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Beato Don Filippo Rinaldi di Don Luigi Castano

LUIGI CASTANO

BEATO DON FILIPPO RINALDI

1856-1931

Vivente immagine di Don Bosco
suo Terzo Successore

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(Seconda edizione ampliata e aggiornata)

EDITRICE ELLE DI CI
10096 LEUMANN (TORINO)

Ricordando la benedizione

che don Rinaldi mi dava

il 9 luglio 1922

nel partire

dall´Oratorio

per le Missioni

della Patagonia

© 1990 Editrice Elle Di Ci - 10096 Leumann (Torino) Tel. (011) 95.91.091 - Fax (011) 95.74.048 - 95.72.900

ISBN 88-01-10442-1

FONTI

il presente lavoro storico-biografico attinge a fonti processuali, archivistiche, bibliografiche, e a discussioni canoniche.

A. Fonti processuali e discussioni canoniche Le specifichiamo:

1)    Positio super Causae Introductione, Roma 1972.

Contiene il processo Informativo di Torino (1947-1953) e quello Rogatoriale di Barcellona (1949-1950), con le varie componenti: Informati°, Summarium, Litterae Postulatoriae, Positio super scriptis, Animadversiones Promotoris Generalis Fidei, Responsio Patroni ad Animadversiones.

Nel volume si citano le singole parti della Positio con indicazione di pagina e paragrafo o numero.

2)    Positio super virtutibus, Roma 1985, con le tre parti fondamentali: Informatio, pp. 209; Summarium, con documenti, pp. 564; Positio super scriptis, pp. 13. Qui le citazioni vanno sotto la sigla: Proc. Ap. e opportuna indicazione.

3)    Relatio et vota, sulla seduta rituale del 1° febbraio 1977 per l´introduzione della Causa, Roma 1977, pp. 45.

4)    Relatio et vota, sulla discussione teologica del 14 ottobre 1986, pp. 107, Roma 1986.

B. Fonti archivistiche

a) Archivio Centrale della Congregazione Salesiana (Roma).

1)    [Circolari collettive del Consiglio Centrale] dal 24 gennaio 1905 al 24 aprile 1920, nn. 1-176.

2)    Atti del Capitolo Superiore della Pia Società Salesiana, dal 24 maggio 1922 al 24 novembre 1931, Anni III-XII, nn. 14-57.

5

C. Fonti bibliografiche e documenti estraprocessuali

COLLI EVASIO, Don Filippo Rinaldi, elogio funebre, Torino 1932, pp. 12.

CERTA EUGENIO, Vita del Servo di Dio sac. Filippo Rinaldi, 3° suc‑

cessore di S. Giovanni Bosco, Torino, ristampa 1951, pp. 526. LARESE - CELLA L., Il cuore di Don Rinaldi, Terzo Successore di San

Giovanni Bosco, Torino 1952, pp. 423.

CÀSTANO LUIGI, Servo di Dio Filippo Rinaldi, Rettor Maggiore della Congregazione, 1856-1931, in Santità Salesiana, Torino 1966, pp. 257-276.

PIERRO TORRES RODOLFO, El Siervo de Dios Felipe Rinaldi, 2a ed., Madrid, 1960, pp. 494.

RINALDI PIETRO M., Sospinto dall´amore, Vita di Don Filippo Rinaldi ecc., traduzione dall´inglese, Torino 1979, pp. 110.

«QUADERNO CARPANERA», Documenti e Testi (V) a cura dell´Istituto delle Volontarie Don Bosco, Roma 1980, pp. 202.

MAGGIO STEFANO, Il Servo di Dio Don Filippo Rinaldi, «Fondatore in penombra», Roma 1985, poligrafato, pp. 438.

SCHINETTI PIETRO, La spiritualità di Don Filippo Rinaldi e le Volontarie di Don Bosco oggi, Roma 1986, pp. 67.

 

PRESENTAZIONE

Un decennio fa usciva in prima edizione questo lavoro bio-agiografico, per desiderio delle Volontarie di Don Bosco, Istituto Secolare che in don Filippo Rinaldi ha il suo precursore e fondatore. Di don Rinaldi si intendeva illustrare e approfondire lo spirito salesiano, gli esempi, il messaggio; in particolare la silenziosa ma efficace apertura ai bisogni del mondo, per una sua maggiore animazione e santificazione secondo il Vangelo.

Sennonché non era possibile scrivere del terzo Successore di don Bosco senza dar risalto a decenni di storia che portano lo stampo delle origini salesiane, e ne interpretano ed estendono il carisma fondamentale, su cui solidamente poggiano le fondazioni del Santo. Con don Rinaldi infatti si chiude la prima età dei Salesiani, Ex-allievi e Figlie di Maria Ausiliatrice, vissuti nell´alone del Padre e Fondatore; e di testimoni immediati e autorevoli delle sue virtù, imprese e insegnamenti.

Questa rifusione e ampliamento o aggiornamento della figura storico-spirituale di don Rinaldi avviene in prossimità della sua elevazione all´onore degli altari, ed è motivo di gioia nella vasta Famiglia Salesiana che in lui ha sentito pulsare, in modo evidente e in misura difficilmente superabile, la spiritualità, la santità pratica e disinvolta, e l´incalcolabile tesoro della paternità e amorevolezza di don Bosco.

Don Bosco pertanto «ritorna» in don Rinaldi, che ne fu vivente immagine e proiezione luminosa nel tempo.

Lo assicurano tre valenti professori dell´antico Istituto Teologico Internazionale di Torino, che molti abbiamo conosciuto. Per don Eusebio Vismara «era un´anima tutta di Dio»; per don Alessio Barberis «incarnava la paternità di don Bosco»; per don Andrea Gennaro era «il più autentico ritratto del Fondatore» (Proc. Ap. , 406).

Per un Consultore Teologo don Rinaldi può essere additato a «Superiori, Maestri di spirito, Direttori d´anime, quale modello di paternità»; e secondo l´attuale Promotore Generale della Fede la «spiritualità» di don Rinaldi può dare incremento sensibile a vocazioni sacerdotali, religiose e laicali impegnate nel mondo» (Rel. et Vot. , 16 e 107).

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Un santo perciò di attualità, che diventa sicuro ispiratore e passaggio per l´autenticità salesiana; impareggiabie guida per le Volontarie di don Bosco; e norma inconfondibile per quanti, consacrati o no, guardano ammirati alla soavità e mitezza di Cristo, e alla silenziosa se pure operante missione di Maria per la salvezza dell´umanità.

PRELUDIO

Varese, 24 dicembre 1989

d. L. C.

VERSO GLI ALTARI

Nel 1929, l´anno della beatificazione di don Bosco, dalla quale scaturì un riflesso di onore e di gloria per don Filippo Rinaldi, suo terzo successore, don Giovanni Battista Francesia, poeta, scrittore e conoscitore come pochi delle origini salesiane, con felice accostamento di nomi e di traiettorie spirituali ebbe a dire: «A don Rinaldi manca solo la voce di don Bosco: tutto il resto l´ha».1

Non era adulazione e tanto meno elogio estemporaneo del Superiore che impersonava il novello Beato. La testimonianza dell´ultra-novantenne superstite della prima schiera che aveva suscitato nel 1859 la Congregazione, offriva in anticipo un giudizio fondato e sicuro circa la santità di don Rinaldi; il quale si era sempre studiato di nascondere sotto un velo di semplicità e quasi di bonomia i tesori e il lustro delle non comuni virtù.

Anche la morte avvenuta nel 1931, tra beatificazione e canonizzazione di don Bosco, sembrò distogliere, in quel momento, lo sguardo e l´interesse di molti per la sua persona, che pure aveva lasciato orme indelebili nella storia salesiana e nella guida spirituale delle anime.

* * *

La fama però di santità fiorita al momento del suo trapasso era tutt´altro che spenta. Covava sotto la cenere in attesa di esplodere al momento segnato dalla Provvidenza. Lo lascia intravedere don Ricaldone, succedutogli nel governo della Società Salesiana, al processo Informativo di Torino.

«Dato — afferma — il suo impegno di non lasciar trasparire... nulla di straordinario, non si pensava che di lui si dovesse avviare la Causa di beatificazione. Di ciò ero persuaso a tal punto che alle persone, le quali domandavano se non fosse il caso di promuovere indagini canoniche, rispondevo: "Lasciamoci guidare dal Signore; se Egli vorrà glorificare il suo servo, lo farà capire in maniera inequivoca"».2

11

E la Provvidenza che «esalta gli umili» (Lc 1,52), e pone sul candelabro chi si nasconde in faccia agli uomini, onde la sua luce risplenda «a tutti quelli che sono nella casa» (Mt 5,15), intervenne con un fatto strepitoso, passato subito a processo e destinato a glorificare in terra l´umile grande Rettor Maggiore dei Salesiani, e Fondatore — come si vedrà — delle Volontarie di don Bosco.

Don Ricaldone infatti aggiunge nella testimonianza giurata: «Poco dopo ebbi comunicazione dalla Curia di Mondovì (Cuneo), con la quale mi s´informava di una guarigione là avvenuta per intercessione di don Rinaldi. Si capì dall´accaduto quale fosse il disegno di Dio e non si frapposero indugi all´inizio della Causa».´

*4´»

11 fatto capitato sul finire della seconda guerra mondiale viene riferito nei particolari al menzionato processo Informativo di Torino, da chi fu testimone diretto ed ebbe parte immediata e preponderante nel far fronte al tragico avvenimento.

I120 aprile 1945 suor Maria Carla De Noni, Missionaria della Passione di Gesù, viaggiando in ferrovia da Villanova a Mondovì fu sorpresa da mitragliamento aereo delle ultime sconvolte giornate di guerra in Italia settentrionale: era portatrice di viveri a partigiani nascosti.

«Mancava poco alla stazione di Mondovì — racconta la teste madre Maria Lazzari, fondatrice e superiora del nascente Istituto —, allorché tre aeroplani, comparsi improvvisamente nel cielo, scesero a bassa quota e mitragliarono la motrice e le vetture del convoglio elettrico.

Suor Maria Carla fu gravemente colpita; ebbe fracassata e in parte asportata la mandibola inferiore e riportò ferite al polmone e al braccio sinistri. Le condizioni generali fin da principio si rivelarono allarmanti e le si amministrò l´Olio degli infermi per strada. Si riuscì a trasportarla in clinica, ma si temeva da un momento all´altro il decesso.

Tosto si fece ricorso con la preghiera all´intercessione di don Rinaldi — madre Lazzari era stata sua figlia spirituale e ne stimava la santità —: e l´inferma poté esser trasferita alla casa centrale di VillanovaMondovì. Ma il 27 aprile, a una settimana dal sinistro era agonizzante: il medico dichiarava non esservi più speranza di ripresa.

Ricordai allora — prosegue madre Lazzari — di avere un fazzoletto di don Rinaldi; andai a prenderlo e lo diedi a suor Celina, perché lo applicasse alla morente, mentre io radunavo la comunità in cappel‑

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la onde implorare il miracolo per intercessione di don Rinaldi. Poi corsi al letto di suor Maria Carla con l´angoscia in cuore.

L´ammalata raccontò più tardi che al contatto del fazzoletto di don Rinaldi le era sembrato come se la morte con la parte inferma si allontanasse da lei. Sentì un gran sollievo e con stupore dei presenti chiese da bere: ma solo con gesti, poiché dopo il mitragliamento non aveva più potuto articolar parola. Le porgemmo del latte e riuscì a sorbirlo.

Da quell´istante cominciò a migliorare: in poco tempo si chiusero le ferite, e la carne e la cute del viso si ricomposero in maniera sorprendente. Mancava però parte della mandibola, per cui la bocca non si chiudeva, la lingua restava penzoloni e suor Maria Carla non poteva né parlare né mangiare.

L´infermiera suor Celina che l´accudiva le disse più tardi: "Vedrà, suor Maria Carla, don Rinaldi non lascerà le cose a metà: le farà crescere anche l´osso".

Qualche giorno dopo suor Maria Carla si addormenta al pomeriggio e riposa a lungo. Svegliatasi ha una strana sensazione in bocca. Si sfascia, si tocca il mento e nota che era cresciuto l´osso della mandibola. Da quel momento si sentì completamente guarita; poté chiudere la bocca, parlare, nutrirsi e riprendere la vita di prima»."

Non ci furono più dubbi o incertezze nei responsabili: il cielo aveva parlato; Dio voleva la glorificazione di don Rinaldi, per esaltarne le virtù, il fecondo apostolato, non sempre da tutti compreso, la stupenda paternità salesiana che tanto lo faceva rassomigliare a don Bosco «padre e maestro della gioventù».´

* * *

Non ci volle molto per riscoprire e lumeggiare, a quindici anni dalla scomparsa, la figura di don Rinaldi, salesiano dei tempi antichi e superiore secondo il cuore di Dio e del Fondatore.

Don Ricaldone che, pur essendogli vissuto lungamente accanto, era rimasto perplesso sulla convenienza di avviarne la Causa, così ne scolpisce il profilo: «Dovendo esprimere il mio modesto giudizio sulla personalità di don Rinaldi, direi che egli fu sacerdote di grande vita interiore, di giudizio e criterio pratico veramente eccezionali; di una bontà e paternità che gli traspariva da tutti gli atti; di una forza e capacità di lavoro che non si riesce a spiegare, considerando negli ultimi tempi la salute molte volte precaria; e infine di una umiltà così profonda, da non lasciar trasparire nella persona alcunché di straordinario».6

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Tuttavia lo straordinario c´era nella sostanza e nelle modalità di un agire controllato e perfetto; e non sfuggiva all´occhio di osservatori attenti e sagaci. Madre Rosalia Dolza, ispettrice delle Figlie di Maria Ausiliatrice dichiara ai processi: «Non ho trovato né conosciuto sacerdoti e superiori che gli fossero uguali in virtù e santità, pur trattandosi di persone degnissime e di religiosi pieni di virtù. Il Servo di Dio eccelleva e tutti superava in modo eminente»:

Aggiunge don Tranquillo Azzini: «lo che gli fui vicino per molti anni a motivo di lavoro nel suo stesso ufficio, posso attestare che teneva continuamente la corona in mano e quando aveva spazi di libertà si innalzava a Dio con preghiere, giaculatorie e sante invocazioni. Lavoro e preghiera, si può dire, furono la caratteristica della sua vita, pur così movimentata a causa delle alte mansioni».2

* * *

Il compaesano mons. Evasio Colli, allora vescovo di Acireale, poi di Parma, così parla di don Rinaldi nell´Elogio funebre, a poche settimane dalla scomparsa:

«Don Rinaldi fu uomo che ebbe l´equilibrio di tutte le virtù più che l´appariscente preponderanza di una di esse. Egli fu, al medesimo tempo, uomo di azione formidabile ed asceta; audace e prudente; tenace ed umile; forte e paterno; uomo di affari e uomo di Dio; apostolo e costruttore; moderno e conservatore. Fu, insomma, uomo spiritualmente completo, che lavorò in estensione e profondità, con l´avvedutezza di un condottiero e la tenerezza di un padre; con la dignità di un capo e la modestia di un soldato sconosciuto...

Dalla abituale unione con Dio... derivava in lui, come in don Bosco, quella... calma serena e fidente, forte e... mansueta..., con cui tutti accoglieva e ascoltava, come se in quel momento null´altro avesse a pensare; quella calma per cui non si sgomentava nelle più terribili evenienze e non si esaltava nei trionfi; sempre uguale a se stesso; sempre serenamente vigile; sempre sanamente ottimista come i santi...».9

* * *

La figura di don Rinaldi, oltre che dalle affermazioni di coevi e testimoni, prima di rivivere nel suo quadro biografico, si affaccia nitida e luminosa nelle Lettere Postulatorie di vescovi ed altre personalità, le quali non temono di eccedere nell´esaltarne meriti e santità, mentre sollecitano alla Sede Apostolica l´Introduzione della Causa.

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11 cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, ne mette a fuoco «lo zelo illimitato e prudente, la pietà sincera e profonda, la carità spirituale e materiale senza limiti, e in particolare quella inalterabile ed universale bontà paterna, che faceva rinascere in lui la dolcezza di san Francesco di Sales e la mitezza del Salvatore». i°

Il cardinal Dalla Costa, arcivescovo di Firenze, nel ministero pastorale di don Rinaldi sottolinea «il padre, il superiore, il direttore d´anime»;" mentre l´arcivescovo di Vercelli mons. Imberti, che a Torino «molte volte» lo aveva avvicinato nelle più svariate circostanze, così ne parla: «Sacerdote esemplarissimo, di uno zelo eccezionale, di spiccata vita interiore, seppe riflettere in sé alla perfezione le virtù di don Bosco, viverne lo spirito e trasfonderlo nei figli spirituali». ´2

Fa eco il salesiano mons. Salvatore Rotolo, prelato di Altamura e Acquaviva delle Fonti: «Il Servo di Dio — scrive — aveva capito in pieno lo spirito salesiano e lo viveva in forma eroica, sì da lasciare in quanti l´avvicinavano il più soave ricordo. Pochi superiori furono tanto amati come don Rinaldi, che faceva toccare con mano la divina paternità»."

Perciò, soggiunge l´arcivescovo di Bari mons. Nicodemo, «egli può essere considerato come un consumato maestro di spirito, che seppe illuminare, indirizzare, correggere e riempire dell´amore di Dio e delle anime quanti ebbero la ventura di attingere all´inesauribile ricchezza del suo spirito».

* * *

Madre Angela Vespa, superiora generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, poté a sua volta dichiarare: «Nel nostro Istituto don Rinaldi profuse tesori di saggezza e di prudenza nel segnare direttive secondo lo spirito del santo Fondatore e le esigenze dei tempi. Diede fervido slancio all´apostolato missionario; zelò la cura delle vocazioni e il sorgere di apposite case per la loro formazione. Soprattutto ebbe a cuore la santità della vita religiosa, l´unione con Dio, l´interiorità dello Spirito nel fervore dell´azione, così da santificare il lavoro e da trasformarlo in autentica preghiera». 15

Da ultima Carla Turco, in nome dell´Unione don Bosco fra educatori, suscitata dal Servo di Dio: «Don Rinaldi — osserva con animo riconoscente e commosso — ebbe la squisitissima dote di saper scorgere l´azione occulta della grazia nella vita degli umili, di seguirla, apprezzandola come si conveniva, e di assecondarla. Meritatamente

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quindi il Signore gli concedeva di veder coronate da successo le imprese cui poneva mano. L´Unione di don Bosco fra educatori è di quelle». ´6

* * *

Non senza ragione l´arcivescovo di Torino, cardinale Maurilio Fossati, concludeva la sua supplica a Giovanni XXIII in questi termini: «Santità: dinanzi a questa prodigiosa manifestazione di virtù e di santità del Servo di Dio, quale Pastore di questa città che si onora di avere la culla della Società Salesiana... , sento impellente il bisogno e imprescindibile il dovere di umiliare a Vostra Santità la mia preghiera onde voglia compiacersi di segnare la Commissione per l´Introduzione della Causa... Sono intimamente convinto che la esaltazione di don Filippo Rinaldi, mentre sarà di maggior gloria per il Signore che vien glorificato nei suoi santi, costituirà per la duplice Famiglia Salesiana un vivo incitamento a calcarne le orme di virtù e di santità, e per i fedeli tornerà di stimolo ad apprezzare i beni celesti». ´7

* * *

Questo è don Rinaldi, uomo di Dio, oggi elevato all´onore degli altari, visto dalle vette che seppe raggiungere: una creatura che non si attarda e non si perde nei sentieri del mondo, ma drizzata la mira e scelta la mèta, la persegue con tenacia indomabile a prezzo di ogni sacrificio.

Ma santi non si nasce. Il cammino, soprattutto agli inizi, può essere incerto e duro; occorrono coraggio, perseveranza e docilità alla chiamata. Occorre specialmente fiducia in chi ha da Dio il carisma di leggere nel futuro e di tracciare con mano esperta la strada ai principianti. Per don Rinaldi fu così.

Lo vedrà chi vorrà seguirci nel racconto della sua vita, che incomincia dai campi, e dopo qualche alternativa, sale dritta come «la via del giusto» (Ls 26,2), verso l´alto di continue e crescenti responsabilità, fino a impersonare la vita, le virtù e le opere del Fondatore don Bosco: fatto a sua volta perfetto come il Modello e come lui meritevole d´imperitura memoria, e di esaltazione da parte della Chiesa.

16

Note

´ Da un ricordino funebre di don Filippo Rinaldi del 1931;

Summ., 98,344.

i Summ., 266-267, 927.

´ Summ., 267, 928.

Summ., 311-321, 1088-1089.

´ Liturgia di S. Giovanni Bosco.

Summ., 266, 927.

´ Surnm., 163, 564.

" Summ., 16, 53.

9 COLLI E., pp. 1-2, 4-5.

1° Litt. postul., 5.

" Litt. postul., 6.

1´ Litt. posati., 8.

" Litt. postui., 31.

´´ Litt. postul., 13.

Litt. postul., 38.

´Lift. postul., 16.

Litt. postiti., 3-4.

Parte prima

IN CAMMINO

-   Figlio dei campi

-   Prediletto di un Santo

-   In Congregazione

-   Salesiano e sacerdote

-   Direttore

-   A Sarria"

-   Ispettore di Spagna e Portogallo

-   Prefetto Generale

2

FIGLIO DEI CAMPI

Come don Bosco, don Rinaldi, destinato ad esserne il terzo successore, è figlio di contadini. Viene dai campi e dalla vita agricola, che sanno dare uomini robusti e laboriosi.

Fu sua terra natale il Monferrato, nella parte nord-orientale compresa fra il Tanaro e la riva destra del Po, a una ventina di chilometri circa da Casale, capoluogo della zona.

Il terreno è collinare e lievemente degrada verso i due fiumi che attraversano fertili se pur strette pianure.

Paesi e borgate punteggiano le sommità dei modesti rilievi, in un rincorrersi di alture dai fianchi cosparsi di vigneti, campagne, boschetti e casolari.

A qualche distanza dalla strada che da Casale Monferrato, passando per Mirabello e San Salvatore, porta ad Alessandria, su di un poggio dei meno elevati, prospiciente a distanza più il corso del Tanaro che le ampie sinuosità del Po, sorge Lu Monferrato, paese di don Rinaldi, noto per la religiosità dei suoi abitanti e la straordinaria ricchezza di vocazioni sacerdotali e religiose fornite alla Chiesa negli ultimi cento anni. Un fatto che ha destato meraviglia e ha richiamato l´attenzione — come si vedrà — di ecclesiastici interessati al problema.

* * *

Lu era e rimane un grosso borgo agricolo dell´alto Monferrato, senza particolare storia, anche se vanta una vecchia torre quadrangolare che sembra sorvegliare e proteggere l´abitato come sentinella più che fortezza, e «forma — scrisse don Francesia nel secolo scorso — l´invidia e il desiderio dei paeselli vicini».´

Nell´Ottocento la popolazione, tradizionalmente fedele alle pratiche e osservanze cristiane, viveva dei piccoli commerci e soprattutto del lavoro dei campi. Uve, frumento, granoturco, foraggi, frutta: i prodotti principali del terreno ferace e coltivato con solerzia ed amore.

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Al tempo in cui si tratta c´erano a Lu tre parrocchie: la collegiata di Santa Maria Nuova, San Nazaro e San Giacomo, con i rispettivi titolari.´ Come si vede, una popolazione spiritualmente assistita e perciò in grado di dare buona prova di religiosità nella vita delle famiglie e della comunità paesana. Don Rinaldi, rievocando memorie della sua fanciullezza, svelerà ad estranei il segreto che aleggiava nelle case del tempo e si effondeva dal cuore e dalla vita di mamme genuinamente cristiane.

* * *

Egli nacque il 28 maggio 1856, ottavo di nove figli dei coniugi Cristoforo Rinaldi e Antonia Brezzi.

Quella dei Rinaldi non era l´ultima tra le famiglie di Lu, non solo per la corona di figli sopraggiunti nel volgere di un ventennio, ma anche per le proprietà agricole, dalle quali traeva prosperità e benessere. Anche un secolo dopo, nel 1958, al termine dei processi sulla vita, virtù e miracoli del Servo di Dio, il sindaco di Lu, Enrico Grattarola, elencava quella dei Rinaldi tra le famiglie «benestanti» del paese, e osservava con acuta semplicità: «I Rinaldi... avevano ed hanno tuttora beni più che bastevoli, da non dover emigrare per il mondo in cerca di fortuna».3

Una famiglia, si direbbe con linguaggio moderno, di coltivatori diretti, la quale con le tecniche del tempo, fondate sull´esperienza e sul lavoro delle braccia, curava assiduamente le proprie terre, cavandone sostentamento e decoro. Dei contadini agiati, in una parola: gente modesta, abituata alla fatica dei campi, senza miraggi di straordinari guadagni, lieta di vivere anche una lunga esistenza all´ombra del proprio campanile.

Don Rinaldi non rinnegò mai le sue origini, che lo facevano figlio del popolo e amico degli umili, pur se ammirò e ringraziò la Provvidenza di averlo preso dai campi per spingerlo sulle vie del mondo e affidargli il governo spirituale di molti fratelli.

* * *

Al benessere in casa Rinaldi si accoppiava l´attaccamento alla fede. Dei genitori del Servo di Dio un testimone di famiglia asserisce che erano «entrambi di ottimi principi e di vita integralmente cristiana».´ Anche don Ricaldone, nativo di Mirabello Monferrato, a cinque chi‑

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lometri da Lu, attesta di scienza propria ai processi: «In famiglia sentii sempre parlare dei parenti del Servo di Dio, che per vicinanza di paese erano assai noti ai miei congiunti, come di persone di sani principi cristiani e praticanti».5

Lo stesso don Rinaldi rese indirettamente a sua madre una testimonianza che da sola illustra l´atmosfera di famiglia e lascia intravedere i lunghi anni da lui passati tra le pareti domestiche.

Impegnato al problema delle vocazioni un sacerdote «della Venezia Tridentina» era stato a Lu, senza tuttavia darsi ragione dí una fecondità che lo invogliava a studiare il fatto di centinaia e centinaia di chiamati in un piccolo centro di campagna, senza speciali attrattive religiose. Capitando più tardi a Torino volle interpellare don Rinaldi, che di quella floridezza vocazionale era la più rinomata espressione. «Lei — disse pacatamente il Servo di Dio — non ebbe successo nell´indagine perché non è penetrato nel sacrario delle famiglie. 11 secreto delle vocazioni sta tutto nella fede e nella pietà delle nostre mamme. Esse, devote agli insegnamenti della Chiesa, facevano il possibile per allevare i figli nel timor di Dio, istillando nelle loro anime quei sentimenti che sono la disposizione migliore a secondare la divina chiamata».6

Del padre, uomo di grande «onestà naturale» e di «profonda religiosità», alla sua morte nel 1881, così scriveva don Rinaldi ai fratelli: «Con la sua pietà egli ci preservò dai pericoli del mondo: vero padre cristiano, con prudenza ci tenne lontano dal male».´

* * *

In conclusione: una famiglia, quella di don Rinaldi, saldamente ancorata all´amore, che non teme le nascite; al lavoro della terra, che riempie le giornate e Ie stagioni, e dà serenità e gioia; alla pratica assidua e fedele delle osservanze cristiane, che attribuiscono senso ultraterreno alla vita.

Un insieme cioè patriarcale di gente semplice, attiva, onesta, legata alle tradizioni del passato e libera da ambizioni che non mirino alla prosperità dei suoi membri, specie dei figli.

In definitiva, un piccolo santuario domestico, sperduto tra i colli del Monferrato, ma tale da offrire la vita a un santo, che la Provvidenza si fosse compiaciuta d´inviare al bene degli altri.

* * *

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Lo spirito schiettamente cristiano dei Rinaldi, attaccati al Vangelo in forza della predicazione più che dello studio, traspare da un fatto legato alla nascita del Servo di Dio.

Venuto in luce alle «otto del mattino», alle «due pomeridiane* era già portato a Santa Maria Nuova per il battesimo. Una premura che, senza essere eccezionale, mette a fuoco lo stile religioso della famiglia.

Ne dà conferma l´atto di battesimo, al numero 48 del registro parrocchiale del 1856.

Il rito fu amministrato dal canonico Francesco Garlando, ma è sottoscritto dal parroco, prevosto don Nicola Roggero.8

Al neonato furono imposti i nomi di Pietro e Filippo. Il secondo prevalse sul primo per motivi che nessuno precisa.

Padrini, l´agricoltore Costantino Quartero — un amico o parente —, e la sorella Filomena, alla quale il Servo di Dio si mostrerà sempre affezionato, forse anche perché nell´infanzia gli aveva fatto un po´ da mamma.

* * *

Il battesimo non è mai avvenimento secondario per chi viene incorporato a Cristo nel segno e nel mistero della salvezza. Per Filippo Rinaldi, che si apriva alla vita nel mese di Maria, divenne l´impegno dell´intera esistenza. Col fiorire degli anni, a misura che egli andrà scoprendo gli obblighi e le ricchezze del battesimo, crescerà in lui l´ardore della pietà e l´esercizio delle virtù, pur con alternative d´incertezza e passaggi di qualche difficoltà.

Alla rinascita spirituale il Servo di Dio vorrà essere fedele sino alla fine, in uno sforzo costante di santità e nella ricerca assidua della perfezione.

Vorrà giungere all´estremo traguardo con l´abito di grazia dell´onda battesimale e l´ardente lampada d´una fede vittoriosa nelle lotte e contrasti della vita, che non potevano mancargli.

Di auspicio gli erano lo sguardo e la benedizione della Vergine, nel cui tempio diventava figlio di Dio.

* * *

A sei anni esatti, il 21 maggio 1862, riceveva il sacramento della Cresima in Cùccaro Monferrato, dalle mani di mons. Luigi Nazari di Calabiana, vescovo diocesano di Casale, poi arcivescovo di Milano.

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La preparazione fu certamente sommaria e cosa di famiglia, vista la scarsa età del fanciullo, che dava però segni d´intelligenza viva e di rare intuizioni, come si dirà.

A quei tempi il passaggio del Vescovo era motivo sufficiente per affrettare il sacramento della confermazione, nella certezza che non mancherebbero in seguito studio e approfondimento della dottrina cristiana. Don Roggero nel presentare il piccolo Filippo Rinaldi fuori paese per il sacramento del perfetto cristiano, non poteva dubitare dei suoi genitori che erano ottimi fedeli del suo gregge parrocchiale.

Un particolare invece merita rilievo e documenta conoscenze ed amicizie dei Rinaldi in diocesi, se pure non si tratti di mera casualità. Padrino di cresima del Servo di Dio fu «il sacerdote Emiliano Manacorda»,9 più tardi vescovo di Fossano, grande ammiratore di don Bosco e sostenitore delle Opere Salesiane.

Se in anticipo si volessero scrutare i doni dello Spirito Santo a Filippo Rinaldi, destinato a svolgere una larga missione nel mondo, si dovrebbe dire che la Cresima depose in lui germi di sapienza e discernimento degli spiriti; di soavità e unzione nel governo delle anime; di bontà e amorevolezza nell´esercizio di straordinaria paternità che gli avrebbe guadagnato i cuori.

Ci vorrà del tempo perché tutto ciò fiorisca e dia frutti: ma la grazia non ha fretta; vuole solo corrispondenza e sacrificio, prontezza ai suoi richiami e ardore di carità. Don Rinaldi, identificato il cammino da percorrere, non porrà indugi ai ministeri che Dio gli prepara e vivrà pienamente i doni dello Spirito a vantaggio degli altri.

* *

Dire ora che l´esistenza del Servo di Dio sboccia in un´epoca fortemente mariana è cogliere fin da principio una componente della sua spiritualità e del suo apostolato.

Due anni prima che egli nascesse, 1´8 dicembre 1854, Pio IX aveva solennemente definito il dogma dell´Immacolata Concezione di Maria; e due anni dopo la sua nascita la Vergine stessa appariva a Lourdes per confermare l´insigne privilegio.

La devozione all´Immacolata, sincera e robusta in tutto il Piemonte, aveva bussato anche alle porte delle famiglie cristiane di Lu Monferrato e noi la troviamo in casa Rinaldi come stimolo quotidiano di devozione e di preghiera.

In una nicchia sul pianerottolo della scala che portava alle stanze

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e si apriva sul cortile di casa, una statuetta dell´Immacolata sembrava sorvegliare e benedire l´andirivieni dei membri di famiglia. Al mattino, andando a scuola, i bambini solevano inginocchiarsi al primo gradino della rampa inferiore per un ´Ave Maria alla regina del cielo. A sera poi, conducendo i figli a dormire, mamma Antonia sostava con loro dinanzi al simulacro della Madonna, e ispirava e guidava la preghiera: «Vi saluto, o Maria, e vi dono il mio cuore: non restituitemelo più». °

Vi fu un tempo in famiglia nel quale si pensò di sostituire l´umile statuina con altra più bella. Don Rinaldi si oppose decisamente. Quell´Immacolata gli ricordava i tempi lontani dell´infanzia e incipiente giovinezza; gl´insegnamenti e gli esempi materni, portati sempre in cuore; i teneri slanci dell´animo verso la Madre di Dio, prima ancora di capirne la grandezza e l´intervento nella storia delle anime.

* * *

Della Prima Comunione del fanciullo non sopravvive ricordo. Difficile dire se la fece a Lu, prima dei dieci anni, o nel collegio salesiano di Mirabello, dove presto lo troveremo a cimentarsi con gli studi secondari, pur senza risultati.

E certo ad ogni modo che sin dall´infanzia Filippo risentì un´accentuata debolezza all´occhio destro, che andò attenuandogli la capacità visiva, fin quasi a sopprimerla nella tarda età, e gli fu motivo di incomodi, talora notevoli, nel corso dell´esistenza.

Quanto al resto il giovane crebbe forte, sano e slanciato nella persona, di piacevole aspetto, anche se schivo e riservato, d´intelligenza più che mediocre.

Non si sa molto degli studi primari, che seguì probabilmente parte in casa parte nelle pubbliche scuole del paese, dove la cultura era in arrivo col progresso della storia nazionale.

* * *

Infatti dopo la seconda guerra d´Indipendenza, il 17 marzo 1861 veniva proclamato il regno d´Italia, sotto la corona di Vittorio Emanuele 11 di Savoia-Carignano, e si preparava l´annessione degli Stati Pontifici e l´Occupazione di Roma il 20 settembre 1870.

Il Servo di Dio conobbe gli avvenimenti esterni della sua prima età, senza poterne valutare la portata e le conseguenze. Egli non re‑

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spingerà mai l´amore della patria terrena, ma la servirà facendo le sue scelte in campo spirituale. Vorrà essere un cittadino esemplare, come don Bosco, e per dovere di ufficio si trovò a trattare con alte Autorità amministrative dello Stato e con Principi del sangue, ma più che gl´interessi fugaci degli uomini cercherà gl´interessi di Dio e delle anime. Non ambirà glorie e successi mondani: vorrà solo essere un prete che vive la sua vocazione e il suo apostolato: e anche questo dopo essersi persuaso che Dio lo voleva per quel cammino.

* * *

Così è don Rinaldi sul limitare della vita: modesto nella nascita e nella condizione sociale della sua famiglia, che non vantava prerogative di grandezza; umile nelle qualità e risorse umane, protette da temperamento riflessivo e placido, che poté sembrare indeciso; ricco solo di insegnamenti assimilati al tepore della comunità domestica e parrocchiale, che di lui fecero un fervente cristiano prima che un consacrato tra i Salesiani.

Gioverà qui ricordare che dei nove fratelli Rinaldi, figli di Cristoforo e di Antonia Brezzi, tre divennero sacerdoti:" don Luigi, entrato nel clero diocesano e vissuto in cura d´anime; don Giovanni, nato dopo il Servo di Dio e ultimogenito di famiglia, fattosi anch´egli salesiano anche se prima aveva studiato nel seminario di Casale; e don Filippo, nel cui nome si riassumono le glorie dei Rinaldi, sia per gli uffici ricoperti e la popolarità della figura, sia per lo splendore della santità, oggi solennemente proclamata dal giudizio della Chiesa.

Note

DEAMBROGIO L., Le passeggiate autunnali di don Bosco per i colli monferrini, Castelnuovo Don Bosco 1975,p. 262.

2 DEAMBROGIO L., op. cit., pp.262-263.

Liti. postuL , 36.

° Summ., 313, 1093.

6 Litt. postuL , 34.

´ Proc. Ap., 389 e 543.

Summ., 358, I.

Summ. , 359, II.

Summ., 313, 1093.

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PREDILETTO DI UN SANTO

Il santo è don Bosco. Alla nascita e durante l´infanzia di Filippo Rinaldi, egli già riempiva della sua fama Torino, il Piemonte, e in particolare la regione dell´Astigiano e del Monferrato che, si può dire, conosceva palmo a palmo. Aveva costituito la Società di San Francesco di Sales nel dicembre del 1859 ed era alla ricerca di sviluppi nelle diocesi piemontesi e di giovani che potessero diventare avanguardie per le sue conquiste.

Nel pomeriggio del 15 ottobre 1861 lo troviamo a Lu, durante una di quelle passeggiate autunnali che duravano persino 15 giorni e nei paesi portavano gioia, entusiasmo e fervore di vita cristiana.

Da Mirabello, dove con un «centinaio» di ragazzi era ospite della famiglia Provera,´ don Bosco aveva raggiunto Lu a suon di banda e tra canti ed evviva del suo piccolo esercito giovanile. Incuriosita e ammirata la popolazione andatagli incontro ascoltò la sua parola in Santa Maria Nuova: don Bosco si rivolgeva ai giovani, ma non tralasciava mai di esortare anche il pubblico presente alle sue manifestazioni di pietà e di preghiera. I Rinaldi, vicini di casa, non poterono mancare all´inconsueto appuntamento, che aveva sapore di grande novità: tra essi il piccolo Filippo, di soli cinque anni e mezzo, che faceva la prima grande conoscenza della vita.

Del casuale incontro non possono esserci precise memorie. Tuttavia mons. Colli, nativo come si è detto di Lu e vescovo di Acireale, nel commemorare don Rinaldi dopo la sua scomparsa assicura che ingenuamente il fanciullo ebbe a dire: «Quel prete conta più di un vescovo».2 Di vescovi egli non ne aveva mai visti; forse se n´era parlato in ragione della futura cresima: certo Filippo intuì che si trattava di capi e guide del popolo, in grado di dar vita e sostenere forti imprese; ma non poté pensare che il «prete» conosciuto di sfuggita a Lu e subito ammirato, nel volgere degli anni, sarebbe divenuto suo padre e maestro di vita apostolica e di santità.

* * *

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A Lu don Bosco era andato su invito del prevosto don Roggero, che desiderava preparargli «una casa per la cristiana educazione della gioventù».3 Una visita, come si vede, non di puro passatempo, ma in prospettiva di allargamento della sua opera, che mirava a spandersi fuori di Torino. Purtroppo né allora né più tardi la Congregazione poté mai fissare le sue tende nel paesello dei Rinaldi.

Rimase però il ricordo di un apostolo che aveva sostato fra le sue case, suscitando commozioni profonde. Una anziana dopo averlo guardato in volto: «Se ora — esclamò — dovessi anche morire, me ne andrei contenta perché ho visto don Bosco»."

Si creò soprattutto una certa simpatia tra il Santo e i Rinaldi, dalla cui discendenza dovevano passare figli e figlie alle istituzioni salesiane, primo fra tutti il Servo di Dio, destinato a succedergli nel governo della sua grande famiglia religiosa.

Con vivacità di particolari don Cefia, primo biografo di don Rinaldi, racconta che papà Cristoforo, tornato dai campi, offrì quella sera a don Bosco cavallo e calesse che lo riportarono a Mirabello.5 Non è improbabile che in quel momento di congedo, vedendo il forestiero favorito e ossequiato dal padre, e salutato forse dal clero locale, Filippo si lasciasse andare al suo commento, che esprimeva in maniera inconsapevole una realtà piena ancora di mistero. Una volta ancora «dalla bocca dei bambini» Dio traeva «lode» per i suoi predestinati (Mt 21,16).

E nel caso i predestinati erano due: Giovanni Bosco e Filippo Rinaldi, padre e figlio, maestro e discepolo, che sarebbero vissuti per lo stesso ideale.

* * *

Mette conto notare qui che due anni dopo, il 20 ottobre 1863, don Bosco apriva a Mirabello il primo collegio fuori Torino, affidandone la direzione a don Michele Rua, oggi elevato all´onore degli altari, e allora braccio destro della nascente Congregazione.

Mirabello doveva essere il luogo di più maturo e indimenticabile incontro.

Intanto seguiva la fanciullezza del preadolescente, dai sei ai dieci anni, senza novità di rilievo.

In casa Filippo imparò a leggere e scrivere sotto la guida di maestri privati, non sappiamo se per tutto il corso elementare o solo in parte. Studiò la dottrina e la storia sacra; divenne un frugolo che vo‑

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lentieri serve all´altare in veste di chierichetto; e sentì il calore di una famiglia numerosa nella quale era tra gli ultimi arrivati, e perciò il beniamino un po´ di tutti, specie delle sorelle.

La convivenza domestica, ora e più tardi, assicurò a don Rinaldi una grande spigliatezza e libertà di spirito, e gli conferì il senso di quella paternità larga e comprensiva che fu la sua caratteristica, mentre lo predispose a capire lo spirito salesiano di famiglia, da lui confermato e irradiato nel mondo della Congregazione e nei suoi campi di apostolato.

Non si hanno o non furono tramandati episodi e riferimenti che segnino l´evolversi della sua personalità. Appariva un temperamento tranquillo, riflessivo, portato se mai alla osservazione delle cose esteriori e alla diffidenza di sé. Solo il tempo rivelerà il criterio pratico nascosto in boccio e l´umile sicurezza nell´agire, che di lui faranno un uomo di governo.

* *

Al suo avvenire, più che lui stesso, pensarono gli altri, specialmente suo padre, che vegliava per la sorte dei figli e in don Luigi aveva già dato un membro della famiglia al sacerdozio.

Le capacità intellettuali di Filippo sembravano promettere una buona riuscita: perché non tentare anche per lui la via degli studi nel Collegio San Carlo o Piccolo Seminario che don Bosco aveva stabilito nel vicino paese di Mirabello? La breve distanza avrebbe permesso di tenerlo vicino a casa e di poterlo facilmente accudire.

Che il ragazzo portasse il tesoro della vocazione i fatti lo dimostrarono in maniera stupenda; ma che egli non ne fosse intimamente persuaso e sicuro fm da principio è altrettanto certo. La chiamata del Servo di Dio non fu né un colpo di folgore, né la manifestazione infantile dí un ideale che affascina prima di essere capito. Sarà l´evoluzione lenta di una grazia tanto più efficace quanto più sofferta e quasi respinta.

Comunque a 10 anni, nell´autunno del 1866, Filippo entrava nel collegio di Mirabello per il corso ginnasiale. Il lavoro dei campi e le tradizioni di famiglia non sembravano per lui. Cosa avrebbe fatto, nessuno poteva dire; ma non è da scartare che babbo, mamma, don Roggero, il fratello don Luigi ed altri puntassero al sacerdozio. Egli non si esprimeva — ed era forse prematuro l´esigerlo —; dalla condotta esterna però lo si poteva giudicare un candidato alla vita sacerdotale.

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Lì per li, comunque, tutti sarebbero rimasti delusi. 11 fanciullo non vide subito chiaro nel futuro della sua vita e la strada doveva essere incerta e sinuosa prima di una risoluzione.

* * *

La presenza, ad ogni modo, di Filippo al collegio di Mirabello, pur se non coprì l´intero anno scolastico 1866-67, mise le premesse del suo domani e alla lontana aprì la strada che Dio gli teneva in serbo.

Alla testa dell´Istituto era don Giovanni Bonetti, scrittore e predicatore di qualità, successo a don Rua che vi rimase solo per due anni.

Dire che a Mirabello si vivesse la vita dell´Oratorio di Torino e che don Bosco fosse al centro dell´animazione generale di superiori ed alunni, è fare dell´autentica storia salesiana. Benché lontano, il Santo era presente nella parola, negli insegnamenti e nel lavoro apostolico dei primi figli lanciati nel mondo ad estendere le sue opere.

Il giovane Rinaldi si trovò così alle cristalline sorgenti di una vita che sarebbe stata la sua e fin d´allora ne assimilò i princìpi e lo stile.

Non mette conto scrutare le sue capacità o gli eventuali successi nello studio del latino: giova in cambio vedere come assorbì forme proprie dello spirito salesiano.

Gli fu assistente, fra gli altri, il chierico Paolo Albera, con il quale si troverà più tardi gomito a gomito nella guida della Congregazione. Di lui, che «era — si dice — di don Bosco più che don Bosco stesso»,6 in un quadernuccio scritto ai primi tempi della sua vita salesiana, il Servo di Dio tratteggia la figura e l´azione educativa nei termini seguenti: «Per me, visibile angelo custode fu don Albera. A Mirabello aveva l´incarico di sorvegliarmi; e lo faceva con tanta carità da stupirmi ogni volta che ci penso. Mi allontanava dalle compagnie sospette, mi consigliava, mi confortava con la narrazione di fatterelli, e mi faceva passare le ore di ricreazione come in un baleno. Ma più delle parole aveva risonanza nel mio cuore il suo portamento modesto, pio, religioso. Anche lontano dalle case salesiane — allude al ritorno in famiglia — ebbi sempre dinanzi agli occhi, come se li rivedessi, gli esempi del chierico Albera».´

Un osservatore attento e sagace il piccolo Filippo Rinaldi in collegio: un adolescente ponderato e giudizioso che bada allo studio — per il quale d´altronde non si sentiva troppo tagliato —, ma non trascura le persone incaricate di indicargli un sentiero, e che egli non scorderà in tutta la vita.

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* * *

A Mirabello soprattutto Rinaldi ebbe la fortuna d´incontrarsi di nuovo con don Bosco, il quale non lasciava di visitare i suoi figli, sia per sostenerli nella fatica, sia per plasmarli all´ideale di vita consacrata ed apostolica in mezzo alla gioventù.

Quell´anno scolastico ci fu due volte: sul finire del novembre 1866 e il 9 luglio 1867, quando probabilmente il giovane pensava già di abbandonare gli studi per tornare dai suoi a Lu Monferrato.

Dell´incancellabile incontro con don Bosco nel 1866 don Rinaldi parlò pubblicamente in una circolare del 1931, due anni dopo la beatificazione del Santo. Non si trattava più di impressioni infantili, ma di veri ed autentici ricordi che lo riempivano di commozione e avvaloravano il messaggio educativo del Padre assurto alla gloria degli altari.

«Ricordo come ieri — scriveva don Rinaldi, vicino ormai al tramonto —, la prima volta che ebbi la fortuna di avvicinare don Bosco nella mia fanciullezza. Contavo poco più di dieci anni. Il buon Padre era in refettorio dopo il pranzo, ancora seduto a mensa. Con grande amorevolezza s´informò delle mie cose — forse rievocò la sua comparsa a Lu nel 1861 —, mi parlò all´orecchio e dopo avermi domandato se volevo essere suo amico soggiunse, quasi per sollecitare una prova di corrispondenza, che l´indomani andassi a confessarmi da lui. Sono luci del mattino — conclude don Rinaldi — che brillano di viva chiarezza ora che la vita volge al termine».8

* * *

Con animo discreto don Rinaldi non dice di aver accolto l´invito di don Bosco: è tuttavia certo che l´indomani gli si presentò in confessione e gli aprì il cuore. Anche don Bosco non rivelò mai le sue impressioni sul giovanetto di Lu, del quale intravide l´avvenire salesiano.

Don Rinaldi stesso narrava a don Ceria, suo futuro biografo, il quale aveva ripreso la stesura delle Memorie Biografiche del Santo, che confessandosi da don Bosco nella seconda visita di quell´anno a Mirabello, lo vide «rifulgere all´improvviso di luce arcana nel volto».´ come se ai suoi occhi si svelasse un mistero: il mistero — pensiamo — della sua vita salesiana, che egli ancora non riusciva e intravedere.

Due santi si erano dunque incontrati e l´uno aveva letto nella vita dell´altro. Non si farà luce subito; ma l´insistente predilezione di don

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Bosco per Filippo Rinaldi lascerà capire che Dio agiva servendosi, come sempre, degli uomini.

Piacerebbe sapere da chi e perché il ragazzo di Lu fosse presentato a don Bosco nell´autunno del ´66, in un luogo e in un momento meno propizio per incontri. Se fu privilegio riservato al piccolo Rinaldi, giunto a Mirabello da qualche settimana, bisogna concludere che, nell´insieme della condotta e della persona, il fanciullo appariva diverso dagli altri, tanto da sembrare una promessa per il collegio e forse per la nascente Congregazione.

* * *

In realtà per allora non si approdò a nulla: anzi le cose parvero incamminarsi per tutt´altro sentiero. Infatti nell´estate del 1867, dopo la seconda visita di don Bosco, Filippo Rinaldi si allontanò dal collegio con animo amaro, come chi ha sbagliato strada.

A Mirabello con superiori e chierici salesiani vi era qualche elemento in prova, che non aveva le delicatezze e la bontà del sistema

educativo di don Bosco; il quale, a quei tempi, faceva fuoco con la

legna che aveva, usandone di stagionata e di verde. Un assistente non salesiano sul finire dell´anno scolastico usò — non se ne saprebbe il

perché — un cattivo trattamento con Rinaldi: e questi reagì chiedendo di rientrare in famiglia, prima ancora degli esami finali e delle vacanze. Il fratello don Giovanni, salesiano, confidò chiaramente che Filippo «era stato battuto». ´°

È credibile che il fatto fu la goccia che fece traboccare il vaso. Mite e buono per temperamento, il giovane rifiutava la violenza, di cui non avrebbe dato segni nella vita.

Per ritirarsi dal collegio bastavano motivi sanitari. Benché in forma, Filippo non godeva ottima salute; l´occhio destro gli dava fasti‑

dio, il cuore gli batteva forte a ogni corsa in ricreazione, e non mancavano stanchezze e mal di capo. Don Giulio Barberis, maestro di noviziato del Servo di Dio e suo confidente all´inizio della vita religiosa, dirà con maggior chiarezza che il giovane «quasi non aveva voglia di studiare». "

Forse è la chiave che spiega tutto e lascia capire il travaglio interiore di un ragazzo che non sente — anche per i suoi malanni — inclinazione ai libri. Resta vero che anche più tardi il Servo di Dio, per il basso concetto che aveva di sé e la vaga diffidenza nelle sue doti, non spiccò mai o non lasciò trasparire speciali inclinazioni allo studio, pur se riuscì egregiamente in quelli che portò a termine.

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*       *

Eccolo dunque nuovamente a Lu, sotto la tutela di papà e mamma, e dei fratelli maggiori.

Lasciare la scuola per Filippo significava voltarsi indietro, rimboccarsi le maniche e darsi alla vita dei campi, sull´esempio dei maggiori. E se non proprio subito questa fu la sua vita per un decennio, dai dieci ai vent´anni.

È il tempo meno conosciuto o se si vuole meno illustrato nella vita di don Rinaldi: il tempo che si perde in una scolorita esistenza di campagna, pur se non manca di episodi caratteristici e di qualche momento drammatico.

Che da principio Filippo ricordasse con nostalgia i suoi incontri con don Bosco non fa meraviglia, anche se non sentiva l´impulso a seguire le sue direttive che lo spingevano verso il sacerdozio. Ma stupisce che il Santo non dimenticasse o non volesse perdere di vista quel contadinello, chiamato ad essere suo terzo successore.

Quel che scorgesse don Bosco nello studentino di Lu, andato a svelargli i secreti della coscienza, non si saprà mai; non è congettura però supporre che intravedesse qualcosa degli arcani misteriosi che un giorno lo avevano riempito di meraviglia alla prima conoscenza e conversazione con Domenico Savio, e in altra circostanza gli avevano scoperto l´avvenire missionario di Giovanni Cagliero, futuro apostolo della Patagonia.

Certo non lasciò di interessarsi alla sua persona mandandogli all´occasione saluti e richiami. Rinaldi da prima rispose che «la carriera sacerdotale non era per lui». Poi, a nuove insistenze ribadì che il mal di testa e la debole vista gl´impedivano il corso degli studi. Ma don Bosco ribatté per iscritto «che il mal di testa sarebbe passato, e di vista ne avrebbe avuto a sufficienza». ´2

Il dialogo s´interruppe, senza che le due parti in contrasto rinunciassero alle rispettive posizioni. Alla tenacia del rifiuto si oppose una tenacia che sa d´inspiegabile predilezione; e si manifestò poi con tutto il suo peso non appena scoccò l´ora di Dio.

Questa, come si è accennato, tardò a scandire lieti rintocchi nella vita uniforme e paesana del Servo di Dio, che si ritraeva sgomento dall´ideale propostogli dal Santo di Valdocco, nonostante le disposi‑

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zioni della natura. Don Rinaldi doveva essere una vocazione adulta, saggiata al crogiuolo del tempo e delle difficoltà, per meglio comprendere ed aiutare le vocazioni tardive che dovevano affidargli nei primi tempi del sacerdozio.

In attesa perciò di eventi, che non furono subito prevedibili, a poco a poco, nella misura che l´adolescenza diventava giovinezza forte e robusta, Filippo Rinaldi si diede alla cura dei campi e a lavori domestici, pur con qualche breve parentesi di studio e cultura.

La fatica gli fu maestra e compagna e lo rese quell´instancabile e assiduo lavoratore che poi fu; al punto che, già prefetto generale della Congregazione — come dichiara don Azzini — esaminava scherzevolmente le mani dei giovani adulti per vedere se fossero incallite: «perché — diceva — chi è buon lavoratore, sarà anche buon operaio nella vigna del Signore».´

* * *

Al lavoro nel decennio dell´attesa Filippo unì l´esercizio della pietà e la frequenza dei sacramenti, che aveva imparato al collegio di Mirabello, dove ogni giorno si ascoltava messa e c´era comodità di confessarsi e accostarsi alla comunione. Si può anzi credere che a Mira-bello il fanciullo ricevesse per la prima volta l´Eucaristia.

A una nipote il Servo di Dio fece in materia confidenze, che vennero poi trasmesse a don Giacomo Vacca, segretario personale di don Rinaldi negli ultimi anni della vita. «Ai miei tempi — le aveva detto — nessun giovane a Lu frequentava la comunione. Ero solo io a farla: e questo per le raccomandazioni della mamma. Gli altri se ne stavano lontani, perché allora i sacerdoti non si occupavano gran che della gioventù. Anzi qualche volta anch´io restavo senza comunione per la difficoltà di confessarmi. 11 sacerdote al quale mi rivolgevo, prima voleva celebrare, poi fare il ringraziamento e la colazione, cosicché passando il tempo me ne tornavo a casa senza ricevere i sacramenti». ´4

* * *

Sui 17 anni non mancò una breve crisi di fede o di rispetto umano. LI Servo di Dio medesimo la descrive nei suoi appunti; ma ne uscì prontamente anche per le preghiere della mamma, che vegliava alla vita cristiana del figlio, e non gli lasciava mancare, come del resto gli altri in famiglia, esempi ed insegnamenti.

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Non si sa di particolari lotte interiori del giovane al passare dall´adolescenza all´incipiente virilità. Si può invece asserire con tutta certezza che egli non pensò mai ad accasarsi; al contrario, rifiutò con vigore proposte in tal senso, di chi stimava la sua presenza fisica, l´integrità morale, il buon nome e l´agiatezza di famiglia. «Di donne — dirà modestamente don Rinaldi a persona di fiducia — non ho amato che la Madonna».´

Prova della pietà e della riputazione che Filippo godeva in paese è la sua elezione, proprio intorno ai 17 anni, a «priore» della Confraternita di San Biagio, della quale era solito portare la bianca divisa nelle processioni.

Lo ricorda il biografo don Ceria" e lo conferma don Ricaldone ai processi: «Pur essendo giovanissimo — depone — fu eletto priore della sua confraterita». " Anche don Azzini commenta: «Fu allora tra i 17 e 18 anni — che venne fatto priore della Confraternita locale di San Biagio: il che dimostra in quale stima fosse tenuto dai compaesani e come fosse generale la convinzione che sarebbe rimasto in paese». "

Le cose però andarono diversamente.

Note

M.B., VI, 1025-1026.

CERIA E., 12.

M.13., VI, 1030.

° M.B., ibid.

CERIA E., 11-12.

6 FAVINI G., Don Paolo Albero, le petit don Bosco, Torino 1975, 31.

CERTA E., 13 e Proc. Ap., 533.

Atti, 940-941.

CERIA E., 14.

Proc. Ap., 552.

i´ CERTA E., 14.

" CERIA E., 15-16.

Summ., 2, 2.

Summ., 249, 866.

´5 LARESE-CELLA L., 15.

16 CERTA E., 17,

Summ., 268, 933.

Summ., 12, 41.

CERIA E., 14.

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IN CONGREGAZIONE

Don Rinaldi ebbe una singolare vocazione all´apostolato e alla santità: la sua vita lo dimostra. Eppure il problema della vocazione fu il nodo principale che si trovò a sciogliere in gioventù, sino ai vent´anni. E senza l´aiuto chiaroveggente e le insistenze di don Bosco chissà per quali sentieri si sarebbe incamminato.

11 fatto, accennato già al suo iniziale manifestarsi, è troppo importante per consentire comode reticenze; sembra anzi esigere più attento esame, anche perché si veda che le vie della Provvidenza non sempre sono piene di luce e senza tormenti.

L´incidente collegiale che allontanò l´undicenne Filippo Rinaldi dalla strada maestra degli studi, è piccolo ma eloquente episodio di fronte al rinvio di due lustri nella scelta dello stato.

Pur se in famiglia c´era l´esempio del fratello don Luigi, che aveva studiato o studiava al seminario di Casale, nella sua adolescenza il Servo di Dio non fu in grado di impegnarsi per l´avvenire: non rivelò almeno quel dono di chiarezza interiore, per cui, sin dalla prima giovinezza, s´infila e si percorre con decisione la via del santuario.

Pigrizia spirituale? Sordità o peggio resistenza alla grazia? Indifferenza al dono di Dio?

* * *

Per dovere di ufficio nelle Difficoltà all´Introduzione della causa il Promotore Generale della Fede tentò di accreditare il fatto — le remore cioè del servo di Dio nel seguire la vocazione — a scarsa generosità nel divino servizio; tanto più che persone qualificate lo ritenevano idoneo alla vita sacerdotale e lo giudicavano fornito delle necessarie qualità.

A spiegazione e quasi giustificazione dell´atteggiamento dilatorio don Rinaldi avrebbe detto con franchezza — lo si legge nei processi: «Il mestiere del prete non sembrava fatto per me».´

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Più di altre considerazioni le parole non certo improvvisate del Servo di Dio fanno luce nel suo dramma giovanile e lasciano trasparire, per chi legge fra le righe, le angustie e perplessità che gli straziarono lo spirito; in vista soprattutto delle insistenze di don Bosco, e forse anche degli inviti che gli rivolgevano in casa e in paese persone di fiducia interessate al suo avvenire.

Tutti, a misura che passava il tempo, ne ammiravano la serietà, il buon senso, l´attaccamento alle cose di chiesa e alle pratiche religiose, nonché il tono schietto di una vita onesta e laboriosa. Era fatto per i campi quel giovane robusto e gagliardo nella persona, pronto al lavoro ma anche attento al suono delle campane, poco amante del chiasso e delle compagnie?

Non risulta con certezza, ma è facilmente intuibile il cruccio di mamma Antonia e di papà Cristoforo vedendo quel figlio senza orizzonti per il suo domani.

* * *

Le difficoltà nascevano dal di dentro. Non si trattava di scarso fervore, come di chi volta le spalle al sacrificio o rifugge da ardua impresa, ma da assillante esitazione psicologica, conseguenza d´innata umiltà che dava peso a ostacoli più apparenti che reali e, pur con pena, rinviava ogni scelta definitiva.

In altri termini: lo studente di Mirabello e il giovane di Lu non riuscirono per anni a decifrare i disegni di Dio. Gli altri vedevano meglio di lui nella sua vita, ma in coscienza il Servo di Dio, dubitando soverchiamente delle sue capacità intellettuali e risorse fisiche, non sentiva slancio per un genere di vita che apprezzava e non era nuovo tra gli stessi fratelli.

A un certo compromesso sembrò approdare sui vent´anni, dopo l´esenzione dal servizio militare, che gli poneva il problema della vita. Non sentendosi chiamato al matrimonio e dovendo prendere una risoluzione, Filippo aveva pensato di farsi laico in qualche ordine religioso. Non dunque contadino, ma neppure sacerdote.

Non respingeva cioè la vita consacrata per motivi umani: temeva solo di abbracciare il sacerdozio, al quale pensava di non essere chiamato. Dice appunto un testimone ai processi: «Data l´età, alquanto avanzata, la difficoltà degli studi e la profonda umiltà, il Servo di Dio avrebbe preferito entrare in qualche Famiglia religiosa come laico».2 Le proposte anzi di matrimonio — vien ricordato ancora nei processi — lo

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spinsero ad affrettarsi nel «prendere la via alla quale il Signore lo chiamava».3

Non dunque un pigro o un renitente nelle vie di Dio, ma soltanto un insicuro che viveva in silenzio l´angoscia del suo spirito, senza sapere in che porto avrebbe gettato l´ancora e trovato la pace del cuore.

* * *

Il particolare ebbe la sua provvidenziale importanza. Fece capire a don Rinaldi i labirinti, le difficoltà e le sofferenze nelle quali possono dibattersi le anime, senza loro colpa, lungo il travagliato cammino che porta a Dio. Egli, che tardò a veder chiaro nel suo mondo interiore, fu largo di comprensione e di aiuto ai tribolati dello spirito, li confortò con animo paterno e generoso; e instancabilmente li sorresse tra difficoltà che gli evocavano le asprezze delle sue oscurità giovanili.

Il colpo di luce o di grazia che lo determinò a uscire in campo aperto e a percorrere con passo franco il sentiero che gli era riservato, e lo farà grandeggiare fra gli uomini, avvenne proprio a Lu, nel giugno del 1877, allorché Filippo aveva compiuto il ventunesimo anno di età, e le circostanze incalzavano perché tirasse il dado e desse un orientamento alla vita.

Ancora una volta il Servo di Dio, non più fanciullo ma uomo fatto e consapevole delle sue responsabilità, si trovò casualmente faccia a faccia con don Bosco, il quale lo teneva d´occhio come si mira a una preda. Da Rettor Maggiore don Rinaldi ebbe a dire con semplicità: «Don Bosco non mi lasciava in pace. Ripetutamente mi scriveva o mi faceva dire che dovevo andare da lui... Alla fine — conclude il Servo di Dio — mi sentii vinto, e dopo certa riflessione pensai di ubbidirgli».4

Non si saprebbe se a muovere il Santo fosse più l´interesse delle sue opere o uno speciale carisma in favore di chi da solo non si sarebbe mai deciso ad abbracciare il sacerdozio, di cui per altro doveva essere insigne rappresentante. Da parte di don Rinaldi non ci fu rifiuto della vocazione, ma solo incertezza di spirito, timore di mettersi per una strada non sua.

* * *

Sta di fatto che il 22 giugno di quell´anno, da Borgo San Martino, dov´era trasferito il Piccolo Seminario di Mirabello, don Bosco si recava a Lu Monferrato per ispezione e visita d´incoraggiamento alle

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Figlie di Maria Ausiliatrice, le quali nell´autunno del 1876 vi avevano aperto un asilo.

Non si può dire che il passaggio tra le sue figlie spirituali fosse un pretesto per recarsi a Lu, ma è certo che il Santo vi andò anche per incontrare Filippo Rinaldi che fino a quel momento aveva lasciato cadere le sue proposte.

Dell´incontro parla don Rinaldi stesso in un quadernetto di memorie purtroppo mutilo. Il discorso fu imperniato sulla vocazione, certa ormai nella sostanza, incerta nelle modalità dell´attuazione. Le note autografe che rimangono, da sole bastano a far capire come a poco a poco il giovane, per il quale alla resa dei conti una Famiglia religiosa valeva l´altra, fosse abilmente guadagnato all´ideale salesiano, che fino allora non gli aveva destato entusiasmi all´interno.

Scrive don Rinaldi riassumendo il dialogo chiarificatore della sua vita: Don Bosco «aveva risposto a tutte le mie obiezioni e adagio adagio mi aveva guadagnato l´animo. Distaccato da me stesso — dalle difficoltà cioè interne che a lungo lo avevano fatto soffrire — io non avevo più ostacoli da superare. I genitori mi avrebbero lasciato libero, e la mia scelta cadeva naturalmente su don Bosco».5

Il Santo l´aveva conquistato con la forza della grazia che operava in lui e con le attrattive del suo apostolato. Gli aveva parlato della sua Congregazione, dei suoi collegi e delle prime spedizioni missionarie, avviate con Giovanni Cagliero nel 1875 in Argentina.

Lo stato d´animo del Servo di Dio in quel momento affiora da annotazioni posteriori. Egli restava indifferente circa l´eventuale ripresa degli studi interrotti un decennio prima: avrebbe ubbidito senza scegliere di sua volontà. La paura d´inoltrarsi in un campo non adatto alle sue inclinazioni gli vagava nell´animo come rimasuglio di nebbia che tarda a dissolversi al sole. Rivivendo, a distanza di anni, quella schiarita interiore don Rinaldi osserva con modestia: «Avessi sempre avuti gli umili sentimenti di allora!». E completa: «Allora desideravo essere nascosto in Congregazione e impiegarmi in uffici senza rilievo».6

Non doveva essere così: proprio perché Dio agli umili «dà grazia» (1 Pt 5,5) e per loro mezzo compie cose mirabili.

* * *

Forse ci furono timori o residue incertezze dell´ultima ora. Prima di decidere il Servo di Dio volle abboccarsi con don Bonetti, suo antico direttore e confessore di Mirabello. In settembre tentò di raggiungerlo a Borgo San Martino, dove — come si è detto — si era trasferito

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il collegio: ma don Bosco lo aveva richiamato a Torino per affidargli la direzione del Bollettino Salesiano, che presto avrebbe iniziato le sue pubblicazioni.

Gli scrisse tuttavia una lettera, nella quale manifestava il desiderio di farsi salesiano: segno evidente che si era alla stretta finale e che il giovane aveva superato o intendeva superare le ultime difficoltà. Don Bosco — gli rispose don Bonetti il 3 novembre — «è ben contento di ricevere un buon soldato» nella sua Congregazione. «Perciò — inculcava — parla ai tuoi genitori, prega e prendi una risoluzione».

Quanto ai timori non ancora dissipati del Rinaldi, don Bonetti tagliava corto e veniva alle conclusioni: «Non ti turbare — diceva sembrandoti di non poter far molto: nella casa di Dio vi sono mansioni per tutti: se non sarai capace di ricoprire quelle alte, ricoprirai quelle più basse e ne avrai pari merito... Pertanto — concludeva, come chi ha in pugno la vittoria, — potrai scegliere, per incominciare gli studi, tra il venire all´Oratorio o il recarti a Sampierdarena, perché vi sono altri della tua età che studiano per lo stesso fme».7

* * *

In famiglia, pur deciso ormai a seguire don Bosco, Filippo non disse nulla. Tutti però s´accorsero delle novità «vedendo arrivare da Torino lettera con l´intestazione dell´Oratorio di Valdocco». Era l´accennata risposta di don Bonetti, al quale il Rinaldi — lo scrive lui stesso aveva cercato di aprire «il cuore», come si può fare in ore decisive della vita.

11 segreto era rotto e conveniva parlare. «I parenti — osserva con umiltà il Servo di Dio molti anni dopo — mi avrebbero lasciato libero. La mia scelta naturalmente era caduta su don Bosco, ìl quale mi aveva riguadagnato con le sue attrattive e le sue spedizioni missionarie nell´America del Sud. Circa il riprendere gli studi mi sentivo indifferente; anzi avessi sempre avuto gli umili sentimenti di allora!». In realtà si deve dire fin da adesso che li conservò e li accrebbe in larga misura.

Il 12 novembre, festa di sant´Evasio, patrono della diocesi di Ca-. sale, Filippo decise di manifestare le sue intenzioni al padre, in ansia per il suo avvenire. Lo fece per iscritto. «Povero papà — scrive ne fu commosso». Una laconicità che dice tutto. Con lui stabilì di «tener segreta la cosa» fin dopo la partenza.´

Mamma Antonia non poteva che tirare un respiro di gioia, di pace e di lode a Dio per la risoluzione del suo silenzioso e incerto figliuolo.

