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Annali della Società Salesiana 1888-1898 (vol._2)

ANNALI
DELLA
SOCIETÁ  SALESIANA
Annali Società Salesiana Vol. II. Don Rúa 1888 1898Sac.  EUGENIO  CERIA
ANNALI
DELLA  SOCIETA  SALESIANA
VOLUME  SECONDO
IL  RETTORATO  DI  DON  MICHELE  RÚA
Parte  I
DAL  1888  AL  1898
 

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ANNALI della SOCIETÁ  SALESIANA.

DAnnali Società Salesiana Vol. II.

Sac.

EUGENIO  CERIA.

ANNALI DELLA  SOCIETA  SALESIANA VOLUME  SECONDO.

IL  RETTORATO  DI  DON  MICHELE  RÚA.

Parte  I: DAL  1888  AL  1898.

SOCIETÁ  EDITRICE  INTERNAZIONALE

II.

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DPROPRITETA.  LETTERARIA  RISERVATA  ALLÁ  SOCIETA  EDITRICE  INTERNAZIONALE  DI  TORINO RISTAMPA  APRILE  1965  -  (M.  E.  34912)  OFF.  GRAF.  S.E.I.

II.

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PREMESSA.

Le  pagine  di  questo  volume  furono  scritte  durante  un  periodo ben  trágico  per  la  nostra  Societá.  Sciagure,  quali  mai  per  Yaddietro,  piombarono  su  Case  e  su  Soci  in  vari  continenti.  Ai  oandalismi  e  agli  eccidi  terribüi,  sofferti  gia  dai  nostri  nella  Spagna, tenevano  dietro  confische,  arresti  e  víolenze  in  piú  partí  dell'Europa,  fino  ai  posteriori  campi  di  concentramento  anche  nell'África e  nelVAsia;  poi  vennero  i  barbari,  feroci  bombardamenti  aerei  sopra cuta  italiane  ed  estere.  In  simili  trambusti  potevano  naufragare  il  coraggio  e  la  costanza;  invece  la  parola  d'ordine  di  non  abbandonare  le  posizioni  é  stata  con  ogni  buon  oolere  e  a  costo  di  enormi sacrifici  rispettata,  quanto,  ben  inleso,  fu  possibile  nel  far  fronte  agli avvenimenti.

Oltre  a  ció,  un  fatto,  del  quale  siamo  direttamente  testimonia merita  qui  di  essere  segnalato,  ed  é  ¡'agilita  e  la  fermezza  nel  tener  testa  a  situazioni  non  solo  ardue,  ma  affatto  nuove.  Parlo  dei luoghi,  dove  la  vita  di  grandi  collegi  era  diventata  assolutamenté impossibile.  Erano  e  sonó  tremende  minacce  diurne,  ma  piú  spesso notturne,  di  aeroplani  nemici,  che  ¡anciano  dalValto  indistintamente su  tutu  gli  edifici  grandini  di  spezzoni  incendiari  e  uragani  di  bombe dirompenti.  Orbene,  prima  che  nessun  esempio  oenisse  da  altre  partí.

Don  Ricaldone  presentó  un  piano,  diró  cosi,  di  mobilitazione,  che  permettesse  di  continuare  ¡a  regolarilá  della  vita  in  localitá  lonlane  da  pericoli;  ed  é  beUo  oedere  ivi  i  nostri  giovani  adattarsi  con  i  propri.

Deducatori  alia  rinuncia  delle  comodita  godute  per  Vaddietro,  attendendo  con  non  scemato  ardore  ai  loro  studi.

Per  questo  riguardo,  l'Oratorio  di  Valdocco  merita  di  essere  segnalato  in  modo  speciale.  Gli  studenti,  rinuiati  da  prima  alie  famiglie  e  poi  tostó  invitati  a  tornare  per  trasferirsi  alia  Scuola  Agrícola  di  Cumiana,  disposta,  pur  con  disagio,  a  ospitarli,  risposero quasi  tutti  con  prontezza  e  gioia  alia  chiamata.  Ma  restavano  gli artigiani,  per  i  quali  non  si  potevano  certo  trasportare  fuori  di  tiro i  laboratori.  Si  fece  dunque  sapere  che,  quanti  non  dimoravano  troppo  lungi  da  Torino,  sarebbero  potuti  venire  a  riprendere  i  loro  corsi, recandosi  in  citta  la  mattina  e  ripartendone  la  sera.  Piú  di  duecento,  anche  da  punti  abbastanza  remoti,  aderirono,  sottoponendosi volentieri  ai  gravi  incomodi  dei  quotidiani  pellegrinaggi.  Si  alzano per  tempissimo,  corrono  a  Valdocco  e  rientrano  a  casa  tardi,  viaggiando  in  treni  e  in  corriere,  dove  si  sta  stipati,  letteralmente  questa  volta,  come  acciughe  in  barile.  Cosi  passano  le  loro  giornatel nel Oratorio,  utilizzando,  come  meglio  possono,  le  ore.

Nei  giorni  festivi  questi  artigiani  rimangono  a  casa  loro;  ma  in certe  feste,  invitati  a  venire  per  una  Comunione  genérale,  accorrono quasi  tutti,  e  con  non  heve  sacrificio,  perché  a  motivo  delle  distanze debbono  prolungare  fino  a  tarda  ora  il  digiuno  eucaristico.

Ma  giova  ripeterlo:  quello  che  maggiormente  consola  é  Vaffetto, col  quale  qui  e  altrove  i  nostri  cari  allievi  si  stringono  intorno  ai propri  Superiori,  sopportando  aliegramenté  condizioni  di  vita,  che non  presentano  davvero  le  attrattive  materiali  tanto  desiderate  dalla loro  eta.  Non  sara  lecito  ravvisare  anche  in  tutto  cid  i  frutti  del  sistema  educativo  infórmalo  alio  spirito  di  Don  Bosco? Ora  eccoci  a  noi.  Si  comprendera  sempre  meglio  la  natura  e  I'efficacia  di  questo  suo  spirito,  studiando  a  fondo  la  storia  della  Societa  da  Lui  fondata,  il  cui  evolversi  é  quasi  sopravvivenza  della sua  vita.  Lo  tocchiamo  quasi  con  mano  nello  studiare  il  tungo  Retforato  di  Don  Rúa.  Non  occorrono  adornamenti  letterari,  ma  basta lasciar  parlare  i  fatti.  Per  non  pochi  le  cose  nárrate  in  questa  parte  dei  nostri  "  Annali"  saranno  una  vera  rivelazione.  Di  Don  Bosco fu  scritto  tanto  che  si  stenta  quasi  a  trovare  delVinedito  anche  per VIII

Premessa quello  che  si  riferisce  alie  uicende  della  sua  Congregazione;  nui  alVoperosita  spiegata  dal  suo  Successore  nel  reggere  la  Societá  mancava  finora  una  sintesi  che  permetíesse  di  ahbracciarla  con  un  colpo docchio  tutta  quanta,  per  non  diré  che  gran  numero  di  particolari non  era  ancora  venuto  in  luce.  Ordinare  una  narrazione  completa delT'attivitá  di  Don  Rúa  nel  governo  della  Congregazione  é  il  compito  assegnatoci  per  questo  seguito  della  nostra  storia.

Divideremo  la  materia  in  due  volumi,  il  primo  dei  quali  andrá dal  febbraio  del  1888  a  tutto  il  1898,  e  il  secondo  dal  1899  al  marzo del  1910,  il  mese  e  Vanno  che  segnarono  il  termine  della  laboriosa, feconda  e  santa  esistenza  di  Colui,  che  sará  il  protagonista  del  racconto.

11  Reltorato  di  Don  Rúa  si  svolse  in  tempo  abbastanza  lontano da  noi  perché  non  torni  troppo  malagevole  delineare  la  figura  della persona  e  tracciare  il  disegno  dell'opera,  inquadrate  nella  cornice di  quei  ventidue  anni,  che  rappresentano  non  solo  un  determinato spazio  cronológico,  ma  anche  il  progressivo  sviluppo  di  unazione sotio  una  forma  caratteristica,  improntata  su  quella  di  Don  Bosco  e destínala  a  serviré  di  modello  in  ogni  tempo, Nulla  sará  mulato  dal  método  seguito  nel  precedente  volume, rinviando  al  quale  si  userá  il  puro  titolo  di  "  Annali"  senza  Vaggiunta  di  "  volume  primo  ".  Non  si  pensó  a  metiere  tale  indicazione sul  frontispizio  di  quelli,  perché  non  si  aoeoa  in  mente  di  dover daré  principio  a  una  serie.  Invece  bisognó  riprendere  la  penna  per continuare  la  fática  senza  piü  interromperla,  finché  piaccia  a  Dio di  concederé  vita  e  vigore  e  non  suoni  quindi  Vora  di  cederé  il  posto  a  chi  saprá  fare  di  meglio.

Nelle  Congregazioni  religiose  il  succedere  ai  fondatori  non  suol essere  cosa  tanto  facile,  specialmente  perché  d'ordinario  i  fondatori con  l'autoritá  ginridica  recano  puré  in  fronte  un'aureola  morale che  trascende  e  s'impone*  Prendere  poi  il  posto  tenuto  per  pin di  nove  lustri  da  un  luminare  come  Don  Bosco,  cosi  dotato  di rare  qualitá  naturali.  cosi  adorno  di  virtú  acquisite,  cosi  ricco  di doni  infusi,  cosi  conosciuto  e  ammirato  in  tutto  il  mondo,  era  cosa veramente  da  far  "  tremare  le  vene  e  i  polsi.  "  Eppure  nel  momento della  successione  si  avveró  alia  lettera  ció  che  il  Cottolengo  aveva fatto  rilevare  al  Re  Cario  Alberto.  II  buon  Sovrano,  durante  un'udienza  accordata  al  padre  dei  poveri,  si  mostrava  impensierito  per quello  che  sarebbe  potuto  accadere  della  grande  Opera  di  lui  dopo la  sua  morte.  II  geniale  Servo  di  Dio,  osservando  dalla  fínestra il  cambio  della  guardia  sul  portone  del  palazzo:  —  Ecco,  Maestá, disse,  alia  mía  morte  avverrá  quello  che  succede  laggiú  adesso.

Un  soldato  viene,  un  soldato  va:  Tuno  si  mette  nel  luogo  delFaltro, ed  é  tutto  come  prima.  Cosi,  morto  io,  la  Provvidenza  manderá  Al mió  posto  un  nuovo  Superiore,  e  le  cose  andranno  innanzi  lo  stesso.  —  Partito  Don  Bosco  per  l'eternitá,  gli  sottentró  nel  governo della  Societá  Salesiana  Don  Michele  Rúa  senza  che  vi  fosse  rottura  di  continuitá  né  si  avvertisse  scossa  di  sorta  nelFandamento genérale.  Fu  un  semplice  cambio  della  guardia.

II  fatto  poté  sul  principio  destare  meraviglia  in  chi,  conoscendo bene  Don  Bosco,  non  conosceva  abbastanza  Don  Rúa,  non  in  chi, vivendogli  da  anni  a  Banco  o  essendo  stato  comunque  a  contatto con  lui,  aveva  avuto  agio  di  misurarne  gli  alti  valori  nascosíi.  Non i 1

Capo 1 ci  volle  pero  gran  tempo,  perché  la  sua  luce  risplendesse  in  faccia a  tutti.  Apparve  quasi  luminosa  stella  polare,  che,  tramontato  il maggior  astro,  nel  cui  splendore  aveva  occultato  i  propri  raggi, brilla  d'un  tratto  suU'orizzonte  a  gioia  degli  occhi  e  a  guida  sicura dei  naviganti..

Né  poteva  essere  diversamente.  Don  Rúa  non  era  un  Rettor Maggiore  improvvisato.  Tre  cose  lo  raccomandavano:  l'essere  stato uno  dei  primissimi  a  entrare  nella  Congregazione,  l'avervi  esercitato  per  lungo  tempo  uffici  di  preminenza,  e  il  godere  l'universale  fiducia  dei  Soci.  Appunto  per  questi  motivi,  su  proposta  di Don  Bosco,  era  stato  dal  Papa  designato  alia  successione  (1).

Nato  nel  1837  e  rimasto  orfano  di  padre  nel  1845,  incontró  nel 1847  Colui  che  doveva  essergli  nuovo  padre,  e  che  era  sul  punto allora  di  daré  umile  cominciamento  alia  grande  sua  Opera.  Assiduo all'oratorio  di  Valdocco,  entró  alunno  interno  nel  1852  per  non  allontanarsi  quasi  piü  dal  fianco  del  Santo.  Nel  1860  ricevette  l'ordinazione  sacerdotale;  nel  1863,  mandato  a  dirigere  il  primo  Collegio salesiano  a  Mirabello  vi  guadagnó  in  due  anni  la  stima  e  l'affetto di  tutti.  Richiamato  accanto  a  Don  Bosco  nel  1865,  vi  esercitó  Fufficio  di  Prefetto  della  Societá  fino  al  1885,  quando  venne  dalla Santa  Sede  nominato  Vicario  del  Fondatore  e  designato  a  succedergli.  Queste  sonó  le  date  piú  salienti  della  sua  vita  anteriore.

Ma  quello  che  piü  conta  é  la  forza  con  cui  l'anima  del  giovanetto  Michele  Rúa  si  sentí  irresistibilmente  attratta  dall'anima  di Don  Bosco.  Era  una  santitá  in  boccio  che  cercava  per  soprannaturale  istinto  il  suo  appoggio  in  una  santitá  adulta.  Don  Bosco, che  diede  tante  pro  ve  di  vedere  nel  futuro,  previde  forse  alcun che  di  ció  che  doveva  aspettarsi  da  quel  fanciullo?  Parrebbe  di si.  I  piú  anziani  della  Congregazione  sapevano  di  un  gesto  misterioso  fatto  ripetute  volte  dal  Santo  dinanzi  al  piccolo.  Quando altri  ragazzi,  e  Rúa  con  essi,  gli  chiedevano  un'immagine  o  una medaglia,  agli  altri  la  dava,  ma  verso  di  lui  stendeva  la  palma della  mano  sinistra  e  facendo  atto  di  tagliarla  nel  mezzo  con  la (1)  Verbali  del  Cap.  Sup.,  24  sett.  1885,  Lett.  dei  Capitolari  al  Card.  Protettore,  9  febbr.  1888 2

//  primo  Successore  di  S.  Giovanni  Bosco destra  a  coltello  e  offrendogli  la  parte  recisa:  —  Prendi,  Michelino,  gli  diceva,  prendi.  —  II  fanciullo,  avvezzo  a  osservare  e  a riflettere,  avrebbe  voluto  indovinare  il  perché  della  cosa,  ma  non vi  riusciva,  né  ardi  mai  interrógamelo  fino  all'ottobre  1852  dopo la  vestizione  chiericale.  Allora  pertanto,  avendo  giá  molía  confidenza  con  lui,  gli  rammento  quell'atfo  e  gliene  chiese  umilmente il  signifícalo.  Don  Bosco,  che  se  ne  ricordava  benissimo,  gli  rispóse: —  Intendevo  dirti  che  con  te  un  giorno  avrei  fatto  a  meta.  —  L'enigma  non  si  chiari  ancora,  se  puré  non  si  fece  piú  oscuro  nella mente  deH'umile  chierico.  Bisognava  pazientare  e  aspettare  la  spiegazione  dai  fatti.

Non  certo  un  semplice  sentimento,  paterno  da  un  lato  e  filíale dall'altro,  era  il  vincolo  che  stringeva  le  due  anime.  Se  nel  giovane  agiva  la  comprensione  precoce  e  la  profonda  venerazione  dell'Uomo  di  Dio,  Don  Bosco  dal  canto  suo,  in  quell'anima  eletta scorgeva  Índole  felice  e  candore  d'innocenza;  onde  si  venne  formando  fra  loro  una  reciproca  fusione  di  spiriti,  che  a  poco  a  poco doveva  far  vi  veré  il  primo  per  il  secondo  e  il  secondo  non  mai senza  il  primo.

Mi  spiego.  Chierico,  Prete,  Direttore,  Prefetto  della  Societá,  Vicario  Genérale,  Don  Rúa  ebbe  costantemente  un'unica  linea  di  condotta:  ben  intendere  e  ben  eseguire  in  tutto  e  per  tutto  il  pensiero di  Don  Bosco  senza  mai  permettersi  di  fare  a  suo  talento.  Raro, rarissimo  il  caso  di  un  uomo  che,  pur  possedendo  si  grande  capacita di  lavoro,  di  azione  e  di  governo,  si  riduca  a  spogliarsi  in  simil guisa  delle  proprie  vedute  per  adottare  le  vedute  altrui.  Don  Bosco osservava,  ringraziava  il  Signore  e  in  date  circostanze  esprimeva a  comune  edificazione  quali  fossero  i  sentimenti  che  nutriva  verso il  provvidenziale  suo  primo  aiutante.  Disse  varié  volte  (1):  «Se  Dio mi  avesse  detto:  "  Immagina  un  giovane  adorno  di  tutte  quelle virtü  e  abilitá  maggiori  che  tu  potresti  desiderare,  chiedimelo  e  io te  lo  daró  ",  io  non  mi  sarei  mai  immaginato  un  Don  Rúa.  »  Non basta.  Un  giorno  a  Lanzo  in  presenza  di  parecchi  disse  con  la  sólita (U  Lo  di>se  al  chierico  Costamagna,  che  lo  riferisce  in  Conferencias,  Santiago,  1898.  Pag.  22.

Capo  l sua  piacevolezza  (1):  «Se  io  volessi  metiere  un  dito  sopra  Don Rúa  in  un  puntó,  ove  non  vedessi  in  lui  la  virtú  in  grado  perfetto, non  lo  potrei  fare,  perché  non  saprei  dove  posarlo.  »  Massimo  segño di  fiducia  gli  diede  sul  tramonto  della  vita,  quando,  invitato  Papa  Leone  XIII  a  indicargli  un  soggetto  da  potersi  nominare  suo Vicario  Genérale  con  diritto  di  successione,  egli  non  esitó  un  istante a  fare  il  nome  di  Don  Rúa,  come  abbiamo  narrato  altrove  (2).

Dopo  tali  precedenti  non  é  da  stupire,  se  la  successione  venne accolta  universalmente  con  plauso.  Sorsero  bensi  le  due  difficoltá esposte  nei  luoghi  citati,  ma  una  fórmale,  la  irreperibilitá  del  decreto  riguardante  la  successione,  e  l'altra  sostanziale,  il  disegno  di aggregare  la  Congregazione  ad  un'altra  affine,  dubitandosi  a  Roma della  sua  vitalitá  dopo  la  scomparsa  del  fondatore;  má  entrambe iuroño  risolte  in  un  batter  d'occhio,  sicché  i  Soci  non  n'ebbero nemmeno  sentore  e  appresero  i  fatti  molto  tardi  dalle  Memorie Biografiche.

Ho  detto  la  scomparsa  di  Don  Bosco;  ma  l'ho  detto  perché  cosi si  suol  diré.  Non  cadremo  nella  pia  esagerazione  di  chiamare  Don Rúa  un  altro  Don  Bosco:  troppo  ci  sarebbe  voluto  a  fare  un  secondo  Don  Bosco.  Don  Rúa  fu  una  luminosa  figura  senza  dubbio; ma  la  luce  propria  avvivó  nella  luce  di  Don  Bosco,  la  quale  non  cessó di  far  risplendere  agli  occhi  di  tutti.  Fuori  di  metáfora,  egli  visse  in pieno  per  sé  e  mantenne  vivo  nella  Congregazione  quello  che  di  Don Bosco  era  piü  vítale,  cioé  il  suo  spirito,  tanto  da  produrre  l'impressione  che  Don  Bosco  non  fosse  morto.  Don  Rúa  non  creo  nulla  di nuovo;  il  creare  fu  compito  del  fondatore.  II  suo  genio  lo  portava invece  a  organizzare,  e  organizzó  a  meraviglia,  consolidando,  e  sviluppando,  come  vedremo,  le  opere  lasciate  da  Don  Bosco.

Con  quali  sentimenti  Don  Rúa  si  fosse  accinto  a  raccogliere  Teredita  lasciatagli  da  Don  Bosco,  ce  lo  fece  conoscere  egli  stesso  in  una Circolare  del  31  gennaio  1907,  la  dove,  atto  piú  único  che  raro  nella sua  vita,  credette  bene  di  sollevare  un  lembo  del  proprio  interno.

(1)  AMADEI,  //  Seroo  di  Dio  M.  R.,  vol.  I,  pag.  252 (2.»  Annali  delta  Socieiu  Salesiuna  dalle  origini  alia  rnoríe  di  S.  G.  B.,  pp.  525-33.  Mern.  Biogr..

vol.  XVUI,  pp.  614-19.

II  primo  Successore  di  S.  Giouanni  Bosco Prendendo  le  mosse  dalla  data  del  suo  scritto,  dopo  avere  brevemente  esordito,  continua  va: ínsieme  col  31  gennaio  ricordo  anche  sempre  co¿n  ¡'animo'  commosso  quell'altro  giorne  in  cui,  per  non  resistere  alia  manifesta  volontá  di  Dio,  mi  fu giocoforza  piegar  la  fronte  ed  assumere  il  governo  della  nostra  Pia  Societá.

Oppresso  da  un  peso  che  sembrava  dovesse  schiacciarmi,  che  poteva  io  fare di  meglio,  che  gettarmi  come  un  bambino  nelle  braccia  del  nostro  venerato  Padre Don  Bosco  e  chiedergli  quella  forza  che  sentiva  mancarmi?  Prostrato  infatti  davaiiti  alia  fredda  sua  salma,  piansi  e  pregai  lungamente.  Gli  parlai  con  la  intima persuasione  ch'egli  mi  ascoltasse;  gli  coníidai  tutte  le  mié  ambasce,  come  le mille  volte  aveva  fatto  quando  egli  ancora  in  vita  dimorava  fra  noi  ed  io a  ve  va  la  bella  sor  te  di  vivere  al  suo  fianco.  Mi  parve  che  egli  con  la  dolcezza della  sua  parola,  col  mite  suo  sguardo  sciogliesse  le  mié  difficoltá,  infondesse  novello  coraggio  alio  sfiduciato  mió  cuore,  mi  promettesse  il  suo  valido  appoggio.

Egli  é  certo  che  mi  alzai  tutto  mutato;  torno  la  calma  al  mió  spirito,  mi  sentii abbastanza  di  vigore  per  abbracciare  quella  pesantissima  croce,  che  in  quel momento  veniva  posta  sulle  deboli  mié  spalle.

Per  diré  tutta  la  veritá  conviene  che  aggiunga  che  in  ricambio  feci  al  nostro buon  Padre  solenni  promesse.  Poiché  mi  vedeva  costretto  a  raccogliere  la  sua ereditá  ed  a  mettermi  a  capo  di  quella  Congregazione,  che  é  la  piíi  grande  delle sue  opere,  e  che  gli  costo  tan  te  fatiche  e  sacrifizi,  gli  promisi  che  nulla  avrei risparmiato  per  conservare,  per  quanto  stava  in  me,  intatto  il  suo  spirito,  i  suoi insegnamenti  e  le  piú  minute  tradizioni  della  sua  famiglia.

Ma  come  mai  poté  dunque  accadere  che  in  morte  di  Don  Bosco il  Papa  avesse  un  momento  di  sfiducia  sull'avvenire  della  Societá Salesiana  e  quindi  sulla  capacita  di  Don  Rúa?  Anzitutto  Leone  XIII,  se  aveva  mostrato  di  comprendere  la  persona  di  Don Bosco,  tardó  alquanto  a  valutare  l'importanza  e  la  consistenza  della sua  Opera.  Cominció  a  conoscere  meglio  questa,  allorché  da  Governí dell'America  Meridionale  e  da  rappresentanti  della  Santa  Sede  venne ad  apprendere  quanto  íossero  in  quei  paesi  apprezzate  e  desiderate  le  nostre  scuole  professionali.  Riguardo  poi  al  Successore  designato,  bisogna  tener  presente  che  Leone  XIII  non  aveva  ancora avuto  occasione  di  formarsene  un  giusto  concetto.  Gli  era  stato  preséntate  da  Don  Bosco  nel  1887;  ma  l'esilitá  della  persona,  la  semplicitá  del  tratto,  l'umiltá  del  contegno,  il  parlare  insignificante  (la circostanza  e  la  brevitá  del  colloquio  non  permettevano  manifesta5

Capo  1 zioni  caratteristiche),  glielo  avevano  fatto  giudicare  uomo  di  troppo modeste  attitudini  per  sostenere  il  peso  della  successione.  Ma  non ando  guari  che  il  Pontefice  ebbe  a  formarsi  di  lui  un  concetto meglio  rispondente  alia  realtá.

Non  ho  ancora  accennato  a  una  difficoltá  d'altro  genere,  la quale  poteva  pararsi  dinanzi  a  Don  Rüa  neU'esercizio  del  Rettorato supremo.  Fino  allora  egli  aveva  fatto  quelle  che  si  dicono  le  parti odióse.  É  incredibile  la  delicatezza  da  lui  usata  nel  voler  risparmiata  a  Don  Bosco  qualsiasi  necessitá  di  ammonire,  di  riprendere, d'intervenire  insomma  con  atti  che  riuscissero  per  chicchessia  o in  qualunque  modo  a  detrimento  della  confidenza  filíale  verso  il padre  comune.  Ora  questo  non  di  rado  obbligava  Don  Rúa  a  dover contrariare  i  singoli  o  le  comunitá  ed  anche  a  mantenere  un'abituale  riserbo,  cose  non  fatte  certamente  per  suscitare  nei  cuori  vive simpatie.  Si  deve  puré  aggiungere  che  il  suo  costume  volgeva  piuttosto  all'austero.  Pensava  forse  a  tutto  ció  Don  Bosco,  allorché  pochi giorni  prima  di  moriré,  guardándolo  con  affetto,  gli  disse  all'improvviso:  —  Fatti  amare.  —  É  probabile  che  non  fosse  assolutamente  necessaria  a  Don  Rúa  tale  raccomandazione;  ma  certo  la parola  del  morente  gli  risonó  all'orecchio  come  testamento  sacro.

Ció  non  toglie  tuttavia  che  non  gli  costasse  qualche  f  ática  Tin  vestirsi  di  quella  amabile  paternitá,  nella  quale  parve  di  veder  rivivere  la  paternitá  stessa  di  Don  Bosco.  Per  chi  seriamente  vuole, dove  non  arriverebbe  la  natura,  arriva  e  sovrabbonda  la  grazia.

La  trasfigurazione,  chiamiamola  cosi,  di  Don  Rúa  si  riveló  súbito  agli  occhi  dei  Salesiani  e  dei  Cooperatori.  Quindi  espresse  il sentimento  unánime  uno  degli  affezionati  e  generosi  amici  francesi di  Don  Bosco,  il  Márchese  Remo  di  Villeneuve-Trans,  quando.  nella festa  di  Maria  Ausiliatrice  del  1889,  disse  alia  presenza  di  cospicui personaggi,  assisi  a  mensa  intorno  a  Don  Rúa  (1):  «É  la  seconda volta  che  noi  celebriamo  la  festa  di  Maria  Ausiliatrice  senza  Colui che  c'insegnó  ad  amare  e  serviré  questa  Madre  divina.  Ma  io  m'inganno  e  mi  correggo,  perché  abbiamo  oggi  due  Don  Bosco:  quello (1)  G.  B.  FKANCESIA,  D.  Michele  Rúa,  S.  Benigno  Canavese,  1911  (2a  cd.).  Pp.  H5-6.

II  primo  Successore  di  S.  Giooanni  Bosco che  é  nel  cielo,  e  piü  potente  che  non  fosse  quando  viveva  fra  noi e  quello  che  é  la  sua  vívente  immagine  e  si  trova  qui  in  mezzo a  noi.

» Concludendo  diremo  che  con  il  compito  di  daré  soliditá  stabile ed  estensione  sempre  maggiore  all'Opera,  Don  Rúa  sentí  di  avere dalla  Provvidenza  anche  la  missione  di  radicare  profundamente negli  animi  lo  spirito  autentico  del  santo  fondatore  e  di  fissare in  maniera  definitiva  la  genuina  tradizione  salesiana.  Nulla  gli  raancava  per  raggiungere  felicemente  lo  scopo.  Aveva  conosciuto  Don Bosco  nelle  sue  piü  intime  fibre;  se  n'era  meritata  la  piena  approvazione  nel  suo  modo  abituale  d'interpretare  e  di  attuare  il  pensiero  del  Santo;  ne  aveva  per  lunghi  anni  rispecchiato  in  sé  e irradiato  negli  altri  le  intenzioni,  le  direttive,  le  forme  di  zelo  e  di apostolato  fin  nei  minimi  particolari:  nessuno  dunque  avrebbe  potuto far  valere  un'autoritá  pari  alia  sua  nell'esercizio  di  si  importante mandato.  Lo  f  a  vori  in  questo  anche  la  non  breve  durata  del  suo Rettorato:  in  ventidue  anni  ebbe  tempo  e  agio  di  esplicare  ampiamente  tutto  il  suo  programma,  come  ci  accingiamo  a  mettere nella  miglior  luce  possibile  con  la  nostra  storia.

Stato  della  Congregazione  alia  morte  di  Don  Bosco.

Prima  di  procederé  oltre  sembra  piú  che  mai  opportuno  daré uno  sguardo  sintético  alio  stato  della  Congregazione  nel  1888;  si avrá  COSÍ  un  punto  di  partenza  per  giudicare  dei  progressi  raggiunti  sotto  il  Rettorato  di  Don  Rúa.  Cominceremo  dal  Capitolo Superiore.  Formato  nel  1886  dal  quarto  Capitolo  Genérale  esso  risultava  composto  nel  modo  seguente,  com'é  nel  Catalogo: Rettor  Maggiore:  Sac.  RÚA  MICHELE.

Prefetto:  Sac.  BELMONTE  DOMENICO,  Direttore  dell'Oratorio  Salesiano  di Termo.

Direttore  spirituale:  Sac.  BONETTI  GIOVANNI.

Ecónomo:  Sac.  SALA  ANTONIO.

Consintiere:  Sac.  DURANDO  CELESTINO,  incaricato  dell'ufficio  di  Prefetto.

Consigliere  scolastico:  Sac.  CERRUTI  FRANCESCO.

Consigliere  professionale:  Sac.  LAZZERO  GIUSEPPE,  incaricato  della  corrispondenza  per  le  Missioni.

Segretario:  Sac.  LEMOYNE  Gio.  BATTTSTA.

Circostanze  particolari  dell'Oratorio  consigliavano  di  mettervi  a capo  un  Superiore  di  autoritá  piú  che  ordinaria,  quale  era  appunto il  secondo  dei  Capitolari  (1).  A  Don  Belmonte  poi  con  l'altezza  del grado  conferivano  prestigio  anche  le  esimie  qualitá  dellanimo.  Compiuto  il  ginnasio  nell'Oratorio  e  vestitovi  1'abito  religioso  nel  1863.

molto  studio,  lavoró  moltissimo.  Eccelleva  nelle  scienze  fisiche  e naturali  e  in  matemática.  Diplomatosi  nelle  prime,  le  insegnó  nel liceo  di  Alassio.  A  vendo  sortito  da  natura  ottime  disposizioni all'arte  dei  suoni,  fu  buon  maestro  di  música  e  piú  che  mediocre (1)  Di  Don  Belmonte  scrisse  una  buona  biografía  Don  CARINO  {Cenni  bio^uifici  di  D.  B., sac.  sul.  Seconda  cdiz  Torino,  1907).

Staío  delhi  Congregazione  alia  morte  di  Don  Bosco compositore.  Quando  venne  innalzato  alia  seconda  carica  della  Congregazione,  dirigeva  l'ospizio  di  Sampierdarena.  Assai  vivace  per  Índole,  apprese  da  Don  Bosco  soprattutto  una  calma  imperturbabile  e un'incantevole  amabilitá,  unita  a  intimo  spirito  di  preghiera.  Nel  disbrigo  delle  sue  molteplici  occupazioni  gli  si  assegnó  come  aiutante Don  Durando,  giá  suo  predecessore  dal  tempo  della  nomina  di  Don Rúa  a  Vicario.

NelYElenco  Genérale  dei  soci  per  il  1889  la  stessa  pagina  che recava  il  quadro  dei  Capitolari,  presentava  a  una  certa  distanza tre  indicazioni  speciali.  Direüore  Spirituale  Emérito  ed  Onorario: Mons.  GIOVANNI  CAGLIERO,  Vescovo  di  Magida,  Vicario  Apostólico della  Patagonia  e  Vicario  Genérale  per  tutte  le  Case  Salesiane  delF  America  Meridionale.  —  Maestro  de  gli  Ascritti:  Sac.  BARBERIS GIULIO,  Direttore  della  Casa  di  Valsalice.  —  Procuratore  Genérale: Sac.  CAGLIERO  CESARE,  Direttore  dell'Ospizio  del  Sacro  Cuore  di Gesü  a  Roma.

Mons.  Cagliero,  fatto  Vescovo,  aveva  lasciato  vacante  il  posto  di Catechista  Genérale.  Essendovi  ragione  di  temeré  che  il  Governo Argentino  gli  vietasse  di  porre  la  sua  residenza  nella  Repubblica  (1), non  gli  si  era  dato  un  successore,  ma  soltanto  un  sostituto  nella persona  di  Don  Barberis  (2);  dileguatisi  poi  i  timori,  il  quarto Capitolo  Genérale  elesse  Catechista  effettivo  Don  Bonetti,  acclamando  il  Vescovo  Catechista  ad  honorem.  L'anno  innanzi  Don  Bosco gli  aveva  di  moto  proprio  affidato  un  nuovo  incarieo.  L'America aveva  i  suoi  Ispettori;  tuttavia  il  Santo  per  agevolare  il  disbrigo degli  affari  in  quelle  remote  región  i,  l'aveva  nominato  suo  Vicario  o, piú  esattamente,  fino  al  1888,  Provicario  di  Don  Rúa  per  tutte  le Case  Salesiane  di  la  (3).  Piú  tardi  Don  Lasagna,  venuto  a  Torino, fu  incaricato  dal  Capitolo  di  «  scrivere  in  articoli  uno  schema  di regolamento  per  le  relazioni  fra  il  Provicario  e  gli  Ispettori  Americani»  (4).  Monsignore  copriva  puré  la  carica  di  Direttore  Ge(1)  Metn.  Biogr.,  p.  312  segg.

(2)  Verb.  del  Cap.  Sup.,  24  ott.  1884;  9  fcbbr.  e  24  sctt.  1885.

(3)  Lcttcre  di  Don  Bosco  a  Don  Costamagna  c  a  Don  Fagnano,  10  agosto  1885.

(4)  Verb.  del  Cap.  Sup.,  20  ottobre  1886.

Capo  II nerale  delle  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice,  ael  quale  ufficio  gli  sottentró  Don  Bonetti  (1).  Della  condizione  fatta  allora  al  Maestro degli  Ascritti,  si  é  detto  nel  precedente  volume  (2).  Don  Cesare Cagliero,  cugino  del  suo  omonimo  Monsignore,  quando  fu  designato a  reggere  la  Procura,  era  Direttore  di  Valsalice  (3).  Succedette  a Don  Dalmazzo,  richiamato  a  Torino.  Figlio  dell'Oratorio,  riuni  nella propria  persona  le  tre  cariche  di  Direttore,  di  Ispettore  e  di  Procuratore.  Uomo  di  gran  senno  e  di  tatto  finissimo,  resé  alia  nostra  Societá  segnalati  servigi.

Veniamo  ora  alia  statistica  genérale  dei  Soci  e  delle  Case,  La Societá  contava  nel  1888  professi  perpetui  768,  professi  triennali 95,  ascritti  276,  aspiranti  181.  I  preti  sommavano  in  tutto  a  301.

Delle  Case,  quattro  dipendevano  direttamente  dal  Capitolo  Superiore,  cioé  l'Oratorio  e  le  tre  di  Valsalice,  di  S.  Benigno  e  di Foglizzo.  Le  altre  si  raggruppavano  in  sei  Ispettorie,  di  cui  quattro nell'Europa  e  due  nell'America.

Appartenevano  all'Europa:  I o   L'Ispettoria  piemontese.  Ispettore Don  Francesia.  Case  secondo  l'ordine  cronológico  della  loro  fondazione:  di  Borgo  S.  Martino  (succeduta  a  quella  di  Mirabello),  Lanzo Torinese,  Mathi,  Nizza  Monferrato,  Este,  Penango,  S.  Giovanni Evangelista,  Mogliano  Véneto.  —  2 o   L'Ispettoria  ligure.  Ispettore  Don Cerruti,  che  continuó  a  reggerla  fino  al  1890,  quando  gli  successe Don  Giovanni  Marenco.  Case  di  Varazze  (trasportata  da  Cherasco), Alassio,  Sampierdarena,  Vallecrosia,  La  Spezia,  Lucca,  Firenze.  — 3 o   L'Ispettoria  francese.  Ispettore  Don  Albera.  Case  di  Nizza,  Marsiglia,  Navarra,  St.  Cyr,  Valdonne  (cappella  degli  Italiani),  La  Ciotat (cappella  degli  Italiani),  Santa  Margherita  (Marsiglia),  Lilla,  Parigi.  —  4 o   L'Ispettoria  nominalmente  romana.  Ispettore  Don  Durando.  Case  di  Magliano  Sabino,  Roma,  Faenza:  piü,  in  Italia  quelle  di Randazzo  e  di  Catania,  e,  fuori  d'Italia,  quelle  di  Utrera,  Barcellona,  Trento,  Londra.

(1)  Veri?,  del  Cap.  Sup.,  9  gennaio  1885.

(2)  Annali,  pagg.  195-6.

(3)  Verb.  del  Cap.  Sup.,  24  agosto  1887.

Slato  della  Congregazione  alia  mor te  di  Don  Bosco Appartenevano  aH'America:  I o   L'Ispettoria  argentina.  Ispettore Don  Costamagna.  Case  quattro  a  Buenos  Aires  (della  Misericordia, di  Almagro,  della  Boca,  di  S.  Caterina);  una  a  S.  Nicolás  de  los Arroyos  e  una  a  La  Plata.  Ne  dipendevano  puré  le  Case  del  Vicariato  Apostólico  della  Patagonia  (parrocchie  e  collegi  a  Carmen de  Patagones  e  a  Viedma)  e  le  tre  Missioni  di  Santa  Cruz,  di  Puntarenas  e  delle  Malvine  nella  Prefettura  Apostólica  di  Mons.  Fagnano.  Nella  Terra  del  Fuoco,  visitata  a  intervalli  da  Missionari, non  esistevano  ancora  residenze  fisse.  Alia  medesima  Ispettoria erano  annesse  le  due  Case  di  Concepción  e  di  Talca  nel  Cile.  — 2 o   Ispettoria  uruguaiana-brasiliana.  Ispettore  Don  Lasagna.  Case di  Villa  Colon,  Las  Piedras  e  Paysandú  nell'Uruguay:  di  Nictheroy e  S.  Paolo  nel  Brasile.  Piü  la  Casa  di  Quito  nell'Equatore.

La  mondiale  rinomanza,  che  godevano  le  Opere  di  Don  Bosco, faceva  supporre  migliaia  di  operai  con  centinaia  di  fondazioni.

Invece  i  numeri  che  abbiamo  visti,  se  si  riguardano  in  sé,  non  erano davvero  stragrandi;  ma  bisogna  mettere  questi  numeri  in  relazione con  le  circostanze.  Per  non  tener  contó  se  non  delle  professioni  perpetué,  Don  Bosco  aveva  a'  suoi  ordini,  fra  Salesiani  e  Suore,  piü di  novecento  persone,  distribuite  in  circa  centodieci  luoghi,  per  cinque  Stati  e  su  due  Continenti.  Orbene  egli  si  creó  tale  famiglia  religiosa  in  tempi  ávversissimi  a  simili  istituzioni.  Lo  Stato  italiano  nel suo  formarsi  le  sopprimeva  gradatamente,  mirando  con  leggi  draconiane  a  impedirne  il  risorgere;  nel  che  lo  serviva  una  stampa settaria,  sempre  in  vedetta  per  denigrarle  e  stroncare  qualsiasi  tentativo  di  rinascita.  Eppure  il  Santo,  scansando  violenze  ed  eludendo male  arti,  seppe  trarre  a  se  una  si  bella  falange  di  volenterosi,  che sotto  vesti  nuove  riproducevano  la  vita  delle  Istituzioni  disperse.

Semplice  prete  e  povero  di  mezzi  materiali,  si  affidava  alia  Provvidenza,  che  egli  serviva  con  tutte  le  forze  delFingegno  e  del  volere.

Ingegno  sagace  nel  trovare  e  plasmare  i  soggetti  che  facevano  per lui,  nell'escogitare  espedienti  contro  minacce  e  assalti,  e  nel  sollecitare  dalla  carita  del  pubblico  i  sussidi  necessari  all'ardita  impresa;  volontá  férrea  di  fronte  agli  ostacoli  e  invitta  nel  ripigliare da  capo  ogni  volta  che  un'iniziativa  gli  andava  a  vuoto.  Sotto 11

Capo  II questo  punto  di  vista  i  risultati  numerici  da  lui  conseguiti  si  deve diré  che  hanno  del  prodigioso.

Ma  qui  é  da  cercare  altro  sotto  il  numero,  che  per  sé  varrebbe poco;  cío  che  vale  é  l'organizzazione.  Poco  giova  l'accozzare  persone  e  il  moltiplicare  opere  ove  poi  manchi  la  forza  di  coesione,  che faccia  di  tante  membra  un  corpo  solo,  e  se  entro  a  questo  corpo  non palpiti  un  centro  di  energia  vitale,  che  lo  mantenga  in  vigore  e  ne promuova  l'incremento.  Ora  qui  soprattutto  é  da  ammirare  il  sapiente  lavorio  di  Don  Bosco.  Fin  da  principio  non  vagheggió  castelli in  aria,  ma  si  propose  un  piano  ben  definito,  che  venne  via  via attuando  in  una  coordinazione  sistemática,  meno  apparente  che  reale.  Meno,  anzi  pressoché  per  nulla  apparente  agli  stessi  adepti  nei primordi  della  preparazione,  ma  resasi  visibile  ogni  volta  che  lungo il  faticoso  cammino  il  Santo  riusciva  a  piantare  una  pie-tra  miliare;  allora,  chi  volgeva  lo  sguardo  indietro,  scopriva  come  tutto fosse  stato  fatto  a  ragione  veduta  per  arrivare  a  quella  meta.  Ecco perché  al  suo  dipartirsi  da  questo  mondo  Don  Bosco  poté  assicurare  i  suoi  eredi  e  continuatori  che  per  la  Congregazione  non c'era  niente  da  temeré:  infatti  egli  le  aveva  dato  una  compattezza orgánica,  che  l'avrebbe  sicuramente  mantenuta  in  essere  ed  una possente  vitalitá,  íonte  perenne  di  dinámica  espansione.

,  La  sua  ereditá  spirituale  passava  dunque,  ben  assestata  e  ricca di  belle  promesse,  nelle  mani  dell'erede;  ma  che  diré  dell'ereditá materiale?  Vi  furono  giornali  che,  o  per  malignitá  o  per  ignoranza, lanciarono  la  notizia  come  qualmente  il  defunto  avesse  lasciato  a Don  Rúa  un'immensa  fortuna;  ma  la  veritá  era  ben  diversa.  Don Bosco  non  aveva  lasciato  fondi,  ma  soltanto  alcuni  avvisi  di  carattere  económico,  nei  quali  raccomandava  fra  l'altro  queste  quattro cose:  sospendere  i  lavori  di  costruzione,  non  " decantare "  debiti,  usare comuni  sollecitudini  per  pagare  la  successione,  estinguere  le  passivitá.

Don  Rúa  si  affrettó  a  comunicare  queste  raccomandazioni  con  la clausola  lacónica:  «Tanto  per  norma  a  tutti  i  Salesiani  e  senza commenti.

»  (1) (1)  Circolare  8.  fcbbraio  1838.

Stalo  della  Congregazione  alia  morte  di  Don  Bosco Costruzioni.  Gli  incrementi  edilizi  dell'Oratorio,  gli  ampliamente di  Collegi  salesiani  e  di  Case  delle  Suore  tanto  in  Italia  che  aH'estero avevano  inghiottito  capitali,  messi  insieme  per  via  di  donazioni  e offerte,  procuratesi  da  Don  Bosco  stesso  o  inviategli  spontaneamente da  caritatevoli  persone;  ma  allora  la  prudenza  voleva  che  non  si ponesse  mano  per  qualche  tempo  a  lavori  non  urgenti.  Urgeva  solo ultimare  la  chiesa  e  l'Ospizio  del  Sacro  Cuore  a  Roma.  É  vero  che la  fiducia  genérale  popolava  di  gioventú.  gFIstituti  maschili  e  femminili  e  spingeva  a  ingrandire  gli  edifici;  ma  importava  assai  piü per  il  momento  pensare  a  un  buon  assetto  delle  opere  esistenti, COSÍ  come  si  trovavano,  senza  dispendiose  innovazioni.  Tanto  piíi che,  venuto  a  mancare  Colui,  il  quale  con  l'illuminato  consiglio  e  con la  mano  soccorritrice  arrivava  a  tutto,  vi  era  da  temeré  che  scemasse  la  beneficenza  e  si  creassero  rovinose  situazioni  finanziarie.

S'imponeva  dunque  una  saggia  economía.  Senza  diré  che  un  periodo  di  maggior  raccoglimento,  libero  da  preoccupazioni  del  genere,  appariva  consigliabile  anche  per  concentrare  gli  slorzi  a  rassodare  la  formazione  religosa  de  Soci  (1).

Debiti.  Con  l'espressivo  verbo  " decantare"  Don  Bosco  intendeva  lo  sciorinare  clamorosamente  in  pubblico  i  debiti  della  Congregazione  alio  scopo  di  far  sorgere  benefattori  che  aiutassero  a pagarli.  Sarebbe  stato  un  gettare  il  discredito  su  gli  amministratori  e sul  Superiore  medesimo,  quasi  che  egli  avesse  lasciato  i  suoi  negli imbarazzi  per  non  aver  agito  con  tutte  le  oculate  cautele  dettate dalla  prudenza.  Don  Bosco  non  pretendeva  sicuramente  che  si avesse  paura  di  svelare  le  proprie  necessitá;  ma  altro  era  esporre bisogni,  altro  il  rappresentare  la  Societá  come  oberata.  É  una  cosa qnesta  che  finisce  con  ingenerare  sfiducia;  onde  a  tanti,  anziche far  aprire  la borsa,  la  fa  chiudere.  In  particolare,  durante  la  malattia, proibi  perlino  che  dopo  la  sua  morte  si  facessero  conoscere  esattamente  i  grossi  debiti  gravanti  sulla  chiesa  del  Sacro  Cuore  a  Roma.

Don  Rúa  nei  Processi,  accennando  a  tale  proibizione,  si  limita  a  diré (i)  Le  regolari  autorizzazioni  di  fabbricazioni,  demolizioni,  compcre,  permute  e  siutili,  a  carico  della  Societá,  ricominciarono  nel  1902  (Arch.,  81-I1-F).  Prima  si  autorizzavano  soltanto  lavon  e acquisti  di  poca  cntitá  c  di  impeliente  necessitá.

Capo 11 che  Don  Bosco  la  fece  " per  vari  motivi  ".  Si  sarebbe  forse  poluto sospettare  che  il  danaro  raccolto  da  molte  parti  per  quell'impresa fosse stato  impiegato  altrove  o  male amministrato, due  dubbi  poco  onorevoli  per  la  Societá.  Comunque  si  fosse,  egli  assicuró  il  suo  Successore  che  la  Provvidenza  non  sarebbe  venuta  meno  per  il  compimento  di  quell'Opera;  e  cosi  realmente  fu.

Successione.  Le  formalitá  legali  e  gli  oneri  fiscali  per  la  successione  riguardavano  soltanto  l'Oratorio  e  altri  immobili  intestati  a Don  Bosco.  Non  essendosi  reso  noto  al  pubblico  l'ultimo  testamento,  ignoriamo  le  disposizioni  particolareggiate  a  questo  riguardo.

Sappiamo  únicamente  che  a  prevenire  eventuali  sorprese  e  ad  alleggerire  i  pesi  della  successione  Don  Bosco  riconobbe  un  suo  debito verso  i  prmcipali  della  Casa  per  servizi  prestati  e  non  retribuiti  e firmó  un'obbligazione  di  pagamento  da  parte  del  proprio  erede  per versamenti  effettuati  in  sua  mano  di  capitali  a  litólo  di  deposito.

Gl'interessati  fecero  tostó  registrare  legalmente  i  relativi  documenti, prendendo  ipoteca  sulFerede  designato.  Inoltre  dichiaró  con  atto légale  depositi  ricevuti  da  persone  prívate  e  contrasse  un  prestito bancario  per  centomila  lire,  ammortizzabili  in  cinquant'anni  con il  solo  pagamento  dei  frutti.  Infine  fece  telegrafare  a  Villa  Colon e  scrivere  a  Nizza  Mare  che  si  vendessero  immediatamente  da'  suoi procuratori  legali  quei  due  Collegi  di  sua  proprietá  a  Societá  Tontinarie  (1).

Passivitá.  Sinónimo  di  debiti.  Non  decantare  debiti  non  voleva diré  non  darsi  premura  di  pagarli.  Ve  n'erano  di  grandemente  onerosi.  Basti  ricordare  trentamila  franchi  per  la  casa  di  Ménilmontant  a  Parigi  e  soprattutto  le  forti  somme  dovute  per  la  chiesa  del Sacro  Cuore  a  Roma.  Allora  si  toccó  con  mano  l'intervento  della Provvidenza.  Per  Parigi  il  danaro  fu  portato  tutto  in  una  volta e  a  tempo  giusto,  da  persona  che  volle  mantenere  l'incognito;  per Roma  i  soccorsi  arrivarono  in  si  gran  copia  che  furon  potute  sborsare,  solo  nel  corso  del  1888,  ben  350.000  lire,  somma  che  rappresenterebbe  oggi  il  valore  di  circa  due  milioni  e  che  in  quei  fran(1)  Cfr.  Annali,  pag.  150  in  nota.

Staio  della  Congregazione  alia  morte  di  Don  Bosco genti  costituiva  una  passivitá  enorme  per  la  Congregazione.  Era poco  piü  che  la  meta  del  debito.  Né  le  passivitá  pesavano  solo sopra  le  Case  d'Italia.  Don  Rúa  scriveva  a  Don  Cagliero  il  4  ottobre: «  I  nostri  bisogni  sonó  immensi,  anche  le  Case  di  Francia  sonó pressoché  tutte  in  grandi  necessitá  ed  io  sonó  in  grande  imbarazzo per  soccorrere  alie  piü  urgenti.»  Egli  perció  picchiava  e  faceva picchiare  alie  porte  della  Divina  Provvidenza.  E  alia  Provvidenza si  andava  incontro  con  la  carita;  onde  al  medesimo  Don  Cagliero, desideroso  di  ripigliare  i  sospesi  lavori  dell'ospizio  di  Roma,  rispóse il  22  novembre  che  avrebbe  dato  il  permesso,  quando  fosse  piena  la Casa  e  sapesse  che  vi  si  avevano  almeno  cinquanta  artigiani  poveri  o quasi  poveri.  «  Allora  la  Provvidenza  non  mancherá  »,  soggiungeva.

Dopo  la  presentazione  del  nuovo  Rettor  Maggiore  e  dopo  queste necessarie  premesse,  entriamo  ormai  nel  vivo  della  storia.

Don  Rúa  entró  ufficialmente  in  carica  l'll  febbraio  1888,  giorno in  cui  venne  formato  a  Roma  il  decreto  di  conferma  della  sua  nomina.  Egli  inauguro  il  proprio  Rettorato  con  la  visita  di  omaggio al  Vicario  di  Gesú  Cristo  (1).  Partí  con  la  massima  sollecitudine da  Torino,  ma  dovette  aspettare  parecchio  per  avere  l'udienza,  essendo  il  Papa  molto  occupato  in  ricevere  coloro  che  giungevano  a Roma,  attratti  dal  suo  giubileo  sacerdotale.  Intanto,  affezionato  allíevo  dei  Fratelli  delle  Scuole  Cristiane,  ebbe  la  consolazione  di  assistere  in  San  Pietro  alia  Beatificazione  del  loro  fondatore  Giovanni Battista  de  La  Salle,  celebratasi  il  19  febbraio.

Fu  ricevuto  dal  Papa  la  mattina  del  21.  Un'udienza  privata di  Leone  XIII  non  si  dimentica  piú  neppure  dopo  lunghi  anni.

QuelPaspetto  fra  maestoso  e  paterno,  quegli  occhi  neri,  vivi  e  penetrante  que!  diré  misurato,  grave  ed  espressivo  ispiravano  un  misto di  riverenza  e  di  confidenza,  che,  mentre  non  faceva  moriré  la  parola  sulle  labbra  a  chi  gli  stava  dinanzí,  obbligava  pero  a  riflettere nel  rispondere.  Si  usciva  dalla  sua  presenza  ammirati  e  soddisíatti.

II  Pontefice  accolse  benignamente  l'umile  successore  di  Don  Bosco  trattenendolo  in  vario  colloquio,  nel  quale  fra  l'altro  diede  direttive,  fece  un'importante  dichiarazione  e  chiese  notizie.  Spigoliamo  le  cose  piú  notevoli.

Anzitutto  disse  che,  continuando  le  sante  imprese  del  fondatore, si  procurasse  di  assodarle  bene;  non  si  avesse  quindi  per  qualche tempo  premura  di  estendersi,  ma  di  sostenere  e  sviluppare  le  fon(1)  Mem.  Biogr.,  vol.  XVIJI,  pag.  619.

Primi  atti  del  nuovo  Retlor  Maggiore dazioni  giá  fatte.  II  consiglio  rispondeva  al  preciso  volere  di  Don Bosco,  il  quale  nel  Promemoria  del  1884  che  doveva  serviré  dopo la  sua  morte,  aveva  scritto:  «  É  bene  che  almeno  per  un  po'  di tempo  non  si  aprano  nuove  case»  (1).  Poi  il  Papa  soggiunse  che  si procurasse  di  mandare  nelle  varié  Case  persone  ben  ferme  nella virtú;  perció  chi  dirigeva  il  Noviziato  attendesse  alia  riforma  della vita  dei  novizi.  «  Questi,  osservó  egli,  portano  con  sé  della  scoria; e  quindi  hanno  bisogno  di  esserne  purgati  e  venir  rimpastati  alio spirito  di  abnegazione,  di  obbedienza,  di  umiltá  e  semplicitá  e  delle altre  virtú  necessarie  alia  vita  religiosa;  e  perció  nel  Noviziato  lo studio  principale  e  direi  único  dev'essere  di  attendere  alia  propria perfezione.  E  quando  non  riescono  a  correggersi,  non  abbiate  timore  di  allontanarli.  Meglio  qualche  membro  di  meno  che  avere individui  che  non  abbiano  lo  spirito  e  le  virtú  religiose.  »  Anche  su di  questo  nel  detto  Promemoria  Don  Bosco  raccomandava  (2):  «II tempo  di  Noviziato  per  noi  é  come  un  crivello  per  conoscere  il  buon frumento  e  ritenerlo  se  conviene.  Al  contrario  si  sarchi  l'erba  non buona  e  quindi  colla  volva  e  colla  gramigna  si  getti  fuori  del  nostro giardino.

» In  principio  e  nel  corso  dell'udienza  il  Pontefice  fece  e  ripeté una  dichiarazione  della  massima  importanza  sia  per  l'autoritá  del Capo  della  Chiesa  che  la  proferiva,  sia  per  il  noto  riserbo  di Leone  XIII  nella  manifestazione  del  suo  pensiero.  Disse  da  prima: «  Don  Bosco  era  un  santo.  »  In  seguito,  essendo  stata  da  Don  Rúa ricordata  la  devozione  di  Don  Bosco  al  Papa,  fatta  palese  ancora sul  letto  di  morte,  il  Papa  ribadi:  «  Si  vede  che  il  vostro  Don  Bosco era  un  santo  simile  in  questo  a  San  Francesco  d'Assisi,  che,  quando venne  a  moriré,  raccomandó  caídamente  a'  suoi  religiosi  di  essere figli  devoti  e  sostegno  della  Chiesa  Romana  e  del  suo  Capo.  » Infíne  domando  distinte  notizie  delle  Case  Salesiane,  soffermandosi  con  particolare  interessamento  sulle  Missioni  della  Patagonia e  della  Terra  del  Fuoco.  Qui  l'argomento  lo  portó  a  chiedere  di Mons.  Cagliero,  che,  venuto  in  Italia  per  partecipare  al  giubileo, (1¡  Mem.  Biogr.,  vol.  XVII,  pag  260.  Cfr.  Circulare  di  Üon  Rúa,  8  febbraio  1888 (2)  loi,  pag.  263.

Capo III erasi  provvidenzialmente  trovato  accanto  a  Don  Bosco  negli  estremi suoi  giorni.  Verso  il  termine  dell'udienza  il  Papa  disse,  scandendo le  parole:  « Tutto  l'affetto  e  la  benevolenza  che  portavamo  a  Don Bosco,  l'avremo  per  voi  e  per  la  Societá  da  lui  fondata.

» Raggiante  di  gioia,  Don  Rúa,  appena  tornato  all'Ospizio  del  Sacro  Cuore,  stese  una  sommaria  relazione  dell'udienza  e  recátala con  sé  a  Torino,  la  fece  stampare  e  nel  giorno  di  S.  Giuseppe  ne spedi  copia  a  tutte  le  Case,  accompagnandola  con  una  circolare,  la prima  che  inviava  nella  sua  qualitá  di  Rettor  Maggiore.

La  proclamazione  della  santitá  di  Don  Bosco  fatta  dal  Papa  incoraggió  Don  Rúa  a  compiere  i  primi  atti  per  l'introduzione  della Causa  di  Beatifícazione.  II  Card.  Parocchi,  protettore  della  Societá Salesiana,  erasi  mostrato  ancor  piü  esplicito  del  Papa,  consigliando di  avviare  súbito  le  relative  pratiche  presso  la  Curia  arcivescovile  di  Torino;  anzi  indirizzó  Don  Rúa  da  Mons.  Caprara,  Promotore  della  Fede,  o,  come  vulgarmente  vien  detto,  avvocato  del diavolo,  per  avere  da  lui  particolareggiate  istruzioni  in  proposito.

Quegli  lo  soddisfece  di  buon  grado,  esibendoglisi  anche  per  qualsiasi  occorrenza  ed  insistendo  sulla  necessitá  di  raccogliere  senza indugio  il  maggior  numero  di  dati  circa  i  miracoli  ottenuti  dai  fedeli  dopo  la  morte  del  Servo  di  Dio  e  di  corredarli  con  tutti  i  migliori  argornenti  possibili  (1).

Don  Rúa  adunque  non  pose  tempo  in  mezzo.  II  28  febbraio  rifen  queste  cose  in  Capitolo;  quindi  fu  affidato,  seduta  stante,  a Don  Bonetti  l'incarico  di  redigere  uno  schematico  riassunto  dei  fatti e  delle  virtü  di  Don  Bosco,  procacciandosi  notizie  da  quanti  gliene potessero  fornire.  Per  agevolare  la  ricerca  si  deliberó  d'interessare a  ció  tutte  le  Case;  il  che  fece  Don  Rúa  nella  circolare  del  19  marzo,  esortando  caídamente  tutti  i  Confratelli  a  scrivere  quanto  essi conoscessero  di  particolare  sui  fatti  della  vita  di  Don  Bosco,  sulle sue  virtú  teologali,  cardinali  e  morali,  su  suoi  doni  soprannaturali, su  guarigioni  o  profezie  o  visioni  e  simili,  inviando  poi  ogni  cosa al  Catechista  Genérale.  Conchiudeva  avvertendo:  « Per  norma  dei (1)  Lett.  di  Don  Rúa  a  Don  Bonetti,  Roma,  20  febbraio  1888.

Primi  aüi  del  nuovo  Rettor  Maggiore relatori  noto  che  a  suo  tempo  essi  potranno  essere  chiamati  a  prestare  giuramento  su  quanto  riferiscono  e  perció  raccomando  la  piú grande  fedeltá  ed  esattezza.  » L'invito  ebbe  larghissima  eco  nel  mondo.  Non  passava  quasi giorno  che  non  pervenissero  relazioni  di  grazie  straordinarie,  ottenutesi  con  preghiere  rivolte  a  Don  Bosco  o  per  contatto  di  sue reliquie.  Commoveva  poi  il  vero  plebiscito  di  lodi  alia  santitá  di lui,  né  erano  poche  le  insistenze  da  parte  di  persone  autorevoli.

perché  si  mettesse  presto  mano  alia  Causa.  Don  Rúa  si  stimó  in dovere  di  accingersi  all'impresa  con  la  solerzia  che  la  gravita  del negozio  esigeva  (1).

Intanto  non  pochi  stupivano  che  in  meno  d'un  anno  dalla  morte di  Don  Bosco  venisse  Don  Rúa  facendo  una,  poi  un'altra,  poi  una terza  spedizione  missionaria,  e  quest'ultima  piú  numerosa  di  tutte le  dodici  inviate  dal  Fondatore.  Non  si  mirava  ad  aprire  nuove Case  e  residenze,  il  che  sarebbe  stato  un  andar  contro  al  divieto di  Don  Bosco,  ma  a  rinforzare  il  persónate  in  quelle  esistenti.  Don Bosco,  spiegherá  Don  Rúa  nella  lettera  di  capo  d'anno  ai  Cooperatori  (2),  «  raccomandando  che,  avvenuta  la  sua  morte,  si  sospendesse  l'apertura  di  nuove  Case,  aveva  escluso  appositamente  le  Missioni  estere,  anzi  aveva  esortato  tutti  a  sostenerle  e  promuoverle, promettendo  una  speciale  protezione  di  Maria  Ausiliatrice  a  quanti avessero  cooperato  in  loro  favore.  »  Piú  che  non  di  trovare  i  soggetti  da  mandare,  si  sentiva  la  difficoltá  di  raccapezzare  le  somme necessarie  per  le  spese  dei  viaggi  e  di  tutto  l'occorrente.  Non  c'era altro  mezzo  che  invocare  la  carita  pubblica.  A  tal  fine,  anziché redigere  un  appello  suo,  Don  Rúa  preferí  diffondere  nuovamente quello  diramato  da  Don  Bosco  nel  novembre  del  1887  (5),  con  una sua  lettera  di  accompagnamento,  nella  quale,  in  data  10  marzo,  dice  va:  «Chiamato  dalla  Divina  Provvidenza  alia  grave  responsabilitá  della  direzione  delle  Opere  del  nostro  compianto  Fondatore.

non  potrei  far  meglio  che  indirizzare  alie  anime  caritatevoli  la  let(1)  Cfr.  Mem.  Biogr.,  vol.  XIX,  p.  34  segg.

(2)  Bollettino  Salesiano,  gennaio  1889.

O)  Mem.  Biogr.,  vol.  XVIlí,  pp.  429  e  785.

Capo  III tera  medesima  di  colui,  il  quale  s'é  dato  tutto  peí  bene  morale  e materiale  di  centinaia  e  migliaia  di  poveri  infelici.  sparsi  in  diverse  parti  del  mondo.  I  bisogni  non  sonó  meno  urgenti  oggi,  che al  momento  in  cui  Don  Bosco  s'é  visto  nella  necessitá  di  rivolgersi alia  carita  dei  cuori  generosi.  »  L'effetto  gli  dié  modo  di  constatare come  non  fosse  diminuito  nel  mondo  il  favore  per  le  Opere  di Don  Bosco;  invero,  rendendone  contó  nella  mentovata  circolare  del I o   gennaio,  dichiaró:  «Le  spese  fatte  pei  viaggi  dei  Missionari  e per  le  necessarie  provviste  furono  grandi;  ma,  debbo  pur  confessarlo,  la  carita  dei  Cooperatori  e  delle  Cooperatrici,  specialmente nell'Italia,  nella  Francia  e  nel  Belgio,  ci  sorresse  e  confortó  come nei  bei  giorni  deH'incomparabile  Don  Bosco.  » Si  trovavano  in  Italia,  oltre  a  Mons.  Cagliero,  anche  i  Missionari  Don  Cassini  e  Mons.  Fagnano,  ognuno  dei  quali  guidó,  pariendo,  un  proprio  drappello.  Tre  volte  si  ripeté  in  dieci  mesi  la cerimonia  dell'addio;  eppure  fu  sempre  assai  numerosa  la  partecipazione  del  pubblico.  Piccola  avanguardia,  parti  l'll  marzo  Don Cassini  con  sei  compagni,  destinati  all'Argentina  e  all'Uruguay.  Lo seguí  il  30  ottobre  Mons.  Fagnano,  conducendo  seco  un  Maggiore stuolo  di  dieci  Confratelli  e  cinque  Suore,  assegnati  alia  sua  Missione  della  Patagonia  Meridionale  e  Terra  del  Fuoco.  Finalmente il  7  gennaio  1889  venne  Ja  volta  di  Mons.  Cagliero,  a  capo  di  trenta Salesiani  e  venti  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice.  Aveva  egli  percorso molte  cittá  d'ltalia  e  dell'estero,  suscitando,  ovunque  giungesse, caldo  entusiasmo  per  le  Missioni  di  Don  Bosco  (1).  Sul  punto  di lasciare  l'Oratorio  e  l'ítalia,  parló  ascoltatissimo  nella  chiesa  di  Maria  Ausiliatrice  ai  Torinesi,  indi  in  quella  di  S.  Siró  ai  Cooperatori genovesi.  Aveva  una  sua  eloquenza  senza  fronzoli.  ma  a  impeti, e  assai  pittoresca,  che  faceva  grande  effetto.  Dall'udienza  pontificia avuta  il  22  marzo  porta  va  scolpite  in  cuore  le  parole  con  cui  i  I Papa,  ricordando  la  figura  di  Don  Bosco,  erasi  compiaciuto  di  ri(1)  Lett.  a  Don  Barberis,  Licgi,  4  diccnibre  1388:  «  Domani  partiamo  per  L.ille  e  súbito  dopo  per Parigi  e  dopo  I'Immacolata  per  Torino.  Le  principali  cittá  del  Belgio  visítate  saranno  in  futuro  il nostro  sostegno.  >  Poi,  alludendo  a'  suoi  «  cari  Americani  >,  cioé  ai  nuovi  Missionari  che  sarebben» andati  con  lui:  «  Raccomanda  a  tutti  che  in  questa  solennitá  di  Maria  limnacolata  domandino  la grazia  di  essere  veri  missionari,  santi  missionari  e  perseveranti  missionari.  > 20

Primi  Mi  del  nuovo  Relíor  Maggiore levare  come  continuasse  dopo  la  morte  del  íondatore  Funione  ammirabile  fra  i  Soci  (1).

Un  atto  importante,  che  interessava  tutta  la  Congregazione, poté  compiere  Don  Rúa  nel  primo  anno  del  suo  Rettorato.  Se  una Congregazione  religiosa  si  paragona  a  un  edificio,  non  le  deve  mancare  quella  parte  che  ne  rappresenti  il  tetto.  Come  un  palazzo  che abbia  i  suoi  muri  e  le  sue  volte  senza  il  coronamento  del  tetto  non offre  bastante  riparo  a  chi  vi  abita,  cosi  la  Societá  Salesiana,  sólidamente  eretta  su  buone  basi  e  ben  sistemata  nel  suo  interno,  non avrebbe  assicurato  a'  suoi  membri  tutta  la  possibilitá  di  vita  e  di azione  senza  la  salvaguardia  dei  privilegi.  Va  sotto  questa  denominazione  tutto  un  insieme  di  facoltá,  favori  e  grazie,  soliti  a  concedersi  dalla  Santa  Sede  agli  Istituti  religiosi,  i  cui  adepti.  essendo sparsi  in  diócesi  e  Stati  diversi  ed  anche  assai  lungi  dal  centro o  in  Missioni  remotissime,  hanno  bisogno  di  tali  mezzi,  che  ne  mantengano  l'unitá  di  spirito,  agevolino  loro  il  disbrigo  degli  affari  e ne  tutelino  la  liberta.  Ecco  perché  la  Chiesa  largheggió  sempre  con i  religiosi  sodalizi  in  esenzioni  dal  diritto  comune  e  nella  concessione  di  altre  prerogative,  conformi  alia  natura  e  alio  scopo  di  ogni lstituto,  ed  ecco  perché  Don  Bosco,  date  le  Rególe  a'  suoi,  organizzata  la  famiglia  e  avutane  l'approvazione  apostólica,  sollecitava da  Roma  tale  compimento  dell'opera.  Quanto  egli  abbia  fatto  per conseguiré  l'intento,  é  stato  narrato  altrove  (2);  ma,  ottenuta  lo  comunicazione  ufficiale  dei  privilegi  e  incaricato  il  suo  segretario  personale  di  allestirne  l'edizione  autentica,  non  arrivó  in  tempo  a  vedere  la  pubblicazione,  perché  la  preparazione  richiese  lungo  lavoro,  sicché  la  stampa  non  fu  terminata  se  non  nel  giugno  del 1888  (3).  Toccó  dunque  a  Don  Rúa  la  gioia  di  farne  la  presentazione  ai  Soci.  La  fece  con  lettera  latina  dell'8  giugno,  nella  quale dichiarava:  «Prima  di  licenziare  il  volume  per  la  stampa,  lo  sotto(1;  Boíl.  Sal.,  maggio  1888.

