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Il nostro impegno africano. Lettera pubblicata in ACS n. 297 1980 (don Egidio Viganò)

IL NOSTRO IMPEGNO AFRICANO

La morte di don Giovenale Dho e la sua successione. - Il nostro impegno africano - Il Rettor Maggiore nel Continente nero. - L’ora dell’Africa. - L’incontro del Papa con l’anima africana. - Una «riserva» di valori umani. - L’africanizzazione della Chiesa. - La nuova presenza del carisma di Don Bosco. - Il nostro Fondatore ci ha veduti in Africa. - Stimolante appello per tutta la Famiglia Salesiana. - Conclusione.

Lettera pubblicata in ACS n. 297

Roma, 24 giugno 1980

Carissimi confratelli,

la sera dello scorso 17 maggio, al mio rientro da Butare a Kigali, nel Rwanda, ricevevo per radio la triste notizia dell’improvviso decesso del Consigliere per la Formazione, il compianto e benemerito DON GIOVENALE DHO. Potete immaginarvi la sorpresa e il dolore. Insieme al Regionale, don Vanseveren, e al mio collega di viaggio, il coadiutore Renato Romaldi, sono ripartito per Roma, per arrivare appena in tempo ai solenni funerali nella Casa Generalizia.

La morte del Consigliere per la Formazione è per noi una perdita grave: quanto ci ha fatto meditare!

Abbiamo pensato alla testimonianza lasciataci dal carissimo don Dho: vocazione missionaria, consacrazione convinta e gioiosa, cuore buono, saggezza di discernimento spirituale, competenza nelle scienze umane, costante servizio nell’educazione cristiana dei giovani particolarmente nell’ambito della pastorale vocazionale, prestazioni numerose e qualificate in vari settori della vita ecclesiale, dedizione oculata e generosa alla formazione dei confratelli secondo gli ultimi orientamenti capitolari. È in quest’ultimo campo di lavoro, delicato e pressante, per l’animazione a livello mondiale della formazione iniziale e permanente, che lo ha colto la morte, quasi a collaudare, dal suo preminente posto di servizio, l’audace affermazione di Don Bosco che è un giorno memorabile per la Congregazione quello in cui un confratello cade nel suo sacrificato impegno di lavoro.

Abbiamo pensato all’imperscrutabilità dei disegni di Dio: quanto differiscono dalle nostre programmazioni, dai nostri calcoli e dai nostri desideri! La morte, soprattutto se è repentina e se paralizza un settore vitale di ciò che stiamo cercando di realizzare appunto per l’avvento del Regno secondo i piani di Dio, ci fa meditare con dolorosa profondità sul genuino atteggiamento della nostra fede e sul paradosso della sicurezza che accompagna la nostra speranza. Abbiamo pensato alla mamma di don Dho, ai suoi parenti, ai suoi amici, a noi suoi colleghi del Consiglio, ai suoi collaboratori del dicastero e a tutti i confratelli che lo stimavano e lo amavano.

Abbiamo pensato soprattutto a lui, al suo incontro con Cristo, al mistero dell’al di là.

E abbiamo effuso tutta questa abbondanza di meditazione nella preghiera di lode, di suffragio e di richiesta.

Invito ancora tutti voi a continuare questa preghiera per l’indimenticabile nostro confratello don Giovenale Dho, per i suoi cari, per la Congregazione.

Lui ci accompagnerà e ci aiuterà nel Cristo a continuare il lavoro e a risolvere i problemi emersi. In particolare, io gli ricorderò continuamente il nostro progetto africano, perché la memoria della sua morte è legata alla prima presenza del Rettor Maggiore in Africa. È, quindi, nel suo ricordo, e un po’ insieme con lui, che io desidero parlarvi ora brevemente del nostro «impegno africano».

Intanto vi comunico anche la designazione1 del nuovo Consigliere per la Formazione: è don PAOLO NATALI, già membro del Consiglio Superiore come Regionale d’Italia e del Medio Oriente. Al suo posto, come Consigliere Regionale, è stato nominato don LUIGI BOSONI. Ad entrambi vanno le congratulazioni, la collaborazione e la preghiera di tutti i confratelli.

Il nostro impegno africano

Come vi dicevo, sono stato nel grande continente africano (più di 33 milioni di chilometri quadrati!). Ho voluto che mi accompagnasse come collaboratore il Sig. Renato Romaldi, Salesiano coadiutore: desideravo far vedere che arrivavano un «Prete» e un «Coadiutore» insieme, perché così fosse presentata la complementarità della vocazione salesiana della nostra Congregazione, che s’impegna a far crescere il suo carisma in quel Continente.

Prima di esporvi alcune riflessioni al riguardo, lasciatemi formulare un’affermazione solenne. Eccola: Il Progetto-Africa è oggi, per noi Salesiani, una grazia di Dio!

Ne sono convinto e vorrei farvi partecipi di questa mia convinzione.

Il Rettor Maggiore nel Continente nero

Negli scorsi mesi (febbraio e maggio) ho potuto realizzare due viaggi in Africa; sono stato spinto a farli dal mandato del Capitolo Generale 21: «Il rilancio missionario richiede obiettivi concreti, esige l’adozione di una strategia orientata verso paesi nei quali l’azione missionaria risulta più urgente. Per questo all’inizio del secondo centenario della presenza salesiana, ricordando il desiderio profetico di Don Bosco,2 i Salesiani, senza precludere la possibilità di iniziare e sviluppare la loro azione missionaria in altre zone promettenti o bisognose, si impegnano ad aumentare notevolmente la loro presenza in Africa».3 Al sud del Continente, durante il primo viaggio, ho preso contatto con i confratelli che già lavorano nella repubblica del Sud-Africa, nel regno dello Swaziland e nel Mozambico.

Al centro del Continente, durante il secondo viaggio, ho potuto intrattenermi, a Libreville, con i confratelli del Gabon, del Cameroun, della Guinea equatoriale e del Congo; poi, a Lubumbashi e a Kigali, con i confratelli dello Zaire, del Rwanda e del Burundi. Ho toccato anche lo Zambia e il Kenya.

