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Vocazione salesiana nelle due forme - Roma, 16 agosto 2009

DIREZIONE GENERALE OPERE DON BOSCO Via della Pisana 1111 - 00163 ROMA

Dicastero per la formazione

           

LA VOCAZIONE

ALLA VITA CONSACRATA SALESIANA

NELLE SUE DUE FORME:

SALESIANO COADIUTORE

SALESIANO PRESBITERO

Sussidio per i prenovizi

Roma, 16 agosto 2009

Memoria della nascita di Don Bosco

DIREZIONE GENERALE OPERE DON BOSCO Via della Pisana 1111 - 00163 Roma

Il Consigliere generale per la formazione

Roma, 16 agosto 2009

Ai Delegati ispettoriali di formazione

Ai Direttori e Incaricati dei prenoviziati

Oggetto: Presentazione del sussidio per prenovizi

La vocazione alla vita consacrata salesiana nelle sue due forme laicale e ministeriale

Carissimi,

vi presento il sussidio per i prenovizi, elaborato dal Dicastero per la formazione, sull’unica vocazione consacrata salesiana nelle sue due forme laicale e ministeriale.

Il terzo nucleo tematico del Capitolo Generale 26 rappresenta una svolta decisiva nella presentazione della vocazione consacrata salesiana. Esso ha come punto di partenza la prospettiva unitaria dell’unica vocazione consacrata salesiana; si sofferma poi sulla specificità e differenza di ognuna delle due forme laicale e ministeriale; considera infine la reciprocità tra queste due forme. E’ una prospettiva che potrà cambiare la mentalità e risulterà vocazionalmente promettente.

In particolare, presentando la situazione dell’unica vocazione consacrata salesiana, a riguardo del salesiano coadiutore il CG26 dice: “La vocazione del salesiano coadiutore spesso non è conosciuta, perché si trova ad avere poca visibilità e ad essere scarsamente presentata ... Negli aspiratati, prenoviziati e noviziati tale figura non è sempre presentata con adeguato rilievo (CG26 n. 59). La stessa cosa viene rilevata a riguardo della figura del salesiano prete, per la quale talora “si riscontra un genericismo pastorale ed un’assunzione parziale dell’identità carismatica” (CG26 n. 59).

Per questo nel Progetto del Rettor Maggiore e del Consiglio generale per il sessennio 2008-2014 si chiede al Dicastero per la formazione di “preparare una presentazione della vocazione consacrata salesiana e delle sue due forme da utilizzare già fin dall’aspirantato e dal prenoviziato”. Tale sussidio risulta essere perciò una concretizzazione di tale richiesta.

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* I destinatari di tale sussidio sono i prenovizi. Esso è da utilizzare in modo sistematico soprattutto nei prenoviziati, ma alcune tematiche debbono essere presentate anche agli aspiranti e riprese con i novizi. Pur senza ripetizioni, alcuni temi richiedono una ciclicità di presentazione.

* I contenuti si articolano in 15 schede e riguardano: la vocazione e le vocazioni nella Chiesa, la vocazione consacrata salesiana nelle sue due forme, il discernimento vocazionale, i cammini di formazione iniziale. Essi sono proposti in successione coerente e possono essere ampliati o ridotti a seconda delle esigenze. Potrebbe essere utile una scheda sulle vocazioni nella Famiglia salesiana.

* Il metodo proposto è quello del coinvolgimento attivo dei prenovizi. In base alle esigenze della cultura, del contesto, della mentalità tali schede possono essere integrate o ampliate. Il sussidio richiede un’assimilazione graduale delle varie unità contenutistiche.

L’esperienza e la pratica vi consiglieranno come fare questo itinerario formativo sulla vocazione consacrata salesiana all’interno del cammino di prenoviziato. Certamente si tratta di un itinerario che richiede tempo per la sua assimilazione.

Vi auguro un buon utilizzo di questo sussidio. Affidiamo all’intercessione di Maria Ausiliatrice e di Don Bosco la fruttuosità vocazionale che tutti ci attendiamo.

Con stima

Don Francesco Cereda

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INDICE DEI TEMI

Parte Prima: Vocazione e vocazioni nella Chiesa

1.      Importanza della vocazione

2.      Vocazione cristiana

3.      Vocazione del laico

4.      Vocazione del consacrato

5.      Vocazione del presbitero

6.      Lo Spirito soffia dove vuole

Parte Seconda: Vocazione consacrata salesiana

7.      Don Bosco e la salvezza dei giovani

8.      Vita consacrata salesiana

9.      Due forme della vita consacrata salesiana

10.  Salesiano coadiutore

11.  Salesiano presbitero

12, Complementarità del salesiano coadiutore e salesiano presbitero

Parte Terza: Discernimento vocazionale

13.         Discernimento vocazionale

14.         Domande sul discernimento vocazionale

Parte Quarta: Formazione iniziale

15.         Cammini di formazione iniziale

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SUGGERIMENTI

PER L’UTILIZZO DEL SUSSIDIO

Ciò che si trova nelle pagine seguenti è un sussidio per presentare le due vocazioni del salesiano coadiutore e del salesiano sacerdote ai prenovizi o novizi.

Il sussidio riflette l’attuale situazione della Congregazione dove, a parte qualche Ispettoria che ha un solo prenovizio o novizio, vi è sempre un numero di essi, per quanto piccolo o grande esso sia. Quindi, il sussidio punta sempre sul lavoro personale e lavoro di gruppo. Non c’è dubbio che frustrerebbe lo scopo del sussidio se venisse letto come un libro. È materiale preparato per l’uso del formatore e formandi in continua interazione.

Vi sono 15 temi in tutto, ciascuno con il suo “input” e almeno due esercizi di vario genere, uno dei quali potrebbe essere usato per introdurre il tema, e l’altro per concluderlo. Si lascia al formatore di decidere come e quando usare gli esercizi, e perfino di modificarli come crede necessario. Si raccomanda però di attenersi all’ordine dei temi perché vi è una certa progressione di contenuti.

Riguardo all’input, bisogna stare attenti, come si è detto, a non leggere semplicemente il testo. Chi presenta il tema dovrebbe far proprie le idee dell’input e presentarle usando linguaggio ed esempi che dovranno avere il massimo impatto sui formandi. Non è necessario sviluppare un tema per sessione; si potrebbe trattare ogni tema in due o più sessioni, a seconda dei bisogni.

Ma, è importante che il formatore verifichi di quando in quando, in forma semplice, sia oralmente che per iscritto, che i formandi abbiano assimilato il tema. Non dovrebbe procedere al prossimo tema senza aver assicurato che quello precedente è posseduto molto bene dai formandi. Ed è necessario che a un certo punto di ogni sessione i formandi abbiano in mano il testo dell’input; così può servir loro come un punto di riferimento.

Essendo questo il primo tentativo in questo campo, il Dicastero sarebbe lieto di ricevere il feedback e i suggerimenti dai formatori e formandi, specialmente alla luce dell’esperienza fatta.

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1. IMPORTANZA DELLA VOCAZIONE

Quando un lavoro viene eseguito, non ha più futuro; è finito. Invece, quando un lavoro è ancora in fase di essere eseguito, è un invito ad essere completato.

Ogni persona che entra nel mondo non è un “prodotto finito”. Dio non ci crea uomini adulti e maturi, ma persone che crescono dall’infanzia all’adolescenza alla giovinezza all’età matura. Creandoci, Dio ha un sogno nel suo cuore per ciascuno di noi, un disegno di ciò che vorrebbe che ciascuno diventasse. Il suo disegno per ognuno è unico, singolare, irrepetibile. Dal momento in cui si viene chiamato in esistenza, ognuno ha la sua vocazione.

Come si vede, essendo una chiamata da parte di Dio, la vocazione è un concetto e modo religioso di vedere. E ciò la distingue dalla professione.

Generalmente chi compie il proprio mestiere come una professione, lo fa con un senso di dovere e responsabilità. Si è entrato in un contratto con il datore di lavoro; si ha certi diritti e doveri; ora cerca di fare il proprio meglio per adempiere le cose stipulate.

Chi invece compie il suo mestiere come una vocazione, ha una visione molto più ampia in cui Dio entra in scena, e questo cambia tutto! Considera il suo mestiere come parte del progetto che Dio ha per la sua vita.

Riconosce nel suo mestiere una missione affidatagli da Dio, e ciò lo porta a dedicarsi al suo lavoro di ogni giorno con gioia, slancio e dedizione. Crede di essere un collaboratore di Dio e di compiere la sua volontà; quindi, accetta con serenità le inevitabili fatiche e difficoltà. È consapevole di rendere un servizio prezioso a Dio, alla Chiesa e alla società. Conosce e ama ciascuno dei suoi allievi, ha un rapporto personale con loro, e li educa con le sue parole e soprattutto con la sua vita

a diventare, nelle parole di Don Bosco, “buoni cristiani ed onesti cittadini”.

Ora, la cosa più bella è che ogni persona che esiste nel mondo è dotata di una vocazione da Dio. È stata creata e messa nel mondo per uno scopo particolare che nessun’altra persona può effettuare; se non lo effettuasse, mancherebbe qualcosa di bello e importante al disegno che Dio ha per il mondo – sarebbe come un pezzo senza del quale il puzzle rimane incompleto.

Quindi, in un certo senso, Dio dipende da ciascuno di noi. Ha fiducia in noi. Ci ama. È interessato in noi. Ognuno è molto prezioso a lui.

La vita che Dio ci dà è un bellissimo dono ma anche una grande responsabilità. Ancora prima che nascessimo, Dio ci conosce, ci ama e ci vuole personalmente, e per questo ci chiama in esistenza. Ma, siccome Dio ci crea alla sua immagine e somiglianza, ciò significa che Dio ci fa per dare la vita ed amare come lui. Questa è la fondamentale vocazione di ogni persona che riempie la vita di ognuno con significato, soddisfazione e compimento. Ognuno è chiamato ad amare e a dare la vita in un modo o in un altro. Se la vita è un dono, si realizzerà solo nella misura in cui rispetterà la propria natura e diventerà dono agli altri. Come abbiamo visto, fare l’insegnante è un modo di vivere questa vocazione.

Tocca ad ognuno dunque scoprire il disegno di Dio per la propria vita, cioè in che modo si è chiamati ad amare e dare la vita, e a viverlo in pienezza, perché solo in questo modo si troverà la propria felicità e adempimento - in questa vita e nell’altra.

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Primo passo - brainstorming:

Alla domanda seguente, scrivi le risposte che ti vengono alla mente:

Perché i giovani scelgono una professione particolare?

Quando tutti hanno finito di scrivere, ognuno legge la sua risposta mentre si fa un elenco

delle motivazioni sulla lavagna.

Secondo passo - analisi:

Lavorando in gruppo, si analizzano le motivazioni, identificando:

- quelle che sono egoistiche,

- quelle che sono indegne di considerazione,

- quelle che sono altruiste,

- quelle che sono esplicitamente riferite a Dio.

Terzo passo - discussione:

Alla luce dell’esercizio fatto, si discute nel gruppo la domanda seguente:

Cosa significa “vocazione”? Viene data una vocazione ad ognuno o solo ad alcuni?

Quarto passo - ricerca:

Per indagare sulla differenza tra professione e vocazione, sei invitato a fare l’esercizio seguente, prendendo l’insegnamento come esempio.

Scrivi nella colonna di sinistra come si comporterebbe uno che considera l’insegnamento come una professione, e nella colonna di destra come si comporterebbe uno che considera l’insegnamento come una vocazione.

Comportamento di chi fa l’insegnante                         Comportamento di chi fa l’insegnante

come professione                                                                come vocazione

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Quando tutti hanno finito, si una condivisione delle risposte nel gruppo. Segue una discussione in cui si cerca di arrivare ad un consenso su perché sia importante la vocazione per ognuno.

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Ecco una parabola della vocazione che Dio ha disegnato per ogni essere umano. Dopo la lettura della parabola, o si risponde individualmente alle domande per poi condividere nel gruppo o si passa subito a rispondere alle domande nel gruppo.

L’ORCHESTRA DI DIO

C’era una volta una melodia bellissima che Dio stesso compose. Era un pezzo di musica incantevole e affascinante. Nessun uomo o donna avrebbe mai immaginato di ascoltare un’armonia simile.

Un giorno Dio disse a se stesso: “Vorrei metter su un’orchestra che suonerà la mia melodia con un’armonia affascinante. Vorrei che tutti appartengano alla mia orchestra. Vorrei che essi suonino con me e siano felici. Sì, io preparerò ogni sorta di strumenti melodiosi per loro; ogni persona avrà uno strumento speciale adatto alle sue capacità. In questa maniera, ognuno potrà produrre con il suo strumento la più bella musica mai suonata.”

E ciò dicendo, Dio cominciò a creare ogni tipo di strumenti musicali. In primo luogo, fece il violino. Quando lo provò, esso produsse delle note dolci e calmanti. Era veramente buono!

Poi, Dio fece l’organo elettronico. Lo provò. Era davvero buono! Poi, fece la chitarra. Quando lo strimpellò, era contentissimo, perché era molto buono.

Poi, Dio fece la batteria per segnare il ritmo, e poi il clarinetto; erano molto buoni. E così, D continuò a creare strumenti sempre nuovi. E quando li provò uno per uno, era più che soddisfatto.

Quando Dio finì di creare gli strumenti, disse: “Ora è tempo di mettere insieme la mia orchestra. Così dicendo, diede un violino a Maria di Nazareth e le disse: “Saresti disposta a suonare con me la melodia che ho composto?” Ed ella rispose: Sì, mio Signore, come vuoi tu.” E così, tra Dio che canticchiava e Maria che suonava il violino, l’armonia che fecero era splendida!

Poi, Dio diede il clarinetto ad un uomo chiamato Giuseppe, un carpentiere, e gli disse: “Vorresti suonare con me la mia melodia?” E lui rispose: “Sì, Signore, come vuoi tu.” Ed ora, il suono che emetteva il clarinetto era semplicemente vibrante e stupendo!

Finalmente, Dio distribuì gli altri strumenti a tutte le persone nel mondo e disse loro: “Suoniamo insieme la melodia che ho composto, e facciamo sì che diventi la musica più sublime mai sentita sulla faccia della terra. La mia è una composizione di amore, gioia e pace.”

E così, tutte le persone che appartenevano all’orchestra di Dio cominciarono a suonare insieme a Dio. Purtroppo, ciò che emerse dalla composizione bellissima e meravigliosa di Dio era un pandemonio – un baccano stonante, un chiasso irritante, una cacofonia orribile!

1.    Cosa rappresenta la “melodia di Dio” in questa storia?

2.    Perché Dio volle mettere su un’orchestra?

3.    Perché voleva che tutti facessero parte della sua orchestra?

4.    Perché Dio fece uno “strumento particolare” per ognuno? Cosa rappresentano gli strumenti?

5.    Perché questa storia insiste che ogni strumento era molto buono?

6.    Come mai il violino e il clarinetto suonavano così bene?

7.    Come mai, nonostante che Dio avesse dato a ciascuno uno strumento speciale, la sua melodia fu rovinata?

8.    Se il desiderio di Dio di produrre un’armonia bellissima deve diventare una realtà, che cosa richiede da ciascuno?

9.    Cosa pensi è il messaggio della storia per te?

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2. VOCAZIONE CRISTIANA

Capita spesso a molti cristiani che hanno un tesoro nelle loro mani – la loro vocazione cristiana - eppure non lo sanno, non lo apprezzano. Lo prendono per scontato, anzi spesso lo considerano un peso.

La vocazione cristiana è fondata sul nostro battesimo. Per il suo gratuito amore per noi, Dio Padre ci fa partecipare nella vita stessa della Trinità. Ci fa diventare suoi figli, fratelli di suo Figlio Gesù e templi dello Spirito Santo.

Per il dono ricevuto nel battesimo, dunque, veniamo a riconoscere il Padre come l’autore del piano di salvezza e a compiere il ruolo assegnato in esso ad ognuno di noi.

Il Figlio Gesù ci rivela Dio e concretizza per noi il nostro ruolo nel disegno divino: ci invita a seguirlo, identificandoci con la sua vita, morte e risurrezione, e perfino i suoi sentimenti; ci chiama ad avere la stessa relazione d’amore che Lui ha – con il Padre e con tutti gli uomini, e cioè: amare Dio e accogliere la vita come un dono dalle sue mani per farne un dono ai nostri fratelli.

Lo Spirito Santo, l’artigiano delle anime, guida ogni cristiano nella ricerca e progressiva comprensione della sequela di Gesù nella sua vita. Genera nel suo cuore l’amore per Dio e per i fratelli e l’atteggiamento di servizio, di donazione di se stesso agli altri. Lo spinge a tener Gesù nel cuore e a rendere testimonianza a Lui mediante la vita e la parola. Ispira in lui l’anelito per la santità,1 e fa camminare sulla strada verso di essa.

Ma, il nostro battesimo ci fa anche membri della Chiesa, la quale Chiesa è chiamata a vivere come una comunione di persone adunate nel Padre, Figlio e Spirito Santo, e inviata con la missione di proclamare il disegno salvifico di Dio per tutti gli uomini.

Ricevendo ognuno la sua vocazione, la Chiesa viene abbellita e arricchita come una “comunione di doni”, rassomigliando un giardino in fioritura con una varietà di fiori; allo stesso tempo, tutte queste vocazioni sono al servizio della sua missione, che è quella di proclamare a tutti gli uomini il disegno salvifico di Dio in Cristo.

Come si vede, allora, ognuno ha la sua vocazione da Dio, e questa sua vocazione è innestata nella più grande vocazione di tutta la Chiesa, la chiamata all’amore e alla donazione della vita. Si tratta della comunicazione dell’amore e vita di Dio, che gli uomini sono chiamati ad accogliere con gratitudine e rispondere con un amore e dono generoso di se stessi.

Vivere la propria vocazione cristiana è allo stesso tempo vivere la vocazione della Chiesa.

Vedremo di seguito che vi sono tre modi concreti di seguire Gesù nella Chiesa, o in altre parole, che la vocazione cristiana fondamentale viene vissuta in tre forme pratiche: la vocazione del laico, la vocazione del consacrato, e la vocazione del sacerdote. Ciascuna di queste tre vocazioni è un modo di amare e servire Gesù e la Chiesa; ciascuna porta alla santità e alla felicità. Spetta ad ognuno scoprire e seguire la vocazione che Dio ha tracciato per lui.

1 “Tutti sono chiamati alla santità, che consiste nella perfezione della carità”. (VC 30).

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Leggi questa storia e rispondi alla domanda posta alla fine.

C’era una volta un povero mendicante che si trovava senza cibo e casa. Si sentiva da solo e disprezzato da tutti. Trascorreva i giorni chiedendo elemosine dai passanti. Con una ciotola in mano, si trascinava da porta a porta, da strada a strada. L’unica cosa che possedeva era una grande, sporca, pesante ciotola. La usava per sollecitare elemosine e anche per mangiare. Il mendicante considerava se stesso un uomo poverissimo, inutile, buono a nulla.

Un giorno il mendicante si trovò alla porta di un bottega di oggetti rari. Estendendo la sua mano con la ciotola, disse: “Aiutami, signore! Mi dia qualche soldo per comprare del pane: non ho mangiato da ieri. Ho fame. Abbi pietà di me, signore. Aiutami.”

Il bottegaio lo guardò altezzosamente. Stava per voltarsi indietro, quando la ciotola attirò la sua attenzione. Chiese: “Potrei dare un’occhiata a quella ciotola che hai in mano?”

Il bottegaio prese la ciotola nelle sue mani e la esaminò molto attentamente. Il mendicante lo guardò con curiosità e impazienza. Intanto, il bottegaio continuò ad esaminare la ciotola. Poi, la graffiò. Finalmente, la diede al mendicante, scuotendo la sua testa in incredulità, ed esclamando: “Sai, sei un tipo strano! Non hai bisogno di mendicare. Potresti dare le elemosine agli altri!”

Il mendicante, tutto agitato, disse: “Ma che cosa sta dicendo, signore? Per favore, non mi prenda in gioco. Sono un povero uomo. Aiutami, per favore.”

A cui il bottegaio replicò: “Povero uomo? Tu sei un uomo ricco. Sei più ricco di me! Non hai assolutamente bisogno di mendicare! Tu sai che quella ciotola è di oro puro?”

Cosa sarebbe il messaggio che questa storia intende comunicare?

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Cardinale Carlo Martini, che era l’Arcivescovo di Milano alcuni anni fa, aveva una predilezione per i giovani, i quali lo stimavano e lo ascoltavano volentieri.

Ecco qui una lettera aperta che scrisse ad un giovane, offrendogli dei suggerimenti pratici nella ricerca della sua vocazione.

LETTERA APERTA AD UN GIOVANE

Carissimo amico,

Probabilmente questa lettera ti coglierà di sorpresa perché non è una risposta né ad una lettera previa né ad una domanda precisa.

Ho preso l’iniziativa di scriverla perché volevo dirti, con calma e riflessione, alcune cose che mi sono venute in mente a comunicarti ieri dopo la celebrazione della Messa nella tua parrocchia in occasione della mia visita pastorale; purtroppo non vi era tempo.

Tu rappresentavi i giovani nella Preghiera dei Fedeli. Non ricordo più le tue parole precise. Ma, ricordo che hai pregato affinché tutti i giovani sappiano “dare un poco del loro tempo ed energia” per il servizio dei loro fratelli, sia nella comunità cristiana che nella società.

Mi piace sempre lodare qualsiasi sforzo che fa un giovane per superare il suo egoismo. Ma ieri tu hai recitato una preghiera in cui ti sei riferito, non alla solita lotta quotidiana contro l’egoismo ma allo stile-modello per i giovani di vivere da cristiani, e per questo hai invocato la grazia e la benedizione del Padre.

È su questo punto che vorrei condividere le mie riflessioni con te. Chiedo perdono per essere schietto con te, ma devo dirti che la tua preghiera era sbagliata. Lo stile-modello che tu hai proposto per vivere da cristiani non era autentico, perché quando si tratta di dare noi stessi ai nostri fratelli, non possiamo parlare in termini di “un poco” o “solo tanto”: non ci può essere il calcolo nel nostro dare.

Darsi ad un’altra persona, chiunque sia e in qualunque modo, è di per sé qualcosa di assoluto e incondizionale.

Ci vorrà solo qualche riflessione per accorgerti che le relazioni tra le persone non richiedono questo o quello, questo servizio o quell’altro, così poco tempo o così tanto tempo... come se qualcuno potesse misurare la quantità di energia e di tempo da dare ad un altro.

Non vi è dubbio che la persona umana ha bisogno di molte cose. Ma queste cose sono sempre specificazioni o espressioni del momento di una sottostante amicizia, interesse e accettazione che è più forte e che mai può essere esaurita nei gesti particolari che vengono compiuti; esse sono segni che oltrepassano le azioni concrete e diventano una sorgente feconda di ulteriori gesti e atti di servizio ancora più intensi.

Siccome tu prendi la tua fede seriamente, sono sicuro che capirai il significato profondo della “totalità” che accompagna l’incontro in cui una persona si dà ad un’altra persona. Lo troverai quando, con umiltà e tenacia, vai in cerca di quell’elemento divino e misterioso che abita nel cuore di ogni persona e che gli conferisce una dignità assoluta, cioè: la libertà e l’anelito per l’infinito.

Per di più, tu non credi in un Dio generico ma hai ricevuto la grazia incomparabile di amare il Dio di Gesù Cristo, cioè: il Dio che in Cristo si è dato totalmente all’uomo fino al punto di morire su una croce e ha voluto che l’uomo sia con lui nella pienezza della risurrezione.

Forse ti senti un po’ di paura di fronte ad un così esigente ideale di totalità. Forse non riesci a capire la profondità di alcune delle cose che ti sto scrivendo. Perciò vorrei tracciare alcuni passi che potrebbero aiutarti a comprendere il significato di ciò che sto cercando in questo momento di comunicarti in tutta semplicità e fraternità.

Il primo passo è quello di cominciare a guardare ogni persona che incontri con occhi nuovi, non solo pensando a ciò di cui ha bisogno, o se ti piace o no. Siamo tutti troppo disposti a

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categorizzare le persone che incontriamo ogni giorno; capita a tutti noi, anche a me.

