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`IL PADRE CI CONSACRA E CI INVIA`

LETTERE DEL RETTOR MAGGIORE - JUAN VECCHI

 

"IL PADRE CI CONSACRA E CI INVIA"


I. una vita consacrata
- 1. Un invito pressante
- 2. Una parola chiave
- 3. L´esperienza gioiosa di un dono ricevuto
- 4. La confessione dell´iniziativa di Dio
- 5. Un progetto di vita in Dio
- 6. La professione pubblica
- 7. Alcune conseguenze.

II. la nostra consacrazione apostolica
- 1. Singolarità della consacrazione "salesiana"
- 2. L´originalità "consacrata" della nostra missione apostolica
- 3. Servizio e profezia
- 4. I doni molteplici della nostra comunità consacrata
- 5. Alcune conseguenze
- 6. La guida della comunità consacrata.

 

Roma, 8 settembre 1998
Festa della Natività della Madonna

Cari confratelli,
Sono lieto di farvi giungere il mio saluto, unito a quello dei membri del Consiglio Generale, in questo momento nel quale una parte di voi si accinge a dare inizio all´anno di attività pastorale ed altri pensano a raccoglierne i risultati finali. Rivolgo una parola particolare di incoraggiamento e vicinanza alle comunità che si trovano in situazioni difficili a motivo di guerre e conflitti di vario tipo, particolarmente in Africa. Per esse chiedo la vostra preghiera e il vostro ricordo.
La lettera precedente sul nucleo animatore ha stimolato una salutare riflessione. Ha sollevato pure una preoccupazione, che alcuni si sono premurati di esprimermi. Essa mi offre l´occasione di approfondire ancora il tema che sta divenendo determinante nel cammino di questi anni: la capacità di animazione della comunità salesiana.

 

I. una vita consacrata

1. Un invito pressante.

Una domanda affiora spesso quando si affronta questa tematica. Riguarda il peso, l’incidenza, l’influsso della nostra vita consacrata nel lavoro di animazione comunitaria, nell’orientamento della educazione e nella pratica pedagogica. Non riguarda principalmente il tempo che la consacrazione permette di dedicare, fattore che si può supplire con un impiego maggiore di risorse laicali, e nemmeno le competenze in dinamiche comunitarie o in educazione, oggi facilmente reperibili tra i laici; ma proprio la qualità specifica che la vita consacrata apporta alla comunione, alla proposta educativa pastorale, alla pratica pedagogica.

Su tale problematica il CG24 è stato molto attento. Sebbene non le abbia dato uno sviluppo unificato e organico, ha consegnato una serie di stimoli da ripensare. Senza pretesa di essere completo, credo si possano riassumere in alcuni punti.
Un primo punto: la consacrazione, vissuta con autenticità e gioia, immette nella comunità educativa salesiana alcune sensibilità: il primato di Dio nella vita, la rilevanza della spiritualità nel compito educativo, l´attenzione allo spirito salesiano, una visione della crescita umana conforme ad un paradigma di nuova umanità, l’apertura ad una esperienza di Dio per giovani e adulti.
Da questi accenni, raccolti in una rapida lettura, viene un secondo punto di attenzione: l’identità del consacrato va messa in evidenza “come forza dinamica e specifica per l´educazione e l’animazione della CEP”. Urge quindi, da parte dei consacrati, un approfondimento della loro identità, come ragione ultima dei ruoli che vengono loro attribuiti e come possibilità di svolgerli con pieni risultati, conforme alle finalità che la Congregazione si propone.
Tale riflessione risulta urgente anche a motivo della scoperta della vocazione del laico e dell´insistenza sulla sua realizzazione massima.
Deve muovere i consacrati a coltivare e condividere i doni provenienti dalla propria vocazione, consapevoli di “quello che abbiamo in comune come delle nostre differenze” con i laici, sapendo pure che c´è un punto di incontro della totalità: il cuore oratoriano e lo stile del Buon Pastore.
Un terzo punto: quanto indicato sopra deve portare a superare un certo disorientamento da parte di alcuni consacrati riguardo alla propria partecipazione nella comunità educativa e di fronte agli spazi di intervento aperti ai laici. La loro partecipazione deve consistere più nella comunicazione dello spirito che nel compimento materiale del lavoro quotidiano. Il rapporto con i laici va impostato sulla base della condivisione dei doni.
E ancora: per riuscire a realizzare questo progetto, occorre puntare su una formazione iniziale e su una crescita permanente che aiutino i Salesiani “ad approfondire l´identità della loro consacrazione ed a maturare solide convinzioni sul valore educativo della consacrazione stessa”.
L´influsso della consacrazione nell´animazione comunitaria e nell´orientamento dell’educazione ha un particolare sviluppo nei nn. 149-155 del CG24, il cui midollo sembra essere l´affermazione: “Don Bosco ha voluto persone consacrate al centro della sua opera, orientata alla salvezza dei giovani e alla loro santità. Voleva i suoi religiosi come punto di riferimento preciso del suo carisma”.
Questa sua volontà viene attribuita a divina ispirazione; è determinante quindi per la missione, che non consiste solo nella promozione temporale, ma nella proposta di santità per i giovani. “Don Bosco è stato condotto dal Signore a fondare una comunità di consacrati perché fosse lievito per la molteplicità di servizi, animazione spirituale per quanti si dedicano all’educazione, garanzia di continuità nella missione dei giovani”.
Il carisma dunque non si esprime nella sua completezza e autenticità se mancano i laici; ma meno ancora se venisse a mancare il contributo specifico dei consacrati.
Da questo derivano, per la comunità salesiana, orientamenti come questi: “verifichi frequentemente l’incidenza della sua vita consacrata e comunitaria; valorizzi le occasioni per presentare e spiegare ai laici e ai ragazzi lo specifico della vita consacrata nella sua valenza educativa”.

La medesima problematica viene dalle comunità religiose, e non solo dalle nostre. Certi che l´educazione, in particolare quella che si fa attraverso la scuola, è una attività utile all´evangelizzazione, non pochi religiosi si pongono l´interrogativo su quale sia in essa il posto della loro opzione radicale per il Regno.
Di fronte alla delega dei compiti principali ai laici, alla consegna a loro della propria tradizione pedagogica, alcuni si sentono smarriti riguardo al proprio contributo, al di là della possibilità di dedizione completa e della competenza che tale dedizione comporta. E ciò anche dopo aver priorizzato gli impegni, come indica il CG24: formazione, orientamento, identità educativa.
Dall’angolo dei giovani, non pochi sottolineano come essi riescano a cogliere la professionalità e la generosità del nostro servizio, ma non sempre ne risulti loro percettibile la ragione ultima e il senso.
È reale, d’altra parte, che in alcune strutture non si riesca a far risplendere la scelta consacrata per il peso delle attività strumentali: si è rimasti nei mezzi, piuttosto che evidenziare i fini. E così pure nell´esercizio di alcuni ruoli organizzativi o direttivi non si raggiunge quella unità tra professionalità e cuore oratoriano che definisce l´immagine del salesiano.
In merito alla comunità medesima alcuni lamentano non la perdita, ma la debolezza di espressione, del senso e delle manifestazioni più immediate della consacrazione, come la fraternità e la preghiera quotidiana. Pur riconoscendo che ciò si deve alla molteplicità di impegni ispirati alla carità pastorale, il fatto rappresenta un impoverimento della testimonianza della consacrazione e per i più giovani una difficoltà per viverla gioiosamente.
Il CG24, e altrettanto faranno certamente i Capitoli ispettoriali, si è occupato ampiamente dei rapporti da instaurare con i laici, delle modalità fondamentali con cui i religiosi si fanno presenti nella comunità educativa, dell´oggetto principale dei loro interventi e delle qualità del loro agire. Non insisterò su questi punti. Li considero, se non realizzati, almeno messi sufficientemente sotto la vostra attenzione. Me ne sono occupato nella Lettera precedente Esperti, testimoni ed artefici di comunione.
Il discorso sulla nostra consacrazione spinge a fondo il significato di tali indicazioni, rifacendosi alla loro fonte più interiore e personale. In questo senso è stata pure assunta nella nostra programmazione per il sessennio.

