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Don Pietro Ricaldone: I Voti Castità Obbedienza

VOTI
VOLUME I
Castità - Ubbidienza
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LIBRERIA DELLA DOTTRINA CRISTIANA
COLLE DON BOSCO (Asti)

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   VISTO: NULLA OSTA
Torino, 10 marzo 1944
Sac. D. L. Camino Rev.
IMPRIMATUR
C. A. Coccolo Vic. Gen.
Proprietà riservata
alla Libreria della Dottrina Cristiana

CASTITÀ
Santità è Purezza
1. L´Immacolata.
Perchè mai, avrà pensato più di un Salesiano, perchè mai il nostro Fondatore ha voluto circondata da tanta preparazione e solennità la festa dell´Immacolata nelle nostre Case? La spiegazione parrebbe sgorgare spontanea e convincente dal fatto che appunto 1´8 dicembre 1841 Egli iniziava l´opera sua. È vero, ma forse noi potremmo rintracciare una ragione ancora più profonda. Iddio che, nella sua provvidenza, tutto dispone con ordine, peso e misura, ebbe certamente fini altissimi nel far nascere l´Opera Salesiana in quel giorno memorando. E non crediamo sia, fuor di proposito pensare ch´Egli abbia così disposto, perchè la festa dell´Immacolata fosse ai figli di S. Giovanni Bosco un richiamo costante e solenne a quella virtù che dal Padre sarebbe stata loro lasciata in retaggio come caratteristica.
S. Giovanni Bosco pertanto ci addita nella Vergine Immacolata, non soltanto l´oggetto di
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una sua tenera devozione e la celeste ispiratrice della multiforme sua attività, ma l´-ideale stesso di vita per tutti i suoi figli. La nostra Società, infatti, sbocciata alla vita in quel giorno avventurato, avrebbe dovuto svolgere e moltiplicare le sue attività alla precisa condizione di vivere nell´atmosfera di purezza che si sprigiona dalla Vergine senza macchia. E così l´Immacolata viene ad essere l´ideale sommo di quella . purezza, cui dobbiamo incessantemente aspirare con tutte le forze per conseguire la santità impostaci dalla nostra vocazione. Dobbiamo anzi immaginarci
- che lo stesso -nostro Padre, S. Giovanni Bosco, non cessi di chiamare e convocare dalle cinque parti del mondo i suoi Salesiani, esortandoli a stringersi perennemente alla Vergine senza macchia, levando unanimi questo grido: Vitam praesta puraml Concedi, o Madre Immacolata, a tutti questi tuoi figli di santificarsi e di santificare le anime con la purezza della vita (1).
2. Soavi ricordi.
Prima di addentrarci nell´argomento ricordiamo insieme a nostro conforto, sia pure per brevi istanti, la faustissima- Pasqua Salesiana dell´anno 1934, come ci fu tramandata da coloro che

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ne furono i fortunati spettatori. Immaginiamoci noi pure che risuonino ancora soavi ai nostri orecchi i canti trionfali e gli evviva che, da ogni parte del mondo, eransi elevati in quel giorno al nostro Padre. Sussultino di gioia i nostri cuori al rievocare la visione del corteo Papale in piazza S. Pietro, la maestà della funzione nella Basilica, la parola ispirata, soavissima, affascinante del Papa di Don Bosco nella Omelia, nelle Udienze, nelle frequenti allocuzioni, e la partecipazione dei nostri cooperatori, ex-allievi, amici delle opere nostre al tripudio della Società Salesiana. Ciò che si vide a Torino nell´ottava della. Canonizzazione e in seguito, con un ritmo di giubilo
· mai interrotto in mille e mille città e financo in umili villaggi, in Italia, in Europa, nel Mondo, è qualche cosa che supera ogni immaginazione e costituisce, senza dubbio, una delle più belle pagine della nostra Congregazione.
Benediciamo ancora una volta il Signore che si è degnato di glorificare il suo fedele Servo in un modo così grandioso, quale la storia della Chiesa ricorda poche volte. Ma soprattutto prendiamo argomento dalla glorificazione del Padre per rinnovare il proposito, tante volte formulato, di volerci rendere e conservare degni suoi figli.
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· E come potremo rifletterne la santità o anche solo degnamente esultare per la gloria che lo cinge, senza un ardente desiderio di seguirne le tracce luminose? Ah, sarebbe vana e sterile ammirazione la nostra, se le virtù di Lui non risplendessero nella nostra vita!
Quante volte, ascoltando, in occasione di feste e accademie, gli elogi del nostro Santo Fondatore, mentre provammo la più legittima compiacenza di chiamarci suoi figli, ci è parso forse di sentir risonare altresì al nostro orecchio quel suo dolce, insistente invito: c Fatevi Santi anche voi,
o figlioli carissimi, come mi son fatto io »! E al paterno invito, ne siamo certi, nessuno di noi sarà rimasto mai indifferente.
3. Messaggio di pui´ezza.
Per Don. Bosco ´santità era sinonimo di purezza; per Lui il giovane puro era un giovane santo.
È vero, la santità consiste_ propriamente ed essenzialmente nell´amore, nella perfezione ´della carità, e si attua con l´adempimento perfetto del dovere, facendo sempre e in ogni cosa la volontà di Dio. L´uniformità al volere di Dio, l´unione della nostra volontà alla Sua, dicono unanime
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mente i maestri di spirito, è la pienezza della santità.
A Don Bosco erano ben noti´ questi princìpi fondamentali dell´ascetica cristiana; ma avendo ricevuto da Dio là missione particolare di lavorare in mezzo ai giovani, si era convinto che la sola pedagogia capace di renderli buoni e forti è quella che li mette sotto la guida del Divino Pedagogo, che li conduce cioè a Gesù Cristo e li fa vivere della stessa sua vita nella unione Eucaristica. Gesù però si diletta trovarsi fra i gigli: ed ecco perché S. Giovanni Bosco, volendo condurre i giovani per le vie della santità, non si stancava dal ripetere loro che Gesù risiede solo nei cuori puri, e che la illibatezza e la purezza della vita è requisito indispensabile per riceverlo e divenire santi.
Fu notato giustamente che nessun altro. santo ha tanto insistito sulla pratica di questa virtù, parlando agli educatori e agli educandi. Anzi volle il nostro Padre che la purezza fosse il distintivo dei suoi figli, perchè soltanto con quesi a virtù praticata scrupolosamente essi sarebbero stati effettivamente i celesti giardinieri, i coltivatori dei gigli che Egli voleva veder fiorire
o rigermogliare, nei cuori dei giovani dei nostri Istituti.
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Non ci stupiremo pertanto se, nell´anno in cui la Chiesa ci presentava il nostro caro Padre nell´aureola della santità, il Rettor Maggiore si sia convinto di non potergli fare cosa più gradita che esortando tutti i Salesiani a riflettere senza posa che la santità nostra deve estrinsecarsi specialmente con una vita di candore e purezza verginale. Ed è ancora per questo che si ritorna sempre con gioia a considerare questo soavissimo argomento.
Voglia il Signore che questo dolce ricordo dell´anno della Canonizzazione ecciti in noi il desiderio sempre più vivo di purezza salesiana e moltiplichi le sollecitudini nostre per coltivarla.
Il servo di Dio Domenico Savio e tanti Sa
lesiani e alunni che rifulsero in terra per la loro vita innocente e riportarono a Dio intatto e
profumato di celeste fragranza il giglio verginale, ottengano anche a noi di poter -vivere in esemplare purezza per tutta la nostra vita.
4. Natura della castità.
< La modestia è una virtù celeste (2).
Si domandava Don Bosco: < Che cos´è la virtù della purità? 3. e rispondeva: < Dicono i teologi che per purità s´intende un odio, un abor
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cimento, a tutto ciò che è contro il sesto precetto; sicchè qualunque persona, ciascuna nel suo stato, può conservare là virtù della purità » (3). E altrove: « La castità è la virtù più vaga, più splendida, e insieme più delicata di tutte » (4). « La castità è ciò che deve distinguere la Pia Società Salesiana, come la povertà contraddistingue i figli di S. Francesco d´Assisi e l´ubbidienza i figli di Sant´Ignazio 3, (5).
Potremmo moltiplicare questi accenni fugaci, coi quali il nostro caro Padre, più che definire che cosa sia la castità, si compiace di farne gli elogi, esaltarne la bellezza, la delicatezza, la fragranza; tutti i suoi scritti ne sono ripieni. Un giorno, dopo di aver parlato di essa, come solo gli angeli . ne parlerebbero, esclamava: « Oh quanto è bella questa virtù! Vorrei impiegare delle giornate in,- tere per parlare di essa! » (6). Si sarebbe detto che Egli applicasse alla castità perfettamente praticata ciò che il suo Patrono S. Giovanni Evangelista diceva della carità: « Si faccia questo solo e basta 1. (7). « La castità, soggiungeva, non può essere mai sola; essa è una regina che ha sempre con sè il corteggio di molte, anzi di tutte le virtù ». E ripeteva con compiacenza: « Un giovane puro è un giovane santo: il Salesiano puro è Salesiano santo! »


Noi siamo persuasi di essere stati chiamati alla vita religiosa appunto per farci santi. Già S. Paolo, rivolgendosi ai semplici cristiani, aveva proclamato essere questa l´espressa volontà di Dio (8). Egli ci ha chiamati, diceva, perchè siamo santi e immacolati al suo cospetto (9). Ora si avverta che l´Apostolo chiama bellamente, in questo luogo, la castità, santità. Anche S. Bernardo mette in rilievo *che S. Paolo sotto il nome di santità o santificazione intende la castità.
Ma se questa vocazione alla purezza è comune a tutte le anime che si mettono alla sequela di Gesù e- ai religiosi di tutti gli Ordini, essa però deve brillare in modo singolarissimo nei Salesiani. Don Bosco e Don Rua lo ripetevano a ogni occasione e noi di questa prerogativa dobbiamo non solo andare santamente orgogliosi, ma sentire tutta la gravissima responsabilità.
Favore singolarissimo, per la maggioranza dei Salesiani, si è quello di essere stati chiamati a far parte della Congregazione nella primavera della vita, e quasi sempre dopo di aver trascorsi gli anni più teneri all´ombra della Casa Religiosa. Quanti infatti hanno mótivo di esclamare con vivo senso di riconoscenza al Signore: — Mi hai chiamato a servirti, o mio Dio, quando io non conoscevo ancora il mondo, e le sue massime
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non avevano ancora fatto breccia sul mio cuore! Mi hai accolto, o Signore, per l´innocenza della vita (10). — Pensate al Primo Capitolo Superiore composto di giovani Sacerdoti e Chierici, che Don Bosco stesso aveva scelto tra i suoi giovanetti, formati e stabiliti come pietre fondamentali della sua grande opera. Fatto unico, questo, nella storia degli Ordini Religiosi! Ed ora la Congregazione, cresciuta in albero gigantesco, vive una vita intensa, si mantiene fortunatamente giovane e rinnoverà, lo speriamo e preghiamo da Dio, con crescente vigore la sua gioventù, per l´affluire perenne di forze giovanili, di anime pure e generose, che • per loro ventura lasciano il mondo prima di conoscerlo. Al loro ingresso, sul limitare della Congregazione, nel tempo della prova, questi giovani, appunto perchè hanno il dovere di mantenersi sempre puri, ricevono, come vedremo in seguito, un Labaro sul quale è scritto: Lavoro e temperanza. Sono i mezzi e la • garanzia della loro perseveranza.
5. Castità di Don Bosco e prerogativa salesiana.
Molto è stato scritto di Don Bosco durante la sua vita mortale e dopo la sua morte; ma im
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mensamente più si scrive e si scriverà di Lui Santo, perchè la sua vita e le sue opere sono miniere inesauribili dalle quali si trarranno sempre nuove ricchezze spirituali, pedagogiche e morali, per i grandi e per i piccoli, per le anime consacrate a Dio e per quelle che vivono nel mondo. Tra queste nascoste ricchezze ci pare non sia ancora stata messa in tutta la sua luce la missione e l´apostolato di Lui per la purezza della vita. Tutta la sua esistenza, dall´infanzia angelica alla morte radiosa nella pienezza della santità, non è stato altro che scintillio e splendore di purezza sovrumana. Per unanime attestazione di quanti l´hanno avvicinato qualche volta, lo sguardo, il sorriso, il portamento e tutta la sua fisionomia avevano alcunchè di angelico. La sua parola, affascinatrice sempre dei cuori, quando trattava della purezza rapiva ed estasiava, mentre la sua anima appariva visibilmente più lumin.osa allo sguardo penetrante dei più puri tra i suoi giovani. Queste cose nelle Memorie Biografiche appaiono sparse qua e là come episodi graziosi, senza alcuna relazione alla missione e all´apostolato specifico, al quale era stato destinato dalla Provvidenza. Certo, Egli sarebbe stato, non solo l´apostolo della gioventù povera e abbandonata e il grande educatore che avrebbe rimenato la
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pedagogia alla sua sorgente evangelica con il sistema preventivo e con la familiarità nella carità, ma il fondatore ispirato di nuove famiglie religiose, le quali, ripiene del suo spirito e dei suoi metodi, avrebbero perpetuamente diffuso dappertutto la sua opera.
Però erano già sorti prima di Lui altri apostoli della gioventù povera e abbandonata, altri insigni educatori, altri santi Fondatori di famiglie religiose, aventi somiglianza di apostolato. Ma la Provvidenza, nelle opere che suscita, suole innestare, quasi invisibile, un elemento specifico che le differenzia l´una dall´altra.
Il ´nostro Fondatore aveva sortito un´anima sensibilissima a tutte le miserie morali e materiali della gioventù; un´ cuore vasto come le arene del mare; una finissima intuizione psicologica degli animi giovanili; una intelligenza non comune con memoria pronta e tenacissima; una parola facile, melodiosa e affascinante; nonchè agilità, forza e gagliardia di membra eccezionali: cosicchè possedeva- tutte le doti necessarie per l´apostolato educativo ´personale e per comunicarlo ad altri.
A questo- cumulo, però, di doti eccelse e necessarie per la missione cui era destinato, la Provvidenza una gliene aggiunse che l´avrebbe differenziato in modo affatto particolare da altri già
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chiamati a consimile missione educatrice. Nel cuore di Lui avrebbe regnato un sovrano aborrimento da qualsiasi colpa, e. una passione ardente per la purezza del cuore. Questo aborrimento e questa passione sarebbero divenuti fine principale di tutta la sua vita, la mèta di tutte le sue aspirazioni e fatiche apostoliche, il distintivo dei suoi figli, dei suoi metodi e di tutte le sue opere.. Egli si sarebbe servito di tutto il resto come di mezzo per distruggere la colpa, per conservare nei suoi giovani la purezza della vita e per farla riacquistare a chi l´avesse perduta.
La piirezza, il nostro Padre, l´ha respirata dai primissimi anni; fin d´allora ebbe in sommo orrore tutto ciò che, anche lontanamente, potesse macchiare la bellezza dell´anima.
La convinzione che al nostro Santo Fondatore sia stato affidato -un celeste messaggio di purezza si formò spontaneamente tra i primi suoi allievi, si perpetuò tra i suoi figli, ed è viva in tutte le nostre Case. I giovani aspiranti e i novizi nessuna raccomandazione sentono ripeteré con maggior frequenza ,e vivezza nel tempo della loro formazione. Anzi la vita intemerata; l´amore alla virtù angelica è la condizione prima che si richiede perchè possano essere ammessi a far parte
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della Congregazione; l´articolo 35 delle nostre Costituzioni dice recisamente:. « Chi non ha fondata speranza di- poter conservare, col divino aiuto, la virtù della castità, nelle parole, nelle opere e nei pensieri, non professi in questa Società ». Cosa invero singolare! Don Bosco che vedeva crescere in modo mirabile le sue opere e sentiva assillante i] bisogno di moltiplicare i suoi collaboratori, educando a tal fine con infiniti stenti numerosi giovani, poneva come condizione indispensabile, inderogabile all´accettazione, non solo la purezza di fatto, ma la morale certezza di poterla conservare per tutta la vita. In un articolo di così cristallina evidenza ci ha dato la vera pietra di paragone per discernere sicuramente chi fa per noi -e chi no. E nel capitolo delle Costituzioni, ove tratta della formazione dei Confratelli, insiste perchè si raccomandi incessantemente la mortificazione interiore ed esteriore e soprattutto la sobrietà. Lo scopo di queste premure è ben palese: preparare le basi sicure e le migliori garanzie della futura purezza dei Confratelli salesiani. A renderci maggiormente persuasi che la purezza debba essere la caratteristica della Congregazione ci basterà richiamare alla mente alcune, almeno, delle bellissime considerazioni uscite dal suo cuore. al-- lorchè parlava di codesta virtù.
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6. Il segreto
della grandezza di Don Bosco.
Il giorno 14 marzo 1862, detto con ragione « giorno memorando » nei verbali del Capitolo, ventidue Salesiani emisero i primi voti nelle mani di Don Bosco. Eí.ano fra essi Don Rua, Don Savio, Don Cagliero, Don Francesia, Don Ruffino, i chierici Durando, Bonetti, Ghivarello, Cerruti, Lazzero, Albera, Provera, per dire appena dei più noti e che il Signore conservò più a lungo per il bene della Congregazione. Don Bosco parlò ai suoi primi figli con paterna tenerezza e quasi non sapeva distaccarsene. Qualche giorno dopo, prendendo occasione da un punto di storia ecclesiastica, venne a parlare della castità. Udite come ne lasciò memoria l´indimenticabile Don Bonetti: « C´intrattenne intorno alla virtù della purità. Sempre belle sona le sue parole, sempre care le sue prediche, ma non mi pare più un uomo, sibbene un angelo, quando-viene a parlare di questa regina delle virtù. Vorrei scrivere qualche pensiero ma temo scemargli quella bellezza, quella forza che riceveva da Lui: prescindo dal farlo. Basti il dire che Egli porta non solo il nome del Discepolo prediletto di Gesù, ma pur anche il celeste suo candore; e perciò
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non è da stupire se tanto bene Egli sappia parlare di questa preziosa virtù. Sono sette anni che ebbi dal cielo la grazia di essere suo figlio spirituale, di abitare con Lui, di accogliere dal celeste suo labbro parole di vita. Più volte dal pulpito l´ho udito parlare di questo argomento, ma sempre, una volta più dell´altra, lo confesso, sperimentai la forza delle sue parole, e senti-´,ami spinto ad ogni sacrificio, per amor di´ così inestimabile tesoro. Questo non sono io solo a dirlo, ma ho il testimonio di quanti con me l´udivano. Usciti di chiesa molti venivano meravigliati a esclamare con me e con altri: — Oh che bella cose disse Mai stamane Don Bosco! Io paSserei il giorno e la notte per ascoltarlo! Oh quanto bramerei che Iddio mi concedesse il. dono di poter io pure, quando sarò sacerdote, innamorare in tal modo il cuore della gioventù e di tutti per questa sì bella virtù! » (11).
L perciò più che giustificata l´affermazione di Don Lemoyne: « Noi siamo persuasi che qui consiste tutto il segreto della sua grandezza, vale a dire che Dio lo abbia colmato di doni straordinari, e che di Lui si sia servito in opere meravigliose, perchè si mantenne sempre puro e casto » (12). « Le sue parole, i suoi portamenti, i suoi tratti, e in complesso ogni sua azione, spi
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ravano tale un candore e un alito verginale, da rapire ed edificare qualunque persona si avvicinasse a Lui, fosse pure un traviato. L´aria angelica che traspariva dal suo volto aveva un´attrattiva tutta speciale per guadagnare i cuori. Non uscì mai dal suo labbro una parola che potesse dirsi meno propria. Nel suo contegno evitava ogni gesto, - ogni movimento che avesse solo anele per poco del mondano. Chi lo conobbe nei momenti più intimi della sua vita, ciò che riscontrò sempre in Lui di più straordinario, fu l´attenzione somma che Egli ebbe costantemente nella pratica dei più gelosi riguardi per non mancare menomamente nella modestia » (13).
Elettrizzava i suoi giovani, e sovente anche in ricreazione, con improvvise esclamazioni come queste: « Vorrei che foste tanti San Luigi ». « Sperò che l´infinita misericordia di Dio farà che ci possiamo un giorno trovare colla candida stola nella beata eternità ». E le sue parole producevano il desiderato effetto in chi lo ascoltava:
Don Bongiovanni, sentendo Don Bosco parlare della purezza, e avendolo visto piangere al pensiero che tale virtù potesse venire offesa, esclamò: « Beati quei giorni, in cui un piccolo neo riguardo ai costumi ci commoveva fino al pianto e ci spingeva ai piedi del confessore, sì grande
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era l´effetto prodotto in noi dalle parole di Don Bosco! » E Don Reviglio: « Si può asserire con giuramento che nell´Oratorio regnava tale ambiente di purezza, che aveva dello straordinario ».
Tale era l´atmosfera morale della Congregazione in quei primi beati tempi. E qual delicatezza usava Don Bosco per non suscitare anche indirettamente pensieri importuni nella mente dei giovani! Noi sappiamo che Egli parlava della purezza più che non del vizio contrario; a questo accennava quasi di passaggio e con termini riservati e prudenti, evitando perfino di pronunciare i nomi di tale peccato (14).
Udiamolo anche dal nostro. Cardinale Cagliero: « Egli preferiva trattenerci sulla virtù della castità, dicendola fiore bellissimo di paradiso, e dégno di essere coltivato nei nostri giovani cuori, e giglió purissimo che col suo candore imma-. colato ci avrebbe fatti songiglianti agli angeli del cielo. Con queste e altre bellissime immagini Don Bosco ci innamorava di questa cara virtù, intanto che il suo volto raggiava di santa gioia; la sua parola argentina usciva calda e persuasiva e i suoi occhi inumidivansi di lacrime, per timore che ne appannassimo la bellezza e preziosità anche solo con cattivi pensieri o brutti discorsi. Noi giovanetti, mentre lo amavamo come un teneris
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cimo padre e usavamo con Lui una più che filiale confidenza e familiarità, nutrivamo tale rispetto e venerazione per Lui, che stavamo alla sua presenza con un religioso contegno; e ciò perchè eravamo intimamente compresi della santità di sua vita » (15). Dalle quali parole del Cagliero si rileva, ancora- una volta, come, per quei cari giovani, purità, bontà, santità, fosse tutt´uno, sicurissimi poi di potersi dire buoni e veri figli di Don Bosco, se si mantenevano puri al cospetto del Signore.
7. Come Don Bosco parlava della castità.
A questo punto è bene mettere sempre in maggior rilievo l´estrema delicatezza di Don Bosco per la virtù della castità. Sappiamo tutti quale attenzione, quanti riguardi, quale riserbo siano necessari nel trattare un argomento così delicato, che nei giovani produce sempre considerevole impressione.- Soffermiamoci pertanto a imparare tutto ciò alla scuola di Don Bosco, poichè noi pure dovremo non di rado trattare di questo argomento coi giovani che il Signore ci affida.
Istruttiva assai a tale fine la predica fatta da Don Bosco nella terza domenica di ottobre del 1858 (16). Dopo di avere detto che « la purità
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è tanto cara a Dio, che la premia con stupendi prodigi », Egli volle anche accennare ai castighi dati al vizio opposto. Ecco con quanta delicatezza tratta l´argomento: « Fin dai primi tempi, essendosi gli uomini posti sulla via del disordine, Enoc aveva conservato a Dio puro il suo cuore. Iddio perciò non volle che rimanesse tra gente viziosa, e mandò gli angeli a. toglierlo dal consorzio degli uomini ». E più innanzi: « Gli uomini sulla terra si erano moltiplicati in gran numero; scordandosi del loro Creatore, si erano immersi nei vizi più vituperevoli ». E dopo aver accennato al castigo del Diluvio da cui fu salvato Noè con la famiglia, esclama: « Ma perchè una simile preferenza a loro? Perchè conservarono la bella e inestimabile virtù della purità ». Seguitando la predica, accenna al diluvio di fuoco sulla Pentapoli, < perchè gli abitanti si erano dati ad ogni sorta di disordini, mentre Lot fu salvato per la sua purezza ». Loda la castità di Giuseppe in Egitto « che non volle consentire a una azione cattiva »; fa cenno di Giuditta, della casta Susanna, di Ester, di Daniele, ma sempre così cautamente e con tanto riserbo che i giovani dovevano restare santamente colpiti, e delle persone nominate si facevano un concetto generico di sante e immacolate, senza immagi
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nere nessun particolare di depravazione morale. Concludendo poi la prima parte esclama enfaticamente: « Perchè Dio opera tanti prodigi in • favore di costoro? Per la loro purità. Sì! la virtù della purità è tanto bella, tanto grata al cospetto di Dio, che, in tutti i tempi, in tutte le circostanze, non lasciò Mai senza prò.tezione coloro che la possedevano ».
Nella seconda parte poi ´diventa eloquente, parlando della Vergine Immacolata, del Divin Salvatore, di S. Giovanni Evangelista, del dialogo che questi fa con l´angelo e della risposta finale che riceve, a proposito di coloro che cantano un inno-che gli altri non sanno cantare: « Sono, dice, quelle anime che hanno conservata la bella virtù ». Infine, rivolto ai suoi giovani, esclama commosso: « Oh anime fortunate, che non avete ancora cora perduta la bella virtù della purità, deh! raddoppiate i vostri sforzi per conservarla. Voi possedete un tesoro così bello, così grande, che perfino gli angeli ve lo invidiano; voi siete, come dice il_ nostro stesso Redentore Gesù Cristo, voi siete simili agli angeli » (17). Come in questa, così in tutte le. altre prediche e parlate, sia ai giovani che ai Confratelli, agli ex-allievi ed ai fedeli in genere.
Sono pure note a noi altre finezze del nostro
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santo Padre. Le tentazioni contro la purità erano da Lui dette « tentazioni cattive », una caduta nel vizio contrario « disgrazia ». Parlando ai giovani temeva perfino ´di pronunciare il vocabolo castità; lo sostituiva con quello- di purità, che presenta un senso più esteso e meno risentito dalla alla fantasia.
´8. Anche nei sogni o visioni.
La purezza della vita era per Don Bosco l´anima della sua anima: la irradiava di giorno in mezzo ai giovani, che non lasciava mai soli, neppure quand´era assente col corpo: mentre di notte la mente e l´immaginazione erano così illuminate dagli splendori incantevoli di questa viriù, che godeva visioni svariatissime, tutte piene di vita, di bellezza ineffabile e di ammaestramenti indelebili per sè e per quelli ai quali te esponeva nelle sue buone notti dall´umile am-, bone sotto il porticato che fiancheggia il luogo dell´umilissima sua primitiva cappella, oggi consacrata alla Risurrezione di N. S. Gesù Cristo.. Egli sapeva descriverle con tali finezze di particolari, il che non avrebbe potuto farlo con la sola - fantasia, per quanto fervida e potente l´avesse: chi l´ascoltava aveva l´impressione di udire cose vedute nella luce del soprannaturale. Per quanto
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poi egli cercasse nei panorami creati qualche cosa che rispondesse alla realtà dei suoi sogni, le immagini terrene e le parole non gli rispondevano. « Posso asserire, disse ,in una di quelle descrizioni, di non aver mai veduto cose e persone così belle e risplendenti, nè avrei mai potuto immaginare tali splendori. È inutile che mi ponga a descriverli, perchè sarebbe un guastare quello che è impossibile a dirsi senza che si veda » (18).
Lo sfondo dei suoi sogni era quasi sempre la purezza della vita o conservata o perduta o riacquistata: gli agnelli, le bestie feroci, le quattro qualità di pane, il fazzoletto prezioso, l´elefante, il serpente e il pozzo, i corvi e il balsamo, le dieci colline e il pastore, le pecore e gli agnelli, il gattone, il paese della prova, l´inondazione, la zattera, il naufragio, la vigna, il tempio, il misterioso convito, e tante altre meraviglie presentate, con immagini, figure, similitudini e paragoni magnifici, gli servivano per colorire la bellezza, gl´incanti, i pericoli e le rovine della bella virtù.
Nel descrivere la bellezza straordinaria e lo splendore incantevole di quelli che aveva visti vestiti ancora della stola dell´innocenza, cercava e si sforzava in tutti i modi di trovare immagini, parole ed espressioni su espressioni per darne almeno un´idea: e in pari tempo lasciava in
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travvedere la pienezza del godimento provato quando li aveva veduti nel sogno. Leggendo la vita di Don Bosco ognuno può agevolmente persuadersi di quello che veniamo asserendo..
Egli poi nei sogni stessi fa le sue osservazioni, interroga, presenta le sue difficoltà, muove affettuose lagnanze; poi ascolta le risposte, le ritiene e ripete fedelmente ai suoi figli. Ad esempio nel sogno delle pecore e del pastore Egli chiede premurosamente alla guida: « Suggeriscimi ancora qualche cosa da dire ai miei giovani ». E, la risposta viene prontamente: « Ripeti ai tuoi giovani che, se essi conoscessero quanto è preziosa e bella agli occhi di Dio l´innocenza e la purità, sarebbero disposti a fare qualunque sacrificio per conservarla. Di´ loro che si facciano coraggio a praticare questa candida virtù che supera le altre in bellezza e splendore: imperocchè i casti sono quelli che crescono come i gigli al cospetto del Signore » (19). E Don. Bosco ripeteva con calore, e accentuandole affettuosamente, le parole della visione ai suoi, giovani; quindi concludeva con slancio: « Figliuoli miei, siete voi tutti innocenti? Forse ve ne saranno fra voi alcuni, e a questi io rivolgo le mie parole: Per carità, non perdete un pregio di valore .inestimabile! È una ricchezza che vale quanto vale il paradiso, quanto vale
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Iddio!... Se voi conosceste la bellezza di un´anima innocente, vi assoggettereste a qualunque più penoso stento, perfino anche alla morte, per conservare il tesoro dell´innocenza » (20).
E si avverta che Don Bosco continuò ad avere di queste meravigliose illustrazioni celesti, di queste soavissime visioni anche quando le sue occupazioni lo tenevano tutta la giornata immerso negli affari più svariati. Visioni di purezza Egli ebbe nel 1883, nel 1884 ed anche nel 1887. Ciò sta a provare che per tutta la sua vita Don Bosco è stato come pervaso da una santa febbre di purezza e di santità, e che non ristette dal lavorare con tutte le sue forze per tenere lontane le anime dal peccato, per formare coscienze delicate e cuori puri, come l´angelico Domenico Savio.
9. Un sogno.
-a tutti noto il sogno che Don Bosco ebbe nel luglio del 1884. Ci parve troppo lungo per inserirlo qui in tutta la sua ampiezza. Ripensando però alla ricchezza degl´insegnamenti che contiene e alla sua particolare opportunità per l´argomento di cui tratta, ci siamo, decisi a pubblicarlo in appendice, acciocchè tutti abbiano agio - di leggerlo e meditarlo con attenta riflessione.
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Chiunque infatti s´indugi alquanto a considerare il dilagare della mondanità e del cinico materialismo che avvincono sempre più i giovani alla schiavitù dei sensi, e d´altra parte si renda conto´ della incertezza e titubanza di non pochi nella scelta dei mezzi atti a liberarli e a rimetterli sulla retta via, si persuaderà facilmente che la conoscenza di questo sogno del nostro Don Bosco, per le indicazioni chiare, per le direttive esatte, per le norme precise che esso contiene, sarà in ogni tempo e per tutti di efficace utilità, contribuendo a illuminare gli educatori nell´opera della formazione di quella società cristiana che vorremmo veder fiorire nel mondo´. E, vera: mente, senza princìpi certi e sicuri non si educherà nè molto nè poco, anzi si sarà travolti dalla corrente.
Questo sogno potrà offrire ricco e prezioso materiale da svolgersi nelle conferenze ai Confratelli e nelle prediche agli allievi, potrà fornire utilmente opportuni richiami nei sermoncini della tradizionale « buona notte », e ci -farà comprendere e gustare lo spirito di Don Bosco, che voleva condurre i giovani alla purezza´ per mezzo della mortificazione, e soprattutto far stimare e praticare sempre più e meglio la mortificazione dei sensi.
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Andiamo pertanto ad attingere in larga copia a quella magnifica, spirituale visione gli elevati pensieri che occupavano del continuo la mente del nostro Santo Fondatore, anche durante il breve riposo della, notte, e. vi troveremo al tempo stesso un magnifico programma delle pure idealità da seguire nella educazione dei, giovani.
10. I giovani di Don Bosco, angeli di purezza e di santità.
E qui è bene rilevare come, in quegli anni fortunati in cui questi sogni avevano luogo, i carismi soprannaturali del Padre passavano in certo modo ai figli. Gli uni, infatti, o gli predicevano l´avvenire o gli leggevano ciò che pensava durante la Santa Messa: altri avevano la fortuna di ottenergli la guarigione addossandosi essi stessi il suo male. A uno appare la Madonna e gli dice: « Sono venuta perchè voglio molto bene a que- • sta casa: ti dico ciò che desidero da ciascuno di voi e tu lo riferirai confidenzialmente a ognuno dei tuoi compagni... ». Il fortunato messaggero compie fedelmente il mandato ricevuto; e coloro che la Vergine SS. faceva ammonire in tal modo erano costretti, da fatti straordinari verificatisi intorno a loro la stessa sera, a riconoscere
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la verità del mandato materno affidato al compagno (21). Un altro, nel tempo della Santa Comunione, vide un globo che riempiva la chiesa e poi s´impicciolì e andò a posarsi sopra la pisside e scomparve. Un altro contemplò, nel tempo della elevazione dell´ostia, il Divin Salvatore crocifisso e i giovani che gli si accostavano intorno con grande affetto per offrirgli cibo e ristoro. Con un altro ancora « la ´ cui anima (son parole di Don Bosco) è veramente innocente e risplende del bel candore della stola battesimale », la Madonna si compiace di stare in colloquio e gli manifesta più cose lontane e nascoste. « Io stesso, dice il nostro Padre, quando desidero sapere qualche cosa riguardante l´avvenire, mi raccomando a lui, con modi però che non fomentino l´amor proprio, ed egli, dopo aver chiesto a Maria SS., sa dirmela con tutta semplicità: lo stesso accade quando ho bisogno di ottenere qualche grazia. Di giovanetti di simil fatta ne abbiamo più di uno. È cosa molto singolare, ma sto osservando dove questa andrà a finire, perchè le illusioni non sono possibili. È certo però che Maria SS. ci ama > (22).
L´argomento che trattiamo è di tale importanza che ci sentiamo invogliati a riferire qualche altro´ episodio tratto dalle Memorie Biografiche.
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Nel 1876 Don Bosco diceva: « Di quando in quando noi abbiamo avuto in casa giovani che nella preghiera ricevevano grazie proprio straordinarie e mi venivano a narrare colloqui avuti col Santissimo Sacramento o col Crocifisso o con la Beata Vergine.
Anche quest´anno fra i giovani io vedo di queste cose speciali: non è uno, ma sono più! » (23). Nel 1880, durante un pranzo, il Santo faceva trasècolare i commensali, raccontando con la . massima semplicità due fatti portentosi, accaduti proprio dinanzi ai suoi occhi in Maria Ausiliatrice.
« Un giorno, così Egli, io entravo nella chiesa di Maria Ausiliatrice dalla porta maggiore, verso sera, e quando fui circa a metà della chiesa, osservando il quadro, vidi che la Madonna era coperta da un drappo oscuro. Tosto dissi fra me stesso: — Chi sa perchè il sacrestano abbia coperto l´immagine della Madonna? — Ed avvicinandomi più verso il presbiterio, vidi che quel drappo si muoveva.
Poco dopo calava giù lentamente finchè toccò il pavimento, adorò il Santissimo Sacramento, fece il segno di croce e uscì fuori passando per la sacrestia. Quel drappo era un figlio di Don Bosco, che in estasi d´amore si era -innalzato fin
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vicino all´immagine di Maria Santissima per meglio vederla, contemplarla, amarla, baciare i suoi piedi immacolati.
Un´altra volta entravo in chiesa dalla sacre-stia e vidi un giovane innalzato all´altezza del santo Tabernacolo dietro il coro, in atto di adorare il Santissimo Sacramento, inginocchiato nell´aria, colla testa inclinata e appoggiata contro la porta del Tabernacolo, in dolce estasi d´amore come un Serafino del Cielo. Lo chiamai per nome ed egli tosto si riscosse e discese per terra tutto turbato, pregando di non palesarlo ad alcuno.
Ripeto che potrei contare molti altri fatti simili– » (24).
Queste cose comprovano gli effetti meravigliosi della purezza di vita in quei cari figlioli, e anche l´asserzione del buon Padre quando diceva ai suoi intimi: « Abbiamo nella Casa alcuni giovani e anche chierici i quali sono di tale virtù, da lasciare indietro lo stesso S. Luigi, qualora continuino nella via che battono. Quasi ogni giorno io veggo nella Casa tali cose che non si crederebbero se si leggessero nei libri: eppure Iddio si compiace di farle fra noi » (25).
Così intorno al beato Padre fiorirono un Domenico Savio, un Michele Magone, un Francesco Besucco, un Carnillo Gavio, un Gabriele Fas
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bio, un Giuseppe Morello, un Giuseppe Rosa e altri molti già trapiantati nelle aiuole eterne del Giardino Salesiano.
Lo stesso Don Bosco, nel 1884, ricordava, con profonda commozione, i nomi di quegli angelici giovanetti ch´erano stati il più ricco tesoro del suo caro Oratorio. < Oh quanti Angeli, egli diceva, Iddio ha mai regalato alla nostra Pia Società! La stessa vita di un Savio Domenico, di un Magone Michele, di un Besucco Francesco, sparisce innanzi all´edificante condotta di tanti altri, rimasti sconosciuti e dei quali egualmente non si ebbe mai nulla a dire sui loro così illibati costumi ». Così si formò e crebbe nella purezza della vita la nùmerosa schiera di quelli che avrebbero conservata la loro innocenza durante tutta la loro lunga esistenza, consacrati interamente al servizio di Dio sotto la bandiera di Don. Bosco, per continuare a ripetere il celeste messaggio della purezza alle future crescenti giovinezze. Anch´essi sono ormai trapiantati tutti nella Patria beata, ma i loro nomi vivono in mezzo a noi e i loro esempi con le loro opere sono di eccitamento e in benedizione per quelli che saranno chiamati nell´avvenire a perennare nella nostra Società il progiamma della purezza.
Tutti i Salesiani che ebbero la fortuna di es
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sere stati in qualche modo a contatto con il Santo Fondatore, portarono, dove l´ubbidienza li volle, il messaggio della purezza insieme con l´immagine paterna scolpita nei loro cuori. Quelli che lo avvicinarono più a lungo e intimamente, non cessarono di ripetere a tutti con gioia soavissima: < L´abbiamo conosciuto il buon Padre, il Direttore della nostra anima, - che la conosceva me-. glio di noi stessi. Egli ci ha posto le mani benedicenti sul capo, ci ha detto all´orecchio la parola della purezza generatrice della nostra vocazione, e se siamo qualche cosa lo dobbiamo a Lui solo ». Gli altri poi, che solo poterono godere del sorriso di Lui già vicino al tramonto della sua lunga e piena giornata, essi pure, raggianti di gioia, ripeterono e ripetono tuttora: « L´abbiamo veduto noi pure coi nostri occhi negli ultimi tempi della sua vita, ci ha sorriso e benedetti mentre gli baciavamo la mano, ed è bastato quel contatto per sentirci innamorati della purezza e desiderosi di essere annoverati tra i suoi figli! » E la lor voce attirò sotto il Labaro del nostro Santo Fondatore falangi di giovani, affascinati essi pure dal riverbero della purezza, ch´era ancora impressa sulle fronti dei fortunati che lo. conobbero personalmente.
E non avrebbe potuto essere altrimenti! Il
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19 dicembre del 1887, cioè 43 giorni avanti il beato transito, il dolcissimo Padre assicurava i
suoi della sua operosa protezione di lassù-. « Desidero — son sue parole — andar presto in Paradiso: di là potrò lavorare assai meglio per la nostra. Società e per i miei figli, .e proteggerli: qui non posso più far nulla per essi... ». Or non è chi-non veda quanto realmente Egli abbia lavorato di lassù per l´Opera sua, estesa in tutto il mondo, e come abbia protetto i suoi figli!
Se poi si pone niente all´insistenza con cui il Santo dichiarava che, nei suoi sogni, Egli non vedeva solo i giovani raccolti allora nell´Oratorio e nelle prime sue Case, ma migliaia e migliaia di altri giovanetti, dalle più svariate fisionomie e colori, « così numerosi ch´Egli non credeva potersene trovare tanti in tutto il mondo » (26), non pare esagerato pensare che di quelle sterminate moltitudini giovanili, apparse al Padre nelle visioni del futuro, siano quasi preludio le crescenti legioni che riempiono costantemente le nostre Case inoltiplicantisi all´ombra del vessillo della purezza.
E come lo sguardo paterno, precorrendo tempo e distanze nella luce del futuro, s´era misteriosamente posato sopra di essi con la predilezione di tutto il suo gran cuore, così possiamo credere siano pure state dette per noi, per gli allievi e
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gli ex-allievi, le vive esortazioni, i calorosi eccitamenti, le norme e i rimedi eh:Egli tanto insistentemente suggeriva per conservare o riacquistare la purezza della´ vita e in tal modo farsi santi.
11. I nostri doveri riguardo alla castità.
È naturale che dopo di esserci deliziati nella considerazione dei più soavi ricordi di famiglia, -dopo di aver ascoltato le parole del Padre e ammirato il fervore del suo zelo per mantenere nelle sue Case una celeste atmosfera di purezza, è naturale che si accresca in noi il desiderio di richiamare alla mente i nostri doveri in rapporto alla castità.
Non è però il caso di ripetere quanto abbiamo udito tante volle, fin dall´alba della vita religiosa. Chi di noi non ha sentito leggere il sogno dei fazzoletti preziosi, — simbolo della purezza,
che rimasero forati e guasti- non solo, dalla tempesta, ma anche dalla pioggia e dalla neve? Don Bosco, durante quel sogno, ruppe in pianto allo spettacolo che gli poneva sott´occhio la gravità
delle colpe riguardanti la bella virtù (27).... •
Ad evitare che altre lagrime si abbiano a spargere per il ripetersi di quelle o somiglianti colpe facciamo insieme alcune brevi´ e pratiche
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considerazioni sulla natura della purezza salesiana, soffermandoci ad esaminare quali siano i principali mezzi che meglio possano servire a rafforzare l´angelica.virtù nei cuori nostri e a coltivarla in mezzo ai giovani, mentre andremo compiendo la nostra nobile ma difficile missione di educatori. A tal fine verremo esponendo familiarmente pensieri e considerazioni, che sono logiche conseguenze della dottrina del nostro santo Padre e delle applicazioni fàtte dai suoi Successori.

12. Santità e purezza
nel concetto di S. Tommaso.
L´angelico Dottore S. Tommaío, prendendo a illustrare il concetto di santità, dopo aver messo iu rilievo gli intimi rapporti tra santità e purezza, conchiude affermando che uomo santo eqvale a uomo puro, senza macchia dí terra (28). Prima di S. Tommaso avevano espresso lo stesso concetto altri Santi, tra i quali S. Basilio, S. Gregorio e altri. Santità adunque vuol dire mondezza; anima santa vuol dire anima pura, senza macchia di terra.
La parola santità, secondo S. Tommaso, può ancora esprimere purificazione. Il Sacrificio infatti era destinato a placare la Divinità e a
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mondare gli uomini per renderli amici di Dio. Ora è propriamente questo il concetto che Don Bosco Santo ha sempre avuto della santa purezza. Egli era sicuro di santificare i suoi giovanetti, inculcando loro incessantemente l´amore alla castità, ed esortandoli a purificarsi al più presto delle macchie che eventualmente ne avessero bruttato l´anima; per questo fu asserito con fondamento ´che Don Bosco non tralasciò, in nessuna delle sue Prediche, di parlare della confessione, tanto gli premeva di ricondurre monde e pure le anime a Dio.
13. Origine dell´amore
di Don Bosco per la purezza.
E qui è bene mettere subito in rilievo che il grande amore di Don Bosco per la_ purezza , traeva tutta la sua forza dall´ardentissimo suo amore per le anime.
Lo zelo, dice S. Tommaso, è un effetto dell´amore, anzi è amore che trabocca (29). S. Francesco di Sales, col suo linguaggio vivo e scultorio, conferma, nel Teotimo, che < /o zelo è l´amore in ardore », o meglio c l´ardore nell´amore (30). Noi diremmo che lo zelo è l´amore che non potendo più capire nel cuore si apre una uscita, trabocca e si riversa a salvezza delle anime. In

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queste espressioni ci pare di vedere fedelmente ritratto il nostro Fondatore che grida: « Datemi anime, datemi anime ».
Lo stesso S. Francesco di Sales tratteggia con mano maestra le caratteristiche del vero zelo, e afferma che esso si palesa in tre principali maniere: nell´odio al peccato, nel procurare la purezza delle anime, nell´adoperarsi per la loro salvezza.
Sono queste appunto le tre caratteristiche dello zelo di Don Bosco. Chi ne conosca la vita è ben persuaso che ogni palpito del suo cuore, ogni sospiro dell´anima sua è stato per il Signore e per le anime. Ecco Ia fonte da cui trasse origine e forza il prodigioso suo apostolato. « L´amor di Dio, dice Don Rua, era il mo-, vente di tutte le sue opere, e noi, avvicinandoci a Lui, sentivamo il nostro cuore ardere d´amor di Dio, come i discepoli di Emmaus » (31). E Don Albera: « La vita di Don Bosco era una pre
ghiera, una non interrotta unione con Dio » (32). Solo l´ardentissimo amore che infiammava il cuo
re di Don Bosco per il Signore ci spiega riinmenso suo amore per le anime, la guerra senza quartiere che Egli fece al peccato, e logicamente il suo apostolato della purezza.
Favorito fin da bambino di celesti visioni. sente già allora tutta la pena dell´offesa che i
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giovanetti suoi coetanei recano a Dio; e noi sappiamo di quanti mezzi seppe valersi per evitarla. Più tardi, a misura che si moltiplicano le illustrazioni celesti, gli avvampa più possente nel cuore la brama di tutto consacrarsi alla. santificazione e alla salvezza dei giovani. L´anima candida di Don Bosco che vedeva Iddio come soltanto le anime pure lo possono vedere, desiderava che tutti lo potessero contemplare per sempre meglio amarlo e servirlo. Ma Iddio stesso nel sermone del Monte aveva detto che « i mondi di cuore l´avrebbero veduto » (33), poichè la purezza è la luce dell´anima, è l´occhio che può fissarsi in Dio. « Il Signore, osserva S. Agostino, solo quando parlò dei puri, promise la visione di Dio; e giustamente, perchè essi soli hanno occhi adeguati a tale eccelsa visione ». « Ecchè, soggiunge il Santo, pretenderesti forse di fissare nel sole nascente i tuoi occhi cisposi? » (34). « Pertanto, egli continua, gli sforzi nostri nella vita presente devono essere rivolti a sanare l´occhio del cuore, acciocchè possa vedere Iddio. Perchè alla, stessa guisa che l´occhio del corpo; quando vi si inietta o gli si avventa cosa che lo offuschi, non può aprirsi alla luce, altrettanto avviene con l´occhio dell´anima, se lo offusca o lede- la polvere o la terra mondana » (35).
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Ecco perchè lo zelo senza limiti di Don Bosco, volendo condurre le anime a Dio, unendole a Lui nella vita Eucaristica, si sforzava di allontanarle da ogni macchia o terrena bruttura, di renderle celestialmente pure e atte così a fissare il loro occhio in Gesù, purezza infinita.
14. Necessità della purezza.
Senza la castità, dice S. Paolo, non si può piacere a Dio (36). Ora piacere a Dio significa essere degni del suo amore e, amandolo, diventare simili a Lui. Perchè è ancora S. Agostino a dirci che c l´uomo è quel che è il suo amore. Ami la terra? sarai terra. Ami Iddio? Potrò dirti che sarai Dio? Non oserei dirtelo da me, ma senti la Scrittura: Io ho detto: Voi siete dèi e figliuoli tutti dell´Altissimo » (37).
Questo concetto per l´appunto deve renderci più caro quell´altro di S. Tommaso, quando afferma che allora l´anima è santa, quando è libera e distaccata dalle brutture della terra. Sarà bene prendere argomento da questa considerazione per scendere ad alcuni rilievi pratici che giovino alla nostra perfezione.
Purtroppo dappertutto noi troviamo della terra: ne troviamo nel mondo che abbiamo abban
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donato, nel corpo e nei sensi che vivono uniti all´anima, e persino nelle pieghe più recondite del cuore. Ora è la terra che macchia e imbratta la purezza; perciò è dover nostro tenercene lontani a costo anche dei più grandi sacrifici. È questo il grande obbligo impostoci dalla vocazione religiosa; anzi è tale e tanta la sublimità della divina chiamata, che S. Bernardo vorrebbe che i religiòsi vivessero la vita stessa degli angeli. « Ricordatevi, egli dice, che la vostra vita dev´essere angelica e celeste, perchè nella religione noi abbiamo cominciato a essere quello che saremo nella vita futura » (38). A questo ci esorta San Paolo quando dice: Il primo uomo tratto dalla terra è terreno; il secondo uomo sceso dal Cielo è celeste. Ora noi, dopo la professione cristiana e religiosa, siamo diventati celesti come Gesù, di cui dobbiamo vivere la vita. Perciò, incalza l´Apostolo, alla stessa guisa che avete portato l´immagine dell´uomo terreno, portate ora quella del celeste (59).
A vivere questa vita celeste, sulle orme del nostro Santo Fondatore,. ci animi il ricordo della
fedeltà giurata a Gesù Cristo dopo l´invito che Egli ci fece: Seguimi; esci dalla tua terra, dai tuoi congiunti, dalla casa di tuo padre (40).
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15. « Voi non siete più del mondo ».
« Il mondo, scrive Don Bosco nel Proemio alle Costituzioni, è come un mare burrascoso, in cui l´iniquità e la malvagità sono dappertutto portate in trionfo. Ma il religioso che abbandona il mondo è simile a colui che, montato sopra un bastimento, affidandosi alle cure di im valente capitano, riposa tranquillo anche in mezzo alle burrasche ». Per bontà del Signore noi abbiamo conosciuto per tempo i pericoli che in questo •mare correvamo e cercammo un porto ove trovare rifugio sicuro. Ci siamo convinti con S. Agostino che le cose della terra, che avrebbero voluto impadronirsi del nostro cuore, erano un ostacolo alla nostra santificazione; che esse._ « sono come il vischio che impecia le penne dello spirito e delle virtù, impedendoci in tal modo di spiccare il volo verso Dio » (41). E il porto del rifugio, al lasciare il mondo, lo trovammo nella Congregazione nostra Madre. Questa grazia sta a manifestarci la predilezione divina, perchè, come giustamente afferma Santa Maria Maddalena de´ Pazzi, « la grazia della vocazione è la grazia più segnalata che Iddio concede a un´anima dopo quella del Battesimo ». Teniamola cara pertanto, e ricordiamo la grave sentenza del nostro veneratissimo
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Don Rua: « Chi non tiene nel dovuto conto la grazia della vocazione religiosa ha da temere di perdersi per sempre » (42). È evidente però che mostrano di tenerla in poco conto coloro che, in qualunque modo, ritornano al mondo che hanno abbandonato. Essi non hanno compreso il monito del nostro S. Francesco di Sales: « Per chi Dio è tutto, il mondo è nulla ».
Gesù stesso ripete a noi nella persona degli Apostoli: Voi non siete più del mondo (43); quindi non dobbiamo più occuparcene, se non nei limiti che l´ubbidienza ci consente, e sempre con un senso di prudentissimo timore. Operando diversamente, la purezza, la virtù più delicata, quella che per noi più praticamente rappresenta la santità, correrà nuovamente pericolo e la nostra vocazione sarà compromessa.
Ricordiamo spesso le parole del Testamento di Don Bosco pei Salesiani, parole tante volte lette, ma forse non troppo profondamente meditate: « Fate delle ferme, efficaci risoluzioni di rimanere saldi nella vocazione sino alla morte. Vegliate e fate che nè l´amore del mondo, nè l´affetto ai parenti, nè il desiderio di una vita più agiata vi muovano al grande sproposito di profanare i sacri voti e così trasgredire la professione religiosa con cui ci siamo consacrati al Signore.
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Niuno riprenda quello che abbiamo dato a Dio ».
Questo ritorno al mondo, vale a dire la defezione, è certamente il più deplorevole o, come dice Don Bosco, il più grande sproposito. Per grazia del Signore nella nostra Società si va assottigliando sempre più il numero di coloro che lo commettono; ma anche questo piccolo numero scemerebbe ogni dì più, se tutti fossimo veramente solleciti e decisi a staccare totalmente il cuore dalle cose del mondo; se risolvessimo fermamente di non far ritorno al secolo, neppur temporaneamente, senza una vera necessità e stretto dovere. L´Apostolo ci ammonisce che, non solo dobbiamo essere morti al mondo (44), ma che è dover nostro vivere nascosti con Cristo in Dio (45). E appunto ciò noi abbiamo solennémente dichiarato di voler fare, quando eravamo sul punto di emettere i voti religiosi: « Intendo promettere a Dio di aspirare alla santificazione dell´anima mia
· col rinunziare ai piaceri e alle vanità del mondo ». Siamo fedeli pertanto alla parola data, e ogni volta che, per gravi ragioni, dovremo ritornare al mondo, consideriamoci come estranei, come pesci fuori di acqua. Temiamo che il fango, o anche solo la polvere mondana, si attacchi alla nostra persona, e perciò rifugiamoci al più presto nella santità del nostro ambiente.
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Soprattutto in questi tempi, nei quali, con un consolante risveglio religioso e morale, vediamo, con pena profonda, ridestarsi procaci e insolenti certe forme di paganesimo e di sensualismo, riduciamo al minimo possibile i nostri ritorni al. mondo. Temiamo le infiltrazioni malefiche e gli abusi!
Don Bosco nel Proemio alle Costituzioni dichiara che « scogli terribili della castità sono i
luoghi, le persone e le cose del secolo. Fuggitele con grande premura, esclama il nostro santo Pa,- dre, e tenetevene lontani, non solo col corpo, ma fin colla mente e col cuore ».
Disgraziati coloro che non ne .fossero persuasi; essi dovrebbero rileggere e meditare queste gra
vissime parole del nostro Fondatore: « Io non mi ricordo di aver letto o di aver udito raccontare che un religioso siasi recato in patria sua e ne abbia riportato qualche vantaggio spirituale. Al contrario se ne annoverano migliaia e migliaia, che, non mostrandosene persuasi, vollero farne esperimento, ma ne provarono amaro disinganno, anzi non pochi rimasero vittime infelici della loro imprudenza e temerità ».
Niuno pertantò brighi o, peggio, si valga di scuse, pretesti o sotterfugi per strappare permessi che potrebbero essere funesti agli individui e all´intera Società.
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16. Il ritorno al mondo.
È vero, può esservi una grave e giusta ragione per recarsi al paese nativo: un lutto domestico, una disgrazia o qualche interesse di eccezionale importanza, per cui la presenza del confratello è richiesta. In questi casi gl´Ispettori hanno le necessarie facoltà ed essi, pur ricordando la responsabilità che grava sulla loro coscienza, ne faranno uso prudente. Ma, eccettuati questi pochi casi, noi, da buoni religiosi, dobbiamo mantenerci santamente distaccati dai nostri stessi parenti. Dico santamente, per mettere subito in rilievo che il nostro distacco non implica diminuzione di affetto, dimenticanza, abbandono. Il venerato Don Rua raccomandava ai Salesiani di ricordare sempre il sacrificio fatto dai nostri genitori nel consentire che ci facessimo religiosi: anche per questo essi hanno diritto a un aumento di affetto e riconoscenza. I nostri parenti occupino. il primo posto nelle nostre quotidiane preghiere. Ricordiamoli premurosamente nelle ricorrenze loro care, partecipiamo alle • loro gioie´ come alle loro pene, ma sempre nei modi e nei limiti consentiti dalla nostra condizione di religiosi. Lo stesso Don Rua, parlando di tali riguardi, scendeva a minuti particolari, raccomandando per
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esempio di « scrivere loro, di quando in - quando delle proprie notizie, di non farli sospirare e ge
mere per la trascuratezza di un tale dovere tanto facile a compiersi » (46). Ma, dopo questo, esigeva il relìgioso distacco, proprio di chi si è consacrato al Signore. Don Bosco, a coloro che volevano stare con Lui per aiutarlo • nelle sue imprese, diceva chiaramente, e lo voleva, che abbandonassero ogni altra cosa, ogni altro interesse. Devi lasciare tutto, le tue cose, -la tua patria, i tuoi parenti ».
«Ama i genitori, dice S. Agostino, ma ai genitori anteponi Dio » (47). E qui potremnlo ricordare le parole del Redentore: Se alcùno ama il padre
· o la madre più di me, non è degno di me (48).
Non deve dunque bastare• la circostanza di un battesimo, di una prima comunione, la celebrazione di un matrimonio, per chiedere e quasi pretendere il permesso di recarsi in famiglia. Purtroppo anche a certe feste religiose non è estraneo qualche cosa di mondano e il pericolo di dissipazione: ad esse pertanto non deve prendere parte chi ha lasciato il secolo per militare nelle file dei soldati di Cristo ,(49). Don Bosco nel- 1869, predicando gli Esercizi ai Confratelli, fece un´intera istruzione sul distacco dai parenti. Diceva fra l´altro di « non andare alla propria casa.
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fuorchè per gravi motivi e consigliati " dai Superiori, come fece S. Luigi; andarvi quando i parenti fossero gravemente ammalati; perchè andare a casa nelle vacanze, o per visite in occasione di feste chiassose, .è lo stesso che dire: Vado per raffreddarmi nelle cose di pietà » (50).
Questi ritorni al mondo sono da tutti riconosciuti come una delle principalissime cause delle defezioni religiose. Persuadiamoci, e teniamo sempre vivo nella mente, che la:nostra vera casa è la Casa religiosa ove fummo destinati dall´obbedienza; che ora la nostra famiglia sono i nostri Confratelli e i giovani coi quali conviviamo, e che i veri interessi nostri sono quelli della Congregazione che ci è Madre, e che pertanto null´altro ci dev´essere più caro che dimorare nella nostra comunità. D´altronde queste cose, ben lo sappiamo, altro non sono ché disposizioni già note: sono un richiamo alle genuine tradizioni salesiane, alle auree, chiarissime norme che Don Bosco aveva già dato ai suoi figli fin dall´anno 1876. Rileggiamole con riverenza filiale.
< Radice di dispiaceri e di disordini, diceva il nostro Padre, sono le relazioni con quel mondo che noi abbiamo abbandonato e che vorrebbe di nuovo trarci a lui. Molti, finché -vissero in casa religiosa. apparivano modelli di virtù; recatisi
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presso i parenti o presso gli amici, perdettero in breve tempo il buon volere, e ritornati in religione non poterono più riaversi, e taluni giunsero fino a perdere la medesima vocazione. Pertanto non recatevi mai in famiglia se non per gravi motivi, e in questi gravi motivi non ci andate mai senza il dovuto permesso, e per quanto è possibile accompagnati da qualche confratello scelto dal Superiore. L´assumervi commissioni, raccomandazioni, trattare affari, comprare o vendere per altrui conto, sono cose da fuggirsi costantemente, perché trovate rovinose per le vocazioni e per la moralità´ (51).
Lo stesso aveva inculcato nel 1.862 ai suoi primi preti e chierici: « Nessuno vada mai a, casa sua, o dei parenti o di amici o di conoscenti, se non per l´interesse della Congregazione o per esercitare un atto di carità. Per qualsiasi pretesto non si accettino mai inviti a festini di nozze o di altri pranzi secolareschi, di qualunque genere siano. Per quanto è possibile non si viaggi mai di festa, e mai con persone di sesso diverso. Nel convoglio noni stia in ozio, ma si dica il breviario, si reciti la corona della Madonna, o si legga qualche buon libro 3. (52).
Si aggiunga a queste vive raccomandazioni la deliberazione esplicita e categorica presa dal Ca
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´,nolo Generale tenutosi a Lanzo, e che Don Bosco stesso comunicava a tutti i Superiori con lettera latina il giorno .8 dicembre 1880: « Si adoperino i Superiori per abbattere fino dalle fondamenta l´officina di tutti i mali, qual è appunto il passare le vacanze presso i parenti o gli amici » (53).
Parecchi anni dopo, il venerato Don. Rua, trattando del profitto spirituale dei Confratelli, comincia col rivelare una gran pena del suo cuore. Questa pena non era altro che la constatazione del male che le vacanze avevano apportato in quell´anno. « Molti Confratelli sotto vari pretesti andarono in seno alle loro famiglie e vi dimorarono troppo lungamente. Altri senza il dovuto permesso intrapresero viaggi lunghi e dispendiosi, fecero visite a conoscenti, agli amici ´e ai parenti dei nostri allievi, passando presso di essi iutiere settimane. Questo modo di comportarsi: egli scrive, è affatto contrario agli insegnamenti di Don Bosco, alla sua santa Regola, alle deliberazioni capitolari e al proprio profitto spirituale » (54).
Dopo di lui, Don Albera, deplorando l´abuso che si era nuovamente manifestato, si rivolgeva agli Ispettori invitandoli a mettersi tutti d´accordo per tradurre´in pratica le disposizioni da
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te. e dopo aver suggerite sapienti norme per il conveniente svago dei Confratelli bisognosi di riposo dopo un nnno di fatiche, concludeva categoricamente: « Sia ´eliminata l´andata in famiglia per motivi di vacanza ».
Dal fin qui detto, è messa in chiaro la genuina vnlontà di Don Bosco e della Congregazione su questo increscioso argomento. Gl´Ispettori e i Direttori vigilino, affinchè, l´officina di tutti i • mali, che il nemico delle anime vorrebbe di tanto in tanto riaprire, resti definitivamelite e perpetuamente chiusa. In tal modo essi saranno i vigili custodi di quella purezza che costituisce, la caratteristica dei figli di S. Giovanni Bosco.
17. Rinunzia di se stesso.
La pratica delle norme che siamo andati considerando—rion basta, però, a preservarci da tutta quella terra, che tanto facilmente può penetrare nell´anima nostra e appannarvi il bel giglio della purezza: altra se ne deve evitare e togliere: altri distacchi dobbiamo fare. Lasciare la patria, distaccarci dalle nostre cose più care, dalle persone amate, dagli stessi genitori è certamente sacrificio grande, ma ben più arduo e penoso è lasciare noi stessi. S. Gregorio, dopo di aver detto
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che al vero discepolo di Cristo è d´uopo rinunziare agli affetti più cari della famiglia, afferma appunto che sacrificio molto maggiore è quello che ci è imposto con il distacco da noi mèdesimi (55). Molta e fangosa può essere la terra che troviamo nel secolo, a contatto con il • mondo, tra gli amici, i conoscenti, e talora presso i nostri più cari; ma la terra più pericolosa, più maligna, che più tenacemente aderisce a noi, è fuor di dubbio quella che si nasconde dentro di noi stessi.
Ciò vuol dire che, anche dopo di aver lasciato -il mondo e le sue vanità, e di esserci rifugiati nella Congregazione, altre. battaglie ci• restano da combattere,• se vogliamo assicurarci il possesso e la pratica perfetta della virtù della purezza.
Il più grande nemico dela purezza, ripetiamolo, è sempre dentro di noi stessi. Siamo. impastati di meschinissimo fango, siamo un insieme di miserie, di debolezze, di tendenze che ci´ tirano - al basso e che appesantiscono lo spirito e vorrebbero corrompere l´anima (56). Ognuno lo sa per propria e quotidiana esperienza: ci è forza vigilare senza posa, lottare senza tregua, reagire energicamente contro la natura corrotta, se non «vogliamo essere travolti e sepolti sotto lo stesso nostro peso.
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La perfetta purezza cristiana consiste anzitutto in una santa separazione dello •spirito da tutto ciò che lo possa contaminare. Gli uomini dicono- impuro ciò che è mescolato ad altri elementi,, ciò che si muta e corrompe. Iddio, che è infinitamente puro, è, per ciò stesso, causa, fonte, • oggetto, • misura di ogni santità (57). L´anima per- tanto perfezionerà la sua purezza a misura che si separi da ogni, elemento che possa inquinarla, e anche dalla terra del corpo che essa informa. A taluno può sembrare ciò un paradosso; quasi che ci si raccomandi di maltrattare questo nostro corpo che costituisce la più grande meraviglia del creato. Noi non ci indugeremo a parlare del corpo come di un nemico, quantunque non pochi Santi lo abbiano considerato e trattato a tale stregua. Seguendo invece l´ascetica del nostro S. Francesco di Sales, consideriamo il corpo come un alleato, un compagno dell´anima, che questa deve conservare puro per raggiungere quella santità che ci renda degni del premio eterno.
Renderemmo però incompleto il pensiero del nostro Santo, se non aggiungessimo che, mentre egli vuole che si rafforzi il corpo « per rendere l´anima più atta a meglio servire il Signore » (58) e perciò condanna, ad esempio, « le veglie che debilitano il cervello » (59), consiglia, anzi vuole
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altresì tutto quello che può contribuire « a crocifiggere la carne con le sue concupiscenze » e a domare l´uomo terreno che si solleva contro lo spirito.
Tuttavia S. Francesco di Sales, e con lui San Giovanni Bosco, chiamati da Dio ad una vita eminentemente attiva, spesa tutta a salvezza del-l(´ anime, c´insegnano a crocifiggere e a domare il corpo con le fatiche dell´apostolato, con la vita comune ben praticata, con la predicazione, con lo studio, con la scuola, col dovere compiuto alla perfezione, con l´adattarci non solo a ogni sorta di cibo ma anche alla mancanza di esso, con l´assoggettarci gioiosamente alle intemperie, alle fatiche dei viaggi, alle irregolarità del riposo, alle contrarietà, agli insuccessi, alle persecuzioni: e tutto ciò senza affievolimento nella pietà, nel lavoro, nella sobrietà, nel rinnegamento di noi stessi. Fu questa la grande e costante mortificazione con cui domava il suo corpo il nostro Santo Fondatore: e solo così sarà possibile a noi suoi figli conservare quella purezza angelica che in Lui rifulse. Le anime elette, chiamate alla vita contemplativa e alle penitenze corporali, domeranno il corpo con i digiuni e i cilici: noi all´incontro, per liberarci dagli impacci e dalle insidie di questo corpo di morte (60), ci
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serviremo, dei mezzi più sopra indicati: saranno essi. lo scudiscio di ogni giorno e di ogni, ora, con cui lo ridurremo a servitù (61). Sulle orme dell´apostolo S. Paolo, finchè piaccia al Signore che restiamó uniti al corpo, ricorderemo che esso è membro :del. corpo di Cristo, e perciò, alla stessa guisa che Cristo ha immolato il suo corpo Sulla Croce, noi pure offriremo a Dio il nostro come un´ostia viva (62) perchè la vita di Dio si manifesti nella nostra stessa persona (63). E così, morti a noi stessi, saremo più liberi e atti a compiere le opere di Dio.
Un giorno Mons. Le Camus fu pregato ´a voler spiegare la massima o sentenza che il suo amico S. Francesco di Sales ripeteva sovente: .« Morire éi se stesso », ed egli accondiscese di buon grado, « Voi mi chiedete la spiegazione di questa breve, ma squisita sentenza del nostro Santo: eccola. Bisogna che noi viviamo con una vita morta e che moriamo di una morte vivente, che vive con la vita del nostro Re e del nostro amabile Salvatore. Queste contrarietà che sembrano tra loro op
poste sono il vero linguaggio: ed il ´puro stile del-. la Scrittura e di S. Paolo: Voi siete morti, e la
vostra vita è tutta nascosta per Gesù Cristo in Dio (64): Ed -ancora: Gesù´ Cristo è morto per noi, acciocchè.. quelli che vivono non Dipano più
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a loro- stessi, ma a Colui che è morto e risuscitato per loro (65). Parlando di sè S. Paolo dice:
Io non vivo più, ma è Gesù Cristo che vive in me (66). Vivere con una vita morta è vivere non secondo i sensi e le naturali inclinazioni, ma secondo lo spirito e le inclinazioni soprannaturali. Questa è una morte secondo la natura, ma è una vita secondo lo spirito: questo è un far morire l´uomo vecchio in noi, per far rinascere dalle ceneri l´uomo nuovo » (67).
Il ricordo di questi pensieri di S. Paolo è assai utile per noi che, chiamati all´apostolato della gioventù, dobbiamo abituarci allo spirito di sacrificio e di rinuncia alle nostre terrene comodità, alle nostre pericolose inclinazioni, in modo che « pur vivendo uniti al corpo per natura, ne viviamo separati per grazia ».
D´altronde senza mortificazione e sacrificio non riusciremo mai a vincere le nostre concupiscenze: eppure, dice S. Agostino, questa appunto dev´essere l´opera nostra durante la vita terrena (68). Non dobbiamo illuderci: purtroppo le concupiscenze non ci lasceranno mai (69): ne sentiremo gli attacchi anche nella tarda vecchiaia (70); ma, a nostro conforto, ricordiamo che
· fedele è Iddio, il quale non permetterà ché siamo tentati oltre il nostro potere, ma darà con la tenta
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zione il profitio, affinchè possiamo sostenere (71). Coraggio pertanto, e ripetiamo anche noi con S. Agostino: « O Signore, poichè tu mi comandi la continenza, dammi di poter fare ciò che comandi e comandami ciò che vuoi » (72). Lo stesso Santo aveva un così elevato concetto delle anime pure da affermare che « i vergini hanno già alcunchè di non carne nella carne » (73).
Ecco il celeste programma tante volte esposto e inculcato da Don Bosco ai suoi figliuoli, esortandoli alla preghiera, alla vigilanza, alla mortificazione dei sensi, alla temperanza, alla penitenza, senza di cui è impossibile conservare la purezza. E tale appunto egli appariva tra i suoi figliuoli, glorificando e portando Iddio anche nel suo corpo, come vuole S. Paolo (74): dimentico di sè fino all´eroismo, puro in tutti i´ suoi atti, gesti, sentimenti, affetti; eppure così disinvolto, pia-, cevole, celestiale e umano.
Si è verificato in Don Bosco ciò che dice lo stesso S. Agostino: « Con la purezza e con l´unione abituale in Dio l´uomo, benchè composto di materia bruta, diventa,una creatura celeste » (75). Questo sforzo per liberarci dalla polvere e per preservarci è precisamente ciò che si chiama mortificazione, la cara virtù, che è la più fida ancella e la custode sicura della purezza.
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Un pensiero che ci renderà più"fatile la mor• tificazione del corpo è quello della morte, cosi insistentemente raccomandato da Don Bosco. La morte infatti ci mette innanzi la miseria e il nulla (76) di questa nostra carne corrotta, la quale, appena separata dall´anima, perde il nome di corpo per chiamarsi cadavere, e in seguito anche questo nome per non averne più nessuno (77), ridotta ormai a un po´ di polvere che il vento sperde nell´aria (78). Questo pensiero era familiare a Don Bosco. Nella solennità di S. Giovanni, quando i suoi figli tripudiavano attorno a Lui, felici di potergli manifestare il loro immenso affetto, fu visto una volta palparsi insistentemente con la destra il pollice della sinistra. Interrogato se quel dito gli facesse male: « Nn, no, rispose, ma mentre ascolto tante immeritate lodi, penso che questo dito e tutto il mio corpo sarà presto marciume e polvere. È tanto salutare questo pensieio! »
18. Custodia dei sensi.
Ma la terra di cui parlano S. Paolo e S. Tommaso non solo la troviamo in mezzo al mondo e nello stesso nostro corpo, ma essa s´infiltra anche nell´anima per i sensi. Essi sono come i valletti che comunicano quanto avviene intorno a noi,
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vale a dire le impressioni del mondo esteriore, allo spirito. Ora in questo loro costante contatto con la terra è facile assai che né restino insozzati e che alla loro volta ne infanghino lo spirito. Una triste esperienza c´insegna quante ani- me siano state vittime dei sensi immortificati. Per questo appunto S. Basilio vuole che « i sensi di chi è puro siano puri » (79).
Sarà utile pertanto passare, sia pure in rapida rassegna; alcuni dei nostri sensi per richiamarli alla legge della mortificazione, senza di cui è impossibile liberarci dalla terra e dal fango che inquina l´anima è la spoglia del candore delle purezza.
È stato detto che la purezza è la perfetta signorìa della volontà, sui sensi. Chi non sappia tenere a freno i sensi non sarà mai casto. « Non fidarti neppure, dice S. Girolamo, di una castità conservata per lunghi anni: anzi appunto per la soverchia fiducia in se stessi e per essersi esposti ai pericoli, caddero già uomini santissimi » (80). « Credimi, incalza S. Agostino, sono Vescovo e parlo la verità in nome. di Cristo: io stesso vidi stroncati cedri del Libano » (81). Solo l´umiltà, che induce alla ritiratezza, alla Vigilanza e alla preghiera; può. procedere con sicurezza (82). Per questo diceva il nostro S. Fran
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cesco di ,Sales che la castità è una virtù timida e delicata.
Ognuno dei nostri sensi è come una porta per la quale il demonio cerca di entrare. Facciamo di scoprire quale sia per noi la più pericolosa, quale sia il lato più debole, per ivi concentrare tutte le energie di difesa.
Anzitutto bisogna che mortifichiamo la vista, giacehè « l´occhio è la finestra per la quale il demonio entra più facilmente nel nostro cuore» (83): eppure essa è la meno vigilata, specialmente da coloro che non conoscono ancora bene le arti diaboliche. Tocca ai Superiori, specialmente ai Direttori, temere per i Confratelli loro affidati. In quanti pericoli possono inciampare tanti giovani Salesiani, nelle uscite, durante il passeggio, nelle serate teatrali o cinematografiche, nelle letture o simili! Si è saputo con molta pena che erasi permesso ai giovani, e perciò anche agli Assistenti, di assistere a partite nei pubblici stadi e ad altre adunate pericolose; anzi, che talora per queste ragioni si erano mutilate e sostituite sacre funzioni con qualche pratica più sbrigativa. Queste cose non sono di certo secondo lo spirito del nostro Padre. Si rifletta ai gravi pericoli che per la purezza possono incontrare tutti i Confratelli, ma specialmente i più gio
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vani, in queste adunate, ritrovi, feste, concerti. Quando, per disposizione delle legittime Autorità, è ´necessario partecipare in corpo, si vada: ma con le´ debite precauzioni e raccomandazioni. Negli interventi arbitrari c´è da temere assai che, venendo a mancare l´aiuto dall´alto, si veda esposta a gravi pericoli la purezza. ´
Nè si dica che i tempi sono così, che bisogna seguire´ la corrente; e meno ancora si osi affermare che Don Bosco oggi vi si adatterebbe. Noi conosciamo dalla sua vita quale caso egli abbia fatto di´ inviti e di feste estranee alla sua missione. I suoi tempi non erano poi affatto più facili dei nostri. D´altronde Don Bosco fu suscitato da Dio, non per essere trascinato dalla corrente, ma per opporvisi e arginarla in tutti i modi.
´• Un punto sul quale è bene richiamare particolarmente la nostra attenzione è quello déi giornali e delle riviste. Ricordiamo e osserviamo tutte le disposizioni della S. Sede circa la lettura dei giornali, e quanto è prescritto dalle Costituzioni. Viviamo fedeli alle nostre tradizioni. Don Bosco vide un giorno un superiore con un giornale in mano, circondato dai giovani, e lo riprese pubblicamente; e si avverta che trattavasi di un giornale notoriamente´ cattolico. Con quale santa indigna
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zione insorgerebbe oggi, se vedesse chierici e giovani intenti a leggere con passione giornali sportivi o altri, che per nessun motivo devono en
. trare nei nostri Istituti! Una triste esperienza ce lo insegna: alle notizie sportive altre ne vanno frammischiate, che non solo sono terra, ma fan
go appestante. Che dire poi di certi giornali illustrati? Come potrà conservarsi puro quel giovane, quel Salesiano, dinanzi a provocazioni sfacciate, che feriscono non solo gli occhi, ma mettono in diabolico sussulto il cuore?
Nè si deve tacere di un altro pericolo, quello
cioè cui vanno incontro i Salesiani che, per i loro studi superiori, si trovano nella necessità di leggere autori, il cui linguaggio e le cui dottrine possono riuscire di grave danno alle loro anime. A cotesti cari figliuoli si raccomandi più intenso spirito di preghiera, una maggior vigilanza sui loro sensi perchè obbligati talora a corsi promiscui, e soprattutto «il ricordo costante delle verità eterne. Dio non voglia che il tumore della scienza avveleni l´anima loro e debbano dire un giorno: « Gli ignoranti conquistano il regno dei Cieli, e noi al contrario corriamo pericolo di perderlo ».´
Similmente si vigili attentamente sulle letture che fanno i Confratelli, specialmente quelli del triennio pratico, che, se lasciati in balia di se stes.
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si, potrebbero trovare, nelle letture non controllate, la loro rovina. Fa pena vedere che talvolta si sciupa il tempo nella lettura prolungata, non solo di giornali e riviste, ma anche di libri poco seri, non formativi, saturi di spirito mondano, di romanzi che Mettono in subbuglio il cuore e rendono farneticante la fantasia. Ci è noto il pensiero di Don Bosco riguardo ai romanzi: Egli sconsigliava la lettura anche di quelli buoni perchè portano, a lungo andare,, a un vero squilibrio intellettuale e morale. L´articolo 42 dei nostri Regolamenti dice tassativamente che: tranne il caso di necessità riconosciuta dal Direttore, è vietata a tutti indistintamente la lettura di ogni libro o scritto frivolo, sentimentale, romanzesco, non esclusi certi classici in edizioni non purgate.
La soda inquadratura mentale si otterrà con la: lettura dei Padri e di autori seri, le cui dottrine servano a rafforzare la nostra cultura teologica, liturgica, filosofica, storica e morale. Coltiviamo pure le scienze così dette profane, ma esse siano mezzo e non fine, siano lo strumento con cui raggiungere più efficacemente risultati di apostolato fecondo.
Gl´Ispettori e i Direttori ricordino la loro tremenda responsabilità riguardo ai punti suaccennati. Dopo aver alzata la voce, in nome di. Dio.
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per non essere, al Divin Tribunale, chiamati cani
muti, vigilino a salvézza delle anime loro affidate.
19. Il cinema.
Siccome, pnrtroppo, anche dopo le istruzioni e raccomandazioni ripetutamente date a riguardo del cinema si ebbero a deplorare non lievi inconvenienti, è doveroso richiamare nuovamente tutti a un maggiore senso di responsabilità con qualche particolare considerazione.
Don Bosco procurò l´onesto divertimento ai suoi giovani, ma lo volle circondato di sapientissime norme_ che salvaguardassero la purezza delle loro anime; Basta leggere il Regolamento pel teatrino per rimanerne ammirati e commossi.. Con fine senso pedagogico, attinto alle più pure fonti del Vangelo, Egli tracciò a noi la via da percorrere: e possiamo asserire che, Salve rarissime eccezioni, i suoi Figli seguirono detta via, anzi compirono in questo campo un vero apostolato..
Ora dovrà dirsi che qualche Figlio di Don Bosco voglia lasciare le sagge e sante norme tracciate dal Padre?. Vi ´sarà alcuno che cerchi il divertimento purchessia, a ogni costo, anche col pericolo di mettere a repentaglio l´innocenza delle
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anime che ci sono affidate? No, lungi da noi tale supposizione: ma per allontanare anche la parvenza di tale pericolo, è bene richiamarci ai concetti della purezza salesiana.
È vero, non è possibile oggi negare la indiscussa potenza di penetrazione e la universalità del cinema: ammettiamo inoltre che vi sono certe applicazioni cinematografiche nel campo della istruzione tecnica e scientifica, della documentazione a mezzo di films storici, etnografici, missionari, e della propaganda o pubblicità, le quali non contrastano con i criteri .della morale cristiana e possono non solo essere lecite, ma ,anche raccomandabili. Ma quando si passa alla cinematografia teatrale, drammatica o comica, che è quella appunto che attira le grandi masse e si sostituisce al teatro, noi dobbiamo domandarci se risponda alle direttive della morale cristiana e, nel caso specifico, ai concetti pedagogici, di Don Bosco.
Basterebbe ricordare le proteste dei padri di famiglia, di associazioni religiose e civili, di alti magistrati e le preoccupazioni e le misure prese dai Governi, per persuaderci che il cinema non corrispose, fino a oggi, alle direttive suesposte. Anzi, pressochè in tutte le nazioni, sono sorte società ed enti che si propongono la creazione
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del film ´educativo e religioso per arginare appunto le funeste conseguenze di quello corruttore.
E dobbiamo riconoscere che si è arrivati, in parecchi casi, a modificare criteri troppo corrivi di
qualche società produttrice e a rendere più severa la censura.
Malgrado tutto ciò, chi voglia essere sincero
deve ammettere che il cinema è ancora, in troppi casi, strumento di corruzione e che minaccia di
travolgere, col pudore della gioventù, le più care speranze dell´umanità.
Basta leggere i giornali per rendersi conto della funesta influenza del cinema, specialmente
sugli animi giovanili. Latrocini, assassini, suicidi, fughe, fattacci di ogni genere vengono perpe
trati da minorenni, corrotti alla perversa scuola del cinema.
· Se il delitto e la immoralità vengono glori
ficati, come stupirsi dell´effetto che ne risentono gl´intelletti e i cuori dei fanciulli? Chi ptiò mi
s arare le funeste conseguenze che certe pellicole di carattere pornografico, ove sono esaltate le più
luride passioni, esercitano su tutti, ma specialmente sulla incauta gioventù?
Nè si opponga che si presenta il male per farlo esecrare.
Niente di più contrario alla dottrina della 64 •

