RM Risorse

«Carissimi, siate santi!»

LETTERA DEL RETTOR MAGGIORE - ACG 379


CARI SALESIANI, SIATE SANTI![1]
UN INSIEME DI FELICI COINCIDENZE
1. LA SANTITÀ, PERMANENTE PATRIMONIO DI FAMIGLIA.
1.1. Sulla scia di Don Bosco
1.2. La nostra santificazione
2. NOI EDUCATORI ALLA SANTITÀ.
2.1. La santità, proposta dell’educazione salesiana
2.2. Un cammino educativo alla luce della spiritualità salesiana
3. LA SANTITÀ FIORISCE NELLA COMUNITÀ .
3.1. Riecheggiando il CG25
3.2. Stimolati dai recenti Beati
4. INVITO ALLA REVISIONE - I nostri nomi sono scritti nel cielo

4.1. Un omaggio alla concretezza
4.2. Una revisione che si fa preghiera

Roma, 14 agosto 2002
Vigilia dell’Assunzione della B. Vergine Maria


Carissimi confratelli,
sono trascorsi quattro mesi dalla chiusura del CG25, che è stato una forte esperienza spirituale salesiana. Avete nelle vostre mani i Documenti Capitolari “La Comunità Salesiana Oggi”, che – a dire dei confratelli che scrivono – sono stati ben accolti dalle Ispettorie e sono oggetto di studio e di assimilazione, in vista del rinnovamento delle nostre comunità. Ora mi metto in contatto con voi attraverso questa mia prima lettera circolare.

Scrivere lettere è stata la forma apostolica adoperata da San Paolo, per superare la distanza geografica e l’impossibilità di essere presente in mezzo alle sue comunità, per dare accompagnamento alla loro vita. Con le dovute differenze, anche le lettere del Rettor Maggiore intendono creare vicinanza con le Ispettorie attraverso la comunicazione, condividendo quanto accade nella Congregazione ed illuminando la vita e la prassi educativo-pastorale delle comunità. Vi scrivo nella vigilia dell’Assunzione di Maria e a due giorni dalla data che ricorda la nascita del nostro caro padre Don Bosco. Non vi nascondo che mi piacerebbe tanto esservi vicino e condividere i vostri lavori attuali e i vostri migliori sogni; in modo particolare, sento nel profondo del cuore il desiderio di pregare per ognuno di voi. Il Signore vi riempia del suo Dono per eccellenza, lo Spirito Santo, perché vi rinnovi e vi santifichi ad immagine del nostro Fondatore, che ci è stato dato come modello (cf. Cost. 21). Maria, l’esperta dello Spirito, vi insegni ad accoglierLo e a lasciarGli spazio, perché vi renda fecondi nella missione apostolica e credenti felici in Cristo, Parola del Padre.

Proprio di santità vi voglio parlare oggi, in continuità con alcuni dei miei interventi di fine Capitolo, specialmente dopo l’udienza col Santo Padre e la beatificazione del Sig. Artemide Zatti, di Suor Maria Romero e di Don Luigi Variara. L’obiettivo non è tanto quello di riscrivere un piccolo trattato sulla santità, quanto piuttosto di presentarvela come dono di Dio e urgenza apostolica, offrirvi qualche motivazione che vi impegni nella sua pratica e accennare alla metodologia che ve la faciliti.

 

UN INSIEME DI FELICI COINCIDENZE

L’essere stato eletto in un Capitolo Generale che ha avuto come tema la comunità salesiana, luogo della nostra quotidiana santificazione, e che si è chiuso “col dono della beatificazione di tre membri della Famiglia Salesiana”[2] – un salesiano prete, un salesiano coadiutore ed una figlia di Maria Ausiliatrice – mi impone il tema della santità o, come ho detto nel discorso di chiusura del CG 25, del primato di Dio: «Dio deve essere la nostra prima ‘occupazione’»[3]. Il Santo Padre, con l’appello fatto nel suo discorso ai capitolari, ha confermato con la sua suprema autorità l’obiettivo della santità. Già nel messaggio inviato all’apertura del Capitolo, ci aveva ricordato che “tendere alla santità” è «la principale risposta alle sfide del mondo contemporaneo», e che «si tratta, in definitiva, non tanto di intraprendere nuove attività e iniziative, quanto piuttosto di vivere e testimoniare il Vangelo, senza compromessi, sì da stimolare alla santità i giovani»[4]. All’udienza, poi, ha voluto riassumere tutto il suo messaggio nel forte invito: «Cari Salesiani, siate santi! È la santità – voi ben lo sapete – il vostro compito essenziale»[5].

È un insieme di coincidenze, che mi piace leggere non come casuali – per un cristiano nulla è casuale – ma come iscritte nel piano di Dio, e quindi da interpretare con spirito di fede: perché non fare diventare, dunque, la santità programma di vita e di governo? Questo era, appunto, il mio proposito quando nel discorso finale del Capitolo dissi che «la santità è anche la consegna di questo Capitolo che si conclude con il dono di tre nuovi beati»[6].

Un’alba del mio servizio illuminata da una tale luce è per me un invito più eloquente di qualsiasi augurio verbale. Ricorda la meta per eccellenza. È un messaggio certamente esigente, perché addita “la meta più alta” in senso assoluto, ma che apre alla speranza e all’ottimismo, indicandoci tanti nostri fratelli e sorelle che hanno raggiunto il colle delle Beatitudini. Riferendoci a loro, nostri consanguinei nello spirito, possiamo dire, parafrasando la liturgia: “Non guardare, o Padre, ai nostri peccati, ma alla santità della nostra famiglia”.

È per queste circostanze, tutte significativamente convergenti, che ho pensato di dedicare la mia prima lettera ad un tale tema.

 

1. LA SANTITÀ, PERMANENTE PATRIMONIO DI FAMIGLIA

Non renderemo mai abbastanza grazie a Dio per il dono dei Santi nella nostra Famiglia carismatica. La nostra – ci scriveva il Papa – «è una storia ricca di santi, molti dei quali giovani»[7]. E, nell’udienza, nuovamente ci ha parlato di «numerosi Santi e Beati che costituiscono la schiera celeste dei vostri protettori»[8]. Ciò sta a dimostrare che il carisma salesiano non solo è capace di indicare il cammino di santità, ma anche, se vissuto, di raggiungerne il traguardo, come di fatto si è già realizzato in non pochi nostri fratelli e sorelle.

I miei predecessori hanno amato indugiare più volte davanti ad un tale panorama[9]. Desidero anch’io contemplare questo nostro «non piccolo drappello di Santi e Beati salesiani»[10], e farvi partecipi di quanto, ricordandoli, mi sta più a cuore.

1.1. Sulla scia di Don Bosco

I nostri Santi sono certamente “i testimoni” più qualificati della nostra spiritualità perché l’hanno vissuta e l’hanno vissuta eroicamente. In me suscita particolare interesse il fatto che in ciascuno di essi si incarni un aspetto specifico del nostro carisma. Accentuandolo, essi lo hanno reso più visibile, più luminoso, più esplicito. Se ne sono impadroniti e lo hanno approfondito, sino al punto che si potrebbero definire altrettanti “approfondimenti monografici” del Fondatore.

Un gruppo di loro ha dato persino origine a nuove Congregazioni religiose nella Chiesa, quasi rami sorti sullo stesso tronco. Hanno così esplicitato delle potenzialità latenti, ma insite nel seme originario. Ognuno di essi, dunque, spicca per un messaggio particolare.

