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Figura umana e spirituale del Beato Michele Rua, nel centesimo anniversario della sua morte.

LETTERA DEL RETTOR MAGGIORE - ACG 405


FIGURA UMANA E SPIRITUALE DEL BEATO MICHELE RUA

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“Successore di Don Bosco: figlio, discepolo, apostolo”

FIGURA UMANA E SPIRITUALE DEL BEATO MICHELE RUA
Nel centesimo anniversario della sua morte


Roma, 8 settembre 2009
Festa della Natività di Maria


Carissimi confratelli,

è da un po’ di tempo che non vi scrivo. Non è stata una mia trascuratezza e ancor meno una mancanza di voglia; anzi, voi sapete quanto vi voglio bene e vi porto nel cuore. Visitando le Ispettorie, mi sono reso conto, ancora una volta, che le lettere circolari, come d’altronde i vari documenti della Congregazione, viaggiano a diversa velocità; ciò è dovuto a tante cause, non ultima quella dei ritardi nelle traduzioni. Capita allora che gli interventi si accumulano e alla fine corrono il rischio non immaginario di non essere letti; in questo modo si perde l’opportunità di rafforzare la nostra identità carismatica e di condividere la riflessione sulla nostra vita e missione. Parlando dunque con il Consiglio Generale, ho preso la decisione di ridurre a tre – invece delle quattro attuali – le lettere circolari ogni anno, una delle quali sarà dedicata alla presentazione e al commento della Strenna. Anche gli Atti del Consiglio avranno così una cadenza quadrimestrale, con pubblicazione a gennaio, maggio e settembre. Mi auguro che questa scelta aiuti a valorizzare meglio la nostra letteratura salesiana, ad approfondirla e a farla diventare vita. Solo così essa sarà in grado di raggiungerne l’obiettivo fondamentale di creare una “cultura salesiana” nella Congregazione.

In questo periodo ci sono stati eventi assai significativi e interessanti, che hanno coinvolto in modo particolare il Rettor Maggiore, che avete potuto seguire attraverso ANS sul nostro sito sdb.org ed in alcuni casi attraverso la trasmissione televisiva o lo streaming in diretta. Ve ne ricordo alcuni: la predicazione degli Esercizi Spirituali ai Direttori delle Ispettorie ICC, ICP, ILE, INE, appartenenti alla Regione Italia e Medio Oriente, che è uno dei servizi più qualificati di animazione del Rettor Maggiore, finalizzato a promuovere la crescita vocazionale; la partecipazione alla ‘Festa Giovani’ della Ispettoria INE a Jesolo, che mi ha offerto l’opportunità di vedere e apprezzare una delle esperienze di pastorale giovanile meglio riuscite; l’incontro con gli Ispettori della Polonia e della Circoscrizione dell’EST, in cui abbiamo riflettuto insieme sul rapporto di queste Ispettorie con quelle della Regione Europa Nord, con il resto dell’Europa e con il Rettor Maggiore e il Consiglio Generale, sul nuovo contesto, tanto diverso di quello degli anni del nazismo e del comunismo, in cui queste Ispettorie si trovano oggi a vivere il carisma salesiano, sul ruolo di queste Ispettorie nel ‘Progetto Europa’; la visita alla Circoscrizione dell’EST che ha avuto lo scopo di verificare il cammino fatto dal momento della sua costituzione, di approfondire le sfide e proposte avanzate dal Consiglio Ispettoriale e dalla Delegazione ucraina e dalle altre parti della Circoscrizione, di indicare le linee da assumere nel momento presente.

Vi sono stati poi altri avvenimenti cui ho partecipato: la celebrazione del 150º anniversario della fondazione della Congregazione nella Ispettoria ICP a Torino, che in qualche modo è segno di ciò che le Ispettorie stanno vivendo e che raggiungerà il suo culmine il 18 dicembre, data in cui siamo invitati a rinnovare la nostra professione; la partecipazione al primo Forum del MGS della nuova Circoscrizione ICC, in occasione del 50° anniversario della inaugurazione del Tempio Don Bosco a Cinecittà e dell’inizio del pellegrinaggio dell’urna di Don Bosco; la chiusura del Congresso Nazionale ADMA di Spagna ad Albacete; la predicazione degli Esercizi Spirituali alla Ispettoria di Valencia e la visita alla Ispettoria di Siviglia; la partecipazione ai vari incontri della Unione Superiori Generali, nella veste di Presidente, e all’Assemblea Semestrale sul tema “Cambiamenti geografici e culturali nella Chiesa e nella vita consacrata: sfide e prospettive”; la sessione plenaria del Consiglio Generale di giugno e luglio, compreso il pellegrinaggio sulle orme di San Paolo; l’accoglienza del Santo Padre alla nostra casa di Les Combes; infine il primo raduno della Commissione per il ‘Progetto Europa’.

Mi piace iniziare questa nuova tappa della nostra comunicazione con una lettera sul primo Successore di Don Bosco, avviando così l’Anno dedicato a Don Rua nel Centenario della sua morte, avvenuta il 6 aprile 1910. Per approfondire la sua figura, tra poco avremo a Torino il Quinto Convegno Internazionale di Storia dell’Opera Salesiana, organizzato dall’ACCSA e dall’ISS, in preparazione al Congresso Internazionale della Congregazione Salesiana che celebreremo a Roma nel 2010. Ringrazio sin d’ora l’Associazione Cultori Storia Salesiana, l’Istituto Storico Salesiano e la Commissione per il Congresso Internazionale che hanno assunto con dedizione, responsabilità e competenza questo impegno che avevo loro affidato [1].

“Ricordando Don Rua”, potremo conoscere una parte fondamentale della storia della nostra Congregazione e una figura che ne illustra l’identità. Questa mia lettera non intende essere una minibiografia alternativa all’opera scritta da don F. Desrmaut, che vi invito a leggere, ma un approccio al suo profilo umano e spirituale, attraverso uno studio di quanto finora è stato scritto e traendo spunto soprattutto della “Positio [2] preparata in vista della sua causa di beatificazione. Ci auguriamo che presto possiamo vedere Don Rua canonizzato; per questo lo invocheremo domandando a Dio aiuti e grazie per sua intercessione.

 

1. Don Rua “il fedelissimo di  Don Bosco”

«Don Rua è stato il fedelissimo, perciò il più umile e insieme il più valoroso figlio di Don Bosco» [3]. Con queste parole dette con tono deciso, il 29 ottobre 1972 Papa Paolo VI scolpì per sempre la figura umana e spirituale di Don Rua. Il Papa, in quell’omelia scandita sotto la Cupola di San Pietro, delineò il nuovo Beato con parole che quasi martellarono questa sua fondamentale caratteristica: la fedeltà. «Successore di Don Bosco, cioè continuatore: figlio, discepolo, imitatore… Ha fatto dell’esempio del Santo una scuola, della sua vita una storia, della sua regola uno spirito, della sua santità un tipo, un modello; ha fatto della sorgente, una corrente, un fiume». Le parole di Paolo VI elevavano ad un’altezza superiore la vicenda terrena di questo “esile e consunto profilo di prete”. Scoprivano il diamante che aveva brillato nella trama mite e umile dei suoi giorni.

Era cominciata un giorno lontano con un gesto strano. Otto anni, orfano di padre, con un’ampia fascia nera fissata dalla mamma sulla giacchetta, aveva teso la mano per avere una medaglietta da Don Bosco. Ma a lui invece della medaglia Don Bosco aveva consegnato la sua mano sinistra, mentre con la destra faceva il gesto di tagliarsela a metà. E gli ripeteva: “Prendila, Michelino, prendila”. E davanti a quegli occhi sgranati che lo fissavano meravigliati, aveva detto sei parole che sarebbero state il segreto della sua vita: “Noi due faremo tutto a metà”.

E in lenta progressione cominciò quel formidabile lavoro condiviso tra il maestro santo e il discepolo che faceva a metà con lui tutto e sempre. Nei primissimi anni Don Bosco volle che Michele stesse con lui, ma che ogni sera tornasse a cenare e a dormire da sua madre, la signora Giovanna Maria. Quando però veniva all’Oratorio, Don Bosco già in quei primi anni voleva che stesse accanto a lui anche a tavola. [4]  Michele cominciava ad assimilare così la maniera di pensare e di comportarsi di Don Bosco. “Mi faceva più impressione – dirà più tardi – osservare Don Bosco nelle sue azioni anche minute, che leggere e meditare qualsiasi libro devoto”. [5] Stando con Don Bosco, doveva accumulare in quel corpo minuscolo tanta serena forza da bastargli per tutta la vita, nella quale avrebbe dovuto esprimere un’energia continua.

Le sei parole misteriose che ritornano

Il 3 ottobre 1852, durante la gita che i migliori giovani dell’Oratorio facevano ogni anno ai Becchi per la festa della Madonna del Rosario, Don Bosco gli fece indossare l’abito ecclesiastico. Michele aveva 15 anni. La sera, tornando a Torino, Michele vinse la timidezza e chiese a Don Bosco: «Si ricorda dei nostri primi incontri? Io le chiesi una medaglia, e lei fece un gesto strano, come se volesse tagliarsi la mano e darmela, e mi disse: ‘Noi due faremo tutto a metà’. Che cosa voleva dire?». E lui: «Ma caro Michele, non l’hai ancora capito? Eppure è chiarissimo. Più andrai avanti negli anni, e meglio comprenderai che io volevo dirti: Nella vita noi due faremo sempre a metà. Dolori, cure, responsabilità, gioie e tutto il resto saranno per noi in comune».  Michele rimase in silenzio, pieno di silenziosa felicità: Don Bosco, con parole semplici, l’aveva fatto suo erede universale. [6]

Don Giulio Barberis era stato scelto come primo maestro dei novizi salesiani, perché Don Bosco aveva scoperto in lui un finissimo esploratore ed educatore di anime. Di dieci anni più giovane, visse accanto a Michele Rua per 49 anni come discepolo, confratello, confidente, amico. E nel processo di beatificazione così fotografò la sua intima personalità: “Il suo impegno fu sempre di entrare nelle idee di Don Bosco, di rinunciare alle proprie vedute e ai propri pareri, per conformarsi” alla visione di Don Bosco. “Non appena seppe che egli aveva intenzione di fondare la Congregazione Salesiana, egli subito, per primo, gli fece voto di ubbidienza”. Era il 25 marzo 1855, Michele aveva 18 anni. “Da allora in poi non pensò più ad altro che a mettere da parte la sua volontà, per fare la volontà del Signore espressa da Don Bosco”. [7]

Don Bosco non gli comandava nulla; gli faceva soltanto conoscere i suoi desideri. E per Michele erano comandi, senza pensare a quanto gli sarebbero costati. Furono desideri di Don Bosco, prontamente attuati da Michele, l’insegnamento della religione ai giovani interni, la cura dei colerosi nella terribile pestilenza del 1854, l’insegnamento del nuovissimo e complicato sistema metrico decimale, l’assistenza costante nel vastissimo refettorio, nel cortile, in chiesa, la direzione dell’Oratorio domenicale di San Luigi quando don Leonardo Murialdo dovette ritirarsi, la copiatura, fatta di notte, nella sua nitida e ordinata calligrafia delle pagine arruffate della Storia d’Italia di Don Bosco, e delle pagine tormentate delle prime Regole della Società di San Francesco di Sales.

All’inizio del 1858 Don Bosco deve scendere a Roma dal Papa e porta con sé Michele Rua. Ha la memoria fresca e agile dei suoi 21 anni, che registra ogni particolare. Ascolta il Papa parlare con Don Bosco. Nei giorni seguenti accompagna Don Bosco nella visita a Cardinali e a grandi personalità, e vede la straordinaria stima che tutti hanno per lui.

Due affari urgenti: uno per Don Bosco e l’altro per Michele

Quando nell’aprile di quel 1858 tornano a Torino, ci sono due affari urgenti da sbrigare. Don Bosco ne prende uno per sé e l’altro lo affida a Michele. Partendo per Roma, Don Bosco aveva affidato la direzione dell’Oratorio a don Vittorio Alasonatti, un prete pio ma piuttosto rigido, che aveva tre anni più di lui ed era venuto ad aiutarlo. Don Bosco aveva sempre voluto l’Oratorio come una grande famiglia. Don Alasonatti, nei mesi di assenza di Don Bosco, lo aveva trasformato in una disciplinata caserma. Don Bosco dice a Michele: “Occorre ricostruire al più presto la grande famiglia. Pensaci tu”. E lui ci pensa. Si mette d’impegno a ‘fare Don Bosco’.