(2)  Mem.  Biogr.,  voll.  XI-XVII  passim.  Cfr.  anche  S.  Giooanni  Bosco  nella  Vita  e  nelle  Opere, p.  293  sgg.;  Annali,  p.  473  scgg.

(3;  Elenchus  privilegiorum,  seu  facultatum  eí  gratiarum  spiriíualium,  quibus  poiitur  Sociefas S.  Francisci  Salesii,  ex  S.  Sedis  Apostolicae  roncessionibus  direcíe,  et  Congregationis  SS.  Redempíoris  communicalione.  S.  Benigni  in  Salassis,  MDCCCLXXXVIII.

Capo 111 posero  a  rigorosissimo  esame  vari  teologi  della  nostra  Congregazione,  che  attestarono  nulla  contenervisi  di  censurabile,  ma  tutto essere  ivi  conforme  alie  leggi  della  Chiesa  e  alie  analoghe  concessioni  apostoliche  in  favore  di  altre  Congregazioni  religiose.  »  Ingiungeva  poi  severamente  di  non  prestare  il  volume  a  estranei  e  di  non lasciarlo  mai  in  giro;  nel  caso  di  contestazioni  con  Ordinari  locali, i  Direttori  agissero  sempre  d'intesa  con  i  relativi  Ispettori,  e  nei dubbi  si  ricorresse  al  Rettor  Maggiore.  Ne  mandó  copia  ai  solí Tspettori  e  Direttori.  Esiste  una  sua  minuta,  della  quale  si  serví  chi compiló  il  testo  della  lettera  latina.  Ne  fo  menzione,  perché  si  legge in  essa  una  frase,  di  cui  il  traduttore  non  tenne  contó:  Don  Rúa chiamava  i  privilegi  un  "  regalo  della  divina  bontá ".

Quell'anno  Don  Rúa  continuó  una  tradizione  e  sanci  una  novita,  alie  quali  guardava  in  qualche  modo  tutto  il  mondo  salesiano.  Coloro  che  ragionavano  con  mentalitá  sorpassata,  gratificarono  talvolta  i  Salesiani  del  titolo  di  festaioli.  É  vero,  Don  Bosco amó  e  fece  amare  le  belle  feste  nelle  sue  chiese  e  ne'  suoi  collegi;  ma  e  anche  vero  che  le  feste,  celébrate  com'egli  usava  e  insegnava,  producevano  frutti  di  benedizione  e  costituivano  un  elemento  prezioso  della  sua  pedagogía.  Lasciando  stare  le  feste  liturgiche  e  altre  ordinarie  e  straordinarie,  due  emergevano  su  tutte per  la  loro  annua  e  larga  ripercussione,  sicche  appartengono  alia tradizione  storica  della  Societá:  la  solennitá  di  Maria  Ausiliatrice e  l'onomastico  di  Don  Bosco.  II  24  maggio  suscitava  un  movimento grandissimo  di  anime,  infervorandole  nella  pietá,  e  il  24  giugno  toecava  un'infinitá  di  cuori.  Ma  in  ambe  le  occasioni  campeggiava  la figura  di  Don  Bosco:  di  Don  Bosco  sacerdote  con  le  sue  benedizioni apportatrici  di  conforti  e  di  grazie  nella  prima,  di  Don  Bosco  educatore  e  benefattore  della  gioventu  nella  seconda.  Ma  dopo,  scomparso  lui  dalla  scena,  che  ne  sarebbe  avvenuto? II  ritornare  delle  due  date  lo  rivelarono.  Nel  giorno  di  Maria Ausiliatrice  Don  Bosco  era  ancora  negli  occhi  di  tutti;  eppure  i fedeli  si  accalcarono  da  mane  a  sera  intorno  a  Don  Rúa  nella  sagrestia  per  ricevere  da  lui,  come  giá  da  Don  Bosco,  la  benedizione e  per  implorare  una  sua  preghiera  nei  loro  bisogni,  e  i  Cooperatori 22

Primi  atti  del  nuovo  Rettor  Maggiore lo  assediavano  fuori  per  diré  e  ascoltare  una  parola,  come  solevano  fare  prima.  II  Successore  del  Santo  aveva  nel  viso,  nel  tratto, nell'accento  qualche  cosa  che  elevava,  spirando  dall'esile  persona un'aura  di  serenitá  e  di  pace,  donde  traspariva  l'uomo  di  Dio,  ben degno  del  Grande  che  l'aveva  preceduto.  Nulla  s'arrestó,  nulla  s'irrigidi,  ma  continuó  il  ritmo  caldo  e  crescente,  come  per  l'addietro, sicché  la  festa  di  Maria  Ausiliatrice  si  affermava  sempre  meglio quale  una  delle  maggiori  e  piü  popolari  Istituzioni  salesiane.

Piü  difficile  invece  parrebbe,  per  non  diré  impossibile,  che  sopravvivessero  le  manifestazioni  devote  e  filiali,  che  nell'onomastico di  Don  Bosco  rallegravano  tanto  i  cuori  e  facevano  tanto  bene  ai giovani.  Ma  non  fu  cosi,  grazie  a  una  forma  escogitata  dagli  ex-allievi  dell'Oratorio.  La  festa  di  Don  Bosco  si  svolgeva  in  due  tempi.

La  sera  della  vigilia  e  un  po'  anche  la  mattina  appresso  facevano la  loro  comparsa  gli  ex-allievi  con  accademia  e  presentazione  di doní;  nel  pomeriggio  del  24  si  radunavano  intorno  al  festeggiato amici  e  benefattori  in  lieto  trattenimentó:  gli  interni  partecipavano  a  tutto  ed  erano  loro  affidate>  oltre  alie  declamazioni,  le  esecuzioni  musicali  numeróse,  varié  e  in  parte  nuove  ogni  anno.  Non si  potrebbe  immaginare  nella  vita  di  collegio  una  festa  piü  gioconda  e  piü  desiderata.  Durante  l'anno  di  lutto  sarebbe  stata  una stonatura  quella  celebrazione,  comunque  la  si  potesse  rinnovare, quando  non  c'era  piü  il  re  della  festa.  Or  ecco  che  gli  ex-allievi dell'Oratorio  escogitarono  il  modo  di  perpetuare  la  dimostrazione, dándole  un  carattere  originale  e  geniale,  che  Don  Rúa  approvó,  se puré  non  ne  fu  egli  stesso  l'ispiratore.  Riunitosi  il  loro  comitato nella  casa  parrocchiale  di  S.  Agostino,  dov'era  párroco  Don  Felice  Reviglio,  il  primo  prete  fatto  da  Don  Bosco,  si  studió  come sarebbesi  potuto  d'allora  in  poi  onorare  la  memoria  dell'indimenticabile  benefattore  e  padre.  Vennero  ventilate  diverse  proposte:  erigergli  un  monumento,  fare  ogni  anno  una  commemorazione  o  un pellegrinaggio  alia  sua  tomba,  tenere  un'accademia  il  24  giugno, formare  di  tutti  gli  ex-allievi  dell'Oratorio  una  regolare  associazione  con  sede  céntrale  a  Torino.  Ma  finalmente  prevalse  l'opinione non  potersi  stabilire  nulla  di  meglio  che  continuare  l'annua  di23

Capo  111 mostrazione  del  24  giugno  nella  persona  di  Don  Rúa  con  il  titolo  di  " dimostrazione  filíale  alia  memoria  di  Don  Giovanni  Bosco".  L'idea  piacque  umversalmente,  sicché  nel  1889  furono  per la  prima  volta  associati  nell'omaggio  della  riconoscenza  Don  Bosco  e  il  suo  Successore  anticipandosi  la  festa  di  S.  Michele  per  unirla a  quella  di  Don  Bosco.  «  E  questo  va  bene,  disse  Don  Rúa  nell'accademia  del  giorno  23.  lo  sonó  contento  che  non  si  perda T u s o  di festeggiare  Fonomastico  di  Don  Bosco.  É  mió  vivo  desiderio  che la  sua  memoria  sia  sempre  impressa  nei  nostri  cuori,  e  sonó  contcntissimo  che  si  colga  ogni  circostanza  che  possa  contribuiré  a  rendere  pin  vivo  il  ricordo  delle  sue  virtú.» Qui  sta  bene  cederé  la  penna  a  un  testimonio  oculare,  che  in una  corrispondenza  privatissima  cosi  descrive  (1):  «Alia  sera  del 23  non  ci  accorgevamo  neppure  che  mancasse  Don  Bosco.  G!i  stessi pensieri  nelle  letture,  gli  stessi  canti  e  concerti  delle  bande  dell'Oratorio  e  di  S.  Benigno  Canavese;  lo  stesso  concorso  di  forestieri, le  rappresentanze  degli  oratorii  esterni,  della  Societá  Operaia  Cattolica  di  S.  Gioachino  e  via.  Alia  mattina  del  24  all'ora  sólita degli  anni  antecedenti  entrarono  in  bel  numero  gli  antichi  allievi, accompagnati  dalla  música,  si  raccolsero  nella  sólita  sala  e  tennero un  discorso  di  ossequio  al  Sig.  Don  Rúa,  precisamente  come  si faceva  per  Don  Bosco.  Finita  questa  cerimonia,  si  portarono  a  Valsalice  per  lo  scoprimento  solenne  d'una  bellissima  lapide  di  marmo, grazioso  ornamento  al  sepolcro  di  Don  Bosco,  loro  óbolo  per  l'anno 1889.  L'accademia  ad  onore  e  memoria  di  Don  Bosco  nella  sera  del 24  ebbe  un  esito  imponente  peí  decoroso  contegno  con  cui  vennero ascoltati  i  componimenti  ad  hoc,  tanto  da  parte  degli  interni  quanto dei  numerosi  esterni  intervenuti.»  Quel  primo  saggio  dunque  incontró  talmente  il  favore  di  tutti,  che  la  cosa  si  ripeté  con  immutata  sodisfazione  genérale  fin  oltre  al  Rettorato  di  Don  Rúa.

Restava  da  adempiere  un  desiderio  di  Leone  XIII,  espresso  giá a  Don  Bosco  e  poi  di  nuovo  últimamente  ripetuto  a  Mons.  Manacorda.  II  Papa  desiderava  di  vedere  nella  Congregazione  Salesiana (1)  Lctt.  di  Don  Lazzero  a  Mons.  Cagliero,  Torino,  3  luglio  1889.

Primi  atti  del  nuovo  Rettor  Maggiore un  risveglio  intellettuale  mediante  la  formazione  anche  di  uomini che  fossero  eccellenti  negli  studi  speculativi.  Suggeriva  perció  di mandare  alcuni  a  Roma  per  frequentare  l'Universitá  Gregoriana  (1).

Don  Rúa  decise  di  tagliar  corto,  secondando  la  volontá  del  Papa.

Quindi  sul  principio  dell'anno  scolastico  fece  inscrivere  alia  facoltá teológica  presso  lo  storico  Ateneo  Pontificio  i  due  diaconi  Giacomo Giuganino  e  Angelo  Festa,  che  andarono  a  prendere  stanza  nell'ospizio  del  Sacro  Cuore.  Corrisposero  entrambi  aU'aspettazione  dei Superiori.  II  primo,  giovane  d'ingegno  e  di  virtú,  si  spense  puriroppo  nel  1893  (2).  Del  Festa  rimane  il  Manuale  Bíblico  del  Vigouroux,  da  lui  ben  tradotto  e  pubblicato  in  accurata  edizione  di quattro  volumi  presso  la  Tipografía  salesiana  di  Sampierdarena,  in seguito  non  solo  non  cessó  piú  l'invio  di  chierici  alia  Gregoriana per  lo  studio  della  filosofía  e  della  teologia,  nía  il  loro  numero  crebbe di  anno  in  anno fino  a toccare il  centinaio.  Da  quelli  che  frequentarono al  tempo  di  Don  Rúa,  vennero  fuori  tre  Vescovi  e  quattro  Arcivescovi;  spiccano  su  di  tutti  Mons.  Piani,  Delegato  Apostólico  alie Filippine,  e  il  Card.  Hlond,  Primate  di  Polonia.

L'ultimo  atto  pubblico  di  Don  Rúa  nel  primo  anno  dalla  morte di  Don  Bosco  fu  la  citata  circolare  del  capo  d'anno  ai  Cooperatori  Salesiani  e  alie  Cooperatrici.  Ognuna  di  queste  annue  lettere é  per  la  Congregazione  un  documento  storico  da  non  doversi  trascurare.  Oltre  al  giá  detto,  richiamano  ivi  la  nostra  attenzione  due particolari.

Sonó  da  notare  anzitutto  due  periodi  dell'esordio,  dove,  ringraziando  quanti  avevano  condiviso  il  lutto  dei  Salesiani  per  la  irreparabile  perdita,  Don  Rúa  diceva:  «  In  alcune  famiglie,  ricevuto  il doloroso  annuncio,  grandi  e  piccoli  si  son  messi  a  piangere.  come se  fosse  morta  la  persona  loro  piü  cara.  In  altre  s'iñterruppe  il pranzo  o  la  cena,  si  alzarono  da  tavola,  e  diedero  in  pianto  dirotto.

Molte  persone  presero  il  lutto  per  piú  mesi  e  si  vietarono  ogni  divertimento.  Le  lettere  poi  di  condoglianze,  che  mi  pervennero  in  quei (1)  Verb.  dei  Cap.  Sup.,  21  ¿igosto  1888.

(2)  Egli  si  fece  súbito  onore;  infatti  Don  Rúa  scriveva  a  Don  Cagliero  il  13  febbraio  1889:  «  Ci rallegriamo  tanto  anche  no¡  del  trionfo  riportato  da  D.  Giuganino.  » 25

Capo  III giorni,  erano  piene  di  cosi  commoventi  espressioni,  che  nel  leggerle  mi si  gonfiavano  sovente  gli  occhi,  e  doveva  piangere  ancor  io  ed  esclamare:  —  Oh  caro  Don  Bosco,  quanto  mai  tu  eri  stimato  e  amato nel  mondo!  »  Chi  visse  in  quei  giorni,  puó  attestare  che  qui  non  vi é  ombra  di  esagerazione.

In  altro  punto  della  lettera  Don  Rúa  presentava  ai  Cooperatori una  proposta,  anzi  un  proposito,  meglio  ancora  un  voto.  Bisogna ricordare  le  ore  angosciose  dei  Superiori,  quando  si  temeva  di  dover portare  la  venerata  salma  di  Don  Bosco  nel  cimitero  comune.  in quei  trepidi  momenti,  mentre  si  mettevano  in  azione  tutte  le  piú  alte influenze  per  iscongiurare  il  pericolo  (1),  la  sera  del  31  gennaio  Don Rúa  ed  i  Capitolari  fecero  solenne  promessa  che,  se  Maria  Ausiliatrice  concedeva  la  grazia  di  dar  sepoltura  alie  amate  spoglie  nell'Oratorio  o  almeno  a  Valsalice,  ne  avrebbero  in  ringraziamento  decorata  la  chiesa  (2).  Era  stato  giá  questo  un  disegno  di  Don  Bosco, il  quale  nel  1887  aveva  interpellato  un  pittore  e  un  decoratore,  invitandoli  a  fare  gli  studi  opportuni.  La  chiesa  ne  aveva  veramente bisogno.  Lasciata  per  un  complesso  di  circostanze  con  una  semplice tinta,  non  appagava  piü  la  pietá  dei  fedeli,  che  vi  accorrevano  anche da  lontano  e  la  trovavano  troppo  inferiore  alia  fama.  Ottenuta  la grazia,  sorgeva  il  do  veré  di  sciogliere  il  voto;  Don  Rúa  dunque  ne informava  i  Cooperatori,  dichiarando  aperta  una  sottoscrizione  col titolo  " Monumento  al  sacerdote  Don  Giovanni  Bosco  in  Torino,  ad onore  di  Maria  Ausiliatrice."  Cosi  contentava  anche  coloro,  che  lo spingevano  a  iniziare  invece  una  sottoscrizione  per  innalzare  a  Don Bosco  un  monumento.  «  Avendo  avuto,  scriveva  nella  lettera,  l'invidiabile  sorte  di  stare  per  tanti  anni  a  flanco  del  sant'uomo,  udirne le  parole,  essere  testimonio  de'  suoi  pensieri  e  de'  suoi  desideri,  io sonó  convinto  che  il  monumento  piü  caro  a  Don  Bosco  si  é  di  compiere  il  monumento,  che  egli  stesso  innalzó  a  Maria,  rendendolo  piü adorno  di  pitture  e  di  fregi,  facendolo  piü  ricco  di  marmi  e  di  ori, piú  degno  di  si  eccelsa  Regina.  »  Piovvero  tostó  le  offerte,  sicche in  breve  tempo  le  decorazioni  furono  eseguite.  Quanto  pero  si  era (1)  Mem.  Biogr.,  vol.  XVIII,  p.  562  segg.

(2)  Verb.  del  Cap.  Sup.,  31  gennaio  1888.

Primi  atii  del  nuooo  Rettor  Maggiore lontani  dagli  abbellimenti  ideati  e  intrapresi  fra  la  Beatificazione e  la  Canonizzazione  di  Don  Bosco  e  non  ancora  condotti  interamente  a  termine!  Oggi,  si,  la  chiesa  rifulge  " d i  marmi  e  di  ori  "  e risplende  "  di  pitture  e  di  fregi  ".  Quando  la  facciata  armonizzerá  con 1'interno,  allora  tutta  la  chiesa,  in  uesíiíu  deaurato  e  circurndata  varietate,  fará  magnificamente  onore  alia  Regina  del  Cielo,  alia  Madonna  di  Don  Bosco  e  anche  a  Don  Bosco  della  Madonna.

Intanto  si  lavorava  intorno  a  un  altro  monumento  di  piü  modeste  proporzioni,  ma  assai  bello  e  caro.  Yeniva  sorgendo  sulla  tomba di  Don  Bosco  una  leggiadra  cappella,  dove  sarebbe  possibile,  a  quanti lo  volessero,  fermarsi  tranquillamente  in  preghiera.  Don  Sala,  avutone  l'ordine  da  Don  Rúa,  vi  attendeva  con  amorosa  sollecitudine.

Appena  era  corsa  la  notizia,  nacque  una  gara  per  contribuiré  chi in  danaro,  chi  con  gratuita  prestazione  d'opera,  chi  col  dono  di  materiali.  II  pittore  Rollini  affrescó  sopra  all'altare  una  stupenda  Pietá e  formó  i  disegni  per  la  decorazione  interna.  Ne  risultó  un  gioiello di  edificio,  in  uno  stile  agüe  e  armonioso,  che,  pur  non  avendo  milla di  funéreo,  infondeva  un  senso  di  mistico  raccoglimento  e  faceva pensare  con  mesto  desiderio  al  grande  sepolto.  II  sacro  luogo  fu  inaugúrate  da  Don  Rúa  il  22  giugno  1889  alia  presenza  di  duemila  intervenuti.  Quanti  personaggi,  quanta  gioventü,  quante  schiere  di  pellegrini  e  quanti  Salesiani  vide  in  quarant'anni  il  bel  mausoleo  inginocchiarsi  a  pregare,  non  si  sapeva  bene  se  per  Don  Bosco  ovvero  Don Bosco  stesso!  Intorno  al  benedetto  avello  si  svolgevano  durante  le vacanze  i  principali  corsi  di  esercizi  spirituali,  presieduti  tutti  da Don  Rúa,  la  cui  parola  faceva  vibrare  le  anime  con  i  ricordi  vivi  e palpitanti  degli  esempi  e  degli  insegnamenti  paterni,  da  lui,  piü  che semplicemente  ridetti,  santamente  vissuti.

C A P O  I V Fondazioni  del  1888  e  '89  in  Europa  e  nelFAmerica.

(Gevigney,  Rossignol,  Talca,  Buenos  Aires La  Boca,  Montevideo,  Terracina) La  santa  morte  di  Don  Bosco,  richiamando  l'attenzione  di  tutto il  mondo  sulFUomo  di  Dio.  dilató  oltremodo  la  conoscenza  delle  sue Opere;  fiocóavano  quindi  numeróse  a  Torino  le  domande  di  fondazioni.  Di  tali  domande  la  massima  parte  non  ebbe  seguito;  per  parecchie  si  avviarono  allora  le  trattative,  che  furono  i  primi  passi a  positivi  risultati  in  anni  piü  o  meno  vicini;  pochissime  Case  venñero  aperte  nel  biennio  1888-89,  senza  pero  contravvenire  alia  consegna  di  non  aprime  per  qualche  tempo,  giacché  o  erano  giá  state accettate  da  Don  Bosco  o  sottentravano  ad  altre  chiuse.

Col  cominciare  del  1888  principio  a  Gevigney  presso  Besangon nel  circondario  di  Vesoul  (Haute-Saóne)  un  Orphelinat  Willemot, cosi  chiamato  dal  nome  di  colui  che  fece  la  donazione.  Doveva  essere Scuola  agrícola.  Per  questo  affare  la  corrispondenza  durava  dal  1885 con  varia  vicenda.  Dopo  il  primo  scambio  di  lettere  i  Superiori parvero  raffreddarsi,  cosicché  soltanto  nel  1887  si  giunse  alia  conclusione.  Forse  si  giudicava  soverchia  la  quantitá  dei  terreni  offerti,  non essendovi  possibilitá  di  aliéname,  finché  vivesse  il  donatore;  forse anche  non  si  vedevano  di  buon  occhio  alcuni  gravami,  per  sé  non onerosi,  ma  suscettivi  di  divenirlo  con  l'andare  del  tempo.  Stanco  di aspettare,  il  Willemot,  che  aveva  giá  licenziato  i  vecchi  coloni,  diede in  affitto  per  18  anni  due  grandi  poderi.  Si  ripiglió  allora  Paffare.

terminato  con  atto  légale  di  donazione.  Cosi  il  Willemot  cedeva 91  ettari  di  terreno  coltivabile  parte  a  prato,  parte  a  pastura,  parte 28

Fondazioni  del  1888  e  '89  in  Europa  e  nell America a  campo  e  parte  a  bosco,  piü,  naturalmente,  alcuni  edifici.  Per  Pimpianto  avrebbe  anticipato  cinquantamila  franchi.  Don  Bosco  canto  suo  si  obbligava  a  fondare  e  sostenere  un  orfanotrofio  a  guisa di  colonia  agrícola.  Ma  l'istituzione  non  era  nata  sotto  buona  stella.

Gravi  dissensi  resero  impossibile  la  permanenza  dei  Salesiani,  che nel  secondo  anno  si  ritirarono.  E  fu  un  peccato,  perché  i  giovani s'incamminavano  bene  e  a  Vesoul  Don  Bosco  e  la  Congregazione godevano  molte  simpatie  (1).  A  piü  forte  ragione  Don  Rúa  avrebbe potuto  ripetere,  dopo  la  chiusura,  quello  che  aveva  scritto  dopoché eransi  interrotte  le  trattative:  «  En  tout  ceci  il  faut  voir  la  main  de  la Providence,  qui  n'a  pas  voulu  donner  a  cette  fondation  Paccomplissement  que vous et nous  désirions.  »  (2) Chiusa  quella  Scuola  agrícola,  alcuni  del  personale  andarono  a inaugúrame  un'altra.  La  signorina  Luigia  Jonglez  aveva  donato  a questo  scopo  93  ettari  di  buon  terreno  in  una  localitá  detta  Rossignol, territorio  di  Coigneux,  distretto  di  Acheux,  circondario  di  Doullens (Somme).  I  Salesiani  ne  presero  possesso  1'8  dicembre  1889  conducendovi  cinque  orfani  da  Parigi.  Gl'inizi  della  nuova  Casa,  intitolata al  Sacro  Cuore,  furono  circondati  da  povertá  piü  che  f  rancescana.

La  descrive  cosi  il  Direttore  Don  Rivetti  a  Don  Rúa:  «  Era  tutte le  Case  della  Congregazione  questa  é  certamente  la  piü  simile  alia grotta  di  Betlemme.  Nonostante  pero  la  miseria,  abbiamo  passato ieri  la  festa  dell'Immacolata  in  santa  allegria.  Abbiamo  per  abitazione  un  edificio  in  rovina:  vetri  infranti,  impannate  rotte  e  fracide, porte  che  non  chiudono;  nessun  riparo  dal  freddo  intenso  con  nevé e  vento  da  invernó  alpino;  non  tavoli  né  sedie,  solo  qualche  cassa  o asse  per  sedere.  »  Don  Rúa,  incoraggiandoli,  osservava  che  i  figli  di Don  Bosco  non  vanno  in  cerca  di  comoditá  e  se  manca  il  necessario.

si  contentano  egualmente.  A  tal  vista  i  paesani,  che  avevano  male prevenzioni  contro  i  Salesiani,  quasi  che  venissero  a  far  loro  concorrenza  e  a  impoverirli,  si  convinsero  presto  che  non  avevano  nulla  da temeré  (3).  Dio  benedisse  Popera,  che  si  sviluppó  e  produsse  un  gran (1)  Lctt.  del  Direttore  don  Févre  a  Don  Rua,  Gevigney,  11  gennaio  1888  e  27  genn.  1889.

(2)  Torino,  5  giugno  1885.

(3)  Lett.  di  Don  Rivetti  a  Don  Rua,  Rossignol,  9  e  20  dicembre  1889.

,V  ..V"  bené.  Nel  1900  giá  cinque  di  quei  giovani,  deposta  la  vanga  e  ben *  preparati,  avevano  abbracciato  lo  stato  ecclesiastico  (1).

Ripete  puré  le  sue  origini  da  Don  Bosco  la  seconda  casa  salesiana  del  Cile,  cioé  Tospizio  di  Talca,  aperto  pero  dopo  la  morte  del Santo.  La  s'intitoló  e  s'intitola  Escuela  Talleres  del  Salvador,  perche era  stato  Ospedale  del  Salvatore  l'edificio  comperato  e  donato  ai  Salesiani  dal  Can.  Vittorio  Giulio  Cruz  (2).  Don  Bosco  era  molto  conosciuto  e  amato  dai  Cileni.  Aveva  contribuito  assai  a  farvelo  conoscere ed  amare  il  dotto  Don  Raimondo  Jara,  giá  ospite  dell'Oratorio,  uno dei  predicatori  stranieri  nelle  feste  per  la  consacrazione  della  chiesa del  Sacro  Cuore  a  Roma  e  allora  Vescovo  di  Ancud.  Mons.  Cagliero, che  nella  sua  escursione  apostólica  del  1887  aveva  toccato  con  mano i  bisogni  del  paese  e  aveva  udito  le  implorazioni  d'insigni  personaggi, se  ne  resé  interprete  poco  dopo  presso  Don  Bosco,  caldeggiando  la creazione  di  opere  salesiane  in  varié  cittá  della  Repubblica;  ma  solo per  Talca  riusci  a  strappargli  fórmale  promessa,  ch'ei  s'incaricó poi  di  tener  presente  alia  memoria  di  Don  Rúa.  I  primi  Salesiani giunsero  a  Talca  il  19  febbraio  1888:  erano  quattro  con  il  Direttore Don  Domenico  Tomatis,  che  seppe  guadagnarsi  súbito  la  stima  e la  benevólenza  dei  cittadini  e  conquistare  molte  simpatie  alia  Congregazione.

Della  casa  di  Talca  figurava  proprietario  Mons  Cagliero;  ma qui  conviene  conoscere  un  precedente.  Quando  Monsignore  arrivó nel  Cile,  trovó  giá  pronto  un  decreto,  firmato  dal  Presidente  della Repubblica,  con  cui  si  attribuiva  alia  Societá  Salesiana  il  giuridico riconoscimento  come  ente  morale;  da  chi  aveva  sollecitato  quell'atto, si  era  creduto  di  rendere  ai  Salesiani  un  onore  e  un  servigio.  Ma  il Cagliero  fece  restare  sospesa  la  cosa  per  interrogare  prima  i I  Capitolo  Superiore,  poiché  sarebbe  stata  un'innovazione  nella  tradizione della  nostra  Societá.  Venuto  poi  nell'anno  medesimo  a  Torino,  propose  la  questione  in  un'adunanza  presieduta  da  Don  Rúa,  essendo giá  Don  Bosco  infermo.  II  Capitolo  deliberó  di  non  accettare  appro,_  (1)  XXV.me  Ánnipersaire  de  VCEuore  de  Don  Bosco  en  France.  Ñire.  Impr.  de  la  Soc  fndu, .strielle,  1902,  pp.  66-?.

(2)  Cfr.  Annali,  pp.  605-7.

Fondazioni  del  1888  e  '89  in  Europa  e  nelVAmerica   ( 7¡> vazioni  legali,  ma  di  attenersi  al  diritto  comune,  com'tóg cato  fino  allora.  Pochi  giorni  dopo  Don  Branda,  Direttor^^Sk^ri^4^';*ffif propugnó  dinanzi  al  Capitolo  la  tesi  del  r i c o n o s c i m e n t o ^ l í ^ ^ f ^ ' i í guardi  del  Governo  spagnolo,  disposto  ad  accordarlo;  ma,  nonostante  le  ragioni  addotte  dal  proponente,  anche  in  quel  caso  non  se ne  fece  nulla  (1).  E  tale  fu  realmente  sempre  il  pensiero  di  Don Bosco  (2).

A  Talca  tre  mesi  bastarono  appena  per  ridurre  a  forma  di  collegio  una  parte  dell'ex-ospedale.  Scuole  diurne  e  serali  attrassero buon  numero  di  esterni;  poi  allestiti  alcuni  laboratori,  cominciarono le  accettazioni  di  artigiani,  i  quali  aumentavano  di  mano  in  mano che  si  pote  vano  preparare  posti.  Solamente  nel  1912  vi  si  associarono studenti  interni  di  classí  elementan  e  di  ginnasio  interiore.  Nel  1890 Mons.  Fagnano,  recatosi  alia  capitale  del  Cile  per  trattare  col  Governo  affari  della  sua  Missione,  da  va  queste  notizie  dei  Salesiani  di la  (3):  «Sonó  stato  tre  giorni  in  Concezione  e  quasi  due  in  Talca, consolandomi  del  bene  che  fanno  i  fratelli  ed  animandoci  a  vicenda.

» Superiori  ed  alunni  trovarono  una  vera  mamma  nella  signora Marianna  Silva  de  Garcés,  emula  della  carita  di  Donna  Chopitea  a Barcellona.  Al  suo  nome  dopo  la  di  lei  morte,  avvenuta  nel  1923, fu  intitolato  l'oratorio  festivo,  sorto  per  sua  munificenza  nel  1912 poco  lungi  dall'Istituto  (4).  La  zelante  benefattrice,  visto  che  nel Collegio  l'oratorio  stava  a  disagio  per  la  ristrettezza  del  lócale,  aveva comperato  un  terreno  nel  borgo  S.  Gabriele  e  fattovi  costruire  chiesa, scuole  e  altri  ambienti,  il  tutto  pero  dipendente  dalla  direzione  del S.  Salvatore.

Yolgiamoci  ora  dal  Pacifico  alie  sponde  dell'Atlantico.  Nell'Argentina  la  parrocchia  della  Boca,  la  gloriosa  conquista  dei  primi Salesiani  giunti  a  Buenos  Aires,  si  ando  arricchendo  di  opere  benefiche,  le  quali  ne  promossero  i  progressi  religiosi,  morali  e  sociali.«^tt^ (1)  Verb.  del  Cap.  Sup.,  21  e  30  dicembre  1887.  % ^ ^  0 £ > Q l (2)  Cfr.  Annali,  p a{? .  364.  o f A ^ S ^  (  "  (1 (3)  Lett.  a  Mons.  Cagliero,  Santiago,  11  agosto  1890  ^ r > *  Of^  p f i l ^ (4)  Prima  di  quella  data  Toratorio  portava  il  nome  di  Don  Andrea  Belírámi.  ,  t  3^  Q V ^  31

Capo  IV Certo,  chi  rivede  oggi  quel  popoloso  suburbio,  distante  tre  chilometri  dal  centro  urbano,  non  lo  riconosce  piú;  chi  poi  non  vide mai  quale  fu.  non  immagina  che  cosa  sarebbe  diventato  senza  lo zelo  infaticabile  dei  figli  di  Don  Bosco  e  delle  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice  (1).  Queste  ultime  vi  educano  da  piú  di  sessnnt'anni  le future  madri  di  famiglia.  Un  collegio  fondato  per  loro  nel  1879  dall'Ispettore  Don  Bodrato  con  l'aiuto  dell'intraprendente  Don  Burlot divenne  tostó  piccolo,  sicché  bisognó  trasportarlo  in  un  piú  capace edificio.  Ma  ivi  puré  i  locali  si  rivelarono  insufficienti  e  i  padri  di famiglia  che  non  vi  trovavano  posto  per  le  figliuole,  tempestavano perché  si  provvedesse;  onde  Don  Burloi  nel  1888  arditamente  pose mano  alia  costruzione  di  un  nuovo  palazzo,  prima  che  si  sapesse del  divieto  di  costruire,  e  i  lavori  furono  condotti  con  tale  celeritá, che  nel  1889  s'inauguró  l'attuale  Collegio  "  Maria  Auxiliadora", focolare  di  vita  intellettuale  e  religiosa  per  la  gioventú  femminile del  luogo.  Nel  mese  di  maggio  PArcivescovo  inizió  dalla  Boca  la visita  pastorale  delle  parrocchie  nella  Capitale;  in  pochi  giorni  si fecero  1700  comunioni.  Un  giornale  cittadino  (2)  esprimeva  cosi l'impressione  riportatane  allora  da  chi  conosceva  il  passato  della  Boca: «  fn  altri  tempi  il  solo  nome  della  Boca  faceva  "  tremar  le  vene  e i  polsi  "  alie  persone  amanti  del  bene,  tanto  brutto  ne  era  Taspetto, covando  nel  suo  seno  esseri  snaturati,  nemici  di  Dio  e  della  patria.

Ma  che  differenza  adesso!  la  Boca  di  oggi  non  é  piú  la  Boca  di ieri;  essa  é  passata  per  una  notevolissima  trasformazione.  » Risale  puré  al  1889  l'inaugurazione  di  un  Collegio  per  esterni a  Montevideo,  capitale  dell'Uruguay.  Vi  fioriva  nella  parrocchia  della Madonna  del  Carmine  una  pia  Associazione  di  Signore,  denominata del  Sacro  Cuore  di  Gesü,  la  quale  attendeva  principalmente  a  promuovere  l'isíruzione  religiosa  della  íanciullezza.  L'íspettore  Don  Lasagna  formo  di  loro  un  Comitato,  che,  presieduto  dal  párroco  Mons.

Stella,  si  adoperasse  a  cercare  i  mezzi  per  preparare  la  venuta dei  Salesiani  nella  cittá.  Esse  tanto  fecero,  che  acquistarono  un  edificio,  in  cui,  adattato  un  discreto  lócale  al  culto,  esposero  alia  vene(t)  Cfr.  Annali,  pag.  258.

(2)  La  ooz  de  la  Iglesia,  13  maggio  1889.

í2

Fondazioni  del  1888  e  '89  in  Europa  e  nel America razione  dei  fedeli  la  Madonna  di  Don  Bosco.  Fu  un'idea  felice.

La  popolazione  accorreva  numerosa.  Riattata  a  poco  a  poco  e arredata  la  casa  e  fornitala  degli  attrezzi  scolastici,  vi  entrarono  i  Salesiani  nel  febbraio  del  1889.  Per  trent'anni  essi  tennero  i  vi  scuole parroccliiali  con  circa  300  alunni  del  corso  elementare,  finché  la vecchia  dimora,  omai  fatiscente,  cedette  il  posto  all'attuale  Istituto del  Sacro  Cuore  di  Gesú.  Per  lo  spazio  di  sei  lustri  ebbero  il  vantaggio  di  preparare  solennemente  ogni  anno  schiere  di  ragazzi  alia prima  comunione,  cosa  nuova  da  principio,  e  che  offriva  il  modo di  diffondere  nelle  famiglie  il  senso  della  pietá  cristiana  e  la  frequenza  ai  sacramenti.  Primo  Direttore  fu  Don  Giuseppe  Gamba, succeduto  poi  a  Mons.  Lasagna  nel  governo  dell'Ispettoria.  Figlio delFOratorio  e  vissuto  fino  a  tarda  vecchiaia,  é  venerato  come  uno dei  Salesiani  piü  benemeriti,  che  Don  Bosco  abbia  mandato  nell'America  Meridionale.  Fu  in  gran  parte  per  mérito  suo  quello  che scrisse  fin  dal  14  aprile  1889  a  Don  Rúa:  «  Non  avrei  mai  immaginato  che  la  nostra  Congregazione  venisse  a  godere  tanta  simpatía in  Montevideo.  Non  ci  conoscevano.  11  clero  é  nostro  amico  e  ci aiuta.  Le  cose  nostre  qui  cambiarono  faccia.  Don  Bosco  deve  aver lavorato  molto.

» Una  nuova  fondazione  dovette  nel  1889  la  sua  origine  ad  un trasferimento.  Ricordino  i  lettori  le  condizioni  disagiate,  per  dir poco,  in  cui  lavoravano  i  Salesiani  a  Magliano  Sabino  (1),  dove dirigevano  e  amministravano  il  Seminario  diocesano  in  nome  del Cardinale  Vescovo  e  un  annesso  Collegio-convitto  per  contó  proprio.

Malattie  di  Confratelli,  crescente  déficit  finanziario  per  cause  da loro  indipendenti,  ostilitá  del  clero  e  da  ultimo  anche  lo  scarso  o  nessun  favore  del  nuovo  Cardinale  Vescovo  Serafini,  nativo  di  Magliano  (2),  erano  tanti  motivi  che  giá  nel  1887  sembravano  consigliare il  ritiro  dei  nostri  (3).

Mancavano  pero  due  anni  alio  spirare  della  convenzione;  quindi si  cercó  di  barcamenarsi  alia  meglio  fino  al  1889.  Allora  dopo  una (t)  Cfr.  Annali,  pp.  275-6.

(2)  Lett.  del  Direttore  Don  Daghero  all'Ispettore,  4  setiembre  1888.

(3)  Verb.  del  Cap.  Sup.,  10  giugno  e  6  luglio  1887.

Capo  IV serie  di  dolorosi  incidenti  accadde  l'incredibile.  La  mattina  del  2 luglio  ecco  tutti  i  seminaristi  affaccendati  a  fare  in  silenzio  i  preparativi  per  partiré  e  recarsi  alie  loro  famiglie.  I  superiori,  da prima  sorpresi,  vennero  poi  a  sapere  soltanto  che  l'ordine  della  partenza  era  stato  comunicato  segretamente  il  giorno  innanzi  per  mezzo di  alcuni  compagni,  da  tempo  incaricati  di  simili  uffici.

II  Direttore  Don  Daghero,  non  potendosi  raccapezzare,  interpelló  il  Vicario  Genérale  su  quanto  avveniva,  ma  solo  verso  sera ricevette  risposta.  Diceva:  «  Attesi  i  molteplici  ordini  di  sfratto  di giovani  Seminaristi  dal  Seminario,  inviati  da  cotesta  direzione  ai padri  di  famiglia  della  diócesi,  ho  creduto  bene,  anzi  che  vedere questo  parziale  funesto  smembramento,  di  autorizzare  la  completa licenza,  ordinando  la  chiusura  del  Seminario  stesso;  quindi  domani alie  6  antimeridiane  la  prego  di  lasciar  liberamente  venire  tutti  i Seminaristi  alFEpiscopio  per  loro  daré  quegli  ordini  e  quelle  istruzioni  che  saranno  del  caso.  »  I  lamentati  " molteplici  sfratti "  si  riducevano  a  tre.  Sfratti  per  modo  di  diré,  perché,  secondo  i  nostri regolamenti  approvati  dallo  stesso  Vicario,  quei  chierici  erano  stati mandati  a  sollecitare  le  loro  famiglie  rimaste  da  oltre  un  anno  assai indietro  nei  pagamenti  della  retta  trimestrale.  Di  tutti  i  chierici  in genérale  Don  Daghero  rendeva  buone  testimonianze,  dicendoli  «  eccellenti  giovani  e  per  istudio  e  per  bontá  di  vita.  » II  Direttore  portó  anzitutto  al  Cardinale  una  protesta  scritta, esigendone  ricevuta  con  la  sua  firma.  Poi, premendogli  di  far  dileguare ogni  sospetto,  che  una  misura  cosi  precipitata  avrebbe  potuto  ingenerare  nella  mente  di  quanti  volevano  bene  ai  Salesiani,  spedi  una circolare  stampata,  nella  quale,  esposti  brevemente  e  pacatamente i  fatti,  assicurava  nulla  essere  avvenuto  che  valesse  a  compromettere  le  persone  o  il  luogo  di  educazione.  Avvertiva  inoltre  che  per gli  alunni  del  Convitto  si  sarebbe  provveduto  in  modo  e  tempo sicché  né  essi  avessero  a  soffrire  detrimento  nella  propria  istruzione  ed  educazione,  né  le  famiglie  loro  dovessero  scapitarne  per interessi  materiali.  II  Capitolo  Superiore  pero,  che  non  era  stato consultato,  non  approvo  il  tenore  dei  due  documenti,  di  cui  per altro  riconosceva  la  necessitá,  ma  decise  di  mandare  alcune  norme 34

Fondazioni  del  1888  e  '89  in  Europa  e  nell'America a  Don  Daghero  e  di  daré  una  spiegazione  al  Papa  (1).  COSÍ  Leone  XIII  fu  informato  della  cosa;  egli  poi  della  notizia  si  valse  nelFoccasione  che  ora  diremo.

Nel  marzo  del  1888  era  pervenuto  a  Don  Rúa  da  parte  del  Conté Antonelli  un caloroso  invito,  perché  volesse  aprire  un  Collegio  a  Terracina  in  un  lócale  del  Municipio.  La  Rappresentanza  municipale  dava voto  íavorevole.  II  Vescovo  Tommaso  Mesmer  univa  le  sue  istanze.

II  Capitolo  Superiore  tentennó  a  lungo,  finché  il  Cardinale  Protettore  scrisse  a  Don  Rúa  (2):  «  Al  Santo  Padre  preme  infinitamente la  fondazione  della  Casa  Salesiana  in  Terracina  e  m'incarica  di incoraggiarnela.  Comprendo  gli  ostacoli;  ma  la  carita  che  vince tutto,  saprá  superarli  nel  nome  di  Gesü,  con  la  benedizione  del süo  Vicario.  »  L'anno  dopo,  perdurando  le  difficoltá,  il  Papa  a  mezzo del  Vescovo  face  va  diré  a  Don  Rúa  che  per  Terracina  fosse  adopera  to  il  personale  tolto  da  Magliano  Sabino  (3).  Omai  non  resta  va piú  che  obbedire.  Un  gruppo  di  Salesiani  passó  da  Magliano  a Terracina  il  30  settembre.  L'8  ottobre  dopo  lunghe  discussioni  fu firmata  una  Convenzione  fra  la  Societá  Salesiana  e  quel  Municipio.  Nonostante  la  levata  di  scudi  dei  liberali  terracinesi  e  le occulte  manovre  massoniche  presso  la  Regia  Prefettura,  il  Regio  Provveditore  agli  studi  Cammarato  approvó  l'apertura  del  Collegio  e  gl'insegnanti  proposti  (4).  Ma  purtroppo  si  dovette  sperimentare  una (1;  Verb.  del  Cap.  Sup.,  9  luglio  1889.

(2)  Lett.  11  setiembre  1888.

(3)  Lett.  7  luglio  1889.

(4)  Decreto  50  dicembre  1889,  Roma.  Documenti  atti  a  daré  un'idca  di  quei  tempi  sonó  due  tra fílelti  della  Tribuna,  ispirati  da  Terracina.  Nel  primo  del  10  agosto  1889  si  diceva:  «  leri  i!  Consiglio comuna  le  ad  unanimitá  accolse  il  progetto  destituiré  un  ginnasio-convitto  coi  beni  lasciati  per  l'istruzione  laicale.  I  liberali,  indignati  della  mostruosa  deliberazione,  manderanno  una  ()rotesta  al  Consiglio scolastico,  confidando  che  il  prefetto  Gravina,  nel  suo  patriottismo  e  senno  político,  non  consentirá  che quei  frati,  da  lui  espulsi  da  altri  luoghi  della  provincia,  piantino  le  loro  tende  a  Terracina,  ormai  diventata  rifugio  delle  squadre  volanti  del  Vaticano.  Raccomandiamo  al  prefetto  Gravina  o  [)ortare tulta  la  sua  attenzionc  sul  fatto  denunciatoci  dal  nostro  corrispondente.  II  fatto  vale  la  pena  che  le speranze  dei  liberali  di  Terracina  non  restino  deluse.  »  E  nel  numero  del  10  settembre  seguente:  «  So da  fonte  autorevole  che  Ton.  prefetto  Gravina,  interprete  fcdele  della  política  anticlericale  del  presidente  del  Consiglio  dci  Ministri  [Crispi],  appena  al  suo  ritorno  conobbe  la  retrograda  d'íiibcrazione del  municipio  di  Terracina,  colla  quale  si  insediavano  nelle  scuole  i  padri  salesiani,  non  solo  ebbe  a trovare  tutti  gli  elementi  per  rcspingcrla,  ma  nella  nobiltá  del  suo  carattere  non  pote  nascondere  il suo  disgusto  perché  persona  che  gode  la  fiducia  del  Govcrno  [forsc  il  deputato  lócale  Narducci  favorevolc  ai  nostn'l  non  abbía  impedito  un  compromesso  tanto  antipatriottico.  I  pochi,  ma  coraggiosi  liberali  terracinesi  fanno  plauso  all'opera  sapiente  cd  enérgica  del  senatore  Gravina  ¡1  quale  volle  daré 35

Capo  IV volta  di  piú  la  veritá  dell'asserzione  di  Don  Bosco,  che  le  Convenzioni con  i  Municipi  in  pratica  restaño  d'ordinario  lettera  morta.  Con  il  Municipio  di  Terracina  i  patti  furono  chiari,  ma  l'amicizia  non  fu  né lunga  né  breve.  Cominciarono  súbito  le  schermaglie.  II  Sindaco era  galantuomo, ma  debole.  Fatto  sta che  la pazienza  ebbe  un limite  nel  1893, al  terminare  dell'anno  scolastico.  I  Salesiani  abbandonarono  senza rimpianto  Tingrata  residenza.  Dico  senza  rimpianto  dal  canto  loro; perché  il  popolino  li  vide  partiré  con  vero  rammarico  (1).  II  novello Vescovo  Cario  Emilio  Bergamaschi,  che  non  aveva  ancora  preso possesso  della  diócesi,  addolorato  per  la  loro  partenza,  tentó  di  scongiurare  il  doloroso  provvedimento.  Monsignore  stesso  nella  sua  lettera  a  Don  Rúa  metteva  la  pietra  sepolcrale  sull'affare  scrivendo: «  Certo  i  Padri  hanno  tutte  le  ragioni  per  ritirarsi,  vista  l'indegna condotta  tenuta  verso  di  essi  da  quel  Municipio.  » Non  vi  é  nulla  da  aggiungere  al  giá  detto  sul  collegio  di  Parma  (2).  Fu  aperto  nel  1888;  ma  tutto  era  giá  stato  predisposto  da Don  Bosco,  sicché  presentammo  la  sua  apertura  con  quelle  da  lui fatte.

forza  di  veritá  al  motto  che  tra  Joro  di  questi  giorni  ripeterá:  Et  salesiani  non  praeoalebunt.  »  Don Daghero  a  DOD  Durando  (senza  data,  ma  certo  del  dicembre  1889):  «Le  diffícoltá  incontrate  in  Prefettura  furono  gravissime,  íu  sempre  in  niezzo  anche  la  framassoneria.  >  II  medesimo  al  D¿j;utato  (2^ ottobre  1890):  «Mi  dice  il  Sig.  Sindaco,  che  buona  parte  del  Consiglio  e  della  Giunta  sonó  intimiditi dalle  minacce  di  pubblicitá  sui  giornali  (ed  egli  forse  piü  degli  altri);  niuno  osa  in  pubblico  diré,  o proporre,  o  prendersi  responsabilitá  di  cosa  che  possa  tornare  in  nostro  favore,  se  anche  giustissima, dovuta  a  promessa!  Nell'aula  stessa  del  Consiglio  assiste  sempre  il  sólito  scribaccino,  quasi  minaccia peipetua;  e  guai  a  chi  parli  pei  Salesiani!  >  II  "  sólito  scribaccino  "  un  signor  Vagnozzi,  corrispondente  della  Tribuna.

(1)  Verb.  del  Cap.  Sup.,  3  novembre  1892.

(2)  Annali,  pp.  580-1.

 

C A P O  V Quinto  Capitolo  Genérale.

(1889) Nel  1889  terminava  il  triennio  dopo  il  quarto  Capitolo  Genérale della  Societá,  l'ultimo  tenuto  sotto  la  presidenza  di  Don  Bosco.  in aprile  Don  Rúa  diede  l'annuncio  ufficiale  del  quinto  da  tenersi  nelle vacanze  autunnali.  Vi  dovevano  di  diritto  intervenire,  oltre  ai  membri  del  Capitolo  Superiore,  gl'Ispettori,  il  Procuratore  Genérale,  i Direttori  delle  Case  ed  il  Maestro  dei  novizi;  dai  luoghi  di  Missione  fu  convenuto  che  venissero  gl'Ispettori  od  un  loro  delegato e  un  Direttore  per  ogni  Ispettoria,  scelto  dal  rispettivo  Ispettore d'intelligenza  col  Rettor  Maggiore:  ma  vi  poterono  essere  soltanto l'Ispettore  Don  Costamagna  e  i  Direttori  e  Parroci  Don  Burlot  e Don  Albanello.  A  Regolatore  del  Capitolo  Don  Rúa  designava  il Consigliere  Don  Durando,  che  spedi  alie  Case  gli  schemi  degli  argomenti  da  trattare;  a  lui  pertanto  bisognava  indirizzare  osservazioni,  idee,  considerazioni  che  paressero  opportune,  come  puré  nuove proposte  giudicate  necessarie.  In  luglio  Don  Durando  comunicó  che il  Capitolo  si  sarebbe  aperto  a  Valsalice  la  sera  del  2  settembre  e chiuso  la  mattina  del  7.  Avverti  inoltre  che  si  sarebbero  fórmate Commissioni  per  esaminare  le  materie  proposte  e  riferire  poi  nelle sessioni  generali.

Sonó  stato  un  po'  in  forse  circa  il  modo  di  presentare  d'ora innanzi  i  Capitoli  Generali,  se  dovessi  cioé  limitarmi  a  riferirne  le particolaritá  piü  notevoli  ovvero  esporre  anche  con  qualche  larghezza  la  trattazione  degli  argomenti,  che  furono  oggetto  di  studio in  quelle  periodiche  assise  della  Congregazione.  Da  ultimo  parve meglio  abbondare  nelle  informazioni  per  piü  motivi.  I  Salesiani,  che 37 il  tempo  di  Don  Rua  chiameranno  antico,  guarderanno  al  Rettorato di  lui  come  a  un  secondo  faro  luminoso,  in  cui  la  luce  di  Don  Bosco brilló  di  vivo  splendore  e  quindi  ameranno  conoscere  senza  limitazioni  quanto  si  fece  sotto  l'occhio  e  l'ispirazione  deH'immediato successore  del  Santo.  Ma  anche  senza  correré  tanto  lontano,  oggi puré  é  utile  conoscere  a  fondo  un  periodo,  il  quale  fermo  e  trasmise le  tradizioni,  che  si  connettevano  con  le  origini.  D'altra  parte  non andrá  molto  che  sulla  Societá  Salesiana  intensificheranno  le  ricerche gli  storici  della  Chiesa  e  delle  grandi  famiglie  religiose;  gioverá pertanto  offrire  a  tali  studiosi  un  materiale  non  meno  copioso  che sicuro.  Spiccheremo  dunque  dai  verbali  notizie  sull'andamento  dei Capitoli,  e  quelle  manifestazioni  di  pensiero,  che  abbiano  un  contenuto  sostanziale.

La  sera  del  lunedi  2  settembre  1889,  tutti  i  convenuti  al  quinto Capitolo  Genérale  si  raccolsero  in  chiesa  per  invocare  i  lumi  dello Spirito  Santo;  dopo  di  che  Don  Rua,  dichiarato  aperto  il  Capitolo, ne  mostrava  l'importanza  per  il  progresso  delle  Case,  per  il  mantenimento  dello  spirito,  per  il  bene  delle  anime,  e  raccomandava  vivamente  la  preghiera  per  il  buon  esito.  Letti  quindi  gli  articoli  delle Rególe  riguardanti  il  Capitolo  Genérale  e  impartitasi  la  benedizione eucaristica,  sfilarono  tutti  nella  sala  delle  adunanze.

SESSIONE  PREPARATORIA.  Don  Rua  aperse  la  seduta  dando  il  benvenuto  ai  Direttori  i  quali  aiutavano  il  Capitolo  Superiore  nel  promuovere  le  nostre  Opere.  Dopo  il  quale  esordio  proseguí  (le  sue  parole  sonó  sempre  riferite  riassuntivamente  nei  verbali): Ma  un  pensiero  addolora:  manca  Don  Bosco!  Pero  consoliamoci,  siamo  vicini alia  sua  salrna,  e  come  le  reliquie  dei  Santi  sonó  fonte  di  benedizione,  cosí  sará per  noi  la  salma  di  Don  Bosco.  E  non  solo  la  salma,  ma  il  suo  spirito  ci  guiderá  e  ci  otterrá  lumi  nelle  deliberazioni  delle  varié  Commissioni  e  Sessioni.

Preghiamo,  ma  uniformiamoci  ai  suoi  sentimenti,  indaghiamo  bene  quali  fossero gl'intendimenti  suoi;  poiché  si  vide  com'egli  fosse  guidato  da  Dio  nelle  sue  imprese.  Don  Bosco  cercava  sempre  in  tutto  hi  gloria  di  Dio  e  il  bene  delle  anime.

Ho  raccomandato  ali'Oratorio  di  pregare  e  far  pregare,  ma  lo  raccomando in  particular  modo  a  voi,  affinché  nessuna  passione  faccia  velo  alFintelletto  e solo  si  abbia  di  mira  il  bene  della  gioventü  e  delle  anime.  Mettiamoci  sotto  il patrocinio  di  Maria  Santissima,  come  sede  della  sapienza;  di  S.  Francesco  di  Sales, perché  ci  ottenga  che  tutto  facciamo  col  suo  spirito.  Con  questi  aiuti,  uniti  a Quinto  Capitolo  Genérale quelli  di  Don  Bosco,  tutto  riuscirá  bene.  Con  tale  protezione  tutte  le  nostre  deliberazioni  íorneraiino  a  vanfaggio  della  Chiesa  e  della  civile  societá  ed  a  maggior gloria  di  Dio.

Chiamati  a  fare  da  segretari  Don  Marenco  e  Don  Rinaldi  Giovanni,  letti  gli  articoli  delle  Deliberazioni  sul  modo  di  tenere  le sessioni  e  impartiti  alcuni  avvisi,  la  sessione  preparatoria  aveva esaurito  il  suo  compito.  I  membri  del  Capitolo  Genérale  risultarono in  numero  di  42;  furono  assunti  puré  quattro  consulenti.

SESSIONE  PRIMA  (martedi  3  settembre,  mattina).  Esame  del  I o schema:  Studi  teologici  e  filosofíci.  Se  convenga  mutare  i  líbri  di testo;  quali  si  proporrebbero.  Quali  miglioramenti  introdurre  nello studio  della  filosofía,  della  teología  e  delVermeneutica  (1).  Due  punti dominarono  nella  discussione:  il  riordinamento  degli  studi  filosofíci  e  teologici  e  la  scelta  dei  testi  di  teología.

Apriamo  qui  una  parentesi.  Per  la  filosofía  esistevano  studentati appositi,  dove  i  chierici,  non  distratti  da  milla,  avevano  scuola  regulare  e  bravi  insegnanti.  Usciti  di  la  si  applicavano  súbito  alia teología;  ma,  non  essendovi  ancora  studentati  teologici  quali  si  ebbero  in  seguito,  le  scienze  sacre  si  apprendevano  in  vari  modi.

Alcuni  pochi  andavano  alia  Gregoriana  e  altri  frequentavano  le lezioni  in  Seminari;  dov'era  possibile  riunire  un  certo  numero  di allievi  anche  da  Case  vicine,  come  all'Oratorio,  a  Valsalice,  a  Marsiglia,  a  Buenos  Aires,  erano  organizzate  scuole  con  professori  salesiani  ed  estranei.  In  case  troppo  isolate,  s'impartiva  ai  pochi  ivi residenti  un  insegnamento  domestico  da  sacerdoti  nostri  e  non nostri.  Tutti  poi  tali  studenti,  anche  questi  ultimi,  dovevano  due volte  all'anno  sostenere  i  loro  esami  dinanzi  a  esaminatori  uffícialmente  autorizzati  dal  Consigliere  Scolastico  Genérale  o  dagli Ispettori.  I  voti  venivano  mandati  al  detto  Consigliere  e  debitamente registran.

Fu  dunque  sentimento  comune  che  urgesse  far  progredire  gli studi  delle  materie  ecclesiastiche,  formulandosi  il  voto  che  si  acce(1)  Commissione:  D.  Cerruti  presidente,  D.  Bertello  relatore;  D.  Marenco,  D.  Oberti,  D.  Ronthail,  membri,  D.  Piscettu  e  D.  Vota  Domenico,  consulenti.

Capo  V lerasse  l'istituzione  di  veri  studentati.  Nell'attesa  che  questo  si  attuasse,  vennero  dettate  norme  perché  siffatti  studi  riuscissero  proficui;  erano  in  sostanza  direttive  giá  fissate  nell'Oratorio  in  un'adunanza  di  competenti  il  23  ottobre  1888  e  comunicate  da  Don  Rúa alie  case  il  29  gennaio  dell'anno  appresso  (1).

Piú  dibattuta  fu  la  questione  dei  testi,  massime  per  quelli  di teología  dogmática  e  morale,  che  erano  il  Perrone  e  il  Del  Vecchio.

Sul  secondo  non  si  disse  gran  che;  ma  del  primo  la  gran  maggioranza si  pronunció  per  la  sostituzione.  Quando  pero  si  procedette  alia scelta  fra  i  vari  proposti,  le  opinioni  si  divisero  talmente,  che  il Capitolo  decise  che  la  Commissione  continuasse  Tésame.  L'esame si  prolungó  anche  dopo  la  chiusura  del  Capitolo  Genérale,  terminando  con  il  voto  che  si  adottasse  la  Medulla  Theologica  dello  Hurter.  Discussa  tale  conclusione  nel  Capitolo  Superiore  il  24  ottobre successivo,  parve  miglior  partito  che,  prima  di  decidere,  si  spiegasse  per  un  anno  a  titolo  di  prova  nell'Oratorio  il  Sala,  a  Valsalice  lo Hurter,  a  Marsiglia  lo  Schouppe.  Lo  Hurter  da  ultimo  prevalse.

Prima  di  levare  la  seduta  Don  Rúa,  a  imitazione  di  Don  Bosco, prese  la  parola  per  esporre  alcune  idee  ai  Direttori.

1  Direttori  sonó  come  i  luminari  in  mezzo  agli  altri:  constituí  te  in  lumen gentium.  I  subalterni  osservano  il  Uirettore  in  tutto,  anche  nelle  piccole  cose, nel  parlare,  nel  traítare,  nel  giuocare.  L'ho  sperimentato  io  stesso.  Questo  li deve  tenere  in  apprensione  e  metiere  in  guardia,  affine  di  essere  in  tutto  di  buon esempio.  Pereió  celebrino  la  Messa  e  dicano  il  Breviario  pie,  áltente  ac  deoote.

Simo  esempiari  insomma  nelle  pratiche  di  pietá.

Richiamo  poi  l'attenzione  sul  primo  dei  consigli  confidenziali  lasciati  caro  Don  Bosco  ai  Direttori:  Niente  ti  turbi.  Cosí  usavano  S.  Teresa  e  S.  Francesco  di  Sales.  In  tal  modo  conserveremo  la  serenitá  in  tutto  per  giudicare  e decidere  sulle  cose  della  casa  e  che  ci  appartengono.

Abbiate  eguaglianza  di  umore,  tanto  necessaria  e  di  tanto  profitto.  É  una cosa  che  ispira  confidenza  e  guadagna  i  cuori  dei  dipendenti.

I  Direttori  precedano  gli  altri  anche  nel  lavoro.  Giá  si  fa  assai  e  non  posso non  ringraziare  il  Signore.  Deo  gralias.  Avvertano  pero  di  non  voler  fare  tutto  essi.

Jnvece  si  studino  di  distribuiré  il  lavoro  agli  altri.  Questo  é  fondamento  di  buon ordine.  In  un  laboratorio,  se  il  capo  lavora  lui  solo,  lavora  con  due  braccia;  se distribuisce  il  lavoro,  lavora  con  le  mani  di  tutti.

Se  il  fare  qualche  cosa  fuori  di  casa  lo  disturba  nel  disimpegno  del  proprio (1)  Lettere  Circoluri  di  D.  M.  Rúa  ai  Saleskmi,  Tormo,  1910.  Pp.  30-31.

Quinto  Capitolo  Genérale ufficio,  il  Direttore  se  ne  esoneri.  Atienda  a  osservare  i  registri  del  Prefetto;  veda se  il  Catechista  fa  il  suo  dovere;  attenda  ai  maestri,  ai  laboratori.  Se  potra  tenersi  esente  da  occupazioni  fisse,  avrá  tempo  a  guidarli  meglio.  Questa  fu  sempre raecomandazione  di  Don  Bosco.  Ció  deve  farsi  massimamente  con  i  nuovi  Confratelli  che  vengono  dallo  studentato  filosófico.  In  tal  modo  il  Direttore  non  istancherá  se  stesso  e  fará  ben  contenti  i  subalterni.

SESSIONE  SECONDA.  Esame  del  2 o   schema:  Case  di  noviziato  e di  studentato.  Se  debbano  essere  mantenute  dalle  Case  ispettoriali.

Se  col  concorso  proporzionato  delle  singóle  Case  di  ciascuna  Ispettoria.  Se  col  continuo  aiuto  del  Capitolo  Superiore  (1).  Fino  allora aveva  provveduto  il  Capitolo  Superiore;  ma  col  moltiplicarsi  poi dei  noviziati  e  studentati  in  diverse  e  lontane  regioni  sarebbe  ancora  stato  possibile  continuare  cosi?  Buone  ragioni  militavano  pro e  contro,  né  trovandosi  via  d'accordo,  fu  sospesa  la  decisione.

Esame  del  3 o   schema:  Assistenza  dei  Soci  obbligati  al  servizio militare  (2).  Questa  assistenza  doveva  essere  morale,  intellettuale  e materiale.  Una  recente  disposizione  governativa  tornava  utile  ai  nostri.  I  congedati  che  avessero  superato  l'esame  prescritto  per  gli aspiraníi  sergenti,  avevano  diritto  d'insegnare  nelle  scuole  elementari  di  grado  inferiore  tanto  pubbliche  quanto  prívate.  Teneva  il luogo  della  patente  il  foglio  di  congedo,  dove  fosse  indicata  la  cosa.

SESSIONE  TERZA  (mercoledi  4,  mattina  e  sera).  Esame  del  4 o   schema  :  Vacanze  autunnali  per  i  Soci,  gli  ascritti  e  gli  aspiranti.  Tempo, luogo  e  modo  opportuni  (3).  Riguardo  ai  Soci,  chi  osservó  che  Don Bosco  non  voleva  vacanze  in  famiglia.  ma  in  Case  salesiane;  chi aggiunse  non  potersi  pretendere  vacanze,  perché  i  Salesiani  non hanno  vacanze;  Don  Rúa  ricordó  che  Don  Bosco  raccomandava  sempre  qualche  lavoro  particolare  durante  il  tempo  delle  vacanze,  come aveva  fatto  con  lui  stesso  e  con  i  giovani  dei  primi  tempi:  Don  Francesia  contermó,  parlando  della  sollecitudine  con  cui  Don  Bosco  occupava  durante  le  vacanze  i  suoi  giovani:  Don  Rúa  ribadi,  ricordando (1)  Commissione:  D.  Costamagna  presidente,  D.  Albera  relatore;  D.  Bologna,  ü.  Branda,  D.  Leveratto,  D.  Bianchi,  membri.

(2)  Commissione:  D.  Sala  presidente,  D.  Barberis  Giulio  relatore;  D.  Tamietti,  D.  Rocca  Luigi, D.  Febbraro,  Don  Bordone,  membri.

(3)  Commissione:  D.  Francesia  presidente,  D.  Nai  relatore;  D.  Guidazio,  D  Barberis  Giovanni, D.  Févrc,  D.  Cavatore,  D.  Varaia,  membri.

Ccipo  V che  Don  Bosco  stesso  spiegava  allora  le  lettere  di  S.  Girolamo  o  altro > ma  teneva  tutti  occupati.

Riguardo  agli  aspiranti,  si  soleva  far  fare  loro  gli  esercizi  súbito dopo  l'Assunta;  quindi  si  mandavano  a  trascorreré  un  buon  mese nel  Collegio  di  Lanzo,  dove  li  aspettavano  giá  i  chierici.  Tutti  pertanto  riconobbero  quanto  fosse  opportuno  trattenere  gli  aspiranti prima  e  dopo  gli  esercizi.  Don  Rúa  fece  il  seguente  rilievo:  «  Quest'anno  su  54  delFOratorio  che  andarono  agli  esercizi,  solo  quattro o  cinque  passarono  al  secólo  e  pochi  altri  al  Seminario,  e  circa  42 alia  Congregazione.  Furono  gli  esercizi  che  li  fecero  decidere  in bene.  Se  fossero  andati  a  casa,  quanti  forse  non  sarebbero  tornátil  » Si  deliberó  conforme  a  queste  considerazioni.

SESSIONE  QTJARTA  (parte  della  mattina  e  sera  del  4).  Esame  del 5°  schema:  Reoisione  del  regolamento  per  le  Parrocchie  rette  dai Salesiani  (1).  Dopo  lunghissima  discussione  sui  rapporti  fra  Collegio  e  Parrocchia,  fra  Direttore  e  Párroco,  si  fini  con  chiedere  la votazione  segreta  sul  rimettere  tutto  al  Capitolo  Superiore.  Risultato:  voti  positivi  34,  negativi  7  (mancava  un  votante).  I  piíi  attribuirono  i  sette  voti  di  minoranza  ai  membri  del  Capitolo  Superiore,  che  pero  aderi  e  a  suo  tempo  formuló  il  Regolamento.

Esame  del  6 o schema:  Modo  di  metiere  in  prática  gli  articoli  2 o e  3 o del  Capo  II  delle  nostre  Costituzioni  che  trattano  della  proprieta  e  della  amministrazione  dei  patrimoni  dei  Confratelli.  Non fu  cosíituita  Commissione,  perche  il  Capitolo  Superiore  si  era  riserbato  di  esaminare  la  cosa  con  gli  Ispettori  e  di  riferire.  Ma  il Regolatore,  visto  che  i  piú  si  dichiaravano  incompetenti,  propose  che si  lasciasse  fare  interamente  al  Capitolo  Superiore.  La  proposta  fu approvata  per  acclamazione.

Pensieri  di  Don  Rúa  prima  di  chiudere  la  sessione.

Avviene  che  i  Direttori  comandino  ai  dipendenti,  mentre  questi  sonó  giá  occupati  in  alíro  e  per  altri,  e  che  li  rimproverino  ingiustamente.  Prego  che  prima di  rimproverare  o  di  togliere  uno  dal  lavoro,  il  Direttore  esamini  bene,  interroghi, (1)  Commissione:  ü.  Bclmonte  presidente,  D.  Cagliero  relatore;  D.  Costamagna,  D.  Dalmazzo, I).  Confortóla,  D.  Bourlot,  D.  Macey,  D.  Albanello,  membri.  Tutti  parroci  o  cx-parroci  o  direttori di  collegi  con  parrocchia,  compreso  il  presidente,  giá  direttore  a  Sampierdarcna.

Quinto  Capitolo  Genérale e  se  il  Coniratello  dice  di  avere  altri  ordini,  egli  non  li  ritiri,  ma  parli  poi  con l'altro  Superiore  e  se  occorre,  lo  faccia  dispensare  da  lui.  Altrimenti  potrebbe parere  che  vi  sia  scissura  fra  i  Superiori  e  vi  andrebbe  di  mezzo  la  stima.

Si  aspetti  a  parlare,  quando  si  sia  tranquilli.  Non  si  creda  súbito  che  se  uno é  fuori  di  posto,  lo  faccia  sempre  con  malizia.  Interroghiamo,  e  ci  calmeremo fácilmente.  Quasi  sempre  hanno  buone  ragioni.  Diversamente  si  disgustano  i Coníratelli  e  si  fanno  concepire  cattive  opinioni  anche  del  Direttore,  opinioni  che non  si  cancellano  cosí  presto.

Restringo  tutto  nelle  parole  di  S.  Paolo:  Praebe  te  ipsum  exemplum  bonorum operum  in  scientia,  in  iniegriiate,  in  gravitate.  Quanto  all'integritá,  si  badi  anche  a certi  termini  che  non  istanno  bene  in  bocea  a  noi  e  che  le  stesse  madri  buone  vietano  ai  loro  bimbi,  dando  loro  Fesempio.  Procuriamo  noi  puré  di  precederé  tutti con  le  parole  e  con  l'esempio.