Dall’insieme si può ricavare la visione più autentica e più completa della nostra esperienza spirituale. Sono note diverse che contribuiscono a formare un’unica armonia. Note le più varie: da quelle più conosciute a quelle meno sottolineate, pronunziate quasi in sordina; da quelle, diremmo, più scontate a quelle ritenute più insolite, quasi fossero estranee alla nostra spiritualità. Queste diverse riedizioni di Don Bosco, riconosciute ufficialmente dalla Chiesa, hanno tutte diritto di cittadinanza in mezzo a noi. Lo ripropongono vivo alla nostra attenzione e alla nostra custodia. E noi, suoi figli, eredi di così ricco patrimonio, godiamo nel cogliere in loro questo o quel dato, che riconosciamo subito come uno dei tratti fisionomici del nostro Padre.

Vorrei elencare, a mo’ di esempio, alcuni di questi tratti del modo originale di riprodurre la comune eredità di famiglia, la santità salesiana:

  • Una spiritualità che sa fare sintesi tra lavoro e temperanza. E la mente va a D. Rua, modello di rara abnegazione, il cui elogio migliore è stato fatto da Paolo VI: «Se davvero Don Rua si qualifica come il primo continuatore dell’esempio e dell’opera di Don Bosco, ci piacerà ripensarlo sempre e venerarlo in questo aspetto ascetico di umiltà e di dipendenza»[11].

  • Una spiritualità che nasce dalla carità pastorale, che riesce a farsi amare e manifesta la paternità di Dio[12]. E il ricordo si orienta a D. Rinaldi: «Chi lo avvicinava – leggiamo negli atti del Processo – sentiva di avvicinare un papà»[13].

  • Una spiritualità che si esprime attraverso l’umiltà operosa e che si fa «segno inequivocabile della logica di Dio, che si contrappone a quella del mondo»[14]. Questo è stato l’esempio luminoso di Maria Domenica Mazzarello.

  • Una spiritualità del quotidiano e del lavoro[15]. In questo panorama si nota l’identità laicale, sia quella consacrata che quella non consacrata. Quanto al primo gruppo possiamo pensare subito alle due figure di “buon Samaritano”, Simone Srugi e Artemide Zatti. Per l’identità laicale non consacrata il nostro pensiero va alla prima di tutte le Cooperatrici – Mamma Margherita – la cui figura suscita sempre maggiore simpatia, che fiorisce in devozione e in grazie.

  • Una spiritualità che armonizza contemplazione e azione[16]. E ci sembra di vedere il ritratto della recente beatificata Suor Maria Romero Meneses, animatrice di 36 Oratori e di una serie di istituzioni pastorali che nascevano con inattesa tempestività e diventavano tradizioni. Oppure Attilio Giordani, splendido modello di Cooperatore Salesiano, vulcano di iniziative tra i suoi oratoriani.

  • Una spiritualità delle relazioni e dello spirito di famiglia, che lo riveste tutto di gioia[17]. E noi pensiamo ad un Don Cimatti: «Al suo apparire – afferma incisivamente un teste – sorridevano anche le mura».

  • Una spiritualità dell’equilibrio. E il nostro pensiero va a Don Quadrio, irresistibile calamita dei suoi chierici, meraviglioso intreccio di doni di natura e di grazia.

  • Una spiritualità che assume la dimensione oblativa. Basta leggere le biografie di D. Beltrami, D. Czartoryski, D. Variara per vedere come essi hanno fatto della sofferenza la via regia della loro santificazione, ricavandone anche – come nel caso di Variara – un nuovo carisma congregazionale. Guardando a Don Bosco sofferente, essi sono giunti a “desiderare” la croce e a raccoglierne gaudio interiore.

  • Non possiamo, infine, non sottolineare il gruppo ormai tanto numeroso dei nostri martiri – confratelli, consorelle, e giovani! – le cui Beatificazioni hanno segnato la fine e l’inizio dei due secoli. Fiera di aver più di cento anni, la Famiglia Salesiana è felice di aver più di cento martiri (oggi sono 111)[18], e se ne sente responsabile: il martirio, l’effusione cruenta del sangue come anche il dono della propria vita nel sacrificio quotidiano, è connaturale allo spirito salesiano. Capiremo il messaggio di questo dono? Ne assumeremo le conseguenze? Nell’omelia tenuta la domenica 11 marzo 2001, quando ha beatificato 233 martiri spagnoli, 32 dei quali salesiani, il Santo Padre ha detto: «All’inizio del terzo millennio, la Chiesa che peregrina in Spagna è chiamata a vivere una nuova primavera di cristianesimo»[19]. Perché non contare anche noi sull’aiuto ineguagliabile dei nostri martiri «per riempire di speranza le nostre iniziative apostoliche e gli sforzi pastorali nel compito, non sempre facile, della nuova evangelizzazione?»[20] Anche per noi, salesiani, deve essere vero: Sanguis martyrum, semen christianorum. Il sangue dei martiri è semente dei nuovi cristiani![21] Non scoraggiamoci dunque dinanzi alle difficoltà: affrontiamo il futuro in buona compagnia!

Sono questi i petali del fiore della nostra santità la quale – grazie a loro – si presenta stimolante e convincente nella policromia delle età, delle forme di vita e di servizio, dei tempi, dei messaggi, delle etnie, delle culture. «Sotto tale diversità di origine, stati di vita, ruolo e livello di istruzione, provenienza geografica c’è un’unica ispirazione: la spiritualità salesiana. Questa si può proporre in forma dottrinale; ma si può anche raccontare con vantaggio attraverso le biografie, che avvicinano molto di più i suoi tratti alle circostanze quotidiane dell’esistenza»[22].

1.2. La nostra santificazione, dono e sfida

I fratelli e le sorelle, che abbiamo ricordato, rappresentano la santità già realizzata e ormai fissata per sempre nel grado di crescita raggiunto. La nostra santità, invece, è ancora in divenire. Essi hanno percorso un cammino, sono arrivati alla meta. Conoscendo la loro vita e percorrendo la loro strada, anche noi impariamo come rispondere alla grazia di Dio e al dono della santità. Ognuno di loro è un esempio dei diversi percorsi di vita salesiana, e del loro sicuro successo. Io mi domando se – e quanto – essi influiscono sul nostro terreno pellegrinare.

I fratelli e le sorelle, che l’hanno raggiunta, ci assicurano che la santità è possibile; ma soprattutto ci mostrano vie differenti, e allo stesso tempo affascinanti, per conquistarla. Non troveremo noi la più adatta alle nostre possibilità, la più consona alla nostra situazione personale, la più congrua col nostro stato di vita? Mi auguro che si compia quanto afferma la nostra Regola di Vita: «I confratelli che hanno vissuto o vivono in pienezza il progetto evangelico delle Costituzioni sono per noi stimolo e aiuto nel cammino di santificazione»[23].

Dalla vita dei nostri Santi impariamo tre importanti verità, che dobbiamo far nostre:

– La nostra santificazione è “il compito essenziale” della nostra vita, secondo l’espressione del Papa. Raggiunto questo, tutto è raggiunto; fallito questo, tutto è perduto, come si afferma della carità (cf. 1 Cor 13, 1-8), essenza stessa della santità.

Contro la tendenza alla mediocrità spirituale, abbiamo bisogno di ribadire ogni giorno la priorità di questa meta: la nostra santificazione, che altro non è che quella “misura alta della vita cristiana ordinaria” indicata da Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte[24]. «Dio dev’essere la nostra prima occupazione – ricordavo ai Capitolari in partenza. – È lui che ci invia e ci affida i giovani… Dio ci aspetta nei giovani per darci la grazia di un incontro con Lui»[25]. Se la nostra vita è illuminata da questo anelito, essa ha tutto, nonostante le sue carenze; ma se questa spinta si attenua, il nostro cammino diventa incolore, e inutile la fatica nel percorrerlo, nonostante l’apparenza di una certa efficienza.

– La santificazione è dono di Dio. L’iniziativa è stata e resta sempre di Dio: la certezza di poter cambiare la nostra vita si radica nella certezza di essere già stati oggettivamente trasformati in Lui, per cui la santità è – per usare le parole del Card. Suenens – «un’assunzione prima di essere un’ascensione» [26].

