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Vita religiosa - Negli insegnamenti di S. Francesco di Sales, Don E.Ceria

Sac. EUGENIO CERIA

Salesiano

Vita religiosa

Negli insegnamenti di

S. Francesco di sales

Bonis religiosis medius rsihil est, rnalis ihil peisrs.

{S. FRANCESCO DI SALES, Lettera a Clemente VIII).

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Visto per la Congregazione Salesiana

Torino, 1 Gennaio 1926

Sae. Dott. BARTOLOMEO FASCIE

Nulla osta per la stampa Torino, 4 Gennaio 1926

Teol. C. MARITANO, Rev. del.

IMPRIMATUR

C. FRANCESCO DuvrivA, Prov. Gen.

Proprietà riservata alla Libreria Dottrina. Cristiana - Colle Don Bosco (Asti) Stampato nell´Istituto Salesiano per le Arti Grafiche +- • Colle Don Bosco (1949)

 

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AL LETTORE •                         •

Ho posto mano a questo lavoro- per ottemperare a un desiderio espressomi dal reverendissimo Don Filippo Rinaldi, Rettor Maggiore dei Salesiani, lei prima volta che mi presentai a lui. dopo la sua elezione a terzo successore del venerabile Giovanni Bosco. Egli mi disse allora che´ avrebbe veduto volentieri che io compilassi dagli scritti di san Francesco di Sales un. manuale di vita religiosa per utilità delle persone consacrate a Dio. Messo pertanto da parte ogni altro studio, nei tempi liberi dalle mie ordinarie occupazioni venni leggendo da capo a fondo le opere del santo Dottore nella mirabile edizione di Annecy. e segnando in margine quei punti che potessero offrire ai religiosi e alle religiose gradito e profittevole pascolo di lettura spirituale. Tradotti poi i luoghi notati e raggruppatili intorno ad alcuni concetti fondamentali, amalgamai ogni. gruppo in guisa da farne risultare tanti capitoli e paragrafi nettamente distinti, dove il filo delle idee procedesse in ordine logico e

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abbastanza serrato da non lasciare apparire di troppo il mosaico. Questa ,è stata l´origine, questa è l´indole del presente lavoro, nel quale di Mio il lettore non troverà che la diligenza in raccogliere, tradurre e ordinare la dottrina del Santo sulla natura della vita religiosa e sulle virtù che la debbono santificare."

I materiali qui raccolti provengono quasi per intero dai Trattenimenti spirituali, dalla seconda serie dei Sermoni e dalle Lettere.

Ma e la Filotea e il Teotimo? Tutto ben considerato, è parso miglior consiglio non attingere a queste due fonti, per tre motivi: primo, il carattere intrinseco e l´intento speciale di queste due opere, come ben sanno tutti coloro che le abbiano lette; secon, do, perchè, essendo letterariamente più elaborate, le. parti desunte dalle medesime non avrebbero armonizzato • abbastanza bene col resto; terzo, perchè si trattava di due capolavori notevolmente divulgati anche in italiano e quindi alla portata di chiunque li voglia leggere. Invece, le altre fonti accennate; mentre davano un contributo pressochè omogeneo quanto alla´ forma e scaturito nella sostanza da immediate opportunità di ordine prevalentemente pratico, sarebbero rimaste purtroppo inaccessibili al maggior numero delle persone religiose, qualora con acconce derivazioni non se ne fossero accostate ai più le benefiche

linfe.

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L´ascetica del Salesio, così illuminata e consolante, è fatta apposta per avvicinare soavemente a Dio le anime desiderose della cristiana perfezione. Le verità rivelate, passando per il suo spirito eletto, ne -èscono rivestite di forme sì attraenti, che fanno amare la bontà divina, ispirano carità, sincera e operosa verso il prossimo, e muovono le volontà ad abbracciare serenamente anche i più duri sacrifici per mantenersi fedeli nei loro santi propositi. La naturale perspicacia di lui, avvolorata dallo studio, dall´esperienza e dalla fede, lo rese insigne in quella che vien denominata la discrezione degli spiriti; la santità poi della vita lo abituò a quell´altra discrezione, che fa-l´uomo di Dio moderato nell´esigere e pieno d´indulgenza di fronte alle miserie della povera umanità peccatrice, Così, lontano del pari da esasperante rigidezza e da snervante lassismo, diresse per anni e anni con tatto finissimo´ coscienze d´ogni genere: della qual direzione è monumento di valore incomparabile -il voluminoso epistolario, e sono docuMento vivo e parlante le conferenze e le prediche da lui fatte alle sue buone. religiose, le quali con mani pie le vollero raccogliere per iscritto, e così fu che poterono essere tramandate fino a noi. Ecco dunque la triplice miniera, da cui in massima parte è stato estratto il tesoro spirituale, che nelia, più organica forma possibile noi osiamo presentare a quanti figli della Chie-.

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sa attendono alla propria santificazione sotto qualsiasi Regola di vita religiosa.

Genzano di Rema, 26 maggio 1925.

LA VITA RELIGIOSA

N. B. - Le citazioni più ordinartele opere di San Francesco sono fatte nel modo seguente:

E. =- Les vrays Entretiens spirituels.

´S. R. = Sermons Recueillis par les Religieuses de la Visitation.

L. = Lettres.

Seguono il numero di ordine dell´E., del S., o della L., .e tra parentesi il vol. nella serie dell´edizione suddetta e le pagine dei passi riportati.

VIII

 

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INTRODUZIONE

La vita spirituale.

Vivere vita spirituale è pensare, parlare, operare in modo conforme alle virtù che risiedono nello spirito, e non secondando i sensi e sentimenti che sono nellag carne. Di questi bisogna servirsi, tenendoli soggetti e non vivendo a norma di essii invece, alle virtù dello spirito bisogna che serviamo noi e che facciam servire tutto il resto.

Ma quali sono le virtù dello spirito? La fede, che ci mostra verità interamente rivelate, superiori ai sensi; la speranza, che ci fa aspirare a beni invisibili; la carità, che ci fa amar Dio sopra ogni cosa e il prossimo come noi stessi, con amore non sensuale, non naturale, non interessato, ma puro, saldo e, immutabile, fondato in Dio.

Il sentimento umano, basato sulla carne, &impedisce talvolta di abbandonarci interamente nelle mani di Dio, perchè ci diamo a credere che, non valendo noi niente, Dio non debba fare nessun con‑

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to di noi, come si suole appunto dagli uomini, ché vivono secondo í dettami della saviezza umana, di-• sprezzando chi non sia lor´o utile; invece lo spirito che ha per base la fede, si rincora in mezzo difficoltà, ben sapendo che Dio ama, compatisce ´e soccorre i meschini, sol che sperino in lui. Il sentimento umano vuole ingerirsi in tutto ciò che si • fa, ed è tanto egoista che per buona non ritiene cosa´ alcuna, nella • quale non siasi intromesso; invece lo spirito si attiene a Dio e va ripetendo che ciò che non è Dio l´ha per nella, e come per carità prende parte nelle cose che gli vengono comunicate, così per abnegaziOne e umiltà rinuncia volentieri alla sua partecipazione in quelle che gli si tengono celate.

,.. Vivere vita spirituale è amare spiritualmente, e vivere vita carnale è amare carnalmente, perchè l´amore è la vita dell´anima, come l´anima è la vita

·  del corpo: Un confratello è dolce e amabile, e io l´ho molto caro;´ egli mi ama. grandemente, mi colma di gentilezze, e per questo lo riamo anch´io: chi. non vede che lo amo secondo i sensi e, la carne? Gli animali che non hanno anima spirituale, ma soltanto carne e sensi, amano anch´essi chi fa loro. del bene e li tratta con dolcezza •e ´amabilità. Un altro confratello è rude, aspro, sgarbato; ma, tolto • ciò, è piissimo ed anche desideroso di acquistare

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maniere ´dolci e civili; ed io tratto con lui in ogni circostanza, non per gusto o interesse che me ne venga, ma perchè così piace a Dio: gli voglio ben´e, vado con lui, gli presto Servizio, gli fo cortesie; ecco un amore spirituale, perchè qui la carne non entra affatto.

Io sono per indole timido, vergognoso e diffidente di me, e quindi vorrei esser lasciato Vivere secondo questa inclinazione, in disparte, dovendo fare molta violenza alla ritrosia esagerata che provo e all´eccessiva mia timidezza. Chi non vede che questo non è vivere secondo lo spirito? Da giovane., quando non avevo ancora spirito, vissi già così; ma ora, beitchè per indole sia pauroso come una talpa, voglio sforzarmi ´di vincere queste naturali tendenze é venirmi abituando a compiere tutti i doveri della carità impostami dall´obbedienza, cioè da Dio. E qui chi non vede che questo è vivere secondo lo spirito?

Vivere vita spirituale è fare le azioni, dire le parole e formare i pensieri, che lo spirito di Dio vuole da noi. E quando dico formare i pensieri,´ intendo pensieri volontari. Io, per esempio, sono malinconico e non ho voglia di parlare: i carrettieri e i pappagalli fanno lo stesso; sono malinconico, ma, poichè la carità richiede ch´io parli, parlerò: così fanno le persone spirituali. Mi disprezzano, e me n´adonto: così fanno i pavoni e le scimmie; mi disprez‑

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sano, e ne gi-msco: tacevano :così gli _Apostoli.

Vivere dunque vita spirituale è fare quello che c´insegnano la fede, la speranza e la carità, sia nelle cose temporali che nelle spirituali.

Vivi secondo lo spirito, standotene tranquillamente in pace. Tieni per fermo che Dio ti aiuterà: qualunque cosa ti accada, riposa fra le braccia della sua misericordia e bontà paterna. Dio sia sempre il tuo. tutto, (l).

(1) L. ucxcvu (t. xvti, pp. 205-7).

 

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CAPO PRIMO - Della perfezione.

§ 1..TRE GRADI DI PF.EFEZIONE.

Il Signore ha detto queste tre parole, che comprendono tutta la dottrina intorno alla perfezione cristiana: Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua (1).

Rinnegare se stesso.

Rinnegare se stesso val quanto dire purificarsi; i

del che tutt abbiamo bisogno. Sì, sappiamolo:i bene; finchè staremo in questa misera vita, avremo sempre bisogno di purificarci, rinunciando a noi stessi, nè per alcun altro fine ci è data la vita presente. Erra chi crede di poter arrivare a tal grado di perfezione, che non gli rimanga più nulla da fare; il nostro amor proprio vien germinando continuamente imperfezioni, che fa d´uopo estirpare. Per questo si

(1), MATT., xvi, 27.

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serve dei nostri sensi, ed è tanto malizioso, che., quando noi lo mettiamo nell´impossibilità di produrre i suoi effetti per mezzo della vista, si appiglia all´Udito, e così via; di modo che noi siamo sempre quaggiù nella´ stagione della fatica.

Vediamo un po´ che cosa intenda. il Signore con quella prima parola: Rinneghi se stesso. Noi abbiamo due noi stessi; e, poichè rinnegare se stesso significa purificarsi, quale sarà il noi da purificare? Uno dei due noi è tutto celeste (1), ed è quello che ci fa fare le opere buone; è l´inclinazione dataci da Dio ad amarlo, aspirando al godimento della Divinità nella vita eterna. L´altro noi, quello da rinnegare, è costituito dalle nostre. passioni e cattive inclinazioni, dai nostri affetti d´epravati, in una parola, dal nostro amor proprio.

Non illudiamoci, pensando di poter seguitare il Signoi´e senza rinnegare interamente, e senza riserva, noi stessi; ce l´ha insegnato il Salvatore medesimo nella sua Passione e Morte, rinunciando al naturale istinto della vita per sottomettersi alla volontà del Padre col farsi obbediente fino alla morte, e morte di croce (2): così dobbiamo fare anche noi. Voglio dire che bisogna rinnegare il nostro noi cat‑

(1)   I Cor., xv, 47.

(2)  Phil., u, 8.

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rivo per assoggettarlo all´altro, cioè alla ragione e alla parte superiore dell´anima, tendente sempre al vero bene per l´inclinazione datagli .da Dio. Rinnegare se stesso e fermarsi lì non gioverebbe a nulla: i filosofi antichi lo fecei-o magnificamente, ma senza pro. Rinneghiamo l´uomo terrestre per fortificare il celeste: è cosa certa che l´indebolirsi dell´uno porta il rafforzarsi dell´altro (1).

Su.ques,to punto è detto tutto, quando si sa che rinnegare se stesso vale purificarsi di quanto si fa per impulso dell´amor proprio, il. quale purtroppo., finche vivremo quaggiù, produrrà sempre germogli da recidere e troncare; si fa come coli la vite, nella quale non basta mettere la Mano una volta, ma bisogna prima potare,. poi spampanare, e così più volte nell´anno dar di pig  alla roncola per la ri‑ mondatura. Una cosa sola resta, da aggiungere: che ci vuoi coraggio, senza mai. lasciarsi abbattere nè sbigottire dalle proprie imperfezioni, essendoci tutto il tempo della vita assegnato per disfarci e purift- • carci da esse. •

Prendere la sua croce.

.Il Signore dice in secondo luogo, che dopo aver rinnegato se stesso bisogna prendere la propri, ero‑

-       (1) Cfr. H Cor., iv,. 1.6.

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ce. Che significa questo?: Eccolo Ein una parola: — Prendi e accetta di buon animo tutte le pene, contrarietà, afflizioni e mortificazioni, che ti acca‑

- dranno in questa vita. — Nel rinnegare noi stessi-noi facciamo ancora qualche cosa di nostra inizia, tivai perchè siamo noi ad agire: qui invece si prende la croce, come la ci viene posta sulle spalle: nel che entra già meno di elezione nostra, e vi è perciò un grado dí perfezione superiore al precedente. Il Signore e Maestro nostro amatissimo ci ha mostrato assai bene come dobbiamo non già sceglierci noi la croce, ma pigliarla e portarla tale quale ci venga presentata. Allorehè egli volle morire per redimerci e soddisfare alla volontà del Padre, non si scelse da sè la croce, ma umilmente ricevette quella preparatagli dai Giudei.

Il suo grande Apostolo san Paolo ci assicura, che niente lo dividerà dal suo Maestro (1), perchè è contrassegnato col suo segno (2), sicchè, dovunque vada, sarà sempre riconosciuto per suo. Ma qual è questo segno, se non il soffrire? Egli si diceva un uomo torturato, perchè soffriva interiormente una pena insopportabile, causatagli dall´amore intenso per il ,suo Maestro, amore che lo tirava forte

Rom., van, 39. (2) Gai., VI, 17.

Io

 

 

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dalla parte del Cielo col desiderio ´di andare a goderlo (1). D´altro lato pativa fieri travagli e tormenti nel´ corpo, perchè, e lo sappiamo da lui, fu battuto tre volte con le verghe, talmente ché glie ne restarono le cicatrici sulle spalle; indi tu lapidato, e gli sí vedevano ancora le ammaccature; poi andò a fondo in mare e altre sofferenze (2). Ecco iì contrassegno del Signore, ecco lo stimnia che Io faceva riconoscere per suo.

Tocchiamo ora ,di un inganno, che è nell´animo di molti. Dico di quelli, chè non pregiano nè vogliono le croci loro presentate, se non sono grosse e pesanti. Per esempio, Un religioso si rassegnerebbe volentieri a grandi austerità, come a digiuni, cilici, aspre discipline, ma mostra ripugnanza a ubbidire, se gli si comanda di non digiunare o di prender riposo e cose simili, in cui sembri trovarsi più sollievo che pena. Tu t´inganni, se credi, che vi sia minor virtù a sottomettersi in questo; il merito della croce non istà nel suo peso, ma nel modo di portarla. Dirò di più: vi è talvolta virtù maggiore a portare una croce di paglia che non una croce .molto pesante, perchè ci vuole maggior attenzione a non perderla. In altri termini, vi può

(1)  11 Cor., v, 2-8; Phil., i, 23.               .

(2)    11 Cor., xi, 23-27.

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essere più virtù a non dire una parola che i superiori non vogliono o a non alzare gli occhi per guardare una cosa che si avrebbe gran voglia di vedere, anzichè portare il cilicio, perchè, quando questo è sulla persona, non ci si pensa più, mentre nelle piccole obbedienze bisogna stare sempre attenti per non mancare. •

P, chiaro dunque che l´ordine :del Signore di

·  prendere la propria croce significa ricevere ´di buon grado contrarietà e mortificazioni, secondochè ci vengono, sebbene leggiere e di poca importanza.. Ti porterò un bellissimo esempio, per : mostrarti quanto valgano le croci piccole, cioè certi atti di obbedienza, condiscendenza, pieghevolezza alla volontà altrui, ma specialmente a quella dei superiori. Santa Geltrude, fattasi religiosa, si rivelò subito di complessione gracile e delicata; ond´è che la superiora le faceva usare dei riguardi maggiori che alle altre, nel vestire e nel mangiare, nè le permetteva di praticare le austerità usate in quella religione. Che cosa pensi tu che facesse la poverina per santificarsi? Nient´altro che sottomettersi´ con tutta semplicità al volere della superiora. E sebbene forse nel suo fervore bramasse di fare come le altre, pure non ne dava mai segno.. Comandata di andare a letto, vi andava senz´altro, persuasa che avreb- • be goduta la presenza del suo Sposo stando´ là per

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obbedienza, non meno che se stesse con le consorelle nel coro. E in prova della gran pace e tranquilli‑

tà acquistata da lei con questa pratica, abbiamo la rivelazione che il Signore fece alla sua compagna santa Metilde, dicendo che chi voleva trovar lui in questa vita, lo cercasse prima nel santo Sacramento e poi nel cuore di santa Geltrude.

Bisogna dunque star bene in guardia per non secondare la propria volontà nè dare ascolto all´amor proprio, quando usano i loro stratagemmi, con cui attirare la nostra attenzione. Il rimedio è questo. Coloro che navigavano per mare, avvicinandosi al luogo delle sirene, correvano sempre grave rischio di perdersi, a. motivo dei canti deliziosi, con cui quelle addormentavano i remiganti; ma certuni, per non lasciarsi attirare da quelle melodie sull´orlo della nave, ricorrevano allo spediente di farsi legare all´albero maestro, piantato nel mezzo. Facciamo così anche noi, quando le sirene della nostra volontà, cioè le ripugnanze e le ragioni dell´ amor proprio ci verranno a solleticare le orecchie, per indurci a secondarie; leghiamoci, dico, strettamente all´albero della nave, che è appunto la croce, ricordando che il Signore per secondo grado di perfezione ci comanda di prendere la nostra croce. La nostra, egli dice, per prevenire la stranezza di tanti, che, capitando loro qualche cosa di mortificante,

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sí adombrano e dicono: — Se fosse la cosa che è toccata al tale, me la sopporterei volentieri. — Lo stesso avviene per le malattie: si vorrebbero quelle date da Dio ad altri, •e non quelle che si hanno.

Seguire Gesù Cristo.

Veniamo ora al terzo grado. Nel primo, che è il rinnegamento di noi stessi, ci vogliono due risoluzioni inseparabili e immutabili: una, di purificarci e mortificarci continuamente, finchè saremo in questo mondo, non potendo la rinettatura di noi stessi finire se non con la vita; P altra, di farci coraggio, non isbigottendoci che vi sia da faticare, ma lavorando sempre con la massima diligenza possibile. A questo il Signore aggiunge che si prenda ognuno la sua croce, e poi, per conclusione, che si segua lui. Vi è differenza fra l´andare dietro al Signore e il seguirlo. Tutti i Cristiani, che aspirano al Cielo, vanno dietro al Salvatore, essendochè non per i meriti proprii ne sperano il possesso, pur servando i suoi comandamenti; ma seguir il Signore è calcare le sue orme, cioè imitarne le virtù, adempierne i voleri e formare un cuor solo con lui. Qual sarà la ricompensa che ti attende per tale sequela? Se perseveri così per tutta la vita, egli ti porrà final‑

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mente davanti a sè, dandóti a godere la chiara vi- - rione della sua faccia (1).e intrattenendosi con te da amico ad amico, e cotesta intimità durerà in eterno (2). -

§ 2. LE TRE GRANDI R,INUNCIE.

una verità detta e ridetta spesse volte dalla Scrittura e dai Padri, che la perfezione cristiana sta tutta nel rinunciare al mondo, alla carne e alla propria volontà. Quel gran padre della vita spirituale che fu Cassiano (3), parlando di questa perfezione, dice che base e fondamento di essa è il rinnegare interamente tutte le voglie umane. E sant´ Agostino (4), trattando di quelli che si consasacrario a Dio per tendere alla perfezione, scrive: « Costoro che altro sono, se non un´accolta di persone, le quali vanno sotto ie armi per muovere in

·  guerra e combattere contro il mondo, la carne e se stessi? ».

(1)  I Cor., nn, 12; II Cor.,          18.

(2)  S. R. H, (-e. ne, pp. 15-21).

(3)  Instit., w, 44.

(4)  Ep., ccxx, 12 (ad Bonii.). Contro Faust, v, 9.

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Rinuncia al mondo.

Che cosa è il mondo? Un affetto disordinato ai beni, alla vita, agli onori, alle dignità e preminenze, alla stima propria e simili bagattelle, Cercate, e idolatrate dai Mondani. 11 inondo,´ io non so come, è penetrato talmente nel cuore umano, che l´uomo è diventato mondo, e il mondo, uomo. Sant´Agostino, parlando del mondo, dice (I): « Che cosa è• íl mondo? Nient´altro che l´uomo. E l´uomo che cosa è, se non il mondo? » Quasi volesse dire: L´uomo ha il cuore tanto attaccato agli onori, alle ricchezze, alle dignità, e preminenze, alla stima propria, che ha perduto per questo il nome di uomo e ricevuto quello di inondo; e il mondo ha tirato così fortemente a sè gli affetti e le inclinazioni dell´uomo, che non si è più chiamato mondo, ma uomo.

Di questo mondo o di questi uomini parla il grande Apostolo, quando scrive: Il Mondo non ha conosciuto Dio e perciò non l´ha ricevuto (2), rifiutando di sentirne le leggi e di riceverle e osservarle, perchè del tutto opposte alle sue. )E il Signore stesso,diec in proposito: Non prego il Padre per il mondo con

(1)   De grat. Chr., 20; Opus imperf. c. Jul., iv, 77.

(2)   JOAN., i, 10, 11; xvni, 25; 1 Car., i, 21; m:, 6-8.

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preghiera efficace, perchè il mondo non conosce i e neppur io conosco lui. Oh, quant´è difficile re. dersi indipendente dal inondo! I -nostri affetti  sono tanto impigliati e il . nostro cuore n’è tanto contaminato, che si richiede un .gran da fare per isbrattarcene bene e non esserne sempre macular Tanti si credono d´aver fatto e faticato grandemente nell´esercizio della rinuncia al mondo; ma purtroppo sono in grave errore: sol che dessero uno sguardo da vicino, troverebbero di essere appena principianti e vedrebbero che il fatto non è nulla in con front di quel che dovevano e devono ancor fare.

Ecco perchè i. capi e fondatori degli Ordini re ligiòsi, . governati e retti nelle. loro imprese dallo spirito, di Dio che regnava in essi, cominciarono tutti di lì. Il grande san Francesco, entrando in chiesa, udì quelle parole del Vangelo (1): Va’ vendi tutto quello che hai; dallo ai poveri .e seguimi Obbedì,. e pose nel principio della sua Regola questa rinuncia. Sant´Antonio, al sentire le medesime p cole, lasciò tutto e fece quanto da quelle gli venir raccomandato. Anche il glorioso san Nicola da T centino si convertì, ascoltando in chiesa un Agostiniano che spiegava nella predica le parole di s}-. Giovanni Evangelista: Il mondo passa (2). Il pre

(1)   MArr., xIx, 21.

(2) 1 Ep., e, 17.

-1?

 

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dicatone esortava caldamente il popolo a non perdersi dietro le pompe e vanità, dicendo: — Vi prego, fratelli carissimi, di non attaccare il cuore e l´affetto al mondo, perchè passeranno il cielo e la terra (1) e tutto ciò che ivi si trova; quello che il -mondo vi presenta, ha solo un po´ di apparenza: sì, son fiori caduchi e presto avvizziti (2). Se volete restare nel ´mondo, servitevi delle cose che vi si trovano, usatene pigliando quel tanto che il bisogno richiede; ma, per amor di Dio, non vi ci affezionate, non vi ci attaccate in maniera da obliare i beni celesti ed eterni, per i quali siete creati; giacchè son tutte cose che passeranno. — San Nicola, udite queste, parole, abbandonò tutto, si fece agostiniano, e visse e morì santamente.

Lasciare il mondo e tirarsi fuori da´ suoi trambusti per entrare in qualche religione è già una gran cosa; ma bisogna uscirne col cuore, non con il corpo solo. Vi sono tanti che, facendosi religiosi, conservano l´affetto agli onori, alle dignità e pieminenze, alle distinzioni e ai piaceri mondani, e quello che non possono possedere in effetto, lo posseggono col cuore e col desiderio. Questo è un gran male. Viene qui a proposito il fatto del senatore

(1)1 MATT., XXIV, 35; Apoc., xxs, 1, 4.

(2) Eccli., xiv, 18; Is., L, 6; ne., T, 10, 11.

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Sineletico. Rinunciò egli alla sua condizione per farsi monaco; ma quello che non possedeva in ef-

fetto, lo possedeva col cuore e si andava aggirando col pensiero fra le delizie, i piaceri, gli onori. e alte bagattelle mondane. San Basilio che lo sapeva, gli scrisse una lettera, dicendogli così: « Che hai fatto padre Sincletico? Hai lasciato il mondo e la condizione di senatore per farti monaco; ma al presente non sei nè monaco nè senatore ». Per esser, monaco non basta portare l´abito, ma bisogna concentrare i propri affetti in Dio e vivere in una rinuncia assoluta al mondo e a tutto quello che gli appartieni Ecco dunque donde comincia la perfezione cristiana; da questa rinuncia e abnegazione.

Rinuncia alla carne

La seconda rinuncia è quella della carne: è più-difficile della precedente e rappresenta un grado più alto. Tanti lasciano il mondo e ne distaccai anche l´affetto, ma stentano a sbarazzarsi della cara Per questo il grande Apostolo dice (1): — Non vi fidate di cotesto mortale nemico, che sta sempre con noi, e badate che non vi seduca. — Chi è nemico di cui parla san Paolo? La carne che por

(1). Rom., VII, 23; Gai., v, 16, 17.

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riamo sempre con noi: o si, beva o ´si mangi o sì donna, sempre la carne ci accompagna e cerca di trarci ne´ suoi inganni. È proprio il nemico più sleale, più traditore, più perfido, che si possa dire, e quindi il rinunciarvi continuamente costituisce un difficilissimo dovere. Ci vuoi coraggio ad affrontare questo combattimento; ma per pigliar animo teniamo gli occhi rivolti al nostro Capo, al nostro sommo Duce.

Il Signore ha fatto in modo perfettissimo questa rinuncia alla carne: tutta la sua santa vita è stata un incessante mortificare e rinnegare la carne.. La sua carne fu, è vero, docilissima allo spirito, nè mai fece ribellioni; pure egli non lasciò di mortificarla, per dare esempiò a noi e insegnarci il modo di trattare la nostra, che fa guerra allo spirito

La lezione dataci dal nostro caro Maestro su questo punto è di non trasformare lo spirito, in carne per condur vita da bruti e non da uomini, ma di trasformare la carne in spirito per vivere vita spirituale e divina; al che si arriva per mezzo di con- • tinua mortificazione e rinuncia. Oh, se il Signore ha trattato sì • duramente la sua carne santissima, che non aveva inclinazioni cattive, noi che l´abbiamo sì sleale, traditrice e maligna, saremo ritrosi

(1) Ibid.

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e infingardi a mortificarla per sottometterla allo Spirito? E, vedendo quel che ha fatto il nostro Capo e Duce, saremo ´soldati codardi e imbelli? In religione -si viene appunto per crocifiggere la carne e " i sensi, e questo vi s´insegna fin da principio.

Rinuncia. a se stesso.

La terza rinuncia è la più importante di tutte: rinunciare a sè costa molto più che non il fare le altre due rinunce. In queste due, tanto tanto, si viene a capo; ma nella terza, dove si tratta di lasciare se stesso, cioè´ spirito, anima, giudilio proprio, anche in cose buone, anzi credute migliori delle comandate, e dipendere interamente dalla direzione altrui, oh sì, ci vuole del buono! Eppure si mira a questo nella vita religiosa, perchè qui sta la perfezione cristiana, nel morire talmente a sè che si possa ripetere con l´Apostolo (1): Vivo non già io, ma vive in me Gesù Cristo. Ora la pratica di questa rinuncia dev´ essere continua., perchè, finchè vivrai, troverai sempre in che rinunciare a te stesso, e tale rinuncia sarà tanto più meritoria quanto più la farai con fervore. Qui non bisogna stancarsi mai: la rinuncia alla propria volontà è il

(1) Gai., n, 20.

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punto di partenza e di arrivo nella vita spirituale. Non t´illudere dunque: se entri in religione con il tuo spirito proprio, vi patirai spesso turbamenti e scosse, giacchè ivi troverai uno spirito che sarà del tutto opposto al tuo e che attraverserà il tuo di continuo, finchè non te ne sia interamente liberato. Coraggio dunque;´ se per questo hai da soffrire, non rammaricartene, perchè la cosa non potrebbe andare diversamante.

San Paolo con quelle mirabili parole: Vivo non giù io, ma vive in me Gesù Cristo, voleva ´dire: — Benchè fatto di carne, io non vivo secondo la carne, ma secondo lo spirito (1); e non secondo lo :spirito mio proprio, ma secondo quello di Gesù Cristo, che vive e regna in me. — Ora, il grande Apostolo non è arrivato a tanta abnegazione di se stesso sen - za molte pene e scosse spirituali; ce ne fa fede la Scrittura (2). Quest´abnegazione, lo vedi bene, sta nel rinunciare alla propria anima, al proprio spirito per sottometterli all´altrui. Gli Angeli divennero demonii e piombarono nell´inferno per non aver voluto sottomettersi a Dio; perchè, sebbene non avessero anima umana, avevano però spirito proprio, a cui non vollero rinunciare per assogget‑

(1)t Cfr. Rom., tim, 12, 13_• (2) H Cor., xu, 7, 9, 10.

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tarlo al Creatore e così andarono miseramente perduti. Sì, tutta la nostra felicità dipende da • questa-sottomissione dello spirito, come per contrario tutta la nostra infelicità viene dalla mancanza di tate sottomissione.

Le persone divote che vivono nel mondo, fanno pili o meno le due.prime rinunce; ma quest´ultima, oh, certo, si fa soltanto in religione; perchè, quantunque i secolari rinuncino al mondo e alla carne , e fino a un certo punto stiano sottomessi, pure sí • ritengono sempre qualche cosa, riserbandosi tutti . per lo meno la libertà nella scelta delle pratiche spirituali. Ma ín religione si rinuncia a tutto e si sta soggetti in tutto, perchè con il rinunciare alla libertà propria si rinuncia a qualsiasi scelta negli esercizi divoti per seguire l´indirizzo della comunità..

Anche quest´abnegazione fu praticata in grado eccellente dal nostro caro -Maestro e Salvatore; te lo spiegherò con una similitudine dí sant´Agostino (1). La mandOrla, dice, ha tre parti principali: la prima è il mallo, tutto lanuginoso; la seconda, il guscio legnoso, che racchiude il seme; la terza, il seme: Il mallo che forma l´involucro esterno, rappresenta l´umanità del Signore, tutta così illividita e pesta dai colpi, che gli fece dire di essere verme

• (´1) Serm., xxxi. .

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e iwn, uomo (1). Il seme, che non solo è dolce e buono a mangiare, ma, franto, serve anche a far olio per illuminazione, ci significa la divinità. Il guscio ci raffigura il legno della croce, sul quale il Signore fu confitto e talmente´ premuto, che mandò fuori olio di misericordia, illuminando siffatta-mente il mondo, da liberarlo dalle tenebre delPignoranza. Su , questo legno il nostro caro Salvatore e SOMMO Duce ha fatto la piena rinuncia di se stesso; a questa croce si sono stretti tutti i Santi, prendendo i dolori di Gesù per argomento speciale nelle loro orazioni. Così il vero religioso deve avere sempre. Croce e Crocifisso dinanzi agli occhi per imparare di lì l´abbandono e il rinnegamento di sè. E sebbene la bontà -del Signore sia tanto grande da farci gustare talvolta la´ dolcezza, della sua Divinità, accordando alle anime grazie e favori, non dimentì- • chiamo con qiiesto le amarezze da lui sofferte per noi nella sua umanità: io ho detto e dirò e .non lascerò mai di ridire che la religione è ún Calvario, dove bisogna crocifiggersi col Signore, se si vuole con. lui regnare (2),

(1) Ps„ xxi, 71

(2)   S. E, xxxiv (t. ix, pp. 340-354 passim).

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§, 3. TRE SEGRETI PER ARRIVARE ´ALL´ACQUISTO DELLA PERFEZIONE (a).

Vi sono tre effetti dell´amore, che rappresentano tre caratteri delicatissimi della vita spirituale. Sono tre segreti tanto più preziosi per l´acquisto della perfezione, quanto meno conosciuti "dalla maggior parte di quelli che fan professione dì tendervi.

Primo segreto;

tutto per Dio e niente .per sè.

Dice la sacra-sposa (1): Il mio diletto è tutto per me, e io sono tutta per lui: egli sta sempre rivolto verso di me per pensare a me, e io mi rimetto a lui e a lui mi affido.

Che bella e nobile regola non è mai questa di fare tutto per Dio, lasciando intera a lui la cura di noí stessi! 13è parlo soltanto per quel che riguarda il temporale, cosa facile_ a intendersi, ma anche rispetto allo spirituale e all´avanzamento delle nostre anime nella perfezione. Qual fortuna per noi, se fa‑

(a) In questo paragrafo, eliminata la similitudine delle colombe, si è conservata solamente la dottrina. (1) Cfr. Cant., ii, 16; vi, 2; vt,i, 10.

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cessimo tutto per il nostro Dio! Egli allora si piglierebbe cura di noi e delle nostre necessità, e cura tanto più larga, quanto maggiore si venisse facendo la nostra fiducia nella sua provvidenza. Nè vi sarebbe mai da dubitare che Dio ci lasciasse, perchè infinito è l´amor suo per l´anima che- in lui si riposa. Gode l´anima, che lasciando al suo Dio ogni cura di se stessa e di quanto le occorra, non pensa ad altro che a formare e nutrire desideri di piacergli; gusta ella cossì fin dalla vita presente una tranquillità e pace siffatta, che non si dà nè si può dare 1´ eguale in questo mondo, ma solamente lassù nel Cielo si gode una quiete pari alla sua.

Ci sono i desideri e gli effetti dei nostri desideri. Ma fra i nostri desideri uno ve n´ha ché sorpassa tutti gli altri e vuol essere di preferenza carezzato e favorito, per poter piacere a Dio, il quale si fa chiamare lo Sposo delle anime nostre, tanta bontà e tanto amore egli nutre per noi. 1 il desiderio che abbiamo portato con noi. entrando in religione, il desiderio di praticare le virtù religiose: ecco un ramo dell´amor di Dio e un ramo dei più alti che crescano su questo albero divino. Ma un tal desiderio non va esteso oltre i mezzi indicatici nelle regole e costituzioni per il conseguimento di quella perfezione, a cui ci siam proposto e fatto un obbligo di aspirare: desiderio da coltivarsi per tutto il tempo

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della vita. Stiamo attaccati ai mezzi che sono a noi preseritti per la nostra perfezione, lasciando ogni cura di noi all´amabilissime, nostro Dio, il quale non permetterà mai, che ci manchi nulla di quanto ci abbisogna per piacergli.

Fa pena certamente il vedere anime, purtroppo numerose, che, aspirando alla perfezione, s´immaginano che tutto si riduca a moltiplicare i desideri e quindi s´affannano a escogitare ora un mezzo ora un altro per giungervi, non mai contente nè tranquille dentro di se; appena formato un desiderio, corrono subito a concepirne un altro, simili alle galline, che, fatto un uovo, ne preparano immediata. mente un secondo, lasciando là il primo senza covarlo, sicchè non ne nasce il pulcino. Non così la colomba: essa cova e scalda i suoi piccoli fino a che non siano in grado di volare e di andarsi a cercare il becchime. Poi, la gallina, quando ha i pulcini, si mette in orgasmo e non finisce mai di chiocciare e fare schiamazzo; la colomba invece se ne sta cheta cheta senza clamori nè strepiti. Così .certe anime non fanno che chiocciare e dibattersi dietro i loro piccoli, cioè dietro i loro desideri di perfezione,: e non trovano mai gente abbastanza per conferire e chiedere nuovi mezzi opportuni. Insomma, parlano e riparlano della perfezione che vogliono acquistare, ma dimenticano il mezzo più importante, cioè

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la calma e la piena confidenza in colui che Solo può dare il crescere a quanto esse han seminato e piantato (1). Ogni nostro bene dipende dalla grazia di Dio, nella quale dobbiamo riporre tutta la nostra confidenza; eppure al vedere tanta ´smania di far molto si direbbe che confidano nell´opera propria e-nella .moitiplicità delle pratiche abbracciate, senza mostrare mai d´averne abbastanza: Cose buone, se vi andassero di concerto la pace e un´amorosa diligenza a far bene quel che fanno, subordinando però sempre il tutto alla grazia di Dio e -non alle loro pratiche, non aspettandosi cioè verun frutto dalle loro pratiche senza il concorso della grazia di Dio.

Queste anime affannartisi dietro alla perfezione. mostrano di aver dimenticato o di non sapere quel che dice Geremia (2): — Povero -uomo, perchè mai confidi nella tua fatica e industria? Non sai che, se tocca ,a te coltivar bene la terra, lavorarla, seminarla, spetta a Dio dare il crescere alle piante e farti fare un buon raccolto e mandarti in tempo la pioggia sui seminati? Tu puoi beri innaffiare; ma questo

non ti servirebbe a nulla, se Dio non benedicesse

il tuo lavoro e non ti desse, per pura grazia sua e non

per i sudori tuoi, un raccolto buono: aspetta dun‑

(1)    1 Cor.,       6, 7.

(2) SER., V. 24; ix, 23; xii, 13.

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que tutto dalla sua bontà. — Proprio così: la parte nostra è di coltivar bene; ma il buon esito della nostra fatica dipende da Dio. La Chiesa lO canta .nelle feste dei. santi Confessori: — Dio onorò le vo-• stre fatiche, facendovi da esse ricavare frutto (1); — e lo fa per mostrarci che da noi non possiamo niente senza la grazia ´di Dio,. nella quale sola bisogna confidare senza niente attenderci da noi. Dunque non tanti  affanni in: questa faccenda: per condurla innanzi bene ci vuole applicazione, ma con tranquillità e pace, fidando non nella nostra fatica, ma in Dio e nella sua grazia. Le inquietudini di spirito per progredire nella perfezione e •pet.´ vedere se vi sí progredisce, non piacciono a Dio, ma

- servono soltanto a contentare l´amor proprio, il gran faccendone che vuoi sempre abbracciar molto, sebbene poi riesca a stringere poco. Un´opera buona fatta bene con tranquillità di spirito vale assai pia dí molte fatte con inquietudine.

L´ anima che ama veramente Dio, si appiglia con tutta semplicità e senz´affannarsi ai mezzi che le sono prescritti per ´la sua . perfezione,. non. cercandone altri, siano pur perfetti quanto si voglia. Il mio diletto, dice, pensa a me, e io mi affido a luì; egli mi ama, e io per testimoniargli il mio amore

(1) Sap.; x, IO.

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tura dei libri? non ne aveva affatto. Forse mediante le comunioni o le confessioni? ne fece due sole in

tutta la vita. Forse per mezzo di ragionamenti spirituali o di prediche? non ne ebbe la possibilità, non avendo mai veduto nel deserto nessun altro, salvo che sant´Antonio, recatosi a visitarlo quand´era in fin di vita. Sai che cosa fa che lo santificò? Il perseverare in quello che intraprese da principio secondo la sua vocazione, senza perder tempo in altro.

I santi religiosi che vivevano sotto il regime • di san Pacomío, avevano libri e prediche? no. Avevano trattenimenti spirituali? sì, ma di rado. Si confessavano spesso? qualche volta nelle maggiori solennità. Ascoltavano molte messe? le domeniche e

le feste: fuori di lì, mai. Come va dunque che, cibandosi tanto scarsamente delle vivande spirituali che nutrono le anime per l´immortalità, erano tuttavia sempre in così buono stato, cioè così forti e

animosi nell´acquisto delle virtù e nel camminare alla perfezione, meta dei loro desideri? Come va che noi, pur nutrendoci molto, siamo sempre sì mingherlini, cioè sì rilassati e languidi nel cammino intrapreso e, se non ci accompagnano le consolazioni spirituali, sembra che non abbiamo un briciolo di coraggio nè di vigore nel servizio di Dio? Imitiamo perciò quei santi religiosi, badando al fatto nostro,

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cioè a quello- che Dio richiede da noi secondo la no- stra vocazione, con fervore e umiltà, senza pensare ad altro nè sognarci di trovare mezzi migliori per il nostro perfezionamento.

— Con fervore, voi dite (potresti replicare); ma come farò io, che fervore non ho? — Non, come l´intendi tu, con fervore sensibile, che Dio dà a chi gli pare e che non è in pòter nostro di avere, quando ci piace. Aggiungo, con umiltà, appunto perciò non vi sia motivo di scusa. E non dire: — Io non ho umiltà; non è in poter mio d´averla —; perchè lo Spirito Santo, che è la bontà per essenza, ne fa dono a chi glie la chiede (1). Non intendo per umiltà quel sentimento della nostra pochezza che ci fa con tanto gusto essere così umili in tutte le cose; ma parlo dell´umiltà che ci fa conoscere la nostra miseria e che, fattacela riconoscere in noi, ce la fa amare: questa è la vera umiltà.

Non s´è mai studiato tanto come al presente. Quei grandi santi che furono AgoStino, Gregorio, Ilario e molti altri, non istudiarono così; non avrebbero potuto farlo, con tanti libri che scrivevano, con tanto predicare e lavorare nelle cose del toro ministero; ma avevano tanta confidenza in Dio e nella sua grazia e tanta diffidenza di sè, che non

(1) Luc., n: 13.

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2. - E. CERIA, La Dita religiosa ecc.

 

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facevano assegnamento di sorta sulle proprie industrie e fatiche, sicchè compierono tutte le loro grandi opere puramente merce la fiducia riposta da essi nella grazia e onnipotenza divina. — Sei tu, Signore, dicevano, che ci fai operare, e per te noi operiamo; benedici tu i nostri sudori, e ci darai buon raccolto. — Così, libri e predicazioni producevano frutti meravigliosi. Noi invece contiamo sulle nostre belle parole, sulla nostra eloquenza e dottrina, e ci vediamo andar ín fumo tutte le fatiche, senz´altro frutto che vanità. Conclusione di questa prima norma sia dunque l´aver piena fiducia in Dio e fare tutto per lui, a lui lasciando ogni cura di te: egli avrà per te un occhio speciale, usandoti una provvidenza tanto più singolare, quanto più sarà intera e perfetta la tua confidenza.

Secondo segreto:

quanto più venga tolto, tanto più fare.

Giobbe, il gran servo di Dio, che fu lodato dalla bocca di Dio medesimo (1), non si lasciò vincere da alcuna delle afflizioni sopraggiuntegli; anzi, quanto più Dio gli toglieva, tanto più egli faceva. Che cosa non faceva durante la primiera felicità? quante o‑

(i) Job., i, 8; n, 3; xur, 7, 8.

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pere buone non compiva? Lo dice egli stesso in questi termini (1): — Io lui piede allo zoppo, facendolo portare o mettendolo sul mio asino o carrello; ´io fui occhio al cieco, facendolo condurre; io fui dispensiere all´affamato e rifugio a tutti gli afflitti. —

Eccolo ora ridotto alla miseria; però non, si lagna che Dio gli abbia tolti i mezzi di fare tante opere buone, ma par quasi che dica: — Più mi si toglie e più io faccio., — Limosine, no, non ne può fare, non ´ avendo di che; ma con quel solo atto di rassegnazione al vedersi privato di tutto, anche dei figli, fece più che non avesse fatto con tutte le linnosine distribuite nel tempo della prosperità, e si rese più accetto a Dio con quel solo atto di pazienza che non, avesse fatto con tante e tante opere buone compiute nel corso della vita; la ragione è che per quest´atto solo ci volle un amore più forte e generoso che non fosse stato richiesto per tutti gli altri messi insieme.

Facciamo dunque anche noi così, lasciandoci dal nostro sovrano Padrone privare dei mezzi di attuare i nostri desidèri, ogniqualvolta a lui piaccia di farlo, per buoni ch´essi siano, ne rammarichiamoci, quasi_ che egli ci arrecasse un grave torto; raddoppiamo anzi, non i desideri nè gli esercizi divoti, ma la per‑

(3) Ib., XXIX; 15, 16.

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fezione in farli, procurando per tal modo di guadagnare, come indubbiamente guadagneremo, con un atto solo più che non faremmo con cento altri conformi alla nostra inclinazione e di nostro gusto. Il Signore vuole che lo onoriamo, portando la croce messaci da lui sulle spalle: quella è la croce nostra. Ma purtroppo non lo facciamo; perchè, quando la sua Bontà ci priva della consolazione che soleva darci nei nostri esercizi, a noi sembra che tutto sia perduto e che Dio ci tolga i mezzi per continuare quanto abbiamo cominciato.

Nel tempo della consolazione che santi desidèri di piacere a lui! Nell´orazione è un intenerirsi alla sua presenza, uno struggersi nella sua dilezione, un abbandonarsi nelle braccia della´sua divina provvidenza. Ottimamente: e non mancano i buoni effetti. Invero, che cosa non si farebbe allora? Opere di carità in gran numero; una modestia visibile a tutti; un´edificazione senza pari; ammmirazione da parte di quelli che sono testimoni o ne han notizia. — Le mortificazioni, dirà .in seguito un´anima siffatta, non mi costavan nulla in quel tempo, anzi erano godimenti per me, e l´obbedire, una festa; appena udito il primo tocco di campana, balzavo in piedi; non un´occasione mi lasciavo sfuggire di praticare ìa virtù, e tutto io faceva con pace e tranquillità grandissima. Ora invece che provo ripugnanze e pa‑

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tisco ordinariamente aridità nell´orazione, non mi sento. più la forza di correggermi, non ho più il solito ardore negli esercizi divoti: insomma, inverno e gelo è piombato su di me. — Oh, lo credo. Basta vedere in che modo la povera anima si lamenta della sua disgrazia: ha la scontentezza dipinta sul viso, è accasciata e malinconica nei portamento, va attorno tutta pensierosa e si mostra così sconcertata che nulla più. -- Ma che hai? — si è costretti a domandarle. — Che ho? sono tanto illanguidita! niente mi appaga, tutto mi disgusta, ho la testa così confusa! — Ma di quale confusione? Ve n´è di due sorta: una conduce all´umiltà e alla vita, l´altra alla disperazione e quindi alla morte (1). — Oh, proprio, sono tanto confusa, che perdo quasi il coraggio di andare avanti nel proposito di tendere alla perfezione. — Che debolezza! manca la consolazione, e perciò anche il coraggio. Non bisogna fare così; ma, quanto più Dio cí priva della consolazione, tanto più dobbiamo sforzarci di mostrargli la nostra fedeltà. Un atto solo compiuto in aridità di spirito vale più di molti fatti in grande tenerezza, perchè, com´io diceva parlando di Giobbe, ivi entra un amore più forte, sebbene non così sensibile e gradevole. Più mi si toglie, e più io fo.

(1) Cfr., 11 Cor., VII, 10, 11.

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Terzo segreto: eguaglianza di spirito.

istinto delle colombe piangere e gioire nella stessa maniera, cantando sempre sul medesimo tono, sia per esprimere la loro contentezza che per emettere lai di dolore. Questa santissima eguaglianza di spirito io auguro a te: non dico eguaglianza- d´umore nè d´inclinazione, ma di spirito: perchè io nè fo nè desidero che si faccia caso dei ,turbarnenti causati dalla parte inferiore dell´anima nostra, la quale è quella che genera inquietudini e volubilità, se la parte superiore non fa il dover suo di dominarla, nè sta bene all´erta per iscoprire i nemici e

così esser messa prontamente sull´av viso intorno
alle mosse e agli assalti direttile contro dall´altra a mezzo dei sensi e delle inclinazioni e passioni allo scopo di darle battaglia e ridurla in sua balia. Dico invece di star fermi e risoluti nella parte superiore dello spirito, riguardo alla pratica della virtù, secondochè richiede la nostra professione, Mantenendo una continua eguaglianza nelle cose avverse e nelle prospere, nella desolazione e nella consolazione, fra le aridità e fra le dolcezze.

Giobbe anche su questo punto ci dà esempio: egli eseguì sempre sulla stessa aria le melodie da lui composte che sono la storia della sua vita.

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Che cosa diceva infatti quando Dio ne moltiplicava i beni, gli dava figliuoli, gli faceva riuscire tutto a seconda dei desideri che potesse avere in questa vita? non diceva sempre: — Sia benedetto il nome di Dio —? Era questo il canto d´amore, che intonava Da ogni circostanza. Infatti, nel massimo dell´afflizione, che fa egli! innalza il suo canto di lamento sull´aria identica del canto di gioia: Abbiamo ricevuto dalla mano del Signore i beni; perchè non, prendereMo anche i mali? Il Signore aveva dato, il. Signore ha tolto: sia benedetto il suo nome (1). Sempre il medesimo Sía benedetto il no"Me del Signore! Quell´ anima santa era dàvvero casta e amorosa palombella, amatissima dal suo diletto Colombo. Sia così anche di noi: in ogni circostanza riceviamo dalla mano del Signore beni e mali, consolazioni e afflizioni, intonando sempre il medesimo dolcissimo canto: Benedetto il nome del Signore! e intonandolo sempre sur un´aria invariabilmente .uguale. Non imitiamo coloro che al venir meno della consolazione piangono e al suo ritornare cantano senza posa,: somigliano in questo alle bertucce e ai babbuini, che sono sempre immusiti e nervosi, quando fa pioggia o nuvolo,, e non finiscono mai di sgambettare e spiccar

quando fa bello.

(1) Job., li, 10; i, 21,

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Conclusione.

queste sono le tre norme che io ti suggerisco e che, ispirate unicamente all´amore, obbligano solo per amore. L´amore dunque che noi portiamo al Signore, ci spronerà a osservarle e a custodirle, sier chè possiamo anche noi ripetere con la sacra Sposa dei Cantici: — Il mio diletto è tutto mio, e io sono tutta sua, nulla mai facendo se non per piacere a lui. Egli ha sempre il suo cuore rivolto a me con la preveggenza, e io ho il mio rivolto a lui con la confidenza. — Dopochè in questa vita noi avremo fatto tutto per il nostra Diletto, egli in premio della nostra fiducia penserà a largirci la sua gloria eterna. Vedremo allora la felicità di quelli che, lasciata ogni superflua e inquietante preoccupazione circa la propria persona e il proprio perfezionamento, si saranno con tutta semplicità dedicati a fare la parte loro, mettendosi senza riserva nelle mani della Bontà divina e per essa sola faticando: queste fatiche verranno finalmente coronate da una pace e quiete ineffabile, nel perenne godimento del sommo Bene. Anche la felicità di quelli che avran praticato la seconda norma, sarà grande; poichè, essendo stati sempre sottomessi al ,beneplacito del loro Signore, canteranno lassù nel Cielo l´inno dol‑

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CiSSiT110: Dio sia benedetto (1); e lo canteranno tanto più entusiasticamente fra le consolazioni, quanto più fervorosamente l´avran cantato Ira le desolazioni, gli abbandoni e le ripugnanze della breve vita mortale, in cui dobbiamo fare ogni sforzo per serbare gelosamente la costante e amabilissima eguaglianza di spirito (2).

§ 4. CENTRO DELLA PERFEZIONE
È FARE LA VOLONTÀ DI DIO.

La volontà di Dio è tutto.

sella perfezione il principio fondamentale è questo: vedere che cosa vuole Dio e, conosciutolo, cercar di farlo con allegrezza o almeno con coraggio; nè fermarsi qui, ma insieme amare questa volontà di Dio e l´obbligazione che per noi ne deriva, fosse anche di guardare i porci per tutta la vita e di eseguire i servizi più vili del mondo: in qualunque salsa Dio ci metta, dev´essere per noi tutt´uno. Qui sta il centro della perfezione, a cui dobbiamo drizzare la mira: chi va più vicino, vince la gara.

(1), Apoc., v, 9-13´;         12.

(2) E. VII (t. vi, pp. 103-119).

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una gran parola il dire: Dio ini metta nella salsa che vuole, per me è tutt´uno, purchè lo serva. Bisogna però masticarla e rimasticarla bene dentro di noi: bisogna farla sciogliere in bocca, e non inghiottirla tutta intiera. La Madre Teresa nota (1) che tante volte noi diciamo simili parole per abitudine e superficialmente, e che ci sembra di dirle dal fondo del cuore, mentre non è vero affatto, come si vede poi in pratica. Oh, quanto è sottile l´amor proprio a insinuarsi nei nostri sentimenti, per di-voti che sembrino essere! (2).

Non giudichiamo dunque delle cose secondo il gusto nostro, ma secondo il gusto dí Dio; essere santi secondo la nostra volontà è. non essere santi mai: bisogna che siamo santi secondo la volontà di Dio. L´ha detto e lo ripeto: non si guardi alla scorza delle azioni, ma al midollo, Cioè se Dio le voglia o no. Le idee mondane vengono sempre a mescolarsi e a confondersi coi nostri pensieri. Nella casa di un

principe, no, non è la stessa cosa fare lo. sguattero di cucina -o il gentiluomo di camera; ma nella casa dí Dio spazzaturaie e spazzaturai sono ben sovente le persone più degne, perchè, quantunque s´insudicino, lo fanno per amor di Dio, per volontà sua,

(1)   Camm. della perfez., c. xxxvin.

(2)   L. cCLxxvui (t. xm, pp. 21 e 20).

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ed è questa volontà clie avvalora le nostri azioni, non l´esteriorità. loro (1).

- Il Signore disse in croce: Padre nelle tue mani io rimetto il mio spirito (2): ecco dove consiste la perfezione cristiana. La quintessenza della vita spirituale è quest´intero abbandono nelle mani del Padre celeste, questa totale indifferenza di fronte a´ suoi divini voleri. Se nell´atto di consacrarci al servizio di. Dio rimettessimo subito in modo assoluto e senza riserva il nostro spirito nelle sue mani, confe saremmo fortunati! Si tarda tanto a raggiungere la perfezione, perchè manca quest´abbandono; di lì _ bisogna cominciare, lì proseguire, così condurre a termine la vita spirituale, ad esempio del Salvatore, che così ha fatto sul principio, nel progresso e alla fine della sua vita.

Si trovano tanti che, venendo al servizio di Dio, dicono al Signore: -- Io rimetto nelle tue, mani il mio spirito, ma a patto che tu mi mantenga il cuore fra dolcezze e consolazioni sensibili, nè mi faccia mai soffrire aridità di sorta. Rimetto il mio spirito nelle tue mani, ma a condizione che non mi si contrarli la volontà o pùrchè tu mi dia un superiore che mi vada a genio. Rimetto il mio spirito nelle

(1) L. cccuu (t. xm, pp. 214-5).

(2) Luc., xxnl, 46.

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tue mani, ma anche tu farai in modo che almeno mi amino sempre quei che mi dirigerànno e nelle cui mani mi metto per amor tuo: farai dunque che approvino e trovino buone le mie azioni, almeno in massima parte, perchè non essere e non sentirsi amato è cosa da non potersi sopportare. ‑

Ma non vedi che questo non è rimettere lo spi-´ rito nelle mani di Dio, come fece il Signore? Ecco qui la radice di tutti i nostri guai, turbamenti, inquietudini e altre simili miserie: basta che le cbse non vadano conie noi ci aspettavamo o ci ripromettevamo, perchè subito la desolazione ci assalga lo spirito, non assuefatto a un´indifferenza e abbqndono totale nelle mani di Dio. Che fortuna per noi, se praticassimo bene questo punto, compendio e quintessenza della vita spirituale! Arriveremmo così all´altissima perfezione dei Santi, ehe erano come cera nelle mani del Signore e dei propri superiori, pronti sempre a ricevere qualunque impronta si volesse loro dare (1).

Mantieni i tuoi affetti subordinati all´affetto che porti al tuo Salvatore, procurando di non nutrirne sotto. qualsiasi pretesto altri che non rechino il suggello del Re celeste. Fa´ il possibile di non amare la volontà di Dio, perchè la vedi conforme alla tua,

(1) S. R. LXV (t. x, pp. 389-390).

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ama invece la tua, quando e perchè la vedi conforme a quella di Dio (1).

Come si riconosce la volontà di Dio.

Il proposito di fare in tutto e per tutta la volontà di Dio è espresso nell´orazione domenicale con quelle parole da noi ripetute ogni giorno: ASia fatta la tua volontà sopra la terra come nel Cielo. Nessuna resistenza alla volontà di Dio è nel Cielo, dove tutto sta a lui soggetto e gli obbedisce; così chiediamo che sia di noi e così domandiamò al Signore di fare, senza mai resistergli in alcun modo, ma mostrandoli sempre docilissimi in tutte le circostanze alla divina volontà. Ma le anime che hanno presa questa decisione, devono essere illuminate sul modo di riconoscere la volontà di Dio.

La volontà di Dio Si può intendere in due sensi: volontà espressa e volontà di beneplacito. La volontà espressa è di quattro specie: comandamenti di Dio e della Chiesa, consigli, ispirazioni, regole. Ai comandamenti di Dio e della Chiesa ognuno deve necessariamente obbedire, trattandosi della volontà di Dio assoluta, a cui egli vuole che obbedisca chi desidera salvarsi. I suoi consigli Dio vuole bensì che

(1) L. MCmLxxvi (t. xxi, p..16).

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vengano osservati, però lo vuole non con volontà assoluta, ma solo a modo di desiderio; ond´è che non perdiamo la carità nè ci separiamo da Dio per il fatto che non ci basti l´animo d´abbracciare l´obbedienza ai consigli. Così pure non dobbiamo ´volerli praticare tutti, ma quelli soltanto ché siano più conformi alla nostra vocazione; ve ne dono infatti di quelli talmente opposti fra loro, che tornerebbe del tutto impossibile darsi alla pratica di uno senza privarsi del mezzo di praticare l´altro. Un consiglio dice di abbandonar tutto per seguire il Signore nel suo spogliamento di ogni cosa, e un altro consiglio dice di dare in prestito e di far limosina: ora, chi tutto in una volta ha lasciato quello che possedeva, con che cosa puòifar limosina, non avendo più nulla? Bisogna dunque seguire i consigli che Dio vuole da noi seguiti, e non già credere ch´ei li abbia dati tutti per tutti. I consigli da praticarsi in religione sono quelli contenuti nelle regole.

Dio ci significa la sua volontà anche con ispirazioni, è vero, ma egli non intende con questo che discerniamo da per noi, se nella cosa ispirata vi è la sua volontà e nemmeno che si seguano le sue ispirazioni alla cieca. Non intende neppure che si aspetti da lui direttamente la manifestazione de´ suoi voleri o l´invio di Angeli a comunicarceli; ma è volontà sua che nelle cose .dubbie e importanti si ri‑

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corra a chi egli ha incaricato di guidarci e che si ´stia in tutto al loro consiglio e parere riguardo a quello che concerne la perfezione delle anime nostre.

Nei modi anzidetti ci manifesta Dio la sua volontà, chiamata da noi espressa. Vi è poi la sua volontà di beneplacito, che si ravvisa in tutti gli avvenimenti, cioè in tutte le cose che ci accadono; malattie e morti, afflizioni e consolazioni, avversità e prosperità, ogni accidente insomma che ci capiti imprevisto. A questa volontà di Dio bisogna sotto-- mettersi prontamente in qualsiasi occorrenza, nelle Cose spiacevoli o piacevoli, nella morte o nella vita: a farla corta, in tutto quello che non sia evidentemente contrario alla volontà di Dio espressa, giacche questa ha la precedenza. Per farti intender meglio la cosa, ti dirò quello che si legge nella vita del grande sant´Anselmo. Nel tempo che fu abate del monastero, egli era molto amato da tutti per la sua condiscendenza non solo verso i religiosi, ma anche verso gli estranei. Uno andava a dirgli: Padre, vostra Riverenza dovrebbe prendere un po´ di brodo; — ed egli lo prendeva. Andava un altro e gli diceva: — Padre, questo vi farà male; — ed egli subito lo lasciava. Così, dovunque non fosse offesa di Dio, si adattava al volere dei fratelli, che senza dubbio seguivano l´inclinazione propria, ma

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ancor più i secolari, che a l´or talento lo volgevano per ogni verso. Ora tanta arrendevolezza del Santo non aveva l´approvazione di tutti, sebbene egli fosse da tutti grandemente amato; perciò un giorno alcuni suoi fratelli si fecero a osservargli, che a giudizio loro quello non andava bene e che non bisognava essere così pieghevole al volere di tutti, ma che egli avrebbe dovuto piuttosto piegare à1 volere suo i dipendenti.

— Figliuoli miei, rispose il gran Santo, voi non sapete forse, quale sia la mia intenzione in far così. Sappiate dunque che io, ricordando il precetto del Signore (1) di fare agli altri quello che vorremmo fatto a noi, non posso agire diversamente. Io vorrei che Dio facesse la mia volontà, e quindi faccio volentieri la volontà dei fratelli e dei prosSimi, affinchè piaccia alla bontà del Signore di fare qualche volta la Mia. Inoltre, io considero un´altra cosa: dopo quello che è conforme alla volontà di Dio espressa, io non ho mezzo migliore nè più sicuro che la voce del prossimo per conoscere la sua volontà di beneplacito: giacchè, per manifestarmi il suo beneplacito, Dio non mi parla, e tanto meno mi manda degli Angeli. Pietre, animali, piante non parlano; non vi è dunque altri che l´uomo capace di signi‑

(1) MA U T., VII, 12; Luc., VI, 31.

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ficarmi la volontà del mio Dio, e alle sue significazioni, per quanto posso, mi attengo. In terzo luogo, Dio mi comanda la carità col prossimo; orbene, è grande carità tenersi uniti gli uni agli altri, e per questo io non trovo nulla di meglio che l´usar dolcezza e condiscendenza. La dolce e umile condiscendenza deve galleggiare sempre su tutte le nostre azioni. ka la cosa principale per me è il credere che Dio mi manfesti i suoi voleri mediante i voleri dei miei fratelli; laonde tutte quante le volte che condiscendo ad essi, obbedisco a Dio. Finalmente, non ha detto il Signore (1) che, se non ci faremo´ piccoli come fanciulli, non entreremo nel regno de´ cieli? Non vi meravigliate quindi, se mi vedete dolce e facile come un fanciullo a condiscendere: in questo io non faccio nè più nè meno di quello che mi è stato comandato dal mio Salvatore. Non è cosa di grande importanza per me coricarmi o stare alzato, andar là o rimanere qui: ma sarebbe certo un´imperfezione il non cedere al mio prossimo. ‑

Vedi, come il grande sant´Auselmo si arrende in tutto quello che non sia contrario ai comanda-Menti di Dio o della santa Chiesa o alle regole: poichè questa triplice obbedienza va sempre in prima linea. Io non posso nemmeno pensare che, se si fosse

(1) MATT., XVIII, 3.

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voluto fargli fare qualche cosa contro di essa, egli l´avrebbe fatta; oh, no, assolutamente: ma, fuori di lì, aveva per norma generale nelle cose indifferenti di condiscendere in tutto e a tutti. Il glorioso san Paolo, dopo aver detto (1) che niente lo separerà dalla canta di Dio, non la morte, non fa, vita, e neppure gli Angeli, e che tutto l´inferno, se si scagliasse contro di lui, non ví riuscirà, soggiunge: — Io non conosco nulla di meglio che farmi tutto a tutti (2), ridere con chi ride, piangere con chi piange (3), in una parola, uniformarmi a ciascheduno.

Un giorno san Facondo faceva stuoie, quando un fanciullo, osservando come lavorava, gli disse: — Padre, voi non lavorate bene: non si fa Così. — Il gran Santo, quantunque facesse bene le stuoie, si alzò tosto e andò a sedersi vicino al fanciullo, che gli mostrò in che modo bisognava fare. Vi fu qualche religioso che gli disse: — Padre, voi fate due mali, condiscendendo alla volontà di cotesto fanciullo: mettete lui nel pericolo d´invanirsi e rovinate le vostre stuoie, che andaVano meglio come le facevate prima. — Rispose il beato Padre: — Fratello, se Dio permette che il fanciullo abbia della

(1)   Rom., vm, 38, 39.

(2)   1 Cor., ix, 22 (cfr. 11 Cor., XII, 15, 16)L

(3)   Rem., XII, 15.

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vanità, può darsi che in premio conceda dell´umiltà a me; e q-uand´ egli .me l´abbia concessa, potrò dopo farne parte al fanciullo. Non vi è poi gran male a intrecciare così o cosa i giunchi per fare delle stuoie; ma sarebbe male non avete in mente la celebre parola del Salvatore: Se non vi farete piccoli come fanciulli, non, avrete parte nel Regno del Padre mio. Sì, è un gran bene mostrarsi flessibili e lasciarsi volgere per ogni lato!

Nè i Santi solamente ci hanno insegnato questa pratica di sottomettere la nostra volontà, ma anche il Signore e con l´esempio e con la parola. Come? anche con la parola? Sì: il consiglio del rinnegare se stesso (1) che altro è se non rinunciare in ogni occasione alla propria volontà e al proprio giudizio, per secondare il volere altrui, cedendo a tutti, salvo sempre il caso dell´offesa di Dio? — Ma, potresti dire, io vedo chiaro che quanto mi si vuol far fare proviene da volontà umana e da naturale disposizione; quindi non è Dío che ha ispirato al mio superiore o al mio confratello di farmi fare una cosa simile. — No, Dío non avrà forse ispirato a quello di fartela fare, ma ha ispirato a te di farla, siechè se la tralasci, contravvieni-al tuo proposito di compiere in tutto la volontà di Dio, e quindi vieni meno

(I) MATT., XVI, 24; I,uc., a, 23.

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alla cura che devi avere della tua perfezione.

Per dire una parola intorno alla volontà delle creature, essa si può presentare sotto tre aspetti: come penosa, come piacevole e come inopportuna. Nel primo caso, bisogna avere fortezza d´animo e accogliere di buon grado voleri contrari al nostro; del resto, generalmente parlando, è una pratica che costa molto questa di secondare )i voleri altrui, i quali in massima parte sono differenti dai nostri. Prendiamo dunque a titolo di penitenza l´eseguire voleri di tal fatta e natura e facciamo servire di mortificazione siffatte contrarietà quotidiane, accettandole con amore e dolcezza. Per le volontà di nostro gusto non occorrono esortazioni a farcele secondare; ben volentieri si obbedisce nelle cose che piacciono, si prevengono anzi i voleri di questo genere con l´offerta dei nostri servigi. Non così quando si tratta di voleri inopportuni e di cui non conosciamo la ragione: allora ci vuole del bello e del .buono. Perchè farò io la volontà del confratello anzichè la mia? la mia non è al .pari della sua conforme alla volontà di Dio in questa inezia? Per qual motivo debbo credere che quanto qUegli mi dice di fare, sia ispirazione di Dio più che non la volontà venuta a me di fare altro?

Ecco, mio caro, dove il Signore vuol farci meh•itare il premio della sommissione: se vedessimo sem‑

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pre la ragionevolezza dei comandi o delle preghiere di fare date cose, ,non avremmo gran merito facendole, nè vi proveremmo gran ripugnanza, perchè allora senza dubbio vi ci adatteremmo volentieri con tutta l´anima; quando invece i motivi ci son nascosti, allOra è che la volontà reagisce, il giudizio ricalcitra e si sente il conflitto. Ebbene, in tali occasioni appunto bisogna dominarsi e mettersi con semplicità infantile all´opera senza tanto discorrere e ´ragionare, dicendo: — Io so essere volontà di Dio ch´io faccia la volontà del prossimo anzichè la mia, e quindi mano all´opera, senza star a guardare se sia o no volontà di Dio ´che mi adatti a fare cosa suggerita da passione e inclinazione, o ispirata e dettata dalla ragione: in simili coserelle bisogna andare con semplicità. — Che opportunità vi sarebbe mai di star a riflettere un´ora per sapere se sia volontà di Dio che, pregato di bere, io beva o mi astenga dal farlo per penitenza o sobrietà? Sono minuzie che non meritano tanta considerazione, massime se vedo che, facendole, renderò come che -sia contento il prossimo.

Nemmeno per cose d´importanza è necessario perder tempo a pensarci su: rivolgiamoci ai nostri superiori per conoscere il da fare, e poi non pensiamoci più, ma rimettiamoci senz´altro al loro sentimento, avendoceli dati Dio perchè dirigano le anime

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nostre nella perfezione del suo amore. Se donviene cedere alla volontà di ognuno, molto più questo si dovrà fare per la volontà dei superiori, che sono da ritenersi e da riguardarsi, fra noi come la persona di Dio stesso, di cui tengono il luogo. Quindi è che, quand´ anche ci accorgessimo che talvolta comandano o riprendono mossi da naturali impulsi e anche da passioni, non vi sarebbe punto da stupirsene: sono uomini come gli altri e perciò soggetti a inclinazioni e passioni; ma non è lecito a noi giudicare che ci comandino per questi motivi, e bisogna guardar:4i bene dal farlo. Per altro, se anche toccassimo con mano che è così, non converrebbe lasciar di obbedire con amorosa dolcezza e di piegare umilmente il capo alla correzione.

duro purtroppo all´amor proprio il sottostare a tutti questi contrattempi: ma non è questo l´amore che noi dobbiamo contentare o ascoltare, bensì l´amore santissimo delle nostre anime, che è Gesù. Egli chiede alle sue dilette spose una santa imitazione dell´obbedienza perfetta da lui prestata, non che alla giustissima e ottima volontà del padre, anche a quella dei parenti e, cosa più notevole, dei nemici, mossi certamente dalle loro passioni nell´infliggergli tante sofferenze, a cui nondimeno il buon Gesù non lascia di assoggettarsi con una dolcezza piena d´umiltà e d´amore. A quest´amore dando a‑

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scolto, noi vedremo chiaramente che il Signore, comandando a tutti di pigliare la loro croce, intende_ dire di accettare volentieri le contrarietà che ad ogni tratto ci vengono dalla santa obbedienza, ben che in cose lievi e di poca importanza (1).

Volontà di Dio e libertà spirituale.

Ogni uomo virtuoso è libero dalle azioni mortalmente peccaminose e non vi è punto legato con l´affetto: è questa una libertà indispensabile alla salvezza, ma io qui non ne parlo. Parlerò invece della libertà dei figli (1) prediletti. Cos´è questa libertà? E un affrancamento del cuore cristiano da tutte le cose per seguire la volontà di Dio riconosciuta. Capirai facilmente il pensiero che voglio esprimere, se

· Dio mi darà la grazia di mostrarti i ´contrassegni; i caratteri, gli effetti e gli esempi di questa libertà. Noi, domandiamo prima ogni altra cosa a Dio che sia santificato il suo nome, che venga il suo regno, che si faccia la sua volontà in terra come nel Cielo. Sta tutta qui la spirituale libertà; infatti, quando sia santificato il nome di Dio e Dio regni

(1)  E. xv (t. vi, pp. 264-273).

(2)  Rom., vili, 21.

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in noi e si faccia la volontà di Dio, lo spirito è libero da preoccupazioni d´ogni altro genere.

Eccone i contrassegni: lo Il cuore che possiede questa libertà, non ha attaccamento alle consolazioni, ma riceve le afflizioni con tutta la dolcezza che è compatibile con l´infermifà della carne. Non dico che non ami e non desideri le consolazioni; ma io dico che non vi si attacca. 20 Non si lega agli esercizi spirituali; sicchè, se per malattia o per altro accidente ne venga impedito, non ne prova rammarico di sorta. Non dico nemmeno qui che non li ami; dico che-non vi si attacca. 30-Non perdeva lungo la sua allegrezza; non c´è privazione che attristi chi non aveva attaccamento a cosa alcuna. Non dico che non la perda affatto: dico che la perde per brev´ ora.

Effetti di questa libertà sono soavità grande di spirito, grande dolcezza e condiscendenza dovunque non sia peccato o pericolo di peccato, pieghevolezza spontanea agli´ atti d´ogni virtù e specialmente della carità. Per esempio: un´anima che, abbia attaccamento all´esercizio della meditazione, fa. glielo interrompere e la vedrai venir via di malumore, con affanno e fuori di sè. Un´anima che abbia la vera libertà, se ne verrà con sembiante inalterato e con fare cortese verso l´importuno che l´ha disturbata; è tutt´uno per lei servir Dio meditando o sopportando il prossimo: l´una e l´altra

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cosa è volontà di Dio, ma è necessaria la tolle ranza del prossimo in quel momento. Porgono oc casioni a questa libertà tutte le cose che ,ci capi tarso contrarie alla nostra inclinazione: chi non schiavo delle proprie inclinazioni, non s´impazien tisce, quando ne viene frastornato.

Questa libertà ha contro di sè due difetti: mu tabilità e costrizione, ossia sbrigliatezza e schiavitù La mutabilità di spirito o sbrigliatezza è un ecces so di libertà, per cui senza ragione e senza conc score se sia volontà di Dio, si vuol cambiare pra tiche divote e stato di vita. Ad ogni piè sospiùt si muta esercizio, intenzione, regola di condotta ad ogni più lieve circostanza si lascia la norm e consuetudine lodevolmente seguita, e così il cuoi si dissipa e si , smarrisce e somiglia a un fruttet aperto ai quattro, venti, sicchè i frutti non son per il padrone, ma per tutti coloro che passano (1

La costrizione o schiavitù è un manco di libe: tà, per cui lo spirito è vinto dal disgusto o dal d spetto, quando non può fare quello che aveva d visato, ancorchè possa fare di meglio. Per esemph stabilisco di fare la meditazione ogni giorno mattino: se ho spirito mutabilé o sbrigliato, ali menoma occasione la rimanderò alla sera: bastei

(1) Cfr. Ps. Lxxirx, 13.

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un cane che non mi abbia lasciato dormire, o una lettera da scrivere, benchè noli urgente. Invece, se ho spirito inceppato o schiavo, non lascerò la mia meditazione nè quando un malato -abbia gran bisogno della mia assistenza in quell´ora, nè quando sia (la sbrigare una corrispondenza Molto imporpòrtante e che non ammetta

Mi rimane da portarti tré o quatro esempi di questa libertà, donde tu possa meglio intendere l´idea, che io non so esprimere. Ma debbo dire prima di due regole da osservarsi in questa materia per non imciampare. Prima regola: una persona non tralasci mai i suoi esercizi e le vie ordinarie delle virtù, se non vede la volontà di Dio dall´altra parte. Ora, la volontà di Dio si fa manifesta in due modi: dalla necessità e- dalla carità. Io, per esempio, voglio predicare questa quaresima in un paesetto della mia diocesi. Se però cado ammalato o mi rompo una gamba, non ho punto da rammaricarmi nè da inquietarmi di non poter predicare, essendo evidentemente volontà di Dio che io lo serva soffrendo e non predicando. Che se non fossi ammalato, ma si presentasse l´occasione di andare

in altro paese, dove, non recandomi io, si farebbero tutti ugonotti, ecco abbastanza chiara la vo‑

lontà di Dio, ch´io muti tranquillamente pensiero. Seconda regola: quando si fa uso della propria

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libertà per motivi di carità, la cosa sia senza scandalo e senza ingiustizia. Per esempio: io so che sarei più utile in un luogo lontano dalla mia diocesi; ebbene, non devo in questo caso usare della mia libertà, perché darei scandalo e commetterei ingiustizia, essendo qui i miei obblighi. Questa libertà dunque non torna mai a pregiudizio delle vocazioni; anzi, fa amare a ognuno la propria, ben sapendosi essere volontà di Dio che tutti restino nella loro (1).

Considera ora l´esempio di san Carlo Borromeo. Egli era l´uomo più stretto, rigido e austero che si Ossa immaginare: beveva solo acqua e mangiaVa puro pane: tanto rigoroso, che, fatto arcivescovo, in ventiquattro anni due volte appena entrò in casa dei fratelli; perchè malati, e due volte nel giardino: eppure con tutto il suo rigore, mangiando spesso in compagnia di Svizzeri, suoi limitrofi, per guadagnarli al bene non aveva difficoltà di fare con loro un paio di libazioni o brindisi ad ogni pasto, oltre a quanto aveva bevuto per dissetarsi. Ecco un tratto di santa libertà nell´uomo più rigido del suo tempo. Uno spirito sbrigliato avrebbe fatto di troppo; uno spirito inceppato avrebbe pensato di commettere peccato mortale; uno spirito libero fa a quel modo per carità.

(I) I cor., VII, 20, 24.

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Spiridione, antico vescovo, avendo albergato un pe,llegrino mezzo morto di fame in tempo di quaresima, e in luogo dove non trovavasi altro che carne salata, la fece cuocere e la presentò al pellegrino. Questi non voleva mangiare, nonostante la sua necessità; il Vescovo. che pure non aveva necessità di sorta, ne mangiò il primo per carità, a fine di togliere col suo esempio lo scrupolo al pellegrino. Vedi qui la caritatevole libertà di un sant´uomo.

Sant´Ignazio di Loyola, il mercoledì santo, mangiò carne sulla semplice parola del medico, che lo giudicava opportuno a motivo d´un suo piccolo malessere. Uno spirito impastoiato si sarebbe fatto pregare tre giorni.

Ma io voglio presentarti l´esempio di uno che splende fra tutti come un sole: di uno spirito veramente affrancato e libero da ogni attaccamento e pronto solo al cenno della volontà di Dio. Ho pensato spesso quale fosse stata la maggior mortificazione fatta dai Santi, di cui conoscevo la vita, e dopo molto riflettere ho trovato che fu la seguente. San Giovanni Battista andò al deserto in età di cinque anni, e sapeva che il nostro e suo Salvatore era nato vicino vicino a lui, a una giornata o due o tre, su per giù, di strada. Dio sa quanto il cuore di san Giovanni, tocco dall´amore del suo Salvatore fin dal seno materno, ardesse di goderne la

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dolce presenza. Passa nondimeno venticinque anni senz´andare una volta sola a vederlo; poi, quando esce, si ferma a catechizzare e non va dal Signore, ma aspetta che il Signore venga da lui. Dopo di che, battezzatolo, non lo segue, ma se ne rimane a compiere il suo ufficio (1). Che mortificacazione di spirito! Essere così poco lungi dal suo Salvatore, e non andarlo a vedere; averlo così vicino, e non goderne la presenza! Che è questo, se non possedere uno spirito distaccato da tutto, financo da Dio, per fare la volontà di Dio e servirlo? che è, se non lasciar Dio per Dio e non amarlo per amarlo vie più e con più puro amore? P un esempio che mi opprime la mente, tanto mi sembra grande (2).

§ 5. DESIDERI E RISOLUZIONI
NEL CAMMINO DELLA PERFEZIONE.

I troppi desideri.

Il formar desidèri su desidèri di cose che non si potranno mai attuare, è una gran tentazione, anzi principio d´altre tentazioni. La varietà dei cibi, quando sia molta,, carica sempre lo stomaco; se poi

(1)    MATT., m; Luc., In.

(2) L. ccxxxiv (t. xu, pp. 362-7).

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questo fosse debole, lo rovina. Un´anima che sfasi liberata dalle concupiscenze e purgata dalle affezioni cattive e mondane, trovandosi dinanzi alle cose spirituali e sante, a guisa di famelica, si riempie di tanti desidèri ed ha tanta avidità da rimanere oppressa. Bisogna allora. chiedere i rimedi al Signore e ai padri spirituali che si hanno vicini: questi, toccando con mano il male, conoscono bene le medicine da apprestarvi. Io per altro dirò qui schiettamente quello che a me sembra.

Comincia subito a mettere in pratica alcuni de´ tuoi desidèri; se no, Si andranno ogni di più moltiplicando e t´ ingombreranno lo spirito a segno che non saprai più come trarti d´impiccio. Metti dunque mano all´opera. Ma con qual ordine? Comincia dalle cose a portata di mano ed esterne, che sono maggiormente in tuo potere, come per esempio fare certi atti di carità verso il prossimo o far servizi bassi in casa per umiltà: ecco i desidèri fondamentali, senza di cui gli altri sono e devono essere sospetti e trascurati. Fa´ perciò di esercitarti nell´attuazione di tali desidèri, giacche non te ne mancheranno mai nè occasioni nè motivi. Si tratta di cose che dipendono da te, e quindi è tuo dovere di compierle; sarebbe inutile metterti in capo di eseguire cose che non fossero per natura loro in tuo potere o stessero lungi da te, qualora tu non

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facessi quelle che hai a tua disposizione. Perciò attienti fedelmente all´esecuzione dei desidèri modesti e ordinari suggeriti dalla carità, dall´umiltà e da altre virtù, e vedrai che te ne troverai bene. Bisogna che la Maddalena lavi i piedi del Signore, li baci, li asciughi (1), prima d´intrattenersi cuore a cuore con lui nel segreto della meditazione (2), e che spanda l´unguento sul corpo di lui prima di versare il balsamo delle sue contemplazioni sulla sua Divinità.

Desiderar molto è cosa buona; ma ci vuole ordine nei desideri, mettendoli a effetto in tempo opportuno e secondo la possibilità. Si sfrondano viti e alberi, affinche il loro umore e succo basti poi a produrre i frutti e non vada tutto il vigor naturale della pianta in esuberante produzione di foglie. Così conviene mettere un limite a questo moltiplicarsi di desidèri, per tema clic l´anima si esaurisca in essi; dimenticando di- venire agli effetti, la cui esecuzione anche minima giova ordinariamente più che non i grandi desideri di cose remote dalla possibilità nostra: Dio vuole da noi la fedeltà nelle cose piccole, messe da lui in nostro potere, più che non l´ardore per le grandi non dipendenti da noi (3).

(lì Luc., vie, 37, 38.

(2)  Ib., x, 39.

(3)  L. ci.xxxt (t. xtt, pp. 181-2).

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Desidèri e risoluzioni superficiali.

Il divin Maestro disse a san Giacomo -e a san

Giovanni: Potete voi bere il calice che berrò       Ri‑
sposero: Possiamo (1). IO considero il fervore, con cui diedero tale risposta. Anche a noi, quando siamo infervorati da buoni sentimenti e da consolazioni spirituali, sembra possibile far meraviglie; ma poi alle minime occasioni s´inciampa e si va per le terre.. Se ci toccano la punta di un dito o di un piede, ci tiriamo subito indietro; se ci dicono una paroletta che non ci vada a genio, ce ne offendiamo. Facciamo come i soldati di Efraim, che nella loro immaginazione si credevano d´aver compiuto grandi prodezze e si ritenevano così valorosi da poter passare a fil di spada tutti i loro nemici; ma, quando si venne al fatto e si fu alle prese, impallidirono, si perdettero d´animo e volsero le spalle (2). Siamo anche noi così: facciamo in astratto tante belle cose e tante belle risoluzioni e c´immaginiamo realmente di fare questo e quello per Iddio; ma all´atto pratico ci voltiamo indietro scoraggiati e incostanti.

(1)   MATT, XX, 22.

(2)     P s. LxxvgT, 9.

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San Pietro disse con fervor grande al Signore: — Io non ti abbandonerò, ma morrò con te (1) --; e alla semplice voce d´una fantesca, lo rinnegò tre volte (2). Certo, quando ci vengono desidèri così ardenti di fare gran cose per Iddio, proprio allora dobbiamo sprofondarci più che mai nell´umiltà e nella diffidenza di noi stessi e nella confidenza in Dio, gettandoci fra le sue braccia e riconoscendoci del tutto incapaci di eseguire le nostre risoluzioni e i nostri buoni desideri, e di fare cosa alcuna che sia a lui gradita, ma persuasi che in lui e con la sua grazia tutto ci sarà• possibile (3). Sarebbe folle davvero chi pretendesse di tirar su un grande edificio senza prima fare i conti se abbia abbastanza di che spendere (4). Così noi altri che vogliamo raggiungere il Cielo e per questo costruire il grande edificio della nostra perfezione, siamo ben folli, quando non calcoliamo se ci bastino i mezzi che abbiamo e quanto sia il fabbisogno: senza questo calcolo si resta a mezzo.

Il capitale per l´acquisto della perfezione è la nostra volontà, che bisogna alienare tutta quanta.

(11 Luc., xxu, 33; JOAN.;XIII, 37.

(2)     MATT., XXVI, 69-75.

(3)  Philipp., ´v, 13.

(4)     Cfr. Luc., xiv, 28-30.

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5. - E.´ CERTA, La oila religiosa ecc.

 

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Sì, dobbiamo rinunciare a noi stessi e prendere la croce; dobbiamo assoggettare il nostro giudizio; dobbiamo disfarci delle nostre male inclinazioni e tendenze. Non c´è altra via per conseguirla:. si ha da vendere tutto per acquistare la perla preziosa (1) del santo amore che Dio è disposto a darci, se noi siamo assidui alla fatica per ottenerlo. Felici dunque le anime, che bevono il Calice col Signore, che cioè si mortificano, portano la croce e soffrono amorosamente per suo amore e ricevono senza distinzione dalla sua mano qualunque cosa loro accada. Ma purtroppo sono ben poche!

Eppure, dirai, vi son tanti che desiderano di soffrire e di portare la croce. È vero: lo so anch´io che molti desiderano e domandano a Dio pene e afflizioni e lo pregano di farli soffrire; ma vi mettono la condizione che egli li visiti e ne consoli spesso le sofferenze e mostri loro il suo gradimento compiacendosi di vederli soffrire e assicurandoli che ne li ricompenserà con ´una gloria immortale. Molti vi sono pure, i quali desiderano e vogliono sapere che grado di gloria avranno nel Cielo. Questa certamente è sconvenienza somma, non dovendo noi in alcun modo avere tali pretese. il obbligo nostro di servir Dio il meglio e il più fedelmente che ci

(1) MATT., XIII, 46.

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sia possibile, osservandone con esattezza comandamenti, consigli e voleri, e insieme con la massima perfezione, purità e amore, senza sindacare quale ricompensa ce ne darà, ma rimettendoci alla Bontà sua, che non mancherà di preiniarcene con una gloria infinita e incomprensibile, cioè col donarci in contraccambio se stesso (1), tanto egli ha in conto e gradisce quel che facciamo per lui. Dio insomma è nn buon Padrone; basta che noi siamo servitori fedeli, perchè egli ci sia poi indubbiamente fedele Rimuneratore (2).

P felicità incomparabile servire a questo divino Salvatore delle anime nostre e bere con lui il suo calice. Non vedi, come la grande santa Caterina da Siena preferì la corona di spine a quella d´oro? Facciamo anche noi così: alla fin fine la strada della croce, delle sofferenze e afflizioni è nata strada si, cura per andare a Dio e incamminarci alla perfezione del suo amore, sol che noi abbiamo costanza. In conclusione, beviamo coraggiosamente il calice del Signore e stiamo crocifissi con lui in questa vita; se ne seguiremo gli esempi e le orme, dalla sua Bontà riceveremo la grazia di essere con lui glorificati (3) nell´altra (4).

(1)n Gen., iv, 1.

(2)   MATT., 2àv, 21, 23.

(3)   Rovi., VIII, 7.

(4)   S. R. xi (t. a, pp. 78, 81-3).

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Due specie di pii desideri.

Vi sono due specie di pii desidèri: desidèri che aumentano la grazia e la gloria dei servi di Dio, e desidèri che non producono nulla. I desidèri della prima specie si esprimono, per esempio, così: — Desidererei fare limosina, ma non 1g faccio, perchè non ne ho i mezzi. — Tali desidèri accrescono grandemente la carità e santificano l´anima; in questo modo appunto le anime ferventi desiderano il martirio, gli obbrobri e la,croce, che,per altro non possono ottenere.

I desidèri della seconda specie si esprimono così: — Desidererei di fare limosina, ma non ho voglia di farla. — Tali desidèri sono impediti non da impossibilità, ,ma da ignavia, tiepidezza e pusillanimità; quindi riescono inutili e non santificano l´anima nè producono aumento di grazia: di questi buoni desidèri san Bernardo dice che è pieno l´inferno.

Nota però che certi desidèri sembrano della seconda specie, mentre invece appartengono alla prima; come viceversa altri sembrano della prima e sono della seconda. Per esempio, nessun servo di Dio può non avere questo desiderio: — Quanto desidererei di servir meglio Dio! Quando lo servirò secondo il ,mio desiderio? -- E poichè si può sempre fare qualche cosa di meglio, sembra che gli ef‑

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·                                  

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·                                  

·                                 fetti di tali desidèri restino frustrati da insufficiente risolutezza: ma non è vero, perchè l´impedimento Tiene dalla condizione di questa vita mortale, in cui

·è più facile desiderare che farei Qffindí è che siffatti desidèri sono generalmente buoni, è rendono Migliore l´anima, infervorandola nell´amore del suo avanzamento.

Non così, quando si presentano particolari occasioni di avanzare nel bene e invece di venire al-l´ opera si rimane col desid-ério. Per esempio: si presenta l´occasione  di perdonare un´ingiuria o di rinunciare alla propria volontà in qualche cosa speciale, e invece di accordare il perdono o di fare la rinuncia, io dico soltanto: — Vorrei_ perdonare, ma non mi ci sento; vorrei rinunciare, ma non vi riesco. — Chi non vede che qui il .desiderio è una pura velleità, anzi mi rende più colpevole, perchè, mentre ho tanta disposizione a fare il bene, non ho poi la volontà di venire all´atto? Desidèri così concepiti parrebbero della prima specie, ma sono della seconda (1).

Desidèri e risoluzioni efficaci.

Anche gli spiriti più energici, allorchè differiscono alquanto l´esecuzione dei loro buoni propo‑

(1) L. mcxcia (t. xvn, pp: 191-2).

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siti, vanno soggetti alla tentazione di abbandonarli (1). A rendere ferme ed efficaci le risoluzioni non c´è di meglio che metterle in pratica. Mi dirai di sentirti sempre così debole, che con tutte le tue forti e ripetute risoluzioni di non cadere più in qualche difetto, da cui desìderi emendarti, al presentarsi dell´occasione non sei capace di non ruzzolare. Vuoi che io ti dica il perchè di questa nostra continua debolezza? La ragione è che non vogliamo astenerci da vivande malsane. Una persona desidera bensì di non patire mal di stomaco, e va dal medico e gli domanda come fare, e il medico lé dice di non mangiare le tali e tali vivande, perchè le causerebbero indigestione e dolori; ma essa non se ne vuole astenere. Così facciamo noi: vorremmo, per esempio, ricevere volentieri le correzioni, ma poi  vogliamo essere ostinati: oh, che follia! è una.cosa impossibile. Non avrai forza a sopportare di buon animo le correzioni, finchè ti andrai nutrendo della stima propria. Io vorrei tenere l´anima raccolta, e intanto non ne voglio sbandire certi pensieri inutili: è impossibile. Vorrei perseverare ne´ miei esercizi di pietà, ma vorrei anche non provarvi tanta difficoltà; in una parola, vorrei trovare tutto bell´e fatto. Non sono cose possibili in questa vita, dove avre‑

.

(i.) L. mccx (t. x,vu, p. 225).

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mo sempre da fare. La festa della Purificazione non ha ottava.

Prendiamo due risoluzioni nello stesso tempo: una di rassegnarci a veder crescere nel nostro giardino, erbe cattive, e l´altra di aver tanto coraggio da vedercele strappare e da strapparcele noi stessi; poiché il nostro amor proprio, finchè noi vivremo, non morrà, e viene da lui questa malnata vegetazione. Per altro, non è fiacchezza il cadere talvolta in peccati veniali, purchè ce ne rialziamo subito, rivolgendo l´anima a Dio con tranquilla umiltà. Non crediamoci di poter vivere senza commetterne sempre qualcuno: soltanto la Madonna godette di questo privilegio. Purtroppo, ci rallentano un po´, ma non ci portano fuor di strada: un semplice sguardo a Dio li cancella.

Del resto, non cessiamo mai di fare buone risoluzioni, ancorchè vediamo, al solito, di non praticarle, anzi, quand´ anche prevediamo l´impossibilità di praticarle al sopraggiungere dell´occasione; e facciamolo con maggior fermezza che non se ci sentissimo capaci di riuscirvi, dicendo al Signore:.— Io purtroppo non avrò la forza di fare o di sopportare da me la tal cosa; ma ne gioisco, perchè farà questo in me la tua forza (1). — Così premunito va´

(1) LI Con, xu, 9, 10.

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caraggioso alla battaglia, e, non dubitare, riporterai vittoria. Il Signore fa con noi proprio come un buon padre o una buona madre, che lascia camminare da solo, il figlio, quand´egli va per- un bel prato erboso o sul muschio, dove, anche cadendo, non si potrà fare gran male; ma per istrade cattive e pericolose lo porta con ogni cautela in braccio. Abbiamo veduto sovente sopportarsi con coraggio e vittoriosamente fieri assalti da anime, che poi rimasero sconfitte in leggerissimi scontri. Donde ciò? perchè il Signore, visto che non si sarebbero fatto gran male cadendo, le lasciò andare sole solette, il che non fece quand´ erano per i dirupi di gravi tentazioni, ma ne le trasse fuori con la sua mano onnipotente. Santa Paola, già così generosa nel disbrigarsi dal mondo, che abbandonò la città di Roma e tante agiatezze, nè si lasciò scuotere dall´affetto materno verso i suoi figli, tanta era la sua risolutezza in dir addio a tatto per il Signore, ecco che dopo sì grandi prodigi cedette alla tentazione del giudizio proprio, che le faceva credere non essere necessario piegarsi al parere di alcuni santi uomini, i quali volevano che attenuasse alquanto le sue ordinarie austerità; e in questo san Girolamo confessa che ella meritava biasimo (1).

(1) E. ix (t. vi}, pp. 153-6).

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Il Signore sa, per qual motivo egli permetta che tanti buoni desidèri vogliano tempo e fatiche per sortire il loro effetto, e persino che talvolta non approdino a nulla. Se in questo non vi fosse altro vantaggio che la mortificazione delle anime di lui amanti, sarebbe già molto. Insomma, ecco la norma: non volere affatto le cose cattive, voler poco le buone e volere senza misura il solo bene divino, che è bio stesso (1).

La risolutezza è il coltello della circoncisione spirituale.

L´opera della perfezione cristiana è una eirconcisione spirituale, a cui più d´ogni altro son tenute le persone consacrate al servizio di Dio. Si recidono per essa tutte le superfluità delle passioni, degli affetti, dei gusti, delle tendenze; al che si richiede un accurato e serio esame per conoscere non solo ciò che è infermo, ma anche ciò che potrebbe causare pericoli, incomodi o impedimenti nella vita spirituale, e tagliarlo via col coltello della circoncisione. Questo coltello è una buona e forte risoluzione, che faccia, sormontare tutte quante le difficoltà. Con esso in religione si curano, oltrechè le malattie perico‑

(1) L. MDCCCXLIV (t. XX, p. 170).

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lose e mortali, anche le indisposizioni leggere e senza pericolo. Anzi, si va più oltre, fino ad eliminare ogni minimo neo, ogni coserella che possa tampoco impedire la vita spirituale e rallentare la perfezione. Si amputano anche le cause del male, facendo passare il coltello torno torno al cuore, che è. la parte, dove bisogna sempre operare nella circoncisione interiore; il che si ottiene stando bene in guardia e vigilando per iscoprire quali pensieri, desidèri, passioni, inclinazioni, sentimenti, ripugnanze, antipatie sorgano nel cuore, e farvi i tagli necessari.

Va bene, dirà taluno; ma io già tante volte ho messo il coltello in certe passioni e inclinazioni, in certe ripugnanze e antipatie, che veggo essere nel mio cuore incireonciso e che mi muovono fiera guerra, e sebbene abbia già fatto, mi sembra; tutto il possibile, sebbene vi abbia speso attorno tempo e cure, nondimeno continuo sempre a sentire forti e gagliardi movimenti che mí travagliano e combattono. — Eh, mio caro, non si viene a farsi religiosi per godere, ma per patire; aspetta ancora un poco, e. un giorno sarai nel Cielo, dove regna soltanto pace e gioia; là non proverai più passioni, moti d´invidia, antipatie, ripugnanze, ma possederai perenne tranquillità e ripoSo. Lassù dunque si godrà, non in questa vita; qui bisogna soffrire

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e circoncidersi. Chi al mondo fosse senza pasAoni, non patirebbe, ma di già godrebbe; la qual cosa non può ne deve essere, perchè, finchè avremo vita, avremo passioni, e non ne saremo liberi prima che venga la morte: appunto dal combattere tali passioni e movimenti verrà Ta nostra vittoria e il nostro trionfo.

Io so bene che vi furono in Palestina eremiti e anacoreti, i quali vollero sostenere che l´uomo mediante nn  a mortificazione assidua poteva arrivare ad essere senza passioni e senza moti d´ira; che poteva ricevere uno schiaffo e non farsi rosso; essere ingiuriato, beffato, percosso, e non risentirsi. Ma la loio opinione venne condannata come falsa e rigettata dalla Chiesa, la quale ha definito, ed è così di fatto, che l´uomo, ,finchè trascinerà la vita su questa terra, avrà sempre passioni, fremiti di collera, sussulti al´ cuore, affetti, inclinazioni, ripugnanze, antipatie e miserie simili, a cui tutti andiamo soggetti.

Nessuna meraviglia dunque, se, quando ci si dicono i nostri difetti o ci si fanno riprensioni, noi proviamo lì per lì od anche abbastanza a lungo certe scosse, e se ci disgustiamo di quel che ci accade e che ci si fa contro le nostre inclinazioni, e così anche se portiamo più affetto a una cosa che non ad un´altra. Si tratta di passioni naturali, che per sé

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non -sono peccati. Non ti devi credere di peccare o di mancare come che sia, quando senti commozioni e ripugnanze. Nient´ affatto! sono cose indipendenti da noi: cotesti moti non sono colpevoli, non lì bisogna portare il coltello della circoncisione. È un inganno di molti l´immaginarsi che la perfezione stia nel non risentirsi di nulla, e il credere che ad ogni ribellione di passioni tutto sia perduto. Eh, poveri voi! non vedete che la parte più malata e da circoncidere non è lì, non dipendendo tali• commovimenti da voi?

Ma che cosa circoncidere dunque? Ecco: circoncidi quello che tiene dietro .a cotesti movimenti, mettendo il coltello sopra le parole risentite e circoncidendo quei pensieri di mormorazione che carezzi, rumini, trattieni nel cuore i giorni, le settimane, i mesi interi: quelle ripugnanze avvertente-mente fomentate riguardo alle obbedienze contrarie al tuo gusto e alla tua fantasia. Mettiti dunque intorno al cuore, osserva attentamente le tue passioni, inclinazioni e affetti, e poi porta via tutto con un taglio netto e in pieno. Non contentarti di blande incisioni, come quei che vivono nel mondo, ma ricorri a energiche circoncisioni spirituali e interne (i).

(1) S. R. LII (t. x, pp. 150, 152-57.

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§ 6. DUE BUONI MEZZI

PER PROGREDIRE NELLA. PERFEZIONE.

Primo mezzo: la vita ordinaria e comune.

Io ritengo che sia atto di somma perfezione iI conformarsi in tuttto alla comunità, senza giammai dipartirsene di. proprio arbitrio; infatti, oltre a essere ottimo mezzo di unione col prossimo, serve ancora per nascondere ai nostri occhi la nostra perfezione.

Vi è una certa semplicità di cuore, che racchiude in sè la perfezione delle perfezioni, ed è quella semplicità, la quale fa sì che l´anima nostra si raccolga e concentri tutta nella fedele osservanza delle sue regole, senza effondersi in altri desidèri nè voler intraprendere cose maggiori. Essa non cerca di fare cose alte e straordinarie, che le potrebbero attirare stima " dalle creature; ma si tiene bassa bassa dentro di sè e non ha grandi aspirazioni, come quella che non fa nulla di propria volontà nè più degli altri: per tal modo tutta la sua santità è nascosta agli occhi di lei: Dio solo la vede e´ si compiace di tale semplicità, con cui essa gli rapisce il cuore e a lui si unisce. Così è beli´ e sbrigata dagli artifici dell´ amor proprio, che si diletta

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immensamente:a tentar cose grandi ed elevate, acconce a farci stimare da più degli altri.

-           Nessuno pensi nè creda che col non fare più
degli altri per seguire la, comunità, si acquisti minor merito. Oh, no: la perfezione non consiste nelle austerità; sebbene queste siano buoni mezzi per conseguirla e siano anche buone in se stesse, cessano però di esser tali, ogniqualvolta non siano conformi alle regole e allo spirito delle regole: maggior perfezione è stare semplicemente all´osservanza delle regole e seguire la comunità, che non Volersi spingere più oltre. Chi si terrà entro questi limiti, io l´assicuro che in breve farà, molta strada e arrecherà col suo esempio gran vantaggio ai confratelli. Quando si è in parecchi a remare, bisogna andare a tempo; i remiganti del mare, più presto che dai remigare con fiacchezza, sono vinti dal non dare dei remi a tempo. Si alle-vino i novizi tutti a, un modo, facendo far loro le medesime cose, sicché si remi a dovere; e se poi non tutti fanne con egual perfezione, ci vorrà pazienza: è cosa che succede in tutte le comunità (1).

Gioverà presentare qualche esempio notevole per far vedere, quanto piaccia a Dio il conformarsi in in tutto alla comunità. Qual motivo credi tu che

(1) E. xru (t. vi, pp. 2356).

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avessero il Signore e la sua santissima Madre di assoggettarsi alla legge della presentazione e purificazione, se´ non il .loro amore alla vita comune?

un esempio che dovrebbe bastare ai religiosi per seguire puntualmente la loro comunità e non dipartirsene mai. Figlio e madre non erano tenuti affatto a_ osservare quella legge: non il Figlio, perchè Dio; non la. Madre, perchè Vergine purissima. Inoltre, se ne potevano di leggieri esimere senza che se ne accorgesse alcuno; non si sarebbe potuta infatti Maria recare a Nazaret, anzichè a Gerusalem.- me? Invece no, fece con tutta semplicità quello che comunemente si faceva. — La legge, potè ella dire, non è fatta per il mio carissimo Figlio nè per me, e´ non ci obbliga menomamente; ma, poichè tutti´ gli altri vi sono obbligati e là osservano, vi ci ,sottomettiamo ben volentieri anche noi per conformarci a tutti loro e non essere singolari in nulla. — Disse molto bene l´Apostolo san Paolo (1) che il Signore dovette essere in tutto simile ai fratelli, fuorché nel peccato. Ma dimmi, era forse il timore di una trasgressione quello che rendeva Madre e Figlio così esatti nell´osservanza della legge? No, certamente, non essendovi trasgressione per loro; ma ve li mové-va l´amore che portavano al loro eterno Padre.

(1) Hébr., n, 17; rv, 15.

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Ecco il punto: non ama il comando chi non ama colui che lo dà; quanto più si ama e si stima il legislatore, tanto più si è diligenti nell´osservarne la _legge. Gli uni sono attaccati alla legge con catene di ferro, altri con catene d´oro: i -secolari, che osservano i comandamenti di Dio per timore di andar all´inferno, li osservano per forza e non per amore; ma i religiosi e quelli che attendono alla perfezione dell´anima, vi stanno legati con -le catene d´oro dell´amore: sì, amano i comandamenti e amorosamente li osservano e per osservarli meglio abbracciano la pratica nei consigli. Davide dice (1) che Dio ha ordinato di custodire i suoi comandamenti con grande esattezza. Vedi quale puntualità egli esige? Così fanrio per l´appunto i veri amanti: non evitano solo la trasgressione della legge, ma anche l´ombra della trasgressione. Naturalmente, chi di sua spontanea volontà col voto di obbedienza si spoglia della volontà propria nelle cose indifferenti, mostra abbastanza la sua buona disposizione a star soggetto nelle necessarie e obbligatorie. Siamo dunque puntualissimi nell´osservanza delle leggi e regole dateci dal Signore, ma soprattutto nel. seguire interamente la comunità.

Veniamo a qualche caso pratico. Guardiamoci

(1) Ps., cxvm, 4.

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dal dire, per esempio, che noi non siamo tenuti a osservare una regola o un comando del superiore, perché la cosa riguarda i deboli, mentre noi siamo forti e robusti, nè che, all´opposto, quella disposi: zione riguarda i forti, mentre noi siam deboli e in. fermi. Dio ci liberi da tali massime nelle comunità! Se tu sei forte, io ti scongiuro di farti debole per conformarti agli infermi; e se sei debole, ti dico: — Sfòrzati d´adattarti ai forti. — Il grande Apostolo san Paolo dice di essersi fatto tutto a tutti, per tutti far salvi (1). Chi è infermo-, che non, sia infermo anch´io. (2). Come vedi, san Paolo, quando è con infermi, si fa infermo e usa Volentieri delle comodità necessarie all´infermità di, quelli, per dar loro animo a fare altrettanto. Ma quando si trova con forti, è un gigante, per incoraggiarli (3); e accorgendosi che il prossimo si scandalizza di cosa fatta da lui, benchè gli sia lecito di farla, pure è tanto tenero dell´altrui pace e tranquillità di spirito che volentieri se & astiene (4).

— Ma, mi dirai, ora che è tempo di ricreazione, io sento grandissimo desiderici di andar a fare ora‑

(1)      I Con rx, 22,

(2)  II Cor., m, 29.

(3)      Calat., ai, 11.

(4)      I Cor., VIII, 13.

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zione per unirmi più strettamente alla Bontà divina. Non posso credere che la legge di far ricreazione non obblighi me, che sono già abbastanza allegro? — No, non è cosa cotesta da dirsi e nemmeno da pensarsi; se non hai bisogno tu di ricrearti, fa´ la ricreazione per quelli che ne han bisogno.

— Non vi sono dunque eccezioni nella vita religiosa? le regole obbligano tutte a un modo? — Sì, la legge è uguale per tutti, e nessuno se ne può dispensare da sé; i superiori però ne moderano il rigore secondo il bisogno di ciascuno.

Ancora un´osservazione. Non si creda che gl´infermi in religione siano più inutili dei sani o che facciano meno e abbiano minor merito: tutti fanno egualmente la volontà di Dio. Be api ci offrono un esempio di quello che diciamo: le une stanno a guardia dell´alveare e le altre sono sempre in moto per cercare il miele; tuttavia le api che rimangono nel-alveare non mangiano meno miele di quelle che fanno la fatica di andar pecchiando sui fiori. Non ti sembra forse che Davide (1) facesse irna legge ingiu: sta, quando ordinava che i soldati, rimasti a guardia del bagaglio, avessero parte al bottino come quelli andati alla battaglia e tornati carichi di, ferite? No, nessuna ingiustizia: i primi facevanò la

(1) 1 Reg., xxx, 23-5.

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guardia al bottino per i combattenti e gli altri combattevano per le guardie del bottino: quindi meritavano tutti la stessa ricompensa, perehè tutti obbedivano egualmento al re (1).

Secondo mezzo: la correzione reciproca.

Chi attende seriamente alla. perfezione, ama di -essere corretto, nè solo si lascia correggere, ma si compiace di ricevere correzioni in tutti gr incontri, non provando maggior gusto che nel venir ripreso e avvertito de´ suoi difetti e mancamenti. Fortunate le anime che, quando parlano fra loro, lo fanno unicamente per ammonirsi in ispirito di carità e umiltà! ma più fortunate ancora quelle che sono sempre disposte ad accogliere con dolcezza, con calma e tranquillità di onore la correzione fraterna! Queste hanno già fatto un bel cammino, e arriveranno al colmo della perfezione.

Abbiamo in proposito un notevole esempio. Il grande san Carlo, volendo andare a Milano, preferì recarvisi per acqua anzich è per terra, onde avere maggior comodità di compiere ,le sue pratiche divote, come recitare l´ufficio, fare la sua ora di meditazione, leggere qualche buon libro, dire qualche

(1) E. xpii (t. vi, pp. 238-243).

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buona parola: tutte cose più agevoli navigando che non cavalcando.

Fatte le preghiere consuete, il Santo disse ai suoi compagni di viaggio: — Su via, bisogna che ci pren‑

diamo un po´ di svago. — E che faremo per divertirci? — gli si domandò. — Facciamo qualche giuoco, rispose. Facciamo a dircele chiare e nette fra noi, senza alcuna lusinga e senza tanti riguardi. Ognuno dica al suo vicino, e così via gli uni agli altri.

Che bel giuoco era quelidd Ma non tutti lo sanno nè a tutti piace. Al certo, lo Spirito Santo re‑

gnava in quella ricreazione, ed. è veramente ricreazione da Santi l´ammonirsi con umiltà e carità l´un l´altro, dicendosi così alla buona il vero. Cominciò,

il giuoco. A qualcuno fu detto: — Abbiamo notato in voi che avete spesso un parlare e un fare am‑

biguo: non vi è semplicità nelle vostre parole, nè

sincerità nelle vostre azioni. — Altri dicevano: Si è osservato che voi siete vano e orgoglioso; vi

compiacete di quei due bei baffi, vi guardate spesso la barba se è ben liscia; insomma, si vede che avete una buona dose di vanità. — Avresti veduto chi arrossire, chi impallidire, chi farsi così o così, secondo la diversità dei sentimenti, con cui le osservazioni venivano ricevute.

Finalmente giunse il turno di un gentiluomo, che stava vicino a san Carlo: toccava a lui dirgli le sue.

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´Ecco il Santo col berretto in mano pregarlo di pa‑

lesargli con tutta semplicità quanto sapeva: — Non ´mi risparmiate, no, vi prego, ditemi le mie; sono

´ tutt´ orecchi per ascoltarvi. — L´ altro che già da un

pezzo teneva il suo pensiero in mente, gli rispose: — Monsignore, da tempo si è notato in voi una

grande sconvenienza,•´ e questo non da me solo, ma

da parecchi altri, che vi hanno giudicato e ritenuto per iseonsideratissimo. — San Carlo, ciò uden‑

do: — Signore, disse, vi ringrazio, han ragione, è proprio così. Ma vi prego di specificar bene la cosa: la vostra osservazione è troppo generica: aspetto che, di grazia, veniate al particolare. Parlate senza riguardo. —

— Monsignore, riprese quegli, si ritiene sconvenienza grande la vostra di non dormire la notte e

dormire poi durante il giorno. Cosi, quando siete in

chiesa ad ascoltare la Messa o la predica, vi addormentate. Quei che vi vedono, ne rimangano sor‑

presi e dicono: Ecco il:nostro Arcivescovo che dorme! non sarebbe meglio che dormisse la notte e non venisse a dormire qui? Questo potrebbe anche fare un po´ dispiacere al predicatore e cagionargli qualche distrazione. Perciò mi sembra che dovreste emendarvi di questa sconvenienza, prendendovi la notte per dormire, a fine di poter poi vegliare durante il giorno. —

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San Carlo sorrise ringraziando affettuosamente e mostrando d´aver ascoltato con umiltà e dolcezza l´avviso: poi disse: — A verissimo, io commetto sovente questa sconvenevolezza; ma vi assicuro, ed è la pura verità, che vado soggetto a tali cascaggini, che, ´quand´anche la notte avessi dormito nove ore, non lascerei per questo di dormire ancora lungo il giorno. — E trascorsero eosi la loro ricreazione (1).

§ 7. ALCUNI IMPEDI1VIENTI
ALL´ACQUISTO DELLA PERFEZIONE.

1. Attaccamento al proprio giudizio.

L´essere proclive a seguire il proprio parere è cosa molto contraria alla perfezione? L´essere o non essere inclinato ad avere opinioni proprie è cosa per se stessa nè buona nè cattiva, trattandosi di mera disposizione naturale. Ognuno ha opinioni sue; ma questo non c´impedisce di arrivare alla perfezione, purchè non vi ci attacchiamo nè le amiamo, ché soltanto l´amare le proprie idee costituisce un ostacolo straordinario alla perfezione: l´attaccamento al proprio giudizio suol essere la causa, per cui sono tanto pochi i perfetti. Di quelli che o per un verso o

(1) S. R. IATI/ (t, x, pp. 349-353).

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, per l´altro rinunciano alla propria volontà, se ne trovano molti; non dico solamente fra i religiosi, ma anche fra i secolari e nelle corti stesse dei prin‑

. eipi. Al comando del principe non rifiuterà mai il cortigiano d´ubbidire; ma riconoscere che il coman‑

do sia buono, è cosa che avviene di rado.    Farò
quello che mi cómandate, risponderà, e nel modo che Mi dite; ma... — Si sta sempre col proprio « ma », che val quanto dire: — So bene io che sarebbe meglio altrimenti. — Nessun dubbio che questo sia contrarissimo alla Perfezione; d´ordinario infatti produce inquietudini di spirito, scalda la fantasia, ´suscita mormorazioni, e poi fomenta l´amore della stima propria; quindi non si deve amare nè stimare la propria opinione e il proprio giudizio.

Debbo dire però che vi sono persone, le quali hanno l´obbligo di formarsi idee proprie, come i Vescovi, i superiori in carica e tutti quelli che governano; gli altri non lo devono fare assolutamente, salvo che l´imponga loro l´ubbidienza: se no, perdereb- , bero il tempo che hanno da impiegare a star sempre con Dio. E come questi ultimi sarebbero giudicati dei perditempo, incuranti della loro perfezione, se volessero fermarsi a vagheggiare le proprie idee, cosi i superiori meriterebbero di venir considerati disadatti ai loro uffici, se non si formassero le loro idee e non si risolvessero mai a prendere decisioni: non

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bisogna però che se ne compiacciano ne vi si affezionino, perché questo sarebbe contrario alla loro perfezione.

D grande San Tommaso, che aveva un ingegno insuperabile, formulando delle opinioni, le fondava sopra argomenti stringentissimi; eppure, se trovava chi non approvasse quello che aveva giudicato giusto, o gli dicesse contro, non contendeva nè si offendeva, ma pigliava tutto in buona parte; nel che mostrava di non amare la. sua opinione, quantunque nemmeno Ia riprovasse: lasciava la cosa com´era, senza preoccuparsi che gli altri la trovassero giusta o no. Fatta la parte sua, egli non si dava pensiero del resto. Neppure gli Apostoli erano attaccati alle loro opinioni, perfino in cose di tanta importanza come quelle riguardanti il governo della santa Chiesa: definita la controversia con la decisione presa, non si offendevano, se altri esponesse il proprio modo di vedere, e qualora certuni rifiutassero di accettare le loro opinioni, per quanto solidamente fondate, non si affannavano a farle ammettere, sollevando discussioni o contese (1).

I superiori pertanto che volessero cambiar parere ogni momento, passerebbero per leggeri e imprudenti nel loro governo; ma anche quelli che non hanno

(1) Act., xv, 7, 12, 13; I Con,          16.

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uffici, se volessero star attaccati alle loro idee, cercando di sostenerle e farle accettare, sarebbero tenuti per ostinati; è certissimo infatti che l´amore della propria opinione degenera in ostinatezza, quando non sia prontamente mortificato e troncato: ne vediamo l´esempio anche fra gli Apostoli. Fa meraviglia il vedere. come´il Signore abbia permesso che tante azioni degli Apostoli, ben degne di essere scritte, fossero passate sotto assoluto silenzio, e che l´esse riferita un´imperfezione commessa insieme dal grande san Paolo e da san Barnaba: questo si deve certo a speciale provvidenza del Signore, che così. , ha voluto per nostro insegnamento. Se n´andavano essi in compagnia a predicare il Vangelo, menando seco un giovane per nome Giovan Marco, parente di san´ Barnaba, quando presero a contendere, se lo dovessero condurre o lasciare, e in questo disparere non trovando via d´accordo, si separarono (1). Dimmi ora tu: ci turberemo noi al vedere dei difetti, se perfino gli Apostoli ne commisero?