Ho potuto constatare la validità del lavoro che da anni svolgono alcune Ispettorie generosamente missionarie: l’Irlanda, il Portogallo, la Francia, la Spagna, il Belgio.

Ed ho potuto immaginare e gustare in prospettiva la novità di presenza che comporta il Progetto postcapitolare per l’Africa, sia nelle zone già assunte da tempo,4 sia nelle nuove presenze che incominciano ormai a realizzarsi almeno in altre otto repubbliche: Angola, Benin, Liberia, Senegal, Sudan, Kenya, Tanzania e Madagascar.

C’è attualmente una sola Ispettoria salesiana in tutto il Continente; quella dell’Africa Centrale (Zaire, Rwanda e Burundi) con due case di formazione per confratelli africani di vari Paesi: il noviziato e postnoviziato a Butare (nel Rwanda) e la comunità per gli studenti di teologia a Kansebula (nello Zaire). Coloro che sono stati all’ultimo Capitolo generale conoscono anche il primo confratello africano che è maestro dei novizi, don Jacques Ntamitalizo. Inoltre abbiamo già anche due confratelli africani Vescovi: Mons. Sebhatleab Worku nell’Etiopia, e, recentemente, Mons. Basil Mvé nel Gabon.

L’ora dell’Africa

L’Africa è un’esplosione di novità e di futuro. Superata finalmente l’epoca colonialista, sono sorti molti Stati nuovi i cui popoli s’impegnano ad essere veri protagonisti della propria storia.

Paolo VI undici anni fa, dirigendosi al Parlamento dell’Uganda, aveva descritto l’Africa ormai già «emancipata dal suo passato e matura per una nuova era»; e, nel maggio scorso, Giovanni Paolo II ha confermato nel Kenya che «questa nuova era è cominciata!»:5 «L’Africa sta per acquistare la dimensione dovutale nell’ordine pla-netario».6

Però le molteplici nazioni africane, esuberanti di gioventù, si vedono assediate da numerosi problemi e si sentono scosse dal difficile dialogo tra le loro caratteristiche culture secolari e la «nuova cultura», emergente ovunque sotto gli impulsi della tecnica, delle scienze e delle ideologie. Il pericolo di plagio e di asservimento da parte di sistemi non aperti al Vangelo è, purtroppo, invadente e «il materialismo, da qualsiasi parte venga, è una schiavitù dalla quale bisogna difendere l’Uomo».7 C’è urgente bisogno di Cristo, perché l’uomo africano cresca integralmente tale nella sua nuova realtà!

Un viaggio in Africa non è solo uno spostamento geografico e una scoperta di costumi originali, ma è anche una specie di volo nella storia ai primi secoli del cristianesimo, quando i popoli hanno fatto il loro trapasso, diciamo così, da una specie di Antico Testamento alla nuova Alleanza.

È vero che dal secolo II al IV c’è stata una intensa vita cristiana nelle regioni più settentrionali dell’Africa: «Balzano alla memoria i nomi dei grandi dottori e scrittori, come Origene, S. Atanasio, S. Cirillo, luminari della Scuola Alessandrina, e, sull’altro lembo della sponda mediterranea africana, Tertulliano, S. Cipriano e soprattutto S. Agostino, una delle luci più fulgenti della cristianità. Ricorderemo i grandi santi del deserto, Paolo, Antonio, Pacomio, primi fondatori del monachesimo, diffusosi poi, sul loro esempio, in Oriente e in Occidente. E, tra tanti altri, non vogliamo omettere il nome di S. Frumenzio, chiamato Abba Salama, il quale, consacrato vescovo da S. Atanasio, fu l’apostolo dell’Etiopia. Questi luminosi esempi, come pure le figure dei santi Papi africani Vittore I, Melchiade e Gelasio I, appartengono al patrimonio comune della Chiesa, e gli scritti degli autori cristiani d’Africa ancor oggi sono fondamentali per approfondire, alla luce della Parola di Dio, la storia della salvezza. Nel ricordo delle antiche glorie dell’Africa cristiana […è doveroso ricordare anche] la Chiesa greca del Patriarcato di Alessandria, la Chiesa Copta dell’Egitto e la Chiesa Etiopica, che hanno in comune con la Chiesa Cattolica l’origine e l’eredità dottrinale e spirituale dei grandi Padri e Santi, non soltanto della loro terra, ma di tutta la Chiesa antica. Esse hanno molto operato e sofferto per mantenere vivo il nome cristiano in Africa attraverso le vicende dei tempi».8

Tutto questo è storia ed assai importante; non dobbiamo dimenticarlo. Ma la maggior parte delle giovani nazioni africane sta appena celebrando il primo centenario del proprio ingresso nel Cristianesimo, quando quest’ingresso non è addirittura più recente. Quindi si può dire che solo da qualche decennio si sta realizzando l’inculturazione africana del Vangelo del Cristo risorto; ma ciò sta avvenendo con una velocità di notevole accelerazione.

Durante gli undici anni trascorsi tra il viaggio di Paolo VI a Kampala e quello di Giovanni Paolo II a Kinshasa, il numero dei cattolici africani si è praticamente duplicato, passando da circa 25 a più di 50 milioni. Sta crescendo e maturando in Africa una novità ecclesiale vasta e promettente, in consonanza con le grandi prospettive ecclesiali e missiologiche del Vaticano II. Questo ha portato a rivedere tutta la metodologia missionaria.

Sono ormai stabilite quasi ovunque delle Chiese locali con gerarchia autoctona; oggi, più che «impiantare la Chiesa», si tratta di incorporare collaboratori validi alle giovani Chiese locali, con le loro caratteristiche culturali, per aiutarle a crescere, per irrobustirle nella loro assunzione del Vangelo, per arricchirle di quei Carismi che lo Spirito ha suscitato nella Chiesa universale in vista di una vitalità pluriforme per tutti i popoli.

