Famiglia Salesiana

GFS 2014: Relazioni




«Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo»
Domenica II del tempo ordinario (Ciclo A)

Omelia alla chiusura delle Giornate di Spiritualità della Famiglia Salesiana
Is 49:4.5-6; 1Cor 1:1-3; Gv 1:29-34

Carissimi fratelli e sorelle,

concludiamo questa edizione delle Giornate di Spiritualità della Famiglia Salesiana rendendo lode e grazie al Signore che ci ha congregato, ci ha fatto sentire la sua voce e ci invia alle nostre case, comunità e opere con la missione di additare, come fece il Battista, ai giovani la presenza di Cristo tra noi. Gesù è l’unico che può riempire di gioia, di senso, d’impegno la loro vita perché Egli è “l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”.

In queste giornate abbiamo riflettuto sull’elemento fondamentale della vita umana, e a più ragione della vita cristiana, vale a dire la vocazione alla santità attraverso l’amore. Questo è pure il fondamento della vocazione e della missione salesiana: la spiritualità, che ha come centro la Carità, che Don Bosco ha declinato come una carità educativo pastorale, perché ha come finalità portare i giovani alla pienezza di vita in Cristo. Si tratta di una forma di vita improntata sulla vita teologale, o meglio, sulla vita di Dio in noi attraverso la fede, la speranza e la carità, fino a riprodurre in noi fedelmente l’immagine del Suo Figlio, come ha saputo fare Don Bosco a Valdocco.

Ma abbiamo visto pure che la santità che, è la vocazione comune, va vissuta all’interno della Famiglia Salesiana, secondo la diversità del proprio stato di vita. Il bellissimo mosaico di santità salesiano è la proba più splendida che Don Bosco è stato un grande mistico dell’azione, una saggia guida spirituale, e che alla sua scuola sono diventati santi lui stesso, la sua mamma, i suoi collaboratori più stretti, i suoi primi successori, i suoi ragazzi, Madre Mazzarello, e dietro le loro tracce moltissimi altri hanno fatto della spiritualità salesiana una via sicura di santità. 

La parola di Dio, che abbiamo sentito, ribadisce che la vita è vocazione e che tutte le persone hanno una missione da svolgere: il Servo di Jahvè ha la vocazione appunto di essere servo di Dio e la sua missione è quella di essere “luce dei popoli” e portare la salvezza a tutti. Paolo si è sentito chiamato ad essere “apostolo di Cristo”, con la missione specifica di annunciare Cristo Crocifisso. Giovanni Battista è nato per essere il precursore di Cristo e ha ricevuto sin dal grembo materno la splendida missione di preparare la sua venuta, di riconoscerlo presente in mezzo al popolo ed additarlo ai suoi discepoli come “l’Agnello di Dio”, pieno dello Spirito Santo, il Figlio di Dio riconosciuto dal Padre, e testimoniarlo con la sua parola, la sua vita e la sua morte.

Anche noi, cari fratelli e sorelle, abbiamo, come membri della Famiglia Salesiana, una vocazione: essere servi di Dio, apostoli di Cristo, suoi precursori con la bellissima missione di presentarLo, identificandoLo, al mondo. Altra non è la missione salesiana se non quella di essere credenti che fanno sentire l’alito dello Spirito Santo lì dove ci sono semi di vita, di bene, di verità, di bellezza; che fanno scoprire le tracce di Dio e del suo amore provvidente nella creazione, nella storia; che fanno vedere ai giovani la presenza di Cristo nella sua Chiesa, nei poveri, nei bisognosi e negli emarginati, e lo additano come Colui che cerca il loro cuore, appunto perché capace di appagare i loro desideri più profondi, di non deludere le loro attese, ed incoraggiarli a diventare suoi discepoli missionari, come chiede Papa Francesco.

Senza la testimonianza di Giovanni, Gesù sarebbe passato inavvertito dalla folla. E questo che accadde allora, accade anche oggi, dove sembrano perse le tracce di Dio sul mondo, dove si esperimenta il “silenzio di Dio” e ci si illude di poter vivere prescindendo dalla sua vicinanza solidale, dalla sua presenza amorevole, dal suo impegno salvifico. Il Battista ebbe la grazia di vivere attendendo il Cristo, d’essere preparato per riceverlo, con la mente sempre allerta e il cuore vigile, e quindi di riconoscerlo, quando Lui venne, tra la folla venuta a trovarlo. Proprio perché predicava la conversione, Il Battista ebbe il coraggio d’essere il primo a identificare Gesù come il vincitore del peccato ed ebbe l’audacia di non passare sotto silenzio quanto sapeva. E così, avallato dal Battista, Gesù poté iniziare a manifestarsi tra gli uomini.

Tuttavia il vangelo non vuole solo ricordarci il merito di Giovanni di attendere ed identificare Gesù come l’Agnello di Dio, ma vuole pure richiamare la nostra attenzione sul bisogno della testimonianza cristiana affinché Gesù possa essere riconosciuto e seguito nella nostra generazione, anch’essa bisognosa di redenzione. A poco sarebbe servito il fatto che Dio si fosse incarnato nel figlio di Maria se Gesù non fosse stato accettato come figlio di Dio. Non si deve dimenticare quanto scrive il Prologo del vangelo di Giovanni: “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. Questo capita quando pensiamo di non avere bisogno del Cristo e vogliamo sostituirlo con il progresso della scienza, della tecnica, della economia e, soprattutto con “la cultura del benessere, che, come disse con grande schiettezza Papa Francesco, ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’ indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza”.[1]

Ebbene, se Gesù non avesse contato sulla disponibilità di Giovanni Battista, non sarebbe stato presentato come l’Agnello, l’Uomo ricolmo dello Spirito, il Figlio di Dio. Nell’affermare la missione di Gesù, Giovanni accettò di diminuire la sua: indicando Gesù come l’Agnello che toglie il peccato, inviò verso Lui tutti quelli che erano venuti a vederlo.

Oggi come ieri, o meglio oggi più di ieri, Gesù ha bisogno di persone che lo facciano conoscere. C’è bisogno di persone che facciano vedere la presenza di Dio nel mondo.

Ecco la nostra missione salesiana, cari fratelli e sorelle: essere persone che rendono testimonianza di Gesù ai giovani, specialmente ai più poveri dal punto di vista sociale ed economico, bisognosi dal punto di vista affettivo ed emozionale, a rischio dal punto di vista di perdita di senso della vita, di speranza e di futuro. Non dobbiamo dimenticare che il tentativo di cacciare via Dio della nostra esistenza, non converte la terra in un paradiso. Anzi, rende il nostro lavoro più arduo, la nostra vita più fragile, la vita dei giovani più difficile e meno paradisiaca tutta la nostra terra.

È interessante questa scelta pedagogica di Dio di farsi precedere da precursori. Una scelta che porta frutti abbondanti quando le persone scelte svolgono fino in fondo il loro ruolo, si identificano con il volere di Dio. Questo è quanto ha fatto Don Bosco che da credente camminò per la storia “come si vedesse l’Invisibile” e incanalò tutte le sue energie al servizio di una unica causa: la salvezza dei giovani, e per realizzare questa missione diede luogo a ogni tipo di iniziative ed opere, tra le altre la fondazione della Famiglia Salesiana, non avendo di mira altro che le anime: “Da mihi animas”.

Sono sicuro che le vocazioni per tutti i nostri istituti si moltiplicheranno, saranno più salde e renderanno più frutto se i giovani – ragazzi e ragazze – che frequentano le nostre opere o che curiamo nelle diverse attività di ogni tipo troveranno in noi un Giovanni Battista che indichi loro Gesù, che gli faccia conoscere la sua identità profonda e li guidi alla sua sequela.

Quale bella missione ci affida il Signore! Svolgiamola con gioia, con convinzione e con generosità. Cristo è diritto di tutti. Additiamo la sua presenza tra noi e portiamo i giovani all’incontro personale con Lui.

Roma, Salesianum – 19 Gennaio 2014

Don Pascual Chávez V., sdb
Rettor Maggiore

[1] Messaggio di Papa Francesco nel suo viaggio a Lampedusa,

La Carità Pastorale
Centro e sintesi della spiritualità salesiana

Don Pascual Chávez,
Rettor Maggiore

Abbiamo visto che “tipo” di persona spirituale è Don Bosco: profondamente uomo e totalmente aperto a Dio; come l’armonia tra queste due dimensioni si è costruita in un progetto di vita assunto con decisione: il servizio ai giovani. Lo rileva questo commento: “Non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa alcuna che non avesse di mira la salvezza della gioventù"[1].

Se si esamina però il suo progetto per i giovani si vede che ha un “cuore”, un elemento che gli dà senso, originalità: “Realmente non ebbe a cuore altro che le anime"[2].

C’è quindi una spiegazione ulteriore e più puntuale dell’unità della sua vita: voleva, con la sua dedizione ai giovani, comunicare loro l’esperienza di Dio. La sua era non solo generosità, ma carità pastorale. Questa viene detta “centro e sintesi” dello spirito salesiano[3].

“Centro e sintesi” è un’affermazione impegnativa. E' più facile enumerare vari tratti, anche fondamentali della nostra spiritualità, senza impegnarsi a stabilire tra di essi un rapporto o una gerarchia, che selezionarne uno come principale. In questo caso bisogna entrare nell’anima di Don Bosco o del salesiano e scoprire quello che spiega il suo stile.

Per capire che cosa include la carità pastorale facciamo tre passi: riflettiamo prima sulla carità, poi sulla specificazione pastorale, e infine sulla carità pastorale salesiana.

  1. La carità

Un’espressione di San Francesco di Sales dice: “L’uomo è la perfezione dell’universo; lo spirito è la perfezione dell’uomo; l’amore è la perfezione dello spirito; e la carità è la perfezione dell'amore"[4].

E' una visione universale che colloca in scala ascendente quattro modi di esistere: l’essere, l’essere persona, l’amore come forma superiore a qualsiasi altra forma coscienza e rapporto umano, la carità come espressione massima dell’amore.

L’amore rappresenta il punto ottimale della maturazione di qualsiasi persona, cristiana o no. Lo sforzo educativo si propone di portare la persona ad essere capace di donarsi, ad un amore di benevolenza.

Gli psicologi, e non solo Gesù Cristo, dicono che la personalità completa e felice è capace di generosità e disinteresse, e previene l’amore che sia soltanto di concupiscenza, cioè per la propria soddisfazione di essere amato. Diverse forme di nevrosi o di perturbazione della personalità derivano dall’essere centrati su di sé. E le relative terapie tendono tutte ad aprire e decentrare verso gli altri.

La carità è poi la proposta principale in ogni spiritualità: è non solo il primo e principale comandamento; e dunque il programma principale per il cammino spirituale, ma anche la fonte di energia per progredire. C’è su di essa un’abbondante riflessione soprattutto in San Paolo[5] e San Giovanni[6].

Prendiamo solo alcuni nuclei.
L’accendersi della carità in noi è un mistero e una grazia; non proviene da iniziativa umana ma è partecipazione alla vita divina ed effetto della presenza dello Spirito. Non potremmo amare Dio se Lui non ci avesse amato per primo, facendocelo sentire e dandoci il gusto e l’intelligenza per corrispondervi. Non potremmo nemmeno amare il prossimo e vedere in esso l’immagine di Dio, se non avessimo l’esperienza personale dell’amore di Dio.

“L’amore che Dio ha per noi si è diffuso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato"[7]. D’altra parte anche l’amore umano non ha spiegazione razionale, e per questo si dice che è cieco. Nessuno riesce a determinare con esattezza perché una persona si innamori di un’altra.

Per questa sua natura, di essere partecipazione alla vita divina e comunione misteriosa con Dio, la carità crea in noi la capacità di scoprire e percepire Dio: la religione senza la carità allontana da Dio. L’amore autentico, anche solo umano, porta coloro che sono lontani verso la fede e l’ambiente religioso. La parabola del buon samaritano mette a fuoco il rapporto religione-carità a vantaggio di quest’ultima.

Lo riassumerà San Giovanni: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio perché Dio è amore"[8]. Il significato del verbo “conoscere” è “fare esperienza”, piuttosto che avere nozioni esatte: chi ama fa una certa esperienza di Dio.

Poiché la carità è la facoltà che ci permette di conoscere Dio per esperienza, è anche quella che ci abilita a goderlo: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente..."[9].

Perciò non è solo una virtù particolare, ma la forma e la sostanza di tutte le virtù e di tutto quello che costruisce la persona: “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli... e se avessi il dono della profezia... e se distribuissi tutte le mie sostanze ai poveri... e se possedessi la pienezza della fede sì da trasportare le montagne... ma non avessi carità niente mi giova"[10].

Per questo la carità e ciò che da essa procede sono realtà che perdurano, resistono al tempo: “La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà, la scienza svanirà. Quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà"[11]. Ciò si applica non solo alla vita, ma alla nostra storia. Quello che si edifica sull’amore rimane e costruisce la nostra persona, la nostra comunità, la nostra società. Mentre quello che si fonda sull’odio e sull’egoismo si consuma.

Perciò la carità è il più grande e la radice di tutti i carismi, attraverso cui si costruisce e opera la Chiesa. Proprio dopo aver spiegato la finalità e l’impiego dei diversi carismi, San Paolo introduce il discorso della carità con queste parole: “Aspirate ai carismi più grandi e io vi mostrerò la via migliore"[12].

E' il carisma principale anche quando si esprime con gesti quotidiani e non presenta niente di straordinario o vistoso: quanto “è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace nella verità. Tutto crede, tutto spera, tutto sopporta"[13].

Anche per Don Bosco e Madre Mazzarello, come per tutti i santi, la carità è centrale. E' l’insistenza principale della loro vita. Conviene saperlo e dirlo. Ogni tanto infatti qualche salesiano ne fa esperienza, scopre l’importanza della carità in un movimento ecclesiale, dopo molti anni di vita in congregazione. Sembra che in essa non ne avesse sentito parlare con efficacia e non l’avesse potuto vivere con intensità.

Nel sogno dei diamanti - che è una parabola dello spirito salesiano - la carità viene collocata davanti e proprio sul cuore del personaggio: “Tre di quei diamanti erano sul petto... su quello che si trovava sul cuore era scritto: CARITÀ"[14]. Si sa che in questo sogno o parabola ciò che è collocato davanti è la parte fondamentale del nostro spirito.

