Famiglia Salesiana

GFS 2014: Tavola Rotonda




UNA SPIRITUALITÀ INSEPARABILE DALLA MISSIONE.
I GIOVANI PER DON BOSCO UN “LUOGO TEOLOGICO DI INCONTRO CON DIO”

Don Carlo Nanni, sdb

1. I giovani  “sostanza”  della vita di don Bosco
Don Bosco ha avuto un progetto di vita fortemente unitario: il servizio ai giovani. Lo realizzò con fermezza e costanza, tra ostacoli e fatiche, con la sensibilità di un cuore generoso. “Non diede passo non pronunciò parola, non mise mano ad impresa che non avesse di mira la salvezza della gioventù …realmente non ebbe a cuore altro che le anime” (Cost. 21)  La sua vita è stata tutta  pensata e vissuta  nel “da mihi animas… dei giovani”. Ciò lo portò  emotivamente ad avere una forte affezione  per i giovani: “Basta che siate giovani, perché io vi ami assai” (Introd. a Il Giovane provv.). Le Costituzioni dei salesiani all’art.20 ci ricordano:
Guidato da Maria che gli fu Maestra, Don Bosco visse nell’incontro con i giovani del primo oratorio un’esperienza spirituale ed educativa che chiamò "Sistema Preventivo". Era per lui un amore che si dona gratuitamente, attingendo alla carità di Dio che previene ogni creatura con la sua Provvidenza, l’accompagna con la sua presenza e la salva donando la vita.

2. L’educazione mistero teologale

A ben vedere  l’esperienza educativa di don Bosco ci aiuta a cogliere il senso profondo dell’educazione: il «mistero dell’educazione».
La relazione educativa – punto centrale dell’educazione – come  tutte le relazioni interpersonali, di gruppo, comunitarie, affonda la sua realtà nel mistero della vita,  nel mistero delle persone, della loro interiorità per tanti versi “ineffabile”, delle libertà e delle dinamiche interpersonali profonde (La persona è un focolare di libertà, e perciò resta oscura come il centro della fiamma: E. Mounier) .
Ma l’esperienza educativo-pastorale di don Bosco, letta alla luce del mistero dell’incarnazione, permette di vede in maniera più profonda la relazione educativa.

Infatti porta a vederla e a viverla non solo avendo i giovani,  lo studente o gli studenti come partner, come persona, come immagine e somiglianza di Dio, come modello dei “piccoli del Regno” di cui parla il Vangelo, ma più profondamente  invita a vedere la relazione educativa e a provare a viverla come modalità accomunante di vivere e crescere insieme, docenti e alunni, in quanto tutti “figli nel Figlio”: cioè come relazione di fratellanza cristiana resa possibile da Gesù Cristo (pur nella differenziazione personale, di status, ruoli e funzioni) e come realizzazione, nel tempo, della mistero della vita e delle relazioni trinitarie: Cristo in noi e con noi, per lo Spirito, in comunione con Dio Padre (cfr. Gal 4, 4-7; Rom 8.14-17; 1Gv 3, 1-5;Gv 1,12) .

Più specificamente  può permettere di sentire e considerare la relazione educativa e le diverse forme di comunità educativa come comunione di vita e espressione del mistero della Chiesa, in quanto docenti e studenti, a vario titolo sono “membri del corpo di Cristo che è la Chiesa” (come dice in molti suoi scritti san Paolo) o sono comunque all’interno del suo essere “sacramento di salvezza del e per il mondo”.
[Cfr. L’icona della partita educativa = gioco di squadra, insieme, educandi ed educatori “nel gioco” della crescita propria, altrui, comune,  ognuno con ruoli e funzioni proprie e diverse  (non tanto la “centralità del ragazzo”, che rischia di oggettivarlo, impedirgli di essere attivo e protagonista nella propria crescita)]. L’educazione cristianamente ispirata non sminuisce la consistenza e la validità del progetto di “vita buona” (“buoni cristiani e onesti cittadini” di don Bosco),  posto a fine dell’azione educativa comune, ma l’integra e l’eleva alla pienezza del modello di umanità, che si è presentato nella storia con Cristo, verbo incarnato e risorto (cfr. Ef.4,13 e il n. 22 della GS); e ricompone la vita storica nella storia di salvezza, che trova i suoi inizi nel progetto creatore di Dio e che, nell’attualità del già esistente, grazie a Gesù, energia e speranza del mondo, si protende verso quel Regno di Dio, in cui trova esaudimento l’anelito umano di una piena liberazione e comunione con Dio. L’impegno educativo  ne di venta un modo specifico a livello della formazione personale: che si vuole per tutti integrale e plenaria.
3. Il sistema preventivo “via aurea” per vivere il mistero della figliolanza

