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Vocazione e Formazione: dono e compito

LETTERE DEL RETTOR MAGGIORE - ACG 416


1. LETTERA DEL RETTOR MAGGIORE

Gesù chiamò personalmente i suoi Apostoli perché stessero con Lui e per mandarli a proclamare il Vangelo... Egli chiama anche noi a vivere nella Chiesa il progetto del nostro Fondatore come apostoli dei giovani. A questo appello rispondiamo con l’impegno di una adeguata e continua formazione, per la quale il Signore dona ogni giorno la sua grazia” (Cost 96)

Roma, 31 Marzo 2013

Pasqua di Resurrezione

Carissimi confratelli,

è da tempo che desideravo condividere con voi la mia riflessione sul tema della vocazione e della formazione. Oggi finalmente posso farlo con questa lettera, che intende illuminare la bellezza e le esigenze della nostra vocazione e formazione e, nello stesso tempo, l’attuale situazione di fragilità psicologica, inconsistenza vocazionale e relativismo etico che nella Congregazione si manifestano quasi ovunque. Tale situazione evidenzia chiaramente il mancato apprezzamento del significato della vocazione e del ruolo insostituibile che ha la formazione per la verifica della idoneità dei candidati, per il consolidamento delle prime scelte vocazionali e, soprattutto, per la progressiva configurazione a Cristo obbediente, povero e casto sulle orme di Don Bosco.

È davvero preoccupante l’elevato numero di uscite sia di professi temporanei, durante il periodo della professione o a fine voti, sia di professi perpetui, sia di sacerdoti che chiedono la secolarizzazione incardinandosi nelle diocesi o presentano richiesta di dispensa dal celibato sacerdotale e dal ministero presbiterale o - ahimè - sono dimessi.

È vero che la Congregazione come tale, e il Consigliere per la formazione in particolare, ha fatto un grande sforzo per assicurare la consistenza delle équipes formative, la qualità della proposta e degli itinerari formativi, la qualificazione e l’identità dei curricoli di studio, la salesianità, la metodologia della personalizzazione, la formazione dei formatori, l’incipiente attenzione alla formazione permanente. Tuttavia il problema continua a destare attenzione, a chiedere di approfondire la riflessione e ad esigere coraggiosi interventi di animazione e di governo a tutti i livelli.

Sono convinto che la formazione iniziale è un compito irrinunciabile della Congregazione, responsabile ultima dell’identità salesiana e dell’unità nella diversità dei contesti, e che in particolare le decisioni formative fondamentali spettano al Rettor Maggiore e al suo Consiglio. Sono pure convinto che le Ispettorie svolgono un ruolo importante nel guidare e sostenere le comunità formatrici e i centri di studio, soprattutto in vista dell’inculturazione della formazione; e ciò comporta un loro deciso investimento di personale e risorse al servizio della qualità formativa.

Penso però che è soprattutto la vita ordinaria delle comunità apostoliche locali che alla fine gioca un ruolo determinante. In effetti, a poco o nulla serve una formazione di qualità nelle comunità formatrici, che aiutano la crescita dei giovani confratelli secondo il Progetto di vita di Don Bosco, se poi nelle comunità locali si vive uno stile di vita che non corrisponde allo stesso progetto, o che lo deprezza, o che persino lo rinnega. È proprio questa mancanza di un’autentica “cultura salesiana” quella che offre cittadinanza ad atteggiamenti e comportamenti non corrispondenti a consacrati apostoli salesiani. Tutto ciò fa vedere che la cura della vocazione e della formazione coinvolge tutti i confratelli singolarmente, tutte le comunità locali, tutte le Ispettorie, la Congregazione nel suo insieme. Oltre la formazione iniziale occorre pure un serio impegno per la formazione permanente, che permette appunto il cambiamento della cultura di una Ispettoria.

Non è la prima volta che porto la vostra attenzione su questo delicato tema della formazione iniziale e dello stile di vita, della mentalità, degli atteggiamenti e comportamenti di una Ispettoria. Lo avevo già brevemente presentato nella relazione al CG26, e la situazione non mi sembra sia mutata.

1.      LA CONSISTENZA E LA FEDELTÀ VOCAZIONALI, SFIDE DELLA FORMAZIONE

Uno dei temi che più ha attirato la nostra attenzione sin dall’inizio del mio rettorato è stato quello della consistenza vocazionale. Su tale tema il Consiglio Generale ha svolto una riflessione, che si è espressa in un orientamento del Consigliere per la formazione.[1] Tale argomento è stato ripreso poi dalla Unione dei Superiori Generali (USG), che vi ha dedicato due Assemblee Semestrali.[2] “Ciò sta ad indicare che tale problema interessa tutti gli Ordini, le Congregazioni e gli Istituti, sia di vita apostolica che contemplativa. Lo studio fatto ha rilevato una molteplicità di cause alla base della fragilità psicologica, della inconsistenza vocazionale e del relativismo morale.

Per una maggior consapevolezza da parte di tutti, ritengo utile presentarvi la situazione delle entrate e delle uscite nella Congregazione, sia nella formazione iniziale che in quella permanente, nell’ultimo decennio:

Formazione iniziale

Anno

Novizi[3]

Novizi

usciti

Neoprofessi

Temporanei

usciti

Neoprofessi perpetui

Neoperpetui chierici

Neoperpetui coadiutori

Neo -

sacerdoti

2002

607

137

231

249

217

32

262

2003

580

111

470

225

254

221

33

218

2004

594

118

469

211

281

242 +1P

38

203

2005

621

151

476

237

249

219 +2P

28

230

2006

561

137

470

227

260

221 + 2P

37

192

2007

527

110

424

200

219

205

14

175

2008

557

121

417

216

220

200

20

222

2009

526

109

436

225

265

246

19

195

2010

532

125

417

222

177

161 +1P

15

203

2011

414

40

407

185

231

210 + 1P

20

206

2012

480

374

174

262

237

25

189

Formazione permanente

Anno

Perpetui chierici usciti

Perpetui coadiutori usciti

Dispensa celibato diaconi

Dispensa celibato preti[4]

Esclau-strazione

Secolariz. previo experimento

Secolariz.

simpliciter

Dimissione

2002

8

12

3

15

18

7

11

24

2003

10

14

4

11

10

3

10

25

2004

14

15

3

20

14

9

12

26

2005

11

15

1

15

10

9

10

26

2006

13

10

3

27

11

11

11

26

2007

15

11

3

18

9

12

18

24

2008

8

6

5

18

5

12

14

24

2009

12

13

2

9

6

14

10

36

2010

9

9

1

11

0

29

8

38

2011

10

12

3

11

3

17

11

30

2012

8

11

1

33

4

23

15

29

Novizi secondo le Regioni

Anno

America

Cono Sud

America

Interamerica

Europa

Ovest

Italia

Medio Oriente

Europa

Nord

Africa

Madagascar

Asia Est

Oceania

Asia

Sud

2002

76

110

11

43

71

55

80

135

2003

69

111

6

27

59

84

79

144

2004

86

98

12

25

51

92

84

145

2005

97

92

14

18

71

95

74

160

2006

76

88

3

22

47

92

75

158

2007

76

97

6

22

51

94

73

108

2008

58

105

4

18

48

100

89

135

2009

64

91

8

24

40

89

64

146

2010

40

73

1

18

55

114

93

138

2011

46

46

7

15

29

94

60

117

2012

43

63

3

21

38

107

69

136

TOT

731

974

75

253

560

1016

840

1522

La cura delle vocazioni e la formazione hanno sempre dovuto affrontare sfide antropologiche, sociali e culturali. Ciò significa semplicemente che oggi abbiamo a che fare con un tipo di sfide che richiedono nuove soluzioni, appunto perché ci troviamo davanti ad un giovane culturalmente nuovo, caratterizzato dalla difficoltà di scegliere e di considerare che una scelta possa essere definitiva, dalla fatica di perseverare e di vivere la fedeltà, dall’incomprensione della necessità di ascesi e di rinunce, dalla fuga dalla sofferenza e dalla fatica. Egli sente il bisogno dell’affermazione di sé sul piano professionale ed economico; desidera indipendenza e protezione al tempo stesso; trova difficile apprezzare il celibato e la castità, stravolti dalla visuale diffusa dai mezzi di comunicazione sociale; e - last but not least - vive un analfabetismo di fede e una esperienza povera di vita cristiana.[5] Certamente accanto a questi aspetti di debolezza i giovani presentano risorse e attitudini positive: la ricerca di relazioni interpersonali significative, l’attenzione alla affettività, la disponibilità e la generosità nell’impegno gratuito e nel volontariato, la sincerità e la ricerca di autenticità.

La formazione alla fedeltà a Dio, alla Chiesa, al proprio Istituto, ai destinatari inizia già dal momento della selezione dei candidati. Occorre puntare molto di più su personalità proattive, con senso di intraprendenza e iniziativa, con capacità di fare scelte libere e di organizzare la vita attorno ad esse, senza costrizioni esterne né interne. A questo si aggiunge la necessità di un discernimento che deve avere un duplice punto di riferimento: da un lato, una criteriologia circa l’idoneità condivisa dall’équipe dei formatori e, dall’altro, una presenza chiara nel candidato di quelle qualità che favoriscono l’identificazione con un progetto di vita evangelico. Ciò chiede d’impostare sempre più la formazione sulla personalizzazione, intesa come approfondimento delle motivazioni, assunzione personale di valori e atteggiamenti consoni con la vocazione consacrata salesiana, accompagnamento qualificato da parte dei formatori.

Nella Ratio e in Criteri e norme noi abbiamo due documenti assai preziosi, frutto dell’esperienza e della prassi formativa della Congregazione, dei contributi delle scienze umane, del confronto con le “Ratio” di altri Ordini, Congregazioni e Istituti religiosi, ma che, purtroppo, non sono sempre ben conosciuti ed applicati da tutte le équipes formative. Si può sbagliare in altri campi, ma non in quello della formazione, perché ciò significa rovinare generazioni di Salesiani, ipotecare la missione e compromettere la stessa istituzione. Non dobbiamo dimenticare che l’identità, l’unità e la vitalità della Congregazione dipendono, in grande misura, dalla qualità della formazione e dal governo ai diversi livelli: locale, ispettoriale e congregazionale.

Vale la pena di ricordare nuovamente ed esplicitare meglio che la formazione è compito della Congregazione, la quale affida alle Ispettorie il dovere di realizzarla, assicurando quelle condizioni di personale, di strutture, di risorse che la rendono possibile. Quindi non si giustifica il desiderio di un’Ispettoria di voler avere tutte le tappe formative al suo interno; piuttosto si rifletta sulla responsabilità di formare il salesiano, che oggi la Congregazione, la Chiesa, i giovani domandano. Ci sono ancora alcune resistenze a esperienze interispettoriali di comunità formatrici; anche se non possono assicurare una buona formazione per mancanza di formandi o formatori, alcune Ispettorie insistono a volere fare da sé. Ribadisco che la formazione è una questione di competenza congregazionale e non soltanto di responsabilità ispettoriale; le persone sono il dono più prezioso della Congregazione, che affida la realizzazione concreta della formazione iniziale a Ispettorie, gruppi di Ispettorie o Regioni. Da qui l’urgenza inderogabile di curare bene le comunità di formazione iniziale, di qualificare i centri di studio, di preparare formatori e non solo professori, ma anche di assicurare la vitalità di tutte le comunità in Ispettoria, la qualità della fede, la radicalità della sequela Christi di ogni confratello.