Inoltre, la carità viene raccomandata dai nostri fondatori in forme molteplici: come base della vita di comunità, come principio pedagogico, come fonte della pietà, condizione dell’equilibrio e della felicità personale, pratica di virtù specifiche, quali l’amicizia, la buona educazione, la rinuncia a propri interessi.

Anche nelle nostre Costituzioni imparare ad amare, è la finalità della vita religiosa medesima: “Un cammino che conduce all'amore"[15]  L’insieme di pratiche e discipline, di norme e insegnamenti spirituali vorrebbe ottenere una sola cosa: renderci capaci di accogliere gli altri e metterci a loro servizio con generosità.

  1. La carità pastorale

La carità ha molte manifestazioni: l’amore materno, l’amore coniugale, la beneficenza, la compassione. Nella storia della santità le espressioni coprono tutti gli ambiti della vita umana.

I Salesiani (SDB) e le Figlie di Maria Ausiliatrice (FMA) parlano di una carità “pastorale”.
Questa espressione appare molte volte nelle loro Costituzioni, documenti e discorsi. Che cosa significhi carità pastorale lo dice bene il Concilio quando, riferendosi a coloro che si prendono cura di educare alla fede, dice: “Viene data loro la grazia sacramentale, affinché orando, santificando e predicando... esercitino un perfetto ministero di carità pastorale: non temano dunque di donare la vita per le loro pecore e, facendosi modello del gregge, muovano la chiesa anche con l’esempio verso una più grande santità"[16].
La parola pastorale sta ad indicare una forma specifica di carità. Fa risalire mentalmente alla figura di Gesù Buon Pastore[17]. Non soltanto però alle modalità del suo operare: bontà, ricerca di chi si è perso, dialogo, perdono. Ma anche e soprattutto quanto alla sostanza del suo ministero: rivelare Dio a ciascun uomo e a ciascuna donna.

E' più che evidente la differenza con altre forme di carità che rivolgono attenzione preferenziale a particolari bisogni delle persone: salute, cibo, lavoro.

L’elemento tipico della carità pastorale è l’annuncio del Vangelo, l’educazione alla fede, la formazione della comunità cristiana, la lievitazione evangelica dell’ambiente. Chiede dunque disponibilità piena e donazione per la salvezza dell’uomo, come viene prospettata da Gesù: di tutti gli uomini, di ogni uomo, anche di uno solo. Don Bosco, e dietro di Lui i salesiani, esprimono questa carità con una frase: Da mihi animas, coetera tolle.

I grandi istituti e le grandi correnti di spiritualità hanno condensato il cuore del proprio carisma in una breve frase. “Per la maggiore gloria di Dio”, dicono i gesuiti; “Pace e bene” è il saluto dei francescani; “Prega e lavora” è il programma dei benedettini; “Contemplare e consegnare agli altri le cose contemplate” è la norma dei domenicani.

I testimoni della prima ora e la riflessione successiva della Congregazione hanno portato alla convinzione che l’espressione che riassume la spiritualità salesiana è proprio il “Da mihi animas”.

Certo l’espressione ricorre con frequenza sulle labbra di Don Bosco e ha influito sulla sua fisionomia spirituale. E' la massima che impressionò Domenico Savio nell’ufficio di Don Bosco ancora giovane sacerdote (34 anni) e lo mosse a un commento rimasto famoso: “Ho capito che qui non si fa negozio di danaro, ma di anime. Ho capito: spero che l’anima mia farà anche parte di questo commercio"[18]. Per questo ragazzo fu chiaro dunque che Don Bosco non gli offriva solo istruzione e casa, ma soprattutto un’opportunità di crescita spirituale.

L’espressione è stata raccolta nella Liturgia: “Suscita anche in noi la stessa carità apostolica che ci spinge a cercare le anime per servire te, unico e sommo bene”.

Era giusto che così fosse, dato che Don Bosco l’aveva avuto come intenzione permanente nella fondazione delle associazioni: “Il fine di questa società, se lo si considera nei suoi membri, non è altro che un invito a unirsi spinti dal detto di Sant’Agostino: “divinorum divinissimum est in lucrum animarum operare”[19].

  1. Carità pastorale salesiana

Nella storia leggiamo: “La sera del 26 gennaio 1854, ci siamo radunati nella camera di Don Bosco e ci venne proposto di fare con l’aiuto del Signore e di San Francesco di Sales una prova di esercizio pratico di carità... d’allora è stato dato il nome di salesiani a coloro che si proposero o si proporranno questo esercizio"[20].

Dopo Don Bosco, i singoli Rettori Maggiori, da testimoni autorevoli, hanno riaffermato la stessa convinzione. E' interessante il fatto che tutti si siano premurati di ribadirlo con una convergenza che non lascia spazio al dubbio.

“Don Rua ha potuto affermare ai processi: Lasciò che altri accumulasse beni... e corresse dietro gli onori; Don Bosco realmente non ebbe a cuore altro che le anime: disse col fatto, non solo con la parola: Da mihi animas, coetera tolle”.
Anche Don Albera, che ebbe una lunga consuetudine con Don Bosco, attesta: “Il concetto animatore di tutta la sua vita era di lavorare per le anime fino alla totale immolazione di se stesso... Salvare le anime... fu, si può dire, l’unica ragione del suo esistere"[21].

Più incisivamente, anche perché mette a fuoco le motivazioni profonde dell’agire di Don Bosco, Don Filippo Rinaldi vede nel motto: “Da mihi animas”, il segreto del suo amore, la forza, l’ardore della sua carità.

Riguardo alla consapevolezza attuale, dopo il ripensamento della vita salesiana alla luce del Concilio, così si esprime il Rettor Maggiore Don Egidio Viganò: “La mia convinzione è che non c’è nessuna espressione sintetica che qualifichi meglio lo spirito salesiano di questa scelta dello stesso Don Bosco: “Da mihi animas, coetera tolle”.

Essa sta ad indicare una ardente unione con Dio che ci fa penetrare il mistero della sua vita trinitaria manifestata storicamente nelle missioni del Figlio e dello Spirito quale Amore infinito “ad hominum salutem intentus”[22].

Da dove viene e che significato preciso può avere oggi questa espressione o motto? Dico oggi, quando la parola anima non esprime e non evoca quello che richiamava in epoche precedenti.

L’espressione si trova nella Genesi, al capitolo 14. Quattro re alleati fanno guerra ad altri cinque, tra i quali c’è quello di Sodoma. Durante il saccheggio della città cade prigioniero anche Lot, nipote di Abramo, con la sua famiglia. Abramo viene avvisato. Parte con la sua tribù, dopo aver armato gli uomini. Sconfigge i predatori, ricupera il bottino e riscatta le persone. Allora il re di Sodoma, grato, gli dice: “Dammi le persone, il resto è per te”. La presenza di Melchisedek, sacerdote di cui non si conosce l’origine, dà un particolare senso religioso e messianico al brano, soprattutto per la benedizione che pronuncia su Abramo. Dunque una situazione tutt’altro che “spirituale”. Nella richiesta del re c’è però la netta distinzione tra persone e “roba”, le cose.

Don Bosco dà all’espressione una interpretazione personale entro la visione religioso-culturale del secolo scorso. “Anima” indica l’elemento spirituale dell’uomo, centro della sua libertà e ragione della sua dignità, spazio della sua apertura a Dio. L’espressione di Gen. 14,21 in Don Bosco assume caratteristiche proprie, dal momento che del testo biblico fa una lettura accomodatizia, allegorica, giaculatoria, eucologica: animas sono gli uomini del suo tempo, sono i ragazzi concreti con cui ha da fare; cetera tolle significa il distacco dalle cose e creature, un distacco che in lui non è traducibile nel senso di annientamento di sé, di annientamento in Dio, come ad esempio nei teologi contemplativi o mistici; in lui il distacco è uno stato d'animo necessario per la più assoluta libertà e disponibilità alle esigenze dell'apostolato stesso.

L’intreccio dei due significati, quello biblico e quello dato da Don Bosco, avvicinato alla nostra cultura indica scelte molto concrete.

In primo luogo, la carità pastorale prende in considerazione la persona e si rivolge ad essa: a tutta la persona; prima e soprattutto le interessa la persona, sviluppare le sue risorse. Dare “cose” viene dopo; il fare un servizio è in funzione della crescita della coscienza e del senso della propria dignità.

Inoltre la carità che guarda soprattutto alla persona è guidata da una “visione” di essa. La persona non vive di solo pane; ha bisogni immediati, ma anche aspirazioni infinite. Desidera beni materiali, ma anche valori spirituali. Secondo l’espressione di Agostino “è fatta per Dio, assetata di lui”.
Perciò la salvezza che la carità pastorale cerca e offre è quella piena e definitiva. Tutto il resto viene ordinato ad essa: la beneficenza all’educazione; questa all’iniziazione religiosa; l’iniziazione religiosa alla vita di grazia e alla comunione con Dio.

In altre parole si può dire che nella nostra educazione o promozione diamo il primato alla dimensione religiosa. Non per proselitismo, ma perché siamo convinti che essa costituisce la sorgente più profonda della crescita della persona. In un tempo di secolarismo, quest’orientamento non è di facile realizzazione.

La massima da mihi animas contiene anche un’indicazione di metodo: nella formazione o rigenerazione della persona bisogna far forza e ravvivare le sue energie spirituali, la sua coscienza morale, la sua apertura a Dio, il pensiero del suo destino eterno. La pedagogia di Don Bosco è una pedagogia dell’anima, del soprannaturale. Quando si arriva a toccare questo punto comincia il vero lavoro di educazione. L’altro è propedeutico o preparatorio.

Don Bosco lo afferma con chiarezza nella biografia di Michele Magone. Questi passa dalla strada all’oratorio. Si sente contento ed è, umanamente parlando, un bravo ragazzo: è spontaneo e sincero, gioca, studia, fa amicizie. Gli manca una cosa: capire la vita di grazia, il rapporto con Dio, e intraprenderla. E' religiosamente ignorante o svagato. Ha una crisi di pianto quando si paragona con i compagni e nota che gli manca questo. Allora Don Bosco parla con lui. Da quel momento comincia il cammino educativo descritto nella biografia: dalla consapevolezza e assunzione della propria dimensione religioso-cristiana.

C’è dunque una scelta e una ascesi per chi è mosso dalla carità pastorale: “Coetera tolle”, “Lascia tutto il resto”. Si deve rinunciare a molte cose per salvare la cosa principale; si possono affidare ad altri e anche tralasciare molte altre attività pur di avere tempo e disponibilità per aprire i giovani a Dio. E ciò non solo nella vita personale ma anche nei programmi e nelle opere apostoliche.

“Chi percorre la vita di Don Bosco, seguendo i suoi schemi mentali ed esplorando le tracce del suo pensiero trova una matrice: la salvezza nella chiesa cattolica, unica depositaria dei mezzi salvifici. Egli sente come la sfida della gioventù abbandonata, povera, vagabonda svegli in Lui l’urgenza educativa di promuovere l’inserimento di questi giovani nel mondo e nella Chiesa mediante metodi di dolcezza e carità; ma con una tensione che ha la sua origine nel desiderio della salvezza eterna del giovane"[23].

  1. Sintesi del percorso fatto

Come sintesi riprendiamo le idee fondamentali della nostra riflessione.

  • La nostra è una spiritualità apostolica: si esprime e cresce nel lavoro pastorale.
  • L’apostolato diventa un’autentica esperienza spirituale, e non consumo di energie, stress e logoramento, se ha come anima la carità; essa dà facilità, fiducia, gioia nel lavoro pastorale.
  • Affinché l’apostolato costituisca “spiritualità” e non sia consumo di energie, con possibile logoramento, deve avere un’anima: è la carità. Essa dà facilità, fiducia, gioia nel lavoro pastorale.
  • La carità realizza l’unità nella vita del salesiano. Compone le tensioni che sorgono tra azione e preghiera, tra vita comunitaria e impegno apostolico, tra educazione ed evangelizzazione, tra professionalità e apostolato.
  • Tutto l’impegno della nostra vita spirituale consiste nel ravvivare la carità pastorale, purificarla, intensificarla: “Ama et fac quod vis”.

[1] Costituzioni SDB 21

[2] Costituzioni SDB 21

[3] Costituzioni SDB 10; Costituzioni FMA 80

[4] cf San Francesco di Sales, Trattato dell'amore di Dio, Vol II, libro X, c. 1

[5] cf 2 Cor 12, 13-14

[6] 1 Gv 4

[7] Rom 5,5

[8] 1 Gv 4,7-8

[9] 1 Cor 13,12

[10] 1 Cor 13,1-3

[11] 1 Cor 13,8-10

[12] 1 Cor 12,31

[13] 1 Cor 13,4-6

[14] MB XV pag. 183 (Tutto il famoso "Sogno")

[15] Costituzioni SDB 196

[16] LG 41

[17] cf Gv 10

[18] G. Bosco, Vita di San Domenico Savio, SEI Torino, 1963, capo VIII pag. 34

[19] MB VII, pag. 622

[20] MB V, pag. 9

[21] P. Brocardo, Don Bosco profondamente uomo - profondamente santo, LAS ROMA 1985, pag. 84

[22] P. Brocardo, Don Bosco profondamente uomo - profondamente santo, LAS ROMA 1985, pag. 85

[23] P. Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. II, PAS VERLAG, Zurigo 1969, pag. 13

Considerazioni intorno alla sensibilità spirituale di don Bosco e chiavi interpretative per accostare il suo insegnamento

Don Aldo Giraudo sdb

Don Bosco è uno scrittore molto prolifico. Tuttavia non è ritenuto un “autore spirituale”, nel senso specifico del termine. Fra la quantità e la varietà delle sue opere e dei suoi scritti non troviamo testi analoghi alle testimonianze autobiografiche di santa Teresa d’Ávila, di san Giovanni della Croce o di Teresa di Lisieux. Né egli ha composto trattati o manuali di vita spirituale affini agli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, al Combattimento spirituale di Lorenzo Scupoli, alla Introduzione alla vita devota di Francesco di Sales, all’Esercizio di perfezione e di virtù cristiane di Alonso Rodriguez o alle operette ascetiche di sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Ma è altrettanto certo che don Bosco, educatore cristiano della gioventù, fondatore di famiglie di consacrati e di consacrate, è stato un uomo di profonda vita interiore e una vera guida spirituale. Lo riconoscono coloro che sono stati da lui formati. Lo dimostra la vasta e vivace fioritura di santità salesiana nel tempo.