«C´è una tentazione, che da sempre insidia ogni cammino spirituale e la stessa azione pastorale: quella di pensare che i risultati dipendano dalla nostra capacità di fare e di programmare. Certo, Iddio ci chiede una reale collaborazione alla sua grazia, e dunque ci invita ad investire, nel nostro servizio alla causa del Regno, tutte le nostre risorse di intelligenza e di operatività. Ma guai a dimenticare che “senza Cristo non possiamo far nulla” (cf. Gv 15,5)»[27].

Nella santità ricercata splende, indiscusso, il primato di Dio: la santità non è mai un progetto personale, che va programmato ed eseguito secondo tempi, metodologie ed opzioni da noi fissati; più che un generico desiderio di Dio, è la sua volontà espressa su ciascuno di noi (1 Ts 4,3); pura grazia, dono sempre, non possiamo conquistarla da soli, ma nemmeno possiamo rifiutarla senza serie conseguenze. Dio ci ha creati buoni, anzi molto buoni (cf. Gn 1,26-31), e ci ha pensati santi “prima della creazione del mondo” (Ef 1,4); resta, però, la nostra parte: possiamo aiutare Dio a completare in noi la sua opera creatrice se lo lasciamo realizzare il suo disegno meraviglioso, il più originario, su di noi. Non ci chiede di più; ma non si aspetta di meno.

– La santità, per noi salesiani, si costruisce nella risposta quotidiana, come espressione e frutto della mistica e dell’ascesi del “da mihi animas cetera tolle”. Data per sicura la parte di Dio, sorgente di ogni santità, è la nostra risposta che va quotidianamente stimolata perché, come dice il nostro S. Francesco di Sales: «Per abbondante che sia la sorgente, le sue acque entrano in un giardino non secondo la loro quantità, ma soltanto secondo la portata, grande o piccola, del canale per il quale vi sono condotte»[28].

Di qui l’indispensabile ricorso alla mortificazione, ossia alla morte di tutto ciò che chiude il nostro essere al dono; tutto quanto in noi mette Dio al secondo posto, non merita cura né attenzione. La nostra è una esistenza pasquale; il cammino verso la Pasqua – ben lo sappiamo – passa necessariamente per il Calvario (cf. Mt 16,21-23): fu risuscitato chi era stato prima crocifisso. Per il cristiano, dunque, la mortificazione non è l’obiettivo, ma il mezzo; non è meta, ma via; non bisogna cercarla, ma non è possibile evitarla.

I nostri Santi sono una testimonianza vivente di tale anelito alla santità e di tale cammino verso la vita e la risurrezione. Mi vengono in mente, a questo proposito, alcune espressioni della beata Maria Romero: «Toglimi, o Signore, tutto ciò che fin qui mi hai dato e non ridarmi mai più nulla in avvenire, però concedimi la grazia di vivere ogni giorno più intimamente unita a te, in un atto ininterrotto di amore, di abbandono, di fiducia e senza perdere mai un solo istante la tua presenza».[29] «Amarti, farti amare e vederti amato, mio Dio adorato, è l’unica mia brama, lusinga, ambizione, preoccupazione e ossessione».[30]

 

2. NOI EDUCATORI ALLA SANTITÀ

Giacché, come salesiani, non possiamo mai disgiungere la nostra identità di religiosi da quella di educatori, né la nostra consacrazione religiosa dalla missione apostolica, il discorso sulla nostra santificazione implica necessariamente la proposta di santità per i nostri giovani. Anche per noi «il cammino pastorale è quello della santità»[31].

Il Papa ha voluto ricordarci che «la nostra santità costituisce la migliore garanzia di un’efficace evangelizzazione, perché in essa sta la testimonianza più importante da offrire ai giovani destinatari delle nostre varie attività»[32]. Le parole del Santo Padre sembrano una parafrasi di quanto affermano le nostre Costituzioni nell’articolo già citato prima: «La testimonianza di questa santità, che si attua nella missione salesiana, rivela il valore unico delle beatitudini, ed è il dono più prezioso che possiamo offrire ai giovani»[33].

Santificarci, dunque, anche in vista della santificazione dei nostri giovani, crescere nello Spirito anche in vista della loro crescita, diventando sempre più e sempre meglio educatori di santi, capaci di porre la santità quale meta esplicita dei nostri programmi educativi pastorali, è un nostro impegnativo compito. Il Santo Padre ha voluto porsi un simile interrogativo: «Si può programmare la santità?». Ed ha risposto: «Non esito a dire che la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità»[34]. Parole che dovrebbero apparire particolarmente suggestive al nostro cuore di educatori.

«Educatori attenti e accompagnatori spirituali competenti quali voi siete – ci diceva ancora il Papa – saprete andare incontro ai giovani che anelano a vedere Gesù. Saprete condurli con dolce fermezza verso traguardi impegnativi di fedeltà cristiana»[35]. «Salesiani del terzo millennio! Siate appassionati maestri e guide, santi e formatori di santi, come lo fu san Giovanni Bosco»[36].

All’interno di un tale programma, la prima convinzione da veicolare è che la santità è accessibile a tutti ed è “la via migliore di tutte”[37] da percorrere. Infatti, per Paolo l’amore-agape è anzitutto l’elemento indispensabile per la costruzione della Chiesa, e la sua superiorità scaturisce dal fatto che non avrà mai fine e che ci rende simili a Dio che è Amore.

2.1. La santità, proposta dell’educazione salesiana

Tutti siamo chiamati alla santità. È la vocazione di ogni vita umana – come tutti sappiamo – che nel Battesimo viene resa idonea a tale obiettivo. «Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità»[38]. Paolo VI ebbe a dire che la proclamazione della vocazione di tutti i battezzati alla santità «è l’elemento più caratteristico dell’intero magistero conciliare e, per così dire, il suo fine ultimo»[39].

Giovanni Paolo II, a sua volta, ha potuto dire a tutta la Chiesa nella Novo Millennio Ineunte: «È ora di riproporre a tutti con convinzione questa misura alta della vita cristiana ordinaria»[40]. È un testo che riecheggia l’esortazione di San Paolo agli Efesini[41] e che il CG23 aveva assunto come orientamento, parlando del traguardo della educazione dei giovani alla fede: «Far crescere i giovani in pienezza secondo la misura di Cristo, uomo perfetto è la meta del lavoro del salesiano»[42].

Questo, che a volte ci può sembrare ancora qualcosa di straordinario, o non adeguato per il nostro tempo, o non adatto a tutti, è invece molto apprezzato da chi prende la propria vita sul serio. Ecco una testimonianza, che può essere condivisa da tanti confratelli e laici impegnati seriamente nella loro maturità cristiana: «Ho superato un’importante tappa spirituale: sono riuscito a considerare la santità non come un lusso, ma come la sola possibilità della nostra vita terrena»[43].

La nostra proposta educativo-pastorale offre un cammino di spiritualità: «Il cammino di educazione alla fede rivela progressivamente ai giovani un progetto originale di vita cristiana e li aiuta a prenderne consapevolezza. Il giovane impara ad esprimere un modo nuovo di essere credente nel mondo, e organizza la vita attorno ad alcune percezioni di fede, scelte di valori e atteggiamenti evangelici: vive una spiritualità»[44].

Una tale proposta esigente risveglia nei giovani risorse insospettabili. Non è la mediocrità l’attrattiva e il desiderio del cuore umano, ma la “qualità alta” della vita. Questa, prima ancora che un imperativo dall’esterno, è un’esigenza interiore della natura umana che, pur ferita dal peccato, risente l’eco dello stato primordiale, precedente alla colpa d’origine. È da questa santità originariamente partecipata che si sprigionano nell’uomo desideri struggenti e incessanti nostalgie.