1.1    Le motivazioni

Il punto di partenza è, sovente, una concezione sbagliata di vocazione; talvolta essa viene identificata con un progetto personale motivato da un desiderio di autorealizzazione, da una sensibilità sociale per i più poveri, o da una ricerca di vita tranquilla, senza gravi impegni e senza la consegna totale, incondizionata, a Dio e alla missione in comunità.

Queste motivazioni non sono valide o almeno non sufficienti per poter accogliere il dono della vita consacrata; esse non sono sempre espressioni di fede, ma di volontarismo (“voglio essere religioso”, “ho deciso di diventare salesiano”, …) o di sensibilità sociale (“mi sento chiamato a servire i poveri, i ragazzi della strada, gli indigeni, gli immigranti, i tossicodipendenti, …”) o di ricerca di sicurezze.

Si dimentica che solo alla luce della fede la vita viene scoperta come vocazione e che, a maggior ragione, la chiamata ad una vita consacrata non è possibile se non nella prospettiva della fede nel Signore che chiama coloro che Egli vuole a stare con lui, a seguirlo, ad imitarlo, per poi inviarli a predicare. Così la sequela Christi e la imitatio Christi diventano gli elementi che caratterizzano la vita dei discepoli e apostoli di Gesù; ed è proprio camminando dietro Lui e cercando di riprodurre i suoi atteggiamenti, che ci identifichiamo con Lui sino alla piena configurazione con Lui.

È vero, all’inizio possono esserci motivazioni non del tutto valide, e quindi insufficienti, per giustificare e rendere possibile una scelta radicale di vita tutta centrata su Dio, sul Signore Gesù e sul suo Vangelo, sullo Spirito. Compito di una vera formazione è aiutare a identificare, vagliare, discernere le motivazioni e poi purificarle e farle maturare in modo tale che esse abbiano Dio e il suo volere come valore supremo.

Questo compito ineludibile è molto delicato; infatti molte motivazioni sono inconsce; ciò porta il candidato ad esprimere motivazioni che ha sentito e imparato, senza poter conoscere e far conoscere quelle reali. Non si deve dimenticare che il Vangelo parla di un tale che, dopo essere stato guarito da Gesù, aveva espresso il desiderio di stare con lui; il Signore non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato» (Mc 5,19).

Oltre ciò, si deve considerare anche la cultura che caratterizza le nuove generazioni. La Unione dei Superiori Generali ha dedicato un paio di Assemblee a questo aspetto. Nella prima ha cercato di conoscere meglio il profilo dei giovani che oggi bussano alle porte della Vita Consacrata, i valori cui sono più sensibili, le sfide che essi pongono alla formazione e che possono essere convertite in opportunità formative. Nella seconda c’è stato un approccio al tema della fedeltà, che non è identificabile con la perseveranza; accade infatti, a volte, che alcuni religiosi perseverino, nel senso che rimangono, quando sarebbe meglio che lasciassero l’Istituto; la fedeltà non è soltanto rimanere fedeli esternamente a una professione fatta al Signore, ma è l’impegno di vivere quotidianamente quanto si è professato.

1.2    Opportunità e sfide antropologiche

Nell’Assemblea dell’USG del maggio 2006 sono stato invitato a offrire una riflessione sulle sfide antropologiche alla fedeltà vocazionale della vita consacrata, che ritengo importante proporvi. Nel modo di percepire l’umano e le sue possibilità ci sono elementi costanti, che potremmo dire costituiscono una visione interculturale e prevalente. La felicità e la realizzazione di sé, i desideri e le aspirazioni, gli affetti e le emozioni sono opportunità e sfide. Questi aspetti antropologici, pur sfidanti, sono imprescindibili per ogni vita consacrata che voglia essere pienamente umana e perciò credibile. Essi costituiscono la base per una buona formazione alla fedeltà vocazionale.

Autenticità

La situazione antropologica attuale offre alla vita consacrata l’opportunità di una nuova autenticità. La cultura di oggi infatti, specialmente quella giovanile, apprezza l’autenticità. La gente ci vuol vedere felici. Vuol vedere che ciò che diciamo va d’accordo con ciò che facciamo e che le nostre parole sono genuine, perché nascono dalla coerenza di vita.

L’autenticità è una vera opportunità perché fa leva sulla generosità e sul desiderio di fraternità dei giovani, sul dono di sé e sulla gioia dell’incontro, che sono dinamismi molto radicati e forti per la crescita nella vita consacrata genuina e nell’amore che si dona. Essa stimola e incoraggia i membri più anziani delle nostre comunità a essere veri modelli attraenti e provocanti, a vivere l’amore per Cristo che li ha ispirati ad abbracciare la vita consacrata e a capire che hanno un ruolo da giocare nella formazione delle giovani generazioni. L’autenticità esige attenzione alla dimensione umana del consacrato e della vita quotidiana delle comunità.

L’autenticità è anche una sfida, perché richiede di tornare all’essenziale, soprattutto di superare la funzionalità che riduce la vita consacrata al ruolo, all’incarico o alla professione, avvelenando la passione del dono di sé a Cristo e all’umanità. Essa sollecita ogni giorno la conversione e il rinnovamento delle nostre comunità e la comprensione dei consigli evangelici come via per la piena realizzazione della persona. L’autenticità sfida la vita consacrata, che è minacciata ogni giorno dall’insidia della mediocrità e dell’inerzia, dal pericolo di confondersi e appiattirsi sui valori del “mondo”.

Libertà

Essere persona vuol dire avere la vita nelle proprie mani, cioè decidere quello che si vuol fare della propria vita. La libertà è responsabilità di costruirsi, è possibilità, è futuro.

La libertà è un’opportunità perché solo attraverso di essa si arriva all’interiorizzazione di valori e alla personalizzazione dei processi di formazione e quindi alla vera maturità.

La libertà è anche una sfida perché domanda di saper coniugare auto-realizzazione e progetto, auto-formazione e accompagnamento, incluso l’accompagnamento spirituale. È necessario dare ai giovani tutto il tempo che occorre per crescere e arrivare alla maturità, secondo il loro passo; non c’è sempre corrispondenza e coerenza tra le tappe canoniche e le tappe della maturità e della decisione personale. All’ordinazione presbiterale e alla professione perpetua non sempre corrisponde la scelta personale, convinta e matura; occorrono perciò formatori capaci di una formazione personalizzata.

Storicità

L’uomo è un essere in fieri e la società è in continua evoluzione. La persona si costruisce nel tempo; la sua autobiografia è il filo che connette la diversità delle esperienze. La narrazione della propria storia di vita assicura la propria identità personale.

La storicità quindi è un’opportunità perché ci fa riconoscere che la nostra vita è un cammino e la nostra formazione è un processo che non finisce mai. La vita è autorealizzazione e costruzione di sé. La vita è una musica continua, che si distende tra la formazione iniziale e la formazione permanente. E i cambiamenti della società spingono la vita consacrata ad un continuo rinnovamento e adattamento; la invitano a ridire se stessa con il linguaggio dell’uomo di oggi.

La storicità è anche una sfida perché richiede che la formazione, in quanto permanente, animi ed orienti tutta la formazione iniziale; non è sufficiente puntare sui giovani e sulla loro formazione; bisogna rimettere in moto tutte le comunità e l’Istituto, incoraggiando tutti i membri a rivivere “l‘amore di prima”, la passione vocazionale che avevano all’inizio della loro vita consacrata. Il cammino della propria vita rischia anche di ripiegarsi narcisisticamente su di sé e di non aprirsi al dono di sé. In un mondo che cambia ed è senza centro, è il frammento che domina; la formazione allora deve servire a unificare la persona e centrarla bene sull’essenziale che è la sequela di Cristo.

Esperienza

Oggi è necessario superare una formazione intellettualistica, che pretenda di interiorizzare contenuti vitali senza farne esperienza e senza integrarli nel vissuto quotidiano. C’è un grande desiderio di esperienze; si ricercano le esperienze più emozionanti; si vuole fare le proprie esperienze.

L’esperienza è un’opportunità perché quando si impara dalla vita, la formazione diventa più personalizzata, concreta e profonda. Essa è necessaria per tutti, non solo per i giovani; anche i confratelli adulti hanno bisogno di un’esperienza forte e autentica di Dio, del carisma, dei poveri, di relazioni fraterne e comunicative.

L’esperienza è anche una sfida perché l’esperienza può diventare fine a se stessa, mentre invece si dovrebbe far esperienza dei valori. Le diverse esperienze possono essere frammentarie e disgiunte; è necessario quindi l’aiuto di una guida spirituale, che faciliti l’unificazione delle esperienze e promuova l’interiorizzazione dei valori. Non si tratta di fare molte esperienze, ma di sceglierne poche e ben preparate, esperienze forti, che richiedono un’attenzione pedagogica affinché le esperienze puntuali diventino esperienza personale.

Relazioni umane e affettività

Nella cultura attuale si sente un grande bisogno di relazioni umane autentiche. C’è nei giovani una forte sete di fraternità e amicizia, di relazioni informali e affettuose; ma anche gli adulti ricercano relazioni arricchenti e significative. Per poter essere profezia, la vita fraterna deve avere qualcosa da dire sulla capacità di intessere relazioni, deve essere attraente nel suo volto umano, deve essere capace di creare ambienti di famiglia.

Il desiderio di incontro costituisce certamente una opportunità perché incamminarsi verso un approfondimento della relazioni umane personalizza la fedeltà e rende possibile invitare altri a entrare in un vero rapporto di autenticità e comunicazione, ma soprattutto di amore e di impegno con la persona di Gesù Cristo. La fraternità porta ad avere più attenzione agli aspetti quotidiani del vivere insieme. Si sente però anche la necessità di allargare le relazioni e curare gli affetti.

La fraternità costituisce anche una sfida perché esige di puntare sulla conversione e sul rinnovamento delle nostre comunità. Quale ambiente umano trova il giovane candidato nelle nostre comunità e quale comunicazione trovano i confratelli adulti? Si tratta di una sfida, che presenta il problema di come “rigenerare” le comunità, specialmente quando invecchiano. È una sfida perché non è facile trovare formatori equilibrati e capaci dell’approccio personale, che sanno evitare l’individualismo e offrire un saggio accompagnamento personale e spirituale. È difficile poi costruire l’equilibrio emozionale ed affettivo nelle proprie relazioni e nel proprio vissuto.

Postmodernità

Per essere una profezia per il mondo postmoderno, la vita consacrata deve saper suscitare fascino e far riscoprire la sua bellezza.

In generale, il confronto con la cultura postmoderna è un’opportunità per proporre i valori della vita consacrata come stimolo, purificazione e alternativa ai valori del mondo: per esempio, la fedeltà in una cultura che vanta di essere infedele; la vita di fede in una società senza riferimenti ai valori religiosi; l’ottimismo e la speranza in un mondo pieno di paure. È anche un’opportunità per orientare la generosità dei giovani, la loro sete di fraternità, il loro desiderio per la propria realizzazione, la loro ricerca di Dio.

Il confronto con la cultura postmoderna è anche una sfida perché la cultura prevalente dei media promette una felicità falsa ma attraente; tocca a noi offrire, soprattutto ai giovani, un’esperienza personale e autentica di Cristo e dimostrare con parole e fatti che la vita consacrata favorisce la piena realizzazione della persona. Occorre una nuova attualizzazione carismatica, profetica e credibile; allo stesso tempo, ci vuole un nuovo equilibrio carismatico tra la sua freschezza di rinnovamento e le sue espressioni storiche.