Se ci si mette in quest’ordine di idee, il sistema preventivo di don Bosco diventa  molto più di una idea (=prevenire non reprimere cfr. Giuseppe Lombardo Radice) e di un metodo ( = ragione, religione amorevolezza).
Lo è. Ma per noi suoi figli è molto di più.
È  – dicono sempre le Costituzioni al n. 20 già citato – «un modo  di vivere e di lavorare per comunicare il Vangelo e salvare i giovani con loro e per mezzo di loro. Esso permea le nostre relazioni con Dio, i rapporti personali e la vita di comunità, nell’esercizio di una carità che sa farsi amare».
Se lo viviamo nel  “mistero della figliolanza”  allora anche per noi sarà possibile che saremo come don Bosco “contemplativi nell’azione”, “vivendo come Lui che  “viveva come vedesse l’invisibile” (cfr. Cost. Sal. Art12 e 21).
Se è vero che «il cristiano del futuro o sarà mistico o non sarà neppure cristiano» (K. Rahner, Nuovi saggi, Roma 1968, p. 24), allora è chiaro che per noi salesiani e salesiane  non c’è scampo: se vogliamo essere cristiani  in questo nostro secolo, per noi non c’è  altra  “via mistica”: quella dell’ educazione, vissuta nel mistero della figliolanza e della vita trinitaria calata nel tempo e nella storia, nell’agire per l’uomo (= il giovane) e salvezza del mondo: noi oggi, come don Bosco nel suo tempo. Questa è la “grazia dell’unità” personale e comunitaria salesiana.

4. Un modo rinnovato di  pensare, vivere e formarsi  allo “spirito salesiano”

L’etica cristiana è un’etica della figliolanza, del sentirsi e dell’agire da figli “adottivi”: non un’etica del dovere per il dovere, del “political correct” o di uno stare ai patti, ma del vivere ed agire da “figli nel Figlio”, nell’amore e nella misericordia.
La figliolanza cristiana permette di capire meglio, vivere con senso di soddisfazione, e formarsi “in letizia” a quelli che sono i caposaldi dello spirito salesiano, cioè a quegli atteggiamenti e modalità virtuose che dicono la sostanza personale dell’essere e dell’agire salesiano.  

Anche in questo caso mi rifaccio sinteticamente alle Costituzioni Salesiane (cap.II, intitolato  “Lo spirito Salesiano” nn.10-21).  Dopo aver precisato che il Cristo del Vangelo è la sorgente del nostro spirito, si prospetta che ne sono  al contempo condizioni “virtuose” e espressioni comportamentali:

  1. ravvivare continuamente la dimensione “teologale” della nostra attività (= la “teologicità” del nostro agire: quella che tradizionalmente  si diceva «vivere alla presenza di Dio» e che in altri termini si potrebbe dire:  «vedere, pensare, agire con l’occhio di Dio, con il cuore di Dio, con la  pazienza e la misericordia di Dio);
  2. avere il senso della Chiesa;
  3. sentire nel profondo di noi la “predilezione per i giovani” ( «Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono disposto anche a dare la vita»).
  4. praticare l’ “amorevolezza salesiana”: il salesiano/salesiana è aperto/a e cordiale, pronto/a a fare il primo passo e ad accogliere i giovani e tutti sempre con bontà, rispetto, pazienza e lungimiranza;
  5. agire e inter-agire in spirito di famiglia, come persone in comunità educative;
  6. essere capaci di ottimismo e gioia;
  7. praticare l’indicazione di don Bosco: “lavoro e temperanza”;
  8. essere capaci di creatività e flessibilità.