In verità egli ci ha lasciato una sostanziosa testimonianza del suo insegnamento spirituale sparsa nei numerosi scritti e documentata nelle memorie raccolte dai discepoli. Per questo può essere considerato un “maestro di vita spirituale” nel senso specifico della parola: per la sua fecondissima azione di formatore di santi, di direttore spirituale di comunità e di singoli, di fondatore di congregazioni, di iniziatore di un movimento storico dai tratti inconfondibili, che si configura come una feconda scuola di santità cristiana .

Sulle dipendenze e sull’originalità degli insegnamenti spirituali di don Bosco cf Pietro Stella, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica. Vol. II. Mentalità religiosa e spiritualità, Roma, LAS 1981. Tra le più significative sintesi della spiritualità di don Bosco, oltre a quella di P. Stella, ricordiamo: Francis Desramaut, Don Bosco et la vie spirituelle, Paris, Beauchesne 1967 (tradotto in spagnolo, inglese, italiano e altre lingue); Joseph Aubry, “La scuola salesiana di don Bosco”, in Ermanno Ancilli, Le grandi scuole della spiritualità cristiana, Roma, Pontificio Istituto di Spiritualità del Teresianum; Milano, O.R. 1984, pp. 669-698; Pietro Scotti, La dottrina spirituale di don Bosco, Torino, SEI 1939; Alberto Caviglia, “Savio Domenico e Don Bosco. Studio”, in Opere e scritti editi e inediti di Don Bosco. Vol. IV, Torino, SEI 1943, pp. 5-590; Id., Il “Magone Michele” una classica esperienza educativa. Studio, in Opere e scritti editi e inediti... Vol. V, Torino, SEI 1965, pp. 131-200; Id., Un documento inesplorato. La Vita di Besucco Francesco scritta da Don Bosco e il suo contenuto spirituale, in Opere e scritti editi e inediti... Vol. VI, Torino, SEI 1965, pp. 105-262.

Dunque, mi pare opportuno offrire alcune considerazioni e sei chiavi interpretative che possano aiutare a comprendere alla spiritualità di don Bosco e, in particolare, a leggere con frutto l’antologia di tesi allestita per questo terzo anno di preparazione al Bicentenario della nascita del nostro Padre.
Considerazioni sulla specificità spirituale di don Bosco

1. Nell’ambito della storia della spiritualità, se confrontiamo i tratti qualificanti del suo magistero e della sua prassi con quelli di altre scuole spirituali, scopriamo indubbie sintonie con gli insegnamenti di san Francesco di Sales, troviamo anche sostanziosi elementi assimilati, attraverso la scuola di san Giuseppe Cafasso, dalla morale e dall’ascetica di sant’Alfonso de’ Liguori, dalla spiritualità classica, dalla letteratura gesuitica. Nel suo apostolato, poi, specialmente nella luminosa e familiare carità verso i giovani, si intravvedono molti punti di contatto con san Filippo Neri e altri santi educatori della Riforma cattolica.

Tuttavia don Bosco rimane inconfondibile. È vero che, attraverso l’Introduzione alla vita devota e i Trattenimenti spirituali, Francesco di Sales gli trasmette, rielaborata, la sostanza della spiritualità italiana dell’Umanesimo devoto, che enfatizza la bellezza della pietà, sorgente di gaudio spirituale; mantiene l’equilibrio tra volontà umana e grazia; ama semplificare le pratiche per metterle alla portata delle persone più comuni. La scuola spirituale italiana tra 1500 e 1600 ha anche un atteggiamento combattivo, che deriva dalla consapevolezza della presenza nel cuore dell’uomo della “doppia legge”, per cui sprona al “combattimento spirituale”, all’esercizio cioè della mortificazione dei sensi, dell’orazione e della pratica sacramentale, ma in prospettiva di crescita virtuosa e gaudiosa (non nel senso medievale del contemptus mundi). Come Francesco di Sales, don Bosco guarda con ottimismo a questa lotta nella sicurezza della vittoria, per la sua fede nella potenza della grazia santificante, nell’efficacia del sangue di Cristo che feconda lo sforzo umano e rende possibili cammini di santità a tutti, anche ai piccoli, ai ragazzi, agli ultimi.

È qui uno dei sui tratti spirituali caratterizzanti: alla vita virtuosa e alla santità sono chiamati anche i ragazzi, gli adolescenti. In considerazione della struttura psicologica di questi, egli cura le piccole cose, conferisce maggiore importanza alla mortificazione interiore che a quella corporale; fa leva sulla gioia del cuore e sull’affettività nella pietà; insiste sull’unificazione della vita di preghiera e della vita attiva; educa ad uno spirito di adattamento e di conciliazione, senza mai declinare dalla totalità del dono di sé a Dio. Soprattutto spalanca orizzonti di senso, terreni e ultraterreni, affascinanti e stimolanti.

2. In don Bosco il “darsi a Dio”, suggerito con insistenza ai giovani, non coincide semplicemente col tradizionale richiamo alla conversione dei predicatori del suo tempo (“Colui il quale differisce la sua conversione corre gran pericolo che gli manchi il tempo, la grazia o la volontà” e rischia l’eterna dannazione: lo aveva sentito da ragazzo a Buttigliera). Nonostante i gusti del tempo, in lui l’esortazione acquista tonalità luminose: è invito ad aprirsi con generosità al primato dell’amore divino, ad offrire la propria vita a Dio senza condizioni e con slancio amoroso, superando ogni attaccamento e ripiegamento, varcando la soglia dei piccoli orizzonti e dei piccoli interessi. Si tratta sostanzialmente di aiutare ciascuno ad appropriarsi, in modo pieno e definitivo, delle promesse battesimali, ad attualizzarle, a realizzare, cioè, il battesimo nella propria condizione di ragazzo o di adolescente come stile di vita, in una sequela innamorata, incondizionata ed entusiasta di Cristo; a mettere gioiosamente e operativamente Dio al centro del proprio vissuto, dei pensieri, degli affetti e degli interessi; e lasciarsi trasfigurare dal suo Spirito.

Il nostro santo Fondatore Bosco è convinto che da questo passo fondamentale scaturisca un potente dinamismo interiore: il solo capace di svegliare le energie più profonde di ciascuno, di maturare persone riuscite e serene, di produrre nel quotidiano frutti spirituali fecondi, di innescare cammini di purificazione e di costruzione virtuosa, di aprire alla santità operativa: cioè ad un vissuto cristiano integrale e gioioso che si esprime nell’esercizio abituale pratico della fede e della carità, nell’unione con Dio, nella fedeltà indiscussa agli impegni presi e ai doveri del proprio stato, in un vissuto fervido, gaudioso, in feconde relazioni umane e in una tensione ardente al compimento perfetto in Dio della “beata speranza”.

3. Come possiamo constatare nella vita di don Bosco, nella sua umanità e nell’esperienza di coloro che a lui si sono affidati, la conseguenza di questa scelta è la progressiva maturazione di personalità simpatiche e robuste, connotate da libertà di spirito, da fedeltà, dall’osservanza obbediente e gioiosa, da fortezza d’animo e dalla tenuta nelle avversità, dall’operosità proattiva, dalla capacità di vedere lontano, di guardare oltre; permeate di bontà e di amabilità affettuosa; propense al servizio oblativo del prossimo.

Tutto ciò è anche frutto di un accompagnamento, di un’educazione alla consapevolezza e l’accoglienza di sé (senza scrupoli né angosce), della formazione al superamento di sé attraverso un impegno costante – battagliero e dolce insieme –, di oblatività e servizio verso il prossimo, di equilibrata mortificazione dei sensi, di purificazione del cuore e di esercizio delle virtù. È il risultato di una mistagogia spirituale capace di introdurre alla preghiera, di curare un’interiorità affettuosa con Dio, di formare un atteggiamento progressivo di gioiosa obbedienza alla volontà divina che si traduca anche in umile testimonianza evangelica, in tensione apostolica, in impegno vocazionale a servizio della Chiesa e della società.

Quindi, da questo punto di vista, quella di don Bosco è più un’ascetica che una mistica, anche se il dinamismo centrale è dato soltanto dall’amor di Dio reso operante; anche se il tipo di pietà, di devozione, che egli promuove è caratterizzato dalla perfetta unificazione dell’azione e della contemplazione. E non poteva essere diversamente dato il suo carattere di contemplativo operante e di apostolo della contemporaneità, dato il suo proposito di voler essere luce e sale, lievito evangelico nella città terrestre in prospettiva della città celeste.

4. Chi leggerà questa antologia, si accorgerà presto di alcune insistenze, di temi ricorrenti. Sono tratti inconfondibili di don Bosco, come il “servite Domino in laetitia”; come l’insistenza sulla centralità dell’obbedienza quale via di perfetta conformazione a Cristo nel dono di sé; come l’accento posto sulla “bella virtù”, la virtù della castità, perno della maturazione umana e cristiana, via per raggiungere un equilibrio generale degli affetti e un’intimità amorosa e verace con Dio, amato sopra ogni cosa; come la valorizzazione pedagogica dei sacramenti; come la promozione di una forma di devozione mariana inscindibile dal deciso orientamento interiore verso la perfezione virtuosa nella corrispondenza attiva al lavoro della grazia, nello zelo per la gloria di Dio, nello spirito di orazione, nell’esercizio delle virtù quotidiane, nel fervore eucaristico e apostolico: una devozione mariana capace di accendere nel cuore dei giovani il desiderio di più alta perfezione, come scrisse don Caviglia.

Qui va anche collocata l’insistenza sulla frequenza sacramentale e sul compito del confessore-educatore, dell’amico dell’anima che – guadagnata la fiducia e la confidenza del ragazzo –insegna l’arte dell’esame di coscienza, forma alla contrizione perfetta, stimola il proposito efficace, guida sui sentieri delle purificazioni e degli esercizi virtuosi, introduce al gusto della preghiera e alla pratica della presenza di Dio, insegna le vie di una feconda comunione col Cristo eucaristico. Confessione e comunione frequente sono intimamente legate nella pedagogia spirituale di don Bosco. Con la confessione assidua e regolare si promuove la vita “in grazia di Dio” e si alimenta la tensione virtuosa che permette di accostarsi in modo sempre più “degno” alla comunione frequente; nello stesso tempo si creano le condizioni perché attraverso la comunione eucaristica Dio possa prendere “possesso” del cuore in modo definitivo, perché la grazia trovi condizioni interiori ideali che le permettano di operare efficacemente, trasformare e santificare.

Questi caratteri impregnano tutto il magistero spirituale di don Bosco. Anche la spiritualità del religioso e della religiosa salesiana ne è imbevuta. La decisa consegna di sé a Dio proposta ai giovani assume, nella consacrazione religiosa, un movimento più radicale, totalizzante, che accentua il primato assoluto di Dio e le esigenze operative di una sequela incondizionata espressa con la professione dei voti, di una volontà di conformazione al Cristo offerto e immolato. La sostanza è la stessa.
Alcune chiavi interpretative per entrare nella visione spirituale di don Bosco
Il lettore di oggi, accostando i testi di don Bosco, si rende conto che egli scrive per giovani, per adulti, per religiosi e religiose del suo tempo. È certo che il suo discorso continua ad essere stimolante anche per noi, ma la distanza culturale e spirituale si percepisce. La lettura sfida la nostra capacità di interpretazione, stimola la nostra collaborazione attiva, fa appello alle nostre conoscenze storiche, culturali, teologiche... Quindi, per ridurre la complessità, mi pare conveniente indicare sei chiavi interpretative utili per entrare nella visione e nella sensibilità spirituale di don Bosco e aiutare il lettore di oggi riformulare gli aspetti identitari della sua spiritualità in altri orizzonti culturali e in prospettive teologiche differenti.

1. Prima chiave interpretativa: don Bosco, (lo vediamo nei suoi scritti e nelle scelte operative), ha una concezione religiosa della storia. Nel suo modo di vedere, la storia umana e il cuore di ogni singola persona sono il luogo dell’azione salvifica di Dio, in una dialettica perenne tra tempo ed eternità, tra grazia e debolezza, tra peccato e redenzione. Il Dio della Bibbia, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo, non è un Dio lontano che osserva gli eventi dall’alto: è vicino, attivo, coinvolto nelle vicende umane; il suo Spirito riempie la terra e la vivifica, la lavora, la fa fruttificare. Inoltre don Bosco è convinto che il sangue di nostro Signore Gesù Cristo per la salvezza dell’umanità, non è versato invano. La grazia e l’amore di Dio per l’uomo, sono più forti di ogni forma di male, di ogni resistenza e opposizione. E l’uomo – per quanto fragile e peccatore – non è abbandonato a se stesso. Il Creatore, in Gesù Salvatore e Redentore, si protende verso di noi, non soltanto per salvarci, ma per santificarci, per trasfigurarci, per unirci a sé nell’amore. Per questo don Bosco ha una fiducia incondizionata in Dio e nella potenza della sua grazia: in quel Dio che si dà a noi totalmente, che offre il suo Figlio unigenito fino al sacrificio della croce perché nessuno vada perduto, perché tutti possano vivere da figli suoi. Dunque, non dubita mai. Scrive ad un parroco scoraggiato nel 1878: [Lei mi dice:] “Sono buono a poco? [Ed io rispondo:] Omnia possum in eo qui me confortat. […] I tempi sono difficili? Furono sempre così, ma Dio non mancò mai del suo aiuto: Christus heri et hodie” .

San Giovanni Bosco, Insegnamenti di vita spirituale. Un’antologia, Roma, LAS 2013, p. 137

2. Seconda chiave interpretativa. Da questa visione teologica e da questa indiscussa fede in Dio, deriva la fiducia del nostro Santo nelle risorse interiori dell’uomo, la sua visione ottimista dell’azione educativa e pastorale, e scaturisce la sua luminosa pedagogia spirituale. Anche il giovane più debole, più refrattario, più misero, più distratto e irrequieto nella visione di don Bosco mantiene intatti i lineamenti del volto e del cuore di quel Dio che lo ha creato a sua immagine e somiglianza. Ogni giovane sente dentro di sé, nel profondo, la nostalgia del Padre nostro che è nei cieli e il bisogno di rispondere ai suoi appelli. In quanto creatura di un Dio che è carità, che è amore, ogni ragazzo è ontologicamente (nativamente) aperto all’amore. Ha un bisogno immenso di essere amato e di amare, è sensibile all’amore gratuito, oblativo, all’amicizia disinteressata, alla gentilezza, all’attenzione personale e alla cura individuale, alla relazione umana positiva. Su questo dinamismo interiore don Bosco fa affidamento come pastore e come educatore. A partire da questa certezza si interroga, si dà da fare, sperimenta, non arretra mai, non dispera, va incontro, dialoga, propone, dà fiducia, incoraggia, pazienta, persiste, combatte: insomma, educa, forma, istruisce, accompagna, assiste.

