri nel mangiare, più saremo sicuri. Aggiungo di far mortificazioni, non solo col non procurarci cibi che ci fanno gola, ma col frenare questi desideri. Siamo contenti di quello che la Provvidenza ci somministra » (841).
Nel 1880 disapprovava la consuetudine di prendere bagni alla spiaggia: «Voglio distruggere la smania di andare ai bagni, quando questi non siano ordinati dai medici. Vi sono di coloro che ci vanno contro le prescrizioni dei Superiori. Il pericolo è maggiore per i chierici » (842).
Il pensiero di Don Bosco è chiaro: e tutti i suoi figli, ne siamo certi, sapranno cooperare perchè le sue direttive rimangano in ogni tempo vive e operanti per tutelare sempre meglio la moralità tra gli educatori Salesiani (843).
2) Mezzi positivi.
Finora abbiamo ricordato mezzi e precauzioni d’indole piuttosto esteriore e fisica, riguardanti cioè la disciplina dei propri atti in relazione ai giovani, agli altri e al proprio corpo.
Ma l’educatore, come uomo, deve, nel suo interno, lottare senza posa contro gli assalti delle tentazioni e l’insorgere delle passioni. Inoltre, trovandosi sempre in mezzo ai giovani, — i quali, come abbiamo udito da Don Bosco, avendo delle attrattive che si fanno amare, possono costituire un’arma pericolosissima nelle, mani del demonio contro le persone consacrate a Dio, — ha bisogno di essere sorretto anche da altri mezzi, che valgano ad assicurargli la conservazione di quella moralità intima, dalla quale, come da suo principio, deriva la moralità esteriore.
Don Bosco ne indica parecchi di questi mezzi, che però possono ridursi fondamentalmente a due: esatto adempimento delle Regole e fedeltà alle pratiche di pietà.
Questi mezzi, che servono egregiamente a fortificare la volontà, a innalzare mente e cuore alle cose celesti e a mortificare le passioni che vorrebbero trascinare al basso, sono bensì mezzi religiosi-morali; ma lo sono pure in senso pedagogico, poiché la moralità, se ben coltivata nel proprio intimo, non potrà non manifestarsi davanti agli altri, dentro e fuori dell’Istituto; e soprattutto nei rapporti coi giovani da educare.
Nell’esatta osservanza delle Regole, che i Superiori hanno il dovere di far praticare e che riassumono in sè tutti gli altri mezzi, consiste, per Don Bosco, la prima garanzia di moralità individuale e collettiva, privata e pubblica. Nella introduzione alle Costituzioni afferma decisamente: « Trionfante di ogni vizio, e fedele custode della castità, è l’osservanza esatta delle nostre sante Regole, specialmente dei voti e delle pratiche di pietà ».
La cosa è evidente. Don Bosco non volle scrivere le Regole per formare uomini dedicati alla contemplazione o alla penitenza, ma bensì per plasmare dei religiosi educatori. È assolutamente logico pertanto che la fedele osservanza di esse sia il loro primo e costante dovere.
Così il nostro Padre iniziava una sua conferenza nel 1876: « Comincio dal dire che non poco gioverà alla conservazione della virtù della castità l’esatta osservanza dei propri doveri. Non voglio già con questo nome intendere lo studio le assistenze, il catechismo e tutti gli altri uffizi particolari di ciascuno, ma sibbene che si faccia quanto richiedono le prescrizioni delle Regole: che cioè vi sia puntualità in tutto. Puntualità nel venire al pranzo, nell’andare in chiesa e a riposo » (844). Altra volta insisteva: « Si osservino bene le Regole della Congregazione. La loro osservanza ci condurrà sicuramente ad ottenere il nostro scopo » (845) : vale a dire, la santificazione propria e la salvezza dei giovani mediante la loro cristiana educazione.
Venendo ora al secondo mezzo suindicato, e cioè alla fedeltà nelle pratiche di pietà, ricorderemo anzitutto che, al dire di Don Bosco, « per preghiera s’intende tutto ciò che solleva i nostri affetti a Dio » (846) : dalla meditazione del mattino alle preghiere della sera. « È necessaria l’orazione per vincere le tentazioni. Dice il Savio che capì che non poteva essere casto, se non mercè l’aiuto di Dio; e che a nulla valgono i nostri sforzi, nisi Dominus custodierit civitatem (se il Signore non custodisce la città). Il nostro cuore è come una cittadella: i sensi, altrettanti nemici » (847).
Insiste poi Don Bosco: « Non contentiamoci di intervenire sempre alle ordinarie pratiche di pietà e di prendervi parte nel miglior modo possibile, ma raccomandiamoci ancora sovente lungo il giorno al Signore ed a Maria SS. Invochiamo Maria colla giaculatoria Auxilium Christiano-rum ora pro nobis, che in moltissimi casi è trovata efficacissima. E così conserveremo la virtù della castità, la madre di tutte le virtù, la virtù angelica » (848).
Don Bosco ricordava pure che le nostre Regole stabiliscono la frequenza ai Santi Sacramenti (849) e che con tale frequenza è in strettissimo rapporto la moralità. Riguardo alla Comunione, suggerisce di chiedere sempre come la grazia più grande, quella di conservare la bella virtù: « Domandandola con tanta insistenza mentre abbiamo in noi Gesù Sacramentato, quasi mi pare di poter dire che il Corpo di Gesù, che il Sangue di Gesù, si incorpora in noi, si mescola col nostro sangue e nulla di disordinato potrà in noi accadere (850). Chi non potesse comunicarsi tutti i giorni sacramentalmente, non lasci mai di fare la Comunione spirituale e la inculchi ad altri » (851).
« In quanto alla Confessione, chi ha la coscienza tranquilla può aspettare fino agli otto od anche quindici giorni; ma chi fosse tentato, può anche andare più sovente lungo la settimana. Così darebbe un colpo risoluto al tentatore con grande vantaggio dell’anima sua. Si confessi delle cose spinose, anche dubbie; delle cose piccole e delle circostanze, per avere un consiglio sicuro. Abbiamo necessità di una guida » (852).
« La frequente Confessione e Comunione e la regolare vigilanza di chi deve assistere, saranno grandi mezzi preventivi. Possono succedere disordini, ma sempre riparabili » (853).
Dopo aver così ricordato, valendoci delle parole di Don Bosco, i due mezzi principali per la custodia della castità, riassumiamo il fin qui detto con il memorando articolo 38 delle Costituzioni: « Per custodire con la massima diligenza la virtù della castità, si devono usare special-mente questi mezzi: accostarsi santamente e con frequenza ai Sacramenti della Confessione e della Comunione; praticare fedelmente i consigli del confessore; fuggire l’ozio; frenare e moderare tutti i sensi del corpo; fare frequenti visite a Gesù Sacramentato; rivolgere spesso giaculatorie a Maria Santissima, a San Giuseppe suo castissimo sposo, a San Francesco di Sales e a San Luigi Gonzaga, che sono i principali patroni di questa Società ».

e) Il primo responsabile della moralità.
Don Bosco era costantemente preoccupato di far sentire a tutti i Superiori il senso e il peso della responsabilità, specialmente nei riguardi della moralità. Ma egli ne interessa soprattutto e più direttamente il Direttore, il quale per essere il Capo della Casa, è il primo responsabile di far eseguire le Regole ed i Regolamenti, e perciò il primo responsabile della moralità.
« I direttori, — diceva, — essendo i responsabili davanti al pubblico, facciano tutti i loro sforzi affinchè sia conservata la moralità. I mezzi sono le Regole e le Deliberazioni, le quali devono essere osservate da loro e dai loro dipendenti. Ma per questo è necessario che si conoscano. Pertanto nelle due conferenze mensili si procuri di farle conoscere (854). Nell’una si dia lettura e spiegazione delle Regole; nell’altra si tratti qualche punto morale. Queste conferenze non si omettano mai. Se il Direttore qualche volta non la potesse fare, vi supplisca con una lettura spirituale; ma almeno questo poco ci sia sempre » (855).
« Non si richiedono conferenze dotte; basta che si leggano le Regole e poi si aggiunga una breve esortazione e spiegazione. Una delle cose fonda-mentali, che dev’essere maggiormente inculcata, è la moralità. Se possiamo fare in modo che dopo cena si vada a riposo, è un gran guadagno per la moralità. Quel tempo è il tempo dei complotti. Così, che vi sia silenzio assoluto dalla sera al mattino, è un guadagno grande. Dicasi il medesimo delle relazioni epistolari con gli esterni. Ricordare ai confratelli che, mancando contro la moralità, compromettono la casa e la Congregazione ili faccia a Dio non solo, ma anche in faccia al mondo. In faccia a Dio si perde l’ani-ma, in faccia al mondo l’onore.
« Nemo repente fit summits, nemo repente fit malus (Nessuno all’improvviso diventa sommo, nessuno all’improvviso diventa cattivo). Quindi badare ai princìpi, per impedire il male grande in seguito. Lo dice l’esperienza. Se taluno ha messo negli imbrogli il Direttore e la Casa, cominciò a lasciare la meditazione, le pratiche di pietà; poi ci fu qualche giornale, qualche amicizia particolare. Disordini, insomma.