2. Una parola chiave.


Le discussioni degli ultimi anni hanno evidenziato posizioni diverse circa la vita consacrata e la sua collocazione nella Chiesa. Le parole chiave, per introdursi in quello che si può chiamare il suo midollo, sono varie: carisma, sequela Christi, missione.
Il Sinodo sulla vita consacrata è stato consapevole di tali diversità e ha cercato di riportarle a un alveo comune. Ha chiesto al Papa di dare una risposta precisa ad alcune questioni, per poter operare un discernimento di fronte alle sfide che incombono e sviluppare i valori permanenti della vita consacrata, anche attraverso nuove espressioni.
Tra le questioni da chiarire c’era l’elemento distintivo, quello che determina l´identità della vita consacrata e, dunque, anche il suo contributo specifico alla vita della comunità cristiana ed alla pastorale.
È noto, perché è stato già oggetto di numerosi commenti, che l’Esortazione Apostolica lo pone nella consacrazione. Ciò era già presente nell’insegnamento che va dal Concilio Vaticano al Sinodo sulla Vita Consacrata. Ma era stato intaccato sia da una interpretazione ristretta della consacrazione, sia dal nuovo profilo della vita consacrata nella Chiesa intesa come popolo di Dio, sia dal progredire della secolarizzazione, che ha portato ad un cambiamento di significato del "sacro".
La dichiarazione Elementi essenziali dell’insegnamento della Chiesa sulla vita religiosa (31 maggio 1983), affermava: “Alla base della vita religiosa c’è la consacrazione. Insistendo su questo principio, la Chiesa pone l’accento sull´iniziativa di Dio e sul diverso e nuovo rapporto con Lui che la vita religiosa comporta”. Due riferimenti fondamentali dunque determinano la realtà di una vita consacrata: l’iniziativa di Dio, sentita dal soggetto come un appello o una chiamata, e un nuovo e singolare rapporto con Lui, in base al quale si orienta ed organizza l´esistenza.
L’Esortazione Apostolica Redemptionis Donum (25 marzo 1984), che intendeva venire incontro al fecondo interscambio in corso, rivolgendosi ai religiosi diceva: “La Chiesa pensa a voi prima di tutto come persone consacrate: consacrati a Dio in Gesù Cristo come proprietà esclusiva. Questa consacrazione determina il vostro posto nella vasta comunità della Chiesa, del popolo di Dio. Allo stesso tempo essa introduce nella missione universale di questo popolo una speciale risorsa di energia spirituale e soprannaturale”.
Consacrazione è diventata quindi la parola chiave con cui si riassumono la condizione ed il cammino di santità di coloro che si mettono, con professione pubblica, alla sequela radicale di Cristo. Tutti i progetti di esistenza che rispondono a tale proposito vengono designati come vita consacrata, anche se tra di essi intercorrono notevoli differenze quanto a modalità, organizzazione e finalità immediate.
L’Esortazione Apostolica Vita Consecrata affronta direttamente l’argomento e ne parla con deliberata chiarezza, riportando alla consacrazione altri elementi qualificanti e distintivi di questo genere di esistenza. Al n. 72, dal titolo “Consacrati per la missione”, si legge: “Ad immagine di Gesù, Figlio diletto “che il Padre ha consacrato e mandato al mondo” (Gv 10,36), anche coloro che Dio chiama alla sua sequela sono consacrati e inviati al mondo per imitarne l’esempio e continuarne la missione”.
Di tale consacrazione, che viene definita “nuova e speciale”, si chiarisce il senso e se ne dissipano i malintesi. C’è una continuità con la consacrazione battesimale, perché questa viene assunta in forma radicale. Allo stesso tempo c´è una novità, un “salto”, un esodo, un intervento di Dio, in quanto questo tipo di esistenza non è necessariamente incluso nella grazia battesimale. Comporta una vocazione o chiamata personale.
L’obiettiva eccellenza della vita consacrata non esclude altre obiettive eccellenze nel loro genere (laicale, sacerdotale), né induce gerarchia spirituale. Genera però una differenza arricchente nella comunione, e rappresenta dunque un contributo tipico in termini di segno, annuncio, testimonianza di vita cristiana e servizio alla missione della Chiesa.
L’Esortazione Apostolica Vita Consecrata sottolinea che nessun altro elemento, al di fuori o separato da questo, può dare la fisionomia e giustificare la presenza della vita religiosa nel mondo attuale: non gli impegni educativi o sociali, non il volontariato nelle situazioni di povertà, non le lotte per le grandi cause umane; soltanto il fatto che ci si è sentiti chiamati a testimoniare il primato di Dio e si accoglie la centralità indispensabile di Cristo nell´orientamento e nell´organizzazione della propria esistenza. E come non possono dare il tratto originale, così altre motivazioni non sono sufficienti per assumere una esistenza consacrata. Si vede dunque la debolezza, in particolare oggi, di una vocazione mossa soltanto dall´entusiasmo per il lavoro giovanile o la promozione dei poveri e simili. Tali motivazioni si esauriscono se non hanno radici più solide e definitive.
Quanto detto si presta ad alcuni commenti.
Non tutti hanno capito la portata di questa scelta e insistenza. Ho avuto opportunità, in convegni e adunanze, di sentire delle riserve in merito. È utile coglierne i motivi perché qua e là tali riserve serpeggiano anche nei nostri ambienti.
Qualcuno teme che si torni a pensare ai religiosi come a persone costituite pubblicamente in una situazione sociale diversa, cosa ormai “estranea” alla mentalità odierna. Ciò è totalmente escluso. Dalla nostra scelta di Dio non provengono prerogative o privilegi di “status” in ambito secolare né di Chiesa. E vale la spesa ricordare che la nostra esistenza non è protetta o difesa, ma piuttosto esposta.
Alcune riserve poi vengono dal sospetto che i consacrati considerino se stessi e siano dagli altri ritenuti “superiori”. La “oggettiva eccellenza” della vita consacrata, la “nuova e speciale consacrazione”, il termine “più” (più radicale, più intensa, più vicino, più conforme), ripetuto spesso per descrivere l’impegno del religioso riguardo alle esigenze richieste ad ogni cristiano, solleva diffidenza. E così pure il timore che i religiosi appaiano organizzati in una categoria separata, in contrasto con l’attuale visione ecclesiale di comunione da realizzarsi anche in ambiti immediati, come le chiese locali e le comunità parrocchiali.
Ci sono ancora altre due difficoltà sollevate da alcuni. Una di tipo pastorale: che l’affermazione prima e quasi isolata del rapporto personale con Dio centri di nuovo i religiosi sulla propria perfezione, staccandoli dall’essere per il mondo. L’altra spirituale: che ciò determini una visione intimistica o dualistica (sacro - profano, spirituale - corporale, rapporto a Dio - azione nel mondo) dell’esperienza cristiana. Questi due aspetti ci toccano da vicino per le finalità apostoliche della nostra Congregazione delineate nell´articolo 6 delle Costituzioni e per la spiritualità attiva che si ispira alla carità pastorale.
Nessuno dei significati che provocano tali diffidenze viene inteso nel termine consacrazione, secondo l´approfondimento fatto in questi ultimi anni. Si mette invece in luce il senso totale che ha la consacrazione. Essa comprende simultaneamente tutti gli elementi di un progetto di vita in Dio: i consigli evangelici, la missione apostolica, la comunione fraterna, la spiritualità. Non è un elemento “organizzativo” diverso o sopra l´insieme di essi, ma l´avvenimento che sta alla loro base. È la grazia e il rapporto che li comprende tutti.
Ciò a noi è familiare perché lo troviamo nelle nostre Costituzioni: “La missione apostolica, la comunità fraterna e la pratica dei consigli evangelici sono gli elementi inseparabili della nostra consacrazione, vissuti in un unico movimento di carità verso Dio e verso i fratelli”.
La consacrazione non consiste nella disposizione esterna della vita, ma in una grazia che trasforma interiormente. La nostra Regola affermerà che siamo stati consacrati non da una persona o istituzione umana, non per forza di un gesto anche liturgico, ma col dono dello Spirito: “Il Padre ci consacra col dono del suo Spirito e ci invia ad essere apostoli dei giovani”.
È un motivo questo che nelle nostre Costituzioni viene ripreso in continuità, con altre parole equivalenti: vocazione, alleanza con Dio, donazione totale, amore di predilezione, scelta radicale. Tutte indicano una sola cosa: una relazione particolarissima di Dio e con Dio che segna la nostra esperienza personale e il nostro lavoro educativo.
Per questo senso complessivo (sequela di Cristo con i voti, vita di comunione, forme concrete di missione) all’interno della vita consacrata si danno molte forme o tipi. La consacrazione non è una nella modalità, ma ha espressioni molteplici. Si parla di forme di vita consacrata, antiche, moderne e future. È importante capire ciò per non confondere consacrazione col solo aspetto strettamente “religioso”, creando una specie di dualismo riguardo agli impegni pastorali, più ancora quando questi, come è il nostro caso, si svolgono in ambito secolare e richiedono professionalità e rapporti pure secolari.
Per la nostra unità personale, per la nostra testimonianza, per il contributo da dare nella comunità educativa, interessa riscoprire alcuni aspetti della consacrazione. Oggi, piuttosto che come un “momento” singolo, la si pensa come un “continuum” che comprende tutta l´esistenza; piuttosto che come uno “stato” in cui si viene stabiliti, una volta per sempre, la si ritiene un dono, un cammino da fare, un rapporto da coltivare. “L´intera vita dedita al servizio di Dio, stabilisce una consacrazione speciale”.
La vita consacrata comprende l’esperienza personale dell’appello o vocazione, l’accoglienza nella fede dell´iniziativa di Dio, la scelta di un progetto di discepolato o sequela di Cristo, il riconoscimento, da parte della Chiesa, dell’azione di Dio nella nostra persona e l’inserimento pubblico del progetto scelto nella sua missione.
Penso sia utile ripensare e rivivere questi aspetti e passaggi. Non hanno soltanto una valenza dottrinale, di illuminazione, ma rappresentano una condizione per l´espressione vivace della consacrazione nei nostri ambienti.