Multiculturalità

Viviamo in un mondo che diventa sempre più un “villaggio planetario”: dall’individualismo culturale si sta passando all’incontro, non privo di resistenze, di diversi mondi culturali. È un mondo caratterizzato dalla globalizzazione, dalla rapidità dei cambiamenti, dalla complessità, frammentarietà e secolarizzazione. Il consacrato vede in tutto questo l’azione dello Spirito di Dio che in ogni situazione opera dove vuole, come vuole e quando vuole.

La diversità culturale è un’opportunità perché favorisce solidarietà, accoglienza delle diversità, esperienze di volontariato, la empatia verso i poveri, il rispetto ecologico, la ricerca della pace. Favorisce anche l’internazionalizzazione e l’ esperienza di universalità delle comunità di vita consacrata come disponibilità al servizio dove sia richiesto. Il carisma in questo modo si arricchisce. Favorisce nelle giovani generazioni dinamismi di conoscenza, di accoglienza e dialogo.

La diversità culturale è anche una sfida perché è difficile per la maggioranza dei consacrati adulti entrare nell’esperienza multiculturale. Sorge la necessità ripensare il linguaggio e la maniera di trasmettere i valori tra mondi antropologici distanti ed estranei. Formare alla fedeltà in un mondo costantemente in cambiamento e culturalmente pluridirezionale, rendere possibile una vita di fede in una società tendenzialmente senza riferimenti ai valori religiosi e cristiani rendono arduo il compito formativo che deve essere permanente ed aperto ad esperienze interculturali.

Rinuncia

La rinuncia fa parte essenziale della vita, e quindi anche della vita consacrata; quando essa viene assunta positivamente, allora diventa un’esperienza liberante e arricchente. Non si può scegliere tutto, anche se chi vive per amore e sceglie l’amore, vive un’esperienza totalizzante.

La rinuncia è un’opportunità per vivere la nostra vita consacrata con autenticità e per fare di essa una vera “terapia spirituale” per l’umanità. Essa purifica e rende autentico l’amore.

La rinuncia è anche una sfida perché la vita consacrata offre una corsia privilegiata di vita, risparmiando spesso il consacrato dai problemi e dalle fatiche della vita normale. Anzi la tentazione consumista, la vita confortevole, il benessere, i viaggi e il possesso di ‘personal media’, toccano i consacrati in tutte le culture. Occorre tornare all’essenziale nella nostra vita e nelle strutture. Per i giovani soprattutto, ma non solo, la rinuncia può far problema. Dobbiamo aiutarli a comprendere che non si tratta di sacrificare qualcosa, ma di scegliere qualcosa, anzi Qualcuno: il Signore Gesù e la sua sequela. In Lui si trova piena libertà, gioia e realizzazione. Ciò significa essere aperti a permettere che Gesù entri nella nostra vita e prenda in essa il primo posto; siamo aperti ad essere liberi da condizionamenti che possono impedirci di fare e vivere questa scelta radicale.

Fedeltà

La fedeltà è l’ovvia conseguenza dell’opzione che il consacrato fa per Dio, suscitando nella sua vita il fuoco della passione per Lui e per il Signore Gesù, fino all’offerta della propria vita per sempre.

La fedeltà è una opportunità perché rende sempre più profondo e personalizza il rapporto con il Signore Gesù e con il suo Regno. Permette di testimoniare Dio come valore assoluto e permanente, che resta saldo nel vortice dei cambi culturali. Aiuta a vedere il mondo con occhi positivi e a scorgere le esperienze positive di fedeltà nella famiglia, nella comunità, nella Chiesa, come azione dello Spirito nella storia. Permette anche di vedere il senso dei sacrifici che il consacrato è chiamato a fare.

La fedeltà è anche una sfida perché è scossa dalla situazione frammentata e fuggevole della cultura odierna. In questo senso ha bisogno di essere costantemente accompagnata in forma personale e comunitaria per passare dal narcisismo ad un morire a se stesso nella sequela di Cristo. D’altra parte, la fedeltà non può rimanere solo a livello concettuale; deve essere una fedeltà viva, d’incontro con Cristo, che interessi tutta la persona e porti il consacrato dalle “esperienze” frammentate alla “esperienza” fondante. Inoltre la fedeltà del consacrato è una sfida permanente da approfondire, che si traduce nella quotidiana domanda: a chi sono fedele? La fedeltà è una sfida che richiede la creazione di comunità fedeli che generino fedeltà, che aiutino a passare dalla superficialità alla radice profonda della fedeltà, che costruiscano e rinnovino la fedeltà carismatica e che conoscano il cammino e la dinamicità dei suoi processi. La fedeltà non viene più considerata come realtà che dura tutta la vita, ma può esistere solo come fedeltà “a tempo”; per questo in alcune Congregazioni ritorna spesso la domanda se considerare la possibilità di incorporare qualche tipo di impegno temporaneo nella vita consacrata. Su questo noi Salesiani ci siamo pronunciati contrari. Ci sembra piuttosto che si deve formare in modo tale da rendere i confratelli capaci di una consegna totale al Signore per sempre.

Non c’è dubbio che la ricchezza e diversità dell’umano possibile oggi offre grandi opportunità di valorizzazione, insieme a compiti formativi nuovi per la vita consacrata. Ciò non vanifica l’apporto determinante della grazia e dello Spirito, che agiscono proprio nei dinamismi psicologici ed antropologici della persona. La formazione si farà perciò attenta ad assecondare lo Spirito, proprio a partire da queste espressioni dell’umano per portarle alla loro maturità e pienezza.

2.      VOCAZIONE E FORMAZIONE, DONO E COMPITO

Si pone la domanda: perché dobbiamo impegnarci a formare i chiamati da Dio e da Lui a noi inviati? Proprio perché in Congregazione li consideriamo dono di Dio ai giovani, ne abbiamo tanta cura e sentiamo la responsabilità di aiutarli ad essere all’altezza della vocazione ricevuta. Cerchiamo dunque di approfondire meglio i due elementi inscindibili di una vera chiamata, vale a dire, la vocazione e la formazione, il dono e il compito, che sono come due facce della stessa medaglia.

Il primo degli articoli che le Costituzioni dedicano alla formazione presenta un’affermazione fondamentale, vera professione di fede, formulata dal punto di vista della persona chiamata: “rispondiamo all’appello [di Gesù] con l’impegno di una adeguata e continua formazione” (Cost 96).[6]

Le Costituzioni intendono, pertanto, la formazione come una risposta alla vocazione. Non la identificano con quel lungo periodo di tempo che precede l’integrazione piena e definitiva alla missione comune, né, ancor meno, la riducono a mero studio, religioso e professionale, al quale bisogna dedicarsi come preparazione specifica in vista della missione personale. Tutto ciò che si deve fare per riconoscere, assumere e identificarsi con il progetto al quale Dio ci chiama è formazione: “la formazione è accogliere con gioia il dono della vocazione e renderlo reale in ogni momento e situazione dell’esistenza”.[7] La formazione è, per così dire, lo stato di vita in cui entra chi si sente chiamato da Gesù per stare con Lui e poter poi essere da Lui inviato (cfr Mc 3,13).

Chiamandoci, Dio ci ha identificati. E noi Gli rispondiamo adeguatamente solo quando ci identifichiamo con la sua chiamata. L’identità salesiana non si adegua, dunque, a ciò che già siamo, né a ciò che desideriamo essere; coincide piuttosto con il Suo progetto, con quanto Egli vuole che diventiamo. Ebbene, identificarsi con ciò che Dio vuole da noi è l’obiettivo di ogni formazione. Salesiano, sii ciò che sei chiamato ad essere! La chiamata di Dio, che è grazia immeritata, precede e motiva lo sforzo di adeguarsi ad essa, in cui consiste fondamentalmente la formazione, e “per la quale il Signore ci dona ogni giorno la sua grazia” (Cost 96): vocazione e formazione sono due forme di realizzazione in noi della grazia; la vocazione è la grazia d’essere chiamati, che precede, accompagna e richiede la formazione; la formazione è la grazia di diventare degni della vocazione, che va coltivata, mantenuta e sempre più approfondita.

2.1    Vocazione: la grazia come origine

“La nostra vita di discepoli del Signore è una grazia del Padre che ci consacra col dono del suo Spirito e ci invia ad essere apostoli dei giovani” (Cost 3).

La vocazione non è mai progetto personale di vita, che un individuo realizza con le sue proprie forze o alimenta con i suoi migliori sogni; è, piuttosto, chiamata di Colui che, precedendolo e trascendendolo, propone al prescelto una meta che va al di là di lui stesso e delle sue possibilità. Nel primo caso, la persona sente la voglia e l’entusiasmo di fare qualcosa nella sua vita, o meglio, si propone – crede di essere capace di – fare qualcosa della sua vita. Nel secondo caso, si sente desiderato per fare qualcosa della sua vita, un qualcosa che potrà immaginare e individuare solo se risponderà alla chiamata personale. Credersi chiamato significa sapersi prescelto (cfr Gv 15,16).  “È suo [di Dio] il primato dell´amore. La sequela è soltanto risposta d´amore all´amore di Dio. Se «noi amiamo» è «perché egli ci ha amati per primo» (1 Gv 4, 10.19). Ciò significa riconoscere il suo amore personale con quella intima consapevolezza che faceva dire all´apostolo Paolo: «Cristo mi ha amato e ha dato la sua vita per me» (Gal 2, 20)”.[8]

La vita come vocazione

La vita di ogni persona è vocazione e come tale deve essere compresa, accolta e realizzata”.[9] Prima di conoscere, nella chiamata, il destino della propria vita, prima di riconoscersi chiamato a fare qualcosa della propria vita, il credente sa di essere chiamato da Dio per il semplice fatto di vivere: “Egli ci ha fatti e noi siamo suoi”, riconosce il salmista (Sal 100,3).

La vita, Parola di Dio

La vita, la propria esistenza, è parola di Dio e, allo stesso tempo, la risposta dovuta al proprio Dio. È quanto ci ricorda la storia di Anna, la madre di Samuele, che chiede un figlio e quando lo riceve sente che quel figlio appartiene a Dio e di fatti lo porta al Santuario di Silo per “condurlo a vedere il volto del Signore; poi resterà lì per sempre”: “Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho chiesto. Perciò anch’io lo do in cambio al Signore: per tutti i giorni della sua vita egli è ceduto al Signore” (1Sam 1, 22.27-28). Invocando l’uomo, Dio l’ha chiamato all’esistenza; la persona invocata è obbligata a rispondere: con la vita concessa, Dio ci ha imposto il dialogo come modo di esistere alla sua presenza. Essendo immagine di un Dio che ci ha pensati dialogando con se stesso, potremo vivere solo in dialogo con questo Dio. La vita è un pronunciarsi di Dio a nostro favore ed esige, pertanto, il pronunciarsi dell’uomo a suo favore; non è un caso se siamo nati dal nulla all’interno di un colloquio divino: Colui che ci ha immaginati dialogando con se stesso, ha potuto considerarci sua immagine perché possiamo dialogare come Lui e con Lui.

