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CI HA RICONCILIATI CON SÉ ED HA AFFIDATO A NOI IL MINISTERO DELLA RICONCILIAZIONE

LETTERE DEL RETTOR MAGGIORE - JUAN VECCHI

 

Ci ha riconciliati con sé ed ha affidato a noi

il ministero della Riconciliazione


1. Grazia e misericordia avvolgono la nostra vita
- "Mediante Cristo"
- Amore gratuito e prassi salesiana.

2. L’amore porta al giudizio
- Dio misericordioso e giusto
- Il senso del peccato
- La formazione della coscienza
- Giudizio e vita salesiana

3. Conversione e vita nuova nello Spirito
- Il ritorno a Dio
- La salvezza alle radici del male
- Risvolti salesiani.

4. Il sacramento della Riconciliazione
- Un cammino di rivalutazione
- Sacramento e spiritualità salesiana
- Riconciliati e ministri della Riconciliazione.

Conclusione: varcare la soglia

Roma, 15 agosto 1999
Solennità dell´Assunzione della Beata Vergine Maria


Il 2000 si profila non solo come una scadenza di calendario, seppure singolare, ma come un varco della cultura, con conseguenze imprevedibili sulle persone e sul genere umano. Stimola ad una rilettura e una valutazione d’insieme di quello che abbiamo vissuto nel secolo che si chiude e riaccende speranze che sembrano oggi alla portata dello sforzo umano e oltre.
Per noi è un invito, quasi una provocazione, a ripensarci come discepoli di Cristo, in una trasformazione complessa che ha del vorticoso, ma nella quale si scorge un senso e una direzione. Di tale evoluzione ci sentiamo solidali e parte viva: non solo critici, ma responsabili di quello che è accaduto e di quello che avverrà.
Vogliamo perciò accogliere e adempiere comunitariamente la consegna principale del Giubileo espressa ripetutamente dal Santo Padre nella Bolla di indizione: “L’Anno Santo è per sua natura un momento di chiamata alla conversione…”. “La scadenza bimillenaria del mistero centrale della fede cristiana sia vissuta come cammino di riconciliazione e come segno di genuina speranza per quanti guardano a Cristo ed alla sua Chiesa”.
Anche per noi si dà una straordinaria opportunità di rivivere l’esperienza della Riconciliazione secondo la nostra condizione di consacrati salesiani, ricomprendendone insieme alla dimensione teologale quella umana ed educativa. Oggi è urgente riuscire a vedere in che modo la salvezza operata da Dio in Cristo risulta rilevante per l’uomo che vive l’esperienza della divisione e della sofferenza, della conflittualità e della colpa. La Rivelazione cristiana infatti deve essere in grado di istruire l’uomo su come stare al mondo, umanamente e divinamente bene.
Dovremo dunque riprendere e collegare, articolandoli poi secondo le situazioni, i diversi aspetti della Riconciliazione: ritorno a Dio e avvicinamento ai fratelli, unificazione interiore e ricostruzione dei rapporti sociali, armonia del proprio essere e impegno per la giustizia, gioia intima e costruzione della pace nel mondo, verità e carità, smascheramento del male nascosto e "rinnovamento" nello Spirito, dono sacramentale e stile di vita e azione.


1. grazia e misericordia avvolgono la nostra vita

Potremmo fare una rassegna delle lacerazioni personali e sociali prodotte dal peccato, evidenziando l’estrema urgenza di riconciliazione che il mondo avverte, senza riuscire ad arrivarci. Diversi documenti ecclesiali prendono questo avvio e voi stessi l’avete percorso con i giovani.
In questa occasione però, coronando il cammino che ci ha condotti fino al 2000, preferisco, come primo passo, risalire alla fonte che rende possibile e reale la riconciliazione. Essa è nella Trinità, in Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, cioè amore totale che si comunica: in Lui si dà la donazione e l’accoglienza incondizionata dell’altro. Ciò consente di pensare alla Riconciliazione come qualcosa di originario, non determinato da una nostra colpa o solo dipendente da essa; ma come una realtà che ha la sua radice in Dio e si estende a tutta la nostra esperienza umana.
È vero che "riconciliazione" richiama immediatamente una qualche "separazione", divisione o colpa precedente; ma è ancor più vero che la possibilità originaria di ogni perdono è il fatto che Dio sia in se stesso Amore, Gratuità, Misericordia, Viscere di tenerezza, Altruismo, Donazione o che dir si voglia.
La forma trinitaria di Dio, che è comunione, dà alla "riconciliazione" un senso incondizionatamente positivo. L’altro, persona o cosa, per Lui è valido secondo la sua forma attuale di essere. La "misericordia" è quel radicale "lasciar essere" per cui tutte le cose sono benedette nel loro venire alla luce, rispettate nella loro esistenza, attese in vista del loro pieno compimento.
Se in Dio stesso ci sono più Persone che hanno origine nell´amore e nell´amore vivono, allora Dio è capace di assumersi l´onere di ogni essere, anche dell´uomo peccatore, e creare le condizioni di possibilità perché la creazione venga indirizzata verso la partecipazione reale alla sua stessa vita.
In tal modo, il peccato non sopraggiunge a spezzare l’unità del piano di Dio e ad indebolire la responsabilità paterna che Dio si è addossato mettendo al mondo altre libertà. Dio si mostra in grado di prendersi sin dall’inizio la responsabilità del possibile rifiuto della sua creatura. Per questo la Scrittura ha un riferimento al all’“Agnello immolato” fin dalla fondazione del mondo: l’amore incondizionato di Dio che offre il suo Figlio aveva previsto e accettato il rischio della libertà.
In breve, la Creazione è ordinata alla Alleanza, la nostra esistenza alla comunione con Dio: questa è prima nell’intenzione, è la finalità. La riconciliazione è quella predisposizione per la quale Dio non si pente della sua creazione, ma in qualsiasi situazione la ricrea internamente per attirarla nuovamente a sé.
Questo pensiero fonda su basi veramente solide l’amore autentico e la gratuità: donare non è perdere, ma essere più pienamente; perdonare ed essere perdonato non è ricucire o rattoppare, ma ricreare ed essere ricreati nello Spirito per virtù della “passione” che ha portato Dio a parteciparci la sua vita e a partecipare della nostra esistenza.
Il primo sforzo della nostra riflessione personale e dell’annuncio evangelico, sarà quello comprendere la Rivelazione di Dio, come ci viene manifestata in Cristo, l’unico in grado di rappresentare la pienezza di Dio e la sua universale volontà salvifica .
Un linguaggio che rifugga dalle semplificazioni o ambiguità e che si lasci istruire dalla luminosità evangelica, mantenendo senza maggiorarle né sottovalutarle alcune tensioni, dovrebbe essere l’attitudine di ogni educatore della fede, in modo da poter garantire a tutti l’incontro fiducioso con un Dio rassicurante, davvero in grado di compiere ogni riconciliazione, capace dopo tutti i nostri tentativi e dopo il riconoscimento della nostra impotenza, di “consolarci in ogni nostra tribolazione”, di compiere ogni bene a cui saremo stati tenacemente affezionati, e alla fine in grado di “asciugare ogni lacrima”.

“Mediante Cristo”.


Questo atteggiamento di Dio verso l’uomo si rivela nell’esistenza di Gesù, che lo riproduce nei suoi gesti e lo illumina con le sue parole. Egli riconcilia in sé l’umano e il divino: assume l’uomo e lo riempie di Dio; fa di tutti noi "una sola creatura", abbatte il muro di ogni divisione e raduna l’umanità che si muove verso il compimento definitivo in una storia con alterne vicende. Egli instaura la possibilità di un uomo e di una umanità nuova, la propone con i suoi insegnamenti, la inizia nello Spirito con la sua morte e Risurrezione.
Perciò annuncia la misericordia, chiede la conversione, opera la riconciliazione e la consegna alla sua Chiesa come dono e missione: “Tutto questo proviene da Dio che ci ha riconciliato con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della Riconciliazione” .
Ci sono nel Vangelo molte scene di riconciliazione e di perdono dalle quali un’accurata lectio può estrarre infiniti tesori. A noi, che prediligiamo la contemplazione di Gesù Buon Pastore, tali scene colpiscono particolarmente, e volentieri ci fermiamo a rilevarne le caratteristiche.
La riconciliazione nei racconti del Vangelo è sempre iniziativa di Gesù: non è la persona, uomo o donna, che per primo chiede o desidera il perdono, ma Gesù che lo offre. La persona, caso mai, si sente sotto l’oppressione del senso di colpa o della condanna sociale. Sovente è mossa da un interesse per la propria salute, da curiosità o da un interrogativo spontaneo e immediato.
È Gesù che si rivolge a Levi; è Gesù che guarda verso Zaccheo e si invita a casa sua. È Gesù che viene in difesa della donna peccatrice e dell´adultera. È Gesù che pronuncia il perdono per il paralitico calato dal tetto in cerca della salute. È Gesù che guarda Pietro, già dimentico della sua infedeltà.
Il cammino di riconciliazione - questa è un’altra costante - non incomincia con l´accusa delle colpe, ma col sentirsi "persone" riconosciute, in un nuovo e inatteso rapporto, offerto gratuitamente, che illumina la vita e ne fa vedere allo stesso tempo le deformità e le possibilità. All´origine del desiderio di riconciliazione c´è sempre l´impatto della parola o della persona che sveglia il nostro letargo in un´esistenza depauperata e ci richiama all’essere.
Bisogna dunque andare oltre quella mentalità che si fissa sulle infrazioni o sul non adempimento dei propositi come l’elemento principale che muove alla riconciliazione. È necessario invece mettersi di fronte ai propri rapporti con Dio: se Egli conta per noi, se ne sentiamo la presenza e l’azione nella nostra vita, se aspettiamo molto da Lui, se ci interessa molto non perderlo.
La cosa più importante per noi e per la nostra attività pastorale è riconoscere, gustare e proclamare la misericordia di Dio, e concentrare l´attenzione su di Lui, Padre di Gesù e nostro. La misericordia di Dio ricompone la storia che altrimenti si disfa, e ristabilisce continuamente l´alleanza che la nostra debolezza o dimenticanza trascura.
Per questo l´esperienza della riconciliazione nel Vangelo è sempre un´esperienza di sovrabbondanza di grazia, oltre il ragionevole, di gioia e pienezza. C´è festa grande per chi si converte, con scandalo delle persone perbene. C´è versamento di profumi costosi, con rimostranze dei risparmiatori. C´è un banchetto e ci sono inviti estesi a tutti, con lamentele della gente seriosa. Ci sono scagionamenti di colpe, ingiustificati ad occhio d’uomo, senza garanzia, e una comprensione amorevole dell’umano che rasenta l’ingenuità.
Il contesto della riconciliazione è sempre di lode e di azione di grazie. Ciò riproduce quanto cantano ripetutamente i salmi: “Celebrate il Signore perché è buono; perché eterna è la sua misericordia”. “Benedici il Signore, anima mia... Egli perdona tutte le tue colpe e guarisce tutte le tue malattie” .
La sinfonia di motivi con cui si ricama la riconciliazione, come un avvenimento di rapporti e di vita piuttosto che come un adempimento religioso, comunica quello che accade nella persona quando scopre che ha valore per Dio ed è da Lui amata.