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* * *

L´ultima conferma venne una volta ancora da don Bosco, interessato come nessun altro all´aggregazione del giovane monferrino.

11 22 di novembre il Santo era a Borgo San Martino per la festa di san Carlo, titolare del collegio. In quella circostanza, con gesto di predilezione che diventava abituale, egli volle il Rinaldi alla mensa comune, onorata dalla presenza di mons. Pietro Ferrè, vescovo di Casale. Nel colloquio privato, per seconda volta Filippo vide il volto e la persona di don Bosco «illuminarsi» di luce misteriosa e poi riprendere le normali condízioni.9 Fu il segno di Dio che ratificava i suoi pensieri e le sue decisioni. Non gli restava che mettere insieme l´indispensabile e recarsi in Liguria, secondo l´indicazione di don Bonetti, confermata senza dubbio da chi gli aveva parlato in nome di Dio con autorità che viene dal cielo.

«Nel 1877 — dichiara lo stesso don Rinaldi ai processi di don Rua — dopo vari inviti del venerabile don Bosco, entrai nel collegio di Sampierdarena con la precisa intenzione di farmi salesiano»."

E così a ventun anno suonati il «laccio» (Sal 114,7) si spezzava, e per don Rinaldi cominciava la vita nuova destinata a protrarsi per 54 anni consecutivi.

* * *

Prima di andar oltre conviene soffermarsi ancora qualche istante sull´incontro del Servo di Dio con don Bosco a Borgo San Martino. Quel giorno Filippo Rinaldi udì dalle labbra deI Fondatore una profezia che si avverò 33 anni dopo, e in qualche maniera coinvolgeva la sua persona e Ia sua testimonianza.

A mensa tra l´altro il discorso era caduto su don Albera, e don Bosco divinando il futuro aveva detto: «Egli sarà il mio secondo...», senza conchiudere la frase. Filippo, che ricordava in don Albera il suo primo assistente, non dimenticò quelle parole e, passando il tempo ne scoprì il significato: don Albera sarebbe stato il secondo successore di don Bosco. Perciò nel 1910, essendo egli prefetto generale della Congregazione, prima che don Rua morisse, mise in carta iI vaticinio, lo ripose in busta chiusa con la soprascritta: «Da aprirsi alle elezioni che si terranno dopo la scomparsa di don Rua», e la consegnò al segretario del Capitolo Superiore don Giovanni Battista Lemoyne.

Il 16 agosto, effetuato lo scrutinio da cui uscì eletto Rettor Mag‑

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giare don Albera, il Servo di Dio che per dovere di ufficio aveva presieduto fino a quel momento l´assemblea, si fece portare la lettera, la aprì e lesse la predizione di don Bosco, della quale egli era garante e che si era compiuta quel giorno in maniera superiore a ogni previsione."

Rimarrebbe solo da chiedersi se in quel lontano 22 novembre 1877, a Borgo San Martino, don Bosco non vedesse anche il suo terzo successore nel giovane di Lu, che egli stesso aveva invitato a mensa e da troppi indizi appariva come un predestinato alla sua Congregazione.

Chi «sbarrò gli occhi», all´improvvisa decisione di Filippo, fu il confessore. Lo «fissò in viso» e persuaso che il giovanotto parlava «da assennato» gli diede «consigli e benedizioni». Così il Beato «volgeva le spalle a quel mondo che — scrive egli stesso con sincera modestia e rimpianto — mi aveva rubato i più begli anni della vita»."

In realtà non tardò a rifarsene.

* * *

Quattro giorni più tardi, il 26 novembre, Filippo entrava tra i Figli di Maria — le vocazioni tardive — che la giovane Famiglia salesiana coltivava a Sampierdarena con un corso accelerato di studi.

Il distacco dalla famiglia e dalla terra di origine, se fece sanguinare il cuore, fu affrontato con animo impavido e sereno. Il giovane abbandonava il mondo convinto che, senza sua colpa, gli avesse «rubato i più begli anni della vita». Scriverà poi con quell´umiltà che segna fin dall´inizio il suo itinerario spirituale: «Facciano il Signore e Maria SS.ma che dopo aver resistito alla grazia in passato non abbia ad abusante per l´avvenire»."

Se aveva tardato nel riconoscere e accettare il tesoro della vocazione, ora intendeva rendersene degno e corrispondere «come prode che percorre la via» (Sal 18,6).

* * *

A Sampierdarena era direttore proprio don Albera. Fortuna maggiore non poteva toccare a Filippo, che aveva già conosciuto e sperimentato la mitezza d´animo e la bontà del giovane salesiano, al quale per di più ora andavano le previsioni del Fondatore. «Mi bastava dirà — una sua parola, talora uno sguardo per colmare e rallegrarmi il cuore. La parola di don Albera — aggiunge — che più mi fece del

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bene, fu quando gli dissi che temevo un giorno o l´altro di farne una delle mie fuggendo dal collegio. Mi rispose: "E io verrei a prenderti"». 14

Il «timore», che fa pensare a difficoltà dei primi giorni, non si avverò. Vedeva giusto chi, scartando l´instabilità degli inizi, scorgeva nel giovane, maturo d´anni, qualcosa d´insolito che infondeva sicurezza e dava garanzie per il futuro.

D´altronde le note del Servo di Dio, sia per quello scorcio del 1877, sia per i mesi successivi, sono lì a testimoniare la solidità della vita spirituale che egli conduceva, e non poteva essere fuoco di paglia o entusiasmo del momento. Affiora una maturità soprannaturale che avrebbe aiutato Filippo a respingere ogni tentazione e scoraggiamento. 11 ritorno in famiglia, come nel 1867, a 11 anni, non era che vago ricordo di un passato lontano. «Piuttosto la morte — scriverà in quei mesi — anziché abbandonare la vocazione»."

* * *

Messo allo studio, dopo qualche alternativa, il giovane di Lu manifestò buon ingegno e fece rilevanti progressi. Mantenne però gli umili  sentimenti che lo avevano guidato alla casa di Dio.

«Il pensiero degli studi — scrive — lo lascio al direttore. Son contento se riesco a dire: fin qui ho fatto ciò che ho potuto. Di scienza, ingegno e memoria non ne ho senza la protezione di Maria». Perciò supplicava: «Madre santissima, ricordateVi che intendo studiare per la gloria di Dio: non datemi quindi sapere che sia di danno. Finora mi avete sempre soccorso: spero che mai mi abbandonerete»."

Un´ultima nota spirituale che introduce nell´intimità rigogliosa del Servo di Dio, il quale ormai non sentiva più velleità di ritorno al mondo. Il 22 settembre 1878, infatti, tra il primo e second´anno di studi a Sampierdarena: «Ho fatto — scrive — voto di castità per un anno»."

Era dunque sulla sua strada. La vedeva e la percorreva nella bellezza dei suoi ideali; e ne pregustava, in umiltà e obbedienza, lo snodarsi e il salire verso mète che gli riempivano il cuore di gioia.

Bastarono due anni perché lo si giudicasse pronto al noviziato.

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Note

Animad., 20, n. 30.

2 Sumn., 77, 269.

Responsio, 45, n. 78.

" Proc. Ap., 10-11.

CERTA E., 20.

6 CERTA E., 21, e Proc. Ap., 535.

CERIA E., 22.

Proc. Ap., 535-536.

9 CERTA E., 23.

" CASTANO L., 261.

" FAvma G., op. cit., 167.

" Proc. Ap., 536.

" CERIA E., 25.

CERIA E., 25.

rs CERTA E., 24.

16 CERTA E., 26-27.

´7 CERTA E., 26.

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SALESIANO E SACERDOTE

La preparazione tecnico-scientifica di Filippo Rinaldi, sia all´inizio della vita religiosa che in seguito, fu ridotta all´essenziale. Il bagaglio delle sue conoscenze non attinse come quello di altri confratelli dei primi tempi e dell´età successiva ai vasti campi delle umane discipline. Con il Servo di Dio, don Bosco — lo si vedrà — volle fare in fretta, averlo subito a disposizione, e si accontentò del puramente necessario.

Nel giovane virtù e doti naturali supplivano e suppliranno sempre alle ricchezze talora ingannevoli del sapere. D´altra parte più che in cattedra la sua intelligenza doveva emergere ín quello spiccato senno pratico dal quale viene l´uomo di governo, pronto a capire, equilibrato nel giudicare, prudente nel decidere.

Alla vigilia dell´elezione a Rettor Maggiore qualcuno osserverà ancora che egli «era soltanto un Figlio di Maria»: una vocazione tardiva cioè, che aveva bruciato le tappe senza «studi profondi».´ Un uomo, per chi voleva capire, di non eccessiva cultura.

In realtà don Rinaldi non raggiunse diplomi o titoli accademici. Più che dai libri imparò dalla vita e da una esperienza varia e si può dire internazionale. Bisogna però osservare subito che fu sempre all´altezza dei compiti e della sua missione, tanto nell´uso della parola quanto negli scritti, e che dimostrò intraprendenza e saggezza pari ed anche superiore a chi ne sapeva più di lui.

Nel Servo di Dio non risplende la scienza degli uomini, che talora favorisce la vanità e l´ostentazione, ma la sapienza dello spirito che edifica e illumina, e nell´umiltà porta a compimento grandi imprese. Alla fine della sua vita chi legge si potrà domandare come mai con una preparazione tanto sommaria don Rinaldi sia riuscito uomo così completo e così incisivo nell´apostolato. Risulta soltanto che a Genova, «da privatista tentò l´abilitazione all´insegnamento magistrale».2

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* * *

Dagli esordi la casa-madre dell´Oratorio era stata anche noviziato della Congregazione. Lì, sotto la guida e il controllo personale di don Bosco, s´erano formate le prime generazioni salesiane, sparse in vent´anni per il mondo.

Poi fu necessaria una sede più adatta e più rispondente al bisogno. La scelta cadde sulla storica Badia di San Benigno Canavese, non lontano da Torino, in diocesi di Ivrea. Qui nel settembre del 1879 s´inaugurò il primo noviziato canonico della ancor giovane famiglia salesiana, incamminata verso grandi destini.

Filippo Rinaldi vi giunse 1´8 settembre, e con cinquanta compagni si mise sotto la direzione di don Giulio Barberis, nominato primo maestro di noviziato della Congregazione, che veniva in tal modo avviando e consolidando le sue case di formazione.

Aveva compiuto 23 anni. Era passato per difficoltà interiori non piccole, pari in qualche modo alla sua notte oscura dell´anima. Ora camminava sicuro. Il biennio di Sampierdarena gli garantiva di trovarsi nel solco della Provvidenza e aveva saggiato le disposizioni e qualità di riuscita, sia nello studio, sia nei doveri della vita religiosa. Da lui sappiamo che il 26 di quel mese rinnovava il voto privato «di castità».´

Nessuno vorrà dire che a quel momento il Servo di Dio fosse un santo: mancano prove e testimonianze. Si può tuttavia affermare che si era distinto nello studio — l´avevano qualificato «studiosissimo»4 —; nella riflessione spirituale: le sue note spirituali lo dimostrano; e camminava già a passo spedito per i sentieri di una sana e robusta ascetica. Aveva capito soprattutto «che la preghiera e la fiducia in Dio vincono ogni difficoltà».5

Se non era santo c´erano in lui la stoffa e la volontà di esserlo: e mai fu così vero che chi ben incomincia è alla metà dell´opera.

* * *

Conviene forse un cenno sul mondo interiore di Filippo in quegli anni, che seguivano a una vita cristiana esemplarmente vissuta nel mondo. Si trasceglie da sue scarne annotazioni spirituali, che lasciano trasparire un serio e crescente lavorio d´anima.

«Tua consigliera sia la morte — diceva a se stesso —; tuo fme l´eternità.

Diffida di te e abbi fiducia in Dio e in Maria SS.ma.

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Voglio e prometto di osservare le Regole della Congregazione, e domare la superbia della mia inclinazione.

Il 22 settembre 1878 ho fatto voto di castità per un anno. Il 25 settembre 1879 l´ho rinnovato.

Il confessore mi suggerisce: umiltà, pazienza, obbedienza. Ricorda che nel mondo non c´è soddisfazione stabile. Tutto è dis‑

sipazione di spirito, mentre per salvare l´anima occorre soffrire. Pensa e ricorda quali impulsi avesti dalla Grazia per ritirarti dal

mondo. 11 Signore ti vuole qui».´

Ce n´era più che a sufficienza per chi si avvia alla sequela di Cristo nel sentiero dei Consigli e delle Beatitudini.

* * *

lI 20 ottobre, sul limitare quindi del noviziato, come divenne poi consuetudine, la festa e la gioia delle vestizioni chiericali.

Presiedette la funzione don Bosco, il quale dovette sorridere al chierico di Lu, che fin da ragazzo aveva intravisto come candidato al sacerdozio e membro della sua società religiosa. Il fatto che don Bosco abbia potuto formare i suoi tre primi successori e continuatori — don Rua, don Albera, don Rinaldi — spiega il solido evolversi della Congregazione salesiana, e la conservazione e continuità del suo spirito.

Che il Servo di Dio prendesse sul serio gl´impegni della vita chiericale e comunitaria traspare dal «metodo giornaliero» di condotta che si era prefisso e dai propositi fatti a varie riprese. Capisaldi: l´obbedienza, la devozione alla Madonna, l´impegno e l´assiduità della preghiera.

Un punto merita speciale rilievo. Don Rinaldi sarà sempre misurato nel parlare; ma fui da novizio, assecondando la natura che non lo portava al cicaleccio, si era proposto: «In ricreazione mi asterrò dal parlar troppo, a me tanto dannoso»:

La maturità degli anni diventava maturità dello spirito, tanto che don Barberis, pieno di ammirazione per quel giovane osservante, compassato nell´incedere e nell´agire, lo aveva nominato assistente, che è quanto dire capogruppo, dei compagni, con funzione di esemplarità e di stimolo più che di superiorità. Comunque fu quello il passo iniziale verso crescenti responsabilità che lo porteranno al vertice della Congregazione.

Ai processi don Pietro Tirone conferma che il Rinaldi fu fatto assistente dei compagni. Anzi aggiunge: «Dal suo compagno don Roberto

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Riccardi appresi come il Servo di Dio godesse larga stima per la serietà, l´esercizio delle virtù e la riuscita negli studi».´

* * *

In noviziato a quei tempi si cercava di conciliare lo sforzo spirituale con lo studio. Pio IX aveva dato a don Bosco speciali facoltà e il Santo se ne valeva con discrezione e insieme con libertà. Non tutto poteva essere perfetto sin da principio: era già grande conquista il fatto che la Congregazione avesse una casa per la formazione dei membri, fino allora cresciuti sul campo del lavoro.

A che studi si dedicasse in particolare Filippo Rinaldi non risulta. È probabile che approfondisse e completasse materie letterarie e affini. Da una relazione di don Barberis a don Bosco dopo sette mesi di noviziato risulta che il Servo di Dio godeva di buona salute, salvo il disturbo all´occhio destro; non trovava più tanto dure le fatiche di libri e quaderni; s´impegnava a fondo nella preghiera; e non dubitava della sua vocazione, dati i «segni incontrastabili» che l´avevano preceduta, pur se a tratti lo turbava il pensiero di non avere le qualità per la vita e l´apostolato salesiano .9

Comunque il 13 agosto 1880 — anche se per luì i mesi canonici scadevano solo l´8 settembre — emetteva la professione perpetua nelle mani del Fondatore, l° ch´era stato e seguiterebbe ad essere l´arbitro delle sue ascensioni.

* * *

I voti subito perpetui del chierico Rinaldi bastano da soli a dare la misura della decisione con cui egli abbracciò gl´ideali del Santo che aveva incontrato nella giovinezza.

Ormai uomo fatto capiva di scegliere secondo il piano della Provvidenza; mentre il fratello maggiore don Luigi era già in cura d´anime, e il minore, don Giovanni, che poi l´avrebbe seguito, studiava nel seminario di Casale.

Da gran tempo la consacrazione a Dio era entrata nello spirito di Filippo, che a suo tempo, nella maturità del ministero, la estenderà genialmente ad anime impossibilitate a lasciare il mondo e pur desiderose di una vita di perfezione e di consacrazione laicale. Sarà quello un momento nel quale, pensando ai suoi voti, don Rinaldi saprà discernere il giusto sentiero che apre vie nuove al destino degli uomini in seno alla Chiesa; la quale oggi colloca i laici consacrati fra le sue istituzioni.

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* * *

Dopo la professione il Servo di Dio restò ancora tre anni a San Benigno Canavese, sotto la direzione di don Barberis, che lo formò alla vita e alle responsabilità salesiane. Bastarono due anni e mezzo perché don Bosco lo giudicasse preparato e meritevole del sacerdozio.

Ci si può meravigliare di tanta premura: ma le cose andarono così. Bisogna dire che i santi si conoscono, e che speciali carismi li sostengono in decisioni all´apparenza azzardate o non conformi all´ordinario maturare degli eventi.

Parlare di corso filosofico e teologico in piena regola per don Rinaldi sarebbe antistorico. A San Benigno però c´era don Luigi Piscetta, che fu poi insigne teologo e moralista: egli aiutò privatamente don Rinaldi nello studio dell´essenziale in vista degli ordini sacri.

Pur tra occupazioni che non gli davano tregua, secondo la vita salesiana delle origini, il Servo di Dio affrontò uno dopo l´altro i trattati principali di teologia e ne subì i rispettivi esami. A spronarlo non era l´ansia della mèta bensì la premura degli altri. Già Rettor Maggiore confidò di aver raggiunto il sacerdozio solo per obbedienza. «Diedi gli esami di teologia — asserì —, presi gli ordini e la messa solo per obbedienza»." Don Bosco impartiva disposizioni ed egli le eseguiva, in spirito di totale abbandono al volere di Dio.

Giova notare che don Bosco agì in tal modo solo con Filippo Rinaldi: il che dice, a parte ogni altra considerazione, come il giovane, nella sua linea di condotta spirituale e religiosa, offrisse garanzie superiori a ogni dubbio. Don Bosco, in altre parole, si fidò di lui; che a sua volta si fidò del Padre e Maestro della sua vita di consacrazione.

* * *

A quei tempi San Benigno era noviziato e studentato insieme. I neo-professi chierici rimanevano qualche anno per completare gli studi come allora si poteva. Rinaldi fu loro assistente e anche insegnante di italiano e di latino nelle sezioni inferiori. Ognuno capisce che si faceva di necessità virtù, aspettando anni migliori.

Com´era da pensare le prime esperienze scolastico-educative presentarono qualche difficoltà a chi non si era mai occupato d´altri; ma con la guida del direttore il Servo di Dio si venne addestrando nell´esercizio di quella bontà umile e comprensiva, che sarebbe diventata sua caratteristica. Pregava perciò don Barberis a tenerlo d´occhio, a

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correggerlo, ad aiutarlo nel formarsi un carattere amabile e dolce insieme.

Quanto dell´animo saggio e mite di don Barberis sia passato in don Rinaldi, lo si arguisce dal suo diario al momento di lasciare San Benigno per il primo incarico nelle opere salesiane.

Anche se lo scritto è di qualche anno posteriore, merita di essere qui riportato, quale specchio di due anime che si compresero e si fusero in un lavorio intimo destinato a grande successo. «Addio, caro don Barberis — scriveva don Rinaldi nel 1883 —; da te ho ricevuto tanti benefici, tanti incoraggiamenti, tanti aiuti allo spirito. Addio, caro padre. Io non potrò dire di te il bene che basti. Tu sei il vero tipo del direttore salesiano: dolcezza e fortezza in te non andarono mai disgiunte. Sarà mio dovere praticare i tuoi consigli». "

* * *

Mentre il Servo di Dio si prepara al sacerdozio conviene rintracciare e identificare nel suo cammino gli elementi formativi che diedero alla sua fisionomia lo stampo genuinamente salesiano.

Alla chiaroveggenza profetica, alla finezza spirituale di don Albera, si unì l´attenta e fervida direzione di don Barberis.

Fino al momento del noviziato si può dire che Filippo Rinaldi non avesse ancora sperimentato e capito ciò che significa lasciarsi plasmare nello spirito. Questo compito spettò a don Barberis, vero maestro di vita religiosa e formatore di santi, quali i venerabili don Andrea Beltrami e principe Augusto Czartoryski.

Da lui don Rinaldi, in un contatto che durò quattro anni — dal 1879 al 1883 — imparò la difficile arte d´insinuarsi nelle anime e di guidarle nelle scelte all´acquisto della virtù. Senza la scuola di don Barberis, che gl´insegnava praticamente la teologia della santità, lo addolciva nel temperamento, lo distendeva e incoraggiava nelle ore difficili, gli dava norme di sana pedagogia cristiana e salesiana, difficilmente il Servo di Dio sarebbe riuscito quello che fu. Lo si vedrà fin dai primi passi del sacerdozio.

* * *

Toccò infatti a don Barberis consolare e confortare il chierico Rinaldi allorché il 16 maggio 1881 moriva suo padre, senza che il figlio potesse trovarglisi accanto per raccoglierne l´ultimo respiro. A chi do‑

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veva impugnare le redini di casa, rifacendosi al defunto, il giovane chierico scriveva: «Imitate la sua giustizia nei contratti, il suo attaccamento alla fede, il suo disinteresse nell´amministrare beni e cose di chiesa, la sua costanza e risolutezza nella educazione dei figli»."

Dopo la morte del padre il Servo di Dio si recò più volte a Lu nell´estate del 1881, dalla casa di Borgo San Martino dove trascorreva le vacanze con i chierici di San Benigno. Gli pareva tuttavia di rimetterci nello spirito, dovendosi occupare in questioni di famiglia; e forse esagerava confidando a don Barberis di aver fatto passi indietro nella pietà e di non sentire quasi «più voglia di rialzarsi». ´4

Erano momenti di spossatezza e di abbattimento che assalgono anche i buoni e che al Servo di Dio facevano comprendere la fragilità della natura umana nello scontro con le difficoltà della vita.

* *

Difficoltà anche maggiori incontrò nelle vacanze del 1882 a Lanzo Torinese, mentre si dava con più intensità allo studio della teologia, che presto doveva portarlo all´altare. L´allegra brigata dei chierici non sempre gli era motivo di gioia; qualcuno gli dava pensiero, e non mancarono defezioni a farlo soffrire. Una lettera di luglio a don Barberis tradisce sintomi quasi di esasperazione: «Tutto per me — scrive — è oscuro e soffocante... Non ho pace e non la spero... Scrivo perché il bisogno del cuore mi spinge». is

Un momento di autentica depressione, che gli tornava d´impedimento alla preghiera. Questo perché si veda che anche i santi sono creature umane e attraversano ore buie e di sconforto.

Per fortuna il pensiero e la parola di don Barberis, alla cui «direzione»´ 6 sperava di tornare presto, gl´infondevano coraggio e riportavano pace allo spirito.

Forse l´impegno eccessivo dello studio, il senso acuto della responsabilità che aveva su giovani confratelli, e lo sforzo ascetico della virtù e del meglio, logoravano il suo equilibrio interiore e mettevano a dura prova la resistenza dei suoi nervi.

Ma si trattò di eclissi passeggera, di fugace prova del momento, acuita chissà dall´avvicinarsi degli ordini, per i quali il Servo di Dio non sentì, prima di riceverli, un´attrattiva che fosse di entusiasmo e di esaltazione. «Io — dirà, confermando un aspetto quasi misterioso del suo intimo —, non avevo nessuna intenzione di farmi prete. Religioso sì; ma sacerdote no»." L´avvicinarsi quindi delle grandi tappe

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ben poté riempirlo di sgomento e come di sconcerto, a sua stessa insaputa, alla stregua di persona che è portata per un sentiero che non gli pare il suo, e solo percorre nell´oscurità della sottomissione, libera e sofferta, a chi tiene saldamente in pugno le redini della sua vita e del suo cammino.

* * *

Lo si è accennato; ora è il caso di ripeterlo: il Servo di Dio divenne sacerdote per umiltà, in obbedienza. Mentre egli non credeva alle sue capacità di ministero, altri più illuminato di lui lo giudicava all´altezza di quei compiti, che avrebbero fatto di don Rinaldi un ricercatissimo e qualificato ministro di Dio.

Nel settembre del 1882, a soli tre anni dalla professione, con un curricolo di studi certamente frazionario e imperfetto, era presentato al vescovo di Biella mons. Basilio Leto per la tonsura e gli ordini minori. Pochi giorni dopo lo stesso mons. Leto gli conferiva il suddiaconato nella parrocchiale di San Benigno; e ancora in San Benigno 1´8 ottobre veniva ordinato diacono da mons. Manacorda, vescovo di Fossano, suo padrino di cresima.

Questo avvicendarsi di presuli, amici di don Bosco, attorno a un membro della Congregazione — il tutto si era effettuato in un mese —, esprime da solo quanto la carriera sacerdotale di don Rinaldi stesse a cuore del Santo. Si direbbe che don Bosco non fu contento fino a quando non vide il Servo di Dio arrivare all´apice del presbiterato, conferitogli dal vescovo diocesano mons. Davide dei conti Riccardi nella chiesa cattedrale di Ivrea il 23 dicembre 1882, antivigilia di Natale."

* * *

Del grande giorno e dei giorni successivi di letizia e di festa, a San Benigno e a Lu Monferrato, non rimangono si può dire memorie. Accadde quel che suole avvenire in simili circostanze, e non mette conto far supposizioni vere più che verosimili.

Interessa piuttosto sapere quel che il 24 dicembre, dopo la prima messa, intercorse fra don Bosco e il suo prete novello.

— Sei contento? — interrogò don Bosco al quale sprizzava dagli occhi una singolare gioia paterna.

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´2 CERIA E., 33. "
CERIA E., 35.
CERIA E., 37. "
CERIA E., 40.
16 CERA E., 41.
CERIA E., 38. "
Summ., 360, 1224.
CERIA E., 43. "
Relat. et Vota, 1986, 26 e 46.
CERIA E., 43. — «Se mi tiene con sé — rispose umile e pacato don Rinaldi sì; altrimenti non saprei che cosa fare». ´9

Il Santo sorrise compiaciuto. Quel figlio, spinto quasi al sacerdozio, sarebbe stato gran parte della sua eredità alla Famiglia salesiana. Avrebbe incarnato la figura e lo spirito del Fondatore, allargandone le istituzioni con un carisma che manifesta la fecondità della grazia sacerdotale e della missione che doveva svolgere nel mondo delle anime.

Calzano in proposito due conclusioni di Consultori Teologi nella discussione del 1986 sulle virtù eroiche del Servo di Dio.

Dice il primo: «Don Rinaldi fu tutto nella scia spirituale di don Bosco. Egli lo illuminò circa la vocazione, gli fece superare perplessità e incertezze, lo seguì con speciale cura, lo stimò e lo preparò agli importanti incarichi venuti più tardi».

11 secondo afferma: «Don Rinaldi ripose la sua fiducia in don Bosco ed eseguì con estrema docilità le sue direttive; tanto più che i testimoni all´unanimità gli riconoscono una sua scienza pratica, che proveniva dal buon senso, dalla riflessione personale e da illuminata esperienza frutto di grazia»."

* * *

Sappiamo di un solo proposito fatto da don Rinaldi nel giorno della prima messa: leggere ogni anno la vita di un santo.

La semplicità e praticità della risoluzione offre l´immagine e l´orientamento dell´uomo. Non grandi voli dello spirito, non sublimi aspirazioni; soltanto la via della santità sull´esempio di chi l´aveva percorsa.

E. vero: lo dice don Ceria, biografo principe del Servo di Dio: «Don Rinaldi non fu mai un gran lettore»." Ma tenne fede al suo proposito e fino alla fine le non abbondanti letture furono di carattere ascetico e agiografico, tanto da poter dire che in ogni Santo scopriva sempre qualcosa dello spirito di don Bosco.

Chiaro indizio che nel suo sacerdozio egli ebbe fisso costantemente l´occhio e il pensiero al Padre e Fondatore della Congregazione, per diventarne copia vivente.

I 48 anni di vita sacerdotale del Servo di Dio sono la prova più splendida della sua fedeltà agli ideali di santità e salesianità che si era prefissi.

Morirà con la vita di don Rua tra le mani.

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Note

Responsi°, 12, n. 29.

Proc. Ap., 440.

CERIA E., 26.

CERA E., 27.

CERIA E., 25.

Proc. Ap., 532-533.

CERA E., 31 e Proc. Ap., 533.

Summ., 229, 791.

CERTA E., 31-32.

" Summ., 359-360, 1223.

" CERIA E., 38.

 

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DIRETTORE

Dopo il sacerdozio don Rinaldi rimase nove mesi a San Benigno, dedito ai chierici e allo studio di materie sacre e profane.

La teologia teneva il primo posto, come esigenza degli ordini ricevuti e in preparazione al ministero. Ecco però sorgere anche il pensiero e l´impegno di pubblici esami.

Don Bosco teneva a qualificare i membri della Congregazione, non solo per il prestigio delle persone, ma anche per il lavoro da svolgere in collegi e opere giovanili.

E così nella primavera e nell´estate del 1883 troviamo don Rinaldi nel gruppo che si preparava alla licenza normale per il diploma governativo di maestro elementare al quale già si è accennato.

Sue lettere a don Barberis informano sul tempo trascorso a Genova presso i Lazzaristi durante gli esami. «Le confesso — diceva tra l´altro — di trovare questa obbedienza molto difficile... Non devo pensarci, altrimenti la fantasia si scalda e non concludo piu nulla».´

Lo studio, per di più di materie scientifiche e letterarie, non era il suo forte e psicologicamente non gli creava prospettive. S´accorgeva di non essere fatto per montare in cattedra e accudire scolaresche. Le sue inclinazioni — almeno in quel momento — lo portavano verso paesi lontani. Con libri ed esami si cimentava solo per obbedire in umile sottomissione al desiderio dei superiori.

Le prove scritte andarono felicemente in porto; non così quelle orali e le esercitazioni pratiche: e non consta che alla sessione autunnale don Rinaldi si ripresentasse per il conseguimento di un attestato che non ambiva e del quale la Congregazione non aveva espresso bisogno. Sul Servo di Dio d´altra parte don Bosco aveva altri disegni.

* * *

Più che a fare il maestro don Rinaldi pensava seriamente a diventare missionario, a consacrarsi all´apostolato. Le sue propensioni lo

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spingevano da quella parte. D´altronde don Bosco se l´era adescato con l´attrattiva delle spedizioni d´America, e proprio nell´agosto di quell´anno don Costamagna — il primo salesiano giunto nel 1879 tra gl´indigeni delle Pampas — incontrandolo a Lanzo con i chierici di San Benigno aveva cercato di accaparrarselo per l´Argentina e la Patagonia.

Pur se in quel momento, più che al campo di lavoro don Rinaldi badava a correggere i suoi «difetti»2 e a far progredire i confratelli affidati alla sua sorveglianza, è certo che il sogno delle missioni gli si affacciava alla mente senza che lo potesse respingere. Ne parlò fino con don Bosco, tanto gli ferveva in cuore l´anelito di una vita modesta e operosa. Non si era fatto salesiano per primeggiare ma per essere soldato di retroguardia. Dirà qualche anno dopo: «Io pure feci domanda di andare in missione. Don Bosco mi rispose che in missione non sarei andato: che avrei mandato altri».´

Senz´essere esplicito il vaticinio era chiaro; anzi il Santo, andando oltre, aveva annunciato a don Rinaldi che sarebbe rimasto ad aiutare don Rua. Quanto poi all´America il buon Padre aveva aggiunto: «Ci andrai quando non avranno più bisogno di personale dall´Europa».4 Il che significava chiudere le porte a ogni speranza, poiché anche da Rettor Maggiore il Servo di Dio avrebbe continuato ad inviar rinforzi nell´America Latina.

* * *

L´insieme dei preannunci, che si chiarirono col tempo, e dei vaticini che a poco a poco presero i contorni della realtà fa capire che, illuminato dall´alto, don Bosco vide lontano nel futuro del suo giovane sacerdote e spiega la fretta e la fiducia, sia nel presentarlo agli ordini, sia nell´investirlo subito di autorità e responsabilità. In tal caso patenti e diplomi diventavano superflui e non potevano influire là dove erano evidenti qualità operative non comuni ed esercizio singolare di virtù.

Don Bosco in quell´estate fissò di nominare don Rinaldi direttore della casa di Mathi Torinese.

La voce arrivò a San Benigno in settembre. Un fulmine a ciel sereno. Don Rinaldi ne scrisse angosciato a don Barberis che era a Torino per le sedute del Capitolo Superiore o Consiglio Centrale della Congregazione, per le nomine e la distribuzione del personale alle case.

«Io direttore? — si domandava con spontaneo scetticismo don Rinaldi —. Ma non sanno che è mandare alla rovina poveri giovani bisognosi di aiuto e di consiglio?».5

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* * *

La scelta invece era indovinata e cadeva su persona adatta al compito da affrontare, secondo le mire di don Bosco. Proprio vero che Iddio sceglie ciò che nel mondo e ai propri occhi «è nulla» (1 Cor 1,29) per attuare disegni di sapienza e di misericordia.

Dopo averle tenute all´Oratorio e a Sampierdarena, in coda ad altre opere, don Bosco s´accorgeva che le vocazioni tardive — i così detti Figli di Maria, come si è accennato, — abbisognavano di casa a parte e di cure speciali. Decise pertanto di aprire a Mathi Torinese una casa destinata a sole vocazioni adulte, tanto per la Congregazione quanto per le diocesi, bisognose anch´esse di operai della vigna.

A chi affidare la nuova istituzione se non a don Rinaldi, che veniva da quel solco e sarebbe in grado di coltivarlo con saggezza e con amore?

Ventisette anni di età e nove mesi dí sacerdozio non erano molti per diventare superiore di un piccolo seminario di vocazioni adulte. 11 senno però che don Rinaldi aveva dimostrato coi chierici e l´esperienza accumulata, pur tra difficoltà e alternative in larga parte felici, nonché la sua calma e posatezza facevano presagire un buon successo. Per altro chi aveva tardato a riconoscere e a convincersi della sua propria vocazione, con più facilità e ardore si sarebbe prodigato a vantaggio dei chiamati della seconda e terza ora.

Non ci furono comunque esitazioni da parte dei superiori. «E Dio — gli scrisse don Rua, in nome senza dubbio di don Bosco — a mandarti a Mathi»: 6 e dinanzi al volere di Dio, pur con l´animo in tumulto, come si è visto, don Rinaldi era pronto ad obbedire, piegando la sua volontà fmo al totale sacrifico di sé e all´immolazione dei suoi gusti e delle sue aspirazioni.

Quella di Mathi fu la sua prima obbedienza di governo, l´inizio dell´ascendente cammino che lo portò alla successione di don Bosco. I fatti incominciavano a dimostrare che don Rinaldi non era uomo di studio ma di comando. La Provvidenza lo donava alle anime per vie misteriose, che forse non tutti intravidero fin da principio.

Alto, vigoroso, riflessivo, prudente, disposto alla fatica, don Rinaldi era l´uomo del momento per un´opera che lo avrebbe allenato a responsabilità e a zelo sempre maggiori.

* *

Nel partire da San Benigno se non versò lacrime sentì fortemente il distacco. Era un voltar foglio nel libro della vita. Fino a quel mo‑

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mento aveva ricevuto: ora doveva dare e darsi. Da figlio di famiglia improvvisamente e impensatamente diventava padre e custode di una tradizione che aveva bevuto alla sorgente. Portava soprattutto in cuore un´ansia di bontà che avrebbe contrassegnato ogni passo nel nuovo campo di lavoro. La soavità e l´ottimismo di don Barberis, la sua delicatezza e il suo fervore nella guida delle anime, gli davano coraggio e lo preparavano a un mondo di intimità spirituali che sarebbe diventato la risorsa impareggiabile della sua vita.

A Mathi trovò una piccola casa, un povero ambiente e quattro giovani che presto salirono alla ventina e in poco tempo divennero oltre cinquanta.

Il da fare era molto in tutte le direzioni: bisognava pensare alle abitazioni, alla scuola, allo spirito, alla vita comunitaria in santa giovialità. Don Rinaldi si rivelò per quel che era: un superiore tutto attività e tutto cuore, pronto a ogni richiesta e bisogno dei dipendenti. Cominciò a predicare, a confessare, a dirigere nello spirito: e fin d´allora apparve in quella luce di paternità, che non si smentì più nella sua persona e nel suo stile di governo.

Il salesiano don Maggiorino Olivazzo, che fu tra i primi sudditi, così parla del Servo di Dio a Mathi Torinese: «Lo zelo, la carità, la paternità di don Rinaldi fecero subito della casa una famiglia. Il direttore teneva conferenze, predicava, confessava, animava tutti. Soleva prendere parte ai giuochi e di tanto in tanto metteva in piedi gite e passeggiate straordinarie. In casa regnava una santa allegria: per fomentarla s´improvvisò perfino tra i giovani una banda di canne e cartoni». 7

Il 24 maggio don Rinaldi portò tutti a Torino per la festa di Maria Ausiliatrice e per incontrare don Bosco, il quale seguiva i consolanti sviluppi dell´opera: sgorgata dal suo cuore di apostolo, e ora in mano a uno dei figli che dimostrava di capirla e di farla fiorire come aiuola di speranze per le anime.

Le visite di don Rua, vicario del Fondatore, di don Barberis, padre e maestro del Servo di Dio, e probabilmente dello stesso don Bosco, accertarono il sicuro impianto e l´incremento dell´istituzione e ne prepararono il trasferimento a Torino.

* * *

Questo accadde nell´autunno del 1884, dopo un solo anno di permanenza a Mathi.

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Sul corso Vittorio Emanuele, a pochi passi dalla stazione di Porta Nuova, da qualche anno la Congregazione aveva la casa di San Giovanni Evangelista, con omonimo tempio annesso. In una splendida costruzione attigua alla chiesa, nel centro si può dire della città, don Bosco aveva pensato di dar consistenza ed ampio respiro all´opera dei Figli di Maria, che preparava ottimi soggetti ai seminari e al noviziato di San Benigno.

Al momento di entrare nella nuova sede i giovani erano una cinquantina, ma col volgere di pochi mesi oltrepassarono il centinaio.

A Torino era più facile curarli, con l´aiuto anche di confratelli appartenenti ad altre case, specialmente quella di Valsalice, nell´oltre Po, dov´era direttore don Piscetta, legato a don Rinaldi da stima e affetto. D´altra parte i migliori tra i Figli di Maria e quelli più preparati avrebbero potuto dare una mano nell´assistenza e nei catechismi del locale oratorio San Luigi, il secondo fondato da don Bosco nel 1847, in una zona estremamente bisognosa e insidiata della città.

Don Rinaldi raggiungeva così il cuore delle fondazioni e delle attività salesiane, come a saggiare le capacità pratiche e gl´impulsi apostolici di cui era dotato. Senza dire che gli si offriva più vasto campo di azione e maggiori occasioni di mettere in evidenza, pur in cornice di voluta modestia, la sua rigogliosa personalità.

* * *

È certo che a San Giovanni Evangelista maturò e si manifestò la personalità di don Rinaldi, mentre si andava modellando in lui la figura del superiore salesiano di stampo autentico e genuino.

La permanenza a Torino, durata allora cinque anni, gli consentì la vicinanza di don Bosco, che egli imparava meglio a conoscere nell´esercizio della prudenza e del comando. Ogni settimana scendeva all´Oratorio di Valdocco per informare il Santo del suo lavoro e per attingere alla di lui esperienza lumi e consigli nel discernimento delle vocazioni e nella guida delle anime.

Don Bosco in quegli incontri scopriva sempre più nel direttore di San Giovanni l´uomo di governo, il salesiano attaccato allo spirito della Congregazione, la speranza di un bel domani per la sua famiglia religiosa. Un fatto singolare dimostra la speciale stima di don Bosco per don Rinaldi: qualche volta gli usò la eccezionale benevolenza di farlo sedere nelle adunanze consiliari che egli presiedeva. Era come se gli indicasse la strada che un giorno doveva seguire, nel trentennio delle sue responsabilità al vertice della Congregazione.

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* * *

Pensare che tutto ciò avvenisse a caso sembra temerario, pur se è vero che allora nessuno immaginavà don Rinaldi al posto di don Bosco. Le vie di Dio sono misteriose, ma conducono a mète segnate dalla Provvidenza. Lo fa capire lo stesso don Rinaldi.

Egli evidentemente, secondo una forma di vita in auge attorno al Santo, profittava delle sue visite a Valdocco per la confessione settimanale con don Bosco: non capirà mai il Fondatore della Società Salesiana chi non si accorga che egli educò e formò i suoi figli migliori attraverso il sacramento della riconciliazione.

Degna di memoria l´ultima confessione di don Rinaldi a don Bosco nel gennaio del 1888, pochi giorni prima che il Santo morisse. Non volendo rinunciare a quel supremo conforto, entrato nella stanza disse don Rinaldi all´infermo: «Don Bosco, mi ascolti ancora una volta e per non stancarsi mi dica una sola parola». L´ammalato acconsentì. Don Rinaldi s´inginocchiò vicino al letto e fece la sua accusa. A mezza voce, prima dell´assoluzione, don Bosco pronunciò chiaramente una parola: «meditazione». Un messaggio!

Narrando il fatto don Rinaldi notava che nell´accusa egli non aveva toccato l´argomento, e commentava: «Quella parola m´impressionò fortemente: mi fece capire l´importanza che don Bosco annetteva alla preghiera mentale; sicché quando divenni Rettor Maggiore pensai che il buon Padre, prevedendo forse che sarei arrivato a questo ufficio, volle darmi l´incarico di promuovere l´esatta osservanza di così importante pratica».8

* * *

All´Oratorio il Servo di Dio incontrava anche don Rua, avviato a prendere l´eredità del Fondatore; e senz´altro qualche volta si sarà domandato in che modo gli avrebbe dato aiuto invece di recarsi alle missioni. La parola di don Bosco era chiara, ma navigava ancora sulle nubi, presagio più che profezia.

Lo storico ha il dovere di sottolineare gl´incontri fra i santi; specie lì dove i fatti non sembrano casuali, ma preordinati secondo un piano divino che giuoca nella sorte degli uomini e li conduce in maniera anche visibilmente provvidenziale.

A quel tempo, senza pensare ad altro, don Rinaldi badava ai giovani, venuti con lui da Mathi, o che via via arrivavano, specie da Piemonte e Lombardia, a ingrossare il numero dei suoi figli.

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La parola figli non esce dalla penna a caso. Quantunque sotto i trent´anni il Servo di Dio aveva il senso di una paternità viva che lo faceva anziano di spirito. Non si ritenne messo a comandare per ricevere ossequio; ma a servire nella bontà e nella carità. Nei direttori conosciuti sul cammino egli aveva riscontrato il padre più che il superiore. Quella doveva essere la via da battere.

In famiglia, a Lu Monferrato, aveva conosciuto cosa vuoi dire vivere nell´intesa e in armonia, pur con qualche ora di turbamento. Don Albera a Sampierdarena e don Barberis a San Benigno gli si erano mostrati su un fondo di amabilità imparata alla scuola di san Francesco di Sales. Non poteva egli cambiare sentiero.

Qui incomincia la grandezza di don Rinaldi: nella piena adesione a un sistema di vita che attingeva al Vangelo.

Don Brunelli che gli fu collaboratore a San Giovanni e gli successe nella direzione della casa scrive: «Grazie a don Rinaldi la vita che si conduceva nell´istituto era vita di famiglia. Grande la confidenza tra superiori ed alunni: e questi non avevano segreti per il direttore che da essi otteneva qualunque sacrificio per la bontà e amorevolezza con cui sapeva renderli graditi».´

* * *

Le prime e principali cure del direttore erano per il giovane e inesperto personale che gli veniva da Valsalice, trasformato in Seminario per le Missioni Estere o se si vuole in casa di studi secondari per i chierici della Congregazione.

Da questi, alle prime armi nell´insegnamento, non esigeva più di quanto non potessero dare. Li accoglieva con belle maniere, li animava nel compimento del dovere, li voleva esatti nella pietà, non li pretendeva perfetti. Ne studiava l´indole, cercando di correggere asprezze e difettosità; e soprattutto li faceva molto parlare, sia in ufficio che passeggiando sotto i porticati o facendo magari un giretto in città, tra i viali del Valentino, vicinissimo alla casa.

Se un chierico mancava alle preghiere in comune, lasciava correre una due volte; poi bonariamente interveniva, tagliando la strada all´inosservanza. Era pronto anche a rintuzzare con garbo disapprovazioni e critiche e a calmare le impennate di qualche insegnante novellino che non riusciva a dominare la composita scolaresca affidata alle sue cure.

Don Rinaldi sapeva pazientare e prendere ognuno per il suo verso. Un giorno al chierico Antonio Cometti che battendo i pugni sulla cat‑

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tedra aveva abbandonato l´aula, don Rinaldi offrì di uscire a far due passi con lui.

Andarono a Porta Nuova, il direttore staccò due biglietti per la vicina Chieri, con visita al duomo e alla città. Sull´accaduto neppure una parola. Al ritorno il volto spianato del professore incoraggiò la scolaresca, che non sapeva come sarebbe andata a finire.´ ° La saggezza longanime del direttore aveva dissipato il temporale.

* * *

Sollecitudini non inferiori il Servo di Dio usava con i giovani. Nessuno come lui era fatto per comprenderli nelle difficoltà dello studio e nelle incertezze della divina chiamata. Non dimenticava di essere passato per quel doloroso crogiuolo e si mostrava oculato e sapiente nel dar coraggio e nell´infonder costanza, onde aiutarli a superare gl´inciampi iniziali del cammino.

Ogni settimana teneva loro una conferenzina spirituale; impartiva norme di buona educazione e di convivenza religiosa; li formava alla pietà e al culto ecclesiastico; al canto gregoriano e alla musica sacra; li esercitava nelle cerimonie e nella catechesi ai giovani dell´oratorio festivo; e sovente parlava loro delle missioni della Patagonia, dove proprio nel 18841a Santa Sede aveva inviato il primo Vicario Apostolico nella persona di mons. Giovanni Cagliero, che un giorno sarebbe divenuto cardinale.

Don Rinaldi ebbe soprattutto l´arte di guadagnarsi la confidenza; di ascoltare tutti in particolare e di riservare a ciascuno una parola che usciva dal cuore. Grave più che sostenuto, semplice e riservato insieme, sorridente e aperto all´arguzia e alla battuta geniale, non incontrava difficoltà a stabilire contatti d´anima, che lasciavano liberi tuttavia nella scelta del seminario, della Congregazione o di altre istituzioni religiose.

* * *

Diecine e diecine di quei Figli di Maria, sorretti dal paterno consiglio di don Rinaldi, al termine del loro corso accelerato di studi, entrarono nel noviziato di San Benigno e divennero ottimi salesiani e valorosi missionari. Se ne trova l´eco nei processi del Servo di Dio.

«Con la sua paternità, prudenza e zelo — dichiara don Tirone egli diede forte impulso all´opera dei Figli di Maria... Fece del gran bene e riscosse ampia e incondizionata approvazione da parte dei

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superiori». " «Sotto di lui — aggiunge don Bordas — si formarono ottimi salesiani e zelanti missionari»; e don Ricaldone conferma: «Visitando le case della nostra Società sparse nel mondo, trovai non pochi missionari e direttori formati alla sua scuola»."

È ancora don Ricaldone ad asserire che i confratelli di San Giovanni e i Figli di Maria che egli, venendo da Valsalice, incontrava tutte le domeniche all´oratorio San Luigi, avevano sempre espressioni «di grande ammirazione e più ancora di straordinario affetto per il loro direttore don Rinaldi». ´4

Per concludere, la testimonianza di don Giuseppe Matta, del clero torinese. Riferendosi a quel periodo egli depone: «Mì riferiva don Francesco Cottrino che il Servo di Dio esigeva l´esatta osservanza della Regola, ma la osservava per primo in tutte le prescrizioni. Ed erano tali l´ascendente, la stima e la benevolenza di cui godeva, che al venir mandato nella Spagna alcuni chiesero di andare con lui». 15

Aveva ragione don Giovanni Zolin di scrivere nel 1947: «Ho conosciuto don Rinaldi a San Giovanni Evangelista dal settembre 1887 all´agosto 1889. Fu sempre mio fermo convincimento che egli fosse di una bontà senza pari». ´6

Un uomo cioè che già viveva in pienezza l´amore di Dio e dei suoi figli, e amabilmente li spronava alla perfezione della divina chiamata. Don Celia, che a San Giovanni ebbe direttore il Servo di Dio per un anno e mezzo, così discorre di quegli anni: «Li possiamo considerare come il tempo centrale nella vita del Servo di Dio: il tempo cioè nel quale egli portò a compimento la sua trasformazione interiore cominciata al seguire la vocazione. Uscì da quel tirocinio visibilmente padrone di sé e spiritualmente superiore alle vicende del quotidiano. Solo al vederlo dava l´impressione di fermezza, di benignità e di uomo pio». "

Non si potrebbe desiderare di più da un giovane superiore che cerca la sua santità mentre cura quella degli altri.

Note

CERIA E., 44.

2 CERIA E., 45.

´ CERIA E., 46.

° CERIA E., 46.

´ CERIA E., 47.

6 CERIA E., 49.

CERIA E., 51.

´ CERIA E., 54-55.

9 CERIA E., 55.

´o Summ., 57, 202;

CERIA E., 58-59,

" Summ., 229-230, 793.

´2 Summ., 57, 201.

" Summ., 269, 939.

Summ., 263, 917.

" Summ., 318, 1106.

´6 CERIA E., 64.

17 CERIA E., 57.

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A SARRIÀ

Nel suo ingenuo fervore don Rinaldi aveva pensato molte volte alle missioni; un ministero invece di governo fuori d´Italia, in paese d´Europa dove la Congregazione allargava le tende, non si era affacciato mai alla sua mente. Come si è detto egli non ambiva uffici e pur riuscendo nell´incarico ricevuto non accarezzava sogni da grande personaggio. I Figli di Maria poi gli erano così profondamente affezionati e gli procuravano tali soddisfazioni da togliere ogni spazio a pensieri che non fossero il loro profitto negli studi e l´avanzamento nella virtù.

L´invito perciò a trasferirsi nella Spagna fattogli dal Rettor Maggiore don Rua, successo a don Bosco nel 1888, dopo la sua morte, lo colse di sorpresa e lo pose di fronte a una obbedienza ardua se non proprio dura e straordinaria.

Allenato a veder Dio nei Superiori e ad accogliere nelle loro disposizioni il piano della Provvidenza, don Rinaldi fu pronto a cambiare Torino per Sarrià, il Piemonte per la Catalogna, l´Italia per la Spagna.

Era una esperienza che dava carattere internazionale alla sua persona, lo metteva a contatto con un paese nuovo e nuove culture, gli proponeva più vasti e complessi problemi, e lentamente lo preparava a responsabilità di cui non aveva sentore e che non poteva immaginare.

* * *

Nel 1889, allorché il Servo di Dio si vide affidare la direzione della casa di Sarrià, a poca distanza da Barcellona, verso la parte alta della città, i Salesiani in Spagna contavano molti amici ma solo due case. Quella di Utrera, nell´Andalusia, aperta nel 1881, e quella di Sana, nella capitale si può dire della Catalogna, fondata nel 1884: entrambe del tempo di don Bosco, il quale nel 1886 si era spinto fino a Barcellona, accolto dal popolo, dal clero e dal patriziato come un «santo».

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A offrire la casa di Sarrià era stata la Venerabile Donna Dorotea Chopitea, vedova Serra, grande cooperatrice salesiana. «Noi — dichiara don Rinaldi ai processi della Serva di Dio — si andò a Barcellona chiamati da lei, che voleva provvedere specialmente ai giovani apprendisti e agli orfani abbandonati, onde fossero tenuti sul retto sentiero della vita cristiana. Essa acquistò il terreno con una casa, di cui curò l´ampiamento fino a potervi insediare l´opera vagheggiata. Quando io arrivai a Barcellona — nel 1889 — la costruzione era già finita».´

* * *

Bisogna tosto aggiungere che i primi anni dell´opera non furono del tutto felici e tranquilli. Il direttore don Giovanni Branda nel suo grande zelo «si era lasciato trascinare da impegni e predicazioni esterne» e la casa, non interamente provvista di personale religioso, ne aveva scapitato nella disciplina e nella condotta degli alunni.

Da Torino — attesta don Ricaldone ai processi di don Rinaldi don Bosco dovette intervenire con severi ammonimenti e gravi scoraggianti minacce, che davano la misura di inconvenienti conosciuti misteriosamente e ai quali occorreva porre urgente rimedio. Alla fine don Branda toccò con mano che il Santo aveva messo il dito sulla piaga e prese gli opportuni provvedimenti.

Tuttavia un cambiamento di guardia s´imponeva. «Don Bosco dichiara don Ricaldone — era persuaso che si dovesse cambiare il superiore, ma non ne ebbe modo. Lo fece don Rua, il quale nell´autunno del 1889 scelse e nominò dan Rinaldi quale direttore appunto della casa di Sarriài».2

Le circostanze lasciano intravedere la fiducia che la Congregazione metteva nel Servo di Dio in un momento non facile dei primordi salesiani nella Spagna. Fu suo merito indiscusso non solo il superamento della crisi che attraversava l´opera di Sarria-, ma l´aver fatto di essa il centro di sviluppo — la casa madre in certo senso — della Congregazione nella penisola iberica, sia per l´importanza urbana del centro che le dava vita, sia perché don Rinaldi, venendo da una casa di formazione come San Giovanni Evangelista di Torino, seppe fronteggiare subito il problema delle vocazioni locali.

* * *

A Sarda´ don Rinaldi s´installò sul finire di ottobre del 1889.

Ti distacco dalla famiglia, dalla patria, dai suoi Figli di Maria, non

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fu senza strette al cuore. Chi non ebbe pace furono proprio i Figli di Maria, «che non sapevano adattarsi a vivere senza il loro antico direttore. E tanto fecero — almeno alcuni di essi, come afferma don Ricaldone, confermando attestazioni già riportate —, che ottennero di seguirlo nella Spagna, dove li attendeva una magnifica riuscita».´

Mettendo piede in quel mondo nuovo non si può affermare che il Servo di Dio vi giungesse del tutto impreparato.

Aveva alle spalle un collaudo di vita salesiana vissuta alle fonti e sotto gli occhi e la guida del Fondatore. Trentatré anni di età non erano molti, anche se gli consentivano una conoscenza più che iniziale delle anime e gli permettevano di guardare con ardimento all´avvenire della Congregazione nella terra di Cervantes, pur se da principio questo non era il compito assegnatogli dall´obbedienza. Il dinamismo delle cose e la sua vigile intraprendenza lo avrebbero portato in men che non si dica a un successo che la storia salesiana a giusto titolo gli riconosce.

* * *

Rimaneva la difficoltà della lingua per chi non aveva la tempra deI poliglotta. Nell´estate aveva cercato di superarla con l´aiuto del salesiano cileno dan Camino °mbar.

Converrà annotare subito che don Rinaldi, pur maneggiando con discreta facilità il castigliano, in modo da non sfigurare in pubblico, non riuscì mai ad assimilarlo in maniera perfetta e a parlarlo con accento e tonalità spagnuola. La lingua per lui, uomo d´azione più che di tavolino e di letture, fu mezzo secondario d´inserimento nell´apostolato che veniva a svolgere.

La miglior preparazione che portava era quella dello spirito e dell´equilibrio nel governo. Da appunti che san rimasti si arguisce la linea alla quale volle improntare la sua azione educativa e formativa nel nuovo campo di lavoro. Carità, mansuetudine, esercizio di soave paternità con tutti, giovani e confratelli. Studio di tenersi raccolto in Dio mediante intensa vita di pietà. E poi: evitare vane chiacchiere e inutili discorsi; nessuna concessione alla politica, dichiarandosene incompetente ed alieno; dedizione assoluta alla propria missione in mezzo alla gioventù.

Tre cose gli parevano importanti all´inizio, tenuto conto forse della situazione che ereditava. Eccole nella loro semplicità schematica, da cui traspare un direttore avveduto e prudente. «1° : Visiterò tutta la

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casa: laboratori, scuole, cortili, chiesa, refettorio, cercando di conoscere bene le usanze del posto. 2 ° : Interrogherò bellamente confratelli, chierici, preti, secolari e ascritti. 3°: Farò una conferenza a tutti».

Conchiudeva il piano di attacco scrivendo: «Umiltà, confidenza in Maria Ausiliatrice, coraggio».4

Un religioso, come ognuno vede, che non si avventura ciecamente al lavoro, fidando nelle sue forze e nel suo ingegno, ma pone in Dio la ragione della sua speranza mentre si fissa norme sagge e concrete di azione.

C´è da osservare che senza la tempestiva esperienza di Mathi e San Giovanni Evangelista, alla quale don Bosco lo aveva precocemente sottoposto, don Rinaldi non avrebbe potuto essere subito nella Spagna l´uomo che fu.

* * *

L´incontro con una realtà, che esigeva mano ferma e sapiente, non deluse alcuno. Don Emilio Nogués, testimone oculare, assicura: «Fin dal primo istante don Rinaldi produsse in tutti bell´impressione per l´amabilità del suo fare paterno».5

Se ne accorsero superiori ed alunni, che presero ad avvicinarlo e ad aprirgli il cuore, non badando all´accento straniero e alla difficoltà di esprimersi del direttore. ll cuore ha un linguaggio universale che non tarda a farsi capire e a cattivarsi la benevolenza degli altri.

D´altronde in poche settimane don Rinaldi fu in grado di far prediche, tenere conferenze, dar «buone notti» e avviar rapporti con il pubblico.

Si vide il suo impegno di adattarsi ad usi e costumi del posto, alla mentalità della gente e alle tradizioni del paese. Egli volle essere spagnuolo in mezzo a spagnuoli, se non si vuoi dire proprio — almeno per allora — catalano tra catalani. Dall´Italia non portava che lo spirito salesiano di cui era profondamente impregnato, e che doveva trasmettere in larga misura.

Dire che non trovasse difficoltà nelle cose e nelle persone, che tutto fosse liscio in casa e fuori, non sarebbe secondo verità. «Siamo ancora molto lontani dalla mèta — scriverà neI febbraio-marzo 1890 — ... Son circondato di rose, ma ho pungentissime spine, il più delle volte note solo a Dio».6 Né gli mancò, agli inizi e più tardi, qualche momento oscuro e di risorgente notte dello spirito.

Nello spazio di pochi mesi tuttavia don Rinaldi si trovò a padro‑

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neggiare la situazione e a gettar le basi per i futuri progressi della Congregazione in terra catalana e in regioni più lontane della Spagna.

* *

Audace e lungimirante come don Bosco, l´8 dicembre 1889, a poche settimane dall´arrivo a SatTia", don Rinaldi dava l´abito chiericale a Giuseppe Calasanz e al citato Emilio Nogués. I due, insieme con il capo-laboratorio Giuseppe Rocaséns, furono le pietre angolari del primo noviziato spagnuolo.

Il particolare fa supporre un´intesa con i superiori, i quali davano carta bianca al nuovo direttore di Sarriai per le sorti della Congregazione nella penisola.

Per suscitare vocazioni bisognava istituire o allargare il gruppo studenti, essendo la casa principalmente per giovani artigiani. L´appoggio di Donna Dorotea, la «mamma» dei Salesiani di Barcellona, come l´aveva chiamata don Bosco,´ fu sollecito e determinante.

Così ne parla don Rinaldi medesimo ai processi della Serva di Dio: «Un giorno conversando con Donna Dorotea — alla quale don Rua l´aveva presentato fin dall´inizio — le accennai che alla sezione artigiani pareva conveniente aggiungere una sezione studenti da avviare al sacerdozio. Donna Dorotea ascoltò; non disse nulla, rifletté qualche giorno come era sua abitudine, poi tornò e mi disse di andare avanti, che avrebbe sovvenzionato l´impresa. Chiamai l´architetto, si fecero i disegni e in pochi mesi la costruzione fu pronta. La Serva di Dio ebbe la gioia di vederla non molti giorni prima della morte» — avvenuta il 1° aprile 1891.´

Don Rua in visita a Sarrià nel marzo del 1890, per l´inaugurazione della casa di Via Rocafort, nel quartiere più turbolento di Barcellona, non aveva potuto che rallegrarsi dell´attività promettente e serena di don Rinaldi, che veniva dimostrando il suo amore alla Congregazione, nonché le sue capacità di governo, nascoste sotto un velo di grande modestia, ma rese evidenti dalla stima e dall´affetto che dimostravano verso di lui le persone a lui affidate.

* * *

In casa don Rinaldi era il padre di famiglia che tutto sa e vede, e a tutto provvede con senno e bontà.

I confratelli scorgevano in lui il modello della loro vita religiosa

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fatta di osservanza e dedizione al dovere. I giovani lo sentivano amico più che superiore. Li sorvegliava e guidava nella loro vita di pietà. Li ascoltava in via sacramentale e confidenziale, secondo i casi e i bisogni. Parlava loro di Maria Ausiliatrice, di don Bosco, della Congregazione, specie nei sermoncini serali della «buona notte»; si trovava con loro in cortile e volentieri li lasciava parlare per conoscerne indole, carattere e disponibilità interiori. Sapeva soprattutto sventar burrasche, spianare contrasti, ridonare la pace del cuore e la placidezza dello spirito.

Talora fece persino come don Bosco aveva fatto con lui, spingendo al sacerdozio chi credeva di doverne abbandonare la strada. Così capitò a Gregorio Ferro. Condotto a Sarria. dal fratello, con l´intenzione di fare anche di lui un salesiano, un giorno si presenta al direttore deciso a tornare in famiglia. «No, figlio mio, — gli dice don Rinaldi, stringendolo paternamente a sé —: tu sarai salesiano e farai molto bene». «La sua voce amorevolissima — dichiarava don Ferro nel 1932, dopo la morte del Servo di Dio, — mi aveva cambiato il cuore, sicché non provai più dubbi circa la vocazione».9

proprio don Ferro a rievocare con animo riconoscente la figura di don Rinaldi negli anni di Sarrà. Dice: «Era squisita la sua pietà; le sue parole spiravano fragranza di virtù e infondevano coraggio a diventar migliori... Con sante e piacevoli industrie ci rendeva spedito il cammino della virtù e ci spingeva, senza quasi che ce ne accorgessimo, per quei sentieri... Quanti avemmo la sorte di stargli accanto conclude don Ferro — e di confidargli le nostre debolezze e miserie, non lo potremo dimenticare. Per noi era Ia personificazione di don Bosco».´°

* * *

Col Padre e Fondatore della Famiglia salesiana don Rinaldi condivise fin da allora l´efficacia della parola. Giova sentirlo da don Salvatore Rosés, entrato a Sarrià nel mese stesso in cui giunse il nuovo direttore dall´Italia.

Del giovane superiore, che divenne sua guida spirituale, don Rosés ricorda e sottolinea innanzi tutto, l´allegria inalterabile e serena, la soavità dei modi che non si smentiva mai, la paternità viva e feconda, capace di far fiorire «le steppe più aride del cuore umano». Ricorda in particolare don Rosés lo sguardo del Servo di Dio: «quel suo sguardo — dice — caratteristico e irresistibile, nel quale ci pareva di cogliere qualcosa di sovrumano»; ma soprattutto rammenta la «parola

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calda» di don Rinaldi, e il confortante e sano «ottimismo», che dava alla sua massiccia figura un senso di umanità non facilmente riscontrabile in altri.

«Ciò che maggiormente porto impresso nell´anima — afferma l´autorevole testimone — e destò in me profonda ammirazione... è la forza espressiva del suo dire... Don Rinaldi non era un genio per le lingue. In molti anni di permanenza fra noi non riuscì ad assimilare perfettamente il castigliano, né a liberarsi di certa cadenza piemontese che toglieva armonia alle sue parole; nondimeno possedeva in grado eminente il dono della eloquenza, perché i suoi discorsi, senza bisogno di classici o di figure retoriche, erano grandi idee, finemente cesellate e lavorate come pietre preziose; erano santi affetti accesi al fuoco del suo cuore di apostolo... Ed era tale la veemenza con cui incideva in noi le cose che voleva dire al suo uditorio, che le parole gli uscivano dalle labbra in forma scultoria... Si era come soggiogati dalla virtù più che dalla presenza, conquistati dalla sua paternità».

Non fa meraviglia — conclude don Rosés — «che noi, i piccoli, lo amassimo con delirio; che fosse padrone assoluto della nostra volontà e ci sentissimo disposti a fare per lui qualunque sacrificio». "

Si potrà facilmente pensare a qualche frangia di lirismo evocativo, dopo la morte di don Rinaldi, ma siccome altri. testimoni usano identico linguaggio — lo si vedrà più avanti — bisogna concludere che la realtà oltrepassava i comuni limiti delle cose e delle persone.

* * *

Troppo lontano si andrebbe se si volessero annotare e commentare intuizioni, delicatezze, espressioni di bontà, che affezionarono a don Rinaldi molti alunni dí Sarria, studenti e artigiani: sarebbe un florilegio di elogi e di encomi. Basterà notare invece che nei tre anni del suo direttorato egli seppe trascegliere e coltivare le prime sicure vocazioni spagnuole che diedero vita e aiutarono a estendere la Congregazione nella penisola.

Per suo merito Sarrià divenne, come l´Oratorio di Valdocco ai primi tempi, un campo fertile di chierici e coadiutori, una palestra di formazione religiosa, affrettata per le esigenze del momento, ma fervida per slancio e stabile nel suo fondamento spirituale e nel sincero attaccamento a don Bosco e agli ideali della vita salesiana.

Tipico il caso di Guglielmo Vifias: chierico a tredici anni, assistente e insegnante a quindici, professo perpetuo a sedici. Da ispettore di An‑

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dalusía, viaggiando con il Rettor Maggiore don Rinaldi, don Villas gli domandò: «Come faceva, don Rinaldi a fidarsi tanto di noi?». Rispose il Servo di Dio: «Caro don Vliias, è vero che a quei tempi facevamo cose che oggi si direbbero spropositi. Ma, come vedi, non tutto è andato male. Io facevo spropositi, e don Bosco li aggiustava». ´2

Ispirandosi in altri termini al Fondatore, don Rinaldi aveva capito che la necessità non ha legge; e la grazia di Dio fa prodigi quando non mancano rettitudine e buona volontà.

* *

Resterebbe da dire, per completare il quadro, ciò che don Rinaldi fece sin da principio per dotare la Congregazione di salesiani coadiutori e capi d´arte, estendere ed accrescere il culto di Maria Ausiliatrice, stringere e mantenere vincoli di cordiale benevolenza con cooperatori e cooperatrici salesiane, che appoggiavano le sue imprese.

Basti aver accennato, per comprendere come a Torino don Rua moltiplicasse la sua fiducia nel Servo di Dio e lo considerasse la colonna di sostegno per l´avvenire salesiano della Spagna. Nel 1892 infatti metteva nelle sue mani la responsabilità delle case e le prospettive che si aprivano alla Congregazione oltre i Pirenei.

Note

CASTANO L., 236.

Sutntn. , 264, 920.

Sumtn. , 264-265, 921.

CERTA E., 72.

CERIA E., 73.

CERTA E., 76-77.

7 CASTANO L., 219.

CASTANO L., 236 e 238. 9

CERTA E., 81.

CERTA E., 80-82.

" FIERRO TORRES R., 80-82. ´a

CERTA E., 85.

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ISPETTORE DI SPAGNA E PORTOGALLO

Pur dedicandosi anima e corpo alla casa di Sarrià, e facendone rifiorire il nome e le opere, don Rinaldi non tardò ad accorgersi che la sua persona e la sua missione in Spagna andavano oltre i limiti di una istituzione locale. Il nome salesiano si faceva strada e le richieste di fondazioni piovevano da una parte e dall´altra. Vi contribuì nel 1890 la presenza di don Rua per l´inaugurazione della casa di Via Rocafort, voluta, fatta costruire e donata alla Congregazione — come si è accennato — dalla munificenza di Donna Dorotea Chopitea, vedova Serra.

