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Don Giulio Barberis - Pedagogia Sacra

ISTITUTO STORICO SALESIANO - ROMA

FONTI - Serie seconda, 16

APPUNTI DI PEDAGOGIA

DI GIULIO BARBERIS
(1847-1927)

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Introduzione, testi critici e note
a cura di

José Manuel Prellezo

Postfazione di

Dariusz Grz^dziel

LAS - ROMA

I. INTRODUZIONE

Il pensiero e l’opera del sacerdote salesiano Giulio Barberis (1847-1927) sono stati oggetto di studio in diverse pubblicazioni, anche recenti[1]. Ciò nonostante, resta “molta strada da fare” in un campo di ricerca che offre, senz’altro, prospettive non prive d’interesse. Don Barberis entra certamente nella cerchia dei discepoli e collaboratori di don Bosco, “riconosciuti oggi come figure chiave per la genesi e lo sviluppo” della Società di San Francesco di Sales “negli aspetti organizzativi, istituzionali, formativi e carismatici”[2].

Tematiche non marginali riguardanti la sua persona e la sua opera richiedono, però, ulteriori approfondimenti che comportano lavori preparatori non meno impegnativi. Tra gli altri, l’edizione degli scritti di speciale interesse, come alcuni quaderni della sua Cronichetta (1875) e, in prospettiva pedagogica, gli Appunti di pedagogia (1897)[3]. Essi furono adoperati, come libro di

testo, nella “scuola di pedagogia”, voluta da don Bosco per i giovani “ascritti” - novizi - della Congregazione religiosa, da lui fondata nel 1859, dedita all’educazione della gioventù.

L’edizione critica di quest’ultimo scritto di don Giulio Barberis - da lui stesso denominato anche Appunti di pedagogia salesiana o semplicemente Appunti di pedagogia - costituisce precisamente lo scopo del presente lavoro.

Don Giulio Barberis: “primo maestro” della “scuola di pedagogia” a Torino-Valdocco

I primi e più diretti riferimenti ad una “scuola di pedagogia”, nell’Oratorio di San Francesco di Sales di Torino, e, in particolare, al primo incaricato di essa, li troviamo nei verbali di una adunanza - o “conferenza capitolare” -, tenuta a Valdocco il 25 ottobre 1874.1 membri del consiglio della “casa madre” della Congregazione Salesiana si proponevano di esaminare le “particolarità” da tenere presenti nella formazione dei giovani salesiani. Tra le deliberazioni prese, merita di essere evidenziata una di speciale rilievo, che recitava: Gli “studenti del 10 corso di filosofia ascritti abbiano una scuola di pedagogia sacra, invece di quella di matematica, la quale sarà loro fatta dal loro vice maestro, don Barberis”[4].

Nel verbale della riunione non sono segnalati, come in altre occasioni, i nomi dei soci salesiani presenti. In ogni caso, è documentato il fatto che la deliberazione presa venne accolta e confermata dai tre successivi Capitoli generali della Società Salesiana, presieduti da don Bosco. Nel primo Capitolo, tenuto l’anno 1877, si tracciarono pure, benché sinteticamente, le linee del programma pedagogico da seguire nella regolare “scuola di pedagogia”; e vi si approvò inoltre la seguente disposizione: “Nella scuola di pedagogia sacra, che è stabilita tra noi per tutti i chierici di prima filosofia, si facciano leggere più volte e si spieghino le norme da seguirsi dai maestri e dagli assistenti”[5].

Tre anni dopo, nel Capitolo generale del 1880, venne ribadita la norma concernente gli studi pedagogici nel noviziato salesiano; e, dopo aver ricordato quanto era stato deciso nel Capitolo precedente, fu statuito: “Nessun maestro sia messo in classe ad insegnare, se prima non ha letto e compreso il Regolamento della casa nella parte che lo riguarda”; e ancora: “Atteso il bisogno di maestri elementari, gli studenti di filosofia siano preparati a sostenere gli esami magistrali”[6].

Alle dichiarazioni e pertinenti informazioni offerte dai documenti capitolari sul tema dello studio della pedagogia sono da aggiungere le testimonianze personali del “primo maestro” della disciplina, citato esplicitamente nel verbale della conferenza capitolare del 1874: don Giulio Barberis. Questi dichiarava appunto più tardi, nel 1897:

“Il nostro indimenticabile fondatore e padre don Giovanni Bosco non ebbe altro che gli stesse più a cuore quanto l’educare bene i giovanetti che la divina Provvidenza gli mandava, e vedendo che non poteva fare tutto da sé, cercò ogni modo di dare regole, affinché anche noi potessimo ben riuscire in un’opera tanto diffìcile. Nel 1874 poi, quando la nostra pia Società fu approvata definitivamente dalla Santa Sede, dispose che tutti i suoi chierici ascritti avessero una scuola apposita, in cui si spiegassero quei principi educativi, che potessero in seguito aiutarli ad ottenere buoni risultati tra i loro allievi. Volle che fosse intitolata: Scuola di Pedagogia Sacra; ed egli medesimo, il buon padre, volle dare, al primo maestro a ciò stabilito, istmzioni speciali, acciò questa scuola avesse ad ottenere lo scopo per cui era stabilita. L’educazione, soggiungeva spesso, è la grande arte di formare gli uomini”[7].

Barberis si era riferito alle “istruzioni speciali” - ricevute più di vent’anni prima - in una Cronichetta del 1876, in cui egli riportava parole ascoltate direttamene dalle labbra di don Bosco:

“Riguardo alla pedagogia io desidero molto che sia uno studio fatto apposta per noi. Sia ad es. intitolato: il maestro e l’assistente Salesiano; un capo dirà come deve comportarsi l’assistente in dormitorio, altro: l’assistente di passeggiata, l’assistente di chiesa, l’assistente di scuola ecc.; come deve comportarsi il maestro Salesiano per riguardo alla puntualità del trovarsi in classe, riguardo alla disciplina, riguardo ai premi, ai castighi ecc. Queste cose insegnarle nell’anno di prova; ed anche farle stampare in modo che serva di libro di testo per noi”[8]         

A questo punto, sorge una domanda, quasi spontanea, relativa alla formazione pedagogica di Barberis. Una risposta esauriente a tale questione esula dalla principale finalità di queste pagine introduttive. Devo limitarmi a riprendere qui le informazioni offerte dagli studi e saggi citati sopra, aggiungendo ancora alcune indicazioni per delineare il profilo biografico del compilatore degli Appunti di pedagogia.

Nel 1874 - l’anno in cui era stato chiamato ad assumere l’incarico di primo responsabile della scuola di pedagogia a Valdocco -, don Barberis venne nominato inoltre da don Bosco “primo maestro dei novizi della Società Salesiana”9. Aveva in quel momento 27 anni. Era nato a Mathi Torinese il 7 giugno 1847. Nel mese di maggio del 1861 ebbe l’iniziale e decisivo incontro con l’ambiente dell’Oratorio di San Francesco di Sales di Torino, dove egli entrò, pochi mesi dopo, come convittore. Compiuti gli studi ginnasiali, il giovane mathiese decise di “fermarsi sempre con don Bosco”. Nel 1865 fece la prima professione; nel 1870 ricevette l’ordinazione sacerdotale; e, nel 1873, conseguì la laurea in teologia presso l’Università di Torino.

Secondo alcune testimonianze, Barberis aveva seguito, nel centro universitario torinese, anche i corsi di pedagogia. A questo riguardo, il 22 di giugno del 1949, don Pietro Ricaldone - Rettor maggiore della Società Salesiana - assicurava, con certa enfasi, in una conferenza pronunciata nel PAS-Pontificio Ateneo Salesiano: “Nel 1864 D. Barberis, figlio prediletto di D. Bosco, frequentava l’Università di Torino, che era forse la migliore in pedagogia e non solo in Italia, ma anche in Europa. Sovente D. Barberis parlava con D. Bosco, col quale scambiava le impressioni avute nell’Università e ne ricavava sapienti precisazioni in materia pedagogica”10.

Nel primo volume dell’opera Don Bosco educatore (1951), lo stesso don Ricaldone, dopo aver messo in risalto i tratti caratteristici della figura del primo maestro di pedagogia dei giovani salesiani - vita esemplare, fedeltà incondizionata a don Bosco, spirito di lavoro e di sacrificio -, ne rimarcava la “accurata preparazione intellettuale, ottenuta frequentando la facoltà teologica ed anche i corsi di pedagogia dell’Università di Torino”11.

Ma le affermazioni ora trascritte non compaiono corredate di precise indicazioni riguardanti gli eventuali documenti consultati o da consultare. Nemmeno don Carlos Leòncio Alves Da Silva - primo decano dell’ISP-Istituto Superiore di Pedagogia di Torino (1941-1946) - citava la fonte delle sue affermazioni, quando asseriva che don Bosco “habia enviado a don Barberis para que estudiara pedagogia en la Universidad de Turin bajo la guia de los célebres Rayneri y Allievo”[9].

In queste quadro di riferimento, non sono privi di speciale interesse due quaderni manoscritti conservati nel Centro Studi Don Bosco delTUniversità Pontificia Salesiana di Roma. Nelle vent’otto pagine autografe del primo quaderno, Barberis sintetizza differenti temi svolti da Giuseppe Allievo, riguardanti la filologia, la antropologia, l’educazione e la pedagogia. Il secondo quaderno, di undici pagine, vergate con accurata calligrafia da un copista anonimo, porta il titolo: Pedagogia.

Benché non si avverta nel testo del documento alcuna correzione dovuta alla penna di Barberis, i contenuti - definizione, divisione, oggetto e storia della pedagogia; pedagogia morale; il maestro e sua missione; esemplarità di contegno dell’educatore - offrono sufficienti elementi per poter ipotizzare che il giovane Giulio Barberis abbia potuto partecipare ad alcune lezioni tenute dal pedagogista Allievo nell’Università di Torino[10].

Bisogna precisare, tuttavia, che la partecipazione ipotizzata non sembra che abbia avuto luogo prima del 1876. Di fatto, nel resoconto autografo del 1875-1876 sullo stato degli ascritti salesiani, il loro maestro aggiunse, in appendice, il rendiconto personale per don Bosco; e, accennandovi al proprio curricolo formativo, affermava: “In pedagogia e studi affini son novizio. È vero che l’avevo studiato da chierico per prendere poi l’esame di maestro elementare (il quale poi non presi); ma quello l’avevo fatto da fanciullo; ed in quest’anno e mezzo dacché la studio non posso occuparmene sul serio avendo molte cose a cui attendere”[11].

Negli anni seguenti, Barberis ebbe, invece, la possibilità di dedicarsi più seriamente agli studi pedagogici. Dall’analisi delle fonti da lui utilizzate nell’apprestamento dell’edizione litografata degli Appunti di pedagogia, si evince, infatti, che, nel 1897, il compilatore era giunto ad avere una certa dimestichezza, in particolare, con gli scritti dei due “celebri pedagogisti” segnalati da don Carlos Leòncio nella testimonianza riportata: G. Allievo e G. A. Rayneri.

La lettura e consultazione di determinate opere di questi e di altri autori italiani - nonché, come vedremo, di alcuni noti pedagogisti ed educatori stranieri - si intrecciano con l’attenzione e con il vivo interessamento che Barberis mostra nei confronti degli scritti, della persona e dell’opera di don Bosco, con il quale egli mantenne stretto contatto. Negli Appunti egli accenna più volte a tale relazione familiare, mantenuta durante quasi tre decade, ritenendola la principale sorgente della personale conoscenza del pensiero pedagogico e dell’esperienza educativa del suo “padre, maestro e fondatore”.

Detta conoscenza venne riconosciuta da autorevoli salesiani della prima ora. Alcuni dei quali, pochi anni dopo la fondazione della Congregazione Salesiana, sentendo “l’obbligo di impedire che nulla di quel che s’appartiene a don Bosco” cadesse in oblio, decisero di fare quanto a loro fosse possibile “per conservarne memoria”.[12] Nell’anno 1875, una apposita commissione assunse l’impegno di occuparsi di “questo importante argomento”; cioè, di “raccogliere le memorie” riguardanti la vita don Bosco e di “scrivere e leggere insieme ciò che si sarà scritto per ottenere la maggior precisione possibile”. Tra i cinque componenti del gruppo animatore, troviamo don Giulio Barberis[13] [14].

Un altro fatto conferma l’apprezzamento di cui godette il primo “maestro di pedagogia” salesiano tra i membri della Società di San Francesco di Sales nell’ultima tappa della vita del fondatore. Nell’autunno del 1885, don Francesco Cerruti, consigliere scolastico generale, prima di consegnare alla stampa uno dei suoi saggi più interessanti - Idee di don Bosco sull ’educazione e sull ’insegnamento11 -, inviandone il manoscritto a Barberis, domandava a questi di esaminare il lavoro, perché desiderava “due cose”: la prima “d’esser sicuro che tutto e in tutto sia sulle sante vedute di don Bosco” e “l’altra che, posto che tutto siano idee di don Bosco e della Congregazione e non del povero don Cerruti, pensar il modo con cui tali idee penetrino dappertutto, d’alto al basso, e si traducano in pratica, poco a poco, ma con buona volontà”[15].

Gli “Appunti di pedagogia”: testo per la scuola

I   contatti con alcune delle principali opere dei citati pedagogisti, Allievo e Rayneri, divennero più frequenti e consapevoli negli ultimi decenni dell’Ottocento, quando Barberis sentì il bisogno d’un testo adatto per la scuola di pedagogia nei nuovi noviziati salesiani, e decise di compilare gli Appunti di pedagogia, che videro la luce, in formato litografico, nel 1897.

II compilatore, riferendosi sempre al lavoro appena citato, introduce alcune varianti significative nella formulazione del titolo. Egli scrive ad esempio, in momenti diversi: “Appunti di pedagogia salesiana”; “Appunti di pedagogia sacra, ossia Principi educativi secondo lo spirito del venerabile D. Bosco”; “Appunti di pedagogia secondo lo spirito del venerabile D. Gio. Bosco”; e anche: “Appunti di pedagogia”. Si tratta, in quest’ultimo caso, di un titolo più breve e comprensivo, coerente con il contenuto dello scritto. Dovremo tornare sull’argomento nelle pagine dedicate ad esaminare i documenti che contengono, interamente o in parte, il testo degli Appunti di pedagogia.

Nella presentazione indirizzata ai destinatari privilegiati del lavoro - i giovani ascritti della Società di S. Francesco di Sales” -, Barberis precisa inoltre che, fino a quel momento (1897), le lezioni si facevano “senza testo determinato, prendendosi ciascun allievo quelle note che gli erano più opportune”; e tal modo di procedere “parve sufficiente finché rimase centro di tutto l’Oratorio; ma, cresciuto il numero degli ascritti ed apertisi vari noviziati in regioni anche lontane, a mantenere l’unità di metodo, si fece sentire la necessità di un testo apposito. Ed è perciò - conclude Barberis - che il nostro attuale Superiore, il venerando don Rua, stabilì che esso si pubblicasse”[16].

L’edizione litografata del testo utilizzato a Valdocco, come si è detto, porta la data del 1897, ma ci sono testimonianze che consentono di ipotizzare che, qualche anno prima, un fascicolo di “appunti” per la “scuola di pedagogia” sia stato preparato dallo stesso Barberis e messo a disposizione in alcune case di formazione, anche fuori d’Italia. Infatti, nel 1895, don Filippo Rinaldi - allora responsabile dell’Opera di don Bosco in Spagna -, scrivendo da Barcelona- Sarrià, assicurava a don Barberis: “Gli ascritti del 1° anno hanno scuola di pedagogia due volte per settimana che fa don Cerri. Si serve del Regolamento delle case salesiane[17], degli appunti che fece lei nel noviziato e di quanto ha litografato don Cerruti pel 1° anno di normale”[18]. Don Antonio Balzario, maestro dei novizi spagnoli - trasferiti dalla casa di Sarrià a quella di Sant Vicen? Dels Horts (Barcelona) -, informava, da parte sua, a don Barberis, di aver ricevuto il suo “volume di pedagogia”.

Un breve riassunto, in lingua francese, del “volume” di Barberis fu utilizzato per il corso di pedagogia (1900-1901) nel primo noviziato salesiano di Hechtel (Belgio)[19]. Pare inoltre che alcuni capitoli del medesimo, tradotti in spagnolo, siano stati adoperati nella casa di Las Piedras (Uruguay) e, probabilmente, in altri noviziati dell’America Latina[20].

Di fatto, gli Appunti di Barberis diventarono, durante alcuni anni, il manuale adoperato nella scuola di pedagogia per i giovani salesiani. Nel Programma scolastico per il corso filosofico dell’anno 1898-1899, il consigliere scolastico generale, don Francesco Cerruti, citava la “Pedagogia sacra” tra i testi da seguire nelle case di Ivrea, Foglizzo, San Gregorio (Sicilia) e Genzano[21].

Le stesse direttive furono confermate nel Programma scolastico per il corso academico 1900-1901[22]. E il Primo Capitolo Americano, tenutosi a Buenos Aires nel 1901, raccomandò “uno studio accurato da parte dei Salesiani” del “trattato di Pedagogia scritto dal Rev. Sig. D. Barberis pei noviziati salesiani”[23].

Negli anni successivi, la progressiva organizzazione delle differenti tappe del piano di studi dei salesiani in formazione - con il laborioso avvio, in particolare, del “triennio di lavoro pratico” dopo il corso filosofico e prima di quello teologico - comportò, nell’ambito pedagogico, cambiamenti rilevanti che volevano rispondere, d’altra prospettiva, alle nuove esigenze della legislazione canonica della Chiesa[24].

Nel XIII Capitolo generale del 1929, i componenti della “Commissione Studi”, riferendosi alle materie in cui potevano “esercitarsi gli ascritti”, asserivano precisamente in una loro relazione all’assemblea: “Per gli studi del Noviziato, la Commissione si limita a richiamare l’attenzione sul comma 3° del canone 565, in base al quale il Noviziato non può assolutamente considerarsi come anno di studi, dovendo limitarsi, sempre nei confini consentiti dalla natura del Noviziato, a quegli esercizi scolastici che valgono a rassodare e maturare il frutto degli studi precedenti”[25].

Riferendoci qui prevalentemente al periodo degli inizi della “scuola di pedagogia” nelle case di formazione e al primo sussidio didattico utilizzato dai maestri e dagli studenti, basti aggiungere che i dati e le testimonianze oggi usufruibili, riguardanti i primi decenni del secolo XX, confermano la presenza degli Appunti di pedagogia nelle case di noviziato aperte fuori d’Europa. Oltre quelle che già conosciamo, vanno ricordate: Bernal (Argentina), Fontibon (Colombia), Jaboatào (Brasile), Macul (Cile), Sangolqui (Equatore), San Gioachino in Lorena (Brasile)[26].

A proposito del fatto appena accennato, risulta particolarmente illustrativa una attestazione del citato don Carlos Leòncio. Questi, rievocando la propria esperienza nel noviziato salesiano di Jaboatào, asseriva schiettamente che, quando cominciò a dettare “alcune nozioni di «pedagogia» ai novizi”, potè utilizzare gli Appunti di pedagogia sacra, dove aveva trovato “molta cosa buona”, anche se “messa un po’ alla rinfusa”.

Più tardi, nel primo volume - O educando e a sua educando - di un suo documentato manuale di pedagogia per gli educatori, don Leòncio segnala, tra le opere da lui utilizzate nella stesura del lavoro, precisamente quella di “G. Barberis - Appunti di pedagogia sacra - Edizione litografata - Torino 1903”[27]. E nella seconda edizione dello stesso manuale, esaminando il tema della “crisi nella adolescenza”, l’autore aggiunge una citazione bibliografica in nota a piè di pagina: “Cfr. Barberis - Appunti de pedagogia sacra, pag. 308-310”[28].

La tematica suggerita dal pedagogista brasiliano sull’interesse, sul valore e anche su alcuni limiti della proposta pedagogica delineata da Barberis, richiede che vengano fatte precedere alcune indicazioni di carattere tecnico-formale, allo scopo di facilitare l’approccio al testo dell’edizione critica.

Documenti che contengono, integralmente o in parte, gli “Appunti di pedagogia”

Del testo originale italiano degli Appunti di pedagogia di Barberis si conservano - in differenti collocazioni archivistiche - cinque documenti: un fastello di bozze di stampa (A) e quattro fascicoli in formato litografico (B, Ca, Cb, D). Esiste anche una sintesi dello scritto tradotta in spagnolo.

Doc. A, in BSC: Sac. Giulio Barberis, Appunti di pedagogia sacra. Esposta agli Ascritti della Pia Società di S. Francesco di Sales. Edizione extracommerciale. Torino, Scuola Tipografica Salesiana [s.d.], 222 p.

Una copia del documento formato 24,5 x 17,5 cm -, si custodisce nella Biblioteca Salesiana Centrale (Direzione Generale Opere Don Bosco-Roma). Si tratta di un insieme di pagine sciolte. Sono bozze di stampa (che, probabilmente, non sono state pubblicate). Una fotocopia di esse si conserva nel Centro Studi Don Bosco dell’Università Pontificia Salesiana (Roma).

Non si avverte nel documento alcun intervento da attribuire alla penna di Barberis. Nella composizione delle bozze, realizzata da una tipografia non identificata, mancano parti significative degli Appunti, come, per esempio, la trascrizione dello scritto sul Sistema preventivo nella educazione della gioventù con le annotazioni introdotte da Barberis. Questo documento A non si è tenuto presente nell’edizione.

Doc. B, in ASC 18C7: Appunti di pedagogia sacra. Esposti agli Ascritti della Pia Società di S. Francesco di Sales dal Sac. Giulio Barberis. [Torino], Litografìa Salesiana 1897, 388 p.

Il documento B - formato 21 x 16 cm - è stato vergato in bella calligrafia da un copista anonimo, e pubblicato, come si indica nella pagina di copertina, dalla Litografia Salesiana di Torino, nel 1897. Il documento, custodito nelTASC-Archivio Salesiano Centrale (Roma), si trova in buono stato di conservazione. Gli elementi ora rimarcati, oltre quelli evidenziati precedentemente

specialmente nel paragrafo: Gli “Appunti di pedagogia” : testo per la scuola

e i rilievi riguardanti gli altri documenti che riportano, integralmente o in parte, il lavoro di Barberis, hanno motivato la scelta privilegiata di questo documento nella preparazione dell’edizione critica.

Doc. Ca, in BDB: Appunti di pedagogia sacra. Esposte [sic] agli Ascritti della Pia Società di S. Francesco di Sales dal Sac. Giulio Barberis. Torino, Litografia Salesiana 1903, 406 p.

Questo documento Ca - formato 21x17 cm- è conservato nella Biblioteca Don Bosco dell’Università Pontificia Salesiana (Roma). Si tratta di un volume in formato litografico in buono stato di conservazione. Nelle prime pagine del testo degli Appunti, si riscontrano alcune sottolineature a matita dovute ad un anonimo lettore. Sono da rilevare la cancellatura e la aggiunta che si trovano nella prima pagina di copertina: è cancellata con un tratto di penna la parola “sacra” e aggiunto con inchiostro nero l’aggettivo “Salesiana”; ma non si può affermare che la correzione sia dovuta, senza alcun dubbio, alla mano di Barberis. In “Appendice agli Appunti di pedagogia sacra”, seguono: “Regole di buona creanza ad uso degli Ascritti della Pia Società Salesiana” (pp. [1-71]) e “Della urbanità propria del sacerdozio. Capo unico” (pp. [72]-[86])[29].

Doc. Cb, in BDB-CSDB: Appunti di pedagogia sacra. Esposti agli Ascritti della Pia Società di S. Francesco di Sales dal Sac. Giulio Barberis. Torino, Litografia Salesiana 1903, 406 p.[30]

Il documento Cb è custodito nella Biblioteca Don Bosco dell’Università Pontificia Salesiana (Roma)-Centro Studi Don Bosco. Si tratta di un fascicolo o “filza” di carte di diversi tipi e formati, in gran parte, sciolte; qualche volta, sono molto usurate. Vi sono raccolte: a) le seguenti pagine dell’edizione litografata del 1903 (Ca): 1-30, 43-99, 225-405; b) una ventina circa di fogli manoscritti (con questa modalità di numerazione: 4 bis, 4 tns, 4 quatns, 5 bls, 14 bls), inseriti in tempi diversi; c) il quaderno segnalato nel documento Ca (“Appendice agli Appunti di pedagogia sacra”).

Vi si osservano numerose cancellature a matita o inchiostro di differenti colori. Nelle prime trenta pagine litografate si avvertono inoltre molte correzioni e aggiunte sicuramente autografe. Sono specialniente significative quelle che si riscontrano nel titolo dello scritto. Nella prima pagina di copertina la parola “sacra” appare cancellata con vari tratti di matita e, sotto la cancellatura, questa aggiunta autografa: “Secondo lo spirito del venerabile D. Gio. Bosco”34. La presenza del termine “venerabile”, nella proposta segnalata, fa supporre che essa sia stata introdotta da Barberis nell’ultima tappa della sua vita; sicuramente non prima del 1907. Di fatto, soltanto il 6 di agosto di quell’anno, don Michele Rua, Rettor maggiore, comunicava la “fausta” notizia: “Don Bosco è venerabile”35.

È dovuta sicuramente alla mano di Barberis un’altra cancellatura del termine “sacra”, che si avverte nel titolo trascritto nel testo, dopo le pagine introduttive. Ma non viene ripresa l’espressione “secondo spirito” di don Bosco, in seguito alle parole “Appunti di pedagogia”36.

Sono ugualmente autografe molte delle correzioni e aggiunte riscontrabili nel documento Cb. In più casi, però, non vengono segnalati con precisione i vocaboli che si vogliono eliminare o aggiungere; e frequentemente non è agevole individuare il luogo esatto in cui andrebbero inserite le modificazioni e aggiunte proposte. Dall’altra parte, spesso le correzioni non sono di facile lettura.

Nel loro insieme, i materiali offerti - raccolti probabilmente in vista di una eventuale nuova edizione dello scritto -, anche se sono lacunosi e alcuni di essi semplici abbozzi, presentano interventi puntuali autografi che saranno perciò segnalati nelle note dell’edizione critica.

3.5. Doc. D, in BDB-CSDB, Sac. Giulio Barberis, Appunti di pedagogia sacra. Parte terza. Dell’educazione morale religiosa. [Bernal, 1926], 116 p.

Il documento D - formato 30 x 22 cm. - è custodito nella Biblioteca Don Bosco dell’Università Pontifìcia Salesiana (Roma)-Centro Studi Don Bosco. La copertina è riprodotta in formato litografato; il testo, invece, è dattiloscritto e riprodotto in formato ciclostilato. Lo stato di conservazione è carente. Alcune pagine non sono leggibili.

Articolazione generale e temi più rilevanti

Barberis, presentando le principali caratteristiche del suo contributo, dichiara che non ha avuto “in mira di fare un trattato completo di pedagogia”, ma si è proposto anzitutto di aiutare il lettore “nel difficile compito di educare bene”. E comincia la sua esposizione con queste precisazioni rivolte ai novizi salesiani, destinatari principali dello scritto litografato nel 1897:

“La nostra Pia Società, come ben sapete, o miei buoni giovani, ha per scopo primario l’educazione della gioventù. Ma il riuscire ad educar bene è diffìcilissimo; e lo è specialmente per noi, che ci occupiamo per lo più di giovani derelitti, e perciò ordinariamente già male incamminati. Di qui l’importanza di prepararsi bene e per tempo a questa grande missione. Chi imprende ad educare la gioventù deve conoscere le regole che a tal fine si danno. La scienza che di proposito fa conoscere queste regole è la pedagogia. Bisogna adunque con fermo proposito apprendere questa scienza ed anche coi sacrifici attendere a metterla in pratica”[31].

Nella loro articolazione generale, tuttavia, gli Appunti di Barberis non si discostano molto dai manuali pedagogici del tempo. Dopo l’esposizione delle Nozioni generali, il corpo centrale del testo è diviso in cinque parti: Educazione fisica; Educazione intellettuale; Educazione estetica; Della pedagogia morale e religiosa; Delle doti di un buon educatore. Ognuna di queste parti è suddivisa, a sua volta, in differenti sezioni e capitoli. Una struttura abbastanza vicina la troviamo, ad esempio, nell’opera del più volte citato G. A. Rayneri: Della pedagogica libri cinque[32].

Per quello che riguarda il contenuto, molte delle tematiche esaminate negli Appunti presentano indubbio interesse, e non solo dal punto di vista storico. Le pagine introduttive - “Nozioni generali”  offrono un ampio ventaglio di argomenti: fine generale della pedagogia, la pedagogia scienza e arte, oggetto della pedagogia, necessità dell’educazione, nobiltà ed eccellenza della pedagogia, difficoltà dell’educazione, efficacia ed importanza dell’educazione, errori sull’efficacia dell’educazione, fondamento dell’arte educativa, armonia tra autorità e libertà nella pratica educativa, caratteri particolari dell’educazione, fine dell’educazione, efficienti dell’educazione, fattori ciechi dell’educazione, uffìzi dell’educatore, doti e legge suprema della pedagogia, vari periodi dell’educazione umana, mezzi educativi, divisione della pedagogia.

Offrono pure interesse - benché meno rilevante, forse, da un’ottica schiettamente pedagogica  alcune delle tematiche analizzate nella parte prima degli Appunti riguardante l’educazione fisica, “detta con altro nome igiene” che, aggiunge Barberis, “insegna a conservare e perfezionare le facoltà fisiche del giovane, procurando all’uomo un’esistenza più felice ed una vita più lunga”. Vi si dedicano quasi un centinaio di pagine a argomenti che troverebbero uno spazio, forse più adeguato, in un “trattatello d’igiene”[33]. Tra gli argomenti esaminati: corpo umano, alcune norme preliminari e fondamentali di igiene, alimenti e digestione, regime alimentare, igiene particolare[34].

In prospettiva pedagogica, meritano speciale attenzione le tre parti centrali del lavoro. Specialmente la quarta, intitolata: Della pedagogia morale e religiosa. La sezione prima di questa parte — Metodologia generale di educazione - propone una sequenza di svariate questioni. Ne sottolineo tre: Il fondamento dell’educazione morale, Dell’esempio come mezzo educativo, Del rispetto alla libertà dell’educando. La sezione seconda - Del sistema preventivo -, dopo alcune considerazioni sulla necessità di “seguire un buon sistema per riuscire nell’educazione”, Barberis riporta - introducendovi alcune annotazioni - il testo dello scritto classico di don Bosco sull’argomento e quello degli articoli generali premessi al regolamento delle case salesiane[35].

Queste pagine della parte quarta sono precedute da alcuni chiarimenti introduttivi, che andrebbero tenuti presenti anche nella lettura delle altre parti dello scritto. Si accenna in essi a dati che possono collocare gli Appunti di pedagogia nell’ottica privilegiata dal compilatore dei medesimi.

Aveva esteso ormai gran parte del lavoro - 274 pagine circa -, quando Barberis sentì il bisogno di giustificare l’articolazione generale del contenuto, considerando che, fino a quel momento, egli non aveva esposto la tematica riguardante il metodo educativo in uso nelle case salesiane. Un fatto che potrebbe sorprendere qualcuno, se si tiene in conto - afferma Barberis - che “il nostro indimenticabile padre don Bosco [...] spese la sua vita per darci un metodo, seguendo il quale, noi, secondo i tempi mutati, secondo le circostanze presenti, secondo le regole in generale, potessimo dare tale educazione da riuscire nell’intento”.

È vero che don Bosco non ha fatto “molta teoria” sul suo metodo nell’educazione dei giovani, ma è pure certo che egli stesso - continua Barberis -, “nelle conferenze a tutti i confratelli, nei capitoli coi superiori e nel dirigere la pratica generale, ne curò l’esecuzione”.

In riferimento diretto al sistema preventivo proposto e praticato da don Bosco, e lasciato in eredità ai suoi seguaci, Barberis puntualizza ancora:

“Non si espose prima in questi Appunti di pedagogia salesiana, perché prima forse non si sarebbe capito abbastanza, mancando cognizioni preliminari all’uopo: bisogna non tardare ad esporlo perché la parte che rimane non potrebbe essere ben compresa senza la cognizione del sistema su cui si basa. Lo esponiamo pertanto qui come nel luogo più opportuno.

Don Bosco non lo scrisse che nelle linee generali; ma già anche da questo poco escono tali sprazzi di luce da non lasciarci camminare all’oscuro in fatto di educazione. Lo applicò poi interamente sotto i nostri occhi”[36].

Completano gli “Appunti di pedagogia salesiana” diversi capitoli su argomenti che, pur non trovandosi nella parte che riguarda lo scritto su II sistema preventivo nell’educazione della gioventù, sono ritenuti molto vicini alle idee pedagogiche e alla esperienza educativa proposte in esso. Basti trascrivere due righe della presentazione degli Appunti: “È pregio dell’opera il riportare qui senz’altra spiegazione le parole di don Bosco, servendo di spiegazione quanto si disse fin qui, e quanto ancora ci rimane a dire, nonché alcune note in proposito” [37].

Di fatto, l’attenzione del primo maestro di pedagogia dei novizi salesiani focalizza l’attenzione su aspetti o argomenti esaminati spesso nelle ricordate “conferenze capitolari” di Valdocco o in altre adunanze del personale della casa[38], alla presenza di don Bosco. Tra i temi esaminati: Disciplina tra gli educatori, Pietà e moralità, Dei voti di condotta, Della sorveglianza, Condizioni di una buona sorveglianza, La repressione ed i castighi.

In diversi passaggi dell’esposizione, Barberis cerca di mettere in evidenza la sintonia e, in qualche caso, la complementarità di determinati brani da lui riportati - tratti da opere di autori citati esplicitamente - e il pensiero di don Bosco. Ne segnalo due particolarmente illustrativi.

Nel paragrafo introduttivo alle pagine dedicate al tema su “la repressione ed i castighi”, troviamo la giustificazione seguente: “A compimento ed a spiegazione di quanto don Bosco saggiamente dice sui castighi là dove parla del Sistema preventivo, giova aggiungere quanto segue”[39]. Più avanti, dopo alcune riflessioni sulla disciplina e collaborazione tra gli educatori, documentata con la trascrizione di due paragrafi sul medesimo argomento - attribuiti a Nicolò Tommaseo e a Charles Rollin -, Barberis formula un interrogativo: “Non sembra di sentire in queste varie testimonianze a parlare il nostro don Giovanni Bosco medesimo?”[40].

La risposta a questa domanda, piuttosto retorica, formulata nel 1897, si prospettava, per l’estensore degli Appunti, sicuramente positiva; ma direi che, anche oggi, la convinzione di Barberis riguardo all’importanza della “unità” nell’azione educativa può essere ragionevolmente condivisa, se la lettura critica delle testimonianze da lui trascritte è accompagnata dalla considerazione che, dopo un lungo periodo di vicinanza, egli poteva dichiarare senza esitazione: Don Bosco applicò il sistema preventivo “interamente sotto i nostri occhi”.

Alla lista dei nomi di alcuni dei “provati autori” citati, Barberis aggiunge due puntualizzazioni: che dai pedagogisti ed educatori da lui elencati, non ha tratto “idee originali che, in qualche modo, potessero essere in contradizione con il pensiero di don Bosco”; e che la sorgente d’ispirazione e di riferimento del suo scritto andrebbe cercata soprattutto in un fatto: l’aver potuto trattare “tanto a lungo e tanto famigliarmente” con il fondatore della V Società Salesiana[41].

Certamente, nella prolungata e familiare relazione con don Bosco affondano le radici dell’esperienza e del discorso pedagogico proposto nello scritto che qui ci interessa. Per questa ragione si ritiene opportuno concludere i cenni sui contenuti più rilevanti dei medesimi, riportando una eloquente testimonianza autobiografica. Barberis rimarca la difficoltà che comporta il compito di educare, ma asserisce con non minor forza: “Don Bosco c’insegnava a non disperare di un giovane, per quanto si mostrasse protervo e malizioso, poiché, se si riesce a trovare il bandolo, o quasi direi, il suo lato debole per cui saperlo prendere, con la grazia di Dio si viene a migliorarlo, e non è a stupire se si vengono ad ottenere a suo riguardo miracoli inaspettati”[42].

Nella cornice appena abbozzata, presentano speciale rilevanza i due fatti accennati sopra: la doppia cancellazione del termine “sacra” nella formulazione del titolo originale dello scritto del 1897 e l’aggiunta autografa - dopo il 1907 - del riferimento, anche in due casi, allo “spirito” di don Bosco.

Allo stesso tempo, va rilevato che l’aggiunta del riferimento a “don Bosco” è accompagnata dalla cancellazione, nel sottotitolo, della frase: “agli Ascritti della Società di S. Francesco di Sales”. In questo caso, l’intervento potrebbe suggerire una apertura del testo ad un ambito di destinatari più vasto.

Tale apertura sarebbe, senz’altro, coerente con l’ampio elenco dei temi presentati da Barberis nel suo manuale. Ne accenno ancora ad uno che chiude gli Appunti di pedagogia: la figura del “buon educatore”.

Sottolineata la “dignità” ed i “beni” che comporta la missione dell’educatore, in generale, sono riservate varie pagine a ciascuna delle “virtù” che egli deve coltivare, considerate indispensabili per l’efficacia dell’azione educativa- pietà, pazienza, fermezza, zelo, imparzialità -, oltre quelle virtù d’ordine civile e intellettuale. Mettendo l’accento, in modo speciale, sull’esigenza àeW amore, Barberis fa un’affermazione programmatica: “L’educazione non si fa solo con lezioni di morale, di civiltà, di religione, ma coi rapporti continui degli alunni cogli educatori, cogli avvisi personali, colle osservazioni particolari, cogli incoraggiamenti. Tutto questo richiede tempo e dà grandi sollecitudini: è come impossibile far tutto ciò con perseveranza senza zelo e senza un grande amore | ai fanciulli”.

Fonti redazionali

L’esigenza di verificare l’apporto originale dei testi editi comporta sempre un rigoroso lavoro di ricerca delle analogie e soprattutto delle dipendenze da opere di autori precedenti o coevi; e, ovviamente, Tevidenziazione degli aspetti più caratteristici di uno scritto non può non fondarsi che sulla base di una adeguata individuazione delle fonti redazionali utilizzate nella stesura del medesimo[43].

Abbiamo segnalato, nelle pagine precedenti, qualche titolo di opere pedagogiche e vari nomi di autori citati esplicitamente nella prima edizione in formato litografico degli Appunti di pedagogia. L’esemplare dell’edizione del 1903, usato e corretto da Barberis dopo il 1907, riporta nuovi dati e informazioni utili. Vi si legge, ad esempio, questa dichiarazione autografa dell’estensore: “Oltre che dalla viva voce di D. Bosco, per redigere questi Appunti, mi sono servito di altri provati autori, come per es., del Rayneri, dell’Allievo, del Franchi[44], del Monfat[45], del Dupanloup[46], del Tommaseo, dell’Antoniano”[47].

In un’altra pagina autografa, in cui è esaminato il tema “dell’educazione estetica speciale”, non troviamo solo la trascrizione dei nomi di pedagogisti ed educatori segnalati prima, ma anche la giustificazione della procedura seguita nella raccolta e presentazione dei materiali adoperati:

“Per non citare ad ogni momento nomi di autori, il che recherebbe confusione nel libro, dichiaro - scrive Barberis - che D. Bosco faceva poca teoria: egli veniva subito alla pratica, perciò se la parte pratica è tutta, per quanto seppi fare [e] mi fu possibile, fondata su D. Bosco, la parte teorica, fondata tutta sul vangelo, l’ho tolta specialissimamente dal prof. Giuseppe Allievo, prof, di antropologia e pedagogia all’Università di Torino e dal Rayneri suo antecessore nella medesima cattedra, non che dal Tommaseo e da pochi altri.. .”[48].

Alle precisazioni del compilatore degli Appunti è possibile aggiungere una accreditata testimonianza “esterna”. Nel ricordato XIII Capitolo generale della Società Salesiana, tenuto nel 1929, qualche partecipante prospettò la possibilità di dare alla stampa “un sunto della Pedagogia Salesiana di don Barberis”. Tra la documentazione arrivata a Torino, ed esaminata dall’assemblea capitolare, si conserva infatti il testo di una “proposta”, in cui l’autore della medesima affermava che era avvertito in Congregazione il bisogno di un testo di pedagogia salesiana, e perciò egli suggeriva di “sunteggiare e semplificare qualche passaggio troppo speculativo del Manuale dattilografato [...] del Sig. D. Barberis”[49].

La proposta, però, non ebbe una accoglienza favorevole. Don Filippo Rinaldi, allora Rettor maggiore dei Salesiani, comunicò, “confidenzialmente”, ai capitolari: il lavoro di Barberis “è sostanzialmente un sunto dell’Opera del prof. Rayneri, e perciò non conviene stamparla sotto il suo nome”.

Le bozze di stampa presentate sopra - (doc. A) - non portano la data della composizione; né si trovano elementi per poter puntualizzare se esse siano state composte prima o dopo l’intervento di don Rinaldi. Tuttavia, da testimonianze oggi fruibili, si può dedurre che il “sunto della Pedagogia Salesiana” non ha visto la luce come “volume a stampa” autonomo.

Ad ogni modo, la comunicazione confidenziale di don Rinaldi, nel 1929, non era priva di fondamento. Le ricerche sulle fonti redazionali hanno documentato che, per la composizione degli Appunti, è stata utilizzata un’opera - Della pedagogica - di Giovanni Antonio Rayneri[50]. Dall’altra parte, l’esame attento degli Studi pedagogici di Giuseppe Allievo[51] porta a concludere che pure da quest’ultima opera sono stati tratti copiosi materiali adoperati nel testo di Barberis, il quale giunse a affermare che la “parte teoretica” del suo testo scolastico l’aveva “tolta specialissimamente” dai due autori citati. E non molto lontano dai nomi dei due professori dell’università di Torino, si possono collocare i nomi di Nicolò Tommaseo e di due pedagogisti ed educatori francesi: mons. Félix Dupanloup e il padre marista Antoine Monfat. Su un piano meno rilevante, Ausonio Franchi[52], il card. Antoniano e Raffaello Lambruschini[53].

Mediante la lettura e consultazione di alcune opere degli autori segnalati, Giulio Barberis ha potuto entrare in contatto con altri autori antichi e moderni, i cui nomi si riscontrano, benché meno frequentemente, nelle pagine del suo lavoro: Aristotele, Platone, Cicerone, Giovenale, Plutarco, Quintiliano, Seneca, sant’Agostino, san Girolamo, san Basilio, san Gregorio Magno, Dante, Kant, Fénelon Rousseau.

Dai dati oggi utilizzabili si evince, però, che in più d’un caso le citazioni riportate sono di seconda mano. Ciò si avverte particolarmente nei passaggi in cui lo scrittore salesiano fa propri i giudizi negativi su un autore, le cui idee pedagogiche non condivide. Eppure, non è da escludere l’ipotesi che ulteriori ricerche possano giungere a evidenziare che Barberis abbia consultato diretta- mente determinate opere di scrittori classici.

Nell’apparato critico dell’edizione sono messi in risalto i passaggi nei quali la struttura, lo svolgimento e il contenuto del testo mettono chiaramente in evidenza la diretta dipendenza da opere utilizzate, anche se spesso esse non sono citate esplicitamente negli Appunti di pedagogia. Dal confronto dei testi emerge la costatazione, oltre a tutto, che i consistenti materiali riportati appaiono poco elaborati. Barberis trascrive quasi letteralmente, nelle pagine del suo volume, numerosi brani tratti dalle differenti fonti, scelte in sintonia con il pensiero e la esperienza del fondatore della Società Salesiana, nell’orizzonte più ampio dei valori e orientamenti “fondati sul Vangelo”.

In sintesi: alcuni temi privilegiati

Gli Appunti di pedagogia consentono di ascoltare la voce autorevole di un affezionato discepolo e attivo collaboratore di don Bosco nell’impegno di organizzazione e di sviluppo dell’opera educativa e pastorale salesiana. Dai contenuti dello scritto si desume che la fedeltà incondizionata e la dichiarata e profonda ammirazione per il metodo educativo del “padre, amico e maestro” non impedirono Giulio Barberis, anzi lo spinsero ad allargare la gamma dei suoi interessi verso gli scritti di pedagogisti ed educatori italiani e stranieri, classici antichi e moderni.

Per un più preciso inserimento del sistema o metodo preventivo nel contesto storico e culturale del tempo, l’apporto del primo maestro di pedagogia dei giovani salesiani e l’esperienza da lui raccontata costituiscono, senza dubbio, fatti e testimonianze di prima mano da tenere presenti e da approfondire ulteriormente.

Tra i molti temi messi in giusto risalto, basti elencarne soltanto alcuni, quasi a modo di esempio: la necessità, per ogni educatore, di uno studio serio della pedagogia; l’importanza, i limiti e mezzi dell’azione educativa; l’educazione come “opera di collaborazione”, tesa alla “formazione dell’uomo”; la rilevanza dell’educazione morale e religiosa; l’indispensabile cooperazione di quanti sono impegnati nella difficile arte delTeducare; l’esigenza di adattare gli interventi educativi alle diverse tappe dello sviluppo del giovane e all’indole e al carattere dei singoli educandi.

In particolare, Barberis ritiene assodato il principio pedagogico di “prevenire il male anziché doverlo poi combattere e punire”. A tale proposito, egli afferma con non minor forza che, tra i compiti dell’educatore, vanno messi in rilievo specialmente quelli di “eccitare, dirigere e correggere le facoltà dell’alunno”.

In pieno accordo con le idee di don Bosco e con il clima pedagogico del tempo, negli Appunti di pedagogia è dedicato ampio spazio al tema della “vigilanza” o “sorveglianza” e, usando termini familiari a Valdocco, si raccomanda la “assidua assistenza”. Simultaneamente, viene auspica la schietta “armonia tra l’autorità e la libertà”, ritenendo “biasimevoli nella sorveglianza tutti quei modi che sentono di poliziesco, di sospetto e di rigido, di voglia di sorprendere”. Con non minor determinazione, si giudica “dissennata e funesta” una eventuale “azione incessante ed oppressiva dell’educatore sull’alunno, come se questo fosse un soggetto meramente passivo destinato a ricevere quella foggia e quel movimento che all’istitutore piaccia d’imprimergli. L’educazione giustamente intesa è un concorde operare dell’educatore e dell’educando”[54].

Nelle ultime righe del suo lavoro, e prima di offrire ai suoi destinatari un elenco di libri da leggere, l’autore fa un invito impegnativo:

“Specialmente attenda l’educatore con ogni sollecitudine ad informarsi e profittare di tutti i veri e reali progressi della scienza e dell’arte pedagogica, legga continuamente e mediti gli autori più seri riguardanti l’educazione; vorrei dire nulla dies sine linea, perché in questo non se ne sa mai abbastanza; ed anche si tenga nota e si faccia una pedagogia a suo uso e consumo adattata alle circostanze sue proprie individuali ed alle circostanze degli allievi che deve educare”[55].

Tenendo presente questi ultimi rilievi, e in una “prospettiva pedagogica attuale”, le pagine della Postfazione, che chiude e completa il volume, offrono sottolineature, nuovi elementi di valutazione dei testi editi e piste per ulteriori ricerche sui temi più rilevanti degli Appunti di pedagogia di Barberis.

7. Criteri di edizione del testo

Nell’edizione del testo critico si è cercato di offrire la “riproduzione più corretta” del medesimo e “nella forma più fedele possibile”, corredandolo delle informazioni atte a mettere lo studioso, e il lettore interessato in generale, nella condizione di poter verificare gli interventi o modifiche che il curatore dell’edizione ha giudicato necessario introdurvi[56], d’accordo con i seguenti criteri: a) scioglimento delle abbreviazioni (avv.: avvocato; D don; SS.: Santissima/o); b) normalizzazione degli accenti e delle maiuscole secondo l’uso oggi corrente (perchè: perché; Sacerdote: sacerdote); c) correzione di traslitterazioni inesatte, indicando nell’apparato critico il testo originale; d) trascrizione, secondo l’uso moderno, di alcuni termini che renderebbero più laboriosa la lettura (a’: ai; de’, da’: dei, dai; ne’: nei; esercizii: esercizi); e) trascrizione in corsivo delle parole o espressioni latine e dei titoli dei libri citati nel testo; f) introduzione o soppressione di alcuni segni di puntazione, per facilitare la lettura e comprensione del testo. Tali interventi non comportano, però, mutamento del senso del discorso.

Nella presentazione delle note a piè di pagina, che si evidenziano nel lavoro di Barberis, è conservata la modalità scelta da questi; sono stati aggiunti tuttavia alcuni elementi, allo scopo di precisare la pagina in cui, il lettore interessato, può trovare le note rilevate. Nel testo, i numeri progressivi introdotti tra parentesi quadre indicano invece le pagine corrispondenti degli Appunti di pedagogia (1897).

Gli errori rilevati nell’originale litografico sono stati corretti nel testo ora edito, ma riportandone, volta per volta, la correzione nell’apparato critico. Si prescinde da poche minute sviste che non intaccano il senso del termine sostituito.

* * *

La preparazione di questo volume è stata resa più agevole dalla collabo- razione, in vario modo, di non poche persone. Ne trascrivo qui soltanto alcuni nomi: Thomas Achukandam, Aldo Giraudo, Francesco Motto, membri dell’I- stituto Storico Salesiano; Cinzia Angelucci, della segreteria tecnica del medesimo Istituto Storico; Dariusz Grzqdziel, professore straordinario di Pedagogia e Didattica presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma; Nicolò Suffi e Matteo Cavagnero, dell’Editrice LAS.

A tutti, un vivo e dovuto ringraziamento.

Roma,24 giugno 2017

 Sigle, abbreviazioni e segni nell’apparato critico

(ASC) Archivio Salesiano Centrale (Roma)

(BDB) Biblioteca Don Bosco (Roma-UPS)

(BS)    Bollettino Salesiano (italiano)

(BSC)  Biblioteca Salesiana Centrale (Roma)

(CSDB) Centro Studi Don Bosco (Roma-UPS)

(DBS)    Dizionario Biografico dei Salesiani

(ISS)     Istituto Storico Salesiano (Roma)

(RSS)   Ricerche Storiche Salesiane (Roma)

 A= Amanuense anonimo

 B= Barberis, nel doc. B (1897)

 B”= correzioni e/o aggiunte autografe di Barberis nel doc. Cb (1903)

 Ca= testo litografato (1903)

 Cb= testo litografato (copia del doc. Ca, con correzioni e aggiunte autografe)

 Add= addit, aggiunge

 Ante= prima di

 Cf= confronta, vedi

 Corr ex= corrigit ex, corregge da (quando la correzione di una parola o frase è fatta utilizzando elementi della parola o frase corretta)

 Del= delet, cancella, con un tratto di penna o matita

 Emen ex= emendat, emenda da (la correzione è fatta con elementi completamente nuovi)

 It =iterat, ripete

 Marg= in margine; inf.: inferiore; sin: sinistro; sup: superiore

 Ms= manoscritto

 Om=omittit, tralascia

 Post= dopo di

Sl=super lineam, sopra la linea

/= in una nota a piè di pagina separa espressioni che occupano nell’originale righe differenti

//= in nota a piè di pagina separa l’apparato critico da altre annotazioni di carattere storico o bibliografico

collocato in nota a piè di pagina dopo una o più parole del testo edito, è seguito da un’espressione che si trova nel documento litografato del 1897 (B) o in altro corretto dall’autore in un secondo momento (.B2); più frequentemente, il segno è seguito da una o più espressioni riscontrabili in un’opera pedagogica adoperata sicuramente da Barberis nella redazione degli Appunti.

[ ] = racchiude  una    o più parole introdotte dal curatore dell’edizione.

 

II TESTO

APPUNTI DI PEDAGOGIA SACRA

Esposti agli Ascritti della Pia Società di S. Francesco di Sales

dal

Sac. Giulio Barberis

Litografia Salesiana 1897 [p. 1]

 

AGLI ASCRITTI
DELLA PIA SOCIETÀ DI S. FRANCESCO DI SALES

La nostra Pia Società, come ben sapete, o miei buoni giovani, ha per scopo primario l’educazione della gioventù. Ma il riuscire ad educar bene è difficilissimo; e lo è specialmente per noi, che ci occupiamo per lo più di giovani derelitti, e perciò ordinariamente già male incamminati. Di qui l’importanza di prepararsi bene e per tempo a questa grande missione.

Chi imprende ad educare la gioventù deve conoscere le regole che a tal fine si danno. La scienza che di proposito fa conoscere queste regole è la pedagogia. Bisogna adunque con fermo proposito apprendere questa scienza ed anche coi sacrifici attendere a metterla in pratica.

Il nostro indimenticabile fondatore e padre don Giovanni Bosco non ebbe altro che gli stesse più a cuore quanto l’educare bene i giovanetti che la divina Provvidenza gli mandava, e vedendo che non poteva fare tutto da sé, cercò ogni modo di dare regole, affinché anche noi potessimo ben riuscire in un’opera tanto diffìcile. Nel 1874 poi, quando la nostra Pia Società fu approvata definitivamente dalla Santa Sede, [p. 3] dispose che tutti i suoi chierici ascritti, avessero una scuola apposita, in cui si spiegassero quei principi educativi che potessero in seguito aiutarli ad ottenere buoni risultati tra i loro allievi. Volle che essa fosse intitolata: Scuola di Pedagogia Sacra; ed egli medesimo, il buon padre, volle dare, al primo maestro a ciò stabilito, istruzioni speciali, acciò questa scuola avesse ad ottenere lo scopo per cui era stabilita. L’educazione, soggiungeva spesso, è la grande arte di formare gli uomini.

Finora detta scuola fu sempre fatta senza testo determinato, prendendosi ciascun allievo quelle note che gli erano più opportune. Questo parve sufficiente finché rimase centro di tutto l’Oratorio; ma cresciuto il numero degli ascritti ed apertisi vari noviziati in regioni anche lontane, a mantenere l’unità di metodo, si fece sentire la necessità di un testo apposito. Ed è perciò che il nostro attuale Superiore maggiore, il venerato don Rua, stabilì che esso si pubblicasse; per questo io, fin dai primordi incaricato da don Bosco della scuola di pedagogia, raccolsi nei presenti Appunti quegli ammaestramenti che finora si esponevano verbalmente. Essi però devono servire per uso esclusivamente nostro, e non sono adatti ad essere pubblicati per altri, poiché con questi non si ha in mira di fare un trattato completo di pedagogia; ma di considerare i giovani quali sono nelle varie nostre case, e senza tante teorie, aiutare nella pratica i nostri confratelli nel difficile compito di educarli bene .

* * *

I tempi che corrono sono difficili per l’educazione; si sono scosse tutte le fondamenta d’ogni buon vivere; si è sovvertita ogni autorità, [p. 4]

Tuttavia non dobbiamo disperare dei tempi, per quanto sembrino brutti e burrascosi. Quel Dio che fece sanabili le nazioni, coll’avvicendarsi degli anni instaurai omnia23. La tavola di salvamento vi è ancora; dessa è appunto l’educazione della gioventù. “Ho sempre pensato, diceva il filosofo Leibniz, sebben protestante, che si riformerebbe il genere umano se venisse riformata l’educazione della gioventù”. Noi dobbiamo tenere come nostro questo principio, e dobbiamo anche sempre avere avanti gli occhi quella sentenza del medesimo filosofo: “La buona educazione della gioventù è il primo fondamento dell’umana felicità”.

Ed ogni salesiano deve essere pronto a sacrificarsi per procurare l’umana felicità, per quanto in questa bassa terra possa ottenersi. E pertanto da persuaderci bene che l’educazione dei giovanetti è una sublime missione: bisogna prenderla con grande amore e figurarci che Iddio medesimo ci consegni i ragazzi, dicendoci di ciascuno ciò che la figlia di Faraone disse alla madre di Mosè: Accipepuerum istum et nutri mihi; ego dabo tibi mercedem tuam.

Ma non lusinghiamoci; l’educazione è detta ars artium; come la più nobile, così la più difficile delle arti. Non ostante tutte le buone regole ed i buoni metodi, sarà sempre difficile la buona riuscita nell’educazione di un giovane; perciò ogni confratello oltre al mettere in pratica, per quanto può, le regole che si daranno, deve sempre stare cum timore et tremore di non riuscire; deve continuamente rivolgersi per soccorso colà unde veniet auxilium mihi, e comprendere bene che Auxilium meum a Domino; che cioè tutto viene da Dio e che perciò come prima regola dell’educar bene deve porre il pregar molto il Signore affinché Egli si [p. 5] compiaccia di dare efficacia al nostro meschino operare. Don Bosco mise in principio del regolamento per le case nostre: “ma a tutti è indispensabile molta preghiera, senza di cui io credo inutile ogni buon regolamento”.

È solo la grazia di Dio che ci fa trionfare di certi cuori e ci fa riuscire in certi casi più difficili. Ma con questa grazia a tutto si riuscirà. E don Bosco c’insegnava a non disperare di un giovane, per quanto si mostrasse protervo e malizioso, poiché, se si riesce a trovare il bandolo, o quasi direi, il suo lato debole per cui saperlo prendere, con la grazia di Dio si viene a migliorarlo, e non è a stupire se si vengono ad ottenere a suo riguardo miracoli inaspettati.

* * *

A rigenerare un popolo ci vogliono uomini; se noi vediamo a traverso dei secoli tante volte quali larghe tracce lasciò di sé e quanto miglioramento sociale produsse anche un uomo solo. Che non fece un Carlo Magno, un san Benedetto, un san Bernardo! Ma questi grandi uomini fecero il bene senza ostentazione ed orgoglio. San Paolo non chiamò il suo secolo, secolo dei lumi, ma egli ha illuminato il mondo; san Vincenzo de’ Paoli non proclamò il suo secolo, secolo della filantropia, ma egli fu il grande consolatore delle sofferenze del mondo.

Alle volte basta un nome per dare un indirizzo nuovo ad un secolo. Uomini così fatti non solo dominano il proprio secolo, ma lo salvano. Noi abbiamo fermo in cuore che don Bosco, il nostro caro padre, sia stato uno di cotesti uomini. Il tempo lo farà risplendere di luce sempre più sfolgoreggiante (l). [p. 6]

Che se è necessario essere geni, od essere dotati di facoltà straordinarie per salvare un secolo, una nazione, non ci vuole poi che una buona volontà tenace ed una diligenza perseverante per salvare un paese, un collegio, una scuola. Quante volte un uomo rese celebre e felice una città; quante volte un buon maestro salvò da rovina morale e rese felice un paese!

Don Bosco spese tutta la sua vita nell’educare, egli cercò sempre di fare degli uomini, uomini che dietro le sue pedate cercassero di salvare la società dal rovinìo, che si sarebbe detto imminente. Noi dobbiamo seguirlo: se non riusciremo a fare molto, faremo [p. 7] almeno un poco, se non riusciremo a far sentire la nostra influenza su di una nazione o su d’una città, otterremo almeno ciò su d’un paese, su d’un collegio: se non servissimo che a salvare un giovane solo, avremmo già per noi il detto di sant’Agostino: Animam salvasti, animam tuam praedestinasti.

Il nostro gran padre ci lasciò un sistema di educazione in piccolissima parte scritto, nella maggior parte stampato nella mente e nei cuori di noi che ebbi- mo la fortuna di avvicinarlo per vari lustri. E tenendoci fermi a questo sistema, riusciremo anche noi a fare qualche cosa. Non è da credersi che il metodo di don Bosco consista in teorie altisonanti, od in lunghi ragionamenti o in molti precetti. Tutto il suo segreto sta in questo unicamente: Gesù venne ad educare il mondo e fondò i veri principi e la pratica di ogni educazione: seguiamo i principi del vangelo; cerchiamo di fare nel nostro piccolo come faceva Gesù; non occorre altro. Da questo punto fondamentale partirono tutti gli ammaestramenti di don Bosco: su esso è basato tutto il suo sistema. Esso è tutto facile, tutto naturale; tuttavia richiede una guida; ed è espressamente per facilitare la pratica di questo sistema che si scrissero questi Appunti.

Oh se io con questa fatica sapessi di riuscire ad aiutare i nostri chierici principianti nell’arte di educare bene! Se potessi far dare un passo avanti all’educazione! Oh se potessi riuscire a far salvare qualche anima di più! A render felice qualche paese! A fare un uomo! Oh come sarei esuberantemente ricompensato del poco che io feci e del ben più che avrei desiderato di fare! Benedica Iddio questi ammaestramenti e li renda più efficaci la vostra assoluta e costante volontà nel praticarli, [p. 8]

 

 

 

APPUNTI DI PEDAGOGIA SACRA

Nozioni generali

Idea generale della pedagogia

La parola pedagogia (dal greco Trofie;, fanciullo, ed dyco, conduco, guido, dirigo), secondo la sua etimologia significa guidare il fanciullo; ed essenzialmente consiste nel dirigere il fanciullo al suo perfezionamento, sviluppando il meglio che sia possibile le sue facoltà. In vero essa si suol definire: La scienza e l’arte di perfezionare l’uomo fanciullo con lo sviluppo armonico e generale delle sue potenze. Alla parola pedagogia, proveniente dal greco, corrisponde la parola educazione, proveniente dal latino educere, che letteralmente significa estrarre, trar fuori; ed indica l’operazione onde altri fa uscir fuori dal soggetto un pregio, una qualità, una realtà qualunque in essa racchiusa e non appariscente.

Non si tratta adunque di creare nuove facoltà nel fanciullo, né di aggiungere sostanzialmente alle facoltà già esistenti nuove qualità; si [p. 9] tratta di sviluppare quelle facoltà medesime che sono ancora in germe, e di dirigerle perché si possano attuare bene.

L’opera poi non dev’essere tutta dell’educatore; è l’alunno che deve operare, l’educatore deve solo aiutare l’alunno a trarsi fuori dalle pastoie in cui si trova nello stato di natura; a trar fuori le facoltà dallo stato di imperfezione e d’inazione e portarle a quello di energia e di perfezione. L’educatore cioè deve porre le occasioni per cui si trasforma, a dir così, e si cangia l’atteggiamento della potenza, la quale dalla quiete passa al movimento, dal sonno alla veglia, dall’unità dell’atto immanente alla molteplicità e varietà degli atti transeunti.

La pedagogia è scienza ed arte

La pedagogia è scienza ed arte. Dicesi scienza un sistema di cognizioni dipendenti da un principio certo ed inconcusso. Dicesi arte un sistema di azioni ordinate ad un fine.

La pedagogia è scienza perché è un sistema di cognizioni7; ma bisogna che queste cognizioni sieno ordinate tra di loro e dipendenti Luna dall’altra. Ma perché queste cognizioni formino davvero scienza bisogna ancora che tutto questo sistema di cognizioni provenga da un principio solo, e questo principio sia certo ed inconcusso. Questo avviene appunto nella pedagogia. Il principio su cui si fonda e da cui dipende tutto il sistema di cognizioni che riguarda la pedagogia è: L’uomo è perfettibile’, e questo principio è certo ed inconcusso secondo che c’insegna la ragione e l’esperienza. Se l’uomo non fosse perfettibile sarebbero inutili affatto tutte le regole che si danno e tutte [p. 10] le cure che si hanno per educarlo.

La pedagogia è anche arte perché pone un sistema di azioni ordinate ad un fine: non bastano pertanto alcuni atti sconnessi per educare bene l’uomo. La pedagogia c’insegna un sistema di atti connessi tra loro e tutti ordinati ad un fine solo, cioè a perfezionare l’alunno sviluppando le sue potenze: essa adunque è anche arte.

Molte volte nel linguaggio ordinario le parole pedagogia ed educazione si prendono promiscuamente, ma per lo più la pedagogia si considera come scienza, l’educazione come arte; la pedagogia cioè propone le norme dell’educare, e l’educazione le attua. Non si devono pertanto confondere Luna coll’altra, come non si confonde poesia con l’arte poetica, poiché come si può conoscere l’arte poetica senza essere poeta, così si possono conoscere le regole dell’educazione, ossia la pedagogia senza essere buon educatore.

L’arte e la scienza sono necessarie Luna all’altra al mutuo loro compimento, perché la scienza ha bisogno dell’arte per essere utile alla vita e dirigere l’andamento delle cose umane, e l’arte abbisogna della scienza per essere illuminata e conscia del suo scopo e della sua potenza. Di che apparisce che il pensiero e l’azione, la scienza e l’esperienza s’intrecciano e si sostengono a vicenda e sono come gli anelli di una sola catena. Sebbene logicamente l’arte supponga la scienza, giacché la pratica viene dopo la regola e l’applicazione presuppone il principio da cui deriva, tuttavia praticamente l’arte precede la scienza e l’educazione è antica quanto l’uomo; la pedagogia non pigliò forma di scienza che assai tardi, [p. 11]

Oggetto della pedagogia

L’oggetto della pedagogia è l’uomo considerato specialmente nella fanciullezza, nell’età cioè in cui le sue facoltà non sono ancora sviluppate e che si prestano più agevolmente a questo loro sviluppo.

L’uomo consta d’anima e di corpo: l’anima è il principio, la causa, la fonte da cui derivano tutte le azioni dell’uomo; senza l’anima, infatti, né mi muovo, né vedo, né opero cosa alcuna. Ma l’anima non compie le sue azioni per sé sola, bensì le produce per mezzo di alcuni strumenti che si chiamano potenze, facoltà, attività umane. Dimodoché tutte le nostre azioni hanno due principi, l’uno remoto, l’anima, l’altro prossimo, le facoltà. L’atto di ascoltare, per es., ha il principio prossimo nella facoltà dell’udito, il remoto, come qualunque altro atto, nell’anima, come il frutto di una pianta è prodotto prossimamente dal ramo, remotamente dalla radice. Se pertanto non si avesse l’anima che capisce, ragiona, vuole, non vi sarebbe vera educazione possibile, perché non vi sarebbe perfettibilità.

L’idea di perfettibilità inchiude l’idea di sviluppo, di libertà, di un’azione ragionevole dell’educatore sull’educato e di una corrispondenza dell’educando verso l’educatore; non sono perciò oggetto dell’educazione propriamente detta le piante, delle quali propriamente si dice che si coltivano’, non ne sono oggetto gli animali bruti, dei quali si dice che si allevano, si addestrano, si domano’, ma solo l’uomo, perché esso solo, essendo essere ragionevole, è anche perfettibile, perciò si possono sviluppare e perfezionare le sue facoltà, [p. 12]

In senso lato tuttavia si dice anche delle piante e degli animali che si educano; ma vi è differenza essenziale tra l’educazione che si dà alle piante ed agli animali e quella che si dà all’uomo. Poiché le piante e gli animali subiscono l’azione dell’uomo; crescono e si sviluppano passivamente sotto l’azione di chi li educa; mentre l’uomo si fa attivo, coopera coll’educatore, perché è dotato d’intelligenza e di volontà, le quali facoltà mancano assolutamente agli animali.

Per la qual cosa, mentre l’educatore, promovendo lo sviluppo di una pianta o di un animale, non si propone che il proprio vantaggio, deve invece rico- * noscere la personalità del fanciullo affidato alle sue cure; deve procurare che esso cresca e si sviluppi secondo il fine per cui fu creato, cioè per la felicità; e commetterebbe delitto se colla sua azione mirasse a fare di questo fanciullo un solo strumento di piacere o di guadagno.

Le piante e gli animali, siccome irragionevoli, non verranno mai a poter educare altri, mentre l’uomo da educando, può a poco a poco, diventare educatore esso stesso.

L’educazione pertanto, nel suo concetto definitivo, deve dirsi: un ’opera della natura, perfezionata dall’arte, mercé cui l’uomo fanciullo si forma il carattere addestrandosi al dominio delle proprie potenze, e svolgendo la sua personalità organata in modo conforme alla sua finale destinazione9,.

Per non ingenerare confusione giova notare che invalse pure l’uso di usare in senso più ristretto e parziale il vocabolo [p. 13] educazione, per denotare quella parte di coltura che riguarda la formazione del carattere morale ed il perfezionamento della volontà mediante la pratica del giusto e dell’onesto, come quando s’avverte che istruire non basta, importa altresì educare. Il tal caso l’educazione si contrappone all’istruzione in ciò che quella è la coltura del cuore e della volontà  e mira all’operare ed alla virtù; questa è la coltura dell’intelligenza e mira al pensare ed al conoscere.

Possibilità e necessità dell’educazione

Che l’uomo si possa veramente educare si ricava: 1° dal grado indefinito di perfettibilità di cui esso è fornito; 2° dalla natura del fanciullo, cioè dalla curiosità e tendenza che hanno i fanciulli ad abbandonarsi confidenti nelle braccia dei genitori e degli educatori; 3° dal fatto, cioè dalla legge costante che regola lo sviluppo delle umane potenze.

Invero 1° L’uomo colle sue potenze mira al possesso del sommo vero, del sommo bello, del sommo buono. L’uomo aspira adunque all’infinito, e perciò dotato da Dio di perfettibilità senza misura; perfettibilità che gli dà per conseguenza un grado di educabilità, di cui nessun’altra creatura è capace. 2° La curiosità poi del bambino e l’abbandonarsi che egli fa nelle braccia dei genitori e degli educatori indica come la natura lo pose nella quasi necessità di essere educato. Il bambino, nella sua ignoranza, affidasi pienamente all’altrui parola, e non è capace di nessun sospetto sull’altrui buona fede; la natura l’ha fatto credente. L’educatore rispondendo alle mille domande che gli va facendo il [p. 14] fanciullo, può aprirgli la fonte del vero, può eccitare e svolgere le sue potenze intellettuali, e, valendosi della confidenza che in lui ripone, può installargli affetti santi, crescerlo a sensi di pietà di amore, condurlo a perfezionarsi; il che è appunto quel che significa educare. Ancora: il bambino è in piena balia dell’altrui esempio, poiché esso è debole, volubile, incostante, incapace di fermo proposito, ed imita per lo più quel che vede in altri, affidandosi completamente in chi mostra di prendersi cura di lui. Il che manifesta come la natura abbia fatto l’uomo, nei primordi della vita, eminentemente educabile, rendendolo spontaneamente e necessariamente soggetto all’autorità. 3° Infine la legge costante dello sviluppo delle potenze umane rende possibile l’educazione; vediamo che come a poco a poco crescono le forze fisiche, così a poco a poco cresce la facoltà del capire le cose e la energia del volere. Tanto come queste facoltà si sviluppano naturalmente altrettanto devono essere guidate ed aiutate ed occorrendo, corrette affinché si sviluppino bene. Ora è appunto questo che dicesi educare. L’educatore pertanto, rispettando e seguendo questo naturale sviluppo del fanciullo, e non pretendendo che esso vada a ritroso, o a salti, o per via diversa da quella che natura ha segnato, troverà nella natura istessa una potente alleata.

È poi anche necessaria l’educazione. L’uomo è limitato: ora un essere limitato è tale per natura che non basta a sé solo, ma abbisogna del concorso e dell’opera provvida di altri esseri per satisfare alle sue intime esigenze, per adempire la sua destinazione. Ed ecco già qui un perché egli va educato: perché è circoscritto [p. 15] da limiti, epperciò egli solo non è tutto né può tutto quanto gli occorre. Ma l’uomo fanciullo mostra una limitazione, una deficienza ancor maggiore. Fra tutti i viventi di quaggiù verun altro ve n’ha il quale sia chiamato ad un’ideale di perfezione cotanto elevato e sublime, e che ad un tempo si trovi, nella primissima età, tanto lontano dal suo futuro ideale, quanto l’uomo. Il neonato comparisce quaggiù ignaro di tutto, bisognevole di tutto. Quindi abbisogna di chi gli porga le prime cure dovute al suo debole corpicciuolo, di chi gli susciti la parola sul labbro, di chi desti nel suo cuore le prime impressioni morali; insomma di chi lo educhi. Sotto questo riguardo possiamo ben dire con Kant che “l’uomo non può formarsi uomo se non per virtù dell’educazione”. Una seconda ragione della necessità dell’educazione si scorge nel desiderio e nel bisogno dell’infinito, che punge, agita, tormenta lo spirito umano. Questo bisogno rende incessante, continua l’opera del nostro perfezionamento, cioè perpetua la nostra educazione fin che dura la vita. Ogni animale in breve tempo raggiunge la maturità del suo essere e provvede alle proprie esigenze: la sua vita non sviluppa più forme nuove e sempre varie; ma ripete sempre ad un modo le medesime funzioni proprie della sua specie. Il vero e reale progresso gli è affatto ignoto. Per contro il fanciullo ha durato venti e più anni per recare a compiuto sviluppo il suo organismo corporeo; ma il suo spirito neppure allora è sviluppato quanto può svilupparsi; egli continua ad essere educabile. Pervenuto alla virilità egli ha compiuta l’educazione strettamente [p. 16] intesa ossia l’educazione di famiglia, di scuola, di collegio; ma è chiamato a continuare da sé l’educazione ricevuta, ed educare se stesso alla grande scuola della società e della vita. Poiché nell’uomo anche pervenuto all’età matura sonvi sempre nuovi germi di vita che attendono il loro sviluppo13. È adunque necessaria all’uomo l’educazione sia proveniente dal magistero dell’educatore, sia proveniente dall’attività propria che continuamente cerchi di perfezionare in se stesso le sue facoltà così intellettuali che morali.

Nobiltà ed eccellenza della pedagogia

La nobiltà ed eccellenza della pedagogia si deduce specialmente dalla considerazione del suo oggetto e del suo fine, non che dal suo uffizio.

1° Si educa nientemeno che l’uomo; esso è fra gli esseri creati il più nobile. Già il suo corpo, sebbene solo l’involucro dell’anima, fu definito un microcosmo, cioè un piccolo mondo; ed invero non si trova nelle cose materiali un macchinismo più eccellente e più perfezionato. L’anima poi è ben più sublime perché è quello che fa agire il corpo. Essa, dotata di intelligenza e volere, è fatta ad immagine e somiglianza di Dio e supera in eccellenza tutto il mondo materiale. Anima e corpo, il fanciullo è l’uomo circoscritto nei suoi anni primitivi: esso è l’umanità che va rinnovellandosi, esso forma la speranza della famiglia, della patria; l’oggetto principale delle sollecitudini della Chiesa, le delizie del Cuore di Gesù, il quale lo dimostrò allorché disse: “Lasciate che i fanciulli vengano a me”. “Le mie delizie sono nello stare coi figliuoli degli uomini”. “Chi riceve un fanciullo riceve me stesso”. In questo si rivela tutta la [p. 17] dignità ed eccellenza dell’educazione umana, la quale perciò esige che l’educatore si astenga mai sempre da ogni atto, che possa in qualche modo offuscare la santità del suo magistero, allontani dall’alunno tutto che offende la dignità di un essere ragionevole e lo cresca e lo elevi a quanto vi ha di nobile, di grande e d’infinito .

2° L’intelligenza del fanciullo è ordinata alla visione del Vero, che è infinito, perché Dio è la fonte perenne del vero, il principio supremo delle scienze; la sua libera volontà all’effettuazione del Buono che è infinito, perché il Buono per essenza è Dio; la sua attività al culto dell’arte che adombra l’infinito sotto le forme sensibili della natura; la sua perfettibilità ad una vita esplicantesi in secoli senza fine ed in uno spazio senza misura. La coltura pertanto dell’uomo va indirizzata a Dio, siccome a termine finale delle sue aspirazioni.

L’educazione che arresta questo libero slancio dell’animo giovanile verso le regioni dell’infinito, per comprimerla tra le angustie della materia e della vita presente, è un’educazione disumana, omicida, indegna dell’alta dignità del fanciullo che si educa.

3° Ancora: tutta l’arte educativa si travaglia attorno alla formazione del carattere dell’alunno, ma questa formazione toma impossibile ove non si regga sulla personalità dell’Essere infinito. A costituire il carattere nel giovane necessita primamente la coscienza di sé, mercé cui l’alunno sa quel che egli è e quel che debb’essere riguardo all’ideale supremo della vita umana, sa quel che opera [p. 18] e quel che deve operare per rispondere alla sua finale destinazione. Ora l’ideale della vita umana non può venir determinato se non mirando all’ideale tipico della vita infinita di Dio; il problema della destinazione umana mette capo a Dio, ed all’infuori di Lui si rimane un indecifrabile umano. Senza Dio dunque non si dà ideale della vita umana, e senza ideale supremo non si dà carattere.

Occorre secondariamente al carattere il dominio di sé, per cui la volontà cammina al conseguimento dell’ideale della vita con tenacità e costanza di proposito, con saldezza incrollabile di convincimento, con tale gagliardia e coraggio da superare quanti mai ostacoli insorgono a contenderle il cammino. Or questa forza sovraumana, che, alla volontà abbisogna per i suoi spirituali trionfi, non le può venire che da Dio. Il sentire altamente di sé, senza sentir Dio in sé è superbia, orgoglio, non pregio né virtù. Senza Dio non si dà elevatezza di anima e di mente.

La personalità finita dell’educando e dell’educatore si regge sulla personalità infinita di Dio. Educazione vera non è se non è personale sotto entrambi questi riguardi (vedi Giuseppe Allievo - Studi pedagogici). L’educazione considerata sotto questi sublimi aspetti mi innalza e nobilita il cuore; e sono costretto ad esclamare: La scienza dell’educazione è la più eccellente e sublime che io conosca dopo la Teologia che riguarda Dio medesimo.

Difficoltà dell’educazione

Quanto è più nobile l’ufficio di educatore, tanto è più difficile il compito di educar bene. [p. 19] Quanto difficil cosa sia l’educazione si può dedurre sia dalla natura dell’uomo e delle sue passioni sia dall’esperienza.

1° La fede c’insegna e la ragione non può far a meno d’accorgersene, che per la colpa d’origine nelle nostre facoltà si è prodotta una ribellione, un disordine continuo, dimodoché la volontà è piuttosto inclinata al male che al bene, l’intelletto più che alla verità è portato all’errore ed a lasciarsi inceppare nelle tenebre dell’ignoranza. Anche quando si ha la buona volontà e si desidera il bene se ne è distolto dalla corrotta natura e dalle male inclinazioni. Video meliora, proboque, deteriora sequor. A questo si aggiunge che l’allievo per lo più deve superare scandali d’ogni sorta, cioè eccitamenti al male provenienti non solo dalla sua natura, ma da circostanze a lui estranee dalle quali non può ordinariamente esimersi. Ora scopo dell’educazione è appunto indirizzare il fanciullo al bene, fargli perdere gli abiti cattivi già acquistati e fargli acquistare abti buoni. Per riuscire a questo quante difficoltà trova l’educatore da tutte parti!! E quanta difficoltà trova l’allievo medesimo per la violenza che deve farsi, come colui che deve navigare contro corrente!!

2° l’esperienza dimostra quanto sia difficile l’educare col farci credere che le educazioni ben riuscite sono molto poche. I medesimi grandi educatori non riuscirono mai ad ottenere perfetta educazione nella maggioranza dei loro allievi;anche gli istituti educativi dati per esemplari non poterono mai vantarsi d’essere riuscitiad ottenere loro intento in tutti i loro alunni. Osserviamo negli stessi nostri collegi : si fa ogni sforzo per instillare nei giovani la virtù;si adoperano metodi più efficaci insegnatici da don Bosco medesimo; eppure che difficoltà, specialmente quando i giovani diventano già un po’ adulti e cominciano ad aprir meglio l’intelligenza e le passioni cominciano ad usare della loro energia! E potremo anche dire quanti pochi camminino per la perfetta via della religione e moralità dopo uscitidi collegio!! E adunque ben difficile cosa l’educar bene!

Efficacia ed importanza dell’educazione

Difficile è l’educar bene, ma non impossibile, perché l’educazione riesce sempre in qualche modo efficace. E che sia così lo insegnano la ragione e l’esperienza.

La filosofia ci dice che le umane facoltà sono ordinate ad una specificata classe di operazioni;ma ci dice del pari che le facoltà sono per se stesse indifferenti ad agir bene o male: per es. la volontà inclina a volere, l’intelletto a fare atti di ragione e non più. Che anzi, come si disse sopra, per la colpa d’origine, dette facoltà tendono più al male che al bene. Ciò nonostante il fatto constata che oltre a ciò l’educazione riesce per lo più a dare a coteste facoltà inclinazioni migliori e conformi al loro fine; cioè riesce a produrre in esse abiti buoni, ossia qualità costanti, permanenti che dispongono una facoltà ad operare bene. L’esperienza poi ci fa vedere che,come le forze corporee crescono, i sensi si perfezionano, così l’intelligenza eccitata da abili maestri si arricchisce d’immense cognizioni, le virtù si consolidano e alle volte, ben dirette si arriva all’esercizio delle medesime; e noi vediamo i giovani nei nostri collegi crescerci alle volte sotto gli occhi in scienza e bontà in modo che colui che è entrato rozzo e cattivo in breve si arricchisce di molte cognizioni e virtù, si che nel termine di pochi anni escecon splendidi risultati in esami ben difficili e cammina nella via della virtù anche in mezzo agli scandali più seducenti. Tutto questo è frutto d’un’educazione ben compartita. Dunque l’educazione è efficace.

