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Questo è il mio corpo, che è per voi. Fate questo in memoria di me (1 Cor 11,24) Farsi Eucaristia

LETTERA DEL RETTOR MAGGIORE - ACG 398


Questo è il mio corpo, che è per voi. Fate questo in memoria di me” (1 Cor 11,24)

FARE L’EUCARISTIA PER FARSI EUCARISTIA
1. ‘FARE L’EUCARISTIA’ OGGI.
1.1 L’Eucaristia nel cammino recente della Chiesa.
1.2 L’Eucaristia nell’attuale cammino della Congregazione.
1.3 L’Eucaristia nella vita dei confratelli.
2. RICORDANDO L’ESPERIENZA DEI DISCEPOLI.
2.1 La prima defezione dei discepoli (Gv 6,66-71).
2.2 L’abbandono consumato dai Dodici (Mc 14, 17-31).
    2.2.1 Seguire Gesù non ci assicura di non tradirlo.
    2.2.2 Promettere molto a Gesù non ci libera dal rinnegarlo.
    2.2.3 L’alleanza, tradita appena istituita, va però ricordata.
2.3 Il gesto nell’ora di Gesù: amare fino all’estremo (Gv 13,1-20).
3. ‘FARSI EUCARISTIA’ OGGI.
3.1 La vita consacrata, “vita eucaristica”.
    3.1.1 La vita consacrata, “memoriale” mediante l’obbedienza.
    3.1.2 La vita consacrata, “sacrificio” attraverso la castità.
    3.1.3 La vita consacrata, “convito” attraverso la povertà.
3.2 Il salesiano, uomo dell’Eucaristia.
    3.2.1 Dalla celebrazione alla conformazione.
    3.2.2 Dalla conformazione all’adorazione.
    3.2.3 Dall’adorazione alla missione.
Conclusione.

Roma, 7 giugno 2007
Solennità del Corpo e del Sangue del Signore


Carissimi confratelli,

vi saluto con grande affetto, al mio rientro da Aparecida, Brasile, sede della Vª Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano e del Caribe, che ha visto la partecipazione di 13 Vescovi Salesiani e due FMA, oltre a quella del Rettore Maggiore. È stata un’esperienza ecclesiale straordinaria, di cui parlerò in altro momento. Per ora mi basta esprimere l’auspicio che questa grande assemblea possa dare speranza e vita ai popoli di quel continente, attraverso una Chiesa – e noi SDB in essa – che diventa discepola innamorata e fedele del Cristo e missionaria convinta e coraggiosa. Oggi preferisco parlarvi di un tema che mi sta molto a cuore e sul quale vengo riflettendo dall’anno scorso, l’Eucaristia.  

Sono pienamente cosciente che qualcuno di voi potrebbe pensare ridondante, se non superflua, una nuova lettera sull’Eucaristia. Non avete dimenticato, di sicuro, quella  che Don Vecchi scrisse sul tema nell’Anno Giubilare del 2000 “per riscoprire il mistero eucaristico e il suo significato nella nostra vita e nella nostra pastorale”. [1] Vi confido però che, già da qualche tempo sentivo urgenza di riprendere l’argomento e farvi presente le mie preoccupazioni. I motivi sono davvero pressanti.

 

1. ‘FARE L’EUCARISTIA’ OGGI

Impegnati come siamo nel “ritorno a Don Bosco”, nel recupero creativo delle sue geniali opzioni carismatiche, delle sue indovinate intuizioni pedagogiche, quanto vorrei che in Congregazione si vivesse – sempre meglio, sempre di più – dell’Eucaristia, celebrata con regolarità e riconoscenza, contemplata nell’adorazione personale e comunitaria! Come annunziare meglio la morte del Signore finché Egli venga, se non mangiando di questo pane e bevendo a questo calice, e diventando noi stessi “pane spezzato” per i confratelli e i giovani e “libagione”, perché essi abbiano vita in abbondanza? (cf. 1 Cor 11,26). Come portare con più efficacia i nostri giovani a conoscere il Dio che ci ha amati per primo (cf. 1 Gv 4,8-9.19) e senza limiti (cf. Gv 13,1)?

1.1    L’Eucaristia nel cammino recente della Chiesa

Fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, [2] il dono dell’Eucaristia, “sempre religiosamente custodito come preziosissimo tesoro”, [3] ha accompagnato e stimolato il cammino di rinnovamento che la Chiesa ha percorso dal Vaticano II fino ai nostri giorni. Difficilmente avrebbe potuto essere diversamente: “la celebrazione eucaristica è al centro del processo di crescita della Chiesa”; [4] “la Chiesa”, infatti, “vive dell’Eucaristia. Questa verità non esprime soltanto un´esperienza quotidiana di fede, ma racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa”. [5]

Non era ancora concluso il Concilio e già Paolo VI aveva pubblicato la lettera enciclica  Mysterium Fidei (3 settembre 1965) sulla dottrina e il culto della Santissima Eucaristia: “i Padri del Concilio” – scriveva il Papa – “niente hanno avuto più a cuore che esortare i fedeli affinché con integra fede e somma pietà partecipino attivamente alla celebrazione di questo Sacrosanto Mistero”. [6]

Ma è stato nel lungo magistero di Giovanni Paolo II dove si è registrata “una straordinaria concentrazione sul sacramento dell’Eucaristia”. [7] Nei primi anni del suo magistero scrisse la Lettera apostolica Dominicae Cenae (24 febbraio 1980), dove metteva in risalto “alcuni aspetti del mistero eucaristico e della sua incidenza nella vita di chi ne è il ministro”. [8] Più tardi, “per sottolinearne la presenza viva e salvifica nella Chiesa e nel mondo” Giovanni Paolo II volle che, in occasione del grande Giubileo, si tenesse a Roma un Congresso eucaristico internazionale: “il Duemila – si riprometteva – sarà un anno intensamente eucaristico” [9] . Tre anni dopo, nel 2003, nella sua Enciclica Ecclesia de Eucharistia (17 aprile 2003) ci tenne a ricordare che “lo sguardo della Chiesa è continuamente rivolto al suo Signore, presente nel Sacramento dell’Altare, nel quale essa scopre la piena manifestazione del suo immenso amore”. [10]   L’anno seguente, con la Lettera apostolica Mane nobiscum Domine  (7 ottobre 2004), Giovanni Paolo II indisse un intero anno in cui volle la Chiesa “particolarmente impegnata a vivere il mistero della Santa Eucaristia… sulla strada dei nostri interrogativi e delle nostre inquietudini, talvolta delle nostre cocenti delusioni”. [11] Il Congresso Eucaristico Internazionale, realizzatosi dal 10 al 17 ottobre 2004 a Guadalajara (Messico); l’Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: «L’Eucaristia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa», tenutasi in Vaticano dal 2 al 23 ottobre 2005; e la Giornata Mondiale della Gioventù, celebrata a Colonia, Germania, dal 16 al 21 agosto 2005, per fare dell’Eucaristia “il centro vitale” intorno a cui i giovani dovevano raccogliersi “per alimentare la loro fede ed il loro entusiasmo” [12] sono stati gli eventi che segnarono questo Anno dell’Eucaristia, con cui culminava un preciso percorso “nel solco del Concilio e del Giubileo”. [13]

Due di queste iniziative, “naturale sviluppo dell’indirizzo pastorale” che Giovanni Paolo II intese imprimere alla Chiesa all’inizio del Terzo Millennio [14] , sono state assunte di buon grado e portate a termine da Benedetto XVI.

Nella spianata di Marienfeld, durante la veglia del 20 agosto 2005, il Papa richiamava i giovani all’adorazione del mistero, prima di invitarli nella celebrazione eucaristica del giorno seguente a partecipare al mistero ed immedesimarsi in Cristo: “pane e vino – disse il Papa – diventano il suo Corpo e Sangue. A questo punto però la trasformazione non deve fermarsi, anzi è qui che deve cominciare appieno. Il Corpo e il Sangue di Cristo sono dati a noi affinché noi stessi veniamo trasformati a nostra volta. Noi stessi dobbiamo diventare Corpo di Cristo, consanguinei di Lui… L’adorazione […] diventa unione. Dio non è più soltanto di fronte a noi, come il Totalmente Altro. È dentro di noi, e noi siamo in Lui”. [15]

Benedetto XVI, che aveva presieduto di persona i momenti salienti dell’Assemblea sinodale, ha poi pubblicato l’Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007), per “riprendere la multiforme ricchezza di riflessioni e proposte emerse […] nell’intento di esplicitare alcune fondamentali linee di impegno, volte a destare nella Chiesa nuovo impulso e fervore eucaristico”. [16] Oltre ad accettare e citare espressamente tanti pregiati interventi dei Padri sinodali, il Papa ha voluto “porre la presente Esortazione in relazione con la sua [mia] prima Lettera enciclica Deus caritas est nella quale ha [ho] parlato più volte del sacramento dell’Eucaristia, per sottolineare il suo rapporto con l’amore cristiano, sia in riferimento a Dio che al prossimo: «Il Dio incarnato ci attrae tutti a sé. Da ciò si comprende come agape sia ora diventata anche un nome dell’Eucaristia: in essa l’agape di Dio viene a noi corporalmente per continuare il suo operare in noi e attraverso di noi» ”. [17]

Il cammino della Chiesa, in questi ultimi anni, in particolare a partire dell’anno Giubilare, “è stato indubbiamente caratterizzato in senso fortemente eucaristico” [18] Non avrebbe potuto essere altrimenti: “l’Eucaristia è Cristo che si dona a noi, edificandoci continuamente come suo corpo… L’Eucaristia, dunque, è costitutiva dell’essere e dell’agire della Chiesa”; [19] se è vero che “la Chiesa vive del Cristo eucaristico, da Lui è nutrita, da Lui è illuminata”, [20] è vero altrettanto che “grazie all’Eucaristia la Chiesa rinasce sempre di nuovo!” [21] La Chiesa non può rimanere fedele alle sue origini, né può crescere senza la celebrazione dell’Eucaristia: “quanto più viva è la fede eucaristica nel Popolo di Dio, tanto più profonda è la sua partecipazione alla vita ecclesiale”. In più, “ogni grande riforma è legata, in qualche modo, alla riscoperta della fede nella presenza eucaristica del Signore in mezzo al suo popolo”. [22]

1.2    L’Eucaristia nell’attuale cammino della Congregazione

“Anche per noi”, ci scriveva Don Vecchi anni fa, “il rinnovamento personale e comunitario, spirituale ed apostolico […] comprende la riscoperta convinta e gioiosa delle ricchezze che l’Eucaristia ci offre e delle responsabilità a cui ci chiama”. [23] Faccio proprie le sue parole e ve le ripropongo come compito inderogabile per assumere e realizzare il programma spirituale ed apostolico di Don Bosco che, mi auguro, ci assicurerà di “ritrovare l’origine del nostro carisma, il fine della nostra missione e il futuro della nostra Congregazione”. [24]

Nella lettera di convocazione del prossimo Capitolo Generale vi confidavo appunto di aver “maturato la convinzione che la Congregazione oggi ha bisogno di risvegliare il cuore di ogni confratello con la passione del ‘Da mihi animas’ e così riprendere “l’ispirazione, la motivazione e l’energia per rispondere alle attese di Dio e ai bisogni dei giovani”. [25] I nostri cuori si risveglieranno, solo se riusciranno davvero a sentire la passione di Dio per i suoi, anzi a sentirla insieme con Lui. E non c’è cammino più spedito ed efficace che la celebrazione eucaristica; poiché “l’Eucaristia non è solo fonte e culmine della vita della Chiesa; lo è anche della sua missione… Non possiamo accostarci alla Mensa eucaristica senza lasciarci trascinare nel movimento della missione che, prendendo avvio dal Cuore stesso di Dio, mira a raggiungere tutti gli uomini. Pertanto, è parte costitutiva della forma eucaristica dell’esistenza cristiana la tensione missionaria”. [26]