Qualche tempo dopo il trentaquattrenne direttore di Sarrià, preso di mira dai richiedenti, ne era come sbalordito. «Si figuri — scriveva in tono quasi ironico a don Barberis — ... che cosa può accadere se si pensa che don Rinaldi a Barcellona diviene don Rua, essendo qui la più grande autorità della Congregazione»:

Certo a provocare il fatto contribuiva la vicinanza della metropoli catalana con il suo clero e i suoi problemi: ma era anche il crescente prestigio dell´uomo che esprimeva nella sua persona il vigore e l´attualità dell´ideale salesiano. A lui da molte parti si rivolgevano come se di fatto rappresentasse il Rettor Maggiore, per offrire e chiedere fondazioni. «Io — scriveva nel 1891, dopo la visita di don Rua — non sapevo che la Spagna fosse tanto favorevole ai salesiani. Dappertutto ci vogliono; in molte città son preparate case per noi».2

Perciò di fronte ai problemi che le circostanze sembravano addossargli il Servo di Dio umilmente confidava a don Barberis, che era l´uomo della sua fiducia: «Quanto converrebbe che si mandasse qui un nuovo superiore. Gioverebbe anche per alzare il prestigio della Congregazione, che necessariamente ne perde con uno come me alla testa»:

La bassa stima che aveva di sé non impediva però al Servo di Dio quell´azione che le circostanze parevano imporgli, senza averne la responsabilità ufficiale. Don Rinaldi sarà sempre uomo umile e forte insieme: il concetto che aveva della sua persona, mai lo condannerà all´inerzia o al rinvio di questioni trovate sul cammino.

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E così da semplice direttore di Sarrià ottenne da Torino che si aprissero, nel 1891 la casa di Gerona, al nord di Barcellona, come colonia agricola e oratorio festivo; e nel 1892 l´oratorio e le scuole diurne e serali di Santander, nella regione nord-occidentale della Spagna, sul mar Cantabrico. Evidentemente questo impose al Servo di Dio viaggi, sopralluoghi e incontri, che si aggiungevano agli impegni di Sarrii

Anche in Andalusia, nell´estate del 1892, ci fu da Utrera una ramificazione nella città di Siviglia, capoluogo della regione, con il collegio di arti e mestieri della SS.ma Trinità.

La Congregazione si metteva in marcia con grandi possibilità di sviluppo e con avvenire lusinghiero. S´impiantava nella Spagna al momento del progresso industriale e sociale. Si poteva darle fiducia ed autonomia.

* * *

Questo pensò don Rua con il suo consiglio. Fino a quel momento le case di Spagna erano alle dipendenze del Capitolo Superiore: bisognava dichiararle per così dire adulte e lanciarle sulla via della naturale espansione. Molto personale affluiva ancora dall´Italia, ma il noviziato di Sarrià., o le vocazioni raccolte a Sarr, costituivano una incoraggiante promessa.

Nel 1892 fu dunque decisa e decretata l´erezione dell´ispettoria o provincia spagnuola «Nostra Signora della Mercede» e se ne affidò la responsabilità e il governo a don Rinaldi.

Il pensiero di molti confratelli, al ventilarsi l´erezione della nuova ispettoria, si era posato su don Ernesto Oberti, da otto anni direttore di Utrera, buon conoscitore della Spagna, ottimo parlatore e uomo di specchiate virtù.

A Torino non vi furono dubbi sulla scelta. Le predilezioni di don Bosco per don. Rinaldi, la sua fruttuosa esperienza a San Giovanni, l´intraprendente lavoro svolto a Sarrií, in favore soprattutto delle vocazioni, l´abilità dimostrata nel rapporto con autorità e pubblico, l´assennatezza di cui tutti gli davano atto, e forse l´iniziale progetto di metterlo col tempo alla testa dei salesiani al di là dei Pirenei, determinarono don Rua alla nomina pur se non si poteva negare la sua ancor breve permanenza in Catalogna.

Il religioso e il salesiano in don Rinaldi valevano assai più dell´uomo: don Rua, con il consiglio senza dubbio di don Barberis, mostrò di rendersene persuaso; anche se intuiva le difficoltà che avrebbe po‑

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tuto incontrare al principio da parte dei confratelli di Andalusia, maggiormente inseriti nella vita culturale spagnuola.

Con don Rinaldi non bisognerà mai fermarsi alle apparenze o giudicare con criteri prevalentemente umani. Occorreva guardarlo in profondità e scoprire una ricchezza che istintivamente egli nascondeva. Don Rua perciò lo fece depositario della sua stima e gli diede credito, per le doti di confratelli e opere in un paese destinato ad accogliere largamente il seme salesiano.

* * *

La nomina fu conosciuta e divenne effettiva nell´estate del 1892. In parte giunse inattesa e durò nove anni consecutivi.

Come l´accogliesse il Servo di Dio non risulta. Più voleva eclissarsi e più lo mettevano in luce. La sua doveva essere una costante ascesa fino alle vette del comando; ma senza vani compiacimenti, in spirito di servizio.

Allorché da Rettor Maggiore chiamò don Antonio Candela a fare parte del Consiglio, questi gli fece le sue difficoltà, non giudicandosi all´altezza dell´ufficio che gli era affidato. Don Rinaldi amabilmente tagliò corto: «Vedi — gli disse — in Congregazione ci sono confratelli più capaci di noi, i quali farebbero meglio al nostro posto. Ma il Signore ha scelto noi. Facciamo quel che si può: Dio farà il resto».4

Don Ricaldone, che allora si trovava a Siviglia, nota appunto che nel recarsi da ispettore a Utrera, dove c´era stata qualche lieve delusione, don Rinaldi «seppe guadagnarsi il cuore di tutti con tratto e carità paterni» .5 Aveva capito la delicatezza della posizione e si era prefisso una linea di governo centrata sulla bontà.

È questo il momento nel quale la paternità spicciola e bonaria del direttore, che vive consacrato al bene della sua casa, si estende a più largo raggio e diventa paternità di superiore preposto al governo di opere sparse in città e regioni diverse con caratteri svariati e disuguali esigenze.

* * *

Il passaggio da una realtà all´altra — e non sarà l´ultimo — fu per don Rinaldi motivo di esame interiore e di rinnovato impegno spirituale. Si direbbe che l´accrescersi del peso di governo affina in lui il senso della esemplarità e della umanità, già tanto evidenti e spiccate nel sue profilo di superiore.

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Dai propositi del 1892 affiora un uomo che non indulge all´amor proprio, non sente le vertigini dell´autorità, non crede e non conta su qualità e doti in suo possesso. «Il mio modo di fare — dice a se medesimo, e alludeva all´esercizio del ministero —, bisogna che sia più umile e caritatevole; il mio contegno, più cauto e più grave, pur se pieno di bontà... Nell´ascoltare le confessioni, moltissima carità; mai parole aspre; non pensare ad altro; dare sempre buoni consigli».´

Passando dall´ambito sacramentale, che a quei tempi era il campo privilegiato della paternità salesiana, alla sfera della guida esteriore, don Rinaldi ribadiva il principio fondamentale della superiorità cui voleva restar fedele: «Sarò padre. Eviterò i modi aspri. Quando i confratelli sono a colloquio non darò a vedere di essere stanco o di aver fretta: provvederò ai loro bisogni. Avrò presente don Bosco».´

Imitare don Bosco — egli l´aveva sperimentato nella sua paziente bontà —, di portarsi con giovani e confratelli a suo esempio, educare le anime in confessione e fuori con i suoi metodi e secondo il suo spirito, cancellare se stesso onde nella persona del superiore si potesse ravvisare il Fondatore della Congregazione e se ne accettassero gl´insegnamenti e la pedagogia, fu il segreto di don Rinaldi e la principale ragione del suo inimmaginabile successo nella Spagna.

* * *

Ma ci furono anche i propositi per lo sforzo ascetico, la vita religiosa e la esemplarità della condotta in seno alle comunità.

Si propose di essere assiduo alla meditazione del mattino e di farla «in comune»; di celebrare messa «senza fretta», pronunciando attentamente formule e preghiere, e accompagnandole «con l´affetto e col pensiero»; di prestarsi alle Figlie di Maria Ausiliatrice e loro novizie, senza tuttavia preferirle ai Confratelli."

Altri propositi si riferiscono a momenti e occupazioni della giornata; alle visite da fare e ricevere; al disbrigo della corrispondenza. «Alle lettere — annotava — risponderò con prontezza e senza alcuna passione dell´animo».´

Don Rinaldi, nel suo accurato bilancio preventivo, s´accorge di dover avviare un competente ufficio ispettoriale; e anche se non vuole metter da parte, sia pure transitoriamente, certa sorveglianza sulla casa e le conferenze al personale, non intende sovrapporsi al nuovo direttore di Sani& che fu don Emanuele Hermida, venuto dal clero secolare a infoltire la prima generazione di salesiani spagnuoli.

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L´impressione generale che suscita l´insieme di propositi, risoluzioni e norme che il Servo di Dio prende all´inizio dell´ispettorato, lascia scorgere una persona matura, dal taglio pratico e deciso, dalle vedute chiare, dal passo fermo e sicuro.

Non sono certamente i propositi a fare i santi. Ma dai propositi si riesce a intuire il cammino dei santi e la loro espressa volontà di vita perfetta, che a poco a poco li porta alla santità.

* * *

Don Rinaldi si mise al lavoro senza scomporsi e cercando di superare le difficoltà che gli uscivano al passo. A Sarrià era conosciuto e non gli costò presentarsi in veste di superiore provinciale. Altrove, come si è accennato, non mancò qualche momento d´incertezza, che i superiori forse avevano previsto e lo stesso don Rinaldi avvertì e abilmente seppe dissimulare. Qualche visita bastò a far conoscere e stimare l´uomo, anche se il suo accento in Andalusfa — osserva don Ricaldone — «pareva un po´ strano». l°

Ben presto il Servo di Dio con il fare bonario, la semplicità dei modi, il distacco da ogni sussiego e pretesa di autorità; ma soprattutto con il fascino del cuore e la santità delle azioni, riuscì a conquistare l´animo di confratelli, giovani ed amici dell´opera salesiana, e a regolarsi in modo da tornare gradito a tutti.

Rapidamente le occupazioni andarono moltiplicandosi; i problemi si fecero più vasti e complessi; viaggi e sopralluoghi furono all´ordine del giorno. La sua nella Spagna non era stagione di conservazione, bensì di movimentato progresso.

E in tutto ciò don Rinaldi venne dimostrando quel sereno giudizio e quella praticità d´intenti che in lui consolidarono e perfezionarono l´uomo d´azione. È nel giusto mons. Marcellino Olaechea, arcivescovo di Valenza, quando afferma che i successi «nella direzione delle anime e negli affari materiali» erano frutto di «vita interiore»." Più che la forza del ragionamento in lui operava la visione fulminea delle cose, per cui arrivava al nocciolo delle questioni con immediatezza che talora aveva del sorprendente. Per mons. Olaechea egli era il superiore «esemplare di consumata perfezione». ´2

* * *

Ne fecero l´esperienza quanti lo frequentarono in quegli anni. Prima che ad altro don Rinaldi badava alla persona di confratelli e giova‑

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ni, alla loro formazione individuale e collettiva. Pronto sempre a riceverli, a incoraggiarli, a chiarir dubbi, a smussare attriti, a condurli per una via facile ma sicura di robusta spiritualità salesiana. Come don Bosco egli capì che per aver collaboratori alacri e intraprendenti, doveva contare su figli affezionati e devoti. Verso di essi perciò aprì il cuore, nella certezza di venir capito e assecondato, allo scopo di farne dei consacrati e degli apostoli.

A leggere certe rievocazioni c´è da restar stupiti. I superlativi si sprecano, in un crescendo che può sembrare inverosimile più che artificioso. Valga una affermazione per tutte: «In don Rinaldi si sentiva più l´affetto di padre che l´autorità di superiore»."

Mons. Olaechea, il quale conobbe e sperimentò le delicatezze del Servo di Dio e raccolse la voce della Spagna salesiana, ai processi afferma: «Ho l´impressione di non aver incontrato nella mia non breve esistenza un sacerdote che mi abbia dato più alta idea della paternità amorosa di Dio. Mi è difficile far nomi, ma posso attestare di non aver sentito salesiani che avendolo conosciuto non parlassero con entusiasmo della sua persona». 14

Anche un distinto ecclesiastico, già professo nella Congregazione avendolo avvicinato in quegli anni, dichiara: «La virtù di don Rinaldi sfiorava l´eroismo. Sono stato per molto tempo a contatto con lui e non lo vidi mai perdere la calma. Né indiscrezioni di alunni, né pretese di chierici filosofi o teologi, né gravi problemi di sacerdoti lo turbavano per un solo istante. Mai una frase spiacevole, un gesto che tradisse disgusto, un rannuvolamento che gl´interrompesse il bonario sorriso... Ci riceveva sempre con amabilità e compiacenza. Don Rinaldi mi pareva un uomo caduto dal cielo, e come angelo interamente alieno da passioni umane».15

Aneddoti e fatterelli riempirebbero pagine intere: basta aver delineato l´immagine del Servo di Dio come ispettore, per mettere a fuoco e lasciar intravedere lo stile del suo governo, che fu governo di guida esperta e di padre saggio e sapiente.

* * *

Conviene in cambio volgere lo sguardo alle opere che in nove anni di ispettorato gli riuscì di mettere a segno. Dànno quasi il profilo di un fondatore della Congregazione salesiana nella penisola iberica.

Fin da direttore, come si è visto, egli pensò a moltiplicar braccia e ad aprire case. Fu l´uomo che seppe cogliere il momento e sfruttar‑

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lo con un coraggio e un´intraprendenza che hanno dell´incredibile. C´è da domandarsi se don Bosco o altri avessero potuto fare di più. Un collaboratore di quei tempi lontani lo proclama «grande apostolo, che centuplicò nella Spagna l´esercito salesiano».´ 6

 sollecitudine per dar consistenza alla nuova ispettoria fu provvederla di un noviziato vicino a Sarrià, ch´era divenuta casa ispettoriale, modello e centro propulsore di vita per tutta la penisola. Profittando delle disponibilità di una ricca dama che voleva i salesiani a Béjar, don Rinaldi ottenne i mezzi per l´acquisto della casa di San Vicente dels Horts, non lontano da Barcellona; e così nel 1895 la Spagna ebbe il primo fiorente noviziato che fornì soggetti per nuove fondazioni. «A San Vicente — proponeva il Servo di Dio — andrò possibilmente una volta alla settimana per la conferenza e una volta al mese per le confessioni»." Come si vede, pur lasciando mano libera agli altri, don Rinaldi intendeva fare la sua parte nella formazione dei nuovi confratelli chierici e coadiutori, dei quali doveva servirsi nell´espansione delle opere.

* * *

Sul finire del 1894 s´erano aperte le case di M2aga, in Andalusia, sotto gli auspici del santo vescovo Marcello Spínola, poi arcivescovo e cardinale di Siviglia; di Rialp, tra i Pirenei, in diocesi di Urgel; e di Vigo, in Galizia.

Seguirono altre case con un ritmo si può dire travolgente: Béjar, Écija, Carmona, Baracaldo, Salamanca, Siviglia — San Benito —, Va‑

lenza, Ciudadela — nelle Baleari        Montilla, Madrid, Córdoba. 11
passaggio dalla Spagna al Portogallo era facile e quasi ovvio: e nacquero in quel paese le case di Braga, Pinheiro de Cima — come noviziato di lingua portoghese —, e Lisbona.

Ai processi don Ricaldone ricorda appunto che le case fondate da don Rinaldi in nove anni di ispettorato furono 21, «compresa quella di Rialp, che poi fu chiusa»." Un miracolo di attività, di coraggio, di avvedutezza nella scelta e distribuzione dei soggetti, che sotto la sua guida erano pronti a ogni sacrificio.

Don Ricaldone giustamente osserva: «È doveroso aggiungere che don Rinaldi seppe guadagnarsi la stima e le simpatie di tutti, non solo a Sarr, ma anche nelle regioni dove si recò a fondar case. E non erano soltanto i salesiani a venerarlo e a riporre confidenza in lui, bensì anche persone della nobiltà e dell´industria, che lo consultavano in questioni spirituali e materiali della loro vita». "

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Anche don Candela, mandato più tardi in Andalusia, depone: «Negli anni trascorsi in Spagna costatai com´era vivissimo il ricordo di don Rinaldi, non solo in Congregazione ma pure fra lo stuolo numeroso di benefattori, amici ed ammiratori. Si lodavano in particolare le sue virtù, il criterio pratico, la prudenza, il grande cuore, lo zelo ardente per le anime, la ricerca delle vocazioni, che sapeva discernere, guidare e sostenere»."

Un superiore — in una parola — impareggiabile e completo don Rinaldi, quale non è facile trovare. E bisogna aggiungere che la quasi totalità delle sue fondazioni raggiunsero gli scopi desiderati e sussistono tuttora.

* * *

Resta da dire ciò che don Rinaldi fece in Spagna per le Figlie di Maria Ausiliatrice, delle quali curò con cuore di padre la formazione spirituale e salesiana, mediante conferenze, ritiri e scritti occasionali.

Da direttore nel 1892 aveva fatto sapere a don Barberis: «Io non ho tempo di pensar a moltiplicar le loro case e non ne ho la missione». Ma soggiungeva: «È necessario che si muovano».2´

Ci pensò da ispettore aiutandole a espandersi soprattutto in Andalusia. L´Istituto contava la sola casa di Sarria-, dono di Donna Dorotea Chopitea. Con don Rinaldi alla testa dell´opera salesiana in Spagna, anche le Figlie di Maria Ausiliatrice si mossero ed ebbero sette nuove fondazioni, tra le quali Siviglia, Écija, Jerez de la Frontera e Valverde del Camino; divenuta celebre quest´ultima fondazione per il soggiorno e la morte della Serva di Dio suor Eusebia Palomino, di cui è in corso la Causa di beatificazione.

Suor Clelia Genghini, segretaria generale dell´Istituto poté dichiarare ai processi di don Rinaldi: «Mercè Io zelo e l´attività del Servo di Dio il nostro Istituto fece molti progressi nella Spagna. Al suo arrivo in Catalogna le suore erano quattro e le novizie tre; alla sua partenza le suore erano salite a 63 e a 31 le novizie, quasi tutte spagnuole».22

* * *

11 quadro di don Rinaldi ispettore non è ancora completo. Imitatore ed emulo del Fondatore egli, che pur non aveva molto studiato, sentì il dovere della buona stampa e di edizioni educative e ricreative per la gioventù. Fondò le Letture Cattoliche in lingua spagnuola; ideò una

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collana di classici per giovani e studenti, la quale purtroppo non andò oltre i primi volumi; e lanciò un foglietto settimanale dal titolo El Oratorio festivo. Dopo una visita nel 1899 alle opere maschili e femminili di Spagna, il Rettor Maggiore don Rua scriveva all´intera Congregazione: «Tra le molte cose che riempirono il mio cuore di consolazione, nel visitare quelle case, fu il gran numero di oratori festivi che vi trovai, e l´attenta e sollecita cura che se ne ha»."

Il riconoscimento andava a tutti, ma ricadeva specialmente su don Rinaldi che, ispirandosi agli esempi di don Bosco, aveva saputo incoraggiare e indirizzare i confratelli verso un´autentica forma di apostolato salesiano.

Perciò non senza motivo nel 1901 don Rua chiamava don Rinaldi al suo fianco nel governo centrale della Congregazione.

* * *

Prima che il Servo di Dio si allontani dalla Spagna, che fu sua patria adottiva, giova ricordarlo, nei tratti salienti, secondo il ritratto che di lui traccia don Viiias al processo Rogatoriale di Barcellona.

«Viso piacevole, soffuso di paterna bontà e benevolenza.

Occhiali leggermente inclinati a sinistra: dietro le lenti, occhi vivi che erano un segreto, una calamita per quanti lo avvicinavano... Tutti potemmo godere di sguardi amabili, che scendevano dolcemente nell´anima ed affascinavano.

Nell´orazione don Rinaldi sembrava inabissarsi in Dio: distrarlo, chiamarlo, fargli una commissione dava turbamento.

Nello zelo per l´educazione della gioventù era un apostolo; nella cura del personale, un piccolo don Bosco; con i confratelli, un padre.

Il suo sorriso mite e bonario diventava un contagio, non perché prorompesse in forme clamorose, tutt´altro che del suo stile, ma perché il solo vederlo soddisfatto infondeva gioia e rallegrava i subalterni.

Gesti bruschi e maniere forti non rientravano nel suo fare dolce e al tempo stesso risoluto.

Le sue parole erano sempre contate. Non ne faceva sperpero. Dalle sue labbra ognuno raccoglieva l´espressione adatta che scendeva in cuore con accento ispirato e talvolta profetico.

Il suo portamento, dignitoso e semplice; virile, senza affettazione; attirava per l´incanto della virtù.

La profonda umiltà e l´abbandono in Dio gli davano intrepidezza nelle imprese: di lì nacque la Spagna salesiana.

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La sua paternità, un sole senza tramonto che faceva del bene a tutti. Così — conclude don Vifias — doveva essere san Francesco di Sales»."

Questo, don Rinaldi sui quaranta-quarantacinque anni. Non si potrebbe dire meglio o chiedere di più, a chi non si era creduto adatto «a farsi prete».25

Nel 1877, spingendolo a superare le ultime indecisioni circa la chiamata alla Congregazione, don Bonetti gli aveva scritto: «Non turbarti se ti pare di non essere capace a far molto. Nella casa di Dio ci sono tanti servizi; se non sarai capace dei più alti farai i più bassi e ne avrai merito lo stesso»." Il giovane aveva nascosto sé a se stesso. L´azione nella Spagna dimostra come fosse capace di attuare cose grandi e durevoli per la gloria di Dio.

Note

CERTA E., 78.

CARTA E., 78.

CERTA E., 79.

Summ., 196, 686.

Summ., 265, 923.

CERVA E., 92.

CERTA E., 93.

CERTA E., 92.

CERTA E., 93. ´a

Summ. , 265, 923.

" Summ., 364, 1234.

" Summ., 364, 1233.

" CERTA E., 99.

" Summ., 363, 1230.

" REItRo TORRES R., 79.

CERTA E., 99.

" CERTA E., 95.

Summ., 265, 924.

" Summ., 269-270, 940.

" Summ., 165, 572.

CERTA E., 110.

" Summ., 209, 726.

" CERTA E., 113.

" CASTANO L., 267-268.

25 Proc. Ap., Inform., 14.

" Proc. Ap., 540.

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PREFETTO GENERALE

«Don Rinaldi — parla don Ricaldone ai processi — fu. sacerdote di vita interiore; di criterio pratico veramente eccezionale; di bontà e paternità che trasparivano da tutti gli atti; di una capacità di lavoro che non si riesce a spiegare, se si tien conto specialmente della salute a volte precaria; e infine di profonda umiltà».´

L´abbozzo è degli ultimi tempi, ma rivela i tratti caratteristici di precedenti età, salvo gl´incomodi fisici che si accentuarono al termine della vita.

Don Rua se ne ricordò allorché, morto improvvisamente il 17 febbraio 1901 don Belmonte, prefetto generale della Congregazione, si vide nella necessità di sostituirlo fino al Capitolo del 1904.

Egli conosceva da gran tempo don Rinaldi; sapeva quanto l´avesse prediletto e stimato don Bosco; era stato sul campo del suo lavoro, nella visita del 1899 alle case di Spagna e Portogallo, e ne aveva ammirato l´intelligente e instancabile operosità. Non poteva trovare di meglio tra confratelli e superiori al bene di tutti.

L´invito a lasciare la Spagna e a trasferirsi a Torino partì subito, il 1° marzo 1901,2 con immediatezza che stupisce, e al tempo stesso fa capire la fiducia che si riponeva nel talento e nelle virtù di chi era chiamato a occupare la seconda carica della Congregazione.

* * *

Per la Spagna — dice don Ricaldone, confidenzialmente informato da don Rinaldi stesso a Còrdova — «fu un lutto generale».3 Anche se non mancavano uomini capaci di prenderne il posto, la nazione perdeva un padre e condottiero, che difficilmente avrebbero trovato in altri. Don Rua parlerà di «mente e operosità insigni».4

Per don Rinaldi in cambio fu l´ora giusta. Non per l´ascesa umana, che lo onorava dentro e fuori la Famiglia salesiana, ma per la stanchezza accumulata in anni di improbo lavoro. A don Ricaldone egli

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manifestava «grande ripugnanza alla nuova carica», pur dicendogli: «Da una parte ringrazio Dio, perché non avrei potuto reggere sei mesi in più nell´ufficio di ispettore». Infatti — commenta don Ricaldone «era tanto il lavoro, tante le preoccupazioni, così disagevoli e lunghi i viaggi, che nessuna fibra avrebbe potuto resistere oltre alla fatica».´

La prova più evidente la si ebbe nel fatto che, partito don Rinaldi e per suo consiglio le opere di Spagna vennero suddivise in tre ispettorie: SartÚ.-Barcellona, Siviglia e Madrid; e una certa autonomia fu concessa al Portogallo, in vista della futura erezione a ispettoria indipendente.

Don Rinaldi era dunque stato un pilastro di eccezionale saldezza per la Congregazione al di là dei Pirenei.

Di quegli anni egli dirà nel 1912, in un ritorno alla penisola: «Gli anni passati in Spagna sono stati i migliori della mia vita» .6

Diedero invero alla sua personalità e alla sua fisionomia quel fascino umano e salesiano, che lo accompagnò poi fino alla morte.

* * *

Rientrando all´Oratorio, che diventava la sua casa, e mettendosi al fianco di don Rua in veste di suo primo e principale collaboratore, don Rinaldi dovette rammentare e arrendersi una volta di più ai vaticini di don Bosco: egli non era destinato alle missioni, ma ad aiutare don Rua, a condividerne imprese e dolori, con tutto ciò che poteva seguire.

Da allora infatti, e per un trentennio, don Rinaldi stette a Valdocco, all´ombra del santuario di Maria Ausiliatrice, vicino alle camerette del Fondatore, tra ricordi di un passato ch´egli conosceva nei particolari, e all´insegna di uno spirito e di una animazione religioso-educativa di cui volle essere custode geloso e fedele interprete fino all´ultimo respiro.

* * *

Confermato dal voto dei confratelli in successivi Capitoli, don Rinaldi fu prefetto generale della Congregazione per 21 anni: dal 1901 al 1922. Prima con don Rua, poi col successore don Albera; e durante due interregni, compreso quello che precedette la sua elezione a Rettor Maggiore.

È il tempo più lungo e in certo senso più vario del suo servizio

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al governo delle opere salesiane; e quello che maggiormente ne mise a sbalzo l´attività e la modestia.

La modestia in primo luogo. «Era tanta la stima di cui godeva attesta don Ricaldone divenuto ispettore a Siviglia —, che nell´aprile del 1910, alla morte di don Rua, noi della Spagna eravamo persuasi che la successione dovesse ricadere sulle sue spalle».´

Ma ricordando la predizione di don Bosco a Borgo San Martino nel 1877, che cioè don Albera sarebbe stato il suo «secondo», il Servo di Dio si era mantenuto alieno da ogni intesa o scambio di vedute, come chi vuoi restare in ombra e lasciare alla Provvidenza di percorrere le sue strade. Proclamò in quella circostanza il neo-eletto, gli cedette la presidenza dell´assemblea e si ritrasse in disparte, lieto di aver interpretato, com´era nei disegni di Dio, la reticente espressione colta sul labbro di don Bosco quand´egli si preparava ad entrare in Congregazione.

Fu quello il momento più delicato della sua lunga prefettura; quello che maggiormente mise in evidenza il distacco da prospettive terrene, e che gli accrebbe la fiducia della Società, la quale in don Albera esaltava un fedelissimo della prima generazione salesiana.

* *

Dell´innata modestia don Rinaldi diede saggio fin dall´insediarsi nell´Oratorio quale vicario e sostituto del Rettor Maggiore. «A quei tempi — osserva don Ricaldone, che fu tra le persone più intimamente e lungamente vicine al Servo di Dio — il prefetto generale non era soltanto íl primo collaboratore del Superiore Generale, ma anche l´amministratore dei beni della Congregazione».´ 1-1 lavoro d´ufficio quindi era pieno di responsabilità e di pensieri per l´andamento economico e finanziario di case e ispettorie, e soprattutto per le missioni.

Ben presto anche qui don Rinaldi si accorse come don Bosco avesse letto con chiarezza nella sua vita. Sarebbe rimasto in Italia a pensare, mandare e provvedere a chi partiva per lidi lontani.

Vita di ufficio, di tavolino, di conti e corrispondenze, di beghe e contese. «Nei primi anni — rileva ancora don Ricaldone — dovette trovarsi a disagio, abituato com´era a percorrere in lungo e in largo le vaste regioni della Spagna».´ Tutto si era ridotto a una povera stanzetta che aveva solo il pregio di affacciarsi sui cortili dell´Oratorio e di godere la visione della cupola di Maria Ausiliatrice.

Temprato al sacrificio e alla rinuncia, don Rinaldi si adattò alle

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nuove occupazioni che, se gli permettevano di riprendersi in salute e lo obbligavano a una forma metodica — si può dire burocratica di vita, a poco a poco dischiusero ampi orizzonti congeniali al suo spirito e alle sue inclinazioni, e misero in evidenza qualità apostoliche e ricchezze di paternità, quali non si potevano immaginare in persona d´ affari.

* * *

Da principio nel nuovo prefetto generale si ammirarono bonomia, scrupolosità al dovere, attaccamento a don Rua e alle tradizioni, senso di posatezza e di equilibrio nel parlare e nel giudicare.

Don Tranquillo Azzini, chiamato presto a lavorare nel suo ufficio per la parte amministrativa, e rimasto lunghi anni accanto al Servo di Dio, meglio d´altri è in grado di ritrarre in lui l´uomo della bontà, il lavoratore indefesso, l´amministratore fedele. «Notai sempre in lui — dice — una grande bontà e pazienza... Avvicinandolo continuamente crebbe di giorno in giorno la stima e venerazione che avevo concepito al primo incontro... Notai poi che tutti erano pieni di ammirazione per la serenità e lo zelo che dimostrava in ogni occasione». l°

«Era — prosegue don Azzini — l´uomo giusto per eccellenza... Ebbi campo di rilevare la sua precisione in materia di contabilità... Vidi quanto fosse puntuale e minuto nella registrazione; come volesse che fossero soddisfatti a dovere creditori e fornitori. Posso attestare che mai alcuno gli fece appunti nel suo modo di amministrare... Era poi la franchezza in persona»."

«Teneva molta corrispondenza con le case, ed era diligentissimo nel sbrigarla giorno per giorno: nessuno mai si lamentò che ci fosse trascuratezza nel rispondere alle missive». ´2

Dal lavoro di ufficio, per natura arido e deviante, non era disgiunta la preghiera. «Posso attestare — depone l´attento collaboratore che teneva si può dire sempre la corona del rosario in mano, e in momenti liberi innalzava il pensiero a Dio con giaculatorie, sante invocazioni e aspirazioni devote». ´3

* * *

Di altre attività e dei movimenti e spostamenti del Servo di Dio si dirà più avanti. Qui conta ritrarlo nella condotta e atteggiamenti coi subalterni, che amò e trattò con inalterabile mitezza. Non andò molto

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infatti che la bontà del nuovo superiore divenne proverbiale com´era stata nella Spagna.

La carica di prefetto generale sembrava richiedere severità e rigore nel richiamare e correggere, e nel far fronte ad eventuali allontanamenti dal retto sentiero. Ma dire don Rinaldi, significava bontà longanime e indulgente anche verso i colpevoli o chi in qualche maniera avesse mancato. «Senza venir meno alla sincerità — osserva don Ricaldone riferendosi al tempo dell´ispettorato —, per non mortificare il colpevole, talora girava attorno all´argomento e preferiva incoraggiare». E chiarisce: «Era persuaso dell´obbligo e dell´importanza del correggere; ma voleva che si facesse con dolcezza; più della correzione vera e propria amava lo stimolo alla buona volontà». ´4

Don Luigi Ferrari, che gli fu segretario negli anni della prefettura, aggiunge: «Gli ripugnava condannare. Trovava mille attenuanti. Sull´esempio di Gesù porgeva la mano a chi fosse caduto, onde aiutarlo a rialzarsi e a rimettersi in cammino... "Difetti — diceva — ne abbiamo tutti. Bisogna compatire per essere compatiti. Il più delle volte nelle mancanze non c´è vera malizia"». ´5

Era così geloso della carità nelle maniere che, ricevendo lettere sgarbate o irritanti, non rispondeva d´impulso; leggeva le minute al segretario, tacendo il nome dell´interessato; limava e tornava a limare le espressioni, perché non gli sfuggissero dalla penna termini o parole che non fossero espressione di bonta e di carità.

Come i santi riteneva che una mala grazia o una villania è meglio subirla che farla; e che non andava mai ricambiata.

Un giorno — racconta don Azzini — il confratello che stava in udienza parve dare in escandescenze. Don Rinaldi, che pur sapeva essere forte e deciso al momento opportuno, si mantenne calmo e padrone di sé, come chi disapprova in silenzio. L´interlocutore capi, «riconobbe il suo torto e chiese scusa». ´6 La bontà, come sempre, aveva avuto la meglio.

* * *

Di don Rinaldi, prefetto generale, si hanno anche le impressioni di estranei che lo avvicinarono in quegli anni. Felicina Gastini, che tornerà più avanti, dichiara di averlo conosciuto la prima volta nel 1908. «L´impressione che riportai — dice — fu di persona pia, umile..., buona». Essendo tornata spesso in udienza per motivi di apostolato: «Ricordo — aggiunge — la sua prontezza e puntualità nel ricevere... Ascol‑

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tava con amorevolezza, interloquiva con affabilità, e io restavo ammirata e commossa per il vivo interessamento che prendeva a quanto gli andavo esponendo»."

Come si vede l´ufficio di don Rinaldi non era solo centro amministrativo e disciplinare, ma luogo d´incontri per il bene, dentro e fuori della Congregazione. Don Tirone, allora maestro dei novizi a Lombriasco, nei frequenti incontri col prefetto generale si persuadeva che era «uomo straordinario per attività e per virtù». " A buon diritto afferma don Azzini: «Don Rinaldi arrivava a tutto, dove c´era una necessità, un bisogno o un dolore. Non attendeva neppure che le cose gli venissero segnalate: le preveniva. Con tutti era largo di aiuto e di incoraggiamento, in particolare con i confratelli inferni»."

Non a torto don Barberis aveva scritto fin da principio: «Pare che don Rinaldi sia sempre stato prefetto generale. Tutto procede senza sbalzi». E ancora: «Credo che farà mirabilia»."

* * *

Don Rua gli accordava piena fiducia, ne stimava il buon senso, la speditezza e alacrità nelle occupazioni, e si valeva della sua esperienza e dei suoi pareri nel governo materiale e spirituale della Società. Tra il Rettor Maggiore e il suo Vicario non sorsero divergenze o dissensi. L´uno continuava nelle sue frequenti visite alle case e alle ispettorie; l´altro teneva saldamente in mano le redini della Congregazione, anche durante le prolungate assenze del Superiore Generale. Don Rinaldi poi, come si dirà, stette al fianco di don Rua in ore amarissime e in svolte burrascose per la Società, prestandogli il valido aiuto del suo appoggio e della sua opera.

A lui in particolare venne affidata la formazione salesiana degli studenti di teologia raccolti, a partire dal 1904, nella casa di Foglizzo Canavese, che fu l´embrione dal quale prima di sviluppò l´Istituto Teologico Internazionale Don Bosco di Torino, quindi nel volgere di non molti anni il Pontificio  Ateneo Salesiano di Roma.

Dal 1906 al 1914 due volte al mese, durante l´anno scolastico, il prefetto generale si recava a Foglizzo per un paio di conferenze che erano preparate lezioni — su vita e pedagogia salesiana. Il corso divenne quadriennale con circa 20-24 incontri all´anno. Fu designato col titolo De officiis, che arieggiava alle note opere di Cicerone e di sant´Ambrogio...

Tali opere forse don Rinaldi non aveva mai letto, ma ne possedeva

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lo spirito e l´informazione tecnica, frutto più di esperienza che di studio, anche se non manca una impostazione che ben potrebbe dirsi scientifica.

Chi scrive ne ha preso conoscenza attraverso gli appunti, vigili e minuziosi, di don Luigi Olivares, poi vescovo di Sutri e Nepi; allora giovane professore di teologia morale e sociologia. Segno evidente che alle due conversazioni del Servo di Dio — mercoledì sera e giovedì mattina — prendeva parte anche il personale docente.

Che non si trattasse di semplici parlate d´uso, lo dimostra il contenuto: chiaro, preciso, graduato, secondo uno schema che andava dai princìpi fondamentali di pedagogia salesiana, ai singoli uffici nei quali si articola una casa secondo il pensiero e le geniali intuizioni di don Bosco.

Fortemente impegnative, ad esempio, le conferenze che don Rinaldi consacra al Direttore nell´esercizio di una paternità, la quale deve incarnare quella del Fondatore; altrettanto fondate e sicure le norme che egli dà per l´applicazione del sistema preventivo nella educazione della gioventù.

In questo, si può dire, don Rinaldi fu il primo teorico della vita salesiana, dopo che disposizioni della Chiesa avevano tolto ai Superiori la facoltà di ascoltare le confessioni di sudditi e alunni. Gran parte del sistema poggiava su tale consuetudine cara a don Bosco, e radicata un po´ dappertutto. Bisognava adeguarsi alle nuove disposizioni, salvando l´orientamento delle origini, di cui il Servo di Dio aveva sperimentato l´efficacia nella sua persona e nel suo ministero, e che ora andava prospettando in diversa maniera, senza tradire lo spirito del Fondatore e i criteri con i quali egli aveva predisposto l´andamento delle sue case.

Umile, equilibrato, prudente e saggio, in quei trattenimenti, che ben potrebbero paragonarsi a quelli di san Francesco di Sales, don Rinaldi mostra tutta la sicurezza di un maestro di vita religiosa, secondo il carisma, o le peculiari intonazioni, della Congregazione Salesiana.

* * *

Non è da credere che tutto andasse sempre liscio, anche se è vero che il piccolo mondo internazionale di Foglizzo lo attendeva a festa, come si attende un padre che trae dal suo scrigno tesori vecchi e nuovi.

L´attenzione era grande. Tutti ascoltavano quel suo parlare lento, compassato, a volte sillabato per scandire parole e concetti; molti pren‑

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" Summ., 16, 53.
Summ., 291, 1020 e 1022.
CE1UA E., 134.
´6 Summ., 19, 62.
Summ., 34-35, 125-126.
Summ., 227, 783.
Summ., 18, 61.
20 CERIA E., 129.
Summ., 83, 293. "
CERTA E., 153. "
CERIA E., 155.

devano appunti, e non è facile dire l´influsso che ebbero quelle conversazioni nella vita pratica di molti qualificati confratelli.

Non mancò tuttavia qualche dissapore, spiegabile tra giovani non pienamente maturi o non del tutto pronti a qualche suo autorevole richiamo. Egli era pur sempre il prefetto generale, tutore supremo si vorrebbe dire della disciplina salesiana.

Lo spagnuolo don Bordas, che fu a Foglizzo dal 1913 al 1917, racconta che durante una conferenza, mentre don Rinaldi richiamava i teologi «al senso della disciplina», non si saprebbe in rapporto a quali fatti concreti, parve notarsi nell´assemblea «un segno, che si poteva interpretare di protesta». Don Rinaldi manifestò un attimo di contrarietà, «ma si riprese subito e non modificò il tono paterno del suo dire». Perciò don Bordas assicura che la paternità del Servo di Dio era universalmente accolta e rispettata. Se talora — aggiunge — ci fu «qualche manifestazione di contrasto o qualche mancanza di riguardo, il Servo di Dio non se ne risentì mai; al contrario si dimostrò magnanimo e generoso». 21

Teneva fede a ciò che insegnava. «Bisognava essere veramente buoni — aveva detto in una circostanza —. Chi è virtuoso ottiene risultati quand´anche non appaia. Bontà con noi stessi, bontà con gli altri. Vedendo quant´è grande la bontà di Dio con noi, sentiamo di amarlo di più; così gli altri: vedendo la bontà che loro usiamo, saranno stimolati al bene e alla virtù».22

D´altronde ammoniva nelle conferenze: «È impossibile essere superiore e non affrontare odiosità. Ma sarà cosa del momento, la quale più tardi si converte in stima»."

Per don Rinaldi fu veramente così: le odiosità che si prese per dovere di ufficio, non gl´impedirono l´esercizio d´una bontà che gli conquistò i cuori. In lui si avverò la parola evangelica: «Beati i miti perché erediteranno la terra» (Mt 5,5).

Note

Summ., 266, 927.

CERIA E., 127.

Summ., 265, 924.

° CERIA E., 128.

Summ., 265-266, 924.

CERTA E., 160.

´ Summ., 266, 925.

Summ., 270, 941.

Summ., 270, 941.

Summ., 2-3, 3-4.

" Summ., 20-21, 69-71.

I 2 Summ. , 5, 12.

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Parte seconda

APOSTOLATO

E SANTITÀ

-   NeI vortice delle occupazioni

-   Tra la gioventù femminile

-   Al confessionale

-   Fondatore in penombra... - ...e allo scoperto

-   Apostolo del dopoguerra

-   Uomo di spirito

-   Religioso perfetto

-   Rettor maggiore

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NEL VORTICE DELLE OCCUPAZIONI

Delineata nei suoi aspetti fondamentali e quotidiani, la figura di don Rinaldi, prefetto generale dei salesiani, è tutt´altro che esaurita. Le dedichiamo scorci e prospettive che la ritraggono nella sua complessità e illustrano il ventennio meno brillante della sua vita, ma più fecondo, per l´apostolato che svolse e le opere alle quali si dedicò senza averne l´aria né destar clamori intorno alla sua persona. Qui è da rintracciare il don Rinaldi più autentico e più tipicamente salesiano: il don Rinaldi che lavora nell´ombra, mentre sostiene il peso di un ufficio che poteva dispensarlo da altre incombenze e attività, e che invece non lo distolse mai dall´apostolato.

Conviene incominciare dagli addentellati che si inserivano come fatti normali, se pure a volte straordinari, nelle attribuzioni e nei compiti della sua carica: i discorsi e le predicazioni.

* * *

Si è già lasciato intravedere che il Servo di Dio non fu oratore e neppure parlatore nel senso corrente della parola. Ebbe in cambio un suo dire pacato, tranquillo, sostanzioso; una sua maniera di esprimersi in pubblico e di avvicinare l´uditorio. Si direbbe che avesse l´arte di parlare dando tempo all´altrui riflessione.

Come direttore e ispettore aveva fatto largo uso della parola, tanto a giovani che a confratelli. Nessuna ricercatezza di forma. Semplicità e sodezza di argomenti; e soprattutto praticità d´intenti. La parola era suo pensiero — deve servire non accontentare.

Da Superiore Capitolare avrebbe potuto trincerarsi dietro la natura all´apparenza arida del suo mandato. Glielo impedirono lo zelo e l´ansia di conservare, chiarire, precisare, difendere lo spirito salesiano. 11 corso di lezioni tenuto a Foglizzo fu soltanto l´espressione più alta e metodica del suo magistero.

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Sermoni, «buone notti», conferenze, furono all´ordine del giorno fin dal suo ritorno in Italia. Sentiva, non per vanità o presunzione, di aver qualcosa da dire: perciò era sempre disponibile, senza venir meno ai doveri di ufficio.

Don Tirone, maestro — come si è detto — dei novizi a Lombriasco, dichiara: «Lo invitavo a predicare ed egli veniva volentieri»;´ e ancora: «Visitava le case di formazione vicine a Torino; vi teneva prediche e talvolta dettava esercizi spirituali»)

«La prima volta che lo vidi — attesta suor Rosalia Dolza — fu nell´aprile del 1903: ero novizia e mi preparavo alla professione. Egli venne per gli esercizi e dettò le istruzioni. La sua parola, ricca di unzione e di spirito salesiano, mi penetrò nell´animo; suscitò propositi fermi di vita religiosa, e mi riempì di entusiasmo per le opere dell´Istituto» .3

Madre Clelia Genghini, come si è detto segretaria generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, ricorda ai processi le speciali e frequenti allocuzioni del Servo di Dio, dal 1905 al 1921, a Nizza Monferrato, nella casa centrale della Congregazione. «Le sue conferenze — afferma — erano interessanti e pratiche, sia per gli argomenti, sia per le trattazioni».4 Talvolta erano di carattere ascetico, come quando parlava di «carità vicendevole», di «semplicità e prudenza»; ma per lo più preferiva temi di vita e di pedagogia salesiana. «Queste conferenze assicura madre Genghini — erano molto gustate, e ancora se ne conservano le note».5

Un duplicato, in qualche maniera, delle conferenze di Foglizzo, con adattamenti al mondo femminile, che egli aveva imparato a conoscere e a frequentare nella Spagna. «Per acquistare e mantenere lo spirito dell´Istituto — disse in una circostanza — occorre soprattutto unità di azione, di mente e di cuore. Al che concorrono persino l´ordine e la nettezza esteriore».6

Il solco delle Figlie di Maria Ausiliatrice, come si vedrà, sarà tra i campi preferiti del Servo di Dio.

* * *

Fin da principio dunque don Rinaldi non intende essere soltanto l´uomo della economia e della disciplina: il prefetto generale. Pur senza voler sostituirsi, prima a don Rua, poi a don Albera, si adopera a infondere nei centri vitali della Famiglia salesiana uno spirito che era patrimonio di tutti, ma che non tutti riuscivano a tradurre in teoria sicura di vita come autorevolmente faceva il Servo di Dio.

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È nel giusto don Ricaldone quando afferma che don Rinaldi fu «uomo di riflessione e di meditazione»: Si potrebbe aggiungere, di attenta e sollecita osservazione: per cui gli era facile, nelle «frequentissime conferenze» che teneva, affrontare i più svariati argomenti con la sodezza e la competenza di chi aveva molto pensato e sapeva quel che diceva per il bene degli ascoltatori.

Che non improvvisasse, né allora né in seguito, lo si arguisce dai numerosi appunti trovati alla sua morte. Facendo lo spoglio delle cose che aveva lasciato: «Trovai — assicura don Ricaldone — molti fogli e foglietti con schemi di prediche e conferenze».´ Segno inequivoco della serietà con cui si preparava a comparire in pubblico e del rispetto che aveva dell´uditorio.

Anche le note — e sono moltissime — prese mentr´egli parlava, accreditano un conferenziere preparato, che bada alla sostanza delle cose e sa dove vuole arrivare: gli orpelli non lo interessano; ha un tracciato da seguire e cammina per la sua strada.

Si vorrebbe dire fin d´ora che don Rinaldi fu ascoltatissimo servitore della parola, specialmente salesiana, ma sempre con forti richiami al Vangelo e agli esempi del Redentore.

* * *

Nel ventennio e più della sua prefettura non viaggiò molto fuori d´Italia; e anche in Italia gli spostamenti non furono numerosi salvo in Piemonte. In quegli anni i pellegrini del mondo salesiano sono don Rua e don Albera.

Unica eccezione, la Spagna. Dal 1901 al 1922 il Servo di Dio tornò sei volte sul campo delle prime grandi fatiche: nel 1902, 1905, 1911, 1912, 1914 e 1919. È chiaro che furono viaggi di rappresentanza o d´ufficio, alcuni dei quali durarono vari mesi, con visite a tutte o gran parte delle case.

Non era lui a scegliere, ma nessuno si meravigliava se don Rua e don Albera volentieri lo mandavano in un paese dov´era conosciuto e dove la sua presenza univa al centro e aiutava a risolvere problemi del momento.

11 primo viaggio colmava un voto dell´animo. Nel 1886 la cittadinanza di Barcellona aveva offerte a don Bosco le alture del colle Tibidabo, che domina la grande metropoli, perché vi erigesse una chiesetta ad onore del Sacro Cuore. Il Santo ne fu commosso; nel venire in Catalogna una voce misteriosa gli ripeteva dentro: Tibi dabo; Tibi dabo,

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mentre appunto si domandava che cosa potesse fare ín Spagna ad onore del Sacro Cuore, dopo che il tempio nazionale in costruzione a Roma fosse terminato.

Purtroppo allorché don Rinaldi giunse a Sarrià, per una serie di incresciose circostanze, la Congregazione aveva perduto la proprietà su cui doveva sorgere la chiesa; e rientrando a Torino egli aveva l´amarezza di non essersi adoperato abbastanza per dar vita al sogno del Padre e Fondatore.

NeI 1902 si riuscì a ricuperare quel tanto di area fabbricabile che permettesse la erezione di un monumentale santuario espiatorio per la città, la regione e l´intero paese. Don Rinaldi rappresentò don Rua alla posa della prima pietra, il 28 dicembre di quell´anno.

Non è possibile ricapitolare in breve la storia di quel tempio, solennemente inaugurato pochi anni fa, e divenuto centro di pietà eucaristica e di riparazione: ma è doveroso osservare che don Rinaldi, soprattutto da Rettor Maggiore, fu tra i più ardenti sostenitori e fautori dell´opera.

Nel 1905, con l´economo don Luigi Rocca, visitò le tre ispettorie, spingendosi fino a Braga e Lisbona, in Portogallo. Nel 1911 studiò sul posto come difendere contro incameramenti legali, le proprietà immobiliari della Congregazione. Nel 1912 rappresentò don Albera al venticinquesimo delle Figlie di Maria Ausiliatrice in Spagna. Nel 1914 e 1919 si trattò di visite per l´assestamento delle case, in vista del primo conflitto europeo e al termine di esso.

Per la Spagna — lo si vede — il prefetto generale della Congregazione fu sempre l´uomo del momento, il superiore accorto e illuminato, il sostenitore e difensore di fondazioni che in origine erano costate a lui sudori e sacrifici senza numero.

* * *

Non mancò il da fare al Servo di Dio anche nei Capitoli Generali che si svolsero nel 1901, 1904 e 1910. Con i preparativi, in prevalenza affidati alle direttive e all´occhio del prefetto generale, c´era la partecipazione alle assemblee e la presidenza di commissioni per questioni o affari particolari.

Così nel 1901 don Rinaldi fu alla testa della commissione che trattò dell´osservanza regolare. LI risvolto disciplinare dell´argomento lo faceva rientrare nelle sue attribuzioni; e dai verbali si ricava che il

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Servo di Dio impartì norme e richiami in materia di sistema preventivo. Don Rinaldi, occorre metterlo a fuoco, aveva l´animo dell´educatore cristiano, secondo le forme più che la teoria della Congregazione; e nella praticità del suo temperamento, senza trascurare i princìpi, sapeva indicare le vie da seguire nel modo di comportarsi dei confratelli coi giovani, e dei superiori coi confratelli.

Nel Capitolo del 1904, dovendosi addivenire alle elezioni del Consiglio, si ebbe la riprova della stima che il Servo di Dio godeva nelle ispettorie, e la conferma del criterio con il quale don Rua lo aveva scelto quale suo braccio destro nel governo della Società. Egli raccolse 58 voti su 73 votanti: 21 più del necessario. Anche in quel Capitolo don Rinaldi presiedette una commissione: quella incaricata di studiare i mezzi per conservare i beni patrimoniali della Congregazione, onde evitare fallimenti e confische.

Nel 1910 invece si trovò a sostituire don Rua sullo scorcio della vita, a guidare la Società dopo la sua morte e a preparare l´assise che gli avrebbe dato un successore. Questi, come si è detto, fu don Albera. Don Rinaldi, che molti ritenevano candidato alla carica, si era tenuto consapevolmente in disparte, come chi era distaccato da avvenimento che non riguardava la sua persona; e fu il primo a rallegrarsi con l´eletto e a porgergli filiale omaggio. Il vaticinio di don Bosco, da lui solo conosciuto, e rivelato in quel momento, diede gioia a tutti, come prova che dal cielo il Fondatore non abbandonava la sua opera.

La rielezione di don Rinaldi a prefetto generale in quel Capitolo fu plebiscitaria. Nella prima circolare don Albera gli rendeva una testimonianza che non può esser trascurata. «Alla specchiata prudenza di don Rinaldi — scriveva —, al suo tatto finissimo e al suo noto spirito di iniziativa andiamo debitori se durante la malattia di don Rua, e specialmente alla sua morte la nostra Congregazione non ebbe a subire scosse che minacciarono l´esistenza di floride comunità al perdere il loro fondatore o altro superiore dotato di predare qualità. Durante il governo di don Rinaldi tutto procedette con ordine e regolarità, sia all´interno della Congregazione, sia nel rapporto con l´ esterno».9

In quel Capitolo il Servo di Dio intervenne vigorosamente su tre punti: l´amministrazione economica, che era di sua competenza; gli oratori festivi, la paternità salesiana, che gli rubavano il cuore di apostolo e di superiore, come si vedrà in appresso.

Del Capitolo del 1922, che egli convocò dopo la morte di don Albera e dal quale fu eletto Rettor Maggiore, si dirà al momento opportuno.

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* * *

Durante i rettorati di don Rua e don Albera, il prefetto generale don Rinaldi ebbe anche la missione di condividerne amarezze e pene, e di prestare ad entrambi tutto l´appoggio di cui era capace.

L´intesa e la dimestichezza con don Rua furono perfette. Al processo Informativo del primo successore di don Bosco, don Rinaldi ebbe a dichiarare: «Dal 1883 — dalla sua nomina cioè a direttore di Mathi — ebbi relazioni molto intime con don Rua per ragione del mio ufficio, e anche perché egli mi onorava di speciale confidenza». Di don Rua più avanti afferma: «Non solo fu un diligente e affezionato discepolo di don Bosco, ma anche un suo collaboratore efficacissimo: oso asserire che i due formassero una cosa sola e che la Provvidenza abbia suscitato don Rua per completare l´opera di don Bosco."

Pare di leggere un testo autobiografico, per il decennio che don Rinaldi visse gomito a gomito con don Rua. Lo capì; lo coadiuvò, ne integrò l´opera.

* * *

Fu quello il decennio critico di don Rua. È don Rinaldi ad asserirlo e a darne le motivazioni. «La crisi — dichiara il Servo di Dio sotto giuramento — non va attribuita alle molte case aperte fino allora vale a dire fin verso il 1900 —, ma al mutato indirizzo di formazione, dopo il decreto sulle confessioni. Trovandoci impreparati si ebbero defezioni e calo di vocazioni». ´2

Son parole che rivelano in don Rinaldi un diretto conoscitore delle cose, nel momento più delicato della storia salesiana. Come forse nessun altro egli soppesò le conseguenze di una inevitabile sterzata alla tradizione formativa della Congregazione, che fino al 1899 aveva rispettato e mantenuto una felice esperienza del passato.

Gli anni che seguirono sono tra i più difficili di don Rua e il Servo di Dio li visse al suo fianco. Il decreto sulle confessioni — dichiara lo stesso don Rinaldi — «intaccava le tradizioni e lo spirito di don Bosco, secondo cui nel superiore salesiano non si doveva considerare l´autorità, bensì la paternità delle anime».´

I due massimi responsabili della Congregazione ubbidirono sempre con umiltà, ma attraversarono angosce formidabili per le sorti della Società. Di lì nacque in don Rinaldi l´ansia di salvare e far rivivere per altra via lo spirito del. Fondatore, che per qualche momento sem‑

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brò colpito a morte. Chi non coglie queste ripercussioni nell´animo apostolico e salesiano del Servo di Dio rischia di non capire il suo sforzo di restaurazione, sia come prefetto generale, sia soprattutto come Rettor Maggiore. Qui egli diventa la vivente immagine del Padre.

* * *

Don Rinaldi fu accanto a don Rua anche nella resistenza che la Società oppose alle infiltrazioni subdole del modernismo, senza che ne subisse danni; anzi proprio allora egli cominciò il suo lavoro di formazione tra gli studenti internazionali di Foglizzo che si preparavano al sacerdozio. Intensa poi l´azione di don Rinaldi, prefetto generale, al momento in cui la Santa Sede conferì autonomia giuridico-amministrativa all´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che dall´inizio erano considerate una cosa sola con i membri della Società Salesiana, in dipendenza dal Rettor Maggiore, come loro legittimo superiore.

«Il periodo che intercorse fra il 1905 e il 1913 — osserva madre Genghini —, specialmente fra il 1905 e il 1907, fu davvero cruciale». ´4 Temevano le suore di passar sotto la direzione degli Ordinari e di perdere la guida salesiana. In tale periodo — sostiene madre Genghini — «con la sua bontà paterna e i suoi saggi consigli don Rinaldi fu di grande aiuto e conforto al nostro Istituto»." «IL Signore vi illumini scriveva alle Superiore il 5 settembre 1905 —. Passate l´ora più difficile della vostra vita. Occorrono serenità e grazia di Dio. Dai nuovi provvedimenti potrà seguire molto bene, se in tutto si saprà inoculare lo spirito di don Bosco». ´611 4 gennaio 1906, scrivendo alla Superiora Generale madre Caterina Daghero, don Rinaldi confermava: «Per parte mia, ora che vedo le Madri e noi lavorare... come custodi dello spirito di don Bosco, sono contento e tranquillo. Qualunque cosa avvenga sarà per il bene di tutti»."

Per il Servo di Dio l´adesione al Fondatore era la sola àncora di salvezza, specialmente in tempo di trasformazioni e di burrasca. Più che gli assestamenti giuridici, a lui stava a cuore lo spirito iniziale e animatore dell´Istituto.

* * *

La burrasca più insidiosa che don Rinaldi si trovò ad affrontare negli ultimi anni di don Rua e nei primi di don Albera, fu quella che va sotto il nome di Varazze o Fatti di Varazze. Sorta nell´estate del

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1907 si prolungò fino al 1912. Don Rinaldi stesso dichiara ai processi di don Rua: «Ricordo quanto i fatti di Varazze angosciarono il Servo di Dio. Ciò che maggiormente feriva il suo cuore non era tanto il dover lottare contro accuse, quanto il genere stesso delle accuse mosse contro la Congregazione». 1e

Così ne parla don Ricaldone: «Altro fatto che diede gran lavoro a don Rinaldi, e nel quale manifestò un´abilità eccezionale, fu quando la massoneria scatenò i fatti di Varazze. Don Rua impartiva le alte direttive, ma chi dovette trattare con avvocati, giornalisti e altre persone fu don Rinaldi. Egli seppe condurre le cose in modo che a poco a poco cessò la canea dei giornali e della propaganda avversaria... Tutto rimase stroncato e i colpevoli vennero condannati; ma quante noie per don Rinaldi, quanti pensieri e quanto lavoro». 19

Anche don Azzini, che per la vicinanza di ufficio ne seguiva le attività, descrive l´impegno del prefetto generale in quella terribile contingenza, che tenne in trepidazione tutta la Società, il cui onore fu poi rivendicato con splendida vittoria. E osserva: «Si può dire che gran parte di questo trionfo si deve ascrivere all´azione di don Rinaldi, il quale sorretto dalla vivezza della sua fede negli aiuti del Cielo, seppe anche valersi degli aiuti umani coordinandoli al piano della Provvidenza, per un successo... che sembrava impossibile da ottenere»."

Per comprendere l´animo buono e generoso del Servo di Dio in quella penosa avversità, è da osservare con don Azzini: «Anche quando dovette prendere le difese della Società, ignominiosamente attaccata dai nemici di Dio e della Chiesa, don Rinaldi non dimostrò astio verso le persone. Volle anzi che si pregasse per la loro conversione».´

* * *

Capitò persino che dirigenti e capi operai del cotonificio Poma, in una vertenza sindacale con scioperi ad oltranza, si accordassero nel scegliere ad arbitro don Rua. Non potendo occuparsi egli stesso della faccenda, passò incarico a don Rinaldi, il quale condusse le trattative in maniera che «tra le parti in contrasto si venisse a un accordo».22

Né mancarono altri casi e problemi d´indole contenziosa e giudiziaria che fecero capo a don Rinaldi. Egli allora — come assicura don Bordas, per dissensi tra confratelli —, sapeva «meravigliosamente conciliare la giustizia con la carità».23

E carità straordinaria dimostrò al fianco di don Albera negli anni della guerra 1914-1918, pensando e provvedendo alle case e ai mem‑

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bri della Congregazione chiamati sotto le armi. Basti l´affermazione di don Azzini, che gli era vicino e poteva seguirne l´operato: «Ricordo — dice — che al termine dell´altra guerra — la prima conflagrazione europea — molti confratelli caddero malati. Don Rinaldi si prodigò in ogni maniera verso di loro, dimostrando una carità straordinaria. Moltiplicava le visite, si interessava alle condizioni di ognuno, disponeva perché nulla mancasse in cure, alimenti e vestiti»."

Tutto a tutti, con una presenza che non si esauriva nei bisogni di ogni giorno, ma lasciava spazio a una operosità pubblica e sotterranea, che rimane da conoscere e illustrare, e non fa parte del presente lavoro.

di ricevere le confessioni di confratelli e giovani delle loro case, secondo una tradizione introdotta da don Bosco, dalla quale erano seguiti ottimi frutti. Il fatto, come lascia capire don Rinaldi, sconvolse la vita spirituale delle comunità.

Note "
Postul. Sal., Copia pubi., f. 1978.
Summ., 218, 758.
Summ., 219, 760. "
Summ., 219, 760. "
Postul. Sal., Copia pubi., f. 430 v.
Postul. Sal., Copia pubi., f. 2019.
Summ., 271, 945. "
Summ., 14, 45. 2´
Summ., 19, 64. "
Summ., 271, 944. "
Summ., 87, 306. "
Summ., 18, 61.

´ Summ., 226, 782.

Summ., 231-232, 800.

Summ., 162, 560.

Summ., 216, 750.

Summ., 217, 753.

Summ., 218, 755.

Summ., 277, 966.

CERIA E., 170.

9 Lettere circolari di D. Paolo Albera ai Salesiani, SEI, Torino 1922, p. 9. Postul. Sal., Copia pubi., f. 1946-1947 r. e v.

" Postul. Sal., Copia pubi., f. 1951.

" Postul. Sal., Copia pubi., f. 2051. Il cosiddetto «decreto delle confessioni» allude, per chi non ne fosse informato, alla disposizione della sacra Congregazione del Sant´Ufficio, con cui si vietava ai direttori salesiani

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TRA LA GIOVENTÙ FEMMINILE

Don Ricaldone tocca di passaggio l´argomento: informa che don Rinaldi «non solo compiva esemplarmente í suoi doveri di prefetto generale, ma trovava anche modo di consacrare «le domeniche all´oratorio festivo delle Figlie di Maria Ausiliatrice, dove esercitò — attesta — un apostolato fecondo».´ È qui che si scopre il volto genuinamente salesiano del Servo di Dio, e il suo animo sacerdotale di apostolo.

L´ufficio sembrava relegarlo nel mondo degli affari, tra occupazioni d´interesse amministrativo e generale: e ne avrebbe avuto da riempire la vita, con le pause e i riposi che accompagnano l´uomo di governo. Ma l´esperienza delle anime e della gioventù fatta specialmente nella Spagna, gli vietò di chiudersi in se stesso e di vivere soltanto in un´atmosfera ufficiale di superiorità, tra carte, udienze e tavolino. Egli volle essere salesiano secondo il cuore e il modello di don Bosco: anzi scese nel primo solco del Fondatore e come lui per molti anni fu l´anima di un oratorio festivo, che amò con ardore di padre e considerò come «suo oratorio».2

* * *

Si tratta dell´oratorio femminile di Valdocco aperto da don Bosco nel 1876, allorché da Mornese chiamò a Torino le prime Figlie di Maria Ausiliatrice e le allogò in povere stanze vicino alla culla delle opere salesiane. L´opera sua doveva essere completa là dov´era nata. In sogni misteriosi d´altra parte egli aveva udito le suppliche di ragazze del popolo invocanti il suo aiuto.

Don Francesia per 25 anni aveva speso belle energie in quell´oratorio detto al principio di Sant´Angela Merici. Don Rinaldi lo sostituì temporaneamente nel 1903, poi ne ereditò il posto. «Nell´autunno del 1907 — dice espressamente madre Genghini — il Servo di Dio raccol‑

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se in maniera definitiva la successione. Fu allora — essa spiega — che, pur essendo prefetto generale, prese la direzione effettiva dell´oratorio, e la tenne fino al 1922, quando venne eletto Rettor Maggiore della Congregazione»!

Non è facile abbozzare la figura di don Rinaldi, animatore e direttore d´oratorio, suscitatore di attività e di associazioni rivolte al bene spirituale, culturale e sociale della gioventù femminile che lo frequentava, e ai suoi tempi si mostrò più assidua che mai, felice di assecondarlo e seguirlo nelle sue proposte e intraprese.

Al sopraggiungere di don Rinaldi — ebbe a scrivere lo stesso don Francesia — «l´oratorio si è come ringiovanito»."

E veramente fu così.

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Cominciò con la presenza domenicale e festiva. «Ogni domenica e festa di precetto — attesta suor Teresa Graziano ai processi — il Servo di Dio celebrava per le ragazze più alte e teneva loro la spiegazione del Vangelo»! «Non era — osserva ancora suor Graziano — un oratore nato... ma non si dispensava mai dal dovere... Anzi predicava in ogni occasione e teneva appropriate conferenze... Le sue parole, piene di bontà e semplicità, erano adatte alle circostanze e scendevano efficacemente nel cuore delle ascoltatrici. la suo era un parlare chiaro, ordinato, incisivo».6

Le suore assistenti per lo più — anche perché si trattava del prefetto generale — con lapis e taccuino prendevano appunti, e a distanza di tempo ricordavano argomenti, impostazioni e suggerimenti pratici, nel dare i quali il Servo di Dio si rivelava un maestro provetto e ispirato consigliere; o se meglio piace un pastore che conosce, ama e cura il suo gregge.

Nessuno in quei momenti lo avrebbe giudicato uomo d´affari e di maneggi temporali: era come se la sua persona si sdoppiasse, lasciando campo libero a una personalità religiosa, che si nascondeva nelle pieghe più intime del suo io. Per conoscere don Rinaldi bisognava guardarlo in azione, scoprire il ministro di Dio che si celava sotto un fare dimesso, e non suscitava impressione per lo studio di passare inosservato.

L´oratorio femminile di Valdocco e l´incalzare della vita oratoriana finirono col farne apprezzare la vitalità interiore e il tesoro della sua salesianità.

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* * *

Per don Rinaldi l´oratorio era «l´arca della salvezza» che si apriva alla gioventù, la teneva lontana dai pericoli e la veniva formando al senso cristiano della vita. Desiderava perciò «che le ragazze frequentassero l´oratorio non solo al mattino, ma anche al pomeriggio»; e voleva «che lo si presentasse, per così dire, in veste nuova tutta le domeniche» con trattenimenti e feste capaci di far presa sull´animo giovanile.

Quindi al principio di ogni mese si elaborava il programma per ogni domenica, in modo che le oratoriane, salite in poco tempo a varie centinaia, «fossero invogliate a intervenire e a prendere parte attiva».´

Per il Servo di Dio quelle giornate laboriose divenivano un sollievo alle consuete occupazioni di ufficio; ebbe a dire: «l1 tempo che passo all´oratorio — ed era gran parte dei giorni festivi — lo considero tempo di riposo».8 Si avverava per lui, come per i santi piu attivi: la distensione avveniva nel cambio di lavoro.

* * *

Se non che per il Servo di Dio l´oratorio non fu semplice diyersivo e tanto meno passatempo o scacciapensieri. Fin da principio non intese fare della sola guida spirituale, dall´altare o dal confessionale, dove accoglieva quante ragazze si rivolgevano al suo ministero sacerdotale. Affrontò la vita oratoriana nel suo complesso e nelle sue molteplici forme, per le quali manifestò un genio singolare, che nessuno avrebbe sospettato in persona schiva e quasi ritrosa, benché sempre disponibile verso chi ricorreva al suo aiuto.

Cominciò dalle Figlie di Maria. Era stato pensiero di don Bosco, e lo era di don Rua, che si approntasse un regolamento generale per le associazioni di oratori e collegi, dove ogni gruppo o sodalizio si reggeva in maniera autonoma o in dipendenza da associazioni primarie non salesiane.

Tentativi ed esperienze non erano riusciti, e non approdarono a risultati neppure con don Rinaldi; egli però tenne fermo al pensiero del Fondatore, che in sostanza mirava a una principale associazione giovanile costituita all´ombra del Santuario di Maria Ausiliatrice, con facoltà di aggregazione per associazioni locali, dovunque il ramo femminile salesiano si fosse esteso.

