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Un sessennio che chiede audacia, profezia e fedeltà (ACG 434)

«segni e portatori dell’amore di dio ai giovani, specialmente ai più poveri» (C. 2)

Un sessennio che chiede audacia, profezia e fedeltà

 

«Anzitutto rendo grazie al mio Dio
per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi,
perché della vostra fede si parla nel mondo intero.
Mi è testimone Dio, al quale rendo culto nel mio spirito
annunciando il vangelo del Figlio suo,
come io continuamente faccia memoria di voi,
chiedendo sempre nelle mie preghiere
che, in qualche modo, un giorno, per volontà di Dio,
io abbia l’opportunità di venire da voi.
Desidero infatti ardentemente vedervi
per comunicarvi qualche dono spirituale,
perché ne siate fortificati,
o meglio, per essere in mezzo a voi
confortato mediante la fede
che abbiamo in comune, voi e io»
(Rm 1, 8-12).

Roma, 8 dicembre 2020
Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

Cari Confratelli,

faccio mie le parole di san Paolo, mentre vi scrivo per presentarvi la programmazione del Rettor Maggiore e del suo Consiglio, preparata per il sessennio già cominciato.

Quali salesiani per i giovani di oggi? Questa domanda è risuonata durante i mesi precedenti il Capitolo Generale 28° e ci ha accompagnato nei mesi vissuti a Valdocco, fino alla chiusura anticipata del CG28 a causa della pandemia di COVID-19. È la domanda che dovrà continuare ad accompagnarci e a illuminare il nostro cammino nei prossimi sei anni. Il sessennio che ci aspetta sarà senza dubbio una preziosa opportunità per essere più audaci, più profetici e sempre fedeli, fino a rendere realtà, là dove siamo presenti come figli di Don Bosco, sognati e suscitati a questo scopo dallo Spirito Santo, «il progetto apostolico del Fondatore: essere nella Chiesa segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri» (C. 2).

Miei cari confratelli, trascorsi alcuni mesi dalla chiusura del CG28, vi offro, insieme al Consiglio generale, una riflessione che accompagna la programmazione preparata dal Rettor Maggiore insieme al suo Consiglio per l’animazione e il governo della Congregazione nel sessennio 2020-2026.

 

1. Un tempo di precarietà

 

Sono trascorsi sette mesi dalla chiusura del Capitolo generale 28° e sicuramente anche noi, come quasi tutto il mondo, stiamo vivendo un tempo complicato e caratterizzato dalla precarietà. Riporto alcuni semplici indicatori, tra i molti che si potrebbero elencare:

  • Come Consiglio generale, anche noi non siamo ancora riusciti a riunirci tutti insieme, neppure una sola volta, e ci vorranno mesi perché questo possa accadere.
  • Anche noi Salesiani siamo stati colpiti dalla pandemia: mentre scrivo, devo comunicare con dolore la morte di 67 nostri confratelli. Insieme a loro, sono morti anche familiari e parenti di altri confratelli, così come altre persone care e nostri conoscenti.
  • Come tante altre persone, abbiamo sentito e vissuto l’esperienza dell’“isolamento”. Non sono mancati momenti di nervosismo, di ansietà e anche di paura. Confratelli anziani, ma anche giovani, sono stati ricoverati in ospedale e hanno rischiato di perdere la vita.
  • In questo anno molti noviziati hanno dovuto iniziare le attività all’interno dei diversi paesi di origine dei novizi, perché molti prenovizi, a causa della pandemia, non hanno potuto lasciare il proprio paese. Si è così frammentata una tappa formativa che era già ben consolidata, nell’attesa – che speriamo non troppo lunga – che sia possibile radunare i novizi come in passato.
  • Come è avvenuto per migliaia e migliaia di famiglie, anche centinaia delle nostre case salesiane sono state colpite economicamente e accusano grandi difficoltà per la sostenibilità delle opere e delle comunità. Spesso si ritrovano nell’impossibilità di assistere chi, in questo momento, ha più bisogno di noi. Tutto questo ci ferisce profondamente.
  • Molte programmazioni, agende e impegni sono saltati o sono stati annullati. In un certo senso, sembra che tutto si sia fermato.
  • Allo stesso tempo, stiamo assistendo a una grande creatività, caratterizzata da molteplici iniziative a favore dei più bisognosi che ci circondano; ma ci stupisce dover ammettere che non abbiamo mai vissuto una cosa del genere prima d’ora e che la stiamo ancora vivendo.

Di fronte a questa realtà io stesso in diverse occasioni vi ho invitato, cari Confratelli, a guardare, contemplare e vivere questo tempo con profonda fede e con speranza, senza lasciarvi trascinare da questo “tsunami da pandemia”, che porta con sé tanto pessimismo, insieme alla tentazione di chiudersi in se stessi.

Vi invito nuovamente ad avere uno sguardo contemplativo e a stare in silenzio davanti a tanto dolore accumulato, specialmente quello di molte persone, di molte famiglie, di molti poveri.

Questo sguardo attento e pieno di compassione, secondo il cuore di Dio, deve renderci sempre più misericordiosi nei nostri interventi, più umili nelle nostre parole, nei nostri proclami, nelle nostre affermazioni e nei nostri giudizi. Che splendido frutto dello Spirito sarà questo, se lo tradurremo nella realtà!