3. L´esperienza gioiosa di un dono ricevuto.


“Un appello accompagnato da un’interiore attrazione”, dice l’Esortazione Apostolica Vita Consecrata parlando della consacrazione. “Un’esperienza singolare della luce che promana dal Verbo Incarnato fanno certamente i chiamati alla vita consacrata”. “Chi ha ricevuto la grazia di questa speciale comunione di amore con Cristo, si sente come rapito dal suo fulgore”.
Molti “motivi” trasversali dell’Esortazione Apostolica ribadiscono questo elemento soggettivo, che è il segno e il primo passo della consacrazione: il richiamo della bellezza che attira, il sentirsi raggiunto da una manifestazione particolare di Cristo, l’essere rapito nell’orizzonte dell’eterno o avvolto nel fulgore della verità, il fare esperienza di Dio amore, la felicità interiore per una conoscenza nuova, il fascino della saggezza.
La consacrazione consiste nel fatto che Dio si fa sentire nella nostra vita in forma singolare fino ad avvolgerla totalmente e diventarne il “motivo” principale, Colui che più ascoltiamo ed al quale con più attenzione e gusto guardiamo. E non per obbligo religioso o etico, ma come vita, senso e gioia.
Questa attrazione o innamoramento di Dio è un dato e una esperienza che possiamo rivivere a ritroso. Segna il percorso della nostra decisione vocazionale. Certamente ricordiamo quando e perché ci siamo decisi per Lui, come gli sposi ricordano quando avvenne il loro incontro e come si accese una vicendevole attrazione.
Per alcuni può essere stata un´illuminazione repentina in un momento di particolare intensità spirituale, per esempio un ritiro. Per i più tutto è avvenuto con gradualità: un primo assaggio dovuto al contatto con ambienti o persone legate al religioso, nei quali si è appreso un valore particolare; poi, un poco alla volta, si è scoperta la fonte da cui tali valori procedono; si è partecipato all´esperienza di coloro che ci hanno impressionato, attraverso l’amicizia, la collaborazione e le confidenze. Si è scoperto un panorama di vita nuovo e pieno di senso. Infine, ci si è sentiti “presi”, secondo l´espressione di San Paolo: “Sono stato conquistato da Gesù Cristo”.
È l’esperienza biblica di appartenere a Dio e non riuscire a staccarsi da Lui, anche se consapevoli delle nostre debolezze ed infedeltà: “Tu mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre. (...) Nel mio cuore c’era un fuoco ardente, rinchiuso nelle mie ossa. Cercavo di contenerlo, ma non potevo”.
A volte risentiamo queste storie personali quando negli incontri giovanili qualche giovane professo/a racconta ai compagni come e perché si è deciso ad entrare nella vita religiosa.
I racconti sono molto vari quanto ad aneddoti e circostanze. Ma sottostà a tutti uno stesso schema: dopo un primo barlume del valore di Cristo, di Dio Padre per la propria vita, la riflessione li ha portati a sceglierli come “l´amore” della propria esistenza, preferendolo ad altre possibili esperienze umane. È l´inizio. La storia più completa la risentiamo da religiosi, anche confratelli nostri, che hanno risposto gioiosamente all´appello.
La consacrazione non consiste principalmente in un decreto, in un insieme di segni esterni, in uno stato sociale, in una separazione dal mondo; ma nel fatto che Dio sia entrato nell´esistenza di una persona e vi abbia preso il posto principale, che abiti in essa e la faccia suo interlocutore e partner.
Non è dunque esclusiva dei religiosi e nemmeno dei cristiani. Dovunque Dio interviene, creando o salvando, consacra con la presenza del suo amore e dà dignità inviolabile. La prima consacrazione è l´esistenza umana: è il primo atto di amore che stabilisce il carattere intangibile della persona, la sua superiorità su tutto ed anche i tratti fondamentali della nostra esistenza.
Mediante la fede e il battesimo, che sono autocomunicazione di Dio attraverso il ministero della Chiesa, la nostra appartenenza a Lui diventa cosciente e si trasforma in principio di nuovo sviluppo personale. L’abbiamo spiegato noi stessi tante volte ai giovani parlando della consacrazione del battesimo che ci fa figli di Dio, membri del suo popolo, templi dello Spirito.
La cosa singolare del consacrato nella vita religiosa o nel “secolo” è che egli sente tutto ciò come l´elemento principale, un punto irrinunciabile per la propria realizzazione. Dio lo raggiunge nel momento in cui fa il progetto della propria vita e mediante il dono dello Spirito l’attira a sé in forma radicale ed esclusiva: è il fatto sorgivo della consacrazione che la Chiesa discernerà, renderà pubblico, confermerà inserendo questo dono nella propria comunione e missione.
Il recente congresso dei giovani religiosi, realizzato a Roma nell´ottobre del 1997, ha espresso questo primo elemento della consacrazione nel motto: Vidimus Dominum. Abbiamo avuto un´esperienza di incontro, svelamento, “visione” del Signore.
La vivacità di questa esperienza non deve diminuire col crescere dell’età o il radicarsi dell’abitudine. È chiamata anzi a maturare e riempire la vita. Se cadesse, la vita religiosa perderebbe la sua motivazione e si trascinerebbe nel funzionalismo, cioè nel solo adempimento corretto dei propri doveri.
Capiterebbe a noi quello che capita alle coppie stanche che continuano a convivere in pace, ma che da tale convivenza non si attendono né novità né felicità.
Aggiungo che ciò è indispensabile oggi. Viviamo tempi di emergenza del “soggettivo”; la comunicazione porta a sottolineare “l´emozionalità”; i giovani vanno dove li porta “il cuore”; meno indicata che mai è la “genericità”, una proposta che non tocchi la vita. Ai giovani religiosi il Papa diceva: “Questa sapienza (della vita consacrata) è il sapore del mistero di Dio, il gusto dell´intimità divina; ma è anche la bellezza dello stare insieme in nome suo”.

4. La confessione dell´iniziativa di Dio.


In corrispondenza con questa intuizione, gusto, percezione nitida della presenza di Dio e dell’attrazione di Cristo e della nostra gioiosa accoglienza, si va radicando in noi il convincimento di essere stati destinatari dell’attenzione e dell’amore di Dio, non in generale, come un individuo in una massa, ma personalmente: “Ti ho chiamato per nome”.
“Ci ha scelti prima della creazione del mondo perché fossimo suoi figli adottivi”. Di espressioni di questo tenore è piena la Scrittura quando descrive l’atteggiamento di Dio verso di noi.
Il primo passo è stato suo. Non siamo noi che lo abbiamo raggiunto; ma è Lui che è venuto a noi ed è entrato nella nostra esistenza. La categoria “dono” per interpretare il fatto, non solo della vocazione, ma dell´esistenza stessa, è dominante e viene adoperata in continuità nell´Esortazione Apostolica.
Colpisce l’uso del verbo “consecrare” in passivo. Sovente si dice “siamo stati consacrati”. La consacrazione non è uno sforzo nostro per arrivare a un certo grado di virtù o per mettere il pensiero di Dio al centro della nostra vita. Ciò è piuttosto conseguenza di un fatto che sta più dentro di noi e alla base del nostro progetto. La consacrazione è una visita, un dono, una venuta di Dio verso di noi, un’irruzione della sua grazia nella nostra vita. Nel vangelo l’iniziativa viene espressa con lo sguardo che Gesù rivolge ad alcuni, la chiamata, l’invito, il fascino che Lui suscita, il coinvolgimento pratico, l’interpellazione, la visita a casa.
Lo stesso si vede nelle vocazioni profetiche. Esse sono repentine e imprevedibili. Non è il profeta che va in cerca di Dio, ma è Dio che lo investe, lo occupa. Amos dice che andava dietro il gregge quando sentì la voce di Dio. Movimento simile, sebbene in circostanze molto diverse raccontano gli altri profeti. Di solito, per correttezza teologica seguendo l’ordine delle causalità, questo elemento si enuncia al primo posto.
L´iniziativa è del Padre che ci colloca sulla rotta di Cristo. “Qui sta il senso della vocazione alla vita consacrata: una iniziativa tutta del Padre (cf. Gv 15,16) che richiede da coloro che ha scelti la risposta di una dedizione totale ed esclusiva”. L’iniziativa, nella storia, appartiene anche al Figlio. Gesù chiama, invita: “Ad alcuni Egli chiede un coinvolgimento totale che comporta l’abbandono di ogni cosa (cf. Mt 19,27) per vivere in intimità con Lui e seguirlo dovunque vada”. L’iniziativa appartiene allo Spirito che dal profondo della coscienza e della mente produce aperture, svelamenti, gusti, propositi, tendenza, amore verso Dio e la sua opera. “È lo Spirito che suscita il desiderio di una risposta piena; è Lui che guida la crescita di tale desiderio portando a maturazione la risposta positiva e sostenendone poi la fedele esecuzione”.
Si tratta di aprirsi all´ascolto, di rispondere, di lasciarsi occupare, di accogliere. L’iniziativa e le possibilità non sono in noi. Bisogna sentire una presenza che ci ha fatto oggetto della sua predilezione e rispondere con amore. La consacrazione è tutta fondata sul rapporto: non è principalmente uno sforzo di superare se stessi, ma un confronto, una lotta con Dio. Nell´icona biblica di Giacobbe che lotta con Dio, domina il desiderio della vicinanza e benedizione del Signore, dal quale non ci si può staccare, anche se a volte la sua presenza provoca resistenza in noi. L´immagine esprime con vigore una relazione sentita come vitale, pure in una esistenza problematica.
Questa iniziativa di Dio non deve rimanere un “segreto” personale, una dottrina teologica, ma diventare una “confessione” o proclamazione che spieghi ai giovani la nostra scelta di vita. Conviene soprattutto risvegliarla negli immancabili momenti di prova, la cui soluzione sovente affidiamo alle sole nostre forze.