Amore gratuito e prassi salesiana.


La grande mediazione e strumento di riconciliazione fu ed è l´umanità di Cristo. Essa ha abbattuto tutti i muri e le distanze tra Dio e gli uomini. Con essa la comunicazione di Dio con noi ha raggiunto i massimi livelli possibili.
È questa una affermazione che ha applicazioni estremamente concrete nella nostra vita e nella nostra prassi pastorale. Al desiderio di riconciliazione si giunge difficilmente senza l´esperienza umana dell´accoglienza. La prassi pastorale del Buon Pastore dunque suggerisce di saper accettare con gratitudine l´affetto che ci viene offerto e mostrare considerazione, stima e ascolto delle persone. È questa la via che conduce a riesaminare la propria vita e al desiderio di cambiamento.
Proprio ciò fa vedere come gli aspetti più luminosi del nostro carisma sono già "riconciliazione". La caratteristica "preventiva" della nostra pedagogia è un riflesso immediato del cuore misericordioso di Dio e quindi autentica attuazione umana della riconciliazione che Egli è ed offre: la rivelazione cristiana afferma infatti che Dio previene non solo in quanto Creatore, ma anche come Redentore, perché solo per la sua iniziativa è possibile all’uomo desiderare realisticamente i doni che da essa provengono.
La “gratitudine al Padre per il dono della vocazione divina a tutti gli uomini”, di cui parlano le nostre Costituzioni, è la commozione con cui ci accostiamo ad ogni giovane per quanto povero sia, sicuri che in lui c´è la nostalgia di una dignità più grande, di un "paradiso" non così perduto che Dio non lo possa di nuovo donare.
L’amorevolezza che segna i nostri rapporti è manifestazione sperimentabile del progetto e del desiderio di Dio, anche e proprio per il ragazzo difficile che ha smarrito ogni traccia di una possibile lieta comunione con le persone e la vita.
L’ottimismo è il riconoscimento di quella intenzione divina di felicità, mai disdetta, sempre presente in qualche pur minima traccia di bene, dal segnale magari ormai debolissimo, ma che deve e può essere risvegliata anche con la semplice offerta di simpatia umana, nella quale il divino e l´umano si "con-cretizzano" e crescono insieme: rappresentazione di quella “umanità e benignità del nostro Salvatore” per la quale incontrare il Signore era vedere Dio.
La concretezza, l’intraprendenza e la laicità del nostro stile pastorale sono infine la forma più radicale della convinzione che la paternità di Dio e la sua Signoria si manifestano e si rendono credibili nei segni della liberazione dal male e nell’offerta di vita degna per tutti. Dovunque si produca la cura di un piccolo, lì Dio è benedetto: per questo l´adempimento lucido della nostra missione di evangelizzazione-promozione-educazione verrà ad essere riconciliazione anche dove questa, per mille motivi, non è richiesta né voluta né sognata né tematizzata come tale: riconciliazione come grazia preveniente, elargita “ancora quando eravamo peccatori”.
Il Regno si fa già presente nell’accoglienza del bisogno giovanile, dal “sai fischiare” al “catechismo”, senza soluzione di continuità, senza steccati, senza contrapposizioni o gelosie.
Una riflessione analoga si può portare anche sulla vita delle nostre comunità, e spero che la facciate. È un riflesso di Dio, ed è saggezza umana, il fatto che nelle nostre relazioni tutto passi preferenzialmente attraverso la logica del cuore, lo spirito di famiglia e di carità, la stima e la fiducia reciproche.
È proprio vero che la riconciliazione passa di più nell’umiltà e nel coraggio di fare il primo passo e meno nell’attesa, più o meno arroccata, dell´altro. Ed è soprattutto vero che le vie della riconciliazione si percorrono dentro relazioni in cui l’altro si sente più promosso che giudicato.
Approfondire lo spirito di famiglia in vista dei percorsi di riconciliazione significherà dirci con concretezza cosa sia per noi, oltre il formale, comunicazione fraterna e silenzio, iniziativa e pazienza, schiettezza e correzione fraterna. Più radicalmente, osservando tante situazioni comunitarie ci domandiamo: quanto bisogna imitare l’amore preveniente di Dio e la bontà del Buon Pastore per risollevare un confratello amareggiato, deluso, ferito dalla vita, risentito per molti torti fatti o subiti? Come si fa a ridare vita a chi è così "mortificato" da non sentire più in sé risorse di riscatto?

 

2. l’amore porta al giudizio

L’incondizionata gratuità di Dio, il fatto che “Dio è luce e in Lui non ci sono tenebre”, sbarra la strada ad una interpretazione della bontà di Dio ridotta ad un semplice “non far caso”, ad una identificazione del perdono come un “non dare importanza”, a un condono della colpa che non sia vera distruzione del male, ad una comprensione della misericordia disarticolata dalla giustizia, ad un pensiero della giustificazione che non comporti alcun giudizio sui nostri orientamenti, atteggiamenti e azioni.
È questa una considerazione che va maturata gradualmente, ma deve subito essere chiaro che se la misericordia è qualcosa di precedente, gratuito, assoluto e totale, proprio questo rende radicalmente inaccettabile il male.
Il male, specialmente nella sua forma più estrema, cioè il peccato, in nessun modo si può integrare nel contesto di amore e di dono che la nostra vita fa emergere e che noi scorgiamo nel pensare Dio. Il male risulta sempre disintegrante. La percezione della sua malvagità sarà tanto più acuta quanto più è suscitata da una radicale esperienza del bene.
Perciò la riconciliazione, l’essere amati incondizionatamente, non toglie, ma anzi fonda un giudizio sulle nostre intenzioni e azioni. L’amore gratuito di Dio, insieme preveniente e misericordioso, non elimina né alleggerisce o contraddice l’esigenza etica nell’agire dell’uomo: ne mette anzi un fondamento più saldo e assoluto, lo rende lucido e lo compie. Non cancella la considerazione delle contraddizioni umane, ma insegna come smascherarle, come governarle e come superarle.
Il dono e la conoscenza della vita di Dio, proprio perché con Gesù si sono fatti carne, devono diventare vita dell’uomo. Il nostro desiderio di riconciliazione e l’appello alla misericordia di Dio non andranno dunque interpretati confinando l’etico nel soggettivo, quasi non ci fossero riferimenti per distinguere ciò che è bene e ciò che è male, né secondo quel "debolismo" dilagante che rende impossibile la determinazione di qualsiasi bene che non sia il solo riconoscimento dell’esistenza, libertà e spazio dell’altro.
La gratuità di Dio non è dimenticanza o sospensione della giustizia, né semplice amichevolezza (assenza di giudizio): per Lui “non c’è bontà senza giustizia”!

Dio misericordioso e giusto.


Anche questo aspetto va illustrato alla luce della Parola in un passaggio di millennio caratterizzato da una molteplicità di immagini di Dio, spesso confezionate all´insegna della soggettività. Quando Dio parla all’uomo, parla a "questo" uomo, non parla mai in maniera astratta. La Rivelazione è subito pedagogia: illuminazione della realtà, proposta di vera vita, tempo della lunga pazienza, amorevole assunzione da parte di Dio della durezza del nostro cuore.
Per questo la Scrittura parla tanto dell’amore di Dio quanto della sua ira; per questo Jahvè è un Dio tenero e geloso, è detto ricco di grazia ma anche lento all’ira. Per questo Gesù racconta le parabole del Regno, unilateralmente luminose, ma anche quelle del rifiuto, chiaramente tenebrose; per questo Gesù è la novità assoluta, ma come compimento, e per questo il superamento della Legge Antica è il Comandamento dell’Amore. Per questo esiste un Antico e un Nuovo Testamento e, nel Nuovo Testamento, una tensione fra il pre- e il post-pasquale; per questo la Risurrezione è l’esito della Passione.
Per comprendere le vie della riconciliazione, si tratterà di articolare queste dialettiche, non di eliminarle. La nostra meditazione e il linguaggio religioso dovranno avere altrettanta cura di parlare bene di Dio quanto di rivolgersi realisticamente all’uomo, annunciare l’incondizionata accoglienza divina ed individuare le situazioni dell’umano rifiuto, illustrare l’affidabilità di Dio e denunciare l’incredulità dell’uomo.
Un annuncio o una catechesi troppo "ottimistica" (che minimizza cioè la responsabilità dell’uomo) può essere tanto dannosa quanto l’opposta versione "pessimistica". L’offerta del perdono è sempre da coordinare con la necessità del pentimento, antecedente o conseguente, riconosciuto o suscitato che sia.
Ci vuole in tutto questo una grande sorveglianza nella riflessione e nella parola. L’amore e l’ira di Dio non stanno sullo stesso piano, così come non vi stanno la salvezza e il giudizio, lo sciogliere e il legare, il rimettere e il ritenere, il denunciare e il perdonare, le coccole e i castighi. Una matura riflessione personale e un buon annuncio articolerà i termini di queste polarità seguendo i criteri della compresenza e dell’asimmetria. Mostrerà come l’ira è una modalità dell’amore, come si lega per poter poi sciogliere, come i "no" sono funzione di "sì" più grandi. E farà vedere che da qui hanno origine ogni riuscita, ogni rischio e ogni fallimento in campo educativo, in cielo e sulla terra.
Sul nodo di salvezza e giudizio, sulla compresenza e l’asimmetria dei due termini, la dottrina cristiana è estremamente istruttiva: non infanga l’immagine di Dio presentandolo come un giudice "obiettivo e lontano"; ma non deresponsabilizza l’uomo.
Ogni affermazione cristiana trova il suo nucleo nella Pasqua del Signore, dove avviene che il nostro Giudice è il Redentore! Per questo i cristiani affermano l’esistenza tanto del Paradiso che dell’Inferno. Sanno però, per dichiarazione autorevole della Chiesa, che nel primo ci sono molti fratelli e sorelle, mentre non sanno di sicuro se nel secondo ce ne sia qualcuno. Nessuno parte da questo mondo con segni di una sicura condanna.
Volontà salvifica universale e possibilità di un estremo rifiuto sono entrambe affermate, ma come asimmetriche: l’una è la realtà più stabile che esista, l’altra una possibilità che Dio non si augura proprio; l’una è positiva offerta di Dio, l’altra solo un eventuale esito da Lui subito.