Siamo pigri e abbiamo la tendenza di fissarsi sulle etichette che diamo sulla base dei nostri primi pregiudizi; in un secondo momento, speriamo di poter confermare quelle etichette, ma non cambiarle. Peggio ancora, quando incontriamo le persone, di frequente e inconsapevolmente, siamo portati a pensare di ciò che possiamo ricevere da loro; diamo via libera nel nostro cuore a quell’istinto egoista che cerca di usare le altre persone.

Ecco perché ti ho chiesto di guardare con occhi nuovi – per vincere la superficialità e l’egoismo, per percepire attentamente le domande e speranze nascoste nelle persone che incontri, e per penetrare un po’ più profondamente dentro i bisogni e le motivazioni che tessono i fili della storia.

Il secondo passo è quello di far sì che le risorse della tua fede producano frutti più abbondanti. Per questo devi assumere l’impegno di un periodo di preghiera o meditazione ogni giorno. Tu sai che Dio ha parlato a noi in Gesù e che questa Parola vivente si trova nella comunità cristiana. Permettiti di essere spesso sfidato dalla Parola. Prendi una porzione della Parola di Dio ogni giorno e lascia che penetri il tuo modo quotidiano di vivere. Vedrai quanti sobbalzi e crisi riceverai dall’operazione che ti sto suggerendo.

Il terzo passo è quello di acquisire il bell’atteggiamento di accettare gli altri con umiltà, malleabilità e responsabilità creativa. Salutali; parla con loro e accetta loro come sono, incondizionatamente; fa attenzione ai loro bisogni più piccoli; mostra loro quel perdono reciproco che, insieme a molti difetti, vedi praticato di sicuro nella tua famiglia e nella comunità cristiana.

Il quarto passo è quello di vedere e fare tutto con un senso di Chiesa. Per questo prendi parte di un gruppo; però, non di qualsiasi gruppo ma di uno che ti dà un senso di appartenenza ecclesiale e preoccupazione apostolica. Nel gruppo tu maturerai nella tua fede e impegno; imparerai a vedere, giudicare ed agire alla luce della Parola di Dio, e così svilupperai in te l’abitudine di vigilanza e discernimento; celebrerai i sacramenti, che sono nutrimento e vita, nella comunità ecclesiale; maturerai la tua decisione riguardo alla tua vocazione futura man mano che prendi contatto con le varie vocazioni nella Chiesa – esse ti serviranno per illuminare l’opzione che stai facendo e per rafforzare la tua decisione.

Il quinto passo è quello di accogliere le opportunità meravigliose di volontariato come un segno importante dello Spirito Santo per i giovani del nostro tempo. Tu hai certamente sentito del movimento volontario; forse sei già impegnato in esso. Io vedo in queste esperienze una scuola eccezionale per imparare nuove vie di confrontare i problemi delle relazioni tra persone, anche quelle a livello internazionale.

E finalmente, vi è un ultimo passo che sigilla e conferisce autenticità al viaggio che ti sto proponendo, ed è quello di cercare in che modo stabile, completo e concreto tu puoi vivere LA TOTALITÀ DELLA TUA VITA COME UN DONO TOTALE DI TE STESSO agli altri.

L’opzione importante che tu fai ha un nome, che sfortunatamente è diventato ambiguo. Si tratta di una VOCAZIONE, che alcuni pensano sia un lusso riservato per una categoria particolare di cristiani.

Non ti parlo a lungo su questo tema, né intendo dilungarmi sui mezzi per scoprire e coltivare la tua vocazione. Voglio solo dirti che, in seguito all’esempio di Gesù e con la potenza dello Spirito Santo, ogni battezzato è chiamato da Dio a vivere non per se stesso ma per gli altri in una maniera concreta di vita che è uguale per tutti per ciò che riguarda la pienezza della fede e l’eroismo della carità.

In un secondo momento, quella maniera di vita diventa diversa per ogni cristiano, a seconda

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dell’impegno e della funzione ognuno deve assolvere dentro la comunità cristiana nel nome della Chiesa.

È importante per ognuno poter dire che la strada che ha scelto è, per lui, la via più sincera, quella su cui ha pregato molto, una via che gli ha costato molto, e ciononostante, una via che sarà molto feconda perché non apparterrà più a se stesso.

OGNI VITA È UNA VOCAZIONE.

Per te, che vivi al vertice dei tuoi anni giovanili, ecco ciò che significa amare il tuo prossimo.

Carlo

Dopo aver letto questa lettera, il gruppo la approfondisce cercando di rispondere alle domande seguenti, oppure lascia un po’ di tempo per il lavoro personale di riflessione sulle domande prima dello scambio nel gruppo.

1.    Ti piace questa lettera?

2.    Che cosa ha spinto il Card. Martini a scrivere questa lettera?

3.    Il Cardinale parla di un darsi totalmente agli altri. Lo trovi esigente? Ma, non è questa la natura di amore autentico?

4.    Cosa vuol dire in concreto guardare ogni persona con occhi nuovi?

5.    Ti accorgi che sostanzialmente i sei passi suggeriti dal Card. Martini ti invitano ad amare il Signore, la Chiesa ed ogni uomo?

6.    Cosa significa che ogni persona ha una vocazione?

7.    Senza guardare il testo, ricordi i sei suggerimenti del Cardinale Martini? Pensi che sia possibile seguirli? In che modo?

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3. VOCAZIONE DEL LAICO

Tra i vari libri scritti da un autore francese, Michel Quoist, vi è uno che contiene un capitolo con il titolo: “Se Cristo leggesse il giornale di oggi!” L’autore dice che quando si alzò nel mattino, si è posta la domanda: “Se Cristo vivesse oggi nel mondo, avrebbe letto il giornale di oggi?” La risposta era facile: “Certamente l’avrebbe fatto: come poteva rimanere indifferente a tutto ciò che avveniva nel mondo?”

Ma poi Michel si fece una seconda domanda: “E come avrebbe letto il giornale?” E pensò a se stesso: “Avrebbe letto tutte le notizie nel giornale, chiedendosi: ‘Sta edificandosi il mio Corpo’? E con il giornale in mano, avrebbe pregato a suo Padre in cielo.”

Come Cristo, il cristiano non è indifferente al mondo. Anzi, è molto interessato in esso, perché è proprio là che vive la sua vocazione di laico, che, in fondo in fondo, è la vocazione cristiana vissuta nel mondo.

Tale vocazione lo chiama a contribuire alla costruzione del Regno di Dio nel mondo.

1.    In primo luogo, egli si trova confrontato da una profusione del male nel mondo – in ogni settore. Oggigiorno si parla tanto, per esempio, della corruzione nella politica, dello sfruttamento dei lavoratori, della discriminazione contro certe classi del popolo, della pornografia nella società, dell’abuso della religione nel fomentare divisioni, ecc. Sono tutte conseguenze del peccato – del peccato personale, collettivo, strutturale... E allora, quando il laico combatte queste manifestazioni di peccato nel mondo circostante, e porta giustizia, onestà e rispetto nella famiglia, nella scuola, nella professione, nella politica...., lui sta liberando il mondo dal peccato, ossia aiutando a “redimere” il mondo, o come si è detto, contribuendo alla costruzione del Regno di Dio nel mondo, che è un “regno di verità e vita, regno di santità e grazia, regno di giustizia, amore e pace” (Prefazio della Messa di Cristo Re).

2.    Il laico si trova confrontato giorno per giorno anche da un’altra situazione, che non è di peccato. È il mondo vasto e complicato delle scienze e delle arti, della vita internazionale, degli strumenti della comunicazione sociale; ed anche di altre realtà... quali l'amore, la famiglia, l'educazione dei bambini e degli adolescenti, il lavoro professionale, la sofferenza (cf. ChL 23). E allora, mediante il suo esempio e le sue parole, cerca di permeare tutte queste realtà umane con lo spirito del Vangelo, effettuando la loro trasformazione cristiana, e contribuisce così all’opera di evangelizzazione, che è la missione della Chiesa nel mondo.

Ecco, dunque, l’opera di salvezza che il laico, per la sua vocazione, è chiamato a svolgere in pieno mondo. È un compito più che urgente e importante nel secolo in cui viviamo. Offrendo al Padre se stesso e tutto il suo lavoro, in unione con l’offerta di Gesù nella Messa, egli fa della sua vita un sacrificio spirituale gradito a Dio. Ed è mediante il suo coinvolgimento cristiano nelle realtà secolari che trova la strada della sua santità.

Cominciando da Maria e Giuseppe, i genitori di Gesù, vi sono tanti esempi di laici che hanno vissuto la loro vocazione in modo esemplare e perfino eroico.

 Ci sono persone nobili come Santa Elisabetta, regina di Ungheria, che, per seguire gli insegnamenti di Gesù vendette tutto ciò che possedeva e lavorò per mantenere la sua famiglia e aiutare i poveri; San Thomas More, il Gran Cancelliere d’Inghilterra, che fu

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decapitato per la sua opposizione al divorzio del re e per il suo rifiuto della supremazia del re sopra la Chiesa; il re Baudoin di Belgio che preferì abdicare i suoi poteri costituzionali anziché firmare una legge parlamentare in favore di aborto.

·         Ci sono padri e madri di famiglia la cui vita da genitori è stata straordinaria, come, per esempio, la Santa Gianna Beretta Molla che, dovendo scegliere tra l’aborto e il perdere la propria vita, preferì morire e lasciar nascere la sua bambina.

·         Spinti dalla loro fede cristiana, alcuni cristiani hanno dedicato la loro vita ai poveri e emarginati. Per esempio: Raoul Follerau, lavoratore instancabile per la causa dei lebbrosi di tutto il mondo; Jean Vanier, fondatore di più di 100 comunità in 30 paesi per prendere cura dei malati mentali; Ven. Pauline-Marie Jaricot, fondatrice della Società per la Propagazione della Fede che sostiene le missioni in tutto il mondo.

·         Altri invece hanno partecipato alla missione di Gesù e della Chiesa, facendo della loro sofferenza il loro apostolato, come la Beata Alexandrina da Costa, paralizzata a letto per 30 anni.

·         E ci sono stati anche giovani che nella loro tenera età hanno dato degli splendidi esempi di vita cristiana: Santa Maria Goretti, 12 anni, accoltellato salvaguardando la sua castità; San Domenico Savio, 15 anni, apostolo tra i suoi compagni nell’Oratorio di Don Bosco; Beata Laura Vicuña, che offrì la sua vita in cambio per la conversione di sua madre; Beato Ceferino Namuncurá, ragazzo indigeno della tribù Mapuche della Patagonia, riconosciuto come studente esemplare.

Questa è una piccola selezione di laici riconosciuti universalmente per l’esemplarità della loro vita cristiana. Ma, a dire il vero, ci sono migliaia e migliaia di persone che vivono la loro fede ogni giorno come una vocazione, seguendo Gesù e prendendo parte nella missione della Chiesa. Ci sono, per esempio:

·         individui che danno la loro vita per diffondere il messaggio di castità tra i giovani e per combattere la pornografia in società;

·         altri che offrono la loro vita come missionari laici in terre lontane;

·         tanti laici che formano parte di gruppi apostolici nelle parrocchie come la Legio Mariae e il circolo S. Vincenzo de’ Paoli;

·         molti giovani cattolici che appartengono a movimenti come Focus negli Stati Uniti o il Jesus Movement nell’India per cui sono missionari tra i loro compagni sui campus universitari;

·         tanti laici che insegnano il catechismo nelle scuole dove comunicano la loro fede alle giovani generazioni, e tanti genitori che fanno una splendida opera di educare i loro figli cristianamente.

Come si vede, è una bellissima vocazione quella del laico e viene vissuta il più delle volte di nascosto, in umiltà, in modi che solo Dio conosce.

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PROBLEMI DEL MONDO E SOLUZIONI

Possiamo considerare il mondo da cinque diversi punti di vista: economico, culturale, sociale, politico, e religioso.

In ognuna delle cinque colonne, scrivi ciò che consideri il più grande problema in quel settore. Poi, scrivi ciò che, secondo te, sarebbe la soluzione di quel problema. Quando tutti hanno finito, si fa un confronto nel gruppo.

Economico               Culturale                   Sociale                     Politico                   Religioso

Problema:                  Problema:                 Problema:                 Problema:                 Problema:

Soluzione:                 Soluzione:                Soluzione:                Soluzione:                Soluzione:

Domanda: Pensi che come cattolici abbiamo un impegno maggiore di contribuire alla soluzione di questi problemi? Spiega la tua posizione:

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I

La favola seguente ci dice qualcosa su come riconoscere i santi. Leggilo in silenzio; poi discuti nel gruppo il significato della favola.

“Mi scusi,” disse un pesce nel mare ad un altro pesce. “Tu sei più vecchio e hai più esperienza di me; probabilmente puoi aiutarmi. Mi dica: dove posso trovare questa cosa che si chiama l’Oceano? Lo sto cercando dappertutto ma non lo trovo.”

“L’Oceano,” rispose il pesce ansiano, “è ciò in cui tu stai nuotando.”

“Oh questo?” esclamò il pesce giovane. “Ma questa è solo acqua. Ciò che sto cercando è l’Oceano,” e con un sentimento di delusione andò altrove per cercare la risposta.

II

Leggi le definizioni seguenti. Quale di esse corrisponde alla tua idea di un santo? Perché?

Un santo

-È un capolavoro della grazia di Dio, eppure rimane libero.

-È una persona santa che prega molto.

-È colui che vive una vita cristiana coerent nella propria situazione di vita. -È colui che cerca di amare dio e il prossimo con tutto il suo cuore.

-(altro)

Confronta la tua risposta a quella degli altri membri del gruppo.

III

Pensa a dei laici per cui hai grande rispetto e affetto. Fa una lista delle loro qualità straordinarie. Li considereresti santi? Scrivi i tuoi motivi nella colonna, “definizione di un santo”.

Persone                                  Caratteristiche                                     Definizione di un santo

1.                 

2.

Condividi la tua risposta con gli altri membri del gruppo.

Nel gruppo cercate di arrivare ad un consenso sulla vocazione del laicio come una vocazione alla santità.

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4. VOCAZIONE DEL CONSACRATO

Mentre molti cristiani si sentono portati a seguire Cristo in mezzo alle realtà secolari (e questa è la vocazione del laico), ci sono alcuni che si sentono affascinati dalla persona di Gesù, e questo fascino per Gesù è in se stesso una grazia, una vocazione.

Vedono che Gesù era totalmente dato alla sua missione salvifica, e per questo ha rinunciato al matrimonio e a fondare la propria famiglia, ha scelto una vita povera e semplice per sentirsi totalmente libero per la sua missione, e ha voluto fare nient’altro in tutta la sua vita eccetto amare suo Padre e compiere la sua volontà.

Come gli apostoli del vangelo, anch’essi si sentono portati a seguire Gesù totalmente e darsi completamente alla sua missione di salvezza.

Incontrano sulla loro strada esempi di persone consacrate che, sulle orme di un santo Fondatore, stanno già vivendo così. Per essere “una memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù”,2 essi fanno i voti di castità, povertà e obbedienza; vivono e pregano in comunità insieme ad altri che hanno assunto lo stesso impegno; e tutti insieme si mettono totalmente al servizio della missione salvifica mediante la loro testimonianza e le loro opere di carità. In concreto, mirano ad essere segni e portatori dell’amore di Cristo a tutti gli uomini per invitarli a diventare e vivere da figli di Dio in Cristo. Questi cristiani si sentono attirati da un gruppo di persone consacrate fino a tal punto che entrano nella loro Congregazione religiosa per condividere la loro vita ed azione.

Suor Anna è una missionaria nel territorio nordovest del Canada, vicino al polare artico. Lavora tra gli Inuit o eschimesi, per cui la vita è una lotta quotidiana per sopravvivere. Il suo ministero è molto di più che il solo insegnamento del catechismo.

Una volta mentre prendeva la scuola di catechismo ad un gruppo di bambini indiani, una mamma eschimese, tutto turbata, corse nella stanza, gridando che il suo piccolo ragazzo era andato vagando ed ora era perso. Tutti gli uomini del villaggio erano andati per una caccia di animali e non vi era nessuno a cui poteva rivolgersi per aiuto. Suor Anna e lei indossarono le racchette di neve e andarono in cerca del ragazzo nelle colline coperte di neve. Proprio quando una bufera di neve stava per cominciare, esse trovarono il ragazzo.

La gente del villaggio di Nor non avevano mai visto una suora prima dell’arrivo di Suor Anna. La sua vita, come quella della gente, è semplice e coraggiosa. Vive in una capanna, come fanno loro, e partecipa ad ogni aspetto della loro esistenza dura. Come una mamma eschimese disse, “Suor Neve (così la chiamano) ci parla di Gesù e vive come lui qui tra noi.”

Esempi della vocazione di consacrato abbondano nella storia della Chiesa.

·         Ci sono dei consacrati che hanno voluto mettere tutta la loro vita al servizio di Cristo, vedendolo nei poveri. Forse la più famosa tra loro è la Beata Madre Teresa di Calcutta che per 45 anni si dedicò totalmente a servire Cristo nei poveri, negli ammalati e nei morenti perché, così diceva, “in ognuno di loro è nascosto Cristo”. Paragonata qualche volta a Madre Teresa è stata Suor Emmanuelle, che ha lavorato tra i migliaia di “zabaleen” (ragazzi che raccolgono i rifiuti) nelle periferie delle città di Egitto. Il Beato Damien de Veuster si dedicò al servizio dei lebbrosi abbandonati sull’isola di Molokai. E vi è San Giovanni Bosco che si diede alla salvezza della gioventù povera e abbandonata.

·         Altri consacrati si sono dedicati all’apostolato della predicazione, come Sant’Antonio da Padova che volle nient’altro eccetto seguire Gesù, e Gesù crocifisso; San Francesco Saverio che dedicò la sua vita all’opera missionaria in Asia; e San Francesco d’Assisi che abbracciò la “signora povertà”.

2 VC 22.

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·         Alcuni consacrati ancora hanno dato la loro vita: San Maximilian Kolbe, prigioniero nel campo di concentramento di Auschwitz, che eroicamente offrì se stesso a morire al posto di un altro che aveva famiglia. Beato Miguel Pro, che continuò il suo ministero sacerdotale di nascosto durante la persecuzione in Messico finché fu catturato e fucilato; morì proclamando: “Viva Cristo Rey!” San Paul Miki, che predicò il vangelo nel Giappone; fu crocifisso, e dalla croce fece la sua ultima predica, nella quale perdonò i suoi uccisori.

·         E poi, ci sono consacrati che hanno fatto della loro vita in comunità, spesso con molta sofferenza, un atto di amore al Signore: Santa Therese de Lisieux, che scoprì il segreto della sua vita: “O Gesù, mio amore; finalmente ho trovato la mia vocazione. La mia vocazione è... amare!” Santa Bakhita, ragazza sudanese, che fu rapita da mercanti arabi e venduta cinque volte come schiava nello spazio di 8 anni; più tardi fu portata in Italia, dove fu battezzata, e scelse di entrare tra le canossiane. Santa Bernadetta, che fu favorita dalla Madonna con 18 apparizioni nella grotta vicina a Lourdes.

Ma, questo è solo un piccolo saggio di alcune figure eccezionali della vocazione del consacrato. È sufficiente dare uno sguardo alla storia della Chiesa lungo i secoli per accorgersi di quanto i consacrati hanno contribuito alla missione e alla santità della Chiesa, per non parlare del loro enorme apporto alle genti di tutto il mondo senza badare a colore, razza, età o religione.

·         Tanti ordini religiosi sono stati – e sono ancora - nell’avanguardia dell’evangelizzazione ad gentes, portando il Vangelo di Gesù ad ogni angolo della terra a costo di molto sacrificio personale, incluso il martirio.

·         Proprio per la loro libertà che deriva dai voti che professano, essi offrono il loro servizio per il Regno di Dio in ogni parte del mondo; spesso si trovano nella prima linea di apostolati nuovi e difficili, e in regioni inospitali e inaccessibili, prendendo cura dei malati di AIDS, dei ragazzi della strada, di coloro che sono presi nella rete della schiavitù e prostituzione, dei rifugiati e delle vittime di violenza e disastri naturali... Spinti dall’amore di Cristo, e operando in équipes apostoliche unite e flessibili, con la loro preparazione ed esperienza plurisecolare e plurinazionale, essi offrono una vasta gamma di scuole, ospedali e opere sociali per l’educazione e l’evangelizzazione di tutti i popoli, specialmente dei poveri e abbandonati.

·         Allo stesso tempo, molti ordini di consacrati si dedicano ad un’altra forma di apostolato tanto necessario nel mondo di oggi - la preghiera e l’intercessione per tutta l’umanità.

In verità, vi è nel consacrato una splendida vocazione nella Chiesa che rende testimonianza di un amore forte per Gesù e di una dedizione totale al Regno di Dio.

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LA VITA CONSACRATA PUÒ DIRE QUALCOSA
OGGI AL MONDO?

Nella colonna a sinistra trovi alcune SFIDE del mondo in cui viviamo. Nella colonna a destra scrivi le RISPOSTE o messaggi che la vita consacrata può dare ad ognuno di questi aspetti.

SFIDE                                                  RISPOSTE

1.      Secolarismo e dimenticanza di Dio                   1. Il primato di Dio nella vita; la centralità di
Cristo; la necessità della fede e della preghiera

2.      Individualismo, egoismo                                   2.

3.      Consumismo sfrenato                                        3.

4.      Brama di potere politico e economico               4.

5.      Sfruttamento dell’altro                                      5.

6.      Rapporti ufficiali, standardizzati,                     6.computerizzati, staccati, lontani

7.      Tensioni e odi vecchi e nuovi tra popoli,           7.etnie, tribù, caste, gruppi e regioni

8.      Spersonalizzazione economica, tecnologica e 8. tecnocratica

9.      Fuga dal mondo mediante la droga e l’alcool 9.

10.  Vita superficiale dovuta all’attenzione             10.banale data alla pubblicità, alla moda, alla TV, all’Internet...

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Leggi Atti 2,42-47 e Atti 4,32-35. Scrivi le tue risposte, e confrontale con il gruppo.

1.      In che modo il contenuto di queste letture è simile? diverso?

2.      Come hanno vissuto questi gruppi? Perché?

3.      Come imitavano Gesù questi gruppi?

4.      Quali aree della vita in comune erano considerate importanti?

5.      Ti sarebbe piaciuto vivere in uno di questi gruppi? Perché o perché no?

6.      Quali gruppi oggi hanno alcuni di questi aspetti?

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Leggi questa favola attentamente e poi rispondi alle domande poste alla fine. Quando tutti hanno finito, si fa un confronto nel gruppo.

I CAMMELLI

In una oasi, in un deserto lontano, viveva una mandria di cammelli. La loro vita era pacifica, semplice e sicura. Avevano molta erba e datteri da mangiare e molta acqua da bere.

Una notte una stella strana e stravolgente apparve sull’orizzonte della loro esistenza tranquilla e solitaria. Era di una luminosità indescrivibile, scintillante, abbagliante e irresistibilmente seducente. La maggioranza dei cammelli era così occupata con il mangiare, bere e dormire che non fece attenzione alla presenza di quella stella brillante e invitante. Essi continuarono a vivere la loro vita monotono e inutile. Ma alcuni di loro, non essendo così preoccupati delle loro cose, stavano guardando intorno. Alzarono la loro testa verso il cielo e videro subito lo splendore e il fascino della nuova stella. Erano perplessi per la sua presenza e si domandavano quale potrebbe il suo significato.

Uno dei cammelli disse ai suoi compagni: “Come è stupenda e incantevole quella stella! Io mi sento terribilmente attratto ad essa. Io sento che questa stella ci sta invitando tutti.... Mi sento affascinato, spinto verso di essa. Mi ricorda il sogno che avevo quando ero piccolo. Vidi una nuova stella apparire sull’orizzonte. Sentì chiaramente quella stella chiamare tutti gli uomini a seguirla in cerca di una nuova vita, un nuovo paese, una nuova patria. Chissà se questa potrebbe essere la “stella dei miei sogni fanciulleschi”.