Senza vita eucaristica non c’è, dunque, vita apostolica. Don Bosco, “uomo eucaristico”, [27] è per noi paradigma esemplare, la prova decisiva: “egli promise a Dio che fin l’ultimo suo respiro sarebbe stato per i giovani. E fu veramente così. La partecipazione sacramentale al sacrificio di Cristo porta ad immedesimarci nei suoi sentimenti apostolici e nella sua generosa dedizione per le esigenze del Regno” Così scriveva Don Vecchi, aggiungendo: “l’elemento che più di ogni altro rivela fino a che punto il mistero eucaristico segna la vita di Don Bosco […] è il rapporto con la carità pastorale che egli ha espresso nel motto ‘Da mihi animas, cetera tolle’. Queste parole […] sono il proposito e il cammino di Don Bosco per configurarsi a Cristo, che offre al Padre la propria vita per la salvezza degli uomini”. [28] Come lui, il salesiano trae dall’Eucaristia “conforto e spinta per essere, anche nel nostro tempo, segno dell’amore gratuito e fecondo che Dio ha verso l’umanità”. [29] “Tenete pertanto gli occhi sempre fissi su Don Bosco – ci incoraggiava il compianto Giovanni Paolo II –. Egli viveva interamente in Dio e raccomandava l’unità delle comunità attorno all’Eucaristia”. [30]  

Se diventare missionari dei giovani, appassionati della loro salvezza, ci spinge a vivere eucaristicamente, l’essere consacrati a Dio, per Lui appassionati, ci obbliga a diventare uomini dell’Eucaristia per “coerenza eucaristica, a cui la nostra esistenza è oggettivamente chiamata”. [31] Ê facile da capire: “memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù come Verbo incarnato di fronte al Padre e di fronte ai fratelli”, [32] i consacrati  vivono per fare memoria sacramentale, quindi efficace, del sacrificio di Cristo o, ancora meglio, per essere memoria del Cristo che si sacrifica e continua a consegnarsi per noi e per gli altri attraverso noi. L’efficacia sacramentale della memoria eucaristica non si limita a ricordare la consegna pro nobis di Gesù; tende pure, e qui si gioca la sua reale efficacia, alla consegna della propria vita da parte di quelli che fanno memoria di Lui. Come tutti i battezzati, ma in modo più consono ed esigente, i religiosi, “partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la Vittima divina e se stessi con essa”; [33] ed è per mezzo di questa offerta di sé che diventano memoria viva di Cristo: la consegna della loro vita ripete, e proprio così ‘ricorda’, il sacrificio di Cristo. I consacrati vivono eucaristicamente non tanto se celebrano spesso l’Eucaristia, ma perché spendono la vita per gli altri.

Noi salesiani, in quanto consacrati che hanno scelto Cristo come unico senso della propria esistenza, non possiamo non desiderare di instaurare con Lui una comunione esistenziale più piena, quella appunto che si attualizza nel dono della propria vita. L’Eucaristia, celebrata nel sacramento quando riceviamo il dono del Corpo consegnato di Gesù e, soprattutto, celebrata con la vita ogni volta ci consegniamo in corpo e anima agli altri, “è viatico quotidiano e fonte della spiritualità del singolo e dell’Istituto. In essa ogni consacrato è chiamato a vivere il mistero pasquale di Cristo, unendosi con Lui nell’offerta della propria vita al Padre mediante lo Spirito”. [34]

Cari confratelli, non riesco a pensare a noi come salesiani consacrati se non riusciamo a trovare “nella celebrazione eucaristica e nell’adorazione la forza per la sequela radicale di Cristo obbediente, povero e casto”. [35] Come potremmo rispondere alla nostra vocazione, personale e comunitaria, se non viviamo dalla e per l’Eucaristia?

1.3    L’Eucaristia nella vita dei confratelli

Ho l’impressione, ve lo confesso un po’ impensierito, che tra noi non tutti sono riusciti a fare il cammino che la Chiesa e la Congregazione aspettavano da noi. Dallo studio delle relazioni delle visite straordinarie alle Ispettorie, come pure nelle mie visite d’animazione, sono venuto ad apprendere che c’è in Congregazione un certo deficit di vita eucaristica, anomala situazione per altro non nuova; Don Vecchi, infatti, l’aveva già identificata e descritta con accuratezza; [36] anche solo, ed è un esempio, guardando alla qualità delle nostre celebrazioni comunitarie, egli accennava “alla confusione, alle esaltazioni della spontaneità, alla fretta, alla sottovalutazione della gestualità e del linguaggio simbolico, alla ‘secolarizzazione della domenica’”. [37]

Se questa mia percezione fosse corretta, ci sarebbe motivo fondato di preoccupazione. Certo, questo stato non è esclusivo di noi, tocca l’intera comunità cristiana; lo manifestava con “profondo dolore”, Giovanni Paolo II, che scrisse appunto l’Enciclica Ecclesia de Eucharistia: per  “contribuire efficacemente a che vengano dissipate le ombre di dottrine e pratiche non accettabili, affinché l’Eucaristia continui a risplendere in tutto il fulgore del mistero”. [38] Ma nel nostro caso, una mancata o insufficiente vita eucaristica colpirebbe in pieno un elemento fondante del carisma e della pedagogia salesiana; chiamati come siamo “tutti e in ogni occasione a essere educatori alla fede […] camminiamo con i giovani per condurli alla persona del Signore risorto” (Cost. 34).

E ben sappiamo che per Don Bosco “la attrattiva e il desiderio dell’Eucaristia sono […] il posto dove è possibile scoprire la radicazione della fede e della carità, il gusto per le cose celesti e, conseguentemente, il grado di perfezione cristiana”. Gesù, soprattutto Gesù eucaristico, “domina la vita spirituale di Don Bosco e dell’ambiente che ha lui al centro […] È questo il Gesù con il quale Don Bosco stesso colloquia nella visita quotidiana, fatta al pomeriggio in chiesa; il Gesù davanti al quale colloca i suoi giovani in preghiera, quando si reca in città ad elemosinare per loro. Trattando con lui negli anni della vecchiaia, in cui non riesce più a controllarsi pienamente, Don Bosco tradisce il proprio affetto e le sue Messe sono bagnate di lagrime”. [39]

Da educatore, Don Bosco innalzò a “principio di pedagogia” [40] quella che era sua convinzione di fede ed esperienza personale: “la frequente confessione, la frequente comunione, la messa quotidiana sono le colonne che devono reggere un edificio educativo, da cui si vuole tener lontano la minaccia e la sferza”. E con accortezza educativa aggiungeva: “non mai obbligare i giovanetti alla frequenza de’ santi Sacramenti, ma soltanto incoraggiarli e porgere loro comodità di approfittarne”. [41] Questi principi di pedagogia eucaristica furono applicati a Valdocco “alla lettera” e coinvolsero “come indirizzo generale” l’intero sistema educativo. [42]

Il deficit di vita eucaristica che, a mio avviso, si può nascondere e crescere dietro una vita comunitaria regolare e una prassi apostolica a volte frenetica, si manifesta, basicamente, in primo luogo, con l’incapacità di fare della celebrazione dell’Eucaristia “l’atto centrale quotidiano di ogni comunità, vissuto come una festa” (Cost. 88) e, in secondo luogo, nell’assenza di quello “stupore per il mistero di Dio”, [43] che nasce nella assidua contemplazione del suo amore senza limiti svelato nel Cristo eucaristico, la cui presenza “nelle nostre case è per noi, figli di Don Bosco, motivo di frequenti incontri” (Cost. 88). Il mistero eucaristico, però, “non consente riduzioni né strumentalizzazioni; va vissuto nella sua integrità, sia nell’evento celebrativo, sia nell’intimo colloquio con Gesù appena ricevuto nella comunione, sia nel momento orante dell’adorazione eucaristica fuori della Messa. Allora la Chiesa viene saldamente edificata”. [44]

Determinare i sintomi del malessere non è ancora diagnosticare la sua vera causa. Personalmente sono convinto che le mancanze che emergono nella nostra prassi eucaristica sono insite, in certo senso, nell’essenza stessa del sacramento eucaristico ma crescono, e restano, nell’intimità del nostro cuore. “La possibilità per la Chiesa di «fare» l’Eucaristia è tutta radicata nella donazione che Cristo le ha fatto di se stesso […]. Così anche noi in ogni celebrazione confessiamo il primato del dono di Cristo […]. Egli è per l’eternità colui che ci ama per primo”. [45] Questa “precedenza, non solo cronologica ma anche ontologica”, dell’amore di Dio ci sconvolge. L’Eucaristia è mistero perché in essa ci è svelato tanto amore (cf. Gv 15,13), un amore così divino che, oltrepassando le nostre capacità, ci sopraffa e ci lascia sbalorditi. Anche se non sempre ne siamo consapevoli, di solito troviamo difficoltà a ricevere il dono dell’Eucaristia, l’amore di Dio reso manifesto nella consegna del corpo di Cristo (cf. Gv 3,16), che eccede la nostra capienza e sfida la nostra libertà; Dio è sempre più grande del nostro cuore ed arriva dove non possono i nostri migliori desideri.

E proprio perché danno per non possibile, non ragionevole, smisurata, una tale volontà di darsi di Dio, alcuni accumulano scuse per non riceverlo nella celebrazione sacramentale ed evitano di contemplarlo nel silenzio che adora. Un amore tanto estremo ci spaventa, svela la povertà radicale del nostro essere: il bisogno profondo di amare non ci lascia tempo, né energie, per lasciarci amare. E, così, preferiamo essere indaffarati, rifugiarci nel fare tanto per gli altri e dare loro tanto di noi, [46] e ci priviamo dello stupore di saperci tanto amati da Dio. Rendercene conto ci obbligherebbe a sentirci, e volerci, indebitati per sempre con Dio, del cui amore, adorato nella contemplazione e ricevuto nella comunione eucaristica, mai saremmo liberi.

 

2. RICORDANDO L’ESPERIENZA DEI DISCEPOLI

Non dobbiamo meravigliarci. Questa incapacità non è nuova; anzi, è connaturale a chi segue Gesù da vicino. Chi la sente – non chi la consente! – si conferma come vero discepolo, poiché solo la avverte chi riceve Cristo, in corpo e sangue, come dono inatteso, gratuito ed incomprensibile. Chi ci ha detto che accettare Cristo, pane di vita, è una cosa pacifica, che possiamo dare per scontata, che non richiede preparazione, che non porta delle conseguenze? Niente affatto! Non è questo la testimonianza del Nuovo Testamento.

2.1    La prima defezione dei discepoli (Gv 6,66-71) [47]

Ce lo ricorda il quarto vangelo. Quando Gesù, nella sinagoga di Cafarnao, si identificò come pane del cielo e offrì la sua carne come vero cibo e il suo sangue come vera bevanda (cf. Gv 6,55.59), “molti dei suoi discepoli”, per la prima volta, manifestarono pubblicamente la loro  incapacità di “digerire queste parole” (Gv 6,60).

Nel vangelo di Giovanni, non dimentichiamolo, i discepoli incominciano a seguire un Gesù che passava, avvertiti dal Battista ed incuriositi sul luogo della sua dimora (Gv 1,35-38); non furono chiamati personalmente da Gesù (cf. Mc 1,16-20), furono essi a voler fermarsi presso di lui (Gv 1, 39). Cominciarono a credere in lui solo quando, mancato il vino durante uno sposalizio a Cana di Galilea, Gesù intervenne a procurarlo in abbondanza agli invitati (Gv 2,1-11). Tuttavia quella fede, nata in un banchetto, morì quando fu annunziato un altro, nuovo e stupendo convito, in cui Gesù non sarebbe più padrone di casa né commensale, ma cibo e bevanda a tavola. Gesù si rivela non tanto come qualcuno che dà da mangiare, ma come uno che si dà a mangiare (Gv 6,55-56).