L´idea di don Rinaldi — e qui comincia a rivelarsi la sua chiaroveggenza — era che il pio sodalizio avesse carattere proprio, «perché

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ai nostri tempi — insisteva — non basta più la sola pietà: occorre l´azione».´ I fatti gli diedero pienamente ragione; dopo la sua morte si arrivò alle Figlie di Maria Immacolata-Ausiliatrice, che ebbero larga fioritura negli oratori e istituti affidati alle cure spirituali delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

L´incerto stato della questione non impedì a don Rinaldi, interessato più alle cose che alle strutture, di occuparsi con frutto delle Figlie di Maria, così come erano in voga, onde accresceme la vitalità e il fervore. I verbali delle adunanze lo dànno solitamente presente, quale maestro di religiosità e di ascetica giovanile. Anzi promosse un convegno di associazioni torinesi per dibattere il tema che gli stava a cuore: «La Figlia di Maria e i nostri tempi». l°

* * *

11 passaggio da problemi spirituali a quelli sociali era nella impostazione della nuova Figlia di Maria, proprio perché il Servo di Dio la concepiva in azione e voleva fare dell´oratorio femminile di Valdocco «l´oratorio modello»," o pilota come oggi suol dirsi.

Già nel 1905, prima di impugnarne definitivamente le redini, aveva suggerito la fondazione di una piccola Società di mutuo soccorso tra le oratoriane: le iscritte versavano «modeste quote e in caso di malattia avevano diritto ad essere soccorse». ´2 Nel 1906 invece riuscì a costituire un gruppo di Patronesse, in «difesa delle giovani operaie» del quartiere e della zona periferica di Maria Ausiliatrice."

Ma quel che più premeva a don Rinaldi era difendere e premunire oratoriane e Figlie di Maria contro le dottrine che a quei tempi in Torino diffondevano il materialismo socialista. Le tesi del Servo di Dio, non appena assunse la direzione dell´oratorio, furono chiare e ispirate al Vangelo. «Quando si tratta del necessario miglioramento economico — insegnava alle giovani — anche voi fate pure sentire la vostra voce. Evitate però di compromettere gl´interessi dell´anima con quelli del corpo. Reclamate il giusto, ma non sacrificate l´onestà. Associatevi: non mai tuttavia con chi vi toglie la fede. Chi fa il bene con libertà è rispettato anche dagli altri. Portate con onore il caro titolo di Figlie di Maria»."

Impareggiabili e insuperate per allora le istruzioni ed esortazioni di don Rinaldi sul matrimonio, la vita domestica e i doveri coniugali. Qualora se ne raccogliessero gl´insegnamenti da verbali, testimonianze e appunti presi mentre egli parlava, si potrebbe misurare il lavoro

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svolto in aggiunta alle occupazioni ordinarie, e la competenza e saggezza che lo informavano e rendevano attuali e gradite le sue allocuzioni.

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Nel 1908 favorì e diede impulso all´Unione Ex-allieve dell´oratorio, che poi si allargò e diede origine alle Unioni Ex-allieve delle Figlie di Maria Ausiliatrice. La presidente, signora Felicina Gastini, che ha parlato delle udienze di don Rinaldi nel suo ufficio, dichiara ai processi: «La nostra — quella cioè di Valdocco, oratorio femminile, fu la prima Associazione Ex-allieve delle Opere Salesiane, e si costituì per merito del Servo di Dio... Non si può descrivere la gioia di tutte nel ritrovarci insieme, poiché dopo il matrimonio non si era più solite frequentare l´oratorio». 15 Servo di Dio volle festeggiare il primo incontro con una piccola processione eucaristica e una recita in teatrino; quindi pensò a un consiglio direttivo, a gite e conferenze, a esercizi mensili di buona morte, a corsi di esercizi spirituali in preparazione alla Pasqua, e a cento altre iniziative che solo uno zelo intraprendente riesce a scovare.

Depone la Gastini: «Nel 1910 istituì il segretariato di collocamento che affidò alle ex-allieve; ci fornì libri di letture amene per la biblioteca; incoraggiò la filodrammatica». E ancora: «Nel 1911 promosse il primo convegno ex-allieve; patrocinò e diresse la fondazione di altri centri; formò il consiglio regionale, poi quelli nazionale e internazionale, di cui anch´io feci parte».

Anche da Rettor Maggiore — conclude Felicina Gastini — don Rinaldi «non si disinteressò della nostra associazione. Ci confortò sempre con la sua parola; seguì da vicino le nostre imprese; e sinché visse fu padre amorevole di tutte le ex-allieve dell´oratorio di Valdocco». ´6

Anche don Ceria assicura che don Rinaldi, fatto Rettor Maggiore, non si distaccò totalmente dall´oratorio. Vi andava la domenica — dice — e «si ritirava nel parlatorio a dire l´ufficio, dando per un´ora udienza alle oratoriane più grandi, che avessero bisogno di parlargli»."

Figlie di Maria ed Ex-allieve furono i gruppi femminili che il Servo di Dio curò con impegno speciale e di cui si valse nel campo dell´apostolato religioso e sociale, che — lo si è visto — cominciò ben presto a travalicare i confini dell´oratorio per raggiungere mète e traguardi più lontani.

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Nella sua deposizione giurata madre Clelia Genghini cerca di illustrare in ordine cronologico le attività di don Rinaldi presso l´oratorio femminile di Valdocco. Raccogliamo le testimonianze che confermano e completano il quadro.

«Nel 1908 — dice — egli costituì le Zelatrici dell´Oratorio; scelse cioè tra le Figlie di Maria le incaricate di accrescere il numero delle oratoriane, specialmente fra le ragazze del popolo...

Nel 1909 introdusse l´assistenza medica gratuita, le conferenze sociali, la schola cantorum, il segretariato del lavoro, le scuole serali, le nove domeniche in onore del Sacro Cuore.

Nel 1910 pensò alla Cassa dei piccoli risparmi, distinta da quella di mutuo soccorso, e alle scuole estive per bambine delle scuole pubbliche.

Nel 1911 fondò il Circolo di Cultura... che fu preparazione ai Circoli femminili di Azione Cattolica, sorti più tardi.

Nel 1912 diede vita ai catechismi quaresimali per alunne delle scuole elementari di Stato.

Nel 1913 incoraggiò la scuola di ginnastica e la filodrammatica: egli stesso inviò produzioni e — cosa veramente singolare — dettò saggi per il palco.

Nel 1914 spronò a fondare la scuola di buona massaia, in aggiunta alla scuola serale; suggerì l´istituzione di propagandiste per la comunione frequente; e suggerì di avviare esercizi spirituali chiusi per oratoriane»."

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Si andrebbe in lungo a recensire le attività degli anni che seguirono; per qualcuna d´altronde si dovrà tornare sull´argomento. Qui restano da fare alcune osservazioni.

Don Rinaldi aveva lo spirito e il piglio del fondatore o suscitatore di cose nuove e adatte alla società che gli stava intorno. Era un perfetto uomo d´azione: pronto, sagace, coraggioso. Il suo zelo non aveva tregua. Non cercava grandi successi o di far colpo. Gli bastava coltivare, all´insaputa di molti, il suo campicello, facendone fruttificare tutte le zolle con un ardore che aveva del meraviglioso.

Certo non faceva tutto lui: aveva collaboratrici intelligenti e assidue. Lo stimolo tuttavia e la direzione erano suoi; suo l´impulso e lo

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slancio; sua l´intraprendenza, che rivelava un instancabile ricercatore di mezzi e sussidi per il bene.

E tacitamente col suo procedere don Rinaldi offriva una vivente lezione di pedagogia salesiana alle Figlie di Maria Ausiliatrice, che da lui impararono con quali criteri e metodi la religiosa di don Bosco deve operare in mezzo alle ragazze del popolo, che sono il campo privilegiato della sua vocazione.

Non senza motivo don Bordas dice dell´oratorio diretto da don Rinaldi: «Era un emporio di opere femminili, religiose e sociali che servivano di modello agli oratori delle Figlie di Maria Ausiliatrice». ´9

Il Servo di Dio, in altre parole, faceva scuola, e appariva il più autorevole interprete dello spirito salesiano anche in campo femminile.

* * *

Ma più che ad essere ideatore di novità, don Rinaldi teneva a sentirsi e a manifestarsi padre spirituale delle giovani che lo circondavano all´altare, lo sentivano in confessionale, ascoltavano le sue prediche e raccomandazioni, lo accoglievano a festa nelle loro adunanze, nei teatrini ed accademie, e perfino nei cortili quando si affacciava sorridente e passava in mezzo a loro.

«Per le ragazze — depose la Gastini — era veramente un padre. Si interessava per trovare a chi aveva bisogno posti di lavoro..., le visitava inferme, e quando fosse del caso le aiutava con sussidi e medicine»." Quante volte — soggiunge — io fui testimone della sua bontà verso ex-allieve ammalate... Visitava anche le famiglie di quelle più bisognose, portando con la sua benedizione «il soccorso della sua carità».2´

La Gastini aveva la cassa della piccola società di Mutuo soccorso del gruppo; dovendo riscattare oggetti in pegno, una socia la pregò di attingere dal fondo comune. «No — le disse con amabile fermezza il Servo di Dio —: non rientra nei fini dell´associazione. Piuttosto ci penso io». E così fece."

In altra circostanza, rivedendo una oratoriana che non si presentava da tempo: «Ti aspettavo — le disse — perché ti sapevo in pena per l´affitto. Eccoti la busta. È pronta da settimane». La giovane — osserva Felicina Gastini — fu altamente impressionata, perché non aveva detto niente a nessuno»."

Il cuore di don Rinaldi aveva intuito e la sua preveniente carità stava in attesa.

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* * *

Non si deve pensare tuttavia che gli mancassero dispiaceri e disgusti. Il mondo giovanile è un mondo instabile e irrequieto, facile ad applaudire e pronto alla critica e all´insinuazione.

Suor Teresa Graziano aiuta a leggere questa pagina che mise a prova la costanza, la rettitudine e l´indulgenza del Servo di Dio. «Anche nel campo ristretto dell´oratorio — depone suor Graziano — non mancarono a don Rinaldi pene per la poca delicatezza di qualche oratoriana, per malevoli insinuazioni di altre o incomprensioni del suo operato in determinate circostanze». Il Servo di Dio proprio allora dimostrava «speciale indulgenza e benevolenza più grande verso le colpevoli. Dimenticava e ridava fiducia, pur non lasciando di correggere al momento opportuno... Egli era il padre buono che in tutto ricopiava don Bosco».24

Sapeva comunque essere forte se il caso lo esigeva. Una giovane dell´oratorio — assicura suor Graziano —, la quale con mormorazioni e critiche fu causa di molti guai, incontratasi col Servo di Dio sulla porta del Santuario di Maria Ausiliatrice, si sentì apostrofare con parole insolite sulla bocca di don Rinaldi: «Ricordati — le disse — che si può andare all´inferno anche per la lingua»."

* * *

Ci fu anche un atto di ribellione.

Un gruppo di ex-allieve al principio non voleva ammettere nell´associazione se non quelle che pagassero la quota per la società di Mutuo Soccorso, che lo stesso don Rinaldi aveva introdotto. Si travisava in tal modo lo spirito dell´Unione com´era concepita secondo la tradizione salesiana, che non voleva discriminazioni.

11 Servo di Dio convocò un´adunanza per spiegare il concetto fondamentale dell´associazione e invitare tutte ad accogliere le finalità del gruppo. Le sue parole non riuscirono a calmare le acque. Ci furono repliche e atteggiamenti scortesi. Don Rinaldi ne provò disgusto. «Ho tentato — sentenziò — le vie del cuore, ma non sono per voi. Passiamo perciò all´autorità. Da questo momento l´associazione è sciolta. Alla porta si trovi una suora e prenda i nomi di chi intende iscriversi all´Unione per viverne lo spirito di don Bosco»."

Detto questo don Rinaldi uscì dignitosamente dalla sala, aspettando che la burrasca si placasse.

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" Summ., 37-38, 134-136. "7 CERTA E., 180. "
Summ., 212-214, 735-740. "
Summ., 62, 220. 20
Summ., 35, 127. 2´
Summ., 48, 171. "
Summ., 49, 176. "
Summ. , 52, 186. "
Summ., 143, 492. "
Summ., 143, 492.
Summ. , 149, 515. "
Summ., 143, 492. "
CERTA E., 198-199. 29
CERTA E., 198. 5°
CERTA E., 199.

«Questi tratti — rileva suor Graziano — erano rari nel Servo di Dio, e avevano fondati motivi»."

* *

Tra la gioventù femminile don Rinaldi fu il pastore buono che anima al bene, conforta nel dolore, incoraggia all´apostolato.

Don Rinaldi — scrive una suora — mi fu padre e guida nei pericoli che la vita di studio e d´impiego mi presentava in una città come Torino... A lui debbo i sereni ricordi d´una giovinezza pura; a lui il benessere morale e spirituale della mia famiglia; a lui la crescita e lo sviluppo della mia vocazione»."

Un´altra oratoriana scrive: «Egli era l´ispiratore di tutte le nostre opere buone; nella luce della sua carità eravamo pronte a qualunque sacrificio»."

Si capisce perciò come nel 1911, durante un viaggio nella Spagna, scrivesse da Madrid: «Temo di non trovarmi a Torino per la prima domenica di marzo. Mi rincresce. Io sto meglio nascosto nell´Oratorio — alludeva alla casa madre della Congregazione — che sbalestrato nelle capitali d´Europa. Mi dispiace soprattutto perché non potrò assistere alla conferenza delle Figlie di Maria. Mi sostituirà don Ferrari»; il fido segretario che lo coadiuvava fra le giovani dell´oratorio femminile, che il Servo di Dio considerava «come porzione — son sue parole — affidata alle mie cure».30

E nessuno vorrà contestare a don Rinaldi il diritto di vedere, nell´oratorio festivo delle Figlie di Maria Ausiliatrice di Valdocco, il suo campo genuinamente salesiano di lavoro in mezzo alla gioventù, e insieme la palestra del suo zelo sacerdotale e di quella carità che in quegli stessi luoghi aveva infiammato il cuore di don Bosco e guidato tante anime sulla via sicura della salvezza.

Note

Summ., 270, 942.

2 CERTA E., 178.

Summ., 210, 730.

CERA E., 179.

Summ., 126, 431.

Summ., 127, 433-434.

7 Summ. , 127, 432.

CERTA E., 178.

Surnm., 211, 733.

10 CERTA E., 183.

" Summ., 212, 733.

Summ., 212, 734.

" Summ., 212, 735. "

CERTA E., 186.

´5 Summ., 36, 128-129.

112

12

AL CONFESSIONALE

Dal 1° marzo 1902, fino al 1931, anno della morte, don Rinaldi puntualmente si fece rinnovare ogni dodici mesi dalla Curia di Torino la patente per le confessioni. Non certo per semplice formalità od occasionale servizio a vantaggio dei fedeli.

L´amministrazione del sacramento a giovani e confratelli aveva collaudato in lui le attitudini al governo delle anime. La naturale calma, la posatezza dello spirito, l´istinto alla riflessione al prudente giudizio di cose ed avvenimenti, facevano del Servo di Dio un facile candidato alla guida degli altri nell´atmosfera misteriosa della grazia.

Anche in questo don Rinaldi volle stare agli esempi di don Bosco e don Rua, che gli furono modelli di integrale attività salesiana. Mai e poi mai il Servo di Dio si sarebbe ripiegato sulle fredde operazioni amministrative d´ufficio, concedendo ad esse l´esclusiva della vita. Egli apprezza la fecondità del sacerdozio messo a disposizione degli altri in un lavoro faticoso e snervante, ma solidamente costruttivo: e s´impegnò a corpo morto, pur senza trascurare i doveri che la superiorità gl´imponeva.

Le pagine su don Rinaldi al confessionale, non sono certo le meno fulgide della sua esistenza, pur se vissute nell´oscurità e nel silenzio.

* * *

Ai processi i confratelli documentano il fatto, che attirava la loro attenzione e non andò esente — lo si vedrà — da irragionevoli critiche, delle quali il Servo di Dio, secondo la sua linea di condotta, non si amareggiò e non tenne calcolo.

Dichiara don Ricaldone: «Non solo don Rinaldi compiva esemplarmente i suoi doveri, ma trovò tempo da dedicare ogni giorno parecchie ore al confessionale».´ Don Azzini, detto che il Servo di Dio celebrava per tempo in basilica di Maria Ausiliatrice, aggiunge: «Quindi entrava in confessionale e attendeva al ministero fino ad ora tarda»)

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«Io stesso — conferma don Candela — potei costatare personalmente questa sua attività»)

Più ampi particolari offre don Tirone: «Ogni mattina — dice — andava all´altare alle 4,30; poi per un paio d´ore sedeva al confessionale, sempre molto frequentato. Chiamato anche di giorno — prosegue il testimone — lasciava il lavoro e scendeva subito in chiesa».´ Anche il biografo don Celia annota come il segretario don Ferrari ammirasse «la sollecitudine con cui in ore di ufficio, ai convenuti tocchi del timpano, accorreva in confessionale. Nulla lo tratteneva; quand´anche stesse dando udienza, pregava il visitatore di attendere. Si sarebbe detto che avesse il voto di non mai negarsi ai penitenti»)

A chi si meravigliava di tanto zelo bellamente rispondeva: «Ci ricordiamo così di essere preti».6

Don Rinaldi che aveva tanto temuto di accedere al sacerdozio dimostrava di capirne il pregio e la missione pastorale.

* * *

Si può domandare, a questo punto, quali fossero le sorgenti della sua spiritualità, o se piace della sua direzione spirituale. Non sicuramente uno studio intenso e metodico, se pur è vero che cercava di arricchirsi come poteva. In Spagna pare avesse fatto, forse nei lunghi viaggi, buone letture.

Fonte principale, comunque, della guida che impartiva era la sua non ordinaria vita interiore. Egli proiettava se stesso nelle anime; forniva l´acqua zampillante delle sue riflessioni e meditazioni; si ispirava soprattutto agli esempi e insegnamenti di don Bosco, e alla tradizione salesiana vissuta a Mirabello, Sampierdarena e specialmente a San Benigno.

Gli furono di valido appoggio anche l´assennatezza della quale era fornito, e un temperamento portato e forgiato alla sopportazione e alla pazienza. «Guidava le anime — scrive don Cena — in maniera semplice e confidente, al lume del suo grande buon senso».´

Calza a pennello un rilievo di don Ricaldone. «Se dovessi dire egli afferma, e si riferiva in particolare al governo pubblico, — quale sia stata la virtù che più spiccò in don Rinaldi, non temerei di asserire che fu la prudenza: io almeno l´ho visto e lo vedo nell´aureola di questa luce».8 A sua volta don Azzini rileva: «Da natura aveva sortito un carattere calmo, equilibrato, sereno, e lo aveva perfezionato con la vigilanza e la preghiera».9 In don Rinaldi cioè la grazia si sovrappose

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e perfezionò la natura e le permise di cogliere frutti abbondanti nel ministero.

«La sua direzione — si legge nei processi — era apprezzata e molti ne approfittavano».10 Il suo confessionale — osserva appunto don Azzini — «era sempre assiepato di penitenti dei più svariati ceti sociali»." Pure don Candela e don Bordas concordano nel ripetere che don Rinaldi confessore era apprezzato e ricercato» per la «fama del suo prudente consiglio». ´2

Don Giuseppe Matta, del clero torinese, entra anch´egli in materia per dire: «Segno evidente della consumata prudenza del Servo di Dio era il concorso di anime al suo confessionale in Maria Ausiliatrice... Lo provocava il fatto che i penitenti scoprivano in don Rinaldi un direttore di spirito illuminato, pratico e fatto secondo il cuore di Dio»." Un uomo nel quale parlava uno spirito che non era del mondo. Perciò lo ricercava chi voleva progredire nel bene.

* * *

Se non che le dichiarazioni processuali non si restringono all´aspetto esterno del fatto, che tutti vedevano: toccano il merito della questione e gettano luce in uno spazio biografico arduo da illuminare e tradurre in valutazioni concrete.

È il caso perciò di spigolare, tra penitenti abituali, esperienze e giudizi, che meglio lascino scorgere il volto di don Rinaldi, guida delle anime. Che poi la schiera dei suoi penitenti sia stata in prevalenza femminile è comprensibile per le attività svolte nel vicino oratorio festivo delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Figlie di Maria, ex-allieve, impiegate e donne del popolo, furono le assidue frequentatrici del suo confessionale, dove tuttavia molte persone arrivarono impensatamente per le misteriose vie della grazia o su indicazione di chi ne faceva la vantaggiosa esperienza.

Felicina Gastini, che abbiamo trovato fra le collaboratrici laiche del Servo di Dio, depone di propria scienza: «Era assiduo al confessionale in Maria Ausiliatrice; e alla domenica stava in confessionale anche all´oratorio. Per noi il poterci confessare da lui era una delle più belle fortune, perché le sue parole e i suoi consigli scendevano in cuore pieni di luce e di fervore».

* * *

Al primo incontro il Servo di Dio dava un senso di serenità e di pace, e le sue espressioni infondevano sicurezza per l´avvenire.

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È quanto accadde a Teresa Graziano in cerca — nel 1915 — di luce per il suo domani nella vita. Entrata in Maria Ausiliatrice si trovò senza saperlo nel gruppo di persone che aspettava di inginocchiarsi accanto a don Rinaldi. «Attesi a lungo — racconta — e fui tentata di passare da altri. Avvertivo però come una mano che mi tratteneva, quasicché una speciale grazia fosse legata per me a quell´incontro». Fu proprio così; «anche se per la fretta — osserva — non manifestai ciò che più mi angustiava, sentii una grande pace e una sicurezza nuova. Avevo trovato chi mi avrebbe aiutato a risolvere il problema del mio futuro». ´s

Dei successivi incontri Teresa Graziano afferma: «Accrebbero in me la stima e la venerazione del primo casuale contatto». ´6 Sotto la guida di don Rinaldi la giovane non tardò ad abbracciare la vita religiosa tra le Figlie di Maria Ausiliatrice e a consacrarsi all´apostolato salesiano, che svolse poi in varie regioni d´Italia quale direttrice e ispettrice. Qualche giorno dopo l´ingresso nell´Istituto, rallegrandosi del suo entusiasmo per la vocazione, don Rinaldi saggiamente le aveva detto: «Ricorda che la virtù dell´adattamento è virtù da conservare e praticare tutta la vita». ´ 7

Rievocando il suo direttore e padre suor Graziano non soltanto afferma: «infondeva massima tranquillità in chiunque ricorresse alla paternità del suo cuore», ´s ma così ne scolpisce la figura di guida spirituale: «Per natura era calmo e riflessivo... ma la prudenza in lui era virtù soprannaturale... Prima di rispondere o di dare un consiglio si raccoglieva in se stesso e pregava. Sembrava proprio che attingesse da luce interiore le deliberazioni che doveva prendere o i consigli ch´era chiamato a dare». ´9

Nulla mai di umano e di interessato: solo i disegni e il volere di Dio, soprattutto nelle creature di predilezione, che la Provvidenza gli affidava come figlie spirituali.

* * *

Anche un´altra giovane, divenuta essa pure Figlia di Maria Ausiliatrice, così parla di don Rinaldi confessore e direttore d´anime: «La Provvidenza volle che un mattino, entrando in Maria Ausiliatrice, mi trovassi al confessionale di don Rinaldi. Mi aprii interamente a lui ed egli comprese subito il mio stato d´animo. Mi trattò con grande bontà e subito m´ispirò fiducia. Mi esortò a riprendere i sacramenti e a ritornare all´oratorio, che avevo abbandonato, senza per altro farmi di

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questo espresso comando. Da quel momento cominciai ad avvicinarmi ogni otto giorni, mentre riprendevo la vita di pietà un po´ abbandonata».2°

La guida deI Servo di Dio si protrasse per due anni, durante i quali l´assidua penitente arrivò alla meditazione e comunione quotidiana e alla conoscenza della divina chiamata. «Dopo avermi lungamente messa alla prova... — essa dice —, mi permise di abbracciare la vita religiosa. Anzi fu egli stesso a impormi la medaglia di postulante nell´Epifania del 1915».21

* * *

Che il Servo di Dio trasmettesse alle anime già formate l´influsso della sua santità, lo attesta suor Giuseppina Ciotti, Figlia di Maria Ausiliatrice. Negli anni 1914-1920 da Bagnolo Piemonte, dov´era direttrice, spesso scendeva a Torino per commissioni. In Maria Ausiliatrice approfittava per la sua riconciliazione. Anch´essa, senza saperlo, capitò al confessionale di don Rinaldi, che nelle ore mattutine era come un piccolo porto di mare per le anime. Fatta l´esperienza vi tornò abitualmente, perché don Rinaldi — s´informò più tardi che era il prefetto generale della Congregazione — «confessava — depone — svelto e bene»," sì da lasciarla profondamente impressionata e spiritualmente soddisfatta.

«Faccio notare — dichiara con giuramento ai processi — che il Servo di Dio era uomo di intensa vita interiore e di non comune umiltà, per cui le sue stesse virtù restavano nascoste. Ma coloro che lo accostavano a scadenze fisse ne sentivano il benefico influsso e avevano per lui massima stima»."

* * *

Tipico il caso di madre Maria Lazzari, fondatrice della Pia Unione delle Missionarie della Passione di Gesù, di Mondovì. Aveva conosciuto casualmente don Rinaldi nel 1906 in Maria Ausiliatrice al confessionale. Dopo qualche contatto: «Mi persuasi — osserva — che valeva la spesa di attraversare ogni otto giorni la città per ricevere la sua direzione: egli mi sembrò scelto dalla Madonna per la cura della mia anima. Rimasi sotto la sua guida per oltre venticinque anni. Ebbi in lui un vero maestro di spirito... un confessore e direttore ideale, un santo di impareggiabile virtù»."

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«Nella direzione delle anime — descrive madre Lazzari — egli era fermo e soave. Sapeva rendere la pietà amabile, dimostrava desidera‑

bile e facile l´esercizio della perfezione, ed esortava alla pratica delle virtù solide. Conduceva le anime a Dio quasi senza che se ne avvedessero, e sapeva infondere ardentissimo amore a Gesù Sacramentato e a Maria Ausiliatrice. Nelle anime assecondava la grazia, non la preveniva; sapeva cioè attendere l´ora di Dio e condurre non secondo personali vedute, ma seguendo i particolari disegni della Provvidenza. 22

Madre Lazzari va oltre nelle sue dichiarazioni. «Il Servo di Dio — attesta per sua esperienza — aveva il discernimento degli spiriti, per cui le anime che stavano sotto la sua guida si sentivano al sicuro. Egli comprendeva tutto; sovente leggeva nel cuore e sapeva anche ciò che io non gli dicevo. Anzi in varie circostanze diede prova di conoscere l´avvenire; molte cose da lui annunciate in vita, si sono verificate dopo la sua morte»."

* *

Infatti, nel 1918, durante l´epidemia detta spagnuola, don Rinaldi si era recato al capezzale di Maria Lazzari, gravemente colpita con altri familiari dal morbo. «Dopo essermi confessata — racconta — gli dissi che temevo di morire — era allora sui 35 anni —. Don Rinaldi mi fece coraggio e mi disse di stare tranquilla: non sarei morta, bensì avrei dovuto compiere ancora molte obbedienze»."

Quattro anni più tardi, nel luglio del 1922 — tre mesi dopo la sua elezione a Rettor Maggiore — don Rinaldi confermava e precisava i suoi vaticini a Maria Lazzari: «Mi raccomandò di pregare e di prepararmi a una grande missione. Di questa — aggiunge — mi parlò varie volte nel corso dei nove anni che seguirono — fino alla sua morte —, dicendo che si trattava di opera destinata a fare molto bene. Difatti — conclude madre Lazzari — qualche anno dopo la scomparsa del Servo di Dio sorse il nostro Istituto, senza quasi che io ci pensassi o sapessi spiegarmi il fatto»."

In varie occasioni — insiste madre Lazzari — il Servo di Dio mostrò di conoscere cose interne a tutti sconosciute. Una volta, mentre don Rinaldi era a Milano, la giovane ebbe «assoluto bisogno» di parlargli. Senza preavviso e senza che nessuno lo sapesse prese il treno e si portò a Milano. Chiese di lui all´Istituto di Via Copernico e tosto se lo vide comparire davanti. Meravigliata di trovarlo subito in casa sentì rispondersi che la stava aspettando . «Gli chiesi — dichiara essa

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medesima — come era possibile che mi aspettasse, quando neppur io sapevo di potermi recare improvvisamente a Milano. Ed egli mi assicurò con grande naturalezza che in mattinata aveva sentito senza alcun dubbio che quel giorno sarei andata a parlargli»."

*   * *

Don Rinaldi — come si vede — sotto il manto d´una vita e d´un servizio pastorale modesto, nascondeva una paternità spirituale ricca di doni carismatici ch´egli riusciva a tenere segreti.

Alla Signora Emma Caviglione Coppa che a voce gli aveva manifestato un forte disagio fisico-psichico nell´accostarsi al confessionale, prima la rasserenò dicendole: «Stia tranquilla e si accosti pure alla Comunione»; poi le fece l´invito: «Venga in Maria Ausiliatrice, perché possa darle l´assoluzione».

La tormentata signora vi andò; la confessione «fu brevissima»; e tornò la pace dello spirito. «Fin che don Rinaldi visse — assicura fui sua penitente e non ebbi più a provare l´agitazione che prima mi angosciava»."

*   * *

Don Ceria trova il segreto di don Rinaldi confessore e direttore di spirito nella sua arte di incoraggiare. «Incoraggiava — scrive — chi correva, chi andava a rilento, chi cadeva. I frutti sono la prova più convincente della bontà del suo metodo. Quante sue penitenti debbono a lui il fervore e la pace di una vita veramente cristiana; quante l´aver abbracciato la vita religiosa o l´avervi perseverato. Si può con tutta verità — continua don Ceria — asserire che don Rinaldi appartenne alla schiera di quei direttori d´anime, i quali affezionano i penitenti non alla persona ma alla direzione che loro s´imparte»."

Degna di attenzione una confidenza del Servo di Dio al segretario don Ferrari: solo una volta gli era capitato di «rifiutare» con rammarico l´assoluzione."

*   *

Nessuno pensi tuttavia che nell´esercizio di così fecondo ministero, del quale è impossibile misurare l´ampiezza e la copiosità dei frutti, mancassero a don Rinaldi amarezze e contrasti. Non tutti vedevano di buon occhio che il prefetto generale, il quale pur s´ispirava agli esempi

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di don Bosco, dedicasse tanto tempo e tante cure al ministero e fosse aperto a una carità spirituale così larga e continua.

Ai tempi di don Rua non sorsero difficoltà. Queste affiorarono sotto don Albera, che pure aveva del suo primo collaboratore un altissimo concetto. Talora però — osserva acutamente don Ceria — don Albera vedeva «certe cose di don Rinaldi con occhi altrui»." Vi era cioè chi giudicava con minor benevolenza il prodigarsi del Servo di Dio nel ministero e gettava ombre sull´animo del Rettor Maggiore.

Fin da principio del nuovo rettorato don Rinaldi, intuendo il pro‑

´ blema e dichiarandosi disposto a ogni rinuncia, aveva deciso di non cambiare linea di condotta. Solo l´ubbidienza poteva distoglierlo dall´apostolato: ma questa non venne; ed egli, pur soffrendo per qualche atteggiamento riservato, per mezze parole che indirettamente lo colpivano, continuò ad essere un dono per le anime. Il bene lo si paga a prezzo di umiliazioni e di sofferenze. Don Rinaldi lo sapeva e non si sgomentò di nulla.

Il 28 ottobre 1917 annotava: «Starò più attento perché il confessionale e specialmente le donne non mi distolgano da una vita veramente salesiana e secondo don Bosco —: qui dunque giocavano i commenti —. Per questo bisogna che preghi molto. Da solo sono incapace di stare nel giusto termine. Mi aiuti Maria Ausiliatrice»."

Forse fu allora ch´era capitato quanto don Ricaldone, testimone oculare, ha cura di raccontare ai processi: «Una volta il compianto don Albera, non bene informato, gli fece in Consiglio più che un appunto un vero rimprovero. Don Rinaldi che avrebbe potuto chiarire e difendersi, non disse parola. Quello stesso giorno, usciti in città, mi permisi di ricordare con lui il fatto spiacevole. Don Rinaldi tacque e non volle che se ne parlasse»." Umile e silenzioso, nascondeva in cuore amarezze e pene.

* * *

Ha ragione suor Rosalia Dolza là ove dichiara: «Non ho trovato né conosciuto sacerdoti e superiori che gli fossero uguali in virtù e santità»;" e quando assicura che nessuno più di don Rinaldi «assomigliava a don Bosco» per genialità, bontà e zelo."

Dal Fondatore egli aveva imparato che le anime si coltivano e si conducono per i sentieri di Dio mediante la confessione e la guida spirituale; e pur tra incomprensioni e sofferenze interiori amò il ministero con ardore apostolico e salesiano, e non lasciò mai di sacrificarsi generosamente per gli altri.

121

Note

´ Sumrn., 270, 942.

Surnm., 9, 29.

Summ., 171, 591.

´ Summ., 231, 799.

CERIA E., 144.

Summ., 231, 799.

CERIA E., 144.

Summ., 289, 1013.

Summ., 20, 67.

Summ., 231, 799.

" Summ., 20, 68.

Summ., 83, 290; 85, 300; 187, 652.

" Summ., 340, 1173.

" Summ., 49, 174.

´5 Summ., 99, 346.

" Summ., 101, 351.

´7 Summ., 100, 350.

´ Summ., 144, 497.

" Summ. , 144, 496.

" Surnm., 352, 1209.

" Summ., 353, 1210.

" Summ., 198, 693.

" Summ. , 200, 700.

" Summ., 304, 1065.

" Summ., 306-307, 1075-1076.

" Summ., 307, 1077.

" Summ., 306, 1072.

29 Summ., 307-308, 1078.

" Summ., 308, 1079.

" Summ., 202-203, 708-709.

" CERIA E., 146.

" CERIA E., 144.

" CERIA E., 174."

CERIA E., 145.

" Summ., 290, 1018.

" Summ., 163, 564.

" Summ., 162, 563.

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FONDATORE IN PENOMBRA...

Parrà strano ma è così. Anche se riusciva a nasconderlo, don Rinaldi — come si è detto — aveva il temperamento del fondatore e le qualità per diventarlo. Aperto alle cose nuove, sapeva leggere nei bisogni delle anime e della società. Da giovane era apparso incerto e taciturno; da adulto invece mostrò di essere portato all´azione con tempestività e chiaroveggenza, pur restando in sottordine e non scostandosi mai dalla più religiosa obbedienza.

Il soggiorno di Spagna aveva saggiato la sua laboriosità e messo in chiaro le capacità di scelta, che adornavano il suo spirito e facevano di lui un campione della vita salesiana. A Torino, nella piena maturità degli anni, il temperamento non si smentì: si vorrebbe dire che si affinò nel settore spirituale delle anime.

Qui don Rinaldi arrivò a concepire e attuare una forma nuova di vita consacrata nel mondo e a porre gl´inizi di un Istituto che oggi in lui si riconosce e lo onora come ispiratore e padre. Si potrebbe dire che fu questa l´opera più indovinata e personale del Servo di Dio, anche se è verissimo che egli volle restare nell´ideale di don Bosco, attribuendo al Fondatore ciò che faceva, e se al principio poté sembrare una semplice derivazione del suo spirito, ma in realtà non lo era. Più che a condividere la missione del Padre e Maestro, don Rinaldi mirava ad allargarne le opere, a diffonderne le aspirazioni, ad accrescere la vitalità dell´albero salesiano.

Di fatto, guardato alla luce della storia, egli riuscì ad emulare e completare la figura del suo grande Modello, e ad acquistare cittadinanza tra gli ideatori e iniziatori di nuove associazioni religiose nella Chiesa. Intuì cioè e precorse la via che portava alla secolarità consacrata per la elevazione e santificazione del mondo. lì che era del tutto nuovo allo spirito salesiano, che si arricchiva di una intuizione ecclesiale di prima qualità.

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* * *

L´argomento riconduce per forza di cose all´apostolato di dori Rinaldi nell´oratorio femminile di Valdocco, dove la Provvidenza l´aveva guidato non senza un fine che andasse oltre l´azione del momento.

Come già don Luigi Variara ad Agua de Dios in Colombia, anche il Servo di Dio tendeva l´orecchio alle istanze del mondo giovanile che gli si agitava intorno: era attento cioè alle aspirazioni che invocavano tentativi nuovi e coraggiosi nel campo della vita consacrata o, se si vuole, della spiritualità cattolica in seno al mondo laicale.

Già nel 1911, al primo convegno Ex-allieve delle Figlie di Maria Ausiliatrice, don Rinaldi aveva colto a volo il desiderio di alcune più vicine all´Istituto le quali, pur restando nel mondo per motivi talora indipendenti dalla propria volontà, desideravano integrarsi nella Famiglia salesiana, vivere lo spirito di don Bosco ed esercitare, in qualche misura, le opere caratteristiche del suo zelo.

Per don Rinaldi, abituato alla ponderatezza e sensibile alle aspirazioni delle anime, quel gruppo di antiche allieve, desiderose di avere «la parte propria... nella missione della Chiesa», onde dare «testimonianza a Cristo» per la salvezza del prossimo,´ non tardò a far rivivere nella mente il progetto di «Soci esterni», che don Bosco aveva ideato nello schema primitivo delle Regole, e che i revisori di Curia avevano scartato come novità non inquadrata nelle forme tradizionali della vita religiosa.

In realtà i due progetti — quello iniziale del Santo e quello innovatore delle ex-allieve — non erano destinati a identificarsi, per la diversità di vita che si presupponeva: l´una di semplici cristiani, l´altra di anime con voti unite in associazione. Comunque la richiesta del 1911 era per la Società Salesiana un invito a trasferire in maniera nuova e schiettamente religiosa lo spirito di don Bosco tra laici destinati a restare nel mondo.

Ma era ciò possibile? Chi avrebbe avuto il dono e la missione di estendere il carisma della Congregazione fuori delle istituzioni tipicamente salesiane già approvate dalla Chiesa?

Il problema non era facile anche perché i tempi non apparivano maturi per l´accettazione di una secolarità consacrata nello spirito salesiano e pur distinta dalle fondazioni esistenti. La strada fu lunga e conobbe soste e difficoltà. Il primo a intuirne il significato e i vantaggi fu don Rinaldi, che la imboccò e la percorse arditamente e con cautela. A distanza di tempo, in vita e dopo la sua morte, divenne fatto storico di non scarso rilievo.

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* * *

Vi fu innanzi tutto un passo anonimo, che si ricollega alla richiesta avanzata nel convegno del 1911. Esiste, con la data di quell´anno, un abbozzo di «Statuto» per una «Pia Società delle Figlie di Maria Ausiliatrice laiche». Si voleva, in qualche modo, bruciare le tappe e dalle parole passare ai fatti. Lo schema resta in archivio, fu stilato a Conegliano Veneto e fa pensare che fosse alla ricerca di approvazione.´

Don Rinaldi lo ebbe certamente fra le mani, pur se non trovò applicazione tra le stesse richiedenti, neppure in via di prova o di sperimento. Forse non rispondeva del tutto a persone che intendevano restare nel mondo.

Visto quell´abbozzo alla luce del passato e delle idee che ne costituivano l´ossatura, tre punti meritano speciale rilievo. L´ideata Società voleva nascere vicino al santuario di Maria Ausiliatrice, come germoglio «alle radici della grande pianta salesiana». I membri o le ascritte intendevano abbracciare «un vero e proprio stato religioso con voti». In terzo luogo il sodalizio, pur cercando «il miglioramento individuale, la diffusione della pietà, l´incoraggiamento alla virtù», si proponeva di completare o sostituire l´azione apostolica delle Figlie di Maria Ausiliatrice. In sostanza la Figlia di Maria Ausiliatrice laica doveva essere «donna di preghiera, di virtù e di azione».

* * *

A don Rinaldi il progetto del 1911 apparve troppo articolato e di non facile attuazione. Figlie di Maria Ausiliatrice laiche non entravano e non si adattavano al suo pensiero.

Egli ritenne l´idea di qualcosa di nuovo nel mondo femminile, secondo lo spirito di don Bosco, senza tuttavia pensare a duplicati d´istituzioni già esistenti. Al momento non diede peso al progetto di Conegliano Veneto, che di fatto non ebbe seguito. Come poteva nascere una fondazione autonoma priva di chi la tenesse a battesimo e ne garantisse la guida e gli sviluppi? Come darle poi volto proprio e inserirla nel mondo salesiano, che appariva in pieno sviluppo? Non era il caso di ricondurre il progetto al successore di don Bosco e di sollecitarne l´approvazione?

Prima conveniva pregare, approfondire i concetti, scoprire persone adatte, tracciar loro un progetto di vita, e aspettare da Dio la spinta ad agire, imboccando la via giusta.

125

È in quegli anni — 1911-1926 — che in don Rinaldi si disegna la figura del fondatore autentico, se pur costretto dalle circostanze e dalla sua umiltà a mantenersi in penombra, perché l´impresa riuscisse.

La maturazione fu lenta nel Servo di Dio, che studiò ogni particolare con oculatezza e prudenza, secondo il suo solito: mettere avanti gli altri e nascondersi. Capire qui don Rinaldi è rendersi esattamente conto del suo eroismo di geniale apostolo che fa e si ritira nell´ombra.

* * *

D´accordo evidentemente con le persone interessate, sue figlie spirituali frequentanti l´oratorio Maria Ausiliatrice, don Rinaldi fece il primo passo col Rettor Maggiore il 3 ottobre 1916. Desiderando che non tutto finisse in semplici colloqui, lo impegnò mediante uno scritto, laconico ma altamente espressivo: «Rev.mo e carissimo don Albera — annotava —: conviene che Vostra Riverenza sappia come alcune persone — in realtà tre soltanto — seguono il tenore di vita qui unito. Esse non formano corpo a parte, ma possono determinare una corrente di idee — quelle che egli vagheggiava —, che un giorno o l´altro potrebbe arrivare a Vostra Riverenza come Rettor Maggiore della Pia Società Salesiana. Per quanto conosco io — aggiungeva don Rinaldi, vero ispiratore e artefice del fatto nuovo —, sono disposto a darle quegli schiarimenti che desiderasse».

Da rilevare nell´importante documento l´accenno a corrente di idee nuove, che si potevano coordinare con lo spirito e le vedute di don Bosco. Pareva cioè a don Rinaldi che il carisma del Fondatore, misteriosamente ampio e profondo nelle applicazioni, potesse fare un salto di qualità fuori delle famiglie religiose già costituite. Perciò parla di speciale tenore di vita, di cui allega in visione i punti fondamentali, dei quali i capisaldi sembrano due: restare isolati nel mondo e attenersi a una condotta di consacrazione «simile a quella che si pratica nella vita comune».

* * *

Come si vede, il progetto del 1911 veniva accantonato, forse per mancanza di vera identità e possibilità di sviluppo.

In una paginetta e in sette schematici punti costituzionali don Rinaldi presentava al Successore di Don Bosco l´ideale di vita salesiana consacrata nel mondo, secondo i criteri che le «pie persone» in parola da anni seguivano sotto la sua direzione.

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Dire che quella pagina è la magna charta da cui ha formale origine l´attuale istituto secolare delle Volontarie di Don Bosco è senz´altro cogliere nel segno. Don Rinaldi aveva pensato; fatto le sue esperienze; si era convinto della possibilità e utilità della nuova forma di vita; e, spinto forse dalle interessate, che ciecamente si fidavano di lui, giuocava la sua carta, tentando le vie della Provvidenza.

Nella sua umiltà egli non si sarebbe mai impegnato nel dar vita a una istituzione, che doveva portare il sigillo salesiano, senza l´approvazione del legittimo Superiore. Si direbbe anzi che la sua mossa mirava e far cadere sul Rettor Maggiore la paternità più che la responsabilità dell´impresa.

* * *

Le volenterose candidate — annota don Rinaldi — appartenevano all´associazione dei Cooperatori Salesiani; facevano voto di castità temporaneo o perpetuo secondo il consiglio del confessore; vivevano intensa vita di pietà secondo lo spirito di don Bosco e svolgevano, in famiglia e nella società, l´apostolato del buon esempio e delle varie opere di carità possibili.

Dai fatti si deduce che don Albera, pur senza interventi personali — almeno in via ufficiale — diede la sua approvazione al progetto che don Rinaldi caldeggiava; sicché il Servo di Dio, a partire dall´autunno del 1916, poté operare con mano libera nell´attuazione di un ideale che si era venuto delineando alla sua mente, e riprendeva e sviluppava un pensiero di don Bosco.

Il 20 maggio 1917, nella novena di Maria Ausiliatrice, fu la data prescelta per avviare l´incipiente sodalizio di anime consacrate nel mondo. Servendosi di tre Figlie di Maria, che debbono considerarsi pietre angolari dell´istituzione, don Rinaldi metteva le basi per una «Società di Figlie di Maria Ausiliatrice nel secolo». Le tre prescelte, dietro opzione e accettazione, furono Maria Verzotti, Francesca Riccardi e Luigina Carpanera. Alla solerzia di quest´ultima si debbono i verbali o meglio i resoconti — della seduta inaugurale e degli incontri solitamente mensili che seguirono; oggi pubblicati nella collana formativa dell´Istituto Volontarie di Don Bosco, Documenti e testi, V, Quaderno Carpanera, Roma, Poliglotta Vaticana, 1980.

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* * *

Nella prima conversazione don Rinaldi accennò al tentativo del 1911. Il regolamento steso dalle richiedenti non era sembrato consono «ai bisogni di anime destinate a vivere nel mondo». I Superiori salesiani tuttavia accoglievano l´idea, essendo essa «veramente nel pensiero e nel programma» di don Bosco.

«Don Albera soggiunse don Rinaldi coinvolgendo le presenti — dopo la visita che gli avete fatto per la terza volta, esponendogli il vostro desiderio, me ne parlò, manifestandomi la preoccupazione di dar vita a una nuova opera di bene che richiede speciale assistenza in un momento difficilissimo per la mancanza di personale». Si era durante la prima conflagrazione europea.

Vista però la disponibilità delle Figlie di Maria Ausiliatrice a dar sede e aiuto al nascente sodalizio — e qui è da supporre il lavoro persuasivo di don Rinaldi —, «noi incominciamo quest´opera — proseguì il Servo di Dio — nell´oscurità, con voi tre presenti... Nessuno deve sapere quel che sta maturando... Continuate ad essere quel che siete».

Tracciato quindi il programma di vita spirituale sulla falsariga dello spirito e delle devozioni salesiane, don Rinaldi concludeva: «Siete poche: solo tre, ma non importa. Le opere del Signore nascono nella povertà e nell´umiltà, e si consolidano nel silenzio. Meglio poche, ma di buono spirito. Meglio un arboscello solo, ma di radice sana e forte, che molti sparsi e di radice inferma... Non chiamate nessuna a seguirvi: basterà il vostro buon esempio. Siate unite tra voi, e formate un cuor solo e un´anima sola».

Nel mese di luglio alle tre confondatrici del gruppo si univano Celestina Dominici e Giovannina Peraldo; e in novembre Caterina Borgia e Teresa Salassa. Si trattava perciò di un fermento che adagio adagio poteva lievitare la massa.

A questo punto è dovere annotare che al gruppo, per il quale non esisteva ancora un nome ufficiale, prestarono attenzione e cure materne le ispettrici madre Felicina Fauda e madre Rosina Gilardi, che si avvicendarono in quei mesi alla direzione dell´ispettoria piemontese, e accettarono l´opera dei Superiori e di don Rinaldi, come impresa della Famiglia salesiana.

* * *

Ma cade qui la crisi che maggiormente afflisse il Servo di Dio e minacciò indirettamente la sopravvivenza dell´istituzione prima ancora che potesse attecchire e rassodarsi con atti formali e pubblici.

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Quali commenti si spargessero sul conto di don Rinaldi in quel momento, che è tra i più significativi del suo apostolato, sembra più facile supporre che documentare. Mentre egli con lucidità di spirito era tutt´intento a interpretare e dar forma integrale allo slancio apostolico del Fondatore, per uno di quei facili paradossi in cui cadono gli uomini, si levava qualche dubbio circa la sua salesianità. Lo si è visto proprio nel 1917 — in ragione del suo apostolato femminile.

Da Ivrea, dove probabilmente era andato per un corso di esercizi e un esame delle sue vicende, egli come figlio che si rimette al giudizio del padre, chiedeva a don Albera: «Devo continuare ad occuparmi dell´oratorio femminile e delle Ex-allieve?». La nuova istituzione non veniva nominata, ma era presente sullo sfondo del problema.

Con amarezza don Rinaldi soggiungeva: «Sotto il mio nome passano cose che io non conosco, non ho approvato e non mi piacciono». Non è facile dire a che cosa alludesse e quali persone entrassero a intralciare il suo operato. Comunque: «Sappia — diceva il Servo di Dio con franchezza e dignità a don Albera — che io non ho difficoltà a lasciare questa occupazione; anzi desidero avere, qualora debba riprenderla, una sua parola sicura».

Don Albera postillò l´autografo di don Rinaldi e glielo restituì. «Si‑

curo — annotò circa l´eventuale sostituzione Perché cambiare?».

Era tornato il sereno; e il Servo di Dio restava al suo posto di guida spirituale delle anime, per imprese alle quali Dio lo destinava. Se nella prima conferenza al nucleo iniziale delle associate don Rinaldi manifesta la stoffa dell´autentico fondatore, qui si rivela religioso perfetto che intende vivere la sua obbedienza a costo di qualunque sacrificio. La saggezza e l´equità di don Albera, che non diede peso a infondate chiacchiere, avevano evitato il naufragio dell´istituzione prima che nascesse.

* * *

Qui s´impone una annotazione di grande rilievo. Nel preparare e nell´avviare la nuova istituzione don Rinaldi si muove in punta di piedi, come chi va per terreno minato. Intende agire ma lo fa con somma prudenza e circospezione.

Il motivo c´era ed egli per ufficio ne era informato. Al Consiglio Centrale della Congregazione si dibatteva la questione del ricordato don Luigi Variara che ad Agua de Dias in Colombia aveva dato vita a una comunità femminile. Sul posto erano sorte difficoltà: confratelli

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e superiori esprimevano pareri contrastanti; non sembrava che un salesiano potesse improvvisarsi fondatore. E non mancarono tentativi di impedire l´opera, che pure don Rua aveva benedetto e incoraggiato.

Anche a Torino non si era unanimi nel favorire il disegno di don Variara, destinato a portare frutti abbondanti e a ricevere l´approvazione Apostolica.

Al corrente di tutto ciò, pur se non personalmente interessato, don Rinaldi s´accorgeva che novità del genere portavano scompiglio e disorientamento tra i confratelli, ai quali non sembrava conveniente che ci fossero in Congregazione piccoli fondatori; perciò si mosse con estrema cautela, desiderando che fosse lo stesso Rettor Maggiore don Albera a favorire ed approvare il gruppo delle prime candidate alla nuova istituzione, che aveva le sue radici nella sua mente e nel suo cuore.

* *

Seguì il tempo — due anni — della formazione alle singole candidate e al gruppo; e della preparazione alla pubblica emissione dei voti.

Con quella pazienza e metodicità che di lui fecero l´esperto forgiatore d´anime che conosciamo, per tutto il 1918 e gran parte del 1919 don Rinaldi venne disponendo le sue figlie, più che discepole, al genere di vita consacrata che intendevano condurre nel mondo.

Non è il caso di scendere a particolari. Basti notare — come risulta dagli appunti avidamente presi alla sua scuola — che essi formano un vero codice di vita religiosa femminile secolare, conforme allo spirito e alle tradizioni salesiane. Sono acque cristalline filtrate a un condotto il più genuino che si possa desiderare.

Insegnamento fondamentale e di attualità del Servo di Dio, che mostrava di capire la forza santificatrice della secolarità consacrata, e perno della sua ascetica, l´invito a rinnovare tacitamente nella società la vita dei santi, che eleva e trasforma il mondo. «Abbiate — suggeriva paternamente al piccolo stuolo delle associate — lo spirito buono. La vostra missione non consiste solo nel farvi sante, ma nell´adattarvi alle necessità della vita, ai bisogni del tempo, per far del bene». E ancora più esplicitamente: Portate «lo spirito religioso dove vi trovate», cioè nel mondo delle rispettive occupazioni, relazioni interpersonali, e professioni.

Una laicità, come si vede, operante e attiva, là dove non poteva giungere, con tempestività e azione personale, il lavoro del sacerdote e del religioso.´

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* * *

Pur restando in penombra, don Rinaldi gettava solide basi e preparava la fioritura della sua opera, che in qualcuno destava critiche e riserve, ma che presto sarebbe venuta alla luce con la più autorevole approvazione di chi era tenuto depositarlo dello spirito e delle intenzioni del Fondatore.´

Note

I CONCILIO VATICANO II, Apostolicam actuositatern, nn. 1-2.

2 I documenti usati in questo capitolo provengono dall´Archivio Centrale Salesiano, fondo Don Rinaldi. Al tempo della prima edizione non portavano segnature; se ne garantisce però l´autenticità e il fedele impiego. D´altronde oggi sono pubblicati in Quaderno Campanera, ricordato nel testo e nelle Fonti.

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...E ALLO SCOPERTO

L´evoluzione dei fatti e l´avvio del sodalizio misero don Rinaldi in condizione di uscire allo scoperto, anche se egli non si atteggiò mai a fondatore: termine che ai superiori — proprio per il caso Variara — non andava a genio.

Prima infatti di arrivare all´emissione pubblica dei voti occorreva un regolamento. Ne parlò il cardinal Cagliero nella primavera del 1918 a Maria Verzotti, andata a fargli visita. 11 grande missionario della Patagonia salesiana, depositario e tutore dello spirito di don Bosco, aveva guardato di buon occhio l´iniziativa di don Rinaldi, pur senza intravedere con chiarezza il suo futuro di vero e proprio istituto secolare pienamente autonomo.

Il Cagliero parlò alla Verzotti di «piccolo regolamento», nonché di «nome» da attribuire al sodalizio, in maniera da non fare «troppo» colpo, né da apparire come specifica «nuova istituzione».

A quel momento non era certo facile veder chiaro nell´esperimento di don Rinaldi, e prevedere gli sviluppi che la consacrazione secolare avrebbe avuto qualche decennio più tardi nella Chiesa, indipendentemente dal tentativo salesiano.

Lo schema di regolamento non poteva che essere affidato a don Rinaldi, autore e promotore dell´opera. Se ne possiede l´autografo in 18 punti. Pare sia della seconda metà del 1918, e va sotto il titolo: «Associazione delle Zelatrici salesiane».

Molti dei punti in questione son presi da don Bosco e in particolare dal suo regolamento per i Cooperatori. Forse fu un accorgimento per attenuare il fatto verso chi non riusciva a persuadersi che qualcosa di nuovo stava nascendo all´ombra dell´albero salesiano.

Di don Rinaldi è certamente il numero tre che dice: «Zelatrici sono quelle giovani che vogliono osservare tutto il regolamento delle Cooperatrici salesiane e stando in famiglia (intendono) vivere vita da religiose».

Alla vita consacrata, ribadita al numero dieci, era da aggiungere

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l´apostolato. «Questa associazione — sottolinea il numero cinque si propone vita attiva nell´esercizio della carità verso il prossimo, specialmente verso la gioventù».

Tutto il resto: vita e pratiche di pietà, opere di zelo, formazione e ordinamenti per la crescita del sodalizio, erano presi o affidati alla Congregazione Salesiana e all´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

In conclusione: pur con le incertezze degli inizi e la mancanza di autonomia istituzionale, il regolamento delineava con chiarezza gli elementi costitutivi di una vita consacrata tendenzialmente laicale.

A quel momento, e in casa salesiana, non si poteva chiedere di più; né don Rinaldi mostrò di voler forzare i tempi. Gli bastava sancire i connotati essenziali che più gli stavano a cuore.

* * *

Le prime sette professioni furono emesse il 26 ottobre 1919 nella cappella attigua alle camerette di don Bosco. A riceverle fu lo stesso cardinal Cagliero, alla presenza di don Rinaldi, di suor Rosalia Dolza, in rappresentanza dell´ispettrice, e di suor Maddalena Brunetto, assistente del gruppo.

Per la verità il solo voto specifico emesso dalle neo-consacrate fu quello di castità; ma con solenne impegno di osservanza del regolamento, che parlava di povertà e di obbedienza, secondo le rispettive condizioni di vita.

«Col voto di castità — ammonì il Cagliero, la cui presenza dava solennità e ufficialità salesiana all´atto, — voi siete morte al mondo e appartenete a Dio. Immolatevi serene per la sua gloria». Poco prima aveva asserito: «Ora... è necessario che il superiore don Albera si occupi di voi; e prenda questo nuovo virgulto sotto la sua protezione. Gliene ho parlato stamane».

Non è facile dire se queste parole erano semplice cronaca o benevola esortazione a superare difficoltà. L´assenza del Superiore Generale potrebbe indurre a pensarlo.

Usando poi il suo linguaggio da condottiero, il capo della prima spedizione missionaria del 1875, aveva così concluso all´indirizzo delle neo-congregate: «Voi siete le truppe di riserva» della Congregazione Salesiana.

Alle nuove religiose al secolo si diede il nome di «Zelatrici di Maria Ausiliatrice della Società di San Francesco di Sales». Emanazione cioè e prolungamento della fondazione salesiana.

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*  * *

Pensò don Rinaldi che il 26 ottobre 1919 nasceva un Istituto Secolare, di cui egli — anche per l´assenza di don Albera — era il Padre e Fondatore?

Certo egli intese prendere un ideale inattuato di don Bosco e dargli forma, in attesa che l´autorità ecclesiastica si pronunciasse e lo facesse suo. Per questo aveva fatto sbocciare e maturare l´idea; l´aveva coltivata e favorita con criteri istituzionali che andavano oltre il pensiero di don Bosco; la difese rispettosamente con don Albera, perché impegnava la Congregazione più che la sua persona; e la portò a compimento restando nell´ombra senza vantare successo.

La gioia di quel giorno memorando non ha eco nelle fonti: rimane da immaginare, anche se non tutti la intravidero come alba di tempi nuovi per la vita consacrata. Don Rinaldi dovette benedire in cuor suo l´avvenimento, che aveva trovato avallo nel Rettor Maggiore e nel cardinal Cagliero, eredi e custodi dello spirito genuino di don Bosco.

Questo però in nessuno era apparso così vivo, autentico e avanzato, come nel prefetto generale della Congregazione, che più e meglio di tutti aveva interpretato la grazia delle origini, suscitando una nuova associazione chiamata ad affermarsi nella Chiesa. L´umiltà degli inizi forse fece velo a molti e non lasciò capire che l´ideale di don Bosco era rispuntato e si era perfezionato in don Rinaldi, divenuto a sua volta, quasi senza saperlo, padre e fondatore di un nuovo ramo della Famiglia salesiana.

*  * *

In novembre al gruppo delle prime sette si aggiunsero «due nuove sorelle», Cristina Milone e Olimpia Ferrero, «veterane dell´oratorio» di Valdocco.

Negli anni successivi, a poco a poco, assistito dalle Figlie di Maria Ausiliatrice e da don Rinaldi, il gruppo arrivò a contare sedici membri; nel 1921 scelse a suffragio segreto un Consiglio direttivo, e fissò le rispettive incombenze.

Dai verbali risulta che il Servo di Dio trattava le congregate da «religiose» e le educava a vita di consacrazione nel mondo. La meditazione e la lettura spirituale, la pratica della bontà e della mansuetudine, la devozione all´Eucaristia, al Sacro Cuore e a Maria Ausiliatrice,

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erano temi preferiti, insieme a quelli dell´apostolato. Don Bosco poi costituiva il punto di riferimento obbligato e il modello di santità da imitare; tanto che nell´ultima domenica di aprile del 1920: «È tempo — diceva alla piccola assemblea — che studiate il modo di rendervi vere figlie di don Bosco».

In luglio parlava delle cure verso «le nuove aspiranti»; e invitava allo studio delle modalità pratiche nell´esercizio della carità «in corrispondenza ai bisogni e alle circostanze della vita moderna».

«Non nella preminenza — insegnava nel 1921 —, nel comparire, nell´esser lodate, sta la forza che santifica e perfeziona, bensì nell´umiltà e nell´amore di Dio». E inculcando la devozione alla Madonna, come battendo un chiodo che non dava requie al suo pensiero, esortava a ricopiare le sue virtù per «far rivivere Maria SS. ma nella società».

«Siate — esortava ancora — vere figlie di don Bosco: nei laboratori, nelle fabbriche, per le vie, senza smentirvi mai. Sempre uguali, coerenti a voi stesse; pie, gravi, zelanti. Lavorate con semplicità e candore, senza ostentazione, manifestando la vostra pietà con la parola dolce, soave, caritativa».

*  * *

Scorrendo i resoconti delle adunanze mensili si rimane colpiti dall´impegno che don Rinaldi mette nella guida spirituale delle sue figlie. Nulla mai però che si riferisca alla sua persona o alla sua paternità. Nulla che ricordi o alluda a contrasti e difficoltà.

Il Servo di Dio resta volontariamente in ombra. Cancella si può dire la sua persona per mettere in evidenza don Bosco, san Francesco di Sales e di quando in quando madre Mazzarello. Non rivendica mai l´opera a sé; non si qualifica; non vanta privilegi, e tanto meno reclama onori o distinzioni. È contento di aver lavorato nella vigna del Signore, e quasi teme di uscire dalla sua penombra, anche se l´opera oramai camminava allo scoperto.

·   * *

Così anche da Rettor Maggiore, quando più facilmente avrebbe potuto far sentire il peso della sua autorità e personalità.

Anzi dopo l´elezione, le sue presenze in mezzo alle Zelatrici si vanno lentamente diradando. Interviene e parla solamente nelle professioni, che si susseguono con ritmo consolante.

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Nell´ottobre del 1922, ad esempio, riceve nelle camerette di don Bosco, dove l´istituzione era nata come già la Congregazione Salesiana, la rinnovazione dei voti triennali delle prime sette consorelle. «Ad esse — nota il verbale — si è unita la consorella Giuseppina Bianchi, venuta da Milano per fare i voti e ricevere la medaglia di Maria Ausiliatrice».

«Voi — disse in quell´occasione il nuovo Rettor Maggiore — siete una piccola famiglia raccolta in questo luogo sacro dal quale don Bosco salì al cielo... Vi siete raccolte qui per meglio rivivere il suo spirito, seguirne gli esempi, e aiutarne le opere». Concluse, ribadendo un concetto che gli era abituale: «Alla santità della vita uniamo la santità dell´azione». La santità laicale per don Rinatili doveva prender di mira la elevazione e santificazione del mondo. Perciò in una allocuzione gli erano uscite più dal cuore che dalle labbra le parole: «Voi siete le prime figliuole che vi dedicate a seguire don Bosco... nella società».

L´ultima presenza del Servo di Dio tra le Zelatrici è del 21 maggio 1928. Nella vita dell´associazione, per incarico dello stesso don Rinaldi, compare qualche volta don Calogero Gusmano, segretario generale della Congregazione, il quale per la sua vicinanza al Superiore era in grado di informarlo su quanto accadeva.

Alle singole poi fu sempre lecito incontrarlo e riceverne aiuto e consiglio.

* *

Si può ora domandare: ebbe don Rinaldi la convinzione di aver dato inizio a qualcosa di nuovo nella vita consacrata? Certamente pensò di aver fatto un passo in avanti nel programma spirituale di don Bosco, verso mète che ancora non erano chiare alla giurisprudenza ecclesiastica, ma non avrebbero tardato a integrarsi nella compagine ecclesiale.

Sentì inoltre di essere diventato, più che padre spirituale di anime, padre di una nuova famiglia di consacrate, che in lui avrebbero riconosciuto il fondatore della loro associazione e l´ispiratore della loro vita?

Così di fatto ritennero le prime Zelatrici, anche se non si pensò da principio a usare un titolo che don Rinaldi si guardò sempre dall´attribuirsi, parendogli una usurpazione.

La sua condotta è quella di un fondatore che sa di esserlo, ma finge di non saperlo e opera attribuendo ad altri la gloria di quel che fa.

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Gli rende giustizia proprio don Gusmano, che in altri tempi gli era stato motivo di qualche amarezza. Per lui il gruppo delle Zelatrici di Maria Ausiliatrice «è l´ultimo capitello della grande Opera Salesiana»; anzi egli afferma che nel dar vita al gruppo «don Rinaldi ha spremuto ii succo del pensiero di don Bosco».

Nella linea salesiana, dunque: ma con novità di pensiero e di forme che precorrevano i tempi e rivelano il carisma di don Rinaldi.

* * *

Tale carisma oggi è storicamente riconosciuto come prerogativa di don Rinaldi e come forma «originalissima» del suo pensiero «ecclesiale e salesiano»;´ tanto più che il Rettor Maggiore don Albera, pur avendo dato consenso all´operato del suo prefetto generale, «non comparve mai di persona in nessun momento della fondazione»,2 che rimane merito esclusivo del Servo di Dio, obbediente e rispettoso con chi gli stava a capo.

Chiamato d´ufficio al Processo Apostolico di don Rinaldi, chi scrive ha potuto testimoniare con giuramento: «Don Rinaldi sapeva leggere nei segni del tempo, cogliere i bisogni del mondo e dar respiro alle ansie delle anime. Accogliendo richieste spirituali che salivano dal mondo femminile di cui si occupava, arrivò a ideare e attuare una forma di vita consacrata nel mondo, che oggi va sotto il nome di secolarità consacrata. Le dottrine spirituali e giuridiche della sua età non erano mature come oggi, e non si dava ancora importanza all´azione dei laici nella Chiesa; mancavano soprattutto documenti ufficiali a sostegno di innovazioni per la consacrazione a Dio nel mondo. Non è difficile comunque dimostrare — come si è fatto — che don Rinaldi ebbe chiara visione, non di certa vita religiosa nel mondo, a guisa di terz´ordine, ma di secolarità consacrata, per la elevazione e santificazione delle realtà terrestri. Arrivò così a porre il fondamento e a preparare gli inizi di un vero Istituto Secolare, che in lui si riconosce, secondo lo spirito salesiano, e lo onora come Padre e Fondatore».´

Nella discussione sulle virtù eroiche del 1986 anche due Consultori Teologi gli riconoscono tale paternità. «A lui si deve — afferma il primo — la fondazione dell´Istituto Secolare Volontarie di Don Bosco, per una presenza cristiana più viva nel mondo».´ Il secondo: «Diede inizio a un progetto di vita consacrata nel mondo, costituito poi in Istituto Secolare approvato dalla Chiesa».5

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* * *

Converrà concludere ricordando per sommi capi le vicende dell´Istituto.

Dopo la morte di don Rinaldi, avvenuta nel 1931 e seguita a breve distanza dalla scomparsa di don Gusmano, la fondazione subì battute di arresto, non essendo ancora pienamente consolidata.

Si rianimò con don Domenica Garneri a partire dal 1943. Superate le difficoltà della ripresa, il vecchio ideale di vita consacrata nel mondo rifiorì come per incanto. Era il tempo nel quale sorgevano qua e là gl´Istituti Secolari.

Ufficialmente la rinascita delle Zelatrici di Maria Ausiliatrice, secondo gl´ideali di don Rinaldi e la partecipazione di alcune sue figlie, si attuò il 6 gennaio 1956, con l´approvazione e sotto gli auspici di don Renato Ziggiotti, dall´agosto 1952 quinto successore di don Bosco.

Tosto si avvertì Ia fioritura di gruppi nelle principali città d´Italia e anche all´estero. Nel marzo del 1959, decisamente orientata verso la forma secolare, l´associazione prese il nome di Volontarie di Don Bosco e contava già 150 aggregate.

Nel 1961 si componeva il testo delle Costituzioni in armonia con i documenti pontifici, in particolare la Provida Mater Ecclesia di Pio XII — 2 febbraio 1947 — e secondo i criteri della spinta iniziale, che raggiungeva così un importante traguardo.

Il 31 gennaio 1964, festa di san Giovanni Bosco, l´arcivescovo di Torino, cardinale Maurilio Fossati, erigeva in forma canonica l´associazione e ne approvava gli Statuti. Sette anni più tardi, il 31 gennaio 1971, su mandato della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari, il cardinale Michele Pellegrino, successo al Fossati, erigeva le Volontarie di Don Bosco in Istituto Secolare di diritto diocesano; mentre con decreto del 5 agosto 1978 della stessa Congregazione venivano riconosciute come Istituto Secolare di diritto pontificio.

Il lungo cammino dal 20 maggio 1917 era compiuto. L´opera di don Rinaldi riceveva il più alto e vagheggiato collaudo.