3. Terza chiave interpretativa. Don Bosco è anche convinto di essere chiamato e mandato da Dio per la salvezza dei giovani. È certo di aver ricevuto una vocazione per una missione speciale nella chiesa e nel mondo. Una vocazione che – come più volte afferma parlando con i suoi figli e i membri della Famiglia salesiana – è anche nostra. Egli si sente strumento, umile, ma necessario ed efficace della grazia divina. Per questo si fa amico, fratello, padre per far percepire ai giovani il volto amico, paterno e materno di Dio. Questa coscienza, questa fede nella missione ricevuta gli dà coraggio e speranza, perché sa che non gli mancherà l’aiuto del Signore: la chiamata e la missione includono il carisma, la grazia necessaria per l’efficacia. Inoltre, questa consapevolezza gli infonde un forte senso di responsabilità. Come ha imparato da don Cafasso, il pastore, e tutti coloro che hanno ricevuto una vocazione educativa ed evangelica, dovranno rendere strettissimo conto a Dio delle pecorelle che a loro sono state affidate. Sono questi i motivi che inducono don Bosco a rendersi incondizionatamente disponibile nella mani di Dio e ad impegnarsi con tutto se stesso nella missione. Vuole arrivare a tutti. A ciascuno intende comunicare il fuoco della fede e dell’amore che ha dentro di sé. Tutti vuole guadagnare a Dio, convinto in questo modo di cooperare efficacemente alla trasformazione dell’umanità, alla fermentazione cristiana della storia e di giovare alla “salvezza” della società, oltre che delle singole persone.

4. Quarta chiave interpretativa. Formato in un concetto fortemente testimoniale dell’azione educativa e pastorale, don Bosco sa per esperienza ed insegna che si può comunicare agli altri solo ciò che si possiede. La persona del pastore e dell’educatore, la sua fede, carità, speranza, il suo spirito di preghiera, di rettitudine, la sua esemplarità morale e la santità della sua vita sono attrattive irresistibili, potentissimi canali comunicativi di una efficace proposta formativa. Così egli fa e così insegna ai suoi collaboratori, adulti o giovani, fin dai primi passi dell’Oratorio.

5. Quinta chiave interpretativa. Naturalmente, tutto ciò non significa che non si debba avere un metodo, una strategia pastorale, un “sistema” educativo. Infatti, se con i giovani don Bosco insiste che bisogna “darsi a Dio per tempo”, e che è bello farlo, senza aspettare l’età adulta o la vecchiaia, con gli educatori e i pastori afferma che è fondamentale conquistare il cuore e la fiducia dei giovani mettendo in atto tutte le risorse del sistema preventivo. Insegna anche che non bisogna aver paura di proporre da subito, ma in modo significativo, affascinante, un chiaro percorso di vita cristiana, una sostanziosa spiritualità giovanile. Certo, è necessaria la gradualità, ci vuole una pedagogia della vita spirituale. Bisogna creare le condizioni favorevoli; plasmare ambienti educativi belli e stimolanti, sereni, ricchi di proposte e di presenze umane simpatiche e vivaci, adatte a rendere significativa la proposta. È necessaria la cura dei particolari e delle piccole cose, l’organizzazione dei momenti importanti, la messa a punto di esperienze significative, di percorsi strutturati, di passaggi. È importante la progettazione, l’organizzazione, la regolamentazione, la calendarizzazione e la revisione periodica e attenta. È indispensabile soprattutto centrare la propria attenzione sui ragazzi, dedicarsi alla relazione personale e alla cura del singolo, alla formazione del gruppo oltre che della grande comunità giovanile, garantire un’assistenza efficace e un accompagnamento personalizzato. Qui comprendiamo la sua cura per formare comunità educative e pastorali ben strutturate, la sua insistenza sull’impegno personale degli educatori e sul loro “zelo” ardente e “industrioso”.

6. Sesta chiave interpretativa. Dobbiamo tener presente anche un altro aspetto, molto importante nel tempo di don Bosco, che oggi appare critico, soprattutto in Occidente: la fiducia e l’apertura al futuro, l’inclinazione al superamento, alla trascendenza e l’orientamento escatologico. Erano tratti tipici di don Bosco, del suo modo di vivere la fede e di prospettare l’azione educativa e pastorale, ma erano anche caratteristiche dell’ambiente culturale e della visione dei suoi giovani. Allora si faceva affidamento sulle “magnifiche sorti e progressive” – come nota criticamente il poeta Giacomo Leopardi ne La ginestra (1836) –, si era convinti cioè della possibilità e della capacità dell’uomo di progredire sempre, di perfezionarsi, di tendere e raggiungere posizioni sociali e condizioni di vita, economiche, morali, spirituali e civili, migliori; si aveva una fede indiscussa nel progresso. Anche don Bosco partecipava di questa sensibilità, ma in prospettiva squisitamente evangelica. Egli era convinto che ogni giovane, soprattutto quello povero, va educato a guardare oltre, a sperare, a desiderare il riscatto morale e spirituale, a tendere al superamento, al miglioramento di sé; ogni ragazzo va incoraggiato ad aprirsi, ad affrontare la fatica, la lotta, alimentando potentemente la speranza; ognuno va educato a mettersi in ricerca, ad uscire da sé, a migrare fuori del piccolo mondo personale, a superare orizzonti ristretti, proiettandosi verso un “oltre”, un “meglio”, verso un “domani”, un “al di là”, un “paradiso”, temporale ed eterno. Ma soprattutto ad aprirsi all’alterità del Trascendente, del Dio-Amore che solo può permetterci di realizzare i nostri aneliti più profondi e di raggiungere la “salvezza”. Questo fattore don Bosco sapeva orientarlo molto bene, sia nella prospettiva religiosa della santità, della tensione alla perfezione cristiana, sia in quella secolare della cittadinanza responsabile e competente.

Mi auguro che, con l’aiuto di queste coordinate e di queste principali chiavi interpretative, la lettura dei testi di don Bosco, dei suoi insegnamenti di vita spirituale, possa risultare molto stimolante per la Famiglia salesiana.

“INCONTRO CON GESU’ DI NAZARET”

  1. “INCONTRO CON GESU’ DI NAZARET”
  2. Don José Luis Plascencia SDB

 

1.- Introduzione

Tutti noi siamo cristiani, e quindi, la nostra fede e il senso della nostra vita sono centrati in Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio fatto Uomo; eredi di una tradizione che si è arricchita nel corso di 2000 anni. Vorrei invitarvi, per cominciare, a metterci nella situazione dei contemporanei di Gesù, come se fossimo un membro in più del popolo di Israele, dinanzi a questo "Ebreo marginale", chiamato Gesù di Nazareth, un predicatore itinerante sulle strade polverose della Galilea del primo secolo della nostra era. Lo faremo, naturalmente, seguendo la linea del Nuovo Testamento, sapendo pure di non avere una "cronaca" della vita di Gesù, e che i Vangeli sono testimonianze di fede che, tuttavia, si basano sulla realtà storica del Signore.

2.-…Chi è quest’uomo?”

Gesù di Nazaret si presenta come una figura affascinante, che attrae le folle, che si entusiasmano tanto nell’ascoltarlo, che si dimenticano in certi casi perfino di mangiare. La sua voce, bella e forte (a volte lo ascoltavano migliaia di persone), trasmette un messaggio che, prima di tutto, colpisce per l’autorità con la quale lo esprime: si tratta di un linguaggio "diversi da quello degli scribi e dei farisei" (Mc 1, 27); perfino gli ignoranti soldati riconoscono: "nessuno ha mai parlato come quest'uomo" (Gv 7, 46): un'autorità che non è imposizione o intransigenza, ma che piuttosto infonde sicurezza e fiducia in chi lo ascolta, per la sicurezza con la quale si esprime, anche quando le sue parole contrastano con la mentalità convenzionale del suo tempo.

Insieme a questa autorità, è affascinante la concretezza con cui si esprime: non è complicato o astratto, ma parla semplicemente, in modo che tutti possano capire, anche i piccoli e gli ignoranti; privilegiando uno strumento che permette di ricordare meglio quello che hanno sentito: gli esempi della vita di ogni giorno - sia la vita degli uomini che delle donne, sia degli adulti che dei bambini -: principalmente utilizzando le parabole, uno degli elementi meglio "affermati" nella cristologia pre-pasquale.

Questo modo di parlare, però, non elimina lo sforzo della propria riflessione: piuttosto invita ad essa e la rende necessaria: in modo che molti, pur sentendo, non comprendono (Cfr. Mc 4, 12 e par.); è necessario coinvolgere la mente (evitando la superficialità) e il cuore, sede dei sentimenti e pertanto, nucleo della conversione. In caso contrario, la sua parola sarà come un seme che cade sulla strada e che, essendo calpestato dai passanti o mangiato dagli uccelli, non produce alcun frutto (cfr. Mc 4, 4); o anche, essendo fraintesa, causerà il suo rifiuto, anche in coloro che lo seguono. (cfr. Gv 6)

Questo rifiuto, però, non è causato semplicemente dall’incomprensione, ma perché il suo insegnamento non corrisponde a ciò che gli ebrei erano abituati a sentire, e i loro capi, a proclamare. Il suo atteggiamento di libertà è inseparabile dall’autorità con cui Gesù parla; una libertà affascinante, senza dubbio, ma anche sconcertante, che non è ammanettata dalle convenzioni familiari, sociali e anche religiose della tradizione ebraica. A questo proposito, basta ricordare il discorso della montagna (cfr. Mt 5-7), con le contrapposizioni che Gesù stabilisce tra il suo messaggio e "ciò che è stato detto anticamente": si tratta, nientemeno, che dei testi della Torah, la Legge di Dio!

Questo atteggiamento di Gesù si rivela, maggiormente, nel suo modo di vivere: va con ogni tipo di persona; a volte lo troviamo a mangiare nella casa di farisei e dottori della legge (almeno due volte: Lc 7, 36-50 , e 11, 37-54). Tuttavia, ciò che provoca più scandalo è la sua predilezione a "frequentare cattive compagnie"[1], al punto che si coniò un’espressione offensiva per descrivere questo modo di fare: "mangione e beone, amico dei pubblicani e dei peccatori" (Mt 11, 19),  che l'evangelista mette in bocca a Gesù! Ancora: forse, dopo 2000 anni, siamo troppo abituati a vedere Gesù "dogmaticamente"... Dinanzi a questo atteggiamento di "galileo marginale", come avremmo reagito noi? Avremmo creduto in lui? Certamente è facile criticare i suoi nemici dalla nostra prospettiva; più difficile, senza dubbio, è metterci al loro posto...

E’ innegabile, inoltre, che l'autorità del suo linguaggio e la novità della sua "prassi", tanto nuova e per alcuni così scandalosa, si vedono supportati - e in qualche modo, contrastati - dalle azioni che realizza in nome di Dio: vale a dire, i miracoli (che l’evangelista Giovanni chiama, da un’altra prospettiva teologica, "segni"). A questo proposito, è molto importante l'incontro di Gesù con i discepoli di Giovanni il Battista, che, dal carcere, dove è in costante pericolo di morte (come del resto si verificherà, cfr. Mc 6, 17-29 e par.) , gli manda a chiedere: "Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?" (Mt 11, 3). Gesù risponde facendo vedere le sue azioni: San Luca dice che "in quel tempo (Gesù) guarì molti dalle loro malattie, dalle infermità e dagli spiriti maligni, e diede la vista a molti ciechi" (Lc 7, 21), ma soprattutto sottolineando il segno per eccellenza del suo messianismo: "Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, e ai poveri è predicata la buona novella» (Lc 7, 22), e conclude mettendo in relazione questi" segni ", con la sua predicazione e le sue azioni sconcertanti: “Beato colui che non si scandalizza di me!"(v. 23). Questo rapporto tra le sue opere e la sua più profonda identità culmina nel Vangelo di Giovanni, perché Gesù indica la radice ultima di questo modo di parlare e di agire: il suo carattere filiale. "Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre" (Gv 10, 37-38). Tutto questo è sintetizzato nelle Costituzioni salesiane in una frase breve, ma di alta densità: "la predilezione (di Gesù) per i piccoli e i poveri; la sollecitudine nel predicare, guarire e salvare, spinto dall'urgenza del Regno che viene" (C 11).

Dinanzi a queste opere straordinarie di Gesù (miracoli / segni), la reazione immediata è, ancora una volta: "Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?" (Mc 4, 41).
Approfondito nel messaggio inviato a Giovanni attraverso i suoi discepoli, il significato che Gesù stesso dà a questi segni / miracoli conduce al nucleo della sua missione: "i poveri sono evangelizzati". Gesù è pienamente consapevole di una missione: mostrare, rendere visibile, "tangibile", l'amore e la misericordia di un Dio che è Abbà: Padre; ancor più, "Papà". Tale amore e misericordia si fanno realtà in un doppio atteggiamento (che deve essere distinto, ma non assolutamente separato): in primo luogo, la sua solidarietà con i più disprezzati del popolo perché considerati come lontani da Dio. La sua sola presenza in mezzo a loro era già un "segno" dell'amore del Padre e, inevitabilmente, anche un motivo di scandalo; ma la cosa più sconcertante era che questa solidarietà aveva come scopo quello di realizzare nella sua vita il dono di Dio per eccellenza, quello che poteva venire solo da Lui: la grazia, nella forma concreta del perdono gratuito. Non era solo l’andare con i peccatori e il mangiare con loro quello che scandalizzava, ma soprattutto ciò che questo implicava, e che perfino li fa esclamare: «Perché costui parla così? Bestemmia. Chi può rimettere i peccati se non Dio solo? "(Mc 2, 7). In tutte queste azioni, Gesù praticamente si sta mettendo al posto di Dio, e suscita, come sempre, la domanda: Chi è costui che perdona perfino i peccati?"(Lc 7, 49).
Inoltre, incontrandoci con Gesù di Nazareth, non lo vediamo mai da solo; è sempre accompagnato dai suoi amici, i "discepoli", di cui Marco dice: "Chiamò quelli che volle, ed essi andarono con lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni "(Mc 3, 13-14). Questa sequela di Gesù nel discepolato non è solo fonte e esempio per la spiritualità cristiana, ma ha una "valenza teologica" che è necessario sfruttare.