L’efficacia ed importanza dell’educazione deve anche trarsi dagli ammaestramenti divini. “Hai tu dei figliuoli, ci dice l’Ecclesiastico, istruiscili e domali dalla puerizia”. “Chi risparmia la correzione, dice il Libro dei Proverbi, odia il suo figlio; ma chi l’ama lo corregga di buon’ora”. Più sotto lo stesso libro dice: “il cavallo non domato diventa intrattabile, ed il figliuolo abbandonato a se stesso diventa pervicace”. Gesù benedetto poi ci dice, incoraggiandoci all’educazione: “chi riceve un fanciullo, riceve me stesso... e ne avrà premio in cielo”. E san Paolo dà ammaestramenti per far riuscire bene l’educazione e tra gli altri: “E voi, padri, non provocate ad ira i vostri figliuoli; ma educateli nella disciplina ed ammonizione del Signore”. I santi padri facendo eco a questi ammaestramenti divini, ci dicono concordi con san Giovanni Crisostomo: “che cosa si ha di meglio su questa terra quanto il moderare gli uomini ed informare a costumatezza il cuore dei fanciulli?” Tutte queste parole ed ammaestramenti divini sarebbero vani se l’uomo non fosse capace di educazione o se l’educazione fosse inefficace. Consta adunque anche da questo l’efficacia dell’educazione.

Errori sull’efficacia dell’educazione

Credettero vari filosofi con a capo Elvezio, che l’educazione possa e debba fare [p. 22] tutto in fatto di umano perfezionamento. L’uomo, secondo essi, è tutto o nulla secondo l’educazione che ha ricevuto: sostengono costoro che l’anima umana nei primordi della sua esistenza sia come una tavola rasa, un vaso vuoto che riceva ciò che si mette e nulla contenga, di quel che non vi si mette dall’esteriore. Questo è errore grave: l’educazione, come già si disse, nulla crea, nulla distmgge; ma serve ad eccitare, svolgere le potenze, cioè i germi dati dalla natura, le quali più o meno energiche, più o meno fra loro conservate, costituiscono l’individualità di ciascuno. La varietà degli individui è evidentissima: se l’educazione facesse tutto essa, gli individui educati da un medesimo maestro nel medesimo modo, dovrebbero essere tutti uguali. Nulla di più falso di questo.

Caddero altri filosofi nell’opposto errore, opinando che l’educazione non possa far nulla di bene nello svolgimento dell’umana natura, che perciò debba contentarsi di essere meramente negativa, allontanando dall’alunno tutto ciò che gli possa recar nocumento. In questo errore cadde specialmente Rousseau, il quale asserisce che l’uomo nasce buono, e che la società lo corrompe; per educarlo adunque bisogna allontanarlo dalla società e lasciare che da sé svolga le sue facoltà senza mai insegnargli niente . [p. 23]

Le assurde conseguenze di questo sistema si vedono persino dai cechi. Poiché a rigor di logica la completa osservanza degli ammaestramenti suoi condurrebbe ad un isolamento assoluto del bambino, ad una selvaggia indi- pendenza da ogni umano consorzio, vale a dire alla rovina ed alla morte della stessa creatura. Se il sedicente filosofo avesse fedelmente interpretate e schiettamente osservata la natura umana, avrebbe riconosciuto, che è la stessa natura che ha disposto il bambino a ricevere spontaneamente l’influenza [p. 24] educatrice delle persone che lo circondano. Infatti, la natura lo ha creato debole, e quindi lo abbandona alle provvide cure della famiglia; la natura gli ha inspirato il sentimento della simpatia, questa lo trae a piegarsi ai desideri degli altri, ad imitarne le azioni, a copiarne gli esempi; la natura gli ha ingenerato nell’animo un’ingenua credulità per cui egli accoglie come vera l’autorevole parola altrui; la natura gli ha largito la virtù della favella, ma se nella sua infanzia mai non sentisse voce umana, mai non vedesse l’atteggiamento del labbro di chi gli parla, mai non imparerebbe ad articolare parola. La natura in una parola ha disposto tutto affinché l’uomo potesse educarsi e dovesse educarsi, e Rousseau sostiene che l’educazione guasta il fanciullo.

Fondamento dell’arte educativa

L’arte umana, di qualunque guisa essa sia, è figlia della natura, come la natura è figlia di Dio. L’arte educativa in particolare è opera non creatrice ma esplicatrice della natura. Nel neonato esiste l’uomo tutto quanto, ma solo in germe. Questo germe dell’umanità insito da natura nell’infante viene affidato all’educazione che lo schiude e lo cresce a maturità. La natura abbozza soltanto l’uomo; l’arte educativa interviene a sbozzarlo e lavorarlo conforme all’ideale dell’umanità.

L’educazione non crea nell’alunno nessuna nuova virtù o potenza, ma esplicita ed attua quelle che già vi preesistono. Come l’educazione nulla crea, così nulla può distruggere di quanto la natura ha creato. Nessuna educazione, per quanto ingegnosa [p. 25] ed assennata, può sublimare tanto il fanciullo da convertirlo in un angelo; nessuna educazione, per quanto traviata, può depravarlo, da trasformarlo in bruto.

Le attinenze tra la natura umana e l’arte pedagogica vengono a tradursi nella formola seguente: il magistero educativo si modelli mai sempre sulla natura dell’alunno e come uomo e come individuo. La natura dell’alunno come uomo, ad essere rispettata e riconosciuta, esige che l’educazione si conformi alle diverse età della vita, trattando il bambino, l’adolescente, il giovine secondo l’indole propria di ciascheduno, la quale profondamente si differenzia da quella dell’uomo maturo: che la didascalica elementare si attemperi allo spontaneo e naturale svolgimento delle potenze intellettuali del fanciullo; che la fìsica educazione sia alla spirituale subordinata, ed armonizzata con essa.

Conformare l’educazione alla natura dell’alunno come uomo non basta. Occorre altresì che essa si atteggi all’individualità personale di lui, non comprimendone la vocazione; ma favoreggiandone le attitudini ingenite particolari. L’educazione è tanto più perfetta, quanto più ella si addice alle disposizioni dell’allievo ed alle relazioni che lo accompagnano. Diversa nei differenti alunni l’individualità, diverso per conseguente il modo con cui vanno trattati. Quando non si fa così si fallisce dall’intento educativo.

E qui mi soccorrono opportuni i versi del poeta, che chiudono il canto ottavo del paradiso:

conchiudere che quello è il collegio in cui si educa meglio, nel quale il giovane non è oppresso, bensì è più aiutato a svolgere le sue attività, quello cioè che ha più rassomiglianza ad un’ordinata famiglia perché il metodo di famiglia è metodo da natura, [p. 27]

L’autorità e la soggezione nell’educazione

Nell’educazione, come in qualunque azione od arte umana noi dobbiamo distinguere tre cose: il principio, il mezzo, il fine. Il principio dell’educazione è l’autorità educativa; il mezzo è la soggezione dell’alunno e le tante cure dell’educatore; il fine è, come abbiamo già visto, il perfezionamento dell’alunno medesimo, ossia la sua felicità.

Riguardo all’autorità educativa già si è visto che è necessaria perché l’uomo, specie negli esordi della sua vita, non è capace di adoperare e tanto meno sviluppare da sé solo, le varie sue potenze, le quali sono in lui solo in germe: ha bisogno di chi l’aiuti, ha bisogno cioè di una persona che abbia autorità su di lui e che lo ecciti e lo diriga e lo corregga all’uopo. Si può adunque dire che l’autorità è come il perno su cui si fonda tutta l’educazione.

L’autorità deriva dall’ineguaglianza naturale degli uomini sì nelle facoltà e nel loro svolgimento e sì nelle relazioni sociali. L’ineguaglianza degli uomini nelle loro facoltà e nel loro svolgimento ci dà quella che dicesi autorità di fatto ed è intrinseca all’educatore; l’ineguaglianza nelle relazioni sociali ci dà l’autorità di diritto ossia giuridica, estrinseca all’educatore medesimo.

Ma è da constatare a questo riguardo ad un fatto doloroso, che si estende e che si va estendendo sempre più ed ormai si è reso universale, ed è il difetto di autorità nella pratica dell’educazione, e il difetto del principio d’autorità nella scienza della medesima. Di che avviene che l’autorità scossa nel santuario [p. 28] della famiglia toglie ai genitori il mezzo principale per formarsi la fìgliuo- lanza su d’un tipo retto ed elevato che accontenti la famiglia e la società è scossa nell’educazione pubblica toglie agli educatori il mezzo più potente per far del bene; e la disciplina scolastica rilassata mette un ostacolo insormontabile al progresso negli studi, alla formazione del costume morale ed a quel rispetto ai superiori, alle leggi ed all’ordine, che è solido fondamento della felicità nella società ed incrollabile base per elevarsi alla felicità eterna. Il principio dell’autorità nell’educatore richiede per legittima conseguenza la soggezione nell’alunno. Questa necessità di soggezione risulta anche dall’osservazione del fatto della natura umana nel bambino. Essendo le facoltà dell’uno più delicate e perfette di quelle degli altri animali, richiedono maggior tempo e maggiori cure fisiche nella sua prima età, nessun animale è più a lungo impotente, nessuno è meno padrone delle sue forze. Or questa debolezza fisica non è che lo specchio della debolezza mentale e morale del fanciullo, la quale lo dispone ad assoggettarsi spontaneamente a chiunque sia giudicata da lui più valoroso, nel duplice giro del conoscimento e dell’azione.

Armonia tra l’autorità e la libertà

Ma l’uomo è libero;e questa libertà deriva dalla natura dell’uomo medesimo cioè dall’essenziale uguaglianza di tutti in faccia a Dio e alla legge per l’identità d’origine, di natura e di fine.

L’autorità deve adunque esercitarsi senza ledere la libertà individuale e la libertà deve rispettare l’autorità:l’una è limite all’altra e dall’accordo delle medesime risulta l’armonia sociale.

L’autorità e la libertà non sono per nulla due termini inconciliabili ed esclusivi, come potrebbe parere a primo aspetto, bensì correlativi e concordi. Certo è che l’autorità se abusata, è inconciliabile con la libertà e che la libertà se sfrenata è contradditoria dell’autorità. Però l’umana ragione riconosce al di sopra dell’una e dell’altra un principio più elevato e più sublime fondato sull’ordine intrinseco delle cose e sulla dignità della natura umana, principio in cui hanno il loro comune fondamento e da cui traggono ogni virtù ed afficenza. Questo principio è la volontà di Dio, la legge santa di Dio; esso modera l’autorità si che non trasmondi in dispotismo e rogola la libertà si che non trascorra in licenza. Il vero prestigio dell’autorità non risiede nel capriccio o nella forza, bensi nel riconoscimento e nel rispetto di Dio da cui deriva; essa non può creare ne distruggere, ma deve essere soltanto una fedele e retta interprete; e l’eccellenza della libertà consiste nel mostrarsi ossequente ad esso principio siccome alla voce imperiosa e solenne del dovere. E come autorità e libertà si compongono ad efficace armonia sia nell’educazione che in ogni altra cosa.

Ma è tuttavia da notare in pratica che all’umana dignità e felicità assai più che il diritto della libertà importa e conferisce il saper adiperarla bene. Date ad un uomo tutti i diritti che volete; se egli non sa esercitarli voinon avrete punto migliorata la sua condizione:l’avrete forse peggiorata d’assai rompendo quelle barriere che tenevano a freno i brutali suoi istinti. E come vi ha autorità di fatto eautorità di dirittto, si ha pure una libertà di fatto e una libertà di diritto: l’una può essere scompagnata dall’altra. Come uno può avere diritto d’autorità senza saperlo e poterlo esercitare, così può avere (come l’uomo ha effettivamente) il diritto della libertà senza sapere e senza potere valersene. In questo caso bisogna mettere a costui un tutore perché a nome suo ne eserciti i diritti ed impedisca che siano da altri violati. Questo tutore deve avere cura non solo che si mantengano intatte le sostanze del pupillo, ma che vengano bene impiegate le rendite sue e sia migliorato e cresciuto, se è possibile il suo censo.

Questo il caso preciso del fanciullo il quale ha il diritto alla libertà, ma non può e non sa adoperarlo: abbisogna di un tutore, e questo è l’educatore. Le sostanze del fanciullo sono le attività stesse di cui è dotato. Egli è evidente che l’educatore, finché il fanciullo non è capace a far uso adeguato delle sue facoltà, deve esso dirigerle e migliorargliele, formando di lui, d’un uomo abbozzato soltanto, un uomo compiuto e perfetto. E com’è assurdo dire che il pupillo, come padrone ha il diritto di amministrare i suoi beni, così è assurdo del pari il dire che l’educatore non debba esercitare la sua autorità nell’alunno. Ma bisogna che l’autorità si fermi nei limiti del tutelare, cioè esercitare e dirigere le facoltà del fanciullo e correggerle quando fossero già traviate, e non di opprimerlo e privarlo delle sue sostanze, cioè delle sue potenze e specialmente della sua libertà che è la risultante di tutte le altre, [p. 31]

Caratteri particolari dell’educazione

Affinché all’educatore venga fatto di esercitare l’autorità sua con tale temperanza e misura che armonizzi colla libertà dell’educando, occorre che egli adempia a tre precipue condizioni, che formano i tre caratteri particolari dell’educazione.

Anzitutto egli abbisogna di conoscere l’alunno ed il come va educato. E non solo conoscerlo come uomo, ma come individuo, cioè nella tempra originale di mente e di corpo, propria di lui. E opera malegevole, ma pur necessaria e di sommo rilievo questa conoscenza dell’individualità dell’alunno, e l’arte di esplorare e di assecondare le sue originarie inclinazioni è uno dei più ardui problemi dell’educazione, ma dei più importanti, e fù una delle caratteristiche del nostro padre don Giovanni Bosco, il quale per questo specialmente otteneva dai suoi giovani risultati straordinari.

Conosere bene l’alunno e le sue propensioni non basta. Occorre in secondo luogo che l’educatore accoppi a questa conoscenza due altre copiscue doti dell’animo, vogliamo dire attitudine, che viene da vocazione pedagogica e probabilità di costume accompagnata da integrità di carattere. L’attitudine pedagogica può venir disvolta, impratichita, addestrata mercè l’esercizio e l’arte, ma non può crearsi in chi non l’avessesortito di natura. Infelice quell’educatore in cui mancasse del tutto questa attitudine; ma più infelice ancora se continuasse la santa autorità del suo ministero colla scostumatezza della vita e l’abbiatezza del carattere, per cui invece di esempio e di guida al fanciullosi facesse a lui pietra di scandalo. Ben sarebbe da applicare a lui la terribile sentenza del vangelo: Meglio per lui sarebbe che gli fosse appeso al collo una macina da asino e che fosse sommerso nel più profondo del mare.

In terzo luogo è necessario che all’autorità dell’educatore faccia bella rispondenza la libertà dell’educando;l’educazione vuol essere opera non di comprensione ma di espansione. È da ripudiare come dissennata e funesta quell’azione incessante ed oppressiva dell’educatore sull’alunno, come se questo fosse un soggetto meramente passivo destinato a ricevere quella foggia e quel movimento che all’istruttore piaccia d’imprimergli. L’educazione giustamente intesa è un concorde operare dell’educatore e dell’educando, condotto con tale criterio, che questi impari ogni di più a pensare, a deliberare, ad operare da se, e quegli lo addestri sempre più al sicuro e retto dominiodelle sue potenze. In tal modo l’azione direttiva dell’educazione va via cessando dal proprio ufficioe scomparendo quanto più l’alunno avanza nella coscienza e nel dominio di sé, finchè l’acquisto ed il possesso della sua libertà personale renda non più necessario il compito dell’autorità educativa strettamente intensa.

L’educazione che abbia questi tre caratteri potrà solo dirsi educazione ben compartita, che non potrebbe a meno che riuscire al suo scopo.  .

Fine della pedagogia

Il conoscere lo scopo finale dell’educazione è di tale e tanto rilievo, quanto è l’importanza dell’educazione medesima. Quando l’educatore ha davanti all’animo un fine, a cui tiene costantemente rivolto lo sguardo, allora sa quel che si fa, e dove va, e dove intende andare; tiene raccolte ad un punto le sue forze sempre vive e più gagliarde all’opera; mantiene la coscienza del suo magistero; e si rifà sulla giusta via, se mai impreveduti avvenimenti lo avessero traviato. Se perde di vista il fine per cui educa, voi lo vedrete errare qua e là alla ventura, sperpera e sciupa le sue forze, né mai sa a che punto si trova del suo lavoro. Con uno scopo ben fermo in mente si riesce a risultati pratici e concludenti; senza scopo lucido e netto si riesce a nulla.

Ora, duplice è il fine della pedagogia: remoto e prossimo. Il fine remoto che la pedagogia ha comune colle altre scienze fìlosofico-morali consiste nel facilitare all’uomo il conseguimento della felicità terrena e celeste, o, come dice il filosofo Swartz, il ristabilimento nell’uomo dell’immagine di Dio, svanita per la colpa originale . Il fine prossimo che la pedagogia ha proprio di sé sola, consiste nel perfezionare l’uomo specialmente nella sua fanciullezza, sviluppando le facoltà sue, cioè riducendo dette facoltà alla loro perfezione [p. 34] per quanto è compatibile a noi poveri mortali.

Quando, senza distinzione si parla del fine di una scienza, s’intende sempre parlare del suo fine prossimo, cioè del fine che le è proprio; nominando adunque senz’altro il fine della pedagogia già s’intende sempre il perfezionamento delle facoltà dell’educando.

È da notare che tra tutte le facoltà umane, la più importante, e vera regina a cui tutte le altre convergono, è la volontà e perciò sebbene il fine dell’educazione stia nel cercare di perfezionare tutte le facoltà dell’uomo, deve rivolgere le sue cure speciali alla volontà, che educata, produce la bontà, la moralità. Le altre potenze han da essere svolte in quanto possono servire alla volontà, a illuminarla, a renderla fonte e perseverante nel bene.

Si può anche dire che il fine dell’educazione è di rendere il giovane pienamente libero, quando la parola libertà si prendesse nel suo vero significato. “Educare, dice bellamente il Tommaseo, vale a me emancipare. Liberare il corpo dall’inerzia e dalla mollezza, malattie contagiose e terribili; liberare l’ingegno dall’istinto della troppo facile imitazione, dalla pigrizia in attendere, dalla soverchia credulità, che conduce all’incredulità troppe volte (giacché l’incredulità stessa non è che credulità più triviale e più tracotante); liberare l’immaginazione dalla prepotenza dei fantasmi materiali e più prossimi; aprirle il volo a regioni più ampie e sublimi; liberare la volontà, esercitandola a non lasciarsi trascinare da voglie tiranniche proprie od altrui, addestrandola a muoversi franca, perseverante; insomma emancipare l’uomo dalla servitù del male; [p. 35] ecco a veder mio, della vera educazione l’ufficio” .

Vi è poi anche un fine prossimo particolare e sta nel comandare l’alunno verso quella meta a cui è chiamato dal suo sesso, dalle sue condizioni sociali, dalla sua costituzione fisica, e specialmente dalle sue particolari tendenze, il che forma ciò che dicesi generalmente vocazione. Disgraziato quel giovane che non si mette per quella via per la quale fu dal Signore chiamato, per la quale cioè ricevette da natura doti speciali. Ma il fine prossimo generale non è mai da perdersi di vista, perché è condizione necessaria pel raggiungimento del fine particolare. È infatti evidente che non è possibile essere buon padre, buono scolare, buon maestro, buon soldato, senza essere anzitutto uomo veramente buono: ossia che non si può raggiungerte un fine particolare qualunque senza aver raggiunto il fine generale il quale diventa perciò fine supremo.

Efficenti dell’educazione

A fare l’educazione concorrono vari fattori: altri sono detti positivi, deliberati, coscienti, attivi, ed altri negativi, passivi, inconscienti, ciechi.

I principali fattori attivi dell’educazione sono : 1° La famiglia; 2° La scuola e il collegio;3° La società; 4°L’educando stesso.

1° La famiglia. È indubitato che il primo efficiente dell’educazione è la famiglia. Specialmente per l’età più tenera l’educazione di famiglia è necessaria : le prime nozioni intellettuali e morali s’imprimono in seno alla famiglia. È in famiglia generalmente che si forma il cuore, poiché ivi il fanciullo è cresciuto ed allevato dalla potenza dell’amore; ma per educar bene è necessario che i genitori non si lascino portare troppo dall’affetto, bensì seguano una legge costante di condotta. “ Nella famiglia, dice il grande pedagogista Lambruscini, il fanciullo ha da essere piegato alla docilità, svegliato all’attenzione,alla riflessione, all’amore del lavoro. Nella famiglia, dalla bocca dall’esempio del padre e della madre ha da comunicarsi al cuore del figliulo quell’amore al bene, quel verginale pudore,quella fortezza virile, che lo ami contro gli assalti dei tentatori e lo renda schivo di piaceri  che lo ubbriacano e lo istupidiscono, e lo innamori dei diletti puri dell’anima casta e serena”.

2° La scuola ed il collegio. Secondo gran fattore dell’educazione è la scuola ed il collegio. L’importanza della scuola, quale fattore educativo si manifesta chiaramente solo se si consideri che quasi tutta l’educazione intellettuale è data in essa. La scuola ed il collegio servono poi mirabilmente a compiere l’educazione data in famiglia e preparano meglio il giovane a vivere in società. In famiglia spesso si cede alle pretese del fanciullo; i rapporti tra figlio e parenti sono ristretti, sono soggettivi, non hanno regole fisse e costanti; nel collegio invece e nella scuola ogni alunno si trova avere uguaglianza di diritti e di doveri con tutti i suoi condiscepoli, sonvi norme costanti ed inflessibili che formano la disciplina scolastica e collegiale. Sono anche preparazione alla vita sociale perché preparano meglio il fanciullo affinché fatto adulto adempia a tutti i suoi doveri d’uomo e di cittadino. Or quest’appunto [p. 37] è lo scopo dell’educazione di rendere cioè l’uomo migliore, dunque la scuola ed il collegio sono fattori efficacissimi dell’educazione.

A tutto questo si aggiunge l’esempio e la guida del maestro e degli assistenti, efficace più di qualunque precetto, il contatto dei condiscepoli che insegna la prudenza, offre il mezzo di misurare le proprie forze e di conoscere gli uomini, eccita allo studio, al lavoro, alla moralità.

È però grandemente necessario che nell’educazione della gioventù la famiglia e la scuola si aiutino l’un l’altro, devono darsi un continuo aiuto, dev’es- servi un mutuo accordo acciò sieno realmente due forze che collimino allo stesso scopo, non si elidano né l’azione dell’una impedisca il libero svolgersi dell’altra, la legge dell’unità educativa non sia trasgredita, non si distrugga l’armonia, che deve esistere tra tutti i mezzi educativi, perché quest’armonia sola può giovare a formare del buon figlio di famiglia, un buon alunno, un buon cittadino, un buon cristiano.

3° La società. Il terzo gran fattore dell’educazione è la società con le sue diverse forme e manifestazioni cioè Chiesa, Governo, associazioni, amici, libri, giornali ecc. ecc. Che la Chiesa sia stato in ogni tempo la grande educatrice dei popoli, nessuno è che non veda; ma anche la società civile con tutti i suoi mezzi immensi di cui può disporre deve concorrere all’educazione dei fanciulli; ma di questo non possiamo occuparcene noi qui.

4° L’educando. Anche fattore efficacissimo della sua [p. 38] educazione deve essere l’educando stesso, in quanto che per l’azione degli altri fattori riesce a regolare la propria vita, a valersi delle abitudini acquistate per raggiungere una meta prestabilita.

Abbiamo detto che l’opera dell’educatore riesce vana senza la cooperazione del fanciullo. Bisogna che esso stesso si adoperi ad educarsi; gli altri non sono che aiutanti suoi. Egli può dirsi il primo fattore della sua educazione specialmente quando è giunto a tale età che il discernimento in lui sia completo.

Fattori ciechi dell’educazione

Se l’uomo è educabile, come va che non tutti riescono educati egualmente, anche quando siano affidati allo stesso educatore e circondati dalle stesse cure? La ragione di questo fatto sta nei così detti fattori ciechi dell’educazione i quali sono la natura individuale di ciascuno, le influenze del mondo esterno materiale, l’ambiente sociale in cui l’educando si trova.

1 ° Gli uomini sono uguali perché tutti hanno le stesse facoltà, che si sviluppano con determinate leggi costanti; ma tutti differenziano tra loro, perché diverse sono le particolari attitudini, diverse le tendenze di ciascuno, diversa la potenza di ciascuna facoltà nei singoli individui, ond’è che in uno predomina la memoria, in altro la ragione, in un terzo il sentimento e via dicendo: uno propende terribilmente all’ira, un altro alla flemma, la natura umana; ma portano necessariamente a grado diverso di educazione; non la rendono quindi impossibile, ma ne [p. 39] segnano i limiti.

2° Anche il mondo esterno materiale ha influenza sull’educazione: non vi ha dubbio di fatti che la temperatura, l’umidità, i venti, la bellezza del cielo, il rigoglio della vegetazione, la natura del nutrimento, la salubrità e comodità maggiore o minore dell’abitazione agiscano sul corpo e sullo spirito, infondendo ai singoli individui un carattere proprio, che influisce sullo sviluppo progressivo dell’educazione e ne determina i limiti.

3° L’ambiente sociale poi ha una grandissima influenza sul grado di educazione per l’istinto d’imitazione che ha il fanciullo. L’esperienza dimostra che, in generale, l’ambiente buono, l’ambiente istrutto, danno un fanciullo buono amante del sapere. Per il31 contrario vediamo ogni giorno che i fanciulli cresciuti in mezzo a gente ignorante, a persone traviate, nemiche di Dio e degli uomini, hanno pessime tendenze, diventano piaghe sociali. Dunque l’ambiente sociale ha un valore grandissimo sul risultato dell’educazione, e può aiutarla e contrariarla; sebbene, certo, non la impedisca affatto, ma solo ne segni un limite.

Da tutto ciò è facile scorgere che questi tre fattori ciechi possono favorire o contrariare l’opera dell’educatore, ma distruggerla non mai, poiché l’educatore si trova di fronte a cotesti tre fattori in una condizione assai favorevole, in quanto che egli è un essere che ha coscienza di sé, mentre quelle sono forze cieche. E siccome la loro operosità non ha verun principio [p. 40] direttivo, cioè le loro azioni in molte parti si neutralizzano, mentre l’educatore che conosce la propria meta procede sempre direttamente e può ancora servirvi di alcuni di essi per fa animar32 il fanciullo a combatterli. Per quanto forte adunque sia l’azione contraria dei fattori ciechi, è sempre una forza bruta che lotta inutilmente contro Fopera intelligente, costante, diuturna dell’educatore e della buona volontà del giovane stesso; è una forza che segnerà un limite all’azione educativa; ma non potrà mai distruggerla.

Uffici dell’educatore

Gli uffici dell’educatore sono specialmente tre, cioè eccitare, dirigere, correggere le facoltà dell’alunno.

Se l’educatore non eccitasse le facoltà dell’alunno, esse si attuerebbero naturalmente o per eccitamento casuale; ma la loro attuazione avverrebbe più tardi e perciò sarebbe ritardata l’opera educativa; esse non si attuerebbero che in parte e perciò non sarebbe mai compiuto il loro sviluppo.

È necessario poi che l’educatore diriga gli atti delle facoltà dell’alunno, poiché questi atti possono svolgersi tanto al bene quanto al male, anzi, come abbiamo già detto, dopo la corruzione portata in noi dal peccato originale, esse sono più proclive al male. Eccitate che sono è necessario come alla vaporiera affinché fili diritto, delle rotaie che la dirigano a buon termine.

Posta la natura corrotta e alle volte la mala piega presa antecedentemente per educazione viziata, è necessario correggere le male inclinazioni, gli abiti cattivi già acquistati, e sfuggiti antecedentemente, [p. 41] Sempre vi è qualche cosa da correggere nel fanciullo. Così per esempio l’educatore deve eccitare nel fanciullo l’amore verso gli altri. Ora una volta eccitata questa tendenza deve invigilare affinché non si sviluppi male, affinché il cuore non si attacchi troppo ad uno in particolare, affinché non ami le sembianze, le apparenze, ma l’anima, ma l’immagine di Dio negli altri appare, affinché per es. non rubi per soccorrere questo prossimo. In terzo luogo poi siccome è tanto facile che, non ostante le più attente sollecitudini, questo amore traligni, deve subito, finché è in tempo, correggere e non permettere che il male abito vizi il fanciullo; per es. deve far capire come l’immagine del creatore è in tutti egualmente, che perciò si debbono amare tutti gli uomini; deve eccitare il sentimento del rispetto alla roba altrui ecc. ecc.

L’eccitamento, la direzione, la correzione continueranno sino a che l’alunno non abbia acquistato tutti quegli abiti buoni che l’educatore si è proposto di fargli acquistare. È dunque evidente che tosto o tardi arriverà un giorno nel quale l’alunno potrà usare delle sue facoltà senza aver più bisogno dell’educatore e allora l’alunno si potrà dire educato.

Resta anche evidente che gli uffici dell’educatore devono essere più continui quando le facoltà dell’alunno sono ancora poco sviluppate e che quanto più si sviluppano dette facoltà, di altrettanto diminuisce l’opera dell’educatore finchè arrivi il giorno in cui l’educando ben sviluppate le sue facoltà, libero e padrone di se, percorra, responsabile di ogni suo atto, la cariera della vita senza soggezione alcuna all’autorità del suo educatore.

Delle doti e della legge suprema della pedagogia

Nell’educazione non si deve per certo camminare alla ventura; ma è da seguire la scorta di norme fisse che ne governano il processo. Queste norme o caratteri generali dell’educazione si riducono generalmente a cinque.

Prima dote dell’educazione è l’unità riguardo al fine ultimo e supremo, che essendo il medesimo per tutti gli uomini, richiede che tutti gli uomini siano a quello indirizzati.

2° L’universalità rispetto alle potenze, che vanno tutte quante disvolte ed in tutte le età della vita.

Armonia riguardo all’intreccio ed al sinteismo che regna fra tutte le potenze.

Gradazione, la quale esige che l’educazione proceda dal facile al difficile nell’ordine delle azioni; dal noto all’ignoto nell’ordine delle cognizioni;dai sentimenti e dagli istinti meno nobili ai più nobili nell’ordine delle affezzioni.

Convenienza sia in riguardo alla tempera individuale degli alunni, la quale varia all’infinito dall’uno all’altro; sia in riguardo ai fini speciali ossia gli stati a cui sono chiamati dalla natura, e dalla loro condizione, sia in riguardo all’età ed al sesso.

Da queste doti che deve avere l’educazione emerge una legge suprema, che tutte queste doti in sé comprende e governa. Questa legge bisogna che logicamente emerga dalla natura formale  dell’uomo e del compito supremo dell’arte educativa. L’uomo è una vivente armonia, è la sintesi più vasta, più organica e comprensiva d’ogni altra, è un microcosmo stupendo, che riflette in sé l’armonia dell’universo. L’arte educativa poi si travaglia tutta quanta intorno alla formazione del carattere dell’alunno, ed il carattere si rivela dall’armonia dell’uomo interiore coll’uomo esteriore; ossia del nostro interno pensare e volere col nostro esterno operare. Di qui logicamente consegue che l’umano soggetto va disvolto e coltivato in modo armonico e concorde; vai quanto dire che l’opera educativa va governata dalla sovrana legge dell’armonia.

Quest’armonia pedagogica debbe primamente rivelarsi tra l’autorità dell’educatore e la libertà dell’educando, senza del che ogni magistero educativo va sciupato. In secondo luogo deve armonizzare l’alunno con se medesimo componendo ad unità intensa e potente il moltiforme e svariato sviluppo della sua vita. La coltura impertanto del fanciullo allora sarà veramente armonica quando le potenze tutte saranno esplicate in convenevoli misure e corrispondenza fra loro, vale a dire la vita del corpo con quella dello spirito, l’istinto colla ragione e colla libera volontà, l’immaginazione colla riflessione, la memoria col giudizio e col criterio, la facoltà del ragionare e dello speculare colla facoltà operativa del giusto e dell’onesto.

Per ultimo l’alunno vuol essere educato e cresciuto non solo in armonia coll’educatore e con se stesso; ma ben anco colla realtà universale, con cui convive, vai quanto dire colla natura fisica; che lo circonda, colla famiglia e col secolo in [p. 44] vive, col carattere della nazione a cui appartiene, colla vita pratica e sociale in cui si svolge, coll’ordine oggettivo delle cose, con Iddio. L’alunno in tal guisa cresciuto ed educato non solo apparirà quale debb’essere l’uomo, una vivente armonia, ma rifletterà ben anco in se medesimo l’armonia dell’universo.

Armonia tutta speciale deve procurarsi trala scuola e la vita: la scuola vuol essere tirocinio alla vita:non scholae, sed vitae discendum. Quest’aurea sentenza pedagogica, la quale annuncia il giusto rapporto tra la scuola e la vita, ne rivela pur anco il come ed il perché l’educazione abbia ad essere condotta in guisa che ponga l’alunno in armonia colla vita privata della famiglia e colla vita pubblica della società. Guai se questa felice armonia viene ad essere contrastata od infranta! L’educazione resta guasta, la felicità scompare dagli occhi dell’uomo.

Vari periodi dell’educazione umana

È legge costante della natura che le facoltà dell’uomo crescono di ga- gliardia gradatamente e non tutto d’un colpo. Questo sviluppo delle varie potenze presenta nella gioventù tre stadi ben distinti, che corrispondono ai tre stadi della vita fisica: all’infanzia, alla puerizia o adolescenza, e alla giovinezza, perché è legge della natura che vi sia un certo qual parallelismo tra lo sviluppo corporale e lo spirituale. Si può stabilire approssimativamente che l’anno settimo, quattordicesimo, vigesimo primo segnino i limiti ai tre periodi. Nel primo periodo han predominio i sensi; nel secondo la memoria e l’immaginazione, nel terzo la ragione e riflessione, [p. 45]

Giova però osservare che in ciascuno di questi periodi non si svolge soltanto la facoltà da cui prende il nome poiché per es.: nel primo periodo i sensi han bensì il predominio sulle altre, ma anche la memoria e l’immaginazione e un poco anche la ragione, eccitate o dal caso o dal volere dell’educatore, si manifestano; neppure non si può determinare nettamente quando un periodo finisca, e ne cominci un altro, poiché s’incastrano per così dire uno nell’altro.

Da ciò deriva l’importante legge di educare le facoltà che specialmente si manifestano nel periodo di sviluppo nel quale si trova l’alunno, senza tralasciare d’indirizzarne lo svolgimento al periodo seguente, in maniera che il progresso sia graduato; di regolare, insomma, il passaggio di sviluppo da un periodo all’altro, senza interruzioni, ma con quella continuità, e quasi diremo, con quella sfumatura che osserviamo nel passaggio da colore a colore nell’arcobaleno.

Ogni periodo ha anche un carattere suo proprio. Il carattere del primo periodo è la curiosità. È questo il periodo in cui il fanciullo vuol vedere, udire, sapere tutto ciò che può; vuole arricchirsi, per mezzo della percezione e della fede di ciò che si può dire materia prima del pensiero. Le continue domande del come le cose si chiamino, o del perché si facciano in un modo piuttosto che in un altro, lo dimostrano chiaramente. In questo periodo il bambino è, si può dire sotto l’impero dei sensi, ma però non si può negare che non si manifestino in lui i primi sintomi [p. 46] della coscienza. Egli non sa dire a se stesso che sia il bene, che sia il male, ma già sente, appena muove i primi passi che deve stare sottomesso ai voleri dei suoi parenti, e poco dopo una voce interna gli fa sentire ciò che è bene e ciò che è male; cosa questa molto provvidenziale e che dimostra l’origine divina dell’anima umana.

Il carattere del secondo periodo è la volubilità. È questo il periodo in cui il giovanetto lavora sugli oggetti pensati, li rifà, li ricompone ed atteggia in mille guise e se ne forma degli idoletti che abbella a sua posta, e sono i primi saggi dell’arte. Durante questo periodo la coscienza si esplica sempre più; la distinzione fra il bene ed il male si fa più chiara ed il fanciullo acquista a poco a poco la responsabilità morale, che raggiungeva il suo grado massimo nel terzo periodo.

L’ordine e la costanza sono il carattere del terzo periodo. È questo il periodo in cui, passato il primo fervore intellettuale, la mente scompone tranquillamente, analizza, disceme, concentra, organizza il sapere. L’incostanza, che è il carattere distintivo dei periodi antecedenti, va a poco a poco decrescendo, e il giovane si dà ad una particolare occupazione conforme alle sue particolari abitudini, e a questo fine dirige tutti i suoi studi, tutti i suoi esercizi tutti i suoi atti. Al disordine ed all’incostanza subentrano l’ordine, la costanza. Durante questo periodo il giovane sente di avere un fine da raggiungere, sente d’aver ricevuto da Dio le forze per raggiungerlo, sente quindi il dovere di rivolgere a questo fine tutti i suoi atti, sente tutta [p. 47] la responsabilità delle sue azioni, sente che le azioni malvagie, possono nascondersi agli uomini, non mai a Dio.

È  legge precipua dell’educazione, che le cognizioni che si hanno da comunicare ai giovanetti devono adattarsi al grado di sviluppo dell’intelligenza; e come sarebbe ridicolo porre cibi duri al bambino senza denti, così è ridicolo pretendere che un bambino giunga a quei ragionamenti che appartengono ad intellezioni di grado elevato. E evidente adunque che l’educatore deve procurare che l’acquisizione delle conoscenze sia conforme allo sviluppo intellettuale dell’educando; la qual cosa è tanto facile a comprendersi, quanto è difficile ad applicarsi. Si faccia adunque l’educatore un grande studio di distribuire le  cognizioni da comunicare secondo l’ordine segnato dalle facoltà che predominano nei diversi periodi: sensi, memoria ed immaginazione, riflessione.

Perciò nel primo periodo si procuri, partendo sempre dai sensi, cioè dalle cose viste, toccate, sentite, di arricchire la mente del fanciullo di percezioni, affinché esso faccia larga messe di idee e la sua mente si sviluppi, affinché gli serva di valido aiuto agli altri studi. A ciò provvede la famiglia e spesso l’asilo d’infanzia che la sostituisce.

Nel secondo periodo si procuri di esercitare la memoria del fanciullo specialmente con la nomenclatura e lezioni di cose; quindi si procuri di svolgere rettamente l’immaginazione; e perciò lo studio volgare della natura, il disegno, i racconti, le descrizioni, e potendo i viaggi o almeno la geografia descrittiva [p. 48] saranno l’alimento più adatto. A ciò provvedono le scuole elementari e le secondarie inferiori.

Finalmente nel terzo periodo si dovrà procurare di svolgere la riflessione e gioveranno a questo scopo, la letteratura, la grammatica, la storia, lo studio scientifico della natura, lo studio razionale delle matematiche, la filosofia e le altre scienze. A ciò provvedono le scuole secondarie superiori e le universitarie.

E qui l’educazione, presa nello stretto senso della parola, resta finita, restando finita l’opera che un educatore direttamente esercita sull’individuo: il giovane, abbandonato alle sue forze, col suo patrimonio di cognizioni, di credenze, di affetti, di virtù di vizi (purtroppo!) entra in società e si regola da sé.

Ma presa la parola educazione come si spiegò più sopra in senso più largo di perfezionamento, qualunque sia la causa, senza badare se venga da altri o da noi, se sia effetto di azione deliberata o casuale, è evidente che l’educazione non deve cessare, né realmente cessa colla scuola, ma continua tutta la vita. È cessata per lui l’autorità educativa dei genitori e dei maestri strettamente intesa; ma egli si trova in faccia ad un’autorità non più visibile, ma anche più veneranda, voglio dire l’autorità della sua coscienza, l’autorità della legge morale, l’autorità di Dio. La coscienza ci addita in Dio l’ideale della nostra perfezione, la legge morale c’impone il dovere di arrivarvi secondo le nostre forze [p. 49] l’educazione di cui parliamo segna il lungo e faticoso cammino per cui si giunge alla meta. Educare noi stessi significa migliorarci in ogni momento, attendere alla grand’opera del nostro perfezionamento tutti i giorni fino all’ultimo della nostra vita. Onde ben disse il De Gerando (Del perfezionamento morale lib. 1° cap. 1°): “la vita dell’uomo altro non è se non una grande e continua educazione, della quale il perfezionamento è il fine”.

E questa educazione che ciascuno dà a se stesso, che ciascuno riceve casualmente da altri, costituisce un quarto stadio educativo. Anzi i tre primi stadi non sono che una preparazione al quarto, nel quale l’uomo, padrone di sé, libero davanti al tribunale della propria coscienza, si muove, opera, lavora, all’ottenimento del suo scopo, aspirando ad un fine che egli si è preposto. È in questo quarto stadio che si manifestano gli effetti dell’educazione avuta precedentemente, che si mostra il carattere della persona; è in questo stadio che si manifestano le grandi individualità, che si è spesso o molto virtuosi o molto viziosi.

Dalle cose dette chiaro apparisce che il carattere del primo stadio è l’imitazione; quello del secondo e del terzo la cooperazione più o meno attiva; quello del quarto è la spontaneità. Nel primo stadio il fanciullo è quasi passivo, riceve quasi tutto dal di fuori; nel secondo e terzo va facendosi sempre più attivo e coopera coll’educatore al proprio perfezionamento; il fanciullo mette sempre più del suo; ma nell’ultimo esso resta quasi affatto attivo, [p. 50]

Mezzi educativi

Per giungere al gran fine dell’educazione, che è la perfezione dell’alunno per quanto è compatibile alla sua natura, sono da adoperarsi i mezzi convenienti. È mezzo pedagogico tutto ciò che in qualche modo giovi ad eccitare e svolgere le facoltà dell’alunno ed è come tale scientemente adoperato dall’educatore.

Svariatissimi sono i mezzi educativi e si differenziano in tante guise quante sono dell’umana educazione le forme, le funzioni, le parti e specie. Sonvi mezzi speciali da adoperarsi nella famiglia, nella scuola, nel collegio: mezzi speciali vanno adoperati nell’infanzia, nella puerizia, nella gioventù: mezzi speciali per l’educazione fisica, intellettuale e morale. Non potendo accennare a tutti noteremo i tre, che ci sembrano più universali e nei quali panni possano comprendersi gli altri: essi sono la religione, l’esempio, la parola. Ma per tutti occorre avvertire che vanno acconciati alla diversa coltura delle potenze, alla diversa tempra dell’alunno ed all’età; e che vanno adoperati con giusto discernimento ed in armonia fra loro e sempre conformi alla dignità della natura umana.

La religione è il mezzo più potente che Iddio ci abbia dato per riuscire ad educar bene: essa contiene sotto di sé tanti altri mezzi speciali, ciascuno dei quali formerebbe mezzo proprio, efficacissimo; ma specialmente son da notarsi le funzioni di chiesa, la preghiera e l’uso dei sacramenti. L’indimenticabile nostro padre don Bosco asseriva continuamente che senza di [p. 51] questo mezzo non avrebbe potuto far nulla del tanto che ha fatto; che quanto potè fare fu specialissimamente servendosi di questo mezzo.

L’esempio è mezzo tale che per lo più trascina: Verba movent, exempla trahunt. Quando il giovane è circondato da buon esempio, per la sua natura dedita all’imitazione, diffìcilmente resiste. Ma dal modo di usare di questi due potenti mezzi avremo a trattarne più a lungo assai parlando dell’educazione morale nella terza parte della pedagogia.

Resta l’altro mezzo: quello della parola. Essa è vincolo morale che lega l’educatore coll’alunno, il maestro col discepolo: mercé la parola i loro animi comunicano insieme e s’intendono a vicenda; senz’essa non si dà efficace educazione, non istruzione vera.

A misurare con giustezza la pedagogica virtù della parola, occorre riguardarla e per rispetto all’educando e per rispetto all’educatore. La parola indica nell’educando il suo inizio educativo, colla parola egli giunge a formare i suoi concetti fino allora vaghi. Il vero pensare e conoscere abbisogna del sussidio di una parola interiore, sicché quando quella è formulata riesce un vero conversare con se medesimo, un parlare colla propria ragione, uno schiarirsi e fissare le idee. Di qui il detto: Per nomina noscimus nomen è contratto di noscimen; ossia è mezzo di conoscere .

Per rispetto all’educatore, egli con la parola ammaestra, erudisce, addestra la mente dell’alunno al sapere. Né serve solo come strumento precipuo e diretto della coltura intellettuale, ma essa [p. 52] è ad un tempo mezzo potentissimo, sebbene indiretto di tutta quanta l’educazione umana, essendoché mercé la parola l’educatore esorta, comanda, consiglia, ammonisce, commenda o rimprovera, adempie pressoché tutto il suo magistero.

Ma perché la parola riesca di mezzo educativo potente occorre che essa sia commisurata alla mente dell’alunno, dignitosamente pensata; calda di santo affetto ed illuminata dalla luce della verità.

Anche la parola scritta serve molto all’educazione: essa generalmente riesce più esatta e più permanente della orale, ma penetra più rimessa e meno intensa nella mente essendoché essa non è che un segno della voce; e colla sola parola scritta non si riuscirebbe mai ad educare completamente, come si ricava dal doloroso fatto dei sordo-muti, la coltura dei quali rimane pur sempre povera e scarsa, perché privi di quel potentissimo mezzo educativo, che è la parola vivente ed articolata.

Divisione della pedagogia

Da quanto si disse fin qui si deduce chiaramente che l’educazione è costituita dal complesso delle cure e sollecitudini che si adoperano onde perfezionare le molteplici facoltà dell’uomo. Da questo si trae la naturale divisione della pedagogia, poiché queste facoltà riducendosi a quattro classi, cioè fisiche, intellettuali, estetiche e morali e religiose, ne consegue che quattro devono essere le parti in cui essa si divide. Esse sono:

1° Educazione fisica.

2° Educazione intellettuale.

3° Educazione estetica.

4° Educazione morale e religiosa, [p. 53

 

 

 

PARTE PRIMA

EDUCAZIONE FISICA

Importanza dell’educazione fìsica

Come l’educazione intellettuale e morale è il complesso delle azioni dirette al perfezionamento dell’intelletto e della volontà, così l’educazione fisica è il complesso delle cure dirette al perfezionamento delle forze fisiche dell’uomo. L’educazione fìsica pertanto, detta con altro nome igiene (dal greco, salute) insegna a conservare e perfezionare le facoltà fìsiche del giovane, procurando all’uomo un’esistenza più felice ed una vita più lunga.

Essa pertanto non si occupa del modo di guarire le malattie, il che è proprio della medicina, bensì del modo di preservare da esse l’alunno; ed insieme insegna a svolgere, rinvigorire, addestrare le forze muscolari del medesimo e perfezionare gli organi dei sensi, affinché dessi concorrano al perfezionamento dello spirito.

L’educazione fisica ha adunque molta importanza, e non sarebbe mai buon educatore colui che la trascurasse. Ma riguardo alla cura che dobbiamo avere del corpo bisogna evitare due [p. 54] eccessi. Il primo è di chi cerca solo di rendere l’educando istruito e buono, punto curandosi della sua sanità; il secondo è di chi pone tutta la cura nel far crescere il giovane sano e robusto, trascurando d’istruirlo e di renderlo buono. Legge generale dell’educazione è che, proporzionatamente alla loro importanza e nobiltà si educhino le facoltà tutte dell’individuo. E per assegnare qual misura debba tenersi nell’educazione fisica, conviene ricordare la definizione che dell’uomo dà sant’Agostino, chiamandolo anima che si serve del corpo; dalla quale risulta che il corpo deve servire all’anima. Non bisogna adunque dare al corpo la preminenza; essa compete all’anima; ma non bisogna disprezzarla; del resto non potrebbe servirla convenientemente. Ed invero un corpo molle, debole e malaticcio mal può servire di strumento adattato all’anima. Bella sentenza fù quell’antica: Mens sana in corpore sano.

Sia adunque questa legge suprema dell’educazione fisica: “Bisogna conservare la sanità e perfezionare le forze del corpo ed i suoi sensi in quella misura che si richiede perché il corpo diventi strumento adatto e docilissimo a servizio dell’anima”.

Lo spirito vive in comunanza di vita col corpo, tanto che sussiste tra l’uno e l’altro un’intima ed incessante corrispondenza di azioni; ed è chiaro che il vigore del corpo è condizione di energia dell’anima. Lo spirito poi adopera il corpo come organo poderosissimo ed indispensabile della sua operosità esteriore. L’uomo è chiamato a dominare la [p. 55] natura, a lavorarla, a trasformarla a suo vantaggio mediante la scienza, l’arte, l’industria, il commercio; ma l’anima di per sé sola non può nulla sulla natura esterna senza lo strumento del proprio corpo e delle sue fisiche forze. Lo stesso è a dirsi dell’operosità che deve spiegare lo spirito nel mondo sociale. La società abbisogna di sacerdoti attivi, di magistrati laboriosi, di energici industriali ed esercenti, di robusti operai e contadini; e questo popolo di sano organismo e di vigorosa tempra non può venire che da una solida educazione fisica.

Mezzi indiretti di educazione fisica

Prima di parlare dei mezzi positivi per l’educazione fisica, giova notare qui tre mezzi che si dicono indiretti; ma che non lasciano di avere un’influenza immensa sulla sanità dei giovani. I tre mezzi indiretti sono: la serenità dell’anima, il temperato lavoro del pensiero e l’integrità dei costumi.

In quella guisa che il medico a fine di ricomporre nell’umano organismo il turbato equilibrio e ridonare al suo cliente la pristina salute, si giova tal fiata di mezzi morali che agiscono sul corpo mediante l’anima, così l’educatore adopera in servizio dell’educazione fisica questi mezzi d’indole psicologica. Né si creda che essi siano di poco rilievo, di scarsa efficacia; che anzi tornano alle volte talmente necessari che la loro trascuranza può deludere onninamente il successo della fisica educazione.

1° In virtù del commercio dello spirito col corpo dell’uomo [p. 56] lo spirito non può non diffondere nel corpo, suo compagno, quella calma serena, quella pace soave, quella sanità morale, che possiede in se stesso; ed ogni nuova verità conquistata dall’alunno, ogni notizia gradevole, il contento d’aver compito un dovere, ogni soddisfazione di lecito piacere, tutti gli atti che eccitano l’allegria, la calma, la perfetta conformità alla volontà di Dio, conferiscono al retto equilibrio dell’organismo fisico lo rinfrancano, lo sorreggono nel suo sviluppo.

Perciò si adoperi del suo meglio l’educatore, perché l’alunno conservi inalterata quella pace che gode la coscienza quando è in grazia di Dio, quella schietta ed ingenua ilarità d’animo che è il più bel dono da natura elargito all’età puerile, e che sarà più tardi combattuta nelle lotte della vita; trovi modo che il fanciullo adempia i suoi doveri non per timore ma di buon animo; ed egli avrà con ciò non poco provveduto alla sua vita fìsica. Per lo contrario quando il fanciullo abbia lo spirito sconvolto dalle nascenti passioni, od impaurito da storte idee o da strani fantasmi, od intormentito nell’inerzia intellettuale, il suo corpo non può non patirne detrimento anch’esso, e risentirne un sinistro influsso. Pongasi quindi gran cura nel tener lontano dal fanciullo ogni cagione di sgomento e di paura, la quale è sempre generatrice di funeste affezioni morbose e di gravi sconcerti organici.

2° L’applicazione allo studio quanto toma benefica alla salute del corpo, se temperata e condotta a dovere, altrettanto [p. 57] le riesce esiziale, se smodata e violenta. Ogni sforzo precoce e soverchio di mente, non solo infiacchisce e comprime l’intelligenza, ma insieme con essa sfibra e svigorisce ben anco il corpo.

3° Che diremo dell’illibatezza dei costumi? È costatato dai medici che la cagione più grande delle debolezze, delle anemie e delle etisie vien prodotta dal non sapersi tenere illibati nei buoni costumi nella gioventù. La mancanza a questo riguardo fa morire più giovani; ed anche per chi sopravvive nella vecchiaia, perdurano conseguenze dannose alla sanità prodotte dai vizi della gioventù. Secondo che ci dice la Sacra Scrittura: Ossa eius implebuntur vitiis adolescentiae eius. Ma di queste due ultime cose si parlerà ancora nella pedagogia intellettuale e morale.

 

Il corpo umano

Prima di dare le norme per mantenere e rinforzare la sanità, è necessario conoscere l’organismo nostro corporeo. Il nostro corpo è la maraviglia della creazione, cioè fra le cose materiali create da Dio esso è la più perfetta. Ogni sua piccola parte è vincolata alle altre; ciascun membro osservato e misurato attentamente armonizza col tutto con indescrivibile esattezza; ancor più maraviglioso è il lavorio uniforme e concorde dei singoli organi e la lor funzione nell’interno; e tutte le membra riunite eseguiscano con prontezza e con la massima facilità i voleri dell’anima la quale per mezzo dei sensi viene prontamente avvertita di ciò che può interessarla, [p. 58]

Le sue ossa sono fra loro congiunte con grande artificio e con ordine mirabile; separate senza cessare di essere unite per potersi piegare all’occorrenza e non rompersi. Ogni osso è attraversato da forellini che servono di condotto ai nervi ed alle piccole arterie che vi portano il sangue destinato ad alimentarli, uscendone per mezzo di piccole vene appena adempiuto al loro ufficio. Le ossa servono anche di attacco ai muscoli destinati a metterle in movimento e sono mantenute al loro posto da una gran quantità di legamenti, i quali mentre permettono ad esse una certa mobilità, impediscono i loro spostamenti. Le ossa lunghe tubolari sono ripiene di midollo che serve a mantenerle in buona condizione fornendo loro elementi atti alla loro conservazione.

I muscoli si prestano con docilità ai movimenti generali e parziali dei corpi. Oltre ai ganghi che servono a mantenere in comune rapporto tutti i nostri organi interni, 12 paia di nervi nati dal cervello e 30 dal midollo spinale vanno a costituire 84 condotti ramificati all’infinito per trasmettere all’anima i bisogni del corpo e ai muscoli i comandi dell’anima.

Tre grandi sistemi di vasi (arterie, vene, vasi linfatici) sono incaricati gli uni a trasportare materiali propri alla conservazione della vita, gli altri a togliere dall’organismo i fluidi inutili e nocivi.

Una serie di visceri, fra i quali tre sono principali (cervello, cuore e stomaco) vegliano come altrettanti viceré al governo esterno ed interno del nostro organismo, [p. 59]

Le glandole principali in numero di 18 oltre miriadi di glandole linfatiche di continuo traggono dal sangue i materiali propri alla formazione di nuovi fluidi non che a recarli fuori dell’organismo per mezzo di uno o più condotti escretori. La pelle, tessuto denso, elastico, eminentemente sensibile è costituita da una reticella nervosa intramezzata da vasi, che avviluppa sulle prime gli organi esterni, indi più colorata e sottile continua per coprire quelli posti internamente.

Se a tutto questo si aggiungono i maravigliosi apparati7 della respirazione e della digestione e del movimento del sangue di cui si parlerà a suo luogo, non che gli apparati più maravigliosi ancora degli organi della vista, dell’udito ecc. di cui non è il posto di parlarne se non in un trattatello d’igiene, tu vieni a concludere come davvero il corpo, sebbene solo l’involucro dell’anima, sia una vera meraviglia e sia a gran ragione stato detto dagli antichi, un piccolo mondo, mimicrocosmos.

Tale è la ricca serie delle parti del nostro corpo, che per la loro struttura, disposizione ed uso, concorrono armonicamente alla conservazione della santità.

Alcune norme preliminari e fondamentali di igiene

Le malattie sono originate dal sangue, cioè: 1° o dalla qualità di esso; 2° o da un disordine nella sua circolazione; 3° o dalla sua alterazione per via di elementi estranei e nocivi. In altri termini tutti i mali provengono o da anemia (sangue povero di globuli rossi) o da ingorghi (sangue che non circola bene) o da infezioni [p. 60] (sangue corrotto e guasto da cattivi umori).

La rete delle arterie, vene e vasi capillari, come un sistema d’irrigazione ben ordinato, passa attraverso il nostro corpo col suo rosso umore vitale, nutrendo e fortificando ogni sua parte ogni singolo organo. Nella giusta misura sta l’ordine: una circolazione troppo forte o troppo lenta, la presenza di elementi estranei alla sua composizione disturba la pace e l’armonia producendo il disaccordo; ed al posto della salute subentra la malattia. Adunque per mantenere la sanità ed accrescere le forze vitali è da porre ogni cura nell’arricchire il sangue, nel far si che la sua circolazione sia ben regolata, e prendere ogni mezzo affinché esso non abbia da infettarsi.

L’aria, la luce, l’acqua, i cibi semplici e naturali ed il conveniente moto sono i grandi elementi ed i grandi mezzi che Iddio ci ha dato a profusione per ottenere tutti questi tre buoni effetti sul sangue; epperciò sono i grandi elementi ed i grandi mezzi di salute.

Ma prima ancora bisogna cercare di fortificare e di indurirne il nostro corpo per renderlo strumento atto a compiere le funzioni che si richieggono ad arricchire, spingere e purificare il sangue. È necessario fortificare la fibra ed indurire il corpo tanto da renderlo tetragono alle influenze dell’atmosfera e adatto a sopportare gli incomodi del caldo, del freddo, del vento, dell’umido, della fame, della sete secondo le circostanze. Cosa questa necessaria; ma a cui bisogna arrivare poco per volta, [p. 61]

Si ritenga che si vivrà più sanamente e più a lungo quanto più si vive secondo natura e semplicemente. Non bisogna prendere abitudini di mollezza e di effeminatezza: i troppi riguardi sono quelli che ci rovinano. Innumerevoli sono i bisogni fittizi: è necessario addestrarsi in generale a privazioni ed a vivere un po’ duramente specie in gioventù.

I quattro quinti dei mali che affliggono gli uomini sono prodotti dalla inosservanza delle regole d’igiene, del non indurire il corpo a tempo e dal seguire abitudini dannose prese in gioventù.

 

Indurimento del corpo

/Users/erinoandrealeoni/Desktop/media/image5.jpegPrecipua cura dell’educazione fisica dev’essere l’indurare il corpo dei fanciulli per abituarlo a sopportare ogni sorta di fatica e di disagio e così rendersi indipendente dalle influenze esterne sempre mutabili, come lo spirito deve mantenere la sua indipendenza dagli eventi esterni e conservarsi fedele alla immutabilità dei principi.

L’elemento atmosferico soggiace a notevolissime vicende di temperatura, che non è in nostro potere evitare, e la vita umana va soggetta a tante peripezie impossibili a prevedersi: quindi se si vuole provvedere alla salute avvenire bi- T sogna cercare ogni modo di rinforzare il nostro organismo, e a ciò non si arriva se non coll’abituare il corpo dei fanciulli, grado grado a sopportare senza disagio le variazioni atmosferiche e le peripezie della vita. Si assuefacciano adunque per tempo a non temere né il caldo, né il freddo, né l’umido ed anche si assuefacciano a sopportare la fame, la sete, gli stenti e così non solo reggeranno [p. 62] alle prove nella lotta avvenire; ma anzi tra le difficoltà rinvigoreranno ancora maggiormente.

L’uomo può vivere sotto tutti i climi: or come non potrebbe apprendere a sopportare i cambiamenti delle stagioni nel clima che lo vide nascere? Un fanciullo sano può essere abituato ad avere, senza pericolo, scoperta la testa ed il collo a qualunque stagione. Si vedono soventi volte dei fanciulli poveri andare a piedi nudi anche d’inverno, e non istanno che meglio, laddove i figli dei ricchi sono raffreddati per settimane intiere per ogni piccola trascuratezza. La » ragione è chiara: troppe precauzioni impediscono l’azione fortificante dell’aria fredda sul corpo; mentre l’induramento del nostro organismo impedisce alle intemperie di nuocerci.

Tra i mezzi che si trovarono più atti a fortificare il corpo, principale ha da dirsi il camminare scalzi ogni giorno per qualche tempo, sia su terreno o pavimento asciutto, sia e anche meglio su terreno a pavimento bagnato, meglio ancora sull’erba dei prati specialmente al mattino quando vi è ancora la rugiada o la brina, o quando è bagnata dalla pioggia, od anche nei rigagnoli d’acqua o sulla neve di fresco caduta.

Altri potenti mezzi sono i seguenti. Usare cibi semplici e sostanziosi tenendosi molto ai cibi vegetali, o servendosi dei cibi animali accompagnati dai cibi vegetali; far uso per bevanda di latte edi acqua, e solo in porzione moderata di vino; lasciare assolutamente i liquori ed anche fare poco o nessun uso di caffè, thè e simili bevande aromatiche; [p. 63] andar vestito alla leggiera con vestiti larghi; non lana sulla pelle, ma camicie e mutande di tela grossolana di canapa o ancor meglio di lino: tenere per lo più il capo e il collo scoperto e star molto aH’aria libera e al sole: fare attenzione a ventilar molto le scuole, gli studi e specialmente i dormitori ed anche dormire con le finestre aperte quando non si riceve l’aria fissa: d’inverno non stare in camere troppo calde, contenerci tra i 12,15, 18 cent., e specialmente non dormire in camere riscaldate. Moto e moto anche un po’ sforzato e quanto si può frammischiare il lavoro manuale agli studi: non aver paura, anche quando si è sudati, di lavarsi con frequenza con acqua fredda, abluzioni non soltanto al viso, ma al collo, al petto, al dorso, ai piedi a tutto il corpo. Quando si prendessero bagni più l’acqua è fredda, meglio è ed anche quando si è sudati; ma essi siano di breve durata e rivestirsi subito senza asciugarsi, purché dopo col moto si effettui la reazione: dormire su letti duri e non troppo lungo tempo: cuscini non molto alti, non troppo coperti, non stringere troppo cinghie e polsini, non camicie bottonate dUnòtte. Largo largo al passaggio del sangue, a questo fiume reale che ramificato in milioni di rivoletti fa l’importante servizio d’importazione e di esportazione delle molecole e perciò della vitalità di tutto il corpo. Chi si accostuma così da giovanetto sarà sicuro di rinforzarsi il corpo, mantenere la sanità e prolungare la vita. [p. 64]

Divisione

Lo stato normale e sano del corpo ed il perfezionamento suo emerge dall’armonia dei suoi organi e delle loro funzioni; e siccome quest’armonia dipende da un giusto rapporto del corpo nostro colla natura fisica esteriore ne consegue che i mezzi igienici vengono a distribuirsi in classi diverse, secondo che riguardano le cose esteriori che influiscono sul nostro corpo e sulla nostra salute. Perciò pare che quanto si ha da dire dell’igiene, possa dividersi in quattro parti.

La prima tratta delle cose esteriori al nostro corpo in quanto che queste sono utili o nocive alla sanità.

La seconda tratta di tutto ciò che s’introduce in noi cioè cibi e bevande in quanto che giovano o sono di nocumento alla salute.

La terza parte tratta delle azioni che si fanno dall’uomo in quanto che accrescono o diminuiscono le forze corporee.

La quarta parte, detta anche igiene speciale, tratta delle norme adatte a conservar sani ed addestrar bene i singoli organi dei nostri sensi ed anche di ciò che giova o nuoce maggiormente nelle varie età e nelle varie condizioni delle persone, [p. 65]

CAPITOLO PRIMO

Le cose esteriori al nostro corpo in quanto che sono
utili o nocive alla salute

Le cose esteriori al nostro corpo e che molto influiscono sulla nostra salute sono: l’aria, la luce, il calore, le abitazioni, le vestimenta e coperture.

Aria

L’aria è quel fluido che avvolge tutto quanto il nostro globo fino a considerevole altezza. Noi siamo continuamente immersi nell’aria, come il pesce nell’acqua. Essa respirata ci dà la vita e ci conserva tutto il corpo in buon essere: mancandoci l’aria moriremmo subito.

L’aria è composta di quattro elementi cioè di azoto, di ossigeno, di carbonio, e di vapori aquei, in questa proporzione, che su 100 parti d’aria, 79 sono di azoto, 20 di ossigeno, una fra carbonio e vapori aquei.

L’azoto è l’elemento più omogeneo al nostro corpo, il quale, come risulta dalle osservazioni dei naturalisti, è composto per la maggior parte di azoto; e perciò è l’elemento più necessario per la nutrizione. L’ossigeno è l’elemento più necessario alla respirazione ed alla vita; esso dà moto e colorito al nostro sangue. Il carbonio tempera l’azione dell’ossigeno: per sé solo [p. 66] sarebbe molto nocivo; ma nella piccola quantità che vi è nell’aria pura, fa bene; mentre la renderebbe micidiale se fosse in maggior quantità, oppure se unito con vapori acquei, od a materie in fermentazione si convertisse in acido carbonico. I vapori aquei sono molto utili per dare all’aria l’umidità necessaria ed evitare le infiammazioni delle vie respiratorie e per tenere i nervi e la cute né troppo, né troppo poco eccitabili. Anche i vapori aquei sono nocivi quando sono in troppo grande quantità.

Ordinariamente nell’aria si trovano anche sempre dei pulviscoli, fumo od altre sudicerie sia di materie minerali, sia di materie vegetali ed anche di materie animali, per lo più in decomposizione, il che produce sgraditi odori. Detto pulvischio e detti odori sono sempre nocivi alla sanità; ma è specialmente nocivo quando gli odori son formati da materie in decomposizione cioè da materie putrefatte. Quando poi l’aria fosse impregnata da microbi ossia animaletti invisibili di natura maligna e sono in quantità immensa è allora che può diventare addirittura pestilenziale e produrre malori gravi, che alcune volte estendonsi per regioni intiere.

È di prima importanza per la salute vivere in aria pura: essa è per noi come l’acqua per i pesci. A quella guisa che i pesci sono vispi e sani se nuotano in acqua limpida e pura, e men vegeti ed insipidi se vivono in acqua limacciosa e putrefatta, così l’uomo vivrà vegeto e sano [p. 67] nell’aria pura, crescerà malsano e floscio nell’aria viziata.

L’aria impura è più pericolosa d’un cattivo cibo: essa ci avvelena lentamente, ci logora la vita quasi senza che ce ne accorgiamo. Tutta l’igiene della respirazione sta in questi due punti: respirare aria buona; respirare attivamente.

Respirazione

La respirazione è quella funzione vitale per cui si assorbe l’aria per mezzo dei polmoni e si porta a contatto col sangue nel cuore. L’aria entraci in bocca, facendosi strada per un buco detto trachea, passa per le due diramazioni di essa chiamate bronchi. I bronchi nella semplicità della loro struttura si possono paragonare a due alberi molto ramificati, e questi rami introduconsi e penetrano nell’interno dei polmoni. I polmoni rassomigliano a due grosse spugne con cellette piccolissime ed innumerevoli, che all’entrata dell’aria, ad ogni nostro respiro, gonfiano e rigonfiano si da riempire quasi interamente l’interno del nostro petto. I polmoni vanno a finire ai due lati del cuore col quale hanno diretta relazione e da cui per mezzo di migliaia di piccoli tubi o vasi sanguigni riceve il sangue. Il cuore fa l’ufficio di una pompa aspirante e premente. L’aria colà pervenuta per una chimica operazione si scompone, e cede al sangue parte del suo ossigeno, e nel frattempo il sangue si sbarazza dell’anidride carbonica di cui si è caricato percorrendo i tessuti del corpo umano, e questi globoli con vari vapori aquei sono emessi fuori dalla respirazione. Questa operazione chimica avviene ad ogni battito di polso, [p. 68]

Per la respirazione il sangue venoso che viene dalle varie parti del corpo, ripieno di globuli eterogenei e viziati, si muta in sangue arterioso, rifatto buono per l’ossigeno ricevuto dall’aria e atto così a circolare di nuovo pel corpo e nutrire le varie parti del medesimo. La respirazione adunque mette l’aria in contatto col sangue. Perché la salute prosperi è necessario che questo contatto sia continuamente ripetuto ed attivissimo, poiché il respirar poco abbrevia la vita e la rende debole ed incresciosa più che i cattivi e scarsi alimenti, più che lo stesso respirare per alcune ore aria cattiva ma poi riparata con ginnastica polmonare od aria buona.

La vita sedentaria, la tensione forzata della mente e gli abiti troppo stretti sono le cause che il più delle volte diminuiscono l’attività respiratoria. L’esercizio della voce come della declamazione e del canto, il gridare rendono il respiro molto più attivo, rinforzano i polmoni e perciò quando non sono molto eccessivi sono molto salubri.

Il cuore sente le minime differenze di pressione e di composizione del sangue circolante, e secondo esse rallenta od accelera i moti, mentre d’altra parte legato al cervello ed ai gangli simpatici per molti nervi moderatori ed eccitatori risente subito il moto concitato delle passioni e la lenta depressione del dolore. Eccitato per es. dall’ira o bagnato da un sangue alcoolizzato accelera i suoi battiti; così come li rallenta quando la passione sbolle o quando col riposo e con la [p. 69] dieta il sangue resta in calma. Il solo cambiare di posizione varia la frequenza dei moti del cuore, la quale è massima quando si è in piedi, mediocre quando si è seduti, minima quando si è distesi in posizione orizzontale. Da coricati adunque non solo si riposano i muscoli, ma anche il cuore.

Conseguenze pratiche

L’aria migliore adunque è quella bene ossigenata, cioè quale è naturalmente composta nelle proporzioni suindicate e che non contenga molti pulviscoli di materie eterogenee e che non abbia troppi vapori aquei e specialmente che non abbia odori prodotti da putrefazioni o da escrementi.

È bene notare che anche le piante respirano l’aria, specialmente per mezzo delle foglie; ma, all’opposto degli animali, ritengono per sé il carbonio ed esalano durante il giorno, per l’azione, della luce, l’ossigeno che alimenta la nostra vita; perciò esse servono a purificare ed a rendere sempre migliore l’aria. Quando però le piante sono in quantità troppo grande da formare foreste impenetrabili all’azione del sole, allora conservano molta umidità, impediscono la libera circolazione dell’aria e producono putrefazioni delle materie che cadono sotto di esse come rami e foglie, e tutto questo unito alla putrefazione di animali che vi muoiono e si corrompono finiscono per viziare l’aria e renderla malsana.

Nelle località paludose avviene che l’aria è per lo più [p. 70] troppo umida; inoltre l’acqua stagnante si corrompe, e vi muoiono dentro molti piccoli animali; perciò l’aria delle paludi è ordinariamente miasmatica ed insana e qualche volta diventa addirittura pestilenziale.

Sui monti invece generalmente non vi sono acque stagnanti, non vi sono

pulvischi, vi sono piante, ma per lo più non troppo fitte da impedire la circolazione del vento, perciò l’aria ordinariamente vi è pura e sanissima e attiva, molto il respiro esercitando attivamente i polmoni il che è igienico quanto mai.

All’aria aperta della campagna per lo più le condizioni dell’aria pura sono soddisfatte abbondantemente, mentre invece nell’interno delle abitazioni, specialmente nelle città dove sonvi grandi agglomerazioni di case, oltre la respirazione e le esalazioni delle persone e di animali domestici, sono numerosissime e pressoché inevitabili le origini d’infezione, come le emanazioni delle latrine, delle spazzature, delle biancherie sudice ecc. e perciò l’aria è sempre meno igienica, ed alcune volte si rende affatto malsana. Ogni sudiceria è fonte di miasmi; di qui l’importanza di tenere abitazioni e vestimenta ben proprie e pulite.

Anche la respirazione di molti giovani in una scuola o studio, o dormitorio impoveriscono l’aria di ossigeno e la riempiono di acido carbonico e di vapori acquei.

Anche la combustione e la fiamma, per alimentarsi, [p. 71] consumano molto ossigeno, ed impoveriscono l’aria di questo vitale elemento; e la camera dove vi sono molte lampade accese per un notevole spazio di tempo risente d’aria stentata. Lo stesso dicasi dei bragieri.

Invece quando il fuoco è in un camino o stufa, produce con l’aria esterna una corrente, per cui, quanto consuma d’aria della camera, altrettanto ne attrae; ed inoltre pel calore conduce via i miasmi che nella camera vi fossero. Si può concludere che i camini e le stufe purificano l’aria, e in conseguenza sono igienici.

Ma, per le stufe specialmente, è da notare che esse essicano molto l’aria, consumando celermente i vapori acquei di cui l’aria abbisogna, perciò conviene sempre tenere un largo bacino con acqua sopra di esse, affinché tanti vapori si riproducano quanti se ne consumano. Dove poi vi sono caloriferi è bene tenere detti bacini all’orificio dei medesimi, e per agevolar meglio l’evaporazione, tenere qualche pannolino inzuppato nell’acqua sopra l’orifizio medesimo. Senza queste precauzioni restano all’ordine del giorno i mali di capo; e se si trattasse di chi ha tosse ed è debole di polmoni questa secchezza dell’aria produrrebbe maggior tosse ed anche emorragia. Le stufe di lamiera e di ghisa facilmente si riscaldano in modo da venire incandescenti ed allora sviluppano ossido carbonico ed altri gaz nocivi.

Generalmente l’aria è tanto più pura quanto più [p. 72] si è elevati dal suolo, perché certi miasmi che esalano dalla terra bene spesso infiltrata di cattivi elementi, già si sono volatilizzati e portati in altra direzione dai venti.

Norme particolari

È nociva la polvere dei cortili e delle strade; nell’estate giova perciò inaffiare i cortili, affinché giuocando i giovani non si produca troppa polvere. L’aria dell’aperta campagna e più ancora quella del mare e dei vasti laghi non è solo amica dei polmoni per la sua maggior purezza gazzosa, ma anche perché è poverissima di polvischi.

È al massimo igienico far ricreazione in cortili ben arieggiati, anziché in cameroni dove l’aria non è mai così libera: alla sera tuttavia è cosa prudente guardarsi dall’umidità.

L’aria di montagna può anche essere adattata ai malati di polmoni, ma conviene che all’abitazione di montagna, vi sia qualche torrente vicino, perché senza di esso per lo più l’aria resta troppo asciutta ed eccita i nervi.

L’aria del mattino generalmente è più pura, perciò più salubre di quella della sera: novello motivo di avvezzare la gioventù a levarsi per tempo, o come si dice con bel vocabolo che è pure toscano, ad essere mattinieri. Quell’abitudine presa dall’infanzia diventa un bisogno ed è tra i mezzi più sicuri di prolungare la sanità e la vita.

I cortinaggi dei letti sono nocivi perché impediscono all’aria fresca e pura di penetrare; perciò dove ci sono [p. 73] conviene che di giorno siano sempre raccolti.

È pure dannoso alla salute il riscaldare di notte le camere ed il letto, come pure il dormire col capo sotto le lenzuola perché non si cambia l’aria che presto vien corrotta dal respiro.

Non si tengano mazzi di fiori nelle camere in cui si dorme perché i fiori staccati dalle piante emettono carbonio.

Non si tengano bracieri in camere chiuse, che potrebbero produrre non solo danno alla salute, ma anche la morte per asfissione. Vi è anche pericolo di asfissia l’entrare in una cantina dove tini di mosto siano in fermentazione, od entrare nei medesimi tini o grandi botti sebbene già vuoti. Nel bisogno di ciò fare si spinge avanti un lume acceso e se la fiamma continuerà ad ardere senza diminuire notevolmente si potrà entrare con sicurezza.

Grande infezione nell’aria di una camera produce anche il gaz proveniente da rotture dei tubi o da becchi lasciati aperti. Sentendosi forte odore di gaz non si accenda mai fiammifero e non si entri in quella camera con candela accesa; poiché oltre il male che produce l’aria infetta vi sarebbe il pericolo più funesto di esplosione.

Stando fermi, la respirazione si fa ordinaria, ma piuttosto lenta; più lenta assai quando si sta piegati in posizione incomoda, o col petto appoggiato al banco, il che nuoce notabilmente alla salute. Invece più abbondante è la respirazione quando si passeggia, più abbondante quando [p. 74] si corre; abbondantissima quando uno si inerpica per le colline e per le montagne salendo in fretta. Queste cose servono ad allargare i polmoni ed a rinforzare la sanità.

Luce e calore

Insieme con l’aria giova grandemente alla salute la luce. La privazione di essa produce sempre diminuzione di forza. Molti germi d’infezione si moltiplicano all’oscuro, mentre detti germi restano distrutti dai raggi del sole.

Non bisogna aver paura di lasciar andare i giovani al sole. Di grande estate giova benissimo siano premuniti di cappelline di paglia quanto più si può leggiere, a difesa del cranio, e se occorre anche con occhiali affumicati; ma non s’impedisca loro di passeggiare e giuocare al sole.

È tuttavia di grande importanza il non star fermi al sole specialmente nella primavera e nell’autunno (nei mesi che hanno la r).

Generalmente non si chiudano gli oscuri delle finestre o le persiane delle camere dove si abita per rendere oscuro. Solo si chiudano per riparare i raggi diretti sui giovani.

Gran punto igienico è il sapersi premunire contro i funesti effetti del troppo caldo e del troppo freddo: in tutte le cose giova evitare gli estremi.

L’aria calda respirata per lungo tempo indebolisce ed abbatte l’organismo. L’aria fredda suscita i corpi sani e robusti a maggior vigoria di movimenti; ma è pericolosa per gl’individui troppo deboli, nei quali la reazione è lenta e difficile. Se freddissima è dannosa per tutti e può suscitare congestioni [p. 75] minacciose nei visceri. L’aria fresca, che stimola il polmone senza stroncarlo, è quella che conviene alla più parte degli uomini.

L’aria molto umida specialmente se è calda, è un’aria cattiva perché offre agli organi respiratori, sotto egual volume minor copia di ossigeno, ed ha un’azione debilitante sul sistema nervoso. L’aria secca invece irrita la sensibilità ad un punto da renderla quasi convulsiva.

Abitazioni

Perché le abitazioni siano sane primo requisito si è che siano poste in lontananza da paludi, stagni e da qualunque altra cosa che vizi l’aria. Non siano mai nei centri affollati delle città tra vie strette e tortuose; bensì tra giardini e larghe piazze.

Siano ben esposte al sole, con le finestre principali rivolte per quanto è possibile a mezzogiorno oppure ad oriente o ad occidente; ma non mai a mezzanotte.

Per quanto si può, specialmente gli studi, le scuole, ed i dormitori, i laboratori e tutti i locali destinati a contenere molte persone, siano ampi, alti e spaziosi e al possibile ben ventilati: meglio se hanno finestre da due parti. La cubatura di cotesti ambienti dovrebbe essere da quattro a cinque metri cubi per ogni alunno.

È da porre attenzione di rinnovare diligentemente l’aria, cioè di tenere sempre le finestre aperte quando non vi sono entro i giovani. I dormitori di giorno dovrebbero avere sempre le finestre [p. 76] aperte quando è bel tempo.

Anche di notte converrebbe avere sempre qualche spiraglio aperto e d’estate anche le finestre in alto, o anche tutte quando l’aria non batte direttamente sul letto.

Sarebbe anche bene che questi locali avessero sfiatatoi in alto e in basso. In alto perché esca da essi il vapore acqueo e l’aria calda e corrotta formata dalla nostra respirazione e traspirazione cutanea, la quale come più leggiera dell’aria fredda tende sempre all’alto: in basso perché esca da essi l’acido carbonico, il quale come più pesante dell’aria si trova sempre in basso (l).

Quando in una camera si sente puzza è sempre segno che l’aria si è corrotta e non fa bene.

Cosa che infetta l’aria nelle abitazioni è il non essere la casa ben pulita. Se per inerzia non si tenesse la casa sudicia, non si gettassero tante immondizie nel cortile, nel giardino; se la cantina ed i cantucci delle scale non fossero in molti luoghi convertiti in vasti immondezzai, se i residui delle cucine e delle verdure non fossero gettati ad imputridire in piccole fosse presso la casa; se i cessi fossero tenuti con una pulizia somma, non solo scopati ma profondamente [p. 77] lavati, si avrebbe d’un tratto migliorata l’aria delle nostre abitazioni.

Non permettete mai che il cesso mandi il menomo puzzo. Il naso soffre pochissimo a confronto dei polmoni, che respirano un’aria infetta e avvelenano il sangue. Un cesso fetido è un nemico occulto che si tiene in casa, e che lentamente, ma sicuramente ammorba l’abitato e appesta l’aria che si respira. Se l’odore è persistente, vari celebri igienisti raccomandano di gettare nella velenosa voragine di tanto in tanto un pugno di questa polvere economica e facilissima a preparare: carbone in polvere 10 parti, gesso una, vetriolo verde, una. Nelle infermerie e camere di ammalati che non possono uscire per fare i loro bisogni si usi precauzione di mettere nel vaso da notte un pizzico di questa miscela e non sarà appestata la camera dal cattivo odore.

Quando per forza maggiore si deve stare in abitazioni esposte alla malaria si tenga a quanto segue. Pare comprovato che la malaria non danneggia la salute durante il giorno; esercita il suo influsso solo durante la notte perciò non bisogna uscire all’aperto di sera, non tenere finestre aperte di notte; abitare per quanto si può case alte nei piani superiori, perché pare anche provato che la mal aria non s’innalza molto senza purificarsi. I cibi vogliono essere molto sostanziosi, abbondanti: buoni vini, piuttosto amari.

