
Cari amici,
con gioia incontro giovani che stanno vivendo la formazione iniziale come Salesiani di Don Bosco, spesso in America ed in Europa. Mi entusiasmano i loro sorrisi, il racconto di ciò che fanno per i ragazzi, i sogni che muovono i loro primi passi del cammino vocazionale e le inquietudini che aprono ad interrogativi ed anche a ferite. La comunità resta il luogo dove fare esperienza di comunione e di fraternità.
Nei nostri dialoghi cerchiamo di verificare se siamo allegri oppure felici. Perché la felicità è più profonda, più stabile, ha radici più sicure ed è il desiderio che veramente muove il nostro cuore. Il passo seguente è chiederci se stiamo cercando di maturare nella fede o stiamo facendo collezione di strumenti per realizzare attività. Vi auguro di trovare la vostra permanente felicità nell’incontro e nell’amicizia con Gesù Cristo!
▀ Don Guido Errico SDB
Membro del Settore per la Formazione
Nella Terra Santa di oggi, segnata da conflitti armati, tensioni profonde e ferite aperte, parlare di pace e disarmo non è un ideale astratto, ma una necessità concreta. Anche quando le soluzioni appaiono parziali e imperfette, ogni passo capace di limitare i danni e ridurre la violenza rappresenta un segno di speranza. In contesti complessi, contenere la sofferenza umana è già una scelta di responsabilità morale.
Creare ponti, anziché muri, significa scegliere il dialogo al posto dello scontro e la cooperazione invece della logica della forza. Il disarmo non riguarda solo la riduzione delle armi, ma richiede un profondo cambiamento culturale e politico: disarmare i cuori, il linguaggio e le strutture di potere che alimentano l'odio. Tuttavia, nessun processo di pace può dirsi autentico se non è fondato sulla giustizia. Senza giustizia, la pace resta fragile e destinata a spezzarsi. La giustizia è il riconoscimento concreto della dignità di ogni persona, il rispetto dei diritti umani e la tutela dei più deboli. È la condizione che permette alle ferite del passato di essere riconosciute e curate, evitando che si trasformino in nuove cause di violenza. Senza questo fondamento, ogni tregua rischia di essere solo una pausa tra due conflitti.
Ogni persona ha diritto a vivere in pace e stabilità. La pace non è soltanto assenza di guerra, ma possibilità di condurre una vita serena, dignitosa e libera dalla paura. Di questo hanno particolare bisogno i giovani, ai quali viene spesso negata la speranza di costruire il proprio domani. Una Terra Santa segnata dall'ingiustizia sottrae loro sogni, opportunità e fiducia.
Costruire la pace significa investire nella riconciliazione, nella ricostruzione delle comunità e nella guarigione delle memorie ferite. Significa mettere al centro la persona, non la forza delle armi. In questo cammino, la dimensione spirituale offre luce e sostegno. Pregare per una pace giusta e duratura significa affermare che ogni vita è sacra e merita dignità. È un appello che attraversa le religioni e le culture della Terra Santa e invita tutti a diventare costruttori di pace.
La pace non è un'utopia, ma una responsabilità condivisa e un impegno quotidiano che richiede coraggio, verità e giustizia. Solo così la Terra Santa potrà offrire alle generazioni presenti e future un futuro davvero umano.
▀ Emanuele V. - missionario nel MOR
Caro don Michael, tu sei presente in Cambogia e sei vicino alle persone che hanno dovuto abbandonare le loro case e fuggire dall'esercito thailandese. Può spiegarci brevemente di cosa tratta questa guerra tra Thailandia e Cambogia?
L'attuale conflitto tra Thailandia e Cambogia è legato alle tensioni di lunga data sulle zone di confine. Sebbene gli aspetti politici e militari siano complessi, l'impatto sulla popolazione è molto doloroso. I villaggi vicini al confine sono diventati insicuri a causa della presenza delle truppe e del timore di violenze. Molte famiglie cambogiane sono state costrette a fuggire improvvisamente dalle loro case. Non sono coinvolte nella politica o nel conflitto, sono vittime che cercano solo la sicurezza per i propri figli e le proprie famiglie.
Insieme ad altri, hai aiutato a evacuare molte persone e hai fatto loro visita nel campo profughi. Di cosa hanno più bisogno queste persone adesso?
Insieme al nostro staff, abbiamo evacuato gli studenti del Don Bosco Poipet in un'operazione di emergenza caratterizzata da paura e tensione. I membri della famiglia salesiana hanno visitato due campi profughi. Innanzitutto, le persone hanno bisogno di sicurezza, di un posto dove dormire senza paura. Poi, hanno anche bisogno di beni di prima necessità: cibo, acqua potabile, un riparo temporaneo, vestiti e cure mediche. Molti bambini e giovani sono vulnerabili. Oltre ai bisogni materiali, c'è un grande bisogno della presenza e dell'incoraggiamento dei salesiani. Molte famiglie sono traumatizzate. I bambini sono spaventati e i genitori profondamente preoccupati per il futuro. È essenziale ascoltarli, confortarli e offrire loro semplici segni di attenzione.
In che modo questa difficile situazione ha influito sulla vita dei salesiani in Cambogia?
Questa situazione ha avuto un forte impatto sulla vita e sulla missione salesiana in Cambogia. Alcune attività regolari, in particolare nell'ambito dell'istruzione e della pastorale giovanile, hanno richiesto un cambiamento di prospettiva. I nostri eventi giovanili sono ora influenzati dalla realtà di vivere in una zona di guerra. Gli ex-allievi hanno risposto generosamente, mettendosi al servizio dei bisognosi. Abbiamo spostato le priorità verso l'assistenza di emergenza, l'accompagnamento e il coordinamento umanitario. Anche se questo ha comportato uno sforzo fisico ed emotivo, ha rafforzato la nostra fraternità e la nostra missione.