Alcuni anni fa, il Rettor Maggiore scrisse nel Bollettino Salesiano: “Ricordando la frase di Marco, il discepolato implica, essenzialmente, due aspetti: la convivenza con Gesù, la crescente familiarità ed amicizia con lui, e la partecipazione alla sua missione: l’annuncio del Regno di Dio, accompagnato dai ‘segni’ che lo autenticano”[2] E continua:

“Si tratta di un tema relativamente nuovo, dato che tradizionalmente si considerava la sequela di Gesù in chiave soprattutto morale e spirituale, oggi invece ha ricuperato tutta la sua valenza biblica e teologica, tanto che lo si considera uno degli elementi fondamentali che permettono approfondire il Mistero di Gesù, il Figlio di Dio, durante la sua vita mortale.
A prima vista sembrerebbe che Gesù si comporti come un rabbi, un maestro come tutti gli altri. Eppure le differenze sono molto grandi. Nessuno, per esempio, può chiedere a Gesù che lo accolga tra i suoi discepoli: ‘Non siete voi che mi avete scelto, sono io che ho scelto voi’ (Gv 15, 16). Inoltre, seguire Gesù significa lasciare tutto: i propri beni, la propria professione, anche la famiglia: l’esigenza di Gesù è superiore a quella di Elia quando chiama alla missione profetica il suo successore, Eliseo (Lc 9, 59-62 e Mt 8, 21-22 a confronto con 1 Re 19, 19-21). Non tocca solo momenti di insegnamento, ma abbraccia tutta la vita, condividendo con Gesù la precarietà della sua vita itinerante, le difficoltà e i pericoli, compresa la minaccia di persecuzione e di morte.
Tutto questo può esigerlo solamente Qualcuno che è più di un semplice uomo; solo Dio può esigere di andare oltre i vincoli umani più sacri: ‘Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me; chi ama suo figlio o sua figlia più di me, non è degno di me. Chi non prende la sua croce e viene dietro di me non è degno di me’ (Mt 10, 37-38)”[3].

Ancora una volta, appare qui la domanda: "Chi è questo che vuole cambiare tutta la mia vita?”. Ancora di più: è Gesù stesso che rivolge loro questa domanda, in un momento decisivo del suo ministero: i tre vangeli sinottici presentano questa "svolta" nella vita del Signore, a partire dalla quale  egli comincia ad annunciare loro la sua passione e la morte violenta. "Gesù e i suoi discepoli partirono verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: 'Chi dice la gente che io sia?' Ed essi gli risposero: 'Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia e altri uno dei profeti’ . E lui disse: 'E voi, chi dite che io sia?' Pietro gli rispose: 'Tu sei il Cristo' "(Mc 8 , 27-30, cfr. con diversi particolari, Mt 16 , 13-20, Luca 9 , 18-21 ). Le risposte precedenti, nella loro inesattezza, puntano su una figura tipica del Vecchio Testamento: il profeta, caratterizzato non come colui che annuncia il futuro o come chi denuncia situazioni di ingiustizia e di peccato, ma in primo luogo come colui che parla e agisce per conto di Dio.[4].

La domanda sull'identità di Gesù appare, come abbiamo visto, prima di tutte le dimensioni del ministero di Gesù: la sua parola, le sue azioni, i suoi miracoli, la sua solidarietà con i peccatori, la sua pretesa di perdonare le offese fatte a Dio: il peccato.

Però appare anche, in modo straordinario, negli uomini e nelle donne con cui Gesù si incontra personalmente. Conviene approfondire questo tema, centrale nella vita di Gesù… e nella nostra vita, poiché costituisce un paradigma del nostro incontro personale con il Signore.

Gesù si incontra con ogni tipo di persona , e per tutti è una persona  "molto speciale"; a cominciare dai bambini, che lo avvicinano perché li accarezzi e li benedica (cfr. Mt 19 , 13-15 e par.) causando la sorpresa dei discepoli e l’ indignazione del Signore. A coloro che gli si avvicinano sperando la guarigione dalle loro malattie, concede loro molto di più: si sentono amati personalmente da Dio, ricevendo non solo la salute fisica, ma anche la salvezza (cfr. Lc 17 , 11-19: i dieci lebbrosi; san Agostino commenta: tutti hanno ricevuto la guarigione, solo un uno - uno straniero – la salvezza ...). In uno dei suoi primi miracoli, quando gli hanno presentato un paralitico, Gesù, teneramente, gli dice: "Coraggio, figlio, abbi fiducia, i tuoi peccati ti sono perdonati " (Mt 9 , 2 , Mc 2 , 5); a una donna malata da molti anni - e certamente, più grande di lui -, la cui fede produce una "reazione psicosomatica" in Gesù, le dice anche: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata: va' in pace e sii guarita dal tuo male" (Mc 5 , 25-34 , Mt 9, 22).

Potremmo continuare a parlare della sua compassione per il popolo, che sente abbandonato, "come pecore senza pastore" (cfr. Mt 15, 32), tanto da giungere a volte anche al pianto: dinanzi a Gerusalemme, pensando alla sua distruzione: (cfr. Lc 19, 41 ss.), o dinanzi alla morte del suo amico Lazzaro e al dolore delle sue sorelle Marta e Maria (cfr. Gv 11, 35); davanti alla chiusura dei capi del popolo, sente un misto di rabbia e di dolore (cfr.  Mc 3, 5), e di fronte alla richiesta di segni da parte dei farisei, Gesù risponde "con un profondo gemito dal profondo del suo essere" (Mc 8, 12). La tenerezza con cui si rivolge alla vedova di Naim, che soffre per la recente morte di suo figlio, è struggente: «Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: 'Non piangere!'. E accostatosi, toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: 'Giovinetto, io ti dico, alzati!'. Il morto si levò a sedere e cominciò a parlare. Ed egli lo diede a sua madre "(Lc 7, 13-15).

La lettera agli Ebrei dirà, in modo impressionante: "Noi non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, come noi, escluso il peccato" (Eb 4, 15).

L'evangelista Giovanni è colui che presenta in modo più approfondito questi incontri di Gesù: già dall'inizio, con lo sprezzante Natanaele, ha parole di apprezzamento (e forse un po' di ironia), e questo breve incontro determina un radicale cambiamento in chi si sentiva "un vero israelita" (cfr. Gv 1, 47ss.). Più avanti, il dialogo con Nicodemo causerà una "nuova nascita" da parte del fariseo, membro del Sinedrio: dalla sua visita notturna (probabilmente per timore dei suoi colleghi), fino all'atteggiamento di coraggio di fronte alla morte di Gesù (cfr. Gv 19, 39). La guarigione di un cieco nato ci presenta uno straordinario cammino di fede, che inizia con il dono miracoloso di vista fisica, fino alla contemplazione del Signore con gli occhi della fede: " 'Io credo, Signore’. E lui , prostratosi, lo adorò"(Gv 9, 38).

Soprattutto nell’incontro con le persone che sentono che la loro vita è rovinata, non solo per il disprezzo degli altri, ma soprattutto per la loro lontananza da Dio a causa del peccato, Gesù mostra la sua profonda compassione e, allo stesso tempo, la sua più intima "esigenza": offrire loro l’amore e il perdono di Dio, essendo, in pratica, il suo "rappresentante". Con la samaritana, che aveva tutte le possibili controindicazioni, secondo la mentalità ebraica, perché Gesù le rivolgesse la parola, il Signore si mostra con una commovente bontà e misericordia, senza ignorare il suo passato: ma invitandola a cambiare la sua vita; tanto che, dimenticando la sua brocca, "corse in città" (Gv 4, 28) e diventò, così, la prima "evangelizzatrice": "Molti samaritani di quella città credettero in lui (Gesù) per le parole della donna "(Gv 4, 39).

Nel Vangelo di Luca, troviamo un altro episodio commovente: Gesù, ospite in casa di un fariseo, riceve l'omaggio di amore e di gratitudine di una peccatrice pubblica, suscitando così lo scandalo del "giusto" fariseo Simone. E ' importante sottolineare, contro le interpretazioni superficiali o sbagliate, che la radice della conversione di questa donna si trova nella fede. Questo dettaglio mi sembra straordinario: è l'unica volta , al di fuori dei racconti di miracoli , in cui Gesù dice a una persona: "La tua fede ti ha salvato. Va in pace" (Lc 7, 50): l'incontro con Gesù ha provocato in questa anonima peccatrice l’esperienza di fede di sentirsi amata e perdonata da Dio, e per questo corrisponde con un "amore più grande" (v. 47): indicando, in tal modo, ciò che già appariva nella guarigione del paralitico: che il perdono dei peccati da parte di Dio è un’opera ancora più meravigliosa della guarigione miracolosa di una malattia fisica. Peccato che il fariseo si trinceri nel compimento della legge, chiudendosi così alla gratitudine dell’amore di Dio, non sentendosi "debitore", e quindi, senza bisogno del perdono divino!

Questo ci ricorda senza dubbio quello che Joseph Ratzinger definisce "forse la più bella" delle parabole di Gesù: la parabola dei due fratelli e del Padre misericordioso (cfr. Lc 15, 11-32). Lo stesso san Luca ci racconta l’incontro di Gesù con il capo dei pubblicani di Gerico, Zaccheo: il sentirsi chiamato per nome da Gesù, lo fa sentire amato, in modo totalmente gratuito, da Dio stesso; e questo provoca un cambiamento così radicale in lui, che gli possiamo applicare le parole stesse di Paolo: "quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo" (Fil 3, 7). La scena finisce con le parole di Gesù: "Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch'egli è figlio di Abramo, perché il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto" (Lc 19, 10).

Non possiamo non menzionare quello che è forse l’incontro più bello e "scandaloso" di Gesù, quello del quale dice, con una frase lapidaria, Sant'Agostino: "Si sono incontrati, faccia a faccia, la grande miseria e la grande misericordia": l'incontro con la donna adultera, in Giovanni 8. E 'importante far notare che, una volta che Gesù ha "ripulito il terreno", non minimizza il peccato di questa donna, né in se stesso, né in relazione con gli altri; non dice, per esempio, "Hai visto? Gli altri sono più peccatori di te"; al contrario: solo allora lei prende coscienza della sua situazione unica e personale, dinanzi all'amore immenso e immeritato di Dio manifestato in Gesù, che egli chiama "Signore": colui che da un momento all’altro le ha aperto un cammino nuovo e pieno di speranza, dopo essersi vista alle porte di una morte ignominiosa, "Nemmeno io ti condanno. Vattene, e non peccare più "(Gv 8, 3-11).

Infine, lo stesso evangelista ci presenta l'incontro finale di Gesù risorto con Pietro: Gesù non vuole rinfacciare all'apostolo il suo vergognoso tradimento: ciò che gli interessa è offrirgli il suo amore, e rinnovare. ancora una volta, la sua fedeltà: "Signore, Tu sai tutto,: Tu sai che ti amo "(Gv 21, 17).

Possiamo concludere questa parte della nostra riflessione sottolineando: in ogni parte, il suo modo di parlare "con autorità" e il contenuto del suo messaggio, incentrato sul Regno di Dio che è "Abba", Padre; le sue azioni miracolose, la maggiore delle quali è il perdono dei peccati; i suoi incontri personali suscitano la domanda: "Chi è costui?", domanda che è sempre orientata verso Dio. Gesù appare come il "luogo" in cui Dio manifesta il suo amore, il suo perdono e la sua salvezza. Non siamo lontani dalla frase che l'evangelista Giovanni ha messo in bocca a Gesù, durante l'ultima Cena : "Da tanto tempo sono con voi, e non mi conosci, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre" (Gv 14, 9). Una convinzione riflessa, in modo straordinario, nella 1ª Giovanni: "Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita - poiché la vita si è fatta visibile, noi l' abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo" (1 Gv 1 , 1-3).

3.- “…abbiamo conosciuto l’amore che Dio ha per noi, e abbiamo creduto in Lui...” (1 Gv 4, 16)

Non possiamo restare qui, indubbiamente; sia rispetto la storia di Gesù, sia riguardo l’identità della nostra fede cristiana. Senza dubbio, la sua morte violenta in croce come bestemmiatore e criminale, screditato dai capi del popolo e apparentemente dallo stesso Dio, ha causato una crisi radicale in coloro che credevano in lui, a partire dagli stessi discepoli: "" Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele ... "(Lc 24, 21).

A questo riguardo, il Rettor Maggiore scrive:

Per comprendere meglio cosa significa la Risurrezione di Gesù è necessario –paradossalmente- prenderne sul serio la morte (…) Non mi riferisco solo al fatto, totalmente reale, della passione e morte del Signore, ma anche a quel che implicava per la mentalità giudaica.

Per il popolo di Israele, Dio si manifesta attraverso gli avvenimenti della sua storia e della storia universale. Nel caso concreto di Gesù, la sua morte in croce significava, per un giudeo, che Dio non stava dalla sua parte: che non ne avallava la pretesa messianica e meno ancora la pretesa filiazione divina. Finché non si riflette su questo fatto, non si prende sul serio, dal punto di vista teologico, la morte di Gesù in croce. Di conseguenza, i discepoli di Gesù non si aspettavano più nulla dopo la sua morte: chi parla di ‘allucinazione’ o semplicemente dice che essi ‘videro quel che speravano di vedere’, oltre ad ignorare la concretezza delle persone del popolo, minimizza o persino ignora questo tratto fondamentale dell’israelita.[5]

Nella sua lettera sulla "Cristologia salesiana", D. Pascual cita una bellissima omelia di Gerhard von Rad, che commenta l'incontro di Maria Maddalena con Gesù risorto. [6] A proposito dell’espressione: " Maria stava all’esterno  vicino al sepolcro e piangeva ...", il grande biblista tedesco scrive:

Maria, cari fratelli, aveva motivo di essere triste; sì, si può dire che in tutto il mondo non vi è nessun altro motivo più di questo, per essere così disperatamente triste: ha perso il Signore, Cristo. Lei aveva sentito la sua chiamata, aveva vissuto con lui, aveva trovato la serenità alla sua presenza, per poi finire tutto in una grande catastrofe. Si era rotta la sua speranza e la sua consolazione, il senso della sua esistenza, come ci piace dire oggi. Non era stato altro che un gioco, una bella illusione (...) Nessun altra delusione che possa sperimentare l'uomo nella tua vita può essere paragonata all’abbattimento e alla terribile delusione dei discepoli di Gesù dopo la sua morte[7].