Questa sorprendente promessa Gesù fece dopo aver sfamato un’ingente folla, “cinquemila uomini circa” (Gv 6,10), presentandosi, il giorno dopo, come “il pane della vita” (Gv 6,35), proprio perché, se mangiato, farà vivere per sempre (Gv 6,58). All’incredulità della gente si aggiunse lo scandalo dei discepoli e la diserzione di molti. [48] Per la prima volta, purtroppo non ultima, Gesù, pane del cielo, provocò dissenso tra i suoi e l’abbandono di tanti: la fedeltà dei seguaci fu messa alla prova quando Gesù annunziò loro la donazione del suo corpo come cibo vero e del suo sangue come vera bevanda. I discepoli, che avevano visto Gesù moltiplicare il pane (Gv 6,9.13) e camminare sul mare (Gv 6,19), non potevano capire che la vita eterna si raggiungesse alimentandosi della sua carne. Così, mentre Gesù annunzia la consegna di se stesso, i discepoli mormorano (Gv 6,61) e una maggioranza si tira indietro (Gv 6,66).

Casuale? No, assolutamente! Questo discorso (Gv 6,60a), l’offerta di sé, fu – e rimane – un vero ostacolo, pietra di scandalo, per i più intimi. Al discepolo sempre diventerà più facile seguire Gesù che mangiarlo; gli sarà più digeribile accompagnarlo che averlo come cibo. Non bastò al discepolo allora, e non basterà mai, seguire il Maestro; egli dovrà alimentarsi  della sua parola e del suo corpo. Che Gesù offra il suo corpo come vero alimento di vita è duro, inaccettabile (Gv 6, 51-58), sì da mettere alla prova la nostra capacità d’ascolto.

Afferma l’evangelista che Gesù conosceva fin dall’inizio l’incapacità alla fede di molti dei suoi discepoli (Gv 6,60.66). La delusione personale del discepolo, consumata da molti, prima nell’abbandono e poi nel tradimento, è spiegata da Gesù teologicamente. L’enigma dell’infedeltà del discepolo riceve così una risposta paradossale: non crede chi vuole, ma colui cui è dato di credere; la fede e la fedeltà sono effetto della grazia di Dio (Gv 6,64-65). E più scandaloso ancora: la mera permanenza con Gesù, la convivenza con lui, non basterà; infatti, l’evangelista ci ricorda che, tra coloro che restarono con Gesù, c’era pure il traditore. E Gesù lo sapeva (Gv 6,64; cf. 13,27): chi non gli è stato consegnato dal Padre (Gv 6,65), lo consegnerà (Gv 6,70-71). L’elezione personale da parte di Gesù non costituisce ancora una salvaguardia contro la defezione.

Ma dove si è consumato l’abbandono, là può saldarsi la fedeltà. I discepoli saranno incapaci di comprendere e di restare fedeli, se continuano ad afferrarsi alle proprie evidenze, alle apparenze superficiali; crederanno, invece, quelli ai quali  “è stato concesso dal Padre” (Gv 6,65): non potranno sentirsi attratti da Gesù, né diventare suoi commensali coloro che non sono stati condotti a lui da Dio. Accogliere Cristo come pane donato è dono del Padre; e solo quel credente che sa d’essere dono di Dio a Cristo potrà mangiare il corpo di Cristo e bere il suo sangue senza mettere a rischio la propria vita.

La grazia della fedeltà è stata concessa ad alcuni pochi, i dodici, [49] che rimangono. Il loro portavoce, Simone Pietro, riconosce che non sanno dove andare; rimangono perché – ecco il motivo autentico della fede – solo Gesù ha parole di vita, solo Lui promette vita senza fine (Gv 6,68). “Abbiamo creduto e abbiamo conosciuto” (Gv 6,69), dice a nome di tutti; perché conoscere Gesù è simultaneo al credere in lui: lo si conosce credendo, fidandosi di lui; e solo chi si fida, resta fedele. La fedeltà non fiorisce sulla propria buona volontà, né sui migliori desideri; nasce dal volere di Dio, che ci ha amati, sempre, per primo. La fedeltà diventa possibile solo se si riceve come grazia.

2.2    L’abbandono consumato dai Dodici (Mc 14,17-31) [50]

Una fedeltà promessa non è ancora fedeltà provata. A Cafarnao i Dodici scelsero di restare con Gesù; ma, anche se avvertiti durante l’ultima cena, al Getsemani “tutti, abbandonandolo, fuggirono” (Mc 14,50). Si erano impegnati a rimanere con chi si era offerto loro come pane di vita; ma quando Gesù fece realtà la sua promessa (Mc 14,22-25), dovette preannunciare il tradimento da parte di uno (Mc 14,17-21), il rinnegamento di un secondo (Mc 14,29-30) e lo scandalo e la fuga di tutti gli altri (Mc 14,26-27).

È realmente tragico, e in questo tutti i quattro vangeli sono concordi, che l’ infedeltà dei discepoli, il suo preannuncio (Mc 14,17-21; Mt 26,20-25; Lc 22,14.21-23; Gv 13,21-30) e il suo compimento (Mc 14,26-42; Mt 26,30-46; Lc 22,33-34.40-46; Gv 13,37-38), abbiano come contesto un pasto con Gesù, l’ultima cena (Mc 14,22-25; Mt 26,26-29; Lc 22,15-20), dove Gesù mise in atto la sua promessa di consegnarsi come pane e vivo (Mc 14,22.24). L’annuncio del tradimento in simile contesto, oltre ad unire morte di Gesù ed Eucaristia, dono della vita e del pane di vita, fa sì che la consegna di sé sulla croce sia l’ultimo, e il più difficile, degli scandali cui i discepoli dovranno far fronte. Durante l’ultima cena, la prima Eucaristia, la tenebra era ancora nel cuore dei discepoli: solo l’ora della croce dissiperà la notte (Gv 13,1.27).

2.2.1   Seguire Gesù non ci assicura di non tradirlo

Marco, il primo cronista della passione e morte di Gesù, narra il tradimento di Giuda in tre scene scandite lungo il racconto dell’ultimo giorno di Gesù, prima della sua morte (Mc 14,1-72). Con sorprendente neutralità, il narratore mostra la decisa volontà di Giuda di consegnare Gesù alle autorità e l’impegno risoluto di Gesù di consegnare se stesso. Il piano è concepito da “Giuda Iscariota, uno dei Dodici”, che si offre ai sommi sacerdoti “per consegnare loro Gesù… e cercava l’occasione opportuna per consegnarlo” (Mc 14,10). Gesù, “mentre erano a mensa e mangiavano” (Mc 14,18), prima ancora di istituire l’Eucaristia (Mc 14,22-25), svela il prossimo tradimento e il traditore. Al Getsemani poi, in piena notte, Giuda si presenterà con “una folla con spade e bastoni” e paradossalmente tradirà Gesù con un bacio, come se fosse suo amico (Mc 14,43-49).

Né l’impegno preso di tradire Gesù fa che Giuda rinunci a prendere posto a tavola con Gesù, né l’essere commensale accanto a lui  (Mc 14,18) e aver intinto la mano nel piatto unico (Mt 14,20) fa che egli desista dal suo proposito (Mc 14,45-46). Stupisce perciò che mentre Giuda si prepara a consegnare Gesù, Gesù consegna se stesso ai suoi nel pane spezzato e nel vino versato. Se la presenza alla prima celebrazione della cena eucaristica non salvò Giuda dalla fellonia di tradire il suo Maestro, la presenza del traditore non impedì a Gesù di consegnarsi per tutti. E questo vuol dire che, oggi come ieri, si può partecipare all’Eucaristia e nel contempo alimentare nel cuore slealtà e malafede. Anche Giuda aveva lasciato tutto, un giorno, per essere con Gesù (cf. Mc 3,13); ma dopo finì per lasciarlo nelle mani dei nemici per denaro (Mc 14,11).

Ma forse peggio ancora che il tradimento da parte di uno è l’insicurezza di tutti: gli altri discepoli, superata la sorpresa iniziale, sono tanto incerti della loro fedeltà da chiedere a Gesù, uno dopo l’altro, se fosse lui l’annunciato traditore: “Sono forse io?” ((Mc 14,19). Nell’ultima cena tutti ricevono il pane che è suo corpo e il vino che è sangue della nuova alleanza (Mc 14, 22-23); uno di loro però continua a pensare a tradire Gesù e gli altri non sono sicuri di restargli fedeli.

Questo brano del vangelo di Marco è veramente sconvolgente, e non solo perché ci narra quanto è accaduto tra Gesù e i suoi amici, ma soprattutto perché resta attuale anche oggi. Essere stato eletto personalmente come compagno da Gesù (Mc 3,13), diventare commensale a tavola dove Gesù serve un pane che è suo corpo, non è garanzia di fedeltà. I Dodici, quelli che erano rimasti con Gesù perché aveva parole di vita (Gv 6,68), crollarono tutti in quella notte dell’ultima cena. Ci chiediamo: come mai essere con lui non è sufficiente per restare con lui? Come mai mangiare con lui non basta per rimanere fedeli? 

2.2.2   Promettere molto a Gesù non ci libera dal rinnegarlo

Non basta nemmeno la promessa espressione di un amore entusiasta, autentico sì ma immaturo. In effetti, subito dopo aver finito di mangiare, istituita ormai l’Eucaristia, nel cammino verso il monte degli Ulivi, Gesù annunziò che Pietro lo avrebbe rinnegato per ben tre volte (Mc 14,26-31); Pietro, però, lo negava con insistenza, e “lo stesso dicevano anche tutti gli altri” (Mc 14,31). Da una parte Gesù vuole prevenirli, ma dall’altra parte essi si ostinano nel dichiarare la loro disponibilità, persino, a morire con il Maestro. La cosa più drammatica è che chi ha promesso di più, di più rinnegherà.

Pietro, che non parla qui da portavoce dei Dodici, ribadisce il suo personale attaccamento a Gesù: “anche se tutti…, io no” (Mc 14,29). Forte di sé, crede di poter promettere fedeltà, convertendo la sua sicurezza in temerità; ama tanto il suo Signore, da non voler ascoltare ed accogliere le sue predizioni: “anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò” (Mc 14,31). Non si oppone alla morte già annunziata di Gesù (Mc 8,32), anzi, si dice disposto a morire accanto a lui. Difficilmente si potrebbe pensare maggiore amore (cf. Gv 15,13) e fedeltà;  ma proprio così è messa in evidenza la distanza che li separa. Gesù sa che Pietro lo rinnegherà ripetute volte; Pietro ripetutamente rifiuta di accettare questa avvertenza. Il discepolo che promette fedeltà dovrebbe ricordare Pietro: la fedeltà è frutto non delle promesse ma della grazia, perché è la prova dell’amore sino all’estremo.

Con magistrale destrezza, Marco mette in controluce le negazioni di Pietro nel cortile con la confessione di Gesù davanti al sinedrio: in confronto con Gesù, che mette a rischio la sua vita, Pietro nega tutto per salvarla (Mc 14,50-52). L’unico discepolo che ancora inseguiva Gesù non riesce ad affrontare le domande di alcuni servi. Pietro, l’unico che si è negato ad abbandonare Gesù, finirà per negare di essere stato suo seguace. Pietro personifica così quei discepoli che rinnegano il proprio Signore pur di non rinnegare se stessi (cf. Mc 8,34): un atteggiamento tutt’altro che eucaristico!

2.2.3   L’alleanza, tradita appena istituita, va però ricordata

Il corpo consegnato e il sangue versato di Gesù suggellano l’alleanza e annunziano il regno di Dio (Mc 14,24-25). L’alleanza instaurata nella cena non si circoscrive a quelli che l’hanno appena sancita. Il sacrificio di Gesù è per molti (Mc 14,24; Mt 26,28). I Dodici sono stati i primi, ma non saranno gli unici.