SESSIONE  QUINTA  (giovedi  5  setiembre,  mattina).  Esame  del  7° e  8 o   schema:  Sacre  funzioni  e  pranche  religiose  nei  tre  ultimi  giorni della  setíimana  santa:  uniformitá  in  tutte  le  nostre  case  (1).  Uniformitá  nelle  preghiere,  nel  canto  delle  lodi  sacre  e  nelle  altre  pratiche  di  pietá;  pie  usanze  nelle  case  degli  ascritti.  Nulla  di  notevole intorno  al  secondo  punto.  Intorno  al  primo  alcuni  si  mostravano preoecupati  della  difficoltá  di  rendere  accette  ai  giovani  le  funzioni  della  settimana  santa  sia  per  la  loro  lunghezza  sia  perché  sottraevano  troppo  tempo  a  quelle  giornate  di  vacanza.  Udiamo  varié risposte:  —  Noi  siamo  educatori  e  certuni,  hadando  troppo  ai  giovani,  non  farebbero  neppure  diré  le  preghiere  (D.  Bonetti).  Si  badi prima  all'anima;  tutto  sta  nelFanimare  antecedentemente  i  giovani (D.  Rúa).  Noi  con  la  nostra  educazione  dobbiamo  allevare  anche milizia  per  la  Chiesa  (D.  Marenco).  Parlando  bene  di  quelle  funzioni,  i  giovani  vi  prendono  gusto  (D.  Rúa).  É  bene  far  conoscere che  si  tratta  di  vacanze  religiose  e  che  quindi  non  si  deve  fare contro  lo  spirito  della  Chiesa  (D.  Rúa).

Furono  eliminati  definitivamente  alcuni  abusi  che  si  commettevano contro  la  sacra  liturgia  negli  ultimi  tre  giorni  della  settimana  santa.

SESSIONE  SESTA  (sera  del  5).  Esame  del  9 o   schema:  Regolamento per  le  case  degli  ascritti  e  per  gli  studentati.  Segregazione  delle  per(1)  Comrtiissione:  D.  Bonetti  presidente,  D.  Monatcri  relatore;  D.  Pcrrot,  D.  Cibrario,  D.  Veronesi,  membri,  D.  Piscclta  e  D.  Berto,  consulenli.

Capo V soné  non  appartenenti  alia  Congregazione  (1).  La  prima  parte  fu rimessa  al  Capitolo  Superiore;  per  la  seconda  niente  di  rilevante.

Esame  dello  schema  10°:  Música  e  canto  fermo  (2).  Cominciava ad  accentuarsi  in  Italia  e  fuori  il  movimento  per  la  riforma  della música  sacra.  In  seno  all'adunanza  s'incontrarono  le  due  correnti,  ma prevalse  la  tendenza  moderata.  Si  era  nel  periodo  di  transizione.

II  pensiero  del  Capitolo  sulla  música  venne  cosi  espresso:  «É  universale  il  desiderio  che  essa  debba  essere  grave,  divota,  facile,  ed in  tutto  conforme  alie  prescrizioni  della  Chiesa.  I  Salesiani,  come in  tutte  le  altre  cose,  cosi  anche  in  questa  si  mostrino  docili  ai  comandi  e  solleciti  esecutori  dei  consigli  e  desideri  del  Sommo  Pontefice,  e  cerchino  di  essere  a  tutti  modello  nel  governarsi  conforme alie  Rególe  da  Lui  date.  »  In  armonía  con  questi  sentimenti  furono prescritte  varié  cose,  che  agevolarono  il  passaggio  gradúale  alia voluta  riforma.

Esame  dello  schema  11°:  Per  le  case  di  America.  Concessioni particolari  (3).  L'argomento  piü  discusso  concerneva  la  concessione del  ritorno  in  patria  ai  Soci  d'America  per  una  visita  ai  Superiori  e  ai  Confratelli.  Taluno  propose  di  accordare  tali  licenze  ogni dieci  anni.  Don  Barberis  fece  osservare  che  si  era  presentato  giá il  caso  a  Don  Bosco  e  che  egli  aveva  risposto:  —  Quando  vi  sia necessitá;  ma  non  si  stabilisca  tempo.  —  In  questo  senso  fu  deliberato,  rimettendo  volta  per  volta  la  decisione  agli  Ispettori  locali.

SESSIONE  SETTIMA  (venerdi  6  settembre,  mattina).  Schema  12

Proposte  varié  dei  Confratelli  (4).  Se  ne  lessero  solo  sette;  poi  Don Rúa  disse:  —  Per  discuterle  tutte  ci  vorrebbe  un  altro  Capitolo Genérale.  —  Su  proposta  di  parecchi,  se  ne  esaminarono  brevemente  alcune;  il  resto  fu  rimesso  al  Capitolo  Superiore.  Allora  Don (1)  Commissione:  D.  Lazzero  presidente,  D.  Barberis  Giulio  relatore;  D.  Albera,  D.  Febbraro, D.  Scappini,  D.  Rinaltlí,  D.  Porta,  membri.

(2)  Commissione:  D.  Lazzero  presidente,  D.  Bertcllo  relatore;  D.  Veronesi,  D  Cibrario,  Don Furno,  membri.  Maestro  Dogliani  consiilenie.

(3)  Commissione:  D.  Lcmoync  presidente,  D.  Albanello  relatore;  D.  Marcnco,  D.  Rocca  Luigi, D.  Bianclii,  D.  Barberis  Giovanni,  membri.

(4)  Commissione:  D.  Cagliero  presidente,  D.  Tamietti  relatore;  D.  Ronchail,  D.  Perrot,  D.  Oberti.  D.  Carlini,  membri.

Quinto  Capitolo  Genérale Rúa  rivolse  alFassemblea  un  paterno  discorso,  nel  quale  fece  ira le  altre  queste  raccomandazioni: Nelle  vostre  relazioni  con  i  Confratelli  vi  raccomando  le  parole  del  Salvatore:  Vos  fr  aires  estis.  Considerateli  come  fratelii,  assistendoli  nel  materiale, nello  spirituale,  in  tutto.

Le  occupazioni  si  distribuiscano  proporzionatamente,  se  non  sonó  giá  fissate cal  Capitolo  Superiore.  Si  faccia  il  meglio  che  si  puó,  ma  non  si  pretenda  troppo.

Non  si  dica  mai:  —  I  tali  non  sonó  buoni  a  niente.  —  Si  compatiscano,  si  aiutino, specie  se  nuovi.  Regolateli  e  assisteteli,  se  maestri  o  assistenti,  e  senza  mostrare  di sindacarli,  osservate  pero  e  date  in  bel  modo  i  consigli  necessari,  e  vedrete che  in  breve  diventeranno  capaci  a  molto.  Alcune  volte  ci  vorrá  un  mese,  un anno  e  piü,  ma  poi  spesso  riescono  i  migliori,  come  io  stesso  ho  sperimentato.

Non  si  carichino  troppo  i  buoni,  perché  altri  cercano  di  ritirarsi.  II  Direttore  aiuti  anche  quelli  che  fanno  a  scaricabarili  e  li  riduca  a  lavorare,  affinché i  piü  buoni  non  abbiano  a  soffrirne.  Anzi  si  badi  che  non  si  carichino  essi stessi  di  troppo;  se  no,  ne  soffrono  e  la  durano  poco.  Avvertasi  che  chi  va  forte, va  alia  morte.  Aiutateli  dunque  da  buoni  confratelli,  affinché  siano  di  vantaggio a.31a  nostra  Societá.

Vi  raccomando  caídamente  d'impedire  che  si  usino  mezzi  violen  ti.  Se  nel collegio  vi  fosse  alcuno  di  parere  contrario,  s'impedisca  assolutamente.  A  tal  fine si  aiutino  suggerendo  loro  come  ottenere  la  disciplina  con  carita.  Si  mostri  perció sempre  stima,  quando  fanno  osservazioni  sulla  condolía  dei  giovani.  Vedendosi sostenuti,  essi  puré  faranno  sacrifici;  se  no,  messi  al  cimento,  spesso  cedono.

Se  pero  raccomando  di  astenersi  da  mezzi  violenti,  tanto  piú  vi  raccomando d'impedire  a  qualunque  costo  le  sdolcinature  e  le  carezze.  Vi  sonó  tali  che seno  buoni  in  tutto,  ma  non  in  questo.  I  Direttori  siano  i  primi  a  daré  l'esempio.  La  carita  nostra  sia  forte  e  non  femminea.  Cosi  si  richieda  anche  dagli altri.  I  ragazzi  allevati  con  sdolcinatura  diventano  spesso  i  piü  cattivi,  insensibili ed  insolenti.

Raccomando  ancora  molta  carita  per  i  Confratelli  coadiutori  e  i  famigli.  Non  si considerino  come  serví  mai.  Si  trattino  con  dignitá,  ma  piü  con  carita.  Richiedeteli spesso  di  qualche  cosa  cosi  alia  buona.  Don  Bosco  faceva  ben  conoscere  che li  considerava.

Cosi  puré  si  usi  ogni  cura  per  i  giovani  e  in  tutto,  nella  salute  corporale  e spirituale.  Non  si  badi  solo  all'istruzione.  Se  noi  abbiamo  di  mira  la  sola  istruzione,  defraudiamo  la  massima  parte  del  nostro  compito  e  neppur  ne  otteniamo la  quarta  parte.  S'insegni  a  praticare  la  religione.

Badate  poi  di  coltivare  le  vocazioni.  Se  ne  parli  spesso,  ma  piü  ancora  si cerchi  che  vadano  ai  sacramenti.  Don  Bosco  dedico  molto  tempo  ad  insegnare a  ben  confessarsi.  Imitiamolo.  Se  noi  conseguiamo  di  allontanare.  il  malcostume, avremo  molte  vocazioni.  Ci  aiuteranno  anche  le  Compagnie.

Capo  V SESSTONE  ULTIMA   (sera  del  6).  Rilevate  alcune  cose  da  osservarsi ín  un  altro  Capitolo  Genérale,  il  Regolatore  propose  che  si  accettasse  e  si  firmasse  una  dichiarazione  análoga  a  quella  con  cui erano  stati  chiusi  i  quattro  Capitoli  presieduti  da  Don  Bosco.  Tutti i  presenti  aderirono,  approvando  una  formóla,  in  cui  posto  il  principio  che  le  Costituzioni  della  Societá  Salesiana  danno  al  Rettor Maggiore  la  piú  ampia  facoltá  su  tutto  ció  che  riguarda  il  benessere e  la  prosperitá  della  Societá  stessa,  ne  deducevano:  «  I  membri del  Capitolo  Genérale  prima  di  separarsi,  mentre  ringraziano  cordialmente  1'amatissimo  loro  Superiore  Don  Rúa  della  bontá  paterna usata  nell'assisterli,  e  fanno  caldi  voti  per  la  sua  preziosa  conservazione, dichiarano  unánimemente di  lasciargli  pieni  poteri  di  sviluppare maggiormente  quello  che  non  fosse  stato  abbastanza  largamente trattato,  ed  aggiungere  o  modificare  tutto  quello  che  fosse  da  aggiungere  o  da  modificare,  al  bene  e  al  progresso  della  Pia  Societá Salesiana  ed  in  conformitá  delle  nostre  Costituzioni.  »  Don  Rúa  ringrazió  e,  terminatosi  di  firmare,  tenne  un  ultimo  discorso,  nel  quale, ribadite  le  cose  dette  la  mattina,  parló  della  cultura  dei  chierici, dello  scambievole  affetto  fra  Casa  e  Casa,  del  canto  gregoriano  e dell'insegnamento  catechistico.  Chiuso  cosi  il  Capitolo,  s'andó  in chiesa  per  il  Te  Deum  e  la  benedizione.  «Tutti  partirono  soddisfatti  del  nostro  Superiore  Maggiore;  ne  sia  ringraziato  il  Signore.  » Cosi  scrisse  Don  Lazzero  sette  giorni  dopo  a  Mons.  Cagliero.

II  Capitolo  Superiore  in  quattro  sedute  dal  26  al  29  novembre esaminó  le  deliberazioni  prese,  le  ordinó  in  articoli  stioni  che  gli  erano  state  rimesse  dal  voto  dei  Confratelli;  poi  il  6  dicembre,  uditane  la  lettura,  le  approvó  e  ne  ordinó  la  stampa.

Questa  stampa  fu  pronta  neU'aprile  dell'anno  dopo  (1).  Vi  precede  una  lettera  di  Don  Rúa.  Esortati  i  Soci  tutti  a  mettere  in  pratica quelle  Deliberazioni,  anche  a  costo  di  sacrificio,  non  solo  per  il  mérito  dinanzi  a  Dio,  ma  anche  per  il  bene  genérale  della  Societá  da  doversi  sempre  anteporre  al  vantaggio  e  cómodo  individúale,  continua  va: «  Per  singolare  grazia  del  Signore  e  per  la  protezione  della  Vergine (1)  Delibera7Áoni  del  quinto  Capitolo  Genérale  della  Pia  Societá  Salesiana.  S.  Ben  Can.,  Tip Sal.,  1890.

Quinto  Capitolo  Genérale Ausiliatrice  la  nostra  Pia  Societá  va  prendendo  di  anno  in  anno  maggiore  sviluppo;  sia  nostro  studio  di  mostrarci  grati  per  tanto  beneficio.  L'osservanza  esatta  delle  nostre  Rególe,  la  pronta  obbedienza, la  carita  verso  i  confratelli  ed  i  giovani  alie  nostre  cure  affidati, siano  le  cose  che  piü  ci  stanno  a  cuore.  Potremo  in  tal  modo  conservare  in  noi  e  comunicare  agli  altri  il  vero  spirito  religioso,  secondo la  mente  del  nostro  amatissimo  fondatore  e  padre  D.  Bosco.  » 47

C A P O  vi Nel  Vicariato  Apostólico  di  Mons.  Cagliero.

(Patagones,  Viedma,  Chosmalál,  Pringles,  Roca,  ospedale  di  Viedma) Tre  cose  bisognava  fare  per  promuovere  la  nórmale  attivitá  missionaria  nella  Patagonia:  intensificare  la  vita  religiosa  al  centro,  visitare  con  la  maggior  frequenza  possibile  le  fattorie  dei  coloni e  raggiungere  i  toldi  degli  Indi.  Dieci  anni  di  lavoro  aveva no giá  dato  consolanti  frutti;  il  tempo  di  cui  parliamo,  segna  un  notevole  progresso  in  questo  tríplice  ramo  di  apostolato.  Vediamolo parte  per  parte.

Un  mutamento  di  disposizioni  verso  le  persone  e  le  cose  della Chiesa  si  riveló  al  centro  nel  ritorno  di  Mons.  Cagliero  dall'Italia, Mentre  al  suo  primo  arrivo  non  uno  aveva  mostrato  di  accorgersi del  Vicario  Apostólico,  quella  volta  invece  (era  la  prima  meta  di aprile  del  1889)  le  due  cittadine  che  si  fronteggiano  dalle  opposte sponde  del  Rio  Negro,  gareggiarono  successivamente  in  rendergli onore.  A  Patagones,  dove  ailora  aveva  la  residenza,  la  popolazione si  affolló  nella  piazza,  accogliendolo  con  ogni  dimostrazione  di  rispetto.  II  giorno  dopo  vennero  da  Viedma  a  fargli  visita  di  cortesía  tulle  le  Autoritá  e  i  maggiorenti  del  luogo;  anzi,  tanto  dissero,  che  gli  strapparono  la  promessa  di  recarsi  da  loro  a  celebrare le  funzioni  della  prossima  settimana  santa;  del  che  menarono trionfo,  perché  da  tempo  si  brigava  per  fargli  stabilire  la  sua  dimora  in  quella  cittá,  dichiarata  dal  Governo  capitale  della  Patagonia  (1).  Andatovi  nel  di  delle  Palme,  la  gente  si  era  riversata tutta  ai  molo  per  aspettarlo.  II  fratello  del  Governatore  gli  aveva mandato  la  sua  carrozza;  per  ordine  del  Governatore  assente  i  sol(t)  Lctt.  di  Don  Milancsio  a  Monsignore,  Patagones,  19  marzo  1889.

Nel  Vicariato  Apostólico  di  Mons.  Cagüero dati  del  presidio  gli  fecero  ala,  presentandogli  le  armi  e  scortandolo fino  alia  chiesa.  Presso  la  soglia  un  Dottor  Arce  gli  lesse  un  affettuoso  e  forbito  discorso,  nel  quale  fra  l'altro  gli  diceva:  «  Eccellenza  Reverendissima,  védete  queste  signore  e  queste  fanciulle,  questi  padri  di  famiglia,  questi  giovani  e  questi  vecchi?  védete  queste educatrici  che  dirigono  la  turba  infantile?  (1)  É  il  popólo  credente, che,  dal  risveglio  della  fede  attirato,  corre  affollato  col  giubilo  nel cuore  a  salutarvi  per  mezzo  mió,  come  fedeli  al  loro  Apostólo;  e nella  vostra  degna  persona  egli  intende  puré  di  onorare  il  nostro Santissimo  Padre,  il  Sommo  Pontefice  Leone  XIII.  Accettate,  o  Monsignor  Cagliero,  le  spontanee  oblazioni,  con  cui  quest'umile  popólo vi  accoglie;  beneditelo  e  degnatevi  di  partecipare  al  Santo  Padre  i suoi  religiosi  sentimenti.  »  Nella  settimana  il  Vescovo  confessó,  predicó,  pontificó.  Numeróse  furono  le  comunioni  pasquali,  non  di  solé donne,  ma  anche,  cosa  prima  inaudita,  di  non  pochi  uomini.  Ebbe ragione  egli  di  esclamare:  «  Chi  avrebbe  mai  creduto  possibile  iri si  breve  tempo  un  mutamento  cosi  grande!  »  (2) Prova  piú  eloquente  di  quel  mutarsi  di  animi  fornirono  in  luglio le  feste  del  Sacro  Cuore  di  Gesú.  Correva  quell'anno  il  secondo  centenario  dell'apparizione.  Monsignore  volle  cogliere  l'occasione  per suscitare  nel  popólo  una  fiamma  di  pietá  cristiana.  Lo  secondarono i  Salesiani  con  la  gioventú  maschile  e  le  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice con  le  fanciulle  e  le  madri  di  famiglia.  A  Patagones  durante  il  mese di  giugno  fece  di  ventiquattro  Signore  Zelatrici  tante  apostóle,  che tirarono  in  chiesa  un  numero  ogni  giorno  crescente  di  uomini  alia Messa,  alia  predica,  alia  benedizione.  La  festa  volle  che  fosse  celebrata  con  solennitá  insólita.  Vi  furono  molte  comunioni.  Dopo  il santo  Sacrificio  Monsignore,  prostrato  dinanzi  alia  statua  del  Sacro Cuore,  consacró  al  Cuore  divino  il  suo  popólo,  leggendo  una  formula,  che  i  presentí  ripetevano  ad  alta  voce  parola  per  parola.  Nel pomeriggio,  gran  processione,  a  cui  presero  parte  le  Autoritá  civil i e  militari.  Quindi  egli  tenne  un  infocato  discorso  e  prima  della  benedizione  rinnovó  la  consacrazione  delle  famiglie.  La  giornata (1)  Le  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice.

(2)  f.ett.  di  Don  Agosta  a  Don  Rua,  Vicdma,  23  aprilc  1889 49

Capo  vi riempi  i  cuori  di  sentimenti  mai  provati  per  l'innanzi.  Anche  a Viedma  lavorarono  quattordici  Zelatrici  a  preparare  i  fedeli  per le  medesime  pie  pratiche,  con  risultato  non  inferiore  che  a  Patagones.  Mulla  mai  di  simile  erasi  visto  sulle  due  sponde  del  Rio Negro.  Nella  storia  religiosa  delle  due  cittá  quei  giorni  scrissero pagine  d'oro,  II  Vicario  Apostólico  incominciava  a  raccogliere  con gaudio  quei  lo  che  aveva  seminato  fra  dolori.  II  28  luglio  1886  aveva scritto  da  Patagones  a  Don  Bosco:  «  Spero  assai  nell'Associazione dell'Apostolato  di  orazione,  inaugúrate  con  prospero  successo  e  con quindici  zelatrici,  le  principali  del  paese,  che  hanno  fatto  prodigi per  attirare  tutte  le  madri  di  famiglia,  e  vi  riuscirono.  Cosi.  mediante la  divozione,  l'amore  del  Sacro  Cuore  di  Gesü  ho  potuto  ottenere ,he  molte  famiglie  compissero  il  precetto  pasquale  e  si  uniformassero  alio  spirito  cristiano.  Naturalmente  questo  movimento  alia pietá  e  divozione  suscitó  fermento  nei  maligni,  i  quali  giá  stridono di  convulsioni  e  rabbia  satánica.  Ma  noi  zitti,  calmi  e  prudenti,  tiriamo  innanzi,  finché  qualche  Santo  ci  aiuti  a  guadagnare  anche gli  uomini,  schiavi  molti  del  rispetto  umano,  dell'interesse  altri  e delle  passioni  i  rimanenti.» Per  trovare  Indi  da  catechizzare  non  occorreva  andaré  molte lontano:  ne  vivevano  puré  nei  dintorni  di  Viedma  e  di  Patagones, alquanti  dei  quali  rimasti  fino  allora  refrattari.  Conducevano  un'esistenza  assai  misera.  Abitavano  in  ranchos  (1)  formati  con  quattro rozze  pareti  di  fango  e  coperti  di  paglia.  Dentro,  nessun  mobile, ma  un  mucchio  di  sucide  pelli  in  un  canto  per  giaciglio  e  in  altro canto  un  focherello  sempre  acceso,  il  cui  fumo  anneriva  ogni  cosa.

Appesi  a  chiodi  qualche  pentolino,  pezzi  di  carne  cruda  e  l'indispensabile  sacchetto  del  mate.  Monsignore  mandó  le  Suore  a  péscame  quanti  piú  potessero.  Per  un  paio  di  mesi  esse  fecero  ven  i  re alia  loro  casa  alcuni  dei  piú  vicini,  mentre  parecchie  s'internarono nei  deserto.  Entravano  a  due  a  due  in  quelle  capanne  col  pretesto di  portare  qualche  bagattella,  aprendosi  cosí  la  via  al  piú  importante.  Quando  l'istruzione  parve  sufficiente,  ando  a  esaminarli  Pin(1)  I  capannoni  dcjíli  Indi  si  chiamano  rundios,  se  fissi.  con  bassa  e  rozza  muratura:  toldos.

se  mobili,  fatti  con  pali  c  pelli.

Nel  Vicariato  Apostólico  di  Mons.  Cagüero trepido  Don  Milanesio,  che  parlava  a  meraviglia  il  loro  idioma.  Egli ne  scovó  diversi,  che  non  s'erano  fatti  vedere,  e  li  catechizzó.  II 18  agosto,  domenica  dopo  l'Assunta,  le  Suore  si  sparsero  di  buon mattino  a  cercare  di  capanna  in  capanna  i  piü  neghittosi,  che  condussero  alia  chiesa.  Erano  in  tutto  trentasei  fra  uomini  e  donne.

piü  due  bambine.  Furono  battezzati  e  cresimati  da  Monsignore.

Dopo  una  buona  refezione  ascoltarono  la  Messa  cantata  dalle  orfanelle.  Finalmente,  regalati  di  oggetti  sacri  e  di  abiti,  fecero  ritorno  ai  loro  ranchos  (1).

II  Vicariato  di  Mons.  Cagliero  abbracciava  un  territorio  vasto come  tre  volte  l'Italia.  I  Missionari  si  slanciavano  in  tutte  le  direzioni  alia  caccia  di  anime  da  condurre  o  da  ricondurre  alia  fede.

Percorrevano  centinaia  di  chilometri  a  cavallo,  su  veicoli  antediluviani  e  per  certi  tratti  anche  a  piedi,  sopportando  fatiche  e  privazioni  d'ogni  genere.  Bisognava  attraversare  immensi  deserti,  guadare  grossi  fiumi,  valicare  monti  altissimi  e  scoscesi,  dormiré  il piú  delle  notti  a  ciel  sereno  e  perfino  sopra  uno  strato  di  nevé,  ripararsi  dal  cattivo  tempo  nella  cavitá  di  una  rupe  o  nel  vuoto  di un  albero,  sfamarsi  con  un  brano  di  carnaccia  o  in  mancanza  di questa  con  avanzi  di  carne  lasciata  da  una  bel  va.  E  poi  capricci di  clima,  veemenza  di  venti,  furia  di  uragani,  intensitá  di  freddo e  vampe  di  calore.  II  vento  soprattutto  é  cola  un  gran  ñagello.  Solleva  nubi  di  polvere;  se  incontra  terreni  areaosi,  innalza  nembi  di sabbia  e  lapilli,  scagliandoli  con  tanta  violenza  contro  la  faccia, che  vi  si  prova  come  un  raschiare  di  lima.  Guai  se  non  si  proteggono  bocea,  occhi,  orecchi!  Tuttavia  occhi  e  volto  arrossano  e  le labbra  si  screpolano;  sopracciglia,  capelli,  abiti  rimangono  tutti  iníarinati.  Un  uomo  uscito  da  quel  turbine  non  é  piú  riconoscibile.

In  questo  faticoso  apostolato  uno  dei  Missionari  piü  eroici  fu Don  Milanesio.  Nel  1889  condusse  a  termine  un escursione  durata  piü di  un  anno  e  mezzo  per  l'immensa  vallata  del  Rio  Negro  e  suoi  affluenti.  In  tutto  o  in  parte  Faveva  giá  perlustrata  piú  volte,  ma  senza mai  provvedere  a  rendere  possibile  un'azione  continuata  e  sistema(1)  Lctt.  di  Suor  Borgna.  Viedma.  27  setiembre  1889  e  di  D  Milanesio  al  medesimo,  Patagones, 5  novembre  1889.

Capo  vi tica  sui  luoghi.  A  tal  fine  ci  volevan  residenze  permanenti.  Egli  ne  cominció  una  a  Chosmalal.  É  questa  oggi  una  discreta  borgata,  mentre a  llora  era  un  meschino  paesucolo,  nel  punto,  dove  il  fiume  Neuquén, lasciando  il  corso  da  ovest  a  est,  volge  a  sud-est  verso  il  Rio  Negro e  accoglie  nel  suo  seno  le  limpide  acque  del  Curileo.  É  mérito anche  dei  Missionari  l'aver  intuito  che  il  luogo  si  prestava  a  divenire,  come  divenne,  un  buon  centro  di  civiltá  a  pié  delle  Ande  patagoniche  e  l'averne  favorito  e  promosso  gli  incrementi  (1).

La  fondazione  di  quella  stazione  missionaria  dovette  la  sua  origine  a  un  caso  ben  singolare,  per  quanto  provvidenziale.  Don  Milanesio  nel  1887,  accompagnato  che  ebbe  Mons.  Cagliero  a  Concepción  nel  Cile  dopo  la  nota  caduta  da  cavallo  alia  frontiera  cilena  (2),  erasene  tornato  a  Malbarco  con  un  frate  e  due  catechisti per  proseguiré  la  Missione  ivi  bruscamente  interrotta  a  motivo  dell'incidente  occorso  al  Vescovo.  I  due  Missionari  predicavano  con gran  frutto  da  piú  mesi,  quando  il  demonio  tentó  di  attraversar  loro la  via.  Una  calunnia  portata  dinanzi  al  Governatore  Olascoaya  li rappresentava  come  esosi  sfruttatori  di  quella  buona  gente,  perché, diceva  l'accusa,  esigevano  diritti  eccessivi  nell'amministrazione  dei battesimi  e  dei  matrimoni;  onde  si  videro  obbligati  di  scendere  a Chosmalal,  e  qui  Don  Milanesio  rimase  tre  mesi  in  stato  d'arresto : con  divieto  di  metter  piede  fuori  del  paese.  Dell'imputazione  fu posta  a  suo  tempo  in  evidenza  la  falsitá;  ma  intanto  essa  diede ansa  al  Governatore  di  vendicarsi  contro  Don  Milanesio  per  vecchi suoi  rancori,  avendo  questi,  in  tempo  addietro,  messo  in  non  cale una  sua  prpibizione  di  daré  Missioni  nel  territorio  del  Neuquén.

Appunto  la  forzata  permanenza  di  luí  a  Chosmalal  fu  causa  che si  pensasse  a  gettar  le  basi  per  la  costruzione  della  chiesa  e  di  una casetta  attigua.

Gli  dié  mano  forte  nell'impresa  Don  Panaro,  che,  terminata  una Missione  a  Ñorquin,  paese  situato  all'altitudine  di  1200  metri  sulle Ande,  era  venuto  a  confortare  il  prigioniero.  Otto  lunghi  mesi  di (1)  Nel  1887  era  stato  scclto  come  rcsidenza  del  Governatore:  dopo  fu  costituita  capitale  territoriale  Neuquén,  cittá  cosí  detta  dal  fiume  omonimo.

(2)  Annali,  pp  594-5.

Nel  Vicariato  Apostólico  di  Mons.  Cagliero íavoro  bastarono  appena  a  tirar  su  due  edifici  di  umili  proporzioni; ma  tutto  mancava.  Se  vollero  condurre  legname  dai  boschi,  furono costretti  ad  aprire  una  strada  di  150  chilometri.  Inoltre,  quanto stentavano  a  trovare  braccia  che  si  unissero  alie  loro!  Giacché  quei primi  Missionari  si  adattavano  a  fare  tutti  i  mestieri,  anche  i  muratori,  quando  il  bisogno  lo  richiedeva,  il  che  avveniva  sovente.  Oltre a  ció,  per  procacciarsi  danaro,  Don  Milanesio,  ormai  restituito  in  liberta,  fece  due  viaggi  nel  Cile,  valicando  quattro  volte  la  Cordigliera.  Come  poi  i  lavori  furono  ben  avviati,  lasció  il  suo  compagno  a  proseguirli,  ed  egli  spese  quattro  mesi  in  daré  una  Missione  per  largo  tratto  di  territorio,  fermandosi  in  otto  punti  centrali:  Missione  rimasta  memorabile  per  l'abbondanza  dei  frutti  raccolti.  Al  ritorno  poté  benedire  la  chiesa,  dedicándola  alia  Madonna del  Carmine.  Era  la  vigilia  dell'Immacolata.  La  propaganda  fatta da  lui  durante  la  Missione  attiró  alia  cerimonia  una  folla  di  cristiani,  scesi  giü  dalle  Ande  a  cavallo,  percorrendo  financo  cento chilometri.  II  Governatore,  quello  stesso  che  aveva  trattato  cosi bene  Don  Milanesio,  seppe  mostrarsi  cavaliere,  accettando  di  farvi da  padrino  e  permettendo  a  una  sua  figlia  di  essere  la  madrina nella  benedizione  della  chiesa  (1).

La  chiesa  era  piccola,  ma  decente.  Quanto  alia  casa,  non  si pensi  che  offrisse  agiatezze  ai  Missionari.  L'anno  dopo,  Don  Savio, passato  di  la  per  andaré  nel  Cile,  descriveva  cosi  i  comodi  ivi  goduti  (2):  «  Dormiamo  nella  stessa  camera  dove  si  mangia,  si  studia e  si  riceve.  Questa  camera,  piú  che  disadorna,  con  vari  puntelli al  tetto  perché  non  cada,  serve  inoltre  da  biblioteca,  magazzino  dispensa  ed  anche  da  cantina,  essendovi  depositato  il  vino  da  Messa.

Ho  dovuto  far  portar  via  alcuni  commestibili,  non  potendo  nella notte  sopportarne  l'odore.  Non  ci  si  vede  che  a  gran  pena;  v'é  un único  finestrino  assai  stretto  e  con  tela  ñera  ñera  in  luogo  di  vetri.  » Don  Milanesio,  partito  súbito  da  Chosmalal,  si  diresse  a  Patagones,  dando  Missioni  lungo  un  percorso  di  1800  chilometri,  sicché (1)  Non  si  mostró  egualmcnte  cavaliere  l'anno  dopo.  Nel  suo  messaggio,  facendo  menzionc  della strada,  tacque  il  nomc  di  chi  l'avcva  costruita  a  suc  spese.

(2)  Lctt.  a  Mons.  Cagliero,  Chosmalal,  5  novembre  1889.

Capo  vi arrivó  alia  meta  nel  giugno  dell'89.  Com'ebbe  preso  un  po'  di  riposo,  Monsignore  gli  ordinó  d'intraprendere  nuovamente  una  Missione  con  Don  Savio  e  un  catechista  fra  lo  sbocco  del  Rio  Negro e  del  Rio  Colorado  e  su  per  le  rive  di  quest'ultimo.  Fece  in  tale direzione  circa  mille  chilometri,  spingendosi  fino  a  Fortín  Uno.  Visitava  famiglie  sparpagliate  a  grandi  distanze  e  dedite  alia  pastorizia,  ignorantissime  di  religione;  ma  non  poté  occuparsi  degli  Indi ancora  infedeli,  perché  questo  richiedeva  tempo  ed  egli  aveva  ordiñe  di  fare  una  diversione  a  Balceta;  passó  per  tale  scopo  a  ChoeleChoél  sul  Rio  Negro.  Quivi  incontró  Don  Gavotto  (1),  mandato a  Chosmalal  per  far  compagnia  a  Don  Panaro,  e  Don  Stefenelli, destinato  a  Roca,  di  cui  diremo  fra  breve.

É  Balceta  una  vasta  e  amena  valle  fiancheggiata  da  colline  ondeggianti.  Prende  il  nome  dal  fiume,  che  scorre  in  fondo.  Vi  abitavano  da  450  a  500  Indi,  meta  dei  quali  giá  cristiani  dal  1885.

Disgrazia  volle  che  fossero  assenti  gli  uomini  validi  e  i  giovani,  partiti per  un  mese  di  caccia  al  guanaco  e  alio  struzzo.  Poté  occuparsi  quindi solamente  dei  vecchi,  delle  donne  e  dei  fanciulli.  Raggiunto  di  nuovo il  Rio  Negro,  scese  per  Pringles  a  Patagones,  dove  giunse  dopo  circa tre  mesi  di  escursioni  (2).

(1)  Don  Matteo  Gavotto  era  un  santo  Missionario  Veniva  dai  Figli  di  Maria.  II  Prefetto  Genérale Don  Berrnti  nel  1933  ne  trovó  ancora  viva  la  memoria  come  di  un  santo.  11  buon  vecchio,  avendo  saputo  che  si  pensava  di  mandarlo  in  altra  casa  per  riposarvi,  chiese  per  somma  grazia  di  poter  chiudere  gli  occhi,  dove  aveva  speso  tutti  i  suoi  33  anni  di  vita  sacerdotale.  Mori  a  Chosmalal  nel  1922 (2)  Lett.  di  Don  Milanesio  a  Don  Rúa,  Choele-Choél,  2  luglio  1889  e  Patagones,  5  novembre  1889 Ecco  una  statistica  presentata  da  lui  in  questa  seconda  lettera: Missioni  della  Patagonia date  nell'anno  1889 sulle  sponde  del 1.  Rio  Negro 2.  Rio  Colorado,  Balceta 3.  Viedma  e  Patagones nel Gennaio  e  Febbraio -  Aprile  e  Maggio Maggio,  Giugno,  Luglio Agosto,  Settembre, Ottobre Tota  le Chilometri percorsi 1800 2000 300 1  4100 Battes indigeni 190 140 80 410 itni  di bianchi 50 40 — 90 Matrimoni 12 6 5 23 Istruzioni 80 90 38 208 Comunioni 140 80 20 240 Non  sembriuo  scarsi  qucsti  risultati;  le  Missioni  in  quelle  plaghe  erano  giá  statc  quattro  dal  1883 al  1887.  íl  poco  numero  dei  matrimoni  dipendcva  anche  dalla  difficoltá  d'indurre  gli  indigeni  a  convivcre  con  una  donna  sola,  il  che  naturalmente  rendeva  impossibile  il  battesimo.

Nei  Vicariato  Apostólico  di  Mons.  Cagüero Ho  menzionato  Pringles.  Ecco  una  seconda  residenza  missionaria stabilita  nel  1889  sulla  sponda  sinistra  del  Rio  Negro,  a  90  ehilometri  da  Patagones.  II  paese  aveva  cominciato  a  formarsi  nel  1879, quando  l'esercito  argentino,  movendo  alia  conquista  della  Patagonia, vi  piantó  un  forte,  donde  tenere  in  rispetto  gli  Indi.  Nel  1884  Monsignor  Espinosa,  fattavi  fabbricare  una  chiesa  in  onore  deU'Immacolata  ed  erettala  in  parrocchia,  la  affidó  ai  Missionari  salesiani, soliti  a  recarvisi  di  tratto  in  tratto  per  Fesercizio  del  sacro  ministero.

Mons.  Cagliero,  considerando  l'importanza  del  luogo,  vi  costrusse anche  le  scuole.  Gli  abitanti,  fra  paese  e  campagna,  non  superavano allora  i  500.  Gli  uomini  attendevano  al  bestiame  per  il  Campo,  ossia a  cento,  duecento,  trecento  chilometri  di  distanza;  gli  adolescente badavano  a  migliaia  di  buoi,  vacche,  cavalli,  pecore.  Cosi  inselvatichivano  e,  lasciati  a  sé,  sarebbero  vissuti  sempre  nella  piú  supina ignoranza  religiosa.  Si  poteva  dunque  intanto  esercitare  un  influsso diretto  e  continúate  solamente  sui  vecchi,  sulle  donne  e  sui  fanciulli, al  che  necessitava  Topera  delle  Suore.  Don  Bonacina,  mandato  con Don  Pestarino  a  prendervi  stanza,  adattó  in  fretta  un  lócale  per loro.  Vi  giunsero  in  tre,  traínate  sur  un  umile  carretto.  Era  la  loro prima  dimora  fuori  di  Patagones.  Le  mogli  dei  coloni  un  po'  benestanti  prestarono  loro  materna  assistenza.  La  popolazione  le  accolse  con  grande  cordialitá.  II  Consiglio  Scolastico  del  territorio  donó i  banchi  per  la  scuola;  Mons.  Cagliero  forni  gli  altri  utensili  scolastici.  Pochi  giorni  dopo  il  loro  arrivo  avevano  26  scolarette  e  Don Pestarino  20  scolaretti.  Non  tardó  a  verificarsi  quello  che  Don  Bosco  diceva:  i  piccoli  tirano  i  grandi.  Sorsero  le  associazioni  parrocchiali,  si  celebravano  divotamente  le  feste,  veniva  dispensata  con  larghezza  la  parola  di  Dio.  Pochi  aiuti  materiali  si  potevano  sperare, essendo  quasi  tutti,  tranne  poche  famiglie  di  coloni,  indigenti.  Perció Salesiani  e  Suore  conducevano  una  vita  di  grandi  sacrifici.  II  focolare  omai  acceso  avrebbe  emanato  luce  e  calore  sui  vicini,  riverberando  riflessi  salutari  anche  sui  lontani.

Una  terza  residenza  missionaria  venne  creata  nel  1889  a  Roca, sulla  medesima  sponda  del  Rio  Negro,  fra  quelle  di  Chosmalal  e di  Pringles,  a  circa  sette  chilometri  dalla  confluenza  del  Limay  e del  Neuquén,  ed  a  chilometri  600  da  Patagones.  II  paese  porta  il nome  del  Genérale  che  comandó  la  campagna  del  1897.  Una  buona guarnigione  vi  presidiava  il  forte,  che  era  stato  allora  costruito.  La sicurezza  attiró  abitanti:  nel  1889  salivano  a  2000.  Nelle  terre  all'intorno  vi  erano  tolderie  di  Indi,  i  quali  traevano  il  loro  sostentamento dalla  cura  del  bestiame.  Monsignore  affidó  l'incarico  di  quella  fondazione  a  Don  Stefenelli,  giovane  sacerdote  pieno  di  ardore  (1).  vi ando  egli  con  pochi  pesos  in  tasca  e  a  cavallo  di  un  vecchio  quadrupede.  Si  accinse  con  entusiasmo  a  fabbricare  la  chiesa  e  due  collegi,  uno  maschile  dedicato  a  S.  Michele  e  l'altro  femminile  dato  alie Figlie  di  Maria  Ausiliatrice,  entrambi  per  la  gioventú  povera  e  abbandonata:  edifici  poveri  anch'essi  e  assai  disagiati  (2).  Fórmate le  due  famiglie,  bisognava  risolvere  il  problema  económico.  Per dieci  anni  il  Governo  Argentino  passó  un  assegno  di  mille  pesos  (3); ma  erano  ben  poca  cosa.  Perció  Don  Stefenelli  durante  le  vacanze andava  a  Buenos  Aires  in  cerca  di  soccorsi,  che  col  suo  tatto  riusciva  a  ottenere  in  discreta  quantitá.  Qualche  cosa  si  realizzava  sul posto  in  generi.  Altra  risorsa  era  lo  spirito  di  povertá.

Vi  fu  anche  la  un  periodo  eroico,  nel  quale  Salesiani  e  Suore stavano  alio  stretto  e  vivevano  a  stecchetto,  lavorando  intanto  di buona  lena,  come  nei  primi  tempi  dell'Oratorio.  Dovunque  fissassero la  loro  dimora,  i  Missionari  facevano  necessariamente  una  vita  sacrificatissima.  Basti  pensare  alPeterno  isolamento  dal  loro  mondo spirituale  e  sociale,  all'ambiente  che  li  circondava  assai  primitivo  e alie  enormi  distanze  che  impedivano  le  comunicazioni,  resé  puré difficili  dalle  intemperie  dell'aria  e  dalle  asperitá  del  suolo.  Oggi corre  l'automobile,  eppure  i  disagi  sonó  soltanto  un  po'  diminuiti; ma  allora  non  c'era  che  il  dorso  del  cavallo.  Del  resto,  anche  Al presente,  la  vita  dei  Missionari  in  quei  luoghi  e  in  altri  simili,  richiede  grande  spirito  di  sacrificio,  se  il  Prefetto  Genérale  Don  Berruti,  durante  la  visita  straordinaria  da  lui  compiuta  nel  1933  alie (1)  Annali,  p.  575.

(2)  11  Bollelíino  di  luglio  del  1890  reca  tre  curióse  vignette,  rappresentanti  il  collegio  maschile,  gli alunni  c  il  cacico  Shayuhcque  con  la  sua  famiglia  (Mem.  Biogr.,  vol  XVIH,  p.  746).

(3)  l_'unitá  di  moncta  era  il  peso  d'argenlo,  che  normalmente  valeva  finque  lire  oro;  ma  il  suo valore  fácilmente  cambiava.

Nel  Vicariato  Apostólico  di  Mons.  Cagüero Case  d'America  in  rappresentanza  del  Rettor  Maggiore  Don  Ricaldone,  sentiva  il  bisogno  di  ripetere  piü  volte  ne'  suoi  appunti  di viaggio  osservazioni  come  le  seguenti:  «  Questi  grandi  Missionari prescindono  dalla  materia  in  una  forma  che  non  sembra  umana.  Tutto ció  che  é  conforto,  comoditá,  alie  volte  persino  decenza,  non  entra nel  campo  delle  loro  preoccupazioni:  vivono  di  lavoro,  di  spirito  di sacrificio:  la  materia  non  esercita  nessun  influsso  su  di  essi.  Case povere  di  personale  e  di  mezzi,  vitto  povero,  poveri  ambienti;  ed  e edificante  vedere  in  tania  povertá  di  cose  materiali  tanta  ricchezza di  spirito.  Quei  sacerdoti  anelano  solo  a  lavorare  per  le  anime»  (1).

Ció  che  si  dice  dei  Salesiani,  va  detto  non  meno  delle  Suore.

Come  da  Patagones  e  da  Viedma,  cosi  da  Pringles,  da  Roca  e  da Chosmalal  partivano  di  quando  in  quando  Missionari  con  catechisti e  battevano  la  campagna,  istruendo,  battezzando,  amministrando  gli altri  sacramenti.  Tali  escursioni  duravano  regolarmente  da  tre  a quattro  mesi;  poi  gl'inviati  del  Signore  facevano  ritorno  alie  loro  sedi per  ristorarsi  físicamente  e  spiritualmente  e  vi  compilavano  i  resoconti da  presentare  al  Vicario  Apostólico,  riunendo  tutti  i  dati  delle  loro ^postoliche  fatiche,  i  qnali  servivano  a  preparare  le  relazioni  periodiche  da  inviare  alia  Santa  Sede.

Torniamo  anche  noi  a  Viedma,  dove  ci  attende  una  cosa  da milla,  destinata  a  diventare  cosa  grande.  Sotto  la  vigile  sorveglianza di  Don  Evasio  Garrone  stavano  aperte  in  piü  luoghi  piccole,  ma ntilissime  farmacie,  che,  offrendo  al  Missionario  il  modo  di  introdursi in  tante  case,  ove  mai  aveva  potuto  mettere  il  piede  per  l'addietro.

gli  agevolavano  assai  il  portarvi,  insieme  con  quella  dei  corpi,  anche  e  principalmente  la  salute  delle  anime;  ma  questo  non  bastava, Soldati,  lavoratori  e  Indi,  allorché  cadevano  gravemente  inferan,  non avevano  d'ordinario  chi  li  assistesse.  Commosso  alia  vista  di  tanto  abbandono,  Monsignore  un  giorno  lanció  l'idea  di  un  ospedale  retto  da Salesiani  e  amministrato  dalle  Figlie  di  María  Ausiliatrice.  Un  caso pietoso  quattro  giorni  dopo  fece  che  si  passasse  dal  detto  al  fatto.  Don Garrone  e  Don  Vacchina  si  accostarono  caritatevolmente  al  letto  di (1)  Da  suoi  appunti  di  viaggio  incditi.

Capo vi un  pittore  spagnolo,  che,  colpito  da  peritonite  acuta,  non  aveva  un cuore  che  lo  compatisse  né  una  mano  che  lo  soccorresse.  Le  sue sregolatezze  l'avevano  ridotto  nel  fondo  della  miseria.  Confortatolo alquanto,  i  due  sacerdoti  decisero  senz'altro  di  portarlo  seco.  Ma  do  ve? Nel  Collegio,  no,  perché  non  c'era  posto;  in  una  camera  d'affitto, neppure,  perché  non  ve  n'erano.  Ma  la  carita  é  industriosa.  Parlarono con  Monsignore,  il  quale,  riflettendo  un  istante,  additó  loro  un  rancho> vecchio  e  cadente  capannone,  che  non  serviva  a  milla  e  a  nessuno.

Ottenuto  di  poterne  disporre,  lo  fece  ripulire,  disinfettare  e  ammobiliare  alia  meglio,  ed  ecco  pronto  il  posto  per  il  malato.  Don  Garrone,  che  di  medicina  non  aveva  fatto  studi,  ma  che  per  via  di  certe circostanze  possedeva  una  discreta  pratica  terapéutica,  si  piglio  l'infermo  in  cura.  Giá  gran  calunniatore  dei  Missionari,  quel  disgraziato  aperse  gli  occhi  e.  se  non  físicamente,  guarí  moralmente.  Poi, come  suole  accadere  che  da  cosa  nasce  cosa,  diffusasi  la  notizia che  i  Missionari  tenevano  un  ospedale,  arrivavano  ammalati  da piú  partí.  S'immagini  che  sorta  di  ospedalet  Abbiamo  una  lettera in  cui  COSÍ  se  ne  scrive  (1):  «II  povero  ospedale  nostro  di  Mercedes de  Viedma,  se  merita  questo  nome,  contiene  quattro  lettiere  veramente  mobili  e  pochi  stracci.  Eppure  forma  Pammirazione  di  tutti ed  é  oggetto  dei  sospiri  di  quanti  poveri  ammalati  si  trovano  non solo  nel  circuito  della  popolazione,  ma  anche  nel  campo  e  a  piú  e piú  leghe  distanti.  Prestano  le  cure  piú  atiente  e  caritatevoli  che  mai le  ottime  nostre  Suore  di  Maria  Ausiliatrice,  e  il  nostro  Don  Evasio ne  é  il  dotíore  e  al  tempo  stesso  il  zelante  cappellano.  Lo  vedesse con  quanto  impegno  vi  si  occupa  e  con  quali  buoni  successi!  Basti diré  che  nella  popolazione  ed  in  ogni  ceto  di  persone  é  in  ottima fama,  e  tutti  hanno  riposta  in  lui  e  ne'  suoi  consigli  illimitata  fiducia.

I  militan'  che  formano  lo  squadrone  di  Polizia  e  lo  stesso  Capo e  primo  Commissario,  fratello  dei  Governatore,  lo  vogliono  per loro  medico  ordinario  e  propongono  di  domandare  al  Governo  che siano  a  lui  concessi  quei  cento  scudi  mensuali  che  finora  si  pagano al  dottore  inglese,  (che  é  puré  il  farmacista,  il  ministro  e  non  so  che.

(i)  Don  Riccardi,  scgrctario  di  Monsignore,  a  Don  Rúa,  9  ottobrc  1889.

Nel  Vicariato  Apostólico  di  Mons.  Cagliero protestante,  quantunque  quasi  nostro  amico,  e  che  consiglia  agli  ammalati  di  chiamare  il  sacerdote),  del  quale  sonó  poco  soddisfatti.

II  Presidente  di  una  Societá  di  Mutuo  Soccorso,  la  quale  festeggia annualmente  il  Garibaldi  e  il  20  settembre  con  pranzo,  música  e discorsi  politici,  ha  puré  esso  domandato  il  nostro  dottore  sacerdote per  i  suoi  ammalati,  corrispondendogli  un  equo  onorario.  »  Ho  voluto  riferire  interamente  il  non  breve  tratto  per  due  motivi:  perché si  veggano  meglio  i  progressi  del  sentimento  religioso  in  una  popoiazione  piena  di  ostinati  pregiudizi  contro  il  clero,  e  perché  meglio si  comprenda  come  mai  da  si  umili  principi  sia  potuta  sorgere una  istituzione  ospedaliera,  che  onora  la  Congregazione  e  che  ha sparso  e  sparge  innumerevoli  e  considerevoli  benefici  e  religiosi  e civili  (1).

Nel  settembre  del  1889  Don  Riccardi  compiló  un  resoconto,  che andava  dal  1885,  anno  dell'arrivo  di  Monsignor  Cagliero  nel  Vicariato,  fino  a  quella  data,  per  inviarlo  alie  due  Opere  della  Santa Infanzia  e  Propagazione  della  Fede;  ne  fu  spedita  copia  anche  a Don  Rúa.  Si  puó  in  esso  fácilmente  tener  dietro  alio  sviluppo  e  incremento  morale  e  materiale  delle  Missioni,  al  moltiplicarsi  delle  conversioni,  al  numero  sempre  crescente  di  giovanetti  e  giovanette,  che attingevano  dai  Missionari  soda  istruzione  civile  e  religiosa,  facendo sperare  che  sarebbero  un  giorno  riusciti  a  popolare  di  una  generazione  cristiana  quei  deserti.  Vi  si  scorgeva  puré  il  cresciuto  numero di  stazioni,  collegi,  chiese  e  cappelle  ed  il  corrispondente  aumento di  personale.  Di  molte  cose  Don  Rúa  restó  veramente  stupito;  ma per  la  storia  é  prezioso  quanto  egli  scrisse  in  proposito.  Diceva  (2): « Oh  quanto  aveva  ragione  il  nostro  Don  Rosco!  Voi  ci  ritornavate dall ? America  sconfortati  talora  e  ci  assicuravate  che  quasi  tutta  l'America  Meridionale  era  perlustrata;  che  quanto  c'era  di  Patagonia, era  conosciuto;  che  la  popolazione  era  nulla.  E  noi  ricordiamo,  come fosse  oggi,  che  il  nostro  buon  padre  sorrideva  e  ci  assicurava  del contrario.  —  Guárdate,  diceva,  guárdate  bene;  cércate  bene  nei (1)  Don  Carroñe  era  colui  che,  servendo  la  Mcssa  a  Don  Bosco  al  suo  altarino  privaío,  l'avovn visto  star  sollevato  da  térra  (Mem.  Biogr.,  vol.,  XIII,  pag  897).

(2)  Lett.  a  Don  Riccardi,  2  ottobre  J889.

Capo  vi monti  delle  Cordigliere,  in  certi  piani,  in  certe  gole,  e  vedrete,  vedrete,  credetelo  a  me.  —  Proprio  lui  che  non  c'era  mai  stato  laggiú, vedeva  meglio  di  voi  che  eravate  costi,  e  ne  avete  ora  le  prove:  in un  sol  luogo  tróvate  una  moltitudine  di  18  mila  persone!  »  Lo  stesso errore.  possiamo  aggiungere  noi,  ispirava  diffidenza  in  alti  personaggi  romani,  i  quali,  udendo  la  proposta  di  aprire  Missioni  nella Patagonia,  ridevano,  anzi  un  Porporato  disse  perfino  che  Don  Bosco nella  Patagonia  voleva  mandar  ad  evangelizzare  l'erba.

C A P O  V i l Nella  Prefetíura  Apostólica  di  Mons.  Fagnano.

La  Prefettura  Apostólica,  oltre  che  alia  Terra  del  Fuoco,  si  estendeva  puré  alia  Patagonia  Meridionale  e  alie  Isole  Malvine.  Diremo prima  di  queste  due  ultime  parti  (1).

La  Missione  di  Santa  Cruz,  iniziata  nel  1885  (2),  conduceva  innanzi  la  sua  tríplice  attivitá  che  era  esercitare  il  sacro  ministe.ro con  la  piccola  popolazione  del  centro,  insegnare  la  dottrina  cristiana ai  fanciulli  e  correré  la  campagna  per  catechizzare  gli  Indi.  Data ¡'enorme  distanza,  il  Superiore  Don  Beauvoir  aveva  la  facoltá  di amministrare la  cresima.  Nel  primo  quinquennio  i  Missionari  avevano visitato  di  preferenza  tutti  quei  punti  del  territorio,  in  cui  una maggior  popolazione  offriva  speranza  di  poter  giovare  a  maggior numero  di  anime.  Si  noti  che  i  luoghi  abitati  distano  da  200  a  300 e  piü  chilometri  fra  loro.  Nel  1888  erasi  stabilita  una  seconda  stazione  a  sud-est  del  territorio  di  Santa  Cruz,  in  Rio  Gallegos,  situato sul  fiume  dello  stesso  nome.  Non  contava  che  600  abitanti,  in  prevalenza  spagnoli;  ma  per  l'importanza  della  posizione,  non  possedendo ancora  l'Argentina  un  porto  vicino  alio  Stretto  di  Magellano,  il  Governo  territoriale  vi  aveva  trasferito  la  propria  sede  da  Santa  Cruz.

Non  é  pero  un  sorriso  di  natura  il  suo  panorama,  che  si  presenta assai  monótono  e  triste.  Vinfuriano  poi  venti  arrabbiati.  Le  Autoritá governative  non  solo  non  favorivano  i  Missionari,  ma  ne  inceppavano  sistemáticamente  l'azione.  II  Governatore  Lista  proibiva  loro di  far  scuola  in  Gallegos.  Per  buona  sorte  Don  Beauvoir  non  era uomo  da  lasciarsi  sopraffare.

(1)  É  utile  rileggere  il  c.  LVI  degli  Annali  prec.

(2)  Annali,  pp.  539,  575,  593.

Capo  Vil Alie  Malvine  Mons.  Fagnano  accompagnó  nell'aprile  del  1888  il Salesiano  inglese  don  Diamond,  tanto  aspettato  (1).  Si  prese  stanza a  Porto  Stanley.  II  Prefetto  restó  con  lui  tre  settimane  per  aver  agio di  veder  bene  come  si  potesse  lavorare  in  quella  vigna,  assegnata  Signore  ai  Salesiani.  Si  accorse  tostó,  quanto  fosse  necessaria  ivi  la Missione.  In  passato  il  Missionario  inglese  vi  soggiornava  poco tempo;  perció,  essendovi  una  bella  chiesa  dei  Protestanti  ed  un  ministro  sempre  fisso,  talora  i  cattolici,  allettati  da  ció  e  spinti  da  ignoranza  o  da  maggior  comoditá,  vi  mandavano  i  figli  alie  pratiche del  culto,  facevano  battezzare  la  i  neonati  e  contraevano  matrimonio  dinanzi  al  pastore  anglicano.  La  venuta  di  un  Salesiano riempi  di  gioia  le  famiglie  cattoliclie,  le  quali  invocavano  l'apertura  di  un  collegio.  Si  mise  mano  álacremente  a  costruirlo,  sicche nel  giugno  del  1889  conteneva  34  giovani.  Entro  il  primo  anno  avvennero  ben  25  conversioni  di  protestanti  (2).

Ma  la  grande  impresa  di  Mons.  Fagnano  era  di  organizzare  la Missione  nella  Terra  del  Fuoco.  Bisognava  pertanto  prendere  contatto con  gli  Indi  non  piü  solo  di  passaggio,  come  aveva  giá  fatto,  ma in  modo  permanente.  Si  accinse  con  questo  scopo  a  un  viaggio  di esplorazione,  appena  accennato  nel  volume  precedente.  Partí  da  Puntarenas  (3)  nel  1887  súbito  dopo  la  festa  deU'Immacolata.  Navigava  sopra  una  goletta,  che  faceva  servizio  di  cabotaggio.  Vi  caricó  pecore,  cavalli,  viveri  per  un  paio  di  mesi  ed  anche  roba  da distribuiré  ai  selvaggi;  poiche  giustamente  riteneva  che  questi  solamente  dal  bene  materiale  sarebbero  potuti  venir  condotti  ad  apprezzare  il  bene  spirituale  recato  loro  dai  Missionari.  Meno  con  se il  coadiutore  Audisio  e  tre  uomini.  Suo  disegno  era  di  sbarcare  nell'Isola  Dawson  e  di  la  tragittare,  se  fosse  possibile,  nellTsola  Grande.

La  scelta  del  luogo  di  approdo  fu  il  risultato  di  maturo  studio.

Quell'isola  occupa  il  centro  dell'Arcipelago  fueghino  e  dista  solo (h  Cfr.  Annali,  pp.  503-4.  Nel  1889  Don  Diamond  fu  sostituito  da  Don  'O  Grady  (Ann.,  p.  618)  con Don  Migone  (ivi,  p.  439),  l'uno  irlandcse,  uruguaiano  l'altro.

(2)  Lett.  di  Mons.  Fagnano  a  Don  Rua,  Puntarenas,  10  c  15  febbraio  e  3  aprile;  Porto  Stanley, 13  maggio  1888;  Puntarenas,  25  gennaio  1889;  a  Mons.  Cagliero,  Puntarenas,  5  giugno  1889.

(3)  Dirento  nuo va mente  Puntarenas,  perche  il  Coverno  Cileno,  dopo  averie  cambiato  il  nome  faceiulola  chiamare  Magallanes,  ordinó  di  far  ritorno  alia  denominazione  primitiva.

Nella  Prefeítura  Apostólica  di  Morís.  Fagnano 50  chilometri  da  Puntarenas,  residenza  del  Prefetto  Apostólico;  inoltre  era  punto  di  convegno  agli  Indi,  che  vi  si  fermavano  per  risalire sulla  terraferma  a  Nord  o  passare  nell'Isola  Grande  a  Est.  Sbarcó dunque  nella  Baia  Willis,  porto  naturale  a  Nord-Est  e  molto  ben riparato  dai  terribili  venti,  che  imperversano  in  tutti  quei  canali.

Con  i  suoi  uomini  e  alcuni  cavalli,  con  le  provvisioni  e  altro,  si diede  a  percorrere  Fisola.  Boschi  fittissimi  obbligavano  ad  aprirsi  la strada  con  la  scure;  estesi  pantani  facevano  affondare  le  gambe  dei cavalli.  Sul  far  della  notte  un  fumo  lontano  lontano  riveló  la  presenza di  indigeni.  Dormirono  sotto  gli  alberi,  disturbati  sul  mattino  da vento  e  pioggia.  Rimessisi  in  marcia,  verso  le  otto  scopersero  un gruppo  di  Indi,  che  al  vederli  fuggirono.  Monsignore  li  chiamó,  li persuase  delle  sue  buone  intenzioni,  li  regalo  di  galletta,  di  tabacco e  di  fazzoletti  rossi,  esprimendosi  con  cenni  e  con  qualche  parola spagnola  da  loro  intesa.  Bazzicando  intorno  ai  vapori  stranieri.  essi avevano  imparato  anche  qualche  termine  inglese.  Erano  tre  uomini, quattro  donne  e  quindici  creaturine.  Capi  che  in  quelle  vicinanze ve  ne  doveva  essere  una  quarantina.  Li  invitó  a  Puntarenas,  ed essi  risposero  che  sarebbero  andati.  Lasciatili  contenti,  ripiglió  il  cammino  verso  Nord  con  uno  di  essi,  che  sembrava  un  po 5   navigato  e che  si  offerse  ad  accompagnarli  un  tratto.  Per  istrada  gli  presentó un  suo  figlio,  che  era  intento  a  cacciare.  Allora  si  accomiató,  soggiogato  dalla  bontá  del  Missionario,  il  quale  lo  animó  a  condurgli  a Puntarenas  i  suoi  compagni.  Posto  il  campo  in  luogo  opportuno  e pernottato  come  la  sera  precedente,  si  diressero  verso  la  Baia  Willis, dove  era  tomata  ad  aspettarli  la  goletta,  secondo  previa  intelligenza.  Monsignore  si  convinse  che  quegli  Indi  menavano  vita  nómade  e  che  quindi  a  volerne  procurare  Fistruzione  religiosa  bisognava  indurli  a  riunirsi  in  sede  fissa.

Ripreso  il  mare,  volsero  la  prora  a  Sud,  verso  il  seno  dell'Ammiragliato  che  s'interna  profundamente  nell'Isola  Grande,  cercando intanto  di  vedere  se  lungo  la  spiaggia  vi  fossero  Indi  a  raccogliere molluschi,  ma  due  giorni  di  burrasca  resero  la  cosa  impossibile.  Avvicinatisi  con  gran  difficoltá  alia  costa  ovest,  misero  a  térra  derrate, animali  e  uomini  e  si  accamparono.  Nei  di  seguenti  fra  ostacoli

II naturali  indescrivibili  visitarono  i  dintorni  in  traccia  di  Indi.  Ebbero con  essi  parecchi  incontri.  Monsignore  ne  studiava  l'indole,  i  costumi,  il  linguaggio,  la  vita,  le  razze.  Alcuni  che  avevano  accostato  i  civili  nei  punti  di  approdo,  gli  resero  qualche  buon  servigio.

Se  ne  formó  un  gruppo  intorno  a  lui.  Fece  un  tentativo  d'insinuare pensieri  religiosi,  ma  senza  profitto.  Infine  distribuí  loro  oggetti di  vestiario  e  cose  mangerecce,  e  quando  gli  parvero  ben  disposti verso  la  sua  persona,  li  invitó  tutti  a  Puntarenas  con  la  goletta  che avrebbe  mandato  a  prenderli  dopo  due  lune;  ma  Monsignore  non poté  mantenere  la  parola.  Con  il  comandante,  che  proseguí  la  rotta, si  era  inteso  sul  luogo  e  sul  tempo  del  reimbarco.  La  goletta  fu puntúale.  Ritornato  a  Puntarenas,  gli  vennero  incontro  Indi  Theuelches  della  Patagonia  Meridionale,  giunti  per  una  Missione  e  insieme per  affidargli  figliuoli  da  educare  e  istruire,  naturalmente  a  spese dei  Missionari.

II  Signore  l'aveva  aiutato;  gli  sarebbe  potuto  incogliere  male.  gli Indi  dell'Isola  Grande  detestavano  allora  i  bianchi.  Dacche  cercatori d'oro  scesi  sul  Rio  Santa  Maria  e  alcuni  Inglesi  stabilitisi  nella  Baia Gente  Grande  per  l'allevamento  delle  pecore  avevano  preso  a  uccidere i  loro  guanachi,  quei  guanachi  che  fornivano  ad  essi  vitto  e  vestito, gli  Indi  si  misero  a  fare  altrettanto  con  il  bestiame  degli  invasori.

DalPaltra  parte  gli  stranieri,  per  impediré  i  furti,  davano  una  caccia spietata  a  quegli  infelici,  che  cadevano  quasi  ogni  giorno  sotto  i fucili  europei.  Onde  un  odio  mortale  serpeggiava  nell'isola  contro i  civili;  anzi  una  volta  gli  indigeni  massacrarono  parecchi  minatori  (1).

Mentre  stava  compiendo  la  descritta  escursione,  il  Prefetto  Apostólico  era  ben  lungi  dal  pensare  che  fosse  scomparso  dalla  térra  il suo  amato  padre  Don  Bosco.  Ne  ricevette  la  notizia  solo  in  marzo; con  poco  minor  ritardo  di  lui  l'avevano  appresa  anche  i  Salesiani di  Buenos  Aires.  Ne  fu  causa  l'essere  andato  smarrito  il  telegramma inviato  da  Torino  la  mattina  del  31  gennaio.  I  giornali,  e  vero,  an(1)  Lett.  di  Mons.  Fagnano  a  Mons.  Cagliero,  Puntarenas,  10  e  15  febbraio  1888.  Gli  Inglesi uccidcvano  i  guanachi,  perché  qucsti  danneggiavano  l'allevamento  delle  pecore,  divorando  l'erba  dei migliori  pascoli.  Si  dice  la  che  un  guanaco  mangia  quanto  sette  pecore.

Nella  Prefeítura  Apostólica  di  Mons.  Fagnano nunciarono  quella  morte;  ma  i  nostri  non  vi  prestarono  fede,  sia perché  altre  volte  la  stampa  li  aveva  tratti  in  inganno  con  simile notizia,  tanto  piú  che  sapevano  del  notevole  miglioramento  verificatosi  in  gennaio,  sia  perché  non  potevano  concepire  come  mai  i Superiori,  se  la  cosa  fosse  vera,  non  si  facessero  vivi.  Cosi  lo  seppero  un  mese  dopo,  quando  cioé  la  posta  reco  loro  la  circolare  di Don  Rúa,  al  quale  Monsignore  scrisse  il  10  marzo:  «  Abbiamo  ricevuto  la  circolare,  in  cui  ci  partecipa  la  dolorosa  notizia  del!a morte  del  caro  Papa  ed  abbiamo  pianto  di  cuore  la  sua  perdita tutti  insieme,  ma  specialmente  io  che  tanto  gli  doveva...  Per  nostra parte  ci  adopreremo  con  tutte  le  forze  a  corrispondere  ai  desideri dei  nostri  Superiori,  raddoppiando  lo  zelo  nelle  opere  intraprese dalla  Congregazione  Salesiana,  in  particolare  nelle  Missioni  ai  selvaggi  del  la  Terra  del  Fuoco.  » Intanto  urgeva  accendere  un  focolare  di  vita  cristiana  nella  popolazione  della  residenza  prefetturale  di  Puntarenas.  I  Missionari  vi si  adopera  vano  con  tutti  i  mezzi  insegnati  da  Don  Bosco:  cura  della gioventü,  belle  funzioni  religiose,  feste,  mese  mariano,  pane  della parola  di  Dio,  pane  eucaristico,  ogni  tanto  battesimi  di  Indi  amministrati  con  solennitá:  tutte  cose  che  attiravano  gente  alia  chiesa.

Un  Indio  quindicenne  fu  tenuto  al  sacro  fonte  dal  nuovo  Governatore,  Genérale  Samuele  Valdivieso.  A  un  altro  fece  da  padrino  per procura  Don  Rúa.  Quello  era  un  superstite  di  undici  fueghini  rapiti  da  un  incettatore  írancese  e  messi  in  mostra  all'Esposizione di  Parigi,  poi  imbarcato  a  Liverpool  e  spedito  al  suo  destino.  Non avendo  piú  ritrovato  i  genitori,  venne  raccolto  dai  Missionari.  dei suoi  dieci  compagni  di  sventura,  cinque  erano  morti  e  cinque  finirono  anch'essi  nelle  braccia  dei  Missionari,  che  li  fecero  cristiani  (1).

A  sciogliere  il  ghiaccio  dell'indifferenza  religiosa  che  assiderava i  cuori,  giovó  non  poco  il  buon  esempio  dei  Salesiani,  preti  e  laici.

Inoltre  fu  vera  fortuna  che  nel  1889  il  Governo  cileno  avesse  mandato  a  Puntarenas  il  detto  Governatore,  uomo  esemplare,  che  non mancava  mai  la  domenica  alia  Messa  (2).  Qualche  buon  frutto (1)  Lctt.  di  Don  Bcanvoir  a  Don  Rúa,  Puntarenas,  15  setiembre  1890.

(2)  Lett.  di  Mons.  Fagnano  a  Mons.  Cagliero,  Puntarenas,  7  luglio  1889.

Capo  Vil cominciava  a  maturare.  Quell'anno  Monsignore  scriveva.  sottolineando  con  visibile  esultanza  (1):  «  Domani  primo  venerdi  del  Sacro Cuore  faremo  oenticinque  Comunioni  ed  allargheremo  il  Regno  di Gesü.  Si  va  adagio,  ma  sempre  avanti.  » II  nemico  delle  anime  non  poteva  starsene  inerte.  NelFinverno del  1889  correvano  pubblicazioni  contro  i  Salesiani  e  contro  la  loro Missione,  fucinate  a  Puntarenas.  Ma:  «La  Madonna  ci  aiutó,  scrisse il  Prefetto  Apostólico.  II  silenzio,  la  preghiera,  la  pazienza  furono la  nostra  risposta.  »  Tre  presunti  autori  di  quegli  scritti  clandestini morirono  poco  dopo  a  brevissimi  intervalli.  Chiesero  pero  i  sacramenti  (2).