Altra regola per non soffrire gravemente nei climi miasmatici e dovunque nei tempi di infezioni epidemiche è di bere ogni mattino un sorso di vino chinato e di prendere [p. 78] il chinino appena si sentisse quel malessere che è sempre precursore della febbre.

Badar sempre poi alle indigestioni e ai disordini d’ogni maniera, perché, per questo porta più che per qualunque altra, vi entrano in corpo tutti i mali.

Perché il pian terreno riesca più igienico converrebbe avesse il sotterraneo per evitare l’umidità.

I pavimenti di legno (palchetti) sono i più igienici perché non lasciano passare l’umidità. Dannosi per altra parte i pavimenti che dan molta polvere.

È nocivo l’abitare in case di fresca costruzione per l’umidità che tramandano.

Vestimenta

Con i diversi indumenti noi veniamo ad impedire la dispersione del calore interno, a difenderci dalla temperatura esterna troppo calda o troppo fredda, dalle morsicature d’animali dannosi. Giovano poi anche ad assorbire il sudore ed a mantenere attiva la pelle con lo strofinio dei tessuti contro di essa: e ciò senza parlare del bene morale che ci procura il vestito.

La scelta dei vestiti non va imposta dal capriccio, ma deve rispondere al loro scopo igienico, quello cioè di sottrarre il corpo all’incostanza delle stazioni e proteggerne la salute contro gli eccessi del caldo, del freddo, dell’umido, i quali colla loro diretta e smodata azione sulla pelle, ne comprometterebbero la sensibilità e la regolare funzione, [p. 79]

Un vestito igienico dev’essere molto leggiero, largo, cattivo conduttore del calore e pulito.

Delle vestimenta è da parlare della qualità, della forma e della quantità.

La lana fu da molti medici consigliata come più igienica: ora si è fatto strada con molta ragione la credenza che sia assai più igienica la tela sia di canapa, sia di cotone e specialmente quella di lino. È ben vero che la lana conserva meglio il calore d’inverno, ma conserva anche le emanazioni purulenti della pelle: è anche vero che d’estate asciuga di più il sudore, ma poi essa stessa non si asciuga che con molta difficoltà, di modo che tiene per più tempo il corpo sudato. Inoltre la lana rende più sensibile il corpo ai cambiamenti della temperatura. Pare provato che i reumatismi sono molto più frequenti e duraturi in chi porta lana sulla pelle.

La lana poi non potendosi mettere al bucato conserva sempre i miasmi succhiati dal corpo.

Sono innumerevoli i casi di malattia cominciati dalla lana già stata adoperata da altri; od anche da lana nuova tagliata su animali consunti.

La tela non sviluppa quell’eccessivo calore e come la lana protegge il corpo dal freddo esterno.

Della tela medesima è da preferirsi quella grossolana. La camicia grossolana come spessa e consistente conserva il calore del corpo; avvenendo di sudare assorbe in copia il sudore [p. 80] che lascia poi con facilità svaporare e mercé lo strofinamento sulla pelle toglie l’immondezza di quella e facilita la traspirazione cutanea. La camicia di tela molto fina non produce di questi vantaggi. Anche le camicie di cotone e di lino producono questi buoni effetti quando non sono troppo sottili. Le stoffe che ci ricoprono non solo ci difendono dal freddo per la natura del loro tessuto ma anche per l’aria che sanno trattenere nelle loro pieghe, nelle loro maglie e tra i loro peli. Le camicie adunque ed ogni altro abito perché sieno igieniche è bene che sieno larghe assai affinché diano campo a rinnovare l’aria e intanto d’inverno formino uno strato d’aria calda che giova di più che il moltiplicare degli abiti.

È cosa igienica lo stare sempre senza cappello in capo quando si è negli studi, nelle scuole e in generale quando si sta in camera; anzi per chi si abitua poco a poco, risentirà buon esito andando senza cappello anche nei cortili ed all’aria libera. Le cravatte non devono mai stringere il collo e siano leggiere quanto si può; perché è dannoso mantenere il collo in uno stato di soverchio calore. Neppure devono stringerlo molto perché impedirebbero il libero passaggio del sangue. L’uso dei cravattoni di lana sono armi di riserva del viaggiatore e dei luoghi dove imperversano le intemperie e dovrebbe essere sconosciuto ai pacifici cittadini ed ai collegiali. Sarebbe poi sproposito grosso tenerlo anche nelle camere dove fa caldo, come negli studi e nelle scuole. Le scarpe siano sempre comode e larghe in [p. 81] modo che racchiudano comodamente e disteso il piede e specialmente le dita affinché non siano deformate. I calli e le unghie incarnate sono quasi sempre prodotti da scarpe strette o mal formate.

Riguardo alla quantità è da notare che il tenere il corpo troppo carico di vestiti od anche di coperte per la notte è cosa che indebolisce assai. È da tenere sul letto la minore quantità di coperte che si può, avuto solo riguardo di star riparati dal freddo; di essere cioè coperti così, che non si abbia sensazione di freddo. Si badi tuttavia a premunirsi dai primi freddi nell’inverno ed andare adagio ad allegerirsi in primavera.

Le coperte meno sono pesanti meglio è.

Il colore bianco rimanda i raggi caloriferi, perciò gli abiti di questo colore sono preferibili d’estate. Il color nero assorbe i raggi caloriferi, perciò è più igienico d’inverno.

CAPITOLO SECONDO

Le cose che s’introducono nel nostro corpo, cioè i cibi e le bevande in quanto che giovano o sono di nocumento alla salute

Alimenti-Digestione

La materia di cui è formato il nostro corpo nell’esercizio delle funzioni vitali si consuma continuamente, ed è chiaro che, ove tale perdita non venisse riparata, la vita dovrebbe dopo breve tempo cessare. A ciò noi provvediamo appunto cogli alimenti [p. 82] quotidiani. Essi per la digestione si mutano in sangue e per mezzo del sangue si portano in tutte le parti del corpo a riparare le perdite fatte e ad aumentare tutto il giorno le forze. In un uomo, che possiede 25 libbre di sangue e in cui il cuore batte 70 volte al minuto, il sangue nello spazio di un’ora circola 28 volte per tutto il corpo portando a tutti gli organi nutrimento e vita. Di grande importanza adunque per la sanità è il regolare gli alimenti secondo i bisogni del sangue e della vita: e la nutrizione è tanto necessaria all’uomo quanto la respirazione.

Perché l’alimento introdotto in noi nutrisca, bisogna che esso sia digerito. Dicesi digestione il prepararsi dei cibi per passare in sangue. La digestione comincia nella bocca nella quale si compie la masticazione e l’insalivazione. Mediante la masticazione e l’insalivazione i cibi si riducono in un tutto omogeneo il quale si chiama bolo alimentare. Questo dalla bocca passando per Vesofago giunge allo stomaco.

Dalle glandole dello stomaco si seceme un umore nerastro detto sugo gastrico il quale esercita su tutti i cibi (all’infuori dei grassi) un’azione consimile a quella della saliva nella bocca e li riduce in una poltiglia semifluida detta chimo.

Il cibo uscito dallo stomaco per mezzo del piloro entra negli intestini ove per mezzo del succo enterico e pancreatico, che da quelli si seceme, si riduce in poltiglia sempre più sottile e che diventa biancastra detta chilo e questo poco alla volta, spinto sempre avanti negli intestini viene succhiato a goccia a goccia  dai [p. 83] vasi chiliferi che in grande quantità sono sparsi nelle membrane degli intestini e sembrano tante piccole bocche che assorbono quella poltiglia, lasciando negli intestini quelle sole parti che non servono alla nutrizione.

La sostanza alimentare così assorbita viene dai vasi chiliferi trasportata nelle vene, dove si mescola col sangue venoso, che va al cuore, e così rende al sangue quanto perdette di nutritivo nell’attraversare i diversi organi durante la circolazione, e nel portare, come fa, l’alimento a tutte le parti del corpo, assimilandosi con ciascuna di esse.

Il sangue, prima nerastro e viscoso, alimentato, come ora si disse, dall’estratto del nutrimento, va a purificarsi nei polmoni pel contatto dell’aria, e così reso di nuovo atto a nutrire le varie parti del corpo, rientrato nel cuore, vien gettato nelle arterie, che son come tante vie maestre che lo conducono a compiere questo suo uffizio. Le parti non digerite o non digeribili passano in feci che si espellono dal nostro corpo o per traspirazione cutanea, o per orina, o per secesso, o per le membrane mucose delle nari e delle orecchie.

Di qui si vede come la prima condizione per avere buona sanità consiste nel farsi un buon sangue. Che se la costituzione fisica e l’attività delle facoltà interne dell’individuo dipendono principalmente dal sangue, e la bontà di questo dipende tutto dalla salubrità dell’aria e dalla qualità delle materie alimentari, è chiaro che sia la salute del corpo, sia l’attività [p. 84] delle facoltà psichiche dell’individuo si fondano specialmente suH’aria e sul nutrimento.

Gli alimenti si possono dividere in cibi e bevande e si traggono da tutti e tre i regni della natura. L’uomo per vivere non prende dal regno minerale che l’acqua ed il sale, mentre invece dal regno vegetale ed animale migliaia di sostanze servono al nostro nutrimento.

Cibi

I cibi sono tanto più nutrienti quanto maggior azoto contengono. Possiamo distinguerli in tre categorie: a) molto azotati; b) abbastanza azotati; c) poco azotati.

a)    Cibi ricchi di azoto. Primeggia tra tutti il latte, utile così per gli uomini come per i fanciulli: esso contiene tutti gli elementi del sangue e li contiene in tal proporzione e in tal condizione chimica che riescono di facilissima assimilazione. Oltre a questo il latte è cibo e bevanda: è come una carne fluida. Quelli che ne sentono ripugnanza o non possono digerirlo, provino a prenderlo a piccole dosi e faccian moto moderato durante la digestione. È eccellente e più digeribile a molti quando è unito a un po’ di caffè, di the o di cioccolatto.

Al latte tien dietro la carne. Essa sotto piccolo volume rappresenta una grande massa di alimenti, è facilissima a digerirsi e si cambia presto in altra carne. Considerata in quanto nutriente si può fare la seguente proporzione: pollo, piccione, bue, montone, vitello, maiale, pesce, [p. 85] maiale. La came oltre al nutrire aumenta il calore del sangue perciò non è necessaria alla gioventù forte e robusta, la quale per lo più già possiede troppo calore; per essa i cibi vegetali sono i più igienici. La carne produce nello stomaco quasi un piccolo incendio e perciò logora gli organi della digestione; è pertanto sempre utile che si uniscano alla carne anche i legumi, o qualche cibo farinaceo e specialmente patate.

Generalmente si mettono ancora in questa categoria dei cibi ben azotati anche le uova. Il tuorlo è più nutriente. Conviene che le uova sieno poco cotte perché siano più digeribili.

Sono anche abbastanza azotati tutti i cereali e specialmente il frumento, perciò il pane che forma generalmente la base degli alimenti umani è quanto mai igienico e nutriente. La stessa cosa è da dirsi dei maccheroni, lasagne, vermicelli, tagliatelli e di tutta l’immensa schiera delle paste: sono ottimi alimenti quando siano ben cotti: conviene masticarli molto bene e non trangugiarli tali e quali.

Poco meno sostanziosi sono i legumi e specialmente i piselli, le fave, le lenticchie, i fagiuoli, i ceci: essi contengono inoltre tutti i sali del sangue. I funghi ed i tartufi sono cibi ricchi d’azoto, nutrienti, ma poco digeribili. L’olio di fegato di merluzzo è, più che rimedio, un vero alimento e dei migliori e dovrebbe prendersi con la maggior abbondanza possibile dai fanciulli di debole costituzione, specialmente poi dai rachitici e scrofolosi, [p. 86].

Si mettono ancora in questa categoria i pesci ed il cacio . Questi cibi sono meno digeribili. L’operaio ed il contadino possono mangiarne in gran copia, mentre il delicato di stomaco deve tenersi al proverbio della scuola Salernitana: Caseus est sanus, quem dat avara manus.

c) Diminuiscono d’azoto, cioè sono meno sostanziosi il riso e le patate. Per correggere la poca nutrizione che dà il riso, converrebbe accompagnarlo non con patate, anch’esse poco nutritive, bensì con fagiuoli o con latte, che nutrono molto. Il riso dev’essere ben cotto. Degli e dell’ortaglia si consiglia fame uso non per sé soli, ma associarli ad altri alimenti, perché essi diluiscono il sangue, temperano le proprietà troppo eccitanti della came, spesso ravvivano la secrezione dei reni, rendono più digeribili e più grati gli altri alimenti.

Varie sorta di legumi sono di difficile digestione, come il popone, il cocomero, la barbabietola, [p. 87]

Le frutta sono utili, anche perché tolgono la sete e generalmente rinfrescano, diluiscono e temperano il sangue. Vanno mangiate mature: in quantità discreta fan sempre bene: generalmente fan meglio cmde o seccate che cotte. Tra le frutta migliori son da notarsi le pesche, le pere, le mele, l’uva e le ciliegie. Le castagne sono un ottimo alimento: quelle cotte nell’acqua sono più digeribili che le arrostite. Come le altre frutta van sempre mangiate in quantità discrete. Quelle oleose, come le noci ecc. van prese in poca quantità. La celebre Scuola Salernitana dice: Una nuxprodest, duo satis sunt, tres mortem afferunt, per indicare che la troppa quantità è dannosa. Quasi lo stesso è dei fichi che in piccola quantità giovano, in grande sono pericolosissimi, [p. 88]

Sono poi affatto privi d’azoto perciò per nulla nutrienti ogni sorta di grassi e di oli.

Alcune norme pratiche riguardo ai cibi

Molto utile alla sanità è la minestra. La più igienica consiste in una specie di pan trito. Si prende pane inferigno o di segala tagliato a fette: si fa seccare e si pesta riducendolo in polvere grossolana; se ne mettono due o tre cucchiai in una scodella di brodo caldissimo, o meglio ancora di latte e in due minuti la minestra è fatta.

E pericoloso il lasciar ingoiare ai fanciulli i noccioli delle prugne, delle ciliegie e di altre frutta consimili, e per gli stomachi delicati conviene non ingoiare la fiocine dell’uva, le buccie delle mele, dei fagiuoli ecc. Tutto ciò che non può nutrire affatica e ingombra inutilmente l’officina gastro-enterica, e la presenza di quei corpi negli escrementi ci dà una lezione d’igiene facile ad apprendersi da tutti.

Per la sanità giova molto la varietà dei cibi, poiché il nostro corpo ha bisogno di molti e svariati elementi, alcuni dei quali sono dati più da uno, altri più da un altro cibo.

Le carni dei carnivori in generale sono fetide, dure e poco salubri. È agli erbivori che toccò l’onore di fornire all’uomo oltre che il latte, la carne più salubre.

Gli animali ingrassati non solo dànno una carne più saporita, ma assai più nutritiva e più ricca d’ogni maniera di principi alimentari.

85È da notare che alcuni alimenti poco azotati cioè poco nutrienti [p. 89] possono avere altre qualità benefiche come avviene della rapa che è molto diuretica.

Come per contrario vi sono dei cibi molto nutrienti, ma di diffìcile digestione come per es. i fagiuoli, e questo vuol dire che per chi li digerisce sono tra i cibi migliori; se non si digeriscono bisogna lasciarli.

È anche da notare pel pane che nel grano la parte più azotata è la esterna la quale dà il pane più bruno; mentre l’interna che dà il pane più bianco contiene azoto in minor quantità; perciò è preferibile igienicamente parlando il pane dei contadini, il pane dei soldati, il pane casalingo che non il pane fino. Generalmente il pane già un po’ duro si digerisce meglio del fresco, perché richiede maggior masticazione e perciò va nello stomaco più bene insalivato.

Il sale di cucina non solo è un alimento ma favorisce la digestione in generale ed anche dei corpi albuminosi e del grasso.

Esso aumenta la secrezione della saliva e del succo gastrico e giova alla dissoluzione degli alimenti, aumenta i globetti rossi del sangue ed eccita gli atti intimi dell’assimilazione. In troppa quantità rosicchia i visceri. Pare provato che gli scrofolosi ed i rachitici provano benefìcio nel salar molto i loro cibi.

Il pepe va adoperato anche con maggior parsimonia. Il giovane che vi si abitua prende un’abitudine difficile poi a togliersi e dannosa.

Bevande

Le bevande sono anche dette dai moderni alimenti [p. 90] nervosi o nervini, poiché generalmente agiscono molto sul sistema nervoso.

Fra tutte le bevande la migliore e più in copia apprestataci dalla natura è l’acqua. Essa non solo feconda la terra e diffonde dovunque la vita, poiché senza di essa non vi sarebbero piante né animali, ma spegne la sete, contenendo molto azoto nutrisce, scioglie molto facilmente gli alimenti nello stomaco, perciò favorisce la digestione, e non danneggia il sistema nervoso.

Alimenta anche il nostro sangue che contiene il 75% di acqua; e noi eliminandone in gran copia ogni giorno, dobbiamo ripararne le perdite con introdurne della nuova. Senz’acqua non vi sarebbe né digestione, né formazione del sangue, né escrezioni.

Il celebre dottore Smith dice: Se si facesse un uso maggiore di acqua si sarebbe meno esposti ai tremiti, alle paralisi, all’apoplessia, alla gotta, al mal di pietra, all’idropisia, ai reumatismi, alle emorroidi, alle melanconie ipocondriache, ai raffreddori ecc.; si rinfrancherebbe la salute e si aumenterebbe la durata della vita.

L’acqua migliore per bere deve essere limpida, incolora, inodora, aereata: in pratica bisogna vedere se scioglie bene il sapone e cuoce i legumi senza indurirli.

L’acqua per soddisfare bene la sete deve essere fresca (avere temperatura da 6° a 10° fino a 14° Cent.) a questa temperatura l’acqua eccita il ventricolo, mentre se è tiepida può provocare la nausea.

Il bere molta acqua fredda d’estate quando il corpo è in gran [p. 91] sudore e più se si è a stomaco vuoto può produrre dei grandi guai, specialmente se dopo d’aver bevuto si rimane immobili od esposti ad una corrente d’aria o in un luogo fresco. Quando si è in grande sudore è assolutamente necessaria la moderazione e non star col sudore fermi all’aria fredda. Quando dopo aver bevuto si continua a giuocare o camminare, produce meno male. Neppure è cosa igienica bere molto quando d’estate si ha gran sete: fa più giovamento bere in più volte assai poco per volta. È anche anti igienico bere molto nei pasti: meglio bere in fin di pasto.

Noi riceviamo l’acqua da bere da molte fonti diverse. L’acqua piovana è una vera acqua distillata. Vien raccolta sui tetti e va condotta nelle cisterne. Essa per sé è salubre: solo bisogna aver cura nel tener pulita la cisterna, che non abbia filtrazioni e che non sia raccolta su tetti di piombo, né in tubi di questo metallo.

L’acqua di pozzo varia secondo i caratteri del terreno in cui il pozzo fu scavato. La gran precauzione pei pozzi, per evitare le filtrazioni è che abbiano buone pareti impermeabili e non siano vicini ai pozzi neri.

L’acqua di sorgente è generalmente buona e ve n’ha dell’ottima. Le sue qualità dipendono dalla natura delle rocce e dei terreni che hanno attraversato per venire a noi. Ve ne sono anche di quelle nocive.

Le acque dei fiumi, dei torrenti e in generale le acque correnti sono buone perché molto impregnate d’aria; ma per lo più [p. 92] non avviene così vicino ai grandi centri di popolazioni, perché vi si immergono tutti i canali e ruscelli che portano le immondizie della città intiera. Le acque potabili delle città, cotanto salubri, non sono che acqua presa lontana dai centri d’infezione e condotta in città per mezzo di tubi impermeabili alle filtrazioni malefiche.

Le acque stagnanti, di paludi, di fossati ecc. sono fra tutte le pessime e sono la principal causa delle malattie epidermiche di certi paesi che a quelle van soggetti specialmente delle febbri intermittenti, del tifo, del gozzo ecc.

Stare attenti che non vi siano filtrazioni nei pozzi di materie animali putrefatte specialmente filtrazioni provenienti dai vicini pozzi neri. Quando succede qualche influsso epidermico in qualche collegio, per prima cosa si esamini l’acqua. Nove volte su dieci di là viene l’inconveniente.

Le indigestioni d’acqua sono terribili. L’abuso dell’acqua produce disturbi gastrici, inappetenze, nausee, vomiti, diarree e grande indebolimento generale.

Generalmente le acque minerali molto consigliate da alcuni medici contengono sali che esercitano azione corrosiva nelle interiora. Sono da usarsi ra- nente e in piccola quantità.

Il vino è sprovvisto d’azoto; quindi come nutriente non vale: è stimolante rciò da usarsi con moderazione. Esso riscalda: i giovani generalmente han i troppo calore; per loro quindi non è giovevole se non adoperato quasi come idicina. La Scuola [p. 93] Pitagorica per regola generale non lo ammetteva e ai 30 anni. Molto anacquato non nuoce e può servire a rafforzare certe fisi- e costituzioni che per natura sono fiacche e deboli.

vecchi per lo più mancano di calore perciò può loro essere giovevole, vuto in soverchia quantità nuoce anche a loro e tanto più ai giovani.

La birra è anch’essa pochissimo nutriente ed è stimolante per la piccolissi- t quantità di veleno somministrata dal luppolo. È tuttavia rinfrescante, come :uni vogliono, perciò adoperata in poca quantità è igienica, specialmente d’estate per spegnere la sete.

L’acquavite e tutti i liquori alcoolici sono l’assoluta rovina della sanità, lo quando si prendono in piccole dosi possono servire di riscaldanti ad al- ne costituzioni fredde ed in qualche malattia quasi tutte le bevande, dette ll’uso comune liquori, contengono alcool, e perciò sono piuttosto nocive scie ai giovani. Il vermouth già tanto decantato, ormai non è più tenuto dai sdici in nessun conto, come igienico.

 Il caffè, il thè ed altre bevande aromatiche non nutriscono, assorbono il sco gastrico dallo stomaco e si conducono via gli alimenti senza che siano geriti; perciò possono avere qualche buon effetto come di stimolanti e meditali; non come nutrienti. Le persone nervose anzi ne avrebbero grande scapi- perché eccitano molto i nervi.

È invece molto commendevole il caffè così detto di malto e il caffè srzo, di frumento, di segala o di ghiande. [p. 94]

Anche il cioccolato è povero d’azoto e stimolante: in modica quantità può mare un buon diversivo per la colazione.

L’aceto va sempre adoperato in piccola quantità, tanto solo che basti a dar sto ad alcune vivande.

 

Regime alimentare

Dicesi regime alimentare o dietetica quella parte dell’igiene che dà le relè da tenersi riguardo al vitto, quella cioè che indica la qualità del vitto da prendersi, la quantità, il modo da tenersi nel prenderlo ed i riguardi da aversi sia prima che dopo i pasti.

Alcune regole generali di dietetica sono queste:

La fame ha potenza grandissima in noi. La soddisfazione incompleta del bisogno di mangiare toglie ogni altro godimento ed avvelena la vita: la sete ugualmente è uno dei tormenti più grandi che possa avere l’uomo. La fame e la sete esprimono con tutta verità il bisogno di supplire cogli alimenti alla materia che continuamente logoriamo ed espelliamo nell’esercizio della vita. Nell’uomo adulto un terzo della quantità di cibo che s’introduce, nello spazio di 24 ore se ne va per le urine, un altro terzo si perde coll’aria espirata, e l’ultima parte esce dall’organismo ogni giorno sotto forma di escrementi, di sudore, di traspirazione cutanea, muco, lacrime ecc.

Ogni esercizio che accresce il consumo di materia, aumenta [p. 95] pure la fame. Il sudare aumenta il bisogno di bere; i cibi riscaldanti, i salati e pizzicanti come i formaggi molto fermentati, il regime animale ecc. aumentano la sete.

Nell’inverno e nei paesi freddi la combustione in noi è più attiva e l’appetito è più forte che nell’estate e nei paesi caldi. Le passeggiate, la ginnastica aumentano l’appetito, come ogni studio ed ogni forma di lavoro non eccessivo.

Il bambino, il fanciullo, il giovanetto che crescono rapidamente hanno più fame, dieci volte più fame dell’adulto, che non ha da far altro che conservare quanto ha già acquistato.

L’uomo sano che ha poca fame deve mangiar poco; l’uomo sano che non ha fame non deve mangiare. Anche l’ammalato che non ha fame non deve sforzarsi soverchiamente.

Vi sono alcuni individui, che, senz’essere ammalati, non hanno mai la chiara coscienza della fame: sentono languore o debolezza, ma non mai appetito. Seduti a tavola però mangiano come gli altri: in essi l’esperienza dei risultati della digestione può tener luogo del bisogno che manca, cioè mangiare quando l’esperienza fa vedere che serve di giovamento.

Non si procuri mai di acquistare l’appetito cogli amari, coi vermouth e meno coi purganti.

L’interpretazione della sete deve soddisfarsi come quella della fame: sono due sentinelle benevoli che ci avvertono dei nostri bisogni. Non conviene eccitarle; ma non si può lasciarle gridar troppo a rischio che perdano la voce. [p. 96]

Qualità dei cibi. Uno dei vantaggi che gode l’uomo sopra gli altri animali è la diversità dei cibi di cui può far uso senza proprio nocumento. Più si avvezzano per tempo i bambini a giovarsi d’ogni specie di nutrimento sano, e meglio si renderanno per l’avvenire indipendenti dalle circostanze e dai paesi ove forse dovranno dimorare. Con questa abitudine troveranno dappertutto di che nutrirsi senza incomodo della loro salute. Cercare la squisitezza nella scelta dei cibi dei fanciulli, permetter loro di rifiutare or questa or quella vivanda (salvo il caso di una invincibile ripugnanza) egli è evidentemente render loro un pessimo servizio; del pari che il ricompensarli con cibi delicati e rari è il mezzo più sicuro di renderli schifiltosi e ghiottoni. Se tuttavia si cerca qual sia il nutrimento più conveniente ai giovanetti, non si deve esitare a scegliere i cibi più sostanziosi, più semplici, quelli che sono ad un tempo più nutritivi, di facile digestione. E da quanto si disse sopra parlando della digestione, si fa chiaro che i cibi molto azotati senza caricare lo stomaco ci danno il nutrimento necessario. In essi quasi tutto vien digerito ed assimilato: quanto meno sono azotati, tanto più danno lavoro al ventricolo senza nutrir guari: ma in generale, specie alla gioventù, conviene dar la prevalenza ai cibi vegetali e non accostumarli guari ai cibi animali. Credo che questo sia un consiglio veramente igienico. L’abuso dell’alimentazione carnea rende troppo grassi, favorisce gli sbocchi di sangue e le affezioni reumatiche e dispone alla stitichezza, specialmente quando le carni si [p. 97] mangiano arrostite.

Bisogna tuttavia ammettere le simpatie dello stomaco: ad alcuni fan bene cibi che ad altri son nocivi. Le complessioni deboli ed anemiche possono trovare giovamento in cibi che per complessione sanguigna e troppo viva possono riuscire dannosi. Oltre a ciò è da notare che alcuni cibi, benché molto nutrienti, sono di difficile digestione, perciò saranno conformi agli stomachi forti e non ai deboli. Le materie grasse non vengono che con fatica digerite: gli stomachi deboli adunque si atterranno più specialmente alla carne magra; le carni arrostite sono a proporzione le più nutrienti, perciò si addicono di più ai malaticci; ma il fame grande uso coi giovanetti sarebbe nocivo per il potente eccitativo che tali carni posseggono. Lo stesso è a dirsi riguardo tutti i cibi riputati come stimolanti. Giova molto la varietà dei cibi e vale assai meglio mangiar pochissimo di molti cibi che molto di un solo. È cosa igienica mangiare cibi caldi, perché essi sono più digeribili e perché la temperatura calda eccita il ventricolo a maggior attività ed energia di movimenti, cosicché quando la digestione è molto lenta od arrestata, basta prendere qualche cosa di caldo per riattivarla.

Quantità dei cibi. È cosa molto diffìcile lo stabilire con precisione una regola generale che indichi la quantità di cibo che è necessaria al corpo per mantenere il benessere della persona. Il cibo che fa bene è quello che si digerisce bene; questo ci conserva le forze, e non ce ne vuole altro: il soprappiù [p. 98] ingombra inutilmente lo stomaco e nuoce, poiché consuma inutilmente la saliva, il sugo gastrico ed enterico, sforza gli organi e forma in noi una quantità di gaz che produce mal di capo, infiammazioni, mal di stomaco, flatulenze e mille altre miserie. È pertanto conveniente abituare lo stomaco a quantità moderate; ed è giusto il proverbio che dice: “bisogna alzarsi da tavola avendo ancora appetito” e quell’altro: “Dopo il necessario, il boccone che fa più bene è quello che si lascia nel piatto” ed anche quell’altro: “ne uccide più la gola che la spada” (l).

Pei giovanetti di collegio è da badare che non soffrano la fame e non c’è da pensare oltre. D’altra parte è cosa certa che il giovanetto, il quale è tuttavia nella cresciuta, abbisogna di un cibo abbondante, e che il lasciargli mancare il necessario può produrre conseguenze perniciose, durature per tutta la vita. Nella discrezione sta dunque la giusta misura .

La temperanza si fa sempre più necessaria col crescere degli [p. 99] anni. Dopo i 30 anni si ha un bisogno minore di cibi, soprattutto quando si ha un’occupazione sedentaria.

L’autore della Phisiologie du goùtu asserisce che un uomo opulento e gastronomo mangia quaranta volte più dello stretto necessario e Napoleone 1° era solito dire che il coraggio della temperanza era più difficile del coraggio militare e politico.

Quando si fosse mangiato o bevuto troppo e ai giovani troppo impetuosi o eccitati da stimoli cattivi, un po’ di dieta e regime vegetale sono l’ottimo rimedio. Bastano spesso pochi giorni di dieta erbacea per rasserenare la tempesta.

Modo di prendere i cibi. La prima regola è di masticar bene i cibi e non inghiottirli se non dopo che sono ben masticati secondo quel proverbio: Prima digestio fit in ore. Il motivo si è che entrando nel ventricolo già ben triturati e ben impregnati di saliva, i cibi si uniscono subito al sugo gastrico e non trovano più difficoltà nella digestione.

Ogni alimento che non sia liquido o molle deve essere masticato, e tanto più quanto è meno facile la sua digestione. Le verdure ed in generale i cibi vegetali hanno maggior bisogno di essere masticati che la carne. Le sostanze farinacee che prendono tanta parte del nostro regime non possono essere digerite che dalla saliva e dal sugo pancreatico; più lenta e più perfetta è la masticazione e meglio riesce la loro digestione. La saliva adunque è un liquido prezioso poiché serve tanto alla digestione. Essa non è fatta per essere gettata fuori dell’organismo: chi sputa molto digerisce male e dimagra, [p. 100]

Altra regola si è di tenere i tempi fissi pel pasto. Fino ai dodici anni circa si può mangiar con maggior frequenza; ma d’allora è bene fissarsi tre o quattro refezioni e non più. Quando poi è terminata la crescita bastano tre o due.

È regola igienica il bere poco durante il pasto: solo se uno sente la sensazione della sete, e in poca quantità: sentendone bisogno si berrà quanto occorre dopo il pasto; ma anche meglio se si aspetta dopo la digestione.

Riguardi prima e dopo i pasti. Non conviene mettersi a tavola mentre si è molto stanchi e trafelati: quando si sono fatte gravi fatiche giova riposare un quarto d’ora prima di cominciare il pranzo.

Durante la refezione giova immensamente l’allegria, la gioiosa conversazione. Il trattare affare troppo seri, il leggere o lo studiare sono di nocumento.

Dopo il pasto è nocivo far subito moto violento: Postprandium stabis aut lento pede ambulabis. D’inverno conviene dopo i cibi stare in luoghi piuttosto caldi: il freddo subito dopo i pasti nuoce alla digestione.

Similmente dopo le refezioni è dannosissimo l’occuparsi subito seriamente agli studi, perché in questo modo il calore naturale viene portato alla testa mentre se ne ha bisogno per lo stomaco, [p. 101]

CAPITOLO TERZO

Delle azioni dell*uomo in quanto che sono giovevoli o nocive alla sanità

Importanza del moto

Chi studia i mezzi con cui la natura provvede alla vita dell’uomo s’accorge subito come l’aria, il nutrimento ed il moto sono i principali ministri ai quali essa commette il gran compito di tener sano l’organismo corporeo. Invero oltre agli organi respiratori e nutritori di cui si parlò, l’uomo ha gli organi della locomozione di cui qui dobbiamo occuparci.

La natura che ha dotato l’uomo di uno stupendo organismo da cui dipendono funzioni vitali meravigliose, gli concesse pure lo spazio indispensabile per esercitare gli organi della locomozione. Come l’uccello è fatto per muoversi a suo piacere nell’aria, il pesce per guizzare liberamente nell’acqua, così l’uomo può percorrere a suo agio e dominare la terra. Senza ciò l’organismo umano sarebbe ridotto allo stato di una macchina, che per quanto stupendamente congegnata, lasciandola a lungo inoperosa s’irruginisce, e al momento di servirsene, mal corrisponde al bisogno, laddove tenuta in continuo e moderato esercizio, funziona mirabilmente, [p. 102]

Il moto giova mirabilmente ad accrescere nel fanciullo forza e vigore: e ciò perché egli ha ancora le membra deboli e il corpo non sufficientemente sviluppato.

Oltre a ciò il moto fa vigorose la respirazione e la circolazione del sangue, ne aumenta il calore alla superficie del corpo; i pori della pelle si allargano e per conseguenza più abbondante si fa la traspirazione e più abbondanti ne escono le materie escretizie, più vigoroso si fa il lavoro degli organi interni special- mente della digestione e più si esercitano e si sviluppano i muscoli ed i nervi, che perciò irrobustiscono la fibra dell’uomo. Col moto si aiuta a tramutare l’albumina degli elementi azotati in fibrina, e questa in muscoli che si estendono per le diverse parti del corpo, e, sotto la misteriosa direzione della volontà agiscono producendo ogni operazione necessaria e conveniente alla vita. Coll’esercizio le membra dell’uomo possono acquistare tal grado di agilità e di addestramento da far sbalordire. L’abile suonatore di pianoforte sa dare tale flessione alle proprie dita da padroneggiare l’istrumento onde trarre un diluvio di suoni diversi per ogni minuto: per l’esercizio quella mano che prima stringeva rigidamente la penna fra le dita e con stento formava una lettera, acquista tale agilità da scorrere leggera sulla carta e tracciare moltissimi e svariati segni in pochi istanti, fino a tener dietro alla celerità del discorrere.

È certo che il moto nei fanciulli non va spinto al di là del ragionevole. Il modo migliore per misurare la quantità di moto [p. 103] che il loro corpo può sopportare è di attendere che si manifesti il sentimento di sazietà per l’esercizio ed il bisogno di riposo.

Traspirazione cutanea

La pelle fa due uffici: 1° serve di difesa ai nervi tattili e perciò va alquanto indurita nel suo tessuto per sottrarli dalla soverchia sensibilità degli agenti esterni. 2° è organo per mezzo del quale si effettua lo scambio dei prodotti interni del corpo con l’assorbimento dei principi che esso introduce dal di fuori: merita perciò ed esige ogni cura perché sia mantenuta in uno stato da poter effettuare regolarmente queste due funzioni.

La cute effettua i fenomeni fisiologici di traspirazione, di trasudamento e di assorbimento per mezzo di un infinito numero di forellini o pori sparsi alla sua superficie. Da questi pori traspira continuamente una quantità di umori interni, i quali, quando vi rimanessero accumulati ed incrostati colla polvere esteriore, turberebbero il processo delle funzioni vitali, e porrebbero a serio repentaglio la salute del corpo. Essendo questo scambio di materie altrettanto importante a mantenere la salute del corpo e l’armonia delle funzioni organiche, di quanto lo sia quel che si effettua per mezzo degli organi interni, avviene che, se per qualche causa la traspirazione cutanea fosse interrotta in qualche parte del corpo, succederebbe uno sconcerto in tutto l’organismo umano.

Egli è perciò che a mantenere il corpo in uno stato di salute e di attività fisiologica è di somma importanza usare ogni cura affinché i pori della pelle si mantengano sempre aperti, [p. 104]

Una delle cause che fan chiudere temporariamente quei forellini sono le pomate, i cosmetici, gli unguenti, le polveri cipriche ecc., poi l’accumularsi di prodotti di vario genere, specialmente polvere o qualunque lordura caduta sul corpo umano, delle materie escrementizie della traspirazione sull’epidermide; in una parola è la sporcizia.

Giova pertanto alla salute la pulizia, il lavarsi bene, il pettinarsi e il cambiare a tempo le biancherie che toccano la pelle, perché la pulizia del corpo si ottiene bensì anche colla lavatura del corpo per mezzo dei bagni, ma più ancora col costante sfregamento, prodotto dal moto ordinario, delle biancherie sulla pelle, e moltissimo poi col moto più violento prodotto dalle grandi passeggiate e dai giuochi nelle ricreazioni, specialmente quando il corpo è in grande traspirazione e in sudore.

La traspirazione cutanea è anche impedita, e allora molto violentemente e perciò con danno immenso per la sanità, quando molto trafelati si beve acqua fredda, oppure si sta fermi all’aria un po’ viva e specialmente all’aria fissa di qualche finestra o di qualche fessura o in una corrente d’aria: in tal caso potrebbe produrre una violenta polmonite. Quando si è sudati, bisogna porre ogni attenzione perché la traspirazione non venga violentemente impedita, anzi bisogna aiutarla finché a poco a poco cessi da sé.

Igiene dei nervi

Il nostro corpo è rivestito da più di 500 muscoli, ministri obbedienti della nostra volontà e fedeli strumenti [p. 105] dei nostri bisogni. Per essi noi portiamo alle labbra l’alimento e respingiamo lontano da noi ciò che può nuocerci; coi muscoli noi eseguiamo ogni lavoro manuale, dirigiamo i sensi, facciamo il sangue.

I muscoli per essere addestrati e forti han bisogno di molto esercizio. I medici constatano che noi nella vita civile ci muoviamo troppo poco, che avremmo bisogno di un esercizio più attivo e più frequente e don Bosco c’invitava coll’esempio e colle parole a fare anche lunghi viaggi a piedi per rinforzare la nostra fibra.

  La prima e più diretta conseguenza dell’esercizio muscolare è di rendere più gagliardi e più grossi i muscoli che si esercitano: il facchino ha le braccia più robuste e più nerborute; chi viaggia a piedi ha i polpacci delle gambe più grossi e resistenti. Dove v’ha bisogno di molta forza noi troviamo molte e grosse masse muscolari. Un celebre igienista compreso dalla tanta utilità del moto sulla salute e sulla longevità, compendia tutta l’igiene in questo sol precetto: Muovetevi molto e all ’aria libera.

Le passeggiate all’aperta campagna, la marcia, la corsa, il giuoco della palla e del correre l’un dietro l’altro propri della puerizia, costituiscono un insieme svariatissimo di movimenti che potentemente contribuiscono a rinvigorire il sistema nervoso, a sviluppare le membra, a conferire ai muscoli agilità e destrezza. Oltre a ciò, la vivacità, il brio, la giovialità da cui sono animati queste passeggiate e questi giuochi, salutarmente influiscono sulla circolazione del sangue, sulla digestione, su tutte [p. 106] le funzioni della vita vegetativa e preservano l’organismo da quell’accidioso torpore, che sfibra e lo accascia, ed impediscono quell’alterazione e quel ristagno di umori, da cui germogliano gran copia di morbi.

E giova anche ad equilibrare il lavoro mentale che il fanciullo comincia a fare co’ suoi studi, ed a mettere la necessaria armonia tra l’attività della mente ed il riposo del corpo. Poiché è da notare attentamente, che arrivato il giovane ad un certo sviluppo della mente cominciano a trovar gusto negli studi a cui anche si è spinti alle volte con troppo vigore dai maestri o dai genitori o dal pensiero di un più abbondante prossimo guadagno. Or questa smodata applicazione pone assai volte a repentaglio la salute: il cervello si spossa sotto lo sforzo di uno studio che non conosce modo né misura ed il sistema nervoso ne può essere siffattamente soverchiato da risentirsene per tutta la vita. È allora che il giovanetto abbisogna più di svago, di gaiezza, di passeggiate: solo così restano equilibrate le forze fisiche e mentali.

L’avere pertanto cortile ampio ben esposto ed arieggiato in cui si possa correre e giuocare è un tesoro per un collegio.

Specialmente nel tempo della cresciuta alcune posizioni forzate per lungo tempo possono torcere la colonna vertebrale e con essa deformare tutto il corpo: si addestrino pertanto i fanciulli a camminare diritti e a non stare in posizioni incomode e non naturali. Quelli che lavorano in qualche arte faticosa come i contadini, i minatori, i falegnami, i ferrai abbisognano poco d’altro moto; ma quelli che studiano, gl’impiegati e generalmente [p. 107] quelli che conducono vita sedentaria, trovano la vita nel moto.

I giuochi sedentari come quello della dama, delle carte, degli scacchi non sono giuochi da studenti. Valgono molto bene per gli operai e commercianti ed esercenti i quali stanchi dalla troppa fatica corporea abbisognano di riposo del corpo e d’altronde non sono stanchi di mente. Coloro che già stanno troppo fermi per ufficio o che sforzano già troppo la mente con gli studi ne avrebbero danno.

Di grande utilità è il passeggio. Il camminare è uno degli esercizi più generali di tutta la muscolatura, e quindi dei più salubri, tanto più che veniamo a dare al polmone un’aria sempre nuova, cambiando di posto. L’esercizio della mente non è impedito dal passeggiare, anzi per molti serve a risvegliare ed ordinare meglio le idee. Cicerone lasciò scritto: Quidquid confido aut cogito, in ambulationis fere tempore conferò. Chi digerisce male o troppo lavora col cervello dovrebbe passeggiare di più.

La corsa conviene molto alla gioventù. Essa accelera assai la circolazione del sangue ed il respiro. Non conviene più tanto agli adulti ed a quei giovani che patiscono palpitazione di cuore o affanno di respiro. Questi devono, quando comincia la palpitazione, riposare, finché il tumulto di questi organi abbia cessato.

Il salto è esercizio faticoso e violento, scuote anche violentemente i visceri ed il cervello, ed esige la contrazione molto energica della più parte dei muscoli del corpo e specialmente [p. 108] degli estensori. È adunque da riservarsi alla gioventù cui può essere di gran vantaggio e non all’età matura. Gran precauzione nel salto è quella di poggiare fortemente nel cadere la punta del piede e non il calcagno, e far flettere le membra inferiori.

Tra gli esercizi più igienici vi è il passeggio per le colline e per le montagne, arrampicandosi su pei burroni, perché in questo non vi è muscolo che non sia esercitato mentre l’esercizio non è troppo violento. Rinforzano anche tutto l’organismo, l’attingere acqua, zappar l’orto e specialmente lo spaccar legna.

Ginnastica

L’igiene propriamente detta serve a mantener sano il corpo: la ginnastica serve inoltre ad accrescere al corpo vigoria e robustezza.

Quando il nostro corpo languisce intormentito nell’immobilità e nell’inerzia o le membra non sapessero muoversi agili e snelle per fare gl’interni voleri dello spirito, anche la salute ne patirebbe detrimento, come avviene nella vita oltremodo sedentaria, in cui la sospensione del moto muscolare rallenta la circolazione del sangue cagionando così mal essere e malattie.

Meno il giovane è maturo e più abbisogna di esercizio fisico. Essa è dunque cosa contraria alla natura esigere che i giovani rimangono lungo tempo immobilmente assisi o nella medesima posizione.

Tutti i fanciulli, di cui non si comprima la vivacità con la violenza, si dànno senz’aiuto di alcuna lezione a vari esercizi di corpo, e più sono giovani e meno amano di rimaner [p. 109] tranquilli. Camminano, corrono, saltano, s’arrampicano, sollevano pesi, li trascinano, lottano tra loro ecc. Questo indica il bisogno che per natura hanno di gran moto e di esercizi muscolari.

Quindi il fanciullo che nella prima età più degli altri sente il bisogno di rendere più robuste le sue membra ancora deboli e prive di svolgimento, sente anche più forte il bisogno di moto. Orbene: l’insieme di cotesti movimenti corporali, a fare i quali si è naturalmente spronati, e per fare i quali liberamente uno si determina, potrebbe chiamarsi ginnastica naturale.

L’uomo ha poi cercato di dare perfezionamento a questi esercizi e movimenti di ginnastica naturale, specialmente con graduarli e coll’indicare regole perché producano maggior bene ai singoli membri del corpo, e per far evitare gli inconvenienti che potrebbero avvenire; e questa è quella che chiamasi ginnastica metodica, o artificiale o ginnastica propriamente detta: essa si può definire: L’arte di accrescere robustezza al corpo per mezzo di graduati e convenienti esercizi corporali.

Così intesa la ginnastica è veramente utile e porta al giovane vari vantaggi perché invero dona al corpo disinvoltura, sveltezza, grazia e dignità di portamento e specialmente cresce gagliardia e robustezza, sebbene è vero che questi medesimi effetti nei giovani si possano ottenere medesimamente con la ginnastica naturale. Anzi alla mobilità e leggerezza propria della puerizia meglio si confanno i movimenti spontanei e liberi composti insieme e diretti dalla virtù intuitiva della loro mente, che non [p. 110] i compassati e stretti da norme prestabilite. Dove è propriamente e grandemente utile la ginnastica pei bambini è nelle scuole.

Ginnastica nelle scuole

Per quanto riguarda la ginnastica nelle scuole; affinché essa riesca proprio conveniente ed utile, si possono tenere le seguenti avvertenze metodiche ed igieniche.

Avvertenze metodiche. Tutto  quanto l’insegnamento della ginnastica si divide in tre stadi: il primo corrisponde all’infanzia, cioè agli allievi degli asili infantili e delle scuole elementari inferiori; il secondo corrisponde alla puerizia, cioè agli allievi delle scuole elementari superiori; il terzo corrisponde all’adolescenza o giovinezza, cioè ai giovani che hanno già compito il corso elementare. Si hanno a notare due cose, Tuna riguardo allo scopo, l’altra riguardo al tempo.

Nel primo stadio riguardo allo scopo si ha da aver di mira di ottener colla ginnastica un po’ di ordine e di allegria e un po’ di respirazione nella scolaresca. Per riguardo al tempo si faccia l’insegnamento della ginnastica dopo un po’ di applicazione, dopo gli esercizi di scrittura, ogni qual volta si crede utile concedere un po’ di riposo.

Nel secondo stadio si deve mirare ad ottenere nell’esecuzione degli esercizi la precisione e la franchezza. Per riguardo al tempo, la lezione di ginnastica deve servire come di sollievo dopo una lunga applicazione intellettuale. La lezione deve essere giornaliera, non deve oltrepassare la mezz’ora e deve ordinariamente andar divisa nelle tre parti seguenti: esercizi preparatori [p. Ili], esercizi elementari di tutte le parti del corpo e ciò nella scuola stessa; esercizi di marcia, corsa, di passi ritmici nel cortile o giardino attiguo alla scuola ove ciò sia possibile. Gli esercizi ginnastici fra i banchi nelle scuole tra i fanciulli delle classi elementari non obbligano i giovani a troppo prolungata attenzione, e li dispone a star più attenti alle spiegazioni che seguiranno questi esercizi.

Nel terzo stadio oltre la ripetizione degli esercizi suindicati, si moltiplicano gli esercizi coi manubri, col bastone e con vari altri attrezzi ginnici specialmente le parallele e la sbarra fissa. Per ben riuscire il maestro ricordi queste altre avvertenze: a) non si mostri incerto nella scelta o nel comando dell’esercizio, al che gioverà prepararsi volta per volta la lezione; b) nello spiegare l’esercizio all’alunno sia chiaro ma breve, e ponendosi di fronte agli allievi eseguisca egli stesso l’esercizio; c) nel comandare distingua bene i comandi di avvertimento, spiegazione ed esecuzione; d) eseguendosi un comando badi soprattutto alla naturalezza e che rimangano immobili le parti del corpo non chiamate in azione dall’esercizio.

Avvertenze igieniche. Nel far la ginnastica si tenga: 1° Gli abiti sieno leggeri e lascino il corpo perfettamente libero in ogni suo movimento, special- mente non sia il collo stretto da cravatta o da altro. 2° Non si faccia far moto violento prima che siano scorse almeno due ore dal pasto principale; 3° Si badi che nelle scuole la ginnastica non susciti polverio, [p. 112] ed anche fuori sia fatta in locale adatto; 4° Nei salti si badi a non mai battere i tacchi, bensì a poggiare prima a terra con la punta dei piedi; 5° Non sdraiarsi sul suolo umido e freddo né durante, né subito dopo le esercitazioni ginnastiche; 6° bisogna stancarsi un poco nel fare ginnastica, se si vuole che sia proficua, ma è necessario evitare gli eccessi perché come l’esercizio moderato sviluppa, cresce, rinforza, così l’esercizio immoderato (riguardo all’età, alla complessione e robustezza del fanciullo) farebbe concorrere il sangue in troppa quantità, quindi nascerebbe l’irritazione che facilmente potrebbe cambiarsi in malattia; 7° Finita la lezione, essendo il corpo in sudore, coprirsi bene indossando subitamente gli abiti prima deposti; 8° nel caso di qualche stiracchiatura o slogamento, si eviti lo stolto pregiudizio di stiracchiare più fortemente il membro indolenzito per rimetterlo a posto, perché questo, tante volte, non fa che continuare a rendere più perfetto lo slogamento incominciato in simili casi si domandi subito il medico e frattanto si bagni ripetutamente ed anche continuamente la parte lesa con acqua quanto si può fredda, e se vi è la possibilità con pezzuole inzuppate in acqua d’amica.

Della nettezza

Non può abbastanza raccomandarsi la nettezza per ottenere la sanità nei fanciulli. Bisogna avvezzarli a quella sia per riguardo la loro persona, sia per tutte le cose che li circondano.

Oltre il male morale a cui singolarmente predisporre il sudiciume, e per un sentimento inavvertito di malessere che [p. 113] cagiona, e per l’immaginazio- ne che corrompe, e per il disordine abituale che ingenera, sarebbe impossibile enumerare i mali fisici che essa cagiona. Egli è dalla nettezza che comincia l’incivilimento dei popoli, ed è perciò senza dubbio che alcuni legislatori ne fecero un dovere religioso e che le abluzioni furono poste tra i sacri riti. Dappertutto dove regna il sudiciume la sanità se ne risente, e talvolta le conseguenze ne son talmente funeste, che bastano per tarpare l’ingegno, ed annebbiare la serenità dello spirito.

La nettezza del corpo infonde un sentimento di benessere che agevola grandemente l’opera intiera dell’educazione. Il gusto della nettezza coltivata per tempo nell’animo del fanciullo può per analogia inspirargli il disprezzo di tutto ciò che è moralmente impuro. E non è punto difficile far prendere ai fanciulli l’abitudine della nettezza sì che diventi natura. Praticamente si veda che non solo al mattino si lavino bene le mani ed il viso, ma ben anco il collo e le orecchie; si facciano tenere regolarmente i capelli corti, non lascino mai al mattino di pettinarli per togliere dal capo la forfora e la polvere. Si faccia fare con frequenza la lavanda dei piedi, anche più volte per settimana. Non si permetta che gli abiti a contatto della pelle si tengano più di una settimana senza mutarli. Siano costantemente ben scopate le scuole, gli studi, i dormitori, né solo nei luoghi di passeggio e in vista, ma bensì anche sotto i banchi, sotto i letti. Si badi che né nelle scuole, o studi o dormitori, né nei corridoi [p. 114] o cortili vi sieno degli odori, che nei cortili non vi siano immondezzai. Si ricordino le cose dette sopra sulla nettezza dei luoghi comuni e sul non accumulare negli angoli le spazzature. Cosa per cosa non sembrerà d’importanza tanto grande, ma l’insieme è una delle cose che più influiscono sulla salute e che trascurate, maggiormente potrebbero danneggiarla.

Del riposo e del sonno

Le forze dell’uomo non possono stare continuamente in esercizio perché troppo s’infiacchirebbero e diverrebbero inutili ai bisogni della vita: esse hanno bisogno di riposo. Or questo riposo è di due sorta cioè quello della notte col sonno e quello delle nostre occupazioni. Riparatore delle forze vitali è il sonno, da cui le funzioni vegetative dell’organismo attingono nuova lena per la ripresa del loro ufficio. Esso è necessità di natura per tutte le età della vita ma segnatamente per l’infanzia ed adolescenza. Il tempo migliore pel riposo delle nostre forze vitali è la notte: e la natura stessa c’invita col silenzio che dappertutto fa regnare. Molto giovevole alla salute è coricarsi presto e levarsi al mattino per tempo. Il riposo non ha da essere assai prolungato perché se il troppo esercizio stanca e prostra, il troppo riposo snerva ed infiacchisce: per regola generale esso deve durare sette ore: il bambino però può riposare anche di più e l’uomo robusto di meno. Riguardo al modo di riposare bisogna che la persona non sia rannicchiata, che la testa non stia sotto le coltri, ma libera e sempre più alta dei piedi, che non si stia troppo coperti. È preferibile il letto duro e che non sia fatto di piume, [p. 115]

Come il sangue, quando gli mancano i principi nutritizi, manifesta per mezzo degli stimoli della fame, il bisogno di essere rifornito con nuovi alimenti, così le fibre dei muscoli ed il sistema cerebrale, dopo una prolungata tensione ed attività manifestano con la lassezza e la stanchezza il bisogno di essere rifornite di nuove forze, ed a provvederveli e per ripristinare le condizioni normali dell’organismo è necessario il riposo. Il proverbio dice che l’arco sempre teso si rompe. Alcun tempo di sollievo è utile per gli adulti, necessario pei fanciulli. Il variare occupazione è già un riposo. Don Bosco, per animarci a gran lavoro, era solito dirci che riposeremo poi in eterno in paradiso.

Nelle classi agiate della società s’incomincia quasi sempre troppo presto l’educazione della mente e non si lascia abbastanza riposare il fanciullo e allora si logorano il corpo e la mente. Pochi minuti di attenzione fissa bastano per stancare la mente di un bambino e pochi quarti d’ora per stancare quella di un fanciullo: essi dopo un po’ di studio abbisognano di riposo col giuocare e divertirsi.

È diffìcile assegnare la misura igienica dello studio e del riposo nella gioventù. La stanchezza è la misura più giusta che deve interrompere lo studio. L’intermittenza delle facoltà cerebrali è la più utile cosa pel fanciullo: le vacanze settimanali e le ferie autunnali sono la provvidenza per la loro sanità. Parlando del riposo in generale il Mantegazza sebbene pomografico e materia- lista, soggiunge: “Il riposo della domenica prima che dalla religione è imposto dall’igiene”, [p. 116]

 

CAPITOLO QUARTO

Igiene particolare

Chiamiamo igiene particolare quella che dà regole per conservare sani i vari organi dei nostri sensi.

Dell’educazione dei sensi esterni

I nostri sensi esterni sono per così dire le porte per cui le impressioni dell’universo corporeo entrano nell’anima e le porgono così come i materiali greggi e le informazioni su cui essa lavora per le sue conoscenze intorno al mondo sensibili esterno.

L’educazione dei sensi esterni ha dunque speciale attinenza con l’educazione dell’intelletto che giovasi di essi come di istrumento indispensabile a fine di penetrare nella conoscenza della nostra fisica circostante. Per ragione di questo loro ufficio i sensi vennero chiamati l’avanguardia dell’intelligenza e la loro cultura tiene ad un tempo dell’educazione fisica e dell’educazione spirituale.

I sensi nostri pertanto fin dai primordi del loro sviluppo devono essere educati in guisa che ricevano impressioni convenienti aggiustate e sincere e di tal modo somministrino allo spirito informazioni e immagini fedelmente rappresentative della realtà degli oggetti.

Fine dell’educazione dei sensi è la loro perfezione: mezzo universale [p. 117] per riuscire a tal fine è l’esercizio. Alla perfezione dei sensi occorrono tre doti particolari, che sono l’integrità, la vigoria, la finitezza.

I sensi vogliono essere integri cioè sani, ben disposti, scevri da ogni stortura o mala piega, affinché le impressioni che ricevono degli oggetti riescano veraci, ossia corrispondenti alla realtà.

La vigoria o forza è richiesta affinché il senso sia capace di pressioni potenti e colga il proprio oggetto con prontezza, con facilità, con efficacia, non dimezzato o monco, ma nell’integrità e compitezza sua.

Fornito poi della dote della finitezza o squisitezza è fatto capace di notare e rivelare le minime particolarità della natura sensibile, le più sfuggevoli gradazioni di un fenomeno.

All’integrità dei sensi si devono le percezioni veraci, alla vigoria le potenti, alla finitezza le squisite.

Mezzo generale a perfezionare i sensi è l’esercizio, mercé cui si può si può arrivare ad una meravigliosa virtù percettiva. Però tali esercizi, vanno molto studiati, poiché, come è vero che l’esercizio moderato fortifica e raffina l’organo, non è men vero che le violenti impressioni ed un eccessivo lavoro lo affaticano, lo indeboliscono e lo guastano, e ciò tanto più facilmente quanto più esso è delicato e di complicata struttura. Con ben regalato l’esercizio produce effetti mirabili. Ognuno ammira l’acutezza di vista del marinaio e del montanaro che spingono lo sguardo fino ai più lontani limiti dell’orizzonte; la vista finissima [p. 118] del pittore che scorge le pressoché le impercettibili gradazioni di tinte e le più lievi sfumature di un quadro. L’occhio di un musico esercitato alla armonia avverte le più sfuggevoli modulazioni di una voce, le minime gradazioni di una nota musicale. Il cieco a cui toma necessario l’uso continuo del tatto per sopperire alla mancanza della vista giunge a distinguere nella superficie di un oggetto le forme ed i rilievi più insignificanti.

Gioverà non poco all’educazione generale dei sensi il condurre in fanciullo, oltreché ad ammirare gli spettacoli della natura a vedere officine manifatture, laboratori e forme svariatissime dell’umana industria, musei ecc.

I sensi abbisognano tutti di venire aiutati nel loro esplicamento e di essere esercitati, ciascuno secondo la sua naturale importanza; giacché non tutti hanno pari pregio e valore: eccellono sopra tutti gli altri la vista e l’udito.

Ciascun senso ha bensì un ufficio proprio; ma accumunano per così dire i loro uffici, mutuamente si sussidiano e si rinforzano: e l’uno adempie i difetti dell’altro, o si sottentra a fame le veci, ne compie e ne corregge le informazioni.

Ciascun senso va educato mercé di un esercizio particolare corrispondente alla funzione sua propria ed al suo speciale apparecchio organico; ma di qualunque specie esso sia, l’esercizio va distinto in negativo e positivo. Consiste il primo nell’eliminare tutti gli ostacoli ed i casi che potrebbero piegarli a men buone abitudini e deviarli dal loro naturale procedere; il secondo sta nel [p. 119] fornire a ciascun senso buona, opportuna ed eletta copia di oggetti a cui si applichino, renderli attenti all’impressione che ne accoglie. Quest’attenzione è sommamente efficace a procurare ai sensi tutta la cultura di cui abbisognano: vedere non basta, necessita il guardare ed il guardare è un vedere attento, come l’ascoltare è un attento udire, e il toccare è un toccare accompagnato da attenzione.

La vista

Come l’udito è il senso del mondo sociale perché è il senso della parola e quindi delle idee, così la vista è il senso del mondo fisico della natura, e quindi il senso delle immagini, delle forme corporee rivelate dalla luce. Laonde concorre anch’esso potentemente al lavorio perfettivo dello spirito umano, siccome quello che fornisce all’intelligenza i rudimenti di tutte le scienze naturali, arricchisce la fantasia estetica di leggiadre immagini rappresentative delle idee, conferisce al pensiero la larghezza di vedute rivelando allo sguardo l’immenso orizzonte della natura ed innalza la mente dallo spettacolo del visibile universo all’intuizione dell’essere infinito.

L’esercizio della vista mira a procacciare a questo senso integrità, vigoria e finezza. L’integrità richiede che la vista si mantenga sana e ben disposta, scevra da ogni difetto od affezione morbosa, al che si provvede preservando gli occhi dei fanciulli da una luce che sfolgori ed abbagli, evitando ogni repentino e brusco passaggio dall’oscurità ad una luce troppo viva, vegliando affinché non contengano per mala abitudine una guardatura losca, evitando ogni [p. 120] positura sfavorevole ecc. Occorre ancora che non stanchino la vista col voler studiare a luce troppo rimessa o col fissare caratteri troppo fini. Quante vittime dall’apprendimento del disegno imposto fuor di tempo e di misura a fanciulli di troppo tenera età in cui l’organo visivo è ancora tanto delicato! Concorre anche potentemente all’integrità della vista il tenere gli occhi puliti e stare il meno tempo possibile alla polvere. Giova a rinforzare gli occhi il rinfrescarli con frequenza con acqua fresca.

A fortificare la vista giova molto l’aria libera ed avvezzare gradatamente alle impressioni della luce del giorno. Al che giova potentemente la veduta dell’ampia ed aperta campagna dove tutto felicemente concorre a rinvigorire questo senso, la purezza che lo rinforza, la copia e varietà degli oggetti, che lo esercitano sotto ogni riguardo, il verde delle erbe e delle piante, dove l’occhio può riposare dal suo servizio.

Vuoisi infine aver di mira la finezza del senso visivo, ossia la formazione del colpo d’occhio, che addestra in fanciullo a cogliere con facilità ed apprezzare con esattezza la distanza, le dimensioni, le proporzioni, la rapidità dei movimenti, la diversità dei colori, la varietà e le gradazioni delle tinte. A tale intento necessita rendere il fanciullo attento a quanto sta vedendo, giacché la particolarità e le gradazioni delle cose visibili non si colgono e non si avvertono se non in virtù dell’attenzione. L’aver il collegio in vista d’una grande campagna, di colline, di montagne o del mare oppure qualche giardino accanto, sono [p. 121] cose che contribuiscono sia alla fisica che alla morale educazione del fanciullo.

Gran consiglio generale per mantener sana la vista e lo studiare il meno possibile a luce artificiale; e quando si deve studiare al chiarore della lampada non tener gli occhi rivolti alla lampada; ma badare che essa sia sospesa il alto e coperta da opportuno paralume. Nuocerebbe anche assai l’oscillazione della fiamma.

Non si portino mai occhiali se non sono direttamente comandate da bile oculista, ed allora si procuri di averli con molta precisione come il medico oculista li ha comandati e si adoperino dove e come il medesimo oculista indicò, poiché l’organo della vista è molto delicato e potrebbe senza le dette precauzioni patirne assai.

 L’udito e la parola

Meritevole di singolare riguardo è l’esercizio dell’udito, che adempie un rilevantissimo compito nel processo della nostra vita intellettiva, morale e sociale.

La struttura dell’organismo uditivo mostrasi assai delicata segnatamente nell’infanzia. Laonde vanno con somma cura evitati i rumori assordanti, i suoni stridenti, troppo intensi ed acuti e vicini, le forti e repentine esplosioni, il suono delle campane troppo vicine ed il gridare nell’orecchio ad uno, cose che scuotono con una dolorosa e smodata commozione i nervi acustici e con essi il cervello.

È poi richiesta per l’igiene delle orecchie grande pulizia: alcune volte la semisordità è prodotta da sporcizia che si trova nelle orecchie. Ma non bisogna mai curarle con oggetti acuti [p. 122] o troppo rigidi, poiché sarebbe facile forare il timpano.

Un vincolo indissolubile stringe insieme il senso dell’udito coll’organo vocale della parola per modo che l’uno è condizione dell’esistenza e dello sviluppo dell’altro. Lo mostra fino all’evidenza il fato comunissimo che chi nasce sordo rimane muto.

Oggetto proprio ed immediato dell’udito è il suono; ma fra tutti i suoni svariatissimi avviene uno che ad ogni altro sovrasta: è il suono articolato della parola umana, da cui l’udito attinge una eccellenza singolare e la sua educazione un pregio ed un’importanza del tutto speciale. Infatti la parola è il vincolo delle idee, epperciò l’udito è il senso delle idee. La parola è il vincolo che stringe gli uomini in comunanza di vita, e quindi l’udito è il senso sociale per eccellenza. La parola è organo poderosissimo e supremo mercé del quale l’educatore ammaestra e l’alunno impara e svolge il proprio pensiero e per conseguenza l’udito è l’organo eminentemente pedagogico. Destituito di esso l’uomo rimane poverissimo di idee, vive pressoché estraneo alla società, riesce difficilmente e scarsamente educabile.

La coltura della parola esige ad un tempo il regolare sviluppo ed il retto esercizio dell’organo vocale e del senso uditivo.

Gli esercizi richiesti alla coltura della parola sono: addestrare fin dall’infanzia il fanciullo a parlare con voce nitida, spiccata e conveniente, a leggere con voce alata, sostenuta, distinta, espressiva ed all’uopo svariata: rinforzare il suo organo vocale per mezzo [p. 123], del canto moderato, opportuno e tale che si tenga in armonica corrispondenza colla formazione e collo sviluppo dell’orecchio e del senso uditivo

Il tatto

Viene l’educazione del tatto il quale confrontato con altri sensi fin qui esaminati si può appellare il senso della solidità e della materia.

Distinguesi il tatto in passivo od in volontario od attivo od accompagnato da intenzione. Il primo ha la sua sede nella pelle, che involge quasi in un involucro quasi tutta la superficie del corpo, onde appellarsi anche senso generale, siccome quello che è sparso per tutto l’organismo esteriore e ci porta le impressioni esterne del caldo e del freddo, del secco e dell’umido, del duro e del molle. Il secondo che si domina più propriamente toccare o palpare ha per suo organo speciale la mano, segnatamente i polpastrelli delle dita, e ci serve a percepire non soltanto la temperatura calda o fredda dei corpi; ma la loro pieghevolezza e consistenza, il peso, la forma geometrica piana o rotonda, le dimensioni, la superficie liscia o scabrosa ecc.

Non è da disprezzare l’educazione del tatto. Ad educarlo occorre anzitutto mantenere integra e netta la pelle, ed indurire il corpo affinché non patisca ad ogni variazione di temperatura, del che già si parlò. Conviene inoltre procurare che il giovanetto maneggi gli oggetti non macchinalmente ma con certa quale riflessione, sicché mentre ne accoglie le impressioni acquisti prudenza nello sperimentarli. Giova per anco, a conseguire finezza di tatto, [p. 124] impratichire il fanciullo a palpare un oggetto ad occhi chiusi o all’oscuro, rilevando così certe particolarità del corpo colla sola virtù del tatto senza il sussidio della vista. Giova anche impratichire il fanciullo nei servigi di casa e addestrarlo ai lavori manuali a lui adatti.

Incomodano molto la mano, strumento speciale del tatto, ed i piedi, i geloni d’inverno per evitare i quali giova indurire la pelle e tenerle costantemente ben asciutte. Rinforza la pelle il lavarsi le mani con glicerina e confregarle molto; si rinforzerebbe più la pelle chi pigiasse le uve o impastasse il pane. Per non guastare la pelle dei piedi giova il tenerli caldi e il portare costantemente le scarpe comode.

Gusto e odorato

L’educazione di questi due sensi importa assai meno degli altri. Il gusto, insediato nella lingua, vi sta giudice delle sostanze nutritive e quindi veglia sulle funzioni dell’apparecchio respiratorio.

Il senso del gusto va educato all’esclusivo ufficio, a cui è da natura ordinato, di giudice cioè delle salutari o nocive qualità delle sostanze che ci servono di nutrimento e non mai a rendere il fanciullo un buongustaio, o ad addestrarlo alla golosità e licuomie. Tuttavia un palato sensibile può in alcune professioni accrescere riputazione e fortuna dacché il commercio dei vini e di altre bevande più che alla chimica si appoggia all’analisi gustatoria ed olfattoria. Il bere troppo caldo e troppo freddo e il far uso [p. 125] di droghe ardenti e di liquori forti, il fumare e peggio il masticar tabacco sono abitudini che ottundono la sensibilità gustatoria.

Lo stesso deve dirsi dell’odorato. Esso va convenientemente coltivato, affinché ci avverta dei gas nefìtici, che serpeggiano nell’aria, e che penetrando negli organi respiratori danneggiano la sanità. È da avvertire che ogni odore forte e troppo acuto, anche di quelli gradevoli all’olfatto, nuocono alla finezza dell’odorato, ne paralizzano l’attività sensitiva e generano gravi dolori di capo. Come riesce sommamente esiziale il dormire in un ambiente viziato dal profumo dei fiori o da acque odorose.

Non è qui da passar sotto silenzio quanto possono contribuire al benessere dell’uomo i denti. L’avere buoni denti è un’ottima fortuna e può contribuire in modo indiretto ad allungare la vita e a renderla meno penosa. Ottimi tra tutti i denti sono quelli di un colore bianco-giallastro, perché hanno uno smalto grosso e tenacissimo; meno buoni sono in generale i puramente bianchi, ed i bianchi-grigi. Prima regola per la conservazione dei denti e di tenerli costante- mente puliti: giova per questo, dopo d’aver mangiato lavarsi ben bene la bocca con acqua non troppo fredda. Chi avesse i denti sporchi abitualmente deve ripulirsi alla sera e non al mattino, perché il residuo degli alimenti non rimanga molte ore nella bocca con pericolo che imputridiscano. Qualche volta si può usare lo spazzolino; ma non bisogna che abbia i peli troppo duri e le frizioni devono farsi dall’alto in baso per i denti superiori e dal basso in alto pei denti inferiori e ciò per non distaccare [p. 126] le gengive dai denti.

Nuoce grandemente ai denti il repentino passaggio dei cibi molto caldi a cibi molto freddi e viceversa. E più ancora lo sforzarli a rompere cose molto dure e tirare oggetti. Causa perenne dei mal dei denti sono le cattive digestioni. Nuoce pure l’umidità, specialmente nei piedi, quando i denti sono già guasti.

Non è provato che lo zucchero e cose dolci sieno dannose ai denti; possono bensì essere nocivi allo stomaco e per mezzo delle indigestioni influire sui denti: servirsene adunque ma non abusarne.

Non bisogna mai stuzzicare i denti con oggetti molto duri come con spran- ghette di ferro, aghi, pennini ecc. [p. 127]

PARTE SECONDA

EDUCAZIONE INTELLETTUALE

SEZIONE PRIMA
EDUCAZIONE INTELLETTUALE IN GENERE

Necessità di un’acconcia educazione intellettuale

Abbiamo parlato nella prima parte delle facoltà fisiche del fanciullo. In questa seconda è da parlare dell’educazione delle facoltà intellettuali. Questa supera in importanza l’igiene di quanto la mente supera il corpo. Come l’ignoranza è apportatrice di molti mali, così l’istruzione, quando è vera, è apportatrice di molti beni. E se in tutti i tempi fu importante l’educazione intellettuale adeguata della gioventù, nei nostri riesce importantissima, sia perché la ragione dei tempi maggiormente lo richiede, essendosi l’istruzione maggiormente diffusa ovunque; sia perché quanto più i nemici della vera scienza e della religione fanno violenti sforzi per esporre sotto gli occhi dei giovani inesperti insegnamenti che gettano ombra sulle menti e corrompono i costumi, tanto maggiore accortezza ed energia bisogna adoperare per mettere ordine e solidità nell’educare la mente, per far regnare nelle lettere e nelle scienze un metodo assolutamente conforme alla verità ed alla fede cattolica, [p. 128]

Un terzo motivo esterno ci deve spingere ad istruire bene; ed è che molti genitori ai nostri tempi non guardano guari gli altri pregi dell’educazione, e non ci consegnerebbero più i loro figliuoli ad educare se noi non avessimo fama di dotti e di saper istruire bene.

L’istruzione è distinta dall’educazione; ma non è e non va da quella separata. L’istruzione dà l’intellettuale coltura, l’educazione dà la morale istruzione e formazione del cuore. La prima d’ordinario non si fa consistere che nel corredare le menti giovanili di una suppellettile di cognizioni che valga, secondo l’età e l’attitudine, ad addestrare i giovani nell’utile esercizio delle facoltà intellettuali; laddove l’educazione dovrebbe portare lo svolgimento e l’attuazione dei grandi principi religiosi e morali, applicati alla condotta domestica e cittadina di questi giovani medesimi. Per la scientifica istruzione si avranno giovani eruditi e valenti, ma l’educazione vi darà giovani onesti e virtuosi.

Se da queste parole si vede che l’istruzione è distinta dall’educazione si vede pure che queste due cose non possono star separate, e che l’istruzione deve anch’essa tendere alla felicità dall’alunno, e che non deve mai perdere di vista l’ultimo fine a cui debbono essere rivolte tutte le sollecitudini di un buon educatore, cioè di facilitare all’educando la pratica del bene e l’acquisto della sua vera felicità.

L’istruzione propriamente detta può definirsi; l’esposizione ordinata della verità. Espone dal latino esponere [p. 129] vuol appunto dire porre avanti, mettere fuori per mezzo della parola. A quel modo che si presenterebbe a vedere un oggetto materiale, così nell’istruzione dobbiamo prendere la verità della nostra mente e colla parola farla vedere e conoscere ai giovani. Questa esposizione deve essere ordinata perché senza ordine ne verrebbe sempre confusione e non istruzione.

L’istruzione è poi esposizione ordinata della verità: perciò non potrebbe dirsi istruito chi avesse imparato molti errori; anzi ciò sarebbe di ostacolo grande all’istruzione, onde il proverbio: meglio l’ignoranza che l’errore. La verità poi è definita da sant’Agostino id quod est, e generalmente dai filosofi si definisce: adaequatio rei et intellectus.

Principi fondamentali dell’educazione intellettuale

E evidente che l’educazione intellettuale deve avere un principio su cui si fonda, come deve avere un processo per cui discorre, ed un fine a cui tende.

Quale sarà dunque questo principio fondamentale dell’educazione intellettuale? L’intelligenza umana è una ed identica nella sua essenza costitutiva, molteplice e svariata nel suo operare, ossia nelle sue manifestazioni. L’essenza dell’intelligenza sta nel pensare e nel conoscere; essa non è mai altro che questo, e siffatta sua essenza non cangia mai. Puossi però pensare e conoscere in guise diverse e molteplici, quali sono l’istruire e il percepire, il riflettere e l’osservare, il giudicare e il ragionare, l’indurre e il dedurre, il meditare e il ricordare ecc. Tutte queste [p. 130] funzioni sono manifestazioni varie della stessa intelligenza, la quale perciò apparisce chiaramente una nella sua essenza e molteplice nel suo operare. Orbene se tale è la natura dell’intelligenza, il principio fondamentale che dirige la sua educazione deve consistere in ciò che essa sia molteplice nel suo operare ed una nella sua essenza. Dissi molteplice nel suo operare perché deve aver cura di esercitare e coltivare convenientemente tutte e singole le funzioni dell’intelligenza e non alcune soltanto; e dissi una nella sua essenza perché deve cercare di coltivare ciascuna funzione della mente nell’ordine suo, e giusta i vincoli di dipendenza che la collegano con tutte le altre.

Sono dannosissime le conseguenze che ne avverrebbero qualora non si istruisse secondo la su esposta regola. Eppure non è raro il caso che tu ti incontri in tale educatore che lascia negletta la fantasia, riputandone dannoso lo sviluppo, o trascura la percezione esteriore siccome non bisognevole di apposita coltura: o che coltiva troppo l’astrazione od il puro ragionamento a danno dell’osservazione sensibile; od esercita oltre il convenevole la memoria a detrimento del criterio e della riflessione; il che tutto è a danno dell’unità ed armonia che deve dirigere l’educazione intellettuale.

Concetto e divisione dell’educazione intellettuale

Non è da confondere l’educazione con la pura istruzione: quella cerca di far acquistare all’alunno il sicuro e pieno dominio della propria intelligenza e lo addestra a pensare giustamente da sé a giudicare delle cose secondo verità, a ragionare [p. 131] rettamente, a riflettere con sodezza; questa mira unicamente a fornire l’alunno di un conveniente corredo di cognizioni. La prima ci dà quel che dicesi coltura formale; la seconda ci dà la coltura materiale. Quindi se la coltura materiale fa l’uomo dotto ed erudito in questo od in quell’altro ordine del sapere la formale gli dà la conoscenza del proprio pensare, lo fa giudizioso, assennato, riflessivo; tale insomma che valga ad acquistare da sé infinite altre cognizioni, oltre quelle che gli vennero comunicate dal maestro.

Queste due parti di mentale coltura vanno coltivate insieme ed acconciamente, dando la preminenza alla coltura formale. Poiché quando il pensiero sia formato a dovere e quindi sicuro di sé, retto nel suo procedere e vigoroso nell’operare, sarà atto a progredire all’acquisto di sempre nuove cognizioni. Epperò apparisce onninamente erronea e rovinosa l’opinione di coloro che avvisano d’aver educato bene l’intelligenza col solo avere infuso nella mente del discepolo il massimo numero possibile di cognizioni.

Ad ottenere la desiderata armonia della coltura formale colla materiale, necessita che la coltura materiale sia avvivata dalla formale per modo, che il discente nel ricevere l’istmzione non rimanga passivo, ma accopi l’opera della sua mente al magistero altrui, faccia suo il sapere comunicatogli e se lo riduca, come suol dirsi, in suco e sangue, poiché se l’alunno non impara a pensare giusto da sé, mentre viene istruito, neanche [p. 132] da sé saprà poi istruirsi durante la vita, ed ampliare il patrimonio del sapere ricevuto.

Il maestro, per impartire bene la coltura formale, bisogna che vegli sulle prime idee [che] l’intelligenza infantile accoppia insieme, prevenendo di tal modo e correggendo la stortura dei giudizi e dei ragionamenti, insegni ad appropriare gli oggetti conoscibili alle singole funzioni intellettuali, a formare le buone abitudini del meditare e del riflettere, tener vivo nello studioso l’amore alla scienza.

Ora per adempiere tale ufficio occorre che l’istitutore conosca per bene tutte e singole le funzioni intellettuali, e l’ordine con cui ciascuna di esse si manifesta nello sviluppo psicologico ed il modo con cui l’una opera sull’altra, e non ignori l’influenza che la scienza da lui comunicata all’alunno, esercita sulla sua maniera di pensare, di sentire, di operare. In altri termini, per riuscire buon maestro, bisogna aver studiato oltre alla pedagogia propriamente detta, anche la filosofia, e di questa specialmente la logica, l’antropologia e la psicologia.

Senza questo l’insegnante sarà tutto intento alla scienza che professa e dimenticherà la persona dell’alunno che deve educare; egli vedrà intorno a sé non intelligenze da formare, ma crani vuoti da riempire, così la scuola regalerà alla società non teste ben fatte, ma teste piene, le quali ben presto perderanno le loro posticcie cognizioni, perché mancherà lo spirito pensante che le conservi e le aumenti (v. Allievo), [p. 133]

Leggi dell’educazione intellettuale

Se poniamo ben mente come si sviluppa la facoltà pensante del fanciullo, agevolmente rileviamo che essa procede per una serie di funzioni siffattamente disposte che l’una spunta accanto all’altra e tutte insieme s’intrecciano senza interruzione quasi anelli formanti una catena continuata. Così dapprima s’intuisce, poi tiene dietro immediatamente il giudizio, a cui segue il raziocinio, tre funzioni che si connettono con vincolo indissolubile. Del pari prima si percepisce un essere nella sua interame vivente realtà, poi visi esercita sopra la facoltàmdell’astratteggiare, due funzioni anche esse  inseparabili: prima si apprende alcunchè, poi si ricorda l’appreso. Ecco come il pensiero del fanciullo procede continuato e non interrotto, nello sviluppo delle sue funzioni. Di modo che pare che la legge che governa la coltura formale dell’intelligenza possa chiamarsi legge di continuità.

E questa continuità medesima si riscontra pur anco nelle sucessive e ripetute operazioni che il pensiero eseguisce esercitando l’una o l’altra delle sue funzioni: anche gli atti del pensiero come le funzioni, formano una catena, i cui anelli sono tutti compenetrati insieme, ed il pensiero va dall’uno all’altro senza sbalzo di sorta, essendochè il soggetto pensante è sempre il medesimo essere sostanziale, qualunquesia la funzione che esercita, e l’operazione che eseguisce. Quell’io che ha intuito, è quel medesimo che poi giudica e ragiona; quell’io che percepisce ed apprende è quel medesimo che astrae e che ricorda: l’uomo maturo di [p. 134] età possiede ancora e riconosce come sua quell’intelligenza medesima che gli apparteneva nella fanciullezza sua.