Tutti i suoi compagni scoppiarono in una risata alle sue parole. In primo luogo, coloro che non avevano visto la stella lo chiamarono un visionario matto, un sognatore sciocco! Quelli che avevano visto la stella lo chiamarono pazzo. Dissero ad una voce: “Cosa dici? Vuoi seguire una stella? Ma, nessuno l’ha mai fatto prima. Dove andrai? Come andrai? Per quanto tempo? E prima di tutto, perché?”

Il cammello rispose: “Dove andrò? Dove essa mi conduce. In qualsiasi modo. Per quanto tempo? Per l’eternità. Perché? Perché mi chiama, mi chiama con la sua luminosità affascinante e bellezza magica. Io mi sento attratto ad essa in modo avvincente. Ah sì, sì. Io seguirò questa stella, qualunque sia il prezzo. Ho deciso, e nessuno mi fermerà.”

Molti dei cammelli lo abbandonarono. Si voltarono e tornarono a mangiare, bere e dormire. Solo alcuni cammelli rimasero insieme con lui. La loro curiosità era destata dalla stella risplendente e dal fascino che consumava il loro compagno. Uno di loro gli chiese: “Intendi lasciare questa oasi bellissima con tutti i conforti e la sicurezza che essa offre per andare nel deserto in cerca di una nuova vita, un nuovo paese?”

“Sì,” rispose il cammello, “ho deciso di lasciare tutto e partire subito al seguito di quella stella. Vedete, sta già muovendo via dal nostro cielo. Sta già scomparendo dal nostro orizzonte. Devo andare in tutta fretta. Se qualcuno vuol venire con me, è molto ben venuto! Ma, ritardare è pericoloso. Un minuto ancora, e la stella potrebbe svanire dalla nostra vista. Potrebbe scomparire e non ritornare più. È una questione di ora o mai più. È l’opportunità di una vita.”

Alcuni dei cammelli furono molto colpiti dall’entusiasmo e determinazione del loro compagno e decisero di accompagnarlo al seguito della stella. Dissero: “Anche noi verremo con te! Ma, dacci un po’ di tempo per raccogliere rifornimenti per il viaggio. Abbiamo bisogno di molta erba e foraggio, molta acqua, datteri e grano. Sai, dobbiamo essere prudenti e sapienti...”

“Guardate, ci rimane poco tempo,” disse il cammello. “La stella sta scomparendo. Non possiamo aspettare un minuto di più. Colui che ci invita a seguirlo, che ci invita ad andare con lui, certamente non lo farà senza provvedere per i nostri bisogni. Prenderà cura di noi durante il viaggio. Me ne vado subito. Chi vuole venire con me, venga. Se no, rimanete qui e arrangiatevi.”

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Detto questo, il cammello lasciò l’oasi e cominciò il suo viaggio attraverso il deserto immenso, vuoto, inospitale. Tenne i suoi occhi fissi su quella stella che stava gradualmente scomparendo dall’orizzonte dell’oasi. Solo due cammelli corsero dietro di lui e gli fecero compagnia. Tutti gli altri cammelli scossero i loro capi in disapprovazione e bisbigliarono: “Poveretti! Moriranno di sicuro - di fame, di sete e d’esposizione al sole. E pensate che potevano rimanere con noi nell’oasi e godere tante belle cose che la vita ci offre!”

Domande:

1.      Che cosa rappresenta la stella?

2.      E che cosa rappresenta il cammello che seguì la stella?

3.      Perché il cammello seguì la stella? E perché quasi tutti gli altri cammelli non la seguirono?

4.      Che cosa è necessario per seguire la stella?

5.      Che cosa pensi sia il messaggio della favola?

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5. VOCAZIONE DEL PRESBITERO

Ecco il sacerdote: il terzo modo di seguire Cristo e vivere la vocazione cristiana, non dato a tutti ma solo a coloro che lui chiama.

Il sacerdote è il rappresentante di Gesù Cristo, Buon Pastore, ed è posto al servizio del gregge. Proprio per questo motivo il suo sacerdozio viene chiamato “ministeriale” (dal “ministro” in latino che vuol dire “servo”). Per vivere la loro vocazione, i laici e i consacrati hanno bisogno della Parola di Dio che rafforzi la loro fede e trasformi la loro vita, dei sacramenti per poter offrirsi a Dio come ostia pura e santa, e della guida e supporto che li incoraggi e sostenga nel loro cammino verso la santità.

E così, il sacerdote, a nome di Cristo, esercita un triplice ministero verso i laici e i consacrati:

·         il ministero della Parola: egli porta la parola di Cristo alle più svariate situazioni e mediante le più diverse forme di comunicazione per suscitare e rafforzare la fede in maniera tale che trasformi la vita;

·         il ministero di santificazione: lo realizza in vari modi, ma il momento più significativo e fecondo sta nel servizio di iniziazione alla vita in Cristo, nella preghiera liturgica e nella celebrazione dei Sacramenti, specialmente dell’Eucaristia e della Riconciliazione. È la fede che viene celebrata nella comunione con Lui e con i fratelli;

·         il ministero di cura pastorale: lui sostiene, dirige e guida ognuno nello sforzo di vivere la propria fedeltà con gioia e impegno, e allo stesso tempo tiene unita e ispira la comunità di fede affinché viva e compia la sua missione nel mondo.

Il sacerdote dunque è lontano dall’essere una figura di potere, dignità e stato sociale, o una figura meramente di culto (Messa, confessione).

Al contrario, è una figura di servizio umile e necessario ai laici e consacrati perché tutti hanno bisogno dell’incontro con Cristo nella Parola e nel Pane eucaristico per vivere con gioia e fedeltà la loro vocazione e missione. Qui sta la bellezza e l’importanza della vocazione del sacerdote nella Chiesa e nel mondo.

Ora, anche questa vocazione del sacerdote trova espressione in una vasta gamma di splendide figure.

·         Ci sono sacerdoti che si sono dati totalmente al loro lavoro pastorale, effettuando, mediante la loro vita santa e la loro parola, una vera trasformazione spirituale della loro comunità e dei dintorni. Basta pensare a San Giovanni Vianney, conosciuto come il Curé d’Ars, il quale, negli ultimi 10 anni della sua vita, ascoltava le confessioni tra 16 a 18 ore al giorno – non solo dei suoi parrocchiani ma dei 20,000 pellegrini all’anno che venivano attirati dalla sua persona.

·         Altri sacerdoti hanno indirizzato il loro lavoro pastorale verso i poveri e gli emarginati, gli ammalati e i prigionieri. Tra di essi: San Filippo Neri, chiamato “l’apostolo di Roma” per il suo lavoro tra i giovani, i poveri e gli ammalati; San Vincenzo de’ Paoli, pastore zelante, che dedicò la sua vita alle opere di carità; San Giuseppe Cafasso che s’impegnò per molti anni nella formazione dei sacerdoti, e fece sentire la forza della speranza cristiana e la fiducia nella misericordia di Dio nelle sue visite ai carcerati e ai condannati a morte.

·         Ci sono sacerdoti che tentano nuovi modi di portare il Vangelo al mondo, come “The Priests”, tre sacerdoti, Eugene O’Hagan, Martin O’Hagan e David Delargy, dell’Irlanda del

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Nord, che hanno formato un gruppo che cerca di proclamare il Vangelo attraverso la musica e il canto.

·         E ci sono sacerdoti che, nella fedeltà al loro ministero, hanno dato la loro vita come Cristo, il Buon Pastore: San Giovanni Nepomuceno, che perse la vita per aver rifiutato di rivelare i segreti del confessionale; Sant’Andrea Dung-Lac, parroco vietnamita che, con la sua vita esemplare e la predicazione, attirò molti alla Chiesa, finché fu arrestato, torturato, e finalmente decapitato; e i 3000 sacerdoti cattolici che persero la vita alle mani di Hitler e i nazisti nei campi di concentramento durante l’ultima guerra mondiale.

Questi sono solo alcuni esempi più noti della vocazione del sacerdote. Ma, è sufficiente guardare intorno per accorgersi del prezioso e delicato servizio reso con molta umiltà e semplicità da migliaia di sacerdoti, uomini di Dio per gli altri, giorno dopo giorno in ogni parte del mondo.

·         Sono là per accompagnare ogni cristiano dalla sua entrata nel mondo fino al momento della sua dipartita per l’eternità.

·         Sono là per portare alla gente la dottrina, l’esempio e la grazia del Signore Gesù e sostenerli nel loro cammino verso la santità.

·         Sono là per costruire la comunità cristiana affinché viva di Gesù Cristo e compia la sua missione di evangelizzare il mondo.

C’è una poesia di Lacordaire che coglie molto bene il senso profondo del sacerdozio:

“Vivere in mezzo al mondo senza alcun desiderio per i suoi piaceri;

essere membro di ogni famiglia eppure appartenere a nessuna;

condividere tutte le sofferenze;

guarire tutte le ferite;

andare ogni giorno dall’uomo a Dio per offrirgli la loro adorazione e petizione;

ritornare da Dio all’uomo per portar loro il suo perdono e la speranza;

avere un cuore di ferro per la castità e un cuore di carne per la carità;

insegnare e istruire;

perdonare e consolare;

benedire ed essere benedetto per sempre!

O Dio, che vita, ed è tuo,

O sacerdote di Gesù Cristo!”

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Leggi questa storia e fa l’esercizio indicato alla fine.

HO BISOGNO DELLE TUE MANI

Si narra che durante l’ultima guerra mondiale i giapponesi avevano conquistato un’isola nelle Filippine e gli americani cercavano di cacciarli via. Per questo, gli americani bombardarono l’intera isola, e poi lanciarono i loro soldati con i paracadute.

E così i soldati americani stavano percorrendo l’isola in cerca del nemico. Poco dopo giunsero a quella che era stata una fiorente stazione missionaria ma che ora – a causa del bombardamento – non era altro che un cumulo di macerie. Cercarono tra le rovine; non c’erano soldati giapponesi. Stavano per andarsene via, quando uno di loro vide una statua di Cristo giacente per terra. Essendo buoni cristiani, pensarono che poteva essere una buona idea rimettere la statua sul suo piedistallo. E così riuscirono a fare con un po’ di sforzo.

Ma a causa delle bombe o per la caduta della statua, le mani erano spezzate, e per quanto cercassero di fare, non ci fu modo di fissarvi di nuovo le mani. Stavano per rinunciare e andare via, quando uno di loro ebbe una brillante idea. Trovò un pezzo di cartone; si mise di fronte alla statua e scrisse queste parole: “Non ho altre mani che le vostre.”

Non si può garantire l’autenticità della storia. Ma, il messaggio della storia è molto vero. Gesù ha bisogno di mani che benedicano oggi i bambini come li benedisse due mila fa; ha bisogno di labbra che dicano oggi: “Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue”, o “Va in pace; i tuoi peccati sono perdonati” come pronunciò queste parole due mila anni fa; ho bisogno di piedi che vadano oggi in cerca della pecora perduta nelle nostre città e villaggi, come lui andò per la Palestina due mila fa. Gesù oggi ha bisogno di persone che continuino la sua presenza ed azione nel mondo.

Completa la frase seguente: Il sacerdote è ................................................................... ...................................................................................................................... ...................................................................................................................... ...................................................................................................................... ...................................................................................................................... ......................................................................................................................

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1.      Scrivi il nome di un sacerdote per cui hai molta ammirazione .........................................................................

2.      Fai una lista delle qualità di questo sacerdote che trovi degne di ammirazione .............................................................................. .............................................................................. .............................................................................. .............................................................................. .............................................................................. ............................................................................... ...............................................................................

3.      Scrivi una tua riflessione sull’importanza e necessità del suo ruolo nella Chiesa e nel mondo di oggi

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6. LO SPIRITO SOFFIA DOVE VUOLE

Abbiamo visto che si possono distinguere tre modi fondamentali di seguire Gesù Cristo, ossia le tre vocazioni fondamentali nella Chiesa.

Però, lo Spirito di Dio che chiama è libero; non è affatto ristretto dalle nostre categorie.

Egli chiama molti cristiani a vivere la vocazione del laico, ma dentro questa vocazione apre la possibilità di diverse forme:

·         La vita singola: ci sono dei laici cristiani che si sentono chiamati a rimanere singoli tutta la loro vita per dedicarsi totalmente a qualche servizio nella Chiesa, per esempio, al movimento di rinnovamento carismatico o al ministero verso gli handicappati;

·         Il matrimonio: per la maggioranza dei laici cristiani, la loro chiamata è al matrimonio, che è in realtà una vocazione da Dio. Sono chiamati, come un coppia, ad amare l’un l’altra per sempre, e ad avere figli come frutto del loro amore – figli con cui formare una “chiesa domestica”, figli da educare in buoni cristiani e onesti cittadini;

·         La secolarità consacrata: alcuni laici cristiani si sentono chiamati a dedicarsi al Signore mediante i voti di castità, povertà e obbedienza che essi vivono come lievito in mezzo al mondo e come membri dei cosiddetti “istituti secolari”.

Lo Spirito chiama altri cristiani a seguire Gesù più da vicino, ma dentro questa vocazione del consacrato offre due grosse alternative:

·         La vita contemplativa: questi sono i consacrati che si dedicano alla sequela di Gesù nella preghiera, che è il loro apostolato primario e che vivono con una varietà di accentuazioni a seconda del loro fondatore. Ecco alcuni nomi degli ordini di vita contemplativa: Benedettini, Cistercensi, Camaldolesi, Brigidine, Clarisse, Carmelitane...

·         La vita apostolica: questi consacrati si dedicano alla sequela di Gesù primariamente nelle attività pastorali che essi vivono con una grande diversità di accentuazioni a seconda del loro fondatore. Per menzionare alcuni nomi di ordini di vita apostolica: Gesuiti, Francescani, Salesiani, Oblati, Marinisti, Canossiane, Orsoline, Vincenziane...

Altri cristiani ricevono la vocazione del sacerdote che viene vissuta nel celibato.

·         Ma ci sono anche dei cristiani sposati che lo Spirito chiama ad una forma di sacerdozio che è quella del diaconato sposato.

·         E ci sono ancora delle persone consacrate che vengono chiamate ad essere sacerdoti o diaconi per rendere un particolare servizio ministeriale.

Finalmente, lo Spirito può dare a chiunque abbia la vocazione di laico, di consacrato o di sacerdote un’altra vocazione, cioè, la vocazione del missionario. Ci sono cristiani laici, consacrati e sacerdoti che si sentono chiamati da Dio ad andare in un’altra terra, là per piantare la Chiesa.

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Leggi questi testi dalla Sacra Scrittura, e poi rispondi alle domande:

Parlando dello Spirito nella sua conversazione con Nicodemo, Gesù aveva detto: “Il vento soffia dove vuole...” (Gv 3,8) .

Ed è proprio vero. Ecco tre testi di San Paolo che descrivono come lo Spirito agisce liberamente in noi, dando ad ognuno il suo dono. La varietà dei doni è per l’edificazione della Chiesa:

1.    “Ed ora, fratelli, non voglio lasciarvi senza istruzione per quanto riguarda i particolari doni che lo Spirito Santo dà a ciascuno di voi... Ora, i doni che Dio dà sono diversi, ma all'origine di tutti c'è un solo Spirito Santo. Ci sono molti modi di servire Dio, ma c'è un solo Signore. Ci sono molti tipi di attività, ma un solo Dio che spinge all'azione tutti noi. Lo Spirito Santo si manifesta in ciascuno per il bene di tutti.

Infatti, lo Spirito dà ad uno la capacità di esprimersi con sapienza, ad un altro, invece, di parlare con conoscenza, ma tutto viene sempre dato dallo stesso Spirito Santo.

Un altro ancora può ricevere una fede speciale, e un altro il dono di guarire le malattie, ma queste capacità provengono sempre dallo stesso Spirito Santo.

C'è chi riceve il potere di fare miracoli, e chi l'abilità di profetizzare, mentre ad un altro è dato di distinguere fra gli spiriti [quelli maligni e quello di Dio]. Ad un altro è dato di parlare in altre lingue, e poi c'è chi le interpreta, ma tutte queste cose provengono dal medesimo Spirito Santo, che le distribuisce ad ognuno secondo i propri criteri” (1 Cor 12, 1-11).

2.    “Dio ha dato a ciascuno di noi doni diversi secondo la grazia che ci ha concessa. Se il Signore vi ha dato quello di profetizzare, profetizzate secondo la misura della vostra fede. [Se il vostro dono,] è quello di servire gli altri, serviteli! Se è quello d'insegnare, impegnatevi nell'insegnamento. Se è di predicare, fatelo! Se aiutate gli altri con ciò che avete, datelo con semplicità. Se è l'abilità di amministrare il lavoro di altri, svolgete diligentemente questo incarico, e quelli che aiutano e confortano il prossimo, lo facciano con gioia” (Rom 12, 6-8).

3.    “È lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e altri come insegnanti...” (Ef 4,11).

Domande:

1.    Cosa significa dire che “il vento soffia dove vuole” (Gv 3,8) o che lo Spirito di Dio distribuisce i vari doni “secondo i propri criteri” (1 Cor 12, 11)?

2.    A che cosa si allude S. Paolo quando dice che i doni di Dio a ciascuno sono “per il bene di

tutti”?

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Scrivi le tue reazioni alle tre affermazioni seguenti:

1.      Ci sono diverse vocazioni nella Chiesa.

2.      Ogni vocazione è apostolica, cioè: chiama a partecipare nella missione della Chiesa.

3.      Ogni vocazione è una chiamata alla santità.

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Ecco una parabola di ciò che è avvenuto un tempo fa ma avviene ancora oggi. Leggila e poi rispondi alle domande.

LA POZZANGHERA

Aveva piovuto fortemente. Il prato fu invaso da molto fango che scorreva il fianco della collina. Poi apparve il sole. Ma proprio là, nel centro del prato, rimase una pozzanghera.

Il prato cominciò a lagnarsi della presenza della pozzanghera: diceva che essa sfigurava la sua bellezza. Quando veniva la gente a sedersi nel prato, non potevano fare a meno di osservare: “Che peccato quella pozzanghera! Se fosse stata un laghetto... o almeno se l’acqua fosse stata limpida!” La pozzanghera si sentiva umiliata da questi commenti. Nessuno lo voleva nel luogo in cui si trovava; le davano un’occhiata e si voltavano disgustati.

Un giorno passò di là Qualcuno. C’era tenerezza nei suoi occhi mentre guardava la pozzanghera. Poi lasciò cadere qualche piccola cosa nella pozzanghera... Ci fu una piccola crespa quando la superficie opaca della pozzanghera si aprì per riceverla. La pozzanghera cercò di guardare dentro di sé per distinguere la cosa immessa, ma, non essendo limpida, non poteva vedere! Più tardi però cominciò a sentire qualcosa muoversi dentro di sé, leggermente all’inizio e poi vigorosamente. La pozzanghera non capì niente finché un giorno tre piccoli germogli emersero dalla melma, e alcuni giorni più tardi tre splendide ninfee si alzarono sopra le acque scure.

Il prato non si lagnò più: non aveva mai avuto tanti fiori completamente sbocciati! Al vedere le ninfee, la gente fu in un primo momento sorpresa, e poi cominciò a venire regolarmente al prato per godere la loro bellezza.

Passò il tempo. Un giorno le ninfee, parlarono alla pozzanghera e fecero una promessa: “Ritorneremo!” La pozzanghera diventò triste. Quando si svegliava al mattino, essa guardava intorno in cerca delle ninfee. Come potevano mancare alla loro promessa?

E poi un giorno, capitò di nuovo. La pozzanghera cominciò a sentire qualcosa muoversi nel suo profondo. La sua gioia non conobbe limiti. Sì, le ninfee stavano per ritornare; esse traevano dalla sua vita, si nascevano nel segreto profondo del suo cuore. E finalmente, una mattina splendida, la pozzanghera andò in estasi quando si svegliò e trovò se stessa tutta coperta di fiori! Non si poteva vedere la pozzanghera.

La bellezza ha preso possesso del mio cuore, la pozzanghera ripeté a se stessa. E ringraziò Colui che l’aveva guardata con tanta tenerezza nonostante la sua bruttezza e aveva lasciato cadere un seme di bellezza in essa senza far rumore.

Ciò avvenne un tempo fa ... Ma, avviene ancora oggi!

Domande:

1.      Cosa rappresenta il prato della parabola? La pozzanghera? Lo straniero che guardò la pozzanghera con tenerezza? La piccola cosa che si lasciò cadere nella pozzanghera?

2.      La parabola vuole essere una parabola dell’opera dello Spirito in ciascuno di noi. Vista così, la parabola suscita altre domande:

3.      La Parola di Dio ci rivela che in ciascuno di noi vi è il potere vivificante dello Spirito. Ne siamo consapevoli?

4.      Essendo lo Spirito un dono assolutamente gratuito, che cosa richiede da noi?

5.      Siamo docili all’azione dello Spirito in noi? Lo lasciamo agire liberamente in noi?

Confronta le tue risposte con quelle degli altri membri del gruppo.

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7. DON BOSCO E LA SALVEZZA DEI GIOVANI

Tu hai visto che tra le varie vocazioni nella Chiesa vi è la vocazione salesiana, e siccome sei interessato in essa, essendo un aspirante o prenovizio salesiano, la esaminiamo in più dettaglio.

La vocazione salesiana risale a Don Bosco il quale fu suscitato da Dio nella Chiesa per la salvezza dei giovani, specialmente dei poveri. A loro Don Bosco dedicò la sua intera vita, spinto dalla sua grande fede e amore per Cristo Redentore.

Don Bosco non fu un teoretico nel campo giovanile. Con un senso profondo di realismo, prese i giovani come erano, capì intuitivamente i bisogni e le sfide della loro situazione, e cercò di rispondere ad essi nel miglior modo possibile.

Cerchiamo di descrivere in breve le crisi e le sfide della storia complessa dell’Italia del diciannovesimo secolo, e più specificamente di Torino. Parliamo di quattro aspetti importanti della situazione generale in cui si trovò Don Bosco e il modo in cui ha risposto a ciascuno di essi.

A. L’ASPETTO SOCIO-ECONOMICO

Era un periodo di transizione rapida – da una società agraria all’industriale. Di conseguenza, la città di Torino stava espandendosi in popolazione e misura, diventando un centro di crescita edilizia ed economica. Gli immigranti venivano dalle montagne e dalla campagna; si assumevano e licenziavano i lavoratori a piacere; si metteva i giovani a lavorare nelle fabbriche; le case erano insufficienti; e l’ozio era diffuso, specialmente nelle domeniche e giorni festivi.

Don Bosco cominciò a radunare i “giovani poveri ed abbandonati” che non si poteva impiegare in nessun mestiere.

Una domenica sera, mentre i giovani dell’oratorio si ricreavano, correndo qua e là, giuocando e schiamazzando, si presentò presso alla siepe un giovanetto di circa 15 anni. Pareva che bramasse di varcare il debole riparo, e unirsi con loro; ma non osando, lì stava contemplando con un’aria triste ed oscura. D. Bosco lo vide, e fattosi a lui vicino, gli mosse varie domande: “Come ti chiami? Donde vieni? Che mestiere fai?” Ma il poverino non dava alcuna risposta. D. Bosco venne in sospetto che egli fosse muto, e già voleva parlargli coi segni convenzionali, quando, tentando una nuova prova e ponendogli la mano sul capo, gli domandò: “Che cosa hai, mio caro? Dimmi: ti senti forse male?”

Incoraggiato da questi tratti di benevolenza, il giovanetto, mettendo fuori una voce che pareva uscire da una vuota caverna, rispose: “Ho fame.”

Questa parola mosse tutti a grande compassione. Si mandò tosto a prendere del pane, e gli si diede il necessario ristoro. Rifocillato che fu, D. Bosco facendolo discorrere gli domandò:

“Non hai parenti?”

“Li ho, ma sono lontani.”

“Che mestiere fai?”

“Il sellaio; ma perché poco abile, fui licenziato dal padrone.”

“Non te ne sei cercato un altro?”

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“Cercai tutto ieri, ma non avendo conoscenze in questa città non mi riuscì di trovarne

alcuno.”