Vi sono uomini d´ingegno e di -virtù, ma così schiavi delle loro opinioni e così persuasi della bontà di esse, che non vogliono mai cedere. Guai a interrogar costoro all´improvviso! Detto che abbiano inconsideratamente una cosa, diventa quasi impossi‑

-

(1) Act., xv, 37-40.

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bile far loro conoscere e. confessare d´aver sbagliato, tanto s´ingolfano nella ricerca di ragioni per sostenere ciò che una volta han detto essere giusto: a meno che non siano uomini assai dediti alla perfezione, non c´è più mezzo di farli disdire. Vi sono però uomini di vaglia non soggetti a questa imperfezione, ma pronti ad abbandonare le loro opinioni, anche ottime. Questi non impugnano le armi per la, difesa, quando loro si muove opposizione, o si contrappongono idee contrarie a quelle da esse giudicate buone e sicure, come dicevamo del grande

, san Tommaso.. Di qui si vede, quanto sia cosa na‑

turale lo stare av__ vinti alle proprie opinioni.

Le persone malinconiche vi sono d´ordinario attaccate più che non altre di amor gioviale e gaio: queste si lasciano agevolmente volgere da ogni lato e sono facili a credere quello che loro si dice. La grande santa Paola era ostinata nella sua opinione circa la pratica di dure austerità, nè voleva sottomettersi al parere di chi le consigliava di astenersene; e così diversi altri Santi, persuasi che bisognasse macerarsi duramente per piacere a Dio, ricusavano di obbedire al medico e di far quanto si richiedeva alla conservazione di questo corpo caduco e mortale. Era ´un´imperfezione la loro; ma non per questo lasciarono di essere grandi-Santi e molto cari a Dio. Impariamo di qui a non turbarci scor‑

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gelido in noi imperfezioni o inclinazioni contrarie alla soda virtù, purchè non ci sia ostinatezza a perseverare in quelle; santa Paola e gli altri che si

" mostrarono così ostinati, benchè in cosa da poco, furono per questo meritevoli di riprensione. Quanto a noi, non lasciamoci talmente infatuare dalle nostre .idee, che, all´ occorrenza, stentiamo a staccarcene, siamo o no obbligati di formarci un pensiero nostro intorno ´alle cose.

Che faremo, dunque per mortificare questa naturale inclinazione a tener gran conto del giudizio proprio? Le sottrarremo l´alimento. Ti salta ´in ca

·po che il far fare la tal cosa nel tal modo non vada, e che sarebbe meglio farla come l´hai ideata ti? manda via quel pensiero, dicendo fra te: — Che c´entro io nella tal cosa, non a me affidata? — sempre molto meglio allontanare così senz´altro il pensiero, che non andare con la mente in cerca di ragioni, con cui persuaderci d´aver torto; polche, invece di mirare a questo, la nostra mente, già prevenuta in favore del nostro giudizio personale, ci cambierebbe le carte in mano e, non che rintuz- zare la nostra opinione, ci fornirebbe argomenti per sostenerla e farcela ritenere come buona. Giova più disprezzarla senza neanche volgerle uno sguardo, appena avutone sentore, scacciandola così in fretta, da non sapere nemmeno qual ne fosse il sugo. Non

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si può, è vero, impedire un primo moto di compiacimento al vedere approvato e seguito il nostro parere, essendo ciò inevitabile, ma non facciamovi caso: invece, benediciamo Dio, e passiamo oltre senza darci alcun pensiero di tale compiacenza, come neanche d´una punturetta di dispiacere che sentissimo, nel caso che non fosse la nostra opinione seguita o giudicata buona. Richiesti dalla carità o dall´obbedienza, di esporre il nostro parere intorno all´argomento, di cui si tratta, facciamolo con semplicità; ma frattanto manteniamoci indifferenti riguardo al venire esso o non venire accettato. Converrà pure talvolta discutere le opinioni altrui e contrapporvi i motivi, su cui si fondano le nostre; ma in questo si proceda con modestia e umiltà, senza disprezzare il parere degli altri nè questionare per imporre il nostro.

Mi domanderai se non sia un dare alimento a questa imperfezione il cercar di riparlare della cosa con chi sia stato del nostro avviso, allorchè non si tratti più di decidere, ma siasi già stabilito il da farsi. Certamente sarebbe questó un alimentare e tener vivo il nostro modo di sentire e quindi un commettere imperfezione: si avrebbe qui la prova sicura che non ci siamo arresi al parere altrui, ma che continuiamo a preferire il nostro. Una volta dunque che sulla proposta siasi deliberato, non se ne

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parli più, anzi neppure vi si ripensi, a meno che si trattasse di cosa notevolmente cattiva; perché in ´D tal caso, se-fosse ancora possibile trovare un ripiego per mandare a monte l´esecuzione o mettervi rimedio, bisognerebbe farlo, ma con la massima carità e delicatezza, per non inquietare nessuno nè mostrar disprezzo di quello che altri avesse trovato buono.

Unico rimedio per guarire dall´attaccamento al proprio giudizio è non far conto di quel che ci viene in mente, rivolgendo il pensiero a qualche cosa di meglio; perchè, se vogliamo tener dietro a tutte le idee da quello suggeriteci nelle varie occorrenze, non sarà questo un continuo distrarci e distornarci dalle cose più utili e meglio confacenti alla nostra perfezione, rendendoci così inetti e Sga,gliarcliti per la santa orazione? La nostra mente, lasciata libera di baloccarsi in frascherie di questo genere, vi s´immergerà sempre più, producendo un brulichio di pensieri, sentimenti, discorsi, che nell´orazione c´importuneranno oltremodo. Far orazione è applicare interamente a Dio lo Spirito con tutte le sue facoltà; ma, quando lo spirito siasi stancato dietro oggetti inutili, sarà tanto meno disposto e atto alla considerazione dei misteri, su cui si vuole meditare.

Riassumendo, ripeto che non l´aver opinioni proprie è -cosa contraria alla perfezione, ma l´esservi attaccati con l´amore e la stima. Chi non le stima

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non le ama, e chi non le ama, 12013:´ si curerà ,guari che siano approvate, né sarà mai così leggero da dire: — Gli altri la pensino come vogliono, quanto a me... — Sai che cosa significa questo « quante a me »l. Ecco: — Io non mi ci arrendo, ma terrò duro nel mio proposito e nella mia opinione. -7 L´ho detto e lo ridico: questa è l´ultima cosa che abbandoniamo; eppure è una di quelle, a cui bisogna più necessariamente rinunciare per l´acquisto della perfezione; se non si fa così, addio umiltà, che c´impedisce e proibisce la stima di noi e delle cose nostre; e così, senza la pratica di questa -virtù tanto raccomandata, c´iMmagineremo sempre di essere da più di quel che siamo e che gli altri siano con noi in debito (1).

2. L´esser troppo tenero di sé.

-C -n. altro grave ostacolo nel cammino della perfezione è la tenerezia di noi stessi. A meglio intendere questo, ti ricordo che due amori noi abbiamo, amore affettivo e amore effettivo, e ciò tanto riguardo a Dio che riguardo al prossimo e a noi stessi; ma qui parleremo solo dell´amore del prossimo, pex ritornare quindi a noi stessi.

(11 E. =v (t. vi, pp. 244-251).

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I teologi,, per far comprendere bene la differenza di questi due amori, costumano ricorrere alla similitudine del padre che ha due figli, uno ancora vago fanciullino e tutto vezzoso, e l´altro uomo fatto, bravo e nobile soldato o di qualsivoglia condizione. Il padre li ama grandemente entrambi, ma con amore ´diverso. Ama il piccolo con amore tenerissimo e affettivo: vedi perciò quante cose si lascia fa-• re dal bimbo e fa egli stesso con lui: lascia che gli attorcigli la barba intorno alla mano e che glie la volti in su o glie la stringa in pugno; lo palleggia, lo baciucchia, lo tiene sulla ginocchia e in braccio con una dolcezza straordinaria e per il piccino e -per sè. Se un´ape glie lo punge, non cessa di soffiare do-v´ è il male, finchè il dolore non sia calmato; se invece il figlio maggiore fosse punto da cento api, non s´incomoderebbe a. muovere un piede: eppure lo ama di assai forte e sodo amore. Nota la differen, za dei due amori: il padre, nonostante la tenerezza che hai veduta in lui per il suo figlioletto, non depone per questo il pensiero di mandarlo fuori della casa e farlo cavaliere di Malta, destinando il maggiore- a suo erede e successore nei beni. Questi dunque è amato d´amore effettivo, e quegli d´amore affettivo: amati tutt´e due, ma in modo differente.

Tale è l´amore che portiamo a noi stessi, affettivo ed effettivo. Effettivo è l´amore che domina i

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grandi, avidi d´onori e di ricchezze, sempre intenti a procacciarsi quanto più possono di beni e non mai sazi d´acquistarne: costoro si amano molto d´amore effettivo. Altri si amano più d´amore affettivo, e sono quelli the, teneri teneri di se stessi, non fanno mai altro che pigolare, carezzarsi, vezzeggiarsi, usarsi riguardo, cosi paurosi di quanto possa loro nuocere, che è una pietà. Se sono malati, avessero male anche solo alla punta di un dito, non c´è nessuno, a sentir loro, più malato di essi: ah, sono tanto disgraziati! Nessiin male, per grande che sia, sarebbe mai paragonabile al loro, nè vi sono medici che bastino a guarirli. Pigliano medicine su medicine e, mentre pensano di conservarsi la salute, la perdono e la rovinano del tutto: ma se ammalano gli altri, oh, non è nulla! Essi, essi meritano compassione, e piangono, piangono i lori guai, cercando di muovere a compassione chi li vede: a loro poco importa di essere o non essere stimati pazienti,. ma si preoccupano solo di venir creduti molto inalati e tribolati. È un´imperfezione puerile e, vorrei dire, muliebre: fra gli uomini, prende individui effeminati e senza energia: in spiriti magnanimi non alligna. Persone a modo non si perdono in simili inezie e ´tenerumi, che servono solo a impedirci di progredire nella via della perfezione. E con. tutto questo, il non poter soffrire di, passare per troppo

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delicati non è proprio esser tali in alto grado?

In una casa religiosa di Parigi trovai fra le probande una giovane mite, inaneggeVole, sottomessa e obbediente al sommo: aveva, in una parola, tutti i requisiti per essere una vera religiosa. Se non che, all´ultimo, disgrazia volle che le suore ravvisassero in lei un difetto fisico, onde incominciarono a pensare se non fosse il caso di rimandarla. La madre superiora le voleva molto bene, e le rincresceva di far ciò; nondimeno le spore nicchiavano molto su quell´inconveniente. Quand´io passai di là, fu rimessa a me, la sorte della povera figliuola, che era di buona famiglia. Condotta alla mia presenza, si pose

in ginocchio e disse: —               vero, Monsignore, che
io ho il tal difetto, purtroppo alquanto umiliante (e lo nominò chiaramente con grande semplicità). Confesso che le suore han ragiOne, ragionissima di non volermi ricevere, perchè col mio difetto sono insopportabile; ma vi supplico di essermi favorevole, e vi assicuro che; se mi faranno la grande carità di accettarmi, io starò molto attenta a non dar loro fastidio, adattandomi di tutto cuore a lavorar Porto o a fare qualunque altro ufficio che mi tenga lontana dalla loro compagnia, sieehè non abbiano da me alcuna molestia. — La giova-ne mi commosse: ella non era davvero tenera di se stessa! Io non mi -potei trattenere dal dirle che, di buon grado avrei voluto

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4. - E. CERIA, La Dita religiosa ecc.

 

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avere il medesimo difetto fisico e insieme il coraggio di parlarne alla presenza di tutti con la medesima semplicità, con cui lo faceva essa alla presenia mia.

Quella figliuola non aveva paura, come tanti altri, di perdere la stima e non era tenera di se stessa, nè faceva le solite vane e inutili considerazioni: — Che cosa dirà il superiore o la superiora, se io vado a dire questo o quello? Se chieggo un po´ di sollievo, dirà o penserà che sono troppo delicata. — Ma se la cosa è vera, perchè non volere che la si ´pensi? — Ma quando espongo il mio bisogno, mi fa un viso così freddo, che mostra abbastanza di non averne piacere. — Può darsi che il superiore o la superiora, avendo tante altre cose per il capo, non abbia sempre voglia di ridere o parlare con molta affabilità quando tu vai a dire il tuo guaio, ed ecco quello che ti urta e ti toglie, dici tu, la confidenza di andar a dire i tuoi incomodi. Bambi‑

nate! Vacci con sempliCità. Se la superiora o il superiore una o più volte non ti avrà fatto le acco‑

glienze che ti aspettavi, non te ne aver per male e non credere che farà sempre così: oh no, il Signore toccherà forse il loro cuore con il suo spirito di dolcezza, rendendoli più amorevoli al tuo primo ritorno.

Del resto, non siamo sì teneri da voler sempre

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dire ogni nostro incomodo, :quando non siano cose d´importanza: un piccolo mal di capo, un piccolo mal di-denti, che forse passerà presto, se lo vorrai sopportare per amor di Dio, non occorre che tu lo vada a dire per averne un po´ di compatimento. Forse non lo dirai al superiore o a chi ti potrebbe porgere sollievo, ma più facilmente agli altri, affermando di volerlo soffrire per amore di Dio. Ma se davvero tu volessi soffrirlo per amore di Dio, non l´andresti a dire a chi sai che potrebbe sentirsi in obbligo di farne parola al superiore; sicchè avrai di sbieco il sollievo che sarebbe stato meglio domandare schiettamente a chi.ti poteva dare il permesso di prendertelo::giacchè sai bene che il confratello, a cui dici che ti duole molto la testa, non ha .la facoltà di mandarti a letto. Non vi è dunque altro scopo nè intenzione, sebbene non vi si pensi espressamente, che d´essere un po´ Compatito, e questo piace molto all´amor proprio. Credo anch´io che hai più. gusto e confidenza a parlare del tuo male con chi non è incaricato chi sellevartene, anzichè con chi tiene tale incarico; finchè fai così, tutti compatiscono il caro confratello tale e si danno attorno per aiutarlo: invece, dicendolo a chi di ragione, bisognerebbe assoggettarsi a fare ciò che- verrebbe ordinato: e appunto questa sottomissione noi ci- studianio sempre di evitare, perchè P amor -proprio

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vuoi farla con, noi da pedagogo e da padrone della nostra volontà.

Questa tenerezza è molto più biasimevole nelle cose dello spirito che non in quelle del corpo; e pur, troppo la secondano ´e fomentano le persone spiri tuali, quando vorrebbero diventar sante di punto in bianco, senza che però costi loro nulla, senza nemmeno provare i travagli delle lotte causate dalla parte inferiore con le sue resistenze a tutto ciò che contraria la natura. Ma., volere o no, bisogna aver il coraggio di soffrire e per conseguenza di resistere a quegli assalti in numerosi scontri durante il corso della nostra vita, se ci preme di non venir meno alla perfezione da noi cercata. fo desidero vivamente che si distinguano sempre nell´anima nostra gli effetti della parte superiore dagli effetti della parte inferiore, e che non ci rechino sorpresa le emanazioni dell´inferiore, per cattive che siano: si tratta di cose che non possono assolutamente arrestare il nostro cammino, purchè ci teniamo saldi nella parte superiore, risoluti di andare sempre avanti senza mai fermarci nè perder tempo in lamentele, dicendo che siamo imperfetti e in lacrimevoli condizioni, quasi non ci fosse di meglio per noi che piagnucolare sulla nostra miseria e sulla mala sorte di dover procedere così a rilento versò il termine dell´opera nostra.

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buoua, figliuola accennata sopra non era pune to tenera di sè, quando mi parlava del suo difetto; anzi me lo disse con tanta franchezza d´animo e di sembiante, che, me la rese più cara. Per noi invece, quale soddisfazione a dePlorare i nostri difetti! è cosa che appaga tanto l´amor proprio! No, coraggio! non ci faccia stupire iI vederci soggetti a imperfezioni d´ogni tenere: non curiamoci di inclinazioni, umori, bizzarrie, sensibilità, mortificando costantemente tutto questo in qualsiasi occasione. Che se nondimeno ci avviene or qua or là di cadere in fallo, non ce ne adoMbriamo, ma, ripreso animo, stiam più fermi al primo incontro e tiriamo diritto, avanzando sempre più nella vía di Dio e verso il Annegamento di noi stessi (1).

3. 11 troppo .sottilizzare.

-Vi sono anime, le quali badano tanto a pensare come faranno, che non rimare loro il tempo di fare; eppure nel negozio della nostra perfezione, che consiste nell´unione dell´anima nostra con la Bontà divina, non è questione d´altro che di sapere un poco e di far molto. Secondo me, coloro che si sentono domandare qual è la strada´ del Cielo, han tutta la ragione di rispondere come chi dice che per andare

(1) E. xiv (t. v; pp. 251-8).

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in un dato luogo bisogna sempre andare, cioè metter piede avanti piede, e che per tal modo si arriverà alla meta desiderata. Avanti sempre, dirò alle anime bramose della perfezione, avanti per la strada della vostra vocazione con tutta semplicità, badando più• a fare che a desiderare: è questa la via più breve (1).

Quando si ha una risoluzione generale e univer‑

sale di servir Dio nel miglior modo possibile, non

si vada a sottilizzare tanto per trovare quale sia il

modo migliore, come fanno certuni, in cui la finezza

e l´acume della mente tiranneggia la volontà, sin‑

dacandola con troppa insistenza e minuziosità.

Dio vuole in generale che lo serviamo, amando lui sopra tutte le cose e il prossimo come noi stessi; in particolare vuole che osserviamo una regola. Tanto basta: facciamolo alla buona, senza sofisticarvi tanto su; facciamolo com´è fattibile a questo mondo, ove non istà di casa la perfezione; facciaMolo all´umana .e secondochè è possibile nel tempo, aspettando il giorno di farlo poi alla divina e all´angelica e secondo l´eternità. Affannarsi, inquietarsi a pensarvi su non serve a nulla: il desiderare giova, ma sia senz´ansietà. Guardiamoci da questo affannarsi come da un´imperfezione ´Madre di tutte le imperfezioni.

(1) E. 1x (t. vi, p. 151).

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Non esaminarti dunque tanto minutamente per vedere se sei iella perfezione o no. Eccone due ragioni. La prima è che, quand´ anche fossimo i più perfetti del mondo, noi non lo dovremmo giammai sapere ne conoscere, ma sempre dovremmo giudicarci imperfetti. Non deve mai il nostro esame mirare a conoscere se siamo imperfetti, perchè su di questo hon ha da cadere alcun dubbio. Per conseguenza non meravigliamoci di vederci imperfetti, non essendo lecito di vedersi altrimenti in questa vita; nè rammarichiamocene, perchè non v´è rimedio: umiliarci, sì, dovremo, perciò così metteremliparo ai nostri difetti, e insieme correggerci con calma. Ecco appunto lo scopo pratico, per cui ci sono lasciate le nostre imperfezioni; non vi sarà scusa per noi, se non ne cercheremo l´emenda, nè saremo senza scusi non riuscendovi completamente, giacche per le imperfezioni la cosa non corre come per i peccati.

,La seconda ragione è che tale esame, fatto con ansietà e agitazione, è un vero perditempo: quei che lo fanno somigliano ai soldati, che per apparecchiarsi alla battaglia eseguissero fra di loro manovre così eccessive, che, venuto il momento di fare sul serio, si trovassero stanchi e spossati (1): o sono come i musici che a forza di provare il canto

(1) Cfr. Ps. Lxxvx, 9_

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di un mottetto si arrochissero. La mente si stanca in quest´ esame cosi intenso e continuo e, giunto il tempo di venire all´opera, non ne può più.

Sii poi semplice nel tuo modo di giudicare: non tante riflessioni_ nè repliche, ma semplicità e confidenza. Per te due cose sole esistono al mondo: Dio e tu; il resto non ti deve importare se non in quanto Dio te lo comanda e nella forma che te lo comanda. Non volger l´echi° di qua e di là, tieni lo sguardo raccolto in Dio e in te. Non ti accadrà mai di vedere Dio senza bontà, nè te senza miseria, e vedrai la sua bontà ben disposta verso la tua miseria, e la tua miseria oggetto della sua bcrhtà e misericordia. Non mirare dunque ad altro: intendo dire con sguardo fisso, lungo e ostinato: a tutto il ´resto guarda sol di passaggio. Quindi anche rispetto a ciò che fanno gli altri, non cercare il pelo nell´uovo nè preoccuparti tanto del loro avvenire, ma osservali con occhio semplice, buono, dolce e affettuoso. Non pretendere in. essi più perfezione che in te, e non ti rechi stupore la singolarità delle imperfezioni: un´imperfezione non diventa maggior imperfezione, perché è fuor dell´ordinario e strana. Imita le api, succhiando il Miele da tutti i fiori.

Per ultimo, ti raccomando di fare come i bambini. Finchè sentono la madre che li tiene per le dande, vanno franchi e sgambettano di qua e di là,

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nè si sbigottiscono dei piccoli strabalzamenti che fa far loro la debolezza delle gambe. Così tu, finchè ti accorgi che Dio ti regge mediante la buona volontà e risoluzione che ti ha date di servirlo, , va´ avanti francamente, senz, aver paura delle scosserelle e degli scappucei che prendi; son cose da non allarmarsene, perche di tratto in tratto tu ti getti nelle sue -braccia e lo baci coI bacio della carità (1). Avanti dunque allegramente e a cuore aperto, quanto più potrai; e se allegramente non puoi sempre andare, va,´ sempre con coraggio e confidenza (2).

4. Eccessiva fretta.

Un altro inganno io devo scoprire. Certuni vorrebbero una perfezione bell´e fatta, sicchè bastasse infilarla, come una sottana, per trovarsi perfetti sen‑

- Za fatica. Oh, davvero, se questo fosse possibile, io sarei l´uomo più perfetto del mondo; poichè, se stesse in poter mio di dare la perfezione agli altri senza che essi facessero nulla, ti assicuro che comincerei a pigliarmela per me. Sembra a costoro che la perfezione sia un´arte di cui basti trovare il segreto, per diventarne subito padroni senza alcuna

(1)   Cant., i, 1.

(2)   L. cLxxiv (t. xtr, pp.- 167-9).

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difficoltà. Che inganno! Il gran segreto è fare e fa-faticare assiduamente nell´esercizio del divino amore, per giungere all´unione con la Bontà divina. Si noti però bene, che, quando dico fare, io intendo sempre di riferirmi alla parte superiore del- l´anima nostra, che delle resistenze provenienti dalla parte inferiore non bisogna far caso maggiore di quello che facciano i viandanti dei cani che abbaiano da lungi (1).

Soffriamo con pazienza il ritardo- a raggiungere la nostra perfezione, facendo sempre e di buona voglia tutto il possibile per andare innanzi. Fortunati coloro che in quest´attesa non si stancano di attendere! Lo dico per tanti che, desiderosi di per‑

- fezionarsi con l´acquisto delle virtù, vorrebbero averle senz´altro, quasi che la perfezione stesse nel desiderarla. Sarebbe gran ventura poter essere umili, appena concepitone iI desiderio, senza bisogno d´alcuna fatica. Avvezziamoci a cercare la nostra perfezione per le vie ordinarie, con tranquillità d´animo, facendo quanto dipende da noi per l´acquisto delle virtù mediante la costanza nel praticarle secondo la nostra condizione o vocazione; poi, per quel che riguarda l´arrivare presto o tardi alla meta sospirata, pazientiamo, rimettendoci alla divina

(l) E. 1x (i. vi, pp. 151-2).

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provvidenza, che penserà a consolarci nel tempo da lei prestabilito; e quand´ anche dovessimo aspettare fino all´ora della morte, contentiamoci, paghi di compiere il ;nostro dovere con far sempre quello che sta da, noi ed è in poter nostro. Avremo sempre abbastanza presto .la cosa desiderata, allorchè piacerà a Dio di darcela. È necessarissima questa rassegnazione ad attendere, perché la mancanza di essa turba fortemente l´anima. Contentiamoci dunque di sapere che chi ci governa, fa le cose bene, e non pretendiamo speciali sentimenti nè un lume particolare, ma camminiamo a guisa di ciechi dietro la scorta di questa provvidenza e sempre con questa fiducia in Dio, anche fra desolazioni, timori, tenebre e croci d´ogni sorta, che piacerà a lui d´inviarci (1).

Ricomincia ogni giorno: per condurre a buon termine la vita spirituale non c´è mezzo migliore che rifarsi tutti i giorni da capo, senza credere giammai di aver fatto abbastanza (2). È cosa buona aspirare in generale al più alto grado della perfezione cristiana, ma senza filosofar tanto in particolare, dove non si tratti del nostro miglioramento e progresso in quello che concerne la vita ordinaria, glor‑

() E. x (t. vi, pp. 164-5).

(2)        cins (t. nv, p. 22).

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no per giorno, rimettendo alla provvidenza di Dio l´adempimento del nostro desiderio generale e gettandoci nelle sue braccia, come il bambino, che per crescere mangia dì per dì quello che il padre gli porge, fidente che glie ne somministrerà a misura del-l´ appetito e del bisogno (1).

Il tempo e la regola, in cui si vive, sono il rimedio ordinario per guarire dalle imperfezioni, come per certe malattie fisiche la cura sta nel buon regime dietetico. Pur troppo l´amor proprio, la stima di noi stessi, la falsa libertà dello spirito Tono radici non facili a svellersi dal cuore umano: si può soltanto impedire che producano i. loro frutti, cioè i peccati; finchè viviamo quaggiù, impedirne del tutto gl´impeti, i primi scatti, i germogli, ossia le prime scosse o i primi moti, è impossibile, benchè sia possibile moderarli, e diminuirne il numero e l´intensità mediante la pratica delle Virtù contrarie, massime con l´amore di Dio. Pazienza dunque! A poco a poco si raddrizzino e si tronchino le cattive abitudini, si dominino avversioni, si rintuzzino in, clinazioni e omeri a seconda dei casi : alla fine dei conti, questa vita è una guerra continua (1) e nessuno ha il diritto di dire: — Io non ho assalti.

(1)L. DXIII (t. XIV, p. 122),

(2)   Job.,

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Il riposo ci è riservato..nel• Cielo, dove ci attende la palma della vittoria. Sulla terra, dura sempre la lotta, che ondeggia fra timore e speranza, ma con la clausola che la speranza abbia ognora il soprav- vento, grazie all´onnipotenza di Colui che ci porge

soccorso.

Non istancarti dunque mai nel lavoro incessante del trio perfezionamento. Bada che la carità ha ´d´e

parti: minor di Dio, affetto a sè e dilezione del prossimo. Le regole guidano il religioso nella pratica di tutto ´questo.

Più volte al giorno offri con grande confidenza a Dio cuore, mente e occupazione, dicendogli con Davide: Son tuo, S´ignoro, salvami (1).

Riguardo all´affetto pe-r te, tieni bene aperti gli occhi sulle tue inclinazioni sregolate per isradicarle. :b-ron ti spaventare mai di vederti meschino e pieno

di male tendenze. Tratta il tuo cuore con vivo desiderio di perfezionarlo; metti una cura instanca‑

bile a rialzarlo con dolcezza e carità, ogniqual‑

volta inciampa. Soprattutto fa´ ogni sforzo posai_ bile per Consolidare la parte superiore dello spirito,

non cercando sensibilità e consolazioni, ma formando propositi risoluti e ardenti, ispirati dalla fede, dalla regola e dalla ragione.

(1) Ps. cxvin, 94.

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Nessuna tenerezza con te: le mamme tenere guastano i ´figli. Non essere querulo nè piagnone: nessuna paura di certi disturbi e assalti, che provi difficoltà a manifestare. No, nessuna paura: Dio li permette per farti acquistare la vera umiltà. Son cose da combattere con aspirazioni a Dio, disto-, gliendo la mente dalle creature per elevarla al Creatore.

Col prossimo finalmente sii tutto bontà e benchè abbi moti e scatti d´ira, ripeti spesso spesso nelle varie occorrenze le divine parole del Salvatore: Io amo, Signore, questi miei prossimi, percbè ami tu e Inc li hai dati per fratelli e sorelle (1), e vuoi che, come li ami tu, cosi li -ami anch´io.

In particolar modo ama i confratelli, ai quali la mano stessa della Provvidenza ti ha unito e stretto con vincolo celeste; sopportali, trattali con affetto e mettili nel cuore (2).

Tutta questa impresa non devi credere che possa condursi a termine tanto presto. I ciliegi fruttificano presto, perehè fanno soltanto delle ciliege, frutti di breve durata; ma le palme, regine delle piante, portano, si dice, i primi datteri dopo cent´anni. Una vita mediocre si ottiene in un anno;

(1)   Cfr. JOAN., XVII, 6; MATT., XII, 50.

(2)   L, mcLxxur (t. xv-ll, 160-2).

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ma la perfezione, alla quale aspiriamo noi, richiede, in via ordinaria, anni e anni (1).

Poniamo pure che tu sii morto al mondo e che il mondo sia morto in te: è, solo una parte dell´olocausto. Ne rimangono ancora due: scorticare la vittima, spogliando il cuore di se stesso e tagliando via tutte le impressioncelle prodottevi dalla natura e dal mondo, e poi bruciarla, riducendo in cenere l´amor proprio e convertendo interamente l´anima in fiamme d´amor celeste. Tutte cose che non si fanno in un giorno: ma Colui che ti ha dato la grazia di vibrare il primo colpo, farà teco anche le altre due operazioni, e poiehè ha una mano paterna, o agirà insensibilmente o, se si farà sentire, ti darà la costanza, anzi la gioia accordata già a san Lorenzo sopra la graticola. Non ti preoccupare dunque: chi ti ha dato il volere, ti darà il fare (2). Sii soltanto fedele nel poco, ed egli ti farà padrone del molto (3).

Perciò, non ti lamentare, perchè la tua vita è piena d´imperfezioni e difetti, nonostante il tuo desiderio di conseguire la perfezione e la purezza

(1)   L. lidn´t.xxix (t. xtt, p. 75).

(2)    Phitipp., LE, 13.

(3)   i´vlArr., xxv, 21, 23, — L. mDcxcv (t. xIx, p. 3141.

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dell´amor divine. È impossibile che arriviamo a liberarci interamente di noi stessi. Quaggiù ci dobbiamo portare da noi, fino a che ci porti Dio nel Cielo, e in- noi non portiamo niente di buono. Quindi, ci vuoi pazienza; non pensiamo di poter guarire in un giorno da tante cattive abitudini contratte col trascurare la nostra sanità spirituale. Ino ha ben guarito alcuni in un attimo, senza lasciare in essi traccia delle infermità precedenti, come fece con la Maddalena, che in un istante da fogna di corruzione fu cambiata in sorgente di acque purissime, da quel momento non più intorbidate. Ma è anche vero che il medesimo Iddio in parecchi suoi cari discepoli lasciò non pochi contrassegni delle loro male inclinazioni, e tatto • per loro maggior profitto: prova ne . sia il glorioso san Pietro, che dopo la sua vocazione -inciampò più volte in imperfezieni e da ultimo, stramazzò del tutto, e assai miserevolmente, con la negazione.

Salomone dice (1) che è un animale molto insolente la serva divenuta in un sùbito padrona. Per l´anima che abbia servito lungamente alle Sue passioni e inclinazioni, vi sarebbe pericolo di orgoglio e vanità, se in un momento ne diventasse del tutto padrona. Conviene che a poco a poca e

(1) Prov.., xxx, 21, .23.

11.2

 

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passo passo veniamo acquistando questo dominio per conquistare il quale i Santi e le Sante hanno speso decine d´anni. Ci vuoi pazienza con tutti, ma. in primo luogo con noi stessi (1).

Osserva inoltre che corre gran differenza tra la cessazione di un difetto e l´acquisto della virtù contraria. Tanti sembrano molto virtuosi, men: tre poco o punto hanno di virtù, non avendo faticato per acquistarla. È frequente il caso che le nostre passioni s´addormentino e stiano assopite e se ´durante quel tempo non ci provvediamo di forza per combatterle e rintuzzarle, al loro ridestarsi rimarremo vinti nella letta. Teniamoci sempre umili, nè diamoci a credere cli possedere le virtù, benchè, almeno per quanto risulta a noi, non cadiamo più in colpe ad esse contrarie. Molti purtroppo s´ingannano a partito immaginandosi che le persone professanti vita perfetta non debbano mai inciampare in imperfezioni, massime religiosi, quasi che bastasse entrare in religione per essere perfetti; ma non è così: le varie religioni non hanno per iscopo di adunare gente perfetta, ma gente che abbia la buona volontà di tendere alla perfezione (?).

(1) L. cer.xxvii (t. xm., p_ 19).

(2) E. xvi (t. vi, pp. 294-5).

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Te lo ripeto: non dimenticare mai la Massima: dei Santi, che nel cammino della Perfezione dobbiamo credere ogni giorno di cominciare: se pensassimo bene a questo, non ci stupiremmo di trovare in noi miserie e cose da togliere. Non si è mai alla fine, ma bisogna sempre ricominciare di buona voglia. Quando l´uomo avrà finito, dice la Scrittura (1), allora sarà da capo. Il già fatto è buono, ma quello che tosto cominceremo, sarà meglio; finito questo, ricominceremo altro, che sarà meglio ancora, e poi di nuovo altro, fino a che ce n´andremo da questo mondo a cominciare un´altra vita che non avrà fine: là, più. nulla di meglio ci potrà toccare. Vedi adunque se vi sia da rammaricarsi, quando nell´anima si trova che c´è ancora da fare e se non bisogni al contrario aver coraggio e andar sempre avanti senza fermarsi mal, e se non faccia d´uopo mettersi con risolutezza a menar tagli, dovendosi portare la lama, fino alla divisione dell´anima e dello spirito, delle giunture e delle midolle (2).

Finirò con un esempio, che si leggo nelle Vite dei Padri. Un giovane, chiamato da Dio a farsi religioso, andò in un monastero della Tebaide a trovare

(1)    Eccli., xvin, 6.

(2)    ffebr., iv, 12. — L. mxtux (t. xvi, p. 312).

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un buon padre, a cui espose la sua intenzione, sup.plicandolo di riceverlo per discepolo. Nel suo fervore gli tenne un bel discorso dicendo: — Padre, vengo da voi; perchè abbiate la bontà d´insegnarmi la maniera di divenire presto presto perfetto. — Egli, come vedi, aveva voglia di essere perfetto, ma molto in fretta. Il padre ne lodò l´intenzione e

poi soggiunse:           Figlio, quanto a insegnarti la via
della perfezione, lo farò ben. volentieri; ma che tu diventi perfetto cos% presto come vorresti, non te lo posso promettere: in questa casa noi ion abbiamo una perfezione ben" e fatta, ma bisogna che ognuno se la faccia da se.

poverino credeva che gli si sarebbe data la perfezione, come si dà l´abito religioso; ma ne fu disingannato per bene. Il buon padre, ripigliando, disse: — Figlio, la perfezione non si acquista d´un tratto, come pensi tu; con la tua fretta non ci si arriva. Si procede per gradi, cominciando dall´infimo e andando su su fine al sommo. Nella scala di Giacobbe non vedi che vi erano tanti gradini e Che bisognava salire dall´uno all´altro fino ´alla cima, per incontrare il Padre celeste? Per arrivare a lui, si fa un gradino alla volta. La perfezione da te desiderata non si trova lì su due piedi. Se la vorrai un giorno avere, io t´insegnerò il modo di acquistarla, parche, figlio mio, tu abbia coraggio

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e costanza a fare quanto ti : dirò. — Il giovane promise. Allora il buon padre continuò: — Ebbene, figlio, per tre anni, oltre là- pratica generale di tutte le virtù, procurerai di aiutare tutti i fratelli; quando, per esempio, t´imbatterai nel cuoco che va ad attingere acqua o a far legna o a spiccarne, vi andrai tu in sua vece. E se t´imbatterai in qualche altro con un peso sulle spalle, ne lo allevierai prendendo e portando tu il carico. La farai, insomma, da servo di tutti, prestando loro servizio in ogni cosa senza riserva. Ne avrai il coraggio? — Il giovane principiante, bramoso della perfezione, vi si -sottomise. — Ma in capo a questi tre anni sarò perfetto? — chiese. — Di ciò, rispose il padre, io non posso saper nulla; quel che sarà poi, lo vedremo. ‑

Spirato il triennio,• ritorna il buon novizio dal suo maestro, per sapere se fosse perfetto. — Padre, disse, eccomi alla fine del tempo assegnatomi. ‑

Gli rispose il buon padre: — Questo non basta; vi è un secondo esercizio da cominciare per altri tre

anni, se vuoi essere perfetto. Nei tre anni passati

hai fatto bene, è vero, e con diligenza le cose da me ordinate, ma non bisogna fermarsi lì. — Co‑

me? replicò il povero giovane. Non è ancor finito? bisogna cominciare un´altra volta? ci vogliono tanti noviziati? tre anni non bastano? Ohimè! io mi ere

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devo di essere perfetto con solamente volerlo, e invece mi rimane ancora tanto da fare! — Terminate le querimonie, il buon maestro, senza punto scomporsi, prese a incoraggiarlo, dicendo che, dopo aver già fatto tanto, gli conveniva proseguire e che la. perfezione era un bene cosi grande da non do-Versi rimpiangere n´è la fatica nè il tempo spesi ad. acquistarla.

Alla fine il povero novizio si lasciò così ben persuadere, che promise di fare_ per altri tre anni quanto _il padre gli avesse detto.´ La nuova ingiunzione fu di ricevere r mortificazioni, dispregi, ,rimproveri e vilipendi senza mai rifiutarsi di fare qualche servizio o cortesia a chi ne fosse l´autore, e questo con la massima sollecitudine; non potendo altro, facesse mazzoiini di fiori o stuoie o cose simili da presentargli. Promise il giovane di farlo, e lo fece coscienziosamente; e non glie ne mancò davvero l´occasione, perehè il buon padre aveva dato ai religiosi la parola d´ordine di metterlo alla prova, sul serio, sicchè ad ogni piè sospinto egli era in faccende a preparar presenti, tanti dispregi, mortificazioni e umiliazioni gli toccava continuamente ricevere. ‑

Compiuto il secondo noviziato, andò dal maestro per rendergli conto, smanioso di sapere se allora fosse perfetto. Ma il padre gli disse: ‑

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Figlio, a Dio solo spetta di giudicare se tu sei perfetto o no; ma se vuoi, ne´ faremo una piccola pro‑

va. — Il padre dunque gli fece impiastricciare tutta la faccia e lo condusse a una città vicina, dove sta‑

vano sulla porta dei soldati, che sembrava non avessero altro da fare che squadrare i passanti e trarne materia di riso; quindi, appena videro il povero giovane, cominciarono ad andargli dietro e chi lo motteggiava, chi gli dava colpi, chi gli scagliava ingiurie: insomma, si presero giuoco di lui come di uno scemo. E ciò che li convinceva esser tale, fu l´osservare, come a siffatti maltrattamenti gongolasse di gioia, lasciandola trasparire sul volto, e mostrandosi tanto più lieto e contento quante più villanie gli venissero fatte. Stupivano gli astanti, ma si rallegrava il buon padre, che durante la prova non lo perdeva di vista.

Da ultimo, uno dei soldati, riflettendo al contegno del povero novizio, preso da stupore, si fece a interrogarlo, come mai potesse ridere e mostrarsi così impassibile agli insulti. Il Signore, come vedi, fa sempre in modo che le virtù de´ suoi veri amici e servitori siano riconosciute da qualcuno. Rispo-• segli il novizio: — Mi sembra di avere.tutte le ragioni di ridere e di essere contento, perchè in mezzo alle vostre provocazioni e ai vostri dileggi . io godo la pace dell´anima; oltre a questo, ho un

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altro motivo di allegrezza, ed è che voi altri mi siete, a dir vero, assai più amorevoli e gentili che non mi sia stato il mio maestro, che voi vedete là e che qui mi ha condotto: per tre anni, a quelli che mi bistrattarono, io era da lui costretto a offrire doni in ricompensa delle offese fattemi. Voi invece gareggiate a farmi angherie e vessazioni, senza costringermi a ricompensarvene. ‑

A tanta tranquilità di spirito si arriva solo con lo stringere intorno alla parte superiore dell´anima l´intelletto, la memoria e la volontà (1). A questo fine bisogna recidere adagio adagio dalla nostra vita le superfluità, e le mondanità. Le viti non si rimordano a colpi d´accetta, ma si potano bel bello con la roncola, sarmento per sarmento. Io ho veduto una statua, intorno alla quale lo scultore lavorò dieci anni prima che fosse perfetta, nè finiva mai di adoprarvi lo scalpello e il bulino, levando via a spizzico tutto ciò che offendesse l´armonia delle parti. No, non è possibile arrivare in -un giorno alla perfezione: dobbiamo vincere oggi qua, domani là, e passo passo renderci padroni di noi stessi, che non sarà piccola conquista. Avanti, avanti con fiducia e sincerità in questa santa impresa! Da essa dipende tutta la consolazione che

(1) S. R. xxx (t. ix, pp. 303-7).

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proverai nell´ora della morte, tutta la dolcezza della vita presente, tutta la sicurezza per la vita futura. So bene che è grande l´impresa, ma non quanto la ricompensa. Per un´anima generosamente risoluta, non v´è nulla d´impossibile, inercè l´aiuto del suo Creatore (1).

5. Scoraggiamenti.

cosa ordinarissima nei giovani, che fanno il tirocinio della perfezione, venir assaliti da tentazioni di scoraggiamento; poichè, ad ogni difficoltà che incontrano sul loro cammino, subito si attristano e muovon lamenti da far pietà. L´orgoglio o la vanità non permette loro di commettere un difettuccio qualsiasi, che tosto non si abbattano fin quasi alla disperazione. — Ohimè! esclamano, nulla più si deve aspettare da me! io non farò mai niente che valga! — Dici bene: ti pensavi forse di essere così buono da non mai cadere in fallo? In tutte le arti bisogna fare il principiante prima di essere maestro (2).

·     Benchè vogliamo, e con ferina volontà, il bene, pure coMpaiono in noi tante imperfezioni! Spuntano

(1)1 L. ccxci (t. xITT, pp. 58-9). (2) S. R. xxxi (t. rx, p. 33),

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esse allora dalla volontà? -No, non dalla volontà nè per opera della volontà, ma nlela volontà e sulla volontà. Mi sembra che avvenga come del vischio, il quale nasce e cresce sopra un albero e in un al-

 ma non dall´albero nè per opera dell´albero (i). Quindi delle nostre piccole cadute e imperfezioni non isbigottiamoci punto: sono tanti piccali richiami, perchè stiamo .bassi e umili davanti a Dio, e vigilanti nel nostro posto di guardia (2).

Certo, ci piacerebbe essere senza imperfezioni; ma rassegniamoci a essere della natura umana, e non di quella angelica. Le nostre imperfezioni non ci debbono piacere, anzi dobbiamo dire col santo -apostolo (3): Infelice me! chi mi libererà da questo corpo di morte? Ma non ci facciano stupire nè ci tolgano il coraggio. Caviamone bensì confusione, umiltà e diffidenza di noi stessi; ma non iscoraggiumento nè afflizione d´animo e tanto meno sfiducia

amor di Dio verso di noi; poiché Dio, se non ama le nostre imperfezioni e venialità, ama però noi nonostante quelle. Come la infermità del figlio dispiace alla madre e ciò nondimeno questa non solo non lascia di amarlo, ma lo ama con tenera

(1)  L. DMA (t. xiv, pp. 178-9).

(2)  L. DCLXXIV (t. XV, p. 37).

(3)  Rom., vr, 24,

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compassione, così Dio, sebbene- non ami le nostre imperfezioni e venialità, non lascia per quelle di teneramente amarci, sicchè con ragione disse Davide al Signore (1): Abbi pietà di me, Signore, perchè sono senza forze (2).

Neanche dobbiamo sbigottirci per avere delle passioni: non ne andremo esenti mai: certi eremiti che pretesero di sostenere il contrario, furono cena sviati dal sacro Concilio di Efeso, e la loro opinione venne condannata e qualificata per erronea. Qualche mancamento si commetterà sempre; facciamo però in modo che questo ci capiti di rado e possibilmente due volte sole in cinquant´anni, come fu per gli

Apostoli in tutto il tempo che vissero dopo ricevuto lo Spirito Santo. Del resto, fosse anche tre, quattro,

sette, otto volte in tanti anni, non sarebbe cosa da impensierirsi nè da perdere il coraggio, ma bisognerebbe, sempre ripigliar lena e vigore per fare meglio (3).

Diventare in un subito padroni dell´anima propria e averla completamente nelle mani di primo acchito è impossibile. Contèntati di guadagnar terreno a poco a poco di fronte alla passione che ti

(1)´ P4. vi, 3.

(2)   L. MCDII (t. XVIII, p. 172).

(3)   E. xvi (t. vr, p. 299),

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fa guerra. Bisogna sopportare gli altri; ma innanzi tutto sopportiamo nei stessi e abbiamo pazienza di essere imperfetti. Voremmo arrivare al riposo interiore senza passare, per le ordinarie contrarietà e lotte?

Pratica bene le cose che ti dico. Disponi fin dal mattino l´anima tua alla tranquillità; durante il giorno abbi cura di richiamarla sovente e di ripigliarla nelle tue mani. Se ti capita qualche po´ di alterazione, non te ne spaventare, non dartene il menomo pensiero; ma, avvertitala, umiliati quietamente dinanzi a Dio e procura di rimettere lo spirito nello stato di dolcezza. Di´ all´anima tua: Orsù, abbiano messo i1 piede in fallo; andiamo ora bel bello e stiamo in guardia. — E tutte quante le volte che ricadrai, ripeti la stessa cosa.

Quando poi godrai quiete, profittane di buona voglia, moltiplicando gli atti di dolcezza in tutte le occasioni possibili, anche piccole; perciò, come dice il Signore (1), a chi è fedele nelle piccole cose, saranno affidate le grandi. Ma soprattutto non perderti di animo, Dio ti tiene per mano e, benché ti lasci inciampare, lo fa per mostrarti che, se egli non ti tenesse, cadresti del tutto: così tu ne afferri più strettamente la mano (2).

(1)   Luc., ´Iva, 10; MATT., xxv, 21, 23. ‑

(2)   L, conlv (t. xiv, p. 2)‑

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In questo modo, vivendo interamente per-Iddio e per l´amore che egli ti ha portato, sopporta te stesso in tutte le tue miserie. Essere buon servo di Dio ´non vuoi dire essere sempre consolato, sempre in dolcezza, sempre senza avversioni e ripugnanze al bene: se così fosse, nè san Paolo nè altri Santi e Sante avrebbero servito bene Dio. Essere servo di Dio significa essere caritatevole col prossiino, formare nella parte superiore dello spirito una risoluzione impreteribile di seguire la volontà di Dio, avere una profondissima umiltà e semplicità che c´inspiri confidenza in Dio e ci aiuti a rialzarci da tutte quante le nostre cadute, a pazientare con noi nelle nostre miserie, a sopportare pacificamente gli altri nelle loro imperfezioni (1).

Ciò posto, allorchè abbiam commesso qualche difetto, esaminiamo subito il nostro cuore e domandiamogli, se conserva sempre viva e intera la risoluzione di servir Dio; spero che ci risponderà di sì e che soffrirebbe più d´una morte, anzichè abbandonare questa risoluzione. Poi, domandiamogli di nuovo: — Perchè dunque vai ora incespicando? perchè sei così dappoco? — Ti risponderà: — Mi son lasciato sorprendere, non so come; ma ora mi sento qui un peso! — Ebbene, perdoniamogli: i suoi

(1) L. CDIX (t. XIII, pp. 3134).

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mancamenti non vengono da infedeltà, ma da infermità. Correggiamolo dunque con dolcezza e calma, senza affliggerlo e turbarlo di più. — Su via, diciamogli, ´mio caro cuore, in nome di Dio, fatti coraggio: andiamo avanti, vigilando e guardando in alto al nostro soccorso che è Dio. — Eh, sì, siam caritatevoli con l´anima nostra e non facciamole rampogne, finche vediamo che non manca deliberatamente. Con questo esercizio, come vedi, si .prafica anche la santa umiltà. E tutto quello che si fa per la nostra salvezza, si fa per il servizio di Dio; giacche il Signore stesso in queste modo non ha fatto altro che provvedere alla nostra salvezza (i).

Dirò di più. Servi fedelmente il Signore, ma servilo con libertà filiale e amorosa, senz´ amareggiarti fastidiosamente il cuore. Mantieni in te uno spirito di santa letizia, moderatamente diffusa nelle tue azioni e parole, siechò ne ricevano allegrezza le per- sone virtuose che ti vedono, e ne glorifichino Dio (2), unico oggetto delle nostre aspirazioni (3).

Termino supplicandoti di riflettere con calma, su queste´ quattro parole: Tu sei uscito dal mondo, tu

(1)    L. CDLVIII (t. xtv, p. 27).

(2)    MATT., V, 16; T PETK.,, II, 12. (3)1 L. tmLxlm (t. xtv, p. 57).

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ascendi passo passo il monte della perfezione; indietro non guardare, dinanzi a te´mira il (Melo (1).

6. Voler essere quello che non si è.

Il male dei mali nelle persone animate da buoni desideri è voler sempre essere quello che non possono essere, e non voler essere quello che debbono essere. La natura ha dato alle api la legge, che Ognuna faccia il miele dentro la sua arnia e dai fiori che le stanno intorno (2). Il demonio è solito di presentarci alla mente oggetti lontani, per impedirci di, usare i mezzi che sono presenti. È un´infermità spirituale, in coloro che sono infermi fisicamente, il desiderare medici di paesi lontani e preferirli a quelli che si hanno vicini. Non. si desideri l´impossibile, nè si faccia assegnamento su cose difficili e incerte. Non basta credere che Dio ci può soccorrere con ogni sorta di strumenti; ma bisogna credere ancora che non è sua intenzione di adoperare quelli che allontana da noi, ma quelli che ci stanno da presso (3).

Non vi è cosa che tanto c´impedisca di Perfezio‑

(1) L. ccx (t. xm, p. 97).

(2) L. cccxxxvin (mia, pp. 160-1),

(3) L. ci.xxxx (t. in, p, 181)‑

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harci nella nostra vocazione, quanto l´aspirare ad un´altra; così facendo, noi, invece di lavorare nel campo dove siamo, spingianio buoi e aratro nel callipo del vicino; dove poi non potremo mietere alla fine dell´anno. È tutto tempo perso; volgendo altrove pensieri e aspirazioni, noi non possiamo applicare seriamente l´animo all´acquisto delle virtù che sono richieste nel luogo di nostra dimora. GT Israeliti non riuscirono mai a cantare in Babilonia, perchè avevano il pensiero al proprio paese (1); invece, io vorrei che noi cantassimo in qualunque luogo (2).

Bando ai vani desideri di una vita differente da quella che si deve condurre. Non ho parole per esprimere, quanto io tenga ferma quest´idea, che non bisogni seminare nel campo del vicino, per bello che sia, finchè il nostro ha mestieri di noi. Nuoce sempre distrarre il cuore, avere cioè il cuore in un luogo e il proprio dovere in un altro (3). No, non seminare i tuoi desideri nel giardino altrui, ma coltiva bene Solamente il tuo. Non desiderare di essere quello che non sei: rivolgi i tuoi pensieri a perfezionarti in questo, ed a portare le croci, o grandi

Ps. cxxxvi, 1-4.

(21 L. cccux (t. XIII, pp. 206-7). (3) L. cccxx (t. int, p. 123).

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o piccole, che ti si pareranno ivi dinanzi. Credimi, sta qui il gran segreto, e il meno inteso, della direzione spirituale. Ognuno ha i suoi gusti; pochi hanno i gusti che dovrebbero avere, cioè conformi a quelli del Signore. A che pro fabbricare castelli in aria, dal momento che bisogna abitare in terra? Questa è la mia vecchia lezione (1).

Non è la proprietà delle rose esser bianche, per-che le rosse sono più belle e più odorose; è invece la proprietà del giglio. Studiamoci di essere quello che siamo, e siamolo bene, per fare onore al divino Artefice, di cui siamo opera (2). Si rise del pittore che, volendo dipingere un cavallo, fece lui magnifico toro: lavoro bello in se, ma poco onorevole per l´autore, che aveva altra idea in utente e solo per caso era riuscito a fare così bene. Procuriamo di essere quello che vuole Dio, giacche siamo cosa sua; e non cerchiamo di essere quello che vogliamo noi eontro la sua intenzione; qu.ancl´anche fossimo le più belle creature del Cielo, che ne avremmo, non essendo quali ci vuole Dio´? (3).

La pro v v idenza di Dio la sa più lunga di noi.
Talvolta sembra a noi che, cambiando barca, sta‑

(1) L. cp (t. xiii, p. 291). (2D Ephes., v, 10,

(3) L. ecucxxix (t. xm, pp. 53-4).

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remo meglio; sì, qualora ci cambiassimo noi pure. Io son nemico giurato di questi desideri inutili, pericolosi, cattivi; ancorchè la cosa da noi desiderata sia buona, cattivo nondimeno è il desiderio, perchè Dio non vuole da noi quella specie di bene, ma nn´ altra, e a questa è sua volontà che noi attendiamo. Talora egli ci vuole parlare fra le spine e nel roveto, come fece con Mose (I), e noi vorremmo che ci parlasse in dolce e fresco venticello, come fece con Elia (g).

Scendiamo un po´ più alla pratica. Tutti abbiano care le virtù loro confacenti, ognuno secondo la Sua voéazione: soprattutto le virtù. ordinarie. Certe elevazioni straordinarie si lascino alle anime privilegiate, che ne siano degne. Noi non meritiamo un grado simile nel servizio di Dio; serviamolo, in uffici bassi prima di venire ammessi nella sua intimità (3). Chiamo virtù ordinarie quelle, di cui il Signore ci ha dato l´occasione di procurarci l´acquisto; come la pazienza, l´indulgenza, la-mortificazione del cuore, l´umiltà, l´obbedienza, la povertà, la castità, la compassione del ,prossimo, la tolleranza delle pro‑

(1) Exod., m, 2.

,(2D ZII Reg., xa, 12. — L. DXII (t. xiv, pp. 120-1). (3) L. Dir (t. xrv, p. 109).

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5. - E. C£Dra, Le vita religiosa ecc.

 

 

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prie imperfezioni, la diligenza e il santo fervore (1 ). Osserva la santa Vergine, dovunque si trovi. Prima, nella sua stanza a Nazaret: vi pratica la

pudicizia temendo, il candore desiderando di essere ben informata e interrogando, l´abbassamento e l´umiltà dicendosi ancella. Poi; a Betlemme: vi pratica una vita semplice da povera, e ascolta i pastori, conio se fossero dottori magni. Con i re: non pensa nè poco nè punto a tener loro alti discorsi. Alla Purificazione: vi si reca per obbedire all´usanza rituale. Nell´andare e tornare dall´Egitto: obbedisce con semplicità a san Giuseppe. Non crede tempo perso l´andar a trovare sua cugina Elisabetta per debito di caritatevole cortesia. Cerca il Signore non in allegrezza, ma in lacrime. Sente compassione della povertà e del rossore di quelli che l´hanno invitata a nozze, provvedendo alle loro necessità. Se ne sta ai piedi della croce umile, bassa e forte.

Dio non ricompensa i suoi servi secondo la dignità dell´ufficio esercitato. Non dico già che non si aspiri alle virtù alte e sublimi; dico di esercitarsi nelle piccole, senza di cui le grandi sono spesso false e fallaci. Impariamo a soffrir volentieri parole umilianti e dirette a deprimere le nostre opinioni e proposte; impareremo poi dopo a soffrire il mar‑

i) Introd. à la vie dév., na, 2 (t. ur, p. 132).

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tirio, a fare l´annientamento in Dio e a entrare nell´insensibilità assoluta. Davide imparò prima a

sgozzare le bestie e p-oi a debellare gli eserciti (1).

2 noto quel che fece Eliezer per conoscere se Rebecca fosse atta a divenire sposa del figlio di Abra‑

nio, suo padrone: le chiese acqua, da bere, per osservare se ne avrebbe data volentieri a lui ed egualmente volentieri a´ suoi carrelli (2). Cortesia da poco, umile virtù; ma indizio di virtù ben grande.

Non escludo l´elevazione dell´anima, l´orazione mentale, la conversazione interna con Dio, il continuo slancio del cuore nel Signore; ma sai che cosa ti voglio direg Voglio dirti di essere come la donna: forte, di cui parla il savio (3): A forti cose stende la mano, e te sue dita maneggiano il fuso. Medita pure, eleva lo spirito, portalo in Dio, cioè, tira Dio nel tuo spirito: ecco le cose forti. Ma con tutto questo,, non dimenticare la rocca e il fuso: fila le piccole virtù, scendi a esercitare la carità. Chi dice

  altramente,               ed. è illuso.

Cammina sempre sotto gli sguardi di Dio e guardando dove vai. Dio si compiace di vederti muovere i tuoi passettini, e a guisa di buon padre, che

(1)  1 Reg., mr., 3-37; Eccli., XLVaz 3-8.

(2)  Gen., xxiv, 13-20:

(3)  Prov.,            19.

9.31

 

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tiene per mano il figliuoletto, adatterà i suoi passi ai tuoi, contento di non andare più in fretta di te. Di che preoccuparti? Forse di andare da una parte o dall´altra? di andare in fretta o adagio? Purchè egli sia con te e tu sia con lui, puoi startene-tranquillo (1).

Il Signore vuole che tu pensi a cogliere sempre e a ben usare le occasioni di servirlo e di praticare le virtù minuto per minuto, senza alcuna sollecitudine del passato e dell´avvenire. Ogni minuto presente ci porti quello. che dobbiamo fare (2).

7. Moltiplicità d´occupazioni.

La moltiplicità delle occupazioni è una condizione favorevole per l´acquisto delle vere e solide virtù. P un martirio continuo il moltiplicarsi delle faccende; come a chi viaggia d´estate danno più travaglio e fastidio le mosche che non il viaggio stesso,- così la diversità e moltitudine delle occupazioni riesce più molesta della loro gravezza. Nel disbrigo de´ tuoi affari non fidarti di poter riuscire con la tua industria, ma solo mercè di Dio; perciò confida interamente nella provvi‑

(1)     L. DV (t. kIV, pp. 109-1111

(2)     L. inn (t, riv, pp. 106-7). •

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videnza di lui, convinto eh´ ei farà il tuo meglio, purchénta dal canto tuo vi metta una tranquilla diligenza. Dico tranquilla diligenza, perciò le diligenze impetuose danneggiano cuore e affari, e non sono diligenze, ma ansietà e turbamenti.

Presto saremo nell´eternità, dove si vedrà quanto piccola cosa siano tutti gli affari di questo mondo

e quanto poco importasse sbrigarli o no; qui al

contrario vi ci affanniamo intorno, quasi fossero cose grandi. Quando eravamo piccini, che ardore mette‑

vamo a raccogliere pezzi di tegole, legno e fango

per costruire case e minuscoli edifici! E se qualcuno ce li gettava giù, eran duoli e pianti; ma

adesso conosciamo che tutto quello aveva ben poca importanza. Così sarà un giorno nel Cielo; vedremo allora che i nostri attaccamenti al mondo erano vere fanciullaggini.

Non intendo con questo di sbandire la cura che dobbiamo avere di tali inezie e bagattelle, avendo‑

cele date Dio per nostra occupazione in questo

mondo; ma vorrei levare di mezzo l´ardor febbrile nell´attendervi. Facciamo pure le nostre fanciullag‑

gini, giacchè siam fanciulli; ma nel farle non per‑

diamo la testa. E se taluno ci rovescia casette e fabbricuzze, non crucciamoci tanto, perciò al soprag‑

giungere della sera, in cui ci dovremo mettere al coperto, voglio dire nel punto della morte, tutte que‑

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ste casicciuole non serviranno a niente: allora bisognerà ritirarci nella casa del nostro Padre (1). Attendi con diligenza ai tuoi affari; ma sappi che non hai affare pii importante della tua salvezza (2).

Nella diversità dunque delle occupazioni unica sia la: disposizione d´animo, con cui vi attendi. L´amore soltanto è quello che diversifica il valore delle cose che facciamo.´ Il divin Salvatore è Figlio diletto del Padre nel fiume Giordano dove si umilia, alle nozze ´di (lana dov´è esaltato, sul monte Ta: bor dove appare trasfigurato, e sul monte Calvario dov´è crocifisso; la ragione si è che in tutte queste azioni egli onora iI Padre con medesimezza di cuore, parità di sommissione, eguaglianza d´affetto. Studiamoci anche noi di avere una delicatezza e nobiltà di sentimenti, che ci faccia ricercare unicamente il gusto del Signore, ed egli renderà le nostre azioni belle e perfette, per piccole e comuni che possano essere (3).

8. Dire: È il mio carattere! •

Certuni dicono: — t vero, io sono iracondo; ma

che farci? è il mio carattere!              Chi non vede qui
(1) Ps. exxff, 1.

(2)  L. CDLY (t. /Uv, pp. 21-2),

L. mcmi.,12. (t, xxi, pp. 14-5).

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l´inganno dell´amor proprio? Come se per bontà. di Dio non fosse in poter nostro di vincerci e vivere all´opposto delle nostre passioni e in modo conforme ai dettami della ragione, che c´insegna di non ascoltarle! Un altro dirà: — Si, purtroppo sono un po´ vanitoso; Ma è la mia inclinazione; mi piace far buona figura: non saprei che farci! — Ah! non si riflette al fine, per cui la Bontà divina permise che in pena del primo peccato molte male inclinazioni ci restassero anche dopo il battesimo, quantunque la grazia ci venga data in misura sufficiente per dominarle: Questo fine è di porgerci un mezzo, con cui acquistare maggiori meriti, facendo animosamente per amore di Dio ogni sforzo allo scopo di vincere noi stessi (1).

§ 8. DELLE IMPERFEZIONI

IN CTI ATTENDE ALLA PERFEZIONE.

Le imperfezioni nei religiosi.

Lo stato religioso é un grande ospedale pieno • d´infermi, che però sono tatti medici, giacchò cdntinuamente si guariscono l´un l´altro, ed anche • ognuno da sè, accusandosi e: purificandosi dei loro

(g.) 5. 13.. xvni (t. zx, p. 150).

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difetti. Dico che si guariscono continuamente, perehè sono continuamente infermi; infatti, finché sia-´ mo in questa vita mortale, non facciamo altro che guarire e scoprire infermità. Non perdiamoci dunque di coraggio a curarci: è la nostra occupazione per tutto il tempo che staremo in questa valle di miserie. Nessuno, per santo e „perfetto che sia, può dirsene dispensato, dal momento che in questo soggiorno non vi è uomo che goda sanità piena e intera o almeno -che la goda a lungo. Tant´è vero che, quando si vede taluno sano per lungo tempo, ben-che sempre con qualche incomoduccio, si dice quello essere sintomo che fa presagire qualche grossa malattia:

Nei nostri cuori fermentano nmoracci

cioè passioni e inclinaZioni viziosi, che ci cagionano tante gravi e pericolose malattie, alla cui guarigione dobbiamo sempre vegliare e combattere. I maestri della vita spirituale ridticono questi umori a quattro principali: timore e speranza, tristezza e gioia. Quando una di queste passioni predomina sulle altre, ingenera malattie nell´anima; e perché riesca difficilissimo tenerle a segno, ne deriva che gli uomini si mostrino fantastici e volubili, e si veggano in essi bizzarrie, incostanze e leggerezze. Oggi stemperata gioia, domani smodata tristezza; adesso speranza cieca senz´ombra di timore, di qui

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a poco timor tale da credersi sull´orlo dell´inferno.. Insomma, dallo squilibrio di queste passioni provengono tutte le infermità spirituali.

E ve ne hanno di mortali son quelle, a cui si trascura di applicare i rimedi riconosciuti necessari per guarirle. Rimedio precipuo é vigilare del continuo sul proprio cuore e sul proprio spirito per tener a dovere le passioni sotto l´impero della ragione; altrimenti, non si vedranno che alti e bassi. Per ovviare a tale inconveniente i Padri della vita spirituale, suggeriscono di contrapporre a. queste passioni- la pace e tranquillità interiore, donde nasce la dolce eguaglianza di cuore e di spirito cotanto raccomandata e inculcata dai prinii Cristiani, come ce lo attesta il saluto che si scambiavano con le parole: — La pace sia con. voi. — Il glorioso apostolo san Paolo ne fa uso di frequente nelle sue lettere, augurando la pace e tranquillità interiore come unico rimedio a tanti mali piccoli

e grandi che assediano le anime. Nella pace sta il pià alto´ grado della vita spirituale; e. per acquistarla e conservarla ci vuole continua vigilanza e fatica. Dopo la caduta dei progenitori la nosteanima è rimasta come un terreno arido e sterile, che non può produrre frutti di buone opere, se non è accuratamente coltivato.

Adamo ed. Eva, quand´ erano nel paradiso ber‑

´

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restre in -stato di giustizia originale, non avevano bisogno di lavorare la terra, perché quel giardino abbondava di alberi buoni e belli; gli uni portavano frutti piacevoli, dolci e leggiadri, e altri producevano quelli necessari al mantenimento dell´uomo. Erano alberi che frondeggiavano e fri;ttificavano sempre senza bisogno di coltivazione. Nulla cresceva in quel luogo, che non fòsse eccellente ed utile. Adamo coltivava la terra per isvago e curVava giovani germogli per farne pergole. e chioschi, avendogli Dio ordinato di occuparsi così per suo esercizio e per evitare l´ozio. Ma doiSochè egli peccò e la terra fu maledetta, questa non produsse più da sé altro che triboli e spine; quindi per trarne il necessario alla vita fa d´uopo lavorarla a forza di braccia e col sudore della fronte, e poi gettarvi la semenza. Bisogna starvi attorno con l´occhio e con la mano per isradicarne spine e cardi, suo prodottó ordinario, nè mai stancarsi o tediarsi, se non si vuole che le. male erbe rovinino e isteriliscafo tutto. Il buon giardiniere non si contenta di formare il suo piano erboso, ma in due o tre tempi dell´anno vi lavora sopra e sta ben attento a distruggervi la vegetazione spontanea, che ne soffocherebbe disegni e aiuole, da lui formati con tanta fatica.

.                  Se tanta cura e pazienza ci vuole intorno ai

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giardini materiali, a più forte ragione ce ne vorrà per coltivare la terra e giardino dei nostri cuori e dei nostri spiriti, e strapparne le erbacce delle nostre inclinazioni, abitudini e passioni, ed i sempre nuovi germogli dell´amor proprio; cioè Malumori, capricci, inquietudini, fantasie e simili futilità., che assalgono ogni momento il nostro povero spirito, sicché, se non si vigila, guastano e rovinano qtiantó di bello e buono spunta sul fondo verdeggiante delle anime nostre. Per impedire questo dissesto e disordine di male tendenze e tenerle a segno, si richiede una cura e costanza grande, vigilando del continuo sul cuore con risolutezza inflessibile e strappandone le erbe maligne, ma il tutto facendo con la massima tranquillità. >J questa un´occupazione indispensabile a tuffi gli uomini, non es-´ sendovi alcuno così perfetto, che non debba più lavorare per accrescere la sua perfezione e per conservarla, nè così padrone delle sue passioni da non andar più soggetto ai loro perturbamenti.

Ma benché tutti i Cristiani siano obbligati a curami in tal modo, questo è nondimeno precipuo dovere dei religiosi, che debbono risplendere al di sopra dei secolari nel mantenere un sì desiderabile equilibrio. Eco perché fra loro non si vede tanta moltiplicità di pratiche e di metodi come fra i mondani; questi oggi digiunano, e domani banchettano;

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oggi si alzano di buon´ora, e domani staranno a poltrire nel letto fin tardi; insomma la loro vita è tutta dominata dall´incostanza. Al contrario, nello stato religioso le regole prescrivono un tenor di vita fisso, uniforme e invariabile. Ivi sempre i medesimi esercizi, la levata sempre alla stessa ora, sema pre alla stessa ora il pranzo e la cena, e così tutto il resto procede secondo l´ordine stabilito: quello´ che si fa oggi, si farà anche domani e domare l´altro; quello che si praticherà posdomani, si praticherà tutto l´anno, e la vita di un anno è la vita di tutti gli anni. Questa uniformità e costanza, mantenuta sempre nello stato religioso, vi genera la pace e tranquillità di spirito che conduce, alla perfezione (1).

Le imperfezioni nei Santi.

I mondani, volendo lodare qualche persona da loro amata, ne sogliono raccontare le virtù, perfezioni ed eccellenze, i titoli e le qualità onorevoli, e ne nascondono, ricoprono, seppelliscono colpe´ e imperfezioni, mettono cioè in oblio quanto le possa recare umiliazione e disdoro. Ma la nostra Madre Chiesa, Sposa di Gesù. Cristo, fa tutto il contrario. Quantunque ami teneramente i suoi figli,

(1) S. R. L (t. x, pp. 117-121).

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pure, quando li vuol lodare ed esaltare, dice senza reticenze i peccati da loro commessi prima di convertirsi, per magnificare così la grandezza di Colui che. li ha santificati a suo maggior onore e gloria, facendo in essi risplendere la misericordia infinita, con la quale, sollevatili dalle loro miserie, li ha ricolmi di tante grazie e ripieni del suo santo amore.

Gli è che questa buona Madre non vuole che alcuno-di noi si sbigottisca nè si sgomenti per quello che fu., cioè per i gravi peccati  della vita passata nè per le miserie presenti; purehè, ben inteso, • vi sia ora una risoluzione energica e incrollabile di essere interamente di Dio, abbracciando sul serio la pratica della perfezione e l´uso di tutti i mezzi che possano far-progredire nel santo amore e così rendere questa risoluzione efficace e attiva. No, le nostre miserie e debolezze, per grandi che siano ora o che siano state nella vita antecedente, non ci scoraggino, ma ci facciano abbassare la testa e ci sospingano tra le braccia della misericordia divina, che resterà tanto più glorificata in noi, quanto più le nostre miserie saranno grandi, semprecliè procuriamo di rialzarci da esse: la qual cosa si deve sperar di fare mediante la "´sua santa grazia.

Il grande san Giovanni Crisostomo, parlando di san Paolo, gli tributa le più alte lodi possibili e con termini di tana´ onore e stima,. che si resta ammirati

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al vedere in qual modo celebri le virtù,, perfezioni, eccellenze, prerogative e grazie, di cui Dio ha riccamente insignito. Con tutto questo però il medesimo Santo, a mostrare come tali doni non venissero da lui, ma dalla bontà infinita di Dio, che l´aveva fatto qual era, parla anche dei propri difetti e racconta esattamente peccati. e imperfezioni, dicendo: — Vedete questo gibbosetto e rachitico (poichè era di bassa statura e di poca´ presenza), come Dio ne ha fatto un suo strumento eletto (1); questo gran peccatore e persecutore dei Cristiani, come l´ha cambiato di lupo in agnello; questo stizzoso, questo caparbio, questo superbo e ambizioso, come l´ha riempito e colmato di grazie e benedizioni, rendendolo così umile e caritatevole, che si proclama il minimo e l´ultimo degli Apostoli (2) e il massimo peccatore (3) e si fa tutto a tutti per tutti far salvi (4). E dice ancora il glorioso Apostolo (5): CM è infermo, che non sia infermo anch´io? chi triste, che io non sia triste? chi allegro, che io non sia allegro? chi è scandalizzato, che io non ardaf — Certo

(1)  Act, ix, 15.

(2) I Cor., xv, 9.

(3)   I .Tini,., i, 15.

(4)   I Cor., ix, 22´.

(5) II Cor., xi, 29; ,dr. Rom., xii, 15.

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è che gli antichi, scrivendo vite di santi, erano scrupolosi lir ricercarne difetti e peccati, che raccontavano e mettevano in vista allo scopo di esaltare e magnificare il Signore, a cui risaliva la gloria di averli sollevati dalle loro miserie, di averli convertiti e cotanto santificati.

Anche del glorioso e amabilissimo san Giovanni Evangelista, che, data la sua grande purezza e castità, aveva ben pochi difetti, ci è narrata qualche coserella. Era giovane ancora, quando fu preso, insieme col fratello san Giacomo, da quella stolta ambizione di voler sedere uno a destra e l´altro a sinistra del Signore (1). Si deve credere che concertassero fra loro due la maniera di arrivare a questa dignità: domandarla, no, non volevano, perchè gli ambiziosi, per tema di venir giudicati tali, si guardano bene dal chiedere essi l´onore. Ricorrono dunque a un espediente e dicono: — La nostra madre è una buona donna, che ci vuole tanto bene; farà lei la parte nostra; e il Maestro, che pure ci vuol bene, ci concederà senza dubbio il favore. — SI, egli li amava molto, speCialmente san Giovanni, il discepolo prediletto, dotato di´ un cuore´ amabile oltre ogni dire. Vanno dunque dalla madre a pregarla che faccia la domanda; e la madre, desiderosa quan

,(1) MArr., xx, 21.

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to mai del bene dei figli, va dal Signore per questo fine, come dice san Matteo, e furba come una volpacchiotta, gli gira intorno con genuflessioni e inchini, e gli si prostra davanti, per entrare così nelle sue buone grazie e ottenere quanto da lui desidera.

E divin Salvatore al vederla le dice: — Che cosa mi vuoi domandare? — RisPose: — Una eosetta avrei da domandarti. — Vedi come la buona donna vada per giri e rigiri, anzichè procedere con semplicità. Per suggerimento dell´ amor proprio, evita di dirgli: — Vorrei la tal cosa; concedimi la tal grazia. — L´ anior proprio la sa più lunga, è più accorta; fa fare preamboli e discorsi ben Concertati, conditi di finta e falsa umiltà, affinchè la gente pensi che noi

siamo persone capaci e prudenti. una brutta be‑
stia che ci fa molto male, impedendoci di andare in tutte le nostre azioni con semplicità e franchezza e movendoci alla ricerca del nostro tornaconto e della nostra soddisfazione in ogni cosa. Si trovano ben pochi, anche fra le persone più spirituali, che mirino puraniente a Dio, senza cercare il proprio contentamento, e che desiderino di contentare lui solo e non se stessi.

Le disse dunque il Signore: Che cosa vuoi? Tante chiacchiere non garbavano a lui, così amento della schietta semplicità. La donna rispose: Signo re, ti domando che questi miei figli seggano uno alla

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destra e l´altro alla sinistra nel tuo regno. E i figli che erano Mi lei, aggiunsero: Noi desideriamo che, qualunque cosa domanderemo, tu ce la conceda (1). Vedi quant´ è grande la nostra miseria! Volere che Dio faccia la nostra volontà e non volere noi fare la sua, se non quando la sua si accordi con la nostra! Esaminiamoci bene, e constateremo quasi tatti che le nostre domande sono molto impure e imperfette; nell´orazione, vogliamo che Dio ci parli, ci venga a visitare, a consolare,• a rallegrare; gli diciamo che faccia questo, che ci dia quello; e, se non: ci esaudisce, benchè sia per il nostro meglio, eccoci inquieti, turbati, afflitti.

L´anima nostra ha due rampolli, ii proprio giudizio e la propria volontà, che vogliono sedere il primo alla destra e la seconda alla sinistra. SÌ, il nostro giudizio vuole spuntarla su tutti senza mai sottomettersi; la nostra volontà fa altrettanto. Vi sono molti che obbediscono, ma pochissimi che sottomettano il loro giudizio e rinunzino interamente alla loro volontà. Si trova spesso chi si umilia, chi si mortifica, porta il cilicio, pratica penitenze e austerità, chi prega e medita, ma molto di rado chi sottometta per intero giudizio e volontà.

Nulla è sì pernicioso nella vita spirituale, nulla

ED Miele., x. 35,

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c´impedisce tanto di andare innanzi nella via di Dio;

perchè, se regnasse in noi-la sua santa volontà, non si commetterebbero mai peccati, nè si sopporterebbe di vivere in balia delle proprie inclinazioni e fisime, essendo la volontà, divina regola d´ogni bontà. Insomma, questa volontà propria,. dice san Bernardo, è quella che andrà a bruciare nelPinferno. Se entra in cielo, la si. mette fuori; infatti, gli Angeli ne furono espulsi, perchè avevano volontà propria e vollero essere simili a Dio: e così. piombarono nell´inferno. Dove poi fa capolino nel mondo, tutto va a male e in rovina. Ogni qualvolta diràque riscontriamo in noi cosa non conforme alla volontà del nostro caro Salvatore, prostriamoci dinanzi a lui e diciamogli che noi la detestiamo e la sconfessiamo, promettendogli di non voler altro fuori di quello che sarà conforme al beneplacito e al - volere divino.

.           Il Signore rispose alla -madre e ai figli: Non sa=
peto quello che domandate.
Non .saptva,no davvero quello che domandavanó: non vi è sinistra nel Cielo, ma dove stanno i dannati,. privi della presenza di Dio: la destra soltanto vi è neI soggiorno dei Beati, che godono e godranno eternamente dell´Essenza divina, la quale li colmerà di contentezza e felicità d´ogni genere. Non .si sa proprio quello che si domanda, allorchè si dice al Signore che faccia la

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nostra volontà e ci dia- quello che desideriamo noi. Non sai tu, che tutto il nostro bene dipende dal-essere noi interamente nelle mani della Provvidenza di Dio, senza cercar altro che il suo beneplacito, sottomessi pienamente. alla sua santissima volontà, lieti di veder compiersi questa in noi e in tutte le creature, benchè a costo di pene e sofferenze? Noi invece siamo talvolta disposti e inclinati a prati-care le virtù che ci vanno a genio. Per esempio, una persona inferma, se le diciamo: — Non sai che i disagi e i patimenti sopportati con pazienza e rasse7 gnazione al divino volere sono più d´ogni altra co‑

sa graditi a Dio? —               ci risponderà; ma io vor‑
rei andare alla preghiera come gli altri, vorrei fare penitenze e mortificazioni e opere buone al par di loro, e con fervore e sentimento. — Eccoti che si vorrebbe servir Dio con l´azione; menti´ egli vuoi essere servito col patire e soffrire per amor suo.

Il divin Salvatore disse agli apostoli sull´ambizione dei due Santi: — Non pensatevi che per preminenze e dignità da voi sostenute abbiate poi ad avere nel Mio Regno maggior gloria e amore (1). Da me scelti (2) e destinati a sedere sopra dodici troni per giudicare con me nel giorno del giudizio

(1)   MATT., xx, 25, 26.

(2)   JOAN., XV, 16_

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(1), non per questo sarete più in alto nè avrete gloria maggiore. Oh no; la mia cara Madre, benchè non eletta a tal dignità, non lascerà di avere nel Cielo una gloria e un amore infinitamente più grande che non voi e che non altri (2).

Tornando a ciò che dicevamo in principio, si vede da questo luogo del Vangelo, come non s´arrechi ingiuria ai Santi, allorchè nel parlare delle loro virtù Se ne riferiscono anche i difetti e peccati; dirò anzi che gli agiografi fanno gran torto agli uomini celandoli loro sotto pretesto d´onore o non narrando il principio della vita di quelli per tema di sminuire la stima della lor santità. Questo non è vero; per tal modo si commette ingiustizia verso i Beati e verso tutti i loro posteri. Tutti i grandi Santi, scrivendo vite dì altri Santi, ne han dette sempre in termini chiari e netti le colpe e imperfezioni, persuasi, com´è realmente, di rendere, con questo, onore a Dio non meno che ai Santi, di cui narrano le virtù.

glorioso san Girolamo, nel tessere l´elogio della sua cara Paola (3), dopo le virtù, ne dice apertamente i difetti, condannandone con la massima franchezza alcune azioni come imperfette e procedendo

(1)   mArr., xlx, 28.

(2)   S. R. u (t. ix, pp. 73-78).

(3)     Ep. ntr, ad Eustoch.

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cos con tutta verità nel suo racconto, ben convinto che il riferire le perfezioni di lei non fosse meno utile del palesarne le imperfezioni.

Nelle vite dei Santi è cosa buona vedere i difetti, non solo per ravvisarvi la bontà di Dio nel perdono, ma anche per imparare ad aborrirli, a schivarli, a farne, com´essi, penitenza. Naturalmente noi dobbiamo guardare anche alle loro virtù per imitarle; i veri Cristiani, i veri religiosi sono come le api che vanno svolazzando su tutti i fiori per rac: cogliere il miele e farne loro cibo. Così faceva il grande sant´Antonio, che, ritiratosi dal mondo, girava per il deserto andando di grotta in grotta dagli anacoreti, non solo per osservare e raccogliere, a guisa d´ape santa, il miele delle loro virtù, di cui formare il suo 91-; rnento, ma anche per mettersi bene in guardia da tutto ciò che trovasse in quelli di male o d´imperfetto; in questo modo egli divenne in fine un gran Santo.

Certe anime invece fanno il contrario: sono si-, etili non alle api, ma alle vespe, cattivi insetti che van volando anch´ essi sui fiori, per trarne però non miele ma veleno; e se raccolgono miele, lo convertono in fiele. Parlo di coloro che girano intorno alle opere e azioni del prossimo non per fabbricare miele di santa edificazione, considerandone le virtù, ma per cavare veleno, osservando difetti e imper‑

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fezioni sia nei Santi, di cui è narrata la vita, sia in quelli che convivono con loro, e di li pigliando ansa a commettere gli stessi mancamenti.

Per esempio, apprendendo da san Girolamo che santa Paola aveva l´imperfezione di piangerà e angustiarsi tanto in morte dei figli e del marito da cadere inferma fin quasi a morirne: — Oh, dicono; se santa Paola, che era sì gran santa, soffriva così a separarsi dai suoi Cari, qual meraviglia che ne soffra io, non santo nè santa, e che non mi sappia

rassegnare sempre alle ´cose ordinate dalla Pro_____ v vi‑
denza, quantunque per mio bene? — Onde, ripresi di qualche mancamento o imperfezione, non pensano punto a correggersi; ma ribattono senz´altro: — tal Santo faceva così, e io non sono migliore nè più perfetto di lui. — Oppure: — Se la tal persona faceva. così; non posso fare così anch´io? — Bella ragione questa! Poveri. noi! come se non avessimo già abbastanza da faticare dentro di noi per liberarci e districarci dalle nostre imperfezioni e male abitudini, senza che andiamo a prenderci anche quelle osservate negli altri!

Purtroppo, è tanta la nostra stoltezza, che invece di evitare i difetti notati nel prossimo, ce li addossiamo in sovraccarico o li facciamo servire di scusa per ostinarci nei nostri. Così, leggendo la vita . del grande apóstolo san Paolo e vedendo quel

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che accadde fra lui e san Barnaba (1), diciamo che contendere e litigare è cosa buona. Un san Pietro fu aspro e impulsivo: qual meraviglia che lo sia anch´io? Questo Io portava spesso a commettere dei falli, e che c´è; se io pure ne commetto? Oh, le belle ragioni! Ma che follia è questa di prendere da ciò motivo a fomentare le imperfezioni proprie ed a covare le cattive abitudini? (2).

Alcune norme pra3lehe.

L´araor pr6priò suscita e ´alimenta, in noi un formicolai() di cattive inclinazioni. Finchè però si tratta di semplici inclinazioni, che consideriamo importune e di cui il cuore prova rincrescimento, non è verosimile che vi sia alcun consenso o almeno un consenso deliberato. Quando un´anima ha accolto in sè il vivo desiderio ispiratole da Dio di essere tutta sua, non creda facilmente d´aver prestato il suo-consenso a questi moti contrari. Il cuore può allora ricevere forti scosse dalle sue passioni; ma io ritengo che di rado pecchi mediante il consenso:

rnfelice me! diceva il grande Apostolo (3), chi

(1)   Act,, xv, 37-40.

(2)   S. E_ Lxtv (t. x, pp. 345-8),

(3) &m., visi, 24.

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mi libererà da questo corpo di morte? Gli pare che un esercito di pensieri, abitudini, risentimenti, tendenze naturali abbia cospirato per dargli la morte spirituale: e col timore che ne ha; mostra di odiarli, e odiandoli, non li può sopportare senza dolore, e il dolore lo fa prorompere in quell´esclamazione, a cui risponde egli stesso con dire che la grazia di Dio per Gesù Cristo lo premunirà non dal timore, non dallo sbigottimento, non dall´apprensione, non dalla lotta, ma dalla sconfitta, e gl´impedirà. di restar vinto.

Vivere in questo mondo e non Subire tali assalti di passioni sono due cose incompatibili. Il glorioso san Bernardo (1) chiamava erésia, il dire che noi, possiamo perseverare quaggiù in un medesimo stato, dacche lo Spirito ha dichiarato per bocca di ´Giobbe (2) che l´uomo in un medesimo stato non resta mai. Questo valga per chi si duole della sua mobilità e incostanza´: l´anima purtroppo è continuamente agitata dai venti delle sue passioni e quindi è sempre in moto; ma la grazia di Dio e la risolutezza nostra possono trovarsi costantemente nella parte più alta del nostro spirito, dove sventola sempre lo stendardo della croce e donde la fe‑

,

(1)  Ep. ccmv, ad Guarinum.

(2)  Job., xnT, 2.

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de, la speranza e la carità sempre lanciano il forte grido: VIVA GESÙ!

nn fatto che i moti d´orgoglio, di vanità e dell´amor proprio si cacciano dappertutto e, avvertitamente o no, insinuano i loro sentimenti in quasi tutte le nostre azioni, ma non ne costituiscono per questo i motivi. San. Bernardo, sentendo un giorno che gli davano briga mentre predicava: — Via da me, Satana, disse (1); non per te ho cominciato, e • non per te finirò. ‑

Specialmente nel parlare è facile che talvolta si mescoli pian piano dell´ostentazione, senza che la si avverta; ma appena ce ne accorgiamo, cambiamo subitamente tono. _Nello scriver lettere questa sarebbe cosa molto più biasimevole; perchè vi si vede meglio quello che si fa e, qualora si avvertisse una certa dose di vanità, si punisca la mano che ha scritto, facendole scrivere la lettera in altra forma.

Del resto è ben credibile che in tanto viavai di sentimenti s´intrudano colpe veniali; tuttavia, essendo passeggiere, non sottraggono il frutto delle nostre risoluzioni, ma ci tolgono soltanto di godere la dolcezza che proveremmo in non commettere mai tali mancamenti, dato che la condizione di questa vita lo permettesse.

(1) SUTT., IV, 10.

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Dunque, non troppo scusare nè troppo accusare 1´ anima tua, per impedire che, scusata senza ragione, imbaldanzisca, e che, accusata con troppa ´facilità, si abbatta e cada nella pusillanimità. Cammina con semplicità, e camminerai con confidenza (1) (2).

Il nostro amor proprio non muore interamente prima che muoia il nostro corpo; rassegniamoci quindi a soffrirne gli assalti aperti e le coperte manovre, finchè vivremo in questo esilio. Basta che non vi si consenta con un consenso voluto, deliberato, moroso. Négli scatti improvvisi, umiliamoci davanti a Dio e chiediamogli pietà. Rialziamoci poi calmi e tranquilli, riannodando il filo della nostra santa indifferenza .e continuando l´opera nostra. Non si spezzanO le corde del liuto nè si abbandona lo strumento, quando si avverte qualche stonatura; si aguzza invece l´orecchio per sentire donde venga il disaccordo, e adagio adagio si tira. o si rallenta la corda, secondo l´esigenza dell´arte (3). Ritieni che il desiderio della perfezione è già in sè un buon principio per conseguirla (4).

(1)     Prov., x, 9.

(2)     L. ?JIMMY (t, xix, pp. 50-52).        .

(3)     L. MDLXXV (t. XIX, pp. 272-3).

(4)            L. ccxxi (t: xn, p. 277).

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§9. MARJA SANTISSIMA
MODELLO DI PERFEZIONE RELIGIOSA.

Ti religioso ritragga nel cuore il volto della Santa Vergine. In che modo? Imitando i pittori, allorchè fanno un ritratto: considerane con viva attenzione le virtù, e con amorosa cura imprimile nel tuo cuore, medita cioè la sua santa vita e a quella conforma la tua. Ti spiegherò come si fa per ottenere un bel ritratto, che riproduca al vivo le sembianze di chi si vuól dipingere.

In primo luogo, per fare nn ritratto, è necessario che la cosa, su cui si vuoi dipingere, sia ben netta e non contenga altra pittura; se così non fosse, bisOgnerebbe prima lavarla, perchè non potrebbe ricevere le fattezze del volto da riprodurre. Forte.- nati coloro che, entrando in religione, sono a guisa di tela netta e disposta a ricevere tutte le pennellatur´e che vi si vorranno darei cioè senz´affetto ai beni e agli agi, contrari alla. povertà; senz´amor dei piaceri e delle mollezze, contrari alla castità; senz´ attaccamento a voleri e desidèri personali, contrari all´obbedienza; senza propensioni per il mondo e per le sue vanità e sensualità. Ma purtroppo questo non avviene, perché, entrando in religione, vi si portano cuori già tanto inzafardati, che fan pietà

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a vedersi. Ecco perché si spende tutto un anno di noviziato a tergerli e purificarli: e non basta, ma anche tutto il tempo della vita dev" essere una continua purificazione. Ci animi dunque il pensiero, che, una volta lavati e netti, ci sarà facile ripro‑

durre in noi le sembianze della Vergine.       -

Chi entra in religione con affetti mondani o grandemente contrari allo spirito religioso, e non se ne sbratta, non possederà mai ´la vera pace dei figli di Dio. Con persone di tal genere i Padri antichi usano un linguaggio molto severo; perchè chi lascia il mondo e conserva nel cuore gli affetti mondani, non è assolutamente in grado di ricevere l´azione della. grazia e le consolazioni celesti. Ma ecco, secondo me, il punto più delicato: si lasciano, sì, gli affetti secolareschi, ma si tiene in serbo un certo amore di se, che ci fa cercare studiosamente il nostro pro e fuggire ogni disagio. Piace tanto vivere e fare il proprio comodo! si ha tanta paura di morire! Quanta mollezza! quanta delicatural Via, via tutto, se si vuol ritrarre in sè il volto della Madonna!

In secondo luogo, non basta aI pittore pulir bene la tela dal cattivo che vi è, ma ne toglie anche del buono; perchè un tessuto che fosse colorato, non potrebbe affatto ricevere la pittura da farvi sopra, nemmeno quando fosse tinto in scarlatto, che è il colore più dolce e omogeneo di tutti. Donde vedi

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che per essere buon pittore non devi solo nettar il cuore di quanto v´ è di cattivo, ma anche di tutte quelle tinte, che tu gli avresti voluto lasciare. Certe persone infatti entrano in religione con abitudini di pietà che sembran loro elevate e sublimi, e vogliono governarsi di loro testa, foggiandosi una divozione tutta estasi e sovraeminenze, che sdegna le pratiche semplici, basse e umili. Divozione fantastica e frivola, per nulla confacente alla loro condizione e così pervasa d´ amor proprio che neppur esse, non che altri, arrivano a vederci chiaro, e non si saprebbe dire se per loro sia divozione amor proprio o sia amor proprio la divozione. Via dunque tutte, queste cose, ancorchè buone in apparenza, e lasciarsi dirigere da altri, abbracciando la semplicità e l´umiltà, che s´accompagnano ai pensieri modesti delle cose ordinarie, e non invaghirsi di sottigliezze e d´elevatezze superiori alla nostra portata.

La terza condizione per poter dipingere è che la ; tela preparata a ricevere la pittura venga fissata in guisa che non si muova, ma stia ben ferma men, tre vi si conduce sopra il pennello. Buon per te, se, fatti i voti, starai irremovibilmente attaccato alla Croce del Salvatore e alla tua vocazione! allora, come su d´un quadro da dipingere, ti si verrà ritraendo nel cuore e nella mente il volto della Madonna. Ti sei con i tre voti fissato come -con tre

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chiodi, per non più cambiare nè vacillare nella scelta fatta della vocazione. Che felicità, che grazia (essere costretti a star attaccati e inchiodati, come quadri da dipingere, per godere e possedere in questa vita il bene a´ noi offerto e donato, e che godremo nell´eternità! Quante anime purtroppo, se non fossero obbligate a legarsi nelle vocazioni, a cui furono chiamate, vacillerebbero e le abbandonerebbero dinanzi alla più piccola difficoltà, bizzarria o strana idea, che ne assalisse e impressionasse la mente! Quanti matrimoni vedremmo sciogliersi, se non fossero resi insolubili dal Sacramento, che impediseje di cambiare stato! Quanti ecclesiastici vedremmo abbandonare il sacerdozio, dimentichi della promessa fatta a Dio nel ricevere l´Ordine sacro! Che bella sorte l´esserti dovuto legare coi voti per mantenerti fedele! Senza di questa necessità il pennello non avrebbe mai potuto dipingere in: te la vita . spirituale, perchè tu avresti avuto una mobilità e instabilità continua nelle tue risoluzioni.

La quarta cosa per dipingere bene è che vi sia ombra e non troppa luce; perciò il savio pittore chiude l´imposta della finestra, lasciando aperto solo uno sportellino, affinchè la soverchia luce non gPinipedisca, di pennelleggiare bene e di cogliere esattamente la fisionomia, di chi vuoi ritrarre. Fortunati coloro, che non portano in religione idee lumi‑

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rose! Questi sono i migliori, perché, non avendo tanto lume naturale, sono più atti a ricevere quel dello Spirito Santo, comunicato loro da altri. Ma quei- che vengono con grande chiaroveggenza, quei che sanno a menadito come regolarsi e non sentono più il bisogno dell´altrui direzione, non saran buoni pittori giammai; il soverchio lume impedirà loro di ben rilevare nella Madonna i lineamenti del volto. Chiudano, chiudano costoro l´imposta, rinunciando a questa luce naturale o immaginaria per ricevere quella soprannaturale, comunicata da Dio néll´ombra dell´umiltà interiore.

Quinto, per fare bene un ritratto, il pittore guarda più e più volte la persona da ritrarre, a fine d´imprimersi nell´immaginazione la forma e i lineamenti del suo volto, e la stessa persona bisogna che fissi qualche oggetto: perciò i pittori vogliono che si guardi a loro e su di loro si fermi l´occhio. So bene che si può dipingere la faccia d´una persona anche a sua insaputa; ma questo è da artisti di vaglia e molto addestrati: raramente si vede un pittore riprodurre al vivo la faccia di una persona osservata appena una volta di passaggio. Io ne conosco uno solo, che abbia fatto, così: Apelle, che, tanto caro ad. Alessandro Magno, gli fece suf due piedi il ritratto di un individuo, da cui aveva ricevuto offesa. Tu medita spesso la vita della Santa

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Vergine e abbi sempre davanti agli occhi le sue virtù per imitarle. Oh, com´è soave, dolce, umile, tranquillo chi s´intrattiene di frequente con la Santa Vergine! quanta eguaglianza, calma, piacevolezza nel suo conversare!

Mettiti dunque a dipingere nel tuo cuore la dolce e cara immagine della Santissima Vergine così come ti ho esposto. Rammenta le parole del Salmista (1), dove dice che il buon servitore ha sempre gli occhi rivolti alle mani del suo padrone e la buona ancella a quelle´ della sua padrona. San Paolo, il quale ha una grazia meravigliosa in tutto ciò che scrive, raccomanda talora ai servitori di Gesù Cristo di tenere gli occhi rivolti agli occhi del loro Signore, talora di tenerli rivolti alle sue mani e talora anche di non fare quello che fanno per gli occhi nè per le mani di lui (2). Ora, quando dice di tenere gli occhi rivolti agli occhi, le mani alle mani, vuoi significare che in fare quel che fanno mirino al piacere di Dio e guardino alle sue azioni per imitarle. Quando poi dice di non guardare agli occhi nè alle mani del Signore, non intende già che non-si faccia quello che si fa per piacere agli occhi di Dio e per imitarlo; ma che, sebbene non si fosse osser‑

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(l) Ps. cxxii, 2, 3.

(2) Rom., xii, 17; Epizes., va, 5-7; Cokss., III, 22-24.

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vati dal Signore, nen si dovrebbe per questo lasciar di fare quello che è di suo gradimento. La fedeltà del servo si riconosce dal compier egli i suoi doveri in assenza del padrone egualmente bene che se questi fosse presente: si vede mai un servo, per negligente che sia, non fare il dover suo, quando sa che il padrone tiene gli occhi sulle sue mani? E non far le cose per le mani del Signore, è agire per amore e non per timore del castigo.

Abbi d´ora in poi gli occhi rivolti al tuo Signore che è Gesù Cristo, e alte mani della tua, Signora, la Santa Vergine, imitandone le virtù, in special modo l´umiltà. Dipingi nel tuo cuore la .sua immagine e conservala ivi con diligenza, perseverando costantemente in quello che hai promesso con voto, perchè dalla perseveranza viene che le opere nostre siano gradite a Dio e da lui premiate (1).

§ 10. G-EStr CRISTO
MODELLO DI PERFEZIONE RELIGIOSA.

La vita del Signore costituisce la norma perfetta per tutti gli uomini, ma particolarmente per quelli che vivono nello stato di perfezione, come i

(1)  S. R. i. (t. x, pp, 122-132 passino.

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6. - E. CERTA, La Dita religiosa ecc.

 

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religiosi e i Vescovi. Questo stato di perfezione va considerato in due modi: per i religiosi è uno stato che serve all´acquisto della perfezione, e per i Vescovi la suppone di già. acquistata. Così la vita del Nostro Divin Salvatore si deve distinguere in due parti. La prima fa per i religiosi, e va dall´infanzia al principio della perfezione, perchè l´Evangelista (1) dice espressamente che egli era soggetto a´ suoi parenti. Poi dai punto che.cominciò a insegnare e predicare, esercitò tutte le funzioni appartenenti ai Vescovi. Istituì allora i Sacramenti; indi sul legno della croce offrì il sacrificio cruento di sè, e già prima nella cena con gli Apostoli aveva istituito il santissimo Sacramento dell´Altare, che .è il sacrificio incruento.

Consideriamolo qui soltanto come l´esemplare della vita religiosa. Secondo i Padri, la disciplina monastica si può ridurre tutta all´abnegazione. Ora, vediamo in che modo abbia il Signore praticata mirabilmente quest´abnegazione per tutto il tempo dell´infanzia; ma, per meglio intenderci, ne formeremo tre punti, con riferimento alle tre virtù, di cui i religiosi fanno voto, cioè povertà, castità e obbedienza.

In primo luogo, qual povertà più povera di

(D Luc., n, 51.

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quella del Salvatore) Rinuncia alla casa del Padre e della Madre avanti ancora di nascere; poichè viene al mondo in una città, sua, se si vuole, essendo egli della schiatta di Davide, ma con un distacco sì totale da ogni cosa, che si riduce in una stalla, destinata a ricovero di bestie. Appena nato, è messo a giacere in una greppia, che gli fa da culla. Quante privazioni non dovette soffrire lungo il viaggio in Egitto e durante la sua dimora colà! Insomma, la povertà di lui fu così grande che giunse alla mendicità; infatti, viveva di limosina. Poi, quando si trattò di far ritorno dall´Egitto dopo la morte di Erode, se i suoi parenti avessero avuto qualche proprietà in Israele, non sarebbero rimasti esitanti fra l´andare colà o il ritornare in. Giudea; ma, nulla possedendo o ben poco in entrambi i litmghi, non sapevano da. che parte avviarsi. Inoltre, l´amore che il nostro caro Maestro portava alla povertà, gli fece prendere e portar sempre il nome di Nazzareno, perchè Nazaret era una spregiata cittaducola, talmente spregiata, che, al dire di Natanaele, non si credeva potervisi trovare alcunchè di buono (1). Si sarebbe potuto far denominare da Betlemme o da Gerusalemme, ma non volle.

In secondo luogo, una rinuncia intera n tutti i

JOAN., i. 46.

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piaceri sensuali. Il Signore ebbe una purezza sempre senza pari; ma vedi un po´ come fin dal suo ingresso nel mondo privò i suoi sensi di qualsiasi diletto. Nel tatto, soffrì un freddo intenso. Nell´odorato, quale soavità, quale fragranza si può godere dentro una stalla? I figli dei grandi re, quando nascono, benchè siano poveri uomini al par .degli altri, si avvolgono in tanti profumi, .si trattano con tanti riguardi; e per il nostro Salvatore, che è non solo uomo, ma anche Dio, nulla di nulla! E quale musica ne ricrea l´ u.dito? U-it bue e un asino cantano la nascita del Re celeste. In lui, niente che provi qualche soddisfazione, se si eccettua il po´ di gusto che riceve dalla benedetta sua Madre col latte santissimo venuto dal Cielo: più delizioso al certo di qualsiasi vino (1), ma gustato non più a lungo del tempo che impiegava a scendere per la gola.

In terzo luogo, rinnegamento di sè. Chi è mai arrivato a una rinuncia così piena nel Fasciarsi condurre dalla volontà dei superiori? In questo, davvero, il divino Infante si è mostrato perfetto religioso! San Giuseppe e la Madonna sono i suoi superiori, che lo conducono, lo Portano da nn hiogo all´altro, senza che egli dica mai una parola. Fu ubbidiente alla natura stessa, non volendo crescere

(1) Calza, a 1.,

·                                                                                                164

 

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né parlare in modo diverso dagli altri bambini. Oh, abnegazione inaudita! potrebbe far miracoli, e non ne fa. Veramente, se ne vedono intorno a lui nella sua Natività: la vocazione dei gentili rappresentati dai re Magi che vennero ad adorarlo, la chiamata dei pastori, gli Angeli che cantano nell´aria; ma nella sua persona, assolutamente nulla. Nel - suo esteriore si mostra un bambino qualunque: egli, da cui gli Angeli sono illuminati e per cui intendono e comprendono tutto, non fa rivelazione di sorta, non lascia che i messaggeri celesti vengano a farne al stia) padre putativo. Quando bisogna fuggire da Frode, egli non fa motto, ma aspetta che lo dica l´Angelo. Morto Frode, si deve tornare dall´Egitto; avrebbe potuto dire alla Madre o a San Giuseppe, che teneramente lo amavano: — Cara Madre, padre mio, torniamocene pure, il temuto Frode è morto. — Invece no; aspetta che l´Angelo lo riveli a San Giuseppe.

Non è oggetto della più gran meraviglia, che il santissimo Infante abbia così rinunciato al pensiero di sè, lasciandosi guidare dalla volontà de´ suoi superiori, senza proferire memmeno una parola per anticipare la partenza? Particolare notevolissimo: il Signore possedeva tutte le scienze (1), anzi era la

Comaa, u, 3,

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scienza e la sapienza in persona; eppure serba continuo silenzio, mentre d´ordinario le persone del

mondo, quando hanno un´oncia di sapere, non si possono trattenere dal parlare, tanta è la loro smania di farsi stimar dotti.

Essendo pertanto venuto il Salvatore per dare un perfetto esempio di vita religiosa, ragion vuole che vada dietro a lui chi abbraccia una vita a lui sì cara. Perciò chiunque entri nello stato religioso, ha dovuto fare queste considerazioni: — Se il mio Signore e Dio mio ha voluto rinunciare alle ricchezze, alla patria e alla casa de´ suoi parenti per l´amore che portava alla povertà, perchè a sua imitazione non farò io altrettanto? E se ha rinunciato a tutti i piaceri ed anche a se medesimo, a fine di star soggetto per amor mio e mostrarmi quanto gli sia cara la vita religiosa, in. cui tutto questo si pratica, perchè non lo farei anch´io a fine di piacergli? nTo, io non abbandono il mondo per acquistare il Cielo, perchè anche le persone che vivono nel mondo possono acquistarlo, osservando i comandamenti di Dio; ma lo lascio per accrescere un po´ più la mia carità e il mio amore verso la Bontà divina (1).

(1) S. R. xvint (t. ix, pp. 140-144).

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§ 11. COMBATTIMENTO SPIRITUALE.

La lotta.

Ci avverte il Savio (1): _Figliuolo, che sei risoluto di servir Dio, prepara l´anima tua alla tentazione. t verità infallibile che ninno va esente da tentazione, quando è ben deciso di servir Dio. Osserva però che ninno deve recarsi da sè nel luogo, dove la tentazione si trova; perchè senza dubbio chi la cerca, vi perisce (2). Ecco perehè gli Evangelisti dicono che il Signore fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato: non dunque di sua volontà (parlo riguardo alla sua natura umana), ma per l´obbedienza dovuta al Padre celeste egli andò nel luogo della tentazione (3). Se nel luogo della tentazione ci conduce lo spirito di Dio, non dobbiamo temere, ma riteniamo per fermo che egli ci renderà. vincitori (4); tuttavia, ripeto, per santi e animosi che ci pensiamo di essere, non la cerchiamo, nè andiamola a provocare: non siam più

(1)   Eceli., m, 1.

(2)   Ib., lig, 27.

(3)S. R. Lv (t. x, p. 196),.

(4)   1 Cor., a, 13.

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bravi di Davide o del nostro divin Maestro, che non la volle cercare. Il nostro nemico è un cane legato: se non ci avviciniamo a lui, non ci farà nessun male, benché tenti di spaventarci, abbaiandoci contro (1).

Il nostro nemico, sì, è un grande schiamazzatore. Non dartene pensiero: sai bene che non ci può nuocere. Barlati di lui e lascialo fare. Ha schiamazzato anche coi Santi, ma che cosa ha guadagnato! eccoli ora nel posto da lui perduto (2). Lascialo infuriare alla porta.: bussi, cozzi, gridi, urli, faccia il peggio che può: noi siamo accertati che non potrebbe entrare nell´anima se non per la porta del nostro consenso. Teniamola ben chiusa: di tutto il rimanente non curiamoci punto, perché non v´è nulla da temere (3).

Del resto, a chi vuoi che il demonio presenti le sue tentazioni, se non a coloro che - le disprezzano! I peccatori si tentano da sè, il demonio li ritiene già per suoi: gli sono alleati, perché non ne rigettano le suggestioni, anzi le cercano, sicchè la tentazione alberga in essi. Nel mondo il demonio quasi non si affaccia per tendervi insidie; ma nei luoghi di ritiro egli crede di ottenere gran guadagno se

(i) S. R. LV (t. x, pp. 197-8).

(2 L: ccxxxvirn bis (i. xair, pp. 392, d, c). (3) L. cccxxx (t. xiii, p. 2E).

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riesce a far scapitare le anime, che vi si appartano per servire più perfettamente il Signore (1).

La resistenza.

NO ti sbigottire degli assalti del nostro nemico: tienti solo al riparo de´ tuoi grandi e inviolabili propositi, al riparo de´ tuoi voti e delle tue consacrazioni al Signore. Lasciamolo pure sbraitare: tanto, non potrebbe farci alcun male: suo scopo è d´incuterci almeno spavento e così inquietarci e con l´inquietudine stancarci e con la stanchezza farci desistere. Abbiamo timore di Dio solo, ma timore amoroso; teniamo ben chiuse le porte; guardiamo "di non lasciar crollare i muri delle nostre risoluzioni e viviamo in pace. Il nemico giri pure e rigiri intorno: s´arrabbi pure, pieno di maltalento: la verità è che non può far nulla. Credimi, non. ti angustiare per tutte le suggestioni di quest´avversario. Ci vuole solo un po´ di pazienza a soffrire lo strepito e il frastuono che fa alle orecchie del nostro cuore: fuori di lì., non ci può recare altro nocumento (2). Il diffidare di poter resistere alle tentazioni è

(l) S. R. Lv (t. x, p. 201),

.       (2) L. CD.V (t. XIII, -pp. 300-301,1.

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miglior sentimento che non il ritenersi per sicuro e abbastanza forte, sempre che, quanto non s´attende dalle proprie forze, si attenda dalla grazia di Dio; infatti molti, i quali si ripromettevano di fare mirabilia per Iddio, al momento buono vennero meno, e molti altri che sentivano gran diffidenza delle loro forze e gran timore di soccombere all´occasione, fecero d´un tratto mirabilia, avendoli questo vivo sentimento della propria debolezza spinti a cercare l´aiuto divino, a vigilare, a pregare, a umiliarsi per non entrare in tentazione. Dico di più: sebbene non sentiamo in noi un briciolo di forza o di coraggio per resistere alla tentazione dhe ci si potesse presentare in questo momento, purchè abbiamo il desiderio di resistervi e speriamo che al suo sopraggiungere Dio ci aiuterà, non attristiamoci punto: non fa bisogno di sentire continuamente in sè forza e coraggio, ma basta desiderare e sperare di averne al mòmento opportuno. Nè occorre avere qualche segno´ o indizio sensibile clic il coraggio allora si avrà, ma è sufficiente sperare che Dio ci darà aiuto. Sansone, chiamato il forte, non sentiva mai in • sè le forze soprannaturali comunicategli da Dio se non nelle dovute occasioni; perciò è detto (1) che, quando s´imbatteva nei leoni o nei nemici, lo spirito di Dio

(1).            XYV, 6, 19; xv, 14.

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lo investiva, perehè li uccidesse. Così Dio, che non fa niente invano, a noi non dà nè forza nè coraggio quando non vi è necessità di valercene, ma nelle´ occasioni non ci abbandona mai; speriamo dunque che in ogni occorrenza egli ci aiuterà, sol che noi lo invochiamo. Facciamo semiire nostre le parole di Davide (1): Anima mia, perché´ ti rattristi e ti conturbi? Spera nel Signore. Nostra parimente facciamo l´orazione da lui usata (2): Quando verrà meno la ntia forza, non abbandonarmi, o Signore.

Se dunque desideri di essere tutto di Dio, non temere la tua debolezza: basterà che tu non ti appoggi menomameute ad essa, ma che speri in Dio. Chi spera in Lui, non sarà mai confuso (3). Quindi alle obiezioni, Che potessero sorgere dentro di te, rispondi semplicemente, che in ogni circostanza tu desideri di compiere il tuo dovere e che Iddio te ne darà la grazia; ma non indugiarti a esaminare se il tuo spirito sarà poi o non sarà fedele: tali indagini portano a fallaci conclusioni: tanti sono valorosi quando non vedono il nemico, ma non lo sono più in sua presenza, e tanti altri temono prima del combattimento, mentre il pericolo presente in‑

(1)               5, 12; xim, 5.

(2)      Ps. Lxx, 9.

(3)      Cfr•. Eccli., n, 11.

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fonde loro coraggio. Insomma, non si deve temere il timore (1).

Non discutere mai nè poco nè molto con le suggestioni del nemico in materia di fede, di castità, di Obbedienza promessa con. voto e riguardo al proposito di tendere alla perfezione. Il tuo cuore è al sicuro: questi articoli ne sono guarentige fondamentali. Che bisogno di fare discussioni? No, neppure una parola di risposta, tranne quella del Signore (2): Vattene, Satana; non tenterai il Signore Dio tuo (3).

L´ozio è un grande incentivo alla tentazione. Non dire: — Io non la cerco; soltanto, me ne sto senza far nulla. — Basta questo per essere tentato, perehè la tentazione esercita un´efficacia straordinaria sopra di noi; quando ci trova oziosi (4).

Nelle tue tentazioni immagina di esser vicino a Gesù crocifisso e baciando e ribaciando il suo costato, digli: — Qui è la mia speranza, qui la fonte viva della mia felicità; ecco il cuore della mia anima, ecco l´anima del mio cuore. Nulla mi staccherà mai dal mio amore; lo stringo e non lo laseierò (5),

(1)´ L. m.cmL..x.xtv (t. xxi, pp. 12-4).

(2)     MATT., IV, 10, 7; Luc, ´v, 12.

(3)     L. nv (t. xiv, p. 111). (41 S. R. Lv (t. x, p. 197). (5) Cant., III, 4.

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finchè non´ mi abbia messo al sicuro. ,´— Ripetigli sovente: — Che cosa posso avere io sopra la terra o che cosa voglio mai per me nel cielo, se non te, mio Gesù? Tu sei Dio del mio cuore e la porzione che desidero per l´eternità (1). — Che temi? Odi il Signore che dice ad Abramo ed anche a: te: Non temere, io sono il tuo scudo (2). Che cosa cerchi sulla terra fuori di Dio? Ecco che l´hai. Sta´ saldo nelle tue risoluzioni; rimani nella tua barca: venga pure il vento e la tempesta: viva Gesù, non perirai! Egli dormirà forse; ma a tempo e luogo si sveglierà per renderti la calma! (3).

San Pietro,, dice il Vangelo (1), vedendo la violenza della tempesta, ebbe paura e, appena impaurito, cominciò a sommergersi; onde gridò: Signore, salvami. E il Signore lo prese per mano e gli disse: Oh, uomo di poca. fede, perchè hai dubitato? Vedi questo santo Apostolo: cammina a piedi asciutti sopra le acque, dove le onde e i venti non riuscirebbero- a farlo sommergere; ma la paura del vento e delle onde lo perderebbe, se il maestro non lo scampasse. La paura di un male è mal peggiore del

(1)     Ps. Lxxii, 25, 26.

(2)      Gen., xv, 1.

(3)     MATT., vin, 24-26.

(4)     MATT., XIV, 29-31.

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male. Oh, uomo di poca fede, perchè temi! No, non temere; tu cammini nel mare fra venti e flutti, ma con Gesù: che cosa vi è da temere! Ma se ti prende la paura, grida forte: — Oh, Signore, salvami! — Egli ti stenderà la mano: allora tu stringila bene, e va´ avanti allegramente (1).

Mai in vita mia io avevo avuto il menomo sentore di tentazione contro la mia professione, quando un giorno, ai primi di marzo del 1608,. senza che io vi pensassi, me ne venne una. Non era già il desiderio di non essere nello stato ecelesiastiesh questa sarebbe stata troppo grossa: ma ecco come andò la• cosa. Poco prima, parlando con perSone di mia confidenza, io avevo detto che, se fossi ancora libero e mi trovassi erede di un ducato, sceglierei sempre egualmente Io stato ecclesiastico, tanto esso mi piace. Allora, che è che non è, mi sorse nell´anima un contrasto, il quale mi durò un po´ di tempo. Pare-valili di vederlo giù, molto giù, in fondo in fondo alla parte inferiore dell´anima, gonfiare gonfiare come un rospo. Ma io me ne feci beffe, nè volli manco pensare .se vi pensassi: così andò presto in fumo, nè più lo vidi. Mi venne ben in. mente di preoccuparmi della cosa, ma avrei guastato tutto: alla fine riflettei meco stesso che io non meritava

(,) L. cccux (t. mu, pp. 210-211).

t74

 

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di godere una pace così profonda, che il nemico non ardisse nemmeno di guardare da lungi le mie mura. Stiamo tranquilli. La fede, la speranza, la carità, che sono i capisaldi del nostro cuore, stanno . pur esse esposte al vento, benchè non vadano soggette a crolli: come vorremmo che ne fossero immuni le nostre risoluzioni! Contentiamoci che il nostro albero resti bene e profondamente radicato, senza pretendere che neppure una foglia ne venga agitata (1).

I vantaggi.

Nel tempo della tentazione guarda all´intenzione di Dio; non già che si possa pensare o dire che egli ci tenta: ohibbi Dio non può fare questo (2) ma solo permette che siamo tentati e provati. E per qual fine, se non per agguerrirei, fortificarci, renderci gagliardi e animosi nel suo servizio per l´acquisto delle vere e solide virtù! S´illude chi crede di acquistare le virtù e giungere al possesso della perfezione senza essere tentato in senso contrario. Vaneggiano i mondani, quando pensano che le anime pie non siano tentate; ma più vano è il lamen‑

(1)  L. c.Dxxxin (t, XIII, p. 1666-7).

(2)   jAC.,   13.

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tarsi e dolersi che fanno le anime divote per le loro tentazioni e aridità, potendo esse da queste ricavare molto vantaggio (1).