Ma a capo di tutto c’è  quello che si afferma all’art. 39 delle Cost.: «La pratica del Sistema Preventivo esige da noi un atteggiamento di fondo: la simpatia e la volontà di contatto con i giovani: "Qui con voi mi trovo bene, è proprio la mia vita stare con voi"». Essa  fa da struttura di base alle “competenze virtuose” di cui sopra e da strategia primordiale dell’agire educativo salesiano.

Conclusione
Un vecchio salesiano, don Pietro Gianola, diceva che occorre «voler bene, volere il bene, volerlo bene, facendolo bene!»
Ma anche questo è perché l’obiettivo ultimo e il fine proprio è:
«Volete fare una cosa buona? Educate la gioventù.
Volete fare una cosa santa? Educate la gioventù.
Volete fare  cosa santissima? Educate la gioventù.
Volete fare cosa divina? Educate la gioventù.
Anzi questa tra le cose divine è divinissima!» (Don Bosco, MB, XIII, 629).
E il fine ultimo è: « perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10).

Una Espiritualidad que se enraíza en la misión

Marco Pappalardo

Sam: «È come nelle grandi storie, padron Frodo, quelle che contano davvero, erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi sapere il finale, perché come poteva esserci un finale allegro, come poteva il mondo tornare com'era dopo che erano successe tante cose brutte; ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest'ombra, anche l'oscurità deve passare, arriverà un nuovo giorno, e quando il sole splenderà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, anche se eri troppo piccolo per capire il perché, ma credo, padron Frodo, di capire ora, adesso so: le persone di quelle storie avevano molte occasioni di tornare indietro e non l'hanno fatto; andavano avanti, perché loro erano aggrappati a qualcosa».

Frodo: «Noi a cosa siamo aggrappati Sam?».

Sam: «C'è del buono in questo mondo, padron Frodo:  è giusto combattere per questo!». (Dal film "Il Signore degli anelli - Le due torri").