“Dal momento che è stato chiamato da Dio alla vita, il credente riconosce che la sua presenza nel mondo non obbedisce a una decisione propria: non vive chi vuole, chi lo ha desiderato, ma colui che è stato desiderato e amato... Proprio perché la vita è effetto del volere divino, non si può vivere fuori dall’ambito della sua volontà: chi non esiste perché vuole, non dovrà esistere come gli pare; la vita concessa presenta dei limiti da rispettare (Gen 2,16-17) e compiti da svolgere (Gen 1,28-31). L’uomo biblico, per il semplice fatto di vivere, si sa chiamato da Dio e responsabile davanti a Lui: vive perché Dio lo ha voluto e per vivere come Dio vuole...; sa di essere vivo, perché è stato invocato da Dio; sa che vivrà, se rimarrà fedele a questa vocazione (Gen 3,17-19)”.[10]

Ed è così, immedesimandoci con la chiamata di Dio, che troviamo il nostro bene e incontriamo la nostra libertà: “Ciascuno trova il suo bene aderendo al progetto che Dio ha su di lui, per realizzarlo in pienezza: in tale progetto infatti egli trova la sua verità ed è aderendo a tale verità che egli diventa libero (cfr Gv 8, 32)”.[11]

La vita, risposta dovuta a Dio

Per il semplice fatto di essere, l’uomo deve farsi responsabile: essendo l’unico essere vivente che riflette la natura dialogica di Dio (Gen 1,26), dovrà assumersi la responsabilità del creato (Gen 1,3-25), prendersi la responsabilità di procreare (Gen 1,27-30; Sal 8,6-9; Sir 17,1-10) e la responsabilità di suo fratello (Gen 4,9). Questa responsabilità, dalla quale dipende il suo rapporto con Dio e che si realizza nella custodia del mondo e del fratello, è un debito permanente dell’uomo; lo salda nella misura in cui, vigilando sul creato in nome e al posto di Dio, rimane in dialogo con Lui.

L’uomo biblico vive, dunque, dinanzi a Dio con un debito permanente di risposta. Colui che deve la sua vita a una Parola di Dio, non può restare in silenzio alla sua presenza; il credente che tace dinanzi a Dio, ha smesso di esistere per Dio; Egli ci ha immaginati parlando, e siamo immagine sua se restiamo in dialogo con Lui: solamente i morti non possono ricordarLo, solo i morti non Lo lodano (cfr Sal 6,6; 88,11-13; Is 38,18). Tutto ciò che la vita ci offre può essere motivo di preghiera[12] ed è compito di cui assumersi la responsabilità: non esiste situazione umana alcuna che non sia degna di essere commentata, dialogata, condivisa con Dio; né c’è bisogno dei fratelli né fratello nel bisogno di cui non dobbiamo rispondere. Ricordiamo che Caino non ha voluto parlare di suo fratello Abele, anzi ha dichiarato di non dover rispondere di lui, perché gli aveva tolto la vita poco prima: l’assassinio ha preceduto la negazione a rispondere del fratello.

La vocazione, compito per una vita

Per il credente, la vita non è frutto del caso, né tanto meno impegno del volere umano: ogni vita è voluta da Dio; a ciascuna vita umana Dio assegna un luogo, un compito, nel suo progetto salvifico. Chi giunge all’esistenza è stato voluto da Dio: la sua esistenza ha senso, almeno, per Dio e la sua vita riceve il suo pieno senso solo da Dio. 

La vocazione, missione dialogata

Non è un caso se, nella Bibbia, quando si descrive una chiamata di Dio, il racconto diventa la trascrizione del dialogo che Dio apre con il suo eletto: svelandogli il progetto che alimenta su di lui, Dio gli fa sapere che conta su di lui per portarlo a termine. 

Inaspettatamente, senza averlo meritato, e nemmeno desiderato, la persona chiamata si trova con un compito che gli viene proposto e con una forma di vita che gli viene imposta: che si tratti della generazione di un popolo (Abramo: Gen 12,1-4) o della sua liberazione (Mosè: Es 3,1-4,23), del concepimento di un figlio (Maria: Lc 1,26-38) o dell’invito a vivere con Gesù (i primi quattro discepoli: Mc 1,16-20), la missione assegnata non risponde alle possibilità del chiamato, spesso non fa parte nemmeno delle sue priorità; sia Abramo che Maria non vedevano possibile la discendenza promessa (Gen 15,2-3; Lc 1,34). La missione designata solitamente non si concilia nemmeno con l’attività o professione che già si sta svolgendo; Mosè, pascolando bestiame altrui, così come i primi discepoli di Gesù, lavorando con le loro reti, vivevano immersi in progetti ben diversi da quello al quale furono chiamati, vale a dire guidare un movimento di liberazione nazionale (Es 2,21-3,1) o essere pescatori di uomini per il regno di Dio (Mc 1,16.19). 

Il credente biblico, sapendo che la sua vita è la conseguenza di una decisione di Dio in suo favore, può escludere da essa il caso e la fortuna, buona o cattiva che sia: essendoci una Persona che positivamente l’ha voluto in un determinato momento e in quel momento l’ha creato vivente, non smetterà mai di sentirsi amato finché vivrà; non sarà mai preda del destino, né l’imprevisto infierirà contro di lui. Tuttavia, proprio per questo, dal momento che non si è procurato da sé l’esistenza, nemmeno può programmarsela da sé; non è signore di se stesso: è rimasto soggetto all’arbitrio di Colui che l’ha amato tanto da volerlo vivo e simile a Lui. La sua stessa vita lo rivela, quindi, come progetto divino da realizzare; la sua esistenza personale è la prova della preesistenza di un piano divino su di lui: la vita è sempre missione, per essere stata prima di tutto dono; essa è incarico e grazia, giacché non è stata un’eredità automatica, né è salario dovuto.

La missione, casa e causa di formazione

Dio può benissimo disporre della vita di un uomo, dal momento che è stato Lui a dargliela. Le storie di chiamate, significativamente numerose nella Bibbia, mostrano in modo esemplare questo tratto caratteristico del Dio vivente: Dio rivela alla persona chiamata che conta su di lei, a volte, decisamente suo malgrado, e, altre, persino contrariamente alla sua volontà. Per quante obiezioni accumuli il chiamato, non potrà evitare la chiamata. A meno che Dio non revochi il suo invio, l’inviato rimarrà tale per sempre; nemmeno fuggendo da Dio, ci si può liberare di Lui e della sua volontà, come dovette imparare Giona (Gio 1,1-3,3). E ciò che è ancora più serio è che più di un chiamato sentirà che gli è stata rubata la sua vita, che gli è stata sequestrata con violenza, imponendogli una missione che non rientrava nei suoi calcoli né entrerà del tutto nelle sue capacità, come lo evidenziano Geremia (Ger 1,5) e Paolo (Gal 1,15).

Dio va d’accordo con coloro che chiama conversando con loro; il Dio che chiama parlando, trasforma la persona prescelta in interlocutore. Dio, nel rivolgersi al chiamato, gli rivela che lo desidera e per quale scopo lo desidera. Ebbene, l’unico sapere su Dio e su se stesso che il chiamato acquisisce nell’assumere la chiamata di Dio, consiste nel sapersi destinato agli altri: il Dio biblico, quando chiama, vuole il chiamato per se stesso, sì, ma anche per gli altri. In ciò consiste, precisamente, la sorpresa del chiamato: la risposta che deve a Dio per la sua vocazione, deve provare a darla rispondendo di coloro ai quali è stato inviato; Dio chiama per stare con Lui e per inviare: l’amicizia intima con Lui e la missione a favore degli altri sono la maniera di vivere la scelta; sono la sua conseguenza e la sua prova. E tutto ciò che si fa per imparare ad essere amici e non servi del Signore e per realizzare la missione, per prepararsi alla stessa e identificarsi con essa, è formazione. La formazione del salesiano è per natura religiosa ed apostolica perché è orientata e motivata dalla missione.

L’unica risposta che il Dio del chiamato considera valida è quella che realizza la sua chiamata, vale a dire, quella egli dà quando si dona a coloro ai quali Dio lo ha destinato nel momento in cui l’ha chiamato per nome. Assumere la vocazione presuppone, quindi, una vita di obbedienza al compito ricevuto: il servizio esclusivo ai giovani è la risposta che Dio aspetta dal salesiano. Non è un caso se stiamo perdendo la consapevolezza dei nostri doveri di fronte ai giovani, quando stiamo perdendo il piacere e la voglia di pregare; né tanto meno deve meravigliarci che ogni tentativo di liberazione della missione salesiana impoverisca e renda più difficile la nostra preghiera comunitaria: non è che Dio si stia allontanando da noi e ci impedisca di sentirlo vicino, è che noi ci stiamo allontanando dai giovani e non riusciamo a stare vicino ai loro problemi. Ci crediamo abbandonati da Dio perché, e quando, abbandoniamo “la patria della nostra missione..., la gioventù bisognosa”.[13]

Come salesiani, siamo in debito con Dio e con i giovani: questo debito nasce dalla grazia ricevuta: è nato, si mantiene con la vocazione ed è saldato con la formazione, “adeguata e continua” (Cost 96). “Immerso nel mondo e nelle preoccupazioni della vita pastorale, il salesiano impara a incontrare Dio attraverso quelli a cui è mandato" (Cost 95). La formazione consiste fondamentalmente e principalmente in questo apprendimento. La meta consiste nell’incontrare Dio nella vita che si sta portando avanti mentre si vive la chiamata; il cammino per riuscirci e le scelte metodologiche costituiscono il processo formativo che ogni chiamato vive in prima persona: non sarà necessario uscire dalla vita che si sta vivendo, se questa è la risposta alla propria vocazione. Laddove manchi la consapevolezza di stare facendo davanti a Dio ciò che Egli ci ha affidato, non ci potrà essere formazione alcuna, per quanto si studi o per quanti anni si passino nelle cosiddette ‘case e tappe di formazione’.

2.2    Formazione: la grazia come compito

Ovviamente non stiamo parlando in termini astratti di vocazione e formazione. Come abbiamo visto all’inizio tutte e due, vocazione e formazione, affrontano sfide proprie che, a mio avviso, procedono dal contesto culturale storico che stiamo vivendo e dal tipo di presenza della Chiesa e della Congregazione.

Per quel che riguarda il contesto sociale, ci sono alcuni elementi che in controluce “toccano da vicino l’esperienza vocazionale”: da un canto il valore della persona, e dall’altro il soggettivismo e individualismo; da un canto la dignità della donna, e dall’altro l’ambiguità nei suoi confronti; da un canto la rivalorizzazione della sessualità, e dall’altro alcune sue espressioni distorte; da un canto la ricchezza del pluralismo, e dall’altro il relativismo e debolezza di pensiero; da un canto il valore della libertà, e dall’altro l’arbitrarietà; da un canto la complessità della vita, e dall’altro la frammentazione; da un canto la globalizzazione, e dall’altro i particolarismi; da un canto, un maggior desiderio di spiritualità, e dall’altro il secolarismo.[14]

Per quel che riguarda la Chiesa, essa vorrebbe rispondere alle sfide del tempo presente con la Nuova Evangelizzazione, che richiede a sua volta un nuovo evangelizzatore, che faccia di Cristo il tema e il contenuto della sua predicazione, del mistero della croce il criterio di autenticità cristiana, del vangelo la sua forza e la sua luce. Così sarà capace di unire armonicamente evangelizzazione, promozione umana, cultura cristiana, e di promuovere il dialogo culturale, ecumenico e interreligioso. 