« Quindi si ricordino i Direttori, che sono responsabili della moralità propria, dei confratelli e dei giovani. Questi sono piccoli e non parlano; ma trovandosi poi coi parenti, dicono e aumentano, se occorre, con detrimento della stima e della gloria di Dio » (856).
In secondo luogo il Direttore ha il dovere di vigilare sulla moralità. A lui, nei Ricordi Confidenziali, fa queste raccomandazioni: «Rispetto agli assistenti e ai capi-dormitorio: accorgendoti che taluno di essi contragga amicizia particolare con qualche allievo, oppure che l’ufficio affidatogli o la moralità di lui sia in pericolo, con tutta prudenza lo cangerai d’impiego; che se continua il pericolo ne darai tosto avviso al tuo Superiore».
« Alle persone di servizio sia stabilito per capo un coadiutore di probità conosciuta, che vegli sui loro lavori e sulla loro moralità, affinchè non succedano furti nè facciansi cattivi discorsi. Egli si adoperi costantemente per impedire che alcuno si assuma commissioni, affari riguardanti i parenti od altri esterni, chiunque siano » (857).
Ai Direttori Don Bosco ricordava infine i Rendiconti mensili: « Ciò che poi ritengo come la chiave di ogni ordine e di ogni moralità, il mezzo con cui il Direttore può avere in mano la chiave di tutto, si è che si ricevano puntualmente i rendiconti mensili. Non si lascino mai per qualsiasi motivo e si facciano posatamente e con impegno. Ogni Direttore si ricordi di domandare sempre questi due punti: — Primo: nel tuo ufficio trovi qualche cosa che ti sia proprio contraria e che possa impedire la tua perseveranza nella vocazione? Secondo: a te consta qualche cosa che possa farsi o impedirsi per togliere qualche disordine o qualche scandalo in casa? — Per lo più i confratelli parlano e scoprono cose, alle quali noi non penseremmo mai e che essi molte volte credono che noi le sappiamo già o che le teniamo in poco conto.
« Quando dai rendiconti si conosce qualche cosa di male o fonte di disordine in alcuno dei confratelli, se ne tenga nota, e, venendo il turno di quel tale, si facciano interrogazioni allusive, o si domandi apertamente questo o quello secondo i casi. Si pone così riparo ad inconvenienti anche gravi senza che nessuno resti offeso, e si avvisano individui di certi difetti, che talora senza che essi se ne accorgano, recano disordini o danni o scandali » (858).
« In questi rendiconti ciascuno apra interamente il suo cuore al Superiore, ma si aggiri specialmente sulle cose esterne (859). Venendo a notizia che nella casa sia imputata cosa o fatto biasimevole, specialmente se fossero cose che potessero anche solo interpretarsi contro la santa legge di Dio, se ne dia rispettosamente comunicazione al Superiore. Esso saprà usare la dovuta prudenza a fine di promuovere il bene e d’impedire il male» (860).
« Con questi rendiconti e con ogni altro mezzo, gioverà immensamente a ottenere la moralità, l’impedire in modo assoluto quelle merenduole che fanno in compagnia i giovani e i chierici: ovvero giovani, chierici e maestri insieme. Questo bisogna a tutti i costi proibirlo e impedirlo. Nei giovani eccita il desiderio di rubare e li mette in vere tentazioni; fa venir loro la voglia di scrivere a casa per avere ghiottonerie, li invita a nascondersi e a cercare luoghi appartati; ed anche ai chierici e maestri è vera occasione per condursi giovani in camera: tutte cose di grande pericolo » (861).
f) Il modello dell’educatore salesiano.
Abbiamo visto con quale e quanta insistenza Don Bosco, ai suoi collaboratori nell’opera educativa, raccomanda il buon esempio: « La moralità tra gli allievi — egli asserisce — progredisce in proporzione che essa risplende nei Salesiani. I giovanetti rivivono quello che loro si dà; e i Salesiani non potranno mai dare agli altri quello che essi non possedessero. Siano ben considerate queste parole e i Direttori ne facciano tema delle loro conferenze» (862).
Noi possiamo aggiungere che i Salesiani, per rendere efficace il loro buon esempio, non hanno che da modellare le loro azioni circa la moralità su quelle del Padre, che è e sarà sempre il più perfetto loro modello. Di lui testimoniò il Card. Caglierò: « Le virtù morali e specialmente la castità, ne adornarono e santificarono siffattamente la vita esteriore, da parerci non solo di un Santo, ma di un angelo; tanto fu angelica la modestia del suo corpo, il candore dell’anima sua e la purezza del suo cuore (863). Io sono persuaso, per le intime attinenze avute sempre con lui, che egli sia vissuto e morto in castità verginale » (864). Don Rua dichiara solennemente: «Si può dire anche di lui ciò che si dice del nostro Divin Salvatore, che, accusato in tante guise dai suoi nemici, non si osò intaccarlo sulla castità. Di modo che devesi concludere che in un modo eroico conservò questa virtù in tutto il corso della sua vita» (865). E il suo segretario Don Berto: « Io gli sono stato d’attorno, l’ho servito per oltre vent’anni e posso affermare che la virtù della modestia negli sguardi, nelle parole, nei tratti fu da lui portata al più sublime grado di perfezione. Il segreto che egli adoperò per raggiungere questa perfezione, fu la continua occupazione di mente, l’eccessiva fatica di giorno e di notte, ed una calma imperturbabile. Da lui si diffondeva un’influenza vivificante. Io stesso posso dire che, stando vicino a lui, la sua presenza allontanava da me ogni pensiero molesto» (866).
Al tempo stesso il santo Educatore insegnava ai suoi figli con il suo esempio quale doveva essere il loro tratto coi giovani.
La virtù della purità era come una sopravveste che lo copriva da capo a piedi; e quindi i giovani volentieri lo avvicinavano e gli avevano illimitata confidenza, conoscendo come egli fosse innocente e puro (867). Con essi poi, dichiarava Don Rua nel processo informativo, « usava tutti i riguardi per evitare ogni cosa che potesse essere di qualche pericolo » (868).
Colpiva la modestia con cui Don Bosco trattava i giovanetti: modestia mai disgiunta dalla più grande affabilità. Egli non usava mai con loro quelle familiarità, che pure non disdicono a un prete in mezzo ai fanciulli. Ordinariamente, nel discorrere, teneva gli occhi bassi, benché gli alunni si accorgessero da qualche lampo come egli avesse un occhio finissimo e scrutatore (869).
Don Giacomelli affermava: « Cogli stessi suoi alunni, sebbene lo amassero tanto ed egli li ricambiasse di amore paterno, tenne sempre un contegno riservato e dignitoso, e non si permise mai sdolcinature di nessuna fatta, come sarebbe il baciarli od abbracciarli. Tutt’al più, per dimostrare la sua contentezza per la buona condotta, metteva loro per un istante la mano sulla spalla o sul capo, o leggermente percuotevali sulla guancia accompagnando sempre questa carezza con un salutare ammonimento » (870).
« E in queste carezze che usava con noi, — scrisse il Teologo Reviglio, — vi era un non so che di puro, di così castigato, di così paterno, che pareva infonderci lo spirito della sua castità, a segno che noi ci sentivamo rapiti e maggiormente risoluti a praticare la bella virtù. Da notarsi però che quando un alunno andava a parlargli solo in camera, lo trattava con un riserbo ancor maggiore; benché sempre affettuoso nelle parole, non si permetteva nessuno dei segni sopraddetti, benché minimi, di familiarità» (871).
Pur nei clamori del cortile, Don Bosco sapeva conservare la sua dignità. Attesta il Can. Balle-sio: « Sempre in mezzo ai giovani, circondato da loro e tirato alle volte dai medesimi da una parte e dall’altra, nelle ricreazioni, e nei giuochi di mano e di corsa, dimostrava una semplice, disinvolta e pudicissima sveltezza... Lasciavasi baciar la mano, e di quest’atto servivasi per intrattenere qualche giovane a cui avesse da indirizzare qualche ammonimento o incoraggiamento. Ma sia allora che poi, usciti i giovani dall’Oratorio, ed anche i sacerdoti, gli baciavano volentieri la mano, e questo lo facevano per un misto di stima e dì profonda riverenza come se baciassero una reliquia » (872).
« Quando eravamo intorno a lui, — ricorda un antico allievo, — la stessa sua presenza aveva tanta attrattiva per la virtù della purità che non si era neppur più capaci ad avere un pensiero men che onesto: e questa stessa impressione la sentivano pure i miei compagni» (873).
Un giovane gli manifestò come fosse tormentato da pensièri cattivi, e Don Bosco gli disse sottovoce: « Non temere: sta solamente vicino a me ». Altre volte ripeteva a chi si trovava in simile modo angustiato: « Non temere: tutti questi pensieri e immaginazioni, non sono peccato. Sta solo attento alle opere. Ai pensieri non badarci più di quello»che vi baderesti se fossero mosche che ronzassero alle tue orecchie o al rumore di un vespaio. Queste cose provengono dalla tua immaginazione molto apprensiva, ma verrà tempo che, con un solo atto della volontà, potrai scacciarli e non daranno più molestia» (874).