Raccontando l’istituzione dell’Eucaristia, la tradizione evangelica non ha voluto tacere, per nostro avvertimento, che tutti quelli che mangiarono e bevvero a tavola con Gesù nell’ultima cena l’abbandonarono subito dopo (Mc 14,27.50). Essere stati degni di ricevere per primi il corpo e il sangue del loro Signore non rese loro tanto fedeli.

Il cammino di Gesù verso il calvario inizia non quando i nemici lo catturano, ma quando i discepoli lo abbandonano. La prossimità della croce svelò la debolezza dei discepoli e la povertà dei loro motivi nel seguire Gesù. Nessuno può seguire Gesù e dare la vita per lui, se Gesù non ha consegnato la sua per loro. Questo non lo sapevano i Dodici che mangiarono con Gesù, quando si diede a loro nel pane e nel vino; ma potranno ricordare, morto e risorto Gesù, che consegnare la vita per Lui è il compito di chi l’ha ricevuta nella mensa eucaristica.

Questa è, appunto, la “memoria” da fare (1 Cor 11,24), il ricordo di Gesù da ravvivare continuamente fino a quando Lui ritornerà (1 Cor 11,26). E fare memoria non è questione di libera elezione; è stato un preciso mandato di Gesù, trasmesso, prima di consegnarsi, a quelli che mangiavano con lui. Pur sapendo Gesù che i suoi discepoli non sarebbero stati fedeli, nondimeno li obbligò a fare memoria di lui e del suo gesto. Curioso, quanto meno, questo comportamento di Gesù! Non aspetta che i discepoli restino fedeli per comandare loro di fare memoria di lui. Ma questo pure è grazia: per fare l’Eucaristia non c’è bisogno di essere perfetti, basta sentirsi amati da Gesù fino all’estremo.

2.3   Il gesto dell’ora di Gesù: amare fino all’estremo (Gv 13,1-20) [51]

Di nuovo è il quarto vangelo che ci offre la risposta. È ben noto il fatto, singolare e ancora non ben spiegato, che Giovanni non ha trasmesso le parole dell’istituzione della cena nel suo racconto della passione di Gesù e ha preferito centrarsi nell’adempimento dell’ora di Gesù e del suo amore estremo  (Gv 13,1) “dando preminenza alla relazione del singolo credente con Gesù Cristo”, [52] una relazione che viene esemplificata nel gesto che compie il Maestro di lavare i piedi ai suoi discepoli “mentre cenavano” (Gv 13,2). L’evangelista rivela così “il senso dell’istituzione della Santa Eucaristia […]. Gesù si china per lavare i piedi dei suoi discepoli come segno del suo amore che arriva fino all’estremo. Questo gesto profetico anticipa la spogliazione di sé fino alla morte in croce”. [53]

La mossa di Gesù, inaspettata e sorprendente, [54] solo da lui può essere spiegata (Gv 13,6-20); ed egli lo fa, prima ancora di effettuare la lavanda dei piedi, in dialogo con Pietro (Gv 13,6-11) e poi da maestro, seduto di nuovo a tavola, istruendo tutti i discepoli (Gv 13,12-20). Secondo Gesù, il gesto simboleggia il totale dono di sé, l’amore estremo ai suoi, [55] giunta ormai l’ora del passaggio da questo al mondo al Padre (Gv 13,1). L’amore ai suoi conclude la sua vita, poiché la consegna; la vita donata prova il suo amore senza limite. La lavanda dei piedi non è altro che figura e segno di questo amore ultimo (Gv 13,5). E infatti, l’azione di Gesù, prima ancora di essere narrata (Gv 13,4-5), è già stata definita un atto concreto di amore (Gv 13,1), di fedeltà estrema (cf. Gv 10,17-18).

Con un umile atto di servizio reso ai suoi, Gesù costituisce la comunità dei discepoli [56] : chi vorrà avere parte con lui dovrà lasciarsi servire da signore per il suo Signore (Gv 13,9.14). La “comunione con Cristo”, che si realizza nel benedire il calice e nello spezzare il pane (1 Cor 10,16), è presentata ora come un “aver parte” con lui (Gv 13,8); il prezzo da pagare è, appunto, di lasciarsi servire dallo stesso Maestro e Signore. Le obiezioni di Pietro sono più che ragionevoli (Gv 13,8), anche se continua a non capire ed a pensare in modo umano (Gv 13,7; cf. Gv 7,24; 8,15). Egli cerca di rifiutare un gesto improprio, che umilia il suo Signore (Gv 13,6) e che è contrario all’immagine, e ai desideri, che alimenta per lui (cf. Mt 16,22). Ma chi non si lascia servire fino a questo modo estremo – assicura Gesù – rischia di non condividere la sua sorte (Gv 13,8). Il discepolo accede all’eredità del suo Signore solo se permette di essere da lui servito.

Che Gesù parli sul serio a Pietro diventa evidente da quanto aggiunge: si può essere lavati, ma non purificati (Gv 13,10; cf. 1 Cor 11,26); si può mangiare con Gesù e levare il calcagno contro di lui (Gv 13,18). La purificazione non è automatica, si deve accettare, anche se viene realizzata come una umiliante lavanda di piedi. Chi non si lascia purificare da Gesù servo, chi non lo accoglie come lui è, come vuole diventare per noi (Gv 13,20), non merita di restare con lui e sarà escluso dalla comunità dei credenti (Gv 13,27-30). Il traditore resta impuro, perché incredulo, ed è incredulo perché non accetta Gesù come dono (Gv 13,11; 6,64.70.71). Chi non si lasciò servire da Gesù non restò a lungo in comunità; anzi, continuò a mangiare bocconi dalla mano di Gesù, ma satana fu il suo alimento (Gv 13,26-27a; cf. Lc 22,3)! Solo chi permette a Cristo di donarsi nel pane eucaristico, solo chi si lascia servire dal suo Signore, sarà suo compagno, non già a tavola, ma per tutta la vita. Non è casuale che solo dopo che Giuda uscì dal cenacolo, Gesù si ‘sentisse nella gloria’ (Gv 13,31) e comandasse ai suoi di amarsi come lui li aveva amati (Gv 13,34-35). Gesù ha dato il comando dell’amore a coloro che si sono lasciati amare fino all’estremo.        

“Lavati i loro piedi e riprese le vesti” (Gv 13,12a), Gesù si siede, ricupera la sua autorità, e si mette ad insegnare ai discepoli. Il gesto da lui compiuto non deve restare eccezionale:  è modello di condotta, norma di comportamento tra loro (Gv 13,12b-14). Gesù non vuole che rimanga un bel ricordo, esige che si trasformi in legge dell’esistenza cristiana. Il gesto è più che un segno, è una dimostrazione del nuovo modo di vivere in comune il discepolato di Gesù: chi comanda in essa serve tutti (Gv 13,15; 1 Gv 3,16).

Chi si sa servo non può sognare di diventare padrone; chi è consapevole di essere mandato non può evitare di lasciarsi mandare; il servizio vicendevole non è opzione libera, è norma obbligatoria di comportamento per gli inviati di Cristo (Gv 13,16). L’adempimento del servizio fraterno è, in più, la gioia del cristiano, la sua beatitudine (Gv 13,17). È notevole che la prima beatitudine giovannea (cf. Gv 20,29) sia vincolata ad un fare come Gesù. Il gesto singolare si deve convertire in pratica abituale; proprio perché non è esempio da imitare, ma un dono da accogliere. Il come dell’azione di Gesù fonda l’imposizione: la persona di Gesù, un suo gesto, è la norma da seguire nelle relazioni interpersonali in comunità. Una comunità che è nata da un atto di servizio di Gesù non può mantenersi in vita se non si ripete in essa questo servizio. [57]

E così, il “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19; 1 Cor 11,24), l’anamnesi eucaristica di obbligata esecuzione nella Chiesa, diventa in Giovanni un “fate anche voi come me”  (Gv 13,14-15). Il gesto ‘eucaristico’ da ripetere dalle comunità cristiane sarà sempre la consegna della propria vita fino in fondo, sino all’ultimo, ricordato sia nello spezzare del pane sia nel servizio ai fratelli. Perché, allora, – oserei domandare - la lavanda dei piedi non è riuscita a diventare memoria eucaristica del Signore Gesù finché lui ritorni? Il servizio ai fratelli è, pure, modo efficace di fare memoria di Cristo. Vivere servendo i fratelli deve costituire l’altra forma fattiva di ricordare Cristo eucaristico.

 

3. ‘FARSI EUCARISTIA’ OGGI

Ripartire da Cristo, il programma spirituale per la Chiesa del Terzo Millennio, [58] deve essere al “centro di ogni progetto personale e comunitario”, ricordava ai religiosi Giovanni Paolo II, e aggiungeva: “incontratelo e contemplatelo in modo speciale nell’Eucaristia, celebrata e adorata ogni giorno, come fonte e culmine dell’esistenza e dell’azione apostolica”. [59] Non gli mancavano ragioni. Oltre ad “aderire sempre di più a Cristo”, ripartire da lui “significa proclamare che la vita consacrata è […] ‘memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù’”. [60]

Ebbene, ve lo ripeto, non c’è nessuna altra memoria di Cristo tanto efficace come quella eucaristica: solo essa fa presente il Cristo ricordato. È vero, “nella celebrazione eucaristica e nell’adorazione” noi consacrati, troviamo “la forza per la sequela radicale di Cristo”. Ma non solo; il mistero dell’Eucaristia, “viatico quotidiano e fonte di spiritualità del singolo e dell’Istituto”, [61] “ci attira nell’atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione”. [62] Fare l’eucaristia ci richiama a “vivere il mistero pasquale di Cristo, unendoci con Lui nell’offerta della nostra propria vita”; siamo cioè invitati a immedesimarci con Lui, facendo con la propria vita consegnata memoria vivente del Cristo. “Infatti, partecipando al Sacrificio della Croce, il cristiano comunica con l’amore di donazione di Cristo ed è abilitato e impegnato a vivere questa stessa carità in tutti i suoi atteggiamenti e comportamenti di vita”. [63] Don Bosco lo esprimeva con quelle parole a noi tanto care: «Io per voi studio, lavoro, mi santifico». In definitiva, “nel ‘culto’ stesso, nella comunione eucaristica è contenuto l’essere amati e l’amare a propria volta gli altri. Un’Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata”. [64]

“«Farsi eucaristia», cioè dono d’amore per gli altri”, [65] è, appunto, “il contributo essenziale che la Chiesa si aspetta” [66] da noi. Non ci sarà possibile dare questo contributo alla Chiesa, se non viviamo facendo l’eucaristia e facendoci eucaristia; l’Eucaristia è, infatti,  “all’origine di ogni forma di santità […]. Quanti santi hanno reso autentica la propria vita grazie alla loro pietà eucaristica!”, [67] tra cui, ben lo sappiamo, pure Don Bosco.

Per meglio animarvi a ripartire da Cristo Eucaristia nel cammino verso la nostra santità, “il nostro compito essenziale”, [68] “il dono più prezioso che possiamo offrire ai giovani” (Cost. 25), permettetemi un’ulteriore riflessione sull’essenza della vita consacrata ed una esistenza eucaristica.

La vita consacrata incontra la sua identità quando rispecchia nelle sue opere la memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù. Se è tipico della persona consacrata vivere questi valori evangelici nella stessa forma nella quale li visse Gesù, è bene sottolineare che questo Gesù, morto e risorto, lo incontriamo vivo e presente nell’Eucaristia: quindi “l’Eucaristia sta per sua natura, al centro della vita consacrata, personale e comunitaria”. [69] Di più, potremmo dire che la vita consacrata ha una forma di essere pienamente eucaristica, se vuole restare coerente con se stessa. Nell’Eucaristia, infatti, i consacrati incontrano il proprio modello e la perfetta realizzazione delle esigenze fondamentali della loro vita.