Chiesa, agli insegnamenti di Don Bosco e al più elementare buon senso.
E chi non sa che la povera gioventù è circondata da tante occasioni, da così gravi peri
coli, da fiamme così cocenti da non aver bisogno che altre se ne aggiungano per inaridirne e incenerirne il cuore?
Se presentate alla fantasia del giovane il vizio, la. passione coi colori più smaglianti, e glielo inoculate per ore e ore sotto le forme più seducenti, a nulla servirà poi la fugace smorfia di pentimento, con cui si vuole coonestare il fango ributtante che ha sconvolto la mente e stimolato perversamente i più bassi istinti.
E neppure ci si dica che esiste la censura. Troppe volte essa si basa su principi pedagogici ben diversi e ben lontani _da quelli di Don Bo
. sco. E nemmeno si moralizzano i films con i tagli: la trama equivoca e morbosa resta anche dopo che sono state asportate le scene offensive al pudore. I tagli, in troppi casi, eccitano a indagini e supposizioni morbose.
Gli incaricati delle´ esibizioni cinematografiche potrebbero dirci quali e quanto frequenti ingrate sorprese riservano anche le pellicole che le case fornitrici noleggiano come assolutamente morali; quante preoccupazioni, ,quante ricerche, quante
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ore perdute in visioni di controllo! E dopo tutto ciò, a quali pericoli espongono anche le pellicole il cui intreccio pareva innocùo!
Ben lo sanno i Direttori e Confessori: quanti , cari giovanetti sentirono il bisogno, dopo la seduta cinematografica, di recarsi presso di loro per
manifestare i turbamenti delle anime sconvolte e chiedere la parola o l´agsoluzione che ridonasse la pace al loro cuore.
E perchè non dirlo? Ci consta che in una occasione i giovanetti stessi diedero gall´incaricato
del cinema la più tremenda e dolorosa delle le
zioni, protestando altamente, in una santa esplosione di grida e zittìi significativi, contro certe
scene meno corrette sfuggite alla ´censura, e che urtavano contro i nobili sentimenti dei loro cuori. Mentre noi plàudiamo a cotesti cari giovanetti, ci permettiamo di rilevare che è questa senza dubbio la più deplorevole -e umiliante sconfessione di un gruppo di educatori da parte dei loro educandi.
E allora, si dirà, dovremo sopprimere il cinema?
Si è saputo, con immenso giubilo, che in non poche Case lo si è soppresso interamente e che in altre è stato ridotto a pochissime esibizioni, sostituendolo col teatrino e le accademie che, giu
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sta il concetto di Don Bosco, hanno sul cinema immensi vantaggi educativi. Il teatrino infatti può costituire un premio, un incoraggiamento, un utile esercizio intellettuale e artistico degli alunni, un lavoro formativo, qualche cosa di loro stessi; mentre dall´altra parte è più facile il controllo della materia e si può avere una completa sicurezza morale.
Ove poi non sia possibile prescindere totalmente dal cinema, se ne riducano almeno le esibizioni e soprattutto sia circondato di tutte quelle cautele che servano a. preservare la purezza dei nostri giovani. Se un Oratorio o un Collegio non può andare avanti senza cinema, ben possiamo affermare che vi fa difetto una seria direzione.
Don Bosco ci ha forniti di tali e tanti mezzi per educare e sollevare alle più pure gioie di famiglia i nostri giovani, che, , se sapremo inettenie in pratica, non sentiremo il bisogno di esporli ai pericoli di esibizioni rocambolesche e morbose che ne snaturano la formazione e il carattere.
Si leggano a questo proposito le sapienti norme date da S. S. Pio XI nell´Enciclica sulla educazione cristiana della gioventù. Ma soprattutto non si dimentichino queste sue accorate parole: e Quanti traviamenti giovanili a causa degli spet
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tacoli odierni, oltrechè delle malvage letture, non debbono piangere i genitori e gli educatori! » (84).
´ 20. Le spiagge e i campeggi.
Altro pericolo per gli occhi e per la purezza sono le spiagge. Non è necessario rilevare quanto più grande sia ora la mondanità delle stazioni balneari che non fosse venti, trent´anni fa. Ebbene, allora la proibizione ai Salesiani di recarsi ai bagni era esplicita: le norme per coloro che dovevano andarvi, in seguito a prescrizione medica, erano di un rigore che ora parrebbe ridicolo a taluno. Sarebbe deplorevole però che, dinanzi a un concetto non più cristiano ma pagano del pudore, i Figli di San Giovanni Bosco andassero essi pure alla deriva e non avessero della purezza quell´altissimo concetto che il gran Padre lasciò loro come il più prezioso retaggio. Non avvenga che un Salesiano si esponga al gravissimo pericolo dei bagni per la sola ragione che sono cosa piacevole. Qui non si tratta neanche di necessità e meno ancora di grave necessità, come prescrive Don Rua (85). E quello che più addolora si è che, fatta l´abitudine e l´occhio a tali spettacoli, il religioso facilmente prende atteggiamenti mondani nell´abbigliamento, nei -divertimenti di
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spiaggia, nelle gite e simili. Il bagno diviene così per taluni un vero diporto, con quale datili° della
morale sensibilità non è chi non veda.... -
Deplorevole abitudine poi, e _da evitarsi in modo assoluto da parte dei Salesiani, sarebbe quella di prendere il bagno frammisti ai giovani. Don Bosco non avrebbe mai tollerato che gli educatori, vestiti in costumi succinti, si trovassero tra gli alunni sdraiati sulla spiaggia, mentre il demonio dell´ozio e della lascivia dà i più tremendi attacchi alla così insidiata purezza. Che avrebbe poi detto il nostro Padre, se avesse sa-p uto che tali scene deplorevoli venivano fissate, sulle lastre fotografiche e inviate, con incosciente leggerezza, ad accrescere nelle Case gli effetti scandalosi di tali viste invereconde?
L´amore che portiamo al nostro Santo Fondatore ci renda sempre più fedeli alle prescrizioni delle Regole e dei Superiori. Non si deve essere troppo facili a concedere permessi per siffatte cure che, in molti casi, per testimonianza di medici insigni, non recano giovamento alla salute. Non vogliamo neppur supporre che certe dichiarazioni siano strappate quasi per forza: è certo però che professori valenti lasciano capire che si potrebbe spesse volte provvedere diversamente e con vantaggio.
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E aggiungiamo subito che, non solo sulle spiagge può pericolare la purezza, ma anche nei cosiddetti campeggi montani.
Abbiamo udito che presso certi Istituti, per fortuna non salesiani, si affettuano campeggi in
condizioni che Don Bosco non avrebbe mai tollerato. Ci consta che i vestiti dei giovani durante. l´intera giornata sono contrari alla serietà. e più ancora alla, cristiana decenza, e che la
stessa succinta forma di vestire sia usata, non si sa per quali regole di malintesa e ´sciagurata igiene, dagli educatori. Vigiliamo e siavi da parte di
tutti una salutare reazione di pudore e di per
sonale dignità per impedire che tali sventate e antieducative pratiche abbiano mai a varcare i
battenti delle nostre case. Sarebbero vane le tar
dive lamentele, invano avremmo gridato noi pure con il Profeta: Distogli, o Signore, i miei occhi
dal vedere le vanità (86), se poi ci recassimo là
ove la procacità trionfa e ammorba´ l´ambiente. « Nessuno, avverte San Cipriano, si creda a lun
go sicuro, quando si è- avvicinato e quasi messo nel
pericolo » (87). Non può pretendere grazie speciali chi volontariamente o per inescusabile leg
gerezza si mette nella occasione di peccare. Non ci sfugga dalla mente la sentenza ammonitrice di San Lorenzo Giustiniani: « La curiosità dei sensi
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provoca l´incendio delle passioni e la rovina della castità » (88).
Abbiamo segnAlato due occasioni in cui la immortificazione degli occhi può mettere a rischio il candore della purezza salesiana. Ma quante e quante altre se ne presentano incessantemente anche nella vita ordinaria! I Superiori specialmente non tralascino mai di mettere in guardia i Confratelli sulle sorprese di questo insidiosissimo senso. Si ripeta spesso a tutti che la castità delle anime consacrate a Dio non consiste solo nel non lordarsi con opere immonde, ma nell´astenersi pure dagli sguardi pericolosi che possono turbare il pensiero (89). Dio non voglia che si abbia poi a dire tra gemiti e sospiri, dopo certe uscite, dopo certi programmi di cinema, dopo certe imprudenze dell´assistenza: Il mio occhio ha depredato l´anima mia (90).
Non ristiamo dal rammentare che « il demonio incomincia i suoi attacchi per mezzo degli occhi e che questi sono_ i primi a corrompersi » (91), e ci incuta un salutare spavento il monito scritturale: Forsechè fu creato qualche cosa più iniquo dell´occhio? ´ (92). Voi ben capite che si tratta dell´occhio immortificata, immodesto, procace; ma l´espressione è così forte, che deve indurci a meditare e più ancora a vigilare per im
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pedire che, attraverso l´immodestia degli occhi, ne resti avvelenato il cuore.
· 21. La radio.
Non solo gli occhi però, ma anche. gli altri sensi presentano pericoli speciali in rapporto alla castità. Non è così frequente per noi il caso di essere costretti ad ascoltare discorsi inopportuni, se sapremo amare la nostra Casa e uscire il meno possibile nel mondo. Ora però, anche restando in casa, siamo insidiati da un grave pericolo, quello della radio. Furono date disposizioni tassative a tale riguardo ed è bene ripetere che non è assolutamente permesso -ad alcun Salesiano di ritenere presso di sè apparecchi di radio per servirsene a suo talento.
Che sarà della castità di quel povero Confratello, che la espone, nelle, ore più pericolose,´ agli incentivi di canti passionali, alle frasi equivoche, ai frizzi lascivi, alla spudoratezza sfacciata? Per le grandi audizioni che interessano la nostra condizione di cattolici, di religiosi e di cittadini devoti, i Superiori sapranno opportunamente farci partecipi delle giuste gioie della Chiesa, della Congregazione e della Patria. Chi invece volesse ricorrere a sotterfugi dolosi ne soffrirà le dolorose con
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seguenze, mettendo a repentaglio forse, la vocazione e l´eterna salvezza.
Non è fuor di proposito aggiungere che anche i dischi del grammofono possono esporci a dolorose sorprese ed essere motivo di scandalo, se venisse a mancare un criterio´ profondamente salesiano - nella scelta e un- severo controllo. Alle . volte una fatale imprudenza può cagionare la perdita di un´anima.
22. Il silenzio sacro.
Nel sogno del 1884, che trovasi in appendice, è detto: « Bada- di non peccare con la lingua, onde tu non cada per terra a vista dei tuoi nemici che ti insidiano, e non sià insanabile e mortale la tua caduta » (93). A questo proposito ascoltiamo con filiale devozione la calda raccomandazione che ci rivolge S. Giovanni Bosco: Si osservi rigorosamente .il silenzio sacro. Il nostro Padre al n. 3 del capitolo della Castità, nel Proemio delle Costituzioni, dice: « Dopo le orazioni della sera andate subito a riposo e non fate più conversazioni con alcuno fino al mattino dopo la Santa Messa ». Non ci paia questa una raccomandazione minuta; superflua. Si potrebbe dimostrare con prove di fatto che molti inconvenienti e dispiaceri sarebbero ri
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sparmiati se tutti, senza eccezione, si facessero un dovere di non infrangere assolutamente il silenzio che noi diciamo sacro. È già un male la trasgressione di una precisa. disposizione regolamentare; ma il demonio astuto trova modo di servirsene per trascinarci ad altre mancanze positive ed eccitare occasioni pericolose. Tutti, e´ i Superiori precedano con l´esempio, osservino questa prescrizione salutare: detto silenzio sia ancor più sacro nei dormitori: qui, infrazioni stimate leggere potrebbero condurci sulla china dell´abisso. La nostra osservanza procurerà gioia immensa al nostro Santo Fondatore, che ci fa udire ancora una volta la sua voce cara e soavemente ammonitrice parlando appunto della mortificazione dell´udito: < Chiudete ambedue le orecchie, perchè un male incalcolabile avviene dall´aver udito qualche discorso o anche solo qualche parola maliziosa. Fuggite i luoghi pericolosi per la presenza di certi sboccati. Evitate i discorsi colle persone di mondo, i ritrovi dei giuocatori. Non accettate di prender parte ai conviti secolareschi. Ma se si è costretti ad andare, sentendo dei cattivi discorsi non parlate, ma date segno di dispiacere; chiudete le orecchie, ´e, invocato l´aiuto di Dio, fate o dite quello che il Signore ispira, o allontanatevi con qualche pretesto. Anche in certe famiglie vi sono pericoli
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di questo genere e talora anche più gravi. È perciò che io do consiglio di non andare a casa, se non obbligati da uno stretto dovere ». E ancora:
Perchè non entri il demonio, chiudete la porta: questa è la bocca, perchè è colla lingua che si fanno i riprovevoli discorsi, Non dirò di quelli che offendono direttamente la bella virtù, ma sibr bene di certi parlari che sembrano indifferenti; di certi racconti, di favole, storielle non cattive in sè, ma per certe circostanze; di motti non troppo castigati; questi bastano certe volte a destare cat- • tivi pensieri nei giovani, che già furono vittima di certe miserie, ovvero inducono altri a interpretarle male, cagionando disistima verso chi ha parlato. E. i buoni in tale caso, potendolo, si allontanino. Quindi non parlare più del necessario e sempre di cose utili all´anima » (94).
23. LO sobrietà.
Altro mezzo assai efficace per custodire la castità è la mortificazione della gola. Il Vangelo ci ammaestra che senza il digiuno, vale a dire, nel caso nostro, senza la mortificazione della gola, senza sobrietà, è impossibile la purezza. Don Bosco lo ha ripetuto, con una insistenza che deve farci riflettere, nei Regolamenti, nelle prediche, nelle
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buone notti, durante gli Esercizi Spirituali, sempre. Nei suoi sogni tali raccomandazioni gli erano costantemente inculcate da misteriosi personaggi; ed Egli non finiva di esortare i suoi figli alla pratica di una prudente ma costante sobrietà (95). La santa Regola vuole che ai Novizi si predichi incessantemente la virtù della sobrietà, pur raccomandando loro la massima cura della sanità.
Attenti perciò contro questo pericolo, contro questa tendenza. Ricordiamo i fulgidi esempi di Don Bosco e di Don Rua; e se, per le mutate condizioni dei tempi, se ´per la debolezza della nostra costituzione, o per necessità di salute, non ci sono consentite vere mortificazioni corporali, anzi siamo costretti ad averci speciali riguardi, cerchiamo tuttavia di non abusarne.
. Per gli ammalati, per i Confratelli bisognosi di cure, ogni sollecitudine, ogni riguardo consentito dalla nostra povertà; ma che nessuna delle Comunità nostre abbia da meritare quel rimprovero che un abate faceva ai suoi religiosi: < Dacchè siamo monaci, abbiamo tutti lo stomaco debole ». Nè si dimentichi che « lo stomaco rigurgitante è piuttosto oppresso che nutrito » (96). Procuriamo che non s´introduca tra noi l´amore alla buona tavola e venga a scemare quella moderazione che finora è stata glorioso vanto e retaggio della Congregazione.
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Nel 1876, durante il secondo´ corso degli Esercizi Spirituali a Lanzo, Don Bosco pregò lungamente il Signore, perchè gli facesse conoscere quali raccomandazioni doveva fare alla predica finale. Una notte la mistica Guida lo prese in disparte e gli disse: « Ti farò vedere il trionfo della Società di S. Francesco di Sales ». E lo fa salire sopra un macigno e gli addita un immenso panorama, dove si scorgono uomini d´ogni colore, d´ogni vestito, d´ogni nazione. Sono squadre che si succedono a squadre, è un popolo sterminato che non si può calcolare. E la Guida gli dice: « Vedi quanta messe? Questo campo immenso è destinato aì tuoi figli, ma ricorda: Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la Società Salesiana ». Ecco il, nostro labaro: difendiamolo.
Si tratta di un gran mezzo che da Gesù è stato suggerito per il trionfo della purezza. Non siano lettera morta le belle parole del nostro Padre, che leggiamo spesso, specialmente nei periodi di ritiro e nel mensile esercizio di buona morte: « Una speciale temperanza vi raccomando nel mangiare e nel bere: vino e castità non possono stare insieme ».
Ci diano coraggio a praticare il meglio possibile la mortificazione della gola le nobili parole che un giorno pronunciò Don Bosco, quando, nel
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1860, fu costretto a migliorare il ,vitto per il bisogno di quelli che abitavano con lui. « Speravo che nella mia casa tutti si sarebbero accontentati di minestra e pane e al più una pietanza di legumi. Mio ideale era di lasciare una Congregazione modello di frugalità ». Ciò che nella mente di Don Bosco pareva frugalità era mortificazione continua, quasi digiuno. Tanto è vero che Egli stesso aggiunge subito: « Mi sono persuaso che la mia idea era inattuabile » (97). È però sempre attuabile per noi il proposito ch´Egli fece in occasione della sua vestizione chiericale e-nella sua ordinazione sacerdotale. Esso può costituire il vero criterio della nostra sobrietà e mortificazione della gola. « Amerò e praticherò la ritiratezza, la temperanza nel bere e nel mangiare, e di riposo non prenderò sé non le ore strettamente necessarie alla sanità. Mi mostrerò sempre contento del cibo che sarà apprestato, purchè non sia cosa notevole alla sanità ».
Le raccomandazioni del nostro .Santo Fondatore per là mortificazione della gola sono singolarmente notevoli: si direbbero perfino soverchie e rigorose sul labbro di un Padre dal cuore così largo. Si comprende che Egli si propone in modo speciale di riprovare l´abuso; ma dalle sue parole emerge chiaramente il suo amore per la vir
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tù angelica e il timore che essa venga a trovarsi in pericolo.
« Non si mangino, Egli aggiunge, cose forti, piccanti, di difficile digestione, troppo abbondanti e troppo gustose, come sarebbero le paste dolci e le confetture. Non si bevano vini squisiti e liquori inebrianti, e tanto più se con intemperanza, perchè facendo in questo modo è un doppio miracolo se conservasi la bella virtù. Se non fosse altro, si dà in pensieri o desideri illeciti deliberatamente, con pericolo di azioni abbominevoli. Alla sera non star del tutto digiuni; ma più ci terremo leggeri nel mangiare, più saremo sicuri. Aggiungo di far mortificazione, non solo col non procurarci cibi che ci fanno gola, ma col frenare questi desideri. Siamo contenti di quello che la Provvidenza ci somministra » (98) .
All´udire queste insistenti raccomandazioni del nostro Padre sembra che risuoni al nostro orecchio la voce potente del Principe degli Apostoli: Fratelli, siate sobrii e vigilate perchè il demonio, vostro nemico, vi circuisce a guisa di leone ruggente per divorarvi (99). « Sta´ sempre sull´attenti, ammonisce S. Agostino, perchè è sempre pronto e disteso il laccio del tuo nemico; guai a te se vi sarai colto. Chiudi pertanto la porta della cupidigia e non cadrai- nel laccio ». « Avver
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ti, continua il Santo, che il demonio vien chiamato leone e dragone; leone perchè ci attacca allo scoperto, dragone per le sue occulte insidie. Chiudi la porta alla cupidigia e non cadrai nel laccio » (100).
24. Mortificazione del cuore.
La mortificazione dei sensi ci prepara alla più grande mortificazione, che è quella del cuore. Scrive Don Albera: « La mortificazione, in tutte le sue moltissime applicazioni quotidiane, toglie dal cuore ogni ingombro » (101). Vi è dunque dell´ingombro nel nostro cuore: anzi propriamente nel cuore si raduna in maggior copia la terra di cui abbiamo parlato: essa è che oppone il maggior ostacolo alla santità e alla perfetta purezza. « Se il tuo cuore è nella terra, dice S. Agostino, come potrà essere mondo ciò che si ravvoltola nella terra? E poichè si contamina, aggiunge il Santo, tutto ciò che si mescola con una natura inferiore: così il tuo cuore resta contaminato dalle cupidige terrene´ (102).
Diceva il nostro Patrono S. Francesco di Sales che «,la castità del cuore è come la midolla, mentre la castità del corpo è la corteccia. La castità nel cuore è la radice nell´albero della castità, i rami e le foglie sono nella castità del
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corpo » (103). Egli collocava la castità del cuore
· nella rinunzia a ogni disordinata affezione. Santa Caterina -da Siena scriveva alla nipote: « Guàrdati bene dall´attaccare il tuo cuore ad altri che a Cristo, perchè quando lo vorrai distaccare non ci riuscirai più, se non con grande pena e violenza » (104).
Ricordiamo frequentemente l´avviso dello Spirito Santo: Vigila sugli affetti del tuo cuore con tutta diligenza (105). È vero, vi sono le amicizie sante. Ascoltiamo però queste gravi parole di S. Agostino, che ci ammonisce della cattiva piega che può prendere anche l´amicizia santa, quando non si sta in guardia: « L´amore spirituale, egli dice, genera l´amore affettuoso, e l´amore affettuoso genera l´amore carnale, che alla sua volta produce l´amore criminale ». S. Francesco `di Sales, nel capo XIX della Filotea, ripete quasi letteralmente la sentenza del Dottore d´Ippona:
Si comincia, così egli, con l´amore virtuoso; ma poi, se non si ha giudizio, verrà a mescolarsi l´amor leggero, indi l´amor sensuale e finalmente l´amor carnale ».
Quant´è mai sdrucciolevole questa china! Teniamoci ben saldi per non essere trascinati negli abissi. È evidente che qui s´intende parlare dei riguardi che bisogna avere trattando con qualun
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que genere di persone, ma specialmente con persone di altro sesso, qualunque sia la loro condizione. Fanno al caso nostro queste parole che Don Bosco ci lasciò scritte: « Nè per burla,´ nè per ischerzo, nè per altre ragioni o pretesti si dicano parole che servano a muovere il riso o procurare stima e benevolenza nelle persone di altro sesso ».
25. Castità selvaggia.
Al riguardo abbiamo l´esempio fulgidissimo del nodi.° stesso Santo. Se Egli, angelo di purezza, specchio illibatissimo, è stato così delicato, così pieno di riguardi, diremmo timido e prudentissimo in tutto ciò che aveva rapporto con la castità, chi oserà ostentare disinvoltura e sicurezza?
, Ricordiamo il nostro caro Padre. Egli da fanciullo si rifiuta di sorvegliare la bambina- dei padroni dove era occupato come garzoncello: « Datemi fanciulli fin che volete da custodire; ma ragazze io non ne debbo custodire ». A questa delicatezza di coscienza informò tutta la sua vita, a questa purezza miravano i propositi presi nella vestizione diericale e quelli della prima Messa. « Non farò mai, scrisse allora, conversazioni con donne, fuori del caso di ascoltarle in con
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fessione o di qualche altra necessità spirituale
E mantenne tale pìoposito fino alla morte. Sappiamo infatti che, negli ultimi mesi di sua vita, si recò a visitarlo una signora, la quale vedendo lo sforzo che Egli faceva nel passare da un posto all´altro, cercava di sorreggerlo con un braccio: ma Egli-in tono risoluto e faceto: « Come? — esclamò alludendo all´anno della sua nascita --- un granatiere del ´15 come sono io, crede Ella che abbia bisogno di farsi sorreggere da una signora? Questo non sia mai ». È bene anche ricordare come altra volta rifiutò di andare in carrozza con una veneranda e piissima signora, sotto il pretesto che Egli era povero ed avrebbe dato nell´occhio ai suoi benefattori. Un altro giorno recatosi a far visita a una insigne benefattrice, la marchesa Mirando, incontrò nel salone d´entrata alcune signore´ vestite con molto lusso e alquanto scollacciate. Don Bosco abbassò gli occhi e disse: « Scusino, ho sbagliato porta: credevo di entrare in una casa, invece sono entrato in un´altra »: Le signore capirono e chiesero scusa, e andarono a coprirsi meglio. E Don Bosco sorridendo: « Così va bene, così va bene ». Potremmo citare altri fatti, i quali tutti servirebbero a lumeggiare sempre meglio il riserbo veramente angelico del nostro Padre. Ricordiamo invece, che.
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pe1/4 suo riserbo e pel costante, fermo, assoluto suo proposito di conservare la castità in tutto il suo splenddie, un illustre biografo, il Senatone Crispolti, potè affermare, e non senza ragione, che la castità di Don Bosco era addirittura selvaggia.
Per chi conosce a fondo Don Bosco, questo attributo è un magnifico e indovinatissimo elogio, e solo potè essere frainteso da coloro che del nostro angelico Padre avevano una cognizione superficiale e confusa. Vorremmo quasi dire che noi dobbiamo andare orgogliosi di questa affermazione, che ci dice tante celesti cose e ci dà insegnamenti così preziosi.
Selvaggia, vale a dire tutta fatta di ritiratezza, di circospezioni, di internamenti, di separazione dal mondo, di fierezza che non ammette avvicinamenti nè contatti pericolosi, la castità del piccolo Giovanni Bosco che, appena decenne. riesce a impedire un pubblico ballo, in cui la moralità era in pericolo. Selvaggia la sua esigenza, quando, da chierico nel Seminario, presidente dell´accademia letteraria, non approvava che i chierici nominassero le donne con espressioni meno delicate per un ecclesiastico. Anche S. Francesco di Sales, il gentiluomo, il cavaliere, aveva questa castità guardinga; e Don Bosco l´apprese certa
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mente alla sua scuola. Racconta Mons. Le Camus: « Si parlava di una signora che un distinto gentiluomo aveva sposato per le sue esteriori qualità. S. Francesco risponde: " Non l´ho mai veduta: ho sentito dire che è molto speciosa ". " Volete dire che non l´avete mai rimirata? " " No, ti-spose, non ricordo d´averla mai veduta ". " Ma perchè, riprese Monsignore, usate qíresta espressione e la chiamate speciosa? Sarà parola savoiarda, ma in francese non suona bene ". " La frase, rispose Francesco, non è nè francese nè savoiarda, ma molto appropriata a un ecclesiastico: perchè, quando noi parliamo di questo sesso, mi pare che le parole bello e bellezza non siano molto convenienti per noi. Queste parole in un certo senso accennano il giudizio degli occhi, e perciò è ´meglio moderare i discorsi con termini più modesti e meno ordinari "» (106).
Don Bosco in fatto di castità aveva le stesse idee del suo e nostro Patrono. « Il Card. Cagliero dice a questo proposito: " Io sono persuaso. per le intime attinenze avute sempre con Lui, ch´egli sia vissuto e morto in castità verginale. Sempre castigato nei suoi sguardi, riservatissimo con persone d´altro sesso, non si vide mai alzare gli occhi in faccia a loro. Si vedeva chiaramente che sentiva in sè una certa ripugnanza a trattare con
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esse, fossero pure anche sue parenti ". " Io vidi, narra Don Giacomelli, più di una volta la figlia del suo fratello Giuseppe, che dalla patria- veniva a Torino per vedere la nonna -Margherita, e lo zio. Don Bosco dimostrava che non ne aveva piacere, la riceveva per brevi istanti e la rimandava tosto presso sua madre; .a me poi disse: — Mi sarebbe più caro Che venisse a trovarmi una dozzina di giovanetti che non questa: o altra ". E il chierico Savio Ascanio lo sentì ripetere, a sua madre come non fosse conveniente che la nipote venisse all´Oratorio » (107) .
« Siamo tutti di carne e ossa, Egli diceva. Mettete il fuoco vicino alla paglia e poi vedrete. 11 demonio è furbo: toglie il nome di cugina,-sorella, e resta la persona di altro sesso » (108).
Di Don Rua, che in tutto imitò Don Bosco. si legge: « Non fece mai uso nemmeno, di certe espressioni che anche buoni scrittori e zelanti predicatori sogliono adoperare: " poichè, diceva. ho da trattare con la gioventù, e da ciò potrebbe . averne qualche impressione "» (109).
Tutti conosciamo, ma è bene richiamarlo alla memoria, un fatto che viene´ a confermare la verità della espressione del Senatore Crispolti: Un giorno fu invitato ad assistere a una recita eseguita in un convitto di nobili fanciulli. La com
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inedia rappresentava un figlio, dicevasi, d´un incauto amore, e che era preferito ´al figlio legittimo, per le sue virtù. Vedendo svolgersi innanzi una simile tela, Don Bosco si alzò sul finire del primo atto: — E dànno di queste cose? — disse a un Superiore che gli era a fianco. — Capisce bene! Bisognerebbe uscir fuori, non solo dal Collegio. ma anche da questo mondo, per non sapere certi avvenimenti. — Sia come si vuole, io intanto la saluto. = Come? Se ne va? -- Precisamente! — E -uscì fuori.
Don Lemoyne. narrato questo episodio, osserva:
Trattandosi di sconvenienze morali, Don Bosco era inesorabile ». E noi ci gloriamo della castità aspra, rude´ del nostro Padre, che in tutto- il resto era di una compitezza e di una soavità meravigliosa.
Come avrebbe potuto agire diversamente colui che, come scrive lo stesso Don Lemoyne, pel suo ardente amore alla ´bella virtù, diede origine, nel 1849, al teatrino per gli allievi interni dell´Oratorio? La sua severità nel non tollerare per nessun motivo lo scandalo, e la forza con cui combatteva il vizio contrario alla purità devono essere a noi di fulgido esempio. Voglia Iddio che i suoi figli abbiano sempre un cuore così puro e moralmente delicato. da´ ritirarsi come il riccio. o se più
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piace, come la sensitiva, che si- chiude e si nasconde inesorabilmente a ogni indelicatezza esteriore. Dopo di ciò possiamo candidamente confessare che rincrebbe quando l´esimio Autore suaccennato, forse per riverenza a Don Bosco, che altri, non lui, credevano menomato con quell´aggettivo, abbia soppressa quella così espressiva, specifica ed´ innocente qualifica della castità di Don´Bosco. La purezza di Don Bosco, era finissima -e delicata fino all´estremo. E ben possiam dire che, nella sua anima eletta, gli estremi della delicatezza e del severo riserbo si toccavano fino ad assommarsi e confondersi in una fulgida luce di virgineo candore.
26. Con altre persone.
Sia adunque nostro impegno imitare Don Bosco nell´angelico riserbo, anche se per questo dovessimo essere creduti meno cortesi e compiti di quello che realmente siamo. Abbiamo norme sicure sul come regolarci nel trattare con donne, secolari e religiose, negli uffici, nei parlatori, in occasione di visite o viaggi, per le strade, con le Suore nelle loro Case e in Casa nostra. Rileggiamo quanto ci può riguardare e inculchiamone la fedele osservanza a tutti come desiderava
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nostro Santo Fondatore. Di questo nostro carissimo Padre citerò qui al riguardo ancora una pagina, che dice tutta la sua delicatezza e la sua paterna preoccupazione: « In quanto alle occasioni pericolose vi dirò di evitare lo star soli con persone di altro sesso. Dovendo trattare con esse siate più brevi che potete, e, dato sul principio uno sguardo indifferente, parlate con la faccia volta da un lato, volgendo gli occhi qua e là, senza affettazione. Non accompagnatevi con esse per istrada. Astenersi dallo stringere loro la mano, fossero pure vostre sorelle, dar loro sguardi affettuosi, far loro dei regali, scrivere lettere troppo tenere, far confidenze troppo spinte, dar preferenze a una più che all´altra. Chi non voglia evitare quella familiarità che dà luogo a sospetti, cadrà presto nell´abisso » (110).
I sacerdoti ricordino quanto la Chiesa nostra Madre, i moralisti e i maestri di spirito raccomandano riguardo alle confessioni. È opportuno riportare qui ciò che il 4 dicembre 1920 scriveva a tale proposito il venerato signor Don Albera. Dopo aver inculcato ai confessori la massima vigilanza, delicatezza e prudenza nell´esercizio del loro altissimo ministero, continuava così: « Noi abbiamo un esempio sublinie a questo riguardo, ed è il nostro santo Padre Don Bosco. Egli, come risulta dal
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la sua vita, aveva uha riverenza così profonda tanto verso il Sacramento della Penitenza, come verso le anime che ricorrevano a Lui, che nel tratto, nelle parole, in tutti i suoi atti e rapporti verso i penitenti ispirava sentimenti di viva pietà e compunzione, affezionando così le anime alla vera devozione, non a se stesso.
« Voi certamente comprendete il mio pensiero; ma affinchè non vi sia luogo a dubbio o incerte interpretazioni, ve lo esporrò con tutta semplicità e chiarezza.´
« È stato deplorato che taluni Confessori usino con le penitenti un linguaggio troppo familiare, per esempio dando loro del " tu ", e adoperando altre espressioni che fomentino intimità e dimestichezza; che facciano alle penitenti e ricevano da esse visite; che si trattengano in lunghe conversazioni con esse nelle sacrestie, nelle foresterie, nei parlatori, sotto pretesto di direzione spirituale; e tengano con le medesime, senza una vera necessità, corrispondenza epistolare.
« Voi comprendete facilmente quanto sia pericoloso e irregolare, per non dire altro, un tal modo di procedere nell´esercizio del sacro ministero delle Confessioni; esso facilmente potrebbe condurre a conseguenze pernicidse e fatali, e non spendo altre parole sopra di questo punto ». E
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dopo aver dato sapienti e severe disposizioni tassative agli Ispettori perché venisse allontanato qualunque ´inconveniente o abuso -potesse verificai si su tal materia, e in qualunque suddito, anche se coprisse uffici importanti, conchiudeva: « È mia precisa volontà che non s´intacchi menomamente da alcuno dei nostri quella intemerata tradizione, che forma una delle glorie più belle e più pure della nostra Pia Società » (111).
Sarà pure utile ai Confessori la lettura dell´Istruzione del S. Officio del giugno 1915, nonché il ricordo delle tremende sanzioni con cui vengono colpiti i colpevoli. È assai meglio trepidare di tremore salutare ai piedi di Gesù Crocifisso ed essere magari tacciati di timidi e paurosi all´eccesso per non voler ammettere una certa libertà. che ci si vorrebbe gabellare come regola della così detta buona società, anzichè piangere pói la perdita della grazia di Dio e infine anche quella della nostra vocazione religiosa e sacerdotale e. Dio non voglia, la dannazione eterna.
E qui è bene ricordare con quale santo, riserbo e severa delicatezza voleva il nostro Padre che trattassimo colle Suore. I Superiori si facciano un dovere di rileggere la Circolare del 20 febbraio 1921 nella quale il´ venerato Don Albera dà norme e istruzioni a tale riguardo.
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· Crediamo anzi utile e doveroso riportare qui le deliberazioni dei Capitoli Generali messe in appendice di detta Circolare. •
1° Negli Istituti ove le Suore di Maria Ausiliatrice prestano l´opera loro, la loro abitazione sia interamente separata da quella dei Salesiani, di modo che niuno possa nè entrare nè uscire, se non per la porta della loro Casa che mette all´esterno.
20 Solo mezzo di comunicazione sia la cosiddetta "ruota ", tanto per commestibili, quanto per abiti, biancheria, arredi sacri, e simili.
3° Il dormitorio e l´infermeria sono luoghi rigorosamente riservati. Se per ragionevole motivo deve entrarvi il Direttore, sia esso accompagnato da una Superiora, e l´uscio non sia mai chiuso a chiave.
4° È stato stabilito un parlatorio; dove al bisogno la Direttrice può conferire col Direttore e con le persone esterne. Questo però senza grave necessità non deve mai avvenire di notte, nè mai con l´uscio chiuso a chiave.
5° Dove l´abitazione non è ancora a norma dell´articolo primo, niuno degli interni potrà inoltrarsi nella parte destinata alle Suore senza licenza del Direttore, nè fermarsi a parlar con alcuna di esse senza il permesso e la conveniente
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assistenza della Direttrice o di chi ne fa le veci. Parimenti, occorrendo ad alcuna Suora di dover parlare col Direttore o con altra persona da Lui delegata, dovrà prima render avvertita la Direttrice.
6° Questi colloqui siano brevi e improntati di gravità, prudenza e carità. Si eviti ogni familiarità nelle parole e nel tratto.
7° Il Direttore vegli attentamente nella scelta e nel modo di portarsi delle persone che hanno qualche incarico relativamente alle Suore, come sarebbe per la cucina, biancheria, ecc.
8° Le Suore avranno una Cappella propria per le pratiche di pietà. Dove ciò non potesse farsi, assisteranno, per mezzo di apposito coretto, alle sacre funzioni della chiesa della Comunità.
9° Per la predicazione, confessione e altre pratiche si osserverà quanto è stabilito dai Sacri Canoni e dalle Regole loro particolari.
100 Le confessioni non si ascolteranno mai di notte. Avvenendone la necessità, si osserveranno le ecclesiastiche prescrizioni 2..
I Signori Ispettori vigilino perchè la separazione sia attuata a ogni costo e le norme siano da tutti diligentemente osservate.
Se poi in qualche istituto, per le inadatte condizioni dei locali, non fosse possibile stabilire la àepara zione nel modo suindicato, non si accettino le
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Suore o si allontanino se già vi fossero stabilite.
Le norme elencate devono applicarsi, e con maggiori cautele, alle donne che prestino l´opera loro presso le nostre Case. Si allontanino in modo assoluto, ove non possa effettuarsi una completa separazione. È meglio assai prendere severe cautele che piangere tardivamente su inconvenienti, che era dover nostro evitare.
27.- In mezzo ai giovani.
La terra che abbiamo trovato nel mondo, nella famiglia, nel nostro corpo, nei nostri sensi, e anche nel nostro cuore, purtroppo riesce a infiltrarsi nelle stesse Case religiose, negli uffici che ci vengono affidati e anche nell´esercizio dell´alta nostra missione educatrice a favore dei giovani pei quali spendiamo le nostre energie...Si direbbe anzi che il nemico dell´uman genere si serva delle arti più maligne, non solo per sollevare polvere. accecante, ma per infittire e rendere più pestifero il fango, proprio nei giardini ove più profumato dovrebbe essere l´olezzo dei gigli.
Prima però di addentrarci a sviluppare questó argomento facciamo una breve considerazione sulle strette relazioni che esistono fra la carità che noi dobbiamo esercitare con i giovani e la purezza.
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Non è necessario indugiarci a richiamare alla mente che base della perfezione cristiana, religiosa e salesiana è la carità. S. Bernardo la fa consistere in uno sforzo indefesso di tendere alla perfezione della carità stessa (112). Il primo articolo delle nostre Costituzioni non solo ci parla di questo esercizio, della diuturna, spirituale e santa fatica di accrescere senza limiti la carità nei cuori nostri, ma vuole che essa si riversi sui giovani e particolarmente sui più abbandonati.
Fin qui nulla di specifico che differenzi i Figli di Don Bosco da tanti altri zelantissimi religiosi, che si occupano della gioventù. Ma quando il nostro Santo Fondatore viene a parlare della carità che dobbiamo esercitare coi giovani, Egli la determina con caratteristiche tali che, pur non modificandone la sostanza, la specificiino in guisa siffatta da darle un aspetto particolare e una forma così ardita da costituire alcunchè di muovo, che a noi interessa sommamente analizzare e applicare alla vita nostra di educatori.
28. Caratteristiche della carità salesiana.
Il nostro Padre, parlando del suo metodo pedagogico, scrisse: « La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sulle parole di. S. Paolo:´ La ca
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rità è benigna e paziente: soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo » (113). Naturalmente Egli non poteva stabilire altro fondamento del suo apostolato "e dello spirito che tutto lo doveva pervadere e animare. D´altronde la carità, quale ci vien presentata da S. Paolo al capo XIII della 1a lettera ai Corinti, che S. Agostino chiama il più alto preconio di detta virtù, fu l´anima della Chiesa e di tutte le famiglie religiose dalle loro origini fino ai giorni nostri. Si avverta però che Don Bosco volle che, nella sua Congregazione, la carità si rivestisse di una forma, di un atteggiamento pratico tutto speciale, quello cioè dell´amorevolezza. Per questo ´fin dagl´inizi scelse come patrono della Società che aveva in mente di fondare, S. Francesco di Sales, chiamato appunto il Santo della dolcezza; il quale, nei suoi scritti e particolarmente nel Teotinio, aveva riassunto tutta l´ascetica dell´amore, dati do-le non solo forma organica, ma mettendola alla portata di tutte le anime.
Don Bosco non si stanca di ripetere che tutto il suo metodo si appoggia sopra l´amorevolezza, quasi a dire sull´amore soavemente vissuto, sul
l´amore che spande nelle anime il profumo celeste della pazienza, della benignità, della bontà, della più attraente dolcezza.
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Basta leggere i nostri Regolamenti, che riproducono tutto il pensiero di Don Bosco, attinto dai suoi scritti e dalle sue parole, per restarne pienamente convinti. Limitiamoci a citare una frase che lo riassume: « La dolcezza nel parlare, nell´operare, nell´avvisare, Egli scrisse, guadagna
tutto e tutti... Nel sogno delle Confetture pei
Salesiani viene inculcata la dolcezza come la virtù che dev´essere oggetto di studio e di conquista da parte di tutti i Salesiani, a ogni costo, anche se il conservarla costa talvolta il sangue e la vita. E sí avverta che l´amorevolezza deve usarsi non solo coi docili e buoni, ma anche e soprattutto coi ribelli e tristi. Anzi Don Bosco è convinto, col Salesio, che questi ultimi solo la mitezza riuscirà a domarli, avviandoli al bene.
Altra caratteristica della carità di Don Bosco è lo spirito di famiglia. Lasciamo che i pedagogisti continuino a discutere se il collegio sia un bene o un minor male, o addirittura un male, come pretenderebbero i più accesi. Forse, invece di perdere il tempo in discussioni bizantine, sarebbe meglio impiegarlo nello studiare i mezzi atti a far sì che il collegio, come tante altre cose affidate ai mortali, diventi, anzichè cattivo per le umane manchevolezze, buono, anzi ottimo: e ciò avverrà quando buoni e ottimi siano coloro che lo dirigono.
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Il nostro Santo Fondatore, con quel profondo senso pratico che tanto lo distinse, andò subito alla radice, e • nel fondare i suoi Istituti volle che fossero vere famiglie. Saremmo interminabili se volessimo ricordare, quanto Egli, a voce o per iscritto, abbia insistito peichè nelle sue Case regnasse sovrano lo spirito di famiglia. Senza di esso, Egli riteneva impossibile l´attuazione del suo metodo educativo, perchè soprattutto nella vita di famiglia si vive e_ si manifesta l´amore, essenza di tutta la sua pedagogia. A´ tal punto esigeva questo spirito, che nelle sue Case non voleva superiori e sudditi, ma Padri e figli. E non lasciò di far giungere richiami opportuni quando gli parve che in qualche luogo non si seguissero fedelmente le sue direttive. Nel 1884 scriveva accorato da Roma: « Ora i Superiori sono considerati come Superiori e non più come Padri, fratelli, amici; quindi sono temuti e non amati »,
Di questo spirito di famiglia Egli fu maestro insuperabile. I Salesiani che vissero con Lui, così numerosi e tanto diversi per indole e carattere, non solo erano tutti persuasi di essere da Lui amati, ma ciascuno si stimava, in cuor suo, il preferito.
Chi non ricorda la tenerissima scena dei suoi figli raccolti attorno al Padre morente? « Tra
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quelli che lo circondarono, scrisse Don Lemoyne, sorse una gara per appropriarsi il vanto di essere il prediletto. Ciascuno adduceva delle prove, ciascuno credeva di essere il vincitore; ma com´ebbero tutti detto quello che avevan da dire, si convinsero che Don Bosco aveva portato a ciascuno tanto affetto, come se ciascuno fosse stato l´unico suo figliolo » (114).
Sarebbe bene che di tanto in tanto ci soffermassimo a rilevare l´alto significato di questo fatto interessantissimo nella storia della pedagogia e soprattutto ne ricavassimo conseguenze pratiche a vantaggio della nostra missione educatricé.
Terza caratteristica della carità voluta e praticata da Don Bosco è quella di essere sentita, conosciuta dal gibvane al quale è rivolta. Non la chiameremo carità sensibile per timore che questo aggettivo possa essere frainteso, ma questo è fuori di dubbio, che mentre Don Bosco inculcava una ca
rità profondamente soprannaturale, dall´altra voleva che l´alunno avvertisse non solo, ma sentisse
la carità del suo educatore, la quale perciò stesso
diventa praticamente sensibile. Egli mette in guardia perchè si ami .il giovane solo e sempre come
creatura e figlio di Dio, tempio dello Spirito Santo ed erede del Cielo, e perciò esige che la vo
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lontà sia costantemente soggetta ai dettami della ragione; ma mentre ammonisce e premunisce (e vedremo fra poco che ciò fece come forse nessun altro educatore), vuole al tempo stesso che si dia larga parte al cuore.
Ora tutti sanno quale abuso si faccia di questa parola e a quali terribili´ conseguenze si esporrebbe quell´educatore che non la intendesse rettamente. E qui è bene far rilevare che Don Bosco quando parla del cuore intende parlare, come già i Padri della Chiesa, della volontà che ama. « Che cos´è amare, diceva S. Ambrogio, se non volere?)> (115) Ora l´amore dell´uomo non è solo affetto sensibile, ma razionale: e perciò Egli inculcava non già l´amore naturale, ma l´amore cristiano, vale a dire eminentemente soprannaturale.
Ai primi di maggio del 1884 Don Bosco ebbe nella Città Eterna una illustrazione celeste, che conferma l´argomento che stiamo trattando.
Gli vanno incontro due antichi allievi dell´Oratorio. Uno, certo Valfrè, che era stato con Don Bosco prima del 1870, gli fa vedere gli antichi compagni nelle stesse fattezze e fisionomie di allora, mentre si divertono allegramente e molti chierici e sacerdoti prendono parte cordiale alla loro ricreazione, e: — Veda, gli dice, la familiarità parta affetto e l´affetto confidenza.
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Si avvicina l´altro, che era Giuseppe Bugzetti, coadiutore salesiano, e gli addita i giovani del
l´Oratorio nel 1884, anch´essi in ricreazione, ma svogliati, apatici, diffidenti, e: — Quanto sono diversi, dice, da quelli che eravamo noi una volta! E da questa svogliatezza quante deplorevoli conseguenze!
— Come si può dar loro l´antica allegrezza? chiede Don Bosco.
— Con la carità!
— Ma come, ripiglia Don Bosco; non sono amati abbastanza?
— Manca il meglio.
— Ma cosa ci manca? chiede Don Bosco.
— Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amàti. Insista, con
tinua Buzzetti, che gli alunni siano trattati come
li trattava Lei... Ci vuole familiarità, soprattutto in ricreazione: Chi vuol essere amato, bisogna che
faccia vedere che ama. Gesù Cristo si fece piccolo coi piccoli: ecco il Maestro della familiarità. Perchè si vuol sostituire-alla familiarità la freddezza di un regolamento?
— E come, chiede Don Bosco, si può far nuovamente trionfare la familiarità, l´amore, la confidenza?
— Con la esatta osservanza delle regole ´della
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Casa e con l´applicazione, con la pratica del sistema preventivo, conchiude Buzzetti.
Non si poteva mettere dinanzi, in modo più chiaro, questa caratteristica della carità, dell´amore di Don Bosco per i giovani. Egli, chiamandoci alla sublime missione di educatori, ci avverte che il suo metodo esige che noi .amiamo la gioventù non solo santamente e soprannaturalmente, ma anche sensibilmente; e questo amore deve avere tutto il, profumo della vita di famiglia e le espansioni sante dell´amorevolezza.
Pur essendo persuasi di rendere nel modo più esatto, anzi il più delle volte con espressioni sue, il pensiero del nostro Padre, tuttavia la mano trema nello scrivere queste cose, perchè non v´è chi non vegga quanto possa riuscire pericolosa la pratica della carità Con le caratteristiche di cui Egli la volle .adorna. Sarebbe necessario che noi fossimo rivestiti della sua santità, per mantenerci fedeli e puri nell´esercizio della nostra missione. Per questo appunto non dobbiamo ristare dall´adoprarci in tutti i modi per farci santi come il nostro Fondatore e Padre! È troppo noto che l´amorevolezza può degenerare in svenevolezze e mollezze, perchè è assai difficile moderare e indirizzare rettamente gli affetti del cuore. S. Agostino dice bensì che « Gesù venne a mu
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tare l´amore, rendendolo da terreno celeste » (116), ma soggiunge subito, e con ragione, che « anche dopo essere stati rigenerati dal battesimo, è rimasta in noi la concupiscenza, contro della quale dobbiamo combattere senza tregua » (117).
D´altronde lo spirito di famiglia rende l´amorevolezza ancor più pericolosa per le manifestazioni che potrebbe avere: le quali, se sono permesse nel seno di una famiglia cristiana, costituirebbero non solo una sconvenienza, ma un gravissimo pericolo per l´educatore salesiano che imprudentemente volesse permettersele, sia pure in forma riservata.
Quando poi all´amorevolezza e alle manifestazioni della vita di famiglia si aggiunga il sentimento, quasi possiamo dire che noi abbiamo avvicinata una infuocata scintilla a un mucchio di materia combustibile, e basterà un leggero soffio di passione per far divampare un terrorifico incendio. E chi non sa quante volte, in questa povera natura viziata e sconvolta dal peccato di origine, il sentimento non arginato si convertì in torrente che travolse e imbrattò del più lurido fango il cuore umano?
Il nostro Santo Fondatore non solo intuì e ripetutamente dispiegò dinanzi ai suoi figli questi pericoli, ma lasciò loro tale dovizia di norme, in
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segnanienti, raccomandazioni ed esortazioni riguardanti il lavoro pedagogico da svolgere, Con angelica purezza, tra i giovani, che, se essi sapranno praticarli, sarà facile, anzi ricco di meriti e di soavissime gioie, l´adempimento della loro missione.
E aggiungiamo subito che, appunto perchè Egli ci propone una carità speciale, quasi nuova e che ci espone a maggiori pericoli, esige da noi una purezza non solo caratteristica e speciale, ma circondata da austerità rigorose ed esigenze tali, che difficilmente si riscontrano presso altri istituti religiosi. Basterebbe a rendercene persuasi quanto abbiamo precedentemente esposto parlando di questa virtù, ma è bene che ci avvi•• ciniamo ancora, che ci stringiamo più intimamente al Padre amatissimo, per ascoltare con devozione, non solo filiale, ma insolitamente at-. tenta, la sua voce su questo delicatissimo argomento, sicuri che da Lui ci verrà tracciata, con mano maestra, la via che conduce alla purezza e alla santità.
29. Caratteristiche della castità salesiana.
Nelle avvertenze che precedono le Regole, e che il nostra buon Padre chiamò, con aurea semplicità, « alcune cose pratiche che devono ser
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vire a facilitare la conoscenza dello spirito e l´osservanza delle ´Costituzioni », troviamo il capitolo della Castità, che è un vero capolavoro: In quelle poche pagine è tutta l´anima angelica del nostro Santo Fondatore. Ivi Egli si serve delle espressioni più belle suggeritegli, più che dal suo ingegno, dal suo gran cuore, per intessere un cantico magnifico alla purezza. La chiama candido giglio, rosa preziosa, perla inestimabile, virtù sommamente necessaria, virtù grande, virtù angelica, cui fanno corona tutte- le altre; inestimabile tesoro che anche nella vita mortale ci rende simili´ agli Angeli di. Dio. Applica ad essa le parole che lo Spirito Santo disse della Sapienza: iii vennero insieme con lei tutti i beni. Non esita a chiamarla la virtù più di tutte cara al Figliuolo di Dio, anzi la prima delle virtù.
Egli ben sapeva che la prima delle virtù è la carità; ma parlando ai suoi figli, che hanno la delicata missione di educare i giovani, intese avvertirli, che, per loro, la prima delle virtù, la più necessaria, è la castità.
Per lo stesso motivo, pur desiderando aver molti collaboratori, li ferma alla porta della Congregazione e dice loro: « Chi non ha fondata speranza di poter conservare, col divino aiuto, la virtù della castità, nelle parole. nelle operè e nei
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pensieri, non professi in questa Società, perchè sovente si troverebbe in pericolo ». Si noti quest´ultima avvertenza. Ma come mai il Salesiano può trovarsi in pericolo nella vita religiosa, quan- - do egli l´abbraccia appunto per allontanarsi dai
· pericoli del mondo?. La vita religiosa non la paragonò lo stesso. nostro. Padre all´arca, ove solo si trovò salvezza durante il diluvio? È vero tutto ciò, ma Don Bosco vuol far capire che la sua missione, il suo metodo di lavorare coi giovani, esige una purezza a tutta prova. Più innanzi ci ammonisce che senza di. essa è impossibile praticare il sistema preventivo, e perciò vuole che «i maestri, i capi d´arte, gli assistenti siano di moralità conosciuta ». Anzi si direbbe ch´Egli esiga una castità preventiva: infatti consigliava di non ricevere colòro che, dopo aver vissuta mia vita procellosa, cercavano rifugio nella nostra Società. Nel gogno delle Battaglie S. FrancesCo di Sales offre a Don Bosco un libretto, sul quale egli legge, tra gli altri, anche questi ammonimenti: « Le nuove vocazioni. daranno ottimi risultati, se si escluderanno i pigri, e quelli che non dànno garanzia di moralità... Le Missioni Salesiane raccoglieranno messe abbondante, finchè avranno operai di moralità garantita ». Come si vede, il nostro Padre, quasi spinto da illustra
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zione celeste, ritorna con impressionante insistenza sul punto della moralità.
Quando parla dei nostri doveri di educatori, ci ricorda che « il traviamento di uno solo può . compromettere un Istituto educativo ». Per ciò stesso raccomanda ai Superiori « che siano molto vigilanti sulla osservanza dei mezzi da Lui suggeriti per salvaguardare la castità, e quando vedono che alcuno è vacillante in questa virtù, per amor di Dio e delle anime e per affetto alla Congregazione, si adoprino perchè ne sia escluso ». Non basta: il suo amore alla purezza lo spin
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fino all´eroismo. Tutti sappiamo quali fatiche e quanti sudori e sacrifizi gli sia costata la nostra Società e. con quale intenso amore Egli l´amasse. Ebbene, udite ciò che scriveva da Roma il 5. febbraio:1873: « La voce pubblica spesso lamenta fatti immorali succeduti contro i costumi, e scandali or-. ribili. È un male grande, è un disastro: ed io prego il Signore a far in .modo che le nostre Case siano tutte chiuse, prima che in esse succedano somiglianti disgrazie».
Queste gravissime parole devono essere da noi seriamente meditate, e alla loro luce dobbiamo considerare ciò che ora verremo dicendo riguardo al modo, con cui Don Bosco vuole che noi svolgiamo la nostra missione di educatori in mezzo ai, giovani.
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Il nostro Santo Fondatore ripetè spesse volte ch´Egli era stato mandato da Dio a lavorare tra i giovani: è questa pure la nostra missione. Orbene, quale concetto aveva Egli dei giovani?
Nella mente di Don Bosco la fede aveva suscitati i concetti più elevati. Egli, che aveva scelto come motto e programma « Datemi anime », vedeva nel fanciullo, non solo una cosa sacra, alla quale si deve la massima riverenza, ma so-, prattutto un´anima da salvare, un cuore da conservare o rendere puro, perchè sia tempio della Divinità. Per questo, sull´esempio di Gesù Cristo, Egli amava vedersi circondato da fanciulli, non solo per godere del profumo di quei gigli, di quei fiori d´innocenza che formavano le sue delizie, ma per tutelarne e difenderne il candore e la fragranza. Con questi sentimenti di fede riverente Egli si accostava ai giovani, e così vuole che vi si accostino i suoi figli.
Egli però non ignorava che i giovani, per le grazie proprie della loro età e pel candore della loro innocenza, possono costituire un grave pericolo pei loro educatori. È bene, pertanto, che richiamiamo alla mente, sia ´pure di sfuggita, alcune norme e raccomandazioni da Lui lasciate a nostra istruzione, per prevenirci e conservarci all´altezza della nostra delicata missione.
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30. L´assistenza
a custodia della purezza.
Le mansioni dell´educatore sono complesse e diverse: però ben possiamo dire che tutte si accentrano iii una sola, la sorveglianza o assistenza, perchè da questa dipende in gran parte il preservare il fanciullo dal male e l´avviarlo al bene. Anche il maestro quando insegna sorveglia, poiché a nulla gioverebbe illuminare l´intelligenza, se, ´per mancanza di assistenza, ne venisse la depravazione ´del cuore.
Per questo, nelle Case salesiani, tutti senza eccezione sono assistenti: perché con l´assistenza e nell´assistenza si svolge la duplice opera nostra di preservazione e di• formazione. La sorveglianza infatti non è solo la manifestazione e il controllo dell´amore; ma la difesa e la custode della purezza.
Ecco perchè il nostro Santo Fondatore raccomanda e prescrive l´assistenza con ´tenacità così insistente da parere eccessiva. Edotto da lunga esperienza, Egli era troppo convinto che i giovani lasciati soli sono esposti a corrompersi: basta una ´parola, un gesto di un compagno per far avvizzire o stroncare il giglio della purezza in cuori fino allora innocenti. Ora, a Don Bosco ciò che
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30. L´assistenza
a custodia della purezza.
Le mansioni dell´educatore sono complesse e diverse: Però ben possiarim dire che tutte si acpentrano in una sola, la sorveglianza o assistenza, perchè da questa dipende in gran parte il preservare il fanciullo dal male e l´avviarlo al bene. Anche il maestro quando insegna sorveglia, poiché a nulla gioverebbe illuminare l´intelligenza,
se, -per mancanza di assistenza, ne venisse la de
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pravazione .del cuore.
Per questo, nelle Case salesiane, tutti senza eccezione sono assistenti: perchè con /l´assistenza e nell´assistenza si svolge la duplice opera nostra di preservazione e di´ formazione. La sorveglianza infatti non è solo la manifestazione e il controllo dell´amore, ma la difesa e la custode della purezza.
Ecco perchè il nostro Santo Fondatore raccomanda e prescrive l´assistenza con -tenacità Così insistente da ´parere eccessiva. Edotto da lunga. esperienza, Egli era troppo convinto che i giovani lasciati soli sono. esposti a corrompersi: basta una parola, un gesto di un compagno per far avvizzire o stroncare il giglio della purezza in cuori fino allora innocenti. Ora, a Don Bosco ciò che
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più premeva era appunto che, nell´anima dei suoi giovani, brillasse il candore della purezza, e perciò si propose di difenderla con tutti i mezzi.
Rileggiamo il Regolamento delle Case, e vi troveremo le più calde raccomandazioni pel fine suindicato.
« Gli allievi, Egli scrisse, non siano mai soli ed abbiano su di loro l´occhio vigile del Direttore o degli assistenti ». E insiste:, « Non solo gli assistenti, ma il Direttore deve trovarsi sempre coi suoi allievi. Gli assistenti devono precedere i giovani nel sito dove devonsi raccogliere e vi si trattengono finchè siano da altri assistiti ».
Vuole inoltre che siano oggetto di speciali riguardi´ « i discepoli più difficili e anche discoli ». « I maestri, Egli dice, e gli assistenti quando giungono tra i loro allievi, portino immediatamente l´occhio sopra di questi, e accorgendosi che taluno sia assente lo facciano tosto cercare, sotto apparenza d´avergli a che dire o raccomandare ».
Nella parte seconda, sezione seconda, dei nostri Regolamenti sono contenute sostanzialmente e fedelmente le norme scritte dallo stesso nostro Fondatore: spigoliamone alcune. « L´assistenza sia oculata e prudente, e non venga affidata solo ai Confratelli giovani, ma´ anche ai Sacerdoti e ai
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Coadiutori » (art. 115): Come vedete, i sacerdoti, -i chierici, i coadiutori, tutti senza eccezione sono assistenti, perchè a tutti è affidata l´altissima missione di difendere .e conservare nel cuore degli alunni la purezza. E più innanzi: « I Superiori della Casa osservino oculatamente come procede l´assistenza degli alunni » (art. 114). « Gli allievi, che in ogni luogo debbono essere ben assistiti, non ,stiano. mai troppo ristretti e vicini gli uni agli altri, specialmente a mensa, in dormitorio, in chiesa, nello studio, nella scuola, e in altri luoghi di, convegno; anzi in qualche caso potrà con-. venire che siano divisi secondo l´età e lo sviluppo » (art. 115). « Si esiga dagli alunni quella modestia e decenza nel vestire, che .è voluta dal carattere religioso dei nostri Istituti e dallo spirito del nostro Fondatore » (art. 116). « S´impediscano con ogni cura le cosiddette amicizie particolari, i bigliettini, i baci, le carezze, il mettere le mani addosso, i crocchi in ricreazione, ogni indebito rapporto con gli esterni, e soprattutto i discorsi cattivi » (art. 11t). « Chi con parole od azioni dà scandalo ai compagni, e non ostante gli opportuni avvisi non si emenda, sia allontanato con fermezza, ma sempre coi dovuti riguardi » (art, 118)a « Si tengano lontani dagli alunni lutti i libri e giornali pericolosi per la fede, per
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i costumi, e per il profitto degli studi, non esclusi certi classici; se alcuno di siffatti libri fosse imposto dall´Autorità. Scolastica, sia convenientemente purgato. Al principio dell´anno si esiga dagli alunni la lista completa dei libri che posseggono; si tenga come grave ogni mancanza di sincerità a tale riguardo e di quando in quando si facciano visite accurate per impedire che stampe pericolose siano introdotte o tenute nascoste in Casa » (art: 119). « Tutti i luoghi ove possa incontrarsi qualche pericolo per la moralità, siano ben illuminati e sorvegliati; si vigili sulla barbieria, l´infermeria, la sacresti.a e gli altri luoghi dove gli alunni hanno accesso. I vari ambienti, fuori del tempo in cui vi stanno gli alunni, siano sempre chiusi, e ne tenga le chiavi un Superiore » (art. 120). «.Non si permetta agli alunni di studiare e lavorare dopo le orazioni della sera, salvo casi -di necessità eccezionali, e sempre con - la dovuta assistenza » (art. 121). « Non .si chiamino gli alunni in parlatorio durante -le ore di chiesa:, di scuola, ´di studio, senza uno speciale permesso del Direttore ò Prefetto; e durante le ore di visita un socio sorvegli per impedire qualsiasi inconveniente e per dare gli opportuni schiarimenti ai visitatori » (art. 122).
Insomma l´assistenza, come l´intese ´Don Bo
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sco, dovrebbe raggiungere questa magnifica finalità: « mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze » (art. 88), vale a dire di macchiare o anche solo di appannare la purezza dei loro cuori.
Era doveroso ricordare queste sapienti raccomandazioni del nostro Padre per convincerci sempre più quanto fosse vivo il desiderio suo, quanto ardente la passione che gli infiammava il cuore, di vedere le anime dei suoi giovani splendenti di angelica purezza.
Per questo medesimo motivo altre norme Egli aggiunse, con le quali non solo si propose di difendere la purezza degli alunni, ma soprattutto e più ancora quella dei Salesiani, mettendo questi in guardia contro i pericoli della loro difficile missione.
Anche qui, nella impossibilità di elencarle tutte, limitiamoci a ricordarne le, principali. « Le parole, Egli dice, gli sguardi anche indifferenti sono talvolta mal interpretati dai giovani, che furono già vittime delle umane passioni. ´Perciò si dovrà usare la massima cautela nel discorrere o trattare con essi, qualunque sia la loro età o condizione ». « Nessun maestro o assistente tenga gli alunni per mano passeggiando o usi carezze secolaresche, nè faccia con gli alunni di
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scorsi intimi .che lo mettano in pericolo di ricevere confidenze di coscienza »: ´
Vuole inoltre che nessuno, « nè maestro nè assistente permetta che gli allievi entrino nella sua canterà o cella, nè lui presente, nè lui assente >5 e così pure proibisce « che si entri" nei dormitori o celle altrui se non da chi ne sia incaricato; a tutti poi indistintamente è vietato di trattenersi presso il letto degli alunni, ´eccettuato chi deve esercitare con, gli ammalati qualche ufficio di carità ».
Potremmo moltiplicare le citazioni, ma il fin qui detto dimostra fino all´evidenza di quale austerità fosse il nostro Fondatore quando si trattava della purezza. E così pure si capisce come, con tali sapienti norme, sia possibile trattare i giovani con la carità caratteristica del suo sistema educativo. L´amorevolezza diviene in tal modo, il fior fiore della bontà paziente e. sacrificata, senz´ombra di sdolcinatezza; il suo spirito di famiglia non fa del giovane un balocco dell´amor passionale da consegnare alla nutrice o ai domestici appena dia noia, ma nobilita l´educatore rendendolo l´uomo dell´immolazione, che non cerca- le carezze, ma spende ogni sua energia fino all´eroismo, come lo sa praticare la madre cristiana, pur d´instillare nel cuore dell´alun
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no i germi - delle virtù. La carità sensibile di cui abbiamo parlato, non si lascerà mai attirare dalle grazie giovanili, non si arresterà alle sembianze esteriori, ma andrà diritto all´anima; essa non vuole corrispondenza di moine, ma la soda formazione; è insomma carità che s´immola, che tutto dà, e la vita stessa, per guidare l´alunno agli splendori di una vita intemerata.´ Per questo, al´´.1orchè Don Bosco raccomanda all´educatore di farsi´ « amare », aggiunge subito che « egli conseguirà questo gran fine se, con le parole e più ancora coi fatti, farà conoscere che le sue sollecitudini sono dirette esclusivamente al vantaggio spirituale e temporale degli allievi ».
Era conveniente trattare con una certa ampiezza questo punto, perchè esso è come la chiave di volta del lavoro affidatoci dalla Provvidenza tra i giovani. Anzi, sarà bene aggiungere qualche altra considerazione, suggerita essa pure dalle parole stesse´ del nostro Padre amatissimo.
31. Una circolare memoranda.
Nella già citata Circolare del 5 febbraio 1874, S. Giovanni Bosco, dopo aver -esordito in una forma solenne e inusitata, « perchè intende par
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lare di uno dei più importanti argomenti, del modo cioè di promuovere e conservare la moralità fra i giovanetti che la Divina Provvidenza si compiace di affidarci », dice senz´altro che « sj può stabilire come principio invariabile che la moralità dei giovani dipénde da chi li ammaestra, li assiste, li dirige. Chi non ha non può dare, dice il proverbio. Un sacco vuoto non può ´da´r frumento, nè un fiasco pieno di feccia può mettere buon vino. Laonde prima di -proporci maestri agli altri è indispensabile che noi possediamo quello che agli altri vogliamo insegnare
E dopo aver ricordato l´obbligo del buon esempio continua: « Se pertanto noi vogliamo promuovere la moralità e la virtù nei nostri allievi, dobbiamo possederla noi, praticarla noi e farla risplendere nelle opere nostre, nei nostri discorsi, nè mai pretendere dai nostri dipendenti che esercitino un atto di virtù da noi trascurato. Dunque, o miei cari figli, Egli conclude, se vogliamo promuovere il buon costume nelle nostre Case, dobbiamo essere maestri col buon esempio ». E fatte alcune considerazioni aggiunge: « Non vi voglio peraltro nascondere che viviamo in tempi calamitosi. Il mondo attuale è come ce lo descrive il Salvatore: Mundus Lotus in maligno positus est. Esso tutto vuol vedere, tutto giudicare. Oltre poi
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ai giudizi perversi che fa delle cose di Dio, spesso ingrandisce le cose, spessissimo ne inventa a danno altrui. Ma se per avventura riesce ´ad appoggiare il suo giudizio sopra la realtà, immaginatevi che rumore, che strombazzare! Tuttavia se con animo imparziale cerchiamo la" cagione di cotesti mali, per lo più troviamo che il sale divenne infatuato, che la lucerna fu spenta: cioè che la cessazione di santità in chi comandava die-´ de cagione ai disastri avvenuti D. •
« O castità, e castità, Egli esclama, tu sei una grande virtù! Fino a tanto che tu risplenderai fra noi, vale a dire finchè i figli di S. Francesco di Sales ti pregeranno praticando la ritiratezza, la modestia, la temperanza e quanto con voto abbiamo promesso a Dio, sempre tra noi avrà posto glorioso la moralità, e la santità dei costumi, come fiaccola ardente, risplenderà in tutte le Case che da noi dipendono ».
Chi di noi non si sente profondamente commosso all´udire queste elevate e, diciamo pure, accorate parole del nostro Santo Fondatore? È il Padre che vive trepidante pei figli, che li vuole santi e puri, perchè puri e santi siano anche i giovanettí loro. affidati.
E si avverta che Don Bosco scriveva queste parole alla vigilia dell´approvazione delle, Regole
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della nostra. Società, nel momento, còme dice Egli stesso, .più importante della Congregazione, dopo di aver pregato nella Santa Messa, dopo di aver invocato lo Spirito Santo e chiesto una speciale benedizione al supremo Gerarca Chiesa. Questa constatazione mette nel giusto rilievo la importanza delle raccomandazioni del Padre nostro amatissimo, il quale,, a nostro conforto e a titolo di assicurazione e di augurio, soggiunge a riguardo della Congregazione: « Essa • sarà sempre gloriosa, se i suoi figli terranno in onore la castità ».
32. Santa intransigenza.
Nessuna cosa gli stava più a cuore .di questa. Tollerava con •longanimità altre manchevolezze, Ma su questo punto non transigeva mai.
Ascoltiamo • ancora la sua voce paterna: « Ricordatevi, Egli dice, ricordatevi de moribus! Ecco tutto: salvate la moralità. Tollerate tutto: vivacità, sbadataggine, ma non l´offesa ´di Dio e in modo particolare il vizio contrario alla purità. State bene in guardia su questo e mettete tutta l´attenzione vostra sui giovani a voi affidati » (118).. E altrove: « Solo in caso di moralità i Superiori siano inesorabili. È meglio correre pericolo di scacciare dalla Casa un innocente, che ritenere uno
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scandaloso ». E soggiunge: « Piuttosto che si commettano peccati, contrari alla purezza, è meglio chiudere la Casa » (119). Parole forti che esprimono tutto l´orrore che Don Bosco aveva per il brutto peccato. Egli tremava al pensiero, che nelle nostre Case si offendesse- la modestia; -anche in pubblico Egli pianse parlando, con grande calore, su .questo argomento. Come Doli Bosco parlavano e agivano i suoi primi Direttori. In quegli anni la più grande preoccupazione del. Direttore e di coloro ´che lo coadiuvavano era quella di combattere il, peccato; era assidua e minuta la sorveglianza sui Confratelli più giovani, sugli assistenti novelli, sui maestri ancor privi di esperienza e sugli alunni stessi. Si era esatti e scrupolosi nella pratica di tutte le raccomandazioni riflettenti la modestia, il tratto coi giovani e la fuga delle
amicizie.... .
Non avvenga che, col solito pretesto delle mutate condizioni dei tempi, qualche Confratello si occupi intensamente di tante, forse di troppe cose, e poco o quasi nulla della formazione dei giovanetti. Guai se si badasse a tutto il resto, se si pretendesse esattezza in tutti i doveri e poi si rimanesse indifferenti al vedere la balaustra. quasi deserta e i giovani che non pregano, non amano le funzioni e non desiderano appartenere alle Com
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pagnie. In tal caso la moralità di certo non può essere elevata. Temiamo anche noi, come Don Bosco, che il peccato abbia da annidarsi e da radicarsi nelle nostre Case. Abbiamo l´Orrore suo per il male; come Lui mettiamo in prima linea la santità e la moralità, e siamo certi che ne guadagnerà tutto il resto, studio, sanità, ordine
e disciplina.... •
In una memoria che Don Bosco scrisse per i suoi figliuoli, dice tra le altre cose: « Non sarai mai troppo severo nelle cose che servono a conservare la moralità » (120). Il dolcissimo nostro Padre, che non ha mai voluto saperne di rigore, raccomanda la severità; e aggiunge che, all´occorrenza, deve essere così grande da poter tu- telare a ogni costo la moralità. Pensiamo che queste parole possono contenere un monito a quei Superiori che si credessero autorizzati a perniettere larghezze arbitrarie col pretesto che le esigenze dei tempi sono allentate.
33. La decenza nel vestire.
Ricordiamo ancora una volta che Don Bosco, come altri Santi, non fu inviato da Dio per lasciarsi trascinare dalla corrente, ina per contrastarla. Egli oggi, come ai suoi tempi, manterrebbe
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tutta la sua severità e richiamerebbe .
chi dimentica le tradizioni e le raccomandazioni paterne. Egli non permetterebbe certi programmi cinematografici, certe recite, certi costumi´sportivi e neanche certe immodestie nello stesso« ve-. stito dei nostri giovanetti. Che cosa direbbe di certi collegi, dove la totalità dei giovani. porta calze cortissime e calzoncini che si direbbero costumi da bagno, anzichè da giovanetti affidati. a, Sacerdoti e Religiosi? Dov´è quella modestia e decenza nel vestire che è voluta dal carattere religioso dei nostri Istituti e dallo spirito del nostro Fondatore, com´è detto al già citato articolo 116 dei Regolamenti? In alcuni casi si tratta di vera immodestia e noi dobbiamo preoccuparci con trepidazione dei, Confratelli, specialmente giovani, che si vedono costretti a vivere, in mezzo a tali pericolose nudità! Facciano i Direttori che non rimangano lettera morta le ripetute insistenze pubblicate sugli Atti del Capitolo in proposito.
È bene pure ricordare che la circolare della Sacra Congregazione dei Religiosi in data 23 agosto 1928 e l´Istruzione della Sacra Congregazione del Concilio in data 12 gennaio 1930, quantunque riguardino gl´Istituti religiosi femminili, ci dicono però chiaramente, attraverso norme severe e richiami di eccezionale gravità, quale sia, il peri
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siero della Chiesa sulla decenza del vestire a salvaguardia della purezza delle anime giovanili.
Alcuni Confratelli anziani, giunti all´Oratorio dopo- anni di assenza, si sono meravigliati e più ancora rallegrati nel constatare che tutti i giovani dell´Oratorio vestono modestamente come ai tempi di Don Bosco. « Neppur uno con le calze corte e gambe scoperte ». Questo particolare, tutt´altro . che insignificante, può servire di esempio.
Se Don Bosco avrebbe preferito chiudere il collegio, anzichè lasciar correre pericolo., per questa virtù, non esitiamo a lasciar partire quei giovani che non vogliono rassegnarsi alle prescrizioni dei nostri programmi. Quei pochi saranno sostituiti da molti altri, e noi avremo la soddisfazione di aver salvaguardato la serietà e la moralità dei nostri Istituti. Sventurate quelle Case che credessero di poter vivere a base di concessioni, tollerando uscite, sconvenienti nudità, spettàcoli contrari al nostro spirito: esse si vedranno dopo tutto spopolate e deserte. Le famiglie stesse, fatte poche eccezioni, sapranno apprezzare la nostra dirittura e santa intransigenza. No, non con la rilassatezza e col permettere infiltrazioni e atteggiamenti secolareschi fiorirà la nostra Congregazione. Il suo sviluppo è legato a ben altre condizioni. Nel 1886 Don Roseo, trovandosi a
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Barcellona, vide in sogno l´avvenire della nostra Società. Una mistica Pastorella lo incita a sten-. dere Io sguardo per contemplare il campo immenso affidato ai Salesiani, da Valparaiso a Pechino. Il nostro Padre, commosso, quasi non sa credere al meraviglioso sviluppo dell´umile sua Società, e allora la Pastorella lo assicura dicendogli: « Mettiti di buona volontà: raccomanda una, cosa sola: che i miei figli coltivino la virtù di Maria! »
Ecco a quale condizione fioriranno gli Istituti salesiani..
Con il nostro zelo, con, il nostro lavoro generoso e sacrificato dimostriamo praticamente il nnstro affetto alla Congregazione e il nostro attaccamento allo ´spirito del Padre, proponendoci di intensificare le nostre sollecitudini .e di usare di tutti quei mezzi che servano a conservare la virtù di Maria, l´angelica purezza.
34. Affezioni sensibili.
Don Bosco., dopo aver fatto l´elogio della castità,- suggerisce alcune cose che, messe- in pratica,
«
vi´ apporteranno, Egli dice, grandi vantaggi, ah- • zi parmi potervi assicurare che vi conserveranno questa e tutte le altre virtù ». Il secondo di tali
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mezzi è questo: « Evitare le familiarità cou le persone di altro sesso, nè mai contrarre amicizie particolari coi giovanetti dalla Divina Provvidenza alle nostre cure affidati. Carità. e buone maniere con tutti, ma non mai attaccaIiento ,sensibile con alcuno ».
Nelle auree .pagine del Sistema preventivo fa le stesse raccomandazioni con queste forti parole: « Studino (gli educatori) di evitare, come la peste, ogni sorta di affezioni e di amicizie particolari con gli allievi, e si ricordino che il traviamento di uno solo può compromettere un Istituto educativo ».
Le raccomandazioni del nostro Padre sono per tutti i suoi figli. Nessuno deve tenersi ´troppo sicuro. Non la virtù, non l´esperienza, non ´l´età, non l´ufficio ci debbono dispensare dai dovuti riguardi e da un santo ´timore. Possiamo applicare anche alla purezza la parola dell´Apostolo: Portiamo questo tesoro in vasi di fragile creta (121).
La storia purtroppo ha dovuto registrare le deplorevoli cadute anche di persone non più giovani, nè prive d´esperienza. Ascoltiamo pertanto il monito dello Spirito Santo: Chi sta in piedi, veda di non Cadere (122). Don Bosco non distingue: Egli vuole che si usino i massimi riguardi trattando coi giovani « di qualsiasi età o condi
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zione ». Giustamente voleva S. Antonino che si trattasse il fanciullo di sette anni, come se ne avesse venticinque. I giovani dei nostri giorni non sono certo meno evoluti o più ingenui di quelli
dell´epoca del Santo.... .
Vedano i Direttori di seguire nella formazione dei Confratelli il modo usato dal nostro Fondatore. Ecco" come ce lo descrive il nostro Don Lemoyne. « Li avvertiva, se scorgeva che usassero con gli alunni troppa familiarità. Non permetteva che li tenessero per mano, che li introducessero nelle loro celle, e che nelle camerate si portassero tra l´uno e l´altro letto, tolto il caso di grave necessità. Ogni trattenimento, ogni converj sazione esigeva che si facesse alla presenza di tatti, e per nessun pretesto mai in luoghi appartati. Li avvertiva che in ogni loro gesto e parola nulla vi fosse che, anche da lungi, mettesse in dubbio la loro virtù. Inculcava loro di custodire con severità i propri sensi e, mandandoli a servire nelle Sacre Funzioni negli educatorii, li avvisava di lasciare gli occhi a casa » (125). Talora mandando alcuni dei suoi figliuoli a ´fare il catechismo negli Oratori, acciocchè non si lasciassero adescare n cuore da qualche passione, diceva loro: « Ricordatevi che vi mando a pescare, e che non dovete essere pescati » (124). Egli vo
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leva che il nostro affetto fosse, puro come quello degli angioli e che, prima di arrivare ai giovani, passasse attraverso le ferite del Cuore dolcissimo di Gesù per essere così divinamente purificato e accresciuto.
Sul volto dei nostri giovani Egli voleva che vedessimo solo l´immagine di Dio e nulla di terreno. Guai a chi avvilisce quell´immagine travolgendola nel fango! Le leggi divine e umane sono a sua tutela con le più terribili sanzioni. Preghiamo, perchè il Signore non debba scagliare mai sopra un figlio di Don Bosco gli anatemi da Lui lanciati contro i corruttori dei fanciulli. Don Bosco non ristà nel ripeterci che l´amore si dimostra con le immolazioni e non con svenevolezze: l´amore che non educa è corruttore. Si dirà che il più delle volte s´incomincia col desiderio di far del bene; ma se è così, appena si avverte che il cuore si turba o sconfina, si tronchi energicamente e si eviti anche l´ombra di apparenze meno castigate. Non basta che l´educatore sia puro, esso deve anche apparire. tale. Non avvenga che i giovani stessi abbiano a capire certe debolezze, certe preferenze e a riceverne scandalo; tutta l´opera educatrice di una scuola e talvolta di un Istituto ne resta ostacolata. È ancora Don Bosco che ci ripete dal Cielo: « Riguardo alla ca
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stità io non -transigo per nulla e desidero ardentissimamente che ´nessuno ponga le mani sulla persona degli altri; desidero che nessuno scenda a confidenze speciali coi giovani, chiunque essi siano » (125). « Bisogna, Egli insiste, ricorrere a rimedi per prevenire le cadute, non mettere le mani addosso, non andare a braccetto, non darsi Nei per nessun motivo, non buttare le mani al collo, essere guardinghi negli sguardi, guardarsi per esempio dal far regalucci a uno più avve-, pente dell´altro, fuggire le strette di mano » (126).
Queste stesse norme le troviamo presso il nostro Patrono San Francesco di Sales. « Vedete, diceva il Santo, il candido giglio, simbolo di purezza. Esso conserva il suo candore e la sua fragranza anche tra le spine, purchè non sia toccato; ma appena separato dallo stelo esala un odore ingrato e insopportabile ». E perciò Egli pure non voleva che alcuno si lasciasse toccare nella faccia, nelle mani, nemmeno per ischerzo, per gioco, perchè sebbene queste azioni non offendano sempre l´onestà, la rendono però sempre più debole (127):
35. Precauzione doverosa:
Su questo punto sarebbe bene insistere senza posa: ci autorizzerebbe a farlo, se non vi fossero
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• altre ragioni, la insistenza del nostro buon Padre. Si deve aver riguardo alla delicatezza, alla sensibilità dei giovanetti e al pericolo di impressionarli poco favorevolmente. È questa una particolarità che forse a non pochi sfugge; Si crede, di cattivarsi unicamente l´affezione, di far del bene, forse anche di guadagnare alla Congregazione qualche membro; ma neppur questo fine giustifica gli atti non permessi. Il Berthier narra questo fatto. Una giovinetta pià e molto seria si presentò un giorno a un. Padre Missionario. Essa aveva vocazione religiosa ben provata, e chiedeva consiglio circa l´Istituto da scegliere. Il buon Padre rispose: -- Non avete le Suore che vi hanno educata?
— Padre, io non entrerò. mai nel loro Istituto. L-. E perchè?
— Perchè, quando io era convittrice, le mie maestre non finivano mai di accarezzarmi. E io dicevo a me stessa: « Come mai queste persone, che hanno rinunziato alla famiglia e a tutti gli affetti della terra, si fanno poi schiave di queste frivolezze? Io non voglio appartenere a questo Istituto » (128).
L´autore, che dev´essere lo stesso Missionario :in parola, aggiunge: « Quella figliuola aveva buon senso ».
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Non avvenga che qualcuno dei nostri ex-allievi e confratelli debba dire di essere stato poco edificato dalle soverchie tenerezze a lui dimostrate quando era nostro alunno. « Non bisogna, ci ammonisce Don Bosco, permettersi atto o parola che possa destare in loro una cattiva immaginazione, un affetto sensibile » (129).
Qui cade in acconcio richiamare una preziosa testimonianza resa dal Card. Cagliero nei Processi (130). Egli comincia a ricordare quello che vide coi suoi occhi per molti anni, dicendo: « L´amore che portava il Servo di Dio ai giovani era più che paterno; tuttavia non mai faceva loro una carezza, nè baci, nè abbracciamenti. Non lo vidi mai accostare stretto al suo seno alcun giovanetto; era un padre amorosissimo in mezzo ai suoi figliuoli, senza però nutrire´ alcun affetto
sensibile verso di loro... Ciò premesso, il Cardi
nale rainmenta alcune parole che, subito dopo il suo ritorno dall´America, gli aveva rivolte Don Bosco, pochi giorni prima dell´infermità che Io portò alla tomba. Queste parole sono fra le più memorande che noi conosciamo intorno al nostro argomento: « Sono contento del tuo ritorno. Vedi, Don Bosco è ,vecchio, e non può più lavorare: sono agli ultimi della mia vita. Lavorate voi altri, e sal
ate la povera gioventù! Ti manifesto adesso un
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timore. (e i suoi occhi si inu—midirono di lacrime), temo che qualcuno dei nostri abbia a interpretare male l´affezione che Don Bosco ha avuto pér i giovani, e che dal mio modo di confessarli vicino vicino, si lasci trasportare da troppa sensibilità verso di loro, e pretenda poi giuStificarsi con dire che Don Bosco faceva lo stesso, sia qùando loro parlava in segreto, sia quando li confessava. So che qualcuno sì lascia guadagnare dal cuore, e ne temo pericoli e danni spiritùali » (131).
Ora si capisce quanto spiritualmente sensibile egli intendeva fosse l´amore e la carità nostra verso i giovani. « L´innocenza, è detto nel Sogno, è il giglio: il solo tocco di una ruvida mano lo sciupa D. Seguiamo pertanto la massima del nostro S. Francesco "di Sales, il quale diceva che « i nostri corpi sono fragili vetri ed è necessario collocare tra l´uno e l´altro abbondante paglia di mortificazione, perchè non abbiano à infrangersi ».
36. L´educazione della purezza.
E giacchè abbiamo parlato di preoccupazioni, ci par doveroso accennare, almeno di passaggio, a una questione molto importante, a una precauzione anche più delicata e grave, che dev´es
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sere da noi usata in modo del tutto esemplare, e cioè: l´edUcazione della castità. ´
Sotto questo titolo, o altri consimili, continua a diffondersi non solo più tra educatori_laici, ma anche tra Sacerdoti e Religiosi, una certa teoria, secondo la quale si dovrebbe aprire per tempo gli occhi ai giovanetti su cose riguardanti la castità. E ciò sotto pretesto di tutelare l´innocenza del fanciullo. Dicono costoro essere megliò che i giovani imparino cose siffatte dagli educatori e dai maestri, anzichè da compagni cattivi o da libri inopportuni.
Su questo delicato argomento noi abbiamo norme chiare e indeclinabili. Il nostro atteggiamento deve essere unicamente quello che Don Bosco ci ha tramandato. Fin da quando cosiffatta mania cominciò a propagarsi in Italia, Don Albera, di venerata memoria, alzò la voce e con forti parole, dirette a prevenirne l´infiltrazione, mise sull´avviso i Salesiani. « Se mai vi fossero di costoro (seguaci di tali teorie), egli scriveva, io, come loro Superiore, debbo dichiararlo: chi professa tale dottrina non può dirsi figlio di Don Bosco, di quel Don Bosco che si sarebbe stimato felice se avesse potuto prolungare, anche solo di un´ora, l´innocenza di un fanciullo; di quel Don Bosco che nel parlare e nello scrivere cercava le parole che
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gli sembrassero più atte a tener lontano dalla mente dei giovani ogni pensiero men puro ».
Restiamo adunque tenacemente attaccati ai nostri metodi, ai nostri criteri, agli insegnamenti del Padre nostro, il quale, in fatto di educazione e di conoscenza del cuore dei giovani, ha il valore e l´autorità che tutto il mondo gli riconosce.
Nel 1872 Don Bosco, radunati i Canfessri della Casa, raccomandò molto la cautela nell´interrogare i ragazzi sulle cose lubriche, per non insegnar loro quello che non sanno. Se tale riserbo è richiesto da Don Bosco nello stesso Sacramentò della Confessione, quanto maggiore non dovrà essere quello che ci è imposto nella scuola, nelle conversazioni, nei colloqui confidenziali? Ciò non vuoi dire che i responsabili diretti della formazione delle anime, Direttori e Confessori, non possano e non debbano, all´occorrenza, privatamente, dare gli opportuni consigli ai giovani. Don Bosco stesso nel giugno del 1862 così parlava: q. Bisogna prevenire i giovani per quando avranno
diciassette o diciotto anni. Dir loro:... Guarda,
verrà un´età molto pericolosa per te: il demonio ti prepara lacci per farti cadere. In primo luogo ti dirà che la Comunione frequente .è cosa da piccoli e non da grandi, che basta andarvi di rado. E poi farà di tutto per trarti lontano dalle pre
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Biche e metterti noia della parola di Dio. Ti farà credere che certe cose non sono peccati. In fine i compagni, il rispetto umano, le letture, le passioni.- Sta´ all´erta! Non permettere che il demonio ti rubi quella pace, quel candore di anima che, ora ti rende amico di Dio! — I giovani non dimenticano queste parole. Quando poi fatti grandi e usciti nel mondo noi li incontreremo, diremo loro: — Ti ricordi quello che ti dicevo una volta? — Ah, è vero, rispondono. — E questa reminiscenza farà del bene ».
Ci vuole adunque molto zelo e grande prudenza. Ciò che si deve senz´altro riprovare è anzitutto l´insegnamento collettivo, la mania ´di illuminare e la poca riservatezza nel trattare argomenti di -tal natura, quando la necessità ci obbliga a parlarne. Usiamo prudenza anche parlando-in classi superiori, a giovani già adulti, e non crediamo di essere autorizzati a certe spiegazioni per. il fatto che essi si avvicinano a una svolta decisiva della loro vita, Meglio assai dire molte parole di meno che una sola di troppo. Neppure dobbiamo essere troppo facili e corrivi a ritenere così presto maturi i nostri giovanetti´ per certi articoli di periodici o riviste. Con l´intenzione di deplorare ciò che´ i cattivi insegnano e praticano, si può far conoscere - ciò che as
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sol utamente non è necessario sapere. Un Sacerdote che aveva trascorso lunghi anni nella direzione •di anime giovanili, diceva: « Le impressioni di ciò che noi diciamo ai giovani non sono sempre quelle che noi vorremmo e che talora ci persuadiamo che siano ». Ricordiamo come parlavano e´ ci istruivano i nostri antichi Superiori; ricordiamo la delicatezza di Don Bosco, il quale prima di stampare una parola, una frase in argomento di purezza, rifletteva a lungo, cambiava e tornava a cambiare, con attenzioni che si direbbero meticolosità.
Cose minute? Eppure sono una grande lezione. Essa ci viene da un Santo, il quale desiderava, più di noi tutti, l´educazione della purezza dei giovanetti. A conferma di quanto affermiamo ognuno potrà rileggere le bellissime pagine scritte da Don Rua (132). Si farebbe anzi cosa assai utile commentando opportunamente per intero, detta circolare in qualcuna delle conferenze mensili. Di tanto in tanto poi riuscirà molto vantaggioso richiamare, in dette conferenze, l´attenzione dei Confratelli su quelle altre raccomandazioni che, a proposito della castità, sono state fatte in numerose circostanze.
In fine vigilino gli Ispettori e Direttori per evitare, in tutti i modi, l´entrata. nelle. Case di libri
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e riviste che trattino di questo argomento. Con pena si è dovuto purtroppo constatare che qualche chierico e anche qualche sacerdote, che si credettero sicuri e vollero inoltrarsi per questi sentieri pericolosi é proibiti, scontarono con la perdita della vocazione la loro imprudenza e temerità.
La voce del nostro Padre ha ricevuto solenne conferma dalla voce stessa del Santo Padre Pio XI nella sua Enciclica « Della cristiana ediicazione della gioventù ». Ascoltiamo con devozione e promettiamo di attuare le sapienti norme che, al trattare della educazione sessuale, ci ha date il Papa di Don Bosco.
« Massimamente pericoloso è poi quel naturalismo, che ai nostri tempi invade il campo dell´educazione in argomento delicatissimo, qual è quello dell´onestà dei costumi. Assai diffuso è l´errore di coloro che, con pericolosa pretensione o Con brutta: parola, promuovono una così detta educazione sessuale, falsamente stimando di poter premunire i giovani contro i pericoli del senso, con mezzi puramente naturali, quale una temeraria iniziazione e istruzione preventiva per tutti indistintamente è anche pubblicamente, e, peggio ancora, con esporli per tempo alle occasioni per assuefarli, come essi dicono, e quasi a indurire
l´anima contro quei pericoli.... •
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« Costoro errano gravemente non volendo riconoscere la nativa fragilità della, natura umana e la legge di cui parla l´Apostolo, ripugnante alla legge della mente, e misconoscendo anche l´esperienza stessa dei fatti, onde consta che, segnatamente nei giovani, le colpe contro i buoni costumi non sono tanto effetto dell´ignoranza intellettuale quanto principalmente dell´inferma volontà, esposta alle occasioni e non sostenuta dai mezzi della grazia.
« In questo delicatissimo argomento, se, attese tutte le circostanze, qualche istruzione indivi-• duale si renda necessaria, a tempo opportuno, (la parte di chi ha da Dio la missione educativa e la grazia di stato, sono da osservare tutte le cautele, notissime all´educazione cristiana tradizionale, sufficientemente descritte dal citato Antoniano, là dove dice: " Tale e tanta è la miseria nostra, e l´inclinazione al peccato, che spesse volte dalle medesime cose che si dicono per rimedio dei peccati si prende occasione ed eccitamento allo stesso peccato ". Pertanto importa sommamente che il buon padre, mentre ragiona col figliuolo di materia così lubrica, stia bene avvertito, e non discenda ai particolari e ai vari modi, coi quali quest´idra infernale avvelena tanta parte del mondo, acciò non avvenga che invece di
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estinguere questo fuoco, lo desti e lo accendi imprudentemente nel petto semplice e tenero del fanciullo. Generalmente parlando, mentre ancora continua la fanciullezza, basterà usare quei rimedi che con l´effetto intesso introducono la virtù della castità e chiudono l´ingresso al vizio ».
Alle paterne e sapienti parole del Papa faceva seguito, il 18 marzo 1931, un importante decreto del Santo Ufficio. In detto giorno venne proposto, nella Congregazione generale, il dubbio seguente:
Se possa approvarsi il metodo, che chiamano « della educazione sessuale » o anche « della iniziazione sessuale ».
Gli Eminentissimi e Reverendissimi Signori Cardinali, preposti alla custodia della integrità della fede e dei costumi, trattata la questione con diligente esame ´e previo parere favorevole dei Reverendissinti Padri Consultori, convennero nella seguente risposta.: Negativamente; e doversi assolutamente seguire, nella educazione della gioventù, il metodo fino ad oggi seguito dalla Chiesa e, dai Santi Educatori e raccomandato dalla Santità di Nostro Signore nella Lettera Enciclica « Della cristiana educazione della gioventù » emanata il giorno 31 dicembre 1929: e, cioè, doversi curare massimamente una piena, so
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fida e giammai interrotta formazione religiosa della gioventù d´ambo i sessi; e infondere in essa stima, desiderio, amore all´angelica virtù; ed inculcare ad essa vivamente di attendere all´orazione, di frequentare i Sacramenti della Penitenza e della SS. Eucaristia, di onorare con, filiale devozione la Beata Vergine Maria Madre della santa Purità e affidarsi totalmente alla di Lei protezione; inoltre di evitare diligentemente le letture pericolose, gli spettacoli osceni, la conversazione coi cattivi e ogni occasione di peccato.
77. Ultime raccomandazioni.
Nel corso di questa trattazione abbiamo parlato di alcuni mezzi suggeriti dal- nostro Padre per mantenere in fiore la purezza nelle nostre Case: di altri si dirà altrove.
Non dobbiamo però tralasciare d´indicare, sia pure di sfuggita, quel mezzo. che Don Bosco chiama « trionfante d´ogni vizio e fedele custode della castità » e cioè: « l´osserVanza esatta delle nostre Regole, specialmente dei Voti e delle Pratiche di Pietà ».
Ci ammonisce il nostro Fondatore che si arriva alle. grandi cadute attraverso alla violazione delle Costituzioni del proprio Istituto. Ognuno
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pertanto cerchi di conoscere sempre meglio le Regole e tutto ciò che riguarda il proprio ufficio e, conscio della propria responsabilità, le pratichi
e le faccia praticare. Il nostro buon Padre si rivolge a tutti, senza distinzione di cariche, di Superiori o sudditi: per lui vi sono solo dei figli._
Chi non ricorda che Don Bosco considerava un buon portinaio come un vero tesoro per una Casa Religiosa? Altrettanto dicasi dei Capi delle nostre Scuole Professionali e Agricole, dei cuochi, dei sagrestani, degli infermieri, dei provveditori,
e dei nostri bravi coadiutori occupati in altri uffici. Ma non si dimentichi che, nel disimpegno di tali mansioni, questi nostri cari figliuoli sono esposti a gravissimi pericoli.
È necessario pertanto assisterli amorosamente
e aiutarli nelle inevitabili noie di cui il loro ufficio può essere fonte. In, tal modo essi con la loro condotta intemerata, col loro zelo per l´osservanza, con la loro vigilanza prudente e amorosa, potranno operare un gran bene, impedendo efficacemente molte mancanze e allontanando gravi pericoli per la moralità:
Chi poi volesse compendiare in tre parole i mezzi suggeriti dal nostro Padre per far fiorire la purezza, rilegga il sogno della Ruota. Don Bosco aveva visto dei giovani oppressi e maltrattati,
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in modo orribile, dal demonio impuro. « Pieno il cuore di commozione indicibile, narra Egli stesso, con le lacrime agli occhi, mi volsi al compagno e dissi: = Ma come? In tale stato questi poveri giovani per i quali ho speso tante parole, ho usato tante cure in confessione e fuori di confessione? — Chiesi quindi come fare per aiutare quei giovani a liberarsi dal brutto mostro dell´impurità. E la Guida disse e. ripetè: labor, sudar, feroor; e cioè: labor in assiduis operibus; sudor in paenitentiis continuis; fervor in orationibus feroentibus et perseverantibus: lavoro nelle assidue occupazioni; sudore nelle penitenze continue; fervore nelle orazioni ferventi e perseveranti ». Nulla di più completo. Sono -gli stessi mezzi suggeriti da Gesù Cristo. Le Circolari dei nostri Padri, la vita di S. Giovanni Bosco, le nostre Stesse tradizioni di lavoro, di zelo, di sacrificio ne sono il più bel commento.
.... 38. « Se non è casto, non è nulla ».
Ricordiamo spesso che nessuna precauzione sarà mai soverchia per l´acquisto di questa virtù, nessun sacrificio troppo penoso per conservarla. Poichè senza la castità il Salesiano, non solo non val nulla, ma, anzichè edificare, sarà strumento di demolizione e di morte: anche a lui può e
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deve applicarsi ciò che S. Tommaso di Villaneva dice del Sacerdote: « Sia egli pio, fervente, devoto; sia pure umile; sia quello che si vuole; se egli non è casto, non è proprio nulla E noi possiamo aggiungere: « Se il Salesiano è casto è tutto »; e così ritorniamo al caro pensiero di Don Bosco: « Ogni bene, ogni virtù, con la virtù angelica ».
Quando Domenico Savio apparve, a Don Bosco nella visione del 18Z6, gli consegnò un mazzo dì fiori composto di rose, viole, girasoli, genziane, gigli, semprevivo, e, in mezzo ai fiori, spighe di grano. « Questo mazzolino, gli disse, presentalo ai tuoi figli, perchè possano offrirlo al Signore quando sia venuto il momento; fa´ che tutti l´abbiano, che non vi sia alcuno che ne sia privo e che nessuno loro lo tolga. Con questo sta´ sicuro che ne avranno abbastanza per essere felici... Questi fiori rappresentanole virtù che più piacciono al Signore. La rosa è il simbolo della carità, la viola dell´umiltà, il girasole dell´ubbidienza, la genziana della penitenza e della mortificazione, le/ spighe della Comunione frequente; il giglio indica quella virtù della quale sta scritto:- Saranno come gli Angeli di Dio in cielo, la castità. E la sernpreviva o perpetua significa che tutte queste virtù devono durare sempre: la perseveranza. A
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una condizione però: che ì tuoi figli siano divoti della Beata Vergine e sappiano conservare la virtù della castità, che tanto piace agli occhi di Dio, per l´Universalità della Casa» (133). E durante la consegna, un coro, accompagnato da delicati strumenti, rivolgendosi a Domenico Savio e ai suoi compagni cantava: Essi hanno avuto cinti i loro fianchi e hanno imbiancato le loro stole nel sangue dell´Agnello. Sono come gli Angeli di Dio nel cielo (134).
Possano questi pensieri, colti dalla vita, dalle parlate, dai sogni e dalle illustrazioni soprannaturali del nostro Santo far comprendere a tutti i suoi figli la grandezza, la bellezza e la fecondità dell´angelico prògramma della purezza di vita e stimolarli a praticarlo con gli stessi ardori serafici del Padre, che ce lo ha affidato e solennemente ce lo riaffida come ricordo della stia CanoniZzazione.
39. Chiedere incessantemente la grazia della castità.
Don Bosco Santo chiudeva con queste parole la sua conferenza del 30 ottobre 1876: «Io vorrei che tutti voi altri, giovani, chierici e preti non passaste un giorno solo, senza domandare in modo speciale al Signore la grazia di poter conservare
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questa virtù, e singolarmente dopo la Santa Co--
munione o la Santa Messa. Chiederla sempre come la grazia più grande. Domandandola con tanta
insistenza, mentre abbiamo in noi Gesù Sacramentato, quasi mi par di poter dire che il Corpo di Gesù, .che il Sangue di Gesù si incorpora in noi, si mescola col nostro ´Sangue e nulla di disordinato potrà accadere ».
Oh, sì! Faccia Gesù Sacramentato, per intercessione di Maria Ausiliatrice e di San Giovanni
Bosco, che splenda di luce sempre più bella sul manto della nostra amata Congregazione il Diamante della Castità, visto in sogno dal nostro Padre il 10 settembre 1881.
Si vedranno allora pienamente realizzate le confortanti promesse riflesse dai raggi di detto
Diamante e che tutti noi dovremmo avere profondamente scolpite in cuore a incoraggiamento e stimolo per la pratica del nostro Voto di Castità:
< Tutte le virtù vengono insieme con essa. — I puri di cuore vedono i segreti di Dio e vedranno Iddio medesimo. Omnes virtutes veniunt pariter cum illa. — Qui mundo sunt corde, Dei arcana vident, et Deum ipsum videbuni ».
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APPENDICE
SOGNO
L´INNOCENZA CONSERVATA CON LA PENITENZA
I. Luogo e persone.
Nel mese di luglio 1884 Don Bosco sognò e il sogno durò tutta la notte (135). Gli parve di avere dinanzi una immensa incantevole ripa verdeggiante, di dolce pendio, e tutta spianata. Alle falde questo prato formava mio scalino piuttosto basso, dal quale salivasi sulla stradicciuola ove stava Don Bosco. Sembrava un paradiso terrestre, splendidamente illuminato da una luce più pura e più viva di quella del sole. Era tutto coperto di erbe verdeggianti, smaltate da mille regioni di fiori e ombreggiato da un numero grandissimo di alberi, che avviticchiandosi coi rami a. vicenda, li stendevano a guisa di ampli, festoni.
In mezzo al giardino, fino alla proda di esso, era steso un tappeto di un colori magico, ma così
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lucido, che abbagliava la vista; era largo più miglia. Presentava la magnificenza di uno strato reale. Come ornamento della fascia che correva lungo l´orlo, aveva varie iscrizioni a caratteri d´oro. Da un lato si leggeva: Beati quei di condotta immacolata, che camminano nella legge del Signore (136). Sull´altro lato: Non priverà dei suoi beni quei che camminano nella innocenza (137). Sul terzo lato: Non resteranno confusi nel tempo calamitoso; e, nei giorni di fame, ´avranno di che saziarsi (138). Sul quarto: Conosce il Signore i giorni degli uomini senza macchia, e la loro eredità durerà in eterno (139).
Ai quattro angoli dello strato, intorno a un magnifico rosone, stavano quattro altre- iscrizioni: Con i semplici è in segreta intimità. Protegge quei che camminano nella semplicità. Chi cammina con semplicità, cammina con confidenza. La sua compiacenza è in quelli Che camminano con semplicità (140).
In mezzo poi allo strato questa ultima scritta: Chi cammina con semplicità, sarà salvo (141).
Nel mezzo della ripa, sul bordo superiore del candido tappeto, si innalzava un gonfalone bianchissimo, sul quale leggevasi, pure a caratteri d´oro: Figliuolo, tu stai sempre con me, e tutto il mio è tuo (142).
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Se Don Bosco era meravigliato alla vista di quel giardino, molto più attiravano la sua atten- - zione due vaghe fanciulle, in sui dodici anni, sedute sul margine del tappeto, ove la riva faceva scalino. Una celestiale modestia spirava da tutto il loro grazioso contegno.. Dai loro occhi costantemente fissi in alto traspariva non solo una ingenua semplicità di colomba, ma raggiava una vivezza di amore purissimo, una gioia di felicità celestiale. La loro fronte, aperta e serena, sembrava la sede del candore e della schiettezza; sulle loro labbra serpeggiava un dolce incantevole sorriso. I loro lineamenti manifestavano un cuore . tenero e ardente. Le graziose movenze della persona loro davano una tale- aria di sovrumana grandezza e nobiltà, che faceva contrasto con la loro giovinezza.
Una veste candidissima scendeva loro sino al piede, sulla quale non scorgevasi né macchia, nè ruga, e neppure un granello di polvere. I fianchi avevano cinti con una cintura rossa fiammante coi bordi d´oro. Su questa spiccava un fregio come nastro, composto di gigli, di violette e di rose. Un nastro simile, come fosse un monile, portav.ano al collo, composto degli stessi fiori, ma di forma diversa. Come braccialetti avevano ai polsi una fa-scelta di margheritine bianche. Tutte queste cose
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e questi fiori avevano forma, colori, bellezze che riesce impossibile il descriverli. Tutte le pietre più iireziose del inondo, incastonate con l´arte più squisita, parrebbero fango al confronto.
Le scarpe candidissime erano bordate di n.astrei pur bianco filettato d´oro, che faceva un bel nodo nel mezzo. Bianco pure con piccoli fili d´oro era il cordoncino col quale erano legate.
La loro lunga capigliatura era stretta da una corona, che cingeva la fronte, e così folta che faceva onda sotto la corona e ricadendo sulle spalle finiva inanellata a ricci.
2. Elogi della purezza.
Esse avevano incominciato un dialogo: ora si alternavano parlando, ora si interrogavano e ora esclama.vano. Ora ambedue sedevano; ora una sola stava seduta e l´altra in piedi; e ora passeggiavano. Non uscivano però mai fuori da quel candido tappeto, e non toccarono mai nè erba nè fiori. Don Bosco nel suo sogno stava come spettatore. "Nè esso rivolse parole a quelle fanciulle, nè quelle fanciulle si addiedero della sua presenza, e l´una diceva con soavissimo accento: — Che cosa è l´innocenza? Lo stato fortunato della grazia santificante, conservato mercè la costante ed esatta osservanza della divina legge.
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E l´altra donzella con voce non meno dolce: — E la conservata purità dell´innocenza è fonte e origine di ogni scienza e di ogni virtù.
La prima: -- Quale lustro, quale gloria, quale splendore di virtù vivere bene tra í cattivi, e tra i -malvagi maligni conservare il candore della in
nocenza e la levità dei costumi!... •
La seconda si alzò in piedi, e fermandosi vi
cina alla compagna:... Beato quel giovinetto che
non va dietro ai consigli degli empi e non si mette nella via dei peccatori, ma suo diletto è la legge del Signore, che egli, medita di giorno e di notte. Ed ei sarà come albero piantato lungo la corrente delle acque della grazia del Signore, il quale darà a suo tempo il frutto copioso di buone opere: per soffiar di vento non cadrà di lui foglia di sante´ intenzioni e di merito, e tutto quello che farà avrà prospero effetto, e ogni circostanza della vita coopererà per accrescere il suo premio. Così dicendo accennava gli alberi del giardino, carichi di frutti bellissimi, che spandevano per l´aria un profumo´ delizioso, mentre torrentelli limpidissimi che ora scorrevano fra due sponde fiorite, ora cadevano da piccole cascatelle e ora formavano laghetti, bagnavano i loro fusti, con un mormorio che pareva il suono misterioso di musica lontana.
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La prima donzella replicò: — Esso è´ come un giglio tra le spine che Iddio coglie nel suo giardino per porlo come ornamento sovra il suo cuore; e può dire al suo Signore: Il mio Diletto appartiene a me ed io a Lui; perchè Ei si pasce in mezzo ai gigli. — Così dicendo accennava a un gran numero di gigli vaghissimi, che alzavano il candido capo tra le erbe e gli altri fiori, mentre mostrava in lontananza un´altissima siepe verdeggiante, che, circondava tutto il giardino. Questa era fitta di spine, e dietro si scorgevano vagolare, come ombre, mostri schifosi, che tentavano penetrare nel giardino, ma erano impediti dalle spine di quella siepe.
— È vero: quanta verità è nelle tue parole, soggiunse la seconda. Beato quel giovanetto che sarà trovato senza colpa! Ma chi sarà costui, e gli daremo lode? Perchè egli ha fatto cose mirabili in vita sua. Egli fu trovato perfetto e avrà gloria eterna. Egli poteva peccare è non peccò; far del male e nol fece. Per questo i beni di lui sono stabiliti nel Signore e le- sue opere buone saranno celebrate da tutte le congregazioni dei Santi.
— E sulla terra quale gloria Dio a essi riserva! Li chiamerà, loro farà un posto nel suo santuario. li farà ministri dei suoi misteri e un nome seni.
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piterno darà loro che mai perirà, concluse la prima.
La seconda si alzò in piedi ed esclamò: — Chi: può descrivere la bellezza di un innocente? Queseanima è vestita splendidamente, come una di noi, ornata della bianca stola del santo Battesimo. Il suo collo, le sue´ braccia risplendono di gemme divine; ha in dito l´anello dell´alleanza con Dio. Essa cammina leggera nel suo viaggio per l´eternità. Le si para innanzi una via tempestata di stelle... È tabernacolo vivente dello Spirito Santo " Col sangue di Gesù che scorre nelle sue vene e imporpora le sue guance e le_ sue labbra, con la Santissima Trinità nel cuore immacolato, manda intorno a sè torrenti di luce che la vestono nel fulgore del sole. Dall´alto piovono nembi di fiori celesti che riempiono l´aria. Tutto intorno si spandono le soavi armonie degli angioli che fanno eco alla sua preghiera. Maria Santissima le sta a fianco pronta a difenderla. Il Cielo è aperto per lei. Essa è fatta spettacolo alle immense legioni dei Santi e degli Spiriti beati, che la invitano agitando le loro palme. Iddio tra gli inaccessibili fulgori del suo trono di gloria con la destra le addita il seggio che le ha preparato, mentre con la sinistra tiene la splendida corona che dovrà incoronarla per sempre. L´innocente è il
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desiderio, il gaudio, il plauso del Paradiso. E sul suo volto è scolpita una gioia ineffabile. È figlio di Dio, Dio è il Padre suo. Il Paradiso è, la sua eredità. Egli è continuamente con Dio. Lo vede, lo ama, lo ser ve, lo possiede, lo gode, ha un raggio
· delle celesti delizie: è in possesso di tutti i tesori, di tutte le grazie, di tutti i segreti, di tutti i doni e di tutte le sue perfezioni e di tutto Dio stesso.
— Ed è perciò che l´innocenza nei Santi dell´Antico Testamento, nei Santi del Nuovo, e specialmente nei Martiri, si presenta così gloriosa. Oh innocenza, quanto sei bella! Tentata, cresci in perfezione; umiliata, ti levi più sublime; combattuta, esci trionfante; uccisa, voli alla corona. Tu libera nella schiavitù, tranquilla e sicura nei pericoli, lieta tra le catene. I potenti ti inchinano, i principi ti accolgono, i grandi ti emulano, gli avversari soccombono. E tu riuscirai sempre vittoriosa, anche allorchè gli uomini ti avessero condannata ingiustamente!
3. Delicatezze della castità. Le disgrazie di chi la perde.
Le due donzelle fecero un istante di pausa, cóme per prendere respiro dopo uno sforzo così allocato, e quindi si presero per mano e si guar
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d&rono: -- Oh! se i giovani conoscessero qual prezioso tesoro è l´innocenza, come fin dal principio della, loro vita custodirebbero gelosamente la stola del ´santo Battesimo! Ma purtroppo non riflettono e non pensano_ ;che cosa voglia dire macchiarla. L´innocenza è un liquore preziosissimo.
— Ma è chiuso in un vaso di fragile creta, e se non vien portato con grande cautela si spezza con tutta facilità.
— L´innocenza è una gemma preziosissima.
— Ma se non se ne conosce il valore, si perde ´e con facilità si tramuta con oggetto vile.
— L´innocenza è uno specchio d´oro che ritrae le sembianze di Dio.
— Ma basta un po´ di ´aria umida per irruggiiiirlo e bisogna, tenerlo involto in un velo. -- L´innocenza è un giglio.
— Ma il solo tocco di una ruvida mano lo sciupa.
— L´innocenza è una candida veste. Sian candide le tue vesti in ogni tempo (143).
— Ma una macchia sola basta per deturparla; quindi bisogna camminare con grande precauzione.
— L´innocenza, è l´integrità; resta violata se viene imbrattata da una sola macchia e perde il tesoro della sua grazia.
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— Basta un solo peccato mortale.
— E perduta una volta, è perduta per sempre.
— Quale sventura, tante innocenze che si per
dono ogni giorno! Allorchè un giovinetto cade
in peccato, il Paradiso si chiude: la Vergine Santissima e l´Angelo Custode scompaiono, cessano le musiche, si ecclissa la luce. Dio non è più nel
- suo cuore. Si dilegua la via stellata che esso per
correva, cade e rèsta in un punto solo come isola in mezzo al mare, un mare di fuoco che si estende fino all´estremo orizzonte della eternità, che si inabissa fino alla profondità del caos. Sulla sua testa, nel cielo oscurissimo, guizzano minacciose le folgori della divina giustizia. Satana si è slanciato vicino a lui, lo ha caricato di catene, gli ha posto un piede sul collo e col ceffo orribile sollevato in alto ha gridato: Ho vinto. Il tuo figlio è mio schiavo; non è più tuo... È finita per lui la gioia. Se la giustizia di Dio in quel momento gli sottrae quell´unico punto sul quale sta, è perduto per. sempre.
Ei può risorgere! La misericordia di Dio è infinita. Una buona confessione gli- ridonerà la grazia e il titolo di figlio di Dio.
— Ma non più l´innocenza! E quali conseguenze gli rimarranno del primo peccato! Ei conosce il male che prima non conosceva; sentirà
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terribili le prave inclinazioni; sentirà il debito enorme che ha contratto con la divina giustizia, si sentirà più debole nei combattimenti spirituali. Proverà ciò che prima, non provava: vergogna, mestízía, rimorso.
— E pensare che prima era detto di lui: Lasciate che i fanciulli vengano a me. Essi saranno come gli Angeli di Dio in cielo. Figliuolo, donami il tuo cuore.
4. Guai agli scandalosi!
- Ah! un delitto spaventoso commettono quei
disgraziati, dei quali è colpa se un fanciullo perde l´innocenza. Ha detto Gesù: Chi scandalizzerà alcuno di questi piccolini che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina asinaria e che fosse sommerso nel profondo• del mare. Guai al mondo per causa degli scandali! Non è possibile impedire gli scandali, .ma guai a colui per colpa del quale viene lo scandalo. Guardatevi dal disprezzare alcuno di questi piccoli, poichè io vi fo sapere che i loro angeli nei Cieli vedono perpetuamente il volto del Padre mio e chiedono vendetta!
— Disgraziati costoro! Ma non meno infelici quelli che si lasciano rubare l´innocenza!
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5. Mezzi per, conservare l´innocenza.
E qui ambedue si misero a passeggiare. Il tema del loro discorso era qual fosse il mezzo ,per conservare l´innocenza.
Una diceva: — È un grande errore che hanno in testa i giovanetti, che cioè la penitenza debba solamente praticarsi da chi è peccatore. La penitenza è necessaria eziandio per conservare l´innocenza. Se San Luigi non avesse fatto penitenza, sarebbe senz´altro caduto in peccato mortale. Ciò si dovrebbe predicare, inculcare, insegnare continuamente ai giovanetti. Quanti di più conserverebbero l´innocenza, mentre ora sono così pochi!
— Lo dice l´Apostolo: portiamo noi sempre per ogni dove la mortificazione di Gesù Cristo nel nostro corpo, affinchè la vita ancor di Gesù si manifesti nei corpi nostri.
- E Gesù santo, immacolato, innocente, passò
la vita sua in privazioni e dolori.
— Così Maria Santissima, così tutti i Santi.
— E fu per dare esempio a tutti i giovani. Dice S. Paolo: Se vivete secondo la carne,_ morrete; se poi con lo spirito darete morte alle azioni della carne, vivrete.
— Dunque senza penitenza non si può conservare l´innocenza!
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Eppure molti vorrebbero conservare l´innocenza e´ vivere in libertà.
Stolti! NCin è scritto: Fu rapito perchè la malizia non alterasse il suo spirito e la seduzione non inducesse l´anima di lui in errore? Perocchè l´affascinamento della vanità oscura il bene, e la vertigine della concupiscenza sovverte l´animo innocente. Dunque due nemici hanno gli innocenti: le storte massime e i discorsi iniqui dei cattivi, e la concupiscenza. Non dice il Signore che la morte in giovanetta età è premio per l´innocente per toglierlo dai combattimenti? « Perchè ei piacque a Dio, fu amato da Lui, e perchè viveva tra i ´peccatori, altrove fu trasportato. Consumato egli in breve tempo, compiè una - lunga carriera. Poiché era cara a Dio l´anima di lui, per questo Egli si affrettò di trarlo di mezzo alle iniquità. Fu rapito perchè la malizia non alterasse il suo spirito, e la seduzione non inducesse l´anima di lui in errore ».
— Fortunati i fanciulli, sé abbracceranno la croce della penitenza e con fermo proponimento diranno con Giobbe: Fino a che morrò, non cesserò dalla mia innocenza (144).
— Dunque mortificazione nel superare la noia che essi provano nella preghiera. -- E sta scritto: Voglio modulare il mio sal
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mo, .e farmi attento in una condotta immacolata. Quando verrai a me?... Domandate e riceverete... Padre nostro! (145).
— Mortificazione_ nell´intelletto con l´umiliarsi: obbedire ai superiori e alle regole.
— E sta pure scritto: Se non avran dominato su di me, sarò allora senza macchia, e puro da grane delitto (146). E questa è la superbia: Iddio. ai superbi resiste e agli umili dà la grazia. Chi si umilia sarà esaltato, chi si esalta sarà umiliato. Obbedite ai vostri prepositi.
— Mortificazione nel dire sempre la verità, nel palesare i propri difetti e i pericoli nei quali può uno trovarsi. Allora avrà sempre consiglio, specialmente dal confessore.
-- Per amor dell´anima tua non vergognarti di dire la verità (147). •Perchè havvi un rossore che tira seco il peccato, e havvi un rossore che tira seco la gloria e la grazia.
— Mortificazione nel cuore, frenando i suoi moti inconsulti, amando tutti per amor di Dio, e staccandosi risolutamente da chi ci accorgiamo insidiare alla nostra innocenza.
— L´ha detto Gesù: Se la tua mano e il tuo piede ti serve di scandalo, troncali e gettali via da te: è meglio per te giungere alla vita con un piede o una mano di meno, che con tutte
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due le mani e tutti due i piedi essere gettato nel fuoco eterno. E se l´occhio tuo ti serve di scandalo, càvatelò e gettalo via da te: è meglio per te entrare alla vita con un solo occhio, che con due occhi essere gettato nel fuoco dell´in
ferno.... •
— Mortificazione nel sopportare coraggiosamente e francamente gli scherni del rispetto umano. Aguzzarono, come spade, le loro lingua, armarono l´arco di quanto è più amaro, per saettare in occulto l´innocente (148).
— E vinceranno questo maligno, che schernisce temendo essere scoperto dai superiori, col pensare alle terribili parole di Gesù: Chi si vergognerà di me e delle rie parole, si vergognerà di lui il Figliuolo dell´uomo, quando verrà con . la maestà sua e del Padre e dei Santi Angeli.
— Mortificazione degli occhi, nel guardare, nel leggere, rifuggendo da ogni lettura cattiva o inopportuna.
Un punto essenziale: ho fatto patto con gli occhi miei di non pensare neppure a una vergine. E nei Salmi: Rivolgi gli occhi, perchè non veggano la vanità.
— Mortificazione dell´udito e non ascoltare discorsi cattivi, o sdolcinati, o ´empi.
— Si legge nell´Ecclesiastico: Fa´ siepe di spi
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ne alle tue orecchie e non ascoltare la mala lingua (149).
— Mortificazione nel parlare: non lasciarsi vincere dalla curiosità.
— Sta pur scritto: Metti una porta ey un chiavistello alla tua bocca. Bada di non peccare con la lingua, onde tu non vada per terra a vista dei nemici che ti insidiano, e non sia insanabile e mortale la tua caduta.
— Mortificazione di gola: non mangiare, non bere troppo.
Il troppo mangiare, il troppo bere trasse il diluvio universale sul mondo e il fuoco sopra Sodoma e Gomorra, e mille castighi sul popolo Ebreo.
— Mortificarsi insomma nel soffrire ciò che ci accade lungo il giorno,• freddo, caldo, e non cercare le nostre soddisfazioni. Mortificate le vostre membra terrene.
-- Ricordarsi di ciò che Gesù ha imposto: Se uno vuoi venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua (150)
6. La Santa Comunione .e la Devozione a Maria.
— E Dio stesso con la sua provvida mano cinge di croci e spine i suoi innocenti, come fece
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con Giobbe, Giuseppe,- Tobia e altri Santi: Siccome eri accetto a Dio, fu, necessario che la tentazione ti mettesse a prova (151).
— La via dell´innocente ha le sue prove e i suoi Saérifici, ma ha la forza nella Comunione, perchè chi si comunica sovente ha la vita eterna, sta in Gesù e Gesù in lui. Ei vive della stessa vita di Gesù, sarà da Lui risuscitato nell´ultimo giorno. .È questo il frumento degli eletti, il vino che fa germogliare i vergini. Hai apparecchiato dinanzi a me una ricca mensa, in f accia a coloro che mi perseguitano. Potranno cadere al tuo lato mille e alla tua destra diecimila, ma a te niun male si accosterà (152).
— E la Vergine dolcissima, da lui amata, è la Madre sua: Io son la Madre del bell´amore e del timore e della scienza e della santa speranza. In me è ogni grazia di via e di verità; in me ogni speranza di vita e di virtù. Io amo chi mi ama. Quelli che mi mettono in luce, avranno la vita eterna. Terribile, come un esercito ordinato in battaglia (153)´.
Le due donzelle allora si volsero e, salivano lentamente la ripa. E l´una esclamava: — La salute dei giusti viene dal Signore, ed Egli è il loro pro
tettore nel tempo della tribolazione.... Signore
li aiuterà e´ li libererà: Ei li trarrà dalla mano
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dei peccatori e li salverà, perchè in Lui hanno sperato.
E l´altra proseguiva: — Dio mi cinse di robustezZa, e la via che io batto rendette immacolata.
Giunte la due donzelle in mezzo a quel magnifico tappeto, si volsero.
— Sì, gridò una, l´innocenza coronata dalla penitenza è la regina di tutte le virtù.
E l´altra esclamò pure: — Quanto è gloriosa e bella la casta generazione! La memoria di lei è immortale ed è nota dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini. La gente la imita quando ella è presente, e la desidera quando ella è partita pel cielo, e coronata trionfa nella eternità, vinto il premio dei casti combattimenti. E quale trionfo! E quale gaudio! E quale gloria nel presentare a Dio immacolata la stola del santo Battesimo dopo tanti combattimenti tra gli applausi, i cantici, il fulgore degli eserciti celesti!
Mentre che così parlavano del premio che sta preparato per l´innocenza conservata per la penitenza, Don Bosco vide comparire schiere di angioli che scendendo si posavano su quel candido tappeto. E si univano a quelle dite donzelle,
tenendo esse il posto di mezzo. Erano una gran moltitudine e cantavano: Benedetto Iddio e Padre del´ Signor nostro Gesù Cristo, il quale ci ha
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benedetti con ogni benedizione spirituale del cielo in Cristo, in quanto ci ha eletti: in. Lui, prima della fondazione del mondo, affinehè fossimo santi e immacolati nel suo cospetto, per amore, avendoci predestinati a essere figli suoi adottivi per mezzo di Gesù Cristo (154) .
7. Il Cantico dell´Innocenza.
Le due fanciulle si posero allora a cantare un inno stupendo, ma con tali parole e tali note che solo quegli angeli che erano più vicini al centro potevano modulare. Gli altri pure cantavano, ma Don Bosco non poteva sentire le loro voci, benchè facessero gesti e muovessero le labbra, atteggiando la bocca al canto.
Cantavano le fanciulle: Mi hai preso sotto la tua. protezione per la mia innocenza: e mi hai posto in sicuro al tuo cospetto per sempre. Sia benedetto il Signore Iddio di secolo in secolo. Così sia! Così sia!
Intanto alle prime schiere di angioli se ne ag-- giungevano altre, e poi altre continuamente. Il loro vestito era vario di colori, di ornamenti, diverso gli uni dagli altri, e specialmente da quello delle due donzelle. Ma la ricchezza e la magnificenza era divina. La bellezza di ciascuno di
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costoro era quale mente umana non potrà mai in nessun modo concepirne un´ombra per quanto lontana. Tutto lo spettacolo di questa scena non si può descrivere, ma a forza di aggiungere parola a: parola si può in qualche modo spiegarne confusamente il concetto.
Finito il cantico delle due fanciulle, si udirono cantare tutti insieme un cantico immenso e così armonioso che l´eguale non si è udito e mai si udrà sulla terra. Essi cantavano:
A Colui che è potente di conservarvi senza peccato e farvi comparire, immacolati, davanti
· alla sua gloria, nella venuta del Signor nostro Gesù Cristo: al solo Dio, Salvator nostro, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, siano gloria, maestà, signorìa e potestà innanzi a tutti i secoli e ora e per tutti i secoli dei secoli. Così sia (155).
Mentre cantavano, sopraggiungevano sempre nuovi angeli e, quando il cantico fu terminato, a poco a poco tutti insieme si sollevarono in alto e disparvero con tutta la visione. — E Don Bosco si svegliò.
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UBBIDIENZA
Fedeltà a bon Bosco Santo