Io ci credo: "C'è del buono a questo a mondo" e per questo cerco di combattere tutti i giorni "la buona battaglia"! Io ci credo e ve lo racconto attraverso alcune pennellate di vita: giovani che mi hanno aiutato a crescere (e mi aiutano ancora) come uomo e Salesiano Cooperatore, giovani per i quali vale la pena scommettere tutta la vita. Se la spiritualità è un modo di vivere il Vangelo e il Vangelo è la buona notizia dell'incontro con Gesù, per me il suo volto è nel volto di tanti ragazzi che, per dirla con "Il piccolo principe", mi hanno "addomesticato". Penso a Stefania che a 20 anni è morta di leucemia, ma qualche giorno prima ha voluto salutare tutte le persone che le erano state vicine. Sul letto della sua stanza, consumata dalla malattia nel fisico, non ha mai smesso di sorridere, mi ha raccomandato di non essere severo con i miei alunni, mi ha fatto la domanda più difficile che abbia mai ricevuto: «Prof, ma in Paradiso soffrirò ancora?». Penso a Giada che, facendo con me una sera - come ogni lunedì - volontariato con gli immigrati e i senza dimora, riceve 5 euro da un povero anziano contento a cui aveva dato un po' di sollievo, quasi fosse sua nipote. Da allora quella banconota è incorniciata e appesa nella sua camera per ricordarle ciò per cui è importante vivere. Penso a Gianmaria che a scuola trovavo ogni giorno a fumare di nascosto nei bagni e al quale avrò spezzato una cinquantina di sigarette; da allora non smette di telefonarmi in tutte le feste per farmi gli auguri. Penso a Milena che, dopo una giornata difficile a scuola con una classe, mi raggiunge in corridoio, mi dà una pacca sulla spalla e mi dice con un gran sorriso: «Stia sereno, prof!». Penso a Gianni che, una mattina al campo estivo dell'oratorio, vedendomi preoccupato poiché la giornata era piovosa, mi dice: «Marco, di che ti preoccupi? L'importante è che il sole ce l'abbiamo dentro». Penso a Mohamed, conosciuto una sera sotto un portico, giunto da poco dopo uno sbarco: vistolo in cattive condizioni gli offriamo più di un pasto caldo ma, preso il primo, non accetta il secondo dicendoci: «No, grazie, perché Dio c'è anche domani!». Penso a Gaetano che viveva in un quartiere difficile della città e partecipava alle nostre attività oratoriane: finita la giornata di giochi, andai incontro a sua madre che di solito si teneva a distanza. Il figlio aveva la fama del discolo e si raccontava il peggio di lui. Avvicinatomi, mi sentii subito dire: «Che cosa ha combinato oggi questo delinquente?». Risposi con serenità e sorridendo: «Signora, complimenti! Suo figlio è stato bravissimo. Siamo davvero contenti di lui». La mamma non credeva alla sue orecchie, poi cominciò a piangere e abbracciò Gaetano. Chiesi perché piangesse e lei rispose: «Piango perché è la prima volta in dodici anni che qualcuno dice che mio figlio è stato bravo e che è contento di lui». Penso ai tanti ex-allievi che si stupiscono e non sanno come ringraziare quando gli telefono per far loro gli auguri del compleanno. Penso a Rosario, detto Saro, che tutti gli animatori rimproveravano all'oratorio, ma nessuno per mesi e mesi gli aveva mai chiesto come si chiamasse. Penso alle ore notturne passate in chat e sui social per parlare con Chiara che non si sente voluta bene da nessuno e vomita ciò che mangia. Penso a Giuseppe, un giovane ex-allievo, orfano di padre, che oggi è laureato e ha pubblicato una raccolta di poesia realizzando un suo piccolo sogno.

Allora ogni vita è una storia grande, di quelle che contano davvero e per poter vivere è necessario essere aggrappati a qualcosa, a Qualcuno. In questo mondo, nonostante tutto, c’è qualcosa di buono per cui vale la pena impegnarsi! Don Bosco scelse di puntare sul buono che c’era nei ragazzi, partendo proprio dagli ultimi e incontrandoli con il volto del Risorto, che è un volto che manifesta bontà e gioia. E noi, possiamo solo restare a guardare o ammirare quanto fatto da altri? Certo ad alcune situazioni dovrebbero pensarci le Istituzioni, ma non è forse vero che la prima "istituzione" è proprio l'uomo e che non saranno certo le Istituzioni ad andare in Paradiso o da qualche altra parte più giù? Nei luoghi in cui non siamo presenti noi, ci saranno altri pronti a rubare il cuore e la serenità ai giovani, offrendo il marcio a buon mercato e travestito di buono. In ognuna delle "Terre dell'Educazione" siamo chiamati a stare con uno sguardo da "risorti", con la gioia di chi ha incontrato Gesù Cristo, perché - se siamo tristi - vuol dire che abbiamo incontrato qualcun altro! Gesù poteva mai essere un uomo triste? Chi avrebbe mai seguito un giovane con il muso lungo, chi avrebbe mai passato del tempo con lui? E io? Sono di quelli che quando mi si chiede "come stai" rispondo "potrebbe andare meglio" o di quelli che rispondono "Bene! Di tutto ringrazio il Signore"? Sono certo che il bene è più contagioso del male; credo che una foresta intera che cresce possa fare più rumore di un albero che cade; sogno che chi nasce tondo possa morire quadrato al di là di tutte le leggi della geometria; m'impegno affinché da ogni sogni possa nascere un progetto di vita. Permettetemi, infine, di parlare del Paradiso perché la nostra vera missione è il cielo a partire da questa terra! Penso ci vogliate andare tutti in Paradiso, magari non subito. Io pure! Non andremo in Paradiso perché papa Francesco testimonia e vive la povertà e l'attenzione agli ultimi, non ci basterà dire a San Pietro: «Siamo amici di papa Francesco». Funzionerà forse un po' come in certe discoteche o locali dove si entra solo se accompagnati, dove la donna entra gratis! Entreremo in Paradiso solo se saremo accompagnati dai giovani che avremo voluto bene e salvato, saranno loro il nostro pass, saranno loro il nostro biglietto di ingresso. L'augurio per questo nuovo anno e per tutta la vita è di camminare con i piedi per terra, lo sguardo in cielo, le maniche sbracciate per il lavoro; la missione è di essere felici, ma di non esserlo da soli!