Don Bosco, che segue soddisfatto il suo lavoro, deve dedicarsi completamente al secondo affare urgente: ora che ha l’incoraggiamento del Papa, deve fondare la Congregazione Salesiana. Molti bravi giovani, cresciuti e aiutati da lui, gli hanno promesso in passato di dedicarsi accanto a lui ai giovani più poveri, unendosi in una Società. Ma arrivati al ‘dunque’, non se la sono sentita di andare avanti e l’hanno lasciato solo. Ora Don Bosco, nei mesi che seguono, deve stringere i tempi, incontrare a tu per tu la ventina di giovanissimi che sembrano decisi a formare la prima Società Salesiana. Deve radunarli a parte sovente, parlare con calma, spiegare, chiarire, sciogliere dubbi, vincere perplessità. A volte ci riesce, come con Giovanni Cagliero, a volte non ci riesce, come con Giuseppe Buzzetti.

Con Michele Rua non deve nemmeno parlare. I giorni del dicembre 1859, vicinissimi alla prima riunione ufficiale degli ‘ascritti’ alla Società Salesiana, Michele Rua li passa facendo gli Esercizi Spirituali in vista di essere ordinato Suddiacono il 17 dicembre. Per lui è ovvio: al più presto sarà un prete di Don Bosco.

Il 18 dicembre 1859 è domenica. A sera, diciotto persone sono radunate nella stanzetta di Don Bosco, la quale in quel momento è la Betlemme salesiana. Sta realizzandosi la riunione di fondazione della “Pia Società di San Francesco di Sales”, cioè dei Salesiani. I diciotto pregano, dichiarano di volersi riunire in Società per santificare se stessi e per dedicare la vita ai giovani abbandonati e pericolanti. Si tengono le prime elezioni. Don Bosco, il fondatore, è chiamato da tutti ad essere il primo Superiore generale. Il suddiacono Michele Rua, a 22 anni, è eletto Direttore Spirituale della Società. Dovrà, insieme con Don Bosco, lavorare alla formazione spirituale dei primi Salesiani. Michele non prende questo nuovo compito come una carica ‘ad honorem’. Giulio Barberis, che è tra i giovanissimi e frequenta le sue lezioni formative, testimonia: “Era diligentissimo nel prepararsi alle lezioni e ad incitarci allo studio”. [8]

Una lettera profetica sul tavolino

Il 29 luglio 1860 Michele Rua è ordinato sacerdote. Giovanni B. Francesia, che gli è accanto come sempre, testimonia: “La sua preparazione fu straordinaria. Passò la notte della vigilia in preghiere e pie meditazioni”. [9] Alla sera di quella giornata festosa e importantissima, don Rua sale all’abbaino che gli serve come stanza da letto, e trova sul tavolino una lettera di Don Bosco. Legge: “Tu vedrai meglio di me l’Opera Salesiana valicare i confini dell’Italia e stabilirsi in molte parti del mondo. Avrai molto da lavorare e molto da soffrire; ma, tu lo sai, solo attraverso il mar Rosso e il deserto si arriva alla Terra Promessa, Soffri con coraggio; e, anche quaggiù, non ti mancheranno le consolazioni e gli aiuti da parte del Signore”.

Diventato ‘don Rua’, riprende alacremente tutte le sue occupazioni. Giovanni B. Francesia, a cui il carico di lavoro di don Rua sembra eccessivo, dice in quei giorni a Don Bosco: “Ma perché gli fa fare tante cose?”. Si sente rispondere: “Perché di don Rua ne ho uno solo”. [10] Di anno in anno l’Oratorio diventa una casa immensa. Ogni anno i giovani salgono di numero in maniera incredibile. Arriveranno a 800, di cui 360 artigiani. I Salesiani, che crescono anch’essi ogni anno, sono impegnati nelle scuole, nei laboratori, nei vasti cortili. A lavorare e a coordinare il lavoro di tutti, con la supervisione di Don Bosco, c’è don Rua.

Don Giulio Barberis, diventato sapiente maestro dei novizi, a distanza di anni testimonierà: “Tante occupazioni a qualcuno potevano togliere spazio alla preghiera e allo spirito religioso. In don Rua lo spirito di preghiera e di meditazione era come connaturato. L’ubbidienza al suo Superiore era di grado ammirabile. Aveva in quel tempo cominciato una vita di mortificazione e di rinnegamento di se stesso veramente straordinario. Io, che ero entrato da poco tempo nella Casa di Don Bosco, ero meravigliato. Ricordo che, parlando con gli amici, eravamo tutti convinti che fosse un Santo. E anche Don Bosco ne era convinto, e ce lo diceva”. [11]

Essere Don Bosco a Mirabello Monferrato

Nel 1863 Don Bosco fece fare alla sua Opera un passo decisivo. Essa funzionava bene a Valdocco, perché a reggerla c’era la figura carismatica e paterna di Don Bosco. Ma trapiantata altrove, senza Don Bosco, avrebbe funzionato? Nella primavera di quell’anno, Don Bosco ebbe con don Rua, che aveva 26 anni,un incontro confidenziale e intenso. “Ho da chiederti un grosso favore. D’accordo col Vescovo di Casale Monferrato ho deciso di aprire un ‘Piccolo Seminario’ a Mirabello. Penso di mandare te a dirigerlo. È la prima opera che i Salesiani aprono fuori Torino. Avremo mille occhi addosso. Io ho piena fiducia in te. Ti do tre aiuti: cinque dei nostri Salesiani più solidi, tra cui don Bonetti che sarà il tuo ‘vice’; un gruppo di ragazzi scelti tra i migliori che verranno da Valdocco a continuare la loro scuola là, per essere il lievito tra i ragazzi nuovi che riceverai; e insieme con te verrà tua mamma”.

Don Rua parte in ottobre. Don Bosco gli ha scritto quattro pagine di consigli preziosi che verranno poi trascritti per ogni nuovo direttore salesiano: sono giudicati uno dei documenti più limpidi del sistema educativo di Don Bosco. Tra l’altro ha scritto: “Ogni notte devi dormire almeno sei ore. Cerca di farti amare prima di farti temere. Cerca di passare in mezzo ai giovani tutto il tempo della ricreazione. Se sorgono questioni su cose materiali, spendi tutto quello che occorre, purché si conservi la carità”. Don Rua riassume tutti questi consigli, che per lui sono comandi, in una sola frase: “A Mirabello cercherò di essere Don Bosco”.

Dopo alcuni mesi, la cronaca dell’Oratorio, sotto la penna di don Ruffino, registra: “Don Rua a Mirabello si diporta come Don Bosco a Torino. È sempre attorniato dai giovani, attratti dalla sua amabilità, e anche perché loro racconta sempre cose nuove. Sul principio dell’anno scolastico raccomandò ai maestri che non fossero per allora troppo esigenti”. Dopo due anni il ‘Piccolo Seminario’ rigurgita di ragazzi che danno buone speranze di vocazioni sacerdotali, per la Diocesi di Casale e per la Congregazione Salesiana. Tra essi c’è Luigi Lasagna, un ragazzo vivacissimo che sarebbe diventato il secondo Vescovo missionario salesiano nell’America del Sud.

Nell’estate del 1865 nell’Opera Salesiana di Valdocco le cose non vanno bene. L’amministratore generale don Alasonatti sta morendo; egli mancherà il 7 ottobre. Quattro altri Salesiani tra i più validi sono stati messi fuori combattimento dal lavoro stressante. Il numero dei giovani ha sorpassato i 700. La costruzione del Santuario di Maria Ausiliatrice cresce velocemente ed esige spese sempre più grandi. Don Bosco è sommerso dalla necessità di elemosinare attraverso viaggi, lotterie, con un’enorme mole di corrispondenza. Occorre una persona che prenda bene in mano la situazione: la vita disciplinata dei giovani, la gestione materiale dei laboratori e delle scuole, la sorveglianza dei lavori del Santuario. Di persone di quel calibro Don Bosco ne conosce una sola: don Rua. E lo manda subito a chiamare.

Don Provera, un grande salesiano semi-invalido a cui Don Bosco affida i compiti più delicati e difficili, arriva a Mirabello. Entra nella direzione del Piccolo Seminario e trova don Rua che sta scrivendo una lettera. “Don Bosco ti chiede di lasciare la direzione a don Bonetti e di venire subito a Valdocco. Don Alasonatti sta morendo. Quando sei pronto, partiamo”. Don Rua chiama don Bonetti e gli fa le consegne. Poi va a salutare i ragazzi che sono nelle classi. Abbraccia sua mamma dicendole: “Don Bosco mi chiama. Tu per adesso resta qui, la cucina e la guardaroba hanno bisogno di te. Poi ti farò sapere”. Prende il Breviario e dice a don Provera: “Sono pronto, andiamo”.

Il Wirth acutamente annota: “L’esperienza di Mirabello servì a sviluppare il suo spirito di iniziativa personale, che forse sarebbe stato un po’ riservato se non si fosse mai allontanato da Don Bosco”. [12] Nell’azione di don Rua a Mirabello c’era però anche di più: era la prova che l’Opera di Don Bosco poteva essere trapiantata, poteva vivere e prosperare anche senza la presenza fisica di Don Bosco, purché alla direzione ci fosse una persona salesianamente valida: per questo l’esperimento riuscito di don Rua aprì orizzonti sconfinati per le Opere Salesiane.

“Farai Don Bosco qui, all’Oratorio”

Don Rua arriva a Valdocco senza chiasso. Ha un lungo colloquio con Don Bosco che in sintesi gli dice: “Hai fatto Don Bosco a Mirabello. Adesso lo farai qui, all’Oratorio”. Sulle sue esili spalle pone con fiducia ogni responsabilità: scuole, laboratori, giovani salesiani da formare e da esortare agli studi e agli esami, la pubblicazione delle Letture Cattoliche che ogni mese devono raggiungere migliaia di abbonati, la fabbrica imponente del Santuario, la maggior parte della corrispondenza indirizzata a lui, che don Rua deve leggere, annotare e affidare a un Salesiano di fiducia perché risponda. “Io devo andare nuovamente a Roma per l’approvazione delle nostre Regole. Starò assente più o meno due mesi, e con me porterò don Francesia. Ti lascio tutto. Intorno a te ci sono ottimi salesiani. Vedi quali sono le loro doti, scegli e mettili a lavorare dove meglio credi. Oltreché lavorare, dovrai coordinare il lavoro degli altri”.

Don Rua si alza prestissimo. Dice la Messa, fa la meditazione in ginocchio e prega come un angelo. Poi si mette al lavoro con quella speciale concentrazione che solo lui possiede. I Salesiani e i giovani che non lo vedevano da due anni, si accorgono che qualcosa di profondo è cambiato in lui. Non è più il ‘prefetto di disciplina’. Tra gli ottanta ragazzi di Mirabello ed ora tra i settecento di Valdocco, ha imparato ad essere come Don Bosco il ‘direttore-padre’. La mano che impugna il comando è salda, ma il modo è gentile e amorevole.

Gli impegni sono veramente tanti. Diventano sfiancanti nei mesi in cui si deve terminare la costruzione del Santuario di Maria Ausiliatrice: autunno 1866, posa dell’ultima pietra della cupola; otto mesi di lavori intensi per le costruzioni e le rifiniture interne; 9 giugno 1867 solenne inaugurazione seguita da otto giorni di funzioni ad altissimo livello. “Per tutto quel mese di giugno - annota l’attento A. Auffray - non dormì più di quattro ore per notte. Doveva tutto prevedere, organizzare, decidere, sorvegliare, animare” [13], mentre Don Bosco era sommerso da una folla di gente che voleva parlare con lui, avere una sua benedizione, ottenere dalla Madonna una grazia, portare un’offerta.

 

2. Don Rua “la Regola vivente”

Tutto il lavoro è finito. Finisce anche don Rua?