La virtù forte non si acquista mai in tempo di pace, quando non siamo esercitati da tentazioni in contrario, Chi è molto dolce, quando non ha contraddizioni e non ha conquistato questa virtù con la spada sguainata, sarà esemplarissimo finchè si vuole e di grande edificazione; ma mettilo alla prova, e lo vedrai dibattersi e mostrare che la sua dolcezza non era virtù forte e salda, ma più immaginaria che, reale (2).

Poi, piace tanto a Dio l´umiltà, che egli ci tenta qualche volta, non, per farci commettere il male, ma per mostrarci con la nostra propria esperienza quello che siamo; così pèrmette che diciamo ò facciamo qualche grossa sciocchezza o altra cosa simile che ci dia motivo di abbassarci (3).

Talvolta, pensando di esserci interamente sbarazzati dei vecchi nemici, sui. quali abbiamo da tempo riportato vittoria, ce li vediamo ricomparire da un´altra parte, donde meno si aspettava. E proprio così: il più sapiente degli uomini, Salomone, che

(I) S. R. m (t. ix, pp. 24-5).

(2)   E. xvi (t. vi, p, 294).

(3)   5. R. Lxi (t. x, p. 305).

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aVeVa fatto cose mirabili in gioventù, ritenendosi ornai sicuro di sè per la lunga durata delle sue virtù e pigliando fidanza dagli anni passati, allorchè sembrava fuori di tiro, fu sorpreso dal nemico che in via ordinaria egli avrebbe dovuto temere di meno (1). Questo serve .a darci due lezioni importantissime: una, che dobbiamo sempre diffidare di noi stessi, camminare in santo timore, chiedere- continuamente ´gli aiuti del Cielo, vivere in umile divozione; l´altra, che i nostri nemici possono venir respinti, ma´non uccisi. Ci lasciano qualche volta in pace, ma lo fanno per muoverci una guerra più accanita.

Con tutto ciò non iscoraggiarti punto, ma con serena vigilanza prendi tempo e modo a guarire l´anima dal male, che potrebbe aver ricevuto da simili ´assalti, umiliandoti profondamente dinanzi al Signore, ne meravigliandoti della tua miseria. Sarebbe proprio da stupire, se non andassimo soggetti a questi assalti e a queste miserie.

Certe scosse ci fanno rientrare in noi• medesimi • ci fan considerare la nostra fragilità e ricorrere più fervorosamente al Signore. San Pietro camminava franco e sicuro sulle onde: si leva il vento e le onde sembra che lo vogliano inghiottire: allora egli grida: Signore, salvami. E il Signore, prendendolo per

(i) I Reg.,

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la mano: Uomo di poca fede, gli dice, perchè dubiti? (1). Fra gli sconvolgimenti delle passioni, fra i venti e le burrasche delle tentazioni, noi invochiamo il Salvatore; se egli permette che siamo agitati, Io fa appunto per provocarci a invocarlo con più ardore.

Insomma, non angustiarti o per lo meno non turbarti per essere stato turbato, non alterarti per essere stato alterato, non inquietarti per essere stato inquietato da queste fastidiose passioni; ma ripiglia il tuo cuore e rimettilo pian piano nelle mani dei Signore, supplicandolo di guarirlo. Fa´ poi dal canto tuo tutto quello che potrai con rinnovare proponimenti, con leggere libri adatti a produrre tale guarigione, con usare altri mezzi opportuni: così facendo guadagnerai molto nella tua perdita e godrai miglior salute in grazia della tua malattia (2).

(1)   MATT., XIV, 29-31.

(2)   1.,.cfx (t. xvr, 63-4).

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CAPO. SECONDO.

Dello stato religioso e della vita religiosa.

§ 1. I CONSIGLI EVANGELICI NEG-12I1v´SEGNAIIENTI DELLA. SCRITTE-HA E NELLA PRATICA DELLA CUIESA.

Insegnamenti della Scrittura.

Un giovane ricco diceva ai Signore d´aver osservato i comandamenti di Dio fin dalla giovinezza; e il Signore che vede tutto, miratolo, gli mostrò a,(- fette, segno che erano state vere le sue parole, e poi gli diede questo avvertimento: Se vuoi essere perfetto, va´, vendi quanto possiedi, e avrai un tesoro nel cielo, e vieni e seguimi (1). San Pietro ci presenta l´esempio suo é de´ suoi compagni: Noi abbiamo abbandonato tutto e ti abbiam seguitato. E il Signore gli rispose con questa solenne promessa: Voi che mi

(1) MARC., X, 17-21; MATT., XIX, 16-21.

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avete seguito, sederete su dodici troni e giudicherete le dodici tribù d´Israele; e chiunque avrà abbandonato la casa o i fratelli o le sorelle o il padre o la, madre o la moglie o i figliuoli o i poderi per amor mio, riceverà il centuplo e possederà la vita eterna, (1). E dopo le parole, ecco l´esempio. Il Figliuolo dell´uomo non ha dove posare la testa (2); si fece povero per arricchire- noi (3); egli viveva di limosina, dice san Luca (4): Varie donne lo assistevano con le loro sostanze. In due Salmi (5) che, secondo l´interpretazione di san Pietro (6) e san Paolo (7), toccano la sua persona, è chiamato mendico. Inviando i suoi Aspostoli a predicare, ordinò di non prender nulla per il viaggio, eccetto il solo bastone, e di non portare pane, non bisaccia, non denaro nella borsa, ma di calzare i sandali e di non aver due vesti da vestirsi (8). Questi insegnamenti non sono comandi assoluti, benché quest´ultimo fosse per un tempo comando; furono però salutari consigli ed esempi.

(i) MATT,„ XIX, 27-9:

(2)       rb., vili, 20.

(3)       H Cor., viri, 9.

(4)       Luc., VIH, 3.

(5)       Pss. vili, 22; xxxxx, 12.

(6)       Act., i, 20.

(7)       Hebr., x, 7. "

(8)       MARC., vi, 8, 9.

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Ed ecco altri insegnamenti sopra di un altro punto. Vi sono degli eunuchi che son tali dalla nascita; e vi sono degli eunuchi che tali sono stati fatti dagli uomini, e ve ne sono di quelli che si son fatti eunuchi da loro stessi per amore del regno de´ cieli. Chi può capire, capisca (1). È quello che era stato predetto da Isaia (2): Non dica l´eunuco: Ecco che io sono un legno secco. Queste cose dice il Signore agli eunucki: Coloro che osserveranno i miei sabati e ameranno quello che io voglio e manterranno il patto con me, darò loro nella mia casa e dentro le mie muraglie un posto e un nome migliore di quello che danno i figli e le figlie: un nome sempiterno io darò loro; che mai perirà. Chi non vede-qui che il vangelo coincide esattamente con la profezia? E nell´Apocalisse (3) quelli che cantavano un nuovo cantico, che .nessun altro poteva cantare, erano i vergini; questi seguono l´Agnello, dovunque vada. A questo si riferiscono le esortazioni di san Paolo: A quei che non hanno moglie, e alle vedove, io dico che è bene per loro che se ne stiano così, come anch´io (4). Intorno alle vergini io non ho comandamento del Signore; ma dò con‑

(i) MATT., XCEX, 12.

(2)                          3-5,

(3)      Apoc., x.T.v, 3, 4,

(4) 1 Cor., vii, 8.

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sigli°, come avendo ottenuto dal Signore misericordia, perchè io sia fedele (1). E ne adduce la ragione. Colui che è senza moglie, ha sollecitudine delle cose del Signore, del come piacere a Dio. Ma chi è ammogliato, ha sollecitudine delle cose del mondo, del

come piacere alla moglie, ed è diviso.          la donna
non maritata e la vergine han pensiero delle cose del Signore, affine di essere sante di corpo e di spirito; invece la maritata ha pens´iero delle cose del mondo del come piacere al marito. Or questo io lo dico per vostro vantaggio; non per allacciarvi, ma per quello che è onesto, e che dia facoltà di servire al Signore senza impedimento
(2). E più avanti: Chi dunque marita la sua fanciulla, fa bene, e chi non la marita, fa meglio (3). Poi parlando della veddva: Sposi chi vuole, purché secondo il Signore. Ma sarà più beata se si resterà così, secondo il mio consiglio; or io mi penso d´avere io pure lo spirito di Dio (4). Questi gl´insegnamenti del Signore é degli Apostoli, questo l´esempio del Signore, della Madonna, di san Giovanni Battista, di san Paolo, di san. Giovanni e di san Giacomo; che vissero in verginità.

(1)    Ib., 25,

(2)    1 COT., VIII, 32-35.

(3)    Ib., 38.

(4)    Ib., 39-40

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Viene infine l´umilissima obbedienza del Signore, particolarmente indicata nel Vangelo, non solo verso il Padre (1) a cui era obbligato, ma anche a San Giuseppe, alla Madre (2), a Cesare, al quale pagò il tributo (3), e a tutte le creature nella sua Passione per amor nostro: Umiliò se stesso, fatto ubbidiente sino alla morte, e morte di croce (4). E riguardo all´umiltà: Il Figlio dell´uomo non è venuto per essere servito, ma per servire (5). Io sono tra voi come uno che serve (6). Ripete e ribadisce la stessa dolce lezione, quando dice: Imparate da me che son mansueto e umile di cuore (7). Se alcuno vuole tenermi dietro, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi seguiti (S).Chi osserva i comandamenti, rinuncia a se stesso quanto basta per esser salvo: è questo un umiliarsi sufficientemente per venir esaltato; ma vi rimane un´altra obbedienza, umiltà e rinuncia di sè, a cui c´invitano l´esempio e gl´insegnamenti del Signore. Il Signore vuole che noi impariamo la sua

(1)    JOAN, vi, 38.

(2)    Luc., n, 51.

(3)    MATT., xvii, 26.

(4)    Philipp., n, 8.

(5)    MATTA., xx, 28.

(6)    Luc., xxn, 27.

(7)    MATT., XI, 29.

(8)    Luc., Ix, 23.

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umiltà, ed egli si umiliava non solo a citi, in quanto portava la forme di servo .(1), egli era inferiore, Ma anche ai propri inferiori; dunqUe il Signore desidera che, com´egli si è abbassato, non mai contro il dovere, ma oltre il dovere, così noi obbediamo volontariamente a tutte le creature per amor suo(2). Vuole che rinunciamo a noi stessi conforme al suo esempio; ma egli ha. rinunciato così energica- . mente alla sua volontà, che si è assoggettato alla croce ed ha servito i suoi discepoli e servi, e ce lo attesta colui che, trovando la cosa troppo strana,. gli diceva: Voga lacerai a me i piedi in eterno (3). In queste parole e azioni dunque non riconosciamo un dolce invito a una sommissione e obbedienza volontaria verso coloro a cui d´altronde non abbiamo obbligo di obbedire? E in questo non appoggiando‑

ci men_omamente alla nostra. volontà e al nostro giudizio, secondo l´avviso del Savio (4), ma facendoci sudditi e servi a Dio, e agli uomini per amor di Dio? Così i Recatiti sono lodati altamente in Geremia (5), perchè obbedirono al loro padre .Gionadab in cose molto dure e straordinarie, a cui egli non

(i) Philipp., u, 7.

(2)  I PETR., il, 13.

(3)  joAN., xm, 8. •

(4)    Prov., IIQ, 5.

(5)  1ERELT., xxxv.

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aveva autorità di obbligarli; cioè di non ber vino, nè essi nè qualunque dei loro, di non seminare, di non piantare nè possedere vigne, di non fabbricare. I padri certo non possono legare tanto strettamente le mani dei loro discendenti, se questi non vi prestano volontario assenso; orbene i Recatiti sono lodati e benedetti da Dio, che ayprovò quindi l´obbedienza volontaria, con cui avevano rinunciato a M stessi mediante una rinuncia straordinaria e più perfetta.

Pratica della Chiesa.

Questi esempi e insegnamenti così elevati di povertà, castità, rinnegamento di sè, a chi furono Iasciati? Alla Chiesa. La Chiesa dunque li doveva mettere in pratica, altrimenti sarebbe stato inutile, che le fossero stati pròposti; ed essa ha saputo benissimo farli suoi e trarne profitto.

Non appena il Signore ascese al Cielo, i Cristiani presero a vendere ognuno la roba sua, recandone il prezzo ai piedi degli Apostoli; e san Pietro, che praticava-il primo consiglio, diceva: Io non ho argento nè oro (1); san Filippo aveva quattro figliuole vergini (2), che Eusebio attesta essere sempre rimaste

(1)       Act., Pv, 34-5; in, 6.

(2)     M., xxx, 9.

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tali (1); san Paolo conservò la verginità o il celibato (2), come fecero pure san Giovanni e san Gia‑

como; e quando san Paolo (3) riprende e condanna certe giovani vedove, che, divenute insolenti contro di Cristo, vogliono rini aritarsi, e hanno la dannazione, perché hanno renduta vana la prima fede, il quarto Concilio di Cartagine -(4) (a cui assistette sant´.Agostino) sant´Epifanio (5), san Girolamo (6) e tutti gli antichi, intendono delle vedove che, fatto voto.a Dio di serbare castità, rompevano il voto, contraendo matrimonio contro la fede data precedentemente allo Sposo celeste. Fin d´allora dunque il consiglio evangelico e quello di san Paolo erano praticati nella Chiesa.

Dice Eusebio di Cesarea (7) che gli Apostoli insegnarono due generi di vita, una dei comandamenti e l´altra dei consigli; e sembra che fosse veramente così, perchè sul modello di vita perfetta seguita e consigliata dagli Apostoli, un´infinità di Ori‑

(I) Hist., v, 24.

(2)        I Cor., vn, 7.

(3)         1 Ti,,,., v, 11, 12.

(4)         Can. tv.

(5)         De haeres., Lxr, 6. (o) Ardv, jovin., I, 13.

(i) Quaestio ad Marinum, Patrol, gr., xxen, col. 1007.

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stiani conformarono la vita loro, come largamente narrano le storie. Chi non sa le notizie meravigliose date da Filone ebreo sulla vita dei primi Cristiani d´ Alessandria, come riferiscono Eusebio (1), Niceforo (2), san Girolamo (3) ed Epifanio (4)T San Cipri ano serbò continenza e diede tutto il suo ai poveri, secondo il racconto di Ponzio diacono; il medesimo fecero san Paolo primo eremita, sant´Antonio e sant´llarione. San Paolino, vescovo di I%la, uscito da illustre famiglia, donò tutta la sua roba aì poveri, e, come alleggeritosi di pesante fardello, disse addio al paese natio e al suo parentado per servire più perfettamente Dio; del cui esempio si valse san Martino per abbandonar tutto e stimolare altri alla medesima perfezione. Sappiamo da (Giorgio (5), patriarca di Alessandria, che san Giovanni Crisostomo lasciò ogni cosa e si fece monaco. Potidiano, gentiluomo dell´Africa, tornando dalla corte imperiale, narrò a sant´Agostino che, vi era in Egitto gran numero di monasteri e di religiosi, i quali conducevano una vita molto tranquilla e sem‑

(1)                 u, 16.

(2)     Hist., rn, 15.

(3)                 De virts         8 e 11.

(4)     De haeres., xx.rz, 4 e 5.

(5)                  In Vita s. Io. Chrys.

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plice; e che a Milano, fuori di città, trovavisi un monastero popolato di religiosi, viventi in unione e fraternità grande, sotto l´alta direzione di sant´Ambrogio; narrò pure che a Treveri esisteva un monastero di buoni religiosi, dove si erano fatti monaci due cortigiani dell´imperatore, e che le loro giovani fidanzate, udita la risoluzione degli sposi, avevano egualmente votato a Dio la loro verginità, ritirandosi dal mondo per vivere in religiosa povertà e castità (1). Di sant´Agostino parimente racconta Possidio che fondò-un. monastero (2), -al che accenna pure il Santo in una lettera (3). Questi grandi Padri furono poi seguiti dai santi Gregorio, Giovanni Damasceno, Brunone, Romualdo, Bernardo, Domenico, Francesco, Luigi, Antonio, Vincenzo, Tommaso, Bonaventura, i quali tutti, rinunciato con un eterno addio al mondo e alle sue pompe; si offrirono in perfetto olocausto al Dio vivente.

Conclusione.

Ora, conchiudiamo. Il Signore ha fatto registrare nelle Scritture questi insegnamenti e consigli sulla

(1)     Conless., vui, 6.

(2)    Vita s. Aag., 5, 11,

(3)     Epist• ccxl.

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castità, povertà e obbedienza; li ha praticati e fatti praticare nella stia Chiesa nascente; tutta- la Scrittura e tutta la vita del Signore fu una scuola per la Chiesa: la Chiesa quindi doveva farne pro, adottando nel suo seno la pratica di questa castità, povertà e obbedienza o rinnegamento di sè; il che la Chiesa ha fatto in ogni tempo. Nella vera Chiesa deve rifulgere sempre la perfezione della vita cristiana; non già che ognuno nella Chiesa sia tenuto a seguirla: basta che tale perfezione si trovi in membri e parti ragguardevoli, Perchò nulla di quan‑

to   scritto e consigliato, cada invano (1).

§ 2. VOCAZIONE RELIGIOSA.

Come conoscere le vere vocazioni.

´Molti sono i chiamati dar Dio allo stato religioso, ma pochi sono costanti nel conservare la vocazione; il motivo è che si comincia bene, ma poi non si corrisponde con fedeltà alla grazia nè si persevera nell´uso dei mezzi atti a mantenere la vocazione e a renderla buona e sicura (2). Altri invece non hanno

(1) Controverses, I, 3, 11 (t. t, pp. 111-118). "

(2)   l7 PETR., i, 10.

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vera vocazione; ma, entrati che siano, la loro vocazione viene regolarizzata e ratificata da Dio. Così si vedono certuni abbraceiare lo stato religioso per disgusto e tedio del mondo; e-benché tali vocazioni non sembrino buone, pure tanti, venuti così allo stato religioso, han fatto ottima riuscita nel servizio di Dio. Altri sono spinti a entrare in religione da qualche disastro e infortunio toccato Ioro nel mondo, altri da difetto di sanità o di bellezza fisica; e benchè costoro abbiano motivi punto buoni, Dio nondimeno si vale di siffatti motivi per chiamarli. Le vie di Dio sono incomprensibili, .e imperscrutabili i suoi giudizi (1), e ammirabili si mostrano nella varietà delle vocazioni e dei mezzi da Lui usati per chiamare le sue creature al proprio servizio: vocazioni, degne tutte di onore e rispetto.

In tanta varietà di vocazioni e differenza di motivi, come si farà a riconoscere il buono dal cattivo per non rimanere ingannati? La cosa è della massima importanza e insieme difficilissima; tuttavia non mancano interamente i mezzi per riconoscere la bontà di una vocazione. Dei tanti che potrei allegare, ne dirò uno solo, il migliore di tutti. La buona vocazione altro non è che una ferma e coj stante volontà di servire Dio nel modo e nel luogo,

(1) Rorn., m, 33.

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a cui la persona si sente da Dio chiamata; ecco il miglior indizio per conoscere quando una vocazione sia buona.

Bada però che, quando dico una ferma e costante volontà di servir Dio, non intendo che la persona faccia fin da principio tutto quel che deve fare nella sua vocazione, con tanta fermezza e costanza da non provarvi ripugnanze, ritrosie o disgusti. No, io non dico questo; e nemmeno che tale fermezza e costanza la faccia andar esente da colpe, nè che si mantenga salda al punto di non vacillare mai nè variare nel proposito fatto di usare i mezzi conducenti alla perfezione. No, no, non dico questo io: ognuno va soggetto a passioni, mutamenti, vicissitudini: a chi oggi piace una cosa, domani piacerà un´altra. Non da questa diversità di movimenti e sentimenti bisogna quindi giudicare della fermezza e costanza di una volontà nel bene una volta abbracciato, ma dal mantenervisi essa risoluta nonostante i disgusti o raffreddamenti che provi nell´amore di qualche virtù, e dal non lasciare per questo di usare i mezzi indicatile a fine di acquistarla. Cosicch.e, per avere un segno di buona vocazione, non fa bisogno di una costanza che ´sia sensibile, ma di una costanza reale che alberghi nella parte superiore dello spirito.

Dunque, per sapere se Dio voglia che uno si

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faccia religioso, non è ´necessario aspettare ch´ei gli parli sensibilmente, o che gli mandi un Angelo dal Cielo, a significargli la sua volontà, e nemmeno occorre ricevere qualche rivelazione in proposito. Non si richiede neppure un esame di dieci o dodici dottori, per vedere sé l´ispirazione sia buona o cattiva

e  se convenga´ seguirla o no; ma basta secondare

e  coltivare il primo impulso, e poi non darsi pensiero, se vengano disgusti e raffreddamenti; purchè si tenga sempre ferma la volontà nella ricerca. di quel bene che è stato presentato, Dio non mancherà di far riuscire tutto a sua gloria.

Come Dio chiama allo stato religioso.

Dio ha molti mezzi per chiamare gli uomini al suo servizio. Egli si serve ora della predicazione, ora della lettura di buoni libri. Gli uni furono chiamati nell´atto di udire le sante parole del Vangelo, come san Francesco e sant´Antonio udendo il detto del Signore: Va´, vendi tutto quel che hai

deillo ai poveri, e poi seguimi (1); e: Chi vuoi venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e rni segua (2). Altri sono stati chiamati

MATT., nic, 21.

(2) MATT., xvr, 22; Luc., ix, 23.

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per mezzo di disgusti, disgrazie e dolori che, sopragginnti loro nel mondo, li hanno indispettiti contro di quello, inducendoli ad abbandonarlo. Il Signore si è valso spesso di un tal mezzo per chiamare al suo servizio persone, che non avrebbe potuto prendere in altro modo. Poichè, sebbene Dio sia onnipotente e possa tutto quel che vuole, pure non ci vuol togliere la libertà, una volta che ce l´ha data; e quando ci chiama a servirlo, vuole che vi andiamo di buon grado. e non per forza nè per costringimento. I suddetti vanno a Dio, è vero, perchè indispettiti contro il mondo che li ha stancati o perchè spinti da´ travagli e afflizioni sofferte; ma non è men vero che si danno a Dio con volontà sincera, e molto spesso questi tali riescono bene nel servizio di Dio e divengon6 grandi santi, e più grandi talvolta che non quelli entrati con vocazioni più segnalate.

Un gentiluomo, bravo secondo il mondo, stando un giorno tutto agghindato sopra un bel cavallo adorno di magnifica bardatura, faceva di tutto per piacere alle dame, eh´ egli occhieggiava; e in quel suo pavoneggiarsi, ecco che il destriero lo rovesciò nel fango, donde uscì tutto inzaccherato e lordo. Il povero gentiluomo restò così umiliato e confuso di´ tale accidente, che, indignatissimo, risolse all´istante di farsi religioso, dicendo: — Oh, mondo tra‑

193                    •

7. - E. CERA. La rito_ religiosa ecc.

 

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ditone! tu ti sei burlato di me, ma anch´io mi burlerò di te; tu mi hai giocati) questo tiro, ma anch´io te ne giocherò un altro: non avrò più nulla da fare con te, e da que.sto momento risolvo di farmi religioso. — E difatti fu ricevuto in religione, dove visse santamente; eppure la sua vocazione veniva da un dispetto.

Vi sono anche altri, i cui motivi furono ancor peggiori. Io so da buona fonte che un gentiluomo dei nostri tempi, bravo di animo e di corpo, di alto lignaggio, vedendo passare dei padri Cappuccini, disse agli altri signori, con cui si trovava: — Mi salta il ticchio di conoscere Come vivano questi scalzati e di andar da loro, con l´intenzione non di restarvi sempre, ma di fermarmi solo un Mese o tre settimane, per osservar meglio che cosa fanno, e poi ridere con voi altri alle loro spalle. — Così macchinò, così fece le trattative, così fu ricevuto. Ma la divina Provvidenza, che si era servita di questo mezzo per trarlo fuori dal mondo, cambiò in buona la sua cattiva intenzione, e colui che si pen- • stiva di cogliere gli altri, restò colto egli stesso; infatti era dimorato appena pochi giorni con quei buoni religiosi, che si sentì tutto mutato. Perseverò fedelmente nella sua vocazione e divenne un gran servo di Dio.

Vi sono altri ancora., la cui vocazione non è per

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-             •

 

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sè, migliore della precedente; parlo di chi si fa re‑

gioso per qualche difetto fisico: e quel che sembra peggio, persone simili vengono portate alla religione dai loro padri e madri, che quando hanno figli difettosi, li lasciano nel canto dei fuoco e dicono: = Questo per il mondo non serve, bisogna mandarlo in convento; procurargli un beneficio ecclesiastico, e sarà tanto di sollievo per la casa. — E i figli si lasciano condurre dove, si vuole, nella speranza di vivere dei beni dell´altare. Altri, carichi di figli, dicono: — Alleggeriamo la casa, mandiamone a farsi religiosi, affinchè stiano bene gli altri. — Ma Dio mostra sovente in questo la grandezza della sua clemenza e Misericordia, valendosi di tali intenzioni, in se niente lodevoli, per fare, di persone tali, dei grandi suoi servitori; nel che egli si rivela veramente ammirabile:

Così il divino Artefice si ´compiace di costruire belli edifici con legno tutto storto e apparentemente disadatto per .q-nalsiasi uso. Chi non. se n´intende, al vedere nella bottega di un falegname un pezzo di legno storto, si stupirebbe, sentendo dire che quegli fabbricherà un bel capolavoro, e: — Se è così, gli si risponderebbe, quanto bisognerà darvi di pialla, perciò ne esca un´opera di tal generel — Ebbene, d´ordinario la divina Provvidenza fa bei capolavori con queste storte e sinistre intenzioni, come fa en‑

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tra.re al suo banchetto zoppi e ciechi (1), per mostrarci che non è indispensabile aver due occhi o due piedi per andare in paradiso e che val meglio andar in paradiso con una gamba, un occhio, un braccio solo, che non averne due e dannarsi (2). Ora persone di tal fatta, entrate a questo modo in religione, si son viste soventi volte fare grandi frutti e perseverare fedelmente nella loro vocazione.

Perseveranza nella -vocazione.

Altri infine, certamente chiamati, non hanno perseverato, ma, dopo essere dimorati qualche tempo in religione, hanno abbandonato tutto. Di questo abbiamo esempio in Giuda, del quale non si può dubitare che fosse realmente chiamato, perchè lo scelse e chiamò all´apostolato il Signore stesso di sua bocca. Donde avvenne, che così ben chiamato, non perseverò nella vocazione? La causa fu che abusò della sua libertà e non volle usare i mezzi datigli da Dio a tal fine; ma invece di appigliarsi a quelli e valersene a suo vantaggio, ne abusò e ne fe´ getto e andò perduto. È cosa certa che Dio, quando chiama

(1)       Luc., XIV, 21.                                                                   •

(2)    MATT., xvm, 8, 9; Luc., ix, 42.

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ad uno stato, si obbliga per questo stesso con la sua provvidenza divina a fornirgli tutti gli aiuti necessari a perfezionarsi in tale stato.

Dicendosi Che il Signore si obbliga, nessuno pensi che ve l´abbiamo obbligato noi col seguire la sua chiamata; obbligar Dio non è possibile: ma Dio si obbliga da sè, mosso e indotto a farlo dalle viscere della sua infinita bontà e miserieordia;_talchè, facendomi io religioso, Signore si ´è obbligato a darmi tetto il necessario per essere buon religioso, non già per. dovere, ma per sua infinita misericordia e provvidenza. Così, quando un gran re fa leva di soldati per la guerra, la sua preveggenza e prudenza richiede ch´ei prepari armi per armarli; perchè, qual criterio vi sarebbe a mandarli in battaglia senz´armi? Se non lo facesse, incorrerebbe la taccia d´imprudente. Ora, la Maestà divina non manca mai di cura nè di previdenza in questa materia; e per farcene meglio persuasi, vi si è obbligata, sicchè non bisCigna mai aver alcun dubbio che, non facendo noi bene, la causa provenga da mancamento suo; anzi, Dio ha tanta liberalità, che porge quei mezzi perfino quando non li ha promessi e a chi non si è punto obbligato, perchè non l´ha chiamato. Osserva ancora che, quando dico che Dio si è. obbligato di dare ai chiamati i mezzi necessari per divenire, perfetti nella. loro vocazione, non dico che li dia subito al me‑

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mento dell´ingresso nello stato religioso. Oh, no, nessuno pensi che entrare in religione ed essere per-fatto sia un punto solo; basta venirvi per attendere alla perfezione, adoperando i mezzi a ciò confacenti. In questo appunto si richiede la ferma e costante. volontà che dicevamo, cioè nell´appigliarsi a tutti i mezzi di perfezionamento, che ognuno ha nello stato a cui è chiamato (1).

Si chiariscono alcuni dubbi.

1. Non credere che il tuo desiderio di ritirarti dal mondo sia contrario alla volontà di Dio, perchè è contrario a quella di chi ha da lui il potere di comandarti e il dovere di dirigerti. Se si trattasse di coloro, ai quali Dio ha dato il potere e imposto il dovere di dirigere l´anima tua e di comandarti nelle cose dello spirito, certamente avresti ragione; per-che, obbedendo loro, tu non puoi sbagliare, benchè possano essi ingannarsi e consigliarti malamente, massime se lo fanno con altri scopi che non siano la tua salvezza e il tuo vantaggio spirituale. Ma quanto a coloro ehe il Signore ti ha dati per la tua direzione nelle cose domestiche e temporali, Vingan‑

(3.) E. xvii (t. vi, pp. 311-322).

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neresti, credendo loro nelle cose, in cui non hanno sopra di te autorità di sorta. Se in casi simili si dovesse dare ascolto ai genitori, cioè alla carne e al sangue, sarebbero ben pochi quei che abbraccerebbéro´ la perfezione della vita cristiana (1).

2. Credi tu che Dio conceda sempre la vocazione religiosa secondo le condizioni naturali e le incli- i nazioni dell´animo di coloro che egli chiama´? Niente affatto: la vita religiosa non è vita naturale, ma superiore alla natura e bisogna che sia la grazia a dare questa vita ed a formarne l´anima. La divina Provvidenza, è vero, fa servire talvolta .la natura, alla grazia; ma questo è tutt´altro che ordinario o frequente. Colui che gridava con sì alto lamento: Il bene che voglio, non la faccio,,ma, quel male che non voglio, quello io fo; cioè: Nella, mia carne non abita il bene; perchè il volere l´ho dappresso, ma a far il bene interamente non trovo la via. Infelice mel chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio per Gesù Cristo; oppure: Io rendo grazie a Dio per Gesù Cristo. Dunque io stesso con la mente servo alla legge di Dio e con la carne alla legge del pecca,to (2), — colui, dico, mostrava chiaramente che la sua natura non secondava guarì la grazia

(i) L. tieni (t. xiv, pp. 325 6), (2) ffom., Ti, 18-20, 24, 25.

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e che le sue inclinazioni non istavano guarì soggette alle ispirazioni. Eppure è uno dei più grandi servitori che Dio abbia avuto in. queso mondo, sicchè alla fine potè dire con verità: Vivo non già io, ma vive in me Cristo (1), dopochè la grazia ebbe assoggettata la natura, e le ispirazioni ebbero soggiogate le inclinazioni (2).

3.    Il timore di trovar superiori indiscreti e altre apprensioni simili svaniranno davanti al Signore crocifisso, che ti stringerai al cuore. -U -n animo generoso della generosità del mondo acquisterà una forza nuova (3) e diventerà generoso della generosità dei Santi e degli Angeli. Vedrai allora la frivolezza del giudizio umano, quale si rivela nel linguaggio del mondo, e te ne -riderai. Ti piacerà la-parola della croce, che i pagani ebbero in conto di follia e i Giudei di scandalo, mentre invece per noi, cioè per quelli che sono salvati, è la somma sapienza, forza e virtù di Dio (4) (5).

4.    Sarebbe certo desiderabile che si andasse da Dio semplicemente e puramente per il bene di es‑

-

(1)     Cidia., n, 20.

(2)   L. 3113CLA (t. XIX; pp. 216-7).

(3)   Is., xx., 31.

(4)   I Coi-., i, 118, 23, 24.

(5)   L. MDCLV (t. XIX, p. 217).

200

 

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sere tutti suoi. Ma Dio non tira a sè con eguali motivi tutti quelli che chiama; anzi pochi vi sono che vadano al suo servizio proprio soltanto per essere suoi e servirlo. Fra le donne, la cui conversione è celebrata nel Vangelo, soltanto ia Maddalena andò a Gesù per amore e con l´amore; l´adultera vi fu portata dalla pubblica onta, come la Samaritana dall´onta privata; la Cananea vi andò per trovare sollievo nella sua afflizione temporale. San Paolo primo eremita, a quindici anni d´età, si ritirò nella spelonca per evitare la persecuzione; Sant´Ignazio di EopoIa vi giunse attraverso la tribolazione; e coti dicasi di tanti altri.

Non si deve pretendere che comincino tutti dalla perfezione: poco importa il come si cominci, pur-che vi sia la buona risoluzione di proseguir bene e finire. Quei che costretti entrano al convito nuziale del Vangelo (1), non lasciarono per questo di ´mangiare e bere bene. Delle disposizioni di chi entra in religione si giadichi osservandone specialmente la coiidotta.successiva e la perseveranza; vi sono anime che non vi entrerebbero, se il mondo facesse • loro buon viso e che pure si veggono ben disposte a disprezzare sul serio la vanità del secolo (2).

(1)   LuC., xiv, 16, 23.

(2)   L. MCMIII     pz, pp. 282-3).

201

 

 

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Corrispondenza alla vocazione.

Felici i religiosi, perchè appartengono al numero di coloro, che hanno udito la parola di Colui, il quale solo ha, potenza di penetrare i cuori (1). Egli ha detto loro una parola in segreto, ed essi hanno obbedito; giacchè egli solo può parlare al cuore degli uomini e per tal modo dar loro la grazia di fare quanto da essi vuole. Nè si pensi alcuno che le vocazioni vengano da altri che da Lui. Gli uomini hanno un bell´eccitarci: facciano pur tutto il possibile, spieghino anche tutta la loro eloquenza e filosofia per indurre un´anima a entrare in religione, a scegliersi una forma di vita religiosa: tutta fatica sprecata! Dio bisogna che tocchi il cuore e vi parli. Tanti purtroppo entrano in religione spinti o forzati dagli uomini, e questi. non sono mossi dallo Spirito di Dio: perciò accadono sovente grossi guai, e, se la misericordia divina non tocca quei poveri cuori, non vengono a convertirsi nella vita religiosa, ma a pervertirla. E vivendo licenziosamente nella religione, che cosa debbono aspettarsi, se non la dannazione? Oh, sarebbe stato meglio che fossero rimasti nel mondo per potersi ivi salvare con l´osservanza dei divini comandamenti!

(1) 1 Reg., xvi, 7; Ps.             10.; JEIIEM., xi, 20.

202

 

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Ma tu sei venuto, perchè chiamato da Dio, che va movendo i cuori di chi gli piace condurre dove vuole. Altro dunque non ti resta, che di ben osservare le tue regole, convertendoti talmente in quelle, che tu divenga la tua vocazione personificata. Nessun altro pensiero debbono avere i religiosi, perchè nelle loro regole vengono la volontà di Dio, che dice e mostra loro quanto hanno da fare per giungere alla perfezione e unione con lui: E per arrivarvi fa d´uopo che conformino la loro volontà alla sua. Quando si vogliono unire insieme due legni, vi si applica la squadra, poi se ne taglia il superfluo, indi si fanno combaciare; lo stesso dicasi delle pietre, che si squadrano per metterle in un edificio. Ciò fatto, si dice:´ — Ecco che combaciano bene. — Nostra squadra è la volontà di Dio, a cui dobbiamo adattare la nostra, rinunciando ad essa e mortificandola. Questo non è senza fatica, ma non vi sono rose senza spine: non temiamo di pungerci per cogliere in mezzo alle difficoltà si belle rose, che dopo si schiuderanno, mandando una fragranza, che ci rallegrerà il Cuore (1).

Dio ti regga con la sua santa mano e rassodi ognor più il generoso e celestiale proposito che ti ha ispirato di consacrare a Lui tutta la tua vita. così

(1) S. R. xxxv (t. ix, pp. 364-5).

203

 

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giusta ed equa che coloro che vivono, non vivano per se stessi, ma per colui che per essi morì (1). Un´anima grande spinge tutti i suoi pensieri, affetti e ideali sino all´infinito dell´eternità; ed eterna qual è, stima troppo basso quello che non è eterno, troppo piccolo quello che non è. infinito, e veleggiando su tutte le meschine delizie, o meglio, vili passatempi che questa misera vita ci può presentare, tiene gli occhi fissi nell´immensità degli anni e dei beni

eterni (2).      .

§ 3. OBBIETTIVI DELLA VITA RELIGIOSA.

Spogliarsi dell´uomo

vecchio e rivestirsi del nuovo.

Il fine, per cui il Signore ha istituito la vita religiosa, è che ci uniamo più .perfettamente a Dio e stiamo crocifissi con Gesù Cristo sul monte Calvario per vivere poi con Lui nel cielo; al quale scopo bisogna spogliarsi dell´uomo vecchio e rivestirsi del nuovo (3). Chi si fa religioso con altre intenzioni,

(1)   H Cor., v, 15.

(2)   L. cmicii (t. xvi, p. 213). Rorn., vi, 8; Il Tirn., u, 11, 12.

204

 

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s´inganna della grossa. Non si entra in religione per istar bene, perchè ivi bisogna mortificarsi in tutto ,quelló che nel mondo poteva dilettare la natura; bisogna ivi rinunciare al proprio giudizio, vincere inclinazioni e passioni, stare perfettamente soggetti ai superiori, insomma spogliarsi dell´uomo vecchio, di se stessi, della propria´ carne, delle proprie abitudini, già cotanto secondate nel mondo.

L´uomo vecchio è il nostro primo padre Adamo e la nostra prima madre Eva. Da essi abbiamo ricevuto il peccato e tutte le nostre Passioni; ira, cupidigia, che ci fa bramare le ricchezze egli onori, amore alla propria stima, suscettibilità che ci rende gelosi ´ della libertà e restii alla sottomissione. Ora, chi entra nello stato religioso, deve mortificare tutto questo e prendere abitudini affatto contrarie al Mondo, per vivete secondo l´uomo nuovo. Piace la libertà, e quivi si sta soggetti alle regole, all´obbedienza, agli ordini dei superiori. Piace nel mondo e si accarezza molto la stima propria, e in religione si pratica l´umiltà, l´esercizio della qual virtù mette presto in possesso delle altre. Il Signore l´ha praticata in grado eminente e unico, non essendovi creatura al mondo, e nemmeno tutta la moltitudine dei Santi e degli Angeli insieme, che possa arrivare all´umiltà del nostro Salvatore e Maestro. Nella religione si vive in perfetta castità, contraria alla libertà, della carne e del san‑

205

 

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gue; in perfetta povertà, contraria alle ricchezze e ai comodi, a cui tanta importanza- dà il mondo; si mortifica il proprio giudizio, cosa difficilissima; si sacrifica l´amore al quieto vivere, il gusto di.• star, con Dio nell´orazione per goderne le dolcezze.

·    Ancorchè quest´ultimo desiderio ´sembri buono, pure non è questo il .fine, per cui le religioni sono istituite: il- fine è di servir Dio più perfettamente, spogliandosi dell´uomo vecchio per vestirsi del nuovo. Deporre gli abiti esterni, colte si fa da chi entra inreligioRe, è cosa di nessun valore, se non si prendono le abitudini e le costumanze della vita . religiosa. Per comparire davanti all´eterno Padre bisogna indossare l´assisa del suo Figlio, disprezzando tutto quello elle. il mondo tiene in tanta stima. isacco, abbracciando il figliuolo Giacobbe &dei credeva Esaù, e sentendo la fragranza delle vesti di quest´ultimo, come l´odore di un campo fiorito, gli diede la benedizione della celesie eredità. Rivèstiti dunque anche tu delle abitudini del Figliuolo di Dio, per meritarti di ricevere la divina benedizione. Fortunate le anime -che entrano in religione con questo fine altissimo di coglier ivi i fiori delle grazie divine

e goderne poi nel Cielo i frutti! Ma quei che fossero . entrati per altri motivi, non si perdano d´animo; giacché Si può sempre raddrizzare l´intenzione col renderla buona o migliore., ma a patto. di deporre.

206-

·                                                                                             .  .

 

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le spoglie dell´uomo vecchio e prendere le abitudini • proprie della vita religiosa (1).

Erigere in sé la dimora di Dio..

Questo del motivo per cui si entra in religione, • è un punto di capitalissima importanza. Bisogna assolutamente•clie sia il Signore,a edificare la città; altrimenti, comunque la si edifichi, cadrà in rovina (2). Mi spiegherò con una similitudine. Un architetto che voglia costruire mi palazzo fa due cose: prima, considera se il suo edificio debba servire per un privato, per un principe o per mi re, dovendosi in ognuno di questi casi procedere diversamente; poi fa a suo bell´agio il conto, se i mezzi gli bastino • all´impresa: chi si volesse mettere a fabbricare un palazzo e non avesse di che terminàre il suo edificio, diverrebbe la favola della gente, per aver cominciato una cosa, dà cui non poteva uscir con onore (3). Finalmente l´architetto si decide a demolire la vecchia fabbrica, che sorge nel posto, dove intende tirar su la nuova.

Tu vuoi costruire un grande edificio, vuoi cioè

·       (1.) S. IL man          ix, pp. 202-7 passim).

(2) Ps. cxxvi

(3)   Luc., xiv, 28-30.

207                                                  •

·                             •

 

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erigere in te la dimora di Dio. Ebbene, pondera• con molta serietà, se abbi animo e risolutezza bastante a demolire te stesso e a crocifiggerti, o meglio, a lasciare che Dio ti demolisca e ti crocifigga, per riedificarti e fare di te il tempio vivo della sua Maestà. Voglio dire che tuo unico fine dev´essere di unirti a Dio, come Gesù Cristo si è unito al Padre suo, il che fece morendo sulla croce; che ìo non_parlo dell´unione generale che si opera col ´Battesimo, in cui i Cristiani si uniscono a Dio ricevendo il sacramento e carattere del Cristiano e si obbligano a osservare i comandamenti di Dio e della Chiesa, a fare opere buone, a praticare le virtù della fede, speranza e carità: unione sufficiente per aver diritto al Paradiso. Unendosi con tal mezzo a Dio come al loro Dio, i Cristiani non si obbligano a fare di più, avendo raggiunto la propria meta per la strada comune e ampia dei comandamenti. Ma per te non è così: oltre a questa obbligazione che hai comune con tutti i cristiani, Dio con tratto speciale di benevolenza ha scelto te perclie sii tutto suo.

Vivere unicamente a Dio.

intendi bene che cosa voglia dir esser religioso. Vuol dire star uniti a Dio mediante una continua

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mortificazione di noi stessi e non vivere che per Dio, mantenendo sempre criorechi, lingua, mani, ogni parte del nostro essere al servizio della Maestà divina. A tal effetto lo stato religioso ti porge mezzi acconci, quali sono orazione, letture, silenzio, ritiro del cuore in Dio solo, elevazioni incessanti al Signore. E poichè non vi potremo arrivare senza la pratica ininterrotta della mortificazione di tutte le passioni, inclinazioni, tendenze e ripugnanze, siamo obbligati a vegliare del continuo sopra di noi per farle morire: Se il granello´di frumento, caduto in terra, non muore, rimane infecondo; ma se vi marcisce, produce il centuplo (1): il Signore parla chiaro, l´ha detto con la sua santissima. bocca. Per conseguenza, chi aspira a indossare l´abito religioso o a fare la santa professione, pensi e ripensi se è proprio risoluto di morire a se stesso per vivere unicamente a Dio. Ci pensi bene, finchè ne ha il tempo; io non voglio lusingar nessuno e dico francamente a chiunque desideri vivere secondo la natura che se ne stia nel mondo; chi all´incontro è deciso di vivere secondo la grazia, entri nello stato religioso, che è scuola di abnegazione e mortificazione ´e nient´altro.

Si, bisogna fare opere degne della propria voca‑

-

(1) jomg., xn, 24, 25.

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rione, cioè morire a sè in tutte le cose, tanto ´quelle cattive o inutili, quanto qUelle buone e conformi al nostro gusto.. Credi forse che quei buoni religiosi del deserto, arrivati a così intima unione con Dio, vi siamo giunti secondando le proprie inclinazioni? No, no! si mortificarono anche nelle cose piìi sante;. e benchè provassero gran diletto a cantare le divine a leggere, a pregare e a far altro, pure non lo facevano pér la soddisfazione che loro ne veniva; anzi, . volontariamente si privavano di tali diletti per dedicarsi ad occupazioni laboriose e dure. È bensì vero che le anime religiose godono molte dolcezze e gioie fra le mortificazioni e le pratiche della loro vocazione, perchè a Ioro principal~te largisce lo Spirito Santo i suoi preziosi don ma esse non debbono cercarvi altro che Dio e la mortificazione dei loro gusti, delle loro inclinazioni e passioni, perchè, cercando cose diverse, non vi troverebbero mai le consolazioni da esse bramate. Se non che, armiamoci di coraggio invitto per 110n istancarci mai con noi stessi, poichè avremo sempre da fare e da troncare. Cómpito dei religiosi deve essere di coltivare sempre il loro spirito, per i,sradicarne tutte le male erbe, che la nostra depravata natura vi fa ogni giorno pullulare, sicché ci sembra di essere sempre da capo. Come chi lavora per altri la terra non bisogna che si crucci di una scarsa rac,

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colta, perchè non merita biasimo, quando ha pro. curato di ben coltivare e seminare; così • non deve accorarsi il religioso -se non -vede subito i frutti della perfezione e delle virtù, purchè faccia del suo megliò per coltivar bene il terreno del proprio cuore. e reciderne quanto, vi scorga contrario alla -perfezione, a cui è tenuto di aspirare: nello stato di perfetta guarigione non saremo mai prima di entrare in • Paradiso.

Praticare fedelmente la regola.

Morire a noi, dicevo, perchè viva in noi Dio: non è possibile ottenere l´unione dell´anima con Dio per altro mezzo che per via della mortificazione. Parole. dure queste: Bisogna morire! Ma sono seguite da parole assai dolci: Per essere uniti a Dio. Tieni presente che nessun uomo di senno mette il rivo nuovo in Un otre reechio (1); il liquore del-Fai-por divino, deve regna il vecchio Adamo, non può entrare: necessità esige che questo venga distrutto. Ma come distruggerlo? Con l´esatta obbedienza alle regòle. Io ti assicuro da parte di Dio che -col fare esattamente quanto esse prescrivono, arriverai senza dubbio alla meta dovuta, cioè .alla,

(i) MATT., 1X, 17.

.    211                          •

 

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tua unione con Dia. Nota che io dico di « fare », la- perfezione non si ottiene standosene con le mani in mano: bisogna mettersi di buona voglia a vincere se stesso; ,bisogna vivere secondo la ragione, la regola e l´obbedienza, e non secondo le inclinazioni portate dai mondo. La religione tollera bensì che vi portiamo le nostre cattive abitudini, passioni e inclinazioni, ma non che viviamo a seconda di quelle. Ci dà le regole, perchè ai nostri cuori facciano da strettoi, spremendone tutto quello che

contrario a Dio. Vivi dunque risolutamente a tenore di esse.

Lo spirito della regola non si porta,,. venendo dal mondo alla religione, ma si acquista col fedelmente praticare la regola stessa. La medesima cosa io dico delle virtù proprie della tna Congregazione: Dio infallantemente te le darà se hai risolutezza d´animo e fai il possibile per acquistarle. Buon per noi, se un quarto d´ora prima di morire ci troveremo adorni dell´abito di queste virtù! Tutta Ia nostra vita sarà bene spesa, se l´avremo impiegata a cucire ora un pezzo, ora un altro; giacché noni con un pezzo solo si fa quel santo abito, nía vi si richiede buon numero di pezzi. Tu t´immagini forse che la perfezione vi si debba trovare bell´e fatta, sicehè basti mettersela addosso, come un vestito qualsiasi; no, no, non è così!

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Non dar tregua alle passioni.

Sul principio la forza delle passioni potrebbe trattenere taluno dal mettersi in cammino. Ma, coraggio! Lo stato religioso è una scuola, dove si sta a prender lezione; il maestro non pretende sempre che gli scolari sappiano le cose a menadito: gli basa che, si stia attenti e si faccia il possibile per imparare. Facciamo dunque ciò che possiamo, e Dio sarà contento e i nostri superiori anche. Non vedi quei che imparano la scherma, come cadano spesso? così_ pure quei che imparano a -cavalcare. Ma non si anno tuttavia per vinti: altro è venir abbattuto qualche volta e altro restar vinto. Le passioni ti faranno talora resistenza, e perciò dirai: — Con queste passioni io non sono fatto per la vita religiosa. — No; non è vero; per la religione • non è gran vanto plasmare uno spirito già formato, un´anima dolce e tranquilla per natura; ma essa fa gran caso del ridurre a virtà anime dalle forti propensioni, perchè tali anime, se perseverano, passano avanti alle altre, conquistando a forza di buon volere ciò che queste posseggono senza difficoltà.

Nessuno pretende da te che non abbia passioni:

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è cosa che non istà in tuo potere, e Dio vuole che che tu` le senta fino alla morte per tuo maggior merito; neppure si pretende che siano poco forti, per, • chè questo equivarrebbe a dire che un´anima inclinata male è incapace di• servir Dio. No, Dio non respinge da sè una persona, se in. lei non riscontra, della malizia, Uno che abbia questo o quel temperamento, che vada • soggetto a qUesta o a quella passione, che cosa ci può fare? Tutto sta - dunque negli atti che si compiono sotto un impluso dipendente dalla nostra volontà; poichè. il peccato è talmente volontario, che dove non è consenso, non è peccato-. Poniamo che mi .assalga l´ira. Io le dirò: — Bolli, ribolli, scoppia, se vuoi; ma io non farò nulla per secondarti, non dirò neanche una parola . per tuo incitamento. —. Ecco il potere lasciatoci da Dio; se così non fosse, con l´esigere da noi la perfezione egli vorrebbe l´impossibile, e sarebbe un´ingiustizia: cosa assurda in Dio. •

Mose, quando scese dal monte, dove aveva parlato con Dio, vide il popolo adorare un vitello d´oro, eh´ei si era fabbricato. Acceso di giusta ira nel suo zelo per la gloria di Dio, disse rivolto ai Leviti: Chi sta, per il Signore,. impugni la spada e- uccida chiunque gli si pari davanti, senza risparmiare nè padre, nè madre, ne fratello, nè sorella: tutti a morte! — I Leviti diedero di piglio alla, spada, e il

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più bravo fu colui che più ne uccise´ (1). Così anche -noi stringiamo la spada della mortificazione per. uccidere e annientare le nostre passioni, e chi ne• ´ avrà più da uccidere, sarà il più valoroso: basterà che si cooperi alla grazia (2).

§ 4. ALCUNI BENI DELLO STATO RELIGIOSO.

Punto di partenza.

Nello stato religioso non si entra solamente per amar Dio. Tutti i Cristiani lo debbono amare e son tenuti a fare quello che fanno per motivo di carità, e se non per puro amore, almeno per un amore interessato; poichè chi vuol salvarsi e andar in Paradiso, bisogna che ami Dio e il prossimo: altrimenti, si va all´inferno. Ma siccome il trambusto del mondo raffredda e mette a repentaglio la carità, ecco che si entra nello stato religioso. E perchè? forse per amor di Dio? no, ma per amarlo meglio. Forse per "andar ,Talvi? no, ma per salvarsi meglio. Quindi,non per piacere a Dio ma per piacergli meglio (3).

(1)    Exod., xxxil, 26-28.

(2)  E. xx (t. vi, pp. 371, 372-9).

(3)   S. R. XLVIII (t. x, pp. 86 7).

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Stato molto perfetto.

Numerosi cristiani protestano di voler offrire a Dio tutto quel che hanno, tutto quel che sone), perchè convinti che tutto gli appartiene, e preferiscono la morte al peccato mortale. Ma d´altro canto vogliono riserbare a sè il disporre dei loro beni, e benchè risoluti di vivere nell´osservanza dei comandamenti di Dio, pure vogliono ritenersi la volontà di fare liberamente certe cosette, che non sono contrarie alla carità, ma le fanno di sbieco: cosette pericolose, ehe pur non facendo perdere la carità, non lasciano però di spiacere a Dio. Dio è geloso del nostro amore; quindi va mandando le sue ispirazioni ad anime che separa di mezzo alle altre, ed esse con energica risoluzione consacrano cuore e affetti, corpo e beni al suo onore e alla, sua gloria, abbracciando lo stato religioso per vivere con maggior perfezione e- con´ minor pericolo di perdersi o di sviarsi dal loro santo proposito.

Questo stato è certamente il più perfetto dopo quello di chi porta il carattere della consacrazione episcopale, non essendo più possibile clipartirsene. Il martirio non è uno stato a motivo della sua brevità: devesi chiamare strada• corta e rapida, piuttostoehè stato. Le anime dunque così generose da

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mettersi interamente nelle mani di Dio senz´alcuna riserva, sottoponendosi alle leggi dello stato religioso, e legandovisi così strettamente da non po-. tersene più sciogliere, fanno non solo come tutti i fiori gialli che si volgono sempre dalla parte del sole, ma anche come il girasole, che non si limita a volgere verso di quello il fiore, le foglie e lo stelo, ma per un meraviglioso segreto anche la radice di sotterra. Così queste anime benedette si volgono e si donano « Dio non per metà, ma tutte iutiere: gli offrono se medesime e quanto da esse dipende: foglie di vane speranze porte loro dal mondo, fiore della purezza, frutti di opere, e per sempre.

Esse dicono al Signore, sull´esempio del grande san Paolo: Signore, che suoi ch´io faccia? (1). Detto questo, si sottomettono alla direzione dei loro superiori, in guisa da non essere mai più padrone di sè nè della propria, volontà, evitando così un pericolo accennato dal grande san Bernardo, il quale assicura che chi si governa da sè, è governato da un grande sciocco (2). Perchè vorremmo fare da noi nelle cose spirituali, se da noi non facciamo nelle corporali? I medici quando cadono ammalati, non chiamano altri medici a giudicare dei rimedi con‑

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-       (1) Act., a, 6.

(2) Epist. Lxxxvii (ad Oger.), 7.

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venienti? Così pure gli avvocati non difendono le loro cause, tanto è solito ramor proprio-far velo alla ragione.

Io trovo nella neve tre qualità che rispondono alle condizioni delle anime scelte da Dio a essere più specialmente sue nello stato religioso: il candore, l´obbedienza, la fecondità. Tralascio altre proprietà, come sarebbe i] non cader sul mare, almeno sull´alto mare: do-ve potrei osservare che parimente la santa e speciale ispirazione di darsi a Dio senza riserva non cade sulle anime che -navigano nell´alto mare di questo misero mondo e sono elevate alle più alte dignità. So bene che vi furono delle eccezioni; ma si riducono a casi rari, rarissimi.

Il candore della neve è paragonabile al candore di un´anima pura. Quello è un candore che supera ogni altro; e che sia così lo vedi nel Vangelo (l), dove si dice che, trasfigurandosi il Signore, le sue vesti divennero bianche come la neve. La qual cosa mostra chiaramente che nulla trovavasi di più bianco. Anche il reale salmista (2), allorchè deplora dinanzi a Dio che l´anima sua sia per il peccato divenuta più nera d´un etiope, lo prega di, volerlo spruzzare del suo issopo, che glie la renderà più bianca della neve.

(1)     MATT., xvii, 1-9.

(2)   Ps. L, 9.

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Ora, le anime da Dio chiamate allo stato religioso, si fanno bianche come la neve, perchè per il voto di castità rinunciano a tutti i piaceri della carne, tanto leciti che illeciti; in premio di che ricevono i diletti e le soddisfazioni dello spirito. Il santo profeta (1) diceva al Signore: Una sola cosa ti ho doMandata, questa io cerco ancora, che tu m´introduca nel tuo santo tempio, a fine di godervi del tuo gaudio. Quasi volesse dire che •nessun altro godrà le dolci carezze nè le deliziose gioie del Signore, se non chi rinuncierà a tutti i vani godimenti della carne e del mondo, essendo impossibile avere gli uni e gli altri insieme. Fortunate dunque le anime, che rinunciano´ assolutamente a tutte le delizie e voluttà della carne, comuni alle bestie, per godere quelle dello spirito, che ci rendono simili agli Angeli!

Seconda qualità della neve, l´Obbedienza. Lo dice chiaro il divino Salmista (2), affermando che essa fa la volontà di Dio e obbedisce alla sua parola. Vedila come cade: vien giù adagio adagio! Vedi come rimane in terra, finchè piaccia a. Dio d´inviare un raggio di sole, che la venga a sciogliere e far sparire. Quant´è obbediente la neve! Così sono le anime

(1)   Ps.          ´4.

(2)   1 Con, x, 31; Coloss., in, 17.

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consacrate al Signore: vivono docili è sottomesse in tutto e per tutto alla prudente direzione di chi comanda, senza lasciarsi più dominare dalla propria volontà nè dal proprio giudizio. E come han rinunciato a qualsiasi piacere carnale, così rinunciano interamente alle soddisfazioni che solevano prendersi nel mondo col seguire l´impulso della volontà propria in tutte le loro azioni. Ormai non le daranno più ascolto, ma Staran soggette alle regole del loro Istituto. Oh, la dolce e amorosa soggezione, che ci rende cari a Dio!

Terzo, la neve è feconda. I contadini e i lavoratori dera terra dicono che quando cade nell´inverno discreta quantità di neve, il raccolto sarà migliore l´anno dopo, perchè la neve impedisce i grandi geli. E sebbene la neve non possa• per la sua freddezza riscaldare la terra, tuttavia la feconda per la ragione anzidetta, perchè sotto la neve si conserva bene il grano. La vocazione religiosa è una vocazione feconda, perchè rende fertili e assai meritorie le azioni più indifferenti. Bere, mangiare, dormire sono cose per sè indifferenti e prive di merito; invece il religioso pensando a mangiare e bere per sostentare il corpo, affinchè, unito com´è all´anima, trascorra insieme questa vita secondo il volere di Dio, e pensando a dormire per aver in seguito maggior vigore nel divino servizio, obbedisce al grande Apostolo

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che dice (l): 0 mangiate o beviate, tutto fate nel nome di Dio. Chi agisce in altra maniera, non vive da cristiano, ma da bestia.

Ora, nello stato religiòso tutte le azioni si compiono tanto più nel nome di Dio, in quanto che vi si eseguisce ogni cosa per obbedienza. Si ha un bel sentire appetito! 11-on si va a mangiare, se la campana non chiama: non si va dunque a mangiare per soddisfare l´appetito, ma per ´obbedire. Pari-mente, non si va a dormire perchè si ha sonno nè per rinvigorire il corpo; se non è l´ora e se la campana, voce dell´obbedienza, non dà il segnale, non ci si va. Che gran fortuna, poter obbedire in tutto quello che facciamo´ (2)

Lasciam dunque stare il inondo, valga esso quel che vale. Quell´Egitto con i suoi agli, con le sue cipolle, con le sue carni putride ci metta sempre nausea, affinchè possiamo assaporare di più la manna deliziosa, che il Signore ci darà in mezzo al deserto, in cui siamo entrati (3). Quand´ero alla corte di Francia, la vista di quelle grandezze mondane mi faceva apparir maggiore la grandezza delle cristiane virtù e mi faceva maggiormente stimare il disprezzo

(1)   PS. eximitr, 8.

(2)   S. R. xm (t. ix, pp. 93-8).

(3)   L. mmx (t_ xxi, p, 57).

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di quelle altre. Qual differenza fra quell´accolta di . ambiziosi (quesio, e non altro, è una. corte) e una •

comunità di anime religiose, che ambiscono unica´ mente il cielo! Oh, se si sapesse dove sta, il vero

bene! (1).       cosa ben differente a vedersI uno scia‑
me di api che tutte cooperano a fornire di miele un alveare, e un mucchio di vespe che si accaniscono sopra un cadavere! (2).

I Cristiani sogliòno venir rappresentati sfato il simbolo di pesci rigenerati dall´acqua battesimale, e tutti andiamo per questo mare. del mondo; ma vi sono di quelli molto privilegiati. Parlo di coloro che la Bontà divina trae fuori dal mondo, trasformandoli di pesci in uccelli e mettendoli nello stato religioso,´-come dentro una gabbia. Ora gli uccelli, sebbene scendano spesso a terra e vi si fermino, pure si dicono uccelli del cielo; così le persone religiose, benchè stiano sopra la terra, non vi tengono però iì cuore, perché si spesso lo innalzano al Cielo e talmente hanno desideri, affetti, Pensieri rivolti a Dio, minando solo al suo benep´acito, che sono veri uccelli del Cielo. Quanto sono felici tali anime! Certo, è possibile salvarsi e conseguire Ia perfezione anche nel inondo e in qualsivoglia stato;

(1)  L. minai (t..xix, p. 20).

(2) L. MDLIII (t. XIX, p. 22).

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pure quei che vanno per questo mare, rischiano maggiormente di perdersi per naufragio, mentre nello stato religioso riesce più agevole procurare la propria salvezza e raggiungere la perfezione (l).

Stabile condizione di vita.

Le persone del mondo non hanno stabilità di vita; poichè, per quanto alta sia la dignità a cui sono innalzate, stanno sempre in procinto di cadere; ma gli ecclesiastici e religiosi vivono in uno stato fisso, essendo mediante i voti legati strettamente a Dio, sicchè non è più in poter loro d´indietreggiare dalla presa risoluzione. Allorchè pertanto, ispirati da Dio, abbiamo scelto una simile condizione di vita, teniamovici fermi senza permettere alla nostra mente di cambiar idea o di pensare che serviremmo meglio il Signore e provvederemmo meglio alla nostra salvezza in. altra religione. Quando fosSimo in quell´altra, vorremmo essere in altra ancora, sicché non si farebbe che cambiare.

Vi è della gente ben bizzarra! Molti parlano dí bizzarria, ma, non tutti sanno che cosa voglia dire essere bizzarro: cercherò di spiegarlo e farlo capire. Bizzarre sono certe persone che non hanno stabilità

(1) S. R. XIV (t. ix, p. 102:3.

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ne fermezza nelle loro risoluzioni, sempre intente a fare e disfare disegni, Senza mai attuarli con la serietà e riflessione dovuta: quindi cambiano ad ogni tratto e non si fermano mai a nulla. Un abito rosso, bianco e verde, diciamo che è bizzarro; parimente di certe persone che non finiscono mai di mutar disegni e propositi senza trovar mai dove fermarsi, diciamo che sono bizzarre, quasi vestite a vari colori: prima di giallo, volendo una cosa e, poi´ di rosso, volendone un´altra. Oggi vogliono uni religione, domani un´altra; oggi godono di una compagnia, domani non più, e non vogliono pià nemmen vederla nè sentirne parlare; un momento piace loro questo, e un momento dopo lo detestano. Abbiamo davvero tutti gran motivo di umiliarci per questi effetti della debolezza e leggerezza umana. . Non dico già che sia possibile ovviarvi in modo da non avere mai tentazioni; ma dico che dobbiamo con la parte superiore dell´anima stringerci a Dio e star saldi nelle nostre risoluzioni. Esaminiamoci spesse volte al giorno come pratichiamo

conservando la quale, conserveremo altresì la vocazione e i nostri buoni proponimenti.

Il Signore stesso ce ne ha dato l´esempio; poiché dal primo istante della sua concezione (1) pro‑

(l) Flebr., x, 5-7; Ps. xxxix, 9.

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pose di riscattarci, umiliandosi fino alla morte di croce. E quand´era, in croce, gli si disse da pili parti: Se sei Figlio di Dio, salva te stesso, scendi dalla croce (1); ma egli non volle scendere, appunto perché era Figlio di Dio, e stette fermo nella risoluzione di redimerci con la sua morte, perseverando sino alla fine. A imitazione del Salvatore, se siamo veri agli di Dio, noi non ci dipartiremo mai dalle nostre risoluzioni, ma saremo perseveranti nell´umiliarci e nel servirlo sino al termine della vita, non avendo egli promesso la corona a chi comincia, ma a chi persevera (2). Se siam risoluti davvero di servir il Signore e di essere tutti suoi, si avrà un bel contrariarci, avrà il mondo un bel dirci che scendiamo dalla croce e che saremo figli di Dio restando nel mondo come entrando nello stato religioso: se siamo veri figli di Dio, dureremo saldi nei nostri propositi, perseverando sino alla morte nell´umiltà e nel servizio di Dio (3).

Stato religioso e martirio.

Che bella. sorte dobbiamo stimare la nostra di portare la croce e di venir crocifissi col nostro del‑

(1)       MATT., xxvn, 40.

(2)     Apoc.,    10,

(3)     S. R. xlv (t.      pp. 102-5).

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s.    E. CERI A., La oifa religiosa ecc.

 

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ce Salvatore! I Martiri bevevano d´un fiato n loro calice, chi in un´ora, chi in due o tre giorni, chi in un mese; ma si pub esser martiri e berlo, non in così breve tempo, ma per tutta la vita, mortificandosi del continuo, come fanno e devono fare

i religiosi e le religiose, chiamati da Dio a quello stato, perché portino la croce e siano con lui crocifissi. Non è gran martirio non fare mai la propria volontà, piegare il giudizio, scorticar il cuore, vuotarlo di tutti gli affetti impuri e di tutto quello che non è Dio,• non vivere conforme alle proprie inclinazioni e tendenze, ma secondo la volontà divina e la ragione? tr un martirio molto lungo e fastidioso, dovendo durare tutta la vita; ma perseverandovi costanti, riceveremo alla fine una preziosa corona (1).

- Per chi ben considera, questo perseverare a far sempre la medesima vita, è un vero martirio. Lo stato religioso vien detto anche paradiso da chi Io sa comprendere, ma si deve pur chiamare martirio.; perchè vi si martirizzano continuamente i capricci dello spirito umano e tutte le volontà proprie. Non è un martirio andar sempre vestiti a un modo senz´avere la libertà di abbellire o variare un po´ gli abiti, come si fa • ncl mondo? Non è un marti‑

(i). S. R. xt (i.         p. 79).

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rio mangiar sempre alla medesima ora e pressochè le Stesse vivande, come fanno i contadini, che d´ordinario non hanno per alimento altro che pane, acqua e formaggio? Tuttavia non si accorciano la vita per questo; anzi stanno meglio di quei delicati, ai quali non si sa inni che vivanda si confaccia. Altro inartirió è far seinprele medesime pratiche (1). Ma per me, quanto più mi addentro nella conoscen- • za del inondo, tanto più stimo felici quelli che sono - di Gesù Cristo, benché abbiano da soffrire per suo amore (2). SU via! di mano in mano che gli anni passano e l´eternità:si avvicina, raddoppiamo la buona volontà e solleviamo lo spirito a ´Dio, servendolo con maggior diligenza in tutto quello che la vota,- zione esige da .noi (3).

Tutti per ognuno •e ognuno per tutti.

Uno dei precipui vantaggi della vita religiosa è la santa unione prodotta dalla carità, unione tale, che di più cuori forma un cuor solo e di più membri un sol corpo; tutti in religione diventano siffattamente´ una cosa sola, che tutti i religiosi di

(1)  S. R. Lvi            pp. 228-9).

(2) L. numxcvl (t. xvm, p. 333),

(3) L. ni.xx (t, XTV, p. 244).

·  227 •

 

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un Ordine non sono, a vedere, che un religioso solo. Che bella unione è questa! Per essa i beni spitituali sono fusi insieme e posti in comune, come i beni esteriori. Il religioso non ha niente di suo particolare, per iI suo voto di povertà volontaria; per la santa professione poi della santissimi, carità tutte le virtù dei religiosi sono in comune, partecipando tutti vicendevolmente delle rispettive opere buone ´e tutti godendone iI frutto, purchè perseverino nella carità e nen? okservanza delle regole proprie dell´Istituto, a cui Dio li ha chiamati. Cosicchè colui che attende a lavori domestici o ad un´occupazione qualsiasi, contempla nella persona di chi fa orazione; e colai che riposa, partecipa al lavoro dell´altro che è occupato per ordine del superiore (1).

Stato di privilegio e di predilezione.

La vita religiosa è un esercizio continuo di mortificazione, di rinuncia, di spogliamento; vi si crocifigge la carne con tutte le sue sensualità (2), la vo lontà con tutti i suoi desideri; vi si rinuncia al mondo e a tutte le cose della terra per aspirare più da vicino ai beni eterni e non aver altro in mira che di

(1)   E. vi (t. vi, pp. 94, 95-6).

(2)   Galat., v, 24.

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piacere a Dio, senz´altra volontà che la sua e quella dei superiori. Mi-sembra perciò di udire quelli che entrano in religione parlar così: — lú vero, mio Signore, e mio Dio, che nello stato religioso si predica la mortificazione più completa di noi stessi, per obbedire alla santa raccomandazione fattaci da voi: CM vuol essere perfetto, è necessario che rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Quando vogliamo entrare nello stato religioso, non ci adescano con promesse dì consolazioni, come fa il mondo per attirare alcuno alla sua sequela; non ci offrono beni della terra, nè onori, grandezze o dignità, ma,

abbiezioui, mortificazioni. Ciò nonostante, non lasceremo di schierarci sotto lo stendardo della vostra santa protezione, sicurissimi che la vostra Bontà , avendoci chiamati a questo genere di vita, più perfetto del comune, più di quello cioè seguito da chi professa di vivere cristianamente nel mondo, ci darà forza e grazia a compiere .quanto intraprendiamo oggi per la gloria del vostro santo nome e per la salvezza delle anime nostre; perchè noi crediamo fermamente che, secondo la parola del vostro santo Apostolo (1), se Morremo con voi in questa vita, risusciteremo con voi nella gloria. —

Sicehè tu puoi a buon diritto Cantare allegra‑

.

(l) Rom., vi, 4, 5, 8; H Tim., n, 11.

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mente il Nom fecit. taliter´ (1); il Signore non ha usato la ´stessa Imiseri cOrdi a con. tutti, chiamando ognuno all´odore dei suoi profumi (2) e all´universale rinuncia per suo amore: grazia insigne davvero, perchè mezzo efficacissimo e ottimo a corn,..eguire la salvezza. Quanto buona cosa è, dice il pro. feta (3), che i fratelli vivano insieme uniti! Sì, certamente, perchè così a vicenda si spingono al bene. Una delle cose più. necessarie per salvarci è avere sante compagnie in questa vita; perchè, a dir vero, noi siamo d´ordinario quali sono coloro che amiamo

·         e pratichiamo (4).

Ringraziamo dunque con particolar affetto il nostro dolce Redentore della consacrazione che per sua misericordia gli abbiam fatta. dei nostri cuori e dei nostri corpi mediante i voti. Quanto saremo felici, se i nostri templi non sarai´ violati! Vi risieda ognora lo Spirito Santo, nè ´permetta Che irriverenza di sorta. vi sia commessa; rimangano sempre case di orazione e di preghiera, dove s´immolino sacrifici di lode, di mortificazione e d´am.ore (5).

Ps. cm..vu, 9.

(2) Cani., i, 3.

(3)   Ps. cxxxni, 1.

(4)   5. R, xxxii (t. 1x., pp. 309-311).

(5)   L. CDLXXXIV (t. XIV, p. 36).

230               •                        -•

 

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Alcune considerazioni •

. • per godere dei beni dello stato religioso.

1.   Buon per noi, se avessimo tutto quello che i nostri nomi significano! Non basta chiamarsi prete, vescovo, religioso o religiosa; ma bisogna conside´ rare, se si meni una vita conforme al nome che si porta, bisogna guardare nell´ufficio esercitato, nella vocazione´ abbracciata, quale sia la nostra maniera di eondurci;. guardare in una parola come sian tenute a . dovere le nostre passioni e i nostri affetti, come stia sottomesso il nostro giudizio, se le opere ndstre si accordino col nostro stato (1). Perchè tanti escono dal mondo senza uscire ´con questo da se stessi. Escono, ma per cercare i loro gusti, -i loro agì, le loro soddisfazioni, e quindi dopo tale uscita vivono in ansietà -straordinarie, perchè l´amor proprio è torbido, violento e dismoilato. Guardiamoci dall´essere di costoro! Usciamo dal inondo per servir Dio, per seguir Dio, per amar Dio (2).

2.     Fa´ come il Signore disse a santa Caterina da Siena: — Tu pensa a me,. e io mi prenderò pen.

(1) S. R. mi (t. x, p. 162).

(2) L. CDLX.XX         XIV, p. 68),.

.           •

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siero e cura di te — Pensa a piacergli, e non temere: egli: penserà a quello Che ti sarà necessario; -- ma tu procura davvero di .sbandire dal cuore ogni cosa che non sia Lui. Non facciamo come i carbonai,

i quali, benchè tutti neri e lordi, non ci badano, contenti di aver occhi e naso e figura d´uomini; così i mondani si credono di fare abbastanza, guardandosi dai peccatacci. Alla corte del re ognuno è sempre dietro ad acconciarsi e a guardarsi nello specchio per vedere se non abbia niente di mal assettato; così per essere graditi al Signore, ci vuole gran cara a non lasciarsi entrare nell´anima niente che la possa macchiare e deturpare, perehè lo Sposo celeste è così geloso del nostro cuore, da non tollerare che altri lo possegga fuori di lui, il quale è la consolazione per essenza .e film´ del quale tutto è amarezza. Serbando a Lui fedeltà, troverai che le regole sono miele, zucchero le costituzioni, le mortificazioni rose e P obbedienza dolce riposo (1).

3. Fa specie il vedere dei religiosi che non istanno volentieri dove si trovano. Chi ha salute robusta, non patisce l´aria; ma vi sono di quelli, che non possono vivere se non cambiando clima. Quando sarà che cercheremo Dio solo! Noi avventurati, quando saremo giunti a tanto, perciò dappertutto avremo

(1) S. R. W,: (t. I, pp. 39-40).

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quello che andrern cercando, e cercherei-no dappertutto quello che avremo (1).

4.  Sai che cosa è una casa religiosa? ù scuola di diligente correzione, dove ogni anima deve apprendere a lasciarsi lavorare, piallare, levigare, affinchè, ben liscia e tutta uguale, possa venir congiunta, unita, fatta combaciare più. esattamente alla volontà di Dio. Voler essere´ corretto è segno evidente di perfezione, perchè il conoscere di aver- ne bisogno è il frutto principale dell´umiltà. La casa religiosa è un ospedale di malati spirituali, che vogliono esser guariti, e per ottenerlo si offrono pronti a subire ferro, fuoco,• ogni amaro di Medicine. Tale sii anche tu, senza far caso di quanto ti dirà in contrario Pamor proprio; ma prendi adagio adagio, con soavità e fervore, questa risoluzione: — O morire o guarire! ma poi-che morire spiritualmente non voglio, voglio guarire; e per guarire, voglio subire la cura della correzione e supplicare i medici di non risparmiarmi nulla di quanto debbo soffrire per aver la guarigione — (2).

5.  Benchè Giuda avesse abbandonato l´apostolato, tuttavia P apostolato non finì, ma continuò a sussistere; infatti il collegio apostolico non durò

(I) L. MDCCCXCI     II, p. 265).

(21 L YDX1,171 (t. XTX, p. 131,

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solo finchè visse il Signore che aveva chiamato e riunito intorno a sè gli Apostoli; ma dopo la sua morte gli Apostoli eleSserO un altro al posto del traditore. Il che ci ammonisce che dobbiamo far di tutto per ben custodire la nostra vocazione, affinchè, venendo noi meno, non sottentri un altro a prendere il nostro posto. Se tu lasci la religione, la religione non finirà per questo, poiché la Provvidenza invierà un altro a occupare il tuo luogo; ma tu, lasciandola, dove andrai? ´Non lo so. Vi è gran pericolo che disertando dal tuo posto in celi. gione, tu venga. a perdere conseguentemente il posto che ti era preparato nel Cielo, e che al par di Giuda te ne vada a trovare un altro nell´inferno. Laonde ~serva quello che hai (1) e non lasciartelo portar via da altri; ~serva la tua vocazione, nessuno te la tolga. Sii sempre vigilante ne´ tuoi esercizi, esamina con accuratezza la tua maniera di vivere, servi fedelmente a Dio nella tua vocazione, paventando di perderla (2). •

·                                              Le gioié della vita religiosa.

lo per me, quanto più veggo di questo misero inondo, tanto più me lo sento venire in uggia. Oh,

Apoc., iii, il.

(2) S. R. Lvin (t. x, pp. 261-2).

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mi sembrano ben più fortunate le api che escono

·dall´alveare.solo per raccogliere il miele e vi starnio insieme unite solo per fabbricarlo, e non hanno a!- tro pensiero, e si prendon quel pensiero solo perchè• così è loro ordinato, e nelle proprie case attendono solamente a un lavoro che manda profumo di miele e di cera! Quanto più fortunate delle vespe e delle mosche scapestratelle ehe svolazzando in lungo e in largo e .volgendosi di preferenza alle cose immonde anziehè alle monde, sembrano vivere unicamente per importunare il resto degli animali e dar loro noia, causando intanto a se stesse perpetua inquietudine e inutile briga! Ronzano per ogni dove, frugano, succiano, depredano, finehè dura la loro estate e il loro autunno; ma, giunto l´inverno, si trovano senza rifugio, senza provvigione, senza modo di vivere; invece le nostre caste • api, che non hanno occhi, non odorato, non gusto fuorehè per il bello, il saove, il dolce dei fiori ad esse confacenti, oltre la nobiltà della loro occupazione, vengono ad avere.un piacevolissimo ricovero, una provvista gradita, un -vivere lieto in mezzo al ben di Dio che si son messo insieme col paSsato lavoro. P la Sorte di quelle anime amanti del Salvatore, che lo seguono in fondo al deserto e vi fanno sul‑

erba e sui fiori un banchetto più delizioso che non facessero mai quelli che godevano le lautezze, di

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Assuero (1), là dove l´abbondanza soffocava la gioia, essendo solo un´abbondanza di cibi e di uomini.

Vivi lieto nelle tue sante occupazioni. Quando hai nuvolo, lavora dentro il tuo ´cuore con la pratica della santa umiltà; quando hai tempo bello, chiaro e sereno, va´ a fare le tue spirituali ascensioni su per i colli del Oalvario, dell´Oliveto, del Sion, del Tabor e al monte deserto, in cui il Signore porge il nutrimento ai cari suoi che ve l´accompagnano; vola infine sulla vetta del monte eterno nel Cielo e vedi le delizie immortali, ivi per te preparate. Beati coloro, che han detto addio per pochi anni alla falsa libertà mondana per godere in eterno quella desiderabile schiavitù, in cui non ci viene tolta nessuna libertà, eccetto quella che c´impedisce di essere veramente:liberi! Dio ti faccia progredire ognor più nell´amore della sua divina eternità, in cui speriamo di godere l´infinità de´ suoi• favori in premio di questa piccola, ma verace fedeltà, che in cosa tanto da poco qual è la vita presente, siam risoluti di mantenergli mediante la sua grazia (2).

(1)    Esth., a, 3-8.

(2)  L. Dcwavnt (t. xv, 205-7).

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. § 5. DEI VOTI RELIGIOSI IN GENERALE.

Emissione; triplice Morte.

Entrare nello stato religioso è morire: non si può più in esso vivere a quello a cui si viveva nel mondo. Nel mondo tu vivevi secondo la tua volontà, e qui ti bisogna farla morire; vivevi la vita di tutti i tuoi sensi, e qui i sensi debbono. essere morti; vivevi con la speranza dei beni di fortuna, cioè ricchezze, ´ onori, grandige, preminenze, e qui fa d´uopo mOrire a tutto questo. Nello stato religioso non possiedi più nulla di tuo, non senti più celebrare le tue lodi né far menzione di, te• come se tn non fossi più al mondo. .Si muore insomma alla propria volontà, voluttà e vanità.

Morire alla propria volontà, oh, quanto è neces safio! è di una necessità che non si potrebbe ,mai valutare abbastanza. Un giorno, il grande san Ba s´ho, Considerando questo punto, chiese a se stesso: — Non sarebbe possibile servir Dio perfettamente, facendo durissime penitenze e austerità ed anche opere grandi per il Signore, ma conservando la volontà propria? — Ma subito dopo ebbe l´impressione che ii Signor nostro e Maestro santissimo gli rispondesse: — Io- mi sono spogliato della. mia

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gloria, son disceso dal Cielo, mi, sono addossato tutte le miserie umane, finalmente sonó morto e della

morte di croce. E tutto qUes:o perchè? Per patire,

e con tal mezzo salvare gli uomini; ma forsechè l´ho fatto di mia elezione?. No; la sola cagione per

cui ho fatto quanto ho fatto, si fu l´obbedienza alla volontà del Padre. Anzi, sappi che, se fó3se stato volere del Padre, che io morissi d´una morte diversa da quella di croce o che vivessi in. delizie, vi sarei stato pronto egualmente, essendo io venuto in´ questo mondo per fare non la mia volontà, ma quella del Padre che mi ha mandato (1). — Il nostro caro Salvatore, la cui volontà non potè mai essere se non perfettissima, non poteva scegliere nulla che non fosse sommamente, gradito al Padre; eppure non volle. conformarsi a quella; come avremo dunque noi tanto ardire da lasciar vivere la nostra, il cui intervento guasta d´ordinario .tutte le opere che facciamo?

Meglio varrebbe perfino lasciarci innalzare a dignità. contro nostra voglia. (e vi sarebbe umiltà incomparabilmente tria.ggiore ad accettarle), che non respingerle per nostra determinazione, riconoscendocene indegni. Ne abbiamo un esempio in san Claudio. Dopo aver edificato da canonico gli eccle‑

.

(1) JoiN., v, 30; 6, 38; ps. xxxix, 6; Rom., xv, 3.

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siastici di •Besanon con l´esempio delle sue rare virtù; fu ´per unanime consenso eletto Arcivescovo di quella città; e benchè la sua umiltà gli facesse credere di esserne indegno, pure accettò, perchè il superiore, il Papa, lo comandava e il consenso generale del popolo gli faceva conoscere che quella era la volontà. di Dio. ti orgoglio cercar le cariche e preminenze; sarebbe invece temerità rifiutarle,

. quando ci venissero presentate da chi ha su di noi autol ità.

No, no, nessuna . vera virtù senza la morte della propria volontà.- San Beruardo ci dice senz´ambagi che a bruciare nell´inferno andrà soltanto la volon. tà propria. Ma qui non è tutto; chi entra in religione, deve anche morire ai proprii sensi, e quindi non più aver occhi per vedere, nè orecchie per udire, e così via, di modo che bisognerà sopprimerne le funzioni. Tu prima solevi portare la testa alta e gli occhi sempre aperti per vedere ogni cosa: ebbene, dopo, andrai con la testa bassa e guarderai solo per necessità, non per curiosità. L´abito stesso fa vedere che 110/a si debbono più adoperare sensi e potenze per cose della terra, ma che come in persone morte nulla più ha da sopravvivere di quanto vi. è vissuto fino al momento di diventar religioso.

Ma perchè morire a tutto, e specialmente a se stesso? Non per altro certamente, se non perchè,

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viva in te Gesù Cristo. Ma in qual forma? torse Gesù Cristo glorificato? No, non ancora; lassù nel Cielo egli vivrà in noi glorificato. Per adesso, de‑

v´ essere Gesù crocifisso: noi ci troviamo ora nel tempo del soffrire, e non del godere. Senti come parla di sè san Paolo: Vivo, dice (1), non già io, ma vive in me il mio Signore; non il mio Signore glorificato;- ma il mio Signore crocifisso.. Per altro, è cosa che mi riempie di stuporerl vedere come si abbia animo di venire al servizio di Dio, dal momento che non si promettono ivi consolazioni nè delizie, ma sempre travagli e sofferenze, sempre mortificazioni e umiliazioni. Oh ! innegabilmente una virtù segreta opera in quest´affare; sì, le forti attrattive dello Spirito Santo producono tali effetti per la sua maggior gloria.

Tuttavia nel Vangelo dei talenti (2) distribuiti dal padrone ai servitori sul punto di mettersi in viaggio, io osservo che ne diede prima uno, poi due, poi cinque. Ricco talento è quello di vivere cristianamente e nell´ osservanza dei comandamenti di Dio; chi però ne ha ricevuto due, cioè chi col sopraddetto ha ricevuto anche il talento di voler aspirare alla perfezione della vita cristiana, è ancor più favo

(1)        Galat., n, 18, 20.

(2)        MATT., XXV, 14-23.

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rito; ma cime bella sorte per chi ha ricevuto ancora in più i tre talenti, in cui stanno racchihse tutte le parti della perfezione cristiana! Intendo dire i tre principali consigli del Signore: obbedienza, castità e povertà, i tre voti effettivi che ci uniscono a Dio! Con questi tre voti consacriamo a lui tutto quello che abbiamo: col voto di povertà gli facciamo dono dei nostri beni e di tu; te le nostre aspirazioni a possederne; col voto di castità, diamo a lui il corpo, e col voto di obbedienza l´anima e tutte le sue facoltà (1).

Ho detto i tre voti effettivi, cioè praticati, e non soltanto professati; perché, sebbene, professati che siano, mettano l´uomo nello stato di perfezione, tuttavia per metterlo nella perfezione devono essere da lui osservati, correndo gran differenza fra lo stato di perfezione e la perfezione. Tutti i vescovi e religiosi sono nello stato di perfezione, eppure non tutti sono nella perfezione, come purtroppo si vede (2).

Rinnovazione: utilità e maniera di farla.

I primi Cristiani festeggiavano solennemente, ma spiritualmente, l´anniversario del loro battesimo,

(1)   S. R. XII (t. tx, pp. 85-9).

(2) Introd. à la vie dev., in, 11 (t. m, p. 172).

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che era il giorno in cui erano stati consacrati a Dio,

Non facevano caso del loro giorno nataii2io,.perchè " quando si nasce, non si -è figli della grazia, ma fi•

gli d´Adamo: distinguevano invece con festeggia- • menti il giorno in cui erano stati fatti figli di Dio col battesimo. Così Abramo diede un solenne banchetto, non nel dì natalizio del suo figlio Isacco, ma nel dì dello slattamento (1); allora il figlio cominciava già a dare buona speranza di sè. ‑

P dunque opportunissimo che i religiosi commemorino ogni anno con festa speciale il dì della loro professiOne. La santa Chiesa celebra ogni anno la memoria delle azioni più importanti compiute dal Signore, dalla Madonna e dai Santi nostri patroni e modelli: con questo ella ci mostra il suo desiderio che noi almeno una volta all´anno ci raduniamo per rinnovare i - voti fatti a Dio. Giorno di allegrezza e di consolazione è quello per i religiosi, quanto più essi comprendono la lor bella sorte di essersi consacrati a Dio in modo particolare.

La commemorazione dei nostri voti si fa soprattutto per rinnovare lo spirito, rinnovando le nostre promesse e raffermando le nostre risoluzioni. Come un buon sonatore - di liuto ha l´abitudine di tastare ogni tanto tutte le corde per .vedere se bisogni

il) Gen., xx3, S.

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• tirarle o i-allentarle, perché siano ben intonate; erigi è necessario almeno una volta all´anno esaminare tutti gli affetti dell´anitria,• per accertarsi che siano ben accordati nell´innalzare l´inno della gloria di Dio e della nostra perfezione. A tal fine sono ordinate le confessioni annuali, in cui sí constata quali siano le corde stonate; cioè gli affetti immortificati e le risoluzioni non eseguite, e si serrano le chiavette dello strumento; poi si recano tutti insieme gli affetti nostri ani altare della Bontà divina. Ora vediamo in che modo si debba fare questo rinnovamento. È una cosa necessarissima, dato che la,` nostra grande miseria ci cagiona continue perdite spirituali e troppo spesso ci distoglie dai nostri buoni • propositi. Giova dunque esaminarsi e studiare i mezzi per ricuperare quanto per debolezza od anche per negligenza abbiamo perduto. Non isgoinentiamoei però: al mondo tutto è così. Il sole pare che abbia bisogno di ripigliare ogni anno da capo il suo corso, per rimediare al deterioramento che sembrano aver patito durante l´annata certi luoghi dall´aspetto poco buono. E la terra non diresti che deperisca d´inverno e che al venire della primavera si voglia rifare delle perdite subite nei grandi freddi? Facciamo anche noi come il sole: ri. torniamo sugli affetti e le passioni dell´anima per risarcire le perdite prodotte dalla loro immortifica‑

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zione durante Panno. Poi, al giungere della primavera, che è la stagione dei rinnovamenti spirituali, facciamoci animo a riparare il danno sofferto durante i freddi delle nostre rilassatezze.

Per far bene questi rinnovamenti, prendi norma da tre particfflarità che si osservano nella Presentazione di Maria al tempio. Prima di tutto, la Madonna vien presentata al tempio nella sua infanzia; in secondo luogo, durante il cammino, un po´ è in braccio al padre e alla madre, e un po´ -va da se; finalmente, si offre tutta a Dio senz´alcuna riserva.

Riguardo al primo punto, come potremmo noi imitarla? come tornare indietro, se non siamo più in quell´età e il tempo trascorso non si può più riavere? Eppure vi è rimedio a tutto. Il tempo perduto si ricupera impiegando con fervore e diligenza il tempo che abbiamo ancora (1). Oh, certo, è gran dissinaa la fortuna. di chi si è consacrato a Dio fin dall´adolescenza: Dio desidera questo e l´ha molto caro (2); infatti per bocca del Profeta (3) si lamenta, che gli uomini siano così pervertiti, che fino dall´adolescenza hanno abbandonato la sua via e preso la strada della perdizione. I fanciulli non sono nè

(1)Cfr. Eph., v, 15, 16.

(2)  Eceles., XII, 1,

(3)is., xLvii, 12, 15 (Gen., vi, 5; VIII, 21).

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buoni nè cattivi, perchè non san nemmeno distinguere il bene dal male. Durante la fanciullezza, si cammina come chi, uscito di città, vada dritto per qualche tempo, ma poi giunga dove la strada si biforca ed il viandante può prendere a destra o a sinistra, seconclochè giudica, per arrivare alla meta,. Così, vuoi dirti il Signore, gli uomini´durante la fanciullezza lta,n. seguito la dritta via; ma alla diramazione hanno preso a sinistra, abbandonando me, che sono la sorgente d´ogni benedizione, per battere la via della maledizione (1).

Senza dubbio la divina Bontà desidera la nostra età giovanile, che è più adatta per dedicarci al suo servizio. Ma •credi tu che per giovinezza s´intenda sempre un´età della vita, e che la divina Sposa voglia parlare di persona giovane d´anni, quando nel Cantico dei Cantici dice che le anime giovanili han desiderato il suo celeste Sposo e sono andate dietro a lui, attratte dalla fragranza de´ suoi profumi? (2). No, no: parla di persone che hanno fervore e ´animo giovanile e rinnovano la loro consacrazione al suo santo amore, dedicando a lui non/ solo tutti gl´istanti della vita, ma anche tutte lé azioni, nessuna eccettuata. E qual è, dirai, il tempo

(1) JEREISI., II, 10.

(2)    Cant., i, 2, 3.

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più opportuno per consacrarsi a Dio dopo che sia. trascorsa 1´ adolescenza? Qual è? eccolo, il presente; proprio adesso (1): ora è il .tempo buono; il passato non è più nostro, il futuro non è ancóra in nostro potere: il momento attuale è dunque il migliore.

Ma come ricuperare il tempo perduto? L´ho già detto; facendo il nostro cammino con fervore e diligenza. I cervi, che corrono tanto snelli, pure, incalzati dal cacciatore, raddoppiano la velocità e fuggono talmente rapidi da sembrare che volino; così dobbiamo studiarci noi di percorrere la nostra via; ma .nella rinnovazione dei voti correre non basta, bisogna volare, e perciò chiedere col santo Profeta ali di colomba (2), con cui a volo spiegato andiamo dritto a posarci nei crepacci del muro della

. santa Gerusalemme (3), cioè a unirci al Signore crocifisso sul monte Calvario mediante una perfetta conformità della nostra vita con la sua.

. Ho detto pure che la MadOnna e Signora nostra nel viaggio parte fu portata dal padre e dalla madre, parte andò da so, aiutata, tuttavia sempre da loro. San Gioachino e sant´Anna, quando trovavano piana la strada, posavano la Bambina in terra per

(1)  lI Co;., VI, 2.

(2)    P.s. Liv, 6.

·       (3") Cara., ia, 14.

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farla camminare, e allora la gloriosa Figlia (lei Cielo alzava le ´sue manine per prendere la mano del • babbo e della mamma e così evitare di mettere il piede in fallo; ma appena si giungesse a un tratto scabroso, la prendevano tosto in braccio, Non per alleviare se stessi la facevano di tanto in tanto camminare, ma per il diletto di vederla fare i suoi passetti. Ecco la mia seconda osservazione sul modo di ripresentarci al Signore per rinnovargli l´offerta di noi stessi mediante la rinnovazione dei voti.

·       11 Signore lungo il nostro pellegrinaggio in questa misera vita ci conduce in due maniere: o per mano, . facendoci camminare con lui, o tra le braccia della sua Provvidenza, portandoci egli stesso. Ci tiene per mano, facendoci camminare nella pratica delle virtù; perchè se egli non ci tenesse, nulla sarebbe per noi dell´andare per questa strada benedetta. Non vediamo di frequente che, chi ne abbandona la ´mano paterna, non dà un passo senza inciampare e ruzzolare? La sua Bontà ci vuol tenere e condurre; ma vuole inoltre che andiamo con i nostri poveri pedi, facendo con l´aiuto della sua grazia, quanto possiamo dal canto nostro. E la santa Chiesa, non meno tenera e premurosa del bene d& suoi figli, ci dice di ripetere ogni giorno ´una preghiera (1), in

il) in Grat. act. posi Missara.

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cui si domanda a Dio che ci voglia accompagnare nel nostro pellegrinaggio, aiutandoci con la Sua grazia preveniente e concomitante, perciò senza l´una e senza l´altra- noi non siam buoni a nulla.

Ma il Signore, dopo averci condotti per mano, facendo con noi opere, alle quali si richiede la nostra cooperazione, prende a portarci, facendo in noi opere interamente sue, nelle quali cioè noi non abbiamo parte. Dico i sacramenti: che cosa è infatti quello che facciamo noi, quando sentiamo le parole: « Io ti assolvo da´ tuoi peccati »? o quando riceviamo la santissima Eucaristia, che racchiude in sè tutta la soavità del cielo e della terra? E benchè sia necessario proferire le parole della consacrazione voIute da Gesù_ Cristo, che cosa è quello rispetto al discendere del Signore alla voce di un sacerdote, anche cattivo e indegno, e rinchiudersi sotto le specie per la felicità nostra? Non è un portarci in braccio il permettere che ci uniamo a lui in queste due maniere? Nel momento dunque che dirai: — Rinnovo i voti di povertà, di castità e di obbedienza, — il Salvatore ti condurrà per mano, perchè pronuncerai le parole e farai la tua parte anche tu; ma quando ti comunicherai, egli ti prenderà in braccio, facendo in te l´opera tutta quanta.

Felici le anime, che fanno così il loro viaggio, non lasciando le braccia della Maestà divina se non

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per camminare e fare dal canto loro quanto possono nella pratica delle virtù e delle opere buone, tenendosi però sempre alla mano del Signore! chè non dobbiamo mai crederci idonei a fare da noi alcunché di buono (1). La Sposa lo dichiara esplicitamente nella Cantica (2), quando dice al suo Diletto: Traimi, e correremo dietro a te all´odore de´ tuoi profumi. Dice Traimi, per mostrare che ella da sè non può niente, se non è tratta e aiutata dal suo favore; e per mostrare che a quel suo trarre vuoi corrispondere di buon grado e senza coercizione, aggiunge: Correremo: per poco che tu ci stenda la mano per trarci, noi non cesseremo di correre, fino a che tu non ci abbia presi in braccio e uniti alla tua Bontà.

Terzo puntò, la nostra gloriosa Signora si diede tutta a Dio senz´alcuna riserva. Così diamoci anche noi; il Salvatore non vuole che noi facciamo quello che non può fare egli stesso, darsi cioè a noi solo. in parte. La sua bontà è tanta, che egli a noi si vuol dare tutto; parimente vuole, ed è ben giusto, che noi ci diamo a Lui senza restrizioni. Bisogna lasciar tutto per avere il tutto, che è Dio. Bisogna lasciare la casa paterna; ma è poi gran cosa? non

(i) H Cor., in, 5. (2ì Cant., i, 3.

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reca talvolta maggior consolazidne che pena il farlo? Bisogna. ´rinunciare allo stato matrimoniale; ma, tutto considerato, che cosa è quello che si. lascia? il fastidio della famiglia, dove il più delle volte le cose vanno a rovescio e contro il nostro volere. Che altro bisogna lasciare? Le conversazioni´ io sono persuasissimo -che d´ordinario vi si trova solo del malcontento, perchè o non vi siamo onorati • quanto vorremmo o non vi riceviamo abbastanza gentilezze o vi si dice qualche cosa che ci .dispiace; insomma,

i piaceri che vi si provano, riescano il più sovente amarissimi al. palato.

tutto lì dunque ciò che bisogna lasciare? Oh, nol rimane il più difficile, cioè noi stessi; la nostra, propria volontà: questa. bisogna annullare del tutto e senza riserva. Non dico il nostro amor Proprio, perchè, solo morendo noi, si potrà farlo morire: fineliè noi vivremo, anch´esso vivrà: basta che in. noi non regni. Della volontà propria dunque bisogna disfarsi. A. questo proposito ricorderò quel senatore che ispirato da Dio ad abbandonare mondo, risolse di farsi monaco e di ritirarsi nel deserto: il che mandò ad effetto. Ma il poverino volle pOrtar seco alcuni suoi arredi e mantenere certe sue relazioni di società. Che gli avvenne`? Il beato san Basilio, che lo amava grandemente per la sua pietà e vita virtuosa, udito questo, gli scrisse una bella lettera, in cui gli di‑

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.   .

cova: — Povero tel clic cosa hai fatto? Hai lasciato

·                  la dignità di senatore e le funzioni della tua carica, e quindi senatore non ´sei più; ma non sei neppure buon monaco (1)´. — Quasi dicesse: Considera il tuo ´nome, e troverai che significa unico, solo. Con questa parola « solo » io non intendo già che´ si debba vivere appartato-e isolato in un deserto; ma essa fa intendere .che per essere buon monaco fa d´ uopo aver Dio solo per oggetto in tutto quello che si fa: questo è esser solo.

-Vuoi diventare buon religioso? Lascia non soltanto quello che sta fuori di. te, ma anche te stesso, slattandoti assolutamente dalla tua volontì, che noi amiamo cotanto, quasi fosse madre nostra., A Dio non piacciono le nostre offerte, quando non siano accompagnate da quella del nostro cuore. Figlio, dant- • mi, il tuo cuore, dice questa Bontà incomparabile (2), e dopo mi saranno gradite le tue offerte.

L´esempio di Caino è una prova della verità di quanto diciamo (3). Il suo sacrificio non fu accetto ´a Dio conte quel di Abele, non- solo perehè, aveva fatto male le parti, offrendo il meno e il peggio, ma anche perciò non aveva dato il suo cuore; quindi

(1)       CASS., Instai., ´VA, 19.

(2)       Prov., xxin, 26.

(3)     Gen., 1Y, 3-8.

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non aveva sacrificato bene, volendo Dio anzitutto il cuore di lui. Riconobbe in seguito la cosa; ma fu così sciagurato, che, -invece di´ prendersela con sè per il suo fallo e ricredersi, se la prese con il povero Abele, la cui offerta era stata gradita alla Bontà divina, avendo egli offerto prima d´ ogni altra cosa se stesso e poi il sacrificio. Caino concepì sdegno contro il fratello per la grande invidia che gli portava. Vedi come l´invidia si cacci dappertutto. Dio lo rimproverò e gli disse: — Perehè turbarti? Se hai fatto bene la tua offerta, non ne hai motivo; se l´offerta è buona, ma non l´hai fatta nel modo che si conveniva, ripara al malfatto: a tutto vi è rimedio. —

Ecco dunque in che maniera abbiamo noi da fare i nostri sacrifici e le nostre offerte alla Bontà divina: se vog.iamo che Dio li gradisca, facciamogli piena e intera obiezione di noi stessi, a imitazione della nostra gloriosa Signora (1).

§ 6. DEL NOVIZIATO.

Ammissione al noviziato.

Per l´ammissione al noviziato io penso che non vi siano tante difficoltà. Vi si richiede, sì, maggior

(1) S. R. avi (t. tx, pp. 128-138),

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ponderazione, The non nell´ammissione alla prova antecedente; ma in questa si è già avuto agio di osservare indole, azioni, abitudini degli aspiranti, sicché se ne conoscono bene le passioni. Ma, tutto questo non deve impedirne l´ammissione al noviziato purchè abbiano buona volontà di emendarsi, di star sottomessi e di prendere i rimedi opportuni per guarire. Anzi, benchè abbiano ripugnanza ai rimedi e difficoltà a prenderli, questo non vuoi dir niente, se non tralasciano di farne uso; perchè le medicine sono sempre amare al gusto e non è possibile inghiot-´ tirle con piacere, come si farebbe se frissero lacchezzi; ma con tutto ciò non lasciano di produrre il loro effetto, e quando fan meglio, è proprio allora che danno maggior travaglio e pena. Allo stesso modo, ecco un giovane, una giovane che ha vive le sue passioni: è impaziente, commette molte mancanze; se per altro vuole la guarigione e si lascia correggere, mortificare, apprestare i rimedi adatti, quantunque a. prenderli provi ripugnanza e fatica, non si neghi l´ammissione.: giacchè qui non ´vi è soltanto la volontà di guarire, ma anche di prendere i rimedi somministrati a tal fine, benchè ,con isforzo e difficoltà.

Vi_ saranno di quelli allevati male e malamente educati, di naturale rude e modi grossolani. Questi indubbiamente stentano più di quelli che hanno ´

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indole dolce e trattabile, e sono esposti a commettere mancanze più degli altri che han ricevuto un´educazione Migliore; ma nondimeno, se vogliono guarire e si -mostrano risoluti di accettare a ogni costo i rimedi, per ´questi tali io darei il mio voto nonostante le cadute: anime giovanili di tal sorta dopo molta fatica danno frutti nello stato religioso, divenendo grandi servi´ di Dio e acquistando una forte e solida virtù, perehè -a -quel che manca supplisce la grazia di Dio: infatti non si può negare che sovente duv´è men natura, vi è più grazia (l),

Che cosa bisogna dire chiaramente ai novizi.

A "duci che vengono per entrare nello stato religioso, non si tendono insidie: infatti si promette loro elle godranno le ricchezze della felicità eterna, ma a patto che rinuncino prima a quelle caduclle della terra, e si dice loro di abbandonare la casa dei genitori e la patria in effetto e con l´affetto, per non averne mai più altra che quella del Signore, cioè la religione in cui entrano. Si. promettono loro

. le consolazioni che Dio suoi dare a chi fedelmente lo serve, consolazioni soavissime, fin da questa vita, ma a patto che rinuncino a tutti i piaceri sensuali,

(I) E. x3,-3       vi, pp. :326-7). •

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anche leciti. Loro si assicura l´unione eterna con Dio, ma dopo aver rinunciato interamente a Se stessi, . a tutte le passioni, affezioni, tendenze, facendo un trasmigraménto assoluto; poiehè diciamo loro: — Se finora vi piacque vivere a vostro talento e far conto del vostro giudizio, d´ora in poi non dovrà più essere così, ma bisognerà aver in pregio soltanto l´obbedienza e la sottomissione, facendo tacere al possibile le passioni, per vivere non più a seconda di quelle, ma in modo conforme alla perfezione che vi verrà insegnata. — Diciamo insomma che godranno la felicità del Salvatore sul monte Tabor, ma dopo essere stati con lui crocifissi sul monte Calvario, mediante la continua mortificazione di se e l´accettazione volontaria e incondizionata delle mortificazioni, che loro toccherà di sopportare.

La vita religiosa è Un monte Calvario, dove fanno dimora gli amanti della Croce. Le api fuggono e abborrono tutti gli odori estranei, non provenienti cioè dai fiori, da cui, raccolgono il miele; così gli amanti della Croce indietreggiano da tatto quello che sappia di terreno e di mondano, presentato loro dal demonio, dal inondo e dalla carne, e non vogliono sentire altra fragranza che non sia quella germinante dalla croce, dalle spine, dai flagelli, dalla lancia del Signore. Ecco le gioie e gli anelli che lo

Sposo celeste .dà                    sua sposa, come gli or‑

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namenti più ricchi che tenga nel suo forziere. Gli sposi del mondo presentano alle loro spose collane, braccialetti, anelli, velluti, rasi e simili balocchi; inoltre nel dì delle nozze danno banchetti. Il Signore fa pure così; ma sai che cosa mette dinanzi in: vece di fagiani e pernicit Mortificazioni, umiliazioni, disprezzi, dolori, pene interne, che ci fan quasi dubitare di essere abbandonati dalla sua bontà.

Una mirabile qualità debbo ancor dire delle api: sono talmente fedeli alla regina, che, quaud´ essa, muore, ne attorniano il corpo e morrebbero piattostochè abbandonarlo: se il custode -non andasse ad allontanarle, non se ne staccherebbero mai. I custodi delle api spirituali fanno tutto il contrario: mentre il primo procura di rimuovere le api dal corpo della regina, perchè non le muoiano intorno, questi fan del loro meglio per tenere le anime presso il corpo del loro Re morto, cioè vicino al Signore crocifisso, al quale noi dobbiamo star sempre da presso tutto il tempo della nostra -vita, considerando l´amore che ci ha portato e che l´ha fatto morire per noi, affin.chè noi vivessimo per l´amor suo e nel suo amore (1).

svii (t, ix, pp. 146 8).

2%

 

 

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Parole a chi entra nel noviziato,

Quelli che debbono essere ammessi al noviziato. si facciano venire avanti, e alla presenza degli altri il Superiore rivolga loro alcune parole del tenore seguente:

-- Voi avete domandato di essere accolti fra di noi per venire a servir Dio con un solo spirito e una sola volontà; noi, sperando dalla Bontà divina che vi manterrete saldi nel vostro disegno, stiamo per accogliervi oggi nel numero dei novizi, in attesa di ammettervi, secondo il vostro avanzamento nella virtù, fra i professi, quando verrà il tempo giudicato da noi opportuno. Prima però di andare più oltre ripensate bene all´importanza del passo che siete in procinto di fare; sarebbe molto meglio non venire da noi, che, venendo, dar motivo di non essere poi ammessi alla professione. Ma se avete buona volontà, sperate pure che Dio vi porgerà il suo aiuto.

— Ora, entrando qua entro, sappiate che noi vi riceviamo per insegnarvi, secondo la possibilità nostra, con l´esempio e con la parola a crocifiggere il corpo mediante la mortificazione dei sensi e delle passioni, fantasie, tendenze, volontà proprie, sicchè in voi tutto stia sottomesso d´ora innanzi alla legge di Dio. e alle regole di questo Istituto. Nel quale

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i - E. CERI a. La vita religiosa ecr,

 

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intendimento abbiamo affidato la cura e l´incarico speciale di esercitarvi e d´istruirvi al maestro dei novizi, a cui perciò sarete obbedienti ascoltandolo con rispetto e deferenza tale da far vedere che non per la creatura vi sottomettete alla creatura, ma per amor del Creatore da voi riconosciuto nella ci eatura. E qualora vi si assegnasse un altro, chiunque si fosSe, per maestro, voi dovreste obbedirgli con tutta umiltà per lo stesso motivo, senza guardare in faccia a chi vi dirigerà, ma guardando a Dio che così dispone.

— Voi entrerete dunque nella scuola della nostra Congregazione per impararvi a portai e la croce del Signore mediante l´abnegazione e la rinuncia

·  a voi stessi, l´assoggettamento delle vostre volontà, la mortificazione dei vostri sensi. Io vi amerò come vostro fratello, padre e servitore; tutti i nostri confratelli vi terranno come fratelli loro carissimi: tuttavia avrete il tale per maestro, a cui obbedirete e di cui praticherete gli avvertimenti con l´umiltà la sincerità e la semplicità che il Signore esige da quanti vengono a vivere in questa Congregazione. Se pensate di essere venuti per godervi maggior riposo che nel mondo, v´ingannereste a partito: noi invece stiamo qui adunati per attendere con diligenza a sradicare dall´animo le cattive inclinazioni, a correggere i nostri difetti, ad acquistare le virtù;

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ma benedetta questa fatica che ci procurerà il riposo eterno! (1).

Opera del noviziato.

Le anime che vengono per consacrarsi al Signore somigliano a spighe di grano, in quanto sono avvolte da fantasie, immaginazioni, passioni, inclinazioni mondane di tante e tante specie; hanno tuttavia il fermo proposito di lasciarsi confricare tra le mani dell´obbedienza e macinare nel mulino della mortificazione, per poter divenire pane da porre sulla mensa del Signore: a tal fine per l´appunto si assegna loro un anno di prova. Durante questo tempo non le s´ingannano, dicevamo, con promesse di consolazioni; benché la più piccola consolazione ivi gustata valga senza confronto più di tutte quelle del mondo messe insieme; ma vengono avviate gradatamente alla pratica di un´obbedienza continua, alla mortificazione della propria volontà, al rinnegamento del proprio giudizio; si parla loro incessantemente del mortificare tutti i sensi e le inclinazioni umane: infine si passa a mostrar loro quanta frivolezza vi fòsse nel figurarsi come cose desiderabili i beni, le ricchezze e. gli onori, e si pro‑

, (1) L. DecxLvti (t. xv, pp. 158-160).

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cura di trasformarne tutti gli affetti; sicchè non ne abbiano più se non ,per Iddio e conformi alla sua santa volontà. Infine durante l´anno di noviziato si fa il possibile per prepararle bene all´ultima offerta di. se stesse, quando coi voti si legheranno interamente e irrevocabilmente al servizio di Dio, servizio -ben più onorevole di tutte le dignità reali e imperiali. Assoggettano, è vero, tutte le potenze, tutti gli affetti, le passioni, le inclinazioni, in una parola tutte se stesse alla norma della perfezione con l´esercizio continuo dell´obbedienza alle regole del loro Istituto; ma è una soggezione dolce e gradita, la quale dà maggior diletto che non ne procuri ai mondani la libertà di vivere a loro talento: libertà che, a parlar propriamente, è una tirannia, perchè d´ordinario porta a fare cose contrarie al dettame della coscienza e al volere di Dio.

Queste anime dunque, preparate che siano nel modo anzidetto, avranno già ricevuto i doni dello Spirito Santo. E dono della sapienza; gustando quanto sia dolce e soave il Signore (1), e quanto amabili siano le sue vie (2), benchè dure e aspre al senso umano (3), il dono dell´intelligenza, com‑

M Pss. xylxix, 9; LXXXV, 5_

(2) Ps. xxxv, 10; Prov., III, 17.

(3)   Ps. xvi, 4.

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prendendo ´bene le masshie della perfezione evangelica: fra le ricchezze han conosciuto il valore della povertà, ai piaceri sensuali han Preferito la castità e purezza, e di fronte all´amor proprio e alla propria, volontà si sono appigliate all´annegazione di sè, sottomettendosi all´obbedienza. Il dono del consiglio, nulla facendo a senno loro e per loro impulso, ma chiedendo prima lume al Signore o a chi ne tiene le voci. Il dono della fortezza per com- ´ battere strenuamente i nemici della gloria di Dio e mettere in pratica le risoluzioni prese di vincere se medesime. Il dono della scienza, discernendo quanto sia bello consacrarsi interamente a Dio invece di restare nel mondo. Infine, il dono della pietà e del timore, fuggendo le occasioni che nel mondo potevano incontrare di perdere l´ amor di Dio.

Tali anime, dopo aver ottenuto tutti questi doni, saranno anche fermamente decise di venire alla pratida, rigettando qualunque altro diletto che non sia quello di gustare le dolcezze e soavità divine e le delizie del camminare per le vie del Signore, vie che ci portano all´unione con lui. Esse non vorranno mai più rivolgere la mente alla considerazione delle cose terrene e caduche, ma a quella dei veri beni eterni e alla conoscenza di Dio e di se. Si atterranno costantemente ai consigli ´di coloro che Iddio ha dato loro per guida, piegandosi con doci‑

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Iità ai loro voleri; saran risolute di operare da anime forti e generose, a null´altro aspirando fuorché a toccare la cima della perfezione cristiana, senza perdersi ´ di coraggio nel bene, appoggiate e fidenti nella grazia e protezione, della Bontà divina, che, avendo cominciato l´opera della loro perfezione, la condurrà a termine (1), sol che esse si mantengano sempre fedeli a Dio.

Useranno poi diligéntemente il dono della scienza, che consiste nel cercare i veri beni e respingere i falsi, avendo mediante un tal dono saputo discernere gli uni dagli altri. Saran costanti nel-I´ usare il dono della pietà, riguardando e onorando Dio qual Padre, dacchè egli vuol essere da noi chiamato con un nome così caro; quindi faranno il possibile per piacergli, vedendo nei prossimi tanti figli di Dio al par di loro e perciò tanti fratelli, e con questo pensiero esercitando meglio ogni opera di misericordia e ogni atto di carità verso di essi. Infine, temeranno sempre Dio, non già con timor servile, ma con un timore che nasca dall´amore, paventando non solo di offenderlo, ma anche di non essergli abbastanza gradite: il qual amoroso timore servirà loro di stimolo a progredire ogni dì più nella santa dilezione.

(1) phtúpp., i, 6.

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A queste anime fortunate, così ben disposte a sacrificarsi totalmente e senza riserva al celeste amore, che altro mancherà se non che lo ,Spirito Santo dopo tanti doni discenda in forma di fuoco sul loro sacrificio per consumarlo, o meglio, secondo l´immagine accennata in principio, venga a cuocere i pani dalle medesime impastati e già pronti per essere messi nel forno? (I). Si sa bene che per far il pane bisogna impastare la farina intrisa nell´acqua, e infine metterla a cuocere; prima della qual cottura la pasta è cedente, e flessibile, ma dopo diventa resistente, solida e dura (2). Questa preparazione della pasta si fa durante l´anno di noviziato, previa la confricazione delle spighe per opera- della santa obbedienza e la macinazione del grano mediante la duplice mortificazione del giudizio e della volontà, i due pani che il Signore vuole dalle anime religiose. Oltre a questo, esse han fatto il proposito di tenere a freno l´immaginazione, che non vada più scorrazzando fra le cose della terra, e con ciò hanno concentrato tutti i loro affetti in un affetto solo, che è per Iddio.

Siffatte disposizioni, unite ai voti che si emettono al termine del noviziato e con cui si contrae l´oh‑

(I) S. R. xvili (t a, pp. 152-6). (2) Ib. p. 151.

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Ungo di praticare per tutta la vita le cose dette, formano il pane santo da essere cotto, assodato, reso inflessibile e immutabile mediante il fuoco sacro dello Spirito( Santo, che è l´amore delle anime nostre. Allora la Maestà divina ne gusterà come di vivanda deliziosa al banchetto dell´eternità e In cambio satollerà quelle anime della sua divinità, l´unico cibo della felicità e gioia. eterna (1).

§ 7. AMMISSIONE ALLA. PROFESSIONE RELIGIOSA.

Tre cose da osservare.

È atto importantissimo quello di ammettere un novizio alla professione: a me sembra che siano in questo da osservare tre cose.

La prima è che i novizi ammessi a professare siano sani di corpo e di cuore (2); non abbiamo cioè indisposizioni fisiche, le quali rendanli incapaci di osservare la regola e inabili a fare quanto si appartiene alla loro vocazione (3), e abbiano l´animo disposto a vivere in docilità e sottomissione assoluta.

(1) S. R. xvitt (t. IX, p. 156).