5. Un progetto di vita in Dio.


Dai due fatti descritti sopra, che esistenzialmente sono uno solo (presenza di Dio-accoglienza, vocazione-risposta, appello-sequela, dono-corrispondenza, rivelazione-adesione), ne deriva il terzo: un orientamento e una scelta di vita.
È maturata in noi la convinzione ed il sentimento che siamo suoi, che “in Lui viviamo ci muoviamo ed esistiamo”, che Lui è il primo e il solo importante, non in astratto e in generale, per il mondo o per il genere umano, ma per noi.
Abbiamo concentrato su di Lui attese e speranze. Lo cerchiamo “dall’aurora”, cioè continuamente, come fonte di senso, come interlocutore, come compagnia.
Da ciò proviene un legame che ci va riempiendo di luce e di pace, anche psicologicamente, e ci caratterizza di fronte al mondo. Il consacrato è colui che ha messo Dio e il valore religioso, la fede e quello che essa offre, al centro della sua esistenza. “Il Signore è la parte della mia eredità”.
Questo diventa non soltanto desiderio vago, ma proposito. Lo sforzo è di giungere a vivere il mistero di Dio non come una breve pausa settimanale o giornaliera, per esempio nella messa o nella preghiera, ma come un rapporto permanente, capace di ispirare decisioni e modalità di vita.
Per questo assumiamo un progetto concreto, una forma di esistenza visibile, che porta il segno di Dio. Ci incorporiamo in una comunità che si riconosce già nella medesima scelta e ha predisposto un cammino per svilupparla.
Pure questo tipo di vita comunitaria è “consacrato”, non in forza di una separazione materiale dal mondo, dei segni o delle pratiche esterne (questa sarebbe una visione estranea alla fede cristiana), ma perché la comunione sorge da un’azione permanente dello Spirito, il vangelo ne ispira l’impostazione e la Chiesa lo riconosce come una delle sue espressioni autentiche e visibili. Le nostre Costituzioni lo esprimono all´art. 50: “Dio ci chiama a vivere in comunità… (In esse) formiamo un cuor solo ed un´anima sola per amare e servire Dio e per aiutarci gli uni gli altri”.
In questo progetto si sottolinea il desiderio di conformarsi a Cristo, espresso nei consigli evangelici assunti con voto. Essi, anche se precisi nel loro oggetto specifico, hanno un significato aperto verso una generosità e una creatività senza limiti.
Esprimono il midollo del vangelo e sono segno della vita che ad esso si ispira. Oggi sono esposti a più seri interrogativi e a nuove sfide. Ed è tutt’altro che superfluo riprendere una riflessione su di essi a confronto con correnti, mode o abitudini odierne, per riscoprire la loro forza propositiva e la loro carica di contestazione e di profezia. Le sfide infatti provocano nuove espressioni e fanno emergere nuovi messaggi. Il capirli nel senso evangelico, lo sceglierli come modalità di vita, il decidersi a professarli pubblicamente, l´essere creativi nell´esprimerli oggi è un dono che procede dalla Trinità e ne riflette il mistero di donazione.
All’imitazione bisogna aggiungere altre due esigenze. In primo luogo il tratto, l’amicizia e l’intimità con Cristo. L’assunzione delle sue preferenze e dei suoi atteggiamenti sarebbe insufficiente. Ci vuole il rapporto personale. Gesù è una persona viva con la quale incontrarsi e nella quale vivere. Fra il consacrato e Lui si stabilisce una relazione profonda. Ce lo insegna la vita dei discepoli. Gesù infatti ebbe ascoltatori, ammiratori, seguaci, discepoli e alcuni che gli furono particolarmente intimi e amici: “Voi siete miei amici”. Erano mossi dal desiderio di condividere la vita con Lui in uno stare insieme. “Maestro, dove abiti?”. Si ripete e va meditato che la consacrazione innesta più intimamente nella vita e nel mistero pasquale di Cristo.
Oggi, quando tutti i vincoli istituzionali appaiono deboli e tutte le appartenenze formali sembrano transitorie e poco eloquenti, questa esperienza personale risulta una testimonianza convincente ed una garanzia di fedeltà.
Viene opportuno un commento: è conveniente dare luogo alle manifestazioni affettive di amicizia con Cristo, oltre a quelle effettive. Bisogna evitare due estremi: convertire l´amore in un sentimento superficiale, un semplice movimento di sensibilità; e, all´altro estremo, rendere arido il nostro cuore con la dimenticanza o l’intellettualismo. Se tante volte la volontà si trova frenata nell’amore di Dio è anche perché la nostra sensibilità umana è atrofizzata. Finché la fede o il pensiero di Dio non raggiungono i sentimenti, rimangono marginali e inoperosi. Ci furono santi che manifestarono con tenerezza il loro amore per Dio. Possiamo ricordare San Francesco di Assisi, ma non meno, sebbene con altro stile, San Francesco di Sales, alla cui spiritualità ci ispiriamo.
Oltre l’imitazione e l´intimità c´è la partecipazione attiva alla sua causa, cioè spendersi per quello per cui Egli ha lavorato e sofferto. Ce ne occuperemo più avanti, mettendo a fuoco il prevalente carattere apostolico della nostra consacrazione.
Questo cammino di amicizia, imitazione, partecipazione, discepolato, nell´Esortazione Apostolica viene denominato “adesione conformativa a Cristo”. “Attraverso la professione dei consigli, infatti, il consacrato non solo fa di Cristo il senso della propria vita, ma si preoccupa di riprodurre in sé, per quanto è possibile, “la forma di vita che il Figlio di Dio prese quando venne nel mondo” (LG, 44)”.
Anche questo aspetto della consacrazione provoca in noi degli interrogativi pratici e salutari. Quello che è stato ed è obiettivamente il nucleo generatore ed illuminante del progetto, la scelta di Cristo, conserva nel cuore e nella vita la sua centralità fino a dare luce e colore al resto?
Riusciamo a far cogliere ai giovani e ai collaboratori che la nostra vita si svolge sotto l’energia di un grande “amore” che ci è sembrato anche umanamente vantaggioso?

6. La professione pubblica.


Questi tre fatti: chiamata-risposta-progetto, presenza-accoglienza-scelta, invito-corrispondenza-alleanza vengono espressi dalla professione. In essa la persona “si consacra”, nel senso corrente di offrirsi, votarsi, mettersi interamente a disposizione. Il Signore, come nel Battesimo, consacra colui che lo Spirito ha mosso ad offrirsi e gli dà una nuova grazia perché cammini con Cristo in novità di vita.
Le formule più antiche sono stringate ed essenziali. Le attuali invece sono piuttosto lunghe e analitiche. Tutte però sottolineano che l´oggetto della consacrazione non sono le cose, né le attività, né gli obblighi morali, ma la persona; che la ragione ultima non è il compito, ma è l´amore di Dio percepito e il desiderio di corrispondervi; che i soggetti principali sono il Signore e chi professa: “Dio Padre, tu mi hai consacrato a Te”. (...) “Io mi offro totalmente a Te”.
“La professione religiosa è un segno dell´incontro di amore tra il Signore che chiama e il discepolo che risponde donandosi totalmente a lui ed ai fratelli”. Le esigenze della consacrazione sono dunque totali, esclusive, perpetue: tutto, solo, per sempre. In un certo periodo prevalse la formula “fino alla morte”. Non era una determinazione di tempo ma di intensità: fino all´olocausto, alla consumazione.
La professione ha un’importanza singolare nell´organizzazione e nello sviluppo della nostra vita spirituale. Non è un atto passeggero, un rito che si compie e finisce lasciando impegni da rispettare, ma l’inizio di una relazione che si prolungherà per tutta la vita, come quella del matrimonio. Da essa dovranno sgorgare atteggiamenti, gesti ed indirizzi di vita. Risulta dunque non solo un proposito di santificazione, il contratto di appartenenza ad una comunità; ma soprattutto una fonte di grazia, come per gli sposi la promessa iniziale di vicendevole appartenenza.
Sulla grazia che si riceve e sull´impegno di corrispondervi si costruirà l´esistenza. Il suo influsso sul quotidiano fa la differenza tra il salesiano autentico e quello incolore. Perciò è più che opportuna la preparazione immediata, specialmente alla professione perpetua, che ormai è diventata comune in Congregazione. Non bisogna renderla “piccola” per il tempo e per il contenuto, ma piuttosto qualificarla, sia quanto a illuminazione come a presa di coscienza dell´esperienza fatta.
La professione è il riconoscimento pubblico, da parte della Chiesa, dell’irruzione di Dio nella vita di una persona, della volontà di questa persona di vivere tale evento nella comunità cristiana ed a servizio del Regno, non dunque in forma intimistica e individuale. La Chiesa lo riconosce e lo incorpora alla comunione e missione del popolo di Dio. Autentica il dono e si fa mediatrice della consacrazione. Perciò la liturgia valorizza la professione con una celebrazione speciale: invoca sulle persone il dono dello Spirito Santo e associa la loro oblazione al sacrificio di Cristo, mentre la presenza numerosa della comunità dà all´atto rilievo carismatico ed ecclesiale.
Questo intervento della Chiesa va collegato ad un punto discusso e sofferto oggi in alcuni ambiti, soprattutto dal punto di vista pratico: il carattere indispensabile della vita consacrata per la qualità della comunione e missione della Chiesa. Leggiamo nell’Esortazione Apostolica: “La vita consacrata presente sin dagli inizi, non potrà mai mancare alla Chiesa come un suo elemento irrinunciabile e qualificante, in quanto espressivo della sua stessa natura”.
“La concezione di una Chiesa composta unicamente di ministri sacri e da laici non corrisponde, pertanto, alle intenzioni del suo Divino Fondatore quali risultano dai Vangeli e dagli altri scritti neo testamentari”.
La “professione” non è generica promessa di amore, concepita ed espressa soggettivamente, ma assunzione di un progetto reale, suscitato dallo Spirito, vissuto dal Fondatore fino alla santità, riconosciuto dalla Chiesa come via efficace per la sequela Christi. Riporta quindi ad un “rinnovato riferimento alla Regola” che raccoglie lo spirito, la disciplina e le vie già sperimentate per la realizzazione del progetto.
È dei nostri giorni la preoccupazione per la spiritualità. E alcuni vanno dietro a libri che la propongano e la spieghino. Nelle Costituzioni si trova già meditata da successive generazioni che l´hanno vissuta; viene magnificamente consegnata in formule originali che riflettono tale lungo vissuto. Una lettura rapida o il solo ascolto comunitario non rendono merito alla profondità e ricchezza del testo. Una “lectio” che valorizzi l’insieme e le singole espressioni, che confronti il significato di tali espressioni con la storia del carisma e con la vita personale, ci aiuterà a cogliere la saggezza del cammino che la professione ci offre.
Sappiamo che “la nostra regola vivente è Gesù Cristo, il Salvatore annunciato nel vangelo che vive oggi nella Chiesa e nel mondo e che noi scopriamo presente in Don Bosco”. Proprio per questo “accogliamo le Costituzioni come testamento di Don Bosco… le meditiamo nella fede e ci impegniamo a praticarle: esse sono per noi, discepoli del Signore, una vita che conduce all’Amore”.
Da quanto abbiamo esposto fin qui si vede che la vita va diventando sempre più autenticamente consacrata attraverso l´appello o invito di Dio, l’esperienza sentita della sua presenza, la volontà di rispondere, un progetto concreto di vita che mette Gesù Cristo al centro dell’esistenza e il gesto della Chiesa che inserisce tutto ciò nella propria comunione e missione.
La consacrazione abbraccia tutta la vita e si realizza in crescendo: un incontro, un´alleanza, un patto di amore e di fedeltà, la comunione finale.