Potremmo ingrandire assai questo magnifico serto di testimonianze in lode della purità del nostro Santo Fondatore, dalla cui verginità era circonfuso il suo aspetto e la sua persona come ^ di una luce più che umana. E come la luce non può tollerare la vicinanza dell’ombra, così la sua purezza liliale non poteva sopportare la presenza di coloro che erano affetti dal vizio opposto. Egli aveva, si direbbe, un fiuto speciale per conoscerli. Una sera, si trovavano attorno a Don Bosco Don Rua e altri Superiori. Il discorso cadde su certi mali morali, causa precipua della rovina di tanti giovani. Don Bosco, dopo aver ascoltato, così esprimevasi: « Certi mali il diffìcile è conoscerli per poterli curare. Tuttavia il Signore usa una grande misericordia verso i nostri giovani. Io quando mi trovo in mezzo a loro, vi fosse anche uno solo immodesto, me ne accorgo per un fetore insopportabile che tramanda; e se si avvicina e mi vien dato di vedere il suo volto sono sicuro eli non sbagliare nel mio giudizio»(875)
Gli è per questo che certi giovani, per tema che egli leggesse loro in fronte, si tenevano lontani. E se per qualche ragione, o perchè chiamati, dovevano andare al suo cospetto, scoprendosi per riverenza il capo, solevano tenere il berretto innanzi alla fronte o facevano scendere su di essa i capelli, come se ciò bastasse a nascondere la propria coscienza.
Ciò accadeva specialmente all’inizio dell’anno scolastico, quando gli alunni, ritornati dalle vacanze, non avevano ancora aggiustati i conti con Dio. Sicché, giungendo Don Bosco in cortile, si sentiva come un volo d’uccelli, un fuggi fuggi, e rimanevano con lui solo i buoni che per fortuna erano molti. Fuggivano quelli che avevano la coscienza sporca: — Perchè, dicevano, Don Bosco ci fissa gli occhi in fronte e legge tutto (876).
San Filippo conosceva costoro dall’odore; Don Bosco anche dalla vista (877).
Così il nostro Padre con quel suo atteggiamento prudente, candido e santo, fin dal principio del suo apostolato e poi fino al suo ultimo respiro, infuse sempre amore per la purità nei giovanetti. Sebbene questi fossero un’accolta di gente diversa e di ogni condizione e paese, ne furono così compresi, e la tenevano in tale pregio, che lo splendore di così bella virtù spiccava in particolar modo nella maggior parte di essi. Si rivelava nelle loro parole, nello sguardo, nel contegno della loro persona. È indicibile l’orrore- che avevano per il peccato. Di qui quel fondo di pietà cara, soda e vera, che era la caratteristica dell’Oratorio (878).
Testificò il teologo Reviglio: « Si può asserire con giuramento che, nell’Oratorio, regnava tale ambiente di purezza che aveva dello straordinario » (879). E lo prova pure la magnifica fioritura di vocazioni che sbocciavano in sì olezzante giardino. Don Bosco stesso nel 1878 affermava conversando con Don Barberis: « Disse bene ieri Don Caglierò: — Oh, quanti giovani abbiamo che potrebbero benissimo fare ricreazione con San Luigi! — Sì, quanti vi sono che conservarono l’innocenza battesimale e che, qui nell’Oratorio, sebbene nell’età più pericolosa, continuano a conservarla! Quanti, e sono i più, già vinti parecchie volte dal demonio, appena venuti qui hanno cambiato vita! Sembra proprio che entrino in un’altra atmosfera: dimenticano affatto le vecchie cattive inclinazioni e passano anni e anni in modo da poter dire con tutta verità che non hanno fatto nemmeno un peccato veniale deliberato! Questo ci deve consolare: questo è che mi ha spinto sempre ad estenderci molto: perchè pare proprio che, dove la Congregazione pianta le tende, ivi abbondi la grazia del Signore» (880).
Queste ultime parole del nostro Padre sono un monito e un incoraggiamento per le Case Salesiane di tutti i paesi, in tutti i climi e sotto tutti i cieli.
g) Santità è Purezza.
Don Bosco, quando parla a religiosi educatori e tratta in particolare della virtù angelica, non nasconde la sua preoccupazione di venire subito alla pratica. Ridotto per lo più l’elogio della bella virtù a due o tre pennellate appena, scende subito sul terreno dei mezzi concreti: e qui, scartati quelli straordinari o non confacenti alla missione dell’educatore, propone quelli che meglio si adattano alla condizione e alle esigenze dell’apostolato educativo.
Tuttavia noi possiamo e dobbiamo dire che tutte le sue industrie pratiche a difesa della moralità nascono da una radice ancor più intima e profonda: assicurare cioè ai suoi figli, con il possesso della purità, la conquista della santità. Egli è convinto che la purezza sia la virtù che porta il Salesiano alle alte vette della santificazione. Ecco le sue testuali parole: « Quanto sia necessaria questa virtù l’abbiamo da San Paolo: Haec voluntas Dei, sanctificatio Destra: (Questa è la volontà di Dio, la santificazione vostra). Spiegando poi come dev’essere questa santificazione, (l´Apostolo) dimostra che è il mostrarci puri come lo fu Gesù Cristo » (881). Don Bosco viene praticamente a dimostrare l’assioma che tante volte ebbe a ripetere: « Il Salesiano puro è un Salesiano santo» (882).
Alla luce di questo fondamentale concetto, si comprendono sempre meglio anche le altre espressioni, che ricorrono tutte le volte che Don Bosco parla di questo argomento, e che noi abbiamo solo in parte ricordate. Udiamolo ancora nel proemio alle Costituzioni : « La virtù sommamente necessaria, virtù grande, virtù angelica, cui fanno corona tutte le altre, è la virtù della castità. Chi possiede questa virtù può applicarsi le parole dello Spirito Santo: E mi vennero insieme con lei tutti i beni. Il Signore assicura che coloro, i quali posseggono questo inestimabile tesoro, anche nella vita mortale diventano simili agli Angeli del Cielo ». Non meno esplicito fu il nostro Padre in un’istruzione tenuta a Lanzo nel 1875: « Io credo bene di venire oggi a parlarvi di una virtù, che, secondo me, è la base di tutto, che deve servire di fondamento pratico di tutto l’edificio religioso, di quella virtù che, per la sua preziosità, vien chiamata la virtù angelica. Io non so se dica uno sproposito; ma son di parere che chi la possiede è sicuro di avere tutte le altre; e chi no, può ben possederne alcun’altra: ma tutte restano offuscate e, senza questa, ben presto spariranno» (883).
Don Bosco pertanto, non solo afferma che il Salesiano puro è un Salesiano santo, ma assicura che con la purezza vengono tutti i beni: e spiega quali siano questi beni, allorché asserisce che la purezza è la virtù cui fanno corona tutte le altre. Con essa si è dunque sicuri di essere santi.
Don Bosco stesso però ammonisce che la bella virtù è continuamente esposta al pericolo di perdersi, se non si prendono le debite cautele. Per questo egli vuole che l´educatore Salesiano si serva di tutti i mezzi da lui indicati per trionfare delle cattive inclinazioni e vivere abitualmente in un’atmosfera di purezza. Ora chi non vede che ciò richiede vita così virtuosa e santa, da esigere quasi una volontà disposta all’eroismo?
Nel 1847 il nostro Padre udì, durante il sogno del pergolato di rose, queste parole: « Sappi che la via da te percorsa tra le rose significa la cura che tu hai da prenderti della gioventù: tu vi devi camminare con le scarpe della mortificazione. Le spine per terra rappresentano le affezioni sensibili, le simpatie o antipatie umane, che distraggono l’educatore dal vero fine, lo feriscono, lo arrestano nella sua missione, gli impediscono di procedere e raccogliere corone per la vita eterna. Le rose sono simbolo della caritàardente, che deve distinguere te e tutti i tuoi coadiutori. Le altre spine significano gli ostacoli, i patimenti, i dispiaceri che vi toccheranno. Ma non vi perdete di coraggio. Colla carità e colla mortificazione, tutto supererete e giungerete alle rose senza spine » (884).
Limitando le nostre riflessioni alle spine che, lungo tutto il pergolato, tappezzavano il suolo, rileviamo che esse erano le più pungenti: tanto che costrinsero Don Bosco a retrocederle fino all’inizio del doloroso cammino per rimettersi le scarpe, di cui aveva creduto di poter far senza. Quelle medesime spine, nonché le altre che si occultavano tra le rose da tutti i lati del pergolato, fecero indietreggiare per sempre lo stuolo dei suoi primi seguaci, ma non riuscirono a vincere il coraggio dei giovani del secondo gruppo, che seguirono animosamente Don Bosco fino alle soglie di un edificio monumentale, ov’era una sala tutta adorna e cosparsa di soavissime rose senza spine.
Segno evidente che ci voleva dell’eroismo per calpestare quelle spine penetrantissime, per trionfare cioè delle affezioni sensibili e praticare fino alla perfezione la virtù della purità. Ci voleva insomma l’esercizio eroico della carità e della mortificazione.
Sì, la virtù della castità, mediante l’esercizio eroico della mortificazione e della carità, porterà l’educatore Salesiano fino alla vetta della santità. Questa è la meta che addita Don Bosco a tutti i membri della Famiglia Salesiana. Egli ci vuole casti, perchè ci vuole santi: « O Salesiani santi, o non Salesiani » (885).
Quale incitamento! quale onore! ma al tempo stesso, ripetiamolo, quale responsabilità!