(2) E. xva (t. vi, p. 327).

(3)   Ib. p. 325.

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La seconda cosa è che abbiano buono spirito. Non parlo qui di spiriti superiori, ordinariamente vani, pieni di giudizio proprio e di albagia, che, stando nel mondo, erano ernporii di vanità: spiriti che entrano nello stato religioso non pér

ma quasi volessero darvi lezioni di filosofia e teologia, per condurre e governare le cose come piace a loro. Da gente simile bisogna star bene in guardia. Non dico senz´altro di non accettarli, qualora si veggano disposti a ricevere correzioni e umiliazioni: con il tempo e la grazia di Dio potrebbero aneli´ essi cambiare, come avverrà, se saranno assidui a valersi dei rimedi loro apprestati per guarirli. Dicendo buono spirito, io intendo parlare di spiriti equilibrati e giudiziosi, anche mediocri, cioè nè alti alti nè meschini meschini: spiriti di tal natura fan sempre molto senza che essi nemmeno lo sappiano. Badano a fare e attendono alla pratica delle, virtù sode; si mostrano poi trattabili, nè si dura fatica a guarirli, perchè facilmente comprendono, quanto sia cosa buona il lasciarsi governare.

La terza cosa è che si sia fatto bene, durante l´anno di noviziato: che cioè il novizio abbia preso con. profitto i rimedi somministratigli, abbia attuato a dovere i propositi fatti entrando nel noviziato di correggere le sue male disposizioni e inclinazioni: per questo appunto si fa fare l´anno di noviziato.

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Se si vede che abbia perseverato fedelmente nella sua risoluzione e che abbia mostrato volontà ferma e costante a continuare, procurando di riformarsi e formarsi secondo le regole, e che anche in questo, cioè nella volontà di far sempre meglio, intenda persistere, è buon segno, vi è una condizione buona per dargli favorevole il voto. Che se, ciò nonostante, egli cadesse ancora in mancamenti, e abbastanza gravi, non gli si deve tuttavia negare il voto; perché, quantunque nell´anno di noviziato debba il novizio lavorare alla riforma de´ suoi costumi e delle sue abitudini, questo non significa eh´ ei non debba più fare cadute, nè che al termine del noviziato debbà essere perfetto. Vedi il Collegio del Signore, i gloriosi Apostoli: ancorchè avessero avuto la vocazione e si fossero affaticati a riformare la loro vita, pure quanti mancamenti commisero, non solo nel primo anno, ma anche nel secondo e nel terzo! tutti dicevano e promettevano mirabilia, financo di andare col Signore in prigione e a morte (1); ma la notte della Passione, quando si venne a prendere il loro• buon. Maestro, tutti lo abbandonarono (2). Con questo voglio dire, che le cadute non debbono esser causa del licenziamento di un novizio, quand´egli

E1) Luc., xxll, 33. (2) MAI T., XXVI, 56.

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mo nonostante perseveri in una forte volontà di rialzarsi, valendosi dei mezzi per tale scopo a lui somministrati.

Alcuni casi particolari.

1. Un novizio è facile a turbarsi per cose da poco ed ha sovente l´animo pieno di tristezza e d´inquietudine e durante quel tempo dimostra scarso affetto alla sua vocazione; ma ogni volta, passata la burrasca, promette mari e monti. — Un giovane così incostante non è fatto per la vita religiosa; ma in tutto questo ha egli o non ha volontà di essere guarito? Se non ne ha, bisogna licenziarlo. Si potrebbe osservare che non si vede se ciò provenga da mancanza di buona volontà o dal non comprendere la natura della vera virtù. Ebbene, se dopo essergli stato insegnato quel che deve fare per la sua emendazione, egli non lo fa, ma resta incorreggibile, sia licenziato; la ragione principale è che i suoi mancamenti non derivano da difetto di discernimento, nè da impossibilità di comprendere la sostanza della vera virtù e i mezzi da usare per emendarsi, ma da difetto di volontà, che non persevera costante nella pratica di quanto si richiede per la propria emenda. Ancorchè talvolta dica che farà meglio, poi non lo fa, ma continua sempre nella

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medesima incostanza di volere; io quindi a costui non darei il mio voto.

2.     Vi sono certuni così sensibili, che non possono soffrire di venir corretti senz´alterarsi, la qual cosa li fa talora anche star male di salute. — Se così è, aprasi a costoro la porta. Sono infermi, e non vogliono sottoporsi alla cura nè ai rimedi che li potrebbero guarire; dunque si vede Chiaro che, così facendo, si rendono incorreggibili nè danno speranza di guarigione. Quella suscettibilità poi tanto morale che fisica, è uno dei maggiori imbarazzi che s´incontrino nella vita religiosa; perciò si usi la massima attenzione per non ammettere chi se ne mostri soverchiamente affetto: non ha volontà di gua-. rire chiunque rifiuti di ricorrere ai mezzi, che possono dargli la salute.

3.     Che cosa pensare di un novizio, il quale con parole esprimesse rincrescimento di essere entrato nella vita religiosa? — Se il disgusto della vocazione e il rincrescimento perdura, e si vede che questo lo rende svogliato e negligente a formarsi secondo lo spirito dell´Istituto, bisogna metterlo fuori. Tuttavia si, consideri, che la cosa può avvenire o per semplice tentazione o per una prova; il che si conoscerà, osservando il profitto ricavato da tale pensiero, disgusto o rincrescimento, ogniqualvolta egli scopra la• cosa a•I maestro e adoperi bene i mezzi sugge‑

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ritigli; poichè Dio non permette mai niente per nostra prova senza volere che ne ricaviamo vantaggio, e ciò si verifica sempre, quando prontamente si scopre la tentazione e con semplicità si crede e si eseguisce quanto ci vien detto: questo è segno che la prova. vien da Dio. Ma quando si vede che la persona si regola secondo il suo giudizio ed ha una volontà illusa e storta, sicchè persiste nel suo disgusto, il caso è grave e disperato; si rimandi il novizio.

4.     Bisognerà ammettere un novizio che non abbia cordialità o non si mostri eguale con tutti, ma che riveli simpatia per uno più che per l´altro? — Sono tutte cosette, in cui non ci vuole tanto rigore. Questa propensione è l´ultima delle nostre rinunce; avanti che si giunga al punto di non sentir propensione per uno più che per l´altro, sicchè ogni particolare simpatia resti mortificata e soffocata, ci vuole del tempo. Qui, come in tutto il rimanente, si osservi se la persomi si mostri incorreggibile.

5.     Se in conformità a quello che si conosce, tutti i consiglieri fossero contrari all´ammissione di un novizio, e a taluno. venisse in mente di dire una cosa a lui nota e favorevole al novizio stesso, dovrebbe lasciare di dirla? — No; quantunque il sentimento di tutti gli altri sia affatto contrario al tuo, sicché tu ti trovi solo in quell´idea, questo potrebbe

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servire anche agli altri per raccapezzarsi sul da fare. Po Spirito Santo deve presiedere a tali adunanze; nella diversità dei pareri ognuno si risolve per quello che giudica più conforme alla gloria di Dio.

Norma fondamentale.

Concludiamo: di fronte a tutte le imperfezioni che i novizi portano seco dal mondo, si tenga questa norma: quando si vede che s´emendano, benchè non cessino di commettere difetti, non siano respinti, perchè il cercare di emendarsi indica che non si vuol restare incorreggibile (1).

§ 8. DELLE REGOLE.

La via diritta per andare a Dio.

L´osservanza delle regole è Ia via diritta per andare a Dio. I religiosi sono fortunati in confronto di quei che vivono nel mondo. Nel mondo a chi domanda la strada, uno risponde: — È a destra, — e l´altro: — È a sinistra, — e si finisce il più delle volte per essere ingannati; mai religiosi han

 sola‑

(1) E. xvii (pp. 327-336).

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mente da lasciarsi portare. Somigliano a coloro che vanno per mare; la nave li porta, ed eglino se ne stan dentro senza pensiero: riposando viaggiano, nè sentono alcun bisogno d´infoimarsi, se vadano bene. Questa è cosa che spetta ai nocchieri, che, vedendo sempre la stella polare, bussola della nave, san di essere sulla buona rotta e dicono agli altri naviganti: — Coraggio, siete ben incamminati. ‑

Segui senza tema cotesta bussola divina, che è il Signore; nave sono le regole, e nocchieri i superiori, che ti sogliono ripetere: — Avanti, mio caro, nell´osservanza esatta delle regole! così approderai felicemente a Dio, che sarà nostra guida sicura. Ma bada • che io dico: — Avanti, nell´osservanza esatta e fedele; — perchè, chi è trascurato nel seguire la sua, strada, perirà,, avverte Salomone (1) (2).

Spirito delle regole.

Sentiamo comunemente dire: — Il tal religioso ha il vero spirito della sua regola. — Che cosa significa aver lo spirito di una regola?

Torremo dal Vangelo due esempi molto adatti per far intendere C´est°. Si dice ivi che san Gio‑

(1)    Prov., xix, 16.

(2)   E. xx (t. vi, pp. 380-1).

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venni Battista era venuto- con lo spirito e con la virtù di Elia (1), e perciò moveva arditi ´e duri rimproveri ai peccatori, chiamandoli razza di vip´ re (2), e simili espressioni. Ma qual era questa virtù di Elia? Era la forza, che si sprigionava dal suo spirito contro i. peccatori per annientarli e punirli, facendo cader fuoco dal´cielo a ro:Vina e confusione di quanti volevano resistere alla maestà del suo Signore (3); era dunque uno spirito di rigore quello di Elia. L´altro esempio del Vangelo (4) che fa al caso nostro, è che, volendo il Signore andare a Gerusalemme, i suoi discepoli ne lo dissuadevano, perehà gli uni avevano piacere di andar a Cafarn.ao e gli altri a Betania, e così cercavano di condurre il Signore, dov´essi volevano andare; non sono dunque di oggi solamente i tentativi degl´inferiori per tirar i superiori dove loro piace. Ma il Signore, pur facilissimo a condiscendere, allora (son le parole dell´Evangelista) prese un aspetto risoluto, di andare a Gerusalemme, affinché  gli Apostoli non insistessero più a trattenerlo dall´andarvi. E nell´andare a Ge: rusalemme volle passare per una città della Sama‑

(1)    Luc., :, 17..                         Q‑

(2)     MATT., LITI, 7; L uc., m, 7.

(3)     IV Reg., I.

(4)     Luc., ix, 51-6.

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ria, ma, i Samaritani non glie lo permisero; onde san Giacomo e san Giovanni montarono in collera e furono talmente indignati contro quei cittadini per la loro inospitalità verso il divin Maestro, che gli dissero: Maestro, vuoi cliefacciamo piovere del fuoco dal cielo, per punirli dell´oltraggio a te fatto? Rispose il Signore: Non sapete a quale spirito apparteniate. E voleva dire: — Non sapete che non siamo più al tempo di Elia, il quale aveva spirito di rigore? Quantunque- Elia fosse un grandissimo servo di Dio e facesse bene a fare come volete far voi, tuttavia voi non fareste bene a imitarlo, non essendo io venuto per punire e confondere i peccatori, ma per trarli dolcemente a far penitenza ed a seguirmi (1). — -

Vediamo ora che cosa sia lo spirito particolare di una regola. Tutte le religioni hanno uno spirito che è loro comune, e ogni religione ha uno spirito suo particolare. Quello comune è il generale intento • di aspirare alla perfezione della carità, che è 1´ anione dell´anima con Dio e col prossimo per amore di Dio; il che sì ottiene, riguardo a Dio, conformando la nostra volontà alla sua, e, riguardo al prossimo, usando la dolcezza, virtù che dipende immediatamente dalla carità. Lo spirito partico´are invece sta nel

(1) Luc., v; 35.

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mezzo per conseguire questa perfezione della carità.

Naturalmente lo spirito particolare differisce assai nei diversi ordini. Gli uni si uniscono a Dio e al prossimo con la contemplazione; perciò osservano una solitudine strettissima, comunicando il men che possano col mondo e financo tra di loro, fuorché in certi tempi; si uniscono pure al prossimo mediante l´orazione, pregando Dio per esso. Per altri, al contrario lo spirito particolare consiste bensì nell´unirsi a Dio e al prossimo, ma con l´azione, anche solo spirit•uale. Si uniscono a Dio, ma con il riunire a lui il prossimo mediante lo studio, le prediche, le confessioni, le esortazióni, e altre opere simili; e per meglio attuare questa unione col prossimo, trattano col mondo. Si uniscono anch´essi a Dio con l´orazione; ma il loro fine principale è quello che abbiamo detto, cercar di convertire le anime e unirle a Dio. Altri hanno uno spirito severo e rigido con . totale disprezzo del mondo e di tutte le sue vanità e sensualità, volendo col loro esempio indurre gli uomini a somigliante disprezzo delle cose terrene: al che giova l´asprezza del vestire e delle loro pratiche. Altri hanno altro spirito: per conoscerlo bisogna vedere il fine delle varie istituzioni e i vari mezzi per raggiungere tali fini. In tutte le religioni vi è, dicevamo, il fine generale; ma io parlo del fine particolare, a cui i religiosi dei diversi Istituti deb‑

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boro portare tanto affetto, che qualunque cosa sia da essi conosciuta conforme a quel fine, l´abbraccino di tutto cuore.

Portar amore al fine del proprio Istituto significa, usare coscienziosamente, i mezzi, con cui raggiungere tale fine, cioè l´osservanza delle regole, e porre la massima deligenza nel fare tutto quello che si riferisca alle medesime e serva a osservarle in modo più perfetto: questo è avere lo spirito della propria religione. Ma a tale esatta e fedele osservanza fa d´uopo attendere con semplicità di cuore, cioè senza voler correre troppo in là per la smania di fare più che non sia dalle regole indicato; non con la moltiplicità delle cose fatte si acquista la perfezione, ma con la, purità d´intenzione in farle. Osserviamo dunque bene quale sia il fine deI nostro Istituto, quale l´intenzione deI fondatore, e atteniamoci soltanto ai mezzi che ci sono assegnati per rispondere allo scopo. E nello studiare il detto fine, non si stia alle prime intenzioni dei fondatori, come i Gesuiti non si fermano al primitivo disegno di sant´Ignazio: allora il Santo non pensava punto a fare quello che fece in seguito; lo stesso dicasi di san Frencesco, di san Domenico e degli altri iniziatori di Ordini religiosi. Ma Dio, al quale solo spetta di adunare queste pie famiglie, le ha condotte alla forma, che oggi vediamo. Non bisogna

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credere che siano stati gli uomini a ideare e iniziare un genere di vita perfetta qual è la vita religiosa: fa Dio, e per sua ispirazione vennero compilate le regole, che sono il mezzo con cui raggiungere il fine comune a tutti i religiosi, cioè l´unione con Dio e l´unione col prossimo per amore di Dio.

Ma come ogni Ordine e Istituto religioso ha il suo fine particolare, non, che particolari mezzi per raggiungere questo fine, così tutti hanno anche un mezzo generale al medesimo scopo, cioè i tre voti essenziali della vita religiosa. Ognuno sa che le ric. chezze e i beni della terra contengono possenti attrattive che dissipano l´anima, sia per il soverchio affetto posto in quelli, sia per le sollecitudini richieste a custodirli ed anche ad accrescerli, giacche l´uomo non possiede mai tanto da saziare le proprie brame. Il religioso taglia e tronca tutto questo col voto di povertà. La medesima cosa fa della carne e delle sue sensualità e piaceri, leciti o illeciti, col voto di castità, mezzo efficacissimo per unirsi a Dio in grado molto perfetto; giacche i piaceri sensuali, che affievoliscono e infraliscono grandemente le forze dello spirito, con tal mezzo si sacrificano del tutto a Dio, non uscendosi allora soltanto dalla terra del mondo, ma anche dalla terra della propria umanità: questo è rinunciare ai terrestri piaceri della carne. Ma ben più perfetta è la

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nostra unione con Dio mediinte il voto di obbedienza, poiché rinunciamo con quello a tutta l´anima nostra, a tutte le sue potenze, a tutti i suoi voleri e affetti, per. sottometterci docilmente non pure alla volontà di Dio, ma anche a quella dei nostri superiori, la quale deve riguardarsi ognora come la volontà di Dia stesso-: ardua rinuncia, a motivo delle tante vogliuzzè germoglianti di continuo sotto l´azione dell´ amor proprio. Segregati così da tutto, noi ci ritiriamo nell´intimo dei nostri cuori per unirci più perfettamente a Dio.

Ora, per venir al particolare, prendiamo per esempio la Congregazione della Visitazione: il fine dell´Istituto fa vedere quale ne sia il particolare spirito. Io ho ritenuto sempre che sia spirito di pro: fonda umiltà con Dio e di gran dolcezza col prossimo: avendo minor rigore per il corpo, bisogna che abbia tanto maggior dolcezza di cuore. I Padri antichi sono d´avviso che, dove scarseggiano le mortificazioni corporali, debba esser maggiore la perfezione dello spirito; bisogna dunque che nelle case della Visitazione l´umiltà con Dio e la dolcezza col prossimo suppliscano- le austerità proprie degli altri Istituti. É vero che le austerità san buone in sè e quali mezzi di perfezione; ma non sarebbero buone per quelle Suore, perchè contrarie alle loro regole.

Lo spirito della dolcezza è talmente lo spirito

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della Visitazione, che, chiunque, volesse introdurvi . maggiori austerità delle-attuali, distruggerebbe Seri - z´altro l´Istituto: sarebbe infatti un andar contro al fine, per cui fu fondato, e che è di ricevere donzelle e donne incapaci per le loro condizioni fisiche di praticare austerità o non ispirate e tratte a servir Dio unendosi a lui per la via delle austerità proprie delle altre Congregazioni. Da tali Suore si potrebbe domandare: — E baso mai una di noi avesse complessione robusta, non potrebbe con licenza della" superiora praticare più austerità delle consorelle, in modo che queste non se ´n´accorgano? — Io risponderei che non vi è segreto, il quale segretamente non passi da una ad un´altra; poi, via via si vengono a creare così´ religioni nelle religioni e a formare piccole consorterie, sicchè si produce un. disgregamento generale. La beata Madre (1) santa Teresa rappresenta egregiamente il male causato da queste velleità di fare più che non imponga la regola e che la Congregazione non pratichi, massime quando si tratti della superiora; il male allora si aggraverà, perchè le dipendenti, appena se ne accorgano, vorranno subito fare altrettanto, e tutto questo sarà causa di tentazione a quelle che non potessero o non volessero fare il medesimo.

(1) Lib. f undat., 18.

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Particolarità di simil genere non siano permesse nè tollerate in religione, eccetto casi di speciale necessità, come quando si trattasse di gravi tentazioni: allora non vi sarebbe niente di straordinario a domandare il permesso di far penitenze più degli altri: ci Vuole qui la stessa semplicità dei malati, che debbono chiedere le medicine giudicate opportune a dar loro sollievo. Che se vi fosse taluno così pieno di generosità e coraggio da voler arrivare alla perfezione in un quarto d´ora facendo più della comunità, io gli consiglierei di umiliarsi e di rassegnarsi ad aspettare almeno tre giorni, andando di pari passo COn gli altri (1).

Trasgressioni delle regole.

Le regole per sè non obbligano sotto pena di peccato nè mortale nè veniale, ma si danno unicamente perchè servano di norma nella condotta delle persone religiose. Tuttavia chi le trasgredisse volontariamente, a bella posta, con disprezzo, o con iscandalO dei confratelli o degli estranei, commetterebbe senza dubbio mancamento grave; non si potrebbe infatti scusare da colpa• chi vilipende e discredita le cose di Dio, rinnega la sua professione,

(1) E. geni (t. VI, pp. 223-230).

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scompiglia il suo Istituto e manda a Male i frutti di buon esempio che questo deve produrre a Vantaggio del prossimo: perciò un tal disprezzo volontario sarebbe infine seguìto da qualche grosso ,castigo del Cielo, massime dalla privazione delle grazie e dei doni dello Spirito Santo, generalmente sottratti a chi abbandona i suoi buoni propositi e lascia la strada, per cui Dio l´ha incamminato. Ora, il disprezzo delle regole, come pure di tutte le opere buone, si ravvisa nei seguenti casi.

Vi cade chiunque per disprezzo trasgredisca od ometta di eseguire una disposizione, non solo volontariamente, ma di proposito deliberato; altra cosa sarebbe il farlo per inavvertenza, per dimenticanza o per improvviso assalto di passione: il disprezzo include la volontà esplicita e risolutamente decisa a fare quello che si fa. Quindi chi trasgredisce una disposizione o commette disobbedienza per disprezzo, non solo disobbedisce, ma vuoi, disobbedire: non solo fa l´atto, ma lo fa con intenzione. Vi sarà proibizione, per esempio, di mangiare fuori pasto; uno mangia prugne, albicocche o altra frutta: trasgredisce la regola e fa una disobbedienza. Orbene, se mangia attirato dal diletto che pensa di godervi, disobbedisce non per disobbedienza, ma per golosità; quando invece mangia, perchè non fa caso della regola e non vuole

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tenerne conto nè sottomettervisi, allora disobbedisce per disprezzo e disobbedienza.

Inoltre chi disobbedisce perché adescato o sorpreso da passione, vorrebbe poter contentare la passione senza disobbedire, e, mentre piglia gusto, per esempio, a mangiare, si duole di farlo con disobbedienza; ma a chi ,disobbedisce per disobbedienza e disprezzo, non incresce, ma piace il disobbedire: di modo che nel primo la disobbedienza segue o accompagna l´azione, mentre nell´altro la precede e ne è causa é motivo, benchè c´entri la golosità. Chi mangia contro il divieto, conseguentemente o simultaneamente commette disobbedienza, quantunque, se la potesse, pur mangiando, evitare, non la´ vorrebbe commettere, come chi, bevendo troppo, non vorrebbe inebriarsi, benchè però bevendo s´inebrii; ma colui che mangia per disprezzo della regola e per disobbedienza, vuole la disobbedienza stessa, sicchè non farebbe nè vorrebbe fare l´azione, se non vi fosse spinto dalla volontà di disobbedire. L´uno dunque disobbedisce volendo una cosa, a cui va unita la disobbedienza, e l´altro disobbedisce volendo la stessa cosa, perchè vi è unita la disobbedienza. Uno trova la disobbedienza nella cosa voluta e. non ve la vorrebbe trovare; l´altro ve la cerca, e vuole la cosa unicamente per l´intenzione che ha di trovarvi la- disobbedienza. Uno dice: —

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Disobbedisco, perehè voglio mangiare quest´albicocca, perehè non posso mangiare senza disobbe‑

dire; — e l´altro dice:           La mangio perchè voglio
disobbedire; questo farò mangiando. — La disobbe‑

dienza e               disprezzo segue il primo e muove il
secondo.

Ora, questo disobbedire formalmente, questo disprezzare cose buone e sante non è mai senza peccato, almeno veniale, neanche in cose di puro consiglio; poichè, sebbene si possa non seguire i consigli di cose sante, preferendone altre senz´ombra di colpa, tuttavia non si può senza colpa trasandarli per disprezzo: non ogni bene è da fare, ma ogni bene dev´essere rispettato e stimato e a più forte ragione riguardato senza disprezzo e vilipendio.

Vi è di più. Chi viola per disprezzò la regola, mostra di ritenerla senza pregio e utilità, il che viene da presunzione e arroganza somma; ovvero, se, pur ritenendola utile, ricusa di sottomettervisi, in tal caso infrange il suo proposito con grave pregiudizio del prossimo, venendo meno all´impegno preSo con la, sua Congregazione e mettendo il disordine in una casa di persone consacrate a Dio: tutte colpe gravissime.

Affinchè vi sia modo di distinguere, quando si violi la regola o l´obbedienza, per disprezzo, ecco qui alcuni segui:

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1.     

2.     

3.     --------------------------------

4.     

5.    Burlarsi delle correzioni senz´ombra di pentimento.

6.    Tirare avanti senza mostrare mai desiderio nè volontà di emendarsi.

7.    Sostenere che la regola o il comando è uno sproposito.

8.    Cercar di trascinare altri nella medesima violazione, liberandoli da ogni timore con dire che è cosa da nulla, che non vi è nessun pericolo.

Questi segni • però non sono sempre interamente sicuri, provenendo talvolta da altre cagioni e non dal disprezzo; può darsi infatti che una persona si burli di chi la riprende, per poca stima che ne ha, e che continui senza emenda per debolezza, e che muova contestazioni per dispetto e collera, e che svii gli altri per non essere sola e per avere attenuanti al proprio male. Ciò nondimeno vi sono le circostanze che aiutano a giudicare se si agisca per disprezzo: poichè al disprezzo tiene ordinariamente dietro la sfrontatezza e l´aperta licenza, e chi l´ha in cuore, finisce sempre con portarlo sulle labbra, dicendo, come nota Davide (1): Chi è che ci comandi?

Aggiungerò una parola su d´una possibile tentazione. Talvolta una persona non si crede disobbe‑

(1) Ps. xi, 5.

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cliente e inosservante, iinchè disprezza soltanto una o due regole, giudicate di poca entità e osserva tutte le altre. Ma chi non vede qui Pinganno? Ciò che uno stima da poco, altri lo stimerà da molto, e viceversa; cosicché in una comunità questi non terrà conto di una regola, quegli ne disprezzerà una seconda, quell´altro una terza, e vi regnerà il disordine. AIlorel2è lo spirito umano si lascia guidare solo dalle sue inclinazioni e avversioni, non è una volubilità continua e un continuo andare di colpa in colpa? Ieri mi sentivo allegro, e il silenzio non mi andava, e la tentazione mi suggeriva che era un ozio il mio tacere; oggi che sono malinconico, la tentazione mi dice che è ancor più da ozioso il far ricreazione e conversazione. Ieri che ero in giòlito, il cantare mi piaceva; oggi che sono in aridità, non mi piace più. E così di seguito.

Per conseguenza, chi vuoi vivere contento e non commetter falli, si abitui a vivere secondo ragione, secondo le regole e l´obbedienza, e non in balìa delle sue inclinazioni o avversioni; stimi tutte le regole, rispettandole e amandole, non foss´ altro con la parte superiore del suo spirito; disprezzandosene una oggi, domani se ne disprezzerà un´altra, e dopo domani un´altra ancora, é spezzato una volta il vincolo del dovere, a poco a poco di tutto il fascio, si fa un grande sparpaglio e una completa dispersione.

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Dio non permetta, che una persona religiosa vada mai talmente fuori della strada del divino amore da precipitare nel disprezzo delle regole per disobbedienza, per durezza e ostinazione di giudizio: e che potrebbe ´capitarle di peggio? qual disgrazia per lei maggiore di questa/ Dato poi che si provino dispisti o ripugnanze per le regole, si faccia come nelle altre tentazioni, si combatta cioè questo stato d´animo con la ragione e con un buono e forte proposito nella parte siiperiore dello spirito, in attesa che Dio mandi sul nostro cammino la sua consolazione e ci mostri, come a Giacobbe stanco e spossato dal viaggio (I), ché le regole sono la vera scala, per cui a guisa di Angeli dobbiam salire a Dio con la carità e scendere in ´noi stessi con l´umiltà.

Ma qualora senz´avversione ci accada di violare per fragilità la regola, umiliamoci subito dinanzi al Signore, domandiamogli perdono, rinnoviamo il proposito di osservare quella tal regola stessa, guardandoci soprattutto dal cadere in iscoraggiamenti e inqiietudini, ma con novella fiducia in Dio ricorrendo al suo santo amore.

In confessione, le trasgressioni commesse non per pura disobbedienza nè per disprezzo, ma per tra‑

(1) Gen., xxvur, 11, 12.

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scuraggine, debolezza, tentazione v negligenza si potranno e dovranno dire come peccati veniali o Come cose in cui può esserci peccato veniale; poiché, sebbene l´obbligo della regola non importi peccato, vi può essere tuttavia peccato a causa della negligenza, traseuraggine, precipitazione o altro difetto simile. Presentandosi un bene che giovi al nostro avanzamento, massime se si è :invitati e chiamati a farlo, è raro il caso che non vi sia peccato a tralasciarlo volontariamente; invero, questa omissione procede sempre da negligenza, da qualche affetto sregolato o da mancanza di fervore, e se dovremo render conto delle parole puramente oziose, quanto più lo dovrem rendere d´aver reso ozioso e inutile l´invito fattoci dalla regola a praticarla per nostro bene!

Dicevo che ckalche rara volta non è offesa di Dio tralasciare volontariamente di fare un bene che giovi al nostro profitto spirituale: infatti si tralascia anche non volontariamente, ma per dimenticanza, per disattenzione, per sorpresa; nei quali casi non c´è peccato nè piccolo nè grande, a meno che la dimenticanza riguardi oggetti così importanti, da essere noi tenuti a usare molt´attenzione per non incorrere in tali´ difetti. Uno, poniamo, rompe il silenzio, perché non fa attenzione che è tempo di silenzio, e non se ne ricorda, perché pensa ad altro

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o perché, preso da smania di parlare, dice qualche cosa prima d´aver pensato a contenersi; costui certamente non pecca, perché l´osservare il silenzio non è cosa tanto importante che si sia obbligati di porvi un´attenzione, la quale escluda ogni dimenticanza. Al contrario, se tu dimenticassi di servire un malato, che per manco di assistenza veiiisse a trovarsi in pericolo, e ti fosse stata imposta cotest´assistenza, per la quale si riposasse in te, non sarebbe buona scusa il dire: — Non ci pensavo: non me ne sono ricordato. — La cosa era tanto seria, che bisognava starvi attento per non trasandarla; qui, il manco di attenzione non ammette Scusa.

Certo è che il progredire dell´amor divino renderà le anime religiose sempre più esatte e diligenti nell´osservanza delle loro regole, benchè queste non obblighino sotto pena di peccato. Se obbligassero sotto pena di morte, come si osserverebbero rigo, rosamente! Ora, l´amore è forte come la morte (1); dunque le attrattive che ha per noi l´amore a farci eseguire un buon proposito sono potenti come le minacce di morte. Lo zelo, soggiunge la sacra Cantica, é duro e saldo come l´inferno; le anime dunque che han zelo, faranno, per virtù del medesimo,

Cant., vili, 6.

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quello che farebbero, e più ancoka che non farebbero, per timore dell´inferno; siccliè i religiosi, forzati dalla soave violenza dell´amore, osserveranno, mercè l´aiuto di Dio, le loro regole con la medesima esattezza che se vi fossero obbligate sotto pena di dannazione eterna (1).

Anche il far progresso nella semplice osservanza esterna delle regole ha gran valore.. Dio formò prima l´esteiiore dell´uomo, poi soffiò nell´interno l´alito della vita, e quell´esteriore fu fatto uomo vivente (2).

Insomma, le persone religiose avranno Seinpre a mente quello che dice nei Proverbi Salomone (3): Chi custodisce i comandamenti, custodisce l´anima sua, e chi è trascurato nel seguire la sua strada, morrà. Orbene, la tua strada è il genere di vita, in. cui Dio ti. ha posto. Non dico nulla qui dell´obbligo, di osservare i voti; è chiaro che il trasgredire formalmente là regola nella materia dei voti essenziali di povertà, castità e obbedienza, costituisce peccato mortale (4).

I religiosi e le religiose che mantengono la pro‑

(1) E. i (t. VI, pp. 5-12),

(2) L. IVIDGIV (t. XIX, p. 124).

(3)  Prov., xix, 16.

(4) E. i (t. vi, p. 12).

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messa fatta di osservare fedelmente le loro regole, godono la pace dell´anima, perchè iI Signore viene ´ ad essi e dice loro: La pace sia con voi (1), come fece con. gli Apostoli (2). Felici poi saranno al termine della vita, se potran dire con verità la parola del Salvatore: Tutto è compiuto! (3). Cioè, ho fatto

tutto quello che dille regole o dalle disposizioni de´       ._
miei superiori mi era comandato .(4).

Comunità osservanti e non osservanti.

Vi è al mondo consolazione paragonabile a quella che gode un´anima religiosa., la. quale abbia Dio solo per oggetto dell´amor suol Vi è spettacolo più dolce del vedere un superiore, una superiora, cui fanno corona tante anime, le quali, come rami di uir bell´olivo, fioriscono sul tronco della santa obbedienza e osservanza regolare?

Geremia vide due panieri colmi di fichi. Ne gustò da uno, e li trovò così fieraménti amari, che fu costretto ad esclamare: Cattivi fichi, molto cattiri!

(D Luc., xxiv, 36..

(2)   S. R. xxx (t. ix, p, 299).

(3)   JOAN., m, 30,

(4)   S. R. xxx (t. ix, p, 283).

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10. - E. CERrA, La vita religiosa ecc.

 

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Ne gustò subito dell´altro paniere, e li trovò così squisitamente dolci, che esclamò: Buoni fichi, molto buoni! (1). È amarezza grande quella di una comunità religiosa inosservante. Non vi è, dice S. Bernardo (2), nessun dolore uguale al dolor dei denti; così pure non vi è nessun male paragonabile a quello di un monastero rilassato. Fortugati dunque i religiosi, che stanno nel paniere dei fichi dolci: non vi è dolcezza che sia paragonabile a quella di una famiglia religiosa osservante (3).

 

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§ 9. SUPERIORI E INFERIORI RELIGIOSI.

Umiltà dei superiori.

L´umiltà rifiuta le cariche, ma non si ostina nel rifiuto; chiamata da chi ha il potere di farlo, non ragiona più sull´indegnità sua a quel dato ufficio, ma crede tutto, spera, tutto, sopporta tutto, con l´aiuto della carità (4), mantenendosi costantemente semplice. La santa umiltà è la grande amica dell´ ob‑

(1)Jxz., XXIV, 1-3.

(2)    Senno xcur

(3)   L. cecx. (t. xim, p. 96).

(4)    I Cor., xm, 7.

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bedienza: e mentre da un lato non ardisce ´mai pensare di poter cosa alcuna, dall´altro pensa anche sempre che l´obbedienza può tutto; e se la vera semplicità ricusa umilmente le cariche, la vera umiltà semplicemente le esercita (1).

Se vieni adoperato ancor giovane in uffici importanti, pigliane motivo a profondamente umiliarti, risoluto di obbedire fedelmente alle regole e al tuo superiore (2).

Dio chiama a servirlo le cose che non sono (3), come le cose che sono, e si vale del nulla come del molto per la gloria del suo nome. L´umiltà sia dunque la cattedra della tua superiorità, e sii gagliardamente umile e umilmente gagliardo in Colui, che toccò il colmo della sua possanza nell´umiltà della Croce. Chi viene chiamato al governo di una casa religiosa, riceve un ufficio grande e -di grande importanza; ma Dio allunga il suo braccio onnipotente alla misura dell´opera da, lui affidata. Tieni gli occhi su questo grande Salvatore che ti libererà dal-l´ a,bbattimento di spirito e dalle procelle (4) (5).

(1)     L. mccxxin (i. xvn, pp. 259-260).

(2)     L. mccxxvil (t. xvn, p. 264).

(3)      1 Cor., i, 28.

(4)      Ps. urv, 9.

(5)     L. MDCCCXVII (i. XX, pp. 124-5).

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Fiducia del superiore in Dio.

Tu devi credere. che, essendoti stata imposta la tua carica per volontà di coloro ai quali sei tenuto di obbedire, Dio si metterà alla tua destra (1) e la porterà con te, anzi porterà te e quella insieme (2).

Quale consolazione per te il pensare che Dio stesso ti ha fatto superiore, essendo tu divenuto tale per le vie ordinarie! Quindi la sua Provvidenza è, per sua disposizione; obbligata a condurti per mano, affinchè tu faccia bene la parte, a cui ti chiama. Va´ fiducioso dietro la scorta di questo buon Dio e credendo a occhi chiusi in quella regola generale, che Dio, quando ha principiato in noi la buona opera, la perfezionerà (3) con la sua sapienza, puntò noi siamo verso di lui fedeli ed umili.

— Ma ne´ suoi servitori si ricerctà, chi sia fedele (4). ‑

-    E io ti dico che tu sarai fedele, se sarai . umile.

— Ma sarò io umile?

(1)        Cfr. Ps. xv, 8.

(2)        L. mcxix (t. xvii, p_ 68). (3.) Philikjp., I, 6. (4) I Car., zv, 2.

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—  

—  

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—  

— Sì, se lo vuoi.

— Ma io lo voglio. ´

— Dunque lo sei.

— Ma io sento purtroppo di non esserlo.

— Tanto meglio: questo ti serve per essere umile davvero.

Insomma, non tante sottigliezze: va´ avanti speditamente: e poichè Dio ti ha commesso il carico delle sue anime, tu commetti a lui il carico della tua, affinchè egli porti tutto: dico, te e la tua carica. Dio ha il cuore grande, e nel suo cuore vuole far posto anche al tuo. Riposa in lui; cadendo poi in colpe o difetti, non ti sbigottire, ma, dopo esserti umiliato davanti a Dio, ricordati che la potenza divina si manifesta più gloriosamente nella nostra debolezza (1). In una parola, sia la tua un´umiltà animosa e gagliarda, mercè la fiducia che devi riporre nella bontà di Colui, che ti ha investito della carica.

E per tagliar corto con le tante repliche, solite a farsi in tali occasioni dalla prudenza umana sotto nome di umiltà, rammenta che il Signore non vuole da noi che gli domandiamo il nostro pane annuo nè mensile nè settimanale, ma quotidiano. Cerca di far bene oggi, senza pensare al domani; poi domani

(1) IT Gor., xn, 9.

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procura di fare lo stesso, e non darti pensiero di quello che farai durante tutto il tempo della tua

carica, ma va´ sostenendo giorno per giorno il tuo ufficio senza spingere tant´ oltre le tue preoccupazioni, poichè il tuo Padre celeste, che ha cura di guidarti oggi, lo farà anche domani e domare´ l´altro, secondoché tu, conoscendo la tua debolezza, spererai soltanto nella sua provvidenza (1).

Orsù, tieni alti gli occhi in Dio: raddoppia il coraggio colla santissima umiltà, rinvigoriscilo con la dolcezza, confermalo con l´eguaglianza di spirito: rendi l´animo tuo abitualmente padrone delle tue inclinazioni e tendenze, non permettendo alle apprensioni di sorprenderti il cuore: un giorno ti darà la cognizione di quello che avrai da fare il giorno dopo (2). Se hai di già superato passi difficili, si fu per la grazia di Dio; la stessa grazia t assisterà in tutte le occasioni avvenire, liberandoti successivamente da altre difficoltà e mali passi, quand´an- che Egli dovesse inviarti un Angelo che ti porti nei punti più scabrosi (3.).

Rivolgi gli occhi alle tue infermità e deficienze, ma per umiliarti, e non per ismarrirti d´animo. Vedi

(1)    L. aDGLXXXIX (t. xix, pp. 300-301D.

(2)    Cfr. Ps. xrun, 3.

(3)    MATT., IV, 6; Luc., iv, 10, 11.

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spesso alla tua destra Dio e i due Angeli da lui a te deputati, uno per la tua persona e l´altro per la direzione della tua comunità. Di´ sovente a cotesti due Angeli: — Angeli santi, come dobbiamo fare´ — Supplicali a procurarti sempre la conoscenza del volere divino, oggetto della loro contemplazione, e le ispiraioni che la .Madonna tien pronte per te nel suo amore. Osservando le molteplici imperfezioni che in te vivono e in tutti coloro che il Signore e la Madonna ti hanno affidati, mantienti in un timor santo di offendere Dio, senza farne giammai le meraviglie: non vi è da stupire, che ogni fiore voglia la sua cura speciale in un giardino (1).

Getta, getta la tua ansietà sulle divine spalle del Signore e Salvatore (2), che ti porterà e ti darà forza (3). S´ei ti chiama (ed. è vero che ti chiama) a servirlo in un dato modo che sia di suo gradimento, quantunque non di tuo gusto, non perderti di coraggio, anzi abbine più che non se il tuo gusto andasse d´accordo col suo gradimento; quando in un affare entra meno del nostro, le cose vanno meglio . Non permettere al tuo spirito di guardare a sè e di rimirare Ie sue forze e inclinazioni: fissa gli occhi

(1)    L. mcxxvn (t. xvu, pp. 80-81).

(2)    Ps, LIV, 23;i PETL, v, 7.

(3)    Cfr. Os., xz, 3,

 

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nel beneplacito di Dio e nella sua provvidenza. Non è tempo di mettersi a discorrere, quando bisogna correre; non è tempo di ragionare delle difficoltà, quando bisogna risolverle. Cingi di fortezza i tuoi fianchi (1) e riempi il cuore di coraggio, e poi di´: Riuscirò a fare, non io, ma la grazia di Dio con me (2) (3). Coraggio grande abbi, e non solamente grande, ma di buona Iena e di lunga durata, e, per averlo, chiedilo spesso a Colui che solo te lo può dare: Egli te lo darà, se con semplicità di cuore tu corrisponderai alla sua grazia (4).

I superiori nel governo delle anime.

Ai bambini si suol dare solo latte per nutrimento; poi, quando crescono e mettono i denti, si dà loro pane e burro: burro solo, no, ma si aspetta che possano mangiar pane per mettervelo sopra. I superiori e quanti sono preposti al governo delle anime, debbono avere dolcezza e pazienza col prossimo, guidando, elevando e trattando ciascuno con gran

(1)   Prov., xxxi, 17.

(2)   I Cor., xv, 10.

(3)   L. DICXXII (i. XV11, pp. 72-73).

(4)   L. MCCXXIiI (t. xvn, p. 261).

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carità in modo conforme alla sua capacità spirituale, per guadagnare tutti al Signore e farli crescere nelle vere e solide. virtù. Diano latte a chi ancora è debole e tenero nella vita spirituale; col crescere poi delle forze ci vuole pane, cioè incoraggiamento a progredire nella perfezione dell´amor divino e nella pratica delle virtù sode, stimolando più con esempio che con le parole (1).

Quanti han governo di anime, non faranno mai nulla che valga, se non avviano i loro discepoli alla scuola del Signore, se non li tuffano in questo mare di scienza, se non li spingono e portano a cercare il nostro caro Salvatore per essere da lui istruiti. Questo voleva dire il grande Apostolo, quando seriveva a quei di Corinto: — Figliuolini miei, che io ho generati a Gesù Cristo fra tante pene, fatiche e travagli e per i quali ho sofferto tanti dolori e spasimi, vi assicuro che non vi ho ammaestrati per trarvi ´ a me, ma per attirarvi al mio Signore Gesù Cristo (2). —

Coloro che han governo di anime, se con le loro belle parole cercano di tirare a sè discepoli e dipendenti, somigliano a. quei pagani, eretici e altre canaglie del medesimo genere che cicalano e dalle

(i) S. R. m (t. Ix, p. 108).

(2) / Cor., Iv, 9-16; cfr. Gai., uv, 19.

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loro cattedre si affannano a imbastire ragionamenti belli, sottili e stupendamente esposti, per condurre le anime non a Gesù Cristo, ma a se stessi. Le attirano a sé con il loro dire studiato, servendosi a tal uopo della parlantina che hanno, e seducendo gli spiriti deboli. Invece i servi di Dio, insegnando a quei che essi dirigono, si prefiggono solamente di portarli a Dio e con le parole e con le opere. In questo stiano ben attenti tutti i superiori; perchè non otterranno mai niente di buono, se non indirizzeranno i loro discepoli al Signore, affinchè imparino da lui medesimo a conoscerlo e a fare quanto devono per il suo amore e servizio (1).

San Giovanni Crisostomo, commentando una parola dell´Epistola di san Paolo agli Ebrei (2), osserva come il grande Apostolo con quei di Corinto fosse quale una nutrice con i suoi piccini, cibandoli di alimenti semplici, dolci e adatti ai bimbi; invece, quando scriveva agli Ebrei, lo facesse con tanta profondità dì dottrina ed elevatezza di stile, che nulla più. Se vuoi vedere san Paolo fra í Corinti, guarda una nutrice che abbia cinque o sei piccoli intorno. Vedi l´abilità di quella donna: sa dare a ognuno quello che fa per lui, e trattarlo secondo la

(1)   S. R. =XVIII (t. IX, pp. 103-4).

(2)   Hebr., v, 11, alla parola írnbecilles.

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sua capacita: a quello di uno, due, tre anni, porge il latte, parla scherzando e balbettando, e non insegna ancora a dir padre e madre, perchè, cosi pie-- colo, non sarebbe capace di proferire quei nomi, ma fa dire papà e mamma. Agli altri di quattro o cinque anni insegna già a parlar meglio e a mangiare cibi più ordinari; ai grandicelli apprende la civiltà e la modestia.

Orbene, scrive quel santo Padre (1), allorché il grande Apostolo scrive: — Io sono con voi come la nutrice, — che cosa vuol significare se non che egli fa con i suoi discepoli, come fa la balia con i suoi

bambini?             necessario con le anime essere molto
ingegnosi per condurle tutte in modo conveniente, secondo la loro capacità e portata. Si richiede gran discernimento nel porgere loro il pascolo della parola di Dio a tempo opportuno, quando siano disposte a riceverla: discernimento anche nel porgere a ciascuna quello che le bisogna e nel modo più acconcio (2).

Una buona regola generale è questa, che, quanto più sia possibile, si agisca su gli spiriti come fanno gli Angeli, con impulsi soavi e senza violenza (3).

(1)             CHRYS., In l Thess.

(2)             S. R. xxxvm (t ix, pp. 405,6).

(3)             L. ccxxxiv (t. xu, p. 361).

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´           Superiori e inferiori nelle correzioni.

Nell´ammonire si usi amore e dolcezza: gli avvertimenti fanno così miglior effetto; Operando diversamente, si potrebbero sconcertare i cuori deboli (1).

Per fare la correzione si cerchi e si aspetti il momento opportuno: farla subito è alquanto pericoloso. Ma poi facciamo con semplicità il dover nostro secondo Dio, e senza• scrupoli. Quand´anche la persona dopo l´avviso datole si affligga e si turbi, la causa non sei tu, ma la sua immortifieazione. E se essa commette lì per lì qulehe mancamento, questo farà sì che ne eviti molti altri, i quali avrebbe commessi, perseverando nel suo difetto. Il superiore non tralasci di correggere i suoi dipendenti, perchè vede in loro della ritrosia a ricevere la correzione; forse, finehè vivremo, noi ne avremo sempre, essendo cosa del tutto contraria alla natura dell´uomo l´amare di venir umiliato e corretto; basterà non secondare tale ripugnanza con la volontà, la quale bisogna che ami l´umiliazione (2).

Sarà lecito ai religiosi dirsi fra loro, che in date

(1)     1., DCCCLXXXIII              xvi, p, 21).

(2)     E. XII (t. vi, p. 213[}.

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circostanze sono stati mortificati dal superiore? Rispondo che vi sono tre maniere di dirlo. La prima è quando un religioso. dicesse: — Caro mio, il superiore mi ha or ora mortificato per bene! — ma ne fosse tutto lieto per essere stato degno di tale mortificazione e per avergli il superiore procurato quel po´ di guadagno spirituale Con dire a lui il fatto suo senza tanti riguardi; e così mettesse a parte della sua gioia il confratello, affluchè lo aiutasse a benedirne Dio. La seconda maniera è dirlo per proprio sollievo; trovando gravosa la mortificazione o correzione, il ripreso va ad alleviarsene con il confratello, che comprendendolo gli torrà una parte del peso: e questo modo non è tanto passabile come il primo, perchè si commette imperfezione con il menar lamento. Ma. la terza maniera sarebbe addirittura cattiva, ed è il parlare della cosa4n tono di mormorazione e di stizza, e allo scopo di far vedere che il superiore aveva torto.

Riguardo alla prima maniera, benchè il parlar così non sia male, sarebbe tuttavia molto meglio non dir nulla, ma rallegrarsi seco stesso con Dio. La seconda è da evitarsi, perchè con i lamenti si perde il merito della mortificazione. Sai che cosa conviene fare quando si è ripresi e mortificati? pigliarsi la mortificazione come un bel pomo e nascon‑

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Berlo in seno, baciandolo e carezzandolo con la maggior tenerezza possibile (1).

Del riferire al confratello parole sfavorevoli dette dal superiore, e viceversa.

L´andar a dire ad un confrateto clic il superiore ha detto così e Così sul conto suo, è colpa più grave che non si pensi. I religiosi dovrebbero amare sì gelosamente la pace e la tranquillità reciproca, da non fare nè dire inni nulla che potesse recar dispiacere; ora, non vi è cosa che possa affliggere tanto una persona, quanto il credere che il proprio superiore sia malcontento di lei. Chi pertanto farà lo sproposito di andar a riferire, una paroletta sfuggita di bocca al superiore, paroletta che rapportata sembrerà una cosa grossa e terrà, in pena e angoscia l´anima del confratello? Chi ag´sse così offenderebbe davvero la carità! In nome di Dio, non si faccia mai questo. Io non vorrei nemmeno che si dicesse al superiore il nome del confratello che parlasse contro di lui; gli direi bensì che la tal cosa da lui fatta viene disapprovata, ma non gli direi punto chi sia che muòve quel biasimo. Senza iI fervore e la purezza della carità non si avrà mai perfezione (2).

(1)  E. xi (t. vi, 194).

(2)  E. xvi (t. vi, pp. 305, 306-7),

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·         

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·         

·        Del voler essere amato dal superiore.

Non si dia alle carezze del superiore un´importanza tale, che, qualora egli non ci parli secondo il nostro gusto, ne tiriamo subito la conclusione che non siamo da lui. amati. Ci sia tanto cara l´umiltà e la mortificazione da non cadere in malinconia per lievi sospetti, forse infondati, di non essere ben voluti come ci farebbe desiderare il nostro amor proprio. — Ma ho commesso una mancanza verso il superiore, dirà tino, e quindi sto in apprensione eh´ egli sia corrucciato con. me; insomma•, egli non mi avrà più nel buon concetto di prima. — Eh, tutto cotesto affanno viene per ordine di un certo padre spirituale, chiamato amor proprio, che salta su a dire: — Come? farla così grossa? che dirà, che penserà il superiore? Oh, non c´è nulla di buono da sperare sul conto mio! Sono un pover´uomo! non riuscirò mai a far nulla che contenti il superiore!

—  e lamentazioni somiglianti, Non si dice già: — Purtroppo, hb offeso Dio! bisogna che mi rivolga alla sua bontà e speri da lui la forza; — ma si dice;

— Lo so che Dio è buono e che non farà caso della mia infedeltà, perchè conosce troppo bene la nostra debolezza; ma il superiore!... — Ed eccoci da capo con i piagnistei.

Procura, sì, di compiacere a´ tuoi superiori, e fa

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del tuo meglio per non disgustarli; ma contentar tutti non è in poter nostro. Quindi, sg per tua debolezza ti avviene di scontentarli qualche volta, ricorri tosto alla dottrina da me sì spesso predicata e che vorrei scolpita nel tuo cuore. Umiltà subito dinanzi a Dio, riconoscendo la tua fragilità e debolezza, e poi ripara il fallo, se è cosa che ne valga la pena, con un atto di umiltà vera verso la persona da te disgustata; dopo, non turbarti mai: il nostro vero padre spirituale, che è l´amor. di Dio, ce Io vieta, insegnandoci a rientrare, dopo l´atto di umiltà, in noi stessi per assaporare la ben augurata umiliazione che ci viene dal nostro fallo e la gradita riprensione che il superiore ce ne farà.

Due amori, due giudizi, due volontà sono in noi: nessun conto si faccia di quel che ci suggeriscono l´amor proprio, il proprio giudizio, la propria volontà: regni sul nostro amor proprio l´amor di Dio e sul nostro giudizio il giudizio dei superiori; nè contentiamoci di sottomettere la nostra volontà, facendo quanto si vuole da noi, ma, anche il nostro giudizio, col credere che non vi siano motivi, per non ritenere giusto e ragionevole il volere dei superiori, e rintuzzando tutti gli argomenti che il giudizio nostro vorrebbe addurre per dimostrarci che la cosa comandata sarebbe fatta meglio, se si facesse in modo diverso dal prescritto. Esponiamo una volta

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tanto le nostre ragioni, se ci sembrano buone; ma poi acquietamoci senza repliche a quello che ci si dice, facendo così morire il nostro giudizio, che noi siam portati a stimare savio e prudente più d´ogni altro. (1).

Il superiore è per i suoi.

S´incontrano talvolta superiori così proclivi a voler contentare le persone secolari sotto pretesto di recar loro giovamento, che dimenticano la cura dei propri sudditi ovvero non hanno tempo abbastanza per disbrigare gli affari di casa. I superiori siano molto affabili con i secolari per far loro del bene e ad essi dedichino pure una parte del proprio tempo; ma quanto? 1711 dodiceimo, impiegando le altre undici parti in casa per la cura della famiglia. Le api escono bensì dall´alveare, ma solo per necessità o per utilità e poco stanno a tornare; la regina specialmente non esce se non rare volte, come quan do si sciama, e allora se ne va tutta attorniata dal suo piccolo popolo. La casa religiosa è un mistico alveare, pieno di api celesti, le quali vi sono adunate per fabbricare il miele delle celesti virtù; quindi il superiore, che sta là neI mezzo come il re, procuri di tenersi vicine le sue api per insegnar

(1) E. xiv (t.. vi, pp. 260-3).

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loro il modo di farne acquisto e di conservarle. Non tralasci, no, d´intrattenersi- con le persone secolari, quando il bisogno o la carità lo voglia; ma fuori di questi casi tagli corto. Dico fuori di questi due casi; perché si danno persone di riguardo, che non bisognerebbe scontentare. Ma i religiosi e le religiose non perdano mai tempo con secolari sotto pretesto di guadagnare amici alla loro Congregazione. Oh, non è questo che occorra! Standosene dentro a far bene l´ufficio loro, non dubitino, il Signore procurerà alla loro Congregazione gli amici necessari (1).

Le particolarità nei superiori.

Si presenta ora una questione, se cioè nel vestire e nel vitto convenga usare qualche piccola particolarità ai superiori più. che al resto dei confratelli. La questione per me è presto risolta: io dico di no assolutamente, in qualsiasi cosa non necessaria, ma tutto con loro sia come con ognuno degli altri. Il superiore, sebbene devasi riguardare dappertutto come persona a cui bisogna portare grandissimo rispetto, pure non si mostri singolare in nulla o sia singolare il meno possibile. Evitiamo quindi studiosamente ogni cosa, che ci faccia ap‑

o

(1) E. xvx (t, vi, pp. 300-301).

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parire da più degli altri: dico in maniera fuori del-l´ ordinario e che dia nell´occhio. Il superiore si riconosca e distingua dalle sue virtù, non da queste singolarità punto necessarie (1)

I difetti dei superiori.

Che fare, quando nei superiori si vedesse imperfezione come negli altri? non sarebbe cosa da rimaner sorpresi? Perchè, può pensare taluno, superiori Imperfetti non si mettono. Purtroppo, se si volessero mettere soltanto superiori perfetti, converrebbe pregar Dio che ci mandasse dei Santi o degli Angeli, perchè uomini. tali non si troverebbero. Quel che si ricerca è che non siano di cattivo esempio; ma che non abbiano imperfezioni, non si pretende, purchè abbiano le condizioni d´animo necessarie: se ne potrebbero trovare anche di più perfetti, ma non per questo sarebbero abbastanza capaci di far da superiori. Il Signore non ci ha insegnato egli stesso a passarvi sopra nell´elezione da lui fatta di san Pietro a, superiore di tutti gli Apostoli? Ognuno sa la colpa commessa da questo Apostolo nella Passione e Morte del Maestro, allorchè, trattenutosi a parlare con una -fantesca, rinnegò così malamente

(1) E. zvi (t. vi, pp. 302-3).

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il suo carissimo Signore, che tanto • bene gli aveva fatto: prima fece l´ardito e Poi prese la fuga. Ma non basta: anche già. confermato in grazia per la discesa dello Spirito Santo, commise tuttavia un fallo giudicato di tale importanza, che san Paolo, scrivendo ai Galati (1), disse loro di avergli resistito in faccia, perchè meritevole di riprensione. Nè solamente san Pietro, ma anche san Paolo e san Barnaba mancarono: poichè nell´andar a predicare il Vangelo ebbero una questioncella fra loro, volendo menar seco il cugino Giovanni Marco, mentre san Paolo era di parere contrario e .non lo voleva in loro compagnia; sicchè, ricusando il primo di cedere. alla volontà di san Paolo, si separarono e . andarono a predicare l´Apostolo in un paese e san ´Barnaba col cugino (2) in un altro. Il Signore tuttavia trasse del bene da quel dissenso; poichè invece di predicare solamente in una parte della terra, essi gettarono il seme del Vangelo in luoghi diversi.

Finchè stiamo in questo mondo, non pensiamoci di poter vivere senza commettere imperfezioni; siamo noi superiori o inferiori, la cósa è impossibile, essendo tutti uomini, bisognosi´ perciò di ritenere certissima verità questa, per non isbigottirei al vedere

(D Calca., il, 11. (2) Act., xv, 37-41.

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che andiam soggetti a imperfezioni. Il Signore ci ha comandato di ripetere ogni giorno quelle parole del Padre nostro: Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, nè questo comando ammette eccezioni, avendo noi tutti bisogno di fare la stessa preghiera. Non è logico dire: — tale è superiore; dunque non è impaziente e non

ha imperfezioni:            Tu ti stupisci, quando vai dal
superiore ed egli ti dice qualche parola meno dolce del solito, perchè forse è in pensieri ed ha la testa agli affari; allora il tuo amor proprio si riSenté, mentre dovresti riflettere che Dio ha permesso nel superiore quel fare asciutto appunto per mortificarti l´amor proprio, che si aspettava da lui dinaostra-. zioni d´affetto con l´ascoltare amorevolmente quello

che tu volevi dirgli.                  Ma in fin dei conti di‑
spiace trovar mortificazioni, dove non si cercano! — Ebbene, si venga via pregando per il superiore e ringraziando Dio di quella salutare contrarietà. Insomma, ricordiamo le parole del grande apostolo san Paolo: La carità non, pensa male (1); e vuoi dire che la carità, vedendo il male, si volta dall´altra parte senza pensarvi su nè fermarsi a considerarlo (2).

(I) I Cor., xm, 5.

(2) E. xvi (t. vi, pp. 295-71,

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I sudditi adunque non si stupiscano al vedere che il superiore commetta imperfezioni: san Pietro, quantunque Pastore della santa Chiesa e superiore universale di tutti i Cristiani, cadde in un mancamento, e mancamento tale da meritare rimprovero, dice san Paolo; Neppure il superiore si mostri sbigottito, perchè si veggono i suoi mancamenti, ma imiti l´umiltà e la. dolcezza, con cui san Pietro accettò la correzione fattagli da san Paolo, benchè ne fosse il superiore. Non saprebbesi che cosa ammirare di più, se la forza coraggiosa di san Paolo a riprendere san Pietro o l´umiltà di san Pietro a ricevere la riprensione fattagli, e in cosa, nella quale ei penSava di far bene e aveva ottima intenzione (1).

Le qualità personali dei superiori.

Quando ci si cambia il superiore con un altro meno capace, non è possibile impedire che si affacci alla nostra mente il penàiero di questa inferiorità; ma fermarvici sopra non dobbiamo in modo alcuno. Se Baia= fa ammaestrato bene da un´ asina (2), a più forte ragione dovremo noi credere

(1)   M., p. 299.

(2)   Num., xxE, 28-30.

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che Dio, avendoci dato questo superiore, farà in maniera che ci diriga secondo la sua volontà, se non proprio secondo la nostra. Il Signore ha promesso che il vero obbediente non si perderà giammai: no, questo non avverrà di Chiunque segua indistintamente le direttive dei superiori da Dio per lui stabiliti. Quand´anche i superiori fosseró ignoranti e dirigessero gl´inferiori secondo la loro ignoranza, gl´inferiori, sottomettendosi in tutto quello che non fosse manifestamente peccato, nè contrario ai comandamenti di Dio e della sua santa Chiesa, io ti posso assicurare che non potrebbero mai errare. Il vero obbediente, dice la Scrittura Santa (i), conterà le sue vittorie; vale dire, uscirà vittorioso da tutte le difficoltà, ne le quali per obbedienza si verrà a trovare, e si caverà fuori con onore dai sentieri, in cui si sarà per obbedienza incamminato, siano quanto si voglia pericolosi. Bella maniera di obbedire, se si volesse obbedir solo a superiori di nostro gradimento! Se oggi che hai un superiore molto stimato e per la sua persona e per le sue virtù, gli obbedisci volentieri, e domani che ne avrai un altro di minor reputazione, non gli obbedirai volentieri come al primo, prestandogli bensì eguale obbedienza, ma .

(1) Prov., xxi, 28.

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non facendo gran caso di quello che ti dice e non eseguendolo con tanta soddisfazione, eh, chi non vede che tu obbedivi, all´altro per simpatia e non puramente per Id_dio?´Se così non fosse, avresti piacere e stima di ciò che ti dice questo nè più nè meno che di ciò che ti diceva quello.

Io sono solito ripetere con frequenza una cosa, che si fa sempre bene a dire, perchè si ha sempre bisogno di osservarla, ed è che tutte le nostre azioni si. devono compiere uel modo voluto dalla nostra parte superiore, e non mai a seconda dei nostri sensi e delle nostre ´inclinazioni. Sicuramente io proverei soddisfazione maggiore, nella parte inferiore dell´anima, a fare quel che mi comanda un superiore, verso il quale nutro simpatia, che non a fare quello che mi dice l´altro, verso il quale non ho simpatia di sorta; ma, purchè io ubbidisca egualmente nella mia parte superiore, basta; anzi la mia obbedienza vale di più, quando provo minor gusto a farla, giacche così mostriamo di obbedire per Iddio e non per gusto nostro. Al mondo non vi è cosa tanto comune quanto questa maniera, di obbedire a chi piace; l´altra maniera vi è rarissima e la si pratica solamente nello stato religioso.

Ma non sarà proprio lecito disapprovare quello che il nuovo, superiore fa, nè dire o pensare, perchè mai questo dia. disposizioni che l´altro non dava?

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No, mai: bisogna approvare tutto quello che i´ superiori dicono o fanno,. permettono o proibiscono, purehè non siano cose evidentemente contrarie ai comandamenti di Dio: chè allora non si dovrebbe nè ubbidire nè approvare. Ma, fuori di lì, gl´inferiori credano e facciano confessare sempre al ) proprio giudizio che i superiori agiscono benissimo e che han buone ragioni di agire così; altrimenti si verrebbe a costituir superiore se stesso e a far inferiore il superiore, sottoponendo al nostro esame il suo procedere. Si pieghino dunque le spalle sotto il giogo della santa obbedienza, credendo che i due superiori avevano entrambi il loro bravo perchè ´ di dare l´ordine dato, benchè quello di uno sia contrario a quello dell´altro (1).

Alcune norme pratiche per i superiori.

1. Il superiore non si scoraggi menomamente al vedere qualche mormorazioncella o qualche critica sul conto suo. Io ti assicuro che il mestiere del criticare è molto facile, e quello del far meglio è difficile; non ci vuoi gran capacità per iscorgere difetti e manchevolezze nella persona e nell´opera di chi governa. E quando ci si fanno critiche o si

(1) E. xi (t. vi, pp. 190.2).

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vuoi fare qualche osservazione sulla nostra condotta, ascoltiamo ogni cosa. con dóleezza e poi mettiamoci davanti a Dio e prendiamo consiglio dai nostri aiutanti o` collaboratori; quindi si faccia quello che si giudica opportuno, santamente fiduciosi che la divina Provvidenza volgerà tutto a sua gloria..

2.   Non esser corrivo a promettere, ma nelle cose di conseguenza piglia tempo a risolvere; questo serve a far andar bene i nostri affari e ad alimentare l´umiltà. San Bernardo, scrivendo a un mio predecessore, Ardneo, Vescovo di Ginevra (1), gli dice:

Fa´ tutto prendendo consiglio »; ma da pochi, soggiungo io, i quali siano persone calme, savie e virtuose.

3.   In far questo procedi con tanta tranquillità, che i tuoi inferiori non ne prendano occasione a perdere il rispetto dovuto alla tua carica, nè a pensare che tu abbia bisogno di loro per governare; ma fa´ lor conoscere in bel modo e senza dirlo, che agisci così per norma di modestia e umiltà e a tenore delle, costituzioni; bisogna fare il possibile, perchè negli inferiori il rispetto verso di noi non diminuisca l´amore, nè l´amore il rispetto.

4.   L´essere sindacato un po´ duramente da qualche brava persona estranea non ti sgomenti, ma

Ep.

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tira avanti in pace o facendo a suo modo, qualora non vi siano inconvenienti a contentarla, o facendo in modo diverso, qualora la maggior gloria. di Dio lo riehiegga: in tal caso cercherai con tutta destrezza di tirarla dalla tua, sicché trovi ben fatto quello che fai.

5.   Se un confratello non ti trattasse col dovuto rispetto, faglielo dire da chi giudicherai meglio, non da tua parte, ma da, parte sua. A ogni modo, perché la tua dolcezza non sembri timidità né tu venga trattato da timido, vedendo taluno che professasse di non portarti rispetto, dovresti con diligenza e-in disparte osservargli tu stesso che egli ha obbligo di onorare in te l´ufficio e di cooperare con gli altri a sostenere il prestigio della carica, la quale serve a stringere in un sol corpo e in un solo spirito tutta la famiglia religiosa (1).

6.   Sia pure un confratello di cattivo carattere finché si voglia: ma quando nell´essenziale della sua condotta agisce per impulso della. grazia e non della natura, secondando la grazia e non la natura, me‑

·rita di venir trattato con amore e rispetto, quale tempio dello Spirito Santo. Egli è lupo per natura, ma agnello per grazia. Io pavento moltissimo la prudenza naturale nel giudicar le cose della grazia; la

(1) L. MDLIX (t. xix, pp. 34-6).

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prudenza del serpente, se non si diluisée nella semplicità della colomba dello Spirito Santo, è velenosissima (1).

7.    Reggi bene la bilancia fra i tuoi ´dipendenti, a,ffinehè i doni naturali non ti facciano distribuire ingiustamente affetti e riguardi. Quante persone si

trovano, che, sgraziate all´esterno, sono graditissime agli occhi di Dio! L´avvertenza, il bel garbo, il par‑

lare aggraziato hanno spesso forti attrattive per quelli che vivono ancora secondo le pr- oprie inclinazioni; ma la carità guarda alla vera virtù e alla bellezza del cuore, effondendosi su tutti senza parzialità (2).

8.  11 superiore faccia regnare tra i suoi l´affezione scambievole, schietta, spirituale; la perfetta

vita comune, così amabile e così poco amata anche in case religiose ammirate dal mondo; la santa semplicità, la dolcezza di cuore e l´amore della propria abbiezione. Tutto questo si procuri con diligenza e fermeiza, non con ansietà e a sbalzi (3).

9.    Io so di scienza certa che bisogna dissimulare molto e passar sopra a tutte le offese che si può; e so che grazie .a questo metodo si conserva la pace e si

(1)     L. NIDCLXXIII (t. XIX, p. 265).

(2)     L. mccxxin (t. xvul, pp. 260-1).

(3)     L. cno.,xxxxx (t. xvi, p. 208).

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finisce con guadagnar i cuori dei più sconsiderati (1).

10.   Appartiene all´ufficio di chi è superiore il vedere con calma i difetti della propria casa e prendere in pace tutto quello che vi succeda (2).

11.   Ancorchè secondo il mondo tocchi agl´inferioni guadagnarsi la benevolenza dei superiori, tuttavia secondo Dio e gli Apostoli spetta ai superiori cattivarsi gl´inferiori; così fa il nostro Redentore, così fecero gli Apostoli, e così han fatto, fanno e faranno sempre tutti i prelati zelanti nell´amore del Maestro (3).

12.   Se io tornassi a nascere con i sentimenti che ho adesso, non credo che tutta la prudenza della carne e dei figli di questo secolo varrebbe a scuotere la mia certezza, che tale prudenza sia una pura chimera e pretta scempiaggine (4).

§ 10. AMORE AC, PROPRIO ISTITUTO
E ALLA PROPRIA CASA.

Ogni religioso parlerà sempre con molta umiltà della sua Congregazione, anteponendo tutte le altre

(1)     L. Nmcc.xxxviil        p. 406).

(2)     L: Dannxxxiv (t. xxi, p. 167).

(3)     L. DCXXVE (t. XIV, p, 360).

(4)     L. MDCXLII (t. XIX, p. 188).

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nell´onore´ e nella stima, preferendola però a tutte nell´ amore e, ala´ oecasiorie, dimostrando volentieri la propria contentezza di vivere nella vocazione sua. Così le mogli debbono preferire il loro marito a qualsiasi altro. uomo, non in onore e stima, sibbene in affetto; così ognuno preferisce il suo paese agli altri, in muore e non in stima, e ogni nocchiero ama il vascello su cui naviga, più di tutti gli altri, benchè più ricchi e meglio equipaggiati. Confessiamo francamente che le altre Congregazioni sono migliori, più ricche, più eccellenti, ma non già per noi più amabili nè più desiderabili, avendo voluto il Signore che qui fosse la nostra patria, qui la nostra barca, qui il nostro cuore. Così quel tale, interrogato qual fosse per il bambino il posto più gradito .e l´alimento migliore, rispose: — Il seno e il latte di sua madre. — Invero, quantunque vi siano seni migliori e migliori latti, per lui non ve n´è alcun altro nè più adatto nè più caro (1).

Tutte le altre forme di vivere in Dio siano dunque per te oggetto di stima e di onore, e considera la tua Congregazione in mezzo alle altre come la viola mammola tra i fiori, bassa, piccola, dal colore meno vistoso: ma a te basti che Dio l´ abbia suscitata

(1) E. i (t. vi, pp. 17-8).

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per il suo servizio e perchè esali un po´ di fragranza nella Chiesa (1).

Non va bene poi essere tanto affezionato al proprio Ordine, da non aver più occhi per:vedervi cose evidenti. L´amore mondano è cieco, e se tale non

fosse, non amerebbe il mondo, che nou,_´ ha niente di bello nè di buono; ma l´amore celeste non è cieco,

avendo, come dice la Cantica (2), lampade e fiamme

luminose, la cui luce dà lo spirito di discernimento, per distinguere il bene dal male. Le api amano i

loro alveari, ma non lasciano per questo drosser‑

vare minutamente quello che vi è dentro,e di nettarli e pulirli. Non esiste sotto la cappa del cielo

costanza tale che non pieghi (3), nè cosa tanto pura

che non le si attacchi polvere. Chi è che abbia diritto di adirarsi con chi gli dica che si lavi, dopochè

sia stato qualche tempo senza farlo? E perchè non

potrà dirsi à una casa religiosa che riveda l´osservanza, se da molti anni non ha fatto più questa

revisione? Un´abitazione non si lascia a lungo senza farvi riparazioni esterne; perchè non si farebbe lo stesso per l´interno?

Non si devono certo dire senza utilità nè propa‑

(1)     L. ninv (t. avi, p. 234).

(2)     Cant., vip, 6.

(3)     Eccles., ii, 11.

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lare i mancamenti che si veggono nelle case di un Istituto; ma il non volerli riconoscere nè confessare a chi possa applicarvi i. rimedi, è passione, è amore disordinato. Là Sposa nella Cantica confessa senza timore le sue imperfezioni, dicendo: Io son bruna, ancorchè beRa. Yon, badate che io sia bruna; perchè il sole mi ha scólorita (1). Si può dire forse altrettanto della tua casa: è bella, sì, ma il sole, cioè il tempo, ne ha alterato il colore. Perchè dunque non procurerai di restituirle l´antico lustro, affinché il suo Sposo possa. dire: Sei tutta bella (2)?

Quando in una casa i difetti sono momentanei e passeggeri, è bene dissimulare; ma quando fossero stabili e permanenti, bisogna cacciameli, face"ndo anche grande strepito, ove occorra. Eccessivo fu l´amore di Davide, allorchè non volle che si uccidesse Assalonne, benchè empio e ribelle (3). Se vuoi bene alla tua casa, dimostralo col procurarne la nettezza, la salubrità, l´osservanza (4).

(1)       Cani., z, 4, 5.

(2)   Ib., iv, 7.

(3)       11 Reg., xvin, 5 sgg.

(4)   L. (=vitt (t. xxi, pp. 66.8).

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CAPO TERZO.

Dei tre voti religiosi in particolare.

Chi va per ima strada, giunto a piè d´un monte, si ferma e si alleggerisce gli abiti. Se gli si domanda il perchè, risponde che lo fa per salire più speditamente. Così le persone che entrano nello stato religioso per ascendere il monte della perfezione, si levano di dosso gli abiti mondani, cioè le cattive abitudini, la volontà propria e gli affetti che possono allontanarle da Dio. Esse hanno per iscopo di unirsi più agevolmente alla Bontà divina e salire più spedite alla perfezione del suo amore, che è un monte difficile quanto mai; è infatti il monte Calvario, monte di croci e • afflizioni, ma pure monte soave, dolce,. delizioso per le anime generose e forti. Non si promettono piaceri e diletti a chi entra nelle case religiose; anzi, gli si dice che bisogna.portare la croce e lasciarsi crocifiggere con Gesù Cristo, abbracciando mortificazioni d´ogni genere per suo amore. Non si promettono onori e grandezze, ma si dice che bisogna umiliarsi, vive‑

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- E. CERI4, La alta religiosa eco.

 

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re in povertà e rinunciare interamente alla volontà propria per passare i: giorni nell´obbedienza e in una soggezione assoluta (1).

In questa vita di totale sacrificio ci precedettero gli Apostoli. Essi anzitutto sottomisero pienamente giudizio e volontà con la professione dell´obbedienza. Sacrificarono poi la loro immaginazione con la povertà. Il mondo è solito farci immaginare che ricchezze, onori, comodità siano beni desiderabili; ma gli Apostoli vi rinunciarono per sempre, tenendo in conto di tesoro preziosissimo la povertà. Sacrificarono infine tutti i loro affetti, non volendone mai più´ avere altri all´infuori dell´amor celeste, e sacrificarono quindi anche l´inclinazione che potevano sentire ai piaceri sensuali e caduchi, mediante la professione della perpetua castità. Queste tre virtù vennero in tanta, estimazione e furono tanto pregiate, come le tre più importanti per l´acquisto della perfezione, che i primi Cristiani, imitando gli Apostoli (2), anch´essi le professarono. 3/1a, affievolitosi il primo fervore, solamente persone particolari abbracciarono questa forma di perfezione evangelica; e poichè riesce difficile al sommo il dedicarvisi stando nel mondo, ecco che chi vuol accingersi alla ,generosa, impresa,

(1)        S. R. =v (t. 2e, p. 106).

(2)        £USEB., Hist., H, 17; HIERON., De script. eccles., Philo.

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se ne vien via andandosi a chiudere nelle case religiose (1).

§ 1. DELLA POVERTÀ.

Della povertà io non oso tanto parlare (2), perciò non ho visto mai molto da -vicino questa virtù; ma, avendone sentito dire tanto bene dal Signore, con il quale nacque, visse, fu crocifissa e risuscitò, io la amo e la onoro senza fine (3).

Esempi di Gesù, Maria e Giuseppe.

La povertà volontaria, della quale fanno professione i religiosi, è una povertà che si fa amare facilmente, perché non impedisce loro di ricevere né

·  di prendere le cose necessarie, ma li priva soltanto delle superflue; invece la povertà del Signore, della Madonna e di san Giuseppe non fu così. Quantunque la loro povertà fosse volontaria, perciò da essi caramente amata, pure non lasciava di essere umiliante, reietta, spregiata, bisognosa all´estremo. Tutti conoscevano san Giuseppe per un povero legnaiuolo (4),

(1)     S. R. xvm (i. vfi, pp. 152-3).

(2)     L. mDXCILI (t. X1X, p. 106).

(3)     L. MDXCI (t. XIX, p. 102.

(4)     MATT., XIII, 55; 15/14Rc.,-vi, 3.

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incapace di far sì che non mancassero Molte cose necessarie, benchè si affaticasse con incomparabile affetto per il Mantenimento di tutta la sua fami - gliuola (1).

Con il voto di povertà si rinuncia, dicevamo, a quello che è inutile e si sta paghi del necessario per mantenere la vita, mediante la santa sobrietà che recide il superfluo e si contenta del bisogne-vele;, non si viene però con questo a soffrire penuria; anzi, se vi è luogo dove non manchi l´occorrente per la conservazione di questa povera vita, è. appunto lo stato religioso, in cui il necessario si distribuisce con maggior cura che non altrove. ComunqUe sia, quand´anche noi àvessimo lasciato grandi ricchezze per andar a soffrire nella vita religiosa tutte le privazioni e tutti i disagi, che la povertà porta seco, quanto poca cosa sarebbe al confronto di quello che il Signore ha lasciato per noi! Egli, non potendo esser povero nel Cielo, dove non c´è e non può esserci privazione di sorta, si è umanato ed è venuto in questo mondo a sOpportare la povertà più dura nelle cose anche più indispensabili ai bisogni della vita, per arricchire noi e darci prove del suo amore (2).

(1)   E. =ex (t. vi, pp. 568-9).

(2)   S. R. vi (t re, p. 42)•.

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I disagi della povertà.

Qualcuno potrebbe dire: — Per esser povero in ispirito, basta lasciar il mondo e farsi religiosi. Sì, con questa rinuncia si è già in qualche maniera poveri; ma non la intende così il Signore. Di ciò appunto si lamenta sant´ Agostin o (1). Eh, no! dice, farsi religioso non è tutto; lasciare tutto per avere tutto a volontà, farsi povero entrando ir,religione e pretendere che non ci manchi nulla, fare voto di povertà e rifiutare di, provarne gl´incomodi e, peggio ancora, cercar in religione quello che non potevamo trovare nel mondo, esigere a dispetto del voto migliori agi e comodità che non avessimo prima di farci poveri, oh, che razza di povertà frolla, assurda, riprovevole! Purtroppo, ed è un gran guaio, i più difficili a contentare nelle comunità religiose sono proprio quelli che meno possedevano prima di entrarvi.

Oh, non è questa davvero la povertà insegnataci dal nostro Signore e Maestro! non così egli e i suoi Santi l´hanno praticata! Gesù è morto ignudo e i suoi Santi han seguita nella stessa povertà, lasciando ogni: cosa e affrontando coraggiosi tutti i disagi che la povertà porta seco. Vedi, per

(1) Epist. met, 5.

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esempio, il santo abate 5erapione, di cui si parla nella Vita dei Padri (1). Egli abbandonò tutto, riducendosi a una spogliazione completa. Se gli si fosse domandato chi mai l´avesse ridotto in tale stato, avrebbe risposto: — La cara povertà, alla quale è promesso il Regno de´ Cieli. Essa è che mi ha menato qui a patire in questo modo (2). — Una volta, trovato da un amico per istrada in condizioni pietose e richiesto chi l´avesse così malconcio: — Que‑

·sto libro — rispose, mostrandogli il libro dei Vangeli che teneva in mano. Io -per me t´assicuro che a farci prendere la risoluzione di uno spogliamento assoluto nulla è così efficace come il considerare la nudità del SaNatore crocifisso (3).

Sarebbe veramente bella voler esser povero per amor del Signore, ma a patto di non soffrire incomodi e avere a nostra disposizione tutto l´occorrente pei nostri bisogni e insieme anche la possibilità di acquistare stima e onore nel mondo! Sarebbe senza dubbio una gran bella povertà questa; ma il guaio si è che il Signore e la Madonna praticarono una povertà d´altro genere: una povertà reietta, disprezzata, vilipesa, incomoda. Bench.è discendente di Da‑

(i) In Lib. I, Vita S. farm- Eleem., 22.

(2)  S. R. LI (t. x, pp. 145-6).

(3)  S. R. vi (t ix, p. 42.

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vide e -di Salomone secondo la carne, Gesù è non‑

·dimeno ignominiosamente ributtato nella città di Davide e giace nella più squallida miseria dentro una

greppia, e la.Madre non. trova una persona che gli dia mi po´ d´alloggio. Bisogna stare con lui, biso‑

gna imitarlo e, come fece già santa Paola, preferire la stalla di Betlemme a tutte le ricchezze di Roma (l).

Quali sentimenti non c´infonde nell´animo il contemplare la nascita di Gesù! Ma soprattutto il mi‑

rarlo nella sua povera mangiatoia fa amare la ri‑

nuncia intera ai beni, alte pompe, agli spassi del mondo. Io non so, ma per me non havvi mistero

che unisca tanto soavemente il tenero alF austero, l´a‑

more al rigore, il dolce all´aspro. Non si vide mai un nascimento più povero nè più felice, mai una

maternità così sprovvista e così contenta. Certo, Colei • che ha dato alla luce il Figlio di Dio non sente il bisogno di mendicare dal mondo esterne consolazioni. Santa Paola, dicevo, amò meglio anch´essa vivere in povero ostello a Betlemme anziehè starsene ricca dama a Roma, sembrandole giorno e notte di udire dalla sua dimora i vagiti del Salvatore nella mangiatoia o, come si esprimeva san Francesco, del caro « Bambino di Betlemme », che la sti‑

(1) L. m3ixci (t. xxi, p. 177).

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molasse al disprezzo delle grandige e affezioni mondane e la chiamasse all´amore santissimo dell´umiliazione (1).

Troppo, troppo delicati siamo noi a chiamare povertà uno stato, nel quale non si patisce nè fame nè freddo nè ignonainie, ma soltanto qualche incomoduccio in cose da noi vagheggiate. Quando si pensa sul serio all´eternità, si fa ben poco caso di quanto ci succede in questi tre o quattro istanti di vita mortale (2).

Le dispense e le particolarità.

In certe particolarità, che per sè sarebbero contro il voto, si allega il permesso e la licenza del superiore. Son già brutte parole queste di permesso e di licenza, dove ha da regnare lo spirito di perfezione: sarebbe meglio vivere a tenore delle leggi e disposizioni senza ricorrere a esenzioni, licenze, permessi. Mosè aveva accordato un permesso e una licenza riguardo all´integrità del matrimonio (3); ma il Signore, riformando questo santo sacramento e ritornandolo alla sua purezza, dichiarò (4) che Mosè

(1)   L. MDCCCXIV (t. XX, p. 212).

(2)   L. DLXII (t. XIV, p, 233). (3)-Deut., xxiv, (4) 1VIATT., xix, 7-9.

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aveva fatto agli Ebrei quella concessione per tozza e Costretto dalla durezza del loro cuore. Ben sovente i superiori piegano quello che non possono spezzare e permettono quello che non possono impedire; e i -permessi hanno poi questo di scaltro e malizioso, che, qUando siano durati un po´ di tempo, se ne fanno un titolo e all´opposto delle cose invecchianti pigliano vigore e sembra che perdano insensibilmente la loro bruttezza e deformità. I permessi entrano per grazia nelle case religiose; ma, una volta che vi abbiano preso piede, vogliono rimanervi per forza, nè più se ne vanno se non per via di rigore.

Oltre a questo, io osservo che non vi sono cose tanto somiglianti fra loro come due gocce d´acqua; eppure una pito essere di rosa e l´altra di cicuta:. quella è medicinale e questa uccide. Vi sono permessi che in qualche modo possono essere buoni; ma i permessi di tener denaro non sono tali, perchè in fin dei conti ciò costituisce proprietà, sia quanto si voglia velata e mascherata: è l´idolo che Rachele teneva nascosto sotto la veste (1). Si dice che il superiore permette, che vi è il suo beneplacito: ecco Rachele che parla. Ma intanto quel denaro è di un religioso° e non di un altro: ecco l´idolo della proprietà. Se non è proprietà, come si spiega che uno ha più comodi del bisogno e l´al‑

(1) Gen., xxxi, 34.

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tro ha più bisogni senza comodi? Come va che, pur essendo i religiosi tutti fratelli, non son poi fratelli

- anche questi comodi? trno soffre e l´altro no; uno ha fame, dirò su per giù con san Paolo (1), e l´altro è nell´abbondanza: non è una comunità del Si-. gnore cotesta. Chiama la cosa come vuoi, ma è pura e semplice proprietà; dove non c´è proprietà, non c´è mio e tuo, le due parole che hanno rovinato il

mondo (2). Il religioso che ha un. soldo, non vale un soldo, dicevano gli antichi (3).

Conviene risalire alla sorgente della tua religio‑

ne e bervi l´acqua della retta osservanza. Troverai colà un´acqua che fa dimenticare l´affetto che tu avessi per certe piccole particolarità contrarie al voto.

Rimira la pietra donde fosti distaccato (4): non vi scorgerai una pagliuzza di proprietà (5).

Bisogna combattere

i difetti contrari alla povertà.

Donde credi tu che derivino i rilassamenti e disordini di certe case religiose? Sempre dalla man‑

(1)      I Cor., xI, 21; Philipp.,

(2)      S. GIOV. CRIS., Or. in S. Philog., 1.

(3)  L. cLxviii (t. xii, pp. 144-5). (4). Is., 41, 1. (5) L. (cLxvru), (t. xxi, p. 71).

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causa di umiltà. E perchè credi che venga a man, care ramiltà? Perchè le due malaugurate parole mio e tuo non ne sono sbandite. Non appena si comincia a trasandare la vita comune e la povertà, en, trauo subito la presunzione e la superbia, non essendovi cosa che gonfi più delle ricchezze con il dire « mio » e « tuo ». La santa povertà giova moltissimo ad alimentare e conservare l´umiltà; nulla infatti ci umilia e ci abbassa quanto l´esser poveri, sicchè l´umiltà è al sicuro sotto 1´ usbergo della povertà e della vita comune.

Ecco perchè tutti i Padri antichi e i fondatori di religioni hanno sempre cercato di stabilire la comunanza dei beni nelle Congregazioni e Case. Il grande sant´Agostino la vuole fedelmente osservata; quindi fa divieto assoltilo di ritenere per se qualsiasi cosa, anche piccola quanto si voglia, nemmeno uno spillo, ma esige che tutto sia in comune, sicchè le parole « mio,» e « tuo » vadano assolutamente in bando (1); prescrive quindi che vi sia eguaglianza in tutto, per quanto la necessità lo possa permettere: nelle religioni, dove le cose non siano tutte in comune, vengono subito fuori le parzialità e le particolarità. Infine, mancando la povertà, vie- ne conseguentemente a mancare l´umiltà, perchè le

(1) Cfr, Enarr. in Ps. cxxxii; Epist. ccxi.

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due virtù hanno un intimo nesso fra loro e una aiuta molto la conservazione e l´incremento dell´altra, come ho detto sopra. Se nel mondo non si trova quasi nessunó che voglia esser povero, questo avviene perchè vi sono tanto pochi che siano umili.

Il grande san Francesco amava singolarmente la virtù della povertà, molto più che uno sposo non ami la sua sposa, più che non amasse Alessandro le sue ricchezze. Felici dunque le anime, alle quali il Signore ha usato un tratto di tanta misericordia, chiamandole ad una religione, in cui la vita comune sia scrupolosamente osservata, perchè è certo che troveranno ivi più mezzi e facilità maggiore per l´acquisto della santissima umiltà; avendo poi l´umiltà, avranno per conseguenza la povertà di spirito, alla -quale è strettamente connessa la felicità eterna, secondochè promette loro il nostro Signore e Maestro con quelle parole: Beati i poveri in spirito, perchè di essi è il Regno dei cieli (I).

I difetti contro la povertà, essendo contrari alla perfezione religiosa, si devono correggere, benchè piccoli; anzi, a parer mio, appunto perchè- piccoli e finchè piccoli: se si aspetta che, crescano, il rimediarvi non sarà cosa tanto facile. È agevole presso la sorgente volgere altrove i fumi, perchè là

(1) S. R. xxv (t, ix, pp. 228-9)‑

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sono ancora deboli; ma più innanzi si fanno Indomiti. Prendetemi, dice la Cantica (1), le volpi mentre .sono plceole, perchè disertano le vigne; sono piccole ora, non´ lasciatele crescere, e allora non soltanto sarà difficile prenderle, ma quando le vorrete prendere avranno già devastato tutto. I figli d´Israele dicono in un Salmo (2): La figlia di Babilonia è infelice; beato colui che ghermirà e sfracellerà i tuoi pargoli sulla selce. L´inosservanza nelle religioni è davvero figlia di Babilonia, cioè di confu sione; fortunati coloro che ne soffocano subito i principii o, per dir meglio, li sbattono e schiacciano contro la pietra dell´osservanza. L´ aspide del rilassamento e dell´irregolarità nella casa non è ancora uscito dal guscio; ma si stia bene all´erta, perchè quei difetti ne sono le uova, che, covate in seno, si schiuderanno un giorno a rovina e perdizione comune, senza che nemmeno ci si pensi.

Ma se tali difetti, a giudizio di certuni, sono piccoli, non è scusabilissimo il non correggerli? Quale miseria, diceva san Giovanni Crisostomo parlando delle vergini stolte (3), qual miseria vedere uno stuolo di -vergini, dopo aver combattuto e vinto il

(1)   cant., 11, 15.

(2)   Ps. cxxxvi, 8, 9..

(3)   In Matt., Hom. Lxxvm (al. Lxxix).

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nemico più gagliardo di tutti, che è il fuoco della carne, lasciarsi vincere da un nemico meschino, da mammona, dio delle ricchezze! Ogni sorta di proprietà nello stato religioso si riduce a iniqua Manni2,012a (1). « Ecco perehè, diceva egli, queste povere vergini sono chiamate stolte: han soggiogato il più forte e si arrendono al più debole ». Una casa religiosa spicca in tutto il resto e regge al confronto di qualsiasi altra; e non sarà gra´Ve disdoro permettere che Ia sua gloria venga offuscata da simili imperfezioncelle? P segno di grandissinía ´imperfezione nel leone e nell´elefante, dopoché abbiano vinto tigri, tori e rinoceronti, spaventarsi, atterrirsi, tremare, il primo davanti a un pulcino e l´altro davanti a un topo, la cui semplice vista faccia loro perdere il coraggio: questo è certamente un grave scorno per la loro bravura.

Dopo il fin qui detto lascia che io ti manifesti tutto il mio pensiero intorno a questi difetti. Sono piccoli, in verità, se si confrontano con altri maggiori; perchè sono soltanto principii, ed ogni principio, nel male come nel bene, è sempre piccolo; ma se Ti consideri invece rispetto alla vera e intera perfezione religiosa, alla quale devi aspirare, sono certamente gravissimi e pericolosissimi. P piccolo

(1) Luc., xvp, 9.

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male, di grazia, quello che intacca e vizia nel corpo,.della religione una parte così nobile come il voto di povertà? Si può essere buon religioso senz´andare al coro, senza portare questo o quell´abito, senza fare questa o quell´astinenza; ma senza la povertà e la vita comune è impossibile. Il vermicciuolo che rose la zucca di Giona (1) sembrava pie-. colo, ma era così deleterio che la pianta si seccò. Parimente i difetti contro la povertà sembreranno esigui in una casa religiosa; ma la loro cattiva natura è tanta che manda in rovina il voto.

Io trovo poi che nella casa questo male, sia pur piccolo quanto si vòglia, è molto grave ancora per il fatto che vi è lasciato sussistere, vi sta dentro in pace, vi dimora come inquilino ordinario; questo è quando le particolarità, anzidette vi sono ormai diventate di casa. Le mosche, morendo, corrompo-, no la soavità del balsamo (2). Se passassero solamente sul balsamo e vi succhiassero trasvolando, non lo corromperebbero; ma restandovi -morte e quasi sepolte, lo corrompono. Mi auguro che i mancamenti e difetti della tua casa siano semplici mosche; il male però deriverà dal loro fermarsi dentro l´unguento. lin male, anche piccolissimo, facilmente

(1) jaN., zv, 6-8. Cfr. apud Lxx.

(2)  Eccles., x, 1.

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cresce, quando è carezzato e ritenuto; nessun nemico è piccolo, dicono i belligeranti, alIorchè viene trascurato (1). Io per mè ti esorto a giudicare ben grande questo male, perchè ti priva di un gran bene; credilo una massima imperfezione, essendoti di ostacolo per giungere a perfezione maggiore. Ricor‑

_ da il proverbio già, citato: Monachus non valet obolum, si possidet obolum. Un poco di lievito è sufficiente ad alterare tutta la massa della pasta, dice san Paolo (2). Altro non restava da lavarsi agli Apostoli fuorchè i piedi; eppure il Signore´ pronunciò che conveniva o lavarli o non avere parte con lui (3).

. Ai veri poveri. Dio provvede,

Dio vuole che si abbia fiducia in lui, ognuno secondo la propria vocazione. Da un laico che vive nel mondo, non si richiede che si affidi alla Provvidenza di Dio come dobbiamo fate noi altri ecclesiastici; perchè a noi è proibito di tesoreggiare e trafficare, ma questo non è proibito ai mondani. Nè i sacerdoti secolari sono obbligati di sperare in questa medesima Provvidenza alla maniera dei re‑

(1)     L. cLxvm (t. _m, pp. 3.39-143p.

(2)     I Cor., v, 6; Galat., v, 9.

(3)     L. (ci.xvlin) (t. xm, p. 79.

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ligiosi; perché i religiosi vi devono sperare tanto, da non darsi individualmente alcun pensiero dei mezzi di sussistenza. Ora, fra ì religiosi,• quelli di san Francesco primeggiano riguardo al punto del confidare nella Provvidenza divina, nulla possedendo nè in particolare nè in comune, sicché praticano alla lettera la parola del Salmista ): Getta nel seno del Signore la tua ansieta, ed egli ti sostenterà,. Tutti debbono rimettere ogni lor pensiero a Dio, il quale tutti mantiene; ma non tutti nella stessa misura. Gli uni si affidano a lui, attendendo al lavoro e all´attività, che Dio ha loro assegnato e con cui Dio Ii mantiene; altri, in modo più completo, si studiano .di fare questo senza frapporvi occupazione alcuna. Essi non seminano nè mietono, e il Padre celeste li sostiene (2). Orbene la tua condizione di re-. ligioso ti obbliga a metterti nelle mani della Provvidenza divina, senza cercar ammitticoli in mezzi particolari.

Davide ammira che Dio doni -il cibo ai pulcini dei corvi (3), ed è infatti cosa degna di ammirazione. 15-on nutriste anche gli altri animali? Sì, ma non nello stesso modo nè così direttamente, perciò gli

(1)      Ps. LIV, 23.

(2)         MATT., VI, 26‑

(3)         Ps. exLxvT, 9.

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altri sono aiutati dai loro padri e madri e- si aiutano anche da sé; ma perché la naturale condizione di quei pulcini porta che siano abbandonati da padri e madri e d´altra parte non possono fare da sè, il Signore li alimenta in modo quasi miracoloso. Così pure Egli natrisee i suoi divoti servitori, che per la condizione del proprio stato han contratto obbligO speciale della vita comune e della povertà, senza ricorso ad alcun mezzo incompatibile con la loro professione. I Conventuali credettero di non poter vivere nella stretta povertà imposta dalla regola primitiva; i Cappuccini han fatto veder loro chiaramente il contrario. San Pietro, finehè ebbe fiducia in Colui che lo chiamava, andò avanti sicuro; ma quando cominciò a dubitare e a perdere la fiducia, si sentì andare a fondo. Facciamo il nostro dovere, ognuno secondo la sua condizione e prOfessione, e Dio non ci verrà meno. Durante il tempo che

i figli d´Israele stavano nell´Egitto, Egli li nutriva con il cibo somministrato loro dagli Egiziani; ma quando furore per il deserto, diede loro la manna, alimento comune a tutti e proprio di nessuno, il che, se non erro, ci rappresenta una specie di vita co7 mune. I religiosi sono usciti dall´Egitto del mondo e si trovano nel deserto della religione: non- cerchino dunque più i mezzi mondani, ma sperino fermamente in Dio, che li nutrirà senza dubbio, quand´an‑

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che dovesse far piovere la manna (I). Osserva Esaù: per un po´ d´appetito venutogli correndo dietro alle fiere, si credette vicino a morir di fame, e sotto quel pretesto ven.dette, il suo diritto di primogenitura. Non credere a me, credi al Signore: lasciando certe piccole particolarità, non morirai; ti parrà di morire, ma questo non sarà: in cambio di uno, Dio ti darà cento in questo mondo e la vita eterna nell´altro (2). 0 Gesta c´inganna o t´inganni tu (3).

2. DELLA. CASTITÀ.

II nostro corpo non è più nostro, come l´avorio .del trono di Salomone (4) non era più degli elefanti, che l´avevano portato nella loro bocca. Il gran Re Gesù l´ha scelto per il suo seggio: chi lo porterà altrove? (5).

Prima e dopo il voto.

Il desiderio di fare a Dio voto di castità non deve formarsi nell´anima priina che se ne sia conside‑

(1)       L. CLxvITI (t. xn, pp. 146-8).

(2)       MATT., XIX, 29; 3/1Alt£, X, 29, 30.

(3)       L. (cLxvin)i (t. xx), pp. 69-70).

(4)     /// Reg., x, 18.

(5)       L. cccxxviii (t. xin, p. 141).

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rata a lungo l´importanza; bisogna poi preparartisì bene con l´orazione, riflettendo sui punti seguenti.

1.    Considera quabto gradita a Dio e agli Angeli sia la virtù della santa castità. Dio ha voluto che fosse eternamente osservata nei Cielo, dove• non è più nulla di carnale (1). Non sarà una bella sorte per te il cominciare in questo mondo la vita che continuerai eternamente nell´altro? Benedici dunque Dio, che ti ha mandato cotesta santa ispirazione.

2.    Considera quanto sia nobile questa virtù. Mantiene essa le anime nostre candide come gigli, pure come il sole; consacra i nostri corpi e ci mette in grado di essere tutti di Dio, cuore, corpo, mente, sensi. Non è una grande soddisfazione il poter dire al Signore: — Il mio cuore e la mia carne esultano di gioia nella tua Bontà (2), per amore della quale io abbandono ogni amore e per il cui piacere rinuncio a tutti gli altri piaceri —? Che fortuna non aver riserbato per il corpo delizie mondane, a, fine di dare più completamente a Dio il cuore!

3.    COnsidera che la" Santa Vergine fu la _prima a far voto di verginità a Dio, e dopo di lei lo feCero vergini senza numero, uomini e donne. Ma

(1)  MATT., XXII, 30.

(2)   Ps, LXXXIFI, 3.

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quale ardore, quale amore, quali trasporti in quei voti di verginità e di castità! t cosa ineffabile.

Umiliati profondamente dinanzi all´esercito celeste dei vergini, con umile preghiera supplicali a riceverti nella loro compagnia, non pretendendo già di eguagliarli nella purezza, ma, per ottenere almeno di esser riconosciuto quale lor servo „indegno nell´imitazione più perfetta che ti sarà possibile. Supplicali di offrire te e il tuo voto a Gesù Cristo, Re dei vergini, e di rendergli-accetta la tua castità cón il merito della loro. Soprattutto raccomanda la tua intenzione alla Madonna e poi all´Angelo Custode, affinchè d´ora innanzi si compiacciano di preservarti con cura speciale il cuore e il corpo da ogni immondezza contraria aI tuo voto. E nella santa Messa, quando il sacerdote innalzerà l´Ostia divina, offrirai con lui a Dio Padre il prezioso corpo del suo diletto Figlio Gesù e insieme il corpo tuo, che farai voto di conservare casto tutti i gioyni della tua vita.

Fatto il voto, bisognerà che tu non permetta, mai ad alcun affetto sensuale cli solleticarti il cuore, ma porterai al tuo corpo un grande rispetto, considerandolo non più come corpo tuo, ma come cosa sacra e santissima reliquia. E come non si ardisce più toccare nè adoprare in usi profani un calice, dopochè il VesCovo l´ha consacrato, così, avendo lo Spirito Santo per mezzo di questo voto consacrato il

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tuo cuore e il tuo corpo, devi trattare l´uno e altro con grande riverenza (1).

La castità si ottiene con la preghiera e si conserva con l´umiltà.

La castità è un dono di Dio, che non si acquista a forza di braccia, nè si conserva con arte e con l´ingegnoi i doni di Dio non si strappano dalle sue mani per forza nè con la violenza, ma son dati gratuitamente (2) e secondo le disposizioni del cuore. Come fare dunque per procacciarsi dalle mani di Dio questo dono, non potendo alcuno essere casto, se Dio non glie ne fa la grazia? (3). Bisogna pregare, cioè domandano in spirito di profonda umiltà: mediante la preghiera tu l´avrai e lo con; serverai. So bene che il digiuno, il cilicio e la sobrietà (la quale non consiste solamente nel vincere la gola, ma anche nel privarsi di cibi squisiti e troppo succulenti, contentandosi del necessario e facendo uso di alimenti semplici e ordinari) sono mezzi buoni per conservare la castità infusa nell´anima; tuttavia non basterebbero se non fossero accompagnati da

(i) L. CDLIV (t. m, pp. 18-20). (2l) MATT., x, 8. (3) Sap., vin, 21.

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umile preghiera: l´umiltà è la condizione, a cui Dio subordina tutti i suoi doni (1).

Perchè appunto l´umiltà è custode della castità, noi • leggiamo •nei Cantici (2) che quelli anima bella viene chiamata giglio delle valli (3). Tutti coloro che vogliono vivere castamente, ritengano che essere casti senza essere umili non si può, ma che fa d´uopo chiudere la purezza nella custodia preziosa del-l´ umiltà: altrimenti accadrebbe loro come alle vergini stolte, che furono escluse dal convito nuziale dello Sposo. Lo Sposo celeste, perchè si prenda parte alla sua festa di nozze, vuole che si sia umili; dice infatti: Quando sarai invitato a nozze, va´ a metterti nell´ultimo luogo (4). Mai nessuno indubbiamente sarà ammesso al banchetto celeste e alla festa nuziale preparata per i vergini nella celeste abitazione, se non vi sarà accompagnato dalla virtù dell´umiltà (5). L´umiltà è compagna della verginità, e compagna così_ inseparabile, che la verginità non farà mai lunga dimora nell´anima, la quale non abbia l´umiltà (6).

(1)S. R. xmx -(t. x, p. 108).

(2)   Cani., u, 1.

(3)   L. ccxxvm bis (t. xm, p. 392 d).

(4)   Luc., xiv, 8, 10.

(5)   E. xix (t. vi, p. 1362).

(6)   S. R. ALVI (t. x, p. 53).

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Il pudore, -guardiano della castità.

Il pudore, possiamo dire con Tertulliano (1), è il sagrestano della castitì. Come il sagrestano d´una chiesa procura di chiudere bene le porte, affinchè nessuno entri a spogliare gli altari, e ogni giorno vi osserva per vedere se nein siasi portato via nulla, così il pudore sta sempre in guardia per iscoprire se si muovano assalti alla castità ´o se si manifesti qualche pericolo, tanto ne è geloso; e appena scorge un punto nero, foss´anehe soltanto l´ombra del male, subito se ne risente e si allarma (2).

Pensieri contro la castità.

Le immaginazioni e i pensieri strani o terribili che vengono ad assalirti, non ti turbino affatto. Fin dal mattino con un breve e semplice atto di riprovazione detesta ogni pensiero contrario all´amore celeste, dicendo, per esempio: Fin d´ora ripudio tutti

i pensieri che non sono per voi, mio Dio; li detesto, li respingo per sempre. — Poi, nel -momento del‘ l´assalto, basterà che tu dica di tratto in tratto: — Signore, voi lo sapete, io li ho rigettati. —

(1) De cultu jeminarum, ai, 1.

(2)   S. R. xLvT (t. x, p. 52).

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Talvolta bacerai il crocifisso, o farai altro segno che ti confermi nella tua disapprovazione. E non ti aLlristare, non torturarti; con. cose che non solamente non ti separano dal Signore, ma ti danno occasione di unirti sempre più alla sua misericordia (1).

Ai pensieri cattivi che ti vengono all´improvviso, non rispondere nemmeno una parola; soltanto, dirai in cuor tuo al Signore: — Signore, voi sapete che io vi onoro; son tutto vostro! — Indi passa oltre senza star a diseutere con la tentazione (2).

E attento ai poeti! Volesse il Cielo, che tanti poeti cristiani, i quali hanno mostrato sì bell´ingegno, avessero mostrato anche buon criterio nella scelta dei loro argomenti! La corruzione dei costumi non sarebbe tanto grande. E straordinara la forza che hanno di penetrare i cuori e dominare la memoria le parole strette nelle leggi del verso (3).

Le amicizie.

Tieni ben a mente l´avviso di san Giacomo (4): L´amicizia del mondo è nemica di Dio. Non accogliere in te nè fomentare amicizie mondane, sotto qualsia‑

(1)     L. MCCXXV (t. XVII, p. 263).

(2)     L. CDXC (t. XIV, pp. 85-6). (3.} L. mxxx (t. XVI, p, 287). (4) jAC., ´v, 4.

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si pretesto: è un punto di grande importanza. Scoprirai le amicizie di_ tal fatta dalle loro foglie, dai loro fiori e dai loro frutti: frutti, foglie, fiori che non valgono niente. Le foglie sono parole agghindate, manierate, senza sugo, leziose; sono lodi alle tue belle doti naturali e civili, e simili Vanità. Alla larga! l´ombra di coteste foglie è ´malefica. I frutti sono distrazioni del cuore, oscuramenti di spirito, disgusti dell´anima, dissipazione delle facoltà interiori. Dio ti guardi da cotali incontri!

Pigliate„ dice nella Cantica (1), le piccole volpi, perchè danno il guasto alle vigne. Certe smancerie sono volpicelle, chei quasi non si vedono: perchè piccole, possono tenersi nascoste: s´insinuano inavvertite attraverso la siepe delle nostre risoluzioni; ma non lasciano di produrre grandi guasti, per un tantino di passaggio che loro si apra. Il vero carattere di queste volpicelle è mostrarsi esitanti a dire e fare quel che dicono, e volere che nessuno, sappia; cercano le tenebre, fuggono la luce: chiedono segretezza e silenzio fuor dell´ordinario. Tutte le amicizie così fatte sono mondane e dispiacciono a Dio.

Ed ecco le mosche, che guastano la socueità, dell´unguento (2), perchè morte dentro di esso. La vera

(1)   Cant., u, 15.

(2)   Eccles., x, 1.

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amicizia fondata sulla carità è schietta, franca, aperta, senza pretese, senz´ artifizio, tutta semplicità, punto gelosa, punto affettata. Oh, morta mosca, che giova a te lo stare nell´unguento, che giova all´unguento darti ricetto? Se tu fossi viva, mangeresti unguento e P unguento ti profumerebbe e ne porteresti attorno il profumo: ma così morta, guasti l´unguento. Oh, morta ape, che fai qui nel miele? Se tu fossi viva, faresti miele e il miele ti nutrirebbe; ma così morta, guasti il miele.

Taglia, tronca coteste amicizie, non perder tempo a scioglierle; ci vogliono forbici e coltello. Non si p uò fare altrimenti: i nodi sono sottili, intricati, attorti: se ti mettessi a disfarli, maggiormente li imbroglieresti: hai le unghie troppo corte per ficcarle in coteste annodatare. Solamente il filo del coltello può reciderle. Tanto, i cordoncini non valgon nulla: non è il caso di risparmiarli. Non son io che lo dico, io dice Dio.

Vedi la Santa Vergine: si turbò alla vista di un Angelo in forma d´uomo dinanzi a lei, perciò egli la lodava ed essa era sola. Salvatore dell´anima mia! temere un Angelo in forma umana! In certi casi bisogna temere un uomo anche sotto la forma d´angelo, perchè ben più grave è il pericolo (1).

(D L. DIV (t. XIV, pp. 107-8).

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§i. DELL´OBBEDIENZA ,

Libertà e obbedienza.

La libertà è il più ricco tesoro che l´uomo  possegga, perchè è la vita del nostro onore; essa quindi costituisce il dono più prezioso che noi possiamo fare. Perciò è l´ultima cosa a lasciarsi, la clsa a cui maggiormente ci costa di rinunciare. - Sta così in alto, che il deMonio noia può toccarla: egli &aggira, s´arrabatta, fa la ronda intorno, ma forzarla non può. Dio, stesso che ce l´ha data, non la vuole per forza, e quando ce la chiede, vuole che glie la diamo a viso. aperto e di, buon grado. Egli non ha mai costretto nessuno a servirlo, nè mai lo farà. Ci stimola bensì, picchiando• alle nostre coscienze, ci si mette attorno al cuore, insiste perchè ci convertiamo e ci diamo interamente a lui; ma prenderci per forza, mai. Potrebbe farlo, è vero, con la sua onnipotenza, ma non vuole (1).

San Pietro ci dice di purificare le anime nostre con l´obbedienza, (2). Per questo l´obbedienza deve procedere non da sola necessità, ma da schietta volontà e desiderio di piacere a Dio. Il volere del su, periore, in qualunque maniera veniamo a conoscerlo,

(1)   S. R. xxxiii (t. a, p. 335).

(2)   i PETR., I, 22_

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dev´essere per noi legge. Nell´obbedienza tutte le considerazioni si riducono a una sola: alla semplicità, che piega dolcemente il cuore ai comandi e fa stimare gran fortuna l´obbedire anche in cose ripugnanti, anzi più in queste che in altre. Tu non desiderare se non ciò che vuole Dio. Fa´ quanto dice chi ti governa, sempre che tu non vi scorga peccato: volere quel che vuole il superiore è volere quel che vuole Dio. Qui sta la vera obbedienza e contentezza (1).

Allorchè dopo molte preghiere e riflessioni in- dossasti l´abito religioso, ti decidesti a entrare nella scuola dell´obbedienza e della rinuncia alla tua volontà, giudicando esser meglio questo che non vivere in balia del tuo proprio giudizio e di te stesso. Non lasciarti dunque scuotere, ma stattene dove il Signore ti ha posto (2). Fortunate le anime che vivono unicamente., della volontà di Dio (3).

Obbedienza apparente e obbedienza reale.

Vi sono diverse maniere d´intendere l´obbedienza, le quali però si possono tutte ridurre a due. La prima è in senso speculativo, come la prendono

( O L. mimi-avi ,(t. xxi, p. 148).

(2)     L. mcccLxxx (t. ami, p. 131),

(3)     L. isn´xivi (t. xvi, p. 364).

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i teologi, quando mostrano e spiegano l´eccellenza di questa virtù. Così Molti ne fanno grande stima e leggono con vivo piacere quello che se ne scrive. — Oh, felici gli obbedienti! — esclamano costoro. Ti sanno anche parlare dei cinque gradi di obbedienza; ma poi non fan nulla più dei teologi, che ne ragionano tanto bene. Ora il parlarne non è tutto: bisogna venire alla seconda maniera d´intendere questa virtù, che è di mettersi a praticarla in tutte le occasioni, piccole e grandi. Si trovano pur anche di quelli che vogliono bensì obbedire, ma a patto che non si comandino loro cose difficili. Altri ancora vogliono obbedire, ma purchè non se ne contrarino i capricci. Taluno è disposto a sottomettersi a questo e non a quell´altro. Ben poco si richiede per mettere alla prova la virtù di queste persone, le quali obbediscono in ciò che vogliono esse, e non in ciò che. vuole Dio. Ora, un´obbedienza di tal sorta al Signore non piace: bisogna obbedire indistintamente in cose grandi e piccole, in cose facili e difficili, e stare saldamente attaccati (alla croce, su cui l´obbedienza ci ha posti, senz´accettare ne mettere condizioni per farcene tirar giù, qualunque parvenza di bene vi sia. Perci ò, se ti venissero ispirazioni o eccitamenti a fare cose che ti distolgano dall´obbedienza, scacciali con risolutezza e non li secondare punto.

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Quindii coniugati devono stare sulla croce dell´obbedienza, che è il matrimonio. Questa per essi è la croce migliore e la più pratica, perché è quella che dà loro quasi continuamente da fare e loro porge occasioni più frequenti che verun´ altra di soffrire. Non bisogna dunqu. e che abbiano desiderio di scendere da questa croce sotto qualsiasi pretesto; ma poichè Dio ve li ha posti; vi hanno da rimanere.

Il prelato e chi ha cura d´anime non deve desiderare di essere staccato da questa croce per la ressa delle brighe e distrazioni che v´incontra; ma deve fare il dover suo nel proprio ufficio e prendersi cura delle anime affidategli da Dio, istruendo gli uni e consolando gli altri, ora parlando 6 ora tacendo, dedicando il suo tempo all´azione e, quando viene il momento, all´orazione. È la croce sulla quale Dio l´ha messo; vi deve dunque stare fermo senza dar retta a quanto potrebbe incitarlo a scenderne.

Così il religioso resti costantemente e fedelmente inchiodato alla croce della sua vocazione, senza

giammai dare adito al menomo pensiero, che possa fargli abbandonare o mutare il proposito di servir

Dio in quella forma di vita, e senza nemmeno dare ascolto a quanto lo trascinasse ad operare contro l´obbedienza. Nè mi si dica: — Oh! se ne avessi la libertà, farei adesso tante ore di orazione e forse vi

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riceverei tante consolazioni da esserne estasiato. Pregando, tanto farei da arrivar quasi a. strappare il cuore di. Dio e mett-érlo nel mio; ovvero mi leverei tant´ alto da porre la mano nel costato del Salvatore e rubargli il cuore. Se io andassi ora a pregare, lo farei con tanto fervore, che mi solleverei due o tre cubiti da terra. — Ecco qui delle cose che hanno apparenza di virtù; ma certo, ogniqualvolta si oppongano all´obbedienza, bisogna respingerle, non bisogna accogliere tali movimenti e ispirazioni. Obbedisci, e basta: Dio non ti chiede altro (1).

Non guardare poi a chi obbedisci, ma per chi. Il tuo voto è fatto a Dio, benchè riguardi un uomo (2). Non guardare nemmeno alla natura delle cose - che fai, ma all´onore che hanno, benchè tanto meschine, di essere volute dalla volontà di Dio, ordinate dalla sua provvidenza, disposte dalla sua sapienza,. In una parola, essendo gradite a Dio e riconosciute da te per tali, a chi debbono essere sgradite? Procura dunque di purificare ogni dì più il cuore. Questa purità consiste neI valutare tutte le cose, pesandole sulla bilancia del santuario, la quale non è altro che la volontà di Dio (3).

(7) 5. R. LXV (t., pp. 3´57-8).

(2)    L. CCLXXXVI131 (t. XIII, p. 52).

(3)    L. ccLxxxix (t. xuE, p. 53). .

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Quando sarà dunque che non vorremo niente, ma lasceremo a chi spetta, il pensiero di volere per noi quanto ci faccia d´uopo? Purtroppo non vi è che fare: la propria volontà, tuttochè imbrigliata dall´obbedienza, non può essere trattenuta che non ricalcitri e non faccia capricci: bisogna sopportare questa debolezza. Ci vuole del tempo prima che siamo interamente spogli di noi stessi e del preteso diritto a giudicare che cosa sia meglio e a desiderarlo. Io guardo con commozione il Bambino di Be-flemme, che sapeva tanto, che poteva tanto, eppure senza dir parola si lasciava maneggiare e fasciare  e legare e avvolgere, come altri volesse! (1).

Obbedire senza sofisticare.

Vi sono anime così sottili, che trovano un mondo di osservazioni, di epicheie, di repliche, da fare su tutte le obbedienze loro imposte; è segno che non si ama l´ordine ricevuto, quando vi si fanno su tanti discorsi. Valga l´esempio di Eva, che mosse tante difficoltà sulla proibizione fatta dal Signore di non. mangiare il frutto dell´albero della conoscenza del bene e del male (2). Dio aveva creato

(1) L. mcxxar (L XVIII, p, 321).

(2)  S. R. Lxiv (t. X, p. 357).

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12. - E. CXRIA, Le cita religiosa ecc.

 

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l´uomo e la donna nella giustizia originale, che li abbelliva al sommo e Ii colmava talmente di grazia, che in loro non era peccato, nè per conseguenza ribellione della carne allo spirito. Non sentivano ripugnanza nè avversione al bene, non appetito nè inclinazione al male: calmi e tranquilli, godevano una dolcezza e soavità incomparabile, vivendo nella massima purezza e innocenza, non in una purezza e innocenza .solamente naturale, ma rivestita della grazia. Tali Dio li collocò nel paradiso terrestre, facendo loro un sol comando, un sol divieto: non mangiassero quel frutto; mangiandone sarebbero morti.