3.1    La vita consacrata, “vita eucaristica”

“In questo quadro” (quello della spiritualità eucaristica e della vita quotidiana)   – e cito una proposizione, la 39ª, del recente Sinodo sull’Eucaristia –  “risplende la testimonianza profetica delle consacrate e dei consacrati che trovano nella celebrazione eucaristica e nell’adorazione la forza per una sequela radicale di Cristo, obbediente, casto e povero. La vita consacrata ha qui la sorgente della contemplazione, la luce per l’azione apostolica e missionaria, il senso ultimo del proprio impegno con i poveri e gli emarginati e la caparra della realtà del Regno”.

Questa menzione sinodale all’Eucaristia non allude, innanzitutto, al Sacramento in se stesso, né si riferisce solo alla sua celebrazione liturgica, ma al fatto che in essa troviamo, vivo e presente, Gesù Cristo, precisamente nella sua esistenza nel Mistero Pasquale. In questo senso si comprende perfettamente l’affermazione di Giovanni Paolo II che l’Eucaristia di Cristo “non è un dono, pur prezioso tra tanti altri, ma il dono per eccellenza, perché dono di sé”. [70]

Seguendo il suggerimento del Sinodo, vi invito dunque a contemplare gli elementi fondamentali della vita consacrata in chiave eucaristica, attraverso un’immagine, allo stesso tempo semplice e suggestiva: il cuore. La professione dei consigli evangelici, come cuore della vita consacrata, batte al doppio movimento della fraternità (sistole) e della missione (diastole), vissuti entrambi secondo i diversi carismi. Mi sembra di incontrare, in effetti, una somiglianza molto profonda e significativa tra le grandi dimensioni dell’Eucaristia, come “cuore della vita ecclesiale”, [71] e questo ‘cuore’ della vita consacrata che costituisce la professione dei consigli evangelici. Come afferma Giovanni Paolo II, “l’Eucaristia è allo stesso tempo e inseparabilmente, il memoriale del sacrificio nel quale si perpetua il sacrificio della Croce e il sacro banchetto della comunione al Corpo ed al Sangue del Signore”. [72]

3.1.1   La vita consacrata, “memoriale” mediante l’obbedienza

Memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù”, la vita consacrata “è vivente tradizione della vita e del messaggio del Salvatore”. [73]

La categoria del “memoriale”, sappiamo bene, non indica una “ripetizione” dell’evento, né si limita semplicemente a “ricordarlo”, ma lo fa presente ed attuale. La nostra mentalità occidentale accetta con difficoltà questa attualizzazione di un evento, anche se essa risulti fondamentale per comprendere il senso della festa nelle culture tradizionali. [74]

Descrivere il memoriale come “attualizzazione dell’evento” può prestarsi ad una certa comprensione “mitica”, come se la storia della salvezza non fosse formata da eventi unici ed irripetibili, inclusa la morte del Signore (cf. Ebr 7,27; 9,12; 10,10). Sarebbe preferibile parlare, più che di un “avvenimento che si attualizza”, della presenza viva, reale, del protagonista di questo evento, Gesù Cristo, morto e risorto. La vita consacrata solo può essere memoriale di Gesù Cristo se continua a far presente, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, la stessa forma di vita. E questo, precisamente, costituisce il nucleo dell’obbedienza consacrata e che Don Bosco esprimeva con la sua rinomata frase; “Io sono sempre sacerdote…”.

Una lettura attenta dell’Esortazione apostolica Vita Consecrata scopre che il fulcro e il centro dei consigli evangelici è collocato nell’obbedienza: questo non fa altro che riflettere la testimonianza della tradizione biblica. Nell’AT incontriamo l’obbedienza come principale espressione della fede: i grandi credenti sono, di conseguenza, grandi obbedienti. Alla soglia del NT incontriamo Maria, Colei che credette ed accettò pienamente di collaborare con Dio nel suo progetto di salvezza. E soprattutto, l’intera vita di Gesù, fin dalla sua incarnazione (cf. Ebr 10, 5.7; Gv 6,38), la sua missione (cf. Mc 1, 38; Lc 4, 43, Gv 4, 34), e, soprattutto, la sua passione (cf. Mc 14, 36; Gv 12,27-28; Ebr 5, 7-9) è un cammino continuo di perfetta obbedienza. [75]

In più, secondo Vita Consecrata, tanto la verginità quanto la povertà sono, in un certo modo, la conseguenza dell’obbedienza: “Egli è l’obbediente per eccellenza (...). È in tale atteggiamento di docilità al Padre che, pur approfondendo e difendendo la dignità e la santità della vita matrimoniale, Cristo assume la forma di vita verginale e rivela così il pregio sublime e la misteriosa fecondità spirituale della verginità. La sua piena adesione al disegno del Padre si manifesta anche nel distacco dai beni terreni (...). La profondità della sua povertà si rivela nella perfetta oblazione di tutto ciò che è suo al Padre”. [76]

L’elemento memoriale non si riduce semplicemente alla celebrazione liturgica nella quale si ripetono le parole di Gesù “Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi” e, dunque, non consiste nel rifare sacramentalmente un evento che è accaduto una volta per tutte, ma nel renderlo presente nell’Eucaristia (“fare eucaristia”) e nel diventare memoria vivente del suo modo di essere e di agire (“farsi eucaristia”). Questo prolungamento della consegna totale del Cristo nella vita di ognuno dei consacrati si compie attraverso il voto di obbedienza. Il voto di obbedienza è il voto che meglio esprime questa totale appartenenza a Dio, questa totale consegna a Dio fino al punto di non avere altra cosa da fare che identificarsi con la volontà del Padre. E allora la spiritualità eucaristica non è soltanto celebrare con decoro, con devozione l’ Eucaristia. Si deve tradurre in una vita di obbedienza, lì dove davvero si fa il memoriale di Cristo e diventiamo una memoria vivente sua.

3.1.2. La vita consacrata, “sacrificio” attraverso la castità

La seconda grande dimensione dell’Eucaristia è il sacrificio. Non è qui il caso di entrare nella discussione se la riforma postconciliare abbia oscurato, o addirittura emarginato, il carattere sacrificale della celebrazione eucaristica. [77] I testimoni biblici, sia nella tradizione sinottica sia in quella paolina, sono concordi nell’attestare che

  • Gesù stabilì un parallelo tra il pane spezzato e il proprio corpo (Mc 14, 22; Mt 26,26: Lc 22,19; 1 Cor 11, 24).
  • Gesù definì un paragone tra il vino (che doveva essere bevuto durante la cena pasquale) e il suo sangue, aggiungendo che mediante il suo sangue si realizza la Nuova Alleanza (Mc 14,24; Mt 26,28; Lc 22,20; 1 Cor 11,25).
  • La presenza dell’espressione per nei cinque testi appunta tutta l’attenzione su “per chi” è stato consegnato il corpo e sparso il sangue (Mc 14,24; Mt 26,28; Lc 22,20). [78]

La storia recente sul senso sacrificale dell’Eucaristia – derivato, evidentemente, dal Mistero Pasquale – ci lascia un insegnamento arricchente: non è la sofferenza, ma l’amore, il centro della redenzione come opera del Padre, attraverso Cristo, nello Spirito: Gesù dà la propria vita come massima espressione del proprio amore, come il suo dono più grande! “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).

Si è soliti affermare che l’Eucaristia è “memoriale” della morte e risurrezione del Signore, ma ciò non è esatto se ci si riferisce alla prima Eucaristia, l’Ultima Cena. In realtà non fu solo anámnesis, memoria, ma prolepsis, anticipazione: precedette, dandone pieno senso, quello che sarebbe successo sul Golgota. “A questo atto di offerta Gesù ha dato una presenza duratura attraverso l’istituzione dell’Eucaristia, durante l’Ultima Cena. Egli anticipa la sua morte e resurrezione donando già in quell’ora ai suoi discepoli, nel pane e nel vino se stesso, il suo corpo ed il suo sangue come nuova manna”. [79]

Senza la celebrazione dell’Ultima Cena, non avremmo la prova più forte e immediata del senso che Gesù volle dare alla propria morte. Detto in altre parole: il “sacrificio incruento” (per amore) precede il “sacrificio cruento” (la morte di Gesù sulla croce). Questo aspetto fondamentale dell’Eucaristia in quanto sacrificio come espressione suprema dell’amore di Gesù per noi, sta in intima relazione con la castità consacrata.

L’essere umano è chiamato a realizzarsi nell’amore, e questo, nell’espressione piena della consegna, implica la donazione totale del corpo. La forma consueta di questa consegna è il “linguaggio” sessuale; in essa il corpo è protagonista, sebbene sia sempre nascosto il pericolo che non implichi la donazione totale della persona e, in tal caso, diventerebbe una menzogna, visto che per sua natura è una consegna esclusiva ed escludente. [80] La consegna sessuale non è, con questo, l’unico modo per consegnare il corpo come espressione dell’amore; troviamo in Gesù la consegna eucaristica come la più profonda espressione dell’amore, poiché qui il corpo è il segno e lo strumento della consegna della persona, il vero protagonista dell’amore, e inoltre non ha limiti di estensione: è “per i tanti”. Gesù non vive il suo amore e la consegna totale di se stesso in “chiave sessuale”, li vive in chiave eucaristica.

Ecco, per noi consacrati, il cammino speciale con cui viviamo, in pienezza, il nostro amore e la conseguente consegna che questo implica: ci asteniamo dal consegnare il corpo e gli affetti ad una sola persona, per darci totalmente a tutti. Senza dubbio, anche qui si può incorrere nel pericolo “simmetrico” alla consegna sessuale: lì si poteva consegnare il corpo senza consegnare la persona; qui si può dare la falsa consegna della persona senza la consegna totale del proprio corpo, senza quel “consumarsi e logorarsi” anche fisicamente, che è l’espressione autentica e irrinunciabile dell’amore vissuto in chiave eucaristica.

In questo modo si realizza, dunque, la doppia dimensione della castità consacrata, la ‘sistole’ della vita in fraternità e la ‘diastole’ della consegna totale nella realizzazione della missione. “Nell’Eucaristia la verginità consacrata trova ispirazione ed alimento per la sua dedizione totale a Cristo”; [81] l’Eucaristia è, pure, fonte e culmine della vita e missione della Chiesa, poiché "non possiamo tenere per noi l’amore che celebriamo nel Sacramento. Esso chiede per sua natura di essere comunicato a tutti”. [82] In ambedue le direzioni, come espressione di un amore di agape, che non ignora la realizzazione dell’eros, ma che lo assume in modo che si converta in un amore percettibile, affettuoso, e non solamente oggetto di fede, perché è impossibile da vedersi. [83]

3.1.3   La vita consacrata, “convito” attraverso la povertà

Vediamo infine la vita consacrata dalla prospettiva dell’Eucaristia in quanto convivio. Dal punto di vista antropologico, è uno dei temi biblici più suggestivi: il “mangiare insieme” costituisce, per le culture tradizionali di tutte le latitudini, una delle esperienze di convivenza, ed insieme di “fraternità”, più intense e significative: “comunità di mensa è comunità di vita”. [84]

Uno dei tratti più caratteristici del ministero di Gesù fu, precisamente, aver fatto pratica abituale del mangiare insieme, in particolare con i piccoli, i poveri, gli emarginati e, soprattutto, i “pubblicani e i peccatori” (Lc 5,29-30; 15,2). Ammettendo le persone religiosamente e moralmente proscritte alla comunità della mensa, Gesù significava che Dio trova gioia nell’offrire salvezza ai peccatori e concedere loro il suo perdono. [85]

Non solo nel fare di Gesù incontriamo il convito come espressione della vicinanza salvifica di Dio; appare anche nella sua predicazione, soprattutto nelle parabole come simbolo privilegiato del Regno (Mt 8, 11; 22, 1-14; Lc 12, 35-57; 14, 12-24; 15, 23-32; 19, 5-10). C’è in queste un dato fondamentale, che difficilmente si incontrerà in altri atteggiamenti di Gesù, ed è l’assoluta gratuità di Dio nell’invitare al convito. Nessuno è degno di partecipare a questo; per cui, il migliore atteggiamento è quello del bambino (cf. Mc 10, 15), che riceve con gioia e gratitudine ciò che gli viene dato, perché non lo merita; è l’atteggiamento del povero, dell’indigente, del derelitto, di colui che sta nelle piazze e nelle strade perché non ha dove vivere (cf. Lc 14, 21; Mt 22, 8-10). Invece, colui che si attiene alle rigide norme della ‘giustizia’ si indignerà, e neanche vorrà entrare al banchetto della festa per il ritorno del fratello (cf. Lc 15, 25-32), o avrà tanti impegni, che rifiuterà con orgoglio un invito così gratuito quanto intempestivo (cf. Lc 14, 18-20).