 

7. Alcune conseguenze.


Possiamo ora ricavare alcune conclusioni non secondarie per la nostra presenza tra i giovani e i laici.
I consacrati assumono la santificazione come il proposito principale della vita. Ciò è comune a tutte le forme di vita consacrata. Nel loro stile di esistenza, di rapporto, di lavoro vogliono vivere e comunicare, in qualche forma, il mistero di Dio, liberante, vicino, attraverso una “adesione conformativa a Cristo dell´intera esistenza”. Di Cristo vorrebbero essere memoria vivente.
Le Costituzioni affermano che la santità è il dono più prezioso che possiamo fare ai giovani. Ad essi infatti risulta difficile costruire la loro umanità. Dall’esterno giungono loro messaggi e suggerimenti discordanti e contraddittori. Con difficoltà riescono a vagliare, a discernere e soprattutto a scegliere ed orientarsi. Il clima di libertarismo rende laborioso l´ascolto della coscienza e la maturazione di criteri morali.
Non è loro neppure facile, nel contesto secolare, percepire la trascendenza e credere che Cristo vive oggi e non è solo una storia edificante del passato.
Messa così in rapporto stretto con la missione, la santità risulta il principale contributo dei Salesiani religiosi all´educazione ed alla promozione umana. Infatti ha un valore temporale non soltanto per le opere di carità a beneficio dei poveri, ma per l´orizzonte, il senso e la dignità che immette nella convivenza umana.
Nell’esistenza dei consacrati ha dunque un primato senza pari. Il loro progetto di vita comunitario ne assicura le dimensioni essenziali nella giusta priorità: quella contemplativa o di preghiera e interiorità, quella apostolica di donazione per il Regno, quella ascetica di penitenza ed esodo. Il tutto vissuto in un rapporto di intimità e collaborazione con Cristo sotto la guida dello Spirito.

Un’altra conseguenza collegata alla precedente: i consacrati appaiono come esperti dell´esperienza di Dio. Tale esperienza è all´origine della loro vocazione. Il progetto di vita che assumono tende a coltivarla. La privilegia in termini di tempo e di attività. Tutti i cristiani, d’altra parte, debbono e vogliono fare una certa esperienza di Dio; ma vi si possono dedicare soltanto ad intervalli e in condizioni di vita meno favorevoli, per cui rischiano di trascurarla.
I consacrati si propongono come interlocutori per tutti quelli che nel mondo sono alla ricerca di Dio. A coloro che già sono cristiani offrono la possibilità di fare, in loro compagnia, un´esperienza religiosa rinnovata; a coloro che non sono credenti si mettono accanto nel cammino di ricerca.
Oggi questo servizio sta risultando attuale e richiesto. L´apertura dei monasteri e conventi, a chi ne voglia approfittare per giornate di riflessione, sta a dimostrarlo. Noi, d´altra parte, siamo chiamati a rendere un servizio simile tra i giovani.
C’è nella vita una legge che viene applicata in tutti gli ambiti: nessun valore permane vivo nella società senza un gruppo di persone che si dedichino completamente a svilupparlo e sostenerlo. Senza la classe medica e l’organizzazione degli ospedali la salute sarebbe impossibile. Senza gli artisti e le istituzioni corrispondenti il senso artistico della popolazione decade. Lo stesso avviene col senso di Dio: i religiosi, contemplativi o no, sono quel corpo di mistici capace di aiutare almeno chi è prossimo a leggere l’esistenza alla luce dell´Assoluto e a farne esperienza.
Ciò appartiene ai propositi essenziali della vita religiosa. Perciò i Fondatori misero il senso di Dio al di sopra di tutte le attività e aspetti della loro istituzione. Credenti e non credenti avvertono la mediocrità religiosa dei consacrati come una difformità. I religiosi medesimi sentono un vuoto incolmabile quando questa dimensione sparisce.
L´Esortazione Apostolica Vita Consecrata ha visto la vita religiosa come spazio privilegiato per il dialogo tra le grandi religioni, perché alla sua origine c’è una opzione che, in termini generali, è condivisa da tutte le persone profondamente religiose.
Le Costituzioni salesiane ricordano questo all´art. 62: “In un mondo tentato dall´ateismo e dall´idolatria del piacere, del possesso e del potere, il nostro modo di vivere testimonia specialmente ai giovani che Dio esiste e che il suo amore può colmare una vita”.
Manifestazione di questo nostro profilo professionale è la personale esperienza di Dio, resa cosciente, cercata, approfondita e maturata da adulti; è la competenza nell´iniziarvi altri, specialmente i giovani. Essi desiderano, almeno come curiosità o sensazione passeggera, avere qualche momento spirituale. Lo dimostra la frequenza alle case di ritiro. Sarebbe triste se i consacrati fossero più occupati nell´amministrarle che qualificati nel guidare le persone verso la vita spirituale.

II. la nostra consacrazione apostolica
1. La singolarità della consacrazione "salesiana".

La vita consacrata ha una realizzazione originale nel carisma salesiano. Ne abbiamo fatto già brevi accenni per tenere unito il discorso. Ora lo mettiamo maggiormente a fuoco.
La nostra, dicono le Costituzioni, è una consacrazione apostolica: “La missione dà a tutta la nostra esistenza il suo tono concreto”. L´appello di Dio ci è arrivato attraverso l’esperienza della missione giovanile; essa è stata per molti la scintilla che ha acceso il fuoco della sequela.
Nella missione si impegnano, si manifestano nella loro singolarità carismatica e crescono in noi i doni della consacrazione. C’è un unico movimento di carità che attira verso Dio e muove verso i giovani, specialmente i più poveri, che stimola i gesti di amore e corrispondenza al Padre e spinge ai servizi di cui i giovani hanno bisogno.
Anzi le due dimensioni agiscono circolarmente: contempliamo Dio nella sua presenza provvidente e nella sua opera di salvezza, lo intravediamo negli avvenimenti, comprendiamo i suoi sentimenti ed il suo agire alla luce dell´immagine del Buon Pastore che cerca le persone e dà la sua vita nella Croce. Viviamo il lavoro educativo con i giovani come un atto di culto e una possibilità di incontro con Dio.
Se mancasse o diminuisse una di queste dimensioni, si scolorirebbe la nostra gioiosa esperienza educativa, il nostro progetto di vita spirituale: in una parola, la grazia tipica della nostra consacrazione ricadrebbe nel generico, si svaluterebbe il carisma.
È vero che la nostra spiritualità si sbilancia dalla parte dell’azione. Infatti “operando per la salvezza della gioventù il salesiano fa esperienza della paternità di Dio e ravviva la dimensione divina della sua attività”.
Da mihi animas, spiritualità apostolica, carità pastorale, cuore oratoriano sono tutte parole che danno la misura di quell’originalità e unità che vorremmo dare alla nostra vita. Per noi risulta vero quanto Vita Consecrata dice in generale dei consacrati: “nella loro chiamata è compreso il compito di dedicarsi totalmente alla missione”, così come è vero che nell’adempimento della missione troviamo la materia, la motivazione e gli stimoli per vivere in profondità quell’amore di Dio che “previene ogni creatura con la sua Provvidenza, l’accompagna con la sua presenza e la salva donando la vita”.
La nostra missione, bisogna ribadirlo, si centra nell’area giovanile e segue la via educativa. Tra queste coordinate si è manifestato il carisma e in esse troviamo ancora il segreto di una nostra possibile vitalità. Lì c’è oggi ampio campo di creatività, sia quanto alla collocazione delle forze, sia quanto alla riformulazione dei contenuti, sia quanto al rinnovamento dell´azione.
Lontana da noi, dunque, ogni dicotomia tra interiorità e impegno pastorale, tra spirito religioso e compito educativo o qualunque fuga verso forme di vita che non rispondano alle tre parole di Don Bosco: lavoro, preghiera, temperanza.
Ci vuole tuttavia un chiarimento, sul quale non mi soffermo perché lo considero acquisito: la missione non consiste nel lavoro professionale che si compie. Un religioso o religiosa è educatore o educatrice con tutti gli altri, ma non come tutti gli altri. La missione non è nemmeno soltanto il servizio pastorale che si intende prestare. È un´esperienza spirituale: un sentirsi collaboratore di Dio, sapersi “mandato” da Lui attraverso quelle mediazioni in cui vediamo l’espressione della sua volontà, in primo luogo la professione religiosa in cui abbiamo manifestato il proposito di seguire la sua chiamata, e l’essere uniti a Lui nella sua opera a favore del mondo e di ciascuna persona.
Le finalità della missione vanno oltre i risultati anche ottimali che si possono ottenere in un lavoro professionale. Consistono nel vivere, testimoniare ed annunciare il Regno di Dio: la possibilità di vita per tutti, in particolare per i più poveri, la rivelazione dell’amore che Dio ha per ciascuno, il senso dell´esistenza. A queste finalità servono come vie e strumenti, il tipo di vita che assumiamo e il lavoro che compiamo.
Tale è il filo del racconto che Don Bosco fa della sua vita nelle Memorie dell’Oratorio a partire dal primo sogno: “Il Signore mi ha mandato per i giovani, perciò bisogna che mi risparmi nelle altre cose estranee e conservi la mia salute per loro”. È questa una convinzione permanente, che si va radicando in lui con sempre maggiore profondità mano a mano che decorre il tempo della vita e gli avvenimenti si vanno intrecciando. “La persuasione di essere sotto una pressione singolarissima del divino domina la vita di Don Bosco, sta alla radice delle sue risoluzioni più audaci ed è pronta ad esplodere in gesti inconsueti. La fede di essere strumento del Signore per una missione singolarissima fu in Lui profonda e salda. Ciò fondava in Lui l’atteggiamento religioso caratteristico del servo biblico, del profeta che non può sottrarsi al volere divino”.
Questa “dimensione interiore e ulteriore” della missione distingue l’inviato dal funzionario competente e coscienzioso, dal professionista convinto e soddisfatto del proprio mestiere ed è all’origine degli atteggiamenti che configurano una spiritualità apostolica. Ci libera dall’attaccamento eccessivo alle soddisfazioni e al successo, dal desiderio, a volte inconsapevole, della propria affermazione, dall´individualismo. Ci fa attenti alle dimensioni essenziali del nostro lavoro e infonde un senso di serena fiducia.