Coloro che con maggior radicalità camminano in questa direzione – i Santi – ci procurano una profonda e misteriosa nostalgia, perché ci rimandano alle radici del nostro essere e ci fanno intuire che tutti siamo fatti per questo cammino eccellente. Seguire tale nostalgia è il segreto della vera grandezza e diventa fonte di energie insospettate.

Ciò vale anche e soprattutto per i giovani. È proprio della loro età sentire il fascino dei valori ardui, anche se poi – soprattutto oggi – fanno esperienza della loro fragilità. Tocca a noi, «educatori della gioventù alla santità»[45], valorizzare e aiutare a sviluppare quell’anelito, insito in tutti loro. Ci è stato «affidato il compito di essere educatori ed evangelizzatori dei giovani del terzo millennio»[46]. Non possiamo tacere ai nostri giovani il fatto che puntare sulla santità soddisfa le loro più profonde aspirazioni e colma il loro desiderio di felicità. Seguiamo l’esempio di Giovanni Paolo II, il quale, a Toronto, pieno di coraggio evangelico ha detto loro: «Non aspettate di avere più anni per avventurarvi sulla via della santità! La santità è sempre giovane, così come eterna è la giovinezza di Dio»[47]. Seguiremo, in tal modo, l’esempio stesso di Don Bosco, che era convinto che i giovani potevano essere santi, e che poche mete sono da proporre loro più affascinanti di quella di diventare santi. «Siate accoglienti e paterni», ci ha esortato ancora Giovanni Paolo II, «in grado in ogni occasione di chiedere ai giovani con la vostra vita (il corsivo è mio): Vuoi diventare santo?»[48].

Don Bosco, educatore riuscito, non ha avuto paura di additare mete alte. Teniamo, dunque, «gli occhi fissi su don Bosco»[49].

Si può affermare che la data di nascita della santità di Domenico Savio sia indicata dalla predica che D. Bosco fece sulla santità accessibile a tutti. Mi permetto di riportare, anche se un po’ lungo, tutto il testo trasmessoci dalle Memorie Biografiche, perché ci fa vedere da una parte la genialità educativa di Don Bosco che sa proporre “una misura alta” anche ai suoi ragazzi, e, dall’altra parte, la quotidianità del modello di santità, che la rende proponibile a tutti.

«Don Bosco in una di quelle domeniche faceva una predica sul modo di farsi santi e si fermò specialmente a sviluppare tre pensieri: è volontà di Dio che ci facciamo tutti santi; è assai facile di riuscirvi; è preparato un grande premio in cielo a chi si fa santo. Queste parole fecero una grande impressione sull’animo di Savio, il quale diceva poi a D. Bosco: – Mi sento un desiderio, un bisogno di farmi santo; io non pensava di potermi far santo con tanta facilità; ma ora che ho capito potersi ciò effettuare anche stando allegro, voglio assolutamente farmi santo.

Don Bosco lo confortò nel suo proposito, gli indicò come Dio volesse da lui per prima cosa una costante e moderata allegria; e consigliandolo ad essere perseverante nell’adempimento de’ suoi doveri di pietà e di studio, gli raccomandò di prendere sempre parte alla ricreazione co’ suoi compagni. Nello stesso tempo gli proibì ogni rigida penitenza e le preghiere troppo prolungate, perché non compatibili colla sua età e sanità, e colle sue occupazioni.

Savio obbedì, ma un giorno D. Bosco lo incontrò tutto afflitto, che andava esclamando: – Povero me! Io sono veramente imbrogliato. Il Signore dice che se non fo penitenza, non andrò in paradiso; ed a me è proibito di farne. Quale, adunque sarà il mio paradiso? – La penitenza che il Signore vuole da te, gli disse D. Bosco, è l’ubbidienza. Ubbidisci e a te basta»[50].

2.2. Un cammino educativo alla luce della spiritualità salesiana

Il testo sopra citato evidenzia che la santità è un processo che si sviluppa all’interno di una esperienza spirituale. Questa fa da clima, da strada, da nutrimento. Una spiritualità è un cammino particolare e concreto verso la santità. Noi abbiamo la nostra spiritualità giovanile. Si tratta di una spiritualità che mette i giovani nel centro, che è però per tutti, soprattutto per i più piccoli e bisognosi. Oggi godiamo di una sufficiente visione sistematica di tale spiritualità, grazie agli studi finora compiuti. Basti pensare a quanto detto dal CG23, dal CG24 e da Don Vecchi, che ne ha fatto oggetto di un corso di esercizi spirituali e ne ha parlato anche nei diversi incontri del Movimento Giovanile Salesiano[51].

Penso sia utile richiamarne i tratti essenziali:

Una spiritualità del quotidiano. Mi piace sottolineare lo spazio privilegiato conferito all’umile quotidiano, perché fu questa una nota prediletta da Don Bosco. «Don Bosco per tutta la vita indirizzò i giovani sulla strada della santità semplice, serena e allegra, congiungendo in un’unica esperienza vitale il “cortile”, lo “studio” e un costante senso del dovere»[52].

Egli non ha mai nutrito simpatia per gesti eccezionali, ma ha invece additato ai suoi ragazzi la strada regia del proprio dovere, convinto che, se abbracciato con amore e con gioia, esso contiene tutto il necessario per crescere spiritualmente. Sappiamo bene che tale predilezione gli proveniva da lontano. Rifacendosi a S. Francesco di Sales – ecco un apostolo della chiamata universale alla santità, di qualsiasi categoria e di qualsiasi età –, amava sottolineare la preferenza per ciò che Dio ci dona, più che per ciò che noi scegliamo. Quel “nulla chiedere e nulla rifiutare” ha un contenuto pedagogico e una saggezza teologica davvero preziosi. Quell’insistenza sull’amore, che è come il contenuto rispetto al contenitore (per noi a volte così attenti alle forme a scapito della sostanza), è stata la stessa insistenza di D. Bosco educatore.

Una fine sapienza pedagogica. Circa la proposta di santità, Don Bosco si è dimostrato un vero pedagogo, un maestro. Dice esplicitamente la parola santità a quel ragazzo, Domenico Savio, che era già capace di capirla, perché lui stesso l’aveva già pronunciata. A Michele Magone, invece, nella stazione di Carmagnola dice: “Senti, vieni all’oratorio, lì potrai studiare, giocare, lì troverai compagni”.

Questo significa che è importante che noi educatori sappiamo che c’è un cammino felice di santità capace di soddisfare le attese di un cuore giovanile, e quindi sappiamo proporlo a ciascun ragazzo del nostro oratorio o centro giovanile o scuola, con le parole opportune. Avverrà che in un gruppo di giovani oratoriani noi parliamo espressamente della santità o della vocazione, consapevoli che ci capiranno. In altri casi, si dovrà incominciare da capo, destrutturando la mentalità, purificando le immagini false di Dio o distruggendo gli idoli che si sono creati e che stanno cercando di riprodurre nella loro vita.

La cosa più importante è che, come educatori, siamo consapevoli che Dio chiama tutti alla santità, cioè ad una risposta gioiosa a Lui, e che essa è un cammino possibile da percorrere, sapendo poi che i ragazzi li dovremo accompagnare, a partire dalla situazione in cui li troviamo: «i percorsi della santità sono personali»[53]. Per questo è necessaria «una vera e propria pedagogia della santità, che sia capace di adattarsi ai ritmi delle singole persone»[54], sulla quale come salesiani dovremo riflettere, e che dovremo sperimentare nella pratica dell’accompagnamento[55]. Ricordiamo che il primo passo di Don Bosco è stato l’invito ai ragazzi ad andare la domenica in oratorio per divertirsi con molti compagni. Questo era il suo primo appello alla “santità della gioia” e alla vita santa.