Nel  1888  era  volata  al  cielo  la  giovanetta  fueguina,  che,  raccolta da  Mons.  Fagnano  nella  Terra  del  Fuoco  dopo  l'uccisione  di  suo padre,  condotta  a  Patagones  e  di  la  accompagnata  da  due  Suore a  Torino  nel  1887,  era  stata  presentata  da  Mons.  Cagliero  a  Don Bosco  (3).  Viveva  a  Puntarenas  nella  Casa  delle  Figlie  di  Maria Ausiliatrice.  L'ultimo  giorno  della  malattia  volle  che  Monsignore le  stesse  continuamente  accanto  al  letto.  Poco  prima  di  spirare gli  disse:  —  Andrai  a  cercare  mia  mamma,  i  miei  fratelli;  li  battezzerai,  perché  possano  venire  anch'essi  in  paradiso  con  Gesú.  — Mori  nel  giorno  dellTmmacolata.  Fu  il  primo  frutto  inviato  al  Cielo dalla  Missione  (4).

Una  chiesa,  anche  piccola,  ma  decorosa  e  divota  é  pur  sempre un  gran  mezzo  per  suscitare  nei  cuori  la  fiamma  della  pietá.  Fino al  1890  Salesiani,  Suore  e  fedeli  si  disputarono,  per  cosi  diré,  una povera  stanza  messa  a  cappella;  ma  allora  ebbero  una  chiesina con  campanile  e  tre  campane,  fatta  di  legno,  come  tutti  gli  edifici del  luogo.  foderata  esternamente  con  lastre  di  zinco  e  nell'interno coperta  di  tela  e  carta  ricamata.  Troneggiava  sull'altare  una  statua di  Maria  Ausiliatrice,  venuta  da  Parigi.  Edificante  e  attraente  riusci la  benedizione  della  prima  casa  di  Dio  sorta  nella  cittá.  Nessuna  del! (1)  Lcttcra  di  Mons.  Fagnano  a  Mons.  Cagliero,  Puntarenas,  5  scttcmbre  1889.

(2)  11  med  al  metí.,  7  luglio  1889 (3)  Aniuiii,  p.  398.

(4)  Lett.  di  Mons.  Fagnano  a  Don  Rúa,  Puntarenas,  25  gennaio  1889.

Nella  Prefetlura  Apostólica  di  Mons.  b agnano Autoritá  ricusó  d'intervenire.  Piacque  il  numeroso  clero  di  giovanetti.  Vi  si  celebró  il  mese  di  Maria,  che  laggiú  termina  con  la  festa dell'Immacolata,  nel  qual  giorno  una  spettacolosa  processione  scosse quel  popólo  fino  allora  insensibile  alie  cose  di  religione  Vi  furono ben  115  comunioni.  Le  Suore  fecero  l'accettazione  di  13  Figlie  di Maria,  di  20  aspiranti  e  di  20  angioline  (1).  La  grazia  di  Dio  operava,  nonostante  gli  ostacoli.

Tutto  questo  andava  narrato  di  seguito;  ora  rifacciamoci  un  po' addietro.  Nel  1888,  quando  qui  é  estáte  e  la  invernó.  Mons.  Fagnano venne  in  Italia  dopo  13  anni  di  lontananza.  Arrivó  a  Genova  il 26  giugno.  Peroró  la  causa  della  sua  Missione  a  Torino  ed  a  Roma, ne  fece  conoscere  i  bísogni  di  vario  genere  a  quanti  potevano  prestargli  ahito  e  ottenne  da  Don  Rúa  un  rinforzo  di  personaje  in  dieci Salesiani  e  cinque  Suore.  II  3  dicembre  rientrava  giá  nella  rada  di Puntarenas.

Suo  pensiero  dominante  furono  súbito  i  preparativi  per  aífrontare decisamente  la  Missione  fueguina;  ma  non  poté  aver  pronto  tutto l'occorrente  se  non  a  febbraio.  II  3  salpó  verso  l'Isola  Dawson  sopra una  goletta,  chiamata  la  Fueghina.  Caricó  vettovaglie  per  vari  mesi, vacche,  cavalli,  pecore  e  gli  attrezzi  piü  necessari  per  impiantare un  piccolo  villaggio.  Destinó  Direttore  della  stazione  Don  Ferrero.

al  quale  diede  per  ahitante  il  coadiutore  Giovanni  Silvestro.  Facevano  parte  della  spedizione  dodici  fra  pastori  e  falegnami.  Raggiunta  la  spiaggia  nella  Baia  Willis,  stabili  di  costituire  ivi  il  centro della  Missione,  ordinando  di  costruire  immediatamente  una  casa  di legno.  I  pastori  pero  col  bestiame  li  mandó  a  sbarcare  nella  Baia Harris,  piü  a  Sud,  perché  sapeva  esserci  la  un  grande  e  be!  prato.

Egli  quindi,  dovendo  tornare  a  Puntarenas,  impartí  le  opportune istruzioni  e  lasció  l'isola.

Misura  questa  13300  chilometri  quadrati  di  superficie.  La  cinge a  Sud  una  lunga  catena  di  montagne,  quasi  sempre  coperte  di  nevé; (1)  Di  questo  c  di  altro  fa  una  bella  relazionc  a  Mons.  Caglicro  Suor  Valiese.  supcHora  dcllc Figlie  di  Maria  Ausiliatrice  a  Buenos  Aires,  da  Puntarenas  (15  dicembre).  dove  si  trovava  di  passaggio,  proveniente  dall'Jsola  Dawson,  come  diremo.  Anche  Mons.  Fagnano  ue  seris.se  al  medesimo addi  16.

Capo  Vil il  resto  é  tutto  folti  boschi,  modeste  colime,  vaste  praterie.  abbondanti  corsi  d'acqua,  frequenti  laghi  e  terreni  paludosi.  Appartiene al  Cile  come  tutte  le  altre  dell'arcipelago,  tranne  circa  meta  dell'Isola  Grande,  nella  quale  sventola  la  bandiera  argentina.

Dopo  la  partenza  di  Monsignore,  non  compariva  faccia  di  Indi; solo  al  sesto  giorno  ecco  venire  una  piroga  e  due  giorni  dopo  un'altra e  poi  un'altra  ancora,  tutte  cariche  di  selvaggi-  Si  appressavano  con timore;  ma  tostó,  regalati  di  galletta,  tabacco  e  indumenti,  pigliarono  coraggio.  Don  Terrero,  persuasili  a  fermarsi,  improvvisó  per loro  alcune  casucce  di  tavole  che  riparavano  dall'acqua,  ma  non  vento  e  dal  freddo.  Ce  ne  volle  per  indurli  a  pulirsi,  a  liberarsi  da insetti  molesti,  a  lasciarsi  tagliare  i  capelli,  a  buttar  via  sucide  pellicce  e  indossare  abiti  nostrani!  Fu  dato  a  ognuno  un  nome  e  adagio adagio  si  inizió  1'insegnamento  religioso.  A  patrono  della  Missione fu  eletto  l'Arcangelo  S.  Raffaele.

Ma  la  localitá  prescelta  parve  ben  presto  disadatta,  Oltre  al  resto, la  Baia  Willis  aveva  un  fondo  buono  solo  per  piccole  imbarcazioni; invece  a  poca  distanza  la  Baia  Harris  poteva  lasciar  approdare anche  le  maggiori  navi,  inoltre  le  faceva  corona  una  zona  piü  bella, piü  cómoda,  piü  ricca  di  pascoli  e  piü  riparata  dai  venti.  Perció dopo  un  primo  mese  tutti  si  trasferirono  la  con  armi  e  bagagli; anche  la  casa  giá  costruita  venne  smontata  e  portata  via  sopra  una zattera.

Monsignore  mandó  ancora  un  prete,  Don  Pistone,  e  parecchi  operai  che  fabbricassero  solide  casette  per  gli  Indi  e  una  casa  di  certa grandezza  per  i  Missionari.  Vi  tornó  egli  stesso  in  maggio  con  rifornimenti,  con  materiali  da  costruzione  e  roba  per  gli  Indi,  che  presero a  chiamarlo  il  buen  capitán.  Quando  venne  via,  era  risoluto  di  recarsi alia  capitale  del  Cile  e  di  chiedere  al  Governo  la  concessione  dell'isola  per  vent'anni,  a  fine  di  attirarvi  un  sempre  maggior  numero  di  fueghini,  affezionarli  al  luogo  e  tenendoli  concentrati,  organizzare  una  colonia  dedita  specialmente  alia  pastorizia.

Da  sette  mesi  la  vita  trascorreva  tranquilla,  quando  un  trágico incidente  sopraggiunse  a  funestare  quei  principi,  che  si  manifestavano  tanto  lieti.  Avendo  tróvalo  una  lettera  in  cui  una  delle  vittime

Nella  Prefettura  Apostólica  di  Mons.  Fagnano narra  il  fatto,  me  ne  serviró  come  di  fonte  principale  nel  racconto, attingendo  solo  qualche  particolaritá  altrove  (1).

II  7  setiembre  1889,  tomata  all'isola  la  goletta  Fueghina,  operai e  pastori  ottennero  di  andaré  a  godersi  qualche  giorno  a  Puntarenas durante  le  feste  patrie  che  si  celebra  vano  dal  17  al  19.  Ando  con ioro  anche  Don  Ferrero,  sicché  alia  Missione  rimasero  solo  Don  Pistone  e  il  coadiutore  Silvestro  con  17  Alacalufes.  Orbene,  la  mattina  del  9  gli  Indi  erano  tutti  scomparsi.  I  Missionari  supposero  che fossero  andati  alia  pesca.  Ma  ecco  sul  fare  della  sera  ricomparire soltanto  sei  uomini,  che  si  avanzavano  mostrando  alcune  pell.i  di lontra  come  frutto  della  caccia.  Tre  si  avvicinarono  a  Don  Pistone e  tre  a  Silvestro,  piantandosi  uno  davanti  al  prete  e  un  altro  davanti al  laico,  mentre  due  si  mettevano  ai  fianchi  del  primo  e  due  ai fianchi  del  secondo.  Che  questa  fosse  una  manovra  sospetta,  lo  poteva  diré  soltanto  chi  la  osservasse  un  po'  da  discosto,  non  i  due  accerchiati,  intenti  ad  ammirare  le  belle  pelli.  A  un  cenno  selvaggio entrambi  si  sentirono  afferrare  per  le  mani  e  vibrare  fulmíneo  un colpo  di  arma  affilata  alia  gola  Don  Pistone,  di  scure  alia  testa  Silvestro.  Nel  pronto  svincolarsi  dalla  prima  stretta  gli  aggrediti  torsero il  capo,  sicché  quegli  ricevette  solo  un  taglio  nel  labbro  inferiore fino  al  mentó,  e  questi  riportó  una  Heve  scalfittura  alia  fronte,  ma una  grave  ferita  al  braccio.  Si  divincolarono  atterriti  e  grondanti sangue,  mandando  un  forte  grido:  gli  aggressori,  fallito  I'attacco, si  lasciarono  cadere  di  mano  le  armi  e  presero  la  fuga.  Allora  Silvestro,  che  era  stramazzato  al  suolo,  si  trascinó  in  cucina,  die'  di piglio  a  un  fucile  carico  e  sparó  in  aria.  Alia  detonazione,  il  compagno  di  sventura,  che  correva  all'impazzata  verso  la  spiaggia,  si rianimó,  avendo  compreso  chi  fosse  colui  che  aveva  sparato:  i  selvaggi  ignoravano  il  maneggio  delle  armi  da  fuoco.  Tornó  dunque indietro.  Entrambi,  assicuratisi  che  non  vi  era  piú  nessuno  la  intorno e  sparati  vari  altri  colpi,  badarono  a  curarsi  le  ferite.

Per  l'impressione  dello  spavento  provato  e  sotto  Fincubo  del  timore  di  essere  sorpresi  nel  sonno,  tutta  la  notte  non  chiusero  occhio.

(1)  Lett.  di  D.  Pistone,  Isola  Dawson,  12  setiembre  1889.  Manca  il  nomc  del  destinatario.  —  Ho vonsultato  puré  Memorie  inedite  di  Don  Beaavoir.

Capo  Víl Ma  poi  i  furfanti,  sapendoli  soli  in  quel  deserto,  non  sarebbero  tornati in  compagnia  di  altri  all'assalto?  E  come  provvedere  alia  propria  sicurezza?  In  si  tristi  pensieri  non  ave  vano  miglior  conforto  che  la  preghiera.  E  la  Provvidenza  intervenne.  L'll  settembre  verso  le  otto  uno scafo  veleggiava  nella  Baia  Harris.  Respirarono,  e  scesero  al  mare.

Approdó  un  cutter  proveniente  dalle  isole v   Malvine  e  diretto  a  Puntarenas.  L'equipaggio  si  componeva  di  tre  inglesi,  che,  disorientati e  senza  viveri  e  privi  d'acqua  potabile,  giungevano  la  spinti  vento.  Si  prestarono  tostó  scambievole  soccorso.

L'indomani  il  cutter  fece  vela  per  Puntarenas,  dove  giunse  il 14  con  le  brutte  nuove.  Monsignore  addoloratissimo,  non  trovando di  meglio,  rinvió  quella  stessa  imbarcazione  a  Dawson  con  Don Ferrero,  recante  viveri  e  medicamenti.  Giunta  poi  una  piccola  goietta  Florencia,  la  affittó  e  la  spedi  a  Don  Ferrero  con  alcuni  operai.  II  cutter,  arrivato  a  Baia  Harris  il  17,  ne  riparti  il  18,  lasciando  uno  dei  marinai  a  guardia  della  Missione  e  imbarcando Silvestro,  il  cui  braccio  si  temeva  che  andasse  in  cancrena.

La  povera  navicella  dovette  lottare  tre  giorni  e  tre  notti  con  le onde  iníuriate,  finché  una  raffica  di  vento  la  sbatté  contro  una spiaggia  arenosa  senza  infrangerla.  II  21,  sembrando  placato  il  mare.

i  tre  naufraghi  spinsero  il  cutter  in  acqua  fino  a  50  metri  da  térra, dopo  di  che  una  barchettina  capace  appena  di  due  uomini  li  avrebbe  trasportad  fino  alia  nave.  Nel  primo  tragitto  vi  montarono  Silvestro  e  un  marinaio.  La  barchetta  distava  appena  pochi  metri  cutter,  quando  una  grossa  ondata  la  capovolse.  I  due  sommersi ricomparvero  di  li  a  poco  alia  superficie,  nuotando  verso  la  riva; ma  Silvestro,  qualunque  fosse  la  causa,  spari  inghiottito  dai  flutti né  fu  possibile  rintracciarne  il  cadavere.  Allora  il  mare,  di  nuovo ingrossato,  scaglió  con  tanta  violenza  il  cutter  contro  un  punto  pietroso  della  spiaggia,  che  lo  ridusse  in  frantumi.  I  superstiti,  percorsa a  piedi  la  lunghissima  distanza,  recarono  alia  Missione  la  luttuosa notizia.  Nel  frattempo  la  Florencia  era  venuta  a  Dawson  e  tomata a  Puntarenas  e  non  avénelo  incontrato  il  cutter  né  prima  né  dopo.

ne  fece  avvertito  Mons.  Fagnano.  Questi  ottenne  dal  Governatore che  fosse  mandato  un  vaporino  a  cercarlo.  Vi  s'imbarcó  egli  puré 70

Nella  Prefeííura  Apostólica  di  Mons.  Fagnano con  il  coadiutore  Bergese.  S'immagini  il  suo  dolore,  quando  conobbe tutta  la  dura  realtá.

Uomo  di  fede,  ricordó  come  Don  Bosco  avesse  detto  che  la  Missione  sarebbe  costata  sudore  e  sangue  e  che  a  chi  si  fosse  sacrificato,  Dio  avrebbe  fatto  la  grazia  che  il  suo  sangue  fosse  fecondo di  conversioni  (1).  Rincorato  da  questa  Aducía,  fece  animo  ai  Missionari,  i  quali,  anziché  lasciarsi  abbattere,  si  rimisero  con  buona lena  al  lavoro.

E  la  Missione  di  S.  Raffaele  risorse.  I  fuggitivi,  temendo  di essere  presi  a  fucilate,  non  osavano  piú  mostrarsi;  ma  poi,  ricercati  dai  Missionari  e  vínti  dai  loro  segni  di  bontá  e  di  perdono, ritornarono  tutti,  compresi  gli  assassini,  tranne  l'orditore  della  trama.  Poiché,  andando  a  fondo,  si  scoperse  che  istigatore  dell'attentato  era  stato  un  Indio,  il  quale  ambiva  di  capeggiare  quella specie  di  tribu  in  formazione.  Né  costui  cessó  piú  di  causare  molestie  alia  Missione,  finché  peri  sgozzato  da  alcuni  suoi  compagni di  ribalderie.

II  numero  degli  Indi  raccolti  ando  vía  via  aumentando.  Per  ricoverarli  furono  col  tempo  costruite  fino  a  60  case,  in  alcune  delle quali  abitavano  anche  quattro  famiglie.  Ai  ragazzi  e  alie  ragazze di  oltre  sette  anni  si  dava  ricetto  in  due  collegi,  sorti  ivi  stesso  e governati  dai  Salesiani  e  dalle  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice,  Poiché nel  giugno  del  1890,  dopo  che  Suor  Valiese  era  stata  sul  posto  a  predisporre  le  cose,  iré  religiose  furono  inviate  a  dar  principio  alia loro  comünitá  sotto  la  direttrice  Suor  Luigina  Rui  fino.  Dio  solo  sa a  quali  sacrificí  si  assoggettarono  esse  per  la  redenzione  di  quelle misere  creature.

Intanto  i  Missionari  si  sforzavano  di  abituare  gli  Indi  al  lavoro, a  cui  grandemente  ripugnavano.  Per  le  donne  c'era  il  laboratorio delle  Suore;  per  gli  uomini  fu  impiantata  una  segheria  a  vapore, che  serviva  a  utilizzare  l'abbondantissimo  legname  della  foresta.

I  grandi  venivano  puré  addestrati  nella  coítivazione  della  térra.

Alie  donne  s'insegnava  il  modo  di  cucinarsi  le  vivande.  Ma  sulle (1)  Lctt.  a  Don  Riccarili,  Puntaronas,  31  otíobrc  1889.

 

Capo  Vil occupazioni  materiali  primeggiava  sempre  l'insegnamento  catechistico.  Anche  gli  usi  religiosi  penetravano  a  poco  a  poco  nella  vita di  ogni  giorno.

Nel  1890  dopo  la  festa  dellTmmacolata  Mons.  Fagnano  e  Suor Valiese  fecero  una  nuova  visita  alia  Missione.  Dalle  festose  accoglienze  compresero  súbito,  che  c'era  qualche  cosa  di  mutato.  Monsignore  trovó  ben  preparati  al  battesimo  33  Indi,  tra  cui  28  adulti.

La  cerimonia,  fatta  a  modo,  produsse  viva  impressione.  I  battezzati  uscivano  dalla  cappella  allegri  e  saltellanti,  cantando:  «  Ya no  somos  Indianos,  ahora  somos  cristianos»  (1).

Fermo  nel  proposito  di  strappare  gli  Indi  alia  loro  vita  randagia e  concéntrame  il  maggior  numero  possibile  a  convivere,  fosse  puré in  grado  mínimo,  civilmente,  quanto  cioé  lo  permettesse  loro  la  propria  natura  nómade,  Mons.  Fagnano,  come  ho  detto,  vagheggiava l'idea  di  farsi  accordare  dal  Governo  la  cessione  dellTsola  Dawson per  vent'anni.  Con  questo  disegno  in  mente  ando  nel  giugno  del 1890  a  Santiago,  dove  riusci  a  ottenere  un  decreto,  in  forza  del quale  al  Padre  Giuseppe  Fagnano,  come  Superiore  dei  Missionari Salesiani  stabiliti  a  Puntarenas,  si  concedeva  per  vent'anni  l'uso e  l'usufrutto  dellTsola  Dawson.  La  motivazione  si  fondava  su  tre considerando:  primo,  la  convenienza  che  lo  Stato  favorisse  e  stimolasse  le  imprese  aventi  per  oggetto  d'incivilire  gl'indigeni  della Terra  del  Fuoco;  secondo,  oltre  ai  fini  umanitari,  il  contributo  che ne  veniva  per  facilitare  la  colonizzazione  di  territori  della  Repubblica  posti  in  cosi  remote  plaghe;  terzo,  il  nessun  onere  finanziario derivante  dalla  proposta,  íl  decreto  poi  disponeva  che  fossero  prestati  500  capi  di  bestiame  vaccino  per  la  stessa  durata  con  Pobbligo di  consegnarne  altrettanti  al  Governo,  spirato  il  termine  della  concessione.  In  caso  che  il  Governo  prima  di  dieci  anni  avesse  bisogno  dell'isola  e  la  richiedesse,  avrebbe  dovuto  sborsare  il  valore  di tutti  gli  edifici,  a  giudizio  di  periti.  Monsignore  riteneva  improbabile  tale  prematura  richiesta  e  godeva  di  avere  finalmente  la possibilitá  di  radunare  tutti  i  selvaggi  della  Terra  del  Fuoco  per (1)  Lett.  citata  di  Suor  Valiese.

Nelia  Prefetlura  Apostólica  di  Mons.  Fagnano dirozzarli,  edúcame  i  figli  e  trasportarli  poi  in  vari  punti  dell'Arcipelago  atti  alia  pastorizia  (1).  Come  siasi  valso  della  concessione governativa,  lo  vedremo  piú  innanzi.

Prima  di  finiré  il  capo  é  necessario  sfatare  dicerie  messe  in  giro da  persone  malevole.  Si  ando  blaterando  che  la  concessione  fosse per  i  Missionari  sorgente  di  sfondolate  ricehezze.  A  smentire  si false  asserzioni  sarebbe  bastato  conoscere  in  che  disastrose  condizioni  finanziare  si  dibattesse  per  quella  concessione  il  Prefetto  Apostólico.  Essa  lo  ingolfó  nei  debiti.  Tutte  le  éntrate,  frutto  únicamente deH'industria,  del  lavoro  indefesso  e  dell'economia  dei  Missionari, viventi  una  vita  di  povertá  e  di  privazioni,  venivano  assorbite  da  i bisogni  degli  Indi  e  del  personale  addetto,  né  sarebbero  state  sufficienti  senza  introiti  d'altra  origine.  Furono  letteralmente  vent'anni di  déficit.  Questa  é  la  pura  veritá  che  poté  e  per  fortuna  puó  sempre essere  documentata  in  base  a  cifre  di  esattezza  inoppugnabile.  Degno Missionario  di  Don  Bosco,  il  Fagnano  metteva  fedelmente  in  pratica  uno  degli  ammonimenti  lasciati  dal  padre  ai  pionieri  del  '75: « Cércate  anime,  non  danari »  (2).

(í)  Lett.  di  Mons  Fagnano  a  Mons.  Cagliero,  Santiago,  11  agosto  1890.

(2)  Annaii,  p.  255  in  nota.

C A P O  V I I I Prime  visite  di  Don  Rua  alie  Case  d'Iíalia.

(Nizza  Monferrato,  Sampierdarena,  Alassio,  Borgo S.  Martino, Lu,  Penango,  Faenza,  Firenze, Lucca,  Roma,  La  Spezia,  S.  Benigno,  Mathi,  Lanzo,  Mogliano,  Este, Lugo,  Faenza,  Parma,  Trento) Un  biógrafo  di  Don  Rua  ebbe  la  pazienza  di  íare  il  calcólo  dei chilometri  da  lui  percorsi  in  un  ventennio,  dal  principio  cioé  del  suo Rettorato  fino  a  quando,  piú  che  gli  anni,  i  malanni  lo  condannarono a  una  vita  non  proprio  sedentaria,  ma  di  poco  movimento.  La  somma oltrepassó  i  centomila  (1).  I  suoi  viaggi,  visitando  le  Case,  avevano molteplici  scopi:  mantenere  vivo  lo  spirito  di  Don  Bosco;  avvicinare i  singoli  Confratelli  per  sentirli,  incoraggiarli,  consigliarli;  incontrarsi con  i  Cooperatori  per  avvincerli  sempre  piú  alia  Congregazione; trattare  per  nuove  fondazioni.  Come  giá  il  santo  Fondatore,  cosi  il suo  illuminato  Successore  considerava  simili  visite  e  incontri  quale elemento  insostituibile  a  promuovere  il  bene  della  Societá;  vogliono quindi  nella  storia  di  questa  un  posto  distinto.  Qui  dunque  e  altrove seguiremo  passo  passo  Fitinerante  cominciando  dall'Italia  superiore e  media.

All'lstituto  delle  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice  Don  Rua  prodigó ancora  per  alcun  tempo  le  stesse  paterne  e  vigili  cure  di  Don  Bosco tanto  nelle  cose  spirituali  quanto  nelle  materiali  Con  particolare  sollecitudine  egli  guardava  alia  Casa  Generalizía  di  Nizza  Monferrato.

Vi  si  recó  due  volte  nel  1889,  cioe  in  maggio  per  le  vestizioni  religiose e  in  agosto  per  un  altro  motivo.  Vigeva  cola  l'usanza,  introdotta  da Don  Bosco,  di  offrire  ogni  anno  a  maestre  e  ad  altre  signore  o  cooperatrici  la  comoditá  di  fare  un  buon  corso  di  esercizi  spirituali.  Don (li  A.  AUIIKAY.  Le  premier  Successcur  de  Don  Botco.  Lyon,  Vitte  Ed.,  1934.  Parte  IV,  c.  6.

Prime  oisüe  di  Don  Rúa  alie  Case  d'Iíalia Bosco  medesimo  ne  mandava  Finvito  stampato  e  finché  la  sanitá  glielo permise,  non  mancó  mai  di  andarli  a  chiudere.  Ve  ne  intervenivano sempre  quante  la  casa  ne  poteva  conteneré.  Don  Rúa  imito  il  suo esempio.  Quella  volta  le  esercitande  arrivarono  a  duecento.

II  6  giugno  visitó  Fospizio  di  Sampierdarena,   6 " la  casa  benedetta dal  Signore ",  scriveva  in  proposito  Don  Lazzero  (1).  La  trovó  ampliata.  II  gran  numero  delle  domande  di  ammissione  aveva  indotto a  praticarvi  un  ingrandimento  mediante  un  piano  rialzato  sull'edificio del  1886,  sicché  ne  risultarono  sei  ambienti,  capaci  di  conteneré  tutte le  classi  del  ginnasio;  la  qual  cosa  age  voló  una  migliore  sistemazione dei  laboratori.  Visitando  Foratorio  festivo,  egli  fece  ai  giovani  una promessa:  l'anno  dopo  avrebbero  avuto  un  cortile  piú  cómodo,  piú bello,  con  i  migliori  giochi  e  mezzi  di  ricreazione.  Non  diceva  questo tanto  per  diré,  ma  aveva  il  suo  bravo  perché.  Si  avviavano  in  quei giorni  alia  conclusione  le  trattative  per  un  importante  acquisto.

Quanto  non  aveva  fatto  Don  Bosco  per  comperare  un'area,  parte  fabbricabile,  parte  fabbricata,  attigua  all'ospizio!  Apparteneva  ai  Marehesi  Durazzo-Pallavicini.  La  vecchia  marchesa  non  glie  Faveva  mai voluta  cederé:  onde  pendeva  continua  la  minaccia  di  qualche  grave servitú.  Ma  allora  parve  che  Don  Bosco  facesse  sentiré  dal  cielo il  suo  nuovo  potere  ricevuto  da  Dio.  L'urgente  necessitá  d'ingrandimento  e  l'imminente  pericolo  che  si  affacciasse  altro  compratore  e soff  ocasse  i  Salesiani,  privandoli  di  uno  spazio  per  loro  vítale,  diedero coraggio  a  ritentare  la  prova.  La  signora  proprietaria  questa  volta  non fu  sorda.  Contrarietá  ne  saltarono  fuori;  ma  l'affare  fu  conchiuso come  giammai  si  sarebbe  osato  sperare.  Infatti,  non  veniva  ceduta solamente  la  parte  chiesta  giá  da  D.  Bosco,  ma  tutto  il  tratto  scoperto ed  anche  un  bel  palazzone  la  accanto.  Anzi,  per  un  terreno  che  era  il doppio,  non  si  dovette  sborsare  neppure  la  meta  del  prezzo  offerto anteriormente.  II  felice  successo  si  attribui  a  grazia  speciale  ottenuta da  Don  Bosco  (2).  L'anno  dopo  dunque  Don  Rúa,  ritornato  a  Sampierdarena,  ricevette  dai  giovani  delForatorio  pubblici  ringraziameníi per  Fampliato  cortile.

(1)  Lett.  a  Mons.  Cagliero,  Torino,  31  agosto  1889.

(2) Lett.  cit.

Capo VIII Questa  casa  nel  1889  divenne  sede  ispeltoriale.  Fino  allora  l'Ispettoria  Ligure  aveva  avuto  per  Ispettore  Don  Cerruti;  ma  in  quell'anno vi  fu  nominato  Don  Giovanni  Marenco.

Da  Sampierdarena  si  volse  ad  Alassio,  dove  fioriva  con  il  ginnasio Fuñico  liceo,  che la  Congregazione  avesse  allora,  diretto  da  quell'uomo incomparabile  che  fu  Don  Luigi  Rocca,  nel  quale  non  si  sarebbe  saputo  che  cosa  maggiormente  ammirare,  se  il  senno  pratico  e  la  scienza ovvero  la  squisita  carita.  Esiste  un  ricordo  di  quella  visita  in  un Álbum  con  le  firme  di  tutti  i  Superiori  e  gli  alunni,  precedute  da  una dichiarazione  che  comincia  cosi:  «  Amatissimo  Padre,  la  tua  visita  ci ha  falto  passare  tre  giorni  felici:  la  tua  presenza,  le  tue  parole  hanno destato  in  noi  una  purissima  gioia,  un  santo  entusiasmo.  Oseremmo diré  che  pareva  venuto  fra  noi,  non  il  Successore,  ma  Don  Bosco  medesimo.

» Verso  gli  ultimi  di  giugno  era  a  Borgo  S.  Martino  per  festeggiare con  quegli  alunni  S.  Luigi  Gonzaga.  II  Direttore  Don  Bertello  gli aveva  preparato un  cordialissimo  ricevimento.  Lo  accolse  un  mondo  di gente,  venuta  anche  da  paesi  vicini.  Vi  si  trovó  puré  il  nuovo  Vescovo Mons.  Pulciano,  che  dopo  la  festa  lo  condusse  a  Cásale  per  tenervi  la conferenza  ai  Cooperatori.  Parló  dal  pulpito  di  S.  Filippo,  ben  noto giá  a  Don  Bosco.  Quanta  moltitudine!  quale  trasporto!  «  Quello  che maggiormente  consola,  scrisse  Don  Lazzero  che  lo  accompagnava  (1), é  che  Don  Rúa  incontra  mirabilmente  e  si  ha  da  tutti  per  lui  grande stima  e  venerazione.  »  Un  giornale  cittadino  raccolse  la  voce  comune che  Fereditá  di  Don  Bosco  passasse  su  braccia  sicure  ed  esperte  (2).

Ritornato  a  Borgo,  ando  a  fare  una  conferenza  a  Lu,  dove  Don  Bertello  per  incarico  del  Capitolo  Superiore  doveva  aprire  un  asilo  municipale  da  affidare  alie  Figlie  di  María  Ausiliatrice  (3);  poi,  fatla  una breve  visita  alie  Suore  di  Quargnento,  si  portó  a  Penango,  dov'era atteso  per  celebrare  la  festa  di  S.  Luigi.  Anche  qui  volle  esserci  il  Vescovo,  del  quale  scrisse  Don  Lazzero  (4):  «  Sembra  che  egli  abbia  una particolare  simpatía  per  Don  Rúa.  » (1)  Lett.  a  Mons.  Cagliero,  Torino,  3  luglio  1889 (2)  Gazzetía  di  Cásale,  3  luglio  1889.

(3)  Verb.  del  Cap.  Sup.,  6  giugno  1890.

(4)  Lett.  cit.

Prime  Disite  di  Don  Rúa  alie  Case  d'Italia Una  delle  Opere  di  Don  Bosco  che  ha  una  storia  piü  ricca  di  vicissitudini,  é  quella  di  Faenza.  Generositá  di  cittadini  e  tracotanza  di settari,  segnalatesi  variamente  nelle  origini,  continuarono  a  starsi  di fronte,  finché  il  bene  cantó vittoria  su  gl'intrighi  e  le violenze  del  male.

Chiamava  Don  Rúa  in  quel  Collegio  la  benedizione  di  una  nuova chiesa, che  il  Direttore  Don  Giovanni  Battista Rinaldi  aveva  intrapreso a  costruire  per  incoraggiamento  ancora  di  Don  Bosco  fin  dal  1885.

I  lavori  pero  andarono  in  lungo,  sicché  ebbero  termine  solo  nel  1889.

Intorno  a  Don  Rúa  dal  13  luglio vi  furono tre  giorni  di  splendide  feste.

Dopo  la  benedizione  rituale  data  dal  A^escovo,  Don  Rúa  fece  la  conferenza  ai  Cooperatori.  II  concorso  numeroso  ed  entusiástico  del  popólo,  se  si  prescinde  dalle  proporzioni,  faceva  pensare  agli  spettacoli, che  si ammiravano  ogni  anno  a Torino  nelle  feste  di  Maria  Ausiliatrice.

«  Credo  di  non  esagerare,  afferma  il  compagno  di  viaggio  (1),  nel diré che  quasi  i  due  terzi  del  popólo di  Faenza  passarono  in  casa nostra e  andarono  a  pregare  nella  nuova  chiesa  l'Aiuto  dei  Cristiani.  Nulla olico  del  clero  che  ci  é  piü  che  amico,  e  pensó  che  neppur  uno  dei sacerdoti  lasció  passare  quei  tre  giorni  senza  darci  tal  segno  di  affettuosa  amicizia.  II  fatto  sta  che  Don  Taroni  non  poteva  piü  capire  in sé  dalla  gioia,  non  poteva  credere  a  se  stesso,  e  andava  di  tratto  in tratto  esclamando:  Sogno  o  son  desto?  »  Noi  conosciamo  giá  Don Taroni,  che  Don  Bosco  chiamava  il  Santo  di  Faenza  (2).

Alia  sera  del  terzo  giorno  ci  doveva  essere  una  rappresentazione drammatica  nel  nuovo  teatrino  accanto  alia  chiesa;  ma  si  era  riversata in  casa  tale humana  di  gente,  che  nemmeno  la  decima  parte  vi  sarebbe potuta  entrare;  quindi  s'improvvisó  un  trattenimento  accademico  allaperto.  In  tre  quarti  d'ora  fu  tutto  finito;  ma  Don  Rúa  impiegó  piü di  un'ora  a  svincolarsi  da  quella  folla  che  gli  si  stringeva  attorno.  chi voleva  la  sua  benedizione,  chi  una  parola  od  un  consiglio,  chi  solo toccargli  le  vesti  o  baciargli  la  mano.  «  Insomma,  notava  il  nostro  informatore,  si  fece  niente  di  meno  di  quanto  giá  si  faceva  per  l'amato nostro  Padre  Don Bosco.  » LTstituto  contava  180  alunni,  di  cui  43  mantenuti  al  tutto  gra(1)  Lett.  a  Mons.  Cagliero,  25  luglio  1889.

(2) Annali,  pag.  398.

Capo  VIH tuitamente.  Eppure  un  giornale  faentino  ebbe  la  sfacciataggine  di stampare  che  per  Faenza  era  una  macchia  l'avere  i  Salesiani  (1).

Dimostrazioni  simili  su  per  giü  bisognerebbe  descrivere  per  Firenze e  per  Lucca,  nelle  quali  cittá  Don  Rúa  ando  súbito  dopo  a  visitare  i Collegi.  A  Firenze  fu  oggetto  di  speciali  cortesie  da  parte  del  celebre professore  e  scrittore  Augusto  Conti.  Citiamo  ancora  una  volta  il  buon Don  Lazzero,  che  nella  sua  mentóvata  lettera  tornava  a  diré:  «  Dovunque  nelle  nostre  case  Confratelli  e  giovani  fecero  a  Don  Rúa  accoglienze  che  per  nulla  si  distinguevano  da  quelle  che  giá  facevano  a Don  Bosco.

» II  1890  si  apri  con  l'andata  a  Roma,  Giuntovi  il  13  gennaio,  spese i  primi  giorni  in  visite  a personaggi  altolocati,  trovando  dappertutto  le piü  benevoli  accoglienze,  La  mattina  del  22  era  ai  piedi  del  Papa.  «  le imprese  di  quel  santo  uomo  che  fu  Don  Bosco,  gli  disse  il  grande Leone  XIII,  furono  da  Dio  benedette  nel  corso  della  vita  e  continueranno  ad  essere  protette  anche  dopo  la  sua  morte.  »  Lodo  il  Santo d aver  portato  a  felice  compimento  limpresa  del  Sacro  Cuore.  Esortó a  lavorare  senza  posa.  «  Si  vede,  che  dove  si  lavora,  malgrado  le  difficoltá  dei  tempi,  il  popólo  accorre,  e  si  fa  del  bene  »  (2).

II  di  appresso  fece  la  prima  conferenza  ai  Cooperatori  romani  nella chiesa  del  Sacro  Cuore.  Mostró  come  Don  Bosco  fosse  stato  l'uomo della  Provvidenza,  perché  la  Provvidenza  Taveva  costantemente  favorito  in  ogni  impresa,  anche  dopo  la  sua  morte,  mediante  la  carita dei  Cooperatori.

Sehbene  bisognasse  spendere  senza  posa,  e  sempre  a  Roma  la  beneficenza  fosse  pressoché  nulla.  puré,  ricordando  quanto  la  cosa  stessc a  cuore  a  Don  Bosco,  decise  che  si  riprendessero  entro  l'anno  i  lavori del  tanto  desiderato  Ospizio,  costruito  solo  in  mínima  parte,  e  che venissero  spinti  innanzi  con  alacritá.  Per  trovare  i  mezzi  diede  corso a  una  ístituzione  detta  Pia  Opera  del  Sacro  Cuore,  permessa  da  I ni dopo  maturo  consiglio,  e  giá  nel  giugno  del  1888  approvata  dal  Car díñale  Vicario  e  benedetta  dal  Santo  Padre  (3).  Consiste  nella  parte(1)  //  Lanwne  di  quoi  giorni.

(2)  Lett.  di  Don  Lazzero  a  Mons.  Cagliero,  Roma,  20  gennaio.  e  Circolare  di  Don  Rúa.  Torino.

lo  fcbhraio.  IHOO (3)  Boíl.  Sul.,  gennaio  1800.  La  cosa  era  stata  iniziata  dal  Párroco  Don  Cagnoli  sotto  il  titolo  di 78

Prime  visite  di  Don  Rúa,  alie  Case  d Italia cipazione  al  frutto  di  sei  Messe  quotidiane  in  perpetuo  mediante  l'offerta  di  una  lira  italiana.

Presa  la  via  del  ritorno,  trascorse  la  mattina  del  26  a  La  Spezia.

L'indomani  tenne  conferenza  a  Genova  nella  chiesa  di  S.  Siró,  parlando,  scriveva  un  giornale  (1),  "con  amore  di  padre  e  carita  di  fraíello ".  Un'altra  conferenza  fece  a  Torino  il  I o   febbraio  nella  chiesa  di S.  Giovanni  Evangelista.  In  quei  giorni  egli  festeggió  a  S.  Benigno Canavese  con  i  professi  e  gli  Aspiranti  Coadiutori  il  nostro  patrono S.  Francesco  di  Sales,  del  quale  disse  puré  le  lodi.

Nello  stesso  anno  1890  visitó  due  altre  Case  vicine  a  Torino.  e prima  quella  di  Mathi.  I  vi  la  cartiera  non  bastava  piú  al  bisogno;  se n'erano  quindi  ampliati  i  locali,  perfezionata  la  gran macchina,  aceresciuto l'attrezzamento  con  l'introduzione  dei  migliori  ritrovati.  Quando tutto  fu  in  ordine,  Don  Rúa  si  recó  il  4  giugno  a  benedire  il  rinnovato opificio.  Don  Cerruti,  Direttore  Genérale  degli  studi,  lesse  un  erudito discorso  su  gli  splendori  del  Cristianesimo  nella  storia  della  carta.

Non  poté  allora  salire  a  Lanzo,  poco  distante  da  Mathi;  ma  per  visitare quei  Collegio,  tanto  caro  a  Don  Bosco,  scelse  una  bella  data,  1'8  dicembre,  festa  dellTmmacolata  Concezione  (2).

Nell'aprile  dell'anno  seguente  venne  la  volta  del  Véneto.  Visitó anzitutto  il  Collegio  di  Mogliano,  do  ve  convocó  i  Coopera  tori.  Di  la, dopo  una  corsa  a  Venezia  per  vedere  il  Patriarca  Card.  Agostini  infermo,  che  lo  desiderava  e  che  mori  poco  dopo,  si  recó  al  Collegio Manfredini  di  Este.  La  cronaca  dell'Istituto  contiene  questo  particolare:  «  La  sua  visita  seguí  ad  una  specie  di  rilassamento  spirituale nei  giovani,  rilassamento  svelto  e  sradicato  dall'esempio  e  dalle  parole del  Superiore.

»  Vi  ricevette,  al  sólito,  il  rendiconto  dei  Confratelli, concesse  numeróse  udienze,  udi  a  uno  a  uno  gli  alunni  della  quinta e  quarta  ginnasiale  e  quanti  altri  giovani  ne  lo  richiesero.  Lo  riempi di  gioia  l'esecuzione  di  una  Messa  in  canto  gregoriano.

Su  di  questo  argomento,  discusso  nel  recente  Capitolo  Genérale, Opera  della  Divina  Provvidenza,  a  insaputa  di  Don  Rúa,  che  se  nc  rammarico,  perche  « Don  Bosco  era nemico  degli  obblighi  perpetui.  »  Fu  ingiunto  al  Bolleítino  di  attendere  ordini  prima  di  paríame.  (Verbali  del  Cap.  Sup.,  20  luglio  1888).  Ecco  la  causa  della  ritardata  pubblicazione.

(1)  L'Eco  ó'Iínlin,  28  gennaio  1890.  La  questua  frutto  1342  lire.

(2)  Lett.  di  Don  Lazzero  a  Mons.  Caglicro,  Torino,  11  di  ce  mi)  re  1890.

Capo  VIH egli  aveva  fatto  speciali  raccomandazioni  in  una  sua  Circolare  del 1°  novembre  1890,  lamentando  la  notevole  trascuranza  da  lui  risco  ntrata  qua  e  la  per  il  canto  della  Cliiesa.  Raccomandatone  dunque  lo studio,  diceva:  «  N  ostra  santa  ambizione  dev'essere  quella  che  le  sacre funzioni,  ordinarie  e  straordinarie,  siano  eseguite  con  decoro,  riguardo al  canto  ecclesiastico.  Si  eviti  l'usanza  di  scegliere  le  voci  migliori  per la  música,  lasciando  le  meno  belle  peí  canto  fermo.  Bensi  le  une  e  le altre  si  avviino  ad  eseguire  divotamente  e  decorosamente  il  canto  gregoriano,  non  solo  in  coro  o  sull'orchestra,  ma  anche  dalla  massa  degli allievi.  »  Questo  appunto  aveva  gustato  e  lodato  al  Manfredini.

Partito  da  Este,  ando  per  Bologna  e  Imola  a  consolare  della  sua presenza  le  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice,  che  si  trovavano  da  poco tempo  a  Lugo.  Don  Rúa  si  era  occupato  di  quella  fondazione  per compiacere  alia  vedova  del  Márchese  Borea  (1).  Da  Lugo  a  Faenza  é  breve il  passo.  Rivide  cosí  quella  Casa,  lasciandovi  un  ricordo,  cioé  l'autorizzazione  al  prolungamento  del  fabbricato.  «  In  quella  eittá  repubblicana,  scrisse  il  Prefetto  Genérale  Don  Belmonte  (2),  i  Salesiant trionfano  malgrado  la  rabbia  indicibile  dei  settari.  »  I  giovani  interni erano  300,  gli  esterni  dell'oratorio  festivo  piü  di  400.  Da  Faenza  Don Rúa  si  diresse  a  Parma.

Nel  settembre  del  1888,  come  abbiamo  giá  narrato,  i  Salesiani  a Parma  apersero  l'oratorio  festivo  e  presero  possesso  della  parrocchia di  S.  Benedetto;  il  Collegio  cominció  l'anno  dopo.  Di  questo  Collegio* assurto  ben  presto  a  una  delle  glorie  della  Congregazione,  é  necessario che  ci  fermiamo  alquanto  a  discorrere.

Due  cose  richiamarono  tostó  su  di  esso  l'attenzione  della  colta  cittadinanza:  la  scuola  di  religione  e  la  scuola  di  música.

Al  Direttore  Don  Baratta,  che  non  aspettava altro, il  Vescovo  Mons.

Miotti  propose  una  scuola  di  religione  per  studenti  di  Liceo,  d'Istituto  e  di  Universitá.  Don  Baratta  la  organizzó  in  un  batter  d'occhio.

Fu  la  prima  scuola  di  tal  genere  sorta  in  Italia.  Soffiava  allora  nelrinsegnamento  medio  e  superiore  un  vento  gélido  di  negazione  e  d'indifferenza  religiosa,  che  isteriliva  nei  giovani  i  buoni  germi  ricevuti (1)  Verb.  del  Cap.  Üup.,  24  higlio  1889.

(2)  Lctt.  a  Mons.  Cagliero,  Torino,  14  maggio  1891.

Prime  oisite  di  Don  Rúa  alie  Case  d'Italia in  famiglia;  quindi  fece stupire  sulle prime  l'affluenza  a  quei convegni, che  si  tenevano  nell'Episcopio.  Uomo  di  studio,  ingegno  vivace  e  spirito  coito,  il  bravo  Salesiano,  formatosi  anche  lui  nell'Oratorio  sotto  la direzione  di  Don  Bosco,  vi  si  preparava  con  serietá,  esponeva  senza tono  cattedratico,  ma  con  ordine,  con  chiarezza  e  con  efficacia  le  sante dottrine  e  alimentava  negli  animi'un  ardente  desiderio  di  conoscere, di  approfondire,  di  ragionare.  Nell'aprile  del  1891  Parma  vide  lo  spettacolo  di  una  comunione  pasquale  fatta  senza  rispetto  uraano  da  un numeroso  stuolo  di  giovanotti  studenti.  In  quelPambiente  di  luce  e di  calore  si  venivano  forgiando  salde  coscienze  cristiane;  uscirono dalla  scuola  di  Don  Baratta  anche  uomini,  che  pur  professando  apertamente  la  loro  fede,  raggiunsero  nella  vita  pubblica  i  piü  alti  fastigi.

Se  la  scuola  superiore  fece  maggior  impressione,  non  era  pero  la sola.  11  Vescovo  pensó  anche  agli  alunni  delle  classi  elementan,  tecniche  e  ginnasiali,  affidandole  a  due  altri  Salesiani,  che.  come  Don Baratta,  si  recavano  due  volte  alia  settimana  nell'Episcopio  per  insegnare  il  catechismo  a  quella  categoría  di  studenti.  Le  due  sezioni  insieme  avevano  circa  duecento  frequentanti.  II  Vescovo  ne  gioiva  puré a  motivo  del  buon  esempio,  che  non  avrebbe  mancato  di  stimolare altri  ad  occuparsi  dell'insegnamento  catechistico.

Spuntava  insieme  la  scuola  di  música,  ma  non  una  scuola  come ve  n'erano  tante  nei  Collegi.  Quella  di  Don  Baratta  fu  una  rivelazione in  Parma  stessa,  patria  di  musici  e musicisti.  Egli,  che  possedeva  gusto d'arte  e  buona  cultura  musicale,  aveva  creato  una  schola  cantorum capace  di  eseguire  a  perfezione  composizioni  dei  piú  insigni  maestri italiani  e  stranieri.  AI  21  giugno  1891,  per  il  terzo  centenario  della morte di  S.  Luigi  Gonzaga,  nella chiesa  dei  Gesuiti  i  suoi  cantori  fecero parlare  molto  di  sé,  e  anche  scrivere,  con  le  loro  esecuzioni  palestriniane,  ardita  novitá  in  tempi  di  decadenza  della  música  sacra, quando  comparivano  appena  i  primi  tentativi  di  reazione  contro  i I mal  vezzo  imperante.  Possiamo  asserire  che  in  Parma  la  mossa  per la  restaurazione  della  música  sacra  partí  dal  S.  Benedetto  (1).

(í)  Anche  il  Dogliani  all'Oratorio  di  Torino  entrava  quell'anno  a  vele  spiegate  nel  gran  mare della  riforma,  tetrágono  agli  assalti  di  non  pochi  avversari.  Nel  1891  per  la  festa  di  Maria  Áusiliatrice fece  eseguire  la  Missa  Papae  Marcelli.  Per  la  storia  della  música  sacra  in  si  burrascoso  periodo  fu  un 8 1

Capo  VIII Dal  fin  qui  narrato  comprendíanlo  quanta  ragione  avesse  il  citato Don  Belmonte  di  scrivere  allora  (1):  «  In  Parma,  il  caro  Don  Baratta é  divenuto,  si  puó  diré,  Fidolo  di  tutti.  »  Oltre  al  resto  anche  la  sua virtú  brillava  agli  occhi  di  quanti  praticavano  con  lui.  II  Vescovo stesso  caduto  infermo,  arrivó  a  dichiarare,  parlando  con  i  suoi  preti, che  era  contento  di  essere  egli  ammalato,  purché  stesse  bene  Don Baratta.

Don  Rúa  dunque  vide  e  benedisse  a  Parma  tante  belle  iniziative salesiane.  Intorno  alia  sua  persona  tutto  era  animazione  e  allegria.

Alie  dimostrazioni  in  suo  onore  partecipó  il  meglio  della  cittadinanza  (2).

Per  ragioni  intuitive  trattandosi  di  genti  a  noi  étnicamente  unite.

sta  bene  mettere  qui  le  visite  a  due  case  sitúate  in  territori  dall'ltalia vero  avvenimento.  UOsseroatore  Cattolico  di  Milano  (9-10  giugno  1891)  conchiudeva  cosí  un  ponderato arhcolo:  *  Noi  ci  congratuliamo  con  particolare  affetto  coll'egregio  maestro  Giuseppe  Dogliani  non  solo pe!  felice  esito  onde  furono  corónate  le  sue  fatiche,  ma  soprattutto  perché  fermó  cosi  la  luminosa  traína  per  la  quale  si  camminerebbe  d'or  innanzi  nell'Oratorio  salesiano.  Ci  congratuliamo  cogli  egregi Superiori  della  Congregazione  di  S.  Francesco  di  Sales  del  íavore  grande  peí  ritorno  della  música sacra  a'  suoi  principi  e  al  suo  santo  scopo.  E  veramente  la  Societá  Salesiana  ha  mezzi  grandissimi  a ben  meritare  sotto  questo  rispetto  specialmente  dalla  Chiesa  e  dalla  civile  societá,  in  mezzo  alie  cjuali con  tanto  favore  si  estende  e  con  tanta  felicita  fíorisce.  La  giornata  del  24  maggio  1891,  coronata  da si  splendido  successo,  ce  ne  porge  un  pegno  tanto  consolante  quanto  indubitato.  » Allunghiamo  questa  nota  peí  diré  qualche  cosa  di  Don  Rúa.  La  questione  della  música  diede  occasione  a  Don  Rúa  di  mettere  in  evidenza  due  caratteristiche  della  sua  personalitá  Quando  fu  eseííuita  quella  Messa  di  Papa  Marcello,  egli  fece  i  suoi  rallegramenti  ai  Maestri  Dogliani  e  Remondi per  la  splendida  esecuzione;  ma  con  tutta  semplicitá  soggiunse  che  a  lui  piaceva  piü  la  música  di Mons.  Cagliero.  Tanto  poteva  in  luí  l'attaccamento  alie  tradizioni  salesiane!  Ma  non  pote  meno  in alíra  circostan/.a,  sempre  a  proposito  di  música,  la  sua  docilita  alie  disposizioni  della  Santa  Sede.

Dopo  la  detta  Messa,  il  salesiano  Don  Ottonello,  musicista  di  vaglia,  mandó  a  Don  Rúa  una  elaborata  relazione,  nella  quale  dimostrava  con  forti  argomenti  la  necessitá  che,  essendo  inevitabile  la riforma,  i  Salesiani,  con  i  mezzi  di  cui  disponcvano,  si  mettessero  alia  testa  del  movimento,  se  non vclevano  poi  trovarsi  alia  coda  ed  essere  con  poco  onore  rimorchiati.  Don  Rúa  non  gli  rispóse  Passarono  dodici  anni,  ed  ecco  il  celebre  Motuproprio  di  Pió  X  suila  riforma  della  música  sacra  Orbene, poco  dopo,  Don  Rúa,  presiedendo  una  certa  adunanza,  a  cui  assisteva  anche  Don  Ottonello,  gli  rivolse  in  principio  la  parola  e  pubblicamente  gli  disse:  —  Avevi  proprio  ragione,  sai.  Don  Ottonello, in  ció  che  mi  dicevi  della  música  e  del  modo  di  esegmre  il  canto  gregoriano.  —  Chi  serive,  udi questo  racconto  da  Don  Ottonello  stesso,  il  quale,  lungi  dal  menar  vanto  come  di  un  suo  trionfo.

esprimeva  la  propria  ammirazione  per  l'atto  del  huperiore  Coerentc  a  se  stesso,  Don  Rúa  non  solo permise  nel  1906  che  si  tenesse  nelLOratorio  il  settimo  Congresso  di  música  sacra,  ma  proibi  anche di  esegnire  e  di  venderé  música  salesiana  del  vecchio  stampo.

(1)  Lett.  a  Mons.  Cagliero,  Torino,  13  aprile  1891.

(2)  Veramente  Don  Rúa  era  giá  stato  a  Parma  nel  marzo  del  1889.  fermandovisi  tre  giorni,  19  al  21;  ne  ha  un  cenno  il  Boíl.  Sal.  del  giugno  1890.  Vi  fece  la  conferenza  ai  Cooperatori:  no  parló A  lócale  Mentore  del  23  marzo  1889.  A  Don  Rúa  stava  moho  a  cuorc  quella  casa,  la  cui  fondazion aveva  dato  tanto  da  pensare  a  Don  Bosco.

Prime  visite  di  Don  Rúa  alie  Case  (Vitalia politicamente  disgiunti.  Una  era  la  casa  di  Mendrisio,  visitata  riel maggio  del  1891;  ne  parleremo  nel  capo  della  Svizzera.  L'alrra  era  I'orfanotrofio  di  Trento  (1),  visitato  nel  precedente  aprile.  Sotto  la  direzione  dei  Salesiani  quei  giovanetti  avevano  fatto  quasi  cambiare  fisionomía  alia  casa.  Venne  da  Innsbruck  il  Conté  Brands,  Governatore della  provincia,  per  pregarlo  di  mandare  Salesiani  anche  in  quella cittá.  Don  Rúa  riuni  a  Conferenza  i  Cooperatori  trentini  accorsi  in buon  numero;  poiché  da  tempo  nella  gloriosa  cittá  del  Concilio  regnava  grande  simpatía  per  le  Opere  di  Don  Bosco.  Don  Rúa  ottenne che  si  modificasse  la  Convenzione  in  modo  che  fosse  lecito  associare agli  orfani  della  cittá  anche  studenti  di  la  e  d'altri  luoghi.  Lo  mosse a  ció  il  sapere  che  da  quelle  parti  vi  era  terreno  propizio  per  le  vocazioni  alio  stato  ecclesiastico  e  religioso.

Da  queste  sue visite  alie case d'ltalia  e da  altre  visite,  di cui  diremo, anche  fuori  d'ltalia,  Don  Rúa  sul  principio  del  suo  governo  raccolse due  frutti  principali.  I  Salesiani,  vedendo  da  vicino  ed  ascoltando  il Successore  di  Don  Bosco,  provavano  l'impressione  che  nulla  fosse  mutato  nella  Societá  per  la  morte  del  Fondatore;  onde  il  loro  attaccamento  alia  Congregazione  si  mantenne  stretto  e  cordiale  come prima.  I  Cooperatori  poi,  recandosi  alie  sue  pubbliche  conferenze  e avvicmandolo  personalmente,  ne  riportavano  un  sicuro  senso  di  fiducia  nell'Opera  salesiana,  sicché  si  confermavano  nel  proposito  di continuare  a  favorirla  e  aiutarla,  come  i  fatti  dimostrarono.

(1)  Annali,  pag  581.

C A P O  I X Primi  viaggi  di  Don  Rúa  aiPestero.

(Francia,  Spagna,  Inghilterra,  Belgio) I  primi  viaggi  di  Don  Rúa  all'estero  ebbero  l'importanza  che  e propria  delle  cosi  dette  presentazioni.  Presentarci  e  incontrar  favore vale  guadagnare  gli  animi  alia  nostra  persona  e  a  tutto  quello  che  in noi  rappresentiamo.  In  luoghi  dove  Don  Bosco  aveva  suscitato  tante simpatie,  quali  accoglienze  avrebbe  avuto  Don  Rúa?  E  fra  genti  di mentalitá  spesso  cosi  diversa  dalla  nostra,  alie  quali  Don  Bosco  non erasi  mostrato,  quale  fortuna  avrebbe  avuta  la  comparsa  del  suo Successore?  L'interesse  della  cosa  trascendeva  la  persona.  Noi  lo seguiremo  per  la  Francia,  nella  Spagna,  in  Inghilterra  e  nel  Belgio.

Furono  quattro  mesi  di  peregrinazioni  dal  principio  di  febbraio  alia fine  di  maggio  del  1890.  Prescindendo  da  quello  che  spetta  puramente  alia  biografía,  coglieremo  solo  i  fatti  e  gli  elementi  che  toccano la  storia  della  Societá.

Cominció  naturalmente  dalla  Francia  piú  vicina,  e  nella  Francia da  Nizza.  II  Patronage  St.  Pierre  aveva  goduto  le  predilezioni  di  Don Bosco  sulle  altre  Case  francesi.  Era  la  prima  aperta  nella  Repubblica.  Uno  stuolo  di  generosi  cittadini  vi  formavano  lo  stato  maggiore  dei  Cooperatori  locali,  sempre  affettu osa mente  vigile  su i  bisogni  e  gl'interessi  dell'Istituto  (1);  ognuno  si  faceva  un  dovere  di multiplicare  gli  amici  dell'opera.  Due  distinti  Comitati  di  signori  e di  signore  ser  vi  vano  di  tramite  alia  beneficenza  in  favore  dei  ricoverati.  Dirigeva  la  casa  Don  Cartier,  venuto  diciassettenne  dalla  sua Savoia  alFOratorio  di  Valdocco  nel  1877  per  fare  gli  studi  e  maturare  la  propria  vocazione.  Don  Rúa  giunse  a  Nizza  1'8  febbraio.

(!)  Annali,  pag.  339.

Primi  viaggi  di  Don  Rúa  alVestero Tutto  parla  va  ancora  di  Don  Bosco,  sólito  a  recarvisi  ogni  anno.

Quand'anche  Don  Rúa  non  avesse  detto  in  pubblica  conferenza  che egli  intendeva  imitarlo  in  tutto  e  per  tutto,  chi  non  se  ne  sarebbe tostó  accorto?  Un  eloquente  oratore  cappuccino,  che  aveva  osservato bene  la  cosa,  espresse  il  suo  pensiero  dicendo  che,  se  tutto  era  prodigioso  nella  vita  e  nelle  opere  di  Don  Bosco,  quella  sua  continuitá in  Don  Rúa  gli  sembrava  il  maggiore  dei  miracoli.  Le  accoglienze dunque  furono  intonate  a  questa  espressione  genérale,  che  il  tanto amato  Don  Bosco  fosse  tornato  redivivo  in  mezzo  ai  Nizzesi.  II  festeggiato  riassunse  in  un  calembour  il  carattere  di  quelle  dimostrazioni.  Parlando  in  un  ricevimento  e  alludendo  a  Vive  Don  Rúa disse:  «  Vous  m'avez  re^u  comme  un  Roi.  » A  completare  Topera  di  Nizza  egli  avrebbe  voluto  vedervi  anche l'oratorio  festivo;  tanto  piú  che  la  Casa  di  Nizza  era  cominciata, come  quella  di  Valdocco,  da  un  oratorio,  e  le  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice  n'avevan  uno  assai  frequentato.  «  Avete  giá  fatto  molto  per  la gioventú,  disse  in  un'adunanza  dei  due  Comitati.  II  Circolo  Cattolico  é  un  vero  oratorio  e  io  sonó  certo  che  Don  Bosco  in  Cielo  si rallegra  del  bene  che  fate  ai  giovani  operai.  Ma  sonó  ancora  tanti i  fanciulli  che  abbisognano  di  assistenza!  »  Tornato  a  Nizza  nel  febbraio  dell'anno  seguente,  ribadi  la  raccomandazione;  ma  cause  indipendenti  dal  buon  volere  dei  Salesiani  vi  si  opposero  fino  al  1908.

In  certi  luoghi  il  timore  che  l'oratorio  sia  di  ostacolo  alia  vita  parrocchiale,  ne  impedisce  anche  oggi  l'apertura.

II  19  febbraio  lasció  Nizza  per  la  colonia  agrícola  detta  La  Navarre.  Una  succinta  e  frammentaria  cronachetta  quasi  contemporánea  cominciava  a  diré  cosi  in  italiano  sotto  quelFanno:  «  Nel  1890 Maria  Ausiliatrice  per  consolarci  e  incoraggiarci  a  imitare  Don Bosco  ci  face  va  il  bel  regalo  della  visita  del  nostro  nuovo  padre che  tanto  amavamo  e  veneravamo,  il  Car.mo  e  Rev.mo  Sig.  Don Rúa.  »  A  questi  sentimenti  sispirarono  Superiori  e  alunni  nel  festeggiare  il  sospirato  visitatore.  Quando  egli  vide  i  progressi  compiuti  e le  possibilitá  di  maggior  bene,  se  vi  fosse  stata  ampiezza  maggiore  di locali,  volle  che  si  accelerassero  nuove  costruzioni,  idéate  da  tempo, ma  appena  iniziate  e  procedenti  con  estrema  lentezza.  Le  sue  parole

Capo  IX diedero  tale  spinta  ai  lavori,  che  il  20  marzo  fu  benedetta  solennemente  la  pietra  angolare  e  nel  gennaio  del  1892  l'edificio  era  termínate).

Per  la  Costa  Azzurra  Don  Bosco  aveva  fatto  un  gran  numero di  Cooperatori;  perció  il  suo  Successore  li  radunó  in  parecchi  centri, come  a  Nizza,  a  Tolone  e  a  Cannes,  e  molti  ne  visitó  individualmente.  Per  questo  a  Cannes  si  fermó  quattro  giorni.  Prima  di  allontanarsi  da  quei  luoghi,  dove  quasi  ad  ogni  passo  fiorivano  i  ricordi di  Don  Bosco,  fece  una  breve  visita  anche  a  Saint-Cyr  per  osservare  come  andasse  quei  piccolo  orfanotrofio  (1).

II  28  febbraio  faceva  la  sua  entrata  nel  Patronage  Sí.  Lean  a Marsiglia.  Omai  in  tutti  i  ricevimenti  si  sentiva  obbligato  a  difendersi  da  coloro  che  lo  uguagliavano  a  Don  Bosco.  « De  Don  Bosco, il  n'y  en  a  qu'un,  disse  la.  Vi  potranno  essere  Salesiani  suoi  imitatori,  ma  non  saranno  mai  altri  Don  Bosco.  »  Come  nelle  altre  Case, anche  al  S.  Leone  ogni  mattina  sedeva  al  confessionale,  sempre  assiepato  di  penitenti.  Molte  ore  poi  della  sua  giornata  se  ne  andavano  in  fare  e  ricevere  visite  (2).

II  suo  pensiero  volava  di  quando  in  quando  al  Noviziato  di S  Margherita,  poco  lungi  dalla  cittá  (3).  Quanto  gli  oceupassero  la mente  simili  Case  di  formazione  salesiana,  l'aveva  manifestato  ai Cooperatori  nella  circolare  del  capo  d'anno,  scrivendo:  «  Come  senza operai  non  si  puó  col  ti  vare  un  campo,  né  far  la  guerra  senza  soldati,  COSÍ  se  noi  non  ci  formassimo  degli  aiutanti,  dei  sacerdoti.  dei catechisti,  dei  capi  darte,  non  potremmo  sostenere  le  nostre  Case (1)  Annali,  pp.  347-9,  446.  657.

(2)  La  famiglia  Olive  era  stata  affezionatissima  a  Don  Bosco  I  numerosi  figli,  quando  il  Santo ar.dava  a  visitarla,  gli  l'acevano  uno  por  uno  il  loro  rondiconto.  Una  delle  figlie  scrisse  un  diario,  in cui  dal  1886  al  1891  nota  tutte  le  continué  relazioni  avute  da'  suoi  con  i  Salesiani.  Sotto  il  6  marzo 1890  scrive:  «  J'ai  eu  1'immense  gráce  de  pouvoir  causer  seule  avec  le  successeur  du  Veneré  Pero  Don Bosco.  Au  lieu  de  nrintimider  coinme  je  le  voyais  d'abord,  le  Révérend  Pére  Don  Rúa  m'a  mise  do suite  á  l'aise,  ce  qui  fait  que  je  lui  ai  parle  avec  une  grande  confiance.  Ah!  que  j'étais  bien,  mon eoeur  jouissait  d'une  sainte  tranquillité  et  s'épancha  de  ses  peines.  Je  repartís  avec  maman,  la  joio el  la  paix  dans  Tarne.  »  E  sotto  il  10:  «  Bolle  journée  et  que  do  gráces  olio  a  pu  m'apporter;  je  voyais uno  seconde  fots  seule  le  si  digne  successeur  du  Veneré  Pere  Don  Bosco;  riinprossion  que  j'ai sontie  dans  ees  deux  visites  restora  dans  mmi  cctMir.  »  Quosto  Diario  si  conserva  nci  nostri  arcliivi.

(3)  Annali,  p.  517.  Era  intitolato  dolía  Provvidonza.  Allorclié  Don  Bosco,  dcsideroso  di  aprire  un Noviziato  in  Francia,  ricevette  l'offerta  della  Signorina  Pastró  e  vido  olio  corrispondova  a  un  suo sogno,  esclamó:  «  C'est  la  Providence!  »  Di  qui  il  litólo.

Primi  oiaggi  di  Don  Rúa  all'estero giá  stabilite,  né  fondarne  delle  nuove;  senza  consimili  aiutanti  dovremmo  chiudere  i  Collegi  e  gli  Ospizi,  far  cessare  i  laboratori, fermare  le  macchine  tipografiche,  abbandonare  le  Missioni.  Per  la qual  cosa  Topera  delle  opere,  cui  i  Salesiani  ed  i  Cooperatori  non debbono  mai  perderé  di  vista,  si  é  quella  di  formare  un  personale acconcio  ai  bisogni  [...].  Una  buona  parte  alia  carita  dei  Cooperatori e  delle  Cooperatrici  viene  appunto  impiegata  a  formare  e  a  mantenere  questo  vivaio  di  operai  per  la  vigna  del  Signore,  a  preparare  maestri,  e  creare  apostoli.  »  II  Noviziato  francese  aveva  allora 26  novizi;  dimoravano  nella  stessa  casa  11  chierici  studenti  di  filosofía.  Li  vide  e  rivide  piü  volte  durante  la  sua  permanenza  a  Marsiglia.  II  loro  maestro  Don  Francesco  Binelli  instillava  nei  loro  cuori il  vero  spirito  di  Don  Bosco,  attinto  da  lui  largamente  alia  fonte.

Nella  citata  circolare  Don  Rúa  aveva  detto  che  l'Ospizio  di S.  Leone,  nonostante  gl'ingrandimenti,  non  poteva  conteneré  nemmeno  la  decima  parte  dei  giovani,  che  venivano  raccomandati;  perció,  parlando  ai  Cooperatori  marsigliesi,  comunicó  loro  l'acquisto fatto  di  un  terreno  la  presso  e  poi  soggiunse:  « A  vous,  chers  Coopérateurs,  d'aider  a  la  construction  de  nouveaux  bátiments.  »  Si  trattava  di  costruire  laboratori  piü  ampi  e  meglio  attrezzati,  specialmente  la  tipografía,  che  mancava  ancora.  II  fabbricato  avrebbe  coperto  un'area  di  640  metri  quadrati,  a  due  piani  sul  pian  terreno.

Gli  aiuti  non  si  fecero  sospirare;  giá  il  10  dicembre  avveniva  la* posa  della  prima  pietra.

II  canónico  Guiol,  strumento  della  Provvidenza  al  tempo  della fondazione  e  quindi  il  piü  indicato  a  prendere  la  parola  in  tale circostanza,  trasse  dalle  benedizioni  passate  lieti  auspici  di  futura prosperitá.  I/augurio  era  destinato  ad  avere  pronto  e  pieno  effetío: dopo  dodici  anni  di  vita  relativamente  rigogliosa,  il  S.  Leone  si apprestava  ad  aprire  un'éra  novel!a.

Dato  l'addio  a  Marsiglia,  Don  Rúa  partí  alia  volta  della  Spagna.