La Congregazione, da parte sua, in questi ultimi anni, dal Concilio Vaticano II in poi ha cercato di aggiornarsi per rispondere a queste sfide e si è impegnata a rinnovare la sua esperienza di vocazione e la sua prassi formativa. La Ratio è, da questo punto di vista, molto più di un documento.

La sua intuizione fondamentale è quella della identità carismatica e identificazione vocazionale. Siamo convinti che se riusciamo a garantire una chiara identità salesiana, attraverso la formazione, i confratelli si sentiranno provvisti da un bagaglio di valori, di atteggiamenti, di criteri che li aiuteranno ad affrontare con successo la cultura odierna e a realizzare con efficacia la missione salesiana. Vorrei quindi fare un approccio al tema della formazione da questa prospettiva.

La chiamata di Dio, dandoci i giovani come contenuto della nostra risposta vocazionale, ci ha obbligati a vivere un determinato tipo di spiritualità, che richiede una formazione specifica: “crediamo che Dio ci sta attendendo nei giovani per offrirci la grazia dell’incontro con Lui e per disporci a servirlo in loro”.[15] Dal momento che la nostra esperienza di Dio non si può comprendere senza il riferimento ai giovani ai quali Dio ci ha destinato, allo stesso modo non si potrà realizzare la nostra formazione senza una vita vissuta in favore loro: “la natura religiosa apostolica della vocazione salesiana determina l’orientamento specifico della nostra formazione” (Cost 97).

Il salesiano sa che la sua vita apostolica costituisce il luogo privilegiato e il motivo centrale del suo dialogo con Dio: poiché Dio ha stabilito per lui quel compito per tutta la vita, è identificandosi con esso e realizzandolo che potrà rispondergli. “L’appello di Dio gli giunge attraverso l’esperienza della missione giovanile; non poche volte di lì inizia la sequela. Nella missione si impegnano, si manifestano e crescono in lui i doni della consacrazione. Un unico movimento di carità lo attira verso Dio e lo spinge verso i giovani (cfr Cost 10). Egli vive il lavoro educativo con i giovani come un atto di culto e una possibilità di incontro con Dio”.[16]

L’impegno per riuscirci si chiama formazione; infatti, “formazione salesiana è identificarsi con la vocazione che lo Spirito ha suscitato attraverso Don Bosco, avere la sua capacità di condividerla, ispirarsi al suo atteggiamento e al suo metodo formativo”.[17]

Identità carismatica e identificazione vocazionale

“Conformarsi a Gesù Cristo e dare la vita per i giovani, come Don Bosco”, è, in sintesi, “la vocazione del salesiano”, la sua identità. “Tutta la formazione, iniziale e permanente, consiste nell’assumere e rendere reale nelle persone e nella comunità questa identità”. “Da essa il processo formativo prende l’avvio e ad essa si riferisce costantemente”. L’identità salesiana è “il cuore di tutta la formazione”,[18] la sua norma e la sua meta. “In altre parole: l’identità salesiana caratterizza la nostra formazione, che non può essere generica, e ne specifica i doveri e le esigenze fondamentali”.[19]

Obiettivi della formazione

Formarsi comporta di riconoscere la forma di vita alla quale si è chiamati e identificarsi più pienamente in essa. Come già ho accennato, nella vita consacrata la formazione non coincide con il tempo pedagogico che precede la preparazione ai voti, il ministero sacerdotale, un tempo, dunque, limitato e da non ripetere; è piuttosto una situazione permanente, mai terminata che dura “tutta l’esistenza, per coinvolgere tutta la persona, cuore, mente e forze (cfr Mt 22,37) e renderla simile al Figlio che si dona al Padre per l’umanità”.[20]

“Attraverso la formazione infatti si realizza l’identificazione carismatica e si acquista la maturità necessaria per vivere e operare in conformità con il carisma fondazionale: dal primo stato di entusiasmo emotivo per Don Bosco e per la sua missione giovanile si giunge ad una vera conformazione con Cristo, ad un profondo identificarsi con il Fondatore, all’assunzione delle Costituzioni come Regola di vita e criterio di identità, e ad un forte senso di appartenenza alla Congregazione e alla comunità ispettoriale”.[21]

Ciò che siamo chiamati a essere determina ciò che dobbiamo sforzarci di essere; l’identità carismatica provoca e guida l’impegno di identificazione, personale e comunitaria, che è la formazione. In altri termini, gli obiettivi della formazione per la vita salesiana sono imposti dalla stessa vocazione salesiana, in definitiva Dio che ci chiama ad attuare questi compiti:

1º.  Inviati ai giovani: conformarsi con Cristo Buon Pastore.

Come Don Bosco, il salesiano ha come primo e principale destinatario della sua missione “la gioventù povera, abbandonata, pericolante, che ha maggior bisogno di essere amata ed evangelizzata” (Cost 26).[22]

Rispondere a questa missione ci ottiene la conformazione[23] a Cristo, Buon Pastore, il cui frutto e garanzia naturale è la carità pastorale. Amare i giovani come Cristo li ama “diviene per il salesiano progetto di vita”; ciò che farà per rappresentare l’amore di Dio ai giovani (cfr Cost 2: essere nella Chiesa segno e portatore) lo identificherà con Cristo, apostolo del Padre. “Attraverso i giovani il Signore entra nell’esistenza del salesiano e vi prende il posto principale; e l’ansia di Cristo Redentore trova eco nel motto Da mihi animas, cetera tolle, che costituisce il punto unificatore di tutta la sua esistenza”.[24]

Il salesiano si conforma a Cristo realizzando la sua missione, “il parametro sicuro e definitivo della nostra identità”,[25] con ‘cuore oratoriano’,[26] rispondendo ai bisogni dei giovani con immaginazione e sensibilità  educativa. Ed è nella vita quotidiana, e non in comportamenti puntuali o straordinari, “è nella realtà di ogni giorno che il salesiano traduce in esperienza di vita la sua identità di apostolo dei giovani”.[27]

2º.     Resi fratelli da un’unica missione: fare della vita comune luogo e oggetto di formazione.

“Vivere e lavorare insieme è per noi, salesiani, un’esigenza fondamentale e cammino sicuro per realizzare la nostra vocazione” (Cost 49). Il vivere comunitariamente la missione, infatti, non è lasciato al nostro arbitrio: non siamo liberi di accettarlo, né possiamo liberarci da esso a nostro piacimento; non è nemmeno una decisione tattica finalizzata ad una maggiore efficacia apostolica; “è uno dei tratti più fortemente caratterizzanti l’identità salesiana. Il salesiano è convocato a vivere con altri fratelli consacrati per condividere il servizio del Regno di Dio tra i giovani”.[28]

Per vocazione, il salesiano è “parte viva di una comunità” e “coltiva un profondo senso di appartenenza ad essa”: “Con spirito di fede e sorretto dall’amicizia il salesiano vive lo spirito di famiglia nella comunità e contribuisce giorno per giorno alla costruzione della comunione tra tutti i membri. Convinto che la missione è affidata alla comunità, egli si impegna a operare con i suoi confratelli secondo una visione d’insieme e un progetto condiviso”.[29]

Dal momento che “l’assimilazione dello spirito salesiano è fondamentalmente un fatto di comunicazione di vita” (Reg 85), la formazione, in quanto identificazione con il carisma salesiano, richiede ancor più quella comunicazione che “ha come contesto naturale la comunità”.[30] Oltre ad essere “l’ambiente naturale della crescita vocazionale”, “la vita stessa della comunità, unita in Cristo e aperta alle esigenze dei tempi, è formatrice” (Cost 99). Vivere nella e per la comunità è vivere in formazione.

3º.   Consacrati da Dio: testimoniare la radicalità del Vangelo.

“La missione apostolica, la comunità fraterna e la pratica dei consigli evangelici sono gli elementi inseparabili della nostra consacrazione” (Cost 3).

“La vita spirituale salesiana è una forte esperienza di Dio che è sostenuta e a sua volta sostiene uno stile di vita fondato interamente sui valori del Vangelo (cfr Cost 60). Per questo, il salesiano assume la forma di vita obbediente, povera e verginale che Gesù scelse per sé sulla terra… Crescendo nella radicalità evangelica con intensa tonalità apostolica, egli fa della sua vita un messaggio educativo, rivolto specialmente ai giovani, proclamando con la sua esistenza «che Dio esiste e che il suo amore può colmare una vita; e che il bisogno di amare, la spinta a possedere e la libertà di decidere della propria esistenza acquistano il loro senso supremo in Cristo salvatore» (Cost 62)”.[31]

Di conseguenza, la pratica dei consigli evangelici, oltre ad essere messaggio e metodo di evangelizzazione,[32] “costituisce un principio di identità e un criterio formativo”.[33] 

4º.     Condividendo vocazione e missione: animare comunità apostoliche nello spirito di Don Bosco.

“Il salesiano non può pensare integralmente la sua vocazione nella Chiesa senza riferirsi a quelli che con lui sono i portatori della volontà del Fondatore. Con la professione egli entra nella Congregazione Salesiana e viene inserito nella Famiglia Salesiana”;[34] in essa abbiamo particolari responsabilità: “mantenere l’unità dello spirito e stimolare il dialogo e la collaborazione fraterna per un reciproco arricchimento e una maggiore fecondità apostolica” (Cost 5).

Per il fatto di esserlo, “ogni salesiano è animatore e si abilita sempre più ad esserlo”:[35] rispondere alla propria vocazione lo rende corresponsabile del carisma salesiano che vivono, in modo diverso, i vari membri della Famiglia Salesiana. “La formazione dà al salesiano un forte senso della sua identità specifica, apre alla comunione nello spirito salesiano e nella missione con i membri della Famiglia Salesiana che vivono progetti vocazionali diversi... La comunione sarà tanto più sicura ‘quanto più chiara sarà l’identità vocazionale di ciascuno e più grandi la comprensione, il rispetto e la valorizzazione delle diverse vocazioni’…[36] “La formazione alla comunione nei valori salesiani fa crescere la consapevolezza del compito di animazione carismatica e qualifica ad esso”.[37]

5º.   Nel cuore della Chiesa: edificare la Chiesa, sacramento di salvezza.

“La vocazione salesiana ci colloca nel cuore della Chiesa” (Cost 6): “l’esperienza spirituale del salesiano è, pertanto, un’esperienza ecclesiale”.[38]  Se per Don Bosco amare la Chiesa è stato un modo caratteristico della sua vita e della sua santità, per noi “essere Salesiani è il nostro modo di essere intensamente Chiesa”.[39] 

Il salesiano arriva ad esserlo crescendo nel senso di appartenenza alla Chiesa,[40]  impegnato con le preoccupazioni e i problemi della stessa, inserito nei suoi programmi pastorali e coinvolgendo i giovani in essi, vivendo in comunione cordiale con il Papa e con coloro che lavorano per il Regno (cfr Cost 13).[41]

6º.   Aperti alla realtà: inculturare il carisma.