“Dove hai dormito questa notte?”

“Sulla gradinata della chiesa di S. Giovanni.”

“Sei andato questa mattina ad udire la Messa?”

“Sono andato: ma l'ho ascoltata male, perché avevo fame.”

“Dove eri incamminato quando ti sei presentato qui?”

“Da alcune ore mi sentivo tentato di andare a rubare.”

“Non hai domandato la elemosina a qualcuno?”

“Sì, che la domandai; ma vedendomi così giovane, tutti mi rimbrottavano, dicendo: ‘Sano e

robusto come sei, invece di fare il vagabondo, va a lavorare’; e intanto non mi davano niente.”

“Se andavi a rubare, ti saresti fatto mettere in prigione.”

“È appunto questo timore che mi ha più volte trattenuta la mano; ma il Signore ebbe

compassione di me, e invece di lasciarmi prendere la strada del disonore, mi guidò a Lei per questa

via.”

“Che pensiero ti occupava la mente quando ci stavi là ad osservare?”

“Io diceva tra me stesso: ‘Come sono fortunati questi giovanetti! Contenti ed allegri, saltano,

corrono, cantano’, e ne sentivo invidia; avrei voluto unirmi con loro, ma non osavo.”

“Verrai d'ora innanzi in questo prato nei giorni di festa?”

“Purché Lei me lo permetta, ci verrò ben volentieri.”

“Vieni pure, che sarai sempre il bene accolto. Intanto questa sera per la tua cena e per il

dormire ci penserò io. Domani poi ti condurrò da un buon padrone, e avrai albergo, lavoro e pane.”

Alla luce di questo episodio che hai appena letto, scrivi qua ciò che consideri gli elementi della risposta di Don Bosco alla situazione in cui si trovava:

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B. L’ASPETTO EDUCATIVO

L’analfabetismo era diffusa, ma specialmente dopo 1830, vi fu un nuovo interesse nell’offrire l’educazione alle masse. Quindi, per far fronte al grande influsso di giovani nella città, si faceva molto sforzo per provvedere più scuole elementari e professionali.

Nelle domeniche e nei giorni festivi, dopo le funzioni in Chiesa, e nei giorni feriali, alla sera, molti giovani venivano alla residenza di Don Bosco e di Don Borel, e questi sacerdoti, sempre pronti ad aiutare, convertivano le loro stanze in aule scolastiche e insegnavano le tre r.

Poi, nell’autunno di 1845, Don Bosco prese in affitto tre stanze nella casa Moretta che diventarono una scuola serale per 200 allievi. Più tardi venivano alla scuola non solo i giovani ma anche un centinaio di adulti analfabeti.

Intanto Don Bosco vedeva il bisogno anche della preparazione dei giovani per un mestiere. Da 1853 in poi, cominciò le scuole di sartoria, legatoria, falegnameria, stampa... L'esercizio della declamazione, e poi il canto e la musica entrarono nel programma scolastico; D. Bosco intendeva che contribuissero alla educazione religiosa e morale dei giovani.

Siccome da tutte le parti di Torino si parlava di queste scuole come di una novità, e molti professori ed altri uomini cospicui le venivano con frequenza a visitare, così il Municipio stesso mandò una Commissione composta di tre signori con l’incarico di verificare se i risultati che si decantavano fossero realtà o esagerazioni. Quei signori fecero loro stessi da esaminatori sulla lettura e retta pronunzia, sull'aritmetica e sistema metrico, sulla declamazione e via dicendo, e non sapevano comprendere come giovanotti, analfabeti fino ai sedici e diciotto anni, avessero potuto in pochi mesi portarsi così avanti nella istruzione. Allo scorgere poi un gran numero di giovani adulti, che invece di andare girovagando per le vie della città, stavano colà raccolti per istruirsi, l'onorevole Commissione se ne partì piena di ammirazione e di entusiasmo.

Intanto Don Bosco cominciò a mandare alcuni dei suoi studenti all’Università. Il professore Prieri, entusiasmato del buon esito agli esami di questi allievi, non poteva trattenersi da esclamare: “Da D. Bosco si studia e si studia davvero.”

Il sig. Ferri, inviato alle scuole come ispettore, aveva terminato la sua visita al 3° ginnasio con 124 alunni, e stava per andarsene. Un maestro, il ch. Celestino Durando, in segno di gentilezza offrì di accompagnarlo nell’altra scuola, ma l'ispettore cercò di dissuaderlo, adducendo per ragione che la sua assenza dalla classe, anche se solo momentanea, avrebbe dato a tanti vispi giovanetti ansa a levare rumore e mettersi in disordine.

“Non tema, signor professore,” rispose il maestro, “perché io sono sicuro, che nessuno di essi aprirà bocca o si muoverà di posto.”

“Questo mi pare impossibile,” riprese l'ispettore, “impossibile che 130 scolari stiano zitti nell'assenza del maestro.”

Si lasciò nondimeno accompagnare per un tratto e poi: “Ritorniamo indietro,” disse, “e andiamo ad ascoltare se fanno il silenzio che Lei dice.” E così dicendo si accostò pian pianino all'uscio della scuola, origliò e spiò dal buco della serratura, e trovò appunto tutta la numerosa scolaresca immobile e silenziosa, come se il professore sedesse in cattedra.

A tal vista si allontanò di là, ripetendo: “Non l'avrei mai creduto, non l'avrei mai creduto! Questa è una meraviglia e fa onore a lei e ai suoi scolari.”

Quando il Prof. Rayneri, il più distinto fra gli insegnanti di Pedagogia nella Regia Università, faceva lezione, diceva più volte ai suoi scolari, allievi maestri: “Se volete vedere messa

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mirabilmente in pratica la pedagogia, andate nell'Oratorio di S. Francesco di Sales e osservate ciò che fa D. Bosco.”

Alla luce degli episodi che hai appena letto, scrivi qua ciò che consideri gli elementi della risposta di Don Bosco alla situazione in cui si trovava:

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C. L’ASPETTO RELIGIOSO

La disintegrazione della famiglia e l’emigrazione alle città fecero sì che molti cattolici si alienavano dalle parrocchie e dalla pratica della fede.

La Chiesa si trovò in una situazione nuova. Aveva bisogno di un approccio diverso e uno sforzo enorme per connettersi con i settori significativi della società: i giovani, i lavoratori, gli immigranti e gli intellettuali.

Due signori inglesi, uno dei quali era Ministro della regina Vittoria, accompagnati da un patrizio di Torino, vennero nell'Oratorio e dato uno sguardo alla casa, vennero condotti da D. Bosco nella sala dove facevano studio circa cinquecento giovanotti. Si meravigliarono non poco vedendo tanta moltitudine di fanciulli in perfetto silenzio, con un solo assistente sopra una cattedra. Crebbe ancora la loro meraviglia quando seppero che forse in tutto l'anno non avevasi a lamentare una parola che recasse vero disturbo, non un motivo di infliggere o di minacciare un castigo.

“Come è mai possibile,” domandò il Ministro, “di ottenere tanto silenzio e tanta disciplina? Ditemelo. E voi,” aggiunse al compagno che era il suo segretario, “scrivete quanto dirà questo sacerdote.”

“Signore,” rispose D. Bosco, “il mezzo che si usa tra noi non si può usare fra voi.”

“Perché?”

“Perché sono arcani solamente svelati ai cattolici.”

“Quali?”

“La frequente confessione e comunione e la messa quotidiana bene ascoltata.”

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“Avete proprio ragione, noi manchiamo di questi potenti mezzi di educazione. Non si può supplire con altri mezzi?”

“Se non si usano questi elementi di religione, bisogna ricorrere alle minacce ed al bastone. “Avete ragione! avete ragione! o religione, o bastone; voglio raccontarlo a Londra.”

Nell’autunno 1863, all’inizio dell’anno scolastico, Don Bosco diede una buona notte in cui disse:

“Ho da dirvi una cosa di molta importanza e questa sì è che mi aiutate in una impresa, in un affare, il quale tanto mi sta a cuore: quello di salvare le anime vostre. Questo è non solo il principale ma l’unico motivo, per cui venni qui. Ma senza il vostro aiuto non posso far nulla. Ho bisogno che ci mettiamo d’accordo e che fra me e voi regni vera amicizia e confidenza.”

Il Can. Prof. Anfossi narra che una sera vide entrare un sacerdote nell’Oratorio. Voleva parlare a Don Bosco. Lo accompagnò al parlatorio al primo piano, e andò in cerca di Don Bosco. Finita la conversazione tra questi due sacerdoti, mentre lui attendeva fuori, accompagnò quel prete alla portineria e poi presto raggiunse Don Bosco, il quale gli disse:

“Sai che cosa mi venne a dire quel prete?”

“No,” rispose il Can. Anfossi.

“Mi venne a rimproverare,” soggiunse Don Bosco, “perché io incoraggio i miei giovani a frequentare troppo i Sacramenti; basta nelle feste principali dell'anno, mi diceva; altrimenti diventano impostori. Io risposi, continuava D. Bosco, che i risultati dell'educazione religiosa ch'io davo ai giovanetti, mi procacciavano delle consolazioni e frutti grandissimi di virtù e che quella era la dottrina dei più grandi santi. Ma lui persisteva nella sua idea. Allora io mi alzai invitandolo a riferire tali idee a D. Cafasso.”

Ad un giovane che da alcuni mesi non si accostava ai Sacramenti, un giorno Don Bosco disse: “Ehi, amico! Non saresti disposto domani a pranzare con me?”

E alla risposta affermativa, soggiunse: “Bada bene che io pranzo domani mattina alle 7 e mezzo,” alludendo alla mensa Eucaristica durante la Santa Messa.

Talvolta Don Bosco scorgendo in mezzo ad un crocchio di compagni un dissipatello, tutto

caldo nel sostenere una sua opinione, lo interrompeva, lo chiamava a sé e gli diceva:

“Voglio che facciamo una bella cosa.”

E interrogandolo il fanciullo che cosa mai fosse il da farsi, ci soggiungeva all'orecchio:

“Voglio che facciamo un buon bucato, perché tu possa divenire amico di Dio, ed essere

protetto da Maria Santissima.”

Mentre un altro disperatamente correva in ricreazione tutto assorto nel giuoco, sicché non

sapeva più se fosse in cielo o in terra, ecco D. Bosco fermarlo.

“Come stai?”

“Benissimo!”

“Anche di anima?”

A questa interrogazione imprevista il giovane guardava D. Bosco un po' confuso, poi

abbassava gli occhi, crollava il capo, si grattava le orecchie e:

“Già... ma..”

“Se morissi domani, stanotte, oggi, saresti contento?”

“Non troppo.”

“Dunque quando verrai a confessarti?”

“Domani mattina!”

E in generale mantenevano la parola.

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Trovandosi in un crocchio di giovanetti, Don Bosco disse loro:

“Volete farvi santi? Ecco! La confessione è la serratura; la chiave è la confidenza nel

confessore. Questo è il mezzo per entrare per le porte del paradiso.”

Un’altra volta disse pure:

“Due sono le ali per volare a cielo, la confessione e la comunione.”

Un giorno un giovane assistente fece intendere in classe che sarebbe ottima cosa e molto gradita a Don Bosco e al Signore, se ogni mattina parecchi si accostassero alla sacra mensa; scegliessero dunque ognuno il suo giorno nella settimana per fare la santa comunione. Nessuno si ricusò. Allora il solerte maestro, procuratosi un elegante foglio di carta con pizzo, fiori e dorature, vi scrisse i nomi degli allievi distribuiti in sette gruppi e corse tutto giulivo da Don Bosco, perché approvasse e apponesse la sua firma. Don Bosco lo guardò amorevolmente, ne encomiò lo zelo in promuovere la frequente comunione, ma:

“Io lì non metto firma,” disse.

“Oh, perché, signor Don Bosco, se è cosa tanto buona?”

“Buona, buonissima; ma dev'essere spontanea. Ora, vedi, se io mettessi la firma, i tuoi scolari potrebbero supporre che Don Bosco comandi la comunione, e questo non è il nostro modo. Anche tu, se alcuno dei tuoi giovani non fa la comunione nel dì stabilito, non lo sgridare, anzi non ti far scorgere che li osservi. Esortare, esortare, e niente più.”

Alla luce degli episodi che hai appena letto, scrivi qua ciò che consideri gli elementi della risposta di Don Bosco alla situazione in cui si trovava:

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D. L’ASPETTO POLITICO

Un grande sconvolgimento capitava in Italia con il cambio di sistema politico – da monarchia assoluta a società democratica. Era già iniziato il processo di unificazione del paese, e il potere temporale del Papato stava per finire. La stampa godeva di più libertà, le idee liberali venivano sventolate dappertutto, e le manifestazioni politiche erano all’ordine del giorno.

Potrebbe sembra a prima vista che Don Bosco voleva avere niente da fare con l’aspetto socio-politico. Ma, osservandolo più da vicino, si accorge che non voleva che il suo Oratorio nascente fosse irretito nella politica.

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Si è presentato un giorno a Don Bosco il Marchese Roberto d'Azeglio, invitandolo con insistenza che alla testa dei suoi giovanetti volesse partecipare con tutti gli altri Istituti di Torino alla festa spettacolosa nella piazza Vittorio Emanuele. Più volte si era intrattenuto con lui famigliarmente nelle case patrizie di Torino, e si teneva certo che avrebbe accondisceso. Ma D. Bosco gli rispondeva: “Signor Marchese, questo Ospizio ed Oratorio non forma un ente morale: esso non è che una povera famiglia, la quale vive della carità cittadina; e noi ci faremmo burlare se facessimo di simili comparse.”

“Per lo appunto,” riprese il nobile patrizio; “sappia la carità cittadina che quest'Opera nascente non è contraria alle moderne istituzioni. Ciò le farà del bene; aumenteranno le offerte, ed io stesso ed il Municipio largheggeremo in suo favore.”

“Io la ringrazio dei suo buon volere, ma è mio fermo proposito di attenermi all'unico scopo di fare del bene morale ai poveri giovanetti, per mezzo dell'istruzione e del lavoro, senza ingombrare loro il capo d’idee che non sono da essi. Con il raccogliere giovanetti abbandonati e coll’adoperarmi di renderli alla famiglia ed alla società buoni figli ed istruiti cittadini, io fo vedere abbastanza chiaramente che l'Opera mia, lungi dall'essere contraria alle moderne istituzioni, è anzi tutta affatto conforme ed utile alle medesime.”

“Capisco tutto,” soggiunse il D'Azeglio, “ma Lei si sbaglia, e se persiste in questo sistema l’Opera sua sarà da tutti abbandonata e si renderà impossibile. Bisogna studiare il mondo, mio caro Don Bosco, bisogna conoscerlo e portare gli antichi e moderni istituti all'altezza dei tempi.”

“Le sono riconoscente dei consigli che mi dà, ottimo signor Marchese, e saprò trarne profitto; ma Lei mi perdoni se io non posso con i miei giovanetti fare atto di presenza alla prossima festa. La S. V. m’inviti a qualche luogo, a qualche opera in cui il sacerdote possa esercitare la sua carità, e mi troverà pronto a sacrificare sostanze e vita; ma io non voglio turbare la mente dei miei giovani col farli assistere a spettacoli, dei quali non sono in grado di apprezzare il vero significato. E poi, signor Marchese, nelle condizioni in cui mi trovo è mio fermo sistema tenermi estraneo ad ogni cosa che si riferisca a politica. Non mai pro, non mai contro.”

Riferendosi al suo Oratorio in una lettera al dott. Carranza, Don Bosco scrisse:

“L'esperienza ci fa persuasi che questo è l'unico mezzo per sostenere la civile società: aver cura dei poveri fanciulli. Raccogliendo ragazzi abbandonati si diminuisce il vagabondaggio, diminuiscono i tiraborse, si tiene più sicuro il denaro nella saccoccia, si riposa più quieto in casa, e coloro che forse andrebbero a popolare le prigioni, e che sarebbero per sempre il flagello della civile società, diventano buoni cristiani, onesti cittadini, gloria dei paesi ove dimorano, decoro della famiglia cui appartengono, guadagnandosi col sudore e col lavoro onestamente il pane della vita.”

Alla luce degli episodi che hai appena letto, scrivi qua ciò che consideri gli elementi della risposta di Don Bosco alla situazione in cui si trovava:

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Ecco un riassunto dei bisogni e delle sfide che Don Bosco doveva affrontare e come rispose

ad essi.

LA SITUAZIONE AL TEMPO DI

DON BOSCO:                                         LA RISPOSTA DI DON BOSCO
BISOGNI E SFIDE

A.  L’aspetto socio-economico:

Una transizione da una società agraria a Don Bosco scelse di lavorare tra i giovani quella industriale con tutti i problemi poveri ed abbandonati; a loro offrì concomitanti di povertà, sfruttamento, un’abitazione, o meglio, una casa dove

mancanza di abitazione, ecc.                         potevano rimanere, e trovò per loro un mestiere.

B.  L’aspetto educativo:

Analfabetismo; masse con poca o Don Bosco fece ogni sforzo per provvedere ai

nessuna educazione                                            suoi giovani una buona educazione integrale

mediante scuole serali, scuole accademiche, e laboratori nei vari mestieri.

C.  L’aspetto religioso:

Un graduale indebolimento della fede Per costruire la fede dei suoi giovani Don Bosco come conseguenza della disintegrazione diede l’istruzione religiosa, li incoraggiò a delle famiglie e l’emigrazione, la ricevere i sacramenti della confessione e della separazione della Chiesa dallo Stato, e comunione, propagò una devozione filiale alla

l’anti-clericalismo.                                        Madonna, e li indirizzò sulla strada della santità.

D.  L’aspetto politico:

Una transizione da una monarchia Don Bosco preparò i suoi giovani a prendere il assoluta alla democrazia, l’unificazione loro posto nella società come cittadini onesti ed del paese, lo sloggiamento della Chiesa utili.

dalla corrente principale della società.

Questa risposta quadruplice di Don Bosco ai bisogni dei suoi tempi trovò espressione nelle varie iniziative che iniziò: l’Oratorio, la scuola, i laboratori, pubblicazioni, il santuario alla Madonna...

Seguendo nelle orme di Don Bosco, anche noi siamo chiamati in modo simile a rispondere ai bisogni e alle sfide della nostra situazione odierna.

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Lavorando come un gruppo, riflettete sulle due domande seguenti e scrivete le vostre risposte nelle colonne date sotto:

1.      Quali sono i bisogni e le sfide principali della situazione in cui trovate i giovani di oggi?

2.      Cosa bisognerebbe fare per rispondere meglio a questi bisogni e a queste sfide?

LA NOSTRA SITUAZIONE:                              COME DOVREBBE ESSERE

I BISOGNI E LE SFIDE                                       LA NOSTRA RISPOSTA

A.    L’aspetto socio-economico

B.     L’aspetto educativo

C.    L’aspetto religioso

D.    L’aspetto politico

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8. VITA CONSACRATA SALESIANA

Abbiamo visto che nella Chiesa vi sono fondamentalmente tre vocazioni o forme di seguire Cristo, pur con tutte le variazioni: la vocazione del laico, la vocazione del consacrato, e la vocazione del sacerdote.

Quando Don Bosco fu chiamato da Dio a svolgere la missione ai giovani poveri ed abbandonati, s’accorse che non poteva fare tutto da solo, e quindi cercò dei collaboratori. Ebbe la fortuna di avere fin dall’inizio della sua opera dei laici e dei sacerdoti che lo appoggiavano e gli davano una mano nella conduzione dell’Oratorio, specialmente di domenica. Ma, quando il lavoro dell’Oratorio crebbe nel numero dei giovani, nella complessità del servizio reso a loro, e nella sua espansione oltre i confini di Valdocco, Don Bosco scelse come i suoi collaboratori più stretti coloro che erano disposti a vivere la vita consacrata al servizio dei giovani: fondò un istituto religioso, la Congregazione di San Francesco di Sales.

Perché questa scelta? Perché Don Bosco congiunse la vita consacrata con il servizio ai giovani?

1.    Anzitutto, perché Don Bosco fu ispirato dal cielo. Mediante l’intervento materno di Maria, lo Spirito Santo lo condusse a fondare una società di educatori “consacrati” dei giovani.

Nelle Memorie Biografiche3 viene descritto un sogno che Don Bosco ebbe in cui si lamentava con la Madonna per il fatto che dopo tante fatiche per attirare collaboratori, essi poi fuggivano e lo lasciavano solo.

La Madonna gli disse: “Vuoi tu sapere come fare affinché non ti scappino più? Prendi questo nastro, e lega loro la fronte.”

Don Bosco prese il nastrino bianco dalla sua mano e vide che sopra era scritta la parola: Obbedienza. Provò a fare quanto gli aveva detto la Madonna, legando il capo di qualcuno dei suoi collaboratori con il nastro, e vide subito un grande e mirabile effetto che cresceva mentre continuava la sua missione: i collaboratori non avevano più il pensiero d’andarsene, e si fermarono ad aiutarlo.

“Così,” disse Don Bosco, “venne costituita la Congregazione.”

2.    Don Bosco non considerò la sua opera a favore dei giovani un’opera filantropica ma un’impresa divino-umana in quanto richiedeva una vocazione di totale dedizione a Dio per la salvezza dei giovani (proprio ad imitazione di Gesù la cui vita fu totalmente centrata su Dio Padre e sulla salvezza degli uomini). Di conseguenza, più la nostra vita è centrata su Dio, più autentico e più efficace diventa il nostro lavoro. Infatti:

·           la vita consacrata, come un seguire Gesù da vicino, fa sì che, con Gesù e come Gesù, ci sentiamo mandati dal Padre ai giovani per condurli al Padre; cerchiamo di portare i giovani a conoscere e sperimentare l’amore del Padre per ciascuno di loro;

·           seguendo Gesù, facciamo i voti di castità, povertà ed obbedienza per avere una totale disponibilità a Dio Padre e al suo Regno: non avendo figli propri mediante il matrimonio, amiamo tutti i giovani con cui lavoriamo; rinunciando al possesso dei beni, eccetto lo strettamente necessario per vivere e lavorare, mettiamo tutto ciò che siamo e abbiamo al

3 MB II, 299-300.

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servizio dei poveri; rinunciando una vita secondo la nostra scelta, siamo pronti ad andare dove il nostro servizio è più necessario;

·         la nostra vicinanza a Gesù ci fa partecipare della sua compassione per i poveri e deboli; nelle grida della gioventù povera ed abbandonata, ascoltiamo la voce di Dio che ci chiama;

·         sentiamo l’ansia del cuore del Redentore che ci fa assumere il “da mihi animas” di Don Bosco; siamo spinti dalla carità pastorale, da una passione per l’evangelizzazione dei giovani;

·         imitiamo il Buon Pastore nella sua mitezza e nel dono di sé, e come lui, andiamo verso i giovani, prendiamo il primo passo verso di loro, cerchiamo di fare amicizia con loro.

3. Don Bosco vedeva nel lavoro apostolico fatto dalla comunità il mezzo più efficace per il servizio ai giovani:

·         essendo parte di un gruppo apostolico specializzato (la Congregazione salesiana), possiamo essere meglio preparati e meglio nutriti spiritualmente;

·         godiamo una stabilità e continuità nel nostro impegno, accumuliamo un’esperienza plurisecolare e da diversi paesi che aiuta a far fronte alla crescente complessità del mondo giovanile, e compiamo un lavoro a lungo termine;

·         abbiamo una autonomia relativa che ci permette di estendere il nostro servizio nelle regioni più bisognose;

·         lavoriamo in piccole unità (comunità) che sono fortemente unite e dinamiche perché hanno la stessa tradizione spirituale, la stessa formazione, lo stesso metodo d’azione, uno spirito di famiglia che la sostiene, e una vita in comune che promuove la comunione e la corresponsabilità;

·         abbiamo la possibilità di essere generosamente disponibili verso coloro che serviamo, ad accompagnarle personalmente quando è necessario, ad organizzare più liberamente e creativamente i programmi nel campo giovanile, a formare i nostri collaboratori laici ad una corresponsabilità nel progetto educativo, e a partecipare con quelli che lo desiderano le ricchezze del nostro carisma e della nostra spiritualità.