Attualmente — 1988 — le Volontarie sono 919, sparse in più di 103 gruppi, dei quali 27 in Italia; gli altri all´estero, in tre continenti, Europa, Asia e America, e in 26 nazioni.

Un miracolo al quale don Rinaldi non aveva certamente pensato, ma che si è compiuto in virtù del seme da lui sparso nel solco, e reso fecondo dal suo virtuoso silenzio e dalla sua santità.´

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Note

Proc. Ap., Inform., 34. 2 Proc. Ap., 506.

Proc. Ap., 505.

"Rei. et Vot., 1986, 13. Rel. et Vot., 1986, 18.

Le altre citazioni come a nota 2 del capitolo precedente. Le statistiche sono ufficiali e vengono dal Centro dell´Istituto.

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APOSTOLO DEL DOPOGUERRA

La guerra del 1915-18 — lo si è potuto vedere di scorcio — non interruppe le attività apostoliche di don Rinaldi. Pur deplorando lo sterile conflitto, che aveva diviso i popoli e obbligato molti salesiani a vestire le divise, il Servo di Dio si adoperò per fronteggiare le strettezze del momento, sia in Italia, che nei paesi travolti nella bufera bellica. Don Albera sentì il forte appoggio della sua collaborazione e ammirò la prontezza degli interventi e delle norme e disposizioni che impartiva.

Parrà strano ma è così. Mentre nel santuario di Maria Ausiliatrice don Rinaldi guidava 1e anime per le vie dello spirito, all´oratorio femminile era direttore attivo e insuperabile nelle iniziative, tra le Zelatrici assumeva il volto del fondatore: nel suo ufficio appariva superiore vigile e premuroso che svolge opera di governo, all´ombra e in aiuto del Rettor Maggiore.

Abbiamo voluto passare a una a una le circolari mensili del Consiglio Superiore alla Congregazione. Vanno dal 1905 al 1921: dal nu‑

´ mero 1 al numero 189, e portano quasi tutte la firma del prefetto generale don Rinaldi. Ognuna contiene raccomandazioni, informazioni, richiami, dei singoli membri del Consiglio Superiore, secondo le rispettive competenze. In coda c´è sempre il brano o la parte del Servo di Dio.

La parola di don Rinaldi, senza far torto agli altri, è concisa: tocca le questioni del momento riguardanti case e confratelli, stimola all´osservanza, invita alla regolarità amministrativa, sostiene la parola del Superiore. Non mancano battute spirituali, ma come a volo d´uccello. In quella sede egli è soprattutto l´uomo dell´ordine, della disciplina, il completamento si direbbe della figura paterna di don Rua e don Albera, ai quali non fa ombra e tanto meno si sostituisce.

Si ha l´impressione che per vent´anni don Rinaldi seppe stare al suo posto: in alto ma nell´ombra, come chi è chiamato a collaborare non a dirigere.

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* * *

Il rapporto con don Albera merita speciale rilievo, perché fino al 1910 don Rinaldi lo precedeva nella graduatoria dei rispettivi compiti in seno al Consiglio della Congregazione.

Fin dal 1911 si era prefisso: «Col Superiore sarò umile. Gli esporrò quanto possa interessarlo. Quando poi non fossi interpellato offrirò al Signore la pena».´

Si potrebbe domandare se le ultime parole non alludono a qualche lieve passeggera amarezza. Comunque il biografo don Cella assicura: «Aveva tanto scrupolo di non scostarsi dal pensiero e dalla volontà del Superiore, che ordinariamente ogni mattina, prima di mettersi a tavolino, coltivava l´abitudine di presentarsi per riferire sugli affari in corso e prendere ordini e istruzioni»!

Tra don Albera e don Rinaldi ci fu — come si è detto — qualche nube fugace per il suo apostolato femminile, senza che mai il Servo

di Dio venisse meno al rispetto e alla sottomissione dovuti al Superio‑

re. Lo attesta chiaramente don Ricaldone, a quel tempo membro del Consiglio Superiore della Congregazione. «Per don Rinaldi — egli di‑

ce — la voce di don Bosco, don Rua, don Albera, era un comando»!

Nel 1919 il Servo di Dio ebbe timore di oltrepassare le attribuzioni dell´ufficio, invadendo il campo del Superiore. Dopo un corso di

esercizi, come al solito ad Ivrea, ne scrisse candidamente a don Albera. Questi in lettera da Roma si affrettava a rassicurarlo che gli recava conforto la riuscita delle sue imprese; le quali — soggiungeva con encomiabile umiltà — compensavano «la mancanza di iniziative» da parte sua e «la poca pratica» che egli aveva degli affari.´

* * *

Si può dire infatti che durante la guerra e specie negli anni che seguirono, l´attività di don Rinaldi assume forme nuove e sorprendenti. La delicata salute di don Albera, che si avviava alla fine, gli permise di grandeggiare sulla scena salesiana e di promuoverne la ripresa nel mondo, dopo gli sconvolgimenti e la forzata pausa del conflitto.

In quegli anni la voce del Servo di Dio si era levata come invito alla carità. Nella circolare del 25 settembre 1915 richiamava «l´attenzione dei direttori d´Europa sui cari confratelli soldati. Molti di loro — diceva — sono obbligati a passare la vita dormendo sotto le tende o nelle trincee; altri sono sui monti in mezzo al ghiaccio e alla neve.

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È necessario che i direttori pensino a mandare per tempo indumenti di flanella e di lana. Abbiano cura — esortava — di questi confratelli e procurino di alleviare le loro sofferenze quanto più sarà possibile»)

Il 24 febbraio 1916, tornando sull´argomento e sui vuoti che si facevano nelle case: «Preghiamo — diceva — per i cari fratelli militari, esposti a pericoli d´ogni genere; preghiamo anche per la salute di coloro che si debbono sobbarcare a doppio lavoro, e facciamo tutto volentieri e allegramente: sarà una meritoria penitenza per l´imminente quaresima» .6

* * *

A guerra finita don Rinaldi si adoperò a lenirne le conseguenze. «Ricordo — depone don Azzini — come al termine della guerra molti confratelli fossero caduti infermi». Il Servo di Dio si prodigava in ogni maniera verso di loro, «dimostrando una carità veramente eccezionale».´ A nessuno dovevano mancare le necessarie cure.

Uguale carità usò negli anni 1918-1919 con i colpiti da febbri epidemiche. «Durante gli anni della guerra — attesta don Matta — e specialmente al tempo infausto della così detta spagnuola, il Servo di Dio esercitò un vero apostolato verso sofferenti, ammalati e bisognosi, di ogni condizione sociale, soprattutto verso i poveri. So che egli stesso, con non lieve sacrificio di tempo e di riposo, si recava a portare i necessari soccorsi; e allorché ciò gli tornava impossibile, ne affidava l´incarico a persone di provata e sperimentata fiducia».´

In particolare si occupò di orfani e orfane di guerra, ai quali si aprirono le porte di adatte case salesiane. «Egli — informa suor Graziano — desiderava aprire case per orfani di guerra, dai sei ai dieci anni, da affidare alle Figlie di Maria Ausiliatrice, anziché ai Salesiani... Trovò qualche difficoltà presso le Superiore, per la novità dell´opera e la mancanza di fondi». Ma non si scoraggiò. «Radunò il Consiglio — assicura suor Graziano — e disse alle Superiore dell´Istituto: "Il mondo per avviare le sue opere cerca anzitutto il denaro e si garantisce il provento. Don Bosco invece scorge anime da salvare, cerca gli operai e lascia il resto alla Provvidenza. Con chi volete stare: col mondo o con don Bosco?"».´ La risposta non poteva essere dubbia, e nel 1918 sorse l´opera degli orfani e delle orfane di guerra; che si proiettò a lungo per i primi nell´istituto di Monte Oliveto presso Pinerolo.

«11 Servo di Dio — aggiunge suor Graziano — s´interessava al gruppo delle orfane di guerra; godeva di vederlo prosperare e dar frutti e non lesinava direttive e consigli».´ ° Eccone un saggio che dimostra l´avve‑

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dutezza pedagogica e la paterna bontà di don Rinaldi. «Desiderava che le bambine — rileva l´informatrice — non fossero tenute sotto severa disciplina, ma educate con sistema familiare. "Lasciatele parlare a tavola — insinuava — anche a colazione: a quell´età il parlare è un bisogno fisico!". Voleva che prima di pranzo avessero una mezz´ora di ricreazione, e che lo studio della sera fosse intervallato da un po´ di sollievo. Insisteva perché si formassero le bambine alla sincerità; raccomandava che la pietà fosse spontanea, non forzata; che il trattamento a tavola fosse buono»."

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L´occhio e il cuore di don Rinaldi — i fatti lo dimostrano — arrivava dappertutto. Non c´era opera di bene, nel raggio delle sue possibilità, che egli trascurasse o non lo avesse subito alleato vigile e intraprendente.

Qui s´introduce il discorso di ciò che fece nel dopoguerra, soprattutto a Torino, e dell´impegno che mise in campo internazionale per Ex-allievi e Cooperatori salesiani.

Prima ancora di assumere la direzione dell´oratorio femminile di Valdocco, teatro classico della sua operosità apostolica, don Rinaldi aveva cooperato nel 1906 a costituire, nell´oratorio maschile annesso alla casa madre, il Circolo Auxilium, per ex-allievi e operai della zona. Ne assunse perfino la presidenza provvisoria, curò la compilazione dello statuto e sancì che fine primario fosse la formazione religiosa e sociale dei membri.

Depone in proposito l´ex-allievo don Matta ai processi: «Fu il fondatore del Circolo Auxilium di Valdocco, uno dei primi se non il primo a costituirsi a Torino. Per qualche anno ne fu l´Assistente, con partecipazione non puramente formale, ma pratica e attiva... Della sua intensa attività mi parlava uno dei primi soci, il quale esaltava il grande e fruttuoso apostolato del Servo di Dio tra gli adulti». ´2

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Questo spiega l´indomito zelo di don Rinaldi per la fondazione di due oratori in Torino, proprio nel 1918, mentre si profilava l´armistizio e la fine della guerra. Sono gli oratori di Borgo San Paolo e Monterosa, due zone periferiche della città, prese di mira dall´estremismo ideologico e investite da problemi sociali, in un momento che voleva essere di ripresa e di rinascita.

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Il Servo di Dio era aperto alle questioni del momento. Le andava per così dire a studiare sul posto, per rendersene conto e cercare soluzioni. «Ricordo — narra don Ricaldone — che uscendo di casa dopo il pranzo mi diceva: "Vieni; andiamo verso le fabbriche, all´entrata degli operai, e passiamo in mezzo ad essi. Credilo: la sola presenza del prete fa già del bene"». ´i

Gli episodi soprattutto contrari alla religione richiamavano la sua attenzione. Così «quando fu bruciata la chiesa di San Bernardino è sempre don Ricaldone che parla — mi disse: "Andiamo a vedere"». Andarono e ai loro occhi si presentò uno spettacolo di rovina e di sacrilega profanazione. Uscendo, il Servo di Dio con volto afflitto e pensieroso: «Qui — esclamò — sarebbe necessario un oratorio festivo».

Attraversando quei prati, a riprova dello scaduto senso cristiano della zona, i due superiori s´intesero ingiuriare da un gruppo di ragazzi, che ìn dispregio della loro persona si misero a gracchiare come i corvi: quàa... quàa... Don Rinaldi si voltò a guardarli con benevolo compatimento, e affermò: «Sì, proprio qua metteremo un oratorio festivo».

«Giunti a casa — prosegue don Ricaldone — una signora lo aspettava, e tutta desolata per i fatti di San Bemardino, che avevano scosso la pubblica opinione, gli consegnò cospicua offerta per un oratorio da erigere in quei paraggi. Quella sera ci fu riunione di Consiglio. Don Rinaldi parlò di quanto accaduto nel pomeriggio, e all´unanimità fu deciso l´acquisto di una cascina con 18.000 metri quadri di terreno per dar inizio a un oratorio». ´4 In breve la cosa fu fatta.

Con l´oratorio intitolato a San Paolo sorse poi il tempio di Gesù Adolescente, divenuto centro di comunità parrocchiale e di fiorenti associazioni giovanili e cattoliche. «L´azione svolta dall´oratorio — è detto nei processi — cambiò la faccia del rione». ´s

Fu l´oratorio prediletto di don Rinaldi nell´ultimo decennio della vita. In solenne circostanza del 1921 egli diceva, esprimendo il suo

pensiero, che era un programma: «L´oratorio di San Paolo deve essere la casa di tutti. Qui non deve regnare la politica o il partito, ma soltanto l´amore». i 6

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Altrettanto fece per l´oratorio di Monterosa, nella cosiddetta barriera di Milano, in un sobborgo di recente formazione, bisognoso di assistenza spirituale per la gioventù.

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Ebbe inizio — contemporaneamente a quello di San Paolo —1´8 dicembre 1918, festa dell´Immacolata e anniversario del primo catechismo di don Bosco a Bartolomeo Garelli nel 1841.

Dopo averne caldeggiato l´apertura il Servo di Dio ne divenne il protettore. Volle in primo luogo che fin da principio fosse dotato di personale sufficiente; procurò benefattori e fu largo di consigli e incoraggiamenti.

All´inizio vi andava con frequenza e non mancò mai fino all´ultimo di recarsi a presiedere la premiazione dei giovani oratoriani. Come a San Paolo, una ben distribuita catechesi, la fondazione di associazioni religiose e ricreative, la cura delle famiglie, in breve rinnovarono il quartiere.

Come ognuno può supporre, non tutto certo faceva don Rinaldi, che aveva altri compiti da svolgere; ma egli aveva l´arte di lanciar proposte, suscitare entusiasmi, animare al bene, confortare nelle difficoltà e negli immancabili disagi che il lavoro apostolico porta con sé. Non gli mancava il coraggio dei forti sia nel destare imprese che nel condurle in porto.

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In quegli anni don Rinaldi promosse all´oratorio femminile di Valdocco, sempre al centro dei suoi pensieri, un´aggiornata cultura religiosa intorno a problemi di carattere dogmatico, morale e sociale.

Fin dal 1909, notando la eterogeneità delle oratoriane, aveva introdotto una scuola di religione a parte per impiegate, studenti e maestre. Gli era stato di grande aiuto il segretario don Ferrari che per anni tenne ogni settimana lezioni appropriate a un bel gruppo di partecipanti.

Dieci anni dopo, nel 1919 istituì il Circolo di Cultura «Maria Mazzarello». Per comprendere la tempestività di quel gesto, che arditamente precorreva i tempi, basterà notare che un anno più tardi, nel 1920, sorgevano in Italia i primi Circoli di gioventù cattolica femminile.

Don Rinaldi camminava in testa, vedeva giusto e guardava lontano. Più che i suoi lumi, era la luce di Dio che Io investiva e lo spingeva in avanti.

Tra le associate egli introdusse il dialogo, la discussione, il confronto delle idee; e volle che ognuna si incoraggiasse a tener brevi conferenze, a difendere pubblicamente i principi cristiani. Non basta insegnava — essere buone in famiglia: bisogna professare e difendere

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le proprie convinzioni davanti alla società. Nella sua apertura di spirito il Servo di Dio, che non era e non poteva essere classicista o romantico, con materie sociali e religiose, includeva temi letterari e di sapere profano.

Anche qui, evidentemente, non faceva da solo, ma invitava abili conferenzieri. A sé riservava temi quali il matrimonio, il divorzio e simili: e sapeva svolgerli con chiarezza e riserbo. Nel Circolo nacque perfino una «Conferenza di San Vincenzo» per la visita e l´aiuto ai poveri.

Articolata e intensa soprattutto la vita spirituale delle «circoline». Messa ogni mese, primi venerdì, ora santa, che lui stesso predicava, preparazione alla Pasqua, gite a Valsalice, in visita alle tombe di don Bosco e di don Rua.

Suor Gisella Capetti, Figlia di Maria Ausiliatrice, che appartenne al Circolo, assicura che nel primo decennio «uscirono trenta vocazioni religiose». «Noi — essa dice — avevamo per don Rinaldi una venerazione illimitata, unita alla più filiale e rispettosa confidenza; e benché qualcosa ci potesse costare, come le famose conferenzine, gli ubbidivamo in tutto»."

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Nel 1920 fu la volta del secondo Congresso Internazionale degli Ex-allievi e dei Cooperatori e Cooperatrici salesiane.

Nei suoi progetti operativi don Rinaldi era fervido e instancabile. Al suo arrivo a Torino nel 1901 esistevano qua e là unioni locali di ex-allievi. Egli fu d´avviso che si dovessero moltiplicare tali gruppi, in modo da unire e confederare tra di loro quanti erano cresciuti alla scuola di don Bosco, per continuare a viverne lo spirito e a diffonderlo nella società. Suoi alleati furono il Bollettino Salesiano e gli abili redattori che prendevano l´imbeccata dal prefetto generale e si attenevano alle sue direttive.

Nel 1910, sotto la sua presidenza, una commissione aveva studiato le modalità e lo statuto di una Federazione di Circoli e Unioni di ex-allievi; e nel 1911 si era tenuto il primo Congresso Internazionale per sancirla e renderla esecutiva: vi parteciparono ex-allievi di 22 nazioni. In quell´occasione, come scintilla, era scattata la proposta di un monumento a don Bosco sulla Piazza di Maria Ausiliatrice al compiersi, nel 1915, il primo centenario della nascita.

Le fatiche di don Rinaldi onde la proposta divenisse realtà non pos‑

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sono rientrare in un quadro biografico d´insieme. Basti riportare il giudizio di Piero Gribaudi, primo presidente internazionale degli Ex-allievi: «Chi faceva tutto e non voleva apparire — afferma — era don Rinaldi... Egli mi maneggiava come voleva». "

La guerra creò intralci. Il monumento dello scultore Cellini fu solennemente inaugurato soltanto il 23 maggio 1920; e appunto a far da cornice all´avvenimento il Servo di Dio progettò e diede vita al secondo Congresso Internazionale di ex-allievi, che rinnovò e rese più feconda la vita dell´associazione.

«Fu tale e tanto l´interesse che egli si prese degli ex-allievi — attesta don Matta — che da essi era chiamato padre degli ex-allievi». Le frequenti raccomandazioni in proposito nelle circolari mensili del Consiglio lo dimostrano. A ragione perciò don Matta dichiara: «Avendolo io seguito, come presidente di una Unione, posso garantire che la sua azione era così alacre e fattiva, che chi non avesse conosciuto o saputo del suo grande lavoro di prefetto generale della Congregazione, avrebbe facilmente creduto che quella fosse la sua sola occupazione. Egli non si metteva in vista, ma sapeva far presentare da altri le proposte che aveva escogitato e gli sembravano opportune»."

Per don Rinaldi valeva in anticipo l´insegnamento di Giovanni XXIII: Fare, far fare, dar da fare, lasciar fare. Egli sapeva muovere le persone e coordinare la loro azione ai fini che si proponeva.

Soltanto una volta, ma più tardi, — attesta il presidente internazionale degli Ex-allievi Arturo Poesio — don Rinaldi «prese aspetto e linguaggio di autorità, allorché, nella sua qualifica di Rettor Maggiore, dichiarò che l´organizzazione degli Ex-allievi rientrava nel numero delle nuove famiglie, suscitate nella Chiesa da don Bosco, alle quali si allude nella preghiera del Santo»."

Don Bosco era allora Beato e premeva al Servo di Dio riconoscere l´appartenenza degli ex-allievi alla Famiglia Salesiana secondo il pensiero e i desideri del Fondatore.

* * *

Nel 1920, il prefetto generale aveva anche ideato e fatto indire l´ottavo Congresso Internazionale dei Cooperatori e il secondo delle Ex-allieve di Maria Ausiliatrice. Attorno al monumento del Padre dovevano raccogliersi tutti i rappresentanti delle sue ramificazioni nel mondo.

Del Congresso dei Cooperatori, che studiò i modi della cooperazione salesiana, basterà dire che don Albera si fece rappresentare dal

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Servo di Dio; poiché dai tempi della Spagna egli si era occupato della crescita e degli sviluppi dell´associazione, di cui fu il più valido sostenitore.

Le ex-allieve poi dovevano tutto a lui; venne quindi a trovarsi nel suo centro e tra persone, che Io consideravano il perno dell´associazione e la guida sicura nei compiti da assolvere. 11 Congresso propose un periodico mensile e fu don Rinaldi a indicare il titolo simbolico di Unione che ancora porta.

Parecchi anni dopo, al celebrarsi nel 1933 il venticinquesimo della prima associazione, istituita come si disse nel 1908 dal servo di Dio — già passato all´eternità —, chi commemorò il fausto avvenimento non poté trattenersi dal dire: «Non so come si riesce a parlare in questo luogo — l´oratorio femminile di Valdocco — senza vedere tra noi la paterna figura di don Rinaldi. Il bene ricevuto da lui è immenso. L´idea dell´associazione gli appartiene: e più che dalla mente gli uscì dal cuore».2´

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Resta da aggiungere ciò che in quel tempo e anche prima don Rinaldi fece per la Casa Generalizia delle Figlie di Maria Ausiliatrice, con sede allora in Nizza Monferrato. Vi erano fiorentissimi il noviziato San Giuseppe e la Scuola Normale pareggiata nel 1900. Sovente lo si invitava non solo per occasionali predicazioni, ma anche per conferenze alle novizie, alle educande, alle diplomate e al corpo insegnante.

Il Servo di Dio era persuaso che nella donna si dovesse formare la sposa e la madre per il mantenimento e la crescita dello spirito cristiano nella famiglia e nella società. Perciò non rifiutava mai le sue prestazioni, che erano avvalorate da larga esperienza in campo femminile, sia oratoriano che sacerdotale.

Dalle cronache dell´Istituto e dalle note dei suoi discorsi, che avevano sapore di conversazioni familiari — tipo i Trattenimenti di san Francesco di Sales —, si potrebbe ricavare un trattato di sana pedagogia cristiana e salesiana, per l´interpretazione e applicazione del Sistema preventivo, e la missione che la giovane maestra è chiamata a svolgere nel suo campo di lavoro, in paesi e città.

L´acume, la finezza, la praticità delle cose che don Rinaldi, con fare bonario diceva e insegnava, sembrano più dono dello Spirito Santo che frutto di riflessione e di esperienza. Ispirandosi al Vangelo e agli

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orientamenti del Fondatore, ma attingendo specialmente al suo cuore di padre e di apostolo, egli trova argomenti adatti, indirizzi opportuni, consigli saggi, che attiravano l´attenzione e l´ammirazione di ascoltatrici, pronte a mettere in carta quel che diceva per tradurlo in pratica di vita.

«Fu per tutte — si legge in una testimonianza — un padre che dà a ognuna: ragazza, suora, donna, non solo quello che un direttore spirituale può dare a un´anima; bensì quello che una mamma santa e saggia trasmette alle sue figlie. Le pagine più belle di lui — conclude chi riassume un vasto magistero pubblico e privato del Servo di Dio non saranno mai scritte quaggiù»."

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Qui è giocoforza porre una domanda: quale il movente di così instancabile attività di don Rinaldi, prefetto generale della Congregazione, in tutti i settori della vita salesiana? Quale il segreto di tanta efficacia di parola, di apostolato, di ministero?

Bisogna affondare lo sguardo nell´uomo interiore. Don Rinaldi non era soltanto la figura di un salesiano attivo come don Bosco: come nel Fondatore, in lui c´era la stoffa del santo che ora viene portato agli onori degli altari.

Note

CERIA E., 175.

CERIA E., 175.

´ Summ. , 293, 1030. CERIA E., 175.

5 Circolari, n. 121, 4. Circolari, n. 126, 4.

Summ., 18, 61.

i Summ. , 337, 1163.

Summ., 142, 487-488.

Summ., 109, 378. " Summ., 142, 489.

12 Summ., 320, 1111.

Summ., 287, 1003.

´s Summ., 287, 1003-1004.

Summ., 111, 381. 14 CERIA E., 149. ´7 CERTA E., 215.

CERTA E., 254 e 256.

Summ., 321, 11134114. " Summ. , 28, 97.

21 CERIA E., 228.

22 CERTA E., 238.

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UOMO DI SPIRITO

La vita interiore di don Rinaldi, prefetto generale e rettor maggiore dei Salesiani, è in gran parte da scoprire. I processi l´hanno scandagliata e messa in evidenza più di ogni altro aspetto biografico.

Nel Servo di Dio si verifica quanto il Peifectae Caritatis del Vaticano Secondo insegna per i religiosi. «È necessario — recita il documento conciliare — che i membri di qualsiasi istituto... congiungano tra loro la contemplazione, con cui si è in grado di aderire a Dio..., e l´ardore apostolico, con cui si sforzano di collaborare all´opera della Redenzione» (n. 5).

Degli istituti attivi in particolare si dice che la loro «azione apostolica... rientra nella natura stessa della vita religiosa»; in modo da ottenere che la condotta dei membri, pur sorretta da attività esteriore a vantaggio degli altri, sia costantemente «animata da spirito religioso» (n. 8).

In don Rinaldi lo spirito apostolico — lo si è visto nei decenni della sua prefettura — balza evidente agli occhi di tutti. Più che attivo egli è l´attività. Ciò che gli manca in cultura è supplito dall´incredibile susseguirsi delle opere, nelle quali si prodiga e alle quali dà vita.

Ma il suo non è attivismo di chi asseconda la natura per fini umani: è intensità di lavoro che sgorga da animazione interiore. Don Rinaldi è tutto per gli uomini a motivo della sua elevazione in Dio. Il soprannaturale spiega in lui la forza e la creatività dello zelo.

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Caratteristica del Servo di Dio una semplicità di vita che quasi nasconde le ricchezze dello spirito. Lo attesta chiaramente don Ricaldone, che lo ebbe ispettore in Spagna e gli visse un ventennio al fianco in Torino. «Dalle molte conversazioni che ebbi con lui mi convinsi che don Rinaldi non riteneva possibile perfezione religiosa e sacerdotale senza perfezione cristiana centrata sull´esercizio delle virtù... Il

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Servo di Dio non predicò e non praticò mai un´ascetica sublime... Questo spiega perché in lui non si vide mai nulla di straordinario: la sua vita ordinaria fu da lui vissuta così perfettamente da potersi qualificare come straordinaria».´

Don Azzini che per un trentennio di vita in comune poté osservarlo in tutti gli atteggiamenti, assicura che all´apparenza, nella semplicità e spontaneità del suo vivere, don Rinaldi appariva «ordinario», ma che in realtà viveva la sua giornata con impegno «straordinario».2 Qualcuno azzarda che non si poteva arrivare a «maggior perfezione».3

Anche suor Graziano attesta che per «semplicità, alacrità e costanza» l´esercizio della virtù era diventato nel Servo di Dio «una seconda natura».4 Pur avendo conosciuto persone di virtù, suor Giuseppina Ciotti, che avvicinò frequentemente don Rinaldi all´oratorio femminile di Valdocco, «in nessuna — afferma — riscontrai l´esercizio assiduo della perfezione ammirato in don Rinaldi».5

A ragione madre Lazzari, figlia prediletta si può dire del Servo di Dio, lo dichiara «modello per i suoi confratelli».6

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Innanzi tutto don Rinaldi fu uomo di preghiera. Si alzava e celebrava per tempissimo; partecipava alla prima meditazione comunitaria, quindi passava al confessionale per le sue ore di ministero.

Don Ricaldone rileva l´esattezza del Servo di Dio nella vita di pietà: «Era — osserva — diligente e vorrei dire rigoroso con sé e con gli altri, quando si trattava di pratiche religiose»: «Alla meditazione — precisa don Azzini — partecipava immancabilmente ogni giorno insieme con i confratelli... Né mancava mai alle preghiere e agli esercizi della comunità... Dal modo di pregare si notava come la sua anima fosse elevata in Dio... Quanto all´Ufficio divino attesto che, quando gli era possibile, lo recitava in chiesa, dove sempre si trovava a suo bell´agio. Dovunque però assolvesse al suo dovere sacerdotale di preghiera, lo faceva con dignità e compostezza edificanti, come chi è convinto di trattare con Dio».8

Don Bordas, detto che don Rinaldi fu «dotato di grande spirito di preghiera», aggiunge: «Era per noi edificante vederlo sempre al suo posto, fin dalle prime ore del mattino, nel coro — allora — di Maria Ausiliatrice: il suo contegno infondeva pietà nei presenti. Non lo vedemmo mai sedersi durante la meditazione... Frequenti e fervorose erano le sue visite... Amava le orazioni giaculatorie, e ne inculcava

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l´uso... Lo spirito di pietà serviva a don Rinaldi per mantenersi unito a Dio e gli traspariva dalla parola e dal contegno. Erano molte le persone che uscivano, piene di fervore e di santi propositi, sia dal suo confessionale, sia dalle udienze che gli consumarono la vita. Chi l´avvicinava aveva l´impressione di trovarsi davanti a un uomo di Dio».9

E lo era veramente. Don Ricaldone informa che «leggeva libri di pietà, li meditava e assimilava; e la sua conversazione dimostrava quanto fosse unito con Dio. Qualunque argomento trattasse, egli sapeva introdurre il pensiero di Dio».

A ragione dichiara un testimone: «Si vedeva che il pensiero di Dio gli occupava l´anima; tanto che lo si sarebbe potuto definire l´uomo della vita interiore anche nel frastuono delle occupazioni quotidiane»."

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Tutto ciò nasceva in don Rinaldi dalla sua fede, robusta, massiccia, viva come l´anima della sua anima. «Fu uomo di altissima fede — osserva don Azzini —. Ciò che grandemente spiccava in lui era la sua fiducia, continua ed assoluta, in Dio»."

«La fede era la norma di ogni attività»" — dicono i testimoni —. Non agiva e non si lasciava guidare da motivi umani. Pensando alle sue attività oratoriane Felicina Gastini conferma: «Dalla fede traeva ispirazione per le iniziative e opere buone che intraprendeva»." Anche don Candela ritiene che solo da «ardentissima fede proveniva il grande zelo spiegato in tutta la vita, specialmente nei lavori per la gloria di Dio e il bene delle anime». "

A cogliere e ad ammirare la fede del Servo di Dio furono soprattutto le figlie spirituali che lo avvicinavano per lumi e consigli. Suor Graziano così ne parla: «Lo spirito di fede affiorava in tutte le manifestazioni del cuore e deI pensiero di don Rinaldi. Da ogni cosa prendeva spunto per elevarsi a parlare di Dio ed esortare con pie riflessioni... Andando da lui per consigli di governo ascoltava paternamente e dopo aver dato un parere innalzava a pensieri di spirito. Quantunque breve la sua risposta lasciava l´animo tranquillo: ne feci l´esperienza molte volte. Al solo trovarmi davanti a lui mi sentivo rasserenare interiormente e le difficoltà cadevano in un momento». 16

La fede nel Servo di Dio era alimentata dall´assiduità alla riflessione. «Si notava — osservano i testimoni — dalle parole, dalle conferenze, dalle stesse improvvisazioni, com´egli fosse un´anima riflessiva, la quale vive di fede. Don Rinaldi non avrebbe potuto parlare con

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tanta precisione di dottrina, con linguaggio talora ispirato ove le verità della fede, che gustava e approfondiva nella meditazione, non avessero nutrito il suo spirito». ´7

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Pietà ardente e fede vivissima brillavano in don Rinaldi all´altare e nelle manifestazioni della sua vita eucaristica.

«Nella celebrazione del Santo Sacrificio, cui ebbi la fortuna di assistere molte volte — dichiara don Azzini —, aveva un contegno angelico... Osservava a puntino le minime cerimonie; non era breve, ma neppure soverchiamente lungo, sì da riuscire di edificazione a tutti».´ «Assistetti molte volte alla messa del Servo di Dio — conferma Felicina Gastini —: posso dire che la sua devozione dimostrava di quale fede fosse animato. Modesto nello sguardo e nel portamento, compassato nei gesti e nei movimenti, lasciava chiaramente trasparire quanto fosse compreso del mistero che celebrava»."

Anche don Matta di propria scienza attesta la precisione di don Rinaldi all´altare e la sua «pietà edificante»." Don Bordas a sua volta: «Pur senza singolarità — dice — il suo contegno all´altare dimostava... quanto fosse profondamente convinto della presenza reale di Cristo riell´Eucaristia».21

«La devozione all´Eucaristia — ribadisce don Azzini — il Servo di Dio l´aveva radicata in cuore... Perciò ai sacerdoti raccomandava di celebrare secondo le prescrizioni liturgiche e con fervore di spirito».22 «Ai penitenti — in particolare — inculcava l´amore a Gesù Sacramentato, ed era fervente apostolo della comunione frequente, quale mezzo di correzione dei difetti e di progresso nella virtù»."

Con liturgisti avanzati, specie con il compianto don Eusebio Vismara, presenti la necessità che i fedeli partecipassero vivamente alle celebrazioni liturgiche. «Era lieto — assicura suor Graziano — allorché, celebrando per le ragazze nelle camerette di don Bosco, le sentiva rispondere in coro alle preghiere del sacerdote. Amava pure la messa dialogata, perché offriva modo più diretto di partecipazione al sacrificio»."

Alle Quarantore in Maria Ausiliatrice — rammenta ancora suor Graziano — lo si vedeva prostrato a lungo in adorazione, così raccolto e assorto da non accorgersi quasi di ciò che avveniva all´intorno. Anche all´oratorio — prosegue l´informatrice — dava importanza alle adorazioni che si tenevano per carnevale. Anzi egli stesso predicava l´ora

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santa, dando rilievo in particolare alla riparazione»." Presiedeva poi le processioni eucaristiche nelle ricorrenze del Corpus Domini e del Sacro Cuore: «e il suo contegno raccolto e devoto riempiva di ammirazione i presenti»."

Lo si vedeva pure in solitaria preghiera davanti al Tabernacolo. «Molte volte — depone Felicina Gastini — lo vidi pregare nella cappella dell´oratorio e in Maria Ausiliatrice. Notai sempre come egli si ritraesse in qualche angolo per rimanere più raccolto e dare con maggior libertà effusione al suo colloquio con Dio».27

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Devozioni fondamentali del Servo di Dio furono il Sacro Cuore e Maria Santissima.

Educato alla scuola di don Bosco e di san Francesco di Sales, don Rinaldi nutri ardente devozione al Sacro Cuore. Gli anni passati accanto al Fondatore erano il tempo nel quale il Santo veniva innalzando in Roma, al Castro Pretorio, il tempio votivo ad onore del Sacro Cuore. Il fatto aveva destato in Congregazione un vasto movimento di pietà secondo lo spirito di Paray-le-Monial e gl´insegnamenti della Chiesa. Il Servo di Dio se ne fece eco e portatore, come di tradizione domestica, la quale interpretava e viveva il senso cristiano del momento. Anche la sua natura, portata alla bontà e al perdono, lo incoraggiò a spingersi per questo sentiero.

Don Rinaldi — giova sottolinearlo una volta ancora — non fu teologo, ma uomo pratico; perciò non senza motivo don Ricaldone osserva: «Per lui la devozione al Sacro Cuore era soprattutto devozione eucaristica — orientata cioè verso l´amore di Cristo —; e la caldeggiava per questo motivo».28

Più che ricordare l´impegno messo per riavere la cima del Tibidabo, a Barcellona, dove oggi sorge un monumentale tempio espiatorio del Sacro Cuore, converrà seguirlo nell´attività oratoriana.

Nel 1908 introdusse la festa del Sacro Cuore con processione eucaristica per i corridoi e cortili della casa. Nel 1910 «istituì le prime nove domeniche del mese in onore del Sacro Cuore, con l´esercizio di buona morte». 2A Nel 1916 costituì le «promotrici del Sacro Cuore», le quali da principio furono un gruppo secreto, disposto a lavorare «in silenzio, umilmente e di nascosto»," come fermento fra le compagne, e poi divenne stuolo di anime volenterose, che si moltiplicarono in altri oratori e città.

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Qui bisogna ascoltare suor Graziano che fu in mezzo a quel lavoro fecondo. Essa conferma che don Rinaldi diede speciale impulso nell´oratorio al culto del Sacro Cuore. «Era persuaso — dichiara — che solo attraverso un intenso amore al Sacro Cuore si potesse radicare la pietà nella vita delle ragazze... Aveva creato intorno a sé un´accolta di apostole, che si proponevano la diffusione in famiglia e negli stabilimenti della devozione all´amore di Cristo».

Perciò ogni settimana le radunava e teneva loro brevi conferenzine. «La sua parola, semplice e calda, attesa e apprezzata — si legge nei processi —, scendeva efficace nell´anima di quelle giovani, alcune delle quali divennero eroine della devozione al Sacro Cuore, che propagavano, senza paure o rispetti umani, nelle fabbriche della città»."

Straordinario l´impegno del Servo di Dio anche per la consacrazione delle famiglie al Sacro Cuore. Ogni anno invitava le famiglie consacrate a due raduni che egli presiedeva. Il convegno principale era alla prima domenica di luglio. «Da ogni parte di Torino — attesta suor Graziano — giungevano a Valdocco padri di famiglia: si confessavano e comunicavano, mentre il Servo di Dio gioiva di quella manifestazione di fede e di amore a Gesù Cristo, re e centro dei cuori»."

La devozione al Sacro Cuore aveva nel Servo di Dio uno sfondo ascetico altamente formativo e grandemente efficace. Lo dice madre Lazzari: «Raccomandava di foggiare il proprio cuore sul Cuore stesso di Gesù; ed egli ne era copia fedele»." Perciò nella guida delle anime inculcava: «Non dimentichiamo che avvicinarsi a Gesù vuol dire partecipare a tutto quello che è suo: compresi le umiliazioni, l´Orto, le spine, la croce... Un giorno senza croce potrebbe essere un giorno perduto». "

* * *

Tenerissima e filiale la devozione di don Rinaldi alla Madonna. L´aveva imparata in famiglia. In Congregazione l´accrebbe sin da principio, sì che divenne una delle sue caratteristiche. I testimoni lo asseriscono senza incertezze e illustrano il suo zelo per la estensione del culto a Maria Ausiliatrice.

«È noto a tutti in comunità — esordisce don Azzini — come la devozione alla Madonna fosse tra le caratteristiche del Servo di Dio. Il suo amore per Lei aveva qualcosa di profondamente ingenuo, direi d´infantile, che rivelava la sua fiducia e il suo abbandono nella Madre di Dio...

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Era fedelissimo all´invocazione salesiana: "Maria aiuto dei cristiani, prega per noi", che aveva continuamente sulle labbra. Con ardore si studiava di promuovere il culto di Maria Ausiliatrice, in prediche, esortazioni e per iscritto.

Quando parlava della Madonna la parola gli usciva commossa dal labbro e si accendeva di speciale eloquenza, che faceva fremere l´uditorio.

Non solo compiva le pratiche prescritte in suo onore, ma ne faceva altre per conto proprio. Frequentissime le sue visite al santuario di Maria Ausiliatrice, dove si tratteneva in fervente preghiera.

Celebrava e faceva celebrare le festività mariane con solennità e splendore; soprattutto la festa del 24 maggio, per la quale desiderava che nulla fosse risparmiato di quanto poteva concorrere all´annuale celebrazione della Regina delle Opere Salesiane»."

Fu il Servo di Dio infatti a volere nel mese di maggio una terza funzione quotidiana nel Santuario di Valdocco per accrescere e dilatare il culto della Vergine. Don Azzini conclude: «11 Servo di Dio fu un vero modello di devozione a Maria Santissima»."

Non meno esauriente il quadro di suor Graziano: anch´essa depone che la pietà mariana fu tra le «caratteristiche» di don Rinaldi. «Il nome di Maria Ausiliatrice — specifica — gli veniva spontaneo alle labbra, e l´invocazione alla Madonna risolveva ogni sua difficoltà e preoccupazione. Egli amava la Madonna con amore di figlio; ne parlava con accenti così fervidi da suscitare entusiasmo. Ne celebrava e faceva celebrare le feste con solennità, specialmente quella dell´Immacolata. Fino agli ultimi anni veniva alle cinque e trenta per la messa e il fervorino... Per la festa di Maria Ausiliatrice si compiaceva dí vedere le sue figlie dell´oratorio intorno all´altare della Madonna, e nel pomeriggio godeva un mondo mentre sfilavano in processione tra una fiumana di popolo...

Quantunque dissimulasse la sua pietà, capitava sovente di sorprenderlo con la corona in mano... A tutti raccomandava la recita del rosario... Ed era commovente vederlo pregare davanti al quadro di Maria Ausiliatrice, nel suo santuario, dove si recava spesso durante la giornata a effondere il suo amore alla Madre di Dio»."

L´8 dicembre soprattutto viveva l´esultanza delle Figlie di Maria. Era la festa dell´oratorio, delle iscrizioni e accettazioni delle nuove aggregate. «Fin quando gli fu possibile — ricorda Felicina Gastini venne quel giorno a imporre il nastro alle nuove Figlie di Maria; e in quella circostanza teneva apposito fervorino e impartiva alla sera la benedizione eucaristica»."

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* * *

L´infantilità della devozione mariana di don Rinaldi merita uno schiarimento. Era, si potrebbe dire con paradosso, una infantilità adulta e cosciente. Fin dai tempi della Spagna il Servo di Dio soleva scrivere su bigliettini le necessità del momento, per poi collocarli sotto una statuetta di Maria Ausiliatrice che teneva in camera. Così ne parla don Azzini, al corrente delle abitudini più segrete del Servo di Dio: «Quando aveva difficoltà particolari, con fiducia ricorreva al patrocinio della Madonna. Scriveva su fogliettini di carta le grazie di cui aveva bisogno, li deponeva sotto una statuina che aveva nella sua stanza e restava in attesa»."

In uno ad esempio diceva: «Senza di Voi non ne indovina una il vostro in Cristo figlio, Filippo Rinaldi». In altro scriveva: «Voi siete il nostro aiuto. La nostra madre. Se vi debbo servire, comandatemi; ma guidatemi. Mi basta essere uno strumento nelle vostre mani, e sempre vostro degno figlio e servo»."

Dopo la morte di don Rinaldi, don Ricaldone trovò alcuni di questi biglietti nella camera del Servo di Dio. Il contenuto era quasi identico: «Vergine Santa vi raccomando N.N. — con nome e cognome —: fate voi quello che non riesco a fare io»."

Per concludere. «Visitava — nota ancora don Ricaldone — i santuari per apprendere novità da introdurre eventualmente in Maria Ausiliatrice e nelle chiese salesiane».42 Infatti come prefetto generale aveva l´incarico della Basilica di Valdocco e se ne occupava con vivo interesse e premura: «Vorrei quasi dire — afferma don Ricaldone — che in qualche maniera fosse inflessibile, allorché si trattava di conservare tradizioni messe da Don Bosco»."

Essere devoto di Maria Ausiliatrice come lo era stato don Bosco, fu una delle sue ardenti aspirazioni, che divenne poi preghiera allorché il Fondatore fu elevato all´onore degli altari.

* * *

Notevoli nella vita di don Rinaldi il culto e la venerazione che egli ebbe per san Giuseppe, san Francesco di Sales e altri santi, dei quali imitava le virtù. Suor Rosalia Dolza assicura che fm dai primi incontri con il Servo di Dio — e si era agli inizi della prefettura di don Rinaldi —, per la bontà e la mitezza essa lo considerò come «un novello san Francesco di Sales».44

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I verbali o resoconti delle Zelatrici di Maria Ausiliatrice sono ricchi di accenni agiografici, e nell´insieme e nei particolari lasciano intravedere la soda spiritualità del Servo di Dio, accresciuta e maturata alla scuola dei santi.

Nessuna elucubrazione ascetico-mistica. Nessun mistero della fede messo al centro o alla base di costruzioni interiori. Don Rinaldi non fu né pretese di essere un teorico della vita spirituale. Visse e insegnò il dono della grazia che si sviluppa e cresce con l´esercizio della preghiera, la frequenza dei sacramenti, la pratica delle virtù individuali e sociali, specialmente la carità, fatta bontà e premura verso tutti.

Dirà da Rettor Maggiore: «La vera pietà non è di parole, di belle frasi, di atteggiamenti esteriori, di molte visite in chiesa; la vera pietà è quella che si nutre di sacrifici e di adempimento del volere di Dio»."

* * *

Come si vede e come le testimonianze processuali dimostrano, don Rinaldi fu un uomo di spirito.

Egli ebbe — e perciò stesso insegnò — una vita interiore semplice e forte insieme. Il temperamento e la tradizione salesiana lo tennero lontano da estrosità, che potevano spingere fuori strada.

La solida quadratura piemontese di cui era fornito e il non comune buon senso lo aiutarono a camminare per una via piana ma sicura e ad esercitare, nel mondo delle anime, un magistero collaudato dall´esperienza.

Una vita spirituale, in altri termini, quella del Servo di Dio, in grado di imprimere un moto vertiginoso al suo apostolato e di portarlo alla santità. Senza Dio non si fa nulla. Con Dio tutto si può. Don Rinaldi lo dimostra.

Note

Summ., 277, 967-968.

Summ., 24, 83.

Summ., 34, 123.

Summ., 156, 541.

Summ., 198-199, 694.

 ° Summ., 324, 1123.

 7 Summ., 286, 1001.

° Summ., 15-17, 50-55.

9 Sumrn., 79-80, 278-281.

Summ., 286, 1001.

1´ Summ., 242, 840.

13 Summ., 7, 20.

" Summ., 324, 1124.

14 Summ., 40, 143.

" Summ., 175, 606.

´8 Summ., 119, 407-408.

11 Sunun. , 177, 611.

" Summ. , 8, 26.

19 Summ., 41-42, 148-149.

" Summ., 326, 1134.

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RELIGIOSO PERFETTO

All´uomo interiore, proteso nel soprannaturale, in don Rinaldi si unì e si fuse il religioso esemplare, che cerca la perfezione secondo il suo stile di vita e gl´impegni assunti con l´emissione dei voti. Le testimonianze processuali ne dànno ampia e giurata garanzia.

Don Azzini per primo depone: «li Servo di Dio fu modello di osservanza dei comandamenti di Dio e della Chiesa, e degli obblighi dei suo stato».´ Per scienza diretta e riferenza altrui suor Graziano assicura, don Rinaldi si rese «modello di virtù sacerdotali e religiose».2 Don Ricaldone, lumeggiando nel Servo di Dio il figlio di don Bosco non teme di asserire che don Rinaldi fu più che esemplare nell´osservanza «delle costituzioni e tradizioni salesiane».3

* * *

Vissuto nel clima delle origini e a contatto del Fondatore e dei suoi primi figli, colonne e sostegno della Congregazione, don Rinaldi capì e approfondì come pochi il valore del carisma salesiano nella educazione della gioventù e nell´apostolato a vantaggio del popolo, per rinsaldarne la fede e proteggerla dall´insidia della trascuratezza e dai rischi del male. Suo impegno fin dai tempi di San Giovanni e della Spagna fu quello di conservare vivo ed operante lo spirito di don Bosco. Giustamente rileva don Azzini che del Padre e Fondatore il Servo di Dio «si studiava di seguire con fedeltà gli esempi e gl´insegnamenti».´

Mai che sentisse di mortificare la sua personalità in quest´impegno o provasse disagio a doversi conformare a uno schema ideale di vita che non partisse da lui. Diventando salesiano aveva accettato in pieno il modello di don Bosco: Dio gliene faceva dono; da parte sua egli s´impegnava di attuarlo con slancio e vigore, come chi sa di essere nel piano della Provvidenza e sulla via della perfezione.

Pur se al principio ne ritardò l´esecuzione per incertezze di coscienza, don Rinaldi visse la sua vocazione salesiana al di sopra di ogni

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altro ideale terreno. Essere salesiano fu la sua condizione di vita, se proprio non si vuol dire la sua spirituale ambizione, il perché di ogni intrapresa. Le esortazioni e predicazioni, il governo di giovani e confratelli, le fondazioni e gli orientamenti che impartiva, le non comuni fatiche nel ventennio della prefettura: tutto in lui aveva il timbro salesiano di chi guarda e si ispira a don Bosco, e ne continua ed estende le opere.

Stralciata dall´atmosfera salesiana la figura di don Rinaldi perderebbe il suo incanto, mancherebbe della cornice che le dà splendore. Qui è la sua grandezza assai prima che il voto dei confratelli — che riconoscerà e legittimerà una situazione di fatto — lo innalzi all´ufficio di Rettor Maggiore della Società con il compito di proseguire nella Congregazione la presenza e le funzioni del Fondatore.

* *

Più avanti si dirà dell´attaccamento di don Rinaldi alle Costituzioni o Regole della Società, allorché da Superiore Generale ne festeggiò il cinquantesimo della definitiva approvazione apostolica. Ora interessa il modo con il quale egli visse la sua consacrazione a Dio, come frutto di spirito schiettamente religioso, che gli faceva osservare nella pratica di ogni giorno i consigli e le beatitudini del Vangelo.

Mille e mille volte don Rinaldi ebbe modo di parlare dei voti e delle virtù religiose, in pubblico e in privato. Lo poté fare sempre a cuor sereno e con singolare efficacia, perché — come si è detto di insigni personaggi e di santi — egli era la virtù che predicava la verità.

I testimoni son concordi nel dirlo «angelo di purezza».´ Il Servo di Dio — son parole di don Azzini — «praticava in modo esemplare e vivamente inculcava ai confratelli la virtù della castità come quella che il Fondatore prediligeva. In lui tutto era appropriato e riservato: lo sguardo, il gesto, il portamento, la parola. Trovandosi per lunghi anni a contatto con ragazze, non solo mai si ebbe a notare da parte sua la minima debolezza, ma tutte furono sempre ammirate della sua condotta improntata a severo riserbo... La sua presenza eccitava a santi pensieri, tanto angelico appariva nell´aspetto».6 Anche don Matta afferma che la sola presenza del Servo di Dio «inculcava negli altri la virtù della castità».´ Don Bordas, riferendosi al molteplice apostolato del Servo di Dio in campo femminile, assicura: «Conservò sempre il suo prestigio e la fama di santità per la modestia e purezza che traspariva dal suo atteggiamento e dalla persona».´

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Felicina Gastini, che avvicinò a lungo il Servo di Dio e lo seguì nella sua linea di condotta all´oratorio femminile di Valdocco: «Lo trovai sempre — garantisce — di una ineccepibile correttezza. Mai una parola che anche lontanamente potesse offuscare l´incanto della virtù; il suo sguardo era riservato e modesto; non permetteva che gli si baciasse la mano...; si può dire che fosse veramente un angelo».9

A sua volta don Ricaldone, ritraendo il Servo di Dio nella vita di comunità, osserva: «Fu sempre modesto, composto, correttissimo. Non abbiamo mai rilevato in lui qualcosa di meno delicato nel parlare e nell´agire. Anche trattandosi di scherzi o barzellette, voleva che si fosse castigati».´°

Sull´esempio di don Bosco inoltre fu strenuo difensore dell´innocenza del fanciullo. «Le sue raccomandazioni circa l´osservanza del Sistema Preventiva — informa don Bordas — avevano lo scopo di conservare l´innocenza dei giovani che non l´avessero perduta, come pure di evitare il contagio e le ricadute in chi già fosse stato vittima del

male». I

* * *

La castità del Servo di Dio fiorì sul terreno della mortificazione. Anche in questo egli fu discepolo attento e devoto del Fondatore che aveva preannunciato: «Lavoro e temperanza faranno fiorire la Congregazione». ´ 2

Quanto al lavoro basti l´apprezzamento di don Matta: «Considerando il fervore e l´assiduità del lavoro di ufficio e di quello apostolico, oso dire — egli osserva — che la somma di tali fatiche costituì per il Servo di Dio il più duro cilicio e la più severa disciplina, che lo aiutarono a conservare il giglio della castità»."

Ma ci fu anche lo sforzo costante per dominare la natura e le passioni dell´animo. La parola di don Ricaldone qui più che altrove è testimonianza di chi per lunghissimi anni fu vicino al Servo di Dio nell´intimità e nella vita di ogni giorno. «Lo conobbi sempre — asserisce don Ricaldone — temperante neI mangiare e nel bere, e modestissimo nel vestito e nella camera. Faceva i digiuni prescritti e sapeva mortificarsi senza che altri l´avvertissero». E ancora: «Praticò la temperanza nel dominare se stesso, nel tacere, nel non perdere la calma, pur avendo un carattere di monferrino vivace e vigoroso»." «La sua — dice non senza motivo don Azzini — fu una vita penitente e mortificata»."

Suor Graziano che lo osservò le cento e cento volte nel suo aposto‑

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lato femminile è convinta che la castità del Servo di Dio fosse «frutto di continua vigilanza su di sé e di costante mortificazione dei sensi.´ Anch´essa ricorda che abitualmente non si lasciava baciare le mani, tenendole incrociate sul petto; aggiunge però, dando rilievo alla bontà dell´uomo: «Quando si trattava di piccoli e di poveri lasciava fare; e approfittava dell´occasione per dire una parola, fare una domanda, suggerire un buon pensiero». ´7

Secondo don Matta, don Rinaldi «aveva completo dominio di sé»; e al dire di suor Graziano «era l´equilibrio in persorta».19

* * *

Si studiò pure di essere un religioso distaccato e povero. In famiglia non gli era mancato nulla: in Congregazione volle essere libero da tutto anche se cariche ed uffici lo misero a contatto col denaro, che amministrò come depositano vigile e fedele. Informa don Azzini: «Non era ricercato, nel vestito, nell´arredamento della camera e dell´ufficio; intorno alla sua persona tutto era intonato alla povertà dì un ottimo religioso». 2°

Quando le sue figlie con delicatezza femminile volevano fargli omaggio d´indumenti personali: «No, no — rispondeva —; non ho bisogno di nulla; mi basta quanto provvede la comunità»." «Paternamente generoso con gli altri — annata don Bordas, che ne fece l´esperienza era stretto con se stesso. Per molti anni ebbe camera ed ufficio — continua don Bordas — all´ultimo piano e nelle soffitte costruite da don Bosco, senza comodità di riscaldamento, d´acqua corrente, di suppellettili»." «Quando, dopo la sua morte, entrai nella cameretta che aveva abitato — completa don Ricaldone — rimasi edificato della estrema povertà in cui era vissuto... Più del semplice voto egli praticò la povertà come virtù, esercitandosi nella mortificazione e nel distacco»." Don Matta arriva a dire che don Rinaldi diede prova di avere e praticare «uno spirito di francescana povertà»."

Nel governo economico della Congregazione — si è già avuto occasione di sottolinearlo — fu esatto sino allo scrupolo. «Da prefetto generale — dicono i processi — don Rinaldi si mostrò ottimo e oculato amrninistratore»," sollecito nella tenuta dei conti e rispettoso dei diritti altrui. Tra l´altro — attesta don Bordas — «pose mano ad organizzare l´amministrazione di tutte le case salesiane»," attenendosi strettamente ai criteri di don Bosco. Il Santo aveva stabilito che la Congregazione non conservasse proprietà a titolo redditizio: «su questo — as‑

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sicura don Ricaldone — il Servo di Dio fu intransigente»." Anche nelle costruzioni, salvo le esigenze igienico-pedagogiche, voleva escluso «ogni particolare che sapesse di lusso o ricercatezza»."

Prima che nelle opere e nella condotta privata e pubblica bisogna riconoscere che la povertà il Servo di Dio la portava nel cuore. L´aveva attinta all´insegnamento e agli esempi del Salvatore, di don Bosco e di don Rua.

* * *

Pur se lungamente superiore, don Rinaldi visse con fede eroica l´ubbidienza, come dono a Dio della propria volontà e libertà. «La sua vocazione ed elevazione al sacerdozio — osserva giustamente don Bordas — furono effetto di totale obbedienza a don Bosco, che si era scelto come padre e guida dell´anima»." Le Regole e le tradizioni di famiglia costituirono la sua norma di vita. Accettò cariche sempre più elevate e impegnative solo perché tale era l´obbedienza che gli indicava il volere di Dio.

«Da prefetto generale — si legge nei processi — sottometteva ogni iniziativa al Rettor Maggiore al quale ogni mese faceva il suo rendiconto»," come l´ultimo confratello della Congregazione. Suor Graziano, al corrente per motivo di apostolato in comune, dichiara che il Servo di Dio fu «di una sottomissione ammirabile. Il pensiero del Rettor Maggiore — di don Albera cioè, come già si è ricordato —, diveniva il suo pensiero, e lo traduceva in atto con assoluta buona volontà, se pure talora con sacrificio»." Anche nell´apostolato — in altri termini — senza mai tralasciare il suo dovere, don Rinaldi volle essere e fu figlio di obbedienza.

* * *

Dall´obbedienza all´umiltà il passaggio è facile e doveroso. Qua e là si è visto come don Rinaldi non coltivasse ambizioni o desideri di preminenza. Le cariche lo inseguirono senza che egli ne andasse mai alla ricerca: si deve dire al contrario che gli facevano paura, se ne reputava indegno, e volentieri le avrebbe lasciate ad altri.

Aveva innato il senso della modestia, del riserbo, del nascondimento. Fare, fu l´esigenza della sua vita apostolica, sin dai primissimi tempi

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del sacerdozio; l´aspirazione cocente del suo infrenabile e multiforme zelo. Ma volle sempre agire come chi resta in disparte; senza farsi vedere o sentire; senza procurare lodi o stima alla sua persona. Egli vedeva e s´accorgeva che le sue azioni per lo più erano coronate da successo; ma fin dove gli era possibile non le lasciava trasparire, non se ne vantava, evitava persino di parlarne. Di molte cose che lo riguardavano si seppe solo dopo la sua morte; e di alcune solo ai processi per la causa di Beatificazione.

Don Rinaldi amò l´ombra e il nascondimento. Chi lo conobbe da vicino asserì: «La pratica dell´umiltà nel Servo di Dio proveniva dalla sua volontà permanente di considerarsi piccolo, di non mettersi in evidenza e tanto meno di sovrastare su gli altri. Accettò le più alte cariche della Congregazione, ma avrebbe desiderato e gradito un posticino all´ombra di un noviziato»."

Don Azzini, che per un trentennio lo avvicinò quasi quotidianamente, riferisce: «Non ambì mai onori e non cercò mai di farsi valere. Era tanto umile e modesto che chi non l´avesse personalmente conosciuto, lo poteva considerare l´ultimo sacerdote della Congregazione»."

La sua prontezza nel far passo agli altri brillò di vivissima edificante luce nella scelta del successore di don Rua. Molti — come si è accennato — pensavano che il governo della Congregazione dovesse ricadere sulle sue spalle; ma don Rinaldi sapeva di non essere il prescelto, e non mosse un dito per cambiare il corso degli avvenimenti. Al contrario, immise con gioia don Albera nel possesso dell´alta carica e per primo gli rese filiale omaggio. Per lui il secondo posto in Congregazione era anche troppo.

L´umiltà — osserva don Ricaldone — «era intesa rettamente dal Servo di Dio», e non gl´impedì mai di tenere «con decoro» gli uffici che «gli vennero affidati come direttore, ispettore, prefetto generale, rettor maggiore»." E spiega: «Lo abbiamo sempre visto, umile nel portamento, nel parlare, nell´agire... Aveva basso concetto di sé e non parlava mai della sua persona... La sua umiltà si rivestiva di bontà e dolcezza... Dal modo di operare si capiva che riteneva di essere il servo di tutti»."

Anche don Bordas e don Azzini dicono: «Non assumeva mai portamento solenne o tono autoritario; era... affabile con tutti e volentieri si tratteneva coi più umili confratelli coadiutori»;3 6 «Nella sua mansione di superiore... trattava tutti con squisita bontà, per cui dai dipendenti era avvicinato con fiducia»."

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* *

In definitiva, se si volesse concludere fermandoci al 1922 — al tempo cioè della prefettura —, don Rinaldi non è uomo di pura amministrazione o di semplice governo burocratico; e neppure di straordinaria e instancabile attività pastorale.

Alla vigilia di essere eletto Rettor Maggiore dei Salesiani egli è uomo di autentica vita interiore e di perfetta osservanza. Un santo nel genuino senso della parola, pur se cerca di nasconderlo e non tutti se ne accorgono. È viola profumatissima nell´aiuola di Valdocco, fiorita all´ombra di Maria Ausiliatrice nell´operosità e neI silenzio.

Non sarà la suprema carica della Congregazione a dar lustro e consistenza alle sue virtù. Non la carica farà il santo, pur se Io lascerà meglio intravedere, e gli offrirà più vasto campo di spirituale attività.

Nel delineare perciò il mondo interiore di don Rinaldi si son prescelti quasi sempre testimoni del tempo in cui il Servo di Dio non era ancora al vertice della vita salesiana. 11 ventennio della prefettura è lo specchio tersissimo della sua perfezione, provata e matura in tutti

i campi dello spirito. L´età d´oro, si potrebbe quasi dire, delle sue virtù.

Più che per l´ufficio ricoperto in quegli anni, egli splende agli occhi di chi lo incontra per il fascino che emana dal suo modo di vivere. Tutto è semplice in lui, cristallino come acqua di vena sorgiva. Non è figura complicata, enigma indecifrabile. Da parte sua non richiama l´attenzione degli altri, ma si lascia conoscere per quello che è: un esemplare di vita secondo lo spirito di don Bosco. Dio sta in cima ai suoi pensieri, e non accarezza altri desideri fuori della sua gloria.

* * *

A quel momento don Rinaldi non era più giovane. Da un pezzo aveva superato i sessant´anni e si avviava alla senilità. Gli rimanevano tuttavia energie fisiche e spirituali per una intensa pagina di vita e anche di gloria terrena; ma soprattutto di servizio alla Chiesa e alle anime, nello spirito e sulla scia di don Bosco, sapientemente e fortemente incarnato nell´ultimo scarso decennio dell´esistenza.

* * *

Si vuol dire con tutto questo che la santità di don Rinaldi non è accresciuta ma solo testimoniata a partire dal 1922, che lo vide Ret‑

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tor Maggiore della Società Salesiana. La luce terrena che lo accompagna e fa alone alla sua persona nell´ultimo tratto del cammino, integrando la sua figura storica, non può far pensare a infatuazione del momento e a moti subitanei e occasionali di venerazione. Tra le pieghe del passato c´era il segreto di una santità vigorosa e lungamente vissuta, la quale da allora prese a manifestarsi come sole al meriggio, o se piace come lucerna posta sul lucerniere a far luce «a tutti quelli che sono nella casa» (Mt 5,15).

" Summ., 22, 79. 21
Summ., 51, 181. "
Summ., 91, 322. "
Summ., 292, 1028. "
Summ. , 345, 1190. "
Summ., 188, 656. "
Summ., 87, 306. "
Summ., 272, 948. "
Summ., 92, 323. "
Summ., 92, 325. "
Summ., 93, 326. 31
Summ., 154, 532. 32
Summ., 155, 534. "
Summ., 23, 82. "
Summ. , 293, 1033. "
Summ., 293, 1032-1033. "
Summ., 93, 329. "
Summ. , 23-24, 82. Note

Summ., 7, 19.

Summ., 118, 405.

Summ., 277, 967.

Surnm., 12, 39.

´ Summ., 344, 1187.

Summ., 22, 77.

Summ., 344, 1187.

" Summ., 90, 317.

Summ., 50, 180.

" Summ., 292, 1027.

" Summ., 90, 317.

" Summ. , 89, 312.

"3 Summ., 345, 1188.

Summ., 291, 1023-1024.

15 Summ., 21, 72.

" Summ., 151, 521.

" Summ., 152, 522.

Summ., 343, 1182.

"9 Summ. , 148, 512.

" Summ., 22, 79.

 21 Summ., 51, 181.

" Summ., 91, 322.

 " Summ., 292, 1028.

" Summ. , 345, 1190.

" Summ., 188, 656.

" Summ., 87, 306.

" Summ., 272, 948.

" Sunun., 92, 323.

 " Summ., 92, 325.

" Summ., 93, 326.

31 Summ., 154, 532.

32 Summ., 155, 534.

" Summ., 23, 82.

" Surnrn. , 293, 1033.

" Summ., 293, 1032-1033.

" Summ., 93, 329.

" Summ. , 23-24, 82.

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RETTOR MAGGIORE

All´alba del 29 ottobre 1921, quasi improvvisamente, cessava di vivere il rettor maggiore don Albera, che aveva governato la Congregazione per oltre undici anni, con il valido appoggio e contributo del prefetto generale don Rinaldi.

Per la seconda volta il Servo di Dio si trovò sulle braccia il peso della Famiglia Salesiana e la preparazione del Capitolo Generale, in programma, a norma delle Costituzioni, per il 1922; tanto più che quello intermedio del 1916 non si era potuto convocare a motivo della guerra.

Don Rinaldi fu nuovamente all´altezza del compito e delle responsabilità che le circostanze gli addossavano.

Provvide alle onoranze funebri di don Albera e ne tratteggiò la figura in lettera necrologica alla Congregazione. Elogiata la singolare pietà dello Scomparso, chiudeva con un pensiero che accostava i due Superiori, dei quali era stato l´umile grande collaboratore e ne scolpiva la figura per la storia salesiana: «Don Rua e don Albera — scriveva con autorità don Rinaldi — non devono essere considerati semplici successori di don Bosco, ma continuatori della sua vita: questa in loro prosegue, si svolge e arriva al suo compimento».´

A integrare la vita del Fondatore doveva concorrere anche il Servo di Dio. Egli non lo presumeva, ma era nei disegni del cielo.

Le difficoltà pratiche e procedurali del momento non furono lievi. Don Rinaldi le affrontò e risolse con animo pacato e sereno. Ebbe udienza da Benedetto XV, al quale riferì circa i lavori del prossimo Capitolo, che avrebbe dovuto adeguare le Costituzioni al nuovo Codice di Diritto Canonico promulgato nel 1917.

L´ordinaria amministrazione della Società trovò nel Servo di Dio un uomo esperto e capace, in grado di risolvere problemi che si presentavano senza ammettere dilazione. Nessuno si lagnò dell´uso che egli fece delle facoltà interinali messe nelle sue mani.

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* * *

Due fatti meritano rilievo. La convocazione innanzi tutto del Capitolo Generale per il 23 aprile 1922, non però nella tradizionale sede di Valsalice, vicino alla tomba di don Bosco, ma nella casa madre di Valdocco, «a noi non meno cara — osservava don Rinaldi — in quanto culla dell´amata Congregazione, all´ombra del santuario di Maria Ausiliatrice» .2

Il secondo fatto è la risoluzione presa in Consiglio di avviare i processi Informativi per la Causa di don Rua. L´idea veniva dal 1915, ma al Servo di Dio parve che il momento giusto fosse il Capitolo del dopoguerra. Difatti il 2 maggio 1922 il cardinale arcivescovo di Torino costituiva il Tribunale per le indagini canoniche. A quel momento don Rinaldi era già insediato Rettor Maggiore, al posto di don Albera.

* * *

L´elezione avvenne il mattino del 24 aprile, primo giorno del mese di Maria Ausiliatrice.

Don Ricaldone racconta che il 23, facendo quattro passi con don Rinaldi, questi, «volendo quasi svalutare la sua imminente elezione», ebbe a dirgli: «Cosa vuoi! Puntano proprio sui nostri due nomi. Il Signore ne scampi!». Commenta don Ricaldone: «Io sorrisi, e gli dissi che ero tranquillo; e avrei desiderato la stessa tranquillità per lui».´

Nella sua umiltà il Servo di Dio aveva preparato una dichiarazione da leggere in aula dopo l´elezione del nuovo Rettor Maggiore. In essa pregava di lasciarlo in disparte e di scegliere un prefetto generale «giovane», secondo i bisogni della Congregazione.´

Ma non ebbe modo di leggerla perché al primo scrutinio 50 dei 64 voti andarono al suo nome. Don Luigi Piscetta, regolatore del Capitolo — racconta ancora don Ricaldone — «lo interrogò se accettava la carica. Don Rinaldi aveva nascosto il viso tra le mani e stette così alcuni istanti, che a noi parvero eterni. Poi commosso rispose: "Questa elezione è una confusione per me e per voi. La Madonna vuoi farci capire che è solo Lei a operare fra noi. Pregate perché io non guasti ciò che hanno fatto don Bosco e i suoi successori"».5

* *

Chi scrive, presente all´Oratorio di Valdocco, rammenta che l´elezione avvenne nello studio della sezione studenti. Nei piani sottostanti

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gli alunni erano in classe. A un certo momento dal cortile attiguo squillò la banda musicale degli artigiani, pronta a salutare con note festose l´avvenimento.