Il senso del peccato.


Quanto veniamo dicendo ha la sua ricaduta evidente sulla nostra vita. Nulla è più imperioso dell’amore! La cosa più grave, nei fatti come nella coscienza, è aver ferito un vero e grande amore. E così di seguito: aver fatto del male ad una persona buona, aver fatto soffrire un innocente, aver contraffatto una verità, aver disprezzato qualcosa di indifesamente bello, questo è ciò che innesca i sensi di colpa più violenti. “Nel paradiso e nell’inferno brucia lo stesso fuoco: il fuoco dell’amore di Dio” (Urs Von Balthasar), amore accolto, in un caso, rifiutato nell’altro.
Un discorso sull’amore di Dio è necessario, ma non sufficiente. Se si vuol parlare responsabilmente di riconciliazione, ci si deve far carico delle contraddizioni del male e della colpa umana. Se l’amore è l’orizzonte ultimo della vita di Dio e dell’uomo, che conseguenze ha vivere con addosso un amore rifiutato o ignorato e che liberazione ci può essere per tale situazione?
Ora, questa situazione di rifiuto si rinnova da sempre ed è incombente per tutti. Molte sono le divisioni che si producono nel cuore e nella vita degli uomini. Ne potremmo enunciare una lunga lista su misura macro, media e piccola, presenti nel contesto storico o nelle nostre comunità.
Negli ultimi documenti della Chiesa si additano le macroconseguenze del male: la violazione della dignità umana, la discriminazione razziale, sociale, religiosa, la prepotenza del potere politico ed economico, la violenza e le aggressioni belliche, lo sfruttamento dei poveri, l´ingiusta distribuzione della ricchezza, la corruzione nell´amministrare i beni comuni. La divisione, la contrapposizione e persino l’odio hanno messo radici nella coscienza dopo avvenimenti storici impensabili, eppure accaduti.
Poiché l’orizzonte educativo è a noi connaturale, mi limito al panorama giovanile, soffermandomi non tanto sui fenomeni più vistosi spesso commentati, come le forme estreme di evasioni, la conflittualità sociale irrisolta o il libertinaggio, il cui potenziale distruttivo si vede ad occhio nudo.
Vengo piuttosto alle divisioni più interiori, che, secondo l’istruzione di Gesù, sono la radice delle altre più appariscenti. Il panorama giovanile si presenta ricco di incroci fra possibilità e carenze. Ci troviamo infatti con generazioni lacerate fra spinte e controspinte, contraddittorie e irriconciliate: i giovani d’oggi sono individualisti e solidali, consumisti e spiritualisti, razionalisti e casual, divisi fra affetti ed effetti, emozioni e responsabilità, estetica ed etica; più da vicino, sono sensibili ai temi della pace, ma si impegnano di meno sul fronte della giustizia; sono alluvionati di informazioni, ma sono deboli nella riflessione; hanno il senso acuto della libertà, ma sono sempre più incapaci di decisione; si accendono al discorso sui valori, ma sono reattivi al richiamo delle loro esigenze incondizionate; sono aperti e apparentemente disinibiti nelle relazioni, ma fanno molta fatica a gestire le conflittualità in termini non regressivi; riconoscono l’importanza del corpo, ma poi lo rendono terreno di sperimentazione indiscriminata, sottratta alla responsabilità etica; non fanno fatica ad ammettere che ci sia un Dio, ma non sopportano che Egli abbia un volto: lo vogliono "fai da te" e su propria misura.
Più formalmente, soffrono ancora dei residui moderni del dissidio fra libertà e legge, fra spontaneità e regola, intuizione e procedimento, corpo e anima, identità personale e appartenenza culturale.
Si può fare una descrizione analoga di quello che avviene a noi come consacrati singoli e come comunità. Contraddizioni, divisioni tra espresso e praticato, incoerenze tra esigito e prestato sono all’ordine del giorno. Il trascurare la vigilanza nel valutare non va per caso oscurando l’esperienza medesima dell’amore di Dio così lucidamente confessata e professata?
Ecco perché la cura nell’unire e nel distinguere accoglienza e responsabilità, dono e debito, è un´indicazione culturale e pastorale davvero urgente: riconciliazione significa in questo senso elaborare noi e ridare ai giovani una sapienza capace di unificare le polarità di cui la vita è costituita e di medicare le tensioni negative che lasciano l’animo diviso.
Penso che non sia necessario commentare a lungo quanto questo si rapporti con il “senso del peccato” il cui allentamento fino alla sparizione in vasti settori si lamenta oggi, non senza ragione. “Ristabilire il giusto senso del peccato è la prima forma di affrontare la grave crisi spirituale che incombe sull´uomo del nostro tempo”.
La maturità di giudizio a cui porta l’amore consiste proprio nel percepire le possibilità che offre la vita e i corrispondenti rischi che incombono su di essa. Il cogliere soltanto una di queste dimensioni è distorsione visuale e in fondo infantilismo. Ogni bene ha il suo contrario che gli si oppone nel più profondo di noi stessi e nel mondo che ci sta attorno: amore e odio, impegno e indifferenza, rettitudine e slealtà... in fondo, luce e tenebre, vita e morte.
Ristabilire il senso del peccato in noi e in coloro ai quali si rivolge il nostro ministero comporta di cogliere il riferimento che i nostri atteggiamenti e le nostre azioni hanno con l´amore di Dio e l’incidenza che il nostro rapporto con Dio ha sui fratelli e sul mondo; di conseguenza comprendere il potenziale distruttivo che il male ha anche quando gli facciamo spazio in quelle azioni oggi considerate "private" e assumerci la responsabilità dei suoi effetti su di noi e sulla storia piccola e grande.

La formazione della coscienza.


L´ambiente in cui siamo immersi ci porta, quasi senza che ci rendiamo conto, ad una certa indifferenza di fronte al male morale, ad un livellamento di valutazione e quindi a diminuire la colpevolezza e la vigilanza. Se ne vedono di tutti i colori e non si fa gran caso. Ci siamo come abituati al fatto che ciascuno si scelga la sua forma di vita, purché non violi le norme della convivenza e i diritti altrui.
Il giudizio corrente in merito a tendenze e comportamenti viene fondato spesso su ragioni immediate: statistiche, vantaggi personali, situazioni di difficoltà. L´analisi delle culture ha fatto vedere quanto dipendano da esse normative che si credevano assolute. Il senso del pudore, il rispetto dell´autorità, una certa forma di matrimonio, l´espressione della sessualità sono state relativizzate, giudicandole mutevoli e non perennemente obbliganti.
Il senso di Dio è diventato debole. La sua immagine si è oscurata nella coscienza personale e sociale di molti. Ciò rende difficile pensare che le azioni umane abbiano a che vedere con la volontà di Dio. Badiamo a non scontrarci coi vicini e a non offendere coloro che ci stanno attorno.
Lo studio dei comportamenti umani attribuisce "i sentimenti di colpa" al tipo di personalità, all´educazione familiare, all´ambiente sociale. Se ne sottolineano i condizionamenti e l’urgenza di liberarsene, piuttosto che il richiamo alla responsabilità che possono contenere.
È venuto creandosi uno scollamento tra morale "privata" e morale "pubblica", per cui molte cose persino di rilevanza sociale si lasciano ormai alle scelte individuali: aborto, eutanasia, divorzio, omosessualità, fecondazione. Su tutto questo, in ambito sociale ed anche educativo, si dà una sensibilizzazione, ma spesso riguarda soltanto i rischi e le precauzioni da prendere; non offre un fondamento etico solido, tanto meno con riferimento trascendente.
Tutto ciò influisce sui giovani come una nube tossica. Non c´è da stupirsi che appaia in loro un insieme di sintomi e riflessi della cultura che respirano. La loro formazione morale risulta frammentaria. Prendono infatti criteri e norme da diverse fonti: dalla famiglia e dalla scuola, dai rotocalchi e dalla TV, dagli amici, dalla propria riflessione. La scelta spesso è dettata da preferenze soggettive.
Nello stesso senso l´ambiente influisce sugli adulti, religiosi ed educatori, se la lettura attenta della Parola di Dio e il discernimento non li mantiene vigilanti. Si può smorzare la sensibilità. Passiamo così, quasi seguendo la legge del pendolo, da una precedente mentalità severa e colpevolizzante ad un´altra di segno opposto, "allegra" e qualunquista; dall´aver visto il peccato in tutto a non vederlo più in niente e in nessuno; dall´aver sottolineato i castighi che il peccato merita, al presentare un amore di Dio senza responsabilità da parte dell´uomo: la sorte di questo sarebbe "uguale", qualunque risposta dia al suo Signore; dalla severità nel correggere la coscienza erronea a un rispetto che non si preoccupa nemmeno di formarla; dai dieci comandamenti imparati a memoria, a non insegnare più una vita cristiana coerente.
Essere "cristiani adulti", "veri educatori della fede", evangelizzatori realisti significa: non misconoscere o dissimulare la presenza del male, nella vita privata e sociale ed essere consapevoli delle sue capacità distruttive; sapere che Cristo ha vinto ogni male e ci dona ogni bene; saper individuare il male nelle sue radici e nelle sue manifestazioni, illuminati dalla Parola di Dio; essere consapevoli che, con la sua incarnazione, passione, morte e risurrezione, Gesù ci indica la via per superarlo: affidamento a Dio, resistenza, vigilanza, lotta intellettuale, morale, spirituale.

