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La Celebrazione Eucaristica della nostra Comunità (ACG 371)

LA CELEBRAZIONE EUCARISTICA DELLA NOSTRA COMUNITÀ

- Per una verifica della qualità –

 

Don Luc VAN LOOY
Vicario del Rettor Maggiore

Nella lettera sull’Eucaristia, il Rettor Maggiore fa riferimento alla maniera con cui essa viene celebrata nelle nostre comunità. Offre spunti e suggerimenti per una miglior qualità e mette in evidenza certi rischi. In numeri precedenti degli Atti del Consiglio sono apparsi orientamenti utili, che servono ancora oggi per la verifica: si possono vedere ACG 321, Le nostre celebrazioni; ACG 330, Introduzione alla lettura della Lettera Apostolica "Vicesimus quintus Annus; e la lettera circolare di don Egidio Viganò, riportata in ACG 324, pago 40-41.

Questo breve contributo, sulla base delle riflessioni presentate dal Rettor Maggiore, si propone di stimolare la verifica del nostro stile di preghiera e, in particolare, della qualità delle nostre celebrazioni. Può esserci di aiuto il riferimento ad alcuni principi fondamentali, il renderei sensibili ad alcuni rischi che corriamo e soprattutto l'evidenziare il significato di quello che facciamo celebrando l'Eucaristia in comunità.

  • Nelle Costituzioni e nei Regolamenti generali troviamo indicazioni chiare sullo spirito da coltivare e con cui vivere le diverse espressioni del nostro dialogo con il Signore (C 85-95) e sulla pratica che la Congregazione, in sintonia con la Chiesa e con la tradizione salesiana, ci propone e ci chiede (R 69- 77).

Le Costituzioni parlano di celebrazione eucaristica quotidiana e comunitaria (C 88, R 70), che esprime nella concelebrazione le ricchezze del mistero (C 88) e si prolunga nella presenza dell'Eucaristia nelle nostre case (C 88).

  • Nella vita dei confratelli e delle comunità si avvertono alcuni rischi nei riguardi della qualità delle nostre celebrazioni.

I molteplici impegni della nostra missione ci spingono a volte ad agire in modo rapido e superficiale e ci costa assicurare la calma e la serenità necessarie per vivere con la dovuta attenzione e profondità i diversi momenti. I numerosi servizi pastorali, cappellanie e altri, che generosamente prestiamo, se non sono opportunamente programmati, privano i confratelli dei tempi previsti per la preghiera e moltiplicano le assenze anche in momenti significativi della vita comunitaria.

D’altra parte, il clima sociale di oggi mette in questione tante cose, e questo può causare delle incertezze, dei dubbi anche nelle nostre convinzioni e considerazioni. Il Rettor Maggiore accenna alla confusione, alla esaltazione della spontaneità, alla fretta, alla sottovalutazione della gestualità e del linguaggio simbolico, alla "secolarizzazione della domenica". Riguardo alla fedele applicazione delle norme, si rischia talvolta di fraintendere la giusta creatività, inventando gesti e parole non adeguati, o non sufficientemente pensati, per il desiderio di essere attuali e di incidere; si compiono celebrazioni in luoghi non appropriati e senza il necessario clima che permette di cogliere il mistero. Con l'intenzione di adattarsi a costumi e culture, si possono assumere con facilità espressioni poco opportune, o non prestare la dovuta attenzione ai segni o usare arredamenti non adatti. Si potrebbe aggiungere l'abitudine, che può introdursi in alcune parti, di tralasciare l'uso degli abiti liturgici, richiesti pure per la concelebrazione, o anche il fatto che alcuni sacerdoti invece di concelebrare preferiscono partecipare all'Eucaristia come fedeli laici.

Per quanto riguarda il lavoro pastorale, coscienti della debole preparazione che frequentemente i giovani ricevono in famiglia o altrove, il Rettor Maggiore invita al coraggio di proporre loro e di prepararli all'incontro con Cristo e indica la necessità di educarli e portarli al mistero eucaristico, come alla fonte della vita.

Tenendo presenti l’impegno delle comunità e le sfide della situazione, il Rettor Maggiore, dopo aver sottolineato l’importanza dell’Eucaristia "nella nostra spiritualità, nella vita della comunità e nella nostra prassi educativo-pastorale", ci stimola ad approfondire la sensibilità e la cura nel celebrarla.

  • Gli spunti che seguono vogliono favorire una verifica comunitaria, richiamando il significato di alcuni elementi importanti della celebrazione eucaristica e ricordando che lo stile della preghiera salesiana vuole sempre essere gioioso, creativo, semplice, profondo, partecipato, aderente alla vita e prolungato in essa (cf. C 86).