4. Don Bosco considerava l’esempio degli educatori uno dei fattori più importanti nell’educazione e nell’evangelizzazione dei giovani; quindi, vedeva la testimonianza di persone consacrate come un contributo importante e necessario per la formazione dei giovani:

·         diamo testimonianza a Dio in cui troviamo gioia e compimento, il significato profondo della vita, e una relazione di amore nella fede e nella preghiera;

·         diamo testimonianza a Gesù, mostrando la bellezza di innamorarsi di lui e di essere “una memoria vivente” del suo esistere ed agire nel mondo d’oggi;

·         diamo testimonianza alla Chiesa, offrendo un’esperienza vivente di Chiesa nel nostro modo di vivere, amare, pregare, e lavorare insieme;

·         diamo testimonianza alla vita cristiana, dimostrando la possibilità di vivere in castità con la grazia di Dio, e di vivere in pace, dialogo e armonia, nonostante ogni sorta di differenza tra le persone; educando al significato di amore, di condivisione e solidarietà con i poveri, di vera libertà (che proviene dall’obbedienza alla volontà di Dio); insegnando che sia più importante essere che avere; invitando ad alzare gli occhi in alto e verso i beni futuri; ricordando a tutti la chiamata universale alla santità.

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Immagina che tu sei Don Bosco che vive oggi.... Tu, Don Bosco, sei un giovane sacerdote ordinato due anni fa e senza un’idea chiara di che cosa farai nel futuro. Ne stai parlando con Don Cafasso, il tuo direttore spirituale.

Nel tuo cuore c’è la fiamma ardente di amore verso Dio e i giovani. Nei tuoi occhi sono fisse le immagini di ragazzi e giovani abbandonati, in pericolo, ragazzi della strada, delinquenti, giovani abusati sessualmente, sfruttati nel lavoro nero, drogati, piegati al consumismo, soggetti alla frammentarietà della vita... Tu hai tratteggiato i grandi bisogni e sfide di questa situazione nella pagina precedente.

Ora, tu che cosa intendi fare? Che risposta daresti, oggi, a questi bisogni e sfide giovanili? (Tre le diverse opzioni, scegli una, e dà giustificazioni per la tua scelta.)

Se tu fosti invitato a parlare ai giovani su che cos’è la vita consacrata salesiana e perché è una bella vocazione, che cosa diresti?

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9. DUE FORME DELLA VITA CONSACRATA SALESIANA

Abbiamo visto come Don Bosco cercò di dare una quadruplice risposta – socio-economica, educativa, religiosa e politica - ai bisogni e alle sfide dei giovani poveri ed abbandonati del suo tempo.

Don Bosco aveva una concreta e unitaria concezione del giovane, né angelo, ne bestia, né spirito senza corpo, né macchina, ma sintesi viva di esigenze spirituali e funzioni corporee, orientato all’alto e tuttavia legato al basso, ancorato a Dio e, insieme, saldamente poggiato sulla terra e alla società umana.4

Vedeva il giovane bisognoso di cibo, casa, vestito, addestramento professionale, valori per guidare la propria vita, e allo stesso tempo bisognoso di conoscere la fede cristiana e viverla, a pregare, ad essere purificato dai peccati, ad essere nutrito dall’Eucaristia, e a vivere come membro attivo della Chiesa.

Per Don Bosco, tutto questo faceva parte della salvezza integrale del giovane, ossia della “promozione integrale dell’uomo, orientato a Cristo”.5 Don Bosco la riassunse in una frase: onesto cittadino e buon cristiano. E scrisse nei Regolamenti: “Scopo generale delle Case della Congregazione è soccorrere, beneficare il prossimo, specialmente coll’educazione della gioventù, allevandola negli anni più pericolosi, istruendola nelle scienze e nelle arti, ed avviandola alla pratica della Religione e della virtù.”6

Si tratta di un obiettivo con due aspetti: l’aspetto della promozione umana in quanto l’uomo è cittadino di una città terrena, e l’aspetto dell’educazione alla fede in quanto lui è destinato da Dio a collaborare nella costruzione già qui sulla terra di un Regno che troverà un giorno compimento perfetto nell’eternità. Un aspetto è inseparabile dall’altro aspetto, lo richiede e lo rende fecondo.

La promozione umana richiede l’evangelizzazione affinché il messaggio e la grazia di Cristo penetrino ogni realtà del mondo, specialmente l’uomo e le sue attività. L’uomo, esposto alle tentazioni, ha bisogno nella sua maturazione virile umana dell’illuminazione e della forza che vengono da Cristo.

Così pure la società, che porta i segni del peccato (nella forma di corruzione, ingiustizia, sfruttamento, dominazione...), ha bisogno che i valori del Vangelo di Cristo siano vissuti per creare una nuova civiltà di amore, di giustizia e di pace.

Dunque, la Congregazione salesiana e ogni comunità che la compone assume in primo luogo la missione verso i giovani, specialmente i poveri ed abbandonati, e l’impegno di promuovere il loro sviluppo integrale così da renderli “onesti cittadini e buoni cristiani”.

Di conseguenza, la comunità salesiana è una comunità unica. Infatti, Don Bosco voleva fondare una Congregazione che avrebbe uno “stile nuovo” secondo ciò che gli aveva suggerito il ministro Rattazzi e soprattutto il Santo Padre, Pio IX, nell’udienza avuta il 21 gennaio 1877: “La vostra Congregazione è la prima nella Chiesa, di genere nuovo, fatta sorgere in questi tempi in maniera che possa essere Ordine religioso e secolare, che abbia voto di povertà ed insieme possedere, che partecipi del mondo e del chiostro, i cui membri siano religiosi e secolari, claustrali e liberi cittadini. Il Signore ciò manifestò ai giorni nostri e questo io voglio svelarvi. La

4 Cf. P. Braido, Il sistema preventivo di Don Bosco, Zurich 1964, p. 123.

5 C 31.

6 Regolamento 1877, parte II, cap. I.

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Congregazione fu istituita affinché nel mondo... si desse gloria a Dio. Fu istituita perché si veda e vi sia il modo di dare a Dio quello che è di Dio, a Cesare quel che è di Cesare”.7

Seguendo questo orientamento, Don Bosco istituì una Congregazione le cui comunità avrebbero una configurazione “unica” adattata alle esigenze della nascente società civile. Così la forma di vita, l’agilità delle strutture, l’abito, la duttilità di adattamento, la maniera familiare di convivenza, la terminologia da usare (casa, sig. Direttore...), le aree apostoliche da affrontare, l’attinenza al mondo del lavoro, ecc. dovevano essere consone il più possibile a certe esigenze ineludibili del processo di secolarizzazione verso cui si stava avviando celermente la società.8

La natura stessa della Congregazione sarebbe orientata verso una testimonianza e un servizio aperto al mondo. La preghiera e i voti religiosi susciterebbero energie di educazione per costruire una civiltà dell’amore. E la missione giovanile muoverebbe il salesiano ad essere un evangelizzatore dentro impegni di cultura profana, ad essere un educatore che apre gli orizzonti della crescita umana all’indispensabile mistero di Cristo.

Come si vede, la missione salesiana nella sua doppia dimensione di promozione umana ed evangelizzazione è complessa e vasta, ed è difficile che un individuo, per quanto sia dotato, sia in grado di compiere pienamente tutto da se stesso. Per questo motivo, la missione nella sua doppia dimensione viene affidata ad una comunità dei confratelli.

Ciascuna dimensione però viene “incarnata” nella persona delle due figure che compongono la comunità, il salesiano coadiutore e il salesiano sacerdote. I due tipi di confratelli vivono la stessa vocazione salesiana, essendo tutti e due portatori dello stesso carisma della comunità, ma uno vive prevalentemente (ma non esclusivamente!) la dimensione religiosa della missione, mentre l’altro vive prevalentemente (ma non esclusivamente!) la sua dimensione secolare.

7 MB XIII, p. 82.

8 Cf. E. Viganò, “La componente laicale della comunità salesiana,” in: ASC 298, p. 33.

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Leggi la parabola seguente:

LE DITA DELLA MANO

C’era una volta una discussione tra le dita della mano di un vecchio uomo. Ciascuno delle dita cercava di farsi valere sugli altri, dichiarandosi il più importante.

Disse il pollice: “Io sono il più importante perché sono il più grasso di tutti. Posso esercitare la massima pressione.”

L’indice non era d’accordo e disse: “Io credo che io sono il più importante. Io dimostro l’autorità puntando; sono abituato ad agganciare le cose. Inoltre, avete bisogno di me per maneggiare i soldi.”

“Bene,” intervenne il medio, “Io considero me stesso il più importante. Dopo tutto, io sono più alto di voi tutti.”

“Oh no, siete tutti presuntuosi,” disse l’anulare. “Io sono il più importante. Vedete, io tengo l’anello, il simbolo di amore che fa fiorire i rapporti tra gli uomini.”

Il mignolo si trovò ridotto al silenzio dai suoi fratelli e sorelle più potenti e dotati.

Quando il vecchio uomo volle alzare la valigia, il pollice disse che lui l’avrebbe fatto, e chiese alle altre dita di tenersi lontani. Ma, nonostante tutti i suoi sforzi, non poteva alzare la valigia. Poi, l’indice assunse il compito da solo, ma non riuscì. E così fallì il tentativo di ciascuno delle altre dita.

A quel punto, parlò il mignolo: “Perché non lo facciamo tutti insieme?” E allora, tutte le dita si sono messi insieme e riuscirono ad alzare la valigia con facilità. Ciascuno di loro si sentì mortificato e accettò che loro tutti erano importanti e avevano bisogno l’uno dell’altro.

Qual è il messaggio di questa parabola?

Scrivi la tua risposta a questa domanda e poi fa un confronto nel gruppo.

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Qui ci sono due estratti di conferenze fatte da Don Bosco. Leggili e sottolinea le parole che trovi significative. Alla fine, si fa un confronto con gli altri membri del gruppo.

[Il 29 ottobre 1872 Don Bosco fece una conferenza agli aspiranti alla Congregazione. Tra le altre cose, disse:]

Nostro scopo è di salvare noi e le anime altrui. Che nobile scopo. G.C. il figliuol di Dio non è venuto per altro scopo su questa terra che per facere salvum quod perierat, e ai suoi apostoli e discepoli che tanto amava il più bel regalo e nuova che fece loro si fu di mandarli ad evangelizzare il mondo; notando però che la prima volta li mandò in Israele, la seconda pel mundum universum, che vuol dire che dobbiamo cominciare dal poco da chi ci è più vicino. E il miglior mezzo per salvar la nostra anima e le altrui è di cominciare col perfezionar noi stessi mediante l’esempio: far tutto bene, nel modo che a Ginevra si fan gli orologi, facendo cioè a perfezione quell’ordigno, quella incombenza che nella congregazione ci è affidata...

Qualcuno degli artigiani potrà dire: sta bene che nella congregazione vi sia lo scopo di salvar le anime, ma questo assunto lo potrà disimpegnare un prete, un predicatore, ma noi... In nessun posto come in una Congregazione si verifica la verità della comunione dei santi, in cui tutto ciò che fa uno va anche a profitto dell’altro.... Anche qui cade in acconcio il paragone della fabbrica degli orologi: tutti gli ordigni, fatti con giustezza e precisione si combinano insieme e ne riesce un orologio perfettissimo. È vero che alcune delle parti sono più delicate e necessarie, ma provatevi a levarne qualcheduna delle meno appariscenti: il vostro orologio perde il suo valore.

*

[Il 19 marzo 1876 Don Bosco tenne una conferenza ai salesiani, novizi ed aspiranti (sia clericali che laicali), i Figli di Maria e alcuni dei giovani: un totale di 205 persone. Ecco qui alcuni estratti dalla conferenza:]

Un giorno il Divin Salvatore, passeggiando per le campagne vicino alla città di Samaria, volgendo lo sguardo attorno, e per le pianure e per le valli vedendo che la messe in ogni luogo era molto copiosa, invitò i suoi Apostoli a ricreare anch'essi la loro vista a questo ridente aspetto delle campagne. Ma subito s'accorsero che, malgrado la quantità della messe, non vi era nessuno che ne raccogliesse le biade. Allora Egli, certo alludendo a qualche cosa di ben superiore, voltosi agli Apostoli disse loro: Messis quidem multa, operarii autem pauci; è bensì molta la messe, ma vedete come sono pochi gli operai. Questo è il grido straziante che in ogni tempo fecero sentire la Chiesa ed i popoli: la messe è molta, ma pochi gli operai.

[...] E notate bene che per operai qui non s'intendono solo, come alcuno può credere, i Sacerdoti, Predicatori, e Confessori. Questi certo più di proposito son posti a lavorare e più direttamente s’affaticano a raccoglier messe; ma essi non sono soli, né essi basterebbero. Operai sono tutti quelli che in qualche modo concorrono alla salvezza delle anime; come operai nel campo non sono soltanto quelli che raccolgono il grano, ma tutti gli altri.

Guardate in un campo quanta varietà di operai. Vi è chi ara, chi dissoda la terra, altri che colla zappa l'aggiusta, chi col rastrello o randello rompe le zolle e le appiana, altri getta la semente, altri la copre; chi toglie poi l'erba cattiva, la zizzania, il loglio, la veccia, chi sarchia, chi taglia, chi sradica; altri poi innaffia a tempo opportuno e rincalza; altri invece miete e fa manipoli e covoni e biche, e chi carica sul carro e chi conduce; chi stende, chi batte il grano, chi separa il grano dalla paglia, altri lo avvaccia, lo spurga, lo vaglia, lo mette nei sacchi, lo porta al molino e qui da vari si, rende in farina; poi chi la buratta, chi l'impasta, chi l'inforna... Vedete, miei cari, quanta varietà di operai si richiede prima che la messe possa riuscire al suo scopo, a ridursi cioè in pane eletto del Paradiso.

Come nel campo, così nella Chiesa c'è bisogno d'ogni sorta di operai; ma proprio di tutti i generi; non c'è uno il quale possa dire: - Io, benché tenga una condotta irreprensibile, non sarò buono a niente nel lavorare a maggior gloria di Dio. - No, non si dica così da nessuno: tutti possono in qualche modo far qualche cosa...

Io credo di non essere in errore se asserisco che quanti siete qui, e preti e studenti e artigiani e coadiutori, tutti, tutti, potete essere veri operai evangelici a fare del bene nella vigna del Signore. E come?

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In molti modi.

[Seguono alcuni paragrafi in cui Don Bosco parla della preghiera e del buo esempio, offrendo qualche avviso morale e spirituale. Poi:]

Tutti questi e mille altri sono i modi che ciascuno, sia prete, sia chierico, sia laico, di qualunque età o condizione, può usare lavorando nella vigna del Signore. Vedete adunque che attorno alla messe evangelica tutti possono lavorare in molti e vari modi, solo che ciascuno sia zelante dell'onor di Dio e della salvezza delle anime.

Adesso qualcuno domanderà: - Ma, signor Don Bosco, a che cosa vuol Ella alludere con questo? Che cosa intende Ella di dirci? Per quale motivo ci manifestò queste cose stasera?

Oh, miei cari! Quel grido: Operarii autem pauci non si faceva solo sentire nei tempi antichi, nei secoli scorsi, ma a noi, a noi in questi tempi nostri si fa sentire imperioso più che mai. Alla Congregazione Salesiana cresce di giorno in giorno così smisuratamente la messe, che, quasi direi, non si sa più da qual parte incominciare, o come regolarsi nel lavoro. Sì è per questo che io vorrei vedervi tutti e presto buoni operai nella vigna del Signore!

Le domande di collegi, di case, di Missioni vengono in numero straordinario sia dai nostri paesi qui in Italia, sia dalla Francia, sia dalle altre regioni estere. Dall'Algeria, dall'Egitto, dalla Nigrizia in Africa, dall'Arabia, dall'India, dalla Cina e dal Giappone in Asia, dall'Australia, dalla Repubblica Argentina, dal Paraguay, da Gibilterra e si può dire da tutta l'America, si fanno domande di aprire nuove case; poiché dappertutto vi è una scarsità tale di operai evangelici elle spaventa chi osserva il tanto bene che si potrebbe fare e che si deve lasciare indietro per mancanza di Missionari...

Non è però mio scopo d'invitarvi ad andare in luoghi così lontani; questo si può fare da vari, ma non da tutti, sia perché il bisogno è anche tanto urgente qui, sia perché per varie cagioni non tutti coloro che si sentono chiamati alla Congregazione Salesiana, sarebbero disposti a recarsi in così lontane regioni. Ma in vista di tanti bisogni, di tanta mancanza di operai evangelici, notando che tutti voi, chi in un modo, chi in un altro, potete lavorare nella vigna del Signore, potrei io stare questo e non manifestarvi il segreto desiderio del mio cuore?... Potrei io, mentre da ogni parte ci chiamano (e par proprio la voce di Dio che si manifesti per bocca di tanti), ritirarmi? E dopo i manifesti segni della Divina Provvidenza, che tanto grandi cose vuol operare per mezzo dei Salesiani, stare muto e non cercare di aumentare il numero degli operai evangelici?

[Seguono alcuni paragrafi di esortazione morale e spirituale. Poi, la conclusione:]

Adunque, grande amor fraterno! Se faremo così, sapete che ne avverrà? Ne avverrà ciò che avvenne alla Chiesa. Alcuni erano apostoli, ma oltre agli apostoli, vi erano i settantadue discepoli, poi vi erano i diaconi, vi erano i cooperatori evangelici; ma tutti costoro lavoravano d’accordo, tutti uniti con grande amor fraterno, e perciò riuscirono a quel che riuscirono, a cambiar la faccia del mondo. Così noi, dovunque siam posti, in qualunque maniera siam adoperati, purché possiamo salvare delle anime ed in cima a tutte possiamo salvare l’anima nostra, e noi ne abbiamo abbastanza.9

9 MB X, p. 1085-1086; XII, p. 625- 631.

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10. SALESIANO COADIUTORE

Don Bosco iniziò il suo Oratorio nel 1841. I ragazzi che venivano all’Oratorio di domenica erano giovani lavoratori. Per assicurare che venivano trattati giustamente e che ricevevano sufficiente riposo e tempo per i loro doveri religiosi, Don Bosco preparava contratti per loro con i loro datori di lavoro.

Don Bosco però s’accorse che le condizioni lavorative nelle fabbriche e laboratori non erano favorevoli ai bisogni fisici, morali e spirituali dei giovani lavoratori. Perciò, nel 1853 cominciò ad aprire laboratori a Valdocco stesso: sartoria, calzoleria, legatoria, falegnameria, e tipografia.

Lui stesso seguiva alcuni di questi mestieri, ma aveva bisogno di altri che potessero aiutarlo, e quindi cominciò ad assumere aiutanti laici, i quali venivano chiamati “coadiutori”.

Quando Don Bosco fondò la Società Salesiana il 18 dicembre 1859 con 17 altri membri, non c’erano coadiutori tra di loro, ma ben presto alcuni cominciarono il noviziato e il 14 maggio 1862 vi furono due coadiutori tra le prime professioni nella nuova Società. Per Don Bosco, i membri laici erano alla pari con i membri sacerdoti: Don Bosco voleva una vocazione consacrata aperta a membri che optassero o per lo stato laicale o per il sacerdozio, ma entrambi condividendo la stessa consacrazione, la vita comunitaria e la missione.

Don Bosco non temeva di affidare alte responsabilità ai suoi coadiutori. Giuseppe Rossi e Andrea Pelazza, per esempio, furono i rappresentanti legali dell’Oratorio davanti allo Stato; Giuseppe Rossi fu invitato al CG4 come consulente dei salesiani coadiutori e incaricato delle scuole di arti e mestieri; Pietro Cenci, grazie alla pubblicazione del suo “Metodo di taglio”, ricevette il titolo di “professore” e “cavaliere della Corona” e rappresentò il settore sartoria in varie esposizioni e concorsi; Giuseppe Gambino, dopo un lungo periodo di gestione delle “Letture Cattoliche”, della “Biblioteca della gioventù italiana” e del “Bollettino Salesiano”, divenne nel 1891 il direttore-generale di tutta la Libreria editrice salesiana.

Il salesiano coadiutore è un educatore e pastore dei giovani in una varietà di attività - catechistiche, missionarie, evangelizzatrici, educative, amministrative, burocratiche e domestiche. Ma, dato che le nostre società moderne sono fondate sul lavoro e che quindi il “mondo del lavoro” ha molta importanza e incidenza in molte nazioni, le attività riguardanti l’area del lavoro sono tra le più significative attività apostoliche per il salesiano coadiutore. Difatti, essendo vicino ai giovani e alle realtà del mondo operaio, il suo legame con i giovani e con il mondo del lavoro fa parte integrante della sua identità.

Come educatore, il salesiano coadiutore sa di affrontare una grande sfida nella preparazione dei giovani per la vita nel mondo del lavoro oggi, non solo in termini di addestrarli per un lavoro, ma soprattutto in termini di dare a loro un forte fondamento sociale, etico, spirituale e cristiano per la loro vita. Inculca in loro i parecchi valori personali e sociali esistenti nel mondo del lavoro, come, per esempio, lo spirito di fratellanza, solidarietà e comunità, in combinazione con auto-disciplina e un rispetto per la persona dell’individuo.

Allo stesso tempo, indica loro e li aiuta a superare i mali che li minacciano: un concetto materialistico della vita, indifferenza alle realtà spirituali, individualismo, invidia, sentimenti di ostilità, la tentazione alla violenza.

Inoltre, mediante la premura che dimostra e l’amore che dà incessantemente, rende testimonianza ad una fratellanza profonda e universale come antidoto a tutte le forme di egoismo, sfruttamento e auto-interesse. In breve: il salesiano coadiutore prepara i giovani a prendere il loro

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posto con dignità nella Chiesa e nella società, e a contribuire dal di dentro alla trasformazione cristiana della vita sociale. “Onesti cittadini e buoni cristiani”, come diceva Don Bosco.

Ma, anche se è vicino al mondo e alle realtà secolari, rimane il fatto che lui è in primo luogo un evangelizzatore. Non evangelizza “facendo il prete” (predicando, celebrando i sacramenti...). E nemmeno facendo il laico del secolo: opera infatti dal di dentro di una comunità religiosa e non in tutte le realtà secolari come fa il laico del secolo, ma solo in quelle realtà secolari che sono in consonanza con il carisma del Fondatore. Cerca di fermentarle e trasformarle evangelicamente.

Inoltre, la sua consacrazione derivante dalla sua professione religiosa gli conferisce il mandato della Chiesa di annunciare il Vangelo, e dà una certa qualità alla sua evangelizzazione in quanto lo rende in modo particolare un vivo testimone delle realtà trascendentali che oltrepassano il mondo (Dio, la signoria di Cristo, la vita futura...). Oggi la sua presenza come uomo consacrato in un mondo secolarizzato è tanto urgente quanto preziosa. Egli rivela il Regno di Dio già presente nel mondo (nella signoria di Cristo nella nostra vita e nei suoi valori che viviamo: l’amore, la pace, la giustizia...), e anche il Regno che sta per venire e nella cui costruzione siamo tutti impegnati.

La sfida più grossa che deve affrontare il salesiano coadiutore e il suo contributo più grande è l’opera di evangelizzazione nel campo secolare. La sua professione, qualunque sia, lo avvicina ai giovani e alla gente ordinaria, e guadagna la loro simpatia in quanto lo fa apparire come uno di loro.

Ma, per evangelizzare, ciò che conta in primo luogo è la testimonianza della propria vita – da cristiano e da consacrato salesiano laico - che deve attirare i giovani e suscitare la domanda: perché vive così? Più con i fatti che con le parole, il salesiano coadiutore porta i giovani a riconoscere la presenza di Dio nella vita e nel mondo, e dimostra come vivere una vita di fede in mezzo agli impegni secolari. Del Venerabile salesiano laico, Simone Srugi, che visse e lavorò tra i mussulmani della Palestina, le gente diceva che “guardare Simone e ricordarsi di Dio erano la stessa cosa” e che “la sua presenza era come l’ombra della presenza di Dio”.