Fino  al  1889  le  Case  di  Utrera  e  di  Sarria  stettero  annesse  all'Ispettoria  Romana,  retta  da  Don  Durando.  Passata  nel  1891  l'Ispettoria  Romana  sotto  jl  no  vello  Ispettore  Don  Cagliero,  le  medesime Case  con  una  terza,  di  cui  ora  diremo,  vennero  aggiunte  alia  Si87

Capo  IX cula,  costitnita  allora  e  posta  sotto  il  medesimo  Don  Durando.  Rimasero  cosi  fino  al  1892,  quando,  staccate  dalPIspettoria  Sicuia, cominciarono  a  formare  un'Ispettoria  a  sé,  con  Don  Filippo  Rinaldi Ispettore,  che  dirigeva  dal  Í889  la  Casa  di  Sarria.  In  questo  modo piú  nessun  membro  del  Capitolo  Superiore  aveva  governi  ispettoriali:  provvedimento  suggerito  da  somma  prudenza,  potendo  altrimenti  nascere  dubbi  di  preferenze  a  favore  delle  Ispettorie  dipendenti  da  Capitolari.  In  realtá  non  consta  che  tali  dubbi  sussistessero; ma  la  sola  possibilitá  che  si  desse  corpo  alie  ombre,  consigliava di  eliminare  qualsiasi  pretesto  (1).

Le  cose  di  Spagna  da  qualche  tempo  lasciavano  alquanto  a  desi derare;  soprattutto  i  benefattori  barcellonesi,  tranne  Donna  Dorotea,  avevano  " voltato  le  spalle "  ai  Salesiani.  In  un  primo  tempo era  parso  bene  mandarvi  Direttore  " quel  buono,  santo  e  dotto  prete cileno ",  che  era  Don  Ortuzar  (2).  Ma  poi  la  scelta  cadde  su  Don  Rinaldi.  Non  é  sminuirne,  ma  crescerne  il  mérito,  se  si  dice  che  alia sua  etá  piú  che  matura  (aveva  33  anni)  e  con  la  sua  mentalitá, fatta  di  gran  senno  per  la  vita  pratica,  ma  senza  naturale  disposizione  ai  forti  studi,  dovette  sottoporsi  ad  improba  fatica  per  apprendere  una  lingua  straniera,  di  cui  per  giunta  gli  sarebbe  stato necessario  fare  súbito  uso  quotidiano  in  privato  e  in  pubblico.  Dio premió  abbondantemente  la  sua  eroica  obbedienza.

La  Casa  di  Sarria,  che  da  principio  stentava  a  conteneré  un centinaio  di  ragazzi,  era  stata  ingrandita  tanto  da  accoglierne  trecento.  La  presenza  di  Don  Rúa  ravvivó  nei  Barcellonesi  il  ricordo degli  entusiasmi  svegliati  da  Don  Bosco  nel  1886.  Intorno  alia  sua persona  si  accentuó  un  movimento  sempre  piú  intenso  dei  vecchi amici.  II  fatto  piú  saliente  fu  per  la  nostra  storia  l'inaugurazione di  una  nuova  Casa  entro  la  cittá  di  Barcellona.

Esisteva  nella  metrópoli  catalana  un  rione  popolato  da  circa quarantamila  abitanti,  quasi  tutti  operai  e  povera  gente,  con  una sola  chiesa  fuor  di  mano  e  senza  scuole.  Tanto  abbandono  toccó il  cuore  a  Donna  Dorotea  che,  fattoví  erigere  a  sue  spese  un  edi(1)  I.eítera  di  D.  Lazzero  a  Mons.  Cagliero,  S.  Benigno,  19  setiembre  1889.

(2)  Lett.  cit.  Cfr.  Annali,  pp.  607-8.

Primi  oiaggi  di  Don  Rúa  all'esíero ficio  per  scuole  diurne  e  serali  e  per  oratorio  festivo,  lo  offerse  ai Salesiani.  Questa  é  l'origine  dell'Istituto  S.  Giuseppe  nella  capitale della  Catalogna.  Tutto  era  in  ordine  alia  venuta  di  Don  Rúa.  L'intero  Collegio  di  Sarria  accompagnó  il  Rettor  Maggiore  alia  solenne cerimonia  deU'inaugurazione.  II  Vescovo,  benedetto  redificio,  parló al  popólo  in  catalano  per  essere  meglio  capito,  enumerando  i  vantaggi  spirituali  e  materiali,  che  sarebbero  derivati  dall'opera  dei figli  di  Don  Bosco.  L'insigne  benefattrice  volle  anche  firmare  un contralto,  con  il  quale  si  obbligava  a  depositare  cinquantamila  pésete,  il  cui  frutto  servisse  al  mantenimento  del  personale.  Ella stessa  il  7  marzo  1891  riferiva  con  gioia  a  Don  Rúa  sul  gran  bene che  faceva  nella  nuova  casa  il  Direttore  Don  Aime  con  i  suoi  400 e  piü  ragazzi  inscritti  alie  scuole.  La  santa  mamma  dei  Salesiani voló  al  cielo  il  3  aprile  dell'anno  seguente.  Fu  veramente  la  donna forte,  il  cui  pregio  é  come  delle  cose  pórtate  di  lontano  e  dall'estremitá  della  Ierra  (1).  Di  lei  é  in  corso  la  Causa  di  Beatificazione.

II  20  marzo  Don  Rúa  prese  le  mosse  per  Utrera,  soffermandosi a  Madrid  e  a  Siviglia,  nelle  quali  cittá  fece  conoscenza  con  persone assai  influenti.  A  Utrera  gli  alunni,  che  superavano  i  200,  vissero intorno  al  Successore  di  Don  Bosco  due  giorni  di  santa  allegria.  Ma portare  allegria  nei  Collegi  con  le  sue  visite  sarebbe  stato  troppo poco  per  Don  Rúa;  egli  mira  va  a  qualche  cosa  di  piú  intimo,  a  un aumento  di  vita  soprannaturale  che  raddoppiasse  lo  zelo  dei  Soci  ed elevasse  le  anime  dei  loro  allievi:  due  salutari  effetti  da  lui  conseguid  con  Pesempio,  con  la  parola  e  con  il  sacro  ministero.

Tenuta  in  lingua  spagnola  una  conferenza  ai  Cooperatori,  nella quale  spiegó  l'essenza  e  il  valore  dell'Opera  salesiana,  tornó  a  Barcellona,  dove  intrattenutosi  ancora  alquanto  nella  Casa  di  Sarria, si  rimise  in  viaggio  per  Torino,  con  l'intenzione  di  passare  i  vi  le feste  pasquali.  Vi  giunse  proprio  la  domenica  delle  Palme.

Celebrata  la  settimana  santa  e  trascorsa  l'ottava  di  Pasqua,  era nuovamente  in  cammino  verso  la  Francia  del  Nord.  Su lie  orme  di Don  Bosco,  si  diresse  per  Lione  a  Parigi  e  a  Lilla.  Anche  in  que(1)  Proo.,  XXXI,  10.

Capo IX sta  parte  della  Francia  la  sua  presenza  ridestava  le  memorie  lasciate da  Don  Bosco  in  tanti  e  tanti,  che,  conosciutone  da  vicino  il  Successore,  si  sentivano  attratti  verso  di  lui  da  un  affetto  non  dissimüe da  quello  pórtate  giá  all'amabile  Santo.

Nella  gloriosa  sede  metropolitana  delle  Gallie  egli  aveva  soprattutto  un  dovere  da  compiere  in  nome  della  Congregazione.  Risiedeva  a  Lione  il  Consiglio  genérale  delI'Opera  per  la  Propagazione della  Fede,  che  da  parecchi  anni  inviava  sussidi  ai  Missionari  salesiani.  Don  Rúa  non  poteva  andaré  oltre  senza  porgere  i  suoi  ringraziamenti  al  Presidente.  Questi,  invitatolo  a  visitare  il  Museo missionario,  gli  procuro  la  gradita  sorpresa  di  trovarsi  dinanzi  a  una vetrina,  dietro  la  quale  stavano  esposti  oggetti  spediti  dalla  Patagonia  e  dalla  Terra  del  Fuoco.

Nella  capitale  franéese,  allietato  che  ebbe  quei  della  Casa  di Ménilmontant,  visitó  comunitá  religiose,  famiglie  ragguardevoli  e persone  distinte,  che  avevano  veduto  Don  Bosco  nel  1883.  La  cortesía  parigina  spiecó  notevolmente  in  tale  circostanza,  Parlando  ai Cooperatori  nella  chiesa  dell'Assunzione,  insistette  forte  sulla  necessitá  improrogabile  d'ingrandire  il  Paíronage  dei  Santi  Pietro  e Paolo.  Con  800  domande  di  ammissione,  non  era  fino  allora  stato possibile  esaudirne  piú  di  90.  Decise  pertanto  che  si  facesse  acquisto  di  un  terreno  fabbricabile  la  vicino.  Rimase  assai  consolato  all'udire  dal  Nunzio  Apostólico  Rotelli,  che  il  Papa  ringraziava  lddio del  favore  incontrato  dalle  Opere  salesiane  in  Francia  e  del  bene che  esse  vi  face  vano.

Interruppe  il  suo  soggiorno  a  Parigi  per  recarsi  a  Londra.  Volle portare  tra  gli  Anglicani  un  soffio  di  romanitá,  presentandosi  in abito  talare,  cosa  che  destava  non  poca  meraviglia  in  coloro  che lo  vedevano.  A  Battersea  il  Direttore  e  Párroco  Don  Macey.  il catechista  Don  Bonavia,  santo  e  coito  salesiano,  e  gli  altri  Confratelli  (il  Prefetto  Don  Eugenio  Rabagliati  gli  era  andato  incontro  alio sbarco)  lo  accolsero  con  tutti  i  segni  dell'affetto,  con  cui  i  figli  abbracciano  il  padre.

L'azione  salesiana  a  Londra  fu  da  prima  esclusivamente  parroccJiiale.  Neiringhiiterra  la  parrocchia  é,  come  in  tutti  i  luoghi  di  Mis

Primi  uiaggi  di  Don  Rúa  all'estero sione,  Túnico  centro  della  vita  cattolica  per  i  credenti  e  il  punto  di richiamo  per  gli  eterodossi;  perció  le  parrocchie  cattoliche  inglesi portano  il  nome  di  Missioni.  La  Missione  di  Battersea  in  poco  pin di  un  anno  aveva  giá  al  suo  attivo  trentatré  conversioni  dall'Angiicanesimo  e  sette  in  preparazione.

In  tali  Missioni,  attivitá  cattolica  di  prim'ordine  é  la  scuola  par» rocchiale,  aperta  a  flanco  della  chiesa.  A  Battersea  la  scuola  adempieva  egregiamente  il  suo  compito.  L'ultima  relazione  ufficiale,  stesa con  imparzialitá  dalPautoritá  scolastica  protestante,  merita  di  essere  riferita.  Per  la  scuola  mista:  «  Questa  scuola  si  trova  in  eccellenti  condizioni  tanto  dal  punto  di  vista  della  disciplina,  quanto sotto  il  rapporto  dell'istruzione.  Le  materie  elementari  vi  sonó  insegnate  con  i  migliori  risultati.  La  recitazione  é  perfetta  nelle  classi superiori  e  convenientissima  nelle  classi  inferiori.  I  lavori  d'ago, nell'insieme,  sonó  soddisfacentissimi  e  merita  lode  l'insegnamento della  música.  »  Per  l'asilo  infantile:  «  Questa  scuola  é  ben  disciplinata  e  sostenne  un  esame  soddisfacentissimo.  II  successo  ottenuto  nelle  materie  elementari  é  degno  di  particolari  elogi,  ed  il  canto e  la  recitazione  sonó  a  un  livello  superiore.  »  Queste  ispezioni  con relativi  esami  su  materie  fissate  dai  programmi  dello  Stato  si  facevano  per  l'assegno  di  sussidi  annui,  stabiliti  dalle  leggi  per  le scuole  prívate.

La  stessa  autoritá  riconosceva  il  bisogno  di  ampliare  il  lócale, perché  il  numero  degli  allievi  stava  per  sorpassare  il  limite  concesso.  Don  Rúa,  fidando  nella  Provvidenza,  ordinó  di  costruire  in misura  tale  da  poter  raddoppiare  la  scolaresca.  Don  Macey  comunicó  la  notizia  ai  cattolici  nel  di  della  Pentecoste,  dopo  una  processione  di  Maria  Ausiliatrice,  la  cui  statua,  recata  a  Londra  da  Don Rúa,  venne  collocata  con  solennitá  nella  chiesa  del  Sacro  Cuore.

Dinanzi  a  si  consolanti  risultati  non  fa  meraviglia  che  Mons.  Butt, Vescovo  di  Southwart  (1),  lodasse  altamente  a  Don  Rúa  lo  zelo  dei Salesiani.

Ma  l'azione  salesiana  non  poteva  dirsi  completa,  finché  mancassero  l'oratorio  festivo  e  l'ospizio,  il  primo  per  non  lasciarsi  sfug(1)  Annali.  j)ag  618.

Capo  íX gire  i  giovani  non  piú  frequentanti  la  scuola  e  il  secondo  per  ricoverare  ragazzi  orfani  e  moralmente  abbandonati.  L'oratorio  era  solo agli  inizi.  Purtroppo  l'angustia  dello  spazio  metteva  in  pena  il  Direttore,  che  avrebbe  voluto  fare  assai  di  piú.  II  chiasso  delle  ricreazioni  chiamava  l'attenzione  dei  fanciulli  protestanti,  che  si  avvicinavano  curiosi  e  con  loro  sorpresa  venivano  lasciati  entrare  liberamente.  Don  Rúa  dispose  anche  per  un  oratorio  femminile.

Quanto  all'ospizio,  si  mantenevano  per  allora  tre  soli  poveri  giovanetti  nella  piccola  casa  parrocchiale,  in  attesa  che  la  Provvidenza somministrasse  maggiori  possibilitá.  Intanto  le  proposte  di  fondazioni  in  Inghilterra,  nella  Scozia  e  nell'Irlanda  persuadevano  Don Rúa  che  si  apriva  cola  alia  Congregazione  ostium  magnum  et eoidens  (1),  una  porta  ben  grande  e  spaziosa:  egli  ripensava  al  celebre  sogno  in  cui  Domenico  Savio  magnificava  a  Don  Bosco  l'avvenire  religioso  di  quelle  terre  travagliate  in  massima  parte  dall'eresia.

II  25  marzo,  attraversata  di  nuovo  la  Manica,  sbarcó  a  Calais, dove  con  alcuni  Cooperatori  lo  attendeva  Don  Bologna  per  accompagnarlo  alia  sua  Casa  di  Lilla.  Nell'andare  sostó  a  Guiñes  e  saluto le  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice,  che  vi  avevano  preso  recentemente la  direzione  di  un  orfanotrofio.  Si  fermó  a  Lilla  dieci  giorni.  Quando arrivó,  i  giovani  comincíavano  gli  esercizi  spirituali;  egli  fece  loro la  predica  d'introduzione  e  quella  dei  ricordi.  Quante  soavi  memorie  sopravvivevano  di  Don  Bosco  nella  cittá!  II  suo  Successore ne  sperimentava  gli  effetti  nelle  premure  affettuose  di  cui  lo  circondavano  quei  buoni  amici.

Anche  la  Casa  di  Lilla  era  divenuta  piccola.  Nel  1888  un  violento  incendio  aveva  distrutto  gran  parte  dei  labora  tori;  ma  Don Bosco  dal  cielo  parve  stimolare  la  generositá  dei  benefattori,  sicche l'anno  dopo  i  laboratori  furono  riaperti  piú  ampi  e  meglio  attrezzati.

Tuítavia  si  invoca vano  maggiori  ingrandimenti.  L'Ospizio  albergava 180  ragazzi:  ma  altri  240  picchiavano  per  entrare.  Don  Rúa  approvó  un  appello  ai  Cooperatori,  la  cui  carita  forni  i  mezzi,  con cui  rendere  la  Casa  capace  di  300  alunni.

(1)  I  Cor.,  XVI,  9.

Primi  oiaggi  di  Don  Rúa  all'estero La  Congregazione  stava  per  fare  il  suo  ingresso  nel  Belgio.  Si é  giá  narrato  in  che  modo  avvenne  che  Don  Bosco,  vicino  a  lasciare la  térra,  deliberó  d'esaudire  gli  ardenti  voti  del  gran  Vescovo  Douíreloux,  piegando  il  suo  Capitolo  ad  approvare  l'apertura  di  una Casa  a  Liegi.  Morto  Don  Bosco,  il  Vescovo  aveva  scritto  a'  suoi diocesani  (1):  « Quesí 'opera  ci  é  si  cara,  che,  quand'anche  dovesse costarci  la  vita,  non  ci  parrebbe  attuata  a  troppo  alto  prezzo,  tanto piú  che  diverrebbe  in  tal  modo  il  testamento  del  nostro  profondo e  santo  affetto  per  il  nostro  gregge.  »  Mise  quindi  in  Don  Rúa  tutta la  fiducia  riposta  giá  nel  Santo.  Dovendosi  nell'aprile  dello  stesso anno  recare  a  Roma,  gli  annunció  una  sua  fermata  a  Torino  per vedere  lui  e  per  fare,  diceva,  "  una  visita  alia  tomba  del  nostro tanto  amato  e  compianto  Don  Bosco"  (2).  Dandosi  d'attorno  per l'erigendo  istituto,  nulla  faceva  senza  consultare  Don  Rúa.  Egli  ritenne  sempre  che  alLopera  di  Liegi  fosse  riservato  un  magnifico  avvenire  (3);  nel  che  i  fatti  gli  diedero  ragione.  Don  Rúa  dunque, senza  prendere  ancora  commiato  da  Lilla,  partí  il  7  maggio  per Liegi,  dove  assistette  alia  posa  della  prima  pietra.

La  capitale  industríale  del  Belgio  prese  viva  parte  all'avvenimento.  La  mattina  dell'8  le  strade  che  conducevano  al  luogo  delYOrphelinat,  erano  imbandierate.  Sul  posto  Don  Rúa  parló  a  un eletto  stuolo  di  personalitá  e  ad  una  folla  di  popólo.  La  sua  allocuzione,  scrisse  un  giornale,  fu  «cordiale,  convinta  e  piena  di  una fede  comunicativa  tale  da  produrre  universalmente  l'impressione che  Don  Bosco  non  avrebbe  potuto  trovare  un  successore  piú  degno e  piú  capace  »  (4).  Seguí  I'eloquente  discorso  di  un  valoroso  oratore sacro,  Mons.  Cartuywels,  Vicerettore  deH'Universitá  di  Lovanio,  il quale  íece  realmente  provare,  secondo  la  frase  de!  citato  giornale, (1)  Mandemenl  pour  le  Caréme  de  1888.

(2)  Liegi,  25  marzo  1888.

(5)  Liegi,  8  aprile  1888.

(4)  Gazeíte  de  Liégc,  10-11  mai  1890.  II  medesimo  giornale  diceva  puré  che  Don  Rúa  si  era espresso  «  avec  coeur  et  abondance,  correctement  et  simplement,  dans  un  accent  oü  le  mot  francais s'enveloppc  sans  jamáis  se  déguiser,  d'une  prononciatjon  franchement  italienne.  >  Dello  stemma  che .«piccava  suH'ingresso  del  recinto,  il  medesimo  giornale  faceva  questa  descrizione:  «  Armoines  un peu  compliquécs,  a  la  composition  desquclles  un  héraldiste  trouvcrait  peut-ctre  á  reprendre,  tnais oü  le  niélunge  d'une  bosquel  —  bosco  —  sorte  d'oasis  au  milieu  du  désert,  de  la  figure  celeste  de Capo  IX "  l'emozione  prodotta  dall'assistere  al  cominciare  di  una  cosa  grande ".  II  Vescovo  celebro  la  Messa  all'aperto  e  il  Nunzio  Apostólico Francica-Nava  compié  i¡  sacro  rito.  Tre  settimane  dopo  il  Vescovo a  Don  Rúa,  appena  tornato  a  Torino,  scriveva  ancora  tutto  commosso  (1):  «  La  grande  giornata  fu  sorgente  di  edificazione  e  di  dolce gioia  spirituale  per  quanti  vi  ebbero  parte.  »  In  particolare,  di  Don Rúa  stesso  aveva  scritto  a  Don  Durando  (2):  «Debbo  dirvi  quanto egli  ci  abbia  edificati  con  le  sue  belle  maniere,  unite  alie  virtú  interne?  Le  sue  parole  cosi  piene  di  unzione  e  di  pietá  e  la  sua  fisionomía  cosí  soave  gli  guadagnavano  i  cuori  di  tutti.  lo  non  saprei benedire  abbastanza  la  Prowidenza  che  abbia  procurato  la  presenza  di  lui  alia  benedizione  della  prima  pietra  dell'Orfanotrofio S.  Giovanni  Berclimans.

» La  Casa  intitolata  al  giovane  Santo  del  Belgio  si  costruiva  in un  quartiere  operaio  su  disegno  del  Sig.  Helleputte,  professore  di architettura  all'Universitá  Cattolica  di  Lovanio.  Egli  era  venuto  in Italia  appositamente  per  vedere  Case  salesiane  e  formarsi  un  giusto criterio  circa  le  esigenze  di  un  edificio  destinato  a  scuola  salesiana di  arti  e  mestieri  con  piú  centinaia  di  alunni  interni.  Non  mancava naturalmente  lo  spazio  per  Toratorio  festivo;  anzi,  separa  to,  ma  nello stesso  raggio  si  pose  súbito  mano  a  fabbricare  un  edificio  per  opere femminili  esterne  da  affidarsi  alie  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice.  L'anno  appresso  Monsignore  scriveva  a  Don  Rúa  (3):  «  Nutro  fiducia  che quella  di  Liegi  sará  una  delle  vostre  Case  piú  belle,  degna  perció di  essere  stata  Pultima  fondazione  dell'amatissimo  e  veneratissimo Don  Bosco.  »  Nelle  copióse  oííerte  che  gli  pervenivano,  ravvisava tratti  mirabili  della  bontá  e  potenza  di  Maria  Ausiliatrice.  L'8  dicembre  del  1891  i  primi  Salesiani  con  il  Direttore  Don  Francesco Scaloni  e  le  prime  Suore  erano  giá  sul  posto  (4).  L'anno  dopo  il Saint  F'rancois  de  Sales,  d'un  cceur  ardent,  d'une  étoile  de  lumiére  et  d'une  ancre  du  salut,  rapelle bien  á  tous  le  nom,  lo  patrón  eí  le  but  des  Salésiens  de  Don  Bosco  La  devise  n'esl  pas  moins  heu tense  que  le  sens:  Da  mihi  animas,  celera  toLle.  Donnez  nous  des  ames,  ó  nion  Dieu,  donneznou ce  quj  véritablemenl  vit 7   et  ótez-nous  tout  le  reste!  > (1)  Liegi.  21  magffio  1890 (2)  Liegi,  15  inaggio  1890 (3;  Liegi.  24  aprile  1891.

(4)  Kaceva  parte  del  personale  il  ch.  Mederlet,  futuro  Arcivcscovo  di  Madras.

Primi  oiaggi  di  Don  Rúa  all'estero Vescovo  si  diceva  contentissimo  dell'Istituto  S.  Giovanni  Berchmans, perché  il  suo  andamento  inórale  e  spirituale  aveva  sorpassato  tutte le  proprie  speranze  (1) Prima  di  lasciare  il  Belgio,  Don  Rúa  dal  9  al  18  maggio  fece una  rápida  corsa  nelle  principali  cittá  del  Regno,  cioé  a  Namur, Lovanio,  Bruxelles,  Malines,  Anversa,  Gand,  B  ruges,  Courtrai,  Tournai.  Ve  lo  portava  il  desiderio  di  conoscere  molti  amici  dei  Salesiani  sparsi  un  po'  dappertutto  in  quei  grandi  centri,  dove  I'Opera sociale  di  Don  Bosco  era  altamente  apprezzata,  ma,  come  si  conveniva  in  paese  cosí  cattolico,  non  era  meno  pregiato  il  valore  soprannaturale  di  essa.

Rimesso  piede  in  Francia  e  fatto  di  passaggio  un  ultimo  saluto  ai  Lillesi,  proseguí  per  Rossignol,  il  luogo  della  recente  colonia agrícola,  di  cui  abbiamo  parlato  sopra.  Gli  corsero  incontro  i  primi ragazzi,  pochini  ancora,  perché  la  Casa  non  si  presta  va  a  ospitarne di  piú.  L'opera,  come  tante  altre  di  Don  Bosco,  cominciava  in  grande semplicitá  e  povertá.  L'importante  era  che  si  cominciasse  con  la benedizione  di  Dio,  e  quanto  a  questo  parve  a  Don  Rúa  che  tutti fossero  santamente  animati.  Viste  le  urgenti  necessitá,  autorizzó  lavori  e  spese  indispensabili.

Dal  20  al  27  maggio  fece  un  secondo  soggiorno  a  Parigi.  Quei buoni  Cooperatori,  che  avevano  avuto  agio  di  conoscere  e  apprezzare  il  Successore  del  loro  indimenticabile  Don  Bosco,  se  lo  disputavano  a  gara.  In  una  riunione  il  Comitato  del  Patronage  ci  tenne a  protestargli  per  bocea  del  Presidente  che  tutti  i  membri  amavano nella  sua  persona  la  viva  immagine  e  il  figlio  prediletto  di  Don Bosco  e  che  sarebbe  loro  costante  impegno  di  attirare  intorno  ai figli  di  Don  Bosco  in  sempre  maggior  numero  i  giovani  parigini.

La  sera  del  27,  accomiatatosi  da  tutti,  monto  in  treno  per  Torino>  dove  pero  giun.se  soltanto  la  mattina  del  30, perché  lungo  il percorso  fece  alcune  fermate  per  appagare  il  suo  e  altrui  desiderio  d'incontrarsi  con  tante  persone  benemerite.  Arrivó  all'Oratorio  giusto  in  tempo  per  la  festa  di  Maria  Ausiliatrice,  che  quell'anno  per  ragioni  lituvgiche  era  rinviata  al  3  giugno.  Cosí  poté  alia (1)  Lctt  di  Mons  Doutrcloux  a  Don  Rúa,  Liegi.  16  marzo  1892.

Capo  IX vigilia  ¿enere  la  sólita  conferenza  ai  Cooperatori,  facendo  loro  un'interessante  relazione  de'  suoi  viaggi.  Quegli  amici  di  Don  Bosco  che dopo  la  sua  morte  avevano  trepidato  e  trepidavano  ancora  sulla sorte  delle  sue  Opere,  uscirono  grandemente  confortati  e  rassicurati.

La  prima  volta  che  sui  medesimi  viaggi  rifen  al  Capitolo  Superiore,  notó  particolarmente  il  sempre  maggiore  sviluppo  che  prendevano  le  Case  all'estero  e  come  dappertutto  si  sentiva  la  necessitá di  fabbricare  (1).  Egli  pero  in  Francia  non  si  era  occupato  di  questo problema  soltanto,  ma  anche  di  due  nuove  fondazioni.

Una  distava  pochissimo  da  Lilla.  Nel  1889  il  sig.  D'Oresmieux de  Fouquiére,  avendo  udito  in  un  Congresso  Cattolico  di  Lilla  una relazione  sulla  Casa  salesiana  della  cittá,  della  qual  Casa  si  lamentava  l'insufficienza,  concepi  l'idea  di  donare  ai  Salesiani  un  antico  suo  casteilo  con  un  parco  e  sue  dipendenze,  in  tutto  76  ettari di  terreno,  presso  la  stazione  ferroviaria  di  Ruitz.  Don  Rúa  vide  ogni cosa  e  approvó  il  disegno  di  Don  Bologna,  il  quale  pensava  potersi  aprire  cola  una  succursale  che  servisse  a  sf  olí  are  la  Casa  di Lilla.  Eseguiti  alcuni  adattamenti,  nel  giugno  del  1891  furono  tolti da  Lilla  e  mandati  a  Ruitz  gli  studenti,  una  ventina  appena  II loro  numero  crebbe  presto  fino  a  60  e  non  piú  per  la  ristrettezza  dei locali.

L'altra  fondazione  aveva  origini  remote.  L'aveva  promossa  fin  1883  un  abbé  Martin  a  Diñan  nella  Bretagna.  Direttore  di  un  Circolo  Cattolico  che  non  si  poteva  piü  sostenere,  divisava  di  metterne i  locali  di  sua  proprietá  a  disposizione  di  un'opera  giovanile.  ne scrisse  a  Don  Bosco,  che  fece  alia  proposta  buon  viso,  piacendogli mandare  i  suoi  in  una  si  cattolíca  regione;  anzi,  protraendosi  l'esecuzione  per  difficoltá  di  varia  natura,  egli  assicuró  formalmente l'Arciprete  della  cittá  che  a  Diñan  Topera  salesiana  sarebbe  sorta  (2).

La  parola  di  D.  Bosco  incoraggió  i  fautori  del  disegno  a  non  lasciarsi vincere  dagli  ostacoli.  Don  Rúa  diede  Pultima  spinta,  sicche  finalmente  il  31  dicembre  1890 i  Salesiani  vi  andarono.  Trovarono  poco  pin di  quattro  mide  pareti;  ma  la  Provvidenza  mosse  persone  benefiche, (1)  Verb.  del  Cap.  Sup.,  5  giugno  1890.

(2)  Lctt.  dcll'Arcipr.  Daniel  a  Don  Rúa,  Diñan,  8  gennaio  1891.

Primi  uiaggi  di  Don  Rúa  all'estero !.e  quali  non  desistettero  piü  dal  porgere  aiuti  materiali  e  morali.  La Casa,  intitolata  a  Gesú  Operaio,  subi  pronte  trasformazioni,  che  permisero  di  accettare  fino  a  110  convittori,  di  cu i  60  studenti  ginnasiali  e  50  artigiani.  Nel  primo  decennio  diede  alia  Chiesa  33  sacerdote  II  sapere  che  nella  Bretagna  fiorivano  le  vocazioni  ecclesiastiche,  era  stato  il  motivo  principale,  che  aveva  indotto  Don  Bosco a  persistere  nel  volere  quella  fondazione.

Durante  il  soggiorno  di  Don  Rúa  a  Marsiglia  si  afíacció  il  problema  del  Noviziato  per  le  Suore.  Crescendo  il  numero  delle  novizie francesi,  non  conveniva  piü  mandarle  a  Nizza  Monferrato.  Lo  studio della  questione,  cominciato  allora,  fu  continuato  a  Torino;  ma  non si  trovava  il  bandolo  per  risolverla.  Scartata  la  proposta  di  fondare il  Noviziato  a  Brest,  dove  si  offriva  ai  Salesiani  una  casa  (1),  ecco piovere  dal  cielo  un'altra  offerta  provvidenziale.  Apparteneva  all'Arcivescovo  di  Aix  pro  tempore  un  vetusto  monastero  situato  a Saint-Pierre  de  Canon  (Bouche-du-Rhóne),  abbandonato  dai  Benedettini  nel  1887  ed  esposto  agli  effetti  dell'abbandono.  Sedici  ettari di  terreno  coltivabile  lo  circondavano.  Perché  non  utilizzare  edificio e  terreno,  concedendone  l'uso  e  Pusufrutto  ai  Salesiani?  si  dissero  fra loro  alcuni  Cooperatori.  Ne  fanno  parola  all'Arcivescovo  GoutheSoulard,  PArcivescovo  fa  sua  la  cosa,  e  la  cosa  fa  il  suo  cammino.

L'Ispettore  Don  Albera,  per  ordine  dei  Superiori  di  Torino,  ando  a vedere  il  luogo  e  a  sentiré  le  condizioni.  Biferi  in  senso  favorevole.

QuelPangolo  ameno  e  tranquillo  della  Provenza  era  un  posto  idéale per  novizi;  inoltre  la  campagna  poteva  essere  scuola  di  agricoltura per  un  gruppo  di  orfanelli.  L'Ispettore,  avuta  Papprovazione  del  Capitolo  Superiore,  in  pochi  mesi  riattó  alia  meglio  il  vecchio  edificio monástico,  non  senza  lasciare  largo  campo  alia  pratica  della  povertá religiosa.  Quando  infatti  i  novizi  ne  presero  possesso,  contemplavano  bensi  al  difuori  la  magnificenza  del  panorama,  ma  trovarono dentro  il  vuoto.  Dovettero  aggiustarsi  a  poco  a  poco  da  sé  il  nido.

Parecchie  settimane  dopo  la  encina  si  faceva  ancora  all'aria  aperta.

Leggendo  la  descrizione  di  quella  vita,  ci  tornava  in  mente  il  poético periodo  d'un  santo  Vescovo,  poi  Cardinale  e  ora  in  via  di  beatifica(1)  Verb.  del  Cap.  Sup.,  30  giugno  1890.

Capo IX zione  (1):  «  II  Salesiano  va  dove  lo  mandano,  prende  e  riceve  le  cose come  gliele  danno,  e  si  fabbrica  il  nido  tanto  fra  i  rami  fioriti  di un  albero  quanto  in  cima  a  una  rupe  selvaggia  e  nuda.  »  II  romito cenobio  poggiava  appunto  sopra  un  altipiano  a  ridosso  di  un  gran masso.  Conservó  il  nome  di  Oratorio  della  Provvidenza.  Intanto, partiti  i  chierici,  rimase  libera  la  bella  villa  di  Santa  Margherita, ma  non  fu  a  lungo  disabitata;  poiché  vi  sottentrarono  quasi  súbito le  novizie  francesi  delle  Figlie  di  María  Ausiliatrice.

Ed  ora  stringiamo  le  fila.  II  viaggio  di  Don  Rúa  fu  davvero  un grande  viaggio.  Percorrere  in  tempo  cosi  limitato  quattro  nazioni  non era  certo  Heve  impresa.  I  frutti  compensarono  il  tempo  e  la  fatica?  In  quel  delicato  periodo  di  transizione  ne  vennero  almeno  quattro  vantaggi.  Con  il  suo  spirito  di  osservazione,  al  cui  obiettivo  nulla assolutamente  sfuggiva,  Don  Rúa  prese  conoscenza  diretta  delle Case,  delle  loro  attivitá  e  dei  loro  andamenti,  elemento  di  giudizio assai  prezioso  negli  affari  di  governo.  Vide  da  vicino  i  bisogni  dei Soci:  bisogni  che  a  distanza  non  si  possono  sempre  valutare  a  pieno; Soci  a  cui,  in  parti  si  remote  dal  centro,  giovó  grandemente  sentiré da  presso  il  palpito  paterno  del  nuovo  Superiore  per  mantenersi  affezionati  alia  loro  vocazione.  Dovunque  poi  passó,  lasciava  un  fermento  nuovo  di  vita  spirituale  tanto  nei  giovani  quanto  nei  loro  Superiori;  poiché  nessuno  meglio  di  lui  comprendeva  il  valore  di  certe parole  pronuncíate  da  Pió  XII,  mentre  la  penna  scriveva  queste righe.  «  Le  opere  piü  saggiamente  idéate  e  piú  accortamente  costituite,  diceva  il  Papa  (2),  non  producono  che  scarsi  frutti,  se  non sonó  animate  dalla  férvida  e  pro  fonda  vita  interiore  di  coloro  che ad  esse  si  consacrano,  da  una  stretta  unione  di  pensiero  e  di  cuore con  Dio,  da  un  costante  spirito  di  preghiera,  da  una  puritá  d'intenzione  únicamente  sollecita  della  gloria  di  Dio  e  del  progresso delle  anime  nella  sua  grazia.  »  C'erano  infine  i  Cooperatori.  Don Bosco  ne  aveva  saputo  suscitare  un  numero  straordinario,  massime in  Francia.  Dopo  la  sua  scomparsa  che  sarebbe  stato  della  fiducia (l'  Mons.  SPINOI.A,  Yescovo  di  Milo.  Don  Bosco  y  su  Obra,  pp.  89-90.  Barcellona,  Typ.  cat.,  caite del  Pino,  1884.

(2)  Discorso  alie  rapprcscntanzc  della  Pia  Opera  delle  Dorotee  {Ossero.  Rom.,  15-16  diccnil;re  1941).

Primi  oiaggi  di  Don  Rúa  allestero da  essi  riposta  nella  santitá  di  lui  e  nella  vitalitá  della  sua  Opera? Nei  contatti  con  Don  Rúa  i  Cooperatori  delle  quattro  nazioni  ebbero  la  prova  provata,  che  la  santitá  del  padre  era  passata  nel figlio  e  che  le  opere  del  fondatore  non  solo  non  cessavano  di  prosperare  sotto  il  Successore,  ma  accennavano  invece  a  prendere  meravigliosi  incrementi,  sicché  la  loro  nobile  cooperazione  non  poteva cadere  in  miglior  terreno.

Don  Rúa,  rientrato  alia  fine  nella  calma  operosa  della  sua  cameretta,  che  era  quella  medesima  di  Don  Bosco,  intendeva  di  la  Al governo  della  famiglia  salesiana  con  la  chiaroveggenza  del  capitano,  che  sa  le  vie  del  mare  e  dal  ponte  di  comando  guida  sicuramente  la  propria  nave  anche  attraverso  gli  scogli  e  in  mezzo  alie burrasche.

C A P O  X Giubileo  delle  Opere  Salesiane.

Cadevanel  1891  una  data storica  per  la  Congregazione:  il  cinquantenar¿o  delle  Opere  salesiane.  Non  la  si  poteva  lasciar  trascorreré in  silenzio:  anzi  Don  Rúa,  dandone  l'annuncio  alie  Case,  diceva  addirittura  essere  dovere  dei  Salesiani  celebrare  con  grande  solennitá la  giubilare  ricorrenza  (1).  É  necessario  dunque  diré  come  si  svolse la  commemorazione.

Per  ben  comprendere  come  le  Opere  salesiane  avessero  avuto cominciamento  nel  1841  bisogna  non  ignorare  o  non  aver  dimenticato  due  affermazioni  di  Don  Bosco.  Una  si  legge  nelle  sue  Memorie,  lá  dove,  descritto  il  proprio  incontro  con  l'orfano  Bartolomeo Garelli  1'8  dicembre  1841  e  narrato  della  prima  lezione  di  catechismo  da  lui  impartitagli  previa  la  recita  di  un  Ave  María,  il  Santo commenta:  «Tutte  le  benedizioni  piovuteci  dal  Cielo  sonó  frutto  di queila  prima  Ave  María  detta  con  fervore  e  con  retta  intenzione insieme  col  giovanetto  Bartolomeo  Garelli,  lá  nella  chiesa  di  San Francesco  d'Assisi.  »  Notisi  la  frase  " tutte  le  benedizioni  piovuteci dal  Cielo.  "  Sonó  tutte  le  cose  felicemente  compiute  con  l'aiuto  di Dio  fino  al  1874,  anno  in  cui  scriveva.  Anzitutto  dunque  l'Opera degli  oratori  festivi,  originata  da  quell'incontro,  come  da  seme  radice;  poi  l'amichevole  Associazione  nata  da  quell'Opera.  come  da radice  pianta;  appresso  le  Istituzioni  dei  Salesiani,  delle  Suore  e dei  Cooperatori,  sviluppatesi  li  sopra,  come  su  tronco  rami  con  relativi  fiori  e  frutti.  Che  tale  fosse  il  genuino  pensiero  di  Don  Bosco, lo  argomentiamo  da  un'altra  sua  precedente  affermazione,  che  non (1)  Ciro.  21  novembre  1891.

Giubileo  delle  Opere  Salesiane potrebbe  essere  piú  categórica.  Infatti  nel  1868,  a  vendo  necessitá  di mettere  in  iscritto  un  cenno  informativo  sulla  Societá  Salesiana, aveva  pigliato  le  mosse  dalla  seguente  asserzione  (1):  «  Questa  Societá  nel  suo  principio  era  un  semplice  catechismo.  »  Se  é  vero pertanto  che  da  cosa  nasce  cosa,  la  genesi  delle  Opere  salesiane  va riportata  su  su,  di  fase  in  fase,  fino  a  quella  primigenia  opera  dei catechismi  che  dovette  la  sua  origine  alia  fortunata  occasione  del1'8  dicembre  1841.

Aveva  mostrato  di  comprendere  questo  il  geniale  Vescovo  di Sarzana  Giacinto  Rossi,  allorché  nel  1888  chiudeva  cosi  il  suo  elogio fúnebre  di  Don  Bosco  (2):  «lo  non  sonó  artista,  ma  se  lo  fossi  e avessi  Fincarico  di  tramandare  ai  posteri  con  un  monumento  la  memoria  di  questo  mirabile  prete,  eccovi  quale  sarebbe  il  mió  concetto.

Metterei  in  alto  l'emblema  della  Croce,  che  é  l'emblema  dell'educazione  cristiana,  perché  é  l'emblema  del  sacrificio;  a'  suoi  lati,  a  destra Maria  Ausiliatrice,  che  fu  sempre  dopo  Gesú  il  principale  appoggio di  Don  Bosco,  a  sinistra  il  Salesio,  dal  quale  ricopió  la  dolcezza  e  intitoló  l'Istituto.  Ai  piedi  della  Groce  lui  ritto,  il  grand'uomo,  che  si tiene  con  una  mano  al  divin  tronco  e  chiama  con  l'altra  i  giovani  alfombra  dell'albero  riparatore.  Alia  base  del  monumento  poi  il  giovanetto  Bartolomeo  Garelli  in  atto  di  incidere  sul  ricordevole  marmo le  parole  giá  scritte  in  tutti  i  cuori:  A  DON  GIOVANNI  BOSCO  LA  RELIGIONE  E  LA  PATRIA  RicoNOSCENTi.  »  É  opportunamente  evocato qui  il  Garelli;  checché  infatti  sia  avvenuto  in  Don  Bosco  al  momento  dell'incontro,  noi,  guardando  a  tutto  quello  che  seguí,  possiamo  affermare  che  in  quel  punto  la  mano  di  Dio  si  posó  sopra il  Santo,  sicché  allora  egli  conobbe  distintamente  la  propria  missione  e  contempló  da  lungi  il  succedersi  delle  sue  Opere,  come Giacobbe  la  sua  posteritá.

Con  la  celebrazione  giubilare  si  fece  coincidere  una  circostanza che  le  dava  forma,  solennitá  e  significato.  Dopo  tre  anni  di  sollecitudini  e  di  spese  erano  compiuti  i  lavori  di  restauro  e  di  decorazione  alia  chiesa  di  Maria  Ausiliatrice:  lavori  voluti  come  monu(1)  Cfr.  Annali,  pag.  103.

(2)  Sampierdarena,  Tip.  Sal.,  1888.  Pag.  39.

Capo  X mentó  a  Don  Bosco  e  come  scioglimento  di  un  voto,  e  chiesa  da  considerarsi  come  espressione  sintética  e  alto  coronamento  delle  Opere salesiane.  L'inaugurazione  dunque  veniva  a  consacrare  la  semisecolare  ricorrenza,  incidendone  il  ricordo  nella  storia  non  solamente  del caro  Santuario  di  Valdocco,  ma  anche  della  Societá  salesiana.  Fu veramente  causa  di  grande  giubilo  il  rimirare  quel  caro  tempio  cosí vestito  a  nuovo.  La  veste  non  poteva  dirsi  proprio  di  lusso,  ma  aveva puré  il  suo  decoro.  Anche  li  si  procedette  per  gradi.  Da  prima,  la pressoché  nuda  architettura  dei  laboriosi  inizi;  allora  gli  abbellimenti  consentanei  ad  un  periodo  di  transizione;  oggi  la  sontuositá regale  armonizzante  con  l'éra  dei  trionfi  e  con  Tapoteosi  del  santo Fondatore.

Non  tutto  pero  era  transitorio  nel  periodo  di  transizione.  Al  di sopra  del  complesso  di  stucchi  e  emblemi,  che  coprivano  le  pareti  e che  ora  sonó  interamente  scomparsi  per  dar  luogo  alia  stupenda  policromía  marmórea,  omai  imperituro  decoro  del  tempio,  si  eleva  la grandiosa  composizioné,  con  cui  il  Rollini,  giá  allievo  dell'Oratorio, affrescó  nella  cupola  il  trionfo  deirAusiliatrice  in  cielo  e  sulla  térra, fra  una  moltitudine  di  Angelí  e  di  Santi,  che  inneggiano  alia  Madre di  Dio.  A  glorificare  la  Vergine  il  pittore  introdusse  puré  la  Societá salesiana,  sorta  e  propagata  per  opera  di  Maria.  Ecco  Don  Bosco che  riceve  i  Patagoni  presentatigli  da  Mons.  Cagliero;  ecco  in  pió atteggiamento  le  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice  con  le  fanciulle  della Pampa.  E  poi  Missionari  in  mezzo  ai  barbari,  e  proprio  ai  piedi della  Madonna  altri  Salesiani,  dei  quali  chi  fa  scuola,  chi  assiste nell'officina,  chi  accoglie  poveri  fanciulli.  Nell'insieme  é  tutto  un mondo  di  figure  variamente  atteggiate,  ben  disegnate  e  ben  colorite,  esprimenti  ognuna  a  modo  suo  la  propria  ammirazione  e  il proprio  amore  alia  potente  Ausiliatrice  dei  Cristiani.  Nei  peducci della  cupola  quattro  dottori  della  Chiesa,  due  greci  e  due  latini: S.  Atanasio,  quello  con  la  croce  in  mano  a  sinistra  di  chi  entra; S.  Ambrogio,  di  fronte  a  lui;  S.  Agostino,  al  di  sopra  del  pulpito; di  rimpetto,  S.  Giovanni  Crisostomo.

Prima  delle  feste  si  provvide  all'organo,  che  doveva  conferiré maestá  e  decoro  alie  sacre  funzioni.  L'antico  aveva  súbito  gravi 102

Giubüeo  delle  Opere  Salesiane danni  fin  dal  1881  per  causa  di  un  incendio  prodotto  dalla  rottura di  un  tubo  del  gaz.  II  noto  organaro  Bernasconi  lo  rinnovo,  riducendolo  alia  forma  litúrgica  e  aggiungendovi  ampliamenti,  atti  a dargli  grandiositá.  Se  ne  fece  solenne  collaudo  il  3  dicembre  con Tintervento  di  valorosi  Maestri,  quali  il  Remondi  e  il  Galli.

Le  feste  si  svolsero  per  tutto  un  ottavario,  dalla  domenica  6  dicembre  alia  domenica  appresso.  Furono  prima  tre  giorni  di  inni  e cantici  in  onore  di  Maria;  seguirono  tre  giorni  di  adorazione  a  Gesíi Sacraméntalo  nella  pia  pratica  delle  Quarantore;  il  settimo  giorno ando  dedicato  parte  ai  benefattori  defunti,  parte  a  Missionari;  venne ultimo  il  giorno  del  ringraziamento.  Spiccarono  allora  quelle  che erano  giá  diventate  le  tre  caratteristiche  delle  grandi  occasioni  nella chiesa  di  Maria  Ausiliatrice:  magnificenza  di  sacri  riti,  esecuzioni musicali  come  le  sapeva  volere  e  ottenere  il  maestro  Dogliani,  e un  mare  continuo  di  divotissimo  popólo.  Invece  di  perderci  in  descrizioni,  raccoglieremo  parole  che  ci  sembrano  meritevoli  di  restare nella  nostra  storia,  perché  ce  la  illuminano.

Nei  primi  tre  giorni  parlarono  successivamente  dopo  i  Vespri tre  Vescovi.  Aperse  il  turno  quello  di  Fossano,  Emiliano  Manacorda,  che,  uomo  di  grande  facondia,  tenne  pendente  dal  suo  labbro l'uditorio  per  piú  di  un'ora.  Un  punto  notevole  del  suo  discorso  fu questa  sintesi,  con  cui  chiariva  il  perché  del  giubileo:  «  Cinquant'anni  di  operositá  apostólica  a  salvezza  di  tante  anime,  cinquant'anni  spesi  in  sovvenire  i  poveri,  nell'insegnare  agli  ignoranti,  nel diffondere  la  luce  della  veritá  e  la  fiamma  d'ogni  piü  eletta  virtü, cinquant'anni  impiegati  in  un'attivitá  portentosa  e  fenomenale  a implantare  oratori,  ospizi,  collegi,  missioni,  a  erigere  chiese,  tipografie,  scuole  e  via  via  tante  stazioni  destínate  a  diffondere  e  mantenere  il  regno  di  Dio  in  mezzo  ai  popoli,  costituiscono  con  giusta ragione  un  forte  argomento  di  giubilo  e  di  festa.  Si  adorni  adunque il  tempio  di  Maria,  ove  s'incentrano  e  fan  capo  tante  mirabili opere;  s'inneggi  a  quel  prode  atleta,  a  queH'instancabile  prete,  che fu  strumento  di  grazie  tanto  sorprendente  e  si  ringrazi  il  Cielo, che  cotanto  benedisse  e  fecondó  le  opere  di  Don  Bosco.  »  Parlo  nel secondo  giorno  Mons.  Rosaz,  Vescovo  di  Susa.  Ricordando  i!  primo 103

Capo  X catechismo  fatto  da  Don  Bosco  nel  giorno  deü'Immacolata  del  1841, colse  nel  segno,  allorché,  narrato  l'incontro  col  Garelli,  si  domando: «  Chi  l'avrebbe  detto  in  quel  di  che  questa  dovesse  essere  la  prima pietra  d'un  immenso  monte?  il  granellino  di  senapa  che  doveva svilupparsi  in  un  albero  mondiale?  »  L'8  dicembre  montó  in  pulpito  l'eloquente  domenicano  Mons.  Pampirio,  Arcivescovo  di  Vercelli.  Esordi  egli  col  fatto  di  Cristoforo  Colombo,  salpato  alia  scoperta  e  alia  conquista  di  un  nuovo  mondo  sulla  nave  Santa  María, e  COSÍ  ne  fece  l'applicazione:  «  Don  Bosco  anch'egli  intravvide  un mondo  da  conquistare,  un  mondo  morale  e  immenso,  la  gioventú che  tra  le  onde  del  secólo  va  perdendosi  miseramente.  Invocando Maria,  gettandosi  fidente  nella  mística  nave  della  divozione  a  questa divina  Madre,  mosse  alia  grande  conquista.  »  Predicó  il  triduo  delle Quarantore  Mons.  Pulciano,  Vescovo  di  Cásale,  pigliando  lo  spunto da  questo  concetto:  «  Maria  fu  l'ispiratrice  delle  opere  di  Don  Bosco e  FEucaristia  fu  Faumento,  che  alie  medesime  trasfuse  lo  spirito  di Gesú  Cristo.

» Nel  pomeriggio  del  settimo  giorno  vi  fu  la  cerimonia  dell'addio  a diciotto  Missionari.  Dall'altare  di  Maria  Ausiliatrice  negli  ultimi  sedici  anni  erano  partiti  giá  tanti  drappelli  di  Salesiani  per  lontane Missioni;  le  feste  giubilari  furono  dunque  opportunamente  contrassegnate  anche  dal  fatto  di  una  partenza,  e  partenza  per  una  destinazione  novissima  e  inattesa,  per  la  Terrasanta.  Di  questa  Missione  diremo  in  un  capo  a  parte.  II  Vescovo  di  Fossano,  che  nel primo  giorno  aveva  illustrato  il  passato  delle  Opere  di  Don  Bosco, quella  sera  parló  del  presente  di  esse,  paragonandole  a  ben  forniti granai,  che  Don  Bosco  aperse  qua  e  la  per  il  mondo,  perché  grande é  la  carestía  morale  in  mezzo  ai  popoli.

II  medesimo  Presule  nel  giorno  della  chiusa  completó  la  sua trattazione,  ragionando  dell'avvenire  delle  Opere  salesiaiie.  Piacque il  pensiero  che  Don  Bosco  vive  nella  Societá  salesiana,  la  quale lo  personifica  e  ne  é  la  visibile  perpetuazione;  cosicché  la  Societá salesiana  e  Don  Bosco  che  vive,  Don  Bosco  che  opera,  Don  Bosco che  va  estendendo  ognora  la  sua  azione  nel  mondo.

Durante  l'ottavario  edificarono  il  popólo  nobili  giovani  del  Cir

Giubileo  delle  Opere  Salesiane coló  Beato  Sebastiano  Valfré,  messisi  a  servizio  del  tempio,  specialmente  per  le  questue.  L'ultima  sera  fecero  anche  da  ceriferi  nel  presbiterio.  In  tempi  come  quelli,  giovani  della  loro  condizione  diedero prova  di  un  coraggio  superiore  a  ogni  elogio.  Per  concessione  pontificia  Mons.  Manacorda,  prima  della  benedizione  eucaristica,  impartí  la  Benedizione  Apostólica  alia  folla  immensa  dei  fedeli,  stipati  anche  fuori  sulla  piazza  della  chiesa  (1).

Molti  Salesiani,  moltissimi  Cooperatori,  assenti  di  corpo,  erano presentí  in  ispirito,  unendosi  a  quelli  di  Torino  nel  magnificare  la Vergine  benedetta,  ispiratrice  delle  Opere  di  Don  Bosco;  durante poi  l'ottavario  od  anche  nel  corso  dell'anno  giubilare  tutti  i  collegi  e  gli  oratori  salesiani,  secondo  il  desiderio  di  Don  Rúa  (2),  dedicarono  una  giornata  a  rievocare  dinanzi  ai  giovani  e  agli  amici  i fasti  della  Societá,  intrecciati  con  i  fatti  della  vita  di  Don  Bosco.

Fra  le  tante  altre  celebrazioni  vanno  segnalate  quelle  di  Marsiglia  e  di  Buenos  Aires,  dove  si  ebbero  manifestazioni  caratteristiche  e  ben  degne  di  due  Case  importantissime,  quali  centri  attivi  di  vita  salesiana  in  Francia  e  nella  Repubblica  Argentina.  Possiamo  aggiungere  per  terza  la  Casa  principale  dell'Uruguay  a  Villa Colon.

Le  feste  che  Torino  aperse,  Marsiglia  le  chiuse  alio  spirar  delTanno  giubilare.  I  molti  amici  marsigliesi  vi  si  sentirono  attratti anche  dal  ricordo  affettuoso  che  serbavano  dei  frequenti  e  non brevi  soggiorni  fatti  da  Don  Bosco  nella  loro  cittá.  Quanti  di  essi l'avevano  veduto  e  gli  avevano  parlato,  quanti  ne  avevano  ricevuto consigli,  conforti  e  aiuti  spirituali!  Prevedendosi  il  grande  concorso che  vi  fu,  il  benemérito  Can.  Guiol  (3)  mise  a  disposizione  del  Comitato  per  i  festeggiamenti  la  sua  chiesa  parrocchiale,  che  fece addobbare  con  sontuositá  e  gusto.  Gradirono  l'invito  i  tre  successori dei  Vescovi  che  avevano  ottenuto  da  Don  Bosco  stesso  i  Salesiani nelle  loro  diócesi;  cioé,  oltre  al  Vescovo  di  Marsiglia,  quelli  di  Nizza e  di  Fréjus  e  Tolone.  Don  Albera,  Catechista  Genérale  e  giá  Ispet(1)  Cfr.  Boíl.  Sal,  gcnnaio  1892.

(2)  Circol.  21  novcinbre  1891.

(3)  Annali,  pp.  284-5,  341,  365,  367,  468,  516-8.

Capo  X tore  in  Francia,  venne  a  rappresentare  il  Successore  di  Don  Bosco.

Nelle  varié  funzioni  Don  Grosso  (1)  fece  udire  mirabili  esecuzioni in  canto  gregoriano  e  música  classica.  Un  pubblico  numeroso  e sceltissimo  vi  assisteva  da  posti  assegnati.  Dopo  i  Vespri  tenne  discorso  Mons.  de  Cabriéres,  Vescovo  di  Montpellier,  assunto  poi  all'Accademia  degli  Immortali  e  creato  Cardinale,  oratore  allora  forse il  piü  eloquente  in  Francia  (2).  Prese  per  tema  un  giudizio  espresso dal  Vescovo  di  Nizza:  «La  vita  di  Don  Bosco  fu  una  vita  grande e  bella,  una  vita  feconda,  una  vita  santa,  una  vita  merauigliosa.  » A  proposito  del  cinquantenario  rilevó  che  di  tutte  le  Congregazioni religiose  i  Salesiani  erano  i  soli  che  potessero  uniré  in  una  medesima  data  l'ordinazione  sacerdotale  del  loro  fondatore  e  il  cominciamento  della  loro  Istituzione.  A  un  certo  punto  non  seppe  trattenersi  dall'osservare  come  l'uditorio,  a  cui  rivolgeva  la  parola,  fosse uno  dei  piü  belli  da  lui  contemplati  in  vita  sua.  Gruppi  di  exallievi  si  stimarono  in  dovere  di  prestarsi  volentieri  per  i  servizi d'ordine  e  per  aprire  il  passo  a  Don  Albera  e  all'Ispettore  Don  Bologna,  mentre  il  mattino  e  la  sera  si  aggiravano  in  mezzo  alia  folla questuando,  come  molti  dei  presentí  avevano  visto  piü  volte  fare da  Don  Bosco.

Anche  il  pranzo  piglió  quasi  l'aspetto  di  un  solenne  rito,  non per  manco  di  allegria,  ma  per  il  decoro  di  tutto  l'insieme.  Ai  Prelati  faceva  corona  lo  stato  maggiore  dei  Cooperatori  marsigliesi.

Anche  i  brindisi  del  Can.  Guiol,  di  Don  Albera  e  di  Mons.  de  Cabriéres  portarono  una  nota  d'interessante  opportunitá.  II  primo  non volle  omettere  un  saluto  al  ritorno  di  Don  Bologna,  nominato  Ispettore,  dicendolo  operaio  della  prima  ora,  il  cui  valore,  arricchito  da un'esperienza  di  quindici  laboriosi  anni,  diveniva  ormai  patrimonio di  tutte  le  Opere  salesiane  in  Francia.  II  rappresentante  di  Don Rúa  toccó  tasti  delicati.  Ricordó  fra  l'altro:  «  In  ogni  parte  il  clero e  fervorosi  cristiani  furono  sempre  per  Don  Bosco  ausiliari  preziosi e  devoti;  ma  a  Marsiglia  in  questa  forma  di  generositá  il  nostro venerato  Padre  fu  servito  regalmente.  »  II  Vescovo  di  Montpellier (1)  Annali,  pp.  699-700.

(2.  II  Bull.  Salésien  ne  diedc  una  larga  rclazione  nel  numero  di  marzo  del  1893.

Giubileo  delle  Opere  Salesiane disse:  «Mi  sembra  che  questo  giorno  si  debba  considerare  giorno  di speranza.  Ecco,  cinquant'anni  fa  un  prete,  un  pastorello,  senté  in fondo  all'anima  un  impulso  a  consacrarsi  tutto  ai  poveri.  Lo  fa con  non  mai  smentita  passione,  anche  quando  la  fortuna  venne  a tentarlo  a  segno  che.  se  avesse  voluto  abbassarsi,  gli  sarebbero  pióvuti  ai  piedi  i  milioni.  Rimase  fino  al  termine  l'uomo  della  povertá, deH'umiltá,  della  grazia  soprannaturale,  e  quando  1'aureola  gli cinse  la  fronte,  anche  coloro  che  avevano  osténtate  piü  orgoglio e  sussiego,  si  videro  costretti  a  inchinarsi  e  a  chiedergli  elemosina di  consiglio  e  di  benedizione.  » Vi  fu  un  secondo  giorno  di  festa  nell'oratorio  e  per  l'oratorio S.  Leone.  In  tal  giorno  richiamó  all'Istituto  Cooperatori  e  personalitá  in  buon  numero  la  benedizione  di  nuovi,  belli  e  vasti  laboratori.  Li  volle  benedire  il  Vescovo  stesso.  L'abate  Guiol,  l'oratore della  circostanza,  mostrato  chi  fu  Don  Bosco  e  che  cosa  era  l'Opera  sua,  passó  a  definiré  la  parte  che  spetta  in  questa  ai  Cooperatori,  stringendoli  a  favorire  sempre  piü  l'Opera  di  Marsiglia.  II Vescovo  nella  sua  allocuzione  finale  esaltó  Don  Bosco,  lodo  lo  zelo del  párroco  di  S.  Giuseppe  e  resé  grazie  alia  famiglia  salesiana per  il  bene  che  faceva  nella  sua  sede  vescovile.

In  quella  circostanza  si  verificarono  tre  fatti  da  non  doversi passare  sotto  silenzio.  Generosi  Cooperatori  fecero  arrivare  al  San Leone  tutto  quello  che  serviva  per  la  festa  in  chiesa  e  fuori  di  chiesa; tutti  senza  eccezione  i  Superiori  religiosi  di  Marsiglia  presero  viva parte  alia  festa  salesiana;  l'intera  stampa  lócale  ne  scrisse  con  unánime  simpatía.  Sonó  i  miracoli  della  carita,  praticata  secondo  lo spirito  di  Don  Bosco.

La  capitale  dell'Argentina,  la  prima  Repubblica  americana  che ebbe  i  figli  di  Don  Bosco,  rispóse  come  non  si  sarebbe  potuto  meglio all'invito.  Nella  chiesa  parrocchiale  di  S.  Cario,  annessa  al  collegio  Pió  IX  in  Almagro,  si  celebró  un  solennissimo  triduo,  presieduto  da  Mons.  Cagliero.  L'Arcivescovo  Aneyros,  eloquente  oratore,  pronunció  nel  primo  giorno  un  magnifico  discorso,  del  quale, per  il  suo  valore  di  autorevole  testimonianza  storica,  va  segnalato il  seguente  passo:  «  Una  mano  empia  aveva  scacciato  da  queste

Capo  X terre  il  Missionario;  scomparso  il  Missionario,  si  era  rotta  l'alleanza stretta  dai  Cristiani  con  gli  Indi,  e  questi  nell'eccesso  del  loro  furore  andavano  esclamando:  —  Con  i  Cristiani  nemmeno  in  Paradiso!  —  Di  qui  nuove  battaglie,  nuove  guerre;  i  selvaggi  assaltavano  i  paesi  inciviliti,  li  mettevano  a  fuoco,  e  gl'inciviliti  allora  a ritornare  alie  armi  e  coprire  il  campo  di  cadaveri.  Eran  massacri che  facevano  inorridire  tutti.  L'America  piangeva,  piangeva  la  partenza  del  Missionario.  Ma  ecco  un  uomo  provvidenziale  sorgere.  inviare  a  questa  térra  i  suoi  figli  ad  asciugarne  le  lacrime,  a  consolarla...  Chi  e  egli?  É  Don  Bosco!  Don  Bosco  che  tanto  amo  1'Argentina  da  asserire  che  dev'essere  la  seconda  patria  de'  suoi  figli.  » Cominciarono  allora  ad  affluire  offerte  destínate  alia  costruzione deU'edifieio  per  gli  studenti,  quale  monumento  giubilare  a  Don  Bosco nell'Argentina.

Anche  il  collegio  Pió  di  Villa  Colon  neU'Uruguay  celebro  in  svariate  maniere  la  grande  data  cinquantenaria.  L'ex-allievo  Dottor Espalter,  dopo  l'allocuzione  del  Vescovo  Ausiliare  di  Montevideo Mons.  Frassa,  fece  uno  splendido  discorso  in  lode  della  Societá  salesiana.  Descritta  a  vivi  colori  la  vita  di  collegio  " ingioiellata  dalFinnocenza  e  dalla  pietá,  "  protestava:  «  Prima  di  abbandonar  credenze  cosi  acquistate,  noi  dovremmo  mutilare  le  nostre  anime!  L'apostasia  dal  culto  della  Fede  e  della  Virtú  é,  per  i  giovani  educati nella  Case  salesiane,  impossibile  ed  assurda.  »  Terminó  auspicando la  redenzione  della  sua  patria  mediante  Topera  dei  figli  di  Don Bosco.  «  L'angelo  dell'avvenire,  disse,  aspetta  alia  soglia  delle  scuole di  Don  Bosco,  de'  suoi  collegi,  de'  suoi  molteplici  istituti,  la  gioventü  che  ricevette  l'effluvio  del  suo  zelo  divino,  della  sua  carita inesauribile,  per  fare  della  nostra  patria  una  nazione  felice,  i  cui figli  abbiano  sempre  per  guida  nella  vita  il  dovere  e  la  giustizia.

»  (1) Don  Rúa  nella  Circolare,  con  cui  annunciava  le  feste  giubilari,  quasi  a  prevenire  il  pericolo  che  si  desse  soverchia  importanza a  manifestazioni  esteriori,  trascurando  cose  piü  serie,  raccomando (1)  Boíl.  Sal,  fcbbraio  1892,  pag.  35.

Giubileo  delle  Opere  Salesiane che  i  Salesiani  durante  quei  giorni  ravvivassero  il  loro  fervore,  animassero  gli  allievi  alia  frequenza  dei  sacramenti  e  si  adoperassero «  con  le  letture,  coi  sermoncini  della  sera  e  nelle  prívate  conversazioni  per  accendere  nei  propri  cuori  e  nei  cuori  degli  alunni  la riconoscenza  a  Dio,  la  divozione  a  Maria  Ausiliatrice  e  la  venerazione  al  caro  Padre  Don  Bosco  ».

Inoltre,  avendo  nella  lettera  parlato  delle  decorazioni  della chiesa,  come  di  monumento  alia  memoria  di  Don  Bosco,  invitava tutti  ad  erigere  un  al  tro  monumento.  «  Noi,  diceva,  discepoli  e  figli di  Don  Bosco,  facciamo  in  modo  che  le  nostre  azioni,  la  nostra  attivitá,  zelo  e  fervore  nei  servizio  di  Dio,  il  nostro  spirito  di  sacrificio  a  favore  del  prossimo,  specialmente  della  gioventú,  servano  a rammemorare  le  virtü  e  la  santitá  del  nostro  buon  Padre,  in  guisa che  ciascuno  di  noi  sia  di  Lui  copia  fedele.  Questo  sará  certamente monumento  a  Lui  moJto  gradito!  » A  cose  finite,  il  medesimo  Don  Rúa  fra  le  maggiori  benedizioni, con  cui  il  Signore  aveva  consolato  la  Congregazione  nei  1891,  metteva  le  tanto  edificanti  e  tanto  bene  riuscite  fes  te  giubilari  (1).  Scrivendo  a  Don  Costamagna,  gli  diceva:  «  Sonó  contento  d'intendere il  vostro  impegno  per  celebrare  bene  il  giubileo  di  Don  Bosco.  Qui, ringraziando  Iddio,  non  so  se  si  poteva  riuscir  meglio.

»  (2) Egli  aveva  invitato  a  Torino  per  le  feste  giubilari  il  Cardinale Protettore.  L'Eminentissimo  Parocchi,  non  potendo  recarvisi  personalmente,  suppli  con  l'inviargli,  1*8  dicembre  per  lettera,  i  suoi  piú sentiti  rallegramenti.  Diceva  (3):  «L'opera  dei  Salesiani  avviata, or  son  cinquant'anni,  daH'ammirabile  Sacerdote,  che  fu  D.  Bosco.

promette  nuove  benemerenze  per  l'altra  meta  del  secólo,  che  abbiamo  oggi  iniziata.  A  questo  gioverá,  dopo  il  patrocinio  di  Maria SS.  Immacolata,  lo  zelo,  l'attivitá,  la  prudenza  di  Vostra  Paternitá.

»  (4) (i)  Circol.  51  dicembre  1891.

(2)  Torino,  6  gennaio  1892.

(3)  Roma,  8  dicembre  1891.

(4)  Delle  feste  fu  stampato  un  Ricordo,  del  quale  Don  Rúa  mandó  copia  ai  principali  benefattori con  una  circolare  manoscritta,  da  lui  fírmata.  II  volunictto  conteneva  la  descrizione  delle  pitlure  e  decorazioni  eseguite.  Vi  univa  puré  due  mcdaglie,  la  commcmorativa  della  consacrazione  del  Santuario fatta  coniare  da  Don  Bosco  nei  1868  e  quclla  dei  rcstauri  coniata  nei  1891.

C A P O  X I Fondazioni  in  Argentina,  Cile,  Uruguay,  Brasile  ed  Equatore durante  il  quadriennio  1890-93.

(Rosario,  Mendoza,  Buenos Aires,  Santiago,  Paysandü,  Mercedes, Montevideo,  Lorena,  Riobaraba,  Cuenca) Le  partenze  di  Salesiani  per  l'America  Meridionale  si  susseguirono  a  intervalli  relativamente  brevi.  II  I o   dicembre  1889  ne  partirono  29  con  Don  Costamagna,  25  il  4  febbraio  1891  con  Don Evasio  Rabagliati  (vedremo  nel  capo  seguente  donde  e  perché questi  venne  a  Torino),  e  altri  19  il  16  agosto  dello  stesso  anno con  Don  Luigi  Calcagno,  venuto  anche  a  fare  acquisto  di  macchine per  i  suoi  laboratori  di  Quito.  Contemporáneamente  passarono  ogni volta  l'Oceano  stuoli  di  Suore,  pórtate  dalla  brama  di  consacrare la  loro  vita  alia  salvezza  delle  anime  in  quelle  remote  contrade.

Gli  uni  e  le  altre  andavano,  parte  in  Repubbliche  dove  le  due  Congregazioni  giá  lavoravano,  parte  in  Stati,  dove  i  figli  di  Don  Bosco facevano  allora  il  primo  ingresso.  Ecco  la  materia  per  due  capi  consecutivi.  Diremo  in  questo  dell'Argentina,  del  Cile,  dell'Uruguay, del  Brasile  e  dell'Equatore  durante  il  quadriennio  1890-93.

