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Padre Chava - MEG01-05-2021

Nemmeno la pandemia può fermare il Refettorio Salesiano “Padre Chava”

(Tijuana, Messico) – Il “Proyecto Salesiano Tijuana” A.C. (PST) da 34 anni porta un po’ di speranza a Tijuana, Baja California Norte, Messico. Oggi si articola in 8 programmi (5 oratori, 2 istituzioni educative e una mensa pubblica), dislocati nelle zone più vulnerabili e conflittuali della città, e ogni mese serve circa 30.000 persone con cibo, servizi medici e psicologici, consulenza legale, sport, attività culturali ed educazione di base. Durante la pandemia il PST si è visto obbligato a sospendere alcune attività, nella parte educativa si è adattato ai protocolli suggeriti dal governo, nelle Messe ha seguito le indicazioni giunte dall’arcidiocesi di Tijuana... Ma l’unico posto dove le porte non sono mai state chiuse, pur rispettando sempre le norme di biosicurezza, è stato il Refettorio Salesiano “Padre Chava”.

Il refettorio è una delle opere più giovani del PST, ma è tra le più note.

“Siamo conosciuti e apprezzati per il servizio che offriamo nella comunità: forniamo cibo, alimentazione, servizi medici e psicologici, consulenza legale, e offriamo anche un servizio di ospitalità per uomini. Serviamo migranti, deportati, persone in situazioni di strada, intere famiglie e anziani… Per anni abbiamo visto molte persone soffrire per la mancanza di opportunità e durante la pandemia la popolazione in difficoltà è aumentata”, raccontano i responsabili del PST.

All’inizio i servizi sono stati giocoforza ridotti ed erano limitati alla consegna del cibo e del servizio medico; Claudia Portela, coordinatrice del Refettorio, ricorda che una mattina uscì e disse ai beneficiari del servizio che da quel momento la modalità di accesso e somministrazione sarebbe stata diversa: avrebbero dovuto fare una fila e prima di entrare dovevano lavarsi le mani (presso alcuni sacchi adibiti a lavandini), mettere del gel antibatterico e poi raccogliere il cibo in diverse tappe: prima le scatole usa e getta, poi un sacchetto con pane, posate e tovaglioli e infine le bevande.

La pandemia, ovviamente, ha colpito il PST anche come associazione civile: le donazioni sono calate, i volontari che assicuravano i servizi sono diminuiti per paura di essere contagiati, e proprio quando il PST riusciva a malapena a provvedere agli 800 utenti quotidiani, ha dovuto iniziare a doverne aiutare circa 2.000 al giorno.

Di fronte a questa situazione, i suoi membri hanno pensato bene sul da farsi e hanno optato per lavorare in rete, rivolgendosi a istituzioni governative e non governative. “Per esempio - continuano - a livello municipale al servizio ‘Atención al Migrante’; ci siamo accordati con molti rifugi per comprare prodotti al supermercato; a livello statale la Segreteria per lo Sviluppo ci ha donato cibo, la moglie del Sindaco ha mandato burritos; e organizzazioni come l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati, l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e Amnesty International, in generale, ci hanno dato un grande sostegno, fornendo informazioni sulla pandemia e cabine per isolare le persone che avevano i sintomi del coronavirus. Dobbiamo anche sottolineare il sostegno dei benefattori e della società nel complesso, poiché molti sono venuti da noi, ci hanno chiesto delle nostre necessità e hanno donato termometri, mascherine o igienizzato le sale”.

Dopo oltre un anno di pandemia, si può dire che il PST resiste. “Siamo preoccupati per le nostre scuole, i nostri bambini e giovani, perché molti di loro hanno smesso di studiare per mancanza di risorse… Ma il refettorio continua a lavorare e poco a poco stiamo aggiungendo altri servizi, come il taglio dei capelli” concludono i responsabili del Progetto.