Indicibile l´entusiasmo di giovani e confratelli allorché l´alta e sorridente figura di don Rinaldi apparve fra loro, confusa in mezzo a ispettori e delegati capitolari. L´ispettore dell´Uruguay, nel tumulto della folla giovanile che prendeva d´assalto il nuovo Rettor Maggiore, ebbe la felice idea di lanciare una forte acclamazione: Viva don Bosco Quarto! Fu un delirio con esplosione di esultanza, che si placò solo al momento di entrare nella basilica di Maria Ausiliatrice, dove tutti si erano diretti per il Te Deum di ringraziamento.

Ai piedi della Vergine, prima d´impartire la Benedizione Eucaristica, don Rinaldi si raccolse in preghiera, come nei momenti più solenni della vita. Così ne parla egli stesso un mese dopo nella prima circolare alla Congregazione: «Quando il 24 dello scorso aprile, accompagnato da ispettori e delegati, e attorniato da confratelli e giovani dell´Oratorio mi prostrai commosso dinanzi alla taumaturga immagine della nostra Ausiliatrice, nel suo santuario, sentii in cuor mio che tutti in quell´istante essa mi dava come figli carissimi in Gesù Cristo, e che non dovevo più vivere se non per voi. La paternità — si domandava divinando il sentiero che intendeva percorrere — non chiede forse completa immolazione per i figli?».6

Perciò aveva esordito col vocativo: «Miei carissimi figli in Gesù Cristo», aggiungendo: «È la prima volta che vi scrivo come rettor maggiore, e mi sarebbe caro potervi manifestare in tutta la loro pienezza i sentimenti e gli affetti che la nuova grande responsabilità ha suscitato in me durante questi giorni memorandi». Non essendogli possibile, perché nella vita accadono talora avvenimenti «che le parole non riescono ad esprimere e a colorire» come si vorrebbe, lasciava alla bontà di tutti i Salesiani l´interpretarli: «Ve ne formerete — diceva — un concetto più esatto di quello che potrei darvi io con le mie povere parole».´

In quel primo scritto, riferendosi al Capitolo Generale chiuso da qualche settimana, don Rinaldi fa una osservazione, che per lui è «una grande meraviglia». Lo spirito del Padre, che da 80 anni si era diffuso da Valdocco, nei giorni del Capitolo: «È rifluito — scrive — genuino, copioso, pieno di vita, alla primitiva sorgente, per ritemprare il suo vigore, adattarlo ai bisogni della società d´oggi, e rinnovarsi alla culla delle tradizioni paterne, dove don Bosco visse e tuttora vive».´

Nulla aveva dato tanta gioia al cuore di don Rinaldi come l´affermazione di Capitolari, che rituffati nell´atmosfera di Valdocco duran‑

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te il mese di maggio, esclamavano pieni di ammirazione: «Qui si respira ancora don Bosco!».´

* * *

Si vorrà sapere a questo punto se vi fossero predizioni del Santo circa il suo terzo successore. Fin dal 1890 — dai tempi cioè della Spagna — don Bonetti, antico direttore di Mirabello, aveva confidato a don Giovanni Rinaldi, fratello del Servo di Dio, che don Bosco, in circostanze non precisate era stato esplicito intorno all´avvenire della Congregazione: dopo di lui si sarebbero succeduti al governo don Rua, don Albera, don Rinaldi. Ciò spiegherebbe e giustificherebbe in larga misura la predilezione del Fondatore per chi nel 1922 — come si è visto — diventava padre più che superiore della grande Famiglia Salesiana.

Don Giovanni Rinaldi tenne scrupolosamente il segreto per 32 anni e lo svelò solo «il 26 aprile», " due giorni dopo l´avvenuta elezione, che tornava di onore anche alla famiglia e al paese di Lu Monferrato.

Per il Servo di Dio fu certamente un conforto sapere che don Bosco l´aveva intravisto nella linea di don Rua e don Albera e lo animò ad affrontare con animo intrepido e sereno la sua missione.

* * *

I lavori capitolari durarono fino al 9 maggio: don Rinaldi li diresse e presiedette con autorità e chiaroveggenza di problemi che aprivano un´era nuova alla Congregazione avviata a straordinario sviluppo. Nel discorso di chiusura disse: «Uno solo è il mio proposito: arrivare al cuore dei confratelli per far del bene a tutti». Riprendendo un pensiero già espresso in altra circostanza, e che avrebbe rinnovato poi nella prima circolare del 24 maggio, concluse: «Con la osservanza di don Rua e la pietà di don Albera noi manterremo intatto lo spirito del Fondatore e meriteremo le benedizioni di Dio. Maria Ausiliatrice vi benedica e ci aiuti a mantenere i propositi del Capitolo»."

Don Giuseppe Vespignani, eletto Consigliere Professionale della Congregazione scriveva in Argentina nell´ottobre del 1922: «fi. Rettor Maggiore è degno successore di don Bosco... Io che lo vedo, lo ascolto, lo studio tutti i giorni nelle sedute consiliari, sono intimamente convinto che è la persona della quale ha bisogno la Congregazione in questi tempi. È un regalo del Sacro Cuore e di Maria Ausiliatrice»."

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* * *

Due fatti meritano particolare menzione agli esordi del rettorato di don Rinaldi: l´indulgenza del lavoro santificato e un geniale impul­so alle vocazioni missionarie.

Nel febbraio del 1922 a Benedetto XV era successo Pio XI, che più tardi la Congregazione acclamò come il Papa di don Bosco. Subi­to dopo l´elezione, nell´umile veste di superiore interinale, don Rinal­di avvertì il bisogno di rendergli omaggio e d´implorarne l´Apostolica Benedizione.

In udienza fu ricevuto da Rettor Maggiore il 6 giugno di quell´an­no. Era la prima volta che Achille Ratti e Filippo Rinaldi s´incontra­vano. Il Papa tuttavia aveva conosciuto don Bosco a Valdocco molti anni prima e ne conservava indelebile memoria, di santo più che di uomo apostolico.

L´affabilità dei Pontefice, che riandò i lontani ricordi della sua sa­cerdotale giovinezza, mise subito don Rinaldi a suo agio e favori il susseguirsi di argomenti predisposti allo straordinario incontro. Fe­dele agli insegnamenti del Fondatore, il Servo di Dio confermò a Pio XI l´attaccamento della Congregazione alla Cattedra di Pietro, e la di­sponibilità a ogni desiderio del Papa. Don Ricaldone dirà che don Ri­naldi fu «veramente romano, per l´amore e la difesa del Papa, e la cor­diale sottomissione a ogni sua direttiva». 13

Fin da quel primo contatto si creò tra il grande papa lombardo e l´umile sacerdote piemontese un rapporto di speciale benevolenza, che permise al Pontefice di confidare a don Rinaldi i suoi disegni di re­staurazione cristiana del mondo, e al Servo di Dio di avanzare suppli­che e richieste, fra cui la sollecita glorificazione di don Bosco, per un rilancio spirituale della Congregazione.

* *

La prima supplica per un programma di arricchimento interiore di Confratelli e Figlie di Maria Ausiliatrice, don Rinaldi osava presen­tarla al termine dell´udienza.

I religiosi e le religiose di vita contemplativa — disse al Papa ­hanno ore ed ore di preghiera. «Noi invece per vocazione lavoriamo tutto il giorno. Il nostro motto è Lavoro e Preghiera».`4 Non era quin­di il caso d´impreziosire il lavoro salesiano con speciali indulgenze, onde favorire la vita interiore e la santificazione di tanti operai della vigna?

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La richiesta che don Rinaldi teneva in mano era così architettata: quattrocento giorni di indulgenza per ogni volta che un Salesiano o una Figlia di Maria Ausiliatrice offrisse a Dio lavoro od occupazione, sia pure con semplice aspirazione interiore; e una indulgenza plenaria quotidiana per chi, anche una sola volta nella giornata, avesse offerto a Dio le attività esteriori, indirizzandole alla sua gloria."

11 Papa si mostrò largo e ben disposto. «Lavoro e Preghiera — os­servò — sono una cosa sola. Il lavoro è preghiera... Lavoro e pre­ghiera sono inseparabili... Prima però la preghiera... Perché l´opero­sità sia fruttuosa deve essere indirizzata a Dio». Prendendo quindi il foglio che il Servo di Dio modestamente gli porgeva, di suo pugno appose la formula di rito, alla quale si legava la grazia."

* *

Fu questo l´inatteso regalo che don Rinaldi all´inizio del suo retto­rato offrì a Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice, Allievi, Ex-allievi e Cooperatori per l´arricchimento della loro vita spirituale.

Ai confratelli il 24 giugno diceva, manifestando le finalità della richiesta: «Non occorre certo, miei carissimi figli, ch´io insista nel ri­levare l´importanza e l´estensione del favore accordatoci tanto volen­tieri dal Papa: non posso tacervi quanto gli stia a cuore la nostra santi­ficazione. Siamo chiamati dal Signore — insisteva don Rinaldi — a far parte della Congregazione per santificarci: questo è il fine prima­rio della professione religiosa; tutto il resto ha ragione di mezzo. Le opere più grandiose e degne di encomio perdono valore, se non le fac­ciamo per la nostra santificazione». 17

Della speciale benedizione che Pio XI gl´impartì in quel primo in­contro il Servo di Dio scrisse: «Ogni mia speranza è in Maria Ausilia­trice e nell´efficacia di questa benedizione del Vicario di Cristo». Per­ciò esortava: «Preghiamo per il Papa in tutte le nostre case; amiamolo e facciamolo amare dai giovani, che sono la pupilla dei suoi occhi». "

* * *

Il secondo fatto che a molti passò inosservato nelle prime settima­ne di don Rinaldi, nuovo rettor maggiore dei Salesiani, è l´impulso geniale che egli diede alle vocazioni missionarie dei giovani, così cal­damente ricordati nella circolare del 24 giugno.

L´Oratorio del 1922 era un campo rigoglioso di magnifiche spe­ranze. La presenza e il passaggio di missionari, l´arrivo e la partenza

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´° CERTA E., 276. "
CERTA E., 281. "
CERTA E., 282. 13
Summ., 281, 983.
Summ., 286, 964. "
Atti, 16-17. "
Atti, 17. "
Atti, 18. "
Atti, 20.

di vescovi per paesi lontani — si potrebbero ricordare mons. Comin, mons. Versiglia, mons. Aguilera, mons. Piani —, l´annuale spedizio­ne di operai evangelici in Maria Ausiliatrice, e mille altre circostanze alimentavano in molti il desiderio di consacrarsi a Dio nelle missioni.

Se ne accorsero ispettori e delegati venuti al Capitolo Generale, alcuni dei quali si diedero attorno per mietere tra i più volenterosi.

Tra gli altri don Luigi Pedemonte, ispettore della Patagonia e Ter­ra del Fuoco. In poco tempo egli riuscì a mettere insieme una trentina di giovani pronti a seguirlo sul campo della prima missione salesiana in Argentina. Erano studenti, artigiani, oratoriani e qualche esterno di associazioni cattoliche. Né mancarono rappresentanti della casa pro­fessionale di San Benigno Canavese. Un vero piccolo esercito di mis­sionari in erba. li cammino sarebbe stato lungo, ma la formazione sul campo del lavoro avrebbe dato vantaggi incalcolabili.

Informato di quanto accadeva, don Rinaldi — mentre qualcuno ten­tennava il capo o parlava d´imprudenza — diede la sua approvazione. Si chiarivano sempre più alla sua mente le profetiche parole di don Bosco: «Tu starai qui a mandare gli altri».

La mattina della domenica 9 luglio, con don Pedemonte e don Pie­tro Savani, il primo scaglione lasciava l´Oratorio diretto al porto di Genova. La comitiva era sul treno a Porta Nuova quando corre la vo­ce: «Don Rinaldi! Viene don Rinaldi!».

Il buon Padre era là a salutare e benedire i suoi piccoli missionari, come don Bosco aveva salutato don Cagliero e compagni nel 1875 al momento d´intraprendere il viaggio verso l´America.

La commozione fu grande. II Servo di Dio distribuì ai partenti una corona del Rosario e li incoraggiò alla perseveranza.

Nell´estate a qualche ritardatario, che non aveva potuto imbarcarsi in luglio, don Rinaldi benedì privatamente, nelle camerette di don Bo­sco, il crocifisso, confermando che l´idea delle vocazioni missionarie giovanili aveva il suo plauso e gradimento, e tutto il suo appoggio.

Si era festeggiato in quei mesi all´Oratorio il sessantesimo di sa­cerdozio del cardinale Cagliero, capo e guida della prima spedizione missionaria. Don Rinaldi che aveva con fine intuito colto a volo i se­gni dei tempi per l´avvenire delle Missioni Salesiane, gli offrì la pri­ma casa missionaria che si inaugurò ad Ivrea nell´autunno di quell´an­no e che s´intitolò «Istituto Missionario Cardinale Cagliero».

Idealmente la casa era nata all´Oratorio nel clima di entusiasmo salesiano favorito dal Capitolo Generale che aveva eletto don Rinaldi a successore di don Bosco.

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E nessuno si meraviglierà se quella casa, che divenne semenzaio di vocazioni missionarie, fu la casa del cuore del Servo di Dio durante l´ultimo decennio della sua vita.

Note

CERTA E., 261.

i CERTA E., 262.

Summ., 272-273, 950.

´ CERIA E., 270.

Summ., 289, 1014.

6 Atti. 2-3.

Atti, 3.

Atti, 5.

9 Atti, 5.

Parte terza

SUCCESSORE

DI DON BOSCO

-   Al timone del governo

-   Zelo missionario

-   Viaggi opere insegnamenti

-   Per le Figlie di Maria Ausiliatrice

-   Beatificazione di don Bosco

-   Paternità senza limiti

-   Ultimi bagliori di salesianità

-   Morte repentina

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AL TIMONE DEL GOVERNO

Dal 1922 al 1931, per quasi un decennio, il Servo di Dio fu al timone della Società Salesiana, che lo ebbe superiore e padre, e in lui ravvisò una delle più luminose incarnazioni del Fondatore.

Nulla di cambiato nella sua persona. Lo stesso don Rinaldi dei lunghi anni della prefettura: umile, semplice, accostevole. Se mai il cuore più largo e comprensivo per la sacra eredità di cui era depositario.

«La prima volta che l´incontrai dopo l´elezione — racconta il fedele don Azzini — non senza trepidazione mi disse: "Vedi che cosa mi hanno fatto!". E aggiunse, come scherzando: "Tu continui nei tuo ufficio: io passo nell´altro "». i

Quel passaggio di stanze, modesto e dimesso, comportava per il Servo di Dio una nuova impellente missione: «Conservare ed applicare» nella sua integrità lo spirito del Fondatore e della Fondazione.´ Calza qui un giudizio dell´ex-allievo giornalista Luigi Michelotti, il quale conobbe don Rinaldi nel 1903, ne ammirò in Spagna e Portogallo le opere, e gli fu di valevole aiuto negli anni di Torino. Senza aver conosciuto don Bosco direttamente egli non dubita di accostare il Servo di Dio al Fondatore per un fatto: «la coscienza — dichiara — che don Rinaldi ebbe della sua missione».´

Una coscienza chiara e precisa del compito che la Provvidenza gli affidava: quello di studiare e di aderire agli insegnamenti, alle tradizioni, agli esempi di don Bosco. In questo don Rinaldi emulò e forse per il suo temperamento attivo sorpassò don Rua, che pure era stato tra i confondatori della Congregazione.

La sua missione il Servo di Dio l´aveva intravista nel 1901, al rimetter piede nell´Oratorio come Prefetto Generale; ma la sentì gravare sulle spalle nel 1922 dopo la elezione a Rettor Maggiore. Ad essa dedicò il suo ingegno pratico, la sua azione vigile e costante, la connaturale e tenace intraprendenza. Si può dire che da allora don Rinaldi visse ed operò solo per le persone e le istituzioni che Dio metteva nelle sue mani.

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* * *

«Il suo rettorato — osserva don Ricaldone che gli successe nell´alto ufficio — fu tranquillo; non funestato da guerre. È vero: ebbe tem‑

pi di salute cagionevole, ma riuscì a compiere un bene straordinario».´

La vista gli si era indebolita, pur se gli permise fin quasi alla fine di leggere il breviario e di stare lungamente a tavolino con penna e

corrispondenza fra le mani. Anzi, riferendosi in particolare agli anni

del rettorato, don Ricaldone attesta: «Leggeva libri di pietà; li meditava e assimilava, e la sua conversazione faceva capire quanto si tenesse unito con Dio... Anche da rettor maggiore per solito celebrava alle

4,30, per poi prendere parte alla meditazione delle 5 insieme con la comunità della casa madre».´

Prima di essere il superiore generale don Rinaldi voleva essere il confratello osservante, che dà spazio alla preghiera e trova in Dio la forza per le fatiche della giornata.

Da rettor maggiore lasciò il confessionale che aveva tenuto per due decenni in Maria Ausiliatrice. Fu senza dubbio un taglio doloroso, ma

lo accettò, comprendendo che la sua vita ormai era consacrata in di‑

versa maniera alle anime. In qualche misura supplì con le udienze, alle quali erano ammesse persone a lui legate da vincoli spirituali. Anche

allora non tutti capirono la sua linea di condotta: ma non era facile al Servo di Dio rinnegare una paternità, che aveva profonde radici nel cuore.

Lasciò evidentemente la direzione dell´oratorio femminile, al quale aveva dato — sintetizza suor Graziano — «generosa e meravigliosa

attività». Continuò tuttavia a guidarlo per interposta persona: per mezzo cioè di don Gusmano, segretario del Consiglio, che da lui riceveva direttive e a lui porgeva ragguagli e informazioni.6

Non tralasciò per altro d´intervenire a feste e ricorrenze straordinarie e di presentarsi, come già si è accennato, a ricevere talora in udienza le giovani più alte che avessero bisogno di parlargli.

Seguì in particolare le Zelatrici, che gli appartenevano di diritto; si mantenne al corrente dei loro modesti sviluppi, e con gioia partecipava alle professioni e rinnovazioni dei voti, rivolgendo sempre parole incoraggianti e illuminatrici.

* * *

Il mondo del quale il Servo di Dio prese ad occuparsi con impegno e zelo di padre e guida fu, com´è evidente, il mondo della Società Sa‑

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lesiana, che dopo la stasi della guerra accennava a incontenibile rigoglio, in Italia e in alcuni paesi del mondo.

Anticipando il quadro che andremo abbozzando, don Ricaldone afferma che, fatto rettor maggiore, don Rinaldi si consacrò «con slancio alla preparazione del personale, servendosi di circolari, visite, conferenze, e soprattutto con riunioni di ispettori, direttori, maestri dei novizi... L´incremento da lui dato alle vocazioni — è sempre don Ricaldone ad asserirlo — fu davvero mirabile. Basterà sapere che alla morte di don Albera, nell´ottobre del 1921, i Salesiani erano 4.788, distribuiti in 404 case; e che don Rinaldi in meno di dieci anni li portò — quasi raddoppiandoli — a 8.836, con un aumento medio di circa 450 professi ogni dodici mesi. Le case sotto di lui arrivarono alla cifra di 644, con l´aumento di 240 nuove fondazioni».´

* * *

I numeri hanno la loro poesia e dimostrano la fecondità del germoglio salesiano in tempi di generosità e di fervore, specie tra la gioventù.

Don Rinaldi avvertì il particolare fenomeno di crescita che portava la Congregazione tra le grandi famiglie religiose della Chiesa. Ne trattò con Pio XI, ricevendo consigli e direttive; e più volte si pose il gravissimo problema d´impedire che il numero nuocesse alla qualità, e che l´estensione dell´opera nel mondo non andasse a scapito della conformità al carisma che doveva permearla e sostenerla.

A quei tempi non si parlava di carisma. Don Rinaldi però ne conosceva il contenuto e i contorni; e la sua azione di governo, illuminata e sicura, fu tutta rivolta a conservare e ad accrescere nella Congregazione il dono dello Spirito Santo a don Bosco, in favore dei chiamati e della gioventù.

* * *

La cura spirituale dei confratelli divenne perciò l´ansia del suo cuore di padre e pastore. Anche se più avanti si tratterà della paternità di don Rinaldi, per illustrarne l´ampiezza e l´intensità, qui è il caso di accennare alla sua disponibilità verso tutti all´interno della Congregazione.

Dalle 9 alle 12 don Rinaldi era in ufficio pronto a ricevere i confratelli vicini e lontani che si presentavano per conoscerlo, parlargli, ricevere luci e conforti. Nessuno passava invano. Il Rettor Maggiore

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era per tutti, ma specialmente per i suoi figli. «Con i Salesiani — dice don Bordas — era proverbiale la sua amorevolezza nel ricevere e ascoltare chi avesse motivi di abbattimento o di pena. Dal colloquio si usciva solitamente rinfrancati. In morte di persone care o in circostanze dolorose di famiglia, il Rettor Maggiore preveniva i confratelli e occorrendo largiva aiuti materiali, che lasciavano profondamente commossi».8

Accoglieva tutti — assicura il segretario don Giacomo Vacca «con tratto amabile, bel sorriso e parola incoraggiante».9 Anche l´ultimo chierico o il più giovane coadiutore si trovavano subito a loro agio col Rettor Maggiore.

«Non bisognava dirgli che era desiderato per una udienza — osserva il segretario —, se si voleva evitargliela quando era oppresso dal male; ma proprio allora — insiste don Vacca — pareva che presagisse le visite, e raccomandava di non privare nessuno del suo diritto». ´0

Negli anni di don Rinaldi non passò confratello all´Oratorio senz´essere ricevuto in udienza, magari nei cortili, durante momenti di sollievo, quando i doveri di ufficio incalzavano. Il colloquio personale fu il mezzo con cui il Rettor Maggiore, pur oberato di affari, arrivava al cuore dei figli. Non era burocrazia o sterile amministrazione la sua, ma incontro d´anime per il profitto delle persone e l´efficacia dei rispettivi compiti apostolici e salesiani.

Quanto mai giusto e veritiero il rilievo di don Ricaldone: «Era sempre accogliente; e dal suo modo di agire si arguiva che si riteneva il servo di tutti»."

* * *

Seguiva con scrupolosa esattezza la fittissima corrispondenza con ispettori, direttori e confratelli, che si rivolgevano al Superiore Generale.

Della corrispondenza — fa sapere don Ricaldone — «era gelosissimo»,12 come di un dovere che non si poteva delegare. Ai confratelli rispondeva con sollecitudine e di suo pugno.

11 Secondo Revisore canonico degli scritti di don Rinaldi, riferendosi alla parte dell´epistolario diretto ai confratelli, osserva che tali corrispondenze «appaiono sempre improntate a grande bontà, equanimità e comprensione»; in altre parole: «a quel senso di paternità spirituale che, secondo lo spirito di don Bosco, deve ispirare i rapporti fra superiori e sudditi». 13 11 Primo Revisore vi aveva colto «intimità,

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freschezza umana e sincera immediatezza», proprie di un direttore d´anime, il quale «ammaestra, consola, consiglia, solleva, incoraggia, sprona» i suoi figli per i sentieri della vita religiosa». 14

Che don Rinaldi fosse uomo di virtù e di governo lo si rileva da scritti confidenziali o d´ufficio che dir si voglia.

Chi scrive trovò nell´Archivio della Procura Generale di Roma un fascicoletto di lettere autografe del Rettor Maggiore don Rinaldi al Procuratore della Congregazione presso la S. Sede. «Quelle lettere — affermai in conferenza di studio al Collegio dei Postulatori nel 1962 sono magnifica riprova della santità dell´uomo.

Nella facile prosa e varietà degli argomenti dimostrano il suo perfetto equilibrio, la pacatezza del giudizio; il senso di giustizia, fermezza

e carità che lo guidava nel governo; la consumata prudenza; l´accortezza ed esperienza negli affari; l´impareggiabile bontà paterna che lo animava in tutto»."

Un superiore saggio e lineare.

* *

Nel governo della Congregazione don Rinaldi non era solo: aveva l´aiuto del Consiglio, verso del quale fu sempre deferente e rispettoso, lasciando a ciascuno la sua parte di responsabilità e di lavoro. Dei Consiglieri si valse, oltre che negli affari della Società, secondo le rispettive competenze, per le visite alle ispettorie vicine e lontane.

Don Candela, membro del Consiglio, dice appunto che il Servo di Dio «era parco nelle parole, ascoltava molto e dava importanza a quello che gli si diceva... Con umiltà osservava a noi Consiglieri: "Potrà accadere che qualcuno non abbia fiducia in me; basta però che l´abbia in qualcuno di voi e siano legati al centro. I confratelli scrivano pure a me, che desidero essere loro padre; ma scrivano anche

 

liberamente ai Consiglieri, perché quello che non potrò fare io, sarò ben lieto che venga fatto dagli altri"».´6

Anche don Tirone, altro membro del Consiglio Centrale, dichiara a sua volta: «Don Rinaldi non appariva mai agitato, corrivo nelle decisioni; era calmo, tranquillo, ponderato. Se necessario prendeva il tempo utile per esaminare e riflettere... Da uomo interiore trattava gli affari con Dio prima di risolversi ad agire». ´7

«Più di una volta — conferma don Ricaldone — mi parve eccessivo nella prudenza: e mi permettevo

 

di farglielo osservare. Egli sorrideva; ma alla resa dei conti dovevo convincermi che aveva ragione.

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Era non solo temporeggiatore, ma abile veleggiatore tra ostacoli e scogli, e riusciva a trovare soluzioni impreviste anche in affari materiali». "

Del Servo di Dio, superiore impareggiabile, don Ricaldone che gli visse accanto vent´anni e gli successe nella carica di prefetto generale, fa questa descrizione: «Possedeva in grado sommo la discrezione; di essa si serviva per illuminare, ordinare e guidare le cose in ogni circostanza. Sapeva conservar segreti e confidenze. Misurava le parole e ancor più certi scritti. Tuttavia la sua discrezione si ammantava, secondo il bisogno, di verità, soavità e fermezza. Quando si trattava di sostenere principi o tradizioni di don Bosco era irremovibile. Pregava e faceva pregare; ma quando si persuadeva che una decisione o un´opera erano per la gloria di Dio e il bene delle anime, non badava più a difficoltà o sacrifici». 19

* * *

Seguendo una tradizione di famiglia, nella sua qualità di rettor maggiore don Rinaldi volle periodicamente arrivare a tutti i suoi figli; a quelli che non conosceva, ai più lontani, ai più bisognosi di sentire il cuore del padre per vivere in comunione con il centro.

Le sue lettere circolari, pubblicate in Atti del Capitolo Superiore — anno DI, anno XII — vanno dal 24 maggio 1922 al 24 novembre 1931. Sbaglia suor Graziano là dove afferma che don Rinaldi «non fu... l´apostolo della penna»." Non lo fu neI senso corrente dell´espressione, come chi fa della penna strumento primario dell´apostolato. In realtà le circolari del Servo di Dio sono un monumento di saggezza e di ascetica salesiana; riscossero approvazioni ed elogi neI mondo dei confratelli e suscitarono tensioni spirituali ed apostoliche, e risoluzioni di santità.

Lo stile è piano e discorsivo, come quello di don Bosco; la forma, semplice e senza orpelli d´ingombrante cultura; la dottrina, chiara e sicura. Il Rettor Maggiore fornisce notizie di famiglia; commemora e commenta avvenimenti e ricorrenze; e soprattutto anima e sprona alla pietà e alla perfezione.

Le sue circolari — annota il Primo Revisore Teologo — «sono veri e propri trattatelli di pietà, ricchi di equilibrio». In essi il Servo di Dio si rivela «superiore nato, il quale domina i sudditi con saggezza e forza di virtù. Egli è consapevole — prosegue acutamente il Revisore della posizione di privilegio e di responsabilità in cui è venuto a trovarsi; e con sforzo di rinnovamento e controllato dominio.dei suoi atti cerca di rendersi modello di virtù operosa».2´

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Scendendo al particolare il Secondo Revisore osserva: «Educato alla vita religiosa e sacerdotale da san Giovanni Bosco, negli scritti il Servo di Dio si manifesta discepolo fedele e devoto, e imitatore assiduo del suo Maestro; è intento a esprimere in se stesso lo spirito, e a comunicarlo e custodirlo nei religiosi affidati alle sue responsabilità di superiore generale della Congregazione»."

«Se lo stile è l´uomo — conclude il Primo Revisore, che non dubita di affiancare il Servo di Dio a san Francesco di Sales, — è facile dire senza incertezza: negli scritti don Rinaldi appare come uomo che vive coi piedi in terra, ma con lo spirito in cielo».23

* * *

Un primo esempio concreto. Come direttore, ispettore, prefetto generale, don Rinaldi era stato strenuo assertore delle Regole e Costituzioni. Agli esordi del rettorato gli si offrì l´occasione di illustrarne a tutta la Congregazione l´altissimo valore. «Forse nessuno dopo don Bosco — attesta con solennità don Ricaldone — le mise in più bella luce, meglio le illustrò, e ne promosse con più ardore l´osservanza». "

Ricorreva infatti nel 1924 il cinquantenario dell´approvazione delle Regole, avvenuta il 3 aprile 1874 sotto Pio DC. La circolare scritta in quella circostanza — dice ancora don Ricaldone — «sarà sempre uno dei documenti più importanti della Società Salesiana». Anzi «volle che la data memoranda fosse ricordata in tutte le case mediante conferenze, congressini e speciali solennità».2°

Chi scrive non può non rammentare la vasta eco della circolare nelle case più lontane della Congregazione, dove la parola del Rettor Maggiore era giunta portatrice e suscitatrice d´entusiasmo salesiano, mentre aiutava a conoscere e capire il codice della santità salesiana.

* * *

Don Rinaldi l´aveva pensata e preparata nel primo biennio di rettorato, partendo dalla esemplarità religiosa di don Rua. Infatti la prima strenna annuale che diede ai confratelli in Maria Ausiliatrice la sera del 31 dicembre 1922 suona così: «Cerchiamo di imitare il Servo di Dio don Rua nella esatta osservanza della vita religiosa».26 E nella circolare del 6 gennaio seguente commentava: «L´esatta osservanza della vita religiosa non è altro che la Regola fedelmente seguita»."

Delle Costituzioni e dei regolamenti si era occupato il recente Ca‑

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pitolo Generale del 1922: a don Rinaldi premeva d´informare sul lavoro compiuto e sulle pratiche in corso con la Santa Sede, ma specialmente per asserire che nei nuovi testi erano rimasti intatti i contenuti e lo spirito delle origini. Mai don Rinaldi si sarebbe prestato a travisare il pensiero di don Bosco. «Le nostre Costituzioni — scriveva — sono ancor quelle uscite dal cuore di don Bosco: sono la regola bella e cara, breve e completa, che la Chiesa ha approvato e che, osservata con fedeltà, sarà la vita della Congregazione e l´unica via della nostra santificazione». "

Delle Costituzioni il Servo di Dio rileva il carattere «di vera congregazione religiosa», che don Bosco intese dare alla sua fondazione; ma ne sottolinea la flessibilità «alle esigenze dei tempi». E scrive con autorevolezza: «Questa elasticità di adattamento a tutte le forme di bene, che vanno di continuo sorgendo in seno all´umanità, è lo spirito proprio delle Costituzioni. Il giorno in cui s´introducesse una variante contraria, per la nostra Pia Società sarebbe finita».29 Nessuno potrebbe meglio definire o descrivere la dinamicità del carisma salesiano. E ciò fa meglio comprendere don Rinaldi, quale fondatore in penombra e allo scoperto di cui sopra si è parlato.

* * *

1124 febbraio 1923 don Rinaldi annunciava a tutti i suoi figli l´avvenimento che si profilava all´orizzonte: «Il 3 aprile prossimo — diceva — entriamo nell´anno che segna il Giubileo d´Oro delle nostre Costituzioni». E animando al rispetto, all´amore, all´osservanza della carta costituzionale inculcava: «Chiamandoci alla vita religiosa Dio ha inteso farci conseguire la santità coll´osservanza intera ed esatta delle Costituzioni».3°

Il documento commemorativo al quale don Rinaldi allude, e che insolitamente porta come titolo: «Il Giubileo d´Oro delle nostre Costituzioni», è del 24 gennaio 1924. Per don Rinaldi la ricorrenza cinquantenaria è fatto «intimo e di vitale importanza» per la Congregazione, e deve stimolare tutti i membri a corrispondere con crescente ardore alla propria «vocazione religiosa»."

È, si potrebbe dire, una circolare-trattato: uno degli scritti magistrali del Servo di Dio, superiore e successore di don Bosco.

Si avverte che don Rinaldi ha studiato l´argomento; lo ha approfondito nelle sue tappe storiche e lo presenta, senza collaborazione d´altri, come vibra nel suo spirito. Accetta e suggerisce manifestazioni

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esteriori, specie nelle case di formazione, ma solo a patto che aiutino a «comprendere, amare, e meglio praticare le Costituzioni».

Di esse dice: «Le Costituzioni, miei cari, sono l´anima della nostra Società: e questa fu l´anima di tutta la vita di don Bosco; perciò la storia delle Costituzioni è interamente nella vita di lui. Possiamo anzi dire che nelle Costituzioni abbiamo tutto il Fondatore. In esse, il suo unico ideale di salvezza delle anime; la sua perfezione coi voti; il suo spirito di soavità, di amabilità, di pietà, di tolleranza e di sacrificio».

Qui don Rinaldi fa una osservazione degna del suo intuito e del suo amore di figlio: «Per ben comprendere le Costituzioni nel loro sviluppo storico e nella loro essenza specifica — osserva — bisogna rendersi familiare la lettura e lo studio delle Memorie Biografiche del nostro Fondatore», giacché — conclude più avanti — «don Bosco più che fondatore può dirsi creatore della sua Società, che seppe tirar su dal nulla, prendendo soggetti, crescendoli intorno a sé, e trasfondendo in essi a poco a poco il suo spirito»."

* * *

Non è il caso di andar oltre, in un quadro che è biografico e non di studio. Ma non si può tacere l´accenno personale che il Servo di Dio introduce nella lunga tessitura della circolare. «Le non poche volte — scrive don Rinaldi — che ebbi la fortuna d´intrattenermi familiarmente col nostro santo Fondatore, ricordo che la fedeltà alle Costituzioni era il suo argomento favorito: negli ultimi anni non sembrava respirasse altro che le Regole»."

Don Rinaldi, che delle Regole era «osservantissimo»34 — l´attestazione è di don Ricaldone —, lo imitava egregiamente fin dagli inizi del suo governo della Congregazione. Si comprende quindi come al visitatore straordinario don Vespignani, in partenza per l´America Latina, desse come viatico e consegna: «Faccia amare la regolarità salesiana». "

Note

´ Summ., 6, 15. Summ., 6, 16.

i Summ., 303, 1062. ´ Sumrn., 273, 952.

Summ., 286, 1000. 6 Summ., 112, 386.

´ Summ., 273-274, 952-954.

Summ., 83, 292. 9 Summ., 250, 867. " Surrun., 250, 869. " Summ., 293, 1033.

´l Summ. , 275, 960.

" Pos. super scriptis, 12-13.

Pos. super scriptis, 4-5.

14 ClsrANo L., Lo studio di una Cau‑

sa di Beatificazione e Canonizzazio‑

ne, Roma 1962, poligrafato, p. 28.

" Sunvn., 192, 672.

" Summ., 243, 844-846.

" Summ., 293-294, 991.

" Summ. , 290, 1015.

20 Summ., 118, 403.

21 Pos. super scriptts, 4 e 5.

22 Pos. super scriptis, 10.

" Pos. super scriptis, 4.

" Summ., 293, 1031.

" Summ., 293, 1031.

´ Atti, 26.

17 Atti, 44.

" Atti, 40-41.

" Atti, 41.

" Atti, 58-59.

3´ Atti, 174 e 176.

" Atti, 177-178.

" Atti, 188.

Summ. , 293, 1031.

" Chi scrive l´ha udito dalla bocca di

don Vespignani.

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20

ZELO MISSIONARIO

Le finalità missionarie della Congregazione risalgono al Fondatore, che in visioni e sogni preannunciò il futuro delle sue opere nel campo dell´evangelizzazione degli infedeli.

Don Bosco aveva guardato a Occidente. Don Rua e don Albera si rivolsero timidamente anche a Oriente. A don Rinaldi, in un tempo di assestamento e di fervore, toccò di portare a termine arditi programmi, cominciando dalla ricerca di vocazioni.

Per diventare Istituto Missionario a pieno titolo la Congregazione doveva coltivare e diffondere lo spirito missionario tra i giovani, destare entusiasmi, favorire la generosità e lo slancio di chi era pronto ad affrontare la sublime avventura.

* * *

Si è visto come sin dalle prime settimane del rettorato il Servo di Dio si aprisse con intima soddisfazione al problema dei giovani che sollecitavano di recarsi in missione. Pensando che qualcuno non sfiorava neppure i 15 anni, c´è da restare stupiti e come trasognati. Don Rinaldi ebbe fede e mentre benediceva quelli che partivano si occupò dei più che rimanevano e occorreva preparare secondo opportuni progetti scolastici e di vita spirituale.

Nacque così — lo si è accennato — l´Istituto Missionario di Ivrea, che divenne la pupilla dei suoi occhi. Si cominciò con una sezione di giovani studenti, affiancati al noviziato dell´ispettoria piemontese; ma tosto si vide la necessità di dare alla casa finalità e intonazione esclusivamente missionarie.

Favorita dalle partenze del 1922, nacque l´idea di alcuni ispettori dell´America Latina che il nuovo Rettor Maggiore costituisse centri di aspiranti per paesi lontani. La proposta attecchì e diede rinforzi anche per le missioni d´Oriente, assetate di operai evangelici. L´ aspirantato di Ivrea ne fu l´inizio.

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Nel secondo anno di vita — 1923-1924 — i così detti «taglierini» erano 160, e provenivano soprattutto da Piemonte, Lombardia e Veneto. Anzi alcune decine, per mancanza di posto, avevano trovato ospitalità a Valdocco, dove si era sprigionata la fiamma delle missioni tra i giovani.

* * *

Vedendo che l´impresa fioriva, oltre ogni previsione umana, don Rinaldi progettò di darle forma canonica per la sua consistenza e i futuri sviluppi. Con decreto infatti del 30 aprile 1924 la Sacra Congregazione de Propaganda Fide erigeva l´Istituto Cardinal Giovanni Cagliero come seminario di aspiranti alle missioni salesiane, Io dichiarava alle sue dipendenze e gli accordava diritti e privilegi di simili istituti.

L´alto riconoscimento giovò al prestigio dell´Istituto, dentro e fuori la Congregazione, gli attirò simpatie e benefattori e ne assicurò le sorti per molti anni.

Ivrea divenne l´oasi di pace e di riposo del Servo di Dio. Vi si recava sovente, parlava ai giovani, li visitava — magari impensatamente — nello studio, li animava alla perseveranza. Fin da principio aveva detto: «Se sarete santi salverete le anime».

I giovani lo amavano non tanto per quello che era, quanto per l´effluvio di paternità che la sua persona irraggiava attirandosi i cuori. L´ 1l febbraio 1930, volendo egli benedire la prima pietra di un erigendo tempietto al Sacro Cuore, sull´altura della cosiddetta sassonia — un terreno pietroso trasformato in vigna — lo fecero salire, benché riluttante, su di un´improvvisata sedia gestatoria e lo portarono come in trionfo.

Anche da Torino don Rinaldi seguiva l´andamento della casa. Ogni settimana il direttore scendeva a dargliene conto. Ed è in quegli incontri che il Rettor Maggiore, dando consigli e avvertimenti, soleva ripetere: «Così mi suggeriva don Bosco, quand´ero direttore dei Figli di Maria a San Giovanni Evangelista, Prega e il Signore ti illuminerà»!

* *

Frattanto si profilava a distanza il cinquantenario delle Missioni Salesiane, vivente ancora il condottiero della prima spedizione e apostolo della Patagonia, diventato cardinale di Santa Chiesa.

In qualche maniera l´Istituto di Ivrea ne era stato il preannuncio.

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Ma occorreva fare di più per attizzare il fuoco tra i giovani. Don Rinaldi se ne rendeva conto e non voleva essere in ritardo coi tempi.

Nel 1921, dopo l´enciclica Maximum illud di Benedetto XV, con l´approvazione di don Albera e l´appoggio di don Rinaldi, era nata nell´oratorio festivo di Valdocco l´Associazione Gioventù Missionaria con lo scopo di fornire alla Chiesa un´avanguardia del movimento che il Papa desiderava suscitare tra i fedeli. Fatto superiore generale don Rinaldi prese in mano il movimento e servendosi di zelanti confratelli a poco a poco lo estese a oratori e collegi in Italia e all´estero, e lo passò al mondo femminile delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Ottenne anzi dalla Santa Sede indulgenze e favori spirituali per il sodalizio, che ovunque contribuì a far conoscere le missioni, a far pregare per il loro sviluppo e a raccogliere sacrifici e offerte per la diffusione del Vangelo.

Bisogna averli visti in azione quei gruppi per comprendere il bene da essi operato e i vantaggi arrecati all´idea missionaria.

* * *

Si direbbe che don Rinaldi ispirandosi a don Bosco, il quale aveva suscitato la Congregazione coi giovani, per loro mezzo volesse ringiovanire e dare un impulso alle sue missioni, estendendone il campo d´azione.

E in favore dei giovani fu il proposito che venne maturando, mentre ad Ivrea si raccoglievano le prime schiere di aspiranti alle missioni. Lanciare cioè tra di essi una rivista capace di alimentare la fiamma.

Nacque così «Gioventù Missionaria» nel gennaio del 1923: un mensile illustrato, edito dalla tipografia di Valdocco e destinato in particolare alle migliaia di giovani di case e oratori salesiani. Il periodico divenne subito il portavoce e l´interprete dell´Associazione Gioventù Missionaria, fece conoscere i territori e i problemi dell´evangelizzazione riservata ai figli di don Bosco, e contribuì a creare un´atmosfera di simpatia e d´interesse intorno alla persona, all´opera e ai sacrifici del missionario.

Da principio si pensò che l´agile e ariosa rivista dovesse concorrere soltanto alla preparazione del giubileo delle missioni: 1875-1925. Ma visti i frutti che la sua diffusione produceva in mezzo alla gioventù, se ne deliberò la continuazione. Si arrivò anzi alle redazioni in lingua spagnuola, francese e portoghese. Don Bordas che fu tra gli animatori di quelle pubblicazioni dichiara ai processi del Servo di Dio:

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«Queste riviste, pur avendo lo stesso scopo, erano redatte con diversi contenuti, che meglio si adattavano alle singole nazioni». E aggiunge, a riprova che l´idea era penetrata ovunque nel mondo salesiano: «A loro imitazione ne sorsero altre in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia e altrove: e si comprende quanto per loro mezzo se ne avvantaggiarono le vocazioni e gli aiuti materiali alle missioni»?

Facile capire come per l´edizione spagnuola don Rinaldi concedesse volentieri un autografo con l´affermazione di famiglia: «Se Domenico Savio oggi fosse tra noi, sarebbe il miglior propagandista di Gioventù Missionaria».4

* * *

Anche qui, come nelle altre attività, don Rinaldi non faceva tutto da solo. Ma pensava a tutto; teneva d´occhio tutto, sceglieva persone adatte all´impresa; dava orientamenti, pur lasciando ampia libertà di azione. Era bello lavorare con lui, proprio per il senso di fiducia che infondeva nei collaboratori.

Una delle scelte più indovinate in campo missionario fu quella di don Ricaldone, eletto — come si è ricordato — Vicario del Rettor Maggiore nel Capitolo del 1922. A lui nel 1924 don Rinaldi, valendosi delle facoltà che i Regolamenti gli conferivano, attribuì il pensiero delle missioni, senza voler perciò diminuire con tale delega «quel contatto — scriveva — che io desidero conservare con i miei carissimi missionari, così lontani e a volte esposti a gravi pericoli e sorprese»?

A don Ricaldone il Servo di Dio aveva affidato fin dal novembre 1923 la sorveglianza dell´aspirantato di Ivrea, che passava così alle dipendenze del Consiglio Superiore della Congregazione.

Questo fa capire come don Rinaldi facesse del problema missionario un impegno del Rettor Maggiore e suo Consiglio: un interesse vitale cioè della Società e dei membri del suo governo.

* * *

Per l´anno 1925 — anno giubilare — Pio XI aveva indetto una Esposizione Mondiale delle Missioni da tenersi nei Palazzi Vaticani. Furono interessati i superiori generali di Ordini e Famiglie Religiose o Istituti aventi responsabilità ed opere di evangelizzazione. «La nostra Pia Società — scrive don Rinaldi il 24 giugno 1923 — non solo non si può esimere dall´onorevole invito, ma sente il dovere di portare tutto il

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suo concorso..., non tanto per l´onore che ne può venire al nome di don Bosco, quanto e più perché il Santo Padre da questa Esposizione si ripromette un grande risveglio religioso nel mondo e un maggiore incremento delle opere missionarie e di evangelizzazione».6

Non appartiene a questa biografia la storia del grande avvenimento che ebbe vasta eco nei pellegrini giunti a Roma in occasione dell´Anno Santo: basta aver sottolineato la prontezza di don Rinaldi nel far suo il desiderio del Papa e nel contribuire, senza badare a spese e sacrifici, alla sua riuscita con l´allestimento di padiglioni destinati alla Congregazione Salesiana. Il Rettor Maggiore impartì norme e disposizioni, ma l´attuazione toccò al Vicario don Ricaldone, che fu la persona dell´impresa e del momento.

* * *

Come si è accennato nel 1925 cadeva anche il cinquantenario delle Missioni Salesiane. La sua celebrazione, nel pensiero di don Rinaldi, doveva «non solo porre in evidenza... il bene operato, ma suscitare iniziative ed energie» nuove, per il consolidamento e il progresso di quanto si era fatto in mezzo secolo di attività missionarie.´ La sera dell´Il novembre 1875 don Bosco aveva detto in Maria Ausiliatrice: «Noi diamo principio a una grande opera»;s convinto che il vaticinio si fosse compiuto, don Rinaldi intendeva richiamare l´intera Congregazione a rivivere, più che l´epopea del passato, un aspetto fondamentale dell´animazione salesiana.

Perciò in preparazione alla ricorrenza giubilare, come già aveva fatto per le Costituzioni, il 24 giugno di quell´anno indirizzava ai suoi figli un paterno documento dal titolo: «H Giubileo d´Oro delle nostre missioni».

«Nella circolare dello scorso ottobre — diceva — vi ho invitati a prepararvi alla solenne commemorazione di questa data; ora è tempo, miei cari, ch´io vi parli un po´ più a lungo di questo argomento, perché le missioni tra i popoli, come furono una delle più ardenti aspirazioni del cuore di don Bosco, così sono e saranno tra i più preziosi gioielli dell´Opera Salesiana».´

* * *

Non è possibile seguire il Servo di Dio nella rievocazione dei fatti. Ciò che più gli preme è di scrutare e illustrare l´animo ardentemente

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apostolico del Fondatore, che egli appunto aveva conosciuto nel suo fervore missionario. Sotto la penna di don Rinaldi certe osservazioni rivestono il valore di autentica interpretazione. «Non dimentichiamo — scriveva come chi legge una storia interiore — che nel cuore del nostro buon Padre si erano accumulati da anni gli ardori di Francesco Saverio, alimentati dalla luce superna che gli andava rischiarando l´avvenire per mezzo di sogni: si potrà così comprendere come egli in quel-Panno — 1875 — rivolgesse tutta la sua straordinaria attività... alle Missioni d´America. Per me — afferma il Servo di Dio — penso che forse nessun missionario è stato più zelante e infaticabile di lui. Lo rivedo, il Padre amatissimo — aggiunge commosso don Rinaldi

nei lontani ricordi della mia vocazione, proprio negli anni del suo maggior fervore missionario: me ne è rimasta un´impressione indelebile. Don Bosco era un vero missionario, un apostolo divorato dalla passione delle anime».10

Qui, senza pensarlo, la figura di don Rinaldi sembra confondersi e prolungare quella del Fondatore, di cui portava e incarnava gl´ideali, che faceva meglio conoscere alla Congregazione. Anch´egli era e voleva essere un vero missionario al servizio della fede e dell´apostolato; anch´egli era divorato dalla passione delle anime e si accendeva di entusiasmo nel desiderio di accrescere, secondo le possibilità delle circostanze, il numero degli operai evangelici. Di lui dirà giustamente don Ricaldone ai processi: «Lavorò incessantemente per dilatare la fede» e fu «notevole l´incremento che diede alle missioni»."

* *

La parte dispositiva della circolare non interessa; come interessa di scorcio notare che a ricordo della data giubilare il cardinal

ro, ultimo superstite della prima spedizione, benediceva 172 Salesiani e 52 Figlie di Maria Ausiliatrice, partenti per i vari campi di missione.

Giova invece capire ciò che maggiormente rallegrava íl cuore di don Rinaldi. Egli godeva per l´intenso sviluppo dato in quegli anni all´azione missionaria: «sia col creare — diceva — un apposito periodico; sia coi numerosi comitati missionari (locali, regionali, nazionali); sia col partecipare all´Esposizione Vaticana; sia finalmente col suscitare tra cooperatori ed ex-allievi, e in modo particolarissimo tra gli allievi, un vivo entusiasmo per le nostre missioni».

E soggiungeva, con gli occhi rivolti a una realtà che egli aveva intravisto, benedetto e incoraggiato: «Quante consolazioni ci hanno pro‑

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curato e ci procurano col loro zelo missionario, gli alunni degli oratori festivi, dei collegi e dei pensionati. Si sono fatti promotori di congressi, lotterie, collette, recite di beneficenza, sottoscrizioni rateali, numeri unici, conferenze con proiezioni e simili». ´2

Più avanti don Rinaldi soggiungeva: «Questo entusiasmo giovanile aumenta di anno in anno con frutti sempre più copiosi, nuove geniali industrie e gradite sorprese». E arrivava alla conclusione, che era come l´insegnamento pratico del cinquantenario delle missioni: «L´educazione missionaria, se ben diretta, è fonte di numerose vocazioni tra i nostri giovani». ´3

* * *

Per conto suo don Rinaldi aveva ideato di festeggiare la ricorrenza salesiana, oltre che mediante una spedizione di operai evangelici che superasse tutte le precedenti, con una grande Esposizione da tenere nella casa madre per far conoscere e documentare il lavoro compiuto in cinquant´anni. La coincidenza con l´Esposizione Vaticana gli consigliò di rimandarla. Fu inaugurata il 16 maggio 1926, e abbinata a un Congresso Internazionale di Cooperatori ed Ex-allievi d´intonazione missionaria.

Un doppio successo. Dandone ragguaglio al Papa il Servo di Dio confessava ch´era stata sua intenzione ravvivare in tutti, particolarmente nei giovani, l´amore alle missioni. Perciò aveva desiderato che dal novembre 1925 al gennaio 1926 in ogni casa e oratorio festivo si tenessero congressini missionari, in preparazione a congressi regionali e a quello Internazionale di Torino.

Dei primi don Tirone dichiara: «Per disposizione del Servo di Dio il Congresso Internazionale fu preceduto da innumerevoli congressini tenuti in quasi tutte le case e oratori salesiani. Se ne contarono più di 800».´4

«L´interessamento che dimostrano i nostri giovani per le fatiche dei missionari e l´evangelizzazione degli infedeli — scriveva soddisfatto don Rinaldi nel gennaio del 1926 — è un sorriso di cielo, un fatto che commuove e profondamente edifica»."

* * *

11 Servo di Dio — è facile rilevarlo — non intendeva con la celebrazione giubilare far della storia o della semplice accademia missio‑

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natia. Con lo sguardo penetrante di don Bosco aveva scoperto la via dei giovani come rigogliosa promessa all´avvenire e allo sviluppo delle missioni. E decisamente la percorreva.

Sotto il suo rettorato si aprirono infatti, oltre quello di Ivrea, gl´istituti missionari di Penango, Bagnolo e Cumiana, in Piemonte; quello di Gaeta, nel Lazio Inferiore, per l´Italia Meridionale; e quelli di Astudillo, nella Spagna, e di Shrigley, nell´Inghilterra; e da ultimo quello di Torino, Istituto Conti di Rebaudengo, per coadiutori.

L´ansia del Rettor Maggiore aveva investito l´intera Congregazione e dappertutto si cercavano vocazioni da convogliare, secondo le lingue e le culture, ai paesi dove maggiore arrideva il profitto.

Si accrebbero anche notevolmente le missioni propriamente dette, specie in India, Giappone, Thailandia, Brasile, Paraguay e Congo Belga; mentre si provvide a rinforzare le ispettorie dell´America Latina e degli Stati Uniti.

* * *

A tutto ciò è da aggiungere la crociata missionaria suggerita da don Ricaldone e subito accolta e appoggiata dal Servo di Dio.

Depone lo stesso don Ricaldone, protagonista in prima persona del progetto. «Nel dicembre del 1926 don Rinaldi mi mandò a visitare l´Estremo Oriente, mentre altri visitatori e lui stesso percorrevano l´Europa e l´America.

Finita la visita in India, Thailandia, Cina e Giappone, prima di lasciare quei paesi gli scrissi una lettera manifestandogli la mia pena e quella dei missionari, che sentivano la loro limitatezza di fronte al miliardo e duecento milioni di pagani viventi nelle tenebre dell´errore... Don Rinaldi fece suo lo scritto nel quale invocavo una crociata per le vocazioni missionarie. La crociata fu accolta con entusiasmo in tutte le nazioni e si poterono raccogliere mezzi per fondare case missionarie — quelle sopra elencate —, sia per sacerdoti, per capi d´arte e di aziende agricole, sia per catechisti. Si giunse ad avere 1200 aspiranti, i quali fornirono personale scelto e abbondante alle nostre missioni». ´ 6

Anche oggi — 1988 — la Crociata Missionaria del 1927 continua a vivere e a dare frutti con le Borse di studio in favore di opere e istituzioni missionarie.

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* * *

9 Atti, 365.
Atti, 367. i´
Summ., 278, 972-973. "
Atti, 371. ´3
Atti, 371. ´4
Summ., 236, 315. "
Atti, 428. 16
Summ., 274, 955-956.

Non tutto quello che don Rinaldi suscitò nel suo rettorato in favore delle missioni ha oltrepassato il mezzo secolo. Il secondo conflitto mondiale e le trasformazioni sociali che seguirono posero fine a tante iniziative; è rimasto però in Congregazione quello spirito missionario del quale egli fu valoroso paladino e maestro senza confronti. Oggi però è in pieno sviluppo l´Operazione Africa che muove Salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice e tanta gioventù, lieta di cooperare, anche solo temporaneamente, con chi alle missioni dona la vita intera.

Note

CERIA E., 380.

CERIA E., 382.

Summ., 67, 233.

CERIA E., 384.

Atti, 296.

6 Atti, 98.

Atti, 312.

Atti, 312.

21

VIAGGI OPERE INSEGNAMENTI

Ai confratelli lontani e sparsi nel mondo il Servo di Dio pensò con sollecitudine paterna. Non poteva, come avrebbe desiderato, raggiungerli tutti personalmente: gliene mancavano il tempo e le forze.

Supplì con visitatori straordinari, ai

 

quali — come si è visto — affidava il compito di rappresentarlo in paesi e missioni. «Io — depone don Candela — venni da lui inviato alle case d´Inghilterra, Marocco, Algeria, Tunisia, Congo Belga, Stati Uniti, Messico, Antille, Australia e Palestina

 

».´

Da Torino il Rettor Maggiore seguiva i visitatori e trasmetteva consigli e indicazioni opportune; raccomandava soprattutto d´infondere dovunque lo spirito di don Bosco. Così a don Candela, mentre percorreva gli Stati Uniti, scriveva: «Ti raccomando di far del bene ai confratelli di cadeste case, che affido alla tua carità e al tuo zelo... 11 Santo Padre — aggiungeva — s´interessa alle nostre case degli Stati Uniti. Le vorrebbe moltiplicare. Mi raccomandò che mantenessimo í confratelli nello spirito della Chiesa e della Congregazione... Tu interessati molto alla regolarità della vita religiosa, perché non si lascino trascinare dalla libertà dell´ambiente... Diceva il Papa: senza spirito di mortificazione non predicheremo mai Gesù Cristo». E sullo stesso argomento in altro scritto insisteva: «Pio XI mi raccomandò molto gli Stati Uniti e gli emigranti, i quali talora vi perdono la fede... Vorrebbe che aumentassimo case e parrocchie».2

Da padre sollecito don Rinaldi non trascurava, col bene dei confratelli e delle opere, la persona del Visitatore. «Ti raccomando — scriveva a don Candela — di usarti i riguardi dovuti alla salute»; «abbine cura, facendo anche le spese necessarie e prendendoti, di quando in quando, giorni di riposo».

L´esortazione caratteristica era quella che gli veniva dal cuore e fotografava l´uomo: «Cura di trattare i confratelli con tale bontà, che si sentano uniti al centro: vis unita fortior. E la nostra forza viene dalla carità».3

198

* * *

Le raccomandazioni ai visitatori sono l´espressione viva del Servo di Dio nelle sue visite alla Congregazione.

Don Rinaldi — almeno nella tarda età — non era fatto per grandi viaggi. Né d´altronde convenivano prolungate assenze da Torino, in tempi che furono — come si è potuto intravedere — di crescita e di molteplici attività.

Eppure, nei primi anni di rettorato, il Servo di Dio si sobbarcò anche alla fatica delle visite in Italia e in alcuni paesi d´Europa.

Cominciò nel febbraio-marzo del 1923 con la Sicilia, dov´era stato da prefetto generale nel 1916 per incarico di don Albera.

A Palermo visitò le opere di Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice, trattò con autorità.civili e religiose, tenne conferenze ai cooperatori, diede udienze a confratelli e amici della Società.

Altrettanto fece a Marsala, Trapani, Ah Marina, Messina e Taormina. Dovunque il pubblico salesiano era scosso da fremiti d´entusiasmo e si stringeva al nuovo successore di don Bosco, che a tutti dava l´impressione di grande bontà d´animo e di ricchezza interiore.

Il 19 febbraio giungeva a Randazzo, culla dell´opera salesiana in Sicilia; quindi passava a Catania, sede ispettoriale, per proseguire verso Caltagirone e Modica. Da Modica scriveva al suo vicario: «Il mio viaggio volge al termine. Nelle case si fa molto del bene ed aleggia buono spirito. Abbiamo tenuto cinque convegni di numerosi decurioni e buoni sacerdoti. La difficoltà più grande è difendersi dalle domande di nuove case... Ci vogliono in tutte le città».4

Le ultime tappe furono: Acireale e Trecastagni, per le Figlie di Maria Ausiliatrice; Pedara e San Gregorio, per i Salesiani. Vanno aggiunte, sulla via del ritorno, le case di Napoli e Roma.

Di tutto il lungo giro il Servo di Dio si compiaceva nella circolare del 24 aprile, primo anniversario della sua elezione. «Mi è di somma consolazione — diceva — il costatare che lo spirito del Venerabile Padre è vivo nel cuore dei figli, perché ciò assicura quei maggiori frutti di bene per la gioventù e le famiglie cristiane, che la nostra Società è destinata a portare, e che io ho la grave responsabilità di perseguire con la parola e l´azione, mediante tutte le mie forze»)

* * *

Nell´autunno del 1923 fu a Venezia e Trieste; e di ritorno, a Gorizia, Conegliano Veneto, Mogliano, Chioggia, Treviglio e Milano.

199

La Gazzetta di Venezia scrive che egli parlava ai giovani e alla gente del popolo «con quella dolcezza e geniale attrattiva, che è segreto mirabile dello spirito salesiano»; mentre Vita Nuova di Trieste, sullo stesso tema, diceva che il Rettor Maggiore dei Salesiani parlava «in maniera semplice, come usava Gesù con le turbe». Dappertutto — assicura Vita Nuova — la figura di don Rinaldi, umile più che maestosa, lasciava «una soave onda di bene».6

Confratelli, alunni, ex-alunni, cooperatori, Figlie di Maria Ausiliatrice, scoprivano nel Servo di Dio una ricchezza spirituale che superava assai la dignità che ricopriva. Non diremo che si scorgeva in lui il santo, ma l´uomo della bontà, della mitezza, dell´affabilità, della facile e costante unione con Dio.

* * *

Nel 1924 si recò solo a Bologna, onde presiedere un congresso di oratori festivi, che egli stesso aveva indetto. Nella seduta finale approfittò per suggerire l´incontro e la collaborazione fra oratori e circoli, come già avveniva — per suo merito — negli oratori maschile e femminile di Valdocco in Torino.

In aprile e maggio del 1925 percorse l´Emilia, le Marche e l´Umbria. Rivide Bologna e visitò Rimini, San Marino, Ancona, Porto Recanati, Macerata, Gualdo Tadino, Trevi, Cannara e Perugia, portando con la sua paterna presenza quella parola calda e affettuosa che gli conquistava gli uditori più svariati. L´ispettore che lo accompagnava poté affermare: «Fu sempre meraviglioso»: Il 5 maggio, in San Pietro, assisteva alla solenne Beatificazione di Giuseppe Cafasso, direttore e guida di don Bosco; mentre col pensiero e col cuore pregustava la gioia di vedere presto lo stesso don Bosco elevato alla gloria degli altari.

In autunno, con breve sosta a Vienna, don Rinaldi volle spingersi in Polonia, dove l´opera salesiana era in forte ascesa. Visitò Oswiecim, Gódz, Varsavia, Vilno, Cracovia e le altre case dell´ispettoria, senza trascurare, come era sua consuetudine, le opere delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

Nel ritorno visitò le case dell´Ungheria e della Baviera, allietandosi del bene che ovunque si faceva. La sua non era una visita canonica nel senso stretto, ma un contatto paterno con la realtà salesiana in paesi che fronteggiavano la società del dopoguerra, con problemi di ripresa in campo educativo e cristiano.

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Dappertutto don Rinaldi era accolto a festa, ammirato e ascoltato con venerazione. Per chi non sapeva l´italiano — e non erano in molti — le sue parole venivano tradotte, in modo che ognuno sentisse di aver attinto al cuore del superiore e padre lo spirito del Fondatore.

Nel noviziato di Ensdorf, in Germania, il Rettor Maggiore ricordò in particolare il sogno nel quale don Bosco vide avanzare verso la sua persona giovani di paesi lontani, con pellicce indosso e alti gambali. E si disse felice di aver benedetto in quel viaggio la divisa chiericale a circa 200 futuri salesiani, tra polacchi, ungheresi e tedeschi, dai quali poteva dipendere il progresso della Congregazione nelle regioni dell´Europa centro-orientale.

* * *

Nel 1926 don Rinaldi visitò Marsiglia e il mezzogiorno della Francia, e specialmente la Spagna, che aveva sempre portato nel cuore, con i ricordi di un passato per lui indimenticabile. Vi trovò 42 case dei Salesiani e 16 delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Impossibile seguirlo nei lunghi e complessi itinerari, che lo portarono per regioni e città in gran parte conosciute.

Gli fu compagno don Candela, il quale dichiara: «NeI corso di questa visita, che durò dal 4 febbraio al 14 di aprile, fui testimone edificato dell´operosità non comune del Servo di Dio. Giornate piene, le sue: ricevimenti, discorsi, visite, conferenze, colloqui personali, affari e problemi da esaminare e risolvere... Don Rinaldi era instancabile e si prestava a tutto e a tutti con estrema bontà, sempre calmo, uguale a se stesso; nel suo cuore paterno sapeva trovare la parola opportuna che tutti lasciava soddisfatti, e al tempo stesso pieni di ammirazione e venerazione per lui. Il viaggio — lo possiamo capire — fu un trionfo dappertutto. Benefattori, cooperatori, ex-allievi in gran numero; autorità civili, militari, ecclesiastiche, clero secolare e regolare, ricchi e poveri, accorrevano a salutare il successore di don Bosco».

Due particolari non si possono omettere. A Cadice lo scrittore e poeta Giuseppe Maria Pemàn in un alato discorso affermò che «nella persona di don Rinaldi si venerava non un grande della terra ma del cielo».9 Segno che la santità del Servo di Dio, pur se nascosta sotto il manto dell´abituale modestia e bonomia, non sfuggiva all´occhio perspicace di chi sapeva osservare.

Il secondo particolare è un incontro con il re Alfonso XIII, che lo invitò a palazio per un colloquio, nel quale si interessò alle opere sa‑

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lesiane della Spagna, e arrivò a pregarlo che la Congregazione facesse qualcosa per «la pacificazione catalana».´

Nel tardo autunno don Rinaldi ripigliava il treno per Toscana, Lombardia e Jugoslavia, sempre atteso, desiderato e acclamato dai suoi figli, che ovunque si accorgevano di avere in don Rinaldi un padre più che un superiore.

* * *

Negli anni successivi la salute non gli permise più strapazzi: scendeva a Roma per circostanze particolari; nell´inverno del 1928 volle spingersi in Campania e nelle Puglie; ma per lo più dovette accontentarsi di brevi comparse qua e là, specialmente in Piemonte, tra Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice, che sovente vedevano con sgomento il buon padre avviarsi alla fine.

Nel 1926 aveva compiuto settant´anni e la salute non era più florida come in passato. Don Ricaldone osserva che in certi tempi don Rinaldi ebbe «salute assai cagionevole»;" ma qui è da aggiungere che il Servo di Dio non voleva troppi riguardi: «Non mi son fatto salesiano e sacerdote — diceva — per aver cura della mia salute». 12 La vista si era indebolita, e il cuore gli causava affanni e insonnie. Erano i mali della prima giovinezza che riaffioravano con tutti gli incomodi dell´età. «Negli ultimi anni della sua vita — osserva don Ricaldone si temeva che potesse mancare da un momento all´altro». 13

Anzi è don Ricaldone a informare che don Rinaldi quando vide affievolirsi le forze «ebbe il pensiero di rinunciare alla carica, presentando le dimissioni alla Santa Sede». m

A chi scrive i Giudici Torinesi del Processo Apostolico posero d´ufficio il quesito: «Perché il Servo di Dio non presentò le dimissioni al Capitolo Generale del 1929, se ne ebbe il pensiero per motivi di salute?».

Ecco la risposta messa agli atti: «L´elezione di don Rinaldi nel 1922 a norma di regola era per 12 anni, scadeva quindi nel 1934. 11 Servo di Dio perciò non aveva alcun obbligo di lasciare la carica. Nel 1929 scadevano solo i membri del Consiglio Generale. Le condizioni poi di salute di don Rinaldi, pur ammettendo i disturbi dell´età, non erano tali da costringerlo a ritirarsi e mettersi in disparte.

Negli anni 1929-´30 e ´31 fece ancora viaggi in Piemonte, neI Veneto e in altre parti d´Italia, tenendo discorsi e conferenze. Io stesso

l´ascoltai più volte nel ´30-´31 all´Istituto Internazionale Don Bosco della Crocetta (Torino), e assicuro di averlo visto in condizioni buone se non floride.

202

Si può capire che il Servo di Dio si ponesse problemi di coscienza, in vista dei compiti dell´ufficio. Da fonte diretta però sono informato che interrogò alcuni Capitolari, i quali lo persuasero di restare al suo posto». ´5

E la Provvidenza lo conservò al suo posto sino alla fine, pure se con qualche evidente sacrificio, perché il Servo di Dio voleva accontentare i figli come gli dettava il cuore. «Ricordo — narra appunto don Ricaldone — che verso la fine una volta era già uscito di camera con la valigia per recarsi in Sicilia. Il medico presente gli osservò che in coscienza non poteva permettergli quel viaggio. Don Rinaldi fece capire che si trattava di impegno preso e gli pareva di stare discretamente. Il medico insistette: e il Servo di Dio ubbidì». 16

Viaggiare non fu mai caratteristica della persona e dell´attività di don Rinaldi, tranne che durante l´ispettorato di Spagna, quand´era in buona età; vi si era adattato da Rettor Maggiore per dovere e amore ai figli che gli era dato raggiungere, senza abbandonare troppo il governo centrale della Congregazione, tenuto sempre saldamente nelle mani. Il monito di don Bosco ch´egli da Torino avrebbe mandato gli altri in paesi lontani, fu il criterio che don Rinaldi seguì anche al tempo degli spostamenti in Italia e in alcuni paesi d´Europa.

* * *

Stando a Torino egli seguiva e incoraggiava attività e avvenimenti, che oltrepassavano il governo ordinario della Società. Meritano un cenno, pur fugace, l´impegno e la costanza messi nel propagare il culto al Sacro Cuore e a Maria Ausiliatrice, e la tenacia nel richiamare e confermare tra i responsabili più qualificati della Congregazione lo spirito salesiano.