Ora Satana, lo spirito maligno che per una disobbedienza procedente da amor proprio e da stima di sè, era precipitato dal Cielo, considerando la bellezza della natura umana, divisò di farla decadere dalla giustizia originale, che rendeV´ala così bella e cara; e poichè l´amor proprio e la stima di sè aveva cagionato la sua disobbedienza e quindi la sua perdizione, così mosse l´identica tentazione ai nostri progenitori, per vedere se mediante le sue arti tale amor proprio e vana stima di sè attecchissero in loro come già in lui. Eccolo dunque prendere a questo fine corpo di serpente, attorcigliarsi a un albero e, rivolgendosi ad Eva perchè più_ debole, mettersi a discorrere così: — Perchè Dio; che

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vi ha posti in questo luogo, vi ha proibito di mangiare d´ogni frutto che vi è!

— Non ce li ha proibiti tutti — rispose, certo sbigottita e tremante, Eva, — ma ci ha proibito solo di toccare e mangiare questo. ‑

La tentazione era grave, perchè tentazione di disobbedienza. Ma vedi la malizia e l´astuzia del bugiardo spirito infernale? — .Perchè, dice, vi ha proibito di mangiare d´ogni frutto? — Vedi come esagera la proibizione divina? Dio non aveva proibito di mangiare d´ogni frutto, ma uno solo ne aveva proibito; parlava così ad Eva con l´intendimento di farle odiare il comando. del Signore: giacchè il primo passo alla disobbedienza è avere in uggia ´ la cosa comandata, tentazione gravissima contro l´obbedienza. Lucifero nella sua caduta, prima di disobbedire, concepì disgusto del comando; ecco perchè, conoscendo la forza di questa tentazione, sebbene sapesse che Dio non aveva proibito ai nostri progenitori di mangiare d´ogni frutto, pure non si peritò di parlare così per far loro venire in odio quell´ordine.

Nota poi quanto si rafforzi con la risposta di Eva. — Noi, dice, mangiamo bensì d´ogni frutto; ma riguardo a quello della conoscenza del ,bene e del male, Dio ci ha proibito di mangiarne e di toccarlo. Tu mi domandi il perche Per non morire. ‑

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Vedi la grossa menzogna della donna. Dio aveva proibito, sì, di mangiare del frutto di quell´albero; ma quanto al toccarlo o guardarlo, non aveva detto nulla: era una bugia che faceva il ,paio con l´altra dello spirito maligno, quando chiese perchè Dio avesse proibito loro di mangiare d´ogni frutto. Lì appunto mirava anzitutto la sua tentazione, a far dare tale risposta, perchè con ´essa la donna esprimeva disgusto e avversione, quasi dicesse: Non ci ha proibito soltanto di mangiarne, ma anche di toccarlo e perciò di . guardarlo: proibizione ben strana, e dura! — Ecco dunque il primo passo a disobbedire: sentir disgusto e odio dell´obbedienza (l).

Nella, tentazione il secondo passo alla disobbedienza

 è il disprezzo non solo del comando, ma anche di chi comanda. Ora la tentazione, quando arriva a far odiare chi comanda, è pericolosa e pessima, specialmente se si comincia a dire che chi comanda non fa bene a date quell´ordine e che è una cosa spropositata, e si proferiscono parole sprezzanti intorno alla cosa comandata o consigliata, per antipatia contro chi comanda.

So bene che possono venire ripugnanze e avversioni non solo per i comandi, ma anche per coloro

(i) S. R. mai (t. x, pp. 171-3).

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che comandano; ma altra cosa è il dire cose o rattenere pensieri, suggeriti da tali sentimenti: questo non si deve fare mai. Eppure qui mira lo spirito maligno; con tale intento chiese a Eva in tono quasi sprezzante per l´ordine del Signore: — Perchè Dio vi ha ingiunto questo? — E voleva dire: — Che ragione c´era di mettervi in questo paradiso, per poi proibirvi di mangiare d´ogni frutto che vi si trova? — Ma egli diceva una solenne menzogna, perchè Dio non aveva fatto simile divieto, e se l´avesse, fatto, sarebbe stato ben duro a sopportar si, perchè, mettere un uomo e una donna in un bel giardino pieno di frutti e far loro universale divieto di toccarne alcuno, sarebbe stato un ordine assai difficile in pratica. Quindi non ingiunse una cosa simile; ma il maligno spirito lo disse per disprezzo di Dio e per farlo disprezzare da Eva, Co. stai passò poi anch´ essa, a disprezzare Colui che aveva fatto il divieto, rispondendo come rispose aI tentatore: — Noi non mangiamo di questo frutto per: tema che, secondo la parola del Signore, non abbiamo a morire. — Queste parole suonano disprezzo di Dio. Fu un dire: — Egli ci ha minacciati di morte, se ne mangiamo; ma che ragione vi era di farci questa minaccia? Eppure ha detto proprio così: Affinehè non moriate. Non vedi come queste parole sappiano di disprezzo? Dio non ave‑

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va solamente raccomandato loro che non mangiassero di quel frutto per non correr pericolo di morire, ma aveva dichiarato espressamente, che, se ne avessero mangiato, sarebbero morti. Ecco dunque il secondo passo verso la disobbedienza (1).

Obbedienza di Gesl -e di. Maria.

Il nostro divin Salvatore e la sua benedetta Madre amarono tanto l´ obbedienza, che preferirono la morte, e morte di croce, anzichè lasciar di obbedire. Il Signore morì in croce per obbedire; e la Madonna, quali atti sublimi non fece nell´ora stessa che moriva il suo Figlio, cuore del suo cuore? Nessuna resistenza oppose alla volontà del Padre celeste, ma stette immobile e costante ai piedi della croce, pienamente sottomessa al divino beneplacito.

Del Signore noi dobbiamo dire con san Paolo (2): Si è fatto obbediente fino alla morte, e morte di croce. Nulla egli fece mai in tutta la sua vita che non fosse per obbedienza, secondochè di sua bocca ci rivelò dicendo (3): Io non sono venuto per fare la mia volontà, ma quella di Colui che mi

(1)   S. R. un (t. x, pp. 174-6).

(2)  Philipp., ii, 8.

(3)     SOAN., VI, 38.

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ha mandato. Egli guardava dunque sempre e in tutto alla _Volontà del Padre celeste, per eseguirla, nè solo per un tempo, ma fino alla, morte.

Quanto poi alla Madonna, osserva tutto il corso della sua vita, e non troverai altro che obbedienza. Ebbe tanto a cuore questa virtù, che, pur avendo fatto voto di verginità, si piegò all´ordine di prender marito. Indi perseverò sempre nell´obbedienza. Così andò al tempio per obbedire alla legge della purificazione, quantunque nè essa nè il Figlio´ vi fossero tenuti: trattavasi di obbedienza puramente volontaria, e benchè volontaria e non necessaria, restava però sempre obbedienza. Amò siffattamente questa virtù, che non ne raccomandò nessun´altra agli uomini. Nel Vangelo troviamo che una volta sola parlò agli uomini, e fu alle nozze di Cana in Galilea quando disse: Fate quello che vi dirà il mio Figlio (1). Vi predicò dunque l´obbedienza.

L´esempio datoci dal Signore e dalla Madonna intorno alla santa obbedienza, come dovrebbe stimolarci a osservare con ´sommissione assoluta e senz´alcuna riserva tutti i comandi che ci vengono fatti! nè solo questo, ma indurci a praticare inoltre i consigli, che ci rendono più_ accetti alla Bontà di‑

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(1) JOAN., II, 5.

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vinai È poi una gran cosa il vedere obbedienti noi, nati solo per servire, Quando il Re supremo, .a cui tutte le creature devono star soggette (I), si volle assoggettare all´obbedienza? Facciamo dunque tesoro dell´esempio lasciatoci dal salvatore e dalla gloriosa Vergine, imparando bene a sottornettèrei docili, maneggevoli, facili a essere volti in tutti i sensi dalla santa obbedienza, e questo non per un tempo nè per certi atti speciali, ma per sempre e in tutta la nostra vita (2).

Obbedienza del religioso.

Il religioso senza obbedienza è un religioso senza virtù, perchè è l´obbedienza che principalmente fa il religioso, essendo questa la virtù propria e caratteristica della vita religiosa. Abbi pnr anche brama di soffrire il martirio per amore di Dio; se non hai l´obbedienza, questo non vai nulla. Leggiamo nella vita di san Pacomio, che un suo religioso, dopo aver perseverato da novizio in un´umiltà e sottomissione esemplare, si presentò al" Santo e gli disse nel trasporto del suo fervore che sentiva un desiderio vivissimo del martirio e che non sarebbe mai

(1)     P.5. cxvm, 91.

(2)     S. R. =viri (t. a, pp. 251-9).

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stato contento, finché non avesse ottenuto quella grazia; lo supplicava perciò di pregar Dio che glie la concedesse. Il santo Padre cercò di moderare quel fervore; ma quanto più egli diceva, tanto pii 17 altro s´infiammava nella sua istanza. Osserva- - vagli il Santo: — Figlio mio, vai più vivere in obbedienza, morendo ogni giorno con una mortificazione continua di sè che non martoriaréi l´immaginazione. Muore martire chi si mortifica; è maggior martirio il perseverare tutta la vita nell´obbedienza, che non il morire in un attimo sotto la spada. Vivi in pace, figlio mio, calma il tuo spirito, distoglilo da cotesto desiderio. — Ma il religioso, asserendo che il suo desiderio proveniva dallo Spirito Santo, non che smorzare il suo ardore, continuò a insistere presso il ´Padre, affinché pregasse per appagamento della sua brama. Non andò guari che giunsero notizie per lui consolanti: un Saracino, capo di ladroni, era venuto sul monte, che sorgeva nelle vicinanze del monastero. Allora san Pacomio lo chiamò e gli disse: — Orsù, figlio mio, ecco l´ora tanto sospirata; va´ nei nome Dio a far legna sul monte. = Il religioso, fuori di sè dalla gioia, se ne andò cantando inni e salmi in lode di Dio e ringraziandolo dell´onore che erari degnato di fargli col mandare quel: roccasione di morir per suo amore; insomma, tutto egli avrebbe potuto pensare, fuorché di fare quello

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che fece. Ecco dunque che i briganti, vistolo venire, gli piombarono addosso e preSero a malmenarlo e minacciarlo. Per un po´ di tempo si diportò da bravo. Alla fine: — Sei morto! gli dissero. — Non chieggo di meglio, rispose, che di morire per il mio Dio; — e altre risposte somiglianti. I Saracini lo condussero dov´ era il loro idolo per farglielo adorare. Visto eh´ ei ricusava costantemente, si misero in atto di ucciderlo. Ahimè? il povero religioso, così valoroso nella sua immaginazione, vedendosi la spada alla gola: — Ah! di grazia, esclamò, non Uccidetemi, farò tutto quello che vorrete; abbiate pietà di me! io sono ancora giovane; che peccato

troncarmi la vita così!     Finì con adorare l´idolo;
dopo di che quei malvagi lo bastonarono ben bene e lo lasciarono ritornare al monastero. Giunse più morto che vivo: tant´ era pallido ed esterrefatto. San Pacomio, che eragli andato incontro, gli disse: — Ebbene, figlio mio, come va? che cosa hai, che sei così distrutto? — Allora il povero religioso, pieno di vergogna e di confusione, perchè aveva dell´orgoglio, non potendo sopportare di vedersi caduto ín sì grave fallo, buttossi a terra e confessò la colpa. Il Padre corse subito al rimedio: invitò i fratelli a pregare per lui e gli fece chiedere perdono a Dio; indi, rincoratolo, gli diede salutari avvertimenti, dicendo: — Figlio mio, ricordati che l´a‑

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vere modesti desidèri di vivere secondo lo spirito della comunità e il contentarsi di esser fedeli alle regole, senza voler intraprendere nè bramare niente ivi non contenuto, val più che non tutti i disegni di fantastiche prodezze, i quali servono solo a gonfiarci il cuore d´orgoglio e a farci disprezzare gli altri, quasi che noi fossimo da più di loro. Oh, che buona cosa è vivere all´ombra dell´obbedienza, anzichè scostarci da essa per correre dietro a quello che sembra a noi perfetto! Se tu, com´io ti andava• dicendo, ti fossi contentato di vivere mortificandoti, allorchè volevi addirittura la morte, non saresti così miseramente caduto.. Ma, coraggio! d´ora in poi ricordati di vivere sottomesso, e io t´assicuro che Iddio ti ha perdonato. — Il religioso obbedì al consiglio del Santo, governandosi con molta umiltà fino al termine della vita (i).

Volontà e giudizio nell´obbedire.

L´obbedienza dovuta ai superiori, che Dio ha posti sopra di noi per governarci, si deve prestare con .la piena sottomissione dell´intelletto e della volontà. L´ obbedienza dell´intelletto sì pratica allorchè, comandati, accettiamo e approviamo il comando,

(1) E. xi (t. vi, pp. 182-5).

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non solo con la volontà, ma anche con l´intelletto, facendo stima della cosa comandata e giudicandola migliora d´ogni altra che ci si potesse comandare in quella circostanza. Quando si è arrivati a tantò, l´obbedire piace a segno, che provasi un desiderio non mai sazio di venir comandati, affinchè tutto quello che si fa, ´sia fatto per obbedienza; e qui sta l´obbedienza dei perfetti, puro dono di Dio o frutto di lunga fatica mediante una serie di atti ripetuti con frequenza e con energici sforzi in modo da acquistarvi l´abitudine. La nostra naturale inclinazione ci porta sempre al desiderio di comandare e c´ispira ripugnanza all´obbedire; eppure è cosa certa che noi a obbedire abbiam grande attitudine, mentre forse non siamo fatti per comandare.

Condizione fondamentale per ben obbedire è aver cara la cosa comandata e piegarvi dolcemente la volontà, amando di venir comandati; non è mezzo per farci veri obbedienti il non avere chi ci comandi, come non è mezzo per acquistare la dolcezza il vivere soli in un eremo. Cassiano. confessa di sè, che, stando nel deserto, andava tavolta in collera e che, presa la penna per scrivere, se questa non rendeva bene, la buttava, sicché, dice, non giova esser soli, perchè portiamo dentro di noil´iracondia (1).

(1) E. x Ct. vi, pp. 157-9).

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Poi bisogna far morire il giudizio proprio. A tal fine non lasciamogli fare tanti discorsi nelle circostanze, in cui vorrebbe padroneggiare, ma facciamogli intendere che è servo. Quindi, allorchè ti vien voglia di giudicare, se una cosa sia comandata bene o no, tronca il discorso al tuo giudizio; e quando ti si dice di fare una data cosa in un dato modo, non ti fermare a discutere o a sindacare se non sarebbe stato meglio far diversamente, ma rispondi al tuo giudizio che la cosa non potrebbe mai farsi meglio che nel modo a te ingiunto. Sta´ però attento che anche nel fare la cosa comandata il giudizio proprio sovente non obbedisce, cioè non si sottomette, perchè non approva il comando: questa è la causa ordinaria della ripugnanza che sentiamo a fare quello che si vuole da noi. Intelletto giudizio mostrano in tal caso alla volontà che quello non è da farsi o che ci vogliono mezzi diversi dagli indicati, sicchè la volontà non si sottomette, facendo essa più conto delle ragioni allegate dal giudizio proprio che non di altre; ognuno infatti erede che il proprio giudizio sia il migliore.

Noi abbiamo un notevolissimo esempio contemporaneo di mortificazione del proprio giudizio. Parlo di un gran dottore, assai rinomato. Il Papa giudicò che un libro, da lui pubblicato conteneva proposizioni erronee e ne scrisse alVautore, affinchè le sop‑

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primesse. II dottore al ricevere quell´ordine assoggettò in modo così assoluto il suo giudizio, che non pensò nemmeno a dare chiarimenti per sua giustificazione, credette anzi di aver torto e di essersi

, lasciato ingannare dal .giudizio proprio; onde, salito in pulpito, diede senz´altro lettura del documento´ pontificio e poi pigliò il libro, lo fece in pezzi e disse chiaro e netto che il giudizio del Papa in quella faccenda era ottimo, che egli ne approvava con tutto animo la censura e•correzione paterna, come giustissima e mitissima, che avrebbe meritato maggior rigore, e che si stupiva grandeinente come mai fosse stato così cieco da prendere abbaglio in cosa A manifestamente cattiva .(1). Egli non aveva nessun obbligo di far questo, perché il Papa non glie lo comandava, ma voleva soltanto elt´ei togliesse dal, libro qualche cosa sembratagli non buona; giacché bisogna notare che non trattavisi di eresia ne di errore tanto manifesto che non Vi

(1) Secondo gli editori delle Opere Complete, questo «gran dottore » sarebbe Mons. Pietro De Villardb, arcivescovo di Vienne, menzionato nella Prefazione del Teotimo. Il Papa e Clemente VIII; il libro censurato Remonstrances, Advertisse-. ments et Exhortations sur les princip. ales choses qui sont a reform-er, éstablirs et observer aux Heures Canoniales etc. (JAQUES ROITSSIN, LYON, 162).

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fosse luogo a difesa. Egli dunque in tale circostanza diede prova di gran virtù. e di una mortificazione straordinaria del proprio giudizio.

, La mortificazione dei sensi è abbastanza frequente, perché vi coopera la volontà propria e sarebbe vergogna in quello mostrarsi riottoso all´obbedienza: altrimenti, che cosa si direbbe di noi? Ma chi mortifichi davvero il proprio giudizio si trova ben di rado. Farci confessare che la cosa comandata è buona, averla cara e stimarla per noi la migliore e la più utile di tutte, oh! è difficile perché il giudizio s´inalbera. Molti infatti diconia: — Farò la cosa comandata; ma veggo chiaramente che sarebbe meglio fare in altro modo. — Ahimè! che dici? se alimenti così il tuo giudizio, evidentemente ne andrai ebbro; non c´è differenza fra chi è inebriato e chi è pieno del giudizio proprio. Un giorno Davide (1), essendo in mezzo alla campagna coi soldati stracchi e sfiniti dalla fame, nè trovando più vettovaglie, mandò dal marito di Abigail in cerca di viveri. Disgrazia‑

tamente il pover´uomo era ubbriaco e, messosi a parlare da ubbriaco, disse che Davide, dopo aver

divorato le sue rapine, mandava a rovinarè anche lui come gli altri, e che egli non avrebbe dato loro niente. Davide, saputolo: — Viva Dio! esclamò. Me

(1) i Reg., xxv, 4-25.

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la pagherà l´ingrato. Io a lui ho fatto il beneficio di salvarne il gregge, impedendo che gli si arrecasse danno. — Abigail, conosciuta l´intenzione di Davide, si presentò a lui il giorno dopo con doni a fine di placarlo, parlandogli in questi termini: — Sire, che vorreste fare w un folle´? Ieri mio marito era ubbriaco e parlò in malo modo, ma parlava da ubbriaco e da pazzo. Sire,, mitigate il vostro sdegno, non vogliate colpirlo, perchè sentireste il rammarico d´aver fatto pesare la vostra mano sopra un folle. — L´ebbro e il giudizio proprio meritano le stesse scuse, perchè l´uno val l´altro in fatto di ragionevolezza. Si ponga dunque il massimo impegno a non lasciargli fare tanti discorsi, perché non c´inebrii delle sue ragioni, massime in materia di obbedienza (1).

Obbedienza pronta.

L´obbedienza bisogna che sia pronta. La prontezza nell´obbedire è stata raccomandata sempre aí religiosi come elemento essenziale, perchè si obbedisca a dovere e si osservi fedelmente il voto fatto a Dio. Questa prontezza fu il segno di cui si servì Eliezer (2) per conoscere la fanciulla da Dio desti‑

(1) E. xi (t. vi, pp. 196-200),

(2) Gen., xxiv, 14-20.

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nata in, isposa al figlio del suo padrone. Disse dunque fra sè: — Quella, a cui domanderò da bere e Che mi dirà: " Non solo ne darò a te, ma attingerò anche per i tuoi cammelli.„ sarà colei che riconoscerò qual degna sposa per il figlio del mio padrone. — E mentre era in questi pensieri, scorse da lungi Rebecca. Elìezer, quando la vide cavar acqua dal pozzo per le sue pecore, le rivolse la domanda, a cui la donzella rispose com´ei desiderava: — Sì, non solo per te, ma anche per i tuoi cammelli. — Nota com´essa fu Pronta e gentile; non iscansò la fatica, ma si mostrò molto generosa, perchè non era poca l´acqua necessaria ad abbeverare i cammelli di Eliezer. Le obbedienze fatte con mala grazia non tornano gradite. Certuni obbediscono, è vero, ma con tanta pigrizia e con cera sì brutta, che diminuiscono molto il merito della virtù. La carità e l´obbedienza vanno così unite, che non si possono separare: l´amore ci fa pronti a obbedire. Per difficile che sia la cosa comandata, chi possiede l´obbedienza amorosa, amorosamente la eseguisce; la ragione è che, essendo l´obbedienza parte principale dell´umiltà ed essendo l´umiltà amantissima della sottomissione, P obbediente ama per conseguenza di essere comandato, e non appena scorge da lontano un comando, di qualunque natura possa apparirgli, o di suo gradimento o

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no, tosto l´abbraccia e l´accarezza, portandogli tenero affetto.

Nella vita di san Pacomio si legge un • bell´esqmpio di :questa prontezza nell´obbedire. Fra i suoi religiosi eravene uno chiamato Giona, uomo di gran virtù e santità, che aveva l´incarico dell´orto, dove sorgeva un fico stracarico di bei frutti. Questa pianta era una tentazione per i religiosi giovani; tutte le volte, che passavano di là davano sempre un´occhiata ai fichi. San Pacomid l´aveva notato e passeggiando un giorno nell´orto, alzò gli occhi all´albero e vide là sopra il diavolo che guardava i fichi dall´alto, mentre i religiosi li guardavano dal basso. Il gran Santo, desideroso di avviare i suoi non meno a una perfetta mortificazione dei sensi che alla mortificazione interiore delle passioni e inclinazioni, chiamò Giona e gli diede ordine che il giorno dopo assolutamente tagliasse l´albero. Al che il povero G iena´ replicò: — Oh, Padre, ci vuole ancora un po´ di pazienza con quei giovani; bisogna bene ricrearli un tantino; non è per me che io lo voglio conservare. — Rispose il Padre con gran dolcezza: — Bembè, fratello, tu non hai voluto obbedire con semplicità e prontezza; ma vuoi scommettere che l´albero sarà più obbediente di te? E così fu; il dì appresso lo trovarono secco, nè portò più frutti. Il povero Giona diceva il vero, che

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non voleva conservare per sè il fico; difatti in settantacinque anni dacchè era religioso e faceva l´ortolano, egli non aveva mai assaggiato un- frutto dell´orto, mentre ne largheggiava coi fratelli. Tuttavia quella volta imparò, quanto sia commendevole la prontezza nen´ obbedire (1).

Quando nacque Gesù, gli Angeli ne diedero 1´ annuncio, éd i pastori e i Re Magi andarono ad adorarlo. Che giubilo, che consolazione spirituale per la Madonna e san. Giuseppe in quei momenti! Ma sta´ attento, qui non è tutto. Di lì a poco l´Angelo del Signore disse in sogno a san, Giuseppe: — Prendi il Bambino e sua madre, e fuggi in Egitto (2), perché Erode vuol farlo morire. — Che acerbo dolore dovette questo cagionare alla Madonna e a san Giuseppe! L´Angelo trattò san Giuseppe proprio da religioso. Prendi il Bambino, disse, e sua Madre, e fuggi in Egitto, e rimani colà fino a che non te lo dirò io. — Che è ciò? avrebbe potuto rispondere il povero san Giuseppe. Tu mi dici di andare; non basterà partire domani mattina? dove vuoi ch´io vada di notte? Non ho nulla di pronto per il viaggio; come vuoi che io porti• il Bambino? avrò io la forza di portarlo continuamente in braccio per sì

(1)  E. xi (t. vi, pp. 177-9).

(2)     MATT., 11, 13.

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lungo cammino? Vorresti ,che lo portasse alternati. vamente anche la Madre? Ma non vedi che è una giovinetta ancora tanto delicata? Poi non ho cavallo nè denaro per il viaggio. E non sai che gli Egiziani sono nemici degli Israelítil chi ci riceverà? — E altre scuse somiglianti, che noi, avremmo di certo addotte all´Angelo, se fossimo stati al posto di san Giuseppe. Ma egli non disse verbo per esimersi dall´obbedire: anzi partì all´istante e fece tutto quello che l´Angelo gli aveva comandato. Non dilazioni, non indugi, quando si tratta di fare l´obbedienza! (1),

Il Signore, volendo cavalcar un´asina per ´entrare in Gerusalemme, disse a due Apostoli: Andate nel paese che vi sta dirimpetto, entrate nella tal casa, sciogliete l´asina e l´asinino, e conducetemeli qui, e se vi si dirà qualche cosa, dite che il Signore ne ha bisogno (2). E i due partirono sull´istante. Come vedi, erano buoni religiosi, perchè obbedirono prontamente senza replica. I religiosi dei tempi nostri sarebbero stati più prudenti, perchè avrebbero per lo meno risposto: — Maestro, se facciamo una cosa• simile, che si dirà? Si troverà che è una cosa mal fatta, ne andrà della tua riputàzione. — Ma quei

(1)  E. m (t. w, p. 3´9).

(2)  MATT., XXI, 1. 3.

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bravi uomini andarono senza datare, e trovarono altre brave persone che appena udito: li Signore ne ha bisogno, non replicarono parola (1).

Il Signore stesso per tutto il tempo della sua vita diede esempi, continui di questa prontezza nell´obbedire; non si può immaginare condiscendenza più pronta della sua all´altrui volere. Dal suo esempio impariamo a essere prontissimi nell´obbedire. A un cuore che ama, non basta fare quello che gli si comanda o di che gli si mostra desiderio, ma lo fa per di più con prontezza; non vede, il momento di ´eseguire l´ordine ricevuto, affinchè gli si comandi qualche cosa d´altro. Davide espresse un semplice augurio di poter bere acqua della cisterna di Betlemme (2), che tosto tre cavalieri partirono, at- traversarono a spron battuto il campo nemico e andarono a pigliargliela. Ebbero davvero una prontezza straordinaria a secondare il desiderio del re. Così vediamo aver fatto molti Santi per secondare quelle che loro sembravano le intenzioni del Re dei re, nostro Signore. Che pensi tu del comando che il Signore diede a santa Caterina da Siena, di succhiare o leccare la marcia che colava dall´ulcere della povera donna da lei servita? e del

(1)  S. R. v (t. ix, pp. 34-5).

(2) II Reg., xxnl, IS, 16.

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comando dato a san Luigi di Francia che mangiasse coi lebbrosi gli avanzi della loro minestra per incoraggiar quelli a mangiare? Non erano certo obbligati a tanto; ma sapendo che al Signore piaceva che amassero l´umiliazione e persuasi di dargli gusto a secondarne le intenzioni, facevano col più ardente amore tali cose ripugnantissime ai loro sensi (1).

Obbedienza cieca.

I Padri hanno raccomandato l´obbedienza cieca. Quest´obbedienza ha tre qualità O condizioni: non guarda a chi comanda, non guarda alle cose comandate, non guarda ai mezzi necessari per eseguire il comando.

Premetto che l´obbedienza cieca si assoggetta amorosamente a fare con semplicità le cose comandate, parche chi comanda abbia il potere di comandare, e il comando porti all´unione dell´anima con Dio: dal quale scopo non prescinde mai in nulla il vero obbediente. Molti han preso grave abbaglio su questo punto, dandosi a credere che tale condizione dell´obbedienza stesse nel fare sconsideratamente checchè ci venisse comandato, fosse pure contro i comandamenti di Dio e della santa. Chiesa:

(t) E. xi (t. vi, p. 179).

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errore grossolano, follia da non si pensare nell´a°- , .cecamento, di cui parliaìno. In tutto quello che concerne i comandamenti di Dio, come i superiori non hanno mai il potere di comandare niente in contrario, così gl´inferiori non hanno mai il dovere di obbedire fino a tal punto: anzi, obbedendo, peccherebbero.

Anzitutto l´obbedienza cieca obbedisce indistintamente a tutti i superiori. I Padri antichi biasimavano forte coloro che si rifiutavano di sotíostare all´obbedienza di chi fosse meno qualificato di essP, 6 a questi tali domandavano: — Voi altri, quando obbedite ai superiori, perchè Io fate? Per amor di Dio? No. O che non tiene questo superiore in mezzo a noi lo stesso luogo di Dio che teneva quell´altro? Certo, ei fa le veci di Dio; Dio comanda per bocca sua e, ci comunica mediante gli ordini di lui i propri voleri, come già per mezzo del suo predeces, sore. Dunque voi obbedite ai superiori per simpatia e per motivi personali. Così non fate nulla più dei mondani, che agiscono in egual maniera, e delle persone amate che non solo eseguiscono i comandi, ma stimerebbero mal soddisfatto il loro amore, se non ne secondassero anche i desideri e i gusti, come fa il vero obbediente con i superiori, quasi fosse in loro luogo Dio stesso. — Così dicevano i Padri antichi. I pagani, per cattivi che fossero, ci han‑

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no dato esempio. in questo. Il diavolo parlava loro in idoli di varia genere: eran statue d´uomini, di topi, cani, leoni, serpenti e simili: e quella povera gente prestava fede a tutti senz´alcuna differenza, obbedendo alla statua di un cane come a quella ´ di un uomo, alla figura di un topo come •a quella di un leone. Perchè questo perchè nella diversità dei´ simulacri vedevano i loro dèi.

San Paolo ci comanda di obbedire ai nostri superiori,´ dicendo (1): Obbedite ai vostri superiori — ancorchè fossero indiscreti, aggiunge san Pietro (2). Di questo ci ha lasciato san Paolo un esempio (3), Condotto un giorno dinanzi al pontefice, ebbe per ordine di lui uno schiaffo. Il grande Apostolo, al vedersi schiaffeggiare senza motivo, con la sua autorità apostolica lo maledisse, dicendo: Percuota te Iddio, muraglia imbiancata! Ma poi, saputo che, colui era il sommo sacerdote, ritirò le sue parole e ne espresse rincrescimento con dire: — Io non. sapevo che egli fosse il principe dei sacerdoti; noi seguaci di Gesù Cristo abbiamo imparato che bisogna onorare tutti quelli che hanno qualche autorità su di noi. — Il Signore, la Madonna, san Giuseppe

(i) Hebr., xni, 17. (2) i PETEL, ai, 16, . (3) Act., xxm, 1-5.

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ci hanno insegnato molto bene questa Maniera di obbedire, quando fecero il viaggio da Nazaret Betlemme (1). Avendo Cesare fatto un editto, perchè ´tutti i suoi sudditi si recassero nel luogo di origine per esservi censiti, vi andarono anch´essi rumorosamente per ottemperare a quell´ordine, ben-che Cesare fosse pagano e idolatra. Con questo il Signore volle mostrare che non bisogna mai guardar alla faccia di chi comanda, se ha il potere di comandare.

Veniamo ora alla seconda proprietà dell´obbedienza cieca: obbedire senza badare all´intenzione e al fine, per cui il comando è dato, ma contentarsi di sapere che il comando c´è e non perdersi ad almanaccare se sia dato bene o male, se vi fosse o no ragione di darlo. Abramo si meritò gran lode per questa obbedienza. Dio lo chiama e gli dice: ,Esci dalla tua terra e dalla tua casa e vattene verso la regione che io ti mostrerò (2). Abramo se ne va senza replica. Avrebbe potuto dire: — Ma, Signo-, re, tu mi dici di uscire dalla raia città; dimmi almeno da che parte. — Non proferì parola, ma andò ove lo spirito lo portava, non badando punto se andasse bene o male, nè pensando al perehè di

(1)  Luc., Ii, 1-5.

(2)      ,Gen., xn, 1.

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quell´ordine e all´intenzione di Dio in darglielo con termini sì concisi che non gl´indicava neppure per quale strada voleva eh´ ei si avviasse. Il vero obbediente non si mette a ragionar tanto, ma si accinge senz´altro all´opera curandosi di una cosa sola: di obbedire.

Sembra che il Signore medesimo ci abbia volu=to mostrare, quanto gli fosse gradita questa maniera di obbedire, allorché apparve a san Paolo per convertirlo; poiché, chiamatolo per nome, lo fece cadere a terra e lo accecò. Vedi? Vuoi farlo suo discepolo, e lo fa cadere, umiliandolo e sottomettendolo a se; poi lo accieca e gli comanda di recarsi in città da Anania e di fare ciò che questi gli ordinerà (1). Ma perché il Signore medesimo non gli disse quello che doveva fare, senza mandarlo altrove, egli che pure si era degnato di parlare a lui per convertirlo? San Paolo ubbidì appuntino. Al Signore non sarebbe costato niente dire senz´altro quello che gli fece dire da Anania: ma volle con questo esempio farci conoscere, quanto gli piaccia l´obbedieza cieca; sembra infatti che abbia accecato san Paolo proprio per renderlo vero obbediente.

Nel dare la vista al cieco nato, il Signore fece del fango e glie lo mise sopra gli occhi, ingiungendogli

(1) Act., rx, 4-8_

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di andare a lavarsi nella piscina di Siloe (1)..I1 povero cieco, meravigliandosi del mezzo usato dal Si‑

gnore per guarirlo, avrebbe potuto               — Signo‑
re, che cosa fai? se io non fossi già cieco, basterebbe questo a farmi perdere la vista. No, non fece tante osservazioni, ma obbedì con la massima semplicità. Così il vero obbediente crede con semplicità di poter fate tutto quello che gli si pulò comandare, perché ritiene che ogni comando gli venga da Dio .o gli sia dato per sua ispirazione: cose non impossibili, data la potenza di Colui • che comanda.

Naaman. di Siria (2) non si compOrtò a questo modo in cosa che credette dovergli tornar nociva. Avendo la lebbra, si recò da Eliseo per essere guarito, giacché tutti i rimedi usati per ricuperare la primiera salute non gli avevano fatto nulla. Saputo adunque che Eliseo operava grandi meraviglie, andò da lui, e, arrivato, gli spedì uno del seguito a supplicarlo della guarigione. Eliseo, senza nemmeno uscire di camera, gli mandò a dire per mezzo del servo che andasse a lavarsi sette volte nel Giordano e sarebbe guarito. A tale risposta Naaman, stizzito, disse: Non vi sono nel nostro paese acque buone come quelle che scorrono nel Giordano? — E non volle

(1)   JOAN., IX, 6, 7.

(2) li´ Reg., v, 9-14.

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saperne. Ma i suoi gli osservarono che doveva fare la cosa prescritta dal Profeta, giacchè era tanto facile. Si arrese alle loro parole e lavatosi sette volte, rimase guarito. Vedi com´ei si mettesse a rischio di non riavere la salute con il suo voler fare tante osservazioni sulla cosa comandata? (1).

-Non ´tanti discorsi, non tante considerazioni. Ti porterò ancora tre esempi per mostrarti, il pericolo del voler fare l´accorto nelle cose comandate da Dio o dai superiori. Due sono cavati dalla Sacra Scrittura e l´altro dalla vita di san Pacomio.

Il primo è l´esempio di Adamo. Avuto da Dio il comando di non mangiare il frutto proibito sotto pena di perdere la vita, venne fuori il serpente a consigliare d´infrangere il divieto. Eva gli diede ascolto, poi si tirò dietro anche il marito. Orbene, discorrendo della proibizione loro fatta, essi dissero:

Ma che! Dio ci ha minacciato la morte, ma non morremo per questo. Non ci ha mica creati per farci morire. Così ne mangiarono, e morirono di morte spirituale.

Il secondo esempio è di alcuni discepoli del Signore, i quali, sentendolo dire che avrebbe dato loro la sua carne e iI suo sangue in cibo e in bevanda, vollero fare gli accorti e i prudenti, chiedendo come

(1) E. xt (t, vi pp. 170-6).

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mai si sarebbe potuto mangiare la carne e bere il sangue di un uomo. Ma poichè essi pretesero di farvi, su i loro, ragionamenti, il nostro divin Maestro li mandò via dalla sua scuola (1).

Ecco il terzo esempio cavato dalla vita di san Pacomio. Essendo un giorno uscito dal monastero per affari dell´ Ordine, in cui vivevano tremila monaci, raccomandò ai fratelli che avessero cura di alcuni giovani religiosi´ venuti a lui per una particolare ispirazione. Per la rinomanza in che era salita dappertutto la santità di quei padri, teneri giovinetti accorrevano al Santo e lo pregavano di ammetterli a condurre lo stesso tenore di vita. Egli, che li riconosceva mandati da Dio, Il accettava e ne aveva cura speciale; quindi è che sul partire raccomandò caldamente di tenerli allegri e dar loro da mangiare verddra cotta. Erano le grandi delicatezze che si usavano con quegli adolescenti! Se non che, partito il Padre santo, i religiosi anziani, pretendendola a più austeri, non vollero continuar a mangiare erbe cotte, ma si limitarono alle crude. Allora quei che davano da mangiare´ai giovani, pensarono che fosse uno spreco il far cuocere soltanto per essi. Al ritorno di san Pacomio, questi scapparono fuori tutti a guisa di api, correndogli incontro, e chi gli baciava la

(1) JOnrr., V13, 61-7,

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mano, chi la veste; come a caro padre. Infine uno di quei religiosetti uscì a dirgli: — Padre, quanto sospiravo il vostro ritorno! dopo la vostra partenza non abbiamo più avuto erbe cotte. — Ciò udendo, il Padre restò molto turbato e fatto chiamare il cuoco, gli chiese, perchè non avesse fatto cuocere della verdura. L´altro rispose che, mangiandone solo quei giovani, aveva creduto fosse fatica sprecata; che però egli non era stato in ozio, ma aveva fatto stuoie. Della cosa il santo fece in presenia di tutti una solenne riprensione; poi gli ordinò di gettare nel fuoco tutte quelle stuoie, dicendo che bisognava bruciare ciò che era stato fatto fuori dell´obbedienza. — SapeVa ben io, conchiuse, ciò che occorreva per questi giovinetti, i quali non sono da trattarsi come

i vecchi; eppure voi altri avete voluto contro l´obbedienza fare i savi. — Ecco dunque che coltro, i quali dimenticano ordini e comandi in grazia delle loro -interpretazioni e prudenze sulle cose comandate, rischiano di far mala fine; tutto il lavoro compiuto secondo la volontà propria o iI discernimento umano merita soltanto, dì andare sul fuoco (1).

Ultima, proprietà dell´obbedinza cieca è non istar tanto a investigare, con quale olezzo potrà eseguire il comando. Sa che la via da battere è tracciata

(1) S. R. uv (t. x, pp. 193-5D.

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dalla regola e dalla volontà dei ´superiori; per questa via s´incammina con semplicità di cuore, senza sofisticare, se sia meglio far così o cosà; purchè obbedisca, tutto il resto le è indifferente, persuasa che tanto basta per incontrare il gradimento di Dio, per amor del quale fa puramente e semplicemente la sua strada (1).

Obbedienza perseverante.

L´obbedienza dev´ essere perseverante. Ce lo insegna particolarmente il Signore, secondocliè lo dichiara san Paolo (2):. _Egli è stato obbediente sino alla morte; e insistendo sull´idea di tale obbedienza, aggiunge: e sino alla morte di croce. Le parole sino alla morte obbligano a presupporre che egli fu obbediente per tutto il tempo della sua vita, durante la quale realmente si videro in lui soltanto atti

·  di obbedienza ai parenti e ad altri, anche empi e scellerati.: e come con questa virtù incominciò, così con la stessa finì. il corso della sua vita mortale. Il buon religioso Giona, di cui ho già parlato, ci porge due esempi sull´argomento della perseveranza; perchè, sebbene abbia mancato di prontezza

(1)  E. xr (t. vi, pp, 176-7).

(2)     •Philipp., 1´, 8.

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nell´obbedire a quel comando di san PaconMo, pure fu uomo di gran perfezione. Egli dalla sua entrata in religione sino alla morte´ continuò nell´ufficio di ortolano, senza cambiare mai occupazione per lo spazio di settantacinque anni che visse nel monastero. L´altra cosa in cui perseverò tutta la vita, fu il lavoro delle stuoie, fatte di giunchi intrecciati con foglie di palme, sicchè morì mentre stava in ciò occupato. A grandissima virtù il persevera- • re tanto a lungo in occupazione di tal genere; chè il fare allegramente una cosa comandata volta per volta, sia. pure quante volte si voglia, non costa

   niente; ma• quando ti si dice:        Farai sempre que‑
sta cosa e per tutto il tempo della tua, vita, — lì c´è virtù, lì st•a il difficile. Eppure è questa perse, veranza, che ottiene la corona •(1) (2).

Sì, questa qualità dell´obbedienza è la più difficile di tutte. Il motivo si è la leggerezza e incostanza della mente umana. Se volessimo secondare tutti i moti dell´animo o se ci fosse possibile farlo senza scandalo o disonore, non si vedrebbero che cambiamenti: prima si vorrebbe essere in una condizione e di lì a poco se ne cercherebbe un´altra, tanto è bizzarra la volubilità umana; pure bisogna

Mi MATT., x, 22; xxiv, 13.             •

(Z) E. xi (t. vi, pp. 181-2).

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tenerla a segno col freno delle nostre prime risoluzioni, per potere così mantenerci sempre uguali in mezzo alle tante disuguaglianze di sentimenti e di vicende.

Per meglio affezionarci alP obbedienza, gioverà, quando saremo tentati, considerarne il pregio, la bellezza e il merito, cioè l´utilità, e così animarsi a tirare innanzi. Questo, s´intende,• per chi non sia ancora ben fondato in tale virtù; poichè, quando fosse questione soltanto di ripugnanza o disgusto per la cosa comandata•, si faccia un atto d´amore, e quindi mano all´opera. Financo il Signore nella Passione sentì un fortissimo tedio e un´avversione mortale a soffrire la morte: l´ha detto egli medesimo: tuttavia con la parte superiore del suo spirito egli stava rassegnato alla volontà del Padre: tutto il resto veniva da un moto della natura.

Il punto più difficile nella perseveranza è nelle cose interne: chè per le materiali ed esterne la difficoltà non è tanto grave. Questo proviene dalla fatica che si richiede per sottomettere l´intelletto, l´ultimo baluardo da occupare: eppure è assolutamente indispensabile assoggettare il nostro pensiero, sicchè, venendoci assegnati certi esercizi o´ certe pratiche di virtù, ´vi perseveriamo con docilità di spirito. Io non dico che sia venir meno alla perseveranza il fare piccole interruzioni, purchè non

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13. - E. CEni.k. La Dila religiosa ecc.

 

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si smetta interamente; come non è mancare all´obbedienza il non adempiere qualche condizione, essendo noi obbligati alla sostanza delle virtù e non alle loro condizioni. Benchè si obbedisca contro voglia e quasi forzati dall´obbligo del proprio stato, non cessa per questo la nostra obbedienza di essere buona, in virtù dell´antecedente risoluzione da noi presa. Per altro, l´obbedienza racchiude un valore e merito stragrande, allorchè sia praticata con le condizioni già dette: una cosa, per piccola che sia, qualido si fa con tale obbedienza, viene ad avere sommo pregio (1).

L´obbedienza è per le nostre azioni come il sale, che le rende gustose e saporite e la cui mancanza impedisce che il Signore le trovi buone, e gradite alla sua bontà. Un´azione, anche per sè indifferente e priva di merito, se si fa per obbedienza, diventa buona e meritoria. I mondani purtroppo fanno le cose a capriccio e fantasia, anche quando pregano. Non così i religiosi, elle fanno tutto per obbedienza. Perchè credi tu che il Signore nell´antica Legge ordinasse agli Israeliti di non offrirgli sacrifici senza mettervi sale? (2). Per mostrarci che tutti i nostri sacrifici egli voleva accompagnati da gran

(1)  E. x (t. vi, 159-161).

(2)  Leva., li, 73.

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senno e grande ponderatezza. Così fanno i religiosi, allorchè, immolandosi al Signore, rinunciano alla propria libertà: non credendosi abbastanza giudiziosi da poter guidare se medesimi, si affidano all´obbedienza, per istar sempre docilmente soggetti alla volontà di Dio e dei superiori. Gran saviezza non credersi tanto savi che basti per governarsi da sè! So. bene che, se ci lasciassimo condurre dalla ragione, questa ci porterebbe molto avanti; ma il peccato ci ha talmente guaste e sconcertate le potenze interne, che la parte inferiore dell´anima ha d´ordinario maggior potere per trascinarci al male che non abbia la parte superiore per volgerci al bene. Ecco la somma utilità di obbligarci a cercare i beni eterni, legandoci col voto di obbedire alla volontà di Dio, significataci nei suoi comandamenti e consigli, nelle nostre regole e nelle disposizioni dei superiori (1).

Oltre al fin qui detto, il vero obbediente gode in fondo all´anima una tranquillità perenne e quella pace santissima del Signore, la quale sorpassa ogni" intendimento (2); nè dovrà rendere conto delle sue azioni, perchè fatte in obbedienza alle regole e ai superiori. Qual sorte´ più vantaggiosa e più deside‑

(l) S. R. xxvz (t.        pp. 245-7).

(2) Philipp., iv, 7.

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. rabile di questa? Il vero obbediente conduce la vita dolce e tranquilla del bambino, che, in braccio alla sua cara madre, non si preoccupa di qualsiasi accidente possibile:. lo- porti la madre sul braccio destro o sul sinistro, a lui non cale. Così il vero obbediente, gli si comandi una cosa o l´altra, non se ne dà pensiero: purcbg gli comandino ed egli stia fra le braccia dell´obbedienza, voglio dire nella pratica di questa virtù, è contento. Ora, ad un religioso di tal fatta io posso assicurare da parte di Dio il paradiso per la vita eterna; ma anche nel corso della sua vita mortale ei godrà vera pace, non se ne può menomarnente dubitare (1).

Ancora una parola intorno ai religiosi anziani. A chi sia già vissuto lungo tempo in religione e vi abbia reso grandi servigi, sarà lecito allentare un po´ nella pratica dell´obbedienza, almeno in cose di poco rilievo? Oh, davvero sarebbe questo un fare come il pilota che, dopo lunghi e gravi travagli per salvare la nave dai pericoli della tempesta, raggiunto il porto, volesse farla ivi naufragare, annegando anche se stesso. Chi non giudicherebbe costui un gran pazzo? Se aveva quell´intenzione, non valeva la pena faticar tanto per condurre la nave fino al porto. Non s´ha da dire che tocchi solo ai

(1) E. xi (t. vi, pp. 186-7).

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novizi essere osservanti. Benchò si veggano in tutte le religioni i novizi molto diligenti e mortificati, questo non significa eh´ essi vi siano tenuti più dei professi: anzi, non vi hanno ancora obbligo e perseverano nell´obbedienza: per ottenere la grazia della professione; invece i professi ví sono obbligati in forza´ dei voti; non basta averli fatti per esser religiosi, ma bisogna anche osservarli. I religiosi che pensassero di potersi alcun po´ rilassare dopo la professione, fossero già anche vissuti lungo tempo nello stato religioso, s´ingannerebbero a partito. Il Signore si mostrò più arrendevole in morte che nella sua infanzia a lasciarsi maneggiare e piegare (1); infatti, quand´era in grembo alla sua gloriosa madre, moveva braccia e gambe, cercando di cammi nare, mentre sulla croce non mosse nè braccia nè gambe, ma vi morì immobile per obbedienza (2). Un gran servo di Dio chiese già a un buon religioso come desiderasse di esere per tutta la vita. Questi gli .rispose ´che desiderava conservarsi sempre come un novizio: quindi sempre così piccolo,• sottomesso, mortificato; sempre così corretto, ripreso, umiliato. Felice lui! E felice anche te, se la durassi a questo modo per tutta quanta la vita! (3).

(1)  E. xi (t. vi; p. 193).

(2)  113, (p. 181, z).

(3)  S. R. XLVIII (t. x, p. 38),

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g 4. EFFETTO DEI TRE VOTI:
DISTACCO UNIVERSALE.

I1 « mio » e il « tuo ».

Le affezioncelle art« mio » e al « tuo » sono re. sidui del mondo, nel quale non c´è altro che abbia. tanto pregio, essendo ivi il colmo della felicità avere molte cose proprie, di cui poter dire: — Questo è mio! — Ora, il motivo dell´affetto a quello che è nostro sta nel fare gran conto di noi stessi; noi infatti ci crediamo così eccellenti, da stimare maggiormente un oggetto sol perchè ci appartiene: e, viceversa, il poco conto che facciamo degli altri, ci rende uggioso quello che è stato usato da loro. Ma se fossimo umili e distaccati da noi fino a tenerci per un nulla davanti a Dio, non .faremmo verun conto di quello che fosse nostro e ci stimeremmo onoratissimi di aver per nostro uso quello che è servito ad altri. Però qui come in tutte le cose si distingua sempre fra inclinazione e affezione; poiché, quando vi sono inclinazioni e non affezioni, non occorre darsene pensiero, non dipendendo da noi il non avere cattive inclinazioni, bensì il non avere cattive affezioni. Se dunque avviene che,

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dovendosi scambiare checchessia con un confratello, la parte inferiore si turbi alquanto, non vi è péccato, purché con la ragione si accetti di buon grado il cambio. Cotesti movimenti derivano dal non aver messo tutti i proprii voleri in comune, secondoché deve fare chi entra in religione; poiché ogni religioso dovrebbe lasciare la propria volontà fuori della porta per ritenere solamente quella di Dio. Ecco il segreto per non aver fastidi nè inquietudini; dove regna l´indifferenza ben intesa, nen alberga dispiacere o tristezza.

Ne sarebbe sufficiente volere soltanto in gene. rale lo spropriamento, senza scendere al particolare. Nulla di più facile che dire così all´ingrosso: — Rinuncio a me stesso, lascio la mia. volontà_ — Il difficile sta nel venire alla pratica. Passa quindi al minuto, portando le tue considerazioni ai casi tuoi, e rinuncia in modo concreto ora a questa, ora a quella volontà propria, finché non te ne sia spogliato del tutto. AI quale spogliamento si arriva per tre gradi: il primo è amare lo spogliamento merce la considerazione della sua bellezza; il secondo è risolvere di praticarlo, cosa che deriva naturalmente da quell´affetto, essendo malagevole risolversi a un bene non amato; il terzo è praticare, e qui s´incontra la difficoltà maggiore.

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Spogliamenti di vario genere.

I beni, di cui spogliarci, si dividono in tre categorie: beni esterni, beni del corpo, beni dell´anima. ,Beni esterni sono tutte le cose lasciate fuori della religione: case, poderi, parenti, amici, e simili. Ce ne dispogliamo facendone rinuncia nelle mani del Signore e poi conformando ai suoi voleri i nostri sentimenti verso di quelli; giacchè non si ha da rimanere privi di affezioni nè averle eguali indifferentemente per tutti, ma si deve amare ognuno secondo la sua qualità: la carità gradua gli affetti. In secondo luogo vengono i beni del corpo: bellezza, sanità e simili, a cui bisogna pur rinunciare, seni´ andar più tanto a guardare nello specchio se si è belli, nè preoccuparsi dell´essere sani più che dell´essere ammalati, almeno nella parte superiore; chè la natura si risente sempre e talvolta insorge, Massime quando non si è àncora abbastanza perfetti. Si stia dunque del pari contenti. e nella malattia e nella sanità e si prendano medicine e vivande così come capita: intendo sempre con la ragione, perché delle inclinazioni io non mi curo. Finalmente, i beni del cuore sono re consolazioni e dolcezze della vita spirituale, e questi sono beni eccellenti. Ma perché dunque, mi dirai, bisognerà spogliarcene? Che vuoi? bisogna farlo,

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bisogna metterli nelle mani .del Signore, affinchè ne disponga conferme al suo beueplacito,.mostrandoci noi pronti a servirlo con o senza di quelli.

·  Vi è poi un´altra specie di beni nè interni nè esterni, non del corpo nè del. cuore: beni immaginari, che dipendono dall´opinione altrui e si chiamano onore, stima, riputazione. Fa d´uopo spogliarsene del tutto; unico onore sia quel della Congregazione, che consiste nel cercare in ogni cosa la gloria. di Dio: unica stima o riputazione sia quella della comunità, che consiste nel dare buona edificazione in tutto.

Gli spogli-amerai e le rinunce che ho detto, si facciano non per disprezzo, ma per abnegazione, per solo e puro amor di Dio.

L´affetto alle persone.

Nota bene qui che la contentezza provata nell´incontro di persone care e le testimonianze di affetto rese loro nel vederle no sono dose contrarie a questa virtù dello spogliamento, purchè li per li non si ecceda e in loro assenza il nostro cuore non corra loro dietro. Come mai potrebbe il cuore rimanere insensibile dinanzi a´ suoi oggetti´? Sarebbe. come dire a chi s´imbattesse in un leone o -in un

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orso: — Non aver paura! — P cosa che non dipende da noi. Parimente nell´incontrar persone amate è impossibile non provare sentimenti di gioia e di contento: ond´è. che questo non si oppone alla virtù. DiCo inoltre che se io per un fine utile e della gloria di Dio aspetto con desiderio una- persona e questa . è impedita di venire e io ne provo rincrescimento e mi do anche premura di rimuovere l´ostacolo, allora non faccio nulla contro la virtù dello spogliamento, semprechè io non mi spinga fino all´inquietudine.

Di qui tu vedi che la virtù non è poi tanto terribile, come s´immagina. P questo l´errore di tanti, che nella fantasia si creano chimere, figurandosi che la strada del Cielo sia oltremondo difficile; ma sbagliano grandemente. Davide diceva al Signore (1) che la sua legge era dolcissima, e quanto più i cattivi Ia gridavano dura e ardua, tanto più- il buon Re ripeteva che era più dolce del miele (2). Lo stesso dobbiamo dire noi della nostra vocazione, stimandola non solo buona e bella, ma anche dolce, soave e amabile: così facendo, metteremo grande´ affetto a osservarne tutti ì doveri.

(1)    Ps.- cxvin., 4, 96, 167.

(2)    PsS., XV111, li; CXVild, 103.

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L´affetto alle imperfezioni.

Per altro, non si arriverebbe mai alla perfezione, finchè si portasse affetto a una imperfezione qualsiasi, fosse pure piccolissima, fosse anche il carezzare un pensiero inutile. Non potresti credere quanto male derivi da questo all´anima. Dopochè tu avrai dato alla tua mente la libertà di pensare a una cosa inutile, essa Penserà dopo a cose nocive. Dunque taglia corto, appena veduto il male, per piccolo che sia. Dobbiamo inoltre esaminarci seriamente, se davvero „non abbiamo anche noi, come forse ci sembra, qualche debole, a cui siamo affezionati; vedi, per esempio, se, quando ti lodano, tu non getti là qualche parola che rincalzi la. lode; vedi se non vai a caccia di lodi, usando espressioni velate e dicendo, poniamo, che non hai più la memoria, o la mente pronta come una volta per parlar bene: eh! chi non sa che in tal caso ti aspetti di sentirti dire che tu parli sempre benissimo? Cerca dunque in fondo alla coscienza e osserva bene, se mai vi scorgessi un po´ d´affetto alla vanità. Se hai attaccamento a qualche cosa, lo potrai anche facilmente scoprire nei contrattempi, per cui ti sia tolto di fare quanto avevi divisato: se non vi hai attaccamento, te ne starai in pace sia non facendo che facendo; invece, se ti turbi, è segno che vi eri at‑

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taceato. Ora i nostri affetti, che debbono esser tutti rivolti ad amar Dio, sono così, preliosi, che bisogna guardarsi bene dal collocarli in oggetti inutili: tanto più che una colpa anche piccola, ma commessa con affetto, è contraria alla perfeiione più di cento altre commesse all´improvviso e senza esservi affezionati .

L´affetto alle creature.

Come si debbono amare le creature? Vi sono amori che sembrano buoni e perfetti • agli occhi degli uomini, ma che davanti a Dio appariranno meschini e di nessun pregio, perchè non fondati sulla vera carità, clic è Dio, bensì soltanto in certe relazioni e inclinazioni naturali e su motivi puramente umani. Ve ne sono altri invece che sembrano meschini e senza contenuto agli occhi del mondo, ma che si troveranno sodi e nobilissimi davanti a Dio, perchè tutti in Dio e per Iddio, senza mescolanza d´interesse proprio. Ora gli atti di carità ché si fanno con chi amiamo a questo modo, sono di gran lunga più perfétti, come quelli che mirano unicamente a iM.o; Ma i servigi e gli aiuti prestati a chi amiamo per simpatia, -valgono assai meno per la soddisfazione goduta in prestarli, operandosi ivi più per tale impulso che per amor di Dio. Vi è pure un´altra

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ragione, che rende quei primi amori ,vien pregevcill dei secondi, ed è che non durano; infatti, data la debolez-za del movente, si van raffreddando e inaridendo., il che non avviene per quelli fondati in Dio, . perchè hanno salda e costante la loro causa,

A questo proposito, santa Caterina da Siena fa un bel paragone (1). Se, dice, prendi un bicchiere e lo riempi a una fontana e -vi bevi senza rimuoverlo, potrai bere linchè vorrai, chè il bicchiere non ´si vuoterà; ma se lo tiri via, bevuto che abbi, il bicchiere sarà vuoto. Così è delle amicizie: non

·                  rimosse dalla loro sorgente, non si disseccano mai. Le gentilezze e le significazioni d´amicizia, da noi usate di contraggenio con persone antipatiche, sono Migliori e più accette a Dio che non quelle ispirate da simpatia. Nè si chiami questo doppiezza o simulazione; perehè, sebbene io provi un sentimento contrario, pure l´ho soltanto nella parte inferiore e faccio quegli atti con la ragione, che è la parte principale dell´anima. Cosicchè quando coloro ai ´quali rivolgo quelle amorevolezze, venissero a sapere che le fo a motivo di tale avversione, non se ne dovrebbero offendere, ma apprezzarle e gradirle più che non se derivassero da simpatia. Le .avversioni sono cose naturali e. per sè non sono cattive, quando non

.•

(1) DiaL, 64.

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le secondiamo; d´altra parte, sono un mezzo per praticare tante belle virtù. -Nostro Signore stesso è più_ contento quando si va a baciargli i piedi con forte ripugnanza, che non se vi si andasse con grande soavità. Fortunati quindi coloro che non hanno simpatia per nulla, perchè sono sicuri che l´amore da essi portato è.eccellente, fondandosi tutto in Dio.

Spesso ci crediamo di amare una persona per Iddio, mentre l´amiamo per noi: si adduce quel pretesto, si dice di amarla per tal motivo, ma in realtà la si ama per la soddisfazione che se ne riceve. Il vederti d´attorno un´anima piena di santo affetto, docilissima a´ tuoi consigli, costante e tranquilla in battere la via da te indicata non ti dà più gusto che nel vederne un´altra agitata, impicciata e fiacca nel fare il bene, sicché bisogna ripeterle cento volte le cose? -Non dunque per Iddio ami quell´anima, giacchè anche questa seconda è di Dio come l´altra e la dovresti amare di più, essendoci con lei più da fare per Iddio. A chi poi ha più di Dio, cioè più di virtù, che è una partecipazione delle qualità divine, dobbiamo naturalmente portare maggior affetto: quindi, per esempio, se trovi anime più perfette che quella del tuo superiore, la devi maggiormente amare per questo motivo; tuttavia i nostri superiori si debbono amare di ,più per un altro rispetto, perchè cioè sono i nostri padri e direttori.

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Conpiaeimento del bene spirituale altrui.

Mi fu già chiesto se fra religiosi bisogna restar contenti che uno pratichi la virtù a spese di un altro. Io dico in genere che dobbiamo amare il bene ´1161 nostro prossimo come in noi stessi, massime in religione, dove tutto ha da essere assolutamente in. comune; onde non c´è da rimanere scontenti, qualora taluno pratichi certe virtù a spese nostre. Io, per esempio, mi trovo presso la porta con uno più giovane di me e mi tiro indietro per dargli la precedenza: mentre io pratico quest´atto di umiltà, quegli deve con dolcezza praticare la semplicità e poi cercare in altra occasione di prevenirmi. Così, se io gli porgo la sedia o gli cedo il mio posto, sia egli contento che io mi faccia questo piccolo guae, dagno e per tal modo ne sarà partecipe anch´esso, quasi dicendo: — Giacche non ho potuto fare io cotesto atto di virtù, sono lietissimo che l´abbia fatto il mio confratello. — E non solo non è da restare malcontenti, ma conviene essere disposti a contribuirvi quanto si può, a costo anche di qualunque costo: purchè Dio venga glorificato, non curiamoci da chi: di guisa che, se, presentandosi l´occasione di un´opera virtuosa, il Signore domandasse a noi da chi ci piacerebbe che fosse fatta, noi gli dovremmo rispondere: — Signore, da chi la potrà fare a mag‑

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gior gloria vostra. — Se per altro non si desse questa libertà di, scelta, desideriamo di farla noi, perché la prima carità comincia da se stesso: dove al contrario noi non potessimo fare, rallegriamoci, godiamo, siam contentissimi che facciano altri, e così avremo davvero messo tutte le cose in comune (1). Lo stesso dicasi riguardo alle cose temporali: ci basti che la casa sia in buon ordine, senza curarci che questo avvenga per opera nostra o per opera altrui. Il sorgere di sentimentucci contrari dà indizio che vi è ancora del mio e del tuo (2).

Niente domandare e niente rifiutare.

Io parlavo un giorno con un´ottima religioia, la quale mi chiedeva se, desiderando di comunicarsi più spesso della, comunità, faceva bene a chiederne licenza alla superiora. Le risposi che io, se fossi religioso, farei così: non chiederei di comunicarmi più spesso della comunità, come non chiederei di portare il cilicio nè di fare speciali digiuni o discipline o altro, ma vorrei stare in tatto e per tutto con la

(I) Act., ´i, 94; iv. 32.

(2) E. vnr (t. vi, pp. 120-9).

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comunità. Se fossi robusto, non mangerei quattro volte al giorno; ma se mi facessero mangiare quattro volte, lo farei senza dir nulla. Se fossi debole e mi facessero mangiare soltanto una volta al giorno, mangerei soltanto una volta, senza pensare a debolezza o non debolezza. Io voglio poche cose; e quel che voglio, lo voglio molto poco: non ho quasi desideri, ma se dovessi rinascere, non ne avrei nessuno.

Dico dunque ne niente bisogna domandare e niente rifiutare, ma abbandonarsi nelle braccia della Provvidenza divina senza perdersi in altri desideri che non siano quelli di volere ciò che Dio vuole da noi. San Paolo praticò egregiamente questo abbandono nelristante medesimo della sua conversione, quando al Signore che´ avevalo accecato, disse subito subito: Signore, che cosa vuoi che io faccia? (1). E da quel momento perseverò sempre nella pratica di una assoluta dipendenza dalle disposizioni di Dio. Qui sta tutta la nostra perfezione: il medesimo san Paolo, scrivendo a un discepolo, glì dice fra l´altro (1) di non lasciarsi ingombrar il cuore da desideri, tanta era la conoscenza oh´ egli aveva di questo difetto.

Ma non bisognerà desiderare le virtù e poi non

(1) Act., Ix, 6.

(2)11 Tim., i´, 22.

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ha detto il Signore: Domandate e vi sarà dato? (1). Quand´io dico di nulla domandare e nulla desiderare, intendo parlare delle cose terrene; chè, quanto alle virtù, possiamo domandare: anzi, domandando

ancor di Dio, vi comprendiamo anche le virtù, per-oliò quello tutte le contiene.

Ma, riguardo alle occupazioni esteriori, non si potrebbero desiderare uffici bassi, perchè più penosi, più laboriosi, pià umili dinanzi a Dio? Veramente Davide diceva (3) che preferiva starsene abietto nella casa del Signore, anzichè esser grande in mezzo ai peccatori; e altrove (4): Buona cosa è, Signore, che tu mi abbia umiliato, affinché io impari le tue giustificazioni. Pure, cotesto desiderio è molto sospetto; potrebbe essere un pensamento umano. Come sai tu se, dopo aver desiderato uffici bassi, avrai poi la forza di amare le abiezioni ehe li accompagnano? Vi ti potranno assalire ripugnanze e amarezze molte. E se ora ti senti la forza di soffrire mortificazioni e umiliazioni, chi ti assicura che l´avrai sempre? La conclusione è che il desiderio di uffici, bassi o alti che siano, si deve ritenere per tentazione. È sempre meglio non desiderarne alcuno, ma star pronti ad ac‑

(1)   Ps. LXXXDII, 11,

(2)   Ps. cxviii, 71.

(3)  MAI    VIII, 7; Luc., x.i, 9.

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cettare quelli che ci verranno dall´obbedienza imposti; fossero essi onorifici o vili, io li riceverei umilmente senza dir parola, a meno che ne venissi interrogato, nel qual caso risponderei con semplicità il vero, secondo il mio modo dì vedere.

Questa santa indifferenza si può praticare anche nelle malattie. 131 perfetto modello io ne riscontro nel Vangelo, dove si parla della suocera di san Pietro (1). La buona donna, giacendo a letto con un febbrone, praticò parecchie virtù; ma quella che io più ammiro è il suo abbandonarsi alla proVvidenza di Dio e alla cura dei superiori, standosene là con la sua febbre, tutta tranquilla, p4cifica, senza inquietarsi e senza inquietare. Eppure sanno tutti, quanto sogliano essere agitati i febbricitanti, sicchè non possono prender riposo e patiscono molti altri disturbi. Ora quel mettersi della nostra inferma nelle mani dei superiori le impedisce di turbarsi e impensierirsi per la sua sanità e guarigione, ma le fa sopportare rassegnata il suo male con tutta dolcezza e pazienza. Quaut´ era fortunata quella buona donna! Meritava proprio che si avesse cura di lei, come fecero appunto gli Apostoli; i quali provvidero alla sua guarigione senz´ esserne sollecitati, ma per carità e per compassione delle sue sofferenze. Buon per i religiosi

(1) MATT., vili, 14, 15; Luc., iv, 38, 39.

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e le religiose che praticheranno.questo grande e pieno abbandono di sè nelle mani dei superiori, i quali

per motivo di carità li assisteranno, provvedendo premurosamente ai loro bisogni, perehè Ia carità è più forte e più pressante della na,tura,

La cara inferma sapeva bene che il Signore trovavasi a Cafarnao e che guariva malati; tuttavia non si affannava nè clavasi pena per mandargli à dire quello che soffriva. Ma il più mirabile si è che io vede in casa sua, lo guarda, ne è guardata, e non gli fa motto per impietosirlo, nè pensa a toccarlo per essere così guarita. L´inquietudine dello spirito, a cui nelle sofferenze e malattie vanno soggette non solo le persone del mondo, ma molto spesso anche i • religiosi, ha origine dall´amor proprio e da" egoismo sregolato. La nostra febbricitante non bada al suo male, non si sdilinquisce a raccontarlo, ma soffre senza curarsi che la. compiangano nè che si pensi a guarirla, contentandosi che Io sappiano Dio e i proprii superiori. Vede in casa sua il Signore,. Medico dei medici, ma non Io considera come tale, tanto poco si dà pensiero della guarigione; lo considera invece come suo Dio, al quale essa appartiene e da sana e da inferma, egualmente contenta nella malattia e nella pienezza della salute. Oh, quanti sarebbero ricorsi a ingegnose espressioni per ottenere di essere dal Signore guariti, dicendo di chiedere la salute per

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servirlo meglio e per impedire che mancasse qualche cosa alla sua gloria! Ma la buona donna non pensava menomamente a questo, mostrando, col non chiedere la guarigione, quanto fosse rassegnata. Per altro non voglio dire che non sia lecito chiederla al Signore, come a colui che ce la può dare, previa sempre la- condizione che tale sia la sua volontà; poiehè

dobbiamo dire sempre: Fiat Toluntay tua.

Nè basta sopportare con rassegnazione malattie e sofferenze, percliè Dio lo vuole: bisogna sopportarle anche com´Egli vuole, quando vuole, tutto il tempo che vuole, senza preferire o escludere qualsiasi malattia o sofferenza,. per abietta o vergognosa che ci sembri; una malattia o sofferenza, se è scompagnata da umiliazione, troppo spesso ci gonfia invece .di umiliarci. Ma quando si patisce un male volgare o quando anche la volgarità, l´ignobilità, l´abiettezza formano il nostro male, allora che bell´occasione di eSercitare la pazienza, l´umiltà, la modestia, la dolceiza- di spirito e di cuore! Imitiamo dunque l´attenzione di quella binina donna a tener ii cuore nella dolcezza, traendo al par di lei profitto dalle nostre malattie; poichè appena il Signore le scacciò la febbre, essa si levò e lo servì a tavola. Nel che diedé prova certamente di gran virtù e mostrò il bene rica-- vato dalla malattia; infatti, subitochè ne fu libera, volle far uso della sanità in servizio del Signore, met‑

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tendosi all´opera nell´istante, medesimo che si riebbe. Non fece, no, come quelle persone del mondo che dopo un´indisposizione di pochi giorni hanno bisogno di settimane e mesi per ristabilirsi.

Il Signore in croce fa vedere benissimo la necessità di mortificare le nostre deiicatezze;,poichè, pur sentendo molta sete, non chiese, da bere, ma palesò semplicemente il suo bisogno con dire: Ho sete. Indi fece un atto di profondissima sottomissione; giacchè, portagli sulla punta di una lancia una spugna intrisa di aceto per dissetarlo, egli la succhiò con le sue labbra benedette (1). Cosa Singolare! non igno,rava il Signore che quella bevanda gli accresceva il soffrire; tuttavia la prese con la massima semplicità, senza dar segno che gli dispiacesse o che non l´avesse trovata buona. Volle così insegnarci con quale docilità dobbiamo prendere, le medicine e le vi vande, che ci vengono presentate nelle nostre infermità, cioè senza dar segni di noia e fastidio,• quand´anche dubitassimo che ce ne derivasse un aumento del male. Purtroppo noi ad ogni incomo‑

(luccio facciamo tutto all´opposto del nostro dolce Maestro, non finendo mai di rammaricarci e non

trovando mai gente abbastanza con cui piatire e rifare ii racconto minuzioso dei nostri dolori. A sen.-

tiii Jaav., xix, 28-30.

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tir noi, il nostro male, qualunque esso sia, non ha l´eguale, e quelli sofferti dagli altri sono un nulla al paragone; ci mostriamo infastiditi e impazienti da non si dire; non troviamo niente che vada e non siamo mai contenti. Insomma, è una pietà il vedere quanto siam lungi dall´imitare la pazienza del Salvatore, che dimentico dei proprii dolori e incurante di farli rilevare agli uomini., era pago che ne tenesse conto il suo Padre, per obbedir al quale li soffriva, e che placassero il suo sdegno contro l´umanità, per la cui salvezza egli pativa.

Ed ora, se tu mi chiedessi una massima da scolpirti di più nella mente per metterla poi in pratica, io non farei che z ipeterti le due parole già dette e ridette: niente desiderare, niente rifiutare. Con queste due parole io dico tutto, perchè contengono un insegnamento, che porta alla pratica della perfetta indifferenza. Vedi il bambinello Gesù dentro la mangiatoia; accetta povertà, nudità, compagnia d´animali, ingiurie del tempo, freddo, tutto quanto il suo Padre permette che gli capiti. Non e. scritto ch´ei sollecitasse con le mani il latte della madre, ma iu tutto si rimetteva alla cura e preveggenza di lei; nemmeno respingeva i piccoli ristori da essa procuratigli. Accettava i servigì di San Giuseppe, le adorazioni dei Re e dei Pastori, tutto con la medesima indifferenza. Parimente anche noi nulla de‑

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sideriamo, nulla rifiutiamo, ma prendiamoci sempre,
nello stesso modo tutto quello che per divina per‑
missione ci avviene. Dio ce ne faccia la grazia (1).

(1) E. xxi (t. vz, pp. 383.9).

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CAPO QUARTO Deit´OraZiOne.

L´orazione è il gran mezzo per conseguire la perfezione: san Bernardo (1), dopo averne indicati altri, dice che questo li• sorpassa. tutti. Ora, in che modo si conoscerà, se si progredisce nell´orazione e quindi nella perfezione? Per conoscere la qualità della nostra orazione e il progresso che vi facciamo, guardiamo se, uscendone, abbiamo, ad esempio del Signore sul Tabor, il volto luminoso come il sole e le vesti bianche come la neve (2); voglio dire, se il nostro volto risplende di carità e il nostro corpo di castità,. La carità è la purezza dell´anima, perchè non tollera nei nostri cuori verun affetto impuro o contrario n Colui che ama (carità e amore sono tutt´uno), e la castità è la carità del corpo, perchè ne respinge ogni sorta d´impurità. Se, uscendo dall´orazione, hai la fronte corrugata e

Epist. ccs. (ad Baffi:), 3. (2) MATT., XVII, 1, 2.

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malinconica, è Segno evidente che non hai fatto l´orazione in debito modo (1).

§ 1. DEI METODI NELL´ ORAZIONE.

Molti s´ingannano assai, dandosi a credere che per far bene orazione si richiedano tante cose, tanti metodi. Quindi vediamo certuni affannarsi nella ricerca di tutti i mezzi possibili a fine di trovare un´arte che sembra loro indispensabile a conoscersi per fax bene l´orazione; costoro non finiscono mai di sottilizzare e sofisticare intorno al‑

orazione propria, per arrivar a scoprire la maniera di farla cora´ essi desiderano. Vi sono perfino di quelli, i quali credono che non bisogni tossire nè muoversi, affinché lo Spirito Santo non si ritiri: follia sommai quasi che Io Spirito di Dio fosse così esigente da star tanto sul metodo o sull´atteggiamento di chi fa l´orazione. Io non dico di escludere., i metodi, che vengono tracciati, ma dico di non attaccarvisi nè d´infatuarsene a segno da mettere in essi tutta la fiducia, come fanno, ad esempio, coloro, i quali, purché mandino sempre le considerazioni avanti agli affetti, poi stimano che vada tutto bene. È ottima cosa fare conside‑

(1) 5. R. tv (i. ix, p. 28).

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razioni, ma non il rendersi talmente schiavo di un metodo o di un altro, da supporre che tutto dipenda dalle indústrie nostre.

Una cosa sola è essenziale per fare bene orazione, avere fra le braccia il Signore, còme l´ebbe il santo vecchio Simeone il giorno che Gesù venne presentato al tempio: quando vi è questo, l´orazione è sempre fatta bene, qualunque sia la maniera tenuta per riuscirvi. Non occorre altra abi-. lità speciale: viceversa, senza questa condizione le nostre orazioni non varranno mai niente nè potranno mai essere accette a Dio; il divin. Maestro medesimo l´ha detto: Nessuno va al Padre, se non per me (1). L´orazione è un´elevazione della mente a Dio, la quale elevazione non possiamo fare da noi. Quando invece si ha il Salvatore fra le braccia, tutto riesce facile. Vedi quel sant´uomo di Simeone, come prega bené, quando ha in braccio il Signore. Adesso, clic´egli, lascia, o Signore, che se ne vada in pace il tuo servo, perché ha veduto il suo Salvatore e suo Dio. Sarebbe una pessima azione il voler escludere dalla nostra orazione il Signore e crederci di farla bene´ senza la sua assistenza, mentre è cosa indubitabile che noi non possiamo essere graditi all´eterno Padre, se´ non

(i) Jurr., xiv, 6.

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in quanto egli ci rimira attraverso il´suo

nostro Salvatore (1). Come quando si guarda, attraverso un vetro rosso o violetto, tutto quello che si vede, appare ai nostri occhi del medesimo colore, così l´eterno Padre, guardando noi attraverso la bellezza e la bontà del ben edettissimo suo Figliuolo ci trova belli e buoni, quali egli ci desidera: ma senza di questo noi siamo la bruttezza e mostruosità in persona.

llo detto che l´orazione è. elevazione della mente a Dio. Nell´andar a Dio noi incontriamo anche Angeli e Santi lungo il cammino; tuttavia non a loro eleviamo la mente, nè a loro indirizziamo le orazioni: soltanto li preghiamo di unire le loro orazioni alle nostre, affinchè per questa unione le nostre siano meglio accette alla Bontà divina, -che le gradisce sempre, quando conduciamo con noi il suo caro Beniamino, come fecero i figli di Giacobbe, allorchè si recarono dal fratello Giuseppe nell´ Egitto (2). Se DOTI lo condurremo con noi, ci toccherà, la stessa punizione, di cui Giuseppe minacciò i fratelli: disse che non avrebbero più veduto la sua faccia nè avrebbero ottenuto nulla da lui venendo senza il fratellino.

Nostro caro fratellino è il benedetto Bambinello,

(i) Cfr. Ps. Lxxxin, 10; Rom., vin, 29. (2) Gem, xLm, 15.

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che la Madonna portò al tempio e che rimise ella stessa o per mezzo di san Giuseppe al buon vecchio Simeone. Felici coloro che vanno al tempio disposti a ricevere la grazia di´ ottenere dalla divina Madre o dal suo caro Sposo iI nostro Signore e Maestro: avendo lui fra le braccia, nulla più ci resta a desiderare e possiam ripetere anche noi il divisi cantico: Lascia adesso, o Signore, che se ne vada in pace il tuo servo, poiché la mia anima è pienamente soddisfatta, possedendo quello che di più desiderabile esista nel Cielo e sopra la terra (1).

Na vediamo le condizioni che si richiedono per ottener il favore di prendere iI Salvatore in braccio, ricevendolo dalle mani di Maria, come san Simeone, La Chiesa ci fa cantare che san Simeone era giusto e timorato (2). In Plii, luoghi della sacra Scrittura la parola timorato esprime il rispetto verso Dio e verso le cose appartenenti al suo servizio. Egli era dunque pieno di rispetto per le cose sacre; poi, aspettava la rendenzione d´Israele ed era in lui lo Spirito Santo. Ecco quattro condizioni per far bene orazione: è necessario averle per poter tenere il Signore in braccio, nel che consiste la vera orazione.

Primieramente, Siineone era giusto. Che signili‑

.

(1)       Ps. Lxxii, 25.

(2)   Antiph. la in Laud.-Purif. (Luc., n, 25).

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ca questo, se non che egli aveva conformato la sua volontà a quella di Dio? Essere giusto vai quanto essere secondo il cuore di Dio e vivere secondo il suo beneplacito. La nostra incapacità a fare la santissima orazione è proporzionata al difetto di unione e conformità della volontà nostra con quella di Dio. Mi spiegherò meglio. Io domando a una persona, dove vada; risponderà: — Vado a far orazione. —. Bene, Dio vi accompagni fino alla meta desiderata e cercata; ma, ditemi, di grazia, che cosa vi andate a fare? — Vado a domandare a Dio consolazioni. — Ho capito: non volete dunque conformare la vostra volontà a quella di Dio, il quale vuole che abbiate aridità e sterilità? eotesto non è esser giusto. — Io domanderò a Dio che mi liberi da tante distrazioni, le quali mi assalgono. e mi molestano. — Ma così non vedete che non arriverete mai a unire e conformare la vostra volontà alla volontà di Dio? egli vuole che andiate all´orazione risoluto di soffrire la molestia di continue distrazioni, aridità e. noie, e siate contento così, come se aveste molte consolazioni e molta pace. — La tua orazione non sarà certamente meno gradita a Dio, nè meno utile a te benchè fatta con maggiori difficoltà. Sol che noi conformiamo la nostra volontà a quella di Dio in ogni sorta di casi, tanto nell´orazione che nelle altre circostanze della vita, faremo

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sempre Ie nostre orazioni e tutto il resto con utilità nostra e con gradimento di Dio.

La seconda condizione per fare l´orazione bene è aspettare, come faceva il buon san Simeone, la rendenzione d´Israele, cioè vivere aspirando alla nostra perfezione. Buon per coloro che non si stancano mai di aspirarvi! Dico questo per quei tali, elle desiderosi di perfezionarsi con l´acquisto delle, virtù, vorrebbero averle tutte di botto, quasi che la perfezione stesse unicamente nel desiderarla. Sarebbe certo una gran fortuna poter essere umili non appena vi fosse il desiderio di esserlo, senza bisogno d´altro; ovvero se un Angelo riempisse un bel giorno la sagrestia di virtù e della perfezione stessa, cosicchè ci bastasse entrarvi e indossarle, come si farebbe di un abito: sarebbe veramente un bel piacere. Ma, data l´impossibilità della cosa, andiamo all´acquisto della perfezione per le vie ordinarie, con tranquillità di cuore, facendo di tutto per procacciarci le virtù Mediante la diligenza nel praticarle, ognuno secondo il nostro stato e la nostra vocazione, e quanto al raggiungere più presto o più tardi la meta sospirata, rimettiamoci alla divina Provvidenz,a, la quale penserà a consolarci, come fece con Simeone, venuto che sia il tempo da lei stabilito (1).

(1) I PETR., v, 7, 10.

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E quand´anche _la cosa non debba ´avverarsi che in punto . di morte,´ ci basti questo; facciamo solo e sempre, per quanto sta in noi ed è in poter nostro, tutta la parte che ci spetta. Avremo sempre abbatanza presto quello che desideriamo, se l´avremo quando piacerà, a Dio di darcelo.

La terza condizione è che biSogna, al pari di san Simeone, essere timorati, cioè pieni. di rispetto verso la presenza di Dio nel tempo della santa Orazione. Con qual rispetto non •si dovrà stare allorchè si parla con la Maestà divina, alla cui presenza tremano gli Angeli, benchè così puri! — Ma io non riesco a provare in me quel sentimento della di-Vina presenza, che riempie l´anima di profonda umiltà; non ho quella riverenza sensibile, che mi sommerga. in un dolce e piacevole annientamento al cospetto di Dio. — Oh,, io non parlo di questa riverenza, ma di quella che risiede nella. parte più alta dello spirito e lo tiene giù in umiltà dinanzi a Dio mediante il riconoscimento della sua infinita grandezza e della profonda piccolezza e indegnità nostra. Oh, com´era bello vedere il rispetto, con cui il santo vecchio Simeone teneva ira le braccia il divino ´Infante, conoscendone l´altissima dignità!

In quarto luogo, Io Spirito Santo era in san Simeone e in lui faceva dimora; per la qual cosa appunto meritò di vedere il Signore e di stringerlo

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. fra le sue braccia. P dunque necessario che facciamo luogo in. noi allo, Spirito Santo, se vogliamo che la Madonna o san Giuseppe ci dia da tenere e da portare in braccio il divin. Salvatore delle anime no-. sire, che è tutto il nostro bene, non potendo noi aver adito al Padre di lui senza la sua mediazione e il suo favore (1). E in qual maniera far luogo in noi allo Spirito Santo? Lo spirito del Signore´ è stato diffuso per tutta la terra (2); ma però si dice altrove che non abita in cuore ipocrita e doppio (3). Cosa notevole! .il divino Spirito per abitare in noi fa una riserva sola, esclude cioè il caso della falsità e simulazione. Quindi ci vuole semplicità e schiettezza, se si desidera che egli venga in noi, e dopo. di lui il Signore. Lo Spirito Santo ci si presenta quale precursore del .-Salvator nostro Gesù Cristo: come ab eterno egli, procede da lui in, quanto Dio, così il Signore sembra ricambiarlo procedendone in quanto uomo. •

Una cosa sola pertanto ci rimane da dire: avendo in noi fino da questa vita caduca e mortale lo Spirito Santo, stando con gran rispettó e riveren: za davanti alla Maestà divina, aspirando con tutta

(1)´ Rom., v, 2; Ephes., u, 13; in, 12. (2) Sap.,. i, 7.

(5) Ibid., 4, 5,

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14.                                                                 •
- E CERTA, La vita religiosa ecc.

 

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sommissione al conseguimento della nostra perfezione e facendo il possibile per conformare la nostra volontà alla volontà di Dio, avremo la bella sorte di portare fra le nostre braccia il Salvatore e mediante questa grazia otterremo la beatitudine eterna (1).

§ 2. NELL´ORAZIONE BISOGNA PROCEDERE
SENZA INQUIETUDINE.

Alcuni nell´orazione provano una certa inquietudine congiunta con un vivo affanno per trovare qualche argomento che valga a fermare e appagare lo spirito; ora, questo affanno basta da solo a impedire che si trovi quello che si cerca. In tale stato d´animo avviene che passiamo cento volte la mano e gli occhi sopra un oggetto senza avvedercene: chi cerca con troppo ardore, non trova.

Da quest´affannarsi vano e inutile non può derivare altro che stanchezza di mente, donde poi nell´anima freddo e gelo. Gioverà quindi grandemente il reagirvi contro: l´affanno è uno dei più grandi traditori che la divozione e la vera virtù incontrino. Fa sembiante d´infervorarci al bene, ma in realtà ci raffredda; se ci fa correre, ha per iscopo di farci inciampare. Laonde stiamone in guardia in

(1) 5. R. xxviii (t. 1x, pp. 259-2651),

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ogni occorrenza, ma specialmente nell´orazione.

Per animarti a questo, rammenta che le grazie e i beni dell´orazione non sono acque della terra, ma del Cielo, e che perciò tutti i nostri sforzi non _ce li faranno mai avere, quantunque sia verissimo che bisogna disporvisi con diligenza grande, ma sempre umile e tranquilla. Tieni il cuore aperto verso il Cielo in attesa della santa rugiada. 1+11 dimenticare giammai di portarti all´orazione con questo pensiero in mente, che per due fini principali nell´orazione noi ci avviciniamo a Dio e ci poniamo alla sua presenza.

Il primo fine, è di rendere a Dio l´onore e l´omaggio dovuto; la qual cosa può farsi senza che nè egli parli a noi nè noi parliamo a lui; poichè questo dovere si compie col riconoscere che egli è nostro Dio e che noi siamo sue povere creature (1), e con lo starcene dinanzi a lui prostrati, in ispirito, at´ tendendone gli ordini. Quanti perSonaggi di corte vanno più e più volte alla presenza del re, non per parlargli nè per udirlo, ma semplicemente per essere da lui veduti e per attestargli con tale assiduità la servitù loro? (2). Si può stare alla presenza di Dio anche senza guardare direttamente a lui e

(1)  Ps. xerv, 7.

(2)   L. CDXLI            XII, pp. 385-6D.

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senza parlargli, ma semplicemente rimanendo al posto dov´ei ci ha messi, come statue nelle loro nicchie; a qziesto semplice rimaner là si aggiunga un qualche sentimento circa l´essere noi di Dio e l´essere Dio il nostro Tutto, e avremo di che render grazie alla sua bontà. Se una statua, posta nella sua nicchia dentro una sala, potesse parlare e le si domandasse: — Perchè stai costì? — risponderebbe, perchè ve l´ha collocata lo scultore, suo signore.

— Perchè non ti muovi?

— Perchè egli vuole che me ue stia- immobile.

— Che ti serve cotestol che vantaggio ti viene dallo startene -così.?

— Non vi sto per fare il comodo mio, ma per servire e obbedire alla volontà del mio signore.

— Ma tu non lo vedi.

— No, ma. egli vede me, e gode che io me ne stia dov´ei mi ha posta.

— Ma non t piacerebbe poterti muovere per andare più vicino a lui?

— No, ´senza suo ordine.

— Tu dunque non hai desideri?

— Non ne ho, perehè rimango qui dove il mio signore mi ha messa, e il suo gusto forma tutta la mia contentezza. ‑

Che buona orazione e che buim modo di stare alla presenza di Dio è il conformarsi alla sua vo‑

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lontà e al suo beneplacito! Io credo che la Maddalena fosse una statua nella sua nicchia:, quando senza parlare, senza muoversi, fors´anche senza guardarlo, ascoltava quello che il Signore diceva, seduta a´ suoi piedi. Egli parlava, ed essa taceva; egli-sospendeva di parlare, ed essa cessava di ascoltare, pur continuando a rimanere là. Un bambino in grembo alla madre addormentata sta in un posto molto bello e desiderabilissimo, benchè egli non dica una parola a lei, nè essa a lui. Per me, ritengo che l´esercizio della presenza di Dio si fa anche dormendo, perchè noi ci addormentiamo sotto il suo sguardo, per suo consentimento e volere, ed egli ci mette là nel letto come statue dentro la nicchia; e allo svegliarci lo troviamo Ià accanto, senza che nè egli siasi mosso nè ci siam mossi noi:´ ce ne siamo dunque rimasti alla sua presenza, ma a occhi chiusi (1). Questo fine di mettersi alla presenza di Dio soltanto per attestare la nostra ferma volontà di servirlo, è nobilssimo, santissimo, purissimo, e perciò di altissima perfezione.

Il secondo fine, per Cui ci presentiamo al cospetto di Dio, è per parlargli e´ per sentire che cosa ci dice con le sue ispirazioni e con i suoi movimenti interiori; il che d´ordinario si fa con soavissimo

(1) L, peccxxxtx (t. xv, pp. 3 1-2).

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diletto, perchè è tin gran bene il parlare a un tanto Signore e perchè egli nel rispondere versa balsami e unguenti preziosi che riempion l´anima eli soavità.

Ora, uno di questi due benefici non manca giammai nell´orazione. Se possiamo parlare al Signore, parliamogli, lodando, pregando, ascoltando. Se non possiamo parlare, perchè siam fiochi, restiamo tuttavia al nostro posto in atto di ossequio: egli verrà da noi, gradirà la nostra pazienza, si compiacerà del nostro silenzio. Altra volta con nostra grande sorpresa ci piglierà per mano, converserà con noi, farà in nostra címpagnia tanti giri per i viali del suo giardino che è l´orazione; quand´anche non facesse mai onesto, contentiamoci della nostra parte che è di stare al suo seguito, e della grazia grande e dell´onore ancor più grande da lui accordatoci di sopportarci alla sua presenza. In questo modo non ci afFannerem.o per parlargli, sapendo che anche l´altra maniera di stare vicino a lui non ci è meno utile, anzi può esserci molto più utile ancora, benchè non tanto conforme al nostro gusto.

Accostandoti dunque al Signore, parlagli, se puoi; se non puoi, stattene ivi, facendoti vedere senza preoccuparti d´altro (1).

(1) L. CDXLI (t. xna, pp. 386-7).

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§ 3. DELLA 1VIEDITAZIONE.

Quattro sono le operazioni dell´intelletto: pensare, studiare, meditare, contemplare.

Vi è semplice pensiero, quando si trascorre con la mente da una cosa all´altra senza un fine determinato, come fanno le mosche, le quali si van posando di fiore in fiore senza badare a trarne alcun succo, ma unicamente perchè vi s´imbattono. Così, quando il nostro intelletto vaga di pensiero in pensiero, benchè questi pensieri siano di Dio, se non hanno un fine, lungi dall´essere buoni, sono inutili e nocivi e imbarazzano grandemente nell´orazione.

Un´altra operazione del nostro intelletto è lo studio. La si compie allorchè consideriamo le cose soltanto per saperle, per capirle bene, per poterne ben parlare, senza verun altro scopo che di arricchirci la memoria; nel che rassomigliamo ai calabroni, i quali si posano sulle rose non per altro fine che per satollarsi e riempire lo stomaco.

Veniamo alla meditazione. Per intendere che cosa sia meditare, considera le parole che disse il re Ezechia, quando gli fu pronunziata la .sentenza di morte, revocata in seguito per il suo pentimento: — Io striderò, disse, come un tenero rondinino, mediterò come colomba (1) nel più vivo del mio dolore.

(1) 1s., xxxvnr, 14.

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— E voleva dire: — Quando il rondinino è solo soletto, perché la madre si è allontanata, stride, pigola, non sentendo più la madre vicina a. sè e non vedendo ancora nulla. Così io, perduta la madre mia che è la grazia, nè scorgendo persona che mi venga in aiuto, griderò. — Ma poi sogginnge: — Mediterò come colomba. — Tutti gli uccelli sogliono aprire il becco, allorchè cantano o garriscono, tranne la colomba, che fa un leggero canto o gemito, rattenendo il respiro nella gola, di modo che dal rimescolio del fiato che essa sospinge in. su e in giù, viene fuori quel suo tubare. Parimente si medita, quando si ferma l´intelletto sopra un mistero, da cui si vogliono ricavare buoni sentimenti: senza questa intenzione, non vi sarebbe più meditazione, ma studio. La meditazione dunque si fa per muovere gli affetti, massime l´amore; sicchè la meditazione è madre dell´amor di Dio, del qual amore divino è figlia la contemplazione.

Ma fra meditazione e contemplazione corre questa differenza, che nella prima si fa una domanda; poiChè dopo aver meditata la bontà del Signore, il suo amore infinito, la sua onnipotenza, noi ci facciamo a chiedere e a pregare che ci dia le cose da noi desiderate. Ora, vi sono tre specie di domande, molto diverse per il modo di farle: la prima si fa per giustizia, la seconda per autorità, la terza per gra.

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zia. La domanda fatta per giustizia non Si. può chiamar preghiera, sebbene noi adoperiamo questa parola; poichè con essa si chiede cosa a noi dovuta. Neppure quella fatta per autorità si può chiamar preghiera; ond´è che, sentendo una persona autorevole usare con noi questo vocabolo, subito le diciamo: — Ella comandi — ovvero: — Le sue preghiere sono per me un comando. — Vera preghiera è quella fatta per grazia, allorchè domandiamo cosa non dovutaci e la domandiamo a chi sta molto più in alto di noi, come a Dio.

La quarta operazione dell´intelletto è contemplare. Consiste nel compiacersi del bene di Colui che abbiamo conosciuto nella meditazione e che inediante questa conoscenza abbiamo amato. Tale compiacimento :formerà la nostra felicità lassù nel Cielo (1).

Riguardo alla meditazione, non affliggerti, se talvolta, e anche molto spesso, non vi trovi consolazione; persevera con dolcezza, umiltà, pazienza, non violentando per questo ´lo spirito. Allorchè ti senti la mente stanca, adopera il libro: leggi un tantino e poi medita, indi rileggi, un altro po´ e torna a meditare, fino a che sia terminata la tua mezz´ ora. La Madre Teresa fece così sul principio

(Il) S. R. vu (t. ax, pp. 47-9).

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e dice che si trovò molto bene (i). Ti aggiungerò che a-11011´i° ne ho fatto con vantaggio l´esperienza - Tieni per norma che la grazia della meditazione non si può ottenere con isforzi di mente, ma esige una dolce e fervorosa perseveranza, piena di umiltà (2).

-ella cosa che giova molto è il scegliere per argomento i misteri della Vita, Passione e Morte di Gesù Cristo: avviene ben di rado che non si cavi frutto dalla consideraZione di quello che il Signore ha fatto. Egli è il Maestro supremo, inviato ai mondo dall´eterno Padre per insegnarci quello che noi dobbiamo fare; e quindi, oltre all´obbligo nostro di formarci sopra questo divino Modello, dobbiamo anche mettere gran cura a considerarne le azioni per imitarle: una delle migliori intenzioni possibili in tutte le nostre azioni è farle, perchè il Signore le ha fatte, cioè voler praticare le virtù perchè le ha praticate e come le ha. praticate il nostro Padre. A tal fine è necessario ponderarle, osservarle, considerarle diligentemente nel-. l´orazione: il figlio che ama teneramente il padre, si dà grande premura per conformarsi a´ suoi gusti e per imitarlo in tutte le sue azioni.

(i) Vita, ix.

(2) L. ccxu (t. xn, p. 391).

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Vi sono anime incapaci di fissare e occupare la mente sopra determinati misteri, sentendosi attratte a certa semplicità dolce dolce, che le arresta tranquille dinanzi a Dio, senz´ altra considerazione che il pensiero di trovarsi alla sua presenza e di stare davanti al loro sommo bene. Coteste anime possono durarla così con utilità, e va bene; ma, generalMente parlando, i principianti devono cominciare dal metodo più sicuro ´e più efficace per la riforma della vita e il mutamento dei costumi, qual è quello detto di sopra, che si aggira intorno ai misteri della Vita e Morte del Signore: lì si cammina sul sodo.

Prendiamo poi le nostre risoluzioni nel fervore dell´orazione, qiiando il Sole di giustizia (1) c´illumina e c´ispira. Con questo non voglio dire che dobbiamo avere grandi sentimenti e consolazioni: se Dio ce li dà, profittiamone e corrispondiamo al suo amore; se non ce li dà, non manchiamo di fedeltà; ma, seguendo la ragione e la volontà divina, formiamo i nostri propositi nella parte superiore dell´anima nostra, senza mai omettere di attuarli per eventuali aridezze, ripugnanze o contrarietà (2).

(1), NIA.LAC, ri7, 2.

(2) E. viu (t. vz, pp. 349-350).

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§ 4. CAUSA FINALE DEL1201i,AZIONE.

Tutte le cose sono create per l´orazione: allorchè Dio creò l´Angelo e l´uomo, lo fece perchè lo lodassero eternamente lassù nel Cielo, Sebbene questa. sia l´ultima cosa che faremo, se ultimo si può chiamare quello che è eterno. A miglior intelligenza di questo punto, diremo che, noi, volendo fare aleuncliè, guardiamo sempre al -fine primario dell´opera. Per esempio, se edificasslino una chiesa e ci si domandasse perchè la facciamo fare, noi risponderemmo che è perchè vi si vada a cantare le lodi di Dio; però questa sarà l´ultima cosa a farsi.

Entrando nella stanza di un principe, vedrai un´uccelliera popolata di svariati uccellini, che vi stanno chiusi in una gabbia da´ bei colori e dalla bella forma; se tu domandassi per qual fine ve li abbiano serrati là entro, ti si direbbe che per rallegrare il padrone. Se andrai a osservare in altra parte, vedrai sparvieri, falconi e simili uccelli da preda, incappellati; quelli debbono servire a prendere pernici e altri volatili per la mensa del principe. Ma Dio che non si ciba di carne, non tiene uccelli da preda: ha soltanto uccellini chiusi nell´uccelliera per suo diletto. , Questi uccellini raffigurano i religiosi e le religiose, che si sono volontariamente chiusi nelle loro case per cantar le lodi del loro

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Dio: hanno quindi per- esercizio principale l´orazione, obbedendo a quella parola del. Signore nel Vangelo (1): — Incessantemente pregate. ‑

Gli antial Cristiani, formati dall´Evangelista san Marco (2), erano cos). assidui ´all´orazione, che per questo motivo vari Padri li soprannominarono supplicanti e altri li chiamarono medici, perchè mediante l´orazione trovavano rimedio a tutti i- loro mali.

L´orazione, secondo la maggior parte dei Padri, è un´elevazione della mente alle cose celesti, altri la dicono una domanda; ma le due opinioni non sono contrarie, perchè, elevando la mente a Dio, noi possiamo domandargli quello che ci sembra necessario.

La domanda principale da farsi a Dio è l´unione delle nostre volontà alla sna: qui sta la causa finale dell´orazione, in non voler che Dio. In questo si racchiude tutta la perfezione, Come disse frate Egidio, compagno di san Francesco. Un personaggio gli aveva chiesto come fare per divenire prestamente

perfetto. Rispose: — Da´ l´unica                    — Cioè:
Tu hai un´anima sola é vi è un solo Dio; tu da´ a lui l´anima tua ed egli darà a te se stesso. Cal..úu

(1)  Luc., xvm, 1.

(2)  EJSEB., Hist., II, 16, 17.                                                                                                                                       .
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finale dell´orazione non dev´essere dunque di cercare tenerezze e consolazioni: Dio talora le concede, ma non istà in quelle l´unione dell´anima con lui, bensì nel fare della tua volontà una cosa sola con la volontà di Dio.

§ 5. GA.17SA. EFFICIENTE DELL´ORAZIONE.

Chi può e deve pregareí La questione ´sarebbe risolta presto, se dicessimo che tutti gli uomini pos- - sono pregare e che tutti lo debbono fare; ma per maggior soddisfazione dell´anima nostra tratteremo più distesamente la materia.

Anzitutto teniamo presente che Dio non può pregare, perchè pregare è domandare per grazia e quindi suppone in noi la coscienza d´aver bisogno di qualche cosa; quello che si possiede già, non si suole domandare. Ora Dio non, può domandare niente per grazia, ma tutto per autorità; inoltre egli non può aver bisogno di cosa alcuna, giacchè possiede tutto. P dunque evidente che Dio non può nè deve pregare.

Parecchi Padri antichi, fra cui san Gregorio Nazianzeno (1), ingegnano che neppure il nostro Signore Gesù Cristo può pregare (in quanto Dio, la

(1) Orat. xxx, 14.

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cosa è chiara, essendo un medesimo Dio col Padre). Fondano essi la loro opinione sulle parole che il di-vin Salvatore disse a´ suoi discepoli (i): Io vado al Padre, ma non vti dico che pregherò io il Padre per voi. Osservano: Se egli non dice che va a pregare, perchè lo diremo noi altri! Vi sono invece dei Padri i quali ritengono che il Signore preghi, perciò il suo Discepolo prediletto, parlando del Maestro, ha scritto che noi abbiamo un Avvocato presso del Padre (2). Pure, gli uni e gli altri non si contraddicono, come potrebbe sembrare dalla diversità delle opinioni: certo è che il nostro Signore Gesù Cristo non deve pregare, ma può domandare per giustizia al Padre quello che vuole. Così vediamo che fanno gli avvocati, i quali non costumano chiedere per grazia, ma in nome della giustizia, le cose a cui pensano di aver diritto. Il Salvatore domanda non senza buoni titoli, perchè, quando vuoi ottenere qualche cosa, mostra al Padre le sue piaghe. verissimo pertanto che il Signore, sebbene domandi per giustizia quello che vuole, non ;ascia tuttavia, in quanto uomo, di umiliarsi davanti al Padre, parlandogli con. somma riverenza e facendo atti di più profonda umiltà che giammai, creatura abbia sa‑

(1)   JOAN., XVi, 16, 26.

(2)   I JoArl,, n, 1.

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poto o potuto fare: quindi la sua domanda può essere chiamata preghiera.

Troviamo in qualche luogo della Scrittura che lo Spirito Santo ha pregato e che fa orazione (1). Non si deve già intendere che egli abbia pregato, perchè non può, essendo uguale al Padre e al Figlio; ma si vuol dire che egli ha ispirato all´uomo di fare quella tal preghiera.

Pregano gli Angli, come ci dimostra. in più luoghi la Sacra Scrittura (2). Ma riguardo agli uomini che stanno nel Cielo, non abbiamo tante testimonianze, perchè prima della Morte, Risurrezione e Ascensione del Signore non vi erano uomini in Paradiso, ma si trovavano tutti nel seno d´Abramo. È per altro cosa chiarissima che i Santi e gli uomini in Paradiso pregano, se pregano gli Angeli, ai quali fanno compagnia.

Vediamo ora se tutti gli uomini possano pregare. Io dico di sì e che nessuno può dispensarsi dal farlo, nemmeno gli eretici. Vi fu anche un pagano, il quale fece un´orazione così eccellente da meritare che venisse presentata al trono di Dio (3), e Dio gli concesse la grazia di trovare il mezzo per istruir‑

(n Rum., vili, 26, 27.

(2)   Tob., mq; 12; Apoc., vizi, 3, .4.

(3)   Ace., x, 4, 30, 31.

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si nella fede, siechè poi divenne un gran Santo fra i Cristiani. I peccatori certamente hanno molta difficoltà a fare orazione. Somigliano a uccelletti che, una volta messe le penne, volano da sè con le loro ali; ma se vanno a posarsi sul vischio preparato apposta per prenderli, chi non, vede che quell´amor resinoso -ne impanierà le ali e non potranno più volare? Così accade ai peccatori che vogliono invischiarsi nei vizi: s´impigliano talmente nel peccato, che non. possono più spiccar il volo verso il Cielo per mezzo dell´orazione. Per altro, essendo capaci della grazia, possono pregare. Soltanto il diavolo non può farlo, perchè egli sole non è suscettibile di amore.

§ 6. CONDIZIONI DELL´ORAZIONE.

Dopo la causa finale ed efficiente, verrebbe ora la causa materiale dell´orazione; ma quest´ultima denominazione sarebbe impropria: diremo dunque dell´orazione in sè, cominciando dal dichiarare quali siano le condizioni che si richiedono per farla bene. Gli antichi, trattando questa materia, ne arrecano molte: chi ne annovera quindici, chi otto. Ma questo numero è soverchio; io mi restringo a parlare di tre solamente. La prima, esser piccoli nelrumiltà; la seconda, essere grandi nella speranza;

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la terza, essere innestati su Gesù crocifisso.

La prima condizione è umiliarci profondamente, riconoscendo la nostra miseria. L´arciere, prima di scoccare la freccia, tira giù la corda dell´arco e tanto più giù la tira, quanto più alto vuoi arrivare. Così dobbiamo far noi, quando vogliamo che la nostra. preghiera vada fino al Cielo; dobbiamo sprofondarci nella conoscenza del nostro nulla. t questo il consiglio di Davide che dice (1): — Quando vorrai fare orazione, sprofóndati talmente nell´abisso del tuo nulla, che ti sia possibile lanciare senza gifficoltà, la tua preghiera, sicchè a guisa di dardo giunga fino al Cielo. —

I grandi signori, per far salire l´acqua sull´alto dei loro castelli, prendono la sorgente in luogo molto elevato, poi la conducono per entro a tubi, facendola prima discendere e poi salire. Domanda loro in che modo l´abbiano fatta salire: ti risponderanno che l´acqua sale mercè questa discesa. Ecco quello che si fa nell´orazione: a chi domandasse come salga al Cielo, si risponderebbe che vi sale per la discesa dell´umiltà. La Sposa della Cantica (2) fa meravigliare gli Angeli, che si domandano: Chi è costei che viene dal deserto e ascende quasi colonna di fu‑

.

(1)   Ps. cxxtx, l, 2; cfr. Eccli., xxxv, 21.

(2)   Cara, in, 6; vili, 5.

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mo odoroso, composto di mirra e d´incenso e d´ogni polvere di profumiere e che è appoggiata sopra il suo Diletto? L´umiltà comincia in un deserto, benchè alla fine produca abbondanza di frutti; l´anima umile si pensa di essere un deserto, in cui non alberghino uccelli e nemmeno bestie selvagge, nè crescano alberi fruttiferi.

Seconda condizione per fare bene l´orazione: la speranza. La Sposa, venendo dal deserto, ascende quasi colonna di fumo odoroso, composto di mirra. Questa rappresenta .la speranza, parche la mirra, sebbene esuli una soave fragranza, pure al gusto è amara; così la speranza è soave, inquantochè ci promette di godere un giorno quello chè desideriamo, ma è amara perchè non abbiamo il godimento di quello che amiamo. L´incenso simboleggia ancor meglio la speranza, perchè, posto sul fuoco, manda sempre il suo fumo in alto; così la speranza dev´essere posta sulla carità, altrimenti non sarebbe più speranza, ma presunzione. La speranza vola a guisa di saetta fino alla porta del Cielo, ma non vi pub entrare, essendo virtù esclusivamente della terra; se vogliamo che la nostra orazione penetri il Cielo, fa d´uopo che aguzziamo la freccia alla cote del‑

amore.

Terza condizione. Gli angeli dicono che la Sposa è appoggiata sopra del suo Diletto: ecco 1´ alti‑

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ma condizione, essere innestati su Gesù crocifisso, Avendo una volta lo Sposo ´lodato la Sposa con dire che somigliava a un giglio in mezzo alle spine, ella di rimando rispose:. — Il mio Diletto somiglia a un melo tra le piante selvatiche. Quest´albero è carico di foglie, fiori e frutti; alla, sua ombra io mi assiderò e ne riceverò i frutti che mi cadranno in grembo e li mangerò e masticandoli ne gusterò.il sapore col mio palato, a cui li troverò dolci e soavi (1). T— Ma dov´è piantato quest´albero? in quale verziere lo troveremo? È piantato sul monte Calvario: all´ombra di esso bisogna stare. Qual è il suo fogliame? La speranza che noi abbiamo della nostra salvezza per i meriti ´della Morte del Salvatore. E i fiori? Le preghiere da lui innalzate per noi al´ Padre (2). Finalmente i frutti sono i meriti della sua Passione

e Morte.

Stiameene dunque appiè della Croce, nè dipartiamoci da essa prima. che siamo tutti intrisi del sangue che ne stilla. Santa Caterina da Siena andò una volta in estasi, mentre meditava la:Passione, e Morte del Signore, parendole di essere immersa dentro un bagno formato del suo prezioso sangue, e, ritornata in sè, vide la propria veste

Cani., II, 2, 3.

(2) Cfr. Hebr., 11, 7.

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tutta rossa di. quel sangue, senza che però le altre ne vedessero nulla. Cosa non si deve -andare all´orazione senza esserne irrorati; almeno bisogna spruzzarsene fin dal mattino nella prima preghiera. San Paolo, scrivendo ai suoi cari figliuoli (1), raccomandava loro che si rivestisserò del Signore, cioè del suo sangue. Ma che cosa vuol dire essere rivestiti del suo sangue?. Il tale è vestito di porPora, si dice, e la porpora è un mollusco.´ L´abito è fatto di lana, ma è tinto nel sangue del mollusco. Parimente noi, ancorchè vestiti di lana, pur facendo cioè opere buone, finchè queste sono cosa nostra, non han pregio nè valore, ma si devono imporporare. nel sangue del nostro Maestro, il cui merito le rende accette alla Maestà divina.

Allorchè Giacobbe volle ottenere la benedizione da suo padre Isacco, la matre gli fece cuocere un capretto alla cacciatora, secondo il gusto del vecchio; ma oltre a questo fece mettere al figlia() guanti di pelo, perchè il primogenito Esaù, al quale spettava la benedizione, era peloso. Gli fece ancora indossare un vestito fragrante, destinato al figlio maggiore della famiglia, e lo condusse così dal marito, che era cieco. Alla sua domanda della benedizione, Isacco prese a tastargli -le mani, poi esclamò forte:

(1) Rom., SIII, 14.

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— La voce che odo, è quella di mio figlio Giacobbe, ma le mani che tocco, sono di Esagr, — E, odorata la fragranza delle vesti di lui, disse: — La fragranza che ho sentita, mi ha recato tanta soavità alle nari,

che dò la mia benedizione al figlio (1).              Anche
noi, allorché preso questo Agnello senza macchia (2) e presentatolo all´eterno Padre, come oggetto di suo gradimento´´, gli domanderemó. la sua benedizione, egli ci dirà, se saremo rivestiti del sangue di Gesù Cristo: — La voce che odo di Giacobbe, ma le mani (cioè le nostre opere cattive) sono di Esaù; tuttavia, per la soavità che provo odorando -le _sue vesti, gli dò la mia benedizione. —

§ 7. LI OR,AZIONE DEI PECCATORI. e

Fine dell´orazione è, dicevamo, la nostra unione con Dio; tutti poi gli uomini, che sono incamminati per la via della salute, possono e debbono pregare: ma ci rimane un dubbio. Se i peccatori possono essere esauditi, come va che il cieco nato, di cui si parla nel Vangelo (3) e a cui Nostro Signore diede

(I) Gen., xxvin, 9-23,

(2)  I PEn., i, 19.

(3)  rosi., ux, 31.                            •

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la vista, disse a coloro che lo interrogavano: Dio non ode i peccatori? Lasciamolo dire: egli parlava ancora da cieco.

Vi sono tre sorta di peccatori: peccatori ~impenitenti, peccatori pentiti e peccatori giustificati. Orbene è dottrina sicura dhe i peccatori impenitenti non sono esauditi, perché vogliono imputridire nei loro peccati; quindi le loro orazioni sono in abborainazione presso Dio. Egli medesimo lo fece intendere a coloro che gli dicevano: Abbiamo digiunato e afflitte le anime nostre, e non vi hai badata. Rispose: — Digiuni, penitenze, feste mi sono in abbordava-rione, perchè in tutte coteste opere avete le mani imbrattate di sangue (1). — La preghiera di tali peccatori non potrebbe essere buona, perciò niuno può dire: Gesù, se non per Ispirito Santo (2), e niuno può chiamar Padre Iddio, se non è stato da lui adottato in figlio (3). 11 peccatore ostinato non potrebbe pronunciare il nome augusto del Signore, perchè non ha dentro di sè lo Spirito Santo, il quale non abita in un cuore macchiato di colpa (4). E poi niuno va al Padre, se non per la virtù del nome

(1) h., Lviu, 3-5; i, 13-15; mx, 3. (2D I Cor., xn, 3.

(3)  Rom., vili, 15; Galat., ´v, 5, 6.

(4)  Sap., i, 4, 5.

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di suo Figlio, come ha detto egli stesso (1), e qualunque cosa si domanderà al Padre nel non-le suo, sarà ottenuta. Dunque le preghiere del peccatore impenitente non sono accette a Dii).

Quanto al peccatore pentito, gli si farebbe un torto a chiamarlo peccatore, non essendo più tale -

dal momento che ha detestato il peccato; sebbene lo Spirito Santo non sia ancora nel suo cuore con la residenza, vi è nondimeno con l´assistenza. Chi eredi che sia- stato a dargli il pentimento d´aver offeso Dio, se non, lo Spirito Santo, giacchè a noi non sarebbe possibile formare un buon pensiero per la nostra salute, se egli non ce lo desse? (2). Ma quel meschino non ha fatto niente dal canto suo? Oh, sì! ascolta le parole di Davide: — Signore, tu hai rivolto a me lo sguardo, allorchè io giaceva nel brago del mio peccato; tu mi hai aperto il cuore, e io non l´ho chiuso; tu mi hai tratto, e io mi sono arreso; tu mi hai spinto, e io non ho indietreggiato (3). — Le prove abbondano per dimostrare che le preghiere dei pececatori penitenti sono accette alla Maestà divina; ma io mi limiterò a citarti l´esempio del pubblicano, che, asceso peccatore al

(1)  Jas,, xiv, 6, 13; xvI, 23.

(2) 11 Cor., zu, 5.

(3) Pss. CL, 18, 20, 21; ci., 3, 4; /g., 4, 5.

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tempio. ne uscì giustificato per effetto dell´umile sua preghiera (1).

§ 8. MATERIA DELL´ORAZIONE.

Materia dell´orazione è domandare a Dio tutto quello che è bene; ma vi sono due sorta di beni: beni spirituali e beni corporali o temporali. I beni spirituali si dividono in due categorie: gli uni ci son necessari per salvarci, e questi si domandano a Dio semplicemente e incondizionatamente, polche egli ce li vuoi dare; gli altri, quantunque spirituali, si devono domandare sotto le stesse condizioni che i corporali, cioè se è volontà dí Dio e se è di sua maggior gloria; sotto le quali condizioni si può domandare qualunque cosa. Beni spirituali necessari per salvarci sono la fede, la speranza, la carità e le altre virtù che a queste ci conducono. Gli altri beni spirituali sono estasi, ratti, dolcezze, consolazioni: cose tutte da domandarsi condizionatamente, perchè nient´affatto necessarie alla nostra salvezza.

Certuni suppongono che se sapessero di più, sarebbero assai più capaci di. amar Dio; ma non è

(1) Luc., xvii:, 10-14.

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così. Frate Egidio, andato a trovare san Bonaventura, gli disse: — Voi fortunato; padre mio, che siete tanto istruito! così potete amar Dio molto più di noi altri ignoranti. — Allora san Bonaventura gli rispose che la scienza non lo aiutava ad amar Dio e che una semplice donnicciuola poteva amarlo più di tutti quanti i dotti del mondo.