La vocazione del salesiano esige “apertura e il discernimento davanti alle trasformazioni in atto nella vita della Chiesa e del mondo, specialmente dei giovani e degli ambienti popolari”.[42] Come Don Bosco, il salesiano rende la realtà storica “tessuto della sua vocazione”, “una sfida e un invito pressante al discernimento e all’azione... Si sforza di comprendere i fenomeni culturali che oggi segnano la vita, opera una riflessione attenta e impegnata su di essi, li percepisce nella prospettiva della Redenzione”.[43] La lettura evangelica della realtà, in particolare della realtà giovanile e popolare, è d’obbligo se si vuole rispondere adeguatamente alla vocazione salesiana: è parte integrante, quindi, dell’impegno formativo.  

“Chiamato ad incarnarsi tra i giovani di un determinato luogo e cultura, il salesiano ha bisogno di una formazione inculturata. Mediante il discernimento e il dialogo con il proprio contesto, egli si sforza di permeare di valori evangelici e salesiani i propri criteri di vita, e di radicare l’esperienza salesiana nel proprio contesto. Da questo fecondo rapporto emergono stili di vita e metodi pastorali più efficaci perché coerenti con il carisma di fondazione e con l’azione unificante dello Spirito Santo (cfr VC 80)”.[44]

Metodologia formativa

“Rispondere all’appello di Cristo che chiama personalmente significa rendere reali i valori vocazionali”.[45] Considerata l’esperienza secolare salesiana, da Don Bosco ai nostri giorni, l’identificazione teorica dei valori carismatici può ritenersi oggi come meta sufficientemente raggiunta. La sfida più grande che la formazione affronta oggi consiste, piuttosto, nel metodo formativo, nel come fare della proposta vocazionale un progetto personale di vita, come passare dai valori apprezzati ai valori vissuti, come trasformare il carisma salesiano in realtà quotidiana.

Spinta da una vocazione gratuita, la formazione è, prima che processo metodologico, esperienza vissuta di grazia, dono riconoscente e responsabilità assunta, attraverso un dialogo personale con Dio non trasferibile: è, e in questo ordine, “grazia dello Spirito, atteggiamento personale, pedagogia di vita”.[46] Lo Spirito di Dio è, in definitiva, l’autore della chiamata e l’unico e vero formatore del chiamato: ha iniziato il dialogo con la sua proposta ed è capace di sostenerlo con la sua forza. L’azione formativa resta così aperta al senso del mistero di Dio e della persona; senza questo dialogo interiore, nulla è garantito; lo dimostra anche troppo bene il nostro vissuto personale e la nostra esperienza di educatori.

Affermata la priorità dello Spirito nel processo formativo,[47] dell’esperienza educativa salesiana, degli orientamenti della Chiesa e della Congregazione, e dell’analisi della realtà formativa, in questi ultimi anni emergono alcune scelte di metodo che “appaiono indispensabili per il raggiungimento degli obiettivi del processo formativo e per coltivare in forma continua la vocazione”.[48] 

1º.   Raggiungere la persona in profondità

La formazione, “l’assimilazione personale dell’identità salesiana”,[49] si realizza nell’essere come Don Bosco, più che nel lavorare come lui. Ciò obbliga a centrare l’impegno formativo, prioritariamente, sull’interiorizzazione dell’esperienza senza limitarsi ad acquisire nuove conoscenze, o a ripetere comportamenti formali, esterni, che non esprimono realmente i valori che siamo chiamati a vivere e sono mere forme di adattamento a un ambiente.[50] Senza interiorizzazione si corre un duplice pericolo: da una parte, si riduce la formazione a mera informazione, quando si dà per scontato l’appropriazione di valori solo per il fatto di parlare spesso di essi; d’altra parte, si abbassa la formazione a semplice accomodamento, quando si assume mimeticamente un genere di vita senza appropriarsi delle sue motivazioni ultime.

L’interiorizzazione dei valori carismatici implica necessariamente l’esistenza di profonde motivazioni personali, e diventa irraggiungibile se non si riesce a fare dei valori carismatici convinzioni soggettive. Solamente avendo forti ragioni per arrivare ad essere ciò che siamo chiamati ad essere possiamo scoprire come valori gli elementi che formano l’insieme della vita salesiana, farne esperienza, e assumerli fino a renderli un modo con-naturale dell’essere. È così che la persona viene toccata in profondità e avviene la sua trasformazione.

Assieme a questo si segnala un aspetto proprio dell’educazione salesiana, che è partire dalla persona concreta, dalla sua storia personale, dal suo processo già fatto nelle diverse dimensioni della persona umana, superando la tentazione di omogeneizzare e livellare tutti per pragmatismo, senza rispettare i ritmi di maturazione delle persone. Questo aspetto comporta il compito di aiutare a far sì che la persona si conosca e si accetti, diventi consapevole delle sue convinzioni e le sottoponga a discernimento, come condizione indispensabile per costruire sulla verità e l’accettazione di sé. Implica, anche, la conoscenza precisa dei bisogni della persona e l’elaborazione di un cammino adeguato. Implica, infine, la proposta chiara del progetto di vita salesiana, con tutte le sue esigenze, senza lasciare spazio a facili entusiasmi ed emozioni passeggere.

La conoscenza di se stesso, che è già un valore, è orientata all’esperienza formativa del confronto della persona con l’identità vocazionale che vuole assumere. Nasce così il profilo con il quale la persona vuole identificarsi (Cristo, alla maniera di Don Bosco, parafrasando l’espressione di San Paolo: “Siate miei imitatori come io lo sono di Cristo”) e, a partire da tale profilo, si delinea il piano di lavoro spirituale che favorisce quella crescente identificazione, che, come è logico, non ha fine e vale per tutta la vita.

La prima responsabilità di questa identificazione interiore ricade sulla stessa persona chiamata. Non si tratta di un compito delegabile, né prorogabile: nessuno lo può svolgere al posto del chiamato, né quest’ultimo può farlo quando vuole. Il chiamato, proprio perché è chiamato e per rispondere alla chiamata, deve impegnarsi a fondo, senza riserve, con generosità e radicalità, con convinzione ed entusiasmo. Pian piano crescerà nel senso di appartenenza alla famiglia della quale vuole far parte e si sentirà a casa.[51]

2º.   Animare un’esperienza formativa unitaria

La formazione si realizza, necessariamente, attraverso un cammino lungo e diversificato, in diverse comunità e con diversi responsabili. Perché possa essere un’esperienza integrata e personalizzata, è necessario che sia compresa e realizzata come una proposta unica, che si svolge sotto un unico processo, sebbene varino le azioni concrete e gli accenti, a seconda delle diverse tappe della vita del salesiano. L’elaborazione della proposta è responsabilità comunitaria:[52] trascende preferenze o bisogni individuali e trasmette in modo accessibile e pedagogico il carisma fondazionale.

Per evitare “il rischio di fare della formazione una somma di interventi disorganici e discontinui, affidati all’azione individuale di persone o gruppi”,[53] la formazione deve essere pensata come progetto unitario ed organico e vissuta con mentalità di progetto. Il progetto ingloba sia ciò che, oggettivamente, costituisce il carisma salesiano (obiettivi generali), sia ciò che persegue la formazione in ogni momento e gli interventi formativi con cui lo realizza (obiettivi di ogni tappa, le strategie per raggiungerli e i metodi di valutazione).[54]

Dato che il processo formativo è al servizio della persona,[55] la sua maturazione richiede tempi ‘psicologici’ più che cronologici. Ebbene, superando una certa concezione secondo la quale le cose dello spirito non sono valutabili, la formazione deve essere verificata in base al conseguimento degli obiettivi formativi proposti. La formazione non è questione di superare delle fasi e completare un curriculum; si tratta bensì di integrare dei valori e mantenere una forte tensione vocazionale. Una tappa formativa deve preparare quella successiva; il passaggio da una fase all’altra deve essere segnato “dal raggiungimento degli obiettivi più che dal trascorrere del tempo o dal curriculum di studi... Il ritmo di crescita vocazionale viene mantenuto senza cadute di tensione ed è sostenuto da impegni crescenti e da verifiche tempestive”.[56]

Come in ogni fatto educativo, il ‘chiamato’ è il soggetto che dà unità a tutti gli interventi, alle motivazioni, alle attività, perché solo lui può integrare tutto in modo organico attorno al progetto apostolico che è la vita salesiana, così come ha fatto Don Bosco che – utilizzando le parole di Don Rua – “non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa che non avesse di mira la salvezza della gioventù” (Cost 21).

3º.   Assicurare l’ambiente formativo e la corresponsabilità di tutti

“L’assimilazione dello spirito salesiano è, fondamentalmente, un fatto di comunicazione di vita” (Reg 85). Come nel caso di Gesù con i suoi primi discepoli (Mc 3,13-14; cfr Pastores dabo vobis, 60), e di Don Bosco con i primi salesiani,[57] la formazione deve avvenire in un ambiente di dialogo vocazionale, di convivenza quotidiana e responsabilità condivisa.

La prima responsabilità ricade, evidentemente, sul chiamato, “protagonista necessario e insostituibile della sua formazione, [che] in definitiva, è auto-formazione”.[58] “Ogni salesiano assume la responsabilità della propria formazione” (Cost 99). È lui che deve conoscere, accettare e assumere la propria vocazione e agire di conseguenza. E può far ciò “prendendo come punto di riferimento la Regola di vita e coinvolgendosi nell’esperienza quotidiana e nel cammino formativo della comunità... Una delle forme concrete per esprimere la propria responsabilità nella formazione è avere il progetto personale di vita”.[59]

Il salesiano deve trovare nella sua comunità l’ambiente naturale di crescita vocazionale... La vita stessa della comunità, unita in Cristo e aperta ai bisogni dei tempi è formativa” (Cost 99). Non basta, è evidente, che esista un certo grado di vita comune; la comunità è ambiente di formazione quando riesce ad essere soggetto collettivo di formazione, vale a dire, quando si organizza in modo tale da promuovere al suo interno relazioni interpersonali più profonde, uno slancio apostolico corresponsabile, competenza professionale e capacità pedagogica, una vita di preghiera stimolante, uno stile di vita autenticamente evangelico, preoccupazione per la crescita vocazionale di ciascun fratello, attraverso un progetto proprio e condiviso, l’apertura ai bisogni della Chiesa e dei giovani,  la sintonia con la Famiglia Salesiana. In particolare, la comunità valuta il suo impegno quotidiano nella comunità educativo-pastorale considerandola come “uno spazio privilegiato di autentica crescita e intensa formazione permanente”.[60]

“Prima che essere un luogo, uno spazio materiale”, le comunità dedicate specificatamente alla formazione iniziale, devono essere “uno spazio spirituale, un itinerario di vita, un’atmosfera che favorisce ed assicura un processo formativo”.[61] Comunità educative in cammino[62] si caratterizzano dal punto di vista pedagogico per la qualità del loro progetto formativo, elaborato e condiviso da tutti,[63] e assicurano le condizioni ambientali che favoriscono la personalizzazione dell’esperienza formativa. Per tradurre il progetto comune in prassi formativa quotidiana, creando un’atmosfera adeguata, è “condizione indispensabile e punto strategico determinante” l’esistenza di un’équipe consistente di formatori;[64] l’efficacia dei loro interventi formativi dipenderà dal fatto che si presentino e agiscano non tanto come accompagnatori isolati ma come équipe che rappresenta  la “mens” e la prassi formativa della Congregazione e che condivide criteri di discernimento e una pedagogia di accompagnamento.