 

2. Un modo credente di guardare alla realtà e al mondo

 

Nella situazione che stiamo attraversando si impone a noi, come credenti, una verità: mai Dio ha fatto camminare il suo popolo senza accompagnarlo. È stato così in tutto lo sviluppo della Rivelazione nella storia e continua ad essere così anche oggi. In Gesù Cristo, l’Emmanuele, il Dio-con-noi – il tempo di Avvento e l’avvicinarsi del Natale ce lo mostrano – la via da seguire è Dio stesso, che cammina sempre con noi. Anche in tempo di pandemia.

Gli attuali momenti di difficoltà e di disorientamento richiedono da noi tutta l’attenzione e l’acutezza possibile per percepire più che mai che Dio è con noi, molto vicino, in particolare nel suo Figlio Gesù Cristo.

Papa Francesco ce l’ha ricordato il 27 marzo scorso, nel momento straordinario di preghiera che ha presieduto in una piazza San Pietro deserta. Ci ha invitato a prendere consapevolezza che questo «è il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri». E ha aggiunto: «Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore, come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai»[1].

In questo tempo di incertezza, di stanchezza, di instabilità, di paure, potremmo pensare – come Prometeo nel mito greco – di dover affrontare con le sole nostre povere forze la situazione che stiamo vivendo insieme a tante persone intorno a noi. Ma come credenti siamo chiamati a continuare a fare del nostro meglio con la chiara e ferma consapevolezza che qui e ora la nostra forza è radicata nella certezza che Gesù Cristo Signore è con noi, in mezzo a noi: nella “tempesta” o in mezzo al “deserto” che stiamo attraversando.

Questo è il cammino che personalmente penso e sogno per la nostra Congregazione in questo sessennio: affrontare le tempeste e i deserti senza orizzonti prefissati, sapendo bene in Chi abbiamo riposto la nostra fiducia – come afferma l’apostolo Paolo scrivendo al discepolo Timoteo[2] – senza chiuderci in noi stessi, isolandoci e allontanandoci da chi ha bisogno di noi, nel tentativo di proteggerci da non so quali minacce... Le famiglie, le persone e i nostri ragazzi e ragazze hanno bisogno della nostra presenza in mezzo a loro; hanno bisogno che restiamo tra di loro, non chiusi né ancorati in spazi di sicurezza fisica o psicologica.

Cari Confratelli, spero che lungo questo cammino continueremo a essere convinti che il ritmo di una società – delle società, dei popoli e delle culture in cui il carisma salesiano è presente – non è dettato solo da coloro che corrono di più, ma anche da coloro che sono più deboli, più fragili, o che non possono nemmeno camminare, non possono nemmeno parlare perché non hanno voce. Questo deve essere il nostro orizzonte postcapitolare: con audacia e profezia, fedeli a Cristo, seguendo il nostro padre Don Bosco.

 

3. Il programma di animazione e di governo del Rettor Maggiore e del suo Consiglio

 

Carissimi, questa lettera accompagna il programma di animazione e di governo del Rettor Maggiore e del suo Consiglio. Anzitutto, ricordo che stiamo vivendo in un momento e in un contesto molto particolari: il CG28 è stato chiuso in anticipo e la pandemia, che dura già da nove mesi, secondo gli esperti continuerà probabilmente almeno per un altro semestre. Come ho detto anche in altre occasioni, questo è il tempo che ci è dato e in esso siamo chiamati a essere fecondi. Don Bosco ha saputo agire sempre con intraprendenza e creatività nell’ora in cui è stato chiamato a prendersi cura dei giovani più poveri della Torino dell’Ottocento, senza «lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà» perché ha avuto «piena fiducia nel Padre» (C. 17). A noi tocca fare lo stesso.

Il programma di animazione e governo non è stato scritto per le ispettorie. Esse certamente possono trarre vantaggio da ciò che considerano valido per loro. Tuttavia il programma, come tale, riguarda il particolare impegno del Rettor Maggiore e del Consiglio generale.

Le ispettorie e le visitatorie della Congregazione godono, oltre che della ricchezza del CG28, del Messaggio del Santo Padre e delle Linee programmatiche del Rettor Maggiore per la Congregazione salesiana dopo il Capitolo generale 28. Tali linee sono destinate a essere una sorta di “autostrada” lungo la quale insieme vogliamo circolare nel sessennio. Non credo che la cosa più importante sia la “velocità” con cui tutti riusciranno a fare il viaggio, dal momento che entrano in gioco molti fattori: storici, culturali, di nazionalità. La cosa importante è essere sicuri che, seguendo le indicazioni autorevoli del Papa e della Congregazione, si vada nella giusta direzione. Sarebbe molto difficile, per non dire impossibile, trovare anche una sola ispettoria o visitatoria che non si sentisse in sintonia con le linee programmatiche, considerandole distanti o non focalizzate sulla propria realtà locale.

Assumendo un’immagine propria della fisica nucleare o dell’astronomia, si potrebbe dire che le linee programmatiche sono come orbite concentriche percorse dalle particelle o dai satelliti attorno a un nucleo o a una stella centrale. Il centro è la figura del salesiano di oggi: «Quali salesiani per i giovani di oggi?», è stato l’interrogativo messo a tema dal CG28. Potremmo descrivere così i cerchi concentrici intorno al nucleo tematico:

  • Come il giovane Giovanni Cagliero, il salesiano di oggi deve sentire riferita a sé l’espressione: «Frate o non frate io resto con Don Bosco»[3]. È la linea programmatica n° 1 (LP1: Un sessennio per crescere nell’identità salesiana), perché di fatto molti di noi hanno sentito la chiamata del Signore attraverso il fascino e l’attrattiva esercitati in noi da Don Bosco, nostro padre, che era tutto per i suoi giovani.
  • Ovviamente questa motivazione da sola non basta a sostenere una vita intera. Prima o poi giungeranno le fatiche, perché la nostra vita non è un lavoro, ma una vocazione. Scopriamo giorno dopo giorno, anno dopo anno, che la vita della persona consacrata, la vita del salesiano, si sostiene solo a partire dalla centralità di Cristo, solo se si ha il cuore del Buon Pastore, come Don Bosco, che si è donato ai giovani fino all’ultimo respiro (LP2: L’urgenza del “Da mihi animas cetera tolle”).
  • Da Don Bosco impariamo che l’essenza del sistema preventivo e il segreto che apre il cuore dei giovani sono dati dalla nostra presenza in mezzo a loro (LP3: Vivere il “sacramento salesiano della presenza”). È la presenza di un educatore, di un fratello, di un padre e anche di un amico (C. 15). È una presenza affettiva ed effettiva, che ci fa desiderare di stare ogni momento con loro, in mezzo a loro.
  • Tutto questo è da vivere con un cuore salesiano come quello di Don Bosco, sull’esempio di Gesù Cristo Buon Pastore. Un cuore che sente che “la sua priorità assoluta sono i giovani, i più poveri e i più abbandonati e indifesi” (LP5).
  • Questi salesiani per i giovani di oggi, che siamo noi, e quelli che continuano a bussare alle porte del carisma di Don Bosco, devono assimilare nella loro formazione (iniziale e permanente) tutti i tratti di identità che ci sono propri, insieme a un altro tratto che è molto importante, ma al quale in molte parti del mondo offriamo maggiore resistenza. Mi riferisco alla difficoltà e alla fatica di incorporare nel nostro DNA salesiano, come eredità ricevuta da Don Bosco stesso, il grande e forte contributo che i laici e la Famiglia salesiana danno al carisma (LP6: “Insieme ai laici nella missione e nella formazione. La forza carismatica che i laici e la Famiglia salesiana ci offrono”).
  • E il salesiano per i giovani di oggi è capace di amare ciò che i giovani amano. Oggi scopre e riconosce la grande sensibilità che i giovani hanno e manifestano per la cura del creato. Egli percepisce che questa attenzione li tocca profondamente, li avvolge, li unisce, li motiva e suscita il loro impegno. Perciò con loro abbiamo deciso di metterci in cammino “accompagnandoli verso un futuro sostenibile” (LP8).

Mi resta da sottolineare che tutti questi elementi dell’identità del salesiano per i giovani di oggi comportano due opzioni, che rientrano nell’animazione e nel governo a tutti i livelli (globale, ispettoriale e locale). Il Rettor Maggiore con il suo Consiglio investirà molte energie, motivazioni, risorse umane ed economiche per attuare queste opzioni:

  1. La prima riguarda la centralità che nel sessennio daremo alla formazione iniziale (in tutte le sue fasi) e alla formazione permanente (LP4).
  2. La seconda tocca in pieno la convinzione secondo la quale la nostra Congregazione deve camminare nei prossimi sei anni verso una maggiore universalità e senza frontiere. Le nazioni hanno confini. La nostra generosità, che sostiene la missione, non può né deve conoscere limiti. La profezia di cui dobbiamo essere testimoni come Congregazione non comprende i confini (LP7).

 

4. Un lavoro di squadra con chiare priorità

 

Ritengo che quanto ho presentato poc’anzi possa illuminare la proposta programmatica che segue.

Il programma traccia un arco che comprende:

  • le priorità e le esplicitazioni di ciò che il Rettor Maggiore intende compiere nel suo servizio di animazione e di governo;
  • le priorità del suo Vicario, molto incentrate sull’importante e delicato servizio che deve svolgere;
  • il programma particolare di ogni Settore della Congregazione (formazione, pastorale giovanile, comunicazione sociale, missioni, economia);
  • l’animazione e l’accompagnamento delle regioni, svolti anzitutto dai Consiglieri regionali.

Le otto linee programmatiche del sessennio sono contenute, con alcune sottolineature specifiche, in questa programmazione. Sono tutte importanti. Allo stesso tempo, le priorità e lo sviluppo che si realizzeranno durante questi sei anni sono strettamente legati alla diversità dei contesti e alla realtà specifica di ciascuna ispettoria.

 

4.1 Daremo priorità alla cura della vocazione di ciascun confratello e al senso di appartenenza alla Congregazione.

Don Egidio Viganò aveva già avvertito, molti anni fa, il pericolo del genericismo nella Congregazione[4]. Forse oggi questo “genericismo” è di un altro tipo e rischia di essere vissuto da alcuni confratelli come “relativismo vocazionale”, secondo il quale non importa se si lascia Don Bosco e si abbandona la Congregazione, purché si eserciti il ministero sacerdotale in una qualsiasi diocesi. A volte, per alcuni confratelli l’essere sacerdote costituisce un “rischio” per la loro condizione di religiosi consacrati piuttosto che l’opportunità di vivere il sacerdozio come l’ha vissuto Don Bosco, vale a dire come fondatore della Congregazione, come “salesiano tra i suoi salesiani” e “sacerdote in mezzo ai suoi ragazzi” in ogni momento: in cortile, in cappella, nella sala da pranzo, durante l’Eucaristia, nel gioco, nella Confessione, nello studio o nel laboratorio, nella preghiera del S. Rosario. Sempre e in ogni momento salesiano e sacerdote, con gli altri salesiani in mezzo ai ragazzi.