Ma chi non vede l´inganno di coloro, che sono sempre attorno al padre spirituale per lamentarsi di non aver tenerezze e consolazioni nelle loro preghiere? — „Non vedete, io direi loro, che, se ne aveste, non potreste evitare la vanagloria., nè impedire al vostro amor proprio di compiacersene, cosiecbè badereste più ai doni che al Donatore? Dio perciò vi usa una grande misericordia, non concedendovene; non vi perdete per questo di coraggio, perchè la perfezione non istà nell´aver gusti e tenerezze, ma. nell´avere la nostra volontà unita alla volontà di Dio. —

Tobia, già vecchio, volendo assestar gli affari, ordinò a suo figlio di recarsi a Rages per riscuotervi una somma a lui dovuta; a tal fine gli diede un chirografo, per il quale non potevasi rifiutargli il suo denaro (1). Facciamo così anche noi, quando vorremo domandare all´eterno Padre il suo Paradiso, auxnen‑

Tob„ ´v, 21, 22; v, 3, 4.

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to della nostra fede, il suo amore: cose tutte che egli vuoi darci, sol che gli presentiamo il chirografo da parte del suo Figliuolo", le domandiamo cioè sempre nel nome e per i meriti del Signore.

Questo buon Maestro ci ha insegnato benissimo l´ordine da tenere nelle nostre domande, volendo che dicessimo nel Pater: Sanctificetur nomea tuum, ad‑

_ reniat regnunt twum, fiat toluntas tua. Domandiamo dunque prima, che sia santificato il suo nome, cioè che egli sia riconosciuto e adorato da tutti gli uomini; quindi gli chiediamo la cosa più necessaria per noi, cioè che venga il suo regno, cioè che noi possiamo essere abitatori del Cielo; infine,, che sia fatta la sua volontà. Dopo queste tre domande si continua: Dacci oggi il nostro pane quotidiano: dove sotto il nome di pane si comprendono tutti i beni temporali. Nel chiedere siffatti beni noi dobbiamo essere molto parchi; anzi dovremmo, Chiedendoli, temere grande-´ mente, perchè non sappiamo se il Signore non ce li accorderà mosso da sdegno contro di noi (1). Quindi è che coloro, i quali pregano con perfezione, domandano pochissimo tali beni, ma stanno dinanzi a Dio come figli dinanzi. ai padre, rimettendosi fiduciosamente a lui in tutto.

(1) S. AUG., Ser. cceniv, 7.

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§ 9. FORMA DELL´ORAzIONE.

I Padri antichirdistinguonò tre specie di orazione: orazione vitale, orazione mentale, orazione vocale. Non parleremo ora della mentale, dovendone parlare qui appresso, ma solo della vitale e della vocale.

Tutte le azioni di coloro che vivono nel timore di Dio, sono preghiere continue: questo è che si chiama orazione vitale. Far Ihnosina, visitare infermi, praticare opere buone d´ogni sorta è fare orazione: le buone opere domandano di per sè a Dio una ricompensa.

L´orazione vocale non. si riduce a borbottare parole.fra le labbra senza l´attenzione del cuore; poichè per parlare bisogna prima concepire dentro quello che si vuoi dire. Vi è la parola interiore e la parola vocale: questa fa udire. quello che l´interiore ha in antecedenza pronunciato. Pregare è parlare con Dio; ora, parlare.con Dio senza star attento a lui e a quello che glí si dice, è cosa che sicuramente gli dispiace molto. Raccontano di un sant´uorno che insegnò ad un pappagallo l´ Ave Maria. L´uccello un giorno prese il vo:o e uno sparviero piombò su di lui; ma, avendo l´assalito preso a ripetere ´Ave Maria, l´assalitore lo lasciò andare. Non è da credere che il Signore esaudisse la preghiera del.phppagallo,

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no: tuttavia egli permise la cosa per mostrare quanto quest´orazione torni a lui gradita. Le preghiere fatte. come quella del pappagallo sono in abbominazione a Dio (1), che guarda più ai cuore (2) di chi prega che non alle parole che dice.

Le preghiere vocali si dividono in tre gruppi: comandate, raccomandate, libere. Le comandate sono il Pater e il Credo, da recitarsi ogni giorno, com´è chiaro da quelle parole che il Signore ci, fa dire: Dacci oggi il nostro pane quotidiano; bisogna dunque domandarlo tutti i giorni. A. chi mi dicess´e; — Oggi non ho pregato, — gli risponderei che ha fato come le bestie. Le altre preghiere comandate sono quelle dell´Ufficio per ecclesast´ci o religiosi; omettendone parti notevoli, si pecca. Soltanto raccomandate sono i Pater o i Rosari, ordinati per l´acquisto delle indulgenze; tralasciandole, non si pecca; ma la Chiesa, nostra buona Madre, per far ve ´ere suo desiderio che si dicano, largisce indulgenze a chi le recita. Preghiere libere sono tutte le altre, che si fanno oltre le anzidette.

Benchè le preghiere fatte volontariamente siano ottime, le raccomandate però sono molto migl ori, perehè vi si unisce la virtù della docilità. Gli è come

(1) Is., t, 13.

(2)   Prov., xxiv, 12.

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se dicessimo: — Tu desideri, mia cara Madre.Chiesa, ch io. faccia questo; non me lo comandi, ma sono liet´ssimo di farlo per accontentarti. — Ecco che vi entra già un po´ d´ obbedienza. Ma le preghiere comandate contengono un pregio superiore, perchè accompagnate Ball´ obbedienza ed anche da maggior carità.

Di queste preghiere poi le une, sono comuni, le altre particolari. Comuni sono le Messe, gli -Uffici e quelle fatte in tempo di calamità. Oh, con quanta riverenza non dovremmo intervenirvi, e più preparati che non per le preghiere particolari! poicbè in queste trattiamo con Dio dei nostri affari o, se preghiamo per la Chiesa, lo facciamo per carità; ma nelle preghiere comuni si prega per tutti in generale. Racconta sant´Agostino (1), che essendo ancora pagano, entrò in una chiesa, dove saut´Ambrogio fa‑

ceva cantare            alternatamente, come di poi
passò in uso, e che ne fu. talmente rapito ed estasiato da parergli di trovarsi in Paradiso. Più d´uno assicura d´aver veduto sovente scendere gli Angeli a schiere a schiere per assistere agli Uffici divini. Con quale attenzione dunque dovremo assistervi noi, se vi sono presenti gli Angeli, i quali ripetono lassù nella Chiesa trionfante quello che noi veniamo dicendo quaggiù nella militante!

(1) Confess.,        6; x, 33.

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Penseremo forse che, se avessimo veduto una volta gli Angeli ai nostri Uffici, vi andremmo con maggior attenzione e riverenza. Oh, no, sarebbe tutto lo stesso! quand´ anche fossimo stati rapiti con san Paolo fino al terzo cielo (1), ancorehè fossimo stati trent´anni in Paradiso, se la fede non ci aiutasse, tutto questo servirebbe a nulla. Una cosa, a cui ho pensato spesso, è che san Pietro, san Giacomo e san Giovanni, dopo aver veduto il Signore nella sua Trasfigurazione, lo abbandonarono egualmente nel tempo della sua Passione e Morte.

Specialmente coloro che cantano gli Uffici non dovrebbero mai intervenirvi senza fare atti di contrizione e senza domandare l´assistenza dello,Spirito Santo prima di darvi principio. Che bella sorte non è mai questa di cominciar a fare quaggiù quello che si farà eternamente lassù nel cielo!

Ancora un´osservazione che riguarda orazione tanto vocale quanto mentale. In due modi noi andiamo a Dio per pregarlo, tutt´ e due raccomandati dal Signore e comandati dalla santa Madre Chiesa: ora preghiamo Dio immediatamente, ora lo preghiamo mediatamente, come quando si dicono le antifone della Madonna, la Salve Regina e altre preghiere simili. Quando lo preghiamo immediata‑

(l) 11 Cor.,

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mente, pratichiamo la confidenza filiale fondata sulla fede, speranza e carità; quando lo preghiamo mediatamente e per la mediazione di altri, prati.- chiamo la santa umiltà, derivata dalla conoscenza di noi stessi. Andando immediatamente a Dio, ne proclamiamo la bontà e misericordia, in cui riponiamo tutta la nostra fiducia: ma, pregandolo mediatamente e implorandol´assistenza della Madonna, dei Santi e degli Spiriti beati, si fa per essere meglio accetti alla Maestà divina, di cui per tal modo Si esalta la grandezza e onnipotenza e si attesta il rispetto a lei dovuto.

§ 10. RIVERENZA ESTERIORE NELL´ORAZIONE.

Desidero aggiungere ancora una parola sulla riverenza esteriore che si deve osservare nel far orazione. La santa Madre Chiesa determina le posizioni da tenersi nella recita dell´Ufficio: essa ora ci vuole in piedi, ora seduti, ora in ginocchio, ora scoperti, ora coperti; ma tutti questi atteggiamenti sono tante preghiere. Tutte le cerimonie della Chiesa sono piene di altissimi misteri; le anime divote, umili, semplici ne ricevono vivissima consolazione,

vedendole.          •

selle preghiere liturgiche si tenga la posizione prescritta dalle rubriche; ma nelle orazioni partico‑

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lari quale sarà la riverenza da usare? Stiamo anche allora dinanzi a Dio come nelle preghiere comuni, benchè nelle comuni si richieda una special diligenza, per l´edificazione del prossimo; la riverenza esterna aiuta grandemente l´interna. Abbiamo esempi che ci mostrano il dovere di serbare grande riverenza esterna nel fare l´orazione, anche se particolare. Ascolta san Paolo (1): Io piego le mie ginocchia dinanzi al Padre del Signor nostro Gesù, Cristo. E non vedi come il Salvatore stesso, pregando il Padre, si prostri al suolo? (2).

Ancora un esempio. Il grande san Paolo eremita visse molte decine d´anni nel deserto, quando sant´_Antonio, recatosi a visitarlo, lo trovò in orazione. Finito che ebbe di pregare, gli parlò; indi si ritrasse. Ma, tornatovi una seconda volta, lo vide nella posizione di prima, con il capo levato e gli occhi fissi al cielo, giunte le mani e immobile sulle. ginocchia. Sant´Antonio, dopo lungo aspettare, comincia a meravigliarsi´ di non udirlo sospirate secondo il consueto: alza gli occhi, lo guarda in faccia, s´accorge che è morto: il suo corpo, che aveva pregato tanto in vita, sembrava che pregasse ancora dopo morto.

(1)  Eph., III, 14.

(2)   MATT., XXVI, 39; MARC., XDV, 35.

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15. - E. CETITA, La Dita religiosa ere,

·  

·  

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·  

· Bisogna clic tutto • uomo preghi. Davide. dice che tutta la sua faccia pregava (1); che i suoi occhi erano così intenti a mirar Dio, da averne la vista. indebolita (2); che la sua bocca stava aPerta quasi di uccellino, il quale aspetti la madre che venga a sfamarlo. Per altro, in ogni caso, la posizione migliore" è quella che ci concilia, di più il raccogli- • mento, Finanche lo star coricato è posizione buona, sembra. anzi. di per se-atto di preghiera; infatti il santo Giobbe, giacente sul letamaio, fa una preghie-ra così bella da meritare che Dio la :esaudisca, (3) (4). •

11. ANCORA UNA PAROLA SCIA.´ UFFICIO, DIVINO.

Per dite bene iI divino Ufficio bisogna prima. di tutto prepararvisi, domandando al nostro cuore, sull´eempio di san Bernardo, che cosa si accinga a, fare. Nè solamente in questa circostanza, ma anche disponendoci a qualunque altra cosa, dobbiamo fare il medesimo, per portare ogni volta le disposizioni

·   d´animo che vi si convengono: così alla ricreazione si va con cuore amorosamente Peto; all´Ufficio con

(1) Ps. xxvr, s.•

(2) P.%s. Lxvin, 4; Lxxxvil, 10; cfr.. 1´s., xxxvm, 14.

(3) Job., xur,

() S. R. x I t. 1x, pp. 47,67).

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cuore seriamente amoroso. Nel dire poi, .Deus in adintorinm ineunt• intende, s´immagini che il Signore ci. dica a sua volta: — E tu fa´ attenzione a me. ‑

Chi intende´ le cose che dice nell´Ufficio, faccia buon uso di questa sua capacità secondo il beneplacito di Dio, che glie l´ha data per tenervelo più raccolto mediante i buoni sentimenti che ne potrà ricavare; chi invece non intende, stia semplicemente attento a: Dio o durante le pause faccia atti d´amore di Dio.

Si consideri ancora che noi, benehè coti diverso I lignaggio, facciamo l´ufficio degli Angeli e che stia-riai dinanzi al medesimo Dio, in cospetto del quale gli. Angeli. tremano. Come chi parlasse a. un re, starebbe attentissimo a non contmettere sconvenien • ze e se, nonostante le sue precauzioni, gli accadesse di commetterne, arrossirebbe subito; così noi nel dire l´Ufficio stiamo bene in guardia., per non fare amacamenti.

Si richiede pure attenzione per proferire bene le parole e dire tutto nel modo prescritto. Avvenendoci poi di commettere difetti, umiliamoci senza turbarci: non vi è niente di strano in questo, giacche ne commettiamo tanti in altre cose. Ma se per avventura i difetti fossero molti e la faccenda durasse a, lungo, allora vi sarebbe da supporre che non abbiamo concepito Un. vero dispiacere del primo

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mancamento; ecco .la negligenza che ci dovrebbe graudemete confondere, a motivo del rispetto dovuto a Dio presente ed agli Angeli suoi. Di regola generale, allorché si ricade con frequenza nella medesima colpa, è segno che manca la buona volontà di emendarsene; che se poi si tratta di cosa, del‑

. la quale siamo stati più volte avvertiti, allora vi è motivo di pensare che non si faccia caso dell´avvertimento (1).

Nel dire l´Ufficio sarà meglio avere semplicemente il pensiero rivolto a Dio oppure tener dietro al senso delle parole che si pronunciano? Io per me preferisco che sì ponga mente al signifiCatoi-di quello che si dice, perchè in questo modo si asseconda meglio l´intenzione di chi, ispirato da Dio, ha composto i salmi (2).

Non ripetere l´Ufficio, perchè sei stato distratto nel dirlo, qualora questo non ´sia stato fatto volontariamente; anzi, quand´anche tu arrivassi alla fine di un salmo senz´esseré ben sicuro di averlo detto, perchè l´hai recitato distrattamente senza pensarvi, va´ pure avanti lo stesso umiliandoti di´ nanzi a Dio. Non si deve credere sempre di aver usato negligenza, quando la distrazione sia durata

(1) E. xviii (t. vi, pp. 345-6).

(2) E. App. C. (t, vi, p. 442).

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a lungo; può darsi perfino che ci duri per tutto il tempo dell´Ufficio, senza che noi vi abbiamo colpa; nè, per cattiva che Ia distrazione sia stata, ci dobbiamo scoraggiare, ma basterà volta a volta sotto gli occhi di Dio respingerla. Io Vorrei che nessuno mai si turbasse per cattivi sentimenti che gli venissero, ma che si fosse coraggiosi e fermi a non consentirvi, correndo gran differena fra sentire e consentire (2).

§ 12. ORAZIONE MENTALE.

Facendomi a parlare dell´orazione mentale, ti mostrerò, mediante il confronto col tempio di Salomone, che nell´anima vi sono quattro ordini. Nei tempio vi era prima un portico destinato ai Gentili, affinchè nessuno potesse esimersi dall´obbligo di adorare; perciò alla Maestà divina piaceva di più quel tempio, non essedovi nazione,- la quale non potesse ivi renderle omaggio. Il secondo ordine era destinato ai Giudei, uomini e donne; benchè con l´andar del tempo se ne facesse poi la separazione per evitare gl´inconvenienti che da quella mescolanza potevano derivare. Poi, salendo sempre, ví era un terzo spazio per i sacerdoti; infine il comparti‑

(1) E. xvi ii (t. vz, p. 347).

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nrento destinato ai Cherubini e 2tI loro Signore, dove custodivasi l´Area dell´Alleanza e dove Dio manifestava i suoi voleri: si chiama:vai] AS´anda /.9ancto rum, .

Nelle nostre anime vi è. un pelino ordine, che è la conoscenza attinta per mezzo dei sensi: con

occhi, ad esempio, conosciamo che un dato oggetti) è verde, rosso o giallo. Poi viene un pianci• già un po´ più alto, che è. la. conoscenza acquistata mediante la riflessione; uno, per esempio, che sia stato trattato male in. un. luogo, cercherà, Mettendo, in, che modo non farvi, più ritorno. il terzo piano è la, conoscenza avuta per via della fede. il quarto eúni.- partimento, il &meta Aticuffltormm, è il vertice dell´anima, denominato spirito; so questa sommitù si tiene costantemente rivolta a Dio, basta, allora non abbiamo motivo di turbarci.

Le navi in mare poetan.o.tutte un ago, la cali punta calamitata guarda sempre la stella polare; ben-che il vascello navighi verso mezzodì, l´ago non muta la sua direzione verso il suo polo nord. Così sembra talvolta che Pitninat se ne vada tutta a sud, tanto è agitata da distrazioni; ma invece la punta dello

· spirito guarda sempre al suo Dio, che fornm il suo polo nord. lie persone anche più provette patiscono certe volte così forti tentazioni, marche ili fede, da . parer loro che tutta l´anima vi consenta, tanto è lo

. sconvolgimento; soltanto quella punta resiste. Eb‑

454 -                  •

 

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quella è io parte del nostro essere che th. l´orazione mentale; nuand´anclic tutte le altre facoltà e

.

potenze, siano piene di distrazioni, li) spirito; clic ne • è la punta, fa l´orazione.

L´orazione; mentale ha quattro parti: meditazione., contemplazione, slanci e semplice presenza di Dio. La pelino si fa così: si prende mi mistero, per esempio, il Signore crocifisso e, presentatolo alla. mente, vi consideriamo Ie virtù: l´amore al P adi´e, iI quale amore, gli ha fatto soffriie, la. morte, e morte di -croce, piuttosto che dispiacergli, o, per dir.meglio, a fine di compiacerlo; la. grande dolcezza, umiltà e pazienza, con cui sopportò tante ingiurie; infine la grande carità verso i . suoi crocifissoli, pregando per essi fra i più acerbi spasimi. Fatte cosi queste considerazioni, ci sentiamo tonchi da ar-. dente desiderio d´imitarlo nelle sue virtù; indi passiamo a pregare il Padre, che. ci renda colifo) arai al _´igliuoi suo (1).

Meditare è fare come le api, quando raccolgono il miele. Volano esse di fiore in fiore, traendone un po´ di succo, che portano agli alveari. Così noi andiamo pecchiando una. dopo l´altra le virtù del Signore, per trarne. brama. d´iniitazione; poscia le abbracciamo tutte con in solo sguardo mediante la

(i) Rom., vi:, 29.

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contemplazione. Dio nella creazione meditò; poiché, dopo aver creato il cielo, disse che era ben fatto; parimente fece dopo la creazione della terra, degli animali, dell´uomo. Trovò ogni cosa -ben fatta, osservandole partitamente; ma vedendo tutto l´insieme del creato, disse che stava assai bene (1),

La Sposa dei Cantici (2), dopo aver lodato il suo Diletto per la beltii, degli occhi, delle labbra, di tutte le membra. successivamente, conchinde così: — Com´è bello il mio _Diletto! quanto mi piace! mi è carissimo. — Ecco la contemplazione: considerando mistero per mistero e vedendo quanto Dio è buono, si diventa come i canapi dei nostri. battelli: a forza di remare i canapi si scaldano talmente, che se non s´inumidiscono, s´infuocano; la noste anima però, scaldandosi nell´amare Colui che ha riconosciuto tanto amabile, continua a mirarlo, perehè si compiace sempre più di vederlo tanto bello e tanto buono.

Lo Sposo dei Cantici (3) dice: — Venite, miei dilettissimi; io ho raccolto la mia mirra, ho mangiato il mio pane e il mio faro col suo miele, ho bevuto il mio vino col mio latte. Venite, miei da«-

(1)      Gen., t, 10-25, 31.

(2)      Cant., v, 9-16.

(3)      Cant., v, 1 (iuxta Lxx et Patres). •

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tissi´»ii e mungiate, inebriatevi, o carissimi. — Queste  parole ci rappresentano i grandi misteri del Salvatore. Io ho raccolto la &a mirra, ho mangiate il mio pane; ciò fu nella Passione e Morte, Ho mangiato il mio miele• col mio favo; questo avvenne, allorché riunì l´anima sua al corpo. Infine lo Sposo aggiunge: il - mio vino col mio latte; il vino rappresenta la gioia della sua Risurrezione, il latte la dolcezza della sua conversazione. Li ha bevuti insieme, perché rimase sulla terra quaranta giorni dopo la Risurrezione, visitando i discepoli, facendo loro toccar con mano le sue piaghe e mangiando con essi. Ora, quando dice: Mangiate, miei dilettissimi, vuoi dire « meditate »; infatti per ren- • dere il cibo trangugiabile, bisogna primieramente masticarlo e tritarlo, voltandolo e rivoltandolo in bocca. Così dobbiamo fare con i • misteri del Signore: mastichiamoli e rivolgiamoli più volte nella mente, prima di •scaldate la volontà e passare alla contemplazione. Lo Sposo conchiude: Inebriatevi, o miei carissimi; e che vuol dire? Non si mastica iI vino, ma non si fa che mandarlo giù; il che ci raThgara la contemplazione, in cui più non si mastica, ma solo s´inghiotte. Hai meditato abbastanza che io sono buono, sembra dire lo Sposo divino alla sua Diletta; ora guardami e deliziati. a vedere che sono tale.

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San Franc.esco passò una notte a ripetere: — Voi siete il mio tutto. — Proferiva quelle parole in istato di contemplazione, quasi volesse dire: Vi ho considerato parte per parte, o mio Signore, ed ho trovato che siE.,,te amabilissinio; ora, vi rimiro e vedo clic, siete il mio tutto. "— San Brunone si limitaVa .a. dire: — Oh, bontà! — E sant´ A gostino — Oh, bellezza antica e nuova! — Antica., perchè eterna: nuova; perchè apportatrice, di soavità novella al cuore. Erano parole di contempla‑

zione.                                                                              •

La terza parte dell´orazione mentale si fa, per via di slanci. Nessuno se ne può esimere, perché è• cosa ché si fa andando e venendo e disbrigando

·           •

le proprie faccende,.

.         Tu irti dici che non hai tempo di fare lunga
orazione; ma chi ti Dalla di questo? Raccomandati a Dio lin dai mattino, protesta, di non volerlo offendere; poi vattene per le tue faccende, risoluto di continuar a fare freqUenti elevazioni della mente a Dio, anche quando ti. troverai in compaunia d´altri. Chi t´impedisce di parlargli dal fondo del cuore? che le. tue parole siano mentali o vocali, non importa nulla. Di´ poche parole, ma ferventi.

giaculatoria ripetuta da San Francesco era ee‑

(ti Conf x, 27.

458

· •

 

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,      •

cellente, benchò in lui fosse effetto di contempla. zione, perchè aveva una continuità. simile al corso perenne di un fiume: V., vero il dire a Dio: — Voi siete il mio tutto, — e .voler altra cosa fuOrt ali lui, non andrebbe bene, dovendo le parole rispondere ai. sentimenti del cuore; ,ma il dire a Dio: —

· Vi. amo, — pur senza che si. abbia u11 vivo senti-Menti d´amore, è cosa da non tralasciarsi mai, per-che volontà e gran desiderio di :ignari() noi l´abbiamo:

tin buon mezzo per abituarsi a. questi. slanci è

prendere, il                             scegliendo di seguito Una frase
1 giorno. Oggi, per esempio, hai preso: Pcte

(pf•i• es iìt edirai dunque la prima volta: — Padre„ mio, che siete ne´ Cieli: — nn quarto d´ora dopo: — Se voi siete il mio Padre, quando •

sarò io davvero vostro                   — Così andrai
coiibnnando di quarto d´ora iti quarto d´ora la tua orazione. I Santi Padri che vivevano nel deserto, quegli antichi e veri religiosi, erano così assidui in tali orazioni e /slanci del cua)re,. cime, come racconta san Girolamo (1), quando si andava a visitarli, si sentiva uno a dire: — Mio Dio, voi siete tutto il vaio desiderio; — e un altro ´a esclamare: — Quando sarò tutto vostro, mio Dio?.— e un ter‑

.

(i) Ep c-en (ad Eust.), 14, 18.                              •

49 •

-      •

 

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zo a ripetere: Deus, in adiutorium meurn intende. Dalla diversità delle loro voci si raccoglieva un´ar‑

monia graditissima. Tu mi dirai:                Se le parole
si proferiscono oralmente, perché chiamar questa orazione mentale? — Perchè la si fa pure con la mente e viene prima dal cuore.

Lo Sposo dei Cantici dice (1) che la sua Diletta gli ha rapito il cuore con uno de´ suoi occhi e 0011 uno dei capelli che le pendono sul collo: parole che • formano, per dir così, un turcasso, pieno di gustosissime e dolcissime interpretazioni; eccone una assai graziosa.. Quando marito e moglie hanno affari domestici che li costringono a separarsi, avvenendo per caso che ´s´incontrino, si guardano un po´ di passaggio, ma con un occhio solo, perchè passandosi di fianco, non si. può farlo agevolmente con tutt´e due. Così lo Sposo vuoi dire: — Benché la mia Diletta sia. molto . occupata, tuttavia non lascia di guardarmi con un occhio, dichiarandomi con tale sguardo che è tutta mia. Mi •ha poi rapito il cuore con uno dei capelli che le pendono sul collo, cioè con un pensiero che le scende dalla. parte del cuore. —

Della quarta parte dell´orazione mentale non diremo niente. Felici noi, se arriveremo al Cielo! Si

(1 Cant:, tv, 9 (iuxta ux).

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mediterà ivi guardando e considerando minutamente tutte le opere di Dio e tutte si troveranno ben fatte; si contemplerà ivi, ´vedendole tutte nel loro insieme, come tutte vadano bene, e si faranno eternamente elevazioni a Dio ( ).

§ 13. PENSIERI SULL´ORAZIONE.

1. Ti parrà talvolta di non far niente nell´orazione, pérchè non sai far altro. che presentare e ti-presentare a Dio il tuo nulla e la tua miseria. Eppure l´airinga più bella che c´indirizzino i mendicanti sta nell´esporre alla nostra vista le loro piaghe e necessità. Talora non fai nemmeno questo ma te ne rimani là come una statua`? Ebbene, questo non è poco. Nei palagi dei principi e dei re si erigono statue, che servano unicamente a ricreare la vista; sii dunque contento di servire a questo dinanzi a Dio:. egli, quando sarà di suo gradimento, animerà la statua.

2.. Gli alberi fruttilicano soltanto grazie alla presenza del sole, gli uni più presto e gli altri più tardi, gli uni ogni anno e gli altri. di tre in, tre anni e non sempre nello stesso modo. Il poter stare alla

(1) S. E. x. (t. -a, pp. 67-72P.

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presenza di Dio è per noi un. gran, bene; contentiamoci che questa ci faccia portare il nostro frutto o prima o poi, o tutti i giorni o di quando in quando secondo il beneplacito di D:o, a cui è nostro´dovere di pienamente conforniarci (1).

3. ìl.) una dolcezza incomparabile il pensare all´onore grande che un cuore ha di parlare da solo a solo con il SUO Dio, all´Essere supremo, immenso, infinito. Quello che il cuore dice a Dio, nessun altro da prima lo sa, fnorehè Dio, e poi chi ne ha da .Dio notizia. Meraviglioso segreto! Io credo che intendano questo i Dottori, quando dicono che per fare orazione giova pensare non esservi ´al Mondo altri che Dio; infatti è un pensiero che concentra assai´ le potenze. dell´anima., siechè la Loro attività ne. riesce ´più. intensa .(2).

- 4. Non c´è- mai compagnia, non c´è mai impaccio che t´impedisca di parlare spesso col Signore, con

i suoi Angeli e Santi, nè di aggirarti sovente per le vie della sua celeste Gerusalennne, nè di ascoltare le parole interiori di Gesù Cristo é del tuo Angelo Custode, itZ. di fare Ia comunione spirituale, (3).

(1) L. ceLxxvn       xmi, pp. 19-20).

(2). L. .c.nym (t. xm,, p. 311).

() L. (1)xlv (t. xm, p. 321).

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Sta´ tranquillo nell´orazione: quando le diStrazióni ti assalgono, allontanale bel. ´bello, se puoi; altrimenti, procura di conservare tutto il raccoglimento possibile, lasciando che le mosche Vini-. portunino finchè ´vogliono, Mentre •tu parli col -tuo Re. Egli no a- bada a queste cose. Scaccia le mosche con garbo- e con calma, non mai con un´agitazione e iinpazienza, che ti tolga il raccoglimento (1)., •

6.     A noi piacciono sempre tanto la dolcezza, la, soavità, la deliziosa consolazione; ma è più frut‑

tuosal´asprezza                                            Benehè san Pietro
preferisse il monte Tabor e fuggisse il monte Calvario, qintst´ultimo però è sempre più utile di quello; il sangue versato sopra, dell´uno è più desiderabile che I1011 lo splendore irradiato sopra dell´altro. Il Signore ´allora ci tratta da bravi; adattiamoci un po´ anche a questo. Vai meglio mangiare pane senza zucchero, ´che zucchero senza pane

7.   Non è necessario perderi)i a -cercare la causa d´elle nostre aridità, perchè difficilmente la indovineremmo. Basterà. che- ci umiliamo profondamente, rassegnandoci a questa tribolazione, sia che il Signore ce l´abbia mandata per castigarci di qual-Che nostro difetto, sia che l´abbia permessa per

(1)  L. eccxx       xm, p, 123).

(2)  L. DLXIV (t. XIV, _p. 236):

463 •

 

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provarci e renderci più esclusivamente suoi (1).

8. Il Santo dono dell´orazione sta preparato nella mano destra, del Salvatore, per quando tu sarai vuoto di te, cioè dell´amore al tuo corpo e alla tua volontà; in altri termini, quando tu sarai veramente umile, egli lo verserà nel tuo cuore. Intanto abbi pazienza, fa´ i pasSi corti, fino a che non abbi gambe per correre, o meglio, ali per volare. Rimani volentieri ancora per qualche tempo piccola ninfa-; diverrai ben presto una bella ape. Umiliati amorosamente dinanzi a Dio e agli uomini: Dio parla a chi tiene le orecchie basse (2). Insomma, Dio riempirà del suo balsamo il tno vaso, quando lo vedrà .vuoto (3) dei Profumi di questo mondo; non appena tu sarai umile, egli ti esalterà (4).

0. La presenza della sacra Umanità di Gesù. Cristo riempie dí soavità tutta, una casa religiosa; per anime che abbiano spirito di fede, è una consolazione grande l´aver vicino questo tesoro di vita (5).

- 10. Per coloro che si dedicano alla santissima

(1)   L. Anxvii .(t. xv.i, p. 348).

(2)   Cfr.Ps. xLiv, 10.

(3)   Cfr.. IV Reg., ´v, 3-5.

(4)   L. ISIDCC (t. XIX, p. 332)I.

(5)   L. mmx (t, xvt, p. 313).

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orazione, il Signore è una fontana, a cui mediante l´orazione  si attinge acqua di lavacro, di refrigerio, di fertilità, di soavità. Lo sa Iddio, che cosa sono le case religiose, dove si trascura questo santo esercizio; Dio sa quale obbedienza, quale povertà, quale castità vi si osservi sotto, gli sguardi della sua divina Provvidenza, e se allora le comunità religiose non siano piuttosto agglomeramenti di carcerati che riunioni di veri amanti di Gesù Cristo (1).

(1) L. cmi.xxxIx (t. xvti, p. 207).

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CAPO QUINTO.

Dei Sacramenti della Penitenza

e dell´Eucaristia. ´                          •

I Sacramenti sono (:.anali, per cui, diciamo così, Dio discende a noi, come per l´orazione noi ascendiamo a lui, altro non essendo l´orazione che un´elevazione della mente a Dio. -Gli effetti dei Sacramenti sono diversi, benehe tutti "abbiano un Medesimo fine comune, che è di unirci a Dio. Il Battesimo ci unisce a Dio, come figli al padre; la Cresima ci unisce a lui, come . soldati al capitano, dandoci la forza per combattere e vincere i nostri nemici in tutte le tentazioni; la Penitenza ci unisce a Dio.„ come amici che Si- sono riconciliati; 1-13uca.- ristia, come il cibo allo stomaco; l´Estrema Unzione, come figli che vengono da lontano e già. tengo. no un piede sulla soglia della casa• paterna, per unirsi al padre, alla madre, a tutta la famiglia. Ecco pertanto che i Sacramenti producono effetti diversi, ma tutti contribuiscono all´unione dell´ani- .

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ma nostra cori Dio. Noi parleremo. ora di due soli: della Penitenza e dell´Eucaristia.

I. DELLA PENITENZA                  •

E DELL´EITGARDATIA IN GENERALE.

La preparazione.

E necessarissimo anzitutto sapere, percliè noi, ricevendo sì spesso questi due Sacramenti, non ri- • ceviamo insieme le grazie, che sogliono portare alle anime ben disposte, ´eSsendoche tali grazie vanno annesse ai Sacramenti. Lo diri´) in una parola: per difetto di preparazione. Onde bisogna. conoscere la • maniera di bara prePara:rci. a ricevere questi due Sacramenti, non che tutti gli altri. Ora la prima preparazione è la pulita (l´intenzione, in seconda l´attenzione, la terza 1´uiuiIt a.

La parità. d´intenzione è cosa • essenzialissima noli solo .nel ricevere i Sacramenti,´ ma anche in tutto quello che facciamo. Ora, l´intenzione, è pura, quando riceviamo i Sacramenti o facciamo qualsiasi altra cosa col fine (li unirci a T)io•e renderci a lui pia accetti, senza che vi si mescoli alcun proprio interesse, come sarebbe il desiderare di godervi speciali consolazioni.` n questo caso, se, mancando le consolazioni, tu ti lasci prendere da inquietudine,

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·                                                                                                    •

 

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chi non vede che la tua intenzione non era pura, e che cercavi non l´unione con Dio, ma le sue con solazioni ?

Seconda preparazione, l´attenzione. Certo noi dovremmo accostarci ai Sacramenti con molta attenzione, riflettendo beUe sia alla grandezza delPatte, sia alle condizioni per ciascun Sacramento richieste. Per esempio; andando alla Confessione, si deve portarvi un cuore amorosamente addolorato e alla santa Comunione un cuore ardentemente amoroso. Non dico già che per tutta quest´ attenzione sia indispensabile non avere distrazioni, non essendo in poter nostro ciò; ma intendo dire che bisogna usare la massima diligenza per non fermarvisi volontariamente.

Terza preparazione, l´umiltà. È una virtù di somma necessità per ricevere l´abbondanza delle grazie, che scorrono per i canali dei Sacramenti: le acque scendono naturalmente più rapide e con più impeto, quando i canali siano posti in luoghi inclinati e quindi volti in giù.

Ma, oltre a queste tre preparazioni, io te ne voglio accennare un´altra che è la principale, cioè l´abbandono completo di noi stessi nelle mani di Dio, sottoponendo senza riserva al suo potere ogni nostra volontà e affetto. Dico senza riserva, perchè la nostra miseria è tanta che noi ci riserbiamo

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sempre qualche cosa. Le persone più spirituali si ritengono d´ordinario la volontà di avere preferibilfnente certe virtù; perciò quando vanno alla Comunione, dicono, per esempio: — Signore, io mi abbandono interamente nelle vostre mani; ma compiacetevi di darmi la prudenza, affinchè io sappia vivere dignitosamente; — ma la semplicità non la domandano. — Mio Dio, eccomi qui assolutamente sottomesso alla vostra divina volontà; ma datemi molto coraggio per fare opere grandi a vostro servizio; — ma di dolcezza per vivere in pace. col prossimo, non si fa parola. Un terzo dirà; — Datemi l´umiltà che giova tanto per dare buon esempio; — ma di umiltà del cuore, che ci fa amare la nostra umiliazione, non vi è nessun bisogno, a, quanto pare. — Mio Dio, poichè sono tutto vostro, fate che io abbia sempre consolazioni nell´orazione. — Già, proprio questo ci vuole per essere, uniti a Dio, che è l´oggetto delle nostre- aspirazioni? e costoro non chiedono mai tribolazioni o mortificazioni. Oh, davvero, non è mezzo atto a produrre questa unione il riserbarsi tutte  queste volontà, per quanto bella abbiano l´apparenza; il Signore, volendosi dare tutto a tutti, vuole da noi in cambio che ci diamo interamente a lui, affinchè l´unione della nosir´anima con la sua Maestà divina sia più perfetta e noi possiamo ripetere con verità le pa‑

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role di quel perretissimo fra i Cristiani: Sore, sono

pin io che ripo,            ri-ry in me Ge.s.it Cy.isto . (1).

La. seconda parte poi di q (testa prepaza.zione con- • sisté nel vuotare il nostro cuore di tutto, affinchè il Signore lo riempia di sè. La. causa., per cui non riceviamo la grazia della santificazione (e una. Comunione sola ben fatta è atta a renderci Santi e

·  perfetti), deriva. unicamente da queSto, che non lasciamo regnare in noi il Signore, come la sul bontà lo desidera. Viene in noi. questo Diletto delle anime nostre, ma trova i nostri cuori tutti pieni di doside,r, affetti, velleità: non è questo ch´egli cerca; k sua. volontà è di trovare cuori vuoti,´ per farsene padrone e arbitro. Per Mostrare quanto lo brami, dice alla sacra Sposa (2) di porlo come sigillo sul sito cuore, aflinchè nulla vi possa entrare senza il permesso e il beneplacito suo. lo penso che il centro del tuo cuore sia vuoto; altrimenti sarebbe infedeltà troppo grande le tua: voglio dire che noi abbiamo scacciato e detestato non solamente il peccato inor-. tale,,ma ogni sorta di affetto malvagio; pure, ahimè tutti i segreti nascondigli dei nostri cuori sono ingombri di tante cose indegne di comparire alla. presenza del Re supremo, e queste gli legano, per dir

(I) Galat., H, 20. (2) Cani-, VIII, 6,

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mani,Impedendogli di compartirci i beni e le grazie, che la sua bontà ci vorrebbe largire, se ci trovasse preparati a riceverli. Facciamo dunque dal canto nostra quanto sta in nostro-potere per prepararci bene a. ricevere questo Pane soprassostanziate (1), abbaatdonandoci totalmente alla divina Provvidenza., non solo riguardo ai beni temporali, ma in special modo riguardò a quelli spirituali; il che otterremo con lo sfogare alla. presenza. della Bontà divina tutti i nostri affetti, desideri, sentimenti, risoluti di stare a. lei interamente soggetti. Allora stiamo pur certi che il Signore. manterrà dal cauto suo la. promessa fattaci di trasformarci in. Lui, sollevando la bassezza nostra. fino a unirla con la grandezza sua.

I fini.

Chi si comunica, può avere fini diversi: come di chiedere a Dio la liberazione da qualche tentazione afnizione,rtanto per noi´ che per- i nostri cari, o di chiedere qualche virtù., sempre a condizione che questa serra a unirci più perfettamente con Dio, la qual cosa per altro non si verifica spesso; polche in. tempo di afflizione si è d´ordinario più uniti a Dio, essendo ´allora facile ricordarsi di Lui

-     (I) MATT., vi, 11.                           •

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con maggior frequenza. -Per quello poi´ che concerne ,le virtù, a volte è più opportuno e più utile a noi il non possederne l´abito, parche nondimeno ne pratichiamo all´occasione gli atti;, la difficoltà da noi sperimentata nell´esercizio di una virtù, ci serve per umiliarci, e l´umiltà ha sempre maggior valore di tutto il resto.

Finalmente, in tutte le preghiere e domande rivolte a Dio non pensare solo a te, ma procura di dir sempre noi, come ci ha insegnato il Signore nell´Orazione domenicale, dove non entra nè, mio nè io. Avrai, si capisce bene, l´intenzione di pregare Dio, che conceda la virtù o la grazia, domandata per te, a quanti versano nella stessa necessità, e sempre avrai per iscopo di unirti maggiormente a Dio; con altro intendimento nulla dobbiamo mai chiedere nè desiderare per noi o per il prossimo, essendo quello il fine per cui i Sacramenti furono istituiti. Conformiamoci dunque a tale disegno del Signore, ricevendoli con il medesimo intento.

lTè pensiamo che comunicandoci o pregando per gli altri, veniamo noi a perdere qualche cosa, a meno che offrissimo a Dio Comunione e preghiera in espiazione dei loro peccati, perchè allora non soddisferemmo per i nostri. Pnr tuttavia il merito della Comunione e della preghiera resterebbe a noi, non essendoci possibile meritare la grazia gli uni

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per gli altri: il Signore solo ha potuto far questo. La preghiera fatta da noi per il prossimo accresce il nostro merito, ottenendoci in ricompensa grazia in questa vita e gloria nell´altra. Che se taluno non pensasse a soddisfare per i suoi peccati, il solo pensiero di fare tutto quello che fa per puro amar di Dio, basterebbe a tal effetto; poiché è dottrina sicura che con un atto fervente di carità o con un atto di contrizione perfetta, soddisferebbe appieno per tutti i suoi peccati.

I frutti.

Come si potrebbe fare per conoscere il profitto che si ricava dal ricevere i Sacramenti? Tu lo conoscerai dal tuo progresso nelle virtù proprie di ogni Sacramento: come per esempio, se dalla Confessione porti con te l´amore alla tua abiezione e all´umiltà, che sono le virtù a quella riferentisi; e poi dal grado di umiltà si scorge il nostro avanzamento. Si legge che chi si ´umilierà, sarà, esaltato (1); essere esaltato è venir avanzato. Così, se pér mezzo della santissima Comunione diventi molto dolce (che è la virtù di questo Sacramento, tutto dolcezza, tutto soavità, tutto miele), ne ricavi appunto il frutto suo proprio, e quindi vai avanti; ma

(1) MATT., XXIII, 12; Luc., nv, 11; xviu, 14.

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se invece non diventi più umile nè più dolce, tu meriti che ti si tolga il pane, perché-vuoi mangiarlo senza lavorare (1) (2).

2: DELLA CONFESSIONE.

Si va a confessarsi per unirsi a Dio. T.Je anime religiose hanno- un vantaggio ben grande al .confronto dei mondani, perchè ´vivono fuori dei pericoli delle gravi separazioni da Dio, dal quale solamente iI peccato mortale ci disunisce. 11 peccato veniale introduce appena una- lieve distanza fra Dio e noi; col Sacramento della Penitenza rimettiamo l´anima. nostra nello stato dì prima (3).

Esame ordinario e annuale.

Non essere così scrupoloso da voler confessare tante imperfezioncelle; non Vi è obbligo nemmeno di confessare i peccati veniali, se non si vuole. Confessandosene però, si abbia volontè risoluta di emendarsi; altrimenti, sarebbe una cosa mal fatta con.fessarsene. Così ancora non t´a bisogno di torturarsi

(1)  il TI;ess., m, 10.

(2)   E. xvuri (t. vi, pp. 337-344). E. MI (t. vi, p. 281)..

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il cervello, quando non si ricordano mancanze da confessare: non è possibile che un´anima, avvezza a esaminarsi con frequenza, non si fissi bene in mente. le colpe rilevanti, per •ricordarsene a suo tempo. . Di tanti difettatici puoi parlare col Signore. ogni volta che li. scorgi: un .sentimento di umiltà, un sospiro del cuore basta per così poco. (1).

No, non turbarti, se non zivyerti tutte le, tue ph,cole cadute per confessartene; come spesso cadi senza che te ne accorga, così senza che te ne accorga ti rialzi. Non si dice nella. Scrittura (2)´, che il giusto si vede o si sente cadere s We. roste al giorno, ma.

che sette colte cade: parimente egli si           ogni
Volta Senz´ avvedersi del suo rialzarsi. ton darti dunque pensiero di questo, ma va´ a dire umilmente ,e. schiettamente quello che avvertirai; il resto che non avrai avvertito, rimettilo alla dolce misericordia di Colui che ´pone la mano sotto coloro, i quali cadono senza malizia, affinché non si facciano male (3), e li rialza così presto e così soavemente, che non si accorgono nè di essere caduti,- avendoli la mano di Dio sorretti nel cadere, ne di essere stati rialzati, avendoli quella stessa. mano tirati su tanto in fretta., che

(I) E: xvni (i. vi, pp. 344-51. C2) prov., xxiv, 16.

(3)Ps. xxxvi, 24.

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non vi fecero nemmeno caso (1). Dunque non metterti in angustie, perchè nella ricerca delle tue colpe non hai la memoria tanto pronta; quello che dispiace a Dio non è il difetto di memoria, ma il difetto di volontà (2).

Sono buone le confessioni annuali, perchè ci richiamano alla considerazione della nostra miseria, ci fanno constatare il nostro progresso o regresso, ci fan ravvivare i nostri buoni propositi; ma bisogna farle senza inquietudini e senza scrupoli, non tanto per essere assolti, quanto per ricevere incoraggiamento, ne vi si richiede un esame minuzioso, ma basta esaminarsi per sommi capi (3).

Comincia quest´esame dal primo comandamento, nel quale troverai la santa Messa, l´Ufficio divino, le orazioni; quindi passa al secondo, in cui troverai i voti, e così di mano in mano. Per ogni comandamento fa´ due gruppi: uno delle colpe più rilevanti, delle quali conviene dire approssimativamente il numero; l´altro delle colpe più piccole, che basterà dire compendiosamente, senza bisogno di scendere a verun particolare (4).

La revisione annuale delle anime nostre si fa

(1)   L. mccctxxxit (t. xvm, p. 136).

(2)   L. mcnxmx (t. RVIII, p. 251).

(3)   L. cccion (t.. XIII, p. 216).

(4)   L. cccxcm (t. xin, p. 278).

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anche per supplire con la confessione d´allora ai difetti delle confessioni ordinarie, oltrechè, come dicevamo, per eccitarsi alla pratica di una più profonda umiltà e per rinnovare i buoni proponimenti da applicarsi quali rimedi a inclinazioni, abitudini e altre sorgenti di colpe, a cui ci troveremo più proclivi. Sarebbe più opportuno, è vero, fare questa rassegna con chi avesse già ricevuto la tua confessione generale, affiachè così dal confronto della vita precedente con la seguente si potessero prendere meglio le risoluzioni necessarie; questo insomma sarebbe più desiderabile. Ma qualora non ve ne fosse la comodità, va´ pure da qualche altro confessore, il più discreto ´e savio Che troverai.

In questo esame, più che il numero e le circostanze delle cadute, cerca quanta sia la tua inclinazione e facilità al- male. Per esempio, non devi ricercare quante volte sei caduto in peccati d´ira, perchè forse vi avresti troppo da fare; ma vedrai semplicemente se vai soggetto a questo disordine; se, quando ti capita, la duri in collera lungo tempo; se lo fai con forte rancore e violenza; infine quali sono le occasioni che vi ti provocano più di frequente: se il giuoco, l´alterigia, l´orgoglio, Ia malinconia o la caparbietà. Così in brev´ora avrai terminato il tuo esame, senza mettere la memoria alla tortura n´e perdere la quiete.

477

 

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Qualche caduta mortale, parche non siivi stata l´intenzione di adagiarsi nella colpa nè si -sia. avuto un assopimento nel male, non impedisce che si sia progredito nella divozione, la quale, benchè, peccando mortalmente, si perda, nondimeno si ricupera al primo vero pentimento del peccato, massime quan; do, ,come ho detto, non si sia rimasto a lungo sommerso in quello stato infelice. Di modo che queste annuali revisioni tornano saantarissime. agli spiriti ancora un po´ deboli; perchè, quando i primi proponimenti non li abbiano rafferinati del tutto, i secondi e i terzi varranno a consolidarli sempre

finchè, a forza di risolvere, essi rimarranno interamente risoluti. Ma, bando agli scoraggiamenti; piut-• tosto con santa umiltà si consideri la propria debolezza, la si accusi, se ´ne domandi perdono e s´invochi l´aiuto del Cielo (1).

Nonne per l´accusa.

Le nostre colpe, finchè stanno nelle nostre anime, sono spine; venendone fuori per via dell´accusa volontaria, si convertono in rose odorose; poichè, come la nostra, malizia ce le tira in cuore, così la •

(1)        .cauxxx     -xvr, pp. 963).

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´ bontà :dello Spirito Santo è quella, che ce le spinge fuori (1).

Nella confessione si possono commettere quattro gravi difetti.. Il primo è quando ci si va più per discolparei che per piacere a Dio, sicchè si rimane soddisfatti, quando siansi dette• bene le proprie ragioni; mescolandovi i mancamenti altrui per meglio spiegare i nostri! Così avviene che si pecchi non di rado in confessione, Il secondo è quando al confessore si vanno a fare bei discorsi, intimati • di belle parole, e gli si racconta qualche grosse caso per acquistarne la stima e, farsi credere persona illuminata., dandoSi l´aria di esagerare le colpe; in questa maniera, d´una, mancanza, rilevante s´arriva. a fare una cosetta da nulla, che non permette al confessore di conoscere lo stato dell´anima. Il terzo difetto è procedervi con tanta´ sottigliezza e con tale parlar coperto, che invece di accusa si fa una scusa. mediante una minuziosa analisi, per tema- che si veda tutta l´entità del maneamento: cosa pericolosissima, per chi facesse questo volontariamente. TI quarto è di coloro che provano soddisfazione a ingrandire la propria colpa:. pessima usanza anche questa. Io vorrei che si procedesse con semplicità e franchezza, puramente in vista di Dio, con sin‑

(7) L. cecxart lt. XJ1T, p, 104).

·       •

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cera detestazione delle proprie colpe e con ferma volontà di emendarsi.

Bisogna distinguere nell´accusa le piccole .disobbedienze dalle più notevoli, le cose di precetto da quelle di consiglio; perché le confessioni debbono essere -così nette e integre che nulla più. Si dicano le cose come stanno e tali quali sono. Se l´obbedienza, nella quale hai mancato, è rilevante, di´ senz´altro qual è, e fa´ il medesimo per gli altri mancamene. Per mancamenti da Oca basta dire d´aver mancato due. o tre volte a un´obbedienza leggera e poco importante: questo lascia il confessore tranquillo.

Ma è necessario considerare il motivo e le circostanze che accompagnano le nostre colpe e accusarsene francamente; poiché, siccome le regole non obbligano sotto pena di peccato, non sono esse la causa del peccato, ma questa causa sta nei moventi della nostra volontà. Per esempio: la campana ti chiama a qualche pratica di pietà e tu per pigrizia o per altro riprovevole motivo non ci vai: è peccato veniale. Ma chi non vede che il peccato non deriva dalle regole, sì dal movente, cioè dalla pigrizia, per cui disobbedisci? Dtinque parla franco, di´ moventi e colpe, specificando queste, allorchè sono un po´ gravi e di qualche conseguenza.

Si confessi quello che si fa specialmente quan‑

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do si è risentiti; cosi pure vi può essere peccato a dir parole inconsiderate. Tuttavia non bisogna mettersi in angustie; noi non abbiamo una perfezione che sia scevra d´amor proprio, e questo ci fa sempre commettere qua o colà dei falli. Se in uno scatto di risentimento, io getto via la penna, non sono obbligato di confessarmene; se però tali impeti sono frequenti, li dirò nella revisione generale della coscienza per averne consiglio. Uno, per esempio, che abbia avuto ordine di spegnere i lumi la sera, se ne dimentica talvolta per inavvertenza e contro la sua volontà: non ha peccato. Ma se fa di mala voglia questa obbedienza, pecca e se ne deve confessare. La differenza fra pèccati veniali e imperfezioni è che l´imperfezione viene all´improvViso e per inavvertenza, mentre al peccato concorre la nostra volontà.

Per confessarsi così, bisogna saper distinguere nell´esame il peccato veniale dalle imperfezioni; ma su duecento persone se ne troveranno due che lo sappiano fare, a meno che non si tratti di cose grosse. Io, per esempio, vengo a dirti che un tale ti saluta, che, si raccomanda alle tue preghiere, che mi ha parlato di te con stima, e non è´ vero niente: ecco un peccato veniale volontario, volontarissimo; invece racconto un fatto e nel discorso mi scivolano parole non del tutto conformi a verità, del che mi

481

16. - F. CERI a• La Dita religInsa ecc.

 

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accorgo solo dopo averlo detto: ecco un´imperfezione che non ho obbligo di confessare, a meno che non avessi altro dà dire. A Parigi, dopo aver confessato molto attentamente due o tre volte una persona assai illuminata, infine le dissi che non la potevo assolvere, perchè le cose accusate erano soltanto imperfezioncelle e non peccati e le suggerii di dire un peccato che avesse commesso altre volte. La penitente rimase molto stupita per averle io detto che non trovava peccato veniale, e. mi ringraziò vivamente d´averle dato questo lume, assicurandomi che essa non aveva mai pensato a simile distinzione; donde tu vedi che la cosa è difficile, se un´ anima santa e illuminata come quella versava tuttavia- in tale ignoranza (1).

Ma insomma, quando si sono avuti movimenti di collera o di altra tentazione, ce ne dobbiamo confessare o no? Io dico di parlarne, ma non per modo di confessione, bensì per averne istruzione sul modo di regolarsi. Intendo sempre, qualora non vi vegga chiaro d´avervi dato qualche po´ di consenso. Se tu andassi a dire: — Mi accuso di aver avuto per due o tre giorni forti movimenti di collera ma non vi ho acconsentito, — diresti le tue virtù. invece di dire i tuoi difetti. Ma ti viene il dubbio

(1) E. xv (t. vr, pp. 281.4).

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d´aver, mancato un- po´? Guarda attentamente, se il dubbio sia fondato. Forse in quei due giorni hai usato un po´ di negliggnza nell´allontanare quel risentimento; se è così, di´ con tutta semplicità che per un quarto d´ora sei stato negligente ad allontanare un moto d´ira 2enZ2aggitnigere che la tentazione è durata due giorni, a meno che tu non lo voglia dire per avere dal confessore qualche buon consiglio: in tal caso sarebbe ottimo il dirlo. Senza di questo, lo si direbbe solamente per propria

 soddisfazione. Sebbene perciò il non farne cenno ti dispiaccia un tantino, sopporta cotesta pena come qualsiasi altra, a cui non potessi trovar rimedio (1).

Torniamo sul punto dello scusarsi. Certuni fanno insieme e disfanno la confessione. Vanno a confessarsi dei loro difetti ma in modo che si accusano e si scusano, dicendo molte parole per far vedere che, se han commesso la colpa confessata, hanno avuto ragione di commetterla. N´è solamente si scusano accusandoSi, ma accusano anche gli altri. — Sono andato in collera, ho fatto il tal mancamento, ma ne avevo ben donde: m´avevano lutto o detto la tal cosa, fu per la tale occasione. — Non vedi che nel confessare la tua colpa la. neghi? Di´ piuttosto:

1) E. v (i. • vi, p. 85).

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— Hc; commesso il tale e il tal altro mancamento• per malizia,,per impazienza e cattivo naturale, per effetto delle mie passioni e inclinazioni mal mortificate. — Un altro dirà•: — Ho sparlato del prossimo, ma in cose palesi e note, nè fui solo a dire o a vedere. -Ecco qui che neghiamo di essere colpevoli del fallo che accusiamo.

Non bisogna fare così, ma confessare chiaro e, netto, attribuendo a noi la colpa e ritenendoci veramente colpevoli, senza preoccuparci di quello che se ne dirà o se ne penserà. — Eccomi quale sono, dobbiamo dire (1).

Nella confessione ci vuole semplicità. Non dire mai: — Se mi confesso della tal cosa, che dirà´ il mio confessore o che penserà di me? — No, no: pensi• egli e dica quello che vuole; quand´ei mi abbia dato l´assoluzione ed io abbia fatto il mio dovere, mi basta. (2)

Per la semplicità cristiana il punto primo e principale è questa franchezza nell´accusa dei peccati, fatta senz´alcun riguardo all´orecchio del confessore, il quale è là per udire peccati e non virtù, e peccati di qualsiasi genere. Coraggio dunque, umiltà e disprezzo di te stesso nel discoprire la

(1) S. R. xxxix (t. m, pp. 427-8D.

(2) E. xiv (t. vi, p. 259).

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tua miseria a colui, del quale Dio si vuol servire come d´intermediario per guarirti. (1)

Io vorrei che in. confessione si ponesse gran cura a essere veritieri, semplici e caritatevoli (veritiero e semplice sono una medesima cosa); dire chiaro chiaro le proprie colpe, senza orpello, senz´artificio, stando bene attenti che parliamo a Dio, al quale niente è celato; esser molto caritatevoli, non tirando mai in mezzo il prossimo. Per esempio, dovendoti confessare d´aver mormorato dentro di te o con i confratelli, perchè il superiore ti ha parlato troppo brusco, non andar a dire che hai mormorato della correzione troppo brusca del superiore, ma diTsempliCemente che hai mormorato contro il superiore. Insomma, di´ soltanto il male commesso, noi non la causa nè quello che vi ti ha spinto; non iscoprire mai nè direttamente nè indirettamente il male degli altri, mentre accusi il tuo: non dare mai motivo al confessore di sospettare chi sia che abbia contribuito al tuo peccato. Non portare nemmeno accuse inutili. Avrai avuto pensieri d´imperfezione sul conto del prossimo, pensieri di vanità o anche peggiori; avrai avuto distrazioni nelle preghiere: se vi ti sei fermato deliberatamente, dillo schietto é netto, non limitandoti a dire che non hai fatto ab‑

(i) L. CCLXXIII (i. xin, pp. 7-5>.

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bastanza per stare raccolto durante il tempo dall´orazione; ma. se sei stato negligente a scacciare una distrazione, dillo, chè le accuse generiche non servono a nulla in confessione (1).

È poi indispensabile specificare qualche cosa, allorchè altrimenti non si troverebbe materia di assoluzione. Allora si confessi qualche peccato speciale. Il dire che ci accusiamo d´aver avuto moti d´ira, di dispetto e simili, non serve; ira, dispetto seno passioni, e i loro movimenti non sono peccati, non istando in poter nostro d´impedirli. Perchè sia peccato, l´ira dev´essere disordinata o deve portarci ad atti disordinati. Bisogna dunque specificare qualche cosa che sia peccato (2).

·                   Contrizione e ringraziamento.

1. Per l´atto di contrizione, si abbia un sincero dispiacere del male commesso e una ferma risoluzione di non commetterlo più; a tal effetto si dica molto divotamente dinanzi a Dio il Confiteor, che è la confessione generale dei Cristiani. Si vada in. questo senza tante sottigliezze, nè sforziamoci di piangere e di sentire il nostro pentimento; basterà che la con‑

(1)  E. xv (t. vi, pp. 277-8).

(2) Ib. (p. 276).

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trizione sia radicata in fondo al cuore e nel proposito di emendarsi. Che se poi l´emenda non succe‑

de sempre, non ismettiamo di sempre lavorarvi attorno: qui sfa la nostra vera occupazione (1). Nè per fare l´atto di contrizione si richiede gran tempo; dico anzi che per farlo bene non ci vuole quasi tempo, altro non bisognandovi che prostrarci davanti a Dio in ispirito di umiltà. e di pentimento per averlo offeso (2).

2. Dopo la confessione non è il tempo di esaminarci per vedere se sfasi detto bene tutto quel che si è commesso; ma allora è tempo di star bene raccolti vicino al Signore, con il quale ci siamo riconciliati, e di ringraziarlo de´ suoi benefici, non essendovi alcuna necessità d´indagare che cosa potremmo aver dimenticato: diciamo invece con tutta semplicità quello che , ci viene in mente, e dopo non pensiamoci più (3).

Del cambiar confessore.

Il cambiare continuamente confessore è una cosa, contraria al sentimento di tutti i servi di Dio,

(1)   E. xv (t. VI, .p. 2831).

(2)   E. xviti (t. vi, p. 345).

(3)   E. uv       vi, p. 259).

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´                 •

non che all´esperienza e alla ragione. Non si deve cambiar confessore, quando se n´è trovato uno bue). no, a meno che non vi sia qualche motivo seno. Da un lato è un grande inconveniente il legarsi tanto a un confessore, che, accadendo di non po. terlo avere, si provi inquietudine o turbamento; poichè questo à un attaccarsi allo strumento del no, stro bene e non all´operatore di questo bene, che

j

è Dio, e quindi si perde la vera libertà. Ma, d´altra parte, l´andar cambiando senza motivo è uno svi fiorirsi, dal che deriva che la complessione del no stro spirito non venga mai riconosciuta dal nostr medico spirituale; e come ci potrà allora dirigere!´ Attienti dunque al tuo confessore; quando poi bi-,1 sognasse cambiarlo, fallo senza che lo spirito abbiti a risentirne (1).

§ 3. DELLA. COMUNIONB.

Frequenza

Io penso che la Comunione sia il mezzo peri giungere alla perfezione; ma bisogna riceverla coli! il desiderio e lo sforzo di levar via dal cuore tuo

(1) L. ccxult (t, xii, p. 397).

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quello che dispiace a Colui, che noi vogliamo accogliervi (1).

Quanto più spesso il tuo cuore riceverà il suo Salvatore, tanto più perfettamente si convertirà a Lui. L´esperienza mi ha fatto toccar con mano, in venticinque anni di ministero a pro delle anime, l´onnipotente virtù di questo sacramento divino per fortificare i cuori nel bene, preservarli dal male, consolarli, insomma per divinizzarli in questo mondo, purehè Ia frequenza sia accompagnata da fede, purità-, divozione conveniente (2).

Non lasciare la santissima Comunione per piccoli mancamenti, che non provengono tanto da cattiva volontà quanto da sorpresa e debolezza, nia ricevila anzi come rimedio contro di quelli (3). Non lasciarla nemmeno per causa delle tue distrazioni, freddezze, aridità, quando tutto questo proviene dai sensi e dalla parte del tuo cuore che non è interamente a tua disposizione; perchè a raccogliere il tuo spirito nulla varrà meglio del suo Re, nulla lo scalderà quanto il suo sole, nulla lo potrà soavemente confortare come il suo balsamo (4).

(1) L. CO (t. xini, p. 291).

(2) L. cm.vI (t. xvr, pp. 57-8).

(3) L. Dcisni (t. xv, p. 12).

(4) L. mcccLxxxii. (t. xvm, 13´5-6).

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AlIa Comunione puoi accostarti anche con un peccato veniale. I peccati veniali si cancellano con un inchino a Dio, col prendere l´acqua benedetta, col dire umilmente un mea culpa. Se la, benedi.0one dei Vescovi cancella i peccati veniali, questo si deve all´umiltà e all´atto di sottomissione di coloro che la domandano. -Umiliamoci davanti a Dio, ed Egli ci perdonerà; risolviamo di confessarci alla prima occasione, e andiamo al Signore. Se per altro lo scrupolo è forte e il mancamento grave, astienti pure dolcemente dalla Comunione per rispetto alla grandezza e purezza di Dio. Questa è cosa lodevole al certo; ma la confidenza filiale piace molto più a Dio. Si fa ´una gran perdita lasciando la Comunione (1).

Non esiste nè in Cielo nè in- terra un cibo più solido della santa Comunione (2). Lascia filosofare gli altri sulle ragioni che hai di comunicarti. Se vuoi renderne conto a qualcuno, gli potrai dire che hai bisogno- di mangiare sovente questo cibo divino, perchè sei molto debole e senza tale ristoro il tuo spirito facilmente perderebbe ogni vigore (3).

(1)  E. xv (t. vi, pp. 284-5).

(2)  L. DXXX2 (t. XIV, p. 161).

(3)  L. DCLXXXIV (t. XV, p. 51),

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Buona digestione spirituale.

Scalda molto lo stomaco del santo amore di Gesù Cristo crocifisso, per poter digerire bene spiritualmente questa vivanda. Ma come intendi tu il digerire; spiritualmente Gesù. Cristo? Quelli che digeriscono bene fisicamente, si sentono rinvigorire tutto il corpo per la distribuzione generale che si fa del cibo a tutte le loro membra. Così quelli che fan Imiona digestione spirituale, sentono che Gesù Cristo, loro alimento, si effonde e comunica a tutte le parti´ della loro anima e del loro corpo., Infatti hanno Gesù Cristo nel cervello, nel cuore, nel petto, negli occhi, nelle mani, nella lingua, nelle orecchie, nei piedi. Ma che cosa fa ivi dappertutto questo Salvatore? Ripara, purifica, mortifica., vivifica tutto. Ama nel cuore, intende nel cervello,. anima nel petto, vede negli occhi, parla nella lingua, e cosi. via: Egli fa tutto in tutto, sicché allora viviamo non già noi, ma vive in noi Gesù Cristo (1). Oh, quando, quando sarà questo? Frattanto io ti addito il termine, a cui mirare, benchè bisogni contentarsi di arrivarvi a poco a poco. Teniamoci umili, comunichiamoci senza timore: un po´ alla volta il nostro stomaco interiore si assuefarà a

(1) Galat., n, 20.

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questo cibo e imparerà a digerirlo bene. È cosa di grande importanza il pigliare costantemente una sola vivanda, che sia buOna: lo stomaco allora fa molto meglio l´ufficio suo. Desideriamo il Salvatore e nient´altro: faremo, spero, buona digestione (1)..

Disposizioni.

Va´ alla Comunione con tutta umiltà per. corrispondere a Gesù, il quale per unirsi a noi si è annientato e amorosamente abbassato sino a farsi nostro cibo, cibo di noi che siamo il pasto dei vermi. Chi si comunica secondo lo spirito di Gesù, annienta se stesso e dice al Signore: — Masticatemi, digeritemi, annientatemi, convertitemi in voi. — lo non trovo al Mondo cosa alcuna che noi facciamo nostra più del cibo, da noi annientato per la nostra conservazione; ora, il Signore è disceso fino a tale eccesso d´amore da farsi cibo per noi. E noi, che cosa non dobbiamo fare, perchè Egli. ci possegga, ci maneggi, ci mastichi, c´inghiotta e ci ringhiotta, disponga insomma di noi a suo talento? (2).

Persevera nella frequente Comunione: non potresti fare alcun´altra cosa che valga tanto a ras‑

(l) L. caxxx (t. xill, 357-8). (2) L. MDXXIX (t. XVIII, p. 40CD.

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sodarti nella virtù_ (1). Il Signore, dopo aver detto che nessuno era maggiore di san Giovanni Battista, soggiunse: Ma il più piccolo nel regno di Dio, cioè nella Chiesa, è maggiore di lui (2). t vero; il più piccolo dei Cristiani, comunicandosi, supera in dignità san Giovanni. Che vuol dire dunque che siamo così piccoli in santità? (3). Purtroppo io mi stupisco di essere ancora sì pieno di me dopo essermi tante volte comunicato! Oh, caro Gesù, fate una cosa sola con noi, affinché noi dappertutto non abbiamo altro respiro nè altro palpito che per voi. Voi siete così sovente in me; perchè io sono così di rado in voi? Voi entrate in me; perchè io sono tanto fuori die voi? Voi state nelle mie viscere; perchè non sono io nelle vostre a cercare e a trovare quel ´grande amore, che inebria i cuori? (4). Oh Salvatore del nostro cuore, poiché ormai ci presenteremo tutti i giorni alla vostra mensa per cibarci non solo del vostro pane, ma di voi medesimo, nostro pane rivo e soprassostenziale (5), fateci fare tutti i giorni buona e per‑

(1)            L. DCXXXV17. (t. XIV, p. 377).

(2)            Luc., VII, 28.

(3)            DeXCVILL (t. xv, p.

(4)            L. =m (t. xv, p. 76).

(5)            JOAN., vi, 51; MATT., qv,

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fetta digestione di questo cibo perfettissimo e fate che viviamo sempre olezzanti della vostra santa dolce zza, bontà e ´carità (1).

(1) L. 13CXXXVI (t. xiv, 375)..

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CAPO SESTO - Delle virtù. teologali.

La salvezza è mostrata alla fede, preparata alla speranza, ma data solamente alla carità. La fede addita la strada che conduce alla terra promessa, come colonna di nube e di fuoco, cioè chiaroscura; la speranza ci alimenta della sua manna soave; ma la carità è quella che vi c´introduce, come l´Area ehe- ci apre il passaggio nel Giordano, cioè al giudizio, e rimarrà in mezzo al popolo nella terra, promessa ai veri Israeliti, dove nè la colonna della fede serve più di guida, nè si prende più in cibo la manna della speranza (1).

I. LA FEDE.

§ 1. OGGETTO E ATTO DELLA FEDE:

La fede ha per oggetto le verità rivelate da Dio e consiste nell´adesione del nostro intelletto a queste

(1) Tr. de l´am. de Diga, i, 6 (t. tv, p. 39).

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verità, riconosciute dal medesimo belle e buone. Quindi mente esso le crede, la volontà le ama, essendo la bellezza oggetto dell´intelletto e la bontà oggetto della volontà. Nell´uomo esterno la bontà è desiderata dall´appetito concupiscibile e la bellezza amata dagli occhi; lo stesso accade nell´uomo interno riguardo alle verità della fede, le quali mentre, perciò buone, dolci e certe, sono amate e avute care dalla volontà, sono pure tenute in pregio dall´intelletto per la bellezza che in sè racchiudono. Sono belle perchè sono verità, non potendosi dare bellezza senza verità nè verità senza bellezza; quindi è che le bellezze disgiunte da verità non sono bellezze.

Ora, le verità della fede, appunto perchè certissime verità, sono amate in grazia della bellezza loro, che forma l´oggetto dell´intelletto. Dico amate, perehè, quantunque la volontà abbia per oggetto diretto del suo amore la bontà, tuttavia, rappresentandole l´intelletto la bellezza delle verità rivelate, essa ne discopre anche la bontà, e quindi ama a un tempo la bontà e la bellezza dei misteri di nostra fede. Per avere una gran fede è tanto necessario all´intelletto conoscerne la bellezza, che appunto per questo il Signore, volendo attirare qualche creatura al conoscimento della verità, glie ne svela sempíe la bellezza, e così l´intelletto, sentendosene attratto o in‑

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vaghito, comunica la verità alla volontà, che l´ama pure per la bontà e bellezza in quella riscontrate. Poscia l´amore di queste due potenze alle verità conosciute fa sì che la persona lasci tutto per crederle e abbracciarle. Tatto questo si fa per via di astrazione. Dunque la fede non è. altro che un´adesione dell´intelletto e della volontà alle verità dei divini misteri.

g 2. ALCUNE QUALIT1 DELLA FEDE.

Fede morta, fede moribonda, fede viva.

La fede è la base di tutte le altre virtù, ma specialmente della speranza e della carità: e ciò che dico .della carità, si-applichi pare alla schiera di virtù. che ne formano il nobile corteggio. La carità, quando va unita e congiunta alla fede, la vivifica; dal che s´inferisce che vi ha una fede morta e una fede moribonda. Fede morta è quella separata dalla carità, separazione, per effetto della quale non si compiono opere conformi alla fede professata. Hanno questa fede morta molti Cristiani del mondo, che credono tutt´i misteri di nostra santa Religione, ma, avendo una fede scompagnata dalla carità, non fanno cosa alcuna che risponda alla loro fede. Fede moribonda è quella non interamente disgiunta dalla ca‑

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rità. Questa fa qualche opera buona; ma di rado e languidamente, perchè la carità non può stare in un´anima che abbia la fede, senza più o meno operare: la carità bisogna che operi o che perisca, giacchè senza operare non potrebbe sussistere.

Come l´anima non può restare nei corpo senza produrre azioni vitali, così la carità non può andar congiunta alla nostra fede senza compier opere ad essa conformi: non potrebbe essere diverSamente. Vuoi dunque conoscere, se la tua fede è morta o moribonda" Guarda le tue azioni. Accade qui come in una persona che stia per spirare: quando le viene un deliquio o sembra spirata, le si posa. una piuma sulle labbra e la mano sul cuore; Se l´anima vi è ancora, si sente battere, si vede dalla piuma dinanzi alla bocca che respira tuttavia, e sì conchiude con tutta certezza che la persona, sebbene moribonda, non è però interamente morta: giacchè fa azioni vitali, necessariamente l´anima vi è unita al corpo. Ma citiando si scorge che non dà segno di vita, allora si dice senz´altro che l´anima se n´è partita e che la persona è spirata.

La fede morta somiglia ad un albero secco, che non ha più umore vitale; e qnindi, allorche in primavera gli altri alberi mettono foglie e fiori, quello non ne mette, perchè non ha la linfa che hanno gli altri, non morti, ma solo ammortiti. Ora qui la

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cosa è ben diversa; poiehè per quanto nell´inverno questi siano_ esteriormente simili agli alberi morti, nondimeno nella, loro stagione portano foglie, fiori e frutti, il che non fa mai un albero morto. Questo è un albero, simile agli altri, è vero; ma è morto, perché´ mai non fiorisce nè fruttifica. Così la fede morta ha bensì la stessa apparenza di quella viva, ma con la diversità che la prima non reca mai fiori nè frutti di opere buone, e la seconda ne produce sempre e in tutte le stagioni.

Ciò avviene della fede per effetto della• carità. Si conosce dall´operare della carità, se la fede sia morta o moribonda; quando non produce opere buone, diciamo che è morta, e quando le opere sono da poco e fatte a stento, diciamo che è moribonda. Ma, se. vi è una fede morta, ve ne sarà un´altra viva, contraria alla prima. Questa è ottima, perchè, essendo strettamente unita alla carità e da essa vivificata, è forte, ferma e costante, e compie molte e grandi opere buone, che meritano la lode data da Gesù alla Cananea: O donna, grande è la tua fede (1). ,

La fede è grande a motivo delle sue opere buone, ed anche per il gran numero di virtù che P accompagnano e che, essa governa, quale regina intenta alla, difesa e conservazione delle divine verità. E nel‑

(1) MATT., xv, 28.

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rità. Questa fa qualche opera buona; ma di rado e languidamente, perchè la carità non può stare in un´anima che abbia la fede, senza più o meno operare: la carità bisogna che operi o che perisca:, giacchè senza operare non potrebbe sussistere.

Come P anima non può restare nel corpo Senza produrre azioni vitali, così la carità non può andar congiunta alla nostra fede senza compier opere ad essa conformi: non potrebbe essere diversamente. Vuoi dunque conoscere, se la tua fede è morta o moribonda? Guarda le tue azioni. Accade qui come in una persona che stia per spirare: quando le viene un deliquio o sembra spirata, le si posa. una piuma sulle labbra e la mano sul cuore; se l´anima vi è ancora, si sente battere, si vede dalla piuma dinanzi alla bocca che respira tuttavia, é sì conchinde con tutta certezza che la persona, sebbene moribonda, non è però interamente morta: giacchè fa azioni vitali, necessariamente l´anima vi è unita al corpo. Ma optando si scorge che non dà • segno di. vita, allora si dice senz´altro che l´anima se ,n´è partita e che la persona è spirata..

La, fede morta somiglia ad un albero secco, che non ha più umore vitale; e quindi, allorchè in primavera gli altri alberi mettono foglie e fiori, quello non ne mette, perchè non ha la linfa che hanno gli altri, non morti, ma solo ammortiti. Ora qui la

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cosa è ben diversa; poieliè per quanto nell´inverno questi siana esteriormente simili agli alberi morti, nondimeno nella, loro stagione portano foglie, fiori e fratti, il che non fa mai un albero morto. Questo è un albero simile agli altri, è vero; ma è morto, perehè mai non fiorisce nè fruttifica.. Così la fede morta ha bensì la stessa apparenza di quella viva, ma con la diversità che la prima non reca mai fiori nè frutti di opere buone, e la seconda ne produce sempre e in tutte le stagioni.

Ciò avviene della fede per effetto della carità. Si conosce dall´operare della carità, se la fede sia morta o moribonda; quando non produce opere buone, diciamo che è morta, e quando le opere sono da poco e fatte a stento, diciamo che è moribonda•. Ma, se. vi è una fede morta, ve ne sarà un´altra viva, contraria alla prima. Questa è ottima, perchè, essendo strettamente unita alla carità e da essa vivifieata, è forte, ferma e costante, e compie molte e grandi opere buone, che meritano la lode data da Gesù alla Cana.nea: O. donna, grande è la tug, fede (1). ,

La fede è grande a motivo delle sue opere buone, ed anche per il gran numero di virtù che l´accompagnano e che essa governa, quale regina intenta alla difesa e Conservazione delle divine verità. E nel‑

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(1) MATT., XV, 28.

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l´obbedire di queste virttr a lei appare la sua eccellenza e grandezza, allo stesso modo che i re appaiono grandi non solamente quando posseggono molte province´ con numerosi sudditi, ma quando insieme hanno sudditi che li amano e stan loro sottomessi. Che se con tutte le loro ricchezze avessero sudditi noncuranti dei loro ordini e delle loro leggi, non si direbbero al certo grandi, ma piccolissimi re. Così la carità unita alla fede non è soltanto seguita da tutte le virtù., ma quale regina comanda loro ed esse le obbidiscono e combattono per lei e secondo il suo volere: donde provengono le numerose opere buone della fede viva.

Fede vigilante e fede sonnacchiosa.

Vi è una fede vigilante, per effetto sempre della sua unione con la carità; ma ve n´è pure un´altra sonnacchiosa, greve e letargica, contraria alla precedente. t pigra a meditare i misteri della nostra religione; vi è tutta così intorpidita, che nelle verità rivelate non va a fondo; le vede però e le intende, poichè non ha gli occhi interamente chiusi, essendo non addormentata, ma sonnecchiante o assonnita. Rassomiglia a certe persone sonnacchiose, le quali, benehè abbiano gli occhi aperti, non• vedono tuttavia quasi nulla., e benchè sentano parlare, non

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sanno nè intendono che cosa si dica. Perchèl perchè sono tutte intontite dal sonno. Così questa., fede son-polenta ha bensì gli occhi aperti, perchè erede i misteri, é intende abbastanza ciò che le si spiega, ma con una specie di cascaggine e intontimento, che le impedisce di coglierne bene il netto. Questa fede rassomiglia pure a quelle persone che hanno la testa pesante e la mente astratta: aprono gli occhi, è vero, e tu le vedi pensierose e apparentemente assorte in qualche cosa, ma non san nemmeno loro in che. Lo stesso è di quei che han la fede sonnacchiosa; credono tutt´i misteri in genere, ma se domandi loro che cosa ne Capiscano, non ne sanno niente: e una fede sì addormentata corre pericolo di venir assalita e vinta da diversi nemici ed anche di cadere in rovinosi precipizi.

Invece la fede sveglia non solo fa opere buone come quella viva, ma penetra con acume e afferra con prontezza le verità rivelate; è attiva e diligente a ricercare e abbracciare quanto valga ad accrescerla e fortificarla; vigila e scopre molto da lontano tutti suoi nemici; sta sempre alle vedette per ´iscorgere il bene e schivare il male; si mette in guardia da ciò che potrebbe mandarla in rovina, e desta com´è, procede con passo fermo ed evita facilmente di dare in. precipizi.

Questa fede vigilante è accompagnata dalle quat‑

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tro virtù cardinali: ha la fortezza, la prudenza, la giustizia, la temperanza, e se ne arma come di col razza per respingere i suoi nemici, siechè sta in

mezzo a loro ferma, invitta e incrollabile. tanto
forte; che non paventa nulla, perchè non possiede solamente la forza, ma conosce questa forza e sa dove si fondi, sulla Verità per essenza. Ora, non vi è cosa forte come la verità, che costituisce il nerbo della fede. Gli uomini hanno questa forza,, hanno potenza e signoria su tutti gli animali; ma perchè non conosciamo di averla, sentiamo una paura da deboli e codardi e fuggiamo a guisa di allocchi dinanzi alle bestie. La forza della fede invece le deriva dal conoscere di averla; ond´è che ne fa uso nelle occasioni e mette in fuga tutti suoi nemici.

La fede si vale della prudenza per acquistare con che fortificarsi e accrescersi, poiché non si tien paga di credere tutte le verità rivelate da Dio e presentate dalla Chiesa, condizione indispensabile per salvarsi, ma sta desta per iscoprirne sempre di nuove; e oltre a ciò le approfcindisce per trarne il succo e il midollo, di cui si alimenta, si diletta, si arricchisce e si avvantaggia. Questa prudenza non è quella di tanti mondani, studiosissimi di accumulare roba, onori e altre bagattelle, che li, fan ricchi e ragguardevoli agli occhi degli uomini, ma che loro non

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giovano punto per la vita eterna. Che falsa prudenza! quan d´anche essa mi faccia padrone di città, principati e reami, che mi varrà se con tutto quello andrò perduto? che mi servirà la mia bravura, se l´adopero per l´acquisto di cose transitorie in questa vita mortale? Certo è che tutta la fortezza e prudenza del mondo, se io non me ne servo per la vita eterna, valgono un bel nulla.

Eppure vi è tanta prudenza umana! Vi si ricorre in tanti e tanti modi, e certo 3a maggior parte dei nostri mali deriva da questa falsa prudenza. Ma parliamone qui solamente nei riguardi della fede. La maggioranza dei Cristiani che hanno la fede (e bisogna averla per essere tali) credono tutto ciò che si deve credere per salvarsi. Ebbene, dice San Bernardo (1), sarete salvi, se crederete e farete quanto la fede v´insegna richiedersi per ottenere la vita eterna. Poco è necessario: credere tutti misteri della• nostra religione e osservare i comandamenti di Dio. La prudenza dei mondani si contenta di ciò e non vuol fare nulla più del necessario per aver la vita eterna e fuggire quanto possa cagionare loro la dannazione. Voi dunque non operate per Iddio, ma unicamente per voi, lacchè la vostra prudenza non ´si spinga più là di ciò che sapete potervi preservare dalla

Ser. xxiv in Cani,

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perdizione. Voi non ´siete quei servitori vigilanti (1) che tengono´ sempre gli occhi .fissamente rivolti alle

dei.padroni (2), solleciti e attenti a fare quanto sanno poter rendere accetti i propri servig-i. Tali servi dimostrano così chiaramente di non operare per sé, ma per l´amore che portano al padrone; poiché mettono tutta ´la prudenza non solo a compiere i lor doveri verso di lui, ma anche a fare ciò che scorgono tornare di suo gradimento. Questi sono genitori fedeli (3); avranno quindi la. vita eterna e per soprappiù una gloria e soavità grande nel godimento di Dio.

Vi sono molti, scrive san Berimrdo (4), che dicono: — lo osservo i comandamenti di Dio. — Ebbene, sarai salvo, ecco la tua ricompensa. — lo faccio quello che so doversi fare per salvarsi. —

bene, avrai la vita eterna, ecco la tua ricompensa; ma sarai intanto giudicato servo inutile (5). Ora, la fede vigilante non. opera così: essa serve Dio non da servitore mercenario, ma fedele, usando la sua fortezza, prudenza., giustizia e temperanza a

(1)          Luc., xn, 37.

••

(2)       Ps. cxxn, 2.

(3)       MATT., xxv, 21, 23.

(4)    De iraccept et disperts., xv.

(5)                1;IATT., xxv, 30.

·   •                         504

 

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farà tutto ciò che sa e conosce tornar gradito al Signore. Non pratica dunque solo ciò che è richiesto per la salvezza, ma studia, abbraccia ed eseguisce fedelmente tutto quello che le serve per avvicinarsi di più al suo Dio.

Fede attenta.

Vi è un´altra qualità della fede, che è l´attenzione. La fede attenta• è molto grande ed eccellente, perché oltre a essere viva e vigilante, tocca mediante la sua oculatezza il colmo della perfezione. Una fede di tal fatta aveva la Cananea (1); vediamo dunque come la fede di quella donna fosse grande a Motivo di quest´attenzione. Il Signore, essendoà recato dalla parte di Tiro e Sidone, e volendosi nascondere per non manifestare la stia gloria, pensò di ritirarsi in una casa per non essere veduto o scorto; poiehè, crescendo la sua rinomanza di giorno in giorno, era seguito da gran folla di gente, ´attirata dai miracoli e dalle opere meravigliose, oh´ ei faceva. Volendosi dunque nascondere, entrò in una casa vicina. Ma ecco una donna pagana, che vigile e attenta spiava quando passasse il Salvatore, di cui udiva tante meraviglie. Al suo passaggio la

(1) MATT., xv,

505

 

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Cananea, che era tutt´occhi, andò a fargli la sua supplica, esclamando: Signore, figlio di Davide, abbi pietà di me, perehè la mia figliuola, é malamente tormentata dal demonio. Vedi un poco la fede grande di questa donna: domanda semplicemente al nostro Divin Maestro che abbia pietà di lei e crede che, se egli avrà pietà, non occorrerà altro per guarire e liberare la sua figliuola, tormentata dallo spirito maligno. La sua fede non sarebbe stata così grande senza l´attenzione a ciò che si sentiva dire del Si: gnore e al concetto che ne derivava. Coloro che ´lo seguivano o stavano nelle case vicine a quella in cui egli era entrato, ´ne avevano pur visto e udito le meraviglie e i miracoli, coi quali confermava la dottrina da lui insegnata; avevano anche tanta fede quanto la Cananea, perehè molti credevano di lui ciò che se ne diceva: ma la loro fede non era grande come la fede di quella donna, perchè non era attenta come la sua.

Questo noi vediamo ordinariamente nella generalità degli uomini del mondo. Ecco persone che stanno riunite a discorrere familiarmente di cose belle e sante: un avaro sentirà benissimo ciò che si dice, ma se nel partire gli si chiederà di che cosa siasi ragionato in quella conversazione, non saprà ripetere una parola. E perchè? Perchè non istava attento a quel che si diceva, ma aveva l´attenzione

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al suo tesoro. Lo stesso un voluttuoso: benchè sembri ascoltare la conversazione, tuttavia non si ricorderà più di nulla, perehè fa più attenzione alla propria voluttà che ai discorsi altrui. Chi invece presta tutta l´attenzione alle cose che si dicono, ripeterà molto bene quanto avrà udito. Perchè vediamo che si cava sì poco profitto dalle prediche

o dalla spiegazione e insegnamento dei misteri o dalla loro meditazione? Perchè la fede, con cui si ascolta o si medita, non è attenta: per questo si crede, ma non con grande fermezza. La fede della Cananea non era di tal fatta. O donna, grande è la tua fede, non_ solo per l´attenzione con cui ascolti

e  eredi ciò che dice il Signore, ma anche per l´attenzione che metti nel pregarlo e presentargli la tua supplica. L´attenzione usata da noi nell´ascoltare i misteri della nostra religione e nel meditarli e contemplarli rende senza dubbio la nostra fede più grande (1).

Fede nuda e semplice.

Le verità della fede talvolta piacciono al cuore dell´uomo, non perchè Dio le ha rivelate di sua bocca

e  proposte per mezzo della Chiesa, ma perchè ci

(1) S. R. LVII (t. X, pp. 215-224).

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vanno a genio, e noi vi andiamo ´a fondo e facilmente le intendiamo e le troviam conformi alle nostre inclinazioni. Per esempio: che dopo questa vita mortale ci sia un paradiso, è una verità di fede che a molti torna gradita, perchè dolce e soddisfacente; che Dio sia Misericordioso, sembra generalmente ottima cosa e vi si crede di leggieri, insegnandolo anche la filosofia: ciò risponde al nostro gusto e desiderio.

Ora, non tutte le verità di fede sono di tal fatta: così, per esempio, che esista un inferno eterno a

punizione dei malvagi, è verità di fede, ma verità

amara, paurosa, spaventevole, che non crediamo volentieri, ma perchè costretti dalla parola di Dio. Qui, io dico anzitutto: la fede nuda e semplice è quella, per cui crediamo le verità della fede sen‑

z´alcun pensiero di dolcezza, soavità e consolazione

gustate in esse, ma con il puro assenso dell´intel- letto all´autorità della parola di Dio e dell´insegnamento della Chiesa, sicchè si credono le-verità amare

non meno delle dolci e gradevoli. In tal caso la nostra fede è nuda, perchè spoglia di soavità e diletto; è semplice, perché´ scevra di soddisfazione personale.

In secondo luogo, vi sono verità rappresentabili con l´immaginazione: per esempio, che il Signore sia nato in una mangiatoia, che sia stato portato in Egitto, che sia stato crocifisso, che sia salito al

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cielo. Ve ne sono altre che con l´immaginazione non si possono assolutamente raffigurare: per esempio, la verità della santissima Trinità, l´eternità, la presenza corporale del Signore nel santissimo Sacramento dell´Eucaristia; tutte le quali verità sono vere in un modo, che la immaginazione non può afferi are, non sapendo noi immaginare come sia ciò, ma credendole tuttavia fermamente e semplicemente con l´intelletto, ass´curatone solo dalla parola di Dio. Fede• davvero nuda, perchè dispogliata d´ogni immaginazione; fede perfettamente semplice, perchè non accompagnata ad altre azioni, salvo quella dell´intelletto, che puramente e semplicemente abbraccia tali verità. sull´unica guarentigia della parola di Dio. Questa fede così nuda e semplice è la fede praticata dai Santi, e praticata fra sterilità, aridità, ripugnanze e tenebre.

Vivere nella verità e non nella menzogna è con-dune una vita interamente conforme alla fede nuda e semplice, secondo le operazioni della grazia e- non secondo le operazioni della natura; perchè in noi immaginazione, sensi, sentimento, gusto, consolazioni, considerazioni possono cadere in inganno e in errore. Quindi il vivere secondo queste cose è vivere nella menzogna o almeno in continuo pericolo di menzogna; com´è detto dello spirito mali‑

509

 

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gno, che non perseverò nella verità (1), perchè avuta la fede sul principio della sua creazione, se ne discostò, volendo con prescindere dalla fede fermarsi a considerare la propria eccellenza, sicchè pretese di fare se stesso il fine, contro le esigenze della fede, e secondo le disposizioni della natura, che lo portarono all´amore eccessivo e disordinato di se stesso. Ecco la menzogna, in cui vivono tutti coloro che non aderiscono con semplicità é nudità di fede alla parola del Signore, ma vogliono vivere conforme alla prudenza umana, formicaio di menzogne e di vane cosiderazioni (2).

3. :STELLA FEDE È VERITÀ,

FUORI DELLA FEDE VANITÀ.

Sta scritto che il Signore era pieno di grazia e di verità (3). Per noi egli fu ricolmo di questi doni; perciò si affaticava per farli ricevere agli Scribi e Farisei, e corrucciato diceva (4): Perché non, volete credere alle mie parole, che non sono vane, ma ve‑

(1)   JOAN., VIII, 44.

(2)   L. AIDCCCLIV (t. xx, pp. 195-6),

(3)   JOAN., I, 14.

(4)  JoArr., vili, 46.

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rissimel Tutto iI bene dell´uomo sta nel ricevere questa verità della parola divina e nell´attenersi ad essa, come invece tutto il male degli Angeli e degli nomini provenne dall´essersene discostati, andando a cadere nella vanità.

regola generale che, lasciando la verità, noi ci appigliamo più o meno alla vanità, la quale è un difetto di verità che ci fa traboccare nell´inferno. L´Angelo, distoritandosi dalla considerazione di Dio, verità eterna, e allontanando gli occhi dell´intelligenza da quell´ oggetto infinitamente amabile, li abbassò subito a mirare la propria bellezza, riflesso di quella Bellezza somraa,,a cui doveva tenere sempre rivolto lo sguardo. E nel guardarsi l´infelice s´ammirò, s´invanì e invanendosi fu perduto e condannato alle fiamme eterne: così per non essersi • mantenuto nella verità andò a perire nella vanità. La fede gl´insegnava che quant´ egli aveva, era di Dio e che a lui solo è dovuto il supremo onore: rimossa l´intelligenza dalla considerazione di questa verità, egli tosto commise quell´atto insopportabile di vanità col dire (1): Ascenderò e sarò simile all´Altissimo. Malvagio proposito e malaugurato disegno, che fu la sua rovina pér sempre.

Parimente i nostri progenitori, per non essere

(1) is., xiv, 13, 14.

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rimasti nella verità, si meritarono; una condanna eterna, se Dio per merito del -Figliuol suo non avesse accordato loro il perdono. Poichè lo spirito maligno, incontrata Eva che, invece di considerare le. grazie grandi fattale da Dio, se n´andava oziosamente per il paradiso terrestre, le propose di abbandonare la meditazione di quella verità: — Se mangerete il frutto vietato, morirete. — Qual ve‑

rità     importante di questa, giacché Dio stesso
aveva proferito tale sen.tenza? Eppure l´antico serpente (1), messosi a persuadere la donna, le parlò su per giù così: — Non interpretate tanto rigorosamente le parole del Signore: voi non morirete. No, non pensate tanto alla morte: è un pensiero che vi renderà malinconici, è un argomento uggioso. — E la poverina, stando . ad ascoltare simili fandonie, si lasciò convincere a segno che tirò nel peccato anche il marito, facendogli trasgredire il comando di Dio col mangiare il frutto dell´albero proibito. Oh, quanto sarebbe stato meglio che avesse perseverato nella meditazione! così non sarebbe caduta dalla verità nella vanità, essendo stata appunto la vanità a farla prevaricare, come a tutti è noto.

D´allora in poi i figli di Eva sono stati presi

(i) Apor., xn, 9.

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·                    

·                    

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·                    

·                   da questo spirito d´orgoglio, Che li muove alla caccia degli onori, delle ´ricchezze, dei piaceri é simili, tutte ´ cose da pazzi, pereliè servono più ad. allontonarli dalla verità che non a tenerveli attaccati. L´esperienza d´ogni giorno ce lo dimostra. Non vediamo purtroppo, come coloro, i quali sono affezionati a • queste cose vane e frivole, non pensino, ´o almeno con la loro cattiva condotta mostrino di non pensare alla verità che esiste un Paradiso pieno d´ogni contentezza e felicità per quanti vivranno nell´osservanza dei comandamenti di Dio, seguitando lui per la strada dei suoi Voleri? Ora, tali comandaMenti e voleri sono diametralmente opposti. alla. vita da - essi menata, poichè si abbandonano ai piaceri vili e caduchi, benehè sappiano che questi li priveranno, se non si emendano, della gioia  infinita. E quanto li signoreggi la, vanità, non si vede ancora dal fatto di non riflettere- alla verità che ,esiste nn inferno, dove stanno raccolti tutti i tormenti e guai inimmaginabili per punire chi non teme Dio in questa vita e non ne osserva i comandamenti? Eppure questo genere di riflessioni ci è necessarissimo, se vogliamo perseverare nella pratica dei nostri dóveri.

E poi, se riflettessimo bene alla verità dei misteri, che il Signore ci fa intendere nell´orazione, quanto saremmo felici! Alla vista di Gesù morente

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17. - E. CERTA, La Ditti religiosa ere.

 

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per noi in croce, che cosa non veniamo ad apprendere da lui? — Io sono morto per te, dice il divino Amante; e che cosa esige, da te Ia mia morte, se non che, come io sono morto per te, così anche tu muoia per me o almeno per me viva? — Oli, quanto ardore questa verità comunica alla volontà nostra ´per farle amare teneramente Colui chè è sì amabile e sì degno di essere amato! La verità è l´oggetto dell´intelletto, come l´amore della volontà; tostoehè dunque l´intelletto accoglie in sè questa, verità che il Signore è morto d´amore per noi, oh, la volontà si accende all´istante e forma vive aspirazioni di contraccambiare al possibile tanto amore. Allora questi ardori fanno un braciere di desideri di dar gusto all´Amante divino, sicchè sembra che per la volontà nulla più debba esser difficile, nulla impossibile a fare o a soffrire, e un nulla sembra ciò che fecero i Martiri a petto di ciò che essa vorrebbe fare. E va bene; perseveri in questa verità, che tutto andrà egregiamente. In pratica però non si fa così, perché dalla verità appresa nell´orazione si passa, alla vanità nell´azione; donde viene che siamo angeli nell´orazione e, purtroppo, diavoli nella conversazione e nell´azione, offendendo quel Dio medesimo da noi riconosciuto sì amabile e sì degno di essere obbedito.

Un altro esempio sia considerare il Signore che si

;14

 

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è - annientato (I), abbassandosi con abbassamento tale da non potersi comprendere. Dinanzi a-questo riflesso Dio ci suggerisce interiormente la verità, che, se il nostro dolce Salvatore per darci esempio si è umiliato cotanto, noi dobbiamo al certo umiliarci così profondamente da restar inabissati nella conoscenza del nostro nulla. Ci sembra allora impossibile che siamo mai per sentire ripugnanza a essere umiliati; ma poi, venendo l´occasione, non si pensa più alle risoluzioni prese, anzi siam così vani, che. la menoma ombra di scorno ci fa fremere, sicchè corriamo ai -ripari per tema di riceverlo.

Parimente, il Signore ci ha insegnato che, sono beati i poveri (2), e in generale si • respinge questa verità per darsi in braccio alla vanità, agognando tutti d´acquistar ricchezze, sicchè nulla loro manchi. Ha detto il divino Maestro: Beati i pacifici, e tutti vogliono essere temuti e guardati con paura; beati i perseguitati per la giustizia, e tutti vogliono vendicarsi e non tollerar nulla, per tema di venire in dispregio; beati quei che piangono, e tutti nondimeno se la vogliono godere in questa vita caduca e mortale, quasi fosse qui il luogo della nostra gioia. E così dicasi delle altre beatitudini. Perchè dunque,

(1)   Phitipp., 1r, 7.

(2)   MATT., v, 3-11.

515

 

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potrebbe il Signore domandare, a noi come fece -ai perehè non mi »credete, se io v´insegno la verità?

Vi si crede, potremmo rispondere, ma non la si pratica. Non sarebbe una scusa questa, come non fu per i pagani, che, pur avendo riconosciuto che esisteva trn Dio, non l´onorarono qual Dio (I). -Ci meriteremo nii•eastigo gravissimo, se, sapendoci sì. teneramente amati dal nostro dolce Salvatore, saremo tanto cattivi da non amarlo con tutto il cuore e a tutto potere, -ricusando ´di metterci con tutte le forze e con ogni diligenza a seguine gli esempi da lui lasciatici nella sua vita, passione e morte. Egli ci rivolgerà, lo stesso rimprovero del Vangelo:

—  Se io vi ho insegnato la verità da parte del mio Padre celeste, perchè dunque non mi ´Credete? E se credete che io dico la verità, perchè non l´accettate e •non vi conformate ad essa, ma vivete in modo affatto contrario a ciò che essa esige da voi?

—  Saremo così rei convinti e ci toccherà confessare a nostra confusione che la colpa è nostra e che la causa sta nella nostra malizia (2).

(1) Rom., i, 20, 2L

·      (2) S. R. Lxtir (t. x. pp. 335-8).

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§ 4. TENTAZIONI CONTRO LA FEDE.

Chi ama la fede, vorrebbe che non gli venisse nepptu^ un pensiero contrario, e subitochè se ne sente tocco, si attrista e si turba. Non bisogna essere così geloso di questa Purezza di fede da credere che ogni cosa la alteri.. No, no, lascia che il . vento tiri: non prendere lo stormir delle foglie per fragore d´armi. Un giorno io mi trovava presso delle arnie, e alcune api mi si posarono sui viso.

Feci per portarvi la mano e scacciarle.            No, mi
disse un contadino, non abbiate paura, non le toccate, non vi.pungeranno; se le toccate, -vi mordono. --- Io gli credetti e neppur una mi punse. Credimi: non temere le tentazioni, .non le toccare affatto, che non ti faranno male: tira avanti senza badarvi (1).

. Nelle tentazioni mosseci dal maligno contro la fede e la Chiesa si tenga la medesima tattica che in quelle della carne: non discutere nè punto nè poco, ma fare come facevano i figli d´Israele con le ossa dell´Agnello pasquale, che non tentavano neppnre di romperle, ma le gettavano nel fuoco (2). •

·    (1) L. cccvii (t. xIII, p. 8ED. . (2) Exod., xll, 10, 46; joA.N., xix, 36..

517,

 

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Non si risponda, non si faccia vista nemmeno di sentire ciò che il nemico dice: strepiti egli quanto vuole alla porta, non si domandi neanche chi: c´è. — Va bene, mi dirai ; ma mi dà fastidio, e col suo fracasso impedisce a quei di dentro d´intendersi fra loro. — Fa lo stesso: pazienza! si parli per via, di segni: bisogna prostrarsi davanti a Dio e stare a´ suoi piedi: da quest´umile atteggiamento dovrà ben capire che tu sei di Dio e che gli chiedi aiuto anche senza poter parlare. Ma soprattutto sia´ ben chiuso dentro e non aprire affatto la porta nè per vedere chi ci sia nè per iscacciare l´importuno; si stancherà una buona volta di far chiasso e ti lascerà in pace. — Sarebbe ormai tempo! -- mi dirai. Coraggio, il momento verrà: basta eh´ ei non entri, e poi non importa. E suo battere e tempestare alla porta è buon segno, perchè dimostra che non ottiene quel che vorrebbe. Se P avesse già ottenuto, non farebbe più ´rumore, ma entrerebbe e starebbe lì. Notalo bene per non cadere in iscrupolo.

Dopo questo rimedio, eccone un altro. Le tentazioni contro la fede mirano dritto all´intelletto per tirarlo a discutere, fra sogni e fantasie. Sai che cosa devi fare mentre il nemico Si ostina in dar la scalata all´intelletto? Fa´ una sortita dalla porta della volontà e muovigli un attacco vigoroso; appena cioè la tentazione contro la fede si presenta

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con i suoi: -- Ma come è possibile ciò? ma come quidi ma come lM — tu, invece di entrare in di‑

scussione di parole col nemico, fa´ in modo che la tua parte affettiva gli si scagli energicamente contro, e unendo alla voce interna anche l´esterna, gridi: — Malvagio traditore! tu hai abbandonata la, Chiesa degli Angeli, e vorresti ohe io abbandonassi quella dei Santi! Sleale, infedele, perfido! tu hai presentato alla prima donna il pomo di perdizione, e,vorresti che anch´io ne mangiassi! Trattene, Satana; sta scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo (1). No, non discuto, non faccio contestazioni! Eva volle discutere, e si perdette; Eva fece così, e fu sedotta. Viva Gesù, nel quale io credo! viva la Chiesa, a cui sto attaccato! — E simili fervorose espressioni. Rivolgine anche a Gesù Cristo e allo Spirito Santo, secondochè egli stesso ti suggerirà, e così pure alla Chiesa dicendo: — Oh, madre dei figli di Dio! mai e poi mai io mi separerò da te; voglio vivere e morire nel tuo grembo. ‑

Non so se mi spiego. Dico che bisogna aiutarsi con affetti e non con ragioni, con sentimenti e

non con riflessioni.             vero che in quel tempo di
tentazione la povera volontà è arida arida; ma tanto meglio, colpirà più forte il nemico, che

(1) MATT., ´v, 10, 7.

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vedendo conie, invece di rallentare il- tuo avanzamento, ti porge occasione di • fare molti atti vir´tuosi e specialmente di rinnovate la tua profèsSione di fede, finirà con l´andarsene.

In terzo luogo, gioverà infliggersi talvolta cin‑

quanta, o sessanta colpi di disciplina, ovvero solo

trenta, secondo le disposizioni.                una i icetta questa

che io ho trovata straordinariamente efficace per

un´anima di mia ´conoscenza.. Certo, l´impressione esterna è un diversivo al malessere interno e attira

la misericordia, di Dio; senza dire poi ché il mali‑

gno, vedendo colpire la sua. partigiana e alleata, la ´carne, teme e fugge. Ma di questo terzo ´rime‑

dio si usi con moderazione. e secondo il profitto che se ne ricava con l´esperimento di alcuni giorni.

Alla fin fine, simili tentazioni sono tribolazioni come tutte le altre è bisogna rassegnarvisi con . quelle parole della sacra Scrittura: Beato chi tollera tentazione, perohè,.guando sarà stato provato, riceverà

· la corona di gloria (1). Ben. pochi io ho veduti progredire senza passare per questa prova. Ci vuole pazienza: dopo • le burrasche Dio Manderà la calma (2)´.

·         •     .

011 jAC., I, 12.

(2) L. ccxxxlv (i.           pp. 355-7).

·                                                520

 

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§ Li PAROLA DI DIO.

Chi la predica...

Clii                                                                •          •

annuncia la parola di Dio s´a .irreprensi‑

bile e conduca una vita conforme al suo insegna: mento; altrimenti noti sarà accerto nè ascoltato.. Perciò Dio proibisce al peccatore di annunciate la sua parola (1). Al peecatore disse Dio: Perehè fai tu pdrola de´ miei comandamenti e metti bocca nella mia alleanza.? Tu hai in odio la mia disciplina e ti sei gettato dietro le spalle le mie paròle. Quasi volesse dire: — Disgraziato! ardiresti insegnare la mia dottrina con le tue labbra, e disonorarla con´ la tua vita cattiva? Come vuoi che l´aecolgano, dopochè sia passata per una bocca così puzzolente e infetta di malvagità? Non sia mai, che io abbia un tal banditore de´ miei voleri! — 1.) dunque vietato ai peccatori d´annunciare la santa parola, per tema che gli ascoltatori la rigettuo.

Ma questo non s´intenda di peccatori ordinari, bensì di peccatori grandi e famigerati; se no, citi l´annuncierebbe, se tutti gli. uomini sono peccatori e se chi dicesse il contrario mentirebbe impttileu: temente?´ (2). Neanche gli Apostoli furono senza

(1)     Ps. xux, 16, 17,

(2)            I JoArz_, a, 8_

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peccato; chiunque pretendesse di non essere peccatore, còmmetterebbe gravissima iMpostara e mostrerebbe il contrario di quel che asserisce nel punto stesso di proferire tale menzogna. Ce lo dice chiaro e netto sant´Agostino (l), quando scrive che la domanda del Pater noster, da noi recitato ogni giorno: Rimetti a noi i nostri debiti, non esprime soltanto umiltà, ma anche, verità, perchè peccati se ne fanno ogni momento, per la fragilità della nostra natura.

Ora, benché tutti gli uomini siano peccatori, non debbono però tutti tacere e astenersi dall´insegnare la parola di Dio, ma quelli soli che menano una vita affatto contraria alla divina parola. E se nondimeno accada che questa ci sia presentata dai cattivi, non la rigettiamo, ma accogliamola, imitando le api, che raccolgono il miele da tutt´i fiori del prato, salvo che da uno o due; e quantunque alcuni di questi fiori siano velenosi ed abbiano nella loro sostanza del tossico, esse ne cavano destramente il miele. E Signore stesso volle che un Profeta imparasse da un´asina (2); egli permise che quel cattivo arnese di Pilato ci proclamasse la grande verità, che il nostro divin Maestro era Gesù,

(1) De civ. Dei. xix, 27.

(2) Num., azza, 28-30.

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cioè Saltatore, titolo fatto da lui porre sulla croce, con dire ´per giunta: — Così è, l´ho detto io (1). — Cada, il peggiore degli uomini, proferì anche quella sentenza verissima, esser necessario che morisse un uomo per la salvezza del popolo (2).

Di qui si vede che, quantunque non bisogni stimare nè approvare la vita cattiva dei malvagi e peccatori-, non dobbiamo tuttavia disprezzare la parola di Dio annunciataci da loro, ma farne profitto. Non badiamo, dice un grande Dottore (3), se colui, il quale ci addita la strada della virtù, sia buono ó cattivo; quando buona sia la strada, infiliamola e tiriamo innanzi tranquillamente. Che cosa deve importare a noi, che ci si dia del balsamo in una ciotola o in un vaso prezioso? se ci guarisce le piaghe, questo ci deve bastare.

Non guardiamo alla persona che ci predica o c´insegna, ma soltanto se quello che ci dice, è buono o cattivo; stiamo pur sicuri che la parola di Dio non è buona o cattiva a causa di chi la espone o spiega, ma che in se stessa porta la sua bontà senza venir magagnata dalla pravità di chi l´annuncia. La Scrittura nella sua sapienza ce, lo Con‑

(l) MATT., 1, 21; Jois., xix, 22.

(2)   .1-0A/V., xa, 49, 50; xviii, 14.

(3)   Cfr. 5. GREG. M., In Job, v, 5,

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ferma (1) quando ci manda dalle bestie anche piìx meschine, anche più ripugnanti a imparare come

regolarci. Così ci dice di andare dare roilniche per

apprendere da esse la. diligenza e la previdenza. nelle cose nostre, perchè accumulano durante la

buona stagione il nutrimento per la stagione seguente disadatta al racèogliere. E il Signore stesso non ci dice d´imitare • la prudenza e avvedutezza del serpente e la semplicità della coromba? (2). Parimente in tanti altri. luoghi della Scrittura.

Tuttavia, per dirla qui alla buona, chi insegna., dov´ essere persona da bene, se• vuole •che la dot

trina venga ricevuta e approvata; se no, la sua vita cattiva farà ributtare e svalutare quanto dirà,

quasi fosse vituperévole e cattivo. Si tragga frutto dalla parola di Dio, annunciata non importa da chi; ma tuttavia i peccatori che non • hanno la .

volontà di emendarsi, ma. sono ostinati nella loro malvagità, fanno malissimo a esporla e a dire le

lodi dell´Altissimo, perchè mettono •qtiesta divina parola a rischio´, di venir dispreziata per causa

della loro. maya condotta (3).         • •    •     -

·•

(I) Prov., vr, 6-8; xxx, 25.

(2)                x, 16...

(3)             S. Lxin. (t. x, pp. 329-332).

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Chi l´ascolta.

Si porti gran rispetto a chi annuncia la parola di Dio. Vi è grave obbligo di farlo; perchè i predicatori ci si presentano quali messaggeri, che vengono da parte di Dio per indicarci la strada della salute. Come tali si riguardino e non come semplici uomini: quantunque non parlino bene come gli spiriti celesti, non si deve per questo detrarre nutra all´umiltà e riverenza, con cui si ha da ricevere la ‘ parola di Dio, che è sempre la stessa, sempre pura, sempre santa, come se ci venisse annunciata per bocca degli Angeli. Io osservo ché quando scrivo a una persona su cattiva carta e quindi con cattivo carattere, essa mi ringrazia affettuosamente non meno di quando le scrivo su carta migliore e con miglior calligrafia. Perchè questo, se non perchè essa non bada nè alla carta men buona nè alla scrittura cattiva, ma soltanto a me, che le scrivo? Così facciamo con la parola di Dio: non guardiamo a chi ce la reca o a chi ce la espone; ci basti sapere che per comunicarcela Dio si serve di quel predicatore. E al vedere che Dio l´onora tanto da parlare per bocca di lui, come potremmo noi esimerci dall´onorarne e rispettarne la persona? (1).

(1) E, xv (t. vi., pp. 278-9).

525

 

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Ma perchè tante volte quelle parole passano per un orecchio ed escono per l´altro? come mai producono sì scarso frutto? Perchè -vi portiamo sì poca attenzione, sì poca fede e divozione, che non possono fare i loro effetti nei nostri cuori. Crediamo, sì, a quel che si dice; ma è una fede sonnolenta: ecco perchè le prediche e le istruzioni non ci arrecano profitto. E poi le sante esortazioni ci sono rivolte, come dicevo, da uomini, incapaci di dare ai loro ragionamenti tutta la forza ed efficacia da essi desiderata. Hanno un bel gridare, esortare, affannarsi: se la virtù di Dio non li anima, e se tu da tua parte ùon ci vai ben disposto, non ti rimarrà nulla in cuore (1).

In primo luogo adunque prepariamoci, e ilon andiamo ad ascoltare la parola di Dio con uno spirito noncurante, come faremmo per qualsiasi vano • discorso. La moglie che non portasse al marito più amore che allo staffiere, non lo amerebbe abbastanza nè debitamente; e così pure il figlio che amasse suo padre con amore uguale a quello che ha per il domestico; parimente´ chi ascoltasse la predica con lo spirito e l´attenzione con cui ascolterebbe un racconto ameno o altro argomento simile, non la sentirebbe a dovere: e se pigliasse

(1) S. R, xxxv (t: ix, p. i357}‑

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gusto ugualmente nell´una e nell´altra cosa, si potrebbe affermare con certezza che non ama abbastanza la parola di Dio.´ Per beli disporci e metterci in grado di sentirla come vi siamo tenuti, dilatiamo. i nostri cuori alla presenza di Dio a fine di ricevere questa celeste rugiada, come fece Gedeone che stese il sito vello nel prato, perehè venisse irrorato dalle pioggie e dalle acque del cielo (1).

Dischiusi che abbiamo così i´nostri cuori davanti a Dio con fermi propositi di trar profitto dalle cose che ci saranno dette in suo nome, stiamo bene attenti, pensando che ci parla Iddio per farci conoscere la sua volontà.. Ascoltiamo con animo divoto e attento le verità propOsteci dal predicatore; mettiamoci le sue parole sul capo, ad imitazione degli Spagnoli, che, ricevendo una lettera da persona ragguardevole, se la posano subito sulla• testa in segno d´Onore verso chi l´ha scritta, come anche per indicare la propria docilità agli ordini ivi contenuti. Facciamo, così anche noi; sentendo la parola dí Dio a predica; mettiamocela sulla testa, non già in modo visibile e reale, ma spiritualmente. Sottomettiamoci obbedienti alle cose insegnateci intorno ai voleri che Dio ha riguardo alla nostra perfezione e al nostro avanzamento spirituale: ascoltiamo, risoluti di farne

(1)                   37, 38.

ti

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pro. Non badiamo mai alla qualità di chi ci annuncia la santa parola: poco importa ch´ei sia buono o cattivo, purchè quel che dice, sia utile e conforme alla nostra fede; Dio non ci domanderà se quei che ci hanno insegnato, fossero santi o peccatori, ma se noi avremo profittato di quanto ci han detto da sua parte e se l´avremo aCcoltò con animo umile

e riverente.                                               ‑

Notevolissimo a questo riguardo è l´esempio del grande san Carlo: egli non leggeva mai la sacra Bibbia se non. in ginocchio, a capo scoperto, con somma riverenza, pensando che Dio medesimo gli parlasse, man mano che leggeva. Così bisogna fare per ben leggere e udire la.divina parola, se -si vuole che torni di ´giovamento.

Ma ti debbo ora togliere una spina, che ti si po-. trebbe ficcare molto dentro nel piede, volendo tu metterti subito in cammino per eseguire quanto ti ho fin. qui esposto. Potresti obiettarmi: — Voi avete detto che per ascoltar bene la parola di Dio e fare che ci torni di giovamento, bisogna ascoltarla con attenzione e con animo divoto .e riverente. Purtroppo, finora, io non l´ho mai ascoltata così. — Ebbene, su, procura di farlo d´ora in avanti. — Ma come riuscirvi$ io bei la mente distratta, sono così travagliato da aridità. e- da languore interno, che non provo gusto in niente. Alla predica ho la

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testa così assalita da distrazioni, che Mi ci vuole molta fatica per tenerla a segno,. siechè ascolti ciò che. il predicatore dice: mi sembra di non averci gusto ne. divozione, e, quasi, nemmeno il desiderio di mettere in pratica quel che sento. ‑

Quando ci s´insegna che bisogna ascoltare la parola di Dio con attenzione, divozione e riverenza, questo si deve intendere come quando si parla del-. l´orazione e, in genere, di vita spirituale. Non si vuoi già dire che bisogni avere i sentimenti di di-. vozione e di riverenza Della parte inferiore dei-l´anima, dove ordinariamente hanno sede quei disgusti e quegl´impedimenti. Basta che nella parte

·  superiore stiamo con riverenza e abbiamo l´intenzione di trarre profitto; dato che sia così, non turbiamoci, quasi non fossimo ben disposti a „ricevere la. parola di Dio: con la preparaiione fatta nella volontà e nella parte più elevata dello spirito, avremo secOnclató abbastanza la Bontà divina, che si contenta di poco é non bada a tutto quel´ che

succede nella parte inferiore (1). .           •

Vi è. una seconda cosa da fare. Ascoltare la parola di Dio non è tutto: osservarla bisogna, e pe´r osservarla fa d´uopo masticarla e inghiottirla. Masticare che è se non meditare? P.er mangiare cibi

(li) S. R. Lxiit (i, x, pp. 338-341).