Giudizio e vita salesiana.


Dal punto di vista del nostro carisma, mi limito a richiamare come risultava splendido l’equilibrio personale, pastorale e pedagogico di Don Bosco che noi siamo chiamati a continuare e attualizzare. Egli educava con la parola all’orecchio e con la cura dell’ambiente, con l´affetto personale e con un preciso regolamento; era prete da cui ci si sentiva preferiti e maestro capace di proporre, far capire e assimilare le esigenze della vita comunitaria e della missione, attento a valutare con saggezza e prodigio di energia imprenditoriale.
Quanto alla riconciliazione, appaiono in Don Bosco tanto l’intuizione della qualità promuovente che per sua natura ha il bene, quanto l’acuta percezione del disastro prodotto dal peccato, fino alla somatizzazione! Notevole, nella linea di quella duplice attenzione che abbiamo chiamato compresenza e asimmetria tra grazia e giudizio, è il fatto che Don Bosco, nel suo codice narrativo, parla sempre in recto del bene, si esprime invece sempre in figura (sogni, elefanti, mostri, immagini, accenni…) a proposito del male, affermando così la giustizia di ogni opera buona e l’ingiustificabilità di ogni opera malvagia. D’altro canto, di questo suo modo di esprimersi fece una precisa indicazione pedagogica per i suoi seguaci.
La logica del cuore non annulla il dovere della responsabilità e lo spirito di famiglia non elimina il servizio dell’autorità. Caso mai, la sostiene: da una parte perché è proprio un frutto dello spirito di famiglia quello di favorire la schiettezza nel correggere e l’apertura alla correzione; d’altra parte perché l’abdicazione al servizio di autorità porta le tensioni a livelli insopportabili e rende spesso praticamente impossibile arginare il male di tipo individualistico, disfattista e regressivo.
Il servizio di autorità come capacità di orientamento, richiamo e correzione è un sacrificio, ma è in favore del bene comune, è retto da uno sguardo realistico sulle cose, è indispensabile in tutte quelle situazioni in cui le vie della persuasione vanno adoperate o sono state percorse e vanificate.
Questo pensiero sorge dalla considerazione delle tensioni che si vivono nelle nostre comunità, per ragioni generazionali di compatibilità o di difficile collaborazione: quello che a volte sembra di vedere sono limpide obbedienze a cui non corrisponde un riconoscimento affettivo e chiare disobbedienze a cui non segue un provvedimento effettivo. In altre parole: spesso non si sa come tenere insieme la giustizia e la bontà.
Ora, la chiarezza della propria posizione vocazionale/comunitaria e la rettitudine nell’esercizio del proprio ruolo sono la premessa per un migliore discernimento spirituale, e dunque per cammini di riconciliazione insieme più giusti e più buoni.

 

3. conversione e vita nuova nello spirito


Uniamo in questo terzo passaggio i due punti precedenti, anticipando anche questa volta quello che vogliamo suggerire: la riconciliazione comporta il discernimento in due direzioni: uno “scavo nel passato”, per scoprirvi le tracce dell’amore di Dio e del bene che esso ha depositato in noi e per rinnegare tutto quello che da parte nostra è stato incredulità, ingratitudine, durezza, paura, violenza; e un "collocarsi nel futuro" come affidamento alla forza rinnovatrice dello Spirito, riconoscimento e accettazione di quel più di amore, di comunione e di perdono che la vita ci chiede, come appello alla nostra libertà, come responsabilità del nostro essere preceduti, avvolti, accompagnati e attesi dall’amore divino.
Quando dico "discernimento" non penso a qualcosa soltanto di "intellettuale", ma al "cuore" biblico, al centro dell’anima nel momento in cui si decide, si risolve, si determina nel bene davanti a sé e ai fratelli, ultimamente davanti a Dio.
“Riconciliazione” è una parola di totale significato positivo, ma che denota il superamento di qualcosa di negativo. Da sempre l’uomo è distruttore di alleanze d’amore e per questo l’amore umano è sempre accompagnato da una riconciliazione. I cristiani non sono né pessimisti né ottimisti riguardo all’uomo: guardano semplicemente alla storia immediata e ampia, anche perché è in essa che Dio si è rivelato; pensano dunque a una bontà originaria dell’uomo in termini reali, cioè limitata e smarrita; pensano al peccato originale come continuamente riattivato dal peccato personale, nonostante sia scorso il sangue di Cristo.
I vantaggi di una tale comprensione sono notevoli, perché c’è grande differenza fra lo stare al mondo pensando che tutti siano buoni e che tutto debba funzionare, e così la vita è lo spazio di mille delusioni, e lo stare al mondo sapendo che va come può, ma cercando di far succedere il più possibile il miracolo dell’amore, e così la vita è lo spazio di liete sorprese!
A ragione dunque insistiamo sull’educazione all’amore. Ma educare all’amore è insegnare a mettere in conto il perdono, la ricomposizione, il riavvicinamento e la riconciliazione quali modalità in cui l’amore si rende possibile e concreto.
Correlativamente educare ed educarsi alla fede è non tanto acquisire o comunicare la conoscenza che Dio ci è Padre, ma un ritornare a Lui. L’atto di fede è un superare l’incredulità, qualunque forma teorica o esistenziale essa abbia preso. C’è già lì una distanza da superare, per poter accogliere la venuta di Dio. Non a caso il disporsi ad accogliere il lieto messaggio è segnalato da Gesù in maniera a ben guardare sorprendente: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo”. La conversione apre la porta della fede.
L’annuncio della tenera paternità di Dio non può essere fatto che nella forma di invito a un ritorno. Può sembrare duro, e invece è incoraggiante e soprattutto evangelico, perché vuol dire che nessuno è mai sottratto all’offerta della paternità divina: tutti sono attesi e possono ancora attingervi e goderne senza misura.

Il ritorno a Dio.


L’occasione straordinaria del Giubileo per l’inizio del millennio ci invita ad andare a fondo piuttosto che navigare sulla superficie dei fenomeni. San Paolo, nel seguito del testo collocato come titolo di questa lettera, supplica: “Lasciatevi riconciliare”, indicando così che la riconciliazione è risposta all´iniziativa di Dio.
Ci chiediamo: perché la Riconciliazione è qualcosa che l’uomo non può trovare da sé, ma è innanzitutto un’opera di Dio? Perché il compito dell’uomo è la fede, cioè entrare in un perdono offerto, corrispondere ad un’iniziativa di Dio? Cosa abbiamo fatto, che cosa abbiamo rovinato, da aver reso tanto difficile, anzi impossibile, contando con le nostre sole forze, la comunione con Dio e tra noi uomini? Per quale ragione la storia della salvezza è il desiderio di Dio di fare alleanza con l’uomo, e dunque di raggiungere una reciprocità d’amore, eppure questa deve sempre essere riproposta dall’unilaterale ostinazione dell’amore di Dio? In termini più radicali: perché la nuova ed eterna alleanza è sigillata nella solitudine di Gesù sulla croce? Che cosa si produce nel dinamismo della libertà umana in seguito al peccato? E perché si è prodotto da sempre qualcosa come il peccato, cioè sospetto, rifiuto, orgoglio, autosufficienza, incredulità, anche a carico di Dio?
Un primo elemento di risposta è questo: la vertigine che fa precipitare nel male è il desiderio del nostro bene! La riconciliazione è cosa delicata perché ogni divisione insorge su una certa percezione e attesa del bene. Non a caso Gesù ci ha insegnato a pregare ponendoci sulle labbra l’invocazione “non ci indurre in tentazione”, cioè, non fare in modo che l’apprezzamento dei tuoi stessi doni ci faccia dimenticare il legame con Te che sei il Donatore.
Questa vertigine è indicata dalla Scrittura nella sollecitazione del tentatore: “Diventerete come Dio”: è una tentazione sottile perché si innesta nell’intenzione di Dio di crearci come suoi figli, metterci al mondo come vere libertà. Infatti che l’uomo desideri in certo modo “tutto”, è ciò che Dio stesso gli ha messo in cuore; ma è un attimo interpretare questo come “avere tutto”, piuttosto che come “ricevere tutto”; ed è un attimo pensare la libertà come pura autonomia invece che come dono: nel primo caso si produce uno svincolamento, nel secondo caso un ringraziamento; nel primo caso la vita è solitudine, nel secondo è gratitudine. L’albero del bene e del male sta proprio a suggerire questo voler avere senza ricevere, questo essere senza appartenere, questo valutare senza riferimenti.
C’è un secondo elemento di risposta alla domanda sulla difficoltà dell’uomo a riconciliarsi: l’interdizione del frutto dell’albero è nella mente di Dio il suggerimento della differenza fra Creatore e creatura. È questo un suggerimento positivo perché garantisce e custodisce la consistenza originale della creatura; questa è chiamata a stabilire un rapporto, a entrare in un dialogo con Qualcuno che la vuole fino a farla nascere. Il serpente però suggerisce che questo sia sottrazione di una qualche importante quota di libertà e felicità, e questo riesce ad oscurare tutto il “ben di Dio” che l’uomo ha pure a sua disposizione: sospetto, diffidenza, incredulità a carico di Dio, immagine di Lui ormai oscurata.
Contro tutto questo ogni religione, cristianesimo compreso, deve continuamente lottare. Però, mentre ogni religione è obiettivamente segnata da questa realtà, il cristianesimo ne è invece escluso: Gesù è l’uomo senza incredulità, il Figlio, la sintesi di libertà e appartenenza. E ciò è già indicato in Genesi 3, dove è adombrata la futura vittoria che viene dalla discendenza della donna, giustamente chiamato “Protovangelo” perché preannunzia il cuore della salvezza, “l’opera che dobbiamo fare” per salvarci: avere fede, riprodurre nel nostro umano affidamento a Dio e proporzionalmente negli umani rapporti di fiducia la stessa “fede di Gesù”.
La parabola del padre misericordioso descrive le due possibili riconciliazioni a partire dalle due macro-patologie della fede: l´autosufficienza ingrata e l’insoddisfazione risentita, la fuga e la schiavitù, la lontananza e l’aridità del cuore, in ogni caso una paternità fraintesa. Chi potrebbe dire che non ci riguardano?
Il figlio minore sente la brama di avere la propria parte; il figlio maggiore lavora onestamente nella casa del padre. Ma per quale ragione il minore dovrebbe interpretare lo stare a casa come sottrazione di felicità, e il maggiore come sottrazione di libertà? Perché il minore non ha pensato che l’eredità era al sicuro esattamente nel cuore e nella casa del padre; e perché il secondo non ha pensato che il capretto se lo poteva prendere quando voleva (“quello che è mio è tuo”)? Quanto costerà, quanto sarà facile o difficile la riconciliazione per un cuore diffidente e per un cuore risentito? Gesù suggerisce che è così poco facile che il Padre deve mettere in gioco ancora una volta la sua iniziativa, il suo amore preveniente: al minore “corse incontro e lo abbracciò”; riguardo al maggiore, “il padre uscì a pregarlo”.
Ma proprio in questo modo Gesù suggerisce che è anche tutto molto facile: se l’iniziativa è del Padre, allora il nostro compito è solo quello di “lasciarci riconciliare”, di entrare nel perdono di Dio!
Siamo comunque avvertiti per sempre di un duplice aspetto drammatico che di volta in volta dovremo attraversare: l’incapacità del figlio minore di operare da sé il passaggio dal rimorso al pentimento, e l’esito sospeso dell’atteggiamento del figlio maggiore che si produrrà purtroppo fuori dal racconto, e sarà la condanna a morte di Gesù.

