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ECCOMI! VENGO PER FARE LA TUA VOLONTÀ

«ECCOMI! VENGO PER FARE LA TUA VOLONTÀ»

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La nostra obbedienza: segno e profezia

Parliamone di nuovo. - 1. La prima e radicale Beatitudine. - 2. Valore dell´obbedienza religiosa. - 2.1. «In capite libri scriptum...» - 2.2. Al seguito di Cristo. - 2.3. Insieme a Maria. - 2.4. Come Don Bosco. - 3. Un valore in trasformazione. - 3.1. Elementi culturali. - 3.2. Elementi ecclesiali. - 3.3. Direttrici di marcia. - 3.3.1. Dall’ascetica alla mistica dell’obbedienza. - 3.3.2. Membri responsabili di una comunità obbedienziale. - 4. Un’obbedienza per l’ora presente. - 4.1. La nostra vocazione è un’obbedienza “in formazione”. - 4.2. Una pedagogia dell’obbedienza. - 4.3. La nostra vocazione è un’obbedienza di vita e di missione. - 4.4. La nostra esistenza è un’obbedienza profetica. - 5. Un’obbedienza per il terzo millennio. - 6. L’Annunciazione: appello e risposta.

Roma, 25 marzo 2001

Solennità dell’Annunciazione del Signore

Parliamone di nuovo.

Parlare di obbedienza, oggi non è cosa facile. È in atto una “trasmutazione” del concetto stesso, che sarebbe ingenuità ignorare. È questo il tributo da pagare all’avanzata del criterio democratico e, per molti versi, della visione individualistica della vita, al superamento di deleghe in chi ha il servizio di autorità, all’assunzione di modalità più mature di collaborazione al bene comune, alla demitizzazione dell’autorità, per fondarla più umilmente sulla corresponsabilità dentro un orizzonte di fede.

“L’obbedienza non è più una virtù”, dice il titolo di un libro famoso. C’è chi si riconosce senza difficoltà (con una punta di orgoglio anticonformista…) “disobbediente”. E non manca chi vede nell’obbedienza “il segno di una maggiore età mai maturata”. Il detto contiene un suo germe di verità, se lo si riferisce alla delega di responsabilità che alcuni scaricano totalmente su chi comanda. La Gaudium et Spes assicura che la responsabilità della persona si definisce di fronte alla storia [2] . Anche la nostra responsabilità si definisce davanti alla nostra storia locale e mondiale. Perciò, l’obbedienza è una virtù quando, secondo la propria situazione, si assume e si condivide seriamente la responsabilità sulla vita e sul carisma. Nell’imminenza del CG25, mentre già sono in atto i Capitoli ispettoriali che lo preparano, vale la spesa ricordare che tutti siamo chiamati a scorgere la volontà di Dio sul nostro prossimo futuro, liberando i nostri occhi da visioni troppo individuali o interessate.

Succede, purtroppo, di vedere manipoli di “liberi battitori”, che rischiano di battere… moneta falsa. Veleggiano “navigatori solitari”, che fanno la loro battaglia e sembrano incapaci di raggiungere un qualsiasi approdo comunitario. Ci sono “cani sciolti” – si è scritto con qualche amarezza – che non puntano la preda, non difendono la casa, e non sono nemmeno capaci di fare compagnia… Indici di un disagio, che attende una risposta.

È dunque necessario ammettere che, nella cultura corrente, l’obbedienza non gode buona stampa. Non è una di quelle virtù che, di primo acchito, destino simpatia né, forse, uno di quei doni che il giovane e l’uomo contemporaneo desiderino possedere fino al punto, per esempio, di inserirne la richiesta nella propria preghiera abituale. Ma il problema più profondo non sta tanto nella sua pratica, quanto nel fatto di non cogliere il fondamento teologale che abbiamo espresso nel titolo. Infatti l’obbedienza religiosa intende inserirsi in quella di Gesù per la redenzione del mondo.

“L’obbedienza rimossa come virtù teologale nella vita consacrata, riemerge come malattia”, ha scritto un autore. E ci scontriamo allora con fondamentalismi, che assomigliano troppo ad una ideologia cieca. Troviamo sulla nostra strada leadership forti, che non sembra aiutino molto a maturare. Dobbiamo ammettere forme di manipolazione, che, dalle due parti, testimoniano il persistere di forti immaturità. Allo stesso tempo, incontriamo individualismi ingiustificati e non confrontati con il progetto di vita salesianamente assunto.

Niente di nuovo sotto il sole… Salvo il bisogno di riflettere daccapo anche sulla obbedienza del salesiano, nel contesto ecclesiale e sociale contemporaneo, per riconoscerne il senso, la preziosità, il nuovo stile di esercizio. Ciò dà l’opportunità di completare la nostra riflessione sui segni che la nostra vita comunitaria è chiamata a dare a giovani ed adulti, attraverso i consigli evangelici [3] , non come un sacrificio della nostra umanità, ma come un’apertura ad una sua trasfigurazione secondo l’umanità di Cristo, come commenta abbondantemente l’Esortazione apostolica Vita Consecrata [4] .