Capitolo IX. IL SISTEMA PREVENTIVO, SISTEMA DI SANTITÀ
Dando ora uno sguardo complessivo alla meravigliosa struttura del sistema preventivo, quale ci siamo sforzati di delineare, ci sentiamo pieni di profonda ammirazione verso il nostro santo Fondatore e Padre, che ha saputo modellare un sistema pedagogico, il quale, di sua natura, esige dagli educandi e prima ancora dagli educatori, un eroico e costante anelito di virtù e di santità.
Don Bosco non visse che per educare cristianamente e così santificare i giovani.
A nove anni ha la prima illustrazione soprannaturale sulla natura specifica della sua missione: salvare le anime dei fanciulli.
Inizia il suo apostolato, studia, diventa sacerdote, fonda l’Opera degli Oratori, lavora e si sacrifica per un solo scopo: strappare le anime dei giovani al pericolo della dannazione eterna.
Come se ciò non bastasse, vuol completare, estendere e perpetuare quest’opera di salvezza, fondando due famiglie religiose e una pia Unione tra i fedeli cristiani. Ài Salesiani, alle Figlie di Maria Ausiliatrice e ai Cooperatori Salesiani fissa per programma: Anime! Da mihi animas..
Ed ecco che, per salvare tanta povera gioventù, illuminato dall’Alto, forma per sè e pei suoi uno strumento, che è il più adatto ed efficace: il sistema preventivo. Questo sistema di educazione non ha altro scopo che mettere i giovani nella morale impossibilità di commettere il peccato, che è la morte dell’anima. A questo fine sono subordinate e coordinate tutte le altre attività e risorse, che costituiscono il magnifico complesso dell’opera educativa di San Giovanni Bosco.
Salvare l’anima: era la prima e l’ultima parola che il nostro Padre rivolgeva ai giovani dell’Oratorio: « Quando un giovane entra nella Casa, — diceva, — il mio cuore esulta, perchè io vedo in esso un’anima da salvare (886). Questo è non solo il principale, ma l’unico motivo per cui venni qui all’Oratorio (887). Tutto io darei per guadagnare il cuore dei giovani e così poterli regalare al Signore » (888).
E della importanza capitale che ha la salvezza dell’anima, egli voleva persuasi i giovani stessi: « Ho da dirvi una cosa di molta importanza, e questa si è che mi aiutiate in una impresa, in un affare, il quale mi sta tanto a cuore: quello di salvare le anime vostre (889). Dobbiamo mettere anche noi nel centro di ogni pensiero ed opera la salvezza dell’anima nostra, pronti a sacrificare l’onore, la roba, la vita stessa, purché si salvi l’anima » (890).
Don Bosco poi mirava a salvare le anime giovanili, non comunque, ma lanciandole per la via della virtù e della santità. Con una soda istruzione religiosa e la frequenza ai Santi Sacramenti « — cose essenziali per la pratica del suo sistema preventivo — il Santo procurava che i suoi giovani vivessero in collegio, e in seguito anche nel mondo, in continua ascesa verso la santità.
In una predica del 1862, dopo aver descritto le astuzie usate da Sant’Atanasio per sfuggire I® alle insidie dei persecutori, finiva col dire: « Santi di questa sorte vorrei che vi faceste tutti voi. Sì, miei cari, cercate sul serio di farvi santi; ma di quei santi che, quando si tratta di far del bene, sanno cercarne i mezzi, non temono la persecuzione, non risparmiano le fatiche: santi astuti, che cercano prudentemente tutti i modi per riuscire nel loro intento » (891).
Noi conosciamo i mezzi di santità che suggeriva ai giovani: mezzi caratteristici per la loro semplicità, praticità ed efficacia: mezzi che prima ancora aveva già proposto ai maestri e agli assistenti.
Un giorno li ridusse egli stesso a uno solo: l’ubbidienza. Aveva fatto a un chierico la seguente domanda: « Quale credi che sia il mezzo più facile a noi per farci santi? » Gliene furono esposti parecchi, ma egli, dopo aver udito in silenzio senza interrompere, disse: « È il seguente: riconoscere la volontà di Dio in quella dei nostri Superiori, in tutto ciò che ci comandano, e in tutto quello che ci accade lungo la vita. Alcune volte ci pare proprio che le cose non debbano essere così. Allora è tempo di farci coraggio e dire a noi stessi: — Mi fu detto così, perciò andiamo avanti.,— Altre volte ci sentiamo oppressi da qualche calamità od angustia di corpo e di spirito: non ci perdiamo di coraggio, confortiamoci col dolce pensiero che tutto è ordinato da quel pietoso nostro Padre che è nei cieli e per nostro bene; a Lui tutto offriamo, noi e le cose nostre. Questo è il mezzo più acconcio per arrivare con somma facilità alla più alta perfezione. Vi sarà per esempio chi vuole´ fare penitenza, digiunare; il Superiore lo consiglia a ciò non fare: ebbene, ubbidiamo, che così saremo sicuri di fare la volontà di Dio e saliremo un gradino sulla scala della santità» (892). Altra volta ribadiva lo stesso concetto: « Vogliamo essere sempre allegri? Siamo ubbidienti. Vogliamo essere certi della perseveranza nella vocazione? Siamo sempre ubbidienti. Vogliamo andare molto in alto nella santità e nel Paradiso? Siamo fedeli ad ubbidire anche nelle piccole cose» (893). E nel Regolamento per gli Allievi (capo Vili, art. 1) riassume tutto con queste parole: « Il fondamento di ogni virtù in un giovane è l’ubbidienza ai suoi Superiori. L’ubbidienza genera e conserva tutte le altre virtù. Se pertanto volete acquistare la virtù, cominciate dall’ubbidienza ai vostri Superiori, sottomettendovi loro senza opposizione di sorta, come fareste a Dio ».
Orbene, l’ubbidienza è a tutti possibile: a tutti perciò è possibile arrivare alla perfezione della virtù e della santità. E nell’Oratorio erano sempre in grandissimo numero i giovanetti dei quali si poteva affermare senza pericolo di smentita che fossero tanti San Luigi per candore di animo e innocenza di costumi; anzi, in alcuni di essi la vita interiore si sviluppava anche con fenomeni di arcane illuminazioni (894).
Ora poi possiamo aggiungere, a incoraggiamento nostro e dei nostri allievi, che la Chiesa stessa ha dato il collaudo supremo e la sanzione eccelsa al sistema preventivo di Don Bosco, e in particolare alla capacità che esso ha dì formar anime veramente cristiane e di plasmare dei santi. Infatti il Decreto cosiddetto del Tufo, autorizzante cioè a procedere alla Beatificazione, pel nostro angelico Domenico Savio incominciava con queste significative espressioni:
« Che il metodo di educazione introdotto da San Giovanni Bosco sia ottima, lo si deduce con evidenza dai frutti che raccolse egli medesimo, e da quelle che ancor oggi raccoglie in tutto il mondo l’Istituto da lui fondato. Il Santo, ricco di sapienza e prudenza, infiammato di amore fervente per Dio e pel prossimo, e specialmente per la gioventù, scrutando con soprannaturale intuito l’indole naturale di ciascuno, portò i suoi giovanetti alla vita cristiana; anzi, ne condusse alcuni, e in brevissimo tempo, fino alla vetta della perfezione. Tra questi primeggiò di gran lunga il Venerabile Domenico Savio che, nello spazio di soli tre anni, con tale Maestro e Guida pervenne ancor giovanetto a un grado eroico di virtù ». Fin qui il sullodato Decreto (895).
Oh, il sistema preventivo! È questa la ragion d’essere di noi, educatori Salesiani: questo, il programma del nostro lavoro: questa, la garanzia della nostra perseveranza e perpetuità.
Noi, come religiosi, riusciremo a santificarci, solo e quando, come educatori, ci sforzeremo di far buoni e santi i nostri giovani.
Tale il senso e il fine della Società Salesiana, secondo l’articolo primo delle Costituzioni: « I soci, mentre si sforzano di acquistare la perfezione cristiana, eserciteranno ogni opera di carità spirituale e corporale verso i giovani, specialmente i più poveri ». La missione di educatori adunque non rappresenta per noi che il mezzo di santificazione: ma la santificazione è alla sua volta legata a quell’ampiezza di carità spirituale e corporale, che anima tutto quanto il sistema preventivo.
Sforziamoci pertanto, noi fortunati membri della Famiglia Salesiana, di praticare esattamente questo sistema nel nostro lavoro educativo: e con la nostra vita laboriosa, esemplare e santa, oltre che ottenere frutti copiosi di salvezza e di santità, coopereremo a mettere in sempre più chiara luce la figura e il sistema stesso pedagogico di Don Bosco Educatore, nostro grande Padre e Maestro.

Fine del I Volume

NOTE
Spiegazione delle sigle
A. C. S. — Atti del Capitolo Superiore della Società Salesiana.
A. P. S. — Appunti di Pedagogia Sacra, esposti agli Ascritti della Pia Società di San Francesco di Sales dal Sac. Giulio Barberis. Torino, Litografia Salesiana, 1897.
B. S. — Bollettino Salesiano.
M. B. — Memorie Biografiche di San Giovanni Bosco, in 19 volumi. A cura di Don G. B. Lemoyne, Don A. Amadei e Don E. Cerià.