Don Bosco, intuì, sin dai primi anni del suo sacerdozio, la possibilità di accompagnare i giovani alla pienezza della vita cristiana, proporzionata alla loro età, con un tipo di spiritualità giovanile organizzata attorno ad alcune idee-forza aperte alla fede, tributarie senz´altro del suo tempo ma anche profetiche, e portate avanti con ardore e con genialità pedagogica. Fattore decisivo di questa genialità fu, appunto, la capacità di coinvolgere i giovani nell’avventura e renderli i primi beneficiari, al tempo stesso che i veri protagonisti. I giovani stessi aiutarono Don Bosco «ad iniziare, nell’esperienza giornaliera, uno stile di santità nuova, sulla misura delle esigenze tipiche dello sviluppo del ragazzo. Furono così, in qualche modo, contemporaneamente discepoli e maestri»[56]. La nostra è una santità per i giovani e con i giovani; perché anche nella ricerca della santità, «i giovani e i Salesiani camminano insieme»[57]: o ci santifichiamo con loro, camminando ed imparando con loro, o non saremo mai santi.

– Le tappe di questo cammino sono già state definite con chiarezza. Il CG23, in particolare, ce le ha presentate in modo sintetico e assai stimolante, invitandoci ad organizzare la vita dei giovani attorno ad esse e ad insistervi con scelte di valori e atteggiamenti evangelici. Ve le ricordo, chiedendovi con forza che vogliate riprendere in mano il documento per un commento più approfondito[58]:

· una base di realismo pratico centrato sul quotidiano, che è il luogo dove si riconosce la presenza di Dio e si scopre la sua instancabile operosità, come già accennavo prima. «Nell’esperienza salesiana questa è un’intuizione, gioiosa e fondamentale insieme: non c’è bisogno di staccarsi dalla vita ordinaria per cercare il Signore»[59]. Perciò Don Bosco parlava spesso del “senso religioso del dovere” nei singoli momenti della giornata;

· un atteggiamento di speranza, impastato di “gioia”. «Voglio insegnarvi – erano le sue prime parole nel Giovane Provveduto – un modo di vita cristiana che vi possa… rendere allegri e contenti»[60]. Offrire ai giovani la possibilità di sperimentare la vita come festa e la fede come felicità è, certo, uno «stile di santità [che] potrebbe meravigliare certi esperti di spiritualità e di pedagogia, preoccupati che vengano diminuite le esigenze evangeliche e gli impegni educativi. Per Don Bosco però, la fonte della gioia è la vita di grazia, che impegna il giovane in un difficile tirocinio di ascesi e di bontà»[61];

· una forte e personale amicizia con il Signore Risorto (cf. Cost. 34), “Colui che dona all’uomo di ritrovare la sua identità su misura stessa di Dio”[62]. «Non è forse Cristo il segreto della vera libertà e della gioia profonda del cuore? Non è Cristo l’amico supremo e insieme l’educatore di ogni autentica amicizia? Se ai giovani Cristo è presentato col suo vero volto, essi lo sentono come una risposta convincente e sono capaci di accoglierne il messaggio, anche se esigente e segnato dalla Croce»[63]. «A contatto con il Signore Risorto i giovani rinnovano un amore più intenso per la vita»[64]; giunti a una relazione di stretta amicizia, che oltrepassa la semplice ammirazione e la simpatia inoperosa, approfondiscono la conoscenza e l’adesione alla persona di Cristo e alla sua causa, si aprono alla radicalità evangelica e rispondono con impegno e generosità.

Per condurre a questa relazione amichevole si richiede la preghiera personale, centrata sull’ascolto della Parola, che giovi a maturare «la visione di fede, imparando a guardare la realtà e gli avvenimenti con lo sguardo stesso di Dio, fino ad avere “il pensiero di Cristo” (1 Cor 2, 16[65]. Don Bosco, in particolare, ha pensato a “una pedagogia della santità”, nella quale si privilegia “l’influsso educativo della Riconciliazione e dell’Eucaristia”[66]; esse, infatti, «offrono risorse di eccezionale valore per l’educazione alla libertà cristiana, alla conversione del cuore e allo spirito di condivisione e di servizio nella comunità ecclesiale» (Cost. 36);

· un senso, sempre più responsabile e coraggioso, di appartenenza alla Chiesa, sia particolare che universale. Sorretti dal rapporto che nasce tra persone che trovano in Cristo l’amico comune e l’unico Salvatore, «i giovani degli ambienti salesiani sentono un gran bisogno di stare insieme»[67], di fare comunità e diventare «segno efficace della Chiesa che si vuole costruire insieme»[68]. «Che cosa significa questo in concreto? […] Significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto... Significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede […] come “uno che mi appartiene”, per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia»[69];

· un “impegno” concreto e operoso di bene, secondo le proprie responsabilità sociali e i bisogni materiali e spirituali degli altri. Aiutate i giovani, ci ha chiesto il Papa, «ad essere a loro volta apostoli dei loro amici e coetanei»[70]. «La storia dei giovani all’Oratorio, vivente Don Bosco, è ricca di questo apprendistato della vita cristiana: essere al servizio degli altri, in maniera ordinaria e in forme talvolta straordinarie»[71]. Il servizio al fratello misura il cammino della santità personale, e questa, di fronte a tante necessità, risveglia «una nuova “fantasia della carità”, che si dispieghi non tanto e non solo nell´efficacia dei soccorsi prestati, ma nella capacità di farsi vicini, solidali con chi soffre, così che il gesto di aiuto sia sentito non come obolo umiliante, ma come fraterna condivisione»[72].

«La spiritualità giovanile salesiana dà un posto privilegiato alla persona di Maria»[73], la cui presenza materna domina il processo nel suo insieme e ispira ciascuna delle sue tappe. «Essa rappresenta al vivo il cammino faticoso e felice dell’uomo singolo e dell’umanità verso il proprio compimento. In Lei le strade dell’uomo si incrociano con quelle di Dio. È dunque una chiave interpretativa, un modello, un tipo e un cammino»[74]. La Madonna ha, infatti, una energia educativa eccezionale dei figli di Dio e dei discepoli del Signore Gesù: dove c’è la madre di Gesù, i discepoli diventano credenti (Gv 2, 1-11) e riescono ad essere fedeli (Gv 19, 25-27).

 

3. LA SANTITÀ FIORISCE NELLA COMUNITÀ

Abbiamo appena terminato un Capitolo tutto incentrato sul tema della comunità. Rileggendo sinteticamente il percorso fatto in due mesi di lavoro, indicavo il cammino comunitario tracciato all’interno dei cinque moduli operativi:

«La comunità salesiana è il soggetto principale, cui è indirizzato questo testo. Assumendolo, essa è invitata ad accogliere la chiamata che Dio le rivolge attraverso gli avvenimenti storici ed ecclesiali, le indicazioni della Parola di Dio e della nostra Regola di vita, gli appelli dei giovani, le necessità dei laici e della Famiglia Salesiana. La comunità approfondisce poi la lettura della propria situazione, scoprendo le disponibilità e le resistenze, le risorse e le mancanze, le possibilità e i limiti. Essa impara inoltre a riconoscere le sfide fondamentali e ad affrontarle con coraggio e speranza; sa anche interrogarsi con domande appropriate, cui dare risposta. Infine, la comunità si confronta con gli orientamenti operativi proposti e determina le condizioni per tradurli in pratica»[75].

3.1. Riecheggiando il CG25

Davvero la comunità è culla e crogiuolo della nostra santificazione. Vorrei sottolineare che santità comunitaria e santità individuale si riverberano reciprocamente. Se è giusto attendersi comunità che facilitino e sostengano i propri membri nella ricerca incessante di Dio, è pur vero che sono i singoli membri che con la loro santità personale permettono di raggiungere insieme un tale obiettivo.