2. L´originalità "consacrata" della nostra missione apostolica.

Nell´apostolato si coinvolgono molti, pure in quello giovanile ed educativo. Non pochi lo fanno oggi con spirito salesiano.
La missione dei religiosi ha però alcune caratteristiche proprie per cui il loro servizio appare qualificante nella comunione ecclesiale, diverso da una uguale prestazione materiale offerta in un´altra condizione di vita.
È interessante meditare questa affermazione perché ci tocca da vicino: come educatori facciamo tutto quello che fa un educatore cristiano competente; da sacerdoti facciamo tutto quello che fa un sacerdote diocesano, sostenuti se si vuole da una prassi pastorale e da una spiritualità particolare. Ma la missione si svolge con la vita prima ancora che con il lavoro, particolarmente oggi quando, nella mentalità comune, quest’ultimo viene percepito come un mezzo e non gli si affida il compito di esprimere il senso che si dà all’esistenza.
Elemento caratterizzante della missione dei consacrati è proprio la scelta di vita, non solo come fonte di energia per il lavoro, ma essa stessa come messaggio e servizio. “La stessa vita consacrata, sotto l’azione dello Spirito Santo che è all’origine di ogni vocazione e di ogni carisma, diventa missione, come lo è stata tutta la vita di Gesù”.
Prima e più che nel fare qualche cosa, la missione della vita consacrata consiste nella forma che prende l’esistenza, nel vivere in un certo modo nella Chiesa e nel mondo, nel posto che in essa occupa Dio. In altri termini: non si abbraccia la vita consacrata soltanto per fare cose ottime dal punto di vista promozionale o religioso, che oggi si possono anche compiere in altri modi, ma perché si è percepita e si vuole manifestare la presenza di Dio nella storia e nella vita, nei campi ed attraverso le modalità che la propria vocazione include.
L’Esortazione Apostolica Vita Consecrata va snodando qua e là i motivi di questa affermazione. Assumendo la “forma di vita di Cristo”, i consacrati diventano, per la comunità cristiana e per chi nel mondo si pone domande anche minime, un riferimento all’avvenimento di Gesù. La dimensione religiosa, che esprimono in forma concentrata, richiama il bisogno del reditus ad Deum, il ritorno quanto meno al pensiero di Dio.
In tal senso i consacrati sono già annuncio, messaggio e servizio. Hanno qualche cosa da dire all’uomo, ricordando quella dimensione che la Scrittura chiama “cuore”: interiorità, coscienza, spiritualità.
In ambienti in cui si tende a prendere in considerazione solo le condizioni materiali della vita, anche con il buon proposito di trasformarle, la vita consacrata tiene viva la necessità di considerare un’altra dimensione, senza la quale ogni progresso esterno, pur necessario e doveroso, può diventare largamente insufficiente.
L´esistenza personale e collettiva si regge su una costellazione di valori che tutti assumiamo: il rispetto dell´altro, il lavoro, la salute, l’onestà, la responsabilità sociale. Dicendo costellazione indichiamo che tra loro c´è un’organizzazione e una gerarchia che consente di vederli come un sistema. Ciascuno mette al centro alcuni di sua preferenza e in coerenza con essi organizza il tutto.
I consacrati mettono al centro il valore religioso e la confessione di Cristo e da questo si proiettano verso gli altri valori, ritenendo il primo come giustificazione e matrice di tutto quello che fanno. Così assumono l’educazione, curano i malati, si danno alla ricerca. Ogni ramo dell´agire umano è aperto ai consacrati, purché l´ispirazione e la motivazione siano proprie di chi ha fatto di Dio la sua scelta principale. Appare una anormalità quando un’altra dimensione prende il sopravvento e lo spirito religioso rimane emarginato.
I religiosi hanno una missione di stimolo e sostegno a quanti si impegnano, anche indipendentemente dalla fede, in favore degli altri. Penso ai giovani anche non praticanti che ci si avvicinano per coinvolgersi nelle iniziative, attirati dal tipo di vita che scorgono in noi. Per coloro che vivono già la fede, la testimonianza dei consacrati qualifica la dedizione ai fratelli e alle sorelle, ricordando che nell’opera della salvezza tutto viene dall’agape divina, ricevuta, vissuta e donata.
Da ultimo sottolineiamo la prospettiva dell’oltre; è un servizio di visione e di speranza riguardo a ciò che è più in là della vita terrena. Si tratta di vivere l’anelito della Chiesa verso la pienezza di vita, il desiderio della patria che occupa il cuore del cristiano, l’attesa della venuta e dell’incontro col Signore che è contenuto essenziale della fede, e di aprire finestre verso la trascendenza per tutti.
“Si può allora dire che la persona consacrata è in “missione” in virtù della sua stessa consacrazione testimoniata secondo il progetto del proprio istituto”. Ne è l´aspetto principale. La conclusione sembra essere che il lavoro pastorale, educativo o promozionale, senza la manifestazione della scelta radicale di vita al seguito di Cristo non riesce a configurare la missione propria del religioso. E d´altro verso, se viene assunto alla luce della consacrazione, ne diventa una espressione efficace ed a certe condizioni sprigiona insolite energie di carità e offre messaggi particolarmente eloquenti.

3. Servizio e profezia.

“Quando il carisma fondazionale prevede attività pastorali, è ovvio che testimonianza di vita ed opere di apostolato e di promozione umana sono ugualmente necessarie: entrambe raffigurano Cristo, che è insieme il consacrato alla gloria del Padre e l’inviato al mondo per la salvezza dei fratelli e delle sorelle”.
Abbiamo detto che, a certe condizioni, il nostro lavoro pastorale educativo sprigiona energie ed emette messaggi.
La prima di queste condizioni è il carattere profetico. È di tutta la Chiesa e di sempre; ma è urgente oggi e particolarmente indicato ai religiosi. Essi divengono segno e proposta di orientamento, piuttosto che soltanto soluzione di un bisogno umano; non suppliscono quello che altri dovrebbero fare, ma offrono quello che è loro proprio: il vangelo. Gesù fa guarigioni, ma “rivela dimensioni nuove della vita”, “apre ad orizzonti di Dio”, dice parole e compie azioni “incomprensibili” e “audaci”, criticabili ed inutili sul momento, ma che stabiliscono nuovi criteri di esistenza.
Sono dieci i numeri dedicati a questo aspetto nell’Esortazione Apostolica all’interno del capitolo della missione. Ci viene offerto dunque un criterio anche per impostare i lavori o le opere.
In un mondo segnato dalla comunicazione, il riuscire a dare un messaggio sembra essere uno degli elementi principali della pastorale. È importante infatti non solo quello che si realizza materialmente, ma quello che si suscita o si risveglia, quello a cui si accenna per sollevare interrogativi, quello che si fa balenare, quello che si addita, le sfide che si lanciano. Si è detto che la vita consacrata deve non solo rispondere alle sfide, ma lanciarne delle nuove essa stessa: alla visione “chiusa”, al desiderio di possesso, alla ricerca del piacere immediato. È interessante leggere i segni dei tempi, ma occorre scriverne dei nuovi. Si deve entrare in dialogo con la mentalità corrente, ma pure immettere in essa elementi che non stanno nella sua logica.
La dimensione profetica non va confusa tout court con la contestazione, in particolare all’interno della comunità cristiana, con la teatralità dei gesti oggi amplificati volentieri dai mezzi di comunicazione sociale, con la spettacolarità. È vero comunque che la profezia comporta novità, rottura nei confronti dello scontato, superamento delle visioni immediate e ristrette verso l’oltre, conferma di quello che è piccolo o nascosto, ma vero, come fece Gesù riguardo all´obolo della vedova, assunzione radicale di quello che è quotidiano, ma fecondo.
Quali siano le funzioni della profezia e del profetismo si vedono nella storia del popolo di Dio; non sono lontane dalle nostre richieste e dalla nostra esperienza: la profezia ricorda, solleva questioni, indica un orientamento, interpreta gli avvenimenti, rafforza e sostiene, infonde speranza, chiama a rinsavimento e conversione.
Non è un mestiere facile essere profeti; perciò quelli che lo tentano con leggerezza e vanità finiscono per scoraggiarsi o ripiegare su altre posizioni.
Come paradigma del profetismo viene presentato Elia. Di Lui si dice: “Viveva alla sua presenza (di Dio) e contemplava nel silenzio il suo passaggio, intercedeva per il popolo e proclamava con coraggio la sua volontà, difendeva i diritti di Dio e si ergeva contro i potenti del mondo (cf. I Re, 18-19”.
Il problema per i religiosi, e tra essi i Salesiani, è come esprimere questa dimensione con efficacia. Ciò richiede aderenza del messaggio, dello stile di vita e delle iniziative al momento storico. I profeti parlarono all’interno della loro società e degli avvenimenti, trascendendoli, ma senza ignorarli o sminuirne la portata. Richiede anche che l´annuncio sia autentico e che i segni e le parole siano comprensibili.
Una delle difficoltà principali della vita consacrata di fronte al mondo d’oggi è il sentimento di una estraneità culturale, che può indebolire lo slancio profetico e portare a forme di frustrazione, di rassegnazione, di scoraggiamento, di nascondimento e persino di abbandono.
Perciò fra le molte interessanti e spesso originali indicazioni contenute in questa parte e altrove nell’Esortazione Apostolica, si richiama l’attenzione su “un maggior impegno culturale”. Per essere profetica la vita consacrata deve essere in grado di scuotere quel mondo che si va allontanando dal vangelo. E per questo deve essere capace di leggere, valutare, assumere, risignificare e contestare le “correnti” o “mode” culturali, nelle loro radici oltre che nelle loro manifestazioni.