Ci sono salesiani sacerdoti che, dopo qualche anno in Congregazione, domandano di esercitare il ministero come parroci, non in una parrocchia salesiana, ma sotto la guida esclusiva di un vescovo, in attesa di essere incardinati nella sua diocesi. A questi confratelli basta esercitare il ministero sacerdotale, mentre l’essere Salesiano di Don Bosco viene messo da parte. Questo è un male che affligge molti istituti di vita consacrata, e noi non ne siamo esenti.

Mentre affermo questo, desidero essere capito bene. Il ministero sacerdotale è sempre un dono prezioso di Dio. Io sto parlando della consacrazione religiosa del sacerdote salesiano. Non metto in dubbio la bellezza e la bontà del ministero sacerdotale; ma metto in guardia contro il pericolo reale di sottovalutare o di non comprendere la forza profetica e carismatica della nostra vita consacrata, pensando che si possa essere salesiano, o cessare di esserlo, con uguale facilità, senza che nulla cambi, purché si possa continuare a esercitare il ministero sacerdotale. Ma non è la stessa cosa. Si tratta di un altro stato di vita, che comporta un diverso modo di seguire il Signore Gesù nella costruzione del Regno dei Cieli. Per questo motivo parlo di un altro tipo di “genericismo”, che chiamo “relativismo vocazionale”.

La lunga esperienza della Congregazione conferma ogni volta che, quando i confratelli intraprendono percorsi che li portano a concentrarsi su se stessi, alla ricerca del riconoscimento, dell’autonomia, a volte dell’indipendenza a qualsiasi prezzo, tutto è distorto.

Al contrario, quando, come Salesiani di Don Bosco, coadiutori o preti, personalmente o come comunità, compiamo scelte che partono da una vita che mette al centro Gesù Cristo, sperimentiamo una dinamica interiore profonda, che viene dallo Spirito Santo e che ci dà una solida felicità, portandoci a essere e a sentirci veri apostoli dei giovani. Amici, fratelli, padri ed educatori che, imitando la paternità di Don Bosco, sono la migliore “buona notizia” che può venire loro da Dio attraverso un volto umano.

Per questa ragione nei prossimi anni ci impegniamo a curare il più possibile la nostra vocazione e quella dei nostri confratelli, insieme al desiderio e alla gioia di essere per sempre Salesiani di Don Bosco, con i nostri confratelli per i giovani.

 

4.2 Daremo priorità alla vicinanza e all’accompagnamento degli ispettori e dei loro consigli, come dei delegati ispettoriali, a partire dai diversi settori di animazione della Congregazione.

Riteniamo che la decisione, presa nei sei anni passati, di garantire la massima vicinanza possibile a ciascuno degli ispettori fin dall’inizio del loro servizio, sia stata molto positiva e feconda, a cominciare da un primo incontro con il Rettore Maggiore e parte del Consiglio generale e offrendo in seguito agli ispettori una “carta di navigazione” come aiuto per l’inizio del loro servizio nell’Ispettoria.

La magnifica esperienza vissuta ogni anno a Valdocco con gli ispettori giunti a metà del loro servizio continuerà ad essere curata allo stesso modo, vivendo insieme una settimana di spiritualità nella culla del nostro carisma.

Come ho detto alla conclusione del CG28, il Rettor Maggiore assumerà anche il compito dell’animazione degli esercizi spirituali per gli ispettori e per i membri dei consigli ispettoriali in ciascuna delle Regioni della Congregazione.

 

4.3 Daremo priorità, in totale armonia con il Settore della Pastorale Giovanile, alla dimensione evangelizzatrice della nostra missione in tutte le sue espressioni. Crediamo, infatti, che sia certamente molto importante, e in alcuni casi anche urgente, che «la nostra Congregazione viva, respiri e vada avanti cercando di fare del “Da mihi animas cetera tolle” una realtà nell’annuncio del Vangelo»[5]. A uno sguardo attento al lavoro svolto dall’Assemblea capitolare sui due nuclei di riflessione che siamo riusciti a trattare nel CG28, risulta evidente l’insistenza «sul dare centralità all’annuncio di Gesù Cristo, attenti alle nuove sfide che questo aspetto ci presenta “nello stile, nei contenuti e nei modi”. Una pastorale giovanile che propone e produce esperienze. Una proposta preziosa, reale e suggestiva che, inquadrata nella vita comunitaria, rende i giovani protagonisti della pastorale giovanile; “portatori del fuoco vivo del carisma salesiano”, propone loro ogni tipo di esperienza attraverso la quale è possibile toccare Gesù, sentire Gesù in prima persona. Il rapporto di amicizia con Gesù ha bisogno di momenti di incontro, di esperienze fondanti, di momenti forti che consolidino (fortifichino, mobilitino, rafforzino) questo rapporto e “aiutino a scoprire la vita come dono per gli altri”»[6].

Questa forte convinzione evangelizzatrice della nostra pastorale giovanile deve avere come principio unificante la dimensione vocazionale. I tanti sforzi espressi nel campo dell’educazione e dell’evangelizzazione dovrebbero aiutare i nostri ragazzi e le nostre ragazze a compiere un cammino di fede che li porti naturalmente a porsi le giuste domande sulla propria vocazione: «Signore, che cosa ti aspetti da me?». Questo obiettivo è reso possibile da processi di accompagnamento e da accompagnatori – salesiani e laici, membri della Famiglia Salesiana – sempre più formati e sensibili a questa esigenza.