All’interno dell’équipe formativa, il direttore della comunità svolge un ruolo rilevante, “ancora più impegnativo”[65] se è direttore di una comunità formatrice, giacché è responsabile di animare la “crescita vocazionale dei suoi confratelli”.[66] Egli è “responsabile del processo formativo personale di ogni confratello. È anche il direttore spirituale proposto, non imposto, ai confratelli in formazione”.[67] “Padre, maestro e guida spirituale” (Cost 50) della sua comunità, favorisce in essa un ambiente formativo attraverso la creazione di un clima ricco di valori salesiani, umani e apostolici, la mantiene in atteggiamento di risposta alla chiamata di Dio e in sintonia con la Chiesa e la Congregazione, considera momento privilegiato il colloquio personale e la direzione spirituale per la personalizzazione della vocazione, costituisce e incoraggia l’équipe di formatori “facendo convergere l’impegno di tutti in un progetto comune in sintonia con il progetto ispettoriale”.[68]

Colpisce, per la sua novità e urgenza, la presentazione della comunità ispettoriale come “comunità formatrice ma anche comunità in formazione”: “È responsabilità prima della comunità ispettoriale nell’ambito formativo promuovere l’identificazione dei confratelli, specialmente di quanti sono in formazione iniziale, con la vocazione salesiana, comunicandola vitalmente. Non è indifferente dunque che essa si mostri carica di forti motivazioni o demotivata, fervorosa nell’azione o stanca. Il clima di preghiera e di testimonianza, il senso di comune responsabilità e l’apertura al contesto e ai segni dei tempi, il vivere con slancio spirituale e competenza i vari impegni della missione salesiana, l’offerta di un ambiente che consegna quotidianamente criteri e stimoli di fedeltà, la rete di rapporti cordiali e di collaborazione tra le comunità, tra i singoli confratelli, tra i gruppi della Famiglia Salesiana e con i laici impegnati nella comunità: tutti questi aspetti costituiscono l’ambiente ispettoriale per la formazione dei confratelli. Questo clima permette ai confratelli in formazione di fare esperienza viva dell’identità salesiana e di sentirsi sostenuti nel cammino vocazionale”.[69]

Questa missione formativa dell’Ispettoria “non è un puro stato d’animo, né solo un fatto di buona volontà... [ma] è un principio che organizza la vita dell’Ispettoria e coinvolge tutta la sua realtà; partendo dalle esigenze della coscienza vocazionale e della corresponsabilità di tutti per la missione, si traduce in un progetto ispettoriale formativo organico”.[70]

4º.   Dare qualità formativa all’esperienza quotidiana

“Chiamato a vivere con impegno formativo qualunque situazione”, il salesiano “si sforza di discernere negli eventi la voce dello Spirito, acquistando così la capacità d’imparare dalla vita [e] attribuisce efficacia formativa alle sue attività ordinarie” (Cost 119). Infatti “l’esperienza quotidiana vissuta in chiave formativa ci avvicina alla verità di noi stessi e ci offre occasioni e stimoli per rendere reale il nostro progetto di vita”.[71]

Questa è stata la scuola di Gesù con i suoi discepoli, mentre condividevano la vita, la stanchezza e il riposo, e mentre camminavano verso Gerusalemme. È stata educativa anche l‘esperienza quotidiana di Don Bosco che attribuiva “valore educativo agli impegni di ogni giorno, nel cortile e nella scuola, nella comunità e nella chiesa (cfr. Cost 40), alla maniera di vedere e di leggere gli avvenimenti, di rispondere alla situazione dei giovani, della Chiesa e della società”.[72]

Ciononostante e, questo è innegabile, la vita quotidiana non è formativa tout court; devono esistere alcune condizioni perché possa diventare cammino concreto e quotidiano di identificazione vocazionale:

l       la presenza tra i giovani: “L’incontro con i giovani è per il salesiano cammino e scuola di formazione”; il contatto con i giovani e il loro mondo “lo rende consapevole della necessità di competenza educativa e professionale, di qualificazione pastorale, e di un aggiornamento costante”;[73]

2       la missione giovanile richiede di lavorare insieme, che risulta formativo “quando viene accompagnato dalla riflessione e, più ancora, quando questa è permeata da un atteggiamento di preghiera. Perciò, la comunità crea momenti e spazi che favoriscono uno sguardo attento, una lettura più profonda, una condivisione serena. E il salesiano è chiamato a confrontarsi con le proprie motivazioni di fondo, con il proprio senso pastorale, con la coscienza della propria identità”;[74]

3       la comunicazione reciproca, “scambio di doni e di esperienze per il mutuo arricchimento delle persone e della comunità”. Essa richiede un apprendimento.  “Da parte di chi comunica, occorre superare una certa paura o timidezza nell’esprimere i propri pensieri e sentimenti e avere il coraggio della fiducia nell’altro. Da parte di chi riceve la comunicazione, ci vuole la capacità di accoglierla con stima per la persona, senza giudicarla, e di apprezzare la differenza di vedute”;[75]

4       i rapporti interpersonalifavoriscono e rivelano il livello di maturazione di una persona, indicando fino a che punto l’amore ha preso possesso della sua vita e fino a che punto ha imparato ad esprimerlo”.[76] Senza la capacità di amare e senza la volontà di perdonare non sono possibili rapporti autenticamente personali;

5      il contesto socio-culturale incide sul modo di essere, sentire e valutare la realtà e, di conseguenza, interpella la propria identità. Oltre a conoscere bene la situazione attuale, bisogna saperla interpretare a partire da Dio, per dare risposte che siano in consonanza con la nostra vocazione e missione: “La capacità di «vedere» Dio nel mondo e di cogliere il suo richiamo attraverso le urgenze dei momenti e dei luoghi è una legge fondamentale del cammino di crescita salesiana”.[77]

5º.   Qualificare l’accompagnamento formativo

La formazione richiede un accompagnamento, che, oltre ad essere “caratteristica fondamentale della pedagogia salesiana”, è “condizione indispensabile” per la personalizzazione e il discernimento. L’accompagnamento ha il fine di ”assicurare al confratello la vicinanza, il confronto, l’orientamento e il sostegno adeguati in ogni momento del percorso formativo e far in modo che egli sia disponibile e attivamente responsabile nel cercare, accogliere e trarre vantaggio da questo servizio, tenendo presente che esso può assumere molteplici forme e vari gradi di intensità. Non si limita al dialogo individuale, ma è un insieme di relazioni, un ambiente e una pedagogia, propri del Sistema preventivo: va dalla presenza vicina e fraterna che suscita fiducia e familiarità, al cammino fatto a livello di gruppo, all’esperienza comunitaria; dagli incontri brevi e occasionali al dialogo personale cercato frequente e sistematico; dal confronto su aspetti esterni alla direzione spirituale e alla confessione sacramentale”.[78]

Oltre all’accompagnamento personale, appartiene allo stile salesiano l’accompagnamento da parte dell’ambiente educativo, che risulta dai rapporti interpersonali, dagli orientamenti dei responsabili, dal progetto comune condiviso. L’accompagnamento comunitario svolge un ruolo molto importante nella comunicazione vitale dei valori salesiani. Curarlo “significa assicurare la qualità pedagogica e spirituale dell’esperienza comunitaria e la qualità dell’animazione e dell’orientamento della comunità […] tende a costruire una comunità orientata con chiarezza d’identità e pedagogicamente animata e un’esperienza comunitaria che attraverso le molteplici quotidiane espressioni dello stile salesiano orienta, stimola e sostiene. Costituisce un impegno per ogni ambiente formativo e specialmente per le comunità troppo esigue o troppo numerose”.[79]

Perché “aiuti ognuno ad assumere e interiorizzare i contenuti dell’identità vocazionale”, l’accompagnamento deve essere personalizzato; bisogna assicurare la presenza e la dedizione di persone impegnate nella formazione, la loro competenza e l’unità di criteri. Nella tradizione salesiana, l’accompagnamento personale si realizza con diverse forme e persone:

l    Il direttore “ha responsabilità diretta verso ogni confratello e lo aiuta a realizzare la sua personale vocazione” (Cost 55); durante la formazione iniziale il direttore è “responsabile del processo formativo personale”. Svolge questo servizio mediante il colloquio “elemento integrante della prassi formativa salesiana, segno concreto di attenzione e cura della persona e della sua esperienza”. Realizzato “una volta al mese” (Reg 79), nella formazione iniziale è “una forma di orientamento spirituale che aiuta a personalizzare il percorso formativo e a interiorizzarne i contenuti”.[80]

2   Un’altra forma di accompagnamento esplicitamente prevista dalla pedagogia salesiana “è costituita dai momenti periodici di verifica personale (“scrutini”), attraverso i quali il Consiglio della comunità aiuta il confratello a valutare la sua situazione formativa personale, lo orienta e lo stimola concretamente nel processo di maturazione”.[81]

3   La direzione spirituale, che “è un ministero di illuminazione, di sostegno e di guida nel discernere la volontà di Dio per raggiungere la santità, motiva e suscita l’impegno della persona, la stimola a serie opzioni in sintonia con il Vangelo e la confronta con il progetto vocazionale salesiano”;[82] secondo la tradizione salesiana il direttore della comunità di formazione “è il direttore spirituale proposto ai confratelli, pur rimanendo loro la libertà di scegliere un altro direttore spirituale”.[83]

4   Il sacramento della riconciliazione nel quale “viene offerta a ciascun confratello una direzione spirituale molto pratica e personalizzata, arricchita dalla efficacia propria del sacramento. Il Confessore non solo assolve dai peccati ma, riconciliando il penitente, lo incoraggia e stimola sulla via della fedeltà a Dio e quindi anche nella prospettiva vocazionale specifica. Proprio per questa ragione è bene che durante la formazione iniziale i confratelli abbiano un confessore stabile e ordinariamente salesiano”.[84]

Esistono altre forme di accompagnamento personale, e altri responsabili, che aiutano il confratello a integrare nella sua esperienza formativa l’esercizio educativo-pastorale e l’impegno nella formazione intellettuale.[85] “Condizione chiave per l’accompagnamento è l’atteggiamento formativo del confratello in formazione iniziale”.[86] Infine, “l’accompagnamento formativo si colloca nell’ambito dell’animazione”:[87] evita di imporre, forzando, esperienze estranee a chi va crescendo e, al tempo stesso, di rinunciare a consigliare, proporre o correggere.