1. 12. santità del Padre e la fedeltà.
Il 24 maggio del 1934, dopo aver _assistito ai trionfi della Canonizzazione del nostro Santo Fondatore, il Rettor Maggiore, con l´animo ancor ripieno delle più soavi emozioni, invitando i Salesiani tutti a innalzare a Dio l´inno del ringraziamento per le cose veramenté mirabili che si erano svolte in quei giorni di imperituro ricordo, diceva loro: « Non potremo giammai ringraziare quanto si merita il Signore del bene che ci ha fatto glorificando in modo così eccelso il nostro
Padre... E soggiungeva: « Il fulgore della sua
gloria, si riverbera su tutta l´estensione della sua opera, richiamando sopra di essa l´attenzione mondiale e richiamando ai Figli, alle Figlie e ai Cooperatori di Lui una visione sempre più chiara della loro missione nella Chiesa e nella civile società» (156).
Da questo pensiero scaturì, come dalla sua naturale sorgente, questa trattazione sulla fedeltà. a Don Bosco Santo.
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Essa infatti non fa che interpretare l´ardente desiderio dei cuori nostri, rinnovato e rafforzato a mille doppi dopo la Canonizzazione, di vivere a Lui sempre più strettamente uniti e perciò più filialmente abbracciati alla nostra Congregaziòne. Nè avrebbe potuto in maniera più efficace e pratica concretarsi l´esultanza dei nostri cuori dinanzi alla sfolgorante santità del Padre.
Era doVeroso che, in logico e diretto rapporto con la sua esaltazione, si andasse intensificando e irrobustendo la stima, là riconoscenza, l´amore di tutti i Salesiani per la Congregazione, la quale Cifettivamente di Lui incarna la mente, il cuore, le -opere, ossia tutto Don Bosco, ed è e sarà sempre per ciascuno di noi tenerissima Madre. Questa espressione, tanto spesso ripetuta nelle Con
. ferenze e nelle Circolari dei Superiori, nelle prediche degli Esercizi, negli scritti salesiani, mentre rivela una palpitante e cara realtà, ha pure la efficacia di uno stimolo potente: ecco perchè noi, sacerdoti e religiosi già professi, sentiamo il bisogno, che è al tempo stesso gioia e conforto, di ripeterla con forte tenerezza ai fratelli minori raccolti nelle Case di formazione e nei noviziati.
Che se questi, con sentimento proprio della loro età, si rallegrano e santamente si entusia
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smano al pensiero di venire, accolti sotto il manto e la valida protezione di questa Madre amorosa, noi, che nel corso degli anni e nelle vicende della vita, tutte rie provammo le soavi tenerezze, sappiamo valutare più distintamente i motivi, che a lei ci stringono.
Chi di noi infatti non rivede e rivive con gioia, begli anni trascorsi sotto i vessilli di Don Bosco, tutto un insieme di soavissimi ricordi, che sono pure le pagine più belle e feconde della nostra esistenza?, Fu la Congregazione che ci ha generati a quella vita di perfezione, che forma oggi il nostro gaudio e sarà domani fonte della nostra gloria.
Negli anni indimenticabili della nostra infanzia spirituale; quando nei giovani cuori era tutto un sussulto di aspirazioni, di affetti, di sogni, la Congregazione seppe compatire, sfrondare e saggiamente governare le nostre giovanili arditezze, nutrendo il- nostro spirito di tutto ciò che la vita spirituale ha di più bello per formare Gesù Cristo in noi.
Quando poi scendemmo nel campo dell´apostolato, essa fu sempre al nostrò fianco, ci rinfrancò con la parola di Dio, coi Santi Sacramenti, con l´aiuto dei Superiori e il buon esempio dei Confratelli e con mille sollecitudini materne
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in ogni tempo, ma specialmente nelle più difficili contingenze. Essa insomma ripete praticamente a noi ciò che il nostro Padre disse ripetutamente ai suoi figli: Sappiate che, dopo Dio, ciascuno di voi è l´unico oggetto del mio affetto. Io sono pronto a dare per ognuno - di voi il sangue e la vita.
E quante di somiglianti espressioni, che erano al tempo stesso affettuoso sfogo del suo cuore e promessa di paterna assistenza, ascoltammo dalle labbra del nostro Santo Fondatore!
Questo poi eia il suo sentimento abituale man mano che si avvicinava l´ora del distacco; e a chi ebbe la ineffabile ventura di vederne le paterne sembianze e di., ascoltarne la calda parola, pare di riudirlo ripetere: « Se mi avete amato in vita, continuate ad amarmi ora che nel Cielo sono in grado di aiutarvi ben più efficacemente di quanto non potessi fare in terra ».
Senza dubbio dal Paradiso Egli continua a nutrire l´antico affetto per noi, e: ardentemente desidera vedersi da´ noi ricambiato.
Ma qual altra cosa è e dev´essere siffatto amore verso Dori Bosco, se non desiderio costante e proposito fermo di amare la Congregazione, di volerne fedelinente osservare le Regole, i Regolamenti, le tradizioni e di lavorare col suo sPiritò
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e col suo metodo per conservarne e moltiplicarne le Opere?
Ora tutto questo insieme di sante, disposizioni può tradursi e riassumersi in questa brevissima formula: Fedeltà a Don Bosco Santo.
Nello svolgere questo importante argomento, anzichè indugiarci in considerazioni, d´indole speculativa, scenderemo piuttosto a ,esaminare alcuni punti di vita pratica salesiana, attraverso i quali sia a noi possibile dimostrare efficacemente la; nostra fedeltà all´amato. Fondatore e Padre.
Egli dal Cielo ci aiuti in questa santa impresa che, in identità di aspirazioni, accomuna Padre e Figli. E nel condurla a compimento ci sia luce, guida e forza l´Ausiliatrice nostra, dal cui cuore materno ogni buon Salesiano deve attingere l´efficacia del proprio apostolato.
Da parte nostra poi, rinnovando ogni mese, nell´Esercizio di buona morte, i nostri propositi di fedeltà .a Don Bosco, prendiamo occasione dalla lettura o dal ricordo di queste considerazioni per stringerci ognor più a Lui e ripetergli con rinnovato entusiasmo la promessa di fedeltà nello zelare con tutte le forze le opere e l´onore della . Congregazione a gloria di Dio per la salvezza, delle anime.
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2. La fedeltà importa un atto di fede.
La fedeltà, nel suo più largo e generico significato, importa un pronto e cordiale attaccamento dell´animo verso di una persona o di una istituzione: essa non si può concepire senza un atto dell´intelletto, per il quale noi abbiamo riscontrato e tuttora riconosciamo in quella persona o istituzione i motivi del nostro attaccamento. Per ciò stesso in ogni protesta o manifestazione di fedeltà è implicitamente contenuto un atto- di fede, un´adesione della mente e un -intimo compiacimento dell´animo per le doti o le prerogative riscontrate nella persona o istituzione: vale a dire una stima profonda che inclina il cuore a sentimenti di affezione e lo rende soddisfatto nella dipendenza che si propone di professare.
Questo atto di fede, compiuto verso Dio, Creatore e Redentore nostro, è così eccelso da meritare il nome di atto teologale, appunto perchè espressione ed esercizio di quella virtù teologale, che è infusa in noi nel Santo Battesimo ed è chiamata fondamento della vita cristiana, senza di cui non si può piacère a Dio (157). E perchè in Dio noi ravvisiamo e adoriamo tutte le perfezioni possibili, una -maestà e grandezza infinita, così la fede in Lui è, per quanto ce lo
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consente la umana fralezza, assolutamente perfetta, piena, assoluta. Il Lessi° nel suo magnifico Compendio delle Divine Perfezioni (158) chiama Iddio « Veritas in servandis promissis: Verità nel mantenere le promesse; il che, egli dice, altro non è che la fedeltà ». È queSto il fondamento della nostra fede. Iddio, infinitamente degno di essere amato, è pure infinitamente degno di essere creduto, perchè per la sua infinita sapienza non può ingannarsi e per l´infinita sua bontà non vuole ingannarci. E la nostra stima e il nostro amore ci piegano dolcemente a quella fedeltà e a quella soavissima servitù, in cui è riposta la suprema dignità e felicità dell´uomo.
Ma vi è anche un´altra fede, che, analogamente alla fede che noi prestiamo a Dio, merita, sia pure in altre proporzioni, di essere tenuta in gran conto: la fede umana, che è alla sua volta condizione e -fondamento di quella fedeltà, tanto apprezzata dagli uomini di retto sentire.
Parlando dei Servi di Dio e delle Istituzioni che Egli, per mezzo loro, ha suscitato a salvezza delle anime, noi non possiamo prescindere da questa fede, se vogliamo avere, riguardo alle medesime, concetti adeguati e sentimenti degni. Se noi desideriamo essere fedeli a Don Bosco, alla Congregazione e agli Statuti che ne inquadrano e
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tengono saldo l´organignao, noi none possiamo non emettere, almeno implicitamente, un grande atto di fede verso il nostro incomparabile Padre, Fondatore e Maestro. Voglio dire che noi dobbiamo essere convinti che Don Bosco è stato suscitato da Dio come strumento mirabile della sua Provvidenza, per compiere grandi opere in seno alla Chiesa.
Quanti oratori e Prelati insigni non abbiamo noi sentiti prendere a tema dei loro panegirici in lode ´di Don Bosco le parole del Santo Vangelo: « Ci fu un uomo inviato da, Dio, di nome Giovanni »! Che altro significa -questa intonazione solenne, se non una professione di fede nella divina Missione di Don Bosco? E noi godiamo al pensare che quegli autorevoli ´personaggi non credettero di far torto al Battista, ´applicando quelle ispirate parole all´Apostolo della Gioventù del secolo decimonono.
Che più? È Don Bosco stessó che, nelle sue Memorie, afferma senza ambagi di aver ricevuto direttamente da Dio e dalla Benedetta sua Madre l´ordine di mettersi - a capo di falangi di giovani, di istruirli nelle verità della fede, di avviarli al Cielo; non solo, ma di cercare. a perpetuità di quest´opera redentrice, aiutanti animati da zelo ardente, di raggrupparli :in :una
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Società religiosa e di mandarli poi numerosi, questi suoi figli, per tutto il mondo a portarvi la
luce e l´amore di Gesù Benedetto, estendendo in tal guisa a milioni e milioni di anime i benefìci della Redenzione. Anzi, nelle. suddette Memorie, noi leggiamo come il nostro Padre, parlando nella
intimità ai suoi... solesse affermare di non
aver intrapreso alcuna opera che non gli fosse stata in un´ modo o nell´altro ispirata dal Signore. Voler prescindere da questa divina missione sarebbe lo stesso che sopprimere la spiegazione più ragionevole del prodigioso sviluppo dell´Opera salesiana e scuotere in noi tutti la certezza della sua stabilità e durata.
Si presentò un giorno al nostro Padre uno
zelante sacerdote,... quale aveva in animo di
fondare non so quale istituto religioso. Don Bosco, dopo di averlo attentamente ascoltato, gli chiese, con l´abituale e serena sua franchezza, se, relativamente all´opera che voleva iniziare, avesse avuto qualche rivelazione o illustrazione celeste. Il buon sacerdote rimase sorpreso: poi candidamente rispose che nessuna indicazione o ´grazia soprannaturale egli poteva addurre in appoggio del suo progetto. Allora Don Bosco, benevolmente ma con sicura fermezza, lo esortò a deporne ogni pensiero.
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Noi che, dalle labbra e dalle sante gesta del Padre, abbiamo appreso quanta parte abbia avuto l´elemento soprannaturale nel nascere e nell´evolversi della nostra Congregazione, ci sentiamo oggi santamente orgogliosi di appartenere a un´opera nella quale, come ben disse Leone XIII, chiaro apparisce e fortemente si palesa e sente il dito di Dio.
È poi dottrina comune degli scrittori ecclesiastici che la Divina. Provvidenza prepara con doni particolari i predestinati al compimento di speciali imprese. Don Bosco ne è una prova. Il Cielo fu eccezionalmente largo nell´arricchirlo delle prerogative di natura e di grazia, che dovevano renderlo atto alla eccelsa sua missione.
È vero, queste cose sono già a noi note, ma, solo al ricordarle, si risveglia e accresce in noi il compiacimento di essere figli di un tanto Padre, insieme con la persuasione che, nel compiere la missione di eredi e continuatori delle opere di Don Bosco, noi svolgiamo un apostolato voluto da Dio stesso.
Ecco donde trae origine l´impulso più efficace della nostra fedeltà al nostro caro Padre D. Bosco, che noi cercheremo di conoscere sempre più e sempre meglio nella sua vita, nella sua dottrina, nelle sue opere.
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5: La fedeltà è fiducia.
La parola fedeltà ha un secondo significato, che è bene considerare pérchè tanto adatto al proposito nostro. Fedeltà significa anche devozione, confidenza, fiducia, abbandono, amore.. Tutti que- - sti sentimenti emanano spontaneamente da quella intima convinzione che Don Bosco fu l´eletto di Dio e che quindi possiamo riposare tranquilli sugli indirizzi da ´Lui tracciati ai suoi discepoli.
Questo senso di fiducioso abbandono è poi grandemente favorito dal considerare quanto potere Iddio gli abbia concesso in Cielo. Una vera´ pioggia di favori celesti continua, senza interruzione, a cadere sopra ogni sorta di persone, in ogni plaga della terra, dovunque s´invochi la sua intercessione.
Ma noi, aggregati alla Congregazione e parte viva dell´Opera sua; abbiamo ragioni assai più forti degli altri per sentirci animati a confidenza. Don Bosco è nostro Padre, nostro Fondatore, nostro Modello ed Esemplare perfetto, nostro Maestro incomparabile. Ognuno di questi titoli meriterebbe un commento A parte. È mai possibile che un buon figliuolo non si abbandoni con lieta fiducia al padre suo, dal quale sa di esSere teneramente amato? È possibile che un discepolo, desideroso
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di imparare e di progredire, non viva affezionato al suo maestro, non ne ascolti docilmente le lezioni e non ne segua gli insegnamenti? Ora è appunto questa la fedeltà, la devozione pratica ed effettiva, che noi Salesiani dobbiamo nutrire in cuore per Don Bosco a complemento di quella affettiva e religiosa che abbiamo per Lui, e che gli dimostriamo con le preghiere, con le fervide invocazioni, con la solennità delle funzioni in suo onore, col celebrarne le lodi.
Sarebbe già non piccolo frutto delle considerazioni che ci accingiamo a fare, se fin d´ora formulassimo it proposito di voler essere i più grandi, i più veri, devoti del nostro Santo Fondatore, Padre e Maestro; i • più tenacemente Menti nel suo patrocinio. Voglia il Cielo che effettivamente le quotidiane 9 filialmente devote preghiere salgano dal cuore dei figli al grande cuore del Padre per impetrare su ciascuno di noi e sui sentieri del nostro apostolato le grazie più elette, e prima fra tutte la fedeltà.
4. Fedeltà è solenne promessa.
Nel concetto di fedeltà è racchiuso un terzo significato. La vera fedeltà implica una volontà ´decisa di non venir mai meno alla devozione che
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abbiamo sentito nascere in cuore e una promessa risoluta di amorosa corrispondenza. Promettere o giurare fedeltà è dichiarare che la fedeltà vuol essere invitta; -che la protesta non subirà alterazioni o soste, ma durerà immutabile ed eterna.
Ora è precisamente questo l´intendimento nostro. Appunto perchè noi abbiamo creduto a Don Bosco, perchè abbiamo avuto e abbiamo in Lui la massima fiducia e confidenza, noi ci siamo schierati sotto la sua bandiera e, in un giorno indimenticabile della nostra vita, ai piedi degli altari. abbiamo fatto a Don Bosco spontaneamente una solenne promessa. Oh, giorno veramente avventurato quello in cui ci fu _dato di poter alfine chiamare Don Bosco nostro Padre, nostro Maestro, nostra Guida!
Di quel giorno riviviamo in parte il giubilo ogni volta che rinnoviamo la professione, soprattutto al termine degli Esercizi Spirituali. Che altro è questo, se non riconfermare la nostra protesta di fedeltà a Don Bosco, alla Congregazione, alla nostra missione? Richiamiamo con frequenza alla mente il valore di questa solenne promessa, con la quale ci siamo obbligati alla imitazione di Don Bosco, nostro Maestro e Modello, alla osservanza delle Regole, all´acquisto del suo spirito, a lavorare col suo metodo, infine a svilupparne le
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opere sotto il medesimo impulso celeste che Lui mosse a iniziarle.
Dal fin qui detto avrete facilmente avvertito che i punti or ora enumerati e che con la professione religiosa abbiamo promesso a Don Bosco di osservare, sono tutti implicitamente contenuti nella formula: « Fedeltà a Don Bosco Santo ». Avrete .pure notato che la formula stessa abbraccia due parti ben distinte. La prima riguarda la nostra formazione e perfezione personale, il lavoro cioè che noi dóbbiamo compiere come religiosi Salesiani: è infatti l´osservanza delle Costituzioni, dei Regolamenti e delle tradizioni, che ci farà annoverare tra i Salesiani esemplari e fedeli. La seconda parte riguarda specialmente il bene del prossimo, cioè il lavoro che noi, con lo spirito, col metodo e nelle opere del Padre, dobbiamo compiere a vantaggio delle anime.
Nella presente trattazione noi c´indugeremo a fare particolari considerazioni sulla prima parte, poichè essa riguarda più direttamente le -nostre speciali condizioni di religiosi.
Faccia il Signore che tutto ciò che verremo esponendo e raccomandando rispecchi fedelmente il pensiero, la volontà, il cuore di Don Bosco.
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5. Fedeltà
nell´osservanza delle Regole.
Il venerato Rettor Maggiore Don Rinaldi affermava spesso, e lo lasciò scritto, che, nei molti colloqui da lui avuti col nostro Santo Fondatore, l´argomento preferito, era sempre la fedele osservanza delle. sante Regole. E aggiungeva che, negli ultimi anni di sua vita, pareva che Don Bosco « non respirasse più altro che le Regole ».
Una affermazione così esplicita, fatta da un testimonio di tanta autorità, è una categorica conferma di ciò che noi frequentemente abbiamo udito e letto, e cioè che « le Regole, come sono-state lo scopo supremo delle aspirazioni di Don Bosco Fondatore, così continuano a essere ora il suo pensiero e tutto il suo cuore ». Questi intimi rapporti, questa strettissima relazione di Don Bosco con le Regole devono essere tenuti ben presenti, se si vuole capire quale debba essere la nostra fedeltà nell´osservanza. Il Salesiano infatti che non conosce bene le sue Regole, non può conoscere il suo Fondatore; al più al pià ne avrà una conoscenza esteriore e superficiale. Per la stessa ragione chi non le osserva fedelmente dimostra di non amare Don Bosco, anche se a parole se ne mostra entusiasta; anche se, all´occa
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sione, è capace di cantarne le glorie nel modo più brillante.
- Riteniamo bene: « Amare Don Bosco è amare le Regole ». Questa affermazione, ripetuta spesso da Don Bosco durante la sua vita, Egli la volle in certo modo consacrare, lasciandocela scritta nel suo testamento, in una forma che non potrebbe essere più chiara ed esplicita: « Se mi avete amato in passato, Egli dice, continuate ad amarmi in avvenire con la esatta osservanza delle nostre Costituzioni ». Queste soavi parole sono dirette a tutti i Salesiani: ognuno di ndi, inoltre, deve figurarsi che Don Bosco rivolga a lui personalmente queste altre di sapore biblico, scritte un giorno al chierico Armelonghi: Fili mi, si diligis me, praecepta mea servabis. Praecepia mea sunt hostrae Constitution,es (159).e « Figlio mio: se mi ami, osserva i miei precetti; i miei precetti sono le nostre Costituzioni ».
Nulla adunque di più opportuno che il ricordare spesso la stima che Don Bosco faceva delle Regole per animarci a quella fedeltà in cui è riposta tutta la sostanza dello spirito salesiano, del fervore religioso, della perfezìone evangelica.
Vi è in proposito un episodio assai espressivo, che venne anche fissato in un bel gruppo fotografico, ed è così descritto dal nostro caro
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Don Rua: « Quando Don Bosco inviò i suoi primi figliuoli in America, volle che la fotografia lo rappresentasse in mezzo a loro nell´atto di consegnare a Don Giovanni Cagliero, capo della spedizione, il libro delle nostre Costituzioni. Quante cose diceva Don Bosco- con quell´atteggiamento! Era come dicesse: Voi traverserete i mari, vi recherete in paesi ignoti, avrete da trattare con gente di lingue e costumi diversi, sarete forse esposti a gravi cimenti.. Vorrei accompa-. gnarvi io stesso, confortarvi,. consolarvi, proteggervi. Ma quello che non posso fare io stesso, lo farà questo libretto. Custoditelo come prezioso tesoro » (160). Don Bosco adunque vive nelle Regole. Chi vuole richiamare o rivedere i tratti esteriori, la fisionomia del caro Padre, osserva i quadri, le pitture o le statue che più o meno fedelmente lo rappresentano; ma chi vuole penetrarne l´anima, conoscere da quali sentimenti Egli fosse pervaso, quale il suo zelo, quali i suoi criteri di apostolo, le virtù che gli erano più care, ciò che Egli ha sempre desiderato, ciò che, tuttora desidera e vuole, deve aprire il libro delle Regole e meditarle posatamente.
Anche in altra circostanza Egli espresse la medesima idea. Dando, sul ponte della´ nave, l´ultimo addio ai figli partenti per le missioni, tutto
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ad un tratto disse loro: « Stavolta ho pensato di recarmi anelli() con voi in America ». Immaginatevi la sorpresa dei figli che gli erano stretti attorno! Allora Don Bosco prendendo il libro delle Regole e consegnandolo a Don Cagliero: « Ecco, disse commosso, ecco Don Bosco • che va con voi nelle missioni ».
No, non v´è dubbio: le Regole sono veramente il ritratto più veridico del nostro Padre, esse sono tutto Don Bosco. Chi non abbia avuto la fortuna di conoscerlo ne ritroverà, nelle Regole, la mente, il cuore, le opere, tutta la sua grande anima.
6. Eccellenza delle. Regole.
Basterebbe il fin qui detto per mettere nel più alto rilievo l´eccellenza delle Regole; è bene però che c´indugiamo a fare qualche considerazione più distinta su questo importante argomento.
« Le nostre Costituzioni non sono soltanto il frutto della intelligenza e della carità ardente di Don Bosco; ma, come nella vita di Lui il soprannaturale emerge, si può dire, a ogni istante, così anche le Costituzioni, nella loro origine e nel loro sviluppo progressivo, si illuminano del visibile intervento soprannaturale » (161).
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Con queste parole Don Rinaldi ha riassunto l´altissima eccellenza delle nostre Costituzioni, le quali debbono anzitutto essere considerate come un beneficio, una manifestazione della bontà divina. Irradiate di questa luce esse ci appaiono subito come la espressione della volontà di Dio a nostro riguardo, come una magnifica sintesi dei consigli evangelici; la voce della sua chiamata; ForientaMento della nostra missione; la designazione del campo del nostro apostolato; la
- promessa di frutti ubertosi; la chiave stessa del Cielo posta da Dio nelle mani dell´uomo. Esse-seno lo spirito di Don Bosco che si perpetua nei suoi figli, mentre questi ne moltiplicano con la loro laboriosità le opere; sono l´anima grande di Don Bosco che diventa l´anima dell´Istituto e pervade e trasforma e ingigantisce quelle dei figli.
Per ognuno di noi esse - sono effettivamente, come ce ne assicura Don Bosco, la vera arca di salVezza; la via maestra sulla quale possiamo correre a passi di gigante verso la perfezione; il mezzo sicuro della nostra santificazione; la norma e il, codice della ´nostra vita; lo scudo, il muro di difesa contro i nemici della nostra salvezza. Essè sono il vero amico -che santamente ci consiglia; l´angelo custode che vigila sui nostri passi e ci illumina e regge; la voce paterna
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che ci ammonisce; in una parola, esse sono Don Bosco stesso che mai ci abbandona e che, soprattutto nell´ora della prova, nelle incertezze, nelle tenebre, ci è luce, faro, bussola, stella polare per raggiungere sicuramente il porto. Esse infine sono il crogiuolo ove si fondono e lo stampo nel quale si modellano i membri della Congregazione;. sono il vincolo, la forza, la garanzia dell´unità; la voce, la misura, l´appoggio, il controllo, la sanzione dell´autorità nei rappresentanti di Dio, che guidano le falangi dei Salesiani ai sicuri trionfi. Esse sono ancora la linfa fecondatrice del´ mistico giardino ove crescono le virtù proprie del nostro stato; sono esse che santificano ogni istante della nostra vita, perchè, assoggettandola al divino volere, la convertono in un perenne e gradito olocausto di noi stessi sull´altare dell´Altissimo.
« Insomma nelle Regole, dice il nostro San Francesco di Sales, è la via dritta per andare a Dio. Quanto son fortunati i religiosi, egli continua, in confronto di quei che vivono nel mon
. do! Nel mondo, a chi domanda la strada, uno risponde: è a destra; e. l´altro: è a sinistra; e si finisce il più delle volte per essere ingannati; ma i religiosi• hanno solamente da lasciarsi portare. Somigliano a coloro che vanno per mare:
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la nave li porta, ed eglino se ne stan dentro senza pensiero: riposando viaggiano, nè sentono alcun bisogno d´informarsi se vadano bene. Questa è cosa che spetta ai nocchieri, che, vedendo sempre la stella polare, bussola della nave, san di essere sulla buona rotta e dicono agli altri naviganti: coraggio, siete bene incamminati. Segui senza tema cotesta bussola divina, che è il Signore; nave ´sono le Regole; nocchieri i Superiori, che ti sogliono ripetere: avanti, mio caro, nell´osservanza esatta delle Regole; così approderai felicemente a Dio, che sarà nostra guida sicura. Ma bada che io dico: avanti, nell´osservanza esatta e fedele; perchè, chi è trascurato nel seguire la sua strada, perirà » (162).
7. Il mezzo più facile per imitare Don Bosco.
Abbiamo detto sopra che il Salesiano più perfetto è quello che più perfettamente imita le virtù del Fondatore; ma nelle Regole appunto noi troviamo indicate le virtù proprie del nostro Padre, poichè nulla egli ha prescritto a noi, che non l´abbia, praticato per primo. Nelle Regole sono delineati gli elementi essenziali della formazione e perfezione salesiana. « Nelle Cdstitu
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zioni, insiste ancora Don Rinaldi, abbiamo tutto Don Bosco; in esse il suo ideale della salvezza delle anime, in esse la sua perfezione coi santi voti, in esse il suo spirito di soavità, di amabilità, di tolleranza, di carità, e di sacrificio » (163). E come diventeremo simili al Padre, se non lo amiamo nelle sue aspirazioni, nelle sue direttive, nel suo spirito, nell´anima sua, nel suo cuore?
Quest´asserzione viene confermata dall´autorità di Santa Teresa di Avila. « Se noi osserve-1 remo, essa scrive, con ogni studio la Regola e lei Costituzioni, perfettamente e veramente, saremo presso Dio quali dobbiamo essere » (164). Va da se che invertendo l´espressione si debba conchiudere che i non osservanti non sono davanti a Dio quali dovrebbero essere, vale a dire che il Signore non può essere contento di loro. Gesù stesso volle un giorno confermare, questa verità, rivolgendo alla Discepola prediletta del suo Cuore queste chiare parole: « Tu non Mi potrai piacere e accontentare altrimenti che con l´osservanza delle tue Regole ».
Nel giorno della vestizione o della consegna della medaglia udimmo ripeterci solennemente le parole di S. Paolo ai fedeli di Efeso: Rivestitevi dell´uomo nuovo, creato secondo il cuore di ´Dio
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nella giustizia e nella santità della verità (165). E ci si ammoniva che, per rivestirci dell´uomo nuovo, era d´uopo spogliarci dell´uomo vecchio; morire insomma a noi, perchè vivesse in noi Iddio solo. Orbene, come arrivare a questa difficile, ma necessaria trasformazione? Come distruggere il vecchio Adamo? La risposta ce la dà chiara e incoraggiante il nostro S. Francesco di _Sales: « Con l´esatta obbedienza alle Regole. Col fare• esattamente quanto esse prescrivono, io ti assicuro da parte di Dio che arriverai senza dubbio alla mèta dovuta, cioè alla tua unione con Dio. Nota che io dico " fare": la perfezione non si ottiene standoSene con le mani in mano. Bisogna mettersi di buona voglia a vincere se stessi. bisogna vivere secondo la Regola e l´obbedienza, e non secondo le inclinazioni portate dentro dal mondo. La religione tollera bensì che vi portiamo le nostre cattive abitudini, passioni e inclinazioni, ma non che viviamo a seconda di quelle. Ci dà le Regole, perehè ai nostri cuori facciano da strettoi, spremendone tutto quello che è contrario a Dio. Vivi dunque risolutamente a tenore di esse. Lo spirito della Regola non si´porta, venendo dal mondo alla religione, ma si acquista col fedelmente praticare la Regola stessa. La medesima cosa io dico delle virtù proprie della tua Congregazione: Dio in
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fallantemente te le darà, se hai risolutezza d´animo e fai il possibile per acquistarle » (166). Lo stesso S. Francesco di Sales a chi si affliggeva davanti al timore di non corrispondere alla
vocazione e di perderla scriveva così: « Ma tu sei venuto, perchè chiamato da Dio, che va movendo i cuori di chi gli piace condurre dove. -vuole. Altro adunque non ti resta, che di ben osservare le tue Regole, convertendoti talmente in quelle, che tu divenga la tua vocazione personificata. Nessun altro pensiero debbono avere i religiosi, perchè nelle loro Regole veggono la volontà di Dio, che dice e mostra loro quanto hanno da fare per giungere alla perfezione e unione con Lui. E per arrivarvi fa d´uopo che conformino la loro volontà alla sua » (167).
Pensava adunque rettamente il venerato Don Rua, quando, parlando della necessità di progredire nella virtù e di mantenere sempre vivo nel cuore il fervore della pietà, metteva come primo mezzo l´osservanza delle Regole, citando opportunamente le parole del Serafico S. Fran-. cesco: « La regola deve essere da noi considerata come il libro della vita, il midollo del Vangelo; la speranza della nostra salvezza, la misura della nostra perfezione, la chiave del Paradiso ›. E dopo di queste parole Don Rua concludeva af
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fettuosamente: « Veneratela adunque, come il più bel ricordo e la più preziosa reliquia del nostro amatissimo Don Bosco » (168).
Noi potremmo riempire molte altre pagine in elogio delle Regole, per metterne in sempre più chiara luce, la bellezza e l´eccellenza; ma basta il fin qui detto a farcene concepire una altissima stima. Ne verrà così facilmente l´osservanza: giacchè quello che si stima, si ama; e quello che si ama, si fa.
8. Origine e sviluppo delle Regole.
Abbiamo detto che, nella preparazione delle nostre Regole, si deve riconoscere un intervento soprannaturale. A tale asserzione il nostro pensiero vola spontaneamente alla visione che Don Bosco ebbe all´età di nove anni. Fin d´allora egli intuì, benchè in modo confuso, la sua missione; e, dopo aver udito l´Augusto Personaggio e la Veneranda Signora, incominciò ad agire secondo i criteri che dal Cielo gli erano stati suggeriti. Il piccolo Giovanni aveva capito che egli• era destinato a essere il pastore di greggi innumeri, ai quali in seguito avrebbe ´dovuto preporre altri pastorelli, da lui stesso formati. Infatti, ordinato sacerdote, egli confessò candidamente: « Io non
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sarò semplicemente un prete solitario o con pochi compagni, ma avrò molti altri sacerdoti, che mi ubbidiranno e si dedicheranno alla educa-. zione della gioventù » (169).
Il modo però dell´accennata formazione, pur essendo in gran parte frutto di illustrazioni celesti, richiese tutta l´opera della sua mente e i] concorso di una lunga esperienza. Anche per questo a noi, figli di Don. Bosco, le Regole devono riuscire care e preziose. Oh, rileggianio, nella vita di Don Bosco, le fatiche snervanti, le difficoltà di ogni genere ch´ei dovette affrontare prima di poter ottenere la definitiva approvazione; le noie, le mortificazioni, le umiliazioni, i viaggi, le suppliche, le ripulse, le contraddizioni, e persino le persecuzioni diaboliche! Quella storia fu detta, e non senza ragiOne, « Storia-Calvario ». Ma Don Bosco non piegò. Forte della protezione della Vergine Ausiliatrice, incoraggiato dalla suprema autorità del Vicario di Gesù Cristo, l´angelico Pio IX, sopportò eroicamente e vinse tutte le prove; sicchè la causa di Dio ebbe il trionfo completo. Il richiamo, sia pure sommario, dei periodi più salienti di quell´immane lavoro a.ccre- seerà sempre più in noi la stima del gran tesoro, che la Bontà divina volle elargire all´umile nostra Società.
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9. Primo abbozzo delle Regole.
Quando nacquero le Costituzioni Salesiane? La risposta non è facile; per ottenerla esauriente sarà forse bene rispondere prima a quest´altra domanda: Quando nacque la Congregazione Salesiana?
Ha forse origine, il frumento, allorchè vediamo affacciarsi timidamente. tra le zolle il primo quasi impercettibile ciuffetto delle sue esili e verdi foglioline? È vero, noi siamo usi a parlare così. Ma non sarebbe più esatto affermare che la vera, nascita ebbe luogo nel seno della terra, ove il seme subì le meravigliose trasformazioni che diedero, poi origine alla pianta? Quando essa spunta ci dà la lieta notizia della nascita: questa però si andò: operando gradatamente nel silenzio, durante un periodo che potremmo chiamare incubativo, e la cui importanza, se può sfuggire al profano, è però oggetto dello studio e dell´ammirazione di chi sa e vuole richiamarsi alla causa remota per misurare il divenire e la portata degli e ffetti.
Impostata la trattazione così, non v´ha
bio che il primo germe dell´Oratorio festivo e di tutta l´Opera Salesiana noi dobbiamo rintracCiarlo nel fatidico sogno che Giovannino. ebbe
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all´età di nove anni. Fin d´allora la Donna di maestoso aspetto disse al pastorello dei Becchi:
Ecco il tuo campò: renditi umile, forte, robusto; e ciò che in questo momento vedi succedere di questi animali, in dovrai farle, pei figli miei ».
I Becchi, Moncucco, Castelnuovo, Chieri, sono altrettante ´tappe: ma Giovannino è appena sulla sua via; egli cammina verso una mèta ulteriore. 1:8 dicembre 1841 è, più che un punto d´arrivo, Un altro punto di partenza. Nuovi pellegrinaggi egli deve compiere prima di arrivare alla tettoia Pinardi, a Valdocco, alla sua terra promessa. Per tornare alla prima immagine, la tenera pianti-cella ha trovato alfine la terra propria; da oggi in poi noi la vedremo irrobustirsi e ingigantire oltre ogni umana previsione.
Questo sguardo dall´alto ci fa persuasi che l´origine prima, l´idea madre, il principio fondamentale delle Regole si deve rintracciare nel fatidico miglio. La matrona maestosa, mentre assegnava al piccolo Giovanni la sua grande missione, gli indicava al tempo stesso qúale ne do
veva essere il principio animatore, la legge prima éd essenziale. Sì, affermiamolo con santa sod
disfazione, l´anima delle ´nostre Regole è già tutta nella manifestazione soprannaturale del primo sogno.
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Creato e consolidato a Valdocco il suo Oratorio, Don Bosco si accinge a svilupparne gli ordinamenti e le leggi che gli assicurino una vita rigogliosa.
Fin dal 1845 egli aveva scritto alcune norme per le confessioni, alle quali altre ne faceva seguire riguardanti il buon andamento dell´opera. Sono le prime grandi linee di quel sistema legislativo ch´ei creerà in seguito, per rendere efficace e duraturo il lavoro in mezzo ai giovani.
Don Bosco, che ebbe sempre per principio, nello stabilire le leggi, non di far nascere l´opera dalla legge, ma di trarre la legge dalla vita vissuta e dalla esperienza dell´opera, solo nel 1847 pensò a compilare un vero regolamento.
Prima di accingersi a quella redazione volle conoscere ciò che erasi fatto a Roma da S. Filippo Neri e a Milano con lo spirito di S. Carlo Borromeo. Studiò infatti parecchi regolamenti; ma non tardò a convincersi che, scritti per opere sorte in altri tempi e in condizioni diverse, pur rispondendo alle finalità propostesi da coloro che li avevano redatti, abbisognavano di essenziali modificazioni di ´fronte ai nuovi bisogni e problemi dell´epoca. Così la sua redazione venne effettivamente a rispecchiare gl´ideali di zelo che gli ,ardeVano in Cuore.- « Ma, nota a ´questo
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proposito Don Lemoyne, ogni volta che egli si era provato a ´redigere quel suo primo Regolamento, aveva sempre dovuto deporre la penna per gravi difficoltà, cagionate dai pareri diversi dei suoi stessi coadiutori e dalle condizioni speciali in cui era venuto successivamente a trovarsi » (170). Era l´inizio di quella guerra implacabile che, per oltre vent´anni, il demonio avrebbe scatenato contro il povero Don Bosco; per impedirgli di condurre a termine l´opera alla quale Iddio lo aveva chiamato e che era in cima a tutti i suoi pensieri: l´istituzione della Società Salesiana fondata sulle sue Regole.
Il primo Regolamento era pronto all´inizio del 1847; ma non si diede alle stampe che nel 1852.
Come l´Oratorio festivo fu chiamato giustamente la prima cellula della Società Salesiana, così il primo Regolamento di esso ´è come il protoplasma delle nostre Costituzioni.
Chi legge ora quel primo Regolamento, e le accidentali modificazioni . delle successive edizioni, vi trova già indicato il fine, il campo, lo spirito, il metodo del lavoro salesiano e, sia pure in embrione, gli elementi e organi direttivi, nonchè il loro specifico funzionamento. Esaminando quelle prime cariche, noi vediamo emergere da esse chiaramente abbozzate le grandi linee della
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Società Salesiana, e armonicamente organizzata la molteplicità del lavoro nella più perfetta unità sotto l´azione vivificatrice dell´amore, essenza di tutta. l´opera.
Fin dall´anno 1852, quando all´Oratorio erano già stati accolti allievi interni, studenti e artigiani, Don Bosco abbozzò alcune altre regole disciplinari, in forma´ di piccolo regolamento che doveva essere letto la prima domenica di ciascun mese in ogni dormitorio.´ Era un nuovo passo. Man mano che sorgeva un bisogno o nasceva un inconveniente, Don Bosco, a grado e con squisita prudenza, regolava le cose é,011 disposizioni opportune. I giovani, non. sentendosi urtati,. in-, consciamente vi si uniformavano. Queste regole riguardavano i laboratori, il parlatorio, la ricreazione, il teatrino e via discorrendo. Così ad una ad una, a intervalli, furono stabilite le norme disciplinari che orà formano il. Regolainento delle ´Case (171).
Noi dobbiamo essere riconoscenti a chi seppe gelosamente .raccogliere e conservare questi partieolari così minuti intorno agli statuti della nostra Congregazione: ci pare quasi di assistere allo svolgersi di questa magnifica creazione del nostro piccolo cosmo con le leggi che lo gover
nano.... .
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Don. Bosco però non aveva, fretta. Dovranno trascorrere altri cinque lunghi anni di studio, di lavoro, di esperienza, prima che giunga il tempo di portare a maturità il disegno da tempo acca
rezzato.
E qui è bene riportare questo significativo brano scritto dal nostro Don Lemoyne: « Don Bosco, che aveva contemplato per lungo spazio di tempo l´ideale che tanto lo riempiva di sè, nel ´1857, dopo dieci anni di costanza incrollabile, di continue fatiche, di spese e di premure, dopo di aver messo allo studio alcuni artigiani, che fecero una splendida riuscita, ebbe la consolazione di vedersi circondato da un´eletta schiera di otto tra chierici e giovani, sopra i quali parevagli di poter fare assegnamento, manifestando essi la propensione di prendere parte alle sue fatiche per tutta la vita » (172).
Avete udito? Il preludio solenne e festivo del brano citato dava diritto ad aspettarci chissà quale successo. Invece si prova quasi un senso di delusione. Dopo 26 anni dall´origine dell´Oratorio, dopo tante fatiche e sacrifizi in molte circostanze veramente eroici, ecco Don Bosco circondato da una corona di solo otto chierici e giovani sui quali egli poteva contare. È un richiamo che commuove! Eppure quanta serena gioia in
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Don Bosco! quanta compiacenza e tenerezza, quale vivo affetto per quei suoi primi eletti e chiamati! e soprattutto quale profonda riconoscenza verso Iddio e la Vergine Immacolata! Ma insieme quale salutare lezione per le nostre immature, precipitate e forse altezzose pretese!
A quei primi diletti figliuoli bisognava presentare una Regola. Don Bosco ne aveva già preparato un abbozzo, chiedendo sempre lume al Signore con meditazioni e suppliche ferventi. In questo periodo di tempo faceva recitare speciali preghiere dai chierici, allo scopo di ottenere, nel suo importante lavoro, la divina assistenza. Analogamente a quanto aveva già, fatto per il Regolamento -dell´Oratorio festivo, si era industriato per avere le Costituzioni di vari Ordini religiosi, incontrando però serie difficoltà, dinieghi e recise ripulse. Nella prima stesura delle Regole, appunto per tali rifiuti, dovette valersi delle sole cognizioni acquistate con lo studio della Storia ecclesiastica. Gli vennero in soccorso però alcune idee attinte dai suoi sogni, o meglio visioni, perchè tali furono considerate, come ce ne fa fede lo stesso Don Lemoyne, prima ancora che Don Bosco fosse dichiarato Venerabile (175).
Nulla egli tralasciò di quanto poteva giovare al fine che si: era proposto; moltiplicò le pre
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ghiere, le veglie, i sacrifizi, le letture, i colloqui, le corrispondenze epistolari con persone eminenti per dottrina ed esperienza, che fosSero in grado di facilitargli l´impresa.
Nella redazione delle sue Regole Don Bosco aveva in vista una Congregazione di umili esil genze ascetiche, di particolare operosità e senza . speciali apparenze nell´abitO e nella vita esteriore. A chi lo interrogava in proposito diceva: « Una Congregazione come io la intendo, a mio parere, ispirerà maggior fiducia e simpatia, e col tempo attirerà molti soggetti a farsi iscrive-re .» (174).
Il nemico del bene fremeva. Sappiamo infatti che nientre il nostro buon Padre lavorava attorno alle Regole ebbe a soffrire terribili vessazioni diaboliche. In quei giorni, avendo incontrato il canonico Anfossi, gli disse: « Sono stato molestato da un brutto animalaccio, sotto forma di orco, il quale mi si pose sul letto, e tentò, opprimer´, domi, di soffocarmi.». La notte poi nella quale Don Bosco finì la, laboriosa stesura delle prime Regole, proprio nel vergare la frase finale di ringraziamento a Dio, Ad maiorem Dei gloriam, ecco apparirgli l´infernale nemico. Tutto a un tratto il tavolino si muove, il-calamaio si rovescia e macchia d´inchiostro il manoscritto; questo si
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solleva turbinosamente in aria e ricade sfogliato mentre risuonano grida così Strane da incutere profondo terrore. Lo scritto era rimasto. talmente imbrattato da non essere più leggibile, et così Don. Bosco dovè ricominciare il suo laVoro (175). Questo fatto, che Don Bosco raccontò poco tempo dopo" ad alcuni Salesiani, tra cui Don Evasio Rabagliati, mentre dimostra a evidenza tutta la rabbia del demonio contro le Regole, è in pari tempo una pro-va dell´odio profondo che il nemico infernale nutre per tutti coloro che le abbracciano e si propongono di osservarle. Se il demonio le detesta, è indizio che il Signore le stima e le ama; ci serva questo di stimolo e con
forto.... •... •
10. Il lungo e doloroso Calvario . per ottenere´ l´approvazione delle Regole.
Ma la storia delle nostre Regole è Così interessante e istruttiva, che ben vale la pena di fermarcisi ancora alquanto. D´altronde per non pochi Salesiani, e specialmente per i meno anziani, queste notizie di carattere familiare possono riuscire in gran parte nuove, non essendo a tutti agevole leggere per disteso l´incomparabile tesoro dei grandi volumi delle Memorie Biografiche.
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Accompagniamo pertanto il buon Padre che sale il suo duro Calvario prima di poter offrire alla Congregazione il prezioso. Codice delle. Regole.
11 giorno 21 marzo 1858 Don Bosco è ai piedi di Pio IX. Dalle sue labbra egli ascolta sapienti consigli e paterne esortazioni circa la fondazione della Società Salesiana. Don Bosco allora, presentando al Vicario di Gesù Cristo il manoscritto delle Costituzioni, glielo consegna, con queste filiali e riconoscenti espressioni: « Ecco, .Beatissimò Padre, il Regolamento che racchiude la disciplina e lo spirito che da vent´anni guida coloro, i quali impiegano le loro fatiche, negli Oratorii. Mi ero prima d´ora adoperato a ridurre gli articoli in forma regolare; ma nei giorni passati vi ho fatto correzioni e aggiunte secondo le basi che Vostra Santità degnavasi tracciarmi la prima volta che ebbi l´alto onore di prostrarmi ai Vostri piedi. Siccome però, nell´abbozzare i singoli capitoli, avrò certamente sbagliato la traccia proposta, così io rimetto il tutto nelle mani di Vostra Santità, e di chi Ella si degnerà di stabilire per leggere, correggere, aggiungere, togliere quanto sarà giudicato a maggior gloria .di Dio e al bene delle anime » (176).
Il Pontefice, che l´aveva ascoltato con visibile
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interesse, Prese dalle mani di Don Bosco il manoscritto,´ ne svolse alcune pagine e, dopo aver di bel nuovo approvato l´idea che le aveva ispirate, pose le Regole sopra di un tavolino, con l´intenzione di esaminarle con maggior attenzione e a suo agio.
Passate appena due settimane, il 6 aprile, Don Bosco era nuovamente ricevuto dal Papa. Quale gioia non dovette provare il nostro Padre, allorchè l´amabilissimo Pontefice gli disse di aver letto con attenzione il manoscritto delle Costituzioni dal primo all´ultimo articolo! E presolo dal tavolino, glielo porse soggiungendo: « Consegnatelo al Card. Gaude, il quale lo esaminerà .e a suo tempo ve ne parlerà ». Don Bosco lo aperse e vide che Pio IX aveva avuto la degnazione di aggiungervi alcune note e modificazioni di propria mano (177). Noi non sappiamo- se altri Ordini religiosi abbiano avuto così bella fortuna; neppure, sappiamo se qualche altro Pontefice abbia, in passato, prodigato maggiori finezze. verso una nascente famiglia religiosa. Basti dire che, al termine dell´udienza, il Papa, sapendo troppo bene che la via da percorrere sarebbe stata ancor lunga e scabrosa, indicò a Don Bosco, minutamente, tutto il tramite che avrebbe dovuto seguire.
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.... .
Le pratiche dal 1858 si protrassero. fino al 1865.
Pel -nostro_ Padre furono altri. cinque anni di preoccupazioni,. di lavoro intenso, di ansie senza fine. Nel frattempo erano morti il. Card. Gaude e l´Arcivescovo Mons. Fransoni, tanto amico di Don Bosco.
Ma il Santo • non si perdette di animo. In quello stesso anno egli mandò nuovamente a Roma le Regole. Gli fu risposto che´ erano neces
sarie le commendatizie dei Vescovi. Ed eccolo all´opera senza tregua nè esitazione´ di .sorta. Il 9 febbraio egli prepara una nuova copia delle Regole da mandare a Roma per averne l´approvazione. Il Santo Padre appena le ebbe ricevute le mandò al Cardinal Prefetto della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari. Il Prefetto le fece consegnare al .Pro Segretario e questi al Consultore, il quale ´espresse il suo giudizio fa-. cendo non poche osservazioni su vari punti. Don Bosco, esaminate le osservazioni, preparò -un memoriale, nel quale rispettosamente faceva presente alla Santa Sede´ le non poche e gravi difficoltà che sarebbero sorte, qualora l´avessero obbligato a modifiéare le Regole giusta le osservazioni -fatte. In queste pratiche però quante cautele e quanta
prudenza non doveva egli usare, trattandosi di una "questione tanto vitale e -delicata!
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Don Bosco si era studiato di imprimere e conservare alle Regole un carattere tale per cui potessero adattarsi alle esigenze dei tempi e dei luoghi. Egli anzi pensava a prevenire le difficoltà che potevano "sorgere da parte delle autorità civili, per la speciale fisionomia dell´opera sua. Tutta ciò richiedeva lavoro di preparazione, prudenza in aspettare, avvedutezza per cogliere le opportune congiunture, calma per evitare qualsiasi mossa che potesse compromettere i passi fatti.
Nel 1867 Don Bosco è di nuovo a Roma. Aveva con sè le Regole tradotte in lingua latina, da lui corrette e ricorrette in conformità alle osservazioni ricevute, senza però intaccare la´ sostanza di quanto - aveva intraveduto nel sogno e rispettando quella Impostazione che non comprometteva le contingenze future. Grandi dovettero essere le difficoltà, tremende le ansie, improba la fatica, se lo stesso Don Bosco, tornato all´Oratorio, sentiva il bisogno di sfogare la piena del
cuore rivolgendo, nell´intimità, ai suoi figli queste espressioni: « Vidi che era propriaMenie necessario un. Miracolo per cambiare i cuori; altrimenti sarebbe stato impossibile il ´venire a una combinazione favorevole ai miei desideri. Si prendevano le nostre povere Regole, e a ogni parola
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si trovava una difficoltà insormontabile. Da Roma mi scrivevano che era tempo perduto un altro mio viaggio, perchè non mi avrebbero mai concesso ciò che io domandavo, ed era impossibile l´approvazione delle Costituzioni. Ma io ero intimamente persuaso che la Madonna mi avrebbe aiutato e ogni cosa avrebbe disposto a mio favore » (178).
Nel 1869 era nuovamente a Roma, dove nel nome di Maria Ausiliatrice, operò prodigi_ a fa
vore dei- prelati, dai quali specialmente dipet
deva la sospirata approvazione. Eppure lo crederemmo? nemmeno le grazie straordinarie e le
guarigioni strepitose bastarono, perchè a Don
Bosco fosse concesso tutto ciò che desiderava. È bensì vero che il- 19 febbraio veniva- approvata
definitivamente la nostra Pia Società; ma fu ri
mandata a tempo più opportuno l´approvazione definitiva - dei singoli articoli delle Costituzioni.
Si potrà osservare che, nella approvazione definitiva della Congregazione, è implicitamente approvata la Regola; ma a Don Bosco premeva l´ap- -
provazionc dei singoli articoli per assicurare in tal modo la integrità e la speciale fisionomia
dell´Istituto che aveva fondato. Lo stesso Soinmo Pontefice, la sera di quel´ giorno, disse a Don Bosco: « Bisogna che facciate presto a condurre
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a termine anche l´approvazione delle Costituzioni; io sono informato di tutto: conosco il vostro scopo e vi sosterrò in ogni maniera » (179):
11. Trionfo finale.
La parola del Sommo Pontefice dovette infondere in Don Bosco", non solo speciale conforto, ma indomito coraggio. E ne aveva estremo bisogno, perchè dovevano passare altri cinque lunghi anni di corrispondenze, memoriali, risposte a obiezioni di ogni genere, prima che le pratiche arrivassero alla desiderata conclusione. Quando finalmente il nostro buon Padre venne a sapere che era prossima la cOnvocazione della Commissione Cardinalizia che doveva discutere l´approvazione tanto attesa,- invitò tutti i suoi figli a invocare fervorosaMente i lumi dello Spirito Sati= to; e non pagò di ciò fissò un triduo di digiuno e di speciali preghiere nei tre giorni che precedetteró le adunanze.
I quattro Cardinali componenti la Commissione furono concordi, nell´approvazione decenj
nale delle Regole ad experimentum; anzi tre di essi votarono anche per l´approvazione definitiva. La sera dei 3 aprile 1874 fu riferito al Santo Padre l´esito della riunione. Il Papa, aggiungendo
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il suo ai tre voti favorevoli dei Cardinali, ordinò che si stendesse ´il Decreto d´approvazione definitiva.
Quale penna saprà mai esprimere la gioia di Don Bosco e la sua riconoscenza alla Madonna per così segnalata grazia?
I sentimenti che riempivano in quei giorni l´animo di Don Bosco traspaiono dal Proemio delle nostre Costituzioni, ov´egli così parla ai Salesiani di tutti i tempi: « Le nostre Costituzioni, o figliuoli in Gesù Cristo dilettissimi, fu-. rono definitivamente approvate dalla Santa Sede il 3. aprile 1874. Questo fatto deve essere da noi , salutato come uno dei più gloriosi per la nostra Società, come quello che ci assicura che, nell´osservanza delle nostre Regole, noi ci appoggiamo a basi stabili, sicure e, possiamo dire, anche infallibili, essendo infallibile il giudizio del Capo Supremo della Chiesa che le ha sanzionate ».
Associamoci con animo di figli profondamente devoti al giubilo del Padre. Inoltre perchè la nostra fedeltà sia intera, facciamo gran caso delle parole aggiunte a quelle suindicate: « Ma; qualunque pregio porti seco, egli dice, questa approvazione tornerebbe di poco frutto, se tali Regole non fóssero conosciute e fedelmente osservate ».
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12. Dobbiamo conoscere bene
le nostre Regole.
L´esposizione delle difficoltà che Don Bosco•dovette superare per ottenere da Roma l´approvazione delle Regole, contribuirà non poco ad accrescere in noi la stima per esse. Inoltre la storia di tante penose vicende aumenterà pure in cuor nostro la venerazione e l´amore pel nostro Santo Fondatore che, con prudente abilità e invincibile costanza, non si rassegnò mai, anche contro il parere di persone autorevoli, a rinunziare a quelle idee che dovevano dare la caratteristica e la speciale fisionomia alla Congregazione. « Rispettavo i consigli degli amici — scrisse Don Bosco — ma non volevo tralasciare quanto parevami essere suggerito dal Signore » (180).
Non è il caso di indagare ulteriormente quali fossero, in ultima analisi, le origini di queste difficoltà. Non ultima certo, era quella che proveniva dalle opposizioni mossegli da coloro che avrebbero voluto ridurre l´opera di Don Bosco a un Istituto Diocesano. Le difficoltà più gravi però erano realmente quelle che emergevano dalla natura stessa delle Regole, le quali sapevano troppo di novità e troppo differivano da quelle degli altri Istituti, dalla Chiesa già approvati.. Ciò si
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può anche arguire dalle parole dette a Don Bosco da Pio IX, il quale più di tutti, e forse Lui solo, aveva perfettamente compreso lo spirito del
Santo. « Le Regole, diceva il Pontefice, siano miti e di facile osservanza., Là foggia del vestire, le pratiche di pietà non facciano segnalare la Congregazione in mezzo al secolo. Ogni meinbro di essa in faccia alla Chiesa sia un religioso, e nella civile società sia un libero cittadino» (181). Ora queste erano precisamente le idee progranamatiche di Don Bosco.
Oggi esse appariscono a noi chiare e naturali; non così a quei tempi, quando della vita. religiosa si avevano criteri più stretti e severi. Diceva ancora il Sommo Pontefice a Don Bosco nell´udienza del 24 gennaio 1877: « La vostra Congregazione è nuova nella Chiesa, di genere nuovo; Ordine religioso e secolare, che partecipa, del mondo e del chiostro; istituita perchè si vegga e vi sia il modo di dare a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare ». ´
Pér ´compiere questa nuova opera • di redenzione che la Divina Provvidenza affidava all´umile pastorello dei Becchi era necessario, come abbiamo visto, salire un. Calvario: ringraziamo Don Bos-có di aver tanto fatto e sofferto per dare a noi, alla Chiesa, alla società quelle Regole che
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sono destinate a compiere prodigi di bene •attra
verso i secoli.... •
I particolari storici, sui quali ci siamo indugiati alquanto, servono mirabilmente a farci comprendere e penetrare lo spirito delle Regole. Diciamo lo spirito, perchè quanto alla lettera, nulla di più facile che le poche paginette che noi abbiamo studiato durante il noviziato e sentito rilelrgere con frequenza. È sempre vero però che, 1.er arrivare a una profonda conoscenza dello spirito che informa le Regole, è pure necessario conoscere bene il testo nella sua amabile semplicità.
Non poche volte abbiamo sentito ripetere che forse qualche Salesiano, per un complesso di ragioni, legge troppo poco le Regole; e che, per questo appunto, corre pericolo di perderle• di vista ´e di rallentare nella fedeltà dell´osservanza.
È vero che, nell´articolo 23 delle Costituzioni, è stabilito: « Perchè sia sempre viva nei soci la memoria dei loro doveri, ognuno abbia una copia delle Costituzioni, e queste si leggano in comune per ´intero due volte all´anno ». Inoltre è ordinato dall´articolo 157, paragrafo IV, che, nel giorno dell´Esercizio di buona morte, « si rileggano tutte, o almeno in parte, le Costituzioni della Società »: qualche tratto viene pure letto prima delle conferenze prescritte.
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Ma a queste prescrizioni di obbligo, chi veramente desidera di conservare fresco il ricordo
delle Regole e soprattutto approfondirne l´alto e pratico significato, deve aggiungere la lettura fatta in privato. II nostro buon Padre, nel già citato Proemio, dice: « Egli è appunto per fare in modo che le medesime Costituzioni si possano comodamente conoscere .da ciascuno e meditare e quindi praticare, che giudico bene presentarvele tradotte dal loro originale >>. Da queste parole si rileva chiaramente come il nostro Fondatore insinui; non solo´ la lettura privata delle Regole, ma un´attenta riflessione o, come egli dice, meditazione sulle medesime.
Avviene che taluni non sono presenti, allorchè si legge la Regola in comune; per altra parte talvolta le distrazioni o altre cause possono privarci di quel frutto, che dovrebbe produrre in noi la lettura del nostro, Codice e programma di vita. All´incontro pochi minuti di lettura in priv-a.to dinanzi all´immagine di S. GiOvanni Bosco, o ai piedi dell´Ausiliatrice, del Crocifisso o di Gesù Sacramentato produrranno in noi frutti salutari.
Promettiamo adunque al nostro Padre di leggere più frequentemente e attentamente le nostre Costituzioni, convinti che sarà sempre di
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grande vantaggio ´per l´anima nostra riandare le ,norme e disposizioni che devono regolare le nostre attività e l´intera nostra vita.
V´è chi si propone il godimento intellettuale di leggere ogni giorno qualche brano o qualche canto di un autore caro: e non sentiremo noi il bisogno di leggere fossero pure poche linee del libro che tante fatiche costò al nostro Padre, il quale trasfuse in esso tutta l´anima sua, ogni aspirazione del suo zelo, il programma della nostra» vita, lo strumento fortunato della nostra santificazione? Se, come abbiamo detto e com´è assolutamente vero, il libro delle Regole è il ritratto più fedele di Don Bosco e ne rispecchia l´attraente fisionomia morale, come potremo noi chiamarci e considerarci suoi affezionati figli, se non ci sentiamo da un quasi irresistibile bisogno del cuore soavemente e fortemente scispinti a rimirare con frequenza quelle care sembianze, che dobbiamo riprodurre in noi affinchè la vita del Padre si rifletta e perpetui in quella dei figli?,
Abbiamolo pertanto sommamente caro il libretto delle Costituzioni: teniamolo a portata di mano, nella celletta, nello studio o nell´ufficio; anzi ci accompagni dovunque. E quando avremo qualche momento libero, apriamolo il caro libriccino; leggiamone e meditiamone qualche bra
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no, soprattutto in giorni di festa, di- vacanza e anche di prova per le eventuali e immancabili croci dell´esistenza. Oh, come risuonerà dolce, in quegl´istanti, la parola di Don Bosco al nostro cuore; e quanto soave balsamo, di conforto verserà sulle nostre ferite; e soprattutto di quali rinnoveliate energie ritemprerà iI nostro spirito! Ci parrà di rivederlo il buon Padre dinanzi a noi, nel giorno della professione, e di riudire, dalle sue labbra, le consolanti parole: « Ricordatevi spesso della grande mercede che promette il Di-vin Salvatore a chi abbandona il mondo per_ seguire Lui: egli ne riceverà il centuplo nella vita presente e la ricompensa eterna nella vita futura. Se poi qualche volta l´osservanza delle nostre Costituzioni vi tornerà di pena, allora ricordatevi delle-parole dell´Apostolo S. Paolo che dice: Sono
momentanei i patimenti della vita presente, ma sono eterni i godimenti della vita futura; e che
colui il quale patisce con Gesù Cristo sopra la terra, con Gesù Cristo sarà un giorno coronato di gloria in Cielo ».
Il veneratissimo Don Rinaldi, nella Circolare indirizzata ai confratelli nel 1924 per celebrare
il Giubileo d´oro delle Costituzioni, raccomandava, tra le altre cose, che « durante quell´anno, a cominciare dall´aprile, tutte le sere in refettorio si
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terminasse la lettura con cinque articoli delle. Costituzioni e dei Regolamenti » (182). È vero che, come egli diceva, quella lettura doveva servire .perchè i confratelli acquistassero familiarità con la nuova dicitura, dopo i ritocchi fatti in conformità alle prescrizioni del Codice di Diritto Canonico; ma il fine principale che se ne riprometteva era che tutti i Salesiani più frequentemente esaminassero se la loro vita era veramente modellata su quelle Regole, che avevano promesso di osservare.
In non pochi istituti religiosi la lettura, delle Regole si fa quotidianamente, anche a. mensa, dopo. la Sacra Scrittura: questo sta a dimostrare in quale venerazione siano presso di loro le Costituzioni. Tale pratica da noi non è in uso; nè qui s´intende proporla: Possiamo però su qlíesto stesso tema aggiungere qualche altro suggerimento. Avviene talvolta che un Salesiano, per ragione di ufficio, non possa fare. la lettura con la Comunità; ebbene se egli non´ potrà recarsi, in altro tempo, a compiere quella pratica, ´si faccia un dovere di raccogliersi nel suo ufficio o nella sua cella e ivi legga e mediti attentamente alcune pagine del libro delle Costituzioni. Altrettanto si può suggerire per la meditazione, specialmente in occasione di viaggi, di indisposizioni, di pre
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stazioni straordinarie pel ministero. Quando non ci sarà proprio possibile di compiere in altro modo quell´importante dovere, la lettura meditata delle nostre Costituzioni o dei Regolamenti e delle auree pagine che le precedono, nelle quali si sente ancora viva e palpitante tutta l´anima di Don Bosco;-fornirà al nostro spirito un alimento sostanziale e salutare. Il servo di Dio Don Michele Rua voleva che le Regole fossero in certo modo l´unità di misura per conoscere il grado di virtù, di spirito salesiano, d´imitazione di Don Bosco, a cui siamo arrivati; perchè effettivamente da esse soprattutto noi dobbiamo attingere quelle iniziative, aspirazioni, tendenze, quella fisionomia • caratteristica che costituisce il modo di essere e di operare, proprio della nostra Congregazione.
Don Albera scriveva alla sua volta: « Chiunque voglia essere fedele ai suoi voti, chi desidera vivere secondo lo spirito della sua Congregazione, trovarsi tranquillo all´ora della morte, a imitazione di S: Giovanni Berchmans, consideri il libro delle Regole come suo prezioso tesoro, le rilegga sovente, le mediti attentamente per assicurarsi che la sua vita sia conforme alle medesime. È così che un Salesiano si manterrà fedele, osservatore della disciplina religiosa » (183).
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13. Dobbiamo osservare fedelmente
le nostre Regole.
La conoscenza e l´amore della Regola Conducono necessariamente alla pratica della medesima. Se sventuratamente qualche confratello non ne avesse compresa l´eccellenza, diventerebbe. per ciò stesso, meno osservante; è ben noto poi che i meno osservanti diventano, anche senza volerlo direttamente, i più pericolosi nemici della Congregazione. Podhi anni prima di morire .Don Bosco aveva assistito in sogno a un congresso di diavoli, intenti a cercare i mezzi più efficaci per distruggere la. Società Salesiana: tra i principali v´era quello di indurre i soci alla trsgressione delle Regole. Il buon Padre né restò profondamente impressionato e noi sappiamo che in qUei giorni egli scrisse in un suo libretto di memorie, per mettere in guardia i suoi figli, queste memorande parole: « La nostra Congregazione ha davanti a sè un lieto avvenire, preparato dalla Divina Provvidenza, e la sua gloria sarà duratura fino a tanto che si osserveranno fedelmente le Regole » (184).
Non illudiamoci adunque pensando di poter far progredire e fiorire la Congregazione col solo nostro ingegno, con l´esuberanza della nostra at
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tività, con lo splendore e con la fama delle nostre opere, indipendentemente dalla osservanza regolare. « Il demonio, ci ammonisce Don Albera, avrà ben presto rovinata una famiglia religiosa, qualora gli venga fatto di ispirare ai soci il disprezzo delle Costituzioni, e farle considerare come un ammasso di avvisi e di consigli arbitrari, di cui ciascuno può prendere o lasciare come gli talenta ». « No, no, egli continua con forza, le nostre Costituzioni sono il midollo dello spirito di Don Bosco, la sua più preziosa reliquia,- un vero programma che ha tracciato ai suoi figli per continuare fra la gioventù l´opera sua benefica » (185).
Dalla vita e dagli scritti del nostro Padre possiamo rilevare, con dovizia di documenti, ché nulla egli considerava più dannoso alla Congrega-zinne della mancanza di fedeltà, alle Regole.. Basterebbe ricordare il celebre sogno dell´avvenire della Congregazione. Rileggendolo, l´anima si sente compresa di sacro terrore e non può trattenersi dall´unire la sua debole voce a quella potente del nostro Santo Fondatore per .ripetere con Lui, scandendole con forza, le parole udite dal Giovinetto biancovestito: « Atténdite et intellígite: state attenti e procurate di comprendere bene: La meditazione del mattino e della sera sia sempre intorno all´osservanza delle Costituzioni; solo a
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questo patto non vi verrà mai a mancare l´aiuto dell´Onnipotente ».
Quali sarebbero le conseguenze del demeritato aiuto divino, voi le avete ben presenti: l´aspetto miserabile a cui l´inosservanza aveva ridotto il mistico Personaggio del Sogno dovremmo averlo sempre scolpito nella mente, per sentirci stimolati a evitare quello scempio miserando.
Ricordiamo ancora che -l´osservanza, alla quale siamo richiamati, è per ciascuno di noi un dovere strettissimo di coscienza emanante dalla nostra professione.
Il Codice di Diritto Canonico, all´art. 593, dice categoricamente che « tutti e singoli i religiosi,
superioii e sudditi, sono obbligati non solo a osser
vare fedelmente e integralmente i voti emessi, ma a condurre una vita in tutto conforme alle Re
gole e Costituzioni della propria Congregazione e a tendere in tal modo alla perfezione del loro stato ». Come vedete si tratta di cosa essenziale della vita religiosa.
Il venerato Don Rua ci stimola all´osservanza con queste affettuose, ma gravi parole: « Un gior
no, inginocchiati dinanzi all´altare, circondati- da molti confratelli, dopo di aver chiamati gli Angeli, i Santi, Maria Immacolata e Dio stesso a testimoni del grande atto che stavamo per com
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piere, con voce tremante, col cuore commosso, Pronunziammo la formula dei santi voti. In quel momento noi diventammo figli di Don Bosco; la Pia Società Salesiana divenne nostra Madre ». E dopo di aver ricordato quanto la Congregazione si adoperi a nostro vantaggio e perciò il dover nostro di corrispondere alle sue cure, continua: « Ma come adempirebbe questo dovere di pietà filiale colui che trasgredisse gli ordini formali di questa Madre, quali sono appunto le sue Regole? Come può chiamarsi di lei figlio colui che, per spensieratezza e negligenza, non ne pratica lo spirito? » (186).
Le Regole adunque sono per noi altrettanti ordini formali e precisi che non è lecito trascurare. Udiamo come Don Bosco parlò ai suoi figliuoli, dopo l´approvazione delle Regole. Con questi suoi periodi, brevi, marcati, decisi, pare quasi che egli voglia scolpire ed imprimere nell´anima di tutti ciò che riempiva a lui la mente e il cuore: «La nostra Congregazione, diceva, è approvata: siamo vincolati gli uni agli altri: io´ sono legato a voi, voi siete legati a me e tutti insieme siamo legati-a Dio. La Chiesa ha parlato; Dio ha accettato i nostri servigi; noi siamo tenuti a osservare le nostre promesse. Non siamo più persone private; ma formiamo una Società, un corpo visibile; go
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diamo dei privilegi; tutto il mondo ci osserva e la Chiesa ha diritto all´opera nostra. Bisogna dunque che d´ora innanzi ogni parte delle Regole sia eseguita puntualmente » (187).
-... 14. Facilità e felicità
dell´osservanza delle Regole.
Nel 1884 il nostro Padre, rispondendo alle lettere di augurio dei suoi figli, giuntegli da ogni parte, dopò aver ringraziato tutti di gran cuore, conchiudeva così:. « Voi mi farete la cosa più cara del mondo, se, mi aiuterete a salvare l´anima vostra ». E poi, con parole che non si possono leggere senza una soave commozione, soggiungeva: « Le cose che voi dovete praticare a fine di riuscire in questo grande progetto, voi potete di leggieri indovinarle: Osservare le nostre Regole; quelle Regole che la santa Madre Chiesa si degnò di approvare per nostra guida, e per il bene dell´anima e per il vantaggio dei nostri allievi. Queste Regole noi le abbiamo lette, studiate ed ora stanno formando l´oggetto delle nostre promesSe e dei voti con cui ci siamo consacrati al Signore ». E, dopo alcune altre raccomandazioni, proseguiva: « Qualcuno di voi potrebbe dire: ma l´osservanza delle nostre Regole costa
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fatica. L´osservanza delle Regble costa fatica a chi. le osserva mal volentieri, a chi né è trascn-´ rato. Ma nei diligenti, a chi ama il bene dell´anima, questa osservanza diviene, come dice il Divin Salvatore, un giogo soave, un peso leggero. Jugum meum suarie´est, et onus meum leve » (188). Parole più persuasive non potevamo attenderci dal nostro buon Padre, il quale, nella medesima lettera, ci avverte amabilmente, che non possiamo pretendere di andare in Paradiso in carrozza; che ci siamo fatti religiosi, non per godere, ma per patire; non per fare •una vita agiata, ma per essere poveri con Gesù Cristo sovra la terra, per farci degni della sua gloria in Cielo.
Queste espreSsioni, sgorgate dal suo gran cuore, si direbbero un breve commento alle parole di S. Giovanni Crisostomo, il quale, parlando della Regola, scrive: « Colorò che la osservano assicurano la propria salvezza» (189). Effettivamente la Regola´ è, nel linguaggio dei Santi, < libro di vita, speranza di salute, caparra di .gloria
15. Calorosa raccomandazione.
Questi concetti che siamo venuti svolgendo, parlando delle Regole e della fedeltà con la quale dobbiamo osservarle, devono essere ben meditati
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da tutti, ma specialmente dai confratelli raccolti nelle Case di formazione. I Superiori dei Noviziati e degli Studentati Filosofici e Teologici, mane, meridie et vespere, ritornino su così importante argomento. Per codesti confratelli è questo il tem-. po più propizio per informare il proprio spirito all´amore e all´osservanza delle Regole; ciò si potrà ottenere se, nelle conferenze, nei fervorini, nelle quotidiane esortazioni, si tornerà con frequenza sul pregio delle Regole, sulla necessità, sui vantaggi, sulla felicità della regolare osservanza.
Si ricordi ai giovani confratelli, i quali sentissero talVolta in cuore il malefico influsso dei fremiti di quella insana ribellione che sconvolge il mondo, che la vera libertà che ci eleva e nobilita, è quella che ci fa piegare la fronte dinanzi alla legge, fonte di pace e di benessere. « Servire Iddiò è regnare: perchè, commenta il Lessio, quando la mente nostra si umilia e abbassa dinanzi a Dio, s´innalza e si unisce a Lui in unità strettissima; e quanto più a Lui si avvicina, maggiormente si aureola della luce e dei fulgori della sua somiglianza. Non v´è nulla, egli continua, che, ci renda migliori e più ci sublimi, di Colui che infinitamente si erge e spazia sopra di noi » (190).
Iddio infatti, dopo averci dotati dell´inesti7 inabile donò della libertà, ci fa il dono della leg
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ge, non già per sopprimere, ma per salvaguardare quella libertà che, nell´assoggettarsi alle disposizioni divine, si allena alla disciplina, si irrobustisce, si sublima fino a partecipare in certo modo della libertà stessa di Dio. Ogni abuso di libertà è manifestazione d´ignoranza e di debolezza; è non: saper apprezzare i veri beni che meritano l´adesione della nostra volontà; è non aver forza ed energia sufficienti per liberarci dalle seduZioni
e dai lacci delle cose miserabili di quaggiù onde tuffarci più liberamente nella conoscenza e nel godimento dei beni eterni. Le ferite che affliggono
e debilitano l´anima nostra saranno rimarginate
e cicatrizzate dalle leggi provvidenziali con le quali Iddio, nella sua infinita bontà, si compiace di sanare, irrobustire, e guidare la povera nostra natura. « È la legge — dice Bossuet — che guarirà il nostro spirito stabilendolo in una certezza infallibile, come sono infallibili le direttive divine; è la legge che procura consistenza, pace santa e inconcussa fiducia all´umana volontà. Chi agisce in conformità della legge farà sempre il bene, perchè seguirà la volontà del bene supremo » (191).
Quale consolazione e sicurezza ineffabile scaturisce da queste considerazioni per le anime consacrate a Dio! Le nostre Regole, approvate dal Vicario di Gesù Cristo, Sono; per noi, legge
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dell´Altissimo. Esse pure sono luce e forza all´anima nostra, la quale perciò, anche lontana ed esiliata dalla patria celeste, non si sente priva di Dio, perchè lo possiede nelle Regole che sono la sua legge, la sua volontà, la sua voce paterna. Oh, ripetiamo anche noi col Profeta, applicando le sue parole alle nostre Costituzioni: « Esse, o Signore, sonò più dolci del miele al nostro palato e più desiderabili di tutti i tesori » (192).. « Esse sono raggi di verità, sono effusioni della bontà divina; osservandole troveremo felicità e ineffabile ricompensa » (193). Il nostro cuore di religiosi e di sacerdoti si sente pervaso da,profonda pena al vedere certi uomini mondani e irreligiosi, che, atteggia.ndosi a superuomini e pavoneggiandosi d´intellettualità e di scienza vana, si mostrano sprezzanti della divina legge. La Sacra Scrittura paragona questi poveretti a puledri sfrenati e indomiti; ed è sempre doloroso vedere l´uomo avvilito fino alla condizione del giumento cui manca l´intelletto. Non sia mai che un figlio di Don Bosco, con la noncuranza delle Regole che sono la nostra legge, abbia da cadere in sì deplorevoli eccessi. All´incontro proponiamo di voler tutti e sempre ascoltare e seguire il nostro legislatore e Padre, considerando´ in ogni, •tempo e circostanza le tavole della sua legge, vale a
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dire le nostre Regole, come luce (194), verità (195), via di disciplina (196), nostra fortezza (197), nostra porzione (198), nostro scudo (199), ineditazione costante dell´anima (200), pace (201), fonte di vita (202); perchè noi siamo intimamente convinti che fine della legge è Gesù Cristo (203), e che l´amore ne è la pienezza e il compimento (204).
16. Che cosa sono i Regolamenti.
Abbiamo detto che la nostra fedeltà a S. Giovanni Bosco non deve limitarsi alle Costituzioni, ma cbe dev´essere estesa anche ai Regolamenti e alle tradizioni. Sarà bene pertanto che ci soffermiamo su questi due ultimi punti.
Forse non sempre nè da tutti si ha una idea precisa della _natura dei Regolamenti. Taluno potrebbe infatti supporre che si tratti di semplici consigli ´o raccomandazioni, che possono facilmente trascurarsi. Vediamo di chiarire, ed eventualmente di rettificare, le nostre idee al riguardo; ci aiuteranno grinsegnanienti di Don Bosco e dei suoi Successori.
Il venerato Don Rua chiama i Regolamenti « una guida sicura nell´osservanza delle Costituzioni e nell´adempimento dei nostri doveri » (205). Don Albero, nel Manuale del Direttore, dice che
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« i Regolamenti contengono le leggi della disciplina circa gli uffici che i confratelli sono chic- reati a esercitare nelle Case. Sono il frutto di molti anni di esperienza, e già coronati da abbondantissima messe nel campo salesiano. Sono perciò da ritenersi come l´espressione della volontà di Dio, al modo stesso che riteniamo le nostre Costituzioni » (206).
Don Rinaldi, parlando dei Regolamenti, in occasione del Giubileo d´oro delle nostre Costitu
zioni,... « Le Costituzioni hannó le loro spie
gazioni nei Regolamenti »; ossia: « l Regolamenti sono la genuina interpretazione delle Costituzioni per l´applicazione minuta dei singoli articoli ». Nella stessa Circolare i Regolamenti sono detti < la norma pratica della vita salesiana, quanto ai principi e allo spirito di Don Bosco ». Dopo di aver rilevato che, nel compilarli, si tenne conto della diversità dei climi, dei costumi, delle necessità locali, perchè potessero essere osservati da tutti, conclude: « I Regolamenti sono quindi per tutti i Salesiani, senza distinzione di persone e .di luoghi, e si devono osservare come la santa Re. gola: non dimenticate mai che tutta la nostra forza sta nell´unità della nostra vita » (207).
Da questi brevi´ ma chiari accenni noi possiamo rilevare tutta l´importanza dei nostri Re
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golamenti. Essi infatti non sono elae la spiegazione
_ pratica delle Costituzioni. Queste, per la loro concisione, (come del resto avviene in tutte le legislazioni e costituzioni) non contengono, nè Possono enumerare i singoli casi pratici; neppure accennano ordinariamente al modo della loro applicazione. Questo è ufficio proprio del Regolamento.
Regolamento vuol dire appunto maniera di regolare, modo di praticare e di osservare le Regole. Ogni osservanza, ogni obbedienza suppone un modo pratico di sottomissione e quindi un Regolamento che lo determini.
Il nostro Santo Fondatore insieme ai suoi primi figliuoli, e in seguito i Successori suoi coadiuvati dai Superiori e dai confratelli, hanno studiato il modo più agevole e più sicuro per praticare le Regole; hanno chiesto pareri, consigli; furono prese deliberazioni nei Capitoli Generali: t, come risultato prezioso di tanto lavoro e di così lunga esperienza, vennero elaborati man mano gli arti-, coli dei diversi Regolamenti. È un vero regalo fatto ai loro´ fratelli minori e ai posteri: tutti i Salesiani debbono essere loro grandemente riconoscenti. Per questo appunto, scrisse Don Albera, che « mostrerebbe di non stimare secondo il suo giusto valore questo patrimonio familiare, chiunque non avesse stima di questi Rególamenti, e
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credesse di poterne fare a meno, o si attentasse di mutarli >> (208).
L´eccellenza dei Regolamenti acquista un valore anche maggiore, se noi ne osserviamo l´origine e lo sviluppo. La loro storia non è forse a tutti nota; richiamiamola per sommi capi alla nostra mente.
17. Cenno storico circa i Regolamenti.
Come abbiamo già ricordato sopra, il Regolamento primitivo è stato quello scritto da Don Bosco per l´Oratorio festivo: esso è la ´base di tutti gli altri Regolamenti, anzi un chiaro preludio delle Costituzioni.
Nel primo Capitolo Generale, tenutosi a _Lati.: zo nel 1878, il buon Padre, parlando delle cause che avevano impedito il regolare andamento delle Case, ne accenna due in particolare, delle quali una era appunto la mancanza di un vero Regolamento. Diceva Don Bosco: « Noi non avevamo un. Regolamento fisso... Si fece un primo Regolamento; ma era per artigiani, che andavano a lavorar fuori. Appena, si cominciava a praticarlo bene, vedendosene la grande necessità, si stabilirono i laboratori interni. Si adattò il Regolamento per quest´uopo; ma sopravviene la necessità di tenere in casa anche studenti; ed ecco che
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il Regolamento deve di nuovo essere cambiato e adattato a questa nuova circostanza. Andava in rigore questo cambiamento, e sopravviene il bisogno di aprire collegi separati dì studenti. Ora ci viene altro, e sono i seminari che ci sono affidati. Altro già ci aspetta, e sono le colonie agricole, che ci si propongono. Non potendosi avere con tutta precisione un - Regolamento stabile e particolareggiato, avveniva che alcuni punti, anche d´importanza,, erano trascurati; ma ora le cose si possono dire nel loro stato normale. Si procuri da tutti di osservare bene ognuno la parte sua, e si veda _anche modo di far bene osservare agli altri la loro, e le cose procederanno senza inconvenienti ». (209).
Queste importantissime dichiarazioni di Don Bosco acquistano maggior rilievo dal fatto che il. primo Capitolo Generale, tenutosi in modo così solenne, aveva lo scopo determinato ed esplicito di togliere quell´inconveniente e provvedere alla regolare sistemazione delle Case con opportune norme regolamentari. « Siccome è il primo,
steva Don Bosco parlando di quel Capitolo, intendo che si celebri molto solennemente. Ciò farà prendere un nuovo aspetto alla Congregazione. Sarà un bel passo >. E ancora: < Desidero che questo Capitolo faccia epoca nella Congregazione:
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così morendo io, si vedranno le cose già tutte aggiustate e composte >. Queste parole sono veramente degne di attenzione, e conferiscono non so quale sacra solennità a tutto il lavOro che era in progetto per consolidare la Congregazione. Ne abbiamo però altre ancor più solenni ed esplicite, e che ci fanno quasi vedere coi nostri occhi il nascere e lo svolgersi dei Regolamenti. « Ora si tratta, diceva Don Bosco, di ridurre tutto a vita regolare.. Le cose vanno bene. Ma, oh quanto siamo ancora lontani dalla vera regolarità! È presto detto: vita comune! Molto ancora ci manca ad attuarla. Le nostre Regole sono brevi; ma in molti punti una sola parola richiederebbe più capitoli di spiegazione sul modo pratico di eseguirla. Se, quando facevo le Regole, avessi avuto l´esperienza che ho al presente, le avrei fatte ancora molto più brevi, da ridurle forse a una quinta parte. Alle Congregazioni Romane si presenta l´ordinamento organico; di anello che riguarda la pratica si lascia a noi il pensiero. Ora della pratica specialmente si ha da ,trattare in questo Capitolo Generale. Adesso tante prescrizioni non si, praticano ancora; anzi non si conosce neppure che siano contenute nelle Regole. Perciò queste saranno spiegate con precisione e si indicherà il modo di osservarle ». Così anche dalle labbra di
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Don Bosco abbiamo udito la bella definizione dei Regolamenti: essi sono « il modo di osservare le
Regole ». Ora questo modo appunto fu discusso, vagliato, deciso in. quel Capitolo Generale. Le deliberazioni, allora formulate, non erano che norme regolamentari, in base alle quali le Regole dovevano e debbono tuttora essere osservate.
Fortunatamente possiamo ancora aggiungere altro e dare, per così dire; la prova tangibile delle nostre affermazioni. Don Bosco nello schema che ave-va preparato per il Capitolo, aveva messo un´avvertenza, nella quale, fra le altre cose, si diceva espressamente: « Questo Capitolo sarà come il Regolamento pratico delle nostre Costituzioni; perciò i Direttori, gli Economi o Prefetti, coi Capitoli della rispettiva Casa, devono avere preventiva cognizione delle cose da trattarsi, a fine di preparare quelle aggiunte e quei riflessi che fossero reputati opportuni, Ogni Direttore pertanto comunicherà questi cenni ai singoli membri del Capitolo della sua Casa; raccomanderà e darà comodità a ciascuno di studiare la materia proposta ».
Quello schema, come ognuno di voi potrà ancora verificare, conteneva precisamente tutta la materia che ora è, in gran parte, contenuta nei nostri Regolamenti. Erano ventun paragrafi; che
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riguardavano cose pratiche della nostra vita: essi, modificati secondo i suggerimenti dell´esperienza, sono tuttora in vigore• nella Congregazione e si riferiscono alla vita comune, agli studi e libri di testo, alla moralità tra gli allievi, alla economia, alle lspettorie, alla ospitalità, agli inviti, alle consuetudini; alle vacanze.
Don Bosco, iniziando, i lavori di quel Capitolo Generale, disse con solennità: « Noi intraprendiamo cose della massima importanza per la nostra Congregazione. Si tratta in modo speciale di prendere le nostre Regole e vedere quali siano le cose che si possono stabilire per ridurle uniformemente alla pratica in tutte le Case che vi sono"
· già al presente e in quelle che la Diyina Provvidenza disporrà che si possano aprire in futuro ». Volendo poi Mettere nel dovuto rilievo l´importanza, del lavoro da compiersi dai presenti aggiungeva: « Desidero grandemente che si proceda adagio e bene. lacchè siamo per questo; lasciamo altri pensieri e attendiamovi seriamente. Se non bastano pochi giorni, ne impiegheremo di più, impiegheremo tutto il tempo necessario; ma che sia poi una cosa fatta ».
Al termine della prima Conferenza generale ritorna sull´argomento così: « L´importanza di que-. sto Capitolo sta in ciò che le Regole, le quali
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finora sono solo organiche, riescano pratiche; cioè si studino tutti i mezzi per ottenere che in pratica si eseguiscano uniformemente in tutte le nostre Case ». È evidente pertanto che, nel pensiero di Don Bosco, i ,Regolamenti non sono altro che mezzi per eseguire le Regole con la dovuta uni-. formi tà.
Chi di noi non scorge in questi ripetuti richianii tutto il grande, cuore del nostro Padre per facilitare ai suoi figli, a mezzo di appositi Regolamenti, l´osservanza di quelle Regole ch´erano la pupilla degli occhi suoi? L´elenco ufficiale dei soci presenti al primo Capitolo contiene ventitrè nomi carissimi, a tutti i Salesiani: sono persone accreditate e dotte: sono i primi collaboratori-del nostro Padre; tutti formati alla sua scuola e che, con la loro vita, scrissero pagine gloriose di operosità a incremento della Congregazione. Quel Capitolo durò tutto un mese, e furono tenute ben ventisei conferenze o sedute generali. La massima parte delle deliberazioni prese furono stampate nel .1878. In tal modo, per ben dieci anni, esse furono ancora sotto agli occhi di Don Bosco.
Volete un´altra prova della delicatezza, della prudenza; della serietà con cui procedeva il nostro Padre in queste cose, che giudicava della massima importanza? Egli aveva detto che le de
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liberazioni del Capitolo Generale sarebbero state mandate a Roma. Invece, dopo un anno di riflessione e di rimaneggiamenti, credette più prudente di aspettare. Frattanto però le fece praticare ad experimentum,´ per convincersi se le deliberazioni prese venissero confortate e confermate dall´esperienza. Il volumetto che le conteneva era diviso in quattro parti, riguardanti: la vita comune, la moralità, l´economia, le Ispettorie.
18. Sistemazione definitiva dei Regolamenti.
Sarebbe interessante seguire grado grado il progressivo sviluppo dei Regolamenti, sino-alla forma presente; ma ciò esigerebbe troppo tempo. Basterà accennare, come già fece il venerato Don Rinaldi, che nei successivi Capitoli Generali i nostri Regolamenti vennero modificati e completati, a misura che nuove iniziative e successive esperienze lo suggeriva.no. Taluno avrebbe forse potuto desiderare che nulla fosse stato toccato di quanto erasi deliberato nei primi quattro. Capitoli presieduti dal Santo nostro Fondatore: ma, come egli stesso aveva previsto, col tempo si resero necessaria lievi ritocchi.
A questo proposito, facendo una breve digressione, vorremmo osare avvicinare in qualche mo
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do l´umile nostra Società alla Chiesa nostra Madre. Il confronto non ha - ombra di irriverenza o presunzione, ma vorrebbe essere espressione . della nostra stima per la grande opera che Iddio affidò al nostro Padre: Nella Chiesa i primi quattro Concili .Ecumenici e le loro deliberazioni godono di una importanza e autorità veramente straordinarie, al punto da essere la loro dottrina consi- derata quasi circonf-tisa della luce stessa del Vangelo. Orbene noi vogliamo pensare e credere che, nell´umile nostra Congregazione, i primi quattro Capitoli Generali, presieduti dal nostro Fondatore, saranno tenuti sempre nella massima considerazione, e che le loro deliberazioni costituiranno pei figli di Don Bosco, nel succedersi dei secoli, uno dei più cari tesori delle tradizioni salesiane.
Nel quinto Capitolo Generale, il primo dopo la morte di Don Bosco, nori si presero deliberazioni di particolare importanza riguardo ai Regolamenti. Perciò il venerato Don Rua si limitava a raccomandare, come cosa utile, la lettura attenta e la pratica esatta delle deliberazioni regolamentari prese nei precedenti Capitoli Generali.
Il sesto Capitolo Generale, nel 1892, discusse il Regolamento del Noviziato e dello Studéntato e lo rimise al Capitolo Superiore per un ulteriore studio. Nel 1894 ha luogo la ristampa delle Co
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gituzioni con le deliberazioni dei sei primi Capitoli Generali, ordinate in Distinzioni e Regolamenti particolari.
Il servo di Dio Don Rua presentandoli a tutta la Congregazione così scriveva: « Mi sta a cuore
che tutti poniate cura... studiarli e di praticarli
e farli praticare bene, tali quali sono, e intanto notarvi le difficoltà che si incontrano nella pratica, affinchè si possano a suo tempo modificare a dovere e approvarli definitivamenté ».
Nel 1901, in occasione del Capitolo. Generale nono, furono da un´apposita Commissione coordinate, in vari Regolamenti, le &liberazioni precedenti. Quel lavoro, allora appena abbozzato, venne poi presentato al Capitolo Generale decimo nel 1904. Detto Capitolo ordinò in- 110 articoli, chiamati organici, le -deliberazioni che l´Assem-_ blea aveva giudicate necessarie a complemento delle Costituzioni: tutte le altre deliberazioni, non organiche fu stabilito che .verrebbero inserite nei Regolamenti. Una speciale Commissione vi lavOrò attorno alacremente, ma il lavoro fu arduo e lungo.
Anche il Capitolo Generale undecimo aveva come scopo precipuò la revisione dei Regolamenti; ma non potendo venire a una definitiva conclusione, l´Assemblea affidò al Capitolo Superiore l´incarico dí riordinare definitivamente i Regola
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menti in modo più logico e in relazione ai vari argomenti, eliminando tutto quello che fosse ritenuto non più opportuno o forse ripetuto, e introducendo le necessarie modificazioni e aggiuntè.
Fu un lavoro che occupò per parecchi mesi il Capitolo Superiore; ma nessun articolo fu deliberato, prima di avere ottenuto il consenso e l´approvazione unanime dei Capitolari.
Finalmente, nella Epifania del 1924, il venerato Don Rinaldi li presentava ufficialmente ai Soci Salesiani. « Sento il dovere, egli scriveva nella lettera che precede la nuova edizione dei Regolamenti, di raccomandarne a tutti la perfetta osservanza, anche là dove costi sacrifizio e si debbano rinnegare i propri gusti. e le particolari vedute; ognuno sia persuaso ch´essi sono il riflesso-della vita, dello spirito e della volontà del nostro Padre. Ricordiamoci che Egli, pur volendo che dessimo la vita per gli altri, voleva però che prima pensassimo a noi medesimi. Aiutami a salvare l´anima tua, diceva sovente: diligite animar oestras et vestrorum. Ora nell´osservanza dei Regolamenti, e nel sacrifizio ch´essa c´impone, sta appunto la strada maestra per il raggiungiménto di questo fine; e´ Don Bosco dal-Cielo sarà tanto più soddisfatto di noi, quanto più saremo fedeli nell´osservanza delle Costituzioni .e dei Regola
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menti, che sono l´espressione della forma di. perfezione alla quale Egli ci ha avviati ».
19. Le´ tradizioni.
Ma all´osservanza delle Costituzioni e dei Regolamenti dobbiamo aggiungere quella delle tradizioni salesiane.
11 venerato Don Rinaldi, accingendosi a trattare di proposito questo argomento, scriveva: « Siamo ormai pochissimi i superstiti delle prime generazioni salesiane, che hanno personalmente goduto delle ineffabili familiarità del nostro
clre e Maestro. Così mi pare ch´egli da più tempo vada ripetendomi: — T´affretta e non ti stan-; care dal ridire ai miei figli, ora affidati alle tue cure, le cose che ho praticato e insegnato per divenire veri Salesiani » (210).
Mancheremmo a un preciso dovere, se non ci adoperassimo per individuare, fissare, far conoscere e praticare tutto ciò che possa servire a mantenere inalterabile e genuina la fisionomia della Congregazione, così come la ebbe ideata, dietro superne ispirazioni, plasmata e tramandata a noi il nostro Padre.
Perciò, dinanzi a incontestabili testimonianze pratiche circa la volontà, i desideri, gli esempi
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del nostro Santo Fondatore, ci faremo un dovere di uniformarvi la nostra condotta, anche in cose non espressamente determinate nelle Costituzioni
e nei Regolamenti.
Don Bosco stesso c´invita a questa completa visione e piena osservanza là, nel Proemio alle Costituzioni, ove parla dell´Ubbidienza. Dopo aver detto — che « qualora tanto volesse la gloria di Dio, dobbiamo noi pure ubbidire fino a dare la vita » e che perciò dobbiamo eseguire bene « sia gli ordini espressi dei Superiori, sia le regole della Congregazione », — aggiunge quale terza materia della nostra ubbidienza: « e le consuetudini speciali di ciascuna Casa ».
Vediamo adunque brevemente che cosa sono le tradizioni o consuetudini religiose in generale
e poi quelle salesiane .in particolare.
Nel susseguirsi dei secoli le grandi Istituzioni lasciarono, coi codici delle loro leggi, veri tesori di tradizioni che vollero gelosamente conservate
e praticate. Anzi sono queste la grande riserva delle loro rinascenti vitalità negli anni avvenire. La´ Chiesa Cattolica ce ne offre i più. luminosi esempi.
Nella dottrina della Chiesa la tradizione è argomento di verità e di ortodossia. Là tradizione ecclesiastica, com´è a tutti noto, è quella dottrina
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rivelata non espressamente contenuta nella Sacra Scrittura, ma che è: stata trasmessa in modo sicuro e infallibile, di età in età, per mezzo dei legittimi pastori ,della Chiesa. Si tratta di dottrina rivelata da Dio, benchè non si trovi ´scritta nei libri santi; di dottrina proposta, non da qualche _dottore privato, ma dall´intero magistero della Chiesa, cioè dai Pasiori legittimi; di dottrina Conservata, la. quale, quando occorra, sarà .autenticamente definita e interpretata dalla stessa Chiesa.
S. Paolo metteva in guardia il- suo TimOteo, pérchè non permettesse che il sacro deposito delle tradizioni venisse profanato con nessuna novità (211).
Questa pure fu .la grande preoccupazione dei Sommi Pontefici ´e dei Padri della Chiesa: opporsi alla infiltrazione di cose nuove-Che alterassero la purezza della dottrina e degl´insegnamenti religiosi, e al tempo stesso vigilare per conservare la integrità delle tradizioni. « Attenti, ammoniva Tertulliano, diffidate delle novità » (212). Sant´Agostino « non voleva che si mutassero le consuetudini, neppure con l´intenzione di. migliorarle » ´(213). Dice bene un autore latino che « non di rado la mutazione, anche in meglio, fu cagione di mali maggiori » (214). Quante volte ci ammonì.
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Don Bosco che il meglio .è nemico del bene! « Non si introduca nessuna novità nella Casa, egli diceva; ancorchè si veda che una cosa sarebbe migliore, non importa. Lasciamo il migliore e teniamoci semplicemente al buono. Non si faccia alcuna interpretazione, alcuna violenza alle Regole » (215). S. Bernardo scriveva ai canonici di Lione che « la novità è madre della temerità, sorella della superstizione e figlia della leggerezza » (216). Non avvenga pertanto che uno zelo inconsulto ci spinga a intraprendere modificazioni, dimenticando che non tutto ciò che vien dopo è progresso, e, che non si scalzano impunemente le basi dei monumenti antichi. Nessuno imiti quei tali che vedono bene solo ciò che porta la loro marca di fabbrica,. l´impronta del loro individualismo, o forse dei loro capricci. Già San Gregorio metteva in guardia contro costoro che « vedono e stimano bene solo ciò che essi fanno » (217). Il nostro Santo Fondatore classifica come primo tra i cinque difetti da evitare il prurito della riforma. « Non siete stati fatti Superiori, dice S. Bernardo, perchè scalziate le tradizioni dei Padri vostri; ma perchè vi occupiate di evitare le trasgressioni dei vostri fratelli » (218).
Detto delle tradizioni in genere, veniamo a parlare delle tradizioni salesiane.
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20. Tradizioni salesiane.
Le tradizioni salesiane si avvicinano´ talmente, per la loro natura, ai Regolamenti, che taluni ne dànno, una definizione quasi identica, chiamandole « criterio, maniera, guida Pratica e concreta per l´osservanza delle Regole ». Infatti presso di noi, come abbiam visto, molte tradizioni, prima orali, furono man mano fissate e collocate nei Regolamenti. Altre però ne rimangono che contribuiscono a specificare, determinare e riassumere quell´atteggiamento speciale, quel modo particolare, quelle linee fisionomiche, quell´insieme caratteristico; che contraddistingue il Salesiano nel suo vivere religioso e nella esplicazione della sua missione educativa.
Premettiamo però subito che, parlando di tradizioni salesiane, noi non intendiamo presentare e raccomandare se non quello che Don Bosco ci ha insegnato e trasmesso, anche se non ce lo lasciò scritto nelle Regole e nei Regolamenti. Tali insegnamenti Egli ha trasmesso a • noi per mezzo dei suoi primi figliuoli, che furono poi suoi Successori nel governo della Congregazione. Questi alla loro volta si fecero un dovere di conservare gelosamente quanto avevano -imparato e ascoltato dal Fondatore. Naturalmente qui si parla di insC