La salvezza alle radici del male.


Le dinamiche che innescano ogni divisione nella vita delle persone sono le stesse che Genesi 3 e Luca 15 descrivono. L’incredulità e i cattivi rapporti che ne seguono, la convinzione che la felicità va più conquistata che ricevuta, che più che affidarsi è meglio cavarsela da soli, che le ragioni dell’amore non sono poi così genuine come sembrava, sono le conseguenze del male che vanno configurando i nostri cuori ed i nostri rapporti.
Tutti i bambini a un certo punto, dopo aver ricevuto tutto, fanno l’esperienza di sentirsi dire qualche “no”. Per loro quei “no” sono una crisi di adattamento, per i genitori una semplice modalità del “sì”, quella giusta qui e ora. Per i genitori comunque è un rischio e per i piccoli un bivio drammatico: è un attimo rendere ambigua e inaffidabile la figura del padre o confermarla come luminosa e affidabile; è un attimo dire: “lo fa per il mio bene”, oppure: “mi toglie una quota di felicità”.
Similmente tutti i bambini fanno la scoperta dolorosa di non essere un centro esclusivo e solitario dell’attenzione e dell’affetto. Ma perché tale scoperta viene vissuta sotto il segno della gelosia e del disagio piuttosto che della gioia? Perché risulta subito difficile essere ospitali e generosi? Perché gli psicologi registrano che l’oblatività, se pure ha qualche debole segnale fin da subito, in realtà è piuttosto un obiettivo?
È chiaro che tutto questo è già compito di riconciliazione: si tratta di imparare a stare al mondo nella logica dell’amore più che in quella dell’egoismo, più nello stile della circolazione dei doni che in quello dell’accaparramento. Ma quante esperienze deve fare e quante decisioni interiori deve prendere un ragazzo, un giovane, un adulto per convincersi che l’amore si moltiplica, non si divide, che l’amore fa spazio all’altro senza che nessuno perda il proprio, che nell’amore non c’è timore perché nell’amore vero nessuno è troppo povero e nessuno è troppo ricco!
Se questa è la tentazione, la prova radicale della vita già in noi stessi, essa viene resa forte e difficile da superare dalle forme più evidenti e più diffuse del male: ci sono genitori obiettivamente inaffidabili, ci sono famiglie disfatte, amici che tradiscono; ci sono legami tessuti per interesse, ci sono errori fatti in buona fede, c’è l’esperienza del fraintendersi, del non comprendersi, ci sono cose che fanno davvero paura in questo mondo; c’è il detto "fidarsi è bene, non fidarsi è meglio", ci sono sentimenti e gesti cattivi; c’è l’odio e la vendetta, c’è l’accaparramento dei beni e lo sfruttamento dei deboli, ci sono gli omicidi e i genocidi.
La riconciliazione, qui nel senso più largo del termine, risulta difficile, perché non può essere regressivo desiderio dell’utero materno, un ritirarsi a un’oasi tranquilla, ma deve realisticamente coniugarsi con i compiti della giustizia, con le giuste rivendicazioni, con la denuncia del male, con la difesa del povero e dell’innocente, con la neutralizzazione del prepotente, con il paziente lavoro di costruire la pace e la solidarietà.

Risvolti salesiani.


Tra i possibili risvolti salesiani, mi sembra di capitale importanza leggere, alla luce di queste riflessioni sul difficile compito della riconciliazione, la profonda saggezza del "non basta amare" di Don Bosco: il surplus espressivo che l’amore richiede nel nostro carisma è proprio motivato dal fatto che per un cuore ferito, come può essere quello di un ragazzo povero o di un confratello provato, non è facile tornare a nutrire in sé quella fiducia che è all´origine di una risposta; allora l’amore dell´educatore o del confratello cerca di sconfiggere ogni sospetto con quella strategia rassicurante che è l’offerta di affetto così gratuito e manifesto da vincere ogni riserva.
La cosa sorprendente è che ogniqualvolta avviene un contatto di simpatia, come quello che Don Bosco descrive nel rapporto coi suoi ragazzi, i cuori si sciolgono anche molto in fretta. Ne vengono due insegnamenti: il primo è che la riconciliazione è così attesa che quando è offerta e favorita, piuttosto che richiesta e pretesa, subito si produce! E il secondo è che l’educatore che usasse la potenza degli affetti in maniera strumentale o seduttiva produrrebbe un disincanto, un cinismo, una violenza che può non avere eguali. Non c’è infatti esperienza più brutta del tradimento, perché la smentita della fiducia si produce là dove uno aveva fatto, magari già con fatica e trepidazione, il massimo investimento affettivo.
Quale impegno pedagogico sia richiesto agli educatori oggi per far fronte al consumismo affettivo che innesca i cuori con la seduzione dell’amicizia, del calore, della comprensione, del dialogo, oppure anche solo come gioco ludico, come solletico emozionale, ma fuori da una responsabilità e da un impegno di vita, è fin troppo facile intuirsi.
Per quanto riguarda le comunità, abbiamo bisogno di visualizzare meglio i grandi temi della nostra spiritualità. Lo sforzo dovrebbe essere quello di lavorare molto di più e molto più comunionalmente su ciò che sta a metà strada fra l’indicazione generale di un progetto e il particolare dettaglio di un itinerario, cioè su esperienze fiorite dalla vita e ora proponibili in maniera più estesa.
La miglior premessa ad ogni riconciliazione è l’annuncio e l’esperienza della gratuità: il coraggio del perdono può nascere solo sulla riscoperta che il mondo non è fondato sul calcolo ma sulla donazione! E non c’è catechesi, lezione scolastica o evento ludico che non si presti a rendere i giovani attenti a quanto nel mondo esista per puro dono.
In questa linea, Don Bosco diceva che il fiore più bello che può sbocciare nel cuore di un ragazzo è la gratitudine: aiutare i ragazzi (e i confratelli!) ad accorgersi dei doni, a provare gratitudine, a ringraziare con la parola, a ricambiare con la vita, è il miglior modo di insediare l’educazione sui suoi dinamismi originari.
Una seconda indicazione perché la riconciliazione si renda possibile è l’accoglienza, da pensare in maniera correlativa con la gratuità, perché essa è l’atteggiamento che permette a un dono di non essere frustrato, di non fermarsi già alla fonte, di non ritirarsi in maniera prematura e mortificata, di avere una storia "umana".
L’accoglienza funziona preventivamente e funziona retrospettivamente: fa il primo gesto ed è capace pure di ricucire eventuali rotture chiedendo scuse e perdono. L’accoglienza mostra che l’amore fa spazio all’altro: per questo riempie di contenuto il "non basta amare" col rendersi simpatico e ospitale, ascoltare in maniera coinvolta, fare sentire l’altro importante, degno di considerazione, non pre-giudicare e nemmeno giudicare, simpatizzare per il punto di vista dell’altro e le sue buone ragioni, permettere all’altro di esistere, anche di sbagliare, senza sentirsi troppo imbarazzato o giudicato più di quanto questo non gli venga da sé.
Oggi è pedagogicamente e spiritualmente qualificante elaborare una sapienza concreta che articoli il grande comandamento dell’amore in un codice concreto, quotidiano, praticabile, comprensibile. A titolo esemplificativo, tante riconciliazioni non avvengono, e tanto amore si disperde, perché le nostre sfocature spirituali, la nostra "educazione", la nostra storia di peccato hanno reso difficile distinguere bene tra riservatezza e chiusura, tra schiettezza e indelicatezza, tra sollecitudine e fretta, tra l’amore per la verità e il dogmatismo, tra la dolcezza della carità e il debolismo.
Questi esempi riguardano prevalentemente l’area della relazione personale, ma con un supplemento di riflessione non sarebbe difficile disegnare una mappa di attenzioni per la riconciliazione a livello comunitario, ecclesiale e anche macro-sociale.
L’orientamento delle nostre domande dovrebbe essere grosso modo questo: in che cosa gli uomini e in forma particolare i miei confratelli si sentono felici e promossi nel dono di sé? In che cosa si sentono mortificati? Che cosa è inevitabile per ragioni di giustizia, di ordine istituzionale, di ragionevole organizzazione? Che cosa è invece evitabile ed, eliminata, concorre ad abbattere i tassi di indifferenza, emarginazione, demotivazione, conflittualità, faziosità…? Che cosa favorisce o sfavorisce l’istituzione e la conservazione dell’altro nella forma dell’avversario, del concorrente, dell’estraneo?
Un terzo suggerimento in direzione della riconciliazione è la pazienza, intesa come dimenticanza di sé e come realistica presa in carico dell’altro, come pregiudiziale disposizione alla comprensione e al perdono, come "tenuta" nell’operare il bene, come comune e umile riconoscimento che siamo tutti deboli, fallibili e peccatori.
Introdurre un percorso pedagogico in cui il perdono sia mostrato come condizione normale piuttosto che come atto occasionale ed estremo, come onore piuttosto che come onere, come vantaggio piuttosto che come perdita condurrebbe confratelli e giovani a comprendere meglio il cuore di Dio e ad avere più cuore con i fratelli.
In questo senso chiunque sia impegnato nella guida di anime, innanzitutto della propria, sa bene quanto sia difficile, ma anche quanti frutti dia un’educazione alla logica umile e divina del primo passo, alla capacità di tagliare corto sull’intreccio di torti fatti e subiti e di guardare lontano nel ridare amore in maniera incondizionata.
Mi sembra poi importante, per la nostra gioia e - come educatori della fede - per non predicare quello che non viviamo, sperimentare attivamente la riconciliazione in tutte le forme più spontanee, e insieme trovare vie di riconciliazione e di penitenza più espresse, regolate, celebrate. La domanda che voglio portare all’attenzione è la seguente: è possibile, in fedeltà alla nostra tradizione, che in fatto di riconciliazione si appoggia molto sulla figura del Direttore, favorire forme più partecipate, meno riservate ma più comunitarie, presuntivamente meno delicate ma più schiette, di riconciliazione? È possibile entrare più lucidamente in quell’onda comunionale che segna la vita e la coscienza della Chiesa oggi? È possibile altresì sottrarre la Riconciliazione sacramentale alla deriva individualistica del solo “mettere la propria coscienza a posto”?
Più volte, nel contesto di ritiri spirituali sono stati offerti momenti di verità e di riconciliazione espressi (brevi scambi a due a due in cui chiedersi scusa, affrontare un chiarimento, ringraziarsi, correggersi e chiedere correzione…), sempre con grande apprezzamento da parte dei partecipanti, in particolare dei giovani. Tali momenti rappresentano, per una buona parte, una chance importante. Infatti uno può convivere con qualche freddezza o delusione - non sono la fine del mondo - ma se vengono offerti un clima e una situazione adatta, allora avviene l’apertura umile, il chiarimento sincero, l’accoglienza della correzione, il coraggio della verità. Si pensava male di un altro, e invece, dopo quattro parole, tutto si è sdrammatizzato. L’idea è che forse non basta far appello alla buona volontà e al dettato costituzionale intorno allo spirito di famiglia: alcuni valori vanno “ritualizzati”.
La stessa cosa va detta per i percorsi penitenziali: un impegno comunitario a produrre segni un po’ più coraggiosi, senza subito nascondersi dietro l’alibi delle differenze, della salute, degli anziani, del buon senso, senza obiettare subito che si tratta di radicalismi elitari, ma affrontando le cose con più diretta sincerità, ci farebbe solo bene! Ad esempio: cosa potrebbe fare una comunità che si riconosce imborghesita nel suo stile di vita per chiedere perdono ai poveri nell’anno giubilare? Come potrebbe visibilizzare questa riconciliazione?
In Appendice alle nostre Costituzioni si è voluto riportare lo scritto di Don Bosco sui “cinque difetti da evitare” . C’è un patrimonio di saggezza concreta, davvero non generico ma carismaticamente connotato, che forse prima abbiamo recepito in forma moralistica e in seguito dimenticato. In questa paginetta di Don Bosco viene messa a fuoco in tutti i punti l’ottica di Congregazione, con cui come Salesiani dovremmo immediatamente ragionare: riconciliazione vorrà dire allora innanzitutto revisione del proprio egoismo già nel considerare le cose e i problemi che troviamo nella vita quotidiana della comunità, nella appartenenza alla Ispettoria e alla Congregazione, nel compimento della missione.
Sulla medesima falsariga si possono considerare oggi alcune linee di un´indispensabile reimpostazione della vita nel contesto attuale, intesa come ritorno al Vangelo ed alle radici della nostra vocazione, considerando elementi specifici dell’esperienza religiosa salesiana in cui ci sentiamo mancanti: quanto è vivo ed espresso l’amore a Cristo che fu all’origine e deve essere al centro della nostra vita consacrata? Che dire del nostro desiderio e sforzo per attualizzare il sistema preventivo per i giovani e le situazioni del nostro tempo? La missione salesiana non è stata sovente pensata e svolta sotto il segno dell’individualismo, della timidezza, delle vedute strette? La comunione fraterna visibile, segno della presenza del Signore ed elemento di riconciliazione nell’ambiente è stata sufficientemente reale ed espressiva? La comunicazione del nostro carisma e spiritualità ai laici è stata portata avanti sotto il segno della speranza, dell’urgenza, della grazia che rappresenta?