M. O. — Memorie dell´Oratorio di San Francesco di Sales, scritte da San Giovanni Bosco. A cura del Sac. E. Ceria, Torino, S.E.I., 1946.
R. E. D. — Un Ricordino Educativo Didattico del Sac. Fr. Cerruti, Torino, S.A.I.D. Buona Stampa, 1910.
(1) M. B„ I, 191.
(2) M. B., I, 358; M. p. 37, 62, 96.
(3) M. O., p. 80.
(41 M. B., I, 143.
(5) M. B., I, 49.
(6) M. O., p. 44.
(7) MIO., p. 69-70.
(8) M. O., p. 96.
(9) M. B., XVIII, 126. £10) M. B„ XVIII, 127.
(11) M. B„ VI, 895;
(12) M. B., XVII, 85.
(13) M. B., XIX, 156.
(14) M. B„ VI, 148.
(15) A. C. S., XXX (1950), n. 157, p. 14.
(16) M. B., XVIII, 770.
(17) M. B„ XVI, 248.
(18) M. B„ III, 605.
(19) M. B., XVI, 238.
(20) M. B., VII, 871.
(23) M. B., IV, 736.
(24) Sac. G. Bo8co, II Giovane Provveduto, I, 4.
(25) M. B„ XII, 583-4.
(26) M. B., XIII, 629.
(27) B. S., genn. 1880, p. 3.
(28) M. B„ XIII, 180-1.
(29) M. B., XV, 149.
(30) M. B., XVI, 245.
(31) M. B., XIII, 609.
(32) M. B., XVI, 245.
(33) M. B., V, 613-14.
(34) M. B„ XIV, 485.
(35) M. B., XVI, 66.
(36) M. B„ XVI, 67.
(37) M. B„ V, 59-60.
(38) M. B., XVI, 235.
(39) M. B., XV, 159-60.
(40) B. S., sett. 1882, p. 147.
(41) Sac. G. Bosco, La forza della Buona Educazione, c. Ill e IV.
(42) M. B., X, 586.
(43) M, B., XII, 76.
(44) M. B„ XVII, 465.
(45) Sac. G. Bosco, Vita di Luigi Colle, c. II.
(46) M. B„ XIV, 206-7.
(47) B. S., apr. 1882, p. 71.
(48) Sac. G. Bosco, La torza della Buona Educazione, c. XIV.
(49) Ivi.
(50) Thr., Ill, 27; M. B., Ill, 605-6.
(51) M. B., XIV, 133.
(54) M. B„ XIV, 132-33.
(55) M. B„ XIV, 544.
(56) M. B„ XII, 617-18.
(57) B. S„ genn. 1886, p. 3.
(58) B. 8., genn. 1883, p. 4.
(59) M. B., VI, 637-8.
(60) M. B„ III, 293.
(61) B. S„ genn. 1887, p. 5.
(62) M. B., Ill, 27.
(63) A. P. S„ p. 3.
(64) A. P. S„ p. 3.
(65) A. P. S„ p. 4.
(66) A. P. S., p. 8.
(67) A. P. S., p. 4.
(68) Sac. Fr. Cerruti, Storia della Pedagogia in Italia, Torino, Salesiana, 1883, In-trod., p. 3.
(69) Sac. D. Vota, Pedagogia, Torino, Litogr. Sales., p. 3.
(70) A. P. S., p. 7.
(71) Estote ergo vos perfecti, sicut et Pater vester cae-lestis perfectus est (Matth., V, 48).
(72) M. B„ V, 367.
(73) M. B., VI, 104; VII, 233, 292; Vili, 165.
(74) M. B., Ill, 115-16.
(75) Cfr. Regolamenti della Società Salesiana, 1924; Regolare. per le Case, P. II, Sez. II, art. 112 seg., A. P. S., P. I-IV, p. 54 seg.
(76) Sac. Bart. Fascie, Del mefodo educativo di Don
Bosco, Torino, S.E.I., 1927, p. 26.
(77) Pio XI, Enc. Divini illius Magistri, 31 die. 1929.
(78) M. B., XIX, 274.
(79) Sive ergo manducatis, si-ve bibitis, sive aliud quid-quid facitis omnia in glo-riam Dei facite (I Cor., X, 31).
(80) San Tommaso, Summa
Theol. Suppl., Ili, q. 41, a. 1.
(81) San Tommaso, II De
Verit., a. 2; I De Verit., a. 1; Contra Cent., I, 43.
(82) San Tommaso, De Ma-
~ to, I, 5..
(83) I-II, q. 109, a. 2-4.
(84) San Tommaso, De Verit., 18, 4; Comm. in Poster. Anàlyt., II, lect. 1.
(85) Contra Gent., I, 29; II,
v 16, 52, 56; III, 3; De
Pot., Ill, 1, 6, 8.
(86) Contra Gent., I, 49; II, 16, 23, 45, 46; III, 8; De Pot., I, 3.
(87) M. B., IV, 542-3; 735-55; 544-52.
(88) M. B., XIII, 112.
(89) M. B., XIII, 114.
(90) M. B., XIII, 114.
(91) M. B., V, 50-5.
(92) M. B., XIII, 557-8.
(93) M. B., VII, 761-3.
(94) Prov., XIII, 24.
(95) M. B., VII, Ó03.
(96) M. B., XIII, 553-7.
(97) M. B., XIV, 321.
(98) M. B„ XVI, 209.
(99) M. B., XVII, 197.
(100) Cfr. Jo., X, 10.
(101) Cfr. Bom., VI, 4.
(102) Cfr. I Cor., V, 7.
(103) Cfr/II Cor., V, 17.
(104) Cfr. Eph., IV, 15.
(105) Cfr. I Cor., XII, 27..
(106) Cfr. Gal., II, 20.
(107) Cfr. Col., Ill, 4.
(108) Cfr. Col., Ill, 3.
(109) Cfr. Act., XVII, 28.
(110) Cfr. II Petr., I, 4.
(111) Cfr. I Cor., VI, 20.
(112) Cfr. I Jo., IV, 8, 16.
(113) Cfr. Luc., XII, 49.
(114) Cfr. Matth., XXIII, 37.
(115) Cfr. Matth., XI, 28.
(116) II-II, q. 184, a. 2 et 1.
(117) M. B., II, 253-4.
(118) Sac. Euo. Ceria, La Vita Religiosa, c. VI, 2°, par. 2.
(119) Sac. G. Barberts, Vita di San Francesco di Sales, Torino. S.E.I., 1919, voi. II, p. 205-6.
(120) Ivi, p. 232.
(121) Ivi, p. 232.
(122) Positio super Introduction Causae Joannis Bosco Sacerdotis, X, 98, p. 511.
(123) Sac. P. Albera, Circo lari, p. 336, 342, 389.
(124) M. B., I, 123-6.
(125) M. B., II, 154.
(126) M. B., II, 153.
(127) M. B., II, 506.
(128) M. B., Ill, 91, nota la.
(129) M. B., VII, 523-6.
(130) M. B., XVII, 111.
(131) M. B., XVII, 111.
(132) M. B., XVII, 111.
(133) M. 13., VI, 381.
(134) I Cor., XIII, 4, 7.
(135) M. B., IV, 553; XIV, 514.
(136) M. B., XVII, 628.
(137) M. B„ II, 256.
(138) M. B„ IX, 712.
(139) M. B., XII, 106-7.
(140) M. B., XV, 20.
(141) M. B., IX, 356-7.
(142) M. B„ VII, 403-4.
(143) M. B., IV, 557.
(144) M. B.-, I, 413.
(145) M. B., I, 406.
(146) M, B., II, 256.
(147) M. B., IV, 113.
(148) M. B., Ill, 585.
(149) M. B„ II, 532.
(150) M. B., V, 737.
(151) M. B., III, 361; V, 538.
(152) M. B., IV, 335.
(153) M. B., Ill, 165.
(154) M. B., V, 166.
(155) M. B., Ill, 147.
(156) M. B., XVII, 482.
(157) M. B., VII, 291.
(158) Sac! G. Bosco, Il Giovane Provveduto, Pref.
(159) M. B„ III, 162.
(160) M. B., II, 45.
(161) Ut filios Dei, qui erant dispersi, CQfigregaret in n-
num (Jo., XI, 52). Gir. M. B., II, 75.
´ (162) M. B„ VII, 484.
(163) M. B., XVII, 108-14.
(164) M. B„ I, 406.
(165) M. B„ I, 518.
(166) M. B„ II, 254.
(167) M. B„ VI, 890-1.
(168) M. B., XVI, 394.
(169) M. B., Ili, 381.
(170) M. B„ III, 382-4.
(171) M. B., Ili, 115-16.
(172) M. B„ IV, 288.
(173) M. B„ IV, 14.
(174) I Jo., IV, 16, 8.
(175) M. B., XVII, 93.
(176) M. B„ I, 425.
(177) M. B., V, 917: VI, 320-1.
(178) M. B., Vili, 750.
(179) M. B., VI, 445.
(180) M. B., IX. 69-70.
(181) M. B., VI, 320-1.
(182) M. B„ XI, 228.
(183) M. B„ Vili, 419-20.
(184) M. B., Vili, 982.
(185) M. B„ II, 70-5.
(186) M. B., V, 895-6.
(187) M. B., V, 917-18.
(188) Sac. G. Bosco, Michele Magone, e. I.