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gnanaenti pratici, che noi dobbiamo ritenere autentici e ortodossi, appunto perchè sono arrivati a noi in modo analogo a quello col quale ci sono arrivate le tradizioni ecclesiastiche.
.Ciò avviene quando i Superiori, trasmettendo alla Congregazione istruzioni pratiche, nelle varie forme che sono in uso nella Congregazione (come Circolari, Atti del Capitolo, deliberazioni e norme determinate dai Capitoli Generali, ecc.), ci assicurano che le cose raccomandate o stabilite sono in armonia con lo spirito del nostro Fondatore. Così S. Paolo, scrivendo al diletto Timoteo, gli diceva: Ritieni, con la fede e la carità in Gesù Cristo, la forma delle salutari parole che hai udite da me. Custodisci il buon deposito, per mezze) dello Spirito che abita in noi (219).
Queste considerazioni ci aiutano a capire sempre meglio limportanza delle tradizioni; Il già ricordato Don Rinaldi dice che le tradizioni « danno il colore e imprimono -il carattere- alla nostra Società e missione. Se questo colore svanisce, egli aggiunge, se questo carattere si perde, potremo ancora essere religiosi, ancora educatori, praticando puramente la lettera delle Regole, ma non saremo più Salesiani di Dori Bosco » (220).
Se di certi capolavori di pittura noi supponiamo, per un momento, mutata capricciosarnente
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la tinta e le sfumature dei colori; o semplicemente soppresse alcune ´linee, non tarderemmo ad accorgerci che quelle opere artistiche avrebbero perduto gran parte del loro valore; fors´anche sarebbero totalmente deturpate: Altrettando dicasi della nostra Congregazione.
Se voi, per recare un esempio, voleste disgiungere dall´autorità, esuperiorità salesiana quell´amabile aureola di paternità, tanto cara a Don Bosco e tanto raccomandata dai suoi Successori, voi avreste snaturato una delle più belle caratteristiche dell´educazione salesiana e dell´intera Congregazione. È vero, tutti i Superiori, a qualunque corporazione appartengano, nella lorò qualità di rappresentanti di, Dio debbono rispecchiarne la soave paternità; . ma essa può essere intesa e praticata in ben diversi modi, anche da coloro che hanno per iscopo principale l´educazione della gioventù. Orbene come riusciremo noi a conoscere e praticare questa paternità? Non bastano gli insegnamenti pedagogici racchiusi nelle Costituzioni e nei Regolamenti; fa d´uopo rintracciarla genuina nella vita di Don Bosco e dei suoi figliuoli più eminenti in santità e più fedeli nella imitazione´ del grande maestro: è necessario richiamarci a quel modo di fare, agli esempi, alle tradizioni insomma che ci danno il
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tono della paternità salesiana, quale fu vissuta, ai fianchi e alla scuola del Padre nostro dolcissimo, da coloro che ne assimilarono lo spirito e più largamente attinsero alle pure fonti dei suoi esempi e del suo gran cuore.
Altro esempio tipico che sta a dimostrare tutta la necessità di attenerci alle nostre tradizioni, l´abbiamo nella pietà. TrascUrare ciò che Don Bosco ha praticato e insegnato, e che costituisce un insieme di magnifiche tradizioni a´ questo riguardo, vorrebbe´ dire perdere uno dei più ficchi tesori della Congregazione. Eppure si tratta di modalità, di piccoli atteggiamenti, di forme speciali, che ad altri potrebbero parere di scarsa entità, quali risultano dai sermoncini, dagli avvisi, dagli esempi, da speciali consuetudini che non trovarono posto nell´organico delle Costituzioni e dei Regolamenti, ma che fortunatamente sono sentite, apprezzate, vissute nei nostri istituti e dànno una leggiadria, un carattere simpatico, una nota di celeste gaiezza alla pietà sale-stana; la quale, alla sua volta, vivifica l´opera nostra éducatrice. Si tratta spesse volte di cose, delle quali quasi non ci rendiamo conto, perchè le pratichiamo fin da bambini; perchè le vedemmo e le udimmo sempre così; ci ´pare persino che sia impossibile agire diversamente. Eppure chi
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non è Salesiano resta colpito da quello sp atteggiamento; scorge nella pietà delle Case qualcosa non vista altrove; vi scorg somma. quei tratti, quei lineamenti che son spressione delle nostre tradizioni.
Altrettando dicasi di molteplici e soavi tradizioni che riguardano il nostro sistema cativo, l´assistenza in particolare, la vita c miglia, la serena allegria, le ricreazioni, i] trino, le feste, ecc.; esse pure trovano man la loro sede in apposite trattazioni o nello pimento degli argomenti´ più importanti e in circolari, strenne e altri scritti dei Sup(
Precisamente -in simili documenti ci ve] presentati i punti fondamentali della vita giosa salesiana, inquadrati nella cornice dell gole, dei Regolamenti e delle tradizioni, e irn con la luce che si sprigiona dagli esempi, parole, dagli atteggiamenti speciali del Santo Fondatore e dei suoi figli più illustr santità e dottrina.
Mentre codesto importante lavoro si va piendo a vantaggio della nostra Società, cq di noi si proponga di studiare sempre più tamente tutto ciò che riguarda il nostro Fondatore, i suoi scritti, la storia della Congregazione mirabilmente intessuta con
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lui vita nelle Memorie Biografiche, gli Annali, le Circolari dei Successori di Don Bosco, le vite dei Salesiani più illustri e vissuti in più intimo contatto col Padre. Sono queste specialmente le fonti a cui attingere quelle nozioni teoriche e pratiche, che sono atte a mantenere nella vita sa
- lesiana l´andamento suo proprio e inconfondibile con quello di qualsiasi altra Congregazione.
A questo punto immaginiamoci che S. Giovanni Bosco ripeta a noi le parole di S. Paolo ai Tessalonicesi: State saldi e tenete ferme le tradizioni che avete imparate... e lo stesso Signor nostro Gesù Cristo, e Dio e Padre nostro, che ci ha amato e ci ha dato eterna consolazione e buona speranza nella grazia, consoli i nostri cuori. e vi confermi in ogni opera e discorso buono (221).
21. Autorità e natura della superiorità.-
La Regola è l´autorità suprema di ogni Ordine o Istituto religioso. Tutti, superiori e inferiori, devono a essa sottomettersi: a nessuno, senza giusto motivo, è lecito allontanarsi dalle-sue prescrizioni. S. Benedetto, il grande Patriarca della vita monastica in Occidente, la chiama « la grande Maestra che tutti devono ascoltare e seguire » (222). Essa è la voce stessa di Dio, è Gesù
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Cristo in Mezzo a noi. Mentre però il suo imr e le sue sanzioni si estendono e si esercitano tutti, la Regola stessa dispone, ciò che d´altro è vitale in ogni società ben costituita, che alc tra i religiosi, oltre al dovere personale dell servanza, abbiano pure quello di vigilare pel m tenimentu della disciplina religiosa, e a tal siano investiti di un potere, che dovranno e citare sui confratelli affidati alle loro cure.
L´articolo 49 delle nostre Costituzioni ci rico che i Salesiani hanno e avranno sempre per Miro e supreino Superiore il Sommo Ponte cui saranno in ogni luogo, in ogni tempo e in o disposizione umilmente e riverentemente so messi anche in forza del voto di ubbidienza. anzi sarà precipua sollecitudine d´ogni socio promuovere e difendere con tutte le forze l´ai rità e l´osservanza delle leggi della Chiesa Cafica, e del suo Capo Supremo, Legislatore e cario di Gesù Cristo in terra.
Il Sommo Pontefice, approvando la nostra cietà e le Costitùzioni, stabilì che l´autorità sul ma della nostra Congregazione sia affidata, in ordinaria, al Rettor Maggiore e al suo Consitg e, in via straordinaria, al Capitolo Generale.
Alla sua volta « il Rettor Maggiore costituì nella Società,´col consenso del Capitolo Superi
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le. Provincie o Ispettorie, impetrandone la licenza dalla Santa Sede ». In tal modo una parte di autorità viene trasmessa, dietro regolare elezione, agl´Ispettori e ai Direttori, i quali la condividono, essi pure, coi confratelli che, nelle Case e nelle diverse mansioni delle medesime, esercitano, in armonica misura, altrettante derivazioni di detta autorità.
In tal modo il maestoso fiume dell´autorità, che procede da Dio e dal suo Vicario in terra, giunge al Rettor Maggiore e al suo Capitolo e, suddiviso in tanti canali di differente importanza e portata, dai più grandi fino a quelli più ristretti, porta la, sua linfa vitale, ch´è fecondità e tranquillità di ordine; ovunque siavi un´attività della Congregazione da vivificare, regolare e tenere soavemente e fortemente unita al Centro.
Trattando di autorità e superiorità, non s´intende parlare dei soli Ispettori e Direttori. Anche il maestro, l´assistente, il capo sono veri. Superiori: su di essi pesano gravi responsabilità; a essi pure sono affidati i giovani da educare. Nella scuola, nello studio, nel laboratorio, il maestro, l´assistente, il capo rappresentano il Direttore e sono rivestiti della sua autorità. Altrettanto dicasi, e con maggior motivo, del Consigliere Scolastico, Professionale, Agricolo, del_ Catechista, del Pre
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f etto. In ognuna di queste cariche è concentra viene esercitata l´autorità. Anzi la tradizione lesiana vuole che il nome di Superiori si appl indistintamente a tutti i figli di Don Bosco, per effettivamente ognuno di essi, in differente sura, ha ed esercita una partecipazione d´auto e superiorità sui giovani.
Ognuno pertanto procuri di applicare le e siderazioni che andremo facendo all´ambient alle responsabilità delle proprie occupazioni quali, se compiute debitamente, saranno un. ac stramento, una vera palestra per preparare mente e il cuore ad affrontare domani respons, lità maggiori a vantaggio delle anime e della stra Società.
Ricordiamo le gravi espressioni di S. LorE Giustiniani quando parla dei Superiori: « Il ufficio non è un riposo, ma un´ardua fatica; un onore, ma un onere; non un pegno. di sicure ma l´annunzio di un pericolo ». Chi non rie() la profonda umiltà di Don Rua, il quale, all´ zio del Capitolo Generale dell´agosto 1898, sup cava gli elettori di mettere da parte la sua pers e di eleggere in sua vece uit confratello capaci compiere meglio il lavoro enorme, che lo svilu della Società importava? Pensiamo all´indirne cabile Don Albera che, eletto Superiore Gene
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corse a prostrarsi davanti alla tomba del nostro Padre, dove con le lagrime, più che con le parole, quasi lamentavasi dolcemente con lui: mentre gli esponeva le sue ansie, i suoi timori, l´estrema debolezza. Pensiamo ancora al venerato Don Rinaldi, che più di una volta avrebbe vo-- luto ´rinunziare all´ufficio che così degnamente ricopriva. Pensiamo alle ansie di tanti Superiori del Capitolo, Ispettori, Direttori, Prefetti, Catechisti, Consiglieri, Salesiani in genere, i quali tremarono e forse versarono lagrime, allorchè la voce dell´ubbidienza affidava loro la nuova respon
sabilità.... La superiorità, alla luce della fede,
è cosa ben differente dal potere agognato nel mondo a titolo di vanità, per disordinato appetito di grandezza e di comando.
All´incontro, irradiata dalla stessa luce celeste, come si trasfigura la soggezione che si presta all´autorità! ,Iddio conoscendo l´umana, fralezza e l´innata superbia del cuore umano, volle renderci facile l´ubbidienza, nobilitandola. Infatti, Gesù, quando innalza gli uomini alla dignità di suoi rappresentanti in terra, dice loro: Chi ascolta voi, ascolta Me; chi disprezza voi,_ disprezza Me. In tal modo, mentre Egli ci ordina di chinare la fronte dinanzi all´autorità, si colloca Lui stesso nella persona del Superiore. Ah
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biamo qui una specie di irradiazione di vita eucaristica, poichè sotto le apparenze, o, se meglio piace, sotto le sembianze dell´uomo, troviamo Iddio che, con la sua presenza, rende facile l´obbedire.
Ah, siate benedetto, o Signore, e ringraziato in eterno! Il vostro giogo è veramente soave, e dolce il vostro peso!
Considerando l´autorità irradiata da questa luce, noi ci persuadiamo subito che il dovere della sottomissione si basa sulla investitura divina data al suoi rappresentanti, e comprendiamo che la ragione vera e profonda di questo dovere è l´ordine gerarchico da Lui stabilito nella società a nostro vantaggio.
Il potere è di Dio. Ogni potere è .divino nella sua origine. Non v´è autorità che non emani da Dio. Ecco ciò, ché forma la dignità e la santa fierezza dell´ubbidienza. Noi non ubbidiamo che a Dio, come servi di Dio, dice S. Pietro: ma noi Sappiamo che servire Iddio è regnare. Notiamolo bene, il potere Per. essere legittimo deve venire da Dio:- il titolo a ubbidire pel suddito, a comandare pel Superiore, è sempre Dio. L´Apo:- scolo quando c´inculca la sottomissione all´autorità dei Superiori come a quella di Gesù Cristo, parla dei « poteri stabiliti (quae sunt) » e della ubbidienza loro dovuta: e ciò egli fa col chiaro
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i ritento di ricongiungere il potere alla sua origine divina, ora sotto una forma negativa, come quando dice: Non v´è potere se non da Dio (223), ora sotto una forma positiva, come quando scrive: I poteri che sono, furono stabiliti da Dio (224).
Senza questo riferimento a Dio l´ubbidienza riuscirebbe insopportabile giogo, perchè il nostro orgogliU fremerebbe troppo e si ribellerebbe quando dovesse piegarsi e sottomettersi a un altro uomo. Invece come risuonano efficaci le parole di´ San Paolo agli Efesini: Ricordatevi bene, voi servi, di ubbidire ai vostri padroni terreni, come a Gesù Cristo in persona. Non vogliate essere di quei servi interessati che si contentano di piacere agli uomini; siate invece servitori di Cristo, e cercate di compiere la volontà´ di Dio; servite con amore come se il vostro servizio riguardasse direttamente Dio e non gli uomini! (225). Dalle quali parole si rileva come l´Apostolo voglia che si ubbidisca astraendo dalla persona, per vedere unicamente l´autorità di Dio in chi comanda. È ben grande adunque la dignità dei Superiori, i quali in tal modo divengono veri ministri del Creatore e veri suoi luogotenenti nel governo del Inondo.
S. Bernardo, commentando le parole seri ttutrali: Chi ascolta voi, ascolta Me, dice che il Signore ha, in certo modo, uguagliato i Superiori ´a
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Se stesso, e- che ´Prende per Sè il rispetto che I viene usato e il disprezzo con, cui son tratt Sia .adunque che ci comandi direttamente il gnore, o che ci comandi per mezzo dell´uomo i ne fa le Veci, dobbiamo eseguire con premur suoi ordini. È tutto qui il fondamento, la ragie più intima e forte dell´ubbidienza.
Non si obbedisca mai, dice il nostro Sa Fondatore, perchè è il tale che comanda, ma : motivi di ordine superiore, perchè è Dio che manda: comandi poi per mezzo di chi vui Finché non saremo arrivati a questo punto, av mo ottenuto poco. Non si facciano lè cose p Chè ci• piace farle, o perchè piace la persona comanda o per il modo col quale son comandé Questo principio si ripeta.rnelle conferenze, n( prediche, nelle confessioni e .in ogni altro m( possibile » (226).
22: 11 Superia
- è rappresentante di Gesù Cric
Il Superiore adunque è il rappresentante Gesù Cristo. Chiunque eserciti. in qualsiasi i sera l´autorità dev´essere ben compreso di qi sta altissima verità, ricordarla praticamente perciò preoccuparsi di essere effettivamente ´strumento e la´ voce di Dio e della sua volon
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manifestata attraverso le leggi divine, le disposizioni della Chiesa, le Regole della Congregazione. Per la stessa ragione, nell´esercizio della sua autorità, il Superiore si ispiri costantemente a Colui del quale tiene le veci: alla sua dottrina, ai suoi esempi, al suo zelo, alla sua divina bontà.
A tal fine sarà utile ricordare le espressioni tutte pervase di amore, uscite dalle labbra del -Divin Redentore allorchè parlava della sua
sione. In esse viene tracciata ai Superiori, di qualunque grado, la via da seguire, sè vogliono corrispondere meno indegnamente all´alta investitura di suoi rappresentanti.
Anzitutto egli vuol essere considerato e chiamato il buon Pastore che corre in cerca della pecorella smarrita; il Samaritano dal cuore misericordioso che si china a spargere balAamo su tutte le ferite; il Padre che allarga le braccia per stringere sul cuore il figliuol prodigo; il Maestro che ha le sue tenerezze pei pargoli, in mezzo ai quali Prova le sue delizie; il Medico che invita tutti coloro che soffrono a cercare conforto e sollievo nel suo amore senza limiti; il Salvatore che è speso dal Cielo in terra per riscaldare del suo fuoco divino e richiamare a nuova vita i perduti, i morti, i lazzari quadriduani. La sua bontà infinita si abbassa al punto da paragonarsi alla
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chioccia, che ricopre i pulcini sotto le sue ali: così Egli vuole accogliere e stringere noi, suoi figli, nel suo cuore. Quanta tenerezza! Quale immenso, infinito amore! Questa è la sua dottrina; questi i suoi sentimenti, i battiti del suo Cu6;e.
E alla sua dottrina diedero conferma e forza i suoi esempi. Di Lui fu scritto che passò spargendo su tutti pioggia incessante di benefizi: Egli, Re dei re e Signore dei signori, anzichè far pesare sui sudditi lo scettro del potere, quasi spogliandosi del suo manto regale e scendendo dal suo trono, ha le sue predilezioni per i poveri, per i peccatori, per i pubblicani; apre le sue braccia ai traviati e a quanti si decidono a lasciare i sentieri del vizio; non esita a entrare nella casa di Zaccheo e dice alla Maddalena la parola del perdono. Con gli Apostoli e con i discepoli è tutto carità, pazienza, mansuetudine: compatisce la loro ignoranza, li istruisce, li corregge, li incoraggia; tollera, copre e dimentica le loro debolezze, i loro traviamenti; si abbassa e umilia davanti a loro, lasciando, a noi esempi di una umiltà che chiameremmo eccessiva, se non sapessimo che è ispirata a un amore infinito e destinata a nostro incoraggiamento e conforto. Che dire poi del dono inestimabile dell´augustissimo Sacramento dell´Amore e delle ultime parole dette da Gesù in ero
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ce: Perdona a loro, o Padre, perchè essi non sanno quale grave offesa facciano a te ed a me?
Ogni Salesiano che viene costituito in dignità non può nè deve dimenticare che egli rappresenta un Re le cui misericordie sono al disopra di tutte le sue perfezioni.
Così fu intesa la superiorità dal Principe degli Apostoli: Ve ne scongiuro, dice egli ai Seniori, io che fui testimone dei patimenti di Cristo e chiamato a parte di quella gloria che sarà un giorno manifestata: Pascete il gregge di Dio, che da voi dipende, governandolo, non forzatamente, ma di buona voglia, secondo Dio, non per amore di vil guadagno, ma con animo volonteroso; nè come per dominare l´eredità del Signore, ma fatti sinceramente esemplare del gregge (227). S. Paolo alla sua volta si compiace soprattutto del dolce nome di Padre e scrivendo ai Galati, -li chiama figliuoli suoi, ch´egli ha generato alla vita cristiana, perchè Gesù Cristo si formasse e regnasse nei loro cuori (228). Chi di voi, scrive ai Co-finti; soffre infermità e io non condivido i suoi dolori e non sento gli ardori della sua febbre? (229). Dobbiamo, egli dice ai Romani, caricare su di noi più forti le debolezze dei nostri fratelli (230), portare il fardello delle loro miserie e manchevolezze, farci tutto a tutti pur
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di salvare e condurre tutti a Gesù Cristo (231).
Così aveva compreso la sua missione il nostro Santo Fondatore: così egli appariva in mezzo ai suoi giovani e figliuoli, che si dicevano perfino fra loro: Don Bosco pare veramente Nostro Signore.
23. Prima della superiorità.
Dopo il fin qui detto si affaccerà forse alla nostra mente un timore, e cioè che riesca oltremodo difficile rappresentare, sia pure meno indegnamente, l´autorità divina rivestendola di questa bontà soavemente paterna. Purtroppo, non sempre tutti, nell´esercizio dell´autorità, in alto o in basso, sono pienamente compresi della verità del detto di Origene,- che cioè la superiorità di´ chi comanda deve consistere nell´amore dei sudditi.
Ma se è vero che non tutti hanno da natura quelle doti di bontà, di prudenza e santa, avvedutezza che li rendano atti al governo, non è men vero che, con l´aiuto della grazia, con l´umiltà, con la preghiera, col seguire le norme di persone assennate, si può, poco alla volta, acquistare tesori di esperienza che ci rendano meno difficile e pesante l´autorità. Per coloro che saranno chiamati all´esercizio dell´autorità in qualche grado, sia pure modesto, è della massima importanza
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rendersi praticamente atti ad esercitarla. Altri saliranno più in alto, taluni rimarranno in una sfera più umile, ma, per qualunque figlio di Don Bosco, ci vuole un minimo almeno di doti di governo. È bene pertanto aggiungere qui alcune brevi considerazioni che valgano a Prepararci sempre meglio al retto esercizio della superiorità.
24. Pericoli della superiorità.
E anzitutto rispondiamo a questo quesito: È bene aspirare alla superiorità? S. Agostino afferma recisamente che « il deSiderare un luogo superiore, una preminenza,. una dignità, è cosa sconveniente » (232). S. Bernardo ne dà la ragione. « Coloro che aspirano alle cariche, non ne paventano i pericoli, perchè accecati dall´ambizione non se ne rendono conto: così succede che dei ciechi dioentano guide e capi di ciechi » (233). « Molti, egli continua, non aspirerebbero con tanta fiducia e premura alle cariche e dignità, se fossero ben compresi dell´onere che esse portano seco » (234). Analoghe espressioni adoperano altri Santi, motivando la loro asserzione dal fatto della responsabilità, che incombe su chi deve avere cura d´altri. « Fascino tremendo, scrive il Lessio, è quello che muove gli uomini a stimare e deside
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rare gl´imperi, i regni, i governi, le prelature con cui possano comandare, agli altri e trascurare se stessi. E che non si fa,. egli continua, quali leggi e diritti talora non si calpestano, pur di raggiungere ´quest´ombra di felicità, troppe volte impedimento del vero bene e della salute eterna? Non v´è cosa infatti ché più della superiorità e della prelatura ci distragga dalle cose celesti per impigliarci nelle terrene; che offra maggiori occasioni di peccato; che tolga i freni alla licenza e apra l´adito al mal fare; che più allontani da noi i buoni consiglieri; nulla che più renda grave la colpa e opprima con i peccati altrui. È vero che coloro i - quali, non per cupidigia di onore e di proprio comodo, ma pel bene pubblico e per salvare le anime si assoggetteranno al peso del comando e governeranno con rettitudine, avranno un grande preniio, appunto per l´ardua missiòne svolta e pel maggiòr bene che avranno procurato, ma è pure certo che é cosa più sicura non farsi avanti e contentarsi di vivere nel nascondimelito » (235).
Tremende parole ha S. Giovanni Crisostomo
quest´argomento. « Io penso, scrive, che siano assai più i prelati che si dannano, che non quelli che si salvano ». E ne dà la ragione. « Se essi; continua il Santo, non vanno all´inferno ´per i
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peccati propri, è da temere assai che vi piombino per quei peccati altrui, che essi avevano il dovere di impedire e nol fecero » (236).
Ma pure ammettendo, che il Crisostomo con queste espressioni, che paiono racchiudere una severità soverchia, abbia vehrto colpire l´ambizione e la libidine di coloro che, ai suoi tèmpi, agognavano e´ si procuravano, anche con mezzi illeciti, le prelature, è pur sempre vero che i peccati dei superiori rivestono una speciale gravità di fronte ai sudditi, sia per la mancanza ai pro, pri doveri, sia pel danno che cagionano ai dipendenti con lo scandalo.
Ora è bene rilevare che può incorrere nella stessa gravità di peccato e addossarsi le responsabilità più tremende, non solo il Direttore, ma il Prefetto, il Catechista, il Consigliere, il Maestro, il Capo d´arte, il portinaio o chiunque altro investito anche di una umile carica, se per non essersi trovato puntualmente al suo posto, se per debolezza o per tenerezza mal intesa, se per, qualsiasi trascuratezza insomma del proprio ufficio, fu causa di disordini, di peccati, della perdita forse, dell´innocenza di qualche anima affidata alla sua vigilanza e, per la di lui ignavia, scivolata per la china che la precipita alla perdizione eterna.
Non è a stupire ´pertanto se davanti a così
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tremende responsabilità le anime buone si siano sentite pervase da-timore e tremore La storia ecclesiastica é—l´agiografia ce ne offrono numerosi e caratteristici esempi. S. Paolino non voleva rassegnarsi a essere fatto Vescovo di Nola, sicchè lo si dovette, più che condurre, trascinare dal popolo; che ne conosceva i meriti e le virtù ec. celse, fino alla chiesa più vicina, ove tra inni e cantici fu costretto ad accettare (257). « Fui trascinato, scrive egli stesso, da una moltitudine, che addirittura mi ´strangolava, alla sede episcopale » (238). E in altri Santi fu tale e tanta la- riluttanza, che si rese necessario l´intervento diretto del Vicario di Gesù Cristo per indurli all´ubbidienza. Non ´fa meraviglia pertanto il sentire come S. Pier Damiani non si peritasse di chiamare suo grande. persecutore il Sommo Pontefice, che lo aveva costretto ad accettare la dignità episcopale; e che, appena lui Morto, si sia affrettato,, a pregare il suo Successore di esonerarlo dalla carica, quasiché la sua elezione non ´fosse canonica, perchè impostagli per forza (239).
Agli ambiziosi che aspirano alla superiorità i maestri d´ascetica ricordano pure la sentenza scritturale, che minaccia « un rigorosissimo giudizio a coloro che sono in alto » (240). S. Bernardo premunisce costoro dicendo che « chi cammina a
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grandi altezze può essere Preso da vertigini: e che il presumere le altèzze è un esporsi a rovinose cadute » (241). D´altronde è evidente che il demonio si scaglia con maggior ferocia_ contro i Superiori, sapendo egli assai bene che « atterrato il capo, come afferma il Card. Ugo, i sudditi sono facilmente vinti » (242).
25. È cosa buona desiderare la superiorità?
Si potrà chiedere come tale dottrina si concili con il noto passo di S. Paolo, ove si afferma che chi desidera l´episcopato desidera una cosa buona (243). Siamo ben lontani dal pensiero d´insinuare sentimenti di avversione alle cariche, "e meno ancora dal voler ingenerare timori ingiustificati ed esagerati di fronte a eventuali inviti di-coprire nella Congregazione uffici di superiorità. Troppo grande è il bisogno che noi abbiamo di buoni superiori, dai più umili ai più elevati, veramente animati dallo zelo che infiammava il cuore di Don Bosco. Per questo tutti, senza eccezione, ognuno nella sua condizione, devono cercare di rendersi abili alle svariate mansioni, nelle quali si esercita la superiorità.
Encomiabile umiltà pertanto è quella di chi non coltiva in cuore ambizioni e pretese: ma non
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dovremmo esitare a tacciare di colpevole ed egoistica neghittosità colui, che sistematicamente rifiutasse ogni superiorità, col solo fine di non sobbarcarsi a un lavoro più pesante e di sfuggire le responsabilità. È cosa ottima evitare qualsiasi mossa, anche indiretta, per scalare cariche o dignità; ma è al tempo stesso doveroso accettare quelle, alle quali Iddio vorrà chiamarci, ed esercitarle nel modo migliore, poichè in tal modo rendiamo un doppio servizio alla Congregazione, favorendone gli interessi presenti e preparandoci indirettamente a quelle altre mansioni che, pel bene delle anime, in seguito potrebbero venirci assegnate.
Venendo poi alle parole scritte da S. Paolo a Timoteo, possiamo completarle con quelle che lo stesso Apostolo aggiunge subito dopo.´ È cosa buona, egli scrive, desiderare la"prelatura, ma ti sovvenga che il prelato dev´essere irreprensibile... sobrio, prudente, adorno di virtù, casto, accogliente, colto, modesto; staccato dalle cose terrene e che sappia tener bene il suo posto (244). Questo è il pensiero genuino di S. Paolo. Fermarsi alla prima parte è deformarlo, è voler forse cercare scuse e giustificazioni di segrete vanità e ambizioni.
Ecco come lo commenta S. Gregorio Magno: « Sono ben contento che desideriate onori: prima
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però cercate di conoscere bene ciò che desiderate. Perchè purtroppo sono il più delle volte gli ambiziosi, gli scalatori di cariche e di onori che fanno delle parole di S. Paolo uno strumento al desiderio sfrenato di comando » (245). « Questa tua ambizione di emergere, incalza S. Bernardo, mi spaventa più di qualsiasi veleno e più di una tagliente spada » (246). Lo stesso Santo, procedendo a sviluppare quest´argomento e temendo che taluno sia così cieco da credersi virtuoso pel solo fatto di essere stato innalzato in dignità, « son due cose ben distinte, ammonisce, le dignità e le virtù: non cadere pertanto in errore tanto grossolano e pernicioso » (24Z). D´altronde, a misura che saremo chiamati dall´ubbidienza ad assumere maggiori responsabilità, ci sovvenga che « il posto più alto non è sempre il più sicuro; e il luogo più eccelso non è sempre il meglio difeso » (248).
Nel nostro ambiente di regime paterno, semplice e familiare, il sistema migliore, quello che tutti dovremmo seguire è, non solo di non agognare la superiorità, ma di accettarla, come dicevamo testè, con semplicità dopo di aver umilmente esposte al Superiore, ove occorra, quelle ragioni che giudicassimo opportune; e tutto ciò senza pasSione, senza soverchie insistenze nè ostinatezze. Quando Iddio parla per mezzo dei suoi rappre
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sentanti, dobbiamo chinare umilmente la fronte, e confidare in Lui che conduce sempre gli ubbidienti alla vittoria (249). D´altronde non è in potere :del religioso il fare una cosa piuttosto che un´altra: chi ha fatto voto di ubbidienza troverà la, pace del cuore e la vera fonte dei meriti Pel Cielo nel compiere generosamente e filialmente il divino volere. Sventurati quei religiosi che si illudono di esser felici dove non sono, mentre. si contristano e crucciano dove sono; così pure sono degni di compassione quei poveretti che appena chiamati a una occupazione o a una carica, si considerano in croce, illudendosi all´incontró di trovare la pace e la felicità proprio là, dove l´ubbidienza non li ha collocati.
Il bene della Congregazione .poi ´esige che si mettano da parte tanti immaginari ostacoli, creati più dall´amor proprio e dalla considerazione dei nostri comodi, che dalla realtà delle cose; è bene sveltirà con santa docilità la distribuzione delle responsabilità e delle cariche, liberando i Superiori da soverchio travaglio. Udite a questo proposito il nostro S. Francesco di Sales: « L´umiltà, egli scrive, rifiuta le cariche, ma non si ostina nel rifiuto: chiamata da chi ha il potere di farlo, non ragiona più sulla indegnità sua a quel dato ufficio, ma crede tutto, spera tutto, sopporta tutto,.
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con l´aiuto della carità, mantenendosi costantemente semplice: la santa umiltà è la grande amica dell´ubbidienza, e mentre da un lato non ardisce mai pensare di poter cosa alcuna, dall´altro pensa anche sempre che l´ubbidienza può tutto; e se la vera semplicità ricusa umilmente le cariche, la vera umiltà semplicemente le esercita » (250).
Ognuno pertanto ascolti con umiltà e prontezza la voce di Dio e corra a occupare il posto assegnatogli. In tali occasioni si accettino anche con semplicità e disinvoltura le manifestazioni di gioia con cui verremo accolti dai nostri fratelli e figliuoli. Che se poi volessimo un mezzo per evitare che le lodi diventino fumo che annebbia il cervello, pensiamo alle nostre manchevolezze, ai nostri peccati, agli spropositi fatti in passato, ricordando ciò che S. Bernardo scriveva al Papa, B. Eugenio III: « Vigila perchè coloro che ti esaltano, anche senza volerlo possono indurti in errore » (251): Non ci si chiede che la nostra umiltà arrivi al grado di quella dello stesso S. Bernardo, che chiamava giorno di sventura quello in cui lo avevano tolto dalla pace della sua cella, per farlo abate (252): e neppure si vuole che ci si metta in agitazione o ci si perda cli animo, pensando alla troppa fiducia che, in occasione del nostro insediamento, vollero manifestarci confratelli e gio
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vani (253). Eccitiamo nell´animo nostro sentimenti di fede, e, persuasi del nostro nulla, ma per ciò stesso abbandonati filialmente tra le braccia di Dio, occupiamo con serenità il nostro posto.
26. Ai Superiori novelli.
Prima di por termine alla trattazione di questo punto è bene indirizzare una parola di particolare affetto e incoraggiamento ai Superiori novelli. Essi possono incorrere in un doppio pericolo: o dell´eccessiva fiducia- oppure di una malintesa pusillanimità. L´eccesso´ di fiducia può sfociare nelle imprudenze della presunzione, mentre l´eccessiva pusillanimità può condurre alla trascuranza dei propri doveri per timore di affrontare ,le inevitabili noie della responsabilità. San Paolo,, nella lettera già citata, mette in guardia il suo caro Timoteo, avvertendólo soprattutto del primo pericolo in cui può incorrere il Superiore giovane, che è di cadere vittima della superbia, il e-di tumore ha conseguenze mortali, fino al punto di rendere, quel poveretto vittima, e zimbello del diavolo, il quale se ne serve à perdizione non solo del gregge, ma anche dello stesso incauto pastore (254).
Quando in quel posto, sia pure alto, non Ci siamo messi noi, ma vi fummo collocati dal Si
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gnore, allora l´età non deve più esserci motivo o pretesto dei pericoli suaccennati. S. Bernardo dopo aver ripetuto al giovane superiore le parole dell´Apostolo: « Sii servo fedele », continua: « vero, sei novellino, ma non per questo puoi svincolarti dagli obblighi che l´ubbidienza ti ha addossato: e poiché fosti collocato sulla cattedra del maestro, agisci come tale (255) e distribuisci, come buon amministratore dei divini tesori, il frumento celeste » (256).
Dirai che le tue forze sono impari al peso che ti fu addossato. Risponderemo con lo stesso Santo (257) che tu sarai chiamato a render conto solo del talento a te affidato: riposa pertanto tranquillo sul rimanente. Hai ricevuto molto? ebbene, rendi tu pure con abbondanza: se all´incontro ´è poco quello che ti venne elargito, sfòrzati di corrispondere nella dovuta misura. Ricorda poi a tuo conforto le parole del Divin Salvatore: Chi è fedele nel poco, lo sarà pure nel molto (258). È appunto questo il piano della divina Provvidenza a vantaggio della Congregazione e della Chiesa. « Iddio, è ancora S. Bernardo che parla, ti innalzò in luogo eccelso affinchè amministri i suoi interessi con tanto maggior alacrità, quanto è più eminente l´autorità di cui sei rivestito » (259).
Non basta però aver considerato come dipor
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farci allorchè saremo invitati ad assumere qualche carica, ma è soprattutto necessario conoscere in che modo regolarci nel disimpegno dell´ufficio affidatoci. Pur riconoscendo che può anche essere
terribile il posto che ci viene assegnato » (260), sia perchè il faStigio della dignità è sempre circondato da pericoli e più ancora perchè sotto di esso si apre una -voragine (261), tuttavia è subito necessario confidare in Dio e rivolgere a Lui filiale ed umile la preghiera per invocarne il soccorso. Al tempo stesso è dover nostro formulare senz´altro in cuore il propOsito di unifírmarci generosamente alla divina chiamata, e di adempiere i nuovi obblighi nel modo migliore. Anzi senza frapporre indugio, chiunque sia chiamato all´esercizio di una carica prenda visione esatta delle Regole e norme ´che riguardano i suoi nuovi doveri, e si prefigga soprattutto di non volerSi allontanare di un àpice, nel loro adempimento, dal metodo e dagli esempi lasciatici dal nostro Fondatore e Padre.
27. Il Superiore salesiano fedele allo spirito di Don Bosco.
Il Superiore salesiano, qualunque sia il grado della sua autorità, dev´essere fedele interprete dello spirito di Don Bosco, regolandosi, nel di
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simpegno del suo ufficio, con quello stesso spirito con cui il nostro gran Padre governò e diresse i suoi figli. Egli deve domandarsi frequentemente: Come farebbe Don Bosco al mio posto? come si comporterebbe in questa circostanza? quali sarebbero i suoi sentimenti, in questo incontro, in queste difficoltà, in questi contrasti? -di fronte a queste miserie e debolezze? Ci assicura Don Rua essere, questo criterio, sicuro e infallibile, perchè in tal modo il Superiore salesiano fa- come rivivere in se stesso perennemente la persona di Don Bosco.
A tal fine rileggiamo la vita e gli, scritti del nostro Padre: in essi troveremo veri tesori di norme e direttive utilissime al caso nostro. Tra queste chi non ricorda la vera Magna Charta del Superiore salesiano, ossia la lettera, tutta spirante affetto e saggezza, data da Don Bosco al suo figliuolo amatissimo Don Rua, quando lo mandò a dirigere il primo collegio di Mirabello?
Facciamone un breve riassunto a profitto nostro e delle anime che ci sono affidate.
1° Studia di farti amare prima di farti temere.
2° Nel comandare e correggere fa´ sempre conoscere che tu desideri il bene e non mai il tuo capriccio.
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3. Tollera ogni cosa, quando si tratta di impedire il peccato.
4° Ogni sforzo sia diretto al bene delle anime che ti sono affidate.
5. Quando ti è fatto rapportò intorno a qualcheduno, procura di rischiarare bene il fatto pri., ma di giudicare: spesso ti saranno dette delle cose che sembrano travi e sono soltanto paglie.
6° Osserva se i tuoi dipendenti hanno troppe occupazioni, o se hanno qualche pena morale o fisica. Conosciuto qualche bisogno fa´ quanto puoi per provvedervi.
7° Inculca a tutti che si sforzino per impedire i cattivi discorsi, per allontanare ogni libro, scritto, immagine, —. hic scientia est — e qualsiasi cosa che metta in pericolo la regina delle
virtù, la purità.... .
8° Fa´ quanto puoi per passare in mezzo ai giovani il tempo di ricreazione e procura di dire• all´orecchio qualche affettuosa parola che tu sai, di mano in mano che ti si presenta l´occasione e tu ne scorgerai il bisogno. Questo è il gran segreto per renderti padrone dei giovani.
9° La carità e la cortesia siano le note caratteristiche del Superiore salesiano tanto verso gli interni quanto verso gli esterni.
100 In caso di questioni intorno a cose ma
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teriali accondiscendi in _tutto quello che è póssibile, anche con qualche danno, purchè si conservi la carità. Se poi trattasi di cose spirituali o semplicemente morali, allora le dissensioni devono sempre risolversi nel senso che tornerà a maggior gloria di Dio e al bene delle anime. Impegni, puntigli, spirito di vendetta, amor proprio, ragione, pretensione, e anche l´onore, tutt´o deye sacrificarsi in questo caso.
Oltre a questi dieci punti che costituiscono un piccolo- decalogo del Superiore salesiano, procuriamoci il godimento spirituale di rileggere di quando in quando l´intera lettera (262), e ci persuaderemo che, per noi Salesiani, è -impossibile trovare un programma di governo, più dolce, più sapiente, più completo. Le Case salesiane governate giusta queste norme saranno effettivamente quali le voleva il nostro Padre.
28. Al termine della superiorità.
Dopo aver detto che il buon Salesiano deve mostrarsi religiosamente indifferente per i vari uffici della Congregazione, e specialmente per quelli che importami grande responsabilità davanti al Signore, è bene aggiungere una parola per segna:- lare un difetto in cui taluno potrebbe incorrere,
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mostrandosi cioè soverchiaménte attaccato alla carica di cui fu investito, sentendo e manifestando grande difficoltà a lasciarla alla scadenza del suo periodo o per disposizione dei Superiori. È vero, anche questa è una riprova dell´umana debolezza; ma è necessario reagire con santa generosità, se non vogliamo veder affievolita la compagine della Congregazione, con grave danno della disciplina e vita religiosa.
È bensì vero ché, se noi consideriamo la superiorità alla luce della fede e come l´intesero i Padri e i Santi, e particolarmente S. Giovanni Bosco e il servo di Dio Don Rua, non avverrà mai che un Salesiano, per umane considerazioni, si aggrappi tenacemente alla carica; succederà invece il contrario, e tutti benediranno il Signore quando saranno alleggeriti del peso della responsabilità, qualunque essa sia.
Sarà bene però dire qualcosa anChe riguardo a questo punto, per rischiarare meglio, le menti e rendere più facile, più agile, più effiCace e fruttifero l´esercizio dell´autorità a vantaggio dell´in
tera Società. -... -
Anzitutto applichiamo a questa materia la bella massima del nostro Patrono S. Francesco di Sales, che Don Bosco stesso volle fissare nelle Regole .(art. 46): Nulla domandare, nulla rifiutare.
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Ciò vuoi dire che, come non si deve brigare per allontanare o sollecitare la croce del potere, così nulla bisogna fare per ritenerla o per non esserne esonerati. Si capisce che resta sempre salvo quanto nella stessa Regola è detto: ognuno farà bene a proporre le eventuali considerazioni ai Superiori.
. Perciò se, allo scadere del nostro periodo, riceeremo ordine di cambiar Casa o ufficio, ubbidiremo con la massima sollecitudine. Con tale prontezza deve ubbidire ogni Superiore salesiano, appena ricevuta l´ubbidienza, cercando di raggiungere al più presto il posto assegnato, eliminando con ogni cura le cause o i pretesti di ritardo.
Con ciò si rende più facile l´esercizio del proprio dovere ai Superiori, i quali alla loro volta dovranno rispondere a Dio della diligenza usata nel far osservare le disposizioni delle Regole e delle leggi ecclesiastiche. Ognuno pertanto con semplicità e santa allegrezza si dichiari praticamente e prontamente disposto a lasciar la carica, persuaso che chi verrà a occuparla farà meglio di lui e che, dai cambi operati dall´ubbidienza, ne verrà il maggior bene della . Congregazione.
E qui è bene accennare sia pure di sfuggita al non desiderato intervento di persone estranee nello svolgimento delle cose nostre. Talvolta la stima
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e l´affetto da parte degli esterni verso qualche nostro Superiore dà luogo a pressioni e financo a mosse inconsiderate e a veri raggiri; a mezzo di lettere, visite, suppliche, sottoscrizioni, per impedire la partenza di chi è chiamato altrove dall´ùbbidienza. È vero, queste pratiche possonò anche interpretarsi come manifestazioni che onorano e la Congregazione e i suoi soci; ma, per quanto dipende da noi, facciamo di tutto per sconsigliarle e impedirle; anche perchè taluno potrebbe forse interpretarle meno benevolmente e persino supporre che abbiano una origine diversa da quella che affiora. Si lasci- libero e spedito il cammino all´ubbidienza, alla voce di Dio: non lo si ingombri con ostacoli, che possono anche lasciare un fondo di amarezza nel cuore di chi ne è oggetto e vittima. Ove occorra, siamo noi i primi a mettere nella miglior luce le disposizioni dei Superiori, aiutandoli in tutti i modi ad attuarle; e nessuno, di casa o di fitori, abbia mai a pensare e supporre, dalle nostre parOle o dal nostro atteggiamento, che ci Pieghiamo bensì all´ubbidienza, ma gementi e non già con serena letizia. È questo il momento di ricordare che è sempre lo stesso Gesù che cinnalza o ci abbassa, perché si compiano in noi i disegni della ´sua Provvidenza a bene delle anime.
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Nessuno poi può supporre che vi sia un figlio di Don Bosco, che si creda destinato a essere Superiore perpetuo; che si giudichi minorato o peggio quando lo si cambi; che pensi o dica che forse i Superiori non sono bene informati, e che se conoscessero meglio le sue attitudini e i suoi meriti -non lo priverebbero della superiorità o di quella determinata- carica. Preghiamo il Signore perchè -questi) non avvenga mai! Un siinile linguaggio sarebbe dettato dall´amor proprio; potrebbe anche essere, anzichè zelo del profitto nostro e delle anime, amore dei nostri comodi, vanità, egoismo. San Bernardo fustigava con roventi parole questo zelo, che meglio sì direbbe inconsulto impegno, e che si manifesta più nel volere « conservare la superiorità che raggiungere la santità » (263).
Fortunatamente la nostra umile Società può andar lieta di esempi luminosi, che ormai costìtuiscono una vera tradizione di esemplare e generosa prontezza nel lasciare la superiorità.
Don Rua, al semplice accenno orale di chi gli comunica l´ordine di Don Bosco, passa ad altri". la direzione del primo collegio di Mirabello; Don Cagliero lascia il suo alto posto di comando e parte per l´America, appena ha contezza che Don Bosco lo desidera. Di questi esempi ne potremmo intessere una magnifica corona, nella quale ve
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dremmo vagamente intrecciati i fiori più profumati e leggiadri di ubbidienza esemplare in ogni categoria di Superiori. È questa una benedizione di Dio e una grande forza di vitalità e di espansione per la nostra Società. La .luce che viene dall´alto si rifletta, si confonda,´ .e si accresca con quel: la che irradia da tutti i seggi della Congregazione, ove siavi una mansione o una investitura di autorità.