L’«incontro» del Papa con l’anima africana

Il Santo Padre Giovanni Paolo II ha visitato, dal 2 al 12 maggio, le Chiese e le popolazioni di sei Paesi dell’Africa centrale: Zaire, Congo, Kenya, Ghana, Alto Volta e Costa d’Avorio, che celebravano il centenario dell’inizio della loro evangelizzazione. Si tratta di un viaggio storico per il futuro del Cristianesimo nel Continente. A noi Salesiani esso è portatore di confermazione autorevolissima del nostro mandato capitolare e di lusinghiere promesse nel nostro progetto africano già avviato. Vorrei sottolineare in questo viaggio apostolico e profetico del Papa due aspetti che ci devono particolarmente far riflettere: la sensibilità verso tanti valori umani della cultura africana, e la chiara volontà di acculturazione del Vangelo e di africanizzazione della Chiesa.

Una «riserva» di autentici valori umani

Il Papa ha constatato con gioia ed ha sottolineato con profonda intuizione l’abbondanza di valori umani e la straordinaria sensibilità religiosa dei popoli del Continente nero. Per questo, ha definito l’Africa come un grande «cantiere», «serbatoio spirituale del mondo».

Nel patetico suo saluto di partenza l’ultimo giorno, ad Abidjan, ha esclamato con commovente affetto: «Addio ora a te, Africa, continente già da prima tanto amato e che, dopo la mia elezione alla Sede di Pietro, desideravo conoscere e percorrere al più presto. Addio ai popoli che mi hanno accolto, e a tutti gli altri ai quali mi piacerebbe tanto un giorno, se la Provvidenza lo permetterà, di portare personalmente il mio affetto. Ho imparato molte cose durante questo itinerario. Non potete immaginare quanto è stato istruttivo (…). L’Africa mi è sembrata un vasto cantiere, da tutti i punti di vista, con le sue promesse ed anche, forse, con i suoi rischi (…). C’è un patrimonio originale che occorre assolutamente salvaguardare e armoniosamente incrementare. Non è facile controllare un fermento simile e far sì che le forze vitali servano ad un autentico progresso (…). Non dovete imitare, cari fratelli e sorelle africani, certi modelli stranieri basati sul disprezzo dell’uomo o sull’interesse (…). Non dovete lasciarvi ingannare sui pregi di alcune ideologie che vi fanno balenare davanti una completa felicità sempre rimandata al domani. Siate voi stessi!».9

Di fronte a questo «cantiere» anche gli altri popoli dovranno pur imparare ad attingere certi importanti valori umani. Il Papa li enumera in varie occasioni: «il loro cuore, la loro saggezza, (…) il loro senso dell’uomo, il loro senso di Dio»; 10 il «forte senso comunitario nei differenti gruppi che costituiscono la struttura sociale», l’«innata propensione al dialogo», il «senso di celebrazione espresso in gioia spontanea», la «riverenza per la vita»; 11 una svariata diversità «conservata intatta dall’innegabile unità di cultura», «una concezione del mondo in cui il sacro occupa un posto centrale», «una profonda consapevolezza del legame esistente tra il Creatore e la natura», «spontaneità e gioia di vivere espresse in linguaggio poetico, canto e danza», «una cultura ricca di una dimensione spirituale onnicomprensiva». Perciò «l’Africa è chiamata a far sorgere degli ideali nuovi e delle intuizioni nuove in un mondo che tradisce i segni della stanchezza e dell’egoismo».12

Il Papa però, deve anche constatare, purtroppo, «con stupore pieno di tristezza»13 le influenze provenienti dal peccato, dall’ignoranza, dalla superstizione e dall’importazione dei sistemi materialistici che adulterano la sospirata liberazione dal colonialismo e rovinano la vera crescita culturale: «il materialismo sotto tutte le sue forme è sempre causa di asservimento per l’uomo: si tratti di un asservimento a una ricerca senza anima dei beni materiali, si tratti di asservimento ancor peggiore dell’uomo, corpo ed anima, a ideologie atee; sempre in definitiva asservimento dell’uomo all’uomo».14

Dunque: né capitalismo consumistico né marxismo ateo. È sintomatico vedere come anche a Puebla il Papa e l’Episcopato latinoamericano annunciano al terzo mondo che la luce del Vangelo non passa per queste due vie materialiste. Vedete come il Papa ha saputo penetrare il «cuore» africano stimolando l’attenzione e la simpatia di tutti i credenti del mondo.

L’«africanizzazione» della Chiesa

Il Santo Padre ha trattato dei valori della cultura africana parlando preferibilmente ai Presidenti di Stato, ai Diplomatici, agli Intellettuali e agli Universitari; ha trattato invece dell’«africanizzazione» della Chiesa particolarmente nei suoi discorsi ai Vescovi e ai loro stretti collaboratori, soprattutto ai presbiteri.

Sono due temi intimamente vincolati tra di loro che implicano ricerca, studio, coraggio e fedeltà. L’africanizzazione del Cristianesimo abbraccia, ha detto il Papa, «ambiti vasti e profondi che non sono stati ancora sufficientemente esplorati, sia che si tratti del linguaggio per presentare il messaggio cristiano in modo che giunga allo spirito e al cuore, sia che si tratti della catechesi, della riflessione teologica, dell’espressione più congeniale nella liturgia o nell’arte sacra, sia delle forme comunitarie di vita cristiana».15

La missione della Chiesa è, ovunque, quella di fare dei discepoli: Essa si sforza di suscitare in Africa, attraverso la potenza dello Spirito del Signore, dei cristiani autenticamente africani; Essa ha la forza, che le viene dall’Alto, di far sì che gli africani siano genuini discepoli del Cristo risorto conservando, purificando, trasfigurando e promuovendo tutte le ricchezze del loro specifico patrimonio culturale.