Centro  propulsore  dell'attivitá  salesiana  nell'Argentina  era  il Collegio  Pió  IX  di  Almagro  a  Buenos  Aires,  modellato  in  tutto  sull'Oratorio  di  Valdocco,  ma  con  in  piú  il  Noviziato,  L'oratorio  festivo,  che  fu  culla  della  Societá,  vi  era  naturalmente  in  grande onore.  Vi  si  affollavano  non  meno  di  seicento  giovani.  Le  Autoritá civili  e  politiche  vedevano  di  buon  occhio  quanto  si  faceva  Al Pió  IX.  II  27  luglio  1892  vi  comparve  improvvisamente  il  nuovo Presidente  della  Repubblica  Saens  Peña.  Non  aveva  ancora  un'idea 110

Fondazioni  in  Argentina,  Cile,  ecc.  durante  il  quadriennio  1890-93 di  quello  che  la  entro  avveniva;  perció,  facendo  il  giro  dei  laboratori,  rimaneva  trasecolato  al  vedere,  come  senza  il  concorso  del  Governo  si  fossero  eseguiti  tali  impianti.  Volle  visitare  anche  il  Collegio  delle  Suore,  uscendone  ammirato  e  commosso.  Con  l'Ispettore Don  Costamagna  si  congratuló  vivamente  del  bene  che  operavasi nei  due  Istituti  a  vantaggio  della  gioventü.

Come  a  sede  ispettoriale,  facevano  capo  al  Pió  IX  i  Soci  di Mater  Misericordiae,  della  Boca  e  del  S.  Caterina-  in  cittá  e  quei  di S.  Nicolás  e  di  La  Plata  fuori.  Tre  Salesiani  della  Casa  avevano la  direzione  spirituale  dei  Collegi  di  Almagro  in  Buenos  Aires,  di S.  Isidoro  e  di  Morón  poco  lungi,  diretti  dalle  Figlie  di  María  Ausiliatrice.  Nel  nostro  quadriennio  l'Ispettore  procedette  all'apertura di  tre  nuove  case.

La  prima,  in  ordine  di  tempo,  fu  aperta  a  Rosario  nella  provincia  di  Santa  Fe.  La  cittá  aveva  allora  70  mila  abitanti,  sempre in  aumento.  I  Salesiani  vi  giunsero  desideratissimi  al  principiare del  1890.  Misero  súbito  alia  prova  la  carita  dei  buoni;  poiché,  mancando  di  molte  cose  necessarie,  ricorrevano  un  po'  qua  e  un  po'  la per  aiuto.  Essendo  la  Casa  per  artigiani,  le  venne  assegnato  a  celeste  Patrono  S.  Giuseppe;  piü  tardi  accolse  puré  studenti.  G I L taliani,  che  raggruppati  a  immense  distanze  in  numeróse  colonie, rappresentavano  tutte  le  regioni  della  penisola.  giubilavano  di  avere connazionali  a  cui  affidare  l'educazione  dei  loro  figli,  mentre  si  sentivano  rinascere  in  cuore  l'antica  fede,  se  non  spenta,  molto  illanguidita  per  il  lungo  abbandono  e  per  l'indifferenza  religiosa  del paese.

Nell'anno  dell'apertura  Mons.  Cagliero,  che  nella  sua  qualitá di  Vicario  per  i  Salesiani  d'America  visitava  le  Case  dell'Argentina, vide  in  un  umile  edificio  scuole  diurne  frequentate  da  120  esterni, scuole  serali  per  artigiani  e  operai  e  un  oratorio  festivo  popolato  di ragazzi.  11  Vescovo  del  Paraná,  che,  vecchio  e  infermo,  non  era  pifi stato  da  sette  anni  in  quelle  terre,  gli  accordó  ampia  facoltá  di  esercitare  le  funzioni  episcopali;  quindi  Monsignore  cresimó  in  sei giorni  circa  seimila  persone  di  varia  etá.  Ma  alie  cresime  fece  precederé  un  triduo  predicato  da  Salesiani  e  da  lui  stesso.  Dodici  con111

Capo XI fessori,  fra  cui  tre  Francescani  fatti  venire  da  un  vicino  convento, lavorarono  di  e  notte.  Chi  aveva  mai  visto  cose  simili?  Le  Autorita  medesime,  impressionate  di  tal  movimento  religioso,  gareggiarono  in  attenzioni  col  Vescovo.  Venuto  poi  il  tempo  pasquale,  piíi di  mille  italiani  compierono  il  precetto  ecclesiastico.  Ormai  dunque la  posizione  si  poteva  diré  conquistata.

Le  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice,  arrivate  nel  gennaio  del  1893, trovarono  il  terreno  ben  preparato  per  aprire  un  loro  Collegio  con l'immancabile  oratorio  festivo.  In  tre  mesi  tirarono  su  una  bella chiesina.  Tutto  questo  mise  in  furore  la  malvagitá  settaria.  Al  sabato  santo,  nientre  il  Direttore  dei  Salesiani  nella  chiesa  delle  Suore stava  per  intonare  il  Gloria,  una  mano  sconosciuta  gli  sparó  contro  dalla  porta;  se  non  che  un'altra  mano  misteriosa  fece  deviare il  colpo,  mandando  la  palla  a  daré  nella  párete  laterale.

A  Ovest  di  Rosario  é  Mendoza,  ai  piedi  della  Cordigliera.  I  vi un'Associazione  di  buoni  cattolici  aveva  fondato  nel  1888  una  Scuola Cattolica;  ma  non  si  tardó  a  vedere  che  questa  non  avrebbe  avuto vita  rigogliosa  e  duratura  se  non  nelle  mani  di  una  Congregazione  religiosa:  onde  nel  1891  una  zelante  signora,  recatasi  a  Buenos Aires,  ne  trattó  con  Don  Costamagna,  senza  pero  venire  a  una  conclusione.  In  novembre  Mons.  Cagliero,  in  un  viaggio  al  Cile  fermatosi  a  Mendoza,  conobbe  l'opportunitá  di  secondare  l'invito,  tanto piú  che  una  gentildonna  regalava  un  lócale  piü  capace  nel  centro della  cittá.  Fu  dunque  stabilito  d'inviarvi  il  Direttore  da  Buenos Aires  e  il  personale  dal  Cile.  Arrivarono  tutti  fra  il  gennaio  e  il febbraio  del  1892,  ospitati  generosamente  per  alcune  settimane  dai Gesuiti,  perché  la  casa  c'era,  ma  non  c'erano  né  mobili  né  utensilL Messa  in  ordine  l'abitazione  e  cambiato  il  nome  di  Scuola  Cattolica  in  quello  di  Scuola  Don  Bosco,  si  diede  principio  aH'opera.

Vi  furono  da  prima  due  solé  classi  con  120  alunni  esterni;  ma  molti altri  facevano  ressa  per  entrare.

Quei  Confratelli  non  conducevano  davvero  vita  cómoda.  I  principi  dei  Collegi  rassomigliarono  spesso  alie  origini  dell'Oratorio  di Torino.  A  Mendoza  avevano  solo  le  aule  scolastiche  e  tre  povere stanze  prívate,  una  delle  quali  serviva  anche  da  sala  di  ricevi112

Fondazioni  in  Argentina,  Cile,  ecc.  durante  il  quadriennio  1890-93 mentó.  Dal  febbraio  al  novembre,  per  celebrare  o  ascoltare  la  Messa, ramingarono  di  chiesa  in  chiesa,  fuorché  nei  giorni  festivi,  in  cui con  la  lunga  fila  dei  ragazzi  anda  vano  sempre  alia  parrocchiale  (1).

Anime  buone  somministravano  loro  suppellettili  e  sovente  anche generi  alimentari  (2).  Intanto  la  loro  attivitá,  che  sfidava  disagi  e fatiche  pur  di  fare  il  maggior  bene  possibile,  destava  stupore  nella cittadinanza;  quindi  non  fa  meraviglia  che  persone  facoltose  si  sentissero  mosse  a  portare  il  proprio  contributo,  affinché  Topera  acquistasse  una  sistemazione  definitiva.  Gravi  contrarietá  si  levarono  ad attraversare  il  cammino.  Un  individuo  puntiglioso  tiró  in  campo cavilli  legali  per  impediré  una  sopraelevazione,  che  gli  dava  noia; presosi  poi  a  fabbricare  da  un  altro  lato,  bisognó  sospendere  per la  disonestá  di  un  impresario.  Erano  le  solite  prove,  contro  cui  debbono  lottare  le  opere  di  Dio.  La  pazienza  e  la  fiducia  nel  Signore sormontarono  tutti  gli  ostacoli.  Sorse  anche  la  chiesa  per  l'oratorio festivo,  fu  aumentato  il  personale,  crebbe  a  dismisura  il  numero degli  scolari;  venne  poi  anche  il  teatrino.  Assediati  da  protestanti e  da  massoni,  i  Salesiani  cominciarono  a  ricevere  abiure.  Progre» dendo  passo  passo,  crearono  un  Istituto  di  somma  importanza.

Mancava  ancora  chi  attendesse  con  egual  zelo  e  frutto  alia  gioventú  femminile,  ed  ecco  nel  1895  stabilirsi  le  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice  in  una  povera  casetta,  dove  rinnovarono  il  si  frequente fatto  evangélico  del  granello  di  senapa,  che  germoglia  e  cresce  e diviene  albero  fronzuto,  delizia  degli  uccelli.

Fu  felice  idea  quella  di  organizzare  in  Almagro  un  altro  grande oratorio  festivo,  quarto  in  Buenos  Aires  dopo  i  tre  di  S.  Cario,  di Mater  Misericordiae  e  della  Boca;  il  nuovo,  per  altro,  fu  il  primo costituito,  come  Casa  a  sé,  in  America.  Nel  luogo  dove  se  ne  gettarono  le  fondamenta,  aveva  giá  fatto  qualche  cosa  Don  Paseri dal  1881;  raa  Topera  visse  di  vita  propria  solo  daJ  1893.  Tutte  le industrie  solite  a  usarsi  negli  oratorii  per  aítirare  la  gioventú  vi furono  messe  in  opera.  Che  Tiniziativa  fosse  opportuna,  lo  dimostró  il  numero  dei  ragazzi  che  vi  accorrevano,  arrivando  in  certe (í)  Relazionc  di  Don  Lardi,  uno  dei  primi  andati  a  Mendoza,  in  Bollettino  spagnolo,  gii^no  1896.

(2)  Bolletíino  italiano,  agosto  1892.

Capo XI domeniche  a  1500.  Quando  si  costruiva  la  cappella  dedicata  a  S.  Francesco  di  Sales  era  bello  vedere  anche  giovani  d'ogni  etá  prestar mano  nei  lavori.  Vi  si  aggiunsero  poi  le  scuole  elementari  esterne.

Le  maestre  delle  scuole  pubbliche  da  prima  sollevarono  ostacoli; quando  pero  si  avvidero  che  i  loro  allievi,  frequentando  l'oratorio, diventavano  piú  docili  e  piü  studiosi,  se  ne  fecero  patronesse.

L'oratorio  di  S.  Francesco  di  Sales  nel  1938  poté  santamente vantarsi  d'aver  dato  alia  Chiesa  39  sacerdoti,  mentre  parecchi  erano ancora  alunni  del  santuario.  Don  Giorgio  Serié,  oggi  membro  del Capitolo  Superiore,  venne  di  la.  Del  Direttore  Don  Luigi  Costamagna,  ñipóte  dell'Ispettore,  scrive  Don  Serié  (1):  «Non  si  limitava  a  dirci:  —  Si  fa  cosi  —,  come  l'indicatore  stradale,  che  segna la  via  e  sta  fermo,  ma  veniva  lui  con  noi  e  in  mezzo  a  noi.  Trascinava  col  suo  esempio  alia  pietá,  al  lavoro  ed  anche  al  gioco: cosa  affatto  nuova  in  quelle  regioni  vedere  un  prete  giocare  con dei  ragazzi  alie  stampelle,  a  barra  rotta.  »  E  detto  di  lui  predicatore  e confessore,  continua:  «  Fu  il  primo  in  America  ad  occuparsi  degli ex-allievi  ed  a  formare  il  gruppo  di  catechisti  volontari  fra  gli amici  e  cooperatori  che  lo  coadiuvavano  a  tirare  innanzi,  e  come!.

nell'insegnamento  della  dottrina  cristiana  ad  un  migliaio  di  giovani.  » índice  della  prosperitá  spirituale  di  cui  godeva  l'Ispettoria  Argentina,  puó  essere  il  fatto,  che  nel  1893  vi  si  stavano  innalzando sei  chiese,  e  cioé  a  Rosario  e  a  Morón  per  le  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice,  a  S.  Nicolás  per  i  coloni  italiani,  in  Almagro  per  l'oratorio testé  descritto,  a  Bernal,  e  due  navate  laterali  al  santuario  di  Maria Ausiliatrice  puré  in  Almagro.  La  necessitá  spingeva  e  la  fiducia  nella banca  della  divina  Provvidenza  dava  l'ardire.  Cosa  mirabile!  Quei Salesiani,  che  trovavano  mezzi  per  moltiplicare  chiese  e  case  e  per ingrandire  le  giá  esistenti,  non  ne  cercavano  per  migliorare  lo  staio di  vera  povertá,  in  cui  vivevano.  Un  piccolo  particolare  dice  molte cose.  Don  Giuseppe  Vespignani,  sempre  cagionevole  di  salute.  era íncaricato  di  andar  a  celebrare  ogni  giorno  in  una  chiesa  distante quattro  chilometri  dal  Pió  IX;  ebbene,  Don  Costamagna  non  gli (1)  Voci  fraterne,  febbraio  1942.

Fondazioni  in  Argentina,  Cile,  ecc.  durante  il  quadriennio  1890-93 poteva  daré  se  non  dieci  centesimi  per  prendere  il  tram  una  volta soltanto,  o  nell'andata  o  nel  ritorno.

Nel  Cile,  paese  abitualmente  pacifico,  i  Salesiani  di  Concepción e  di  Talca  dal  febbraio  alF  agosto  del  1891  passarono  ore  tragiche.

La  guerra  civile  insanguinava  le  cittá;  ricchi  e  poveri,  buoni  e cattivi  ne  sperimentarono  le  tristi  conseguenze.  Le  due  Case  suddette,  benché  sempre  in  pericolo  di  essere  invase,  porgevano  rifugio a  donne,  vecchi  e  bambini.  Venivano  arrolati  perfino  i  giovani.  che avessero  compiuto  il  dodicesimo  anno  di  etá.  Saccheggi,  devastazioni,  uccisioni,  incendi  erano  all'ordine  del  giorno.  Ne  derivavano abbassamento  di  valori,  caro  di  prezzi,  carestia  e  fame.  Nei  momenti  piú  critici  le  Autoritá  cilene  usarono  speciali  riguardi  ai  Salesiani  e  ai  loro  alunni,  sicché  almeno  non  si  ebbero  a  lamentare vittime.

Cessato  il  disordine  e  tomata  la  pubblica  quiete,  fu  mandato  ad  > effetto  un  disegno,  che  si  ventilava  da  tempo.  Mons.  Jara,  prima di  essere  Vescovo  di  Ancud,  ave  va  fondato  nel  1880  a  Santiago, capitale  della  Repubblica,  un  Asilo  delta  Patria,  dove  accogliere orfani  della  guerra  detta  del  Pacifico,  sostenuta  vittoriosamente  Cile  dal  1879  al  1882  contro  il  Perú  e  la  Bolivia.  II  benemérito  sacerdote  non  cessó  mai  di  far  voti  che  i  figli  di  Don  Bosco  assumessero  la  direzione  del  suo  orfanotrofio;  anzi  nel  1887  si  presentó supplice  a  Don  Bosco  stesso,  che  lo  mandó  dalla  sua  cameretta consolato,  rispondendogli  con  tutta  semplicitá,  ma  in  tono  rassicurinte:  —  Abbiate  un  poco  di  pazienza;  questa  opera  si  fará.  — L  di  pazienza  ce  ne  volle  ancora  una  buona  dose,  tante  furono  le difficoltá  insorte.  Solo  due  anni  dopo  la  morte  del  Santo,  Don  Rúa, per  il  quale  i  desideri  di  Don  Bosco  non  cessavano  di  essere  legge.

sollecitato  dalFArcivescovo  Casanova,  acceleró  la  soluzione  (1).  Única difficoltá  si  opponeva  ancora  la  scarsezza  del  personale.  Intanto  i risultati  ottenuti  a  Concepción  e  a  Talca,  resi  noti  dalla  stampa.

¿nfiammavano  sempre  piú  gli  animi.  Mons.  Jara,  volendo  troncare (I)  Nel  novembre  del  1889,  in  viaggio  per  Roma,  l'Arcivcscovo  si  ero  fermato  due  giorní  all'Oratorio.  Introdotto  nella  camera,  dove  morí  Don  Bosco,  si  p'rostró  a  térra  e  recitó  un  Paíer,  Aoc  e (üoriu.  (Lctt.  di  Don  Lazzcro  a  Mons.  Cagliero,  Torino,  26  novembre  1889).

Capo XI gl'indugi,  pensó  di  fare  donazione  della  Casa  all'Autoritá  ecclestiastica,  ma  a  condizione  che  vi  si  chiamasse  una  Congregazione dedita  alia  cura  della  gioventü  bisognosa.  Allora  FArcivescovo,  sul cadere  del  '91,  incontratosi  con  Mons.  Cagliero  nel  Cile,  cedette  nella persona  di  luí  ai  Salesiani  Fedificio  e  le  sue  adiacenze  e  insieme  anche la  chiesa,  intitolata  La  Gratitud  Nacional,  edificio  e  chiesa  che  erano stati  in  antico  chiostro  e  tempio  dei  Padri  Mercedari.  Era  dunque scoccata  finalmente  Fora  della  Provvidenza:  i  Salesiani  arrivarono sull'inizio  del  1892,  nel  di  dell'Epifania.

La  cerimonia  del  ricevimento  non  poteva  essere  piú  solenne.

Si  svolse  in  una  gran  sala,  scelta  all'uopo  e  ornata,  presente  il  Capo dello  Stato  fra  i  Vescovi  Jara  e  Cagliero  e  parecchi  Ministri.  I primordi  furono  abbastanza  duri.  Quei  Salesiani  avrebbero  dovuto trovare  nella  casa  tutto  Foccorrente  per  Istituti  di  simil  genere,  e Favrebbero  trovato,  se  non  ci  fosse  stata  di  mezzo  la  detta  guerra civile.  Cinque  battaglioni  di  soldati  vi  avevano  bivaccato  per  otto mesi,  facendovi  un  de  populo  bárbaro.  Anche  nella  chiesa  avevano profanato  le  immagini  e  dissipato  i  paramenti  sacri.  Nel  momento stesso,  in  cui  Autoritá  e  cittadinanza  davano  il  benvenuto  ai  Salesiani,  Mons.  Jara  non  esitó  a  diré  la  in  pubblico,  che  essi  iniziavano la  fondazione  in  condizioni  di  povertá  e  di  miseria.  Li  invitava quindi  a  ricevere  la  Casa  in  nome  della  Chiesa,  della  patria  e  del popólo,  ringraziandoli  anticipatamente  dei  loro  generosi  sacrifici.

E  di  sacrifici  ne  fecero  molti  e  gravi.  La  stampa  lanciava  appelli  ai  cuori  caritatevoli  e  alie  borse  ben  fornite,  che  rispondevano come  si  puó  rispondere  in  tempo  di  profonda  crisi.  Risposero  pero, sicché  in  pochi  mesi  la  casa  fu  trasformata  in  collegio  dall'immondezzaio  che  era  diventata.  Vi  si  avviarono  súbito  i  laboratori, a  cui  si  unirono  in  seguito  scuole  per  studenti  di  modesta  condizione.  Gli  artigiani  da  80  salirono  nel  1893  a  120,  aumentando  appresso  fino  a  150.  Centinaia  di  ragazzi  frequentavano  Foratorio  festivo.  Tuttavia  quel  Collegio  aveva  ancora  Faspetto  di  un  grosso, ma  misero  casolare.  Muri  di  fango;  tetti  in  lamine  di  ferro  zincato.

bucherellate  e  corrose  dalla  ruggine;  sotto  la  pioggia,  acqua  nell'interno  di  non  pochi  ambienti  poco  meno  che  all'esterno.  Consolava 116

Fondazioni  in  Argentina,  Cite,  ecc.  durante  il  quadriennio  í890-93 pero  il  pensiero  che  in  quell'affollarsi  di  ragazzi  si  cominciassero  ad avverare  le  profezie  di  Don  Bosco  (1).

Resta  va  da  colmare  una  grave  lacuna:  chi  avrebbe  provveduto alia  gioventú  femminile?  11  16  gennaio  1893  giunsero  le  Figlie  di Maria  Ausiliatrice.  Migliaia  di  cittadini  si  trovarono  a  riceverle.  acclamando  a  Don  Bosco.  Presero  stanza  presso  la  chiesa  parrocchiale di  S.  Michele,  retta  da  Don  Miguel  León  Prado,  zelante  e  popolare sacerdote,  poi  Vescovo  di  Linares,  affezionatissimo  a  Don  Bosco  e alie  sue  Opere.  In  maggio  esse  davano  giá  ricovero  a  200  ragazze,  orfane  della  guerra  civile.  Naturalmente  si  prodigavano  anche  nell'oratorio  festivo.

II  Direttore  Don  Tomatis,  uno  dei  pionieri  del  1875,  uomo  intrépido,  da  bravo  figlio  dell'Oratorio  di  Valdocco,  trovava  anche  il tempo  di  percorrere  la  campagna,  predicando  Missioni.  In  un  punto, dove  riusciva  meno  difficile  radunar  gente  da  luoghi  lontani,  una buona  signora  aveva  regalato  ai  Salesiani  una  villa  con  cavalli  e vettura,  perché  ogni  domenica  vi  si  andasse  a  celebrare,  confessare, predicare  e  fare  ai  ragazzi  il  catechismo.  Una  volta  Don  Tomatis si  spinse  anche  nelPAraucania,  dove  preparó  un  centinaio  d'indigeni  a  ricevere  il  battesimo.

Rivalichiamo  la  Cordigliera  e  scendiamo  nell'Uruguay.  Qui  iJ Collegio  di  Villa  Colon,  sede  dell'Ispettore  Don  Lasagna,  manteneva alto  il  suo  prestigio.  II  Bollettino  meteorológico,  redatto  ivi  dai  Salesiani,  era  strumento  di  cultura  e  di  pubblica  utilitá  (2).  La  grande attivitá  di  Don  Lasagna,  mentre  faceva  fiorire  e  progredire  le  Case esistenti,  diede  vita  a  tre  nuove:  una  a  Paysandü,  l'altra  a  Mercedes  e  la  terza  a  Montevideo.

A  Paysandü  i  Salesiani  dal  1882  amministravano  la  parrocchia, che  abbracciava  un'estensione  di  14  mila  chilometri  quadratL  Peccato  che  non  esistano  memorie  scritte,  da  cui  sia  possibile  apprendere  per  quali  vie,  dallo  stato  di  cose  del  1882,  si  fosse  giunti  a quello  che  giá  si  vedeva  nel  1890!  Molto  si  dovette  alio  zelo  di  Don Albanello,  Párroco  e  Direttore.  Orbene,  la  cittá  nel  1890  si  arricchi (1)  Annali,  pp.  429,  506,  557-9.

(2)  Annali,  pp.  440-41.

Capo XI puré  di  un  Collegio  salesiano  per  alunni  esterni,  denominato  da  Don Bosco,  con  annesso  l'oratorio  festivo.  II  ricordo  del  primo  Direttore Don  Marchiori  duro  a  lungo  anche  fra  gli  emigrati,  circa  quattromila,  quasi  tutti  italiani.  La  vicinanza  del  porto  ne  favoriva  l'affluire.  A  Don  Marchiori  ando  debitrice  di  non  lievi  benefici  l'isolata e  abbandonata  colonia  di  Guariyú,  composta  di  150  famiglie  piemontesi,  venete,  parmensi  e  cremonesi.  Con  la  fondazione  del  Collegio  coincise  l'apertura  di  una  chiesa,  dedicata  a  S.  Raimondo e  donata  dal  Vescovo  Giacínto  Vera  fin  dal  1886  (1).  Tanto  tempo c'era  voluto  per  adattarla  al  culto,  perché  senza  tetto,  senza  finestre,  senza  pavimento,  senza  altari:  non  esistevano  che  i  muri fino  al  cornicione.  Le  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice  avevano  preceduto  con  il  loro  Collegio  quello  dei  Salesiani.  Tutti  insieme  redensero  la  cittá:  la  presente  generazione  omai  ne  ignora  il  triste  lontano passato.

Dall'oratorio  festivo  esordi  l'altro  nuovo  Collegio  di  Mercedes, cittá  principale  nel  dipartimento  di  Soriano.  Don  Lasagna  lo  dedicó  a  S.  Michele  in  omaggio  a  Don  Rúa.  L'opera  ebbe  nascimento il  16  marzo  1892.  Alie  solite  strettezze  economiche  si  studiavano  di rimediare  due  Comitati  di  signori  e  di  signore;  al  resto  sopperiva lo  spirito  di  sacrificio  dei  Salesiani.  II  primo  anno  terminó  con 146  alunni.  II  Direttore  Don  Faustino  aveva  il  dono  di  sapersi cattivare  la  gioventü:  del  mondo  giovanile  la  casa  diventó  il  ritrovo prediletto.  Un  novello  soffio  di  vita  cristiana  si  sentí  ben  presto  spirare  in  cittá.

La  capitale  Montevideo,  che  aveva  giá  un  Collegio  salesiano,  ne vide  sorgere  un  secondo  nel  '93,  i  Talleres  Don  Bosco.  I  suoi  principi non  potevano  essere  piú  semplici  e  modesti:  una  casetta  con  il  solo pianterreno,  un  interno  povero  povero:  calzolai,  sarti,  legatori  lavoravano  tutti  nel  medesimo  ambiente,  che  faceva  puré  da  scuola di  música,  da  parlatorio  e  da  refettorio;  il  personale,  due  preti  e un  chierico.  Nessuno  avrebbe  mai  supposto  che  a  un'opera  cosí meschina  fosse  riserbato  nel  breve  giro  di  pochi  anni  un  avvenire (1)  Amiüli,  pag.  259.

Fondazioni  in  Argentina,  Cile,  ecc.  durante  il  quadriennio  1890-93 quale  ebbe.  Era  alia  testa  Don  Giuseppe  Gamba,  uomo  dotato  di gran  senno  pratico  e  destinato  a  reggere  per  molto  tempo  l'Ispettoria,  radicandovi  lo  spirito  appreso  direttamente  alia  scuola  di  Don Bosco, Moviamo  ora  verso  il  Nord,  oltre  la  frontiera.  Nel  Brasile  era cambiato  il  regime.  Una  rivoluzione  militare  áveva  nel  1889  rovesciato  la  monarchia,  proclamato  la  repubblica  ed  esiliato  Don Pedro  II  dopo  58  anni  d'impero.  Nel  passaggio  al  nuovo  ordine  di cose  i  Salesiani  di  Nichteroy  e  di  S.  Paolo  non  patirono  danno, portati  com'erano  da  tutti  in  palma  di  mano.  Specialmente  il  collegio  S.  Paolo,  grazie  all'impulso  di  Don  Giordano,  godeva  tanto crédito,  che  se  ne  poteva  giá  presagire  la  grandezza  futura.  II 6  marzo  1891,  proveniente  da  Roma,  fu  all'Oratorio  il  nuovo  Vescovo  di  Goyas  nel  Brasile,  giá  canónico  nella  capitale.  Egli,  supplicando  che  si  mandassero  Salesiani  nella  sua  diócesi,  levava  a cielo  il  bene  che  vi  facevano  le  due  Case  di  S.  Paolo  e  di  Nichteroy  (1).

Non  vi  si  attendeva  solo  alia  gioventü.  Nell'ospedale  cittadino il  santo  salesiano  Don  Varchi  prestava  l'assistenza  spirituale  agli infermi,  i  piú  dei  quali  erano  italiani.  Questi  poveri  connazionali, capitando  lá  quasi  sempre  dopo  inaudite  sofferenze  e  poi  abbandonati  da  tutti,  si  sentivano  rinascere  al  trovarsi  accanto  un  sacerdote  che  parlava  la  loro  lingua  e  li  richiamava  ai  religiosi  sentimenti  da  troppo  tempo  dimenticati.

Benedette  dalle  popolazioni,  le  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice  nello Stato  di  S.  Paolo  avevano  Casa  in  tre  luoghi:  a  Lorena,  a  Guarantiguetá  ed  a  Pindamonhagaba.

Mons.  Cagliero  visitó  Salesiani  e  Suore  nel  1890;  rivide  allora per  l'ultima  volta  il  dotto  e  santo  Arcivescovo  di  Rio  de  Janeiro Mons.  Lacerda,  che  cessó  di  vivere  il  15  novembre  dell'anno  appresso.  Dobbiamo  un  tributo  di  riconoscenza  a  si  benemérito  Prelato.  Nel  1877  era  stato  ospite  di  Don  Bosco,  per  il  quaJe  nutrí  poi sempre  sviscerato  affetto.  Era  per  lui  una  festa  ogni  volta  che  figli (I)  Lett.  di  Don  Lazzcro  a  Mons.  Cagliero,  Torino,  3  aprile  1891.

Capo XI di  Don  Bosco,  navigando  dall'Europa  e  toccando  Rio,  scendevano a  riverirlo.  Ansioso  da  lungo  tempo  di  avere  i  Salesiani  nella  sua immensa  diócesi,  quando  finalmente  li  ebbe,  mantenne  la  promessa fatta  a  Don  Bosco  dicendo:  —  I  suoi  figli  saranno  i  miei  figli.  — Veri  sacrifici  s'imponeva  per  la  Casa  di  Nichteroy.  Nel  1889  diede una  considerevole  somma,  perché  quella  tipografía  potesse  pubblicare  le  Letture  Cattoliche  in  lingua  portoghese  (1).  I  Salesiani  del Brasile  perdettero  davvero  in  lui  un  tenero  padre.

I  Superiori  non  sarebbero  stati  alieni  dal  costituire  nel  Brasile un'Ispettoria  a  sé,  distaccandone  le  case  dall'Uruguaiana,  con  cu  i formavano  una  cosa  sola.  Le  enormi  distanze  lo  consigliavano.  Ma sarebbero  state  necessarie  almeno  tre  Case  (2).  Don  Lasagna  fondo la  terza  a  Lorena.  La  cittá,  posta  sul  fiume  Parahyba,  dista  quasi altrettanto  da  S.  Paolo  e  da  Rio  de  Janeiro;  era  luogo  di  fermata per  chi  andava  dall'uno  all'altro  di  questi  due  centri.  Ivi  il  Conté Moreira  Lima  aveva  offerto  nel  1887  un  suo  edificio  con  chique ettari  di  giardino,  modificandone  poi  la  forma  secondo  un  disegno presentatogli.

Tutto  fu  in  ordine  per  il  1890.  Ebbe  cosi  cominciamento  il  collegio  di  S.  Gioachino,  cosi  chiamato  dai  nomi  del  donatore  e  di Leone  XIII.  II  Direttore  Don  Peretto  lo  portó  súbito  a  grande  floridezza.  II  primo  anno  scolastico  si  chiuse  con  20  giovani  interni e  124  esterni.  Gli  esami,  sostenuti  dinanzi  a  una  Commissione  ufficiale,  diedero  risultati  assai  soddisfacenti,  che  accreditarono  I I stituto.  L'anno  seguente  gl'interni  salirono  a  80,  quanti  vi  potevano capire.  Si  mise  tostó  mano  ai  lavori  per  aumentare  la  capacita  dell'edificio.  Don  Peretto  gettó  le  basi  di  un'opera  che  divenne  focolare di  cristiana  e  civile  educazione.  Di  li  a  poco  tennero  dietro  nella stessa  cittá  le  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice,  che  vi  apersero  una Casa  di  beneficenza,  arca  di  salvezza  per  tante  povere  fanciulle.

Visitate  le  case  dell'Argentina,  dell'Uruguay  e  del  Brasile,  Mons.

Cagliero  avrebbe  voluto  visitare  anche  i  Confratelli  di  Quito,  che (1)  Lett.  di  Don  Lasagna  a  Don  Rúa,  Villa  Colon,  14  novembre  1889.  Le  Letture  Cattoliche  in spagnolo  si  pubblicavano  da  parecchi  anni  a  Buenos  Aires.

(2)  II  med.  al  med.,  Lorena  6  settembre  1887.

Fondazioni  in  Argentina,  Cile,  ecc.  durante  il  quadriennio  1890-93 ne  sospiravano  la  venuta;  ma  FEquatore  era  troppo  lontano,  e quindi  nel  1890  vi  mandó  come  visitatore  Don  Costamagna.  Egli  si contentava  d'inviar  loro  con  frequenza  conforti  e  consigli  per  lettera.  A  Quito,  trascorsi  un  anno  e  pochi  mesi  dall'arrivo  dei  Salesiani,  le  costruzioni  primitive  non  si  riconoscevano  piú.  II  Collegio albergava  un  centinaio  di  artigiani;  ma  si  stava  studiando  il  modo di  far  posto  a  un  maggior  numero.  Un  decreto  del  Parlamento  conferí  a  ogni  Deputato  il  diritto  di  collocarvi  a  spese  del  Governo tre  alunni,  perché  imparassero  un  mestiere.  All'oratorio  festivo  si presenta  vano  anche  indietti,  di  cui  nessuno  si  cura  va,  ignorante sulla  via  dell'abbrutimento;  eppure  nel  Collegio  con  un  po'  di  pazienza  e  di  carita  si  trasformavano.  In  soccorso  dell'oratorio  si  organizzó  un  Comüato,  che  provvedeva  regali  e  premi  e  cerca  va  lavoro ai  disoccupati;  alcuni  signori  facevano  anche  il  catechismo ;   come iiei  primi  tempi  di  Don  Bosco.  Nell'esposizione  nazionale  del  1891 i  Talleres  del  Sacro  Cuore,  al  quale  era  dedicata  la  Casa,  ottennero una  medaglia  d'oro  per  i  falegnami,  due  d'argento  per  i  fabbri  e tre  di  bronzo  per  i  sarti,  calzolai  e  sellai.  Ai  laboratori  qui  indicati furono  aggiunte  la  tipografía,  la  legatoria  e  la  fabbrica  di  carrozze.

Del  bene  che  tutti  vedevano  in  Quito,  la  stampa  diffondeva  la notizia  nella  Repubblica,  onde  arrivavano  frequenti  proposte  per fondazioni;  una  proposta  pero  la  vinse  su  tutte  le  altre.  Nel  setiembre  del  1890  il  Cardinale  Rampolla,  Segretario  di  Stato,  comunicó  a  Don  Rúa  d'aver  ricevuto  una  lettera,  in  cui  il  signor Flores,  Presidente  della  Repubblica  equatoriana,  in  base  a  un  decreto  legislativo,  con  cui  si  stabiliva  di  fondare  due  scuole  professionali,  Fuña  a  Cuenca  e  Faltra  a  Riobamba,  domandava  Finvio di  alcuni  Salesiani  per  commetterne  loro  la  direzione.  Don  Rúa rispóse  limitandosi  per  allora  ad  accettare  la  scuola  di  Riobamba, ma  esprimendo  intanto  la  fiducia  di  poter  piú  tardi  accettare  anche quella  di  Cuenca.

Riobamba  é  situata  a  mezza  strada  fra  Quito  e  Guavaquil.

Da  piú  anni  i  Salesiani  vi  erano  aspettati  per  prendersi  cura  della gioventü  derelitta.  Cinque  dei  Missionari  partiti  nell'agosto  del  1891 con  Don  Calcagno  eran  destinati  alia  fondazione  di  Riobamba;  la 121 direzione  fu  affidata  a  Don  Antonio  Fusarini,  che  dal  1888  trovavasi  nelFEqu atore.  Partirono  dalla  capitale  il  5  novembre.  Al quarto  giorno  di  viaggio  mancavano  due  ore  per  arrivare  alia  meta, quand'ecco  venir  loro  incontro  le  persone  piú  qualificate  del  luogo e  accompagnarli  a  cavallo  come  in  trionfo  alia  casa  per  loro  preparata.  Non  si  pensi  a  un  palazzo  o  a  qualche  cosa  di  simile.  Trovarono  un  piccolo  edificio  tutto  di  fango  e  per  giunta  con  vent'anni  di  esistenza,  che  gli  pesavano  sopra.  Non  parliamo  poi  di  comoditá,  anche  delle  piú  necessarie.  Quindici  giorni  di  lavoro  furono appena  sufficienti  per  allestire  la  cappella  e  il  resto.  II  titolo  era Talleres  de  S.  Tomás  Apóstol.  L'inaugurazione  solenne  ebbe  luogo 1'8  dicembre.  In  quel  giorno  i  Salesiani  ricevettero,  a  dir  vero,  onori principeschi.  All'accademia  della  sera  presero  la  parola  i  piú  cospicui  rappresentanti  della  cittá;  alia  buona  riuscita  del  trattenimento  cooperarono  attivamente  Gesuiti  e  Fratelli  delle  Scuole  Cristiane.  La  popolazione  vi  partecipó  con  entusiasmo.

Bisognava  dunque  corrispondere  a  tanta  aspettazione.  I  Salesiani  si  misero  senz'altro  al  lavoro.  Durante  l'anno  scolastico  1891-92 impiantarono  i  laboratori  dei  fabbri  e  meccanici,  dei  sarti  e  calzolai,  dei  falegnami  e  sellai.  Pero  fino  al  1896  il  numero  degli  alunni non  arrivó  mai  a  60  e  vi  stavano  pigiati.  Le  difficoltá  dei  tempi, caúsate  dalle  frequenti  lotte  politiche,  e  le  intromissioni  estranee nell'economia  domestica  intralciarono  assai  lo  sviluppo  dell'opera.

Tuttavia  di  buoni  risultati  se  ne  raggiunsero,  come  ne  facevano fede  le  esposizioni  annuali  dei  lavori.  La  banda  musicale,  disciplinata  dal  Direttore,  contribuí  non  poco  a  far  apprezzare  l'Istituto.

La  volta  di  Cuenca  venne  due  anni  dopo  Riobamba,  nel  1893.

La  Casa  era  un  internato  per  scuole  di  arti  e  mestieri.  Nei  primi nove  mesi  i  Salesiani  si  acconciarono  alia  meglio  in  un'ala  di  fabbricato  appartenente  alia  parrocchia;  ma  verso  la  fine  di  agosto passarono  a  occupare  un  altro  stabile,  che  offriva  loro  maggiori  agevolezze  e  soprattutto  ne  assicurava  l'intera  indipendenza.  Al  sólito, Foratorio  festivo  trionfava.

La  casa  di  Cuenca  si  trovava  al  margine  di  un  territorio,  le cu i  foreste  erano  popolate  di  certi  Indi,  dei  quali  i  Salesiani  avreb122

Fondazioni  in  Argentina,  Cile,  ecc.  durante  il  quadriennio  1890-93 bero  presto  ricevuto  la  missione  d'occuparsi,  come  fra  non  molto vedremo.  Non  si  creda  tuttavia  che  i  figli  di  Don  Bosco  si  fossero fino  allora  disinteressati  di  quella  razza  sventurata,  i  cui  rappresentanti  si  aggiravano  un  po'  dappertutto.  La  Casa  di  Quito  nel 1892  ne  aveva  sette.  Fu  allestito  appositamente  per  loro  un  laboratorio  di  cappellai.  Uno  di  essi  diede  occasione  di  rilevare  come  la Capitale  vedesse  con  simpatía  il  loro  incivilimento.  Questo  fu  ai 7  agosto,  quando  si  fece  la  festa  della  premiazione.  Al  saggio  assistettero  tutti  i  Vescovi  Equatoriani,  radunati  a  conferenza  presso il  loro  Metropolita;  sedeva  al  posto  d'onore  lo  stesso  Presidente  della Repubblica  Cordero.  Venne  chiamato  a  ricevere  il  premio  anche un  indiotto  proveniente  dai  dintorni  di  Quito.  AlPudirne  il  nome  e la  qualitá  gli  astanti  rimasero  sorpresi.  Quando  poi  fu  visto  il  figlio della  foresta  avanzarsi  tímido,  vestito  nel  suo  costume  —  capelli cadenti  sugli  omeri,  scalzi  i  piedi  e  nude  fino  al  ginocchio  le  gambe, calzoncini  bianchi  e  poncho  sulle  spalle  —  l'assemblea  scoppió in  un  prolungato  applauso.  II  poverino,  confuso  e  commosso,  si  accostó  trepidante  al  Capo  dello  Stato.  Questi  nel  consegnargli  il  premio  —  un  utensile  del  suo  mestiere  —  provó  tale  contentezza  che se  lo  strinse  al  seno,  affettuosamente  abbracciandolo,  mentre  il  pubblico  rinnovava  i  battimani,  che  accompagnarono  il  premiato  fino al  suo  posto.

Prima  del  Tindío  il  Presidente  aveva  premiato  un  giovanotto sarto,  rimettendogli  il  diploma  di  maestro  nel  suo  mestiere.  Ne  lo aveva  giudicato  meritevole  una  Commissione  esaminatrice.  II  suo trionfo  fu  oggetto  d'ammirazione  agli  astanti,  di  soddisfazione  ai Superiori  e  di  emulazione  ai  compagni.  II  Presidente  nel  discorso di  chiusura  formuló,  come  Capo  dello  Stato,  il  voto  che  l'Opera  di Don  Bosco  estendesse  i  suoi  benefici  influssi  in  tutte  le  province della  Repubblica.

C A P O  X I I Entrata  dei  Salesiani  nella  Colombia, nel  Perü  e  nel  Messico.

Nei  primi  tempi  coloro  che  desideravano  andaré  nelle  Missioni, potevano,  senza  aspettare  ordine  o  invito,  farne  domanda.  e  tali  domande  non  iscarseggiavano;  anzi  i  richiedenti  superavano  sempre di  gran  lunga  il  numero  dei  prescelti.  A  determinare  le  preferenze contribuiva  anche  la  gagliardia  física.  II  desiderio  di  partiré  soleva  essere  ispirato  da  alto  idéale  di  apostolato;  se  poi  a  questo idéale  si  accoppiava  puré  il  pensiero  di  andar  a  portare  il  vessillo  salesiano  in  qualche  nuovo  Stato,  allora  I'ardore  missionario  pigliava maggior  forza  dall'amore  per  la  Congregazione,  al  cui  espandersi era  gloria  recare  il  proprio  contributo.  Gli  entusiasmi  di  cinquant'anni  fa,  chi  non  li  visse,  oggi  stenta  a  comprenderli.  Un'alba  radiosa  rapisce  assai  piú  che  non  il  solé  meridiano.  Animati  dunque da  simili  sentimenti,  salparono  dall'Europa  i  Soci  che  dal  1890  Al 1892  entrarono  primi  nella  Colombia,  nel  Perü  e  nel  Messico,  prendendo  stanza  nelle  Capitali  di  queste  tre  Repubbliche.

Rifacciamoci  per  la  Colombia  dalla  narrazione  del  volume  precedente  (1),  completándola  e  conducendola  a  termine.  II  primo  documento  risale  al  I o   novembre  1886:  é  una  lettera  franéese  del  Genérale  Velez,  Ministro  di  Colombia  presso  la  Santa  Sede,  a  Don Bosco.  II  Ministro  esordiva  cosi:  «La  fama  meritatissima  del  benéfico  Istituto  che  voi,  pieno  di  carita,  avete  fondato  per  giovani artigiani,  studenti  e  orfani,  é  giunta  fino  a  noi,  e  il  mió  Governo,  i Prelati  e  quanti  s'interessano  degli  sventurati,  sonó  ansiosi  di  ren(1)  Pp.  602-4.

Éntrala  del  Salesiani nella  Colombia,  nel Perú  e  nel  Messico dere  il  popólo  colombiano  partecipe  dei  benefici  da  voi  recatí  alia societá  moderna.  »  Seguivano  quindi  le  proposte.  L'accenno  ai  Prelat.i  ave  va  buon  fondamento;  infatti  il  21  gennaio  dell'anno  seguente TArcivescovo  di  Bogotá  Giuseppe  Telesforo  Paul  scriveva  per  contó suo  a  Don  Bosco  nel  medesimo  senso  (1).  Le  risposte  furono  identiche:  ringraziamenti,  impossibilitá  per  mancanza  di  personale,  promessa  per  piú  tardi.

Allora  il  Governo  colombiano  fece  intervenire  l'autoritá  della Santa  Sede,  come  abbiamo  narrato.  Don  Bosco  promise,  ma  senza determinazione  di  tempo.  Morto  Don  Bosco.  la  pratica  fu  ripresa nel  febbraio  del  1888.  Mons.  Cagliero,  che  si  trova  va  a  Roma  e  con cui  il  Ministro  colombiano  aveva  avuto  da  Don  Rúa  autorizzazione  a  trattare,  si  sforzó  di  chiarire  anche  in  alto  luogo,  come  il Successore  di  Don  Bosco  e  gli  altri  Superiori  fossero  tutti  d'accordo nel  desiderare  la  fondazione  di  Bogotá;  essere  solo  questione  di  tempo;  avere  Don  Bosco  ingiunto  di  non  aprire  per  qualche  tempo nuove  Case  dopo  la  sua  morte.  ed  essersi  dato  puré  dal  Santo  Padre iJ  medesimo  consiglio;  inoltre  non  sapersi  peí  momento  in  che  modo trovare  il  personale  necessario.  Ma  il  Genérale  Velez  non  volé  va sentiré  ragioni.  —  Si  é  promesso,  diceva,  e  bisogna  mantenere  la  parola.  Almeno  si  dia  al  mió  Governo  una  risposta  categórica  riguardo  al  tempo.  II  Governo  é  ora  cattolico  e  desideroso  del  bene della  gioventü  e  vuole  una  decisione.  —  Monsignore  ebbe  la  franchezza  di  dichiarargli  che  personalmente  egli  non  amava  intavolare  trattative  con  Governi  sudamericana  oggi  buoni  e  domani  cattivi;  aggiunse  che  i  Salesiani  preferivano  una  Casa  indipendente  e di  loro  proprietá.  II  Ministro  rispóse  che  si  sarebbe  incaricato  di farla  donare;  solo  si  dicesse  per  quando  (2).  Non  aveva  cessato  intanto  di  premere  presso  la  Santa  Sede;  onde  la  seconda  lettera  del 24  aprile  1888  del  Card.  Rampolla,  citata  nell'altro  volume.  per  ri(1)  Diceva  fra  Faltro:  «  Vos  peres  trouveront  en  moi  un  vrai  pére.  J'appartiens  á  la  Compagine  de  Jésus  et  j'ai  appris  de  mon  Pére  S.  Ignace  a  vous  aimer  et  á  vous  aider >.  Monsignore  ríscrisse  il  19  ottobre,  insisíendo  e  dicendo:  «  Le  moment  est  tres  favorable,  l'opiníon  aussi  par  rapport  á votre  Congrégation.  »  Egli  parlava  anche  di  Missioni  ai  selvaggi,  che  avevano  loro  capanne  nei  dintoini  stessi  della  capitale.

(2)  Lett.  di  Mons.  a  Don  Rúa,  Roma,  25  marzo  188S.

Capo  XI1 chiamare  a  Don  Rúa  la  promessa  di  Don  Bosco.  Don  Rúa  gli  rispóse  il  2  maggio: Onorato  dalla  venerata  sua  lettera  del  24  spirato  aprile  relativamente  alia fondazione  di  casa  Salesiana  nella  Colombia,  ho  il  piacere  di  assicurare  l'Em.

V.  Rev.ma  che  noi  abbiamo  la  stessa  buona  volontá  del  rimpianto  nostro Amat.mo  Padre  Don  Bosco  di  venerata  memoria;  ma,  come  Lui,  non  possiamo correré  per  varié  imponenti  ragioni,  fra  cui  quelle  che  giá  aveva  il  Sig.  D.  Bosco, cine  grande  mancanza  di  personale,  grandi  strettezze  materiali,  e  vari  impegni anteriori  che  da  tempo  aspettano  Tadempimento  loro.  A  queste  poi  ora  s'aggiungono  altre  ragioni  non  meno  stringenti,  cioé  la  raccomandazione  che  prima di  moriré  ci  fece  il  nostro  caro  Padre,  di  non  aprire  cioé  case  nuove,  oltre  le giá  stabilite,  fintanto  che  siano  meglio  consolídate  le  giá  esistenti,  che  molto difettano  di  personale;  poi  la  stessa  raccomandazione  che  ci  ripeté  últimamente lo  stesso  S.  P.  Leone  XIII.  Per  questi  motivi  siamo  costretti  ad  andar  adagio.

Tuttavia,  fatti  i  nostri  conti  e  fidati  nel  divino  aiuto,  speriamo  poter  soddisfare il  Governo  Colombiano  almeno  nel  1891  e  forse  anche  nel  1890,  senza  pero  poterne daré  assicurazione.

Nello  stesso  mese  il  Velez,  di  ritorno  da  Parigi,  si  fermó  all'Oratorio,  dove  fu  compilato  uno  schema  di  Convenzione.  Continuarono  poi  le  discussioni  su  vari  punti  della  medesima,  orali  a  Roma col  Procuratore  Don  Cagliero  e  scritte  con  Don  Rúa.  S'arrivó  cosi al  30  marzo  1889,  nel  qual  giorno  partí  dal  Vaticano  questo  biglietto del  Card.  Rampolla  a  Don  Rúa:  «  Avendo  il  S.  Padre  espresso  il desiderio  di  avere  un  colloquio  con  V.  S.  Rev.ma  mi  affretto  a  réndemela  avvertita,  sicuro  che  si  recherá  Ella  sollecitamente  in  Roma.  »  Don  Rúa  si  preparava  al  viaggio,  quando  ricevette  dal  Protettore  Card.  Parocchi  la  seguente  lettera  con  la  medesima  data  del precedente: Torno  ora  dall'udienza  pontificia,  dolente  che  i  miei  carissimi  Salesiani abbiano,  senza  volere,  disgústate)  la  Santitá  di  N.  Signore.

II  Santo  Padre  ardentemente  desidera  che  si  accetti  dalla  riostra  Congregazione  la  nuova  Casa  in  Colombia,  e  la  Congregazione  rifiuta.  Comprendo le  difficoltá  Helia  fondazione,  veduta  la  scarsitá  de'  soggetti  e  la  moltitudine de'  bisogni  da  provvedere;  ma  dinanzi  al  Papa  conviene  piegarsi,  per  cosi  diré, anche  all'impossibile,  con  la  fede  che  porta  via  le  montagne.

Sua  Beatitudine  pensava  di  chiamare  per  questo  V.  R.  a  Roma,  ma  a  cessarle incomodo,  ha  preferito  di  scriverLe  per  mezzo  mió  il  suo  volere  perentorio,  e  non clubito  che  i  Salesiani  obbediranno  súbito  e  allegramente.

Éntrala  del  Salesiani  nella  Colombia,  nel  Perú  e  riel  Messico Ci  possiamo  ben  figurare  come  rimase  Don  Rúa  nel  leggere questa  comunicazione.  Aveva  giá  risposto  al  Segretario  di  Stato, ma  non  conosciamo  il  tenore  della  lettera.  Al  Protettore  rispóse  cosi: Ricevetti  domenica  scorsa  31  marzo  invito  da  S.  E.  Rev.ma  il  Cardinal  Rampolla  di  recarmi  a  Roma,  che  il  S.  Padre  desiderava  parlarmi.  Risposi  immediatamente  che  sarei  partito  mercoledi,  3  del  corrente,  per  trovarmi  il  giorno  4  in Roma.  Stava  infatti  facendo  oggi  i  preparativi,  quando  mi  giunse  la  venerata Sua  che  mi  dispensava  da  tale  viaggio,  indicandomi  l'oggetto  cui  il  S.  P.  avrebbe voluto  intrattenermi  e  notandomi  che  i  Salesiani  senza  oolere  lo  hanno  disgústalo.

Non  puó  immaginarsi  quanta  pena  tale  notizia  abbia  arrecato  ai  nostro  cuore, ed  io  mi  affretto  a  rispondere  per  metiere  in  chiaro  le  cose  e  cosi  togliere  ogni motivo  di  disgusto  a  Chi  tutti  i  Salesiani  desiderano  recare  ogni  consolazione e  giammai  il  minimo  dispiacere.

Da  quanto  possiamo  rilevare,  si  cerca  di  far  in  tendere  al  S.  Padre  che  noi ci  rifiutiamo  di  acceitare  la  nuova  casa  in  Colombia.  Voglia,  di  grazia,  assicurare Sua  Santitá  che,  sapendo  essere  suo  desiderio  che  accettassimo,  non  solo  non  ci riíiutammo,  ma  fin  dal  Maggio  scorso,  parlando  con  S.  E.  il  General  Velez  qui nell'Oratorio  abbiamo  formulato  una  convenzione,  in  cui,  dando  alia  Colombia la  preferenza  a  tutte  le  altre  dimande,  abbiamo  fissato  il  termine  piú  breve  che ci  fosse  possibile  e  fra  gli  altri  articoli  si  legge  quanto  segué:  « Art.  12.  In  Gennaio  1891  partirá  il  primo  drappello  di  Salesiani  per  Bogotá  di  Santa  Fe'  Capitale  della  Colombia  e,  se  sará  possibile,  si  anticiperá  tale  partenza.

» Come  vede,  é  giá  cosa  intesa  l'accettazione  di  quella  casa.  II  punto  su  cui non  si  poté  fin  ora  metterci  d'accordo  si  é  che  il  sullodato  Signore  vorrebbe  che andassimo  in  Gennaio  del  1890,  mentre  noi  teniamo  fermo  peí  1891.  Come  fare? Nelle  strettezze  in  che  ci  troviamo  di  personale,  non  sapremmo  proprio  come risolvere  il  problema  senza  spogliare  altre  case  del  personale  assolutamente indispensabile.  Diró  di  piú:  nel  sostenere  la  partenza  peí  91  abbiamo  sempre creduto  ferinamente  di  fare  atto  di  obbedienza  a  S.  S.  che,  quando  l'anno  scorso ebbi  la  somma  ventura  di  avere  l'udienza  dopo  la  morte  del  compianto  nostro Padre,  mi  raccomandó  caídamente  di  andar  molto  adagio  per  qualche  tempo  ad aprir  nuove  case,  bensi  pensare  a  bene  stabilire  le  giá  esistenti;  e  mi  portó l'esempio  di  altre  Congregazioni  religiose  che,  essendosi  troppo  presto  diffuse in  tan  te  fondazioni  senza  un  personale  adatto,  non  poterono  convenientemente sostenersi.  Dietro  queste  raccoinandazioni  del  S.  P.,  che  tostó  comunicai  a  tutta la  nostra  pia  Sociefcá,  ci  siamo  sempre  fatti  forti  della  parola  del  Sommo  Pontefíce ogni  qualvolta  ci  giungeva  qualcuna  delle  numerosissime  dimande  che  ci  si  fanno continuamente;  ed  anche  quando  il  prelodato  Cardinale  Segretario  di  Stato  ci raccomandava  qualche  tempo  fa  quella  casa  della  Colombia  dicendoci  che  avrebbe fatto  piacere  al  S.  Padre,  abbiamo  crédulo  che  ció  si  dicesse  solo  peí  caso  che avessimo  avuto  il  personale  necessario;  che  del  resto  la  volontá  del  S.  Padre rosse  che  ci  tenessimo  saldi  alia  calda  raccomandazione  fattami.

Capo  XU Faccia,  di  grazia,  l'E.  V.  le  nostre  scuse  a  Sua  Beatitudine  e  chieda  se  sia sua  volontá  che  anticipiamo  di  un  anno,  malgrado  qualunque  diffícoltá.  In  tAl caso  a  costo  di  qualsiasi  sacriíizio  noi  procureremo  di  provvedere  a  tale  spedizione  peí  gennaio  prossimo  e  diremo  anche  noi:  In  nomine  tuo  laxabo  vete»  con la  ferma  fiducia  che  la  benedizione  del  S.  Padre  ci  preserverá  dagl'inconvenienti, di  cui  nella  paterna  sua  bontá  ci  parlava  come  avvenuti  ad  altre  religiose  Associazioni  per  essersi  troppo  presto  diffuse  senza  avere  il  personale  adatto.  Spero che  il  S.  Padre  vorrá  tuttavia  benedirci  ed  amarci;  come  spero  che  l'E.  V.  vorrá presto  consolarci  con  una  risposta  che  ci  faccia  c^.

trámente  conoscere  la  sovrana sua  volontá  per  nostra  regola  di  condotta.

II  Cardinale  riscontró  il  10  aprile,  scrivendo  fra  l'altro:  «  II  S.  Padre,  degnaíosi  accogliere  benignamente  i  sentimenti  de'  quali  V.  R.

desiderava  che  io  me  Gli  íacessi  interprete,  mi  ha  incaricato  significarLe  essere  sua  ferma  volontá,  che  l'apertura  della  Loro  Casa in  Colombia  sia  fatta  nel  1890,  anziche  nel  1891.  » Succedette  un  nuovo  scambio  di  corrispondenza  col  Ministro,  finché  questi  l'ultimo  di  aprile,  tornando  dalla  Francia,  si  trattenne una  seconda  volta  a  Torino.  Don  Rúa  gli  usó  la  cortesia  d'invitarlo ad  assistere  alia  seduta  del  Capitolo  Superiore,  nella  quale  si  fissarono  definitivamente  gli  articoli  della  Convenzione  (1).

(1)  Alio  scopo  di  provvedere  aireducazione  religiosa,  scientifíca  ed  artística  della  gioventü  Colombiana,  tra  il  Governo  della  Repubblica  di  Colombia  rappresentato  dal  suo  Ministro  presso  la  S.  Sede 1 Eccellen mo  Sign.  Dott.  Gioachino  Fr.  Velez  ed  il  M.  R.  Sacerdote  Michele  Rúa,  si  conviene  quanto segué: lo  II  Governo  della  Colombia  cede  al  sacerdote  Michele  Rúa  ed  a'  suoi  Successori  Tuso  dei  locali  e  adiacenze  che  tiene  preparati  per  scuole  d'arti  e  mestieri,  e  li  provvederá  a  sue  spese  del  mobilio,  macchine  ed  utensili  necessavi  per  ogni  impianto  di  laboratori  che  si  fará.  La  riparazione  dei locali  sará  sempre  a  carico  del  Governo.

2o  II  medesimo  provvederá  alie  spese  di  viaggio  di  tutto  il  personale  che  dovrá  recarsi  a  quelli lstituti  nel  corso  di  dieci  anni,  e  di  tutti  i  viaggi  che  si  dovranno  intraprennere  nell'interesse  dei  medesimi  mediante  partecipazione  al  Governo;  e  stabilisce  fin  d'ora  le  spese  di  viaggio  per  ciascuna  persona  a  lranchi  due  mila  in  oro.

3o  Sei  mesi  prima  della  partenza  dei  primi  Salesiam  il  Governo  anticiperá  al  Sac.  Michele  Rúa per  i'avviamento  dello  Stabilimento  la  somma  di  quarantamila  franchi  in  oro.

4o  II  Governo  dispenserá  i  Salesiani  e  le  loro  Case  da  ogni  diritto  di  Dogana,  e  loro  accorderá  la franchigia  póstale  e  tutti  gli  altri  privilegi  che  venissero  accordati  agli  altri  Ordini  Religiosi.

5o  Si  térra  un  esatto  inventario  di  tutti  gli  oggetti  provvisti  dal  Governo,  i  quali  dovrá  il Sac.  Michele  Rúa  restituiré  al  Governo  medesimo  quando,  quod  Deus  aoertat,  dovesse  abbandonare  Instituto,  nello  stato  in  cui  si  troveranno.

Si  converrá  col  Governo  la  somma  annua  che  si  dovrá  pagare  al  Sac.  Michele  Rúa,  od  a  chi  lo rappresenta,  per  le  riparazioni  delle  macchine,  utensili,  ecc.

6o  La  Direzione  ed  Amministrazione  interna  dciristituto,  la  disciplina,  l'orario  delle  diverse  occupazioni  spetteranno  interamente  al  Sac.  Michele  Rúa  od  al  Dircttore  da  lui  nominato.

?o  Oltre  i  giovani  che  saranno  accettati  dalla  Direzione,  sará  in  facoltá  del  Governo  mandare  al128

Entrata  dei  Salesiani  nella  Colombia,  nel  Perú  e  riel  Messico Quanto  il  Papa  ci  tenesse  a  quella  fondazione,  lo  diede  a  vedere il  29  agosto  in  un'udienza  a  due  Salesiani.  Udito  che  uno  di  essi  veniva  da  Torino  e  che  siava  nelFufficio  del  Superiore  Genérale,  gli disse  teshialmente  (1):  « Dite  a  Don  Rúa  che  mi  tenga  preparati  coloro  che  devono  andaré  nella  Colombia.  lo  contó  molto  su  questa Missione,  di  cui  mi  sonó  inteso  con  lui.  Questa  Missione  mi  sta  molto a  cuore.

» In  novembre  il  Ministro  Velez  manifestó  a  Don  Rúa  un  timore del  suo  Governo  circa  difficoltá  che  sarebbero  potute  insorgere  per il  prospero  avviamento  dell'Istituto.  I  laboratori  salesiani  non  avrebbero  fatto  concorrenza  agli  operai  della  cittá?  Don  Rúa  gli  rispóse  il  16: Potra  l'E.  V.  assicurare  l'Eccellentissimo  Governo,  che  é  nostro  impegno, ovunque  ci  troviamo,  di  non  fare  mai  in  alcun  modo  concorrenza  cogli  operai della  cittá;  ci  adoperiamo  anzi  con  tutti  i  mezzi  possibili  per  venir  loro  in  aiuto.

i  prezzi  che  fissiamo  sonó  regolarmente  gli  ordinari  e  correnti  nelle  officine  e nei  negozi;  nessuno  puó  ragionevolmente  lamentarsi  di  ricevere  danno  dai  giovani operai  dei  nostri  Istituti.  Tra  pochi  anni,  quando  l'Istituto  di  Bogotá  avrá  preso il  necessario  sviluppo  e  potra  consegnare  ai  proprietari  delle  officine  e  dei  negozi della  cittá  bravi  operai  cristianamente  educati,  il  Governo  ne  riceverá  lodi  e ringraziamenti.

l'Istituto  degli  alunni  interni,  purehé  forniti  delle  condizioni  nchieste  per  l'accettazione,  mediante  una pensione  mensile  di  otto  pesos  in  moneta  del  paese.  Quanto  riguarda  gli  alunni  esterni,  si  concerterá fra  le  parti.

8o  Affinché  un  giovane  sia  accettato  nell'Istituto,  dovrá  essere  sano,  robusto  e  ben  disposto  della persona,  nell'etá  non  inferiore  ai  12  anni  e  non  superiore  ai  18;  dovrá  presentare  gli  attestati  di  nascita e  battesimo,  di  vaccinazioac  e  della  condotta  morale  tenuta  anteriormente,  rilasciato  questo  dal  Párroco.

9o  Quando  alcuno  degli  alunni  raecomandati  dal  Governo  fosse  colpito  da  malattia  contagiosa  o crónica,  o  tenesse  una  condotta  immorale  o  per  qualunque  altra  ragione  riuscisse  di  danno  ai  compagni,  il  Direttore  sará  in  piena  facolta  di  allontanarlo;  solo  avvertirá  preventivamente  il  Governo,  affinché  occorrendo  possa  provvedere  al  suo  collocamento.

10o  Sara  puré  in  facolta  del  Direttore  dell'Istituto  l'applicare  ad  un'arte  o  mestiere,  oppure  agli studi  qualunque  degli  alunni  raecomandati  dal  Governo.

lio  Nel  mese  di  Gennaio  1890  partiranno  i  primi  dieci  Salesiani  per  andaré  ad  aprire  il  loro  Istituto  a  Bogotá,  e  nel  Gennaio  del  1892  partiranno  altri  per  fondare  un'altra  casa  in  Cartagena.

12o  In  ogni  stabilimento  vi  saranno  almeno  questi  quattro  mestieri:  fabbriferrai,  falegnami,  sarti  e calzolai.  senza  pregiudizio  dell'insegnamento  morale  e  scientifico  in  uso  presso  i  Salesiani.

13o  11  Governo  potra  affidare  i  suoi  lavori  all'Istituto,  che  gli  fará  tutte  le  facilitazioni  possibili.

14o  Fuori  di  questo,  tutti  i  benefizi  che  avrá  lo  stabilimento  saranno  devoluti  alio  sviluppo  del medesimo.

15o  Qualora  il  Governo  intenda  rescindere  il  contratto,  dovrá  darne  il  diffidamento  tre  anni  prima e  pagheru  le  spese  di  viaggio  che  i  Salesiani  dovranno  fare.

(1)  Lett.  di  Don  Palmicn  a  Don  Rúa,  Roma,  30  agosto  1889.

Capo  XU Se  é  desiderio  di  V.  E.  che  sia  aggiunto  un  articolo  alia  convenzione  per meglio  assicurare  il  Governo  che  i  Salesiani  non  faranno  concorrenza  cogli  operai della  cittá nel  prezzo  dei  lavori,  ben volentieri  io  acconsentiró;  se puré  non  sará  giudicato  di  maggiore  convenienza  fare  poi  particolari  intelligenze  col  Direttore  dell'istituto  e  fissare  all'uopo  norme  pratiche.

II  Velez,  lodando  lo  spirito  cristiano  di  questa  risposta,  preferí l'inserzione  di  un  articolo  addizionale,  che  fu  cosi  concordato:  «  Per tutto  lo  spazio  di  tempo,  nel  quale  il  presente  Contratto  avrá  vigore,  i  prezzi  dei  lavori  affidati  alie  Case  Salesiane  stabilite  nella Colombia  e  dei  prodotti  delle  medesime  esposti  in  vendita  saranno fissati  dal  Governo,  che  adesso  presta  aiuti  e  sussidi,  previo  accordo coi  Direttori  delle  medesime,  e  tenendo  per  norma  i  prezzi  ordinari e  correnti  nelle  officine  e  nei  negozi  della  Repubblica.  » [  Salesiani  salparono  il  10  gennaio  1890  dal  porto  di  Saint-Nazaire.  Li  guidava  Don  Michele  Unia,  in  assenza  del  Direttore  designato,  Don  Evasio  Rabagliati.  Gran  popolaritá  erasi  questi  guadagnata  non  solo  in  Concepción,  ma  anche  a  Santiago  e  in  altre  cittá cilene  (1)  specialmente  con  le  sue  predicazioni,  sicché  credeva  di  non dover  uscire  mai  piü  da  quella  Repubblica;  invece  ricevette  l'ordine  di  fare  le  valige,  partiré  per  Bogotá  in  modo  da  precedervi  gli altri,  e  assumere  la  direzione  del  nuovo  Collegio,  che  sarebbe  intitolato  a  Leone  XIII.  Egli,  recatosi  prima  da  Mons.  Cagliero  per  riceverne  le  istruzioni,  si  mise  tostó  in  viaggio  verso  il  luogo  assegnatogli dall'obbedienza.

Gli  iünerari  erano  stati  concertati  da  ambe  le  partí;  ma  un  doloroso  incidente  fece  toccare  con  mano  una  volta  di  piü  quanto  sia vero  che  a  questo  mondo  l'uomo  propone  e  Dio  dispone.  Uno  del drappello  missionario,  il  bravo  chierico  Giuseppe  Eterno,  fu  coito sull'Oceano  da  fiera  polmonite.  Ricevette  nel  piróscafo  tutte  le  cure.

Sembró  rimettersi;  ma,  essendo  la  debolezza  estrema,  i  medici  di bordo  consigliarono  di  farlo  sbarcare  nel  primo  porto,  perché  potesse  riposare  tranquillamente  alcuni  giorni.  Entrata  quindi  la  nave (1)  Mons.  Cagliero  a  Don  Rúa,  Vicdma,  1890:  «  Mi  giungono  proteste  da  tutte  le  partí  e  da  tutte le  classi  di  persone  del  Chili  per  questa  traslocazione.  > 130

Éntrala  dei  Salesiani  nella  Colombia,  nel  Perú  e  nel  Messico nel  porto  venezuelano  di  La  Guaira,  D.  Unía  lo  accompagnó  a  un piccolo  ospedale,  fondato  da  un  párroco  Machado,  Cooperatore  salesiano;  ma  non  gli  bastó  l'animo  di  lasciarvi  solo  l'infermo.  Faceva  con i  nostri  per  la  sesta  volta  il  viaggio  a  Bogotá  un  ingegnere  romano, impiegato  del  Governo  di  Colombia.  Persona  gentilissima  e  assai  pratica,  prese  sotto  la  sua  protezione  gli  altri  Salesiani,  assicurando  che non  avrebbe  lasciato  mancar  loro  nulla,  finché  non  li  avesse  visti  ben collocati  nella  Capitale  colombiana.  Avvenuta  la  triste  separazione,  il chierico,  posto  in  un  buon  letto,  parve  che  riposasse;  ma  dopo  un  paio d'ore  ecco  aH'improvviso  comparire  sintomi  allarmanti.  Un  languore mortale  s'impadroniva  di  lui.  Gli  si  amministrarono  i  sacramenti,  che ricevette  con  edificante  pietá,  e  di  li  a  poco  resé  l'anima  a  Dio.  II  povero  Don  Unia  rimase  impietrito.  Sparsasi  la  dolorosa  notizia,  accorsero  dalla  Capitale  Caracas  vari  distinti  ecclesiastici,  fra  cui  il grande  benefattore  dei  Salesiani  Don  Arteaga  (1).  Tutta  la  popolazione  del  sobborgo  prese  parte  al  lutto.  II  párroco  Machado  provvide  a  ogni  cosa.  Giunta  Tora  del  trasporto,  l'Arcidiacono  della  Cattedrale  di  Caracas  Don  Castro  fece  la  levata  del  cadavere.  Sacerdoti della  Capitale  e  del  luogo  si  disputavano  l'onore  di  recar  sulle  spalle la  bara  al  carro  fúnebre;  la  stessa  gara  si  rinnovó  per  portarla  da! carro  in  chiesa.  Quattro  carrozze,  in  cui  presero  posto  membri  del clero  e  signori  laici,  scortarono  il  féretro  fino  al  camposanto.  II sacrificio  della  giovane  esistenza  non  doveva  rimanere  senza  frutto, come  vedremo.