(189) Sac. G. Vf.spignani, Un anno alla scuola del Beato Don Bosco (1876-1877), S. Benigno Canav., 1930, c. XI, p. 67-9.
(190) M. B., VI, 382-3.
(191) M. B., VI, 438.
(192) M. B„ VI, 444.
(193) M B., VI, 386.
(194) M. B., VI, 445. f.
(195) M. B., Ill, 91, nota l3.
(196) M. B., IX, 713.
(197) M. B., VIII, 490.
(198) M. B„ VIII, 490.
(199) M. B„ I, 309.
(200) M. B., I, 309.
(201) M. B., II, 93.
(202) M. B„ IX, 741.
(203) M. B., IV, 456.
(204) M. B„ III, 114.
(205) M. B., VIII, 478-80.
(206) M. B„ III, 116-17.
(207) M. B., XIII, 723.
(208) M. B., XIII, 716.
(209) M. B., X, 1094.
(210) M. B., X, 1102.
(211) M. B., Ill, 98.
(212) M. B., VII, 526.
(213) M. B., XII, 86.
(214) M. B„ XIII, 723.
(215) M. B., XV, 683.
(216) M. B., XVII, 630.
(217) M. B., X, 1039.
(218) M. B., X, 1046. ,
(219) M. B., XIV, 383.
(220) M. B., III, 98.
(221) M. B., XVII, 266.
(222) M. B., X, 1041.
(223) M. B„ XII, 455.
(224) M. B.y X, 1024.
(225) M. B., VIII, 445.
(226) M. B., X, 1041.
(227) Mi B., X, 1051.
(228) M. B., IX, 575.
(229) M. B„ XIV, 45.
(230) M. B,, III, 98,
(231) M. B„ VII, 863.
(232) M. B., X, 1078.
(233) M. B„ XVII, 189.
(234) M. B., X, 1046.
(235) M. B., X, 1046.
(236) M. B., XIII, 723.
(237) M. B„ XIV, 124.
(238) M. B., XVII, 267.
(239) M. B., X, 1045.
(240) M. B., X, 1094.
(241) M. B„ XII, 81.
(242) M. B.y III, 96.
(243) M. B.y X, 1038.
(244) M. B.y XVII* 266.
(245) Bom., XII, 21; M. B., XVII, 267.
(246) M. B., XVII, 630.
(247) M. B„ XIII, 880.
(248) M. B., X, 1094-5.
(249) M. B., X, 1094.
(250) M. B., XVII, 191.
(251) M. B., IX, 384-5.
(252) M. B., XII, 493.
(253) M. B., XV, 144; XIII, 258.
(254) M. B., XVII, 266.
(255) M. B., XVII, 191.
(256) M. B., XVII, 260-1.
(257) M. B., X, 1102.
(258) M. B., XIII, 258.
(259) M. B., XIII, 118.
(260) M. B., XVI, 420.
(261) M. B., XIV, 44.
(262) M. B„ X, 1052.
(263) M. B., X, 1051.
(264) M. B., X, 1102.
(265) M. B., XVII, 191.
(266) M. B., X, 1043,
(267) M. B., XVII, 266.
(268) M. B., X, 1052.
(269) M. B., VII, 863.
(270) M. B., XVII, 630.
(271) M. B., XIV, 44.
(272) M. B., XI, 352.
(273) M. B., X, 1022.
(274) M. B., IX, 721.
(275) M. B., X, 1103.
(276) M. B., XIII, 29, 40, 856, 876; VI, 409; XII, 242; XV, 346.
(277) M. B., XIV, 514.
(278) M. BP, XV, 183.
(279) M. B., VIII, 446.
(280) M. B., XIV, 124.
(281) M. B., Ill, 95.
(282) Charitas patiens est, benigna est... omnia suflert, omnia sperat, omnia su-stinet (I Cor., XIII, 4, 7).
(283) Mt B., XII, 456.
(284) M. B., XII, 457.
(285) M. B„ XVII, 296.
(286) Jo., XIII, 34; XV, 12.
(287) M. B., XII, 630.
(288) M. B., X, 1038.
(289) M. B., XII, 631.
(290) M. B., IX, 574.
(291) M. B., XI, 353.
(292) M. B., XIII, 303-4.
(293) Ps., CXXVI, 1.
(294) M. B., XVI, 447.
(295) M. B„ VIII, 980.
(296) M. B., XII, 146.
(297) M. B., XV, 176.
(298) M. B., VII, 484.
(299) M. B., VII, 484.
(300) M. B.. X, 821.
(301) M. B., VI, 385 e 405; X, 9, 1044.
(302) M. B., VI, 385-6.
(303) M. B., XVI, 453.
(304) M. B., X, 1078.
(305) Matth.. XXV, 21.
(306) M. B., XII, 458.
(307) M. B., XIII, 870.
(308) M. B., XII, 598.
(309) M. B., IX, 712-13.
(310) Amen dico vobis. quam-diu fecistis uni ex his fra-tribus meis minimis, mihi
feoistis (Matth., XXV, 40).
(311) M. B., I, 136.
(312) M. B., Ill, 362.
(313) M. B., X, 373.
(314) Sac. G. Bosco, Francesco Besucco, c. XVI.
(315) M. B., IX, 736.
(316) M. B., XII, 132-3.
(317) M. B., IX, 357.
(318) M. B., IX, 713.
(319) M. B., IX, 357.
(320) M. B„ IX, 713.
(321) M. B., IX, 372.
(322) M. B., XII, 263.
(323) ,M. B., VI. 392-3.
(324) M. B., IX, 316.
(325) M. B., VI, 382.
(326) M. B„ III, 608 e 586.
(327) M. B., XVII, 113; II, 3 8 4
(328) M. B., VI, 4.
(329) M. B., XVI, 168.
(330) M. B„ II, 384; IV, 117; VI, 272, 743; VII, 272, 531, 752.
(331) M. B., VI, 22, 243.
(332) M. B., Ill, 138.
(333) M. B., XI, 226; VIII, 151; IX, 886.
(334) M. B., Ill, 179-80.
(335) M. B„ XII, 356-7.
(336) M. B., IX, 813, 815.
(337) M. B., II, 384.
(338) M. B.. I, 343.
(339) M. B., I, 261.
(340) M. B., I, 374.
(341) M. B., I, 387.
(342) Eccle., Ill, 12; M. B., II, 524.
(343) M. B„ II, 99.
(344) M. B., V, 673.
(345) M. B., VII, 223.
(346) M. B., IV, 251.
(347) M. B., XVIII, 376.
(348) M. B., VIII, 302-3.
(349) Tit., Ill, 4.
(350) M. B., VI, 400-1.
(351) M. B., Ill, 586.
(352) Sac. G. Bosoo, Domenico Savio, c. XVIII.
(353) M. B., X, 648.
(354) M. B„ X, 648.
(355) M. B., X, 616.
(356) M. B., VI, 387.
(357) M. B., X, 1034.
(358) M. B., VI, 440-1.
(359) M. B., VIII, 751.
(360) M. B,, VI, 425.
(361) M. B„ IV, 554.
(362) M. B., VI, 814-15.
(363) Carlo Delcroix, Grande Mutilato di guerra, già Deputato al Parlamento e
Presidente dell’Associazione Nazionale dei Mutilati, nella Commemorazione Civile di D. Bosco a Milano, dopo la Canonizzazione; M. B., XIX, 355-6.
(364) M. B., IV, 339.
(365) M. B., XI, 151.
(366) M. B., Vili, 348.
(367) M. B., VI, 306.
(368) M. B., Vili, 39.
(369) M. B., VII, 556.
(370) M. B„ VII, 812.
(371) M. B., V, 845-6.
(372) M. B., X, 1101-2.
(373) M. B., XI, 253.
(374) M. B., VII, 599.
(375) M. B., Vili, 77.
(376) L. C., c. II.
(377) M. B., X, 1101.
(378) M. B., XIV, 44.
(379) M. B., XVIII,*188.
(380) M. B., XIV, 846.
(381) M. B., XIV, 846-7.
(382) M. B., XIV, 849.
(383) M. B., X, 1021-22.
(384) M. B., XIV, 849-50.
(385) M. B., V, 845. Cfr. Re-golam., 89, 2°.
(386) Hebr., XIII, 17.
(387) Luc., X, 16.
(388) M. B., XII, 146.
(389) M. B., IV, 749.
(390) M. B., XIV, 848.
(391) M. B., XIII, 248.
(392) M. B., XIV, 844 5.
(393) Matth., XII, 25.
(394) M. B., X, 1019.
(395) M. B., XIV. 849.
(396) Charitas ex Deo est... Deus charitas est (I Jc„ IV, 7, 8).
(397) Marc., X, 14; M. B., IV, 553.
(398) M. B., XVI, 168.
(399) M. B., XVI, 16.
(400) M. B., XIV, 849; X, 1022.
(401) M. B„ XIV, 841.
(402) M. B., XVII, 387.
(403) M. B., IX, 840.
(404) M. B., XII, 806.
(405) M. B., IV, 553; XIV, 849.
(406) M. B., IV, 384.
(407) M. B., X, 1042; IX, 460.
(408) M. B., X, 1103.
(409) M. B„ X, 1019.
(410) M. B„ X, 1103.
(411) M. B., VI, 390-1.
(412) M. B., XIV, 444.
(413) M. B., VI, 1004.