 

Una spiritualità che si radica nella missione

Sr. Piera Ruffinatto

Il tema che mi è stato affidato per questo breve intervento a prima vista incuriosisce. Esso pare, infatti, capovolgere la logica con cui siamo soliti pensare la relazione contemplazione/azione; consacrazione/missione.

In effetti, la nostra percezione della realtà, condizionata da una logica lineare e temporale non ci facilita la sua comprensione essendo questa dominata dalla complessità e dalla contemporaneità. L’approccio migliore, al contrario, sembra essere quello sistemico che interpreta la realtà osservando le relazioni tra gli elementi che la compongono e le trasformazioni che avvengono nel momento in cui un dato elemento influenza l’altro e viceversa.

Filtrare la spiritualità e la missione di don Bosco con questo nuovo paradigma di conoscenza può aiutarci a cogliere dei legami nuovi da offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo, alla ricerca di un principio unificante per la loro vita spesso dispersa e frammentata.

Ancora, è pure utile sgombrare il campo da una precomprensione legata ai termini spiritualità e missione quasi che l’uno sia antitetico all’altro. In realtà, quando parliamo di spiritualità secondo una visione cristiana, intendiamo riferirci a uno stile di vita, un modo di pensare se stessi in relazione a Dio, agli altri e al mondo. Spiritualità è il modo di comprendere la propria vita entro un orizzonte di senso che ci supera e ci trascende. È un “essere” (=spiritualità) che non si contrappone all’”agire” (=missione), ma che al contrario lo contiene e lo giustifica. Questo, mi pare, può essere l’orizzonte in cui la spiritualità educativa di don Bosco trova la sua migliore collocazione.

Nello spazio di questo breve intervento non mi sarà consentito di trattare la tematica se non con brevi cenni, semplici pennellate per abbozzare un disegno i cui confini sono difficilmente individuabili anche dagli esperti. Gli studiosi del santo, infatti, fanno notare come lo scavo nella spiritualità di don Bosco sia un’operazione tutt’altro che semplice. Egli può essere paragonato a un mare profondo, facile da navigare in superficie, ma i cui abissi rimangono celati a chi lo accosta esternamente, lasciandosi abbagliare dall’imponenza delle opere e non sforzandosi di penetrarne la solida e profonda spiritualità che sola ne giustifica l’origine e lo stile.
In effetti, è solo partendo dal rapporto di don Bosco con Dio che egli può essere compreso perché appartenente a quella rara categoria di uomini e donne il cui agire nella chiesa e nel mondo dipende totalmente dal loro radicamento nell’eterno, dalla comunione con Dio che dà stabilità e consistenza alla loro vita.