Poi, il clima che il salesiano coadiutore riesce a costruire nel gruppo, nel laboratorio, nella scuola, nel cortile. Oggi più che mai il clima, che è il risultato di valori vissuti insieme, è un potente comunicatore di quei valori a tutti quanti vengono in contatto con esso. Il clima cristiano, dunque, dell’opera in cui il salesiano coadiutore vive e lavora deve esercitare un influsso notevole su tutti che lo incontrano.

E, in terzo luogo, il dialogo, l’animazione. Le parole di un salesiano coadiutore ha una particolare efficacia quando il suo cuore è innamorato di Cristo. Con grande rispetto per i suoi interlocutori, li apre all’amore e alla ricerca della verità, li aiuta ad entrare in se stessi per incontrare Dio, fa scoprire la dimensione religiosa quando si approfondiscono le esperienze e le domande umane, volentieri condivide la sua esperienza di fede con altri, presentando Gesù Cristo come il centro della sua vita. Vi è tutto un lavoro di ascolto e risposta, di persuasione e convincimento.

Il salesiano coadiutore è chiamato ad essere nella Chiesa un esempio di come si evangelizza nel campo secolare.

Nella comunità il salesiano coadiutore apporta il suo specifico contributo laicale alla vita, alla preghiera e al lavoro d’insieme, ed estende il suo servizio alla comunità educativo-pastorale, alla Famiglia Salesiana e Movimento Salesiano, mantenendo, insieme al suo confratello sacerdote, l’unità nel carisma di Don Bosco ed entrando in dialogo e collaborazione fraterna per un reciproco arricchimento e maggiore fecondità apostolica.

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Leggi il testo seguente e sottolinea le frasi significative riguardo all’identità del salesiano coadiutore:

[Nell’ottobre 1883 Don Bosco si recò a San Benigno Canavese per la vestizione chiericale dei novizi. Prima di ritornare a Torino parlò separatamente ai novizi coadiutori:]

Il vangelo di stamattina diceva: Nolite timere, pusillus grex, non temere, piccolo gregge. Voi siete anche il pusillus grex, ma non vogliate temere, nolite timere, che crescerete.

Sono molto contento che si sia cominciato un anno di prova per gli artigiani con regolarità. È questa la prima volta che vengo a San Benigno dacché ci siete voi e sebbene sia venuto per la vestizione chiericale e non mi fermi che un giorno, non volli lasciarvi senza dire due parole a voi in particolare. Vi esporrò due pensieri.

Il primo è manifestarvi qual è la mia idea del coadiutore salesiano. Non ebbi mai tempo e comodità di esporla bene. Voi adunque siete radunati qui a imparte l'arte e ammaestrarvi nella religione e nella pietà. Perché? Perché io ho bisogno di aiutanti. Vi sono delle cose che i preti e i chierici non possono fare, e le farete voi. Io ho bisogno di poter prendere qualcuno di voi e mandarvi in una tipografia e dirvi: – Tu pensaci e falla andare avanti bene. – Mandarne un altro in una libreria e dirgli: – Tu dirigi, sicché tutto riesca bene. – Mandarne uno in una casa e dirgli: – Tu avrai cura che quel laboratorio o quei laboratorii camminino con ordine e non manchi nulla; provvederai che i lavori riescano come devono riuscire. – Ho bisogno di avere in ogni casa qualcuno a cui si possano affidare le cose di maggiore confidenza, il maneggio di danaro, il contenzioso; chi rappresenti la casa all'esterno. Ho bisogno che vadano bene le cose di cucina, di porteria; che tutto si procuri a tempo, niente si sprechi, nessuno esca, ecc. Ho bisogno di persone a cui poter affidare queste incombenze. Voi dovete essere questi. In una parola voi non dovete essere chi lavora direttamente o fatica, ma bensì chi dirige. Voi dovete essere come padroni su gli altri operai, non come servi. Tutto però con regola e nei limiti necessari; ma tutto voi avete da fare alla direzione, come padroni voi stessi delle cose dei laboratori. Questa è l'idea del coadiutore salesiano. Io ho tanto bisogno di avere molti che mi vengano ad aiutare in questo modo! Sono perciò contento che abbiate abiti adattati e puliti; che abbiate letti e celle convenienti, perché non dovete essere servi, ma padroni; non sudditi, ma superiori.

Ora vi espongo il secondo pensiero. Dovendo venire così in aiuto in opere grandi e delicate, dovete procurarvi molte virtù, e dovendo presiedere ad altri, dovete prima di tutto dare buon esempio. Bisogna che dove si trova uno di voi, si sia certi che là vi sarà l'ordine, la moralità, il bene. Che se sal infatuatum fuerit...

Conchiudiamo dunque come abbiamo cominciato. Nolite timere, pusillus grex. Non temete, che il numero crescerà; ma specialmente bisogna che si cresca in bontà ed energia. Allora sarete come leoni invincibili e potrete fare molto del bene. E poi, complacuit dare vobis regnum. Regno e non servitù, ma specialmente avrete il regno eterno.10

Si fa un confronto nel gruppo.

10 MB XVI, p. 312-313.

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Leggi i due testi seguenti e scrivi su un foglio le idee che ti hanno colpito. Quali sono i messaggi che le due letture ti danno? Quale attinenza hanno questi messaggi alla missione del salesiano coadiutore?

Un predicatore americano in un ristorante a Beijing chiede al cameriere di spiegare che

cosa sia la religione per i cinesi.

Il cameriere lo invita alla finestra e chiede: “Che cosa vedi, Signore?”

“Beh! Io vedo una strada e case e gente che cammina e autobus e taxi..”

“Che cos’altro?”

“Vedo alberi.”

“Che cos’altro?”

“C’è un vento.”

Il cinese estende le sue braccia ed esclama: “Ecco ciò che è religione, Signore!”

La missione della scuola cattolica è quella di comunicare ai giovani un’educazione comprensiva che non è limitata a qualche ora di religione. La scuola costituisce un ambiente in cui il ragazzo e l’adolescente passano la maggior parte della loro giornata, anno dopo anno. È in questo ambiente familiare che essi si rendono capaci di rispondere proficuamente ad una educazione “implicita” nella fede che avviene mediante la vita della scuola, cioè, mediante un’educazione fatta per mezzo di una comunicazione indiretta e informale di atteggiamenti e valori cristiani. In paragone con il curricolo di educazione religiosa stampato, l’impatto religioso implicito è come un curricolo non stampato la cui essenza gli insegnanti comunicano mediante il loro modo di trattare tutte le materie, anche quelle secolari, e il loro comportarsi nella scuola. La qualità delle relazioni sociali, il clima generale che ne deriva e il senso di comunità arricchiscono le relazioni tra insegnanti e allievi, e formano una comunità che comunica e nutre. La fede non è solo una questione di conoscenza, è la vita stessa. L’educatore non è semplicemente un insegnante; è un testimone. Tutti coloro che collaborano nella missione pastorale della scuola cattolica sanno che ciò che si fa ha un impatto più profondo di ciò che si dice. La qualità della relazioni nella scuola determina la qualità del progetto educativo. Gli insegnanti guidano i ragazzi e gli adolescenti alla scoperta di Cristo, grazie alla qualità della loro formazione cristiana ed il loro insegnamento. Essi, ovviamente, cercano di far capire ai loro allievi che Cristo è la ragione per cui si vive, ma questo messaggio può arrivare ai cuori dei giovani solo se il suo influsso sul comportamento e sullo stile di vita di coloro che la presentano appare, è ovvia ed è convincente. (Card. Paul Poupard, Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura).

Condividi le tue riflessioni con il gruppo.

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11. SALESIANO PRESBITERO

Il salesiano sacerdote, a differenza del sacerdote diocesano, è anzitutto una persona consacrata da Dio nella sua professione religiosa, e come tale, è “una memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù” (VC 22) mediante i voti di castità, povertà ed obbedienza; vive, prega e lavora in comunità insieme ai suoi confratelli salesiani; e s’impegna nella missione verso i giovani, specialmente i poveri ed abbandonati, cercando la loro salvezza integrale sulle orme di Don Bosco.

A questa missione lui apporta il suo specifico contributo: agendo in nome di Cristo pastore, compie il ministero della Parola, della santificazione e della cura pastorale.

Agire in nome di Cristo pastore vuol dire avere un cuore pieno di carità pastorale che “lo spinge a cercare costantemente attraverso ogni gesto, come possa essere autentico pastore con lo stesso cuore di Cristo. È questo il suo primo e principale compito!”11

·         Attraverso il ministero della Parola, egli porta la parola di Cristo ai giovani nelle più diverse situazioni e usando le svariate forme di comunicazione (predicazione, consiglio, orientamento, dialogo); cerca di suscitare e di rafforzare la fede dei giovani affinché essa trasformi la loro vita.

·         Attraverso il ministero della santificazione che compie in diversi modi, egli mira a portare i giovani alla vita in Cristo, iniziando loro nella preghiera (quella liturgica e quella personale) e nella celebrazione dei sacramenti, in particolare dei sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione.

·         Attraverso il ministero della cura pastorale, egli sostiene, dirige e guida ogni giovane nel suo sforzo di vivere con gioia e impegno la sua vita cristiana, di scoprire la sua vocazione e di seguirla, di partecipare pienamente alla vita e missione della comunità della Chiesa. Alcuni esempi di cura pastorale sono l’animazione dei gruppi giovanili, esercizi spirituali per i giovani, e il lavoro di animazione vocazionale.

Questo triplice ministero il salesiano sacerdote estende a tutti i suoi confratelli, in particolare ai confratelli laici e a quelli che sono in formazione. Ma, il suo servizio ha un raggio ancora più ampio: abbraccia tutti coloro che appartengono alla comunità educativo-pastorale, formando, per esempio, i laici collaboratori. Include pure l’animazione della Famiglia Salesiana e perfino del Movimento Salesiano. Insieme al suo confratello laico, cerca di “mantenere l’unità dello spirito e stimolare il dialogo e la collaborazione fraterna per un reciproco arricchimento e una maggiore fecondità apostolica”.12

Il ministero del salesiano sacerdote non si limita solo agli ambiti della Chiesa. Si estende a tutti gli ambienti pastorali salesiani, molti dei quali sono secolari di per sé, come la scuola o il cortile, dove egli privilegia i compiti tipici del suo triplice ministero sacerdotale (annunciatore della Parola, santificatore, cura pastorale). E anche se dovesse svolgere compiti secolari, li fa sempre con una sollecitudine e preoccupazione sacerdotale, o come si suol dire, con un cuore sacerdotale.

11 Il Progetto di Vita dei Salesiani di Don Bosco, Roma 1986, p. 382.

12 C 5.

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Ha davanti a sé l’esempio di Don Bosco, il quale soleva dire ai suoi salesiani: “Un prete è sempre prete, e tale deve manifestarsi in ogni sua parola. Ora esser prete vuol dire aver per obbligo, continuamente di mira il grande interesse di Dio, cioè la salute delle anime.”13

A questo proposito, è molto istruttivo l’episodio raccontato nelle Memorie Biografiche in cui Don Bosco andò al palazzo Pitti per incontrare il Ministro Ricasoli, e dichiarò: “Eccellenza! Sappia che Don Bosco è prete all'altare, prete in confessionale, prete in mezzo ai suoi giovani, e come è prete in Torino, così è prete a Firenze, prete nella casa del povero, prete nel palazzo del Re e dei Ministri!” A cui il Ministro cortesemente gli rispose che stesse tranquillo perché non pensava di “fargli proposte che fossero contrarie alle sue convinzioni”.14

Scrivi la tua risposta alla domanda seguente:

I giovani di oggi hanno bisogno di un sacerdote? Perché, o perché no?

Quando tutti hanno finito di scrivere la loro risposta, ciascuno legge ciò che ha scritto, mentre i motivi vengono scritti su una lavagna. I motivi per le risposte negative, se ci sono, vengono messi in una colonna. Per le altre risposte (positive), i motivi vengono organizzati in tre colonne che hanno per titoli: ministero della Parola – ministero di santificazione – ministero di cura pastorale.

13 MB III, 74-75.

14 MB VIII, 534.

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1.    Rispondi a questa domanda:

Perché il voler diventare sacerdote non è una indicazione sufficiente di una vocazione salesiana? Che cosa manca? Quali sono gli elementi qualificanti di una vocazione salesiana sacerdotale? ..........................................................................................................

.......................................................................................................... .......................................................................................................... .......................................................................................................... ......................................................................................................... .........................................................................................................

2.    Completa le frasi seguenti circa le tue aspettative da un salesiano sacerdote:

Io penso che un salesiano sacerdote dovrebbe .............................................................. ..
.......................................................................................................... .......................................................................................................... .......................................................................................................... .......................................................................................................... .........................................................................................................

Io penso che un salesiano sacerdote non dovrebbe ..............................................

..........................................................................................................................................  .

..........................................................................................................................................  .

..........................................................................................................................................  .

.......................................................................................................................................... .

.......................................................................................................................................... .

Quando hai finito il compito, confronta le tue risposte con quelle del gruppo.

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12. COMPLEMENTARITÀ

DEL SALESIANO COADIUTORE E SALESIANO PRETE

Abbiamo visto che Don Bosco fondò una Congregazione di consacrati per la salvezza integrale dei giovani: il suo progetto per i giovani abbracciava le due dimensioni della loro promozione umana e dell’educazione alla fede. Questa è la missione affidata alla responsabilità della Congregazione e di ogni comunità.

Segue allora che nel cuore di ciascuno dei due componenti della comunità – nel salesiano coadiutore e nel salesiano sacerdote – vibrano insieme le due dimensioni, sottolineate in modo differente dai due tipi della vocazione salesiana, ma intimamente connesse tra loro. Ciascuno di essi è responsabile per la missione della comunità, e quindi per tutte e due le sue dimensioni: apporta il dono di sé e della sua tipica vocazione. Ciascuno di essi apprezza il contributo necessario e significativo dell’altro alla ricchezza ed efficacia della missione comune, che è la formazione integrale dei giovani.

Così, mentre il salesiano sacerdote si preoccupa principalmente, ma non esclusivamente, dell’aspetto spirituale-pastorale della missione ai giovani - cerca di portare i giovani alla fede, a celebrare quella fede nella liturgia e nei sacramenti, e a formarli in una comunità cristiana di fede attiva – gli sta a cuore anche la dimensione laicale che è il centro di attenzione e d’attività del suo confratello-coadiutore. Sente responsabilità, interesse ed affetto per lui e il suo campo d’azione; per esempio, sente una viva preoccupazione per i problemi della gioventù operaia. Per di più, sente il bisogno del suo coinvolgimento e quindi dell’apporto della sua dimensione laicale nel proprio compito, per quanto sia possibile.

E in modo simile, mentre il salesiano coadiutore svolge la sua missione evidentemente religiosa, dedita all’evangelizzazione dei giovani, ma vincolata con l’area secolare del suo impegno – cioè, cerca di iniettare valori cristiani nel mondo, specialmente nel mondo del lavoro, formando i giovani, attraverso la sua vita esemplare e sforzi educativi, a diventare buoni cristiani che contribuiranno alla trasformazione cristiana del mondo - vi è anche nel suo cuore una sensibilità all’area spirituale-pastorale (fede, grazia, sacramenti) che è l’area principale di attenzione e d’attività del suo confratello-sacerdote. Sente responsabilità, interesse ed affetto per lui e per il suo campo d’azione; per esempio, sente una viva preoccupazione per i tanti giovani che lasciano la Chiesa. Inoltre, sente il bisogno del suo coinvolgimento e quindi dell’apporto della sua dimensione spirituale – pastorale nel proprio compito, per quanto sia possibile.

Vi è una certa analogia nella famiglia dove papà e mamma sono responsabili insieme e singolarmente per tutto nella famiglia; non sono due persone che agiscono indipendentemente, in parallelo. No, mentre il papà svolge il suo ruolo di padre, anche la mamma sente una certa responsabilità per lui e per il suo ruolo, le sta a cuore che sia un buon padre ai figli, è interessata in lui e in suo lavoro, dirige verso di lui le sue premure e preoccupazioni, e desidera il suo coinvolgimento e apporto nel proprio compito, per quanto sia possibile. E la stessa cosa si direbbe del papà in rispetto della mamma.

Come si vede, il salesiano coadiutore e il salesiano sacerdote sentono il bisogno mutuamente dell’un l’altro e si completano a vicenda. Ciascuno si sente insufficiente senza l’altro, e quindi ha bisogno di essere arricchito dall’esperienza vissuta dell’altro. Il sacerdote non può pretendere di sapere tutto sui problemi del mondo operaio: ha bisogno che il coadiutore lo illumini. In modo simile, il coadiutore non può pretendere di sapere tutto riguardo alla partecipazione nella vita della Chiesa; ha bisogno che il sacerdote lo illumini. Senza la dimensione laicale si corre il rischio di ridurre il giovane solo al suo aspetto spirituale e di trascurare il suo aspetto “secolare” che è una parte importante della sua vita. E senza la dimensione sacerdotale vi è il pericolo di perdere

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l’aspetto pastorale del nostro servizio ai giovani che è di portarli a Cristo. Insieme, le due vocazioni assicurano la completezza apostolica della nostra presenza ed azione tra i giovani.

Così, dunque, Don Bosco ha visualizzato la comunità salesiana coinvolta nella sua missione: le due forme della vocazione salesiana, il coadiutore e il sacerdote, vivono lo stesso progetto salesiano di vita con un cuore e un’anima sola, però svolgendo i loro ruoli rispettivi in solidarietà fraterna e complementarità.

In una relazione reciproca di questo genere, non vi è subordinazione o opposizione, né vi è una perdita o fusione delle caratteristiche laicali o sacerdotali. Invece, vi è una mutua comunione e comunicazione tra i salesiani, uno scambio dei valori e dell’esperienza di ciascuno.

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Leggi questa parabola.

SOGNO O REALTÀ?

Innumerevoli secoli fa, vi fu un pianeta che si trovava sciolto nello spazio esterno. Fu abitato da due razze umane intelligenti che si chiamavano i “diurni” e i “notturni”. Erano diversi ma anche complementari fra di loro.

I diurni vivevano una vita conscia ed attiva solo durante il giorno. Poco prima del tramonto, venivano presi da una sonnolenza tale che appena il sole si abbassava sotto l’orizzonte, essi cadevano in un sonno profondo e stupefacente che quasi quasi annientava la loro coscienza. Dormendo, erano come morti! Pochi momenti dopo l’alba, appena il tocco magico del sole baciava le loro fronti, i diurni si svegliavano, ritornavano alla coscienza, e cominciavano di nuovo la vita. La vita sembrava un “continuum” senza intermissione. Vivevano nella illusione di una singola giornata interminabile di sole.

In contrasto, i notturni vivevano una vita conscia solo durante la notte. Poco prima dell’alba si addormentavano, e poco dopo il tramonto si svegliavano di nuovo e ritornavano alla coscienza. Per loro la vita era l’illusione di una notte buia interminabile.

Man mano che gli anni passavano, entrambi le razze diventarono abituati ai loro modi rispettivi di esistere. Loro tutti erano intelligenti ed industriosi. Entrambi erano innamorati della natura. I notturni erano affascinati dalla maestà e la bellezza dei cieli. Diventarono astronomi rinomati. Scrissero dei trattati eruditi sui corpi celesti e sullo spazio esterno. Amavano anche la terra con la luna che benevolmente splendeva su di essa, e le cime delle montagne perse nel chiaroscuro della luce e dell’ombra. Scrissero poesie sublimi in elogio delle stelle, della luna, delle acque luccicanti e delle foreste buie.

I diurni amavano la luce, il mezzogiorno. Erano innamorati dei colori splendidi dei fiori e delle ali delle farfalle. I diurni scrissero libri sul sole, sulla luce, sul calore e sul colore. Con canti e poesie esaltavano la bellezza dei frutti e dei fiori e la gloria d’estate.

Venne il momento in cui i diurni scoprirono le opere scientifiche e poetiche dei notturni. Le lessero avidamente. Furono grandemente perplessi. Le opere non facevano senso a loro. In frustrazione essi gridarono: “Cos’è tutto questo? Stelle? Costellazioni? Galassie? Chiaro di luna? Fiumi d’argento? Paesaggi in ombra?” Con tutti gli sforzi che fecero, non riuscirono a scorgere qualche stella o costellazione o galassia nel cielo! Né potevano vedere la superficie della terra, la siluetta di laghi neri, le montagne illuminate sopra le valli in ombra.

Non potendo capire ciò che i notturni volevano comunicare mediante quei libri, i diurni disse a se stessi: “Questo è un popolo di visionari, mercanti di sogni, imbroglioni, gente che ha perso i loro sensi!”

Anche i notturni scoprirono gli scritti dei diurni, e dissero: “Che bugiarda e ingannatore è tutta questa gente. Sole? Fulgore? Calore? Miriadi di colori? Sono tutte allucinazioni, fiabe, deliri di menti disturbate. Stupidaggini assolute!”

E così i diurni e i notturni cominciarono a scrivere recensioni critiche delle opere altrui, impugnando e confutando le percezioni, conclusioni e valutazioni degli uni e degli altri.

Diventarono sospettosi degli uni e degli altri, prima lagnandosi e accusando, poi abusando e insultando, finché la loro rabbia crebbe e cambiò in ostilità.

Sparlarono gli uni contro gli altri: “Questa gente è pericolosa. Vogliono falsificare le nostre credenze e distorcere le nostre percezioni. Vogliono sovvertire il nostro sistema di valori e distruggere la nostra cultura. Vogliono sterminarci.” Cominciò la guerra tra loro. Uno strano tipo di guerra, una guerra silenziosa e di sangue freddo, ma più distruttivo che lo scontro di spade o lo scambio di fuoco tra fucili. Durante il giorno i diurni strangolavano e uccidevano i notturni mentre dormivano. Durante la notte i notturni facevano lo stesso ai diurni.

Alla fine la vita sparì da quel mondo strano. Anche oggi quel pianeta spopolato continua a girare incessantemente in orbita con un silenzio minaccioso nel giorno e nella notte.

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Dopo la lettura, scrivi tutte le idee e i messaggi che la parabola ti suggerisce. Quando tutti hanno finito di scrivere, si fa un confronto di idee e una discussione.

oppure

Ognuno risponde alle domande seguenti, e alla fine si fa un confronto nel gruppo:

1.    Perché i diurni e i notturni percepivano la realtà in modo diverso?

2.    Quali erano le conseguenze delle loro percezioni diverse della realtà?

3.    Quando scrissero le loro belle poesie e i trattati scientifici, erano veramente bugiardi e ingannatori? Perché i diurni e i notturni non potevano accettare le opere degli uni e degli altri?

4.    Avevano ragione i diurni e i notturni nel sospettare e accusare gli uni gli altri?

5.    Non potendo, o non volendo, comprendere gli uni gli altri, cos’è capitato a loro finalmente?

6.    Qual è il messaggio che ricavi dalla parabola?

7.    Alla luce della parabola, cosa significa la “complementarità” e cosa richiede?

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Ecco due questioni per la discussione nel gruppo:

1.      Pensate che quando manca una buona conoscenza, stima e rispetto per la vocazione – propria e altrui – di salesiano coadiutore e salesiano sacerdote, è difficile, per non dire impossibile, vivere la complementarità tra le due vocazioni?

2.      Pensate che le due vocazioni del salesiano coadiutore e del salesiano sacerdote sono ancora da scoprire? Cosa si può fare di concreto?

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13. DISCERNIMENTO VOCAZIONALE

Ora che sai chi è il salesiano coadiutore e chi il salesiano sacerdote, probabilmente tu ti farai la domanda: Cosa diventerò io: salesiano coadiutore o salesiano sacerdote? La via per scoprire questo è mediante un processo di discernimento.

Quando Dio ti crea, ti crea per un motivo. Ha un disegno per la tua vita. Attuando quel disegno, tu ti assicuri la tua felicità e realizzazione.

Orbene, come Dio ti fa conoscere il suo disegno? Dio ti dà un numero di doni sia fisici che spirituali: le tue qualità fisiche, intellettuali e morali; i tuoi atteggiamenti, aspirazioni, interessi, motivazioni, ecc. Questi sono i “segni” attraverso i quali Dio ti “parla”, e che puoi scorgere nella tua esperienza di ogni giorno. Venendo a conoscerli e interpretarli prudentemente, riesci a scoprire la volontà di Dio nei tuoi riguardi.