29. Le dimissioni.
Forse è questo il luogo più opportuno per accennare di sfuggita alle cosiddette dimissioni. Fu detto giustamente che tale parola non dovrebbe esistere nel vocabolario dei religiosi. Presentare le _dimissioni vuol dire praticamente abbandonare il posto assegnatoci dall´ubbidienza e obbligare i. Superiori a fare la nostra volontà. Dica ognuno se ciò sia, conforme ai più elementari principi della vita religiosa! Qui non è più il Superiore, ma il suddito che comanda. E ciò che ancor più aggrava quest´atto inconsulto di indisciplina è -che generalmente si presentano le dimissioni quando appunto sono più gravi le difficoltà Che dovrebbe
dirsi di un soldato che, collocato dalla fiducia dei Superiori in prima fila per difendere
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il sacro suolo e l´onore della Patria; presentasse le sue dimissioni? Ora riveste certamente gravità ancor più biasimevole la mancanza del religioso che, con la maschera delle dimissioni, calpesta l´ubbidienza e abbandona per ignavia glinteressi della Congregazione, che sono gl´interessi di Dio e delle anime. Può succedere che a volte un confratello chieda, per giusti motivi, di venir esonerato dalla carica: ma esonero non è dimissione. Preghiamo perchè nessun figlio di Don Bosco abbia mai - a servirsi di questa insana parola per sottrarsi al sacro dovere dell´ubbidienza.
Fanno al contrario opera vantaggiosa e altamente esemplare coloro che si adoperano nel preparare convenientemente il terreno e nel facilitare in tutti i modi il còmpito al loro successore con quelle agevolazioni, gentilezze, prestazioni che edificano in casa e fuori. Tutto ciò; mentre è Manifestazione- non dubbia di buono spirito è di forza spirituale della Congregazione, fa sì che il loro nome risuoni in benedizione. Abbiamo udito´ ex-allievi altolocati ricordare con edificazione la serietà, la diScrezione, la bontà e la generosità dei loro Superiori nel passare, bonariamente e allegramente, da ún ufficio all´altro, dall´una. all´altra Casa in modo del tutto esemplare.
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30. Preghiamo per i nostri Superiori.
Preghiamo il Signore che si degni di, mantenere e accrescere questo spirito fra i figli di Don Bosco, e che lo zelo che a tutti arde in petto non venga mai Contaminato neppure dall´ombra di inconsulte ´ambizioni. Anzi, raddoppiando il ferVore della nostra preghiera, scongiuriamolo che voglia regalare sempre all´umile nostra Società Superiori, non solo dotati di virtù, probità e santità, ma « forniti di grande prudenza, di grande luce, di grande pratica, di grande coraggio, destrezza, affabilità e grazia nel trattare con gli altri » (264).
S. Alfons°, dopo di avere asserito che è assai difficile trovare Superiori adorni di tutte le doti necessarie, arriva all´estremo di dire che « il Prelato, in mancanza ´di buoni Superiori, è tenuto a non aprire il Seminario, e a chiuderlo se già fosse aperto » (265).
Le ragioni di queSfaffermazione sono evidenti. Nessuno può dare ciò´ che non ha; un Superiore inetto, anzichè formare, rovinerebbe i soggetti che gli sono affidati. ´Giustamente pertanto diceva S. Teresa d´Avila: « È importante che quelli che verranno dopo di noi alla religione comprendano bene che, se avranno un santo Superiore, saran
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no santi. Non cessate mai di domandarli al Cielo » (266).
Salga adunque da tutti i nostri cuori ardente la supplica a Dio, a Maria Ausiliatriée, a S. Giovanni Bosco, perchè continuino a regalare alla Congregazione santi Superiori; e perchè questi, dal canto loro, con la parola e con l´esempio facciano santi i confratelli, i giovani, le anime tutte affidate allo zelo dei figli di S. Giovanni Bosco.
31. La paternità,
caratteristica del governo salesiano.
Dal fin qui detto abbiamo potuto persuaderci che la caratteristica dell´autorità salesiana, quella che devesi considerare come prezioso retaggio paterno e genuina manifestazione dello spirito di S. Giovanni Bosco, è la paternità. Il nostro buon. Padre non avrebbe chiamato vero Superiore Salesiano quel confratello, che, pur essendo dotato di molte e pregevoli doti di mente e di cuore, non avesse saputo, nel disiinpegno del suo ufficio, essere e mostrarsi padre dei suoi dipendenti.
Addentriamoci pertanto nello studio di questa indispensabile prerogativa, illustrandola alla luce della dottrina e degli esempi dei Padri e dei Santi.
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S. Agostino, pensando a Gesù, che pur essendo Sovrano, Padrone e Maestro, dichiarava « di essere venuto non a essere servito, ma a servire e ubbidire » (267), vuole che « colui che sta in alto si reputi felice, non già per l´autorità che lo rende superiore e lo mette al di sopra dei suoi fratelli, ma per l´amore che lo sprona ad aiutarli e servirli » (268). S. Bernardo, alla sua volta, esorta i Superiori a imparare, dagli esempi di Gesù, « a essere veri Padri e non padroni, o peggio, spadroneggiatori » (269). « Iddio ti ha posto Superiore, egli aggilinge, non già per far pompa di autorità, ma per dare e dispensare » (270). S. Bonaventura, commentando lo stesso concetto, dice che « il buon Superiore preferisce riconoscersi, anzichè padrone, padre dei suoi fratelli » (271). Questi grandi Dottori e Santi insigni altro non vorrebbero vedere nell´autorità all´infuori, dell´immagine della divina bontà e paternità. Ai loro principi si ispirava il nostro Santo nelle sue norme di governo. Don Bosco infatti vuole che l´autorità dai suoi figli sia sempre esercitata in modo soavemente pater,no, acciocchè, come dice nell´articolo 44 delle Costituzioni, « ognuno ubbidisca al proprio Supe-. riore, considerandolo in ogni cosa qual padre amantissimo, persuaso che, nella cosa comandata, gli è manifestata la stessa volontà di Dio »,
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32. Un canone paterno.
L´idea della bontà paterna nell´esercizio dell´autorità è tanto comune presso i Padri e i Santi da non lasciare dubbio che effettivamente sia questa la dottrina stessa della Chiesa. Lo stesso Codice di Diritto Canonico, nella parte II del libro IV, ove tratta delle pene, premette un magnifico canone, il 2214, letteralmente desunto dalla Sessione XIII del Concilio di Trento; e vuole che sia come un mònito da aversi sempre presente da tutti coloro che, a norma delle leggi ecclesiastiche, si trovano nella necessità di dover infliggere delle pene spirituali o temporali.
Leggiamo insieme questo importantissimo documento. « Si ricordino i Vescovi e gli altri Superiori che sono Pastori, non percussori, e che debbono presiedere ai loro sudditi non come padroni e doniinatori: si studino invece di amarli come figli e fratelli, Si adoperino in ogni modo, con esortazioni e ammonizioni, a tenerli lontani´ dal male, per non doverli poi castigare quando avessero errato. Che se per l´umana´ fragilità i sudditi cadono in qualche mancanza, anzitutto ricOrdino l´avviso dell´Apostolo: li avvertano, li scongiurino, li riprendano con bontà e pazienza: giàcchè spesso a coloro che si devono correggere giova
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la benevolenza più che la severità, l´esortazione più che la minaccia, la carità più che l´autorità. E quando, per la gravità della colpa, è proprio necessaria la verga, anche allora il rigore deve essere temperato dalla mansuetudine, il giudizio dalla misericordia, la severità dalla dolcezza, per modo che, senza alcuna asprezza, sia garantita la disciplina necessaria agli, uomini, e coloro che sono ripresi possano emendarsi. E se i colpevoli non vogliono´ rinsavire, siano almeno allontanati dal male coloro che sono testimoni, della correzione ».
33. La carità, anima del governo salesiano.
Abbiamo visto che la Chiesa nostra Madre, anche nel trattare della correzione e dei castighi, altro non sa raccomandare se non la bontà, la mitezza, la soayità. Il motivo dominante, quando si parla di qualsiasi manifestazione della superiorità, è sempre la carità. Anche-il nostro Padre non si stancava di inculcarci questa virtù e sempre parlava di amore ai confratelli, di amore ai giovanetti, di amore alle anime per amor di Dio. Senza di questa molla divina tutto il meccanismo delle Case di Don Bosco verrebbe a sconvolgersi e si arresterebbe. Invece di ordine e di sante attività non si avrebbe che un movimento scomposto,
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una infruttuosa confusione di uomini e. di cose. Il nostro Fondatore, raccomandando ai suoi
gli pazienza, bontà, amore., era convinto che tutto il resto sarebbe venuto come logica conseguenza. Nel .1880 indirizzava una lettera latina ai. Direttori e (si noti bene) a tutti gli altri Superiori delle Case salesiane, nella quale erano contenute otto raccomandazioni: la settima dice così: « La pazienza, la carità e la mansuetudine nostra risplendano nelle opere e nelle parole onde si avverino iu noi le parole di Gesù Cristo: Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo » (272).
Queste stesse virtù, o meglio, quest´unica virtù della carità espressa in tutte le forme, è quella che egli raccomandava insistentemente, in ogni circostanza.
Nel 1884 da Roma scrive ai suoi figli un altro interessantissimo documento: « Vorr´ei, egli dice, venire io stesso a farvi una conferenza sullo spirito salesiano ». Ma non potendo farlo il buon Padre si contenta di mandare per lettera il suo pensiero. Ogni parola di esso spira paterna bontà, dolcezza e soavissima carità. E chi di noi non ricorda commosso la inarrivabile tenerezza di cui si riempiva l´animo di Don Bosco, quando accompagnava i suoi missionari a bordo della nave, quando dava loro l´estremo abbraccio, quando li
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rivedeva al loro ritorno. In lui non v´era il. Superiore, ma solo e sempre il padre buono che non vive che per i suoi figli, e che per essi spende ogni sua energia fino all´estremo respiro.
Durante l´ultima sua passeggiata del 20 dicembre 1887, secondando certamente un impeto di carità che gli si era destato in cuore, dice d´improvviso al segretario che lo accompagnava: « Vi-ghetti, appena giunto a casa ricòrdati di scrivere, a nome mio, queste parole per tutti i Salesiani: I Superiori abbiano sempre una grande benevolenza
· verso i loro inferiori, e specialmente trattind bene e con carità le persone di servizio » (273). E financo sul letto di morte ripeteva ancora la soave parola: « Amate, amate i vostri nemici e fate del bene a coloro che vi perseguitano» (27,4): proprio come Gesù sulla Croce. Così- era il cuore grande del nostro Padre e Fondatore: imitiamolo!
34. Alla scuola del discepolo prediletto.
E—ora accostiamo alla carità del _nostro buon Padre e Maestro quella di Don Rua; il discepolo prediletto, la copia più fedele di Don Bosco. « Il vdstro Rettore è morto, scriveva Don Bosco nel suo Testamento, ma ne sarà eletto un altro, che avrà cura di voi e della vostra eterna salvezza ». Seri
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vendo queste parole egli pensava a Don Rua, che, molto tempo prima, già aveva additato come l´uomo adorno di tutte le virtù, capace anche, qualora lo avesse voluto, di operare miracoli. Se Don Rua abbia avuto cura dei suoi fratelli e figliuoli, lo sanno quanti lo conobbero o ne hanno letto attentamente la vita. Le circolari tutte del primo Successore di Don Bosco sono ingemmaté di preziosi accenni, di appelli fervidi, insistenti, accorati alla carità; e ciò egli fa con più fervore quando si rivolge ai Direttori.
Riepiloghiamo alcune di queste paterne e soavissime raccomandazioni:
« L´essere Superiore, così egli scrive, è una occasione per far maggior bene e anche per scontare i propri peccati. L´essere Superiore è aver da portare la croce per obbedienia ». ,
2° In un quadernetto si leggono, scritte di sua mano, in latino, queste parole: « L´affetto del Superiore sia tale che i sudditi .veggano in lui una madre e, nella disciplina, un padre: e cioè una madre che provvede ai loro bisogni, un padre che corregge e punisce paternamente quelli che mancano ».
3° « Moltiplichiamo la vigilanza, la pazienza, la carità´ e non lasciamoci sgomentare dalle difficoltà ».
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4° « Il Direttore meno si allontana dalla sua casa e meglio fa; deve essere il cane da guardia che veglia continuamente per tenere lontani i lupi ».
. 5° « Un Direttore deve essere la guida dei suoi confratelli nel sentiero della perfezione; la sentinella vigiÚnte dei giovanetti alle sue cure affidati; il custode dello spirito di Don Bosco ».
6° « Converrà che tu procuri di mantenere sempre la calma, prima nel tuo cuore, poi fra i confratelli. Fatti un grande studio per riuscirvi e potrai con, ciò fare un gran bene. Con la´ carità, con la pazienza e anche col trattare dolcemente e quando occorre anche umilmente i riottosi, riuscirai a ridurli e a tranquillizzarli e renderli pieghe-voli al bene generale, meglio che col comando assoluto o con le rimostranze severe e calorose. C´è poi il gran mezzo della preghiera che opera prodigi; non bisogna mai trascurarlo nelle difficoltà. Era questa l´arma potente di Don Bosco ».
7° « Nessuno deve fare le meraviglie, se trova difetti .nei dipendenti, specie nei più giovani: corregga, ammonisca, e,´ se occorre, ripeta molte volte lo stesso ammonimento, perchè non si diventa perfetti tutto a un tratto: nemo repente fit summus. La perseveranza di molti confratelli di-
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pende in gran parte dal modo col quale sono trattati e curati ».
8° « Quello che non ´trovo mai abbastanza raccomandato, a questo riguardo, è una delicata carità nei modi. Non si abbia mai a scorgere animosità verso qualcuno, o parzialità; mai impazienza o collera nell´avvisare e riprendere; mai far questo in presenza di altri, in modo da diminuire il prestigio di qualcuno del personale; mai raccontare ad altri, sebbene in confidenza, le cose udite nei rendiconti, fuori che si avesse bisogno . di consiglio, .o la necessità lo richiedesse ».
9° « Spero che saprai sempre conservare la calma e la pazienza necessaria per trattare tutti i tuoi dipendenti con paterna carità ».
10° « Sforzatevi di imitare la dolcezza e la longanimità di Don Bosco; una parola aspra, un rimprovero inopportuno basterebbe per chiudere per sempre il cuore di chi viene a confidarvi le sue pene ».
Ogni scritto di Don Rua era riboccante di simili soavissime espressioni di carità, e questa egli non ristava dal raccomandare nei colloqui privati, nelle conferenze e anche in solenni assemblee.
Con quanta bontà egli diceva nei Capitoli Generali: « Facciamo osservare le Regole in modo piacevole e amorevole »: e insegnava come si pos
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sa, senza rinunziare a ciò che è essenziale e di stretto dovere, adattarsi alle esigenze e debolezze dei confratelli, abituandosi a quella « morbidezza di carattere », che è espreSsione di carità compassionevole e che ordinariamente ottiene più che la severità e l´asprezza di comando.
Parlando dei giovani confratelli, appena usciti dalle Case di formazione, i quali arrivano nelle Case inesperti e timidi, vuole che nessuno ne faccia le meraviglie, e scrive: « È necessario che il Direttore li aiuti, li accudisca, li incoraggi, e, per così dire, non li perda mai di vista. Si usi con loro una inesauribile pazienza e carità, istruendoli e avvisandoli, in mille guise; ma sempre con modi paterni e caritatevoli, e non mai sgridandoli o mostrandosi malcontenti di loro» (275).
Qui la voce di Don Rua è veramente l´eco fedele di quella di Don Bosco! E si avverta ch´egli vuole che una così soave carità sia usata nella direzione di qualsiasi categoria di dipendenti; coi
caratteri difficili, bizzarri, riottosi; coi pericolanti nella vocazione e persino con coloro che colpevol
mente abbandonassero- la Congregazione. Pensando a questi infelici, Don Rua ha un timore, una pena che gli strugge il cuore e sente il bisogno di comunicarla con parole dolci ma forti ai. Superiori.
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Dopo aver detto che la Colpa di tali defezioni è da attribuirsi certamente ai poveretti che fecero la miserabile iattura, sòggiunge subito: « Tuttavia voi mi scuserete se, nel mio profondissimo dolore, io ho pensato che forse taluni si sarebbero salvati, se nei loro Direttori avessero incontrato un padre dello stampo di Don Bosco, il quale, con la carità e dolcezza salesiana, avesse trovato la via per discendere in quei cuori che stavano per chiudersi alla, grazia e cedere alla tentazione » (276).
,... 35. Il più grande segreto di riuscita.
Voglia il Signore che questi preziosi documenti, spigolati dalle vite di Don Bosco e Don Rua, eccitino in tutti un vivo desiderio di imitazione. Chi voglia cogliere abbondanti frutti di zelo, non dimentichi mai che, nella carità salesiana praticata così come abbiamo sentito a raccomandare, è il più grande segreto di riuscita. Non potremo mai giustificare la nostra mancanza di bontà paterna, adducendo, come pretesto le difficoltà derivanti dal nostro temperamento, forte, vivo, irritabile. Noi sappiamo quale fosse l´indole del nostro Padre Don Bosco. E chi non ricorda quanto sia stata grande la violenza che Don Rua ha
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dovuto fare a se stesso, per raggiungere così alta perfezione di dolcezza? Eppure chi sperimentò il suo modo di trattare e di incoraggiare, così semplice e affettuoso, avrebbe potuto credere che fosse in lui naturale e spontaneo. Invece la sua dolcezza eroica era propriamente effetto di molti anni di sforzi incessanti. Coloro che lo conobbero prima che egli rivestisse la suprema carica della Congregazione, ne fanno unanime, ampia testimonianza. Dell´antico prefetto, quasi racchiuso in una tonaca di austerità, nulla egli conservò, assunto alla nuova carica. Udite come ce lo descrive il suo segretario: « Chi non ha presente il suo occhio sempre buono e´ il suo labbro sempre aperto al sorriso dolce e di un candore´ ineffabile? Ogni volta che l´incontravamo, il suo sguardo prendeva una espressione così affascinante, che ci diceva tutta l´adesione dell´anima sua. E il gesto delle mani scarne, e, verso la fine, tremole e´ sempre così delicate e carezzevoli? Tutta la persona ispirava la massima fiducia. Gli si poteva parlare ogni momento e dirgli ciò che si voleva, e ascoltava con interesse senza dare la minima soggezione. Vedevamo tutti quanto ci voleva bene. Potei accertarmi che amava i suoi figli spirituali fino alla tenerezza; e si mostrava intimamente lieto quando aveva di loro buone relazioni e li vedeva
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secondo il suo cuore » (277): « Come sapeva aiutare, scrisse un altro confratello, consolare nelle pene e compatire nelle miserie spirituali! Si era certi che il suo cuore paterno era una tomba che rinchiudeva in sè tutti i segreti, anche dolorosi, che riguardavano tutti i suoi figli » (278). ,
36. Una santa aspirazione.
Preghiamo perchè così siano sempre tutti i Salesiani che, in qualunque misura, dovranno esercitare nella Congregazione qualche ufficio di superiorità. Che tutti, dagli Ispettori ai Direttori, ai Maestri e Assistenti, siano veri padri verso i. propri dipendenti: sempre pronti a compatire, sempre disposti a perdónare, sempre ripieni di tenerezza: e di affetto santo, attinto alle sorgenti purissime del Cuore dolcissimo di Gesù e agli esempi dei nostri Padri e Maestri.
Dopo aver esaminato, sia pure brevemente, il programma da seguire nell´esercizio della superiorità, dovremmo ora dire della prudenza, dell´equità, della fortezza, della longanimità, dello spirito di umiltà, di raccoglimento, di preghiera, e di altre virtù che il buon Superiore deve praticare per rendere proficuo il suo governo. Ma non è
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questo il luogo per scrivere tali norme. Ricordiamo però che di ogni altra norma l´amore è commento, manifestazione e frutto. Con ragione possiamo applicare a esso là parola dell´Apostolo prediletto: Se questo solo tu farai, sarà sufficiente; o il detto di S. Agostino: « Ama e fa´ ciò che vuoi ». Quando infatti il Superiore è animato da sincera e forte carità verso dei suoi dipendenti, e questi si son persùasi di essere da lui amati, egli potrà, disporre di loro in ogni evenienza anche la più difficile, e ogni cosa procederà bene, con immenso vantaggio déi singoli e delle anime in generale.
37. Chi debba esercitare la paternità.
Passiamo ora a. trattare brevemente della caratteristica della superiorità salesiana, che è la paternità, nelle differenti cariche e mansioni- della
ita salesiana. È usanza presso di noi (ed è questa pure una riprova del grande spirito di famiglia dal quale Don Bosco voleva vivificata la nostra Società) che si leggano in pubblico i Regolamenti delle diverse cariche, nelle quali è impegnata la superiorità. D´altronde anche le Circolari dirette in modo particolare ai Superiori sono ora pubblicate negli Atti del Capitolo e, prima del 1922,
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raccolte in volumi a tutti noti, e furono e sono lette lodevolmente in pubblico a comune, edificazione e incoraggiamento. Anzi è un bene che sia
conosciuto tutto... che riguarda il complesso or
ganismo della direzione della nostra Società. In tal modo, coloro che occupano le cariche sono santamente stimolati all´adempimento dei loro doveri, spinti a ciò anche dall´obbligo di dare ai dipendenti il buon esempio, del dovere compiuto. Dall´altra parte tutti possono rendersi conto, non solo della maggiore o minore importanza della carica, ma delle difficoltà pratiche che possono incontrarsi nell´attuazione dei relativi obblighi e dei sacrifici ch´essa impone. È una specie di allenamento sull´esperienza altrui, è un esercizio di compatimento, di caritatevole concorso, di filiale devozione verso i rappresentanti di Dio, i quali con l´esempio e con la propria dedizione, mentre ci reggono paternamente, ci formano e preparano alle future responsabilità che ci possono venire addossate.
Inoltre la paternità, che noi riudiremo raccomandata da S. Giovanni Bosco a coloro che lo rappresentano in terra, non solo renderà più facile l´ubbidienza tutta pervasa di amore, ma accenderà più vivamente in noi il desiderio di facilitare in tutti i modi ai Superiori l´esercizio dei
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loro doveri, con la nostra filiale corrispondenza. Che se talvolta dovessimo riscontrare in taluno qualche inevitabile umana manchevolezza, anzichè lasciarci trascinare a critiche e mormorazioni, penseremo alle difficoltà di ogni genere in cui vengono a trovarsi coloro che siedono al comando e li compatiremo amorevolmente, considerando che anche noi, nella sfera della nostra responsabilità, troppe volte coi confratelli, coi giovani e con le persone affidate alle nostre cure, incorriamo in difetti forse di gran lunga ´più biasimevoli. Inoltre, riflettendo che, forse un giorno non lontano, l´ubbidienza chiamerà noi a occupare quello stesso posto, quella carica, ci faremo premura di usare al nostro Superiore di oggi quegli amorevoli riguardi che vorremmo altri usasse domani verso di noi. Infine, all´udire con quanta insistenza Don Bosco e i suoi Successori raccomandino ai Superiori che sono in alto e in basso la paternità, ci faremo un´idea sempre più adeguata del grande amore di cui la Congregazione, nostra madre, ci vuole circondati. In´ tal modo diverrà ogni dì più forte in tutti il convincimento che effettivamente l´essenza della vita salesiana, del suo spirito, dei suoi metodi educativi è tutta in quel fuoco di amore, che Gesù portò in terra e che anela veder acceso nei cuori.
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· 38. La´ paternità dei Superiori del Capitolo.
Il Signore che legge nei cuori conosce quanto sia Vivo, particolarmente in ognuno dei Superiori del Capitolo, il desiderio di avvicinare, di mettersi del continuo a disposizione di tutti i Salesiani, di vivere la stessa loro vita nelle Case ove l´ubbidienza assegna a ciascuno una speciale missione di apostolato.
Ma il graduale e incessante sviluppo della Congregazione, non solo ha reso necessario il decentramento e la costituzione delle Ispettorie, ma va accumulando sui Superiori Maggiori responsabilità, preoccupazioni e fatiche sempre più assillanti. Si verifica oggi, in modo anche più accentuato, ciò ch´era avvenuto allo stesso nostro Padre. Egli a poco a poco, per l´immenso lavoro che gli procuravano le ´nuove opere a cui poneva mano, si vide nella dura necessità di non potersi più occupare direttamente prima dei giovanetti esterni e più tardi deglinterni. La direzione generale e mediata, a cui dovette limitarsi, ´mentre gli accresceva le preoccupazioni e i fastidi, lo privava delle soavi gioie di una sensibile paternità. Ma non per questo si affievolì l´amore del padre verso i figli, nè l´affetto di questi per lui. Sappiamo in
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fatti che, nel cuore di Don Bosco,: le fiamme dell´amore crebbero fino all´ultimo giorno della´ sua vita e trovarono sempre piena e devota corrispondenza nei figli. Anzi in questa mutua corrispondenza è la grande forza di coesione della nostra Società.
Don Bosco, pensando al grande sviluppo della Congregazione, ebbe una volta quasi un sussulto di timore, p aventando che i vincoli dell´Unità avessero a rallentarsi il giorno in cui non vi fossero più Direttori e Superiori vissuti al suo fianco. Per questo motivo egli insisteva affinchè i membri del Capitolo Superiore si liberassero da ogni altra cura particolare e assumessero quanti segretari facesse d´uopo, per poter in tal modo dedicare ogni loro energia e sollecitudine alle, cose della Congregazione. Fortunatamente i timori di Don Bosco, non solo non •si sono avverati, ma, grazie alla formazione da lui data ai suoi figli, alle sue direttive, norme prevèggenti e sapienti consigli, la forza coesiva della nostra Società si andò rafforzando in modo mirabile. I Salesiani infatti, seguendo il consiglio dato loro dal Padre per testamento, si strinsero, con forte devozione, prima intorno a Don Rua e poi agli altri suoi Successori; e dalla magnifica unione risultò una potenza espansiva sempre più consolante.
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Ma ben si comprende che dall´anno 1878, quando Don Bosco manifestava i suoi timori, a oggi, le condizioni, in cui vennero a trovarsi i Superiori, si sono fatte ben più difficili e complesse.
Da questa considerazione è doveroso prendere le mosse per dire una parola, a riguardo della paternità, che il Rettor Maggiore e gli altri membri del Capitolo Superiore desiderano esercitare verso ciascuno di noi. La loro più dolce consolazione sarebbe quella di esser a noi vicini per ammirare il nostro lavoro, sorreggerci nelle difficoltà, consolarci nelle contrarietà e nelle pene, condividere le nostre gioie ed essere a parte dell´intera nostra vita. Purtroppo tutto questo essi possono fare solo tratto tratto. Sappiamo però che ogni volta che un Superiore ritorna dalla visita delle Case, vicine o lontane, riporta e comunica agli altri Superiori le impressioni più gioconde. Il consolante spettacolo del grande bene- operato dai confratelli fa loro dimenticare i disagi dei viaggi, sicchè lietamente offrono a Dio ogni loro fatica, compensati a usura dalla gioia che prova un padre nel vivere -coi figli e pei figli. Quando poi nella Casa Madre essi passano la giornata nel ricevere le visite, nel disbrigo della corrispondenza, nelle sedute capitolari, hanno una sola preoccupazione, quella cioè di procurare nel modo più efficace il bene di tutti
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i confratelli, ovunque essi si trovino e qualunque sia la missione loro affidata.
Anzi senza voler incorrere in indiscrezioni possiamo essere certi che tutti i Successori di S. Giovanni Bosco sentono la pena già sperimentata dal nostro Padre, quella cioè di non potere, per le gigantesche proporzioni prese dall´Opera.nostra, arrivare a compiere, malgrado la buona volontà, tutto il lavoro che li opprime e soprattutto quello di comunicare più frequentemente e magari di presenza con i loro carissimi figliuoli. Don Bosco, nel 1887, così si sfogava con l´indimenticabile Don Giulio Barberis: « Vedo proprio essere impossibile che io attenda a tutto. È necessario che il Capitolo Superiore sia affatto emancipato dalle cose della casa, e più ancora che ciascun membro di questo abbia qualche segretario. Se io avessi cintine o sei preti, non occupati in altro che eseguire i piccoli lavori, che costantemente darei loro, avrebbero da fare anche troppo. Io ho te- - nato e tengo il mio posto finchè si può; ma ormai non posso più » (279).
Il buon Padre era al termine dei suoi giorni, logoro dalle fatiche sostenute nel corso di tanti anni; eppure l´amore ai suoi figli gli strappa gemiti e sospiri: egli avrebbe anelato fare per loro molto e molto più. Era forse giunta: al Padre
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qualche lagnanza? Taluno vedendo i Superiori assorbiti dal lavoro della direzione generale, che impone un forzato isolamento dalle occupazioni di altri tempi, aveva potuto forse supporre un mutamento di rotta, una qualsiasi diminuzione di spirito salesiano? La risposta ce la darà il venerato Don Rua. « Vi fu, coSsì egli, chi nell´ardore del suo zelo, mostrò di credere che la nostra Pia Società andasse a poco a poco perdendo dello spirito del sempre compianto Fondatore; che la maniera di pensare, di parlare e di operare dei Salesiani odierni non fosse più conforme agli insegnamenti di Don Bosco. Io, che ho ormai visitate tutte. le Case d´Europa, che ricevo continuamente lettere dai confratelli dell´antico e del nuovo Continente, non posso associarmi a quel modo di giudicare, sebbene mi sembri ispirato a vivo amore verso la nostra Pia Società. Per grazia del Signore posso affermare, senza paura di ingannarmi, che tra le file dell´esercito salesiano militano molti buoni religiosi, veramente degni di essere chiamati figli di Don Bosco, i quali si sfor; Zano di camminare sulle sue tracce » (280).
La stessa cosa speriamo possano ripetere anche in avvenire con intimo convincimento e profonda gioia i Successori del -nostro Santo Fondatore. Le circolari che essi inviano a tutti i Sale
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siani sono, più che una -speranza, un auspicio e garanzia sicura. Sono proprio esse che suscitano, vicino e lontano, cordiali, edificanti e continue manifestazioni di adesione, di riconoscenza, di santi propositi, di lusinghiere promesse degli Ispettori, Direttori, confratelli, i quali tutti sentono il bisogno di ridire ai Superiori la parola del ringraziamento per le loro sollecitudini nella formazione sempre più accurata dei soci, nella organizzazione degli studi, nel mantenere e accrescere lo spirito di Don Bosco.
Benediciamo il Signore e, a nostro stimolo, e, conforto, siamo sempre più intimamente persuasi che i nostri Superiori vivono solo per noi e altro non desiderano, altro non procurano in ogni modo e con tutte le forze che il bene nostro. La fiamma della paternità, che Iddio ha acceso nei loro cuori, non solo non si è spenta, ma Don Bosdo dal Cielo la rianima e rinvigorisce di nuovi ardori. Ne sia lode al Cuore dolcissimo di Gesù e alla celeste nostra Ausiliatrice. PosSiamo essere certi che i Superiori, mentre pregano perchè i vincoli di amore che uniscono i figli al Padre si rafforzino sempre più, ci ripetono una e mille volte che sono sempre tutti a disposizione dei confratelli e che riceveranno con gioia gli sfoghi dei loro cuori; che accorreranno solleciti a soccorso
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dei loro bisogni; che benediranno il Signore ogni volta che verrà loro concesso di manifestare praticamente, anche a costo dei più gravi sacrifizi, il loro affetto; che saranno sempre accoglienti le loro braccia affinchè, stretti tutti nel cuore di Don Bosco, se ne possa vivere la vita e accrescere le opere.
39. La paternità dell´Ispettore.
Nella nostra Società i primi, in ordine gerarchico, dopo i Superiori del Capitolo, sono gli Ispettori. Don Bosco nell´erigere le Ispettorie, nel 1879, diceva che « dall´erezione delle Ispettorie si attendeva un grande sollievo per il Capitolo Superiore e un grande aiuto per i Direttori ». Gli Ispettori adunque condividono l´autorità e la paternità dei Superiori Maggiori, di cui sono i legittimi rappresentanti: alla loro volta poi, rispetto ai Direttori e ai confratelli .da loro dipendenti, sono e devono essere altrettanti Padri. È questo il concetto genuino di Don. Bosco, il quale, nel primo Capitolo Generale della Congregazione, affermava che l´Ispettore è « un padre, che ha per ufficio di aiutare i suoi figliuoli a far bene i loro negozi, e quindi li consiglia, li soccorre, insegna loro il modo di trarsi d´imbarazzo nelle circostanze critiche » (281).
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Col crescere -delle Case, anche le Ispettorie crebbero di numero e Don Rua nel 1897, facendosi eco dei sentimenti di Don Bosco, si rallegrava soprattutto per il maggior bene che da ciò era persuaso derivare ai confratelli e alla Società in generale. « Non crediate, o carissimi figliuoli, così egli, che siano cose di lieve momento la creazione di nuove Ispettorie e la nomina di nuovi. Ispettori. Sono desse altrettante prove della paterna cura con cui i Superiori Maggiori vegliano al -vostro bene spirituale e temporale. Essi stessi vorrebbero venir sovente a visitarvi nella rispettive Case per assistervi, consigliarvi, aiutarvi; più non potendo farlo per la moltepliCità delle medesime, nominano gli Ispettori, a questo fine che voi abbiate, più dappresso che sia possibile, un padre a cui ricorrere con tutta fiducia, ogni volta che ne sentiate il bisogno; il quale venga soventi volte a visitarvi, e vi aiuti a fare quel progresso che Dio e la Congregazione aspettano da voi. Ricordando sovente da chi gli Ispettori e gli altri Superiori locali vi siano stati inviati, e di quali facoltà siano muniti, ho la dolce speranza che voi li considererete sempre quali sentinelle della città di Dio, occhi della Congregazione, solerti coltivatori delle anime vostre, quali teneri padri, consiglieri e amici, quali rappresentanti del Rettor Maggiore, anzi
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quali rappresentanti di Dio stesso. Spero eziandic che voi riceverete con grato animo i loro avvisi E col vostro zelo procurerete loro ogni sorta di consolazioni » - (282).
Così scriveva ´Don Rua nel 1897, affermando che tali pensieri gli si erano presentati spontanei alla mente, nel dare la notizia che la Congregazione contava una Ispettoria di più. Allora le Ispettorié erano diciotto. Che cosa dovremmo dire oggi che le Ispettorie hanno raggiunto un numero tanto cospicuo? Limitiamoci a ricordare i sentimenti di fiducia, di umile sottomissione, di doverosa corrispondenza ch´egli raccomandava ai confratelli per procurare in tal modo molte consolazioni agli Ispettori. Questi poi, perchè possano riceverle in abbondanza, saranno sempre come li descrisse-e vuole Don Rua, cioè padri, amici, consiglieri affettuosi, rappresentanti dei Superiori, di Don Bosco, di Dio stesso in mezzo ai confratelli.
L´Ispettore dal cuore di Don Bosco non si reca
in visita nelle Case a lui soggette per ispezionare, per controllare, per sorprendere, per rimprove
rare, alla stessa guisa degli ispettori civili. Egli all´incontro è il padre che si reca a rivedere, a riabbracciare i suoi figliuoli; è il fratello maggiore che si sforza di recar sollievo e aiuto ai
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fratelli minori, che va a condividerne e ad alleviarne le pene. Alla scuola´ di Don Bosco egli imparò a compatire la fragilità della nostra povera natura, e anche quando deve curare, rimediare, correggere, non dimentica mai di farlo da suo degno figlio e con cuore pate—rno.
L´articolo 87 delle Costituzioni, parlando dell´Ispettore, enumera una serie di doveri di altissima responsabilità, che non si possono compiere se non da chi è animato da vero spirito salesiano
e da intenso amore per la Congregazione e per i propri confratelli. L´Ispettore deve vigilare sulla osservanza regolare, sulla carità fraterna, che è vincolo principalissimo della nostra convivenza; deve curare la formazione dei novizi e dei giovani confratelli, degli studenti di filosofia, e dei Teologi; in una parola, egli si deve interessare patcrnamente di tutto l´andamento morale, scolastico
e professionale dell´Ispettoria. Non si, ha quindi difficoltà a persuadersi che un Ispettore, zelante
e ben compreso della sua alta responsabilità, è un uomo sacrificato. E così si spiega che ordinariamente egli arrivi al termine del suo sessennio talmente affaticato e affranto, da dover non solo-desiderare, ma chiedere di essere esonerato da così grave peso, almeno, per qualche anno.
Non è meraviglia che gl´Ispettori, leggendo fre
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quentemente nelle Regole e. nei Regolamenti quanto riguarda il loro ufficio, talora si sentano come turbati e sgomenti. Infatti nelle circolari di Don Rua, che essi hanno familiari, insieme a tante paterne e soavi raccomandazioni, troveranno pure talvolta delle, espressioni che paiono severe, come quando ad esempio raccomanda « la mano forte per mantenere in ogni Casa la perfetta osservanza delle Regole e il vero spirito di Don Bosco. Qui sta il cardine, esclama Don Rua, di tutto l´avvenire della- nostra cara Società. Se gli Ispettori non sono vigilanti o son deboli, si introdurrà qualche disordine, l´Ispettoria decadrà, e tutta la Congregazione ne soffrirà detrimento ». E notate ancora che egli scriveva così à Ispettori « i quali tutti ancora avevano conosciuto e trattato direttamente col santo nostro Fondatore e Padre, l´indimenticabile Don Bosco ». A essi Don Rua raccomanda « una santa emulazione per far fiorire la propria Ispettoria, e che siano come fasci lucenti di buon esempio, miniere di sale incorruttibile... con saggi ammaestramenti..., torri munite con ogni pazienza e dottrina, per sostenere lo spirito del Fondatore. Allora soltanto, egli conchiude, la Congregazione verrà a produrre quel frutto per cui venne stabilita » (283).
Nè meno impressionanti sono le altre parole
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della stessa circolare,´ ove Don Rua indica il mezzo infallibile per assolvere il gravoso ufficio della responsabilità dell´intera Congregazione. « Credetelo pure, miei buoni Ispettori, il buon andamento della nostra Società sta, per la più gran parte, in voi; sta cioè in questo, che voi osserviate il vostro Regolamento, sia: per la parte che riguarda voi individualmente, sia per quanto dovete far eseguire e inculcare ad altri. Ciascuno di voi è come la ruota maestra del buon funzionamento della Ispettoria intera. Se davvero amate Don Boscó, se amate la Società Salesiana, leggetelo più volte, meditatelo, osservatelo esattamente ) (284).
La pratica integrale delle direttive che il servo di Dio Don Michele Rua, il • fedelissimo interprete dello spirito di Don Bosco, ha dato agli Ispettori è atta a circondare, compenetrare e vivificare la nostra Congregazione di un´atmosfera del= le più confortante paternità. Spigoleremo alcuni dei suoi ammonimenti più a conforto dei sudditi, che a ricordo degli Ispettori. D´altronde nei doveri di questi sono implicitamente compresi quelli di filiale corrispondenza dei confratelli:
1° « Abbiate costantemente il pensiero sopra ogni Casa in particolare ».
2° « I bisogni di ciascuna delle vosìre Case debbono essere gli interessi vostri; come le di
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sgrazie di una Casa dovete considerarle come disgrazie vostre ».
3° « Nessuna predilezione per qualChe Casa in particolare perchè essa prospera, o abbandono per qualche altra perchè non corrisponde ».
4° « Amate tutte egualmente le vostre Case; ma se avete da fare qualche preferenza, fatela per
la più disgraziata, più bisognosa, aiutandone e incoraggiandone specialmente il Direttore » (285). 5° «Osservate come è coltivata la pietà e moralità, che sono le basi su cui Si appoggia il buon andamento spirituale della Casa » (286). 6° « Si ricordi che la chiave maestra per far procedere bene le Case è curare le vocazioni dei confratelli, sia con le conferenze mensili, sia col riceverne regolarmente il rendiconto » (287). 7° « Si adoperino per provvedere confes_sori pii e istruiti, che ispirino confidenza nei confratelli e negli allievi ».
8° «Le principali sollecitudini di un Ispettore debbono essere dirette alla coltura -delle vocazioni sacerdotali, animando i Direttori del medesimo zelo nel coltivarne il più gran numero possibile ».
9° « La cura più speciale e più attenta dell´Ispettore deve rivolgersi sopra ogni singolo Direttore ».
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10° « Siate i consiglieri amabili dei vostri rettori, siate come i loro padri, i loro consolatori, il loro aiuto, il loro sostegno, il hiro pacificato=
re » (288).
Osservate quanta squisitezza di carità, quali sfumature di paternità, ciascuna delle quali può riferirsi a tanti casi possibili nelle Comunità. Nelle parole che seguono, Don Rua ha presente il fatto che lo sviluppo precoce della Congregazione ha obbligato a mettere alla testa di alcune Case Direttori-tuttora giovani e prosegue: « Sta a voi dirigerli; dar loro norme opportune; andarli a trovare con frequenza; trattarli con tutta carità, affinchè vi aprano il cuore, non facciano novità di qualche importanza senza intendersi con
voi » - (289).
Come è facile rilevare, le raccomandazioni, fatte da Don Rua, sono tutte invariabilmente isPirate al medesimo criterio di paternità salesiana e allo stesso zelo sincero di promuovere unicamente l´onore della Congregazione e il bene dei singoli confratelli e delle anime.
40. La paternità del Direttore.
Come l´Ispettore pei Confratelli dell´Ispettoria, così il Direttore deve studiarsi di avere uno spi.
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rito e un cuore paterno pei confratelli e i giovani della Casa a cui è preposto. Negli articoli delle Costituzioni e dei Regolamenti, ov´è tracciato il programma di vita dei Direttori, è tutto un succedersi di norme e di raccomandazioni spiranti carità e mitezza. Il Direttore ´salesiano, diffidando delle proprie forze, colloca ogni sua fiducia in Dio ed ha in cuore la sola preoccupazione di camminare sugli esempi del Fondatore, di appoggiare tutto il suo lavoro sulle Costituzioni, sui Regolamenti, sulle nòrme e le raccomandazioni che, in mille guise e in -ogni tempo, sono state fatte da Don Bosco e dai suoi Successori.
« È facile comprendere, scrive Don Rua, che se al Direttore, come religioso, possono tornare utili gli avvisi, i consigli e gli ammonimenti che convengono a´ tutti i Salesiani, come Direttore gliene occorrono anche altri che maggiormente l´aiutino nell´arte difficilissima di governare la sua comunità » (290). Fortunatamente, nel nostro patrimonio ascetico e pedagogico di famiglia,´ questi consigli abbondano; essi si trovano particolarmente nelle vite di Don Bosco e di, Don Rua, e nelle Circolari dei nostri primi Padri. Tutti i loro consigli però, come nascono dalla stessa fonte, così convergono allo stesso scopo: a insinuare carità, bontà, governo paterno. Cosicché qui pure i doveri del
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padre sono a tutela e vantaggio dei figli: mentre la delicata e spontanea corrispondenza di questi è come innestata sulla paternità di quelli.
A bene degli uni e degli altri enumereremo alcuni dei principali modi nei quali si esplica questa paternità, richiamandoci a documenti in gran parte già noti é che presenteremo ordinatamente per renderne più facile il ricordo.
41. La Casa sia il tesoro del Direttore.
«• Appena un confratello, così scrive Don Rua (291), è eletto Direttore di una Casa, deve studiarsi di concentrare nella medesima tutto il suo affetto. Non pensi affatto di dover essere un semplice amministratore dell´istituto, nè si creda soltanto incaricato della custodia passiva. Si ricordi invece che dovrà diventare, che dovrà considerarsi, ed essere effettivamente,- il padre di tutti coloro che vengono affidati alle sue cure ». Quasi a commento di questo pensiero aggiunge Don Albera: « Dove mio ha il´tesoro ivi ha pure il suo mire; ora il tesoro del Direttore è la Casa che gli´ viene affidata: in essa ponga quindi tutto il suo cuore, consacrandole tutti i pensieri e -le più solerti cure » (292). Questo affetto però sia
- nobile, puro e degno di un buon religioso, a lui