Solo prendendo sul serio la morte del Signore, possiamo basare la nostra fede cristiana sulla sua risurrezione, azione trinitaria per eccellenza: Dio ha risuscitato Gesù per la forza del suo Spirito. Non possiamo, ovviamente, trattenerci ad approfondire questo Mistero centrale della nostra fede, del quale dice San Paolo: "Se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede: voi siete ancora nei vostri peccati" (1 Cor 15, 17).

Invece, in relazione al nostro argomento, ci interessa sottolineare che la risurrezione di Gesù costituisce la chiave di lettura definitiva per comprendere sempre più pienamente, sotto la guida dello Spirito Santo, tutta la vita e l'azione di Gesù durante la sua vita pubblica ("pre-pasquale").[8]

Alla luce della sua risurrezione, si va delineando, sempre più chiaramente, la risposta alla domanda: "Chi è costui?". E così, sorgono due grandi linee, che vanno in qualche modo identificandosi:

- in Gesù “abitava” in pienezza, già dalla sua vita terrena, lo Spirito di Dio. Così lo annunzia Pietro, nella casa del centurione Cornelio: “Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui” (At 10, 37-38).

- Nello stesso tempo, e non solo come continuazione della precedente maniera di intendere il mistero di Gesù, va prendendo forma la convinzione che Gesù  è l’inviato del Padre: una convinzione della comunità primitiva che si manifesterà già matura nel vangelo di Giovanni, però che appare molto precocemente (contrariamente a ciò che alcune correnti esegetiche e teologiche sostengono). Circa il testo neotestamentario più impressionante, l’inno che San Paolo presenta nella lettera ai Filippesi (Fil 2, 5-11), Martin Hengel (citato molte volte da Joseph Ratzinger nella sua opera su Gesù di Nazaret) scrive:

In occasione della festività della Pasqua dell’anno 30 un giudeo di Galilea viene crocifisso a Gerusalemme sotto l’accusa di avere avanzato pretese messianiche. All’incirca 25 anni dopo, Paolo, un tempo fariseo, in una lettera indirizzata ai membri della comunità messianica da lui fondata nella colonia romana di Filippi cita un inno avente per oggetto questo Crocifisso (…) La discrepanza tra la morte infamante di un delinquente politico giudeo e quella professione di fede, che presenta questo giustiziato con i tratti e la natura di un Dio preesistente che si fa uomo e si umilia fino alla morte d’un servo, questa che, a quel che mi resulta, ha costituito anche per il mondo antico una discrepanza priva di riscontri analogici, getta la sua luce sull’enigma della genesi della cristologia nella chiesa primitiva (…) Onde si ha la tentazione di affermare che nel giro di neanche due decenni il fenomeno cristologico è andato incontro ad un processo le cui proporzioni sono maggiori di quelle più tardi raggiunte durante i successivi sette secoli, fino al compimento del dogma della Chiesa antica.[9]

Il processo al quale alludeva Hengel, che porterà alle grandi dichiarazioni dogmatiche dei Concili dei primi secoli della Chiesa, è troppo complesso per poterlo sintetizzare in poche parole. Ciò che possiamo dire è che la domanda sul mistero del vero Dio e sull’identità più profonda di Gesù vanno totalmente unite: ancor più, sono interdipendenti, dal momento che, come dice San Giovanni nella sua prima lettera, “abbiamo conosciuto l'amore che Dio ha per noi e crediamo in lui. Dio è amore, e chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio in lui " ( 1 Gv 4 , 16). Non si tratta di una "definizione filosofica" astratta su Dio, ma , come dice Eberhard Jüngel [10], è la sintesi più perfetta dell’ "evento Cristo". Da un lato, cresce sempre più la convinzione che "Gesù non può non essere Dio", se prendiamo sul serio che ci ha rivelato, in forma definitiva, il volto del vero Dio, l'amore di un Dio che è "Abbà" "Papà"; ma, proprio per questo motivo, non è possibile ignorare che il segreto più profondo della sua esistenza è appunto quella di essere Figlio (per cui , "diverso" da Dio): "Se mi amaste , vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me "(Gv 14 , 28). D’altra parte, il "protagonista" della Chiesa primitiva è lo Spirito Santo, che Gesù risorto ha inviato da parte del Padre; e come dicevano i grandi Padri della Chiesa greca, "come potrebbe santificarci/divinizzarci lo Spirito Santo, se egli stesso non è Dio?". Certo, nemmeno lo Spirito Santo è il Padre. Questo apparente impasse è stato fonte di molte speculazioni eretiche, fino a giungere alla definizione dogmatica nei Concili di Nicea ( 325 ) e di Costantinopoli (381) .

La verità centrale della nostra fede, il Mistero di un Dio Trino e Uno, che è Amore nella perfetta unità di Padre, Figlio e Spirito Santo, ha la sua radice più profonda nel mistero di Cristo, il Figlio di Dio fatto Uomo. Finisco questa parte con un bellissimo testo di un grande teologo cattolico belga, il domenicano Edward Schillebeeckx:

Il Dio vivente non è dunque che l’Infinito, l’Incomprensibile? Non potremo mai indicarlo a dito in questo mondo e dire: Dio è là?
Quando i bambini fanno corona al presepio ed esclamano con gioia: ‘guarda l’asinello’, ‘e la stella’, ‘oh, i re magi coi loro doni’, ‘e i cammelli’, ‘e Gesù Bambino”…, il credente china la testa: ‘…Dio è là’. Lui, il Dio vivente, sa che la sua presenza infinita, che tutto comprende e che da tutto traspare, è profondamente oscura per l’uomo, il quale desidera per questo trovarlo in qualche luogo al proprio livello, mostrarlo a dito, poter suggerire in qualche modo a quelli che lo cercano: ‘fuoco!’, ‘acqua!’, come fanno i bambini quando giocano, a seconda che uno si avvicina o si allontana dall’oggetto cercato. Dio conosce il cuore umano. L’infinito si è fatto finito nel Cristo Gesù. Adesso Dio è in mezzo a noi sotto una forma finita, sotto una forma che noi possiamo veramente incontrare: nella casa del pubblicano Zaccheo, presso il pozzo di Giacobbe o sulla cima di quel monte; ieri, egli è venuto qui, oggi è partito per Gerusalemme. Egli è nel tempio o nell’orto, a sud della città. Egli è là… sulla croce. Noi non possiamo concepire pienamente la presenza incommensurabile di Dio che quando essa si ‘temporalizza’ secondo i nostri limiti, quando viene a stabilirsi accanto a noi, prendendo un volto e parlandoci, quando viene a vivere al nostro fianco così che si possa avvertire come un uomo, ma come un uomo che non si era mai visto.

In verità, tutto ciò non elimina il mistero di Dio. Neanche il Cristo ci ha mostrato Dio talmente in se stesso, da sopprimerne il mistero. Certo, egli ci ha mostrato Dio, ma ha soprattutto mostrato quel che è un uomo totalmente consacrato a Dio, al Padre invisibile[11].

4.- “…se ci amiamo l’un l’altro, Dio rimane in noi” (1 Gv 4, 12)

 Ricapitolando l’itinerario della nostra riflessione, abbiamo cercato di percorrere il cammino della Chiesa, dal primo incontro con Gesù di Nazareth, il predicatore itinerante della Galilea, mettendoci al posto dei suoi contemporanei. E’ necessario adesso ritornare alla nostra realtà attuale, spero arricchiti di questo viaggio nello spazio e nel tempo, per chiederci: come possiamo essere discepoli e testimoni del ‘Dio di Gesù Cristo’, oggi? E più specificatamente: come possiamo esserlo, in quanto Famiglia Salesiana?

            La Chiesa oggi ci invita a vivere un cammino di “nuova evangelizzazione”. Molte volte, erroneamente, si intende questa “novità” come rifiuto del passato, mentre in realtà si tratta di rinnovare, cioè, tornare alle nostre radici, per riprendere l’impegno di essere testimoni e apostoli: inviati a dare testimonianza, con la nostra vita e con la nostra parola, dell’amore di Dio manifestato in Gesù. Mi sembra –come una opinione molto personale- che i tempi in cui viviamo, certamente molto diversi rispetto a qualsiasi epoca del passato, paradossalmente ci presentano la stessa sfida della comunità primitiva:  presentare un Dio credibile”, a partire dalla radicale umanità del Signore. A questo proposito, ci orienta una frase geniale di sant’ Agostino: Per hominem Christum tendis ad Deum Christum[12].: “Per mezzo dell’Uomo Cristo, tendi al Cristo Dio”. Mi pare che coincide con il programma del Santo Padre Francesco, come orientamento del suo pontificato. Considero che, anche tra noi cristiani, soprattutto riguardo i giovani, possiamo applicare quello che Steiner dice su Dostoievski, commentando la frase agostiniana: “A differenza di Tolstói, Dostoievski era ardentemente persuaso della divinità di Cristo, però questa divinità muoveva la sua anima e attirava la sua intelligenza con estrema forza attraverso il suo aspetto umano”[13]. No si tratta di “diminuire” l’esigenza cristiana, adattandoci con l’accettazione (molte volte più sentimentale che razionale) di un Gesù, “Uomo perfetto”; ma piuttosto di indicare il possibile punto di partenza, soprattutto per coloro che sono lontani dalla Chiesa e anche da Dio, forse perché rigettano – con una certa ragione – un’immagine non adeguata del Dio di Gesù Cristo: sono il primo a dire che essere cristiano è credere in Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato. 

Si si replicasse che sembra troppo “secolare” questo punto di partenza, bisognerebbe ricordare la stessa parola del Signore: “In questo conosceranno tutti che siete miei discepoli: se vi amerete gli uni gli altri” (Gv 13, 35): non allude a nessun aspetto “religioso” o dogmatico, ma alla prassi concreta dei cristiani.

La realtà umana e storica di Gesù, in quanto Figlio di Dio fatto Uomo, implica anche il suo collocamento nello spazio e nel tempo. Dall’ascensione, la sua presenza reale e viva tra noi è oggetto di fede (incluso la sua presenza eucaristica): ora non lo vediamo, non lo udiamo, non lo tocchiamo, come lo hanno fatto i suoi contemporanei in Palestina. Come continua, allora, il piano di salvezza di Dio nel nostro mondo? Di nuovo Dio diventa semplicemente il Dio inaccessibile, l’ “Abisso insondabile” del quale parlavano gli gnostici?

In due occasioni, san Giovanni utilizza una frase terribile: “Dio nessuno lo ha mai visto” (Gv 1, 18; 1 Gv 4, 12). Certamente, in ambedue i casi la forza di questa espressione è funzionale all’accentuazione della contrapposizione che segue. La prima volta dice: “…il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, ce lo ha manifestato” (Gv 1, 18). Invece, la seconda volta aggiunge: “se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore giunge in noi alla perfezione” (1 Gv 4, 12). Che meraviglia constatare che la stessa missione di Gesù è la missione della Chiesa, di tutti quelli che ci chiamiamo cristiani; e, nella Chiesa, con un metodo specifico e dei destinatari preferenziali, è la missione della Famiglia Salesiana, che ci ha lasciato, come preziosa eredità, san Giovanni Bosco.

In certo senso, dovremmo anche poter dire, con Gesù e come Lui: “Chi vede noi, come comunità che vive nell’amore e che promuove la fraternità nella costruzione del regno, vede Dio”. Questo è il senso più profondo di quella che il Rettor Maggiore ci ha dato in questo anno, 2014, come Strenna:  “la gloria di Dio e la salvezza delle anime”.

La "gloria di Dio" non ha nulla a che vedere con un trionfalismo obsoleto, e ancor meno con un orgoglioso "narcisismo" divino. Partendo dalla etimologia della parola, sia in ebraico che in greco (kabod-doxa), indica il desiderio che Dio si faccia sentire nel nostro mondo, si manifesti in modo visibile, udibile, palpabile. Lo ha fatto già, una volta per tutte, in Gesù Cristo; e ci invita a continuare questa affascinante missione. Forse più di una volta abbiamo sentito, dalle labbra di una persona: "Non posso credere in Dio, perché io non l’ho mai visto, né mi sono incontrato con Lui"; invece di rimproverarlo, o dare una lezione di teologia sulla invisibilità e inaccessibilità di Dio, non dovremmo pensare che, in fondo, stanno rinfacciando a noi cristiani di non compiere la missione che Gesù ci ha affidato?

Sant'Ireneo l’ha detto, in modo insuperabile: "la gloria di Dio è l'uomo vivente". Tradotto salesianamente, suonerebbe così: "La gloria di Dio è che i nostri giovani, soprattutto i più poveri e abbandonati, abbiano la vita, e l'abbiano in abbondanza (= la salvezza delle anime)".

5.- Conclusione

La contemplazione di Gesù, nella sua radicale umanità, nella quale manifesta al massimo l'Amore di Dio nel condividere in tutto la nostra esistenza, non può non culminare che contemplando Colei che ha reso possibile, per opera dello Spirito Santo, l'Incarnazione: la Beata Vergine Maria. Se san Giovanni ha potuto dire: "Quello che abbiamo visto, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo toccato ...": in un modo unico può dirlo colei che gli ha dato la carne della sua carne e il sangue del suo sangue.

C'è un testo toccante, anche se poco conosciuto, che descrive questa vicinanza unica di Maria con Gesù: nientemeno che di Jean-Paul Sartre, in un’opera teatrale composta in un campo di concentramento a Treviri, nel 1940, della quale René Laurentin dice: "Sartre, ateo dichiarato, mi ha fatto vedere meglio di chiunque altro, se io escludo i Vangeli, il mistero del Natale"[14].