La dimensione del convito si riflette, nella vita religiosa nel suo significato più vero, nella vita di povertà, non come mancanza naturale o privazione volontaria, ma come condivisione di ciò che si è e di ciò che si ha, come qualcosa di totalmente gratuito; tanto è così che il primo racconto dell’istituzione dell’Eucaristia (1 Cor 11, 17-34) ha come Sitz im Leben una situazione della comunità nella quale si celebrava la Cena del Signore senza condividere i propri beni con chi ne aveva necessità; lontani stavano i Corinzi dall’ideale lucano della comunità, nella quale “tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune [...]. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore” (At 2, 44. 46; cf. 4,32).

La povertà della persona consacrata non esprime nessun tipo di rifiuto dei beni materiali, né ritiene che lo spogliarsi totalmente di ogni bene sia un ideale da raggiungere, come può esserlo in alcuni tipi di religiosità orientale. Il povero, perché credente, accetta con semplicità e sobrietà i doni di Dio, li condivide come espressione del suo amore, in un duplice movimento: all’interno della comunità fraterna, nella condivisione totale dei suoi beni, e verso l’esterno, nell’invito a partecipare a questo “banchetto del Regno”, con una predilezione evangelica, che è opzione del Dio rivelato, per i più poveri e gli abbandonati, per gli emarginati, per i peccatori, per tutti gli umanamente insignificanti. Non è l’invito interessato agli amici e ai parenti (cf. Lc 14, 12-13; Mt 5, 46-47), che non avrebbe senz’altro nulla di male, ma che non diventa ‘segno evangelico’, né produce lo scandalo salutare di riconoscere che quello “lo fanno anche i pagani” (Mt 5,47). La povertà evangelica diventa libertà per poter andare ad invitare i lontani al banchetto del Regno, l’ardore missionario che nasce solamente nel cuore del povero, che letteralmente “non ha nulla da perdere” e tutto da guadagnare... per Cristo ed il suo Regno.

3.2    Il salesiano, uomo dell’Eucaristia

Tra mistero dell’Eucaristia e vita consacrata c’è una così intima relazione che l’una non trova spiegazione né fondamento senza l’altra. Il consacrato, se vuole essere e rimanere tale, deve diventare uomo dell’Eucaristia; la consacrazione religiosa, infatti, ha “una struttura eucaristica: è totale oblazione di sé” e, proprio perciò, resta “strettamente associata al sacrificio eucaristico”. [86]

Affermata la centralità dell’Eucaristia per ciascuno di noi e per la Congregazione, vorrei accennare, anche se brevemente, al modo con cui essa, “viatico quotidiano e fonte di spiritualità”, [87] modella “la forma eucaristica dell’esistenza”, giacché favorisce la conformazione a Cristo, ci rende, cioè, persone eucaristiche. Parto dalla dinamica interna dello stesso Sacramento, che porta dalla celebrazione di un rito alla conformazione con il mistero; dall’ adesione effettiva, la più intensa che può darsi nella consegna della propria vita, alla adorazione del Signore crocifisso e risorto presente nell’Eucaristia; dalla contemplazione del Cristo consegnato alla missione di trasformarsi in pane spezzato per gli altri.

3.2.1   Dalla celebrazione alla conformazione

Nell’Eucaristia, “l’atto centrale quotidiano di ogni comunità salesiana” (Cost. 88), “si rivela il disegno di amore che guida tutta la storia della salvezza (cf. Ef 1,10; 3,8-11). In essa il Deus Trinitas, che in se stesso è amore (cf. 1 Gv 4,7-8), si coinvolge pienamente con la nostra condizione umana. Nel pane e nel vino […] è l’intera vita divina che ci raggiunge e si partecipa a noi nella forma del Sacramento. […] Si tratta di un dono assolutamente gratuito, che risponde soltanto alle promesse di Dio, compiute oltre ogni misura”. [88]

Chi celebra l’Eucaristia non solo confesserà con stupore e riconoscenza il primato assoluto del dono di Cristo, ma anche permetterà al suo Signore di entrare nella sua vita, vale a dire, “lasciarsi possedere dall’amore di Dio”. [89] In Cristo eucaristia Dio non è posseduto come un’idea astratta, neppure come programma di vita, ma come “Qualcuno con cui coltivo una relazione personale forte e di amicizia, filiale, adulta e responsabile, una relazione di alleanza e impegno incondizionato nella missione di salvare l’umanità”. [90] Ed è così che avviene “in pienezza l’intimità con Cristo, la immedesimazione con Lui, la totale conformazione a Lui a cui i consacrati sono chiamati per vocazione”: [91] “la verità dell’amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l’amore”. [92]

Raggiunto dall’amore, amato personalmente da Lui, il salesiano diventa capace di amare e di consegnare se stesso, prima a Dio, poi con Dio agli altri. E in questa consegna di sé si immedesima con Cristo, perché comunicando con il suo Corpo e il suo Sangue, si appropria quella forma eucaristica di esistenza che ha caratterizzato la vita e la morte di Gesù. Celebrare, dunque, l’Eucaristia quotidianamente, “anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli”, [93] oltre al suo valore oggettivamente infinito, ha una singolare efficacia spirituale; proprio perciò, il CG25 ci spingeva a sviluppare la dimensione comunitaria della nostra vita spirituale “celebrando l’Eucaristia quotidiana con gioia, creatività ed entusiasmo”. [94] La celebrazione dell’Eucaristia “è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo”. [95] Come ha osato dire sant’Agostino: “non soltanto siamo diventati cristiani, ma siamo diventati Cristo stesso”. Poiché, nel pane e nel vino eucaristico “Cristo Signore ha voluto affidarci il suo corpo e il suo sangue, che ha sparso per noi per la remissione dei peccati. Se voi li avete ricevuti bene, voi stessi siete quel che avete ricevuto”. [96]

Ma proprio perché nell’Eucaristia celebrata “in obbedienza al comando di Cristo”, Dio ci consegna suo Figlio, “la liturgia eucaristica è essenzialmente actio Dei”, e “il suo fondamento non è a disposizione del nostro arbitrio e non può subire il ricatto delle mode del momento”. [97] Solo il docile rispetto della struttura propria della celebrazione renderà effettivo il nostro riconoscimento del dono ineffabile e autentico l’impegno di accoglierlo con gratitudine. Non è pensabile che chi vuole identificarsi con il Cristo che gli si dona totalmente, celebri l’Eucaristia senza badare alla sua configurazione rituale. Non c’è dubbio: “l’ars celebrandi è la migliore condizione per l’actuosa participatio”. [98]

3.2.2      Dalla conformazione all’adorazione

La sfida per vivere “l’adesione ‘conformativa’ a Cristo dell’intera esistenza [99] si colloca, precisamente, nel come fare affinché il rito che celebriamo ogni giorno “come una festa” (Cost. 88) non venga ridotto a mera mímesis di quanto avvenne nel Cenacolo, ripetendo gli stessi gesti esteriori di Gesù, ma sia una vera anámnesis, che fa memoria mentre attualizza e fa presente il fatto rimembrato. Questo è possibile nella misura in cui la celebrazione conduce alla contemplazione del mistero che si attualizza. Infatti, “l’adorazione eucaristica non è che l’ovvio sviluppo della celebrazione eucaristica, la quale è in se stessa il più grande atto d’adorazione della Chiesa. Ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo”. [100]

La contemplazione porta necessariamente allo stupore per il dono che Dio ci ha fatto in Cristo, alla meraviglia di chi si sente amato in tal modo e in tal misura che non può spiegarsi né sa debitamente ringraziare. “A stento – affermava stupito Paolo – si trova chi sia disposto a morire per un giusto... ma Dio dimostra il suo amore verso di noi, perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5, 7-8). Chi si vede amato in modo così divino non riesce che a lasciarsi amare senza limiti e riuscirà a donarsi fino all’estremo. Un amore così grande non si merita, né si capisce; lo si ammira e lo si adora in silenzio riconoscente. 

Adorare Dio “non è vedere il mondo che ci circonda come la materia grezza con cui noi possiamo fare qualcosa”, ma “scoprire in esso la ‘calligrafia del Creatore’, la ragione creatrice e l’amore da cui è nato il mondo e di cui ci parla l’universo […]. Prima di ogni attività e di ogni mutamento del mondo deve esserci l’adorazione. Solo essa ci rende veramente liberi; essa soltanto ci dà i criteri per il nostro agire. Proprio in un mondo in cui progressivamente vengono meno i criteri di orientamento ed esiste la minaccia che ognuno faccia di se stesso il proprio criterio, è fondamentale sottolineare l’adorazione”. Ma per il cristiano adorare Dio è, soprattutto, adorare il suo Signore, “presente nell’Eucaristia con carne e sangue, con corpo e anima, con divinità e umanità”. Nell’Eucaristia Cristo non è solo pane per essere mangiato, ma amore per essere contemplato; anzi, senza l’amore donato il segno eucaristico non avrebbe ragione né sostegno. “Di fatto, non è che nell’Eucaristia riceviamo semplicemente una qualche cosa. Essa è l’incontro e l’unificazione di persone; la persona, però, che ci viene incontro e desidera unirsi a noi è il Figlio di Dio. Una tale unificazione può soltanto realizzarsi secondo le modalità dell’adorazione. Ricevere l’Eucaristia significa adorare Colui che riceviamo. Proprio così e soltanto così diventiamo una cosa sola con Lui.” [101] “Nessuno – ha scritto sant’Agostino – mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adoriamo”. [102]

Quanto a noi, “chiamati dalla nostra stessa consacrazione ad una contemplazione più prolungata […] Gesù nel Tabernacolo ci aspetta accanto a sé, per riversare nei nostri cuori quell’intima esperienza della sua amicizia che sola può dare senso e pienezza alla nostra vita e alla missione”. [103] Come vorrei, dunque, cari confratelli, che tra noi si rafforzi, e dove necessario si ricuperi, quella devozione eucaristica, semplice ma efficace, tanto salesiana, che ha nella visita e adorazione del Santissimo Sacramento una delle espressioni più preziose e tradizionali! E non solo perché vorrei che ci lasciassimo plasmare dalla presenza reale del Signore adorato, ma perché risponde ad un tratto caratteristico del nostro vissuto carismatico.