Dio, afferma Pietro Stella, è il Sole meridiano che illumina la vita di don Bosco, domina la sua mente, giustifica la sua azione. Qualunque sia il suo stato d’animo, egli sente e contempla Dio Creatore e Signore, principio e ragione di tutto. Egli è il primo ad essere presentato ai giovani nel libretto Il Giovane Provveduto, e agli adulti ne La chiave del Paradiso.[1]

Il Dio di don Bosco è anzitutto e soprattutto Padre, ricco di misericordia preveniente e provvidente che mai abbandona i suoi figli. Don Bosco è come dominato dalla certezza di essere amato e guidato dall’azione divina, per questo si sente strumento del Signore per una missione che non è sua, ma viene dall’alto.

È qui che si trova il raccordo tra spiritualità e missione, quasi una fusione in quanto la missione  - essere strumento di Dio per la salvezza della gioventù - è per lui fonte di gioia e di trepidazione, proprio come lo fu per i profeti biblici i quali non potevano sottrarsi alla volontà divina, non solo per timore reverenziale, ma anche perché persuasi della bontà di Dio per tutti i suoi figli.[2]

La missione, così intesa, diventa il principio di unificazione della vita perché raccoglie le energie affettive, intellettive e volitive, e insieme le forze fisiche orientandole all’ideale, cioè il compimento del progetto rivelato. È questo il significato strategico del sogno vocazionale dei nove anni, ripetuto da don Bosco nelle svolte importanti della vita e che ne suggella il termine quando, nella Basilica del Sacro Cuore a Roma, egli “comprende” il senso profondo di tutti gli eventi occorsi nella sua vita di pastore educatore dei giovani.

Don Michele Rua, che del cuore di don Bosco conobbe i movimenti più profondi e ne contemplò in trasparenza la bellezza, sintetizzava tale esperienza con queste parole: «Don Bosco non diede passo, non pronunziò parola, non mise mano a impresa che non avesse di mira la salvezza dei giovani. Lasciò che altri accumulassero tesori, che altri cercassero piaceri e corressero dietro agli onori. Don Bosco realmente non ebbe a cuore altro che le anime, disse coi fatti, non solo colla parola: da mihi animas».[3]

Il da mihi animas è dunque il respiro della vita di don Bosco, il canto fermo della sua preghiera continua. Esso rivela il suo stile di rapporto con Dio, rapporto filiale e familiare per cui è possibile e doveroso non solo parlare di Dio, ma con Dio di ciò che gli sta più a cuore e a cui Egli è intimamente legato essendone il Creatore: l’umanità. E dell’umanità, in particolare, la porzione speciale che è la gioventù.

Entro la religiosità donboschiana, pervasa di fede e di fiducia nel Dio ricco di misericordia, la ricerca delle anime esprime il desiderio di avere le persone dei giovani non tanto per darle a Dio, perché Egli in realtà già le possiede, quanto piuttosto per renderle coscienti della loro identità profonda di figli di Dio, svelando a ciascuno l’immenso amore di predilezione con cui Dio le ama. Più che consegnarle a Dio, far sì che queste si consegnino a Lui nella reciprocità dell’amore.
Si spiega così il fatto che, come più volte affermato da don Bosco, senza religione la missione salesiana non può realizzarsi secondo il volere di Dio. Prima di essere iniziativa umana, infatti, l’educazione è opera della grazia di Dio che, attraverso i sacramenti, rigenera il giovane, conformemente alla sua intera verità, come persona chiamata a vivere in questo mondo, ma nell’attesa della vita futura. L’espressione “salvare le anime” si comprende solo in quest’orizzonte spirituale, dove l’azione salvifica è sempre e solo di Dio e ogni azione umana è a servizio di tale progetto.
La scelta di “non avere a cuore altro che le anime” porta don Bosco a “dire con i fatti” e non solo con la parola, da mihi animas, cioè a incarnare la sua fede nella vita, la spiritualità nella missione. Pensieri, parole, gesti, opere, tutto è orientato alla salvezza dei giovani realizzando un’azione unificatrice e armonizzatrice tra le dimensioni del suo essere ed esprimendo così l’aspetto mistico della missione dal quale deriva, senza soluzione di continuità, anche quello ascetico: lasciare ad altri l’accumulo dei tesori, la ricerca dei piaceri, la corsa agli onori.