Parlando della necessaria e prolungata opera di africanizzazione della Chiesa, il Papa ha ricordato spesso l’azione fondamentale e benemerita dei missionari, la misteriosa fecondità dei martiri, l’importanza delle vocazioni autoctone e l’urgenza di un laicato evangelicamente formato e impegnato nei problemi dello sviluppo, l’indispensabilità della vita consacrata e religiosa nella sua pluriformità di carismi, in particolare la cura delle vocazioni femminili alla consacrazione come parte viva della promozione della donna nella Chiesa e nella Società: «Le donne africane — ha detto il Santo Padre — sono state volentieri portatrici di vita e custodi dei valori della famiglia. Similmente, la consacrazione delle donne in una radicale consacrazione al Signore in castità, ubbidienza e povertà costituisce un mezzo importante per trasmettere alle vostre Chiese locali la vita di Cristo e una testimonianza di una più ampia comunità umana e di una comunione divina».16

Giovanni Paolo II riconosce con compiacenza che, in questo processo, l’Africa è già in cammino ed ha raggiunto ormai una certa maturità: «questa maturità è maturità di giovinezza, maturità di gioia, maturità di essere se stessi, di trovarsi in questa Chiesa come la loro Chiesa. Non è la Chiesa importata da fuori, è la loro Chiesa, la Chiesa vissuta autenticamente, africanamente».17 L’argomento dell’inculturazione del Vangelo è centrale nel messaggio magisteriale del Papa in Africa; ma è un tema delicato e difficile, che esige continuamente una riflessione acuta e un discernimento sempre attento. Ricordiamo alcune affermazioni del Santo Padre.

— Innanzitutto si tratta di un processo lungo di secoli, che ha accompagnato ed ha caratterizzato sempre le grandi epoche della diffusione del Cristianesimo, sin dalle origini, ossia a cominciare appunto dai primi suoi approcci con la cultura ebraica, con quella ellenistica, con quella latina e con le altre posteriori.

— Inoltre c’è da notare che la «fede» non si riduce mai semplicemente a una «cultura»: «il Vangelo, certamente, non si identifica con le culture e le trascende tutte».18 Di qui la necessità di individuare i valori trascendenti e permanenti del Vangelo, di assicurare il primato del mistero di Cristo risorto di fronte alle proposte di qualsiasi cultura: ciò ha ovunque un valore definitivo oggi, ieri e domani!

Certamente l’identità del Vangelo e il primato del Cristo al contatto con ogni cultura suscitano dei problemi nuovi che emergono dal contesto culturale. Essi non sono facili e richiedono intensa e matura riflessione; in ogni caso, occorre affrontarli e risolverli alla luce della fede comune della Chiesa universale «identica per tutti i popoli di tutti i tempi e di tutti i luoghi».19 «In tale processo le culture stesse debbono essere elevate, trasformate e permeate dall’originale messaggio cristiano di divina verità (…) in accordo con la piena verità del Vangelo ed in armonia con il Magistero della Chiesa».20

— La preservazione inalterata del contenuto della fede cattolica va unita alla preoccupazione di conservare l’unità della Chiesa nel mondo, passando attraverso un leale dialogo con la Chiesa di Roma e con il Successore di Pietro. Questo è anche «un’importante conseguenza della dottrina della collegialità, in forza della quale ogni Vescovo partecipa alla responsabilità per il resto della Chiesa; per la stessa ragione la sua Chiesa, nella quale per diritto divino egli esercita la giurisdizione ordinaria, è anche oggetto di una comune responsabilità episcopale nella duplice dimensione dell’incarnazione del Vangelo nella Chiesa locale: 1°, preservare inalterato il contenuto della fede cattolica e conservare l’unità della Chiesa nel mondo; e 2°, ricavare dalle culture espressioni originali di vita cristiana, di celebrazione e di pensiero, per cui il Vangelo è radicato nel cuore dei popoli e delle loro culture».21

— Bisogna, dunque, ricordare che l’inculturazione è guidata da grandi criteri di autenticità che comportano anche dei limiti concreti; essi escludono una assunzione indiscriminata di qualsivoglia modalità culturale e non permettono che l’inculturazione equivalga mai a un riduzionismo di regionalizzazione o di nazionalismo, ossia a un impoverimento dell’universalità della fede cattolica e della comunione piena di tutte le Chiese con Roma e mutuamente fra loro.

— Infine, a proposito di africanizzazione della Chiesa, è indispensabile anche constatare la concreta situazione storica di oggi, che implica un trapasso dall’epoca missionaria di fondazione («implantatio Ecclesiae»), all’ora delle giovani Chiese locali impegnate in una penetrante e intima evangelizzazione delle proprie culture: si è passati dall’epoca «fondazionale» delle Missioni, al delicato lavoro di «intima evangelizzazione» per opera delle Chiese locali! Se è vero che la fede cattolica non si identifica con nessuna cultura, è altrettanto importante e urgente riconoscere che «il Regno che il Vangelo annuncia è vissuto da uomini profondamente legati ad una cultura; la costruzione del Regno non può fare a meno di attingere dagli elementi delle culture umane».22 E ciò si fa appunto attraverso la mediazione delle Chiese locali.

Quest’ultima osservazione sull’ora della Chiesa locale in Africa ha una concreta proiezione sui criteri di presenza e di azione dei missionari, oggi, e, in particolare, sul nostro impegno postcapitolare di farci presenti in Africa come carisma ecclesiale per l’evangelizzazione della gioventù.

La nuova presenza del carisma di Don Bosco

Ho voluto ricordare alcuni dei più caratteristici aspetti dell’«incontro» del Papa con l’Africa, perché essi apportano una non piccola illuminazione sul nostro modo di andare, stare e lavorare nel Continente nero: noi ci facciamo presenti per collaborare con quelle giovani Chiese inserendo in esse, in forma vitale e stabile, il carisma di Don Bosco. È un carisma assai appropriato ai bisogni di quei Popoli; anzi, io ho pensato più volte, nel mio viaggio, che la gioventù africana, tanto numerosa e bisognosa, ha propriamente un urgente diritto alla vocazione della Famiglia Salesiana. Ho ascoltato nel Rwanda, durante l’omelia di un Vescovo, che l’Africa e Don Bosco sono fatti l’uno per l’altra e che la vocazione salesiana dovrà, nel futuro, essere inseparabile dalla pastorale giovanile africana.