Quando tutti i lavori del Santuario furono finiti, parve finito anche don Rua. Una mattina di luglio, nel caldo torrido del luglio torinese, sul portone dell’Oratorio, nell’atto di uscire, cadde nelle braccia di un amico che gli stava a fianco. ‘Peritonite fulminante’ sentenziò il medico subito chiamato. ‘Più niente da fare. Dategli l’Olio Santo’. La penicillina doveva ancora essere inventata, la chirurgia era ancora agli inizi. Don Rua, febbre alta e molto sofferente, invocava Don Bosco; ma lui era in città. Fu fatto cercare. Quando arrivò e gli fu detto che don Rua era alla fine, fece dei gesti incomprensibili. C’erano i ragazzi in chiesa per il ritiro mensile ed egli andò dritto a confessarli. ‘State tranquilli, don Rua non parte senza il mio permesso’, disse entrando in chiesa. Ne uscì molto tardi, e invece che in infermeria andò alla modesta cena messa da parte. Poi salì in camera a posare la borsa con le carte, e finalmente, mentre tutti erano sulle spine, andò al capezzale di don Rua. Vede il vasetto dell’Olio Santo e quasi si arrabbia: “Chi è quel brav’uomo che ha avuto quest’idea?”. Poi si siede accanto a don Rua e gli dice: “Sentimi bene. Io non voglio, lo capisci? non voglio che tu muoia. Devi guarire. Dovrai lavorare e lavorare molto al mio fianco, altro che morire. Sentimi bene: anche se ti buttassi dalla finestra così come sei, non moriresti”. [14] Francesia e Cagliero avevano visto e sentito tutto, e maturarono la convinzione che Don Bosco, il quale parlava nei sogni con la Madonna e strappava da Lei favori impossibili, avesse avuto la garanzia che ‘quel ragazzo’, unico sopravvissuto a tutti i suoi fratelli, la Madonna gliel’avrebbe lasciato accanto per tutta la vita.

Il 14 agosto 1876 un salesiano, dopo cena, gli domandò a bruciapelo: “È vero che parecchi Salesiani sono morti per il troppo lavoro?”. Don Bosco rispose: “Se fosse vero, la Congregazione non ne avrebbe avuto alcun danno, anzi… Ma non è vero. Uno solo potrebbe meritare il titolo di vittima del lavoro, ed è don Rua, lo vedete benissimo; ma per nostra fortuna il Signore ce lo conserva forte e vigoroso”. [15]

Don Bosco gli comunica la sua mente e il suo cuore

Dopo tre settimane di convalescenza, don Rua torna, delicato e forte come prima, ad essere il fedelissimo di Don Bosco, che gli affida di anno in anno gli incarichi più importanti: la scelta e la formazione di chi domanda di entrare tra i Salesiani, l’assegnazione dei confratelli alle varie Opere che si stanno aprendo nel nord Italia, la prima visita a queste Opere nel 1872 per indirizzarle e mantenerle sulla via dell’autentica salesianità. Nel 1875 condivide con lui la preparazione della prima spedizione missionaria nell’America del Sud. Nel 1876 gli affida la Direzione generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, fondate quattro anni prima, in sostituzione di don Cagliero partito per le missioni. Lo vuole con sé nei grandi e faticosissimi viaggi che compie, elemosinando in Francia e Spagna. Giorno dopo giorno, Don Bosco ‘fa’ di don Rua il suo successore alla testa della Congregazione Salesiana. Più con gli atteggiamenti che con le parole, gli trasmette i suoi pensieri, i suoi orientamenti, la sua maniera di affrontare le cose, la sua fiducia totale e serena in Dio e in Maria  Ausiliatrice. Specialmente negli ultimi viaggi, Don Bosco si intrattiene in intimità con lui, gli parla del presente e dell’avvenire, della Congregazione Salesiana che è opera della Madonna. Loro due non devono considerarla opera loro, ma solo amarla e preservarla dal male e dal decadimento, avvicinando i confratelli, incoraggiandoli ad osservare le Regole come via che conduce alla salvezza e alla santità. In una parola: Don Bosco gli comunica la sua mente e il suo cuore. “Don Rua trovò la sua strada spirituale nella contemplazione di Don Bosco”. [16]

Diventare Don Bosco giorno dopo giorno

Tra il cumulo delle sue mansioni, in tutti quegli anni don Rua è sempre il Direttore dei numerosissimi giovani che affollano Valdocco: studenti, artigiani, aspiranti salesiani, giovanissimi salesiani. Don Rua si sforza di ‘diventare Don Bosco’ in tutto, anche nel comportamento esterno. Certo, l’aspetto fisico e il temperamento sono diversi. “Le sue maniere, la sua voce, i suoi lineamenti, il suo sorriso, non avevano quel misterioso fascino che attirava e incatenava i giovani a Don Bosco. Ma era per tutti il padre premuroso e affettuoso, preoccupato di comprendere, incoraggiare, sostenere, perdonare, illuminare, amare”, come aveva cominciato ad esserlo a Mirabello. [17] E i giovani di Valdocco, rabdomanti infallibili come tutti i giovani del mondo quando c’è da capire chi vuol loro bene e chi invece ‘fa solo finta’, dimostrarono coi fatti di riconoscere in lui un amico paterno.

Accanto al confessionale di Don Bosco, nella sacrestia del Santuario di Maria Ausiliatrice, c’era quello di don Rua. E per trent’anni i giovani lo cercavano ogni mattina, assiepando il confessionale quasi come quello di Don Bosco. E quando egli guarì miracolosamente dalla grave malattia e tornò ad affacciarsi timidamente sotto i porticati, fu circondato dalla gioia commossa di ondate di ragazzi. Nell’ora delle ricreazioni, come faceva stabilmente a Mirabello, tornò ad essere presente tra i ragazzi, il più gaio e il più vivace dei Salesiani. All’inizio non osò ancora gettarsi nelle tumultuose corse della ‘barra rotta’, ma si accoccolava tra i piccoletti, intento a tirare pure lui i birilli di terracotta col pollice nervoso, e nelle belle sere di quell’estate, sotto il cielo fiorito di stelle, confuso in mezzo ai cori di voci giovanili, cantava con tutta l’anima e con immensa delizia.

Animare una folla simile di giovani facendo di loro una grande famiglia, come sempre voleva Don Bosco, perché questo era il suo sistema educativo, non era sempre cosa facile. Occorreva dare slancio ai migliori, incoraggiarli ad unirsi in gruppi apostolici, come la Compagnia dell’Immacolata, quella del Santissimo Sacramento, di San Giuseppe, di San Luigi, il Piccolo Clero, segnalarli con votazioni segrete generali che indicassero i più bravi in condotta degni di piccoli premi, additarli discretamente come esempi da seguire. Sono queste élites che trascinano la massa! Don Rua e i Salesiani conoscevano e usavano benissimo questi strumenti educativi, che Don Bosco aveva usato con loro quando erano ragazzi.

Occorreva anche spingere i mediocri, e tenere a freno i peggiori, che in una massa ci sono sempre. Per far questo don Rua presiedeva ogni settimana una riunione di assistenti e insegnanti. Su un registro si annotavano le correzioni da fare, i disordini da prevenire, le sollecitazioni da suggerire. Alla maggior parte di esse provvedeva nei giorni seguenti don Rua. Un suo discepolo di quei tempi scrive: “Era amato perché trattava tutti bene. E anche quando doveva fare a qualcuno una correzione, un rimprovero, o imporre qualche punizione, sapeva raddolcire l’amaro col dolce e soleva premettere le lodi ai biasimi del corrigendo, ricordandone i meriti precedenti e le speranze future. E il colpevole si mostrava commosso e pentito, e proponeva di emendarsi, per lo più, anche prima del rimprovero o del castigo, i quali sovente diventavano inutili ed erano evitati con grande piacere da chi avrebbe dovuto subirli e che così sentivasi vieppiù portato ad amare ed ammirare la bontà del suo superiore”. [18]

Sarebbe però un grave errore considerare l’Oratorio un luogo dove si doveva ricorrere ai castighi per tenere in ordine i giovani. Tra quei ragazzi crescevano i grandi Salesiani, che di anno in anno portavano e avrebbero portato la luce della fede in tutta l’America meridionale fino alle soglie del Polo Sud. La seconda generazione di Salesiani, che si sarebbe sparsa ben presto in una dozzina di nazioni d’Europa, America e Asia, stava crescendo in quella massa di ragazzi che affollavano le aule e i gruppi apostolici, gridavano allegri nelle tumultuose partite di ‘barra rotta’ e in chiesa pregavano come angeli, alla merenda svuotavano i cestoni di pane fragrante uscito dai forni piazzati sotto il Santuario e alla sera cantavano allegramente sotto le stelle. Era una costellazione di nomi prestigiosi: dai ‘giovanotti’ Unia, Milanesio, Balzola, Gamba, Paseri, Rota, Galbusera, Rabagliati, Fassio, Caprioglio, Vacchina, Forghino … fino ai ‘bambini’ Versiglia e Variara, che oggi veneriamo tra i santi e i beati. C’erano tra loro ragazzi che nulla avevano da invidiare a san Domenico Savio.

Nel 1876 – racconta don Vespignani in una pagina memorabile del suo “Un anno alla scuola di Don Bosco” – dal Brasile venne a visitare Don Bosco il Vescovo di Rio de Janeiro, Pietro Lacerda. Aveva letto di Domenico Savio ed era stato colpito dai doni straordinari che Dio gli aveva dato. Fece a Don Bosco una richiesta sconcertante: di poter parlare con alcuni ragazzi che fossero buoni come Domenico, “perché ho bisogno che mi risolvano certi timori che ho sulle mie responsabilità davanti a Dio. Don Bosco gli fece venire dinanzi cinque ragazzi dalla faccia serena, tutti rispettosi verso il Vescovo, e aperti e franchi”. [19] Il Vescovo di Rio espose a ciascuno di loro “la sua condizione: un’immensa città, quasi  un milione di anime da salvare, pochissimi sacerdoti, molti nemici di Dio riuniti in sette; mentre predicava era stato preso a sassate … Lui Vescovo aveva responsabilità, colpe? … Furono quasi sbalorditi a quell’orribile quadro. Ma tutti mi assolsero da ogni colpa – mi raccontò il Vescovo – e mi tolsero il gran peso della responsabilità, promettendomi che avrebbero pregato”. [20] Questi erano i ragazzi che vivevano a Valdocco sotto la direzione amorevole di Don Bosco e di don Rua. Comunque Don Bosco capì che la mansione di ‘correttore’ poteva nuocere alla figura di don Rua, in cui doveva brillare solo la paternità dolce e amabile, per diventare presto il ‘secondo Padre’ della Congregazione. E quell’incarico fu affidato ad altri.

Le ‘Regole’ approvate da Roma diventano la strada della santità

Il 3 aprile 1874 Valdocco si riempì di festa: un telegramma di Don Bosco inviato da Roma annunciava che la Santa Sede aveva approvato definitivamente le ‘Regole’ della ‘Pia Società di San Francescco di Sales’. I Salesiani nascevano ufficialmente nella Chiesa e si affiancavano alle grandi famiglie religiose nate nei secoli: i Benedettini, i Francescani, i Domenicani, i Gesuiti, … Quell’esile libretto di 47 pagine, diviso in 15 capitoletti, era la strada che il Signore, attraverso il Papa, assegnava ai Salesiani come ‘strada della santità’. Tra i 15 capitoletti spiccavano i tre centrali, che fissavano le linee della consacrazione al Signore attraverso i voti di obbedienza, povertà e castità. Nella lettera con cui presentava le Regole ai suoi figli, Don Bosco scriveva: “Nell’osservanza delle Regole noi ci appoggiamo a basi stabili, sicure, e possiamo dire infallibili, essendo infallibile il giudizio del Capo Supremo della Chiesa che le ha sanzionate”.

Da quel momento – depongono i testimoni – don Rua fu fedelissimo nell’osservanza. Ogni disposizione fu da lui tradotta nella pratica con straordinaria esattezza. Fu addirittura ribattezzato ‘la Regola vivente’. Per lui non c’erano distinzioni fra regole più o meno importanti. Affermava: “Nessuna cosa può dirsi piccola dal momento che è contenuta nella Regola”.