Per leggere bene questi segni, è importante che tu ti apri a Dio nella preghiera e gli chieda di manifestarti la sua volontà. E allo stesso tempo, tu ti mantieni libero da pressioni di ogni sorta e sei pienamente disponibile per compiere il volere divino quando l’hai scoperto.

Uno degli aiuti più preziosi che Dio ti dà per il discernimento della tua vocazione è il tuo direttore spirituale che ti viene offerto dalla Congregazione precisamente in vista di questo servizio delicato. Non basta dunque che tu ti conosci, è necessario che tu sei conosciuto dal tuo direttore spirituale. Il che vuol dire che devi aprirgli il tuo cuore e fargli conoscere la storia della tua vita, i tuoi desideri, atteggiamenti, motivazioni, e tutto ciò che gli potrebbe essere d’aiuto per accompagnarti nella tua ricerca e scoprire il volere divino insieme a te.

La direzione spirituale fa parte del processo di discernimento vocazionale personale, ed è prima di tutto la tua responsabilità.

Ma, vi è anche un discernimento della tua vocazione che è la responsabilità della Congregazione salesiana che tu vuoi entrare, e la Congregazione lo fa mediante i suoi rappresentanti, che sono i tuoi superiori a cui sono affidati i compiti della tua formazione e discernimento. Essa deve avere una certa sicurezza che tu hai le doti da Dio per vivere lo spirito e la missione dei Salesiani di Don Bosco con gioia e coerenza.

Il discernimento della tua vocazione da entrambi le parti – da te (con l’aiuto del tuo direttore spirituale) e da parte della Congregazione (mediante i suoi rappresentanti) – si fa leggendo i segni della vocazione nella tua vita.

A. Anzitutto vi sono i segni non specifici: essi sono necessari ma la loro presenza non è una sicura indicazione di una vocazione:

·         buona salute e resistenza fisica, cioè: l’assenza di malattie gravi o effetti debilitanti di malattie che possono pregiudicare la vita comunitaria e l’impegno nella missione;

·         cultura generale di base tipica del proprio paese,

·         buon contesto familiare,

·         sufficiente autonomia psicologica per prendere decisioni con libertà,

·         equilibrio emozionale ossia un sereno controllo del proprio mondo emotivo,

·         apertura agli altri, che include la capacità di comunicare e collaborare,

·         maturità affettivo-sessuale ossia una affettività serena e equilibrata che esclude relazioni sessuali e la tendenza omosessuale,

·         pratica regolare della preghiera, e in genere, una buona vita cristiana,

·         capacità di vivere in comunità, obbedienza e semplicità.

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B. Poi, vi sono i segni specifici che indicano la presenza di una vocazione salesiana:

·         interesse e l’inclinazione autentici per la missione salesiana,

·         vera motivazione spirituale,

·         capacità concreta di fare una scelta personale per Cristo nella Congregazione.

È possibile che il tuo desiderio di lavorare per la gioventù povera seguendo l’esempio di Don Bosco o seguendo l’esempio di qualche salesiano o comunità salesiana che ammiri o un’altra simile motivazione ti abbia portato all’aspirantato o al prenoviziato salesiano. Queste sono motivazioni valide, ma rimangono solo parziali e iniziali.

Non c’è dubbio che attira il lavoro per i giovani, specialmente per i più poveri. C’è una simpatia, e anche un sentimento di compassione, che ispira il desiderio di dedicarsi ai giovani più sfortunati. Ma, a lungo termine, questo impegno non si sosterrà senza una motivazione più fondamentale e più forte – come l’amore di Cristo che nel corso della storia ha ispirato migliaia, anzi milioni, di persone a compiere atti inimmaginabili di coraggio, sacrificio ed eroismo, perfino a dare la propria vita nel martirio.

Amare i giovani, tutti personalmente, senza preferenze (e se ci sono preferenze, è per coloro che sono ignorati e abbandonati), per primo (andando verso di loro e non aspettando che essi vengano a te), gratuitamente (per fare del bene a loro senza voler niente in cambio), con perseveranza (anche quando i giovani non rispondono alle tue fatiche come vorresti):

questo tipo di amore per i giovani non è facile, richiede una forza sovraumana che viene dal di sopra, viene dalla grazia e dall’esempio di Cristo.

Solo un tale amore può indurre una Madre Teresa a prendere nelle sue braccia, con amore e rispetto, il corpo sfigurato di un morente sul pavimento perché vede in esso il corpo di Cristo!

Solo un tale amore può ispirare un salesiano coadiutore, Artemide Zatti, a fare una richiesta alle Suore per un povero ragazzo, dicendo: “Avete qualche vestito per un dodicenne Gesù?”15

Nell’aspirantato o nel prenoviziato cominci a comprendere il significato della vita consacrata salesiana, e cioè: che il tuo motivo primario e fondamentale per abbracciare la vita e missione salesiana non può essere altro che Gesù.

In altre parole: tu ami Gesù così profondamente che vuoi diventare come lui e dare te stesso completamente per stabilire il Regno di suo Padre nei cuori dei giovani – come hai visto fare Don Bosco. Accetti volentieri il sacrificio di matrimonio e di non avere la tua famiglia. Invece, ti senti molto contento di vivere una vita semplice in una comunità di fratelli, sempre disponibile per il servizio alla gioventù.

Se sei attratto a vivere così e pensi di essere felice vivendo così, è un buon indizio che tu hai una vocazione alla vita consacrata salesiana.

C. Finalmente, ci sono dei segni specifici delle due forme della vocazione alla vita consacrata salesiana, quella del salesiano coadiutore e quella del salesiano sacerdote: Anzitutto, la scelta di una forma della vocazione salesiana non può essere basata sul rigetto dell’altra forma. “Non voglio essere sacerdote” non necessariamente indica che sei chiamato ad essere coadiutore, e vice versa. Ci vogliono degli indizi positivi per giustificare la propria scelta. Quali sono?

15 Summarium, p. 45, § 170.

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Se, visualizzando il tuo futuro campo di apostolato come salesiano consacrato, ti attrae l’idea di contribuire alla trasformazione cristiana del mondo (costruire il Regno di Dio nel mondo, creare una civiltà d’amore, formare una società basata sui valori del Vangelo, portare Cristo nel mondo operaio....) lavorando con i giovani in diversi campi come l’educazione, il training professionale, lo sport, la comunicazione sociale, la strada, le attività giovanili, il mondo del lavoro..., allora potrebbe essere un segno che indica che Dio ti chiama alla vita consacrata salesiana come coadiutore.

D’altra parte, se, visualizzando il tuo futuro campo di apostolato come salesiano consacrato, ti attrae l’idea di contribuire alla crescita di persone nella fede o al servizio del popolo di Dio (portare i giovani a Gesù, rappresentare Cristo, essere pastore, costruire la comunità di fede...) mediante l’annuncio della Parola, la catechesi, la direzione spirituale, la celebrazione dell’Eucaristia e del sacramento della Riconciliazione, l’iniziazione alla preghiera, l’animazione liturgica, la promozione della devozione alla Madonna, l’animazione spirituale dei gruppi..., allora potrebbe essere un segno che indica che Dio ti chiama alla vita consacrata salesiana come sacerdote.

Ad ogni modo, non c’è bisogno di arrivare ad una decisione mentre ti trovi nell’aspirantato o nel prenoviziato. Questo è il tempo in cui puoi osservare i salesiani coadiutori e i salesiani sacerdoti più da vicino, parlare con loro sulla loro scelta ed esperienza vocazionale, informarti della loro vita e delle loro attività, e intanto continui a pregare Dio di illuminare la tua vita. Poi, durante l’anno di noviziato, il tuo maestro dei novizi ti darà una maggiore comprensione delle due forme della vocazione salesiana e ti farà fare un esercizio di discernimento per aiutarti ad arrivare ad una buona decisione.

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Leggi questa pagina che descrive come Don Bosco trovò la sua vocazione con l’aiuto del suo direttore spirituale.

Don Bosco ricorda nelle sue Memorie dell’Oratorio che quando aveva quasi 14 anni di età, “Io mi sono tosto messo nelle mani di Don Calosso... Gli feci conoscere tutto me stesso. Ogni parola, ogni pensiero, ogni azione eragli prontamente manifestata. Ciò gli piacque assai, perché in simile guisa con fondamento potevami regolare nello spirituale e nel temporale. Conobbi allora che

voglia dire avere una guida stabile, di un fedele amico dell’anima, di cui fino a quel tempo ero stato privo.”16

Purtroppo Don Colosso morì, e intanto Don Bosco entrò nella scuola di Castelnuovo, e un anno più tardi nella scuola di Chieri – dove aveva un confessore ma non un direttore spirituale.

È significativo che Don Bosco era fortunato di ricevere aiuto dal cielo nella forma di sogni, eppure sentiva il bisogno della direzione spirituale. All’età di nove anni, ebbe coscienza della grande missione che sarebbe affidata a lui. A sedici anni, a Murialdo, ebbe un altro sogno in cui gli fu assicurato che avrebbe ricevuto tutto il necessario per prendere cura di migliaia di giovani. “Il sogno di Murialdo,” scrive Don Bosco, “mi stava sempre impresso; anzi mi si era altre volte rinnovato in modo assai più chiaro, per cui, volendoci prestar fede, doveva scegliere lo stato ecclesiastico, cui appunto mi sentiva propensione: ma non volendo credere ai sogni, e la mia maniera di vivere, certe abitudini del mio cuore, e la mancanza assoluta delle virtù necessarie a questo stato, rendevano dubbiosa e assai difficile quella deliberazione.”17 Commentando su questo serio conflitto nel suo cuore, Don Bosco esclama: “Oh se allora avessi avuto una guida, che si

fosse presa cura della mia vocazione! Sarebbe stato per me un gran tesoro; ma questo tesoro mi mancava!”18

Dopo qualche riflessione e dopo aver letto qualche libro sul tema della vocazione, Don Bosco decise di entrare nell’ordine francescano. Temeva che, se diventasse prete secolare, sarebbe stato esposto a gravi pericoli, mentre se entrasse in un monastero troverebbe pace e un sicuro rifugio dai pericoli del mondo. Fece domanda, subì l’esame, e fu accettato per entrare nel noviziato. Però, ebbe un sogno in cui gli fu detto: “Tu cerchi la pace, e qui pace non troverai.”

In questo stato d’animo, espose tutte le cose al suo amico stretto, Luigi Comollo, il quale gli consigliò di fare una novena per ricevere illuminazione, e intanto lui avrebbe presentato il problema al suo zio, Don Giuseppe Comollo, parroco di Cinzano. Presto arrivò la risposta di Don Comollo consigliando Giovanni Bosco di non entrare nel noviziato ma di continuare i suoi studi

per il sacerdozio nel seminario diocesano; aggiunse: “mentre farà i suoi studi conoscerà viemeglio quello che Dio vuole da lui”.19

Durante i suoi anni al seminario e nei primi anni del suo ministero sacerdotale, Don Bosco parlava regolarmente con il suo direttore spirituale, Don Cafasso. Infatti, poco dopo la sua ordinazione, quando era incerto riguardo al tipo di ministero sacerdotale che doveva svolgere, si lasciò guidare da Don Cafasso, il quale prudentemente gli avvisò di continuare i suoi studi al Convitto.

Durante la sua permanenza al Convitto, Don Bosco visitava le prigioni con Don Cafasso dove incontrava molti giovani dietro le sbarre; s’incontrò con molti giovani nelle strade. Così cominciò l’Oratorio per loro nei giorni festivi.

Ma, venne una “nuova crisi”. Pensava di entrare tra gli Oblati di Maria Vergine e partire per la missione estere. Don Cafasso ripetutamente gli dissuase finché un giorno disse solennemente:

16 MO, p. 36.

17 MO, p. 79-80.

18 MO, p. 80.

19 Cf. MO, p. 80-81.

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“Mio caro Don Bosco, abbandonate ogni idea di vocazionale religiosa;... continuate la vostra opera a pro dei giovani. Questa è la volontà di Dio e non altra!”20

Finito il triennio al Convitto, Don Cafasso fece sì che Don Bosco andasse al Rifugio della Marchesa Barolo, e aggiunse: “Dio vi metterà tra mano quanto dovrete fare per la gioventù.”21

Fra le vicissitudini del suo Oratorio girovagante per lo spazio di due anni, Don Bosco finalmente arrivò al punto di dire: “La mia vita è consacrata al bene della gioventù... Non posso allontanarmi dalla via che la divina Provvidenza mi ha tracciato.”22 E così, Don Bosco trovò la sua vocazione.

Il processo durò molto tempo e necessitò una piena fiducia nel direttore spirituale come strumento nelle mani della Divina Provvidenza.

Anche per te oggi la direzione spirituale è un indispensabile mezzo per conoscere la tua vocazione. A cui puoi aggiungere la confessione.

Oltre all’esempio di Don Bosco, puoi pensare ad altri motivi per cui è importante la direzione spirituale per la tua vita?

20 MB II, p. 203-207.

21 MO, p. 133.

22 MO, p. 163.

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Prova a fare un discernimento della tua vocazione leggendo nella tua vita:

1.      i segni non specifici,

2. i segni specifici che indicano la presenza di una vocazione alla vita consacrata salesiana,

3.      i segni specifici delle due forme della vocazione alla vita consacrata salesiana – o come coadiutore o come sacerdote.

Quando l’hai finito, condividilo con il tuo direttore spirituale, se vuoi.

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14. DOMANDE SUL DISCERNIMENTO VOCAZIONALE

Si suggerisce che ogni domanda venga discussa nel gruppo per incoraggiare la ricerca di soluzioni; solo alla fine della discussione, viene letta o consegnata la risposta scritta.

Introduzione

A molto possibile, anzi è probabile, che nel corso del tuo discernimento vocazionale, avresti incontrato alcune domande che ti hanno lasciato perplesso. Oppure ti sono passate per la testa alcune idee che ti hanno lasciato un po’ confuso o almeno incerto.

Ebbene, qui troverai alcune di queste domande o considerazioni che meritano una chiarificazione. La lettura di questi casi potrebbe essere un esercizio utile per approfondire questo tema di discernimento.

Domanda 1: “Devo proprio decidere? Non posso provare la vita consacrata salesiana per qualche anno e poi, se mi va, fare la professione? Non so come sarà il futuro, e perciò non vorrei entrare la vita con le mani legate?”

Una delle paure dei giovani d’oggi è quella di prendere decisioni. Si è abituati a cambiare; il cambio sembra l’unica cosa stabile oggi nella vita! Quindi, fare una decisione è voler fermarsi in mezzo al corrente del fiume. Presto o tardi, le decisioni prese si cambiano.

Il fatto è che, non volendo fare decisioni, si sciupa la vita. La pianta che rimane nella mia mano, sospesa nell’aria, non cresce, anzi, marcisce e muore; la pianta invece che, posta nel suolo, mette le radici, cresce e produce fiori e frutti. Questa è la vita.

Non è possibile fare esperienza di tutte le alternative per trovare quella giusta e seguirla. Un ragazzo che cambia mestiere ogni anno in cerca di quella giusta sta sciupando la sua vita. Non si può sposare una ragazza, poi un’altra, poi una terza, e via di questo passo finché si trovi la moglie perfetta. La vita non è così.

C’era quel tale che voleva sposare la donna più perfetta nel mondo. La cercò nel suo paese, e non trovandola, andò in cerca in tutto il mondo. Dopo molti anni di viaggiare, ritornò in paese, stanco e povero. Preoccupato per lui, un suo vicino gli chiese se, dopo tutti quei viaggi nelle culture più avanzate del mondo, non sia riuscito a trovare almeno una donna perfetta. “A dire il vero,” rispose l’uomo. “La trovò una volta.” “E cosa capitò allora?” “Le chiese di sposarmi. Ella passò qualche tempo con me, e poi un giorno mi informò che non poteva sposarmi. Il motivo era semplice: Lei cercava l’uomo perfetto!”

Ciò vuol dire che più o meno alla tua età fai un discernimento della tua vita futura. Sapendo per fede che Dio creandoti ha un disegno per la tua vita, tu provi a leggere i “segni” che ha posto nella tua vita. Consideri le varie possibilità a te aperte e prendi in considerazione i tuoi doni e talenti, le tue inclinazioni e aspirazioni... Con la preghiera e l’aiuto del tuo direttore spirituale, cerchi la tua strada finché tu hai una certa sicurezza, umanamente parlando, che la tua scelta sia proprio quella giusta. Ora, passi dalla ricerca all’attuazione della tua scelta, mettendoci tutto per riuscire nella decisione che hai preso.

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Si tratta adesso di vivere la tua vocazione con gioia e generosità nella coscienza che Dio che ha iniziato l’opera buona in te la porterà a compimento. Ad un certo momento, verrà il momento di fare la tua professione religiosa. Ed ecco qui la domanda: che senso ha pronunciare i voti? Vedi, attualmente tra gli uomini, il modo normale di assumere un impegno è di fare una promessa, un voto o un giuramento. Cosa fanno due sposi che entrano in matrimonio? Pronunciano i voti. Cosa fa il presidente americano quando assume ufficio? Pronuncia un giuramento. Allora, i voti religiosi sono il modo normale tra gli uomini di esprimere il proprio impegno.

Ed è da notare che questo impegno ha sempre il carattere di totalità. Cosa penseresti di un ragazzo, Tommaso, che dice ad una ragazza, Anna: “Sai, Anna, ti amo con tutto il mio cuore...ma solo per 5 anni!” Il momento in cui si mettono condizioni, non è più amore autentico. E allora, se la vita consacrata salesiana è essenzialmente un’espressione del nostro amore per il Signore Gesù, un donarsi a lui per lavorare per portare il Regno di suo Padre tra i giovani, quell’impegno non può non avere il carattere di totalità. Si dona totalmente al Signore e in Lui ai giovani.

Ma, ha senso entrare nella vita legando le mani? Dopo tutto, non si sa che il futuro porterà. Cosa avverrà entro un anno, fra dieci anni...? Solo Dio lo sa. Intanto, tu sai una cosa certa: la vita non è solamente rose, ci sono anche le spine. Ci saranno momenti difficili che verranno in tante diverse forme (la malattia, i dispiaceri, le incomprensioni, il tuo carattere, l’avanzare dell’età...). Se sei onesto, tu riconosci che sei un uomo debole, limitato, imperfetto. Cosa assicurerà che rimarrai fedele all’impegno che assumi?

Tempo fa un vescovo americano, Fulton Sheen, scrisse un libro con il titolo sorprendente: “Matrimonio a tre!” L’idea fondamentale del suo libro era molto semplice: quando due persone si sposano, Dio diventa un partner all’avventura della loro vita. E la stessa cosa avviene nella tua professione religiosa. Quando emetti i tuoi voti, tu stringi un’alleanza con Dio che ti consacra (ti fa suo) e ti assicura la presenza del suo Spirito per tutta la tua vita. Allora, la vera questione non è fin quando durerà la tua fedeltà di uomo, ma fin quando durerà la fedeltà di Dio. Dio non chiama qualcuno a fare un viaggio con lui e poi lo abbandona a metà strada. Dio rimane sempre fedele – fino alla fine della tua vita, e perfino oltre.

In altre parole, la tua perseveranza nella scelta di vita che fai non si poggia su di te – tu sai quanto debole e mutevole sei – ma si poggia su Dio. Tutto ciò che si richiede da parte tua è di fidarsi di Dio, cioè che Lui ti starà vicino e ti aiuterà, e di cercare di essere fedele ogni giorno.

E se sperimenti qualche difficoltà nel vivere la tua vocazione – le difficoltà sono inevitabili in ogni tipo di vita – ciò non significa affatto che devi dubitare la tua vocazione. Diceva il cardinale Newman, pur in un contesto diverso: “Mille difficoltà non costituiscono un dubbio.” I momenti di prova sono occasioni per rinnovare la fedeltà alla tua vocazione, per purificare le tue motivazioni, per ritornare allo spirito che ti animava quando rispondesti generosamente e con entusiasmo al Signore che ti ha chiamato.

Domanda 2: “Io ho sempre avuto un grande desiderio di diventare sacerdote. Il mio parroco, che conosce i salesiani, mi ha suggerito di entrare nella Congregazione salesiana.”

È comune esperienza che come ragazzo uno ha una comprensione imperfetta delle diverse vocazioni nella Chiesa e quindi opta per una – o per propria scelta o dietro suggerimento di una persona - senza una precisa idea della sua opzione.

Ma, ora che sei un giovane adulto, e per di più, un aspirante o prenovizio, il contatto che hai avuto con i salesiani finora o la tua esperienza vissuta con loro ha ampliato il tuo orizzonte. Ormai, tu hai una chiara veduta d’insieme dell’intera gamma di vocazioni e una conoscenza abbastanza buona della vocazione salesiana.

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Ora, tu sai che la Congregazione salesiana comprende consacrati salesiani laici e consacrati salesiani sacerdoti. Essere un consacrato ed essere un salesiano è tanto importante – anzi, si direbbe, più importante - quanto essere un sacerdote. Dunque, è questione di discernere bene la chiamata di Dio nei tuoi riguardi. Certamente, il voler diventare sacerdote non è un motivo sufficiente per entrare tra i salesiani.

Ci sono aperte infatti molte altre possibilità a chi si sente chiamato al sacerdozio, e perfino al lavoro per i giovani, senza dover abbracciare la vita consacrata, e più specificamente la vita consacrata salesiana. Vi è il sacerdozio diocesano. E vi sono molte altre Congregazioni di consacrati religiosi che lavorano con la gioventù come sacerdoti.

Per essere salesiano, occorrono tre elementi assolutamente indispensabili – essere consacrato, essere salesiano ed essere laico o sacerdote. Se manca uno di questi elementi, non vi è una vocazione salesiana.

Domanda 3: “Vorrei diventare salesiano coadiutore. Ma i miei genitori e amici mi chiedono sempre: ‘Perché diventare coadiutore quando puoi diventare sacerdote?’”

La prima cosa da dire è che essere salesiano coadiutore o salesiano sacerdote è essenzialmente una questione della chiamata di Dio, cioè: il disegno di Dio per la tua vita. Diceva il santo salesiano coadiutore, Artemide Zatti, che adesso è Beato: “Puoi servire Dio come sacerdote o come coadiutore: davanti a Dio uno è buono come l’altro, purché tu lo vivi come vocazione e con amore.”23 Quindi, la tua preoccupazione deve essere quella di discernere la volontà di Dio nei tuoi riguardi, e quando l’hai scoperta, di fare tutto per compierla.

Vista così, la preoccupazione dei tuoi genitori e amici dovrebbe essere quella di incoraggiarti nella tua ricerca della volontà di Dio nei tuoi confronti e di sostenerti quando l’hai trovata e hai deciso di seguirla.

Sfortunatamente, però, non capita sempre così. Ci troviamo anzitutto con una debole cultura vocazionale nella Chiesa oggi. Non è molto diffusa la convinzione nel Popolo di Dio che ognuno ha una vocazione da Dio, cioè: che Dio ha il suo disegno per ogni essere umano che crea, e che quindi, per trovare la propria felicità e pieno adempimento, spetta ad ognuno discernere la propria vocazione e seguirla.

Un’affermazione come “Perché essere coadiutore quando puoi diventare sacerdote?” rivela che la vocazione dal coadiutore è sconosciuta, incompresa e poco apprezzata.

La vocazione del coadiutore è generalmente sconosciuta dalla maggior parte della gente perché ha poca visibilità: il coadiutore spesso vive una vita nascosta, poco esposto al pubblico, compiendo lavori umili.

Essendo la sua vocazione quella di un consacrato laico, è incompresa, da una parte, la vita consacrata come la sequela di Gesù più da vicino: non si capisce che cos’è né la sua bellezza e importanza per il mondo d’oggi.

D’altra parte, è poco apprezzata la dimensione laicale della sua vocazione che lo relaziona al mondo, specialmente al mondo del lavoro, che è in fermento e ha tanto bisogno di un’anima cristiana oggi; in genere, la missione laicale della Chiesa stenta a fare strada tra il Popolo di Dio.