Seguendo i tre elementi della consacrazione si possono proporre alcuni percorsi profetici. La missione specifica si rivela profetica quando progetta e realizza un modo diverso, “più evangelico” di affrontare le questioni dell’area tipica del proprio impegno. Non dunque solo supplenza, beneficenza o semplice mantenimento.
In tal senso dobbiamo chiederci che cosa immettere oggi nell’educazione e nella nostra presenza tra i giovani, per attualizzare quell’impatto di novità nell’espressione dell´amore che ebbe Don Bosco sul suo contesto.
La testimonianza profetica esige non solo la dedizione e la competenza nel proprio lavoro, ma anche l’impegno di pensare creativamente e motivare culturalmente nuove e più evangeliche modalità di presenza e di azione, perché il vangelo possa essere lievito in tutte le situazioni.
Dalla sequela radicale di Cristo deve venire un discernimento dei valori correnti e una proposta che rappresenti un tipo di educazione alternativo.
Può essere indicata una denuncia che mette in discussione alcuni orientamenti o esagerazioni delle nostre società. Ciò esige vigilanza e resistenza evangelica. Comporta una franca azione critica nei confronti dell’esaltazione dell’istinto sessuale sganciato da ogni norma morale, della “cultura della trasgressione”, che porta a vere e proprie aberrazioni; nei confronti della ricerca ad ogni costo del denaro (pensate ai grossi fenomeni di sfruttamento!), che porta all’insensibilità sociale e al pratico abbandono dei poveri al loro destino, sia da parte dei governi sia da parte dell’opinione pubblica; infine nei confronti del desiderio esagerato e narcisistico del successo, dell’apparire ad ogni costo, dell’emergere, del potere.
La contestazione però non basta e meno ancora se essa appare come una condanna fondamentalista. Con l’esistenza realizzata e serena e con una impegnata riflessione culturale, il consacrato propone dei beni in cui la persona può collocare la felicità e offre la saggezza che si contiene nel vangelo. Noi lo facciamo in termini di orientamento e di contenuti educativi assunti in primo luogo da noi stessi.
È interessante in proposito questa annotazione: “Coloro che seguono i consigli evangelici, mentre cercano la santità per se stessi, propongono, per così dire, una terapia spirituale per l’umanità, poiché rifiutano l’idolatria del creato e rendono in qualche modo visibile il Dio vivente”. È una terapia per il desiderio insaziabile, per il vuoto, per la ricerca dell´immediato, per l´egoismo.
Attenzione, riflessione, capacità interpretativa, dialogo: ne dovrebbe scaturire capacità e prontezza per entrare in comunicazione e confrontarsi con la cultura “secolare”, se è vero che il vangelo è un arricchimento per l’uomo e quanto più ci si avvicina a Cristo, più si diventa uomini e donne.
La vita fraterna in comune diventa profetica quando affina una coscienza critica nei confronti dell´individualismo. Con essa ci uniamo a quelli che elaborano una “cultura della solidarietà”, dando il proprio apporto di esperienza e riflessione. Ciò colpisce particolarmente quando, come abbiamo esposto nella Lettera precedente, porta ad espandere la comunione e lo spirito di riconciliazione, accogliere i più bisognosi ed interscambiare i doni del carisma nella comunità educativa.

4. I doni molteplici della nostra comunità consacrata.

Un’altra originalità dell’apporto che può dare la nostra esperienza di consacrati, se vissuta con profondità ed espressa luminosamente nel lavoro educativo, proviene dalla forma che prende la nostra comunità. In essa ci sono doni e carismi personali assunti e risignificati nella consacrazione. E ci sono compiti interpretati e vissuti alla luce della consacrazione.
In modo particolare la comunità salesiana si arricchisce con la presenza significativa e complementare del salesiano presbitero e del salesiano coadiutore. Insieme configurano una completezza insolita di energie per la testimonianza e la missione educativa.
Possiamo domandarci che cosa evidenzino le figure del salesiano coadiutore e del salesiano presbitero nell´esperienza e nella testimonianza della consacrazione apostolica; che cosa la laicità accentui nella “consacrazione” e che cosa la “consacrazione” doni alla “laicità”, entrambe plasmate e come fuse dallo spirito salesiano. Similmente possiamo domandarci che cosa il ministero presbiterale accentui nella consacrazione salesiana e che cosa questa doni al ministero.
Il valore originale non risiede nella addizione estrinseca di qualità o di categorie di soci, ma nella fisionomia che prende la comunità salesiana.

Il salesiano coadiutore “congiunge in sé i doni della consacrazione e quelli della laicità”. Vive la laicità non nelle condizioni secolari, ma in quelle della vita consacrata; vive da religioso salesiano la sua vocazione di laico e vive da laico la sua vocazione comunitaria di religioso salesiano.
“Ai fratelli consacrati - afferma il CG24 - richiama i valori della creazione e delle realtà secolari; ai fratelli laici richiama i valori della totale dedizione a Dio per la causa del Regno. A tutti offre una particolare sensibilità per il mondo del lavoro, l´attenzione al territorio, le esigenze della professionalità attraverso cui passa la sua azione educativa e pastorale”.
In lui professionalità tecniche, campi di lavoro secolari, forme pratiche di intervento mostrano il loro orientamento sostanziale verso il bene ultimo dell’uomo, specialmente dei giovani, e verso il Regno. “Tutto è aperto a lui, anche quelle cose che i preti non possono fare”; ma tutto è collocato sotto la luce dell´amore radicale a Cristo, polarizzato verso l’evangelizzazione e la salvezza eterna dei ragazzi.
“La presenza del salesiano laico arricchisce l´azione apostolica della comunità: rende presente ai Salesiani presbiteri i valori della vita religiosa laicale e li richiama in permanenza alla viva collaborazione con i laici, ricorda al Salesiano prete una visione e un impegno apostolico assai concreto e complesso, che va più in là dell´attività presbiterale e catechistica in senso stretto”.
Soprattutto in certi contesti e di fronte a un certo modo di percepire e concepire il sacerdote, come figura sacrale o cultuale, lo stile di consacrazione del salesiano coadiutore proclama concretamente la presenza e comunicazione di Dio nel quotidiano, l’importanza di farsi discepoli prima di essere maestri, il dovere di testimoniare un’esperienza personale di fede, più in là degli impegni funzionali o di ministero.
Certi atteggiamenti, che si danno per scontati nel sacerdote in quanto, si pensa, appartengono al suo “mestiere”, interpellano di più quando si trovano nel religioso laico.

La figura del salesiano sacerdote congiunge in sé i doni della consacrazione e quelli del ministero pastorale. Il sacerdozio ha in lui una realizzazione originale che nasce proprio dal vicendevole riferimento interno e dalla fusione fecondante con la consacrazione apostolica salesiana.
La riflessione ecclesiale ha messo in chiaro che il sacerdozio non è generico, né come esercizio del ministero, né come grazia. La sua pratica e la sua spiritualità si vanno configurando conformemente alla destinazione vocazionale del soggetto.
Hanno dato nel segno coloro che per la biografia di Don Bosco hanno forgiato il titolo: “Un sacerdote educatore”, o “Un sacerdote per i giovani". I1 carisma ha dato origine ad una modalità singolare nell´essere sacerdote e nell´esercitare il ministero.
I1 sacerdote è mediazione sacramentale di Cristo. A Lui si conforma il salesiano nella carità pastorale e nel desiderio di “salvare” i giovani in un contesto educativo. La sua parola non solo riporta la parola di Gesù, ma vi partecipa. Nell´ambito educativo l´esercizio della parola ha situazioni, circostanze, temi e forme “sui generis”. Vanno dall´omelia al dialogo personale e amichevole, dalla catechesi alla scuola. Adopera il pulpito, la cattedra e il cortile. Prende forma di predicazione, di saluto e di consiglio. Illumina le situazioni dei giovani e guarisce le loro ferite.
L’azione di coordinamento e di animazione del sacerdote salesiano è partecipazione al ministero pastorale di Gesù e della Chiesa. Dispone della grazia di questi per unire la comunità e orientarla verso il Padre. Nell´ambiente e nella comunità educativa tale ministero ha esigenze, finalità e modalità tipiche.
Pure il servizio della santificazione ha nell´ambito educativo, con i ragazzi più poveri e bisognosi e con i collaboratori, i suoi itinerari singolari che hanno il loro momento più significativo e fecondo nei sacramenti, ma non si limitano ad essi. È tutta l’iniziazione nella vita in Cristo.

Nella comunità salesiana chierici e laici costruiscono e testimoniano una fraternità esemplare per l’eliminazione delle distanze basate su ruoli e ministeri, per la capacità di mettere insieme doni diversi in un unico progetto. Il mutuo rapporto è fonte di vicendevole arricchimento e stimolo per un’esperienza armonica, dove il sacerdozio non eclissa l’identità religiosa e la caratteristica laicale non vela la radicalità della consacrazione. Tutto ciò è un antidoto alla clericalizzazione del religioso sacerdote, che si deplora in alcune fasce della vita consacrata, o alla secolarizzazione del religioso laico.
Dovremo essere particolarmente attenti a stimolare i sacerdoti perché siano sensibili alla dimensione storico-laicale della Chiesa e della salvezza e favorire una esperienza dei coadiutori non generica, ma alimentata dalla carità pastorale. Così la grazia di unità si evidenzierà nella vita di ogni confratello, nella fisionomia della comunità e nel compimento della missione.
Nella Congregazione ci sono un po’ più di 11.000 sacerdoti, tutti suscitati da Dio come educatori dei giovani. Che cosa capiterebbe se tutti ravvivassimo e mettessimo in opera con intensità il nostro sacerdozio “tipico”? E con questo non mi riferisco a prendere un ministero fuori dall’ambito che ci è stato affidato, ma proprio a giocare tutte le risorse del sacerdozio nell’ambiente giovanile e nella comunità educativa.
Similmente c’è un numero per nulla indifferente di laici consacrati: circa 2.500. Quanto può influire sui giovani ed educatori la loro laicità vissuta alla luce dell´amore di Dio e dei fratelli? La loro presenza significativa e credibile fa vedere ai giovani i valori della sequela e del discepolato che essi sovente identificano con il sacerdozio; “offre, a quanti non si sentono chiamati a una vita consacrata, un modello più prossimo di vita cristiana, di santificazione del lavoro, di apostolato laicale. Permette alla comunità salesiana una particolare incarnazione apostolica nel mondo e una particolare presenza nella missione della Chiesa”.