Don Giulio Barberis nel processo di beatificazione di don Rua testimoniò: “Quando le Regole vennero approvate dalla Santa Sede, si figurò che il Signore medesimo le avesse confezionate, e si sarebbe ritenuto gravemente colpevole se ne avesse trasgredito anche una sola … Né io né i compagni suoi con cui ebbi a trattare, possiamo asserire di averlo visto fare una disobbedienza … Fu sempre da ammirare la prontezza che ebbe nell’obbedire anche alle piccole regole, per esempio nel silenzio … Non pensò ad altro che a distruggere in se stesso la volontà propria, per fare in tutto la volontà del Signore”. [21] “Egli insisteva nel dirci che il Signore non pretende da noi cose straordinarie, ma la perfezione nelle piccole cose, vuole l’esecuzione di ciascuna regola, dando ad ogni regola un’importanza grandissima, ed essere questo il mezzo per innalzare il grande edificio della santità”. [22]

Don Giovanni B. Francesia, suo compagno fin dai primissimi giorni dell’Oratorio e amico intimo, testimoniò: “Fu esemplarissimo nell’osservanza delle Regole della nostra Pia Società … L’obbedienza alle Regole era per lui superiore ad ogni considerazione. L’amore che portava alle Regole gli traeva dal cuore un linguaggio tenerissimo: ‘Dio ci ha dato un codice che ci è di guida per le vie del Paradiso. Amiamo tanto questo codice, consultiamolo spesso, e quando lasciamo di leggerlo baciamolo con espressione di amore e di riconoscenza a Dio’”. [23]

“Don Rua studiava me e io studiavo don Rua”

Don Giuseppe Vespignani, che sarà grandissimo salesiano e missionario nell’America del Sud, arrivò a Valdocco nel 1876. Fresco sacerdote di 23 anni, era venuto da Faenza per stare con Don Bosco. Nel suo semplice “Un anno alla scuola di Don Bosco” ci ha dato un quadro vivissimo dell’attività di don Rua, di cui fu nei primi tempi uno dei segretari. Con la sensibilità che in genere non ha chi vive la normalità della vita di tutti i giorni, fotografò l’atmosfera e l’ambiente di Valdocco, animati dalla presenza di due santi, Don Bosco e don Rua.

“Fin dal primo giorno – scrive – mi misi di cuore agli ordini del mio caro superiore don Rua. Quante cose imparai a quella sua scuola di pietà, di carità, di attività salesiana! La sua era una cattedra di dottrina e di santità; ma era soprattutto una palestra di formazione salesiana. Ogni giorno più ammiravo in don Rua la puntualità, la costanza instancabile, la religiosa perfezione, l’abnegazione unita alla più soave dolcezza. Quanta carità, che belle maniere per incamminare un suo dipendente nell’ufficio che voleva affidargli! Che delicato studio, che penetrazione in conoscerne e sperimentarne le attitudini per educarle in maniera a renderle utili all’Opera di Don Bosco! …

L’ufficio di don Rua era luogo di pietà e di preghiera. Appena vi si entrava egli recitava devotamente l’Ave Maria e poi leggeva un breve pensiero di san Francesco di Sales; terminava nello stesso modo, con la lettura di una massima del nostro Santo e l’Ave Maria. Alla mattina ci teneva preparato buon numero di lettere da lui postillato. Spesso ve n’erano postillate dallo stesso Don Bosco, che rimetteva al criterio di don Rua il disbrigo di commissioni, accettazioni gratuite di giovanetti, ringraziamento per offerte, domande di aspiranti. Io rispondevo secondo le indicazioni marginali, considerandomi felice di poter interpretare il pensiero e i sentimenti dei Superiori ed anche d’imitarne lo stile breve, dolce e sostanzioso, che vedevo essere proprio dei Salesiani. Così don Rua studiava me per rendermi abile ai doveri della mia vocazione; ma io pure studiavo lui e in lui Don Bosco, di cui egli appariva fedele interprete e vivo ritratto in ogni parte della sua condotta … Il lavoro medesimo veniva alternato e condito con sentimenti di pietà, perché tutte quelle postille di Don Bosco e di don Rua, che io dovevo svolgere nelle lettere di risposta, s’ispiravano alla fede e alla confidenza nel Signore e in Maria Santissima: erano veri incitamenti a pregare, a rassegnarsi, a ricevere tutto dalla mano di Dio, a riposare nella divina Bontà; si consolava, s’incoraggiava, si consigliava; si promettevano preghiere, si assicurava le orazioni dei giovanetti e la benedizione di Don Bosco. Non di rado si davano pareri e suggerimenti per vocazioni, s’indicavano le condizioni per essere accettati come aspiranti o figli di Maria … Vi si esercitava dunque un vero apostolato di pietà e di carità, mentre vi si assisteva al comando supremo, ossia alla direzione generale di tutta l’Opera di Don Bosco.

Quella camera inoltre era visitata da Sacerdoti e Direttori, da Cooperatori d’ogni condizione, nonché da giovanetti. Se non si trattava di argomenti riservati, anche il segretario udiva i visitanti, completando sempre più le sue nozioni sul movimento interno ed esterno dell’Oratorio e imparando come si fa a cercare in ogni cosa la gloria di Dio e il bene delle anime … La camera-ufficio di don Rua fu per me un alto posto di osservazione, donde scorgevo tutto il movimento caratteristico della Società Salesiana; fu come il ponte d’una gran nave, dove risiede il capitano, che studia la rotta per evitare gli scogli e mirare sicuramente al porto, e insieme imparte gli ordini per il governo di tutta la sua gente … Presso don Rua mi veniva formando un’idea grandiosa e bella di tutta quanta la Congregazione e dell’intera Opera di Don Bosco”. [24]

Di lassù Vespignani poté osservare i cortili gremiti di ragazzi, che, uniti con i loro assistenti, attendevano a svariati giuochi o ad allegre conversazioni. Egli continua: “Mi fu spiegato come quei sacerdoti e chierici nelle scuole e nello studio avevano un sistema o metodo speciale per avviare i loro discepoli al compimento dei propri doveri. Lo stesso nei laboratori. Don Rua si prendeva molto a cuore la formazione dei chierici, la cui scuola di filosofia e di teologia era oggetto delle sue sollecitudini. ‘Ecco, pensavo, come si lavora da tutti questi Salesiani, sacerdoti, chierici e coadiutori, con uno stesso fine e tutti d’accordo nell’unico intento di salvare le anime’”. [25] Egli imparò anche il modo con cui si viveva tra i Salesiani. Quando don Rua lo mandò dal Prefetto esterno don Bologna, perché i suoi dati personali fossero inseriti nel registro generale, sentendo l’età, 23 anni, don Bologna lo fissò e con parole allegre; “mi disse: ‘E come dunque Lei fa tanto il serio?’ (allora nei Seminari si insegnava che i preti dovevano tenere la ‘gravità sacerdotale’). Quelle parole mi fecero riflettere all’aria che avrei dovuto prenderenel volto, nelle parole e nei modi per darmi aspetto salesiano e da vero figlio di Don Bosco. Intorno a me tutti sorridevano, compreso Don Bosco: tutti mi guardavano e mi venivano incontro come amici e fratelli; sembravano conoscenti e amici di antica data”. [26]

“Avevo letto nelle Regole che di quando in quando conveniva che i Salesiani conferissero col loro Superiore e Padre di cose spirituali”. Ma Don Bosco era assai occupato e chiese a don Rua, che era Direttore, di poter conferire con lui. Egli doveva andare a Valsalice a confessare i ragazzi. Gli disse: “Prendi il tuo cappello e andiamo. Cammin facendo, ci parleremo”. “Così avvenne il mio primo rendiconto”. Don Rua gli chiese cosa gli avesse fatto buona impressione, nei primi giorni, e ciò che invece lo aveva male impressionato. “Ciò che più mi ha cagionato ammirazione è stato non solo il vedere la santità di Don Bosco, ma anche trovare ovunque superiori così uniti con lui, anzi, diciamolo pure, a lui così somiglianti nel portamento, nel modo di fare e di trattare, sicché proprio in tutto e per tutto si ravvisa lo spirito del Fondatore e del Padre”. “Hai ragione, mio caro; questa unità di pensiero, di affetto e di metodo proviene dall’educazione di famiglia che Don Bosco ha dato ai suoi, guadagnandosi i nostri cuori e stampandovi tutto il suo ideale. E di spiacevole?” “Per me, tutto fu edificante. Il piccolo clero, la banda musicale, e soprattutto le Compagnie di san Luigi, di San Giuseppe, del SS. Sacramento… I loro soci esercitano un’influenza salutare sui compagni”. [27]

La mano di Don Bosco in quella di don Rua

Dal 1875 al 1885 Don Bosco vive il suo decennio più intenso, ma brucia anche inesorabilmente la sua vita. Accanto a lui, sempre più suo braccio destro, lavora con intensità e silenzio don Rua, ricevendo sempre maggiori responsabilità. Giorno dopo giorno diviene agli occhi di tutti ‘il secondo Don Bosco’. Nel 1875 parte per l’America del Sud la prima spedizione missionaria salesiana. Negli anni seguenti Don Bosco fonda i Cooperatori Salesiani e dà inizio al ‘Bollettino Salesiano’; partono per le missioni le prime Figlie di Maria Ausiliatrice, di cui don Rua è il Direttore generale; don Giovanni Cagliero diventa il primo Vescovo salesiano; e don Rua è eletto dal Papa ‘Vicario’ di Don Bosco, pronto a succedergli. È lui, nella notte tra il 30 e il 31 gennaio 1888, a prendere la mano di Don Bosco morente e a guidarla nell’ultima benedizione alla Famiglia salesiana. La mano che Don Bosco porgeva a un ragazzetto dicendogli: “Prendi, Michelino, prendi”, ora stringe per l’ultima volta la mano di Michelino diventato il suo vicario; e gli consegna tutto, tutto ciò che egli ha realizzato sulla terra per il Regno di Dio.

 

3. Don Rua: la fedeltà alla vita consacrata “per tutta la vita”

Nella lettera inviata il 30 dicembre a tutti i Salesiani per dare le ultime notizie sulla salute di Don Bosco, don Rua scriveva: “Ieri sera, in un momento in cui poteva parlare con minore difficoltà, mentre eravamo intorno al suo letto mons. Cagliero, don Bonetti ed io, disse fra le altre cose: Raccomando ai Salesiani la devozione a Maria Ausiliatrice e la frequente Comunione. Io soggiunsi allora: Questo potrebbe servir per strenna del nuovo anno da mandarsi a tutte le nostre Case. Egli riprese: Questo sia per tutta la vita”. [28] Ogni suggerimento di Don Bosco era per don Rua un comando. Quelle parole, che erano il seguito coerente di tutta una vita, don Rua le sigillò nel cuore: quelle erano le strade per cui Don Bosco gli ordinava di far camminare la Congregazione ‘per tutta la vita’. Don Rua fu come sempre fedelissimo alla consegna: Gesù Eucaristia, Maria Ausiliatrice, insieme ai tre voti e alla fedeltà totale a Don Bosco. Con il suo esempio eroico, oltre che con la sua parola, avrebbe attestato incessantemente  che questa era la strada salesiana per la santità.

Fedeltà feconda a Don Bosco

Più di un Cardinale a Roma, alla morte di Don Bosco, avvenuta il 31 gennaio 1888, era persuaso che la Congregazione salesiana sarebbe rapidamente deperita; don Rua aveva appena 50 anni. Meglio inviare a Torino un Commissario pontificio che preparasse l’unione dei Salesiani con un’altra Congregazione di provata tradizione. “In gran fretta – testimoniò sotto giuramento don Barberis – mons. Cagliero raduna il Capitolo (ossia il Consiglio Superiore delle Congregazione) con alcuni dei più anziani e fu stesa una lettera al Santo Padre in cui tutti i Superiori e anziani dichiararono che tutti d’accordo avrebbero accettato come Superiore don Rua, e non solo si sarebbero sottomessi, ma l’avrebbero accettato con gran gioia. Io ero tra i sottoscrittori … L’11 febbraio il S. Padre confermava e dichiarava don Rua in carica per dodici anni secondo le Costituzioni”. [29]

Papa Leone XIII aveva conosciuto personalmente don Rua e sapeva che i Salesiani sotto la sua direzione avrebbero continuato la loro missione. E avvenne così. I Salesiani e le opere salesiane si moltiplicarono come i pani e i pesci tra le mani di Gesù. Don Bosco nella sua vita aveva fondato 64 opere; don Rua le portò a 341. I Salesiani, alla morte di Don Bosco, erano 700; don Rua, in 22 anni di direzione generale, li portò a 4.000. Le missioni salesiane, che Don Bosco aveva tenacemente voluto e cominciato, si erano estese durante la sua vita alla Patagonia e alla Terra del Fuoco; don Rua moltiplicò lo slancio missionario, e i Salesiani missionari raggiunsero le foreste del Brasile, l’Ecuador, il Messico, la Cina, l’India, l’Egitto e il Mozambico.