Le indicazioni di questo contributo vanno considerate sullo sfondo teologico della lettera del Rettor Maggiore, mettendo l'insieme nel contesto del mistero della salvezza, degli orientamenti offerti ci dalla Chiesa e in sintonia con la storia e la pedagogia di salvezza.

 

1. La comunità che celebra.

Ogni comunità salesiana celebra quotidianamente l’Eucaristia «per costruirsi in Cristo come comunione fraterna e rinnovare il suo impegno apostolico» (cf. C 88). L’espressione più comune è la concelebrazione che, come indicano le Costituzioni, ne mette meglio in luce il carattere comunitario. I confratelli - sacerdoti, coadiutori, chierici - vivono in questo momento l’intensità della comune vocazione e perciò prendono parte attiva alla celebrazione, ognuno secondo la propria vocazione specifica e il ministero ricevuto. Il sacerdote, anche se non svolge la funzione di presidente, esprime e testimonia nella comunità il suo particolare rapporto con Cristo sacerdote.

Come ci ricorda il Rettor Maggiore, l’Eucaristia è segno di profonda comunione fraterna. È un momento dove si rinsalda la fraternità e la pace, dove si superano tensioni e ci si rende coscienti della comune vocazione dei confratelli. È un momento forte della nostra formazione permanente. Il fatto di celebrarla quotidianamente dà credibilità al nostro essere mandati da Dio verso i giovani.

È importante che sia una celebrazione ben curata, aperta a tutti. È doveroso programmare gli orari in modo da favorire la partecipazione di tutti i confratelli.

L'apertura ai giovani e al popolo è esempio e testimonianza efficace. Perciò, va considerata con serietà la possibilità di partecipazione alla nostra celebrazione comunitaria da parte dei giovani, dei collaboratori laici, della gente vicina. È senz’altro utile, in alcune occasioni, invitare collaboratori e destinatari alla celebrazione della comunità.

Il CG23 ha istituito il "giorno della comunità" (cf. CG23, 222). In esso la concelebrazione eucaristica, che rinsalda i rapporti tra Dio e la comunità e tra i fratelli nell’unica vocazione e missione ricevute, trova un contesto privilegiato. La comunità celebra unita, compiendo quanto, a motivo delle cappellanie e dei vari compiti affidati ai confratelli, non sempre è possibile fare ogni giorno.

Un aspetto della verifica riguarda anche la celebrazione della domenica nelle nostre comunità. Le occupazioni pastorali rendono a volte difficile programmare incontri comunitari. Il Rettor Maggiore accenna a comunità che hanno trovato il modo di stabilire un momento di preghiera, un tempo di adorazione o di condivisione della Parola.

È senz’altro importante cercare il miglior modo possibile per sottolineare il significato della domenica, giorno della comunità cristiana convocata attorno all'Eucaristia.

                                                               

2. La cappella della comunità.

L’assemblea eucaristica ha bisogno di un luogo degno. Le nostre cappelle sono in genere ben curate, non sempre però hanno la possibilità di accogliere persone esterne, data la loro collocazione nella casa e lo spazio disponibile.

La disposizione degli arredi in cappella, lo spazio, l’acustica le luci, le sedie, il concentrarsi attorno all’altare, disponendo le cose armonicamente, sono cose da curare. La continua presenza dell’Eucaristia in cappella, inoltre, invita i confratelli e i giovani a visitarla durante la giornata. Bisogna far sì che la cappella sia talmente accogliente che confratelli, collaboratori e giovani vi accedano con piacere.

 

3. Il presidente e l'animatore.

Il tono della celebrazione e l’integrazione della comunità dipendono molto dal celebrante e dall’animatore. Essi devono creare un clima che faccia vivere il mistero.

Deve essere loro impegno trovare il tempo e la calma per prepararsi, per creare l’ambiente adeguato, predisporre le cose in modo degno e indossare i paramenti prescritti. Il presidente celebra "in persona Christi" e come rappresentante della Chiesa; egli non può decidere arbitrariamente sul rito, sui testi e sulle espressioni. La sua funzione richiede una disciplina interiore, un rapporto sentito con l'assemblea, una testimonianza di fede.

L’animazione liturgica va preparata a distanza attraverso lo studio, e immediatamente disponendo tutto. L’animatore guida con gesti e parole adatte. Il coinvolgimento dei presenti, attraverso vari ruoli, preghiere comuni, il canto e le risposte corali deve essere ben curato. La qualità e il rinnovamento del canto comunitario, la cura dei movimenti, dei gesti e delle parole contribuiscono alla dignità della celebrazione. Ogni salesiano dovrebbe sviluppare la capacità di essere un animatore liturgico.