 

4.4 Daremo priorità al cammino, significativo e profetico in tutta la Congregazione, per fare del sacramento salesiano della presenza il segno distintivo del nostro DNA ricevuto da Don Bosco. Faremo tutto il possibile per aiutarci a realizzare la conversione già richiesta dal CG26. Sarebbe un meraviglioso frutto del CG28 se ogni salesiano - in ogni presenza nel mondo, in ogni ispettoria - e lo stesso Rettor Maggiore con il suo Consiglio, trovassero il tempo di essere tra i giovani come amici, educatori e testimoni di Dio, qualunque sia il ruolo di ciascuno nella comunità[7].

Papa Francesco nel suo Messaggio al CG28 ha fatto riferimento all’«opzione Valdocco» e al «carisma della presenza». Ci ha ricordato che «prima ancora che di cose da fare, il salesiano è ricordo vivente di una presenza in cui la disponibilità, l’ascolto, la gioia e la dedizione sono le note essenziali per suscitare processi. La gratuità della presenza salva la Congregazione da ogni ossessione attivistica e da ogni riduzionismo tecnico-funzionale. La prima chiamata è quella di essere una presenza gioiosa e gratuita in mezzo ai giovani»[8]. È con questa sensibilità e con il forte richiamo all’attenzione che i giovani presenti all’Assemblea capitolare ci hanno rivolto, chiedendo di non dimenticarci di loro, che ci impegneremo sempre più in questo sessennio per promuovere una presenza affettiva ed effettiva tra i giovani e insieme a loro. L’atmosfera oratoriana di famiglia e di accoglienza dei giovani deve essere un segno distintivo di tutta le nostre presenze e deve essere l’atteggiamento personale di ogni salesiano di Don Bosco. Infatti, «possiamo dire che il primo oratorio di Valdocco è come il “luogo teologico” del nostro carisma: da lì è nata tutta la pastorale giovanile di Don Bosco»[9].

 

4.5 Ci impegneremo a curare con attenzione la formazione (iniziale e permanente) per diventare più evangelicamente significativi come Salesiani di Don Bosco. Anche se durante i lavori dell’assemblea del CG28 non siamo stati in grado di affrontare in tutta la sua estensione quello che doveva essere uno dei nuclei più importanti della riflessione capitolare, tuttavia si è manifestato in modo evidente il desiderio di sviluppare con chiarezza, coraggio e con una visione di ampio respiro la realtà dei processi di formazione nella nostra Congregazione. Siamo convinti che in un mondo che sperimenta cambiamenti rapidissimi – cioè il mondo in cui viviamo – dobbiamo essere ben posizionati e ben ancorati a ciò che è essenziale per essere quei salesiani educatori pastori dei quali i giovani e le loro famiglie, la Chiesa e il mondo oggi hanno bisogno.

La riflessione svolta nel Consiglio generale è in totale sintonia con il CG28, con quanto ci ha chiesto papa Francesco per la formazione dei salesiani di oggi[10], e con la richiesta che al termine del suo servizio il Rettor Maggiore don Pascual Chávez ha fatto, quando ha invitato la Congregazione a dare priorità alla centralità della formazione come elemento che garantisce la propria vocazione[11].

In questo sessennio avremo l’obiettivo di promuovere sempre più una formazione che non sia solo per la missione (aspetto già importante), ma anche nella missione, cioè lontano da ogni situazione che porti i salesiani a sentirsi una élite di privilegiati e di più “fortunati”, che non conoscono la fatica e i sacrifici che la gente semplice e i più poveri devono sostenere ogni giorno per vivere; o dimenticando le nostre umili origini, sia come Congregazione sia nella propria famiglia, come accade nella maggior parte di noi. Queste parole del Papa continuano a risuonare fortemente in noi: «È importante sostenere che non veniamo formati per la missione, ma che veniamo formati nella missione, a partire dalla quale ruota tutta la nostra vita, con le sue scelte e le sue priorità»[12].

L’accompagnamento pastorale è essenziale. Lo promuoveremo il più possibile, così come la ricerca e la formazione di formatori capaci di tale accompagnamento e discernimento pastorale.

Gli anni di studio dovranno orientarsi, sempre più e meglio, verso una formazione dei giovani confratelli che li abiliti a dialogare con la cultura e con i più diversi contesti sociali, imparando a posizionarsi bene e a confrontarsi con una secolarizzazione travolgente, molto presente in non poche nazioni in cui ci troviamo. Allo stesso modo dovremo prepararci sempre più a svolgere la missione salesiana in contesti religiosi molto diversi. La conoscenza e il dialogo con le altre religioni dovrebbero caratterizzare la formazione dei nostri futuri confratelli in quei Paesi. Tali contesti religiosi, atei o agnostici, ci sfidano e non possono essere considerati indifferenti per la formazione del salesiano di oggi.

L’inculturazione dovrà essere molto più di una parola, che di solito non manca nei nostri scritti, ma richiede molti processi e sensibilità per diventare realtà.

Dobbiamo anche formarci a tradurre nella realtà la convinzione teologica e carismatica della missione condivisa tra i salesiani di Don Bosco, i laici impegnati nella missione e i membri della Famiglia salesiana. Nella missione e formazione condivise è necessario tenere in considerazione il contributo che le donne offrono nella loro condizione femminile e nella loro stessa famiglia. Questo contributo oggi non può essere passato sotto silenzio o ignorato[13]. Più concretamente, nelle parole di papa Francesco: «Senza una presenza reale, effettiva ed affettiva delle donne, le vostre opere mancherebbero del coraggio e della capacità di declinare la presenza come ospitalità, come casa. Di fronte al rigore che esclude, bisogna imparare a generare la nuova vita del Vangelo. Vi invito a portare avanti dinamiche in cui la voce della donna, il suo sguardo e il suo agire – apprezzato nella sua singolarità – trovino eco nel prendere le decisioni; come un attore non ausiliare ma costitutivo delle vostre presenze»[14].