Perché a quelle enormi distanze la fedeltà a Don Bosco non diminuisse, don Rua non ebbe paura a viaggiare in lungo e in largo sugli scomodi treni del tempo, sempre in classe popolare. Tutta la sua vita fu costellata di viaggi. Testimonia Don Barberis: “In varie sue peregrinazioni prese me come compagno. Don Rua raggiungeva i suoi Salesiani dovunque fossero, parlava loro di Don Bosco, ridestava in loro il suo spirito, si informava paternamente, ma accuratamente, della vita dei confratelli e delle Opere, e lasciava scritti direttive e ammonimenti perché fiorisse la fedeltà a Don Bosco”. “Né solo attendeva al bene della Congregazione all’esterno – continua a testimoniare don Barberis – ma il suo principale pensiero era di consolidare sempre meglio la Congregazione all’interno. A questo scopo nell’ano 1893 prese in compagnia me e due altri superiori, e ci condusse a Rivalta Torinese, affinché tra tutti stabilissimo vari mezzi per poter fare progredire sempre più la Congregazione, ritoccando i regolamenti e aggiungendone alcuni che erano giudicati necessari”. [30]

Gesù: cibo nell’Eucaristia e amore misericordioso nel suo Cuore

Nella lettera-testamento che scrisse per tutti i Salesiani prima di morire, Don Bosco affermava: “Il vostro primo Rettore è morto. Ma il nostro vero superiore, Cristo Gesù, non morrà. Egli sarà sempre nostro maestro, nostra guida, nostro modello; ma ritenete che a suo tempo egli stesso sarà nostro giudice e rimuneratore della nostra fedeltà nel suo servizio”. [31]

Questa fu, fin dalla sua infanzia, una convinzione di Michele Rua. Nella lettera circolare che inviò il 21 novembre 1900 egli riecheggia e sviluppa queste parole dicendo a tutti i Salesiani: “Che mai vi è di più sublime al mondo che esaltare in noi e far conoscere ed esaltare dagli altri l’immenso amore di Gesù nella redenzione; esaltare in noi e far conoscere ed esaltare dagli altri l’amore di Gesù nella sua nascita, nella sua vita, ne’ suoi insegnamenti, ne’ suoi esempi, nelle sue sofferenze…, nell’istituire la Santissima Eucaristia, nel sopportare la sua dolorosissima passione, nel lasciarci Maria per madre, nel morire per noi…, e direi, ancor più nel voler stare con noi fino alla fine dei tempi nell’adorabile Sacramento dell’Altare”. [32]

Sul suo amore a Gesù Eucarestia, i testimoni al processo di beatificazione sono molto espliciti. Don Giovani B. Francesia e Don Barberis affermano che, arrivando in una casa salesiana, la sua prima richiesta era: “Portatemi a salutare il Padrone di casa”. E con questo intendeva la chiesa, dove s’inginocchiava a lungo davanti al tabernacolo. Don Francesia aggiunge che sovente passava ‘gran parte della notte’ per tener compagnia – come egli diceva – al Solitario del Tabernacolo. Testimonia ancora: “Voleva che il SS. Sacramento fosse il centro di tutti i nostri cuori. Andava ripetendo: ‘Formiamoci un tabernacolo nel nostro cuore e teniamoci sempre uniti al SS. Sacramento’. [33]

La festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, istituita nel 1856, diffuse sempre più nel mondo cristiano il culto a questo simbolo dell’amore misericordioso di Gesù. Papa Leone XIII diede un impulso particolare a questo culto, e specialmente nei giorni che segnavano il passaggio dal XIX al XX secolo, esortò tutti i cristiani a consacrarsi al Cuore di Gesù, componendo lui stesso una estesa formula di consacrazione. Don Rua volle che nella notte tra il 31 dicembre del 1899 e il 1° gennaio del 1900 i Salesiani, le Figlie di Maria Ausiliatrice, i Cooperatori e tutti i giovani delle opere salesiane compissero questa consacrazione. Nel Santuario di Maria Ausiliatrice, lui stesso insieme ai Superiori maggiori, ai Salesiani e ai giovani, trascorse quella notte in preghiera, e presso la mezzanotte la sua voce unita a quelle di tutti i presenti, pronunciò adagio e solennemente l’atto di Consacrazione.

“Tutto ciò che abbiamo, lo dobbiamo a Maria Santissima Ausiliatrice”

Michele Rua divenne il primo Salesiano nel giorno dell’Annunciazione dell’Angelo a Maria. Lo ricorda lui stesso nella deposizione al Processo di beatificazione di Don Bosco: “Nel 1855, il giorno dell’Annunciazione di Maria SS.ma, io per primo, percorrendo il secondo anno di filosofia, emisi i voti per un anno”. Vivendo accanto a Don Bosco per 26 anni, egli assorbì il suo spirito, del quale una componente essenziale era la devozione a Maria Ausiliatrice. Il testimone Lorenzo Saluzzo afferma: “Ricordo in modo speciale aver udito dal Servo di Dio queste parole: ‘Non si può essere buono Salesiani se non si è divoti di Maria Ausiliatrice’”. [34]

Don Bosco costruì il Santuario di Maria Ausiliatrice, don Rua lo fece restaurare, abbellire, decorare. La solenne ‘incoronazione’ dell’immagine di Maria Ausiliatrice avvenuta nel Santuario di Valdocco nell’anno 1903, fu da lui ottenuta dal Papa, ed eseguita per mano del Cardinale Richelmy, Legato pontificio. Il 17 febbraio annunciava ai Salesiani il grande evento dicendo: “Procuriamo di renderci meno indegni della nostra celeste Madre e Regina, e predichiamone con sempre maggior zelo le glorie e la materna tenerezza. Essa ispirò e guidò prodigiosamente il nostro Don Bosco in tutte le sue grandi imprese; Essa continuò e continua tuttodì tale materna assistenza in tutte le nostre opere, per cui possiamo ripetere con Don Bosco che tutto ciò che abbiamo, lo dobbiamo a Maria SS.ma Ausiliatrice”. [35] Il giorno dell’incoronazione, 17 maggio, fu solennissimo, tra un vero mare di folla. Testimonia don Melchiorre Marocco: “Don Ubaldi ed io eravamo i preti d’onore del Legato Pontificio, e quindi potemmo osservare il contegno veramente estatico di don Rua, il quale, quando vide posarsi sul capo del Bambino e della Madonna le sacre corone per mano di Sua Eminenza, scoppiò in pianto dirotto, cosa che ci meravigliò non poco, perché conoscevamo la padronanza assoluta che egli aveva di se stesso”. [36]

Il 19 giugno, rendendo conto degli avvenimenti a tutti i Salesiani del mondo, Don Rua scriveva: “Mi è dolce pensare che la coronazione della taumaturgica Immagine di Maria Ausiliatrice produrrà tra i Salesiani sparsi nel mondo ubertosissimi frutti. Essa aumenterà il nostro amore, la nostra devozione e la nostra riconoscenza verso la nostra celeste Patrona, a cui siamo debitori di tutto quel bene che s’è potuto fare … In queste nostre memorabili solennità il nome di Maria Ausiliatrice andò sempre unito a quello di Don Bosco, che con sacrifici inauditi innalzò questo Santuario, colla parola e colla penna si fece l’apostolo della sua devozione, e nella sua potentissima intercessione aveva posto ogni fiducia. Che dolce spettacolo vedere tanti pellegrini, dopo aver soddisfatto la loro pietà in chiesa, sfilare tutti e visitare con profonda venerazione le camere di Don Bosco! Non dubito punto che coll’aumentarsi tra i Salesiani della devozione a Maria Ausiliatrice, verrà pur crescendo la stima e l’affetto verso Don Bosco, non meno che l’impegno di conservarne lo spirito e d’imitarne le virtù”. [37]

A don Rua noi Salesiani dobbiamo la recita quotidiana della preghiera di consacrazione a Maria Ausiliatrice dopo la meditazione, e anche la processione della statua di Maria Ausiliatrice per le vie di Torino, voluta da lui per la prima volta nel 1901, e diventata rapidamente una tradizione bella e veneranda per la città e per tutto il Piemonte.

Negli appunti delle sue prediche alla gente si legge: “In tutte le necessità troviamo in Maria SS. la nostra avvocata; e si ha ancora da trovare chi invano sia a Lei ricorso. Dunque fortunati noi di essere figli di tal madre … Onoriamola, amiamola noi e facciamola amare dagli altri, adoperiamoci per farla conoscere come sostegno dei cristiani, ricorriamo a Lei come sicuro presidio nelle malattie, nei rovesci di fortuna, nelle famiglie che sono in discordia, per impedire certi gravi scandali, nei paesi, nelle città. Ma se vogliamo farle un ossequio veramente gradito, procuriamo di prenderci una cura tutta speciale della gioventù … In modo speciale poi prendiamoci cura della gioventù povera”. [38]

Le Figlie di Maria Ausiliatrice, chiamate dalla gente ‘le suore di Don Bosco’, furono fondate dal Santo nel 1872, e furono da lui chiamate “il monumento vivo della sua gratitudine alla Vergine santa”. [39] Si moltiplicarono in maniera rapidissima, e fecero del bene incalcolabile alla gioventù povera e emarginata. Don Rua, devotissimo a Maria Ausiliatrice, legò strettamente il suo nome alle sue ‘Figlie’. Alla morte di Don Bosco, la Superiora generale Madre Daghero scrisse a don Rua affidandogli con piena fiducia l’Istituto delle FMA. Egli che l’aveva visto nascere e l’aveva seguito nel suo graduale sviluppo, se ne prese cura come sacra eredità lasciatagli da Don Bosco, e vi profuse con impegno assiduo la ricchezza del proprio pensiero e del proprio cuore.

La sua figura si incontra in ogni pagina di storia delle FMA per oltre un ventennio. È un periodo assai ricco di espansione e di attività. Si aprono case in molte nazioni d’Europa, in Palestina, in Africa e in parecchie repubbliche dell’America. Sorgono opere nuove richieste dalle esigenze dei tempi, specialmente per l’assistenza delle giovani operaie; vengono aperti nuovi campi missionari in prima linea; viene dato un migliore assetto alle scuole.

Nei suoi molti viaggi, don Rua estende le sue visite anche alle case delle FMA: dovunque lascia la sua parola di Santo, illumina, sostiene, guida. Dovunque si interessa di ogni cosa, mai stanco né affrettato. Dà suggerimenti e consigli rivolti solo e sempre alla ricerca del bene. Le sue lettere, vergate con scrittura chiara e minuta, magari su ritagli di carta, hanno il dono della semplicità  e il profumo dell’interiorità.

Obbedienza

La consacrazione a Dio di ogni religioso si articola nell’offerta di se stessi a Lui attraverso i consigli evangelici di obbedienza, povertà e castità. Il primo di questi consigli, secondo la tradizione salesiana, è l’obbedienza.

Alla fine del 1909 don Rua aveva ormai 72 anni e la sua salute era gravemente compromessa. Il 1° gennaio di quell’anno scrisse la sua penultima lettera a tutti i Salesiani. In essa diceva: “Le Costituzioni uscite dal cuore paterno di Don Bosco, approvate dalla Chiesa, infallibile nei suoi insegnamenti, saranno la vostra guida, la vostra difesa in ogni pericolo, in ogni dubbio e difficoltà. Con san Francesco d’Assisi vi dirò: Benedetto sia il religioso che osserva le sue sante Regole. Esse sono il libro della vita, la speranza della salvezza, il midollo del Vangelo, la via della perfezione, la chiave del Paradiso, il patto della nostra alleanza con Dio”. [40]

Per tutta la vita don Rua aveva manifestato un’obbedienza assoluta, tanto ‘assoluta’ che Don Bosco qualche volta ci scherzava. Nella deposizione per il processo di beatificazione, il Rettor Maggiore don Filippo Rinaldi testimoniò: “Don Bosco ebbe a dire: ‘A don Rua non si danno ordini, nemmeno per scherzo’, tanta era la sua prontezza di eseguire qualunque cosa gli venisse detta dal Superiore… A don Rua era facilissima l’obbedienza, perché era profondamente umile. Umile nel comportamento, umile nelle parole, umile coi grandi e coi piccoli”. [41] Eppure anche l’umile ubbidienza di don Rua fu sottoposta a due durissime prove. Dalla Santa Sede ricevette due ordini che ferirono sul vivo la sua sensibilità.