Don Vecchi ha parlato molto bene di questo quando, nella sua nota lettera “Esperti, Testimoni e Artefici di Comunione”, descriveva la comunità di Valdocco come il nostro modello comunitario: «È una comunità a forte carica spirituale, caratterizzata dal “Da mihi animas”. Don Bosco forgia i suoi primi collaboratori, con semplicità e concretezza secondo il programma: lavoro, preghiera, temperanza. Chiede loro di fare un “esercizio di carità” in favore del prossimo. L’amore a Gesù Cristo e la fiducia nella sua grazia ispirano la preoccupazione per il bene dei ragazzi, a partire dai loro bisogni umani e spirituali. Si aiutano i più abbandonati a prendere contatto con Dio e con la Chiesa e si orientano esplicitamente verso la santità coloro che dimostrano particolari disposizioni. Si rende quasi sensibile la vicinanza di Dio e la presenza di Maria Santissima»[76].

La missione educatrice ed evangelizzatrice in favore dei giovani portò Don Bosco a creare una scuola di spiritualità, dove «la santità era costruita insieme, condivisa, reciprocamente comunicata, tanto che non si può spiegare la santità degli uni (quella dei giovani) senza quella degli altri (quella dei salesiani)»[77].

E continua Don Vecchi: «costruire e godere di questo clima di “santità” condivisa, è un impegno dei consacrati. La comunità è luogo di una esperienza di Dio. Tutto è stato pensato e predisposto per questo. “La vita spirituale deve essere al primo posto nel programma delle Famiglie di vita consacrata… Da questa opzione prioritaria, sviluppata nell’impegno personale e comunitario, dipendono la fecondità apostolica, la generosità nell’amore per i poveri, la stessa attrattiva vocazionale sulle nuove generazioni” (VC 93)»[78].

Il CG25 ha ripreso il tema, in modo molto specifico, nel 2º modulo “Testimonianza evangelica”, sottolineando il primato di Dio, la sequela di Cristo e la grazia dell’unità: «Viviamo questa scelta nella certezza che essa concorre a costruire un modello alternativo di umanità e di famiglia umana, nella prospettiva della speranza cristiana. Rispondiamo così al dono di Dio con un cammino comunitario e personale di santità verso la piena maturità di Cristo, per mezzo del quale diventiamo segno e profezia dei valori ultimi del Regno di Dio, nello spirito delle Beatitudini»[79].

Vista sotto questa luce, forse la lettura migliore della espressione “la comunità è il luogo privilegiato di formazione permanente” potrebbe essere data riformulandola in questo modo: “la comunità è il luogo privilegiato della crescita nella santità”, per far capire il significato più profondo di che cosa è per noi la comunità e che cosa si intende per formazione permanente.

3.2. Stimolati dai tre recenti Beati

Ancora una volta se diamo uno sguardo ai nostri Santi, si impone subito il contributo da loro offerto alle comunità in cui l’obbedienza li ha collocati. L’esemplificazione sarebbe quanto mai abbondante. Mi limito agli ultimi nostri tre Beati, per evidenziare le note originali di ciascuno, convergenti sull’obiettivo di edificare la comunità: sono «tre splendidi modelli di santità, [che] vogliamo vivere nelle nostre comunità e offrire ai giovani di oggi»[80].

Il Beato Artemide Zatti

Pur avendo un ruolo che avrebbe potuto distrarlo dalla vita comunitaria, egli è stato descritto come uno di quelli che maggiormente vi partecipava. A cominciare dalla sua presenza puntuale agli atti comunitari. Stralcio dalla “Positio” per la Causa di Beatificazione:

«Spesso nella comunità religiosa chi si prende cura delle persone esterne si estrania dai propri confratelli. Zatti invece era intimamente integrato nella sua comunità. Lo era essendo immancabilmente presente alle pratiche di pietà, alla mensa e alle riunioni. Curava, come infermiere, confratelli e giovani. Era soprattutto un elemento di unione spirituale e di fraternità»[81].

Era fonte di ottimismo e di serena allegria tra i confratelli, prima ancora che tra i suoi ammalati. Fu intermediario eccellente tra l’istituzione salesiana e le categorie dei laici: medici, infermieri. Insomma, si sentì membro della comunità, anche nei momenti in cui altri avrebbero potuto sentirsi traditi, come quando fu demolito l’ospedale. Leggiamo infatti nella lettera scritta alla sorella Ildegarda a Bahía Blanca:

«Essendo stato demolito l’ospedale nel centro, a lato della Chiesa, per far posto al palazzo vescovile, noi siamo stati trasferiti in corpo e anima alla Scuola Agricola, dove stiamo come in un paradiso terrestre, e quando siano fatti i lavori che sono stati progettati e che in questi giorni stanno per cominciare, non c’è né Ospedale né Santuario che ci superi!!! Sia dato a Dio il grazie più sentito»[82].

Il Beato Luigi Variara

Fece delle difficoltà ali per volare. E tale spirito infuse nelle sue suore. È esemplare vedere l’atteggiamento dinanzi alle avversità, tanto che il Beato chiama Paradiso quello che l’Ispettore chiama piccolo inferno, e egli dice di stare molto bene, mentre quello stesso giorno il suo direttore scriveva all’Ispettore mostrando preoccupazioni per la sua salute e, inoltre, perché in Agua de Dios continuavano scontri tra armati. Scrive don Variara:

«I lavori vanno lenti perché non si trovano operai. Sono trascorsi 15 giorni senza rendimento e poi si aggiunse la pioggia. Gli operai che restano hanno tanta paura che, al cader delle foglie, si danno alla fuga… e così si va avanti… Qui tutti buoni, contenti, tanto che pare un Paradiso. Il Signore ci aiuti con le sue benedizioni, perché con questo lavoro non si riposa un momento. Mai mi sono sentito contento di essere salesiano come quest’anno e benedico il Signore per avermi mandato in questo Lazzaretto, dove ho imparato a non lasciarmi rubare il cielo. Il Sacro Cuore mi benedica sempre e io farò il possibile per accontentarlo»[83].

Senza dubbio la prova massima arrivò proprio quando ricevette l’ordine di lasciare Agua de Dios; allora egli dimostrò di saper rinunciare a se stesso per uniformarsi alla volontà di Dio. Fu in quella circostanza che confidò ad un confratello: «Guarda, Giuseppe Gioachino, per me sarebbe la morte andarmene da Agua de Dios, però obbedirei»[84]. Ed effettivamente obbedì all’ordine del suo superiore.

Don Variara è stato Fondatore, continuando ad essere salesiano: due ruoli che potrebbero sembrare in contrasto, con tentazioni di atteggiamenti di autonomia. Ma egli fu sempre ligio al suo Direttore e al suo Ispettore, da cui pur provenivano le maggiori incomprensioni.

La Beata Maria Romero

Le sue mille attività non si trasformarono mai in alibi rispetto alla vita comunitaria. Sin dal Noviziato dimostrò di possedere un dono che si sarebbe rivelato molto utile per la dimensione comunitaria: la visione positiva di tutte le sorelle.

Diceva a suor Anna Maria: «Quant’ero felice in noviziato. Tutte le suore mi parevano altrettante sante, soprattutto la mia madre-maestra… Quanto le devo! Che anima pura, osservante della povertà, delicata e comprensiva. Quando la ricordo, la vedo come una vera santa: il suo portamento degno, il suo raccoglimento riflettevano la sua continua unione con Dio. I suoi consigli esprimevano ciò ch’ella stessa praticava. Impressionava il suo parlare sempre tanto corretto, il dominio di sé, la sua pietà. Sempre sorridente ed amabile, non lasciava tuttavia passar nulla in noi che non fosse come doveva essere. Il suo esempio era una scuola».[85] Con uno sguardo di tal genere, possiamo immaginare come si rapportasse a tutte le consorelle.