Insomma, dobbiamo curare una formazione che si impegni nella costante ricerca di una piena armonia e di una simbiosi tra identità carismatica e identificazione vocazionale, attuando percorsi di vera personalizzazione formativa. Infatti «siamo convinti che se riusciamo a garantire una chiara identità salesiana, attraverso la formazione, i confratelli si sentiranno provvisti di un bagaglio di valori, di atteggiamenti, di criteri che li aiuteranno ad affrontare con successo la cultura odierna e a realizzare con efficacia la missione salesiana»[15].

 

4.6 Allo stesso modo, nell’animazione e nel governo impegneremo tutte le energie possibili per trasformare in realtà la priorità assoluta dei giovani, dei poveri e dei più abbandonati e indifesi.

Torno a ripetere qui, cari Confratelli, quanto ho già espresso durante il CG28 e che ho ripreso anche nelle linee programmatiche del sessennio. Sogno che dire oggi e nei prossimi anni “Salesiani di Don Bosco” significhi, per le persone che ascoltano il nostro nome, che siamo consacrati un po’ “pazzi”, cioè “pazzi” perché amano i giovani, soprattutto i più poveri, i più abbandonati e indifesi, con un vero cuore salesiano. Questa mi sembra la definizione più bella che si possa dare oggi dei figli di Don Bosco. Sono convinto che il nostro Padre vorrebbe proprio questo.

La realtà dei poveri e delle nuove povertà – sempre più numerose e differenziate – deve trovare salesiani sensibili e capaci di affrontare i danni che queste stesse povertà arrecano ai giovani: pronti a intervenire, come fece Don Bosco nella realtà della povertà dei giovani del suo tempo. Secondo le parole del Santo Padre: «Non possiamo sentirci “a posto” quando un membro della famiglia umana è relegato nelle retrovie e diventa un’ombra. Il grido silenzioso dei tanti poveri deve trovare il popolo di Dio in prima linea, sempre e dovunque, per dare loro voce, per difenderli e solidarizzare con essi davanti a tanta ipocrisia e tante promesse disattese, e per invitarli a partecipare alla vita della comunità»[16]. Così deve essere per noi Salesiani.

Qui ritroviamo una bella continuità nel magistero della nostra Congregazione. C’è come una corrente di fiume che conferma e giustifica la scelta prioritaria per i giovani, perché essa ci salva carismaticamente come Congregazione: «Se stiamo con loro e in mezzo a loro, sono essi i primi che ci fanno del bene, ci evangelizzano e ci aiutano a vivere veramente il Vangelo col carisma di Don Bosco. Oso dire che sono i giovani poveri quelli che ci salveranno»[17]. Quando un salesiano sente risuonare fortemente tutto questo nel suo cuore, giunge – quasi senza rendersene conto – a dire con profonda convinzione, come Don Bosco: «Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono disposto anche a dare la vita»[18].

La nostra scelta prioritaria a favore della «porzione la più delicata e la più preziosa della società umana» (C. 1), contiene in sé queste forti convinzioni: al centro, e sempre, c’è per noi la persona di ciascuno, ci sono tutte le persone, ciascuna con la propria dignità, che deve essere sommamente rispettata. Ogni persona, ogni giovane, è un valore in sé e non si deve considerare un oggetto di calcolo economico o un bene commerciale, come spesso accade nelle nostre società. In questa opzione prioritaria e nella testimonianza che diamo, deve essere «ben chiaro che la nostra è una predilezione evangelica, che realizza la pratica di “dare il massimo a colui che nella propria vita ha ricevuto il minimo”. La carità salesiana intende incominciare non dai primi, ma dagli ultimi, non dai più ricchi dal punto di vista economico o spirituale, i quali hanno già attenzione e servizi; ma da coloro che hanno bisogno di noi per suscitare speranza e svegliare energie»[19].

Ci sentiamo amici, educatori, fratelli, padri dei giovani, e per questo motivo proteggiamo i loro diritti e li aiutiamo a prendere coscienza dei loro doveri. E siamo fortemente impegnati a proteggere, in modo particolare, coloro che sono più fragili e deboli, coloro che non hanno voce o la cui voce non viene ascoltata. Ci impegniamo a rendere noi stessi e le nostre presenze spazi sani e sicuri per i nostri destinatari. Devo confessarvi, cari Confratelli, che mentre scrivevo questo impegno ho provato una forte e bella sensazione di pace. E vorrei che questo impegno fosse un vero “dogma” per tutti noi. Ammetto anche di aver provato una grande commozione e di essere rimasto senza parole per ciò che don Bosco scrisse già nel 1873 su una realtà simile. Vi prego di leggerlo e di accoglierlo nei vostri cuori come il più ardente desiderio del nostro Padre per la nostra Congregazione – la sua Congregazione – oggi. Così scriveva: «La voce pubblica spesso lamenta fatti immorali succeduti contro i costumi, e scandali orribili. È un male grande, è un disastro: ed io prego il Signore a far in modo che le nostre Case siano tutte chiuse, prima che in esse succedano somiglianti disgrazie»[20].