Si deve a don Rinaldi il primo Congresso Nazionale del Sacro Cuore tenutosi a Casale Monferrato nell´ottobre del 1922, al momento di inaugurarsi in quella città il tempio che i confratelli avevano eretto in onore del Sacro Cuore. Egli lo presiedette e diresse con quella accortezza e sagacia che gli venivano dall´esperienza; e seppe mettere in chiara luce quanto la devozione al Cuore di Cristo aiuti l´educatore nei suoi compiti formativi della gioventù. «Qui pure — diceva ai confratelli — ho ammirato la bontà squisita e lo zelo ardente dei nostri Cooperatori per tutte le iniziative che mirano al bene della gioventù». Perciò gli pareva che il Congresso fosse destinato a trasformarsi in «radice di numerosi altri congressi in avvenire»."

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Don Rinaldi ebbe ragione. Durante il suo rettorato tre altri Congressi Nazionali del Sacro Cuore si organizzarono in America presso chiese salesiane dedicate al Sacro Cuore. Chi scrive ricorda di aver partecipato a quello di Bahìa Bianca in Argentina nel 1924.

Don Rinaldi ne avrebbe voluto un quinto a Roma nel 1930, al compiersi il cinquantesimo della prima casa, che don Bosco aveva aperto in città nel 1880, vicino all´erigenda basilica del Sacro Cuore; ma altri avvenimenti lo distolsero dal progetto.

* * *

Per il Servo di Dio ogni occasione era buona per destar fervore e rafforzar tradizioni di famiglia, con allusione a sogni e previsioni di don Bosco.

Così nell´ottobre del 1924 ricordava ai confratelli l´imminente venticinquesimo della consacrazione che don Rua aveva fatto al Sacro Cuore dell´intera Congregazione, e si domandava: «Perché nell´Anno Santo — 1925 — non chiamare tutti i miei confratelli e figliuoli a ripetere... la consacrazione solenne al Cuore di Gesù, proclamandolo un´altra volta l´unico Sovrano dei nostri cuori, delle nostre case, di tutta la Congregazione?».´

Allo stesso modo volle che nel corso del 1925 si ricordasse il centenario del primo sogno di don Bosco: «Rileggiamo insieme, o miei carissimi — diceva — la pagina scritta da don Bosco per nostro ammaestramento... Rileggiamola con venerazione e fissiamocene in mente parola per parola: essa ci descrive evangelicamente l´origine soprannaturale, la natura intima e la forma specifica della nostra vocazione. Più si legge e più diventa nuova e luminosa». ´9

Del sogno dei nove anni — 1824 — don Rinaldi asseriva nella circolare del 24 dicembre 1924: «È la sintesi del_ metodo educativo lasciatoci in eredità dal nostro Venerabile Padre; è la voce del Cuore di Gesù che ancora una volta parla agli uomini»."

* * *

Tra le imprese materiali che il Servo di Dio avviò a soluzione ci fu l´ingrandimento e l´abbellimento del santuario di Maria Ausiliatrice, che da prefetto generale aveva curato con sommo interesse «anche nelle minime cose riguardanti il culto e la liturgia»." Don Ricaldone, erede del pensiero di don Rinaldi, così ne parla: «Ebbe vivissimo il desiderio di ampliare la basilica di Maria Ausiliatrice. Me ne parlò

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ripetutamente e ne trattò in Consiglio. Di sua iniziativa fece preparare un progetto dall´architetto Ceradini. Lo studiò. Lo fece rifare e final‑

mente presentò la proposta al Consiglio. La discussione fu lunga, non mancando — in Consiglio e fuori — coloro ai quali non sembrava opportuno toccare il monumento che don Bosco aveva innalzato alla Madonna. Da ultimo il progetto fu approvato; ma don Rinaldi non poté metterlo in esecuzione»:" la morte lo rapì avanti che si iniziassero i lavori. Il fatto dimostra però quanto il Servo di Dio fosse lungimirante nelle sue vedute e nel governo, anche in questioni puramente edilizie o materiali.

Altrettanto avvenne sia per il trasferimento dell´Istituto Teologico Internazionale da Foglizzo a Torino, dove si formarono centinaia di confratelli ed ebbe inizio l´attuale Pontificio Ateneo Salesiano di Roma; sia per il tempio di Maria Ausiliatrice in Roma, sulla via Tuscolana, del quale riuscì solo a porre la pietra angolare nel 1929 e ad avviare l´annesso istituto Pio XI con scuole professionali.

Don Rinaldi era uomo di spirito, ma camminava coi piedi per terra. Sapeva cogliere necessità e convenienze; e guardava lontano secondo linee sicure di sviluppo. Lasciava ai competenti le attuazioni pratiche e non interferiva in questioni tecniche; non mancava tuttavia di dire la sua parola prima che problemi materiali fossero decisi al bene della Società o delle anime.

* * *

Quale tutore dello spirito nella Famiglia salesiana, in due distinti convegni, radunò a Valsalice nel 1926, gl´ispettori e direttori d´Europa, dal 18 al 24 luglio; e quelli d´Italia dal 22 al 28 agosto, «per raccomandare l´osservanza religiosa, la cura delle vocazioni e la formazione del personale»." «11 mio cuore gioisce fin d´ora — scriveva il 24 giugno — pensando a questi convegni di famiglia, sia per i vantaggi che ne deriveranno all´amata Congregazione, sia perché a un padre è sempre dolce rivedere i figli che vivono da lui lontani»."

E il 24 settembre informando che ai due convegni erano intervenuti «circa trecento direttori e venticinque ispettori», oltre i membri del Consiglio, esprimeva compiacimento e soddisfazione e si augurava che tali fraterni e fecondi incontri si rinnovassero anche «in avvenire»."

Nel 1927 convocò, sempre a Valsalice, accanto alle tombe di don Bosco, di don Rua e di don Albera, tutti i direttori e incaricati di ora‑

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tori festivi d´Italia e d´Europa, per un corso di esercizi e giornate di convegno su problemi riguardanti la vita oratoriana secondo gl´indirizzi e le «tradizioni» del Fondatore.26

Chiudendo il convegno don Rinaldi esortava: «Lasciate che vi proponga don Bosco a modello di ogni attività propria degli oratori festivi. Nella sua vita si trova il programma per oratori modesti e grandiosi: egli cominciò ai Becchi di Castelnuovo e finì a Valdocco di Torino»."

* * *

Don Rinaldi — risulta chiaro — non si accontentò di amministrare la Congregazione, tanto meno dì ricevere ossequi ed onori. Volle essere la presenza viva del Fondatore, con uno zelo che è prova di santità. Dal passato il Servo di Dio traeva ispirazione per i tempi nuovi. Ogni momento e circostanza delle origini lo facevano trasalire e davano sostanza e spinte alle sue costanti e indovinate esortazioni.

A Torino, in Italia e nel mondo; in viaggi ed opere; con estranei e confratelli; con piccoli e grandi; in circolari e discorsi; in privato e in pubblico, don Rinaldi voleva essere il custode di un patrimonio che arricchiva tutti, e che pur con i necessari adattamenti bisognava conservare nella sua integrità e purezza, per dovere di fedeltà alla Chiesa, alla Congregazione, alle anime.

Forse fu il Rettor Maggiore che nel suo operare maggiormente visse e trasmise l´assillo dello spirito e della vitalità salesiana come sgorga alla sorgente. Perciò la sua glorificazione è un ritorno alla freschezza delle origini.

Note

Summ. , 173, 600.

Summ., 176, 609-610..

Summm. , 185, 645-646..

CERIA E., 354..

Atti, 74..

CERTA E., 357-358..

CERTA E., 360..

Sunun., 167, 578-579..

Summ. , 168, 582.

Summ., 169, 584..

Summ., 273, 952..

´2 Summ., 283, 990..

IS Summ., 294, 1037..

Summ., 293, 1023.

" Proc. Ap., 508-509.

16 Summ., 293, 1030.

" Atti, 39.

" Atti, 311.

" Atti, 313.

2° Ani, 333.

Surnm. , 279, 975.

" Summ., 282, 985.

" Summ., 192, 671.

" Atti, 459.

" Atti, 472-473.

" Atti, 564-565; 589.

" Atti, 615.

Summ., 293, 1023.

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PER LE FIGLIE DI MARIA AUSILIATRICE

Don Rinaldi ebbe il dono dell´apostolato femminile. Avrebbe potuto fare per trent´anni il superiore che sta a tavolino e pensa ai doveri d´ufficio: tanto più-che i compiti affidatigli al ritorno dalla Spagna erano a raggio mondiale.

Fare il superiore, fin dai primi tempi del sacerdozio, non fu mai il progetto unico ed esclusivo della sua vita. L´apostolato, nelle sue diverse forme, lo affascinò, lo travolse e non gli diede pace.

Per circostanze particolari — come si è visto — il solco apertosi dinanzi a lui, desideroso di lavorare in mezzo alle anime, furono il confessionale e l´oratorio femminile di Valdocco. Non si sarebbe immaginato che all´uomo schivo e modesto cha appariva corrispondessero un cuore e una mente di apostolo quali si manifestarono gradualmente, a misura che il Servo di Dio andava conoscendo le persone e si rendeva padrone del campo che dissodava.

* * *

Il passaggio dalle oratoriane alle Figlie di Maria Ausiliatrice, incaricate dell´oratorio e addette alla casa, era più che normale. Avvenne anche in forza della sua qualità di prefetto generale e vicario di don Rua e don Albera. Una occupazione portava all´altra. Non era possibile attendere alle ragazze e trascurare Ia comunità, anzi l´Istituto, che attraversava momenti scabrosi della sua storia.

La teste suor Genghini ha cura di metterlo in evidenza nelle dichiarazioni processuali: «Al tempo stesso che svolgeva la sua attività nell´oratorio — essa dice — si occupava con sollecitudine della direzione e formazione delle suore, a loro richiesta o su mandato del Rettor Maggiore».`

Altrove si è accennato all´opera svolta nella stessa casa generali zia di Nizza Monferrato in ore di incertezza per l´avvenire e la vitalità interna della fondazione.

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L´elezione quindi a Superiore Generale mise don Rinaldi in condizioni d´intervenire più frequentemente e d´autorità nella guida spirituale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, le quali gli portarono singolare affetto e venerazione. Osserva in proposito suor Graziano: «Il Servo di Dio considerava l´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice come sacro deposito che la Provvidenza e don Bosco gli avevano affidato, quale seconda grande Famiglia salesiana».2

* * *

Nel frattempo lo stato giuridico dell´Istituto verso la Società Salesiana aveva registrato una consolante schiarita. Con la piena autonomia concessagli dalla Santa Sede si era paventato che, sottratto alla direzione dei successori di don Bosco, insensibilmente si potesse allontanare dallo spirito del Fondatore. Il che costituiva un rischio «specialmente all´estero — dice suor Genghini — dove don Bosco e le sue opere non erano ancora abbastanza conosciute».3

È certo ad ogni modo che l´avvenuta separazione disciplinare ed amministrativa non distolse l´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice dai suoi legami spirituali con la Congregazione Salesiana. Si potrebbe perfino asserire che la persona e l´opera di don Rinaldi valsero a mantenere vincoli di rispettosa dipendenza e di attesa fiduciosa nell´avvenire.

Pur restando in ombra, com´era suo solito, egli fu il grande mediatore che riuscì a preparare tempi nuovi. Infatti nel 1917, dietro interessamento del cardinal Cagliero, che nutriva stima per don Rinaldi, ed era stato direttore delle Figlie di Maria Ausiliatrice in Momese, ai tempi della confondatrice madre Mazzarello, Benedetto XV nominava il Rettor Maggiore don Albera Delegato Apostolico dell´Istituto, per la guida spirituale e la conservazione della sua identità.

Con un pizzico perciò di bell´ironia il biografo don Ceria scrive: «L´elezione di don Rinaldi — a Rettor Maggiore —, se incontrò il plauso dei Salesiani, mandò in visibilio le Figlie di Maria Ausiliatrice, che direttamente o per sentito dire, sapevano quanto egli amasse, e non solo a parole, il loro Istituto».`

«Eletto Rettor Maggiore — conferma suor Genghini — il Servo di Dio continuò ad occuparsi con grande bontà e paterna sollecitudine del nostro Istituto».´

Anche don Ricaldone, scendendo al concreto, sia pure per sommi capi, dichiara: «Il Servo di Dio spiegò zelo tutto particolare per l´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Le sue visite alle case di for‑

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orazione, i suoi frequenti contatti con le Madri del Consiglio, gli esercizi dettati a ispettrici e direttrici, le riunioni da lui presiedute e le norme date in molte circostanze, furono per esse una vera provvidenza e le aiutarono a fiorire in Italia e nel mondo».6

* * *

A riprova di ciò basterebbe annotare che dal 23 luglio 1922 al 9 giugno 1927, in cinque anni, il Servo di Dio si recò ventidue volte alla casa generalizia di Nizza Monferrato:´ in media più di quattro volte all´anno.

La prima visita, nella doppia qualità di Superiore Generale dei Salesiani e Delegato Apostolico dell´Istituto, fu dal 23 al 25 luglio 1922, tre mesi dopo l´elezione.

Quell´anno l´Istituto festeggiava il cinquantesimo della fondazione, avvenuta con la presenza di don Bosco a Mornese nel 1872. Fin dal 24 maggio don Rinaldi aveva indirizzato alla Superiora madre Caterina Daghero una lunga lettera celebrativa. In essa, ricordando che l´Istituto doveva essere un monumento vivo della riconoscenza di don Bosco a Maria Ausiliatrice, esortava le suore a rivivere lo spirito di umiltà, di candore, di povertà e semplicità che il Padre aveva loro infuso.

Conchiudendo il Servo di Dio diceva a madre Daghero: «Questi sono i pensieri che il povero rappresentante di don Bosco vorrebbe trasfondere nelle Figlie di Maria Ausiliatrice, perché il monumento del Padre abbia a prendere nel mondo le proporzioni che egli si era proposto ed acquisti quella bellezza che l´amore alla Madonna gli aveva ispirato».8

Balza chiaro che, tra le Figlie di Maria Ausiliatrice, non meno che tra i Salesiani, il Servo di Dio, fedele al suo programma di vita e di governo, non portava se stesso bensì la missione di cui era investito.

* * *

Le feste monferrine per il cinquantesimo dell´Istituto ebbero due momenti: uno in luglio, l´altro in agosto. Don Rinaldi prese parte a entrambi.

Al primo, chiudendo un corso di esercizi e trattenendosi a lungo con i membri del Consiglio, in vista del prossimo Capitolo Generale. Al cordiale saluto della comunità in festa attorno alla sua venerata persona: «Mi avete chiamato padre — osservò —, e come tale vi chiedo,

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quale frutto degli esercizi, la pratica di indulgente bontà verso le sorelle».´

In agosto invece rievocò la data cinquantenaria e la figura di madre Mazzarello, e predicò l´ora santa, «con espressione — si legge in una cronaca — di padre e di santo»:° Don Rinaldi sapeva toccare le corde del cuore, e manifestare ardore di fede e di pietà: e il pubblico avvertiva la ricchezza della sua non comune vita interiore.

Parlò anche all´accademia di circostanza, illustrando il compito di Delegato Apostolico, rinnovatogli in quei giorni dalla benevolenza di Pio XI. AI cuore — disse — sente che siete figlie, e che mi aiuterete rendendo più facile l´ufficio che mi è affidato». Accennando ai membri del Consiglio Superiore salesiano: «I miei confratelli — esclamò con vigore — vi vogliono bene. Non sempre possono trovarsi in mezzo a voi; ma vegliano, cooperano e sono pronti a fare il possibile in favore delle nostre opere, di cui il vostro Istituto è gran parte»."

Don Rinaldi intervenne anche al Convegno regionale dei Cooperatori, culminato il 15 agosto con l´incoronazione della Madonna delle Grazie per mano del cardinal Cagliero. A Nizza non si era mai visto nulla di così imponente e grandioso.

* * *

In settembre don Rinaldi presiedette il Capitolo Generale, che integrava le celebrazioni cinquantenarie dell´Istituto. Con bontà ascoltò, durante gli esercizi, ispettrici e delegate che dovevano prendervi parte, e si interessò al bene individuale di ciascuna e ai problemi delle opere che rappresentavano.

Allargando lo sguardo anche al Capitolo del 1928 suor Genghini dichiara: «In qualità di Delegato Apostolico presiedette due Capitoli Generali dell´Istituto: l´uno nel 1922, l´altro sei anni dopo; e in entrambi i casi diede prova di bontà paterna e grande praticità.

«Su ogni argomento in discussione — prosegue suor Genghini — non solo egli lasciava che le Capitolari esprimessero in piena libertà il loro pensiero, ma anche interrogava onde si avesse maggior facilità di interloquire. Illustrava le proposte, ed era tale il prestigio di cui godeva, che le decisioni rispecchiavano il suo pensiero ed apparivano le migliori e più opportune in favore dell´Istituto.

Al termine delle sedute riassumeva con chiarezza gli argomenti trattati, e quasi sempre insisteva sui temi dell´unità e carità, secondo lo spirito di don Bosco»."

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Anche il biografo don Ceria assicura che partecipando alle assemblee capitolari delle Figlie di Maria Ausiliatrice il Servo di Dio «appoggiava il suo dire all´autorità di don Bosco; sebbene traesse molto dal suo buon senso illuminato dall´esperienza e dalla carità»."

* * *

Due stralci dai numerosi discorsi di don Rinaldi in quelle giornate del 1922 meritano sottolineature, come fonti che aiutano a capire i sentimenti del suo animo portato all´ottimismo e a una smisurata bontà.

Incoraggiando le Capitolari a non fermarsi sui difetti delle persone, ma a guardare al gran bene che si faceva nell´Istituto: «Sappiate apprezzare e rilevare — inculcava — tutto il bene che si fa nelle vostre case. Vi confesso che, quanto a me — alludeva senza dubbio alla casa di Valdocco — vi ho trovato maggior perfezione che non credessi. C´è pietà, carità, desiderio di progredire e di lavorare per le anime». ]¢ Era il più bel riconoscimento alle ignote ma assidue collaboratrici di tanti anni di lavoro umile e nascosto, che gli aveva dato le più belle soddisfazioni.

Alla chiusura del Capitolo affermò con solennità: «Venendo a Torino, venite alla casa del padre. Ricordate che il Superiore dei Salesiani è anche il padre delle Figlie di Maria Ausiliatrice»." Non si poteva essere più espliciti né meglio esprimere il cuore di don Bosco verso le sue figlie spirituali, in un momento che era tutto una promessa per l´Istituto.

Perciò nella circolare del 24 ottobre 1922, rinnovando e confermando quanto per parte sua aveva fatto don Albera, invitava gl´ispettori a prestare, nell´ambito delle rispettive giurisdizioni, ogni cura spirituale alle case delle Figlie di Maria Ausiliatrice. «È opera — diceva — del nostro padre don Bosco, e noi dobbiamo aiutarla a raggiungere la perfezione e la santità», implicite nella Delegazione Apostolica del Papa al Rettor Maggiore della Congregazione:6

* * *

Le suore non scordarono l´invito di don Rinaldi, e durante il suo rettorato non furono poche ad avvicinarlo in ufficio durante le ore di udienza. Il Servo di Dio accoglieva, ascoltava, diceva parole di luce e di conforto. A qualcuno sembrò persino esagerata la sua condiscen‑

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denza verso le Figlie di Maria Ausiliatrice che si succedevano nell´anticamera del Rettor Maggiore; qualcuna forse abusò della sua longanimità e pazienza, non considerando il lavoro che pesava sulle spalle

di don                ma il Servo di Dio tenne fede alle parole dette e non
smentì l´impegno di essere padre con chi bussava alla sua porta.

Del resto, come si è visto, anche nei viaggi in Italia e all´estero il Servo di Dio non mancò mai di rallegrare le case e le opere delle Figlie di Maria Ausiliatrice con la sua incoraggiante presenza.

La casa e l´oratorio di Valdocco evidentemente ebbero sempre le sue predilezioni, come pure noviziati e case di formazione.

Non a torto suor Genghini informa ai processi: «Il Servo di Dio si diede pensiero che si organizzasse un convegno in proposito... Lo si tenne a Torino, nella casa Madre Mazzarello di Borgo San Paolo dal 1° al 4 giugno 1925, e fu lui a presiederlo... Le conclusioni asserisce suor Genghini — rivelano il suo spirito pratico e recano l´impronta delle direttive ch´ egli impartiva».´

* * *

Nel 1924, a soli due anni dalla rielezione, moriva madre Daghero, che aveva governato l´Istituto per quarantatré anni. Don Rinaldi suggerì uno straordinario ricorso alla Santa Sede; e per suo interessamento, dopo consultazioni segrete, fu nominata madre Luisa Vaschetti fmo al regolare Capitolo del 1928.

Il Servo di Dio si interessò anche alla preparazione del Manuale o Regolamento delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che si pubblicò con sua presentazione nel 1929. Diceva: «Mi par conveniente pubblicare e consegnare alle suore il nuovo Manuale proprio nell´anno della beatificazione del nostro Padre, come dono che viene dalle sue sante mani».´

Patrocinò infine il trasferimento della casa generalizia dell´Istituto da Nizza a Torino-Valdocco. «Col tempo — aveva detto don Bosco nel 1885, trovandosi a Nizza, — sarete a Torino». 19 Se n´era parlato fin dal 1925. Don Rinaldi temporeggiò; ma nel 1929, d´intesa con lui e con l´approvazione di Roma, la Madre Generale con il suo Consiglio prendeva stabile dimora all´ombra del santuario di Maria Ausiliatrice, proprio nella casa dove don Rinaldi aveva speso le più belle energie.

212

* * *

Don Rinaldi inoltre promosse ed ebbe a cuore la Causa di madre Mazzarello, alla quale non senza motivo la Santa Sede conferì il titolo

di confondatrice               Intuiva il Servo di Dio che la santità della
prima Figlia di Maria Ausiliatrice avrebbe contribuito a irrobustire la spiritualità di ragazze, suore e novizie. Come al solito non fece direttamente, ma spinse e favorì, scegliendo persone adatte all´impresa, e richiamandosi spesso agli esempi e insegnamenti dell´umile Figlia di Maria divenuta pietra angolare di nuova e promettente fondazione.

Fu poi tenace il lavoro svolto dal Servo di Dio perché tra le Figlie di Maria Ausiliatrice divampasse il fuoco missionario che il suo zelo aveva suscitato fra i Salesiani.

«Non si può avere missioni senza suore — gli aveva detto Pio XI —. Anzi — aveva insistito il Papa — occorrono più suore che missionari».20 Forte di questo pensiero don Rinaldi giunse a dire: «Senza suore non si può convertire un paese».2´

Fin da principio del rettorato il Servo di Dio sognò che le Figlie di Maria Ausiliatrice potessero fare per il mondo femminile ciò che egli aveva fatto ad Ivrea per quello maschile.

Anche se l´Istituto era nato missionario, proprio in rapporto alla persona di don Cagliero e per i suoi inviti a trasferirsi in America; e quantunque le Figlie di Maria Ausiliatrice si fossero affiancate ai primi salesiani penetrati nella Patagonia e nella Terra del Fuoco, nonché in altri paesi sudamericani, la strada non fu senza difficoltà.

Don Rinaldi non si scoraggiò. Sostenuto dal suo zelo per le missioni, portò avanti la battaglia, chiarendo in svariate occasioni il suo pensiero e programma. Pose all´Istituto il problema delle vocazioni tipicamente missionarie; ottenne che si diffondesse in tutti i modi l´idea missionaria; illustrò i punti essenziali per una soda preparazione missionaria; e insistette perché nessuna considerazione umana sbarrasse la via a chi optava per le missioni. Anzi nella sua chiaroveggenza il Servo di Dio prospettava il problema delle vocazioni indigene per meglio raggiungere i fini dell´apostolato.

Quanto abbia visto giusto lo dimostrarono i fatti nel volgere di pochi decenni, specialmente nelle missioni d´Oriente, dove sotto l´egida salesiana sorsero famiglie religiose femminili in appoggio all´opera evangelizzatrice dei figli di don Bosco.

Gli istituti o case missionarie presso le Figlie di Maria Ausiliatrice in Italia nacquero più tardi, ma è fuori dubbio che don Rinaldi per primo aveva sparso il seme.

213

* * *

Suor Graziano, ad esempio, assicura che a Valdocco sin dal 1922 don Rinaldi avviò fra le oratoriane l´Associazione Gioventù Missionaria, che si diffuse in molte case. «Le ascritte — osserva — tenevano contatti con suore missionarie: il che rendeva più sensibile ed efficace il loro amore per le missioni»." Anche nei noviziati il tema delle missioni tornava sovente nelle visite e nei discorsi del Servo di Dio, il quale animava alla preghiera e al sacrificio per impetrare da Dio il progresso dell´evangelizzazione nel mondo e l´aumento delle vocazioni missionarie tra la gioventù fervida e generosa.

Una statistica consolante. Dal 18 agosto 1922 al 22 ottobre 1931, durante il rettorato di don Rinaldi, partirono da Torino per le missioni — alcune delle quali interamente nuove — 613 Figlie di Maria Ausiliatrice. Di esse 450 erano al primo viaggio e 163 tornavano sul campo del lavoro dopo un soggiorno in patria.

Anche qui don Rinaldi era stato l´esecutore fedele del disegno e vaticinio di don Bosco: «Tu starai qui a mandare gli altri».

* * *

A chiusura del capitolo giova mettere un particolare che dimostra la stima e la fiducia di Pio XI nel Delegato Apostolico per le Figlie di Maria Ausiliatrice.

In uno scritto del 7 gennaio 1930 madre Luisa Vaschetti dà relazione di una sua udienza presso il Papa. «Avendo accennato — scrive — a un argomento particolare, il Santo Padre mi guardò un momento e disse: "Rivolgetevi a don Rinaldi". In quel momento — soggiunge madre Vaschetti — mi sentii doppiamente felice, perché negli occhi di Pio XI lessi quanto grande fosse la stima per il nostro Superiore, e quanta fiducia riponesse nel suo consiglio»."

A ragione nel 1958 madre Angela Vespa scriveva nella postulato-ria per l´Introduzione della Causa del Servo di Dio: «Egli profuse nel nostro Istituto tesori di saggezza e di prudenza, col segnargli direttive sicure, secondo lo spirito del Fondatore e le esigenze dei tempi. Diede fervido slancio all´apostolato missionario; zelò la cura delle vocazioni e il sorgere di apposite case per la formazione del personale». Ebbe a cuore soprattutto «la santità della vita religiosa, l´unione con Dio, la profonda interiorità nel fervore dell´azione», onde le suore santificassero il lavoro e lo trasformassero in preghiera».24

214

In breve c´è tutto il rettorato di don Rinaldi nel suo rapporto di superiore e padre verso l´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, dove più che altrove il suo nome rimase in benedizione.

Note

Summ., 216, 750.

Summ., 116, 396.

Summ., 219, 758.

 CuuA E., 289.

Summ., 220, 764.

 Summ., 274, 958,

 CERIA E., 349.

 CERIA E., 291.

CERIA E., 292.

´° CERIA E., 294.

" CERTA E., 295. ´2

Summ., 221, 766-767.

23

BEATIFICAZIONE DI DON BOSCO

L´avvenimento più importante e grandioso deI rettorato di don Rinaldi fu senza dubbio la beatificazione del Fondatore don Bosco. Egli che lo aveva conosciuto e avvicinato nell´intimità, ebbe anche la gioia di venerarlo sugli altari, nella gloria dei santi. Nessuno come il Servo di Dio preparò e pregustò l´esultanza di quel giorno, che era di onore per tutta la Congregazione, ma anche di stimolo alla santità propria dello spirito salesiano.

Nella glorificazione del Padre, don Rinaldi ravvisò il coronamento della sua missione e della sua opera, onde assicurare la fedeltà dell´intera Famiglia che rappresentava, agli esempi, insegnamenti, tradizioni educative e religiose di don Bosco. La Chiesa con suprema autorità sembrò sancire un indirizzo di governo ch´era stato l´ispirazione e il sostegno della sua autorità e del suo apostolato. Camminando perciò nella sdia di don Bosco si avanzava al sicuro e l´efficacia del suo carisma avrebbe continuato a dar frutti nella vita delle sue istituzioni.

* * *

È ora il momento di dire qualcosa sul lavoro che don Rinaldi svolse, sempre fra le quinte, in favore della santità salesiana, affinché venisse documentata, illustrata e riconosciuta, non per motivi terreni o di famiglia, ma per la gloria di Dio e dei suoi santi.

Arrivando a Torino nel 1901 successe a don Belmonte anche nell´incarico di vicepostulatore della Causa di don Bosco, la quale doveva ancora affrontare la costruzione dei processi Apostolici. Come tale don Rinaldi, che nel frattempo si era venuto impratichendo delle procedure canoniche, nel 1918 portò a Roma il voluminoso incartamento giudiziale per lo studio e la discussione sulle virtù eroiche del Fondatore.

Nessuno contò i passi e gl´incontri di don Rinaldi con giudici e testimoni, che davano il loro concorso a un´indagine di grande respiro.

216

Nel contempo si era dato inizio alle Cause di san Domenica Savio e Santa Maria Mazzarello, che il Servo di Dio favorì con appoggi e consigli. Suor Genghini ricorda in particolare l´interesse di don Rinaldi per la Confondatrice dell´Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice,´ con la segreta intenzione che anche le suore avessero un modello di vita salesiana femminile, al quale richiamarsi nell´esercizio delle virtù religiose e dell´apostolato educativo.

Altrettanto fece per le Cause dei Servi di Dio don Andrea Beltrami e principe Augusto Czartoryski: due splendide figure di giovani confratelli legate all´azione spirituale di don Bosco.

Egli medesimo si presentò più tardi in Tribunale come teste immediato nelle Cause di donna Dorotea Chopitea e di don Rua: e in molti punti le due dichiarazioni, specialmente la seconda, rivelano la sua interiorità e il concetto ch´egli aveva delle singole virtù.

* * *

Al visitatore don Candela scriveva: «Salutami i confratelli, le suore, i novizi... Si facciano santi, imitando le virtù dei nostri Servi di Dio; don Bosco, don Rua, don Beltrami, don Czartoryski, Domenico Savio, madre Mazzarello, e ultima — diceva — suor Teresa Valsé Pantellini, della quale si è incominciato il processo».2

Che miglior prova per la santità del Fondatore che una splendida corona di figli e figlie incamminati all´onore degli altari?

Don Rinaldi avvertì il fascino e la forte consistenza dell´eroismo cristiano, secondo lo spirito della Congregazione: perciò don Candela a buon diritto ha cura di sottolineare l´impegno del Servo di Dio alla santità e la sua costante azione in proposito. Depone: «L´impegno per la santità appariva nella vita quotidiana di don Rinaldi: ordinata, raccolta, zelante; come anche dalle parole, dai consigli, dalle virtù che praticava e facevano di lui un modello di sacerdote e religioso».

Ma voleva santi anche gli altri. Continua don Candela: «A confratelli e suore, in prediche e colloqui, ricordava spesso il dovere della santità».3

Artefice, in altri termini, di santi da aureola, e laborioso nel lungo cammino per giungere all´intento; ma anche sollecito, per sé e per gli altri, di quella vita religiosa perfetta che è strada all´autentica santità.

217

* * *

A partire dal 1925 la Causa di don Bosco, pendente a Roma presso l´allora Sacra Congregazione dei Riti, parve muoversi verso i sospirati traguardi. Nessuno più di don Rinaldi stette in vigile e trepida attesa.

«Noi — scriveva il 24 febbraio di quell´anno — abbiamo l´intima persuasione che don Bosco abbia raggiunto la perfezione delle virtù richiesta per salire all´onore degli altari». Anzi egli era sicuro che «da tempo» nel cuore dei figli il Padre era considerato santo. Da parte sua «per aver avuto la fortuna di trattare familiarmente con lui durante parecchi anni», dichiarava con animo filiale di aver respirato la santità del Fondatore, «dal suo sguardo, dalle parole, dalle azioni anche minime» della sua vita.

E proseguiva, alludendo al fiorire della Congregazione: «Le vocazioni alla nostra Società in questi ultimi tempi assumono, sia per il numero, sia per il modo con cui vengono suscitate, un carattere evidente di controprova della santità di don Bosco, e ci fanno pensare e sperare non più lontano il giorno della sua glorificazione».

Quindi esortava: «Spetta a noi, che conosciamo più profondamente la santità straordinaria di don Bosco, farla risplendere agli occhi di tutti con la vita di ogni giorno, e dissipare i pregiudizi ancora esistenti, con le nostre fervide incessanti preghiere».4

* * *

Non a caso don Rinaldi parla di «pregiudizi» che, nelle discussioni ufficiali, oscuravano la figura del Padre e Fondatore. Pareva a qualcuno che don Bosco fosse stato uomo di sola attività apostolica, e non anche di preghiera e di vita interiore.

Suor Genghini ricorda di aver trasmesso al Servo di Dio, fin da quando era prefetto generale, l´insinuazione di chi non riteneva si mettesse a fuoco in don Bosco l´abituale contatto con Dio. «Egli — racconta suor Genghini — non solo ascoltò con interesse quanto gli riferivo, come dettomi da un ragguardevole ecclesiastico, ma promise di farne parola in Consiglio onde vedere il modo di promuovere studi e ricerche per dare di don Bosco un´idea più esatta e completa»)

Questo divenne l´assillo di don Rinaldi mentre su processi e documenti, consultori teologi, prelati e cardinali, discutevano intorno all´eroismo delle sue virtù. Il problema non sembrò di facile soluzione. Don Rinaldi sollecitò preghiere «per assicurare esito favorevole»6 al

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corso della Causa; ma tenne prudentemente nascosti gli ostacoli che essa incontrava.

Passò giornate amare, specie dopo la prima seduta così detta preparatoria, il cui risultato non fu del tutto soddisfacente.

Il 29 settembre 1926, nella sua veste di Rettor Maggiore e di teste oculare intervenne presso il ponente cardinale Antonio Vico; e sotto giuramento fornì le «maggiori prove» che si desideravano, specialmente «circa la vita di preghiera» di don Bosco e il suo conclamato «spirito profetico». Attingendo a personali conoscenze ed esperienze don Rinaldi fu in grado di sciogliere i nodi che parevano impedire il traguardo. Di don Bosco asseriva essere sua intima convinzione, per averlo trovato molte volte «raccolto, con le mani giunte, in meditazione», che egli fosse davvero «un uomo di Dio, continuamente unito al Signore nella preghiera».´

* * *

Le attestazioni extragiudiziali di don Rinaldi, per l´autorità che gli veniva dall´ufficio, sortirono l´effetto desiderato: e pochi mesi dopo, il 20 febbraio 1927, giorno che — diceva — «rimarrà memorabile nei fasti della nostra Società», Pio XI promulgava il decreto sull´eroicità delle virtù di don Bosco.

L´esultanza deI momento fece trasalire don Rinaldi e lo indusse a parlare umilmente delle sue fatiche in rapporto alla Causa. «Per arrivare a questo decreto — scriveva con intima soddisfazione del cuore — ci vollero ben 37 anni di processi, tra Ordinari ed Apostolici: ad essi, per il mio ufficio, presi parte attiva durante 26 anni. In sì lungo periodo di tempo — soggiungeva — potei tener dietro con immensa gioia filiale al progressivo, imponente, luminoso susseguirsi delle prove circa la santità del nostro Padre, dinanzi ai Tribunali della Chiesa; la quale, in questi affari, a tenore stesso del decreto, osserva tutta quella severità, che a tali giudizi conferisce credibilità e autorità grande»)

Alla solenne lettura del decreto, benché lo desiderasse «da tanto tempo» — è lo stesso Servo di Dio a confessarlo — don Rinaldi, per motivi di salute, non poté essere presente; ma si affrettò a informarne l´intera Congregazione. Il documento, secondo il suo pensiero, dava autorevole conferma alla convinzione — dice — «che della santità di don Bosco ci eravamo formati noi, che per bontà di Dio abbiamo avuto la sorte non solo di conoscerlo e di parlargli qualche volta, ma di fare con lui vita di famiglia».´

219

* * *

A rallegrare don Rinaldi e a ravvivargli in cuore memorie lontane, che gli facevano scorgere le misteriose vie della Provvidenza, fu il discorso che Pio XI pronunciò in quella circostanza, paragonando il nuovo eroe delle virtù cristiane a quelle grandi meteore che attraversano il cielo della storia. «Noi — disse il Papa — l´abbiamo vista da vicino questa figura, in una visione non breve, in una conversazione non momentanea: una magnifica figura, che l´immensa, insondabile umiltà, non riusciva a nascondere...: una di quelle anime che, per qualunque via si fosse messa, avrebbe lasciato traccia di sé, tanto era magnificamente attrezzata per la vita».

Ad accrescere, fuori di ogni misura, la contentezza di don Rinaldi fu l´accenno del Papa alla vita interiore di don Bosco. Avendolo osservato da vicino, durante il suo passaggio all´Oratorio, Pio XI asserì: «Questa era una delle più belle caratteristiche di lui: quella cioè di essere presente a tutto, affaccendato in una ressa continua di affanni, tra una folla di richieste e consultazioni, ed avere sempre lo spirito altrove: sempre in alto, dove il sereno era imperturbato sempre, dove la calma era sempre dominatrice e sovrana: sì che in lui il lavoro era effettiva preghiera». ´°

Le «pregiudiziali» contro la vita di orazione e di unione con Dio in don Bosco erano autorevolmente e trionfalmente superate: e più nessuno ne parlò.

* * *

Gioia anche maggiore inondò l´animo di don Rinaldi il 19 marzo 1929 alla lettura del decreto che approvava i miracoli presentati per la beatificazione del Fondatore.

«La faustissima notizia che vi comunico — scriveva il 6 aprile ha già riempito il mio e i vostri cuori della pienezza di una gioia che più nessuno ci toglierà... Noi possiamo fin d´ora esultare della più santa letizia per l´imminente beatificazione del nostro Padre amatissimo, da noi implorata e sospirata per oltre 41 anni, con suppliche e voti ardenti, nell´umile imitazione dei suoi esempi e delle sue virtù»."

Nessuno come don Rinaldi si era messo nella scia di don Bosco per cogliere e tramandare intatto il suo carisma di vera santità prima che di puro apostolato, e per mantenerlo vivo in mezzo a una famiglia religiosa, la quale cresceva e si diffondeva nel mondo.

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Don Tirone ha motivo di affermare ai processi che don Rinaldi ebbe verso del Fondatore «una devozione che è impossibile descrivere»; e che egli coltivò come «stretto dovere personale» e come «speciale missione»u della sua vita salesiana e in particolare del suo rettorato.

Fu, seguendo in punta di piedi le discussioni ufficiali, sino all´approvazione dei miracoli, e ripercorrendo il sentiero delle sue esperienze, che il Servo di Dio trasse, in quegli anni, dal cuore, più che dal pensiero, l´identità salesiana, come forza e distintivo dei figli di don Bosco. Disse infatti in una riunione di confratelli impegnati al problema. La caratteristica della Congregazione deve essere: «Operosità instancabile santificata dalla preghiera e dall´unione con Dio»."

Senza volerlo don Rinaldi aveva fornito il suo ritratto.

* * *

Nell´approvare i miracoli per la beatificazione di don Bosco, piacque a Pio XI confermare che nella vita di lui «il soprannaturale era diventato quasi naturale», e «lo straordinario... quasi ordinario». Ben si può dire — affermò ancora il Papa, dopo aver ricalcato i suoi personali ricordi, — che «ogni anno della vita di don Bosco», anzi «ogni momento», erano stati «un miracolo, una serie di miracoli»."

Nulla dì più gradito al cuore del Servo di Dio, che dalle parole autorevoli del Sommo Pontefice vedeva uscire la figura del Fondatore, quale egli l´aveva conosciuta, e si studiava di presentarla in luce di perfezione e di santità.

Non restava ai figli che esultare per l´imminente glorificazione del Padre e proporsi una più larga e fedele imitazione delle sue virtù.

La parola di don Rinaldi, nella circolare del 6 aprile 1929, lascia trasparire tutta la commozione del suo animo. Era l´avverarsi di un sogno lungamente accarezzato, che metteva fuoco e fiamme al suo dire, per solito pacato e sereno, ma ora pervaso di gioia incontenibile. Nel suo fervore egli metteva in bocca a don Bosco, che dalla tomba di Valsalice sarebbe passato a un altare in Maria Ausiliatrice, le parole: «D´ora in poi la mia voce non salirà più a voi dal sepolcro, ma scenderà dall´altare... Io sarò in mezzo a voi per animarvi alla virtù e alla santità sulle mie orme, e per condurvi al cielo sulla via da me battuta, che è la mia opera di salvezza per le anime».

Poi, rifacendosi al discorso del Papa, che nel «Da mihi animas coetera tolle» aveva identificato l´eroismo spirituale e apostolico di don Bosco, scriveva come fuori di sé: «Com´è bello, sublime, attraente,

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tutto questo. Come allarga gli orizzonti del nostro apostolato e della nostra vita religiosa. Il nostro Beato Padre — don Rinaldi con esultanza gli anticipa il titolo — era riuscito a perdersi in Dio, in Gesù Cristo, e da quella mirabile unione si era lanciato alla conquista delle anime, con gli stessi ardori di carità del Redentore, in maniera da non più vivere né respirare che per esse».

E seguendo il filo dei pensieri e l´onda dei sentimenti don Rinaldi proseguiva come chi finalmente, alla luce di un supremo oracolo, può dire tutta la verità racchiusa in seno: «Oh, noi che abbiamo vissuto accanto a lui e goduto della sua familiarità veramente unica, possiamo attestare di aver ascoltato più volte, quasi in modo sensibile, il suo respiro per le anime, che erano tutta la sua vita». E concludeva: «Qui, miei cari, sta tutto il segreto dell´eccelsa santità e delle meravigliose opere di don Bosco; e qui noi pure dobbiamo far convergere i nostri sforzi», per ottenere che la vita salesiana venga animata «dallo spirito di cui viveva e con il quale esercitava le virtù don Bosco»."

Chi legge scusi il biografo per le larghe citazioni del Servo di Dio. Pare, non senza motivo, che oltre ad essere fonte storica per un momento fra i più solenni della Congregazione, esse abbiano sapore inconsciamente autobiografico e aiutino a comprendere la vita interiore e l´ardente zelo del Servo di Dio.

* * *

Il 2 giugno 1929 don Rinaldi era in San Pietro per assistere alla solenne beatificazione di don Bosco. C´era folla straordinaria, entusiasmo e allegria insolita attorno a lui. Oltre che al novello Beato gli occhi di molti si rivolgevano al suo fortunato terzo successore, il quale più che rappresentarne la figura ne incarnava la santità.

Vedendo l´immagine del padre nella raggiera del Bernini, udendo l´invocazione liturgica al novello Beato, e scorgendo il Papa in venerazione davanti alla sua reliquia «compresi — egli scrive — chi diventava don Bosco per noi...». Senza lasciar di essere quello che era sempre stato, cioè «il Padre presente e operante al nostro fianco», a partire da quel momento egli diveniva — scrive don Rinaldi ai confratelli — «il modello sicuro della nostra vita di religiosi educatori; la lucerna posta sul candelabro per illuminare il mondo; il ministro fedele preposto alla distribuzione di beni agli indigenti; lo speciale intercessore presso la Vergine Ausiliatrice»."

Che don Rinaldi fosse uomo di spirito anche nei momenti più estro‑

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versi della vita, lo dimostra il fatto delle invocazioni formulate come preghiera al momento della glorificazione del Fondatore. «Raccontava egli stesso — depone suor Graziano — che stando in San Pietro e contemplando don Bosco nella gloria... gli erano venute spontanee dal cuore le invocazioni:

—  Perché possiamo essere come Voi devoti di Gesù Sacramentato e di Maria Ausiliatrice, o Beato don Bosco, pregate per noi.

—  Perché possiamo amare la gioventù come voi l´avete amata, o Beato don Bosco, pregate per noi.

—  Perché possiamo essere assidui al lavoro come lo foste Voi, o Beato don Bosco, pregate per noi.

—  Perché a vostra imitazione possiamo vivere sempre uniti con Dio o Beato don Bosco, pregate per noi».´l

Tutta la spiritualità salesiana in quattro espressioni fatte preghiera.

Don Rinaldi era sempre all´altezza del suo compito e sapeva leggere con soprannaturale chiarezza il significato degli avvenimenti. La calma serena dello spirito, il vigile senso interiore, la padronanza di sé, gli permettevano, al di là di ogni esaltazione umana, di trarre dai fatti le opportune conseguenze per la vita dello spirito.

*   * *

Il 3 giugno, in una memorabile udienza nel cortile di San Damaso, don Rinaldi esprimeva a Pio XI l´esultante riconoscenza della Famiglia Salesiana per l´avvenuta beatificazione del Fondatore. Ti Papa rispose con uno di quei discorsi che traeva dal suo spirito profondo e dalla mente eletta; e lasciava come ricordo le parole che egli stesso aveva colto un giorno sulle labbra del Beato: «Quando si tratta di qualcosa che riguarda la causa del bene, don Bosco vuoi essere sempre all´avanguardia del progresso... Sia questa la vostra parola d´ordine, l´eccitamento continuo a procedere animosamente per quelle vie alle quali vi guidano la parola, l´esortazione, l´esempio e ora l´intercessione del Beato Giovanni Bosco». te

Questo era stato e continuò ad essere fino alla fine il programma di don Rinaldi.

*   * *

Le feste di Torino culminarono col trionfale ritorno di don Bosco dal riposo di Valsalice alla gloria di Valdocco, nel santuario di Maria

223

Ausiliatrice. Così ne scrisse il Servo di Dio: «L´abbiamo visto con i nostri occhi; l´abbiamo goduto con la gioia commoventissima delle lacrime; l´abbiamo scolpito indelebile nell´intimo dello spirito, il trionfale corteo che accompagnò a Valdocco i resti mortali del nostro Padre. Non è stata opera degli uomini, ma del Signore». ´9 E commentava più avanti: «Maria SS.ma Ausiliatrice lo ha richiamato, nella gloria dei Beati, accanto a Sé, quasi compartecipe dello stesso suo trono di grazie... E così il nome di don Bosco è divenuto come indivisibile da quello della sua potente Ausiliatrice».20

Anche qui don Rinaldi, con l´occhio dei santi, vedeva giusto e, tracciava linee sicure alla spiritualità salesiana. Nessuno più di lui, nel «magnifico poema della beatificazione di don Bosco»,21 aveva indicato prospettive e traguardi altrettanto nobili e allettanti. Questo, pur se con tono umile e dimesso, confidava ai suoi figli sul finire della circolare il 9 luglio 1929: «Come al solito, anche questa volta non ho avuto altra intenzione che di mettervi a parte delle cose che mi sono sembrate più opportune, onde animarci a divenire migliori e più degni figli del nostro Beato Padre».22

* * *

Inserite nelle feste della beatificazione due grandi opere: una a Roma, l´altra a Torino. Don Rinaldi ne informava la Congregazione con la circolare sulle feste.

A Roma, sulla via Tuscolana, l´istituto professionale «Pio XI», a ricordo del giubileo d´oro sacerdotale del Papa, con la posa — il 4 giugno — della prima pietra di un nuovo grandioso tempio in onore di Maria Ausiliatrice.

A Torino la benedizione della pietra angolare dell´erigendo istituto professionale missionario «Conti Rebaudengo», destinato a casa di perfezionamento per confratelli coadiutori e «come vivaio — tra essi — di vocazioni missionarie»."

* * *

Dire che di tutto ciò don Rinaldi fosse felice, più che orgoglioso, è situarlo a giusta luce nell´avvenimento di maggior splendore del suo rettorato: è come ritrarne la paterna figura che coincideva con quella del Fondatore e Padre, verso la fine ormai della sua vita terrena.

Il grande traguardo non era lontano. Nel 1929 il Servo di Dio ave‑

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va compiuto 73 anni di età. Don Bosco fin dall´alba era stato la stella del suo cammino. L´aveva seguito, attratto, se pure con lunga interruzione, dal fascino della sua persona e dal fervore delle sue fondazioni. Si era immedesimato con i suoi ideali facendoli propri. Aveva creduto nella sua santità e nella efficacia dei suoi esempi e insegnamenti. E ora lo rivedeva in urna splendente avvolto nella gloria dei beati.

Ai confratelli, rifacendosi alle parole di Pio XI, ricordava che «gloria del Padre sono i figli sapienti», che al Padre ricorrono, pensano e del quale calcano le orme «per continuarne l´opera»."

Ma per conto suo nel silenzio del cuore pensava a intonare il Nunc dimittis da una vita intensa e laboriosa.

Restavano le luci del tramonto.

Note

Summ., 242, 842. "
Atti, 750. 13
Atti, 733-734. "
Atti, 770.
Summ., 130-131, 444. 11
Atti. 790. 9
Atti, 764, 20
Atti, 767. 2´
Atti, 769. 22
Atti, 769. "
Atti, 769. "
Atti, 771.
Summ., 223-224, 772.
Summ., 193, 675.
Summ., 193, 674-675.
Atti, 344-345.
Summ., 207, 721. Atti, 459.
M.B., XVII, 399-400.
Atti, 537.
Atti, 538.
Atti, 552-555.
" Atti, 729.
2 Surnm., 240, 835.

24

PATERNITÀ SENZA LIMITI

La caratteristica inconfondibile di don Rinaldi fu la paternità che esercitò nell´intero arco della vita, ma si affinò e divenne meraviglia di tutti nel trentennio torinese, e in modo particolare negli anni del rettorato. «Come Rettor Maggiore il Servo di Dio — attesta don Azzini — si vide fatto segno alla stima e venerazione di confratelli e quanti lo avvicinavano; la sua memoria vive nella comunità che ne ricorda soprattutto la non comune paterna bontà».´

Nel Servo di Dio, specialmente verso la fme, più che il superiore, appariva l´uomo di una bontà che sembrava non aver limiti. Il fascino che emanava dalla sua persona e dal tratto abituale con gli altri, non era l´abbagliante luccichio di qualità umane, né il prestigio dell´ufficio o delle imprese, bensì l´incanto di una santità che si traduceva in belle maniere, in parole dolci, in espressioni di longanime pazienza e di inarrivabile carità.

Abitualmente — osserva don Ricaldone — «presentava Dio come padre»;´ sicché nell´intimo sperimentava il bisogno di sentirne e di farne sentire l´infinita paternità, che ama in silenzio, accoglie, conforta e perdona.

* * *

Le testimonianze processuali in proposito sono concordi e rilevano nel Servo di Dio la somiglianza, se non proprio l´identità, coi modelli ai quali s´ispirava.

«Fu sua cura specialissima — afferma don Tirone — ricopiare in tutto don Bosco, specialmente nella bontà e paternità, e riuscì una copia fedele».´

«Fin dal primo incontro — assicura suor Rosalia Dolza — mi lasciò l´impressione di una eccezionale paternità, sì che lo considerai fin d´allora un novello san Francesco di Sales».4 É suor Dolza — come si è ricordato altrove — ad asserire: «Da parecchi salesiani intesi

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che il Servo di Dio era — come superiore generale della Congregazione — quello che maggiormente faceva rivivere don Bosco per bontà d´animo e genialità di opere».5

Anche Felicina Gastini asserisce: «Dalle conversazioni con molti membri della Società Salesiana mi son formata la convinzione che nel suo governo il Servo di Dío desse prova di grande paternità: anzi di quella stessa paternità che distinse il Fondatore don Bosco».6

A sua volta suor Graziano che fu in contatto intimo con don Rinaldi non dubita di affermare: «Nominato Rettor Maggiore accrebbe quello spirito di paternità che aveva dimostrato da prefetto generale, desiderando che la Congregazione vivesse quello spirito di famiglia che le aveva impresso il Fondatore... Quanto più saliva in dignità, altrettanto si curvava abbassandosi nel servizio degli altri».?

* * *

La paternità di don Rinaldi aveva radici lontane: germogliava dal terreno della carità evangelica.

Lascio la parola a madre Maria Lazzari, figlia spirituale del Servo di Dio e fondatrice — come si è detto — delle Missionarie della Passione di Gesù. «Lo vidi — essa dice — avvicinare ragazzetti, ascoltarli, trattarli con espressioni di paternità, quasi con rispetto e interessamento commovente. Sempre disposto a fare un piacere o a rendere un servizio... Sull´esempio di don Bosco, e soprattutto del divino Maestro, don Rinaldi passò beneficando tutti, prodigando i tesori della sua carità, che era paterna, universale, inesauribile. Si può dire che arrivasse a comprendere tutti i dolori, a soccorrere ogni miseria. Ricchi e poveri, dotti e ignoranti, religiosi e religiose del suo e di altri istituti, secolari, ragazze, uomini, fanciulli: tutti accoglieva con immensa bontà; per tutti manifestava comprensione, a tutti dava l´aiuto che gli era possibile. Per tutti era un dono, non solo come padre, bensì come servo umile e devoto».8

«La sua santa e squisita paternità — termina madre Lazzari, che aveva sperimentato le cento volte la bontà del Servo di Dio — è ricordata con rimpianto; e molti sono unanimi nel dire che un altro don Rinaldi non si trova più».9

* * *

Don Candela attesta in particolare che durante il rettorato don Rinaldi governò «con metodo veramente paterno». ´ ° E don Bordas, fon‑

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dendo insieme umiltà e paternità di don Rinaldi, così si esprime: «Non assumeva mai portamento solenne o tono autoritario. Era sempre af‑

fabile con tutti; volentieri si tratteneva con umili coadiutori. Era anche felice di sottomettere il suo parere al parere altrui, pur essendo superiore»."

«Con questa sua bontà — è don Ricaldone che parla — si guadagnava la fiducia dei confratelli. Nel riceverli a colloquio egli parlava poco; il più delle volte bastava una frase, una parola per rasserenare e incoraggiare l´interlocutore. Ricordo un confratello il quale sorridendo diceva; "Quando si va da don Rinaldi, con una frase accomoda tutto"».

Ed era vero. Ne fa fede anche l´ex-allievo don Matta. «Confesso per conto mio — dichiara ai processi — che la sola presenza del Servo di Dio o una sua parola, o anche un semplice sorriso pieno di bontà mi davano l´impressione di trovarmi accanto a una persona nella quale splendeva la divina benevolenza, e producevano in me l´effetto di una esortazione ad amare di più il Signore»."

* * *

Perciò la sua anticamera, sia da prefetto generale che da rettor maggiore, era sempre affollata; e alla carità spirituale molte volte univa quella materiale. Lo afferma don Ricaldone, il quale aggiunge: «Sono innumerevoli gli orfani e abbandonati, da lui accolti nelle nostre case. Allorché talora gli si faceva osservare che erano troppi, bonariamente rispondeva: "Va´ un po´ là: il Signore ne ha per tutti"»."

Non mancarono evidentemente indiscreti, scrupolosi e persone moleste. Don Rinaldi sopportava con eroica pazienza e inalterabile longanimità. E a chi giungeva a dirgli, quasi volendolo liberare da un fastidio: «Don Rinaldi, questa gente le fa perdere un tempo enorme», invariabilmente rispondeva: «Che vuoi? E opera di carità anche questa». 15

Era la bontà fatta persona: una bontà che non rifiutava niente e nessuno; che era pronta ad accogliere tutti, come la prima visita del mattino. «Rappresentava al vivo — dice don Matta — la bontà di don Bosco: la stessa comprensione delle umane miserie, lo stesso zelo ed amore per le necessità del prossimo, la stessa premura nel ricevere, nel consolare e portar soccorso a chi batteva al suo cuore di padre».´

228

* * *

Gl´insegnamenti alle Figlie di Maria Ausiliatrice in tema di bontà sono il ritratto del suo spirito.

A suor Graziano, divenuta direttrice a Valdocco, raccomandava calma e padronanza di sé. Quando le fosse capitato di sentirsi alterata, doveva ritirarsi per un quarto d´ora in camera, perché «una superiora — inculcava — non deve mai farsi vedere col viso corrugato».

Parlando alle direttrici sul dovere della correzione: «Attente — diceva — a non far correzioni in pubblico o nella conferenza settimanale, perché in tal caso l´incontro comunitario si trasforma in tribunale». E insisteva: «Non accennate a mancanze di poche, se parlate a molte. Non fate correzioni la sera nel dare la buona notte, perché le suore debbono andare a riposo tranquille. "Le faremo allora — domandò una direttrice — nel colloquio personale?". "Oh, no — rispose don Rinaldi —: il colloquio deve essere un cordiale e affettuoso espandersi del cuore per intendersi, per meglio lavorare insieme. Se attendeste il colloquio per correggere le sorelle, queste ne avrebbero paura: ed ecco perduto il risultato di una pratica sommamente utile al buon andamento della casa". "Allora — incalzò la direttrice — a quando la correzione?". E il Servo di Dio: "Quando siete calma; quando anche la sorella è calma; quando l´occasione si presenta propizia; magari quando fate con lei un giro per casa; così, alla buona, con poche parole e cambiando subito discorso, per far vedere che tutto è passato e non ci pensate più"»." E batteva e ribatteva perché le direttrici amassero le suore più bisognose e le conquistassero con la forza della carità.

Il senso vivo della paternità suggeriva a don Rinaldi — come si vede — sfumature di maternità perché ovunque, nel mondo religioso femminile, al quale egli fu tanto vicino, regnasse la bontà.

* * *

Soltanto gl´interessi di Dio e il bene delle anime gli potevano togliere, per un momento, l´abituale calma e serenità. «Lo vidi una volta sola adirato — depone don Ricaldone —: era proprio il caso: Nell´ira non peccate (Ef4,26). Si trattava di persona che aveva lasciato con la sua condotta pessima impressione tra i giovani. 11 Servo di Dio la redarguì severamente e le tolse la sua presenza». 19

Questo accadde solo qualche volta, in casi che coinvolgevano l´esercizio delle sue alte responsabilità.

229

Per solito don Rinaldi seguiva altri sistemi con chi mancava. «Nell´ammonire e correggere — informa don Azzini — era sempre paterno». E documenta: «Un giorno nel suo ufficio un confratello alzava la voce e dava in escandescenze; ma il Servo di Dio si mantenne calmo e padrone di sé, tanto che quegli riconobbe il suo sbaglio e chiese scusa».2° Sapeva cioè contemperare «la maniera forte — è ancora don Azzini a dirlo — con quella grande bontà paterna che era sua caratteristica: perciò gli ammoniti e rimproverati restavano commossi»" e si allontanavano da lui con l´anima in pace.

In casi di qualche dissenso — aggiunge don Bordas — don Rinaldi riusciva ad «aggiustare le cose senza urtare superiori o sudditi. Era tutta sua l´arte di conciliare giustizia e carità, senza lasciare incrinature».22

Quando poi si trattava di applicare sanzioni procedeva con estrema cautela, dopo aver assunto le necessarie informazioni. «Ricordo in proposito — rammenta don Tirone — che mentre visitavo il Brasile egli mi scrisse piu volte esortandomi — in un caso concreto — a prendere informazioni sul posto; e quantunque le parti facessero premura, volle rimandare ogni decisione fino al mio ritorno». 23

Se poi si trattava della sua persona, sopportava e taceva. «Un giorno — racconta il segretario don Vacca — ricevette una lettera infarcita di violenti accuse e invettive, da un confratello che riteneva di essere stato ostacolato da don Rinaldi. Io ne rimasi pieno di meraviglia e di sdegno e ritenevo che gli si dovesse rispondere a tono. Il Servo di Dio con calma inalterabile disse: "Non ti meravigliare di tali miserie umane. Questo confratello ha la mente elevata nei suoi studi e perde un po´ la visione reale delle cose. Crede che io gli abbia creato inciampi nel suo cammino, anche se non mi sono mai sognato di farlo. Ci vuole pazienza!"»." E non se ne fece nulla.

Era davvero «l´uomo che per virtù e per lungo esercizio di autocontrollo aveva il completo dominio di sé»," e riusciva a far trionfare la bontà sul risentimento, la soavità sulle maniere impetuose, il cuore sulla ragione.

* * *

Non sarà un di più ascoltare la voce degli ex-allievi, per la bocca del loro presidente internazionale Arturo Poesio, educato a Valdocco negli ultimi anni di don Bosco. «Caratteristica del Servo di Dio — egli attesta — era la carità paterna che dimostrava anche verso gli ex-allievi».

230

Era lieto di partecipare a riunioni e convegni e di sedere con loro a mensa. In una circostanza ebbe a dire: «Per un padre nulla di più consolante che vedere intorno a sé i propri figli»."

«Come rettor maggiore — specifica Arturo Poesio — dimostrò predilezione per gli ex-allievi e lavorò allo sviluppo della loro associazione, con l´intento in primo luogo di giovare alle loro anime e di farne dei buoni e ferventi cristiani. Ebbe anche l´intenzione di fondare un segretariato per assicurare ad essi conveniente assistenza morale, legale e perfino economica».27

«Ogni volta che lo avvicinai — dice ancora Arturo Poesio — ebbi a rilevare in lui calma, serenità, tranquillità proprie di un uomo di Dio»;" mi appariva «sacerdote esemplare, alieno da imperfezioni e dedito ad opere di bene».29 Dimostrava «grande equilibrio; né lo vidi mai compiere gesti d´impazienza o di malcontento»." «Nel parlare era semplice e lontano da pose o toni autoritari»."

In sostanza: un padre che ama; che sta volentieri con i figli: li ascolta, li edifica con la parola e l´esempio, e cerca, per quanto gli è possibile, il loro vantaggio spirituale e materiale nella vita.

* * *

Se così lo vedevano persone del mondo, sia pure legate alla Famiglia salesiana, immaginarsi chi gli stava accanto. Lo si è potuto cogliere attraverso le deposizioni giurate dei testimoni al processo di Torino.

Nessuno tuttavia fu in grado di tratteggiare la bontà paterna di don Rinaldi alla pari di don Vacca, il quale gli fu al fianco negli ultimi due anni della vita — dal marzo 1930 al dicembre 1931 — in veste di «segretario particolare»," o persona di fiducia. Così egli ne parla in giudizio:

«Si può dire che la carità di don Rinaldi per il prossimo fosse davvero senza limiti. E questo non per vedute o motivi umani, pur senza negare la sua carica di sensibilità d´animo e di cuore. Essa proveniva dall´ardente carità soprannaturale che lo univa a Dio e lo portò alla più delicata e squisita paternità. Egli la dimostrava — la sua paternità — col tratto, col sorriso, con la parola incoraggiante usata nell´accogliere, consolare, dirigere, aiutare, chi lo visitava.

Dalla carità traeva forza per mantenersi uguale a se stesso e inalterabilmente paterno, nonostante le incomprensioni e certa sorda opposizione, su cui sorvolava.

23I

Di lui mi è rimasto il ricordo di una paternità insuperabile, fatta di bontà paziente e premurosa, che gli suggeriva le più delicate attenzioni per gli altri e noncuranza per sé, anche nel caso di un´anima sola.

Non bisognava dirgli ch´era desiderato per udienze, se si voleva evitargliele, soprattutto quando era oppresso dal male...

Non so come a volte intuisse che gli toglievo la gioia d´intrattenersi con qualcuno e scherzando amabilmente me lo faceva notare. Né gli bastava che si parlasse di prescrizione medica. Aveva pronte lepidezze per sventare la sorveglianza, dissipare apprensioni circa la sua salute, pur di mantenere quanto per lui era imperioso dovere: darsi a tutti e a ciascuno senza riserve, nel lavoro estenuante, pur se non appariscente, dell´aiuto al singolo, per un efficace orientamento dello spirito.

Non ricordo di lui — assicura don Vacca — un gesto d´intolleranza o di poco gradimento o richieste inopportune: neppure quando il cuore non reggeva più e gli si scorgeva nel viso cianotico e nella respirazione affannosa tutto lo sforzo che s´imponeva»."

Sarà troppo dirlo martire della bontà e della pazienza?

* * *

Chi scrive ne fece indimenticabile esperienza, che non può restar segreta.

Arrivando semplice chierico all´Oratorio nel novembre del 1930 col compagno don Fogliasso, pregò don Vacca di introdurre entrambi alla desiderata udienza del Superiore che nel 1922 ci aveva benedetti in partenza per la Patagonia. Vinta qualche esitazione, il buon segretario, ad ora stabilita, aprì la porta della stanza n. 7 al secondo piano della casa capitolare, e discretamente si ritirò.

Don Rinaldi era convalescente da un attacco di cuore e non scendeva in ufficio, ma riceveva solo alla buona in camera. L´accoglienza fu quella di un tenero padre verso figli che venivano da lontano. Subito s´interessò al motivo di studio che ci riportava in Italia; anzi risolse d´autorità il problema che l´ispettore don Manachino — incerto fra Torino e Roma — lasciava nelle sue mani. Ci invitò a restare all´Istituto Internazionale della Crocetta; e con tono profetico, che al momento sembrò consolatorio: «A Roma — disse — andrete dopo; andrete dopo». Nessuno poteva pensare a quel momento che la vita dei due chierici, appartenenti a una ispettoria missionaria, doveva trascorrere in gran parte, a motivo di studio e di occupazioni, proprio nella città di Roma, intravista allora da noi come evanescente sogno.

232

Don Rinaldi prese poi in mano l´Elenco Generale della Congregazione, cercò la casa dalla quale eravamo partiti, fece passare a uno a uno i confratelli e superiori, e di parecchi sollecitò notizie e informazioni, mostrando di ricordarli e di conoscerne qualità e provenienza.

Che si fosse diportato così con l´ispettore don Manachino, ch´egli stesso aveva nominato all´ufficio e stimava, non avrebbe fatto meraviglia; ma che il Rettor Maggiore portasse il medesimo interesse a tutto il personale della casa di Fortín Mercedes con due giovani confratelli, ci stupì grandemente e ci lasciò capire con che cuore don Rinaldi governava la Congregazione. Per lui non vi erano distanze; e chissà quante volte il suo occhio passò su quei nomi, come a sentire più vicini i figli lontani.

* * *

Lo si vede, la vita interiore di don Rinaldi era vita di amore a Dio e dedizione al prossimo. Il suo amore agli altri però si ammantava di bontà, di soavità, di benevolenza attenta e premurosa, di dolce longanimità. In una parola: di spirituale paternità che sostiene e aiuta a camminare nelle vie di Dio.

Qui don Rinaldi manifesta il carattere distintivo della sua non comune personalità di superiore, e i lineamenti inconfondibili della sua vita sacerdotale, nell´esercizio della più alta e perfetta virtù teologale.

Scrive in una delle ultime circolari: «La più importante e vitale tradizione per noi è la paternità. Il nostro Fondatore non è mai stato altro che Padre, nel senso più nobile della parola... Tutta la sua vita è un trattato completo della paternità che viene dal Padre celeste, e che egli praticò in grado sommo, quasi unico, verso la gioventù e verso tutti... con totale sacrificio di sé... E come la sua vita non fu altro che paternità, così la sua opera e i suoi figli non possono sussistere senza di essa».34

* * *

Per questo don Rinaldi aveva messo l´esercizio della paternità alla base del suo apostolato e al centro del suo governo.

Ritraendo il suo mondo spirituale e la sua norma di vita, scriveva in diverse circostanze all´ispettore don Manachino: «Cerca di renderti sempre più paterno con tutti; per godere la fiducia di tutti fa´ che ti trovino sempre calmo e buono. La padronanza dei nostri nervi ci ren‑

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de padroni degli altri. Edifica tutti con una grande bontà. Sii padre: con la paternità farai miracoli»."

Si comprende perciò come nell´ultimo anno di vita, al segretario che lo aiutava nel disbrigo della corrispondenza dicesse: «Mettici molto cuore»." Aveva quindi ragione il confratello che, fin dai tempi in cui il Servo di Dio era ispettore della Spagna, affermava: «Don Rinaldi sente più affetto di padre che autorità di superiore»."

* * *

È questo il ritratto più autentico del terzo successore di don Bosco, e lascia intravedere i disegni della Provvidenza nel favorire con miracoli e grazie continue la fama di santità che accompagna il suo nome e segue la sua memoria.

Non sbaglia il segretario don Vacca nell´affermare ai processi che la spirituale paternità del Servo di Dio gli sembra frutto «di un diuturno ed eroico esercizio di tutte le virtù; in particolare, dell´umiltà, della pazienza, di una carità senza confini», «nonché di ardentissima fede e di profonda pietà»."

«Pareva a me — conclude don Vacca — aver egli compreso che la fecondità dell´apostolato è posta nell´immolazione di sé, più che nell´affermazione di particolari doti della persona»."