Orbene : questa medesima continuità, con cui procede l’intelligenza nello sviluppo delle sue funzioni e nella serie delle sue operazioni deve pure governare il processo dell’educazione intellettuale. Per conseguenza il maestro deve svolgere e coltivare le funzioni intellettuali a mano a mano che fanno mostra di sé e con quell’ordine medesimo, con cui si intrecciano e si compenetrano le une colle altre, e procacciando all’alunno quella coscienza del proprio pensare,la quale è il più saldo vincolo di continuità delle molteplici successive operazioni intellettuali. Sarebbe un procedere a ritroso di questa legge il coltivare l’astrazione prima che la percezione, o l’obbligare l’alunno a mandare a mente ciò che non apprese.

Per riguardo alla coltura materiale della mente, ossia del processo insegnativo, legge conosciuta da tutti è la gradazione. Il difficile sta nel ben delineare questa legge. Tutti concordano in generale che l’insegnamento ha da procedere dal semplice al composto, dal noto all’ignoto, dal facile al difficile, ma poi quando è da precisare in che propriamente dimori il semplice, il noto, il facile, scelti come punti di mossa; ed il composto, l’ignoto, il difficile stabiliti come punti d’arrivo, in pratica non riesce facile a definirlo.

Si suole anche dire, che pel vero concetto della gradazione, si richiede che le notizie, le quali voglionsi comunicare al discente, vanno distribuite in ordine siffatto che le precedenti ad essere [p. 135] intese non abbisognano delle conseguenti; ma questo in pratica è sempre diffìcile e quasi inseguirle, e le notizie matematiche son le sole che non abbisognano, ad essere intese, di verun altra notizia che riguardi gli esseri viventi della natura o qualsiasi realtà susseguente.

Il prof. Allievo pertanto forinola meglio la legge della gradazione in questi termini: procedere dall’implicito all’esplicito. Il procedere a grado a grado da quel poco che già si sa a quel tanto che ancor si ignora, ciò non è tutto; è altresì giuocoforza che le notizie da cui si pigliano le mosse non solo si capiscano da sé senza l’aiuto di altre che le precedan logicamente, ma racchiudano implicate in germe quelle a cui si intende arrivare. Il fanciullo apprende da prima un fiore, un cavallo, una statua e simili quale sussiste nella sua integrale ed individua realtà, senza divisarne per anco gli elementi e distinguerne i caratteri; però in quella notizia ancora primordiale affatto giacciono implicate parecchie altre notizie elementari che vengono poi districate e disvolte per opera della riflessione, giusta il loro intrinseco ordine. Così dalla vaga apprensione di un cavallo, la mente del fanciullo procede spontanea alle molteplici idee in essa racchiuse, che riguardano il movimento di esso, la forma, il colore ecc.

Questo dunque è il giusto concetto della legge di gradazione, secondo la quale deve procedere la coltura materiale della mente.

Fini  dell’istruzione

Far conoscere e praticare il bene, deve essere V istruzione educativa, può siderarsi come fine [p. 136] remoto dell’istruzione. Ma dal sopradetto si va che oltre a questo fine remoto, l’istruzione ha un fine prossimo tutto prio, che possiamo dire esclusivamente suo. È di massima importanza che i maestro procuri di rendere l’istruzione pienamente rispondente a questo prossimo. Esso è duplice:

1° Primo fine proprio dell’istruzione e che il maestro deve proporsi avanti d è di sviluppare la mente del suo allievo, cioè rendergli la ragione più atten- ùù riflessiva, più capace di intendere, padrona della fantasia, in una parola ragionevole.

Ad ottenere questo intento l’educatore può procedere in due guise, in modo cioè negativo ed in modo positivo.

Il modo negativo consiste nel tenersi lontano dai due estremi, che sono: i lasciare pressoché inerte il pensiero dell’alunno convertendo lo studio in iivertevole passatempo e, direi, in un mero giuoco, o affaticandolo troppo, i per eccessiva durata di applicazione, vuoi per difficoltà di studi superiori forze mentali; nel primo caso la mente s’intorpidisce, nel secondo si spos- in entrambi non si forma né acquista il dominio di sé.

Si esercita invece in modo positivo il pensiero dell’alunno, eccitandolo a )rare, proponendogli oggetti da osservare, argomenti in cui egli debba mettere a prova il suo ingegno, lettura in cui scomponga e rifaccia sotto altra forma udichi la mente dell’autore, insomma formando in lui l’abitudine dell’ostare, del riflettere e del ragionare, e lasciandogli sempre tempo e modo di cogliersi entro di sé per riandar [p. 137] mentalmente il lavoro eseguito e far le ricevute notizie.

Di più, il maestro non perda mai di vista l’avvenire intellettuale del giova- pensi al giorno in cui egli, compiuto il periodo della sua educazione, avrà ansare al suo perfezionamento intellettuale, e lo prepari alla futura coltura moma del pensiero. Giova a tale intento l’inspirare all’alunno l’amore della nza, che nobilita l’uomo in faccia a se stesso, lo eleva nel concetto degli i, lo rende potente a fare poi del bene. Giova il confortarlo nelle difficoltà degli studi, si che non si lascii incogliere dallo scoraggiamento e dalla diffiden- li sé, e vegliare ad un tempo che non presuma troppo di sé e non invanisca suo sapere e del suo ingegno.

2° Siccome poi non è possibile sviluppare e perfezionare la mente senza porle verità sulle quali esercitarsi, così diviene secondo fine dell’istruzione questo: comunicare all’educando quelle verità che valgono ad un tale sviluppo, e per questo è necessario formarsi al principio d’ogni anno un programma didattico o seguire quelli che vengono indicati dal programma scolastico di ciascuna classe.

Per tal modo il maestro, tenendo il programma scolastico tra mano, può dire a se stesso: io devo in quest’anno attendere a sviluppare ed invigorire la mente di questi giovani, e la materia degli esercizi adottati a questo sviluppo è quella che mi viene indicata da questi programmi. Il programma adunque è il mezzo e lo sviluppo della mente è il fine. Gli allievi così passano alla classe superiore non già solo per avere esaurito il [p. 138] programma della classe precedente, cioè per avere qualche cognizione di più nella memoria, ma per avere la ragione meglio sviluppata per l’esercizio di tal verità. Ecco in quale senso la scuola diviene una preparazione alla vita, non tanto per le cose che si insegnano, delle quali poche forse son quelle che servono nella pratica della vita; ma sovratutto per questo sviluppo mentale che si acquista nella scuola e che in tutti i bisogni della vita è della massima importanza ed utilità, e per essere stata l’istruzione educativa.

E qui è da notare che il sapere, a cui il maestro si propone di condurre l’alunno non deve oltrepassare quelle misure e quei confini che sono propri dell’età del fanciullo, che altrimenti ne logorerebbe prematuramente le forze.

E poi da attendere soprattutto che l’alunno non solo arricchisca la sua mente di sempre nuove questioni ed avanzi ogni di più nella via del sapere; ma importa anzitutto che le cognizioni sieno vere e sieno importanti non si contano già le cognizioni, ma si pesano. E la verità che determina il loro pregio e valore; è la verità che forma la vita della mente; l’errore uccide la mente stessa, la rende schiava ed è di gran lunga peggiore dell’ignoranza medesima. Sarebbe un compito ben doloroso quello di chi, pervenuto all’età matura, dovesse riconoscere erronee e rigettare quelle cognizioni che con tanta fatica apprese sui banchi della scuola e che gli vennero trasmesse come vere dalla bocca medesima del suo maestro, costretto così a disfare e rifare l’opera della sua buona educazione! [p. 139]

Caratteri che deve avere l’istruzione

Esaminando la natura propria della coltura intellettuale vi si riconosce una materia, una forma ed un’attinenza colla vita operativa.

La materia di essa coltura, come già si disse, costituisce propriamente l’istruzione e risiede in quel complesso di cognizione, che il maestro comunica al discepolo. La forma sta nell’esercitare e nello avvalorare l’intelligenza addestrandola al giusto pensare, al ragionare conseguente e rigoroso, al retto esercizio delle sue funzioni. La sua attinenza colla vita pratica è determinata dal comune pronunciato: Non scholae sed vitae discendum; la mente va coltivata in ordine all’azione.

Di qui le tre condizioni ed i tre caratteri di una vera e perfetta coltura in- ttuale, che deve istruire la mente nel modo più elevato;formare il pensiero nodo più compiuto che sia possibile; ordinare il pensiero alla vita nel modo efficace. E di questo terzo carattere dobbiamo occuparci qui, avendo già più a parlato degli altri due.

L’intelligenza mira alla verità. Ora la verità non è solo il termine finale intelligenza, ma altresì vita dello spirito umano; e, perché sia vita davve- sso non deve essere mero oggetto di sterile e vana contemplazione, bensì adotta in azione, incarnata nelle opere, concretizzata ed attuata nella vita ca mediante la virtù della nostra attività volontaria. In questo modo l’educazione intellettuale, che è vita del pensiero, non termina in se stessa, bensì è lata alla vita pratica. [p. 140]

La scuola non è fine a se stessa, ma è mezzo e tirocinio della vita. Non si : insegnare ed imparare, tanto per insegnare ed imparare, bensì per vivere. ) il motivo del detto: Non scholae sed vitae discendum. La vita pratica si ifesta sotto la duplice forma di pragmatica e di morale: la prima riguarda imque siasi lavoro o negozio che appartenga alla vita fisica, tecnica ed tica; la seconda comprende quelle opere esteriori con cui traduciamo in l’idea del dovere. L’educazione intellettuale va ordinata alla vita pratica, irdata sotto entrambi queste sue forme.

Vivere vuol dire provvedere alla nostra sussistenza, attendere a giornaliere occupazioni, che ridondino a vantaggio nostro ed altrui, spiegare le nostre idini operative nell’esercizio di qualche arte a fine di procacciare al no- cssere ed alla sociale comunanza le massime migliorie possibili ed attività de per fare del bene al prossimo. L’istruzione, non che tenersi estranea a to intendimento della vita pratica ordinaria, ha da essere ammannita e con- l in guisa da abilitare l’alunno a procacciarsi di che vivere onoratamente, e pare un posto nella religiosa o civile società, mercé del culto di quell’arte l’esercizio di quella professione, a cui natura lo inclina.

A tal uopo occorre che nella coltura dell’intelletto si scansi qualunque seria o trascendentalismo, né mai si spinga l’insegnamento di una disciplina tanto di astrattezza e di vaga generalità da non serbare più vincolo di sorta vita pratica ed effettiva.

È poi assolutamente ed incontrastabilmente erronea la [p. 141] massiche il sapere valga di per sé solo a conferire la bontà dell’animo e l’onestà delle azioni. La ragione e l’esperienza quotidiana fan vedere tutto il contrario. Ecco quindi la necessità di ordinare l’educazione intellettuale non solo alla vita pratica che noi abbiamo chiamato pragmatica, perché intenta all’utile nostro od altrui, o al bello, ma altresi ed assai più alla vita pratica morale, che sta nell’adempiere il proprio dovere, nel conformare il nostro libero operare all’ideale del giusto e dell’onesto. Questa è la destinazione suprema, vera ed assoluta dell’uomo. E se l’istruzione, anziché sorreggere lui in questa ardua e nobile opera del suo perfezionamento, lo traviasse dal grande scopo, non sarebbe più coltura umana, ma negazione e snaturamento di umanità e perciò negazione e snaturamento di educazione.

Limiti dell’educazione intellettuale

L’intelligenza non è tutto l’uomo, ma una parte soltanto, perciò l’educazione intellettuale non deve tenere essa sola tutto il campo dell’umana educazione, ma deve essere circoscritta dai suoi propri e determinati confini. L’uomo, come non vive di solo pane, così non vive manco di pura scienza, ma vive altresì di sentimento e di affetto, di fantasia e di arte, di moralità e di virtù. Egli ha un cuore che sente ed anela la felicità; ha una fantasia che vagheggia la natura e riveste la realtà di forme gradevoli e squisite; ha una libera volontà ordinata al giusto, all’onesto, al divino. A ciascuna di queste potenze dello spirito sta assegnato un campo proprio per la sua coltura speciale, [p. 142]

Ai nostri giorni pare dimenticata questa verità così elementare: l’istruzione ha varcato i limiti a noi naturali, usurpando il posto riservato alle altre parti dell’umana coltura. Oggidì l’istruzione scolastica è diventata una vera febbre, una smania sfrenata a cui viene sacrificata non solo l’educazione del corpo, ma bensì anche quella dell’immaginazione, del sentimento, della libertà morale.

Il primo a risentire danno da questa smodata congerie di studi è il corpo dell’alunno. L’organismo corporeo e specialmente il cervello e tutto il sistema nervoso, troppo affaticati, se ne risentono prestamente, infiacchiscono e, prostrati di forze, imperiosamente reclamano sosta e riposo. Il fanciullo in quell’età in cui il sistema nervoso cerebrale è nel processo del suo consolidamento e la straordinaria applicazione turba il regolare andamento delle fùnzioni della vita fisica ha bisogno di riguardi se non viene sconvolta la salute, s’introducono nel corpo giovanile i germi di future malattie, preparando così alla società una generazione di uomini esinaniti e sfibrati.

Se ne risente poi l’immaginazione che giacerà inaridita e soffocata dall’insistente, astratto e freddo apprendere ed imparare.

Ma chi se ne risentirà di più sarà il cuore che non sentirà più la vita, non proverà più conforti. La scienza non può pigliare il posto del cuore, senza inaridirlo: essa vi fa un vuoto che non può poi riempirsi, giacché la scienza da sola  ha mai asciugato una lacrima; ha bensì promessa, ma non ha mai data [p.143] la felicità.

Che ne è poi dell’educazione morale? Essa viene sacrificata al culto sudato ed esclusivo del sapere, sicché lo spirito umano viene colpito nella sua te più intima e vitale, quella che risponde alla sua più elevata e suprema delazione. Meglio l’ignoranza che l’istruzione scompagnata dalla moralità. scienza isolata dall’integrità della vita e dall’onestà del costume, non è luce illumina, non calore che avviva e conforta, ma folgore che incenerisce.

Ponete pertanto che l’educazione dell’intelligenza usurpi essa sola tutto il ninio riservato all’educazione delle altre spirituali potenze, togliendo ad esse il loro naturale nutrimento; allora lo spirito umano sarà sconvolto in tutte le mattazioni della sua vita, deluso nelle sue più nobili e legittime aspirazioni.

Inchiniamoci alla vera scienza come a splendido pregio dello spirito urna- ma anch’essa rimanga al suo posto, e non dimentichiamo che il nostro spiri- ente altre nobilissime aspirazioni, cui nessuna scienza adempirà giammai (Allievo). [p. 144]

SEZIONE SECONDA
DEL MAESTRO

Delle doti in generale del maestro

Nel maestro non devesi distinguere la qualità di insegnante, dalla qualità ducatore; tuttavia riservandoci a dire delle doti dell’educatore diremo qui delle doti del maestro come insegnante. Egli pertanto deve essere fornito in grado elevato delle buone qualità che ha bisogno d’infondere negli altri, né gli basta una bontà generale; bensì abbisogna di una bontà speciale adattata all’importante posto che occupa, e specialmente deve avere grande amore allo studio ed alla fatica, per acquistare la scienza adeguata; deve avere un alto concetto della sua professione e per essa sacrificare tempo e fatica e sopportare incomodi e disturbi; ma soprattutto deve porre una premurosa diligenza nella preparazione alla scuola e nella correzione dei compiti.

Necessità della scienza nel maestro

Bisogna in primo luogo che il maestro abbia amore allo studio. Gli studi che si fanno per abilitarsi ad essere maestri vanno assai approfonditi, non essendo essi che come la base di un grande edificio che bisogna erigere in seguito. E le ragioni che obbligano il maestro a sapere sono molte: basta però il ricordare le principali:

1° Non si può dare ciò che non si ha: non s’insegnerà mai [p. 145] bene senza ben sapere ciò che si deve insegnare. Se non si insegna bene e con metodo si dirà molto, ma i giovani impareranno poco. Il maestro adunque ha un gran obbligo di coscienza di sapere bene quello che ha da insegnare e dovrà rendere conto a Dio della cura che avrà usato per il profitto dei suoi allievi, ed è responsale di tutte le cattive conseguenze che proveranno all’allievo da un insegnamento privo di sodezza. Il sacerdote poi e il religioso hanno un motivo di più di sapere a far bene la scuola; poiché se essi non corrispondono alle aspettazioni dei parenti o del paese, fanno perdere la dovuta riputazione a tutto il ceto e a tutta la comunità cui il religioso appartiene.

2° Quando il maestro conosce di sapere bene quanto deve spiegare, è più calmo nelle sue spiegazioni, meno sospettoso, più persuasivo; pochissimo preoccupato di quanto spiega può meglio con lo sguardo tenere l’ordine e l’attenzione della scolaresca.

3° Quando sa bene si concilia maggior stima ed autorità presso gli allievi. E un fatto accertatissimo che il profitto della scolaresca dipende in gran parte dalla stima che essa ha del maestro, dall’autorità che esso gode sopra la scuola. Ora è pur certo che null’altro è più atto a conciliare la stima al maestro che il saper suo.

Quale istruzione debba avere il maestro

E certo che il maestro non può saper tutto; e non si pretende da lui che sia enciclopedico; tuttavia egli:

 1°Deve saper bene la materia che insegna. Né basta che egli sappia strette quel tanto che di essa materia deve insegnare; [p. 146] ma bisogna mosca pure le parti della materia che han più stretto legame con quello ili insegna; e ciò, sia per poter far meglio intendere agli alunni ciò che la, sia anche per sapere a suo tempo, e data occasione, sciogliere adeguate le difficoltà che gli scuolari possono fargli.

2° Vi è una scienza che deve sempre accompagnare il maestro, qualunque jgli debba insegnare. Per noi in particolare è necessario quel tanto di one religiosa o di scienza teologica e filosofica che valga ad assicurarci di non dir nulla contrari agli insegnamenti della Chiesa; e che valga anche, dato ), a sciogliere i dubbi dell’allievo e a dargli consigli opportuni.

3°Oltre alla scienza sacra si richiede che il maestro non ignori quelle nodi scienza e letteratura sulle quali può facilmente venir interrogato dalla ita dell’allievo sia che riguardino cose studiate per lezione datagli dal isore stesso; sia per cose che l’allievo abbia avuto occasione d’imparare altramente.

4° Deve saper bene la lingua nella quale insegna. Non che il maestro deb- zre un parlare fiorito ed elegante, ma si richiede facilità di parola e pienezza tale da prestarsi ad esprimere variamente uno stesso concetto. Se ole che dice non sono esatte potrebbe il giovane intendere altro da quello maestro vuole indicare.

5° Deve conoscere il modo di comunicare efficacemente quanto ha da rare. Volendo far trarre all’allievo il massimo profitto ed insieme diletto studio, conviene che il maestro sappia comunicare [p. 147] ciò che inse- "aciliterà molto questo compito l’accompagnare quanto dice col gesto, sguardo, con una modulazione tale della voce da rendere la scuola una irsazione famigliare, in modo che tutti i giovani vi prendano parte interes- nessuno possa stare distratto.

Dell’amore alla fatica

Il maestro deve avere amore alla fatica:

1° Per prepararsi bene a fare la scuola. Poiché la preparazione remota, onsiste nell’imparar bene le cose che si devono spiegare, non basta, ci la preparazione prossima che consiste nel proporsi con precisione le cose uole spiegare lezione per lezione, in che modo spiegarle perché riescagli, chiare, precise, efficaci, preparandosi all’occorrenza gli esempi e le similitudini più opportune per farle capire, non che le parole più appropriate all’intelligenza degli scuolari.

2° Per mantenere il perfetto ordine e la disciplina senza cui non si potrebbe neppur far bene la spiegazione. E questo costa forza ed energia nel maestro, non che mortificazione del suo troppo zelo od impazienza con la quale se si venisse ad ottenere panico nei giovani e perciò disciplina esteriore, ciò non sarebbe che a scapito della sua autorità morale.

3° Nella correzione dei compiti scolastici, la quale fatica deve essere costante, assidua il che specialmente richiede superar noie e fatiche quando la scolaresca è molto numerosa.

4° Fatica per noi in particolare, tra cui oltre la scuola si hanno ancor sempre altre occupazioni. Si armi pertanto il maestro di questo amore alla scienza ed alla fatica e più facilmente otterrà [p. 148] dai giovani quegli ottimi risultati che i parenti, i superiori e Dio si ripromettono da lui.

SEZIONE TERZA
DIDATTICA GENERALE

Dovendo venire alla pratica dell’insegnamento, a quella parte cioè della pedagogia che suolsi chiamare Didattica, giova notare che essa si divide in due parti. La prima dà le norme dell’insegnamento in generale, cioè ci indica quali doti debba avere qualsiasi insegnamento e questa dicesi Didattica generale. La seconda dà le norme speciali secondo cui deve darsi ogni sorta d’insegnamento in particolare; e questa suolsi chiamare Didattica speciale.

Gli atti della nostra mente

Dovendo trattare direttamente dell’educazione intellettuale, conviene prima, senza entrar troppo in filosofia, far notare che cosa sia l’intelletto e quali ne siano i gradi che lo formano. Dicevi intelligenza quella facoltà dell’anima umana per cui veniamo a conoscere le cose e giungiamo ad impossessarci della verità. Solo per questa potenza l’uomo capisce e ragiona. Dio è intelligenza infinita, perciò egli solo tutto sa e conosce: gli angeli sono intelligenze pure e sono dotate di una stragrande potenza di capire: l’uomo è intelligenza unita al corpo e la [p. 149] sua potenza è assai limitata: tuttavia quel solo poco è già scintilla smagliantissima, che ci avvicina a Dio e mette un caos tra esso e gli altri animali, i quali non han punto d’intelligenza; poiché il conoscere degli animali non è già intelligenza, ma è prodotto da immaginazione materiale o da asia di cosa percepita dai sensi, che sta innanzi alla loro anima.

L’intelligenza nostra essendo limitata non può, come è proprio di Dio, l primo sguardo, afferrare sempre la verità; ma procede gradatamente, osier mezzo di tre operazioni chiamate gli atti della nostra mente e sono la ezione, il giudizio, il raziocinio.

Con la percezione veniamo a conoscere un oggetto così in generale, senza ffermare né negare nulla di esso. Col giudizio noi congiungiamo coll’affermazione o disgiungiamo con la negazione due idee. Col raziocinio noi deducia- pialche giudizio da altri e di qui ne deriva il ragionamento.

Un altro atto della mente è la memoria che è come il nesso delle percezione dei giudizi e consiste nel ritenere le cognizioni acquistate.

Tutte queste facoltà abbisognano di essere educate convenientemente e indo la loro maggiore o minore importanza ed a seconda dell’età e del possibile loro naturale sviluppo in ciascun individuo.

 Ma è da avvertire che queste facoltà intellettive non solo differiscono di io nei singoli individui; ma negli uni spuntano più presto, negli altri si molo più tardi, e perciò non tutti gli alunni comportano lo stesso grado di ara intellettuale, [p. 150]

La percezione

La percezione va molto sviluppata negli anni più teneri affinché i bambini *ano ad acquistare molte cognizioni. A ciò porta la natura medesima del fanciullo che ama di tutto e vede e tutto conoscere: è questa la prima facoltà che si ia cominciare a sviluppare fin da quando il fanciullo è tuttora fra le braccia i mamma. Il maestro pertanto procuri che l’allievo osservi moltissime cose tie dandogliene sempre un’acconcia spiegazione, in modo che lo scuolaro a a rimanere soddisfatto nelle sue ricerche. Non si proibisca al fanciullo di ire, toccare quanto gli si presenta, anzi lo si metta in condizioni di vedere e are e udire e gustare e odorare molte cose; perché le cognizioni nel fanciullo :à ancor tenera entrano quasi esclusivamente per mezzo dei sensi.

Mentre il giovanetto s’addestra per mezzo della percezione nella conoscenza del mondo sensibile esteriore altre conoscenze gli si presentano di in- : più astratta e generica, su cui pure devesi richiamare la sua attenzione. I )i della natura si contano nella loro quantità numerica e si estendono nelle ensioni dello spazio: sotto il primo riguardo porgono materia all’apprendilo della geometria. Fin da fanciullo va bene iniziare l’uomo alle cognizioni più rudimentali di queste scienze.

Ne i corpi particolari sparsi sulla terra formano essi soli l’oggetto delle percezioni esteriori. La terra stessa è un gran corpo osservabile nella configurazione dei suoi monti e dei suoi piani, nella varietà dei suoi prodotti naturali, nelle stirpi differenti dei suoi abitanti, nella temperatura diversa delle sue zone. Così le [p. 151] nozioni elementari della geografia si aggiungono a compiere la coltura della percezione dilatandone la cerchia.

Ma in tutto ciò non si dimentichi di esercitare il fanciullo a rendersi ragione delle percezioni acquistate, a riflettere sulle osservazioni fatte, ad ordinare in gruppi o classi le cognizioni ottenute, sicché queste rispecchino gli esseri della natura nelle loro gradazioni di generi e di specie.

Il giudizio

Cresce l’importanza nell’educare il giudizio. Esso si educa col paragonare più percezioni tra loro per osservarne la convenienza o la discrepanza. Bisogna addestrare a ciò il fanciullo per tempo ed a tempo dirigerlo e correggerlo affinché impari a formarsi giudizi retti sulle cose e non arrivino poi, per mancanza di cure educative in età inoltrata a metter fuori dal loro cervello balzano spropositi da cavallo.

Siccome la facoltà giudicatrice, quando sia esercitata a dovere, è fonte di vere conoscenze intorno la natura delle cose, e quindi luce della vita pratica, perché il sapere è ordinato all’operare, così essa va coltivata con tale intendimento, che si trasformi in giusto criterio, ed in senso pratico. Il giusto e retto criterio è il giudizio che ha virtù di scemere il vero dal falso nelle cognizioni e nelle proposizioni che lo esprimono: il senno pratico è il giudizio che presiede al nostro operare esterno e lo scorge a buon fine nelle più ardue ed intricate contingenze della vita.

Raziocinio

A poco tuttavia servirebbero queste due operazioni della percezione e del giudizio, se il discente non venisse [p. 152] addestrato nel raziocinio, ossia nella riflessione, ove consiste specialmente l’educazione dell’intelletto. Essa si ottiene quando la mente formatisi più giudizi vi toma sopra per conchiudere se questi giudizi possono convenire insieme o no. Si può dire che l’educazione della percezione e del giudizio non sono che mezzi per poter venire poi a dar bene l’educazione della riflessione a cui sono diretti generalmente gli studi.

Il maestro non lasci cura intentata per insegnare a ragionar bene ai suoi alunni. Badi che la riflessione deve sempre essere sorrettadall’attenzione: perciò insista su di questa e sappia destare nell’animo dell’alunno un interesse conveniente ed opportuno ai suoi studi. L’interesse riesce insufficiente e vien meno del tutto ogni qual volta l’oggetto su cui si riflette, sgradisce per troppa uniformità, o si protrae oltre del ragionevole la riflessionesul medesimo punto sino a stancare l’attenzione. S’incorre poi nell’eccesso opposto se troppo presto e con troppa leggerezza si trapassa da un argomento all’altro sino a distrarre la mente, come pure se si ricorre ad un mezzo estraneo alla natura dell’oggetto di studio, e tale che per la sua smodata attrattiva trascini sopra di sé tutta quanta lìattenzione dell’alunno traviandola dall’argomento.

Che da un alunno di scuola elementare o ginnasiale non abbiansi a pretendere lunghi, sottili e filati raziocini, ai quali appena può elevarsi una mente alquanto matura ognuno sa senza che occorra avvertirlo. Ma il ragionamento ammette tale verietà di gradazioni progressive, che ogni età vi trova la forma corrispondente [p. 153] al grado del suo sviluppo.

Mezzo poi sommamente acconcio a coltivare ad un tempo il pensiero e la conoscenza del giovane è la lettura delle opere elette, fatta non già con mente passiva e leggiera, che su tutto sorvola, tutto accoglie e niente disanima, ma con proprio sennomeditativo, che ricerca il pensiero dell’autore, lo apprezza e del meglio che vi trova fa suo pro.

Al leggere attento è da aggiungere come ginnastica intellettuale il discutere ed il conversare, lo scrivere e l’annotare, avvertendo che come dice Bacone: Lectiocopiosum reddit et bene instructum; disputationes et colloquia promptum et facilem;scriptio autem et notarum collectio perlecta in animo imprimit et altius figit, o come ebbe ad esprimersi san Gerolamo: Circulus et calamus fecerunt me.

Memoria

Viene poi l’educazione della memoria: essa specialmente nella puerizia spiega una virtù ed un’efficacia pressochè prodigiosa. La sua educazione è condizione assolutamente necessaria alla coltura ed al progresso della intelligenza. Anche essa esercitata si accresce mentre negletta s’irrugisce al pari di un ferro abbandonato. Tutti hanno almeno un po’ di memoria specialmente i giovani.

Bisogna esercitarla convenientemente ma non stancarla troppo. La sgarrano nell’educazione sia coloro che volessero educare solo la riflessione e non la memoria, sia coloro che contenti di esercitare la memoria non curassero l’educazione della riflessione.

Nell’esercitare la memoria hannosi da scansare due altri [p. 154] estremi: essa cioè non va alimentata di parole inintelligibili o di cose affatto incomprese, né sopraccaricata di idee sconnesse affastellate insieme. Pedissequa ed ancella delle altre facoltà pensanti, essa è chiamata a seguirle passo passo nel loro progressivo cammino, mettendone in serbo gli acquisti ideali e tenendoli pronti in servigio del loro ulteriore sviluppo.

A tal uopo giova che l’alunno venga esercitato a ripetere con altre parole ed in altra forma la lezione assegnata, ma impari letteralmente a memoria le forinole rigorose della scienza ed i pronunciati fondamentali della morale e i passi degli scrittori classici e specialmente i passi della Sacra Scrittura quando occorsero.

Quando cominciare l’educazione intellettuale

Nei primi sei o sette anni di età a piccola proporzione deve ridursi l’educazione intellettuale del fanciullo, poiché l’organismo corporeo del neonato spiega un rapido e considerevole incremento che bisogna assecondare lasciando da parte quanto potrebbe nuocergli. Gran danno porterebbero al bambino quei genitori che troppe cose volessero far imparare loro; però male avvisano coloro che dall’educazione infantile vogliono estranea assolutamente ogni istruzione. Non è facile praticamente camminare con sicurezza tra questi due esterni; pure è certo che le potenze proprie dello spirito già nell’infanzia fanno mostra di sé e bisogna educarle; ma anziché assoggettarle anzitempo ad istruzione metodica e regolare meglio giova loro lasciar libero il campo all’attività mentale, tenendo con lui uno spontaneo conversare senza norme prestabilite [p. 155]; così il fanciullo nelle braccia della mamma e accanto a lei potrà imparare quanto di più importante possa insegnarsi in quell’età.

Anche gli asili infantili, provvidenza per quelle famiglie che non possono accudire direttamente il bambino, devono limitare l’insegnamento a quell’istruzione che darebbe alla buona e ad intervalli una buona madre quando potesse essa curarsi del bambino.

E qui giova sciogliere una difficoltà posta da molti pedagogisti e la espongo e sciolgo con le medesime parole del prof. Allievo dell’Università di Torino.

“Il mondo esteriore dei corpi appreso per mezzo della percezione, il mondo interiore dell’anima, conosciuto per mezzo della coscienza, sono entrambi finiti: sopra di essi sta l’Essere infinito, oggetto della ragione. Or, diremo noi che durante l’intero corso dell’infanzia, che va dal primo al sesto anno di età, la ragione se ne stia totalmente chiusa in se stessa, da rimanere affatto ignara del proprio oggetto? Dio è tal essere, cui nessuna mente vale a comprendere nella pienezza della sua infinità; ma appunto perché è infinito, Egli penetra in diversa misura, in ogni intelligenza umana, da quella del selvaggio, che vede poco più in là del suo deserto, a quella del genio che scruta l’universo. Quindi nella ragione del fanciullo già sboccia il concetto di lui, concetto infantile, ma pur tale da distinguere l’infinito dal finito. Nell’Adelchi del Manzoni, Ermengarda morente esclama: parlatemi di Dio, sento che Egli giunge. Queste parole con più ragione può ripetere di sé il fanciullo, giacché sul limitare medesimo della vita già intravede Iddio...” (pag. 249-50). [p. 156]

L’istruzione intesa nel vero senso della parola, comincia colla puerizia, perché presuppone un certo qual sviluppo mentale accompagnato dalla coscienza del proprio pensiero, e solo a questa età il fanciullo ornai diventato discepolo sentesi disposto a seguire il maestro che lo introduce nelle regioni del sapere; ma il maestro non dimentichi che l’alunno comincia solo a dare i primi passi: qualora si volesse sforzare troppo, egli ne patirebbe nella salute e stancherebbe dannosamente l’acume intellettivo. Solo nell’adolescenza, cioè passati i dodici anni il lavoro dell’intelligenza riveste il vero e proprio carattere di studio, e questo diventa agli occhi del giovane alcunché di serio e di grave, mostrandosi pieghevole per se stesso; ed insieme con lo studio si viene ad amare il maestro, perché rappresenta la scienza; ed il sentimento dell’emulazione e del punto d’onore lo spinge a rivaleggiare coi suoi condiscepoli nell’acquisto del sapere. Allora solo la volontà comincia ad amare disinteressatamente la verità e la scienza, e l’attenzione acquista maggior energia e sostenutezza corrispondente. E di più allora solo si fa sentire più potente il nobile ed elevato sentimento del dovere.

Istruzione reale ed istrumentale

Istruzione elementare. Si dànno due sorta di istruzioni, reale ed istrumentale. Diciamo reale l’istruzione che versa intorno a cose per sé utili a sapersi e ad oggetti realmente esistenti, come Dio, l’uomo e le cose create. Sono istruzione reale il catechismo, la geografia, la fisica, la storia naturale ecc. Dicesi istrumentale quella che riguarda ed insegna i mezzi per ottenere l’istruzione reale; come [p. 157] sarebbe il leggere e lo scrivere, cioè quando impariamo a conoscere uno strumento che a sua volta ci aiuterà per venire ad istruirci di più. Così sono strumenti le grammatiche di tutte le lingue, perché esse non si studiano tanto per sapere grammatica; bensì si studiano per venire a conoscere bene la lingua.

Ora : delle due istruzioni quale è la più importante? Quale deve cercarsi di posseder meglio? Da quale incominciare?

Sono entrambi importanti e necessarie. Solo è da notare che il fanciullo avuta dalla mamma la primissima istruzione reale, nella scuola da principio deve prevalere l’istruzione istrumentale come quella che ci dà i mezzi per acquistare poi facilmente l’istruzione reale. Ma neppure da giovane nella scuola è da trascurare l’istruzione reale, e sarebbe al tutto difettosa quella scuola in cui si cercasse solo di far imparare a leggere e scrivere o far studiare la grammatica o le operazioni fondamentali dell’aritmetica senza in pari tempo far imparare nomenclatura, storia, geografìa.

Fatto adulto il fanciullo col mezzo della medesima istruzione istrumentale già acquistata si occuperà specialmente e con maggior facilità all’istruzione reale.

Nelle scienze in generale vi hanno delle verità alla portata di tutti e necessarie a sapersi da ogni uomo: vi sono dei problemi la cui soluzione deve essere facile ad ognuno; delle regole pratiche di cui comune deve essere l’uso. Tal complesso di cognizioni può essere più o meno grande secondo che sono le condizioni sociali e politiche del paese in cui si vive; ossia secondo che in esso si trova più o meno [p. 158] progredita la civiltà. Insegnare quelle verità, divulgare quelle cognizioni che sono più facili ed alla portata di tutti e più utili e pressoché necessarie presso un popolo, secondo il suo grado di civiltà è appunto quello che si propone l’istruzione elementare.

Proprietà generali dell’insegnamento

Perché l’insegnamento possa riuscire profìcuo deve avere varie qualità. Le principali si riducono a quattro: chiarezza, ordine, efficacia, compitezza.

Chiarezza. Cicerone e Quintiliano pongono per prima dote o proprietà dell’istruzione la chiarezza. Deve essere chiara specialmente perché riesca utile e gradita, essendo un fatto accertatissimo che quando l’insegnamento si dà oscuramente riesce inutile perché gli alunni, non potendolo intendere, non ne colgono il frutto, e sgraditissimo perché, non potendosi intendere, l’insegnamento genera noia e fastidio agli ascoltanti.

A rendere chiara l’istruzione si possono consigliare alcuni mezzi:

1° Insegnare cose adattate e non superiori alle facoltà degli allievi. Per questo è necessario che il maestro conosca le loro forze procurando di prendere gli allievi quali essi sono e non quali dovrebbero essere. Per sforzi che faccia il maestro e per espressioni che adoperi semplici e adattate, se la cosa che vuole insegnare è proprio superiore alla capacità degli alunni, per loro la spiegazione non potrà mai riuscir chiara.

2°Far uso nell’insegnamento di un’esposizione facile e adatta e per arri- i questo bisogna conoscere bene quello che si spiega, aver fatto bene la azione prossima ad avere grande esercizio. [p. 159]

3°Non parlare con troppa precipitazione: anzi conviene accompagnare ipportuna modulazione della voce e con adeguati gesti le verità che si igono. Se alcuna volta gli scuolari si lamentano che il maestro non è chiame perciò stentano a capire, si troverà sempre che ciò proviene da una o i insieme di queste tre cause.

Ordine. Innanzi tutto l’insegnamento dev’essere ordinato perché senz’or- ìon vi può essere chiarezza. Poi deve essere ordinato perché coll’ordine le spiegate più facilmente s’intendano e più saldamente s’imprimano nella Dria. Dev’essere anche ordinato per altre ragioni morali; perché, cioè bisogna avvezzare i giovani a tener ordine nei loro pensieri, affinché lo abbiano to affetti ed operazioni. Principio generale su cui si fonda l’ordine è que- ìe riguardo alle cognizioni si procede gradatamente dal noto all’ignoto; rdo alle cose pratiche si procede dal facile al difficile e sempre dall’impli- ll’esplicito. Per riuscire in pratica a spiegare con ordine, tenuto per base il ipio generale suindicato, bisogna 1° Per quanto concerne alla distribuzio- nerale della materia che il maestro si proponga bene sul principio dell’an- programma che vuole svolgere; quindi determini qual parte vuol prendere iscun semestre, quale per ciascun bimestre, per il mese, per la settimana, giorno: 2° Quanto poi all’ordine da tenersi in ciascuna scuola in specie, si ciò ottenere con la preparazione prossima.

Efficacia. In due modi s’intende che l’istruzione deve essere [p. 160] efficace.

1° Sarà efficace quando le cose insegnate vengano dal giovane apprese e ite e non lascino dubbio sulla loro veracità ed esattezza; quando cioè esse espresse con tal chiarezza e forza o abbondanza di ragioni, non che siano :nte adattate all’intelligenza dei giovani, che abbiano il loro effetto, che ´estino capite dai giovani, credute e ritenute.

2° Per istruzione efficace s’intende ancora che l’istruzione sia prepara- : alla vita: bisogna cioè che l’istruzione produca il suo principale effet- quale consiste nel giovare alla vita, secondo quelle parole: Non scholae sed vitae discimus. La scuola prepara alla vita soprattutto perché fine suo è di aprire la mente; e per tal modo rende l’uomo più ragionevole. Ma deve anche preparare alla vita in un altro senso, cioè coll’insegnare quella parte di verità la quale è conveniente ai bisogni particolari della vita di ciascuno secondo la loro occupazione e posizione sociale.

Si dice pure la scuola è preparazione alla vita pel genere di verità che s’insegnano in essa, quando cioè queste verità preparano direttamente a quella carriera che l’alunno intende percorrere, oppure quando, almeno indirettamente, servono di acconcia preparazione agli studi di quella carriera che poi vogliono percorrere. Siccome poi le cose da insegnarsi sono già indicate dal nostro programma, per ottenere che la scuola sia preparazione alla vita, cioè sia efficace, basterà che s’insegnino queste verità con ordine opportuno ed in modo conveniente, [p. 161]

Istruzione educativa

Istruzione educativa è quella che non perde mai di vista l’ultimo fine a cui debbono essere dirette tutte le sollecitudini di un buon educatore, cioè di facilitare all’educando la pratica del bene e l’acquisto della sua vera felicità. In altre parole, educativa è quell’istruzione la quale non va mai disgiunta dal fine ultimo di ogni nostra sollecitudine intorno all’allievo, che consiste nel procurargli il suo miglioramento morale. Quel maestro adunque imparte ai suoi allievi un’istruzione educativa, il quale non trascura nella scuola propizia occasione per fare virtuosi gli scuolari; così che mentre li viene istruendo nelle lettere e nelle scienze, li viene anche migliorando moralmente. Quel maestro invece il quale si proponesse per sistema di puramente istruire, il quale cioè non sapesse cogliere occasione alcuna, per quanto favorevole, di migliorare moralmente la scolaresca, non potrebbe dire di fare tutto il suo compito.

In alcune scuole sarebbe già gran cosa se si potesse avere quella pura istruzione, perché bene spesso la parola e l’esempio del maestro rendono la scuola immorale; ma il maestro cristiano, e tanto più il salesiano, dall’istante in cui diviene tale, contrae il debito verso Dio di accrescergli il numero di quelli che in pratica lo riconoscano, lo amino, lo servano; e verso la società di preparare cittadini non solamente dotti, ma anche virtuosi.

Non si può negare che per un maestro questo è un compito molto più difficile che non il semplice istruire; diffìcile specialmente perché non è possibile materialmente indicare in qual [p. 162] grado e con quali mezzi l’istruzione si renda educativa. Per coloro i quali furono scuolari nelle nostre scuole, od in altre simili alle nostre, e che ora aspirano a tornarvi maestri, l’impresa è moltissimo agevolata, potendosi dire che basta per questo, generalmente parlando, che essi facciano verso i loro allievi quello che un giorno i loro maestri fecero verso di loro.

Ma per esprimere una cosa pratica sul modo di rendere educativa l’istruzione, dico che sono da tenere in gravissimo conto i mezzi che ci vengono da don Bosco indicati sul Regolamento delle case, là dove si parla dei maestri di  scuola. Gli ultimi quattro articoli del capo IV, dicono:

1° “Il maestro vegli sulla lettura dei libri cattivi; raccomandi e nomini gli autori buoni che si possono leggere e ritenere senza che la moralità e la religione siano compromesse, e scelga per temi i passi più adatti a promuovere la moralità, evitando quelli che possono riuscire di qualche danno alla religione ed ai buoni costumi. Stieno però attenti a non mai nominare, per quanto è possibile il titolo dei libri cattivi.

2° Dai classici profani avrà cura di trarre le conseguenze morali quando l’opportunità della materia ne porge l’occasione; ma con poche parole e nessuna ricercatezza.

3° Occorrendo novena o solennità, dica qualche parola d’incoraggiamento; ma con tutta brevità, e se può con qualche esempio.

4° Una volta per settimana facciano una lezione sovra un testo latino di autore cristiano” [p. 163]

È certo che mettendo in pratica questi quattro avvisi, l’istruzione che si darà ai nostri giovani riuscirà educativa.

Delle forme d’insegnamento

La forma sotto la quale s’imparte l’istruzione è quella speciale maniera di discorrere che il maestro tiene cogli allievi istruendoli.

Essa si rende sempre ad una di queste tre: forma espositiva, forma dialogica; e forma espositivo-dialogica, ossia mista. Istruisce in forma espositiva quel maestro il quale nello spiegare agli allievi la cosa di cui si tratta, parla sempre egli senza interrompersi e senza ammettere interrogazioni.

Istruisce in forma dialogica quel maestro che spiega agli allievi la materia di cui si tratta, fa uso di interrogazioni; e siccome in ciò il maestro adopera il dialogo collo scopo di insegnare, questo dialogo dicesi didattico o didascalico. Il dialogo è di due sorta. Quando il maestro avesse per iscopo di fare che l’allievo, per mezzo di accurate e di opportune interrogazioni che egli gli dirige, deduca esso stesso la verità da impararsi, come conseguenza da altre verità già imparate, allora il dialogo dicesi socratico od analitico. Quando invece il maestro cerca con interrogazioni di accertarsi se l’allievo ha capito e ritenuto ciò che è stato spiegato, il dialogo dicesi catechistico o sintetico.

Istruisce in forma espostivo-dialogica, cioè in forma mista quel maestro il quale spiegando agli allievi, si serve, a seconda dell’opportunità, ora dell’esposizione, ora del dialogo.

Ora quale di queste forme di istruzione sarà migliore pei giovanetti?

La forma puramente espositiva richiede che l’allievo sappia bene [p. 164] la lingua parlata dal maestro; e specialmente richiede che detto allievo presti molta attenzione alle cose che si dicono, all’ordine e al filo delle medesime. Siccome queste due qualità difficilmente si trovano nell’allievo ancora giovanetto, quali sono generalmente quelli che vengono alle nostre cure affidati, così converrà per loro lasciare affatto questa forma, nonostante il vantaggio che essa ha di lasciare dire al maestro molte cose in poco tempo.

In queste stesse classi non si può usare esclusivamente la forma dialogica: infatti non si può usare il dialogo puramente socratico, poiché vi sono alcune verità nelle quali è affatto impossibile usarlo o almeno difficilissimo, richiedendo esso per lo più una forza di giovamento superiore alla maggior parte di giovanetti. Neppure si può esclusivamente usare il dialogo catechistico, perché esso, come appare dalla definizione, suppone che già si sia esposto qualche cosa.

Adunque la forma preferibile, e quasi direi unica possibile coi giovanetti, è la forma espositivo-dialogica ossia mista, che è quanto dire l’alternare l’esposizione e il dialogo specialmente catechistico a seconda dell’opportunità.

La forma puramente espositiva, può essere utile ai giovani di scuole superiori ed universitarie, [p. 165]

SEZIONE QUARTA
DELL’EDUCAZIONE DELLA MEMORIA

Della memoria

La memoria è la facoltà di ritenere, rischiarare e riconoscere le cognizioni acquistate. Essa non è una potenza diversa dall’intelletto, anzi è l’intelligenza stessa in permanenza. In altre parole: l’intelletto in quanto si ferma e continua a vedere la verità, forma la memoria: essa non è dunque che un modo, una qualità speciale dell’intelligenza.

La memoria varia secondo gli individui, e nei medesimi individui varia secondo l’età. L’infanzia e la puerizia sono le età in cui la memoria è maggiore. Nei periodi che seguono si acquista maggior attitudine ad estendere e rendere più profonde le cognizioni acquistate; ma quelle acquistate nell’adolescenza non si cancellano più dalla memoria, laddove si cancellano più prontamente quelle acquistate più tardi perché per lo più non ci fanno più ta impressione.

Nella vecchiezza la memoria diminuisce gradatamente, perché la mente ìevolita presta minore attenzione ed avendosi allora maggior molteplicità di cose cui attendere; i fatti trasvolano innanzi [p. 166] alla mente senza che essa ;uri di arrestarli nel corso.

In generale la memoria è tanto più attiva e potente quanto più piacevole è ggetto percepito: quando un fatto ci colpisce molto ci sta più impresso nella moria. La durata delle ricordanze dipende anche molto dal grado di atten- me che vi si è prestato e dal numero delle facoltà impiegate nell’acquisto della cognizione. Così per quanta attenzione si presti alla descrizione di un paese o un fenomeno naturale, non ne riterremo mai l’immagine e la ricordanza così revole quanto se avessimo avuto l’oggetto avanti gli occhi, perché in questo modo si impiegarono maggiori difficoltà nell’acquisto di quelle cognizioni, rciò giova per imprimere molto le cose principali nei giovani, colpire molto loro immaginazione, o far vedere, toccare, sentire quelle cose che si vuole restino loro più impresse.

Sua importanza

L’importanza della memoria si deduce da questo, che senza di essa a nulla irebbero tutte le cognizioni acquistate, poiché tutte si dimenticherebbero; de Dante diceva che a nulla vale “senza lo ritenere, avere inteso”. È dunque importanza grande il coltivare la memoria, anche perché coltivata essa si cresce, negletta s’irruginisce. Essa tuttavia non devesi sforzare di soverchio, i educarla, come si disse già altre volte, in armonia colle altre potenze, e tutti ;iomi esercitarla un poco. È qui il caso di applicare il nulla dies sine linea. Si enga però, a favore dei giovani che appaiono avere minor memoria, che le gnizioni acquistate con maggior fatica, durano poi anche di più, come avviene delle ricchezze acquistate con tanti stenti; mentre [p. 167] quelle avute senza :ica si dilapidano assai più facilmente

.

Modo di conservare ed accrescere la memoria

A conservare ed accrescere la memoria giovano tra i mezzi fisici la regola- à della veglia e del sonno, il moderato esercizio delle forze fisiche e mentali e soprattutto la temperanza e la castità. Tra i mezzimorali giova notare che la “virtù” in generale è mezzo mnemonico per eccellenza, poiché la virtù è ordine, è pace interna, è attitudine a pensare ed a riflettere, condizioni necessarie per la vigoria della memoria. Il vizio al contrario è disordine, il disordine è sconsideratezza, sonno dello spirito, oblio, smemorataggine”, Rayneri.

Il primo aiuto alla memoria deve darlo il maestro con piccole lezioni quotidiane. Sono pure di grande giovamento le ripetizioni; giova pertanto che il maestro ripeta al cominciare di una scuola quello che ha detto nella lezione precedente e riepiloghi sul fine quanto ha detto nella medesima lezione.

È anche cosa buona dar comodità ed insistere perché gli allievi ripetano tra loro le cose spiegate e studiate e ne facciano esercizi per iscritto. Circulus et calamus fuerunt me, diceva di sé san Gerolamo.

Giova pure far studiare pezzi scelti di classici latini ed italiani ed anche porre emulazione nei giovani eccitandoli a studiare a volontà, oltre le cose assegnate a tutti, stabilendo qualche ricompensa all’uopo. Solo è da badare che non si sforzino troppo e non si stanchino d’avvantaggio.

È pure cosa necessaria il non far studiare macchinalmente, bensì badare che si capisca e si pensi a quel che si studia, poiché la memoria [p. 168] non va alimentata di parole non comprese o di idee affatto sconnesse, incongruenti, disordinate, affastellate insieme. Pedissequa ed ancella delle altre facoltà pensanti essa è chiamata a seguirle passo passo nel loro progressivo cammino, mettendone in serbo i loro acquisti ideali e tenendoli pronti in servigio del loro interiore sviluppo.

Un mezzo, riguardo al tempo, da molti encomiato, consiste nel rileggere attentamente quanto vogliosi mandare a memoria la sera prima di andare a letto. È certo che le ultime impressioni della veglia durano nel sonno, e che si fa allora, senza che ce ne accorgiamo, un lento e spontaneo lavoro, il quale si ripiglia poi volontariamente e con frutto al mattino seguente.

Vari pedagogisti, raccomandano agli alunni, per imprimersi più presto una lezione, di ripeterla più volte ad alta e misurata voce.

Giova anche a fissare l’idea nella mente, il linguaggio simbolico (favole e parabole) e la poesia, con cui gli antichi raccomandavano alla memoria i punti fondamentali delle leggi, delle scienze e delle arti.

Giova anche alla memoria qualche amminicolo, il trascurare i quale sarebbe vera temerità mettendosi a rischio di trasgredire i propri doveri. Tra questi principale è tenersi le cose anche materialmente ben ordinate, è il formarsi qualche segno convenzionale, e specialmente il prendersi le convenienti note e quali richiamano a memoria cose che devonsi sapere o che devonsi fare. Che specialmente avesse più uffici e cariche importanti conviene prenda nota per non dimenticare nulla. [p. 169]

Studio alla lettera e studio a senso

Giova qui toccare la questione della preferenza da darsi allo studio letterale ed allo studio che si dice a senso. Lo studio letterale di un testo: 1° giova attutto ai principianti, per apprendere la lingua e lo stile di cui non hanno ancora acquistata la conoscenza ed il facile maneggio; 2° avvezza alla precisione e stampa profondamente nell’animo il tipo letterario e scientifico, che dovranno imitare in avvenire; 3° li obbliga ad un lavoro ostinato e difficile domando l’impazienza giovanile e avvezzandoli a vincere le troppo frequenti azioni; 4° è tal lavoro, che, ove non si faccia nella prima età ricca di memo- difficilmente e forse mai non si farà più nelle successive; alle quali per altra e somministra tali materie di riflessione, che gioveranno per tutta la vita, ono dei vecchi educati per tempo agli studi classici, i quali rammentano e io con compiacenza sentenze e versi di autori antichi, che forse da mezzo )lo non poterono più rivedere.

Lo studio a senso poi reca con se: 1° il particolare vantaggio di volgere unzione assai più alle idee che alle parole. 2° Richiede maggior tensione o spirito nella recitazione, e questa ginnastica mentale accresce il vigore e ;ilità del pensiero. 3° Prepara ed avvezza i giovani ai discorsi estempora- a tutti necessari più o meno e specialmente a quelli che più abbisognano ’arte della parola.

Di qui si scorge che l’un metodo e l’altro sono assai utili, che non bisogna ludere né l’uno né l’altro; che nella giovinezza la preferenza da darsi allo fio alla lettera; poi allo studio [p. 170] a senso; che però sempre le cose principali, come le definizioni, i testi, le forinole scientifiche vanno studiate letteralmente, come le poesie che è impossibile studiarle a senso.

Mezzi mnemonici

Per aiutare la memoria giovano grandemente le ripetizioni, i sunti, le tavole sinottiche, l’applicazione delle cose insegnate e specialmente i compiti scolastici al cui riguardo sono da darsi regole per assegnarli e per correggerli.

Ripetizioni. Vale immensamente il far ripetere ai giovani le cose insegnate. Repetita iuvant: anzi è necessario che il maestro ripeta più volte le stesse regole in varie circostanze, quindi le faccia ripetere dai giovani e vi insista fintantoché siano state capite bene e da tutti. Le ripetizioni possono essere fatte a memoria o per iscritto: sono entrambi assai importanti. A questo scopo sono stabiliti gli esami bimestrali, semestrali e annuali. È da dare molta importanza anche agli esami bimestrali e semestrali sia perché ripetendosi in essi le varie materie, si imprimono assai più nella memoria; sia anche perché l’alunno viene a conoscere meglio le sue forze ed il punto in cui si trova, sia perché il maestro viene a capire la portata dei suoi giovani ed il modo di imprimere meglio in loro le cose. L’esame finale ha di per se stesso la sua importanza, perché decide della promozione dell’allievo.

Sunti. In cose scientifiche sunto vale quanto dire in breve ciò che altri ha espresso in lungo, cioè dire solo l’essenziale lasciando da parte le spiegazioni e le cose accessorie. Il sunto pertanto [p. 171] non si estende sui particolari, ma pone sott’occhio il più importante di una scienza. In tal caso perciò i sunti giovano molto a far ricordare le cose udite; e quindi il maestro procura di fame fare con frequenza. Anzi sarebbe sommamente desiderabile che il maestro non lasciasse passare una lezione senza fame fare il sunto. È chiaro che i sunti devono venir dietro allo studio accurato e preciso di tutti quei particolari che in essi si tralasciano e che sono implicitamente contenuti in quelle idee madri e cardinali che essi ritengono e dispongono ordinatamente e metodicamente. Può anche giovare sul fine del mese o dell’anno far fare il sunto dei sunti, riducendo tutto ad uno specchietto. Si guardi tuttavia l’istitutore dall’abuso che dei sunti scientifici o dai quadri storici può venir fatto dai suoi allievi, i quali pervenuti a coteste conclusioni, non si curano più di rifare di quando in quando la via che li condusse a tali risultati, tanti che perdono a poco a poco ogni frutto dei loro studi. A riparare cotesto inconveniente bisogna avvezzare gli alunni a fare oralmente di più o meno ampie dichiarazioni e svolgere in vari modi le cose sunteggiate.

Fatti in questo modo è innegabile l’utilità dei sunti. Quel ridurre in breve ciò che si è detto in diffuso serve sia a far ritenere meglio le cose apprese, sia per fame meglio vedere l’ordine, sia per darci con facilità in mano un bandolo poter richiamare a memoria le cose insegnate.

Tavole sinottiche. Valgono anche molto ad aiutare la memoria, come a iarire le idee le tavole sinottiche, ossia il [p. 172] ridurre in poche linee, con particolari connessioni le cose apprese. Esse sono una distribuzione inata di verità riguardanti un unico argomento fatta in modo che quasi senilmente faccia capire agli occhi le idee principali e secondarie.

Applicazione delle cose insegnate. Ad ottenere molto progresso, condisce il far applicare le cose insegnate cioè: spiegata una regola farla tosto ttere in pratica con svariati esercizi sia verbalmente nella scuola, sia per npito in iscritto. Quintiliano dice: Longum sane iter per praecepta, breve ifficax per exempla. Norma pratica per non annoiare gli allievi si è questa: 5 traducendosi un autore non si continui tutti i giorni a tradurre questo solo; di tanto in tanto conviene interromperlo per dettare come compito di casa fiche tema di cose diverse, che serva specialmente di applicazione diretta le cose insegnate.

Compiti scolastici. Scopo dell’insegnamento si è che i giovani imparino e rngano a memoria le cose imparate. Non vi è modo più pratico e più efficace uest’uopo che il dare i compiti scolastici; cioè 1’assegnare quotidianamente lavori e delle lezioni.

Norme secondo cui assegnare i lavori. Se ne assegnino tutti i giorni; siano iduati; non troppo lungi, affinché lo scuolaro per la fretta di terminarli non ùccia con disattenzione. È ben necessario che si lascia al discente il tempo iveniente perché ei possa compiere il suo lavoro ed aggiungere l’opera pro- a a quella del maestro, essendo che lo studio è attività meditativa mercé cui lunno rifacendo l’opera dell’insegnante ricompone nel [p. 173] proprio20 tisiero la materia sentita fino ad assimilarsela e farla sua. Allora soltanto i ori scolastici giovano davvero agli studi.

Perché poi i lavori siano graduati il maestro deve meditarli bene, e co- scere bene lo stato dei suoi scuolari, in modo che non vi entrino regole non cora spiegate o ripetano sempre alcune poche regole già impresse d’avvan- ;gio. I lavori non siano troppo facili: un lavoro è troppo facile per una scuola andò anche gli ultimi e più indietro riescono a farlo bene senza difficoltà. In esto uso gli ultimi vi pongono diligenza ed i primi si annoiano e non lavo- ìo più. Non siano troppo difficili: il lavoro è troppo diffìcile quando in una classe numerosa quasi nessuno riesce a farlo veramente bene; poiché in tal caso la maggior parte si scoraggia e sicuri di non riuscirci lasciano di lavorare.

È tuttavia sempre bene che in ogni lavoro entri qualche regola o qualche tratto piuttosto difficile per esercitare e conoscere le forze dei più forti o per accertarsi chi è stato attento alla spiegazione e chi no.

Norme per la correzione dei compiti scritti. La concezione dei lavori è anche più necessaria, sia per animare tutti a farli con impegno, sia per insegnare nei singoli casi a superare le difficoltà. Bisogna che il maestro con santa pazienza si proponga di correggerli sempre tutti. Conviene che abbia segni convenzionali sempre fissi, conosciuti dagli allievi e che restituisca sempre le pagine per far eseguire dai giovani le correzioni. [p. 174]

Lezioni. Quanto agli esercizi memonici, cioè le lezioni che si assegnano per studiarsi a memoria, si osservino queste quattro cose:

1° Si procuri che gli allievi capiscano ciò che devono studiare e non si assoggetti Pallievo alla tortura di mandare a memoria quel che non intende.

2° Quanto alla qualità di ciò che devesi assegnare per lezione si ritenga che per l’italiano è preferibile assegnare poesia che prosa, nel latino il contrario. Quanto allo studiare a senso od alla lettera, si avverta che, benché sia cosa rara, tuttavia non è impossibile trovare allievi, i quali, pur di ottimo ingegno, non riescono a studiare alla lettera. Il maestro però prima di ammettere tale scusa, s’industrii di accertarsene.

3° Verificare le lezioni col farle recitare col raccoglierne i voti.

4° Nella recita delle lezioni, il maestro procuri che si correggano i difetti di pronuncia, il balbettare e simili, [p. 175]

PARTE TERZA

DELL’EDUCAZIONE ESTETICA

CAPO PRIMO

Dell’educazione estetica in generale

Natura e necessità dell’educazione estetica

Fra le potenze fisiche proprie dell’organismo corporeo e le intellettuali, proprie dello spirito, stanno di mezzo altre d’indole speciale, partecipi di entrambe ed aventi per oggetto il bello, in quanto questo aspira dalla mente e si manifesta ai sensi attraverso le forme della materia. Queste varie potenze diconsi immaginative e formano l’immaginazione. La loro cultura forma l’educazione estetica, col qual nome suolsi indicare quella parte dell’educazione che aiuta a sviluppare nel giovane il sentimento del bello considerato sia nella natura sia nell’arte; poiché il giovane va abilitato ad ammirare il bello della natura e dell’arte e a praticare il bene nello stesso modo che va abilitato a conoscere il vero. [p. 176]

Prima potenza estetica a rivelarsi è la facoltà di apprendere e conoscere il bello quale rifulge nel regno della natura o nel campo dell’arte, e piglia il nome di percezione estetica. Insieme con questa si mostra un’altra facoltà, denominata sentimento estetico, mercé della quale lo spirito prova emozioni soavi e gentili alla presenza del bello, che dalla mente conosciuto, giunge, per la via dei sensi, fino al cuore. Una terza potenza interviene, la quale accoppiando in sé la percezione ed il sentimento li solleva ad una forma superiore; essa è l’immaginazione estetica in virtù della quale il bello viene non soltanto conosciuto e sentito quale si presenta, ma rappresentato e prodotto in forma più o meno elaborata.

Ciascuna di queste tre potenze immaginative, quando sia sussidiata ed avvalorata da conveniente coltura, s’innalza e progredisce ad una forma più ampia e disinvolta e corrispondente all’indole sua. La comune ed ordinaria percezione del bello, che da tutti si intuisce per natura, trasformasi in ragione estetica allorquando cerchiamo il fondamento supremo del bello e discorriamo per le svariate sue forme. Il sentimento estetico diventa buon gusto, quando si arriva ad apprezzare il maggiore o minor grado di bellezza rilucente in un oggetto e se ne rilevano senza fatica di sorta, e con un certo qual intimo compiacimento i tratti più fini e delicati; e l’immaginazione estetica progredisce fino al magistero dell’arte, e raggiunge nel genio artistico la forma più sublime del suo sviluppo, [p. 177]

Le potenze estetiche intervengono in tutto lo sviluppo della vita, vuoi psicologica, vuoi sociale, per guisa che non avvi manifestazione dello spirito e cui rimangono estranee. La scienza e le virtù fanno le loro arcane bellezze, come la natura e l’arte, e sempre alla barbarie del pensiero e dei costumi fa corrispondenza la barbarie dell’arte. Anche da questo lato pertanto emerge la necessità dell’educazione estetica.

Visto adunque che l’educazione estetica non è come un mero ornamento ad alcunché di superfluo o ridondante, bensì cosa necessaria, perché ha il naturai suo fondamento nell’essenza medesima dello spirito umano, ne consegue che l’educazione estetica ha diritto di pigliar posto fra le altre parti essenziali dell’educazione umana, perché senza di essa l’educazione sarebbe monca e scompigliata, e siccome le arti belle hanno un’efficacia psicologica e sociale veramente maravigliosa, vanno nell’educazione tenute in altissimo pregio.

Togliete dall’uomo l’immaginazione come facoltà inventiva e rappresentativa del bello; togliete l’idea di un avvenire migliore, la tendenza a rappresentarlo ed effettuarlo nella natura ed in se stesso e voi l’avrete condannato all’immobilità assoluta e gli torreste la più bella prerogativa che lo distingue dai bruti, la perfettibilità. Quindi ancora apparisce la necessità di coltivare l’immaginazione e di educarla in armonia alle altre facoltà intellettuali e morali.

Leggi dell’educazione estetica

La legge fondamentale [p. 178] dell’educazione estetica consiste nell’e- ducare le varie potenze estetiche in modo conforme alla loro naturale armonia, poiché le potenze estetiche sono consertate nel loro operare colle potenze dell’intendere e del volere ed il bello che è il loro oggetto intimamente si compenetra col vero e col buono, oggetto delle altre potenze in modo da non poter sussistere separati, perciò la scienza, l’arte e la virtù di cui sono l’esteriore esplicamento devono sempre essere d’accordo.

Infatti il bello è niente più che il vero in quanto splende in forma sensibile e commuove soavemente l’animo, ed il buono è anch’esso il vero, ma tradotto nelle nostre libere azioni, ossia effettuato nella vita pratica mercé l’attività volontaria, per modo, che il bello è intermedio tra il vero come suo principio ed il buono come il suo termine. Di qui consegue che il culto del vero, ossia la scienza oggetto dell’educazione intellettuale, favorisce l’arte e la moralità ad un tempo, come il culto del bello, promuove pur lo sviluppo intellettuale e morale, ed il culto del buono rinvigorisce la mente nell’acquisto del sapere e nobilita l’esercizio dell’arte. E per la ragione dei contrari ogni dottrina, che nieghi all’intelligenza il possesso della verità, rovescia dalle fondamenta l’educazione estetica e l’educazione morale, come ogni storto concetto del bello, ogni fallace teoria dell’arte riescono distruttivi della coltura intellettuale e del buon costume. Di qui ancora discende questa legge dell’educazione estetica: sia oggetto perfettivo delle potenze estetiche tutto ciò che mentre è bello, si accorda convenientemente col vero e col buono, [p. 179]

I rapporti che stringono le umane potenze ci rivelano un’altra norma direttiva dell’educazione estetica. L’uomo è una vivente armonia di facoltà e di attitudini, che, sebbene Luna dall’altra distinte, appartengono ad un comune soggetto. Quell’io che sente il bello è quel medesimo che intuisce il vero ed opera il bene. Che se in ciascuno di noi le potenze rimangono tutte congiunte nell’unità personale del nostro essere, già da questo solo apparisce che quell’educatore il quale intraprendesse a coltivare tale o tale altra facoltà, come se bastasse a sé sola, né punto avesse a fare con le altre, porrebbe l’alunno in fatale dissidio con se medesimo e sconvolgerebbe l’ordine tutto del suo essere. Si fa adunque manifesto che l’educazione estetica non va disgiunta dalle altre due di cui si fece parola, e va coltivata armonicamente con quelle.

Il che viene vieppiù chiarito dagli effetti, essendoché la coltura estetica informa l’animo al sentimento dell’ordine, dell’armonia, della giusta misura, che è tanta parte del bello sia naturale, sia artistico, e di tal modo agevola l’apprendimento della verità e l’acquisto del sapere, non che addestra alle opere rette ed agli esercizi buoni, giacché la scienza e la virtù posano sull’ordine e suH’armonia delle cose.

Arte vera non v’ha, la quale non sia educatrice; ed allora soltanto sarà educatrice, che non solo sarà l’espressione e la maestà del bello, ma si mostrerà ad un tempo inspirata da un elevato e nobile sentimento morale. Iddio è il Vero, il Bello, il Buono per eccellenza, e in Dio solo si compie la perfetta educazione.

[p. 180]

Fine e mezzi dell’educazione estetica

Dacché le potenze estetiche vanno fomite di caratteri peculiari, per cui da tutte le altre si differenziano, ne consegue che hanno anche un fine speciale determinato dalla natura propria delle medesime, e dall’oggetto a cui sono rivolte.

Ciò posto il bello accoppia in sé una dualità di elementi composti ad armonia, cioè un ideale vagheggiato dalla mente ed una forma materiata, che leggiadramente lo ritrae, piace ai sensi corporei e per via di questi allieta lo spirito.

Il vero e proprio fine dell’educazione estetica consiste adunque nel promuovere lo sviluppo delle potenze estetiche in questo duplice aspetto intellettivo e sensitivo per guisa, che l’alunno sia fatto capace di percepire il bello nella schiettezza delle sue forme e nella verità del suo ideale, intendendone la ragione; e sia reso capace di ammirarlo con vigorosa e ben temperata immaginazione e riprodurlo con leggiadre forme sensibili o con ammirabili e decorose azioni.

Al fine proprio dell’educazione estetica occorrono mezzi corrispondenti. )i questi mezzi gli uni sono negativi, altri indiretti, ed altri ancora sono posivi. Potrebbero dirsi mezzi negativi l’evitare quanto può impedire e turbare il ìgolare e conveniente sviluppo delle potenze estetiche; epperò non alimentare ror di modo le bramosie sì che trascorrano sbrigliate a soverchiare la ragione; ìa nemanco impacciare il libero movimento ed inaridirne la sorgente con una 181] troppo intensa e faticosa applicazione della mente a studi d’indole strusa ed inquisitiva..

Mezzi indiretti che cioè giovano a svolgere le potenze estetiche in ordine [ loro perfezionamento finale sono ogni cura consacrata alla squisitezza dei msi eminentemente estetici, quali sono la vista e l’udito, ogni cura consacrata ila fedeltà delle percezioni, all’acquisto d’immagini chiare, vive ed esatte, alla attitudine dei giudizi, alla temperatezza dei sentimenti.

I mezzi positivi per educare le facoltà estetiche sono di due sorta: generali speciali.

I mezzi speciali sono le arti belle di cui parleremo più sotto: i mezzi generali ci sono indicati dalla teoria generale dell’educazione, e sono quelli stessi i cui si serve la natura nello svolgimento dell’immaginazione. Ne noteremo uattro principali.

1° Il primo mezzo di coltura delle facoltà estetiche, ossia il primo fon- ; di bellezze artistiche consiste nel far assistere il giovanetto alla bellezza e cavità degli oggetti che cagionano nell’animo suo soavi impressioni, e nella ara di indirizzare e rivolgere l’attenzione di lui a comprendere e ad ammirare bello sia della natura che dell’arte. Non basta adunque inspirare nei giovani sentimento del bello; bisogna studiare il modo di fermare la sua attenzione, ’indifferenza che mostrano gli abitanti della campagna per le bellezze che li ircondano è principalmente difetto di educazione in quanto che nessuno mai 2rcò di fermare l’occhio della loro mente su quelle bellezze e si lasciarono [p. 82] sordi alle voci ed alle armonie di cui è ripiena la natura. Eppure sarebbe gevole cosa fame loro comprendere le meraviglie, far loro trovare in questo )ettacolo una sorgente inesausta di nobili piaceri, un passatempo ed un conforto assai più utile e degno dell’uomo che non le baie ed i giuochi grossolani a cui sono avvezzati. Il gusto del bello e della convenienza una volta destato, i loro costumi diventerebbero più gentili e puri ed il lavoro campestre medesimo acquisterebbe novelle attrattive.

La medesima cosa deve farsi dai maestri delle città invitando i loro alunni ad aprire i loro occhi al grande spettacolo della natura, ammirando la bellezza del creato e specialmente delle campagne quando escono a passeggio. Quanto più un maestro abitua gli allievi a riflettere sui fatti naturali, tanto più essi diventano capaci di assorgere dalla natura al suo autore, dal creato al creatore. Né vuoisi credere cosa difficile il trovare argomenti a tale conversazione. Gli astri, le nubi, l’iride, la rugiada, la pioggia, la neve, i tuoni, i fulmini, i mari, i monti, i prati, i campi, le serre, le piante, i fiori, i frutti, le belve, gli uccelli, i pesci, gli insetti, le armonie della natura fìsica, le stagioni, la vita, la morte, il dominio dell’uomo sulla terra, i benefìci della famiglia, della società, il vincolo arcano che stringe la natura all’uomo, l’uomo a Dio; tutto può essere argomento di nobili pensieri e soavi affetti.

2° La natura non parla soltanto al senso, ma ancora alla mente ed al cuore, ed entrambi li solleva nelle regioni del [p. 183] eterne idee e li conduce appiè del trono della divinità. Tutti i secoli ripetono con Davide che i cieli narrano la gloria di Dio; tutti i filosofi, che non furono sofisti, conobbero come san Paolo che le cose visibili stanno lì per eccitarci a pensare alle invisibili. Non basta adunque studiare la natura in se stessa come fonte di bellezza artistica, ma vuoisi discer- nere la somiglianza che è tra le cose e soprattutto meditare sull’analogia della natura fisica e della spirituale, ed avvezzare la mente dei giovanetti a salire e discendere per quella scala ideale che congiunge la terra col cielo.

“Sappia il maestro, dice Nicolò Tommaseo, far osservare le analogie fra la natura corporea e la morale, che rendono Luna simbolo eloquente dell’altra. Queste analogie deve studiare primieramente egli medesimo, e raccoglierne tutti i dì ricca messe. E quando parla al bambino della vaghezza dei fiori, parlargli insieme della fiorente bellezza delle virtù: quando gli rammenta le gioie della luce, paragonarle all’eterna luce del vero che illumina le nostre menti. Il languire dell’erba pel caldo estivo, il conduca a ragionare di quell’ardore soverchio d’affetto che inaridisce l’anima, e la fa morire sitibonda di bene; il ravvivarsi della verzura dopo il tuono e la pioggia, ricordi la nuova vita che nell’animo non corrotto lascia la sventura; il nugolo di polvere che solleva il carro in passando, sia immagine delle persecuzioni che insorgono contro il buono, ma che poi cadono da sé, mentre egli correndo se ne va alla sua via” (Dell ’Educ. Scritti varii).

Giova a quest’uopo lo studio dei grandi scrittori, i quali [p. 184] sempre congiungono nel loro ingegno la vivacità dell’immaginazione al vigore della ragione, e sanno trarre, a dir così, da ogni selce sprazzi di luce, e fecondar l’arte ila scienza e rendere viva ed efficace la scienza coll’arte.

3° Che se lo studio della natura e delle analogie aiuta la mente umana a icepire il bello fisico ed intellettuale, lo studio delle idee e dei fatti dell’umanità, cioè della storia, l’aiutano mirabilmente ad assorgere al bello morale, ssun uomo che non sia scettico, può negare l’azione della Provvidenza nel verno del genere umano dalle sue origini fino alla fine dei tempi; e della evidenza divina e dell’ordine morale nessun libro ci dà un concetto così !ciso come la storia biblica. A questa adunque deve principalmente attingere )uon educatore. Il tipo dell’uomo retto in Adamo, quale fu creato da Dio, l’innocente in Abele, dell’uomo fedele ai divini comandamenti in Abramo, l’uomo casto in Giuseppe, del liberatore di un popolo in Mosè, dell’uomo litente in Davide; di tutte le virtù e di tutte le fogge di eroismo nei santi, del iporaneo ministero divino negli angeli; tutti questi tipi sono delineati, o a dir glio scolpiti in quella storia divina, e le arti belle non ebbero che ad inspirar- t quelle pagine per sollevarsi ad un’altezza a cui non pervennero mai prima ; la luce del Vangelo fosse diffusa nel mondo.

Che se il cristianesimo somministra all’arte i tipi più sublimi quali sono fili della santità o delle virtù in tutte le infinite sue varietà, non è a dire che :he la storia profana non ci [p. 185] somministri grandi modelli di virtù ili, perciò anche da essa sono da attingere i tipi che hanno da colpire l’immaginazione dei giovanetti.

4° Quarta fonte di bellezze artistiche e più efficace e potente mezzo edu- ivo dell’immaginazione sono la scienza e la virtù. La scienza sola ci svela ssenza e la natura delle cose e però il fine o la destinazione loro; ella sola ci ica qual è la loro perfezione, cioè lo stato in cui loro non manca nulla, ma io quali debbono essere: la scienza sola somministra gli archetipi delle cose, hetipi, di cui l’artista non può fare a meno. Ciò che poi nobilita maggiormente l’umana natura è la virtù. La sacra fiamma dell’entusiasmo, essenziale condizione dell’invenzione poetica e di tutti i nobili concepimenti dell’ingegno non riceve d’altronde vitale e perenne elemento che dalla virtù. Il vizio è ipre egoistico, cieco e freddo; o se arde, consuma; non illumina ma accieca; ì conforta ma strugge; non vivifica ma uccide. Lo stesso Voltaire fu vinto la prepotente forza del vero, quando, a costo di condannare se stesso, scrisse “che uno spirito corrotto non fu mai visto sublime”. Chi vorrà negare all’inconche senza quella pietà, che tutta ne informava l’anima, il Beato Giovanni gelico non avrebbe mai dipinto la Vergine Maria ed il Bambino Gesù con quell’arte che, ancora cinque secoli dopo, scuote le fibre più delicate del cuore e fan dire che al mondo non esiste pittura più simpatica?

Pratica dell’educazione estetica

La prima coltura di cui abbisogna l’infanzia vuol essere affatto conforme alla [p. 186] natura infantile la quale ancora non giunge a cogliere in un fenomeno della natura la bellezza dei particolari, in un dipinto la sfumatura delle tinte, in una statua la correttezza dei contorni, in una musica le sfuggevoli gradazioni delle note. La prima età si piace di colori vivaci, di suoni vibrati, delle forme corporee spiccate e grandeggianti, di tutto che mostri esuberanza di vita. Bisogna perciò schiudere al loro sviluppo le potenze estetiche con ridenti scene campestri, incisioni ed immagini leggiadre, rappresentative di oggetti della natura viva ed animata; ariette musicali e canzoncine che informino all’armonia il senso uditivo e che parlino ad un tempo alla fantasia, alla mente ed al cuore. Anche i giuochi propri di questa età giovano a svolgere la percezione ed il sentimento del bello, dell’ordine, della simmetria, svegliano il buon gusto, eccitano l’immaginazione.

Nella puerizia le potenze estetiche allargano notevolmente il loro sviluppo, quindi è che questa parte di educazione va pigliando sempre più largo campo. L’attenta osservazione delle bellezze della natura e dell’arte, le vivaci descrizioni e le narrazioni animate, il canto e la musica, la calligrafia e il disegno, le poesie, le favole, i miti, le leggende e specialmente il comporre letterario sussidiato dalla lettura di scrittori classici, e più di tutto la sontuosità delle funzioni ecclesiastiche, sono il precipuo mezzo di educazione estetica di quell’età. È da notare che la lettura e spiegazione degli autori classici ai giovanetti, non va fatta solo in senso letterario quasi spiegando il senso puro delle parole, ma procurando [p. 187] di far scorgere il bello vivo e vero che vi si contiene.

Ma ciò che nell’infanzia e nella puerizia non si può che abbozzare va ben allargato e coltivato nella gioventù. È questa l’età in cui l’immaginazione già resa un poco educata fa vedere i suoi lampi, procede al delicato, al grandioso, al sublime, è questa l’età in cui comincia a manifestarsi il vero genio, poiché nell’età giovanile le potenze estetiche s’innalzano ad una singolare ampiezza di sviluppo, che se avrà bisogno ancora di studio, di limatura, si può dire che già ha messe le basi dell’illustrazione a cui è per arrivare; perciò abbisogna di mezzi di coltura corrispondenti.

Mezzo precipuo e potentissimo è l’illuminato ed amoroso studio dei classici lavori, sia di letteratura, sia di pittura, scultura ed architettura, sia di musica, ciascuno secondo la parte cui sentesi più inclinato. Questo studio di capolavori è la scuola vivente del bello; notando che lo studio dei classici scrittori è più grandemente utile al pittore ed al musico, essendoché vi s’impara il magistero del pensare, del parlare, dello scrivere e la continua intimità con quegli immortali forma il criterio, affina il buon gusto, leva lo spirito all’ideale del bello e dello squisito sentimento dell’arte, come pure una soda attenzione ai capolavori della pittura scultura, architettura, non che della musica, giova allo scrittore, al poeta al letterato come una ornamentazione quasi necessaria e scuola di delicato sentire in quanto che il genio ovunque ammirato ammaestra. [p. 188]

CAPO SECONDO

Dell’educazione estetica speciale

I mezzi speciali per l’educazione dell’immaginazione sono le arti belle. Esse si possono ridurre a tre: la poesia, la musica, il disegno. Alla poesia si allacciano tutte le cose letterarie, che nella poesia hanno la più sublime loro esplicazione. Per musica si intende tanto il canto fermo e la musica vocale come ristrumentale. Il disegno ha le sue tre principali manifestazioni nella pittura, nella scultura e nell’architettura. Il bello ideale della natura si riproduce nella poesia, il bello reale nella pittura, l’armonia nella musica. Di queste tre arti belle dobbiamo pertanto qui occuparci; ma solo in quanto giovano all’educazione dei giovanetti; cioè in quanto sono mezzi di educazione. Don Bosco dava loro molta importanza e stabilì appositamente solenni funzioni ecclesiastiche ed accademie letterarie e religiose dove le tre arti potessero sfoggiare, e ne dava incoraggiamento in ogni modo, stabilendo scuole apposite.