 

4. INVITO ALLA REVISIONE - i nostri nomi sono scritti nel cielo

Siamo partiti dalla gaudiosa certezza che tutti siamo chiamati alla santità. L’abbiamo applicata a noi, perché la nostra responsabilità si senta interpellata. L’abbiamo applicata ai giovani, perché noi come educatori possiamo additare loro questa meta, per quanto ardua essa sia, convinti che offriamo un programma di beatitudine che li potrà aiutare a maturare scelte e progetti di vita. L’abbiamo applicata infine alla comunità: luogo imprescindibile in cui si attua il processo della nostra santificazione, convinti come siamo che «il futuro della nostra vitalità si gioca sulla nostra capacità di creare comunità carismaticamente significative oggi», e che «la condizione di fondo è il rinnovato impegno della santità»[86].

Ripeto qui quanto dicevo a conclusione del Capitolo Generale: «La santità è il cammino più esigente che vogliamo realizzare insieme nelle nostre comunità; è “il dono più prezioso che possiamo offrire ai giovani” (Cost. 25); è il traguardo più alto che dobbiamo proporre con coraggio a tutti. Solo in un clima di santità vissuta e sperimentata i giovani avranno la possibilità di operare scelte coraggiose di vita, di scoprire il disegno di Dio sul loro futuro, di apprezzare e accogliere il dono delle vocazioni di speciale consacrazione»[87].

I nostri nomi sono scritti nel cielo

Vi invito adesso a fissare lo sguardo su coloro che hanno saputo volare più alto. Abbiamo un cielo stellato su di noi. Guardandolo, tutti possiamo dire con verità che anche i nostri nomi sono scritti nel libro della vita (cf. Ap 13,8; 17,8). A loro imitazione, rendiamoci educatori propositivi nel condurre i giovani lungo i sentieri della montagna della santità, profeticamente sospinti proprio verso coloro che sembrano essere i più refrattari.

4.1. Un omaggio alla concretezza

Ha un valore pedagogico il costringerci ad un tocco di realismo e il sottoporci a qualche interrogativo concreto, che scenda a livello di vita quotidiana e interpelli direttamente la nostra esperienza. Abbiamo operato proprio così nell’ultimo Capitolo Generale; infatti, in ognuno dei moduli operativi si pongono degli interrogativi a cui dare risposta. È un modo per far sì che la comunità prenda coscienza della propria situazione, riconosca le sfide ed impari a trovare con coraggio e speranza le risposte giuste.

Vorrei che il tema della santità, come quello delle prossime lettere, fosse motivo di una revisione di vita, per favorirne più concretamente l’assunzione e l’applicazione. Lo si può fare individualmente o anche comunitariamente. Volendo, e sarebbe consigliabile, si può prendere spunto per una revisione comunitaria ad alta voce.

Provo ad elencare qualcuno degli interrogativi più direttamente legati a quanto detto in precedenza:

Santità e progetto personale di vita

  • Mi sento chiamato da Dio e dai giovani a diventare santo? Se ho abbandonato questo progetto di Dio, quale sono state le ragioni? Se continuo ad anelarvi, cosa faccio per realizzarlo?

  • Qual è il mio atteggiamento di fronte alla schiera dei Santi della nostra Famiglia? Quale rapporto ho con questi modelli di Famiglia? Li conosco sufficientemente? Mi ispiro alla loro vita?

Santità e vita comune

  • Sono convinto che «il primo servizio educativo che i giovani attendono da noi è la testimonianza di una vita fraterna» [88], che «è l’eloquenza della santità che rende feconda la nostra missione» [89], e che, infine, la santità «è il dono più prezioso che possiamo offrire ai giovani» (Cost. 25)? Come fare perché la santità sia obiettivo privilegiato nel progetto di vita comune?

  • Nella comunità in cui mi trovo si fa memoria dei nostri Santi? Se ne valorizza la ricorrenza in chiave pastorale? C’è qualche iniziativa di aggiornamento al riguardo?

Santità e missione apostolica

  • Come valorizzo queste “parole di fuoco” nel mio servizio educativo-pastorale? E in modo particolare nei miei interventi presso i giovani?

  • Credo che la santità, cioè, una misura alta di vita cristiana, è la meta alla quale Dio chiama ogni ragazzo? Ne parlo ai giovani con le parole opportune e con proposte concrete ed adeguate?

4.2. Una revisione che si fa preghiera

«Cari Salesiani, siate santi!». «Siate appassionati maestri e guide, santi e formatori di santi, come lo fu san Giovanni Bosco». Accogliamo l’invito del Papa, mentre affidiamo a questi profeti dell’avvenire, che sono i Santi, il momento post-capitolare che stiamo vivendo e da cui speriamo di poter ricavare una spinta forte per un futuro migliore, dove risplenda con maggior trasparenza il primato di Dio in noi e condividiamo con Dio la sua passione per il mondo.

«Non c’è come credere profondamente in una realtà e accompagnarla con la preghiera e il sacrificio, perché essa poco a poco viva tra noi. Così ha vissuto Don Bosco!»[90]. Contemplando quanto ha già compiuto il Signore, le meraviglie fatte nella Famiglia Salesiana, possiamo immaginare quanto più vorrà ancora fare, se ci troverà con l’animo aperto e ben disposto.

Questo disegno amorevole di Dio provoca alla preghiera.

Mio Signore e mio Dio! Grazie per la vocazione a partecipare alla tua stessa vita divina e per l’effusione del tuo Amore nei nostri cuori. Quante meraviglie hai operato lungo la storia dell’umanità e della Chiesa, suscitando uomini e donne che hanno raggiunto un grado eccelso di maturità. Ne hai fatti fiorire anche nel giardino salesiano, cominciando da Don Bosco e continuando con la schiera di santi e sante, che hanno fatto della vocazione salesiana una strada di perfezionamento nell’amore, martiri che hanno reso testimonianza a Cristo fino alla morte cruenta, giovani che hanno trovato nell’educazione salesiana un cammino di santità.

Ti benedico, Signore, per i confratelli e i membri della Famiglia Salesiana che continuano a credere in te e si aprono all’ascolto della tua Parola e all’azione del tuo Spirito. Sono un segno del tuo amore per i giovani, specie per quelli che hanno più bisogno di sperimentare la tua vicinanza, la tua preoccupazione per loro, il tuo desiderio che siano felici. Ti lodo per le vocazioni che continui a seminare nel campo del mondo, per le famiglie che le curano e per le comunità che le fanno crescere.

Ti ringrazio, Padre, perché ci consenti di vivere in quest’ora stimolante e sfidante della storia e perché ci inviti a prendere il largo e a gettare le reti. Vorrei che quanti ascoltano questo appello sentissero un senso vivo di ringraziamento per continuare a credere in noi e a contare su di noi, e ricuperassero la fede, la speranza e il coraggio per avventurarsi nel mare aperto della realtà giovanile con profondità di vita.

La constatazione della grandezza dei tuoi doni non nasconde i nostri limiti; per i quali sento il bisogno di chiedere perdono.

Pesano su di noi non soltanto le mancanze personali ma anche quelle istituzionali, quando, come Congregazione, ci accorgiamo di non essere stati sempre capaci di prendere sul serio le raccomandazioni lasciateci da Don Bosco nel suo testamento spirituale: «Vegliate e fate che né l’amor del mondo, né l’affetto ai parenti, né il desiderio di una vita più agiata vi muovano al grande sproposito di profanare i sacri voti e così tradire la professione religiosa con cui ci siamo consacrati al Signore… Si facciano sacrifizi pecuniari e personali, ma si pratichi il sistema preventivo ed avremo delle vocazioni in abbondanza… Quando cominceranno tra noi le comodità o le agiatezze, la nostra pia società ha compiuto il suo corso… Non si dimentichi che noi andiamo pei fanciulli poveri ed abbandonati»[91].

Ci siamo, invece, a volte lasciati ingannare dallo spirito mondano nella concezione ed organizzazione della nostra vita personale e comunitaria. Abbiamo mancato di zelo pastorale e abbiamo vissuto la missione a tempo parziale, riservando più tempo per i nostri interessi personali. Siamo stati poco audaci nel proporre ai giovani Cristo come valore supremo della loro vita e il suo vangelo come cammino per raggiungere la pienezza. Abbiamo, purtroppo, talora fatto del male ai ragazzi che ci sono stati affidati ed invece di stampare nei loro cuori l’immagine Tua, vi abbiamo lasciato l’impronta del nostro egoismo.