C’è nel Continente un’esplosione demografica di gioventù vivace, intuitiva e intelligente, docile, gioiosa di vivere, ricca di sentimenti, incline alla musica e all’arte, profondamente impregnata di religiosità, ansiosa di formazione, trascurata per mancanza di strutture sociali adeguate (ho visto con tanta pena, detenuto in un carcere minorile, e mi sembrava incredibile, un ragazzino di 6 anni!); la gioventù è troppo facilmente in balia a tante deviazioni, all’oziosità, all’ignoranza, alla miseria materiale e morale: ha un urgentissimo bisogno di aiuto.

Il carisma di Don Bosco è fatto appunto, come vi dicevo prima, per collaborare nelle Chiese locali ad evangelizzare la gioventù facendone degli «onesti cittadini e dei buoni cristiani».

Cento anni fa la vocazione salesiana prendeva la via dell’America Latina e vi si è stabilita robustamente; cinquant’anni dopo si è indirizzata verso l’Asia e vi si è già radicata con fecondità in vari Paesi; adesso si rivolge verso il Continente nero e si propone di inserirvisi umilmente con fedeltà a Don Bosco per divenire robustamente e genuinamente africana; il nostro progetto è stato posto sotto la speciale e materna protezione dell’Ausiliatrice.

Bisognerà che i confratelli che andranno in Africa o che già vi lavorano si ispirino alla rinnovata missiologia del Vaticano II, ai grandi orientamenti del Magistero e in particolare del Papa in questo suo recente viaggio pastorale e missionario. Io ho già iniziato, specialmente a Libreville, Kansebula e a Butare, un dialogo al riguardo con i giovani confratelli africani e con quelli che lavorano ormai da anni nel Continente. Vorrei ricordare qui brevemente alcune linee che si ispirano ai criteri conciliari e papali e ne applicano gli orientamenti, in forma analogicamente appropriata, al carisma della nostra Famiglia.

Innanzittutto lavoriamo per un «Don Bosco africano», ossia per una presenza vitale e stabile del nostro carisma nel Continente: per cui, da una parte, Don Bosco sia genuinamente e integralmente lui stesso e, dall’altra, egli abbia veramente e costitutivamente i tratti e la fisionomia culturale dell’Africa. Noi non siamo «missionari temporanei» che passano per una regione ad impiantarvi la Chiesa e poi se ne vanno. Possiamo aver disimpegnato anche questo difficile e fondamentale compito, dove ce n’era bisogno, ma lo abbiamo fatto con l’intenzione di rimanervi per sempre, incarnando dinamicamente nella Chiesa locale la vocazione salesiana.

— In Africa ci proponiamo di curare con speciale sollecitudine l’indole propria del nostro carisma.23 Tale indole appartiene all’ambito dei doni che vengono dall’Alto e che, quindi, non si identificano nella loro essenza con nessuna cultura, ma che sono elargiti dallo Spirito alla Chiesa universale, precisamente perché vengano opportunamente inculturati nei vari popoli a beneficio delle Chiese locali.

La nostra breve storia di cent’anni ci parla di duttile adattabilità della nostra vocazione a differenti culture abbastanza diverse da quella in cui è nato e vissuto Don Bosco.

— L’«indole propria», però, non è una teoria o un’astrazione, bensì «una esperienza di Spirito Santo», che «comporta anche uno stile particolare di santificazione e di apostolato»; 24 essa è vissuta e trasmessa vitalmente da persone che la realizzano quotidianamente nella fraternità delle comunità salesiane. Quindi alla base di tutto contiamo sulla testimonianza di comunità che vivano genuinamente i due grandi Progetti sintetici di Don Bosco, ossia, le «Costituzioni» e il «Sistema Preventivo», entrambi approfonditi ed aggiornati negli ultimi due Capitoli Generali (il Capitolo Generale Speciale e il Capitolo Generale 21).

In Africa, come in Europa, in America Latina, in Asia e dovunque, è necessario assicurare tutti i grandi valori dell’«indole propria» con il suo «stile particolare di santificazione e di apostolato», mentre si lavora con creatività e intelligenza all’inculturazione della nostra vocazione.

Per questo ci sarà bisogno del confronto fraterno con tutte le Ispettorie nei Capitoli Generali e della comunione profonda e dialogante con il Rettor Maggiore e il Consiglio Superiore, che disimpegnano appunto il ministero dell’unità.

— La testimonianza di comunità salesiane che riproducano genuinamente l’esperienza del carisma di Don Bosco esige: da una parte, che i missionari portino aria pura e abbiano la tempra dei primi grandi esportatori del carisma (Cagliero, Fagnano, Costamagna, Lasagna, Cimatti, Braga, Mathias, ecc.), soprattutto per ciò che si riferisce alla tradizione viva della nostra vocazione; dall’altra parte, che nel delicato lavoro di formazione delle giovani generazioni africane l’assunzione dei valori culturali locali vada armonicamente unita alle esigenze qualitative proprie della sequela di Cristo, della consacrazione religiosa, dello spirito salesiano e della nostra missione giovanile e popolare.

— Alla radice del salesiano di ogni cultura c’è la santità, con le sue esigenze reali, con la sua audacia e con la sua umiltà. Don Bosco africano, od asiatico o europeo che sia, non è lui stesso se non è un santo. E se è vero che la presentazione dei valori evangelici di santità senza aggancio culturale sarebbe una specie di «colonialismo angelico», è altrettanto vero che la promozione dei valori culturali senza un’adeguata permeazione dei valori dell’«indole propria» porterebbe all’adulterazione della Vocazione e alla disgregazione della nostra Famiglia spirituale.

— Non avendo ancora, fino ad oggi, delle esperienze collaudate nel campo dell’africanizzazione del carisma di Don Bosco, /sarà necessario un grande e prolungato lavoro di ricerca, di studio, di dialogo, di confronto, di verifica, in un ininterrotto atteggiamento di fiduciosa preghiera.

Per questo, i responsabili dei confratelli che lavorano oggi e che andranno nei prossimi anni tra i popoli del Continente nero dovranno avere iniziative e sapersi muovere più in là delle attuali indispensabili strutture ispettoriali, per promuovere incontri qualificati interafricani di riflessione e di comunicazione di esperienze, in unione con il Rettor Maggiore e il suo Consiglio, e così giungere insieme a criteri omogenei e appropriati di crescita salesiana. Durante il mio recente viaggio ho potuto partecipare, con don Vanseveren e il Sig. Romaldi, a un saggio di questo stile di ricerca, che considero positivo e promettente.