 

4.7 In questo sessennio daremo particolare importanza alla Comunicazione sociale nella Congregazione, per dare visibilità al bene che si fa, far conoscere i bisogni che esistono e dare ai più poveri la voce che hanno diritto di avere. In questo modo non faremo altro che realizzare ciò che dicono le nostre Costituzioni: «Operiamo nel settore della comunicazione sociale. È un campo di azione significativo che rientra tra le priorità apostoliche della missione salesiana. Il nostro Fondatore intuì il valore di questa scuola di massa, che crea cultura e diffonde modelli di vita, e s’impegnò in imprese apostoliche originali per difendere e sostenere la fede del popolo. Sul suo esempio valorizziamo come doni di Dio le grandi possibilità che la comunicazione sociale ci offre per l’educazione e l’evangelizzazione» (C. 43).

Allo stesso tempo, percorreremo un cammino con i giovani, impegnandoci nella cura del Creato e nell’ecologia per un mondo sostenibile, accompagnando la sensibilità profetica di cui i giovani sono portatori e che deve crescere maggiormente in ciascuno di noi.

Riteniamo che il salesiano di oggi, ogni salesiano e non solo i missionari ad gentes, debba inculturarsi.

Tra le altre sfide abbiamo quella dell’ambiente digitale, dove vivono i giovani di oggi. Quando parliamo di presenza in mezzo ai giovani, ci riferiamo innanzitutto a quella prima e più preziosa presenza che è l’incontro personale; ma non c’è dubbio che possiamo e dobbiamo essere presenti anche in quei “cortili virtuali di oggi” frequentati da molti giovani, almeno da coloro che possono accedere a questi media, che non sono certo tutti. Infatti spesso i più poveri, a causa della loro condizione di povertà, restano esclusi e senza ulteriori alternative.

È molto incoraggiante vedere che non pochi confratelli svolgono un bel servizio educativo pastorale utilizzando la comunicazione digitale.

Il mondo digitale offre tante possibilità anche per l’incontro, per l’ascolto e per una presenza veramente educativa; ma non si può negare che questi strumenti abbiano anche il loro “lato oscuro”, che si manifesta quando mancano qualità ed etica dell’informazione o quando, per opera di singoli o di movimenti, si diffondono nel mondo digitale messaggi di odio, attacchi alle persone, notizie false, ostacolando il cammino verso la fraternità universale e l’amicizia sociale. Come opportunamente segnala papa Francesco: «Venendo meno il silenzio e l’ascolto, e trasformando tutto in battute e messaggi rapidi e impazienti, si mette in pericolo la struttura basilare di una saggia comunicazione umana»[21].

La realtà del mondo digitale tocca in pieno il compito della formazione iniziale e permanente dei Salesiani di Don Bosco. È necessaria una formazione adeguata per abitare questo mondo in modo sempre più competente. È necessario essere ben consapevoli delle sfide e delle opportunità che questo mondo presenta, e di ciò che i giovani vivono e sperimentano nei nuovi ecosistemi sociali, culturali e di comunicazione odierni.

Essere sempre più vicini al mondo dei giovani e al loro linguaggio, ai loro simboli e alla loro vita reale è un compito irrinunciabile per noi oggi. In caso contrario, “perderemo il treno” che ci permette di fare il viaggio della vita insieme a loro. Su questo “treno”, la sensibilità per il creato e la cura della casa comune sono oggi per i giovani qualcosa di “non negoziabile”. Perciò staremo al loro fianco progettando e diffondendo percorsi educativi che cerchino di intercettare e interagire con tutto ciò che si riferisce alla cura del Creato, alla luce dello sguardo di fede con cui contempliamo il mondo. Nel fare questo accetteremo anche la semplice e non piccola preoccupazione che molti giovani manifestano per l’ecologia, anche se non sempre vivono questo loro interesse con una prospettiva trascendente o di fede.

 

4.8 È chiara anche la decisione di alimentare nella nostra Congregazione, in fedeltà a Don Bosco, il sogno missionario, che ci permette di guardare verso le nuove frontiere dell’evangelizzazione e della presenza tra i più poveri. Questa decisione si lega strettamente allo sforzo di promuovere, approfondire e accrescere in tutta la Congregazione la cultura missionaria, considerata e assimilata nel cuore come un elemento fondamentale del nostro carisma, poiché «ravvisiamo nel lavoro missionario un lineamento essenziale della nostra Congregazione» (C. 30).

Certamente, come per altre priorità a cui ho già fatto riferimento, anche in questo caso è impegno strategico curare la nostra formazione in modo tale che sia anche orientata alla missione e alla spiritualità missionaria. Questa formazione riguarda sia i salesiani consacrati sia i missionari laici che condividono con noi l’azione missionaria nelle sue varie espressioni e nei diversi luoghi. Il cammino condiviso, anche nella dimensione missionaria, non può ridursi a una collaborazione pratica e funzionale, ma dovrà essere integrato nella missione condivisa e nella formazione congiunta per la missione.

In piena continuità con quanto già espresso in un precedente paragrafo, ribadisco che «viviamo un tempo da affrontare con una mentalità rinnovata, che “sappia superare le frontiere”. In un mondo in cui le frontiere rischiano di chiudersi sempre più, la profezia della nostra vita consiste anche in questo: mostrare che per noi non ci sono frontiere. L’unica realtà che abbiamo è Dio, il Vangelo e la missione»[22]. Questa visione rende ragione degli sforzi che sosterremo per costituire, ove opportuno, necessario e possibile, comunità salesiane internazionali e interculturali, con tutta la forza profetica che hanno – senza ignorare né dimenticare lo sforzo necessario per costruire una fraternità nella diversità culturale. Questo impegno richiederà sempre da parte nostra una grande fede e un non piccolo impegno personale.