Fino al 1901 “i superiori e direttori salesiani, fedeli all’esempio di Don Bosco, vedevano grandi vantaggi nel confessare loro stessi sia i religiosi che gli alunni della loro casa. Don Rua ci teneva a confessare all’Oratorio e altrove, tanto più che era convinto che questa tradizione fosse uno dei cardini del metodo salesiano. Per questo, fu dolorosamente sorpreso quando un decreto del 5 luglio 1899 proibì ai direttori delle case di Roma di confessare gli alunni. Secondo il Sant’Uffizio questa norma mirava a salvaguardare la libertà dei penitenti e ad evitare eventuali sospetti circa il governo del superiore. Temendo, giustamente, che si giungesse a disposizioni più estese, don Rua cercò di temporeggiare. Ma un secondo decreto, del 24 aprile 1901, proibiva esplicitamente a tutti i superiori salesiani di ascoltare in confessione qualsiasi persona da loro dipendente. Allora, trovandosi preso tra due fedeltà, tentò qualche passo, che gli fruttò una convocazione a Roma, dove dovette subire un biasimo personale dal Sant’Uffizio; gli fu poi intimato di lasciare immediatamente Roma. Egli si sottomise senza esitazione, ma con l’animo profondamente addolorato”. [42]

Don Barberis, che visse accanto a don Rua quelle dolorose e tese giornate, testimoniò: “Io sono forse l’unico che conosca le cose in tutte le sue particolarità … Don Bosco introdusse l’uso nelle nostre Case che il Direttore fosse anche Confessore: non mise questo come obbligo; non è notato in nessun articolo delle Costituzioni, né dei Regolamenti, ma si introdusse da sé e non si scorse alcun inconveniente … Trattandosi di consuetudine introdotta da Don Bosco, consuetudine stata indisturbata per circa 70 anni, e nel Decreto essendo notato ‘I Superiori provvedano entro l’anno…’, don Rua si credette autorizzato a temporeggiare alquanto … per aver tempo di consigliarsi … con importantissimi personaggi, tra cui ricordo il Card. Svampa, Arciv. di Bologna … Ma appena avvertì in tutta la sua estensione la portata del Decreto, immediatamente si accinse a comunicarlo a tutta la Congregazione, in data 6 luglio 1901”. [43]

Nel 1906 un’altra decisione della Santa Sede costrinse la sua obbedienza a una nuova dura prova, accettando che venisse intaccata nuovamente l’eredità ricevuta da Don Bosco. Fin dalla fondazione, l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice era aggregato ai Salesiani. L’unione delle due Congregazioni era assicurata da una direzione comune. “L’Istituto delle FMA – dicevano le loro Regole – è sotto l’alta e immediata dipendenza del superiore generale della Società di S. Francesco di Sales…

Concretamente, questo superiore delegava i suoi poteri ad un sacerdote salesiano, che aveva il titolo di Direttore generale dell’Istituto FMA. Sul piano locale, egli si faceva rappresentare dagli Ispettori. Il governo interno dell’Istituto invece era nelle mani della Superiora generale e del suo Capitolo. Don Bosco era attaccato a questo regime”. [44]

Per mettere ordine nelle famiglie religiose che proliferavano negli ultimi decenni, la Santa Sede emanò un Decreto che ordinava: una Congregazione femminile a voti semplici non doveva dipendere in alcun modo da una Congregazione maschile della stessa natura. Il quinto Capitolo generale delle FMA, riunito nel 1905, manifestò timore e ansia davanti a quella decisione. Pur dichiarando la dovuta obbedienza a quanto veniva disposto dalla Chiesa, con votazione unanime dichiaravano che era loro volontà dipendere dal Successore di Don Bosco: sotto questa dipendenza l’Istituto aveva avuto il suo rapido e inatteso sviluppo, ai Salesiani avevano fatto ricorso ogni volta che erano sorte difficoltà con le autorità civili e religiose, in questo sentivano la loro sicurezza per l’avvenire, nello spirito del comune Fondatore. Ma Roma rispose richiamando all’obbedienza. Quando il Capitolo generale ne fu informato, scrive don Ceria, fu come un fulmine a ciel sereno. Papa Pio X, accogliendo la Madre Generale e le Consigliere, con senso di grande e quasi accorata comprensione, disse: “State tranquille: si tratta solo di una separazione materiale e non altro”.

Nel 1906 la Santa Sede trasmise a don Rua il testo modificato delle Costituzioni delle FMA. Nel 1907 il testo fu consegnato al Capitolo straordinario delle FMA. “La disposizione fondamentale concerneva la totale indipendenza delle due Congregazioni, sia quanto al governo sia quanto all’amministrazione ed alla contabilità. I Salesiani si sarebbero occupati delle FMA – limitatamente al campo religioso – unicamente se di questo fossero richiesti dai Vescovi”. [45]

Il beato don Filippo Rinaldi, Rettor Maggiore dei Salesiani, depose sotto giuramento nei riguardi di don Rua: “Ricordo la sua sottomissione senza riserva al Decreto per la separazione delle Suore di Maria Ausiliatrice dell’Istituto Salesiano. Dopo questo Decreto si mantenne tanto riservato che non osava più comunque intervenire nei loro affari, a meno che fosse invitato dalle Superiore o fosse consultato negli affari di qualche importanza. Questa riservatezza la mantenne fin quando Pio X gli disse che le Suore avevano bisogno ancora e sempre della direzione dei Salesiani, particolarmente nella gestione degli affari materiali, nell’indirizzo scolastico e per conservare lo spirito di Don Bosco. Allora riprese animo e ritornò ad essere non solamente padre, ma anche direttore”. [46]

Povertà

Don Francesia racconta che un giorno il chierico Rua, trovato uno straccio di tappeto rosso, pensò di stenderlo sul suo scrittoio. Don Bosco lo vide e gli disse sorridendo: “Ah don Rua! Ti piace l’eleganza, eh?”. Rua, confuso, disse che si trattava di uno straccio, ma Don Bosco osservò: “Il lusso e l’eleganza facilmente s’introducono, se non stiamo attenti”. Don Rua non dimenticò mai quelle parole, e ne fece tesoro per tutta la vita. [47]

La povertà fu la divisa di don Rua. Vestiva poveramente, non cercò mai delle agiatezze, economizzava in ogni piccola cosa. E vigilava perché tutti i Salesiani amassero e praticassero la povertà, con spirito di fede, come voleva Don Bosco. Le sue vesti erano piene di toppe. Un paio di scarpe gli durava anni; eppure camminava tanto a piedi, per non prendere il tram e dare in elemosina i dieci centesimi del biglietto. In casa, fino alla morte, indossò un vecchio cappotto già usato da Don Bosco, e lo portava con devozione.

Una Figlia di Maria Ausiliatrice, che per molti anni attese a rammendare le vesti dei Salesiani all’Oratorio, dichiarava che assai di rado le veniva affidato qualche cosa di don Rua; e quando le recavano la sua veste nera, le dicevano di rammendarla con urgenza, perché don Rua se ne stava a lavorare in camera indossando il cappotto, perché non aveva mai voluto una veste di ricambio.

Durante il viaggio a Costantinopoli, nel 1908, dopo molte visite in città, tornò con le gambe gonfie e i piedi tutti bagnati. Chiese al direttore dei Salesiani, per carità, un paio di calze di lana per cambiarsi. In tutta la casa non si trovò un paio di calze di lana. Allora don Rua sorrise e disse: “Sono contento! Questa è la vera povertà salesiana”. [48]

Durante i 23 anni in cui fu Rettor Maggiore, don Rua inviò ai Salesiani 56 lettere circolari. In esse condensò tutto il suo amore per Don Bosco e tutto lo spirito salesiano. Tra queste lettere, viene considerata suo ‘capolavoro’ la circolare intitolata “La povertà”. Occupa venti pagine, e porta l’intestazione: “Torino, 31 gennaio 1907, anniversario della morte di Don Bosco”. Riporto alcuni brani di quella sua attualissima lettera [49], per ravvivare in noi il vero spirito della povertà salesiana.

“È naturale considerare la povertà una sciagura”

La povertà, in se stessa, non è una virtù; essa è una legittima conseguenza della colpa originale, destinata da Dio all’espiazione dei nostri peccati e alla santificazione delle nostre anime. È quindi naturale che l’uomo ne abbia orrore, la consideri una sciagura, e faccia quanto sta in lui per evitarla. La povertà diventa virtù solo quando è volontariamente abbracciata per amor di Dio, come fanno coloro che si danno alla vita religiosa. Tuttavia anche allora la povertà non cessa di essere amara; anche ai religiosi la pratica della povertà impone dei gravi sacrifici, come noi stessi ne abbiamo fatto mille volte l’esperienza.

Non è perciò da stupire se la povertà sia sempre il punto più delicato della vita religiosa, se ella sia come la pietra di paragone per distinguere una comunità fiorente da una rilassata, un religioso zelante da uno negligente. Essa sarà purtroppo lo scoglio contro cui andranno a rompere tanti magnanimi proponimenti, tante vocazioni che avevano del meraviglioso nel loro nascere e nel loro sviluppo. Di qui la necessità per parte dei Superiori di parlarne sovente e per parte di tutti i membri della famiglia salesiana di mantenerne vivo l’amore e intiera la pratica.

“Il primo consiglio evangelico”

La povertà è il primo dei Consigli evangelici. Fin dal principio della sua vita pubblica, Gesù Cristo scaglia le più terribili minacce contro i ricchi che trovano sulla terra le loro consolazioni. D’altro lato le sofferenze dei poveri muovono il suo dolcissimo Cuore a pietà, li consola e li chiama beati, assicurando che di loro è il regno dei cieli. A chi gli chiede come debba fare per essere perfetto, risponde: “Va’, vendi ciò che hai e vieni alla mia sequela”. Ai suoi Apostoli che s’offrono a seguirlo impone per prima condizione che abbandonino le reti, il telonio e quanto possiedono. E questo volontario spogliamento di tutti i beni della terra praticarono tutti i discepoli di Gesù Cristo, tutti i santi che in tanti secoli illustrarono la Chiesa.

“La povertà di Don Bosco”

Il nostro venerato Padre visse povero fino al termine della sua vita. Avendo avuto tra mani immenso denaro, non si vide mai in lui la minima sollecitudine di procurarsi qualche soddisfazione temporanea. Soleva dire: “La povertà bisogna averla nel cuore per praticarla”. E Dio lo ricompensò largamente della sua fiducia e della sua povertà, sicché riuscì ad intraprendere opere che i principi stessi non avrebbero osato. Parlando del voto di povertà, Don Bosco scriveva: “Ricordiamoci che da questa osservanza dipende in massima parte il benessere della nostra Pia Società ed il vantaggio dell’anima nostra”.

“Non solo i poveri sono evangelizzati, ma sono i poveri che evangelizzano”

La Storia ecclesiastica ci insegna che furono coloro che più furono staccati dal mondo che si segnalarono per la loro fede, speranza e carità, la cui vita fu un tessuto di opere buone ed una serie di prodigi per la gloria di Dio e la salvezza del prossimo.

Noi lavoreremmo inutilmente se il mondo non vedesse e non si convincesse che noi non cerchiamo ricchezze e comodità. Ci stia ben fisso nella mente ciò che scrisse san Francesco di Sales: che non solamente i poveri sono evangelizzati, ma sono i poveri stessi che evangelizzano.

Anche fra noi, non sono certamente i salesiani desiderosi di vita comoda che intraprenderanno opere veramente fruttuose, che andranno in mezzo ai selvaggi del Mato Grosso o nella Terra del Fuoco, o si metteranno al servizio dei lebbrosi. Questo sarà sempre il vanto di coloro che osserveranno generosamente la povertà.