Riconosco che a volte le nostre comunità hanno mancato di identità religiosa e che le nostre opere non sono state sempre veramente educative e pastorali, e chiedo perdono con umiltà e con dolore. Chiedo perdono a quanti abbiamo deluso con i nostri atteggiamenti: benefattori, collaboratori, destinatari. Chiedo perdono, in modo speciale, ai giovani cui abbiamo causato qualche tipo di male, proprio perché sono loro la ragion d’essere della nostra vita salesiana, perché ci sono stati affidati da Te, perché ci hai chiamati in Don Bosco ad offrire loro “casa, cortile, scuola e parrocchia”. Chiedo perdono, infine, per il bene che potevamo fare e non abbiamo compiuto.

Noi confidiamo in te, Signore, nella certezza della tua presenza e del tuo accompagnamento lungo la storia, così come hai condotto la Congregazione e la Famiglia Salesiana fino a questo momento.

Noi crediamo in te, noi speriamo in te, noi amiamo solo te.

Maria, madre e maestra, aprici all’azione dello Spirito, tu esperta dello Spirito, perché operi in noi le meraviglie della grazia che ha operato già nei nostri Santi. Così potremo esseri degni della vocazione cui siamo stati chiamati e della pienezza di vita che il Padre ha preparato per ognuno di noi. Amen.

Vi saluto con affetto e vi auguro un anno educativo e pastorale ricco di frutti di santità, per voi e per i vostri giovani. Il Signore vi accompagni e vi benedica.

Don Pascual Chávez Villanueva
Rettor Maggiore


[1] Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Capitolo Generale, in “L’Osservatore Romano”, 13-04-2002, pag. 5

[2] Il CG25 ai Confratelli Salesiani: CG25, n. 137. I Documenti del CG25 – che verranno citati con la sigla CG25 – sono pubblicati in ACG 378 (2002).

[3] CG25, n. 191

[4] CG25, n. 143

[5] Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Capitolo Generale, in “L’Osservatore Romano”, 13-04-2002, pag. 5. Cf. CG25, n. 170

[6] CG25, n. 196

[7] CG25 143

[8] Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Capitolo Generale, in “L’Osservatore Romano”, 13-04-2002, pag. 5. Cf. CG25, n. 171

[9] Ecco, come esempio, alcuni significativi interventi degli ultimi Rettori Maggiori sui nostri Santi e sulla santità: Vecchi Juan E. Esperti, testimoni e artefici di comunione, ACG 363; Il Padre ci consacra e ci invia, ACG 365; Santità e martirio all’alba del terzo millennio, ACG 368; Verso il Capitolo Generale 25, ACG 372; La beatificazione del coadiutore Artemide Zatti: una novità dirompente, ACG 376; Viganò Egidio Riprogettiamo insieme la santità, ACS 303; Don Bosco Santo, ACS 310; Don Rinaldi, genuino testimone e interprete del carisma salesiano, ACG 332; Ricceri Luigi Don Rua richiamo alla santità, ACS 263.

[10] Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Capitolo Generale, in “L’Osservatore Romano”, 13-04-2002, pag. 5

[11] Paolo VI, Omelia di Beatificazione. 29.09.1972

[12] Cf. Cost. 10, 11; CG24, n. 90

[13] Summarium, n. 425

[14] Istituto Figlie di Maria Ausiliatrice, Strumento di lavoro del Capitolo Generale XXI (Roma 2002) pag. 46

[15] Cf. CG24, n. 97-98

[16] CG23, n. 167-168

[17] Cf. CG23, n. 165-166; CG24, n. 91-93

[18] 95 spagnoli, 14 polacchi, 2 in Cina

[19] Giovanni Paolo II, in L’Osservatore Romano, 12-13 marzo 2001, pag. 6-7

[20] Ibidem

[21] Tertulliano, Apol 50, 13: CCL 1, 171.

[22] ACG 368,  pag. 13

[23] Cost. 25

[24] Novo Millennio Ineunte (NMI), n. 31

[25] CG25, n. 191

[26] Lo Spirito Santo nostra speranza, Ed. Paoline, pag. 88

[27] NMI, n. 38

[28] S. Francesco di Sales, Trattato dell’amor di Dio, lib. II, cap. 11. Ed. Paoline, pag. 215

[29] Grassiano Domenica, Con Maria tutta a tutti come Don Bosco, pag. 228

[30] Ibidem, pag. 417

[31] Cf. NMI, n. 30. «Additare la santità resta più che mai un’urgenza della pastorale» (ivi)

[32] Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Capitolo Generale, in “L’Osservatore Romano”, 13-04-2002. Cf. CG25, 170

[33] Cost. 25

[34] NMI, n. 30-31

[35] Messaggio del Papa all’inizio del CG25: CG25, n. 141

[36] CG25, n. 143

[37] 1Cor 12, 31b

[38] LG, n. 40

[39] Paolo VI, Sanctitas clarior, 19-1-1969

[40] NMI, n. 31

[41] Cfr. Ef 4, 13b

[42] CG23, n. 160

[43] Henri d’Hellencourt, in Diario di Bordo

[44] CG23, n. 158

[45] CG25, n. 143

[46] CG25, n. 146

[47] Giovanni Paolo II, Discorso durante l’incontro nel Downsview Park, Toronto, L’Osservatore Romano, 29/30 luglio 2002, pag. 5.

[48] CG25, n. 143

[49] CG25, n. 144

[50] MB V, pag. 209

[51] Cf. Vecchi Juan, “Andate oltre”, Temi di spiritualità giovanile, Elledici. Torino, 2002

[52] CG23, n. 166

[53] NMI, n. 31

[54] Ibidem

[55] Cf. ibidem

[56] CG23, n. 159

[57] Giovanni Paolo II, Messaggio per l’inizio del CG XXV, CG25, n. 145

[58] Cf. CG23, Educare i Giovani alla Fede. Documenti Capitolari (Roma 1990), 158-180

[59] CG23, n. 162

[60] Bosco Giovanni, Il Giovane Provveduto, Opere Edite, vol. XXVI, pag. [5]. Cf. MB III, pag. 9

[61] CG23, n. 165

[62] X Simposio dei Vescovi di Europa. Messaggio finale, 2,a

[63] NMI, n. 9

[64] CG23, n. 168

[65] Ripartire da Cristo, Istruzione della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, 19-05-2002, n. 24

[66] CG23, n. 173

[67] CG23, n. 169

[68] CG23, n. 170

[69] NMI, n. 43

[70] CG25, n. 145

[71] CG23, n. 179

[72] NMI, n. 50

[73] CG23, n. 177

[74] CG23, n. 157

[75] Discorso di chiusura del CG25: CG25, n. 184

[76] ACG 363, pag. 17

[77] CG24, n. 104

[78] ACG 363, pag. 23-24

[79] CG25, n. 25

[80] CG25, n. 168

[81] Positio, pag. 253

[82] Positio, pag. 182

[83] Positio, pag. 88

[84] Positio, pag. 151

[85] Grassiano Domenica, Con Maria tutta a tutti come Don Bosco, pag. 40-41

[86] D. Pascual Chávez, Presentazione, “La comunità salesiana, oggi”. Documenti capitolari, ACG 378 (2002), pag. 20

[87] CG25, n. 196

[88] CG25, n. 7

[89] FMA, Strumento di Lavoro del Capitolo Generale XXI, Roma 2002, pag. 48

[90] Card. Eduardo Martínez Somalo, Intervento al CG 25, CG25, n. 150

[91] Scritti di Don Bosco in Appendice alle Costituzioni della Società di San Francesco di Sales, 1984, pag. 255-257