Radicato nella pienezza d’essere di Dio, don Bosco oltrepassa le parvenze di avere, di potere, di sapere e di apparire che tanto fascino hanno su coloro che si lasciano dominare dall’uomo “vecchio”, per mettere in luce il suo essere profondo abitato da Dio. Egli ha imparato dal Cafasso, sua guida e maestro, che un uomo apostolico, prima di parlare di Dio o fare delle cose per Dio, vive per Dio. Il suo, è un essere per Lui, una consegna totale di sé nelle mani di Colui del quale si fida senza condizioni.

La fiducia in Dio e l’affidamento a Lui è la logica spirituale che permea le Memorie dell’Oratorio, uno dei documenti autobiografici più preziosi di don Bosco, attraverso il quale egli vuole istruire i suoi figli sul modo di rapportarsi con Dio di coloro che si consacrano al bene dei giovani in una missione che è autentico ministero spirituale.
Per don Bosco, il vero salesiano coltiva questo legame profondo con Dio nella preghiera e lo esprime all’esterno con la bontà, permeando tutte le sue azioni dell’unico grande scopo: la gloria di Dio e la salvezza delle anime. È in forza di questo compito che tutto il resto si ridimensiona, diventa come “spazzatura” al fine di guadagnare i giovani a Cristo.

Coloro che meglio hanno compreso don Bosco sono quelli che hanno saputo penetrare il mistero di questa unità vocazionale fondamento della spiritualità salesiana. Don Filippo Rinaldi, ad esempio, nota come don Bosco abbia «immedesimato alla massima perfezione la sua attività esterna, indefessa, assorbente, vastissima, piena di responsabilità, con una vita interiore che ebbe principio dal senso della presenza di Dio e che, un po’ per volta, divenne attuale, persistente e viva così da essere perfetta unione con Dio. In tal modo ha realizzato in sé lo stato più perfetto che è la contemplazione operante, l’estasi dell’azione, nella quale si è consumato fino all’ultimo, con serenità estatica, alla salvezza delle anime».[4]
L’estasi dell’azione – felice espressione ripresa in seguito da Egidio Viganò – esprime questa riuscita unità tra vita spirituale e apostolica che è la santità e che diventa il fine, il contenuto e il metodo del Sistema preventivo. Don Bosco svelava Dio ai giovani perché Lui era in Dio e coloro che l’accostavano subivano i benefici influssi della sua persona tutta raccolta in Dio e contemporaneamente a loro presente con un’attenzione ricca di bontà e di amore.

Lo “stare con Dio” di colui che vive l’estasi dell’azione, infatti, non è fuga dalla realtà e dai suoi problemi. Al contrario, è vivere abitualmente in Dio e ritrovare in Lui la stessa realtà a un livello più alto e più profondo per contenerla e trasfigurarla.

È questo, a mio avviso, uno dei significati dell’espressione con cui la liturgia celebra la santità di don Bosco, pastore dal cuore “grande come le sabbie del mare”. Il suo cuore, abitualmente fisso in Dio, era anche continuamente spalancato per i giovani come una casa accogliente in cui essi trovavano l’abbraccio di un padre, lo sguardo di un amico, la parola di un fratello.

Questo cuore, potremmo dire, era il vero laboratorio del Sistema preventivo, il segreto dell’e-ducere salesiano, nel senso che il contatto con la sua bontà e santità accendeva nel cuore dei giovani il desiderio di essere migliori, mentre con il suo amore pedagogico li risvegliava alla consapevolezza della loro dignità di figli di Dio creati per la comunione e l’amore, e poneva le premesse per il maturare di personalità capaci di impegnarsi nel mondo con responsabilità e solidarietà.