1. La prima e radicale Beatitudine.

L’obbedienza è una virtù adulta. Anzi, può essere soltanto una virtù adulta. La proponiamo ai nostri ragazzi, non per mantenerli bambini, ma per aiutarli a diventare maturi. Ne parliamo nel contesto della vita consacrata, non solo perché si tratta dell’a,b,c della vita comune, ma perché essa rappresenta la porta di ingresso al Mistero di Cristo, ed anche il suo “sancta sanctorum”, il suo luogo più segreto, più rivelatore, e più fecondo. Newman ha scritto: «Non sapranno che cosa significa vedere Dio, finché non avranno obbedito», ed ancora: «la perfetta obbedienza è il metro della santità evangelica» [5] .

Il religioso, che si mette al seguito di Cristo, ne assume gli atteggiamenti fondamentali. Vive un amore totalmente donato, che rinuncia a cercare qualche cosa per sé, e si esprime nella castità. Annuncia, attraverso la povertà, la radicale condivisione dei beni, rimessi vigorosamente al servizio della comunione e della solidarietà. Consegna, col voto di obbedienza, la propria esistenza al progetto di Dio, accolto con totale abbandono, attraverso il misterioso intreccio delle umili (a volte fin troppo) mediazioni umane.

I voti rappresentano le tre radici dell’albero della nostra vita. Non è, certo, nostra intenzione consegnare delle radici rinsecchite e morte: vogliamo piuttosto trapiantare un albero vivo, per farlo crescere ancora di più, trasferendolo dalla nostra terra alla terra Sua. L’obbedienza è il segno della “terra nuova” in cui ormai la nostra vita ha piantato la sua tenda. È l’atteggiamento che fonda il Totus tuus, che vediamo scritto sulle bandiere di Giovanni Paolo II: con lui, ci volgiamo al Padre, sull’esempio di Cristo, per fare del Suo Regno la nostra casa.

C’è, nel Vangelo, una espressione che esplicita la beatitudine per i “puri di cuore”. Ce n’è un’altra per i “poveri di spirito”. Altre cantano i miti, i cercatori di giustizia, i seminatori di pace, i perseguitati… Per l’obbedienza non c’è una formulazione esplicita. Essa è proclamata, si può dire, ad ogni pagina di Vangelo. Ad essa fanno capo tutte le altre. È la totalità del Vangelo che, dall’Annunciazione di Gesù alla sua morte in croce, proclama la beatitudine della comunione con il Padre.

Obbedisce il Figlio alla Madre e la Madre al Figlio. Obbediscono, nelle parabole, i servi buoni e gli amministratori fedeli, in attesa del loro Signore. Manifestano spirito di obbedienza quelli che si cavano da sotto i ponti e da dietro le siepi, ed imboccano strade e sentieri per affollare la sala del banchetto, portandosi sottobraccio la veste candida.

È la beatitudine legata all’intimità del Figlio col Padre. Chiunque voglia muovere qualche passo sulla via di Cristo è chiamato ad entrare nel Mistero della Sua obbedienza.

Rileggendo quanto Don Bosco diceva ai suoi sull’obbedienza – un tema che gli stava molto a cuore – si evidenzia la centralità che le viene attribuita dal Santo Educatore, sia nella vita della Congregazione, che nell’organismo spirituale di ogni salesiano, e in vista dell’efficacia dell’azione educativa.

L’idea di Don Bosco è tradotta plasticamente nel cosiddetto “sogno dei diamanti” [6] : «uno più grosso e più folgoreggiante stava in mezzo come il centro di un quadrilatero, e portava scritto “Obbedienza”: base e coronamento dell’edificio della santità». È l’immagine di una centralità carica di energia, che viene trasmessa ai cardini della vita. E non si riferiva certamente soltanto a quell’obbedienza che finisce nella mediazione, ma a quella che raggiunge e assume la dolce volontà del Padre.

L’obbedienza – nota Don Bosco – è il mezzo più facile per farsi santi ed è energia capace di santificare ogni azione. È anima della Congregazione, perno della vita religiosa, compendio di perfezione. Essa custodisce le virtù, moltiplica le energie ed il bene. Va esercitata in modo evangelico, non con i musi lunghi, ma con i cuori aperti, che vivono lo spirito di famiglia, testimoniando la gioia e la pace di chi sente vicino il suo Signore.

Chi oggi sfoglia le Costituzioni salesiane, arrivato alla sezione dei voti, trova al primo posto il voto di obbedienza. Non è sempre stato cos