Per questo la sua amabile figura sembra richiamare gli uomini alla bontà e alla carità del Vangelo, senza di cui non è possibile portare le anime alla salvezza. Il cuore deve sorpassare l´intelligenza e il sapere. Si è figli adottivi del Padre celeste per recare ai fratelli la sua bontà.

Note

Summ., 6, 17.

Summ., 283, 989.

Sunun. , 237, 819.

Summ. , 162, 561.

Surnm., 162, 563.

Summ. , 39, 140.

Summ., 113, 387.

Summ., 305-306, 1069.

Summ., 307, 1075.

Summ., 173, 599.

11 Summ., 93, 329.

12 Summ., 289, 1011.

" Summ., 338, 1168.

Summ., 287-288, 1006.

" Summ., 288-289, 1010.

" Summ., 336, 1161.

"7 Summ., 139, 478.

" Summ., 139-140, 479-480.

" Summ. , 285, 996.

" Summ., 19, 62.

21 Summ., 22, 76.

22 Summ., 87, 306.

 " Summ., 244, 848.

 " Summ., 253-254, 880.

" Summ., 343, 1183.

23 Summ., 32, 115-116.

 " Summ., 29, 101.

 " Summ., 31, 111.

" Summ., 31, 113.

 " Summ., 33, 120.

31 Summ., 34, 122.

32 Summ., 248, 861.

" Summ., 249-250, 867-870.

" Atti, 939-940.

CERIA E., 447.

´6 CERIA E., 447.

" CERIA E., 99.

" Summ., 257, 893.

" Summ., 252, 876.

234

25

ULTIMI BAGLIORI DI SALESIANITÀ

Paternità e salesianità sono due aspetti focali nella vita di don Rinaldi; si compenetrano e si completano a vicenda. Sono due forme inseparabili della sua personalità di superiore, che hanno fortemente impressionato i contemporanei, soprattutto all´interno della Congregazione, e specialmente sullo scorcio della vita.

Alla beatificazione di don Bosco, don Rinaldi sopravvisse due anni e pochi mesi. Don Azzini, sempre attento ai particolari del Servo di Dio osserva: «Il lavoro sostenuto per le feste della beatificazione di don Bosco ne fiaccò gravemente l´organismo. Tuttavia continuò nelle sue occupazioni, senza dar a divellere che la salute andava deperendo».

Si sapeva che don Rinaldi soffriva di cuore: un male di famiglia che ben conosceva ma non lo impensieriva. Un male che non gl´impedì il lavoro, sia pure con qualche pausa o rallentamento, fino all´ultimo. Il segretario don Vacca: «Portò il suo male — dichiara — sempre in piedi, lavorando, sebbene anche altri acciacchi lo tribolassero. Gli ultimi due anni — assicura — furono particolarmente gravosi, tanto che il controllo medico era, si può dire, quotidiano».2

* * *

Nel tempo del rettorato, pur senza risparmiarsi, non aveva sempre goduto, a partire almeno dagli anni 1925-26, florida salute. «Don Rinaldi — confidava egli stesso a don Ricaldone — è minacciato da due malattie: l´esaurimento che gli mette in disordine e gli sfianca il cuore; e il colpo apoplettico, infermità di famiglia, che può abbatterlo quando meno si pensa» .3

Non si faceva dunque illusioni, ma non risparmiava né smetteva l´intensità delle occupazioni. Don Ricaldone così ne parla ai processi: «Il suo spirito di lavoro fu del tutto straordinario. Nei periodi in cui lo assaliva l´esaurimento, passava notti insonni, seduto per lo più su di un seggiolone. Al mattino però era sempre là, alle 4,30, per cele‑

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tirare messa e partecipare alla meditazione in comune. Io, che gli ero al fianco — soggiunge don Ricaldone — insistetti più volte perché, oltre ai segretari d´ufficio, ne prendesse uno personale, ma invano. Una volta anzi, senza dargli preavviso, feci venire a Torino un ottimo confratello, e dissi ai Servo di Dio: "Don Rinaldi, questa volta non mi dirà più di no: il segretario è qui". Non riuscii tuttavia a convincerlo: "È uno spreco — diceva —: con tanto lavoro che c´è"».4

Solo nell´ultimo biennio si poté mettergli accanto il ricordato don Giacomo Vacca, il quale, a dispetto della poca salute, gli prestò filiale

e  valido appoggio fino alla morte.

* *

Fu quello il tempo in cui si temette che il Servo di Dio «potesse mancare da un momento all´altro»:´ perciò si allestirono mezzi di pronto soccorso e, senza che egli se ne avvedesse, qualcuno di notte cominciò a sorvegliarlo in una stanza attigua alla sua.

Don Rinaldi si accorgeva che le forze si affievolivano e — come si è accennato — «ebbe il pensiero di rinunciare alla carica, presentando le dimissioni alla Santa Sede».6

Non lo fece, sia perché dissuaso da chi gli era più vicino, sia perché, pur con strapazzi e sacrifici, riusciva ancora a ricevere, a scrivere, a recarsi qua e là, e soprattutto a parlare in pubblico, con voce sempre più lenta, più intervallata e stanca, ma in qualche maniera sempre più ascoltata per le cose che paternamente e sapientemente diceva.

Per diminuirgli la fatica ogni giorno don Ricaldone cercava di sottrargli la corrispondenza e di contenere le udienze, in primo luogo degli estranei alla Congregazione. Ma — come si è detto — della corrispondenza don Rinaldi fu «gelosissimo»´ fino all´ultimo; e fino all´ultimo accolse chi, conosciuto o no, voleva confidargli crucci e pene,

e  ricevere da lui conforto e guida.

Sensibile alle premure di confratelli e medici, scherzava amabilmente con i sanitari che lo visitavano; e nei momenti più acuti del male si rimetteva alle loro prescrizioni frenando il lavoro.

«Era persuaso — assicura don Vacca —, date le condizioni del cuore, che la morte lo avrebbe colpito all´improvviso; ma in genere non alterò il ritmo della sua giornata».´ Speranze di ripresa non c´erano. Unico rimedio sarebbe stato il riposo assoluto, che don Rinaldi non volle

e  non poteva accettare stando in carica.

Così visse gli ultimi trenta mesi, più o meno, della vita: al suo po‑

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sto; con l´occhio e il pensiero a tutto; con l´animo aperto ai bisogni dei figli, immolandosi giorno per giorno, fino all´estremo delle forze.

* * *

Nell´estate del 1929, dopo le feste romane e torinesi della beatificazione di don Bosco, aggiungendo fatica a fatica, aveva presieduto a Valsalice il Capitolo Generale XIII della Congregazione. Fu con probabilità a quel momento che don Rinaldi pensò di ritirarsi nell´ombra. Ma per la Congregazione il momento era di luce e forse, mancando una vera e propria inabilità, non si sarebbe capito il perché di una dimissione che tutti avrebbero giudicata inopportuna e sconsigliabile.

Il Capitolo trattò in particolare della formazione intellettuale e religiosa dei chierici, di quella tecnico-professionale dei coadiutori, e delle missioni.

La svolta era propizia per consolidare all´interno la compagine della Società e imprimerle uno slancio rinnovatore all´insegna di don Bosco salito all´onore degli altari. Don Rinaldi lo fa capire nella circolare del 24 ottobre, che porta i «temi trattati» dall´assemblea capitolare.´

Il Rettor Maggiore si era ispirato ai discorsi di Pio XI e aveva messo al centro della spiritualità e dell´attività salesiana il motto del Fondatore: «Dammi le anime e prendi tutto il resto». Commentava il Servo di Dio: «Quando si comprende il valore di un´anima, il sacrificio di tutte le cose, compresa la vita, non ammette più discussioni»."

Anzi per don Rinaldi la vita di don Bosco, guardata nella prospettiva delle anime, costituisce il «Vangelo Salesiano»," da tenere fra Ie mani, consultare e seguire nell´apostolato.

«La nostra missione — affermava quasi con fierezza di capitano — non è di essere trascinati, ma di trascinare; non di ricevere impressioni di luoghi e persone dove andiamo, bensì di portare il nostro spirito nella formazione cristiana della gioventù e dell´ambiente che ci attornia».´2 «La nostra missione — ribadiva con vigore più avanti — non è tanto di impedire il male, quanto di educare al bene, onde la gioventù abbia la forza di evitare il male»."

A voler trascegliere, non si finirebbe più. Don Rinaldi sembra immedesimarsi con don Bosco e fare una cosa sola con lui e con la sua pedagogia soprannaturale che mira alla salvezza dei giovani.

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* * *

Seguirono nel 1930 altre circolari importanti. 11 Servo di Dio ormai governava più nelle sfere dello spirito, che nel molteplice progresso di opere e fondazioni.

Di particolare importanza la circolare del 24 aprile sull´eccidio dei protomartiri salesiani in Cina, mons. Luigi Versiglia e don Callisto Caravario. Pur nel dolore della sanguinosa perdita, il Servo di Dio rendeva omaggio ai due confratelli caduti sul campo dell´apostolato per la propagazione della fede e la difesa della purezza di tre giovani donne affidate alle loro cure pastorali, e «già consacrate o iniziate alla consacrazione a Dio», per una vita di servizio nelle nascenti cristianità del Vicariato Apostolico di Shiu Chow."

«In Cina — scriveva don Rinaldi con animo presago — si dice che siamo dinanzi a due martiri. Registriamo con animo grato questa voce, con la fiducia e la preghiera che un giorno venga ratificata dalla suprema Autorità della Chiesa, la quale nata nel sangue del divino Fondatore, s´imporpora attraverso i secoli coi sangue di figli che si lasciano violentemente trucidare per propagarla e difenderne le conquiste».´

Con l´intuito dei santi il Servo di Dio vedeva giusto e guardava lontano. Il 13 novembre 1976 Paolo VI proclamava con speciale decreto il martirio di mons. Versiglia e don Caravario, e Giovanni Paolo II nel 1983 li elevava all´onore degli altari quali Protomartiri Salesiani.

* * *

In ottobre don Rinaldi compiva un ulteriore atto del suo magistero salesiano, facendo proprio e dando pubblicità ufficiale a un ampio studio del Consigliere Professionale don Giuseppe Vespignani sul coadiutore salesiano.

Don Vespignani prendeva le mosse da alcune affermazioni di don Bosco nel 1883; perciò don Rinaldi: «Le parole del Padre — scriveva — e il commento del figlio mi paiono tanto giusti ed opportuni, che penso bene di farli miei e di presentarli a tutta la Congregazione»."

Mandava poi la strenna di famiglia per il 1931, ultimo anno della sua vita. L´aveva così concepita con semplicità e franchezza: «Facciamo conoscere meglio il Beato don Bosco».17

A misura che si avvicinava alla fine, mentre attacchi e disturbi di salute minavano la sua gagliarda figura, che appariva lievemente cur‑

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va, il Servo di Dio, fedele al programma prefisso, non finiva di eccitare allo studio di ciò che aveva chiamato, con felice espressione, il «Vangelo salesiano».

* *

Altrettanto fece con le circolari del 24 dicembre 1930 e 26 aprile 1931. I due scritti, con l´interruzione del ritmo ordinario nelle comunicazioni, solitamente bimestrali, lasciano intravedere alti e bassi nella salute del Servo di Dio; ma documentano la chiarezza del pensiero

e  le riflessioni dello spirito, ch´erano tutta la vita di don Rinaldi in quei mesi, intanto che secondo possibilità e circostanze si recava qua

e  là per visite e allocuzioni paterne.

11 discorso del Rettor Maggiore in data 24 dicembre tocca innanzi tutto le finalità dell´apostolato educativo salesiano, a sostegno e sviluppo dell´apostolato laicale voluto e promosso da Pio Xl. Don Rinaldi invita i confratelli a far rifiorire le Compagnie religiose di Collegi e Oratori, onde preparare e favorire la collaborazione dei laici all´impegno gerarchico per la cristianizzazione della società.

Dava pertanto disposizioni affinché «i direttori delle case e degli oratori, senza eccezione», celebrassero «la giornata delle Compagnie», in vista del «Congresso delle Compagnie» da tenersi in ogni ispettoria. L´

Con questo il Servo di Dio voleva richiamare e rendere attuale l´impegno di don Bosco nel formare i giovani al senso dell´apostolato.

* * *

La seconda parte della lunga circolare, pensata e stesa in novembre-dicembre, si riferiva alle case di studio e perfezionamento di chierici e coadiutori. Il Superiore diceva quanto si era fatto negli ultimi anni a vantaggio di centinaia e centinaia di giovani confratelli, delineava programmi e scendeva a particolari concreti.

Ma al suo animo paterno e lungimirante, di vivente incarnazione del Fondatore, si affacciavano i rischi non immaginari di una formazione intellettuale e professionale fine a se stessa. «Guardiamoci bene — ammoniva quasi accorato — dal formare solo degli studiosi e degli abili professionisti! La scienza è buona e necessaria: è il sale della terra; ma guai se si corrompe. Allorché la nostra Società, possedesse anche scienziati... di prim´ordine, non eserciterebbe più il suo originario apostolato educativo, e sarebbe simile a un vetusto castello che pre‑

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senta ancora all´esterno segni dell´antica magnificenza, ma al di dentro è tutto in rovina»."

*   * *

Nel 1931 si avvicinava il cinquantesimo del sogno fatto da don Bosco il 10 settembre 1881, e da lui raccontato il 21 novembre dello stesso anno. Si tratta del misterioso personaggio che nel primo apparire indica e rappresenta la Società Salesiana quale deve essere; e nel secondo momento, con totale capovolgimento di immagini, quale minaccia di diventare.

«Il vero salesiano — osserva don Rinaldi, riferendosi alla prima parte del sogno, — ci è presentato in tutto lo splendore delle sue virtù, raffigurate nei dieci diamanti (del personaggio), ognuno dei quali porge argomento a tali e tante meditazioni, da contenere esaurientemente tutta la spiritualità della vita salesiana... Le brevi delucidazioni descrittive, fatte da don Bosco, indicano il modo della nostra trasformazione nel personaggio... Tutti i diamanti — conclude don Rinaldí, sempre intuitivo e profondo, — hanno una luce propria; ma tutte le luci non sono che una luce sola: don Bosco».

«È mio desiderio — insisteva il Servo di Dio — che fissiamo principalmente il nostro sguardo sui diamanti della carità, del lavoro, della temperanza, della castità, obbedienza e povertà, che sono le virtù distintive del vero salesiano, e la salvezza della nostra Società»."

*   * *

L´infermità, come si vede, non creava ostacoli al lavoro spirituale di don Rinaldi, il quale insisteva perché specialmente nelle case di formazione í direttori commentassero «durante tutto Panno» il sogno dei diamanti, dando rilievo alla voce ammonitrice echeggiata nella seconda parte: cioè: «Quale minaccia di diventare», per l´incorrispondenza al dono della vocazione. Quella parte — secondo don Rinaldi — era «il rovescio del vero salesiano», e quindi il rischio nel quale poteva cadere,2´ allontanandosi dall´ideale di santità e di vita consacrata, che la Congregazione persegue.

Chi scrive può attestare che nel 1931, pur vicino alla morte, don Rinaldi faceva quanto consigliava ai superiori delle case. Nell´estate, cianotico in viso, lento nell´incedere, ma sereno e solenne come patriarca, egli commentò all´Istituto Internazionale Don Bosco della Cro‑

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cetta il sogno-programma della vita salesiana. Una parola ardente, incisiva, efficace, che risuona ancora all´orecchio, come testamento di un padre che porgeva e interpretava il più completo messaggio spirituale di vita consacrata.

* * *

1126 aprile di quell´anno il Servo di Dio aveva diramato la penultima circolare: altro documento che lo ritrae nel suo alto governo delle anime. Prostrandosi in Maria Ausiliatrice all´urna del Beato Padre, don Rinaldi avvertiva l´invito a far presto nel richiamare «confratelli e figli» a «divenire autentici salesiani» secondo il sogno dei diamanti.

«La vita salesiana — scriveva il Servo di Dio — considerata nella sua attività è lavoro e temperanza, vivificati dalla carità del cuore, nella luce splendente della fede e della speranza; considerata invece nella sua spiritualità interiore, è guidata dall´obbedienza, che distacca dai beni caduchi con la povertà, e rende simili agli angeli con la castità, sostenute (queste ultime) dal digiuno e dalla visione del premio. Spostando i diamanti — ammoniva con fine intelligenza ermeneutica don Rinaldi — si avranno altre forme di vita spirituale, ma non più la forma salesiana».22

Come si vede il Servo di Dio dava importanza anche alla collocazione dei diamanti nel fulgente personaggio del sogno e li vedeva l´uno in funzione dell´altro, per una armoniosa e ragionata presentazione e descrizione della spiritualità tipica della Congregazione, secondo don Bosco.

* * *

L´occasione era buona e don Rinaldi la colse al volo. Dopo aver illustrato nel 1924 le Costituzioni, ora gli si presentava l´occasione d´insistere sulle tradizioni della vita salesiana, le quali a suo dire non dovevano cadere «in disuso in nessun tempo e luogo».

Le tradizioni — annota il Servo di Dio con quella finezza di analisi che arricchiva il suo spirito — «dànno il colore e imprimono il carattere alla nostra Società e alla missione che essa svolge. Se questo colore svanisce, se questo carattere si perde, potremo ancora essere religiosi, ancora educatori, praticando puramente la lettera delle Regole, ma non saremo più salesiani di don Bosco»."

Per chiarire e avvalorare le tradizioni don Rinaldi risaliva alle sor‑

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genti: «La documentazione — diceva — ...è di prim´ordine e ricchissima, sia perché contenuta nella vita, nelle opere, e negli scritti di don Bosco; sia per il contributo di testimoni, più che oculari, in memorie e cronache: giacché essi medesimi sono il libro vivente, nel quale l´amore del Padre s´è degnato di scrivere, a caratteri indelebili..., tutto il suo cuore e tutta l´anima, con le sue ardenti e meravigliose aspirazioni»."

Don Rinaldi, tutore incomparabile e interprete come pochi delle origini, proseguiva illustrando l´importanza di rimanere saldi al «patrimonio» delle tradizioni di famiglia, specialmente in materia di pietà, di sistema preventivo e di regolarità salesiana.

* * *

Si potrebbe e si deve domandare: quale secondo don Rinaldi, la tradizione più bella e più «vitale» della vita salesiana? Non vi è che una risposta: «la paternità».

Traendo anche dalla sua esperienza, don Rinaldi toccava un punto centrale della salesianità, col quale si confondeva la sua stessa individualità, tanto se n´era impregnato. Per il Servo di Dio, don Bosco non era stato altro che padre: cioè amore che ricerca e accoglie; benefica e sostiene; aiuta e incoraggia; solleva e perdona. Un padre che cerca il bene spirituale e materiale dei giovani; li compatisce; li aiuta a crescere; li guida alla salvezza eterna.

Nella paternità bene intesa, esemplata sulla stessa paternità di Dio, don Rinaldi vede l´elemento essenziale e stabile dello stile di vita salesiana con cui il Fondatore aveva arricchito, secondo il Vangelo, la pedagogia del cristianesimo.

Per il Servo di Dio il salesiano è padre spirituale dei giovani, di cui deve amare «tenerissimamente» l´anima; e per i quali deve sacrificarsi, onde preservarli dal male e fortificarli nel bene."

Nessuno più di don Rinaldi ha messo a fuoco una paternità che non è paternalismo, bensì illuminante vigore da cui la gioventù trae la spinta alla sua crescita umana e cristiana, sentendosi inserita nel corpo mistico della Chiesa, portatrice dell´amore di Dio all´umanità.

* * *

In modo particolare, scrutando a fondo il sistema salesiano, don Rinaldi mette in risalto la paternità del direttore salesiano, che in don

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Bosco coincideva e si identificava con il suo ministero sacramentale. «Confessare i giovani — osserva — era l´occupazione preferita, che non avrebbe cambiato con nessun´altra».26

Don Rinaldi si addentra nel problema, lo documenta con fatti personali, accenna alle disposizioni restrittive della Santa Sede in proposito, e offre soluzioni pratiche in modo da conciliare le disposizioni canoniche con lo spirito della primitiva ed efficace tradizione di famiglia.

«Vi scongiuro — dice a ispettori e direttori — di far rivivere in voi e attorno a voi questa tradizione della paternità spirituale, che purtroppo va spegnendosi con grave danno delle anime giovanili e della nostra fisionomia salesiana».

Il suo appassionato appello, che riflette il suo intimo e prospetta l´intera sua esistenza, si chiude così: «Siate padri dell´anima dei vostri giovani. Non abdicate alla vostra paternità spirituale... Possedete il cuore dei giovani»."

* * *

Pur toccando altri punti delle tradizioni salesiane, qui don Rinaldi aveva colpito nel vivo. Non si poteva meglio scolpire la fisionomia del superiore salesiano sullo stampo del Fondatore, in tempi che non consentivano più di seguire i suoi esempi, che pur avevano dato frutti meravigliosi.

Il Servo di Dio aveva colto la parte essenziale di uno stile singolare di vita, e l´aveva bellamente adattato alle nuove esigenze della Chiesa. Cristiano perfetto e salesiano esemplare. Fedele al magistero cattolico e allo spirito del Fondatore.

Il tempo di apparente inerzia o di maggior ritiratezza gli permetteva così di condensare in pagine ricche di salesianità, la lunga esperienza, l´amore filiale a don Bosco, il senno pratico e sicuro, nella guida dei figli.

Un tramonto di luce che rendeva don Rinaldi padre e maestro della Congregazione anche per tempi lontani.

Note

´ Suttun., 24, 84.

2 Summ., 258, 898.

Summ., 295, 1039.

Summ., 275, 959.

Summ., 294, 1037.
6 Summ., 293, 1032.

Summ., 275, 960.

 Stormi., 258, 899.

Atti, 805-826.

i° Atti, 798.

" Atti, 798.

´2 Atti, 800.

" Atti, 801.

" Atti, 852.

" Atti, 859.

" Atti, 877.

´7 Atti, 877.

1° Atti, 916-917.

Atti, 922.

" Atti, 923.

2´ Arti, 924.

" Atti, 934.

" Atti, 935. ,

° Atti, 936.

" Atti, 940.

26 Arti, 940.

" Atti, 942.

244

26

MORTE REPENTINA

Don Rinaldi si accorgeva di avvicinarsi alla fine, ma non ne era turbato. Ai primi di marzo del 1930 stando in riposo a Ivrea, la casa del cuore, aveva scritto con serenità: «Sia tutto come Dio vuole. Si tratta di pochi anni, se tutto va bene; di guarire non c´è speranza».´

Non si faceva illusioni, pur affrontando — come si è visto — le sue fatiche di governo, e moltiplicando, dov´era possibile, la paterna presenza, per dar gioia ai figli e alle figlie e aver l´occasione di rivolger loro la sua parola.

In realtà con il dono della calda e stimolante parola c´era la forza dell´esempio e l´incanto della santità.

Dovunque si accoglieva e si guardava al Rettor Maggiore per ciò che dimostrava di essere, non per la dignità che rivestiva. Ognuno lo vedeva e lo sentiva padre, e ammirava la sua bontà fatta persona.

Don Rinaldi dava il senso di Dio. Grave nel passo, ilare in volto, raccolto e allo stesso tempo disinvolto nella persona; affabile e cortese, pronto al saluto, al ricordo, al richiamo di luoghi e confratelli lontani, dava netta e inconfondibile l´impressione di quella ricchezza interiore che era manifestazione di grazia e lo rendeva sempre disteso e sereno.

Standogli vicino non si aveva la presunzione di trovarsi con un santo: la bonomia faceva da schermo; si avvertiva però qualcosa di misterioso che attirava alla sua persona, anche se egli restava in una cornice di perfetta normalità. Chi ne fece l´esperienza non può dimenticarlo.

* * *

Ad Ivrea, in uno degli ultimi soggiorni, avvenne anche qualcosa che lumeggia la sua interiorità.

Profittando del riposo impostogli dai medici volle, come altre volte, fare qualche giorno di ritiro. 11 documento che ho tra mano, scritto dal salesiano don Giuseppe Sangalli, non precisa il tempo, ma si tratta quasi certamente dell´ultimo biennio, forse proprio del 1930.

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Don Rinaldi aveva pregato i superiori della casa di non recapitargli neppure la corrispondenza, per meglio conservare il raccoglimento e lo spirito di preghiera. Se non che arrivò un telegramma proveniente pare dal Brasile.

Il direttore dapprima rimase incerto se consegnarlo subito o no. Vinse il carattere d´urgenza della straordinaria comunicazione. Recatosi dal Superiore trovò la porta socchiusa. Bussò due o tre volte, senza risposta. Si sapeva che don Rinaldi soffriva di cuore; perciò, temendo sorprese, il direttore entrò cautamente nella stanza.

Trovò don Rinaldi inginocchiato presso lo scrittoio col viso in lacrime. Capì d´essere indiscreto, improvvisò le sue scuse e fece per ritirarsi.

«Vieni, vieni, figliuolo — disse il Servo di Dio —. Vedi, il Rettor Maggiore sta facendo l´esame di coscienza su questo libricino — e mostrò le Costituzioni —. In quante cose il Rettor Maggiore trova di aver mancato!».

«Il giusto — dicono i Proverbi — è il primo ad accusare se stesso» (18,17). Don Rinaldi conosceva il passo biblico e nella sua profonda umiltà, senza ritenersi giusto, pensava di applicarselo: e dava con ciò una prova della perfezione che aveva raggiunto.

* * *

Dell´eroica fortezza del Servo di Dio nell´ultimo biennio e della sua inestinguibile carità verso i figli, don Vacca dichiara: «Pur conoscendo il suo stato e le condizioni pericolose del cuore, anche nell´ultimo biennio si sottomise a viaggi faticosi per portare dovunque il suo sorriso. Fu, per esempio, da Torino a Padova in automobile, seguendo all´andata e nel ritorno percorsi diversi, allo scopo di visitare maggior numero di case... Io che lo sorvegliavo, mi accorgevo della sua depressione e fatica: ma don Rinaldi era sempre per tutti, sia nel dare udienze, che nel ricevere manifestazioni di gioia o celebrare funzioni, senza darsi per vinto. Mai che il suo sorriso si alterasse o lasciasse trasparire stanchezza e noia. Così anche in viaggi meno lunghi.

Lo vedevamo sofferente, qualche volta con la parola inceppata; tuttavia sempre garbato e compiacente. Inutile domandargli come si sentisse: sorrideva e parlava d´altro, se pur non rispondeva con parole scherzose. Agiva con tale sopportazione e adattamento al suo male, che il ricorso all´aiuto d´altri sembrava da parte sua più un atto di paterna condiscendenza che un preciso bisogno.

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Non un lamento per le notti insonni — prosegue don Vacca —. Né queste gli erano motivo per sottrarsi alle premure quotidiane di governo e di carità. Sospendeva solo per l´impossibilità del momento; ed era pronto a riprendere non appena gli pareva di sentire che il cuore fosse in ripresa. Non lasciava di scendere in ufficio, al primo piano, neppure nei giorni in cui la forte miocardite lo obbligava a camminare e a fare le scale con passo stanco ed estrema prudenza, rasente il muro o con la mano alla ringhiera, come chi ha bisogno di appoggio.

Di notte — conclude il segretario — non incomodava mai nessuno. Trascorreva le veglie in preghiera, ed era delicato nell´evitar rumori che potessero svegliarmi. Più volte mi interrogò in proposito. Nel riprendere al mattino il suo lavoro, con sguardo paterno e faceto, sembrava rassicurasse chi gli stava intorno e badava alla sua persona».2

* * *

Così visse don Rinaldi, in casa e fuori, gli ultimi due anni della vita: soprattutto la tarda estate e l´autunno del 1931, mentre si preparava la fine. Lavoro, sofferenza, preghiera.

Ancora lo si vedeva in comunità. Come nel trentennio di Valdocco, nella casa madre, i confratelli ammiravano la sua esattezza nelle cose di Dio. Lo guardavano con venerazione in preghiera davanti al quadro di Maria Ausiliatrice e accanto all´urna di don Bosco, tra devoti e pellegrini che ogni giorno animavano la basilica.

Si legge nei processi: «Ogni giorno don Rinaldi si recava presso l´urna del Padre, Beato, e vi si tratteneva in orazione. Agli intimi spiegava: "Sono stato a fare un po´ di rendiconto a don Bosco"».´

Gli pareva fossero tornati i bei tempi della sua giovinezza salesiana, allorché da San Giovanni Evangelista scendeva all´Oratorio per informare don Bosco sull´andamento dei Figli di Maria, e per ricevere luci e consigli. Ora in cambio gli parlava dell´accresciuta ed estesa Famiglia Salesiana, che operava nel mondo ed egli intendeva conservare nel solco delle origini, per una schietta fecondità di apostolato.

Erano veramente — come ebbe a scrivere egli stesso nella circolare del 26 aprile 1931 — «Iuci lontane», che brillavano di più «viva chiarezza» nel momento in cui la vita «volgeva al temine», intanto che aveva la gioia di contemplare la fronte del Padre e Fondatore cinta «dall´aureola immortale dei santi».4

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* * *

In quest´atmosfera di mistica soavità e quasi di tenerezza spirituale, sempre sollecito e presente a se stesso, don Rinaldi trovò modo di preparare, senza averne forse diretto sentore, la sua ultima circolare, che porta la data del 24 novembre 1931, e fu distribuita nei giorni del suo trapasso.

È uno scritto pieno di saggezza e di attualità. Nulla faceva presagire che avesse il significato di testamento, quasi di addio. Lo ebbe in realtà.

La prima raccomandazione di don Rinaldi ai confratelli era «di avvicinarsi di più» a don Bosco, attingendo con assiduità alle fonti e alla letteratura salesiana, che in quegli anni si era notevolmente arricchita.

Le angustie del momento, nel mondo più che in Italia, spronavano il Servo di Dio a caldeggiare l´impegno dei confratelli verso la gioventù abbandonata. L´eroismo di tutta la vita di don Bosco — scriveva — «non ebbe altro movente che l´amore e la pietà verso la gioventù; non altro fine che quello di alleviarla nelle sue miserie, educarla e condurla a Dio».5

Passando alla grave «crisi finanziaria» che affliggeva il mondo e si ripercuoteva nella vita delle case e dell´intera Congregazione, don Rinaldi — che era sempre stato uomo di amministrazione — lancia un forte richiamo all´esercizio della povertà e all´acquisto di «un fine spirito di economia». Con il Fondatore inculcava: «Non dobbiamo cercare di rendere la nostra vita più agiata, ma far buon uso della carità che altri ci fanno..6

Anticipando le strenne per il 1932, che egli non doveva vedere, don Rinaldi invitava tutti: sacerdoti, chierici, coadiutori, allievi interni ed esterni, oratoriani ed ex-allievi — ogni gruppo secondo aspetti e pratiche diverse — «a crescere nell´amore all´Eucaristia».

E siccome in Spagna c´erano stati torbidi politico-sociali, con affettuoso ricordo al passato, il Rettor Maggiore invitava alla preghiera per le case e ispettorie di «quella nobile nazione». Diceva: «Le ho poste sotto la protezione di Maria Ausiliatrice: supplicatela anche voi, mattino e sera, con insistenza filiale, perché faccia presto sentire a quei nostri carissimi confratelli tutta l´efficacia del suo potente aiuto e la pienezza della sua materna protezione».´

Dall´andatura dello scritto e dal tono paternamente sereno del Servo di Dio, che pensava sempre agli altri mai a sé, poteva dirsi che tutto era normale al centro e nel governo della Congregazione; invece furtivamente si preparava il grande lutto.

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Col sopraggiungere del freddo e delle nebbie d´autunno le condizioni generali di don Rinaldi cominciarono a destare allarmi. «Nell´ultimo mese della vita — depone don Azzini — dovette tenersi ritirato in camera: i fenomeni cardiaci si venivano accentuando... Il Servo di Dio però si dimostrava in tutto sottomesso al divino volere e si manteneva calmo e tranquillo di quella calma e tranquillità che gli erano abituali».´

«Nelle ultime settimane — conferma don Vacca — i reperti dei sanitari si fecero ogni giorno più allarmanti, e di conseguenza più rigorosi gli ordini d´impedirgli ogni fatica. Non senza rincrescimento don Rinaldi si accontentò di dare un semplice sguardo alla corrispondenza e di ricevere qualche visita. Passava il resto del tempo in pie letture e preghiere».°

Si era allestita una cappellina provvisoria accanto alla stanza da letto, e «finché poté, di buon mattino vi celebrava messa, trattenendosi a lungo in ringraziamento; anzi durante il giorno vi tornava per una più raccolta preghiera». ´°

I dottori chiamati a consulto ormai non davano speranze, e da parte sua don Rinaldi, pur accettando forzati riposi e cure, sapeva e presentiva che la morte Io avrebbe ghermito repentinamente.

Si installarono pulsanti e campanelli per il caso di improvvisi collassi. «Tu — diceva celiando al segretario — pensi a metter campanelli; ma quando questo qui — e in così dire accennava al cuore — sarà stanco di battere... addio a tutti i vostri campanelli...»." Anche al vicario don Ricaldone ebbe a dire: «Con tanti bottoni e campanelli, un bel giorno me ne andrò senza che nessuno se ne accorga».´

* * *

Si era tra la fine di novembre e i primi di dicembre: alla novena dell´Immacolata, che tante volte don Rinaldi aveva celebrato con le Figlie di Maria dell´oratorio femminile di Valdocco.

Guardando dalla finestra della camera, il sottostante santuario di Maria Ausiliatrice gli suscitava nostalgie e ricordi. Quante anime aveva portato a Maria; quante giovani aveva consacrato, come bianchi gigli, alla purezza del suo amore. La basilica di don Bosco e l´oratorio delle sue figlie erano stati i solchi più belli d´un apostolato silenzioso e fecondo.

Ora, fissando la statua dell´Immacolata, troneggiante sulla cupola del tempio, cinta di una corona luminosa di stelle, non gli restava che

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ripetere con don Bosco, negli ultimi tempi della vita: ((Ha fatto tutto Lei!» e disporsi a raggiungerlo in paradiso.

«Negli ultimi giorni — dichiara don Vacca —, sopraffatto dall´asma, dovette rinunciare al conforto della celebrazione mattutina». 13 Si comunicava stando a letto; e più tardi si alzava per assistere alla messa celebrata da un confratello nella cappellina domestica.

A letto non rimase che nelle ore di estrema sofferenza. Attesta il segretario: «Non gli veniva meno anche allora l´accogliente affabilità; e per poco che si riprendesse, tornava a interessarsi di cose e confratelli ch´erano in attesa di una sua parola. Mi pregava di farglieli salire e di introdurli, mostrando con la serenità del volto che non c´era nulla da temere.

Se ne privò — attesta con scrupolo don Vacca — soltanto gli ultimi due o tre giorni, durante i quali una crisi particolarmente acuta gli tolse ogni possibilità di contatto con gli altri; ed egli restava solo, col rosario che gli scorreva per ore fra le mani»."

* * *

Anche don Ricaldone ricorda che all´inizio del mese di dicembre il Servo di Dio «ebbe due giorni e due notti di continuo singulto, che lo tormentò gravemente». ´5

Eppure don Rinaldi, che tante volte aveva detto in passato di non essersi fatto salesiano per curare la «salute»," intendeva cadere sulla breccia come soldato in adempimento del dovere; o se piace, come capitano che avendo insegnato a ben vivere, vuole insegnare anche a ben morire.

Racconta don Ricaldone: «Il due dicembre, tre giorni esattamente prima della morte, voleva ad ogni costo scendere per la conferenza di buona morte ai confratelli dell´Oratorio, casa madre. È tradizione infatti — osserva don Ricaldone — che nella novena dell´Immacolata faccia quella conferenza il Rettor Maggiore. Mi costò gran fatica aggiunge — persuaderlo che assolutamente non doveva e non poteva scendere in comunità, anche se tutti aspettavano la sua parola. "Mi dica il tema della conferenza e la farò io in suo nome"». Rammento — conchiude don Ricaldone — che «il tema pensato per la conferenza era il centenario dell´andata di Giovannino Bosco a Chieri».17

Don Rinaldi chiudeva quindi la vita con l´ansia di parlare di don Bosco e di commemorarne le vicende giovanili.

251

* * *

Quello stesso giorno, consapevole del suo stato e che sorella morte poteva coglierlo da un momento all´altro, il Servo di Dio aveva fatto chiamare il confessore e umilmente si era riconciliato. Era un tenersi pronto «al gran passo»," che si avvicinava in punta di piedi.

Don Rinaldi non temeva la morte: la guardava in faccia e ne accettava l´incontro con fede e coraggio. Aveva lavorato nella vigna del Signore e portato con entusiasmo e rettitudine il peso di una lunga giornata.

Aveva amato le anime con cuore di padre e di apostolo: e dai più si erano capiti il suo indomabile zelo e le sue chiaroveggenti premure.

Poteva volgere indietro lo sguardo e contemplare i solchi delle fatiche senza turbamenti né perplessità.

La consacrazione a Dio, il sacerdozio, l´esercizio diuturno dell´autorità, avevano segnato una strada feconda, pur se talora tribolata e a tratti incompresa.

Giungeva ora il momento del riposo. Con lo spirito poteva entrare fiducioso all´eternità che si spalancava sul capo.

La mancata rinuncia alla carica era stata un bene, non tanto per lui quanto per la Congregazione, che aveva goduto fino all´ultimo del suo illuminato ardore salesiano e della sua confortante paternità.

Ma la fine incombeva, senza averne l´aria.

* * *

Passò infatti bene la notte dal 4 al 5 dicembre. Di buon´ora gli portarono la comunione, e più tardi, avvertendo un certo benessere si alzò. Indossò — dice don Ricaldone — «la biancheria di bucato e si allacciò le scarpe». Disse: «A messa non si va in pantofole». Senza gravi difficoltà poté assistere al santo sacrificio nella cappellini accanto alla stanza.

Uscendo trovò il dottor Clerico, che lo visitava anche più volte al giorno. Dopo accurato esame: «Mi rallegro — gli osservò —, perché lo trovo meglio... Se continua così — soggiunse alludendo a un divieto di qualche tempo prima — presto potrà prendere anche il treno». 19

Don Vacca conferma: «L´ultimo giorno ci diede qualche fugace speranza. Al mattino si sentì più sollevato del solito... Si comunicò presto, non pensando forse che quella era la sua ultima comunione... Lo trovai particolarmente gaio e disposto, in contrasto con i giorni precedenti, a serena espansione di giovialità, che mi parve di buon auspicio».2°

Era il bene ingannevole delle ultime ore. Incombeva la fine.

252

* * *

Sentendosi meglio don Rinaldi subito pensò all´anziano confratello don Cartier, che da giorni attendeva udienza, prima di tornare in Francia. All´insaputa del segretario l´aveva convocato per l´incontro.

Mentre don Cartier spiegava in corridoio a don Vacca il perché della sua presenza, la porta del Servo di Dio si apre e don Rinaldi affabilmente invita l´ospite a entrare, «dicendo a me — osserva il segretario — che si tratterebbe di un semplice saluto; e che il buon don Cartier ben meritava quella piccola eccezione»."

Il colloquio fu realmente breve. Don Cartier si accorse che il Rettor Maggiore aveva colpi di tosse e finalmente  prese congedo. Il segretario che sorvegliava dall´esterno salutò don Cartier e vide il Servo di Dio incamminarsi con passo incerto e adagiarsi sul seggiolone che aveva in camera. Chiuse l´uscio e lo lasciò in assoluto riposo.

Si udì ancora qualche colpo di tosse e poi più nulla.

Don Rinaldi se n´era andato in silenzio e tutto solo come aveva previsto.

Qualche tempo dopo, entrando per motivo di servizio: «lo trovai esanime — depone don Vacca — nella posizione in cui l´avevo visto adagiarsi poco prima. Era spirato senza spasimi, in atteggiamento composto come quando pregava»."

«Lo trovai seduto — narra don Ricaldone subito accorso — col capo leggermente inclinato e un libro (la vita di don Rua) aperto sulle ginocchia... Lo chiamai, ma purtroppo don Rinaldi non rispondeva più. Gli amministrai sub conditione l´Olio Santo e inginocchiato con superiori e confratelli raccolti nella stanza recitammo le prime preghiere di suffragio».

Era «verso le undici» del 5 dicembre 1931.

Don Rinaldi aveva «75 anni, 6 mesi e 7 giorni»."

Con lui si chiudeva nel governo della Società Salesiana l´età delle origini e la generazione dei superiori direttamente formati alla scuola del Fondatore.

* * *

Il cordoglio e il rimpianto a Valdocco, in città, in Italia e nel mondo, furono universali. Da tutti si capì quanto don Rinaldi pur nella sua umile semplicità fosse amato, stimato e venerato.

«Siccome era già vestito — osserva don Ricaldone —, e in un atteggiamento edificante, lo feci portare sullo stesso seggiolone nella cappellina dove poco prima aveva ascoltato messa».24

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«Immediato — aggiunge don Vacca — l´accorrere di confratelli ed estranei... Il flusso dei visitatori, dalle prime ore del pomeriggio, non ebbe sosta. Persone di ogni ceto e grado si affollavano accanto allo scomparso; anime riconoscenti e cuori devoti; ammiratori sinceri e figli affezionati. Tutti volevano baciare quelle sacre mani che tante volte si erano levate a benedire. Era un rimpianto generale e comune sulla bocca di molti che fosse morto un santo»."

Parte quarta NELLA SCIA GLORIOSA DEL PADRE - Fama di santità e Causa di Beatificazione - Giudizio supremo della Chiesa ed elevazione all´onore degli altari

Chi scrive ricorda di aver reso omaggio alla salma del Servo di Dio nelle primissime ore del pomeriggio. Era ancora là, al secondo piano, nella cappellina provvisoria, lievemente adagiato sul seggiolone dal quale aveva spiccato il volo all´eternità. In quegli istanti sopraggiunse l´arcivescovo di Torino, mons. Maurilio Fossati, che sostò in preghiera e devotamente baciò le mani dello Scomparso.

* * *

Verso sera la salma fu portata nella chiesa succursale di piazza Maria Ausiliatrice. La folla si accalcò attorno ad essa fino alle tarde ore della notte. E così nei giorni seguenti.

Nel pomeriggio dell´Immacolata — la festa delle sue oratoriane si snodò il trasporto funebre per le vie di Valdocco fino al santuario di Maria Ausiliatrice. Qui il giorno nove si celebrarono le solenni esequie.

Poi, al cimitero comune di Torino. «I Rettori Maggiori prima di lui — rileva don Ricaldone — vennero tumulati a Valsalice. Io però conoscevo il pensiero di don Rinaldi, condiviso dai membri del Consiglio: e cioè che il Rettor Maggiore fosse sepolto insieme ai confratelli. E così fu fatto». 26

Molti tuttavia fin d´allora pensarono che le spoglie del Servo di Dio potessero e dovessere tornare a Valdocco in attesa della gloria.

Note

CEIUA E., 464.

Summ. , 255-256, 888-890.

Summ., 331, 1141.

Atti, 941.

Atti, 965 e 967.

6 Atti, 969-970.

Atri, 971-972.

Summ., 24, 84-85.

Summ., 259, 901.

Summ., 259, 901.

" Summ., 259, 900.

22 Summ., 294, 1037.

13 Summ., 259, 902; e 24, 84.

 

" Summ., 259, 902.

1´ Summ., 295, 1038.

" Summ., 283, 990.

Summ., 281, 982.

" Summ., 96, 337.

Summ., 295, 1039.

" Summ. , 260, 904.

21 Summ., 260, 906.

" Summ., 261, 906.

" Summ., 296, 1042.

" Summ., 296, 1041.

" Summ., 261, 908-909.

26 Summ., 297, 1044.

 

Parte quarta

NELLA SCIA GLORIOSA

DEL PADRE

-   Fama di santità e Causa di Beatificazione

-   Giudizio supremo della Chiesa ed elevazione all´onore degli altari

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FAMA DI SANTITÀ

E CAUSA DI BEATIFICAZIONE

Attorno alle spoglie di don Rinaldi, per moto spontaneo di folla, a guisa di fiore che si apre e d´improvviso manifesta il suo incanto, proruppe la fama di santità nascosta in molti cuori. Dichiara don Ricaldone, il teste più autorevole e più responsabile in materia: «In morte del Servo di Dio e durante i funerali si capì di quanta stima egli fosse circondato. Rammento che molti, dopo essersi indugiati a contemplarne i resti mortali... uscivano dicendo: "Era proprio un santo"».´

Il confratello salesiano Giuseppe Caccia non solo parla di «grande afflusso» ai funerali, con «largo intervento di autorità civili e religiose», ma è in grado di asserire: «Unanime era la voce: è morto un santo».2

Anche don Giuseppe Viàas depone al processo Rogatoriale di Barcellona: «Quando presi parte ai suoi funerali in Torino, l´opinione generale era che fosse morto un santo».3

Ognuno riandava memorie, ricordava incontri, riascoltava esortazioni e consigli; rivedeva la figura di don Rinaldi in preghiera; considerava sue azioni private e pubbliche; ricamava intorno alla sua perfetta somiglianza, se non proprio identità, con don Bosco: e scorgeva il santo, l´uomo che si distacca dagli altri, ed emerge ed eccelle anche tra i più buoni e virtuosi.

Non tutti potevano avere il concetto teologico della santità, né l´idea esatta circa l´eroismo delle virtù; ma ognuno, guidato dal senso cristiano del soprannaturale, intuiva che la figura dello scomparso era come avvolta da una luce di singolare esemplarità.

* * *

Questa fama, che era manifestazione spontanea e sincera dell´animo, e intepretava già i disegni di Dio sul terzo successore di don Bosco, non creava meraviglia, perché una stima non comune aveva accompagnato il Servo di Dio nel corso della vita, a partire specialmente dagli anni della Spagna.

257

Don Viiias dice infatti: «L´opinione che si aveva di lui in vita, e che io sentii esprimere molte volte durante la sua permanenza in Spagna, è che si trattava di un uomo perfetto e completo».4 Anche don Manfredini, rifacendosi a tempi lontani di vita spagnuola, testimoniava dopo la morte di don Rinaldi: «Era in tutto un uomo così somigliante a don Bosco, da non meravigliarmi adesso che lo si consideri un santo, e che per sua intercessione avvengano fatti prodigiosi».5

Il processo di Barcellona soprattutto ha messo in evidenza la fama «di sacerdote straordinario»,´ della quale il Servo di Dio fu circondato al tempo dell´ispettorato nella penisola iberica. Si può dire che la sua maturità spirituale, la ricchezza interiore, il non comune equilibrio di governo, l´esattezza nel compimento del dovere e in particolare l´esercizio di una amabilissima paternità, assumano fin d´allora forma costante di vita e a poco a poco si trasformino in abito di virtù, che appare ogni giorno più perfetto.

Come teste auricolare, lungamente vissuto nella Spagna, il segretario don Vacca depone: «In Spagna, lui vivente, la sua figura era molto ricordata per l´esempio delle virtù; quanti l´avevano conosciuto lo ritenevano un santo. L´ammirazione per lui era incondizionata»:

* * g<

Nel trentennio torinese tale fama si accrebbe a misura che il prefetto generale della Congregazione si faceva conoscere nelle attività di governo e manifestazioni di zelo apostolico.

Il primo ad accorgersi di avere un eccezionale collaboratore al fianco fu don Rua. L´ex-allievo don Matta racconta di una persona la quale appunto con don Rua si lamentava di non avere, durante i di lui viaggi in Italia e all´estero, con chi consigliarsi «nei bisogni spirituali della sua anima».

«"Gliela indico io — avrebbe detto don Rua —: vada da don Rinaldi che è un santo". Questo — conclude don Matta — lo sentii più volte dalla persona interessata, ora defunta».8

Madre Lazzari, che dopo la morte del Servo di Dio fu la prima a impetrare dalla sua intercessione una grazia singolare, che rivestì subito l´aspetto di miracolo, dichiara a sua volta: «In don Rinaldi, fm da quando era in vita, io trovai sempre un vero modello di religioso, direttore di spirito e superiore. E il mio giudizio era pienamente condiviso da persone che mi parlavano di lui. Egli aveva da Dio doni preziosi i quali, con la sua costante corrispondenza alla grazia, davano frutti meravigliosi a vantaggio delle anime».9

258

Anche i confratelli, che più gli erano vicini, sono concordi nell´asserire la fama di santità in vita, pur se nel Servo di Dio, a loro avviso, c´era l´impegno di passare inosservato. Trascelgo le testimonianze di don Azzini e don Ricaldone.

Don Azzini: «Mentre era in vita — afferma —, benché conducesse vita umile e modesta, il Servo di Dio era molto stimato per la sua virtù... Questa appariva ordinaria, ma in realtà non era comune». " «Riguardo alla fama di cui godeva don Rinaldi — aggiunge don Ricaldone — attesto che si trattava di grande stima, per le doti di governo, la prudenza nella direzione delle anime e l´abilità nel condurre imprese. Egli però amava il nascondimento e si reputava l´ultimo di tutti»."

* * *

Gli anni che seguirono immediatamente alla sua morte parvero interrompere o attenuare la fama goduta in vita ed esplosa al momento della scomparsa. La ragione fu la canonizzazione di don Bosco n11934, che sembrò concentrare sul Fondatore la tensione spirituale dei figli e delle opere. «In pubblico — ammette una Figlia di Maria Ausiliatrice — si parlava meno di lui. Ma noi — aggiunge —, sue figlie spirituali, e quanti lo avevano avvicinato... non lo dimenticavamo. Nel nostro cuore vi era la convinzione che don Rinaldi fosse un santo». "

Non mancarono persone avvedute le quali insistevano presso i superiori salesiani, onde si avviasse la Causa del Servo di Dio. Don Ricaldone — lo afferma egli medesimo ai processi — preferì temporeggiare aspettando un segno dall´alto."

E il segno venne con la sorprendente guarigione di suor Carla De-noni, figlia spirituale di madre Lazzari, raccontata nel capitolo introduttivo alla presente biografia.

Si era allora nel 1945, a 14 anni dalla morte del Servo di Dio. Il fatto fu la scintilla che ridestò l´incendio. «Benché in un primo momento non si parlasse di promuovere la Causa di beatificazione — osserva don Bordas —, non appena si conobbe un fatto prodigioso ottenuto per sua intercessione, in tutta la famiglia salesiana si manifestò unanime consenso di approvazione e di entusiasmo, con impegno di ricorrere al Servo di Dio per ottenere grazie e favori». 14

Anche suor Graziano annota: «Allorché si conobbero le grazie straordinarie impetrate per sua intercessione, la fama di santità prese nuovo rigoglio, sia nella famiglia salesiana che tra le persone le quali lo avevano conosciuto, specialmente nel ministero sacerdotale». "

259

«Fu una gioia generale — conferma don Candela — quando si vide che il Signore, con fatti prodigiosi, esaltava la memoria del suo Servo fedele». ´ 6

Modestamente e quasi con rimpianto don Tirone osserva: «Lo si stimava santo; ma non si osava dirlo da altare, perché fatti straordinari di lui non si sapevano». Solo i più esperti conoscitori delle sue virtù, ricorrendo con fede alla intercessione del Servo di Dio — conclude don Tirone — risvegliarono la fama di santità che circondava il suo nome; e questa «rapidamente» crebbe e si diffuse nel mondo salesiano."

* * *

Le pratiche per l´inizio della Causa furono presto allestite. Il 5 novembre 1947 la Curia Arcivescovile di Torino costituiva il Tribunale e incominciavano le indagini canoniche.

In cinque anni vennero ascoltati 42 testimoni: 22 al processo Informativo di Torino e 20 a quello Rogatoriale di Barcellona; si raccolsero gli scritti del Servo di Dio e si procedette all´inchiesta circa l´assenza di ogni forma di culto indebito alla memoria di don Rinaldi.

Nel 1958 si stampava a Roma, presso la Sacra Congregazione dei Riti, competente in materia, il grosso Summarium con le principali deposizioni giurate dei due processi. Intanto era già avvenuta la revisione teologico-morale degli scritti, che esaltava il Servo di Dio come degno emulo di san Francesco di Sales.

Tardarono in cambio le difficoltà del Promotore Generale della Fede, uscite in luce soltanto 1´11 dicembre 1971.

Sollecita invece la risposta del Patrono della Causa, in data 1° febbraio 1972.

Anche la pubblica discussione da parte di Prelati e Consultori fu rimandata fino al 1° febbraio 1977.

Seguì la discussione cardinalizia, e con decreto dell´il giugno 1977 di Paolo VI, la Causa fu felicemente introdotta.

Nel 1980, dopo accurata preparazione, si diede inizio ai Processi Apostolici, per integrare le fonti della vita e virtù del Servo di Dio. Si svolsero presso la Curia di Torino dal 15 gennaio 1980 al 24 marzo 1981. Furono escussi 22 testimoni, tutti per la prima volta e si allegarono agli atti documenti d´archivio e dichiarazioni estragiudiziali. Si poté così allestire la Positio super virtutibus di complessive pagine 788.

La Causa poteva iniziare l´ultimo tratto del suo cammino.

260

Note

Summ., 298, 1048.

Respon., 34, n. 60.

 Respon., 30, n. 54.

Respon., 30, n. 54.

Respon., 32-33, n. 58.

Respon., 26, n. 49.

Summ., 262, 911.

 Summ., 350, 1205.

Summ., 308, 1081. ´°

Summ., 26, 92.

´ Summ., 298, 1048.

´2 Respon., 27, n. 50.

"3 Summ., 266-267, 927-928; 298-299,1049.

" Summ, 97-98, 343.

" Summ., 160, 555.

´6 Summ. , 196, 685.

17 Summ., 246, 855-856.

28

GIUDIZIO SUPREMO DELLA CHIESA
ED ELEVAZIONE
ALL´ONORE DEGLI ALTARI

I testimoni apostolici all´unanimità — ed erano di varia estrazione religiosa e sociale — confermarono il quadro già esauriente circa le non comuni virtù del Servo di Dio, direttamente conosciuto nei due ultimi decenni della sua vita.

Perciò le deposizioni dei processi informativi, largamente usate in questa ricostruzione storico-agiografica, mantengono il loro pieno valore: si fondano cioè su conoscenza più intima e continuata e riproducono meglio la figura umana e spirituale di don Rinaldi. Comunque, dall´indagine apostolica ho ricavato aggiunte complementari di non scarso valore. Si poteva fare anche di più, ma non si è voluto appesantire il volume; del resto riveduto, rimaneggiato e notevolmente accresciuto.

Da notare inoltre che mentre era in corso Ia Causa, iniziata nel 1947, nel 1956, al compiersi il venticinquesimo della morte e il centenario della nascita del Servo di Dio, con i debiti permessi delle autorità, le sue spoglie mortali venivano esumate e trasportate dal cimitero di Torino ai sotterranei della basilica di Maria Ausiliatrice. Nella sottostante cappella delle Reliquie, alla quale si accede dall´interno del santuario, è indicato il luogo della vicina tomba di don Rinaldi, presso la quale da allora si inginocchiano e pregano devoti e ammiratori.

Chiudendo la prima stesura del lavoro scrivevo: «Su quella tomba deponiamo l´auspicio che spunti presto l´alba di gloria per don Filippo Rinaldi: segua la scia luminosa del Padre, egli che fu vivente incarnazione di don Bosco e guida spirituale di molte anime» (p. 253).

* * *

L´attesa di quell´alba è stata lunga per le esigenze delle procedure canoniche, ma si è profilata dopo 1´88 Salesiano che ha ricordato e illustrato nel mondo il Centenario della morte di don Bosco: 1888-1988.

262

Gioverà intanto raccogliere il frutto delle conclusioni e degli apprezzamenti e giudizi di chi in nome della Chiesa ha vagliato la Causa di don Rinaldi, nella prospettiva della sua glorificazione.

* * *

Sin dalla discussione del 10 febbraio 1977 per l´Introduzione della Causa, Prelati e Consultori, estranei alla Famiglia Salesiana, scoprirono e misero in evidenza non soltanto l´autentica e genuina fama di santità del Servo di Dio, ma la fondatezza e solidità delle sue non comuni virtù.

Il primo, chiudendo la sua amplissima rassegna, non esitava a dire: «Mi auguro che in sede di virtù, la figura di questo terzo successore di don Bosco ... possa splendere di una luce schiettamente evangelica».´

Esaltando occupazioni e ministeri silenziosi e diuturni del Servo di Dio, dichiara il secondo: «Si trattò di opere le quali, compatibilmente con le alte cariche, misero don Rinaldi a contatto con la realtà e i problemi del giorno, e fecero uscire dalla torre d´avorio del superiorato un uomo che aveva capito essere la salvezza delle anime, non in teoria ma in pratica, la suprema legge anche per un sacerdote costituito in dignità»! Perciò conclude che iI Servo di Dio «per una via non usuale, quella del continuo comando, concesso a pochi, toccò i supremi fastigi della santità». E aggiunge: «Don Rinaldi seppe unire profondissima vita interiore a vasta attività apostolica; e così raggiunse la perfezione cristiana, diventando il superiore santo: con l´aiuto di carismi personali saggiamente impiegati»!

Altri Consultori vedono in don Rinaldi un eventuale «modello di santità», da presentare per ogni successivo stadio «della vita religiosa», in particolare per chi viene chiamato all´esercizio o servizio dell´autorità; e per chi è addetto «alla difficile cura delle vocazioni».°

Infine un Consultare lo dice: «Uomo veramente straordinario nella stessa ordinarietà della sua vita» .5

La Causa non poteva avanzare su binari più accreditati e sicuri.

* * *

Nel 1986 fu la volta della discussione specifica sulle virtù eroiche del Servo di Dio. La seduta è del 14 novembre di quell´anno, con partecipazione di nove giudici altamente qualificati.

263

Una volta di più risuonò in coro, al di fuori della Congregazione Salesiana, l´unanime encomio alla figura e alla santità di don Rinaldi, sul fondamento di ineccepibili informazioni.

Dopo aver asserito che il «Protagonista» della Causa «non presenta ... difficoltà», perché don Rinaldi seppe fondere «dinamismo apostolico e vita interiore», fino a toccare «l´apice dell´eroismo», il primo Consultore Teologo offre questa descrizione della santità del Servo di Dio: «Una santità piana... senza scosse, senza impennate, senza gravi penitenze...; una santità che non ha nulla di austero e quasi nulla di tradizionale; una santità risultato di servizio a Dio e al prossimo per amore, con umana sensibilità, fermezza ed amabilità. Una santità che piace, perché si snoda luminosa e serena, con perfetto ottimismo. Una santità, direi, moderna: cioè imitabile oggi, da chi voglia dare a Dio una risposta adeguata ai doni ricevuti, là dove è chiamato per mettere a frutto i suoi talenti».6

Il secondo Consultore chiarisce e sottolinea che «l´attività incessante» di don Rinaldi «non era attivismo superficiale», bensì, nello spirito del Fondatore don Bosco, «un´operosità instancabile, sorretta dalla preghiera e dall´unione con Dio». Per cui la sua figura è chiaro «esempio di vita religiosa perfetta», trascorsa come «umile, laborioso e sereno» operaio della vigna, «al servizio della Chiesa, della sua Congregazione e delle anime»:

La santità del Servo di Dio, approfondita nei particolari, lascia una forte impressione sul terzo Consultore, perché «mette in evidenza la solida spiritualità impressa alla Congregazione dal Fondatore, e conservata viva dagli immediati successori». Dopo aver asserito che don Rinaldi si mantenne gelosamente sulla linea «di don Bosco», il Consultore trascrive un suo insegnamento che ne fa brillare la figura: «La carità senza giustizia diviene debolezza. Occorre essere buoni ma giusti: sbaglia chi sopravvaluta la carità alla giustizia».8

Altri Teologi, analizzando le singole virtù del Servo di Dio, e trovandole perfette, colgono sue frasi incisive: «Ricòrdati che si può andare all´inferno anche per la lingua»;9 segnalano l´esemplarità «della vita sacerdotale e la generosità e intraprendenza nell´apostolato»; ´° ricordano la principale missione da Rettor Maggiore: «conservare intatto lo spirito del Fondatore... fin nei minimi particolari»;" nonché la singolare «grazia della paternità»,´ 2 di cui don Rinaldi fornì prove difficilmente ripetibili, in tutto il corso della vita.

C´è tra i Teologi chi lo accredita quale «Maestro di salesianità»," e chi fa suo il giudizio di un Revisore degli scritti: «Don Rinaldi è su‑

264

periore nato; egli domina con la saggezza e la forza della virtù... L´autorità non gli dà le vertigini: è umile prima che forte, e dall´umiltà trae argomenti per scuotere i tiepidi e riportarli all´amore della vita religiosa».14

In conclusione, secondo l´ultimo Consultore: «Una figura meravigliosa di uomo, di cristiano, di sacerdote, di salesiano, di apostolo, degna di venir proposta alla imitazione dei fedeli»."

* * *

Anche se ribadisce note affermazioni, non si può tralasciare il quadro che del Servo di Dio traccia il Promotore Generale della Fede, in veste non di censore ma di teologo, dopo l´unanime consulta del 14 ottobre ´86. Egli scrive, chiudendo il dibattito:

«Sacerdote modello, don Rinaldi presenta una forma di santità semplice, lineare, attraente, amabile.

Santità che non si manifesta in fatti straordinari, ma nell´eroismo della costante ricerca deI bene, nella fedeltà al dovere, nel controllo di sé in tutto il quotidiano della vita.

Religioso di profonda interiorità, il Servo di Dio accetta uffici in spirito di servizio, sostenuto dalla fede.

Superiore, si può dire, per tutta la vita, don Rinaldi si è santificato governando.

Il suo servizio è segnato da illuminata saggezza, da prudenza nell´operare, da carità e fermezza, da impareggiabile paternità e assoluta fedeltà allo spirito di don Bosco, del quale fu copia perfetta...

Per la sua lealtà infine verso la Santa Sede egli appare luminoso esempio ai Superiori Generali di Istituti religiosi». ´6

La Famiglia Salesiana non poteva aspettarsi giudizio più concorde, lusinghiero e autorevole sull´amata e ammirata immagine dell´antico Superiore, che le aveva dato sviluppo e sicurezza di orientamenti religiosi e salesiani.

* * *

A breve distanza seguì la Consulta cardinalizia, la quale condivise in pieno i risultati della seduta teologica, con lieti auspici per il proseguimento della Causa.

Informato di ogni particolare, Giovanni Paolo II con solenne decreto del 3 gennaio 1987 riconosceva e proclamava le virtù eroiche del Servo di Dio Filippo Rinaldi.

265

Si apriva così la via alla glorificazione, se Dio avesse confermato col miracolo il giudizio della Chiesa.

* * *

Caso più unico che raro, il fatto prodigioso impetrato per intercessione di don Rinaldi era avvenuto prima che si pensasse alla Causa, nel 1945, in persona di suor Maria Carla De Noni, Missionaria della Passione di Gesù, tuttora vivente.

Il cruento straziante episodio di origine bellica è ricordato nel Preludio, e fu il segno che decise don Ricaldone, successo a don Rinaldi, ad avviare sollecitamente la Causa.

La Provvidenza di Dio era veramente intervenuta a riprova dell´autentica fama di santità, della quale don Rinaldi da gran tempo godeva.

Il tragico episodio dell´aprile 1945 fu sottoposto a regolare processo diocesano in Mondovì, dov´era accaduto. Si portò a termine l´indagine con testimonianze immediate di testimoni, medici curanti e periti d´ufficio, e si allegarono agli atti radiografie, che purtroppo, durante la lunga attesa di circa quarant´anni, andarono smarrite.

Questo fece sì che, dopo la proclamazione delle virtù eroiche, Io studio scientifico del fatto incontrasse qualche difficoltà. S´imposero nuovi esami della sanata con attrezzature e sofisticati sistemi diagnostici e di chirurgia moderna. Si ricorse anche a minuziose analisi di specialisti in questioni maxillo-facciali, e finalmente si arrivò a conclusioni del tutto positive. 11 miracolo apparve nella sua grandiosa, evidente complessità funzionale e restauratrice.

Se si pensa che fino all´ultimo, come precisa il curante dott. Fenoglio, alla sanata era impossibile articolar parola, impossibile bere; che a stento si riusciva a farle succhiare un po´ di liquido con pagliuzza, e che ogni funzione della bocca si riattivò dopo un sonno ristoratore, la guarigione istantanea non può che apparire miracolosa.

Perciò si comprende come il professor Gianni Fortunato, al termine di accuratissimo studio scientifico, rapportato a fatti analoghi di carattere nazionale e internazionale, abbia potuto scrivere: «Le osservazioni e considerazioni esposte escludono che la guarigione di suor Carla De Noni possa trovare spiegazioni bio-mediche. Si tratta perciò di un evento extra naturale»; e concluda che la sua «relazione» si fonda su «elementi tali da dimostrare che la guarigione di suor Carla non può essere un evento naturale». ´ 7

266

La Consulta Medica del 7 giugno 1989 ha riconosciuto all´unanimità il fatto prodigioso. Il ricupero funzionale estremamente rapido, completo e duraturo fu «tale» e così perfetto che si potrebbe escludere qualsiasi trauma pregresso. «Pertanto è inspiegabile dal punto di vista scientifico». ´11

L´intervento divino alla glorificazione di don Filippo Rinaldi è perciò evidente.

Anche le Consulte Teologica e Cardinalizia furono unanimi nel riconoscere l´evento prodigioso; anzi la Consulta Cardinalizia del 19 dicembre 1989 ha dichiarato il miracolo di secondo grado: restituzione cioè in integrum della parte lesa. Per cui Giovanni Paolo II ha deciso di procedere alla solenne Beatificazione di don Filippo Rinaldi, con immensa gioia e riconoscenza dell´intero mondo salesiano.

Note

´ Rel. et Voi., 1977, 10.

Rel. et Vot., 1977, 12.

Rel. et Vot., 1977, 14-15.

Rei. et Vot., 1977, 22 e 38.

 Rel. et Voi., 1977, 44.

 6 Rel. et Voi., 1986, 1, 11, 15-16. ´

Rel. et Vot„ 1986, 19, 25.

Rel. et Vot. , 1986, 26, 34.

Rel. et Vot. , 1986, 40.

Rel. et Vot., 1986, 44. "

Rel. et Voi., 1986, 48.

Il Rel. et Vot., 1986, 73.

" Rel. et Vol. , 1986, 86.

" Rel. et Vot. , 1986, 82.

16 Rel. et Voi. , 1986, 105.

" Rel. et Vot. , 1986, 106-107.

´7 Relazione prof. Gianni Fortunato cartella 11-12 della Relazione del 14 settembre 1988.

" Relazione della seduta C.M. della S. C. delle Cause dei Santi del 7 giugno 1989, p. 4.

INDICE

Fonti .........................................................................  pag.       5

Presentazione  ........................................................................... 7

Preludio

1.         Verso gli altari  ...................................................... »        11

PARTE PIUMA
In cammino

2.         Figlio dei campi  .................................................... »        21

3.         Prediletto di un Santo  ............................................ »        28

4.         In Congregazione ...................................................  »       37

5.         Salesiano e sacerdote  ............................................. »        46

6.         Direttore  .............................................................. »        56

7.         A Sarria´  ............................................................... »        65

8.         Ispettore di Spagna e Portogallo  .............................. »        73

9.         Prefetto Generale  .................................................. »        83

PARTE SECONDA
Apostolato e santità

10.      Nel vortice delle occupazioni ...................................  »       95

11.      Tra la gioventù femminile ...........................................  » 104

12.      Al confessionale  ......................................................... » 114

13.      Fondatore in penombra ...............................................  » 123

14.      ...e allo scoperto  .................................................... »      132

15.      Apostolo del dopoguerra .............................................  » 140

16.      Uomo di spirito  .......................................................... » 150

17.      Religioso perfetto  ....................................................... » 160

18.      Rettor Maggiore .........................................................  » 168

PARTE TERZA

Successore di Don Bosco

19.      Al timone del governo ................................................  » 179

20.      Zelo missionario  ......................................................... » 189

21.      Viaggi opere insegnamenti ...........................................  » 198

22.      Per le Figlie di Maria Ausiliatrice  ................................. » 207

23.      Beatificazione di Don Bosco ........................................  » 216

24.      Paternità senza limiti  ................................................... » 226

25.      Ultimi bagliori di salesianità  ........................................ » 236

26.      Morte repentina ..........................................................  » 246

PARTE QUARTA

Nella scia gloriosa del Padre

27.      Fama di santità e Causa di Beatificazione ......................  » 257

28.      Giudizio supremo della Chiesa ed elevazione all´ono‑

re degli altari  ..................................................................... » 262