(414) M. B., XVII, 468.
(415) M. B., XIV, 842.
(416) M. B., X, 1022.
(417) M. B., X, 1021.
(418) M. B., X, 1021.
(419) M. B., XVII, 197-200.
(420) M. B„ III, 488-9.
(421) M. B., XII, 49.
(422) M. B., XIII, 421.
(423) M. B., Ill, 356-7.,
(424) M. B., VI, 71-2.
(425) M. B.. Ill, 592.
(426) M. B., Ill, 534.
(427) M. B„ VI, 435.
(428) M. B„ III, 119.
(429) M. B., VI, 403.
(430) M. B., VII, 50.
(431) M. B., V, 507.
(432) M. B., XII, 397.
(433) M. B., VI, 449-70.
(434) M. B., XI, 203.
(435) M. B., VI, 306-7.
(436) M. B., VIII, 85,
(437) M. B., Ill, 111, nota 1», 3.
(438) M. B., X, 1019.
(439) M. B., VI, 173.
(440) M. B„ VI, 69.
(441) Regolamento per le Case, 1920, art. 551; M. B., Ill, 100.
(442) M. B., VI, 991.
(443) M. B„ XII, 446.
(444) M. B., Ill, 111.
(445) M. B., XIII, 875.
(446) M. B„ III, 99.
(447) M. B„ X, 1022.
(448) M. B., X, 1019.
(449) M. B„ XIV, 839.
(450) M. B., VII, 556; XI,221.
(451) Regolamento per le Case, 1920, art. 544.
(452) M. B., V, 672; VII, 837.
(453) M. B., XVII 199.
(454) M. B., XIII, 267.
(455) M. B„ XI, 25.
(456) M. B., IX, 576.
(457) M. B., XIV, 840.
(458) M. B„ VI, 402.
(459) M. B., X, 1020.
(460) M. B., XIV, 840.
(461) M. B„ XIV, 840.
(462) M. B„ XIV,.840.
(463) M. B., Ill, 177.
(464) M. B., VI, 773.
(465) M. B„ IX, 576.
(466) Regolamento per le Case, 1920, art. 819, 820, 825,
(467) M. B„ X, 1020.
(468) M. B., XIV, 838.
(469) M. B„ XIV, 838.
(470) M. B., X, 1103.
(471) M. B„ X, 1020.
(472) M. B., VII, 854.
(473) M. B„ XI, 355; X, 1119.
(474) M. B„ IV, 339, 405.
(475) M. B., X, 1020.
(476) M. B., X, 38.
(477) M. B., XIII, 84.
(478) M. B„ V, 164-5.
(479) M. B., IX, 708.
(480) M. B„ X, 1177.
(481) M. B., XI, 583.
(482) M. B., IX, 707.
(483) M. B„ XIII, 86.
(484) M. B., X, 1119.
(485) M. B„ XI, 355; X, 1119.
(486) M. B., IX, 403.
(487) M. B., X, 1020.
(488) M. B., XIII, 272.
(489) M. B., X, 1043.
(490) M. B., XVI, 440.
(491) M. B., VII, 520.
(492) M. B„ VI, 390.
(493) M. B„ IX, 68.
•(498) M. B„ III, 614-16.
(499) M. B.. VIII, 752.
(500) M. B., VI, 303.
(501) M. B., VI, 412-13.
(502) M. B., VI, 212.
(503) M. B., XIV, 357-
(504) M. i?.,VI,414;X,1043-4.
(505) Virus est euim sermo De´, et effìcax, et penetra-bilior ornai gladio ancipiti; et pertingens usque ad di-visionem animae ac spiritus, compagum quopue ao me-duliarum, et discretor oogi-tationum et intentionum cordis (I/ebr., IV, 12).
(506) M. B„ VI, 414-20.
(507) M. B„ Vili, 949-51. «
(508) M. B., Ili, 617.
(509) M. B„ X, 1031.
(510) M. B., VI, 813, 406-11.
(511) M. B., VI, 439-40.
(512) M. B„ VI, 441-2.
(513) M. B„ III, 616-17; VI,
(514) M. B„ VI, 421.
(515) M. B., VI, 420-22.
(516) M. B., VII, 672.
(517) M. B„ III, 616,
(518) M. B., VI, 304.
(519) Eccli., XIX, 1; M. B.,
VI, 100.
(520) M. B., XI, 17; VII, 509.
(521) I Thess., V, 21.
(494) M. B., Vili, 132.
(495) M. B., XII, 145.
(496) M. B., Ili, 587.
(497) M. B„ III, 114.
(522) M. B„ IV, 554:
(523) M. B„ IV, 553-4.
(524) Vae mihi, quia tacui (Is., VI, 5).
(557) M. B., XIV, 850.
(558) M. B., IX, 357.
(559) M. B., IV, 562.
(560) M. B., XIV, 850.
(561) M. B., VI, 392.
(562) M. B., IV, 562.
(563) M. B., VI, 392.
(564) Regolamento per le Case, 1920, art. 543, 531, 486.
(565) M. B., XIV, 850.
(525) M. B„ XII, 44.
(526) M. B., XVII, 630.
(527) M. B., VII, 508-9.
(528) M. B„ III, 105; XVI, 440.
(529) M. B„ II, 154; XI, 17.
(530) M. B., VII, 508.
(531) M. B., VI, 890-1.
(532) M. B., X, 1018.
(533) M. B„ VI, 391.
(534) M. B., XI, 346.
(535) Luc., XXI, 19; M. B., XII, 457.
(536) M. B., XI, 346.
(537) M. B., XII, 62.
(538) Impatiens operabitur stultitiam (ProvXIV, 17).
(539) M. B„ XI, 17.
(540) Tu es ille vir (II Reg., XII, 7).
(541) M. B.: IV, 552.
(542) M. B., Ill, 104.
(543) M. B., VI, 391-2.
(544) M. B., Ill, 104-5.
(545) M. B., Ill, 102.
(546) M. B., VI, 391.
(547) M. B„ XVI, 44.
(548) M. B., IX, 67.
(549) M. B., XII, 88.
(550) M. B., Ill, 52.
(551) M. B., VI, 102.
(552) M. B., XVI, 439 seg.
(553) M. B., Ill, 89.
(554) M. B., X, 1022.
(555) M. B., VII, 762, 274; VI, 303; XVI, 445.
(556) M. B., VII, 524; X, 1025, 1047; IV, 566.
(592) M. B., IV, 288.
(593) M. B.. XVII, 190.
(594) M. B., XI, 222.
(595) M. B., VI, 94.
(596) M. B., X, 1024.
(597) M. B., VI, 94.
(598) R. E. D., 13-14.
(599) M. B., VI, 68.
(600) M. B„ X, 1018-19.
(601) M. B„ XI, 25 e 429.
(602) M. B., VII, 856.
(603) M. B., VI, 815.
(604) R. E. D., 29 seg.
(605) M. B., X, 1103.
(606) M. B., VI, 390.
(607) M. B., VII, 525: X, 1042.
(608) ´Cfr. Sac. P. Ricaldone, Oratorio Festivo, Catechismo, Formazione Religiosa, Collana « Formazione Salesiana », L. D. C., 1941.
(609) M. B., II, 349.
(610) M. B., IV, 672.
(611) M. B., Ili, 128.
(612) M. B., VI, 302.
(613) M. B., VII, 54-5 e 855-6.
(614) M. B„ VII, 855.
(615) M. B., XI, 433.
(616) M. B., VII, 856.
(617) M. B., V, 496.
(618) M. B., VI, 390; X, 1103.
(619) M. B., VII, 856.
(620) M. B„ VII, 856.
(621) M. B„ XIV, 842.
(622) M. B., XIV, 841.
(623) M. B., X, 1021.
(624) M. B„ VII, 855.
(625) M. B. VII, 855.
XIV,
(626) M. B., XIV, 841.
(627) M. B., X, 1103.
(628) M. B., XIV, 847.
(629) M. B., VII, 855.
(630) M. B., XIV, 841.
(631) M. B., VII, 856.
(632) M. B., XIV, 841.
(633) M. B., VI, 390.
(634) M. B., X, 1042.
(635) M. B., X, 1021.
(636) M. B., VII, 855.
(637) M. B., X, 1042.
(638) M. B., X, 1020;
840.
(639) I, q. 117, a. 1.
(640) M, B., XI, 218; XIV, 838.
(641) M. B., Ili, 103.
(642) M. B., XIV, 838.
(643) A. C. S., XXVI (1946) n. 138 bis.
(644) M. B., XI, 291.
(645) M. B., XIV, 838.
(646) M. B., X, 1023.
(647) M. B., VII, 855.
(648) M. B., XI, 218.
(649) Sac. Fr. Cerruti, Circolare, 15 ottobre 1894.
(650) M. B„ X, 1103.
(651) M. B., VII, 855; X, 1038; VI, 390.
(652) M. B., XI, 217-18.
(653) M. B., XI, 291-2.
(654) M. B., VII, 856.
(655) M. B., XI, 218.
(656) M. B., XIV, 841.
(657) Sac. Fr. Cerruti, Circolare, 15 ottobre 1894.
45 (I)
705
658) Paradiso, c. 5, vv. 41-2; Sac. Fr. Cerruti, Cicolare, 15 ottobre 1894.