Ma l’arte sarà educativa solo quando poggia sulla natura come suo primo ed unico fondamento, imitandola con la maggior maestria possibile. S’intende di parlare di quel [p. 189] la natura che Dante chiama figlia di Dio, perché prende il suo corso dal Divino intelletto; e di quella imitazione che risiede già non nel ricopiare materialmente quello che ha fatto o va facendo la natura, ma nell’imitare le leggi che essa segue nelle opere sue. Nel fatto gliesseri non sono sempre quali dovrebbero o potrebbero essere; di qui il brutto, il deforme, il turpe, lo sconcio. Or diremo noi che compito dell’arte sia quello di ritrarre la natura reale anche nella sua laida e riluttante deformità? Ad arte siffatta non converrebbe per certo il nome di educatrice. L’arte vera non è casta e veneranda matrona, che leva dalla terra al cielo il nostro intelletto, non spudorata sgualdrina che si piace nel lezzo, o Circe bugiarda che l’uomo trasforma in bruto.

Né punto vale opporre, che anche il ritratto del vizio è scuola di virtù, perché gli animi segnatamente giovanili, con maggior vivezza si sentono attratti e vinti dalle immagini di fatti turpi quand’anche fossero riprovati dalla pubblica coscienza, che non dagli esempi di oneste azioni, benché accompagnati dai pubblici applausi.

Della poesia

La poesia è il linguaggio armonico ed immaginoso dell’affetto suscitato dalle idee delle cose. La poesia differisce dalla prosa estrinsecamente ed intrinsecamente: estrinsecamente nel ritmo o nel verso; intrinsecamente nelle immagini di cui sovrabbonda, e nell’effetto di cui è l’espressione. Nessuna poesia è senza affetto e senza immagini. Questi sono i due suoi elementi essenziali. L’idea e l’affetto sono i principi e le cause della poesia; il linguaggio immaginoso ed armonico ne è l’istrumento [p. 190]. Il poeta direttamente non cerca il ragionar serio e preciso, direttamente non tende a cercare il vero, ma bada piuttosto a ritrarre il bello che vi è nelle cose vere.

Or come la poesia riesce mezzo educativo? La poesia colpirà sempre di più l’immaginazione; l’idea giusta, grande, bella con cui vengono espresse le cose, encomiata la virtù, inneggiato ai buoni, resteran sempre più fisse nel cuore dei giovani che una esposizione qualunque che per lo più riuscirebbe fredda. La poesia cristiana mira a far concepire agli uomini una grande idea di Dio, e dar loro però la conoscenza del sommo vero, a far ammirare la virtù quale si manifesta nei veri eroi, e finalmente tende ad inspirare nel cuore dell’uomo la speranza dei gaudi eterni, del primo che avanza tutti i desideri umani.

Anche nella poesia pagana si trovano opere d’ingegno ammirabile ed utili alla coltura così del buon gusto, come della rettitudine morale. L’abilità dell’educatore sta nel saper scegliere quegli autori o quelle parti che sotto nessun rispetto urtino contro i principi cristiani ed offendano l’innocenza; e più ancora nel saperli scegliere acconci all’intelligenza dei fanciulli, cioè tali, che per mezzo di opportune e sufficienti dichiarazioni questi riescano in qualche guisa a sentirne la bellezza e concepire il pensiero e l’affetto onde era inspirato il poeta.

La poesia italiana è ricchissima di opere insigni e meravigliose; essa però :or povera di canti popolari per le classi incolte e per tutte le occorrenze vita, e per tutti i lavori dell’agricoltura e delle arti [p. 191] principali. La denza tuttavia si trova nei libri di lettura, che hanno qua e là poesie adattabile così dette antologie o raccolta di poesie a vario metro.

Già Platone nel libro delle leggi diceva: “Ogni festa abbia i suoi canti, il ffetto sia il vantaggio dello stato, con un puro ed innocente diletto”. Gli iella chiesa e le lodi sacre sono mirabili a questo effetto.

È cosa buona che ai giovani, specialmente arrivati ad un dato punto di ira intellettuale, a poco a poco si insegnino le regole della poesia e si [ano studiare i precetti principali dall’arte poetica, s’insegnino anche, appena ne sono capaci, le regole dei versi latini, addestrando i giovani a scandire versi. Tra tanti giovani, vari avranno fervida immaginazione e fantasia e inno moderatamente valersene. A ciò praticamente vanno incoraggiati in vario modo ed occorre più che tutto di lasciare loro il tempo necessario special- te in occasione di preparare qualche festa od accademia.

E davvero che senza poesia e musica una festa per splendida che sia, non mai tanto piacevole e dilettevole, come quando le muse unite agli armoniosi canti e suoni musicali infondono negli animi un non so che di giulivo che te il cuore!

Giova anche grandemente far conoscere ai giovanetti alcuna parte delle ìezze della poesia drammatica e lasciarne loro gustare lo squisito diletto. 3iù che il dramma letto vale la rappresentazione dapprima veduta, poi fatta loro stessi. [p. 192]

Don Bosco non solo permetteva; ma voleva queste rappresentazioni. Negli istituti educativi è da attendere accuratamente che non entri il solo di dilettare nelle piccole rappresentazioni teatrali, ma bensì precipuo quel- i istruire e di educare. A far evitare gli inconvenienti che nei teatrini con l facilità potrebbero introdursi, don Bosco compilò un regolamento appo- dove dà regole sulla materia da scegliersi, sulle cose da escludersi e sui sri del teatrino.

Della musica e specialmente del canto

La musica è l’arte e la scienza dei suoni della voce e degli strumenti, i bene esprime con le sue armonie la bellezza di quelle dell’universo. Sono ssime le lodi data alla musica dagli antichi: le favole di Anfione e di Orfeo ostrano di qual potenza eglino la credessero capace. Nella Sacra Scrittura poim leggiamo di quanto effetto fosse il suono di Davide sull’animo di Saulle. Decadde poi il concetto che si ebbe di essa a presso molti i musici sono ancora considerati come mercenari che ti procacciano un fugace diletto; ma in sé la musica può produrre un così potente ed universale mezzo di educazione che pervade e commuove tutte le classi dei cittadini in tutte le congiunture della vita privata e pubblica.

La musica è proprio secondo la natura dell’uomo il quale a sfogare la contentezza grande che tutto l’invade e il dolore che tutto l’opprime esce in canti or di gioia e d’allegria or in mesti e lugubri, [p. 193]

L’azione della musica sull’anima umana è un fatto. Poiché il prossimo ed immediato suo effetto è di suscitare gli affetti di ogni natura, e come quella che colpisce di più i sensi, pare che eserciti sui medesimi una maggior potenza. Essa inspira la calma e il turbamento, la gioia e la mestizia, l’amore e l’ira, la forza e la mollezza, il coraggio e la paura. Può dunque migliorare o deteriorare, ingagliardire o corrompere la gioventù. Certo è che le sensazioni possono avere forza immensa sull’animo. I bruti medesimi assecondano istintivamente i menomi movimenti iniziati dalle vibrazioni deH’aria sui nervi sensori. Il cavallo all’udire la tromba, nitrisce, sbuffa, scuote la chioma e non ha membro che tenga fermo, finché non gli si lascia libero il corso.

I quali effetti si manifestano così negli individui come nelle moltitudini. Per certo non v’ha arte che tanto inviti alle grandi riunioni quanto la musica, e le feste principali restano mute senza di essa. Tanto poi maggiore si sperimenta l’arte dei suoni, quanto più sensitivo, delicato, immaginoso, e dirò così, poetico è l’animo di chi vi è soggetto.

Se è così per tutti, in ispecial modo lo è per la gioventù ed in particolare per chi non è ancor guasto dai vizi, per chi ancora vive di fede.

Accenniamo qui ad alcuni vantaggi particolari che si possono ricavare dalla musica precisamente nell’educazione popolare. Essi sono fisici, intellettuali, morali, religiosi e sociali, [p. 194]

1° La musica giova fisicamente all’uomo, poiché è certo che il cantare e il suonare moderatamente sviluppa gli organi della respirazione e li rinforza. Migliora poi anche la qualità della voce, la rinvigorisce, ne corregge i difetti, e serve per insegnare la retta pronuncia.

2° Giova all’intelligenza come mezzo di eccitare e tener desta l’attenzione e come sussidio mnemonico. Gli antichi cantavano le leggi le quali in tal modo si imprimevano indelebilmente nella memoria dei popoli.

3° Giova alla moralità, perché alle castigate armonie della scuo la cederanno le canzoni immorali che bene spesso si urlano per le vie della città. L’armonia dice il Degerando è una specie di legame tra l’ordine morale e la vita animale. È una lingua che insegna i sentimenti dolci ed affettuosi, che porta la nità nello spirito ed avvezza a compiacersi di tutto ciò che è conveniente rdinato. Che salutari effetti non ha sovente prodotto un buon canto! Quante iti leggere e dissipate non ha condotto a riflettere! Quanti cuori afflitti non onsolato! Quanti buoni sentimenti non può essa destare!

4° Ma la più grande potenza è quella dei canti religiosi, soprattutto quando 3 eseguiti solennemente da un grande numero di voci. Come è commovente omenica nella chiesa del villaggio!

Quei canti ti rapiscono e ti commuovono e senti che ti fanno del bene mima. Sant’Agostino confessa a Dio l’effetto che quel canto maestoso prose sull’animo suo. “Quante lagrime, io sparsi [p. 195] all’udire gli inni ed ntici tuoi! Come era commosso il mio cuore alle voci onde soavemente onava la tua chiesa! Mentre quelle voci entravano nelle mie orecchie, la verità penetrava nel mio cuore, e vi accendeva affetti di pietà e le lagrime rgavano, e mi consolavo piangendo” (Libro IX, cap. 6°).

San Filippo Neri si servì della musica per attirare i giovani alla pietà. Don ico diede parte assai importante alla musica in tutti i suoi collegi.

Il maestro deve badare alla convenienza nella scelta dei canti e in gene- di ogni opera musicale. Quanta importanza bisogna dare a questa scelta ranta scrupolosità! E ciò sia in riguardo alla musica stessa, sia in riguardo poesia che l’accompagna, la quale deve essere educativa e morale. Non è violino e colla cedra che si conducono i soldati alla battaglia, e non è colla sica sdolcinata che si educa la gioventù. La musica educativa deve inspirare ietà, la fortezza, l’armonia dei sentimenti.

Nei nostri istituti conviene anche dare molta importanza al canto grego- ìo come quello che serve più direttamente per le funzioni di chiesa. Esso si lari bene. Don Bosco ripeteva continuamente, e mise nel Regolamento delle case  di coltivarlo come quello che giova molto a conservare e propagare la tà specie quando il numero dei cantori comporta di fare due cori.

Per la pratica ad evitare inconvenienti nelle nostre case è necessario che il estro di musica vada ben d’accordo col direttore e che [p. 196] non esageri le sue pretensioni e che sia molto conciliativo verso gli altri insegnanti.

Si richiede pure che abbia un occhio fino e sorveglianza ben assidua ed dligente affinché non avvengano disordini.

Non si introducano usanze di premi speciali, leccornie o bibite ai cantori mai carezze o parole sdolcinate o di lode speciale; basta che si accorgano : si è contenti di loro.

La musica istrumentale si conviene meglio agli artigiani come quelli che leral mente hanno più forza e non ne soffrono nella sanità: dove si può introdurre serve mirabilmente all’educazione del sentimento nei giovani.

 

Del disegno

Tutte le arti del bello visibile si fondano sopra un’arte sola, che è quella del disegno; l’arte cioè di rappresentare con linee la forma, la grandezza e la rispettiva posizione delle cose visibili. Il disegno è anche il fondamento delle arti meccaniche, l’esercizio delle quali non può mai essere perfetto senza tale sussidio.

Il disegno è un sistema di segni, è una lingua particolare cui la lingua comune non potrà mai supplire interamente. Per quanto colla parola si cerchi di descrivere una figura, una pianta, un animale, non sarà mai abbastanza ben descritta: se ne fa il disegno, e persino l’idiota in un istante capisce meglio che non avrebbe fatto con la più accurata descrizione.

È sempre disegno sia che alle linee tracciate sulla tela il [p. 197] pittore aggiunga i colori, le ombre e gli svariatissimi effetti della luce; che lo scultore tragga a forza di scalpello e di raschiatoio da un informe macigno le sembianze di un Mosè o della Beata Vergine; che l’architetto alzi superbe moli ad onore dei celesti, a domicilio dei principi e dei magistrati; ciò non fa nulla; qualunque sia e in qualsiasi maniera compiasi l’opera loro, tutti questi artisti la cominciano allo stesso modo abbozzandone il disegno.

Più che le altre arti belle fin qui indicate è utile alla pluralità degli allievi il disegno. Stante il progresso fatto dai diversi rami dell’industria artistica e di molti del commercio in cui esso entra come parte principale, esso ha acquistato un’importanza veramente eccezionale. Di vero, tutti i mestieri relativi alle arti, da esso hanno vita ed incremento; per esso il valore delle materie prime viene centuplicato, e similmente per esso l’industria di una nazione è preferita a quella delle altre e s’accresce la pubblica e privata agiatezza.

Il disegno prima di tutto abilita l’occhio e la mano ed abilita all’osservazione. L’occhio si rende più capace a fissare e a ben distinguere gli oggetti, a conoscere le varie proporzioni e per mezzo del disegno s’introduce nel giovane l’idea dell’ordine e della pulitezza.

Né la pittura propriamente detta, né la scultura, né l’architettura può insegnarsi ai giovani, poiché l’apprendimento di queste arti richiede tutta la vita dell’uomo; ma è cosa convenientissima che essi imparino i principi; che si educhi all’uopo l’occhio e la mano; che si conoscano le regole fondamentali affinché [p. 198] si possano capire e possano piacere i capolavori dell’arte: per questo è cosa buona che il giovane sia iniziato al disegno propriamente detto, sia geometrico e lineare, sia di paesaggio ed anche un po’ di figura e special- mente sia addestrato a copiare dal vero, le quali cose gli riusciranno di grande utilità in ogni circostanza della vita. [p. 199]

PARTE QUARTA

DELLA PEDAGOGIA MORALE E RELIGIOSA

La pedagogia mira a perfezionare tutte le facoltà umane. Avendo pertanto sopra parlato dell’educazione delle facoltà fisiche, intellettuali ed estetiche resta a parlare dell’educazione delle facoltà morali. Queste si concentrano nella volontà o nella formazione del cuore e servono a formare il carattere dell’alunno.

È questa senza dubbio la parte più importante della pedagogia, perché, si può dire, essa ha ragion di fine, mentre le altre non hanno che ragion di mezzo, poiché la volontà è regina delle facoltà umane e su di esse domina e comanda. Le cure fisiche si potrebbero rassomigliare alle cure che un agricoltore prodiga verso il terreno per migliorarlo e renderlo fruttifero; le istituzioni intellettuali alle cure che l’agricoltore adopera attorno alla pianta per conservarla in vita e renderla rigogliosa, l’educazione estetica a quelle che adopera perché la pianta cresca bella e piacevole; ma le cure morali rassomigliano a quelle che si prendono per rendere fruttifera [p. 200] la medesima pianta, per aumentare e migliorarne la produzione. E per questo solamente l’uomo lavora e s’affatica.

L’educazione morale è quella che forma il carattere, è quella che veramente forma l’uomo, ed un uomo ben formato ed educato può fare il bene a popolazioni ed a nazioni intiere. Non sono mai abbastanza inculcate queste cure e sollecitudini degli educatori perché trascurate producono rovina, coltivate salute a un gran numero di persone.

Quindi deve l’educatore indirizzare ogni sua sollecitudine a questo scopo; far cioè fruttificare di frutti di moralità e di buone opere i suoi allievi, rendendoli utili a se stessi ed alla società; ed a suo tempo renderli beati cittadini del Paradiso per tutta T eternità.

Ciò premesso studieremo questa parte dividendola in cinque sezioni:

1° Principi generali riguardanti l’educazione morale.

2° Del sistema preventivo nell’educazione della gioventù.

3° Dei fattori dell’educazione morale.

4° Dei mezzi disciplinari.

5° Delle doti di un buon educatore, [p. 201]

 

 

SEZIONE PRIMA

METODO GENERALE DI EDUCAZIONE

CAPO PRIMO

Il fondamento dell’educazione morale - Concetto, eccellenza, difficoltà  dell’educazione morale - Le potenze morali educabili - Uffici e mezzi di educazione morale e religiosa

Il fondamento dell’educazione morale

La moralità posa sulla religione come sopra suo incrollabile e naturale fondamento e conseguentemente l’educazione morale colla religiosa si compenetra tanto da rinvenire in questa il suo compimento supremo e la sua finale ragione. Infatti la moralità comprende nella sua cerchia tutti i doveri a cui siamo tenuti; e siccome questi riguardano altri noi medesimi, altri i nostri simili ed altri Iddio, perciò la morale si tripartisce in individuale, sociale e religiosa; ed ecco come la morale entra come parte integrale, anzi suprema nell’ordine [p. 202] della morale universale. Chi adempie i doveri verso l’umanità e si sottrae a quelli verso Dio è uomo morale soltanto a metà e nella sua forma esteriore.

Ma vi ha di più. Chi è che mi impone il dovere? Chi è che mi obbliga? Forse io medesimo? Ma se posseggo tanta autorità di impormi il dovere, in virtù di questa autorità medesima posso prosciogliermi dal suo obbligo, e così la moralità è ita. Forse i miei simili? Ma essi sono uomini a me uguali e perciò non hanno in se stessi l’autorità di comandare a me se loro non viene conferita da un’autorità         superiore. Ciò adunque vuol dire che il principio obbligante non risiedendo né in me né nei miei simili, va riposta in un essere superiore all’umanità, il quale non può essere altri che Dio, sicché la religione è il supremo dei motivi per cui la volontà si determina ad operare. Così si fa manifesto che Dio solo è la ragion finale della morale come ne è il compimento supremo.

I pedagogisti scredenti pongono il fondamento dell’educazione morale nell’emulazione, o nell’utilità vuoi individuale vuoi sociale, o nell’energia della volontà, o nel sentimento dell’onore personale, e vari nel dovere considerato come un mero concetto astratto della nostra mente. Ma, dico io, tutti questi principi, essendo meramente soggettivi ossia umani, non valgono a somministrare all’educazione morale una base incrollabile e sicura, una norma infallibile e propriamente suprema. Se voi non riconoscete una realtà oggettiva che sovrasta all’emulazione ed all’utile proprio e comune, che primeggia sulla volontà e la sorregge nella via [p. 203] del giusto e dell’onesto, che nobilita e consacra il sentimento della dignità e dell’orrore personale, che è la sorgente viva e perenne del dovere, voi fabbricate il grande edifizio dell’educazione morale poggiandolo sulla sabbia. La realtà oggettiva unica che sovrasti a tutto e che sia fonte di tutto non si trova che in Dio. È desso che illumina la coscienza morale, accende il sentimento del dovere ed impera alla volontà; e sopra di Lui posa l’educazione morale, come a suo fondamento unico e saldissimo. Così rimane novellamente confermato che l’educazione morale s’incardina nella religiosa e da questa s’informa, e che perciò il fondamento dell’educazione morale sta nella religione.

Concetto, eccellenza e difficoltà dell’educazione morale

Vi è chi ammiratore entusiasta della scienza, tanto la esalta da proclamarla il sommo dei beni umani, la più sublime finalità della vita e per conseguente la sola e sovrana informatrice del giusto, del retto e dell’onesto. Per costoro chi spazia col pensiero per l’immensità delle cose e comprende le singole nature degli esseri ed intende l’armonia che li governa, già per ciò stesso possiede la rettitudine dell’animo e l’onestà del costume. È questo dell’educazione morale un concetto onninamente erroneo, essendo ché altro è pensare e conoscere le cose quali stanno in se stesse, altro è operare a tenore della legge morale. Non è raro incontrarsi in profondi pensatori, versatissimi nelle scienze, eppure scostumati e perversi, mentre ti è dato scorgere modesti popolani, che sforniti d’o- gni coltura scientifica e meramente rischiarati dal lume [p. 204] naturale della retta ragione, rifulgono tuttavia per integrità di costumi, per inconvertibilità di animo a tal fiata per generoso e fervido amore del dovere e dell’umanità, spinto sino al sacrificio della vita, come il nostro eroe subalpino Pietro Micca.

L’intrinseco divario tra la coltura scientifica e l’educazione morale emerge non meno evidente dalla disparità del loro processo. La coltura scientifica progredisce in modo costante, continuo, regolare ed a mano a mano che si avanza dall’infanzia alla gioventù ed alla virilità, s’innalza grado grado ad un ordine di cognizioni più ampio e più comprensivo. L’educazione morale invece procede bene spesso a sbalzi, si muove alternando i trionfi e le cadute; oggi travia dal retto cammino, dimani si rimette sul buon sentiero.

Neppure ha conoscenza teoretica del dovere e che più propriamente piglia il nome di istruzione morale non è da confondersi coll’educazione morale.

Necessita non confondere il conoscere, che è tutto proprio dell’intelligenza coll’operare morale che appartiene ad un’altra potenza diversa, qual è la libera volontà. Il notissimo proverbio confermato dalla quotidiana esperienza: “Veggo il meglio e l’approvo ed al peggior m’appiglio” mostra ad evidenza che conoscere il giusto e l’onesto e l’essere giusto ed onesto non sono la medesima cosa, poiché l’intelligenza, facoltà del conoscere non è la libera volontà, facoltà dell’operare. La virtù non è un dono di natura, né frutto d’ingegno, ma faticoso acquisto della nostra libera attività interiore. Epperciò l’educazione morale non è tutta nell’insegnare il dovere e la virtù ma altresì [p. 205] nel formare la volontà all’osservanza di esso.

Pertanto il genuino concetto dell’educazione morale e religiosa, consiste nello svolgere in conformità della legge morale ed in ordine al loro fine le speciali facoltà per cui l’uomo è fatto capace dell’onesto e virtuoso operare, e con altre parole più adatte alla pratica, l’educazione morale e religiosa consiste nel far crescere il fanciullo in guisa, che scientemente si adoperi a subordinare il piacere e l’utile al dovere, a conformare la libera volontà alla legge, a sottoporre la ragione a Dio ordinatore supremo dell’universo, il che si dice formare il carattere del giovane.

Questo concetto dell’educazione morale-religiosa ne rivela l’importanza somma e la sua eccellenza su tutte le parti dell’umana coltura, tanto che la formazione del carattere morale viene riguardata come l’apogeo dell’educazione universale.

Nello stesso tempo che l’educazione morale è tanto sublime ed eccellente, riesce anche ardua non poco e malagevole ad essere condotta con felice successo, siccome quella che ha per ufficio di informare l’alunno a vincere se stesso e sottomettere i sensi della ragione, la ragione a Dio. Domare le proprie passioni e padroneggiare se stesso è sacro dovere, ma costa gravi e continui sacrifizi. Dello zar Pietro il grande narra la storia, che dopo un violento eccesso di collera, uscì in queste parole “Io ho riformato la mia nazione, e non sono ancora riuscito a riformare me stesso”. Difficile davvero tenerci nella via del giusto e dell’onesto in mezzo alle attrattive dell’interesse, alle lusinghe [p. 206] dei sensi, alla tirannia delle passioni: qui anziché abbandonarsi alle tendenze della natura occorre combatterla nelle prave sue inclinazioni, nei suoi pervertiti istinti. Questa vittoria morale è opera incessante, faticosa di ogni giorno di ogni ora: ogni momento può segnare un trionfo od una sconfitta nel campo della nostra vita morale. Eppure la vera grandezza poggia sull’integrità della vita. Il dovere, ecco ciò che nobilita l’uomo e gli conferisce un carattere sacro e pressoché divino. Star saldi al dovere senza lasciarsi smuovere da nessuna cosa; stare attaccati al dovere come polipo allo scoglio, ecco ciò che forma l’educazione vera, ecco ciò che costituisce il carattere. Formare il carattere ad un giovane vuole adunque dire rendere questo giovane veramente buono e santo, e questo, come è la cosa più bella e sublime, è pure la cosa più difficile ma possibile e facile con la grazia di Dio e la costanza nel fermo volere.

Delle potenze morali educabili

Le facoltà educabili dell’uomo sono d’indole essenzialmente morali, che fanno per loro diretto ed immediato oggetto il Buono, ossia l’ordine mora- ra il Buono insieme col Santo e col Divino, da cui rimane indisgiungibile, nte nel cuore umano, si conosce dall’intelligenza, si attua dalla volontà nostre libere azioni. Sorgono di qui tre distinte potenze morali, che fanno oro comune oggetto il Buono, però sotto diverso riguardo, ed esse sono il mento morale, la coscienza morale, la libera volontà´, e siccome il Buono l Dio la prima sua sede e la suprema sua ragione, così queste tre potenze p.207] hanno ad un tempo un’indole morale e religiosa, e la loro coltura è sì educazione morale e religiosa. Queste tre potenze morali non devono ro origine né all’educazione né a verun’altra causa esteriore, bensì sono dori e superiori ad esse, ed hanno il loro fondamento primo nella stessa ra umana.

La moralità umana adunque è un fatto complesso che contiene tre distinti Lenti, cioè un sentimento del cuore, un giudizio dell’intelligenza, un atto li- della volontà. Il conoscere la moralità di un’azione non è il medesimo che ime la bellezza morale. Altro è ragionare attorno ad un dovere, anche con gica più rigorosa e convincente, altro il commuovere il cuore dell’alunno a fargli sentire la bellezza o la turpitudine di un’azione. Similmente l’ope- della volontà, che liberamente compie un’azione doverosa non va confuso ol giudizio della coscienza che la approva e la impone, né coll’emozione lentimento che la accompagna.

Perché adunque l’educazione morale sia compiuta, bisogna che tutti que- e elementi siano ben coltivati: trascuratone uno l’educazione resta monca, iò imperfetta. Il sentimento morale ci fa amare il bene; la coscienza morale l conoscere l’obbligo che abbiamo di accettarlo; la libera volontà lo mette ratica.

Uffici e mezzi generali dell’educazione morale e religiosa

Quale sia il compito proprio dell’educazione morale e religiosa, quali i mezzi, che le occorrono per adempirlo, [p. 208] ci vien dato di rilevarlo dall’indole delle potenze sopra esaminate.

L’ufficio dell’educazione sta, riguardo al sentimento morale, nel formare il cuore alla vita morale e religiosa, rispetto alla coscienza nel formare il criterio del giusto e dell’onesto operare col mezzo dell’istruzione morale e religiosa, cioè nel far sì che la coscienza venga educata a conoscere la legge del giusto e dell’onesto; riguardo la libera volontà sta nella formazione del carattere morale e religioso dell’alunno, il tutto con mezzi tali, che conducano l’opera della libera volontà all’acquisto delle buone abitudini e alla fuga delle malvagie, nel che consiste appunto il carattere morale.

Ciò posto il carattere, di cui discorriamo, allora potrà dirsi formato, quando la libertà, per costante ed abituale disposizione, domini sovrana su tutte le altre potenze e conformi ad un tempo ogni suo atto ai principi del buono e del santo cioè a Dio. Quindi è che il dominio di sé e l’obbedienza a Dio legislatore, sono le due virtù o buone abitudini, a cui l’alunno va educato perché giunga al possesso del carattere morale e religioso. La libera volontà tiene nell’uomo il posto più eminente; ad essa sottostà tutto il rimanente del nostro essere; ma ad essa sovrasta Dio ordinatore e la retta ragione che ce lo rivela; epperò imperare su tutto il nostro operare è della libertà un diritto inalienabile, obbedire a Dio legislatore un dovere imprescindibile.

Sapere con fermezza e costanza soffocare le ignobili cupidigie, [p. 209] tenere a freno i sensi gli appetiti inferiori, coltivare entro i giusti limiti gli istinti del nostro benessere e della società, armonizzandoli insieme, secondare le nobili ed elevate inspirazioni dell’anima, in una parola disciplinare il nostro essere, ecco le virtù, che addimandansi appunto disciplina, e ci dànno l’impero sovra noi stessi. Sono questi gli uffici dell’educazione morale e religiosa.

I mezzi generali che devono usarsi per compiere bene questi sublimi uffici sono di due sorta: negativi e positivi. I negativi consistono nel fare evitare all’alunno quanto contrasta al regolare esplicamento della libera volontà. I mezzi positivi nel promuovere il ragionevole sviluppo, esercitandola in modo conforme alla sua natura.

A due si possono ridurre i mezzi negativi:

1° Non violentare o comprimere la libera volontà, né pretendere più di quanto essa comporti. Quindi mal si provvede alla coltura morale del fanciullo tenendolo fuori di modo e fuori di ragione sotto tutela, assiepando di infinite misure coercitive la sua libera attività, altri oggetti non concedendogli se non quei soli che a noi talentino, facendo così il vuoto attorno ad esso e togliendogli ogni movimento spontaneo perché non corra pericolo di cadere e traviare. Così irretita la volontà non si addestra al dominio degli atti suoi, non opera per virtù sua propria, ma per esteriore impulso, e quando il fanciullo, fatto adulto, andrà prosciolto da quell’insistente ed oppressiva custodia, che lo teneva avvinto, la licenza. Questo però non esclude,anzi vuole una continua e ragionevole vigilanza sopra il fanciullo.

2° La libera volontà non va lasciata intorbidire, faccia, snervata, indifferente, indecisa tra velleità passeggiere o malferme e contrarie risoluzione; non bisogna pertanto sempre cedere, e cedere in tutto alla sbrigliata volontà del fanciullo, ma va contrariata quando occorre, repressa e rialzata energicamente quando fosse caduta.

I mezzi positi sono di specie diversa, dovendo corrispondere ai singoli atti elementari per cui passa la sua volontà nel suo processo operativo. A quattro si possono ridurre:

1° La volontà nel suo processo operativo esordisce da una mera velleità, con una lontana intenzione di compiere un’azione. Pertanto conviene abituare l’alunno a vegliare su questa subita disposizione e coltivarla se è una tentazione: è questo il primo mezzo educativo che ha da precedere ogni altro. Il  principiis obsta è massima sapientissima che dovrebbe essere scritta a caratteri d’oro sull’ingresso della nostra vita morale.

2° Di sommo rilievo è l’atto del deliberare e la sua coltura esige tuttol’accorgimento e la prudenza dell’educatore. Egli adunque si adoperi a tutt’uomonell’esercitare l’alunno a rendersi conto degli impulsi che muovono ad operare a studiare schiettamente se stesso e la sua pasione dominante, ad esaminare l’azione nella gravità della sua natura e delle conseguenze sue, a ponderare le ragioni con serenità di pensiero, con sincerità d’intenzione, con calma di spirito, e chiederne inspirazione e lume alla sua coscienza ed a Dio.

3° Una saggia deliberazione è condizione indispensabile per una buona risoluzione, la quale non debb’essere precipitata, né lenta fuor di misura, bensì maturata e sicura. Si avvezzi adunque l’alunno a risolversi senza esitanza a fermare saldo il suo proposito allora quando capisce che ha deliberato con ponderazione e saggezza di consiglio.

4° Ad eseguire il deliberato proposito occorre forza ed  energia di volontà; e quest’energia l’alunno, guidato dall’assennato educatore, saprà attingerla dal sentimento morale e religioso, dalla dignità della persona umana, dall’imitazione e dall’esempio di quanti lottarono per il trionfo del dovere, dall’uso delle buone e religiose pratiche, rivolte specialmente a correggere i propri difetti, giacché ad ogni prova che vinca, la libertà si rinfranca ed il carattere morale si rafferma.

Con questi ed altri mezzi saviamente pensati e prudentemente adoperati, l’educatore saprà guidare l’operare della volontà dell’alunno in guisa che la disposizione sia vigilante, la deliberazione illuminata e sincera, risoluzione ferma e sicura, l’esecuzione forte ed energica.

La libera volontà dell’alunno così educata mercé di un buon sistema di mezzi generali, che vanno poi convenientemente applicati alle sue diverse età, viene avvalorata nella pratica [p. 212] del bene e tradotta in abitudine si risolve nel carattere morale e religioso che il fanciullo andrà quasi insensibilmente acquistando.

Dell’energia morale nell’educazione

Da due cause dipende l’umana perfezione: 1° dall’indirizzo della volontà verso il bene del che abbiamo parlato; 2° dall’energia con cui vi tende, del che facciamo ora parola.

La volontà non è veramente forte se non è soggetta al dovere; se si discosta la volontà sente di essere posta in balia delle passioni e del senso. L’energia morale dipende adunque dal buon indirizzo della volontà e lo suppone. Considerata in se stessa è pur suscettibile d’infiniti gradi, ed è infinitamente perfettibile. Anche volendo il bene l’uomo può essere sì fiacco, e nella via della virtù camminare con passo così vacillante, da cadere ad ogni tratto; oppure sì forte da vincere ogni ostacolo con facilità, e dominare ogni reo appetito. Dalla forza della volontà dipende, ed è una cosa sola con la tenacità del proposito o, come oggi si dice, la fermezza del carattere. E questo carattere, questa forza di volontà se non si può infondere sempre, si può sempre rinvigorire con l’educazione.

Quali dunque sono i mezzi per coltivare e crescere questo preziosissimo pregio della volontà che è l’energia? Non saprei dare miglior risposta di quella che ci porge il Segneri: “Per ottenere la robustezza di spirito, egli dice, tu devi governarti come per ottenere la robustezza del corpo. Tre cose sono quelle che te la danno: buona sanità, buon sostentamento [p. 213] ed esercizio. Buona sanità, perché se perdi la sanità perdi ancora la robustezza. Buon sostentamento, perché quantunque tu di corpo sia sano, se non ti nutrì bene diverrai languido. Esercizio perché, chi adopera giornalmente le forze le ha sempre più vigorose di chi le lascia marcire nell’ozio.

Così hai da fare parimenti nel caso nostro. Hai prima da tener sana l’anima dal peccato, perché questo è il fondamento, la sanità. Appresso l’hai da nutrire bene con quello che è il cibo suo, come sono orazione assidua, lezione spirituale, ragionamenti spirituali, frequenza dei sacramenti. In ultimo l’hai da tener in esercizio continuo. E questo è un punto che importa più che non credi. Se non ti eserciti quotidianamente negli atti della virtù, abbracciandone le occasioni, e ancora incontrandole, sii pur sicuro che, non ostante tutti i tuoi buoni dittami, tutti i tuoi buoni desideri, prestissimo languirai. Quelle vittorie che riporterai giornalmente sui tuoi difetti, contenendo quelle parole di lode che ti vengono sulla lingua, reprimendo quell’ira, quell’impazienza, reprimendo virilmente la gola, quelle ti daranno le forze: perché il Signore non vuole altrimenti infonderti queste forze, come potrebbe; vuole che le acquistiamo” {Manna, marzo 2).

Questa specie di ginnastica morale è voluta assolutamente dalla religione, la quale ci insegna che milizia è la vita dell’uomo sulla terra; e il Redentore appose ai suoi discepoli questa condizione: Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, tolga la sua croce e mi seguiti. Vedano pertanto le madri, vedano gli educatori, [p. 214] se abbiano a titubare trattandosi di assoggettare i figli ed i giovanetti a privazioni, perché apprendano a sopportare e vincere il dolore!

CAPO SECONDO

L’educazione morale dev ’essere adattata all ’allievo ed ai tempi - Troppo energica abbatte, troppo molle snerva - L’educazione va presa per tempo -1 due compiti generali dell ’educazione

L’educazione morale dev’essere adatta all’allievo ed ai tempi

Abbiamo giovanetti da educare: tutti gli individui differiscono tra loro: come non trovasi nell’esterna conformazione del corpo umano uno che rassomigli perfettamente ad un altro; così non trovansi due naturali o caratteri perfettamente uguali. Ne viene di conseguenza che per educarli adeguatamente bisogna adattarsi a loro; poiché, come già si disse parlando dell’istruzione, prima dote dell’educazione è che essa sia adattata all’allievo.

Vi sono anche le diversità sociali e quelle prodotte dall’età: coi bambini si tiene un metodo cogli adulti un altro. Un modo si tiene nell’educazione di un giovanetto di campagna, un altro in quella [p. 215] di un giovanetto di città; altro per l’educazione di un giovane principe.

La diversità non consiste nella sostanza, poiché sostanzialmente l’educazione è una; e tanto vale l’anima di un principe, quanto l’anima di un contadino; e la diversità di carattere non è sostanziale, solo richiede modificazioni accidentali nelle particolarità dell’adattare i mezzi.

Tutti siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio; tutti siamo dotati delle stesse facoltà; solo vi ha chi le ha più sviluppate, chi meno; chi ha cinque talenti, chi non ne ha che uno; chi ha bisogno di riuscire atto ad una cosa, chi atto ad un’altra.

Se questo individuo appartiene all’alta società; ad esempio è figlio di un re, converrà dargli un’educazione che la abiliti al regno; se è figlio di poveri genitori, lo si dovrà educare convenientemente secondo il suo stato. In un illegio di signori converrà sviluppare di più il sentimento di carità e di pietà ìrso le altre classi sociali; in un collegio di poveri si addestreranno di più alla izienza ed a conoscere l’obbligo del lavoro manuale. In ogni collegio però ìvesi inspirare uguale abbonimento al vizio, ugual amore alla virtù. In tutti e re dovrai pone ugual ferma volontà di fare il bene e fuggire il male.

L’educazione poi deve essere ancora adattata ai tempi. In altri tempi la aggior semplicità di costumi poteva permettersi maggior libertà: l’inconotta rttrina generale non richiedeva tanto studio di controversia. Da una quaranti- i d’anni si può dire che il mondo cambiò aspetto: è necessario a nuovi bisogni lattare nuovi metodi e nuovi mezzi. Certo non era necessario in altri tempi [p. 16] far vedere come ora la mostruosità del suicidio, né i mali che provengono il divorzio; tanto meno insistere sulla cognizione dell’esistenza di Dio o sul spetto da portarsi ai ministri della religione. Neppure nella scienza era da rsi evitare il materialismo ora invaso in quasi tutte le università dell’Europa odema, come non doveva faticarsi tanto a stigmatizzare la bestemmia, cosa nostri giorni tanto divulgata. L’allagata diffusione della stampa obbliga ai )stri giorni insistere sulle buone letture, sul fuggire le perverse, mentre in altri mpi quest’insistenza sarebbe stata vana, essendoché il leggere era cosa di )chi, mentre ora è così universalmente diffuso.

Essendo i tempi divenuti più cattivi è al tutto necessario che l’educazione etta più in guardia i giovani contro le seduzioni del secolo corrotto. Se l’e- icatore non insinua grande fortezza a resistere alle lusinghe, se non radica ne1 giovane un amore profondo alla religione; se non fa conoscere agli alunni arti dei settari e il male che ne viene dalle sette, il giovane appena entrato, rei così, nel mondo, resta del tutto da esso ingoiato, tanti sono ora i mezzi di seduzione.

Alle volte non avendosi riguardo ad adattare l’educazione alle circostan- ;, un’educazione per sé buonissima riesce inutile e forse dannosa.

L’educazione troppo energica abbatte, troppo molle snerva

Dal sopra detto emerge che ai nostri giorni l’educazione deve essere piut- sto energica e forte: in nessuna cosa tuttavia deve entrare l’esagerazione; pii soverchio rompe il coperchio.

Bisogna assecondare la natura ed aiutarla senza farle [p. 217] violenza, on è possibile creare una nuova natura nel giovane, l’esperienza c’insegna ìe la natura opera gradatamente; chi le vuole far produrre frutto tutto in una volta, fa come colui che volendo dare una spinta troppo forte ad un fanciullo, invece di farlo correre di più lo getta per terra.

Il fanciullo ha nell’anima i germi della bontà, solo ha bisogno di una mano che l’aiuti a farli sbocciare e lo aiuti ad evitare le cadute ed a sollevarlo se caduto. Se tu nell’educare chiamerai più di quello che le facoltà pargolette del fanciullo possono dare, allora egli si scoraggia ed invece di aiutarlo lo guasterai e finirai con inasprirlo, perché la troppa energia e pretensione nell’educazione rende pauroso il fanciullo sicché tutto fa per forze e timore. Lo Spirito Santo dice agli educatori per bocca di san Paolo: Padri non provocate ad ira i vostri figliuoli1.

Ma dunque l’educazione dovrà essere molle e sdolcinata? No; l’educazione molle snerva gli animi, li infiacchisce, li rende come inerti, li guasta. Quando il giovane s’accorge che può fare come vuole, s’accorge d’aver preso il sopravanzo sull’educatore il quale cede ad ogni sua voglia, l’educazione resta finita: persa l’autorità, l’educatore non potrà più nulla sull’allievo; diventa insolente, caparbio, infingardo, poltrone. Guai se comincia una volta a vedere che se egli s’impunta la vince! Lo Spirito Santo disse ai genitori: Filii tibi sunt? erudì illos et curva illos a pueritia . Altrove dice: Qui parcit virgae, odit filium suum. Il vero modo sta nel mezzo. La discrezione e la prudenza nell’educatore sono le [p. 218] virtù principali, sono si può dire, quelle che dànno l’attitudine ad essere educatori.

Neppure l’educazione deve essere troppo energica nel voler pretendere dei giovani troppi lavori o studi superiori alle loro forze: si stancherebbero e persino la sanità se ne risentirebbe. Anche le troppe pratiche di pietà vanno evitate, perché il farle fare loro per forza farebbe prendere in uggia la religione ed i giovani manderebbero imprecazioni alle cose sante.

È da tenere bene che l’educatore può far nulla in fatto di educazione, se il giovane non coopera esso stesso ad educarsi: or se il giovane s’inasprisce contro gli educatori o contro i mezzi che essi adoperano, non porranno la loro attività nel riformare se stessi, anzi commetteranno più peccati per la rabbia e l’indispettimento contro i superiori, che per la spinta delle altre passioni.

“Mostratevi ad un tempo padre e maestro, dice Tertulliano; padre colla clemenza, maestro con la regola; padre con la benignità, maestro con la fermezza nel comando; padre degno dell’amore di un figlio, maestro che sa farsi temere a suo tempo”.

E san Gregorio soggiunge: “Si frammischi la dolcezza colla severità, si contemperi Luna coll’altra. Molta severità inasprirebbe: troppa tenerezza snerverebbe. Abbiate amore, ma senza ammollire, rigore ma senza esasperare, zelo ma senza eccedere, bontà ma senza perdonare più che non conviene”. 

In ordine di tempo dovrebbe seguirsi questa norma: Cominciare colla fermezza che inspira un timor filiale e comanda [p. 219] l’obbedienza; tenersi sudori a quelle compiacenze calcolate che permettono tutto, perdonano senza ;ione per ottenere una vana popolarità. In seguito si può, senza pericolo di npromettere la propria autorità mostrarsi indulgente e condiscendere alla debolezza con una crescente bontà. Questo sarebbe nell’educazione dell’uomo particolare seguire la norma che Iddio adoperò per l’educazione dell’umanità in generale. Sotto la divina Pedagogia della Provvidenza, il timore del prore è stato il principio della Sapienza; e l’amore è venuto più tardi, come rerfezione della legge morale e religiosa.

L’educazione va presa per tempo

Non bene avvisano coloro, che riguardando all’eccellenza dell’educazio- morale e religiosa, la giudicano inaccessibile all’infanzia, e la vogliono dif- ita a quell’età più matura, in cui il giovane illuminato dalla ragione; è fatto capace di riflettere intorno ai principi astratti del giusto e dell’onesto ed alla :ura della divinità.

Il pensiero umano nel suo progressivo sviluppo non esordisce in nessuna >a dall’idea chiara di un oggetto, bensì da un’idea oscura. Quest’idea benché principio oscura, bisogna metterla nella mente del giovane, affinché poco per volta possa svilupparsi e rischiarirsi; quanto più si tarda a mettergliela, to più tarderà a divenire chiara e forte. Che se, come vorrebbe Rousseau, ognasse aspettare a parlare di Dio al fanciullo, finché gli sia dato formarsi Lui un’idea lucida e chiara, questa età si farebbe attendere un bel pezzo, ma i verrebbe mai.

Come è vero che in nessuna età della vita si possiede della [p. 220] divi- à un’idea sgombra da ogni oscurità ed incertezza, essendo Iddio un essere inito, perciò non mai completamente capibile dal nostro piccolo intelletto, così è pur vero che in ogni età se ne conosce quel tanto che alla natura umana è isentito. E Gesù, pur sapendo che i fanciulletti non lo potevano comprendere ìe nella sua essenza, e che non avrebbero per nulla capita la profondità della t dottrina, disse tuttavia e volle che i fanciulli andassero a lui: Sinite parvulos venire ad me. E quando mai le cose sante meglio potrebbero prendere radice l’uomo che nell’età dell’innocenza? Ed in qual periodo della vita, ciò devesi ?rare per l’eternità, può meglio apprendersi che in quel tempo in cui non si nentica giammai?

Vi è di più. Se uno non comincia per tempo ad educare il fanciullo, entreranno e si fortificheranno in lui i difetti, e le male tendenze prenderanno vigoria; poiché in fin dei conti siamo più inclinati al male che al bene, e costerà poi molto a sradicarle se pur sradicar si potranno ancora. Una pianta tenera si drizza facilmente; quando è grossa è impossibile raddrizzarla: un virgulto si sradica senza fatica; approfondite le radici, ci vorrebbero gli argani a tirarlo fuori.

Certo è però che l’educazione che s’imparte nella prima infanzia va indirizzata più al sentimento che alla ragione, va cioè adattata all’età, ma non va mai trascurata. Molte cose il fanciullo le intende molto più di quanto non dà segno di intenderle, cioè le intende meglio che non sappia spiegarsi, [p. 221]

Il sentimento morale manifestasi fin dal primo svilupparsi della vita infantile. Quindi le persone che stanno attorno al fanciullo, sia pur esso ancora bambino, devono rispettare la verginale innocenza della sua anima: non mai un’immagine invereconda venga a turbare la purezza del suo sguardo, non una sconcia parola offenda mai le caste sue orecchie: nessun atto indecente, nessun esempio immorale risvegli anzi tempo in lui certi istinti ancora latenti ed ignorati: Maxima debeturpuero reverenda, già diceva Quintiliano, e Giovenale medesimo (Satira XIVa): Nihil dictu foedum visuque haec limina tangat, intra quae puer estn.

Né solo bisogna tenere lontani i pericoli; ma ancora coltivare positiva- mente in lui ciò che gli può far del bene, per es.: eccitare in lui i sentimenti di affetto ai genitori ed alla famiglia; di simpatia e stima per le persone autorevoli e quelle che gli fan del bene; di amore e benevolenza verso tutti; destare nel suo cuore emozioni morali col mezzo di vive ed animate descrizioni o narrazioni di belle azioni, che però non trascendano la cerchia della sua capacità. Conviene coltivare in essi specialmente il sentimento di sincerità e della veracità cotanto necessario alla formazione di una retta coscienza morale: insegnare a sottomettere la volontà all’obbedienza ed all’amore della preghiera; ma coltivare in loro quella beata ilarità di cuore e giovialità di umore che è loro propria e che fa loro tanto bene; si cerchi di allontanare da loro la paura, non ingannandoli con racconti di cose che possano atterrirlo, anzi avvezzandolo alla fortezza di animo, [p. 222]

Così pure è necessario fin dalla prima infanzia sollecitamente reprimere le malnate inclinazioni, specialmente la gelosia, l’invidia e l’irascibilità: non bisogna aspettare tardi scusando il fanciullo perché ancora manca di riflessione, giacché talvolta una piccola passione non repressa a tempo cresce gigante fino tiranneggiare lo spirito tutta la vita: Ossa eius implebuntur vitiis iuventutis eius.

 I due compiti delleducazione

Già si è dimostrato come in questi tempi più che mai è necessaria una forte lucazione, la quale renda il fanciullo vigoroso contro gli scandali immensi ìe ovunque si trovano e nel basso popolo e nell’alta società. Or come provvede a questo? L’uomo fu creato da Dio nell’innocenza; ma pel peccato originasi acquistarono le cattive inclinazioni per cui si tende al male e si seguitano uttosto i cattivi esempi che i buoni. Pertanto necessitano all’educatore due cose per riuscire al suo compito.

Il giovane è circondato da innumerevoli ostacoli sia interni delle inclina- oni, sia esterni degli scandali: prima di cercare positivamente di mettere le rtù, bisogna procurare di togliere gli ostacoli che s’incontrano e che, non laverebbero riuscire l’educazione, come prima di riempire un vaso di prezioso l’odoroso unguento, si vuol pulire dalle sozzure che vi si potessero trovare.

Due adunque sono i compiti, ossia i doveri dell’educatore; il primo di gliere gli impedimenti dell’educazione, poi di adoperare i mezzi opportuni esitivi per educar bene, il che tutto è esposto nei capi seguenti, [p. 223]

 

CAPO TERZO

Molteplicità degli ostacoli - Ostacoli esterni - come rimuoverli - Ostacoli interni - come superarli  Della leggerezza di carattere e come curarla

Mololteplicità  degli ostacoli

Pressoché innumerevoli sono gli ostacoli che si frappongono alla buona uscita dell’educazione. Si è appunto per questo che furono e saranno sempre re le educazioni perfettamente riuscite. Essi si possono tuttavia riunire in due gruppi. Altri sono ostacoli che vengono dall’esterno del giovane medesimo, cioè dall’ambiente sociale in cui vive e si possono classificare sotto la rubrica “scandalialtri provengono dall’interno del giovane medesimo, cioè dalla fiacchezza di carattere e dalle inclinazioni che insensibilmente si insinuano e che poco per volta giganteggiano fino a tiranneggiare le sue facoltà e si possono classificare col nome di “passioni”.

Non vi è che la grazia di Dio e l’espertissima mano di un educatore forte e prudente che valgano a farli superare. Il fanciullo si trova come in una fortezza assediata potentemente da nemici esterni, ed in cui una ribellione intestina ne mette a repentaglio [p. 224] 1’esistenza e la vittoria. Perché riesca l’educazione bisogna, per quanto si può, togliere affatto questi ostacoli, e vincerli o superarli o paralizzarne almeno l’influenza e la forza.

Ostacoli esterni e come rimuoverli

Gli ostacoli esterni possono ridursi a sei.

1° I compagni cattivi i quali alle volte si trovano nella medesima famiglia tra i fratelli, parenti, servitù; altre volte sono fuori della famiglia nei condiscepoli, negli amici, nei cattivi incontri. 2° Le cattive scuole ai nostri giorni tanto diffuse e micidiali insegnamenti antireligiosi, scettici, razionalistici, materialistici e alcune volte apertamente sovversivi. 3° La stampa cattiva che allaga per ogni dove, sia con lavori letterari, sia specialmente con giornali, romanzi e simili, da cui si fa ogni giorno più difficile il premunirsi. 4° Le figure, le statue sconce e pornografiche e la licenza generale dei costumi che regna e nei paesi e nelle città, con cose di corruzione e incitamento al male d’ogni sorta da cui a mala pena può esimersi un giovane. 5° Gli allettamenti di balli, teatri, divertimenti pubblici per lo più attraenti ed immorali. 6° L’incoraggiamento dato dalle stesse autorità all’eresia, all’empietà, allo spiritismo e il perseguitare che le stesse autorità fanno al papato, al sacerdozio ed alle istituzioni schiettamente cattoliche.

Il ritirarsi al deserto e così farla finita col mondo seduttore è ornai l’unico mezzo radicalmente efficace per sfuggire a tanti pericoli ed a tanti mali. Gli educatori tuttavia, se vigilanti [p. 225] ed esperti, potranno paralizzare questi ostacoli che si frappongono alla buona educazione coi mezzi che qui si suggeriscono:

1° È talmente grande e seducente il pericolo dei cattivi compagni, che l’educatore deve vigilare attentamente su chi attornia il giovane. Il proverbio dice: Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Molte volte nelle famiglie stesse, dove meno si crede e meno si pensa, sonvi scandali. Vigilino i genitori specie in tempo di vacanze: siano essi i primi a non essere liberi nelle parole, nei tratti; invigilino sui medesimi fratelli e sorelle, affinché non vi siano parole libere o tratti inverecondi: specialmente nelle visite dei cugini, delle cugine e più che tutto vigilino sulla servitù. Quante disgrazie occulte ma dannosissime per questa poca vigilanza coi parenti e colle persone di servizio! ! E si badi che alle volte sono tanto più perfidi quelli che meno ne hanno l’aspetto e quelli forse che dai genitori medesimi sono più desiderati!

Stiamo attenti a chi usa in casa ed a chi tratta coi loro figli e sappiano essere solleciti ad allontanare, ove il bisogno lo richieda, ogni pericolo di male, punto non badando alla parentela. Non si lascino soli in casa. Vigilino e vedano con chi i loro figli trattano fuori di casa. Su questo non si è mai troppo rigorosi. Si dia ai figliuoli comodità di giuochi in casa e nei propri giardini; non pretendano tenerli in casa muti ed immobili poiché in caso contrario verrebbero a bramare di uscir di casa, pensino piuttosto i genitori ad alloggiarli16 in qualche buon collegio. Ma nella scelta [p. 226] del collegio vadano a piè di piombo. È meglio tenersi i figli in casa, che mandarli in un collegio mediocre, dove cioè la vigilanza non sia continua ed i principi religiosi non potentemente inculcati, e le regole di moralità non profondamente radicate. In un collegio poi i superiori hanno da vigilare non meno, essendo allora i giovani affidati alle loro cure.

Quando si scorge una mela marcia, non vi è altro mezzo affinché non contamini le altre, che il toglierla di mezzo a loro. Stiano attenti i superiori a non sbagliare il colpo: vadano a piè di piombo nel dare credenza a certe rivelazioni; ma quando il fatto è accertato bisogna essere energici non solo, ma pronti. Alle volte il tardare un giorno fa sì che il mal seme si inocula in altri e dall’uno all’altro passa a guastare una scuola intera, un’intera comunità. In tutti i collegi anche buonissimi, per quanta vigilanza si ponga nelle accettazioni e nelle assistenze, ed anche in tutte le classi si può temere che vi sia qualche lupo; e se non appare, si è perché sa nascondersi sotto le sembianze di agnello. Si sappia passar sopra e tenere in poco conto le irrequietezze, le leggerezze e certe vivacità anche un po’ maligne; ma si tengano in gran conto certi atti, sguardi, parole che potessero nuocere alla moralità.

Ma per quanto si può il male va prevenuto: non si permettano pertanto amicizie particolari, tenere, sensuali. Si osservi quell’articolo del Regolamento dove è detto: sono proibite con severità le strette di mano, le carezze, i baci ecc. Non si tollerino le lettere lusinghiere ed i biglietti fra di loro. [p. 227]

Vigilino gli assistenti e nelle scuole e negli studi e nelle ricreazioni. Devono essere ben eseguiti quegli articoli delle Deliberazioni che dicono di togliere i nascondigli, che l’assistente tenga la cortina ritirata di notte onde poter vedere tutto all’occorrenza, che i letti non siano tanto vicini, che non si entri gli uni nei dormitori degli altri, che non si facciano fermare i giovani dopo le orazioni a studiare od a lavorare ecc. ecc.

Il secondo ostacolo delle scuole cattive non è meno grave; ma si può evitare facilmente quando si è ben oculati. I genitori non stiano alle apparenze esteriori; e se noi dovessimo in alcuni casi mandare i nostri giovani a scuole esterne non lasciamo mai di stare cum timore et tremore; informandoci continuamente sullo stato delle cose. Il medesimo sarebbe a dirsi quando avessimo da servirci di professori esterni.

Di nuovo più diffìcile si fa l’evitare il terzo ostacolo delle letture. Non siano ciechi i genitori con associarsi a giornali cattivi e lasciarli sui tavoli e sugli scaffali: badino anche quali libri sianvi nelle loro bibliotechine; bisogna essere inesorabili e distruggere tutto quello che è cattivo, poiché se non è oggi sarà domani che i figli torran la polvere da quegli scaffali e ne berranno il veleno.

Nei collegi è da ricordare tutti gli anni di domandare a ciascun giovane la nota dei libri che ha; e si tolgano non solo quelli che sono apertamente cattivi, ma ancora quelli che ad alcuno potrebbero forse fare del male. Si avvisi inoltre che coloro i quali ricevono libri o stampe lungo l’anno, devono sempre consegnarle. Si osservi [p. 228] l’art. 477 delle Deliberazioni, riguardo al far visita ai libri, stampe, bauli appartenenti ai giovani. Si invigili perché non s’introducano clandestinamente in collegio giornali liberali, figure oscene o libri cattivi. Bisogna essere inesorabili su questi punti.

Don Bosco volle che si invigilasse talmente su ciò, che fece comporre appositi vocabolari da cui fossero tolte le parole cattive ed anche solo equivoche, e fece purgare i classici sia latini che italiani perché i giovani non avessero a cadere in questi pericoli. Si raccomandino pertanto costantemente questi classici; ed i maestri non ne adoperino altri né li permettano.

Per far evitare il quarto ostacolo è da porre attenzione specialmente ai casi di uscita. Per lo più non si passi nel centro della città e dei paesi; senza speciale permesso, non si conducano i giovani a visitare pinacoteche, esposizioni ecc. Secondo che è prescritto dal Regolamento delle case.

Per far evitare il quinto ostacolo si osservino bene le regole dei nostri termi, secondo che è indicato nel Regolamento delle case. È cosa conveniente le in ogni casa si faccia il teatrino nel tempo del carnevale ogni seconda domenica, secondo che introdusse don Bosco; ed in quelle circostanze che possono sembrare più opportune. Così i giovani stanno più volentieri e non vanno a ;siderare i divertimenti illeciti. Non si conducano mai i nostri giovani a spettacoli pubblici, né prendano parte a solennità esterne che non siano religiose o assicurata bontà.

Oh quanta vigilanza, quanta esperienza, quante cure [p. 229] dobbiamo porre affinché non venga l’inimicus homo e non sovrassemini la zizzania al ron grano!

 

Ostacoli  interni - come superarli

Anche gli ostacoli interni sono molteplici: essi sono prodotti dalla natura )rrotta dell’uomo e consistono nelle cattive inclinazioni e passioni dei giorni. Si possono ridurre ai sette vizi capitali di cui più o meno marcati tutti ubiamo i germi. Essi ci impediscono la via del bene e delle virtù.

Sebbene poi tutte queste radici siano ben avviticchiate nel cuore del giovane ve ne è sempre qualcuna più profonda e più radicata e che si fa vedere in itte le principali circostanze, e questa prende il nome di vizio o difetto domi- ante. In uno predomina la superbia, in un altro l’ira, in un terzo l’invidia; vi è li ha predominante l’ozio, chi la lussuria, chi la gola; ma in radice sonvi tutti i tutti, e uno dominante in ciascuno.

Come superarli? Quali mezzi cioè si hanno da adoperare per togliere questi vizi? Queste radici di vizi? Alcuni mezzi ci sono dati dalla ragione, ma i più otenti non ci sono somministrati che dalla religione: cioè alcuni mezzi sono mani altri sovrannaturali.

a) Mezzi umani. Punto capitale sta nel conoscere i propri difetti, cioè ipere quali specialmente dominano in noi e sotto quali aspetti specialmente ì noi si riproducono. Niente per questo giova di più che un attento esame i coscienza e l’avviso amoroso di qualche illuminato superiore. Secondo unto capitale [p. 230] sta che il giovane voglia esso vincerli. Negli ostacoli sterni può l’educatore trovarsi presente, può farli evitare, può anche costrin- ere il giovane ad allontanarli; ma riguardo il vincere i germi delle passioni educatore direttamente non ne può nulla, perché trattandosi di cosa interna, comando del superiore non può operare se il giovane non vuole. Qualora il giovane non si metta egli di buona volontà ad emendarsi, nessun educatore può costringerlo. L’opera dell’educatore è negativa e consiste nel togliere l’alunno dal pericolo dalle occasioni del cadere in quei vizi e nel cercare di fargli venire la buona volontà di emendarsi col porgli sott’occhio la bruttezza del vizio e la bellezza della virtù, per indurlo ad abbonire il primo, e a volersi procurare la seconda.

Anche punto capitale sta nel cominciare a voler vincere i propri difetti fin da giovani, finché le passioni non han preso forza: Principiis obsta. Sero medicina paratur cum longa per mala invaluere moras.

Vale anche ad ottenere lo scopo, che l’educatore sia uomo di autorità, tanto che venga rispettato ed amato, perciò ubbidito di buona voglia. Per ottenere ciò sia esso amante molto dei suoi educandi. Si trovi continuamente a contatto con loro: così esso venà a conoscerli intimamente, e conoscendoli, potrà prendere ognuno secondo il suo carattere; inoltre l’essere sempre coi giovani gli porgerà anche occasioni di trovare momenti più opportuni per insinuarsi nel loro cuore. Faccia di tirare i giovani a tal punto, che ognuno di essi apra il cuore con fiducia, e gli palesi le proprie mancanze [p. 231] ed i suoi sentimenti. Abbia poi coraggio e costanza instancabile, e non disperi mai dei suoi giovani. Ciò che non otterrà oggi, lo potrà ottenere domani: è il caso di soggiungere che chi la dura la vince; poiché in conclusione sono pochi i giovani irreducibili quando si prendono i mezzi sopradetti.

La molla che deve farsi giuocare di più è l’appello alla loro ragione ed al loro cuore. Nella successione monotona dei medesimi piccoli doveri, bisogna di tanto in tanto dar loro leali e paterne spiegazioni sull’esigenza della regola, facendo loro vedere che sono necessarie al loro progresso che fanno tutto l’interesse di cordialmente accettarle. Per esempio: perché tanto rigore di silenzio durante gli studi? Perché se si tollera un’infrazione, altre parecchie possono riprodursene e perché l’ordine, indispensabile al buon esito, sarebbe continua- mente turbato ecc. Procurare di rendere piacevoli le cose che si esigono da loro: far capire che la pena sarà presto seguita dal piacere, che cioè quel po’ di sacrificio perché vi sia l’ordine sarà ben presto compensato col profitto negli studi, con buone riuscite, agire così non è derogare all’autorità, anzi è condiscendere e deporre dolcemente il giogo dell’autorità sull’anima che lo accetta volentieri, venendolo a conoscere necessario ed utile.

Penetrare nel loro cuore e rendersene padroni ecco tutto. Alcune volte può supporre il giovane migliore di quello che non lo sia in realtà, lodandolo di qualche sua buona qualità. Questo modo di agire li rialza ai propri occhi, li eccita a meritare la stima che loro si esterna. La benevolenza è la pietra filosofale che cambia il piombo in oro. [p. 232]

b) Mezzi sovrannaturali. Ma i mezzi pratici più efficaci non sono da cercarsi in nessuna profana pedagogia: essi sono somministrati quasi esclusiva- nte dalla religione, e si possono ridurre ai tre seguenti:

1° La preghiera, poiché con essa si ottiene dal Signore la forza per far infare la buona volontà.

2° Il sacrifìcio della santa messa che è il rinnovamento del Sacrificio della )ce per cui ogni bene venne e viene al mondo.

3° La frequenza dei santi sacramenti. Nella confessione settimanale il gioie dice risolutamente: voglio vincermi, e per vincermi farò così e così. Nella Lta comunione si promette la stessa cosa anche più efficacemente al Signore i ottiene fortezza anche maggiore. È la santa comunione che viene chiamata il pan dei forti. In essa ricevendo l’autore delle grazie, Gesù benedetto, si rice- anno pure tutte le grazie che ci sono necessarie ed opportune. Un educatore ì non sappia usare bene questi mezzi non otterrà mai nulla di sodo dai propri ievi. Sta tutto qui il segreto della buona riuscita, come diremo ancora in seguito.

Della leggerezza di carattere e come curarla

La leggerezza di carattere consiste nel non dare alle cose l’importanza itica che si meritano, nel dimenticare facilmente le cose inculcate, nel trascurarle per spensieratezza, nel mutar continuamente di proposito e nel non essere capaci di sforzi costanti per vincersi. Essa non è da confondersi colla divagazione e la smania di divertirsi che è propria dei fanciulli, la quale è [p. 3] piuttosto una conseguenza della leggerezza perdonabile all’età giovanile.

Per riceverla bisogna in prima conoscere di averla e cercare di conoscere anni che essa arreca. A questo deve mirare prima di tutto l’educatore, facen- la notare agli allievi quando si fa vedere più marcata e suggerendo mezzi aporzionati all’età.

Giova in secondo luogo il cercare ogni modo di far riflettere il giovane, i con considerazioni opportune su ogni atto della vita, sia con fatti ed osser- zioni appropriate.

Ma giovano specialmente gli studi seri. Se la lettura di romanzi e scrit- :elli non facesse altro danno morale, sarebbe già ben considerevole questo, e fomenta nei fanciulli la leggerezza; mentre gli studi seri li riducono alla lessione.

Ma i mezzi che ci vengono da varie pratiche di pietà giovano anche mag- ormente: queste sono l’esame di coscienza ben fatto e la pratica della medi- zione. Il fanciullo che poco alla volta viene addestrato a far bene queste ed altre pratiche di pietà, viene insensibilmente a perdere la leggerezza di carattere che lo domina.

 

CAPO QUARTO

Mezzi positivi di educazione - L’insegnamento morale - Quale sia l’insegnamento simbolico e come adoperarlo - Quale l’insegnamento aforistico - Insegnamento scientifico e dogmatico - Da chi - quale estensione - che metodo tenere in questi insegnamenti

Mezzi positivi di educazione

Togliere gli ostacoli non basta: bisogna ancora adoperare mezzi diretti e positivi per ottenere il fine che ci proponiamo nell’educazione. Ora questi mezzi positivi di educazione sono specialmente tre: l’insegnamento morale, l’esempio e l’autorità. Il primo indica la via da tenere; il secondo sprona a seguirla, facendola vedere facile e mostrando che tanti altri già la percorsero; il terzo anima a camminarvi influendo direttamente sulla volontà.

L’insegnamento morale

Per insegnamento morale s’intende quello che ha per iscopo di far conoscere le virtù e il modo pratico di esercitarle. L’intelligenza è inseparabile dalla volontà; ed è evidente che questa è dipendente nel suo esercizio [p. 235] dall’intelligenza. Infatti tutti i psicologi consentono che due sono le leggi della volontà: 1° che non può esercitarsi senza il conoscimento, giusta le antiche sentenze: Nihil volitum quin praecognitum. Ignoti nulla cupido. 2° che non si può volere se non ciò che si giudica bene, secondo l’altro proverbio: Voluntas nihil vult nisi sub specie boni. Ora è necessario un giudizio della mente perché il bene sia appreso come bene; poiché il giudizio della bontà di un essere presuppone il conoscimento dell’essere stesso; dal che deriva che la volontà ed i suoi atti dipendono dall’intelligenza. È pertanto necessario l’insegnamento morale come primo requisito per la buona educazione. È cosa quanto mai buona l’esortare ac- caloratamente i giovani al bene; ma bisogna comprendere che questo non basta, che prima bisogna farglielo conoscere affinché s’invogli di praticarlo.

L’insegnamento morale e religioso perché sia compiuto deve trattare di quattro cose specialmente:

1° Delle virtù e dei vizi; cioè si deve insegnare ai giovani quali sono le virtù necessarie ad aversi ed i vizi più necessari a sradicarsi; in che consistono, quali pregi ed attrattive abbiano le prime e quali danni producano i secondi e quale sia il modo di praticare le prime e fuggire i secondi.

2° DalTadempimento dei doveri dell’uomo; cioè quali essi siano e come si adempiano e specialmente quali siano i doveri del proprio stato.

3° DelPistruzione dogmatica; cioè della conoscenza di Dio e di [p. 236] tutto ciò che dobbiamo credere e dei mezzi che Iddio ci ha dato per acquistare la vita eterna cioè dei sacramenti e della preghiera.

4° Dei comandamenti che Dio e la Chiesa ci fecero: quali obblighi impongano, come si eseguiscano.

Le quali cose tutte sono per sommi capi contenute nel catechismo. Bisogna adunque che i giovani vengano a studiare poco a poco tutto il catechismo ed abbiano di esso una spiegazione sugosa e adattata all’età, affinché possano capirlo tutti bene in quel grado che la loro intelligenza può comportare.

Questo insegnamento morale può essere compartito in tre modi diversi secondo l’età e la capacità dei giovani: vi è l’insegnamento con detto simbolico, quello detto aforistico e vi è l’insegnamento scientifico ossia dato per mezzo di ragionamento propriamente detto.

Insegnamento simbolico

Dicesi simbolico l’insegnamento che si dà per via di simboli, cioè di figure come sono le favole, gli apologhi e specialmente le similitudini e le parabole. Per esso le verità si rappresentano in una maniera materiale e molto chiara.

Vale specialmente questo insegnamento per i popoli rozzi e per i giovani le cui menti non sono capaci di tener dietro al filo di un lungo ragionamento. Di questo metodo si servirono molto gli antichi per ammaestrare popoli; e sono celebri le favole di Esopo e di Fedro e ai nostri tempi quelle di La Fontaine, del Pignotti, del Clasio ecc.

Ma specialmente ci diede esempio di questo metodo di istruzione [p. 237] morale il Divin Redentore il quale sempre insegnava per via di parabole: Sine parabolis non loquebatur eis2A. Non vi è attributo della divinità, non virtù, non vizio dell’uomo, che egli non abbia simboleggiato con una parabola o con una similitudine.

Con qual chiarezza ad esempio e con qual precisione non ci fa egli vedere la follia, la mala condotta e la sventura del peccatore, non che la misericordia di Dio nella parabola del Figliuol Prodigo e della pecorella smarrita? La necessità della penitenza e belle buone opere nell’allegoria dell’albero sterile? Il pericolo di differire la conversione nella parabola delle dieci vergini? L’obbligo di impiegare le forze che Dio ci ha dato per fare del bene con la parabola dei talenti distribuiti ai debitori? Che ogni uomo, senza differenza di condizione e di religione è nostro prossimo, nella parabola del Samaritano? Il motivo per cui Iddio tollera dei peccatori ostinati frammezzo ai giusti e la separazione che farà alla fine del modo dei giusti dai peccatori, nella allegoria del seminatore? Del come dobbiamo perdonare ai nostri nemici in quella del padrone che perdona molto al servo e del servo che non vuol perdonare nulla al [p. 238] conservo? Perché i buoni insegnamenti non producano gli stessi effetti su tutti nell’allegoria del seminatore la cui semenza cade su vari terreni? L’utilità e la qualità della preghiera nelle allegorie di un figlio che domanda del pane a suo padre, del fariseo e del pubblicano, dell’amico che va di notte a trovare l’amico, della vedova ecc.26. Parabole quanto belle, altrettanto istruttive e che imprimono talmente la verità nel cuore di chiunque da non dimenticarle più.

Da questa sorta d’insegnamento è convenientissimo servirci, dovendo ammaestrare i giovani nei loro doveri. Quasi lo stesso effetto fanno le favole e gli apologhi e perciò sono pure di molta utilità. Né solo utili pel tempo presente; ma più utili essere possono per l’avvenire, essendo essi come tanti bozzetti od emblemi della vita umana. Ogni moralità è quasi un risultato di una lunga serie di osservazioni che fanno conoscere in qual maniera operino gli uomini in questa od in quell’altra occorrenza, e quali siano gli effetti delle loro azioni: e però possono servire ai giovanetti e rendere loro utile l’esperienza con avvezzarli a riflettere su quello che va succedendo. La stessa utilità possono produrre le novelle ed i racconti quando si sappiano esporre in modo adatto ed efficace.

Insegnamento aforistico

L’insegnamento aforistico è quello che si suol dare servendosi di precetti, entenze e di proverbi. In pochissime parole, con questo metodo, si includono utilissime verità, e queste con poca fatica restano talmente impresse nella ite da non scordarsi mai più [p. 239]

Gli antichi si servivano molto di questo metodo. Anzi questi aforismi e tenze costituivano la scienza morale primitiva dei popoli, le leggi medesime io ristrette in sentenze che si imparavano dal popolo. Salomone, il sapien- imo degli uomini, scrive espressamente il libro dei Proverbi, l’Ecclesiaste, sono un cumulo ed un tesoro di sentenze che comprendono si può dire tutta apienza giudaica antica, Il Decalogo medesimo di Mosè è scritto aforisticamente e ordinato scientificamente. I versi aurei della Scuola Pitagorica, le tenze dei sette savi della Grecia dimostrano qual fosse il metodo d’insegna- ito popolare della morale tenuto dai sapienti di tutta l’antichità.

I proverbi sono molto in uso tra il popolo. Questa forma d’insegnamento i domanda tanta attenzione e giudizio, perciò molto si confà alla mente dei ciulli e dei novizi. E quindi cosa grandemente buona che l’educatore se ne :ia come un tesoretto di queste sentenze e proverbi per servirsene a tempo opportuno.

Insegnamento scientifico

L’insegnamento scientifico è quello che si dà mediante un vero ragionante per mezzo del quale dimostransi le verità morali e religiose ed i doveri abbiamo verso Dio, verso noi medesimi e verso il nostro prossimo. Esso ) avere tre gradi e si può compartire in tre forme diverse secondo le circostanze e le qualità di chi si ha da istruire ed il punto di istruzione a cui si può alzare.

La forma più facile, più semplice e adattata a tutti, [p. 240] specialmen- li giovanetti è lo studio e la spiegazione quasi letterale del catechismo. Ai vanetti le lunghe spiegazioni non farebbero frutto. Scopo dei catechismi ai vani non è di dar loro un’estesa erudizione religiosa, bensì di imprimere loro indelebilmente in capo le verità principali della religione e della morale. Nessun libro è più adatto del catechismo somministratosi dalla sapienza della Chiesa; e nessun metodo è più preciso, adatto, opportuno pei giovani. Non è mai abbastanza inculcato questo studio nelle nostre scuole, nei nostri collegi e nei nostri ospizi, perché molti non studieranno più in tutto il tempo della loro vita ciò che non studiarono in collegio.

La coscienza morale del fanciullo non può essere educata quanto e come conviensi se non è efficacemente informata dalla religiosa mediante l’insegnamento del Catechismo e della Storia sacra. Il Diderot diceva il Catechismo il più sicuro trattato di pedagogia. Il Jouffray lasciò scritto che esso è il compendio dalla più sublime filosofìa dove si risponde a tutte le questioni che maggiormente interessano il genere umano. Victor Hugo sentenziò recisamente che andrebbero trascinati innanzi ai tribunali quei genitori sciagurati, che mandano i loro figli a scuola sulla cui porta sta scritto: qui non s’insegna religione, di qui è bandito il catechismo.

Il secondo metodo di dare l’istruzione morale è col mezzo di prediche, di conferenze, di raccomandazioni, non che col mezzo di letture di libri d’istruzione cristiana, di ascetica, di apologia [p. 241] o polemica religiosa. Le prediche nei collegi ai giovani devono tenersi come una manna salutare il cui frutto immediato deve durare tutta la settimana, ed unitamente alle altre istruzioni deve durare tutta la vita. Di qui l’importanza che queste piccole prediche siano ben preparate, pratiche, attraenti. Secondo la pratica introdotta da don Bosco e confermata dalle nostre Deliberazioni esse devono essere due ogni giorno festivo, eccetto quando si canta solennemente la messa, che allora può essere una sola. Ancora secondo le nostre Deliberazioni (art. 616) è indicato che “Il direttore o chi per esso incominci al principio dell’anno scolastico, e ponga massimo studio nel continuare un corso di istruzioni catechistiche, dogmatico-morali ai giovani, trattando di una delle quattro parti della dottrina cristiana”.

Il terzo è il metodo scientifico propriamente detto, fatto sistematicamente collo studio dell’etica o filosofia morale, con la teologia sia dogmatica che morale. E questo è adattato a chi si vuole approfondire in detti studi con lo scopo di insegnarli anche agli altri. Questo studio è quello che si fa di necessità dagli aspiranti al sacerdozio.

Da chi deve essere impartito e quale estensione deve avere questo insegnamento

L’insegnamento morale e religioso deve essere impartito prima di tutto dai itori stessi. Questo fu sempre necessario: ma ai nostri tempi necessarissimo, zhé in molte scuole esso più non s’imparte. Ma l’insegnante nato del cate- smo è il sacerdote: [p. 242] è ai sacerdoti che fu dato l’incarico dal Signore il le disse: Euntespraedìcate evangelium omni creaturae; ed altrove: Labia erdotis custodient scientiam et popidi requirent de ore eius.

Nei nostri collegi poi ogni maestro ed educatore deve cercare di portare il sassolino all’educazione morale e religiosa secondo le circostanze; ma in ticolare chi è incaricato della scuola di catechismo. Egli lo deve fare ex professo; ed ai nostri tempi è necessario che questo insegnamento sia compartito amente ed abbastanza sodamente senza però estendersi in ciance. È troppo isogno che va sempre più manifestandosi di una buona e sistematica educarle; e perciò di un buono e sodo insegnamento morale-religioso che è quello mi tutta l’educazione si basa. Il maestro che prendesse con negligenza que- insegnamento si renderebbe colpevole avanti a Dio, avanti ai superiori ed ai enti nella mala riuscita dell’alunno. La scuola di religione deve tenersi per »iù importante di tutte, perciò più di tutte va preparata e sostenuta.

L’estensione che deve avere questa istruzione deve ricavarsi dal bisogno dell’allievo secondo la sua età e condizione. In questi tempi essa va data il profondamente e il più estesamente che sia possibile, perché tanti sono i icoli di sovversione, che se l’alunno non esce di collegio ben fondato nei icipi morali e religiosi corre continuo pericolo di prevaricare.

Anche il metodo deve essere vario ed adatto alla condizione del giovane alla materia che si spiega. Nelle scuole inferiori [p. 243] ci vuole essere Ito semplice ed attraente; nelle superiori va profondo ed esatto; ma sempre ìlligibile agli allievi e non noioso.

Giova anche a compiere l’insegnamento morale la sollecitudine di cia- n maestro per rendere la scuola educativa mettendo in pratica quanto così lamente e così sodamente si espresse il nostro consigliere scolastico don ncesco Cerniti nel suo opuscolo: Le idee di don Bosco sull’educazione e l’insegnamento e la missione attuale della scuola.

 

CAPO QUINTO

Dell ’esempio come mezzo educativo - L’esempio vivo presente - L ’esemplare per eccellenza - L’esempio storico - Del modo di imitare gli esempli

Dell’esempio come mezzo educativo

È provato che i sentimenti accrescono o scemano la forza delle volontà. L’educatore non ha mezzo più potente pel bene dei suoi, che il suscitare nell’animo dell’alunno i sentimenti che lo pieghino verso le cose buone e lo allontanino dalle cose sconvenienti. I sentimenti si suscitano coi sentimenti. A chi non è noto che l’allegrezza, la malinconia, la noia, il riso, lo sbadiglio suscitano [p. 244] nei presenti, senza che se ne accorgano e spesso contro la loro volontà, simili sentimenti ed atti esteriori? L’animo umano rassomiglia ad una corda tesa che oscilla e suona non solo perché tocca dal dito o dall’arco del suonatore, ma ancora per la vibrazione dell’aria commossa da altro strumento vicino.

Questi sentimenti sono suscitati nel fanciullo specialmente con l’esempio che gli sta d’attorno come degli educatori medesimi e dei compagni e di quanto vede, ode, tocca e dal racconto di esempi lontani, ma che colpiscono l’immaginazione sua.

I motivi per cui l’esempio vale più dell’insegnamento sono: 1° Perché determina meglio la cosa da farsi. 2° Perché oltre che alla ragione, parla ai sensi, all’affetto, alla fantasia, ai sentimenti, alla volontà, e così mette in moto tutte le umane facoltà; ed è in questo modo che gli insegnamenti dell’esempio sono sempre compresi. 3° Perché l’esempio toglie in parte le difficoltà nella pratica della cosa, vedendo che altri la possono fare, ed incoraggia all’esecuzione della medesima chi ne ha bisogno. Onde sant’Agostino: Se questi e quelli possono fare una cosa, perché non potrò farla anch ’io?

È quasi impossibile educare bene un giovane senza l’esempio, mentre riesce facilissimo quando si può aver copia di molti buoni esempi, come avviene in un collegio veramente buono.

L’esempio vivo e presente

Ciò che colpisce più di tutto è l’esempio vivo e presente. Se pertanto l’educatore ama il bene, l’ordine, la virtù; o più chiaramente se è amorevole verso l’alunno, mite, grave, ordinato, temprante, modesto, [p. 245] generoso e pio, questo stato dell’animo suo si riverbera, a dir così, sull’animo dell’alunno; i sentimenti, onde quello stato risulta, gli si comunicano e vien così messo sulla via della virtù assai prima che ne concepisca l’idea. Così pure se nella scuola o nel collegio vi sono molti giovani esemplari, quasi insensibilmente le virtù loro vengono dagli altri imitate.

Questo fatto che dicesi simpatia, ossia tendenza dell’uomo a sentire come gli altri che lo circondano, è connesso coll’altro fatto dell’umana natura, per cui l’uomo si atteggia e si dispone ad operare in quella guisa che operano gli altri; ossia l’istinto di imitazione.

Posta questa teoria, che pure è certissima, nessuno è che non veda l’importanza che tiene nell’educazione del giovane la forza del buon esempio; perciò il proverbio: Verba movent exempla trahunt. Conviene pertanto grandemente circondare il giovane di buoni esempi.