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corporali, si mettono in bocca, poi si masticano e si mandano giù; così per questa manducazione spirituale si prende il cibo che è nutrimento dell´anima, poi si mastica, cioè si medita, indi s´inghiotte e s´assimila. E qual è il cibo spirituale, se non la parola di Dio, vero cibo dell´anima, secondocliè l´ha dichiarato egli stesso in tanti luoghi della sacra Scrittura? Bisogna dunque prenderla. Ma come? Nella bocca dell´anima, cioè nelle orecchie del corpo, per le quali viene fino a noi; perchè come non sarebbe possibile mangiar i cibi corporali • senz´averli prima presi in bocca, così non potremmo masticare, cioè meditare la parola di Dio, senz´averla ben udita. Dunque beati, dice il Signore:quei che ascoltano la parola di Dio (1) perchè questo è già buon segno che la osserveranno.

Il Signore nell´Antico Testamento (2) non voleva sacrifici d´animali che non ruminassero. Ecco perchè corvi, orsi, leoni e simili erano dichiarati immondi e non venivano mai adoperati per i sacrifici. Sono animali che ingoiano senza masticare; perciò Dio nell´antica -Legge li ributtava, mentre invece gradiva i ruminanti, come tori e agnelli, che erano le vittime ordinariamente offerte e immolate. Oh,

(1)   Luc., XI, 28.

(2)   Les., m, 1-26; Deut., xnr, 6 8.

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,se si conoscesse l´importanza, di questo ruminare! Son molti purtroppo coloro che ascoltano la divina parola, e Poi la trangugiano alla guisa dei corvi, degli orsi e dei leoni, senza ruminarla. Di qui la perdita di, tanti (1), dichiarati per questo immondi e non fatti per il sacrificio. Ricevono nella bocca dell´anima, cioè ascoltano con le orecchie del corpo ciò che si dice sull´ orrore dell´inferno, sulla bellezza del paradiso e cose simili; ma inghiottono e non ruminano, sicché non posson digerire nè trarne nutrimento, ed è per loro come se nulla fosse.

Perchè i cibi facciano pro, vi si richiede una buona digestione, mediante la quale, scesi nello stomaco, si convertano in sangue, che, scorrendo per tutte le vene, si cangi poscia in noi stessi. Qiò intendeva benissimo san Bernardo, che esortava i suoi religiosi a serbare diligentemente il pane della parola di Dio (2): « State ben attenti a serbare il vostro pane, se ne avete, diceva loro; riponetelo dove non vi possa esser rubato dai ladri. Ma, come farete a conservarlo bene? Ecco, soggiunge il gran Santo: vedete un povero che abbia un pane dentro un cofano o nella credenza: è contento e pensa che ne avrà abbastanza per la ´sera e per il dì ap‑

(1)     Cfr. jER., EX, 21.

(2)     Cfr. Ad Nlilites templi, vi; seri in in D0171. Palmi, 4.

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presso; Oh, poveretto! non sai che ivi non è al sicuro? Potrebbero venire i ladri a rubarlo in quell´armadio. E non.potrebbero anche mangiartelo i topi? Se vuoi fare una cosa buona, mangialo; non basta: digeriscilo bene é così convertilo nella tua sostanza ».

San Bernardo vuoi dire che non basta ascoltare e meditare la parola di Dio, ma che bisogna anche digerirla e cos´: cambiarla in noi stese´. Vi sono purtroppo stomachi di sì cattiva digestione, che, appena ricevuti gli alimenti, li rigettaao. Son casi compassionevoli; allora, si mangino pure cibi succulenti: non se n´è nutriti, ma si dimagrisce e si tiene l´anima coi denti. Donde ciò? Pereilè non si fa la digestione. Bisogna dunque digerir bene quello che si medita, traendone buoni desideri, buoni affetti, buone risoluzioni, che riporremo poi in un cantuccio del cuore per valercene all´occasione e praticarle in qualsiasi incontro, sicchè noi non siamo più noi, ma compaiano in. tutto il nostro vivere i sentimenti e i propositi formati nel meditare.

Beati dunque coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano. Qui sta appunto la beatitudine della vita, presente e della futura; poicbè noi non saremo beati se non nella misura che ci saremo convertiti nella parola divina. Il grande san Francesco in modo mirabile digerì le massime sante udite nel Vangelo; infatti vi si trasformò totalmente, assi‑

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milanclosele in guisa da non essere pia lui, ma, da diventare ´ ciò che quelle massime significavano. Qual altro uomo vi era povero e umile come san Francesco? Egli si nascondeva, e Dio lo esaltava; egli s´impoveriva, e Dio Io colmava di ricchezze.. Era un povero illetterato; eppure predicava .e faceva meraviglie. Egli certo noti maneggiava san Bonaventura nè san Tommaso o simili autori eccie‑

nè Cicerone, nè altri dello stesso genere;

eppure insegnava una dottrina. buona, vera e soda. Beato lui, che aveva digerito così bene la divina parola, fino a essere tutto trasformato in quella! San Giovanni Battista, ritiratosi tanto giovane nel deserto, non si era talmente immedesimato conia penitenza, che linguaggio, voce, abiti, tutto il suo interno ed esterno predicavano unicamente la penitenza? Giu-• stormente per tanto si può dire: Beati coloro che ascoltano ta parola di Dio e la osservano (1).

Vi sono dite altre´ cause che impediscono di profittare della parola di Dio. La prima è che, quantunque la si ascolti bene e se ne resti internamente

tocchi., pure si rimanda d´oggi in domani il, praticarla. Poveri noi l non vediamo che queste dilazioni sono la nostra morte e rovina, e che tutto per noi dipende da oggi? La vita dell´uomo è il giorno in.

s. R. xxxv (t. ix, pp. 359-564).

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cui si vive; chi potrebbe infatti ripromettersi di vivere il dì appresso? Nessuno, senza dubbio. La nostra vita sta nel giorno, nel momento in cui viviamo; dopo il momento che godiamo, non possiamo aspettarcene Con sicurezza un altro, per breve che sia. Dunque, se è così, come si osa procrastinare l´attuazione e la pratica di ciò che si è udito essere mezzo alla nostra conversione, poichè tutta la nostra vita dipende dall´istante, in cui si sente che cosa debbasi fare per emendarsi? Ecco la prima di dette ragioni che c´impediscono di trar profitto dalle cose che ci vengono insegnate-.

La seconda è una specie di avarizia spirituale, che porta alla ricerca di molte cognizioni e ad accumulare notizie di cose divote. Troverai persone che non si stancano mai di raccogliere e mettere insieme nuove massime, nuovi consigli, nuovi ammaestramenti, e con tutto questo non ne fanno mai neppure un´applicazione pratica. Non vi è qui un´avarizia spirituale, vizio gravissimo nella vita divota?

Troverai altri che non sono mai sazi d´ascoltare o di vedere cose nuove; ammucchiano libri e for‑

mano stupende biblioteche, ed hanno sempre ap‑

punti da prendere. Poverini! che cosa volete fare di tanta roba? — Vogliamo essere previdenti, per

trovarne poi quando ne avremo-bisogno; divenuti vecchi, sapremo noi servircene_ — Ma non sapete

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che il Sigonore, volendo sbandire l´avarizia e ogni ansietà dal cuore dei discepoli, comandò loro di vivere giorno per giorno, senza darSi pensiero del domani? (1).

Fra le altre cose ordinate agli Israeliti, ingiunse  loro di raccogliere solamente una misura di manna, cioè quanto bastava per la porzione di ciascuno (2). Inoltre comandò che nessuno ne serbasse per il domani o ne raccogliesse di più, con l´intenzione di farne provvista, .perchè vi sarebbero nati i vermi e la sarebbe andata a male (3). Vivi giorno per giorno, mangiando quello che ti si dà, e nutrisciti bene delle tue pratiche, lasciando la• cura del resto alla divina proVvidenza, che ti provvederà abbastanza secondo il bisogno; fa´ solamente buon uso di ciò che ti viene dato e sgombra da te ogni altra preoccupazione. E proprio vero- che i cibi tenuti in serbo s´inverminiscono, e per me io credo che i vermi roditori delle coscienze nei dannati non siano le minori, ma le maggiori pene da loro sofferte. E quali sono questi vermi, se non i vivi e possenti rimorsi di coscienza, che ne pungeranno e roderanno l´anima al ricordo e alla vista di tanti

(1)     MATT., vi, 34.

(2)     Exod., XVI, 16. (31) db., 19, .20.

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mezzi, di.. tante occasioni avute per servire Dio?. Che rimorsi di coscienza non A pr-overanuo nel Pun-. ´te della morte, vedendo sì gran . numero d´insegnamenti, di consigli e d´isti-uzioni datici per.. la nostra perfezione! Saranno quelli i dolori più acuti che sentiremo. Ecco in qual modo l´avarizia spirituale è mi altro impedimento a profittare della

parola di Dio (1).       .

La parola interiore.

Dio ci parla anche alla familiare interiormente. Trattava con 31.osè cnore_a cuore, insegnandogli ciò che doveva fare nel condurre gl´Israeliti é ´dandogli istruzioni chiare e confidenziali su tante altre cose. Indicò a Salomone la maniera di fabbricare il Tempio. Così pure ha parlato a molti altri santi

e le sue parole hanuo prodotti quello che esprime,: vano.

Oh, quanto è meravigliosa questa parola ,divina! Scorre nell´anima con grande soavità, la penetra, l´infiamma e vi rimane. Il fondo del. cuore è riser-. nato a Dio solo, egli solo vi può entrare, e le: fa con gli ammonimenti dati dal Signore in molti luoghi della Sacra scittura. Va´, vendi tutto quello che

(i) S. R. 2a. (t. Ix, pp. 4557).

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ltitii e-ségufmi .(1). .E´ altrove:. Chi vuol renire dietro a -me, rinneghi se stesso, dia di mano alla sua croce e mi segua (2)". Poi ancora: Beati i poveri in spirito, perchè di questi è il Regno de´ cieli; -beati i mansueti, perchèr Dtesti possederanno la terra (3): E tanti altri insegnamenti simili, usciti dalla bocca del nostro ca- _ re). Salvatóre, che, intesi da-molti, han prodotto e , producono ancora oggidì effetti stupendi. Sono penetrati nei cuori,. toccandone il fondo, sicchè han. fatto abbandonare tutti gli averi per andar dietro al Signóre che chiamava, e questo, contro lo spirito e il giudizio del mondo, che rigetta come una follia il titolo di beati attribuito dal divin maestro ai poverí ira ispirito.

Un giorno, il •gyatide, sant´ Antonio ricevette una lettera dall´Imperatore e i suoi religiosi, a tal vista, rimasero tutti stupiti dell´onore fattogli dal principe; ma egli ne li riprese mostrando la loro cecità.

Come! disse. Voi vi stupite che l´Imperatore, un uomo come un altro, mi abbia scritto e manda‑

·to un, suo ambasciatore, e non vi stupite che il .Signore ci parli nella Sacra Scrittura?, Anzi, non Contento di questo, ci manda i suoi messaggeri,

(I) MATT., XIX, 21.

(2)   Ib., xvi, 24.              •

(3)   Ib., v, 2, 3_

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che sono gli Angeli, per farci conoscere i suoi voleri, e per giunta viene egli stesso a incarnarsi e a dimorare su questa terra per farci personalmente da maestro. Chi è che ci empie di fango gli occhi, perchè non ammiriamo tali meraviglie, ma ci stupiam tanto di ciò che fanno gli uomini con i loro simili? — Lo stupore di sant´Antonio derivava unicamente dal conoscere quanto bene e onore provenga dall´ascoltare la parola di Dio (1.).

II. LA SPERANZA.

§ t. FONDAMENTO DELLA SPEIZANZA.

Fra le lodi tributate dai Santi ad Abramo, san. Paolo fa notare soprattutto questa, che egli contro speranza credette alla speranza (2). Dio gli aveva promesso di moltiplicare la sua posterità come le stelle del cielo e come l´arena del mare (3); eppure da lui ebbe ordine di uccidere il figlia Isacco (4). Il povero padre non .perdè per questo la speranza, ma contro speranza sperò che, nonostante la sua ob‑

(1)    S. R. xxxv (t. 1x, pp. 358-9).

(2)     Ronz., ´v, 15.

(3)     Gen., xv, 5; XxiI, 17.

(4)     M., xxn, 2,

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bedienza al comanda di uccidere il figlio, Dio non avrebbe- tuttavia lasciato di mantenere la sua parola. Grande -fu davvero tale speranza., perchè non si vedeva assolutamente dove fondarla, all´infuori della parola di Dio. Oh, la parola di Dio ve è verace e

solido fondamento, pérchè                      Abramo dun‑
que se n´uscì per andar a eseguire Ta volontà di Dio, e io fece con una semplicità impareggiabile, senza opporre osservazioni o repliche, nè più nè meno che quand´era uscito dalla sua terra e dalla casa paterna per recarsi in un luogo da indicarglisi (1), e non ancora specificalo, appunto perchè con semplicità maggiore montasse sulla barca della divina Provvidenza. Durante adunque un cammino di tre giorni e di tre, notti col figlio Isacco, che portava le legna del sacrificio, quest´anima innocente chiese al padre, dove fosse l´olocausto; al che il buon Abramo rispose: Figlio mio, il Signore vi provvederà. Oh, quanto saremmo felici, se fossimo capaci di abituarci a dare una simile risposta, ogni volta che i nostri cuori sono assaliti da qualche preoccupazione, e quindi restassimo senza ansietà, turbamenti e preoccupazioni, al pari d´Isacco! Infatti egli tacque, persuaso che il Signore vi avrebbe provveduto, come gli aveva detto il padre.

(1) Gen., xn, 1.

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2. Frnucla´ IN Dio.

Fiducia dei religiosi.

Grande fiducia Dio vuole che si riponga nella,

sua sollecitudine paterna e nella sua divina, provvidenza; invero perchè nou averla, dal momento che nessuno ne potè mai esser deluso? Nessuno mai con, fida in Dio senza cogliere i frutti dalla ´sua confidenza. Dico questo parlando a religiosi; perehè la gente del mondo ha molto spesso una confidenza accompagnata da dubitanza e quindi priva di va, lore davanti a Dio. Consideriamo, di grazia, quello che il nostro Signore e Maestro disse agli Apostoli per radicare in essi questa santa e amorosa fiducia:

—  Io vi ho mandati per il mondò senza •bisacce, senza denaro e senza provvigioni sia per nutrirvi che per vestirvi; ebbene, vi è mancata qualche cosa?

—  Ed essi risposero: — Nulla (1). -- Disse ancora: — Andate, e non istate a cercare quel che avi´e‑

´ te a mangiare o a bere; nè´ di che vi vestirete (2), e nemmeno che cosa dovrete dire, trovandoVi davanti ai grandi signori e magistrati delle province, per dove passerete; perché in ogni becasidne il vostro

(1)            Luc., xxvi, 35, 36.

(2)            Ib., m, 29.

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Padre celeste vi sounninistrerà tutto il ´necessario ed egli parlerà in voi, mettendovi sulle labbra le

parole da usare .(1).               Ma io, dirà taluno, sono
tagliato alla grossa, non so trattare coi grandi, non ho istruzione I -- t tatto lo stesso; va´, e confida

in ´Dio, il quale ha detto (2):                 Quand´anche una
donna giungesse a scordarsi del suo bambino, io nm, mi saprei giammai scordare di te,
perchè ti porto .

• impresso nel mio cuore e nelle mie mani. — Po‑

tresti mai pensare che Colui, il quale si prende cura di. provvedere nutrimento agli uccelli dell´aria e agli animali della terra, che non seminano nè raccolgono (3), arrivi poi a dimenticarsi di provvedere il necessario all´uomo, abbandonato interamente

nella sua provvidenza, all´uomo capace di vivere unito a Dio, nostro sommo. bene, (4)

Fiducia in Dio e

conoscenza della propria miseria.

·  Un´anima che senta la propria miseria, può pre‑

sentarsi a Dio con grande.fidanza? Rispondo: non •

(1)       IL XII, L•´E; MATT., X, 19, 20.

.  .

(2)     Is., xux, 15, 16.

´(3) MATT.; va 26; Luc. xu, 24.                                             :

(4) E. vi (t. vi, pp. 86-83).                      •               •

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solamente può avere grande fiducia in Dio l´anima che conosce la sua miseria, ma vera fiducia in Dio non sarebbe possibile senza la conoscenza della propria miseria; poiché questo conoscere e confessare la nostra miseria serve a introdurci alla presenza di Dio. Tutt´i grandi Santi, come Giobbe, Davide e gli altri coniinciavano sempre le loro preghiere con la confessione della propria, miseria e indegnità; è dunque ottima cosa il riconoscerci poveri, meschini, abietti e indegni di comparire davanti a Dio. Il celebre detto degli antichi: « Conosci te stesso », quantunque si debba riferire al conoscere la grandezza ed eccellenza dell´anima per non avvilirla e profanarla in cose indegne della sua nobiltà, pure s´intende anche del conoscere l´indegnità, imperfezione e miseria nostra; anzi, quanto più ci cono= sceremo miseri, -tanto più confideremo nella bontà e misericordia di Dio, essendovi fra la misericordia e la miseria un legame sì stretto, che l´una non si può esercitare senza dell´altra. Dio, se non avesse creato l´uomo, sarebbe stato,, sì, molto buono, ma non sarebbe stato effettivamente misericordioso, essendochè la misericordia si esercita coi miseri.

Ecco dunque che, quanto più ci conosciamo miseri, tanto più abbiam ragione di confidare in Dio, non trovasi Io in noi di che confidare in noi stessi. La diffidenza di noi proviene dal vedere le nostre

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imperfezioni. E cosa buona diffidare di sè; ma a che ci servirebbe questo, se non ci facesse riporre tutta la nostra fiducia in Dio con l´affidarci alla sua misericordia? Le nostre colpe e infedeltà quotidiane ci debbono certamente cagionare vergogna e confusione nell´accostarci al Signore: così leggiamo di anime grandi, quali santa Caterina da Siena e la Madre ´Teresa, che, cadute in fallo, ne rimanevano piene di confusione: ed è ben ragionevole che dopo aver offeso Dio noi ci tiriamo un po´ indietro per umiltà e ne restiamo confusi, giacche, quando abbiamo offeso anche solo un amico, sentimi vergogna di avvicinarci a lui: ma non fermiamoci lì, per-elle nullità, abiezione e confusione sono virtù intermedie, per via delle quali bisogna salire all´unione dell´anima: col suo Dio. Non sarebbe un gran che l´essersi annientato e spogliato di sè (la qual cosa si fa con gli atti di confusione), se ciò non fosse per darsi interamente a Dio, come c´insegna san Paolo, dicendo (1): Spogliatevi dell´uomo veéeltio e vestitevi del nuovo; non -bisogna infatti restare ignudi, ma vestirsi di Dio. S´indietreggia un po´, ma per islanclarsi meglio in Dio con un atto d´amore e di confidenza, non essendo buona cosa il confondersi con tristezza e inquietudine; simili confusioni

(1) Coiass., In, 9, 10.

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provengono dair amor proprio, rincrescendoci di non essere perfetti, non tanto per amor di Dio quanto per amore di noi stessi.

E quantunque tu non senta questa fiducia, non lasciare tuttavia di farne gli atti, dicendo al Signore: — Ancorchè, o Signore, io non senta confidenza in voi, so per altro che voi siete il mio Dio e che io sono tutto vostro e non ho altra speranza fuorchè nella vostra bontà; quindi mi abbandono total‑

mente nelle vostre mani.            P sempre in poter no‑
stro di fare tali atti, e per quanto vi proviamo difficoltà, non si tratta però mai d´impossibilità: appunto in queste occasioni e difficoltà si dà prova di fedeltà al Signore. Benchè cocesti atti si facciano senza gusto e soddisfazione, non affliggiamocene, perchè al Signore piacciono di più così. Non replicarmi che tu lo dici, sì, ma soltanto con la bocca; se il cuore non volesse, la bocca non farebbe motto. Dopo, sta´ in pace, e senza badare al tuo turbamento parla d´altro al Signore..

Concludiamo. P ottima cosa il sentirsi confuso, quando si ha.coscienza della propria miseria e imperfezione; ma non bisogna fermarsi lì, nè per questo cadere in iscoraggiamento: si sollevi il cuore a Dio con una santa confidenza, fondata in lui e non in noi; poichè noi cambiamo ed egli non cambia mai, ma resta sempre buono e msericordioso sia

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quando noi ci mostriamo deboli e imperfetti, sia quando ci manteniamo forti -e perfetti. Io sono nsolito a dire che il trono della misericordia di Dio è la nostra miseria; dunque quanto maggiore sarà la nostra. miseria, tanto più grande bisognerà pure che sia la. nostra confidenza (1).

Cinque massime per la fiducia in Dio:

Per durarla costanti in questa fiducia gioveranno le cinque solide ed eccellenti massime, che qui ti propongo.

La prima è questa di san Paolo (1): Tutte le´ cose tornano a bene per coloro che amano´ Dio. Dio infatti, che può e sa trarre il bene dal male, per chi farà ciò, se non per coloro che senza riserva si sono dati a lui´? Fin anche i peCcati, dai quali ci preservi Iddio per sua bontà, vengono dalla divina Provvidenza volti a bene di coloro che sono suoi. ,Giammai Davide sarebbe stato così ricolmo di umiltà, se non avesse peccato; nè la Maddalena così amante del Salvatore; s´egli non le avesse rimesso tanti peccati, e non glie li avrebbe mai rimessi, sella non

(1)   E. n (t. vi, pp. 19-22).

(2)  Rom., VIII, 28.

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ig. - E. CERTA, La Mia religiosa eco.

 

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li avesse coMmessi: Vedi il grande artefice di misericordia: converte in grazie le nostre miserie e. dalle vipere delle nostre iniquità trae il farmaco della salute per le anime nostre. Dimmi dunque: che 11.011 farà delle nostre afflizioni, dei nostri travagli, delle persecuzioni che ci si muovono? Quindi se mai accada che ti tocchi qualche dispiacere, da qualunque parte venga, assicura l´anima tua, che, se ama davvero Dio, tutto si convertirà in bene. E quand´anche tu non vegga per quali vie cOtesto bene debba venire, sta´ ognor più certo che verrà. Se Dio ti mette il farigo dell´ignominia sugli occhi, lo fa per darti buona vista (1)´ e renderti oggetto d´onore. Se Dio ti lascia prendere una caduta, come fu di san Paolo gettato da lai a terra (2), lo fa per poi rialzarti con gloria. ‑

Seconda massima: Dio è tuo Padre. Se così non fosse, egli non ti farebbe dire: Padre nostro, che sei ne´ cieli. E che cosa -hai da temere, essendo figlio di un tal Padre, senza la cui provvidenza non cadrà mai un sol capello dal tuo capo? (3). Figli d´un tal Padre, è cosa ben strana che abbiamo o possiamo avere altro pensiero che non

(1)   Cfr. JOAN., ix, 6,. 7, 11.

(2) Act., ix, 4.

(3)   LuC., xx:, 15; cfr. xu, 7.

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sia, di fedelmente amarlo e servirlo. Abbi della I la persona e de´ tuoi la cura ch´el vuole che tu abbia, e non più; così vedrai ch´egli avrà cura di te. -‑

Tu pensa a me, e io penserò a te,                disse Dio a
santa Caterina sta Siena. Oh Padre, dice il Savio (1), la tua provvidenza governa ogni cosa.

Terza massima, quella insegnata dal Signore agli Apostoli: — Che cosa vi è mancato? (2). Osserva: il Signore aveva mandato gli Apostoli di qua e di là, senza denaro, senza bastone, senta calzari, senza bisaccia, con una sola tunica (3), e dopo disse loro: — Quand´io vi mandai in quel modo, che cosa vi è mancato?. — Ed essi risposero: Nulla (4). — Orbene, tu, allorchè .avesti delle afflizioni, anche nel tempo che non avevi tanta fiducia in Dio, vi soccombesti forse? — No -- mi rispondi. E perchè dunque non ti farai animo, sperando di uscire felicemente da tutte le altre contrarietà? Dio, che non ti ha abbandonato finora., come ti .abbandonerà adesso che più di prima vuoi essere suo? Non metterti in allarme per il male che ti possa venire dal mondo: forse .non ti verrà mai e

(1)     gap., xiv, 3.

(2)     Luc., xxn, 35.

(3)             MATT., x, 9, 10.

(4)     Luc., xxn, 35, 36.

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in ogni caso, se verrà, Dio ti darà forza. Egli comandò a San Pietro di camminare sulle, acque; e san Pietro, vedendo il vento e la burrasca, ebbe Paura, e la paura lo faceVa sommergere, e invocò

, l´aiuto del Maestro, e il Maestro gli disse: — Uomo di poca fede, perché hai dubitato? — E stendendogli la mano, lo rincorò (1). Se Dio ti fa camminare sui fluiti delle contrarietà, non. dubitare, non temere: egli è con te; fatti coraggio e sarai salvo.

Quarta massima: P eternità´. Poco m´importa, quale io sia nei fugaci istanti di quaggiù, purché per sempre me ne stia nella • gloria del mio Dio. Si va all´ eternità, vi ci siamo già quasi con un piede: purchè quella sia felice, che importa, se questi brevi momenti ci sono penosi? È mai possibile sapere che le nostre tribolazioni di tré o quattro giorni producono tante consolazioni eterne (2), e non volerle sopportare? Alla fin fine: ciò che non è per l´eternità non può essere che vanità.

Quinta massima, quella dell´Apostolo (3): /ungi da me il gloriarmi d´altro che della Croce di Ges´à. Pianta nel tuo cuore Gesù_ Cristo crocifisso, e tutte le croci di questo mondo ti paranno rose. Coloro

(1) MATT., xav, 29-31. (2), // Cor., ´v, 17. (3) Calat., 6, 14.

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che sono punti dalle spine della corona del Signore, nostro capo, non sentono guari le altre punture (1).

Pensieri sulla fiducia in Dio.

1.  I tuoi dispiaceri sono come nebbie, non talmente fitte che il sole non le dissipi. Dio che è stato sempreitua guida, continuerà a sorreggerti con la sua mano santissima .(2): bisogna però che tu con totale abbandono di te stesso ti getti nelle braccia della sua provvidenza: è cotesto il tempo buono per fare ciò. Mettere la propria fiducia in Dio durante ´la dolcezza e la pace della prosperità, è cosa che ognuno più o meno sa fare; ma´ affidarsi a lui in mezzo aventi e tempeste, è da figli: dico affidarglisi con abbandono completo. Se lo farai, credimi, con tua grandissima sorpresa vedrai un giorno svaniti dinanzi a´ tuoi occhi tutti gli spau racchi che presentemente, ti turbano. Dio aspetta questo da te, avendoti tratto a sè per farti particolarmente suo (3).

2.   Fatti coraggio, confidando pienamente nella bontà di Dio. Quando mai alcuno sperò in lui e

-(1) L. mcoxx (t. xvm, pp, 209-211). (2) Cfr. Ps. CXXXVHI, 10.

(3)´      CMXLIX (t. XVI, pp . 183.4)

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rimase confuso, (1). II diffidare di te è cosa buona,. finchè ti serve di fondamento per confidare, come devi, in Dio; ma se ti portasse. a scoraggiamenti, . inquietudini, tristezze e malinconie, ti scongiuro di sbandirlo da te, come la tentazione delle tentazioni; e non permettere mai alla tua mente di prendere-le difese dell´inquietudine ´o. dello scoraggiamento, a cui ti .sentirai portato: è verità certissima che Dio permette molte difficoltà a chi abbraccia il s´uo ser. Tizio, ma non lo lascia mai´ cadere sotto il peso, finchè confida in lui. Bando perciò alle discussioni, quand´anche si facesSero sotto lo specioso pretesto dell´umiltà (2).

3.. Certe volte _all´inizio di un´impresa non s´incontrano le cose nel buono stato che il nostro desiderio ci farebbe immaginare. Ebbene, ecco alcuni veri contrassegni della bontà di un´opera: principio. difficile, progreàs0 un po´ meno, fine lieto. Non iscoraggiarti; Dio non abbandonerà mai la cura di te e de´ tuoi, finchè si confiderà in lui. Nelle conSolegioni il passo più difficile è quello dell´uscio: dopo viene la ricompensa. Non ti disamorare, non la_ sciarti abbattere fra le contrarietà. Quando Mai il servir Dio ne andò esente, massime sul principio?

(1)     Eccii., n, li; cfr. Ps.

(2)     L. MCCXXIII   xvn, p. 259),

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insomma-, guardati dagli scoraggiamenti. Credimi, si semina in travaglio, in ansietà, in angoscia, per

raccogliere in gioia -(1), in consolazione, in piena contentezza: la santa confidenia in Dio addolcisce tutto, ottiene tutto, risolve tutto (2).

4.    Tieni alto il capo,´ appoggiandolo in Dio; alti

gli ocehi, fissandoli nelret.krnità felice, che ti aspetta. Quale cosa potrebbe nuocere ´ai figli del Padre

celeste, che hanno fiducia nella sua., bontà? In te ho posta, o Signore,-la mia speranza (3); diciamolo,. ma

. diciamolo spesso, diciamolo con. ardore, diciamolo               ‑
con ardire, e otterremo quello che vi si soggiunge: non resterò confuso giammai. No, nè in questa vita, nè in . quella futura, giammai resteremo confusi. Dunque, spera. in Dio e opera il bene (4) (5),

5.    Appigliati fortemente al collo della Provvidenia´di Dio, come fa il bambino al collo della madre:. Dio ti porterà, ti allevierà, ti darà iI latte (6) per le strade Sassose di questa vita mortale (7),

.(1) Cfr. Ps. cxxv, 5.

(2). L. nccxxxvi (t. xvii, pp. 278 e 279). . (3) Ps. xxx, 1.

(4)            Ps. Xxxvi, 3.

(5)            L. nulexin (t. xix, 143).

(6)            Cfr. Is., LXVI, 12.

(7)- L, IIMCALIV (t. xix, p. 193).

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§ 3. ABRASDONO DI NOI STESSI IN DIO.

In che consiste e come si ptatica.

Abbandonare noi stessi è lasciare interamente la

nostra volontà per darla a Dio: ché a nulla ci servirebbe il rinunciare a noi stessi, se questo non fosse per unirci perfettamente alla Bontà divina. Soltanto per questo fine bisogna di/natile fare tale abbandono, che altrimenti sarebbe inutile e somiglierebbe a quelli degli antichi filosofi, i quali fecero mirab li abbandoni di tutto e di sè per iI vano scopo di dedicarsi alla filosofia, Così il celeberrimo filoSofo.Bpitteto, e,chiaVo di condizione, benchè per il suo´ gran senno lo velassero affrancare, rinunciò

·      con la massima di tutte le rinunce alla libertà,

restandosene volontariamente nella sua schiavitù e in tanta povertà, che dopo morto gli trovarono appena Una lucerna, la quale si vendette a caro prezzo per essere appartenuta a un sì grand´uomo. Ma noi

vogliamo abbandonare noi stessi unicamente per

rimetterci al beneplacito di Dio.           •

Vi sono inolti che dicono al Signore: — Io mi

dono tutto a voi senza riserva;                     ben pochi
sono quelli che vengano poi alla pratica, accettando con assoluta indifferenza eventi d´ogni specie, secondochò siano dalla Provvidenza divina ordinati:

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afflizioni o consolazioni, cattiva o buona salute, povertà o ricchezze, disprezzo od onore, obbrobrio o gloria. Intendo riferirmi alla parte superiore della nostr´anima; perciò certo la parte inferiore e la naturale inclinazione propenderà sempre per l´onore anziché per il disprezzo, per le ricchezze anzichè per la povertà, quantunque nessuno possa ignorare che disprezzo, umiliazione -é povertà piacciono a Dio più dell´onore e più, ds tutte le dovizie. Ora, Per arrivare a quest´abbandono bisogna obbedire alla volontà di Dio espressa e a quella di beneplacito, nel primo caso con la conformità e nel secondo • con l´indifferenza. La volontà di Dio espressa ne comprende i comandamenti, i consigli, Ie

nonchè le àegole e gli ordini de´ tuoi• superiori. La volontà di beneplacito riguarda gli eventi irnprevidibili: così, per esempio, non sapendo se morrò o no domani, vedo che trattasi del beneplacito di Dio e mi vi rimetto di buon grado e aspetto ras-egnato la mórte. Così pure, non so se l´anno venturo tutti i frutti della terra mi saranno rovinati dalla grandine: che mi siano dunque rovinati oppure no, che scoppi o no la peste, che succedano "o non succedano altri guai, evidentemente è cosa che dipende dal beneplacito di Dio, e mi ci adatto. Ti avverrà di non provare consolazioni ne´ tuoi esercizi divoti: vi si ´ tratta certo di beneplacito divino, e perciò stat-

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§ 3. ABRANDONO DI NOI STESSI IN DIO.

In ehe consiste e come si pratica.

Abbandonare noi stessi è lasciare interamente la nostra volontà per darla a Dio: clrè a nulla ci servirebbe il rinunciare a noi stessi, se questo non fosse per unirci perfettamente alla .Bontà divina. Soltanto per questo fine bisogna dunque fare tale abbandono, che altrimenti sarebbe inutile e somiglierebbe a quelli degli antichi- filosofi, i quali fecero mirab li abbandoni di tutto e di sè per il vano scopo di dedicarsi alla filosofia. Così il celeberrimo filoSofo-Epitteto, schiavo di condizione, benchè per il suo. gran senno lo volessero affrancare, rinunciò con la massima di tutte le rinunce alla libertà, restandosene volontariamente nella sua schiavitù e in tanta povertà, che dopo morto gli trovarono appena Una lucerna, la quale si vendette a caro prezzo per essere appartenuta a un sì grand´uomo. Ma noi vogliamo abbandonare noi stessi unicamente per rimetterci al beneplacito di Dio.

Vi sono Molti che dicono al Signore: — Io mi dono tutto. a voi senza riserva; — ma´ ben pochi sono quelli che vengano poi alla pratica, accettando con assoluta indifferenza eventi d´ogni specie, secondochè siano dalla Provvidenza divina ordinati:

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afflizioni o consolazioni, cattiva o buona salute, povertà o ricchezze, disprezzo od onore, obbrobrio o gloria. Intendo riferirmi alla parte superiore della nostr?anima; perchè certo la parte inferiore e la naturale inclinazione propenderà sempre per l´onore anzichè per il disprezzo, per le ricchezze anziche per la povertà, quantunque nessuno possa ignorare che disprezzo, umiliazione. ´è povertà piacciono a Dio più dell´onore e più di tutte le dovizie. Ora, per arrivare, a quest´abbandono bisogna obbedire alla volontà di Dio espressa e a quella di benepla-- cito, nel primo caso con la conformità e nel secondo con l´indifferenza. La volontà di Dio espressa ne comprende i comandamenti, i conigli, le ispirazioni, nonehè 3e Regole e gli ordini de´ tuoi´ superiori. La volontà di beneplacito riguarda gli eventi impre.‑

vidibili:          per esempio, non sapendo se morrò o
no domani, vedo che trattasi del beneplacito di Dio e mi vi rimetto di buon grado e aspetto ras-egnato la nicirté. Così pure, non so se l´anno venturo tutti i frutti della terra mi saranno rovinati dalla grandine: che mi siano dunque rovinati oppure no, che scoppi o no la peste, che succedano o non succedano altri guaì, evidentemente è cosa che dipende dal beneplacito di Dio, e mi ci adatto. Ti avverrà di non provare consolazioni ne´ tuoi esercizi divoti: vi si tratta certo di beneplacito divino, .e perciò stat‑

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tent- con SOT/11Thi indifferenza, ti tocchino desolaziom

o con-zolazioni. ´E così dicasi di tutto il resto, come degli ala ti che ci si da ano o delle vivande somministrat-ci.

Os-erva inoltre =the vi sono cose, in cui alla volontà di beneplacito va imita quella. espressa. Per esempio, nel caso di una gagliarda febbre, io vedo i n questo fatto essere beneplacito di Dio che mi mantenga in Liffer, lite alla sanità o alla malattia; ma è pure volontà di Dio espressa che io, non vivendo sotto l´obbedienza, mi chiami il medico. e prenda tutti i rimedi possibili (non dico i più rari, ma i • comuni e consueti), e che i religiosi, essendo soggetti a un superiore, ricevano con semplicità . e sommissione rimedi e cure loro apprestati; poi-che. Dio ce l´ha significato, dando ai rimedi la virtù che hanno, e ce P,insegna in più luoghi la Scrittura,

e  così ordina la Chiesa. Ciò fatto, che il male poi vinca il rimedio o il rimedio vinca h male, è cosa da starsene indifferenti, a Segno che, qualora vedessimo dinanzi a noi la malattia e la sanità, e il Signore ci dicesse: — Se scegli la sanità, non ti tolgo un briciolo della mia grazia, e se scegli la malattia, non te l´aumento neppure, ma la scelta della malattia è un po´ più conforme al mio beneplacito, — allora l´anima, che si fosse totalmente rimessa

e  abbandonata nelle mani del Signore, sceglierebbe

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senz´altro • la malattia, solo perché vi è un po´ più del beneplacito divino; essa, quand´anche dovesse stare tutta la vita inchiodata in iYn letto senza far altro che soffrire., per nulla al mondo vorrebbe desiderare ´dna condizione diversa... I Santi del • Cielo hanno sì stretta unione´con la volontà di Dio, che, se vedessero un po´ più dei suo beneplacito a stare nell´inferno, lascerebbero il Paradiso per andarvi. Questo stato d´assoluto oblio di sè importa altresì un • abbandonarsi al beneplacito divino in tutte le tentazioni, aridità e ripugnanze proprie della vita spirituale, scorgendovisi il beneplacito di Dio, semprechè non vengano da nostra colpa e non vi sia . peccato.

Lodi di questo abbandono.

L´abbandono in Dio è la virtù delle• virtù: è il fiore della carità, la fragranza dell´umiltà, il merito; a parer mio, della pazienza e il frutto, della perseveranza: virtù grande e sola degna di essere in aticata .dai ´prediletti figli di Dio. Padre, disse il nostro dolce Salvatore in croce (I), nelle tue mani´ rimetto"il mio .spirito. E voleVa dire: — Tutto è coma -• pito,. è vero, tutto ho eseguito ciò che mi hai comandato • (2); ma pure, se è tua volontà che io ri‑

(i) Luc., xinx, 30.

(2) jOAN., XIX, 30; xvii, 4.

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manna ancora su questa croce per soffrire di più, io son contento: rimetto il mio spirito nelle.tue mani, fanne tu quel che ti piace. — Così. dobbiamo fare anche noi in ogni occasione o di patimento o di gioia, lasciandoci condurre dalla volontà divina, secondo il suo beneplacito, senza lasciarci frastornare dalla nostra propria volontà.

Il Signore ha una tenerezza specialissima per i fortunati, che si affidano in tutto e per tutto al suo cuore paterno, lasciandosi governare dalla sua divina provvidenza e non fermandosi a riflettere, se per loro gli effetti di questa provvidenza riusciranno utili o nocivi,, sicuri come sono che da quel paterno e amabilissimo cuore non potrebbe essere voluto nè permesso nulla, donde non faccia loro ritrarre qualche bene o utilità, sol che abbiano xi,posta in esso ogni fiducia e sinceramente dicano: — Io rimetto spirito, anima, corpo e tutte le cose mie nelle vostre mani benedette, perchè ne facciate quel che piacerà a voi. — Non si dà mai il. caso che noi siamo ridotti a sì mal termine, da non. poter sempre olezzare davanti alla Maestà divina fragranze di santa sommissione verso la sua santissima volontà e d´una costante risolutezza di non volerlo offendere. Il Signore stesso diSpone talvolta che le anime da lui elette al suo servizio alimentino la loro-vita spirituale soltanto col proposito fermo e immu‑

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tablle di perseverare nella sua sequela, soffrendo sempre disgusti, aridità, ripugnanze e amarezze e non gustando mai consolazioni, dolcezze, sensibilità, nè trovando piacere in nulla, fino a non credersi degne di meglio, siechè seguitano il Signore puramente con la cima del loro spirito senz´altro sostegno all´infuori della sua divina volontà ,che vuole così.

Disposizioni interne

di chi si abbandona in Dio.

Ma quale sarà occupazione interiore di un´ anima tutta abbandonata nelle mani di Dio? Stare vicino al Signore; senza curarsi d´altro, nemmeno del corpo e dell´anima; poichè, imbarcatasi sotto la scorta della provvidenza di Dio, non è più affar suo pensare come andrà: il Signore, al quale si è intera-. mente affidata, vi penserà abbastanza per lei. Non intendo dire con questo, che non si pensi alle cose di dovere, secondo il proprio ufficio; un superiore, per esempio, sotto pretesto di essersi abbandonato tutto in .Dio e di riposare in grembo a Lui, non deve trascurar di leggere o di apprendere le istruzioni concernenti l´esercizio della sua carica..

Per un sì totale abbandono alla Provvidenza divina si richiede, è vero, una grande confidenza; ma è anche vero che, quando noi abbandoniamo.

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tutto, il Signore si prende cura di tutto e guida tutto. Se ci riserbiamo qualche cosa, per la quale non ci affidianio a Lui, Egli vi ci lascia, quasi dicesse: — Tu ti pensi di bastare a te nel fare la tal cosa; fa´ pure, vedrai come la andrà a finire. —. Le persone consacrate a Dio nella religione devono staccarsi da tutto senza riserva. La Maddalena, affidatasi tutta alla volontà del Signore, scavasene ai suoi piedi e ascoltava le cose ch´Ei diceva (1); e ce.;sando Egli di parlare, cessava anch´essa di ascolta re, ma senza muoversi di là. Così l´anima staccata da sè non fa altro che starsene fra le braccia del Signore, come il bambino in grembo alla madre; il quale, se la madre lo mette giù perche cammini, cammina fino a che la madre lo ripigli, e se essa vuole portarlo, lascia fare. Egli´non sa e non. ppn.-:a dove vada, ma si lascia portare o condurre, dove piace alla madre; allo stesso modo quest´anima, per amore alla volontà divina di beneplacito in ogni evento, si lascia portare, ma insieme cammina, facendo con gran diligenza tutto quello che si riferisce alla volontà di Dio espressa.

In ogni caso, la nostra confidenza dev´essere fondata sull´infinita bontà di Dio e sui meriti della Passione e Morte di nostro Signor Gesù Cristo,

(1) Luc., x, 31.

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mettendovi´ da parte nostra una piena e ferma li-soluzione di essere tutti di Dio e di affidarci in tutto

e  senza riserva alla sua provvidenza. lo non dico, bada bene, che bisogni sentire questa risoluzione di essere così tutti di Dio, ma soltanto averla e conoscerla, parche non. è da far caso di quello che si sente o non si sente, essendo la maggior parte dei nostri sentimenti e delle nostre soddisfazioni puri giochi dell´ amor proprio. Neppure si deve ci edere che in tutta questa faccenda dell´abbandono

e  dell´indifferenza non si abbia Mai a provar desideri contrari alla volontà di Dio e che la nostra natura mai non senta ripugnanza alle cose provenienti dal suo beneplacito; tutto questo può anzi accadere soventi volte. Si parla qui di virtù che risied´ono nella parte superiore dell´anima, senza clie d´ordinario l´inferiore ne voglia sapere., Di questo non si faccia caso: ma senza badare a ciò. che Ia parte inferiore vuole, abbracciamo la volontà divina

e  uniamoci ad essa, nonostante che la parte inferiore se ne risenta. Pochi arrivano a sì alto grado nel rinnegamento di se; ma bisogna tuttavia aspirarvi, ognuno secondo la- sua possibilità (1).

(1) E. ti (t. vi, pp. 22-28, 30).

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Ancora del nulla

domandare e nulla rifiutare.

Ecco la massima che io desidero sommamente di stamparti nell´animo: nulla, domandare e nulla rifiutare. No, non domandar nulla e non rifiutar nulla; ricevi quanto ti verrà dato, senza chiedere quello eli non ti sarà offerto o che non ti si vorrà dare: in questa pratica troverai la pace dell´anima. Tieni, tieni il tuo cuore nella santa indifferenza a ricevere tutto quello che ti si darà, e a uon desiderare quello che -non ti sarà dato. In una parola, non desiderare nulla, ma rimetti la tua persona e le cose tue completamente alla cura della Provvidenza divina, lasciando che essa disponga di te, come fanno i bambini che si lasciano govdrnare dalle loro nutrici; ti porti essa a suo piacimento sul braccio destro o sul sinistro, lasciala fare, chè di questo non farebbe caso un bambino; ti metta essa in letto o te ne levi, lasciala fare, ché è buona madre e sa meglio di te quello che ti bisogna. In altri termini, se la divina Provvidenza permette che ti vengano afflizioni o mortificazioni, non le rifiutare, ,ma accettale di buona voglia, con amore, in pace; se poi non te ne manda o non te ne permette, non desiderarle e non domandarle. Così pure, se ti vengono consolaziani, ricevile con sentimento di gra‑

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titudine e riconoscenza, alla Bontà divina; in caso contrario, non le desiderare, ma cerca di tener il cuore, preparato a ricevere dalla Provvidenza divina, e possibilmente sempre con lo stesso animo, le varie vicende. Se nella religione ti si danno obbedienze apparentemente pericolose, quali le superiorità, non le rifiutare; se non ti si danno, non desiderarle, e così per tutte le cose. Parlò delle cose terrene; chè, quanto´ alle virtù, passiamo e dobbiaIlle domandarle a Dio; l´amare di Dio le comprende tutte. Non si può immaginare, senz´averne fatta l´esperienza, quanto vantaggio questa pratica arrechi alle anime; poiché in virtù_ di essa, invece -di perdersi a cercare or un mezzo or un altro di per- fezione, ci applichiamo con maggior semplicità é costanza a quelli che si presentano per via (1).

Bando dunque a tanti desideri e velleità: mettiamoci interamente nelle, mani della divina Provvidenza, perché faccia di noi come le aggrada. A che pro desiderare questo più ché quello? non è tutto lo stesso per noi? Deve bastarci di piacere a Dio e amare la sua divina, volontà. Io mi stupisco che si p6ssa, specialmente in religione, preferire di venir occupati in una cosa piuttosto che in un´altra: nello stato religioso una carica e un´occupazione è

(l) E. vi* (t. VI; pp., 92-30.

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.     .

gradita a Dio al pari di un´altra, essendo nella religione l´obbedienza quella che dà valore a tutto ciò che si fa. Qualora toccasse a noi di scegliere, gli uffici più bassi sarebbero i più desiderabili e da abbracciarsi con predilezione; ma poichè Don tocca a noi fare la scelta, abbracciamoli tutti coli egual, disposizione d´animo. Se ci si affida un incarico onorevole dinanzi agli uomini, teniamoci umili dinanzi a Dio; se l´incarico è dinanzi agli uomini più meschino, stimiamoci più onorati dinanzi alla Bontà divina. Insomma, non volere nulla più di quel che vuole Dio, accogliendo di buon grado le. Varie disposizioni della volontà divina a tu.o riguxdo, senza badare ad altro (1).

Qualora tu debba così intraprendere un affare di grande conseguenza e importanza, faresti male a non isperarne un buon esito, dato che non ti ci sii messo tu per tua elezione, ma per obbedienza. Certo si ha motivo di temere, quando in religione o altrove si .cercano cariche e uffici e si ottengono per via di brighe; ma quando non è così, pieghiamo umilmente il collo sotto il giogo della santa obbedienza e accettiamo di buon, animo i1 fardello. Umiliamoci, perchè bisogna farlo sempre: ma ricordiamoci anche sempre d´innalzare sugli atti d´u‑

(1) E. vi. (i. vi, p. 99).

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miltà´, là generosità, .perchè altrimenti l´umiltà non avrebbe nessun valore (1).

= III. LA CARITÀ.

·  Parte prima: — Amore di Dio.

§ i. IL ODIVIA.NDAMEINTO DELI2A1110.EZ Di Dio,

Un dottore della legge domandò a Gesù quale fosse il più gran´ comandamento.; al che il divin Maestro rispose: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l´anima tua,- con tutto il tuo spirito, con tutta la mente e con tutte le forze (2); insomma con tutto quello che hai e, con tutto quello che sei.

Mi fermo anzitutto sulla parola diliges, che vuol dire u amerai, con amore di dilezione », cioè con amore di elezione (3). Bisogna considerarla ben bene, perchè merita di esser valutata a peso del santuario (4), tanto è geloso il signore che amiamo unicamente Lui e con tutta la perfezione possibile in Tre‑

-

(1)     E. vi (t. vi, pp. 91-2).

(2)     MATT., XXII, 34-36; Luc., x, 27.

(3)     Cfr. S. Timm., P           q_ xxyi, a.

(4)               Num.,

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·             

·             

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·             

·            sta vita, come diremo appi´esso Dio vuoi essere amato con amore di elezione. Egli non si contenta affatto di essere da noi amato con un aaxiore comune, come facciamo coi nostri simili, ma con a- ., more d´elezione, distinto da tutti gli altri amori, cosicchè tutti gli altri amori _nostri per le creature siano semplici immagini al paragone di quello da Lui voluto per tè. 1,Ton è cosa molto ragionevole che un tal amore domini e campeggi su tutti gli altri, e che esso regni e comandi, e tutto gli sia soggetto? Questo è. amar il Signore con amore d´elelione, cioè sceglierlo fra le migliaia, come dice la Sposa dei Cantici (1): — Il mio Diletto ha tutte le perfezioni possibili, io me lo" sono scelto fra le migliaia, — cioè in un numero infinito.

Ora, quand´è in arbitrio nostro di scegliere un oggetto per termine principale del nostro` amore, " faremmo certo molto male se non lo cercassimo fra i beni più amabili, cogliendo di tutti il più eccellente. Ma dimmi: può darsi mai oggetto più eccellente che la Divinità stessa? Prescidendo dalla sua incomparabile bellezza, consideriamone la bontà ineffabile, la quale in tante e tante maniere ci ha dimostrato di amarci e desidera immensamente di essere da noi amata. Qual cosa potrebbe Muovere

(1) Cani., v, 10.

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più fortemente la nostra Volontà ad amare che il vederci cotanto amati? E da chi? Da Dio medesimo. E che sia così, lo provano gli effetti del suo amore. Oh, quant´è amabile il comandamento di

amar Dia!         •

Ti furono nomini stolti e insensati, i.quali vollero soStenere, ehe è impossibile osservarlo, finehè si vive quaggiù; ma grandemente errarono: il Signore- non avrebbe mai dato all´uomo un comandamento senz´avergli dato insieme la possibilità di osservarlo. Ma, dicono altri, Dio vuole che l´amiamo con tutto il cuore, con tutto lo spirito, con tutte le forze, cioè con tutto il nostro potere; ma come farlo in questa vita, dove bisogna amare padri, madri, mogli, figli? Se l´amore è diviso, come amar Dio con tutte le forze? 1: una cosa impossibile, dicono. Oh povera gente! .mostrate bene chi siete: siete ingegnosi, ma non per penetrare le cose di Dio, nè per-comprenderle e conoscerle quali realmente sono_ Se il Signore ci avesse comandato di amarlo come fanno i Beati lassù nel Cielo, avreste qualche ragione di dire che è impossibile: essi Io amano d´un amore fermo, stabile e costante, senza interruzione di sorta: lo benedicono perpetuamente, e quindi sono in, un continuo esercizio del loro amore; il che non possiamo fare noi altri, perchè abbiam bisogno di dormire, nel qual tempo il nostro amore sospende

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il suo esercizio.- La Madonna soltanto. ebbe il privilegio di- poter amar Iddio in questa vita senz´alcuna interruzione.; -giacchè anche durante il sonno

. il suo• spirito non cessava di agire e slanCiarsi in Dio (1). Ma noi quante volte ci troviamo in Bistra‑

- zioni                          Possiamo bensì. amar Dio con a‑
more- fermo e immutabile, ma non essere nell´esercizio continuo del nostro amore.

Per amar Dio con amore d´elezione bisogna che abbiamo- la. volontà risobita di non conservare nè risparmiare venni altro amore non soggetto interamente a Lui, pronti a sbandire dai nostri cuori tutto ciò che non solo sarà contrario, ma non sertirà alla conservazione e all´incremento di questo divino amore, l´unico 1:legno´ del nome di .dilezione..Il nome di amore è comune a tutte le altre affezioni basse,. terrene e caduche, mentre a quelle. non si addice mai il nome di dilezione.

§ 2. Costa PRATIC9.E.11´ QUESTO 0031A.NDIMENTO.

Come dunque praticare questo Comandamento divino nella vita presente? Per fartelo intendere meglio ricorrerò ad una similitudine. •

Cfr,´ Cant., v, 2.

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·  

·  

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·  

· •

.         Immagina di vedere tre arcieri, che portino Par‑

co teso, per tirare ogni volta che si presenti il bi‑

sogno, e che a tal fine abbiano il turcasso pieno di .saette. Uno degli arcieri tiene la frecCia in una mano e l´arco nell´altra pronto a metter quella sopra la corda, seinprechè faccia bisogno. L´altro porta non solo l´arco teso, ma anche la freccia ap plícata, sicché all´occasione non abbia da far altro che scoccare. Il terzo invece non si ferma lì, ma non cessa inni di tirare a sè la corda dell´arco, e di saettare nel punto preso •di mira. :Non senza ragione i pittori dipingono l´amore come un arciere sempre ´in atto di frecciar i cuori dei Mortali per colpirli e ferirli de´ suoi amabili dardi. L´amore è soavissimo, quando. si rivolge a un Oggetto (legno di venir prescelto fra mille, come dicevamo; perchè l´ali-10r basso e caduco, rivolto alla creatura con pregiudizio del riguardo che si. deve all´amor del Creatore., non che ´dolce e soave, è straordinariamente amaro e riempie il cuore di turbamento. di affanno e d´inquietncline;

L´amore: che la maggioranza dei CriStiani porta a Dio, rassomiglia al primo arciere da noi descritto, perché sono risoluti di morire piuttostO che offendere Mortalmente il Signore con trasgredirne i comandamenti. Essi tengono sempre teso l´arco di questa risoluzione, pronti a scoccare la freccia

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della propria fedeltà ogni qual Volta bisogni far vedere che il loro amor di Dio è il sommo fra tutti gli altri amori: così subordinane sempre l´amore della- creatura all´amor del. Creatore, anche l´amore per il padre, la madre, la moglie e i figli. Anime al certo ben fortunate nel serbare una tal fedeltà a Dio, perché, così facendo, l´ameranno quanto è bastevole per non cadergli in disgrazia.

Ma .vi sono anime più nobili e generose, le quali, persuase che il bastevole non basta in quel che concerne l´amor di Dio, vanno più in là. Somi= gliarto esse al secondo arciere da noi immaginato, che non solo tien la faretra piena di freccia e l´arco pronto per il colpo, ma tira molto spesso, lasciando passare il minor tempo possibile fra un colpo e l´altro, e, senz´aspettare proprio la -necessità, vibra i suoi dardi a ogni semplice apparenza di necessità. Sono coloro che si appartano dalla generalità dei fedèli per condurre vita più perfetta, segregandosene del tutto o no, e non si limitano a vivere nell´osservanza dei comandamenti di Dio, ma abbracciano per di più la pratica de´ suoi con, sigli; questi pertanto scoccano con la maggior frequenza -possibile dardi e saette al cuore di Dio con

fervidi e teneri slanci dello spirito.            •

Questa seconda maniera di amar Dio è quella che possiamo praticar noi nella vita presente e a

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• •

 

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cui dobbiamo aspirare; chè la terza, raffigurata nell´arciere che tira senza posa, appartiene alle anime dei Beati, i quali godono • la chiara visione della Divinità in. Paradiso. Oh, quanto sono felici nel ferire il cuore amabilissimo di Dio con l´amor loro, amore che non avrà mai nè fine nè interruzione nel. suo santo esercizio! giacche di mano in mano che essi scoccano i dardi dei loro affetti, la Maestà divina ne riempie le faretre, di modo che

la provvisione sarà inesauribile.                  ‑

Dunque adesso capisci abbastanza, in qual maniera si possa praticare questo comandamento.

Va bene, dirai; ma è amare Dio abbastanza l´amarlo solamente come quelli che ne. osservano i comandamenti? Senza dubbio, chi si contentasse di ciò senza desiderare di amarlo maggiormente, voglio dire senza Sentir bisogno di accrescere il, ´suo amore verso la Bontà divina, non lo amerebbe abbastanza; non abbiamo detto che il bastevole non basta? Qui non è come nei desideri d´acquistar onori e ricchezze, [dove il bastevole basta; sol che] nulla varrebbe a soddisfare la sete insaziabile di colui, al - quale il bastevole non _ bastasse. Ma riguardo al divino amore, non bisogna dire mai basta; chi così parlasse, non ne avrebbe abbastanza. La Divinità non può essere amata abbastanza se non da se stessa; quindi è che la nostra sete di amarla non potrà

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-mai divenir .sazia. Fa •d´uopo anelare e• sospirare sempre a- questo santo amore, affinché it .Signore si compiaccia di darci un amore corriSpondenté a. quello che egli ci porta.

Ma consideriamo un po´ quest´amore che Dio. porta a noi, amandoci con sì" grande tenerezza. Vedi in che bel modo il Salvatore ci esprime l´ardore del suo affetto sia con_ parole e sentimenti che con opere. Con parole, è chiaro: non c´è argomento, sul quale tanto largamente si diffonda, come su quello del suo amore per noi e del suo desiderio di essere da noi amato. ECC() quanto • è geloso del nostro amore: Amerai il Signore Dio tuo Con tutto il cuore, con tutta .l´anima, con tutto lo spirito; con tutte le forze, cioè con tutto il .tilo potere. Poi nel suo Sacramento sembra che non abbia mai parole abbastanza per invitare gli uomini a riceverlo, tanta è l´insistenza con cui mostra il bene da Luipièparato a chi vi si accosterà. degnamente. Io sono, dice (1), il pane disceso dea Cieloi chiunque ne mangia, non morirà, in eterno. Chi mangia :la mia car. ne e beve il mio sangue, ha la vita, eterna. Io sono il pane vico: gitante altre espressioni. Ardentemente ho bramato, dice ancora (2), di mangiare questa

(1) JoAN., vi, 50, 51, 52, 55; 58.

,    (2) Luc., xxii, 15.

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• Pasqua con voi. Poscia, parlando della sua morte (1): Nessuno ama con amore più grande che colui il quale dà la sua vita per il suo amico. E in celiValtri modi ci espresse l´ardore dell´amor suo in tutto il corso della vita, massime del, tempo della sua Passione e Morte.

Non ti sembra che abbiamo obbligo grandissimo di. contraccambiare il più possibile questo santo e incomparabile amore, con cui il Signóre ci ha,´ amati e ci ama? Certo Siamo obbligatt per lo meno, dob- . biamo avere buona volontà di farlo. Amar Dio con tutto il cuore è amarlo. Con tutto il nostro amore, ma con un amore ardente: quindi non bisogna amare tante altre cose, almeno con affetto speciale. Amarlo con l´anima, è mettere tutta l´aninia nell´esercizio del suo amore. Amarlo con tutto lo spirito, è amarlo con amore puro e semplice. Amarlo con tutta la mente è pensare a lui il più sovente possinbile. Amarlo con tutte le forze è amarlo con amore fermo, costante e generoso-, che non si lascia abbattere, ma. dura sempre. Amarlo .con tutto il nostro essere è mettere tutto il nostro essere nelle sue mani per istare sottomessi interamente al beneplacito del, suo amore.

(1) JoAI., xv, 13.

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§ 3. ComE CONOSCERE SE AMIAMO DIO.

Avrai desiderio di sapere, come conoscere se a•mi Dio nel modo anzidetto. Te ne darò alcuni segni infallibili. Il primo è provare grande soddisfazione alla sua presenza; sai bene che l´amore cerca sempre la presenza di chi: si ama. Se ami grandemente Dio,´ procurerai vivamente di cercarne la presenza per unirti sempre più alla sua divina Bontà, non già per la consolazione che vi è a. godere di tale presenza, ma semplicemente per appagare l´amore di Lui che così desidera; Cercherai i/ Dio di tutte le consolazioni (1) e non le consolazioni di Dio.

17n altro segno per conoscere se ami molto Iddio è non amare tante altre cose con Lui, come ho già detto (ma questo s´intende con amore vivo e forte); poichè amare molte cose insieme è amarle con amore meno intenso e meno perfetto. Fbachè stiamo in questa valle di miserie la nostra capacità di amare è piccola, e quindi non dobbiamo lasciare che il nostro amore, si sparpagli; ma tenerlo il più possibile concentrato, per farlo convergere a ´un oggetto così amabile, qual è quello di cui parliamo. Amare qualche cosa con Dio è certamente necessario; ma sia un amore che non vada di pari, sie‑

(1) Coloss., in, 14.

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chè io si possa sempre mandar via, quando Iddio così desiderasse.

Il terzo e principale indizio che ti dò ,per cono‑

·Scere se ami molto Iddio; è l´amar molto anche il prossimo. Nessuno può dire con verità di amar Dio, Se odia il prossimo, come ci assicura l´Apostolo san Giovanni (l). Ma come amare il. prossiinol con quale amore? Con l´amore, con cui Dio stesso ama noi; giacchè bisogna che andiamo ad attingere questo amore nel seno dell´Eterno Padre, se si vuole che sia quale dev´ essere. Ma questo com´è? È fermo, costante, invar´iabil´e: non fondandosi sulle frivolezze, nè sulle doti o condizioni personali, non va soggetto a mutamenti n´è ad aVversioni, come quello che ci portiamo fra di noi, facile a dileguarsi o ad illanguidirsi per una cera fredda ovvero non atteggiata al nostro umore o desiderio. Il Signore ci ania senza interruzione (non. parlo di chi è in istato di peccato mortale); ci sopporta nei nostri difetti e nelle nostre imperfezioni, senza per questo amarle nè favorirle. Bisogna dunque che´ noi facciamo il medesimo coi nostri fratelli, non . istancandoci mai di sopportarli, guardandoci bene tuttavia dal carezzarne le imperfezioni, cercando anzi di fare il possibile per eliminarle, sull´esempio della Bontà divina. Ma Dio ci ama

(1) I sozi.w., iv, 20,

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per il Cielo, e quindi ama l´anima più che non il corpo; così dobbiamo fare anche noi. Amare il prossimo per il Cielo è procurargli grazie e benedizioni mediante le nostre preghiere, come pure incoraggiandolo alla pratica delle sode virtù sia con parole che con esempi. Così facendo, ci rallegreremo dei doni largiti da Dio alle anime dei prossimi in grazia, virtù e benedizioni celesti più che non degli onori, delle ricchezze e dei beni caduchi e perituri che potessero loro toccare (1).

§´ 4. AMORE AFFETTIVO ED EFFETTIVO.

L´amor divino è di due ´specie, affettivo ed effettivo. Il primo è desiderato da tutti: e certamente è nn amore buono: Per esso durante l´orazione il cuore nuota nel miele e gode una dolcezza squisita. Oh, quanta soavità! Vi si provano stringimenti di cuore, sentimenti d´amore, dati dallo Spirito Santo come zuccherini a bimbi per attirarci. R cosa buona, quando viene da Dio. Sant´Agostino che l´ha provata, dice con grande sincerità (2): « Oh Dio! oh, Gesù, Gesù! tu mi sciogli dai lacci de´ miei ´pec,- cati, ma in pari tempo torni a legarmi e stringer‑

(1)   S. R. XXII (t. ix, pp. 193-201).

(2)  Cónfess., ix, 1.

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mi con questi vincoli, con queste catene d´amore ».

L´altro amore è. effettivo. Oh! questo è buono in sommo grado. È un amore che opera e non istà ozioso (i). Sopporta travagli e pene, tollera ingiurie e calunnie; non si stanca mai di patire e ci tiene sem: pre in attiVità. Vedi la Maddalena? Era stata tocca dall´amore affettivo, allorchè, visto il suo Maestro e volendogli baciare i piedi, gridò: Rabbonii Ma il Signore la respinse dicendole: Non mi toécare, va´ dai miei fratelli. Ed ecco l´afrore effettivo: prontamente. essa uscì e andò (2). Il medesimo sant´Agostimo, dopo aver gustato le dolcezze dell´amore affettivo, passò ai travagli dell´effettivo. Quanto non ebbe a soffrire nella lotta contro le eresie! E tu avrai - ricevuto grandi dolcezze nell´orazione, ma fuori di-lì non puoi sopportare un´ingiuria, una parola, un´azione sfuggita a qualcuno, nè sai adattarti a persone d´indole contraria alla tua. Vi sono persone che la natura ha arricchite di belle doti, e torna facile andar d´accordo con loro; ´altre non posseggono tali qualità, hanno anzi un non so che di ripugnante alle nostre inclinazioni. Ma certo l´amore effettivo passa sopra tutto questo, lasciando da partei propri gusti per conformarsi interamente a quelli altrui.

(i)- Cfr. S, Ave., Enarr. in ps. xxxi, §§ 5, 6. (2) JoA.N., xx, 16-18.

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Saut´Agostino diceva una parola, che dovremmo tutti scolpire sulla parta delle nostre stanze o meglio dei nostri cuori: (1) « Mio Dio, quanto sarebbe desiderabile, che te solo si amasse, che si amasse te in tutte le cose e che non sì amasse cosa alcuna senza di tel » Ma, o glorioSo Santo, ti. Vuoi che si ami Dio solo: ma non bisogna amare anche gli amici? Sì, ma in Dio. E non bisogna amar pure i nemici? Sì, ma per Iddio. Come saremmo felici, se facessimo così! Ma noi dobbiamo arrivare a un amar di Dio, che ci faccia morire a noi stessi merce un intero e assoluto rinnegamento. A proposito delle parole rivolte dal Signore alla Maddalena: Va´ dai miei fratelli, il medesimo sant´Agostino osserva: Per andare ci vogliono qui due passi: morire e rinunciare a tutto eiò che è fuori di noi; morire e rinunciare a noi, che è il più difficile » (2). Se ne trovano abbastanza•, che entrando in Religione, rinunciano a tutte le comodità, ai beni, agli amici; ma pochi si trovano elle rinuncino assolutamente a se stessi, mediante cioè una rinuncia piena e intera. Molti dicono bensì_ di amare i travagli ed anche di desiderarli; ma pochi li sopportano con la dovuta perfezione.

(1)     Cfr. Confess., x, 29.

(2)     11/1ectit., cc, 36, 37; 5. GREG. M., Homilli. XXXII in Evang., 1.

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`Chiuderò questo punto con un´altra parola di sant´Agostino (1): « Mio Dio, è possibile sapere che tu sei Dio e non amarti? » Certo fa pena il vedere come anche noi, sapendo che Dio è Dio e credendo in lui, pure non l´amiamo. Questo dice, quasi rammaricandosi, il Signore: Se ?.;,i è chi mi ami, mi se, gua (2). Se vi è chi mi ami: gli è come dire che il numero di quei che lo amano, è piccolo (3).

§ 5. LA. PRATICA DELL´AMARE Là VOLONTÀ DI DIO.

Volgi prima lo sguardo alla volontà generale di Dio, a quella volontà con cui vuole tutto ciò che è opera della sua misericordia e della sua giustizia nel Cielo, sopra la terra e sotto terra, e con profonda umiltà approva, loda, ama questa volontà altissima, tutta santità, tutta equità, tutta bellezza.

Poi volgi Io sguardo alla volontà di Dio speciale, a quella con cui ama i suoi, mandando loro secondo i casi consolazioni e tribolazioni. .E qui bisogna fermarsi un po´ a riflettere alla varietà delle consolazioni, ma più ancora delle tribolazioni sperimen‑

(1) Cfr. Sem. tx.

(2)    jOAN., XIV, 23; xii, 26.

(3) S. R. xxxin (t. a, pp. 335, 336-8).

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19. - E. CERTA, La vita religiosa ecc.

 

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tate dai buoni; indi con grande umiltà approvare, lodare, amare questa volontà.

Finalmente considera la volontà divina nei riguardi della tua propria persona, rispetto a quanto ti accade o ti può accadere di bene e di male, fatta eccezione del peccato, il tutto approvando, lodando e amando, risoluto di sempre onorare, pregiare, odo-. rare questa somma volontà con mettere a sua disposizione la persona tua e quella. del tuoi.

Chiudi questa pratica ravvivando la tua confidenza nella volontà, divina, persuaso che essa farà sempre il nostro bene e la nostra felicità (1).

§ 6. DELL´ESSER TUTTI DI Dm.

Gran bene delle nostre anime è l´essere di Dio, massimo bene l´essere tutte di Dio. Chi è tutto di Dio non si contrista mai d´altra cosa che di aver offeso Dio, e questa tristezza è accompagnata da profonda, ma tranquilla e placida ´umiltà e sommessione, e seguita da un elevarsi alla Bontà divina mediante una dolce e piena fiducia, senz´ombra di affanno nè di risentimento. Chi è tutto di Dio cerca Dio solo, e pòichè Egli si trova nella tribolazione non meno che nella prosperità, così nelle vicende avverse si sta con pace. Chi è tutto di Dio pensa

(1) L. xrax (t. XIII, p. 361).

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sovente a Lui in ogni circostanza della vita. Chi è tutto di Dio ha piacere che si sappia essere volontà sua di servirlo, cercando dí fare quelle pratiche, le quali gli giovano per istar unito con Lui. Sii dunque tutto di Dio e solo di Dio, unicamente desideroso di piacere a Lui, e in Lui, secondo Lui, per Lui alle sue creature (1).

Che felicità dunque l´essere tutti di Dio, che per farci suoi si è fatto tutto nostro!• Ma per questo dobbiamo crocifiggere in noi tutte le nostre affezioni, massime le più vive e stimolanti, raffrenandone e moderandone gli atti, in modo che non si facciano istintivamente e nemmen per volontà nostra, ma per impulso dello Spirito Santo. Soprattutto si richiede un cuor buono, dolce e amorevole col prossimo, specie quand´ esso ci è fastidioso e antipatico; perchè allora ciò che in lui ci muove ad amarlo è soltanto il riguardo del Salvatore, la qual cosa nobilita e impreziosisce l´amore, purificandolo e sceverandolo dagli elementi caduchi (2).

§ 7. L´Amore, Dr Dio E LE vIRTt.

L´amor di Dio dev´essere così puro che ci faccia abbracciare indistintamente la pratica di tutte

(1)     L I(DXLYUI (t. XIX, pp. 11-12).

(2)     L. MIXIX (t. XVI, p. 285).

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le virtù, senza che noi vi portiamo le nostre preferenze. Ben sovente ci dispiace d´aver commesso qualche lieve mancanza contro la nostra virtù preferita e non ci diamo pensiero d´averne commessa una assai più grave contro altra virtù fors´ anche più eccellente. Uno, per esempio, avrà gran dispiacere (l´essersi lasciato entrare in bocca qualche boccone più del necessario a motivo del suo grande amore alla sobrietà, e poi non si curerà affatto di lasciarne uscire tante parole contrarie alla carità. Si dà eresia nella carità, come si dà nella fede. Eresia è scegliersi da credere certi articoli di fede, rifiutando di credere gli altri. Lo stesso dicasi della Carità: scegliersi un comandamento di Dio senza volerli osservare e rispettare tutti è un essere eretico nella carità. Bisogna avere in pregio e stima tutte le virtù, perchè ci rendono assai cari a Dio, e non già praticarle e affezionarvisi, perchè Ci vanno a genio (1).

La carità va poi così strettamente imita all´umiltà, che le due virtù non si possono separare. Se tu mi dici che hai la carità e che non hai l´umiltà, io ti rispondo che menti; .se affermi di avere l´umiltà e non la carità, dici una cosa priva di senso. L´umiltà è una virtù piccola e la minore di tutte

(1) 5. R. v (t. ix, pp. 35,36).

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apparenza, e di natura sua tende sempre al basso, mirando a nascondersi sotterra ed a scomparire in seno al nulla; invece la carità è la prima, la più eccellente, la più sublime delle "virtù, perchè abbraccia Dio: ciò nondimeno vuoi andare unita, all´umiltà, con cui si disposa. Se "dunque ti credessi di possedere la carità senza umiltà, saresti in errore; faresti come chi volesse mettere il tetto a una casa prima d´averne gettate le fondamenta e tirati su i muri: impresa da matti. La carità è il tetto che corona tutto l´edificio della perfezione cristiana, e l´umiltà ne è il fondamento; nell´anima perciò questa viene prima della carità a prepararle il posto (1).

g 8. UNIONE CON DIO.

Mi domanderai come fare per vivere sempre in unione con Dio. Per tenere la mente così unita a Dio, che nulla valga a. staccarla nè a ritrarla da Lui, due cose son necèssarie: morire e salvarsi; solo così non vi sarà mai più separazione e la mente starà legata a Dio in modo da non potersene sciorre. Certe anime divote vorrebbero che neppure la più

(1) S. R. xxv (t. ix, pp. 224-226).

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piccola mosca ne distraesse la mente da Dio. Ma le piccole distrazioni non ci allontanano la mente da Dio, perchè da Dio ci allontana soltanto il peccato; e poi la risóluzione fatta al mattino di tener la mente unita a Dio e attenta alla sca presenza vi ci mantiene sempre, anche mentre dormiamo, perchè prendiamo =1 sonno in nome di Dio e secondo la sua santissima vo´ontà. Anzi, la divina Bontà sembra dirci: — Tu dormi e riposa, e io terrò su di te gli occhi per Custodirti e difenderti dal leone

·  ruggente che ti r a sempre attorno per trovar modo di divorarti (1). Lo star sempre attenti alla presenza di D o è .il mezzo per far bene tutto ciò che si fa; chè nessuno di noi l´offenderà, vedendo ch´Egii ci guarda. Nemmeno i peccati veniali ci posso´ no sviare dal´a strada che conduce a Dio; rallentare un poco il nostro cammino, sì: ma fuorviarci, no: tanta meno le semplici distrazioni.

Riguardo all´orazione, questa non cessa di essere vantaggiosa per noi e gradita a Dio per tante che siano le nostre distrazioni; anzi, ci sarà essa forse più utile cosi, che non se vi si gustassero molte consolazioni, richiedendovisi allora maggior fatica: purchè, ben inteso, siamo diligenti a liberarci dalle distrazioni senza trattenervici volontariamente. Lo

(1) I PER, v, 8_

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stesso si dica. della nostra difficoltà a fissare la mente in Dio e nelle cose celesti lungo il giorno, semprechè procuriamo di richiamare la mente e d´impedirle che corra dietro alle mosche e alle farfalle, come suole la madre col suo figliuoli o. Vede essa, che il piccolo si entusiasma a inseguire le farfalle, smanioso di prenderle, e Io ferma e lo tiene con tutt´e due la braccia e gli dice: — Figlio mio, ti piglierai un´infiammazione, correndo dietro le farfalle con questo sole; è meglio star qui vicino a me. — Il piccino sta là fincitè ne vede un´altra., e subito le correrebbe dietro, se la madre non lo tenesse, come prima. Che fare? Ci vuoi pazienza e non istancarsi mai della fatica, giacchè tutto è per l´amor di Dio.

Ma, se io non m´inganno, quando diciamo di non poter trovare Dio e che Dio ci sembra lontano da noi, d´ordinario intendiamo dire che non si riesce ad avere il sentimento della sua presenza. Io ho notato che molti non fanno distinzione trà Dio e il sentimento di Dio, fra la fede e il sentimento della fede, e questo è un gravissimo sbaglio. A costoro sembra che, quando non sentono Dio, non sono alla sua presenza: ma non sanno quel che dicono. -Una persona che soffra il martirio per Iddio e nondimeno durante quel tempo non pensi a Dio, ma alla propria pena, benchè non abbia il sentimento della fede, pure non laSen di meritare nè

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di fare un atto di grande amore in grazia della ri-soluzione antecedente. Ci corre di molto fra il dire d´aver la presenza di Dio (cioè di stare alla presenza di Dio) e il dire di aver il. sentimento della sua presenza Dio solo ci può fare questa seconda grazia: darti i mezzi per acquistare tale sentimento non è in poter mio.

Invece io posso suggerirti il mezzo di stare sempre coli grati rispetto dinanzi a Dio; e l´unico mezzo è di pensare ch´egli è il nostro Dio e che noi siamo sue deboli creature, indegne di tanto onore, come faceva san Fraucese.o, che passò tutta una notte rivolgendo a Dio la domanda? — Chi sei tu? chi sono i0? ‑

Finalmente, come se :tu mi chiedessi che cosa devi fare per acquistare l´amor di Dio, ti risponderei: volerlo amare; così invece di metterti a pensare e a domandare in che modo potrai unire la tua mente a Dio, vieni senz´altro alla pratica mediante un continuo rivolgere a Dio la mente, e io ti assicuro che raggiungerai con tal mezzo il tuo intento assai più presto che non per qualsiasi altra via. Quanto più ci perdiamo in simili pensieri, tanto meno stiam raccolti e quindi siamo tanto meno capaci di unirci a Dio, che ci vuole tutti suoi senza riserva. A forza di pensare come faranno, certe anime non han tempo di fare; eppure in ciò che ri‑

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guarda la nostra perfezione, la quale consiste nel-.

unione dell´anima nostra con la divina Bontà, tutto si riduce qui: sapere poco e fare assai. A me sembra che chi è richiesto d´insegnar la strada del Cielo,, abbia ragione di rispondere come chi dice che per andare in un dato luogo bisogna andar sempre, cioè muovere un piede dopo l´altro, e che così s´arriverà alla meta desiderata. Andate sempre, bisogna dire alle anime desiderose della perfezione, andate per la .strada della vostra vocazione con tutta semplicità, badando più a fare che a´ desiderare: questo´ è andare per la più corta (1).

Fa´ dunque con la maggior frequenza possibile atti .di adorazione a Dio mediante brevi, ma ferVldi slanci del, cuore. Ammirane spesso la bontà, moltiplica gli ossequi interni, mettiti ai piedi dalla sua santa Croce, invocane l´aiuto, pregalo insistentemente che ti salvi, rinnovagli più e più volte al giorno l´offerta dell´anima tua. Talora anche non dirgli parola, ma rivolgi un semplice sguardo alla sua dolcezza. Sta in questo un punto importantissima del profitto spirituale: poichè il nostro spirito, praticando spesso e familiarmente con Dio, viene a prendere la fragranza delle sue perfezioni. Ripeti inoltre spesse volte II fermo proposito di non vo‑

.

(1) E. ix (t. vi, pp. 148-151).

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lerlo mai offendere, come faceva Davide, il quale esclamava (1): — No, mio Salvatore, io non dimenticherò mai in eterno i tuoi santi voleri, perc1è per essi tu mi desti la vita (2). —

9. PENSIERI SULL´AMOR DI DIO.

1.   Ama molto Id fio, che è stato sempre così amorevole con te, e non amar nulla, se non in Lui e per Lui (3).

2.   Noi siamo al mondo per ricevere e portare il dolce Gesù: sulla lingua annuciandolo, sulle braccia facendo opere buone, sulle spalle sopportandone il giogo, e così nei nostri sensi interni ed esterni. Buon per coloro che lo portano con soavità e costanza! (4).

3.   Il fuoco visto da Mosè sul monte (: ) rappresentava il santo amor di Dio; e come quelle fiamme avvampavano fra le spille, così l´esercizio del santo amore si mant ene assai meglio fra le tribolazioni che non fra le allegrezze (6).

(1)                 exvin, 93.

(2)                   L. man..wr (t. xxi, p. 142). ;3) L. CDLXXXVI (i. XIV, p. 80).

(4)    L. DLV (t xiv, p. 211).

(5)     Exod., in, 1, 2.

(6)    L. DCXIX (t. XIV, p. 345).

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4.    

5.    

6.    --------------------------------

7.    

8.   Com´è dolce veder il Signore coronato di spine sulla Croce e di gloria nel cielo! Questa vista c´incoraggia a ricevere amorosamente le contraddizioni, ben sapendo che per la corona di spine giungeremo alla corona di felicità. Tienti dunque ben unito al Signore; così non troverai alcun male che non. ti si converta in bene (1).

9.   La moderazione sta sempre bene in tutte le pratiche divote, fu.orchè in quella dell´amor di Dio, che non si deve amare con misura, ma assolutamente senza misura (2).

10.                A chi Dio è tutto, il mondo è niente (3).

11.                L´uomo in questo mondo è come un albero piantato dalla mano del Creatore, coltivato dalla sua sapienza, innaffiato dal sangue di Gesù Cristo, afa.nchè produca frutti, i quali siano di gusto del suo Padrone; e ciò eh´ egli desidera è che noi Io serviamo specialmente col lasciarci volentieri governare dalla sua Provvidenza, la quale conduce i volonterosi e trascina, per forza i ritrosi (4).

12.                Nulla può recar nocumento a coloro che sono

(1)  Ibid. (pp. 345-6).

(2)  L. MDCCLXXVIT (t, XX, p. 50).

(3)  L. mcisnav (t. =t, p. 1.)

(4)  L. nacTiacr (t. xxr, p. 30D.

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davvero risoluti di amar Dio sopra tutte le cose e in tutte le cose (1).

9..11 nostro Dio, a differenza delle altre cose, è buono per tutti e in tutt´i tempi, sicchè tu lo troverai sempre pronto a porgerti aiuto e conforto; non istancarti dunque mai nella ricerca di un sì gran bene, aspirando del continuo a Lui con brevi, ma vivi slanci del cuore (2).

10. Le notti sono giorni per noi, quando Dio è nel nostro cuore, e i giorni sono notti, quando Dio non vi è (3).

11. Non di rado una persona da poco, debole di corpo e d´animo, occupata solo in cose piccole, fa queste con tanta carità da sorpaSsare in esse il merito delle azioni grandi e rilevanti; perché d´ordinario queste ultime sì fanno con minor carità a motivo dell´attenzione e delle molteplici riflessioni, con cui le si accompagnano. Se per altro un´opera grande viene fatta con la stessa carità di quella piccola, chi la fa ne consegue indubbiamente molto maggior merito e premio. La carità insomma dà il pregio e il valore a tutte le nostre opere; per conseguenza iI bene che faremo, facciamolo per amor

(1)   L. cccxvi (t. XIII, p. 114).

(2)   L. ccevu (t. xui, p. 90).

(3)   L. mmxmlit (t. xxi, p. 126).

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di Dio, e il male che eviteremo, evitiamolo per amor di Dio (1).

§ 10. DELLA DIVOZIONE.

Vi è una generale inclinazione e prontezza d´animo a fare quanto si conosce tornar gradito a Dio: in ciò consiste la virtù della divozione. Essa è quell´allargarsi del cuore, di cui Davide diceva (2): Io corsi la via de´ tuoi comandanienti, quando tu mi dilatasti il cuore. Coloro che sono semplicemente buoni, nella via di Dio camminano; ma i divoti corrono. Ora ti darò alcune norme da seguire per essere veramente dívoto.

Prima cosa: fare la

volontà di Dio con prontezza.

Anzitutto bisogna osservare i comandamenti generali di Dio e della Chiesa, clae fan legge per ogni fedele cristiano: senza di ciò, è cosa risaputa che non ci può essere divozione di sorta: Oltre i comandamenti generali si debbono osservare con diligenza i comandamenti particolari, propri di ciascuno secondo la sua vocazione: chi non facesse così;

(1) E. x (t. vi, p. 166)

(2)   Ps. crudi, 32,

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risuscitasse anche i ulorti, non lascerebbe di essere in peccato e di dannarsi, morendo in tale stato. Ai Vescovi, per esempio, è comandato di visitare il loro gregge, d´istruirlo, correggerlo, consolarlo: se io me ne stessi tutta la settimana in orazione e digiunassi tutta la vita, ma non facessi questo, andrei perduto.

Ecco pertanto due specie di comandamenti da osservarsi con diligenza, perchè fondamentali nella divozione; tuttavia la virtù della divozione non consiste solo nell´osservarli, ma nelP osservarli con prontezza e volentieri. Ora, per acquistare tale prontezza. giovano diverse considerazioni.

La prima è che Dio lo vuole, e la ragione ci dice che dobbiamo fare la sua volontà, essendo noi al mondo unicamente per questo. Gli domandiamo ogni giorno che sia fatta la sua volontà; ma purtroppo, quando viene il momento di farla, vi pro viamo tanta pena! Ci offriamo tanto spesso a Dio, dicendogli a ogni trattò: — Signore, son tutto vostro, a voi dono il mio cuore; — ma poi quand´egli, si vuol servire di noi, siamo così infingardi! Come possiam dire di essere suoi, non volendo conformare la nostra volontà alla sua´

La seconda considerazione è che i divini precetti sono di lor natura dolci, amabili e soavi: dico non solo i precetti generali, ma anche quelli par‑

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ticolari della vocazione. E che cosa è dunque che te li rende gravosi´? Nient" altro che la tua volontà, che vuol regnare in te a qualunque costo, sicchè le cose stesse, che non comandate forse desidererebbe, le rifiuta comandate. Fra tanti e tanti faitti deliziosi Eva scelse proprio quello proibito; senza dubbio, se ne avesse avuto il permesso, non l´avrebbe mangiato. Il fatto è insomma, che noi vogliamo servir Dio secondo la nostra volontà, e non secondo la sua. Saulle aveva ordine di distruggere tutto quanto avrebbe trovato nel paese degli Ama‑

·    leciti: tutto distrusse, fuorehè le cose di valore, che mise da parte e offerse in sacrificio: ma Dio dichiarò, che egli non vuole sacrifici contro !obbedienza (1). Dio mi comanda di attendere al bene delle anime, e io me ne voglio stare in contemplazione: è buona la vita contemplativa, ma non a detrimento dell´obbedienza. Non tocca a noi scegliere di nostro arbitrio: bisogna vedere che cosa voglia Iddio, e se Dio vuole che io lo serva in un modo, non debbo volerlo servire in un altro. Dio vuole che Saulle lo serva da re e da capitano, e ´Saulle vuol servirlo da sacerdote: indubbiamente questo è meglio di quello, ma Dio non se ne appaga, perchè vuoi essere obbedito.

(1) 1 Reg., xv, 3,23,

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Gran cosa! Dio aveva dato agli Israeliti la manna, cibo deliziosissimo (1), ed ecco che essi non la vogliono, ma tornano col desiderio all´aglio e alle cipolle d´Egitto (2). È insito nella guasta nostra natura il volere che sia fatta sempre la propria volontà, e non quella di Dio. Orbene, di mano in mano che andrà scemando in noi la volontà nostra, ci si verrà via via facilitando l´osservanza di quella divina.

La terza considerazione è che non si dà vocazione, la quale non abbia i suoi fastidi, le sue amarezze, i suoi dispiaceri, e chi non vive interamente rassegnato alla volontà di Dio, ha sempre voglia di cambiare la sua condizione con quella degli altri: chi è Vescovo, vorrebbe non esserlo; chi è coniugato, vorrebbe non eser tale, e chi non è, vorrebbe esserlo. Donde viene cotesta generale irrequietezza d´animi, se non da ripugnanza a qualsiasi costri, zione e da un certo maltaiento, il quale ci fa immaginare che tutti gli altri stiano meglio di noi? Ma è sempre lo stesso: chi non è rassegnato in tutto, si volga pure di qua e di là, non troverà mai posa. Quei che han la febbre, non trovano mai dove adagiarsi bene: non sono stati un quarto d´ora

(1)     Exod., xvi, 1.4-51; Num., xi, 7-9; Sap., xvi, 20.

(2)     Num., x1, 4, 5.

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in un letto, che vorrebbero essere in un altro: ma non ne può nulla il letto, è la febbre che li travaglia in ogni dove. Una persona che non abbia la febbre della propria volontà, si contenta di tutto: purchè faccia quanto richiede il servizio di Dio, non si cura del come Dio la voglia adoperare: sol che si compia la sua divina volontà, per lei tutto il resto è indifferente.

Seconda cosa: fare la

volontà di Dio con allegrezza.

Non basta. Per essere divoti bisogna non. solamente voler fare la volontà di Dio, ma anche farla allegramente. Se io non fossi Vescovo, è probabile che; sapendo quel che so, non vorrei esserlo; ma, poiché lo sono, debbo fare quanto questa dif-. ficile, vocazione esige, e farlo con allegrezza, prendendovi gusto e piacere. Cosi appunto dice san Paolo (1): Ognuno resti nella sua vocazione davanti a Dio. Bisogna non portare la croce degli altri, ma la propria; e perehè porti ciascuno la sua, il Signore vuole che ciascunoi´inuitei a se stesso (2); cioè alla propria volontà. Il dire: — Preferirei que‑

(1) I Cor., vi;, 24(1V MATT., XVI, 24.

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sto o quello, starei meglio qui o colà, — son tutte tentazioni. Il Signore sa quello che fa; facciamo ciò ch´Egli vuole e stiameene dove ci ha messi.

Alcune norme pratiche.

Ora eccoti alcune norme pratiche per saperti regolare.

Nelle tue meditazioni quotidiane dedica sempre un pensiero all´obbedienza praticata dal Signore verso Dio. suo Padre: vedrai come tutto ciò che Egli ha fatto, l´ha fatto per conformarsi alla volontà del Padre suo (1). Mediante questi riflessi sfórzati di concepire un ardente amore alla volontà di Dio.

2° Prima di .fare o di prepararti a fare cose della tua vocazione che ti tornano spiacevoli, pensa come i Santi abbiano fatto lietamente cose ben maggiori e più dure: gli uni han sofferto il martirio, altri hanno subìto il disonore del mondo. San Francesco e tanti religiosi nostri contemporanei hanno baciato e ribaciato lebbrosi ulcerosi; altri si sono confinati nei deserti, altri sulle galere coi soldati; e tutto ciò per far cosa gradita a Dio. E noi che cosa facciamo che s´avvicini in difficoltà a tutto questo?

(1) DAN,, v, 30; vx, M_

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3° Pensa sovente che tutto quanto facciamo, ha il suo vero valore dalla conformità nostra alla volontà di Dio; sicchè, quand´io mangio e bevo, se lo fo perché è volontà di Dio che lo faccia, sono più accetto a Dio che non se incontrassi la morte senza tale intenzione.

4° Spesse volte durante la giornata rivolgiti a Dio, implorando da lui l´amore alla tua. vocazione e dicendogli con san Paolo, dopoehè fu convertito: — Signore, che , cosa  volete ch´io faccia? (1) Volete ch´io vi serva nel più umile ufficio della vostra casa? Oh, me ne stimerò fortunatissimo: pur di servirvi, non mi curo del come. — E, venendo alla cosa particolare che ti dovrà riuscir dura, digli: — Volete che io faccia questo o quello? Oh, Signore, ancorché io non ne sia degno, lo farò ben volentieri. — Gli è così che ti umili davvero. Oh, qual ricco tesoro ti acquisterai! più ricco ceCamente che tu non sappia calcolare.

5° Considera quanti Santi e Sante vissero nella tua vocazione e condizione, adattando-Visi con tranquillità e rassegnazione grande. Ciò ti darà animo, tanto più se ti raccomanderai alle loro preghiere.

6° Insomma, bisogna amare ciò che Dio ama. Ora, Dio ama la nostra vocazione: amiamola noi pure

(1) Act., TX, 6_

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grandemente e non perdiamoci ad almanaccare su quella degli altri. Facciamo la parte nostra: che ognuno abbia la sua Croce, non è cosa straordinaria. Unisci dolcemente l´ufficio di Marta con quello di Maddalena: fa´ con diligenza quanto s´appartiene alla tua vocazione, e rientrando sovente in te stesso; e mettendoti in ispirito ai piedi del Signore digli: — Mio Signore, o mi muova o me ne stia fermo, io sono tutto vostro e voi siete tutto mio: ch´io faccia questo o quello, tutto è per amor vostro. ‑

7° Ricordati infine di far onore alla divozione, rendendoti amabile a tutti coloro che ti conosceranno, massime a quei di casa, sicché ognuno ne dica bene (1). Io non voglio una divozione bisbetica, arcigna, malinconica, fastidiosa, mesta; ma una direzione dolce, soave, piacevole, tranquilla; in breve, una pietà disinvolta e che si faccia amare da Dio prima di tutti e poi dagli uomini (2). E quando ti accadano contrarietà, mettiti interamente nelle mani del Signore, e consolati col pensiero che questi sono favori suoi a coloro che son buoni o che s´incamminano a divenir tali (3) (4).

(1). L, cccxxxiii (t. xii, pp. 346-351D.

(2) L. ccxci (i. xnii, pag. 59).

(3) Cfr.L/ Tim, in, 12

(4) L, cccxxxin (t. xii, pp. 351-2).

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§ 11. I SETTE DÓNI DELLO SPIRITO SANTO.

Nel libro dei Numeri al capo ottavo si dice che Dio comandò a Mosè di mettere presso il tabernacolo un gran candeliere d´oro, che portava sette • lampade sempre accese. Sant´Isidoro e prima di lui san Cirillo di Gerusalemme han detto che quel candeliere e le sue sette lampade rappresentavano Io Spirito Santo e i suoi sette doni. È vero infatti

che ogni luce, calore, illuminazione e benedizione procede dallo Spirito Santo, cioè da Dio in quanto Egli è amore; ma il tutto è distinto in sette doni dello Spirito Santo.

Spunterà un pollone dalla radice di Jesse, dice

il profeta Isaia (0, cioè la Vergine, e dalla Vergine un fiore, che è il. suo Figlio, Signor nostro, e su quel fiore riposerà lo Spirito Santo: spirito di sapienza e d´intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà: e lo riempirà lo spirito del timor del Signore. Cosicchè l´umanità santa del nostro Salvatore è stata come un fiore divino sul quale riposò il Santo Spirito per comunicargli i suoi sette doni.

Vediamo quali ,siano questi doni. Il prof,eta li enumera secondo l´ordine di dignità, e poichè il

(1) Cap. xr, 1-3

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dono della sapienza è il più eccellente e il più. alto, mette quello per primo, e poi via via i meno eccellenti. Ma nbi, dovendone parlare per nostra istruzione, cominciamo dal fondo e risaliamo alla cima; adesso che siamo sulla terra, cominciamo dal primo gradino: quando saremo arrivati al SO1113110, voglio dire al Cielo, potremo trarre i tesori dal seno dell´eterno Padre.

·                                                                   1. Il timore.

Per cominciare dunque a salire questa scala divina, il primo dono dello Spirito Santo è il dono del timor di Dio. Ma qual timore? giaechè vi è un doppio timor di Dio, uno inferiore e l´altro superiore. Principio della sapienza è il timor di Dio, dice il Salmista (1); e altrove: Santi tutti del Signore, temetelo (2). E il Savio dice (3): Si scrivono libri su libri; ma il contenuto di tutti si compendia nel timor di Dio.

Ma che cosa vuoi dire timor inferiore o superiore? domanderà qualcuno. Ecco. Si teme Dio o come punitore di chi fa male o come rimuneratore di chi fa

(1)       Ps. cx, 9_

(2)       Ps. xxxiii, 9.

(3)       Eccles., mi, 12, 13.

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bene. Il primo timore è servile e somiglia a quello dei galeotti, che remano solo per forza, nè mai toccherebbero il remo, se non temessero le nerbate. Così vi sono persone che non lascerebbero mai la loro vita cattiva, se non temessero la morte, il giudizio e le pene dell´inferno. Questo timore è il pia comune fra gli uomini, come l´esperienza quotidiana lo dimoStra; poichè di diecimila penitenti non uno forse pensa alla salvezza dell´anima senza cominciare dal timor della morte, del giudizio e dell´inferno. Ecco perché il profeta Davide, parlando a Dio, gli dice (1): Tu sottometterai al tuo dominio re e grandi, legandoli in ceppi di ferro.

I ceppi e le catene di ferro, dice sant´Agostino (2), sono il timore di andar dannato, e questo timore è buono per incamminarsi alla salute: gli uomini infatti, riconoscendo essere impossibile che Dio non punisca i peccatori che l´hanno offeso, ne temono e paventano i castighi, e quest´apprensione è naturale: poiché, come la natura c´insegna che vi è un Dio, così, dice san Giovanni Crisostomo (3), è impossibile pensare che vi sia nn mondo retto e governato dalla sua Provvidenza, dov´egli non eserciti

(1)  Ps. exux, 8.

(2)  Enarr. in Ps., c.xLix, 15.

Hom_ xu (ad pop. Antioch.), 3-4.

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la sua giustizia verso gli uomini con la punizione dei peccati.

Davide stesso faceva a Dio questa preghiera (1): Trafiggi col tuo timore le carni mie, perche ho temuto i tuoi giudizi. E non leggiamo negli Atti degli Apostoli (2) che Felice, preside della Giudea, ben-che pagano, tremò di spavento sentendo san Paolo parlare del giudizio finale, senza per altro convertir-´ si? Così molti temono i divini giudizi, ma non ne hanno il cuore trafitto: provano un certo timore che, restando nella parte inferiore e nei sensi, non produce nessun effetto nelle loro anime; invece il dono dello Spirito Santo penetra dentro il cuore e vi produce degni frutti di penitenza (3). Laonde tu vedrai d´ordinario, come quei che provano questo timore . nella parte inferiore, soltanto, ritornano a casa dalla predica malinconici, mentre quei che hanno il timore che è dono dello Spirito Santo, ne ritornano convertiti e penitenti.

Questo è il motivo che faceva dire a Davide: Ti chieggo, o Signore, una, saetta scagliata dalla tua mano, che mi trapassi il cuore. E san Girolamo diceva che il timore dei giudizi di Dio gli colpi‑

(1)   Ps. cxvisi, 120.

(2)    Cap. xxiv, 2.5.

(3)    Luc., m, 8; Act., xxvx, 20,

600

 

 

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va l´anima così fortemente da sembrargli sempre di sentirsi risonare alle orecchie la voce spaventevole degli Angeli: Sorgete o morti, e venite al giudizio (1). Oh, quanti hanno lasciato il peccato per questo timore del giudizio!

Ben a ragione dunque esso vien detto il principio della sapienza, e l´amore il compimento del‑

opera (2), perehè ci fa salire al Cielo per unirci a Dio; ma per giungere a- tanto, bisogna abbandonare il´ peccato, e per abbandonarlo bisogna temere. Ecco l´effetto di questo timore inferiore.

L´altro che io chiamo superiore è il timore di perdere il Cielo. Vi sono purtroppo uomini così carnali che, come se non esistesse paradiso, ma vi fossero soltanto pene infernali, non Si curano affatto di perdere quello, paghi di possedersi il paradiso mondano, terreno, misero e infelice, senza punto aspirare al paradiso celeste. Ora il timor di Dio non comprende solo la paura delle pene infernali, ma anche quella di perdere il Paradiso. Un sentimento dunque più nobile, sollevandoci il cuore ai beni eterni, ci fa dire col salmista (3): Inclinai il mio cuore ad eseguire sempre i tuoi comandamen‑

(1)  Reg. Monach. ex scriptis S. Hier. colletta, xxm.

(2)  I jOAN., uv, 18.

(3)     Ps. CXVFII, 112.

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ti per amore della retribuzione. Queste notevoli parole non vogliono significar altro se non che il timore ci fa smettere di operar il male in vista del paradiso che dev´essere la nostra mercede. Quindi è che le anime nobili per ineorarsi alla fatica si mettono dinanzi agli occhi, come Davide, la gloria eterna. — Perché non faticherei, dicono, a fine di entrare in ´possesso dell´eredità celeste/ Ho inclinato il mio cuore ad eseguire sempre i tuoi comandamenti per amore della retribuzione. E sarebbe mai possibile che io volessi perdere il paradisoI Sarei io così infingardo da perdere l´eredità promessami nella patria celeste, ‑

Questo timore, come adesso vedi, si chiama inferiore e superiore, perché composto di due timori: si temono le pene dell´inferno, si teme la perdita del paradiso. E WL tal timore che ci fa lasciare, il peccato, è dono dello Spirito Santo, ed Egli solo ce lo può dare: perciò vien chiamato il principio della sapienza, essendo per via ordinaria il principio della nostra salvezza. È ben vero che gli eretici lo dicono cattivo, ma s´ingannano a partito: le parole di Gesù Cristo danno loro assolutamente torto. Non temete, dice (1), coloro che uccidono il corpo, ma temete Colui che può mandare in perdizione e

(1) MATT., X, 28.

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l´anima e il corpo all´inferno. Il che ci dimostra come questo timore sia buono e come Dio ne sia . l´autore ed Egli ce lo infonda nell´animo per dare principio ´con esso alla nostra salvazione (1).

Nota ancora una cosa. È detto che i doni dello Spirito Santo riposarono sul capo del nostro di‑

´ vin Salvatore e si aggiunge che lo riempì il timor del Signore: Che significa ciò/ il nostro Maestro non. aveva bisogno di timore. Riteniamo dunque che Egli ne fu riempito per ispanderlo su ciascuno di noi, perfetti o imperfetti; sui perfetti, affinché temano -di decadere dalla perfezione, "e sugl´imperfetti, affinehè temano di non poterla raggiungere. E come una fiala si riempie di qualche essenza, benché essa non ne abbia alcun bisogno, essendone per la sua durezza impermeabile, così il nostro benedetto Salvatore fu ripieno del timor del Signore, non già per sé, ma unicamente per .versarlo

suoi fratelli.

Tuttavia, massime a persone religiose, non occorre molto parlare di timore, ma sol quanto basti per venire in aiuto, bisognando, all´amore. Non dobbiamo né star attaccati al timore né tenerlo attaccato ai nostri cuori, essendo ivi il luogo del‑

(1) S. R. 1..xx (t. a, pp. 418-422)

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l´amore: lasciamolo alla porta del cuore (1}, affinchè sia prontó, come dicevo, a soccorrere l´amore (2).

2. La pietà.

Il secondo dono dello Spirito Santo è la pietà: una virtù speciale che dipende dalla giustizia e consiste nell´onore, rispetto ed amore da noi reso non solo a Dio come a nostro sommo Creatore e Padre amabilissimo, ma anche a• coloro che abbiamo per superiori spirituali o temporali. Lo Spirito Santé, dunque, venendo nel cuore, gli comunica, il dono della pietà, per cui l´anima porta grandissimo onore e rispetto a Dio, mandandovi di concerto un amor filiale e un amoroso timore.

E noi vediamo, come Dio lamenti la mancanza di timore, amore, onore e rispetto, dicendo per bocca del profeta Malachia (3): Se io son, padre, dov´è l´onore a ine dovuto? e se io sono il Signore, dov´è il timore a me dovuto? Il, figlio serve da figlio, e non da schiavo per tema delle battiture, ne da mercenario per desiderio della ricompensa, ma per amore, per quell´amore che è impresso in un cuor di

(1)  I !LAN., ´v, 18

(2)  S. R. xxxii (t.       pp. 318-319).

(3)  MAL., I, 6.

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figlio. Quando l´anima ha avuto il timore di perdere il paradiso, passa oltre e dice: — Anche senza paradiso, Dio è mio padre: mi ha creato, mi conserva, mi mantiene e mi dà. tutto, e quindi lo voglio amare, onorare e servire. —

Oh dono della pietà, ricco presente fatto da Dio al ottore! Felice chi al cuor paterno del Padre celeste risponde con cuor di figlio! (1). A questo appunto egli ci vuol condurre, allorchè nell´orazione domenicale si fa da noi chiamare Padre nostro che è ne´ Cieli: nome che esprime rispetto, amore e timore.

E per mostrare come il dono della pietà, cioè il timor filiale, ci sia dato dallo Spirito Santo, l´Apostolo san Paolo, scrivendo ai Romani (2), dice loro: Non avete ricevuto di bel nuovo lo spirito di servitù, per temere, ma avete ricevuto lo spirito di adozione in figliuoli, mercé´ di .cui gridiamo: Abba, (padre). In altri termini, noi diveniamo per Nostro Signore teneri figli. I il.gliuoletti vivono in grande fidanza: non pensano che il padre voglia batterli o preparar loro un´eredità, ma badano solo ad amarlo senza curarsi d´altro, perchè portati da lui in braccio, da lui nutriti e carezzati, oggetto insomma di tutta la

(1)            GaXat., ´v, 6.

(2)            Rom., viri, 15.

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premura del loro buon padre. Così dobbiamo fare noi con Dio: riverirlo qual Padre, servirlo con amore senza paura di supplizi nè pretesa di ricompensa, lasciarci portare in braccio alla sua santa

Pro___ v v idenza nel modo che a lui piacerà.

3. La scienza.

Il terzo dono dello Spirito Santo, andando in ordine inverso, è la scienza, non già per sapere le cose -umane, come Aristotele, Platone, Omero, Virgilio e gli altri filosofi che ebbero questa scienza, ma di nessuna utilità per essi; la scienza, dono dello Spirito Santo, è necessaria per ben- esercitare i due primi doni, per sapere cioè come comportarci con Colui che vogliamo temere e amare e per iscoprire e saper discernere il male da schivare e il bene da praticare. Fuggi il male e opera il bene, dice il Profeta (1): ecco la scienza delle scienze, la scienza dataci dallo Spirito Santo, quella che i figli del mondo non hanno avuta: quand´anche fossero grandi filosofi, essi non hanno imparato a glorificare Dio nè a seguire la giustizia, perchè tennero prigioniera, la, verità nell´ingiustizia, dice l´Apostolo (2). Avevano

(1)   Ps. xxxvi, 27.

(2)  Rom., i, 18, 21.

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bensì la verità nell´intelletto, ma non nella pratica, non possedendo l´umiltà cristiana, che ci fa cadere in ginocchio dinanzi a Dio per riceverne un dono sì necessario a operare la nostra salute.

È desiderio naturale di tutti la scienza del bene e del male; quindi è che la desiderò Eva curiosa. Dio sa il male, ma ´per detestarlo, e il bene per attuarlo. Sarete come ai, conoscendo il buono e il cattivo ( I ), disse il serpente ai nostri progenitori per trarli miseramente in inganno, facendo loro commettere il male. Sant´Agostino in un´omelia sopra la Pentecoste (2) dice che i filosofi hanno parlato magnificamente delle virtù, ma per disprezzarle, e così pure dei vizi, ma per praticarli, da quei ciechi che erano, altra vera scienza non essendovi fuorchè quella dello Spirito Santo, da lui comunicata solamente ai cuori umili (3). Non abbiamo visto anche tanti grandi teologi, che han detto mirabilia delle virtù, ma non per esercitarle, e all´incontro tante sante donne che non sapevano parlare delle virtù, ma che nondimeno sapevano benissimo praticarle´? E chi aveva fatto loro questo dono della scienza, con cui discernere il bene e il male, il vizio

(1)  Gen.,       5.

(2)  Ser. cciaix, 4.

(3)  Prou.,- ru, 32; 17., 1.37x, 15.

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e la virtà, se non lo Spirito Santo? Ma io, dirai, non so come si debba praticare la virtù. Mettiti alla presenza dello Spirito Santo, umiliati, ed egli te l´insegnerà e ti renderà sapiente.

Certo si son veduti dei Santi mirabilmente sapienti nella loro ignoranza e mirabilmente ignoranti nella loro scienza. Peste della scienza è la presunzione, vera gonfiezza e idropisia degli spiriti, come si scorge d´ ordinario nei sapienti del mondo. Oh quale ignoranza in siffatta scienza! Santa Caterina martire fu molto sapiente, ma la sua scienza stava umile ai piedi della Croce. Altre Sante furono ignoranti e nella loro ignoranza mirabilmente sapienti, come santa Caterina da Genova.: era• la presenza dello Spirito Santo che le rendeva sapienti; poichè avevano il timore, la pietà e l´umiltà, Dio fece loro il prezioso dono della scienza, tanto desiderata da Eva, ma per orgoglio, a fine di essere simile a, Dio.

4. La fortezza.

Al dono della scienza tiene dietro il quarto della fortezza, che ci è assolutamente necessario: non ba• sta saper discernere il bene e il male, se poi manca la forza per evitare questo e praticare quello. Quanta gente non si è vista che sapeva il bene é non aveva il coraggio di praticarlo!

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Ma, dirai, se riceviamo lo Spirito Santo e insieme tutti i suoi doni nell´atto di ricevere con le disposizioni richieste i Sacramenti, donde proviene che si ricade sì spesso nel peccato? È per debolezza, non osandosi da noi muover guerra al vizio con l´energia  e il coraggio necessari a riportare vittoria sui nostri nemici. Si va, per esempio, alla confessione, in cui si riceve lo Spirito Santo con la remissione dei peccati; eppure, quanti ricadono Bei medesimi peccati dopo la confessione! Donde ciò, se non da manco di coraggio? Si pensa: — Che cosa si dirà di me, se mi mostro divoto, se faccio penitenza, se lascio la mondanità? — Si ha paura di una parola in aria: non è questo un mancare di fortezza?

Ma osserva che, quand´ anche siansi ricevuti i doni dello Spirito Santo, se poi non si sta, bene in guardia, si possono perdere ogni momento; così pure è sempre possibile valersi di un dono senza dell´altro, essendo essi in noi per modo di abito, il che fa sì che ce ne serviam solo quando vogliamo. Non avviene del cuore spirituale come del cuore carneo, che, quand´anche noi dormiamo, non cessa di agire, star desto e mandare i suoi spiriti vitali al cervello; mentre invece nel cuore spirituale la volontà, il coraggio e la generosità sono indispensabili per fargli compiere le sue operazioni.

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20. - E. CERA, La vUa religiosa ecc.

 

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Ecco perchè Io Spirito Santo ci comunica il dono della fortezza, mediante il quale tanti Martiri vinsero i tiranni e superarono i tormenti con tale costanza che nulla valeva a spaventarli; come si vede leggendo le storie d´una sant´Agnese, d´una san-t´ Agata e d´infiniti altri (i).

dunque- grande la necessità che abbiamo della fortezza; ma bisogna sapere in che consista. Non trattasi di fare come Alessandro Magno, che conquistò il mondo per forza d´armi, Egli non aveva il dono della fortezza, per quanta forza gli si attribuisca a motivo delle sue conquiste; la sua forza consisteva nelle palle di piombo, con cui diroccava le mura delle città e rovesciava le opere di difesa. Aveva ancor meno quel coraggio, di cui gli si dà vanto; la prova è che non sapeva vincere se stesso nemmeno per rinunciare a un bicchier di vino, tanto era beone. Vedilo poi smaniare e piangere all´udire da un filosofo che esistevano ancora altri mondi da vincere e asmiggettare: provò allora tale rincrescimento di non poterne fare la conquista, che non si seppe dar pace.

Facciamo ora un confronto con la bravura e il coraggio d´un san Paolo eremita o meglio di san Paolo Apostolo. Alessandro distrugge città, atterra

(1) S. R. Lix (t. a, pp, 422-6).

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castelli, soggioga il mondo con la forza delle armi, e poi finisce con lasciarsi vincere da se stesso. Invece il nostro grande Apostolo sembra che voglia soggiogare la terra, percorrendola tutta per abbattere non le mura, ma i cuori degli uomini e sottometterli al suo Maestro mediante la predicazione (1); nè pago di tanto, vedi il Potere che esercita sopra di sè, debellando e assoggettando affetti e passioni alla norma della ragione e poi tutto se medesimo alla santissima volontà di Dio. Qui sta il dono della fortezza e il colmo del coraggio: nel vincere se stesso per assoggettarsi a Dio, mortificando e recidendo senza riserva dagli animi nostri ogni eccesso e imperfezione, quantunque si tratti di, cose da poco; inoltre questO dono ci aiuta a camminare verso il sommo della perfezione senza temere la difficoltà che s´incontra per via (2).

5. Il consiglio.

Dopo la fortezza, procedendo sempre a ritroso, incontriamo iI dono del consiglio, senza del quale la fortezza è temerità; così tu vedi nei soldati che, quantunque abbiano forza, pure han bisogno di un

(l) I Cor., i, 21-25.

(2) S. R. xxmil (t. rx, pp. fg24).

61.1.

 

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capitano per il consiglio. Il timore ci fa staccare dal peccato, la scienza ce lo fa discernere; ma ci vuole ancora il :Consiglio per mettere ad effetto quello che la scienza, ci fa conoscere. Rimane dunque da sapere quale metodo convenga seguire nella pratica di ciò che lo Spirito Santo c´insegna. Vedrai, per esempio, una persona che, desiderosa di

darsi alla vita divota, dirà fra sè: Che consiglio seguirò per praticare il bene ispiratomi da Dio e per evitar il male fattomi da lui conoscere? che strada batterò? — Lo Spirito Santo che diniora nel nostro cuore, ci consiglia e ci muove con la sua ispirazione a far quello che è più conforme alla gloria di Dio e alla nostra salvezza. -- Finora io sono stato avido della roba, sensuale, inclinato ai piaceri della gola; vedo, che questo è male, desidero di ritrarmene; che farò diinque per liberarmi a poco a poco da queste cattive abitudini e mortificare me stesso? — Lo Spirito Santo consiglia i mezzi da usare per vincere il male e operare il bene.

Vediamolo pena gente del mondo. Vi saranno persone colleriche, dedite al giuoco, nel quale d´ordinario si lasciano trasportare a parole iraconde e offensive: che fare? Lasciar il giuoco. Ad altre piaceranno conversazioni, in cui regna la maldicenza, e ivi cadranno in questa colpa; risolvono di non

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più dir niente, ma la conversazione le porta insensibilmente alla maldicenza: che fare? Lo Spirito Santo dice loro internamente che bisogna abbandonare quelle conversazioni. Quanti vi sono nel mondo, i quali sanno benissimo che ivi l´aria infetta è causa di malanni e che dà Ia morte eterna alle anime, in cui entra, o cagiona loro gravi infermità! Quale il rimedio? — Venite via — dice loro internamente lo Spirito Santo, — dal momento che conoscete di non potervi operare la vostra salvezza. — Egli dunque o ci consiglia immediatamente con le sue ispirazioni o ci consiglia di consigliarci da chi è da lui illuminato (1).

Ci vuole poi il dono del consiglio anche per saper scegliere fra le virtù la pratica di quelle che sono più necessarie a noi secondo la nostra vocazione; giacche, quantunque sia sempre cosa buona praticare le virtù, bisogna però saperle praticare ordinatamente. Chi sa se in quella data occasione sia meglio che io pratichi solo la pazienza interna e non l´esterna o se debba unire l´una all´altra? Ecco dunque che si richiede il dono del consiglio per non farci delle illusioni nella scelta delle virtù, procedendovi secondo le nostre inclinazioni e non secondo

(1) S. R. Lxx (t. x, pp. 426 7).

(

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la necessità nostra, e nelle virtù stesse fermandoci alla scorza senz´arrivare al mid9lló (1).

6. L´intelletto.

Il sesto dono dello Spirito Santo è quello dell´intelletto: intelletto spirituale, che lo Spirito Santo immedesima col nostro intelletto umano, .ed è una certa luce che ci fa vedere e penetrare la bellezza e bontà dei misteri della fede. Si sentono prediche, si leggono libri, e tuttavia si rimane sempre nell´ignoranza di questi santi misteri, perchè non c´è il dono dell´intelletto. Invece un´anima semplice, prostrata dinanzi a Dio, intenderà iI misteroe-della santissima Trinità, non per parlarne, ma per trarne massime utili alla sua salvezza, perciò lo Spirito Santo le ha comunicato il dono dell´intelletto. Io son solito dire che causa generale di perdizione è il non seguire le massime del Cristianesimo, come le seguenti: Beati i poveri in spirito, perchè di questi è il regno de´ Cieli; Beati i mansueti, perchè questi possederanno la terra (2). Ma chi scorge la bellezza di tali massime, se non è di coloro, a cui le fa vedere lo Spirito Santo?

Osservar:M° bei palagi dorati, perle e gioielli:

(1)     S. R. xxxii (t. xx, pp. 320-1).

(2)     MATT,, v, 3, 4.

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— Oh, che belle cose! — esclamiamo. Ma per chi sono belle? Agli occhi dei mondani: il mondo dice così. Anche il Signore di´ee: — Vedete questa perla (1) della povertà evangelica, e attraverso di essa vedete il Cielo e la felicità eterna, a cui quella con‑

duce.      Ma per non aver bene impresse nel cuore
tali massime, si va miseramente perduti, e il mondo trionfa di noi e sventuratamente ci seduce con le sue, massime false. Poveri illusi che noi siamo! Sappiamo bene che il mondo con tutte le sue ricchezze e vane, graudigie non val nulla; eppure vi ci affezioniamo e diamo retta alle massime sue.