(659) Sac. Renato Ziggiotti, Don Francesco Cerruti, Torino, S.E.I., pag. 288.
(660) M. B., X, 1042.
(661) Sac. Fr. Cerruti, Circolare, 15 ottobre 1894.
(662) R. E. D., p. 16-17.
(663) M. B., VI, 290.
(664) M. B„ II, 279. .
(665) M. B., VI, 294.
(666) M. B., VI, 884 e 958; VII, 666; Vili, 419.
(667) M. B., Vili, 782-3.
(668) M. B., IX, 282-3.
(669) M. B., XIV, 547.
(670) M. B„ XV, 678.
(671) Sac. Fr. Cerruti. Circolare, 15 ottobre 1894.
(672) Sac. Fr. Cerruti, Circolare, 15 ottobre 1894.
(673) M. B., XI, 295.
(674) M. B., IV, 634.
(675) M. B., XIII, 432.
(676) M. B., VII, 856.
(677) M. B„ V, 397-8.
(678) M. B„ VII, 514-16.
(679) M. B„ VII, 464.
(680) Sac. Fr. Cerrut;, Circolare, 16 agosto 1910.
(681) M. B., XIV, 644.
(682) M. B., XI, 15.
(683) M. B„ VII, 581.
(684) M. B., V, 361.
(685) M. B„ VI, 1071.
(686) M. B„ VI, 363.
(687) M B., VII, 817.
(688) M. B., VII, 817.
(689) M. B„ XIII, 246.
(690) M. B., VII, 818.
(691) M. B., VII, 818.
(692) M. B., VII, 818.
(693) M. B., VII, 822.
(694) M. B„ III, 176.
(695) M. B., VII, 825.
(696) M. B„ IX, 401.
(697) M. B„ VII, 828.
(698) M. B„ VII, 837.
(699) M. B., VI, 393.
(700) M. B„ VI, 394.
(701) M. B., XI, 125.
(702) M. B„ VI, 395-6.
(703) M. B„ IV, 553.
(704) M. B„ VI, 395.
(705) M. B„ XI, 459.
(706) M. B„ VII, 523.
(707) M. B„ III, 95.
(708) M. B., XI, 232; Vili, 941.
(709) M. B., XIII, 90.
(710) M. B„ XVI, 45.
(711) M. B., VI, 437.
(712) M. B., IX, 742.
(713) M. B., XII, 137.
(714) M. B., Ili, 357; V, 11.
(715) M. B., Vili, 19.
(7161 M. B., Ili, 143.
(717) M. B., VI, 352.
(718) M. B., IV, 553.
(719) M. B., V, 755.
(720) M. B., II, 557.
(721) M. B., X, 1024.
(722) M. B„ VI, 97.
(723) M. B„ XI, 222.
706
´724) M. 13., XI, 459.
(725) M. B., VIII, 76.
(726) M. B., X, 317.
(727) M. B., VI, 813.
(728) M. B., V, 562.
(729) M. B., I, 210-11.
(730) M. B., VI, 816.
(731) M. B., VII, 556.
(732) M. B., VIII, 226.
(733) M. B., IX, 357.
(734) M. B., IX, 1038.
(735) M. B., X, 1037.
(736) M. B., XIV, 849; IX, 68-70.
(737) M. B., X, 821.
(738) M. B., X, 1086.
(739) M. B., XII, 626.
(740) M. B., XII, 83.
(741) M. B„ XVII, 262.
(742) M. B., IV, 117.
(743) M. B., XVII, 616.
(744) M. B., V, 654.
(745) M. B., X, 1096.
(746) M. B., IX, 403.
747) M. B., X, 1018.
(748) M. B., VI, 115.
(749) M. B., X, 1019.
(750) M. B„ XIV, 845.
(751) M. B., VI, 69-70.
(752) M. B., XVI, 313.
(753) R. E. D., p. 16; M. B., VIII, 1910.
(754) M. B., X, 1104.
(755) M. B., V, 485.
(756) M. B., X, 1118; XI, 241.
(757) M. B., XI, 353-4.
758) M. B., XVII, 185.
(759) M. B., XV, 487.
(760) M. B., IX, 705-10.
(761) M. B., X, 1089.
(762) M. B., XI, 581-3.
(763) M. B., XII, 15-23.
(764) M. B., XII, 564.
(765) M. B., XIII, 799.
(766) M. B., IX, 706.
(767) Sap., VII, 11.
(768) M. B., XII, 224.
(769) M. B., XII, 15.
(770) M. B., XIII, 799.
(771) M. B., IX, 706.
(772) Sac. G. B. LEMoyNF,. Vita di San Giovanni. Bosco, voi. II, p. 210.
(773) M. B„ XIII, 83.
(774) M. B., VIII, 298.
(775) M. B., XI, 299.
(776) M. B., XIII, 69.
(777) M. B., XIII, 82.
(778) M. B., XIII, 808.
(779) M. B., XIII, 247.
(780) M. B., XVII, 367.
(781) M. B., XVII, 262.
(782) M. B., XVI, 415-16.
(783) M. B., XVII, 659.
(784) M. B., XI, 581.
(785) M. B., IX, 706.
(786) M. B., X, 1089.
(787) M. B., IX, 707.
(788) M. B., XI, 583.
(789) M. B., X, 1089-90.
(790) M. B., XIII, 85.
(791) M. B., XI, 583.
(792) M. B., XI, 356.
(793) M. B., XII, 22.
(794) M. B., XI, 583.
707

(795) M. B., IX, 403.
(796) M. B., IX, 707.
(797) M. B., IX, 707, 355, 922; XI, 583.
(798) M. B„ XI, 356.
(799) M. B., IX, 403.
(800) M. B., Ill, 466.
(801) M. B..V, 166.
(802) M. B., IX, 403.
(803) M. B., XI, 583.
(804) M. B„ XIII, 86.
(805) M. B., IX, 922.
(806) M. B., XI, 583.
(807) M. B., IX, 922.
(808) M. B., V. 165.
(809) M. B., IX, 922.
(810) M. B., X, 1042.
(811) M. B., IX, 403.
(812) II Cor., IY, 7; M. B., IX, 708.
(813) M. B., VII, 85.
(814) M. B., Y, 165.
(815) M. B., XI, 583.
(816) M. B., XIY, 845.
(817) M. B., VI, 704.
(818) M. B., XYI, 414.
(819) M. B., XVII, 377.
(820) M. B., IX, 707.
(821) M. B„ IX, 706.
(822) M. B„ XVII, 269.
(823) M. B„ XI, 581-2.
(824) M. B., XI, 581.
(825) M. B., VII, 85.
(826) M. B., XI, 582.
(827) M. B., IX, 710.
(828) M. B., XII, 17.
(829) M. B„ XII, 18-19.
(830) M. B., XIII, 279.
(831) Job., XXXI, 1; M. B., IX, 706; X, 1089.
(832) M. B., IX, 706.
(833) M. B., XVII, 262.
(834) M. B„ X, 1089.
(835) M. B., X, 1089.
(836) M. B., IX, 706.
(837) M. B., X, 1089.
(838) M. B., XII, 20-21.
(839) M. B., X, 1119.
(840) M. B., VII, 85.
(841) M. B., IX, 707.
(842) M. B., XIV, 551.
(843) Sac. P. Ricaldone, I Voti, Castità, Collana « Formazione Salesiana », L.D.C., p. 68-72.
(844) M. B., XII, 15-16.
(845) M. B:, XI, 354.
(846) M. B., IX, 708.
(847) SI. B., X, 1089.
(848) M. B., XIII, 805.
(849) M. B., XIII, 804.
(850) M. B., XII, 565. .
(851) M. B., IX, 710.
(852) M. B., IX, 710.
(853) M. B„ XIII, 85.
(854) M. B., XVI, 416.
(855) M. B., XI, 354; X, 1118.
(856) M. B., XVI, 416-17.
(857) M. B., X, 1042-3.
(858) M. B„ XI, 354-5.
(859) M. B., X, 1118.
(860) M. B., XVII, 268.
(861) M. B., XI, 355.
(862) M. B., XIII, 247.
(863) M. B„ X, 35.
(864) M. B., Ili, 591.
708
(865) M. B., V, 158.
(866) M. B., VII, 81.
(867) M. B„ V, 167.
(868) M. B., X, 36.
(869) M. B., IX, 387.
(870) M. B., Ill, 591.
(871) M. B.. V, 168.
(872) M. B., V, 167.
(873) M. B., V, 168.
(874) M. B., VII, 554.
(875) M. B., VI, 464.
(876) M. B„ VI, 464.
(877) M. B., VII, 556.
(878) M. B„ V, 169.
(879) M. B„ V, 164.
(880) M. B., XIII, 888.
(881) M. B., V, 1089.
(882) Sac. P. Rxcaldone, I Voti, Castità, p. 7.
(883) M. B., XI, 581.
(884) M. B., Ill, 35.
(885) M. B., X, 1078.
(886) M. B., VIII, 40.
(887) M. B„ VII, 504.
(888) M. B., VII, 250.
(889) M. B., VII, 504.
(890) M. B., VIII, 927.
(891) M. B., XII, 281.
(892) M. B., VII, 249.
(893) M. B., XIII, 210.
(894) M. B., V, 725.
(895) A. C. S., XXX (1950), n. 161, p. 15.
709