Il nostro Fondatore ci ha veduti in Africa

Rientrato a Roma, mi sono preoccupato di ricercare un po’ che cosa avesse desiderato e sognato il nostro caro Padre circa la presenza salesiana in questo Continente. È interessante e stimolante conoscerne alcuni dati.

Nel 1886, ormai al termine della sua vita, Don Bosco presiedeva una riunione del Consiglio Superiore tenutasi due giorni dopo la festa di Maria Ausiliatrice; vi partecipava anche il procuratore don Francesco Dalmazzo, che aveva portato una proposta di fondazione salesiana al Cairo. Ascoltata l’esposizione del procuratore, Don Bosco disse: «Sono inclinato ad accettare e manderò al Cairo alcuni Salesiani, appena potrò (…) Io intanto vi dico schiettamente che questa Missione è un mio piano, è uno de’ miei sogni. Se io fossi giovane, prenderei con me don Rua e gli direi: “Vieni, andiamo al Capo di Buona Speranza, nella Nigrizia, a Kartum, nel Congo; o meglio, a Suakin (nel Sudan) come suggerisce monsignor Sogaro, perché c’è l’aria buona”. Per questo motivo si potrebbe mettere un noviziato dalla parte del Mar Rosso».25

Monsignor Sogaro, Vicario apostolico dell’Africa centrale, era stato ospite dell’Oratorio dal 14 al 15 novembre dell’anno antecedente, 1885,26 ed era preoccupato di trovare un modo per assicurare una vera permanenza dei missionari nei Paesi dove si recavano. Don Bosco gli indicava il metodo religioso del voto di obbedienza e la volontà d’incarnazione del suo Istituto sul posto. In effetti lo vediamo pensare subito, ancor prima di avere un progetto definitivo di andata, all’erezione di un noviziato locale.

Voleva che i Salesiani andassero in Africa per restarci e per crescervi africanamente, anche se sul posto ci fossero già altri missionari.

Questo pensiero lo esprimeva anche a don Cerruti durante un viaggio ad Alassio nel marzo dello stesso 1886. «Nell’andata per una buona mezz’ora non aveva parlato d’altro che di Missionari e di Missioni, specificando i luoghi dell’America, dell’Africa e dell’Asia dove i suoi nel volgere del tempo si sarebbero spinti e stabiliti. “Direte, osservava, che vi sono già altre Congregazioni. È verissimo; ma noi andiamo in loro aiuto e non per pigliare il loro posto, ricordatevene bene! Generalmente essi si occupano piuttosto degli adulti; noi dobbiamo occuparci in special modo della gioventù, massime di quella povera e abbandonata”».27 Il suo biografo ci dice che assai spesso «veniva sorpreso a guardare, sulla carta dell’Africa, l’Angola, il Benguela e il Congo. Parlava spesso dell’Angola, e diceva che quella missione si doveva accettare, se ci fosse stata offerta».28 Abbiamo, poi, notizia di vari importanti contatti del nostro caro Padre e della sua amicizia con i grandi Missionari dell’Africa nel secolo scorso; come il celebre compaesano, lo straordinario frate cappuccino Card. Guglielmo Massaia, che dall’Africa orientale scriveva ai superiori a Torino alla morte di Don Bosco: «Oh, se avessi avuto compagno un tal uomo nella Missione!»;29 come l’infaticabile Mons. Daniele Comboni, fondatore dei Figli del S. Cuore e delle Pie Madri della Nigrizia,30 convinto assertore dell’ora della salvezza della Nigrizia quale opera corresponsabile di tutta la Chiesa; come il coraggioso Card. Carlo Marziale Lavigerie, fondatore dei Padri Bianchi e di altri Istituti missionari, apostolo dell’Africa nord-occidentale e propulsore della lotta antischiavista;31 ed altri.32

Ormai si era sparsa nel mondo la fama del cuore missionario di Don Bosco: «Così avvenne pure — ci dice il suo biografo — che anche da Paesi remoti si guardasse all’Oratorio come a un vivaio di Missionari».33 Noi ci rallegriamo assai di questa constatazione di don Ceria perché ci pare di essere ritornati oggi nella Casa Generalizia, dopo il mandato capitolare, a quel clima delle origini: arrivano, infatti, tramite lettere o visite personali, richieste continue da tanti Paesi come se avessimo una miniera inesauribile di Missionari.

L’attuale crisi, però, ci mette davanti a grosse difficoltà!

Anche per Don Bosco c’erano delle gravi obiezioni; la più vistosa era che «bisognava pur anche consolidare la Congregazione».34 Noi sappiamo che il nostro santo Fondatore non si fermò per questo. La magnanimità di progettazione e l’audacia delle sue iniziative erano anche legate a certi famosi sogni, le cui rappresentazioni, al dire di Walter Nigg in un interessante capitoletto al riguardo, «erano un messaggio proveniente dalla vita interiore dell’uomo e nello stesso tempo una modalità di relazione con Dio. (…) Esisteva (per Don Bosco) una realtà di sogno, sulla quale non nutriva dubbi».35 Gli infondeva, questa «realtà di sogno», una sintonia di sicurezza coi piani di Dio.

Conosciamo due sogni di Don Bosco sull’Africa: uno del luglio 1885 e l’altro dell’aprile 1886.

Nel primo si tratta di un lungo e curioso viaggio, fatto in compagnia di Luigi Colle: «il nostro amico Luigi — scriveva a suo padre lo stesso Don Bosco — mi ha condotto a fare una gita nel centro dell’Africa».