“Le opere di Don Bosco sono il frutto della carità”

È poi da tener conto che le opere di Don Bosco sono il frutto della carità. È necessario si sappia che molti fra i nostri benefattori, poveri essi medesimi od appena modestamente agiati, s’impongono gravissimi sacrifici per poterci aiutare. Con quale cuore impiegheremmo quel denaro a procurarci comodità non adatte alla nostra condizione? Sprecare il frutto di tanti sacrifici, anche solo spenderlo inconsideratamente, è una vera ingratitudine verso Dio e verso i nostri benefattori.

Mi sia lecito farvi una confidenza. Forse molti, vedendo che le nostre opere vanno sempre più estendendosi, pensano che la Pia Società disponga di molti mezzi, e che perciò siano inopportune le mie ripetute ed insistenti esortazioni a fare economia, ad osservare la povertà. Quanto sono lontani dalla verità! Si potrebbe loro mostrare quanti sono i giovanetti che per il vitto, vestiti, libri, ecc. sono interamente o in gran parte a carico della Congregazione. Chi segue con la mente il nostro sviluppo, può rendersi ragione delle case e delle chiese che si vanno edificando, dei danni sofferti che bisogna riparare, dei viaggi che si debbono pagare ai missionari, degli aiuti che si manda alle Missioni, delle spese immense che bisogna sostenere per la formazione del personale.

Chiunque non vivesse secondo il voto di povertà, chi nel vitto, nel vestito, nell’alloggio, nei viaggi, nelle agiatezze della vita valicasse i limiti che c’impone il nostro stato dovrebbe sentir rimorso d’aver sottratto alla Congregazione quel denaro che era stato destinato a dar pane agli orfani, favorire qualche vocazione, estendere il regno di Gesù Cristo. Pensi che ne dovrà rendere conto al tribunale di Dio.

“I tempi eroici della Congregazione”

Il buon salesiano arriverà a possedere lo spirito di povertà, cioè sarà veramente povero nei pensieri e desideri, apparirà tale nelle sue parole, si comporterà veramente da povero. Accetterà volentieri quelle privazioni e quegli incomodi che sono inevitabili nella vita comune, e generosamente sceglierà da sé le cose meno belle e meno comode.

Conchiudo rievocando la memoria di quelli che noi chiamiamo ‘tempi eroici’ della nostra Pia Società. Trascorsero molti anni in cui era necessaria una virtù straordinaria per conservarci fedeli a Don Bosco e per resistere ai pressanti inviti che ci facevano di abbandonarlo, e ciò per l’estrema povertà in cui si viveva. Ma ci sosteneva l’amore intenso che noi portavamo a Don Bosco, ci davano forza e coraggio le sue esortazioni a rimaner fedeli nella nostra vocazione nonostante le dure privazioni, i gravi sacrifici. Per questo sono certo che se più vivo sarà il nostro amore a Don Bosco, più ardente la brama di conservarci degni suoi figli, e di corrispondere alla grazia della vocazione religiosa, si praticherà in tutta la sua purezza lo spirito di povertà.

Castità

Giovanni B. Francesia, piccolo operaio, entrò nell’Oratorio di Don Bosco a 12 anni. Vi incontrò lo studente Michele Rua, che di anni ne aveva 13. Era il 1850. Da quel momento furono compagni e amici inseparabili, per sessant’anni, fino al giorno 6 aprile 1910. Nel mattino di quel giorno Giovanni B. Francesia era seduto accanto a Michele Rua che stava morendo, e gli suggerì la prima invocazione che insieme, ragazzetti, avevano imparato da Don Bosco: “Cara Madre, Vergine Maria, fate che io salvi l’anima mia”. E Michele gli rispose: “Sì, salvare l’anima è tutto!”.

Quando nel 1922, a 82 anni, don Giovanni B. Francesia fu chiamato a deporre sotto giuramento ciò che pensasse della santità di don Rua, alla parola ‘castità’ si commosse, e sottovoce fece uscire dalle sue labbra una testimonianza che ancor oggi, a leggerla, commuove e lascia incantati: “Lo splendore dell’angelica virtù traspariva da tutta la persona di don Michele Rua. Bastava guardarlo per comprendere il candore dell’anima sua, Pareva che più che nelle cose di questo mondo avesse gli occhi continuamente fissi alle cose celesti. Era don Rua il ritratto vero di san Luigi, ed io posso attestare che in tutto il tempo che lo ebbi ad avvicinare, non ho mai trovato una parola, un gesto, uno sguardo in lui che non fosse improntato di questa virtù. Il suo modo di fare e di comportarsi in qualunque tempo, ed in qualunque luogo era sempre conforme alla più squisita delicatezza e modestia. Per questo era sempre edificante, sia in pubblico, sia in privato, in cortile e per istrada, in Chiesa od in camera. Nelle sue lunghe udienze, con chiunque parlasse, teneva un contegno così raccolto e nello stesso tempo così paterno che edificava e rapiva i cuori … Era così pieno di delicatezza e di riguardi per l’angelica virtù che, nell’inculcarla, la sua parola aveva un’efficienza speciale. Sono amorevoli e pieni di sapienza i consigli che soleva dare ai Salesiani per regolarsi in mezzo ai giovani: ‘Amateli tanto i giovanetti affidati alle vostre cure, ma non attaccate ad essi il vostro cuore’ … Altre volte diceva … che si deve aver cura di tutte le anime, ma di non lasciarci rubare il cuore da nessuna … Nel predicare gli fluivano dal cuore le più soavi parole, e le belle e care immagini guadagnavano i giovani alla bella virtù angelica che pareva un vero Angelo del Signore … Questa virtù, per la testimonianza che posso fare per scienza propria, la coltivò in modo perfetto da giovanetto fino alla morte”. [50]

I giorni dell’agonia

Eppure proprio nel campo della moralità, che egli considerava giustamente il valore più prezioso per un istituto educativo come la Congregazione Salesiana, don Rua dovette subire l’attacco più ignominioso, che letteralmente sconvolse la sua vita. Quei momenti nerissimi sono ricordati come ‘i fatti di Varazze’. La scuola salesiana di quella città era diretta da don Carlo Viglietti, l’ultimo segretario personale di Don Bosco. Al mattino del 29 luglio 1907 irrompe in casa la polizia. I Salesiani vengono arrestati, i ragazzi – pochi, perché gli altri erano già partiti per le vacanze – condotti in caserma. Don Viglietti deve ascoltare un’accusa infamante: un ragazzo, Carlo Marlario, 15 anni, orfano adottato dalla vedova Besson, ospitato gratuitamente nella scuola, ha scritto un ‘diario’ che ora è nelle mani della polizia. La casa salesiana vi è descritta come un centro schifoso di pedofilia. A nulla servono le smentite vigorose di don Viglietti e dei Salesiani, e nemmeno le negazioni unanimi degli alunni sottoposti a pressanti interrogatori.

La notizia trapela. Tutta la stampa anticlericale dà inizio a una martellante campagna di vilipendio contro i Salesiani e le scuole dei preti. Folti gruppi di teppisti si abbandonano ad atti di violenza a Savona, La Spezia e Sampierdarena. Altri moti violenti contro preti e circoli cattolici si verificano a Livorno e Mantova. Si dà la caccia al prete. Si chiede la chiusura di tutte le scuole tenute dai religiosi in Italia.

“Durante quella terribile prova, alcuni testimoni hanno raccontato che don Rua era depresso, irriconoscibile”. [51] In quei mesi egli era stato assalito da una grave forma di infezione, era molto indebolito, e lo videro piangere come un bambino. Ma la montatura si sgonfiò. Avvocati tra i più famosi d’Italia offrirono il loro patrocinio gratuito ai Salesiani. Deputati, exallievi dei Salesiani, presero le difese delle scuole salesiane in Parlamento. Il 3 agosto, appena cinque giorni dopo l’inizio del vilipendio, don Rua, aiutato dagli altri Superiori a reagire allo sconforto, presentò querela per diffamazione e calunnia, assistito da tre illustri avvocati. La Corte d’Appello di Genova, quando il processo si concluse, dichiarò che il diario era un tessuto di invenzioni fantastiche, scritto per “incessanti sobillazioni di estranei interessati a suscitare uno scandalo anticlericale”. [52]

Il 31 gennaio 1908, calmata ogni burrasca, don Rua inviava a tutti i Salesiani una lettera circolare in cui il titolo diceva già tutto: “Vigilanza”. In essa riassumeva brevemente gli avvenimenti, invitava a ringraziare Dio e Maria Ausiliatrice, e chiedeva a tutti di riflettere su due brani delle parole di Don Bosco, pronunciate il 20 settembre 1874, e su un articolo delle Costituzioni: “La voce pubblica talora lamenta fatti immorali succeduti con rovina dei costumi e scandali orribili. È un male grande, è un disastro; ed io prego il Signore a fare in modo che le mostre case siano tutte chiuse, prima che in esse succedano somiglianti disgrazie”. [53] E ancora: “Si può stabilire come principio invariabile che la moralità degli allievi dipende da chi li ammaestra, li assiste e li dirige. Chi non ha non può dare, dice un proverbio. Un sacco vuoto non può dar frumento, né un fiasco pieno di feccia mettere buon vino. Laonde prima di proporci maestri agli  altri, è indispensabile che noi possediamo quello che agli altri vogliamo insegnare”. [54] Quindi commenta l’articolo 28 delle Costituzioni dicendo: “Nonostante il suo (di Don Bosco) vivo desiderio di aver molti collaboratori dell’opera sua, pure non vorrebbe che chi non ha fondata speranza di poter conservare, col divino aiuto, la virtù della castità, sia colle parole, sia nelle opere, sia anche nei pensieri, professi in questa Società”. [55]

 

4. Don Rua: “l’evangelizzatore dei giovani”

Nell’omelia della beatificazione, Papa Paolo VI – come già in parte accennavo – ad un tratto affermò: «Meditiamo un istante sopra l’aspetto caratteristico di Don Rua, l’aspetto che ce lo fa capire… Figlio, discepolo, imitatore (di Don Bosco), ha fatto dell’esempio del Santo una scuola, della sua opera personale un’istituzione estesa si può dire su tutta la terra;…  ha fatto della sorgente una corrente, un fiume … La prodigiosa fecondità della Famiglia Salesiana ha avuto in Don Bosco l’origine, in Don Rua la continuità. Questo suo seguace ha servito l’Opera Salesiana nella sua virtualità espansiva, l’ha sviluppata con coerenza testuale, ma con sempre geniale novità … Che cosa c’insegna Don Rua? Ad essere dei continuatori… L’imitazione del discepolo non è passività, né servilità … L’educazione (è) arte che guida l’espansione logica, ma libera e originale delle qualità virtuali dell’allievo … Don Rua si qualifica come il primo continuatore dell’esempio e dell’opera di Don Bosco… Avvertiamo di avere davanti un atleta di attività apostolica, che (opera) sempre sullo stampo di Don Bosco, ma con dimensioni proprie e crescenti … Noi rendiamo gloria al Signore, che ha voluto… offrire alla sua fatica apostolica nuovi campi di lavoro pastorale, che l’impetuoso e disordinato sviluppo sociale ha aperto davanti alla civiltà cristiana». [56]

Nuovi campi di lavoro pastorale

A leggere anche solo rapidamente la quantità impressionante delle lettere di don Rua, delle sue circolari, i tomi che riassumono la sua opera di Successore di Don Bosco per 22 anni, si scopre in maniera imponente che ciò che afferma il Papa è vero: la sua fedeltà a Don Bosco non è statica, ma dinamica. Egli avverte davvero il fluire del tempo e delle necessità della gioventù, e senza paura dilata l’opera salesiana a nuovi campi di lavoro pastorale.

Tra gli operai e i figli degli operai

Negli ultimi decenni del 1800 e nei primi del 1900 le lotte sociali dei lavoratori delle fabbriche si moltiplicano dovunque. Le condizioni degli operai sono misere: orari micidiali, condizioni igieniche pessime, mutue e pensioni inesistenti. Sotto l’impulso di don Rua i Salesiani e le FMA danno vita a una fioritura di opere sociali: orfanotrofi, scuole professionali, scuole agricole, parrocchie di periferia con oratori per i figli delle famiglie operaie: oratori che vedono giocare sull’erba verde e pregare nelle cappelle, trecento, cinquecento, mille ragazzi. Don Rua ne è felice, ed esorta gli Ispettori ad avere un occhio di riguardo per queste ‘opere fondamentali di Don Bosco’.