5. Alcune conseguenze.


Quanto veniamo dicendo ha applicazioni molto pratiche in tre ambiti. Le enuncio solo sinteticamente per suggerire una ulteriore riflessione.
Il primo è la nostra comunità religiosa. I segni della sequela Cristi devono essere evidenti e leggibili nel primato dato allo spirito religioso e alla vita spirituale. Essi si manifestano nella preghiera calma, regolare e partecipata. Oggi, dicevamo sopra, conventi e monasteri invitano cattolici e profani ad una esperienza di preghiera. Fu tipico di Don Bosco e dei suoi Salesiani pregare con i giovani e con la gente. Sarebbe interessante che la nostra preghiera fosse così educativa da poterla condividere, in particolari circostanze, con chi ne vuole prendere parte.
La consacrazione si manifesta anche nella dedizione a un lavoro comunitario ordinato, preparato, eseguito con accuratezza. Mi ha impressionato leggere in una Regola di un istituto religioso queste indicazioni sul lavoro: “È obbedienza e prolungamento dell’Eucaristia e della liturgia delle ore e oggetto normale della nostra offerta: quindi preordinato, custodito, compiuto con zelo religioso”.
La consacrazione si mostra anche nella temperanza evangelica. Oggi si sta chiedendo da molte parti un ritorno alla austerità quotidiana di fronte al dilagare del consumismo, delle disuguaglianze e dello spreco. La temperanza abbraccia tutte le manifestazioni visibili dei voti. Soprattutto la consacrazione fiorisce nell´unità di spirito e di azione; è il segno che Gesù stesso raccomanda ai discepoli, quello che Don Bosco più desiderava vedere nelle sue comunità.
Il secondo ambito, dove offrire i doni della consacrazione, è la comunità educativa pastorale, nella quale porta a sottolineare il primato della spiritualità come energia principale dell’educatore. Diciamo sovente che il Sistema Preventivo è spiritualità e pedagogia e che tra le due c’è una tale comunicazione che non è possibile mettere in pratica la seconda se non si assume anche la prima. Tale convinzione corrisponde ad un’affermazione di Don Bosco: “La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di San Paolo: La carità è benigna e paziente: soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo”. Il Sistema Preventivo, ha affermato il CG24, ha un´anima religiosa. È una pedagogia dello Spirito. La dimensione umanistica e professionale va valorizzata al massimo. Va però tutta lievitata dall’orientamento verso Dio e verso la fede.
Il terzo ambito, sul quale la consacrazione può farsi sentire, è l’ambiente educativo. C’è molto da assumere di quanto abbiamo detto sulla profezia. Attraverso parole ed esempi i giovani possono vedere nella nostra vita una critica e un’indicazione: critica agli eccessi della mentalità trasgressiva, alla corsa ai beni che produce la miseria, alla libertà senza scopo; un annuncio di nuove e originali forme in cui la persona può realizzarsi, dei beni reali che propongono le Beatitudini e della donazione di sé come molla della vita.
La manifestazione più chiara della nostra presenza di consacrati negli ambienti educativi è la loro lievitazione pastorale. L´educatore mira, sin dall´inizio, a rivelare ai giovani l’amore di Dio, qualunque sia il punto di partenza e le strade da percorrere. Lo fa attraverso un’apertura alla fede, predisponendo per i giovani un incontro con Cristo vivo e sostenendo un cammino di crescita mediante la catechesi, i sacramenti, la partecipazione nella Chiesa. Un’educazione neutra o senza riferimento a Cristo non avrebbe senso per noi. La consacrazione ci invita dunque a ripensare e realizzare l’evangelizzare educando.

6. La Guida della comunità consacrata.


Lo sviluppo dei doni della consacrazione e la comunicazione delle sue ricchezze alla comunità educativa e ai giovani sono affidati alla corresponsabilità comunitaria. L’animazione di questa è pure partecipata, ma ha nel direttore il suo punto di riferimento e il responsabile principale. Egli è allo stesso tempo Superiore religioso, direttore dell’opera apostolica, padre spirituale della comunità.
Si è meditato molto sulla sua figura e sul suo ruolo, non senza ragione data l’evoluzione che ha avuto luogo nelle comunità e nella gestione delle opere. Figura e ruolo sono maturati in Don Bosco medesimo, che è stato direttore per molto tempo e nella fase più creativa della sua vita. Del nostro Padre si ricorda soprattutto la preoccupazione per il bene spirituale, la bontà che ispirava i suoi rapporti e la saggezza nell’orientamento dei singoli e del gruppo: un trinomio che caratterizza la sua paternità. Questa poi si esprimeva in molteplici gesti ed atteggiamenti.
Giustamente il nostro testo Il Direttore Salesiano avverte che il primo compito del direttore è “quello di destare nei singoli la consapevolezza di ciò che sono; di far emergere le capacità ed i carismi; di aiutarli a tenere desto lo spirito della vita teologale; (...) in una parola, di creare clima e condizioni adatte perché ogni salesiano, in piena docilità alla grazia, possa maturare nella identità della propria vocazione e realizzare quella pienezza di “unione con Dio” che fu caratteristica di Don Bosco. Tutto ciò suppone le capacità tecniche di chi sa organizzare e dirigere; ma più ancora uno spirito, anzi un’arte spirituale”.
Gli ultimi Capitoli hanno insistito su un’animazione “spirituale” capace di riproporre, in forma contestualizzata, i motivi che stanno alla base della nostra vita, per favorire una risposta sempre più consapevole e completa al Signore. La situazione attuale delle nostre comunità, il loro ruolo nel nuovo modello operativo, l’esigenza di animare una comunità di consacrati, l’insistenza sulla comunità locale come luogo di formazione permanente, richiedono al Superiore di dare priorità ad alcuni aspetti del suo servizio. Sono bene elencati nel nostro Manuale, ma in questa opportunità è bene leggerli anche nei testi del Sinodo: “Chi presiede la comunità è da considerarsi innanzitutto un maestro di spirito, il quale, esercitando una funzione o ministero di insegnare, esplica una vera direzione spirituale della comunità, un insegnamento autorevole fatto in nome di Cristo, riguardo al carisma dell´Istituto. Egli serve Dio nella misura in cui promuove l´autenticità della vita comunitaria e serve i fratelli aiutandoli a realizzare la loro vocazione nella verità”.
Bisogna riconoscere i segni positivi che in merito si hanno nella Congregazione, come la disponibilità ad assumere la responsabilità di direzione spesso in condizioni di scarsità di personale, la formazione permanente che si va facendo strada quasi dappertutto, la nuova attenzione ad esprimere l’unità fraterna, l’interesse per comprendere le modalità possibili di direzione spirituale.
Riprendendo i punti sviluppati nella prima parte di questa lettera, sento di dover chiedere ai direttori che animino la consacrazione, risvegliando nei confratelli la felice esperienza della chiamata, sottolineando l’iniziativa di Dio nella vita e nell’azione della comunità, riproponendo il progetto nei suoi diversi aspetti e approfondendo il significato della professione.
Ci sono alcuni momenti e pratiche da custodire perché a nessuna comunità manchi la Parola, l’incontro di preghiera, la fraternità nell’esperienza di consacrazione, la corresponsabilità nella testimonianza e azione comunitaria.
Ricordo l’utilità del discernimento che porta, in spirito di sincerità e conversione, a cercare la volontà di Dio nelle questioni che riguardano il progetto apostolico, la vita della comunità, i doni e le capacità dei confratelli, il chiarimento vocazionale e le tendenze culturali.
Secondo la nostra tradizione, dicono le Costituzioni, “le comunità sono guidate da un socio sacerdote che, per la grazia del ministero presbiterale e l´esperienza pastorale, sostiene e orienta lo spirito e l’azione dei fratelli”.
Non si tratta soltanto di un requisito giuridico, ma riguarda la sostanza, le modalità e le vie che prende il servizio di autorità del direttore. A lui si chiede che impegni in essa tutti i doni e le energie del suo sacerdozio, che animi da sacerdote e non soltanto da tecnico. Deve essere, per la comunità e per il suo ambiente educativo, mediazione sacramentale di Cristo. La comunità religiosa e l’ambiente educativo sono il campo dove il Signore lo chiama a far fruttificare il suo sacerdozio.

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Ogni giorno, a conclusione della meditazione, rinnoviamo l’affidamento alla Madonna, invocandola con due titoli collegati che sintetizzano la storia e la spiritualità salesiana: Immacolata e Ausiliatrice. È una pratica mantenuta dappertutto con affettuoso attaccamento e sentita devozione.
Mi viene spontaneo recitare la preghiera di affidamento, spiritualmente unito a voi, a conclusione di queste riflessioni.
Le Costituzioni, riportando una tradizione spirituale, vedono in questa immagine di Maria la rappresentazione della nostra consacrazione apostolica: “Maria Immacolata e Ausiliatrice - dicono - ci educa alla pienezza della donazione al Signore e ci infonde coraggio nel servizio dei fratelli”. I due aspetti fusi in un unico movimento di carità.
Ci insegni Lei a vivere in questo nostro tempo la sequela incondizionata di Cristo e l’assiduo servizio di cui è Maestra ed esempio e a comunicare ai giovani la gioia che comporta il mettersi al seguito di Gesù.