Si era trovato «innanzi a una montagna elevatissima» e durante tutto il viaggio gli «sembrava di essere sollevato ad un’altezza sterminata, come sopra le nuvole, circondato da uno spazio immenso»; a un certo momento potè precisare la sua posizione: «Quindi mi parve di essere nel centro dell’Africa (…e di vedere) l’Angelo di Cam, il quale diceva: “Cessabit maledictum” e la benedizione del Creatore discenderà (…)».36

Ecco, proclamato in questo primo sogno, l’atteggiamento missionario di speranza e di crescita che Don Bosco nutriva nel suo cuore. L’altro sogno è quello famoso di Barcellona. In esso la pastorella, dopo avergli ricordato il sogno di nove anni, gli fa vedere lo sviluppo della Congregazione: Valparaiso, Santiago, Pechino; poi gli dice: «Ora tira una sola linea da un’estremità all’altra, da Pechino a Santiago, fanne un centro nel mezzo dell’Africa ed avrai un’idea esatta di quanto debbono fare i Salesiani. “Ma come fare tutto questo? (…)”.

“Faranno questo i tuoi figli, i figli dei tuoi figli e dei figli loro. (…) Vedi là cinquanta Missionari in pronto? Più in là ne vedi altri e altri ancora? Tira una linea da Santiago al Centro dall’Africa, che cosa vedi?”.

“Veggo dieci centri di stazioni”.

“Ebbene, questi centri che tu vedi, formeranno studio e noviziato e daranno moltitudine di Missionari (…). Ed ora volgiti da quest’altra parte. Qui vedi dieci altri centri dal mezzo dell’Africa fino a Pechino (…) più in là Madagascar. Questi e più altri avranno case, studi e noviziati».37

Non c’è dubbio, dunque, che Don Bosco ha voluto intensamente e con straordinaria speranza che i suoi figli fossero generosamente presenti in Africa per crescervi come una delle realtà dinamiche della Chiesa nel Continente: «con case, studi e noviziati».

Stimolante appello per tutta la Famiglia Salesiana

Lasciatemi allora ripetere quello che dicevo all’inizio: il Progetto-Africa è, per noi, una grazia di Dio! Per corroborare tale asserzione vi offro alcuni spunti autorevoli che interpellano la nostra fede, la nostra speranza e la nostra carità.

Il Concilio ha proclamato che «la grazia del rinnovamento non può crescere nelle comunità, se ciascuna di esse non allarga gli spazi della carità sino ai confini della terra, dimostrando per quelli che sono lontani la stessa sollecitudine che ha per coloro che sono suoi propri membri».38

Paolo VI, nel Messaggio per la giornata missionaria d’ottobre del 1972 lanciato nel giorno di Pentecoste, lo ha riconfermato dicendo: «L’asfissia spirituale, nella quale oggi tristemente si dibattono in seno alla Chiesa cattolica tanti individui e istituzioni, non avrà forse la sua origine nella prolungata assenza di un autentico spirito missionario?».39

E il nostro Capitolo Generale Speciale, sulla stessa linea, ci assicura che «il rilancio missionario sarà un termometro della vitalità pastorale della Congregazione e un mezzo efficace contro il pericolo dell’imborghesimento. Occorre risvegliare la coscienza missionaria in tutti i Salesiani, ripensare la metodologia attuale, impegnare a fondo la Congregazione, perché, sull’esempio di Don Bosco, possa moltiplicarsi il numero degli evangelizzatori».40 E appunto per raggiungere questo obiettivo «il Capitolo Generale Speciale lancia un appello a tutte le Ispettorie, anche a quelle più povere di personale, perché, obbedendo all’invito del Concilio41 e sull’audace esempio del nostro Fondatore, contribuiscano, con personale proprio, in forma definitiva o temporanea, all’annuncio del Regno di Dio».42

L’audacia missionaria del nostro Padre e Fondatore è ben sintetizzata nelle seguenti righe capitolari: «Don Bosco volle fortemente missionaria la sua Società Salesiana. Nel 1875 fu lui a scegliere nel mazzo dei primi Salesiani i dieci da inviare in America. Prima di morire aveva già lanciato dieci spedizioni missionarie. Parallelamente partivano per le Missioni anche le Figlie di Maria Ausiliatrice, che da allora affiancarono sempre l’opera dei missionari salesiani. Alla morte di Don Bosco, nel 1888, i Salesiani oltre mare erano 153, cioè quasi il 20% dei soci di allora».43

Ebbene, cari confratelli, dobbiamo constatare e convincerci che lo Spirito Santo ha preparato e dà impulso oggi in Africa ad un vasto movimento di evangelizzazione di quei popoli. Per questo abbiamo assunto con gioia e speranza il mandato capitolare per il Continente africano. Nonostante le gravi difficoltà della crisi che attraversiamo, presagiamo, in esso, l’aurora di un concreto rinnovamento della nostra dinamica vocazionale.

Che cosa farebbe oggi Don Bosco in un’ora tanto propizia?

Certamente stimolerebbe ed entusiasmerebbe tutta la nostra Famiglia: i Salesiani, le Figlie di Maria Ausiliatrice, le Volontarie, i Cooperatori, gli Ex-Allievi e tutti i vari gruppi che s’ispirano a lui, a sentire l’appello africano ed a parteciparvi in qualche modo. In particolare, interesserebbe, come faceva con il Bollettino ed altre iniziative, i Cooperatori, gli Ex-Allievi e gli Amici dell’Opera salesiana per sostenere e realizzare un progetto così importante e per contribuire tempestivamente all’africanizzazione del suo carisma.

Voi tutti, cari confratelli, ma specialmente gli Ispettori e i Delegati ispettoriali, dovrete saper animare con intelligenza e costanza i vari gruppi della Famiglia Salesiana in questo nuovo slancio missionario.

Il coraggioso Progetto-Africa non è stato formulato per calcolo organizzativo o per ingenuità sentimentale, ma è legato alla visita dello Spirito del Signore fattaci nel Capitolo Generale, ossia è frutto di quella perenne gioventù e di quella audace magnanimità che Iddio comunica di epoca in epoca alla sua Chiesa attraverso l’ardore del suo amore creativo. Siamo, dunque, audaci nello Spirito del Cristo!