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suggerito da pensieri di fede nelle disposizioni della Divina Provvidenza. Allora, facendo tacere
la voce della carne e dell´amor proprio, non rimpiangerà più la Casa che ha lasciata o come semplice confratello, o come Direttore, e offrirà al Signore l´eventuale sacrificio compiuto.
11 nostro Santo Fondatore esorta il Direttore a non allontanarsi dalla Casa se non per ragio
nevoli e gravi motivi (293). Il dovere della residenza è chiaramente determinato dal canone 508 del Codice e dall´articolo 157 dei Regolamenti. Com´è stabilito che nessun confratello esca di
Casa senza necessità, e senza i dovuti permessi, così è necessario al Direttore, per assentarsi, il
permesso dell´Ispettore: e si avverta che Don Bo
scò vuole che vi siano dei motivi gravi; Nè dobbiamo stupirci di ciò: il gregge non può re
stare senza Pastore. D´altronde il Codice è al
trettanto categorico a riguardo dell´obbligo della residenza dei Vescovi e dei Parroci. Certi viaggi,
certe gite offrono pretesto, non poche -volte, a in
sinuazioni e commenti, che potrebbero degenerare in mormorazioni con scapito dell´autorità e con
nocumento dei sudditi. S. Francesco di Sales dice a questo proposito: « S´incontrano talora dei Superiori così proclivi a contentare le persone secolari, sotto pretesto di recar loro giovamento,
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che dimenticano la cura dei propri sudditi, ovvero non hanno tempo abbastanza per disbrigare gli affari di casa. I Superiori siano molto .affabili con i secolari per far loro del bene e ad essi dedichino pure una parte del proprio tempo; ma quanto? Un dodicesimo; impiegando le altre un-t. dici parti in casa per la cura della famiglia » (294).
Si dirà che anche questo è un sacrificio: ma tale è appunto la condizione del Superiore, distar confitto in croce. Non dobbiamo più vivere per noi, ma per le anime che ci sono affidate. Ispiriamoci senapre ai sublimi esempi di Gesù.
Il Direttore poi non abbia pretese riformatrici. Ottima impressione riceveranno i confratelli se odono che il nuovo Direttore non ha che parole di lode per i suoi antecessori, per quanto vede nella Casa, pel lavoro compiuto dai soci: se si accorgono ch´egli_ si mostra sereno e ottimista fin da principio e si presenta come un vecchio amico e padre, non come un estraneo venuto da lontano. Saranno lieti di vedere e conoscere che egli non ha alcun pensiero e meno ancora la pretesa di cambiar subito -l´andamento delle cose, di atteggiarsi a riformatore. Il Direttore prudente praticherà volentieri il consiglio che Don Bosco dava a i suoi figli: « Dovunque andiate cercate la gloria di Dio e la salute delle anime. Lodate tutto il
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bene che trovate; fate tutto il bene che potete. Evitate lo spirito di critica e sarete ben voluti da tutti » (295).
42. La cura dei confratelli.
-11 Direttore dimostrerà di essere animato da vero spirito di, bontà paterna, se non dimenticherà mai quello che Don Rua ripeteva spesso essere il principalissimo dovere di un Direttore. « La, grande esortazione, così egli, e il grande consiglio che ho bisogno di darvi, si è di raccomandarvi nuovamente, quanto so e posso, di occuparvi accuratamente del personale salesiano alle vostre cure affidato. Ricordiamoci che i nostri confratelli si sono fatti salesiani, anzitutto per conseguire la propria santificazione, come si esprime la santa Regola. Perciò primo e principalissimo obbligo di un Direttore è appunto questo, di aver molta cura del personale salesiano » (2%). A che gioverebbe tutto il resto, se questo dovere fosse trascurato? A che gioverebbe che la, Casa fosse tenuta in grande considerazione dai secolari, rigurgitasse di giovani, abbondasse di mezzi materiali, se i confratelli non fossero contenti, perchè trascurati, perchè non amati, perchè non messi in condizione di poter gustare le dolcezze dello spirito di´ fa
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miglia, a cui Don Bosco tanto teneva? Giammai può regnare. questo spirito di . famiglia senza la bontà; la discrezione, la dolcezza e la pazienza
del Superiore.... ´
43. Preziosissimo Testamento.
Il nostro caro Padre Don Bosco ci ha lasciato un mezzo sicurissimo per poter acquistare ed esercitare ´la paternità nella direzione dei nostri istituti. Esso è ´quell´insieme di raccomandazioni e di norme che vanno sotto il nome di Ricordi,confidenziali, ma che, ormai, sono di pubblico do-- minio. Don Albera chiama questi ricordi « la più bella meraviglia salesiana ». In quelle poche righe il nostro Padre e Fondatore raccolse tutto ciò che l´esperienza di molti anni gli aveva insegnato, o, meglio ancora, vi impresse tutto il suo spirito illuminato dalla luce magnifica della sua santità, e del suo amore per le anime. Egli era sicuro di sopravvivere alla sua morte nella persona dei Direttori, finchè si fossero praticati alla • lettera i suoi Ricordi. Era sicuro che ogni Direttore, praticandoli, avrebbe fatto risplendere nelle parole e. nelle opere le virtù necessarie per dirigere gli altri, pazienza, carità e mansuetudine, divenendo così, al pari,. di lui, sale e luce della propria
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Casa (297). Nessun Direttore sia privo di tali Ricordi tanto preziosi. Sono stampati; anche in minuscoli foglietti tascabili e sono inseriti nel Manuale del, Direttore del venerato Don Albera che li commenta egregiamente. Don Rua, nelle assemblee capitolari, soleva leggerne e spiegarne qualche tratto ai Superiori, Ispettori e Direttori, facendone risaltare la bellezza, la, preziosità,´ quasi si trattasse di parole ispirate e di consigli celesti. Don Bosco stesso al termine dei suddetti Ricordi scrisse queste memorande parole: « Questo è come
un testamento che indirizzo ai Direttori delle Case particolari.´ Se questi avvisi saranno messi
in pratica, io muoio tranquillo, perchè sono si
curo che là nostra Società sarà ognor più fiorente in faccia agli uomini e benedetta dal Signore ».
Nel Regolamento-antico vi era un articolo che, Parlando del Direttore, diceva così: « Rilegga sovente, specie nell´Esercizio della buona morte, il Regolamento e i Ricordi confidenziali di Don Bosco, ai Direttori; vi troverà sempre qualche cosa non messa in pratica, qualche utile mezzo di profitto per sè e per gli altri ». Anche l´articolo 158 dei nuovi Regolamenti raccomanda la lettura dei
Ricordi.
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44. LO spirito di´ famiglià.
Allo spirito di paterna bontà nel governo della propria Casa -i Direttori debbono sentirsi indotti e animati da una profonda e miglio opportuna considerazione. Scriveva il. signor Don. Albera: ‹; L´intero sistema educativo della Congregazione si riduce a formare volontà capaci di compiere il proprio dovere e di praticare anche i consigli evangelici ´in gradò eroico, non per timore umano, non .per coercizione esteriore, non per forza, ma liberamente e per amore. L´Istituzione di Doti Bo-. sco è una famiglia formata unicamente di fra- telli che hanno ´accettato i medesimi doveri e diritti, nella più Perfetta libertà di scelta e nell´amore più vivo a un tal genere di vita. Per questo Don ,Bosco voleva assolutamente esclusi dalle sue Case gli ordinamenti è le disposizioni disciplinari, che limitassero in qualche, modo la bella libertà dei figli di famiglia » (298). Figli di famiglia adunctue, soggetti spontaneamente e a-morosamenté alle disposizioni sempre amorevoli di un Padre buono, che tutto si dona e sacrifica pel bene della stessa famiglia. Ogni Direttore pertanto si faccia un dovere di conservare integro questo carattere di famiglia alle nostre. Case. Nessun sacrificio deve parere soverchio a questo riguardo. Se
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qualche Direttore non fosse ben compreso della impOrtanza e necessità di questo sistema di direzione e si volesse regolare secondo altre idee o altri criteri, piuttosto che esporsi a snaturare la fisionomia delle nostre Case, farebbe meglio, d´in
. tesa col suo Ispettore, a lasciare la direzione, nell´interesse dell´istituto e della Congregazione.
45. .11 momento più bello della paternità.
Verrà sviluppato a suo tempo e con la dovuta ampiezza il punto che riguarda il momento più sacro della paternità: il rendiconto. Questo tema fu già trattato magistralmente dal compianto Don Rua, ma l´esperienza ci ammonisce che è bene ricordarlo e ripresentarlo ai confratelli. Qui è opportuno mettere in rilievo che in nessun´altra manifestazione della nostra vita religiosa deve maggiormente apparire la paternità del Superiore, appunto perchè in nessun´altra circostanza è più insistentemente raccomandata da Don Bosco la filiale confidenza da parte dei confratelli. Se il rendiconto si svolgerà in un ambiente di bontà accogliente, di forte carità, di benigno compatimento, di santo incoraggiamento da una parte, e di fede illuminata, di serena fiducia, di cordiale confidenza dall´altra, sarà veramente il
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miglior esercizio della paternità, il crogiuolo ove si fondono le menti e i cuori nello stampo del nostro Santo Fondatore.
Don Bosco arrivò a dire un giorno che chi, non capiva l´importanza del rendiconto in Congregazione, anche se Direttore, dava chiari segni di non capir nulla; e non ristava dal ripetere che il rendiconto´ « è la chiave di volta » del buon andamento delle Case e dell´intera Società. Don Rua, mentre raccomandava ai Direttori e ai confratelli di vincere qualsiasi difficoltà pur di compiere questimportantissimo dovere, si affliggeva quando veniva a conoscere che taluno lo trascurava. « Questo deplorevole disordine, egli diceva, può essere ed è effettivamente la causa della perdita di tante vocazioni » (299).E ritornando al pensiero di Don Bosco ribadiva che i Direttori che non si prestano affatto o non si prestano a dovere a ricevere i rendiconti dei confratelli in genere, e specialmente dei più giovani, non hanno compreso nulla della delicatezza -del loro ufficio, non hanno conoscenza della loro responsabilità, non si possono chiamare Direttori salesiani.
« Non mi tengo pago, egli scrive loro altra volta, di aver raccomandato di ascoltare i rendiconti dei vostri subalterni, siano essi sacerdoti, siano chierici, o coadiutori; ma inculco specialmente a
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voi di compiere questo dovere da veri figli di Don Bosco. Si è specialmente in tale pratica che noi
dobbiamo imitare la sua inalterabile dolcezza e
amabilità. E già S. Bernardo raccomandava ciò ai Superiori dei suoi monasteri con parole così belle,
che io non posso resistere al desiderio di trascriverle: " Imparate a essere, non i,padroni, ma le madri dei vostri sudditi; fate di tutto per farvi amare, anzichè temere. Rivestitevi di mansuetudine, deponete ogni fierezza ". Con queste tenerezze, quasi materne, quante anime Don Bosco ha condotto ai piedi di Gesù! » (300).
Nè si dimentichi che il rendiconto è, un consolante dovere. Gli articoli 47 e 48 delle Costituzioni, mentre istruiscono il socio sul modo di far _il rendiconto, ricordano pure al Direttore un dovere, che se ha delle gravi responsabilità, gli procura al tempo stesso le più soavi consolazioni e gli fornisce l´elemento più efficace di buon governo. È lo stesso Don Bosco che ce lo richiama alla mente, nella Introduzione che precede le Costituzioni, con queste parole: « La confidenza verso i propri Superiori è una delle cose che maggiormente giovano ai buon andamento di una Congregazione, e alla pace e felicità dei singoli soci ». Quant´è facile e soave l´esercizio della superiorità, allorchè si è padroni dei cuori!
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Nessuno pertanto voglia privarsi delle consolazioni che procura l´adempimento di questo sacro dovere. Talvolta i soci non- trovano l´ora propizia di presentarsi al Superiore, anche pel timore di giungere in un momento meno Opportuno. È assolutamente necessario che i Direttori facciano capire ai confratelli che son disposti a riceverli sempre con gioia; anzi sarà bene che il Direttore stesso faciliti questa manifestazione di paternità, invitando egli stessó, ogni mese, tutti i soci, senza eccezione di sorta; pel rendiconto.
Don Rua ricorda quest´obbligo di coscienza ai Direttori con quete accorate parole: « Preghiamo tutti di cuore Maria Ausiliatrice, perchè non permetta che la nostra Pia Società, da Lei per mezzo di Don Bosco fondata, e da Lei sempre con tanta benevolenza difesa e protetta, trascurando i rendiconti, abbia la sventura di allontanarsi, anche per poco, dallo" spirito del suo Fondatore » (301). Lungi pertanto da noi ogni pensiero di pusillanimità, ogni vano rigúardo. Non solo è un errore, ma potrebbe considerarsi una vera offesa
ai nostri confratelli, il credere che essi siano meno disposti a quell´intimo e doveroso colloquio col
proprio Superiore, che, mentre rafforza la mutua carità, rende più facili i propri doveri. Quando il rendiconto si svolga in un´atmosfera ´di carità,
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di sincerità; di reciproca confidenza, quando da esso si escluda tutto ciò che possa turbarne il ca
rattere di paternità e di filiale fiducia, quando sia circondato e sancito di prudenza e • segreto, esso sarà desiderato, praticato, benedetto da tutti.
Avviene talvolta che un Superiore giovane senta trepidanza e timore di chiamare al rendiconto un confratello anziano. Ecchè si vuole forse fare a coloro che sono già avanti negli anni il torto di non sapere o, peggio, di non volere osservare le Regole? Appunto perchè sentono più vicino il giorno in cui saranno da Dio giudicati sulla osservanza delle Costituzioni, intendono praticarle in modo più esemplare, ad edificazione pure dei confratelli più giovani. Pensino i Direttori che i rendiconti dei confratelli più anziani sono sempre i più proficui, perchè i tesori della loro esperienza verranno in tal modo messi a profitto delle singole Case e dell´intera Società.
46. Il Direttore sempre padre.
La paternità, mentre cura i bisogni spirituali, vigila pure perciò ai dipendenti nulla manchi di quanto sia loro necessario. L´articolo 160 dei Regolamenti parla di sollecitudine, il che importa premura affettuosa, cordialità sincera; e accenna
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ai bisogni materiali per lo studio, per la scuola, per la salute; proprio come fa e deve fare un buon padre di famiglia verso i suoi figliuoli. Oh , come dev´essere cara a Don Bosco quella Casa, in cui i confratelli, in caso di bisogno, sanno di tiovare nel Superiore un padre veramente sollecito e affettuoso! Non si "tratta di cercare una malsana popolarità, facendo comechessia i grandiosi o i prodighi; ma semplicemente di concedere, quando vi è un reale bisogno e senza mai allontanar´si dal nostro spirito di povertà, e soprattutto di evitare tutto ciò che possa disgustare, umiliare o avvilire i confratelli.
47. Il Direttore eviti le parti odiose,
Questa prescrizione del nostro Santo rondatore è una tra le migliori tradizioni salesiane. Noi vogliamo vedere perpetuarsi Don Bosco in mezzo a noi, o meglio, in ciascuno di noi: ma Don Bosco noi non sapremmo immaginarcelo se non Padre, anzi dolcissimo Padre. Pertanto si lascino a chi di dovere, ai Prefetti, ai Consiglieri Scolastici o Professionali, le parti disciplinari: il Direttore rimanga Padre. E tale egli sia sempre, con tutti, e particolarmente coi confratelli più giovani durante il triennio pratico. Questi devono
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ritrovare, in ciascun Direttore, l´antico maestro di noviziato sempre al loro fianco, tutto premura e sollecitudine pel loro bene. Guai se venisse loro à mancare il Padre! Essi, in p´articolar modo, hanno" bisogno .di una paternità ancor più sollecita e caritatevole nei loro mancamenti. La giovane età, la inesperienza, forse il mancatò controllo, una depressione morale, o altre cause condussero un poveretto alla perdita di prestigio o a qualche spiacevole incidente. In questi casi non è la sgridata, il rabbuffo, la umiliazione, che solleveranno . quel figliuolo. Chi è caduto ha bisogno di una mano amica che lo sollevi, non di un piede che
lo opprima. Non si dimentichino le parole del compianto Don Albera: « Il primo posto, nel cuore
del Direttore, ha da essere per i suoi confratelli: quindi egli si guardi bene dal farsi, come certe mamme troppo tenere, il protettore degli alunni contro i loro maestri e assistenti; sarebbe la rovina del principio di autorità » (302).
48. Don Boséo incoraggiava sempre.
Chiudiamo la serie di questi richiami ritornando di nuovo agli esempi e alla parola di Don Bosco. Rileggiamo insieme alcuni suoi consigli,
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dati per lettera, ai suoi cari figliuoli. Come sempre, predomina in tutto l´idea della bontà, che è paziente e benevola!
A Don Perrot, eletto Direttore de La Navarre, giovane ancora e inesperto, e perciò sgomento per la responsabilità, il buon Padre scriveva: « So andai() che sei ragazzo, e perciò avresti bisogno ancora di studio, ,di pratica, sotto a un valente maestro. Ma che? S. Timoteo, chiamato a predicare Gesù Cristo, sebbene giovanetto, si mise tosto a predicare il regno di Dio agli Ebrei e ai Gentili. Tu adunque va´ in nome del Signore; va´, non come Superiore, ma come amico, fratello e padre. Il tuo comando sia la carità, che si adopera a far del bene a tutti, del male a nessuno. Leggi, medita, pratica le nostre Regole. Ciò sia per te e per i tuoi » (303). A Don Tomatis, eletto Direttore. di San Nicoiàs: « Animo. Noi poniamo in te piena fiducia e. speranza. Ti noto qui alcuni degli avvisi che do sempre ai ´Direttori e procura di valertene. 1° Abbi gran cura della tua sanità e di quella dei tuoi sudditi; ma fa´ in modo che niuno lavori troppo e non istia in- ozio. 20 Procura di precedere gli altri nella pietà e nell´osservanza delle nostre Regole; adòperati affinchè siano dagli altri osservate, specialmente la meditazione, la visita al

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SS. Sacramento, la Confessione seitimanale, la Messa ben celebrata, e, pei non preti, la frequente Comunione. 3° Eroismo nel sopportare le debo-. lezze altrui. 4° Agli allievi molta benevolenza, molta comodità e libertà di confessarsi, ecc. » (304).
A Don Bodrato: « Per tuo ricordo particolare ritieni: 1° Fare ogni sacrificio per conservare la carità e l´unione coi confratelli. 2° Quando avrai da fare correzioni o dare consigli particolari non mai farli in pubblico; ma sempre inter te et illum soli" 3° Quando hai fatto una correzione, dimenticare il fallo e dimostrare la primiera benevolenza al delinquente. Questo è il testamento del tuo amico e padre: Don Bosco » (305).
A un Direttore che si dichiarava non guari "contento di due soci scriveva: « Fa mestieri che tu parli sovente e con familiarità con quei due confratelli. Sono due buone creature; tu ne farai quello che. vuoi, ma bisogna maneggiarli come si fa della pasta » (306).
ll nostro buon Padre non sa scrivere che parole di bontà, di incoraggiamento, di quel sano ottimismo, che manifesta stima e fiducia verso i confratelli e si mantiene calmo anche di fronte a qualche malumore o escandescenza.
Sono le inevitabili umane manchevolezze. Quel´ povero figliuolo sarà il primo a rimpiangere il.
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suo scatto. Può anche succedere che, in un mo
mento meno felice, qualcuno converta in minaccia un atto che dovrebbe essere di filiale confidenza e dica, in segno di protesta, che scriverà ai Superiori. In questi casi specialmente giova conservare la massima serenità e far capire, che non solo .non ci si adonta, ma che si è ben contenti che si´ ricorra ai Superiori per consiglio e conforto. Anzi i Direttori non tralascino di rac7 comandare opportunamente ai confratelli di scrivere, di quando in quando, agli Ispettori e ai Superiori del Capitolo, soprattutto in caso di bisogno. È questa una bellissima tradizione salesiana, come apparisce dai primi Regolamenti e da quanto si praticò fin dagli inizi della nostra Società. Nè si ascolti il demonio´ che si sforzerà d´insinuarci o che i Superiori non hanno tempo di rispondere, o che le lettere pòssono passare per altre mani, o ché tali lettere possono rivestire un carattere odioso Lo spirito di famiglia esclude simili insinuazioni. Il cuore del Padre è sempre aperto alla confidenza dei figli.
49. La paternità negli altri Superiori.
La paternità, come espressione di carità, deve vivificare ogni manifestazione di autorità sale
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sian.a,- formando un regime essenzialmente paterno. Mal si apporrebbe pertanto chi credesse che la paternità debba essere circoscritta ai Superiori Maggiori, agli Ispettori e Direttori. Non è,
questo il pensiero di Don Bosco. Egli, come vedemmo, chiamava Superiori non solo il Diret
tore, ma anche coloro che nella Casa esercitano, in qualsiasi sfera e misura, l´autorità. Che importerebbe che la paternità, la quale suppone la
vita di famiglia, venisse praticata dal Direttore, se poi gli altri Superiori, che sono in contatto di
retto e costante con gli alunni, non la praticassero? Da tale contrasto non ne potrebbero derivare che fatali conseguenze.
Tutti pertanto devono, ciascuno nella propria mansione, esercitare l´autorità con quella carità
caratteristica che chiamiamo paternità; solo così avremo i benèfici risultati di un lavoro educativo che si svolge nell´unità.
E aggiungiamo subito che, da maggior carità, da spirito più profondamente paterno, devono es
sere animati coloro le cui cariche si direbbero,
se non in opposizione, certo meno indicate per l´esercizio di tale spirito. Si ode ripetere con fre
quenza che le parti odiose, nel nostro sistema pedagogico, sono di proposito affidate al Prefetto e al Consigliere Scolastico e Professionale: dagli
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articoli stessi dei Regolamenti infatti apparisce tale orientamento.
Orbene per ciò stesso che al Prefetto in certi casi sono addossate odiosità e parti meno piacevoli, egli dovrà studiarsi di rivestire di carità le sue parole e i suoi atti in guisa tale che ogni sua azione apparisca dettata e vivificata dalla carità. Eviterà i termini imperativi e qualsiasi rigidità. Un noto aforisma ci ammonisce che « il Superiore rigido incapperà male » (307). Non si mostrerà impaziente o agitato dalla passione, perchè ci ricorda la Sapienza che l´impaziente opererà cose stolte (308). Il. Fénelon ammoniscé che « la passione non. ha diritto di correggere la passione ». Ai Prefetti soprattutto la paternità deve suggerire di concedere ´e dare con buona grazia e di condire tutto, come voleva Don Rua, con la buona cera. Seneca ha espressioni fustigatrici contro quei tali che convertono i benefici in ingiurie, che avvelenano gli stessi regali, che corrompono tutto ciò
che toccano, concedendo ciò che donano con ruvidità e modi scortesi e altezzosi (309). Ricordi poi
il Prefetto ch´egli non è il padrone: « perchè, diceva Don Bosco, nelle nostre Case è padrone allo stesso modo il Direttore che il confratello scopatore ». I beni, nelle Congregazioni, debbono dai religiosi essere considerati e trattati come cosa sacra;
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è Iddio che suscita chi ce li elargisce. Il. Prefetto e l´Economo ne sono gli amministratori. Nel concetto cristiano l´amministratore è un ministro, un servo: le sue caratteristiche debbono essere l´umiltà e la carità. Nulla in lui di superbo, di esoso, di dominatore: tutto dev´essere pervaso di amabilità, di dolcezza, di amore.
Pertanto si sforzi il Prefetto di far capire la ragionevolezza del suo diniego e al tempo stesso tutto il rinCrescimento che prova nel darlo; la buona grazia renderà gradito anche il diniego. Quando poi gli sia concesso di dare, lo faccia con bei modi; manifesti la sua gioia; eviti le lungaggini, le dimenticanze; non obblighi i confratelli a moltiplicare le insistenze, che sono sempre umilianti e spiacevoli; ricordi insomma ìl noto proverbio latino: « Chi dà, prontamente dà doppiamente ». Diremo di più: il Prefetto salesiano, rivestito di spirito di paternità, deve saper prevenire i bisogni. Oh, come resta commosso il confratello, specialmente se anziano, al vedere che il Prefetto stesso lo avvicina, lo interroga circa i suoi bisogni, oppure gli procura sénz´altro ciò di cui lo vede abbisognare! Come resta rafforzata e giocondata la vita di comunità da queste finezze di paternità apprese alla scuola del nostro Santo Fondatore!
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Altrettanto dicasi. dell´esercizio della paternità da parte del Consigliere Scolastico o Professionale. Anzitutto egli sarà il primo a praticate, a raccomandare, a difendere il sistema preventivo, aiutando ad attuarlo, ogni volta che sarà, necessario, i giovani confratelli. Eviterà che si introducano nell´opera nostra educativa infiltrazioni rigo-viste o, come suol dirsi, militaresche. Abbiamo appreso che un ministro autorevolissimo un giorno manifestava ai Superiori della Casa Madre che il suo governo si studiava di introdurre_ il sistema della bontà salesiana nell´educazione dei soldati. Non avvenga pertanto che qualcuno pratichi il contrario, pretendendo funestamente introdurre il così detto militarismo delle caserme nelle Case salesiane. Non si sciupino i tesori della ben intesa disciplina in inutili parate di file rigidamente allineate, condannando i giovanetti a una immobilità antiumana, contro la quale non solo si ribella il buon senso, ma va a ridursi in frantumi la carità. Non è questo il momento di parlare del modo paterno di dare gli avvisi e, in caso necessario, anche il castigo; lo si farà in altra circo-si anza; ma frattanto non si dimentichi che il castigo elevato a sistema è la proclamazione della nostra inabilità educativa; e che, dopo, tutto, come dice Don Bosco, il castigo dev´essere un atto
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di amore e tale deve apparire nelle sue proporzioni, nelle modalità con cui vien dato, nella prontezza e giocondità con cui lo si toglie appena abbia prodotto i suoi effetti, convincendo in tal modo l´alunno che la finalità del castigo non è altro che il suo bene.
Tutta incline alla paternità è invece la mansione del Catechista;´ ed è béne ch´egli se ne serva per ovattare; in certo modo, le inevitabili manifestazioni disciplinari.. Si avverta _però che paternità non vuol dire disordine, indisciplinatezza e meno ancora svenevolezza. La carità non si dimostra col rallentare i freni del dovere, con acquiescenze o accondiscendenza che sconvolgano l´andamento della Casa, e, peggio assai, con regali, con distribuzioni di confetti, con carezze e sdolcinatezze. Ricordiamo ancora una volta _che < l´amore è forte come la morte >.
Le considerazioni fin qui fatte devono essere direttive costanti dei, maestri, assistenti, capi d´arte e di tutti i figli di. Don Bosco. Il maestro salesiano saprà permeare l´ambiente scolastico della carità di Don Bosco, prendendo lo´ spunto da qualsiasi insegnamento per dire la parola buona e formativa. Alla stessa guisa l´assistenza, mentre sarà costante, universale, sacrificata, verrà vivificata per tutti e dappertutto da quel soffio di carità che è
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l´anima di tutta la vita salesiana. Dalle labbra del maestro e dell´assistente salesiano non uscirà mai la frase grossolana, la parola pungente, sarcastica, avvilente; all´incontro essi avranno per tutti, e specialmente peri più discoli e riottosi, pei leggeri, pei pigri e neghittosi, l´avviso fraterno, il consiglio buono e incoraggiante, lo stimolo attinto ai pensieri di fede e alle fonti della pietà.
Tutti poi, nell´esercizio della paternità, avranno sempre dinanzi alla mente quel distintivo_ che Don Bosco ci lasciò quale preziosa eredità e prerogativa, e cioè quella santità che per i Salesiani è purezza.
Prostrati tutti davanti al, nostro S. Giovanni Bosco, preghiamolo di voler riempire i cuori no-siri della sua carità soavissima e´ pura; scongiuriamolo a rivestirci della stia angelica paternità, acèiocchè noi abbiamo a essere degni contimiatori delle sue opere coi sentimenti stessi del suo cuore.
- 50. Estensione
della paternità salesiana.
Lo spirito´ di paternità trae la sua origine dall´oceano di carità infinita che si racchiude nel Cuore dolcissimo di Gesù; per ciò stesso abbraccia
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tutti, essendo Gesù venuto a salvare tutti senza eccezione dí sorta.
Da questo principio scaturisce una conseguenza pratica importantissima, ed è che il Superiore salesiano, chiunque esso sia, dev´essere imparziale e senza preferenze nelle sue sollecitudini e nei suoi affetti coi sudditi. Non vi è nulla che turbi di più l´andamento di una Casa, che dia luogo a maggiori critiche e mormorazioni, che stronchi la confidenza e sia causa di maggiori e più esiziali scandali, quanto certe simpatie, preferenze, amicizie particolari da parte di qualche Superiore: naturalmente lo scandalo è tanto più funesto, quanto più in alto si avveri il disordine. Allora non v´è più il Padre; non più lo spirito di famiglia; non più il diritto e la forza di arginare le stesse debolezze commesse più in basso. Guai se una Casa s´impecia di questo vischio, che tarpa ogni volo alle celesti ascensioni!
Sforziamoci pertanto di avere un cuore grande che ami e accolga tutti con gli stessi sentimenti e con le medesime pratiche dimostrazioni di. bontà. Udimmo dire talvolta che il miglior elogio che si possa fare di una persona e soprattutto di un. Superiore è di chiamarlo giusto. Ebbene non dimentichiamo che « la suprema giustizia, come ben dice il Lessio, è supremo amore » (310):
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perciò tanto più saremo giusti, quanto più ameremo rettamente e fortemente; solo così diverremo conformi alla legge eterna, a Dio, amore infinito.
Un giorno il nostro Don Rua fu udito a lamentarsi perchè gli pareva che qualche Superiore dimostrasse di preferire gli studenti agli artigiani, amando più quelli che questi. E spiegando il suo pensiero insegnava che non ci doveva essere e non si doveva fare mai alcuna distinzione tra poveri e ricchi, tra chi studia -e, chi lavora, perchè tutti sono nostri figliuoli, tutte anime affidateci dalla Provvidenza, affinchè ne abbiamo cura e le indirizziamo alla virtù, al lavoro, allo studio, alla santità. A questo proposito tutti i Superiori salesiani abbiano sempre presenti le belle e chiare parole del nostro S. Francesco di Sales: « Reggi bene la bilancia tra i tuoi dipendenti, affinchè i doni na.- turali non ti facciano distribuire ingiustamente affetti e riguardi. Quante persone si trovano che, sgraziate all´esterno, sono graditissime agli occhi di Dio! L´avvenenza, il bel garbo, il parlare aggraziato hanno spesso forti attrattive per quelli che vivono ancora secondo le proprie inclinazioni; ma la carità guarda alla vera virtù e alla bellezza del cuore, effondendosi su tutti senza parzialità» (311).
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51. La benedizione della Casa: gli ammalati.
Se una eccezione fosse consentita ai Superiori nella manifestazione del loro affetto paterno, questa dovrebbe essere per gli ammalati. Non si raccomanderà mai abbastanza la carità e la più squisita bontà verso dei nostri confratelli ammalati.
Don Bosco faceva suo il pensiero di Santa Teresa e ripeteva che «,gli ammalati attirano le benedizioni di Dio sulla Casa ». Egli poi aveva snllecitudim e tenerezze squisite per i suoi figli infermi. Alla sua scuola impariamo a usare al confratello sofferente quei riguardi, quelle delicatezze che vorremmo fosseró usate a noi. La parola buona, un segno di interessamento e di affetto, l´augurio, la promessa di preghiera: oh, quanto sono gradite e quanto confortanti queste manifestazioni di fraterno affetto al cuore di chi soffre!
Soprattutto poi non si dia nemmeno il più lontano pretesto a supporre, non dico con parole, ma neppure con dimenticanze, freddezze o sgarba: tezze, che l´ammalato possa essere di peso; e meno ancora si brighi per addossarlo ad altri. Che se effettivamente giungesse alla nostra Casa un ammalato di altro istituto, tutti si sforzino di fargli capire che egli è il ben arrivato, accogliendolo come tenero fratello e usandogli le stesse cure e
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delicatezze come se avesse condiviso il lavoro Con noi per lunghi anni.
Quando si ammalò Don Alasonatti, Don Bosco non aveva più pace e faceva di tutto per ridonargli la primiera salute; e dovunque andasse; coi pensierb era vicino a lui. Prima provò a mandarlo ad Avigliana sua patria; poi lo mandò a Mit:abello, quindi a Trofarello. Avendo infine sentito che gli avrebbe fatto bene l´aria molto ossigenata, lo mandò a, Lanzo, assegnafidogli per compagno Don*Lemoyne. Scrivendo a questi, fra le altre cose gli diceva con interesse veramente paterno: « Fammi guarire Don Alasonatti ». Ecco il cuore di Don Bosco! Don Albera era così delicato a questo riguardo che non voleva che, con la scusa dell´aria nativa, potesse sembrare che volessimo liberarci dal disagio di confratelli ammalati. Ecco le sue parole: "«.Per quei confratelli ammalati, che avessero bisogno dell´aria nativa, i signori Ispettori, prima. di mandarli, tentino di provarne una consimile in qualche altra nostra Casa. Dovranno fare sacrifici pecuniari, ma non bisogna rimpiangerli: si tratta della salute dei nostri cari confratelli; di cui dobbiamo avere tutta la cura possibile, come anche della conservazione dei loro .buono spirito » (312). E più tardi, il 23 aprile 1917, tornava a raccomandare i confratelli ammalati:
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« Sovente, così egli, si incontrano gravi difficoltà a far mutar clima a qualche Salesiano infermo. Oh! io vorrei che tutti facessero come un nostro Direttore, il quale, sebbene la sua Casa fosse assai povera, diede ospitalità a un confratello tubercoloso, finchè al Signore non piacque di chiamarlo al Paradiso; e al Rettor Maggiore, che lo ringraziava di tanta carità, rispondeva: -- Non occorrono ringraziamenti; quante benedizioni avrà attirato sulla nostra Casa quel caro infermo coi suoi patimenti così duri e prolungati! » (313).
Non è necessario aggiungere che in nessun caso debbono essere trascurate le richieste precauzioni e le misure profilattiche. Quanto agli ammalati di petto, grazie al Signore, si hanno generalmente le Case di cura dove si usano ai cari ammalati le cure più sollecite e affettuose. Ove tali Case ancora non esistono, non si cerchi mai di mettere fuori di Casa i confratelli.ammalati, neppure all´ospedale, salvo in caSi in cui tale provvecimento sia necessario per la miglior cura dell´infermo. È cosa nota che gli ammalati, specialmente anziani, preferiscono per lo più stare nella Casa dove hanno consumato una parte più o meno notevole delle loro energie fisiche e morali. Il nostro caro Don Lemoyne diceva che Don Bosco stesso gli aveva dato questo consiglio.
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Un compatimento e una carità speciale si raccomanda pei poveri° confratelli affetti da malattie nervose. Talvolta l´aspetto è ottimo; eppure quel poveretto è incapace di qualsiasi lavoro, e forse senza volerlo, per lo squilibrio e la depressione di cui soffre, può parere o essere importuno. Anche per questi cari figliuoli sforziamoci di avere la carità e la paternità di Don Bosco. Può anche darsi che le loro condizioni psichiche li rendano diffidenti, scontrosi, malcontenti. Ciascuno ricordi le parole di San Bernardo: « I sani e i regolari non hanno bisogno di essere portati sulle spalle come la pecorella, e perciò non ti sono di peso: sono appunto gli altri che abbisognano di te ». Perciò continua il Santo: « Chiunque tra i tuoi tu veda triste, pusillanime, queruloso, di costoro, ricòrdatelo bene, devi essere il padre e íl pastore » (314).
Con un senso -di stupore e di vera ammirazione si legge questo delicato pensiero in San Bernardo e in-San Bonaventura: «´È da augurarsi, essi dicono, che i Superiori abbiano avuto qualche grave malattia, affinchè sappiano meglio esercitare la carità verso i loro confratelli ammalati »..
La fede ci addita in ciascuno di questi la persona di Gesù Cristo: basti tale considerazione a rendere eroica la´ nostra carità e soavissima la paternità.