Ciò non vuol dire che vi è una buona conoscenza e apprezzamento della vocazione del sacerdote. Al contrario, di essa vi è spesso un’idea più funzionale che essenziale: sanno meglio che cosa fa piuttosto che chi è, per il semplice fatto che essi hanno esempi concreti davanti a loro -

23 Summarium, p. 310, n. 1224.

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vedono sacerdoti incaricati di parrocchie e scuole, sacerdoti che agiscono nella comunità come figure di autorità. Non devi meravigliarti allora se, di fronte alla manifestazione della tua intenzione di diventare coadiutore, la reazione spontanea è quella di suggerirti ciò che sembra un’alternativa migliore, cioè: il sacerdote, visto come figura di posizione, potere e prestigio.

In fondo in fondo, la vera sfida oggi, come hai visto, è quella di inculcare una cultura vocazionale nel Popolo di Dio e di educarlo alla comprensione e stima delle diverse vocazioni nella Chiesa.

Domanda 4: “I miei genitori dicono che sono molto intelligente e che ho una carriera brillante davanti a me. Non dovrei sciupare la mia vita e il mio futuro diventando un salesiano sacerdote, e meno ancora un coadiutore.”

Cosa si intende per una “carriera brillante”? Generalmente, si pensa di raggiungere una posizione di potere o prestigio, diventare famoso, godere tutto ciò che il mondo ha da offrire. La questione è: tutte queste cose – i soldi, il potere, la fama, il prestigio – ti fanno veramente felice? ti riempiono di una pace e gioia interiore? danno un significato alla tua vita? E quando viene il momento di morire, come vorresti aver vissuto la vita? C’era uno che si prospettava una “carriera brillante”, ma venne confrontata dalla domanda di Gesù nel Vangelo: “Che vantaggio avrebbe l'uomo se guadagnasse tutto il mondo, ma poi perdesse la propria anima?”24 Cambiò vita completamente, abbracciò la vita consacrata tra i gesuiti e un grande missionario, il cui nome è riconosciuto in tutto il mondo: San Francesco Saverio.

Vedi, è importante fare una distinzione tra bisogni e valori. Quando si cercano i soldi, la fama, il potere, il prestigio – tutte cose che comunemente s’intendono per una “carriera brillante” – si ha l’auto-adempimento, l’auto-realizzazione. Che in realtà è la soddisfazione dei propri bisogni, la ricerca di se stesso; e l’esperienza ci insegna che l’egoismo non fa mai felice.

Invece, quando si cercano i valori – amare, donarsi, seguire Gesù, servire i giovani, aiutare a costruire il Regno di Dio nel mondo... - si denega se stesso e si pensa all’altro. Questo si chiama l’auto-trascendenza (un andare oltre se stesso) ed è proprio questo che fa felice. Non puoi portare la luce del sole nella vita di un altro e tenerlo lontano da te.

Ebbene, tra tutte le forme di auto-trascendenza, la più grande, la più bella è quella di amare Gesù con tutto il tuo cuore, di donarsi totalmente al Signore e ai fratelli. Altro che sciupare la vita! Abbiamo le parole di Gesù: “Chi terrà stretta la propria vita, la perderà; ma chi l'avrà data a me, la ritroverà.”25

Ecco ciò che ti offrono le diverse vocazioni nella Chiesa, e soprattutto la vita consacrata, inclusa quella del salesiano coadiutore e salesiano sacerdote. La prova di questa verità si trova nella vita di tanti santi e consacrati.

Guarda intorno a te o va’ a parlare con le suore che prendono cura delle vittime di AIDS o dei lebbrosi; chiedi a loro se sono felici, se hanno trovato una senso nella loro vita... Interroga un salesiano (coadiutore o sacerdote) che è occupatissimo con mille cose da mattino a sera in mezzo ai giovani, per esempio, in un campo-scuola; chiedigli se vale la pena tutta quella fatica e se gli dà soddisfazione... Vedrai che queste sono persone che hanno la sapienza nella loro vita (che è molto di più della mera intelligenza): hanno la capacità di discernere le cose veramente importanti nella vita e di fare le scelte giuste.

24 Mc 8,36.

25 Mt 10,39.

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Domanda 5: “Trovo difficoltà con gli studi; perciò, penso di diventare salesiano coadiutore.”

Niente potrebbe essere più sbagliata di questa affermazione.

Un salesiano coadiutore è una persona consacrata che si mette sulla scia di Don Bosco, il che significa che egli dedica la sua vita intera a diventare sempre più come Gesù e a lavorare con Gesù per i giovani, come ha fatto Don Bosco.

Facile detto, ma le implicanze sono enormi, specialmente oggi quando la complessità della vita moderna richiede che qualsiasi vocazione e qualsiasi apostolato nella Chiesa abbia un fondamento solido e preparazione estensiva.

In primo luogo, la vita consacrata si poggia su una fede viva, forte e ben radicata nella persona: non si tratta quindi di sentimenti e affetti (anche se questi non possono mancare) ma primariamente di una relazione personale e profonda con Gesù, che viene da una familiarità e buona conoscenza della Parola di Dio, una comprensione delle verità della fede e una formazione alle convinzioni morali cristiane. Per di più, di fronte ad un secolarismo invadente e l’antagonismo di ideologie liberali alla morale cattolica su temi di vita e di morte, di matrimonio e della famiglia, un radicamento nella fede diventa indispensabile oggi, insieme all’apologetica e la conoscenza dell’insegnamento sociale della Chiesa.

Per vivere la propria vocazione salesiana occorre un fondamento solido di teologia della vita consacrata, di teologia della preghiera, e di conoscenza del Fondatore Don Bosco e del carisma salesiano, che include la storia, la spiritualità e la pedagogia salesiana.

Per comprendere la mentalità moderna, e particolarmente quella della gioventù, un salesiano coadiutore ha bisogno di uno sfondo filosofico che lo aiuti a far fronte a modi di pensiero marxista, esistenzialista e post-moderna, tanto per menzionare alcuni.

Per educare i giovani oggi richiede lo studio della sociologia e psicologia della gioventù come anche dell’educazione e della catechetica. A questo bisogna aggiungere tutta la preparazione che è necessaria affinché il coadiutore sia competente in un campo particolare di lavoro così da poter addestrare i giovani, formare i collaboratori laici, e gestire certi settori di attività apostolica, amministrativa....

Come puoi vedere, lo studio è una parte importante della vita di un salesiano coadiutore. Giovanni Paolo II non poteva dirlo meglio quando dichiarò che “dentro la vita consacrata stessa vi è bisogno di un impegno rinnovato e amato alla vita intellettuale, alla dedicazione allo studio come mezzo di formazione integrale e come via di ascetica che è straordinariamente tempestivo, in faccia alla diversità culturale odierna. Un diminuito impegno allo studio può avere gravi conseguenze per l’apostolato, dando origine ad un senso di emarginazione e inferiorità, o incoraggiando superficialità e iniziative temerarie.”26

Domanda 6: “Oggigiorno se, come sembra, il salesiano sacerdote può fare ogni tipo di apostolato, vi è bisogno del coadiutore?”

In primo luogo, la logica dell’affermazione è alquanto discutibile. È come dire: “Oggigiorno le mamme possono fare tutto ciò che i papà fanno, quindi non è bisogno dei papà.” Forse conosci

26 VC 98.

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qualche mamma che da sola ha ammirevolmente tirato su una famiglia. Ma ciò non toglie il bisogno della figura complementare del papà. Padre e madre, ciascuno compiendo il suo ruolo, creano una famiglia buona e le condizioni ottime per la crescita dei bambini alla maturità.

Vedi, la vera questione non è se il salesiano sacerdote può fare ogni tipo di apostolato, ma se deve fare.

La missione salesiana, come la missione della Chiesa di cui fa parte, comprende due aspetti complementari, entrambi tanto importanti e necessari oggi.

Vi è un aspetto “secolare” della missione che consiste nell’iniettare valori cristiani nel mondo e cambiarlo dal di dentro. Un esempio di ciò sarebbe il nostro lavoro, mediante la nostra vita esemplare e i nostri sforzi educativi, di formare i giovani in “buoni cristiani e onesti cittadini” che possano effettuare la trasformazione cristiana della società in cui vengono inseriti.

Vi è anche l’aspetto “spirituale-pastorale” della missione che riguarda la fede, la grazia e i sacramenti, per esempio, che cerca di portare i giovani alla fede, di celebrare quella fede nella preghiera e nei sacramenti, e di formarli in una comunità viva di fede.

Orbene, l’aspetto “secolare” è primariamente la missione del salesiano coadiutore, legato com’è con i giovani e con il mondo del lavoro, mentre l’aspetto “spirituale-pastorale” è il compito principale del salesiano sacerdote. Però, non vi sono compartimenti stagni nella missione salesiana; perciò è possibile per il salesiano coadiutore impegnarsi anche in attività spirituali-pastorali come l’insegnamento del catechismo e l’animazione della partecipazione nella liturgia, mentre l’attività del salesiano sacerdote non è ristretta alla chiesa o alla sagrestia ma può anche estendere alla scuola e al cortile. Dunque, c’è bisogno sia di salesiani coadiutori che di salesiani sacerdoti, ma non rimangono chiusi in se stessi e nei rispettivi ruoli.

E quindi, in risposta alla domanda si può dire che il salesiano sacerdote può anche impegnarsi negli aspetti secolari della missione della Chiesa, ma ciò non dovrebbe essere al detrimento della vocazione e missione del salesiano coadiutore o dei laici. Per esempio, non sarebbe appropriato per un salesiano sacerdote dirigere una scuola professionale quando vi sono salesiani coadiutori competenti e preparati per questa responsabilità.

Dove, invece, non ci sono coadiutori disponibili, è comprensibile che il sacerdote diriga la scuola professionale – assumendo che le altre opzioni siano già state considerate, come il coinvolgimento di laici qualificati, e perfino la delega di responsabilità a loro.

Domanda 7: “Vorrei diventare un salesiano sacerdote, ma quando sento di tanti nella Chiesa che lasciano il sacerdozio e la vita consacrata, divento perplesso e mi chiedo se sto facendo una decisione corretta.”

Mettiamo le cose in prospettiva. In un anno potremmo arrivare forse ad una cifra di 300 uscite dalla Congregazione. Ma non bisogna dimenticare che ci sono 15,000 Salesiani che rimangono fedeli nella Congregazione. E se si guardasse la Chiesa mondiale, bisogna tener in conto che vi sono 400,000 e più sacerdoti nel mondo, e i religiosi (sacerdoti religiosi compresi) sono più di un milione!

Ma, ecco due informazioni per mostrarti che le cose non sono come tu le pensi:

Nel 2008 il numero dei sacerdoti nel mondo non diminuì ma aumentò: da 405,891 a 406,411, rappresentando un aumento relativo di 0,13%.

E nel North American College a Roma, che è il seminario di teologia per gli studenti degli Stati Uniti, l’anno 2008 ha visto il numero più grande di entrate nel primo anno: 61.

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Certo, l’uscita di uno solo dal sacerdozio o dalla vita consacrata è sempre motivo di tristezza, specialmente se si tratta di qualcuno che conosciamo e stimiamo.

Vari sono i motivi per cui se ne vanno.

Alcuni scoprono di non aver fatto un buon discernimento vocazionale all’inizio, e quindi di aver fatto una scelta sbagliata da principio; pensavano di avere una vocazione alla vita consacrata salesiana, quando in realtà tale vocazione non c’era.

Per altri, anche se avevano una vocazione genuina, la loro formazione umana e spirituale è rimasta così povera fin dall’inizio che, a lungo andare, la loro vocazione non poteva reggersi con una base umana e di fede così debole.

E per altri ancora, era semplicemente una questione di debolezza umana: non bisogna dimenticare che perfino Gesù aveva tra i suoi apostoli uno che fu un fallimento, Giuda Iscariota.

Come bisogna reagire di fronte a tutti questi “scandali”? È molto istruttivo l’esempio di Don Bosco. Quando era ragazzo, un sacerdote gli passò accanto senza nemmeno salutarlo; la normale reazione di un ragazzo che pensava di diventare sacerdote, sarebbe stata di dire: “Se i sacerdoti mi trattano così, non voglio diventare sacerdote. Non mi va questo loro modo di agire!” Invece, la reazione di Don Bosco fu completamente diversa. Disse: “Quando diventerò sacerdote, non mancherò mai di salutare ogni ragazzo che incontro!”

Vedi: gli abbandoni possono lasciarti amareggiato e scoraggiato, ma possono anche diventare una bellissima lezione d’esperienza per te da cui esci fortificato nella tua vocazione.

Ma, forse la domanda nascondeva un dubbio. Pensando a quelli che escono, che garanzia ho io di perseverare nella mia vocazione fino alla fine?

Vedi, la perseveranza nella vocazione non è una cosa che avviene d’un tratto, ma che viene costruita giorno per giorno con l’aiuto del Signore. È la fedeltà quotidiana che porta alla fedeltà finale.

A necessario dunque mettere la propria fiducia nella provvidenza amorosa di Dio. Dio ci ama e vuole il nostro bene. La sua grazia è sempre sufficiente per noi. Noi dobbiamo fare tutto ciò che sia umanamente possibile da parte nostra, cooperando con la sua grazia, e lasciare il resto nelle sue mani.

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15. FORMAZIONE INIZIALE

Una delle cose che ti interesserà nella tua scelta di salesiano coadiutore o salesiano sacerdote è la questione della tua formazione. Se scegli di diventare coadiutore o sacerdote, qual è la strada che dovresti percorrere per arrivare al tuo traguardo?

Ecco come si svolgerebbe il processo della tua formazione:

La tua formazione è la tua collaborazione con Dio che ti chiama e ti forma. Ricorda Gesù: egli chiamò i suoi apostoli e li formò per poi mandarli nel mondo. In modo simile, il Signore ti forma, invisibilmente mediante il suo Spirito che abita in te, e visibilmente mediante le umane mediazioni come i tuoi superiori, e in modo particolare, il tuo direttore, il tuo confessore, e altre persone significative nella tua comunità. Quindi, la tua formazione avviene mediante la collaborazione con lo Spirito che opera in te e mediante la collaborazione con i tuoi formatori che ti accompagnano lungo il percorso della tua formazione.

Qual è la meta della tua formazione? La tua formazione mira alla formazione di Cristo in te, o meglio, a configurarti sempre più a Gesù Cristo – che è il centro della tua vita consacrata. Tu vuoi diventare un buon pastore dei giovani come Gesù, e come è stato Don Bosco.

Allora, capisci che alla fin fine la tua vera formazione non consiste in quante nuove cose tu impari, anche se questo aspetto è anche molto importante e necessario, ma sta in quanto si trasforma il tuo cuore – i tuoi affetti, i tuoi sentimenti, le tue motivazioni... E questa trasformazione solo tu puoi effettuare nel tuo profondo con l’aiuto dei tuoi formatori. Tu sei responsabile per la tua formazione!

Ora, questa formazione non si compie entro poco tempo ma è il frutto di un lungo processo, derivante dagli orientamenti di Don Bosco e della Chiesa, e dall’esperienza centenaria e mondiale della Congregazione.

Parliamo delle varie tappe della formazione, ciascuna delle quali offre il suo apporto particolare all’insieme del lavoro formativo.

La prima tappa della formazione salesiana è il prenoviziato. È la fase di formazione in cui tu, come candidato alla vita salesiana, approfondisci la tua opzione vocazionale, maturando specialmente negli aspetti umani e cristiani, così da poter essere idoneo per iniziare il noviziato.

Come parte dell’approfondimento della tua opzione vocazionale, dunque, cerchi di conoscerti e di farti conoscere, e impari che cosa sia la vita consacrata salesiana: cerchi di acquisire gli atteggiamenti necessari per viverla (la semplicità di vita, il distacco da compromessi affettivi, la fedeltà agli impegni assunti...), vivi una relazione personale con il Signore Gesù, e dai un solido fondamento alla tua vita cristiana.

In questa fase formativa studi anche le due forme della vita consacrata salesiana, il salesiano coadiutore e il salesiano sacerdote, cercando una conoscenza non solo teoretica ma anche pratica che deriva dal tuo contatto con entrambe le figure.

Segue il noviziato che è l’inizio dell’esperienza religiosa salesiana come sequela di Gesù.

Tu, come novizio, comincerai a vivere e ad interiorizzare i valori della vita consacrata salesiana. A in quest’anno che il maestro dei novizi ti aiuterà a fare un discernimento ed arrivare ad una decisione sulla tua chiamata ad essere salesiano coadiutore o salesiano sacerdote.

L’anno del noviziato terminerà con la tua consacrazione salesiana nella professione religiosa.

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Nel postnoviziato che segue tu consolidi la crescita nella tua vocazione e ti prepari per il tirocinio, integrando progressivamente la tua fede, la tua cultura e la tua vita. Approfondisci la tua esperienza della vita consacrata e dello spirito di Don Bosco. Ricevi un’adeguata preparazione filosofica, pedagogica e catechistica in dialogo con la cultura.

Ci sono variazioni nella configurazione di questa fase nelle diverse Ispettorie; alcune fanno due anni, altri tre; alcuni fanno solo filosofia, pedagogia e salesiana; altri aggiungono studi universitari; alcuni conseguono nessun titolo, altri invece conseguono un titolo ecclesiastico o civile, e perfino tutti e due.

Prima della fine del postnoviziato, se tu sei coadiutore e non hai avuto una qualificazione professionale precedentemente, il tuo Direttore ti aiuterà a fare un discernimento della professione in cui ti senti chiamato a spiegare i tuoi doni e capacità a favore dei giovani, naturalmente tenendo in conto i bisogni concreti della tua Ispettoria. Così, dopo il postnoviziato, avrai la possibilità di qualificarti, almeno per due anni, nella professione che hai scelto. È importante che già cominci a sperimentare la specificità della tua vocazione.

Ora viene la fase del tirocinio che durerà due anni e sarà un confronto vitale e intenso con l’azione salesiana, realizzata in un’esperienza educativa pastorale. Il tirocinio ti aiuterà a maturare nella tua vocazione salesiana e a verificare la tua idoneità vocazionale per la professione perpetua.

Se sei coadiutore, sarà appropriato che tu venga pienamente inserito per il tuo tirocinio nel campo della professione in cui ti sei qualificato, così da poter avere una esperienza diretta della tua vocazione specifica.

Dopo il tirocinio entrerai la fase della formazione specifica.

Se sei coadiutore, inizierai la tua formazione specifica di due anni in una comunità interispettoriale dove completerai la tua formazione religiosa salesiana di base con l’aiuto di un programma particolare in un centro di studi vicino.

Se sei candidato al presbiterato, procederai per la tua formazione specifica della durata di quattro anni ad una comunità formatrice ispettoriale o interispettoriale, e frequenterai un centro di studi di teologia. La tua formazione specifica si concluderà con la tua ordinazione sacerdotale.

Intanto, o prima o durante la formazione specifica avverrà la tua preparazione per la professione perpetua.

Essa comincerà un anno prima della professione stessa e punterà su una valutazione della tua esperienza vissuta di vita salesiana, su un discernimento che ti aiuterà ad arrivare ad una decisione finale, e su un consolidamento dei tuoi motivi per abbracciare la vocazione salesiana. Molte Ispettorie hanno programmi speciali in tempi scaglionati lungo l’anno.

Ovviamente, questa fase di preparazione concluderà con la tua professione perpetua.

Dopo la professione perpetua (e per i sacerdoti, dopo la loro ordinazione), dati i numerosi bisogni e sfide del mondo giovanile che dovresti affrontare, tu probabilmente riceverai una specializzazione o qualificazione professionale in vista del tuo lavoro apostolico. Si tratta di un programma di studi e training che ti daranno le competenze necessarie per espletare i tuoi diversi compiti o ruoli della carica che assumerai.

Però, non finirai mai con la tua formazione, né come salesiano coadiutore né come salesiano sacerdote.

Sarai consapevole di dover continuare a crescere per tutta la tua vita. La tua vocazione di seguire Cristo più da vicino lo richiederà, e intanto le nuove sfide che affronterai nella vita e nel lavoro richiederanno un continuo aggiornamento e nuove competenze.

Quindi, la tua formazione permanente diventerà un dato di fatto per te, una necessità radicata nella tua vita e vocazione.

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Leggi la storia e rispondi alle domande poste alla fine. Si potrebbe anche fare un confronto nel gruppo quando tutti abbiano finito di rispondere alle domande.

SIGNOR GIARDINIERE

Il Sig. Giardiniere era un uomo che amava i fiori. Far crescere i fiori, fiori di ogni tipo, era l’unica passione della sua vita. Gli dava tanta gioia parlare ai fiori, contemplarli, godere la loro fragranza.

Un giorno il Sig. Giardiniere invitò i suoi amici al suo giardino per una festa. Voleva far loro meravigliarsi della bellezza dei suoi fiori esotici e squisiti. Disse a se stesso: “Che regalo posso fare ai miei ospiti che essi possono tesoreggiare? Dare un mazzo di ciascuno dei miei splendidi fiori? No! No! Mi sento male dover tagliare tanti bellissimi fiori. E poi, un mazzo avvizzirà e i miei ospiti dimenticheranno il mio giardino.”

Finalmente, con gioia, esclamò: “Io so che regalo fare ai miei amici! Raccoglierò i semi migliori dai miei fiori più belli e ne offrirò un sacchetto a ciascuno dei miei ospiti. A tempo debito essi avranno il privilegio di godere un giardino tanto bello come il mio. E il mondo diventerà un luogo ancora più bello da abitare tra tanti fiori profumati!”

E così, alla fine della festa il Sig. Giardiniere diede ad ogni ospite un sacchetto di semi e disse: “Miei cari amici, io amo i fiori. Potete vedere lo splendore del mio giardino. Prendete questi semi. Li ho scelti tra i più squisiti dei miei fiori. Coltivateli con cura e amore – come faccio io – e anche voi sarete orgogliosi di possedere un giardino magnifico.” Gli ospiti presero quei sacchetti preziosi, ringraziarono il Sig. Giardiniere, e andarono a casa.

Mentre usciva dal giardino, uno degli ospiti brontolò: “Che ne faccio con tutti questi semi? Perché devo sciupare il mio tempo coltivando i fiori? Ci sono cose molto più importanti nella vita che i fiori.” E buttò via il sacchetto.

Un altro ospite mormorò: “Sì, questi semi sono proprio buoni. Ma, non adesso. Quando ho un po’ di tempo libero più tardi, li coltiverò.” Arrivando a casa, mise il sacchetto in una delle cassette della sua tavola, e non lo aperse mai più.

Un terzo ospite disse a se stesso: “Sì, io amo i fiori, ma non ho il tempo per coltivarli io stesso. Chiederò a qualcuno di farlo per me.” Chiamò il suo servo e gli comandò di coltivare i semi. Va da sé, i semi non fiorissero pienamente. Il servo li coltivava solo per la paga, non per l’amore!

Ancora un altro ospite disse: “Oh sì, io amo i fiori! Certamente li coltiverò nel mio piccolo giardino. Ma, sono un uomo indaffarato. Darò al mio giardino i momenti della giornata che riesco a salvaguardare.” I fiori crebbero, ma senza i bei colori.

Finalmente, pieno di entusiasmo, un altro ospite esclamò: “Io amo i fiori! Coltiverò questi semi con tutto l’amore e tutta la cura possibile.” Egli diede ai fiori tutto il suo tempo ed energie e soldi che meritavano. E naturalmente, il suo giardino diventò molto bello, pieno di colori e di fragranza come quello del Sig. Giardiniere.

Domande:

1.    In questa parabola, chi rappresenterebbe il Sig. Giardiniere?

2.    E che cosa rappresenterebbero i semi?

3.    E considerando i cinque ospiti della storia uno per uno, quali appaiono come gli elementi necessari per una corretta coltivazione dei semi?

4.    Pensi che questa storia avrebbe qualcosa da dire a riguardo della formazione? Che cosa?

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Perché, secondo te, il processo di formazione è così lungo? E perché richiede tante tappe?

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