 

4. il sacramento della riconciliazione


Quanto veniamo dicendo è espresso e realizzato per noi, singoli, comunità cristiana, mondo, nel sacramento della Penitenza. Esso è l’evento di salvezza che Dio rende oggi disponibile con infinito amore per tutti. Scaturito dal cuore di Cristo nella pienezza della Pasqua, fa desiderare e opera la riconciliazione, il perdono, la possibilità di essere ricreati come figli di Dio per la forza dello Spirito.
È uno dei poteri, mandati, servizi o missione che dir si voglia, che Gesù ha consegnato alla Chiesa in forma più chiara e più solenne: “Pace a voi! come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi”.
Siamo nel giorno della Risurrezione, nel cenacolo, dove i discepoli sono riuniti e Gesù mostra loro i segni della sua morte e Risurrezione.
L’Apostolo illuminerà, in una sequenza che non ha bisogno di commenti il collegamento Dio-Cristo-noi-voi: “Quindi se uno è in Cristo è una nuova creatura, le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio che ci ha riconciliato con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione”.
Nella missione della Chiesa e nella nostra personale esperienza cristiana la riconciliazione, in quanto possibilità di una nuova umanità, è sostanziale. La Chiesa l´assume, la predica, la propone, la attua in tutta la sua estensione: nella persona, nella comunità dei credenti, nel mondo; con Dio, tra gli uomini, con la realtà, con la storia e gli avvenimenti, perché lo Spirito faccia nuove tutte le cose. La propone attraverso vie diverse: la Parola, la preghiera, la carità, la sofferenza accettata, la penitenza, l´Eucaristia.
La compie secondo la sua natura sacramentale, mediante un segno visibile e umano che, per la fede, mette in contatto con la grazia salvatrice. Di esso lungo i secoli ha chiarito le condizioni perché porti ad un vero incontro con Dio e la grazia raggiunga le pieghe recondite della persona e della comunità.
Il segno infatti è efficace anche perché è pedagogico: perché implica ed educa la libertà dell’uomo. Questa nota è importante perché rende l’idea del sacramento non come un rito purificatorio, ma come un avvenimento - un incontro "umano" tra Dio e la persona nella comunità; incontro nel quale sia Dio, sia la persona, sia la comunità sono totalmente e seriamente impegnati: Dio con l’offerta del perdono, la persona con il suo sincero pentimento, la comunità con l’accoglienza.
Pensare il contrario, cioè che Dio perdoni senza bisogno che l’uomo si renda consapevole e si penta, vorrebbe dire ritenere che il sacramento funziona a distribuzione automatica (quando lo vuoi premi il bottone!) senza partecipazione della coscienza umana, praticamente ridotto a rito magico; così, se il sacramento fosse solo rappresentazione del pentimento umano, ma non gesto e intervento di Dio, verrebbe ridotto a cerimonia, negato nella sua sicura efficacia.
Nel primo caso Dio è negato nella sua onnipotenza, perché strumentalizzato, piegato ai nostri scopi e al nostro orario; nel secondo caso è ridotto a uno che in fondo non ama, perché non si coinvolge nella nostra effettiva vicenda. Nei due casi la Chiesa, che deve essere mediatrice, continuazione e attualizzazione del mistero e del ministero di Cristo, verrebbe ridotta ad “agenzia di servizi religiosi”.
La catechesi, ma in primo luogo ancora la nostra comprensione adulta della Riconciliazione sacramentale, deve accettare e compiere i gesti che riconoscono la disposizione di Dio e quelli che esprimono le disposizioni dell’uomo. Nel sacramento infatti viene elaborata e risolta alla luce della Parola di Dio quella tragica esperienza del battezzato che è il peccato e la colpa.

Un cammino di rivalutazione.