È pur conveniente che l’educatore dilati, per così dire, l’orizzonte morale che sta sotto gli occhi dell’alunno, ed uscendo dalla casa patema o dall’istituto educativo gli faccia vedere il quadro delle virtù nelle varie condizioni umane e specialmente in quelle che debbono vincere maggiori ostacoli e son fomite di minori soccorsi. Le povere officine, le catapecchie, gli ospedali, offrono esempi mirabili di chi lavora e di chi soffre e di chi consola nei dolori. Tutti hanno i loro eroi, la cui contemplazione ricompensa largamente in fatto d’istmzione, coloro che vi si accostano per sovvenire alla miseria e per ammirarvi la carità, solerte ed assidua, [p. 246]

La potenza dell’istinto di imitazione è tale che puosi senza esitazione affermare che i mezzi più grandi con cui si educa alla virtù, si riducono sostanzialmente all’esempio che dà la virtù stessa. La virtù pertanto si può dire la vera madre della virtù: non accende se non chi arde, dice un proverbio antico.

Felici i giovani che hanno nella scuola o nel collegio molti buoni esempi da imitare, e specialmente quando al loro governo è preposto l’uomo che a riguardarlo in pubblico come in privato, nelle straordinarie come nelle comuni faccende della vita, non possono scorgere in lui altro che motivi di ammirazione e di incoraggiamento a se stessi, se buoni, di rimprovero continuo, benché tacito, se cattivi. Beati noi salesiani antichi, che ebbimo la fortuna di specchiarci per tanti anni negli esempi di molti virtuosi compagni, ma specialmente negli esempi di don Bosco, e beati voi, giovani, se potrete rimirare in noi riflesse le virtù di don Bosco medesimo! Beati coloro che possono senza ostentazione, ma con verità, dire con san Paolo ai loro sudditi: Siate imitatori miei come io lo sono di Cristo!

 

L’esemplare per eccellenza

Quantunque belli, imitabili, edificanti siano gli esempi che porgono al fanciullo e l’educatore stesso ed i buoni compagni, le imperfezioni ed i difetti di cui costoro sono circondati richieggono che egli sollievi il pensiero in regione più pura, e lo si aiuti a concepire il tipo dell’uomo perfetto e modellare sovr’esso i suoi costumi. Il tipo morale sublime, idealizza l’esempio vivente dell’educatore [p. 247] e dei condiscepoli, e lo aiutano molto a camminare per la via della virtù e della perfezione. Il tipo dell’uomo perfetto non apparve nella sua integrità alle menti dei mortali, finché in Gesù Cristo Redentore degli uomini.

Prima di lui si aveva il precetto; ma questo non era confortato dall’esempio, fuorché in alcune virtù particolari, come nell’innocenza di Abele, nella fede di Abramo, nella pazienza di Giobbe, nella castità di Giuseppe, nella penitenza di Davide, nella carità di Tobia, nella fortezza dei Maccabei. Gesù benedetto unico sorse al mondo per mostrare agli uomini la possibilità di ogni virtù e la via che devesi seguire da chi vuol raggiungere il fine della sua creazione. Egli disse: Io sono la via, la verità e la vita. Io sono la luce del mondo: chi vien dietro a me non cammina nelle tenebre, ma avrà lume di vita.

Nella sua ammirabile semplicità ed unità di persona egli dà luogo a tutte le possibili varietà di invitazione, e come negli ordini scientifici un principio conduce a sterminato numero di conseguenze, le quali però non esauriscono la virtù infinita del principio, così per mezzo di Cristo, il tipo dell’umanità può riflettersi come la luce moltiplicarsi in miriadi di uomini perfetti, le cui virtù, benché insieme riunite, non possono adeguare le virtù del modello che hanno preso ad imitare; in quella guisa che il finito, per quanto si aumenti e si dilati, non può mai agguagliare l’infinito.

E veramente il Salvatore unifica in se stesso nel grado [p. 248] più elevato tutte le virtù necessarie a tutte le condizioni umane; rivela e sancisce tutti i principi restauratori dell’umanità. Diverso se voi parlate ai grandi ed ai potenti della terra, quale esempio potete portare più efficace di quello del Divin Salvatore? Chi più grande di lui, figliuolo di Dio, discendente, come uomo, dal più grande re d’Israele? Chi più potente di lui che parla e risorgono i morti, che accenna e si quietano i venti e le procelle? Se parlate ai piccoli ed ai poveri, chi più povero di lui, figlio di un fabbro sprezzato nella sua patria, che nasce in una mangiatoia, che non ha luogo dove posare il capo? Se parlate ai dotti, chi più sapiente di lui, che è la stessa Sapienza di Dio? Se parlate agli indotti la cui vita non indagò i misteri della scienza, ma riposa in quelli della fede, chi potrete mostrare più riverente ai comandi del Padre? Egli raccoglie in sé parimenti tutte le virtù più disparate, la magnanimità, la fortezza, il coraggio religioso e civile insieme con l’umiltà, la modestia, la mitezza, quale non capiva ancora nella mente umana.

Adunque un educatore deve conoscere bene la vita di Gesù Cristo e data la circostanza sempre rapportarsi ad essa; sempre presentare i suoi esempi secondo le circostanze della vita, sempre riferirsi a lui. Nulla di più utile, nulla di più efficace, nulla di più educativo. Le famiglie antiche le quali avevano sempre in bocca gli esempi di Gesù, crescevano famiglie felici e famiglie di santi. Monica seppe imprimere talmente gli esempi di Gesù nel suo Agostino quando era giovane, che egli medesimo ci dice, [p. 249] anche nei lunghi anni del suo aberramento, non piacergli i libri in cui non si trovava il nome di Gesù. Tutta l’Europa civile fino al secolo XVI in cui si incominciò ad introdurre nelle scuole i classici pagani, fù tutta educata unicamente sugli esempi di Gesù e dei santi. Noi non vergogniamoci di portare simili esempi e stiamo saldi a servirci di questo potentissimo mezzo di educazione.

Dell’esempio storico

L’esempio storico è un po’ meno efficace dell’esempio vivo e presente, giacché questo parla non solo alla mente, ma pure ai sensi, per cui ha maggior forza di trarci all’imitazione. Tuttavia l’esempio storico è molto volentieri ascoltato dai giovani e tra gli altri pregi ha anche questo, che è più adatto ed opportuno ad ogni bisogno della vita potendo dall’educatore scegliersi ed adattarsi ad ogni necessità, ad ogni contingenza, ad ogni nostro bisogno.

Quantunque il Salvatore sia il tipo dell’umanità e perciò il primo e l’ultimo oggetto della nostra imitazione, non ne consegue però che si debbano escludere gli esempi storici somministratici da coloro che lo imitarono, oppure anche senza conoscerlo, governarono o tutta o parte della loro vita conformemente ai principi morali da Dio nel cuore e nella mente umana e perfettamente attuati nella vita delFUomo-Dio. Poiché il bene è sempre bene ovunque si trovi, come il vero è sempre vero da chiunque venga illustrato.

Gli esempi storici possono dedursi da quattro fonti principali.

Il primo esempio universale, adatto a tutte le circostanze e fondamento [p. 250] di tutti gli altri come diremmo è Gesù Cristo.

Il secondo fonte è la storia sacra, che ci somministra un numero pressoché infinito di esempi a tutte le circostanze della vita, a tutte le virtù. Peccato che sia generalmente mal conosciuta. Una delle cagioni precipue dell’infiacchimento dei caratteri presenti si è che non siamo più formati sul libro Santo (vedi Giordani).

La terza fonte è la storia ecclesiastica, la quale comprende anche la vita dei santi. Le famiglie del primitivo cristianesimo facevano lor delizia la lettura degli atti dei martiri ed in seguito del leggendario dei santi. Questo libro fino a questi ultimi tempi era quello che consolava nelle lunghe sere d’inverno i campagnuoli e gli artigiani e in generale tutte le famiglie cristiane e ravvivava la loro virtù nella speranza dell’immortalità beata.

Il quarto fonte è la storia profana ossia civile dei popoli sia antichi che moderni. La virtù soprannaturale e perfetta dei patriarchi e dei profeti e quella dei santi non esclude per nulla la virtù naturale di cui diedero esempi gli uomini anche allora quando erano avvolti nelle tenebre del gentilesimo. Noi dunque non dobbiamo nemanco rifiutare questi esempi quando sono imitabili. La frugalità, la temperanza, la continenza, la fortezza, la magnanimità, il sacrifizio della vita che altri fa in beneficio degli altri uomini e della patria sono sempre virtù belle e degne della nostra ammirazione, benché esercitate da pagani.

Sappia pertanto l’educatore far tesoro anche degli esempi profani quando possono essere utili a quello che vogliamo insegnare; [p. 251] ma non si accontentino di questi esempi; sappiano assorgere ai più puri sopraindicati. Se non si sanno proporre ai giovani altri modelli di virtù che i pagani, se non si commuovono per altri grandi fatti che per quelli dell’antichità pagana, se in una parola i tipi della virtù non si tolgono che dalla storia greca e romana, egli è chiaro che i giovani poco a poco perdono quella stima che più giovani di età avevano imparato ad avere verso le persone ed istituzioni cristiane, e con la cognitiva nostra verso il male, uno si renderà più presto incredulo ed empio che non credente ed operatore di azioni sante.

Modo di imitare gli esempi

Dopo d’aver parlato dei fonti degli esempi da imitare, vuoisi far cenno al modo di imitarli. Vi sono due modi di imitare gli esempi; l’uno l’imitazione materiale, l’altro l’imitazione razionale di essi.

La materiale consiste nel fare senza alcuna riflessione e discernimento il bene che vedesi fatto da altri e nel modo con cui altri lo fa. Questo modo passivo e cieco di scimiottare altri non buono; anzi in vari casi è pericoloso e ben anche dannoso, perché quegli altri avrebbero potuto trovarsi in circostanze opposte alle nostre, e noi imitandoli, possiamo invece di bene fare del male. Così farebbe chi per esempio vedendo altri a fare elemosina ne volesse fare anche lui, dispensando una cosa che non è sua o che vedendo altri a pregare, si mettesse a pregare anche egli nello stesso modo, tralasciando gli altri suoi doveri.

Bisogna imitare gli esempi razionalmente, in modo attivo, [p. 252] riflessivo e libero, cioè nel modo adatto a noi. Non basta il proporci i buoni esempi da seguire alla cieca; quel che più importa è meditarli, interpretarli e appropriarceli. Che vale copiare servilmente le azioni dei buoni? Inspiriamoci ai loro motivi generosi, accendiamo nei nostri cuori la fiamma che arde nei loro petti; apprendiamo come loro a conoscere noi medesimi; a consultare la coscienza più che l’opinione ecc.

A coltivare cotesto discernimento in fatto di imitazione, giovano alcune avvertenze. E primieramente, ad eccezione del tipo morale, che a tutti gli altri sovrasta come il principio a tutte le sue conseguenze, e che partecipa dei caratteri dell’idea e del fatto, divino come Luna, evidente e certissimo come l’altro, non basta un esempio unico: le idee si fanno ristrette, si corre rischio di confondere l’accessorio col principale; giova ricorrere ad esempio lontani e vicini, di dotti ed ignoranti, di potenti e deboli ecc. Giova esporli nella loro compitezza, indicando le cause dei grandi fatti, i motivi delle generose azioni, il modo con cui si formarono e si educarono le anime eroiche, i pericoli che evitarono, i gradi per cui passarono, gli ostacoli e le lotte che dovettero sostenere e che superarono.

Solo il cristianesimo scelse i suoi modelli in tutte le regioni della terra, in tutte le condizioni della società, insegnò al mondo ad onorare le virtù umili ed oscure, trovò i suoi eroi nel seno delle arti più povere e neglette, li scoprì sotto i cenci dell’indigenza, costrinse il nostro orgoglio e la nostra frivolezza a prostrarsi innanzi ai loro altari. Trovò esempi per tutti, precipuamente [p. 253] per quelli che ne hanno maggior bisogno. Perché seguire gli esempi altrui? Non sarebbe meglio modellarci da noi, essere originali e non modellarci su altrui? No: nessun uomo è assolutamente nuovo perché nessun uomo è creatore. L’opera più meravigliosa dei grandi ingegni tutta si riduce a fecondare, svolgere i germi della scienza, dell’arte e delle virtù che sono dati dalla natura e dalla storia, dalla società e dalla religione. Tutti siam figli dei nostri padri non solo nella vita morale. Rompete i vincoli della tradizione che lega insieme i secoli e le succedentisi generazioni degli uomini, voi non uscite più dalla barbarie, rendete impossibile ogni progresso, e gli uomini rimarranno perpetuamente bambini.

Inspiriamo negli animi giovanili la modestia e l’umiltà ed il desiderio di imitare i buoni esempi e noi faremo fare un progresso a coloro che educhiamo. Persuadiamoli che chi rigetta gli esempi è d’ordinario colui che ne ha più bisogno. Apprendano a benedire coloro che ci lasciarono questo prezioso retaggio, quelli che precedendoci ci hanno additato le vie del bene. Essi sono i nostri maestri, i nostri benefattori: cerchiamo nella loro energia un conforto alla nostra debolezza, [p. 254]

CAPO SESTO

Dell’autorità - Quanta sorta di autorità vi siano - Da chi viene l’autorità - come si acquisti l’autorità morale dell ’educatore - Come egli deva esercitare l’autorità giuridica - Effetti dell ’ubbidienza.

Dell’autorità

E impossibile educar bene un giovane se l’educatore non ha su di lui autorità. L’istruzione morale e l’esempio di cui si parlò sopra non sono che un modo o un effetto dell’autorità educativa: questa è il vero strumento dell’educazione, in cui si concentrano ed a cui si riducono tutti gli altri. L’autorità sola che arriva a imporre l’ordine, a fissare l’attenzione, ad aprire il cuore: è ancora l’autorità che dà alle parole, alle maniere dell’educatore una forza insinuante e quell’attrazione persuasiva, a cui la fiducia si arrende. Che cosa adunque è questa autorità? Autorità è astratto di Autore. Autore è la cagione efficiente di una cosa: è colui che crea, che produce, che inventa, che stabilisce, che fonda una cosa. L’autorità è il diritto naturale dell’autore [p. 255] sull’opera sua.

Che se l’opera dell’autore è ragionevole e personale ne viene da una parte il diritto di comandare, dall’altra l’obbligo di ubbidire. Ora Dio è primo autore di tutte le cose: dunque Iddio ha autorità suprema ed assoluta sopra tutte le cose. È chiaro adunque che l’uomo deve riconoscere Iddio quale è, cioè non per nulla che sia in opposizione agli attributi divini e colle relazioni che egli ha con Dio. Eppure Iddio volle far partecipare della sua autorità che l’uomo come nell’ordine naturale così nell’ordine soprannaturale. Egli è che da l’autorità ai suoi rappresentanti e che infonde nei sudditi il rispetto. Ogni autorità viene da Lui: Omnispotestas a Deo est41. Ed è in questo senso che l’uomo diventa educatore vero e propriamente detto.

In tutti i significati che si pigli la parola autorità vi è sottintesa l’idea di superiorità e di primato, per cui un uomo esercita sugli altri tale azione od influenza, che questi ne sono, a così dire, attratti e trascinati con quello nella sua sfera d’attività. Onde consegue che l’autorità, ossia quest’azione particolare d’un uomo sugli altri, indipendentemente dalla coazione e dalla forza, deriva dal sentimento e dalla persuasione che gli altri si formano della superiorità o supremazia di un uomo, dalla loro inferiorità e dipendenza42.

L’autorità fa sì che l’educatore sia rispettato ed anche temuto: se manca la parte dell’educatore l’autorità, manca da parte dei giovani il rispetto; se manca il rispetto da parte dei giovani, l’educatore non resterebbe già più educatore, ma [p. 256] uno zimbello degli educandi, i quali punto non curandosi dei suoi avvisi, crescerebbero indisciplinati.

L’autorità perciò è da considerarsi come il mezzo più importante e più necessario degli altri all’educazione.

La docilità da parte degli allievi è in ragione del prestigio d’autorità che gli educatori avran saputo acquistarsi. È l’autorità sola che arriva a imporre l’ordine, a fissare l’attenzione ad aprire il cuore; è ancora l’autorità che dà alle parole, alle maniere dell’educatore una forza insinuante e quell’attrazione persuasiva, a cui la fiducia si arrende. Quindi la relazione normale dell’educatore con l’educando è quella del superiore coll’inferiore. Inversa è per conseguenza la relazione dell’educando con l’educatore, cioè è quella dell’inferiore verso ilsuperiore, onde il suo primo carattere, quale correlativo dell’autorità è l’obbedienza. Diritto di autorità e dovere di ubbidienza sono concetti che si implicano, si richiamano scambievolmente, talché non può sussistere l’uno senza l’altro.

L’autorità dell’educatore non rappresenta il suo arbitrio personale; bensì l’ordine divino che glie lo commette a titolo di onere che di onore. Quindi l’autorità importa oltre l’ubbidienza, anche il rispetto da parte dell’educando; poiché l’autorità dell’educatore, come partecipazione dell’autorità divina, non solo vuol essere obbedita ma anche rispettata; cioè non basta che l’educando riconosca la superiorità dell’educatore, ma questa sottomissione deve essere dettata da intimo [p. 257] sentimento di stima dell’uno come superiore e di dipendenza dell’altro come inferiore; giacché in questo sentimento dell’infe- riorità propria e della superiorità altrui espresso in tutti gli atti esterni ed interni consiste appunto quel rispetto dell’educando verso l’educatore, senza del quale l’autorità dell’uno riuscirebbe una specie di violenza e la soggezione dell’altro una specie di servilità; onde l’ufficio educativo non avrebbe più nessuna efficacia né influenza morale.

Quante sorta di autorità vi siano

Due sono le specie di autorità, l’autorità morale e l’autorità giuridica; ossia l’autorità di fatto e l’autorità di diritto, o come altri la disse anche, l’autorità personale e l’autorità reale.

L’autorità morale o di fatto o personale è quella che una persona sa acquistarsi su di un’altra per via dei suoi meriti, delle sue doti, per il suo bel modo di fare, per la sua prudenza, santità ecc.

L’autorità giuridica, detta anche autorità reale o di diritto è quella che viene dal posto che una persona occupa.

Senza questa doppia autorità non v’ha educazione, o, che è peggio, l’educazione è falsata e guasta.

L’autorità di diritto ci conduce direttamente a Dio. Ella dev’essere da una parte esercitata a nome di Dio, e dall’altra venire rispettata come immagine dell’azione, dell’ordine e del diritto divino.

L’autorità di fatto dev’essere precipuamente fondata sulla [p. 258] verità delle dottrine, sulla santità della vita ed è per conseguenza inseparabile anch’essa dalla pietà e dalla religione.

Di che apparisce che la base fondamentale dell’educazione è Dio, che senza di lui o contro di lui non è possibile educazione di sorta.

Un primo errore adunque, che debbe evitare un educatore nel concetto di autorità, si è quello di scalzarne le fondamenta colla innaturale e contradittoria astrazione da Dio, sia che questo si insegni come teoria, sia che si eseguisca con la pratica cioè si educhi come se Iddio non esistesse.

Un altro errore vuoisi con tutta cura fuggire, ed è di chi separa nella pratica dell’educazione l’autorità di diritto da quella di fatto. Bisogna adoperarle amendue: Luna è necessaria a compiere e perfezionare l’esercizio dell’altra; e chi fissa esclusivamente il pensiero sull’una o sull’altra, come rischio di adulterarle, di esagerarne l’efficacia e di guastare l’opera educativa. Certo che l’autorità morale è quella che a preferenza deve essere esercitata dall’educatore, ma la giuridica va anche usata quando la morale non è sufficiente ad ottenere l’ordine e l’ubbidienza.

Da questo errore nascono i due falsi sistemi educativi, che possiamo appellare della durezza e della mollezza, della sferza e del bacio, l’uno figlio della barbarie e rozzezza, l’altro della debolezza e della corruzione, entrambi falsi e perniciosi perché eccessivi.

Il vero sistema contempera l’uno coll’altro e adopera [p. 259] opportunamente e convenientemente la soavità e la forza e questa specialmente, per iscuotere l’ignavia e domare le passioni ribelli ove sia necessaria, e quella per inspirare l’amore alla verità, alla pietà, alla giustizia.

Come si acquisti l’autorità morale dall’educatore

L’autorità morale dell’educatore in parte è dono di natura, in parte è opera dell’arte ossia si acquista col merito della virtù e della scienza.

a) In parte è dono della natura. Vi sono persone che hanno il segreto di eccitare altri, ancorché questo costi grandi sforzi, ed ottengono ciò senza minacce e promesse e con tutta facilità ottengono che si faccia quanto desiderano di quelle persone stesse che prima ne sarebbero state schive. Esse si attirano subito le simpatie di tutti unicamente per il prestigio che si annette alla loro stima e al loro affetto. Questo è un dono di natura, cioè un dono di Dio. Quando di alcuno si ha una grande opinione, in certa guisa si prova il bisogno della sua approvazione; si lavora senza fatica quando si tratta di far piacere a quelli che si amano.

b) In parte quest’autorità morale è opera d’arte, cioè si acquista dall’educatore con molti sforzi e varie industrie. Bisogna pertanto che ogni educatore s’industri ad ottenere quest’autorità morale. A quest’uopo si richiedono in prima modi convenienti i quali sono un temperamento di dignità e di bontà. La dignità, la equanimità, l’altezza dei sentimenti, [p. 260] degli atti e dei detti conciliano stima e rispetto, incutono quel timore riverenziale, che vale più di mille minacce pedantesche. La bontà poi, la dolcezza, la soavità dei modi conciliano l’amore. Ma l’amore sovratutto è inspirato dall’amore, perciò si richiede in secondo luogo grande amore per ottenere autorità morale.

Questo amore vuol essere improntato di tutti tre i caratteri che egli riceve dagli oggetti onde è ispirato; essi sono il vero il bello, il buono. Il raggio divino che splende sulla fronte dell’uomo vuol essere riconosciuto, rispettato, ammirato. E però l’amore educativo anziché alla simpatia, che è un atto del sentimento debb’essere atto di ragione, schietta, forte, soave. La schiettezza o sincerità è desunta dal vero; la fortezza dal bene morale, dal giusto; la soavità è mitezza del bello. L’amore educativo che ha queste tre doti è onnipotente sull’animo dell’educando. Esso è un amor forte e severo, non debole, in deciso, vacillante; ed è finalmente sereno e soave, non burbanzoso, accipigliato, importuno. L’amore dell’educatore deve essere ragionevole in quanto che l’educatore deve evitare i due estremi in cui facilmente inciampa chi non sa dominare se stesso, perché se ha una tempera un po’ ruvida e dura, non saprà rendere amabili i suoi comandi; se un po’ troppo tenera e molle, non saprà farli eseguire. In ambi casi non sa comandare, ed il comando o la forza autoritativa è la gran leva dell’educazione.

L’educatore adunque ami; ma ami ragionevolmente: chi non sa governare se stesso, chi è schiavo dei suoi capricci, [p. 261] delle proprie passioni non potrà mai governare gli altri, liberarli dai capricci e dalle passioni e farli in una parola, virtuosi.

La necessità dell’amore e della soavità temperata colla forza si manifesta specialmente nell’educazione di certi individui. Le nature molli si sottomettono presto alla violenza, ma da loro non otterrete mai grandi sforzi. Le nature energiche e generose si ribellano contro l’ingiustizia e la violenza li rende indomabili, entrano in guerra aperta contro il potere cieco che non seppe conoscerle né trame profitto.

La gentilezza delle maniere, l’integrità della vita, la sincerità dell’affetto sono i precipui modi onde si acquista l’autorità morale dell’educatore. Ma si esercita pure un’efficace azione sulla volontà dell’uomo colla dottrina e colla scienza. La cosa è evidentissima a chi pensa alla potenza della parola sull’animo umano, per cui vediamo che i giovani per lo più vengono a pensarla come la pensa il maestro ed a fare come vuole il maestro che si stima. Non è però mai da credere di poter essere veri educatori colla sola scienza, né si creda mai che basti il sapere per acquistare la stima dell’alunno senza conoscere l’arte di comunicarlo e di ammaestrare gli altri e senza avere altre qualità sovraccennate.

Come l’educatore deve esercitare l’autorità giuridica

Se l’educatore ottenne la stima e l’amore dei suoi allievi, ha già fondato sovra solida base l’edifizio educativo, il quale si va ad un tempo costruendo e dall’educatore [p. 262] e dall’alunno: dal primo per mezzo dell’autorità, dal secondo per via della docilità e dell’ubbidienza. Tutta l’arte educativa si riduce ad ottenere questa docilità ed ubbidienza, e questa sincera e spontanea, inspirata dall’amore e dal rispetto.

Quando ad ottener questo non basta l’autorità morale, questa si deve appoggiare sull’autorità di diritto: si deve comandare risolutamente e farsi ubbidire, usando a tempo opportuno anche le correzioni: in questo consiste special- mente l’autorità giuridica.

È detto antico già sostenuto da Aristotele che non sa comandare chi non sa ubbidire. Prima di imperare sopra gli altri bisogna saper imperare su di se stessi; il carattere fermo, forte, maschio non si forma che coll’abito dell’ubbidienza. Ricordiamo questo nella pratica e ne avremo grande utilità in tutto il tempo del nostro ministero di educatori.

La norma che ci deve guidare costantemente a riguardo dell’uso dell’autorità morale e della giuridica è la seguente: si deve assolutamente dai giovani ottenere l’ordine, al conseguimento del quale l’educatore si valga dei mezzi più dolci e meno severi possibili; cerchi costantemente di far prevalere la persuasione e le belle maniere: ma usi assolutamente mezzi atti a conseguire il fine che si propone l’educazione, perciò quando l’ordine è poco sufficientemente tutelato con l’esercizio dell’autorità morale si usi quella di diritto e si ottenga quanto è da ottenere.

La grande arte dell’educazione consiste pertanto nel saper esercitare [p. 263] quell’impero sui giovani che ottiene tutto sapendo far giuocare l’autorità morale sostenuta fortemente, ma nascostamente quanto si può, dall’autorità giuridica; far operare cioè i giovani rettamente guidati dall’autorità quasi senza che se ne accorgano che questa autorità pesi sopra di loro.

Ma in conclusione è da tenere che è un errore grande in fatto di educazione il voler governare unicamente coi consigli, con la persuasione e con le esortazioni. Queste son cose buonissime che bisogna usare costantemente fin che si può; ma quando un educatore esaurirà questi mezzi non ottiene l’ordine e s’ostina a non voler prendere altri mezzi egli si autorizza da sé, ed invece di liberare i giovanetti dalle catene dei loro vizi, com’è l’ufficio vero dell’educatore le ribadisce lasciandoli schiavi delle loro passioni.

Dell’ubbidienza

L’ubbidienza è l’effetto dell’autorità: tolta l’autorità non vi sarebbe bisogno di ubbidire; ma come l’autorità viene da natura, così finché esiste autorità deve esistere ubbidienza. Non basta ottenere nel fanciullo un’obbedienza semplicemente passiva, forzata e violenta, questa non è che una parvenza d’ubbidienza, non è che una vernice che può celare sotto ingannatrici apparenze l’orgoglio più fiero ed il vizio più profondo. Il perché l’ubbidienza deve essere sincera e spontanea, in una parola inspirata dall’amore e dal rispetto. L’ubbidienza dell’educando ha lo stesso principio fondamentale dell’autorità da parte dell’educatore, perché come [p. 264] questa non è diritto così quella non è dovere se non in virtù della legge divina che governa il mondo dell’umanità insieme col mondo della natura.

Due stadii possiamo dire che percorre l’animo umano nella via dell’ubbidienza: nel primo si ubbidisce perché tale è la volontà ferma e risoluta di chi è superiore e che deve essere rispettato ed amato. L’alunno vi si sottomette perché sa che a nulla giova contro la fata dar di cozzo e vi si sottomette da principio spontaneamente; giunto ad una certa età, alcune volte riluttante; ma dopo brev’ora tranquillo e manso, e finalmente lieto per le nuove prove d’affetto che riceve dall’educatore a cui ha obbedito.

Nel secondo stadio si ubbidisce perché si conosce la ragionevolezza del precetto. L’educatore è la personalizzazione della ragione, della legge, di Dio; ribellione a lui sarebbe non solo un cozzare contro una volontà più forte, ma contro la ragione, contro la coscienza, contro Dio. L’educatore in questo caso comparisce cinto, per così dire, di un’aureola divina e parla a nome di Dio ed il giovane a Dio si propone di ubbidire ubbidendo a lui. A questo punto è da cercare di far pervenire l’ubbidienza affinché il giovane possa essere compiutamente educato.

Né è da temere che l’ubbidienza a cui va educato l’alunno distrugga la sua libertà e sia offensiva della persona dell’alunno. Siccome la libertà vera non è punto capricciosa [p. 265] di operare, per dir così, alla ventura o senza riguardi di sorta, bensì di operare il bene entro la cerchia segnata dalla legge morale, così l’ubbidienza vera non è il piegare la volontà ai capricci di altri, bensì un operare ad evitare quanto ci comanda o divieta un’autorità entro i limiti tracciati dalla legge morale.

Così concepita l’ubbidienza non solo non ha in sé cosa che avvilisca ed offenda la dignità dell’alunno, ma diventa un sacro dovere imposto dalla stessa legge morale, perché questa, se da un lato ci obbliga ad obbedire all’autorità imperante, dall’altra segna al superiore i giusti termini del suo potere.

Tutti dobbiamo ubbidire alla legge, dal più umile popolano perduto nella folla al monarca seduto sul trono. Così intesa l’ubbidienza è consigliata dalla ragione medesima, e quindi non è cieca, forzata, servile o meramente esteriore ma spontanea e sincera.

Osiamo dire che non solo l’ubbidienza non contraddice alla libertà, ma che l’uomo libero non si forma tale che coll’ubbidienza. Il giogo dell’ubbidienza non solo non avvilisce, ma rinvigorisce l’animo e forma, come si dice, l’uomo di carattere, ossia inspira quell’energia morale di cui mancano gli schiavi, i quali sono schiavi appunto perché difettano di questo attributo della volontà.

Il carattere fermo, forte, maschio non si forma che con [p. 266] l’abito dell’obbedienza che è quello che dà il coraggio, la fermezza e tenacità di propositi perché il fanciullo non fatto piegare mai fuorché alla ragione acquista l’abito di sottomettersi a questa e quest’abito vince ogni vago ed importuno sentimento di resistenza e di rivolta.

L’uomo non educato all’obbedienza diventa infelice. La felicità consiste nella proporzione che corre tra i nostri desideri ed i modi di soddisfarli. Crescendo i nostri desideri senza che crescano i modi di soddisfarli diminuisce la nostra felicità. Ma i nostri desideri se si lasciano sbrigliati crescono sempre ed i modi di soddisfarli no. Quindi la necessità assoluta di moderare i desideri e ciò non si ottiene che poco per volta assoggettando il giovane all’obbedienza. Se voi non avvezzate il giovane poco alla volta a restringere la cerchia dei suoi desideri voi siete gli artefici della sua infelicità.

La felicità non si può conseguire se non da chi vive fedele al dovere. L’uomo può scapricciarsi finché vuole, ma con questo si priva della felicità vera e reale perché contraddice al dovere che solo può dare la felicità.

È necessità morale adunque e fìsica ad un tempo quella di essere virtuosi; e ciò che pare restringere ed incatenare la nostra libertà è nel fatto ciò che ce la guarantisce piena, assoluta, immortale.

Ad ottenere questa ubbidienza spontanea e volontaria fa d’uopo che il nostro comando sia mai sempre ragionevole, [p. 267] conveniente, opportuno immune da quanto può sapere di arbitrio e di capriccioso, non incostante, né contradittorio, ma fermo e risoluto.

Si disse che l’ubbidienza snerva: ciò è falso. Colui che ubbidisce lavora assai più di chi opera secondo il suo proprio arbitrio, in perciocché non è il far molto, ma il far bene che à riuscita alle imprese. Ora l’ubbidiente operando secondo che gli viene insegnato da chi ha la legittima autorità, è certo che fa bene ogni cosa e facendo bene, fa molto anche operando poco.

Del rispetto alla libertà dell’educando

Il più grande dono che Iddio abbia dato all’uomo creandolo, dice Dante, fù della volontà la libertade. Anche il fanciullo è dotato di questa libertà, ma fino ad un dato punto di sviluppo non sa usarne bene: ha bisogno di essere guidato a fame buon uso, poiché e l’ignoranza per una parte e le male tendenze prodotte in lui dal peccato originale dall’altra, lo mettono in pericolo di servirsene in male.

L’educazione ha appunto questo scopo di aiutare il giovane a liberarsi dall’ignoranza e dalle male tendenze per poter poi dopo usare convenientemente della sua libertà. L’educazione pertanto non solo non ha per compito di togliere la libertà all’alunno, ma quello ha di insegnargli ed aiutarlo ad usarne in bene.

Quando il giovane è ridotto in modo che sappia comandare [p. 268] a se stesso e per mezzo di atti ripetuti è riuscito a procacciarsi abiti buoni, conformi alla legge morale, allora si può dire educato, perché allora si può dire libero, non essendo più maneggiato dalle cattive tendenze; allora l’educatore può ritirarsi e il giovane compie l’educazione da sé esercitandosi nelle virtù acquistate.

La vera libertà dell’uomo adunque sta nella virtù. Chi acquista la virtù si fa libero non solo in potenza, ma in atto; e chi non acquista la virtù, oppure l’ha perduta, è schiavo perché invero è dominato dalle passioni.

L’educatore adunque deve fare doppio ufficio, di guida e di sostegno alla libertà dell’alunno, di fiaccola e di bastone per la salita al monte della virtù. Ma se l’educazione agevola la salita, non risparmia l’esercizio delle forze dell’alunno; la cooperazione non rende vana, anzi suppone l’operazione dell’alunno.

La libertà dell’alunno vuol essere primieramente rispettata. Vale a dire non vuoisi far uso del diritto di comandare se non quando è necessario. Vuoisi evitare la mala abitudine di molti educatori i quali credono buono servirsi continuamente di comandi eccessivi e per il numero e per la forma; anche per non infondere indirettamente il desiderio del male poiché è moto che nitimur in vetitum.

Ove non si riesca coi modi indicati ad impedire il male morale, neppure allora dobbiamo scoraggiarci, bensì imitare la Provvidenza che tollera il male nel mondo per ricavarne un maggior bene colla correzione e col far esperimen- tare i danni che da [p. 269] quello conseguono; né toglie la libertà del male togliendo al colpevole la forza o la vita se non con le leggi della natura o in modo a noi ascoso nei suoi arcani consigli.

È legge pedagogica che l’educazione decresca sempre gradatamente nell’azione esterna sensibile sui giovani, e poco per volta, tanto come essi giovani imparano a regolarsi da sé, li lasci liberi nel loro agire.

Ma cosa diffìcile e di massimo momento per la riuscita di un giovane è il saper governare bene il punto in cui quegli è tolto dalla sudditanza altrui e si fa persona da sé. La più grande norma per questo è di fare le cose gradatamente, che cioè il giovane non sia sbalzato d’un tratto dalla soggezione assoluta alla libertà completa; ma che questo sia fatto poco a poco affinché il giovane possa, direi così, accostumarsi ad esercitare la libertà senza inconvenienti.

In pratica questo punto avviene quando un giovanetto, finiti i suoi studi modesti, vien messo a lavorare. Non è che i genitori con questo lo lascino libero di sé e che i padroni stessi non possano prendere le parti dei genitori; ma il giovane per lo più viene a prendere la padronanza di sé, essendo libero quasi sempre, poiché l’autorità dei genitori si limita ai momenti in cui il figlio si trova a casa. Si facciano pertanto tutti gli sforzi per regolare bene questo punto.

Altro istante è per i giovani di collegio quando escono e son lasciati soli in una città a completare gli studi liceali od [p. 270] universitari. Il passaggio è pericolosissimo e mai non lo dovrebbero permettere i genitori senza la loro espressa e continua assistenza.

La scelta dello stato

Uno dei punti in cui va maggiormente rispettata la libertà dell’allievo e dove non può direttamente operare l’autorità dell’educatore è il punto della vocazione, ossia della scelta che il giovane vuol fare del suo stato.

Siccome il creato in universale apparisce un immenso e stupendo complesso di esseri ordinatamente disposti per modo che ciascuno vi tiene il posto suo proprio determinato dalla specifica sua natura, così il mondo dell’umanità in particolare, costituisce un tutto di persone sistematico e concorde, ciascuna delle quali è chiamata ad adempirvi un compito speciale, segnato dall’individualità sua e dalle attinenze che la legano colle altre in comunanza di vita. Ogni individuo umano possiede una personalità sua propria e incomunicabile, che lo impronta e per conseguenza è dotato di attitudini speciali e di virtualità affatto sue, le quali a potersi schiudere ed esplicarsi convenientemente abbisognano di una sfera di attività del tutto proprie all’individuo stesso che ne è investito.

Scegliere nell’indefinito campo della società quel giusto posto nostro proprio, a cui natura ci chiama a farvi le prove della vita, ed in esso sapersi mantenere fermi con operosità costante, informata dall’idea del dovere, ecco il grande, l’arduo [p. 271] atto della vocazione nel suo ampio significato; ecco la scelta del proprio stato.

In questo atto solenne si agita tutto il problema della nostra individualità personale: da esso dipendono le sorti non solo del nostro avvenire individuale, ma ben anco della società intiera, la quale non può a meno che o prosperare nell’osservanza dell’ordine od agitarsi sconvolta ed infelice secondoché v’è feconda armonia o lotta sperperatrice fra le svariate forze individue che compongono il corpo sociale.

La quale verità venne veduta e poeticamente ritratta dall’Alighieri, là dove scrive:

Sempre natura, se fortuna trova Discorde a sé, com’ogni altra semente Fuor di sua ragion, far mala prova.

E se il mondo laggiù ponesse mente Al fondamento che natura pone,

Seguendo lui, avria buona la gente.

Ma voi torcete alla religione Tal che fu nato a cingersi la spada,

E fate re di tal, eh’è da sermone;

Onde la traccia vostra è fuor di strada.

Le vocazioni cominciano a rivelarsi in qualche modo dalla prima adolescenza; e fin d’allora esse vanno dall’educatore vegliate ed aiutate a schiudersi spontanee, affinché l’alunno, illuminato dai saggi consigli dell’educatore e dei genitori [p. 272] possa, in mezzo a tanta varietà di condizioni sociali scegliersi quell’una che è conforme alla sua individualità personale.

Nel che giova non poco la pubblica educazione, siccome quella che ponendo a contatto fra di loro gli alunni, che differiscono per indole, per carattere, per attitudine e tempra d’animo porge a ciascuno di essi il mezzo di meglio conoscere se medesimo, e conseguentemente di misurare le proprie forze, e rilevare se rispondono pari a quel compito sociale, cui si vuol consecrare la vita.

Perché la vocazione sia illuminata occorre che proceda lenta e circospetta, né si conchiuda infino a che l’allievo non sia pervenuto a tale sviluppo di animo e maturità di giudizio qual si conviene alla somma gravità della cosa.

Dissi che in sì ardua cosa occorre all’alunno la valida ed intelligente cooperazione dell’educatore. Però questi ha il dovere di rispettare la libertà e l’alunno ha il diritto di non essere per forza sospinto ad un genere di vita a cui si sente per natura avverso. Questo diritto del giovane di non essere violentato nella vocazione è ancora più sacro per un padre e per una madre. Essi aiutino continuamente sì il figlio nello studio di se medesimo e del mondo sociale, lo illuminino con saggi e sinceri consigli, lo dispongano soavemente al grande atto che sta per compiere, e gli propongano pur anco il genere di vita al quale pare a loro che sia per natura chiamato; ma quando il giovane non volesse adattarsi ai patemi [p. 273] desideri e stesse sempre più fermo nei suoi propositi deciso per uno stato diverso, pel quale si dice chiamato, allora si rispetti la libertà del figlio. Non gli si rechi violenza di sorta e lo si abbandoni rassegnati e calmi in mano alla Provvidenza.

Quanto notammo fin qui riguardo la vocazione in generale, cioè la scelta dello stato nel mondo medesimo. Che se si avesse a parlare in particolare della vocazione ecclesiastica o religiosa si dovrebbe aggiungere che, oltre alla propensione e qualità generale, si richiede ancora nel candidato purezza tale nei costumi, che si confacciano alla santità di vita che si vorrebbe abbracciare; e questa purezza non dovendo solo essere esterna, ma specialmente interna, ec- cone che sia giudicata dal proprio confessore, unico che possa penetrare nelle più intime confidenze del giovane e scmtare le delicatezze più impenetrabili della coscienza; e quando il giovane dichiara di sentirsi la vera inclinazione a quello stato e il confessore gli dichiara avere le qualità interne non si deve imporgli impedimento di sorta e lasciare che liberamente segua il suo impulso. Chi si ostinasse, per interessi materiali, a contraddire a tal vocazione mette in pericolo il giovane di condurre una vita infelice e lui non solo di non aver quegli aiuti che si aspettava, ma forse d’avere un’infinità di fastidi l’un sopra l’altro e forse le maledizioni di chi impedito a percorrere la sua via, si dà alla disperazione, solita fine di coloro che falsano la loro vocazione, [p. 274]

SEZIONE SECONDA

DEL SISTEMA PREVENTIVO
NELL’EDUCAZIONE DELLA GIOVENTÙ

Necessità di seguire un buon sistema per riuscire nell’educazione

Affligge grandemente il vedere come generalmente si trascura l’educazione della gioventù, ma è cosa che non viene meno penosa il vedere come anche da chi vuol curarsene non si studia abbastanza il vero metodo per riuscirvi e si va avanti alla cieca ed a sbalzi, per cui uno, pur curandosi molto dell’educazione, non conseguisce il suo scopo.

Il tarlo sta in questo, che non si segue nell’educazione un metodo buono, o non si segue questo metodo che a sbalzi. Bisogna comprendere bene che la riuscita dell’educazione poggia sul metodo che si tiene nel compartirla; ma questo metodo deve comprendere tutto un sistema. Seguito un sistema buono in tutta la sua estensione, la riuscita è certa; ma alcune [p. 275] volte basta sbagliare o non curare un punto del sistema, basta anche solo sbagliare le proporzioni di qualche punto, dando un po’ più d’importanza ad una cosa che ad un’altra affinché tutto l’edificio educativo vacilli.

Posta tanta importanza nel sistema, posta tanta necessità nel seguirlo bene, non è cosa che fa male al cuore il vedere con quanta leggerezza si procede nell’educazione? Si hanno per certo regole più fisse per far riuscire un negozio materiale qualunque, che non per far riuscire l’educazione. Noi non lusinghiamoci: posto che la nostra vita dev’essere consumata nell’educazione della gioventù, cerchiamo con tutte le forze di imparare il modo di riuscir bene.

L’educazione vera è l’opera più importante al mondo perché da essa dipende la buona riuscita dei giovani, il che vuol dire che da essa dipende la felicità delle famiglie, la prosperità delle nazioni, il bene della Chiesa, è, quel che è più, la vita eterna delle anime.

Ogni ordine religioso destinato all’educazione della gioventù si occupò fortemente a formarsi un metodo adeguato, e con questo noi vediamo che riuscirono a migliaia e migliaia le buone educazioni dei giovani allevati dai Benedettini, dagli Scolopi e dai Gesuiti.

Il nostro sistema

Il nostro indimenticabile padre don Giovanni Bosco anch’egli spese la sua vita per darci un metodo, seguendo il quale, noi, secondo i tempi mutati [p. 276], secondo le circostanze presenti, secondo le nostre regole in generale, potessimo dare tale educazione da riuscire con sicurezza nell’intento. Tutta la sua vita fu nell’esplicazione della pratica di questo suo sistema. Non scrisse se non le linee generali; ma nelle conferenze a tutti i confratelli, nei capitoli coi superiori e nel dirigere la pratica generale ne curò l’esecuzione.

Noi dovremmo chiamarci figli degeneri se non cercassimo di conoscerlo a fondo e non ci ingegnassimo di seguirlo esattamente e completamente.

Non si espose prima in questi Appunti di pedagogia salesiana, perché prima forse non si sarebbe capito abbastanza, mancando cognizioni preliminari all’uopo: bisogna non tardare ad esporlo perché la parte che rimane non potrebbe essere ben compresa senza la cognizione del sistema su cui si basa. Lo esponiamo pertanto qui come nel luogo più opportuno.

Don Bosco non lo scrisse che nelle linee generali; ma già anche da questo poco escono tali sprazzi di luce da non lasciarci camminare all’oscuro in fatto di educazione. Lo applicò poi interamente60 sotto i nostri occhi; ed io quanto dissi fin qui dell’educazione, e specialmente quanto dirò in seguito, tutto cerco di modellare sopra quello, e tutti questi Appunti non sono che esplicazione di quanto egli ci insegnò a praticare secondo il metodo tracciato.

È pregio dell’opera il riportare qui senz’altra spiegazione [p. 277] le parole di don Bosco, servendo di spiegazione quanto si disse fin qui, e quanto ancora ci rimane a dire, non che alcune note in proposito.

Ecco le sue parole: ascoltiamole con venerazione, meditiamole molto profondamente ed eseguiamole molto fedelmente e costantemente.

Il Sistema preventivo nell’educazione della gioventù

Più volte fui richiesto di esprimere verbalmente o per iscritto alcuni pensieri intorno al così detto Sistema preventivo, che si suole usare nelle nostre case.

Per mancanza di tempo non ho potuto finora appagare questo desiderio, e presentemente volendo stampare il regolamento che finora si è quasi sempre usato tradizionalmente, credo opportuno dame qui un cenno, che però sarà come l’indice di un’operetta che vo preparando se Dio mi darà tanto di vita da poterla terminare, e ciò unicamente per giovare alla difficile arte della giovanile educazione. Dirò adunque: in che cosa consista il Sistema preventivo, e perché debbasi preferire; sua pratica applicazione e suoi vantaggi, [p. 278]

In che cosa consista il Sistema preventivo e perché debbasi preferire. - Due sono i sistemi usati in ogni tempo nell’educazione della gioventù: Preventivo e Repressivo. Il sistema repressivo consiste nel far conoscere la legge ai sudditi, poscia sorvegliare per conoscerne i trasgressori ed infliggere, ove sia d’uopo, il meritato castigo. In questo sistema le parole e l’aspetto del superiore debbono sempre essere severe e piuttosto minaccevoli, ed egli stesso deve evitare ogni famigliarità coi dipendenti.

Il direttore per accrescere valore alla sua autorità dovrà trovarsi di rado tra i suoi soggetti e per lo più quando si tratta di punire o di minacciare. Questo sistema è facile, meno faticoso, e giova specialmente nella milizia e tra le persone adulte ed assennate, che devono da se stesse essere in grado di sapere e ricordare ciò che è conforme alle leggi e alle altre prescrizioni.

Diverso, e direi, opposto è il sistema preventivo. Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un istituto e poi sorvegliare in guisa, che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l’occhio vigile del direttore o degli assistenti, che come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli ed amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nell’impossibilità di commettere mancanze.

Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione, e sopra l’amorevolezza; perciò esclude ogni castigo violento e cerca di tenere lontano gli stessi leggeri castighi. Sembra che questo sia preferibile per le seguenti ragioni: [p. 279]

a)   L’allievo preventivamente avvisato non resta avvilito per le mancanze commesse, come avviene quando esse vengono deferite al superiore. Né mai si adira per la correzione fatta o pel castigo minacciato oppure inflitto, perché in esso vi è sempre un avviso amichevole e preventivo che lo ragiona, e per lo più riesce a guadagnare il cuore, cosicché l’allievo conosce la necessità del castigo e quasi lo desidera.

b)  La ragione più essenziale è la mobilità giovanile, che in un momento dimentica le regole disciplinari, i castighi che quelle minacciano. Perciò spesso un fanciullo si rende colpevole e meritevole di una pena, cui egli non ha mai badato, che niente affatto ricordava nell’atto del fallo commesso e che avrebbe per certo evitato se una voce amica l’avesse ammonito.

c)   Il sistema Repressivo può impedire un disordine, ma difficilmente farà migliori i delinquenti; e si è osservato che i giovanetti non dimenticano i castighi subiti e per lo più conservano amarezza con desiderio di scuotere il giogo ed anche di fame vendetta. Sembra talora che non ci badino, ma chi tiene dietro ai loro andamenti conosce che sono terribili le reminiscenze della gioventù; e che dimenticano facilmente le punizioni dei genitori, ma assai difficilmente quelle degli educatori. Vi sono fatti di alcuni che in vecchiaia vendicarono bruttamente certi castighi toccati giustamente in tempo di loro educazione. Al contrario il sistema Preventivo rende amico l’allievo, che nell’assistente ravvisa un benefattore che [p. 280] lo avvisa, vuol farlo buono, liberarlo dai dispiaceri, dai castighi, dal disonore.

d)  Il Sistema preventivo rende affezionato l’allievo in modo che l’educatore potrà tuttora parlare col linguaggio del cuore sia in tempo dell’educazione, sia dopo di essa. L’educatore, guadagnato il cuore del suo protetto, potrà esercitare sopra di lui un grande impero, avvisarlo, consigliarlo ed anche correggerlo allora eziandio che si troverà negli impieghi, negli uffizi civili e nel commercio. Per queste e molte altre ragioni pare che il sistema preventivo debba preferirsi al repressivo.

2° Applicazione del Sistema preventivo. - La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di san Paolo che dice: Charitas benigna est, patiens est; omnia suffert, omnia sperat, omnia sustinet64. La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo. Perciò solo il cristiano può con successo applicare il Sistema preventivo. Ragione e religione sono gli strumenti di cui deve costantemente far uso l’educatore, insegnarli, egli stesso praticarli se vuol essere ubbidito ed ottenere il suo fine.

a)  Il direttore deve essere pertanto tutto consacrato ai suoi educandi, né mai assumersi impegni che lo allontanino dal suo uffizio, anzi trovarsi sempre coi suoi allievi tutte le volte che non sieno obbligatoriamente legati da qualche occupazione, eccetto che siano da altri debitamente assistiti.

b)  I maestri, i capi d’arte, gli assistenti devono essere di moralità [p. 281] conosciuta. Studino di evitare come la peste ogni sorta di affezione od amicizie particolari cogli allievi. E ricordino che il traviamento di un solo può compromettere un istituto educativo. Si faccia in modo che gli allievi non siano mai soli. Per quanto è possibile gli assistenti li precedano nel sito dove devonsi raccogliere; si trattengano con loro fino a che siano da altri assistiti; non li lascino lai disoccupati.

c)  Si dia ampia facoltà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento. La innastica, la musica, la declamazione, il teatrino, le passeggiate sono mezzi fficacissimi per ottenere la disciplina, giovare alla moralità ed alla sanità. Si adi soltanto che la materia del trattenimento, le persone che intervengono, i iscorsi che hanno luogo non siano biasimevoli. Fate tutto quello che volete, iceva il grande amico della gioventù san Filippo Neri, a me basta che non icciate peccati.

d) La frequente confessione, la frequente comunione , la messa quotidiana sono le colonne che devono reggere un edificio [p. 282] educativo, da ui si vuole tener lontano la minaccia e la sferza. Non mai obbligare i giovanetti alla frequenza dei santi sacramenti, ma soltanto incoraggiarli e porgere loro comodità di approfittarne. Nei casi poi di esercizi spirituali, tridui, novene, redicazioni, catechismi si faccia rilevare la bellezza, la grandezza, la santità i quella Religione che propone dei mezzi così facili, così utili alla civile società, alla tranquillità del cuore, alla salvezza dell’anima come appunto sono i anti sacramenti. In questa guisa i fanciulli restano spontaneamente invogliati queste pratiche di pietà, vi si accosteranno volentieri con piacere e con frutto. [p. 283]

e)   Si usi la massima sorveglianza per impedire che nell’istituto siano introdotti compagni, libri o persone che facciano cattivi discorsi. La scelta d’un buon portinaio è un tesoro per una casa di educazione.

f)  Ogni sera dopo le ordinarie preghiere, e prima che gli allievi vadano a riposo, il direttore, o chi per esso, indirizzi alcune affettuose parole in pubblico dando qualche avviso, o consiglio intorno a cose da farsi o da evitarsi; e studi di ricavare le massime da fatti avvenuti in giornata nell’istituto o fuori; ma il suo sermone non oltrepassi mai i due o tre minuti. Questa è la chiave della moralità, del buon andamento e del buon successo dell’educazione.

g)   Si tenga lontano come la peste l’opinione di taluno che vorrebbe differire la prima comunione ad un’età troppo inoltrata, quando per lo più il demonio ha preso possesso del cuore di [p. 284] un giovanetto a danno incalcolabile della sua innocenza. Secondo la disciplina della Chiesa primitiva si solevano dare ai bambini le ostie consacrate che sopravanzavano nella comunione pasquale. Questo serve a farci conoscere quanto la Chiesa ami che i fanciulli siano ammessi per tempo alla santa comunione. Quando un giovanetto sa distinguere tra pane e pane, e palesa sufficiente istruzione, non si badi più all’età e venga il Sovrano Celeste a regnare in quell’anima benedetta.

h)   I catechismi raccomandano la frequente comunione; san Filippo Neri la consigliava ogni otto giorni ed anche più spesso. Il Concilio Tridentino dice chiaro che desidera sommamente che ogni fedele cristiano quando va ad ascoltare la santa messa, faccia eziandio la comunione. Ma questa comunione sia non solo spirituale, ma bensì sacramentale, affinché si ricavi maggior frutto da questo augusto e divino sacrifizio (Cone. Tr., sess. XXII, cap. VI), [p. 285]

3° Utilità del Sistema preventivo. - Taluno dirà che questo sistema è difficile in pratica. Osservo che da parte degli allievi riesce assai più facile, più soddisfacente, più vantaggioso. Da parte dell’educatore poi racchiude alcune difficoltà, che però restano diminuite, se l’educatore si mette con zelo all’opera sua. L’educatore è un individuo consecrato al bene dei suoi allievi, perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che è la civile, morale, scientifica educazione dei suoi allievi.

Oltre ai vantaggi sovra esposti si aggiunge ancora qui che:

a)L’allievo sarà sempre pieno di rispetto verso l’educatore e ricorderà ognor con piacere la direzione avuta, considerando tuttora quali padri e fratelli i suoi maestri e gli altri superiori. Dove vanno questi allievi per lo più sono la onsolazione della famiglia, utili cittadini e buoni cristiani.

b) Qualunque sia il carattere, l’indole, lo stato morale di un allievo all’epoca della sua accettazione, i parenti possono vivere sicuri, che il loro figlio on potrà peggiorare, e si può dare per certo che si otterrà sempre qualche ini- lioramento. Anzi certi fanciulli che per molto tempo furono il flagello dei paniti e perfino rifiutati dalle case correzionali, coltivati secondo questi principi, angiarono indole, carattere, si diedero ad una vita costumata, e presentemente ccupano onorati uffizi nella società, divenuti così il sostegno della famiglia, ecoro del paese in cui dimorano.

Gli allievi che per avventura entrassero in un istituto con triste abitu- ini non potranno danneggiare i loro compagni, [p. 286] Né i giovanetti buoni otranno ricevere nocumento da costoro, perché non avvi né tempo, né luogo, é opportunità, perciocché l’assistente, che supponiamo presente, ci porrebbe tosto rimedio.

Una parola sui castighi

Che regola tenere nell’infliggere castighi? Dove è possibile, non si faccia lai uso dei castighi; dove poi la necessità chiedesse repressione, si ritenga uanto segue:

1° L’educatore tra gli allievi cerchi di farsi amare, se vuole farsi temere. In lesto caso la sottrazione di benevolenza è un castigo, ma un castigo che eccita emulazione, dà coraggio e non avvilisce mai.

2° Presso ai giovanetti è castigo quello che si fa servire per castigo. Si è sservato che uno sguardo non amorevole sopra taluni produce maggior effetto ìe non uno schiaffo. La lode quando una cosa è ben fatta, il biasimo, quando è trascuratezza, è già un premio od un castigo.

3° Eccettuati rarissimi casi, le correzioni, i castighi non si diano mai in ibblico, ma privatamente, lungi dai compagni, e si usi massima prudenza pazienza per fare che l’allievo comprenda il suo torto colla ragione e colla ligione.

4° Il percuotere in qualunque modo, il mettere in ginocchio con posi- one dolorosa, il tirar le orecchie ed altri castighi simili debbonsi assolu- mente evitare, perché sono proibiti dalle leggi civili, imitano grandemente i ovani ed avviliscono l’educatore.

5° Il direttore faccia ben conoscere le regole, i premi ed i castighi stabiliti dalle leggi di disciplina, affinchè l’allievo non si possa scurare dicendo: Non sapeva che ciò fosse proibito.

Se nelle nostre case si metterà in pratica questo sistema, io credo che potremo ottenere grandi vantaggi senza venire né alla sferza, né ad altri violenti castighi. Da circa quarantanni tratto colla gioventù, e non mi ricordo d’aver usato castighi di sorta, e coll’aiuto di Dio ho sempre ottenuto non solo quanto era di dovere, ma eziandio quello che semplicemente desiderava, e ciò da quegli stessi fanciulli, cui sembrava perduta la speranza di buona riuscita.

Sac. Gio. Bosco

Articoli generali premessi al Regolamento delle case

Sebbene non più inchiusi nel foglietto di don Bosco sul Sistema preventivo aggiungiamo qui gli articoli generali che il medesimo nostro buon padre e grande educatore premise al Regolamento delle case, che sono come un principio di esperienza pratica del medesimo sistema.

1° Quelli che trovansi in qualche uffizio o prestano assistenza ai giovani, che la Divina Provvidenza ci affida, hanno tutti l’incarico di dare avvisi e consigli a qualunque giovane della casa, ogni qualvolta vi è ragione di farlo specialmente quando si tratta d’impedire l’offesa di Dio.

2° Ognuno procuri di farsi amare se vuole farsi temere. Egli conseguirà questo grande fine se colle parole, e più ancora coi fatti, farà conoscere che le sue sollecitudini sono dirette esclusivamente [p. 288] al vantaggio spirituale e temporale dei suoi allievi.

3° Nell’assistenza poche parole, molti fatti, e si dia agio agli allievi di esprimere liberamente i loro pensieri; ma si stia attento a rettificare ed anche correggere le espressioni, le parole, gli atti che non fossero conformi alla cristiana educazione.

4° I giovanetti sogliono manifestare uno di questi caratteri diversi. Indole buona, ordinaria, diffìcile, cattiva. È nostro stretto dovere di studiare i mezzi che valgano a conciliare questi caratteri diversi per far del bene a tutti senza che gli uni siano di nocumento agli altri.

5° A coloro che hanno sortito dalla natura un carattere, un’indole buona basta la sorveglianza generale spiegando le regole disciplinari e raccomandandone l’osservanza.

6° La categoria dei più è di coloro che hanno carattere ed indole ordinaria, alquanto volubile e proclive all’indifferenza; costoro hanno bisogno di brevi ma frequenti raccomandazioni, avvisi e consigli. Bisogna incoraggiarli al lavoro anche con piccoli premi e dimostrando d’avere grande fiducia in loro senza .scurarne la sorveglianza.

7° Ma gli sforzi e le sollecitudini devono essere in modo speciale rivolte a terza categoria che è quella dei discepoli difficili ed anche discoli. Il numero di costoro si può calcolare uno su quindici. Ogni superiore si adoperi per noscerli, s’informi della loro passata maniera di vivere, si mostri loro amico, asci parlare molto, ma egli parli poco ed i suoi [p. 289] discorsi siano brevi rnipi, massime, episodi e simili. Ma non si perdano mai di vista senza dar a divedere che si ha diffidenza di loro.

8° I maestri, gli assistenti quando giungono tra i loro allievi portino immediatamente l’occhio sopra di questi e accorgendosi che taluno sia assente lo faccia tosto cercare sotto apparenza di avergli che dire o raccomandare.

9° Qualora si dovesse a costoro fare un biasimo, dare avvisi o correzioni, n si faccia mai in presenza dei compagni. Si può nulladimeno approfittare di ti, di episodi avvenuti ad altri per tirarne lode o biasimo, che vada a cadere 3ra coloro di cui parliamo.

10° Questi sono gli articoli preliminari del nostro regolamento. Ma a tutti ndispensabile la pazienza, la diligenza e molta preghiera senza cui io credo itile ogni regolamento, [p. 290]

SEZIONE TERZA
DEI FATTORI DELL’EDUCAZIONE MORALE

Chiamo qui fattori dell’educazione morale, in senso non scientifìcamen- ssatto, coloro che concorrono a dare l’educazione. Nei nostri collegi sono lirettore, il prefetto, il catechista, il consigliere scolastico, i maestri e gli istenti. La nota dominante delle quattro cariche che formano la direzione la casa è questa: che il direttore in generale deve essere circondato di mol- prestigio e venerazione ed il responsabile69 di tutto: il prefetto lo aiuta in te le cose finanziarie e materiali: il catechista per l’istruzione religiosa e ralità dei giovani; il consigliere scolastico per la disciplina e gli studi dei giovani.

Riguardo a queste quattro autorità della casa, essendo questi Appunti in izzati non ai superiori, ma ai chierici, mi limito a ricopiare qui gli articoli del Regolamento delle case chiarendoli con qualche nota. Dei maestri e degli assistenti [p. 291] diremo più in diffuso nella parte disciplinare.

Del direttore

1° Il direttore è capo dello stabilimento; a lui solo spetta accettare o licenziare i giovani della casa, ed è responsabile dei doveri di ciascun impiegato, della moralità e dell’educazione degli allievi. Per l’accettazione però potrà delegare il prefetto, il quale opererà in questo a nome del direttore, si regolerà secondo le prescrizioni del proprio collegio, e secondo i limiti e le norme segnate in fine del regolamento.

2° Il direttore soltanto può modificare gli uffizi dei suoi dipendenti, la disciplina e l’orario stabilito, e senza suo permesso non si può introdurre variazione alcuna.

3° Al direttore spetta l’aver cura di tutto l’andamento spirituale, scolastico e materiale (l).

Del prefetto

1° Il prefetto ha la gestione generale e materiale della casa, e fa le veci del direttore in sua [p. 292] assenza nell’amministrazione, ed in tutte quelle cose di cui fosse incaricato.

2° Sopra il libro dei postulanti egli scriverà nome, cognome, paese e condizione di coloro che domandano di essere accettati pel lavoro o per lo studio; rileverà specialmente se il postulante trovisi in pericolo della moralità. Questa circostanza ne fa preferire l’accettazione a tutti gli altri. Noterà eziandio le condizioni proposte per l’accettazione, e quelle cose che giudicherà opportune.

3° Ogni allievo sarà accolto dal direttore o per delegazione di lui dal prefetto, che noterà sul libro mastro il giorno dell’entrata, le condizioni con cui fu accettato, se portò seco danaro, od oggetti di vestiario, la classe od il mestiere a cui sarà destinato, e l’indirizzo di chi lo raccomanda colle altre necessarie indicazioni.

4° Gli farà assegnare un posto in dormitorio ed in refettorio. Se è studente lo invierà al consigliere scolastico, perché lo collochi nella sua classe, destinato al lavoro gli farà pur assegnare un posto in quel laboratorio od lell’uffizio a cui parrà più adattato secondo il bisogno, e ne tramanderà il e al direttore ed al catechista.

5° Quando un allievo cessa d’appartenere alla casa, il prefetto noterà il io ed il motivo per cui è uscito. Se ciò avvenisse per motivo di decesso, urerà di dame immediatamente avviso a chi di ragione, prendendo memoria dei [p. 293] fatti; e delle circostanze, che possono tornare di buon esempio grata ricordanza.

6° Il prefetto è il centro da cui partono tutte le uscite e spese, e dove si entrano tutte le entrate pecuniarie, sotto qualunque denominazione apparano alla casa.

7° Perciò egli terrà conto, almeno in complesso, delle spese che occorrono giovani e per le persone di casa, per le scuole, pei laboratori, pei commeli e per la manutenzione della casa. Ma in questa sua amministrazione egli ; sempre tenersi nei limiti, e negli ordini stabiliti dal direttore o dal superiore della Congregazione.

8° Riceverà tutto il denaro che possa provenire dai laboratori, dai contratti mdita, dalle oblazioni e pensioni dei giovani e lo consegnerà al direttore, quale riceverà quanto occorre alla giornata e pei pagamenti a data fìssa.

9° Abbia molta sollecitudine di avere in ordine i registri secondo le norme ontabilità stabilite per le nostre case, e procuri di tenersi al corrente nel rtare, quando occorre, le entrate e le uscite, per essere in grado di poter [ mese dare conto della sua gestione, qualora ne sia richiesto. Ogni tre mesi :uri di spedire il rendiconto delle pensioni, provviste e riparazioni ai parenti giovani allievi, e sistemare anche ogni trimestre le proprie partite colle altre case della Congregazione e colle persone esterne, con cui si tengono conti aperti. [p. 294]

10° Oltre la contabilità è affidata al prefetto la cura del personale dei colori, e in generale la disciplina dei giovani, la pulizia e la manutenzione della casa.

11° Quanto alla manutenzione la sua condotta ed autorità si limita a ripa- ed a conservare qualunque oggetto mobile ed immobile della casa. Chiunque pertanto avesse bisogno di lavori di questo genere, dovrà indirizzarsi al prefetto, ma esso non può far novità alcuna senza l’espresso consenso del direttore; anzi se trattasi d’opere di demolizione o fabbricazione o d’altre cose di qualche rilievo, si dovrà attendere il permesso del Rettore Maggiore.

12° Riguardo ai famigli, d’accordo col direttore, provvederà un personale proporzionato al bisogno, e veglierà che ciascuno compia i suoi doveri, ed occupi il tempo, soprattutto che niuno s’incarichi di commissioni estranee al rispettivo uffizio. Raccomanderà però che avanzando tempo si prestino volentieri aiuto tra loro, quando ve n’è bisogno.

13° Al mattino andrà, od incaricherà alcuno che vada a [p. 295] chiamare i coadiutori e le persone di servizio, affinché tutte intervengano alla santa messa, e recitino insieme le orazioni; procurerà di andar a recitar con loro le orazioni alla sera, ed indirizzerà quegli avvisi che giudicherà a proposito pel loro vantaggio spirituale e temporale. Si farà pur render conto delle proprie loro occupazioni e dei disordini e guasti che si trovassero per la casa.

14° A lui è in particolar maniera affidata la cura della pulizia della persona, e degli abiti dei giovani. Almeno una volta per settimana li farà passare a rassegna per assicurarsi della nettezza dei loro abiti, della testa, badando che niuno abbia troppo lunga capellatura.

15° Vigilerà che le porte, gli usci, le finestre, chiavi, serrature non siano guaste. Trovando qualche guasto avrà cura di farlo riparare al più presto possibile, e nel modo più economico.

16° Per sé o per mezzo di altri assisterà alla distribuzione del pane a colazione, a merenda, ed a mensa. Avvisi costantemente che colui, il quale non sentesi di mangiare qualche commestibile, lo riponga sulla tavola. Chi guasterà volontariamente pane, minestra o pietanza si avverta severamente, e se non si emenda se ne dia immediatamente comunicazione al direttore, [p. 296]

17° È cura del prefetto che i commestibili siano sani e ben condizionati, che il pane non si dia troppo fresco, che si pesino o si misurino le provviste quando sono introdotte in casa, e se ne tenga nota per confrontarla coi pesi o colle misure effettuate dai venditori.

18° Mentre vigila che i giovani siano puntuali ai loro doveri, d’accordo col consigliere scolastico e col catechista con bella maniera procuri che i maestri, i capi d’arte e gli assistenti si trovino ad occupare il loro posto alTarrivo dei giovani nella chiesa, nello studio, nelle scuole, nel laboratorio e nei dormitori, e così impediscano i disordini che generalmente sogliono in quei momenti accadere.

19° Dove sonvi laboratori, il prefetto si tenga in relazione diretta coi capi d’arte e cogli assistenti, faccia tener nota del lavoro che si riceve dall’esterno, dei prezzi pattuiti, di ciò che è pagato e non è pagato, tempo e spesa fatta, delle provviste, e questo per dame conto minuto o almeno complessivo a chi di ragione.

20° Per sé o per mezzo di chi è addetto alPuffìzio dei laboratori riceverà itrate di ciascun laboratorio, pagherà lo stipendio pattuito per ciascuno, e urerà che tutti gli utensili siano di proprietà della casa.

21 ° Procurerà di non lasciar andare gli esterni nei dormitori, nelle scuole, aboratori, indirizzando al parlatorio o alPuffìzio dei laboratori, chi ha bisogno di parlare agli allievi, o di trattare di lavori da farsi o già eseguiti.

22° Il prefetto potrà avere in suo aiuto un vice prefetto e segretario, [p. cui potrà affidare la contabilità e la corrispondenza. Potrà pur essere covato da un economo qualora per l’ampiezza della casa e la molteplicità i affari ve ne sia bisogno.

23° L’economo sarà incaricato specialmente di quanto riguarda la pulizia i casa e dei giovani, il personale dei coadiutori e la conservazione e riparazione delle cose domestiche.

24° L’economo, gli spenditori, il provveditore di libri e di oggetti di cartina sono in relazione diretta col prefetto, e per via ordinaria dipendono da [1 prefetto aumenterà il numero dei suoi collaboratori secondo il bisogno.

Del catechista (2)

1° Il catechista ha per iscopo di vegliare e provvedere ai bisogni spirituali giovani della casa. [p. 298]

2° Appena gli sarà nota l’entrata di un giovane esso procurerà di conoscer- ’informarlo intorno alle regole principali della casa, e con massime e maniere dolci e caritatevoli indagherà di quale istruzione religiosa abbia particolar gno, e si darà massima premura per istruirlo.

3° Badi che tutti imparino almeno il catechismo piccolo della diocesi. A ine ogni settimana assegnerà non meno di una lezione da recitarsi. Terrà di quelli che sono già promossi alla santa comunione, e che hanno ricevuto :ramento della cresima, e si prenderà cura speciale di quelli che abbisognano di essere istruiti per ricevere degnamente questi sacramenti.

 4° Vegli attentamente sopra i difetti dei giovani, per essere in grado, per la parte che gli spetta, di correggerli opportunamente e dare in fine d’ogni mese il voto sulla moralità di ciascuno.

5° Veglierà che gli allievi si accostino assiduamente ai santi sacramenti, si trovino per tempo alle sacre funzioni, alle preghiere del mattino e della sera, e studierà d’impedire quanto possa disturbare gli esercizi di cristiana pietà, nel che si farà aiutare dagli assistenti e dai decurioni.

6° Secondo gli accordi presi col prefetto, procurerà che i capi dei dormitori si trovino per tempo al loro dovere, che tutti siano puntuali alle sacre funzioni, al posto loro assegnato, precedendo i giovani col buon esempio.

7° Si darà cura che agli ammalati nulla manchi né [p. 299] per lo spirituale né pel temporale, ma non somministrerà rimedi senza ordine del medico.

8° Conferisca spesso col prefetto per essere in grado di prevenire ogni disordine.

9° Il catechista farà tutto quello che potrà affinché ciascuno impari bene a servire la santa messa, sia pronunciando chiaramente e distintamente le parole, sia osservando devotamente le cerimonie prescritte per questo augusto mistero di nostra santa religione.

10° Il catechista degli studenti conferisca spesso cogli assistenti di dormitorio, di studio, coi decurioni e cogli assistenti di scuola, coi maestri e col medesimo consigliere scolastico, affinché sia in grado di dare le opportune informazioni degli allievi, e fare le correzioni a coloro che le meritassero.

11° Promuoverà le compagnie di San Luigi Gonzaga, del Santissimo Sacramento, del Piccolo Clero, dell’Immacolata Concezione. In caso di bisogno potrà farsi aiutare da qualche sacerdote o chierico anziano specialmente per fare le conferenze.

12° Prenderà cura dei chierici addetti a qualche uffizio della casa, procurando che imparino le sacre cerimonie ed attendano allo studio della teologia. Se si può, farà loro recitare ogni settimana un brano del Nuovo Testamento, e preparerà il servizio in occasione di solennità.

13° Avrà pur cura del servizio della chiesa, delle funzioni religiose, e degli oggetti destinati al divin culto.

14° Nelle solennità maggiori, dove si può, vi sarà musica [p. 300] vocale con orchestra; nelle feste ordinarie vi sarà canto gregoriano con organo od harmonium.

15° Per turno sceglierà due chierici dei corsi inferiori a fare una settimana di servizio in chiesa. Costoro si troveranno ogni mattina nella sacrestia al tempo delle messe, e se vi è bisogno si fermeranno fino alle ore 9. Ma nei giorni festivi il loro servizio sarà per tutta la giornata.

16° Questi chierici procureranno d’imparare a vestire e svestire il celebrante piegare amitto, cotta e camice, preparare il calice e mettere i segnacoli issale a posto, secondo il calendario della diocesi.

17° Terrà catalogo degli oggetti esistenti negli oratori, ed avrà cura che quanto è necessario al divin culto; nulla si smarrisca, a tempo debito si il bucato, le soppressature e rappezzature dei sacri arredi.

18° Si faccia uso moderato di cera, né sia adoperata se non in cose riguar- il divin culto. Occorrendo lumi per cose estranee alla chiesa si provveda mti.

19° Egli deve promuovere il decoro delle sacre funzioni, e fare sì che in da si osservi rigoroso silenzio, specialmente nel tempo dei divini uffizi.

20° Per l’orario delle messe, per la predicazione, pei catechismi, pei casi svista o di spesa di qualsiasi genere, prenderà gli opportuni accordi col ire ed in sua assenza col prefetto della casa.

21° Per la regolare esecuzione di quanto occorre per la sacrestia, [p. 301] scelto uno o più coadiutori, che aiuteranno nelle cose che lor verranno affidate.

22° Nei collegi in cui si ha chiesa pubblica e clero numeroso, il catechista ìvere in suo aiuto un prefetto di sacristia, specialmente per ciò che è pre- dall’art. 14 fino al termine del presente capo.

Del catechista degli artigiani

1° Il catechista degli artigiani oltre a quello che è notato nel capitolo an- :nte deve procurare che i suoi allievi si accostino ogni quindici giorni leno una volta al mese alla santa confessione e comunione, e che niuno li alle pratiche di pietà sia nei giorni festivi che nei giorni feriali.

2° Si terrà in relazione coi capi d’arte, cogli assistenti di laboratorio e di torio, coll’economo e collo stesso prefetto per dare e ricevere informa- iei giovani alla sua cura affidati.

3° Procuri che gli allievi facciano silenzio quando entrano od escono di ., quando escono dai laboratori, vanno ed escono dal refettorio; alla sera :arsi a riposo, e al mattino dopo la levata, quando si portano in chiesa od e pei loro religiosi doveri.

4° Badi che niuno si fermi a chiacchierare, né altercare, [p. 302] ed acidosi di qualche disordine usi somma diligenza e carità per prevenirlo ed impedirlo.

5° La sera e, se si può, anche al mattino dei giorni festivi, procuri ai suoi allievi una scuola adattata, e faccia in modo che nessuno rimanga vagando per la casa.

6° Tutte le sere li assista in tempo che si recitano le orazioni, e dopo di esse raccolga gli oggetti smarriti, e per buona sera dia loro un breve ricordo morale. Sarà pur conveniente che li trattenga qualche volta sui punti più importanti di buona creanza.

7° Faccia che tutti gli artigiani imparino a servir messa, e promuova tra di loro qualche compagnia, come sarebbe quella di san Giuseppe, di san Luigi, e dell’Immacolata Concezione.

8° La sua vigilanza dovrà pur estendersi alla scuola di musica strumentale, specialmente per ciò che riguarda la moralità e la disciplina. [p. 303]

Del consigliere scolastico

1 ° Il consigliere scolastico è incaricato di regolare e far provvedere quelle cose, che possono occorrere agli allievi ed ai maestri per le scuole e per lo studio.

2° Ricevuto un allievo studente, esso lo collocherà nella classe, cui sarà giudicato idoneo, e gli farà segnare un posto nello studio.

3° Occorrendo bisogno di oggetti di scuola, vertenze tra gli studenti, lamenti da parte dei maestri, s’indirizzeranno al consigliere scolastico, [p. 304]

4° Se per mancanza di lavoro o per altro motivo taluno rimanesse disoccupato, gli assegni qualche cosa da fare o da studiare, leggere, scrivere e simili, ma nol  lasci inoperoso.

5° Si adoperi che gli studenti siano puliti quando vanno al passeggio, e iuno si allontani dalle file. Conti grave mancanza a chi allontanandosi dai agni va a comperare commestibili, liquori od altro.

6° Assista gli studenti quando si recano alla chiesa, allo studio, alla scuola, •mitorio, affinché si osservi l’ordine ed il silenzio.

7° Toccherà al medesimo di far presente al direttore od al prefetto le prov- e riparazioni che occorrono per sedili, scrittoi, cancelli per lo studio e per iole.

8° Di concerto col direttore stabilirà gli insegnanti dei corsi principali, i enti e i maestri dei corsi accessori, assistenti, decurioni e vice decurioni studio, capi di passeggiata.

9° È pur sua cura di promuovere il canto gregoriano, la musica vocale, e ordo col direttore stesso stabilirne i maestri, gli assistenti, e vegliare sulla dina da osservarsi in tali scuole.

10° Accolga dai maestri e dagli assistenti i riflessi intorno alla disciplina e lità degli allievi, per dare loro quelle norme e consigli che egli ravvisasse isarie. Ricordi sovente ai maestri che lavorino per la gloria di Dio, perciò re insegnano la scienza temporale, non dimentichino ciò che riguarda la zza dell’anima. Informi il direttore ed il prefetto mensilmente [p. 305] e più spesso ove fosse d’uopo. Si ritenga però che appartiene soltanto al direttore prefetto il dar notizie ai parenti dei convittori.

11° Il fissare l’epoca degli esami semestrali e finali, le variazioni dei gior- scuola, le vacanze, le dispense, i ripetitori e le ripetizioni a chi ne fosse eri, sono di competenza del consigliere scolastico, ma sempre previa in- enza col direttore.

12° Per regola ordinaria la cura delle declamazioni, delle rappresentazioni ili e delle accademie e simili sarà affidata al consigliere scolastico.

 

Dei maestri di scuola (l)

1 ° Il primo dovere dei maestri è di trovarsi puntualmente in classe e di im- e i disordini che sogliono avvenire prima e dopo la scuola. Accorgendosi nanchi qualche allievo, ne dia tosto avviso al consigliere scolastico od al prefetto

Vadano ben preparati sulla materia che forma l’oggetto della lezione. Questa preparazione gioverà molto per far comprendere agli allievi le difficoltà dei temi e delle lezioni, e servirà efficacemente ad alleggerire la fatica allo stesso maestro.

3° Niuna parzialità, niuna animosità; avvisino, correggano, se ne è il caso; ma perdonino facilmente, evitando quanto è possibile di dar essi stessi castighi, [p. 306]

4° I più idioti della classe siano l’oggetto delle loro sollecitudini, incoraggino ma non avviliscano mai.

5° Interroghino tutti senza distinzione e con frequenza, e dimostrino grande stima ed affezione per tutti i loro allievi, specialmente per quelli di tardo ingegno. Evitino la perniciosa usanza di taluni, che abbandonano a loro stessi gli allievi che fossero negligenti e di troppo tardo ingegno.

6° Occorrendo necessità di castighi, li infliggano nella scuola, ma per castigo non allontanino mai alcuno dalla classe. Presentandosi casi gravi, mandino a chiamar il consigliere scolastico o facciano condurre il colpevole presso di lui. È severamente proibito di battere ed infliggere castighi ignominiosi o dannosi alla sanità.

7° Avvenendo il caso di dover infliggere castighi fuori di scuola, o prendere deliberazioni di grande importanza, riferiscano e rimettano ogni cosa al consigliere scolastico, od al direttore della casa. Fuori della scuola il maestro non deve minacciare né infliggere punizioni di sorta, ma limitarsi ad avvisare e consigliare i suoi allievi con modi benevoli e da sincero amico.

8° Raccomandi costantemente nettezza nei quaderni, regolarità e perfezione nella calligrafia, pulitezza nei libri e sulle pagine che si devono presentare al maestro.

9° Almeno una volta al mese dia un lavoro di prova, e dopo di averlo corretto, ne dia le pagine al superiore della casa, o almeno al consigliere scolastico. [p. 307]

10° Tenga la decuria in modo da poterla ogni giorno presentare a chi ne facesse domanda, come nel caso che qualche persona autorevole visitasse le scuole; si ricordi però che spetta al direttore od al prefetto il dar notizie degli allievi.

11° Vegli sopra la lettura dei cattivi libri, raccomandi e nomini gli autori che si possono leggere e ritenere senza che la moralità e la religione siano compromesse, e scelga per temi i passi più adattati a promuovere la moralità, evitando quelli che possono riuscire di qualche danno alla religione ed ai buoni costumi. Stiano però attenti a non mai nominare, per quanto è possibile, il titolo dei libri cattivi.

12° Dai classici sacri e profani avrà cura di trarre le conseguenze morali, quando T opportunità della materia ne porge occasione, ma con poche parole senza alcuna ricercatezza.

Dell’assistente dei laboratori

1° L’assistente dei laboratori è incaricato di vegliare sulla moralità, sull’impiego del tempo, e su tutto quello che può tornare vantaggioso allo stabilimento.