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52. Paternità verso i coutratelli che occupano mansioni difficili e pericolose.
S. Giovanni Bosco e i suoi Successori hanno costantemente raccomandato di avere una vigilanza, particolarmente paterna verso quei confratelli che, o per disposizione dei Superiori, o per le necessità della Casa, dovessero avere speciali -e frequenti relazioni con gli esterni. Tra questi vi sono in primo luogo i nostri coadiutori, i quali, per le provviste, per i lavori dei laboratori, per incarichi particolari, si trovano spesso in mezzo al mondo, il cui contatto, per le mutate condizioni dei tempi, diventa sempre più pericoloso. Usiamo loro quel paterno, e ´fraterno aiuto che valga a salvarli dai periccili che li circondano. Altrettanto dicasi dei confratelli che frequentano le Università o altri Istituti Superiori.
Contribuisca lo spirito di paternità dei Superiori e la caritatevole fraternità dei soci ad aiutare, rinfrancare e salvare codesti cari figliuoli. Infatti, nei pericoli di scuole miste e di compagnie forse frivole, essi potrebbero trovare anche la rovina della vocazione, se venissero loro a mancare gli aiuti sapiéntemente voluti dalle disposizioni emanate dalla Santa Sede e da quelle contenute
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nei nostri Regolamenti, commentate e /inculcate frequentemente dai, Superiori.
Si accennò di sfuggita a un gruppo di confratelli :verso i quali la carità e la paternità devono avere sollecitudini e tenerezze speciali, e cioè i nuovi arrivati nelle Case, provenienti o dai noviziati o. dagli istituti ´di formazione: quest´importantissimo allgomento verrà trattato a suo tempo con la dovuta ampiezza.
53. I due elementi dell´osservanza.
Abbiamo detto che essere fedeli a Don Bòsco significa soprattutto essere osservanti nella pratica delle Regole e nella vita vissuta dei Regolamenti e delle tradizioni. L´osservanza abbraccia due concetti distinti, che si integrano vicendevolmente, quello della superiorità e quello dell´ubbidienza. QUando i Superiori facciano esemplarmente il loro dovere e altrettanto si pratichi dai sudditi, l´osservanza sarà fiorente: anzi dall´armonia di questi, elementi scaturirà quella santa unità, generatrice non solo di forza, ma, al dire di S. Agostino, « di tutto• ciò che sulla terra possa esserci di più bello e leggiadro » (315). Quest´unità o unione degli animi si compie appunto attraverso l´ubbidienza, mediante il soave congiungimento della
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volontà degli inferiori con quella dei Superiori o, più giustamente, della volontà dell´uomo con quella di Dio. Anche S. Bernardo, esaltando il valore inestimabile di questa unità, afferma che « nulla può rintracciarsi di più prezioso » (316).
L´argomento dell´ubbidienza è troppo noto perchè noi abbiamo a diffonderci in lunghe dissertazioni. Tuttavia, per completare la trattazione che veniamo svolgendo, fermeremo la nostra attenzione sopra alcune considerazioni di indole pratica, desunte dai maestri di spirito, e illustrate tratto tratto dal nostro Santo Fondatore e dai suoi Successori.
54. Tre auree paginette del nostro Padre.
Parlando della virtù dell´ubbidienza la nostra mente vola spontaneamente alle auree pagine che il nostro Padre Don Bosco ha scritto nel Proemio delle nostre Costituzioni. « In quelle tre paginette, dice Don Rua, il nostro Santo Fondatore ha concentrato quanto di meglio i grandi maestri della vita spirituale insegnano sull´ubbidienza ». Nè paia questa un´affermazione ardita, dettata forse dallo straordinario affetto che Don Rua aveva pel suo e nostro Padre dolcissimo. È Don Bosco stesso, che nel chiudere quel capitolo dice con ingenua,
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ma forte e fiduciosa sicurezza: « Se voi eseguirete l´ubbidienza nel modo suindicato, io vi posso accertare, in nome di Dio, che passerete in Congregazione una vita felice ». Acciocchè le parole del nostro Fondatore si abbiano ad avverare pienamente, richiamiamo con frequenza alla nostra mente la necessità, l´eccellenza, i vantaggi dell´ubbidienza e il modo pratico di attuarla.
55. Necessità dell´ubbidienza.
Come uomini, come cristiani, come religiosi non possiamo sottrarci´ all´autorità e conseguentemente al dovere ´dell´ubbidienza. L´uomo, creato da Dio, a Dio deve essere soggetto; il figlio deve ubbidienza ai genitori, da cui ricevette la vita; membro della società, deve rispettarne le leggi e le autorità costituite. Il cristiano, da Gesù Cristo redento e generato alla grazia, gli è debitore della vita soprannaturale: deve pertanto soggezione a Lui, al suo Vicario e ai suoi rappresentanti in terra. Il religioso, quando entra -a far parte di un Ordine o di una Congregazione; ne accetta gli ordinamenti, le regole, i Superiori; egli diventa membro di un corpo morale, e perciò deve, e infatti promette, ubbidienza al capo.
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La vita, quaggiù, si svolge tutta nell´ubbidienza; ogni tentativo per sottrarvisi è ingratitudine, disordine, ingiustizia. Chi voglia sottrarsi alle leggi della benignità e della misericordia, incappa in quelle della severità e del castigo.
« Quanto sono infelici. e da compiangere, esclama il Lessio, anche quei religiosi che, rifiutando di essere governati dai Superiori stabiliti da Dio, pretendono di vivere a loro capriccio come se a nessuno fossero soggetti, sottraendosi in tal modo a quell´ordine provvidenziale che, sicuramente e carichi di meriti, li condurrebbe. alla salute! Non vi è nulla di più desiderabile, di più felice quaggiù, che seguire le direttive di quell´ordine, da cui scaturisce la salvezza e il premio eterno. Giustamente sono tutti concordi nel riconoscere che ciò che più giova al religioso è il lasciarsi guidare, in tutte le manifestazioni della vita, dai propri Superiori; sia nell´assegnazione delle cariche, degli uffici, delle opere di zelo, degli studi, sia in ogni altra cosa. Per questo i Santi Padri intessono tante lodi in onore della perfetta ubbidienza; per questo essa fu abbracciata e coltivata da uomini eminenti nella scienza e nella santità; per questo ancora fu proclamata la via più sicura del Cielo"; per questo infine Iddio la lodò, la consigliò e di essa volle darci i più sublimi esempi » (317).
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56. Eccellenza dellItÚldienza.
Il nostro Santo Fondatore parlando dell´ubbidienza ci dà questo grave ammonimento: « Il motivo per cui non si, pratica rigorosamente l´ubbidienza, si è .perchè non si conosce il gran pregio di ipiesta virtù » (318).
Nulla di più efficace a questo proposito dell´esempio e degli insegnamenti dí Nostro Signore Gesù Cristo. Scese dal Cielo .per insegnarcela. Al suo ingresso nel mondo disse: «.Eccomi, io vengo a compiere ciò che di me è stato scritto nella testata del libro: a fare, o Signore, la tua volontà ».´ Nel presepio, nel tempio, a Nazaret, durante l´intera sua vita, fu perfetto modello di ubbidienza. Egli era venuto, come afferma San Paolo, affinchè ´siccome per la disubbidienza di un uomo molti sono, ´costituiti peccatori, così per l´ubbidienza di uno molti siano costituiti giusti. Chiamava l´ubbidienza il suo cibo, e non ristava dal ripetere´ che Egli non ambiva se non di fare la volontà del suo Padre e di piacergli in ogni cosa. Anche nel Getsemani, davanti al calice della morte, se ebbe un fremito, disse però subito: Non la mia volontà si faccia, o Padre,´ ma la tua. E fu ubbidiente fino alla ´morte di croce: « perdette la vita, dice S. Bernardo, pur
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di non perdere l´ubbidienza » (319). « La sua morte, continua il Santo, la sua croce, gli obbrobri, gli sputi, i flagelli, tutto ciò che patì Gesù Cristo nostro Capo, che altra cosa sono se non magnifici insegnamenti di ubbidienza a noi, che di quel capo siamo membra? » (320). « Da queste sofferenze pertanto impariamo noi, poveri mortali, quanto dovremmo essere disposti a patire pur di praticare l´ubbidienza, se per essa Iddio stesso non esitò a morire » (321).
Dopo ciò non ci causerà meraviglia il susseguirsi mirabile di elogi usciti dalle labbra e dal cuore dei più grandi Santi. Udiamo anzitutto il nostro Padre. « L´ubbidienza, così egli, è il compendio della perfezione di tutta la vita spirituale; è la via meno laboriOsa, meno pericolosa; è la più sicura, è la più breve che vi sia per arricchirsi di tutte le virtù e per arrivare in Paradiso » (322). Giustamente .dice S. Giovanni Climaco: « L´ubbidienza è una via senza´ sollecitudini, una navigazione senza pericoli: e. nell´ora della morte, ci procura le più ineffabili consolazioni » (323). Il motivo di ciò è evidente: ecco come ce lo espone il nostro Padre: « Quando noi ubbidiamo facciamo un sacrificio della libera volontà, assoggettandola al volere di un altro. Ma la volontà è la cosa più preziosa che abbia l´uomo; dunque
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questo è il sacrificio più gradito che possiamo fare a Dio » (324). Lo stesso concetto viene così espresso da S. Francesco di Sales: «La libertà è il più ricco tesoro che l´uomo possegga, perchè è la vita del nostro cuore; essa quindi costituisce il dono più prezioso che noi possiamo fare » (325). Perciò conchiude S. Tommaso: « L´ubbidienza non solo è la virtù più nobile, perchè offre a. Dio ciò che in noi vi è di più nobile, ossia l´anima intera senza riserva di sorta e per sempre: ma il voto, dell´ubbidienza è quello che costituisce l´essenza della vita religiosa, quello che fa il religioso » (326). La ragione è chiara. Infatti l´ubbidienza, dai maestri di spirito, non è solo considerata come il mezzo più efficace per raggiungere la perfezione religiosa (327), ma, poichè la perfezione è tutta nella carità e nell´amore, per ciò stesso l´ubbidienza viene a essere il mezzo sovrano, l´esercizio, lo sforzo di perpetuo amore (328).
Noi che, dietro gli esempi del nostro Padre, formulammo il proposito di farci´ santi, non dimentichiamo che un giorno, .dopo aver chiesto quale fosse il mezzo più facile per farci santi, udimmo ripeterci queste sue parole: « È riconoscere la volontà di Dio in quella dei Superiori, in tutto ciò che ci comandano » (329). La santità
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è il celeste giardino delle virtù; ma queste fioriscono là ove fiorisce l´ubbidienza: è dessa che conduce al celeste amplesso e alla conservazione di quelle (330), spogliandoci della nostra volontà e rivestendoci di quella di Dio, in cui è ogni perfezione. S. Francesco di Sales la chiama « il sale che comunica gusto e sapore alle opere nostre e le rende meritorie per la vita eterna (331), con tale efficacia da rendere grandi anche gli atti e i sacrifici più. piccoli » (332). Nelle espressioni dei Santi l´ubbidienza è il cammino • più rapido, il mezzo più pronto ed efficace per raggiungere la perfezione (333): è la chiave con cui si apre la porta che la disubbidienza di Adamo aveva chiuso (334): la liberazione stessa dal giudizio tremendo di Dio (335): è vincolo di feconda unione tra Superiori e sudditi, vera pregustazione di vita eterna.
Vi possono essere talvolta, anche in mezzo a noi, confratelli che aspirano a grandi imprese, mentre forse trascurano, sia, pure in piccole cose, l´ubbidienza. A costoro dice francamente S. Francesco di Sales: « Il religioso senza ubbidienza è un religioso senza virtù, perchè è l´ubbidienza che principalmente fa il religioso, essendo questa la virtù propria e caratteristica della vita religiosa. Abbi pur brama di soffrire il martirio per
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amore di Dio; se non hai l´ubbidienza, questo• non val nulla ». «Figlio mio, ripeteva egli pure come già un grande abate a un suo religioso, val di più vivere in ubbidienza, morendo ogni giorno con una mortificazione ´continua di sè, che non martoriarsi l´immaginazione. Muore martire chi si mortifica: è maggior martirio perseverare tutta la vita nell´ubbidienza, che non il morire in un attimo di spada » (336).
57. Vantaggi e frutti dell´uÌubidienza.
11 primo vantaggio è la pace del cuore. « Il vero ubbidiente, dice S. Vincenzo de´ Paoli, vivrà dolcemente ´come un fanciullo che riposa tra le braccia della madre sua ». Lo abbiamo udito più sopra anche da Don Bosco, il quale, mentre assicura una vita felice ai veri ubbidienti, avverte all´incontro che il malcontento, la .noia del proprio stato, il disgusto della vita di comunità, saranno il tormento della vita dei disubbidienti. « Vi devo notare, egli dice nel Proemio delle Costituzioni, che dal giorno in cui vorrete fare, non secondo l´ubbidienza, ma secondo la • volontà vostra, da quel giorno voi comincerete a non trovarvi. più contenti del vostro stato. E
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se nelle varie religioni si trovano anche dei malcontenti e di coloro cui la vita di comunità riesce di peso, si osservi bene e si vedrà che ciò proviene dalla mancanza di ubbidienza e di soggezione della propria volontà. Nel giorno del vostro malcontento riflettete a questo punto e sappiate rimediarvi ». •
Il secondo frutto dell´ubbidienza, effetto immediate, del primo, consiste nella sicurezza dell´anima. Santa Giovanna di Chantal afferma che l´ubbidienza è, il riposo dell´anima religiosa, la sua sicurezza, la sua corona.
Ma vi è un terzo desiderabilissimo bene che deriva dalla pratica della vera ubbidienza, ed è accennato da Sant´Agostino. Conviene metterlo in rilievo, perchè esso ci richiama a quella purezza che deve essere la caratteristica della nostra vita. Il grande Vescovo di Ippona adunque afferma che chi si sottomette a Dio e a coloro che di Dio tengono le veci, merita che la sua carne e i suoi pravi istinti siano sottomessi allo spirito. Vantaggio ineffabile e ricompensa veramente celeste! San Bernardo ne dà la ragione. « Se la disubbidienza, egli dice, venne a perturbare le nostre membra assoggettandole alla legge della carne e del peccato, perchè non dobbiamo sperare che l´ubbidienza ci ridoni il candore della
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continenza? » (337). Il nostro Padre afferma categoricamente gli intimi rapporti che esistono tra l´ubbidienza e la castità con queste parole: € Ciò che più gioverà .per poter custodire gelosamente la castità è l´ubbidienza in tutte le cose. Queste due virtù si compiscono l´una l´altra, e chi conserva ubbidienza esatta, costui è sicuro altre-sl di conservare l´inestimabile tesoro della purità » (338). Ci siamo mai domandati, per quali motivi un confratello, dopo solo qualche anno di professione, volga indietro lo sguardo dall´aratro e abbandoni il campo? Come mai egli sente così presto stanchezza della vita di sacrificio, che aveva abbracciata con tanto, slancio,- per riprendere le abitudini e forse le miserie della vita passata? La ragione principale è questa: egli perdette la stima e l´amore della santa obbedienza; allora abbandonò la pietà e l´amore al lavoro; per questo cadde vittima miserabile della ribellione al dolce giogo del Signore. Certo non può ignorare questo povero illuso che, anche nel secolo, in un modo o nell´altro, dovrà vivere´ sottomesso alla volontà altrui. Purtroppo però avviene che taluno, accecato dalla passione, si crede libero, proprio quando, caduto nel fango, trascinerà le più ignominiose catene. Ah! è sempre vero che solo l´ubbidiente canterà l´inno del trionfo sulla carne e
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sui propri istinti, mentre il disubbidiente non potrà che deplorare lacrimevoli sconfitte.
Il servo di Dio Don Michele Rua, commentando le parole con le quali il nostro Santo Fondatore ci promette in Congregazione vita tranquilla e felice, scrive queste belle espressioni: « Questa assicurazione del nostro buon Padre ha tale una forza di persuasione sopra dell´animo mio, che, per l´affetto che io porto alla nostra Pia Società, a cui ho consacrato ogni respiro della mia vita, ogni palpito del mio cuore, vorrei augurarle dal Signore´ -che a niun.´altra Congregazione ella sia seconda nella pratica della vera e perfetta ubbidienza, nell´abnegazione della propria volontà e del proprio giudiiib. Sarei sicuro in tal maniera che -(lessa sarébbe fiorente e animata davvero dallo spirito del suo venerato Fondatore ».
« Dolce obbedienza, ripetiamo noi pure con Santa Caterina da Siena, amabile e cara ubbi- • dienza, quanto sei, tu gloriosa; poichè le altre virtù non esistono che per te! Tu sei una regina magnifica, o dolce obbedienza, tu rassomigli al Verbo mio Diletto; tu piaci a tutti; il tuo volto è sempre sereno. Tu esali l´olezzo d´una umiltà sincera e nulla desideri dal prOssimo. Somigliante al sole, tu riscaldi colui che ti possiede, perchè
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l´ardore della carità non ti abbandona mai. O dolce, santa, gloriosa obbedienza, sii per sempre´ la mia regina e che sempre io sia la tua umile ancella! ».
58. L´ubbidienza alla luce della fede.
Parlando dell´autorità e di coloro che ne sono investiti, ci siamo richiamati allo spirito di fede, poichè, solo alla luce di questa virtù, noi Ci per7 suaderemo ad assoggettarci direttamente a Dio nella persona dei suoi rappresentanti. È questo il momento di rafforzare in noi tale spirito di fede, affinchè esso ci renda facile l´esercizio - dell´ubbidienza; anzi questo ci sarà tanto più facile quanto più robusto sia in noi quello.
Ricordiamo anzitutto che Iddio stesso manifestò ripetutamente di preferire l´ubbidienza anche ai più grandi sacrifizi. Santa Teresa diceva: « È opera più eccellente e meritoria alzare da terra una pagliuzza per ubbidienza che non correre, per volontà propria, a convertire infedeli ». Nostro Signor Gesù Cristo affermò a Santa Margherita Alacoque, incerta se dare ascolto o no alle divine ispirazioni, perchè in contrasto con le disposizioni della sua Superiora: « Io sono contento clie tu preferisca la volontà della tua Su
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periora alla mia, quando essa ti proibisce di fare ciò che io ti ho ordinato ». Sembra un paradosso, perfino irriverenza; mentre invece queste parole racchiudono un solenne ammonimento e sono il più bel panegirico delDebbidienza. Un´altra volta Gesù disse alla stessa Santa, in un modo anche più esplicito: «Tu non devi far nulla di quanto io ti ordino, senza il permesso delle Superiore, perchè io amo l´ubbidienza, e senza di essa nessuno può piacermi ».
La ragione di queste parole e di questa condotta di Gesù ci è indicata da S. Bernardo: « Bisogna, egli dice, ubbidire con eguale sommissione e riverenza, sia che ti comandi Dio direttamente, o l´uomo in funzione di vicario di Dio » (339). « Iddio, continua il Santo, si è degnato di uguagliare, in qualche modo, i Superiori a Se stesso; per conseguenza ritiene come diretta a Sè la riverenza o il disprezzo che viene usato verso di loro » -(340). Adunque, egli conchiude, « tutto ciò, che l´uomo comanda in nome di Dio, purchè la cosa ordinata non sia evidentemente cattiva, si
deve accettare ed eseguire, nè più nè meno che se venisse direttamente comandato da Dio » (341).
Parlando dell´ubbidienza si è usi avvicinarla, per analogia, al mistero eucaristico. La stessa fede che ci addita Gesù sotto le specie dell´Ostia
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Santa, ci discopre. Gesù Cristo sotto le apparenze del Superiore. Quanta luce :e quali preziosi insegnamenti da questa dottrina! Dunque anzitutto noi siamo sicuri che, praticando l´ubbidienza, noi prestiamo il nostro omaggio a Dio stesso, occulto sotto le sembianze del Superiore. Ecco la luce che dissipa tante tenebre. Purtroppo la´ nostra ignoranza ci fa cadere tante volte nell´errore di voler guardare le cose del mondo soprannaturale con l´occhio naturale e umano: di lì provengono deplorevoli conseguenze. Le bellezze della fede ce le discopre e rivela solo l´occhio illuminato dalla fede.
Se tu sei sicuro di ubbidire a Dio, perchè vorresti forgiarti un Superiore .secon-do i tuoi gusti? Ciò vuol dire che nell´ubbidienza non consideri più Dio, ma l´uomo.
Allorchè si tratta del mistero Eucaristico, crederesti giustamente d´incorrere in deplorevole irriverenza, indugiandoti a considerare ,se le specie hanno un colore più o meno candido e un sapore più o meno graditó. La fede c´innalza al di sopra di queste terrene considerazioni e senz´altro ci colloca nella luce soprannaturale, che ci presenta e ci fa adorare Gesù Sacramentato. Alla stessa guisa dobbiamo comportarci dinanzi a Gesù, nascosto sotto le sembianze del Superiore.
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59. Gl´insegnamenti del nostro Patrono.
S. Francesco di Sales scrisse queste gravi parole: « Bella maniera di ubbidire, se si volesse ubbidire solo a Superiori di nostro gradimento! Se oggi che hai un Superiore molto stimato e per la sua persona e per le sue virtù ubbidisci volentieri, e domani che ne avrai un altro di minor reputazione non gli ubbidirai volentieri come al primo, prestandogli bensì eguale ubbidienza, ma non facendo gran caso di quello che ti dice e non eseguendolo con tanta soddisfazione, eh, chi non vede che tu ubbidivi all´altro per simpatia e non per Dio? Se così non fosse, avresti piacere e stima di ciò che ti dice questo, nè più nè meno di ciò che ti diceva quello. Io son solito ripetere una cosa con frequenza, che si fa sempre bene a dire, perchè si ha sempre bisogno di osservarla, ed è che tutte le nostre azioni si devono compiere nel modo voluto dalla nostra parte superiore, ´e non mai a seconda dei nostri sensi e delle nostre inclinazioni. Sicuramente io proverei soddisfazione maggiore, nella parte inferiore dell´anima, a fare quel che mi comanda un superiore verso il quale nutro simpatia, che non a fare quello che mi dice un altro, verso il quale non ho simpatia di sorta; ma, purchè io ubbidisca egualmente nella mia.
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parte superiore, basta; anzi la mia ubbidienza, vale di più, quando provo minor gusto a farla, giacchè così mostriamo di ubbidire per Iddio e non per gusto nostra. Al mondo non vi è cosa tanto comune quanto questa maniera di ubbidire a chi ci piace; l´altra maniera vi è rarissima e si pratica solamente nello stato religioso ». Il nostro Santo Patrono soggiungeva: « Il Signore ha promesso che il vero ubbidiente non si perderà giammai: no, non andrà dannato chiunque segua indistintamente le direttive dei Superiori da Dio per lui stabiliti. Quand´anche i Superiori fossero ignoranti e dirigessero gl´inferiori secondo la loro ignoranza; gl´inferiori sottomettendosi in tutto quello che non fosse manifestamente peccato, nè contrario ´ai comandamenti di Dio e della sua Santa ´Chiesa, io ti possò assicurare che non potrebbero mai errare » (342).
Ma non solo trattandosi di Superiori meno
dotti, ma quand´anche essi avessero difetti, non deve vacillare e tanto meno rallentarsi la nostra
ubbidienza. « Purtroppo, dice S. Francesco di Sa
les, se si volessero mettere soltanto Superiori perfetti, converrebbe pregar Dio che ci mandasse dei
Santi dal Cielo o degli angeli, perchè uomini tali non si troverebbero » (343). « I sudditi pertanto non si stupiscano al vedere che il Superiore cora
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mette imperfezioni; San Pietro, quantunque Pastore della Santa Chiesa e Superiore universale di tutti i Cristiani, cadde in un mancamento, e mancamento tale da meritare rimprovero, dice S. Paolo » (344). « Tu ti stupisci — è sempre il nostro Patrono che parla — quando vai dal Superiore ed egli ti dice qualche parola meno dolce del solito, perchè forse è in pensieri e ha la testa agli affari:- allora il tuo amor proprio si risente, mentre dovresti riflettere che Dio ha permesso nel Superiore quel fare asciutto appunto per mortificarti l´amor proprio, che si aspettava da lui dimostrazioni di affetto, con ascoltare- amorevolmente quello che tu volevi dirgli » (345). Ah! con ragione, dice il Santo, che « il timore di trovare Superiori indiscreti e altre apprensioni simili svaniscono davanti a Gesù Crocifisio, che ti stringerai al cuore » (346). Il Salesiano, che sappia considerare l´ubbidienza alla luce della fede e vedere Iddio in chi Lo rappresenta, non farà l´anatomia del Superiore per analizzare se sia vecchio o giovane, più o. meno sapiente, più o meno virtuoso, se abbia questo o quel difetto. Chi si. limita a considerare l´uomo, avrà sempre qualcosa da ridire, da opporre, da criticare; mentre l´ubbidienza irradiata dalla fede conserva tutta la sua forza e raggiunge la pienezza del merito,
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anche se prestata, come vuole S. Pietro, « al Superiore indiscreto (34Z). Perchè soprattutto allora verrà essa eseguita, giusta il consiglio di S. Paolo, avendo sempre in vista Iddio e non gli uomini; da Lui, e ne siamo certi; noi riceveremo la rimunerazione (348). Anzi in questi casi il premio sarà maggiore; poichè, se al dire di S. Bonaventura « è più alto grado di ubbidienza, l´ubbidire all´uomo per riguardo a Dio, che non ubbidire a Dio stesso » (349), ben possiamo arguire che sarà riservato un premio speciale al religioso che ubbidisca, nonostante particolari difficoltà provocate dalle deficienze dei Superiori.
Ricordiamo spesso le mirabili parole con cui S. Paolo ci mette dinanzi la più eccelsa mèta della perfezione: ViD0, ma non più io; Dive in me Gesù Cristo.
La vita cristiana e religiosa è tutta qui: spo-: gliarci dell´uomo vecchio, di noi stessi, della nostra volontà, per rivestirci di Gesù Cristo, della sua volontà e viverne, con pienezza, la vita. Chi possa dire: La mia Dita è tutta nascosta con Gesù Cristo in Dio e Il mio vipere è Cristo,
avrà raggiunto la più alta perfezione.... 2
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60. Il sacrificio della propria volontà.
Ora questo appunto si propone il religioso: Al suo ingresso in religione, quando si veste´ del l´abito esteriore, ch´è simbolo di quello che deve ornare l´anima sua, gli si ordina di spogliarsi di se stesso. Egli lo prometterà poi solennemente con 1"emissione dei santi voti. Ma soprattutto mediante il voto di ubbidienza Si compie la meravigliosa trasformazione, con la quale noi ci´ spogliamo della nostra volontà per abbracciare e praticare la volontà divina. Chi abbia compreso e sappia praticare questo punto, in cui è l´essenza´ della vita religiosa, sarà un religioso perfetto.
Ecco il grande mezzo per la nostra santificazione; ecco lo strumento del quale dobbiamo servirci nel modo più perfetto per riuscire a praticare l´ubbidienza con grande facilità e, ciò che più importa, con meriti copiosi.
Anzitutto consideriamo che cosa sia la nostra volontà di fronte alla Volontà divina, servendoci all´uopo di alcune profonde e forti espressioni di S. Bernardo. Tra la volontà umana e la divina vi è, la distanza che separa l´uomo da Dio, cioè un abisso infinito. Mentre in Dio sono tutte le perfezioni, nell´uomo, soprattutto dopo il peccato di origine, non riscontriamo che povertà e manche
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volezze. La volontà umana, uscita perfetta dalle ´ mani di. Dio, fu deturpata e ridotta dalla colpa a uno stato di deformità e debolezza miseranda. , « Nulla, dice S. Bernardo, può immaginarsi di più deplorevole di quella caduta che travolse la memoria, la ragione, la volontà, l´anima tutta dell:uomo » (350). «La volontà, fatta per desiderare e godere il bene, anzi ìl Sommo Bene, ferita e disorientata, perdette di vista il suo vero fine e si avvilì nel fango. « Non è solo il peccato di origine, avverte il Santo, ma le pessime impressioni, gli scandali dell´umana convivenza che maggiormente l´affievolirono » (351).
La storia dell´umanità è, in ´troppi casi, la storia della depravazione, degli eccessi, dei crimini -nefandi della umana volontà. « Sono ricoperto di ferite´ , dice ancora S. Bernardo, dalla testa ai piedi: una triplice ulcera di superbia, di curiosità malsana, di voluttà non lascia in me parte sana » (352). « Nel cuore poi mi rode e consuma una duplice lebbra ». Quale? Risponde il Santo Dottore: « Questa duplice lebbra è la volontà propria e il proprio giudizio ». Ecco il grande ostacolo della vita religiosa, ecco il fatale scoglio di ogni perfezione, ecco l´abisso ove perisce l´ubbidienza. « Amendue queste lebbre, continua il Santo, sono pessime oltre ogni dire: e tanto
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più pericolose quanto più sono nascoste e occulte ». Ma qual è dunque codesta volontà, dipinta a colori così foschi e cotanto perversa? < È quella, che prescinde dalla volontà di Dio; che la esclude; che, con diabolica audacia e perversità, la soppianta ». Come potrà infatti una simile volontà avere viscere di carità e benevolenza verso i fratelli, se, dimenticà della gloria di Dio´ e degli interessi del prossimo, di null´altro si preoccupa, che dei propri comodi e capricci? Chi si lascia guidare dalla propria volontà è portato a • sacrificare e calpestare sia il bene della comunità che quello dell´intera Congregazione; è un egoista e, per inevitabile consegùenza, un conculcatore dei diritti altrui, tin prepotente. La carità, anima della vita religiosa, è da lui dimenticata, vilipesa. Ora ecco la gravissima conclusione che ne trae il Santo: «Se la volontà di questo cattivo religioso è in aperto contrasto con la carità, ciò vuol dire che egli è in aperto contrasto con. Dio, carità per essenza » (353).
D´altra parte quand´è che noi facciamo il bene? Quando seguiamo fedelmente la volontà di Dio. Se noi potessimo eseguire in tutte le cose la Volontà divina, godremmo anticipatamente della vita eterna (354). « All´incontro, continua S. Ber-Dardo, ogni male, i più gravi scandali, le colpe
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più deplorevoli sono l´effetto, il frutto esiziale della propria volontà » (355). Che cos´è infatti ciò che Iddio odia e castiga, se non questa nostra disgraziata volontà in contrasto con la sua? Ecco perchè la volontà nostra è causa e fonte di ogni. peccato. «´Cessi la volontà propria, ammonisce , il Santo, e non vi sarà più l´inferno. E contro chi dovrebbe scaricare i suoi terribili castighi il fuoco eterno, se non contro la propria volontà? »
Chi consideri a quali biasimevoli eccessi la depravata volontà conduca l´uomo e il religioso, deve sentirsi pervaso, da salutare timore.
61. Gli idolatri della propria volontà.
A questo punto San Bernardo, rivolgendosi ai disgraziati che si sono resi schiavi della propria volontà, dice loro: « Deh, vogliate considerare con quale furore la propria volontà scatena i suoi attacchi contro la maestà di Dio, pretendendo di distruggere, se le venisse concesso, tutto ciò che è in Dio, anzi, cosa orribile a dirsi, di annientare Iddio stesso ». E dinanzi a queste considerazioni il mellifluo Dottore, tutto compreso´ di santo sdegno, insorge e si scaglia contro questa miserabile volontà umana, qualificandola di « bestia crudele,
pessima fiera, lupa rapacissima, iena crudelissi
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ma ». « Ah sì, tu sei veramente, o volontà umana, la lebbra che imbratta, insozza, ammorba, e uccide l´anima » (356). « Orsù, egli continua, venite, voi adoratori, voi idolatri della propria volontà, moderni farisei, che vi stimate superiori agli altri uomini, che vi atteggiate a religioSi più perfetti, a riformatori; voi laceratoci dell´unità, nemici della pace, svuotati di carità, palleggiatori e panegiristi delle supposte proprie grandezze, venite: e riflettete se siavi maggior orgoglio, pretesa più sfrenata della vostra, di voler anteporre il vostro giudizio a quello di tutta la Congregazione, quasi che voi soli possediate lo spirito di Dio! » (357). « E non vi pare piuttosto che proprio la volontà vostra abbia riaperte le porte al demonio per ripiombarvi nella oscurità e nella potestà delle sue tenebre, schiavi miserandi del suo impero di morte? » (358). « Non dimenticate, insiste il Santo, che questa sanguisuga, intendo -dire la propria volontà, ha due figliuole, quasi germogli di sì funesta radice„ e sono la vanità e la voluttà; e ambedue non ristanno dal gridare: ancora! ancora! e non si saziano mai; n è mai dicono: basta! » (359). « In tal guisa coloro, che della propria volontà si son fatta una legge e regola di condotta, pongono sulle proprie spalle un giogo insopportabile, che fa loro piegar
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talmente la cervice da rendere la lor vita una vera anticamera dell´inferno » (360). « È questo, avverte il Santo, il, giusto castigo dell´Altissimo. Tu hai rifiutato di essere paternamente da Lui guidato, ed ecco che Egli fa pegare su di te i suoi rigori; hai voluto scuotere il leggero suo giogo di dolcezza e carità; e ora gemi sotto quello insopportabile della tua stessa volontà » (361).
Il disgraziato religioso, che, per le sue disubbidienze, oltre a essersi messo in cuore il verme roditore« della coscienza, avesse ridotto la sua vita a una serie di amarezze, mediti le forti espressioni di S. Bernar´do e si convinca che solo nell´ubbidienza, nel fare cioè là volontà di Dio, egli ritroverà la pace. Pensando poi ai fatali disordini e alle funeste conseguenze della propria volontà si risolva alfine a: spogliarsene totalmente, collocandola con generosità nelle mani, di Dio, affidandola a quel Gesù, che avendo dato tutto Se stesso per noi, desidera possederla con l´unico fine di arricchirla di nuove grazie e rivestirla delle sue infinite perfezioni.
S. Bernardo fa ancora un´utilissima considerazione: « Gesù, egli dice, trova le sue , delizie tra i gigli, e per questo Egli non gradirà mai e nulla gusterà di tutto ciò che sia inquinato dalla nostra propria volontà. Lo stesso tuo digiuno, se
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non sarà profumato dal giglio della ubbidienza, non gli tornerà gradito; altrettanto dicasi del silenzio, delle vigilie, della preghiera, della lettura, dei lavori manuali, insomma di ogni osservanza religiosa: se in queste cose vi è la tua volontà, e non quella del Superiore, esse non piaceranno al celeste sposo ». « Quale grande male, esclama il Santo, dev´essere la propria volontà, se riesce a far sì che le stesse tue cose buone non siano buone per te e non giovino all´anima tua! » (362). Perchè adunque dubiti ancora? Perchè sei perplesso ed esitante? Ricorda che « i religiosi che camminano alla luce del volto di Dio, preoccu, pati di una cosa sola, e cioè di compiere la sua Volontà, facendo generosamente ogni sforzo per piacergli, esultano senza posa nel suo nome. Essi non saranno vittima di scandali quaggiù. Soprattutto poi esulteranno nella giocondità della sua giustizia, quando, liberi alfine da ogni umana debolezza, entreranno nel regno della sua onnipotenza ». Coraggio, adunque, e diciamo noi pure col Santo: « Eccoci pronti, o Signore,.a compiere, senza esitazione nè tentennamenti di sorta, la vostra volontà » (363).
Valgano queste considerazioni ed esortazioni di S. Bernardo a rafforzare il nostro proposito di voler compiere con fedeltà tutte le prescrizioni
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dell´ubbidienza; abbandonandoci totalmente e filialmente alla divina Volontà. Ecco come il nostro Fondatore con la caratteristica sua praticità ci presenta;sotto forma piana, e diremmo quasi ingenua, le stesse considerazioni del santo. Abate: « Abbiamo bisogno,. egli dice, che ciascheduno sia disposto a fare grandi sacrifizi di volontà; non di sanità, non di danaro; non di macerazioni e penitenze, non di astinenze straordinarie nel cibo; ma di volontà. Perciò uno dev´essere pronto ora a salire in pulpito e ora a discendere in cucina; ora a far scuola e ora a scopare; ora a far il catechismo o pregare in chiesa e ora ad assistere nelle creazioni; ora a studiare tranquillo nella sua cella e ora ad accompagnare i giovani nelle passeggiate; ora a. comandare e ora a ubbidire. Con tale disposizione d´animo operando, avremo la benedizione di Dio, perchè saremo veri e fedeli suoi discepoli e servi » (364).
Radichiamo pertanto profondamente in noi questo pensiero di S. Francesco di Sales: « Volere quel che vuole il Superiore è volere quel che vuole Dio ». Ecco la Volontà divina! « Risaniamo la ribelle nostra volontà, acciocchè, Per mezzo dell´ubbidienza, ricuperi quei beni di cui la disubbidienza l´ha spogliata » (365). Riteniamo però che non si può procedere innanzi con mezzucci:
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.... .
« È cosa troppo grande e alta/ l´ubbidienza e la si può avere nell´anima, solo alla. condizione di rendere questa pura e tersa da qualsiasi contaminazione terrena » (366).: è così grande " che non solo c´innalza alla sublimità degli angeli (367), ma, unendoci a Dio, ci fa consorti della sua stessa natura. « Lascia pertanto non solo quello che sta
ux,,,„
fuori di te, ma anche te stesso, slatt ndoti assolutamente dalla tua volontà. A Dio non piacciono le nostre offerte, quando non siano accompagnate da quella del nostro cuore » (368).
È questo il rimedio per ogni fragilità o pericolo; ecco perchè il demonio fa ogni sforzo pur di impedirlo, e perchè il re della superbia combatte nel modo più violento l´ubbidienza, chiamata giustamente compendio di tutta l´umiltà (369).
Le considerazioni fatte, mentre contribuiranno a rafforzare l´ubbidienza e a rendere la nostra fedeltà a Don Bosco, generosa, completa, costante, ci ´dispensano dall´indugiarci nell´esporre le qualità e i gradi dell´ubbidienza; basteranno alcuni brevi richiami pratici.
62. Alcune prerogative dell´ubbidienza.
Il nostro Santo Fondatore, nel Proemio delle Costituzioni e nel capo qtkinto di queste, parlando
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dell´ubbidienza, vuole « che si eseguiscanò bene sia gli ordini espressi dei Superiori, sia le Regole della Congregazione e le consuetudini speciali di ogni casa »: egli vuole, che noi ubbidiamo in tutto. Con S. Francesco di Sales ci. consiglia « di niénte domandare e niente rifiutare, ma di abbandonarci nelle braccia della Divina Provvidenza » e ,cioè alle disposizioni. dell´ubbidienza. Il servo di Dio Don Michele. Rua insisteva assai su questa disposizione, perchè è lessa che attira le benedizioni di Dio su di noi e sulla ´Casa ove ci troviamo.
Qualunque siano gli ordini che vi venissero dati dai Superiori, così egli, qualsiasi mutamento di luogo o di ufficio, tanto riflettente la vostra persona, quanto quella dei vostri collaboratori, tutte le disposizioni riguardanti l´economia, gli inviti a osservare certe regole che sembrassero alquanto trascurate, tutto insomma ciò che parrà ai Superiori doversi in Domino comandare, sia da voi accolto come manifestazione della volontà di Dio. Nè mai si adducano pretesti che potrebbero suggerire l´amor proprio, o un malinteso attacco alla propria Casa, per sottrarsi all´ubbidienza » (370).
È ammirabile la semplicità con cui lo stesso Don Bosco illustra ´questa caratteristica dell´ubbidienza. « Ciascuno sia ubbidiente; nessuno pensi di fare questo, di fare quello. Nessuno, dica: io
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vorrei aver questo o quell´altro impiego; ma stia pronto a compiere qualunque parte gli sia affidata, stia dove il Superiore lo colloca, ad atten,dere esattamente al suo ufficio; ognuno di voi badi bene ad avvezzarsi, a vedere nella volontà del Superiore la volontà di Dio. Ciascuno si occupi e lavori quanto lo permette la sanità e la propria capacità. Uno riuscirà un buon predicatore, e costui faccia bene e con zelo il suo ufficio; un altro buon professore o maestro, e costui faccia scuola e insegni. Un altro buon spenditore e costui spenda; per contrario un altro potrà fare il buon cuoco, ebbene si eserciti nella sua professione; un altro lo scopatore e anch´egli compia il suo dovere. Alcuno talvolta dirà di perdere il suo tempo a esercitare quell´ufficio, di non essere quella la sua inclinazione, sentirsi di far meglio altrove. No: ciascuno si assoggetti a ciò che gli si affida, disimpegni quell´affare e vada avanti tranquillo » (371.).
63. Con animo ilare,
prontamente, con buona grazia e con umiltà.
Ubbidite volentieri! dice il nostro Padre. E cioè, come avverte S: Bernardo, « con tutta la vostra volontà » (372), ricordando che la volontà
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sola dà forma all´opera e la rende leggiadra: senza di essa nulla può farsi di bene, anche se ne
avesse le apparenze » (373). « È la ´ serenità del volto; continua il Santo, è la dolcezza dell´espressione che dànno un particolare colorito di gaiezza all´ubbidienza: e perciò, se vuoi essere perfetto ubbidiente, aggiungi alla volontà del chore e alla . semplicità dell´opera l´ilarità del volto » (374).. A Dio non si dà con cattiva grazia: Egli ama l; allegro donatore.
,Ubbidite prontamente, insiste il nostro Padre; e ce lo ripete nell´articolo 44 delle Costituzioni. « Con l´esempio e con la parola, raccomanda Don Rua, insegnate ai vostri subalterni ad avere una ubbidienza pronta, intera e veramente religiosa » (375). « Il vero ubbidiente, secondo S. Bernardo, non conosce indugi, rifugge dal domani, non ammette tardanza » (376). « La prontezza nell´ubbidienza, dice il, nostro S. Francesco di Sales, è stata raccomandata sempre ai religiosi come elemento essenziale, perchè si ubbidisca a dovere e si osservi fedelmente il voto fatto. a Dio » (37.7). Questa espressione del nostro Patrono è degna di speciale considerazione. Essa ci ammonisce che, ove manchi la prontezza, l´ubbidienza è imperfetta. E questo va applicato non soltanto alle grandi ubbidienze, ma anche alla esecuzione delle
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ordinarie e minute incombenze della giornata.
Per questo il nostro Padre, ogni volta che, parlava dell´ubbidienza agli stessi giovani, insisteva perchè essa fosse pronta ed esatta: notevole a questo riguardo il suo scendere alle azioni particolari, come quando, nel 1865, raccomandava, la prontezza nella levata e metteva in rilievo i danni dei ritardi e le conseguenze fatali della pigrizia.
L´esattezza e la prontezza nell´ubbidire sono della massima importanza pel buon andamento di un Istituto. Talvolta però si vorrebbero usare due pesi e due misure. Dagli allievi si esige ubbidienza perfetta, mentre la nostra si risente a volte di troppe manchevolezze. « Se voi desiderate, scrive Don Rua, che siano osservate le Regole, siate voi i primi ad osservarle », (378).
Un Superiore solito ad arrivare in ritardo alla meditazione, alla lettura, alle altre pratiche, come potrà rimproverare un alunno perchè tarda di qualche attimo a mettersi in fila? Coloro che non sono puntuali alla mensa comune, pensino . che il Direttore e i confratelli, puntuali e ubbidienti, stanno attendendo invano il loro arrivo; riflettano inoltre al grave disturbo che causano in cucina e ai servienti. E oserebbero poi costoro lamentarsi che si ritarda a servirli o che le vivande non arrivano nelle condizioni che essi vorrebbero?
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Lo stesso dicasi delle altre occupazioni della giornata: della prontezza nel recarsi allo studio, alla ricreazione, al confessionale, alle preghiere della sera e via dicendo. Solo una vera ed eccezionale necessità può giustificare il ritardo nel compiere il proprio dovere.
Si abbia un vero rispetto per l´orario della Casa; esso è come l´indice e l´espressione sensibile della volontà di Dio. Nessuno, all´infuori del Direttore, ha diritto di modificarlo; lo stesso Direttore poi deve riflettere assai prima di introdurre qualsiasi mutamento o variante. Inoltre in quei pochi casi eccezionali, in cui gravissime ragioni consigliassero una eccezione, si procuri che tutti, per legittimo tramite, siano tempestivamente avvertiti, onde evitare sorprese, disordini e mormorazioni. Ogni arbitrio o debolezza nel rispetto dovuto, all´orario è una rovina vera per il buon andamento della Casa: all´incontro la fedeltà e la diligenza sono fonte di ordine e di santa allegria. Ricordiamo le paterne insistenze con cui Don Bosco e Don Rua raccomandavano di ascoltare la voce della campana come voce di Dio e di ubbidire a essa con scrupolosa diligenza e prontezza.
« Nulla, dice Don Albera, maggiormente rallegra il cuore di Dio che lo spettacolo di un´a
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nima che premurosa interrompe ogni altra occupazione, vola alla esecuzione della volontà di Lui con gioia e amore, superando ogni difficoltà, vincendo ogni ripugnanza. Non c´è da stupire se in certi casi l´ubbidienza abbia fatto miracoli; questi erano il risultato della pronta unione che in quella circostanza avveniva della volontà di Dio con quella della persona ubbidiente. Ciò significano le parole: Vir oboediens loquetur vie
´. foriam» (379).
A questa prontezza ci esorta il nostro Patrono, adducendo l´esempio del Diviri Salvatore: «Il Signore stesso, egli dice, per tutto il tempo della sua vita diede esempi continui di questa prontezza nell´ubbidire: non si può immaginare condiscendenza più pronta della sua all´altrui volere. Dal suo esempio impariamo a essere prontissimi nell´ubbidire » (380).
Il nostro Santo Fondatore, discorrendo dell´ubbidienza perfetta, spiegava che essa è tale appunto quando viene eseguita con la massima prontezza.´ Uno dei fioretti che egli diede in preparazione alla Festa della Natività di Maria SS., nel 1862, diceva precisamente così: « Ubbidienza perfetta in tutto. Non facciamoci neanche avvertire per osservare le Regole della Casa, nè per adempiere ai propri doveri. Se alcuno poi in par
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titolare venisse comandato di fare ´qualche cosa, la faccia con tutto piacere e prontamente. Vi assicuro che questo sarà il più bel fioretto che possiamo presentare -a questa nostra Madre Celeste » (381). E questo sarà pure uno degli omaggi più cari che noi possiamo offrire al nostro Padre.
S. Francesco di Sales ci, ammonisce che le ubbidienze fatte con mal garbo e stentatamente, mentre non riescono gradite, perdono molto deI loro merito. La carità è l´anima delle virtù e soavemente le illeggiadrisce: non si può concepire vera ubbidienza senza carità: e l´amore ci fa pronti ad ubbidire. Per difficile che ´sia la cosa comandata, chi sa vivificare l´ubbidienza con la carità, amorosamente la eseguisce, perchè all´amore niente riesce faticoso. « Anzi a un, cuore che ama non basta di faré quello che, gli vien comandato, ma lo fa´ eziandio con prontezza;-non vede il momento di eseguire´ l´ordine ricevuto, affinchè gli si comandi qualche cosa d´altro » (382).
Altra qualità della nostra ubbidienza, secondo l´articolo 44 delle Costituzioni, è l´umiltà. A proposito di essa scrive Don Albera: « Chi si sforza di approfondirsi nella vera conoscenza di se stesso, si convincerà facilinente Che è un bel nulla avanti a Dio e ben poca cosa dinanzi alla propria Congregazione. Si è per questo che egli troverà
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così naturale che a lui tocchi stare sottomesso ai propri superiori, accogliere con animo ilare qualunque comando gli sia dato, qualsiasi ufficio gli venga assegnato... Egli sa che è suo dovere essere umile strumento nelle mani dei suoi superio
ri » (383).
« Questa ubbidienza però, aggiunge il nostro Santo Fondatore, deve essere secondo l´esempio del Salvatore, che la praticò anche nelle cose più, difficili, fino alla morte di croce; e qualora tanto volesse la gloria di Dio, dobbiamo noi pure ubbidire fino a dare la vita ».
64, Il Padre
ci addita alcuni difetti dell´ubbidienza.
Dopo il Capitolo Generale del 1886, l´ultimo presieduto da Don Bosco, il caro Padre, nel darne relazione alla Congregazione, faceva varie raccomandazioni: prima fra tutte, l´ubbidienza ai Superiori. Ascoltiamo con filiale riverenza le sue paterne parole. Dopo aver enumerate le qualità dell´ubbidienza in conformità di quanto prescrivono le Regole, continua così: « Riguardiamo i nostri Superiori come fratelli, anzi come padri amorosi, che null´altro desiderano che la gloria di Dio e il buon andamento della nostra Pia So
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cietà. Ravvisiamo in essi i rappresentanti di .Dio stesso, abituiamoci a considerare le loro disposizioni come manifestazione della divina Volontà.´´ E se qualche volta avverrà che diano ordini non-conformi ai nostri desideri, non rifiutiamoci per ciò dall´ubbidienza. Pensiamo che anche a loro torna penoso il comandare cose gravi e spiacenti, e ciò fanno solo perchè riconoscono tali ordini come richiesti dal buon andamento delle Case, dalla gloria di Dio e dal bene del prossimo ».
Come ben si vede il nostro buon Padre vuole anzitutto che la nostra ubbidienza sia salesiana, conforme cioè alla lettera e allo spirito, delle Regole. Egli poi c´invita a ricordare che i Superiori sono e debbono essere non solo fratelli, ma padri amorosi; inculcando in tal modo anche a essi di mantenersi tali. Ma, continuando il suo ´discorso, Don. Bosco non può dimenticare che i Superiori; senza volerlo o anche volendolo, per motivi di ordine generale, possono talora comandare cose difficili e molto gravi. Ed ecco che, per animare i suoi figli a ubbidire anche in questi casi, egli ci fa riflettere come i Superiori siano i primi a essere dolenti di dover esigere speciali sacrifici dai confratelli. Chiunque abbia esercitato o eserciti, in qualsiasi misura, la superiorità, capisce e sente tutto il valore di q-uesie esortazioni
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del nostro Padre. Avviene infatti, e non di rado, che un povero Superiore o non osi ordinare una cosa penosa a un confratello, oppure, anzichè ordinarla ad altri, la compia egli stesso quando ne ha la possibilità.
Si comprende come, dopo tali premesse e affettuose raccomandazioni, il nostro Fondatore, fidando nel buono spirito e nella generosità´ dei suoi figliuoli affezionati, possa conchiudere decisamente così: « Si faccia pertanto volentieri sacrificio dei propri gusti e delle proprie comodità per sì nobile fine, e si pensi che tanto più sarà meritoria presso Dio la nostra ubbidienza,- quanto più grande è il sacrificio che facciamo nell´eseguirla» (384) .
In giorni di debolezza o di depressione morale nell´adempimento dei nostri doveri, quando sentiremo ripugnanza nell´eseguire ciò che da noi richiedono gli ordini dei. Superiori, richiamiamo alla mente queSte esortazioni del´ nostro Santo Fondatore, e ci sentiremo incoraggiati a vincere qualsiasi difficoltà.
D´altronde ´il nostro stesso Padre ci previene che a noi, soprattutto quando si tratta di cose difficili, non si domanda il successo: « Non diamoci fastidio, egli dice, se la cosa riesca più o; meno bene. I Superiori, non gli inferiori, dovranno
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render conto a Dio » (385). A noi solo si richiede fortezza e perseveranza: « Queste due virtù, dice S. Bernardo, custodiscono e difendono le altre » (386) .
Ma il nostro Padre ci premunisce inoltre contro alcuni difetti che si possono commettere nell´ubbidire. « Nessuno, così egli nell´articolo 45 delle
Costituzioni, ubbidisca resistendo con parole, o con atti, o col cuore, per non perdere il merito dell´ubbidienza. Quanto più una cosa è ripugnante a chi la fa, tanto maggior merito egli avrà dinanzi a Dio eseguendola ». « Noi vediamo molti, dice S. Bernardo, che, dopo aver ricevuto l´ubbidienza, fanno un mucchio di questioni: perchè? come mai? per qual motivo?... e non finiscono di muovere difficoltà e di formulare interminabili querimonie» (387). Lo stesso Santo fa, a questo proposito, una bellissima riflessione, commentando, le parole pronunziate da S. Paolo, quando fu sbalzato da cavallo, sul cammino di Damasco: Signore, che vuoi ch´io faccia? «Oh parola breve, egli dice, ma° piena, viva, efficace, degna di ogni elogio! Come sono pochi purtroppo coloro che praticano l´ubbidienza in questa guisa, coloro che s; sono talmente spogliati della propria volontà, da non voler altro e sempre che ciò che vuole Iddio, e che a Lui rivolgono incessantemente la
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stessa domanda: - Signore, che vuoi ch´io faccia? " Disgraziatamente, continua il Santo, la perversità e la debolezza di molti fanno sì che, ai giorni nostri, i Superiori debbono piuttosto domandare ai loro religiosi: Che volete ch´io vi comandi? Altri cavillano, aggiunge il Santo, si erigono a giudici, scelgono a loro arbitrio in quali cose faccia loro comodo ubbidire, o piuttosto in quali cose debba il Superiore sottostare ai Tomo capricci. Attenti, egli ammonisce, onde ,evitare che in fine l´eccesso della tolleranza e commiserazione da parte dei Superiori si converta poi nel baratro dell´eterna dannazione degli inferiori, che ne abusarono » (388).
« Vi sono di quelli, dice S. Francesco di Sales, che vogliono bensì ubbidire, ma a patto che non si comandino loro cose difficili. Altri ancora vogliono ubbidire, ma purchè non se ne contrarino i capricci. Taluno è disposto a sottomettersi a questo Superiore, ma non a quell´altro. Ben poco si richiede per mettere alla prova la virtù di queste persone: esse infatti ubbidiscono in ciò che loro piace e talenta, non già in ciò che vuole Iddio. Ora, una ubbidienza di tal sorta non piace al Signore: bisogna ubbidire indistintamente, in cose grandi e piccole, in cose facili e difficili; e stare saldamente attaccati alla croce su cui
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l´ubbidienza ci ha posti, senz´accettare nè mettere condizioni per farcene tirar giù, qualunque par
venza di bene vi sia. Perciò, se ti venissero fantasie ´o velleità a far cose che ti distolgano dall´ubbidienza, scacciale con risolutezza e non le secondare ´punto » (389).
Il nostro Santo Fondatore permette. anzi consiglia di esporre rispettosamente al Superiore le
nostre difficoltà: e ciò suggerisce anche S. Francesco di Sales. « Esponiamo pure, questi scrive, una volta tanto, le nostre ragioni, se ,ci sembrano buone; ma poi acquietiamoci senza repliche a
quello che ci si dice; facendo così morire il nostro giudizio, che noi siam portati a stimare´ sa
vio e prudente più d´ogni altro » (390). E altrove: « Bisogna far morire il proprio giudizio. A tal fine .non lasciamogli fare tanti discorsi nelle circostanze, in cui vorrebbe padroneggiare; ma facciamogli intendere che è servo » (391).
« Dunque, conchiude il Santo, non tante scuse: cammina con semplicità e camminerai con fi
danza » (392). « Anche se credessi di trovarti
sulla croce, ricorda che è la croce sulla quale Dio ti ha messo, e vi devi star fermo senza dar retta
a quanto potrebbe invitarti a scendere. È così che il religioso deve restare costantemente e fedelmente inchiodato ´alla croce della ,sua voca
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zione, senza giammai dare adito al menomo pensiero che possa fargli abbandonare o mutare il propoSito di servir Dio in quella forma di vita, e senza nemmeno dare ascolto a quanto lo trascinasse a. operare contro l´ubbidienza k_ (393).
Il demonio, per privare i religiosi del merito dell´ubbidienza, si sforza di spogliarla della luce della fede. Quando, ad esempio, un confratello riceve l´ubbidienza dì cambiare residenza od occupazione, il primo pensiero che Satana gli mette è questo.: « I Superiori non hanno píù fiducia in te; quest´ubbidienza è lin castigo; prima di ubbidire tu devi chiedere le ragioni e il perchè del cambio; è tuo dovere difenderti ».
Questa è la voce del demonio; con queste i asinuazioni egli vorrebbe scalzare - il fondamento stesso dell´ubbidienza religiosa..
Il bene generale della Congregazione e quello particolare dei soci esige che vi siano dei cambi. T Superiori, effettuandoli, non intendono mancare di fiducia verso di nessuno, e meno ancora di im
´ porre dei castighi; essi si propongono solo e sempre il bene, anzi possibilmente il maggior bene. Sono le esigenze dei nostri. Istituti, le condizioni di lavoro, talvolta lo, stato di salute, lo svolgersi di nuove attività, circostanze impreviste, che impongono ogni anno ai Superiori lo snervante la
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VCCO dei cambi dei confratelli. Di tutte le mansioni dei Superiori è questa certamente la più difficile. Non la si renda ancor più penosa ascoltando le insinuazioni del demonio.
L´ubbidienza non è mai un castigo, ma un beneficio, una fonte di meriti, una salutare medicina. Essa è la manifestazione della volontà di Dio; sarebbe superbia e audacia inaudita il chiedere a Dio il perchè delle sue disposizioni. Il giorno in cui il Superiore dovesse sottomettere alla discussione dei singoli il perchè delle deliberazioni prese e le ragioni dell´ubbidienza, sarebbe sovvertita e distrutta la vita religiosa.
Sei entrato in Congregazione per dar gloria a Dio, per santificarti, per lavorare alla salvezza delle anime: ecco le ragioni della tua ubbidienza; ecco il perchè dei cambi di carica e di Casa. Come già si disse, ognuno potrà esporre filialmente al Superiore le sue difficoltà; ma dopo di questo, tutto ciò che non sia dettato dagli accennati motivi di fede, come il pretendere spiegazioni, il volersi difendere, l´attribuire i cambi a pressioni e motivazioni umane, ogni altra indagine insomma, snatura e inquina il carattere dell´osser
vanza religiosa. L´ubbidienza è la voce... Dio:
ecco tutto. Nella volontà di Dio è il nostro maggior bene. È vero, talvolta un cambio può co
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stituire un grave sacrificio. Ricordiamo allora´ Gesù benedetto che, nell´orto del Getsemani, accetta l´amaro calice ed esclama: Padre, non si faccia la mia volontà,´ ma la tua. Ricordiamo pure il nostro buon Padre che dice, nel Proemio alle Regole, di « mostrarci arrendevoli; anche nelle cose più difficili e Contrarie al nostro amor proprio, e di compierle coraggiosamente, ancorchè ci costi pena e sacrifi zio. In questi casi l´ubbidienza è più difficile, ma assai più meritoria e ci conduce al possesso del regno dei Cieli, secondo queste parole del Divin Redentore: Il regno dei Cieli si acquista con là forza, ed è preda di coloro che si usano violenza ».
Quant´è miserabile la condizione di coloro che non ristanno dal brigare fino a conseguire che il povero Superiore faccia il lòro capricci9! « Costoro, dice S. Bernardo, s´ingannano e s´illudono miseramente, se pensano di aver fatto l´ubbidienza; non essi ´ubbidiscono al Superiore, ma il Superiore a essi » (394): « la loro non è ubbidienza, ma una strappata licenza; ànzichè ubbidienza è vera violenza » (395) .
Ancor più disgraziati sono coloro che rifiutano apertamente di ubbidire e. si convertono in angeli ribelli. Quanto è da temere, che Iddio li abbandoni nel loro peccato, li rigetti dalla sua Casa,
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in questa e nell´altra vita! Preghiamo il Signore che liberi la nostra Congregazione da una sì grande sventura; perchè ove trovansi gli angeli ribelli, l´ambiente si converte in un inferno.
Che dire poi dì quello sventurato che, nella sua insania, arrivasse al punto di deridere il confratello ubbidiente, che ha dovuto sobbarcarsi a fare il lavoro che egli rifiutò? Ah, quel disgraziato dovrebbe tremare, ricordando che « Iddio riderà nell´estremo giorno, e che il suo riso sarà accompagnato dai fulmini della sua collera ».
S. Bernardo paragona l´ubbidienza alla moneta. del Vangelo e dice che Iddio la vuole integra e senza false leghe. Se noi discutiamo, se ci erigiamo a giudici, la moneta è spezzata o falsa, e Gesù Cristo non la gradisce. « Tutti noi, egli continua, nel giorno della nostra professionè, abbiamo promesso di ubbidire pienamente e senza eccezione di sorta. Pertanto chi, dimentico della promessa fatta, si converte in un simulatore e in uno schiavo dell´occhio, costui offre a Dio piombo e non argento: egli agisce perfidamente e con inganno. Ma si ricordi che, egli non sfugge alla presenza di Dio, il quale non tollera di essere deriso » (396). « Questi disturbatori della vita di comunità, con-chiude il Santo, si convertono in dilaniatori della unità e. della. pace » (397).
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Ringraziamo il Signore dello spirito di ubbidienza che regna nella nostra Società e studiamoci, con là nostra cooperazione, di renderlo sempre più fiorente. Speriamo che, più che un augurio, sia costante realtà il desiderio espresso da S. Bernardo là ove parla di quei religiosi che « non solo sono pronti a ubbidire, ma, per quanto sta in loro, prevengono l´ubbidienza, interpretando gli ordini e gli stessi desideri dei Superiori: a costoro, egli dice, è riservato un grande premio » (398).
Prima di por termine a questo argomento così vitale per la nostra Congregazione, stringiamoci intorno al nostro Padre e Maestro e ascoltiamo ancora una volta la sua lezione: « Studiatevi, egli ci dice, di imitare Gesù nell´ubbidienza: sia Egli l´unico vostro modello ». Avete udito? Trattandosi dell´ubbidienza, egli non ci presenta altro modello all´infuori di Gesù. Ma noi abbiamo già appreso che Gesù fu ubbidiente fino alla morte di croce e che, nel Getsemani, bevendo fino alla feccia il calice delle sofferenze, pronunciò la grande parola: Padre, si faccia non la mia, ma la tua volontà! «Ecchè, domanda S. Bernardo, non era forse buona la volontà di Gesù? Sì, era volontà di Gesù Cristo e perciò stesso era buona; ma quando Egli disse: Si faccia, o Padre, la tua vo
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lontà, questa:disposizione di Gesù era migliore, perchè abbracciava e in certo modo fondeva insieme la volontà del Padre, quella di Gesù Cristo, e anche la volontà nostra sitibonda di redenzione » (399).
Avvenga altrettanto di noi. Anche se la nostra volontà fosse buona, vale a dire desiderosa del bene é forse del meglio, sacrifichiamola sull´altare dell´ubbidienza: preferiamo a. essa la Volontà divina, e. questa diventi volontà nostra.
È ancora il nostro santo Fondatore che suggella il fin qui detto circa l´ubbidienza con queste parole: « Io ho un gran pensiero da esternarvi, molto vantaggioso a tutte le Case, un pensiero che, secondato, farà fiorire ´la nostra Società. Questo pensiero si. esprime con una sola parola: ubbidienza. Sì, ciascuno, nella sua sfera, procuri di essere ubbidiente sia alla Regola, sia ai singoli comandi dei Superiori. Questo lo faccia ciascuno per, conto suo, questo si promuova fra gli altri confratelli. Questa virtù si inculchi negli inferiori, negli allievi, in tutti. Quando in una Casa o Congregazione regna questa virtù, tutto va bene » (400).
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65. Concetto generico della disciplina. Dall´armonia tra l´autórità e la libertà, vale a dire dai buoni rapporti tra i Superiori e í dipen,
denti, scaturisce spontaneamente la cosa più desiderabile in una comunità religiosa, cioè la disciplina.
Ed è ben naturale: quando i Superiori sanno comandare a dovere, cioè a tempo e luogo e nei debiti modi, e í sudditi ubbidiscono prontamente e con esattezza, nella Casa regna l´ordine, la pace e la gioia; allora l´attività dei singoli membri si svolge con ritmo normale, senza interruzioni, con frutto, e vengono evitati gl´inconvenienti, i disturbi, i dispiaceri. Questo è il concetto generico, popolare della disciplina.
Noi diciamo che in una scuola, in una sala di studio, regna la disciplina, quando il maestro o l´assistente, senza ricorrere a misure spiacevoli o. strane, ottengono ordine, attenzione, silenzio; quando i giovani hanno per i loro maestri e superiori docilità, rispetto e fanno tutto il possibile per accontentarli e corrispondere alle loro sollecitudini. Lo stesso dicasi di qualunque altra as,´ sociazione umana.
L´accordo reciproco tra Superiori e sudditi, negli istituti religiosi, risultante da un comune ri´
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spetto e ossequio per gli Statuti e i Regolamenti della corporazione religiosa, si chiama disciplina religiosa. Di questa vogliamo intrattenerci un tantino; perchè nessuna cosa è tanto atta a-favorire, accrescere, consolidare la fedeltà alla propria vocazione quanto la disciplina.
66. La disciplina nel pensiero di Don Bosco.
Prima di analizzare le varie definizioni che della disciplina danno i Dottori e gli scrittori ecclesiastici consideriamo quella dataci dal nostro Santo Fondatore. Il 15 novembre 1873 egli indirizzava a tutti i suoi Figli una circolare sulla Disciplina e sui modi di ottenerla. Si tratta di un prezioso documento che racchiude utilissimi insegnamenti pel buon andamento delle Case e della Congregaiione.
Quando si parla di disciplina, ci si presenta quasi spontanea alla mente l´idea del rigore e della
verga,... volto´ arcigno ´del Superiore, il castigo.
Anche il soavissimo S. Bonaventura, fece sua la definizione che.della disciplina dà il, Vescovo di Ippona, chiamandola « ordinata correzione dei cc,: stumi e regolare dipendenza dai Superiori » (401).
Non così il nostro amato Padre. Animato dalla immensa sua carità; desideroso di conservare, come
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base di tutta la vita della nostra Società, l´amore che deve pervaderla appieno nell´ambiente dello spirito di famiglia tanto insistentemente da lui raccomandato, egli ha saputo parlare della disciplina in un modo affatto nuovo e mirabilmente piacevole.
Esordisce con l´affermare che la disciplina, specialmente allorchè si tratta degli allievi, è il fondamento della moralità e dello studio. « Non pretendo, egli dice, di presentarvi un trattato di precetti morali o civili che alla disciplina si riferiscono; io voglio soltanto esporvi i mezzi che l´esperienza di 45 anni trovò fecondi di buoni risultati. Queste prove e questi risultati spero potranno servire anche a voi di ammaestramento nei vari uffizi che vi possono essere affidati ». Come vedete, il buon Padre procede sempre allo stesso modo: prima di formulare un precetto, una legge, egli vuole che se ne sia fatto l´esperimento con una lunga prova di vita vissuta. Inoltre egli parla a tutta la famiglia: ai Superiori di ogni categoria, per istruirli circa il modo dì comandare e governare; ai sudditi, o meglio ai figli, per esortarli e addestrarli a ubbidire.
Dopo ciò egli pure dà la sua definizione della disciplina; ma con questa particolarità, che da essa vuol escluso senz´altro tutto ciò che possa
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renderla uggiosa. « Per disciplina, così egli, non intendo la correzione, il castigo o la sferza, cose tra noi da non mai parlarne; nemmeno l´artifizio o la maestria di una cosa qualunque; per disciplina io intendo un modo di vivere conforme alle Regole o costumanze di un istituto ».
S. Agostino, e con lui in generale gli altri Padri e i pedagogisti, nella disciplina considerano e suppongono due cose inscindibili: la coercizione e l´istruzione o direzione. « Cena la prima si genera il timore: la seconda invece si compie, nell´amore ». In queste parole del Santo noi riscontriamo chiaramente delineati i due sistemi di educazione, il preventivo e il repressivo, di cui ci parla il nostro Fondatore nelle pagine veramente mirabili del Sistema Preventivo.
Rileggendo quel magnifico documento noi ci persuadiamo quanto esso sia conforme al suo orientamento pedagogico e quanto sapiente sia l´idea della disciplina che egli vuole adottata e praticata dai suoi figli.
Nella disciplina coercitiva, avverte Don Bosco, « le paròle, l´aspetto del Superiore debbono sem-. pre essere severe, e piuttosto minaccevoli, ed egli stesso deve evitare ogni familiarità coi dipendenti ». È il timore di cui parla S. Agostino. Nella disciplina istruttiva invece o dell´amore, aggiunge
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il nostro Padre, « il Direttore e gli assistenti devono parlare come padri amorosi ai loro alunni, servire di guida in ogni evento, dar consigli, correggere amorevolmente ».
Come si vede vi è anche la correzione; • non però la correzione violenta, atta piuttosto ad avvilire che a migliorare l´individuo, ma bensì la correzione pervasa di amore. Il nostro Fondatore poi vorrebbe che la disciplina dell´amore fosse così efficace da rendere inutile, o per lo´ meno sostituire, ogni disposizione coercitiva. t questa la disciplina salesiana: essa deve fiorire tra gli educatori, e non solo tra gli alunni; o meglio, prima tra gli educatori, e come base, per essere poi praticata pienamente anche tra gli alunni.
Don Bosco parlando di questa disciplina risponde a una questione: se cioè la disciplina dell´amore sia più facile di quella del timore. Secondo il nostro Padre, il sistema del timore è più facile, meno faticoso, giova specialmente per gli adulti, ma non farà mai migliori coloro che mancano; mentre il sistema della bontà migliora i dipendenti, specialmente se giovani ed inesperti, leggeri e facili a dimenticare il dovere. Purtroppo avviene che la disciplina dell´amóre, essendo più faticosa e difficile, è meno praticata; mentre quella repressiva, appunto perchè più
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facile per i Superiori, è più ampiamente e universalmente applicata.
Ma i risultati sono ben diversi, anzi opposti. Lo stesso S. Agostino riconosce e proclama che se è, vero che « sono molto più numerosi coloro che vengono governati col sistema del timore, bisogna però ammettere che sono migliori quelli che vengono educati col metodo dell´amore » (402).
Non dobbiamo pertanto darci pena al vedere che molti seguono un sistema diverso dal nostro: non dobbiamo temere vedendo che siamo pochi. Se noi tutti figli di Don Bosco saremo fedeli nel seguire il sistema dell´amore, il metodo preventivo, avremo la gioia di conseguire con maggior sicurezza lo scopo della nostra missione, che è il bene, il profitto, il miglioramento, non apparente, ma reale, dei nostri dipendenti. Col sistema della bontà e paternità, di cui abbiamo parlato nel trattare della superiorità, noi vedremo fiorire nelle nostre Case la disciplina; l´ordine vi re= gnerà perfetto e, con l´ordine, la pace, e la gioia.
67. Necegsità della disciplina.
Quando noi affermiamo che la disciplina del Salesiano deve essere solamente quella dell´amore, non vogliamo dire che debbasi escludere la
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fermezza. Non si dimentichino le parole dello sposo celeste: Forte come la morte è l´amore. Nella formazione del personale, non meno che nella educazione della. gioVentù, si dànno tanti casi in cui il Superiore deve tutelare energicamente le basi dell´ordine, « associando alla bontà, come vuole S. Gregorio, una ragionevole, prudente severità ». Abbiamo paragonato il Superiore al buon pastore; questi deve guidare ai pascoli ubertosi le sue pecorelle e tenerle con fermezza lontane dai lupi e burroni. Il Superiore è il medico che si propone di liberare dai loro mali i malati che ha in cura; deve ´adunque conoscere e applicare i rimedi opportuni e necessari, anche se .talora riescano ingrati e, disgustosi ai pazienti. Guai a quella Casa in cui, per una inconsulta bontà, i religiosi si regolano a proprio talento; essa andrà ben presto in rovina. « Dove manca la disciplina, dice il Gersen, ben presto metterà piede il disordine, entreranno i vizi e verranno meno le virtù » (403) ; « all´incontro ov´è fiorente la disciplina, ce lo assicura il Nazianzeno, ivi tutto è tranquillità d´ordine e splendore di bellezza» (404).
S. Cipriano compendia il bene della disciplina con queste parole: « La disciplina è la custode della speranza, il consolidamento della fede, è
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una guida sicura nel nostro viaggio alla vita eterna; regola e abbellisce i buoni costumi; è maestra di virtù e di buono spirito » (405).
Don Albera, dopo di aver detto che l´effetto della disciplina che Don Bosco voleva praticata dai suoi figli era il perfezionaniento dei singoli membri, in conformità al carattere particolare della Congregazione, continua: « La vera disciplina non si tiene contenta dell´apparenza della virtù; non forma dei ´sepolcri imbiancati: ma si propone di aiutare le anime a contrarre l´abito della perfezione e di condurle più innanzi che sia possibile nel sentiero della santità. Sa così bene temperare i due sentimenti dell´amore e del timore da non alienare i sudditi con soverchia asprezza, nè con troppa indulgenza permettere che cadano nel rilassamento o ´si sollevino a una intollerabile alterigia » (406).
68. Il Superiore e la disciplina.
Il nostro Santo Fondatore, nella già Citata Circolare sulla disciplina, parla anche del Prefetto, del Catechista, dei Maestri, degli Assistenti, di lutti i Superiori; perchè dal lavoro, dall´azione concorde di tutti deve risultare l´ordine, l´unità, il buon andamento della Casa.
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· Egli paragona l´istituto religioso a una famiglia. « Datemi, così scrive, una famiglia in cui siano molti a raccogliere e uno solo a disperdere; un edilizio in cui molti lavorano a fabbricare e uno solo a distruggere; noi vedremo la famiglia andare in rovina e l´edifizio sfasciarsi e ridursi a un mucchio di rottami ». Dopo ciò egli passa a considerare l´osservanza nei Superiori e nei dipendenti. « Niuno ignori, egli dice, le regole proprie del suo ufficio: le osservi è le faccia osservare dai suoi dipendenti ». « Per ottenere, dice il nostro Padre, buoni effetti dalla disciplina, prima di tutto è mestieri che le Regole siano tutte e da tutti osservate ».
69. L´esempio.
Dovrebbe bastare a rendere i Superiori modelli di esemplarità il pensare che sono rappresentanti di Dio. Per questo motivo S. Bonaventura vorrebbe che i Superiori avessero la forma, visibile di Gesù Cristo, e che effettivamente si presentassero come immagini viventi di Cristo, quali appunto li vuole S. Paolo. I Superiori infatti devono imprimere negli altri la forma della vita e della dottrina di Gesù Cristo, devono formare altrettanti tristi: óra ciò non potranno fare senza l´irresistibile forza dell´esempio (407). Dice San
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Gregorio: « Chi sia obbligato dalla vetta della sua carica a predicare cose somme, deve incominciare dal mostrare in se stesso, in tutta la sua vita, esempi sommi » (408).
Inoltre ogni Salesiano rappresenta Don Bosco: egli è erede, custode, ministro del suo sibirito, e questo stesso spirito deve comunicare ad altri: ora ciò non può fare se non colui che sia di Don Bosco figlio ed esemplare perfetto. « Non farti illusioni, dice S. Gregorio Magno, la lucerna che non arde non può comunicare calore » (409). « La predica più efficace è sempre quella delle nostre buone opere » (410): anzi « dalla vita virtuosa ed esemplare del Superiore trarranno edificazione e salutare profitto gl´inferiori » (411). Come educatori della gioventù dobbiamo ricordare che nell´educazione l´esempio è tutto e che non siamo superiori per pavoneggiarci dell´autorità, ma a bene e salvezza dei nostri dipendenti. « Il pastore infedele causa la morte- alle sue pecorelle col veleno dei suoi cattivi esempi » (412). Oh, quanto sarebbe sventurata quella Congregazione che, invece di essere retta da Superiori esemplari, dovesse lamentare e piangere nei suoi dirigenti « quegli alberi senza frutti, quei giardini senza fiori, quei soldati senza armi, quelle trombe senza suono, quelle lampade senza olio », di cui parlano
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i Santi Padri, allorchè trattano dei Superiori che
non dànno buon esempio!... -
Ascoltiamo ancora a questo proposito il nostro caro Padre. « Se chi precede agli altri, egli scrive, non è osservante, non può pretendere che i suoi dipendenti facciano quello che egli trascura; altrimenti gli si direbbe: — Caro dottore, cerca prima di guarire te stesso ». Parlando del Direttore, dice così: « Esso deve essere istruito intorno ai doveri tanto dei soci come congregati, quanto dei soci addetti a qualche ufficio. Non occorre che egli lavori molto; ma vegli che ciascuno compia la parte che lo riguarda. Le nostre Case si possono paragonare a un. giardino. Non fa bisogno che il capo giardiniere lavori molto; basta che egli si cerchi degli operai pratici, li istruisca intorno alla orticultura, li ´assista, li avvisi a suo tempo; e nelle cose importanti si trovi eziandio presente per giovare a chi fosse imbarazzato nelle cose di maggior momento. Questo giardiniere è il Direttore, le tenere pianticene sono gli allievi; tutto il personale sono i coltivatori dipendenti dal padrone. Il Direttore poi guadagnerà molto se non si allontanerà dalla Casa affidatagli, se non per ragione-voli e gravi motivi; e, qualora intervenissero questi gravi motivi, non mai si allontani senza aver prima stabilito chi lo supplisca nelle
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cose che possono occorrere. Con tutta carità vi-´ siti sovente o almeno domandi conto dei dormitori, della cucina, della infermeria, delle, scuole e dello studio. Egli sia costantemente qual padre amoroso che desidera di sapere tutto per fare del bene a tutti, del male a nessuno » (413).
L´insistenza del nostro Padre sidia conoscenza dei nostri doveri ci deve, far riflettere. La pratica del sistema preventivo esige che si ricordi frequentemente la legge a chi deve osservarla. La ´ conosciamo? Potrà forse avvenire talvolta, in riunioni anche solenni nelle quali si tratti delle norme meglio conducenti al buon andamento delle. Case e delle Ispettorie, che un confratello chieda la parola per fare una proposta, da lui giudicata una novità, e che invece si senta subito ricordare che la sua proposta è ,già fissata da tempo in qualche articolo delle Costituzioni o dei Regolamenti. Con ciò si vuol dire che purtroppo si legge e si studia poco quel caro libriccino delle Regole, ove è tracciato il programma di tutta la nostra vita. Come mai? « Sei maestro in Israele e ignori queste cose? » Voi v´impancate a Dottori, dice S. Paolo, e non sapete quel che vi dite o proponete? (414). Dio non voglia che sianvi tra noi di quei profeti insipienti, di cui parla Ezechiele, che anzichè góvernare con lo spirito di Dio.
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vogliono seguire il proprio criterio, diniostrando praticamente di non capire nulla (415). Poveri giovani, poveri confratelli che avendo bisogno di guida si trovano in balìa di un cieco! « Colui che sta in alto e governa deve essere peritissimo » (416). « Guai, dice S. Bernardo, se avremo dei maestri ignoranti, indiscreti, e imperiti nell´esercizio dell´autorità! ». (417). Quanta ragione aveva il compianto Don Rua di raccomandare al Superiore di chiamare presso di sè i confratelli destinati ´alla sua Casa, e specialmente quelli usciti di fresco dalle Case di formazione, per leggere e commentare insieme gli articoli delle Costituzioni e dei Regolamenti che riguardavano i loro uffizi! Quanto più conosceremo intimamente la nostra regola di vita, tanto maggiormente l´apprezzeremo e l´osserveremo con più esatta fedeltà.
70. Il Superiore ,e la Regola.
A questo punto è bene trascrivere le memorande parole, pronunciate da Don Bosco. nel 1876 a conclusione dell´annuale riunione dei Direttori, in occasione della festa di S. Francesco di Sales. ´ Ricordiamole a nostro mònito e vantaggio. Dopo aver_ enumerati i benefici veramente - straordinari della Divina Provvidenza verso del,
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l´umile nostra Società, diceva: « E ora che cosa potremo fate noi per corrispondere a tanta bontà? Ecco. La Società. è Costituita, le nostre Regole sono approvate. La gran cosa che dobbiamo fare è di adoperarci a praticare in ogni modo le Regole ed eseguirle bene. Ma per praticarle ed eseguirle è necessario conoscerle e perciò studiarle. Ciascheduno si faccia un dovere di studiar le Regole... Bisogna tenerci fissi al nostro Codice, studiarlo in tutte le sue particolarità, capirlo, spiegarlo, praticarlo. Tutte le nostre operazioni dirigerle secondo le Regole. I Direttori facciano conoscere meglio ai loro dipendenti, e con la massima sollecitudine, le nostre Costituzioni. A queste si dia tutta l´autorità e quella autorità suprema che realmente hanno. È la maestà delle leggi! Queste facciano imparare e capire, interpretandole con la carità e con bontà dei modi » (418). Dopo altre bellissime esortazioni ripete ancora che « l´unico mezzo per propagare lo spirito nostro è l´osservanza delle Regole », anzi che « l´osservanza della Regola è l´unico mezzo perchè possa durare una Congregazione ». Infine conchiude solennemente così: « Tra di noi il Superiore sia tutto; tutti diano mano al Rettor Maggiore, lo sostengano, .lo aiutino in ogni modo, si faccia da tutti un centrò unico intorno à lui. Il Rettor Mag
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giore poi ha le Regole; ´da esse non ´ si diparta mai, altrimenti il centro non resta più unico, ma duplice; cioè il centro delle Regole e quello della sua volontà. Bisogna invece che nel. Ret´tor Maggiore quasi si incarnino le Regole: che le Regole e il Rettor Maggiore siano come la stessa cosa. Ciò che avviene pel Rettor Maggiore, per tutta la Società, bisogna che avvenga per il Direttore in ciascuna Casa. Esso deve fare una sola cosa col Rettor Maggiore . e tutti i ,membri della suà Casa devono fare una sola, cosa con lui. In ´lui devono essere come incarnate le Regole. Non sia lui che figuri, ma le Regole. Tutti sanno che la Regola è la volontà di Dio, e chi si oppone alle Regole si oppone al Superiore e a Dio stesso » (419):
Leggendo questo. grave avvertimento del nostro Fondatore non possiamo non ricordare i no,, stri veneratissimi Superiori e ringraziarli di averci dato esempi tanto preclari di osservanza e di fedeltà a Don Bosco Santo. Tra tutti emerge luminosa e ieratica la figura del servo di Dio, Don Michele Rua, riconosciuto giustamente come il più fedele iinitatore, l´immagine più perfetta di Don Bosco. Egli fu chiamato con tutta verità /à Regola O ioente. E tale infatti egli fu, perchè, fin dai più teneri anni, si propose di essere il di*
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scepolo fedele, o meglio, il figlio affezionato del suo gran Padre e Maestro, le cui orme volle e seppe calcare devotamente, tenacemente, tutti i Giorni della sua vita.
Imitiamolo. Dovremo, seguendo i suoi esempi, imporci dei sacrifizi: non dimentichiamo che,sono appunto i sacrifizi che ci procurano le gioie ´più pure. È tanto dolce immolare la nostra volontà, i nostri gusti sull´altare delle Regole e dell´osservanza!
Lasciamo pertanto da parte ogni preoccupazione geniale; non perdiamo il tempo nella lettura: di giornali o riviste, per quanto possano piacerci; mettiamo da banda tutto ciò che potrebbe sottrarre le nostre attività ai nostri doveri, ai confratelli, ai giovani, alla carità, alla giustizia; diamoci tutti, totalmente e sempre,´ a vantaggio delle anime assegnateci come preziosa eredità.
S. Pier Damiani, col suo linguaggio incisivo e forte, dice che a colui che viene eletto Superiore « si dà il potere di -essere misero e» il diritto di non aver più riposo » (420). Sono parole che vanno intese con discrezione, ma che vengono a ricordarci queste altre: « che il Superiore esemplare è un perpetuo crocifisso ». Ora non ci stupiremo più che S. Paolo, scrivendo ai Romani, arrivi al punto di dirsi disposto a tutto soffrire,
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a, essere sacrificato e dichiarato anatema per amore dei suoi fratelli. Fu lo stessi :- Gesù, a insegnarci, più con l´esempio che coli la parola, che il buon Pastore dà la vita per le pecorelle.
Queste considerazioni ci aprono la via a parlare di un importante ammonimento del nostro
Padre.... -
71. Il Superiore faccia il Superiore.
Primo dovere del Superiore è precisamente questo: non dimenticare che il suo ufficio è di fare.. il Superiore. È questa una verità importantissima, anzi essenziale in fatto di disciplina. Su di essa Don Bosco e i suoi Successori hanno spesso richiamata la nostra attenzione. Se un Direttore, ad esempio, vuol fare da Prefetto o Consigliere, non fa il Superiore ma il dipendente; egli turba l´ordine, sconvolge la disciplina, della quale dovrebbe essere custode fedele. Si dirà che talvolta, specialmente nelle Case piccole, vengono a mancare o ii Prefetto o il Consigliere. Ebbene, anche in questi casi, ricordi il Direttore che Don Bosco non. vuole, come già fu indicato, che egli faccia le parti odiose, ma che all´incontro « sia costantemente qual padre amoroso che desidera di sapere tutto per fare del bene a tutti, del male a ´nes
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suno » (421). Il Superiore prudente saprà trovare anche in ciò la via buona. Quando il Direttore, senza ragione, si sostituisce agli altri Superiori subalterni e, col suo contegno, con le parole o in altro modo, assorbe la loro autorità, pur avendo ottime intenzioni, cagiona non pochi nè piccoli inconvenienti. Fin dall´anno 1875 i Direttori, radunati a fraterno convegno, trattarono quest´argomento e lo illustrarono accuratamente e ampiamente. Altra volta, nel terzo Capitolo Generale, Don Bosco lo lumeggiò. mirabilmente. « L´abilità di un Superiore, egli disse, consiste, non solo nel fare, ma anche nel saper far fare agli altri »: e dimostrava con esempi pratici come ciò dovesse attuarsi. A un Direttore che si lamentava di non potere, per l´eccessivo numero di giovani e di occupazioni, ricevere i rendiconti dei confratelli, osservava paternamente che avrebbe potuto affidare a un buon segretario la corrispondenza dei giovani e dei parenti (422).
Un´altra volta il buon Padre, parlando con Don Barberis, ribadiva il medesimo concetto, confermando questa volta il suo insegnamento col suo personale esempio. « Il nostro grande studio sta appunto nel saper far lavorare gli altri. Quando si incontra chi si sobbarca volentieri a certi lavori, e li compie di buona voglia e bene,
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allora quel tale ci allevia la • fatica. E quando uno non ci riesce, sé ne cerca un altro.,Nei tempi -antichi dell´Oratorio lo studio più grande di Don Bosco fu sempre di trovar persone e modi per farsi aiutare » (423).
Il Superiore deve sapersi risparmiare per quelle cose che più direttamente riguardano il suo Ufficio. Non dica il Superiore che per lui è un piacere, quasi un bisogno; di occuparsi anche di altre cose,´ oltre a quelle della sua carica; neppure opponga che le fa perchò vede che gli altri non le fanno bene e via dicendo. Pur mostrandosi generoso del suo aiuto a tutti coloro che ne ´hanno bisogno e ne lo richiedono, non concentri mai nella sua persona, per impulso di naturale attività, il lavoro di altri, perchè in breve tutta la Casa ne scapiterà e i confratelli disgustati ne muoveranno lagnanze e lo lasceranno, a fare da solo.
Udite come Don Rua fa eco a Don Bosco: «Il gran segreto dei Direttori sta nel farsi aiutare. È impossibile che un. Direttore arrivi da solo a tutto; se si mette egli direttamente in ciò che riguarda i giovani, il personale incaricato resta scoraggiato, non funziona più; non sanno quanto il Direttore ha fatto, e così si incagliano le cose, o restano intralciate in modo che alcune saranno
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fatte da due, ,´e altre rimangono da farsi. Non ho mai visto una Casa andar bene, dove il Direttore vuol far tutto da sè » (424). Ora al Direttore devb premere che la Casa cammini bene sotto-ogni rispetto. Procuri pertanto di ricordare Che la sua principale e più importante occupazione è quella di -lavorare intorno ai confratelli, assistendoli, vigilandoli, incoraggiandoli, confortandoli: soprattutto in questo modo egli indiretta-, niente, ma efficacemente, procurerà il bene dei giovani e si dimostrerà vero Superiore salesiano.
Ú. Ognuno faccia la parte sua.
Ma il nostro Padre, nel parlare della disciplina, non si limita a dar norme e consigli al Direttore: egli passa, come in rassegna tutti gli altri Superiori della Casa. Sarà bene pertanto che ciascuno si raccolga in se stesso, rilegga tutto ciò che riguarda le occupazioni e i doveri delle proprie incombenze, e si domandi coscienziosamente se nulla siavi da correggere. Veda ad esempio il Prefetto, se è effettivamente il fedele interprete del. Direttore, come vuole l´articolo 174 dei Regolamenti: se procede in pieno accordo con lui; se ne sostiene l´autorità; se è veramente il viti
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colo di unione fra gli altri confratelli e il Superiore. Veda ancora se è l´amministratore fedele; se tiene ordinati i registri; se cura la pulizia e l´ordine; se consegna tutto il denaro al.Direttore; ´se ha l´occhio vigile su tutta la Casa; -se non è stretto con gli altri e generoso con se stesso, indulgendo ai propri comodi; se . dà. esempio di sacrifizio anche nell´assumersi le parti odiose; ma veda soprattutto se il suo cuore è ripieno di carità e di fraterne sollecitudini, per prevenire e soddisfare i bisogni dei giovani.
Il nostro Santo Fondatore, nella già citata Circolare, vuole che il Catechista « si ricordi, che lo spirito e il profitto morale delle nostre Case dipende dal promuovere il piccolo Clero, le Compagnie dell´Immacolata Concezione, del SS. Sacramento, di S. Luigi, di S. Giuseppe; e vuole ancora che abbia cura che tutti, specialmenter i coadiutori, abbiano comodità di frequentare la Confessione e la Santa Comunione ». Il Catechista poi non si dimentichi che la. parte essenziale del suo ufficio è il « vegliare, sotto la guida del Direttore, sulla vita religiosa dei confratelli e sulla condotta religiosa e morale degli alunni; ricordi pure che a lui in particolare è affidata l´assistenza dei chierici della Casa ». Interroghi spesso la sua coscienza, per scandagliarvi se veramente
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egli fece tutto il suo dovere onde evitare la perdita della vocazione di qualche chierico del triennio pratico. Il Catechista deve pure occuparsi delle cerimonie e di tutto´ ciò che riguarda il culto; a lui è affidata la cura degli ammalati. Ricordi infine e in modo speciale che egli deve preocéuparsi della moralità degli alunni, sempre però in pieno accordo col Direttore.´
Altrettanto dicasi dei Consiglieri Scolastici e Professionali. L´articolo 191 dei Regolamenti dice che il loro primo dovere è 1,accordo col Direttore, e poi l´andamento regolare degli studi, della disciplina, del teatrino, l´aiutare i maestri e gli assistenti, e specialmente i novellini. È inutile pretendere che questi dalle Case di formazione escano perfetti; le teorie apprese hanno bisogno della proya del fitoco nell´applicazione pratica. Date pure a chicchessia tutte le norme per nuotare; nessuno imparerà mai, se non avrà fatto ripetute prove di nuoto. E poi perché non vorremo ricordare anche gli spropositi che abbiamo fatto noi, quando, le prime volte ci trovammo in mezzo ai giovani? Perciò, anzichè perdere il tempo in inutili critiche o recriminazioni, diamoci attorno caritatevolmente, generosamente, per istruire, consigliare, sorreggeré, incoraggiare i nostri fratelli minori nel lóro tirocinio pratico.
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Soprattutto i Consiglieri devono ricordare le loro gravi responsabilità. I giovani confratelli hanno gli occhi su di essi per imitarli. Guai se i loro esempi, particolarmente per ciò che si riferisce al modo di trattare i giovani, non fossero degni di encomio! Sarebbe poi oltremodo deplorevole che qualche Consigliere dicesse, pubblicamente o privatamente, che egli ha il suo sistema per ottenere la disciplina. Brutta parola invero! l Salesiani hanno sun solo sistema: ed è quello (li Don Bosco. Se dici di aver un, tuo sistema, con ciò stesso ti condanni e riconosci che il tuo sistema non è quello di Don Bosco. Sventurata quella Casa ove, invece di regnare Don Bosco col suo spirito e coi suoi metodi, si introducessero i sistemi degli antagonisti, dei ribelli alle di lui direttive; ove, regnasse tiranno il rigot:ismo, il castigo, e un militarismo fuori luogo; ove lo spirito di famiglia e la disciplina fondata sulla carità venissero sopraffatti dai capricci, dai soprusi, dai metodi individuali in contrasto con quello del Padre, che deve esserci direttiva costante e guida!
Il nostro buon Padre, dopo di aver dato norme di disciplina salesiana ai Superiori che sono più in alto, passa a ricordarne alcune altre principali ai maestri _ e agli assistenti. Eccole come uscirono dal suo gran ctiore.
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«I maestri, egli scrive, siano i primi a entrare nella scuola, e gli ultimi a uscire. Amino tutti egualmente i loro allievi; incoraggino tutti, disprezzino nessuno. Compatiscano i più ignoranti della claise; abbian*b gran cura di essi, li interroghino sovente e, se occorre, parlino con chi di dovere perchè siano anche aiutati fuori di scuola. Ogni insegnante non deve mai dimenticare che è un maestro cristiano, perciò quando la materia scolastica e l´opportunità delle feste dà oècasione di suggerire una massima, un consiglio, un avviso ai suoi allievi, non mai la trascuri ».
Rivolgendosi poi agli assistenti dice loro: « Tutti quelli che esercitano qualche autorità nelle scuole, nei dormitori, in cucina, in portieria e in qualunque altra parte della Casa, siano puntuali ai loro doveri; pratichino le Regole della Società, soprattutto le pratiche religiose; ma si adoperino con la massima sollecitudine per impedire le mormorazioni contro ai Superiori, contro all´andamento della Casa, e specialmente insistano e raccomandino e. nulla risparmino per impedire i cattivi discorsi.
« A tutti poi, con chiude il buon Padre, caldamente è raccomandato di comunicare al Direttore tutte le cose che possono servire di norma a promuovere il bene e impedire le offese del Signore.
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Gesù disse un giorno a un suo discepolo: Hoc fac et . nives. Fa´ questo: cioè, osserva i miei precetti e avrai la vita eterna. Così dico a voi, miei cari figliuoli: adoperateyi di mettere in pratica quel tanto che vi ha esposto questo vostro affezionatissimo Padre e voi avrete la benedizione del Signore, godrete la pace nel cuore, la disciplina trionferà nelle nostre Case e vedremo i nostri allievi crescere di virtù in virtù e camminare sicuri per la strada della eterna loro salvezza » (425).
73. Il. Superiore custode della disciplina con l´autorità della Regola.
Deve esserci particolarmente caro il concetto di custode, riferito al Direttore ed in genere ai Superiori: facciamo su di essò qualche breve considerazione. Parlando agli Ispettori e Direttori Don Rua scrive: « Posti alla guardia di una legione dell´esercito, salesiano, .voi vegliate, perchè i vostri dipendenti osservino la disciplina in generale » (426).
Per poter esercitar bene questa parte del suo ufficio il Superiore deve anzitutto, come abbiam detto, possedere una conoscenza piena delle Regole e dello spirito della Congregazione. Non gli può bastare una conoscenza qualsiasi e superfi
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ciale, dovendo egli spesso fare appello alla legge, alle prescrizioni, alle tradizioni, nelle varie contingenze della vita di comunità. « Il buono e prudente Superiore non metterà mai a base degli ordini che impartisce, la sua volontà, il suo desiderio; ma unicamente la Regola professata, in base alla quale ´sempre gli ordini si suppongono emanati » (427). Nella conferenza del gennaio 1876 il nostro caro Padre così parlava ai Superiori: « ln ogni circostanza, invece di appellarsi ad altre autorità, si porti quella delle Regole: le Regole dicono così; le Regole sciolgono la questione in´ questo´ modo; tu vorresti far questo, ma le Regole lo vietano; tu vorresti astenerti da quello, ma le Regole lo comandano. E nelle Conferenze, nelle esortazioni, in pubblico, in privato, si promuova molto l´osservanza e l´autorità della Regola. In questo modo il governo del Direttore può mantenersi paterno, quale da noi si desidera. Facendo sempre vedere che non è esso Direttore che vuole questa o quell´altra cosa, che proibisce o consiglia, ma è la Regola, il subalterno non potrà avere appiglio alcuno per mormorare o disobbedirlo ». E più innanzi: « Si parli sempre in questo modo, ai confratelli: Bisogna che si faccia questo o quello; è strettamente necessario che ciascuno s´impegni a fare quel lavoro, perchè la
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Regola, al capo tale, lo comanda; ora bisogna che ci mettiamo tutti d´accordo a eseguire questo quell´altro, poichè la Regola insiste su ciò. Un Direttore, adunque, tutte le volte che vuole operare o deve prendere qualche misura o deliberazione, si metta sempre sotto lo scudo della Regola, e mai operi di sua propria volontà o autorità. Dica: Si deve fare così, perchè la Regola - così dice di fare, e così vuole. Questo modo di regolarsi nei Direttori arrecherà grandissimo bene alla Congregazione » (428). Non si potrebbe immaginare un commento più facile e più completo della famosa sentenza di S. Benedetto, già, da noi ricordata parlando delle Regole: « Tutti se- • guano la Regola come maestra ». Là, dove il Superiore è il primo nell´osservanza e appoggia tutta la sua autorità sulle Regole, fiorisce la disciplina, e la comunità svolge un lavoro proficuo nell´unione delle menti e dei cuori, in un ambiente di soavissima pace.
74. Il comando.
In secondo luogo perchè nella Casa regni la vera disciplina è necessario che gli ordini vengano impartiti a tempo e luogo. Il Superiore deve sempre manifestare con semplicità, ma chiaramente, senza incertezze e titubanze, la sua vo
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lontà, i suoi ordini. Non debbono mai i sudditi poter dire: — Il nostro Superiore non si spiega bene; non parla mai Chiaro; non si sa mai che cosa desidera; pare che tema di dare ordini precisi. — In_ una parola il Superiore deve saper comandare, perchè è troppo evidente che chi non sa comandare, non saprà farsi ubbidire. E Dio non voglia che l´incertezza non provenga dalla ignoranza delle Regole e dei Regolamenti.
Invece se, come inculca tanto insistentemente Don Bosco, il Superiore conosce bene i propri doveri, e quelli dei suoi dipendenti, allora non vi saranno esitazioni nè contrordini: e, ciò che più monta, non si daranno ordini inopportuni, comandi di cose arbitrarie, forse strane, meno consentanee al nostro spirito e alle nostre leggi.
Neppure vuole il nostro Padre che si usino modi aspri o comechessia poco urbani. Ad ogni costo poi egli non permette l´ostentazione baldanzosa della superiorità, ed esclude senz´altro frasi come queste: « Il Superiore sono io: qui comando io: voglio così », e consimili brutte espressioni, che irritano e il più delle volte ottengono l´effetto contrario.
« t pure nostro dovere, inculca il buon Padre, usare modi caritatevoli con gl´inferiori e aiutarli. Non dire mai con aria d´autorità: Fa´ questo! fa´ quello!; ma usare sempre modi graziosi, soavi,
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dolci. Non dire mai al coadiutore o a un famiglio, quando accade qualche contestazione, ed è cosa che mi dispiace tanto: Finiscila, obbedisci! Che cosa sei tu? Nient´altro che un servo. Siamo tutti eguali davanti al- Signore. Gesù stesso non volle che lo chiamassero padrone, ma Padre, Maestro: e diceva essere venuto sulla terra per servire e non per essere servito. Tanto è padrone nella nostra comunità il Superiore come l´ultimo confratello scopatore Dio non voglia che si debba la.: mentare mai nelle nostre Case ciò che deplorava S. Pietro Damiani di certi Superiori, « che appena investiti dell´autorità ne fanno uno sfoggio terrorifico » (429), con modi e atteggiamenti aSsolutamente contrari alla loro qualità di padri o di fratelli maggiori.
Servirà pure a rafforzare la disciplina la: calma, la bontà, la serenità del Superiore nell´ascoltare il suddito. Talvolta il suddito ha solo bisogno di versare la sua agitazione in un cuore paterno:
siamo pertanto accoglienti, come ci vuole Don Bosco. La Sapienza ci avverte che colui che chiude le orecchie al grido del povero, griderà egli pu
re e non sarà esaudito (430). Non si dimentichi poi che può anche succedere che la ragione sia proprio dalla parte di colui che non si vorrebbe ascoltare. « Ecchè, dice Sant´Agostino, vi è forse
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cosa più gloriosa che– l´essere vinti ´dalla verità? » (431).. Nessuno pertanto, nè giovane, nè confiatello, abbia mai da poter dire: -- Volli parlare col Maestro, col. Consigliere, col Direttore e non mi si volle ascoltare. — Peggio poi se dovessero rimpiangere di essere stati accolti male e di aver dovuto udire sgridate scomposte, dileggi, espressioni sarcastiche, frasi avvilenti. Ricordiamo che siamo Salesiani, seguaci cioè del Santo della bontà e della dolcezza. « Le belle maniere, egli dice, le parole soavi sono la musica del Cielo, che ci fa pregustare quaggiù le gioie del Paradiso ».
75.- La vigilanza.
Dovremo limitarci ad accennare di sfuggita a questo punto veramente capitale per la disciplina. Abbiamo detto altrove che, presso di noi, la vigilanza non è che manifestazione dell´amore, espressione pratica del desiderio vivissimo del bene dei nostri dipendenti.. Chi ama, vigila. E per chi ama, la vigilanza non ha nulla di uggioso. Quando la vigilanza sia animata dalla carità, come la voleva Don Bosco, non vi sarà nessuno che si adonterà di essere troppo assististo. Diceva giustamente S. Bernardo: « Quanto più numerosi sono i pastori che vigilano a mia difesa, tanto
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più sicuramente andrò a godere dei pascoli ». « Chi vorrà darmi, soggiungé il Santo, cento pastori che si occupino del mio bene? » (432). Ah, non sono i sudditi che devono lamentarsi perchè son amorevolmente assistiti; ma piuttosto dovrebbero lamentarsi i Superiori della responsabilità dell´assistenza e vigilanza, che forma uno dei loro più essenziali doveri. Ascoltate come se ne lamenta S. Bernardo: « Oh! povero me infelice! Che farò io mai? Dove mi rifugerò, se disgraziatamente io non custodissi, con la dovuta diligenza, il prezioso tesoro delle anime, che Gesù Cristo ha giudicato più preziose del suo stesso sangue? Se io avessi ricevuto le stille di sangue grondanti dalla Croce ove Gesù pendeva confitto, e le avessi raccolte in un vaso di vetro, e questo io lo dovessi frequentemente portare meco, quale non sarebbe la mia trepidazione davanti al pericolo e al timore di spargerlo? » (433).
Il servo di Dio Don Michele Rua raccontava piacevolmente, in un Capitolo Generale, la parabola del castellano, i cui affari andavano alla rovina. Questi ´si recò un giorno a chiedere consiglio a un santo romito* che viveva nelle vicinanze del castello. L´uomo di Dio lo ascoltò amorevolmente e gli raccomandò di unirsi a lui nella preghiera durante due giorni, e poi di ritornare. Pas-.
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siti questi, il castellano si ripresenta al romito, il quale gli consegna una scatoletta chiusa pendente da una catenella. « Ogni giorno, di buon mattino, gli dice, vi metterete al collo la catenella con la scatoletta e, dopo una breve preghiera, visiterete minutamente tutte le dipendenze del castello, dai sotterranei al_ soffitto. Fra un anno ritornerete a trovarmi per dirmi come sono andate le cose ». Il castellano eseguisce fedelmente l´ordine ricevuto. Ogni giorno trova, con sua sorpresa, or qua, or là, disordini, abusi, scorrettezze amministrative o di altro genere. A misura che vede glinconvenienti corre ai ripari: e così, giorno per giorno, migliorano le sue finanze, in guisa tale Che, al termine dell´anno, egli constata con gioia là sistemazione totale delle sue sostanze. La sua riconoscenza verso il romito non aveva limiti, e ardeva dal desiderio di rivederlo per ringraziarlo. Al termine dell´anno si presentò a lui e, dopo avergli manifestata la sua gratitudine, lo pregò di indicargli quale talismano fosse rinchiuso nella magica scatoletta. Il romito l´aprì e• ne estrasse un bigliettino sul quale era scritto: L´occhio del padrone ingrassa il cavallo. Da tutti i membri del Capitolo si capì e si sorrise.
« Non avvenga, come dice San Bernardo, che mentre in casa, e forse anche fuori, tutti cono
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scolo e mettono in canzone i disordini della casa, noi siamo i s´oli a ignorarli » (454)," per la nostra negligenza nell´occuparci di essa.
-A rendere accetto il comando e più agevole la disciplina, servirà pure la calma, la serenità, l´u
guaglianza di umore,e di carattere del Superiore. Quante volte le precipitazioni e l´agitazione dell´assistente o del maestro rovinano l´opera educatrice e possono persino compromettere l´avvenire di un alunno! t proprio vero che l´impaziente Opererà cose stolte e ne pagherà l´ammenda: per questo appunto il ´Savio loda l´uomo prudente, perchè sa discernere, e il tempo di parlare e quello di ´tacere. Lo spirito di Dio non è mai nella commozione: i marosi inabissano tutto nei loro vortici. Fénelon dice che la precipitazione è un nemico tanto pìù pericoloso, in quanto lo portiamo
· dentro di noi. E la Sapienza ci ammonisce che il frettoloso corre pericolo d´inciampare. D´altra parte fú detto con ragione che ciò che si fa in fretta, presto perisce. Chi è padrone di se stesso e signoreggia le proprie passioni si rende più facilmente padrone dei cuori. All´incontro.´ chi muta di carattere ,e di aspetto come la luna, nulla con-chiude e disgusta tutti. S. Bernardo premunisce Ogerio contro questo pericolo. « Purtroppo siamo così mutevoli, egli scrive, che ricusiamo oggi quel
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lo che anelavamo ieri, e forse ciò che rifiutiamo oggi, lo vorremmo domani » (435). Evitiamo ´pertanto, giusta l´avviso di S. Paolo, di essere come le banderuole, alla mercè di tutti i venti.
È vero, anche l´uomo prudente cambia di parere: ma sarebbe cosa sconveniente, per un educatore e un Superiore, ritrattare e cambiare le decisioni e gli ordini a ogni momento.
Di qui la convenienza non solo di riflettere, ma anche di chiedere consiglio. L´Ecclesiastico vuole che nulla facciamo senza consiglio: in tal
modo, dopo il fatto, non avremo a pentircene. « Anche le cose più salde,´ dice S. Gregorio, possono
andare in rovina, se viene a mancare l´appoggio
del consiglio » (436). Non dobbiamo far troppo affidamento sulle nostre forze e sulla nostra pru
denza. S. Bernardo asserisce che « la prudenza più
encomiabile è quella che sa credere e stiinaré gli altri più prudenti di noi » (437). Anzi lo stesso
ammonisce che « tutto manca a colui che si cre
de di non abbisognare di nulla » (438). « Il Signore si compiace talvolta di manifestare a chi
è più in basso cose importanti, che invece occulta ai maggiori ». Da tutti possiamo ricevere consiglio e aiuto per meglio disimpegnare i nostri uffici e pel buon andamento della Casa. È evidente che se i Superiori non devono tralasciare
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di chiedere consiglio agli inferiori, con maggior motivo questi dovranno ricorrere con filiale fiducia ai loro Superiori. « Meditiamo poi ponderatamente; dice S. Gregorio, anche ciò che udimmo brevemente » (439). « Piuttosto che rimpiangere e torturarsi tardivamente, e forse inutilmente, il cervello dopo il fatto, è meglio, giusta S. Agostino, indugiarci a considerare il consiglio che ci venne dato » (440).
Però il nostro S. Francesco di Sales premunisce i Superiori contro un altro pericolo, quello cioè di non voler abbandonare la deliberazione presa, quando ciò fosse prudente e necessario. L´uomo retto sa anche recedere dal cammino intrapreso; mentre lo stolto si ostina peroicacernente nel sud operare (441). « I Superiori, dice il Santo, che volessero cambiar parere ogni momento, passerebbero per leggeri e imprudenti nel loro governo; ma anche quelli che non hanno uffici, se volessero star attaccati alle loro idee, cercando di sostenerle e farle accettare, sarebbero tenuti per ostinati; è certissimo infatti che l´amore della propria opinione degenera in ostinatezza, quando non sia prontamente mortificato e troncato » (442). Lo stesso Santo vuole che « non siamo corrivi a promettere, ma che, nelle cose di conseguenza, pigliamo tempo U. risolvere.. Questo, egli
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scrive, serve a far andar bene i nostri affari e ad alimentare l´umiltà ».
In fine egli ci dà questo saggio ammonimento:
11 Superiore non si scoraggi menomamente al vedere qualche mormorazioncel.la o qualche critica sul conto suo. Io ti assicuro che il mestiere del criticare è molto facile, e quello del far meglio è difficile; non ci´ vuol gran capacità per iscorgeré difetti e manchevolezze nella persona e nell´opera di chi governa. E quando ci si fanno critiche o si vuol fare qualche osservazione sulla nostra condotta, ascoltiamo ogni cosa con dolcezza e poi mettiamoci davanti a Dio e prendiamo consiglia dai nostri aiutanti o collaboratori; quindi si faccia quello che si giudica opportuno, santamente fiduciosi che la Divina Provvidenza volgerà tutto a sua gloria » (443).
Queste e -altre norme suggerite dalla prudenza e dall´esperienza faranno sì che il nostro modo di
esercitare l´autorità e il comando sia tale da rafforzare la disciplina nel soave ambiente della carità.
76. La correzione.
In nessuna comunità può sussistere e fiorire la disciplina, ove venisse a mancare la correzione che • la favorisce e fomenta. Per quanto scelto sia il
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personale che lavora in un istituto e per grande che sia l´impegno comune nell´adempimento dei propri doveri, si è pur sempre fragili e soggetti a. mancamenti, infrazioni, dimenticanze.
Facciamo pertanto alcune considerazioni anche sopra questo importante argomento, ispirandoci sempre alle norme- e alla pratica lasciataci dal nostro Padre e dai suoi Successori.
Prima di ogni altra cosa è d´uopo ritenere bene che il dovere della correzione è un dovere gravissimo. Non è possibile, anzi neppur concepibile una vera direzione senza la correzione. « Chi non si cura di correggere i suoi dipendenti, non sa che cosa voglia dire governare ». Nessuno ignora quanto difficile e penosa possa talora riuscire questa parte del nostro delicato ufficio; nè dobbiamo. nasconderci le motivazioni che sembrerebbero dovere giustificare la nostra ritrosia nel compierlo. Ad esempio, la mancanza di cattiva intenzione in chi ha mancato alla disciplina, la leggerezza del suddito, la condizione speciale in cui egli viene a trovarsi per l´ufficio, per l´età,´ per il molto lavoro, ecc...: e d´altra parte il nostro timore di causar dispiaceri o di non ottenere l´effetto desiderato, la nostra naturale timidità, e perciò il procrastinare, il -differire sempre; la speranza che Col tempo si aggiustino le cose, e in
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fine il nostro impegno nel contribuire a ciò con le nostre preghiere. Queste ragioni però, per quanto speciose possano parere, non esonerano il Superiore dal suo dovere: «´ dovere di giustizia, dovere di misericordia », dice San Tommaso (444). « Non basta neppure, afferma S. Gregorio Magno, piangere sulle colpe del fratello, se poi tralasciassimo di correre in suo aiuto, persuadendolo, esortandolo, correggendolo con salutare timore » (445)‹ « È necessario, insiste il Santo, che alla stessa guisa Che tu sei il reggitore dei buoni, sia anche il correttore dei cattivi » (446). Così praticò l´Apostolo: Sono debitore, egli, diceva, verso i sa
pienti e verso... « È falsa compas
sione la tua, avverte S. Agostino, è vera crudeltà il trascurare il suddito e lasciare che vada alla perdizione » (447). « Deplorevole amicizia, conferma S. Ambrogio, è quella di chi, scusando e tacendo, consegna al diavolo colui stesso che dice di amare » (448). « Temi di nulla ottenere? ebbene, dice S. Bernardo, ricòrdati che da te si esige la cura e non la guarigione; ti fu detto: abbi cura di lui, e non già: guariscilo » (449).
I Padri hanno delle espressioni terribili contro coloro„ che si fanno « cani muti e non osano--latrare ». « Tu non sei il Buon Pastore,- dice Sant´Agostino, ma un vil mercenario. Hai visto ap
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pressarsi il lupo e ti, sei dato vilmente alla fuga. Forse risponderai: no, io non son fuggito, eccomi qui al mio posto. Sei fuggito, incalza il Santo, perchè hai taciuto (450). « E non sai, avverte S. Eusebio, che è squisitissimo atto di carità il correggere il male? » (451).
Ma vi è una considerazione ben più grave. ,‹ Non, illudetevi, dice ancora S. Agostino: non siete innocenti del sangue di colui ché è perito, perchè voi non l´avete, corretto, com´era vostro obbligo » (452). « Voi partecipate del suo stesso delitto », aggiunge S. Gregorio (453). « Anzi, dice altrove il Vescovo d´Ippona, voi diventate più colpevoli del vostro disgraziato fratello » (454). E S. Bonaventura ci ricorda che « di tale peccaminoso silenzio noi renderemo stretto conto al tribunale di Dio » (455)a Il motivo è troppo evidente. Il Superiore che tralascia di compiere questo dovere, apre la porta alla rilassatezza, all´indisciplina, ai peccati, agli scandali. « Allora, avverte S. Ambrogio, i malvagi crescono nella loro audacia, e trascinano l´intera comunità nell´abisso della loro perdizione » (456).
È vero, e lo conferma S. Gregorio Magno, « che nulla vi .è di più difficile della correzione » (457).
« Ma nessuno può tralasciare di compiere il suo( dovere, nessuno può fingere di non vedere, o peg
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gio, mostrarsi condiscendente, quando ne va di mezzo l´Ordine, la pace,´ la disciplina, le ani-.
» (458). « Si faccia pure e si -svolga la correzione, come vuole lo stesso S. Agostino, nell´ambiente della carità » (459)g perchè, come ce ne avvisa il Concilio di Trento, « verso coloro che abbisognano di correzione vale assai più la benevolenza che l´autorità, più l´esortazione che la. minaccia » (460); ma non la si tralasci: la si faccia. Scegliamo il tempo e il luogo opportuno, le parole più adatte; prepariamoci con la preghiera e, se sarà necessario, con qualche mortificazione; rivestiamoci della mitezza di Gesù Cristo; chiediamogli le finezze e l´immensità del suo -amore; raccomandiamoci all´Ausiliatrice nostra Madre; abbiamo dinanzi agli occhi la figura soave e paterna, di Don Bosco; invochiamo l´assistenza del nostro Angelo Custode: ma poi, con calma e fermezza, compiamo tutto il nostro dovere. Ciò devono fare l´assistente, il maestro, il capo d´arte con gli alunni; gli altri Superiori cori i loro subalterni; il. Direttore con i suoi figliuoli; l´Ispettore con i suoi Direttori. Quando noi leggiamo che il nostro Santo Fondatore supplicava i suoi figli a volerlo avvertire dei difetti che scorgessero in lui; quando ricordiamo l´umiltà con la quale, dal suo modesto segretario, riceveva la correzione di inezie
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involontarie più Che- di imperfezioni; quando pensiamo che Don Rua aveva i suoi monitori ´segreti, non ci deve più parer gravosa la correzione fraterna, sia nel riceverla come nel farla, Questa materia è così importante che è bene, a nostro stimolo e conforto, illustrarla con alcuni pensieri particolarmente salesiani.
« Nell´ammonire, dice il nostro S. Francesco di Sales, si usi amore e dolcezza; gli avvertimenti fanno così miglior effetto; operando diversamente si potrebbero sconcertare i cuori deboli » (461). E altrove: « Per far la correzione si cerchi e si aspetti il momento opportuno: farla subito è alquanto pericoloso. Ma poi facciamo con semplicità il dover nostro secondo Dio, e senza scrupoli. Quand´anche la persona, dopo l´avviso datole, si affligga e si turbi, la causa non sei tu, ma la sua immortificazione. E se essa commette, lì per lì, qualche mancamento, questo farà sì che ne eviti molti altri, i quali avrebbe commessi, perseverando nel suo difetto. Il Superiore non tralasci di correggere i suoi dipendenti, perchè vede in loro della ritrosia a ricevere la correzione; forse, finchè vivremo, noi ne avremo sempre, essendo cosa del tutto contraria alla natura dell´uomo l´amare di venir umiliato e corretto; basterà non secondare tale ripugnanza con la
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volontà, la quale bisogna che ami l´umiliazio7 ne » (462). Ecco quanto dice a questo proposito il venerato Don- Rua: « Non omettete la correzione fraterna, quando ne scorgete il bisogno; non lasciate che il male si aggravi; ma in tempo opportuno, in spiritu lenitatis, esortate il tiepido, correggete _il colpevole, il difettoso, animate il negligente; fate pure comprendere ai dubbiosi quale colpa sia il defezinnare dalla propria religiosa professione, e quale ingratitudine sia il rigettare quella vocazione che Iddio, per la sua bontà, ha loro- data » (463).
Di questa necessità della correzione, di questo essenzialissimo dovere, Don Rua dà questa gravissima ragione: « Purtroppo molti fra i religiosi non si darebbero pensiero ,di questo loro dovere (la santificazione di se stessi), pochi tro‘ verebbero la via della perfezione, assai più pochi si metterebbero a camminare per essa, pochissimi la percorrerebbero coraggiosaMente, se non fossero a questa spronati é sorretti dalla mano caritatevole dei propri Superiori ». Nelle Circolari di Don Rua, sempre così ricche di squisita carità e paterna unzione, vi è un argomento in cui pare che egli, direi suo Malgrado, non sappia frenarsi e diventi piuttosto esigente, insistente, severo; • ed è quando parla del dovere che i Supe
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rioni hanno di avvisare e córreggere. E arriva a dire che, tra´curando il dovere della correzione, i Superiori si rendono responsabili delle eventuali perdite della vocazione dei sudditi. Altrove esclama: « Spaventato dal pericolo che corrono i ´miei prediletti figli, i Direttori, vorrei imboccare la tromba e con voce potente tutti animarli a compiere alacremente questo dovere. Vegliate attenta-niente perchè sia allontanato qualsiasi ostacolo si opponesse all´avanzamento spirituale dei confratelli. Vegliate notte e giorno perchè siano tolti gli abusi sull´osservanza della santa Regola, specialmente per ciò che spetta alla pratica della povertà e della castità. Vegliate perchè si facciano regolarmente le pratiche di pietà prescritte, perchè sia allontanato il peccato e ogni pericolosa occasione, perchè anzitutto si cerchi la salvezza delle anime. Vigilate ergo: quod oobis dico, omnibus dico » (464). Lunga citazione; che sarebbe venuta opportuna quando, tra i doveri del Direttore, parlammo della vigilanza; ma è forse ancor più proficuo avvicinate quei due doveri della vigilanza e della correzione; perchè a nulla gioverebbe l´osservare e constatare, se poi non si avesse il coraggio, o meglio, lo zelo di richiamare paternamente al dovere coloro che abbiamo trovato inosservanti. Fine supremo di ogni nostra pedagogia
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e disciplina, sia, come vogliono Don Bosco e Don Rua, la salvezza delle anime: ma queste si salvano, non solo con lo zelo sincero e oculato, con il vero amore fraterno, con gli incoraggiamenti, ma anche con le ammonizioni e le premurose correzioni.
77. Impedire gli abusi.
Uno dei principali Vantaggi di una sapiente e sollecita correzione è quello di mantenere integra l´osservanza e la disciplina. Gli abusi infatti, le eccezioni e le dispense non necessarie sono ordinariamente dovute alla debolezza e trascuratezza dei Superiori nel vigilare e correggere, e anche forse al falso concetto che taluni di essi hanno della propria, autorità, credendosi erroneamente in diritto di derogare alla Regola e ai Regolamenti a proprio talento. Soffermiamoc-i alquanto su questo argomento di vitale importanza pel, mantenimento del buono spirito nella nostra amata. Società.
Abbiamo detto che una delle principali cause degli abusi nelle comunità è la poca esemplarità dei Superiori nel compimento del loro dovere, il poco zelo nel procurare l´osservanza regolare delle anime loro affidate. S´incomincia col
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trascurare oggi qualche regola per un futile motivo, a volte solo perchè essa è creduta di lievissima importanza; domani si chiederà una di- spensa della quale non si ha un vero bisogno, ma per pura velleità, e questa viene pure facilmente concessa. Altri religiosi testimoni di quelle facili concessioni, chiederanno per sè analoghe dispense e ´altre anche di maggior rilievo; ed ecco che a poco a poco nella Casa entrano e mettono radice gli abusi e con essi la rilassatezza e i disordini:
Ne consegue che il modo più sicuro per impedire l´introduzione degli abusi è la vita esemplare e la prudente fermezza dei Superiori nel voler mantenere, a ogni costo, l´osservanza´ regolare; nel non concedere dispense .da essi giudicate non necessarie, e mai senza giusto motivo; nel saper frenare le immoderate esigenze e la baldanza dei sudditi, ricordando loro, con molta carità ma con non minore energia, i loro doveri, le loro promesse, la fraterna eguaglianza, le prescrizioni della vita comune, il dovere del buon esempio.
E qui sarà bene ricordare alcuni princìpi e insegnamenti dei Santi e maestri di spirito, per avere idee precise e -sicure intorno all´autorità •
in rapporto con la disciplina.