Non mi soffermo a riportare lo sforzo della Chiesa per mantenere genuinamente e integralmente le componenti del “segno” sacramentale, per non diseducare l’uomo con una facilitazione “distributiva” e per rendere chiare le dimensioni teologali, storiche e antropologiche sottese nella riconciliazione.
Il segno sacramentale è stato meglio collocato nel contesto comunitario della Famiglia di Dio, il dolore ricondotto al rapporto filiale con Dio, l’esame della coscienza ad una presa di responsabilità alla luce della Parola di Dio riguardo ai mali che covano in noi ed a quelli che con la nostra collaborazione “spicciola” finiscono per rendersi enormi nel mondo; il proposito riportato all’impegno di “convertirsi” al Vangelo e lavorare per una umanità secondo il cuore del Padre negli spazi che la nostra esistenza e il nostro spirito possono raggiungere; la “penitenza”, vista come un atteggiamento e una pratica che dal sacramento passa alla vita e viceversa, come voglia di ripetere i gesti quotidiani dell’amore, come vigilanza evangelica e partecipazione nella comunione dei santi.
Non mi soffermo nemmeno ad analizzare le cause generali di un certo deprecato allontanamento dal sacramento: non vi sarà difficile individuarle. Pensate all’affievolimento del nostro rapporto con Dio, pensate all´offuscamento del senso del peccato e alla difficoltà di riconoscere la mediazione della Chiesa; pensate alla vita spirituale trascurata a partire dalla preghiera e all’individualismo della coscienza, per cui si vorrebbe gestire da soli valutazioni, colpe e rimorsi; pensate ad una catechesi carente e alla desistenza di molti sacerdoti dal ministero.
Non entro nemmeno nel merito di quella ragione spesso riportata anche da religiosi e gente impegnata nella pastorale sulla inadeguatezza per l’uomo d’oggi della confessione personale, non generica dei propri peccati. Sono sicuro che da educatori e pastori vi siete date ragioni teologali e pedagogiche delle componenti del segno sacramentale e siete pure preparati per proporre con efficacia tali motivazioni ai giovani e adulti.
Offro piuttosto alcune riflessioni con una visione ampia dell´insieme.
Se la Pasqua è l’esito della Passione, bisogna riconoscere che il nostro cuore non è solo bello, cioè sede di aspirazioni e possibilità, o solo fragile e limitato, ma è anche peccatore, e che “salvarlo”, farlo nuovo non è impresa da poco.
La fede cristiana non parla di un Dio genericamente benevolo e di un uomo genericamente instabile o limitato. Parla di un Dio che tanto ci ha amati da dissanguarsi per noi e parla di un uomo la cui colpa è così grave che la salvezza risulta davvero onerosa.
Un´esperienza spirituale matura e una buona evangelizzazione non dovranno dissolvere il mistero pasquale in una universale e astratta “volontà” salvifica, ma ricorderanno che si tratta di una volontà “salvifica” operata in modo “crocifisso”. C’è nella vicenda di Cristo un intrinseco legame tra incarnazione e passione, tra il “si fece uomo” e il “patì, morì e fu sepolto”; così come nel cammino dell’uomo c´è un intrinseco legame tra redenzione e divinizzazione, tra essere ricuperato e liberato e diventare figlio di Dio.
Il superamento di una mentalità e di una catechesi eccessivamente fissata sul peccato non deve eliminare la “memoria” che c’è voluta la morte di Gesù perché il perdono diventasse una reale possibilità. Il sacramento ci riporta anche al cuore di questa realtà e ci libera dalla leggerezza e dal consumismo religioso.
Aggiungo una seconda riflessione. La storia delle culture testimonia la consapevolezza che dal male e dal peccato non ci si tira fuori da soli. Il disgusto di se stessi, il riconoscersi colpevoli, il senso di colpa equilibrato o eccessivo, da soli, non costituiscono vie d’uscita dal male. Soltanto denunciano l’esistenza di un trauma.
Più problematica è ancora la domanda se ci si possa riconoscere veramente peccatori senza per questo approdare ad una condanna di se stessi. Una risposta a questa questione l’uomo non riesce a trovarla con le proprie forze. La santità di Dio e la malvagità umana rappresentano due abissi difficilmente penetrabili. Se uno radicalizza la propria autocondanna, approda allo scetticismo o alla disperazione; ma se accusa o ignora Dio, allora perde l’unico interlocutore di una possibile salvezza. C’è tutta una letteratura moderna che esprime questo dilemma.
D’altra parte se sia garantito un vero perdono, l’uomo, con le proprie forze, non l’ha mai capito: è il problema più grande di tutte le culture e di tutte le religioni. Il motivo è semplice: siccome nella colpa l’uomo è insieme il colpevole e il giudice, egli non può darsi il perdono da sé.
Il perdono, cioè, deve “avvenire”: deve essere un evento, non una deduzione da principi, un ritorno pentito su di sé o un postulato del nostro desiderio. Dunque, o avviene, o non c’è; o è regalato (è “per-dono” appunto!) o non può essere preteso.
Due conseguenze. L’una per collocare il perdono “cristiano”, e il sacramento che lo significa, nel suo punto di luminosità nell´esperienza religiosa universale, in un momento storico caratterizzato dalla plurireligiosità. La sospensione di giudizio sul perdono delle colpe caratterizza le religioni, che in ciò dimostrano onestà intellettuale e morale. La più lucida è quella ebraica. Nei salmi si sente il sospiro di chi sa di essere colpevole di fronte a Dio, è pentito e si affida alla sua misericordia. La risposta che esplicita il sicuro perdono però non si sente se non in casi singolari per bocca di un profeta .
Proprio in questo punto il cristianesimo risulta universalmente interessante, perché annuncia una possibilità di liberazione offerta da Dio e insieme degna dell’uomo. Infatti la salvezza cristiana, lungi dall’essere un “decreto” di amnistia è l’evento del Figlio di Dio che sulla croce è insieme Innocente (segno di quanto male fa il male) e Colpevole (ora è Lui il “Maledetto”, l’oggetto della riprovazione da Dio), Giudice (con la sua morte lo Spirito “convince il mondo di peccato”), e Giudice nella sorprendente forma di Redentore: il giudizio di condanna colpisce Lui al posto di noi, Egli è stato “fatto peccato” al nostro posto! Così Egli non condona, ma “toglie”, “sradica” il peccato del mondo.
La seconda conseguenza riguarda l´appello personale che il sacramento comporta e il suo innesto in uno stile, cammino o sforzo di vita in Cristo. La liberazione, lo sradicamento del male non possono essere semplicemente un decreto di Dio. Se Dio non riesce a persuaderci interiormente del bene, l’ordine del mondo potrebbe essere stabilito solo come ordine poliziesco, ma non sarebbe più un mondo d’amore. E Dio vuole solo questo mondo!
Per questo il segno sacramentale porta l’evento della riconciliazione alla piega ultima e personalissima dell’uomo. Tra le tante forme di male che ci sono nel mondo, è insieme comprensibile e strano che la nostra attenzione si porti subito su quelle inevitabili ( malattie, terremoti, guerre o piaghe in cui non abbiamo responsabilità diretta…). È sintomatico che tale attenzione alla fine si trasformi per non pochi in sospetti e processi circa l’effettiva bontà e potenza di Dio. Perché non ci scandalizziamo di più del male che proviene dalla libertà, evitabilissimo e tuttavia non evitato? È davvero dignitoso elevare accuse prima di riconoscere il male che noi stessi abbiamo contribuito a produrre e a moltiplicare? Perché, per onestà umana e cristiana, non ci rendiamo consapevoli del dramma che c’è in noi, il fatto cioè di essere attraversati da desideri buoni e anche cattivi, la contraddizione di fare il male che non vogliamo e di non fare il bene che pur vogliamo invece che cercarne una “giustificazione”?
O perché, sempre come cristiani, invece di formulare domande astratte, non contempliamo con più attenzione la Rivelazione di Gesù, il quale in nome del Padre e nella forza dello Spirito ha compiuto gesti di liberazione dal male, e solo quelli? E perché la nostra preoccupazione non è quella di evitare il male e di lenirlo nei fratelli?

Sacramento e spiritualità salesiana.