2° Si trovi al tempo dell’entrata e dell’uscita dei giovani dal laboratorio per impedire i disordini, che potrebbero in quei momenti accadere, e per notare chi ritarda ad intervenirvi. Mancandovi alcuno, avviserà il prefetto od il catechista degli artigiani per gli opportuni provvedimenti.

3° Veglierà attentamente sulla condotta morale degli allievi, sulla loro assiduità e diligenza, ed in fine d’ogni settimana, udito il parere del maestro d’arte, darà al prefetto od al catechista nota della condotta dei suoi allievi, secondo cui si stabilirà ricompensa ò biasimo meritato.

4° Egli è strettamente obbligato d’impedire ogni sorta di cattivi discorsi, e conosciuto qualcheduno colpevole dovrà dame immediatamente avviso al superiore. Sarà utile all’assistente trattenersi coi giovani, specialmente coi più avanzati nell’arte, per intendere i guasti ed i disordini che sogliono avvenire e che si possono evitare, [p. 310]

5° Per quanto può non uscirà mai dal laboratorio. Qualora dovesse momentaneamente allontanarsi ne prevenga il maestro d’arte.

6° L’assistente (se ciò non fu fatto nell’ufficio dei laboratori) noterà il lavoro affidato al laboratorio colla data, prezzo convenuto, nome, dimora di chi lo porta o lo manda, colle altre necessarie indicazioni; e se occorrono convenzioni, faccia i patti chiari e per quanto è possibile per iscritto. Esso poi registri riferendo le parole testuali dei committenti. Sarà conveniente conservar le lettere e gli scritti analoghi.

7° Noterà pure il giorno in cui il lavoro viene restituito e se è pagato o no, ma non farà cassa particolare. Perciò consegnerà il danaro al prefetto od all’economo, cui farà ricorso qualora ne avesse bisogno.

8° Nessun lavoro potrà essere eseguito senza previa licenza del prefetto o dell’economo.

9° Dovendosi provvedere oggetti o materiali necessari, l’assistente ne avviserà il prefetto od il capo d’uffizio dei laboratori, perché dia gli ordini opportuni allo spenditore. Egli intanto tenga sotto chiave gli oggetti di maggior valore e che potrebbero andar soggetti ad indebite sottrazioni. Abbia altresì l’occhio alla consumazione del materiale del proprio laboratorio.

10° Quando si dovessero fare provviste di cui lo spenditore o l’assistente non fossero pratici, condurranno seco il maestro d’arte o qualchedun altro, scegliendo le ore che recano meno [p. 311] disturbo al laboratorio, provvedendo però prima all’assistenza dei giovani.

11° Qualora debba far esso nota dei lavori e delle provviste, dovrà tener i suoi registri in modo da poter ogni anno presentare al prefetto un quadro com- ativo delle uscite e delle entrate, del materiale consumato e degli utensili stati o resi altrimenti inservibili, e di darne conto ai superiori in qualunque asione ne fossero richiesti.

12° D’accordo col maestro d’arte si tenga informato dei perfezionamenti :cati all’arte, dei prezzi correnti, del lavoro che sogliono gli operai eseguire in determinato tempo.

Degli assistenti o capi di dormitorio

1 ° In ogni dormitorio vi è un capo ed un vicecapo, i quali sono obbligati nder conto di quanto avvenisse contro la moralità e contro la disciplina del mitorio a lui affidato.

2° Egli deve precedere gli altri col buon esempio, e mostrarsi in ogni cosa sto, esatto, pieno di carità e di timor di Dio.

3° L’assistente è tenuto di correggere i difetti dei suoi allievi, può minac- •e punizioni, ma l’applicazione di esse è riservata al prefetto od al direttore, a sera prima di coricarsi visiti il dormitorio, ed accorgendosi che manchi un 3vo ne dia tosto avviso al prefetto.

4° Insista che la sera, dette le orazioni, in dormitorio si osservi rigoroso nzio fino alla mattina dopo messa, [p. 312] Dato il segno della levata sia ituale a levarsi, e, finché non siano usciti tutti gli altri, non esca di dormi- o.

5° Vegli attentissimamente per impedire ogni sorta di cattivo discorso, lì parola, gesto o tratto od anche facezia contraria alla virtù della modestia. l Paolo vuole che tali cose siano in nessuna maniera nominate tra i cristiani. mdicitia nec nominetur in vobis. Venendo a scoprire alcune di tali mancanze ´avemente obbligato di darne immediatamente avviso al direttore .

6° Egli è pure incaricato di vegliare sulla pulizia della persona, del letto e ;li abiti dei giovani a lui affidati.

7° Ogni qual volta i giovani debbano recarsi in dormitorio l’assistente e essere il primo ad intervenirvi, l’ultimo ad uscirne e mostrarsi a tutti modello di buon esempio. Praebe te ipsum exemplum bonorum operum (san Paolo). [p. 313]

N.B. Se qualche allievo cadesse infermo, l’assistente l’accompagni in infermeria o ne dia avviso al prefetto ed al catechista. Per quanto si può non lasci alcun giovane solo in dormitorio, [p. 314]

SEZIONE QUARTA
DEI MEZZI DISCIPLINARI

Non vi sarà mai buona educazione se non vi è una ben regolata disciplina che le serva di base. “Tutta la forza di una buona educazione, diceva già Platone, è posta in una ben intesa disciplina”. Essa regola e coordina le relazioni tra l’educatore e l’educando, e può dirsi il complesso dei mezzi destinati a far riuscire buona l’educazione. La disciplina, dice il Dupanloup, è la protettrice della pietà e della fede, l’inspiratrice del retto sentire, la padrona, la dispensatrice la tesoriera del tempo, il nerbo di tutto il regolamento, e quando occorra, la vendicatrice di tutte le infrazioni.

La buona disciplina pertanto comprende tutti i mezzi più acconci ad eccitare, rafforzare ed accrescere il buon esito della educazione e cerca di volgere il giovane al rispetto affettuoso, alla stima pratica, all’adempimento spontaneo ed assiduo di quanto l’educatore insegna e prescrive.

Perché sia tale bisogna che proceda non da timore servile, non [p. 315] da umana ambizione, ma dall’amore della sapienza. Tutti gli sforzi degli educatori nelle relazioni cogli allievi devono tendere a inoculare in loro cotale amore, affine di far loro desiderare l’educazione e liberamente accettare le sue leggi. La buona disciplina allontana la coazione e provoca la libera obbedienza. Con mezzi servili si può assicurare un successo momentaneo; ma quando si tratta di reggere e specialmente di guarire le anime, di guidarle è forza che l’ubbidienza sia volontaria.

Da questo dobbiamo conchiudere che la buona disciplina si deve proporre anzitutto di far amare il dovere.

La parola disciplina implica l’idea di ordine in due modi: primo è l’ordine interno della virtù, al quale si tratta di sottomettere l’anima giovinetta, piegandovi affatto la sua volontà; secondo è l’ordine esterno, il quale presiede alle relazioni degli educatori cogli allievi, senza cui è impossibile conseguire il primo risultato. L’ordine interno, la disciplina della volontà è lo scopo, cui tende l’ordine prodotto dalla disciplina esterna.

Quest’ordine esterno risulta da un complesso di esercizi saggiamente distribuiti, i quali compionsi con esattezza, ma esattezza spontanea e non servile. La puntualità, il silenzio, il buon contegno, un atteggiamento confidente e rispettoso, ecco i segni coi quali si farà conoscere l’ordine della disciplina esterna. Quest’ordine esterno fornisce le condizioni indispensabili per la riuscita della disciplina interna: esso costituisce, per così dire, il naturale elemento dell’obbedienza, dello studio, [p. 316] della modestia, della pietà, tutte virtù che nell’opera dell’educazione sono principali. Perciocché l’ordine interno non può essere stabilito e regnare se non in ragione dell’abitudine acquistata di comandare se stesso, di padroneggiare la propria attenzione, di voler con prudenza e fermezza, di gustare e praticare lo spirito di abnegazione.

Ma l’ordine non potrebbe fissarsi tra gli allievi se prima non esistesse tra gli educatori medesimi, perciò per prima cosa diremo delle relazioni tra gli educatori.

Disciplina tra gli educatori

L’educazione è un’opera collettiva, cioè prodotta da molte persone non da uno solo. Così il nome di educatore indica non una, ma il complesso delle persone dedicate a quest’opera in un tutto armonico. Dunque è necessario il concorso di molte persone per incarnare il disegno provvidenziale della educazione81: e ciò specie in un collegio dove i giovani da educarsi sono molti e di disparate età e classi.

Ogni educatore ha un carattere suo proprio particolare: chi poi ha più scienza su di una cosa, chi su di un’altra; chi ha più attitudine ad una sorta di operazioni, chi ad un’altra. Non basta poi avere la scienza, bisogna ancora saperla comunicare. Certi maestri dotti, per difetto di simili qualità o facile elocuzione; certi maestri virtuosi per manco di amenità nelle forme o di pazienza soave; certi altri dotati di pazienza e santità, per assenza di cuore o di maniere insinuanti, riescono [p. 317] impotenti a far entrare la loro scienza, a far amare ciò che credono, a far imitare ciò che praticano.

Che cosa fare adunque per riuscire ad educare veramente? Occorre prima di tutto che l’educatore disciplini se stesso, si ordini, procuri di acquistare quelle qualità che gli mancano, almeno quanto gli è strettamente necessario per poter influire in modo favorevole sugli allievi e perciò bisogna che egli procuri di modellarsi sulla vita del Divin Maestro, che è l’esemplare perfetto generale di tutti, riproducendo in sé le virtù di questo divino esemplare ed allora potrà far apparire agli occhi aperti del fanciullo, l’amabile modello in tutta la sua bellezza e nelle sue grazie in modo che il fanciullo sia attirato a correre dietro l’olezzo delle sue virtù in odorem unguentorum tuorum currimus. Man mano che i raggi riflessi della vita del Salvatore si leveranno volta a volta su di lui, il fanciullo arriverà a sentire il calore fecondo della santità, alla quale la grazia ha predestinato la sua natura.

Ma per quanto grandi siano le attitudini e qualità di un educatore, esse non io raggiungere il fine a cui mirano se non in quanto esse vengono ridotte tà con quelle degli altri educatori. Sono pertanto di assoluta necessità le relazioni degli educatori tra loro medesimi.

Quali potrebbero essere i progressi delPallievo se si vedesse tirato in sensi ri da metodi mancanti di nesso, perciò esposti a combattersi ed a distrug- ì vicenda? Se per es., nelle [p. 318] scuole pubbliche l’insegnamento morale dei professori fosse in contradizione con l’insegnamento che il giovane in famiglia; se nei nostri collegi un metodo tenesse il direttore od altro ore, e metodo opposto tenesse il maestro o l’assistente? La virtù più ne- ia all’allievo, l’ubbidienza, sarà essa favorita da quelle maniere di fare in leriore, le quali non indicano che l’amore di se stesso, e negano di sacrificare all’autorità le preferenze personali?

Gli educatori adunque abbiano a cuore di sottoporre all’ordine generale che hanno da fare, ciascuno da parte sua, pel bene dell’opera comune. ;i le belle parole di sant’Agostino a questo proposito: “Miei fratelli pensa- mità, e osservate se nella moltitudine non sia dessa la sola causa dell’or- della bellezza. Ecco che, grazie a Dio, voi siete qui in numero grande: ireste insopportabili gli uni agli altri se non aveste i miei sentimenti? ; adunque di mezzo a voi sì bella pace? Datemi l’unità ed eccovi la calma la; togliete l’unità ed ecco la confusione!”.

Ed  il Signore pregò l’Eterno Padre per i suoi apostoli ut unum sint. ì non basta partire dagli stessi principi, di obbedire agli stessi metodi, e rsi cogli stessi mezzi lo scopo generale costante; è mestieri ancora aver e tale scopo avanti agli occhi in tutte le particolarità delle diverse funzioni e nei rapporti di tutti con ciascun allievo. È necessario ricordare ai nostri itelli, che correggere nei giovani un vizio appena [p. 319] ce ne accorgiamo, raccomandare una virtù quando l’occasione ci si presenta, comunicare alcune cognizioni che ci paiono adatte ed utili, coltivare un ingegno che promette sviluppo, tutto questo non merita il nome di educazione se non fa parte sistema regolare, il cui complesso sia presente sempre alla mente degli tori e possa costantemente guidarli nella scelta dei mezzi. In un collegio tutti i lavori dovrebbero sostenersi scambievolmente e dirigersi al medesimo scopo; dovrebbesi avere a cuore meno l’insegnamento del latino, del greco, dell’aritmetica, che il formare la mente e il cuore dei giovanetti.

A più forte ragione è d’uopo badare di non contrariarsi reciprocamente nell’azione sugli allievi; di biasimare per esempio, l’opera e l’ordine di un altro, o compiangere e scusare un allievo che altri ha ripreso.

Il Tommaseo ha a questo riguardo le seguenti ben significanti parole: “In fatto di educazione autorità buona, contraddetta da un’altra autorità fa più male forse che autorità non buona unica. Perché quel contrasto eccita il dubbio; ed il dubbio se l’interesse lo stimoli, è corruttore. Per guastare l’educazione può bastare talvolta che il fanciullo senta portarsi giudizi diversi sopra il medesimo fatto da persone autorevoli”85.

Ugualmente importanti sono le parole che il celebre Rollin86 dice a questo riguardo ai superiori, colla qual testimonianza chiudo questo paragrafo: “Il mezzo di conservare il buon ordine è che il superiore sostenga con saggezza i suoi collaboratori [p. 320] e cerchi ogni modo di ben rassodare la loro autorità; mai dar loro torto in presenza degli allievi, ma riservarsi a dir loro in privato ciò che giudicherà conveniente. Perciò il rettore deve vederli spesso, riceverli sempre con bontà e cortesia, informarsi da loro della condotta e del carattere degli alunni, ascoltare i loro lagni, lasciar loro tanta libertà da guadagnarne la confidenza. È questa unione, armonia, unanimità che è l’anima di un buon governo. I collaboratori che sono come le braccia, gli occhi, le orecchie del superiore ricevono da lui ogni impulso e non fanno con lui che un sol tutto”. Non sembra di sentire in queste varie testimonianze a parlare il nostro don Bosco medesimo?

Dalla disciplina esterna

La disciplina esterna è l’ordine nelle relazioni degli allievi coi loro edu- sa impone e mantiene il silenzio, il riserbo, l’esattezza; fa regnare icoraggia la confidenza e l’emulazione, sotto l’influenza delle quali goreggia ogni virtù.

La prosperità di un collegio dipende molto dall’ordine e dalla pace, la : non è che l’ordine legittimo stabile.

Ma l’abitudine dell’ordine che esige tanti sforzi assidui, non si acquista ti ripetuti e questi atti, per ciò stesso che pesano, non si ripeteranno juanto una buona disciplina verrà a richiamarne il ricordo ed impor- done. Il ritorno metodico delle medesime ore riconducendo esercizi i esempi ed i consigli stessi, costituiscono una specie di atmosfera ìorale felicemente combinata, per favorire il trasporto della buona li allievi sempre al loro posto sotto l’ala di una sorveglianza che li dine, e che d’altronde subire, mostrandosi ad un tempo necessaria e vivono lungi dai pericolosi esempi e dalle perfide suggestioni. L’anima spiega al dovere, il quale diviene la sua spinta, il suo bisogno; è la seconda ia l’abitudine che si viene formando.

All’icontro venga a mancare l’ordine; col favore del tumulto che è più o mto e prolungato, il coraggio dà giù, lo studio vien meno, la dissipazione sottentra e l’attività intellettuale volge ad un’opposizione che è mortifera igresso.

Il cattivo consiglio soffia a suo agio in cotesto centro male protetto; gli atti inazione e di scandalo vi opprimono quel po’ di buona volontà che alche anima eletta.

Il carattere morale del fanciullo tende fortemente all’amore del piacere, alla ripugnanza ad ogni sforzo della mente, alla superiorità ed al dominio di tutte le cose, all’odio di ogni freno e soggezione ecc. Tutti questi difetti sono come altrettante piante parassite che cresceranno nel giovane ove una ben regolata disciplina non vi ponga riparo. Ed è da notare che il fuoco si attizza col fuoco; la petulanza di ogni fanciullo aumenta in ragione del numero: i più svegli, i più arditi, i più ritrosi all’ordine, per gli incoraggiamenti reciproci che [p. 322] si dànno, costituiscono una specie di solidarietà, che li può condurre ai più gravi eccessi. Mentre invece dove vi è disciplina, il dovere è amato, la carità e la fede sono segno di rispetto unanime; nelle conversazioni domina lo spirito di famiglia e la fiducia nei superiori; ed i medesimi castighi sono temuti meno per la pena che impongono che pel timore della vergogna che arrecano e pel dispiacere d’aver offesi i superiori.

Oh cara e desiderata disciplina che previeni questi mali e che con un po’ di sforzo metti la contentezza e la pace tra tanti giovani che ridotti a buon ordine, vengono a trovare nel collegio il loro paradiso terrestre! Questo è tanto vero che al fine dell’anno scolastico nei nostri collegi molti giovani non vorrebbero andare alle loro famiglie e si fermano volentieri con noi; e se vanno per vedere i loro genitori, dopo un po’ di tempo che abbiano soddisfatto aH’amor filiale, subito agognano di tornare in collegio. Tutto questo è frutto di una buona disciplina profondamente radicata.

Piacemi terminare questo articolo sulla disciplina esterna compendiandone i vantaggi sotto la semplicità di un’immagine tolta dal Dupanloup, l’aggiustatezza della quale menerà buona la sua volgarità: “La disciplina in ordine all’educazione è come la scorza che circonda l’albero. È la scorza che protegge il succo, che lo difende, che lo dirige che lo sforza a salire al cuore dell’albero, a spandersi per le sue fibre, e pei suoi rami onde nutrirsi dei più puri alimenti [p. 323] della terra. Da esso succo così raccolto e diretto formasi un tronco solido e fermo, i rami del quale, prendono a tempo debito e foglie e fiori e frutti. Togliete la scorza ad un ramo e questo prestamente diverrà secco; toglietela al tronco e l’albero perirà. La scorza non ti pare che un ruvido inviluppo; ma esso all’albero ed a tutte le sue parti conserva la loro forza, il loro vigore. Così è della disciplina essa ha qualche volta nell’educazione aspetto di scorza aspra e spiacevole, ma è quello che conserva, che fa crescere, che fortifica tutto”..

Della disciplina della volontà

La disciplina esterna non deve essere che un mezzo per ottenere la discima ossia l’ordine interno dell’anima degli allievi. Essendo questo il opo dell’educazione è necessario che tutta la disciplina esterna venga a a questo e se è ben diretta otterrà certo il suo fine. Invero la disciplina impone un complesso di sacrifizi, tali che non ponno a meno che rendere l’animo. L’allievo docile è obbligato ad ogni istante ad immolare al sue inclinazioni, le sue ripugnanze le sue leggerezze. Gli è forza al spio lasciare il letto, troncare il giuoco, trattenere la lingua; ad ogni richiamato a padroneggiare i suoi sensi, a vegliare sul suo contegno, ; attenzione, a rendere malleabile il proprio carattere; e in pari tempo, compito che gli è imposto, impara a seguire nei suoi studi, come in i, l’impulso del dovere a preferenza di quello dell’attrattiva, che si infondersi col capriccio. [p. 324]

Finalmente  i suoi rapporti con i condiscepoli, sorvegliati con una sollecitudine paterna, l’obbligano a vincere il proprio egoismo, a mostrarsi tollerante, servizievole e  modesto. Ei fa così, un modo proporzionato alle sue forze, il tirocinio del mondo, provando le contradizioni, i contatti, le prime lotte, i primi sacrifici della vita comune, formandosi a poco a poco alla riserva nella condotta, azione nel parlare ed a tutte le abitudini, che ritraggono sia dalla prudenza che dalla carità, e che a vicenda conservano queste salutari virtù. Il collegio è il miglior tirocinio della disciplina. Quivi il giovanetto impara per tempo  a rispettare la legge; ei non può uscire dall’ordine senza incontrare un ostacolo. È  un vantaggio immenso per la vita sociale.

Tutti gli sforzi degli educatori adunque devono tendere a fare accettare questa disciplina e ad ottenere che Tallievo vi si pieghi senza resistenza, solo attratto all’ordine per amore del dovere. Il dovere costa perché siamo male inclinati; ma dall’altra parte ha le sue grandi attrattive, le quali piacciono ai nobili cuori. I fanciulli bennati, che mai non mancano nei collegi, hanno adunque il diritto che si svegli in essi cotesto movente d’una importanza incomparabilmente superiore agli altri. Ed è certo presentando il dovere sotto un aspetto attraente, l’educatore s’impadronisca di quelle anime ancor rispettate dal mondo e le schiuderà alla virtù. Tratte dall’esempio quelle che sono meno disposte si disporranno poco alla volta anch’esse e [p. 325] l’ordine vero e volontario finirà per trionfare completamente.

Crisi di adolescenza

Sovratutto non dimentichi l’educatore esservi sempre o quasi sempre una specie di crisi di adolescenza, difficilissima da traversare. L’allievo prova allora un indefinibile malessere, un disgusto totale per i sacrifici imposti dalla virtù, una stanchezza per poco insuperabile. È d’uopo allora raddoppiare la pazienza e la bontà, e saper compatire con grande effusione di pietà le mancanze del suo cuore ed alle ardenti illusioni del suo spirito.

Succedono talora in un’anima di sedici o diciott’anni di strane rivoluzioni interiori: pare che stiano per affondare come in universale naufragio, tutti quei tesori di purezza e di fede che l’educazione vi aveva accumulato con tanta sollecitudine!... Ebbene, guardatevi allora dal credere che sia tutto perduto e non rintuzzate con intempestiva severità quella povera anima tormentata! Lo sconvolgimento interiore che vi sorprende non è che una febbre transitoria, una specie di crisi morale che il giovane subisce, ma di cui non è colpevole: attendete con pazienza; la calma ritornerà e voi riprenderete su di esso tutto l’impero che vien dato dalla bontà.

Se la crisi si risolve felicemente, come accade il più spesso quando lo si è trattato con patemi riguardi, si può contare d’avere in lui oggimai un giovane definitivamente buono.

Possiamo anche dire che la prova di questa crisi è in generale necessaria perché si possa ben calcolare sulle virtù dell’allievo [p. 326]; ed è gloria dell’educatore di aiutare i giovani ad uscirne solidamente virtuosi. Può dirsi veramente ben diretto quel collegio nel quale gli alunni passano dall’adolescenza gioventù, se non nell’ignoranza assoluta del male, almeno nello scuoterne poco a poco l’influenza, pervenendo così a fortemente trincerarsi nel bene.

L’emulazione ed il sentimento d’onore

Uno dei più potenti stimoli per far buoni i giovani e per ottenere che stu- molto è l’emulazione. L’educatore che non si adoperi a stimolare l’emulazione nei giovani, si priva di uno dei mezzi più efficaci per ottenere l’effetto ùuol conseguire.

Tutti i sapienti educatori l’hanno raccomandata. San Girolamo scrivendo ta, così dirige l’educazione di sua figlia: “La tua figliuola abbia delle conile per istudiare con esse, le quali saranno per lei oggetto di emulazione che terrà desta”.

È da distinguere bene l’emulazione dall’invidia. Sebbene in verità sieno rate da un abisso, camminano sì da vicino che è da far ben attenzione che •vani non le scambino Tuna coll’altra. “L’emulazione, dice Aristotele, è er punti dal vedere negli eguali beni degni di onore, cui noi pure potrem- lossedere, ma che in realtà non possediamo e perciò si cerca di venirli a edere e per ciò che è lodevole virtù degna di uomini dabbene. L’invidia al rario è un male, è la passione dei malvagi. L’emulazione è virtù [p. 327] eccita l’uomo a rendersi tale da poter conseguire i beni che vede negli altri; mentre l’invidia tende a spogliarne colui che li possiede”.

Giova anche talvolta eccitare nei giovani il sentimento dell’onore per correggerli dei loro difetti e stimolarli a virtù.

È questo un mezzo quasi indispensabile per eccitare la virtù che comincia. Invero di tutti i beni esteriori aH’anima l’onore è il più eccellente, perché procaccia vantaggi veramente desiderevoli; perciò per le virtù incipienti può essere di vero stimolo.

Il buon educatore deve tenersi nel suo stato abituale di benevolenza col cuore inclinato ad essere e mostrarsi contento, a incoraggiare: è dunque contento quando può fare elogi. Tuttavia in questo egli ci deve mettere non solo giustizia, ma precisione e misura. La lode può produrre le vertigini nei giovanetti, pronti ad esagerarsi il valore delle qualità che han provocato la lode, e perdere di vista i difetti che perdurano e crescono. Per la qual cosa, lodando bisogna usare termini riservati e dare a capire che il bene lodato è ben lungi dall’essere tutto il bene che l’allievo può fare, che vuoisi soprattutto ricompensare la buona volontà dimostrata.

Si stia anche in guardia non lodare sempre lo stesso allievo: potrebbe insuperbirsi e potrebbe suscitare l’invidia negli altri. Tutti hanno bisogno di una buona parola d’incoraggiamento; tutti possono meritarla, perché tutti hanno [p. 328] i loro buoni momenti, nei quali s’innalzano di qualche gradino sopra se medesimi nella pratica del bene. L’educatore può far sorgere quegli istinti i quali gli daranno la gioia di lodare fin l’ultimo degli allievi.

Non sarà un offendere la giustizia se talvolta nei voti settimanali o mensili si favoriranno un poco più i deboli, purché la leggiera parzialità non sia del tutto immeritata, restino salve le apparenze ed i motivi che inducono a far ciò siano affatto disinteressati.

Pietà e moralità

Virtù che corona e sanziona le altre è la pietà. Di questa poco si curano educatori; pure a detta dello Spirito Santo “La pietà è utile a tutto: essa romesse anche per questo mondo”. Siccome il cibo alimenta il corpo e lo erva, così le pratiche di pietà nutriscono l’anima e la rendono forte nei pericoli di cadere.

La pietà aiuta anche l’ingegno, perché mantenendo innocente e libero da ure il pensiero esso può più agevolmente capire la verità. L’allievo può studiare anche con maggior costanza perché pensa di piacere a Dio; questo nobile tente stimolo sostiene e raddoppia le sue forze. Tutto il verbo dell’anima la pietà lo contiene e dirige puro e vivo sull’oggetto dello studio che è il dovere giovane.

L’eminente scrittore cattolico Augusto Nicolas, i cui libri hanno fatto di in grande benefattore della studiosa gioventù, ha dato a questa verità di rienza il rigore di una [p. 329] forinola scientifica dicendo che “nel giovane la moralità si trasfonna in intelligenza”. Ed è proprio vero che a parità di ttere e di talento egli la spunterà sempre su colui che trascura di pregare. Tutto lo sforzo di un buon educatore pertanto deve essere rivolto a far re la pietà affinché il giovane ne faccia le pratiche volentieri e con slancio ialmente che dicano bene le preghiere del mattino e della sera, assistano ; quotidianamente alla santa messa e si accostino con frequenza ai santi sacramenti.

Gioverà a quest’uopo che tutti i superiori d’accordo siano i primi a darne apio, la inculchino nelle occasioni favorevoli senza comandarle con maniereaspre: facciano vedere i beni che dalla divozione derivano e l’infelicità :na ed eterna di chi ne disprezza le pratiche. Giova ancora grandemente al tenimento della pietà la solennità delle funzioni ecclesiastiche; addobbi, nonie, musica, l’invito a personaggi insigni ecc. non che l’esercizio della ìa morte e gli esercizi spirituali verso la Pasqua.

Giova poi in modo speciale il sostenere quelle pie associazioni, confra- ite, compagnie stabilite da don Bosco. Siano esse sempre incoraggiate, ritate, promosse, prestando all’uopo l’opera nostra per farle fiorire. Si eviti . biasimo per parte nostra a loro riguardo. Sosteniamo specialmente la pia dazione dei devoti di Maria Ausiliatrice e nell’interno delle nostre case si propaghi molto la Compagnia di San Luigi Gonzaga, del Santissimo Sacrato, del Piccolo Clero, di San Giuseppe e simili, [p. 330]

La moralità è il fondamento e la conservazione degli istituti religiosi, mas- ; di quelli come il nostro, che hanno per fine le opere di carità verso del prossimo e l’educazione della gioventù. La moralità poi è talmente da coltivarsi nei giovani da non permettere che il loro candore abbia da essere offuscato neppure menomamente. Ascoltiamo gli ammaestramenti di don Bosco: “Sono proibiti i baci, il passeggiare a braccetto, e simili cose scolaresche”.

“Stia altamente fisso nell’animo degli educatori il gran detto del Salvatore: Hoc genus daemoniorum non eicitur nisi in oratione et in ieiunio . Perciò si raccomandi instantemente a tutti lo spirito d’orazione e la temperanza nel mangiare e nel bere; sono poi proibite le refezioni fuori della mensa comune”.

“Non è permesso di entrare nei dormitori, nelle celle o camere altrui, e nessuno si faccia servire dai giovani. Nessun maestro od assistente permetta che gli allievi entrino in sua camera o cella, né lui presente, né lui assente. È a tutti indistintamente proibito di fermarsi a parlare con chicchessia, quando si è già a letto, ad eccezione del caso d’infermità”.

“Si preferiscano i trastulli in cui ha parte la destrezza della persona, ma si impediscano quelli in cui soglionsi usare tratti di mano, baci, carezze od altro che possa interpretarsi contro le leggi di buona creanza; sia comune l’impegno che gli allievi si mettano le mani addosso”.

“I maestri e gli assistenti non permettano mai che in [p. 331] tempo di scuola o di studio escano più insieme per le corporali necessità”.

“Finita la scuola, i maestri non si fermino mai da soli con alcuno degli scolari nella scuola medesima; ma occorrendo di dare qualche avviso o fare una correzione, il facciano chiamando l’alunno in disparte al tavolino in presenza di tutta la scolaresca, oppure nella camera di parlatorio”.

“Si procuri per quanto è possibile che i letti in dormitorio non siano troppo ristretti, né gli allievi troppo vicini gli uni agli altri nelle scuole e nello studio”.

Ecco alcune altre parole di alta sapienza del nostro buon padre don Bosco perché si mantenga la moralità nel personale e tra i giovani.

“La virtù sommamente necessaria, virtù grande, virtù angelica cui fanno corona tutte le altre, è la virtù della castità. Chi possiede questa virtù può applicarsi le parole dello Spirito Santo che sono: Mi vennero insieme con lei tutti i beni”. Venerunt antem mihi omnia bona pariter cum illa". Il Salvatore ci assicura che coloro, i quali posseggono questo inestimabile tesoro, anche nella vita mortale diventano come gli angeli di Dio: Erunt sicut angeli in Coelo.

Ma questo candido giglio, questa rosa preziosa, questa perla inestimabile è assai insidiata dal nemico delle nostre anime; perché egli sa che, se riesce a rapircela, possiamo dire che l’affare della nostra santificazione è rovinato. La luce si cambia [p. 332] in caligine, la fiamma in nero carbone, l’angelo del cielo è mutato in satanasso, quindi perduta ogni virtù. Qui, o miei cari, io credo fare cosa utilississima alle anime vostre, notandovi alcune cose che, messe in pratica, inno grande vantaggio, anzi panni potervi assicurare, che vi conserve- està e tutte le altre virtù.

Evitate la famigliarità con persone di altro sesso, né mai contraete amicizie particoolari coi giovanetti dalla divina provvidenza alle nostre cure affidate. Carità buoe maniere con tutti, ma non mai attaccamento sensibile con alcu- lare nessuno, o amare tutti egualmente, dice san Gerolamo a questo riguardo.

Dopo  le orazioni della sera andate subito a riposo e non fate più conversa- ì alcuni fino al mattino dopo la santa messa.

Tenete  a freno i sensi del corpo. Lo Spirito Santo dice chiaro che il corpo :ssore dell’anima: Corpus enim quod corrumpitur aggravat animam( Sap.IX,15). Perciò san Paolo si sforzava di domarlo con severi castighi, sebbene affranto dalle fatiche e scriveva: Castigo corpus meum et in servitutem redigo (Cor. IX, 27).

Una speciale temperanza si raccomanda nel mangiare e nel bere. Vino e castità non possono stare insieme.

Trionfatore  di ogni vizio e fedele custode della castità è l’osservanza esatta delle  nostre sante regole. Quando il nemico dell’anima vuol sedurre uno l dal fargli trasgredire le cose più piccole, poi quelle di maggior importanza dopo di che lo conduce assai [p. 333] facilmente alla violazione della legge del Signore, avverandosi quanto dice lo Spirito Santo: Qui spernit modica  paulatim decidet (Eccl. XIX, 1)”.

  Dei voti di condotta

Le note settimanali, mensili, semestrali e finali sono di un’utilità massima adispensabile per il buon andamento di un collegio. Le settimanali valgono per l’interno; si danno da ogni assistente e maestro separatamente, ciascuno può rimediarvi; ma le bimestrali, semestrali e finali si danno dal corpo accademico unito, si leggono in pubblico e si mandano alla famiglia ed anche presso i più noncuranti hanno sempre un’importanza massima, perché i condiscepolo ne sono testimoni, la famiglia ne avrà cognizione e faranno condividere ai parenti e agli amici la consolazione od il dolore che essi arrecano.

 Non è mai abbastanza importante la cura che si porrà nella compilazione di note. Bisogna esattamente occuparsene in momenti determinati, coscienziosamente dedicarvi il tempo necessario, per assicurarsi la calma della riflessione ed il controllo di tutti quei superiori che vi devono concorrere. Non è tempo perduto quello di queste radunanze, ma è dei meglio impiegati a pro dei giovani.

Queste radunanze dei superiori sono il mezzo di ben determinare lo stato degli allievi in tutti i punti di vista dei nostri doveri verso di loro. Sarebbe molto presuntuoso chi credesse di capire tutto da sé e di non avere bisogno del lume dei colleghi per conoscere esattamente un giovane e per procedere con giustizia assoluta, [p. 334]

L’applicazione dei principi educativi non può essere salutare se non parte da un consenso unanime dei superiori e se non si conoscono bene i soggetti. Ora le radunanze per dare i voti di condotta ottengono questi due fini, gli educatori si scambiano le idee, si mettono d’accordo nei metodi e negli apprezzamenti reciproci e per mezzo delle comunicazioni di tutti si vengono a conoscere perfettamente il carattere, le propensioni ed i bisogni del giovane.

Ancora: in queste assise di equità e di saggezza quante prevenzioni svaniscono, quanti giudizi precipitati si rettificano, quante esagerazioni si temperano!

Un altro vantaggio che si trae dai voti di condotta mandati ai parenti si è di ottenere più efficace la loro cooperazione per correggere quei giovani che si diportano male. Quando il fanciullo è indocile; quando il suo diportarvi inquieta, quando i rimproveri diventano impotenti, non è egli buona cosa che siano prevenuti i genitori tanto interessati quanto noi affinché le tristi condizioni del figlio migliorino? Essi verranno così a mescolare le loro preghiere ai nostri rimproveri, le loro minaccie alla nostra severità, le loro lagrime ai nostri affanni segreti, e tante volte la tenerezza verso i parenti spezza un cuore che par più duro di un macigno.

Che se ogni mezzo fallisce almeno i genitori avran capito che noi abbiamo fatto ogni possibile verso il loro figlio, e saran prevenuti dalle misure di rigore a cui si dovesse metter mano [p. 335] e non potranno pigliarsela coi superiori, che prima di restituir loro il figliuolo sul quale ornai non possono più nulla, hanno esaurito tutti i mezzi del loro amore.

Della sorveglianza

La disciplina non può mantenersi bene senza grande sorveglianza. “Durante il sonno, dice il Signore, è venuto l’uomo nemico ed ha seminato la zizzania in mezzo al buon grano”. Quando in un collegio non vi è sufficiente sorveglianza tutto verrà guastato e condotto a male.

A tutti i costi si deve fare in modo che il collegio sia un vero asilo sicuro per l’innocenza e una scuola di virtù. Ecco perché ciascuno degli incaricati deve vegliare con gelosa premura affinché persino il sospetto di depravazione nei costumi, di corruzione nelle amicizie, doppiezza e di ribellione negli spiriti sia tenuto lontano. A quest’uopo è necessaria una sorveglianza non interrotta di tutti, ciascuno per la sua parte.

Il male quaggiù non è mai vinto completamente, né le sue cause sbarbificate affatto. Esso ha i suoi accessi ostili, talvolta inopinati e fulminanti, che in un istante rovinano i vantaggi alla lunga ottenuti, o sordi e lenti, che preparano catastrofi tanto più gravi quanto meno aspettate. Solo la vigilanza, l’instancabile, la continua, l’oculata, la prudente vigilanza può produrre questo bene e riparare questo male.

L’assistente dovrebbe poter dire al superiore in riguardo agli alunni che gli sono affidati ciò che il primogenito di Giacobbe promise al padre perché lasciasse partire Beniamino: [p. 336] “Io mi incarico di lui, se non te lo custodisco, se non te lo conduco tal quale me lo dai, mi dichiarerò mai sempre indegno del tuo perdono”.

La sorveglianza deve essere continua in modo che non vi sia un momento né un luogo dove il giovane si sappia solo. Questa assistenza però non deve essere come una cappa di ferro che graviti sul giovane, ma come quella dell’angelo custode che rende l’assistenza piacevole.

Specialmente nei giorni festivi, di passeggio e nei giorni di orario affatto ordinario vi ha bisogno di una vigilanza più accurata e più continua, poiché ìe i giovani buoni, poste le circostanze eccezionali, alle volte si lasciano ire a gravi mancamenti. Le feste sono fatte pel riposo del personale, ma talmente pel sollievo dei giovani: il personale deve vigilare e faticare di Prevedere e provvedere deve essere il motto d’ordine. I superiori devono mare il personale e combinare bene tutto antecedentemente per queste circostanze.

 

Condizioni di una buona sorveglianza

La buona sorveglianza deve essere previdente, assidua, discreta, leale.

1° Previdente. Bisogna, come si disse, prevenirlo il male anziché doverlo poi combattere e punire. L’ordine materiale ben mantenuto, i posti di ciascuno prima ben regolati, ogni educatore al suo posto all’ora appuntata, rendono la sorveglianza fruttuosa. L’istitutore che agisce nel suddetto [p. 337] modo sarà ampiamente ripagato delle precauzioni da lui prese, per la facilità colla quale i suoi allievi si porranno all’ordine, quando vedranno l’ordine regnare attorno a loro. Non lasci adunque imprevisto se non ciò che non è possibile far entrare nei calcoli ordinari della prudenza e allora tutto procederà bene.

2° Assidua. Il buon educatore deve essere come l’angelo custode dei suoi allievi: non v’è istante in cui egli non abbia l’obbligo di vegliare sulla loro condotta. Se la sua assenza o disattenzione, il che è lo stesso dà luogo all’uo- mo nemico che ronza sempre intorno, d’involare la loro innocenza, che cosa risponderà egli al Signore quando gli domanderà conto delle loro anime e gli rinfaccerà d’essere stato meno vigilante per custodirle che il demonio per rovinarle?

Questa responsabilità è spaventosa. Un momento può bastare per distruggere la virtù nascente. Una conversazione, una parola, un’uscita di dormitorio o di scuola spiata da un tristo, può essere la causa ed il principio d’innumerevoli traviamenti!

Nessuno tuttavia deve per questo scoraggiarsi. Il Signore non domanda da noi l’impossibile. Quando un assistente ha fatto davvero quel che stava in lui ha da star tranquillo. Solo deve aver rimorso se per propria negligenza taluno si perde.

3° Discreta. L’assidua assistenza non deve essere importuna, né senza dizione. Deve esercitarsi senza confusione, senza inquietudine almeno apparente[p. 338]

Occorre altresì molta circospezione ed avvedutezza, per tema di scandalizzare i semplici: è mai soverchia la riserva con i giovanetti. È anche necessaria altra ammonizione ai giovani educatori. In generale è bene guardarsi dal credere troppo presto alla malizia degli allievi e sospettare che siano di spirito cattivo . Don Bosco condivideva quel giudizio del Tommaseo dove l’illustre uomo dice: “Chi osserva i suoi simili senza amarli, trova in loro mille difetti, la maggior parte dei quali non esiste che nello spirito dell’osservatore; e che ciò rende oltremodo severo e crudele il giudizio dei superiori, poiché si pretende di riconoscere già sviluppati e maturi nei giovanetti quei vizi, mentre non ne hanno forse ancora che il germe; ovvero si attribuiscono alla perversità di loro natura, quei difetti che essi contrassero per ispirito d’imitazione, o per debolezza di senno o di volontà. Per cui uno si lascia andare a quei sospetti, i quali, privi di fondamento, non sono che giudizi temerari”. Stanchi e persino stizziti di una tal sorveglianza, oppressiva ed ingiusta, gli alunni prenderebbero in uggia il giogo della disciplina e sarebbero ben lungi dal divenire migliori.

 Si noti solo attentamente ciò non togliere che l’assistente deve sospettare ragionevolmente. Pur troppo che vi sono sempre dei giovani cattivi di cuore. Guai se l’assistente è troppo semplice e scusa sempre tutto! Nel giusto mezzo sta la saggia sorveglianza.

Quando si conosce un giovane cattivo si è obbligati a manifestarlo ai superiori perché si tolga di mezzo la pura mania che [p. 339] non faccia infracidire gli altri.

Ma notino i maestri ed assistenti nuovi che non è cosa facile dar nel segno, cioè conoscere proprio i veri cattivi da allontanare: i più cattivi molte volte stanno nascosti, e chi più si mette in vista alle volte non è cattivo, od almeno dà ancora molta speranza di rinsavimento. Devono essi pertanto esporre le cose al superiore, e ripetuta la mancanza di nuovo esporla; ma 1° non esagerino mai le mancanze; 2° non insistano perché un giovane venga licenziato, bensì lascino in tutto la cosa alla prudenza del superiore; 3° male fanno essi, se, non assecondati dal superiore, si offendono, s’imbronciano e lasciano andar le cose a male.

Si frigga l’ottimismo ed il pessimismo; la carità individuale vorrebbe che mai si giudichi male; ma il superiore è in dovere di farlo per salvare gli altri; e tra un gran numero di giovani è sempre probabile che qualche lupo si nasconda tra gli agnelli; perciò chi vede sempre tutto buono, la sgarrerà della lunga. Ma è altresì vero che la gran maggioranza dei giovanetti non è ancora maliziosa, e molte volte i giovani commettono le mancanze per sbadataggine: ed anche quando tutte le apparenze sono per giudicare che maliziosa sia l’azione, il giovane può averla fatta con poca o nessuna malizia. Il pessimismo, cioè il giudicare sempre sfavorevolmente dei giovani conduce a metodi sbagliati od a prendere mezzi esagerati i quali fanno più del male che del bene. [p. 340]

4° Leale. Sono anche biasimevoli nella sorveglianza tutti quei modi che sentono di poliziesco, di sospetto e di rigido, di voglia di sorprendere ecc. Non è egli nostro primo dovere di formare i giovani veritieri, franchi, retti e sinceri?. Cominciamo dall’essere franchi e sinceri noi. Con una sorveglianza troppo minuta, troppo evidente non si riesce che ad umiliare i giovani ed irritarli contro i superiori che si mostrano verso di loro così diffidenti. Ogni sorveglianza che non ha per inspiratrice la carità, per motivo l’amor sincero delle anime, per norma il rispetto, non è sorveglianza, ma modo poliziesco, che non riuscirà mai a far buono un giovane.

Ma in molte circostanze il superiore non ha da dire al giovane la ragione per cui vigila, o per cui dà un comando, o prende una disposizione, o per cui insiste tanto su qualche punto. E questo avviene principalmente quando il giovane potrebbe offendersi od acquistar malizia da questa manifestazione oppure potrebbe mettersi in sospetto contro i superiori. In simili casi dovendosi pur dare una ragione, se ne può dare una accessoria benché vera, specialmente quando può indicare che la civiltà o la urbanità così richiedono. Così per es. non è necessario dire il vero motivo per cui nella scuola si tengano sempre le mani sul banco e non sotto, perché si proibisce di tenere le mani in tasca, perché non si lascino mai uscire due per volta pei loro bisogni ecc.; ma si dice senz’altro il far diverso è contro la civiltà; oppure senz’altro: non si può, ed il giovane deve accostumarsi a rimettersi subito a queste asserzioni dell’educatore. [p. 341]

 

Alcune altre norme pratiche di sorveglianza

Difficile assai è l’arte del ben assistere. In un gran numero di giovani può sempre trovarsene qualcuno molto cattivo, che potrebbe arrecare male grandissimo anche agli altri se non ben sorvegliato. L’assistente per conoscerli e prevenire ogni male per una parte deve essere semplice come una colomba, per l’altra prudente come il serpente. Con la sua semplicità egli si farà amico dei giovani, avendo campo così a conoscerli bene, e colla prudenza saprà guardarsi dalla troppa confidenza con essi, e saprà tenersi in una via di mezzo in modo da essere amato e temuto.

Cerchi di conoscere il carattere dei suoi giovani perché così gli venga fatto di trattare ciascuno secondo il proprio carattere. Ricordi poi sempre le prescrizioni sopra notate nel regolamento, che secondo il suo uffizio deve praticare: legga con frequenza la parte del regolamento che lo riguarda e guardi di scrupolosamente osservarlo.

L’assistenza in chiesa deve essere delicata. La chiesa è il luogo più importante e dove si richiede che i giovani stiano proprio bene. L’assistente sia sempre il primo ad entrarvi. Per eccitare i giovani a divozione procuri anzitutto di darne l’esempio esso. Nel dire le preghiere proferisca a voce alquanto alta tutte le parole ed occorrendo di cantare l’uffizio od il vespro non si esima per nessun motivo di cantare esso pure. Avverta di non tenere le mani alla faccia otturando gli occhi, [p. 342] fosse pure per procacciarsi maggior raccoglimento, perché allora non potrebbe osservare i giovani. Anche al tempo delle prediche piuttosto che al predicatore tengano gli occhi rivolti verso i giovani; ma badi, dovendo avvisare, di farlo senza recare alcun disturbo.

Durante lo studio primo dovere dell’assistente è di ottenere il silenzio el’ordine, senza cui non si può attendere al lavoro ed alla virtù; ma questo non basta, deve in secondo luogo vigilare che il vicino o con parole, o con scritti o con fatti non dia cattivo esempio al vicino: deve assicurarsi, per quanto è possibile, che ognuno si occupi seriamente dei propri doveri, che non si perda in letture frivole, o, a più forte ragione, colpevoli e specialmente deve ottenere che nessuno stia in ozio. Invigili ancora che non si trasmettano biglietti o lettere tra compagni. L’assistente pertanto che si limita ad ottenere il solo silenzio, non ha adempito che una parte del proprio dovere. Se avrà coscienza della grandezza del suo ministero, farà con zelo assiduo, però discreto, tutto quanto il resto reclama.

Ma dovrà tener sempre gli occhi in osservazione? No: fuori di tempi eccezionali egli potrà durante lo studio dei giovani, occuparsi di cose, che non assorbano affatto la sua mente, e che possano di leggieri interrompersi, percorrendo di quando in quando con un’occhiata il suo mobile esercito.

Nei luoghi di ricreazione non è bene tenere continua conversazione con chicchessia, o stare segregato o sempre in [p. 343] un gruppo solo di allievi, o tanto meno allontanarsi dal luogo della ricreazione. Non s’intrattenga cogli altri assistenti, né si lasci trattenere o preoccupare da alcuno perché egli si deve tutto a tutti. Dubitando di tutto ma guardandosi bene dal dimostrarlo, ei sta sempre coll’occhio aperto, col viso calmo e sorridente; nulla gli sfugge perché è dappertutto ad un tempo: vede ciò che fanno i suoi giovani, indovina ciò che dicono, impedisce che si trascinino, che litighino: previene gli accidenti e le querele.

Qualora osservasse crocchi e capannelli, senza tema s’introduca subito in essi e vi si intrattenga ancorché scorgesse che i giovani non ne fossero contenti: procuri in bel modo di scioglierli o di introdurre qualche ragionare buono ed interessante.

La grand’arte nella ricreazione sta nel promuovere, eccitare, tener vivi i giuochi, poiché i giuochi animati e convenienti, che dan moto al corpo, sono una delle condizioni più favorevoli al buono spirito. Essi prevengono le conversazioni pericolose, i complotti, l’ozio, i piccoli sotterfugi e il cupo nemico delle virtù, dello studio e deH’allegria, la noia: non turbano le coscienze, e assicurano allo studio, che sta per seguire, calma e profitto.

Potrebbe, intendendosi cogli altri assistenti, recarsi qualche momento in chiesa con alcuni suoi giovani che lo desiderino; ma in ciò faccia in modo che il cortile non lasci di essere sorvegliato, [p. 344]

Il passeggio è altro soggetto di merito per il buon assistente. Prima attenzione si è di non andare a caso, ma di determinare prima il luogo dove si fare il passeggio. È bene che prevedano certe circostanze che possono renderlo pericoloso, passando più da una parte che dall’altra se occorre. Fuori di città deve vegliare che gli allievi non restino indietro, non facciano crocchi, non  vadano troppo avanti, non si celino dietro le siepi, non s’inoltrino in luoghi remoti, non tocchino le altrui proprietà, non guastino l’erba, non taglino pianticelle.

Se dovrassi passare per la città, veglieranno al buon ordine, al buon portamento, alla moderazione nel camminare, al tono della voce, al saluto da farsi a persone rispettabili, alle chiese, a compagnie di altri istituti ecc.

Stia saldo nel far osservare le prescrizioni del regolamento; specialmente che non si facciano fermate, che nessuno si allontani dai compagni, né permetta merenduole o che si comperi checchessia.

L’assistenza  più delicata è quella del dormitorio. È necessario che l’assistente si sacrifichi per i giovani; non vi manchi mai, non esca alla sera specie d’estate per prendere aria; non stia chiuso in cella nel tempo in cui i giovani a letto o si levano: vada a riposo quando i giovani sono già a letto e dormono, e si levi alquanto prima di essi. Non entri mai per nessun motivo nelle strette dei letti dei giovani; se necessità richiede dire qualche cosa od udire alcuno, lo faccia [p. 345] stando ai piedi del letto.

L’osservare che l’assistente medesimo farà di tutte le regole date da don Bosco nel Regolamento delle case, oltre al buon esempio che darà, oltre all’ottenere buoni frutti, formerà pure una salvaguardia alla sua moralità e decoro; poiché se alle volte l’assistente deve provare gravi dispiaceri, in fondo si è perché non si attenne alle su accennate regole.

Si usi anche grande sorveglianza nel teatrino; giacché se vien fatto secondo le regole della morale cristiana può tornare di grande vantaggio alla gioventù mentre dimenticando tali regole può riuscire di grave danno. I posti siano ben assegnati; egli sia in luogo atto a vedere tutti i giovani; specie negli intermezzi fra un atto e l’altro tenga gli occhi ben aperti facendo evitare i modi sgarbati, le carezze, le sdolcinature dei giovani tra loro, ed ogni cosa che possa anche alla lontana dare sospetto di mollezza e di leziosaggine.

Il professore. Quando il professore sale la sua cattedra, munito della scienza competente, dopo essersi convenientemente preparato, egli è padrone della materia che ha da trattare e si è fatta un’idea sufficiente dei suoi scolari. Cotesto stato contribuisce molto alla signoria di se medesimo colla pazienza. È meno sospettoso, irascibile, è più confidente e calmo perché si sente più forte e domina più facilmente i suoi scolari con uno sguardo.

La sicurezza di saper bene dà più agevolezza nel trattare, tiene desta l’attenzione degli scolari colla chiarezza dello [p. 346] esporre, colle immagini e le allusioni, che la mente sicura e contenta di sé trova in abbondanza, colle interrogazioni rapide dall’uno all’altro, tenendoli sempre in azione. In tal modo non solo il loro profitto è certo, ma il pensiero medesimo del mal fare non penetra nella loro mente.

La repressione ed i castighi

A compimento ed a spiegazione di quanto don Bosco saggiamente dice sui castighi là dove parla del Sistema preventivo giova aggiungere quanto segue.

Reprimere è impedire colla minaccia e coi castighi di far male. Qui si tocca un punto in cui la passione è da temere. L’amor proprio urtato dalla cocciutaggine dell’allievo, l’impazienza irritata dalla inutilità, almeno apparente, dello zelo, l’affetto ferito dalla sua ingratitudine è prossimo a volgersi in avversione, e tutto ciò cospira a fare esagerare la misura della repressione.

È sempre da tenere avanti agli occhi che i castighi devono avere per oggetto di emendare il colpevole e migliorarlo. La pena deve essere medicinale e quindi destinata a guarire. È in questo senso che diciamo più volentieri castigo che punizione, poiché l’idea di emenda è implicita nella parola castigo, che secondo i vocabolari è una pena che ha per fine la correzione ed il miglioramento di colui al quale s’infligge; mentre invece nella punizione non vi è che l’idea dell’espiazione del fallo commesso, [p. 347]

Le disposizioni che deve avere un educatore quando è costretto a castigare, sono le seguenti: 1° Di non appigliarsi al castigo se non dopo aver esaurito gli altri mezzi. 2° Di saper scegliere il momento opportuno. 3° Di escludere tutto ciò che facesse sospettare la passione. 4° Di agire in modo da lasciar al fanciullo la speranza di essere perdonato".

1°. Il buon educatore non si limita a compiere il proprio dovere; ma non è contento se non quando il proprio dovere ha portato i suoi frutti. Dapprima egli moltiplica le attenzioni del suo amore. Sa che, secondo la sublime parola di sant’Agostino, il solo amore può creare la bontà. Ecco ciò che nell’educatore deve inspirare ogni dolcezza, ogni pazienza, come pure ogni fennezza.

Don Bosco ci avvisa che il fanciullo tiene per castigo ciò che si fa servire come castigo: uno sguardo, un voto di condotta, un rimprovero; usiamo adunque sempre di questi mezzi prima di venire a castighi propriamente detti.

Allorché un giovane conosce d’essere amato, si abbandona interamente alla direzione del suo educatore. Spesso è sufficiente una parola di bontà, un piccolo segno di simpatia, una piccola dimostrazione d’affetto per commuovere l’anima sua e renderla atta ai più rapidi progressi sulla strada della virtù.

“Un fanciullo che educai io per qualche anno, scrive Silvio Pellico, avvilito da infermità, da timidezza, con una fisionomia allora senza espressione, era tenuto per poco meno [p. 348] che scimunito. Provai a trattarlo con istima e speranza, a rinobilitarlo in faccia a se stesso e vi riuscii. Forse è più frequente che non si crede il caso in cui l’ingegno ed il cuore rimangono sopiti per tutta la vita, perché nell’infanzia niuno vi ha acceso quella scintilla del coraggio, che poteva destarlo”.

Quanti cuori buoni e sensibili intiSichiscono, perché trattati con durezza e con diffidenza! Il germe della bontà vien soffocato in loro, ed in loro vece si fortificano il sentimento dell’egoismo e del disprezzo.

I giovani educatori stentano a persuadersi di una tal verità. Quando nei loro alunni incontrano resistenza si irritano, minacciano, castigano. Invero è più facile irritarsi che pazientare; è cosa più spiccia minacciare un fanciullo, che persuaderlo; è più comodo alla superbia ed alla impazienza umana picchiare su quei che resistono, che sopportarli, correggendo con fermezza e benignità119. Ma lo scopo in questo modo non è raggiunto, poiché il giovane castigato ed umiliato in questo modo non si è fatto migliore. Il fanciullo anche curvandosi sul nostro castigo può interamente rivoltarsi contro, disprezzarci, odiarci. È precisamente perché niuna cosa può forzare la trincea impenetrabile della libertà di un cuore, che è d’uopo far di tutto per guadagnare quel cuore, la sua stima, il suo affetto. Una fermezza dolce e saggia, costante ed amabile può sola venirne a capo. Ecco la disciplina morale120, [p. 349]

Né bisogna dimenticare che l’educatore medesimo, colla sua negligenza, può talvolta essere la causa della necessità del castigare.

Facciamo qualche riflessione sopra noi medesimi osservando se per avventura non sarebbe per colpa nostra che gli allievi lasciassero alcunché a desiderare e si trovassero ridotti alla critica posizione di essere puniti. “Confesserò francamente di me medesimo, scrive l’abate Lambruschini, che ogni qual volta io ho incontrato nei giovani una aperta resistenza o una sottomissione ritrosa ed iraconda, io, esaminandomi bene, ho dovuto riconoscere d’aver viziato l’esercizio con qualche eccesso di modi o inopportunità di parole; d’aver, in una parola, ceduto ad una moral debolezza nell’atto in cui io intendeva adempiere un dovere”.

Ancora: prima di venire ai castighi, specialmente gravi, si deve esaminare il gran mezzo degli avvertimenti pubblici e privati. Se alle prime cadute il fanciullo viene avvisato, se ne astiene in seguito: lo si chiami in privato e con tono paterno gli si dimostri quanto vi è di biasimevole nella sua condotta, evitando con cura di esagerare il fallo, cercando anzi di scusarlo sulla leggerezza e sme- moratezza e lasciandolo persuaso che su di lui si spera molto per l’avvenire. È raro che un giovane non tragga profitto da una sì patema correzione.

Ma ricadrà in breve: cerchi l’istitutore di non dar segno di accorgersi delle prime ricadute quando vengono da pura leggerezza. A ripetute ricadute darà un nuovo avviso più fermo, in cui gli ricorderà quei falli che egli ha creduto inavvertiti, [p. 350] e che ora gli saran presentati come prova di grande pazienza; ma anche qui senza troppo aspri rimproveri, anzi facendogli intravedere delle ricompense a capo di qualche giorno di buona volontà.

Esauriti gli avvisi privati e persistendo il giovane nei suoi soliti mancamenti, si può far avvisare da un altro superiore, poi venire ad un avviso pubblico; quindi dar un voto di condotta scadente; ma anche qui bisogna stare attenti a non avvilirli con premere troppo la mano su di essi. Quando si sa far valere questi voti avverrà come ai primi tempi dell’Oratorio, in cui quando un giovane prendeva un fere optirne, ossia un nove di condotta ne era per tutta la settimana quasi inconsolabile.

Ma si esauriscano tutti, assolutamente tutti questi mezzi prima di venire ad un castigo propriamente detto.

Nei castighi poi oltre al fuggire quelli umilianti è da stare attentissimi a fuggire quelli che possono nuocere alla sanità, come di mettere alla colonna quando fa gran freddo, oppure quando il sole battesse loro sul capo ecc.

2° Per cogliere il momento in cui la repressione possa riuscire più salutare, occorre certa oculatezza; ma anche questo è di massima importanza. Ogni cosa a suo tempo, dice il Savio. Il medico saggio aspetta che l’infermo sia in istato di sopportarlo prima di dargli un rimedio o fargli un’operazione.

Dunque prima di tutto non castighiamo mai quando sentiamo noi stessi o vediamo che il giovane è dominato dall’emozione, [p. 351] Sovente è forza tollerare alcune cose che avrebbero bisogno di essere corrette e aspettare il momento in cui la mente del fanciullo sarà disposta a trar profitto dalla correzione. È famoso il detto di Socrate al suo schiavo di cui non era contento: “Se non fossi in collera ti batterei”123. Diciamo così nel nostro interno a noi medesimi.

3° La terza disposizione, cioè che escludasi ogni passione, è il fine delle due precedenti. È per giungere a non mai castigare, se non colla calma della giustizia, che un educatore, vero padre, esamina prima tutti gli altri mezzi e cerca delicatamente il momento migliore in cui la repressione produrrà l’effetto più desiderato.

Pertanto son necessarie la considerazione e la calma nel tono della voce e del volto. Mai una specie di Giove tonante col torvo cipiglio, col braccio elevato, colla folgore in mano: mai critiche sorde e lagni senza fine sulla petulanza dei fanciulli e sul loro cattivo cuore; ma più ancora, mai quel modo inconseguente che agisce a sbalzi ed a capriccio, che oggi tollera tutto, domani castiga tutto; ovvero che tutto perdona agli uni e nulla perdona agli altri. Questi modi rendono nullo l’effetto del castigo e fan perdere la stima all’educatore.

“Riguardiamo come nostri figli, dice sant’Agostino, tutti quelli sui quali abbiamo qualche potere: mettiamoci al loro servizio; vergogniamoci di ciò che arieggiasse in noi il dominatore, e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere.” [p. 352]

Il buon educatore in cambio dell’umiliazione del reo, non vuole che la sua emenda; egli esclude con cura ogni soddisfazione personale, ogni ombra di vendetta.

Gioverà anche molto in vari casi quando si deve sgridare un po’ fortemente o castigare un giovane servirsi di qualche persona ragionevole, od anche di qualche compagno assennato, affinché dopo lo consoli e cerchi di togliergli quel po’ di esasperazione o scoraggiamento che può incoglierlo, ed anche che lo induca a domandar perdono e lo disponga a tornare dal superiore, persona a cui il fanciullo possa aprire più liberamente il suo cuore, che gli faccia capire che voi non volete da lui che soggezione, rispetto e ravvedimento e che con questo siete pronto a tenerlo nel medesimo conto di prima.

4° Non si tolga mai al fanciullo la speranza di essere perdonato. Si lasci, se non sempre, almeno spesso, cancellare all’alunno le cattive note ottenute e riscattare i castighi coll’ottenimento di voti migliori. Non si diano mai castighi superiori alle forze degli alunni. Questi se vedono che con bontà si attendono da lui segni di pentimento, per avere un motivo di fargli grazia, è raro che sia tanto malvagio da ostinarsi a rifiutarli.

Pare che il castigo produca il suo affetto? Lo si tolga anche prima che sia finito di sopportare. Il castigo è un rimedio: ora ciascuno ha fretta di lasciare i rimedi da banda, [p. 353] quando hanno ottenuto il doppio risultato di allontanare il male, di scongiurare il ritorno. Dandosi in questo modo il merito di perdonare, si ottiene anche l’effetto prezioso di cicatrizzare la piaga fatta dal castigo al cuore del fanciullo: egli vede di non avere perduto la benevolenza dei suoi superiori. È d’uopo altresì prevenire nei fanciulli lo scoraggiamento che proviene dai castighi. Il giovanetto deve restare convinto che il suo superiore ha egli pure una buona speranza della sua emenda, e così sentirsi messo dalla sua mano patema su quella via. Si otterrà di più con un incoraggiamento, che dia fiducia al suo cuore, che con lunga filatessa di rimproveri che comprimono il suo vigore. Quando si dicono ai giovani i loro difetti si suggerisca sempre qualche mezzo per superarli di modo che il fanciullo capisca che eseguendo quei mezzi certamente si emenderà.

Condizioni dei castighi

Affinché un castigo porti i buoni frutti che l’educatore deve da essi attendersi, la pena da infliggersi deve essere giusta, moderata e proporzionata al fallo ed in fine di tale natura da servire alla correzione.

Giusta. Ogni rimedio ha in sé alcunché di violento, in modo che sempre ha da essere giustificato dalla necessità di agire; ed è anche la necessità che ne determina l’intensità e la misura: conviene che in qualche modo v’abbia equazione tra il male ed il rimedio.

Ora la giustizia interdice ogni pena per un fallo che [p. 354] non è certo e una pena grave per un fallo che è leggiero. I fanciulli sanno benissimo e meglio d’ognuno ciò che meritano; conoscono se è a torto od a ragione che si castigano, e spesso l’arbitrio di cui sentonsi vittime, loro inspira una collera silenziosa e concentrata, più da temersi che lo scoppio di un grido di dolore ed anche di ribellione.

La giustizia condanna le punizioni generali, fuori in rarissimi casi: infatti, è raro il caso in cui esse non colpiscano degli innocenti, non avendo probabilmente tutti partecipato al fallo127. Quando poi un educatore qualunque si accorge che nel castigare ha agito alla leggiera, o sotto un colpo d’impressione, che l’abbia ingannato, non abbia paura di togliere subito la pena al supposto colpevole ed anche, se è ben certo della sua innocenza, esternargli il dispiacere d’aver fallato. Una simile condotta, lungi dall’abbassare l’autorità, non fa che rialzarla nella stima generale; perocché accusa un sentimento del dovere spinto fino alla magnanimità.

Moderata e proporzionata al fallo. Queste due condizioni non sono che applicazioni del principio di giustizia. Bisogna avere molta pazienza, perché le funzioni di maestro e di assistente mettono questa virtù molto alla prova e si deve sempre temere di eccedere. Guai quando il fanciullo venisse ad operare solo per timore. Non si può credere quanta amarezza e rancore si accumuli talvolta contro educatori troppo dimentichi del loro titolo di padri, per compiacersi di questo regime senza cuore129! Cominciano dapprima a prendere in uggia [p. 355] l’educatore spietato, poi il collegio, poi la Congregazione, l’abito da prete e perfìn la Religione che possono credere inspiratrice di quelle sevizie.

Don Bosco ci dice che nelle assistenze giova usare poche parole: un segno, un’occhiata, un legger colpo battuto sul tavolo possono bastare. Specialmente uno sguardo severo alcune volte ha un effetto magico; giova servirsene.

È una pratica utile ricordarci dei nostri tempi giovanili e pensare alle impressioni che facevano in noi quelle maniere troppo severe. I castighi vanno anche moderati e ragionevoli nelle parole. Quel dare ai fanciulli della bestia, deli’asino, dello stupido ecc., indica poca educazione nel maestro stesso e spirito molto basso: bisogna assolutamente evitarle.

Non potrà mai dirsi moderato chi compromette l’autorità superiore dichiarando che otterrà dalla medesima la pretesa soddisfazione. Peggio il porre imperiosamente la questione tra sé e l’allievo, dicendo per esempio: o a lui od a me di partire! Parola orgogliosa e crudele! La quale mette il superiore nella triste alternativa o di rovinare un allievo, della cui riuscita non si è ancora perduta ogni speranza, o di abbandonare il maestro imprudente alla disistima.

La pena deve essere utile all’emenda. Dice sant’Agostino: “Non s’infligga mai una punizione che non sia di natura a rendere migliore”. Perciò si cerchi di infliggerla sempre in buone condizioni, in modo che produca il risultato medicinale del silenzio, dell’isolamento, del lavoro, [p. 356]

Utili industrie pei superiori

Quando si ha da correggere un giovane con profitto, non mostratevi stupito o irritato per le loro cattive tendenze. Alle volte, trattandosi di punizioni o di rimproveri gioverà farne giudici loro stessi, far sentire e toccar con mano la necessità in cui si è di operare così, e di domandare se credono sia possibile un’altra maniera. Molte volte i giovani condannano se stessi e convengono essi medesimi non potersi con loro operare altrimenti.

Altre volte per insinuarsi nell’anima di un giovane e persuaderlo; per es. qualche volta s’informerà dapprima di qualche soggetto, che si offrirà a caso, dei loro studi, dei loro autori prediletti, per arrivare in fine al soggetto propostosi. Raccomanda a proposito un buon libro che pare esservi trovato lì a caso; narra alle loro orecchie sempre chiuse una piccola storia da cui possono intendere la vergogna di mentire, d’ingannare, di far giuramenti, di dir bestemmie, di lasciarsi andare a parole oscene od empie ecc. ecc.

Altre volte si possono supporre buoni, lodandoli di qualche buona loro qualità. Questo modo di agire li rialza ai loro propri occhi, gli eccita a meritare la stima che loro si esterna; persuade a quei che in fondo sentirebbero di valer meno di quanto si pensa, che sono tristi eccezioni, e dà loro coraggio a divenire buoni. La benevolenza è la pietra filosofica che cambia il piombo in oro.

Per poco che un affetto vero e conforme allo spirito cristiano [p. 357] animi l’educatore, ei saprà trovare occasioni per rendere qualche servizio speciale all’allievo, che vuole correggere; lo aiuterà in qualche lavoro in cui si trovi impacciato, andrà a visitarlo malato, gli domanderà con interesse conto di qualche persona a lui cara ecc. Non è a dire quale benefica influenza esercitino tali modi sul cuore dei giovanetti.

Il buon educatore in cambio dell’umiliazione del reo non vuole che la sua emenda. Fate vedere al fanciullo quanto avete fatto prima di venire al castigo. Parlate alla sua presenza con altre persone della disgrazia di coloro che mancano di ragione e di onore fino al punto di farsi castigare.

Avendo dovuto castigare un giovane, servitevi di qualche altro superiore od anche di un compagno ben sodo che lo consoli, lo disponga a tornare da voi, gli tolga l’impressione troppo viva del castigo ricevuto, gli sciolga le obiezioni che gli vengono o sull’ingiustizia o sul modo d’aver ricevuto il castigo.

Si pendano silenziosamente delle note, il che per l’occhio dell’alunno ha sovente più effetto delle minaccie. Questo sovente basta alla leggerezza di quell’età. [p. 358]

SEZIONE QUINTA
DELLE DOTI DI UN BUON EDUCATORE

Dignità dell’educatore

L’uffìzio di educatore della gioventù esige una vocazione ben decisa e tutta speciale. Pertanto prima che uno si arroghi di fare l’educatore ad altri conviene che si esamini se ha le doti necessarie all’uopo. Per noi è necessario che, dopo di essere stati ben conosciuti dai superiori, siamo da essi a tale ufficio destinati. Per comprendere quali siano le doti speciali e straordinarie che deve avere un educatore giova conoscere in antecedenza la sublimità del suo uffizio.

Tra gli uffizi sociali non ve ne ha uno maggiore e più importante per la felicità dell’uomo ed in conseguenza più degno del rispetto e dell’universale riconoscenza, che quello dell’istitutore della gioventù, poiché a lui sono affidate le speranze della famiglia, della società civile, non che della religione. Un uomo che abbia pel fanciullo la premura di un padre, [p. 359] le sollecitudini di una madre, la scienza del maestro, cosa che spesso manca ai genitori per educare i figliuoli, quest’uomo è grande, quest’uomo esercita un ufficio nobile, anzi nobilissimo, quest’uomo deve occupare un posto distinto tra i suoi concittadini.

Il ministero educativo è ad un tempo una paternità, una magistratura, un sacerdozio™, ossia un apostolato. È una seconda paternità perché a lui i genitori consegnano il figlio cui essi non sanno o non possono educare e lo costituiscono in loro vece secondo padre, affinché faccia verso del figlio tutte le loro parti; ed egli non compie il suo mandato se non assume viscere di padre, e se non opera da vero padre.

È una magistratura, ed una magistratura del più alto grado. Magistrato è chi amministra la giustizia e difende la legge. Ma in tutti i tempi ed in tutte le società incivilite si è sempre sentito il bisogno non solo di amministrare la giustizia reprimendo il male e rattenendo le umane passioni col freno del castigo; ma quello altresì di prevenire il male, informando gli uomini a virtù mediante l’educazione. Non è egli questa una magistratura più sublime della prima?

Finalmente nella società cristiana, la Chiesa, questa divina istitutrice dell’uman genere, ha conosciuto che il primo uffìzio del grande ministero delle anime, di cui essa ha l’incarico, è l’educazione della gioventù, e però essa ne ha fatto di essa una sacra impresa, un apostolato, un sacerdozio, [p. 360]

Sia la paternità, che la magistratura ed il sacerdozio, ci gridano: amate il fanciullo e riuscirete nell’intento, se non lo amate, non riuscirete. Prima adunque di accingervi ad educare esaminatevi su ciò. Amate voi i fanciulli? Vi compiacete di trovarvi fra loro? Non vi sentite molestati dalla loro storditezza, importunati dalle loro questioni? Non vi lasciate scoraggiare dalla loro ignoranza, disgustare per la loro rozzezza? Vi sentite commossi da quell’innocenza ingenua, che traspare sulla loro fronte, inteneriti dai loro dispiaceri, pensosi dell’avvenire che li attende? Siete voi particolarmente inclinati a benevolenza verso i più poveri, abbandonati e disgraziati? Udite voi allora, nel fondo della vostra anima una voce che vi grida di venire in soccorso di questi meschinelli, e vi sentite fortunato di fare qualunque sacrifizio per occuparvi della loro felicità? Se potete rispondere affermativamente a queste domande, voi diverrete buoni educatori; se negativamente, ritiratevi, l’ufficio di educatore non è fatto per voi.

Beni che provengono all’educatore

Non è poi da scoraggiarsi troppo vedendo l’elevatezza dell’uffizio di educatore e impressionarsi troppo della difficoltà dell’educare.

La vera educazione, la quale tende a formare i fanciulli che la ricevono forma altresì coloro che la danno. Invero l’uffizio dell’educatore ha questo carattere distintivo, che non benefica meno chi lo esercita, di quanto benefichi coloro a cui benefizio viene esercitato. Il sarto non veste se stesso, il muratore [p. 361] non edifica la propria casa, l’avvocato non difende le sue ragioni, il medico non cura la propria salute direttamente, e tanto meno ciò possono fare nell’atto stesso che l’uno veste, l’altro edifica, questi difende, quegli cura il suo cliente; laddove l’educatore non può perfezionare gli altri se non perfeziona continuamente se stesso.

“Non è vero maestro, dice il Tommaseo, chi non sente in se stesso di poter essere tanto giovato dal discepolo, quanto egli al discepolo giova, esserne giovato a meglio determinare le proprie idee, a compire le imperfette, a confermare le mancanti di prova; essere giovato a meglio comunicarle, a parlare con più proprietà, con più facondia con più parsimonia; essere giovato (ciò che più importa) a domare l’impazienza, a mansuefare l’animo, ad ingentilire se stesso, a rendersi sempre più degno di beneficare e la presente e le generazioni avvenire. Il maestro deve gratitudine al giovane da lui illuminato, come il ricco al povero da lui sovvenuto; e chi crede beneficare senz’accorgersi di ricevere nell’atto stesso la mercede del benefizio, è più miserabile dei pezzenti, più degli illetterati ignorante”.

Altro celebre educatore dava ad un giovane prete questo ammonimento: “Quando si abbia l’incarico dell’educazione della gioventù basta per diventare santi non essere ipocrita, mentitore. Basta fare ciò che si dice, e seguitare i propri consigli. Inculcate la purità dei costumi? Anche voi vi sentite un impulso ad essere puro ed irreprensibile. Inculcate l’amore della verità, l’ubbidienza, [p. 362] l’umiltà? Anche voi vi sentite portati ad essere veraci, umili, docili ecc.”

“Quanto a me dirò (è Dupanloup che parla) che quel poco che sono io non lo debbo che alla bontà di Dio ed alla premura con cui mi diedi a fare il catechismo ai fanciulli, ed a dirigere poscia la loro educazione nel piccolo seminario di Parigi. E quando vi si ponga attenzione se ne capisce il perché. Questi piccoli ragazzetti di 12 anni, o in quel turno, sono un mirabile oggetto di studio, di riflessione, e per ciò stesso di sviluppo personale, intellettuale, morale anche per quelli che se ne prendono cura con impegno ed amore... Io non conosco un ministero più potente, più fecondo, che il ministero dell’educazione, per formare quei medesimi che l’esercitano. Io non conosco nulla che più influisca a preparare gli uomini quanto l’ufficio di maestro, quanto il catechismo fatto come si deve.”

E don Bosco ci ripeteva mille volte che non vi è mezzo migliore d’imparare che insegnare agli altri; ed a crescere noi in virtù che l’essere preposti agli altri.

Delle virtù

La docilità da parte degli allievi e la buona riuscita della loro educazione è in ragione del prestigio d’autorità, che gli educatori avran saputo acquistarsi. E l’autorità specialmente dalla santità e dal disinteresse, che produce frutti sicuri e costanti. Quali pertanto dovranno essere le virtù e le qualità di un buon educatore perché possa ottenere lo scopo che si prefigge nell’educazione? [p. 363]

Nessun forse tratteggia più scultoriamente le virtù di un buon educatore che san Gregorio Magno nel suo Pastorale: “E necessario, egli dice, che il reggitore delle anime sia mondo nei suoi pensieri, eccellente nelle sue opere, prudente nel tacere, utile nel parlare; colla compassione inclinato ai bisogni di tutti, e soprattutto elevato colla contemplazione; colla umiltà amico e compagno dei buoni; contro i vizi dei malvagi collo zelo della giustizia, forte e magnanimo; che non si raffreddi nel fervore dello spirito per le faccende esteriori; né che trascuri di provvedere alle esterne cose per attendere alle interiori”.

Altrove il medesimo santo soggiunge: “Allora noi saremo veri predicatori del dovere, quando le nostre parole saranno confermate dai nostri esempi”.

Ed è agli educatori in modo speciale che si applicano le parole di san Basilio: “Quello solo merita il nome di saggio, che ratifica con la sua condotta le massime, cui gli altri si limitano ad avere sulle labbra”.

Persino i pagani ci fan conoscere la santità che deve avere un educatore. Quintiliano dice: “Bisogna che la santità di chi insegna al fanciullo preservi i suoi teneri anni dalle ingiurie dei vizi: Teneriores annos sanctitas docentis custodiat. Ed altrove dice: non basta che in lui domini una somma austerità, ma bisogna ancora che veramente sia irreprensibile e puro da ogni vizio”.

E Platone nel libro delle leggi: “Il legislatore non terrà per [p. 364] ultimo e neppure per secondo affare l’argomento dell’educazione, e se vuole occuparsene degnamente cominci dal cercare qualche cittadino, che meglio d’ogni altro adempia a tutti i suoi doveri, a lui solo deve affidare la gioventù. E per trovarlo si faccia assemblea nel tempio, ed i magistrati diano il loro voto a colui che giudicheranno il più degno di tanto ministero”.

Ed ecco altresì perché Cicerone diceva che dopo aver pensato seriamente gli era sembrato che il maggiore e più nobile servizio che si rende alla patria è di dedicarsi all’educazione della gioventù. Ma a che andare cercando testimonianze profane noi, che abbiamo detto essere Gesù benedetto il nostro esemplare in tutte le cose? Ebbene Gesù si compiaceva di avere i fanciulli presso di sé: inculcò che chi riceve un fanciullo, considera come se ricevesse lui stesso; e fulminò i più terribili castighi contro chi avesse scandalizzato un fanciullo. Volle poi far dire di sé, cercando d’imprimere l’esempio suo nei nostri cuori, esempio che don Bosco ci ripete solennemente nel secondo articolo delle nostre regole: Jesus autem coepit facere et docere; Sicut ego feci et vos facile. Egli ci diede l’esempio affinché noi tutti ci teniamo sulle sue pedate; non si riesce a nulla nell’educazione se non seguiamo le pedate di Gesù.

Noi pertanto figuriamoci come dette direttamente a noi dal Signore quelle parole che la regina d’Egitto disse alla madre di Mosè, consegnandole quel fanciullo: Accipepuerum istum et mitri mihi: ego dabo tibi mercedem tuam. [p. 365]

La pietà

Tra le virtù massimamente commendevoli per un buon educatore si devono specialmente notare la pietà, la pazienza, la fermezza di carattere, la prudenza, lo zelo e la giustizia od imparzialità. La pietà vera, nobile, semplice, amabile è la più essenziale ed importante fra le qualità di un istitutore, quella che si deve preferire a tutte le altre, e che a tutte le altre aggiunge un pregio infinito. Solo essa inspira agli educatori quello zelo, quell’ardore, quella premura, per il bene degli alunni che attirano su tutti le benedizioni del cielo.

E inutile dissimularlo: è così difficile la riuscita con certi giovani, è così scabro l’uffizio proprio in certe circostanze, è così acuto l’attrito con colleghi o con altre autorità in certe occasioni, è così posta a cimento la nostra virtù in certi tempi ed occasioni, che se non si è sorretti da una grande pietà, se non si è fortificati dal pane dei forti, se non si è consolati dalla divozione alla Madonna, se non si è aiutati da una preghiera fervente, uno vien meno al suo uffizio, non compie il suo dovere.

San Paolo diceva che la pietà è utile a tutto: Pietas ad omnia utilis estm; ed altrove raccomanda grandemente di esercitarsi nella pietà: Exerce te ipsum adpietatem. Che se la pietà è utile a tutto è da dirsi necessaria nella difficile opera dell’educazione. La correzione e l’emendamento d’un fanciullo è più opera della grazia di Dio che delle nostre fatiche. Disperi pure di riuscire a far buoni i giovani chi non prega, chi non ha profonda pietà, [p. 366]

La pazienza

Non vi ha scuola ove tutto corra così piano e liscio come si vorrebbe: la leggerezza, la volubilità fanciullesca, è tanta che facilmente dà in bizzarrie ed eccessi di ogni sorta. La mala inclinazione di certi alunni apporta disordini e disturbi e la debolezza mentale di certi altri sembra rendere vani gli sforzi e gli artifizi del maestro a vincere l’inerzia, la disattenzione, l’infingardaggine loro.

Ora in tali casi, che occorrono più o meno in ogni scuola, deve il maestro far prova di pazienza instancabile. Bisogna figurarci che l’Apostolo dica a noi: Pa- tientia vobis necessaria est ut reportetis repromissionem141 ; poiché tornate inutili le prime ammonizioni, si devono rinnovare e ripetere, senza abbandonarsi mai per poca o nessuna riuscita, ad impeti di ira, che soverchino la ragione.