Negli ultimi anni del secolo, Torino diventa la culla dolorosa del proletariato italiano. Nel maggio 1891 Leone XIII pubblica l’enciclica Rerum Novarum. In essa il Papa denuncia la situazione in cui “un piccolissimo numero di straricchi ha imposto uno stato di semi-schiavitù all’infinita moltitudine dei proletari” (RN 2). L’enciclica ha subito un forte impatto sul mondo cristiano, e don Rua sente che per i Salesiani è giunta l’ora di allargare e intensificare la loro azione sociale.

Nel 1892 si tiene a Torino Valsalice il 6° Capitolo Generale della Congregazione. Tra le questioni da trattare, don Rua pone l’applicazione pratica degli insegnamenti del Papa sulla questione operaia. I Salesiani si assumono l’impegno di introdurre nei programmi scolastici dei giovani alunni l’istruzione su capitale e lavoro, diritto di proprietà e di sciopero, salario, riposo, risparmio. Si suggerisce di sollecitare gli exallievi a iscriversi alle Società Operaie Cattoliche.

Tra i minatori in Svizzera

Nel 1898 viene dato inizio al traforo del Sempione tra Svizzera e Italia: una delle gallerie più lunghe del mondo, due trafori affiancati di 19.800 metri. Sul versante svizzero si forma una colonia di oltre duemila lavoratori italiani: piemontesi, lombardi, veneti e soprattutto abruzzesi e siciliani, con mogli e figli. Don Rua non esita a mandare tra quei lavoratori i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice. Vi si fermarono sette anni, cioè fino al termine dei lavori. Le notizie di come accudirono ai bisogni di quelle povere famiglie sono scarse: facevano del bene e nessuno aveva tempo di tenere la cronaca. Un deputato socialista, Gustavo Chiesi, un giorno andò a osservare la situazione. Vide cosa facevano i Salesiani e le Suore, il Circolo operaio che avevano fondato e che era il ritrovo più frequentato dagli italiani; mandò una corrispondenza pubblicata dal giornale Tempo di Milano. Vi si legge: “Abbiamo molto declamato intorno alle condizioni dei nostri operai al Sempione, molto abbiamo scritto e protestato. Ma nessuna azione pratica è stata esercitata finora a vantaggio di essi. Quel poco che è stato fatto finora lo hanno fatto i preti … In ogni occasione essi sono sempre i primi a fare, aiutare, alleviare le pene altrui. Così al Sempione, così dappertutto”.

Emigranti tra gli emigranti

Altre ondate ben più numerose di emigranti partivano dall’Italia per fuggire alla miseria delle terre del Sud. Per l’America del Nord e del Sud, nel decennio 1880-1890, secondo le statistiche dell’economista Clough, ogni anno emigravano in media 165 mila persone. Nella sola Argentina emigravano ogni anno 40 mila italiani. Nel decennio seguente la folla degli emigranti aumentò: si toccava e si superava il mezzo milione ogni anno. L’on. Giuseppe Toscano, alla Camera dei Deputati, riferendosi all’estrema povertà del Sud, nel 1878 aveva dichiarato: “Messo alla disperazione, il proletariato cosa volete che faccia? Non gli restano che due vie: la via del delitto e del brigantaggio o quella dell’emigrazione. Dodici anni dopo la situazione non era cambiata, e l’on. Vittorio E. Orlando, di Palermo, gridò nello stesso Parlamento che per i suoi conterranei il dilemma si riassumeva in due parole: “O emigranti, o briganti!”.

Don Rua, mentre copriva l’Italia di una ragnatela di opere per i giovani delle famiglie più modeste, mandò missionari salesiani nell’America del Nord nel 1897 e 1898. A New York, Paterson, Los Angeles, Troy i nostri confratelli si davano da fare per accogliere gli emigranti che non conoscevano la lingua, non sapevano dove alloggiare e trovar lavoro. Fianco a fianco delle eroiche suore di Madre Cabrini e di tanti altri missionari e missionarie, cercavano di aiutarli a sistemarsi, a iscriversi ai sindacati del popolo. Accoglievano i loro figli nelle scuole, assicuravano assistenza religiosa. Nello stesso tempo rafforzò e moltiplicò le presenze salesiane nell’America del Sud, che prosperavano sotto la guida di mons. Cagliero e del nuovo vescovo salesiano mons. Luigi Lasagna.

I Salesiani si affacciavano a continenti nuovi. Opere sociali, orfanotrofi, scuole professionali, parrocchie e oratori di periferia, si aprivano in terre lontanissime: Cape Town, Tunisi, Smirne, Costantinopoli. Nuove opere si aprirono a grappolo nell’Europa del nord e dell’ovest. Una delle conseguenze benefiche fu che le missioni salesiane poterono contare presto su confratelli di varie nazionalità. I polacchi emigranti a Buenos Aires potevano trovare un salesiano polacco a capo di un segretariato per loro; a Londra la colonia polacca disponeva di una chiesa ufficiata da un salesiano polacco; i tedeschi emigrati nella Pampa centrale o nel Cile vi trovarono salesiani tedeschi. A Oakland, in California, un intero quartiere di portoghesi era assistito da un salesiano portoghese.

Rischiare tutto il rischiabile come Don Bosco

L’intraprendenza apostolica spinse don Rua ad appoggiare le imprese più difficili. Con lo stesso coraggio di Don Bosco rischiò tutto il rischiabile per portare il Regno di Dio e l’amore di Maria Ausiliatrice dovunque.

In Palestina non ebbe esitazione ad accettare tra i Salesiani la ben radicata Famiglia religiosa di don Antonio Belloni, che si dedicava ai fanciulli più miseri. In Polonia non si oppose alla difficile e problematica personalità di don Bronislaw Markiewicz, che pareva volersi ribellare all’autorità dei Superiori, ma che oggi è venerato come beato e fondatore di una Congregazione che fa parte della Famiglia salesiana. In Colombia appoggiò l’apostolato nuovo, e per diverse persone imbarazzante, tra i lebbrosi di Agua de Dios, iniziato da don Unia e portato avanti da don Rabagliati e don Variara. Appoggiò don Balzola e don Malan che cercarono di addentrarsi tra gli indigeni Bororo del Mato Grosso in Brasile. Incoraggiò i difficilissimi tentativi di impiantare una missione tra gli indigeni Shuar dell’Ecuador. A Orano, in Algeria, dove molti fanciulli vagavano per le strade, mandò sette salesiani ad aprire oratorio e scuole.

Nel 1906 benedisse i primi salesiani che partivano per fondare missioni in India e in Cina, capeggiati questi ultimi dal giovanissimo don Versiglia, che oggi veneriamo come martire e santo. Era un inizio timidissimo, quasi temerario, ma ora l’opera di Don Bosco in India, in Cina e in tutta l’Asia desta la meraviglia di tutti.

Alla vigilia della sua ‘Messa d’oro’, preannunciata dal Bollettino Salesiano e pregustata da tutti i Salesiani, una grave infezione che lo tormentava da anni e lo aveva coperto di piaghe doloranti, gli stroncò la vita. Dio gli venne incontro nel mattino del 6 aprile 1910.

“Quella semplicità con cui cercava di accompagnare le sue opere”

Chi esplora anche solo gli ultimi vent’anni di vita di questo esile prete, ha l’impressione invincibile di una attività  instancabile e gigantesca. Veramente, come affermò Paolo VI nell’omelia di beatificazione, “non potremo mai dimenticare l’aspetto operativo di questo piccolo-grande uomo, tanto più che noi, non alieni dalla mentalità del nostro tempo, incline a misurare la statura d’un uomo dalla sua capacità di azione, avvertiamo di avere davanti un atleta di attività apostolica”.

Eppure tutta questa attività umana e spirituale, don Rua la compì nel silenzio e nell’umiltà. Tanto che il suo carissimo don Francesia, accingendosi a comporre la sua biografia, usando il ‘plurale di maestà’ che allora si usava dagli autori, scrisse: “Noi che solevamo vivere con lui, che lo sentivamo quasi ogni ora parlare, che trattavamo con lui come si suole con persona intima e confidente, trovavamo tutto naturale e senza distinzione. ‘Così, si diceva, farei io! così avrebbe fatto Don Bosco. Cosa c’è di straordinario? Non mi pare che ci sia nulla!’ Eppure, a pensarci su, si sarebbe dovuto dire che quella semplicità, con cui cercava di accompagnare le sue opere, quel dire continuamente ‘tutto per il Signore e null’altro che per  il Signore’, destava già in noi meraviglia, come formerà sempre  l’elogio più bello della laboriosa ed umile vita di Don Michele Rua”. [57]

 

Conclusione

Come conclusione, vorrei riprendere quanto vi ho scritto nella lettera del 24 giugno 2009, con il titolo “Ricordando Don Rua”. Vi dicevo che vogliamo vivere l’anno 2010 specialmente come un cammino spirituale e pastorale. Al fine di far fruttificare quest’anno dedicato al primo Successore di Don Bosco, segnalavo nella lettera “alcune attenzioni, da tenere presenti per le vostre progettazioni del prossimo anno, nei cammini personali, comunitari ed ispettoriali”.

La prima è quella di rafforzare il nostro essere discepoli fedeli di Gesù, modello di Don Bosco, riscoprendo le vie per custodire la fedeltà alla vocazione consacrata, con un invito concreto ad attingere alle sorgenti della vita del discepolo e dell’apostolo, alle fonti quotidiane della fedeltà vocazionale: la Sacra Scrittura mediante la “lectio divina” e l’Eucaristia nella celebrazione, nell’adorazione e nelle visite frequenti.

La seconda attenzione da avere è quella di assumere l’atteggiamento di don Rua che, inviato a Mirabello, compendiò i consigli ricevuti da Don Bosco in una sola espressione: “A Mirabello cercherò di essere Don Bosco”. E tutto Don Bosco si trova nelle nostre Costituzioni. Diventare Don Bosco, giorno dopo giorno, è esattamente ciò che ci indicano concretamente le Costituzioni. Mosso dalla particolare testimonianza del primo successore di Don Bosco, vi invito in questo anno, soprattutto in occasione degli Esercizi spirituali, a riscoprire l’importanza e lo spirito delle nostre Costituzioni salesiane ed a ripensare il vostro progetto personale di vita, con un particolare riferimento al capitolo quarto: quello riguardante la nostra missione e intitolato “inviati ai giovani”.

In terzo luogo, ricordando come don Rua, spinto dalla passione del Da mihi animas, diede un grande impulso alla missione salesiana, vi invitavo ad imitarlo nella sua dedizione a rispondere ai bisogni dei giovani ed a trovare le vie pastorali adatte per raggiungerli con l’annuncio del vangelo. Lo slancio apostolico di don Rua ci domanda, pertanto, di concretizzare durante quest’anno l’impegno di evangelizzazione dei giovani. Ce lo chiede il secondo nucleo del CG26; ce lo propone la Strenna del 2010, che ci invita a lasciarci coinvolgere nell’impegno evangelizzatore come Famiglia salesiana, di cui don Rua è stato un convinto promotore.

In quest’Anno Sacerdotale guardiamo tutti a don Rua anche come a modello per il salesiano prete. Riscopriamo e approfondiamo la sua identità, fatta di fervore spirituale e zelo pastorale nell’esercizio del ministero, connotata dalla esperienza della vita consacrata apostolica.

Lo Spirito di Cristo ci animi nel nostro cammino di rinnovamento pastorale e Maria Ausiliatrice ci sostenga nell’impegno apostolico.  Don Bosco, sempre, sia nostro modello e nostra guida.

Cordialmente nel Signore

Don Pascual Chávez Villanueva

 

Preghiera per impetrare la canonizzazione del Beato Michele Rua

Dio onnipotente e misericordioso,
tu hai posto sulle orme di San Giovanni Bosco
il Beato Michele Rua, che ne imitò gli esempi,
ne ereditò lo spirito e ne propagò le opere;
ora che con la beatificazione lo hai elevato alla gloria degli altari,
degnati di moltiplicare il suo patrocinio verso quanti lo invocano
e di affrettare la sua canonizzazione.

Te lo chiediamo per l’intercessione di Maria Ausiliatrice,
che egli amò e onorò con cuore di figlio,
e per la mediazione di Gesù Cristo nostro Signore.

Amen