Il raccordo salesiano con questo tema è inesauribile. Comprende l’esperienza spirituale di Don Bosco, il posto centrale che egli ha dato al sacramento della penitenza nella sua pedagogia per i giovani, l’universo sacramentale in cui si sviluppa l’intera spiritualità salesiana e, non ultimo, la singolare "storia" di Don Bosco come confessore di giovani che noi siamo chiamati ad attualizzare.
L´esperienza ininterrotta di Don Bosco sin dai primi anni dell’adolescenza, nel periodo del seminario, come giovane sacerdote e come uomo famoso è presentata sinteticamente da don Eugenio Ceria con queste pennellate: “Don Bosco si affezionò alla confessione sin dalla più tenera età, né alcun mutamento di vita valse ad affievolire in Lui l’amorosa propensione ad accostarvisi con frequenza… Studente a Chieri e liberissimo di se stesso, pensò tosto a cercarsi un confessore stabile….Prete a Torino si confessava ogni otto giorni dal beato Cafasso. Morto il Servo di Dio ricorse al ministero di un pio sacerdote già suo condiscepolo, che tutti i lunedì mattina si recava a riceverne la confessione nella sagrestia di Maria Ausiliatrice, confessandosi quindi a sua volta da Don Bosco stesso.
Durante i viaggi in assenza del proprio confessore ordinario si manteneva fedele alla sua cara pratica, rivolgendosi ad un salesiano o ad altri, secondo i casi: ad esempio durante un soggiorno di due mesi a Roma nel ’67, si confessava settimanalmente da Padre Vasco, gesuita da lui conosciuto a Torino.
I suoi figli sulle prime esitavano: ma egli: - Su, su, diceva, fa’ questa carità a Don Bosco e lascia che si confessi” .
Differenze nella impostazione della vita spirituale e della prassi sacramentale certamente intercorrono tra il tempo di Don Bosco e il nostro. Sarebbe però leggerezza storica pensare che Egli seguisse soltanto una abitudine devozionale. Ogni sua parola e insegnamento (e sono tanti!) manifesta il senso dell’incontro vivificante con Dio che la Riconciliazione comporta, la convinzione della necessità e ricchezza della mediazione della Chiesa, la funzione del sacramento in un cammino di santità serena, gioiosa, in costante crescita.
Sull’incidenza attribuita da Don Bosco alla Riconciliazione sacramentale nell’educazione dei giovani abbiamo oggi degli studi documentati che collocano organicamente il sacramento nel programma totale di crescita umana e cristiana. È stata spesso sottolineata la catechesi costante di Don Bosco sulla Riconciliazione-confessione svolta a parole ma anche in forma pratica, predisponendo cioè le opportunità e condizioni perché i giovani fossero invogliati ad accostarvisi una prima volta e in seguito ad assumerla come pratica costante.
Don Lemoyne scrive: “Ogni frase di Don Bosco fu un eccitamento alla confessione”. Il carattere iperbolico dell’espressione è immediatamente rilevabile. Così come a tutti risulta evidente la frequenza, l´insistenza e la varietà con cui Don Bosco espone questo punto nelle prediche e buonenotti, nei saggi biografici e racconti, nei libri di “preghiere” e nella narrazione dei sogni.
In ciascuna delle tre biografie esemplari (Domenico Savio, Michele Magone, Francesco Besucco) c´è un capitolo sulla confessione. In quella di Domenico Savio, che è la prima in ordine di tempo (anno 1859), si abbinano i due sacramenti: la penitenza e l’eucaristia. Invece in quella di Michele Magone due capitoli, il quarto e il quinto, uno narrativo e l’altro didattico direttamente rivolto ai giovani ed agli educatori, vengono dedicati alla sola confessione.
Sotto forma biografica, Don Bosco propone una pedagogia per aiutare il giovane a superare le proprie tendenze deteriori, a crescere in umanità e orientarsi a Dio mediante la penitenza.
Uno studioso, D. Alberto Caviglia, ritiene che il capitolo quinto della biografia di Michele Magone sia uno degli scritti più importanti e preziosi della letteratura e della pedagogia di Don Bosco, un documento insigne della sua guida spirituale.
Più originale che l’insistenza della sua catechesi sulla penitenza-riconciliazione-confessione è la valorizzazione dell’incidenza educativa della penitenza che non sostituisce ma si radica nella sua natura “sacramentale”, di segno efficace della grazia offerta attraverso il ministero della Chiesa e accolta nella fede. È congeniale con la idea della crescita del ragazzo come figlio di Dio, crescita “umana” nel miglior senso della parola, bisognosa di un interscambio continuo col mistero che risuona nella coscienza.
La penitenza sveglia la coscienza di sé e del proprio stato, introduce in un ambiente di santità e di grazia, muove energie interiori di costruzione della persona. Essa fa crescere dal di dentro l’onesto cittadino e il buon cristiano e lo si vede nella vita, sembrano dire le tre celebri biografie.
Proprio questa visione “educativa” determinava una prassi pastorale sui generis: la penitenza non veniva ridotta o isolata nel momento rituale; aveva come sua anticamera l’ambiente predisponente e il rapporto di amicizia e fiducia con gli educatori, in particolare con il principale di essi, il Direttore. C’era una continuità tra riconciliazione nella vita e momento sacramentale. All’oratorio il giovane si sentiva accolto e stimato, in un clima di famiglia e fiducia, stimolato alla comunicazione e invitato a progredire, con rapporti che lo invitavano e lo provocavano a verificarsi. È proprio questa la storia esemplificata nella biografia di Michele Magone. Non poche volte i giovani passavano dalla conversazione amichevole in cortile con Don Bosco all´atto penitenziale.
La riconciliazione, specialmente quella straordinaria, veniva avvolta in un clima festivo, secondo lo stile evangelico: la celebrazione eucaristica, a cui seguiva qualcosa di “speciale” a tavola, il tempo di gioco, la manifestazione musicale e artistica accompagnavano e avvolgevano il perdono ottenuto. I giovani potevano contare su tutte le condizioni favorevoli: tempo, luogo, persone, inviti.
Forse oggi, piuttosto che ripetere letteralmente l’affermazione che la penitenza e l’eucaristia sono i pilastri dell´educazione, è urgente meditarne e ricuperarne l’originale traduzione pedagogica.
Proprio l’esperienza educativa portò Don Bosco ad essere uno straordinario confessore di giovani: straordinario per la quantità di penitenti, per il tempo che dedicò e per la pratica che acquistò ed espresse in osservazioni piene di senso pastorale; straordinario per il piacere che sentiva di riconciliare i giovani con Dio e con la vita; straordinario anche per l’effetto che questo suo atto squisitamente sacerdotale provocava in tanti giovani che hanno voluto lasciarne il ricordo.
Esiste una fotografia di Don Bosco che fece il giro del mondo. In essa Don Bosco posa mentre confessa i giovani. Il ragazzo Paolo Albera appoggia la sua testa a quella di Don Bosco, come per fare la confessione dei peccati, mentre alcuni chierici e molti giovani attorno all´inginocchiatoio aspettano il loro turno.
Questa fotografia non è casuale. È una delle prime (anno 1861), voluta da Don Bosco con l’intenzione di manifestare un suo pensiero, “quasi un testamento morale per la sua Famiglia. Gli piaceva, ne volle ingrandito il disegno che la riproduceva”. È un poster, un manifesto, un annuncio “quasi pubblicitario” anzitempo. Per farla si è dovuto preparare la messinscena perché, con il fotografo sotto il telo, il tempo di esposizione era piuttosto lungo. Si chiamarono e si disposero i ragazzi e si ricorda la frase che Don Bosco disse al piccolo Albera scelto come penitente.
Tra i giovani e confessando era l’immagine sotto la quale voleva essere conosciuto.
Praticava così quello che aveva detto e scritto: “È provato dall´esperienza che i più validi sostegni della gioventù sono i sacramenti della confessione e della comunione. Datemi un giovanetto che frequenti questi sacramenti, voi lo vedrete crescere nella giovanile, giungere alla virile età e arrivare, se così piace a Dio, alla più tarda vecchiaia con una condotta che è esempio di tutti quelli che lo conoscono. Questa massima la comprendano i giovanetti per praticarla; la comprendano pure quelli che si occupano della loro educazione per insinuarla”.
La fotografia poi trasmette un particolare interessante: sembra essere in uno spazio aperto con i ragazzi a grappolo. Proprio la concezione educativa e filiale della penitenza liberava Don Bosco da ogni rigidità riguardo al posto e alla sequenza del rito. Confessava in cortile, confessava in parlatorio; ha confessato in carrozza e in treno. Oggi si sottolineano i segni comunitari e rituali del sacramento per una celebrazione che giunga al sentimento, alla immaginazione, alla coscienza; non può sfuggire questa sua capacità di congiungere la sostanza dell’atto con lo sforzo di iniziare ad esso collocandolo in un contesto giovanile ed educativo.
Proprio in questo contesto si moltiplicarono i Salesiani confessori di giovani che ebbero tanto influsso sui risultati vocazionali maschili e femminili.

Riconciliati e ministri della Riconciliazione.


Intenzionalmente ho presentato sopra, unite, l’esperienza personale di riconciliazione di Don Bosco e la sua prassi educativa pastorale. Come avrebbe potuto immaginare quello che significa per il ragazzo la rappacificazione interiore, se Egli stesso non ne avesse mai avvertito il bisogno? E come avrebbe potuto riprodurre l’accoglienza paterna di Dio, se Lui non l’avesse sentita e gustata? E come avrebbe potuto concepire tanta fiducia nel sacramento per il cammino di crescita e santità se non ne fosse stato testimone diretto? Da dove avrebbe attinto la comprensione, la capacità di attesa, stimolo e promozione, di comunione per la sua Famiglia e i suoi collaboratori?
L’Apostolo medesimo sembra unire i due aspetti quando ripete: “Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione”.
Grazia personale e ministero! La Riconciliazione, più che “una pratica di pietà” occasionale o un servizio sacerdotale, è un nuovo spazio in cui si colloca la totalità della vita, quello che Gesù proponeva quando diceva “Convertitevi”. Ha nel sacramento il suo punto efficace ed espressivo perché esso come il battesimo ci innesta nella morte e Risurrezione di Cristo e vi partecipa tutta la Chiesa.
Questo è vero anche per noi. Per la grazia di unità l’esperienza personale della Riconciliazione e la prassi pedagogica e pastorale si rafforzano vicendevolmente. Riconciliati diventiamo artefici e mediatori di riconciliazione.
Per questo il nostro progetto di spiritualità che sono le Costituzioni trattando della nostra missione affermano che “Insieme con i giovani celebriamo l’incontro con Cristo nell’ascolto della Parola, nella preghiera e nei sacramenti”. “Insieme” riguarda certamente le circostanze materiali di tempo e di luogo, ma molto di più l’impostazione della vita vissuta alla luce del Vangelo e della nostra consacrazione.
In tal senso la vita tutta viene vista come un cammino di “continua conversione” che raccorda molti aspetti, tali come la riconsegna quotidiana sempre più generosa alla nostra missione, la vigilanza, il perdono reciproco, l’accettazione della croce di ogni giorno, la preghiera e i momenti di verifica, e ha nel sacramento il suo punto di forza e compimento: “Ricevuto frequentemente secondo le indicazioni della Chiesa, esso ci dona la gioia del perdono del Padre, ricostruisce la comunione fraterna e purifica le intenzione apostoliche” .
Da questa nostra esperienza matura e continua sgorgano desideri ed energie per creare ambienti educativi riconcilianti e per guidare i giovani a trovare il punto di unità e consistenza che la loro vita necessita. Da essa scaturisce pure la capacità di individuare ed assumere strade di riconciliazione nella molteplice conflittualità del nostro contesto e del nostro mondo.
Riguardo al sacramento della penitenza in campo giovanile e nella comunità cristiana, oggi assistiamo ad un triplice fenomeno: il primo è l’abbandono del sacramento a parte di molti, il secondo è l’uso rapido da parte di un certo numero, il terzo, positivo, è la richiesta addirittura di direzione spirituale da parte di un gruppo, piccolo in numero, ma alla ricerca di qualità spirituale.
La risposta a questa disposizione diversificata consiste nel percorrere con i più il percorso educativo che va dall’accoglienza all’annuncio della bontà paterna di Dio e del suo desiderio di averci come figli; nell’assistere il secondo gruppo, con proposte educative proporzionate e capaci di appoggiare il loro sforzo ancora imperfetto; infine, nel diventare ministri della riconciliazione, disponibili e capaci, per coloro che hanno intrapreso consapevolmente un cammino di vita spirituale.
Sempre e in ogni caso sarà nostro impegno mettere i giovani a contatto con un circuito di grazia - fatto di motivazioni, celebrazioni, esperienze - che ha come orizzonte il Mistero Eucaristico. Esso è memoria efficace e viva sorgente della Riconciliazione perenne, operata dalla Croce. Conduce alla Riconciliazione e ne è, al tempo stesso, coronamento supremo e massima espressione perché, unendoci a Cristo, ci immette nella comunione trinitaria di Dio e nell’unità ecclesiale dei fratelli.

 

Conclusione: varcare la soglia.


La notte tra il 24 e il 25 dicembre, Natale del 2000, saremo invitati a varcare la porta santa: il Papa “attraversandone la soglia mostrerà alla Chiesa e al mondo il Santo Vangelo, fonte di vita e di speranza per il terzo millennio”. È il segno dell’entrata di Cristo nell’umanità. Per noi è l’invito ad entrare in uno spazio nuovo e ricollocare la nostra vita in un ambito più chiaramente illuminato dall’amore di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, segnato dalla fraternità incondizionata e arricchente tra le persone, caratterizzato dall’apertura della mente e del cuore alle aspirazioni e attese dell’umanità rese possibili dalla presenza di Cristo nel tempo, da una maggiore sensibilità per sentire le voci dei giovani e un maggior coraggio per venire incontro alle loro necessità.
“Passare quella porta significa confessare che Gesù Cristo è il Signore, rinvigorendo la fede in Lui per vivere la vita nuova che Egli ci ha donato. È una decisione che suppone la libertà di scegliere e insieme il coraggio di lasciare qualcosa…” .
Con la speranza di trovarci tutti insieme, spiritualmente uniti, nel passaggio della “porta” che ci immette nella pienezza del tempo che è Cristo, vi saluto cordialmente e vi imparto la benedizione di Maria Ausiliatrice.