All’educatore specialmente spetta appropriarsi l’altro detto di san Paolo, la carità è paziente: Charitas patiens est. La forza di sopportare i difetti così molteplici e spesso così molesti e fastidiosi degli alunni non può essere data e mantenuta che dalla carità, poiché la carità ti darà la pazienza. Il maestro che in detti casi giunge a superare, a domare ogni loro riluttanza non è già quello che più li sgrida, bensì quello che più li ama. Anche i più riottosi ed i più ribelli si sentono alla lunga presi e soggiogati dalla pazienza di chi si cura di loro: si vergognano, si pentono del mal fatto a chi non vuole altro che il loro bene e cessano in breve di essere il suo tormento e la sua disperazione, [p. 367]

All’incontro la collera, l’iracondia scandalizza e mortifica i buoni, inasprisce vieppiù e indurisce i tristi, e non rialza, ma abbassa e degrada l’autorità; potrà incutere timore e terrore, ma non inspira giammai stima o rispetto; potrà costringere all’obbedienza servile, ma non otterrà l’ubbidienza filiale; farà insomma della scuola e del collegio tutto il rovescio di quello che dovrebbe essere, una casa di pena, anziché di educazione.

Fermezza

Dopo la pazienza la fermezza è principalmente la virtù che gli occhi dei fanciulli forma l’autorità personale. È necessario per riuscire nell’educazione che l’educatore abbia fermezza, cioè che abbia animo sempre uguale a se stesso, sempre padrone e regolatore di se stesso e che non mai operi per capriccio, né per trasporto di sdegno. Solo quando si ha quella fermezza uno rendesi tale da governare e reggere altri. La fermezza deve avere specialmente due qualità: deve essere fermezza di consiglio, che non ammetta indecisioni, titubanze, debolezze, e fermezza di volontà ossia un fare deciso e risoluto; moderato sì ma immutabile nella sua moderazione .

Questa fermezza fornisce altresì quel cotal misto di gravità e di dolcezza, enevolenza e di timore che imprime il rispetto ed inspira la sommessione: Sit rigor sed non exasperans, sit amor sed non emolliens.

Già Salomone scriveva: “La mano dell’uomo forte governerà, ma la mano ’uomo debole si renderà schiava”. Ed appunto d’un grande stabilimento di cazione [p. 368] condotto con dolcezza si può dire con l’Ecclesiastico: “La mollezza abbatte i tetti e le mani accidiose lascian trapelare l’acqua da tutte parti”. Mirabile paragone, come quelli tutti della Sacra Scrittura. Guai se per debolezza si comincia ad assecondare qualche capriccio del giovane: Puerum rege, qui, nisi paret, imperat.

Non è tuttavia da confondersi la fermezza di carattere nell’educatore con dura e rigida ostinazione altrettanto biasimevole quanto dannosa. E con ia fermezza che mantensi ciò che saviamente si è deciso ed ordinato prima m colla proterva prepotenza ed ostinazione nel proprio volere.

 

Amore  ai fanciulli

Quando il figliuol di Dio si fece precettore del genere umano, Praeceptor, te si esprime la Sacra Scrittura, l’amore fu il primo ad inspirare il suo sacrificio per gli uomini: Sic Deus dilexit mundum. Ah sì? per adempiere questo bello e laborioso ministero dell’educazione bisogna soprattutto amare Dio e le anime e bisogna poter dire con verità quanto sta scritto nel nostro stemma: Da mihi animas caetera tolle. Dobbiamo aver sete di anime e non curarci del resto. Avvi  forse cosa più amabile di quelle giovanette anime fatte ad immagine di Dio redente e tinte del sangue di Gesù Cristo?

Di questo amore disinteressato avvi una semplice e profonda ragione: il vero zelo è l’oblio di se stesso; ma ecco precisamente perché il solo amore è quello che forma questo verace zelo. Infatti non vi è che il vero amore che [p. 369] dimentichi se stesso, che non si tenga in verun conto, che s’abbandoni e si consumi per ciò che s’ama.

Non è fatto per educare chi non si sente portato ad amare di amor paterno i giovani. Solo a questo patto l’educazione può dare i suoi frutti; giacché dove manca l’amore non vi è scienza né arte che possa bastare.

Otterrà poco l’educatore che badi solo a farsi temere; otterrà molto, per non dir tutto l’educatore che sappia farsi amare. Il fanciullo che non si sente portato ad amare il suo educatore cercherà di sottrarsi dovunque e comunque passa al suo influsso educativo, tolto147 il quale non si riuscirà mai a nulla, è fatto costante, che per essere riamato bisogna amare: se vogliamo che il fanciullo ci ami con amore figliale e perciò ci ascolti, bisogna che noi lo amiamo con amore paterno e ci occupiamo molto di lui.

L’educazione non si fa solo con lezioni di morale, di civiltà, di religione ma coi rapporti continui degli alunni cogli educatori, cogli avvisi personali, colle osservazioni particolari, cogli incoraggiamenti. Tutto questo richiede tempo e dà grandi sollecitudini: è come impossibile far tutto ciò con perseveranza senza zelo e senza un grande amore ai fanciulli.

Zelo

Quanto più si studia l’opera dell’educazione, tanto più uno si deve persuadere che essa non è possibile senza lo zelo, dedicarsi con zelo ad una cosa gli è un abbandonarvi si senza riserva, un dimenticare se stesso, [p. 370] un sacrificarsi tutto quanto, un sacrificare tutto ciò che si ha, tutto ciò che si può, tutto ciò che si è, e, come diceva san Paolo, gli è un dare tutto se stesso dopo d’aver dato tutto: Impendam omnia et superimpendar ipse.

Non è da farsi illusione: per condurre veramente bene l’opera dell’educazione si richiede un’immensa fatica; senza zelo non vi si riuscirà. Avvi troppo da fare, troppo da faticare, troppo da soffrire, perché vi basti una voglia comune ed ordinaria.

Solo lo zelo ci induce a pigliarsi un’eguale premura pei deboli e pei forti ingegni, ed a più adoperarci per quelli, appunto perché più bisognosi; solo lo zelo può sopportare con pazienza non solo la debolezza, ma eziandio i difetti naturali e stravaganti e la ordinaria ingratitudine dei fanciulli: solo esso finisce per farsi amare; solo esso gl’innalza sino a sé, perché solo esso si abbassa fino a loro.

In nessun altro ufficio è così riprovevole come nel maestro la pigrizia, l’infingardaggine, la malavoglia, il malumore. Quel contegno di un uomo annoiato ed infastidito dell’ufficio suo, che entra in iscuola gemendo, come in un luogo di pene e ne esce giubilando, come liberato da un’oppressione, ridonda tutto a danno degli scolari, i quali terranno nello studiar quell’ordine stesso che il maestro ha nell’insegnare; epperciò se l’uno insegna poco e male, gli altri impareranno poco o nulla; se l’uno mostrerà [p. 371] di andare a scuola il più tardi ed uscirà il più presto possibile, gli altri non mancheranno di tenere i giorni di scuola per giorni di lutto ed i giorni di vacanza come giorni di giubilo.

Tutto al contrario avverrà anche pei giovani se il maestro sarà zelante del proprio uffizio: si vedrà nella scolaresca un movimento, una voglia d’imparare, una spontaneità nel bene che sorprende.

Imparzialità

Principale scoglio nell’educazione è il fare parzialità. A questa portano la prevenzione e la precipitazione. Più spesso che non si crede ha luogo la prevenzione rispetto ai giovani: basta una parola detta contro i medesimi da una persona che si crede autorevole e di cui si subisce l’ascendente; oppure un’impressione sfavorevole contro il giudizio, lo studio, i sentimenti dell’allievo. Si sta in guardia contro di lui e si è portati a negargli la giustizia che si merita.

È anche frequente la precipitazione. La costante uguaglianza di animo è la virtù dei perfetti; è dunque rara. A fronte di fatti che non cessano di rinnovarsi, quanti sordi commovimenti sollevano l’anima! La leggerezza quando appare incorreggibile, la malizia specialmente quando si era ben lungi dal supporla, irritano e talvolta esasperano tanto, da far perdere l’equilibrio all’educatore e lo portano a dare castighi non adeguati. È il momento di padroneggiarvi guadagnando tempo quanto più è possibile e tornare in calma prima di agire.

Ma l’imparzialità non implica l’uguaglianza assoluta di [p. 372] regime rispetto a tutti gli allievi. Una bilancia spietatamente uguale per tutti sarebbe sovente l’ingiustizia sotto colore di giustizia. La regola deve essere dritta come un filo non come una verga di ferro: il filo indica la linea anche se piega: la sua piegatura non falsa la linea. Ogni regola ben fatta è pieghevole e retta; sono gli spiriti duri che la fanno di ferro. Non si sacrifica la regola, non si compromette l’autorità, quando, per dirigere un’anima irascibile, si fa mostra di non capire; quando, a fine di prevenire uno scoraggiamento, il quale può avere tristi conseguenze, ci dimostriamo meno esigenti, o dispensiamo elogi un po’ maggiori del merito; quando leviamo un castigo, se si vede che espone il colpevole all’indurimento. Cotesti atti di savia ed opportuna condiscendenza non fanno che meglio confermare la regola, da cui si discostano; sovr’essa riportano l’amore, che risente l’allievo verso del suo educatore, cui sa grado di essere stato indulgente. Non bisogna mai irritare i giovani. Che si direbbe di un medico che, senza tener conto dei temperamenti, trattasse tutti i suoi malati con gli stessi rimedi e sempre colle stesse dosi? È da concludere con Fénelon “dover ogni educatore impiegare le regole generali secondo i bisogni particolari”.

Si usi adunque sempre imparzialità con tutti, cioè si amino tutti allo stesso modo, non si abbandoni nessuno; non si usino due pesi e due misure, ma ciò sia fatto con criterio e ragionevolmente e non con una misura materialmente sempre uguale, [p. 373]

Altre doti d’ordine civile ed intellettuale

Oltre le doti soprascritte, tutte d’ordine morale, conviene che l’educatore ne possegga altre d’ordine civile ed intellettuale. Queste condizioni quando siano precedute dalle morali su indicate, faciliteranno all’educatore l’ottenere che gli alunni riconoscano in lui il rappresentante dell’autorità, della scienza e della virtù e vengano spontaneamente e quasi involontariamente portati all’obbedienza ed all’amore, alla stima ed al rispetto, alla fede ed alla fiducia verso di lui.

Ma è ben necessario che l’educatore non solo le sappia queste cose, ma che le osservi e le adempia con ogni cura.

Le condizioni d’ordine civile riguardano il contegno esterno della persona dell’educatore e si compendiano nell’osservanza non affettato ma spontanea di tutto il gelato; quindi un modo di vestire, di andare, di stare, di parlare, di gestire che servi la giustizia misura tra gli estremi ed eviti ogni eccesso, o, come suol dirsi, ogni caricatura; ordine e decoro così lontano da ogni trascuratezza, che possa offendere la decenza, come da ogni ricercatezza che possa detrarre alla dignità.

I fanciulli hanno un senso finissimo per l’uno e l’altro vizio, e l’impressione che ne ricevono non vale a promuovere, ma a reprimere i sentimenti di stima e di rispetto per i loro maestri. Veda adunque egli che tutto il suo contegno spiri gravità, ma senza alcuna durezza ne ostentazione; dolcezza ma senza ombra di moine e di smancerie; serenità che inviti alla [p. 374] confidenza ed una giocondità che diffonda un’aura di contentezzain tuttala scuola. Insomma abbia il maestro un contegno tutto naturalezza e punto pedanteria, una dignità sempre piacevole ed una piacevolezza sempre dignitosa.

2° Condizioni intellettuali . L’educatore deve conoscere a fondo i principi teoretici e le leggi pratiche dell’educazione e dell’istruzione, che , altrimenti si procederebbe alla ventura e senza ordine. Non è necessario che l’educatore sappia troppe cose, che anzi il saper troppo può essere di danno; ma è necessario che abbia vera perizia nelle materie del suo insegnamento, cioè possieda le materie che si devono insegnare in modo magistrale. Generalmente un enciclopedico non può essere un buon maestro, non insegnerà mai alcuna materiacome va insegnata, perché non ne saprà mai nessuna per saperla insegnar bene; e sapere un po’ di tutto vale in realtà non saper nulla di nulla.

Specialmente attenda l’educatore con ogni sollecitudine ad informarsi e profittare di tutti i veri e reali progressi della scienza e dell’arte pedagogica, legga continuamente e mediti gli autori più seri riguardanti l’educazione; vorrei dire nulla dies sine linea, perché in questo non se ne sa mai abbastanza ; ed anche si tenga nota e si faccia una pedagogia [p. 375] a suo uso e consumo adattata alle circostanze sue proprie individuali ed alle circostanze degli allievi che deve educare. Non abbia timore di domandare consigli e trattarne con frequenza e con quei colleghi che possono essere più esperti e con superiori illuminati; esercizio questo che può tornare utilissimo a ravvivare lo zelo, a stimolare fattività, a rettificare i concetti ad accomunare a tutti i vantaggi di ciascuno.

È poi anche di primaria importanza che l’educatore non si assuma altri incarichi i quali lo mettano nell’impossibilità di adempiere bene e con tutta cura e posatezza e sollecitudine quegli uffici che gli sono affidati sia per riguardo l’insegnamento, sia per riguardo alla sorveglianza, [p. 376]

L’educatore deve far dono generoso del proprio tempo in bene degli allievi. Bisogna che quando trattasi di questo bene degli allievi nessun educatore si esima. Quando occorre bisogna lasciar tutto per rendere servizio ai nostri giovani e sia ben inteso che quando è in causa l’interesse dei nostri alunni, questo ottenga sempre la preferenza sui gusti e sui comodi dell’educatore.

Nel proprio dovere bisogna mettere tutto se stessi, lo spirito, il cuore, tutta l’attività, tutta la vita; e non prendere il proprio dovere come una distrazione; bisogna invece applicare qui quanto don Bosco ci spiegava con quelle parole: Age quod agis, che il buon padre ci andava dicendo con tanta frequenza.

E con questa esortazione di darci tutto, corpo ed anima, alla buona educazione della gioventù, pongo fine a questi Appunti di pedagogia sacra indirizzati ai nostri cari ascritti, che Iddio moltiplichi come le arene del mare e santifichi in modo da poter ciascuno essere nel suo piccolo un altro don Bosco.

III. POSTFAZIONE

GLI “APPUNTI” DI GIULIO BARBERIS
VISTI IN UNA PROSPETTIVA
PEDAGOGIC A ATTUALE

Dariusz Grzqdziel

L’edizione critica di un testo pedagogico, finora conservato solo negli archivi, suscita certamente motivi per uno studio approfondito. Chiunque si occupi professionalmente di pedagogia, come l’autore di questa Postfazione, è stimolato in modo spontaneo a formulare domande o considerazioni, man mano che procede in avanti con la lettura.

L’obiettivo principale del presente contributo, quindi, è di invitare i lettori, siano essi pedagogisti o educatori, ad affiancarsi alla riflessione e studiare se e in che modo il testo del Barberis, scritto alla fine dell’Ottocento, può essere riletto e valorizzato anche oggi. In modo particolare si propone di prendere in esame alcuni elementi che sembrano importanti in vista di un’eventuale arti- colazione comprensiva di quella che potrebbe essere chiamata pedagogia salesiana attuale. Tanto che, come vedremo, tale elaborazione è auspicata da più parti, ma finora non è stata realizzata. Bisogna sottolineare che le ricerche e le pubblicazioni che hanno affrontato la concettualizzazione teorica della prassi educativa e hanno approfondito anche gli inizi dello studio della pedagogia nella Congregazione salesiana sono prevalentemente di carattere storico. Questa Postfazione quindi, in risposta anche a un invito esplicito del curatore dell’edizione critica degli “Appunti”, cercherà di presentare il testo del Barberis in una prospettiva che tiene conto degli sviluppi contemporanei della pedagogia.

Significato e i principi guida nel testo di Barberis

Il testo pedagogico di don Giulio Barberis costituisce una fonte ricca di informazioni di vario tipo: per i contenuti, per la metodologia, per i riferimenti bibliografici. Diventa una risorsa, sia per chi intende conoscere meglio la concettualizzazione e gli sviluppi del pensiero pedagogico salesiano dei collaboratori di don Bosco della prima generazione, sia per chi s’impegnerà ad aggiornare e sviluppare ulteriormente questa riflessione oggi.

Lo stesso Don Bosco considerava il suo disegno pedagogico come appena abbozzato a tal punto che Pietro Braido, riferendosi al pensiero pedagogico del Fondatore della Congregazione, scrive: “Effettivamente, le «radici» sono solide e da esse può rinascere in forme aggiornate e ricche di futuro, un vero «nuovo sistema preventivo». Ci sono «principi» che hanno virtualità illimitate; vi si trovano, inoltre, suggestioni particolari gravide di sviluppi; non mancano germogli che attendono di sbocciare ed espandersi”.

L’Introduzione del curatore dell’edizione critica, che abbiamo tra le mani, ci offre indispensabili strumenti redazionali e metodologici per una lettura e studio profìcui. Innanzitutto, viene messa in rilievo la questione della continuità e coerenza tra il pensiero pedagogico del Barberis e le idee originarie di don Bosco sul suo sistema educativo. Queste indicazioni, però, sono importanti non solo dal punto di vista storico o redazionale, ma anche da quello pedagogico. Esse evidenziano quei passaggi nei quali cercare i principi metodologici ed epistemologici impliciti con cui Barberis concettualizza la prassi educativa salesiana. Tramite le metodologie ermeneutiche adeguate, i principi di questo tipo andrebbero individuati ed esplicitati più chiaramente, non solo per conoscere correttamente il pensiero pedagogico salesiano ma anche per fondare un suo ulteriore sviluppo. Qui cercheremo di delineame almeno due, quelli cioè che emergono con più chiarezza.

Barberis redige il testo degli Appunti in seguito all’incarico ricevuto da Don Bosco di avviare la “scuola di pedagogia” (cf Intr. n. 1). Ma, oltre al dovere di realizzare la richiesta, egli parla anche dell’obbligo personale nell’impegnarsi a far conoscere il sistema educativo del Fondatore: “Noi dovremmo chiamarci figli degeneri se non cercassimo di conoscerlo a fondo e non ci ingegnassimo di eseguirlo esattamente e completamente”. All’inizio dell’opera scrive però: “Il nostro Padre ci lasciò un sistema di educazione in piccolissima parte scritta, nella maggior parte stampato nella mente e nei cuori di noi che abbiamo la fortuna di avvicinarlo per vari lustri”. E poi, parlando del testo di don Bosco sul Sistema Preventivo, che intende collocare interno negli Appunti, ripete due volte: “Don Bosco non lo scrisse che nelle linee generali”.

Con ciò si nota una chiara consapevolezza circa la natura germinale degli scritti di don Bosco sul suo sistema pedagogico. E un elemento che offre a Barberis le ragioni per far conoscere le idee pedagogiche di don Bosco in maniera più articolata. Da varie affermazioni si evince che questi è consapevole di possedere pure le basi necessarie per compiere la sua opera. Essendo uno dei salesiani testimoni privilegiati di come don Bosco attuasse in pratica il suo sistema - “Lo applicò interamente sotto i nostri occhi”, è la sua annotazione - Barberis scrive il suo testo di pedagogia modellandolo sia sui relativi scritti lasciati dal Fondatore, sia sui principi realizzati nella pratica osservata e vissuta in sua presenza e sotto la sua guida. A conferma di questo, egli sottolinea che tutta la vita di don Bosco fu un’esplicazione di come praticare il suo sistema e, ancora, che con le sue spiegazioni nelle conferenze e nei capitoli con i superiori e nel dirigere la pratica generale, il Fondatore “ne curò l’esecuzione e diede tutto lo sviluppo necessario”. Tenendo conto di ciò, abbiamo perlomeno degli indizi per pensare che il testo di Barberis si propone di esprimere fedelmente le idee derivanti dal Fondatore. E questo sarebbe uno dei due principi accennati sopra.

Ci sono ragioni, però, che fanno pensare al lavoro di Barberis non solo in termini di fedeltà al pensiero originario, ma anche in termini di sviluppo o di approfondimento di esso. Ne è un esempio la spiegazione che Barberis offre circa il posto in cui ha deciso di integrare negli Appunti il breve testo originario redatto da don Bosco sul sistema preventivo. Barberis lo colloca non all’inizio, ma quasi alla fine della sua opera, e ne dà le ragioni: “Perché non si sarebbe capito abbastanza”4, mancando una preparazione preliminare. Ciò, probabilmente, lascia intendere che, già per lo stesso Barberis, le idee e intuizioni di don Bosco necessitassero di una previa fondazione teorica per essere “capite”. A tal fine egli si serve dei testi di vari autori e dei libri “suggeriti” da don Bosco. La scelta di queste fonti e degli argomenti è fatta in modo da realizzare l’obiettivo: dare un’esplicitazione pedagogica più articolata e approfondita delle idee originarie del Fondatore (cf Intr. n. 5).

Ovviamente, ci saranno anche altri principi da individuare: ma già i due qui menzionati sembrano essere tra quelli che hanno guidato Barberis nel suo lavoro e nella redazione degli Appunti. Il primo, quello della fedeltà, è detto express is verbis, come abbiamo visto, in diversi posti. Riportiamone ancora due altri esempi. Citando testi di autori come Tommaseo e Rollin, egli pone una domanda retorica: “Non sembra di sentire in queste varie testimonianze a parlare il nostro Don Giovanni Bosco medesimo?”. E poi, nella edizione degli Appunti del 1903, egli scrive: “Da questi medesimi autori non estrassi cognizioni originali che in qualche modo potessero essere in contradizione col pensiero di don Bosco, bensì...”. Con il secondo principio, invece, egli si sente sollecitato non solo a diffondere fedelmente ciò che ha imparato da don Bosco, ma anche a sviluppare e approfondire ulteriormente il suo Sistema educativo valorizzando il pensiero pedagogico di altri autori. Egli ribadisce al riguardo: “Specialmente attenda l’educatore con ogni sollecitudine ad informarsi e profittare di tutti i veri e reali progressi della scienza e dell’arte pedagogica, legga continuamente e mediti gli autori più seri riguardanti l’educazione; vorrei dire nulla dies sine linea, perché in questo non se ne sa mai abbastanza”.

Status epistemologico della pedagogia di Barberis

Prima di tracciare alcune piste verso un’eventuale elaborazione attuale della pedagogia salesiana, bisogna individuare alcuni elementi pertinenti degli Appunti e analizzarli nella prospettiva della loro consistenza scientifica. Barberis dichiara all’inizio che non intende scrivere un trattato completo di pedagogia, ma piuttosto un testo per aiutare i confratelli salesiani nella pratica, cioè “nel difficile compito di educare bene”. È chiaro che l’autore è consapevole dei limiti del proprio lavoro, ma ritiene che in famiglia essi siano accettabili: gli Appunti sono destinati, citando le sue parole, “per uso esclusivamente nostro, e non sono adatti ad essere pubblicati per altri”. Qui bisogna annotare, comunque, che negli anni successivi sono state realizzate sia nuove edizioni sia traduzioni in altre lingue (cf Intr. n. 2). Tutto ciò, però, non lascia dubbi sulla natura e sulle finalità del testo e su cosa ci si possa aspettare dall’opera: non si tratta di un lavoro nettamente scientifico, ma di un sussidio per la scuola, diremmo oggi: di una dispensa, da mettere a disposizione dei salesiani che fanno i primi passi di preparazione al lavoro educativo.

Nonostante questa premessa che, da quanto pare, nelle intenzioni dell’autore avrebbe dovuto liberarlo dalle esigenze di criteri rigorosi di natura metodologica o scientifica, bisogna dire che il testo contiene molti elementi propri della pedagogia in termini di disciplina scientifica autonoma, così come essa si intende anche oggi.

È possibile individuare in esso, ad esempio, alcuni piani logici impliciti, come ad esempio asserzioni di natura filosofica, o assunzioni di ordine scientifico. Riguardo al primo, si intravedono chiaramente le idee antropologico-filOsofiche, sia di autori classici, sia di quelli più vicini a noi. È chiara anche la prospettiva cristiana e biblica riguardo alle questioni di vita individuale e sociale degli educandi e degli educatori. Riguardo al piano scientifico, in questo caso di natura psicologica, emerge una chiara consapevolezza circa le caratteristiche degli educandi nella loro specifica età evolutiva, questione che è studiata in psicologia odierna in termini di compiti di sviluppo. Questi piani, e cioè quello filosofico-assiologico e quello scientifico-psicologico, e il loro ruolo euristico in pedagogia, sono studiati oggi anche in termini di mediazione.

Si vede che il Barberis, adoperando ovviamente la strumentazione concettuale del suo tempo, cerca di realizzare una riflessione strutturata sull’educazione, e quindi di realizzare ciò che è il compito proprio della pedagogia in quanto scienza. Non c’è bisogno di spiegare che il suo tempo vede la scientificità delle discipline ancora nella prospettiva del rigido approccio analitico che implica, tra l’altro, un chiaro oggetto formale di studio distinto da quello di altre discipline. Nel testo del Barberis, questo oggetto coincide con “l’uomo nella fase evolutiva”.

Nella concezione degli autori contemporanei, invece, la pedagogia non si definisce più solo per l’oggetto, ma per uno specifico punto di vista e per il ruolo che svolge in vista dei processi educativi. Diversi oggetti, invece, vengono studiati secondo il principio di interdisciplinarità e nella prospettiva di varie scienze dell’educazione. Con queste ultime, la pedagogia entra in dialogo ai fini di comprendere, di orientare e di sostenere i processi di crescita degli educandi. Indubbiamente, dagli argomenti particolari sviluppati dal Barberis si può evincere quali problemi dell’educazione rappresentino per lui l’oggetto di interesse particolare e su quali temi debba riflettere chi si prepara al lavoro educativo negli ambienti e nelle strutture salesiane.

Qui bisogna accennare, comunque, che il testo del Barberis in alcune parti offre anche una serie di indicazioni operative. Esse prendono forma di prescrizioni dettagliate, di insistenze particolari o di istruzioni concrete. Sembrano costituire norme per un regolamento più che una riflessione pedagogica. Le troviamo, ad esempio, nei paragrafi “Condizioni di buona sorveglianza” o “Norme pratiche di sorveglianza”. Il ricorso a istruzioni dirette, riferite a situazioni molto particolari, è qualcosa di conosciuto nella storia della pedagogia e fa parte di quella che spesso era definita “pedagogia pratica”; esse però, proprio

per ciò che sono, oggi difficilmente possono trovare un’accettazione da parte dell’epistemologica pedagogica che, appunto, non ritiene possibile formulare le conclusioni in termini di prescrizioni concrete da realizzare dagli educatori. La pedagogia odierna, in quanto disciplina metodologica che riflette su come concepire e organizzare i processi educativi, infatti, non formula le sue conclusioni in termini prescrittivi; bensì, tenendo conto dei saperi provenienti da varie scienze dell’educazione, cerca piuttosto di comprendere questi processi e, poi, in base a questo, non prescrivere, ma orientare l’azione educativa in termini di intenzionalità progettuale.

Ciò significa che la pedagogia attuale lascia un grande spazio anche all’azione competente dell’educatore stesso, il quale esercita la sua arte educativa nelle contingenze particolari, valorizzando sia i saperi scientifici, sia le risorse della propria intelligenza e dell’esperienza. A quest’aspetto della pedagogia, e cioè della disciplina intesa come scienza dell’arte educativa, accenna anche lo stesso Barberis. I passi relativi li troveremo, ad esempio, nella parte introduttiva intitolata “Nozioni generali”.

Temi di attualità e temi per raggiornamento

Parlando di attualità dell’opera del Barberis, non intendiamo cercare temi o argomenti che siano originali per la loro esclusività o unicità, nel senso cioè che, non essendo più oggetto di attenzione da parte della pedagogia contemporanea, sono bisognosi di una riscoperta o ricupero. Argomenti di questo tipo, probabilmente, non ne troveremmo nel testo del Barberis. Possiamo individuare, comunque, temi che sono sempre validi e interessanti, e che sono presenti sia nel lavoro del Barberis che nella riflessione pedagogica odierna.

Tra i soggetti trattati largamente possiamo individuare, ad esempio, quelli riferiti al ruolo e alla persona dell’educatore, oppure le considerazioni che riguardano l’educando nella prospettiva della sua auto-responsabilità, della libertà e dell’individualità. Troveremo anche la questione, sempre attuale, della relazione educativa e del ruolo che svolgono l’ambiente e la comunità. Vi troveremo fortemente delineate anche le dimensioni teleologica, assiologica e sociale dell’educazione, oppure i processi dell’educazione religiosa, morale e spirituale. Anche se in modo germinale, e in base allo stato delle conoscenze psicologiche del tempo, sono presentate pure le tappe e i processi naturali di maturazione degli educandi. Oltre a quelli educativi, sono delineati anche alcuni temi di natura teorica, come ad esempio, la questione della pedagogia come scienza e arte, oppure la questione del rapporto tra la pedagogia e l’educazione, e cioè tra la scienza e la pratica.

Per certe ragioni, un’attenzione particolare richiede forse il tema dell’educazione estetica, che trova pure un’adeguata collocazione nel testo del Barberis. Anche se questo argomento trova una sua trattazione negli studi pedagogici odierni, bisogna ammettere che la considerazione e attualizzazione concreta, ad esempio nelle scuole, è abbastanza scarsa. Nell’istruzione scolastica notiamo oggi piuttosto un’attenzione maggiore sui saperi disciplinari e sulle abilità e competenze settoriali. Queste diffìcilmente offrono agli studenti una prospettiva di insieme o del senso globale delle cose studiate. Sembra che il ricupero di alcune materie, tra cui quelle dell’educazione estetica, oppure dell’etica o della filosofia, potrebbe contribuire a un certo equilibrio dei processi educativi. Quello che qui si vuole sottolineare è che la pedagogia del Barberis in varie parti riflette sulle possibilità di sostenere gli allievi nello sviluppo della sensibilità per quello che è vero, bello e buono. Si occupa cioè di quella che è stata sempre una delle finalità generali dell’educazione, soprattutto nellapaideia antica, a cui, forse, bisognerebbe fare maggiore riferimento anche oggi. È un elemento molto significativo nei processi educativi perché aiuta a vedere il mondo e la vita non solo in termini di razionalità cartesiana. Permette di interagire con la realtà anche con modalità diverse, come quelle simboliche, narrative o affettive. Consente di sviluppare inoltre il senso di ammirazione, di immaginazione, oppure il senso del limite e della trascendenza. Possiamo dire che questa dimensione dell’opera di Barberis è sicuramente da apprezzare e da valorizzare sia nella riflessione pedagogica attuale che nei contesti educativi odierni.

È ovvio che i vari temi trattati dal Barberis, rappresentano lo stato delle scienze del suo tempo. La questione dell’educazione morale, ad esempio, trova il suo fondamento, e spesso anche la spiegazione dei processi di sviluppo, nella dimensione religiosa della vita. Le proposte recenti, fondate sulla ricerca e sulle conoscenze dello sviluppo psicologico in questi ambiti, aiutano a comprenderli invece in modo autonomo, individuandone comunque anche i punti di incontro. La riflessione pedagogica, da parte sua, considera lo sviluppo morale della persona anche nella prospettiva della cittadinanza e delle competenze del carattere. Questa ultima, lo annotiamo, trova uno sviluppo proprio anche nel testo degli Appunti.

Studiando l’opera del Barberis si rimane tuttavia positivamente sorpresi per quanti aspetti della riflessione sull’educazione, pur in forma germinale, corrispondano ad alcune conclusioni delle ricerche e degli studi attuali. Tra questi bisogna riconoscere, ad esempio, le questioni legate alla volizione, lo sviluppo cognitivo e intellettuale e il ruolo delle didattiche, da quella generale a quella speciale che oggi prende nome di didattica disciplinare. Non raramente troveremo accentuazioni metodologiche circa la necessità di adattamento di interventi educativi ai bisogni individuali e alle fasi evolutive degli allievi, circa la dinamica e i processi relazionali tra educatori ed educandi o, infine, circa la questione dell’influsso dell’ambiente educativo e del contesto in cui l’educando è inserito.

Nel testo del Barberis si trovano, però, anche quelle parti o argomenti, che richiedono una analisi attenta, ad esempio in prospettiva storica e socio- culturale. Una lettura non competente o superficiale potrebbe portare un lettore a conclusioni ambigue o anche scorrette. Una di queste riguarda, ad esempio, quella che è chiamata Vassistenza, elemento molto importante nel sistema educativo salesiano. Nelle pagine redatte da don Bosco sul sistema preventivo, e anche nei Regolamenti, la questione è delineata in generale. Nel testo del Barberis ci sono già esplicitazioni molto più sviluppate; tra l’altro, si notano pure delle indicazioni e affermazioni riprese interamente dai Regolamenti le quali l’autore fa proprie .

L’assistenza, che in fondo significa una presenza dell’educatore (dell’assistente) nei luoghi dove si trovano gli educandi, descritta dal Barberis anche in termini di sorveglianza11, viene presentata come una specificazione di cose da fare e non fare, oppure tramite l’indicazione delle sue caratteristiche. Essa deve essere, ad esempio, una presenza positiva, leale o, con altre parole del Barberis, “non deve essere come una cappa di ferro che gravi sul giovane”. Essa non deve essere realizzata “in modo poliziesco”, ma deve essere comunque “assidua”. Si ha l’impressione, però, che questa presenza con gli educandi rischi di essere percepita in concreto come una forma di controllo, alle volte eccessivo. Indicazioni come: “Non vi sia un momento né un luogo dove il giovane si sappia solo”, oppure, “In molte circostanze il superiore non ha da dire al giovane la ragione per cui vigila, o per cui da un comando”, ne danno un’altra evidenza.

Bisogna dire che la forma con cui le questioni sono presentate, anche se si riferiscono a un argomento importante, e cioè alla presenza dell’educatore con gli educandi, per la sua natura spesso prescrittiva o comportamentale, difficilmente potrebbe entrare nelle linee metodologiche con cui la pedagogia odierna cerca di orientare l’agire educativo, e a questo abbiamo accennato anche prima. Le caratteristiche dell’assistenza dovrebbero essere elaborate piut-

tosto in termini di principi pedagogici più generali. Necessiterebbero, inoltre, di una differenziazione a seconda degli educandi cui si riferiscono, tenendo conto, ad esempio, della loro maturità o dei bisogni particolari. Della necessità di adattare i processi educativi all’età evolutiva parla lo stesso Barberis. Ma nel contesto dell’assistenza, questa corrispondenza è poco visibile. Si potrebbe pensare che implicitamente tale elemento è affidato all’educatore che, in situazioni educative concrete, saprà prendere in modo autonomo atteggiamenti educativi adeguati. Vedendo, però, quante indicazioni specifiche e concrete sono formulate riguardo al suo agire, viene il dubbio se qui si intenda chiaramente questa facoltà deliberativa.

In generale, sembra giustificato dire, quindi, che anche la figura e il ruolo dell’educatore richiedono una considerazione più attenta. Notiamo, ad esempio, che l’educatore deve avere un’immagine positiva degli adolescenti e deve credere nelle loro capacità: “In generale è bene guardarsi dal credere troppo presto alla malizia degli allievi e sospettare che siano di spirito cattivo”. Oppure: “È altresì vero che la gran maggioranza dei giovanetti non è ancora malizioso, e molte volte i giovani commettono le mancanze per sbadataggine”. E ciò è veramente in linea con quanto Barberis scrive in varie parti circa il ruolo e l’auto-responsabilità dell’educando. Ma troviamo anche formulazioni che lasciano emergere atteggiamenti di una certa diffidenza di fronte agli educandi. In modo particolare si nota la paura di lasciar loro troppa autonomia ed eccessiva libertà. Leggiamo al riguardo: l’assistente, “dubitando di tutto, ma guardandosi bene dal dimostrarlo, egli sta sempre coll’occhio aperto, col viso calmo e sorridente; nulla gli sfugge perché è dappertutto ad un tempo: vede ciò che fanno i suoi giovani, indovina ciò che dicono, impedisce che si trascinino che litighino”. Oppure in altro posto: “Gli assistenti quando giungono tra i loro allievi portino immediatamente l’occhio sopra di questi e accorgendosi che taluno sia assente lo faccia tosto cercare sotto apparenza di averli che dire o raccomandare”.

Indicazioni di questo tenore fanno percepire che esse non solo riguardano gli atteggiamenti degli educatori, ma anche l’organizzazione e la gestione delle istituzioni e delle strutture educative. Come si intuisce, in esse, al fine di garantire protezione dagli influssi negativi esterni, vengono limitate e controllate le possibilità di contatto con situazioni e con le persone che sono al di fuori. Le strutture diventano, perciò, ambienti abbastanza ermetici e isolati. La comprensione adeguata di questi passaggi, come si è detto prima, richiede un’attenta analisi storica e socio-culturale. Bisogna studiare i modelli educativi esistenti nell’epoca e i fondamenti teorici su cui si basano. Questo lavoro interpretativo supera però le finalità della presente riflessione, lo lasciamo quindi a esperti e a studi specifici dell’argomento.

Verso l’attualizzazione

A parte alcune criticità riscontrate nel lavoro del Barberis, sembra comunque che il suo testo possa costituire uno dei “ponti” tra le idee e la pratica educativa di don Bosco e una eventuale elaborazione più articolata della pedagogìa salesiana per oggi. Possiamo dare vari motivi per un necessario lavoro di aggiornamento e di sviluppo ulteriore del patrimonio educativo salesiano secondo lo stato delle discipline pedagogiche attuali. Il primo è che ne parlava lo stesso don Bosco: “Voi compirete l’opera che io incomincio”. L’hanno iniziato a realizzare anche i salesiani già nei primi anni della Congregazione, tra cui il Barberis con gli Appunti. Del bisogno di elaborare una pedagogia salesiana fondata su solide basi teoriche parlavano in varie occasioni anche i Superiori generali. Già nel 1926 ne argomentava don Rinaldi, nel 1941 ne riferiva don P. Ricaldone, e ultimamente si è espresso chiaramente don Pascual Chavez Villanueva.

L’altro motivo, forse il più importante, è di natura epistemologica. Scaturisce dal dovere e dalle esigenze delle discipline pedagogiche di studiare le varie sfide della vita nelle società attuali e di rispondere ai problemi educativi odierni. L’ultimo Congresso di Pedagogia Salesiana svoltosi a Roma nel mese di marzo del 2015 ne ha dato prove evidenti. Sono stati affrontati diversi temi, come ad esempio i nuovi media, l’intercultura, la resilienza, ciascuno, però, con una propria base teorica di fondo. L’esistenza di un sistema comprensivo di base potrebbe favorire, in questi casi, sia la comunicazione comprensibile tra gli educatori, sia uno sviluppo coerente della riflessione sistematica da parte dei teorici.

Nello stato attuale delle cose, quindi, sarà probabilmente giustificato affermare che, nonostante i recenti congressi sull’educazione salesiana svoltisi nell’occasione del Bicentenario della nascita di don Bosco, sembra valida l’osservazione formulata da J. M. Prellezo, e riferita a un periodo antecedente: “Nemmeno negli studi e nei saggi più autorevoli raccomandati ai Salesiani si giunge a una esposizione critica e completa del «sistema» o «metodo» preventivo. Gli autori si mostrano piuttosto attenti a mettere in risalto la validità e i punti d’incontro con opinioni («massime educativo-didattiche») di pedagogisti ed educatori classici e moderni. Specialmente, nell’esame di alcuni temi di attualità nel momento storico (1910-1922), come l’educazione della volontà, o discussi come «l’istruzione sessuale», appare il tentativo di mostrare che le idee e soprattutto la prassi di don Bosco hanno «basi razionali, scientifiche»; o che «don Bosco è in buona compagnia», come dice Cerruti altre volte. Nei documenti esaminati è agevole, tuttavia, individuare alcuni tratti o nuclei tematici. Ognuno di essi si inserisce dichiaratamente nella cornice del sistema preventivo, che si allarga oltre lo scritto del 1877”.

Come si nota, lo studio di attualizzazione è postulato in varie istanze e ha motivi ben fondati. Esso potrebbe prendere forma di una trasposizione, e cioè di una rielaborazione di quello che costituisce una ricca eredità educativa e pedagogica salesiana, in quello che sarebbe una concettualizzazione teorica aggiornata e articolata con i riferimenti alle problematiche della vita nella società di oggi. Questo tipo di lavoro sarebbe in linea con quanto auspicava anche lo stesso Barberis.

Alcuni principi, individuati da noi nel testo del Barberis, da una parte, e le metodologie e l’epistemologia pedagogica attuale, dall’altra, potrebbero offrire uno strumentario idoneo per realizzare con fecondità e profitto questo lavoro. In un lavoro futuro, quindi, occorrerebbe studiare elementi caratteristici che nel testo del Barberis emergono con una certa evidenza e che sono riscontrabili anche nel patrimonio educativo salesiano realizzato in vari contesti. Parallelamente, sarebbe necessario indicare possibili prospettive teoriche attuali, con cui questi elementi possono essere approfonditi e sviluppati. Questo però, essendo un lavoro complesso e articolato, non rientra tra gli obiettivi di questo testo, e, quindi, lo lasciamo a uno studio a parte.

Conclusione

Il testo degli Appunti redatto dal Barberis ha una sua fisionomia propria. Con tutti i suoi pregi e limiti può considerarsi come una elaborazione pedagogica della “prassi educativa” salesiana. Sono visibili alcuni tratti del sapere che fanno parte della pedagogia intesa come scienza metodologica, e cioè di una “scienza dell’organizzazione della pratica educativa”  a tutti livelli, sia a livello del discorso teorico, sia a livello dell’intervento.

Proprio l’aspetto metodologico della pedagogia rappresenta, secondo l’epistemologia odierna, il momento centrale della sua mediazione tra le varie scienze dell’educazione. Secondo M. Laeng, tale aspetto definisce ilproprium o lo specifico27 della pedagogia in quanto scienza autonoma. La pedagogia, intesa anche come metodologia pedagogica, è una disciplina che si interessa di come concepire, strutturare e organizzare i processi educativi. Tenendo conto dei saperi provenienti dalle scienze dell’educazione, essa promuove un discorso riguardante i procedimenti che l’educazione compie per raggiungere i suoi obiettivi.

La pedagogia è considerata spesso anche come scienza normativa. Essa non solo descrive come la realtà è (nel nostro caso la realtà educativa) ma riflette come essa potrebbe essere. Ribadiamo però che la pedagogia non prescrive, ma orienta l’agire educativo grazie alle finalità, e cioè all’aspetto teleologico formulato in base al fondamento filosofico ed antropologico.

Nel testo del Barberis le questioni di natura metodologica e teleologica si intravedono in tutte le parti, sia in quella che riguarda l’educazione intellettuale, che quella fìsica o estetica. Tale aspetto teleologico è sottolineato di più nelle parti che elaborano l’educazione morale e l’educazione religiosa. Questi momenti sarebbero anche i più idonei per delineare chiaramente il ruolo dell’educatore. Egli, in base alle circostanze della situazione concreta, da una parte, e in base ai riferimenti teleologici e agli orientamenti metodologici, dall’altra, deve eseguire l’atto prudenziale di deliberazione per prendere una decisione adeguata. In questo aspetto, come abbiamo visto, il testo del Barberis non sempre può considerarsi coerente con i principi epistemologici della pedagogia odierna.

Nonostante tutte le criticità, bisogna ammettere che il testo del Barberis può costituire una fonte significativa in vista di un’elaborazione scientifica della pedagogia salesiana aggiornata. Essa, ripetiamo con Braido, ha già “le «radici» solide” e “i «principi» che hanno virtualità illimitate”.

La fisionomia della pedagogia salesiana attuale, oltre al detto già in precedenza, potrebbe configurarsi pure come il risultato di una continua Ricerca Azione, che valorizza e fa dialogare la pratica educativa e la riflessione scientifica. La discussione odierna è molto attenta al problema di comunicabilità tra teorici e pratici. La collaborazione di uni con gli altri può essere proficua sia per lo sviluppo di nuovi concetti teorici, sia per l’acquisizione e aggiornamento di competenze educative di chi lavora sul campo. Bisogna notare che la sensibilità per il confronto tra la riflessione teorica e l’agire concreto era già presente agli inizi dell’opera educativa salesiana. Sia il testo critico del Barberis sia vari studi di J. M. Prellezo sulle fonti riportano esempi di come i primi salesiani di Valdocco riflettessero sul proprio agire educativo confrontandolo con prospettive teoriche.

Alla fine, rimane ancora da riprendere la questione cui abbiamo accennato fin dall’inizio di questo testo, e che emerge sempre quando viene usato il termine pedagogia salesiana. Infatti, da una parte, lo stesso Barberis nomina il suo testo: “Pedagogia sacra”, “Pedagogia salesiana”, “Appunti di pedagogia”, “Pedagogia secondo lo spirito di don Bosco” (cf Intr. n. 3). Dall’altra parte, come abbiamo visto in precedenza, sia i superiori salesiani che gli studiosi e i salesiani che lavorano in vari contesti, parlano del bisogno di elaborare una pedagogia salesiana attuale.

E lecito formulare quindi una domanda: può esistere una pedagogia salesiana specifica, differente da quella che è la pedagogia generale? L’autore degli Appunti non si pone esplicitamente questo problema (a parte le diverse formulazioni del titolo). Sempre con il criterio della coerenza con le idee originali di Don Bosco, il Barberis valorizza i testi di vari pedagogisti del suo tempo. Ma nel caso si volesse analizzare la questione, bisognerebbe farlo in base ai principi che guidano il costituirsi delle singole discipline scientifiche. Nel presente testo non è possibile sviluppare questa problematica. Delineiamo solo una possibile pista di riflessione, sperando che nel futuro si renda possibile ritornarci su per esaminarne la validità.

Ricordiamo quindi che la pedagogia, in quanto tale, si configura come una riflessione teorica sulla pratica educativa. La funzione di questa riflessione non è esclusivamente di natura conoscitiva (descrivere e presentare la realtà come essa è), ma anche di natura operativa, in quanto essa cerca di influire per cambiare la realtà. E qui, riguardo alla domanda circa la pedagogia salesiana, si potrebbero tracciare due soluzioni.

Secondo la prima, la pedagogia salesiana sarebbe sempre una pedagogia generale, ma in riferimento alla pratica educativa realizzata nelle istituzioni salesiane, o realizzata da persone che si rifanno ai principi generali dell’educazione salesiana. Studierebbe quindi, non tanto ciò che è specificamente sadesiano, ma tutto ciò che effettivamente in questi casi si fa.

Secondo l’altra soluzione, la pedagogia salesiana potrebbe configurarsi come una disciplina relativamente autonoma, così come anche è la pedagogia generale nel contesto di varie scienze dell’educazione. Lo potrebbe essere per il fatto di poter elaborare e proporre una consistente prospettiva particolare con cui studiare e orientare la prassi educativa. Studierebbe specificamente ciò che costituisce la pratica educativa31 salesiana. Secondo i pedagogisti odierni, sono proprio la prospettiva particolare e le modalità di approccio che distinguono una disciplina scientifica dall’altra nello studiare (anche) lo stesso oggetto .

La prima soluzione è probabilmente più facile da accettare, in quanto si tratta sempre di pedagogia generale con tutto ciò che la costituisce. La seconda, anche se esistono ragioni per sostenerla, richiederebbe un’articolazione più chiara e coerente sul che cosa si intenda come prospettiva particolare. La ricerca ulteriore sulla questione, la lasciamo agli studi specifici, in quanto essa richiede anche una strumentazione concettuale particolare, soprattutto quella della filosofia della scienza. Ciò che sosteniamo è che tali studi sono auspicabili sia per sostenere la comunicazione tra tutti i partecipanti del discorso pedagogico, sia per poter rispondere adeguatamente alle sfide educative che il mondo attuale pone.

AGOSTINO (santo) 23, 33, 110, 151, 183,246, 249 ALIGHIERI Dante 23, 47, 147, 194, 197 ALIMONDA Gaetano 33 ALLIEVO Giuseppe 9, 11, 22, 23, 38, 39, 40, 42, 45, 46, 47, 48, 50, 51, 57, 58, 59, 62, 63, 65, 67, 100, 101, 102, 103, 104,105,106,110, 111, 112, 113, 114, 118, 119, 126, 127, 139-143, 146, 158, 166, 197, 198,262 ANCHUKANDAM Thomas 26. ANTONIANO Silvio 22, 23, 262 ARISTOTELE 23, 229 ARRÒ CARROCCIO G. 344
BARBERIS Alessio 5 BALD ACCI Massimo 267 BALZARIO Antonio 11 BARBERIS Giulio 5-26, 29-276 BASILIO (santo) 23 BEAUTAIN Ab. 262 BENEDETTO (santo) 32 BERNARDO (santo) 32 BERTELLO Giuseppe 273 BOBBAA. 262
BOSCO Giovanni (santo) 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 14, 16, 18, 19, 20,21,22, 24, 31, 32, 33, 50, 99, 130, 149, 151, 170, 182, 200, 201, 203, 206, 231, 232, 241,254,265,270,272,273,275,276 BRAIDO Pietro 5, 22, 264, 275 BRILLAT-SAVARIN Jean A. 90
CAPRIOLO P. 276 CARLO MAGNO 32 CAVAGNERO Matteo 26 CERIA Eugenio 5
CERRUTI Francesco 10, 11, 12, 170, 179,254
CHÀVEZ VILLANUEVA Pascual 272
CHIARI Alberto 25 CHIOSSO Giorgio 14 CICERONE Marco T. 23, 128 CLASIO v. Fiacchi Luigi CORALLO Gino 267
DAUPHIN Ab. 262 DE ANGELIS Clemente 22 DE DAMAS P. 235, 262 DE GERANDO Joseph-Marie 61, 150 DIDEROT Denis 178 DUPANLOUP Félix 22,23,45,226,251, 253, 254, 256, 257, 258, 259, 262 DURANDO Celestino 170
ELVEZIO 44 ESOPO 175
FEDRO 175
FÉNELON Francis 23, 262 FIACCHI Luigi 175 FILIPPO NERI (santo) 151 FISSORE Mario 5, 6, 8, 9, 13, 15 FLORES D’ARCAIS Giuseppe 267, 268, 274, 276 FONAINE Joan de la 175 FRANCHI Ausonio 22, 23, 188, 261
GENNARI Massimo 267 GEVAERT Joseph 12 GIANOLA Pietro 267 GIORDANI Domenico 33 GIOVANNI BOSCO (santo) v. BOSCO Giovanni (santo)
GIOVANNI Crisostomo (santo) 44 GIOVENALE Decimo G. 41, 65, 166 GIRAUDO Aldo 26 GIROLAMO (santo) 125, 229 GIUSEPPE (santo) 214, 231 GRAS C. 235

INDICE DEI NOMI DI PERSONA

GREGORIO MAGNO (santo) 23, 253 GRZ^DZIEL Dariusz 26, 263, 266, 268, 269
HAVIGHURST Robert James 266 HUGO Victor 178
IGNACIO DE LOYOLA (santo) 199, 200
JOSÉ DE CALASANZ (santo) 199
KANT Immanuel 23 KNEIPP Sebastian 83, 86
LAENG Mauro 267, 273 LALANNE Ab. 262
LAMBRUSCHE^ Raffaello 23, 245, 262 LAURENTIE Ab. 262 LEÒNCIO Carlos 9, 13, 229 LOPARCO Grazia 14, 272 LUIGI GONZAGA (santo) 212, 214, 231
MALIZIA Guglielmo 272 MANTEGAZZA Paolo 90, 99 MANZONI Alessandro 127 MACINTYRE Alasdire 276 MICCA Pietro 155 MICHELETTI A. M. 226 MONFAT Antoine 22, 23, 38, 221, 222, 223, 224, 225, 226, 228, 229, 230, 235, 236, 237, 238, 240, 241, 242, 243, 244, 245, 246, 248, 249, 262 MONICA (santa) 183 MONTAGNINI D. 12 MOSÈ31, 153 MOTTO Francesco 26, 272
NANNI Carlo 267
OLARTE J.H. 272 ORLANDO Vito 272 OVIDIO 42, 195
PALMONARI Augusto 268 PAOLO (santo) 32, 164, 182, 233 PELLEREY Michele 268 PELLICO Silvio 244 PIGNOTTI Lorenzo 175 PLATONE 23, 254 PLUTARCO 23 POULET Ab. 262
PRELLEZO José Manuel 5, 6,10,13,15, 19,21,22,23,254,263,272,273,275
QUINTILIANO Marco Fabio 23, 128, 166, 254
RAYNERI Giovanni Antonio 9, 11, 17, 18, 22, 23, 44, 45, 65, 134, 135, 160, 162, 176, 177, 180, 181, 185, 187, 190, 191, 193, 195, 196, 262 RICALDONE Pietro 8, 372 RINALDI Filippo 11,23 RODINO Amedeo 8 ROLLIN Charles 20, 224, 236, 246 ROSSI Giorgio 14, 272 ROUSSEAU Jean J. 23, 44, 45 RUA Michele 11, 12, 16,30
SEGNERI Paolo 161 SENECA Lucio Anneo 59 STEFANI Attilio 188 STELLA Pietro 170 SUFFI Nicolò 26
TAROZZI Massimo 267 TOMMASEO Nicolò 20, 52, 53, 144, 224
TONINI Mario 272
VALENTE Lauretta 272 VALENTINI Eugenio 8 VINCENZO DE’ PAOLI (santo) 32
WIRTH Morand 258

278 Indice dei nomi di persona

INDICE GENERALE

I.       INTRODUZIONE

1.     Don Giulio Barberis: “primo maestro ” della “scuola di pedagogia ” a Tori-

no-Valdocco........................................................................................... 6

2.      Gli “Appunti di pedagogia testo per la scuola.................................... 11

3.   Documenti che contengono, integralmente o in parte, gli “Appunti di pedagogia”       14

4.      Articolazione generale e temi più rilevanti.......................................... 17

5.      Fonti redazionali................................................................................. 21

6.      In sintesi: alcuni temi privilegiati........................................................ 24

7.      Criteri di edizione del testo................................................................. 25

8.      Sigle, abbreviazioni e segni nell’apparato critico............................... 27

II.       TESTO

APPUNTI DI PEDAGOGIA SACRA................................................... 29

Agli ascritti della Pia Società di S. Francesco di Sales............................ 29

APPUNTI DI PEDAGOGIA SACRA: Nozioni generali....................... 35

Idea generale della pedagogia.................................................................. 35

La pedagogia è scienza ed arte................................................................. 36

Oggetto della pedagogia.......................................................................... 37

Possibilità e necessità dell’educazione..................................................... 38

Nobiltà ed eccellenza della pedagogia..................................................... 41

Difficoltà dell’educazione........................................................................ 42

Efficacia ed importanza dell’educazione................................................. 43

Errori sull’efficacia dell’educazione......................................................... 44

Fondamento dell’arte educativa............................................................... 46

L’autorità e la soggezione nell’educazione.............................................. 48

Armonia tra l’autorità e la libertà............................................................. 49

Caratteri particolari dell’educazione........................................................ 50

Fine della pedagogia............................................................................ 51

Efficienti dell’educazione........................................................................ 53

Fattori ciechi dell’educazione.................................................................. 55

Uffici dell’educatore................................................................................ 56

Delle doti e della legge suprema della pedagogia.................................... 57

Vari periodi dell’educazione umana......................................................... 59

Mezzi educativi........................................................................................ 62

Divisione della pedagogia........................................................................ 64

280 Indice generale

Parte Prima: EDUCAZIONE FISICA..................................................... 65

Importanza dell’educazione fìsica....................................................... 65

Mezzi indiretti di educazione fisica..................................................... 66

Il corpo umano..................................................................................... 68

Alcune norme preliminari e fondamentali di igiene............................. 69

Indurimento del corpo......................................................................... 70

Divisione.............................................................................................. 71

Capitolo Primo: Le cose esteriori al nostro corpo in quanto che sono...... 72

Aria...................................................................................................... 72

Respirazione......................................................................................... 73

Conseguenze pratiche.......................................................................... 74

Norme particolari................................................................................. 76

Luce e calore........................................................................................ 77

Abitazioni............................................................................................. 77

Vestimenta........................................................................................... 79

Capitolo Secondo: Le cose che s’introducono nel nostro corpo, cioè i cibi e le

bevande in quanto che giovano o sono di nocumento alla salute......... 81

Alimenti-Digestione............................................................................. 81

Cibi....................................................................................................... 82

Alcune norme pratiche riguardo ai cibi................................................ 84

Bevande............................................................................................... 85

Regime alimentare................................................................................ 87

Capitolo Terzo: Delle azioni dell’uomo in quanto che sono giovevoli o nocive

alla sanità............................................................................................. 91

Importanza del moto............................................................................ 91

Traspirazione cutanea........................................................................... 92

Igiene dei nervi.................................................................................... 93

Ginnastica............................................................................................ 95

Ginnastica nelle scuole......................................................................... 96

Della nettezza....................................................................................... 98

Del riposo e del sonno.......................................................................... 99

Capitolo Quarto: Igiene particolare........................................................ 100

Dell’educazione dei sensi esterni........................................................ 100

La vista................................................................................................ 102

L’udito e la parola............................................................................... 104

Il tatto.................................................................................................. 105

Gusto e odorato................................................................................... 106

Indice generale 281

Parte Seconda: EDUCAZIONE INTELLETTUALE........................... 109

Sezione Prima: EDUCAZIONE INTELLETTUALE IN GENERE.... 109

Necessità di un’acconcia educazione intellettuale............................. 109

Principi fondamentali dell’educazione intellettuale........................ 110

Concetto e divisione dell’educazione intellettuale.......................... Ili

Leggi dell’educazione intellettuale................................................. 112

Fini dell’istruzione........................................................................... 115

Caratteri che deve avere l’istruzione............................................... 116

Limiti dell ’ educazione intellettuale............................................... 118

Sezione Seconda: DEL MAESTRO....................................................... 119

Delle doti in generale del maestro................................................... 119

Necessità della scienza nel maestro................................................... 120

Quale istruzione debba avere il maestro.......................................... 120

Dell’amore alla fatica......................................................................... 121

Sezione Terza: DIDATTICA GENERALE........................................... 122

Gli atti della nostra mente............................................................... 122

La percezione.................................................................................. 123

Il giudizio........................................................................................ 124

Raziocinio........................................................................................ 124

Memoria.......................................................................................... 125

Quando cominciare l’educazione intellettuale................................ 126

Istruzione reale ed istrumentale....................................................... 127

Proprietà generali dell’insegnamento.............................................. 128

Istruzione educativa........................................................................ 130

Delle forme d ’ insegnamento......................................................... 131

Sezione Quarta: DELL’EDUCAZIONE DELLA MEMORIA........... 132

Della memoria................................................................................. 132

Sua importanza................................................................................ 133

Modo di conservare ed accrescere la memoria................................ 133

Studio alla lettera e studio a senso.................................................. 135

Mezzi mnemonici............................................................................ 136

Parte Terza: DELL’EDUCAZIONE ESTETICA.................................. 139

Capo Primo: DELL’EDUCAZIONE ESTETICA IN GENERALE.... 139

Natura e necessità dell’educazione estetica.................................... 139

Leggi dell’educazione estetica........................................................ 141

Fine e mezzi dell’educazione estetica............................................. 142

Pratica dell’educazione estetica...................................................... 146

282 Indice generale

Capo Secondo: DELL’EDUCAZIONE ESTETICA SPECIALE........ 147

Della poesia........................................................................................ 148

Della musica e specialmente del canto............................................... 149

Del disegno........................................................................................ 152

Parte Quarta: DELLA PEDAGOGIA MORALE E RELIGIOSA.... 153

Sezione Prima: METODO GENERALE DI EDUCAZIONE.............. 154

Capo Primo

Il fondamento dell’educazione morale.............................................. 154

Concetto, eccellenza e difficoltà dell’educazione morale.................. 155

Delle potenze morali educabili........................................................... 157

Uffici e mezzi generali dell’educazione morale e religiosa................ 157

Dell’energia morale nell’educazione............................................... 160

Capo Secondo

L’educazione morale dev’essere adatta alTallievo ed ai tempi.......... 162

L’educazione troppo energica abbatte, troppo molle snerva.............. 163

L’educazione va presa per tempo....................................................... 165

I due compiti dell’educazione............................................................ 167

Capo Terzo

Molteplicità degli ostacoli.................................................................. 167

Ostacoli esterni e come rimuoverli..................................................... 168

Ostacoli interni - come superarli......................................................... 171

Della leggerezza di carattere e come curarla...................................... 173

Capo Quarto

Mezzi positivi di educazione.............................................................. 174

L’insegnamento morale...................................................................... 174

Insegnamento simbolico..................................................................... 175

Insegnamento aforistico..................................................................... 177

Insegnamento scientifico................................................................... 177

Da chi deve essere impartito e quale estensione deve avere questo insegnamento       179

Capo Quinto

Dell’esempio come mezzo educativo.............................................. 180

L’esempio vivo e presente.................................................................. 181

L’esemplare per eccellenza................................................................. 182

Dell’esempio storico........................................................................... 183

Modo di imitare gli esempi................................................................ 185

Indice generale 283

Capo Sesto

Dell’autorità....................................................................................... 186

Quante sorta di autorità vi siano........................................................ 188

Come si acquisti l’autorità morale dall’educatore.............................. 189

Come l’educatore deve esercitare l’autorità giuridica........................ 191

Dell’ubbidienza.................................................................................. 192

Del rispetto alla libertà dell’educando............................................... 194

La scelta dello stato........................................................................... 196

Sezione Seconda: DEL SISTEMA PREVENTIVO NELL’EDUCAZIONE

DELLA GIOVENTÙ........................................................................ 199

Necessità di seguire un buon sistema per riuscire nell’educazione.... 199

Il nostro sistema................................................................................. 200

Il Sistema preventivo nell’educazione della gioventù........................ 200

Una parola sui castighi.....................................................................    205

Articoli generali premessi al Regolamento delle case........................ 206

Sezione Terza: DEI FATTORI DELL’EDUCAZIONE MORALE..... 207

Del direttore....................................................................................... 208

Del prefetto........................................................................................ 208

Del catechista..................................................................................... 211

Del catechista degli artigiani.............................................................. 213

Del consigliere scolastico................................................................... 214

Dei maestri di scuola.......................................................................... 215

Degli assistenti di scuola e di studio.................................................. 217

Dell’assistente dei laboratori.............................................................. 218

Degli assistenti o capi di dormitorio.................................................. 219

Sezione Quarta: DEI MEZZI DISCIPLINARI..................................... 220

Disciplina tra gli educatori................................................................. 222

Della disciplina esterna................................. :................................... 225

Della disciplina della volontà............................................................. 227

Crisi di adolescenza........................................................................... 228

L’emulazione ed il sentimento d’onore.............................................. 229

Pietà e moralità................................................................................ 231

Dei voti di condotta........................................................................... 233

Della sorveglianza.............................................................................. 234

Condizioni di una buona sorveglianza............................................... 236

Alcune altre norme pratiche di sorveglianza...................................... 239

La repressione ed i castighi................................................................ 242

Condizioni dei castighi...................................................................... 247

Utili industrie pei superiori................................................................. 249

Sezione Quinta: DELLE DOTI DI UN BUON EDUCATORE........ 251

Dignità dell’educatore....................................................................... 251

284 Indice generale

Beni che provengono all’educatore

Delle virtù.......................................

La pietà...........................................

La pazienza.....................................

Fermezza........................................

Amore ai fanciulli...........................

Zelo................................................

Imparzialità.....................................

Altre doti d’ordine civile ed intellettuale

III.       POSTFAZIONE

GLI “APPUNTI” DI GIULIO BARBERIS VISTI IN UNA PROSPETTIVA PEDAGOGICA ATTUALE (Dariusz Grz^dziel).........................................................................

1.      Significato e i principi guida nel testo di Barberis......................

2.      Status epistemologico della pedagogia di Barberis....................

3.      Temi di attualità e temi per l’aggiornamento.............................

4.      Verso l’attualizzazione...............................................................

5.      Conclusione...............................................................................

INDICE DEI NOMI DI PERSONA INDICE GENERALE       

252

253

255

255

256

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258

259

260

263

263

266

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[1]   Alessio Barberis, Don Giulio Barberis, direttore spirituale della Società di San Francesco di Sales: Cenni biografici e memorie. San Benigno Canavese, Scuola Tipografica Don Bosco 1942; Eugenio Ceria, Profili di capitolari salesiani. Colle Don Bosco, LDC 1951, pp. 305-324; José Manuel Prellezo, Valdocco nell’Ottocento tra reale e ideale (1866-1889). Documenti e testimonianze. (= ISS - Fonti - Serie seconda, 2). Roma, LAS 1992; Id., Studio e riflessione pedagogica nella Congregazione salesiana 1874-1941. Note per la storia, in RSS 7 (1988) 34-60; Id., G. A. Raynerì negli scritti pedagogici salesiani, in “Orientamenti Pedagogici” 40 (1993) 1039-1063; Id., Giuseppe Allievo negli scritti pedagogici salesiani, in “Orientamenti Pedagogici” 45 (1998) 302-311; Mario Fissore, L’organizzazione della formazione iniziale nel periodo di don Rua, in Francesco Motto (a cura di), Don Michele Rua nella storia (1837-1910). Atti del Congresso Intemazionale di Studi su don Rua (Roma, Salesianum, 29-31 ottobre 2010). (= ISS - Studi, 27). Roma, LAS 2011, pp. 675- 708; Id., Il Vade mecum di don Giulio Barberis: Spunti di indagine e sguardi d’insieme, in RSS 31 (2012) 155-222; José Manuel Prellezo (a cura di), Il sistema preventivo negli “Appunti di pedagogia” di Giulio Barberis. Raccolta antologica di testi ed edizione critica, in RSS 35 (2016) 103-181. Il volume che vede ora la luce è in stretto rapporto con l’ultimo lavoro citato, nel quale sono presentate alcune parti degli Appunti di pedagogia, che riguardano più direttamente il pensiero pedagogico e la pratica educativa di don Bosco. Manca ancora una aggiornata biografia di don Giulio Barberis.

[2] Cf Mario Fissore, Il ruolo di don Giulio Barberis, nell’organizzazione del primo noviziato salesiano, in RSS 34 (2015) 155-156. “D. Giulio Barberis (1847-1927) è testimone particolarmente prezioso in questa fase della vita di don Bosco. Egli vive il primo quinquennio come maestro dei novizi accanto a don Bosco (1874-1879), in certi periodi, in quotidiana conversazione con lui. Le decine di cronache e quaderni da lui lasciati contengono ricchissime informazioni e valutazioni di prima mano” (Pietro Braido, “Introduzione”, in Giovanni Bosco, Il sistema preventivo nella educazione della gioventù. Introduzione e testi critici. Roma, LAS 1989, p. 8).

[3]    Appunti di pedagogia sacra. Esposti agli Ascritti della Pia Società di S. Francesco di Sales dal Sac. Giulio Barberis. [Torino], Litografia Salesiana 1897. (Si citerà: G. Barberis, Appunti di pedagogia... 1897).

[4]   Testo critico del verbale, in J. M. Prellezo, Valdocco nell’Ottocento..., p. 193. Nei verbali della “2a conferenza” tenuta dal capitolo della casa di Valdocco (il 4 novembre 1877), don Giulio Barberis appare come professore di Pedagogia nei corsi di Filosofia (la e 2a) e nel corso di Teologia {Ibid., pp. 235-236). Egli stesso affermava nel 1897: “Io, fin dai primordi incaricato da don Bosco della scuola di pedagogia” (G. Barberis, Appunti di pedagogia... 1897, p. 4).

[5]  Deliberazioni del Capitolo Generale della Pia Società Salesiana tenuto in Lanzo Torinese nel settembre 1877. Torino, Tipografia e Libreria Salesiana 1878, p. 16. “Alla fine primo trimestre 1875”, le decisioni del 1874 sulla scuola di pedagogia “erano diventate operative” (M. Fissore, Il ruolo dì don Giulio Barberis..., p. 181; sul programma: cf Ibid., pp. 189-190; J. M. Prellezo, Valdocco nell’Ottocento..., pp. 185-200; Id., Studio e riflessione pedagogica..., p. 82).

[6] Deliberazioni del secondo Capitolo Generale della Congregazione Salesiana. Torino, Tipografia Salesiana 1882, p. 70.

[7] G. Barberis, Appunti di pedagogia... 1897, pp. 3-4. Nell’edizione del 1903, Barberis, invece di “la nostra Pia Società fu approvata”, corregge giustamente: “le Costituzioni della Pia nostra Società furono approvate” (Appunti di pedagogia sacra. Esposti agli Ascritti della Pia Società di S. Francesco di Sales dal Sac. Giulio Barberis. Torino, Litografia Salesiana 1903, p. 4). Questa edizione si citerà: G. Barberis, Appunti di pedagogia... 1903, p. 3.

[8]   Cronichetta, quaderno 11, p. 4. Barberis precisa nella presentazione degli Appunti: “raccolsi nei presenti Appunti quegli ammaestramenti che finora si esponevano verbalmente” (G. Barberis,

[9] Archivio FSE Organizzazione; Giovanni Antonio Rayneri (1810-1867), sacerdote, pedagogista italiano; Giuseppe Allievo (1830-1913), filosofo e pedagogista italiano.

[10]  In ognuno deitemi si indica la data della stesura (dal 18dicembre [1873] al 30 aprile [1874]). Nel margine superiore della prima pagina del quaderno autografo, Barberis scrive: “Allievo 18 Die.”. Nelle ultime tre pagine viene trascritto il “Programma d’esame di Antropologia an. 1873-74” (BDB - CSDB, G. Barberis).

[11]  Appendice al resoconto del 1° trimestre del 75-76 sullo stato degli Ascritti alla Congregazione di >S´. Francesco di Sales (ms di Barberis, in ASC E270), citato da M. Fissore, Il ruolo di don Giulio Barberis..., p. 158.

[12] ASC A012 Cronichetta Ruffino Domenico.

[13] J. M. Prellezo, Valdocco nell’Ottocento..., pp. 196-197.

[14]  Francesco Cerruti, Idee di don Bosco sull’educazione e sull’insegnamento e la missione attuale della scuola. S. Benigno Canavese, Tipografia e Libreria Salesiana 1886 (cf Id., Scritti editi e inediti su don Bosco [1883-1916]. Saggio introduttivo, testi critici e note a cura di José Manuel Prellezo. Roma, LAS 2014, pp. 113-143).

[15]  ASC B523 Cerruti´, cf anche Francesco Cerruti, Lettere circolari e programmi di insegnamento (1885-1917), Introduzione, testi critici e note a cura di José Manuel Prellezo. (= ISS - Fonti, Serie seconda, 10) Roma, LAS 2006, p. 13.

[16] G. Barberis, Appunti di pedagogia... 1897, p. 4.

[17] Regolamento per le case della Società di San Francesco di Sales, in Istituto Storico Salesiano, Fonti salesiane 1. Don Bosco e la sua opera. Raccolta antologica. Roma, LAS 2014, pp. 551-595.

[18] ASC A375 Rinaldi. Corrispondenza.

[19]  Hechtel (“Salesianen van Don Bosco”). Il contenuto e le caratteristiche di due quaderni manoscritti, custoditi nella Biblioteca Don Bosco della casa salesiana di Oud-Heverlee-Belgio, consentono di affermare che sembra “abbastanza sicuro che don Montagnini (maestro dei novizi a Hechtel a partire dal noviziato 1902-1903) abbia usato per molti anni questi due quaderni come testo-base per il corso di pedagogia ai novizi. Infatti le sottolineature di parole e le numerose integrazioni in carattere piccolissimo sono della mano di Montagnini. È probabile che questi due quaderni siano stati usati fino alla prima guerra mondiale (1914-1918)” (Testimonianza del prof, emerito dell’UPS, Joseph Gevaert, in e-mail del 24 febbraio 2017).

[20]  Cf Apuntes de pedagogia sagrada expuestos a los novicios de la Pia Sociedad de S. Francisco de Sales por el Sac. Julio Barberis. [Las Piedras, Uruguay], Cyclostyle Pedrense [s.d.]. Nel Primo Capitolo Americano, tenuto a Buenos Aires nel 1902

[21]  Cf Anno scolastico 1898-1899. Programma scolastico per le case di Foglizzo, Ivrea, Valsa- lice, in F. Cerruti, Lettere circolari..., pp. 478-480. In un’“Avvertenza” preliminare, Cerniti precisa: “Le case di S. Gregorio e di Genzano si atterranno anch’esse a queste programma”. Nella circolare del 5 agosto 1900, don Rua notifica che nelle case di noviziato “non si faccia nessun altro studio fuori di quello che è ordinato anno per anno nel programma che il Consigliere Scolastico manda per loro” (Lettere circolari di don Michele Rua ai Salesiani. Torino, Tip. S.A.I.D. “Buona Stampa” 1910, p. 211).

[22] F. Cerruti, Lettere circolari..., pp. 478, 493. Nella circolare del 5 agosto 1900, don Rua chiede che, nelle case di noviziato, “non si faccia nessun altro studio fuori di quello che è ordinato anno per anno nel programma che il Consigliere Scolastico manda per loro” (.Lettere circolari di don Michele Rua..., p. 211). Il Rettor maggiore puntualizza poi che nei due mesi precedenti la professione si può fare “un po’ di scuola per terminare la spiegazione della pedagogia sacra” (Ibid., p. 212).

[23] Atti del Primo Capitolo Generale Americano della Pia Società Salesiana. Buenos Aires (Almagro). Collegio Pio IX di Arti e Mestieri 1902, pp. 58-59 (manoscritto ciclostilato).

[24]  Cf Lettere circolari di don Michele Rua..., pp. 269-285; J. M. Prellezo, Studio della pedagogia..., pp. 212-219; M. Fissore, L’organizzazione della formazione iniziale..., pp. 687-699.

[25]  ASC D598 Capitolo Generale XIII1929. Commissione Studi-Relazione, n. 2. Nel 1906, il programma abbozzato nel Regolamento salesiano del noviziato segnalava ancora, tra le altre materie, la “pedagogia”.

[26] Cf Lettere circolari di don Michele Rua..., pp. 448-449.

[27]  Carlos Leòncio, Pedagogia. (Manual teòrico-pràtico para uso dos educadores). I. O educando e sua educalo. Com prefàcio do Prof. Dr. Everardo Backheuser. S. Paulo, Livraria Salesiana Editora 1938, p. 10.

[28]  Cf Carlos Leòncio, Pedagogia. (Manual teòrico-pràtico para uso dos educadores). I. O educando e sua educalo. Segunda edigào. Cidade do Salvador-Bahia, Escolas Profisionais Salesianas

[29]  Nella “conferenza capitolare” del 22 novembre 1874, i responsabili di Valdocco fanno “notare che vi è bisogno di insegnare un po’ di galateo ai chierici sul modo di stare a tavola, e si diede incarico a D. Barberis, che già ha da insegnare tal materia agli ascritti, di fare un sunto delle regole più importanti, da leggersi prima nel capitolo, poi a mensa” (J. M. Prellezo, Valdocco nell ’Ottocento...,?. 195).

[30] Cf M. Fissore, Il ruolo di don Giulio Barberis..., p. 156 (nota 6).

[31]  G. Barberis, Appunti di pedagogia... 1897, p. 3. La frase “come ben sapete, o miei buoni giovani,” viene cancellata nel testo del 1903.

[32]  Giovanni Antonio Rayneri, Della pedagogica libri cinque. Seconda edizione. Torino, Grato Scioldo Editore 1877. L’autore articola il volume in cinque libri: Educazione in generale, Educazione intellettuale, Educazione estetica. Educazione morale. Educazione fisica.

[33]  Parlando del “corpo umano”, Barberis scrive testualmente: “degli organi della vista, dell’udito ecc. di cui non è il posto di parlarne un trattatello d’igiene, tu vieni a concludere come davvero il corpo, sebbene solo l’involucro dell’anima, sia una vera meraviglia” (G. Barberis, Appunti di pedagogia... 1897, p. 60).

[34]  In questa parte la vicinanza tra gli Appunti e la citata opera di Rayneri è minore. Barberis dedica all’Educazione fisica tre brevi capitoli: “Cure igieniche”, “Esercizi corporali”, “Differenze nell’educazione dipendenti dall’età e dal sesso” (pp. 592-611). Maggiore attenzione è dedicata a questi temi in un’opera che Barberis ha utilizzato: Felice Dupanloup, L’educazione, Volume primo. Parma, Pietro Fiaccadori 1868, pp. 202-221 (“Le cure fisiche”, “La buon’aria”, “Del nutrimento”, “Della vita regolata”, “Degli esercizi del corpo”, “Della pulizia”). A questo riguardo, sembra illustrativo il cenno fatto da Barberis, in una pagina della sua agenda 1874-75, ai corsi del noviziato. Non vi indica solo la “scuola di Pedagogia”, ma anche la “importante scuola d’igiene cioè delle cure che si debbono avere per conservare la sanità nei giovani” (cf M. Fissore, Il ruolo di don Giulio Barberis..., pp. 181-182). Si tratta di una annotazione che evidenzia l’attenzione alla “sanità dei giovani”, suggerendo, allo stesso tempo, una questione non irrilevante: la possibilità che le numerose pagine della parte prima degli Appunti (“Educazione fisica”) siano state adoperate come “testo” per la “scuola d’igiene” nei primi noviziati salesiani. I dati oggi fruibili non consentono di formulare una risposta ben documentata.

[35] Cf Istituto Storico Salesiano, Fonti salesiane 1. ..., pp. 552-564.

[36] G. Barberis, Appunti di pedagogia...1897, p. 277.

[37] Ibid., pp. 277-278.

[38] José Manuel Prellezo, Valdocco 1884: Problemi disciplinari e proposte di riforma, in RSS 11 (1992)35- 71.

[39] G. Barberis, Appunti di pedagogia...1897, p. 317.

[40] Ibid., p. 321. Nicolò Tommaseo (1802-1874), scrittore italiano.

[41] Nella aggiunta autografa introdotta nel 1903, Barberis scrive testualmente: “Ma da questi medesimi autori non estrassi cognizioni originali che in qualche modo potessero essere in contraddizione col pensiero di don Bosco, bensì, invece, dall’essere stato io per 27 anni continui a fianco di D. Bosco, ed aver trattato tanto a lungo e tanto famigliarmente [con lui]” (G. Barberis, Appunti di pedagogia... 1903, p. 4).

[42] G. Barberis, Appunti di pedagogia... 1897, p. 6.

[43] Cf i saggi citati nella prima nota di questa introduzione; tra gli altri: J. M. Prellezo (a cura di), Il sistema preventivo negli “Appunti di pedagogia ” di Giulio Barberis..., pp. 113-181.

[44]  Ausonio Franchi (1821-1895), pseudonimo del filosofo Cristoforo Bonavino, sacerdote italiano.

[45]  Antoine Monfat (1820-1898), religioso della Società di Maria, educatore e pedagogista francese. Autore noto a Valdocco: cf J. M. Prellezo, Valdocco nell’Ottocento..., pp. 229, 254.

[46] Félix Dupanloup (1802-1878), vescovo di Orléans, pedagogista, educatore, accademico francese. Tra le sue opere pedagogiche: De / education (Paris 1850-1862), “presente in traduzione italiana, nella biblioteca dell’Oratorio di don Bosco” (Pietro Braido, Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di don Bosco. [= ISS - Studi, 11]. Roma, LAS 1999, p. 81); cf Felice Dupanloup, L’educazione, versione italiana di D. Clemente de Angelis. Voi. 1 ° Dell ’educazione in generale. Voi. 2° Dell’autorità e del rispetto nell’educazione. Voi. 3° Degli uomini addetti all’educazione, versione italiana di Clemente De Angelis. Parma, P. Fiaccadori 1868-1869.

[47] Silvio Antoniano (1540-1603), cardinale, scrittore e pedagogista italiano.

[48] G. Barberis, Appunti di pedagogia... 1903, fol. ms. 22 v.

[49] ASC D598 CG XIII1929. Proposte varie.

[50] Cf J. M. Prellezo, G. A. Rayneri negli scritti pedagogici salesiani..., pp. 1039-1063.

[51] Cf J. M. Prellezo, G. Allievo negli scritti pedagogici salesiani..., pp. 302-311.

[52]  Cf Ausonio Franchi, Lezioni di pedagogica. Con prefazione, note e appendici del sac. prof. Carlo Decani. Siena, Tipografia Edit. S. Bernardino 1898.

[53]  Raffaello Lambruschini (1788-1873), sacerdote, pedagogista ed educatore italiano. Tra le sue opere: Della educazione. Torino, G. B. Paravia [1863],

[54] G. Barberis, Appunti di pedagogia... 1897, p. 33.

[55] Ibid., p. 375.

[56]  Cf Alberto Chiari, L’edizione critica, in Mario Fubini et al., Problemi e orientamenti di lingua e letteratura italiana. Voi. II. Milano, Marzorati 1951, pp. 231-295.