Come ben sappiamo tutti, frequentare il Santissimo Sacramento erano una delle pratiche di pietà che la “pedagogia eucaristica” [104] di Don Bosco privilegiava nell’educazione dei suoi giovani e nella formazione spirituale dei salesiani. Se su Domenico Savio scrisse che “era per lui una vera delizia il poter passare qualche ora dinanzi a Gesù sacramentato”, [105] ai confratelli, durante un corso di Esercizi Spirituali, a Trofarello nel 1868, raccomandava la visita al Santissimo Sacramento tra le pratiche giornaliere: “si vada ai piedi del Tabernacolo soltanto a dire un Pater, Ave e Gloria quando non si potesse di più. Basta questo per renderci forti contro le tentazioni”. [106] Resta per “noi, figli di Don Bosco, motivo di frequenti incontri con Cristo la presenza dell’Eucaristia nelle nostre case”. È dal Cristo eucaristico visitato con assiduità che noi “attingiamo dinamismo e costanza nella nostra azione per i giovani” (Cost. 88)?  È così che saremo “in grado di vincere ogni tensione dispersiva nelle nostre giornate, trovando nel sacrificio eucaristico, vero centro della nostra vita e della nostra missione, l’energia spirituale e necessaria per affrontare i diversi compiti pastorali. Le nostre giornate diventeranno così veramente eucaristiche”. [107]

3.2.3  Dall’adorazione alla missione

Perché, cari confratelli, se “soltanto nell’adorazione può maturare un’accoglienza profonda e vera” del Cristo eucaristico, è proprio “in questo atto personale di incontro col Signore (che) matura poi anche la missione sociale che nell’Eucaristia è racchiusa”. [108] Chi adora l’amore di Dio nell’Eucaristia si sente amato, fa esperienza dell’amore ricevuto, il che genera la forza di dare la vita nella misura del Cristo adorato e ricevuto sacramentalmente. “L’agape di Dio viene a noi corporalmente per continuare il suo operare in noi e attraverso di noi”; [109]   l’amore, prima di essere comandato, è stato donato; e perché dato, può venire richiesto.

Come celebrare degnamente la consegna della carne di Cristo per tanti e immedesimarsi solo con Lui, se poi si rimane indifferenti gli uni agli altri? Come ricevere da Dio il suo dono per eccellenza, Cristo eucaristia, senza attingere la capacità di dare la propria vita per molti? Come adorare il Cristo presente nel sacramento e non rinnovare l’impegno di dare la vita nel servizio ai più bisognosi? Una devozione svuotata di dedizione, tradisce lo spirito e la lettera dell’Eucaristia cristiana.

L’adorazione conduce al desiderio di rispondere con lo stesso amore, estremo (Gv 13,1),  e produce come frutto la conversione della persona; c’è uno stretto “legame tra  forma eucaristica dell’esistenza e trasformazione morale […]. Infatti, partecipando al Sacrificio della Croce, il cristiano comunica con l’amore di donazione di Cristo ed è abilitato e impegnato a vivere questa stessa carità in tutti i suoi atteggiamenti e comportamenti di vita”. [110] Il credente che si lascia donare Cristo, si converte in suo commensale; e il commensale si trasforma lui stesso, per identificazione, in pane spezzato per la vita del mondo, rendendo attuale nel suo corpo quello che manca alla passione del Signore (cf. Col 1,24).

Così, l’identificazione più perfetta con Cristo avviene quando chi si sente amato da Lui ama a propria volta gli altri: “una Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata”. [111] Non illudiamoci: “dall’amore vicendevole e, in particolare, dalla sollecitudine di chi è nel bisogno saremo riconosciuti come veri discepoli di Cristo (cf. Gv 13, 35; Mt 25, 31-46). È questo il criterio in base al quale sarà comprovata l’autenticità delle nostre celebrazioni eucaristiche”. [112] Non sarebbe autentica la partecipazione all’Eucaristia che non spingesse ad impegnarsi fattivamente nell’edificazione di un mondo più fraterno e solidale; poiché, proprio nell’Eucaristia “il nostro Dio ha manifestato la forma estrema dell’amore, rovesciando tutti i criteri di dominio che reggono troppo spesso i rapporti umani ed affermando in modo radicale il criterio del servizio”. [113]

“Lo stupore per il dono che Dio ci ha fatto in Cristo” ci impegna “ad essere testimoni del suo amore”. E lo diventiamo, “quando, attraverso le nostre azioni, parole e modo di essere, un Altro appare e si comunica”, Cristo. Alimentarsi di Lui porta naturalmente a testimoniarlo con la vita; la testimonianza sorta dalla nostra forma eucaristica di vivere, di farci eucaristia, può arrivare “fino al dono di se stessi, fino al martirio, (che) è sempre stato considerato nella storia della Chiesa il culmine del nuovo culto spirituale”. [114] “In effetti, non possiamo tenere per noi l’amore che celebriamo nel Sacramento. Esso chiede per sua natura di essere comunicato a tutti. […] Per questo l’Eucaristia non è solo fonte e culmine della vita della Chiesa; lo è anche della sua missione: ‘Una Chiesa autenticamente eucaristica è una Chiesa missionaria’ […]. Non possiamo accostarci alla Mensa eucaristica senza lasciarci trascinare nel movimento della missione che, prendendo avvio dal Cuore stesso di Dio, mira a raggiungere tutti gli uomini. Pertanto, è parte costitutiva della forma eucaristica dell’esistenza cristiana la tensione missionaria”. [115]

Ci dovremmo domandare sul serio, cari confratelli, da dove nasce in noi, e come farla rinascere, la carità apostolica, “quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società” (Cost. 10). Se la nostra missione non sorge dalla sua fonte, “il cuore stesso di Cristo, apostolo del Padre” (Cost. 11), svelato e adorato nell’Eucaristia, non avrà efficacia né futuro.

 

Conclusione

Voglio concludere affidandovi a Maria, maestra di spiritualità eucaristica. Anche se a prima vista i vangeli non parlano su questo tema, “Maria ci può guidare verso questo Santissimo Sacramento, perché ha con esso una relazione profonda”. È vero, come afferma Giovanni Paolo II, che, “nel racconto dell’Istituzione, la notte del Giovedì Santo, non si parla di Maria”. In realtà non ce n’era bisogno. E questo perché, al di là di una sua incerta partecipazione al convito eucaristico, “il rapporto di Maria con l’Eucaristia si può indirettamente delineare a partire dal suo atteggiamento interiore. Maria è donna «eucaristica» con l’intera sua vita”. [116] Anzi, “in un certo senso, Maria ha esercitato la sua fede eucaristica prima ancora che l’Eucaristia fosse istituita”; accolse nella fede il Verbo e lo fece corpo nel suo grembo “anticipando in sé ciò che in qualche misura si realizza sacramentalmente in ogni credente che riceve, nel segno del pane e del vino, il corpo e il sangue del Signore. C´è pertanto un´analogia profonda tra il fiat pronunciato da Maria alle parole dell’Angelo, e l’amen che ogni fedele pronuncia quando riceve il corpo del Signore”. [117] Il mio augurio più sentito è che Dio ci dia la capacità di accoglierlo come Maria, farlo carne e sangue della nostra carne e darlo ai giovani come il loro Salvatore.

Con affetto, in Don Bosco

Don Pascual Chávez V.


[1] Juan E. Vecchi, “Questo è il mio corpo, offerto per voi”: ACG 371 (2000), p. 5.

[2] Sacrosanctum Concilium. Costituzione Conciliare sulla Sacra Liturgia. 4 dicembre 1963, 10.  

[3] Paolo VI, Mysterium fidei. Lettera Enciclica sulla dottrina e il culto della Santissima Eucaristia. 3 settembre 1965, 1.

[4] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia. Lettera Enciclica sull’Eucaristia nel suo rapporto con la Chiesa. 17 aprile 2003, 21.

[5] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia. Lettera Enciclica sull’Eucaristia nel suo rapporto con la Chiesa. 17 aprile 2003, 1.

[6] Paolo VI, Mysterium fidei. Lettera Enciclica sulla dottrina e il culto della Santissima Eucaristia. 3 settembre 1965, 2.

[7] Giovanni Marchesi, “L’Eucaristia: ‘Sacramento della Carità’. L’Esortazione Apostolica postsinodale di Benedetto XVI” : La Civiltà Cattolica 3764 (2007) p. 171.

[8] Giovanni Paolo II, Dominicae Cenae. Lettera Apostolica sul mistero e culto dell’ Eucaristia. 24 febbraio 1980, 2.

[9] Giovanni Paolo II, Tertio Millennio Adveniente. Lettera sulla preparazione del Giubileo dell’anno 2000. 10 novembre 1994, 55.

[10] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia. Lettera Enciclica sull’Eucaristia nel suo rapporto con la Chiesa. 17 aprile 2003,  1.

[11] Giovanni Paolo II, Mane nobiscum Domine. Lettera Apostolica per l’anno dell’Eucaristia. 7 ottobre 2004, 2

[12] Giovanni Paolo II, Mane nobiscum Domine. Lettera Apostolica per l’anno dell’Eucaristia. 7 ottobre 2004, 4.

[13] Cf. Giovanni Paolo II, Mane nobiscum Domine. Lettera Apostolica per l’anno dell’Eucaristia. 7 ottobre 2004, 6-10. Agli insegnamenti proposti da Giovanni Paolo II si aggiunsero preziosi  suggerimenti della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti: Redemptionis Sacramentum (25 marzo 2004): AAS 96 (2004) p. 549-601; Anno dell’Eucaristia: suggerimenti e proposte (15 ottobre 2004): Osservatore Romano, 15 ottobre 2004. Supplemento.

[14] Cf. Giovanni Paolo II, Mane nobiscum Domine. Lettera Apostolica per l’anno dell’Eucaristia. 7 ottobre 2004, 4.

[15] Benedetto XVI, Omelia Colonia, Spianata di Marienfeld Domenica, 21 agosto 2005.

[16] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007,  5

[17] Benedetto XVI, Ibidem.

[18] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 4.

[19] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 14-15.

[20] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia. Lettera Enciclica sull’Eucaristia nel suo rapporto con la Chiesa. 17 aprile 2003,  6.

[21] Benedetto XVI, Omelia in occasione dell’insediamento sulla Cattedra Romana (7 maggio 2005): AAS 97 (2005), p. 752.

[22] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 6.

[23] Juan E. Vecchi, “Questo è il mio corpo, offerto per voi”: ACG 371 (2000), p. 4.

[24] Pascual Chávez, “‘Da mihi animas, cetera tolle’. Identità carismatica e passione apostolica. Ripartire da Don Bosco per risvegliare il cuore di ogni salesiano”: ACG 394 (2006), p. 6.

[25] Pascual Chávez, Ibidem.

[26] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 84.

[27] Juan E. Vecchi, “Questo è il mio corpo, offerto per voi”: ACG 371 (2000), p. 31.

[28] Juan E. Vecchi, “Questo è il mio corpo, offerto per voi”: ACG 371 (2000) p. 37.39.

[29] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 81.

[30] Giovanni Paolo II, “Messaggio per l’inizio del Capitolo Generale XXV”. CG25, 144: ACG 378 (2002) p. 117.

[31] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 83.

[32] Giovanni Paolo II, Vita Consecrata. Esortazione Apostolica postsinodale. 25 marzo 1996, 22.

[33] Concilio Ecumenico Vaticano II, Lumen Gentium. Costituzione dogmatica sulla Chiesa. 21 novembre 1964, 11.

[34] Giovanni Paolo II, Vita Consecrata. Esortazione Apostolica postsinodale. 25 marzo 1996, 95.

[35] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 81.

[36] Cf. Juan E. Vecchi, “Questo è il mio corpo, offerto per voi”: ACG 371 (2000) p. 6-14. E il Capitolo Generale 25 lamentava “l’indebolimento della fede, che si manifesta nell’affievolimento della vita di preghiera, della fedeltà alla celebrazione eucaristica quotidiana…” (GG25, 54: ACG  378 (2002) p. 57).

[37] Cf. Luc van Looy, “La celebrazione eucaristica della nostra comunità. Per una verifica della qualità”: ACG 371 (2000) 53.