E permettetemi di farvi ascoltare ancora una volta la parola del Santo Padre Giovanni Paolo II, diretta adesso agli stessi Missionari e Missionarie. Nel cimitero di Makiso, a Kisangani nello Zaire, sulla tomba dei Missionari defunti, il Papa ha formulato una commovente preghiera: «Benedetto Tu sia, Signore, per la testimonianza dei tuoi missionari! Sei Tu che hai ispirato al loro cuore di apostoli di lasciare per sempre la loro terra, la loro famiglia, la loro patria, per raggiungere questo Paese, fino allora sconosciuto per loro, e proporre il Vangelo a coloro che essi consideravano già come fratelli. Benedetto tu sia, Signore, (…) di aver donato loro resistenza e pazienza nelle fatiche, nelle difficoltà, nelle pene e nelle sofferenze di ogni sorta».44

Più tardi, nella visita alla missione di San Gabriele, sempre a Kisangani nello Zaire, il Papa rivolge la sua parola di ammirazione e d’incoraggiamento per tutti i missionari dell’Africa: «Ai miei occhi i posti di missione evocano dapprima la modestia degli inizi: modestia degli effettivi missionari molto spesso, modestia delle comunità cristiane, modestia dei mezzi pedagogici e materiali. (…) Sì, cari amici, la fede e la carità che abitano le vostre persone, ecco ciò che fa innanzitutto la vostra originalità, la vostra ricchezza e il vostro dinamismo. (…) Voi non vi accontentate di passare: voi restate in mezzo a coloro di cui avete adottato la vita. Voi restate pazientemente, anche se dovete seminare a lungo il Vangelo senza assistere anche alla germinazione e alla fioritura. La lampada della vostra fede e della vostra carità sembra allora ardere in pura perdita. Ma niente è perduto di ciò che è così donato. Una misteriosa solidarietà lega tutti gli apostoli. Voi preparate il terreno dove altri mieteranno. Restate servitori fedeli! (…) La Chiesa si ritrova presso di voi, missionari, (…) perché Essa stessa deve essere tutta intera e ad ogni momento “missionaria”. Così si estende in ampiezza e in profondità l’azione del “sale” e del “lievito” di cui parla il Vangelo».45

Sono parole, queste del Papa, che io ho voluto riportare perché le leggano e le meditino soprattutto quei generosi che hanno ascoltato e ascolteranno ancora l’invito missionario del Signore.

E concludo

Cari confratelli, se, oltre al Progetto-Africa, pensiamo anche alle altre non poche Missioni che abbiamo in America Latina, in Asia e ora (grazie alle Ispettorie delle Filippine, dell’India e dell’Australia) anche in Oceania, e se consideriamo la penuria di personale in molte di esse e anche nelle tante Ispettorie prima fiorenti, e la conseguente angoscia e la richiesta di uomini e di mezzi fatta dagli Ispettori e dai Prelati responsabili, dobbiamo concludere che sorgono delle non lievi difficoltà nel nostro impegno africano.

È vero. Ma prima di diminuire l’impegno bisogna aumentare la generosità! Il futuro della Congregazione non sta nella quiescenza di certi aspetti vocazionali di fondo, come è la nostra dimensione coraggiosamente missionaria, ma nell’incremento di una «mistica» su di essi; «mistica» che va legata a progetti concreti.

Ho già accennato alle obiezioni che si facevano anche a Don Bosco in vista di un indispensabile consolidamento della Congregazione che sembrava essere minacciato dal grande slancio missionario impresso. Ebbene: nel dicembre del 1875 lo stesso Don Bosco, in una riunione del Consiglio Superiore, manifestò così la sua idea: «Per riguardo alla Congregazione, io vedo, benché si vada ripetendo essere necessario che ci consolidiamo, che, se si lavora molto, le cose vanno meglio: il consolidamento si può fare più lento, ma resterà fors’anche più duraturo. E noi lo vediamo proprio ad occhi chiusi: finché c’è questo gran moto, questo gran lavoro, si va avanti a gonfie vele e nei membri della Congregazione c’è proprio una gran voglia di lavorare».

«Onde, a volte, udendo proposte importanti e di attuazione difficile, rispondeva esclamando:

“Mah!… Vi manca una cosa sola”.

“ Quale?”.

“Il tempo! La vita è troppo breve. Bisogna fare in fretta quel poco che si può, prima che la morte ci sorprenda”.

Ecco perché, nonostante la penuria di personale, vagheggiava sempre nuove imprese apostoliche e su vasta scala.

Don Berto lo vedeva con l’occhio attentamente fisso su carte geografiche a studiarvi terre da conquistare al Vangelo. Fu udito anche esclamare:

“Che bel giorno sarà quello, quando i Missionari Salesiani, salendo su per il Congo di stazione in stazione, s’incontreranno con i loro confratelli che saranno venuti su per il Nilo e si stringeranno la mano lodando il Signore!”».46

Ecco come risponde lo stesso Don Bosco a certe difficoltà! Chiediamo con intensità al Signore di essere degni continuatori dell’ardore missionario del nostro Padre e Fondatore; pratichiamo i suoi «consigli ai primi nostri missionari»;47 e, siccome per essergli fedeli nella magnanimità delle iniziative abbiamo bisogno di «miracoli», appoggiamoci sempre alle due grandi colonne indicate da lui per la nostra crescita: Gesù e Maria, i due risorti! Promuoviamo con più slancio e serietà, nella nostra vita, la centralità dell’Eucaristia e la devozione alla Madonna, Madre della Chiesa e Ausiliatrice dei cristiani: e anche noi vedremo dei miracoli!

Saluto con speciale affetto e ringrazio con profonda riconoscenza i confratelli missionari di ieri, di oggi e di domani; dico agli Ispettori che i partenti per le Missioni non sono una perdita di personale per la Comunità ispettoriale di origine, ma un vero seme di più numerose vocazioni; e ricordo a tutti che la dimensione missionaria è parte viva e irrinunciabile di quel «cuore oratoriano» che palpita in ogni buon Salesiano.

Raccomando ancora una volta il carissimo Don Dho ai vostri fraterni suffragi; pregheremo per lui ricordando che possiamo anche pregare insieme a lui e chiedergli una efficace intercessione per il nostro impegno africano.

La messe è molta: lo Spirito Santo susciti numerosi operai in tutta la nostra Famiglia!

Cordialmente,

D. Egidio Viganò

 

 

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