Compinto  il  mesto  rito,  non  essendovi  vapore per  la  Colombia,  Den Arteaga  menó  seco  Don  Unia  a  Caracas,  trattandolo  per  circa  sette giorni  come  il  piú  caro  dei  fratelli.  Don  Unia,  confortato  da  tante  dimostrazioni  di  affetto,  ma  in  cuor  suo  affranto  dal  dolore,  s'imbarcó il  5  febbraio  per  Cartagena,  do  ve  pensava  di  trovare  i  suoi;  ma  anch'essi  avevano  avuto  le  loro  peripezie,  né  avevano  potuto  attendere.

Lasció  la  cittá  il  22  senza  sapere  che  stava  per  arrivare  la  Don  Rabagliati,  al  quale  puré  varié  altre  peripezie  avevano  impedito  di  viaggiare  piú  sollecitamente.  II  Direttore  giunse  a  Bogotá  sul  principio di  marzo,  quando  c'erano  giá  tutti  gli  altri.

(1)  Annali,  pag.  601.

Capo  Xll Dopo  tante  enfatiche  promesse  pareva  a  tutti,  e  parra  anche  ai lettori,  che  a  Bogotá  i  Salesiani  dovessero  trovare  un  piccolo  paradiso  (1).  Invece  non  TÍ  era  milla  di  prepárate,  nemm'eno  la  casa.  Fortuna  che  apersero  loro  fraterna  ospitalitá  i  Gesuiti!  Ricorsero  Al Ministro,  che,  fatto  sgombrare  un  piccolo  edificio  insufficiente,  sede di scuola nórmale f emminile, ve li mise dentro.

Don Rabagliati, appena giunto,  telégrafo  al  Capo  del  Governo,  che  era  a  Cartagena.  Un  mese dopo  arrivó  la  risposta:  ossia  un  dispaccio  con  l'ordine  di  togliere  i soldati  dal  convento  del  Carmine  e  di  adattare  per  i  Salesiani  que!  lócale,  a  spese  del  Governo  (2).  Una  parte  pero  rimase  ancora  occupata per  qualche  tempo  dall'ospedale  militare.  II  Vescovo  diede  loro  la chiesa  del  Carmine.

Don  Rabagliati  il  12  giugno  invió  a  Don  Rúa  una  relazione  di tante  contrarietá  e  anche  di  malattie  caúsate  da  infezioni  del  vicino ospedale.

Don Rúa  gli rispóse il  30 luglio:  «  La  prima  spedizione colombiana  per  noi  fu  veramente  violenta.  Noi  insistevamo  per  differirla fino  al  1891;  ma  il  Ministro  Velez  tanto  fece  colie  sue  lettere  e  coll'interporre  l'aiitoritá  del  S.  Padre,  che  ci  trovammo  obbligati  nostro  malgrado  a  fissarla  peí  Gennaio  corrente  anno.  Pare  proprio  che  tanta premura  e  violenza  che  ci  si  faceva  non  fosse  gradita  al  Signore:  infatti  uno  mori  per  viaggio,  ció  che  mai  ci  era  avvenuto,  un  altro  non poté  recarsi  alia  sua  destinazione;  il  Direttore  che  doveva  arrivare il  primo,  arrivó  l'ultimo;  giunti  costa,  eccovi  assaliti  da  varié  malattie e  ció  che  ci  fece  tanto  pena,  con  si  grande  premura  che  ci  si  faceva, costi  nulla  era  prepárate.  Speriamo  voglia  il  Signore  farla  fiorire  in seguito,  quanto  piú  e  stata  tribolata  in  principio.  » Nelle  descritte  condizioni  non  si  poteva  certo  pensar  ad  aprire l'ospizio per ricevere convittori;  non  si  stette pero  con  le  mani  in  mano.

L'oratorio  festivo  e  la  chiesa  davano  da  fare.  II  Direttore  incontrava molto  con  la  predicazione.  Nel  mese  di  luglio,  sacro  alia  Vergine  del Carmine,  si  accalcava  alie  sue  prediche  tanta  gente,  che  per  evitare disgrazie  bisognó  mettere  sull'ingresso  della  chiesa  un  buon  picchetto di  soldati.  Due  ore  prima  il  popólo  invadeva  anche  la  sagrestia  e  l'or(1)  Lett.  di  Don  Lazzero  a  Mons.  Cagliero,  Torino,  29  luglio  1890.

(2)  Verb.  del  Cap.  Sup.,  6  novembre  1890.

Entrata  dei  Salesiani  nella  Colombia,  nel  Perú  e  nel  Messico chestra.  E  poi  dopo  confessioni  senza  fine.  In  seítembre  la  necessitá di  conferiré  con  i  Superiori  lo  obbligó  a  partiré  per  Torino.

Egli  fra  l'altro  sottopose  al  Capitolo  Superiore  tre  nuovi  articoli che  il  Governo  avrebbe  voluto  aggiungere  alia  Convenzione.  In  quelli esso  Governo  si  obbligava  a  passare  50  pesos  mensili  ad  ogni  Salesiano,  a  provvedere  le  materie  prime  per  i  laboratori  e  ad  impiegare i  proventi  dei  lavori  a  vantaggio  delPospizio.  Ma  non  piacque  al  Capitolo  che  i  Salesiani  fossero  stipendiati  dal  Governo;  piuttosto  si aumentasse  la  pensione  dei  giovani  pagata  dal  Governo.  Anche  gli altri  due  articoli  non  parvero  accettabili  perché  avrebbero  sempre potuto  dar  motivo  a  disturbi  reciproci,  a  diffidenze  e  quindi  a  rotture, secondo  l'umore  del  Ministro  pro  tempore  (1);  perció  non  furono  approvati.  Singiunse  poi  al  Direttore,  che  avesse  cura  di  far  osservare che  nelle  nostre  case  i  laboratori  sogliono  essere  passivi,  e  in  Genérale tenesse  presente  la  necessitá  di  evitare  al  possibile  ingerenze  governative  nelle  nostre  amministrazioni  (2).

Prima  della  partenza  per  l'Italia  Don  Rabagliati  aveva  aperto  il Collegio  con  50  interni  di  classi  elementari  e  con  i  laboratori  dei  falegnami,  sarti  e  calzolai.  L'anno  dopo,  grazie  al  nuovo  personale  condotto dal  Direttore e al macchinario portato  dall'Italia, vi  si  aggiiBisero i  laboratori  dei  fabbri,  meccanici,  legatori  e  tipografi.  Con le  macchine arrivarono  puré  gli  strumenti  della  banda  musicale,  i  cui  concerti  furono  una  bella  sorpresa  per  la  cittadinanza.  Spettó  al  Ministro  della Pubblica  Istruzione  il  mérito  di  aver  compreso  FOpera  salesiana,  di averne  apprezzato  il  Direttore,  d'aver  saputo  mettere  in  valore  Tuna e  l'altro  dinanzi  al  Parlamento  e  infine  d'aver  favorito  efficacemente la  costruzione  di  un  nuovo  edificio.  In  cittá  la  pia  Unione  dei  Cooperatori,  ottimamente  organizzata,  spalleggiava  a  tutto  potere  ogni iniziativa,  che movesse  dai  Salesiani.

In  compagnia  di  Don  Rabagliati  viaggió  fino  a  Lima  Don  Savio, che  andava  ad  esplorare il  terreno per  una  fondazione  voluta  nella  Capitale  peruviana  (3).  I  precedenti  remoti  si  possono  leggere  nell'altro (1)  Verb.  del  Cap.  Sup.,  4  novembre  1890.

(2)  Foglio  di  istruzioni,  conservato  nell'Archivio.

(3)  Lett.  di  Don  Savio  a  Don  Rúa,  Lima,  10  ícbbraio  1890.

Capo  XII volume  (1).  La  patria  di  S.  Rosa,  giá  centro  dell'apostolato  di  S.  Francesco  Solano,  antica  residenza  del  Viceré  di  Spagna  e  dotata  di  una famosa  Universitá,  aveva  con  66  chiese  moltissime  Case  religiose.  Piíi di  tutti  lavorano  al  bene  della  cittadinanza  i  Gesuiti,  i  Lazzaristi,  i Redentoristi  e  i  Padri  dei  Cuori  di  Gesú  e  di  Maria.  Accanto  a  loro  si volevano  a  ogni  costo  i  Salesiani,  perché  si  prendessero cura  della  gioventú  povera  e  abbandonata.  Piú  di  tutti  ne  caldeggiavano  la  ven uta i  buoni  Padri  Redentoristi.

Don  Savio  poté  allora  conoscere  bene  le  disposizioni  degli  animi.

trattando  con  un  Ente  morale  riconosciuto,  denominato  Societá  di Beneficenza,  preposto  in  Lima  a  mol  te  opere  di  carita  e  ben  f  omito  di mezzi.  Questo  Ente  aveva  intenzione  di  stabilire  nella  cittá  un  Istituto per  povere  fanciulle,  affidandone  la  direzione  alie  Figlie  di  Maria  Au • siliatrice,  assistite  spiritualmente  da  tre  Salesiani,  i  quali  avrebbero poi  aperto,  d'intesa  col  Governo,  una  scuola  di  arti  e  mestieri.  Per  il detto  Istituto  aveva  stanziato  i  fondi  un  munífico  signore  di  Lima.

Don  Savio  scriveva  il  10  febbraio  a  Don  Rúa:  «  Vé  molto  entusiasmo per  le  Opere  salesiane  e parecchi  con  cui ho  parlato  sonó  quasi  gelosi, perché  abbiate  impiantato  case  al  Chili,  Equatore  e  Colombia  prima di  pensare  al  Perú.  »  Anche liberali  insistevano  che  si  accettasse.  Egli pertanto  avvió  trattative  officiose  per  fissare  le  basi  d'un  Contratto.

II  signor  Candamo,  Presidente  della  Societá  di  Beneficenza  e  divenuto  nel  1904  Presidente  della  Repubblica,  spedi  in  febbraio  a  Don Rúa  la  domanda  fórmale,  unendovi  uno  schema  di  Convenzione  concertato  con  Don  Savio.

Don  Rúa,  quando  giunsero  queste  lettere  a  Torino,  andava  facendo il  suo  lungo  viaggio  per  TEuropa;  perció,  non  potendo  consultare  il suo  Capitolo,  tardava  a  rispondere.  Nel  frattempo  gli  pervennero  due lettere  importanti.  Una  era  di  Mons.  Macchi,  Arcivescovo  di  Amasea, Delegato  Apostólico  al  Perú  (2).  Scriveva  dall'Equatore.  Accennato  a due  legati  in  favore dei  Salesiani  nella  cittá  di  Lima,  continuava: Non  so  se  Ella  conosca  con  esattezza  lo  stato  della  chiesa  e  del  laicato  nel IV.ru.  lo  come  Delegato  Apostólico  ne  sonó  abbastanza  informato  per  compian* (1)  Pp.  601-2.

(2)  Quito,  15  marzo  1890.

Éntrala  dei  Salesiani  nella  Colombia,  nel  Perú  e  nel  Messico gcrlo  nella  giusta  misura  e  per  lavorare  con  tutte  le  mié  forze  onde  procurare qualche  rimedio  a  tanto  male.  Principalmente  per  ció  che  spetta  al  laicato,  é di  prima  ed  assoluta  necessitá  migliorare  la  educazione  morale  e  religiosa  de'  figli del  popólo,  ponendola  in  mani  sicure.  II  terreno,  mi  si  assicura,  é  buono  e  puó riuscire  fecondo:  poiché  il  Perú  é  una  nazione  che  se  presenta  i  vizi  ed  i  difetti piú  o  meno  generali  nel  Sud-America,  conserva  nondimeno  una  energía  di  carattere  ed  una  virilitá  di  propositi  che  non  sonó  comuni  alie  popolazioni  affini.  le signore,  grazie  alia  educazione  che  ricevono  da  religiose  europee,  sonó  distintissime  per  cultura  e  virtü:  e  la  loro  influenza,  come  la  loro  operositá  per  tutto ció  che  puó  migliorare  moralmente  il  paese,  é  grande  e  degna  di  encomio.  In  una parola,  mió  Rev.  Padre,  se  vi  é  popólo  che  dovrebbe  richiamare  verso  sé  ed incoraggiare  il  pietoso  e  caldo  zelo  dei  figli  di  Don  Bosco,  é  il  Peruano;  ed  io  come rappresentante,  sebbene  indegnissimo,  della  S.  Sede  lo  raccomando  alia  S.  V.  R.ma con  tutte  le  forze  dell'animo.  Per  amor  del  cielo,  invii  in  questo  stesso  anno  alcuno de'  suoi  Missionarii,  magari  per  iniziarvi  una  scuola  notturna;  ed  accetti  peí  1891 o  92  al  piú  l'impegno  della  istituzione  progettata  dalla  Societá  di  Beneficenza.

Solo  desidererei  che  si  affidasse  la  direzione  a  persona  giá  esperta  della  lingua  e de'  cbstumi  di  queste  Repubbliche,  non  solo  perché  possa  il  meglio  possibile  corrispondere  ai  desideri  ed  aspettative  generali,  ma  altresi  perché  invigili  sopra  i Confratelli  piú  giovani  e  li  guidi  con  mano  ferma  onde  non  inciampino  ne'  molti pericoli  che  qui  s'incontrano  ad  ogni  passo,  e  facciano  onore  al  nome  veneratissimo di  D.  Bosco.

L'altra  lettera  veniva  dal  Vaticano.  In  data 9  marzo  il  Card.  Rampolla,  informato  dal  Delegato  Apostólico  anche  dei  due  legati,  aveva scritto:  « II  Santo  Padre,  a  cui  fu  fatto  di  ció  relazione,  desideroso  che la  magnanimitá  di  quei  buoni  fedeli,  diretta  a  promuovere  in  quella Repubblica  una  soda  e  morale  educazione  della  gioventú,  raggiunga il suo  intento, mi  ha ordinato  di scrivere  alia  S.  V.  R.ma  interessandola a  mandare,  al  piü  presto  possibile,  in  Lima,  alcuni  Sacerdoti  del  benemérito  Istituto,  a  cui  Ella  degnamente  presiede,  perché  abbiano  a compiere  la  fondazione  di  cui  si  tratta.  »  Don  Rúa  rispóse  a  Sua  Eminenza  il  21  maggio  da  Parigi.  Scusato  il  ritardo,  proseguí  va:  «  Puó assicurare  S.  S.  che  dal  canto  nostro  faremo  quanto  potremo  per  secondare i  venerati suoi desideri.

» Don  Rúa,  ritornato  a  Torino  per  la  festa  di  Maria  Ausiliatrice,  che nel  1890  si  celebró,  come  dicemmo,  il  3  giugno,  non  poté  radunare íl  suo  Capitolo  prima  del  6.  II  Capitolo,  esaminato  il  disegno  di Convenzione,  modificó  alcuni  punti,  perché  i  Salesiani  svolgessero poi  Topera  loro  in  piena  indipendenza  e  decise  di  esaudire  la  do

Capo  XII manda;  intanto  mandava  la  nota  delle  modificazioni  desiderate  (1).

11  Presidente  della  Societá  non  vi  riscontró  nulla  che  non  fosse accettabile;  intanto  notifico  a  Torino  che  il  Ministro  Plenipotenziario del  Perú  in  Italia  aveva  pieni  poteri  per  conchiudere.  II  25  luglio  era all'Oratorio  il  detto  Ministro,  accompagnato  dal  Segretario  e  dal  Consolé,  i  quali  tutti  furono  ammessi  alia  seduta  capitolare,  in  cui  si doveva  stipulare  la  Convenzione.  II  testo  venne  fissato  di  comune  accordo  (2);  ma  prima  di  spedire  a  Lima  la  risposta  definitiva,  si  volle aspettare  l'approvazione  ufficiale  del  Vescovo  di  Lima  Mons.  Yovar.

Tale  approvazione  arrivo  solo  nel  maggio  del  1891.

I  Salesiani  e  le  Suore  partirono  da  Torino  il  16  agosto  seguente.

S'imbarcarono  a  Liverpool  con  altri,  condotti  da  Don  Calcagno.  Era stato  nominato  Direttore  Don  Antonio  Riccardi,  segretario  di  Mons.

Cagliero.  Egli,  venuto  dalla  Patagonia,  precedette  di  un  sol  giorno  a (1)  Verb.  del  Cap.  Sup.,  f>  giugno  1890.  Possediamo  la  minuta  della  risposta,  redatta  da  Don Eonetti.

(2)  Progetto  di  Convenzione  fra  Sua  Eccellenza  il  Sig.  D.  Carlos  Elias  Ministro  del  Governo  di Lima  ed  il  Rev.mo  D.  Michele  Rúa  per  la  creazione  di  un  Orfanotrofio  maschile  in  Lima:  Animati  caritatevole  scopo  di  provvedere  all'istruzione  e  cristiana  educazione  della  gioventü  povera  ed  abbanclonata  della  cittá  e  provincia  di  Lima,  tra  S.  E.  il  Ministro  del  Governo  ed  il  Rev.mo  Sac.  Michele  Rúa, líettor  Maggiore  della  Pia  Societá  Salesiana  si  convenne: lo  Ll  Governo  dal  canto  suo  cederá  in  proprietá  assoluta  od  in  uso  perpetuo  una  casa  con  annessi cortili  e  giardini  capace  di  conteneré  almeno  trecento  alunni.

2o  Provveclerá  tutti  i  mobili  ed  utensili  necessari  pei  dormitori,  laboratori,  scuole,  cucina,  refettori  ecc.  e  la  conveniente  lingeria.

3o  Provvederá  puré  tutti  gli  arredi  sacri  ed  i  banchi  per  la  cappella;  oppure,  oltre  il  lócale  come sopra,  dará  per  l'impianto  la  somma  di  L.  50.000.  ///  Governo  preferí  il  secondo  modo,  depositando  la somma  presto  la  Societá  di  Beneficenza,  che  la  trasmise  a  Don  Rúa  in  due  rate  per  il  tramite  del  Ministro  peruano  a  Roma].

40  Per  dieci  anni  il  primo  viaggio  di  ciascuno  del  personalc  addetto  alPorfanotrofio  sará  a  carico del  Governo.

5o  II  Sig.  D.  Rúa  si  obbliga  di  aprire  in  Lima  nell'anno  un  istituto  di  arti  e  mestieri  ed eziandio  di  scuole  elementan  e  di  istruzione  superiore  per  quelli  che  vi  avessero  attitudine.

6o  11  Direttore  dell'Orfanotrofio,  come  rappresentante  di  D.  Rúa,  potra  liberamente  applicare  ad un  mestiere  oppure  agli  studi  ciascuno  dei  giovani  ricoverati.

7o  L'aiiuuinistrazione  e  la  disciplina  dell'istituto  sará  interamente  e  liberamente  affidata  al  medesimo  Direttore.

8o  Saranno  sempre  di  preferenza  accolti  nell'istituto  i  giovanetti  raccomandati  dal  Governo,  purcho  siano  ncll'etá  non  interiore  ai  10  anni  né  superiore  ai  14  e  siano  di  sana  costituzione  física  ed  esenti da  difetti  corporali.

9o  Per  ciascuno  de'  suoi  raccomandati  il  Governo  pagherá  all'Orfanotrofio  franchi  40  in  oro  ciascun  mese.  Quando  alcuno  tenesse  cattiva  condotta,  per  cui  fosse  di  scandalo  ai  compagni,  o  fosse  affetto  da  malattia  contagiosa  o  crónica,  dovrá  ritirarlo  tostó  che  nc  avrá  ricevuto  l'avviso  dal  Direttore.

10o  Questa  convenzione  durerá  cinque  anni,  e  si  intenrlcrá  rinnovata  per  un  altto  quinqucniíio.  se daU'una  delle  parti  non  sará  dato  prcavviso  due  anni  prima  della  seadenza.

Éntrala  dei  Saíesiani  nella  Colombia,  nel  Perú  e  nel  Messico Lima  Farrivo  della  spedizione,  essendo  il  27  setiembre  a  Callao,  porto principale  del  Perú.  Componevano  il  gruppo  due  preti,  fra  cui  Don Pane,  un  coadiutore  e  nove  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice.  Piú  tardi venne  ad  aggiungersi  Don  Amerio  da  Concepción.  Le  suore  fuirono ospitate  per  venti  giorni  dalle  Figlie  della  Carita  ed  i  Saíesiani  piú  a lungo dai Lazzaristi.

Quelle il  15  ottobre iniziarono  con  le prime 30 giovinette  Ylstituto  Sevilla,  cosí  detto  dal  nome  del  finanziatore;  questi si  trasferirono  il  I o   dicembre  in  una  casa  appartenente  alia  Societá  di Beneficenza.  Veramente  non  fu  come  in  Colombia:  all'arrivo  le  case c'erano,  ma  avevano  bisogno  di  modificazioni  per  ben  serviré  alio scopo,  non  avendo  voluto  la  Societá  che  vi  si  mettesse  mano  prima  di conoscere  le  esigenze  degli  interessati;  perció  aveva  pensato  a  far trovare  pronti  i  detti  alloggi  provvisori.

I  Saíesiani,  mentre  esercitavano  il  sacro  ministero  all'Istituto  femminile,  preparavano  le  basi  della  propria  opera.  L'8  dicembre  inaugurarono  l'oratorio  festivo,  frequentato  anche nei giorni  feriali.  Le  cose durarono  in  questo  modo  fino  al  15  agosto  del  1892,  nel  qual  giorno fu  ammesso  il  primo  alunno  interno,  seguito  poi  da  39  altri  nel  primo anno  scolastico.  Erano  generalmente  ragazzi  poveri,  che  venivano  applicati  all'apprendimento  di  un  mestiere.  Si  cominció  con  i  laboratori dei  sarti,  falegnami  e  calzolai;  la  carita  privata  veniva  in  aiuto.  le feste  religiose, celébrate alia  maniera  salesiana,  parvero  una novitá.  che destó  vivo  interesse,  stimolando  la  beneficenza.  Alia  Casa  fu  dato  per titolare  S.

Francesco di  Sales.

L'ambiente  cittadino  si  mostrava al  tutto favorevole.

Come  rimontano  in  qualche  modo  a  Don  Bosco  le  origini  remote dell'Opera  salesiana  nella  Colombia  e  nel  Perú,  cosi  ha  un  certo  quAl addentellato  con  le memorie  del  Santo  l'andata  de' suoi  figli  al  Messico.

Trovandosi  nel  1887  a  Roma  per  Ja  consacrazione  della  chiesa  del Sacro  Cuore,  egli  ricevette  la  sera  del  12  maggio  una  Camerata  di alunni  del  Collegio  Pio-Latino  Americano.  Alcuni  di  essi  gli  domandarono  quando  i  Saíesiani  sarebbero  andati  nella  capitale  messicana.

II  Santo  rispóse:  —  Non  saró  io  che  manderó  a  Messico  i  Saíesiani; fara  il mió  Successore  quello  che  io non  posso fare.  Non  ne  dubitate.  — Questo  si  avveró  quattro  anni  dopo  la  sua  morte.

Capo  Xll Notizie  dei  Salesiani  e  del  bene  che  andavano  operando  in  altre Repubbliche  dell'America  latina  si  diffondevano  anche  a  Messico,  la qual  cosa  fece  si  che  il  23  giugno  del  1889  sette  soci  del  Circolo  Cattolico,  desiderosi  di  procurare  anche  alia  loro  patria  i  benefici  apportati  altrove  dai  figli  di  Don  Bosco,  si  adunarono  sotto  la  presidenza del  sig.  Angelo  De  Lascurain  per  studiare  i  mezzi  piú  atti  a  conseguiré 1'intento.  Udito  da  uno  di  essi,  Cooperatore  Salesiano,  che  cosa  fosse la  pia  Unione  dei  Cooperatori,  deliberarono  d'inscriversi  tutti.  Costituito  poi  un  Comitato  promotore  e  avuta  la  benedizione  dell'Arcivescovo  Pelagio  Labastida,  si  misero  in  relazione  con  Don  Rúa,  rendendogli  contó  di  quei  primi  passi.  Don  Rúa,  dicendosene  lieto,  spedi loro  i  diplomi di  Cooperatori.  Questo  atto  li  riempi  di  gioia.  Datisi  poi a propagare  nella  Repubblica  la  conoscenza  di  Don  Bosco  e  dell'Opera sua,  raccoglievano  sempre  nuove  adesioni;  anzi  i  Vescovi  messicani gradirono  di  essere  ascritti  anch'essi  fra  i  Cooperatori.  La  pia  Unione si  estese  tanto,  che  in  breve  il  nome  di  Don  Bosco  divenne  popolarissimo  specialmente  nella  Capitale,  dove  molti  si  augurarono  di  védeme  presto  i  figli  a  lavorare  per  la  loro  gioventü.

Una  si  attiva  propaganda  aveva  richiamato  Fattenzione  di  Donna Luisa  García  Cond.  de  Cosió,  che,  fattasi  Cooperatrice,  mise  a  disposizione  del  Comitato  una  sua  casa,  perché  fosse  trasformata  in  Collegio.  Ma  i  Salesiani  tardavano  a  venire.  Allora  quei  buoni  amici  vol3eró  affrettare  l'apertura  dell'Istituto,  inaugurándolo  essi  senz'altro sotto  la  direzione  del  sacerdote  Enrico  Pérez  Capetillo,  con  le  scuole di  tipografía  e  calzoleria e  con le  classi  elementari  notturne  a  vantaggio prima  di nove  oríanelli, che  poi diventarono  37, raccolti  fra  i  piü  poveri e  abbandonati  dellá  Capitale.  Don  Rúa,  informato  di  tutto  ció,  benedisse  la  santa  iniziativa,  prometiendo  di  mandare  i  Salesiani,  non eppena  le  circostanze  glie  l'avessero  reso  possibile.

Intanto  il  4  febbraio  1891  moriva  PArcivescovo,  gran  protettore  e benefattore  dell'opera;  poi  si  ritirava  dall'opera  il  sacerdote  Capetillo.

Parve che  tutto  dovesse croliare.

Invece  Don Rúa, cedendo alie  reitérate istanze  dei  Messicani,  neü'ottobre  del  1892  decise  finalmente  d'inviare a  Messico  un  primo  drappello  di  Salesiani.  Arrivarono  il  I o   dicembre, ricevuti  con  entusiasmo  dai  Cooperatori  a  Vera  Cruz  e  da  molti  citta

Eníraía  dei  Salesiani  nella  Colombia,  nel  Perü  e  nel  Messico dini  nella  Capitale.  Erano  cmque,  cioé  tre  preti  col  Direttore  Don  Angelo  Piccono,  un  chierico  e  un  coadiutore.  Presentarono  al  nuovo  Arcivescovo  Alarcon  una  commendatizia  del  Card.  Rampolla,  nella  quale si  leggeva:  «  Recherá  questo  mió  foglio  il  capo  dei  Sacerdoti  Salesiani che  vengono  a  prendere  possesso  della  Casa  che  é  stata  per  essi  aperta in  cotesta  Metrópoli.  Sebbene  io  sia  pienamente convinto  che  Ella  fará loro  la  piü  paterna  accoglienza  e  che  si  varrá  del  suo  potere  ed  influenza  per  sostenerli  e  proteggerli  nella  loro  missione  e  facilitare  cosi ad  essi  il  conseguimento  del  nobile  scopo  per  cui  abbandonano  la patria,  e  si recano  in  coteste lontane  regioni,  con  tutto  ció  non ho voluto mancare  di  munirli  di  questa  mia  commendatizia,  onde  Ella  sappia  che in tal modo  fará  cosa  graditissima  al  Santo  Padre  ed  a  me.  Imperocché questi  benemeriti  figli  di  Don  Bosco  meritano  tutto  l'appoggio  della Santa  Sede  peí  bene  che  f  anno  spiritualmente  ed  anche  materialmente in  particolar  modo  con  educare  la  gioventü  alie  lettere  ed  alie  arti, col  prestarsi  a  soddisfare  ai  bisogni  dei  fedeli  nelle  loro  svariate forme.»  A  Don  Rúa  stesso  era  sembrato  opportuno  che  andassero muniti  di  un  tale  documento.  Nel  rimetterglielo  Sua  Eminenza  gli aveva  scritto  il  19  ottobre  avere  il  S.  Padre  appreso  con  viva  soddisfazione  la  notizia  della  loro  partenza  e  si  diceva  ben  sicuro  che  essi avrebbero  dato  cola  luminose  prove  di  quello  spirito  infuso  dal  fondatore  nella  sua  Congregazione.

Ben  presto  i  bisogni  di  una  si  grande  Capitale,  l'esiguo  numero d'Istituti  per  orfani,  la  turba  innumerevole  di  fanciulli  vaganti  per la  cittá  in  braccio  alia  miseria  e  al  vizio  e  le  molteplici  domande  d'accettazione  fecero  comprendere  la  necessitá  di  un  ingrandimento.  Don Piccono  il  3  gennaio  1893,  radunati  i  principali  Cooperatori,  espose loro  le  sue  intenzioni.  Súbito  la  signora  Giulia  Gómez  donó  un  terreno di  20  mila  metri  quadrati;  l'ingegnere  Sozaya  preparó  gratuitamente il  disegno  di  un  Collegio  capace di  400  giovani;  dopo  una circolare  del Direttore  cominciarono  ad  affluire  le  offerte.  Le  cose  camminarono cosi  speditamente,  che  il  29  gennaio  fu  benedetta  dall'Arcivescovo la  prima  pietra  dinanzi  a  una  folla  immensa,  che  mostrava  di  prendere  viva  parte  alia  cerimonia  e  interessarsi  grandemente  dell'impresa.

Capo  Xll In  dicembre  arrivarono sei Figlie di  Maria Ausiliatrice e  altri  undici Salesiani.  Annunciando  ai  Cooperatori  la  venuta  delle  Suore,  Don Piccono  non  aveva  esitato  a  scrivere  il  23  novembre:  «  Esse  verranno qui  non  d'altro  provviste  che  di  buona  volontá  per  fare  del  bene.  » Presero  dimora  provvisoriamente  in  una  casa  di  Donna  García,  sperimentando  súbito  la  generositá  dei  benefattori.

Nell'anno  stesso  erano  giá  pronti  alcuni  saloni;  ma  l'inaugurazione solenne  fu  rimandata  al  9  giugno  1894.  L'Arcivescovo  benedisse  locali e  macchine.  II  Collegio  aveva  allora  sette  laboratori  e  due  scuole  per studenti.  Due  Arcivescovi  e  quattro  Vescovi,  inviando  la  loro  adesione,  facevano  voti  che  i  Salesiani  andassero  anche  nelle  loro  diócesi.

Nel  1897  furono  terminati  i  due  piani  del  Collegio  offrendo  ricovero a  un numero  considerevole  di  ragazzi.  I  Salesiani  lavoravano  con  alacritá,  quando  venne  ad  animarli  una  preziosa  testimonianza.  Nel  mese di  ottobre  l'Arcivescovo  presiedeva  il  Sínodo  diocesano.  L'autorevole assemblea  approvó  unánime  una  dichiarazione  da  lui  proposta  e  cosi concepita:  «  Questo  Sinodo  loda  altamente  la  Congregazione  fondata da  Don  Bosco  alio  scopo  precipuo  di  educare  e  istruire  i  fanciulli.

Don  Bosco  diede  vita  aU'istituzione  chiamata  Oratorio  Festivo.  Faccia il  Signore  che  i  figli  di  un  tanto  Padre  diffondano  ognor  piü  questi Oratori,  dove  i  fanciulli  ed  anche  gli  operai  possano  nei  giorni  festivi radunarsi,  trattenendosi  in  oneste  ricreazioni  »  (1).  L'Opera  di  Don Bosco,  radicatasi  nelle  tre  Capitali  suddette,  ramificó  a  poco  a  poco in  altre  cittá,  a  bene  della  gioventü  e  a  conforto  degli  emigrati italiani.

(1)  Hoc  Concilium  laudibus  extollit  Congregationcm  a  Reverendo  Bosco  institutam,  quae  potissiiíium  pueris  infoimandis  atque  erudiendis  operam  navat.  Dominus  Bosco  coetum  erexit,  qucm  Oralorio  festino  nuncupavit.  Faxit  Deus,  ut  tanti  Tatris  filii  hos  coetus  amplifícent,  quo  pueri  atque etiam  operani  diebus  festis  honestae  recreationis  causa  possint  conflucre.  (Tit.  VIH,  v  11).

C A P O  X I I I Agua  de  Dios.

Questa  denominazione  riassume  per  la  Societá  salesiana  tutta una  storia  di  eroismi,  la  cui  prima  pagina  fu  scritta  nel  1891  e  di cui  fino  a  oggi  non  é  stata  ancora  scritta  Fultima.  In  capo  al  libro sta  il  nome  di  Don  Michele  Unia,  divenuto  sinónimo  di  apostólo dei  lebbrosi.

I  lebbrosi  nel  mondo  sonó  in  maggior  numero  che  generalmente non  si  creda.  Secondo  le  piü  recenti  statistiche,  se  ne  annoverano circa  tre  milioni,  dei  quali  due  terzi  vivono  nell'Asia;  dell'altro terzo  una  meta  appartiene  all'Africa  e  il  rimanente  va  disseminato un  po'  dappertutto.  L'America  ne  ha  un  trentamila,  dei  quali  non meno  di  seimila  nella  sola  Colombia,  dove  oggi  si  trovano  tutti  riuniti in  lazzaretti.  Uno  di  questi  forma  un  piccolo  paese,  detto  Agua  de Dios,  a  tre  giorni  di  cammino  da  Bogotá.  Fu  chiamato  cosi,  perché non  aveva  altr'acqua  che  quella  mandata  da  Dio  in  forma  di pioggia.

II  luogo  é  ameno.  Monti  e  colli  deliziosi  lo  circondano;  folte boscaglie  e  verdi  prati  rallegrano  tutto  all'intorno  la  vista.  Ma  gl'infelici  abitatori,  ivi  concentrati,  menano  vita  di  esilio.  Nel  tempo di  cui  dobbiamo  discorrere,  gl'infermi  erano  in  numero  di  730,  piü 130  bambini  inferiori  ai  dieci  anni.  II  Governo  assegnava  a  ciascuno un  tanto  al  giorno  per  il  sostentamento.  Parenti  e  amici  si  vergognavano  persino  di  scrivere  loro;  chi  vi  si  fosse  recato,  non  sarebbe piü  potuto  fácilmente  rientrare  in  cittá;  non  si  leggevano  neppure le  loro  lettere,  benché  fosse  risaputo  che  venivano  disinfettate:  insomma  era  tanta  la  paura  del  contagio,  che  la  gente  inorridiva  a solo  sentir  parlare  di  lebbra.  Contribuiva  a  tenerne  lungi  i  sani

Capo  Xlll anche  la  difficoltá  della  strada.  Tolto  un  breve  tratto  di  ferrovia, bisognava  viaggiare  tre  giorni  a  schiena  di  mulo,  fra  burroni  e  precipizi  e  sotto  la  sferza  di  un  solé  che  abbrustoliva.  Per  colmo  di sventura,  quei  disgraziati  non  avevano  un  sacerdote  che  in  tanto dolore  e  avvilimento  recasse  loro  Túnica  consolazione  possibile,  i conforti  della  religione.

All'udire  la  descrizione  di  tali  miserie  Don  Unia  provava  una pena,  un'angoscia  indicibile,  finché  ebbe  il  suo  momento  di  grazia.

Era  da  poco  piü  di  un  anno  a  Bogotá,  quando  la  tredicesima  domenica  dopo  Pentecoste,  arrivato  nel  recitare  l'ufficio  divino  al  vangelo dei  dieci  lebbrosi guariti  da  Gesü,  si sentí venire  dal  fondo  del  cuore un summovimento  arcano,  come  una  teñera  compassione mista  a  desiderio di  alzarsi,  di  muoversi,  di  correré  quasi  in  soccorso  di  chi  stia  per affogare.  Gli  si  affacció  alia  mente  il  pensiero  di  quei  lebbrosi,  di cui  aveva  si  spesso  compianto  la  sorte,  e  per  tutto  il  resto  della giornata  non  gli  riusci  di  liberarsene.  Gli  pareva  di  vederli  mostrare le  loro  piaghe,  udirli  sfogare  la  loro  desolazione,  ascoltarne  le  grida imploratrici.  Se  ne  aperse  con  il  Direttore  Don  Rabagliati  e  fini chiedendogli  licenza  di  partiré  per  Agua  de  Dios.  —  Se  si  trattasse di  me,  gli  rispóse il  savio  Superiore,  acconsentirei  súbito;  ma  esporre  a si  evidente  pericolo  la  vita  altrui  é  cosa  che  non  faro  mai.  —  L'altro ripeté  piü  volte  la  sua  domanda,  ma  sempre  con  una  calma  che  rivelava  un  sentimento  profondo  e  quasi  una  celeste  ispirazione.  Finalmente  il  Superiore,  uomo  anche  lui  tutto  zelo,  gli  permise  di andaré,  ma  a  condizione  che  solo  fosse  disposto  a  rimanere  o  a  ritornare,  secondoché  avrebbe  deciso  Don  Rúa.

La  notizia  si  sparse  in  un  baleno  per  la  cittá.  Don  Unia,  senza che  ne  avesse  fatto  richiesta,  si  vide  recapitare  una  lettera,  con  la quale  la  Curia  arcivescovile  canónicamente  lo  istituiva  cappellano di  Agua  de  Dios.  Gli  parve  di  scorgere  in  questo  la  mano  di  Dio.

Gli  amici  pero  temettero  che  gli  avesse  dato  volta  il  cervello.  I medici,  trovándolo  irremovibile,  presero  a  suggerirgli  precauzioni e  a  prodigargli  consigli.  Prima  di  mettersi  in  cammino,  la  sera  del 18  agosto  1891,  scrisse  una  lunga  lettera  a  Don  Rúa,  terminando con  queste  parole:  «  Non  voglia  contrariare  questa  mia  decisione,

Agua  de  Dios la  quale  io  credo  fermamente  che  mi  sia  stata  inspirata  da  Dio.

Non  pensi  alia  vita  mia,  no;  useró  tutti  i  riguardi  che  mi  suggeriscono  questi  buoni  amici,  useró  quelli  che  l'esperienza  stessa  mi puó  insegnare,  e  se  poi  Iddio  vorrá  che  io  sia  colpito  dal  fatAl morbo,  Egli  che  mi  chiama  mi  dará  la  pazienza  a  sopportarlo  ed io  ne  andró  lieto  e  consolato  di  aver  recato  qualche  conforto  a quei  poveri  infelici.  Sonó  anime  anch'esse  rédente  dal  sangue  di Gesü  Cristo,  anime  piü  disgraziate  di  quant'altre  sianvi  al  mondo, perche,  oltre  al  soffrire  materialmente  e  moralmente,  sonó  puré  abbandonate  dal  sacerdote,  non  altrimenti  che  i  poveri  selvaggi  della Terra  del  Fuoco.  » Egli  aveva  dunque  chiara  la  coscienza  del  pericolo,  a  cui  esponeva  la  propria  vita.  Ando.  I  lebbrosi,  al  vederlo,  da  prima  non credevano  ai  loro  occhi.  Erano  le  undici  del  mattino:  il  solé  scottava.  Quelli  che  non  tenevano  il  letto,  gli  si  affollarono  intorno: uomini,  donne,  un  centinaio  di  ragazzini,  un  drappello  di  giovinette con  fiori  e  canti.  Visitó  gli  altri  che  giacevano  coricati.  Non  avevano piü  forma  umana.  Piaghe  ributtanti  li  coprivano  da  capo  a  piedi: sembravano  scheletri  in  putrefazione.  Egli  passava  pieno  di  orrore: ma  quelle  povere  creature  al  suo  passaggio  si  sentivano  rinvigorire: il  contrarsi  delle  consunte  labbra  a  sorriso,  i  movimenti  degli  occhi infossati,  il  gestire  delle  monche  membra  rivelavano  quanto  fosse il  contento  suscitato  loro  nelFanima  dalla  sua  venuta.  Dinanzi  a si  straziante  spettacolo  Don  Unia  formó  in  cuor  suo  il  proposito  di stare  sempre  in  mezzo  a  quei  miseri.

Che  fece  in  quei  giorni  di  attesa?  Fra  lebbrosi,  convalescenti e  ancora  sani  vi  erano  la  circa  900  persone.  Egli,  único  sacerdote,  si applicó  tutto  alia  cura  delle  anime,  celebrando  il  divin  sacrificio, amministrando  sacramenti,  consolando  i  doloranti,  visitando  varié volte  al  giorno  i  piü  gravi.  Poi  c'era  da  catechizzare  buon  numero di  fanciulli  molto  ignoranti.  Ma  se,  nonostante  tutte  le  cautele,  l'aAesse  colpito  la  lebbra?  Pensando  a  questa  eventualitá,  scrisse  nuovamente  il  28  agosto  a  Don  Rúa:  «  Se  a  lungo  andaré  avró  a  sottostare  anch'io  a  tale  maíattia,  sia  puré.  Se,  con  mió  gran  dolore,  non potro  piü  celebrare  il  santo  sacrificio,  mi  sará  tuttavia  possibile

Capo  XU1 confessare  e  consolare  queste  anime  anche  coperto  di  piaghe.  Intanto  io  vivo  allegramente.

» Con  una  temperatura  dai  28  ai  30  gradi,  respirando  un'aria  pestilenziale,  non  poteva  non  soffrire;  ma  si  confortava  sperando  che vi  avrebbe  fatto  l'abitudine.  Abita  va  una  casuccia  con  due  stanzette  a  pian  terreno,  coperte  con  foglie  di  palme.  Due  volte  al  giorno un  ragazzetto  gli  portava  di  che  cibarsi.  II  pane  era  duro,  perché lá  non  se  ne  faceva  e  quello  che  vi  si  consumava,  veniva  da  Bogotá.  L'acqua,  recata  da  un'ora  di  distanza  su  asini,  arrivava  quasi bóllente.  Gran  consolazione  gl'infondeva  la  fiducia  che  Don  Rúa avrebbe  approvato  la  sua  risoluzione.

Ma  ecco  un  fatto  inaspettato.  Le  sue  lettere  s'incontrarono  sull'Oceano  con  una  di  Don  Rúa,  il  quale  gli  ordinava  di  andaré  a Messico,  prendere  accordi  per  Faccettazione  di  quella  Casa  e  fermarvisi  a  fare  da  Direttore.  Don  Rabagliati  gli  comunicó  l'ordine superiore.  Don  Unia  non  istette  a  pensare,  che  il  Rettor  Maggiore aveva  scritto  cosi,  perché  ignorava  ancora  Taccaduto,  ma  obbedi all'istante,  offrendo  a  Dio  il  suo  sacrificio;  non  furono  pero  tanto facili  a  rassegnarsi  i  lebbrosi.  Profondamente  amareggiati,  sfogarono  con  Don  Rúa  il  loro  cordoglio  in  una  lettera  del  17  ottobre, coperta  di  54  firme.  Descrivevano  cosi  Topera  di  Don  Unia:  «  Questo Sacerdote,  che  ha  tesoreggiato  nella  sua  anima  e  nel  suo  cuore  virtú eccelse,  le  mette  in  pratica  con  una  dolcezza  patriarcale  per  consolare  ed  incoraggiare  il  disgraziato.  La  sua  anima  angélica  ed  il  suo cuore  grande  cercano  il  luogo,  dove  il  dolore  si  rinviene  nelle  sue supreme  manifestazioni,  perché  qui  egli  si  trova  nel  suo  elemento, esercitando  la  carita  con  amore  evangélico,  procurando  consolazioni e  dolcezze  agli  afflitti  [...].  Ci  sorprende  il  suo  disinteresse  e  la nessuna  importanza  che  da  al  sacrificio  impostosi  nel  venire  Al lazzaretto,  e  alie  privazioni  cui  si  é  sottomesso,  come  puré  la  intrepidezza  d'animo,  con  cui  mira  Tinfermitá  fino  ne'  suoi  ultimi periodi.  »  Supplicavano  quindi  la  carita  di  Don  Rúa  a  non  togliere loro  un  tanto  conforto.  Nel  medesimo  tempo  Don  Unia  scriveva  Al Superiore  protestandogli  tutta  la  sua  filiale  sottomissione,  non  senza esprimere  quanto  si  sentiva  lacerare  il  cuore  dal  distacco.  1  poveri

Agua  de  Dios lebbrosi,  per  iscongiurare  il  pericolo,  cominciarono  una  novena  alia Madonna.

Intanto  da  Bogotá  il  25  novembre  anche  la  Societá  di  S.  Lazzaro, protettrice  dei  lebbrosi,  inviava  suppliche  a  Don  Rúa,  scongiurandolo  a  revocare  Fordine  e  a  disporre  che  quelF"  apostólo  ispirato  dalla piú  sublime  carita"  e  "  conforto  único  dei  poveri  lebbrosi  "  rimanesse  fra  loro  a  lenire  " gli  atroci  dolori  "  con  i  conforti  della  fede.

Don  Unía  partí  dal  lazzaretto  il  29  novembre.  Gemiti,  pianti, strida,  urli  scoppiarono  da  ogni  parte,  appena  venne  il  momento della  separazione.  I  degenti  si  fecero  portare  sui  loro  giacigli  lungo la  via  che  egli  doveva  percorrere,  e  la  gridavano  pietá,  misericordia.

Don  Unia,  insellata  la  muía,  si  mosse,  seguito  per  un  tratto  dalla moltitudine.  L'eco  delle  voci  lo  accompagnó  a  lungo,  affievolendosi di  mano  in  mano  fino  a  spegnersi,  quando  egli  entro  nel  silenzio d'immensa  solitudine.

A  Bogotá,  appena  saputosi  che  Don  Unia  aveva  lasciato  Agua de  Dios,  le  Autoritá  s'interposero  immediatamente.  Telégrafo  FArcivescovo  a  Don  Rúa,  perché  annuisse  al  comune  desiderio;  telégrafo il  Presidente  della  Repubblica  al  suo  Ministro  presso  la  Santa  Sede, perché  agisse  nel  medesimo  senso.  Scrisse  questi  il  4  dicembre  a Torino:  «  Caratterizzare  quest'importante  avvenimento  di  carita  e accettarlo  come  un  legittimo  frutto  degli  ammaestramenti  e  della pratica  della  Scuola  Salesiana,  é,  a  mió  credere,  una  solennitá  degna delle  feste  cinquantenarie  che  in  onore  di  uno  dei  piú  illustri  benefattori  dell'umanitá  si  celebreranno  in  questi  giorni.  » Don  Rúa,  che  era  un  santo  della  tempra  di  Don  Bosco,  non aveva  avuto  bisogno  di  tanti  incitamenti:  conosciuto  esattamente lo  stato  delle  cose,  gli  era  bastato  ascoltare  Fimpulso  del  proprio cuore.  Infatti  il  13  ottobre  aveva  risposto  in  questi  termini  a  Don Unia: Avrai  ricevuta  la  mia  lettera  nella  quale  ti  incaricava  di  andaré  al  Messico a  trattare  le  cose  riguardanti  quella  casa,  aperta  cola  circa  due  anni  sonó,  sotto il  titolo  di  Casa  Salesiana.

Puó  essere  che  tu  l'abbia  ricevuta  quando  ti  trovavi  giá  in  Agua  de  Dios;  in tal  caso  non  pretendo  obbligarti  a  quel  viaggio,  anzi  sonó  contentissimo  della  ge

Capo  XIII nerosa  risoluzione  di  sacrificarti  in  favore  dei  lebbrosi.  Ti  do  il  mió  pieno  consenso e  imploro  da  Dio  per  te  le  piü  elette  e  abbondanti  benedizioni.  Tu  sei  disposto a  sacrificare  la  tua  vita  ed  io  me  ne  congratulo.  Ti  raccomando  bensi  di  usare  le debite  precauzioni  per  non  contrarre  quella  terribile  infermitá  o  almeno  contraria  il  piú  tardi  possibile.  Puó  essere  che  qualche  altro  Salesiano,  attratto  tuo  esempio,  si  disponga  ad  andaré  a  farti  compagnia  per  aiutarvi  reciprocamente nei  bisogni  spirituali  e  temporali.

Benché  ti  trovi  coi  lebbrosi,  ti  consideriamo  sempre  come  nostro  caro  confratello  Salesiano;  anzi  consideriamo  Agua  de  Dios  come  una  nuova  colonia  Salesiana,  e  ben  vorremmo  ci  fosse  possibile  aiutare  in  qualche  modo  cotesti  infermi.

Con  che  piacere  lo  faremmo! Per  ora  basta.  Saluta  affettuosamente  i  tuoi  infermi  da  parte  nostra  e  di'  loro che  li  amiamo  assai  e  che  preghiamo  per  loro.

Ti  raccomando  che  la  tua  condotta  e  la  tua  vita  sieno  sempre  da  vero  Salesiano  e  figlio  di  Don  Bosco.

A  questa  lettera  Don  Rúa  aveva  imito  un  biglietto  per  i  suoi "cari  lebbrosi  ",  ai  quali  dice  va:  «  Ho  ricevuto  il  vostro  telegramma, con  cui  prégate  di  lasciare  costi  il  mió  diletto  figlio  in  Gesü  Cristo Don  Michele  Unia,  e  ne  fui  commosso  fino  alie  lacrime.  Sebbene non  vi  conosca,  tuttavia  vi  amo  tanto  e  non  saprei  rifiutarvi  il  favore  che  mi  domandate.  Avrei  bisogno  di  lui  in  altri  siti;  ma  in vista  del  vostro  desiderio  lo  lascio  in  mezzo  a  voi.  Egli  si  adopererá a  vostro  spirituale  vantaggio,  a  salvare  le  anime  vostre;  voi  siate docili  alie  sue  parole,  secondate  le  sue  esortazioni  e  sopportando  con pazienza  e  rassegnazione  i  vostri  incomodi,  adoperatevi  a  procacciarvi  molti  meriti  peí  Paradiso.  » Ma  intanto  dalla  data  della  lettera  del  Ministro  Velez,  come anche  da  quella  del  telegramma  dell'Arcivescovo,  capi  che  la  sua a  Don  Unia,  un  mese  e  mezzo  dopo  essere  stata  spedita,  non  era giunta  ancora  a  destinazione.  Allora  spiacentissimo  telégrafo  all'Arcivescovo  e  scrisse  al  Ministro  (1),  il  quale,  ringraziandolo,  gli  fece sapere  d'aver  mostrato  la  sua  lettera  al  Segretario  di  Stato  e  Al Prefetto  di  Propaganda,  i  quali  gli  avevano  manifestato  il  loro gradimento  circa  la  determinazione  presa  a  riguardo  di  Don Unia  (2).

(1)  Torino,  7  dioembre  1891.

(2)  Roma,  12  dicenibre  1891.

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Agua  de  Dios A  tali  notizie  si  fece  gran  festa  al  lazzaretto:  quel  giorno  i  lebbrosi parvero  dimenticare  il  loro  male,  tanto  fu  il  clamore  che  levarono da  ogni  parte.  Ringraziarono  tostó  Don  Rúa.  «  Ci  avete  fatto  la piú  preziosa  concessione,  dicevano  (1),  ci  avete  dato  un  tesoro  inestimabile:  a  cotesta  santa  Congregazione  dobbiamo  uno  dei  suoi  piú cari  membri,  alia  vostra  nobile  patria  uno  dei  suoi  diletti  figli  e  Al cielo  uno  dei  suoi  eletti.  Dio  vi  benedica  per  aver  consolato  il  nostro giusto  e  sincero  dolor  e,  ascoltando  la  nostra  umile  voce  e  cambiando il  cordoglio  che  contristava  i  nostri  petti,  in  vera  allegria.  Dal  Superiore  di  una  Congregazione  tanto  benéfica  non  si  poteva  aspettare che  questo  generoso  risultato.  »  Seguivano  186  firme.  Piü  di  quattrocento  adulti  non  firmarono,  perché  non  sapevano  o  non  potevano  scriyere.

Don  Unia  senza  perderé  tempo  ritornó  fra  i  suoi  protetti  per il  Natale.  II  genérale  tripudio  é  piú  facile  a  immaginarsi  che  a  descriversi.  Non  si  creda  che  egli  potesse  vivere  appartato  o  almeno evitare  contatti  pericolosi.  Per  comprendere  tutto  il  suo  sacrificio bisogna  tener  presente  un  lato  della  psicología  dei  lebbrosi.  La  lebbra  rende  le  sue  vittime  sensibili  alPeccesso.  I  medici  gli  avevano ben  detto  e  ripetuto:  —  Non  li  tocchi!  Non  si  lasci  toccare!  —  Se egli  si  fosse  mostrato  con  loro  schifiltoso,  invece  di  amarlo,  come  lo amavano,  l'avrebbero  odiato.  A  volte  i  morenti.  quando  cioé  erano piü  ributtanti,  lo  abbracciavano;  se  per  innato  ribrezzo  li  avesse respinti,  sarebbero  morti  maledicendolo.  Quindi  non  ricusava  mai neppure  di  stringere  le  misere  maní,  che  gli  venivano  stese.  «  Questa é  un'opera,  scriveva  l'Arcivescovo  a  Don  Rúa  (2),  che  certamente richiede  una  vocazione  speciale  e  una  straordinaria  carita,  e  basta da  sola  a  formare  un  suggello  di  gloria  per  i  figli  di  Don  Bosco  in Colombia  e  meritar  loro  le  piú  speciali  grazie  di  Dio.  » Si  avveró  piú  presto  di  quello  che  non  si  sarebbe  creduto  il  pronostico • di  Don  Rúa,  che  forse  altri  avrebbe  seguito  l'esempio  di Don  Unia.  Infatti  con  una  spedizione  partita  da  Torino  il  9  di(1)  Lazzaretto  di  Agua  de  Dios,  18  dicembre  1891.

(2)  Bogotá,  13  aprile  1892.

Capo  XIII cembre  1892  ottennero  di  unirsi  un  prete,  Don  Raffaele  Crippa,  e un  coadiutore  per  andar  ad  aiutare  l'intrepido  apostólo.

Don  Unia  viveva  nel  suo  lazzaretto  e  per  il  suo  lazzaretto,  non dandosi  tregua  nel  promuovervi  il  bene  materiale  e  spirituale  dei derelitti  abitatori.  Come  si  sentí  padrone  del  campo,  cominció  a  occuparsi  di  opere  consistenti  e  permanenti.  II  4  marzo  1892  colloco la  prima  pietra  di  un  Asilo  Santa  María,  destinato  alia  popolazione infantile  e  che  intendeva  affídare  a  Suore.  Un  giornale,  accennato  ai  fanciulli  che  durante  la  cerimonia  avevano  cantato  un  inno all'Addolorata,  usciva  in  questa  patética  osservazione  (1):  «  Quanta pena  al  pensare  che  i  visetti  paffuti  e  rosei  di  quei  cento  bambini saranno  fra  non  molto  deturpati  daH'inesorabile  morbo,  come  le facce  mostruose  di  quei  poveri  infermi  che  li  circondano!  » II  numero  dei  piü  colpiti  andava  crescendo,  sicché  l'ospedale del  lazzaretto  diveniva  sempre  piü  angusto.  Egli  ne  ideó  uno  nuovo e  magnifico.  Per  raccogliere  fondi,  avuto  il  consenso  dal  Presidente della  Repubblica  e  dall'Arcivescovo,  aperse  una  sottoscrizione  fra  i Colombiani,  facendo  poi  arrivare  la  sua  voce  anche  piú  lungi  (2).

Chi  l'avrebbe  mai  creduto?  I  primi  a  rispondere  furono  trecento detenuti  nelle  carceri,  che  con  licenza  della  Direzione  si  sottoscrissero  ognuno  per  un  piccolo  óbolo.

La  chiesa  non  aveva  di  chiesa  che  il  nome,  squallida  com'era e  priva  di  tutto  il  necessario.  Per  gli  abbellimenti  fatti  fare  da  Don Unia  sarebbe  poi  potuta  stare  decorosamente  accanto  a  quelle  della Capitale.  Provvide  puré  un  oratorio  festivo,  erigendo  un  edificio che  gli  costó  non  pochi  sacrifici  di  tempo  e  di  danaro.

Ma  due  benemerenze  la  vincono  su  tutte  le  altre  di  ordine  materiale.  Una  fu  l'acqua  che  bevevano  i  lebbrosi.  Prima  l'avevano da  lontano,  scarsa,  costosa  e  cattiva.  Don  Unia  non  si  diede  pace finche  non  trovó  un  Cooperatore  che  gli  regalasse  i  tubi  di  ghisa, con  cui  da  una  collina  distante  vari  chilometri  condurre  nella  térra senz'acqua  la  salutífera  linfa  a  zampillare  abbondante,  gratuita, pura  e  purificatrice.  L'altra  benemerenza  fu  d'introdurre  nel  lazza(1)  Revista  Bogotana,  II  marzo  1892.

(2)  Unitá  Cattolica,  27  luglio  1892.

Agua  de  Dios retto  le  Figlie  della  Carita,  le  eroiche  madri  dei  sofferenti.  Cosi grazie  all'intraprendente  suo  zelo  sparivano  a  poco  a  poco  da  Agua de  Dios  le  tristi  condizioni  proprie  dei  lebbrosari  lasciati  nell'abbandono.

Tutto  il  fin  qui  detto  era  molto;  ma  la  vinceva  su  tutto  la  quotidiana  immolazione  personale.  Pagando  di  persona,  come  vuole  la perfetta  carita,  superiore  alia  filantropía  come  il  cielo  alia  térra,  egli quindi  sacrificava  tempo,  comodi,  forze  e  salute  immerso  di  e  notte  in quel  mare  di  sofferenze  per  alleviare  i  travagli  di  coloro  che  considerava  e  amava  come  figli  e  specialmente  per  alimentare  in  essi  la  vita spirituale.  Anzitutto  con  lo  scopo  di  distogliere  le  menti  dai  cupi pensieri,  sempre  causa  di  funeste  conseguenze,  abituava  al  lavoro chi  ne  era  capace,  allietava  l'aria  con  la  música  vocale  e  strumentale  e  sollevava  gli  spiriti  con  belle  feste.  A  renderle  piú  solenni intervenivano  spesso  il  Direttore  Don  Rabagliati  e  altri  sacerdoti salesiani  da  Bogotá.  La  festa  di  Maria  Ausiliatrice  metteva  in  moto per  una  settimana  tutta  la  popolazione.  Nel  1895  la  solennitá  delrimmacolata  diede  luogo  a  entusiastiche  manifestazioni  di  fede  e di  pietá;  fu  chiusa  con  una  processione  mai  veduta,  svoltasi  nel cuore  della  notte,  perché  il  caldo  cocente  del  giorno  l'avrebbe  resa impossibile.  In  tale  circostanza  inauguro  l'adorazione  perpetua; d'allora  in  poi  piú  di  duecento  persone  si  succedevano  quotidianamente  in  chiesa  per  tener  compagnia  a  Gesú  Sacramentato,  attingendo  dal  tabernacolo  conforto  nella  loro  sventura  e  forza  e  costanza a  sopportarla  con  rassegnazione.  Quando  ebbe  seco  Don  Crippa  e un  chierico,  celebró  anche  le  funzioni  della  settimana  santa  con  grande soddisfazione  dei  lebbrosi.  Fece  puré  la  lavanda  dei  piedi  la  sera del  giovedi  a  dodici  ragazzi,  alcuni  dei  quali  erano  giá  attaccati  male.  Assai  numeróse  divennero  le  comunioni.  Ma  il  fiorire  della pietá  non  sarebbe  stato  concepibile  senza  i  sacrifici  straordinari  nell'ascoltare  le  confessioni.  Si  richiedeva  davvero  una  sovrumana  fortezza  d'animo  per  vincere  la  ripugnanza  causata  dal  fetore  orrendo che  emanava  da  corpi  cosi  in  isfacelo.

Molto  otteneva  Don  Unia  col  narrare  fatti  della  vita  di  Don Bosco,  sempre  ávidamente  ascoltati.  Di  tali  impressioni  sussiste  un 149

Capo  X1J1 monumento  parlante.  Vi  era  fra  i  lebbrosi  un  bravo  scultore,  che  a forza  di  sentiré  quei  racconti  concepi  il  disegno  di  scolpire  le  sembianze  di  Don  Bosco  nel  marmo.  Ma  come  fare,  se  non  aveva  piú che  due  ruderi  di  mani,  incapaci  di  stringere  i  ferri?  L'affettó  lo  resé ingegnoso  e  perseverante.  Si  faceva  legare  scalpello  e  martello  alie palme  corrose  e  dágli  oggi  dágli  domani,  fece  un  busto  rassomigliante.  L'opera  d'arte,  collocata  nel  salone  delPospedale,  é  ancora  la  ad  attestare  quanto  possa  la  riconoscenza  vivificata  dall'amore.

Nel  1893  la  salute  di  Don  Unia  andava  di  male  in  peggio.  Ebbe un  bel  resistere,  ma  alia  fine  si  dovette  arrendere  ai  consigli  dei benefattori  e  specialmente  dell'Arcivescovo  e  del  Delegato  Apostólico,  che  lo  esortavano  a  intraprendere  un  viaggio  in  Italia  per  ritemprare  le  forze.  Troppo  premeva  a  tutti  la  conservazione  di  u n e sistenza  cosi  preziosa.  Egli  si  rassegnó  piú  volentieri,  perché  sapeva di  lasciare  omai  il  lazzaretto  in  buone  mani:  Don  Crippa  era  degno di  farne  le  veci.

Giunse  a  Torino  nel  mese  di  novembre.  Lo  travagliava  una  terribile  idropisia  con  altre  complicazioni.  Nelle  lettere  che  scrivevano i  lebbrosi  dopo  la  sua  partenza,  ci  commuove  la  sinceritá  di  un  dolore  che  non  trova  lenimento  se  non  nella  speranza  di  un  pronto  ritorno  dell'amato  padre.  Scriveva  sul  Heraldo  di  Bogotá  il  sullodato scultore  lebbroso  Enrico  Aguilera:  «  Dio  volle  cosi,  poiché  tutti  gli sforzi  per  il  ristabilimento  della  sua  preziosa  salute  riuscirono  inutili;  e  questo  pensiero  dovrebbe  consolare  un  poco  il  nostro  terribile abbandono.  Ma  siccome  il  vuoto  causato  dalla  sua  assenza  é  di quelli  che  lasciano  nel  cuore  solamente  le  persone  amate  come  il padre  e  la  madre,  il  benessere  e  Fallegria  non  faranno  ritorno  a noi,  se  non  quel  giorno  in  cui  il  Cielo,  avendo  compassione  del  nostro duolo,  ci  restituirá  quell'anima  privilegiata,  degna  per  tanti  titoli della  nostra  ammirazione,  del  nostro  amore  e  rispetto.  » Dio  esaudi  questi  ardenti  voti.  Don  Unia  ritorno  alia  cittá  del dolore  nelPagosto  del  1894.  Ma  non  era  quasi  piú  luí.  II  male  vinto, ma  non  debellato,  riapparve  minaccioso.  Dovette  per  ordine  dei  medid  lasciarsi  trasportare  a  Bogotá,  ripiombando  nella  desolazione  i

Agua  de  Dios suoi  cari  lebbrosi.  Un  ottimo  signore  mise  a  disposizione  sua  una sontuosa  villa  in  luogo,  dove  si  respirava  un'aria  salubérrima.  Quella cura  gli  fece  bene;  appena  riebbe  forze  sufficienti,  rivoló  ad  Agua de  Dios.

Un  episodio  singolare  gettó  alcuni  mesi  dopo  lo  scompiglio  nel lazzaretto.  Chi  crederebbe  che  in  un  ambiente  simile  potessero  accendersi  cruente  lotte  politiche?  Sul  principio  del  1895  scoppió  contro il  Governo  cattolico  una  rivoluzione  di  liberali,  che  mise  a  soqquadro la  Colombia.  Si  trovava  fra  i  lebbrosi  un  Genérale  libérale,  che durante  una  breve  assenza  di  Don  Unia  e  di  Don  Crippa  assoldó una  trentina  di  lebbrosi  del  medesimo  partito,  li  armó  e  li  condusse  alia  battaglia.  Don  Unia,  súbito  che  ne  fu  informato,  accorse,  ma  non  riusci  a  fermare  gl'insorti.  Tre  caddero  nel  primo scontro;  gli  altri  se  ne  tornarono  scornati,  meno  il  caporione  e  un gregario,  che  vollero  unirsi  ai  combattenti,  finché  il  Governo  non debelló  i  suoi  avversari.  Allora  miseria  e  fame,  soliti  effetti  di  simili  disordini,  si  fecero  sentiré  anche  ad  Agua  de  Dios.  Quali  vie crucis  dovette  fare  Don  Unia,  andando  in  cerca  di  soccorso!  Per muovere  a  pietá  le  persone  caritatevoli  si  valse  anche  della  stampa.

Un  giornale,  pubblicando  un  suo  caloroso  appello,  salutava  nell'apostolo  dei  lebbrosi  della  Colombia  colui  che  " sulla  térra  tutto aveva  abbandonato  per  innalzarsi  con  le  ali  della  carita  e  dell'amor  divino  nelle  regioni  immortali"  (1).  La  sua  voce  ebbe  un'eco in  molti  cuori.

Ma  verso  la  fine  di  luglio  lo  assali  un  secondo  attacco  del  male.

Don  Rabagliati,  recatosi  ad  Agua  de  Dios  per  la  festa  del  Corpus Domini,  lo  trovó  molto  giü.  Dopo  se  lo  prese  con  se  per  condurlo a  Bogotá;  ma,  fatto  un  giorno  e  mezzo  di  viaggio,  gli  cadde  in  deliquio  senza  piü  riaversi.  Restava  un  altro  giorno  e  mezzo  di  strada a  cavallo.  II  Direttore,  affidatolo  a  due  Confratelli,  che  erano  andati  con  lui  al  lazzaretto,  corsé  alia  Capitale  per  consultare  i  medid.  Questi,  che  conoscevano  giá  lo  stato  deH'infermo,  dichiararono gravissimo  il  caso.  Come  Dio  volle,  si  pote  portarlo  fino  al  Collegio; (1)  El  Correo  Nacional,  18  fcbbraio  1895.

Capo  XU1 ma  era  assai  piú  di  la  che  di  qua.  Parve  in  fin  di  vita:  sembrava questione  di  poche  ore.  II  Direttore  ebbe  un  lampo  di  fede:  indisse  una  novena  a  Maria  Ausiliatrice,  invitandovi  il  pubblico.

II  terzo  giorno  Don  Unia  si  sveglia  come  da  profondo  sonno,  si guarda  attorno  per  conoscere  dove  si  trovi:  non  sa  nulla  del viaggio,  nulla  degli  ultimi  sacramenti  amministratigli.  Dal  2  all'lí agosto  era  stato  sempre  fuori  di  sé.  Quel  giorno  venne  a  visitarlo  il General  Reyes,  il  domatore  della  rivoluzione.  Gli  domando  se  lo conoscesse:  rispóse  di  si.  Ma  a  un'altra  sua  domanda  su  Agua  de Dios.  Don  Unia  senza  poter  proferiré  parola  si  mise  a  piangere.

II  visitatore,  commosso,  si  ritiró  all'istante.

II  miglioramento  continuó,  sicché  nel  di  dell'Assunta  celebro  la Messa.  Tutti  videro  un  intervento  soprannaturale,  compresi  i  medid;  sei  di  essi  in  un  consulto  l'avevano  dichiarato  per  spedito  (1).

Dopo  due  mesi  di  convalescenza,  era  opinione  dei  sanitari  che  per evitare  immancabili  ricadute  egli  doveva  abbandonare  il  lazzaretto.

Allora  l'obbedienza  lo  obbligó  a  ritornare  in  Italia.  Piegó  il  capo.

Sul  punto  di  lasciare  il  suolo  della  Colombia  scrisse  da  Cartagena una  lettera,  che  rivela  tutto  il  fondo  della  sua  beU'anima.  La  indirizzó  il  25  ottobre  al  chierico  Luigi  Variara,  votatosi  da  poco  nella sua  verde  etá  al  servizio  dei  lebbrosi.  Diceva  al  suo  " carissimo Luigi  ": Non  posso  abbandonare  la  Colombia  senza  mandarti  un  ultimo  addio  da  questa ierra,  piena  per  me  di  tante  vicende.  Solo  il  Signore  sa  quanto  mi  costi  fare  questo viaggio.  Ti  assicuro  che  lascio  qui  la  meta  del  mió  cuore.  Deus  ita  ooluit,  non  possum  obsistere.  Quaiche  altro  piü  degno  di  me  riporterá  la  palma.  Coraggio,  Don Luigi,  tale  sorte  é  riserbata  a  te.  Procura  di  essere  buono,  molto  studioso  e  molto pió:  cosi  otterrai  la  palma.  lo  non  ti  dimenticheró  nelle  mié  povere  preghiere: fallo  anche  tu  per  me.