Si potrebbe continuare a lungo questa riflessione perché il cuore di don Bosco è veramente un oceano insondabile d’inesauribili ricchezze. Ci accompagna tuttavia la certezza che, egli, Padre e Fondatore della nostra Famiglia continua a vivere per noi e con noi il da mihi animas perché in questa preghiera fatta vita è la garanzia dell’autenticità evangelica del carisma salesiano nella chiesa, sorgente inesauribile d’identità e fecondità per il salesiano e la salesiana di oggi.

Il da mihi animas è un appello a vivere autenticamente la nostra vita unificandola attorno all’ideale della salvezza dei giovani. Non è semplicemente dare qualcosa di noi stessi, una parte del nostro tempo, i nostri saperi e talenti impiegandoli in una professione educativa. Non è tanto “dare le nostre cose”, quanto offrire noi stessi a Dio perché Lui ci usi come vuole e, per mezzo di Maria, ci conduca nel campo della sua missione.

Il da mihi animas vissuto nei fatti, incarnato nella vita, ci mette al riparo dal rischio di diventare burocrati dell’educazione, dominati dal funzionalismo e dall’efficientismo, e conferisce alla missione salesiana l’efficacia trasformatrice delle relazioni autentiche perché, oggi come ieri, illumina soltanto chi arde.
Il da mihi animas è anche principio di conversione continua, la molla segreta che ci spinge a lasciare ad altri l’accumulo dei tesori, la ricerca dei piaceri, la corsa agli onori, ad abbandonare il compromesso e la mediocrità, per essere ogni giorno più liberi di vivere la missione salesiana in sobrietà e temperanza.
Il da mihi animas infine, diventando principio unificatore della vita, ci preserva dalla dispersione e conferisce solidità e profondità alla nostra spiritualità aiutandoci a canalizzare le nostre forze verso l’ideale. La salvezza dei giovani diventa lo scopo della nostra vita, la sorgente dalla quale sgorga un agire calmo, pervaso di pace serena, come quella che splendeva gioiosa sul volto di don Bosco. Il da mihi animas mentre ci aiuta a ritrovare il senso del nostro agire, ce ne mostra anche il come. È un agire che scaturisce dall’essere. Essere presenti a se stessi, perché concentrati su Dio che ci abita; presenti agli altri – specialmente ai giovani – con attenzione di rispetto e di amore, di ascolto profondo e di sincera benevolenza; presenti alla storia perché in essa si contempla il compiersi dell’agire provvidente di Dio.

In un mondo dominato da comunicazioni tanto veloci quanto superficiali, espropriato dalla capacità di attenzione al momento presente, sempre rivolti come siamo al futuro prossimo o remoto dettato dall’agenda, il da mihi animas ci aiuta ad abitare il momento che fugge sapendo dare la priorità a ciò che lo merita. Se i giovani troveranno in noi persone così, cercheranno meno di rifugiarsi in mondi virtuali per sperimentare il calore che manca alle loro case vuote, perché avranno ritrovato finalmente una casa, una nuova Valdocco abitata da padri e madri, amici, fratelli e sorelle che dimorano là dove essi sono, li cercano nelle loro “periferie esistenziali”, vivono le loro croci, portando loro il Vangelo della salvezza, della bontà e della gioia.

È questo, del resto, quanto la chiesa, nella persona del Santo Padre Francesco, chiede a tutti i cristiani e ai consacrati. È questo quanto desidera don Bosco, nostro Padre e Fondatore, all’approssimarsi del bicentenario della sua nascita: che egli, cioè, possa rinascere nel cuore dei suoi figli e figlie, e nella loro vita tutta donata a Dio per la salvezza dei giovani, risplendere per incendiare il mondo.


[1] Cf Stella Pietro, Don Bosco nella storia della religiosità cattolica II. Mentalità religiosa e spiritualità, Roma, LAS 1981, 19.

[2] Cf ivi 24-26.

[3] Lettera di don Michele Rua ai Salesiani, 24 agosto 1894, citata in Costituzioni SDB art. 21.

[4] Rinaldi Filippo, Conferenze e scritti, Leumann (Torino), Elledici 1990, 144.