Quello che bisognerebbe dipingere, del suo volto, è una meraviglia ansiosa che appare solo una volta in una figura umana, perché il Cristo è suo figlio, carne della sua carne e frutto del suo ventre. Ella lo ha portato per nove mesi, gli donerà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. Ma, per il momento, la tentazione è tanto forte da farle dimenticare che egli è Dio: lo serra tra le sue braccia, lo chiama: ‘Piccolo mio!’. Ma, in altri momenti, essa resta interdetta e pensa: ‘È Dio!’. (…) Ma io penso che vi sono altri momenti, rapidi, sfuggenti, nei quali lei sente insieme che Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che egli è anche Dio. Ella lo guarda e pensa: ‘Questo Dio è il mio bambino, questa carne divina è la mia carne, è fatta di me stessa, ha i miei occhi, e questa forma della sua bocca è la forma della mia bocca. Mi rassomiglia’. Nessuna donna ha ricevuto il suo Dio tutto per sé, in questo modo: un Dio tanto piccolo che si può prendere tra le braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e ride. Ed è in uno di questi attimi che io ritrarrei Maria, se fossi pittore. E cercherei di rendere l’aria di coraggio tenero e timido con cui protendeva il dito per toccare la dolce pelle di quel piccolo Bambino-Dio, di cui sentiva sui ginocchi il piede tiepido, e che le sorrideva[15].

Tuttavia, non possiamo fermarci qui: qui inizia un cammino di fede così profondo, così radicale e - non possiamo negarlo - tanto doloroso, come nessun altro credente ha vissuto. Questa vicinanza, unica, di Maria con Gesù non sostituisce la sua fede, ma al contrario: la esige, sempre più incondizionata, nella misura in cui la realtà sembra che vada sgretolando le attese umane, materne, ebree di Maria, fino a giungere al momento culminante: la croce. Il Rettor Maggiore scrive: "Nel momento cruciale della vita di Gesù (...) troviamo Maria ai piedi della croce: si tratta di tre versetti d'una densità sorprendente (Gv 19, 25-27). (...) Oso riferire alla Madre del Signore l’espressione del vangelo di Giovanni (Gv 3, 16) riguardo a Dio Padre: “Maria ha tanto amato il mondo, da dargli il proprio Figlio”[16].

La Santissima Vergine Maria Immacolata Ausiliatrice è il nostro Modello nella realizzazione della nostra Missione Salesiana: portare Gesù a tante ragazze e ragazzi, a tanti nostri fratelli e sorelle, in ogni parte del mondo, che ci supplicano: Vogliamo vedere Gesù! (Gv 12, 21).

[1] Cfr. WALTER KASPER, citando a ADOLF HOLL, Jesus in schlechter Gesellschaft, en: Jesús, el Cristo, Salamanca, Ed. Sígueme, 2002, 11ª Ed., p. 144.

[2] Tutti gli articoli del Bollettino Salesiano (pubblicati nelle diverse lingue) sono stati raccolti e pubblicati insieme nel volume: PASCUAL CHÁVEZ V., Vogliamo vedere Gesù, Torino, ELLEDICI, 2011. Il testo citato è a p. 22.

[3] Ibidem, p. 22-23.

[4] Conviene ricordare che i profeti non solo realizzano la loro missione verbalmente, ma anche con azioni simboliche: soprattutto in Geremia e in Ezechiele.

[5] D. PASCUAL CHÁVEZ, Vogliamo vedere Gesù, p. 51.

[6] D. PASCUAL CHÁVEZ, Contemplare Cristo con lo sguardo di Don Bosco, Roma, ACG 384 (2004), p. 27. Il testo di Von Rad qui citato non si trova nella Lettera.

[7] GERHARD VON RAD, Sermones, Salamanca, Ed. Sígueme, 1972, p. 23-24.

[8] Cfr. WOLFHART PANNENBERG, Esquisse d’une Christologie, Paris, Les Éditions du Cerf, 1971, p. 74-76: “Se Gesù è risorto, per un giudeo questo può significare solo che Dio stesso ha approvato l’atteggiamento pre-pasquale di Gesù (…) Se Gesù, risuscitato dai morti, è asceso a Dio, e così ha inaugurato la fine del mondo, Dio si è rivelato definitivamente in Gesù”.

[9] MARTIN HENGEL, Il Figlio di Dio, Brescia, Paideia, 1984, pp. 17-18.

[10] EBERHARD JÜNGEL, Dio Mistero del Mondo, Brescia, Queriniana, 2004, 3ª Ed., p. 410ss.

[11] EDWARD SCHILLEBEECKX, Dio e l’Uomo, Roma, Ed. Paoline, 1967, pp. 21-23.

[12] Citado en: GEORGE STEINER, Tolstói o Dostoievski, Madrid, Ed. Siruela, 2002, p. 296.

[13] Ibidem, p. 296-297.

[14] Citato nella Presentación, fatta da  JOSÉ ANGEL AGEJAS, di: JEAN-PAUL SARTRE, Barioná, el Hijo del Trueno, Madrid, Vozdepapel, 2006, p. 15.

[15] La citazione (in italiano) è presa da: ANTONIO MARIA SICLARI, Ci ha chiamati amici, Milano, Jaca Book, 2001, p. 45

[16] D. PASCUAL CHÁVEZ, ‘Ecco la tua Madre!’ (Gv 19, 27). Maria Immacolata Ausiliatrice, Madre e Maestra di Don Bosco, en: ACG 414 (2012), p. 32 (cfr., más ampliamente, 22-33).

UNA SPIRITUALITÀ SALESIANA TARGATA LAICI

Roberto Lorenzini SS CC

Premessa

Vorrei riflettere con voi sul dono che Don Bosco ha fatto ai tanti laici non consacrati della Famiglia Salesiana che si sono messi in gioco con lui, accogliendo come riferimento di vita la sua spiritualità: dai Salesiani Cooperatori, ai Devoti di Maria Ausiliatrice, alle Exallieve ed Exallievi, agli amici di Don Bosco e a tutti coloro che, a diverso titolo, fanno parte del vasto Movimento Salesiano.
Mi piace pensare a questi laici come ai buoni cristiani e onesti cittadini realizzati secondo il modello di persona sognato da Don Bosco.

In questa esposizione farò riferimento alla presentazione della Strenna 2014 del Rettor Maggiore, al dossier di Pastorale Giovanile del giugno 2013 che ne approfondisce alcuni aspetti (in particolare i contributi di Bissoli, Séïde, Garcia ed Errico), del fascicolo “Educatori di santi” di Don Giuseppe Casti, Delegato mondiale dei Salesiani Cooperatori, del testo “Suoi testimoni” del Salesiano Cooperatore Nino Sammartano, e del volumetto “Testimoni dell’alleanza”, autore Don Joseph Aubry con Vittoria e Roberto Lorenzini.

Agganciati alla dinamica interiore di Don Bosco

Rispondere all’amore di un Dio che ti ama immensamente è la via per una santità possibile a tutti. Lasciarci penetrare da questo amore fino al punto che non possiamo più tenerlo per noi per condividerlo con tutti, questa è la dinamica della carità pastorale che ci spinge a lievitare evangelicamente i nostri ambienti di vita a partire dalla nostra famiglia fino ad allargarci ai giovani e al prossimo più sfortunato in cui vediamo l’immagine stessa di Gesù (cfr Strenna n. 2).

Nella presentazione della Strenna 2014 il Rettor Maggiore esordisce affermando che “La spiritualità salesiana non è diversa dalla spiritualità cristiana”. Perché? Perché hanno la stessa radice che è la carità, ossia la vita stessa di Dio a cui Don Bosco ha attinto attraverso il volto di Gesù, buon Pastore.
Certo colpisce constatare come per Don Bosco sia stato così naturale vivere di soprannaturale. Contemplando la presenza amorosa di Dio tra le maglie della sua vita quotidiana, egli trasformava l’unità con il suo Signore in dinamica di vita, tutta spesa per i suoi giovani, i poveri, gli ultimi. Un’azione intrisa di preghiera, una preghiera intrisa di azione.

Cosa significa per noi laici vivere questa dinamica interiore? È Don Bosco stesso a metterci sulla strada di una risposta: “Mediante il lavoro potete rendervi benemeriti della Società… e far del bene all’anima vostra, specialmente se offrite a Dio le quotidiane vostre occupazioni” (OE XXIX 68-69). In altre parole ci invita ad accogliere questa presenza di Dio nelle occupazioni ordinarie e negli impegni della nostra giornata, facendo di Cristo il criterio della nostra azione.1

Tralci uniti all’unica vite

Della spiritualità laicale ce ne parla magnificamente la “Christifideles laici” (1988), ma la riflessione a partire da Don Bosco ci aiuta a coniugarla in modo tale da fecondare salesianamente ogni ambiente di vita: giovanile, familiare, ecclesiale, sociale... (cfr Strenna n. 3). È una spiritualità che, attingendo da un rapporto cuore a cuore con Dio, ci impegna a donare pienezza di vita per la sua gloria, nella convinzione primaria che “la gloria di Dio è l’uomo vivente” (cfr Strenna n. 4).
Per noi laici l’unione con Dio Padre costituisce la condizione del nostro impegno apostolico: tralci uniti all’unica vite. I dinamismi dello Spirito ci conducono verso un orientamento unitario, quello dell’agape, assumendo il disegno di salvezza del Padre come progetto unificante della nostra vita.2
La preghiera diffusa, la meditazione della Parola, la vita sacramentale diventano sorgente di forza che alimenta il desiderio di cooperare all’edificazione del Regno di Dio, trasformando la vita in preghiera e la preghiera in vita perché, come afferma Martha Séïde, “tutto può diventare preghiera per chi ha un’accurata, abituale e intensa vita di preghiera” (NPG n. 6-2013 p. 47).

Vivere alla presenza di Dio è un caposaldo della spiritualità di Don Bosco.3 Così l’incontro col Risorto ci trasforma a tal punto che non possiamo più credere che il male sia più forte del bene e questo ci dà la forza di impegnarci e lottare, facendo della speranza la virtù del laico per eccellenza, perché sappiamo che lo Spirito del Risorto ci precede sempre ed è presente e operante nella storia.4

Chiamati alla santità

Forti di questa consapevolezza e carica interiore, a che cosa sono chiamati i laici che fanno riferimento a Don Bosco?

Incarnare l’amore che Dio “ha riversato nei nostri cuori” (Rm 5,5) significa accogliere quella carità di Cristo che ci travolge e ci spinge alla lievitazione evangelica del nostro ambiente di vita, facendo dono di noi stessi in maniera generosa e disinteressata. In altre parole questo equivale a puntare decisamente verso la santità.5

In questo arduo compito non ci nascondiamo i nostri limiti, le nostre fragilità, le difficoltà, gli insuccessi, ma è proprio qui che Gesù, il Risorto, ci incoraggia: “Io sono con voi tutti i giorni“ (Mt 28,20) o, come diceva a Paolo, “Ti basta la mia grazia” (2 Cor 12,9), tanto da fargli esclamare: “quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10). Anche le difficoltà hanno un senso se Paolo assicura che in Cristo “la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza” (Rm 5,3-4).

Per ciascuno di noi ogni attimo della vita può rappresentare un punto d’incontro con Dio. È la mistica della vita ordinaria vissuta in modo straordinario cogliendo i passi di Dio che si fa presente al nostro fianco. “Occorre - secondo Martha Séïde - educarsi ed educare all’attenzione per fare di ogni istante della vita un momento d’eternità: amore per Dio e per l’umanità” (NPG n. 6-2013 p. 49). Siamo chiamati a farci discepoli di Maria che visse in speciale compenetrazione, sia la contemplazione che il servizio. Chi vive questa “grazia di unità”, tipica della spiritualità salesiana, è avviato su un sicuro cammino di santità.

D’altra parte, la tentazione di pensare che i risultati dipendano dalla nostra capacità di fare e programmare è vinta dall’adesione alle parole di Gesù: “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5). Confidando in questo legame con Gesù, da re, sacerdoti e profeti per il dono del Battesimo, offriamo a Lui tutte le nostre fatiche e il nostro impegno.6 È indubbio che questo ci chiama a una presa di distanza dalla mentalità di questo mondo, e sta proprio qui la nostra ascesi.7

Una spiritualità che vuole incidere nel sociale

Una spiritualità così intesa ci chiama a coniugare la fede in Dio e la fedeltà all’uomo per diventare speranza per il mondo…8 Ci impegna alla realizzazione del bene comune incidendo sul sociale e sul politico… perché tutto ciò che è umano è luogo di esperienza e di incontro con il Signore della vita.9

Questa spiritualità sulle orme di Don Bosco, fa sì che il “buon cristiano” si invera nelle sue responsabilità di “onesto cittadino” dedito a cercare vie e modi nuovi per trapiantare la genialità di Don Bosco nella vita pubblica, nel mondo della cultura, della politica, della vita sociale.10 È il laico dedito alla salvezza della sua anima attraverso le sue responsabilità di cittadino11 convinto, come riportava un Bollettino Salesiano del 1883, che “lavorare all’educazione della gioventù più abbandonata è dare gloria a Dio e cooperare al benessere della civile società” (cfr BS a.VII, 1883, n.7. p. 104).

A noi laici sono stati rivolti appelli ragguardevoli verso questo impegno sociale: il Rettor Maggiore al Congresso mondiale dei Cooperatori del 2012 ci pregava di “uscire dalle sacrestie” e recentemente gli faceva eco Papa Francesco sollecitandoci a “uscire dai cenacoli”.

Quello che Don Bosco intendeva col “giovare alla civile società” in definitiva è per noi l’obiettivo di lavorare alla costruzione di un mondo veramente umano, nel senso dell’umanesimo cristiano e salesiano di San Francesco di Sales, per una piena realizzazione delle persone.