Speravo  e  desideravo  grandemente  di  vederti  salire  all'altare;  ma  il  Signore non  me  lo  concesse.  Mi  rallegrerá  sempre  l'udire,  come  spero,  buone  nuove  di  te, della  tu  a  pietá,  del  tuo  studio.  II  primo  breviario  te  lo  manderó  io;  é  molto  bello c  cómodo:  preparati  a  rice  verlo.  Salutami  moltissimo  Giovannino  (2)  e  i  ragazzi dell'oratorio.  Fallo  andaré  bene;  mi  é  molto  caro,  come  puré é  carissimo  a Don  Rúa.

(1)  Dichiarazione  del  Dott.  A.  Perrea,  12  setiembre  1895.  Cfr.  Boíl.  Sal,  dicembre  1895.

(2)  II  coad.  Giovanni  Lusso.

Agua  de  Dios Se  ne  andava  proprio  alia  vigilia  di  una  nuova  impresa,  nella quale  egli  avrebbe  potuto  prestare  valido  aiuto.  Esistevano  nella Colombia  due  altri  lazzaretti,  alia  Contratación  e  a  Caño  de  Loro.

Nel  novembre  del  1895  Don  Rabagliati  visitó  il  primo,  fermandovisi  quindici  giorni  ad  esercitare  in  lungo  e  in  largo  il  sacro  ministero.  Dopo  percorse  anche  le  terre  deU'intorno,  scoprendo  che moltissimi  infetti  vivevano  in  mezzo  ai  sani  e  circolavano  liberamente  con  grave  danno  della  pubblica  salute.  Secondo  i  dati  da  lui raccolti,  in  quel  solo  dipartimento  i  lebbrosi  ammontavano  a  parecchie  migliaia.  Fu  cosi  che  gli  nacque  l'idea  di  proporre  al  Governo  il  concentramenti  di  tutti  i  lebbrosi  in  un  grande  lazzaretto nazionale,  da  impiantarsi  in  una  localitá  adatta.  II  disegno  arrise al  Governo;  ma  dopo  una  serie  di  pratiche  si  amó  meglio  creare lazzaretti  dipartimentali,  cominciando  dall'organizzare  con  questo scopo  il  lazzaretto  della  Contratación.  Vedremo  piü  innanzi  come si  svolse  la  cosa,  nella  quale  ebbe  una  parte  principalissima  Don Rabagliati,  e  come  venne  ai  Salesiani  nel  1897  anche  la  direzione del  lazzaretto  della  Contratación.

II  viaggio  a  Don  Unia  non  fece  ne  bene  né  male.  Pose  piede nella  Casa  Madre  il  3  dicembre,  alquanto  abbattuto,  ma  senza che  milla  desse  a  temeré.  La  vigilia  dell'Immacolata,  oppresso  da stanchezza,  non  comparve  alia  mensa  comune.  II  giorno  dopo  lo presero  dolori  acuti  di  stomaco.  Pronti  rimedi  lo  sollevarono  un po';  ma  il  giorno  9  le  sue  condizioni  si  aggravarono  al  punto  che lasciavano scorgere  evidenti  i  segni  di  prossima  fine.

Infatti  verso le ore dodici,  assistito  dal  Superiore  e  circondato  da  Confratelli,  si  addormentó  nel  Signore.

La  notizia  della  sua  morte,  telegrafata  all'Arcivescovo  di  Bogotá e  al  Governo  di  Colombia,  arrivó  presto  anche  ad  Agua  de  Dios.

Che  pianti  fra  i  poveri  lebbrosi!  Nell'Oratorio  di  Valdocco  la  salma era  visitata  da  un  mondo  di  persone.  Giunsero  tostó  condoglianze da  ogni  parte.  Le  piú  onorevoli  furono  quelle  partite  dal  Vaticano; fatta  eccezione  di  Don  Bosco,  a  nessun  Salesiano  né  prima  né  poi era  stato  mai  tributato  tanto  onore.  Scrisse  il  Card.  Rampolla  Al Procuratore:  «Con  vero  dispiacere  appresi  la  triste  notizia  che

Capo  XIII la  S.  V.  mi  ha  comunicata  colla  sua  lettera  dell'll  corrente,  della morte  di  D.  Michele  Unia,  Missionario  Salesiano;  e  sebbene  vi  sia luogo  a  sperare  che  i  meriti  di  Lui,  acquistati  coll'esercizio  della piü  sublime  carita,  servendo  ai  lebbrosi  di  Agua  de  Dios,  gli  abbiano  procurato  la  grazia  della  misericordia  divina,  io  non  ho  mancato  di  innalzare  al  Signore  pii  suffragi  per  quella  bell'anima.  Anche  il  Santo  Padre  provó  dispiacere  per  tale  morte.  » II  rimpianto  nella  Colombia  fu  genérale  e  pari  all'ammirazione che  si  aveva  delPestinto.  Solenni  riuscirono  i  funerali  a  Bogotá, commoventissimi  ad  Agua  de  Dios.  Una  lapide  di  marmo  con  iscrizione  e  ritratto  apposero  i  lebbrosi  a  ricordo  perenne  delle  opere e  della  figura  di  colui,  che  aveva  reso  loro  tollerabile  e  meritoria l'esistenza.  Dal  Parlamento  nazionale  il  10  dicembre  1896  in  segno di  riconoscenza  se  ne  onoró  la  memoria  con  un  decreto  che  ordinava  l'esecuzione  di  un  ritratto  a  olio  per  la  Societá  di  S.  Lazzaro e  l'erezione  di  una  statua  marmórea,  nella  piazza  di  Agua  de  Dios con  l'iscrizione:  Al  R.  P.  Michele  Unia,  apostólo  dei  lebbrosi  in Colombia,  la  graíitudine  nazionale.  Ma  il  monumento  piü  glorioso fu  la  riconoscenza  dei  beneficati  ed  é  il  perpetuarsi  degli  eroismi che  ripetono  la  loro  origine  dal  suo  sublime  sacrificio.

C A P  O  X I  V Allargamenti  del  Vicariato  Patagónico  e  nuovi  centri  di  Missione.

(Bampa:  Pahia  Blanca,  General  Acha,  Santa  Rosa,  Victorica.  Chubut,  Rawson.

Conesa,  Choele-Choél,  Junin  de  los  Andes,  Fortín  Mercedes) II  Governatore  del  Territorio  del  Rio  Negro,  Dott.  Benavidez,  in una  Memoria  presentata  sul  principio  del  1894  al  Ministro  degli  ínterni,  parlando  dellTstruzione  pubblica  in  quella  zona,  diceva  che  «  non era  trascurata  grazie  al  grande  aiuto  apportato  dall'ístituzione  Salesiana,  i  cui  sacerdoti  inculcavano  ai  fanciulli  e  agli  adulti  con  la  Fede Divina  i  principi  di  una  morale  e  civilizzatrice  educazione.  »  Ed  a maggior  encomio  dei  Salesiani  e  delle Figlie  di  Maria  Ausiliatrice  metteva  in  rilievo  quanto  venivano  facendo  con  chiese,  scuole  e  laboratori in  Viedma,  Patagones,  Pringles,  Conesa,  Choele-Choél,  Roca  e  Chosmalál:  otto  cappelle  aperte  al  divin  culto,  nove  ospizi,  un  ospedale, e  poi  sacerdoti  ambulanti  che  andavano  a  dar  Missione  nei  centri  abbandonati  (1).  Dava  speciale  risalto  a  queste  benemerenze  dei  Missionari  un  particolare,  che  non  isfuggi  talora  nemmeno  a  uomini  del Governo.  Lo  riferisce  Mons.  Cagliero  in  una  lettera  a  Don  Rúa  (2).

Parlando di  una  sua  visita  al  Presidente della  Repubblica  e al  Ministro della  Pubblica  Istruzione,  scrive:  «  Tanto  lui  quanto  il  Ministro  non sanno  darsi  pace  di  tanto  propagarsi  delle  Case  Salesiane,  mentre (dissero  a  me  essi  stessi)  il  Governo  ha  fatto  poco  o  niente  per  propagarle.  »  Anzi,  il  Governo  lócale  aveva  messo  non  di  rado  sbarre fra  le  ruóte.

Nei  luoghi  menzionati  dal  Governatore  del  Rio  Negro  compaiono due  nomi  nuovi  per  noi:  Conesa  e  Choele-Choél.  Ne  parleremo  alia

(1)  Boíl.  Sal.,  otfobre  1S94.

(2)  Sonza  data,  ma  ccríamcnte  del  1890.  E  poiché  un'indicazione  d'altra  mano  segna  che  fu  risposto  da  Toriiio  il  16  febbraio,  la  missiva  parti  dalla  Patagonia  ai  primi  di  quell'anno.

Capo  XIV

fine  del  capo,  dopo  che  avremo  veduto  di  tre  grandi  apporti  fatti  Al Vicariato  Patagónico  fra  il  1890 e  il  1895,  due  a Nord  del  Rio Colorado e  uno  a  Sud  del  Rio  Negro.  II  Rio  Colorado  segnava  il  limite  settentrionale  del  Vicariato;  ora,  al  di  la  della  riva  sinistra  di  questo  fiume si  estendeva  la  Pampa,  estremamente  bisognosa  di  operai  evangelici.

Non  meno  bisognoso  ne era  un altro territorio  della  Patagonia  Céntrale, il  Chubut,  che  di  diritto  faceva  parte  del  Vicariato,  ma  di  fatto  il  Vicario  non  vi  poteva  mettere  piede.  Ecco  i  nuovi  campi  di  Missione dischiusi  ai  Salesiani  nel  suddetto  periodo  di  tempo.

L'aggiunta  della  Pampa  fu  fatta  in  due  volte.  Della  prima  Mons.

Cagliero  informa  va  Don  Rúa  il  25  marzo  1890:  «  Abbiamo  una  nuova parrocchia  ed  una  nuova  popolazione  da  convertiré  e  da  salvare;  ed  é la  cittá  di  Bahía  Blanca  con  tutto  il  territorio  della  bassa  Pampa.  » Parrocchia  vuol  diré  centro  di  Missione,  come  abbiamo  visto  a  proposito  deiringhilterra.  Per  bassa  Pampa  Monsignore  intende  tutta  la parte  costiera,  che  la  capo  a  Bahia  Blanca.  Questa  cittá,  sorta  presso un  magnifico  golfo  dell'Atlantico,  fu  fondata  nel  1828  per  fronteggiare le  incursioni  degli  Indi.  Oggi  conta  circa  100.000  abitanti  con  tutti  i portati  del  progresso  moderno;  ma  negli  anni  di  cui  parliamo,  i  suoi abitanti  non  oltrepassavano  di  certo  i  settemila  con  un  agglomerato  di case  aggiuntesi  le  une  alie  altre  senza  piano  regolatore  e  senz'ombra di  eleganza.  II  territorio  della  Missione,  di  cui  Bahia  doveva  costituire  il  centro,  era  vasto  come  il  Piemonte,  con  abitanti  disseminati  a  grandi  distanze  e  raggruppati  in  colonie  nascenti.  Molti  venivauo  dalFltalia.  Giunti  la  buoni  e  semplici,  perdevano  a  poco  a poco  ogni  idea  di  religione  e  financo  di  dignitá  umana.  La  cittá  poi, a  detta  del  Cagliero  nella  citata  lettera,  era  «  scostumata,  empia  e  Iontana  dalla  Chiesa  e  dai  Sacramenti.

»  Vi  pullulavano  Associazioni d'ispirazione  massonica,  guidate  da  capi  senza  fede  né  legge.  Primeggiava  quella  chiamata  dei  settembrini,  che  ad  ogni  20  settembre  inscenavano  clamorose  dimostrazioni  contro  il  Papa  e  contro  il  Párroco.

Insegnamento,  ospedale,  tutto  era  laico  nel  peggior  senso  della  parola.

Nel  1885  ando  l'Arcivescovo  di  Buenos  Aires  per  fare  la  visita  pastorale;  ma  dovette  rinunciarvi,  perché  non  lo  lasciarono  discendere dal  treno,  Invió  un  Párroco,  che  fu  fatto  fuggire  a  sassate.  Nel  1890 Aliargamenti  del  Vicariato  Patagónico  e  nuovi  centri  di  Missione un  secondo  Párroco,  un  buon  prete  spagnolo,  sfiduciato  di  non  poter conchiudere  milla  di  fronte  al  cinismo  di  quella  gente,  rinunció nelle  mani  delFArcivescovo  la  parrocchia.  Allora  questi,  non  vedendo altra  via  di  salvezza  che  aprire  buone  scuole  e  allevare  cristianamente una  nuova  generazione,  fece  scrivere  al  Cagliero  che,  se  fosse  disposto  ad  accettare,  avrebbe  offerto  la  parrocchia  ai  Salesiani,  Monsignore,  considerando  Bahía  come  territorio  appartenente  al  Vicariato per  essere  limite  fra  la  Pampa  del  Nord  e  il  Colorado,  senza  esitazione  accettó  e  senza  indugio  agi.  Mandó  súbito  Don  Milanesio, perché  mettesse  in  assetto  la  casa  (1);  intanto  chiamó  da  Montevideo  per  farlo  párroco  Don  Borghino,  "  uomo  attivo,  enérgico  e  buono con  tutti ",  come  lo  definisce  una  nota  di  cronaca  domestica.  Con  la lettera  di  obbedienza  gl'invió  puré  una  bella  croce  con  il  motto:  in hoc  signo  vinces.  Si  andava  realmente  a  ingaggiare  battaglia  contro la  potestá  delle  tenebre,  troppo  bene  rappresentata  dalle  sétte.  Spedi anche  da  Patagones  Don  Cavalli  in  qualitá  di  Viceparroco.  Ai  primi di  aprile  erano  entrambi  al  loro  posto.  Vi  si  aggiunse  piú  tardi  per terzo  il  chierico  Franchini,  come  maestro.

Trovarono  casa  e  chiesa  in  pessime  condizioni;  quando  cadeva  la pioggia,  pioveva  in  casa,  pioveva  in  chiesa.  Eseguite  le  piú  urgenti riparazioni,  Don  Borghino  pensó  alie  future  scuole,  facendo  costruire un  grande  salone,  che,  diviso con  tramezzi,  servisse poi per varié  classi.

Aveva  puré  fatto  tirar  su  alia  meglio  due  stanzette  accanto  alia  sua, e  fu  savio  consiglio,  perché  cosi  poté  ospitare  un  po'  decentemente Mons.  Cagliero,  andato  a  visitarli  nella  prima  meta  di  maggio.  I  Confratelli  non  arrivarono  in  tempo  a  incontrarlo;  ma  ben  li  precorse  la loro  avanguardia,  i  giovani.  —  Ecco,  disse  Monsignore,  le  primizie salesiane!  Ecco  il  frutto  giá  raccolto  dopo  un  mese  appena  dall'essersi stabiliti  a  Bahia  Blanca  i  nostri  cari  Missionari!  —  La  sua  meraviglia crebbe  nella  chiesa,  dove  una  bella  corona  di  fanciulli  e  di  fanciulle aspettavano  ansiosi  di  vedere  il  Vescovo  salesiano  venuto  dalla  Patagonia.  Promise  loro  di  fermarsi  alcuni  giorni  per prepararli  alia  prima (1)  Don  Milanesio,  rendendo  contó  a  Don  Rúa  di  una  sua  Missione  nella  Pampa  Céntrale,  ringraziava  la  Provvidenza  d'avergli  fatto  trovare  a  Bahia  un  caro  compagno  in  «  un  giovanetto  per  nome Nicola  Esandi,  fíglio  di  ottimi  geuitori  >  (Lett.  20  ottobre  1890).  É  l'attuale  Vescovo  Salesiano  di  Vicdma.

Capo  XIV comunione  ed  alia  santa  cresima.  Vi  stette  difatti  una  settimana  con molto  frutto  di  piccoli  e  di  grandi.  Comprese  tutta  la  necessitá  di  metter  mano  a  fabbricare  chiesa  e  scuole,  al  quale  scopo  acquistó  senz'altro  un  vasto  terreno,  spendendo  11.400  scudi  raggranellati  da  lui  a Buenos  Aires.  Previde  che,  se  avesse  tardato,  avrebbe  presto  dovuto sborsare  il  doppio;  poiché  Bahia Blanca,  a  parer  suo,  s'incamminava  a di  ventare  gran  porto  militare  (1).

II  23  ottobre  giunsero  le  Figlie  di  María  Ausiliatrice,  condotte  da Suor  Giuseppina  Torta.  Venne  affittata  per  esse,  a  duecento  metrí dalla  parrocchia,  una  casa,  in  cui  aprirono  poco  dopo  le  loro  scuole.

Le  prime  íatiche  dei  Salesiani  e  delle  Suore  non  furono  sterili.  Si cominció  a  notare  una  certa  frequenza  alia  chiesa  da  parte  degli Italiani,  allettati  dalla  presenza  di  sacerdoti  e  di  Suore  loro  connazionali.  DaH'aprile  a  tutto  il  1890  si  contarono  3350  comunioni.  Ma quante  contrarietá!  Un  tale,  presentatosi  come  padrino  e  respinto  perché  viveva  scandalosamente.  scatenó  contro  il  párroco  una  guerra giornalistica,  che  duró  molto  a  lungo.  In  gennaio  un  furioso  uragano atterró  il  muro  principale  delledificio  per  le  scuole;  tuttavia  al  principio  dell'anno  scolastico,  che  la  comincia  in  marzo,  le  aule  erano pronte.  Nel  medesimo  tempo  giunsero  a  rinforzare  il  personale  due preti  e  un  coadiutore.

Mons.  Cagliero, quando,  reduce  dal  Brasile,  ripassó  di  la  nel  marzo del  1891,  trovó  nelle  scuole  maschili  160  alunni  e  intorno  alie  Suore un  nugolo  di  ragazze.  Gli  avversari  si  accanivano  specialmente  contro le  Suore,  assalendole  nei  giornali  con  titoli  ributtanti  e  nere  calunnie.

La  visita  del  Vescovo  le lasció  piene  di  buon  volere  e  di  coraggio  nelle difficoltá  non  solo  esterne,  ma  anche  interne,  dovute  all'incomoda  ristrettezza  dei  locali  (2).  II  lavorio  di  penetrazione  intenso  e  assiduo produsse  i  suoi  eífetti.  In  meno  di  un  anuo  le  Suore  ebbero  un'altra casa piü  capace,  in  cui  svolgere  a  pieno  il  loro  molteplice  programma; poi  nel  1893  Mons.  Cagliero  benedisse  un  loro  nuovo  e grande  edificio scolastico,  innalzato  dalle  fondamenta  in  tempo  relativamente  breve.

(1)  Lett.  di  Mons.  Cagliero  a  Don  Rúa,  Villa  Colon,  22  luglio  1890.  Cominciarono  poco  dopo  gli síudi  per  la  crcazione  del  porto,  la  cui  costruziono  ebbe  principio  nel  1896.

(2)  Lett.  di  Suor  Torta  a  Don  Rúa,  5  maggio  1891.

Aliargamenti  del  Vicariato  Patagónico  e  nuoüi  centri  di  Missione Una  terza  opera  salesiana  si  aggiunse  ben  presto  alie  due  precedenti.  I  coniugi  d'Abreu,  desiderosi  di  contribuiré  efficacemente  Al vero  progresso  della  loro  cittá,  donarono  a  Mons.  Cagliero  una  casa  e un  terreno,  disponendosi  a  fornirgli  le  somme  necessarie,  affinché aprisse  una  scuola  gratuita,  erigesse  una  chiesa  alia  Madonna  della Pietá  e  fondasse  un  ospizio  per  artigiani.  La  scuola  esterna  cominció súbito  a  funzionare;  súbito  si  diede  principio  alia  costruzione  della chiesa;  Tospizio  invece  tardó  parecchio  a  formare  il  compimento  delTopera,  ma,  guando  Dio  volle,  arricchi  Bahia  Blanca  di  una  scuola professionale  degna  delle  tradizioni  salesiane.  La  chiesa,  giá  terminata nel  1894,  riusci  un  monumento  d'arte:  "  un  enorme  diamante  sperduto nelle  arene  del  deserto ",  la  definí  un  giornale  (1).

La  benedizione  e  l'inaugurazione  costituirono  per  Bahia  Blanca un  avvenimento storico di prim'ordine.  V'intervenne  il  Presidente  della Repubblica  Luigi  Saenz  Peña,  accompagnato  da  numerosa  e  scelta comitiva  di  governatori,  ministri,  generali,  comandanti  della  squadra, dottori,  capi  di  associazioni,  direttori  di  scuole,  giornalisti.  V'intervenne  l'Arcivescovo  Aneyros  con  l'Ausiliare  Espinosa  e  con  un  seguito di  membri  insigni  del clero metropolitano.  Né vi mancó  Mons.  Cagliero, che  precedette  di  alcuni  giorni  gli  altri  ospiti,  oggetto  di  ovazioni  cordiali  da  parte  del  popólo.  La  schola  cantorum  e  la  banda  del  collegio Pió  IX  di  Almagro  sostennero  con  maestria  la  loro  parte,  curando  le svariate  esecuzioni  musicali.  ln  una  cittá  priva  ancora  di  agi  cittadini i  Salesiani  seppero  fare  cosi  bene  i  preparativi  per  tanti  e  si  illustri ospiti,  che  tutti  dovettero  rendere  omaggio  alia  loro  abilitá  organizzatrice.

Le  feste  durarono  quattro  giorni,  dal  12  al  15  aprile.  I  personaggi della  Capitale  vi  rimasero  dal  principio  alia fine,  partecipando  ai  trattenimenti  giovanili  e  alie  funzioni  sacre.  All'inaugurazione  del  Collegio  il  Presidente  volle  parlare.  Disse  che  si teneva altamente  onorato di assistere  a  quell'atto,  perché  con  chiese, collegi  e  ospizi  si  promuove il  progresso  dei  popoli;  lodo  poi  la  Societá  di  Don  Bosco,  a  cui  la  Repubblica  intera  doveva  giá  tanti  benefici.  II  predicatore,  P.  Jordán (!)  La  Nación,  20  febbraio  1894.

Capo  XIV gesuita,  nel  suo  discorso  alia  Messa  solenne  a  ve  va  toccato  felicemente il  punto  dei  vantaggi,  che  derivano  sempre  dall'armonia  dei  due  poteri  (1).  Un'unione  maggiore  in  quei  quattro  giorni  non  si  sarebbe potuta  desiderare;  né  si  fecero  aspettare  i  salutari  effetti.  La  stampa di  Buenos  Aires  ne  prese  occasione  per  dedicare  molti  e  lunghi  articoli  alia  piccola  cittá,  propugnando  la  convenienza  di  favorirne  con ogni  mezzo  gl'ingrandimenti.  Si  gran  fervore  di  proposte  segnó  il  principio  di  quello  che  doveva  divenire  Bahia  Blanca.  Riguardo  alio  spirituale,  Mons.  Cagliero,  che  prima  la  soleva  chiamare  Bahia  Ñera,  le restituí  d'allora  in  poi  il  suo  vero  nome.

Meglio  ancora  la  dovette  chiamare  con  il  suo  bel  nome  tre  anni dopo  nel  1897,  allorché  la  rivide  al  ritorno  da  una  Missione,  di  cui  diremo  qui  sotto.  Don  Vacchina,  che  lo  accompagnava,  descrisse  cosí quello  che  osservó  con  i propri  occhi  (2):  «  L'opera  salesiana  con  la  benedizione  di  Dio  diede  abbondanti  frutti.  Le  Suore  di  Maria  Ausiliatrice  vi  hanno  un  grandioso  Collegio-convitto  con  400  ragazze,  che arrivano  a 600  nei  giorni  festivi;  i  Salesiani,  oltre  la  parrocchia,  hanno un'altra  bella  chiesa  di  N.  S.  della  Pietá  con  annesse  scuole:  vi  tengono  puré  il  Collegio  Don  Bosco  con  300  alunni  ed  un  numeroso  oratorio  festivo.  Gli  studi  vi  fioriscono  e  con  gli  studi  fiorisce  la  pietá e  la  virtü.  Anche  le  Associazioni  Cattoliche  sonó  numeróse:  vi  hanno gli  Operai  cattolici,  le  Conferenze  Yincenzine  per  signore,  la  Pia Unione  del  Sacro  Cuore,  quella  delle  Figlie  di  Maria  Immacolata  e la  Compagnia  di  S.  Luigi,  tutto  in  prosperitá  e  fervore.  » A  Bahia  Blanca  l'Arcivescovo  Aneyros  aveva  dato  ai  Salesiani  una delle  ultime  e  piü  luminose  prove  del  suo  affetto.  Nella  notte  sul  4 settembre  Dio  quasi  improvvisamente  lo  chiamó  a  sé.  Aveva  retto  per ventiquattro  anni  con  zelo  apostólico  la  sconfinata  diócesi.  Tre  cose particolarmente  ne  raccomandano  il  nome  alia  storia  della  Societá Salesiana:  la  sua  affettuosa  venerazione  per  Don  Bosco,  che  in  giornate  memorande  del  giugno  1877  volle  visitare  a  Torino;  la  sua  bontá inesauribile  per  i  figli  e  le  figlie  del  Santo,  che  trovarono  sempre  in (1)  Lett.  di  Don  Dállera  a  Don  Rúa,  20  aprile  1894.  Cfr.  anche  Bodas  de  Plata,  nel  25o  dell'opcra.

Bahía  Blanca,  Panzini,  1919.

(2)  Boíl.  Sal,  luglio  1898.

Aliar  gamenti  del  Vicariato  Patagónico  e  nuovi  centri  di  Missione lui  un  benefattore,  un  amico,  un  padre;  l'evangelizzazione  della  Patagonia,  in  cui  mercé  il  suo  favore  poté  Leone  XIII  erigere  il  Vicariato  e  affidarlo  ai  Salesiani.  II  suo  antecessore,  quando  il  nome  di Don  Bosco  era  ancora  sconosciuto  neU'America,  gli  aveva  narrato  d'aver  visto  in  sogno  una  falange  di  Missionari,  che,  venuti  da  oltre  l'Oceano,  si  avanzavano  nella  diócesi  bonarense  a  prendersi  cura  della gioventü;  ond'egli  si  dice  va  lieto  che  fosse  toccata  a  lui  la  sorte  di  accoglierli,  proteggerli  e  aiutarli.

Non  ando  molto  che  passó  nelle  mani  dei  Missionari  salesiani anche  la  grande  Pampa,  quella  denominata  Pampa  Céntrale,  perché occupa  precisamente  il  centro  della  Repubblica  Argentina.  É  un  vastissimo  territorio,  che  ha  una  superficie  superiore  alia  meta  dell'Italia  peninsulare  (1);  ma  la  sua  popolazione  non  arriva  oggi  a  200 mila  abitanti,  mentre  nel  1895  era  appena  di  25.900.  Qui  domino  il famoso  cacico  Namuncurá  (2)  fino  alia  campagna  del  1879;  qui  s'incontrarono  allora  per  la  prima  volta  i  Salesiani  con  gli  Indi.  Dopo la  sconfitta  i  superstiti  vissero  dispersi  in  modo  da  non  poter  piú  formare  tribu.  Nel  tempo  di  cui  parliamo,  popolavano  il  paese  in  minoranza  indigeni  araucani  e  patagonici  e  gauchos  (3)  e  in  maggioranza coloni  emigrati  dalla  Spagna,  Germania,  Russia  e  dal  Piemonte.  ne avevano  la  cura  religiosa  i  Francescani;  ma  nel  1895  per  difetto  di personale  si  ritirarono,  rimettendo  la  Missione  nelle  mani  delFArcivescovo  Castellanos,  il  quale,  non  avendo  altro  modo  di  provvedere, pregó  Mons.  Cagliero  di  aggiungerla al  suo Vicariato.  II  Cagliero aderi di  buon  grado,  costituendovi  tre  centri  parrocchiali  o  di  Missione: a  General  Acha,  a  S.  Rosa  di  Toay  ed  a  Victorica.  Da  questi  punti con  escursioni  periodiche  i  Missionari  avrebbero  provveduto  ai  bisogni  religiosi  degli  indigeni  e  dei  coloni  disseminati  per  la  campagna.

Si  cominció  da  General  Acha  nel  gennaio  del  1896.  Questa  era allora  la  capitale  del  territorio;  le  fu  imposto  un  tal  nome  in  memoria  di  un  Genérale  segnalatosi  nelle  lotte  contro  gli  Indi.  Don  Orsi (1)  Kmq.  144,183.

(2)  Annali,  pp.  420-2.

(3)  I  gauchos  sonó  i  disccndenti  degli  antichi  Spagnoli,  dcditi  alia  cura  del  bestiame,  uomini  indurati  alia  vita  del  campo.

Capo  XIV vi  portó  tutto  il  suo  ardore  giovanile.  Per  buona  sorte  si  trovo  attorno  un  gruppo  di  persone  assai  ben  disposte,  compreso  il  Governatore  con  la  sua  famiglia,  e  desiderose  di  a  veré  in  mezzo  a  loro  il Missionario.  Anche  la  popolazione  in  genérale  non  si  mostrava  indifferente.  Don  Orsi  non  era  alie  sue  prime  armi,  essendo  giá  stato  sette anni  nella  Patagonia,  donde  venne  puré  il  suo  aiutante  Don  Mángano.  Si  allogarono  in  un'abitazione  provvisoria  poverissima.  Aloune pie  signore  avevano  appena  finito  di  ripulire  e  rimetter  in  ordine  la vecchia  cappella,  da  tempo  abbandonata.  Esisteva  anche  una  cliiesa fatta  costruire  dal  Governatore  nel  1890,  ma  non  ancora  aperta  Al culto.  Don  Orsi  fu  autorizzato  dalPArcivescovo  a  benedirla  il  2  aprile.

Era  la  domenica  delle  Palme;  si  poterono  perció  compiere  le  funzior.i della  settimana  santa  con  grande  contento,  edificazione  e  frutto  dei fedeli.  Poi  i  Missionari  si  diedero  a  percorrere  il  territorio,  invitando quanti  piú  poterono  alFadempimento  del  precetto  pasquale.  Si  rivolsero  puré,  cosa  nuova,  ai  cinquanta  carcerati  del  luogo,  che  si  lasciarono  persuadere  a  ricevere  i  sacramenti;  ma  bisognó  addirittura evangelizzarli  con  un  lavoro  apostólico  di  diciassette  giorni.  In  seguito  questa  pratica  fu  ripresa  ogni  anno.  Una  scuola  parrocchiale, aperta  con  la  massima  sollecitudine,  ebbe  nel  primo  anno  40  alunni.

Secondo  le  istruzioni  ricevute  da  Mons.  Cagliero,  Don  Orsi  preparo il  terreno  a  un  Collegio  dedicato  poi  airimmacolata,  collocandovi, come  si  esprime  Mons.  Tavella  (1),  per  prima  pietra  la  carita,  ricevendo  cioé  fanciulli  poveri.  II  sistema  di  Don  Bosco  ben  applicato fece  impressione  e  guadagnó  molte  simpatie.

Nello  stesso  mese  di  aprile  Don  Franchini  principió  la  Missione di  Santa  Rosa,  borgata  di  1500 abitanti,  ma  oggi  cittá  capitale  del  tertorio.  Dista  120  chilometri  da  General  Acha.  Nella  campagna,  abbastanza  popolata,  l'apatia  religiosa  regnava  sovrana,  effetto  specialíñente  d'ignoranza.  Gli  emigrati  vi  menavano  una  vitaccia,  scandalizzando  gli  indigeni.  Nel  paese  una  brava  insegnante  aiutó  assai  il  Missionario:  ma  nella  campagna  tutto  era  da  fare.  Don  Franchini.  dotato di  robusta  costituzione,  galoppava  le  giornate  intere  a  cavallo  per (1)  B.  1.  TAVELLA,  Las  Misiones  Scilesianas  de  la  Pampa.  Buenos  Aires,  Rosso  y  Cía.,  1924 Pag.  184  11  salesiano  Mons.  Tavella  e  ora  Arcivescovo  di  Salto.

Altar  gamenti  del  Vicariato  Patagónico  e  nuoui  centri  di  Missione andar  a  istruire,  a  battezzare,  a  regolare  matrimoni.  In  una  sola estancia  battezzó  piü  di  70  giovanetti.

A  Victorica,  residenza  della  terza  Missione,  lontana  200  chilometri da  Santa  Rosa,  fu  mandato  nel  giugno  del  1897  Don  Luciani,  sostituito  otto  mesi  dopo  da  Don  Roggerone.  É  sempre  edificante  vedere con  che  spirito  di  sacrificio  quei  primi  Missionari  si  adattavano  ad una  vita  non  solamente  laboriosa,  ma  anche  resa  piü  dura  dalle  privazioni.  Non  parlo  della  solitudine,  a  cui  li  condannavano  le  distanze immense  e  i  mezzi  di  trasporto  molto  primitivi;  dico  della  mancanza di  tante  cose  necessarie  alia  vita.  Don  Luciani,  per  esempio,  dormiva in  un  bugigattolo  che  faceva  da  sagrestia,  coricandosi  sopra  un  saccone  steso  ogni  sera  sopra  due  banchi  della  scuola.  Li  consolavano pero  abbastanza  i  frutti  spirituali  del  loro  apostolato.

Nella  Pampa  Céntrale  Mons.  Cagliero  durante  l'ottobre  e  il  novembre  del  1897  fece  la  sua  prima  visita  pastorale  o  escursione  missionaria,  e  che  escursione!  Fra  le  tre  residenze  visítate  corre  la  medesima  distanza  che  fra  Genova,  Milano,  Bologna.  Non  era  da  pensare non  dico  a  treni,  ad  automobili,  ma  nemmeno  a  veicoli  un  po'  da  cristiani  e  a  strade  carreggiabili.  Si  viaggiava  sulle  cosi  dette  galere, specie  di  diligenze tírate da una  dozzina  o  piú  di  cavalli, che  correvano a  furia  per  cammini,  in  cui  le  ruóte  della  carrozzaccia  e  le  zampe  dei quadrupedi  avevano  scavato  solchi  profondi.  Che  scosse!  che  sbalzi! che  saltelloni!  Nubi  di  polvere  e  di  arena,  spinte  da  venti  formidabili, vi  si  rovesciavano  sopra  senza  interruzione,  penetrando  nelPinterno, nonostante  qualsiasi  riparo.  Agli  arrivi  i  viaggiatori  ne  uscivano  con una  vera  cappa  di  polverume,  che  copriva  loro  abiti,  volto,  man  i, come  se  sbucassero  da  una  miniera.  Né  l'aspetto  del  paese  ricreava loro  la  vista:  pianura  a  perdita  d'occhio  con  ondulazioni  arenóse  o sparse  di  fiocchi  derbaccia  amara  (1);  qua e  la  immense  boscaglie  con basse  piante  dal  tronco  tozzo,  dai  rami  intricati  e  spinosi  con  rare foglie  rachitiche.  Non  fiumi,  né  rii,  né  fonti:  ogni  tanto  qualche  laghetto  d'acqua  salata.  Di  tratto  in  tratto  macchie  nere,  rosse,  biauche: (1)  Da  tale  configurazionc  é  denvato  al  territorio  il  nome  di  Pampa  per  antonomasia;  poiché  col nomo,  di  Pampas,  si  indiano  generalmente  ncll'America  Mcridionalc  le  pianure  prive  di  boschi  o  riestile  di  una  grossa  vegetazione  erbacea.

Capo  XIV armenti  di  buoi,  cavalli,  pecore;  poiché  il  suolo  é  un  po'  adaíto  alia pastorizia.  Al  presente,  ben  coltivato,  si  vede  quanto  sia  anche  fertile.  Monsignore  si  era  preso  seco  il  gagliardo  e  vivacissimo  Don  Vacchina  e  Don  Roggerone,  che  per  fare  il  missionario  ambulante  fra i  coloni  e  gli  Indi  non  aveva  chi  lo  superasse.  Si  fermó  da  dieci  a quindici  giorni  in  ognuna  delle  tre  residenze,  occupando  ininterrottamente  il  suo  tempo  in  prediche,  confessioni  e  cresime,  Dopo  passó per  Bahia,  donde  sulla  famosa  galera  rifece  la  strada  di  Viedma,  aocolto  ivi  a  gran  festa  dai  Salesiani,  dai  loro  giovani  e  dal  popólo,  come i!  padre  che  ritorna.

Cera,  dicevamo,  nella  Patagonia  una  parte,  che  veniva  contesa  a Mons.  Cagliero:  questa  parte  era  la  céntrale,  il  Chubut.  Chi  brigava sotto  sotto  per  soppiantarlo,  stava  giá  per  ottenere  che  Roma  staccasse  il  Chubut  dal  Vicariato  esistente.  formandone  uno  nuovo.  Ma quando  Roma  conobbe  meglio  le  sue  mire  non  disinteressate,  il  disegno  crolló  issofatto.  Lo  disse  esplicitamente  Leone  XIII  a  Don  Rúa nell'udienza  del  gennaio  1892.  «  Nulla,  furono  sue  parole,  sará  rinnovato  nella  Patagonia,  essendosi  saputo  che  erano  poco  onorevoli  i precedenti  di  chi  vi  faceva  la  guerra  nel  Chubut  per  impiantarvi  un Vicariato  a  parte  ed  essere  lui  il  titolare  »  (1).

Perché  la  storia  sia  meno  incompleta,  aggiungeró  qualche  altra notizia.  II  Card.  Simeoni,  Prefetto  di  Propaganda,  teneva  giá  pronto il  Decreto  in  favore  di  un  tal  Can.  Vivaldi,  che  da  tempo  brigava perché  fosse  costituito  il  Vicariato  del  Chubut  e  ne  venisse  egli  investito.  In  Roma  preti  e  chierici  disposti  ad  accompagnarlo  andavano a  dirlo  ingenuamente  ai  Salesiani  del  Sacro  Cuore.  Ma  sul  piú  bello il  Cardinale  fu  chiamato  all'eternitá.  Allora  Mons.  Pérsico  che  sostituiva  pro  tempore  il  defunto,  assicuro  a  voce  Don  Rúa  che  non  se ne  sarebbe  piü  parlato;  tale  era  certo  il  volere  del  Papa,  come  é  dato argüiré  dalla  sua  dichiarazione  riferita  or  ora.  Venne  cosi  rimosso un  vero  flagello  per  le  terre  della  Patagonia,  giá  tanto  infelici,  come scriveva  Don  Rúa  in  quei  giorni.  Chi  aiutó  i  Salesiani  in  questa  faccenda  fu  il  P.  Rondina,  gesuita  (2).

(1)  Verb.  del  Cap.  Sup.,  9  marzo  1892.  Lett.  di  D.  Rúa  a  Don  Savio,  Nice,  17  marzo  1892.

(2)  Lctt.  di  Don  Rúa  a  Don  Costamagna,  Marsala,  2  febbraio  1892.

Aliargamenti  del  Vicariato  Patagónico  e  nuovi  centri  di  Missione II  Chubut  prese  il  nome  dal  suo  maggior  fiume.  Ha  una  superficie  di  poco  inferiore  a  tutta  la  penisola  italiana  dalle  Alpi  alia  Calabria,  ma  scarsissima  popolazione  (1).  Se  oggi  i  suoi  abitanti  sonó su  per  giú  40  mila,  mezzo  secólo  addietro  erano  poco  piü  della  meta.

Si  estende  dalle  Ande  alF  Atlántico.  Quanto  a  religione  vi  spadroneggiava  il  protestantesimo,  che  aveva  il  suo  centro  vivo  e  attivo  in una  colonia  fondata  da  Inglesi  del  Galles  nel  1875.  Pare  che  fosse  loro intento  di  stabilirvisi  in  regione  indipendente,  come  per  diritto  di  conquista  in  nome  di  Sua  Maestá  britannica;  ma  Ja  bandiera  argentina issatavi  nel  1888  ne  smorzó  gli  ardori.  Erano  circa  2500,  divisi  in varié  sétte  e  attaccatissimi  ognuno  alia  propria.

I  Salesiani  dopo  nove  anni  d'inutili  tentativi  poterono  finalmente penetrare  anche  in  questo  territorio.  Vi  entrarono  nel  maggio  del  1892 con  a  capo  Don  Bernardo  Vacchina.  I  tre  giorni  di  viaggio  da  Buenos Aires  furono  tre  giorni  di  spaventosa  burrasca,  nella  quale  la  goletta su  cui  navigavano,  era  sballottata  sulle  onde  come  un  guscio  di  noce.

Veramente  alcuni  luoghi  erano  giá  stati  visitati  da  Missionari  salesiani;  ma  senza  una  residenza  stabile  si  sarebbe  ottenuto  poco  o nulla.  Per  questa  residenza  fu  scelta  la  minuscola  capitale  Rawson di  circa  mille  abitanti,  in  buon  numero  italiani,  che,  come  i  piü  capaci,  avevano  il  monopolio  del  commercio,  delle  arti  e  delle  industrie.

Era  ancora  priva  di  posta  regolare  e  di  telegrafi;  la  visitava  soltanto si  e  no  ogni  cinquanta  giorni  una  nave  a  vela.

I  nuovi  arrivati  incontrarono  un'accoglienza  glaciale  e  si  vedevano guardati  di  mal  occhio.  Vivevano  in  estrema  povertá.  Abitavano  una casa  senza  mobili,  perché  messa  poco  prima  a  sacco.  Tornava  difficilissimo  procurarsi  i  mezzi  di  sussistenza.  L'anno  seguente  Don  Milanesio,  andato  la  per  una  Missione,  scriveva  (2):  «  Presentemente la  povertá  in  questa  Missione  é  grande,  piü  grande  che  in  tutte  le Missioni  da  me  viste,  ma  si  va  avanti  passabilmente,  limitandoci  di qui,  privandoci  di  la  di  molte  cose  anche  d'uso  piü  comune.  »  Per un  mese  Don  Vacchina  e  i  suoi  compagni  avevano  dormito  sul  pavimento  di  legno  in  una  stanzetta  al  fondo  della  cappella.  Facevano (1)  Kmq.  241.966;  íib.  44.000.

(2)  Lett.  a  Don  Rúa,  Rawson,  agosto  1893.

Capo  XIV un  solo  pasto  al  giorno,  perché  non  potevano  spendere  di  piü  (1).

Tutte  le  Autoritá,  meno  il  Governatore  e  il  Giudice,  appartenevano a  sétte  protestanti.  Ogni  setta  aveva  chiesa,  scuola  e  ministro  lautamente  stipendiato.  I  cattolici  non  oltrepassavano  i  200.  Gli  Indi  occupavano  un  tratto  lungo  le  sponde  del  fiume,  collegati  in  una  innocua  tribu,  la  piü  numerosa  della  Patagonia.  Purtroppo  questi  indigeni  avevano  continué  relazioni  con  i  gallensi,  scambiando  pelli  e piume  di  struzzo.

Per  aprirsi  la  strada  i  Missionari  cominciarono  dai  ragazzi,  con scuole  elementan  maschili  e  oratorio  festivo.  Dopo  quasi  sei  mesi  di f  atiche  ebbero  il  conforto  di  avere  alie  loro  scuole  quasi  tutta  la  gioventü  maschile  cattolica;  un  tentativo  di  scuola  serale  per  giovanotti lavoratori  non  riusci  a  causa  delle  distanze.  La  chiesuola,  piccolina ma  decente,  attirava nei  giorni  festivi  i cattolici,  massime per  il  decoro con  cui  vi  si  celebrava  la  Messa  e  vi  si  facevano  le  funzioni.  Negli Italiani  si  risvegliava  la  fede  non  morta,  ma  sopita.  Le  Quarantore si chiusero con  ben  cinquanta  comunioni,  le  prime  per  parecchi  adulti.

Un  ex-allievo  del  Collegio  di  Lanzo  aiutó  a  dipingere  le  tele  per  il teatrino.  Alia  prima  rappresentazione  assistettero  le  Autoritá,  i  principali  del  luogo  e  quattro  famiglie  protestanti,  che  permisero  alie  figlie  di  rallegrare  la  festa  con  la  loro  perizia  musicale  sopra  un  pianoforte  imprestato.

L'accennata  Missione  di  Don  Milanesio  cadde  nell'agosto  del  1893 e  duro  un  mese.  É  interessante  il  ricordo  dell'incontro  con  D.  Vacchina,  rievocato  da  questo  cinque  anni  dopo.  «  Nel  Chubut,  scriveva egli  (2),  dovetti  stare  un  anno  intero  senza  poter  vedere  un  sacerdote; ma  quando  ci capitó  Don Milanesio  e  ci  potemmo  rallegrare  a  vicenda, come  S.  Antonio  e  S.  Paolo  nel  deserto,  mi  confessai  effusive  et  diffusive  covam  populo,  maravigliato,  compunto  e  contento  di  poter  vedere  il  povero  Pastore  battersi  il  petto  e  diré  il  mea  máxima  culpa, sicuí  el  ceteri  peccatores.  Ah!  quanta  consolazione  provai  allora!  Ma é  certo  che  Iddio,  quando ci  mette  in queste  circostanze,  sta  con  noi,  e tanto  ci  basta.  »  L'apostolo  degli  Indi  D.  Milanesio  cercó  allora  quelli (1)  Memorie  medite  di  Don  Vacchina.

(2)  Boíl  Sal,  maggio  1898.

Aliargamenti  del  Vicariato  Patagónico  e  nuovi  centri  di  Missione del  Chubut,  appartenenti  tutti  alia  razza  dei  Tehuelches.  Fra  giovani  e  adulti  ne  battezzó  200.

Ed  ecco  nel  novembre  arrivare  a  Rawson  le  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice.  Direttrice  era  Suor  Anna  Panzica,  siciliana,  che  s'intendeva  di  medicina  e  di  farmacologia;  le  altre  erano  americane.  I Salesiani  fecero  trovar  loro  una  casa  migliore  della  propria.  Esse iniziarono  con  tutta  sollecitudine  scuole,  oratorio  festivo  e  laboratorio.

Famiglie  cattoliche,  mischiate  ai  protestanti  nella  colonia  gállense, sospiravano  un  prete.  Don  Vacchina  ando  da  loro  nel  mese  di  dicembre.  Non  essendovi  chiesa,  improvvisarono  una  cappella  nel  salone di  un  negoziante  ligure.  Era  la  prima  volta  che  si  praticava  il  culto cattolico  in  quella  térra.  Nessuno  mancó.  Alia  vista  dei  templi  protestanti  che  spesseggiavano  nelPamenissima  vallata,  mentre  i  cattolici non  avevano  un  altare,  il  Missionario  si  sentí  stringere  il  cuore; onde  prima  di  lasciarli  impartí  loro  opportune  istruzioni  sul  modo di  regolarsi.  I o   Nessuno  portasse  i  neonati  a  protestanti  per  il  battesimo;  venissero  dai  Missionari  o  li  mandassero  a  chiamare.  In  caso di  necessitá,  battezzassero  essi  stessi.  Tuttavia  ne  incaricó  uno,  di  cui fece  il  nome  e  che  istrui.  2 o   Avvisassero  per  i  malati;  mancando  il tempo,  si  rivolgessero  ad  una  certa  signora,  che  avrebbe  saputo  prepararli  al  gran  passo.  3°  Per  le  sepolture  non  chiamassero  il  ministro protestante,  ma  si  riunissero  fra  loro,  recitassero  il  Rosario  e  cosí accompagnassero  la  salma  al  cimitero.  Non  dimenticassero  di  mettere la  croce  sulla  tomba.  4 o   Ai  fanciulli  in  etá  della  prima  comunione cominciassero  a  insegnar  bene  le  orazioni  e  le  principali  veritá  della Fede,  in  attesa  che  tornasse  il  Missionario.  Se  volessero  mandare  a Rawson  i  ragazzi  dai  Missionari  e  le  ragazze  dalle  Suore  per  una settimana,  non  costerebbe  loro  nulla.  5 o   Mai  protestanti  per  padrini  o  per  testimoni  in  atti  religiosi,  mai  cattolici  ai  riti  del  loro culto.  Rispettassero,  ma  non  comunicassero.  6 o   Santificassero  le  feste.

Vivendo  fra  gente  avvezza  a  osservarle,  la  loro  trascuratezza  avrebbe dato  scandalo.  Abbandonassero  in  tali  giorni  non  solo  il  lavoro,  ma anche  i  divertimenti  rumorosi  e  prolungati;  esercitassero  invece  opere di  carita  e  di  misericordia,  massime  verso  gl'infermi,  senza  distin

Capo XIV zione  di  razza,  di  religione  o  di  persone.  7°  Mancando  la  chiesa,  fosse santuario  la  casa,  la  famiglia;  facesse  da  sacerdote  il  capo.

Con  l'andare  del  tempo,  la  vita  stessa  dei  Missionari,  confrontata con  quella  dei  ministri  protestanti,  costituiva  un'apologia  in  azione.

Molto  salutare  fu  l'esempio  del  nuovo  Governatore,  cattolico  convinto  e  senza  rispetto  umano.  Fece  impressione  il  vedere  come  i Salesiani  si  occupassero  dei  figli  del  popólo,  istruendoli,  ricoverandoli,  se  orfani,  e  riunendoli  le  domeniche  nei  loro  ricreatori.  Impressionó  ancor  piü  un'altra  opera.  Tanti  poveri  coloni  senza  famiglia, senza  tetto,  senz'altro  mezzo  che  il  lavoro  delle  braccia,  cadendo  infermi,  venivano  abbandonati  come  cani.  Senza  lasciarsi  scoraggiare dalle  strettezze  economiche,  Don  Vacchina  mise  in  piedi  un  piccolo ospedale,  aperto  a  tutti  indistintamente.  «  Fui  allevato,  scrisse  (1), alia  scuola  di  Don  Bosco,  ho  veduto,  anzi  fui  parte  nella  fondazione dell'ospedale  di  Viedma,  e  non  temo;  e  tanto  piü  che  cerchiamo  d'assicurarcene  l'esito  con  la  rettitudine  d'intenzione  e  con  la  benedizione  del  nostro  veneratissimo  Mons.  Cagliero.  »  Oltre  alia  santa  grazia  di  Dio,  crediamo  che  lo  zelo  e  il  disinteresse  dei  Missionari  siano stati  le  cause  per  cui  dal  1895  presero  a  moltiplicarsi  le  conversioni  dei  dissidenti.

Certo  é  intanto  che  questo  atteggiamento  fini  col  chiudere  la  bocea ai  nemici.  Cessó  la guerra  spietata  che  ferveva  contro  i  Salesiani;  non piü  lettere  procaci,  luridi  anonimí,  cartelli  infamanti  esposti  in  luoghi frequentati;  non  piü  canzonature  e  insulti  ai  piü  noti  amici  della Missione.  Si  era  insomma  rasserenato  l'orizzonte.

Dopo  tanti  anni,  fu  una  buona  volta  permesso  al  Vicario  Apostólico  d'inserire  nella  periódica  relazione  ufficiale  del  Vicariato  alia Santa  Sede  anche  i  dati  riferentisi  a  questa  porzione  del  suo  gregge, fino  allora  sottrattagli  dall'altrui  prepotenza.  Ció  fu  nell'aprile  del 1895.  Ecco  il  punto:  «  In  Rawson,  capitale  del  Chubut,  i  nostri  Sacerdoti  e  le  Suore  di  Maria  Ausiliatrice  sonó  martello  all'eresia  invadente  e  salvaguardia  ai  cattolici  Argentini,  i  cui  figli  frequentano la  Chiesa  ed  i  due  Collegi  della  Missione.  E  poiché  si  sentí  la  manco Lctt.

a Don Rúa, 28 maggio 1893.

Aliargamenti  del  Vicariato  Patagónico  e  nuovi  centri  di  Missione canza  di  un  Ospedale  in  quelle  remote  plaghe,  si  sta  giá  innalzando  coi  soccorsi  della  popolazione  della  Missione  e  si  spera  anche del  Governo.  I  dintorni  di  questa  Missione  sonó  popolati  dalle  tribu degli  Indii  Tehuelches,  i  quali  ascoltano  volentieri  la  voce  del  Vangelo,  predicato a  quando  a  quando  da qualcuno  dei  nostri  MissionariL  » Cosi  riferiva,  fondandosi  sopra  le  informazioni  fornitegli  dai  Missionari;  ma  nell'ottobre  seguente  lo  constató  de  visu.  Quali  fossero diventate  le  disposizioni  degli  animi,  lo  significo  immediatamente  il contegno  genérale  verso  la  sua  persona.  II  Governatore  si  stimó  onorato  di  andaré  a  porgergli  il  benvenuto  a  18  chilometri  da  Rawson; i  principali  della  colonia  italiana  si  presentarono  con  lui  ad  ossequiarlo;  durante  il  mese  di  soggiorno  nella  capitale  tutte  le  Autoritá gli  dimostrarono  simpatia  e  venerazione.  II  Governatore,  saputo  che voleva  recarsi  ira  i  gallensi  per  visitare  le  quattro  o  cinque  famiglie cattoliche,  ve  lo  accompagnó  con  la  sua  carrozza,  A  Rawson  poi  Monsignore  s'interessó  di  tutto  e  di  tutti.  Stabili  una  conferenza  Vincenzina  fra  le  signore;  animó  le  signore,  le  quali  Don  Vacchina  aveva riunite  in  una  fervorosa  Associazione  del  Sacro  Cuore,  e  le  Figlie di  Maria,  presiedendo  due  volte  le  loro  riunioni.  Non  perdette  di vista  gli  Indi;  ma,  approfittando  della  venuta  del  cacico  Salpo,  gli parló  dell'istruzione  religiosa  e  del  battesimo  per  la  sua  gente.  II cacico  acconsenti,  e  Monsignore  senza  perder  tempo  vi  mandó  lo stesso  Don  Vacchina.  Partendo  ricevette  attestati  di  rispetto  da  tutta la  colonia,  dai  connazionali  e  dalle  Autoritá.  Quelli  che  piü  ne  sentirono  la  partenza,  furono  i  fanciulli  e  le  fanciulle  delle  scuole,  ai quali  Monsignore  aveva  dato  molte  prove  di  tenerezza  paterna.

Un  buon  termómetro  per  misurare  la  vita  spirituale  in  una  popolazione  é  il  numero  delle  comunioni.  Per  Rawson  abbiamo  la  statistica  di  quattro  anni  consecutivi,  da  quando  cioé  l'azione  missionaria  cominció  a  produrre  frutti  sensibili,  vale  a  diré  dai  1894.  in quell'anno  le  comunioni  furono  382;  nel  1895  crebbero  a  747;  nel 1896 arrivarono  a  1249;  nel  1897  raggiunsero la  bella  cifra  di  2021.

Entro  il  giro  degli  anni,  di  cui  abbiamo  parlato  qui  sopra,  Mons.

Cagliero,  per  daré  consistenza  all'opera  di  evangelizzazione  compiuta dai  Missionari  con  le  loro  lunghe,  pericolose  e  faticosissime  pere

Capo  XIV grinazioni,  stabili  in  due  altri  punti  del  Rio  Negro,  in  uno  del  Neuquén  e  in  uno  del  Colorado,  quattro  nuove  stazioni  missionarie.  Una stazione missionaria  fissa é  come  nell'arsura  del  deserto  un  punto,  dove rampolli  una  vena  d'acqua:  vi  si  forma  un'oasi,  in  cui  vicino  cresce la  bella  vegetazione  e  da  lontano  vengono  le  carovane  a  cercar  refrigerio.

Le  due  del  Rio  Negro  sorsero  a  Conesa  e  a  Choele-Choél.  Conesa  era  una  piccola  colonia  sulla  sponda  destra  del  gran  fiume,  a  piú di  200  chilometri  da  Viedma,  con  una  popolazione  mista.  Nella  spedizione  militare  del  1879  Don  Costamagna  vi  aveva  battezzato  un certo  numero  di  Indi,  deportati  dal  Colorado.  Dal  1881  in  poi  Don Milanesio  visitava  una  o  due  volte  all'anno  quella  rancieria  o  gruppo di  ranchos,  istruendo  e  battezzando.  Qui  egli  cominció  il  suo  studio della  lingua  araucana  per  farsi  intendere  da  quanti  poco  o  nulla capivano  di  spagnolo.  Ma  vedeva  puré  la  necessitá  che  vi  si  fissasse una  casa  di  Missione  per  tutta  la  zona.  Monsignore  nel  1891  incaricó lui  stesso  di  condurvi  i  primi  Salesiani  e  le  prime  Figlie  di  Maria Ausiliatrice,  allogandoli  in  locali  presi  a  pigione,  di  cui,  finché  fu necessario,  pagarono  il  fitto  i  vicini.  Vi  si  arrivó  all'apostolica,  sprovvisti  di  tutto;  ma  la  gente  della  colonia  venne  in  aiuto,  imprestando mobili  e  portando  viveri.  Alia  Messa  e  alie  piccole  funzioni  intervenivano  molti.  La  prima  festa,  in  onore  del  Patrono  S.  Lorenzo,  si celebró  con  la  maggior  pompa  possibile  mediante  il  concorso  di  tutti, ricchi  e  poveri.  Seguirono  poi  le  altre,  che  elevarono  a  poco  a  poco  il tono  della  vita  religiosa  o  piú  semplicemente  della  vita,  in  un  luogo, dove  per  l'addietro  le  giornate  si  succedevano  grige  grige,  senza  che nulla  mai  facesse  vibrare  lo  spirito  e  lo  portasse  in  alto.  Don  Milanesio  in  procinto  di  lasciare  Conesa  per  lanciarsi  alie  sue  corsé  apostoliche  scrisse  (1):  «La  casa  salesiana  di  Conesa,  sebbene  al  presente  umile  come  la  grotta  di  Betlemme,  spargerá,  speriamo,  benefizi  spirituali  e  temporali  sopra  una  vastissima  zona  popolata  la maggior  parte  da  indigeni  e  semindigeni.»  La  sua  speranza  non ando  delusa  (2).

(1)  Lott.  a  Don  Hua.  lo  setiembre  1891.

(2)  Cfr.  Boíl.  Sal.,  setiembre  1898.

Aliargamenti  del  Vicariato  Patagónico  e  nnovi  centri  di  Missione SulFopposta  sponda  del  fiume,  a  ovest  di  Conesa  e  alia  distanza  di circa  200  chilometri,  é  Choele-Choel.  Riuniti  aveva  un  200  abitaníi, ma  piü  di  2000  sparpagliati  in  uno  spazio  immenso.  Mons.  Cagliero e  i  Missionari,  evangelizzando  lungo  il  Rio  Negro,  ne  facevano  un centro  d'irradiazione.  II  luogo,  indicatissimo  per  una  stazione  permanente,  la  ebbe  nel  1891  da  Don  Bonacina,  che  nella  sua  vita  di privazioni  vi  gustó  molte  consolazioni  spirituali,  frutto  delle  sue  apostoliche  fatiche.

Nel  territorio  del  Neuquen  la  stazione  missionaria  fu  stabilita  a Junin  de  los  Andes,  distante  circa  400  chilometri  dalla  confluenza,  che da  origine  al  Rio  Negro,  e  piü  di  1000  da  Viedma,  dov'era  la  Casa Madre  della  Patagonia  Salesiana.  É  una  localitá  andina  molto  pittoresca.  Qui  soleva  piantare  le  tende  Don  Milanesio,  allorché  percorreva  la  regione.  Nel  1895  Mons.  Cagliero  gli  ordinó  di  gettarvi le  fondamenta  di  una  Casa  salesiana,  destinata  a  spargere  la  luce del  Vangelo  e  della  civiltá  in  mezzo  a  cinquemila  indigeni  di  quelle terre.  Egli  vi  soggiornó  due  anni,  avendo  per  abitazione  due  capanne di  fango  col  tetto  di  paglia.  Trascorreva  le  lunghe  serate  invernali nel  fare  la  dottrina  e  un  po'  di  scuola  ai  fanciulli,  che  poteva  raccogliere;  ma  nei  mesi  della  buona  stagione  dava  Missioni  lungo  le  rive del  Limay  e  de'  suoi  affluenti,  scoprendo  ogni  tanto  nuclei  d'indigeni sperduti  in  seno  alie  immense  valli  (1).  Nel  1897  ricevette  da  Monsignore  l'ordine  di  cercare  a  Buenos  Aires  e  altrove  il  danaro  occorrente  per  fabbricare  a  Junin  un  collegio.  Non  uno,  ma  due  ne  fece sorgere  la  ai  piedi  della  Cordigliera,  essendovisi  eretto  puré  queJ delle  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice.  É  indescrivibile  quante  fatiche  e quanti  sudori  costó  tale  impresa.  Basti  pensare  alie  infinite  distanze, ai  mezzi  di  trasporto  consistenti  in  solé  bestie  da  soma,  alie  strade pressoché  impraticabili,  alia  somma  povertá  degli  abitanti  ed  anche  alie  conseguenze  delle  calamita  che  turbavano  di  tratto  in  tratto la  tranquillitá  della  Repubblica.  Ma  non  si  sarebbe  potuto  escogitare altro  di  meglio  per  radicare  nel  territorio  del  Neuquen  la  fede  e  la vita  cristiana.  Non  molto  lungi  da  Junin  de  los  Andes,  nei  quaranta (1)  Lctt.  n  Don  Rúa,  Buenos  Aires,  5  febbraio  1897.

Capo XIV chilometri  di  terreno  ceduti  a  lui  e  alia  sua  famiglia  dal  Governo argentino,  nella  vallata  del  fiume  Aluminé,  aspettava  malinconicamente  la  fine  de'  suoi  giorni  il  bellicoso  e  debellato  vecchio  cacico Namuncurá,  il  cui  nome  resterá  nella  nostra  storia  associato  a  quello del  suo  figlio  minore,  alunno  dei  collegi  Pió  IX  a  Buenos  Aires  e  di Villa  Sora  a  Frascati,  Fangelico  Zefirino  (1).

Data  puré  dal  1895  la  stazione  di  Fortin  Mercedes  sulla  riva  sinistra  del  Rio  Colorado,  a  meta  strada  fra  Bahia  Blanca  e  Patagones.  É  il  centro  di  una  estesissima  e  poco  popolata  regione;  ma godeva  allora  una  fama  niente  invidiabile.  I  Salesiani  conoscevano da  un  pezzo  la  zona,  avendola  esplorata  piü  volte  nelle  loro  escursioni  evangeliche;  nel  1888  Don  Savio  l'aveva  percorsa  tutta  in  lungo e  in  largo,  facendovi  gran  bene  e  lasciando  di  sé  bella  memoria.  Don Pietro  Bonacina  nel  1892  vi  stette  otto  mesi,  perlustrandola  da  capo a  fondo.  Finalmente  nel  1895  Mons.  Cagliero  vide  la  necessitá  di  stabilirvi  una  residenza  fissa,  donde  si  potesse  esercitare  su  quei  coloni un'azione  continua  e  piü  efficace.  Ne  nomino  capo  il  detto  Don  Bonacina,  anima  di  apostólo.  Egli  gettó  súbito  le  fundamenta  di  due orfanotrofi,  uno  maschile  e  l'altro  femminile.  Alie  forti  spese  per  le costruzioni  provvedeva  una  sottoscrizione  fra  quei  coloni,  molti  dei quali  abbastanza  forniti  di  beni.  Per  tutto  il  rimanente  c'era  il  suo spirito  di  sacrificio.  Alzatosi  per  tempissimo  e  celebrata  la  Messa,  si metteva  a  fabbricare  mattoni  crudi,  con  cui  costruire  le  prime  casette;  quindi  faceva  scuola,  esercitava  il  ministero,  lavorava  fino  a tarda  notte.  Di  forme  atletiche  e  di  forza  erculea,  non  aveva  paura della  fatica  e  sapeva  far  stare  a  dovere  certi  malviventi,  che  avrebbero  voluto  attentare alia  tranquillitá delle  Suore.  Appena ebbe  pronte tre  camere,  raccolse  una  ventina  di  orfanelli.  Inizió  puré  qualche laboratorio.  Altrettanto  fecero  le  Figlie  di  Maria  Ausiliatrice,  arrivate  nel  1896.  Monsignore  visitó  le  due  Case  durante  la  sua  accennata  peregrinazione  del  1897.  Trovó  scarso  personale  e  molta  povertá; tuttavia  il  suo  occ avvenire  grande  e  sicuro.

Infatti  il  Collegio  S.  Pietro,  progredendo  di  anno  in  anno,  venne (1)  Di  luí  ha  pubblicato  rccentcmcnte  una  biografía  il  salcsiano  Don  Castaño  (S.E.I.,  1934).

Aliargameníi  del  Vicariato  Patagónico  e  nuoui  centri  di  Missione a  formare  da  sé  un  piccolo  paese,  riunendo  tutte  le  comoditá  indispensabili  per  le  condizioni  del  luogo  e  per  Tuso  a  cui  era  destinato.

Nel  1900  scriveva  di  la  un  Cooperatore  (1):  «  II  passeggiero  che  parte da  Bahia  Blanca  o  da  Patagones,  dopo  18  o  20  ore  d'incomodissimo viaggio  fra  campi  incolti,  disabitati  e  deserti,  si  senté  allargare  il cuore,  quando  comincia  a  scorgere  da  lontano  quel  bianco  edificio.

Sara  fantasía,  ma  io  provo  una  sensazione  di  piacere  e  di  contento, quando,  lasciati  i  míei  lavori  di  casa,  mi  avvio  al  Fortín  Mercedes.

Non  c'é  paese,  né  autoritá,  né  famiglie,  niente  di  tutto  ció,  ma  c'é il  Collegio  S.  Pietro,  vi  sonó  cola  i  Salesiani  intenti  ai  loro  doveri  e tanto  mi  basta,  e  basta  puré  a  moltissimi  altri,  perché  in  loro  noi troviamo  l'amico  per  fare  quattro  chiacchiere,  il  padre  che  ci  da  savi consigli,  il  medico  che  ci  cura  nelle  malattie  corporali  e  spirituali,  il maestro  che  c'insegna,  ci  consola,  ci  fortifica  e  ci  aiuta.  » Ma  questo  era  ancor  poco;  i  presagi  di  Mons.  Cagliero  si  vedono oggi  avverati  in  una  forma,  che  egli  certo  non  si  poteva  immaginare.  Toccherá  ad  altra  penna  il  compito  di  scrivere  questa  pagina  degli  Annali  (2).  Nel  sogno  missionario  del  1885  (3)  Don  Bosco vide  «  una  casa  con  molti  Confratelli  salesiani,  i  quali  si  esercitavano  nella  scienza,  nella  pietá,  in  varié  arti  e  mestieri  e  nell'agricoltura».  Questi  dati  corrispondono  alia  Casa  di  Fortin  Mercedes, qual  é  al  presente:  Casa  di  formazione  nell'Ispettoria  di  S.  Francesco Saverio,  con  numeroso  studentato  di  chierici,  scuole  professionali, scuola  di  agricoltura,  museo  regionale  e  santuario  di  María  Ausiliatrice,  meta  di  pellegrinaggi.  «A  Sud  era  la  Patagonia»,  soggiungeva  Don  Bosco:  particolare  topográfico  che  conferma  l'identificazione.

(1)  Sig.  Secondino  Brassetti,  Fortin  Mercedes,  20  agosto  1900,  in  Boíl.  Sal.  di  novembre  1900.

(2)  Lo  stato  attuale  dell'opera  si  deve  all'Ispettore  Don  Manachino.  Cfr.  la  voluminosa  monografía:  Misiones  de  Patagonia;  Fortin  Mercedes.

(3)  Annali,  pag.  506.

C A P O  XV I  Salesiani  nella  térra  di  Gesü.

Terrasanta!  Questa  mágica  parola  ha  risvegliato  sempre  nelle anime  cristiane  viví  sentimenti  di  amore,  di  riconoscenza,  di  desiderio.  Piange  il  cuore  al  pensare  quale  scempio  abbiano  fatto  di quei  luoghi  santificati  dalla  vita,  passione  e  morte  del  Salvatore i  scismatici,  gli  eretici,  i  protestanti  ed  i  mussulmani.  I  cattolici che  resistettero  alia  nefasta  penetrazione,  sonó  ridotti  purtroppo a  una  minoranza  quasi  sperduta  nel  maremagno  delle  sétte  avverse,  alie  quali  bisogna  aggiungere  oggi  la  fiumana  degli  Ebrei.

Lavorare  nella  térra  di  Gesü  per  difendere  e  propagare  quella  fede, che  di  la  Gesü  irradio  su  tutto  il  mondo,  fu  sempre  considerato come  una  gloria,  che  ambirono  in  ogni  tempo  cuori  generosi.  infiaminati  d'amor  di  Dio.  Anche  ai  Salesiani  la  Provvidenza  volle concederé  tanta  grazia.

In  Terrasanta  i  Salesiani  non  entrarono  di  propria  iniziativa, ma  vi  iurono  chiamati  ad  assumere  un'Opera  giá  esistente,  a  cui diedero  consistenza,  sviluppo  ed  estensione.  Vedremo  nel  presente capo  i  precedenti  dell'Opera,  diremo  della  sua  cessione  alia  Societá salesiana  e  toccheremo  delle  sue  varié  parti,  rimandando  ad  altro luogo  il  parlare  degli  incrementi.

In  tutto  questo  periodo  di  tempo  primeggia  la  persona  del  Canónico  Antonio  Belloni,  salutato  generalmente  in  Palestina  col  titolo di  Padre  degli  orfani.  Nacque  il  Belloni  a  Borgo  S.  Ágata  nella diócesi  di  Albenga  il  20  agosto  1831.  Chierico  in  Seminario,  sentendosi  chiamato  alie  Missioni,  passó  nel  1855  al  Collegio  Brignole Sale  di  Genova.  Ordinato  sacerdote  il  19  dicembre  1857,  fu  de