[38] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia. Lettera Enciclica sull’Eucaristia nel suo rapporto con la Chiesa. 17 aprile 2003, 10.

[39] Pietro Stella, Don Bosco nella Storia della Religiosità Cattolica. Vol II: Mentalità religiosa e Spiritualità. Roma: LAS 19812, p. 105. 107.

[40] Pietro Braido, L’esperienza pedagogica di Don Bosco. Roma: LAS 1988, p. 125.

[41] Pietro Braido (ed.), Don Bosco educatore. Scritti e testimonianze. Roma: LAS 19973, p. 262.

[42] Pietro Braido, Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di don Bosco. Roma: LAS 1999, p. 259.

[43] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 41.

[44] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia. Lettera Enciclica sull’Eucaristia nel suo rapporto con la Chiesa. 17 aprile 2003, 61.

[45] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 14.

[46] “Il contributo essenziale che la Chiesa si aspetta dalla vita consacrata è molto più in ordine all’essere che al fare” (Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 81).

[47] Per queste riflessioni mi sono ispirato in Juan J. Bartolomé, Cuarto evangelio. Cartas de Juan. Introducción y comentario. Madrid: CCS 2002, p. 226-227.

[48] L’incomprensione, sia della gente (Gv 6,41-45) sia dei discepoli (Gv 6,60) diventa protesta e scandalo. Ed è comprensibile: Gesù ripete per ben tre volte che lo si deve masticare (Gv 6,54.56.58) e bere il suo sangue (Gv 6,53.54.55), affermazione, quest’ultima, particolarmente abominevole per i giudei; il sangue è vita di cui Dio solo può disporre (cf. Gn 9,4; Lv 3,17; 17,10-16; Dt 12,16.23-25).

[49] È la prima volta che l’evangelista nomina i Dodici (Gv 6,67.70.71; 20,24), di cui non ha raccontato l’elezione né ricorderà i nomi (cf. Mc 3,13-19; Mt 10,1-4; Lc 6,12-16).

[50] Cf. Juan J. Bartolomé, Jesús de Nazaret, formador de discípulos. Motivo, meta y metodología de su pedagogía en el evangelio de Marcos. Madrid: CCS 2007, p. 219-263.

[51] Cf. Juan J. Bartolomé, Cuarto evangelio. Cartas de Juan. Introducción y comentario. Madrid: CCS, 2002, 283-289.

[52] Xavier Léon-Dufour, Condividere il pane eucaristico secondo il Nuovo Testamento. Torino, Elledici 2005, p. 234.

[53] Benedetto XVI, Messaggio dell’XI Assemblea Generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi. “Eucaristia: Pane vivo per la pace del mondo”. 22 ottobre 2005, 18.

[54] Lavare i  piedi era compito di schiavi (1 Sam 25,41), tanto spregevole che non lo si poteva esigere da uno schiavo ebreo (Lv 25,39); poteva, questo sì, essere segno di pietà per il padre o devozione per il maestro (Bill I 707; II 557). Lavare i piedi dei commensali risultava un gesto tanto inusuale come il mettersi Gesù a servire durante la cena (Gv 13,2.5).

[55] La formula ‘amare fino alla fine’, può intendersi in senso temporale, fino all’ultimo momento della vita, oppure qualitativamente, fino all’estremo, fino alla perfezione. In ogni caso, la fine è il culmine della sua vita e del suo amore; amare è, in retrospettiva, sinonimo dell’agire storico di Gesù  e la spiegazione della sua morte (Gv 13,34; 15,9; 17 23; 19,28.30).

[56] Xavier Léon-Dufour, Lectura del evangelio de Juan. Vol. III: Juan 13-17. Salamanca: Sígueme, 1995, 50.

[57] Cf. Rudolf Bultmann, Das Evangelium nach Johannes. Gottinga, 196810, 365.

[58] Cf. Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte. Lettera Apostolica al termine del Grande Giubileo dell’Anno Duemila. 6 gennaio 2001, 29.

[59] Giovanni Paolo II, Omelia nella V Giornata della Vita Religiosa. 2 Febbraio 2001, 4.

[60] CIVCSVA, Ripartire da Cristo. Un rinnovato impegno della Vita  Consacrata nel Terzo Millennio. Istruzione. 19 maggio 2002, 21.22.

[61] Giovanni Paolo II, Vita Consecrata. Esortazione Apostolica postsinodale. 25 marzo 1996, 95

[62] Benedetto XVI, Deus Caritas est. Lettera Enciclica sull’amore cristiano. 25 dicembre 2005, 13.

[63] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 82

[64] Benedetto XVI, Ibidem.

[65] Card. José Saraiva Martins, “Eucaristia: ‘Sacramentum sanctitatis”: L’Osservatore Romano. 9 maggio 2007, 5.

[66] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 81

[67] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 94.

[68] Cf. Giovanni Paolo II, “Discorso ai partecipanti al Capitolo Generale”. CG25, 170: ACG 378 (2002) p. 138.

[69] Giovanni Paolo II, Vita Consecrata. Esortazione Apostolica post-sinodale. 25 marzo 1996,  95.

[70] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia. Lettera Enciclica sull’Eucaristia nel suo rapporto con la Chiesa. 17 aprile 2003, 11.

[71] Giovanni Paolo II, Vita Consecrata. Esortazione Apostolica post-sinodale. 25 marzo 1996, 95.

[72] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia. Lettera Enciclica sull’Eucaristia nel suo rapporto con la Chiesa. 17 aprile 2003, 12. Il Papa cita un testo del Catechismo della Chiesa Cattolica, 1382.

[73] Giovanni Paolo II, Vita Consecrata. Esortazione Apostolica post-sinodale. 25 marzo 1996,  22.

[74] Cf. Mircea Eliade, Lo Sagrado y lo Profano, Madrid, Paidós 1998, 53-85.

[75] Cf. Juan J. Bartolomé, “La obediencia de Cristo, filiación probada”: in Vida Religiosa 94 (2003) p. 38-45, ha mostrato come l’obbedienza al Padre sia una categoria evangelica adatta per spiegare tutto il mistero personale di Cristo e la realizzazione del suo operato.

[76] Giovanni Paolo II, Vita Consecrata. Esortazione Apostolica post-sinodale. 25 marzo 1996,  22.

[77] Un programma che avrebbe le sue radici nella storia teologica del protestantesimo, secondo P. Stuhlmacher,  Jesús de Nazaret – Cristo de la Fe. Salamanca, Sigueme 1996, 90

[78] Cf. Joachim Jeremias, Abba. El Mensaje Central del Nuevo Testamento, Salamanca, Sígueme 19934, 270.

[79] Benedetto XVI, Deus Caritas est. Lettera Enciclica sull’amore cristiano. 25 dicembre 2005, 13.

[80] Cf. Benedetto XVI, Deus Caritas est. Lettera Enciclica sull’amore cristiano. 25 dicembre 2005,  6.

[81] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 81.

[82] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 84.

[83] Su questo aspetto, la prima enciclica del Papa Benedetto XVI è particolarmente ricca. Ricordo solamente due testi in relazione con l’eros e l’agape: “Quanto più ambedue, pur in dimensioni diverse, trovano la giusta unità nell’unica realtà dell’amore, tanto più si realizza la vera natura dell’amore in genere (...). Dove però le due dimensioni si distaccano completamente l’una dall’altra, si profila una caricatura o in ogni caso una forma riduttiva dell’amore” (Benedetto XVI, Deus Caritas est. Lettera Enciclica sull’amore cristiano. 25 dicembre 2005, 7-8)

[84] Joachim Jeremias, Abba. El Mensaje Central del Nuevo Testamento, Salamanca, Sígueme 19934, 259-260.

[85] Cf. Juan J. Bartolomé, La Alegría del Padre. Estudio exegético de Lc 15. Estella: Verbo Divino, 2000.

[86] CIVCSVA, Ripartire da Cristo. Un rinnovato impegno della Vita Consacrata nel Terzo Millennio. Istruzione (19 maggio 2002) 26.

[87] Giovanni Paolo II, Vita Consecrata. Esortazione Apostolica post-sinodale. 25 marzo 1996,  95.

[88] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 8.

[89] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 80.

[90] Card. Cláudio Hummes, “Spiritualità presbiterale nella ‘Sacramentum caritatis’”: in L’Osservatore Romano. 16 maggio 2007, 8.

[91] CIVCSVA, Ripartire da Cristo. Un rinnovato impegno della Vita  Consacrata nel Terzo Millennio. Istruzione. 19 maggio 2002, 26.

[92] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 35.

[93] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia. Lettera Enciclica sull’Eucaristia nel suo rapporto con la Chiesa. 17 aprile 2003, 31.

[94] CG25, 31: ACG 378 (2002) p. 38.

[95] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 80.

[96] Sant’Agostino, In Iohannis Evangelium Tractatus 21, 8: PL 35, 1568; Sermo 227,1: PL 38, 1099. E nelle Catechesi di Gerusalemme si legge: “Ricevendo il corpo e il sangue di Cristo, tu diventi concorporeo e consanguineo di Cristo” (22 1,3: PG 33 1098).

[97] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 37.

[98] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 38.

[99] Giovanni Paolo II, Vita Consecrata. Esortazione Apostolica post-sinodale. 25 marzo 1996,  16.

[100] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 66.

[101] Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana. 22 Dicembre 2005: AAS 98 (2006), p. 44-45.

[102] Sant’ Agostino, Enarrationes in Psalmos 98,9: CCL XXXIX, 1385.

[103] Cf. Giovanni Paolo II, Mane nobiscum Domine. Lettera Apostolica per l’anno dell’Eucaristia. 7 ottobre 2004, 30.

[104] Pietro Braido, Prevenire non reprimere. Il sistema educativo di don Bosco. Roma, LAS 1999, p. 261. A lui, infatti, si deve che “si stabilisca all’Oratorio l’usanza della visita al SS. Sacramento, allorché studenti e artigiani sospendevano lavoro e studio per un po’ di ricreazione nel cortile” (Pietro Stella, Don Bosco nella Storia della Religiosità Cattolica. Vol. II: Mentalità religiosa e Spiritualità. Roma, LAS 1981, p. 309).

[105]  Giovanni Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico, allievo dell’Oratorio di San Francesco di Sales. Torino 1959, 71: OE XI, p. 221. Comenta Francis Desramaut: “El lector de la Vida de Domingo Savio conoce las largas contemplaciones silenciosas de este joven ante el sagrario e intuye la relación existente entre ellas y su amor heroico a Dios” (Don Bosco y la vida espiritual. Madrid, CCS 1994, p. 126).

[106] Giovanni Battista Lemoyne, Memorie Biografiche del venerabile Don Giovanni Bosco. Vol. IX. Torino 1917, p. 355-356.

[107] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia. Lettera Enciclica sull’Eucaristia nel suo rapporto con la Chiesa. 17 aprile 2003, 31.

[108] Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana. 22 dicembre 2005. AAS 98 (2006) p. 45.

[109] Paul Josef Cordes, “L’Eucaristia e la carità”: L’Osservatore Romano. 18-19 marzo 2007, p. 7.

[110] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 82.

[111] Benedetto XVI, Deus Caritas est. Lettera Enciclica. 25 dicembre 2005, 14.

[112] Giovanni Paolo II, Mane nobiscum Domine. Lettera Apostolica per l’anno dell’Eucaristia. 7 ottobre 2004, 28.

[113] Giovanni Paolo II, Ibidem.

[114] Cf. Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 85.

[115] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis. Esortazione Apostolica postsinodale. 22 febbraio 2007, 84.

[116] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia. Lettera Enciclica sull’Eucaristia nel suo rapporto con la Chiesa. 17 aprile 2003,  53.

[117] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia. Lettera Enciclica sull’Eucaristia nel suo rapporto con la Chiesa. 17 aprile 2003,  55.