Da cristiani e cittadini impegnati nel mondo

Se la spiritualità di Don Bosco ci anima come preziosa eredità, ciò non significa che l’onesto cittadino del Terzo Millennio abbia i connotati di quello di fine Ottocento, quando il suo ruolo si riduceva per lo più ad obbedire alle leggi, non dare problemi alla giustizia e… sostanzialmente pensare ai “fatti propri”.13

Oggi, grazie al cammino della Chiesa nel campo della Dottrina sociale, dalla “Rerum Novarum” di Leone XIII del 1891 alla “Caritas in veritate” di Benedetto XVI del 2009, cammino fecondato dal Concilio Vaticano II, la costruzione di un giusto ordinamento sociale è diventato un compito per ogni cristiano, basato sul primato della coscienza, corroborato da studio, preghiera, dedizione, collaborazione, fatica, costanza… e talvolta accettazione dello scacco.14

È la Lumen Gentium ad affidare ai laici il compito prioritario di animare cristianamente le realtà temporali: “Cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (LG 31).15 Non sembra proprio lontano Don Bosco da questa visione del laico quando ci spinge a “lavorare per il Regno facendo del bene alla civile società”! (Reg. Coop. DB 1876). È la prospettiva del bene sociale, del bene comune. È, per così dire, la traduzione in un’ottica sociale, non solo pastorale, della spiritualità del “da mihi animas”. È il compito, per noi laici di stampo salesiano, attraverso l’impegno sociale e civile, istituzionale e di volontariato, di cercare l’uomo, il bene dell’uomo: di ogni uomo e di tutto l’uomo, nella varietà dei suoi bisogni: materiali, affettivi, culturali e spirituali. Perché l’uomo, come ci ha insegnato Giovanni Paolo II, è “via della Chiesa”; l’uomo, ogni uomo e tutto l’uomo, è “un bene comune: bene comune della famiglia e dell’umanità, dei singoli gruppi e delle molteplici strutture sociali” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 11).
Nel laico i valori cristiani, laicali e salesiani si fondono armoniosamente e sono vissuti in pieno mondo per “diffondere l’energia della carità” (MB XVIII 161).16 Da queste affermazioni risulta chiaro che l’impegno dei laici cristiani negli ambienti secolari è un’efficace quanto preziosa forma di evangelizzazione.17

I campi di azione del laico salesianamente orientato

Quali sono, allora, i campi di azione, i più “caldi” almeno, del laico salesianamente orientato? Considero scontato che la dimensione educativa è il denominatore comune della sua presenza in tutti gli ambiti sociali con la caratteristica donboschiana della capacità di “amare e di farsi amare”.
Non mi soffermo dunque sul settore educativo, centralissimo e privilegiato, tipico degli oratori, della scuola, ma piuttosto su un ambito che merita la nostra riflessione di laici: la famiglia.

Due sposi sono chiamati a testimoniare la bellezza dell’amore fedele, fecondo, donato e ricevuto come espressione di una donazione totale.18 Ed è bello vedere nell’amore di due sposi l’espressione dell’agape di Dio Padre. E perché questo? Perché Dio è comunione di Persone. Spesso nell’Antico Testamento viene presentata l’alleanza tra Dio e il suo popolo come un patto di amore nuziale che, mentre esprimeva, direi plasticamente, l’innamoramento di Dio per l’umanità, diceva qualcosa di importante sulla relazione matrimoniale; e cioè che essa non consiste in un semplice contratto ma in un’alleanza per la quale ci si gioca la vita, alla quale si resta fedeli costi quel che costi, perché così è l’amore di Dio Padre per gli uomini.

Gesù stesso si avvale dell’esperienza dell’amore coniugale per esprimere quanto ama la Chiesa. Nel matrimonio lui è il garante dell’amore e gli sposi sono i testimoni di questa alleanza perché ormai il loro amore è inserito a pieno titolo nella sua opera redentrice.

I laici sposati nel Signore sentono forte l’impegno dell’accoglienza di questa presenza del Signore Gesù, primo invitato alle loro nozze, responsabile della loro felicità. E la prima presenza del Signore viene riconosciuta nel proprio coniuge per il quale si sente la responsabilità della crescita della fede. Così l’amore reciproco diventa segno e portatore dell’amore di Cristo che in questo modo ci apre una via diretta verso la santità. (cfr J. Aubry, Testimoni dell’alleanza, pp. 81-91).
Questo amore che costruisce la chiesa domestica si apre alla fecondità, al dono della vita, all’accoglienza dei figli. E proprio riguardo ai figli Don Bosco ha qualcosa di grande da dirci in rapporto alla loro educazione.

Abbiamo mai pensato agli esiti positivi che può avere il sistema educativo salesiano in famiglia con due genitori alle prese con i figli soprattutto in età evolutiva? La risposta è scontata: il Sistema Preventivo dà un apporto fenomenale e funziona davvero!

Don Bosco stesso voleva che il vissuto delle sue case fosse permeato dallo “spirito di famiglia”. Ricordiamo la splendida, e per certi versi inquietante, “Lettera da Roma” del 1884 che richiama alla paternità dell’educatore, alla confidenza e familiarità con l’educando, al clima di gioia, di festa, di preghiera, di impegno e responsabilità: tutti elementi che ben si addicono non solo all’oratorio ma anche alla famiglia intesa come comunità educante.
Questo spirito di famiglia, invece, è oggi spesso a rischio, proprio nelle famiglie. E qui noi laici salesiani siamo chiamati a incarnarlo nelle relazioni familiari con la spiritualità del “non basta amare”.

Mi viene in mente l’esperienza e la documentazione immensa che il movimento degli Hogares Don Bosco mette a disposizione come un dono in Spagna, e non solo in Spagna, sulla vita di coppia, l’educazione dei figli e l’impegno ecclesiale e sociale della famiglia.

Penso anche al sito internet “www.ilgrandeeducatore.com” (e chi è il grande educatore se non Don Bosco!), in cui un gruppetto di laici, con altri amici della Famiglia Salesiana, propone ai genitori, anche attraverso una rivista, come essere “educatori di vita”, mettendo a disposizione gli stimoli educativi di Don Bosco e della vasta pubblicistica salesiana fino ai più recenti contributi. È una miniera enorme a cui attingere che svela quanto sia ricca la pedagogia salesiana per i laici che vogliono educare in famiglia, e non solo, con lo stile di Don Bosco.

Teniamo presenti però anche le grandi insidie che attaccano oggi la famiglia. Così l’impegno del laico salesianamente formato si orienta a fare la verità nella visione dell’amore e della sessualità umana, (pensiamo alla limpidezza che Don Bosco chiedeva ai suoi educatori e ai suoi ragazzi), fare la verità nel matrimonio tra un uomo e una donna secondo una visione che coniuga l’amore con donazione, fedeltà, stabilità, apertura alla vita. Senza trascurare poi l’impegno per i diritti dei minori a partire dal riconoscimento della piena dignità umana all’embrione e il diritto di nascere perché è già persona fin dal concepimento: è UNO DI NOI! “One of us!” come proclama la campagna europea, fatta non solo da credenti, per il diritto di ogni embrione alla nascita. Ma pensiamo anche allo sviluppo scientifico delle biotecnologie genetiche quanto ha bisogno di una verità bioetica per scongiurare il rischio che tutto si ritorca contro l’uomo.19

E dalla famiglia il nostro impegno di “onesti cittadini perché buoni cristiani” si allarga alla società. È questo il campo proprio dei laici.

La famosa “lettera a Diogneto”, sulla scorta del vangelo di Giovanni 17 (15-17), ci ricorda che i cristiani sono nel mondo ma non del mondo. Essi svolgono la stessa funzione dell’anima nel corpo: sono luce, sale, lievito… fermento. Questa doppia attenzione aiuta il laico a evitare due atteggiamenti ugualmente distorti: uno spiritualismo disincarnato e un secolarismo schiacciato sulla dimensione terrena.20

E come si orienterà il laico che si riferisce a Don Bosco nell’agire sociale e politico in quest’epoca di profonde tensioni, di globalizzazione e di crisi economico-finanziaria?

C’è un criterio per orientarsi nell’attuale crisi mondiale che si può ricondurre a una profonda crisi antropologica soprattutto nelle culture cosiddette avanzate. Sant’Agostino, in un momento storico altrettanto drammatico quale fu l’epoca del tramonto dell’impero romano, invitava ad aderire in ogni ambito dell’impegno civile alla veritas, ai valori profondi, piuttosto che alla vanitas, all’effimero, all’apparenza, al superficiale. È il primato della coscienza nell’agire sociale.21

Seguire oggi il criterio della verità nell’ambito della politica e delle istituzioni per noi laici significa essere animati da una forte tensione etica rispettosa della partecipazione di tutti ai processi decisionali e rivolta al loro servizio. C’è da distinguere, come osservava acutamente Simone Weil, “coloro che vivono di politica da coloro che vivono per la politica”. Ecco allora l’importanza di aprire corsi e scuole di formazione all’impegno socio-politico secondo la Dottrina sociale della Chiesa, soprattutto per i giovani che vogliono impegnarsi in modo serio nel servizio amministrativo, politico, partitico.
Fare la verità nell’ambito dell’economia significa puntare a un’economia sociale, integrata, di comunione… attenta non solo alla massimizzazione dell’utile, ma anche alla partecipazione di tutti ai beni, al coinvolgimento dei più deboli, alla promozione dei giovani, delle donne, degli anziani, delle minoranze.22 Un’economia che miri al reinvestimento finalizzato a scopi sociali, al rispetto della natura, alla responsabilità verso le generazioni future.

Noi laici, guardando a Don Bosco preparatore di ragazzi al lavoro, alla professione, alla definizione di contratti dignitosi per i suoi giovani, riteniamo il lavoro, a partire dalla nostra professione, come parte integrante della dignità della persona, come realizzazione di sé, come servizio alla comunità, come relazione tra persone, come unione al sacrificio di Cristo: un bene primario da salvaguardare ad ogni costo.

Sul piano della cultura e delle risorse spirituali, il trionfo della veritas ci conduce a ritenere centrale l’educazione dei giovani, la scuola… ma anche la promozione del patrimonio culturale, artistico e religioso.

La nostra vigilanza e impegno per la verità si focalizza in particolare sui mezzi di comunicazione sociale, da quelli più tradizionali a quelli di ultima generazione, per smascherare i modelli negativi che plasmano la mentalità dei giovani e della gente. Il rischio di manipolazione è molto elevato: non ci sono solo gli indici d’ascolto da tenere alti! Ci sono piuttosto i valori da diffondere in modo intelligente.23

La stessa custodia del creato come dono esigente da passare alle future generazioni deve congiungersi a un’attenzione costante nel promuovere quell’“ecologia umana” che è ricerca del raggiungimento del benessere fisico e spirituale di tutta l’umanità, con particolare attenzione ai paesi emergenti e in via di sviluppo.24

Assumere come criterio un’etica della verità vuol dire in definitiva assegnare una priorità indiscutibile verso i più deboli, singoli o gruppi, popoli o interi Paesi, per un’azione attenta a globalizzare la solidarietà, la condivisione, la gratuità. Contro ogni struttura di peccato e di morte.25
Ci consola il fatto di essere in molti nella Famiglia Salesiana a lavorare in rete per questa etica della verità.

Conclusione

Se davvero il laico vuole essere il segno del Regno di Dio tra le persone, trova la sua vocazione nel dono di sé, nel servizio per far crescere quel bene comune che conduce al Bene Assoluto, a Dio.26
Penso che se oggi Don Bosco fosse tra noi ci incoraggerebbe a tentare vie nuove di evangelizzazione anche attraverso quella dedizione sociale e politica considerata da Paolo VI la più alta forma di carità.

Così mentre ci impegniamo a far parte a tutti gli uomini dei beni “penultimi” quali la giustizia, la pace, la libertà, il benessere, la solidarietà… abbiamo la consapevolezza di lavorare all’accoglienza dei beni “ultimi” promessi dal Signore: i beni del Regno.27

Mi piace concludere proponendo a me e a voi un esempio concreto di quanto ho delineato: è la figura del salesiano cooperatore Attilio Giordani di Milano, dichiarato da poco Venerabile.
Attilio ha usato ogni escamotage per coinvolgere i ragazzi e portarli a Dio. “La nostra fede deve essere vita” ripeteva; perciò, prima di recarsi al lavoro alla Pirelli, non rinunciava alla messa delle 6.30. Buon umore e precisione nel lavoro, presenza e allegria in cortile, amore e ottimismo in famiglia: sono alcuni dei tratti distintivi di un uomo che scrive alla sua futura moglie, Noemi: “Il Signore ci aiuti a non essere buoni alla buona, ma a vivere nel mondo senza essere del mondo, ad andare contro corrente...”.

Quando i tre figli sono volontari in Brasile con l’Operazione Mato Grosso, parte anche lui con la moglie per condividere la missione da catechista e animatore. Il 18 dicembre 1972 mentre in una riunione sta parlando con entusiasmo del dare la vita per gli altri: “Mi basta che scegliate nella vita, che non siate passivi davanti alle situazioni”, improvvisamente si sente venir meno e fa appena in tempo a dire al figlio: "Pier Giorgio, ora continua tu". Questo appello oggi lo sentiamo rivolto a noi, laici della Famiglia Salesiana, che in Attilio ammiriamo un laico secolare salesiano a tutto tondo: marito, padre, fenomenale “attuatore” del metodo preventivo, missionario: traccia semplice e potente di un cristiano che si affida e tutto affida all’amore di Cristo.

È mia profonda convinzione che i cieli nuovi e la terra nuova apparterranno a chi, come Attilio, si è impegnato a costruirli qui ed ora “per la gloria di Dio e la salvezza delle anime”.

UNA SPIRITUALITÀ SALESIANA TARGATA LAICAMENTE
Roberto Lorenzini
Salesiano Cooperatore

BIBLIOGRAFIA

1. Pascula Chavez, Presentazione della Strenna 2014. ANS.
2. Cesare Bissoli, Jesús Manuel Garcia, Martha Séïde, Guido Errico,
in Note di pastorale giovanile, 06 Estate 2013. LDC.
3. Giuseppe Casti, Educatori di Santi, Pro manoscripto, 2013.
4. Nino Sammartano, Suoi Testimoni, La Medusa Editrice, 2004.
5. Joseph Aubry, Vittoria e Roberto Lorenzini, Testimoni dell’Alleanza 2, 1983, Edizioni Cooperatori

NOTE

Le note sono solo di confronto (cfr) e non di citazione letterale.
Per praticità riporto solo l’autore facendo riferimento alla bibliografia soprastante.

1 Martha Séïde p. 44
2 Manuel Garcia p. 40
3 Guido Errico p. 53
4 Nino Sammartano p. 93
5 Cesare Bissoli p. 10
6 Nino Sammartano p. 27
7 Nino sammaritano p. 84
8 Manuel Garcia p. 35
9 Martha Séïde p. 48
10 Giuseppe Casti p. 21
11 Giuseppe Casti p. 23
12 Giuseppe Casti p. 54
13 Giuseppe Casti p. 59
14 Giuseppe Casti p. 54
15 Nino Sammartano p. 33
16 Giuseppe Casti p. 76
17 Nino Sammartano p. 34
18 Nino Sammartano p. 55
19 Nino Sammartano p. 57
20 Nino Sammartano p. 88
21 Giuseppe Casti p. 54
22 Giuseppe Casti p. 57
23 Giuseppe Casti p. 58-59
24 Nino Sammartano p. 77
25 Giuseppe Casti p. 58
26 Giuseppe Casti p. 74-75
27 Nino Sammartano p. 94