Fatevi come fanciulli (2), dice il Signore; siate semplici come le colombe (3): eppure non si ha candore nè semplicità. Si vuoi essere prudenti, ma di una prudenza carnale che, dice l´Apostolo (4), dà la morte all´anima. E donde ciò? Dal non avere il dono dell´ intelletto, che ci faccia ´vedere e penetrare la bellezza e bontà delle massime del Signore. Se le penetrassimo bene e ne vedessimo la bellezza, certo volteremmo le spalle e rinunceremmo per sempre alle malaugurate massime del mondo, che non han va‑

(1)      MATT., xun 46.

(2)      MATT., xvin, 3.

(3)     x, 16.

(4)                      via, 6.

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lore di sorta, per seguire quelle del nostro divin Maestro. Ma specialmente le anime religiose debbono su tali massime sante fondare e innalzare tutta la loro perfezione, fissandole saldamente nel cuore per non lasciarvi mai entrare massime contrarie, secondo l´esempio di tanti Santi e Sante, i quali mostrarono di Viver caro più il pianto che la gioia, più la tribolazione che la prosperità, piùt la povertà che le ricchezze (1).

. Il dono dell´intelletto ci fa penetrare, dicevo, i misteri della fede e in fondo ad essi trovare le norme della perfezione interiore. Ma bada che questo si ottiene mediante la meditazione e l´orazione e 12011 per via di curiosità, speculazione e studio alla maniera dei teologi. Quindi una semplice donnicciuola sarà capace di rillSeire meglio dei più grandi dottori che abbiano minor pietà. Questa donniccluola arriverà, per esempio, in un attimo a leggere sulla Croce del Salvatore e finaneo nel cuore di Dio la massima di perfezione: Beati i poveri in spirito; nei mistero dell´Incarnazione essa scorge la massima medesima e insieme quella dell´umiltà e dell´abiezione. Ecco dunque evidenti gli effetti Ìdi questo dono dello Spirito Santo (2).

(1)    S. R. ixx (1. x; pp. 427-E).

(2)    S. R. xxxli (t. ix, p. 321).

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7, La sapienza.

Dopo averci dato il dono dell´intelletto, lo Spij rito Santo ci dà quello della sapienza, che colma l´anima d´ogni bene. Molti sapienti sono. stolti; (1) ma la sapienza è una scienza che ci fa assaporare, ´ gustare e penetrare la bOntà della legge e la sublimità del Vangelo, 110A già per discorrerne o predicarne, ma per la pratica e, come l´ape, l´anima si posa sui fiori della legge, succhiandovi il miele della bontà di Dio. O Signore, quanto son dolci alle mie fauci le tue parole! dice il Salmista (2): sono più dolci clic non sia il miele alla mia bocca, quando le rumino nel cuore. Ben felice è l´anima giunta a questo grado; perchè ciò è segno che essa è piena dello Spirito Santo, e che lo Spirito Santo le ha comunicato i suoi doni.

Piaccia dunque alla Maestà divina darci il dono del timore, perchè serviamo Dio finalmente; il dono della pietà, perchè lo riveriamo qual Padre tenerissimo; il dono della scienza, perchè conosciamo il bene da fare e il male da fuggire; il dono della fortezza; perchè superiamo coraggiosi tutte le difficoltà che s´incontrano nella pratica delle virtù; il dono del consiglio, perchè discerniamo e scegliamo

(1)    Cfr. Rum., i, 22.

(2)        Ps. cxvm, 103.

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i mezzi atti a peifezionarci; il dono dell´intelletto, perchè intendiamo la bellezza e l´utilità dei misteri della fede e delle massime evangeliche; e finalmente il dono della. sapienza, per gustare quanto sia amabile Iddio .e per assaporare e sperimentare la dol- cezza della sua incomprensibile bontà. Noi fortunati, se riceveremo questi doni preziosi! Ci condurranno senza dubbio al sommo di quella scala mistica, dove saremo accolti dal nostro divin Salvatore, che a braccia aperte ivi ci attende per metterci a parte della sua gloria e felicità (1).

Parte seconda. — Amore da prossimo.

§ 1. AMORE DI DIO E AMORE DEL PROSSIMO.

La parola di Gesù.

L´amore del prossimo ci fu predicato, raecobaandato e insegnato dal Signore sia con l´esempio che con la parola, ma in modo così straordinariamente energico e in termini così inauditi, -da sembrare che per meglio inculcarci amore scambievole che voleva regnasse fra noi, abbia dimenticato l´amore da noi dovuto a lui e al suo Padre celeste; egli ha

(1) S. R. Lxx (t. pp. 429, 430).

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perfino chiamato suo comandamento il comandamento dell´amor del prossimo, quasi che questo sia il suo comandamento prediletto. Venuto nel mondo per farci da Miiestro divino, nessun´altra cosa c´inculca tanto nè con sì calde espressioni come osservanza del comandamento di amare il nostro prossimo. E non senza motivo; infatti il suo prediletto discepolo, il grande apostolo san Giovanni, assicura (1) che chiunque dice di amar Pio e non ama il prossimo, è bugiardo; viceversa si deve asserire che chiunque dice di amare il prossimo e non ama Dio, va contro la verità, essendo questo impossibile. Amar Dio senz´amare il prossimo, creato a immagine e somiglianza di Dio, non è cosa fattibile (2).

Come dall´amor di Dio procede l´amore del prossimo, così, al dire di san Paolo (3), col crescere del-l´ amor di Dio va crescendo anche l´amore del prossimo. Dunque se si vuoi mostrare di amar molto Iddio e si desidera di essere creduti ciò affermando, bisogna amar molto i fratelli, servirli, aiutarli nelle loro necessità (4).

(1)   I JOAN., IV, 20, 21.

(2)   S. R. Lix (t, x, pp. 266).

(3)   Cfr. Rom., xiii, 8; Gal., v, 14; Eph. , V, 1, 2.

(4)   S. R. xt.vri (t. x, p 65).

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La nostra unione fraterna dev´ essere tale, che, se il Signore in persona 110d ce l´avesse spiegata, nessuno avrebbe avuto l´ardire di farlo nei termini da lui usati. Padre, disse nell´ultima cena, dopoché ebbe dato quella prova stupenda del suo amore per gli uomini, che è l´istituzione della santissima Eucaristia, amatissimo Padre, ti supplico che, coltro i quali hai a me affidati, siano una cosa sola, come una cosa sola siamo tu e io, o Padre (1). Ed a mostrare com´ egli parlasse non solo per gli apostoli, ma anche per tutti noi, aveva detto prima (2): Io non prego solamente per questi, ma anche per tutti quelli che per la loro parola crederanno in me. Chi avrebbe osato, ripeto, fare un simile confronto, chiedendo che noi fossimo uniti insieme come sono uniti fra loro il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo´?

Tale confronto sembrerebbe affatto fuor di luogo; poichè l´unione delle tre Persone divine è incomprensibile, nè alcuno, chiunque si fosse, potrebbe figurarsi un´unione -così semplice e una così ineffabilmente semplice unità. Perciò non prendiamo la cosa nel senso, che sia possibile arrivare allo stesso grado, ma contentiamoci di accostarvici il più possibile, secondo la capacità nostra. Il

(1) TO AN., xvu, II, 12, 2], 22. (2)-(bid, 20.

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Signore dunque non c´invita ad eguagliare tale unione, ma sóltanto a riprodurne la qualità; egli vuole cioè che noi ci amiamo e stiamo uniti insieme nel modo più semplice e perfetto possibile.

,       La parola dell´Apostolo.

Anche san Paolo ci raccomanda amore del prossimo con• parole mirabili, scrivendo a quei di Efeso (1): Miei cari, camminate nella via della mutua dilexione, come figliuoli diletti di Dio; sì, camminate per questa via, come vi ha camminato Gesù Cristo, che ha dato per noi la vita, offrendosi a Dio Padre in olocausto e in ostia di soave odore. Oh, parole care e degne di essere ben ponderate! Parole auree, con cui questo gran Santo ci fa intendere qual debba essere il nostro amore vicendevole. Sembra quasi volerci spiegare il senso delle parole dette dal Salvatore, allorchè pregava il suo Padre celeste Che noi formassimo tutti insieme una sola cosa, come una sola cosa sono egli e iI Padre. Il Signore era stato ,piuttosto breve nell´insegnarci verbalmente come desiderava che noi praticassimo questa santa e sacratissima unione; ed ecco che il

(1) Ibid., Yam, 34; xv, 12.

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suo glorioso Apostolo vi si diffonde maggiormente, esortandoci a camminare nella via della (Mozione, coane figliuoli diletti di Dio. Quasi volesse dire: Come Dio, nostro Padre sommamente buono, ci ha sì teneramente :amati da adottarci per figli, così voi mostrate di essergli figli davvero, amandovi te-- neramente l´un l´altro con somma bontà di cuore.

Ma affinchè non camminiamo con passo da fanciulli per questa via della dilezione tanto raccomandataci da Dio nostro Padre, san Paolo aggiunge: Camminate come ha camminato Gesù Cristo, che ha dato per noi la vita. Nel che egli ci fa intendere che dobbiamo camminare con passo non da fanciulli, ma da giganti. Amatevi gli uni gli altri, come Gesù Cristo ha amato hoi (l), non già per alcun merito che fosse in noi, ma perciò creati a sua immagine e somiglianza. Quest´immagine e somiglianza si onori e si ami in tutti gli uomini, e non altre loro Qualità personali; di ciò che viene da noi, niente merita di essere in noi amato, perchè quello non solo non abbellisce la somiglianza divina, ma la deturpa, l´imbratta e insozza, sì da renderci pressochè irriconoscibili. Ecco ciò che non bisogna affatto amare nel prossimo, giacche Dio non lo vuole.

(1) Eph., v. 1, 2.

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·               

·  Inseparabilità dei - due ,precetti.

Perchè dunque il Signore ha voluto che ci amassimo tanto fra noi? e perchè ci ha inculcato con tanta insistenza questo precetto, rassomigliandolo al comandamento dell´amore di• Dio? Fa molto meraviglia il dire che questi due comandamenti´ sono simili, dacchè uno si riferisce all´amore di Dio e l´altro all´amore della. creatura: Dio infinito e la creatura finita, Dio bontà per essenza e fonte d´ogni bene, e l´Uomo pieno di malizia e sorgente di tanti mali; tant´è vero che il comandamento dell´amore del prossimo include anche l´amore dei nemici. Quale sproporzione fra gli oggetti di queSti due amori´ eppure i rispettivi comandamenti sono simili, tanto che non può uno sussistere senza l´altro e necessariamente uno di essi perde o acquista col scemare o crescere dell´altro, secondochè si esprime san Giovanni (1).

Una volta Mare´Antonio comperò due giovinetti così perfettamente simili, che gli si fecero credere gemelli: e sembrava proprio impossibile che fosse altrimenti, poichè, quando se ne vedeva uno senza dell´altro, non si riusciva a giudicare qual fosse dei due. Per questa singolarità piacquero tanto ad Antonio,

(1) jOAN., in, 30.

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che 1i pago profumatamente. Se non che, fattiseli condurre in casa, trovò´ che parlavano due lingue differentisSime; venivano infatti, come narra Plinio (1), uno dalla Gallia e l´altro dall´Asia, due località distanti quanto mai. Antonio, saputo che non solo non erano gemelli, ma che non venivano nemmeno dallo stesso paese, nè eran nati sotto un medesimo sovrano, montò in collera e, fieramente s´indispettì contro chi glie li aveva venduti. Ma avendogli un. furbacchiotto fatto osservare che la rassomiglianza dei due schiavi era tanto più sorprendente, data la loro provenienza da regioni così disparate e Ia nessuna relazione esistente fra entrambi, si calmò e li tenne poi sempre così cari, che avrebbe preferito perdere tutt´i suoi beni anzichè i due giovani, appunto per quella rara somiglianza.

Che voglio dire con .questo? Che i due comandamenti dell´albore di Dio e del prossimo-si rassomigliano come i due adolescenti, di cui parla Plinio, benchè provengano da due punti fra loro distantissimi; quale distanza invero fra il finito e

pito, fra l´amor divino che ha per oggetto Dio immortale, e l´amor del prossimo che si riferisce all´uomo mortale, fra l´uno che riguarda il Cielo e l´altro che riguarda la terra! Tanto più sorpren‑

(.1) Hist. nat., vii, 12.

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dente perciò è questa divina rassomiglianza. Dunque facciamo anche noi come Antonio: acquistia. mo i due amori come gemelli usciti entrambi e nel medesimo istante dalle viscere della misericordia

del nostro buon Dio; infatti nel punto stesso di creare Puomo a sua immagine e somiglianza, iI Creatore gli ordinò di amare Dio e il prossimo.

La legge di natura ha sempre messo nel cuore di tutti gli uomini questi due precetti, sicchè, quali-d´anche Dio non ne avesse parlato, avrebbero tutti nondimeno saputo di essere obbligati a far così. Lo vediamo nella circostanza, in cui il Signore giudicò pessima la risposta dello sciagurato Caino, quando, richiesto del fratello Abele, ebbe l´ardimento di dire che egli non aveva obbligo di fargli da custode (1). Sessuno può scusarsi dicendo di non sapere che bisogna amare il prossimo come noi stessi, perché Dio ci ha scolpito questa verità nell´intimo del cuore col crearci tutti fra noi somiglianti; che portando tutti l´immagine del Creatore, noi siamo per conseguenza immagini l´un dell´altro, come quelli che riproduciamo lo stesso modello divino.

(i) Gen., IN, 9.

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l

§ 2. IL COMANDAMENTO NUOVO:

Nuovo, perehè rinnovellato dal Signore.

Ciò posto, vediamo i termini usati dal Signore per raccomandarci l´amor del prossimo. Un nuovo comandamento, dice parlando agli Apostoli (1), io do a voi, che vi amiate gli uni gli altri. Anzitutto, perchè chiamare nuovo questo comandamento, mentr´era stato dato già nella Legge mosaica (2), nè evasi ignorato, come dicevamo, nella legge di natura, anzi taluno l´aveva riconosciuto e osservato fin dalla creazione dell´uomo? Il nostro divin Maestro chiama nuovo questo comandamento, perchè egli intendeva di rinnovellarlo; e come quando si inette, in quantità notevole, vino nuovo dentro una botte che ne contiene ancora un poco di vecchio, non si dice che la botte contiene vino vecchio, ma nuovo, essendo la quantità di questo immensamente superiore a quella dell´altro, così il Signore chiama nuovo questo comandamento, perché, sebbene già dato prima, era stato però osservato da un Piccolissimo numero di persone; siccnè egli poteva chiamarlo nuovo affatto, volendolo talmente rinnovellato, che tutti si amassero gli uni gli altri..

(1)       joAN., xin, 34,

(2)    Levit., xix, 18.

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Così facevano i primi Cristiani, che avevano tutti un cuor solo e qhn´anima, sola (1), mantenendosi fra loro sì strettamente uniti, che non davano mai indizio di divisioni; la qual concordia arrecava loro vivissima contentezza. Come da molti grani di frumento macinati e impastati si fa un pane solo, il quale risulta composto di tutti quei grani prima separati ed ora inseparabili a segno che non si possono più scorgere nè ravvisare distintamente, così quei Cristiani si portavano un amore tanto vivo, che volontà e cuori erano tutti come santamente fusi e mescolati insieme_ Nè questa santa fusione e divina mescolanza cagionava alcun dissesto,. non essendo ivi possibile divisione o scissura; laonde il pane impastato di tanti cuori tornava graditissimo al palato del Signore.

Parimente, come vediamo che di molte uve pigiate insieme si fa un sol vino, senza che si possa più distinguere quale sia il vino uscito da un dato acino o da un dato grappolo, ma si ha tutto un miscuglio, dove un sol vino è il risultato di tanti acini e grappoli uniti, così i primi Cristiani, fra cui regnava la santa carità e dilezione, formavano quasi un vino solo, composto di molti cuori, quasi di molte uve. Ma quello che crea-va fra loro un´unione sì

(1) Act., iv, .32.

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stretta altro non era se. non la Santissima Comunione (1), venuta a cessare la quale o ricevendosi di rado, cominciò del pari a raffreddarsi fra i Cristiani la carità fino a perdere gran parte della forza e soavità sua.

Il comandamento dell´amore del prossimo è dunque nuovo, perché il Signore l´ha rinnovellato, facendolo osservare meglio di prima. È nuovo altresì, perchè in certo qual modo il Signore l´ha risuscitato, come si può ben chiamare uomo nuovo chi è risorto da morte. Questo comandamento giaceva così negletto nel mondo da sembrare che non fosse mai esistito, tanto pochi erano quelli che se ne ricordavano ovvero l´osservavano. II Signore dunque lo ridà al mondo e vuole che qual cosa novella, quale comandamento nuovo venga praticato con fedeltà e fervore.

Nuovo, per gli obblighi nuovi.

Nuovo è ancora a motivo degli obblighi nuovi che noi abbiamo di osservarlo. E quali sono i nuovi obblighi apportati da Gesù Cristo nel mondo, per farei docili all´osservanza di questo divino precetto? Obblighi ben grandi, nel fatto che egli in persona

(1) Art., n, 42; / Con, x, 17.

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è venuto a darci tale insegnamento non solo con parole, ma molto´ più con l´esempio; poieln.è questo Maestro divino e amabilissimo non ha voluto insegnarci a dipingere prima d´aver dipinto egli stesso sotto i nostri occhi; non ci ha dato cioè nessun precetto senz´averlo osservato prima di darcelo. Così, prima di rinnovellare il comandamento dell´amor del prossimo, ci ha amati, mostrandoci col proprio esempio in qual maniera lo dovessimo praticare noi, e prevenendo con ciò qualsiasi nostra scusa d´impossibilità. Ecco infatti che prima ha dato se stesso -nel santissimo´ Sacramento, e poi ha detto: Amatevi gli uni gli altri, com´io ho amato voi (1). Gli uomini dell´antica Legge, se non hanno amato il prossimo, sono dannati, perchè o la legge di natura o la legge di Mosè ve li obbligava; mai Cristiani che dopo l´esempio lasciatoci da nostro Signore non si amino a vicenda nè osservino il precetto divino della mutua ´carità, incorreranno in una dannazione di gran lunga peggiore.

Gli uomini d´una volta, vissuti cioè avanti la gloriosa InCarnazione del nostro caro Salvatore e Maestro, sono un po´ scusabili; poichè, sebbene si sapesse fin d´allora che il Signore, unendo la nostra natura umana alla .natura divina, sarebbe venuto

(1) JoAN, xv, 12.  .

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a. restaurare con la sua Passione e Morte l´immagine

e  somiglianza di Dio impressa in. noi, soltanto alcuni dei più grandi, come i Patriarchi e i Profeti, ne avevano consapevolezza, mentre gli altri l´ignoravano quasi tutti. Ora invece che lo sappiamo non venturo, ma venuto, e conosciamo la maniera novissima, con cui ci ha raccomandato la santa dilezione scambievole, che castigo sarà il nostro, se non ameremo il prossimo?

Quale meraviglia dunque, se il Dilettò delle anime nostre vuole che ci amiamo come ha amato noi, dopochè ci ha sì perfettamente reintegrati nella no- • stra somiglianza con lui da far sembrare che ogni differenza sia scomparsa.? Non v´ha dubbio che Pim,- magine di Dio in noi prima dell´Incarnazione del Salvatore fosse ben lontana dalla vera, somiglianza di quel modello, di cui- eravamo la riproduzione; qual proporzione infatti esiste fra Dio e la creatura? Le tinte del ritratto apparivano assai assai smorte

e  sbiadite, vi restavano semplicemente poche pennellate ed esigui lineamenti, come si vede in ritratto

o quadro appena abbozzato, dove, non essendovi ancora stesi i colori, si scorge imperfettissima e insignificante la fisonomia del rappresentato. Ma il Signore, venendo nel mondo, ha innalzato tant´alto la nostra natura al disopra di tutti gli Angeli, dei Cherubini e di tutto ciò che non è Dio, ci ha resi

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talmente simili a sè, che possiamo dire con verità di rassomigliare perfettaMente a Dio, il quale, facendosi uomo, ha preso la nostra somiglianza e ci ha dato la sua. Oh, come dobbiamo dunque sentirci animati a vivere in modo conforme all´essere nostro, imitando con la massima perfezione Colui che è venuto per insegnarci la maniera di conservare in noi questa divina somiglianza, da lui per intero così bellamente restaurata!

§ 3. COME AMARE IL PROSSIMO.

Vicendevoli dimostrazioni d´affetto.

´Ora, dimmi tu, qual non dev´essere questo scambievole amore cordiale, dopochè il Signore tutti del pari ci ha rifatti simili a sè, non escludendo neppur uno? Ricordiamoci però sempre che nel prossimo non bisogna amare quello che sia contrario alla rassomiglianza divina o che offuschi quest´immagine santa; ma, eccezion fatta di ciò, non dovremmo nói amare teneramente chi ci rappresenta sì al vivo la sacra persona del nostro Maestro? Non è questo un • motivo dei più stringenti per amarci a vicenda di ardentissimo amore? Alla vista del nostro prossimo non dovremmo fare come il buon Raguele alla. vista

01

 

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di Tobiolot Questi, reeatosi a Rages per ordine del padre, v´incontrò il buon Raguele, che, guardandolo: — Oh, esclamò a sua moglie, come questo giovine mi ritrae bene il nostro cugino Tobia! — E tosto gli chiese donde fosse, e se mai conoscesse Tobia; al che rispose l´Angelo, sua guida: — Tu parli qui con suo figlio; pensa un po´ se lo conosciamo! — Allora il buon Raguele, nel colmo della gioia, lo abbracciò e carezzandolo e. baciandolo con viva tenerezza: — Oh, mio caro, riprese, di quale buon padre tu sei figlio, e come rassomigli a quell´uomo veramente dabbene! — Poi lo fece entrare in casa e ve lo trattò magnificamente, conforme al‑

affetto che nutriva. per il cugino (1).

Non dovremmo dunque fare lo stesso anche noi, incontrandoci l´un l´altro? Oh, dovremmo dire :al nostro fratello, come rassomigli ad un uomo vera-Mente dabbene, poichè mi presenti l´immagine del mio Salvatore e Maestro! E nella certezza reciproca di scorgere l´un nell´altro la somiglia.nza del Creatore e di essere suoi figliuoli, che vicendevoli dimostrazioni d´affetto non dovremmo scambiarci! Meglio ancora, quali amorevoli accoglienze non dovremmo fare al prossimo onorando in lui la divina somiglianza e rinnovando ogni volta i dolci vincoli di

(1) Tob., vin, 1-9.

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carità (1), che ci tengono legati, stretti e congiunti insieme! Camminiamo dunque per la ´via della dilezione come figli carissimi di Dio, secondo la raccomandazione dell´Apostolo.

Sacrificarsi senza riserva.

Ma, prosegue egli, camminate come ha camminato Gesù Cristo, il quale ha dato la vita per noi e si è per noi offerto al Padre in olocausto e ostia di soave odore. Da questa parola si viene a conoscere, qual grado abbia da raggiungere il nostro amore e fino a qual perfezione debba salire: vita per vita bisogna che diamo a vicenda, tutto insomma quel che siamo e´tutto quel che abbiamo, fuorchè la salvezza dell´anima, che è l´unica eccezione voluta da Dio. Il Signore ha dato la vita per ognuno di noi, ha dato l´anima, ha dato il corpo, in una parola non si è riservato nulla; quindi vuole che noi non ci riserviamo cosa alcuna fuorehè la salvezza eterna (2).

Il nostro divin Maestro ha sacrificato per noi la vita, non solo ím.piegandola a guarire malati, a fare

(1) Co/oss., in, 14.

(2) 1 JoAN., m, 16.

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miracoli, ad insegnarci il modo di salvare l´aninia e di piacere a Lui; ma anche fabbricandosi la croce durante tutto il tempo di essa col soffrire tante e tante persecuzioni da coloro medesimi, a cui faceva tanto bene e per cui si sacrificava. Facciamo anche noi così, dice il santo Apostolo; fabbrichiamo cioè la nostra croce, soffrendo gli uni dagli altri nel modo insegnatoci dal Salvatore, e diamo la vita per coloro_ stessi che ce la vorrebbero togliere, com´egli fece con tanto amore; impieghiamola a vantaggio del prossimo non solo in cose piacevoli, ma anche nelle più amare e contrarie al nostro gusto, come nel sopportare amorosamente le persecuzioni che potrebbero in qualche modo rattiepidire il nostro amore fraterno.

Tanti dicono: — Io amo grandemente il mio prossimo, e vorrei fare qualche cosa per lui. — Va bene, dice san Bernardo (1), ma non basta, bisogna andare più in là. — Amo tanto il mio prossimo, che ben volentieri metterei a sua disposizione tutti

i miei beni. — P già qualche cosa di più e di meglio, ma non basta ancora. — Lo amo tanto, che di buon grado m´acloprerei con la mia persona stessa in tutto ciò che desiderasse da me. — Ecco un ottimo segno d´amore; ma bisogna ancora procedere

(Il De Consid., zv, 11_

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oltre, perchè in questo amore vi è un grado più alto, come c´insegna san Paolo, quando dice (1): Siate miei imitatori, com´io pur di Cristo. E altrove, rivolgendosi ai suoi carissimi figli, scrive (2): — Io sono disposto a dare la vita per mi ed a sacrificare me stesso senza riserva per mostrarvi, quanto . caramente e teneramente vi ami; sì, da voi o per voi sono disposto .a lasciar fare di me quello che si vorrà. — Nel che c´insegna che il sacrificarci anche fino a dare la vita per il prossimo non vale quanto il lasciare che dagli altri o per gli altri si disponga di noi a loro piacimento.

Questa dottrina egli aveva appresa dal nostro dolce Salvatore, il quale dopo essersi adoperato personalmente alla nostra salvezza e redenzione, per compiere poi l´opera redentrice e acquistarci la vita eterna lasciò che altri disponessero di lui, permettendo che lo inchiodassero sulla croce queglino stessi, per i quali moriva. Aveva fatto da sè per tutta la vita, ma in morte lasciò che lo maneggiassero e facessero di lui a lor talento non gli amici, ma i nemici, i quali gli davano la morte con una rabbia fuor (fogni limite malvagia. Tuttavia non oppose resistenza nè scusa per impedire di essere

(1)   I Cor., zr, 1.

(2) II Cor-, xii, 14, 15, 19.

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trascinato e sballottato nel modo che la crudeltà suggeriva a quei disgraziati, perchè guardava in ciò alla volontà del suo Padre celeste, la quale era

morisse per gli uomini, volontà a cui sottomettevasi con amore stragrande e da adorarsi più, che non da immaginarsi o da comprendersi.

A questo sommo grado di perfezione, a questo. grado di amor del prossimo sono chiamati e debbono tendere con tutte le forze i religiosi e le religiose, e quei che si sono consacrati al servizio di Dio. Si adoperino essi a beneficare e a consolare il prossimo, ma si lascino anche adoperare a suo vantaggio dalla santissima obbedienza nel modo che si vorrà, senza mai resistervi. Chi vi si adopera da sè, facendo per volontaria sua scelta od elezione, appaga sempre grandemente amor proprio; ma chi si lascia adoperare secondo il volere altrui e non secondo il voler suo, cioè all´infuori di ogni sua preferenza, tocca il colmo dell´annegazione insegnataci morendo dal nostro Signore e Maestro. Uno vorrebbe predicare, e lo mandano ad assistere gl´infermi; un altre vorrebbe pregare per il prassisimo, e lo mandano a servirlo. Vale sempre hICOMparabilmente più quel che ci fanno fare ( purchè, ben inteso, non sia contrario alla volontà di Dio ne l´offenda), che non quel che facciamo o ci scegliamo da per noi.

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Amarci come ci ha amati il Signore.

Amatevi dunque gli uni gli altri, dice san Paolo, come il Signore ci ha amati. Egli si è offerto in olocausto, e ciò fu quandò dalla croce versò sulla terra fino all´ultima goccia tutto il suo sangue, quasi per formare un sacro cemento (1), con cui congiungere e saldare insieme le pietre della sua Chiesa, che sono i fedeli, affinchè stessero talmente uniti, che fra loro non sorgesse mai ombra di divisione, tant´era la sua sollecitudine per impedire che le discordie ne cagionassero la rovina eterna (2). Che motivo stringente per indurci ad, amare questo comandamento e ad osservarlo con esattezza non è mai il pensiero che siamo stati ditti egualmente irrorati da quel sangue prezioso, quasi mastice sacro che deve unire saldamente fra loro i nostri cuori! Oh, guanto è grande la bontà dei nostro Dio/ ´(3).

Il Signore è stato pure offerto o si è offerto a Dio Padre come ostia di soave odore. Che divina fragranza non effuse egli davanti alla Maestà di Dio, quando istituì il santissimo Sacramento dell´altare, in cui ci diede una prova così ammirabile del suo

(1)   Coloss., r, 20.

(2)   Luc., xa, 14-28.

(3)   Ps. LXXIB, 1.

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grande amore! Si levò un profumo insolito da quell´atto d´incomprensibile perfezione, col quale si diede a noi che eravamo suoi nemici e la causa della sua morte, e allora fu che ci porse il mezzo, con cui potessimo attuare il suo desiderio di vederci formare una cosa sola con Iui, come sono una cosa sola egli ed il Padre.

Ciò egli aveva domandato dinteso di domandare al suo Padre celeste, e con quel mezzo ce ne procurò in pari tempo la possibilità. Oh bontà incomparabile, quanto sei da amare e da adorare!

Fin dove si è abbassata per ciascuno di noi la grandezza di Dio, e fin dove ci vuole innalzare? Fino a unirci così strettamente a sè, da renderci una cosa solp con • lui! Ecco qui l´intenzione del Signore: insegnarci che come noi siamo stati tutti amati con quel medesimo amore, con cui ci abbraccia nel santissimo Sacramento, così fra noi dobbiamo amarci con un amore che medesimamente tenda all´unione, ma ad una unione fra le ,più grandi e più perfette che si possa esprimere. Noi veniamo tutti nutriti d´un medesimo pane (1), che è il pane • celeste della divina Eucaristia, la cui manducazione, chiamandosi comunione; ci rappresenta la comune unione, che dobbiamo avere fra di noi, unio‑

.

(1) I Cor., x, 17.

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ne senza della quale non meriteremo il nome di figli. di Dio, perchè non gli saremo´ obbedienti.

Esortazione all´amor del prossimo.

I figli che hanno un padre buono, debbono imitarlo ed eseguirne gli ordini in tutto. Ora, noi abbiamo un Padre migliore d´ogni altro e autore d´ ogni bontà (I); i cui comandamenti non possono non essere perfettissimi e salutari; ond´è che dobbiamo imitarlo il più perfettamente possibile e obbedire del pari a´ suoi ordini divini. Ma fra tutt´i suoi precetti non ve n´ha uno che egli abbia inculcato tanto e della cui piena osservanza abbia mostrato tanto desiderio, come ha fatto per il precetto dell´Amore del prossimo: non già che quello dell´amore di Dio non gli vada innanzi, ma, polche a praticare il precetto dell´amore• del prossimo la natura ci aiuta meno che, non faccia per l´altro, bisognava che vi fossimo stimolati in Urtq, maniera più speciale.

Amiamoci dunque con la massima larghezza di cuore per piacere al nostro Padre celeste, ma amiamoci in modo conforme a ragione: sia cioè il nostro amore guidato dalla ragione, la quale ci dice di

(1) .Tac., i; 17.

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amare nel prossimo l´anima più del corpo; appresso, di amare anche il corpo, e poi per ordine tutto ciò che al prossimo appartiene, ogni cosa secondo il suo merito, e questo allo scopo di mantener -vivo il vicendevole amore.

Così facendo, potremo a buon diritto cantare il salmo Ecce quam bonum ,(1), la cui considerazione produceva tanta soavità nel grande sant´Agostino (2): Oh, quanto è buona e dolce cosa, che i fratelli vivano in santa unione, concordia e pace! essi sono eOlibe l´unguento prezioso che fu sparso sulla testa del gran sacerdote Aronne e che poi gli colava giù, per la barba e sopra le vesti. Il nostro divin Maestro è il sommo Sacerdote, su cui è stato sparso in modo incomparabile questo unguento prezioso e fragrante della santissima dilezione verso Dio e verso il prossimo; noi altri siamo suoi capelli e peli della sua barba. Ovvero possiamo considerare. gli Apostoli come la barba del Signore, nostro Capo, del quale noi siamo le membra (a), essendo queglino in certo senso attaccati alla sua faccia, perché ne videro gli esempi e le opere e direttamente dalla sua santa bocca ne ricevettero gl´insegnamenti.

(1)  Ps. cxxxii.

(2)  Enarr. irt ;lune ps.

(3)  I Cor., un, 12, 27; Eph., iv, 15; Co/oss., i, 18.

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Noi altri non abbiamo avuto quest´ onore, ma, quel che sappiamo, l´abbiamo appreso dagli Apostoli, sicchè siamo quaSi le vesti del nostro sommo Sacerdote il Salvatore, sulle quali pure viene colando l´unguento prezioso della santissima dilezione, tanto da´ lui comandata e raccomandata. Così il suo santo Apostolo ci ha più espressamente, indicato, che in questa pratica tanto necessaria noi pensiamo a imitare non gli Apostoli ne i Cherubini, ma il Signore stesso, il quale ce l´ha insegnata più con opere che con parole, massime quando stava, inchiodato sulla croce.

E ai piedi della sua Croce dovremmo stare noi di continuo, come in luogo di ordinaria dimora per gl´imitatori dei nostro sommo Maestro e Salvatore; di lì infatti si riceve il liquore celeste della santa dilezione; che sgorga copioso, quasi da divina sorgente, dalle viscere della misericordia del nostro buon Dio, il quale ci ha amati d´un amore sì forte, sì saldo, sì ardente e sì perseverante, che neppur la morte l´ha potuto intiepidire, anzi l´ha infinitamente rinvigorito e ingigantito. Le- acque delle più amare afflizioni non valsero a smorzar il fuoco della sua dilezione per noi (1), tanto era questa ardente, e le crudeli persecuzioni de´ suoi nemici non eb‑

(1) Cani., vili, 6, 7.

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21. - E. CERTA, La vita religiosa ecc.

 

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bero tanta forza da vincerela straordinaria saldezza e resistenza dell´amore, con cui ci ha amati. Tale sia il nostro amore del prossimo: forte, ardente, saldo e perseverante (1).

§ 4 CORDIALITÀ RELIGIOSA.      .

Sua origine e natura.

La cordialità è l´essenza della vera e schietta amicizia. Ora l´amicizia esiste soltanto fra persone ragionevoli, le quali per mezzo della ragione promuovono e alimentano i loro rapporti; altrimenti non vi è amicizia, ma semplice amore. COSA le bestie hanno amore, ma non possono aver amicizia, perchè irragionevoli: si portano amore fra di loro a motivo di qualche relazione naturale, e portano amore all´uomo, come lo dimostrano l´esperienza quotidiana e •i fatti mirabili narrati da diversi autori. Ma questo non merita il nome di amicizia, perchè il rapporto di amicizia richiede che i due si amino avi cenda e che l´amicizia venga contratta per via di ragione. Ond´è che la maggior parte delle amicizie umane, non avendo fine buono e non essendo re‑

(1) S. R. 7..tx (t. x, pp. 266-280).

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gelate dalla ragione, non si debbono punto chiama: re amicizie.

Ma l´intervento della ragione non bakta: fra co: loro che contraggono amicizia ci vuole pure -una certa colleganza o di vocazione o di scopo o di condizione, secondoché l´esperienza chiaramente c´insegna; non è vero infatti che l´amicizia più reale e più forte

è quella -che esiste tra fratelli? Noia si dice amicizia          •
l´amore dei padri ai figli, nè quello dei figli ai padri, perché vi manca l´omogeneità, di cui parliamo, correndo ivi gran differenza fra l´amore dei padri sostenuto e pieno d´autorità, e quello dei figli rispettoso e sottomessò; ma tra fratelli per la somiglianza della condizione la corrispondenza dell´amore genera un´amicizia ferma, forte e salda. Ecco perchè nella Chiesa primitiva gli antichi Cristiani si chiamavano fratelli; poi, raffreddatosi il fervore nella generalità, dei Cristani, furono istituite le Religioni, in cui è disposto- che i membri si chiamino tutti fratelli e sorelle per contrassegno della schiettamente e realmente cordiale amicizia che si portano o si debbono portare. Le amicizie chèq mondani stringono fra loro o per interessi particolari o per frivoli motivi, sono amicizie facili a sciogliersi e dileguarsi; ma l´amicizia tra fratelli è tutt´altra cosa, perché senz´artificio e quindi assai commendevole. Ecco dunque perchè si chiamano fratelli i religiosi: essi

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hanno un amore, a cui s´addice il nome non di amicizia comune, ma di amicizia cordiale, di ius´ amiciza fondata nel cuore.

L´amore ha sede nel cuore, nè si può amar troppo il prossimo e oltrepassare in quest´ amore i limiti della ragione, se esso alberga nel cuore; ma riguardo alle testimonianze esterne, può esservi difetto o eccesso, violandosi le leggi dalla ragione imposte, 11 glorioso san Bernardo dice (1) che la misura dell´amar Dio è amarlo senza misura e che nel nostro amore non devono esserci limiti, ma che bisogna lasciargli spiegare liberamente i rami. Ciò che è detto di Dio; devesi intendere anche dell´amore del prossimo, a condizione tuttavia che l´amore di Dio stia sempre in alto e tenga il primo posto; ma dopo Dio, il religioso ama i suoi fratelli con tutta l´ampiezza del cuore, non contentandosi di amarli come se stesso, conformemente all´obbligo impostoci d´ai comandamenti di Dio, sibbene amandoli più di se. stesso, in ossequio alle norme della perfezione evangelica, che così vogliono. Il Signore medesimo l´ha detto (2):´ Amatevi gli uni gli altri, com´io ho amato

Parole assai notevoli, « Amatevi com´io ho amato voi »; perchè significano « più di voi ». Come infatti

(1) De diligend. Deo, initio. SOAN., X1.11, 34; xv, 12.

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ii Signore ci ha preferiti sempre a se stesso, e ancora lo fa, ogni volta che lo riceviamo nel santissimo Sacramento, dandosi a noi in cibo, così pure vuole che noi scambievolmente portiamo tale un amore da anteporre sempre il prossimo a noi stessi. Perciò, allo stesso modo che egli ha fatto tuttó quanto poteva per noi, fuorchè dannarsi (cosa che .non poteva nè doveva fare, non essendo soggetto a• peccare, nel che solamente sta la causa della dannazione), così egli ;vuole, e la legge della perfezione richiede, che noi facciamo tutto il fattibile gli uni per gli altri, tranne dannarci: all´infuori di questo, abbiano i religiosi un´amicizia talmente ferma, cordiale e salda, che non ricusino mai di fare o di soffrire qualunque cosa per il prossimo e per i fratelli.

Due doti della cordialità religiosa.

Due doti accompagnano quest´amore cordiale: affabilità e bel conversare. L´ affabilità effonde una certa qual aria di soavità nelle faccende relazioni serie che abbiamo fra di noi; il bel conversate ci rende graziosi e graditi nelle ricreazioni e nei rapporti meno selli col prossimo. Tutte le virtù poi hanno due vizi contrari, che ne sono gli estremi opposti; così l´affabilità sta di mezzo fra la sostenutezza o soverchia serietà ;e la soverchia mollezza

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in far moine e dir parole blande. Fra un eccesso e un difetto sta, dicevo, l´affabilità, carezzevole a seconda dei casi e insieme soavemente grave a seconda delle persone e degli affari. A tempo e luogo ci voglion dunque anche le carezze; invero non sarebbe conveniente star vicino a un malato con la gravità che si userebbe altrove, senza volergli usare più amorevolezze di quelle che gli si userebbero, se godesse perfetta salute. Ma noia bisognerebbe neppure esser prodighi di carezze e ad ogni piè sospinto proferire parole melate, quasi gettandole a piene mani sui primi che s´incontrano: come il mettere troppo zucchero sopra una vivanda la farebbe venire a nausea, perché troppo dolce e sgradevole, così le carezze troppo frequenti in generano disgusto e non ci si bada più, ben sapendosi che si fanno per abitudine. Le vivande, in cui si gettasse a manate il sale, avrebbero cattivo sapore per l´acredine; ma quelle salate o inzuccherate con misura riescono gustose: parimente le carezze moderate e discrete piacciono e giovano a chi le riceve.

Il bel conversare fa che si contribuisca alla santa e moderata allegria e a quel piacevole confabulare che dà sollievo o ricreamento al prossimo; impedisce quindi che lo si infastidisca con un contegno accigliato e malinconioso e che si ricusi di

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prender parte alle comuni ricreazioni nel tempo a ciò destinato. Qui, cogliere sempre nel segno rie. !see assai difficile. Vero è che noi dobbiamo bensì prendere tutti di mira il centro della virtù, desiderandola ardentemente; tuttavia non perdiamoci di coraggio, quando non arriviamo dritto al punto essenziale della virtù, nè stupiamoci di questo, purché andiamo a colpire dentro il bersaglio, cioè il ipiù vicino che sarà possibile al centro: nemmeno. i !Santi vi sono riusciti in tutte le virtù, ma soltanto il Signore e la Madonna.

Quanta differenza, per esempio, fra lo spirito di sant´Agostino e lo spirito di san Girolamo! Si tede dai loro scritti: nessuno più dolce di santlAgoistino, i cui libri sono la quintessenza della dolcezza "e soavità; invece san Girolamo era austerissimo, e, per fartene un´idea, vedi le sue lettere, dove si mostra quasi sempre sdegnato. Eppure entrambi erano molto virtuosi; ma l´uno aveva maggior dolicezza e l´altro maggiore austerità .di vita, e tutt´e due, benchè non egualmente nè dolci nè

furono grandi Santi.

Non ci dobbiamo dunque meravigliare di non essere anche noi dolci e soavi, pnrchè amiamo cordial, ffiente il prossimo in tuttal´ estensione deltermine, nel nodo che l´ha amato il Signore: cioè più •di ´noi stessi, anteponendolo sempre a noi in tutto, secon‑

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do l´ordine della santa carità nè ricusandogli mai nulla che possiamo fare per suo vantaggio, eccetto • che -di dannarci. Cerchiamo dunque di dargli tutte le possibili testimonianze esterne del nostre affetto secondo ragione: ridere con chi ride, pian• Bere con chi piange (1).

Le familiarità troppo spinte,

Se non che, le persone religiose dimostrino di amarsi senza usare fra di loro tratti di sconvene• vole familiarità. Nulla di men che santo apparisca nella familiarità loro e nelle loro testimonianze d´amicizia, secondo l´ammonimento di san Paolo (2): Salutatevi col bacio santo. I Cristiani costumavano baciarsi, incontrandosi; anche il Signore usava con gli Apostoli questa forma di saluto, e lo vediamo nel tradimento di Giuda. I santi religiosi d´una volta, quando s´incontravano, dicevano: Deo gratias, in segno della gran contentezza che provavano vedendosi, quasi dicessero o volessero dire: Bendo grazie a Dio, caro fratello, per questa consolazione che la tua vista mi procura. — Nello stes‑

(1)   Rom., xit, 15.

(2)   Rom., XVI, 16. Cfr. I Cor., 16, 211´; // Can, 13, 12.

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so modo le persone religiose si manifestino il vicendevole affetto e il piacere di trovarsi insieme; ma 11a santità accompagni sempre le loro affettuose dimostrazioni, sicchè Dio, non che offeso, ne rimanga glorificato e lodato. Il medesimo san Paolo, che c´insegna a manifestare santamente i nostri affetti, c´insegna pure a farlo con garbatezza, dandocene l´esempio. Salutate, dice (1), ibtale che sa bene,

com´io lo ami di cuore, e il tal altro, che deve star sicuro di essere amato da me qual fratello, e in particolar modo sua madre, la quale sa di essere anche la mia (2).

Nel cuore umano, se non si sta attenti, sopra gli affetti più puri e sinceri, suole prodursi della forfora e della ruggine. Non vediamo noi come le viti che danno il miglior vino, gettano più facilmente frondesità superflue, sicchè han bisogno maggiore di venire spampinate e potate´? Così è dell´amicizia, anche spirituale; ma con questo di particolare che la mano del -vignaluolo intento a rimandarla, dev´essere più delicata, perehè i rimessiticci vi sono tanto sottili ed esili, che sulle prime sfuggono allo sguardo di chi nona abbia occhi ben tersi e aperti. Non è dunque da stupire, se spesso vi si prende abbaglio.

(1.) Rom., xvt, 5-13.

(2) E. Iv (t. vi, pp. 54-62).

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Oh, quanto raramente avviene di vedere fuochi senza fumo! Soltanto l´amore celeste non ne ha, fino a che rimane puro; ma appena comincia a tollerare mischianze, comincia anche a mandar funio d´inquietudini, di sconcerti e di sregolati movimenti interni (1).

La stessa misura con tutti.

Sarà lecito mostrare maggior affezione a un fratello perché viene stimato più virtuoso? Benché siamo tenuti ad amare maggiormente .i più virtuosi con l´amore di compiacenza, non dobbiamo però amarli ´maggiormente con quello di benevolenza, nè dar loro maggiori attestazioni d´amicizia: e ciò per due ragioni. La prima è che il Signore non l´ha fatto; anzi sembra che abbia mostrato più affezione agl´imperfetti che- ai perfetti, avendo dichiarato di non essere venuto per i giusti, ma per i peccatori (2). 17n affetto più speciale mostriamo a chi ha più bisogno dell´opera nostra; in tal modo daremo a vedere che amiamo per carità, meglio che non faremmo amando chi ci ´ arreca più soddisfazione che molestia. Nella qual cosa si proceda,

(1) L. eccxLvii (t. xm, p. 175).

(2) MATT., IIX, 13.

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secondochè esige l´utilità del prossimo. Ma fuori di questo caso procuriamo di amare tutti egualmente; poichè il Signore non ha detto: — Amate quei che sono più virtuosi, — ma indistintamente: Amatevi gli ,uni gli altri com´io ho amato voi, senza escludere nessuno, per imperfetto che sia.

seconda ragione per non dare maggiori dimostrazioni d´amicizia agli uni che agli altri e per non amare maggiormente chicchessia, è l´impossibilità nostra, di giudicare chi siano í più perfetti e virtuosi; poiché le apparenze ingannano e tante volte quei che sembrano migliori, non sono tali davanti a Dio, il solo che sia in grado di conoscerli. Può darsi che un fratello o una sorella, che tu vedrai inciampare con molta frequenza e Commettere numerose imperfezioni, abbia più virtù e dia maggior gusto a Dio che non chi possegga una dozzina di virtù o naturali o acquisite, ma provi minor difficoltà e fatica, e quindi abbia minor fortezza e umiltà• di chi vediamo • cadere in tanti mancamenti. San Pietro fu scelto a capo degli Apostoli, benché andasse soggetto a molte imperfezioni e ne commettesse anche dopo ave ricevuto lo Spirito Santo; ma perché nonostante i suoi difetti si faceva sempre coraggio nè ´si smarriva mai, il Signore lo elesse suo vicario, favorendolo più´ di tutti gli altri, sicché nessuno avrebbe,

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avuto ragione di dire eh´ ei non meritasse di venir preferito e innalzato al disopra di san Giovanni o degli altri Apostoli.

Nel nostro amore fraterno adoperiamo dunque la stessa misura con tutti. Tutti sappiano che li amiamo con la cordialità anzidetta, senza che vi sia bisogno di tante parole per dichiarare che li amiamo teneramente che ci sentiamo portati ad amarli in modo speciale, e cose simili; il provar inclinazione più per uno che per gli altri non ci fa avere un amore più perfetto verso di quello, ma forse più mutevole ad ogni minima occasione che si presenti. E se veramente abbiamo di queste simpatie personali, non fermiamoci a pensarvi e tanto più guardiamoci dal .palesarle alla persona; giacchè non si deve amare il prossimo nè per la simpatia nè perehè più. virtuoso o per la speranza che divenga tale, ma principalmente per essere questa la volontà di Dio.

In ogni caso la miglior testimoniaza di affetto al prossimo è fargli del bene il più che si possa, tanto per l´anima che per il corpo, pregando per lui e aiutandolo cordialmente in qualsiasi occasione; l´amicizia che finisce in belle parole, non è gran cosa e non ha nulla da fare con l´amore simile a quel‑

·                   lo portatoci dal Signore, il quale non. si tenne pago di, assicurarci che ci amava, ma volle andare più

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oltre, facendo tutto ciò che fece in prova del suo amore (1).

Sopportarsi a vicenda.

´ Uno dei punti principali di quest´amore è il sopportare le imperfezioni del prossimo; ce lo mostrò il Signore sulla croce, avendo per noi un cuore sì dolce e amandoci con tanta tenerezza; noi, dico, e queglino stessi che gli davano la morte ed erano là nell´atto di commettere il .peccato pii´ enorme che uomo al mondo possa mai commettere,, giacche il p´eceato commesso dai Giudei toccò il fondo della malvagità. E nondimeno il nostro dolce Salvatore. nutriva pensieri d´amore per essi, dando a noi un esempio superiore ad ogni immaginazione, allorohè scusò coloro che lo crocifiggevano e con una rabbia addirittura selvaggia l´oltraggiavano, e cercò argomenti per muovere il Padre a perdonarli nell´atto stesso del peccató e dell´oltraggio.. Miseri noi, che stentiamo a dimenticare uu´inginria lungo tempo dopo d´averla ricevuta (2)! Di fronte alle ingiurie, la passione da prima ci fa sempre desiderare vendette; chi però ha un briciolo di timor di Dio,

(1)  E. ´v (t. vi, pp. 62-64).

(2) E. ´v (t. vi, pp. 65-66).

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non osa chiamarle vendette, ma dà loro il nome di riparazioni (1). Chiunque pertanto preverrà il prossimo con le benedizioni della sua bonta (2) sarà il più perfetto imitatore di G-esù Cristo (3).

Certo è che gran parte della nostra perfezione sta nel sopportare a vicenda le nostre imperfezioni; difatti, in che cosa possiamo noi praticare l´ amor´ del prossimo, se non in questa tolleranza? (4). La tolleranza del prossimo forma la lezione più alta e più eccellente nella dottrina dei Santi: felice, chi l´ha appresa! Desideriamo di essere sopportati noi nelle nostre miserie, le quali troviamo_ sempre meritevoli di essere tollerate; invece quelle del proSsimo ci paiono sempre troppo grandi e troppo gravose (5). Eppure, se vuoi avere un cuore caritatevole, sopporta il prossimo, perchè questa tolleranza è la carità, e la carità è questa tolleranza (6).

Naturalmente bisogna sentire vivo rincrescimento per le colpe dei prossimo; ma bisogna in pari tempo sapere che la carità si esercita col soppor‑

(1)     L. mxézi (t. xvii, p. 14).

(2)     P. xx, 4.

(3)     E. is (t. vi, p. 66).

(4)     L. cmxxxvm (uxvii, p. 118).

(5)     L. mccxxxvii (t. xvii, p. 289).

(6)     L. mccxLii (t. xvii, p. 288).

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tarle, non già facendone le meraviglie. Raccomandiamo al Signore questo nostro prossimo e cerchiamo di praticare noi, con grande perfezione la, virtù opposta alla sua colpa. Sull´esempio del Signore, si detesti e sì odii il peccato e si guardino con pena le imperfezióni e i difetti; ma si compatisca il peccatore e l´imperfettò, sopportandolo e, -Generandolo, come fa appunto il Salvatore (1).

Quando sarà dunque che ci struggeremo tutti di dolcezza e soavità verso il prossimo´? Quando vedrerui.) le anime dei nostri prossimi nel sacro petto • del Salvatore? Purtroppo, chi guarda il prossimo fuori di Vi, corre rischio di non amarlo nè con purezza nè con costanza nè sempre d´un modo; ma nel petto del Salvatore chi non lo amerebbe° chi non lo sopporterebbe? chi non ne tollererebbe le imperfezioni? chi lo troverebbe sgarbate? chi noioso? Orbene, questo prossimo è là, proprio là nel petto del divin Salvatore, e vi è come amatissime e tanto amabile, chè il divino Amante muor d´amore per lui, quell´Amante in cui amore è morte e morte è amore (2),

(1). L. wmxcv.III (t. XXI, ´pp. 186-7). (2) L. MCCII (t. xvii, pp. 213-4).

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Mutua confidenza.

L´amore cordiale va inoltre imito a una virtù., che ne è, per dir così, una derivazione, cioè a una confidenza da bambini. I fanciulli, quando hanno una bella phima o altra cosa da loro stimata bella, non si dan pace, finchè non abbiano trovato tutti i loro compagnetti, per mostrarla e chiamarli a parte della propria gioia; così pure li vogliono par• tecipi del proprio dolore: polche, quando hanno un tantino di male alla punta di un dito, lo van dicendo a quanti incontrane, affinchè li compatiscano e vi soffino su. Ora, io non dico che bisogni essere proprio come questi fanciulli; ma dico che la confidenza, di cui parliamo, deve far sì che le persone religiose non siano schizzinose a comunicarsi le loro cosette e consolazioncelle, senza poi nemmeno temere che si veggano le loro imperfezioni. Chi avesse doni straordinari da Dio, non sarebbe il caso che li contasse a tutti, no; ma quanto alle coserelle ordinarie, non vorrei che si facessero tanti misteri; presentandosi l´occasione, senza iattanze o vanterie, ma con semplice confidenza le si appalesino in modo franco e schietto. Riguardo poi ai nostri difetti, non affanniamoci .a coprirli; tanto, il non lasciarli trapelare non fa che siano migliori. Nè per questo i fratelli crederanno

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che tu non ne abbia; e così le tue imperfezioni saranno forse per te più pericolose che non. se venissero scoperte e ti arrecassero la confusione, che arrecano a chi più. facilmente le lascia trasparire. , Sessuno.sbigottimento dunque, nessuno scoraggiamento, quando si commettono,difetti e imperfezioni davanti ai fratelli: anzi, mostriamoci ben lieti di essere Conosciuti quali siamo. Avrai fatto uno sbaglio o alla balordaggine, è vero: ma l´hai fatta dinanzi a´ tuoi fratelli che ti vogliono molto bene e saranno perciò disposti a sopportarti nel tuo difetto e ne avranno pia compassione per te che non passione contro di te. Il fare a fidanza in questo modo alimenta grandemente la cordialità e la tranquillità degli animi nostri tanto facili a turbarsi, quando siamo colti in fallo per cose anche picco-

 quasi che vi fosse molto da stupire a vederci imperfetti.

Ancora un´osservazione. Venendo meno qualche volta per inavvertenza alla dolcezza, non affliggiamoci nè giudichiamoci privi di cordialità, che non la si perde per questo. Qualche ´atto commesso isolatamente, parche ciò non sia con frequenza, non rende. viziosa una persona, massime se vi sia la buona volontà di correggersi (1).

(1) E, tv (t. vi, pp. 66-6&}‑

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§ 5. ZELO DELLE ANIME.

Apostolato dei sacerdoti:

Quanto sono felici le anime che si dedicano di proposito e interamente al servizio di Dio! Dio non le lascia Mai sterili e infruttuose. Rinunzino anche solo a un nonnulla per Iddio, Dio le ricompensa a dismisura tanto in questa che nell´altra vita.. Qual grazia non è mai l´essere occupati nel fare del bene alle anime, che sono tanto care a Dio e per la cui salvezza il nostro Signore ha tanto sofferto! P certamente un onore senza pari, del quale devi fare grandissimo conto, e per applicarviti sul serio, passa sopra a´ disagi, a fastidi, a fatiche: tutto ti sarà ripagato profumatamente; non conviene però che tu ricorra a questo motivo per infervorarti, ma al pensiero di renderti più caro -a Dio e di promuoverne ognor più la gloria.

Non fermarti nemmeno a considerare, che non vedi in te tutti i requisiti necessari; voglio dire le doti confacenti agli uffici, a cui vieni destinato.

meglio che non le vediamo in noi, perchè questo ci fa stare umili e ci porge maggior argomento a diffidare delle nostre forze e di noi stessi, spin‑

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gend.oci ja riporre più completamente tutta la nostra fiducia in Dio (1).

Naturalmente insieme con lo zelo ci vuole 13 pazienza, la dolcezza, la tolleranza; chiunque insomma si acciuga a imprese rilevanti per il Salvatore, dev2 essere provvisto di tutte le virtù, per valersene a seconda dei casi (2). Di mano ín mano però che, mosso dall´ obbedienza, ti metterai a fare •

molto per .Iddio, egli ti assisterà col suo aiuto e farà il tuo lavoro con te, Purché tu voglia fare con lui

il lavoro suo: e il suo lavoro è la santificazione

delle anime. Attendi a questo lavoro con umiltà, semplicità e confidenza, e non ne riceverai distrar

zioni, che ti siano di nocumento. Non è pace ragionevole quella che fugge la fatica necessaria alla glorificazione del nome di Dio (3).

Siccome poi non conosciamo i disegni di Dio, non tralasciamo mai di cooperare alla salvezza del

prossimo nel miglior modo possibile (4). Dio ha nascosto agli uomini il seèreto dell´avvenire, e se noi . ci dovessimo occupare solamente a bene di quelle anime che saranno perseveranti, ci troverem‑

.

(1)   E. vi (t. vi, p. 98).

(2)   L. mcct.xxx (t. xvii, pp. 345-6D.

(3)   L. mem. (t. xvII, p. 106).

(4)   L. ennvint (t. xvi, p. 155).         -

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mo assai impicciati a discernerle frammezzo alle altre. Bisogna impedire il male del proSsimo, quand´anche ciò fosse per un´ora sola (1).

Noi siamo pescatori, e pescatori d´uomini. Dobbiamo quindi rivolgere a questa pesca non solo cure, fatiche e veglie, ma anche attrattive, arti, adescamenti e perfino, oserei dire, sante astuzie. Il mondo si viene facendo così delicato, che nessuno ormai oserà più toccarlo se non in guanti profumati, nè medicarne le piaghe se non con impiastri di zibetto; ma che importa, purche gli uomini vengano guariti e alla fine salvati? La nostra regina, la carità, fa di tutto per i suoi figli (2).

Dai fanciulli specialmente bisogna tollerare mol to, finchè sono in tenera età, e benchè talvolta mordano il netto che li nutrisee, non si deve loro negarlo. Ci servano di epitema le quattro parole dell´Apostolo (3): Opportune, importune, in omni patientia et doetrina. Mette per prima la pazienza, come quella che è più necessaria e senza di cui la dottrina non serve. E vuole altresì che soffriamo di passare per importuni, giacche col suo importune c´insegna, a importunare. Soltanto. proseguiamo

(1)     L. Dcw—xxxiv (t. xVi, p_ 22).

(2)     L. NIncceLim (t.. xx, p. 219). g) II Tim«, ,v, 2.

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a coltivar bene: non c´è terreno così ingrato, che l´ ainore del coltivatore non renda fecondo (1).

Nei Santi la carità è un fiume ricco di limpide acque, che va pian piano dispensandole alla campagna e arrecandovi benefici d´ogni sorta, senza strepito, senza devastazioni, senza fiotti; perché scorre e non flotta, irriga e non fa guasti, mormora e non rumoreggia. Così iI perfetto amor del prossimo che è secondo Dio, si comunica in diversi modi: aiuta il prossimo con parole, con opere, con l´esempio; Io soccorre quanto può in tutti i bisogni; si compiace della sua fortuna e felicità temporale, ma molto più del suo avanzamento spirituale; gli procaccia i peni temporali tanto quanto possono a lui servire per l´acquisto della beatitudine eterna; gli desidera i beni più preziosi della grazia e le virtù Clic lo perfezionino agli occhi di Dio, procurandogliele con ogni mezzo lecito e con vivo affetto, ma con calma di spirito e senz´ombra di turbamento, con pura carità e senz´alcun moto di tristezza o di sdegno per accidenti contrari.• E come il corallo, finchè sta nel mare, è una ramosità muscosa, verdastra e punto bella, ma appena estratto dall´acqua prende il suo colore vermiglio e la sua lucentezza; così, finchè l´amor  del prossimo sta sommerso ne‑

-          (1) L. ncLvit (t. xv, p. 28).

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gli oggetti dei sensi, non ha niente di bello riè di buono; ma appena trasferito in Dio, nello spirito, nella carità, acquista subito la sua• pe fezione (1).

Apostolato dei religiosi non sacerdoti.

Tra le persone religiose, anche quelle che non possono venir insignite della dignità apostolica, sono, in grado di esercitare qualche ufficio apostolico, rendendo a Dio vari servigi col promuovere la sua gloria alla maniera degli APostoli. Per loro certamente dev´essere motivo di grande consolazione, che Dio voglia valersi di esse per un´opera così eccellente, qual è quella a cui sono chiamate, e. se ne tengano onoratissime dinanzi alla Maestà divina. Che cosa infatti desidera Dio da loro, se non quello che egli ingiunse agli Apostoli, allorchè li mandò per il mondo, quello appunto che il Signore mede‑

·simo era venuto a fare quaggiù, cioè a dare la vita agli uomini, anzi a farli vivere d´una vita più abbondante per mezzo della grazia (2)? Proprio a questo fine furono dal Signore inviati per tutta la terra gli Apostoli, secondochè egli disse loro (3):

(1)     L. MAILXXIID nex, p. 145).

(2)       LroAN., x, 10.

(3)     ih., xx, 21.

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Come il padre ha mandato me, così io mando voi; andate, e date agli uomini la vita. Non contentatevi

 però di questo: fate che vivano, e d´una vita più perfetta mediante la dottrina che loro insegnerete; essi avranno la vita col credere alla,, parola mia da voi predicata, ma avranno una vita più abbondante mercé il buon esempio che voi darete loro. E non v´impensierite, vedendo che alla vostra fatica non segue il frutto da voi aspettato: a voi non si domanderà il frutto, ma soltanto se avrete usato diligenza in coltivar bene ì terreni sterili e´ aridi: non vi si domanderà certo se avrete fatto buon raccolto, ma unicamente se avrete procurato di fare buona seminagione. ‑

Così pure queste persone religiose vengono mandate qua e là in diversi luoghi, a far sì che le anime abbiano la vita, e una vita migliore. ´Non vanno esse a far conoscere la perfezione del loro Istittito.e per tal mezzo a farne amare le osservanze? Anche senza predicare e amministrare i Sacramenti e rimettere i peccati, come facevano gli Apostoli, non attendono dunque a dare la vita alle anime, e in particolar modo alle anime giovanili? Mosse dal loro • esempio, abbracceranno la vita religiosa tante e tante anime giovanili che si sarebbero perdute stando nel mondo, mentre così andranno a godere eternamente nel Cielo una felicità superiore a ogni

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nostro intendimento. E non riceveranno esse per tal módo una vita più abbondante, cioè più perfetta e più gradita a Dio? Sarà una vita che le renderà capaci di più intima unione con la Bontà divina, perchè riceveranno dalle persone religiose le istruzioni necessarie per l´acquisto del vero e puro amor di Dio, nel che consiste quella vita più abbondante che il Signore è venuto a dare agli uomini. Io, dice (1), son venuto a portare fuoco sopra la terra: e che voglio, se non che si accenda? E altrove (2) comanda che il fuoco resti sempre acceso sul suo altare, e quindi non venga mai spento, per mostrare quanto vivamente desideri che il filoco del suo amore arda di continuo sull´altare del nostro cuore. Oli, qual grazia non è arai questa, fatta da.Dio cotali persone religiose! egli le ha rese apostole, non nella dignità, ma nell´ufficio e nel merito. Non predicano; ma non lasciano di esercitare l´apostolato, comunicando ad altri iI loro genere di vita, nel modo anzidetto.

Vadano dunque coraggiosamente a fare la parte loro, ma vadano con semplicità. Se provano delle apprensioni, dicano a se stesse: — Il Signore provuederet (3). — Se il considerare la propria debolezza

(1) Luc., mi, 49.

(2)  Levit.,     6.

(3)  Gen., xxlí, 8.

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le turba, si mettano nelle mani di Dio e confidino in lui. Gli Apostoli erano in massima parte pescatori e ignoranti; ma Dio li fece sapienti quanto era necessario all´incarico che voleva loro affidare. Confidino in. lui, si appoggino alla sua provvidenza e non abbiano paura di nulla. Non dire: — Io non ho il dono della parola. — Non importa, va´ senza fare grandi ragionamenti: Dio ti suggerirà quel che a tempo debito avrai da dire p da fare. E se non hai virtù o non ne scorgi in te, ´non ti appenare; se per la gloria di Dio e in osiequio all´obbedienza prenderai .a guidare anime ed a fare qualunque altra cosa, Dio avrà cura di te e sarà obbligato di fornirti tutto il necessario, sia per te che per le anime a te affidate! (1).

§ 6. CABIT:A. NEI PENSIERr E NELLE PAROLE.

Carità nei pensieri.

Si osservino le azioni altrui unicamente per notarne le virtù, non le imperfezioni; giacche, quando noi non abbiamo tale ufficio, non dobbiamo vol: gere da quel lato gli occhi e nemmeno il pensiero.

(I) E. vt (t. vi, pp. 88-91).

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S´interpreti sempre nel miglior senso possibile ciò che si vede farsi dal prossimo: e nelle cose dubbie diciamo a noi stessi che il veduto da noi non è male

 e che la causa di un tal pensare sta nella nostra imperfezione, per evitar così i giudizi temerari sulle azioni altrui, male pericolosissimo e sommamente detestabile. Nelle cose poi evidentemente cattive bisogna che sentiamo compassione e umiliazione per

i difetti del prossimo, come peri nostri stessi, e che preghiamo. Dio per I´ altrui emendamento, come faremmo per il nostro, se fossimo caduti nei difetti medesimi (1).

Il.mettersi di proposito ad osservare le imperfezioni degli altri è gran male, è una cosa da non farsi: ma se ci accade di vederle, non vi badiamo, pensiamo invece con tutta calma al paradiso e alle perfezioni di Dio, del Signore, della Madonna., dei Santi e Sante e degli Angeli; qualche volta guardiamo anche a noi, alla nostra indegnità e bas sezza, e al venire di simili pensieri, umiliamoci profondamente, considerando come, poveri vermiccioli quali siamo, pure vogliamo sindacare> le azioni degli altri, che sono gli amici del Signore (2).

- Allorché si sa che una persona è dabbene, scor‑

,

(1)  E. w (i. vi, p. 72).

(2)  E., App. E (t. vi, p. 417)1.

·                                                                                                    666

 

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gendosi in lei qualche cosa éhe non ci permetta di "scusare ?l´è il fatto nè l´intenzione, non giudichiamo

punto, ma leviamoci di mente quel pensiero, lasciando il giudizio a Dio. Del resto, se proprio non si potesse scusare il peccato, rappresentiamocelo almeno come degno di compatimento, attribuendolo alla causa più passabile, ceme a ignoranza ovvero a debolezza (1).

Il pensar male del prossimo, quando non lseacciar io prontamente il pensiero, ma vi ci- fermia‑

mo un poco, senza però formare un giudizio inte‑

ro fino a dire dentro di noi:               veramente così,

— non è peccato mortale; e neppure quando dices-

simo senz´altro                     così, — ma non in cosa

d´importanza. Ogni qualvolta la cosa, intorno a

cui giudichiamo il prossimo, .non è -grave oppure non formuliamo un giudizio completo, si commette

soltanto peccato veniale (2).

La carità teme di trovare il male, tanto è lungi

dall´ andarne in cerca -(3); avvenendole poi di trovarlo passa oltre, dissimula, chiude financo gli occhi per non vedere, a meno che non si abbia obbligo di fare altrimenti (4)..

(1)    L. DVIII     aurv, p, 11Q.

(2)  L. DecxLiv (t. xv, pp. 152-3).

(3)  Cfr.  Cor., xin, 5.

(4)    L. DVIII (I. XIV, p. 115).

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·                                                                                

·                                                                                

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·                                                                               Carità nelle parole.

Ci vogliono buone briglie nella lingua, affinchè non corra per le strade come un cavallo in fuga e non entri nella casa del prossimo ed anche nella sua vita, a censurare, a sindacare, a portargli sempre via un po´ della stima che sappiamo essergli dovuta (1).

Io ti scongiuro ,di non dire mai male del prossimo, nè di proferir parola che lo possa offendere. Non bisogna tuttavia favorire il male, piaggiarlo o coprirlo; anzi fa d´uopo parlare chiaro e tondo, dicendo francamente male del male e biasimando le cose biasimevoli, ogni volta che lo richiegga l´utilità della persona, di cui si parla; in tal caso Dio viene glorificato. Soprattutto si biasimi il vizio, risparmiando al possibile il vizioso, tanto Più che la bontà di Dio è sì grande da bastare un momento per impetrarne la grazia. Chi potrà mai asserire con certezza che colui, il quale era peccatore e malvagio, lo sia ancora al presente-7 (2).

Quando ti eredi in dovere d´incolpare alcuno, parlane con brevità e coscienziosamente; non diffonderti cioè nelle tue rimostranze e non ritornarvi

(´Il S. R. xx´ (t. ix, pp. 189-190)..

(2) L. nvut (t. .xiv, pp. 165-6).

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su con frequenza; nel farle pól, non asserire nulla più di quanto potrai conoscere o congetturare della colpa, esprimendoti dubitosamente intorno alle cose dubbie, e più o- meno dubitosamente, secondochè quelle saranno più o meno dubbie (1). Un´imperfezione trascurata, ma grandemente nociva, da cui pochi si guardano, è che, se ci capita di far osser* vazioni o lagnanze sul prossimò (e deve capitarci di rado), non 1a finiamo più, ma ricominciamo sempre da- capo, ripetendo senza fine lamenti e rimo-. stranze; il che dà indizio di un cuore ferito e non ancora ben rimarginato. I cuori forti e gagliardi si dolgono solo per motivi gravi e per giunta in questi gravi casi non serbano mai risentimento di sorta, almeno in una forma turbata e inquieta (2).

Viceversa, neppur una parola, che torni a pregiudizio del prossimo, dev´ essere creduta senza le prove, e le prove si hanno soltanto dall´esame, ascoltando le parti. Siano pure quanto si voglia degni di, fede gli accusatori, bisogna sempre ammettere gli accusati a fare le proprie difese (3).

Quella dolce e sincera cortesia ti raccomandó, la quale non offende nessuno e si mostra sensibile

(1)     L. cmxmx (t. xvs; p. 13.1).

(2)     L. ncccxvn (t. xv, p. 288).

(3)     L. mut (t. xvx, p. 318).

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con tutti, è vaga più d´amore che (l´onore, non ride a spese altrui nè usa parole pungenti, non respinge mai e non è mai o quasi mai respinta, e in • cambio riceve assai spesso onorevoli riguardi (1). Certo è che, come ordinariamente si vede, nulla tanto offende quanto le parole pungenti e dette in ispregio di coloro a cui si parla, massime se quelle vengono da persone distinte e autorevoli. Si sono veduti uo-´ mini morire di dolore e dispiacere per aver udito parole sprezzanti dai loro principi, quantunque proferite in un moto o scatto di passione. Vi sono tanti che dicono di non essere nulla, di essere spregevoli, povera gente, e simili (un´umiltà di cui il -mondo è pieno); ma poi non saprebbero sopportare se fosj cero altri a dir loro che non sono buoni a nulla, che sono sciocchi, e somiglianti espressioni di spregio. A confessarsi tali da sè son disposti, finchè si vuole; ma guai a dirlo tu, che se l´avrebbero a male (2).

Anche il parlar poco io approvo, ma a patto che questo poco si faccia con garbo e carità e non con aria malinconica e affettata. Tu, parla poco e dolce, poco e buono, poco e semplice-, poco e schietto, poco e amabile (3).

(1)   L. DCXXXVII (t. XIV, pp. 577-8).

(2)     S. R. LVI (t. x, p. 2311.

(3)     L. ztimx (t. xxi, p. 57).

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§ 7. CA.RIT2. NELLE CORREZIONI.

Perchè e come si deve correggere:

In ogni Congregazione religiosa ben regolata vige la pratica della correzione, da cui viene il buon ordine che vi regna; con questa infatti si raddrizza, si Alletta e si emenda ciò che non va bene, ovvero è comechessia imperfetto. Invece quei che vivono nel mondo non hanno chi li riprenda; vi percorronci le vie maestre con abiti infangati, nè havvi alenno che dica loro una parola o pensi a sbrattarli; ma senza far motto si lascia che tirino avanti per la loro strada, sicchè restano sempre con le loro zacchere. Non così nella vita religiosa, dov´è consuetudine ordinaria il ricevere riprensioni (1).

Si presentarono un giorno a santa Brigida lebbrosi per essere da lei guariti. La S´anta, appena li vide, prese dell´acqua pura, la benedisse e ordinò loro di lavarsi l´un l´altro. Allora il primo tuffò le mani in quell´acqua fresca e si diede a lavare il compagno, che divenne candido come la neve. — Orsù, disse la Santa, prendi tu pure dell´acqua e lava l´altro. — Ma il nettato non se ne diede per inteso, e al vedersi così nitido rispose: — Oh, mi guarderei bene dal toccarlo! Adesso che

(3) S. R. xuv     x, p. 50).

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sono guarito, vi è pericolo che, toccandolo, io mi pigli di nuovo la lebbra. — Costui fu guarito per il primo; ma era ancora molto lebbroso. Quindi la Santa, illuminata da luce interna, replicò: — Ecco che la guarigione della lebbra esterna ti ha prodotto la lebbra interna; così non può essere: ridiverrai lebbroso. — Il che avvenne subito. Allora gli disse di lavare il compagno; ciò fatto, e lavato ancora una volta dagli altri; guarì.

Per qual motivo ho io ricordato questo miracolo?

lo? Perchè è bello e mi sembra che contenga ottimi insegnamenti. La Santa, mossa dallo Spirito di Dio, dice ai lebbrosi: — Lavatevi l´un altro. — Nel che ci porge una bella lezione sopra la carità reciproca che deve regnare fra i Cristiani e dev´essere impressa specialmente nel cuore dei religiosi e delle.„ religiose: bisogna che si puliscano fra loro dalla lebbra spirituale mediante la riprensione e correzione fraterna; così appunto si pratica in ogni famiglia religiosa ben osservante.

Ed è così che si ricupera la primiera salute e il corpo della Congregazione si conserva mondo e scevro d´ ogni macchia o lordura. Ne ricompaiono bensì di quando in quando; ma tosto che vengono scorte, vi si stende la mano per tergersele a vicenda. Ora, se per qualche umano riguardo e mossi non da carità, ma da fantasia e capriccio, noi ricu‑

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siamo di lavare chi ne ha bisogno, si fa un male grande. Col dire: — Io che son netto, non oserei

toccare quel tale, che è tuttora infetto;    oppure:
-n un membro putrido, correggerlo è inutile, per lui riesce vana ogni fatica, val meglio lasciarlo stare, — non vedi che ti esponi al pericolo di pigliar la lebbra anche tu? Chi si vorrebbe guarire, se non chi è malato? E per chi è venuto il Signore, se non per gl´infermi? Il giusto, come dice il glorioso Apostolo (1), non ha bisogno di legge; non occorre che a lui si raccomandi l´amore di Dio, perchè lo ama abbastanza, e nemmeno l´amore dei prossimo, perchè sa bene a che cosa lo obblighi e sproni l´amore di Dio. Ma i lebbrosi, su cui fa d´uopo stendere la mano, sono i deboli e gl´infermi da servire COn pazienza e carità. Ecco la lezione impartitaci da santa Brigida, con l´ordinare ai lebbrosi di lavarsi l´un l´altro (2).

Procurino dunque i religiosi di avvertirsi l´un l´altro con carità dei loro difetti; come mai potresti vedere una macchia nel tuo confratello senza cercare di levargliera, facéndonelo avvisato? Ci vuole però discrezione in quest´affare; non sarebbe, per esempio, il momento di avvertire un confratello,

(1)    I Tim., r, 9.

(2)  S. R. xu.v (t. x, pp. 32-3).

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22. - E. CERTA, La Dita religiosa ecc.

 

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quando lo vedi mal disposto o di Malumore, essendo-vi allora pericolo eh´ ei respinga senz´altro l´avvertimento datogli da te. Bisogna aspettare un tantino, e poi avvertirlo a cuore aperto e con carità. Se un confratello ti dice parole che, sappiano di mormorazione, e mostra di avere l´animo in calma, osservagli con tutta confidenza: — Caro mio, questo non va bene; — ma se ti accorgi che ha il cuore agitato da qualche passione, allora con la maggior destrezza possibile cambia discorso- (1). Oltre a saper cogliere il momento opportuno, coloro che fanno le correzioni non si stupiscano nè si offendano al vedere, in chi correggono, qualche risentimento; è cosa duretta per chicchessia il sentirsi correggere (2).

Come ricevere le correzioni.

E -veniamo al modo di ricevere bene le correzioni, di guisa che non ne rimangano risentimenti o freddezze in cuore. Impedire che qualsiasi moto d´ira si desti in noi e che il sangue ci salga al viso non sarà mai possibile; noi fortunati, se arriveremo a tanta perfezione un quarto d´ora prima di morire. Ma la freddezza di cuore che, passato quel risenti‑

(1) E. ax (t. vi, p. 147).

(2i E. xi            ri, p. 200).

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mento, s´impedisca di parlare con la confidenza, dolcezza e tranquillità di _prima, oh sì, bisogna procurare che non ci sia. — Io, dirai, respingo il risentimento, ma esso rimane. — Io invece sono quasi sicuro che lo respingi come fanno i cittadini d´una città, in cui scoppi di notte una sedizione; dan la caccia ai rivoltosi e ai, nemici, ma non li espellono perché quelli si vanno nascondendo di via in via fino a che, spuntato il giorno, si gettano su gli abitanti e restano padroni del campo. Tu respingi il risentimento causato in te dalla correzione,• ma non con la forza e la diligenza ´bastevole a impedire che almeno una parte di quello ti si appiatti in un cantuccio del cuore. Non vuoi avere risentimenti, ma non vuoi nemmeno sottomettere il tuo giudizio, che ti fa credere la correzione fuor di proposito o passionata o che so io. Chi non vede che cote sto sedizioso ti assalirà e ti metterà tutto sossopra, se non, fai presto a cacciarlo ben lontano?

— Ma che fare in quel momento? — Star vicino al Signore e parlargli d´altro. — Ma il risentimento non si calma, anzi m´instiga a considerare il torto fattomi! — Oh, certo, non è quello il momento di piegare il proprio giudizio ad ammettere e confessare che la correzione è giusta e viene opportuna! ciò sarà dopo il ritorno alla calma e tranquillità: durante il turbamento non s´ha da dire nè

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da fare nulla, ma bisogna mantenersi fermi e risoluti a non consentire alla passione, per quante ragioni si avessero di farlo; poichè ragioni in quei momenti non ne mancherebbero mai, anzi verrebbero in folla: non diamo ascolto a neppur una, per buona che sembri, ma stiamcene vicini a Dio, come ho detto, distraendo la mente e parlandogli d´altro con umiltà e docilità.

Ma bada bene a questa raccomandazione, che ti faccio assai volentieri a motivo della sua utilità: umiliati con umiltà dolce e tranquilla, non triste e agitata: mal per noi, se ci presentiamo a Dio con atti d´umiltà dispettosi e insofferenti: così non calmiamo lo spirito, e i nostri atti rimangono senza frutto. Se invece li facessimo dinanzi alla Bontà divina con dolce confidenza, ce ne verremmo via interamente rasserenati e tranquilli e troveremmo poi facile disapprovare tutte le ragioni, spesso e quasi sempre irragionevoli, suggeriteci dal nostro giudizio e amor proprio, tornando con la stessa facilità di prima a parlare con chi ci ha corretti o contrariati. — Io mi vinco, rispondi, e parlo con colui; ma, se dall´altra parte non mi si parla com´io desidero, la mia tentazione si raddoppia. — Tutto ciò proviene sempre dal medesimo guaio detto sopra: che cosa, deve importare a te, che ti si parli in un modo o nell´altro, purchè tu faccia il dover tuoi

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A-conti fatti, non c´è uno che non provi ripugnanza alla correzione. San Pacon3io, dopo essere vissuto quattordici o quindici anni nel deserto con grande perfavzione, ebbe rivelazione da Dio eh´egli avrebbe tirato a sè Moltissime anime, e tanti sarebbero andati al deserto per mettersi sotto la sua guida. Aveva già seco parecchi religiosi, fra i quali vi era suo fratello, di nome Giovanni, il primo da lui ricevuto. San Pacomio dunque pensò di ampliare il monastero, facendovi molte celle; ma il fratello o perchè ne ignorava le intenzioni o per il suo zelo in materia di povertà, gli fece un giorno una forte correzione, déquandandogli se fosse quello il modo d´imitar il Signore, che durante la sua vita non aveva dove posare il Capo, mentr´egli costruiva, un convento così grande: e via di questo passo. San Pacomio, con tutta la sua santità, fu tocco sì nel vivo da tale correzione, che si voltò dall´altra parte, affinchè, se io non erro, il suo contegno non ne lasciasse trasparire il risentimento. Poi andò a gettarsi in ginocchio davanti a Dio, chiedendo perdono della colpa e rammaricandosi che, dopo essere vissuto tanto tempo nel deserto, non fosse ben mortificato. Fece una preghiera così fervente e umile, che ottenne la grazia di non cadere mai più nell´impazienza. Non meravigliamoci dunque dei nostri scatti di collera e dei nostri risen‑

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timenti, allorchè ´veniamo ripresi o contrariati; prendiamo invece esempio dai Santi, che si dominarono subito, senza fare la menoma concessione al risentimento proprio.

— la, osserverai, accetto di buon grado la correzione, l´approvo, la stimo giusta e ragionevole; ma dinanzi al superiore mi sento poi nell´imbarazzo, per averlo disgustato o avergli dato motivo di disgusto, ed è cosa che mi toglie la confidenza di accostarmi a lui, benchè l´umiliazione derivatami dal  fallo mi sia cara. — Qui, chi comanda è l´ amor proprio. Probabilmente tu non sai che dentro di noi vi è una comunità, in cui fa da superiore l´amor  proprio, che come tale impone penitenze: ed ecco la penitenza da lui imposta a te per la colpa d´aver disgustato il ouperiore, il disagio-cioè, nel quale ti trovi, pensando che il superiore non ti stimi più come avrebbe fatto, ´se tu non avessi mancato (1).

§ 8 CARITÀ E AVVERSIONI.

Origine.

Le avversioni sono certe inclinazioni, talvolta naturali, che ci fanno provare un po´ di ripugnanza alla vista di alcuni, impedendoci di gradirne la

(1) E. a (t. ra, pp. E0, 3-7).

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conversazione e di prendervi il diletto che ci dà il trattare con altri, verso cui proviamo un´inclinazione piacevole, accompagnata da amore sensibile e -proveniente da reciproca affinità e omogeneità di carattere.

Quanto sia cosa naturale che si amino per inclinazione gli uni e non gli altri, non si vede anche, per esempio, al gioco della palla´? chi va ad assistervi, appena giunto, si sente subito inclinato a voler che vinca uno dei giocatori piuttosto che l´altro. Donde questo, se non si è mai veduto nessuno dei due, non se n´è mai udito parlare, nè si sa affatto quale di essi valga più_ del suo avversario? non vi è proprio nessun motivo di predilezione. Bisogna dunque ammettere che l´inclinazione ad amare più questo e meno quello, è cosa naturale: la si nota pure nelle bestie, che, sebbene prive di ragione, han però da natura avversioni e propensioni reciproche. Fanne la prova con un agnellino appena fiato: mostragli una pelle di lupo: benché questo -sia morto, l´agnellino  si darà alla fuga, manderà belati, si nasconderà sotto la madre; mostragli invece un cavallo, che è una bestia ben più grossa, e non avrà paura di sorta, anzi si divertirà con lui. La ragione di ciò è questa sola, che l´istinto .naturale gli fa sentire propensione per l´uno e avversione per l´altro.

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Ora, di siffatte avversioni naturali non si ha da fare gran caso, trattandosi di semplici inclinazioni, sexnprechè tutto venga da noi sottomesso alla ragione. Sento ripugnanza• a conversare con una persona, che conosco per virtuosa e con cui posso grandemente profittare? non devo dar retta alla mia ripugnanza, che mi muove a evitarne l´incontro, ma devo sottomettere questa inclinazione alla ragione, che mi dirà di cercarne la conversazione 17) almeno di assistervi con pace e tranquillità, allorchè vi capitassi.

Rimedi.

Quale rimedio vi sarà a tali avversioni, (lacchè nessuno può andarne esente, sia pur perfetto quanto si voglia? Chi ha naturale aspro, sentirà avversione a chi è dolce, e tale dolcezza egli chiamerà sdolcinatura, sebbene la dolcezza sia la dote più universalmente amata. L´antico rimedio a questo male, come a ogni altra specie di tentazione, è divertire la mente, non pensandovi su. Ma il guado si è che noi vogliamo andare a fondo, e conoscere, se abbiamo´ ragione o torto di sentir avversione per qualche persona. Oh! non perdiamoci dietro a simile ricerca; il nostro amor proprio, che non dorme mai, c´indorerà la pillola facendoci credere che quell´av‑

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versione è cosa buona; voglio dire che ci farà credere d´aver motivi e argomenti tali da parerci buoni, e una volta che siano approvati dal nostro giudizio e amor´ proprio, non ci sarà più scampo, li troveremo giusti e ragionevoli.

Stiamo bene in guardia! Mi ci sono fermato un po´ a lungo, perchè l´argomento è importante; Non si ha mai motivo di portar avversione, tanto meno di volerla fomentare. Io dico adunque: finchè si tratta di semplici avversioni naturali, non facciamovi caso, ma distogliamone il pensiero senza far vista di nulla, deludendo la mente. Combattiamole invece ed. abbattiamole, quando vediamo che il sentimento naturale va più in là e ci vorrebbe impedire di sottometterci, com´è nostro dovere, alla ragione, la quale non ci consente mai di fare alcunchè in fa- vore delle nostre avversioni, come in generale delle nostre inclinazioni cattive, per ´tema di offendere Dio (1).

Vi è sempre da temere che le piccole volpi penetrino nella vigna per devastarla (2); intendo parlare delle avversioni e ripugnanze, che sono le .tentazioni dei Santi. Soffocale sul nascere: tieni ben riparata la tua carità ed abbi per sospetto tutto ciò

(1) E. xvi (t. vi, pp. 258-291). (21) Cant., n, 15.

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che sia contrario all´unione, alla mutua tolleranza, alla stima vicendevole che dobbiamo avere gli uni degli altri (1).

Considera il prossimo in Dio, il quale vuole che noi lo amiamo e lo trattiamo bene. Tale è il pensiero di san Paolo quando ordina ´ai servi di servir Dio nei loro padroni e i loro padroni in Dio (2). Bisogna esercitarsi in quest´amore del prossimo, dandogli segni esterni di benevolenza: e benehè sulle prime lo facciamo di contraggenio, non desistiamo per questo: la ripugnanza della parte inferiore sarà vinta alla fine dall´abitudine e dalla buona disposizione prodotta dal ripetersi degli atti. Su di questo si facciano convergere orazioni e meditazioni; perchè, dopo aver domandato l´amore di Dio, bisogna sempre domandare quello del prossimo e in special modo di coloro, verso i quali la nostra volontà non prova nessuna simpatia (3).

§ 9. LA « SOUPLESSE »

(

Vi è una certa pieghevolezza di volontà ai desideri altrui, che forma una virtù bellissima, la qua‑

(1)      Eph., vi, 5,7.

(2)    L, hi.ccxxxvil (t. xvii, p. 280.

(3)    L. cci.xxvii (t. xu, pp. 269-270),

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le, mentre volge l´animo nostro in qualsiasi lato, ci dispone a far sempre Ia volontà di Dio. Se, per esempio, andando .4 passeggio in un luogo, io sento un ´conflatello che mi dice di andare altrove, la volontà di Dio per me è che io faccia come quegli vuole, anzichè come voglio io; se invece io oppongo la mia opinione alla sua, la volontà di Dio per lui è che ceda egli a me: e così in tutte le cose indifferenti. 211a se accadesse che due volessero cedere entrambi al desiderio rtmo dell´altro, non converrebbe star là a contendere, ma guardare quale delle due cose sia più ragionevole e migliore, e farla con semplicità. Nel che si proceda con discrezione: poichè sarebbe fuor di proposito tralasciare una cosa necessaria per condiscendere in un´altra indifferente. Se io volessi fare un atto di grande mortificazione e un confratello mi venisse a dire di non farlo o di farne un altro, rimetterei, possibilmente, ad altro tempo la mia prima idea per fare la sua volontà, e dopo eseguirei il mio disegno. Qualora poi non ne potessi omettere o rimandare

l´esecuzione, e la cosa voluta        altro non fosse
necessaria, farei ciò che avevo stabilito; quindi riafferrerei, potendo, l´occasione di fare quanto il confratello desiderava da me.

Un altro caso. Poniamo che un. confratello ci preghi di fare qualche cosa e che noi lì per li

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mostriamo ripugnanza; il confratello non se ne adombri nè dia segno di accorgersene, nè ci dica di non farla più: non istà in poter nostro d´impedire che il colore, gli occhi e il contegno rivelino la nostra lotta interna, benchè la ragione voglia fare la cosa richiesta; sono messaggeri che vengono senz´essere chiamati e per quanto si dica loro: — Indietro! — d´ordinario non si danno per intesi. Come mai dunque il confratello non vorrà che io faccia la cosa chiestami, solamente per essersi accorto della mia ripugnanza? abbia anzi caro che io "n´acquisti quel merito. Mi dirai: — Si è che teme di esserti stato importuno. — No, è il suo amor proprio, il quale non vorrebbe che io avessi il minimo pensiero ch´ei sia importuno; io avrò bensì questo pensiero, ma non mi ci ´fermerò sopra. Se nondimeno al segno della mia ripugnanza io aggiungo parole elle mostrino chiaro, com´ io non abbia proprio, volontà di fare la cosa, di cui il confratello mi prega., questo può e deve dirmi con dolcezza di non farla, sempre-ché sì sia fra eguali: chè coloro, i quali sono rivestiti di autorità, bisogna che tenga") fermo e pieghino i propri inferiori. Oltre a ciò, sebbene un confratello mi abbia rifiutato recisamente qualche cosa o mi abbia dimostrato Ia sua ritrosia, non debbo io perdere la fiducia di ricorrere a lui un´altra volta e nemmeno restare mal edificato della sua imperfe‑

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zione: in questo momento io sopporto lui, e di qui a paco egli sopporterà me; ora egli prova ritrosia fare questa cosa, e un´altra volta la farà volentieri. Tuttavia, se io sapessi per esperienza che è uno spirito non in grado di venir trattato a questo modo, lascerei passare qualche tempo, fino a che egli fosse meglio disposto.

Dobbiamo tutti capacitarci che ognuno di noi ha i propri difetti, e quindi non facciamo le meraviglie, allorchè ci avviene di riscontrarne; se la si dura un po´ di tempo senza cadere in fallo, verrà un altro tempo, in cui faremo mancamenti su mancamenti, commettendo molte e gravi imperfezioni: ma bisognerà cavare profitto mediante l´umiliazione che ne deriva.

Per acquistare anzidetta arrendevolezza alla volontà altrui, gioverà moltiplicare nell´Orazione gli atti d´indifferenza e poi al presentarsi delle occasioni metterli in pratica; giaccbè non basta lo spogliamento di noi stessi davanti a Dio: questo si fa soltanto con l´immaginazione, e non ci vuoi gran che; ma quando si passa all´effetto, quando cioè, messici interamente nelle mani di Dio, troviamo una persona che ci comanda, allora la cosa cambia, allora è tempo di mostrare il proprio buon volere.

La dolcezza nel condiscendere alla volontà del prossimo è una virtù. di gran pregio e simboleggia

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l´orazione di unione. In questa orazione si fa una rinuncia di sè a Dio, sicchè l´anima dice con verità: — Io non ho altro volere che il vostro, o Signore, — ed è tutta unita a Dio; parimente, nel rinunciare alla volontà propria per fare sempre quella del prossimo, si ha la vera unione col prossimo: il tutto però si faccia per amore di Dio (1).

(1) E. x (t. vi, pp. 162-4. 165-6).

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CAPO SETTIMO — Dell´umiltà.

§ 1. NECESSITI DI QUESTA VIRTÙ. Necessaria per le altre virtù.

L´umiltà è la virtù delle virtù, come quella che trae con sè nell´anima e vi conserva le altre. Questo volle dire il glorioso sani´ Agostino, allorchè, interrogato quale fosse la prima virtù, rispose: — L´ umiltà.

— E la seconda? L                 — E la terza? — L´u‑
miltà (1). — Così egli avrebbe continuato a rispondere, se altri avesse continuato a interrogare. Questa virtù, intendeva egli dire, benchè piccola in apparenza, è nondimeno la maggiore; senza di essa tutte le altre sarebbero un bel nulla; come l´orgoglio e la vanagloria è il semenzaio di tutti i peccati e il fornite di tutti i vizi, così l´umiltà è la madre di tutte le virtù (2).

(1); Epist. Cxviii, ad Diosc. 22. (2) 5. R. xr..ix (t. x, p. 109).

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Il demonio combatte accanitamente              per‑

chè il difetto di umiltà lo fece cacciare dal Cielo e piombare nell´inferno (1); quindi non lascia intentato nessun mezzo o artificio per far iscapitare l´uomo in questa virtù, tanto più sapendo che essa rende chi la pratica oltremodo caro a Dio. Sicelaè noi possiamo dir bravo a chi persevera nell´umiltà, perchè con questo egli rimane insieme vincitore del demonio e del mondo, che è tanto pieno di ambizione, vanità e orgoglio (2).

Nelle Vite dei Padti (3) si narra che parecchi di quei religiosi antichi, radunati a conferenza, lodavano chi una virtù chi un´altra,. Uno di essi, udite le osservazioni dei fratelli intorno alle diverse virtù, prese a dire: — A me sembra che l´umiltà sia la

prima e la più necessaria di tutte le virtù:           e fece
un paragone, che mi torna molto a proposito, dicendo che umiltà e carità stanno fra loro come san Giovanni Battista e il Signore. Infatti l´umiltà va innanzi alla carità, come il Battista fu il precursore del Signore. Essa è che prepara le vie, essa la voce che grida: Spianatela strada del Signore. Come san Giovanni Battista precedette il Messia; così l´u‑

(1)            ts., xiv, 11 15.

(2)            E. xix (t. vi, p. 366).

(3)       V. P., iu, 12; vii, 13.

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·  miltà bisogna che venga prima a vuotar i cuori, perchè vi sia poi ricevuta la carità, la quale non potrà mai albergare in Un´anima, fino a che umiD tà non le abbia apparecchiato il posto. Sant´Antonio fu un giorno rapito in estasi e, quando ritornò in sè, i suoi buoni religiosi gli domandarono che cosa avesse veduto. Rispose: — Ho veduto iI mondo tutto pieno di lacci, i quali stanno tesi non solo per farvi inciampare gli uomini, ma anche per farli precipitare in. abissi profondi.

— Ripigliarono                  — Ma se tutto è lacci, chi
dunque scamperà? — Soltanto chi è umile, — ammonì il Santo. Ecco quanto è indispensabile l´umiltà, se si vuol resistere alle tentazioni e sfuggire alle insidie del demonio (1).

Necessaria per gatta la vita.

L´umiltà è la più grande di tutte le virtù puramente morali e la più necessaria. Il Signore l´ebbe tanto cara che la praticò fino alla morte; anzi, fece, morendo, il più perfetto e sublime atto di umiltà che si possa mai immaginare. L´Apostolo san Paolo (2), per darei un´idea dell´amore che

(1 S. R. xxxix (t. ix, p. 429).

(2) Phillipp.,           3.

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il Salvatore portava a questa santa virtù, dice che egli si è umiliato fino alla morte, e moa te di croce, quasi volesse dire: Il inio Maestro non si è umiliato solo per qualche tempo o in certe speciali azioni, ma fino alla morte, cioè dall´istante della sua concezione, per tutta la vita, fino alla morte; nè solamente fino a quel punto, riguardo al tempo, ma l´ha voluta praticare anche nel modo di morire. Perciò; rincalzando aggiunge: e morte di croce, M, morte più ignominiosa e umiliante d´ogni altra.

Questo divino esempio c´insegna che non ci dobbiamo restringere a praticare l´umiltà in certe azioni particolari o soltanto per nn dato tempo, ma sempre e in tutte le occasioni; nè solo fino alla morte, ma fino alla mortificazione di noi stessi, umiliando così l´amore della, stima propria e la stima dell´amore proprio. Non perdiamoci a praticare una certa umiltà di contegno e di parole, la quale consiste nel dire che noi non siamo nulla e nel profonderci in inchini e umiliazioni esteriori e cose simili, che con l´umiltà non hanno proprio niente da fare. L´umiltà, perchè sia di buona lega, deve farci non solo conoscere, ma riconoscere la nostra vera nullità e la nostra indegnità di vivere, rendendoci condiscendenti, alla mano, sottomessi con tutti, per obbedire al precetto del Salvatore che ci ordina di

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rinunciare a noi stessi, se vogliamo andare dietro di lui.

Di qui si vede l´inganno di coloro, i quali suppongono che l´Umiltà, sia una virtù da novizi e da principianti e che, fatto un po´ di progresso nella via di Dio, possano lasciar correre nella pratica di essa. Costoro sono di quelli che credendosi saggi, appaiono ben stolti (1); non vedono infatti che il Signore si è umiliato fino all´a, morte, cioè per tutto il tempo della sua vita? Oh, davvero, il divin Maestro delle anime nostre sapeva, quanto il suo esempio ci fosse necessario I Egli non aveva alcun bisogno di abbassarsi; eppure ha voluto perseverare negli abbassamenti, perchè ne avevamo bisogno noi. Quanto è necessaria in questo la perseveranza! quanti si sono visti che, dopo aver cominciato benissimo nella pratica dell´umiltà, si perdettero poi per non aver perseverato! Il Signore non ha detto: — Chi comincerà —, ma — chi persevererà, nell´umiltà, sarà salvo (2). e

Tutti coloro che hanno peccato, sono stati mossi a farlo da orgoglio. Il Signore, da medico buono e amoroso delle nostre anime, prende il male alla radice: al posto dell´ orgoglio viene a piantare la

(1)   ROM,:, I, 22.

(2)  MATT., x, 22; XXIV, 13.

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bella e utile pianta dell´umiltà, virtù maggiormente necessaria, quanto più largamente è diffuso fra gli uomini il vizio a lei contrario. Del re Saulle dice la Scrittura (1) che sul principio del suo regno aveva l´innocenza di un bambino d´un anno; eppure a causa dell´orgoglio si pervertì a segno che si attirò la riprovazione di Dio. Che umiltà non dimostrava, Giuda, vivendo in compagnia del Signore! eppure vedi che orgoglio ebbe morendo: non volle umiliarsi a fare gli atti di pentimento, che presuppongono grandissima e ottima umiltà, e disperò il perdono. Superbia esecranda non volersi abbassare dinanzi alla divina misericordia, dalla quale dobbiamo attendere ogni nostro bene e ogni nostra felicità!

Insomma, è questo un malanno generale fra ogni classe di persone; quindi non si predica nè s´inculca mai abbastanza la necessità della perseveranza nella pratica della santissima e amabilissima virtù dell´umiltà. Vedi il Signore e la Madonna prendere nel dì della Purificazione Pbspetto dei peccatori, eglino che tali non potevano essere; eccoli assoggettarsi a una legge, che non era fatta nè per l´uno nè per l´altra. Umiltà grande abbassarsi così! Non è gran cosa, non è abbassamento di grande im‑

(1) 1 Reg., III!, 3..

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portanza quello dei piccoli in confronto di quello dei giganti. Che ci abbassiamo, che ci umiliamo noi, non é gran che, da quelle nullità che siamo, meritevoli della nostra abbiezione, del nostro annientamento; ma nel nostro caro Salvatore e nella santa Vergine, che sono giganti d´incomparabile grandezza ´e altezza, le umiliazioni hanno un valore che noi non sapremmo calcolare. E cominciato che ebbero a umiliarsi, perseverarono a far così per tutto iI tempo della loro vita, senza volersi più risollevare. Noi invece, non appena ci siamo abbassati e umiliati in qualche piccolo incontro, ecco che subito rialziamo il capo, dandoci importanza e cercando di essere ritenuti per qualche cosa di buono.

Noi siamo l´impurità stessa, e vogliamo farci credere puri e santi: strana follla invero, più strana di quello che si possa esprimere! La Madonna non ha peccato, eppure vuoi essere creduta peccatrice. Ecco dunque il conto che dobbbiamo fare della santissima umiltà, base e fondamento all´edificio della nostra perfezione. No, questo non si può innalzare nè reggere senza un profondo, sincero, verace riconoscimento della nostra piccolezza e miseria, il quale ci porti a un reale annientamento e disprezzo di noi medesimi (1)

(1) S. R. xxvtit (t. nc., pp. 253-7).

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Necessaria per ogni stato di vita.

Oltre a questo, non vi è stato di vita, neI quale possiamo dirci sicuri e fuori del pericoló di cadere negli abissi del peccato. Dappertutto vi è da temere, dappertutto si ha motivo di star bassi e umili. Tienti pare attaccato all´albero della tua professione secondo la vocazione tua (1); ma non tralasciare mai di andare avanti con paura e quasi a tastone per tutto il tempo della vita, affinchè, volendo procedere con troppa sicurezza e baldanza, non abbi a rovinare nel peccato.

Coloro che Dio ha posti a vivere in una buona e bella vocazione, hanno certamente un gran motivo di lodarlo e ringraziarlo, avendone ricevuto un segnalato beneficio; ma saranno essi per questo fuor di pericolo? Oh, no: E perchèl Perché non basta vivere in una santa vocazione, se non si è perseve‑

ranti.              un fatto ben singolare che nel Cielo tra
spiriti così puri, dotati di natura così nobile e perfetta, fra compagni così Santi, senza la menoma occasione pericolosa, senza tentazioni ne suggeStioni da parte di spiriti maligni, che non esistevano ancora, un numero tanto esiguo di Angeli abbia perseverato e un terzo di loro sfasi ribellato a Dio e

(1) / con, via, 20.

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sia piombato nell´inferno! Mette spavento anche il pensare che Giuda, chiamato dal Signore medesimo

·  all´apostolato, abbia commesso un peccataccio così esecrando e un così inaudito tradimento, quale fu vendere il suo Maestro proprio nel tempo che ne frequentava la compagnia, ne udiva le parole, ne vedeva le opere, meravigliose! Sono esempi ehe debbono . far tremare ogni qualità di persone, in qua-. dunque stato, condizione o vocazione si trovino (1).

§ 2. CIIVQUli GRADI D´ ITMMT:5,

Il primo grado dell´umiltà è conoscere se stesso, conoscere cioè mediante la testimonianza della nostra coscienza e alla luce irradiata da Dio nel nostro spirito che noi siamo soltanto povertà, mise-, ria, abbiezione. Questa umiltà, se non va più innanzi, non è gran cosa; difatti è molto comune: ben poche persone si trovano, le quali vivano in tanta cecità da non conoscere abbastanza chiaramente la viltà propria: basta per questo un po´ di riflessione; ma nondimeno, sebbene siano costrette di vedersi quali sono, rimarrebbero assai male, se qualche altro le ritenesse per tali. Non bisogna dunque fermarsi li, ma passare al secondo grado che è di ri‑

(1) 5.R. i.viii (t. x, pp. 252-4),

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conoscerci quali ci conosciamo, correndo gran differenza fra il conoscere una cosa e il riconoscerla.

Riconoscere dunque è dire anche ai quattro venti, se fa bisogno, quello che conosciamo di noi;. ma dirlo, s´intende, con vero sentimento del nostro nulla: di gente che si umilia a parole, se ne trova un´infinità. Parla con la donna più vana che esista, con. un uomo di mondo che abbia il medesimo carattere, e di´ loro, per esempio; — Come siete valenti! che persone di merito!´ non so chi somigli a a voi in perfezione. — Oh, per carità, ti risponderanno, io non valgo nulla; io sono la miseria e l´imperfezione personificata. — Ma intanto sono ben lieti di sentirsi lodare, e lieti ancor più, se vedono che tu li credi come li dici. Ecco dunque che le espressioni sono tutte a fior di labbra,,nè vengono affatto dall´intimo del cuore. Se tu .li pigliassi in parola, prestando fede alle loro pseudumiliazioni, se ne adonterebbero e vorrebbero sull´istante una riparazione al loro onore. Da umili di tal fatta Dio ci liberi.

Il terzo grado è confessare la nostra viltà e abiezione, quando gli altri ce la scoprono. Spesse volte diciamo bensì noi stessi, ed anche con tutta convinzione, di essere cattivi, cattivissimi, ma non vorremmo che altri ci prevenisse in questa dichiarazione: se questo avviene, noi non solamente non ne ah‑

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biamo piacere, ma ci sentiamo punti sul. vivo: segno certo che la nostra umiltà non è perfetta né di quella genuina. In tali casi dunque si confessi francamente e si dica: — Avete ragione, voi mi conoscete ottimamente. — Questo è già un grado assai buono.

Il quarto è amare il disprezzo e godere, quando ci deprimono e avviliscono. A che pro gabbare il il mondo! non sarebbe cosa ben fatta. Giacché confessiamo di essere un bel niente, dobbiamo essere ben contenti che ci si creda e che ci si tratti da persone dappoco e di nessun conto.

Il quinto grado, l´ultimo e il più perfetto grado di umiltà, è non solamente accettare il disprezzo, ma desiderarlo e compiacersene per amore di Dio. Quelli che arrivano a questo punto, sono fortunati davvero; ma il loro numero è piccolissimo! (1).

§ 3. 1211111,T1 E AMOR pRoPitto.

Mettiamo risolutamente la mano nelle pieghe dei nostri cuori, per isbarbicarne le male erbe, che il nostro amor proprio vi fa germogliare mediante le nostre disposizioni d´animo, inclinazioni e avversioni (2).

(1)   E. App. B. (t.        pp. 400-401).

(2)   L. cmxxxvin (t. xvir, p. 118).

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L´amor proprio può venir mortificato in noi, ma però non muore mai; di quando in quando e a seconda delle occasioni mette dei germogli, i quali fanno vedere che, sebbene:reciso al piede, non è estirpato. Di qui avviene, per esempio, il non provare la contentezza dovuta, allorchè si vedono altri far bene; giacche quello che non riscontriamo anche in noi, non c´interessa, e quello che in noi riscontriamo, ci torna graditissimo, a motivo dell´amore tenero e appassionato che portiamo a noi stessi. Se possedessimo la vera carità che ci fa avere un cuor solo e un´anima sola col prossimo, noi saremmo pieni di consolazione, quancrei facesse del bene.

Lo stesso amor proprio è causa che noi vorremmo bensì fare questa o quella cosa per nostra elezione, ma per elezione altrui o per obbedienza, no: vorremmo farla come ideata da noi, ma non come suggerita da altri. Siamo sempre sul cercare noi stessi, la nostra propria volontà, il nostro amor proprio. Invece, se avessimo il perfetto amore di Dio, ci piacerebbero più le cose comandate, perchè quelle provengono più da Dio e meno da noi.

Certe volte si gusta maggiormente a fare noi cose ardue che non a vederle fare da altri; ora, questo sentimento può nascere o da carità o da segreto .amor proNio, il quale teme che gli altri ci uguaglino o ci sorpassino. Così pure qualche volta

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sentiamo pena più di veder trattati male gli altri che noi, e questo per naturale bontà d´animo; ma potrebbe anche essere perchè noi ci crediamo più forti di loro e più capaci di essi a sopportare i mali trattamenti, grazie alla buona opinione che abbiamo di noi stessi. Indizio di questo sarebbe il preferire abitualmente di avere noi, anzichè qualche altro, gl´incomodi leggeri, e il gradire invece che tocchino ad. altri anzichè a noi gl´incomodi gravi. La ripugnanza a rappresentarci col pensiero l´innalzamento altrui deriva sia dall´avere noi un amor proprio, il quale ci dice che noi faremmo ancor meglio di essi, sia dallo stimare tanto i nostri buoni propositi che ci ripromettiamo mirabilia da noi e non altrettanto dagli altri.

In tutto questo però bisogna tener presente che può sempre trattarsi di sentimenti, i quali risiedono nella parte inferiore dell´anima, riprovati dalla parte superiore. Questo è appunto l´unico rimedio

riprovarli appellandosi all´obbedienza e protestando di volerla amare, a dispetto di qualsiasi ripugnanza, più della propria elezione, e sforzandosi di lodar Dio per il bene che si scorge in altri e sup-. plicandolo di continuarlo.

Nè dobbiamo affatto meravigliarci di trovar in noi l´amor proprio, perciò non se ne va. Dorme talora come fa la volpe, che tutto a un tratto si

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getta sulle galline. Perciò bisogna tenerlo costantemente d´occhio, stando con pazienza e con tutta calma sulle difese. Che se talvolta ci ferisce, noi, disdicendo quello che ci ha fatto dire e sconfessando quello che ci ha fatto fare, saremo bell´e guariti (1).

Attienti bene alla regola dei Santi, i quali, a chiunque voglia, farsi santo, hanno dato tutti il consiglio che non si parli nè punto nè poco di sè e delle cose proprie. L´amore di noi stessi sovente ci abbaglia; bisogna tenere gli occhi ben chiusi sopra di noi per non prendere inganno sul conto nostro. Ecco perchè il grande Apostolo proclama (2): Ton è approvato chi commenda se stesso, ma chi è da Dio commendato (3).

Quanto più la santa umiltà ti costerà fatica, tanto più ti procaccerà grazia (4).

§ 4. U1VIILT.À. E VA.NIT.ri.

Gran male della varuità.

Fa´ le tue opere buone in segreto, e non per piacere agli occhi degli uomini. Non imitare il ra‑

,

(1)     L. cmxLvtit (t. xvi, pp. 130-1D.

(2)     .11 Cor., x, 18.

(3)     L. mxwx (t. xvr, pp. 312-3D.

(4)     L. DLXV (t. xiv, p. 237).

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gno, che è l´immagine degli orgogliosi, ma imita l´ape, simbolo dell´anima umile. Il ragno tesse la sua tela a vista di tutti, giammai in segreto: la fila nei -verzieri da un´albero all´altro, e nelle case alle finestre, ai soffitti, insomma sotto gli occhi di tutti; rassomiglia in questo ai vanitosi e ipocriti, che ogni cosa fanno per essere veduti e ammirati dagli uo.- mini: così le loro opere sono tante ragnatele, buone per venir gettate nel fuoco dell´inferno. Ma le api sono più savie e prudenti: fabbricano il loro miele dentro l´alveare, dove non le può vedere nessuno; oltre a questo, si costruiscono ivi tante cellette, in cui conducono avanti il lavoro segretamente: il che ci rappresenta molto bene l´anima umile, sempre chiusa in sè, non vaga di gloria o di lode per le, sue azioni, ma studiosa di occultare i suoi divisamenti, contenta che vegga, e sappia Iddio -quello che essa fa.

San Paeomio, il celebre Padre di religiosi, passeggiava un giorno con alcuni di quei buoni monaci, discorrendo familiarmente di cose pie e divote: quei grandi Santi non parlavano mai di cose vane e inutili, ma ragionavano sempre di cose buone. Durante quella conversazione un religioso, che aveva fatto in un giorno due stuoie, le andò a stendere al sole in presenza di tutti quei padri. Lo videro essi, ma neppur uno pensò al perchè quegli

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lo faceva, non essendo loro costume impacciarsi delle azioni altrui; credettero pertanto che ir fratello agisse con semplicità, nè vi fecero osservazioni. Oh, essi non criticavano mai le azioni del prossimo, ben diversi da coloro, che vanno sempre spidocchiando i fatti altrui, e intorno a tutto quel che vedono, tirano giù volumi di commenti e chiese.

Quei buoni religiosi non pensarono dunque niente sul conto di colui che stendeva così le sue stuoie; ma san Pacomio, che era il superiore e a• cui solo quindi spettava di esaminare che cosa movesse quel tale ad agire, prese a considerare un poco il suo atto; e poichè Dio illumina sempre chi .lo serve, gli fece conoscere che il fratello era guidato da spirito di vanità e di compiacenza per le due stuoie e che aveva fatto così per mostrare a lui e a tutti gli altri padri, com´egli avesse lavorato molto quel giorno. I religiosi antichi si guadagnavano da vivere con il lavoro delle proprie mani, occupandosi non in quello che volevano essi o che piaceva loro ma in quello che veniva loro comandato; esercitavano il corpo nel lavoro manuale, e lo spirito nella preghiera e nell´orazione, congiungendo così azione e contemplazione. L´occupazione più ordinaria era tessere stuoie: tutti ne dovevano fare tuta al giorno. Il fratello, di cui parliamo,. avendone fatte  due, si- credeva per questó più bravo degli altri; on‑

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d.´ è che le stese al sole dinanzi a tutti, perchè tutti Io sapessero. Ma san Pacomio, che aveva 3o spirito di Dio, gliele fece ,gettare nel fuoco e volle che si raccomandasse a tutti i religiosi, che pregassero per chi aveva lavorato per l´inferno; poscia in penitenza della stia colpa gl´infisse cinque mesi di prigione, perchè imparassero anche gli altri a fare le opere loro con umiltà.

Lo spirito umano guarda solo alle apparenze e nella sua vanità agisce unicamente per comparire dinanzi agli uomini. Non fate così, dice il Signore, ma digiunate in segreto, sotto gli sguardi del vo--- stro Padre celeste, che vi vedrà e ve ne darà il premio (1). Benchè tutti debbano così cercar di piacere a Dio solo, nondimeno le persone a lui consacrate hanno un obbligo specialissimo di guardare unicamente a lui, paghe che egli soltanto ne vegga le opere e da lui solo aspettando la ricompensa. Questo insegna il gran Padre della vita spirituale, Cassiano, nel libro veramente stupendo delle sue Collazioni o conferenze, di cui molti Santi facevano tanta stima, che non andavano mai a dormire senz´averne letto un capitolo per racccogliere la mente in Dio. Scrive adanque (2): « Che cosa guadagne‑

M MATT., vi, 16-18. (2) Coll., v, 12; vni, 1.

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rai facendo le cose che fai per gli occhi delle creature? Nient´altro che vanità e compiacenza, cose buone solo per l´inferno. Ma se compi le opere tue per piacere esclusivamente a Dio, tu lavori per l´eternità, senza compiacerti di te stesso nè darti pensiero, se ti veggano o non ti veggano gli uomini, non essendo per -loro quello che fai nè da loro dovendoti aspettare la, mercede ». Facciamo dunque in umiltà, e verità, non con menzogna e ipocrisia le opere nostre, cioè per Iddio e per dar gusto a Lui solo (1).

Rimedi contro la vanità.

A ottenere questo ci aiuti la persuasione del nostro nulla. Noi abbiamo due sorta di beni, gli uni in noi e da noi, gli altri in noi e non da noi. Parlando di beni che sono da noi, non intendo già dire che non vengano da Dio e che noi li abbiamo da noi stessi: da noi non abbiamo altro che la miseria e il niente; ma voglio dire che sono da Dio posti in noi per siffatta guisa che sembrano essere da noi: tali sono la sanità, le ricchezze, le scienze e simili: Ora, l´umiltà ci vieta di gloriarci e stimarci per questi beni, ma c´insegna a calcolarli per nulla; e realmente così richiede la ragione, perchè tali

(1) S. R. LIV (t. x, pp. 190-3D.

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beni non sono durevoli nè ci rendono più graditi a Dio, ma stanno in balia della fortuna. Non è forse, vero? Havvi cosa men sicura delle ricchezze, che dipendono dal buono o cattivo tempo, . dalle buone o cattive stagioni? Havvi,