6º.  Prestare attenzione al discernimento

Il discernimento, spirituale e pastorale, è indispensabile ad ogni salesiano per vivere la vocazione con fedeltà creativa e come risposta permanente. Questo è frutto – come vi ho scritto tempo fa[88] – dell’ascolto della Parola, docile e paziente. In essa possiamo trovare cosa Dio vuole oggi da noi e come lo vuole […] «Dalla frequentazione della Parola di Dio [i discepoli del Signore]  hanno tratto la luce necessaria per quel discernimento individuale e comunitario che li ha aiutati a cercare nei segni dei tempi le vie del Signore. Essi hanno così acquisito una sorta di istinto soprannaturale»[89], quello sguardo di fede, cioè, «senza il quale la propria vita perde gradatamente senso, il volto dei fratelli si fa opaco ed è impossibile scoprirvi il volto di Cristo, gli avvenimenti della storia rimangono ambigui quando non privi di speranza, la missione apostolica e caritativa decade in attività dispersiva».[90]

Una comunità che “coltiva uno sguardo evangelico sulla realtà e cerca la volontà del Signore in fraterno e paziente dialogo e con vivo senso di responsabilità” offre ai confratelli il clima adeguato per esercitare in modo abituale un discernimento comunitario, che “rafforza la convergenza e la comunione, sostiene l’unità spirituale, stimola la ricerca di autenticità e il rinnovamento”.[91]

Nella formazione iniziale il discernimento è “un servizio al candidato e al carisma”. Pertanto, ha un’importanza perché si tratta di verificare la certezza della chiamata, la maturazione delle motivazioni, l’assimilazione dei valori, l’identificazione crescente con il progetto di vita, in una parola, la idoneità vocazionale. “Le ammissioni sono [solo] momenti di sintesi lungo questo processo. Il discernimento si compie in intima collaborazione tra il candidato e la comunità locale e ispettoriale. L’esperienza formativa parte da un presupposto fondamentale: la volontà di compiere insieme un processo di discernimento con un atteggiamento di comunicazione aperta e di sincera corresponsabilità, attenti alla voce dello Spirito e alle mediazioni concrete. Oggetto del discernimento vocazionale sono i valori e gli atteggiamenti richiesti per vivere con maturità, gioia e fedeltà la vocazione salesiana: le condizioni di idoneità, le motivazioni e la retta intenzione”.[92]

 “Punto chiave della metodologia formativa”, il discernimento rende effettivo l’impegno e la collaborazione dei responsabili, “assicurando la conoscenza della sua natura e delle sue caratteristiche, l’uso dei mezzi suggeriti e l’attenzione ai momenti specifici, e soprattutto l’impegno costante e qualificato di tutti”, cominciando dal candidato, “primo interessato a scoprire il progetto di Dio nei suoi riguardi”. Egli, pertanto, “coltiva un’apertura costante alla voce di Dio e all’azione dei formatori, orienta la sua vita secondo una prospettiva di fede, si confronta con i criteri vocazionali salesiani. Cerca di conoscersi in verità, di farsi conoscere e di accettarsi, si avvale di tutte le mediazioni e dei mezzi che l’esperienza formativa gli offre, in particolare dell’accompagnamento formativo e del confronto fraterno, del colloquio con il Direttore, della direzione spirituale, del sacramento della Penitenza, delle verifiche e del discernimento comunitario”.[93]

Oltre al candidato, nel processo di discernimento intervengono l’Ispettore e il suo Consiglio, curando “l’unità dei criteri”, il direttore, valutando “il progresso fatto dal candidato nel suo cammino vocazionale”, la comunità tutta, esprimendo il proprio parere (Reg 81).[94] Tutti i responsabili devono “assumere una prospettiva vocazionale e un atteggiamento di fede, avere sensibilità pedagogica e curare alcune competenze specifiche”,[95] da una parte e, dall’altra, avere “come punto di riferimento l’identità salesiana, i suoi elementi costitutivi, i requisiti e le condizioni per viverla; non è discernimento generico. Richiede quindi conoscenza e consonanza con i criteri indicati dalla Congregazione, in primo luogo con il criterio di qualità carismatica, che mira a porre le basi di un’esperienza vocazionale autentica e fedele, superando preoccupazioni quantitative o funzionali, entusiasmi non fondati o impegni costruiti su idoneità fragili e non provate. Chi interviene nel discernimento lo fa a nome della Congregazione, responsabile del carisma”.[96]

Il discernimento implica che si conosca la gradualità del processo formativo e la specificità di ogni tappa, tenendo presente l’unità della persona e la sua crescita. Ciò nonostante, non si può consentire di iniziare tappe di formazione e assumere impegni “per i quali l’interessato non è idoneo”; si deve evitare, altresì, di “protrarre situazioni problematiche o di indecisione che non offrono prospettive serie di miglioramento”.[97]

Dal momento che il discernimento è un atteggiamento non solo di verifica personale, ma, soprattutto, di ascolto della voce di Dio, che parla continuamente e in modo particolare in alcune circostanze, non si riduce alla formazione iniziale e, al contrario, accompagna tutta la vita del salesiano. Di fatto, “vi possono essere nella vita del salesiano momenti in cui si sperimenta il bisogno di… una verifica più attenta del proprio cammino, una revisione delle proprie scelte per una riaffermazione di esse o per una nuova opzione vocazionale... È quanto mai necessario che il confratello si ponga in un vero atteggiamento di discernimento spirituale, libero da pressioni interne ed esterne, aperto al confronto ed evitando l’isolamento o le decisioni prese in solitudine, dandosi il tempo necessario, accettando le opportunità e i mezzi che gli vengono offerti. Alla comunità, attraverso i responsabili, corrisponde riconoscere, comprendere e accompagnare il confratello con rispetto e stile fraterno, e sostenerlo opportunamente con interventi ordinari e straordinari”.[98]

2.3    Formazione: priorità assoluta

In quanto sforzo di assimilazione dell’identità carismatica, la formazione “è un impegno che dura tutta la vita”.[99] “Se, infatti, la vita consacrata è in se stessa una «progressiva assimilazione dei sentimenti di Cristo», sembra evidente che tale cammino non potrà che durare tutta l´esistenza, per coinvolgere tutta la persona”.[100] Finché non viene ritirata la chiamata, viviamo in debito con Dio e con i nostri destinatari: proprio perché “tutta la vita è vocazione, tutta la vita è formazione”.[101]

Sebbene sia vero che la formazione dura tutta la vita,  i suoi obiettivi, e i cammini, non sono sempre identici. La formazione iniziale, segnata da intense esperienze spirituali che portano a decisioni coraggiose”,[102] mira all’identificazione carismatica del chiamato, alla conoscenza e all’appropriazione personale della vocazione; dura un periodo di tempo limitato e diviso in tappe, che permettono un processo graduale di assimilazione del carisma e di donazione alla missione; “va dal primo orientamento verso la vita salesiana all’approfondimento delle motivazioni, all’identificazione con il progetto salesiano da vivere in una Ispettoria concreta”[103]: più che tempo di attesa, è tempo di lavoro e santità (cfr Cost 105).

La formazione permanente consiste, piuttosto, in “in uno sforzo costante di conversione e di rinnovamento” (Cost 99), che ci libera per “imparare per tutta la vita, in ogni età e stagione, in ogni ambiente e contesto umano, da ogni persona e da ogni cultura, per lasciarsi istruire da qualsiasi frammento di verità e bellezza che trova attorno a sé”. Ma soprattutto ci fa “imparare a farsi formare dalla vita di ogni giorno, dalla sua propria comunità e dai suoi fratelli e sorelle, dalle cose di sempre, ordinarie e straordinarie, dalla preghiera come dalla fatica apostolica, nella gioia e nella sofferenza, fino al momento della morte […] Le persone in formazione continua si riappropriano del tempo, non lo subiscono, lo accolgono come dono ed entrano con sapienza nei vari ritmi (quotidiano, settimanale, mensile, annuale) della vita stessa, cercando la sintonia tra essi e il ritmo fissato da Dio immutabile ed eterno, che segna i giorni, i secoli e il tempo”.[104]

In concreto, per noi salesiani la formazione permanente “è crescita nella maturità umana, è conformazione a Cristo, è fedeltà a Don Bosco per rispondere alle esigenze sempre nuove della condizione giovanile e popolare”.[105] Il chiamato, impegnato attraverso la professione perpetua a vivere identificato con la sua vocazione, rimane fedele a se stesso, appoggiandosi sulla fedeltà di Dio e sull’amore per i giovani (cfr Cost 195).[106] 

“Come per Don Bosco nei primi tempi, così oggi per la Congregazione e per ogni salesiano l’identificazione con il carisma e l’impegno di fedeltà ad esso, cioè la formazione, costituiscono una priorità assolutamente vitale”.[107] Il cammino di rinnovamento in cui stiamo impegnati, mentre andiamo verso la celebrazione del bicentenario della nascita di Don Bosco, “dipende principalmente della formazione”[108] di ciascun salesiano. “Sentita come una spina” dal nostro CG24, la formazione, “parte irrinunciabile della competenza educativa e della spiritualità del pastore”[109], fu già considerata dal mio predecessore, don Vecchi, “investimento prioritario”[110]: “Investire vuol dire stabilire e mantenere delle priorità, assicurare le condizioni, operare secondo un programma che metta al primo posto le persone, le comunità, la missione. Investire in tempo, in personale, in iniziative, in risorse economiche per la formazione, è compito e interesse di tutti.[111]

Preghiera conclusiva

Concludo questa lettera, che ritengo particolarmente importante perché dalla qualità della formazione dei nuovi salesiani dipende in gran misura il futuro della Congregazione, invocando Maria. Ella è stata chiamata da Dio, formata dal Suo Spirito,  e accompagnata da Giuseppe, prima, e da Gesù poi, sì da poter crescere nella fede e restare fedele al progetto di Dio su di Lei. E proprio perché è stata fedele sino alla morte di Gesù, suo Figlio sulla croce ce l’ha data come madre.

O Maria, Madre e Maestra di tutti i discepoli del tuo Figlio, noi guardiamo te e ti contempliamo come la prima Consacrata, che ha saputo rispondere con cuore indiviso e con una consegna incondizionata alla chiamata del Padre. Consapevole che solo Dio rende possibile ciò che è umanamente impossibile, ti sei lasciata abitare e formare dallo Spirito Santo per generare in te il Figlio di Dio.

Tu hai vissuto sino in fondo il tuo bellissimo mestiere d’essere la Madre del Figlio di Dio, per cui dopo averlo generato, assieme a Giuseppe, lo hai educato in forma tale che egli “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,52). Da vera madre hai saputo trasmettere a tuo Figlio gli atteggiamenti profondi e i grandi valori che hanno animato e caratterizzato la tua vita: la ricerca continua della volontà di Dio, l’accoglienza cordiale di essa pur quando non la capivi ma nel frattempo facendone tesoro, il servizio agli altri, specialmente ai bisognosi.

Non fa meraviglia quindi vedere il tuo Figlio ritirarsi nella montagna e passare la notte in preghiera, espressione suprema della sua fede e momento incomparabile per conoscere ciò che il Padre voleva di Lui, farlo programma di vita e così “pur essendo figlio imparò l’obbedienza… e, reso perfetto, divenne causa di salvezza per tutti coloro che lo obbediscono” (cfr Eb 5,8-9) . Non sorprende che non avesse occupazione migliore, né attenzione suprema, né cibo più nutriente se non quello di fare la Volontà del Padre (Lc 2,49; Gv 4,34). Non stupisce infine che definisse la sua vita come un servizio: “Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). 

O Maria, tu hai vissuto la pienezza della carità. In Te si rispecchiano e si rinnovano tutti gli aspetti del Vangelo, tutti i carismi della vita consacrata. Sostienici nell´impegno quotidiano, così da farne una splendida testimonianza d´amore, secondo l´invito di San Paolo: «Abbiate una condotta degna della vocazione a cui siete stati chiamati!» (Ef 4,1).[112]

Tu che sei stata data a Don Bosco come madre e maestra, sin dal ‘sogno’ che diede senso alla sua vita, e formasti in lui un cuore di padre e di maestro capace di una dedizione totale, e gli indicasti il suo campo di azione tra i giovani, e costantemente lo guidasti (cfr Cost 1.8), forma anche in noi un cuore pieno di passione per Dio e per i giovani. A Te ci affidiamo, o Madre. Da Te impariamo ad essere figli di Dio e discepoli del tuo Figlio, o Maestra.  Amen.

Pascual Chávez V., sdb