 

4. La celebrazione della Parola.

La liturgia della Parola non è un preludio alla celebrazione, ne fa parte integrale, e perciò va considerata con la massima attenzione. È "Lui che parla quando la Chiesa legge la sacra Scrittura", dice il Concilio, riferendosi a Cristo (SC 7, 23). La Parola va ascoltata nell’obbedienza della fede (cf. Rm 1, 5), come alimento spirituale quotidiano. Si tratta della Parola di Dio, presa dai testi biblici. L’accoglienza e la contemplazione della Parola vanno fatte dalla comunità con il silenzio, il canto e la preghiera. Il commento omiletico è collegato alle letture per dare vita alla Parola nel proprio contesto, come testimonianza personale che germina nuova vita. È sempre un annunzio dell’iniziativa di Dio, che invita a camminare con Cristo per la costruzione del Regno.

La Parola è meditata, e per questo serve il silenzio per soffermarsi sulle letture e far risuonare in sé la Parola "rivelata". Infine è pregata dalla comunità nelle orazioni dei fedeli, che sono universali, attuali, giovanili, propositive di scelta per il Regno.

La Parola va condivisa dai membri della comunità, nei momenti opportuni. Sarà utile prevedere, nella giornata della comunità o in altre occasioni, momenti ben preparati per condividere la Scrittura seguendo e adattando il metodo della "lectio divina". La Parola diventa così la base sulla quale il confratello e la comunità costruiscono la missione che è loro affidata.

 

5. I gesti e i riti.

La celebrazione vuole rimandare al mistero. Dove la parola è impotente subentra il gesto, che appartiene alla sfera del silenzio. I segni introducono al sacro, come pedagogia e iniziazione. Il gesto rende eloquente il simbolo, come il gesto di lavare i piedi evidenzia la virtù purificatrice dell’acqua. È evidente che le sensibilità delle diverse culture possono esprimersi attraverso gesti, atteggiamenti e linguaggi diversi. Non bisogna però sottovalutare l’importanza dei gesti che la liturgia propone come espressione totalizzante del mistero.

Il rito fa parte della vita di ognuno, trascende se stesso e conserva l’equilibrio di fronte alla labilità della successione degli eventi. Crea legame con il passato e apre a nuove interpretazioni. Pur evitando di cadere in un ritualismo, non va trascurato il rito maturato a misura umana lungo la storia nella esperienza ecclesiale.

I gesti creano atmosfera, clima e risvegliano i cinque sensi dell'uomo, come partecipazione totalizzante alla celebrazione. L’espressione del corpo, la compostezza fisica della persona,  l’atteggiamento e i movimenti condizionano la capacità di sintonizzarsi con il mistero eucaristico che si sta celebrando.

 

6. Rapporto celebrazione-pastorale.

L’Eucaristia è la prima espressione del "da mihi animas", perché si sintonizza con il piano salvifico di Cristo. L’Eucaristia della comunità salesiana non può essere concepita al di fuori del senso pastorale e missionario della vocazione. È la comunione al mistero di Cristo da parte della comunità religiosa e della comunità educativo-pastorale.

All’interno del progetto educativo l’Eucaristia è la proposta di santità, diritto di ogni giovane. È immagine della Chiesa e mette in risalto in forma particolare la paternità spirituale del salesiano. È un momento di comunione della CEP in festa!

La pedagogia richiede che sia una celebrazione ricca di autenticità religiosa, attraverso il canto, la preghiera, il silenzio, la partecipazione di tutti, la qualità della proclamazione della Parola, dei gesti. Il fatto stesso di celebrare con regolarità sistematica crea nella vita dei collaboratori e dei giovani un accostamento al sacramento e alla vita di fede.        La celebrazione troverà il suo collegamento con l'esperienza della comunità educativa e si allargherà nella generosa attenzione a situazioni del territorio, del mondo giovanile, dei poveri del mondo. Questo assicura il senso di Chiesa come universalità e carità verso tutti.

Le indicazioni presentate - come dicevo al principio - si collocano nel contesto della lettera del Rettor Maggiore. Dopo averla meditata con attenzione, è opportuno che le comunità, prendendo avvio dai punti qui accennati, verifichino il proprio modo di celebrare l’Eucaristia: il ritmo, il clima, la disciplina, la dignità, l’incidenza sulla vita comunitaria e il collegamento con la realtà. La verifica farà certamente emergere molti elementi positivi, evidenzierà qualche aspetto che richiede di essere rettificato e rinnoverà il nostro impegno per un vissuto eucaristico che esprima e rinnovi quotidianamente la nostra vita di religiosi apostoli.