Al tempo stesso, come si può vedere nella programmazione del Rettor Maggiore e in quella di alcuni dei Settori di animazione della Congregazione, renderemo effettiva ed efficace l’apertura di visione e il senso di appartenenza alla Congregazione dei Salesiani di Don Bosco nel mondo, contando in particolare sulla disponibilità di fratelli delle ispettorie per servizi internazionali, nuove fondazioni e attenzione alle nuove frontiere.

 

CONCLUSIONE: Sognate! … e fate sognare!

 

Con questo invito il Santo Padre conclude il suo messaggio al Capitolo generale 28. Ho scelto, come titolo di questa “lettera di presentazione” del programma dei prossimi anni, le parole delle nostre Costituzioni, là dove ci viene detto che siamo chiamati a essere «segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani», in un sessennio nel quale proprio a questo fine ci è richiesta, come persone e come Congregazione, una sana audacia e una forza capace di profezia, sempre sulla via della fedeltà.

Cari Confratelli, come il nostro padre Don Bosco siamo grandi sognatori con i piedi per terra e il cuore sempre in Dio. «Sognate case aperte, feconde ed evangelizzatrici, capaci di permettere al Signore di mostrare a tanti giovani il suo amore incondizionato e di permettere a voi di godere della bellezza a cui siete stati chiamati. Sognate… E non solo per voi e per il bene della Congregazione, ma per tutti i giovani privi della forza, della luce e del conforto dell’amicizia con Gesù Cristo, privi di una comunità di fede che li sostenga, di un orizzonte di senso e di vita»[23]. Sogniamo… E facciamo sognare!

Don Bosco ci ha trasmesso la forte convinzione che Maria è all’origine, accompagna la crescita ed è il sostegno della nostra vocazione. «Crediamo che Maria è presente tra noi e continua la sua missione di Madre della Chiesa e Ausiliatrice dei cristiani» (C. 8).

A Lei affidiamo con piena fiducia, come figli, il cammino della nostra Congregazione e della Famiglia di Don Bosco in questo sessennio; nella consapevolezza che Lei continuerà a fare tutto.

 

Con affetto in Don Bosco

Don Ángel Fernández Artime, SDB
Rettor Maggiore

 

[1] Francesco, Meditazione del Santo Padre durante il momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, Roma 27 marzo 2020.

[2] Cf. 2Tim 1, 12.

[3] Cf. MB, VI, 335.

[4] Cf. E. Viganò, Lettere circolari di don Egidio Viganò ai Salesiani, Direzione Generale Opere Don Bosco, Roma 1996, 69, 661, 1041, 1053, 1116, 1281, 1286, 1526, 1558.

Altre significative citazioni si possono ritrovare nelle seguenti opere:

  • Viganò, L’interiorità apostolica. Riflessioni sulla “grazia di unità” come sorgente di carità pastorale, Elle Di Ci, Leumann (TO) 1995, 115 e 173.
  • Id., Non secondo la carne ma nello Spirito, Istituto Figlie di Maria Ausiliatrice, Roma 1978, 186.
  • Id., Un progetto evangelico di vita attiva, Elle Di Ci, Leumann (TO) 1982.
  • Id., La Famiglia Salesiana di Don Bosco. Lettere del Rettor Maggiore, Elle Di Ci, Leumann (TO) 1988, 222.

[5] Linee programmatiche del Rettor Maggiore per la Congregazione salesiana dopo il Capitolo generale 28, n° 2, in ACG 433 (2020), 22.

[6] M.A. García Morcuende, Chiavi di lettura educativo-pastorale del Capitolo Generale 28. Riflessione del Settore di Pastorale Giovanile, n°4.1, Roma 10 settembre 2020.

[7] Cf. Linee programmatiche, o.c., 28.

[8] CG28, Messaggio di Sua Santità Papa Francesco ai membri del CG28, in ACG 433 (2020), 62.

[9] E. Viganò, L’interiorità apostolica. Riflessioni sulla “grazia di unità” come sorgente di carità pastorale. Nel centenario della nascita e nel venticinquesimo della morte, Elle Di Ci, Torino 2020, 137.

[10] CG28, Messaggio di Sua Santità Papa Francesco al CG28, o.c., 55-65.

[11] P. Chávez, Vocazione e formazione: dono e compito, in ACG 416 (2013), 3-54.

[12] CG28, Messaggio di Sua Santità Papa Francesco al CG28, o.c., 60.

[13] CG24, 166. 177.

[14] CG28, Messaggio di Sua Santità Papa Francesco al CG28, o.c., 62-63.

[15] P. Chávez, Vocazione e formazione: dono e compito, o.c., 27-28.

[16] Francesco, Messaggio per la IV giornata mondiale dei poveri, Roma 13 giugno 2020.

[17] A. Fernández Artime, Discorso del Rettor Maggiore a chiusura del CG27, in CG27, 127.

[18] D. Ruffino, Cronaca dell’Oratorio, ASC 110, Quaderno 5, p. 10; vedi anche J. Vecchi, “Io per voi studio…” (C. 14). La preparazione adeguata dei confratelli e la qualità del nostro lavoro educativo, in ACG 361 (1997), 3-47.

[19] P. Chávez, “E voi, che dite? Chi sono io?” (Mc 8,28). Contemplare Cristo con lo sguardo di Don Bosco, in ACG 384 (2004), 20.

[20] P. Ricaldone, Santità e purezza, in ACS n. 69 (31 gennaio 1935), 62.

[21] Francesco, Lettera enciclica Fratelli tutti, 49.

[22] CG28, Linee programmatiche, o.c., 46-47.

[23] Cf. Francesco, Messaggio di Sua Santità Papa Francesco al CG28, o.c., 65.