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Anzitutto rammentiamo che la Regola obbliga tutti indistintamente, i religiosi che l´hanno professata, siano essi Superiori o inferiori. Lo ricordammo sopra con l´articolo 2214 del Codice di Diritto Canonico e con le ben note parole di San Benedetto: « In tutte le cose tutti seguano la Regola che ci è maestra ». « Nessuno, egli aggiunge, sia tanto temerario da deviare da essa ». Unica pertanto è la maestra, sia dei Superiori, che dei soggetti; tutti devono ascoltare docilmente la sua voce; tutti camminare per la via da essa tracciata.
I Superiori poi ricordino che in nessun articolo delle Costituzioni è detto che essi siano autorizzati a interpretare, a proprio arbitrio, le prescrizioni delle medesime. Neppure è dato loro facoltà di modificare le disposizioni delle Regole .e dei Regolamenti, fosse anche col proposito di far di più e di meglio. È questo il momento di ricordare il sapiente mònito lasciato da Pio IX a Don Bosco, e che il nostro Padre volle inserire nel Proemio delle Costituzioni. «Se i Salesiani, disse il grande Pontefice, senza Pretendere di migliorare le Costituzioni, studieranno di osservarle con precisione, la loro Congregazione sarà ognor più fiorente ».
D´altronde la ragionevolezza e la necessità di
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questa fedele osservanza ha il suo fondamento nella stessa professione religiosa. Mentre infatti il Salesiano si obbliga all´osservanza, la -Congregazione alla sua volta si obbliga a fornirgli i mezzi per poterla mantenere. Tra questi è principalissimo l´aiuto dei Superiori, i quali perciò non possono sottrarsi al proprio dovère di vigili custodi della disciplina. Si tratta di un impegno bilaterale. Farebbe perciò assai male quel Superiore che non desse importanza alle trasgressioni del suddito, ovvero, per una mal intesa condiscendenza e inconsulta benevolenza, concedesse frequentemente e senza ragione dispense della Regola.
È anche opportuno ricordare che il- Superiore, dal canto suo, nell´emettere a suo tempo la professione, ha implicitamente e preyentivaménte promesso di compiere anche il dovere di tutore -della disciplina, di vigilare sull´osservanza e impedire gli abusi. Ora, non perchè egli sia stato collocato sul candelabro e messo a capo dei suoi fratelli cessa di essere religioso e .soggetto perciò. ai doveri della regolarità. « No,- dice S. Bernardo, egli non si deve credere al di sopra della Regola; dappoichè egli pure, a suo tempo e di propria volontà, vi si è sottomesso con l´emissione dei-voti » (465). « Nessuno, afferma il Suarez, quan
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tuirque alta e _ sovrana sia la sua autorità, può dare un ordine che sia contrario o al di sopra delle Regole, che si sono professate » (466).
Si domanderà: Ma allora il Superiore non ha proprio alcun diritto di concedere eccezioni? Rispondiamo: Il Superiore ha tanta facoltà di concedere dispense ed eccezioni, quanta ne hanno i sudditi di chiederle e di approfittarne. E cioè: il Superiore´ può còncedere permessi o dispense ogni volta che il suddito ne ha vere bisogno; ovvero quando per vero impedimento non è in grado di compiere qualche dovere imposto dalla Regola. In questo caso interviene la legge della carità, la virtù della discrezione, e il noto prin-‘ cípio che nessuno è tenuto a fare quello che non può senza grave incomodo. Fuori di questi casi, al Superiore e al suddito è -imposta la stessa fedeltà: « al suddito nell´osservare ´la Regola, al Superiore nell´osservarla e nel farla osservare » (467).
Il Superiore pertanto renderà conto a Dio di qualunque rilassatezza o rallentamento nella disciplina, dovuto alla sua negligenza. Iddio lo collocò sulla cattedra della sua alta autorità perchè invigili al mantenimento della disciplina, e non già perchè ne perturbi le tradizioni.
« Curino i Superiori, scrive S. Bernardo, che l´ubbidienza dei sudditi sia diretta a tutto ciò
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che hanno promesso nell´emettere la formula- di loro professione, e non già a quanto essi potrebbero vanamente desiderare. Li esortino in pari tempo, a tendere sempre più in alto. Sappiano anche, quando un vero bisogno lo esiga, accondiscendere alle loro dimande e concedere dispense; ma con discrezione e grande vigilanza: non avvenga che Superiori e sudditi abbiano a cadere nella stessa voragine della rilassatezza » (468).

78. Danni degli abusi.
Piuttosto che passare in rassegna gli immensi danni che deriverebbero alla Congregazione con la introduzione di abusi, preghiamo perchè Maria Ausiliatrice e Don Bosco tengano lontana dalle nostre Case quella che è la causa di ogni abuso, e cioè la rilassatezza o tiepidezza. Nella nostra Società, animata sempre dallo spirito del Fondatore, chi venisse a perdere il fervore della vocazione, si troverebbe a disagio nel contatto di tanti Salesiani laboriosi e ferventi. La defezione di qualche confratello ci strazia il cuore, ma d´altronde è preferibile che chi non voglia rialzarsi dalla tiepidezza abbandoni la Congregazione, anziché affliggerla e disonorarla con una condotta riprovevole.
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Fu scritto giustamente che la lotta contro la tiepidezza, nella vita religiosa, è talmente indispensabile da costituire una questione di vita o di morte, sia per il religioso individualmente preso, sia per la Casa, la Ispettoria e la Congrega= zione collettivamente considerate. Il religioso che non lotta continuamente contro la innata inclinazione al male, che portiamo in seno, è un religioso perduto. Le Comunità, le Provincie, gli Istituti dove nessuno veglia seriamente a prevenire, o almeno a reprimere gli abusi, sono egualmente pà.- duti; poichè si mettono sulla via così sdrucciolevole della rilassatezza, donde è ben difficile ritornare. L´osservanza regolare è come il sangue della vita religiosa. Se questo sangue circola attivamente, la vita si svolge rigogliosa; se langue, tutto :si addormenta; e il dormire, nella vita religiosa, è un fare i funerali alla vocazione, come ben dice Sant´Agostino (469).
La rilassatezza è una malattia spirituale da cui difficilmente si guarisce e che ordinariamente conduce alla perdita della vocazione. «È assai più facile, scrive S. Bernardo, incontrare molti secolari che si convertono alla buona vita, che non un religioso che passi, dalla mediocrità e dalla tiepidezza, al fervore » (470). «-Questa mutazione e conversione può anche verificarsi, ag
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giunge il Santo Dottore, ma è un caso così raro che si può considerare veramente come cosa eccezionale » (471). Essendo egli venuto a conoscere che, in una comunità, era rifiorita la primitiva osservanza, esclamò enfaticamente: « Chi mi vorrà procurare questa fortuna di andare a contemplare, coi miei propri occhi, questo spettacolo meraviglioso? » (472).
Sónò poi evidenti le ragioni dello sfacelo, che la rilassatezza reca alle comunità religiose. Quando in una Casa vi sono dei confratelli che mancano ai loro doveri, con tutta facilità il cattivo esempio´ si propaga, specialmente tra i- religiosi più giovani e non ancora ben saldi nella loro vocazione. I danni sarebbero ancor più funesti se lo scandalo venisse dall´alto, dai più anziani, da coloro che sono investiti ´di qualche autorità. Inoltre l´indolenza o la ribellione di alcuni nel prestarsi agli uffici loro assegnati, fa sì che restino necessariamente ´sovraccarichi di lavoro i più volenterosi. Ora tutto ciò genera il malcontento, la critica, la mormorazione, ´con le inevitabili conseguenze di disordini e di morali rovine.
I profanatori che ardirono di toccare l´Arca Santa caddero fulminati. Che non dovrà temersi per quei disgraziati che osassero ribellarsi a Don Bosco, sconvolgere e turbare la sua Congregazione,
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essere lupi del gregge di Cristo, rovinare i confratelli, i giovani, le anime, rendendosi rei di sacri-lega profanazione nel luogo santo? Il Signore non lascerà impunite, tanto scempio e insorgerà a difesa dell´amata nostra Congregazione « come l´orsa a cui furono rapiti i figli nella selva ».
79. Sradicare gli abusi.
11 fin qui detto,´ mentre mette nella loro triste luce gli abusi, ci fa pure capire quanto sia salutare e urgente lo sradicare quelli che, per avven-. tura, si fossero introdotti nelle nostre Case.
S. Francesco di Sales dice che « quando in una Casa religiosa i difetti fossero momentanei, è bene dissimulare; quando invece sono stabili e permanenti, bisogna cacciarneli, facendo anche grande strepito, ove occorra. Chi vuoi bene alla sua. Casa lo dimostra col procurarne la nettezza, la salubrità, l´osservanza » (473). Lo stesso nostro Patrono avverte altrove che «"i privilegi e le concessioni, nelle comunità, entrano per favore, vi dimorano per forza, e non escono se non col rigore ». Mons. Palafox, commentando una lettera di Santa Teresa a Filippo II. re di Spagna, osserva: «È più facile fondare tre religioni, che riformarne una sola. Iddio impiegò sei giorni per creare il
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inondo; ma per riformarlo trentatrè anni, e non l´ottenne senza che il mondo prima lo mettesse in croce ». Ciò che egli dice delle religioni, si può applicare agli individui. Oh, fosse vero che nessuno dei nostri Superiori avesse a trovarsi mai nella spiacevole necessità di doVer reprimere abusi! Ognuno si adoperi per prevenirli. A tal fine, dice il Salesio, « il Superiore faccia regnare tra i. suoi l´affezione scambievole, schietta, spirituale; la perfetta vita comune così amabile e così poco amata, anche in Case religiose ammirate dal mondo; la santa semplicità, -la dolcezza di cuore e l´amore della ,propria abiezione. Tutto questo si procuri con diligenza e fermezza, non con ansietà e a sbalzi » (474).
Ma se, dopo di aver esaurite tutte le risorse della carità e della prudenza, qualche confratello si ostinasse a non curare l´osservanza e a diportarsi a proprio capriccio, il Direttore ricordi il dovere di sradicare, a ogni costo, il cattivo esempio. È questo il caso in cui anche il Superiore più amabile deve rivestirsi di risolutezza, non preoccupandosi di ciò che altri possa pensare o dire. Ricordi allora le parole di S. Gregorio: « I sudditi peccano con maggior audacia, quando conoscono la debolezza del Superiore »; e quelle di S. Bernardo: ´« Fa´ precedere la preghiera; ma poi
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accingiti a potare; dopo aver mosso il cuore, muovi la lingua, muovi la mano alla correzione » (475). « È vero, egli continua, la vera carità non sa restringersi e diminuire; essa per natura tende ad aumentare ». Ma « è appunto questa accresciuta carità che deve spingere il Superiore a non abbandonare coloro che abbandonarono se stessi » (476). « Rivèstiti pertanto di caritatevole fermezza, e fa´ di tutto per arginare il male ». « Siate madri con la amorevole esortazione, continua il Santo, ma mostratevi anche padri con la correzione » (477). « Vigilate e fate di tutto, con la parola e con l´esempio, perchè non abbia a introdursi qualche consuetudine non buona, o abbia a perire, per vostra negligenza e per arte_ del demonio, qualche buona consuetudine o tradizione » (478).
In quest´opera di difesa dell´amata nostra Congregazione si troveranno sempre strettamente uniti, ne siamo certi, Superiori e sudditi, i figli tutti di Don Bosco Santo.
80. Alcuni abusi.
Anzichè indugiarci soverchiamente a individuare ed elencare eventuali abusi che abbiano potuto entrare o fors´anche radicare in qualche nostro Istituto, vorremmo piuttosto esortare tutti
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a vigilare per impedire che d´ora in poi nessun abuso abbia a infiltrarsi nelle nostre Case.
D´altronde qualche possibile abuso fu già precedentemente indicato, nella Introduzione ai Voti e parlando della Castità. Così furono messi in particolare rilievo ì pericoli dei bagni, del cinematografo, della radio, delle vacanze, delle uscite, della lettura dei giornali, ecc.
Altri punti importantissimi, riguardanti la vita comune, il tenere presso di -sè e amministrare il danaro, l´elemosina delle Messe, i proventi di prestazioni di lavoro, di pubblicazioni, di servizi personali, nonchè i punti riguardanti i testamenti, le eredità, le amministrazioni personali; ecc., vennero sviluppati opportunamente parlando della Povertà.
Altri_ possibili abusi verranno segnalati .a misura che le successive trattazioni ne offriranno la opportunità. Dello spirito di critica, ad esempio, e. della piaga funesta della mormorazione se ne parlerà di proposito nel trattare della Carità.
Ad ogni modo ora ne ricorderemo alcuni altri affinchè, conoscendoli, sia più facile schivarli oppure sradicarli, qualora avessero preso piede in ´qualche Istituto.
Il primo riguarda le pratiche di pietà. Il sempre ricordato Don. Albera, e dopo di lui il vene
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rato Don Rinaldi, pubblicando il Manuale delle pratiche di pietà, posero, nella prefazione, in carattere speciale, l´avvertenza che « dette pratiche di pietà sono di obbligo per tutti: ´che :",ad ´esse bisogna attenersi scrupolosamente, senza introdurvi modificazione alcuna, per quanto utile e saggia possa parere; e che qualora, per circostanze speciali, occorresse qualche mutazione stabile anche piccola, è necessario ottenere preventivamente l´autorizzazione scritta dal Rettor Maggiore ».
Ogni volta ché si ripubblicò. detto Manuale, fu ripetuta la suindicata avvertenza, che ha l´intonazione. e il carattere di un ordine, di una formale ubbidienza.
Orbene potrà un Assistente, un Catechista, un Direttore, un Ispettore alterare, accorciare, mutilare le pratiche di pietà prescritte nel Manuale? No, nessuno può cambiare, sostituire, sopprimere, abbreviare le pratiche prescritte, senza un permesso esplicito, per iscritto, del Rettor Maggiore. Chi osasse intaccarle comechessia commetterebbe una pubblica disubbidienza contro l´espressa volontà del Superiore, "reiteratamente e insistentemente manifestata. Costui graverebbe la sua coscienza, non solo della disubbidienza, ma dello scandalo che ne deriva: lo scandalo poi è tanto più grave quanto più in alto è il trasgressore,
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Questi inoltre si renderebbe colpevole di introdurre deplorevoli abusi. Il nostro Santo Fonda
tore volle che il suo sistema pedagogico si appoggiasse sulla pietà: chi oserebbe opporsi a lui:sconvolgendo i suoi ordinamenti?, Se in qualche Casa si sente il peso della pietà, non sarà forse perchè non si è saputo farla amare con l´esempio e con la parola? Don Bosco dice chiara che, ove non regna fiorente la pietà eucaristica, l´istituto si converte in una bolgia.
I Successori di Don Albera, appoggiati ai principi- suesposti, e sentendo tutto il peso della loro responsabilità e del rigoroso conto da rendere. a Dio, rinnovarono in forma solenne l´ordine dato dal loro predecessore, quello cioè di non cambiare nulla di quanto è prescritto nel Manuale delle pratiche di pietà; e intesero che fosse gravemente interessata la coscienza dei trasgressori. Essi insistettero energicamente perchè là ove si fosse introdotto qualche abuso, venisse tolto, -senza indugio. E particolarmente deternainarono che siano recitate integre le preghiere; vi sia sempre, nelle Domeniche e nei giorni festivi, la seconda Messa; si cantino i Vespri; insomma si compia fedelmente quanto è stabilito. Così pure ordinarono che, anche nelle piccole ~unità, si recitino sempre le preghiere prescritte prima e dopo il cibo, e non si
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riducano a un´Ape Maria; si cantino le lodi tradizionali; alla sera poi tutti,, Superiori e giovani, si trovino insieme per la recita delle preghiere e pèl tradizionale sermoncino.
L´articolo 18 dei Regolamenti dice testualmente ´così: « Si leggano a mensa: i Decreti della Santa Sede .che ci riguardano, le Costituzioni, ,i Regolamenti, gli Atti dei Capitolo Superiore, le Lettere edificanti, il Bollettino Salesiano, le biografie di Don Bosco, di Salesiani defunti, di Santi e di altre persone che si siano segnalate nella Chiesa per virtù e meriti non comuni, specialmente se missionari ed educatori della gioventù. La lettura duri´ per un tempo notevole del pranzo e della cena, cominciando sempre con dieci versetti circa della Sacra Scrittura e terminando a pranzo col Martirologio e a cena col Neérologio. Salesiano, seguiti dal: Tu autem, Donnine, miserere nobis ».
In quest´articolo viene anzitutto chiaramente determinato l´argomento della lettura; ed è bene che gl´Ispettori e i Direttori vedano se nelle Case vi sono abusi da correggere circa questa prima prescrizione. È superfluo ricordare che i versicoli del Santo Vangelo, come pure il Martirologio e il Necrologio, si leggono stando in piedi: è questo un atto di doveroso rispetto alla parola di Dio, ai Santi e ai nostri Morti.
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In secondo luogo l´articolo determina la durata della lettura. Nessun Superiore si deve credere autorizzato a sopprimerla o abbreviarla´ a piacimento. La facilita o la leggerezza nel tralasciare la lettura, mentre costituisce una infrazione e priva i confratelli di un alimento spirituale, può facilmente degenerare in un abuso difficile a sradicare. Su questa sdrucciolevole china non è facile arrestarsi: più si concede e più aumentano le pretese, e si finisce nel disordine. La tradizione antica, fissata pure da deliberazioni prese, era di leggere fino a quando si portava la frutta; ora invece è stabilito che si legga per un tempo notevole. Con ciò non si esige che la lettura duri più di prima; è bene però non diminuirla: Seguiamo anche in ciò le belle usanze tradizionali.
Il. servo di Dio Don Michele Rua, esemplare in tutto, era a questo proposito, oltrechè tenace, quasi severo. Ricordiamo, a comune edificazione e istruzione, un fatterello del quale, molti anni or sono, fu spettatore nel refettorio del Capitolo, chi scrive queste pagine.
Era il 31 gennaio, giorno memorando per la santa morte del nostro Padre. Il reverendissimo Don Rinaldi, allora Prefetto Generale; si permise di ricordare, prima della benedizione della mensa, che in quel giorno si celebrava pure l´onoma
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stico del carissimo Don Barberis, Catechista Generale della Società, ivi presente. Don Rua fece cenno col capo di aver capito. I Superiori si sedettero e si incominciò la lettura. Poco prima che venisse servita la frutta, il buon Superiore suonò il campanello e disse: — Oggi è l´onomastico di Don Giulio Barberis; noi gli porgiamo i migliori auguri e, in suo onore, accorciamo la lettura. 1,indimenticabile Don Piscetta, sempre piacevole, si rivolse al Superiore e facetamente gli disse: — Signor Don Rua, vedo con .pena che ci avviamo alla rilassatezza: -- Tutti sorrisero; ma al tempo stesso rimasero profondamente edificati.
Si tratta del figlio prediletto di Don Bosco, di -colui che meglio comprese e più perfettamente praticò lo spirito del Padre. Seguiamone gli esempi luminosi.
Si dirà che certe infrazioni avvengono più facilmente nelle Case piccole. Ciò è vero; e appunto per questo la Chiesa, sempre Madre, insiste perchè le Case siano regolari o formate: abbiano cioè almeno sei soci professi, dei quali qtiattro sacerdoti. A proposito di queste Case irregolari ricordiamo con edificazione, ma al tempo stesso con salutare timore, la lettera di S. Ber-Dardo all´abate Guarino. In èssa, dopo averlo lo. dato, perchè, malgrado l´età avanzata, si era ac
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cinto, con lo zelo di un giovane, a ripristinare l´osservanza e la disciplina, si compiace con lui soprattutto di una cosa, « di aver cioè abolito certe Casette nelle quali, dice il Santo, vivevano tre o quattro confratelli senza ordine e senza disciplina » (479). Il Santo qualifica dette Case duramente, lasciando capire che in esse penetra più facilmente Satana con inosservanze e abusi.
È vero, la colpa di esservi Case piccole non è dei Confratelli a esse destinate. I Superiori da parte loro, mossi dal desiderio di evitare situazioni meno convenienti a detti Confratelli, ne eliminarono qua e là parecchie, indotti a ciò anche da altissimi suggerimenti.
Qualcuno potrà osservare che, nelle missioni, non sarà facile attuare questa sistemazione. È vero: la cosa è più. difficile. Ma anche i Superiori delle missioni si vanno persuadendo della saggezza di questo provvedimento. D´altronde quando la Chiesa affida una Missione alla Congregazione, non intende certamente di- collocare i religiosi nel "pericolo di perdere lo ´spirito e la vocazione. Abbiamo udito ripetutamente le parole solenni del Vicario di Gesù Cristo a questo proposito; e cioè che dobbiamo sviluppare le missioni col nostro spirito, col nostro metodo; che, come religiosi, è dovere nostro anzitutto di preservare, di conser
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vare il religioso; che, perduto il religioso, non si avrà più il missionario. È preferibile avere un minor numero di stazioni o Case, anzichè lasciare un povero missionario isolato ed esposto a contrarre cattive abitudini i e a perdersi.
Parlando delle Case, si deve accennare a un altro pericolo, che potrebbe comprometterne il buon andamento e degenerare in un abuso. L´articolo 16 delle Costituzioni prescri´Ve che < senza un motivo riconosciuto come grave dall´Ispettore, non si accettino estranei a convivere in comunità, siano essi sacerdoti o laici ». È ovvio che non possiamo accettare coloro che volessero ritirarsi presso di noi, come in una casa di riposo: le nostre Case non hanno tale scopo. Si sono fatte invece eccezioni per qualcuno, che veniva accettato o assunto in qualità di insegnante o di assistente, a pagamento o anche a titolo gratuito. Noi sentiamo per questi amici riconoscente affetto. Ma di fronte a un articolo delle Costituzioni non vi può essere dubbio circa il dovere di osservarlo fedelmente.
Il nostro Santo Fondatore, nelle Conferenze del 1879, fece queste due vivissime raccomandazioni:
1. — Che non si tenessero nelle nostre Case nè come capi d´arte, nè come capi d´uffici un po´ influenti, individui che non avessero intenzione di appartenere alla nostra Società.
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2.... Che neppure si permei-tessè ai maestri
d´arte stipendiati di abitare in casa nostra; ma, presentandosi la necessità di stipendiarne alcuno, non gli si desse mai l´abitazione, ma fosse trattato come esterno e all´esterno abitasse (480).
La volontà del nostro Fondatore è chiara; e si comprende .che, a più forte ragione, la sua raccomandazione va applicata ai maestri e assistenti.
Quanto stesse a cuore del nostro Santo Padre questa esclusione e segregazione degli estranei dalla vita della comunità, si rivela anche da questo fatto. Egli, così largamente ospitale ed accogliente, soprattutto trattandosi di sacerdoti, nessuno dei quali avrebbe voluto si recasse agli alberghi, tuttavia, fin dai suoi tempi, aveva suggerito di preparare, all´Oratorio, ove 1 forestieri erano assai numerosi, un refettorio per loro.
Se Don Bosco proponeva una misura, che può persino parere severa a riguardo dei semplici forestieri, che vengono solo di quando in piando a partecipare alla nostra mensa, è logico arguire che non avrebbe tollerato in nessun modo che persone estranee-sedessero ogni giorno con, noi in refettorio, e convivessero totalmente con la comunità. Per quanto buone, e prudenti siano dette persone, tuttavia la loro presenza fa sì che anzitutto non vi sia più tra la comunità e il mondò
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quella separazione che è voluta dallo spirito delle Regole e dall´essenza stessa della vita religiosa. I confratelli poi hanno ragione ´di 1am:én-farsi nel vedersi privati di quella santa espansione, che è propria della vita di famiglia. La presenza di estranei è una specie di soggezione che coarta il respiro dell´intima fratellanza. Il Superiore talvolta vorrebbe comunicare qualcosa di strettamente nostro, e non può farlo. La stessa lettura delle Costituzioni, degli Atti del Capitolo, di altri dociimenti privati, o la si deve tralasciare o la si fa col timore che le cose nostre più intime non si contengano più nella loro vera cerchia. E poi, una frase, un giudizio´ , un apprezzamento espresso da un confratello nella intimità, può essere riferito e commentato anche fuori di casa con quelle conseguenze che ognuno può supporre. Talvolta l´imprudenza di qualche estraneo può creare situazioni difficili tra l´Istituto e gli esterni, particolarmente poi se si trattasse dei parenti degli alunni o delle autorità.
I Superiori non dovrebbero più ricevere lagnanze a´ questo riguardo, e perciò è doveroso un richiamo per l´osservanza ´di questa prescrizione . delle nostre Costituzioni. La prudenza degli Ispettori saprà trovare il modo per far sì che non vi siano più estranei a convivere nelle nostre Case.
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I Direttori e gli altri confratelli vedano di coadiuvarli in quest´opera tanto importante.
Ma lo spirito dell´articolo citato ci deve far riflettere sopra un altro pericolo. Non stilo coloro che convivono negl´istituti, ma anche gli insegnanti o altri che vengono giornalmente a prestare l´opera loro come professori, capi di laboratorio o in altro modo, debbono essere compresi nella categoria degli estranei, che le nostre Costituzioni proibiscono di accettare senza un grave motivo. Le parole di Don Bosco non lasciano dubbi a questo riguardo. Vi sono delle Case, fortunatamente poche, ove il personale esterno è in, maggioranza. Il nostro spirito ne soffre; i confratelli, particolarmente giovani, restano. disorientati. San Francesco di Sales dice che le persone del mondo, anche le migliori, quando vanno a far visita alle Case religiose, vi portano qualcosa di mondàno. Avvertite che il Santo parla solo di visite; che cosa si dovrà dire di coloro che passano giornate, mesi, anni interi nell´ambiente della comunità? Le loro abitudini, l´azzimatura, il vestire, le notizie, i giornali, le conversazioni, gli apprezzamenti possono costituire un grave pericolo per la -vita religiosa. D´altra parte l´opera nostra edueatrice, affidata a estranei, non è più opera strettamente salesiana. I parenti sono i primi ad av
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vertirlo, e ne muovano lagnanze. Si dirà che fa difetto il personale sufficiente. I Superiori giustamente sogliono rispondere che in tal caso è preferibile aprire meno Case e sopprimere certe opere, qualora Tosse necessario, anzichè sostenerle con personale esterno a pagamento, coi pericoli che abbiamo indicato.
Sarà una grande gioia per tutti, e ne ringrazieremo il Signore, quando gli Ispettori potranno dare´ ai Superiori Maggiori la consolante notizia che più nessun estraneo convive nelle nostre Case e che il personale esterno ´è, se non eliminato del tutto, ridotte, almeno a minime proporzioni.
Ed ora un fugace accenno alla pratica del sistema preventivo del quale si parlerà espressamente in altra trattazione. Per evitare qualsiasi abuso in proposito ricordiamo due importanti avvisi del nostro Santo Fondatore: 1° « Il percuotere, in qualunque modo, il mettere in ginocchio con posizione dolorosa, il tirar le orecchie, e altri castighi simili debbonsi assolutamente evitare, per-che sono proibiti dalle leggi civili, irritano grandemente i giovani e avviliscono l´educatore » (481). 2° < Riguardo alla castità (è Don Bosco che parla) io non transigo per nulla e desidero ardentissimamente che nessuno ponga le mani ´sulla per
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sona degli altri; desidero che nessuno scenda a confidenze speciali coi giovani, chiunque essi siano. Bisogna ricorrere ai rimedi per prevenire le cadute; non mettere le mani addosso, non andare a braccetto; non darsi baci per nessun motivo; non buttar le mani al collo; essere guardinghi negli sguardi; guardarsi, per esempio, dal far regalucci a uno più avvenente dell´altro;• fuggire le strette di mano » (482). Fin qui il nostro Padre, il quale ci avverte pure che, con l´evitare simili trasgressioni e abusi, verranno consolidate e salvate ´tante vocazioni.
Ed ora un ultimo punto, per noi di somma importanza: il fumare. Di questo abuso avremmo potuto trattarne parlando della Povertà. Ma presso di noi il fumare non è solo contrario alla povertà religiosa: esso è più ancora mancanza di ubbidienza e di disciplina, e costituisce un grave pericolo, una vera e seria minaccia contro il nostro sistema educativo.
Il fumare è vietato in modo assoluto dall´articolo 12 dei nostri Regolamenti. Esso è contrario alla fedeltà promessa a Don Bosco e alla Congregazione: Tradizioni di famiglia, tassative disposizioni ed esplicite raccomandazioni di Don Bosco e dei suoi Successori lo proibiscono espressamente.
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Il fumare è contrario alla povertà. La nostra Congregazione vive di beneficenza. Chi fuma, fa una grave ingiuria ai nostri benefattori, e sottrae il pane e i benefizi di una educazione cristiana a tanti poveri orfanelli. Quante umili Cooperatrici vengono a depositare nelle nostre mani quella povera moneta, frutto di chi sa quali. sacrifizi! E noi oseremmo sciuparla in fumo? E non temiamo che Iddio ci castighi privandoci del necessario?
Facciamo un calcolo, semplicissimo, ma oltremodo eloquente e che può essere fecondo di bene. •
Salesiani, la Dio mercè, saranno presto 14.000. Se tutti fumassero, anche pel valore di una sola lira al giorno, sarebbero quattordici mila lire al giorno che andrebbero in fumo, quattrocento e ventimila lire al mese, oltre cinque milioni di . lire all´anno: è un calcolo che incute spavento! Quanti orfani, quante vocazioni, quante opere non si possono sostenere con tale somma. Se domani fossimo 20.000, si tratterebbe di oltre sette milioni! E notate che una lira giornaliera non è sufficiente al fumatore; il quiale, purtroppo, dal tabacco suole passare ai liquori: e allora avremmo la morte della castità e forse della vocazione e dell´anima.
Il fumare è contrario a una nostra solenne pro
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messa. Prima di emettere la professione religiosa, abbiamo fatto pubblicamente, dinanzi a Dio, ai Superiori e ai confratelli, questa dichiarazione: < Conosco pure che professando queste Costituzioni debbo rinunziare a tutte le comodità-e a tutte le agiatezze della vita ». E dopo una simile categorica e pubblica promessa non saremmo capaci di fare una piccola mortificazione astenendoci dal fumare? Talvolta ci dichiariamo disposti a chissà quali grandi cose per amor di Dio e delle anime: ecco un´occasione propizia di dimostrare coi fatti questo amore.
Il fumare è contrario alla temperanza salesiana. Essa ci obbliga a non lasciarci legare da abitudini di nessun genere, anche se potessero parere indifferenti. S. Giovanni Bosco, all´articolo 188 delle Costituzioni, parlando di cose che devono specialmente star a cuore di tutti, dice: « Ognuno stia attento a non lasciarsi legare da abitudini di nessun genere, neanche di cose indifferenti». L´abitudine del fumare, non solo non è indifferente, ma quanto mai perniciosa. Se disgraziatamente s´introducesse nelle nostre Case ne sarebbe intaccato il sistema preventivo, base della nostra pedagogia, che si svolge nell´ambiente di una amorevole assistenza e del buon esempio. Quand´è che il fumatore sente maggiormente il
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bisogno di fumare? Dopo i pasti, vale a dire nel tempo della ricreazione; quando, secondo le norme di Don Bosco e le prescrizioni dei Regola menti, tutti i Superiori devono trovarsi in cortile con gli alunni. E poi con quale autorità morale, e pérchè non dirlo, con che faccia, oseremmo proibire di fumare agli alunni? Avrebbero ragione di ripeterci il medice, cura te ipsum. ´Il cattivo esempio avrebbe praticamente ben più forza delle nostre mal fondate esortazioni. Infatti, fin dal 1852, nel Regolamento per gli alunni (capo XVI), Don Bosco metteva il fumare tra le cose proibite con rigore nella Casa. Ecco le sue parole, che, all´inizio di ogni anno scolastico, vengono lette con solennità davanti ai giovani e ai Superiori: « Il fumare .e masticar tabacco .è vietato in ogni tempo, e sotto qualsiasi pretesto ». Inoltre l´articolo 161 dei Regolamenti proibisce anche agli esterni di fumare nell´interno dell´istituto: è evidente che, con maggior motivo, deve intendersi proibito a tutti coloro che vivono dentro dell´istituto.
Qualcuno dirà; ..è proibito anche nelle Missioni? Dovremmo rispondere: — Soprattutto nelle Missioni è proibito. Il missionario è l´uomo del sacrifizio, delle privazioni, e, in caso necessario, dell´eroismo. Supporre in lui minor virtù che in un religioso ordinario è inferirgli una offesa. Nè,
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per coonestare la deplorevole abitudine, si vada a mendicare il pretesto del clima, della salute, o altro. Abbiamo visto, sotto tutti i climi, missiouari esemplarissimi, ai quali non venne. mai neppur in mente di fumare. Alla salute, poi, è risaputo da tutti che il fumare, anzichè giovare, nuoce e non poco. Essendo caduto ammalato S. Ecc. Mons. Mathias, Superiore della nostra Missione dell´Assam, alcuni missionari anziani di altra CongregaZione gli dissero che egli e i suoi confratelli dovevano risolversi a fumare, perchè altrimenti ne avrebbe sofferto la salute. Mons. Mathias non volle cedere. Un giorno, però, in presenza di uno di quei religiosi, interpellò il dottore ché lo visitava chiedendogli formalmente se, per conservare la salute sua e dei confratelli, avesse dovuto pregare i Superiori di lasciarli fumare. Il dottore domandò: Fumavate prima? No, rispose Monsignore. Ebbene, replicò il dottore, prendetevene ben guardia; ne avreste molti danni e nessun vantaggio.
Si dirà: — E quelli che si trovano tra i lebbrosi potranno fumare per evitare l´infezione? — Per ottenere questo risaltato, vi sono mezzi ben più acconci e sicuri. Se poi il´ sacerdote non fuma in chiesa, nel confessionale, nell´esercizio del suo ministero, quando cioè i pericoli d´infezione sono
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maggiori, per qual motivo dovrà fumare nelle altre manifestazioni della sua opera di eroica carità? Sarebbe invero poco edificante che coloro i quali si consacrano a una vita di maggior sacrificio, se ne servissero come di un pretesto per giustificare le loro immortificazioni e la trasgressione dei Regolamenti.
A nostro conforto e- stimolo dobbiamo dire che molti ci ammirano e santamente ci invidiano, proprio per questa nostra particolarità di non fumare. Superiori venerandi di altri Ordini e Istituti religiosi arrivarono al punto di interrogare i nostri Superiori per sapere con quali mezzi avrebbero potuto ottenere identici- risultati. Con santo orgoglio abbiamo appreso che in alcuni luoghi i figli di Don Bosco erano chiamati con meraviglia di tutti: i missionari che non fumano. Manteniamo alte queste nostre gloriose tradizioni. Don Bosco e Dón Rua non permisero l´entrata in Congregazione a uomini anche eminenti, solo perchè non si sentivano di lasciar di fumare; qualcuno che non volle privarsene fu allontanato dopo i voti temporanei. I Successori di Don Bosco, fedeli allo spirito del Fondatore, seguironó rigidamente le stesse norme. È preferibile che il fumatore lasci la Congregazione, anzichè finga e si torturi per nascondere ipocritamente la sua mancanza. Egli
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sa che, fumando, grava la sua coscienza di colpe contro la povertà, contro l´ubbidienza, contro lo spirito di Don Bosco; turba l´Istituto e i confratelli con scandali che Don Bosco e i suoi Successori hanno reputato, e che noi tutti dobbiamo proclamare sempre, gravi. Tale gravità la si può dedurre anche da questo fatto: in una riunione capitolare i Superiori unanimemente trattavano di chiudere una missione, perchè avevano saputo che colà eransi lamentate alcune trasgressioni riguardo al fumare.
81. Tutti concordi
a difesa della nostra Società.
Nè si pensi che solo gl´Ispettori e i Direttori coi Superiori del Capitolo siano chiamati in causa per correggere gli abusi. No, non è così. Un abuso snatura e indebolisce la Congregazione che a tutti ci è Madre; nessuno pertanto di noi, suoi figli, può rimanere indifferente. Ogni abuso è un veleno che intacca il nostro spirito, che macchia la nostra fama, che sottrae energie al nostro cuore, che ci espone a gravissimi pericoli per la vocazione e per la vita eterna. Tutti pertanto dobbiamo adoprarci per sradicarli, specialmente con l´esatta osservanza.
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Nè si dica: — Si tratta di piccole cose. — Gesù ha detto: Colui che è iniquo nel poco, lo sarà nel molto; mentre chi è fedele nel poco, lo sarà pure nel molto (483). S. Agostind commenta: « Non è piccola cosa, anzi è cosa assai grande, essere fedele nelle piccole cose » (484). Nel mondo fisico e nel morale, è sempre dalle cose minime che traggono origine i grandi disastri. « L´anima consacrata a. Dio, dicono S. Gregorio e S. Bernardo, metta la stessa cura nell´evitare le piccole come le grandi cose; perchè coloro che incorsero nelle più tremende cadute incominciarono da piccole negligenze » (485).
Ognuno pertanto si rivesta di santo, zelo per rendere sempre più bella, agli occhi di Dio e degli uomini, la nostra Congregazione. I Superiori ricordino le parole di S. Giovanni Damasceno: « Lo sconvolgimento dell´ordine è una prova sicura della debolezza e della incapacità di chi comanda » (486). Si sia caritatevoli, prudenti; ma soavemente- forti. Non si cada nel difetto dei tirannelli di cui parla Tacito, «i quali erano forti coi deboli e deboli coi forti ». Non si tema; neppure dinanzi a chi ostentasse indipendenza e spavalderia, come se non avesse emesso i voti o ne fosse dispensato. La carità verso glinosservanti non dispensa dal dovere di difendere i buoni e gli
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osservanti, vale a dire la grande massa.´ T Confra, telli ben pensanti, il giorno in cui si rendesse necessaria l´applicazione di qualche misura disciplinare, disposta dalla. Chiesa e dalla Congregazione a tutela dell´osservanza, della giustizia e della pace, saranno sempre e decisamente con i Sup eriori.
A chi non volesse più portare il soave giogo dell´ubbidienza si faccia capire, quando ne sia il caso, che, piuttosto di essere croce e tormento a sè e agli altri, è preferibile cercare altra via. Sono parole queste che bruciano le labbra e straziano il cuore; ma il bene generale impone dei doveri anche gravi e penosi. Dice bene S. Gregorio che, in questi casi, « mentre uno ricevé il meritato castigo, si offre a molti il mezzo di emendarsi » (487). « È preferibile, aggiunge S. Bernardo, che perisca uno Solo, anzichè compromettere l´unità e la compagine dell´intera comunità » (488). « Non si abbia ,paura di allontanare dal gregge di Dio la pecora rognosa, purchè si, eviti a ogni costo il contagio delle sane » (489): « Nè temiate che ciò sia contrario alla carità: non è contro la" carità ridonare a molti, con l´espulsione di uno solo, la pace.turbata dallo scandalo » (490). Si faccia di tutto, anche in questi casi, come tanto caldamente ci raccomandava Don Bosco, perchè ogni
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cosa si svolga in buona armonia. Che se proprio non ci si potesse riuscire per le cattive disposizioni di chi vi si oppone, ricordiamo questi due consigli di S. Bernardo. Diciamo anzitutto ai còl. pevoli: « Fratelli dilettissimi, io ho stabilito, nel più intimo del cuore, di amarvi, anche se il mio amore • non sarà da voi riconosciuto e ricambiato » (491). « Ma, dopo ciò, devo pure dirvi che non mi è lecito indietreggiare; perciò preferisco essere io da voi dispíezzato e dileggiato, anzichè permettere il dileggio e il disprezzo di Dio » (492).
82. A proposito
dell´ultimo articolo delle Costituzioni.
Arrivati a questo punto forse qualcuno potrebbe desiderare una parola di chiarimento circa l´articolo 201, ultimo delle Regole, ove è. detto: « A tranquillità delle anime, la Società dichiara che le presenti Costituzioni non obbligano di per sè sotto pena di peccato nè mortale nè veniale: perciò se qualcuno trasgredendole sarà reo dinanzi a Dio, ciò non proverrà direttamente dalle Costituzioni medesime, ma o dai comandamenti di Dio e della Chiesa, o dai voti, o finalmente dalle circostanze che accompagnano questa violazione, come lo scandalo, il disprezzo • e simili »,
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Quantunque queste cose siano state chiarite durante il periodo della nostra-formazione, e i Sacerdoti le abbiano approfondite nella teologia morale, tuttavia aggiungiamo ad abbondanza qualche breve considerazione.
Anzitutto nessun Salesiano potrà supporre che il nostro Santo Fondatore abbia inteso, con l´ultirino articolo delle Regole, togliere o scemare forza agli altri. Non è concepibile vi possa essere un articolo delle Costituzioni ove si dica che noi possiamo impunemente trascurare e trasgredire gli altri.
Prima ancora di procedere oltre, richiamiamo alla memoria il giorno fortunato della nostra professione religiosa. Dopo un anno di Noviziato, durante il quale ci applicammo, allo studio e alla pratica delle Costituzioni, noi ci, siamo ´inginoc, chiati ai piedi dell´altare, circondati dai confratelli. Il Superiore, in nome di Dio, ci domandò espressamente se noi conoscevamo e se• avevamo già messe in pratica le Regole; se avevamo ben compreso che cosa volesse dire professare le Regole salesiane, e se ci sentivamo di osservarle. E noi solennemente dichiarammo di conoscerle, di averle praticate;, ´ e aggiungemmo che volevamo fare i voti, e con ciò « obbligarci a osservare le Costituzioni Salesiane oer tutta la vita ».
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Tutto questo nell´interrogatorio: finito il quale, noi, nel nome di Dio, alla presenza della nostra Madre Maria Ausiliatrice, ´di S. Francesco di Sales, di S. Giovanni Bosco e di tutti i Santi del Cielo, abbiamo emesso il voto di povertà, castità e obbedienza a Dio, nelle mani del Superiore, secondo le Costituzioni della Società Salesiana.
Orbene non è lecito supporre che tutta questa preparazione, questa solennità di riti e di pro-. messe, sia una semplice cerimonia decorativa, e che al Salesiano, dopo tutto ciò, sia lecito trasgredire le Regole, nella convinzione di non commettere mancanza di sorta!
Il, citato articolo è una manifestazione della bontà della Congregazione a nostro riguardo. Infatti, mentre questa nostra Madre ci stimola alla perfezione e ci dà le Regole come mezzo per raggiungerla, non vuole spingerci a osservarle con la minaccia e la sanzione del peccato. Essa è persuasa che noi le osserveremo, perchè mossi dal desiderio di farci santi.
Perciò ci rassicura dicendoci che qualora, per, ragionevoli motivi, noi non fossimo in grado di • compiere • qualche osservanza, oppure se fossimo venuti meno a qualche disposizione della regola " per distrazione o fragilità, in tali casi possiamo stare tranquilli.
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Ma dopo di ciò essa ci ricorda che, se noi trasgredissimo le Regole per cattiva volontà e fossimo occasione di danno a noi e ai confratelli e di scandalo alle anime, allora vi è peccato, più o meno grave a seconda della gravità della trasgressione e delle circostanze che la accompagnano. E pur troppo, è ben difficile che, nelle trasgressioni volontarie delle regole, manchi la malizia e la cattiva volontà, sia pure in diversa misura, coi relativi danni e scandali.
Non troveremo un solo autore di ascetica o di teologia pastorale che ammetta. potersi .commettere una inosservanza della regola deliberatamente e con piena conoscenza e volontà senza che vi sia normalmente qualche circostanza colpevole.
Per chiarire meglio il concetto, lasciamo subito da parte quelle Regole che contengono prescrizioni già racchiuse nei Comandamenti di Dio e della Chiesa o che riguardano direttamente i voti: tutti sono d´accordò che . violando questi punti si commette peccato.
Limitandoci pertanto alle rimanenti Regole, diremo che, nella deliberata inosservanza di esse, facilmente la. volontà opera per appetito disordinato, per passione, per intemperanza, per
sprezzo pratico della santa Regola, per disistima
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della propria vocazione, per freddezza verso il Santo Fondatore, per infedeltà alle proprie pro
messe. Molte volte poi il peccato, e non sempre veniale, è nello scandalo dato a confratelli, ad al
lievi o estranei. Ogni trasgressione è una ingrati
tudine verso Dio, un disprezzo delle sue grazie; è ferire l´anima, indebolirla, collocarla sulla chi
na; è esporsi, sia pure con piccole mancanze, a cadere in gravi colpe e forse anche alla perdita della vocazione e dell´anima.
Nella vita stessa di comunità l´osservanza delle Regole anche minute è voluta da qualche
virtù, come ad esempio dalla carità, dall´umiltà, dal lavoro e specialmente dall´ubbidienza: diciamo specialmente, perchè i Superiori non comandano se non secondo le Regole e i Regolamenti.
Insomma, escludendo il caso di involontaria trasgressione o fragilità, noi dobbiamo ammettere che chi viola una Regola lo fa per qualche ra-.
gione, perchè chi opera deliberatamente opera per un fine. Ora se questo fine non è buono, neppure
l´azione può essere buona. Perciò invece di perdere il, tempo nell´indagare se la trasgressione sia mortale o veniale, proponiamoci piuttosto di santificare la nostra intenzione e di osservare tutte e sempre le nostre Regole.
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l l nostro venerato Padre Don Bosco fin dal 1865 si era preoccupato di questo fatto della trasgressione delle Regole della Casa, e istruiva i suol stessi giovanetti sulla natura di tale mancanza. È certamente per tutti noi un gran piacere conoscere con precisione il suo pensiero, così autorevole e sempre così chiaro.
La sera del 30 maggio di ´quell´anno egli raccontò ai giovani un sogno o visione, nella quale aveva contemplato i suoi figli in atto di offrire i loro doni alla Santissima Vergine: doni di varia natura, dai più belli e graziosi ai più comuni e strani. Figuravano, tra gli altri doni, dei bellissimi mazzi di rose e garofani; alcuni portavano delle spine insieme coi fiori, altri dei fiori con dei chiodi, altri ancora dei fiori guasti. Orbene, nel dare la spiegazione del sogno, Don Bosco disse appunto che le spine significavano le disubbidienze o trasgressioni alla regola; ed enumerava le trasgressioni, come per es. tenere danaro senza peimesso, mancare all´orario, essere pigri nel levarsi all´ora stabilita, mandare lettere senza licenza o di nascosto, infrangere il silenzio e via dicendo. Quindi soggiungeva: « Ecco che cosa significano le spine. Molti mi domanderanno: — È dunque peccato trasgredire le Regole della Casa? — Pensai già seriamente a questa questione, e vi
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rispondo assolutamente di sì. Non vi dico se sia grave o leggero: bisogna regolarsi :dalle circostan, ze, naa. peccato lo è. Qualcheduno mi dirà: — Ma nella legge ´di Dio non vi è che noi dobbiamo ubbidire alle Regole della Casa. — Ascoltate: vi è nei Comandamenti: Onora il padre e la madre! Sapete che cosa vogliono dire quelle parole Padre e Madre? Comprendono anche chi ne fa le veci. Non sta anche scritto nella Sacra Scrittura: Oboe-dite praeposit´ nestris? Se voi dovete -obbedire, è naturale che essi abbiano a comandare. Ecco l´origine delle Regole di un Oratorio, ed ecco se siano obbligatorie o no » (493).
Queste parole di Don Bosco, con le quali egli fa carico di coscienza ai´ giovani che non osservano le Regole della Casa, devono farci riflettere seriamente. Noi, che abbiamo fatto voto di ub,- bidienza a Dio e ai Superiori, saremo meno obbligati all´osservanza regolamentare di quello che lo siano i nostri allievi? Faranno essi peccato trasgredendo le regole del collegio e noi saremo immuni da ´colpa nelle nostre volontarie´ trasgres- ´ sioni? San Francesco di Sales illustra questa dottrina quasi con gli stessi esempi recati da Don Bosco; egli pure parla del silenzio, del mangiare fuori pasto contro il divieto delle Regole, e di altre regole minute. «La trasgressione volontaria
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e deliberata, egli dice, non è mai senza qualche disprezzo´»; e conclude: « questo disubbidire ´fori analmente, questo disprezzare cose buone e sante non è mai senza peccato, almeno veniale, neanche nelle cose di puro consiglio ».
Il Santo poi ci mette in guardia contro un errore o pericolo, che egli qualifica come un vero inganno del demonio. « Talvolta,_ egli scrive, una persona non si crede disubbidiente e inosservante, finché disprezza soltanto una o´ due regole, giudicate di poca entità, e osserva tutte le altre. Ma chi non vede qui l´inganno? Ciò che uno stima da poco, altri lo stimerà molto, e viceversa. Cosicchè in una comunità questi non terrà conto di una regola, quegli ne disprezzerà una seconda, quell´altro una terza, e vi regnerà il disordine » (494).

Vegliamo adunque attentamente contro queste finissime arti del demonio. • Stiamo piuttosto al consiglio del nostro Patrono, il quale vuole che in confessione noi accusiamo conte peccati veniali, o come cose in cui ci può essere peccato veniale, le trasgressioni commesse per trascuraggine, debolezza, tentazione e negligenza (delle mancanze commesse con disprezzo è già inteso che bisogna confessarsi); perchè, dice egli, « sebbene l´obbligo della Regola non importi peccato, vi può essere
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peccato a causa della negligenza, trascuraggine, precipitazione o altro difetto simile » (495). Queste spiegazioni del nostro Patrono e del nostro Fondatore, mentre ci dànno un´idea precisa dell´articolo 201 delle Costituzioni, ci fanno meglio comprendere il significato e la forza della solenne promessa fatta a Dio, nel giorno della nostra pro. fessione, con la quale ci siamo impegnati a osservare fedelmente le Costituzioni Sàlesiane per tutta la nostra vita.

-... 83. L´ultima parola del Padre.
Giunti al termine di questa trattazione, possianio e dobbiamo immaginarci che sia stato lo, stesso nostro Padre a rivolgerci le esortazioni udite, poichè, pressochè in ognuna di esse, non venne a mancare mai la voce viva della sua calda e sapiente parola o quella ancor più efficace dei suoi esempi.
Ebbene, sia ancora la • parola del Padre che suggelli e ravvalori anche l´ultima raCcomandazione che ci verrà rivolta.
Nel .1882 S. Giovanni Bosco mandava a ogni Direttore la tradizionale Strenna, accompagnandola con una lettera che conchiudeva così: « Dirai a tutti da parte mia che mi raccomando a vo
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fermi dire in complesso e separatamente quale cosa vogliono risolvere per venirmi in aiuto a salvare l´anima loro, che fu e sarà oggetto delle mie sollecitudini sino al termine della vita ». E in un poscritto aggiungeva che attendeva la risposta da ciascuno.
Chi può dire quante e quanto belle lettere avrà ricevuto il buon Padre in quella circostanza! Orbene, immaginiamoci che S. Giovanni Bosco rivolga oggi anche a, ciascuno di noi dal Cielo analoga domanda, mentre ci esorta, con tenero affetto, a mantenere viva e ardente nei cuori nostri la fedeltà alle Costituzioni, ai Regolamenti, alle tradizioni. È da questa fedeltà che dipende l´onore, lo sviluppo, la grandezza della Congregazione e la salvezza nostra e delle anime.
Nessuno, ne siamo certi, vorrà negare al Padre amatissimo il conforto e la gioia di una risposta ai piedi del suo_ Altare: risposta affettuosa e ardente, che gli protesti il nostro imperituro affetto nella pratica dell´ubbidienza che con voto abbiamo professato.
« La risposta, scriveva in quella circostanza al buon Padre un Direttore a nome dei confratelli della sua casa, la risposta è una sola per tutti. La salvezza dell´anima nostra è strettamente legata all´osservanza dei voti fatti: da essa dipende;
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per conseguenza siamo tutti pronti a impegnarci a osservarli fino alla morte. Così speriamo con la grazia del Signore. Ecco l´aiuto, la cooperazione che noi tutti desideriamo e vogliamo prestarle, affinché salvi le anime nostre ».
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Castità
(1) Atti del. Capitolo, n. 64, p. 117.
(2) Mem. Biogr., VIII, 34.
(3) Mem. Biogr., VI, 63.
(4) Mem. Biogr., ,XII, 564.
(5) LEMOYNE, Vita di S. G,iov. Bosco, II, 210.
(6) Mem. Biogr., XII, 564.
(7) Si hoc solum fiat, sufficit.,
(8) Haec est enim valuntas. Dei, sanctificatio vestra (I Thess., IV, 3).
L- (9) Elegit nos, ut essenius sanati et immaculati in conspectu eiuss (Eph., I, 4).,
(10) Me autem propter innocentiam suscepisti (Ps., XL, 13).
(11) Mem. Biogr., VII, 168.
(12) Mem. Biogr., V, 157.
(13) Mem. Biogr., V, 158.
(14) Mem. Biogr., V, 163.
(15) Mem. Biogr., IV, 478.
(16) Mem. Biogr., VI, 62.
(17) Ernia sicut Angeli Dei in caelo (MATTH., XXII, 30).
(18) Mem., Biogr., VIII, 842.
(19) Mem. Biogr., VIII, 844.
(20) Mem. Biogr., VIII, 844.
(21) Mem. Biogr., V, 720-23.
(22) Mem. Biogr., VI, 969.
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(23) Mem. Biogr., XII, 341.
(24) Mem. Biogr., XIV, 487-8.
(25) Mem. Biogr., VII, 414.
(26) Mem. Biogr., VII, 796.
(27) Mem. Biogr.,• VI, 975.
(28) Nomen sanctitatis duo videtur importare: uno quidem modo munditiam:• et huic significationi, competit nomee graecum: dicitur enim g:Ttn, quasi sine terra: alio modo importat firmitatem; unde apud antiquos sancta dicebantur, quae legibus erant munita, ut violari non deberent; unde et dicitur aliquid esse sancitum, quia est lege firmatum: potest etiam secundum Latinos hoc nomen, sanctus, ad munditiant pertinere ut intelligatur sanctus, quasi sanguine tinctus: eo quod antiquitus illi qui purificari volebant, sanguine hostiae tingebantur (2. 2", q. 81, a. 8 _c.).
(29) Zelus... ex intensione amoris provenit (1. 2ae, q. 28,
a. 4 c.).
(30) Teotimo, 1. 10, e. 11.
(31) LEMOYNE, Vita di S. Giov. Bosco, II, 226.
(32) D. ALBERA, Circ., p. 34.
(33) Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videb,unt (MATTH., V, 8).
(34) Nunquam dixit: ipsi Deum videbunt; solum quando venit ad mundos corde, ibi visionem Dei promisit. Non sine causa; quia ibi sunt oculi unde videri potest. Quid desideras ortum solis cum oculis lippis? (S. AUG., Serm., 53, 6).
(35) Tota opera tua in hac vita est sanare oculum cordis, ut Deum videas (S. AUG., Serm., 88, 5).
(36) Qui in carne sunt Deo piacere non possunt (Rom., VIII, 8).
(37) Quia talis est quisque, qualis eius dilectio est! Terram diligis? terra eris. Deum diligis? quid dicam, Deus eris? Non audeo dicere ex me; Scripturas sudi: Ego dixi: Dii
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estis, et Filii Altissimi omnes (S. AUG., II, in Ep. Joann, 11, 14).
(38) Quod futuri sumus, vos jam esse coepistis (S. BERLA.).
(39) Primus homo de terra, terrenus; secundus homo de coelo, coelestis... Igitur, sicut portavimus imaginem terreni, portemus et imaginem coelestis (I Cor., XV, 47, 49).
(40) . Egredere de terra tua, et de cognatione tua, et de
domo patris tui .(Gen., XII, 1).... ,
(41) Quod amas in terra, impedimentum est: viscum est pennarum spiritualium, hoc est virtutum, quibus volas ad Deum (S. AUG., Serm., 311, 4).
(42) D. RUA, Circol., p. 484.
(43) Quia de mundo non estis (JOANN., XV, 19).
(44) Si ergo mortui estis cum Christo ab elementis huius
· mundi (Coloss., II, 20).
(45) Vita vestra est abscondita cum Christo in Deo (Co/oss., III, 3). •
(46) D. RUA, Circol., p. 286.
(47) Ama parentes, sed praepone Deum parentibus (S. AUG., Serm., 100, 2).
(48) Qui amat patrem aut matrem plus quam me, non est me dignus (MATTH., X, 37).
(49) Nemo militans Deo implicat se negotiis saecularibus (Tim., Il, 4).
(50) Meni. Biogr., IX, 705.
(51) •Mem. Biogr., XII, 26.... •
(52) Meni. Biogr., VII, 85.
(53) Satagant Superiores ut omnino claudatur omnium malorum officina, qualis est feriarum tempus apud parentes aut amicos transigere (Mem. Biogr., XIV, 795).
(54) D. RUA, Circol., p. 124-5.
(55) Fortasse laboriosum non est hominem relinquere sua; sed valde laboriosum relinquere semetipsum. Minus quip
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pe est abnegare quod habet, valde autem multum abnegare
quod est (S. GREG., Hom. XXXII in Evang.).
(56) Corpus quod corrumpitur aggravat animam (Sap.,
IX,. 15).
(57) Quo enim res aliqua est purior, subtilior, eo est
simplicior... Quare cum essentia divina sit infinitae puritatis ac sublimitatis, merito infinite simplex censenda est... quia est expers omnis compositionis, tam accidentalis quam esseridans... In rebus creatis quotidie fiunt innumerabiles muta
tiones... quarum omnium Deus prorsus est incapax, cum omnino sit illimitatus et per essentiam suam undequaque perfectus... (LESSIO, Divin. Perfect. Consider., IX, X, XX, XXXI),
(58) Tratt. dell´amor di Dio, 1. III.
(59) Lett. a Mons. Bourgeois, 12 nov. 1604, t. XII,
pag. 391.
(60) Quis me liberabit de corpore mortis huius? (Rom.,
VII, 24).
(61) Castigo corpus mei.= et in servitutem redigo (I
Cor., IX, 27).
(62) Ut exhibeatis corpora vestra hostiam viventem
(Rom., XII, 1).
(63) Ut et vita lesa manifestetur in corporibus ve
stris (II Cor., IV, 10).
(64) Mortui enim estis, et vita vestra est abscondita cum
Christo in Deo (Col., III, 3).
(65) Et pro omnibus mortuus est Christus, ut et qui vi
vunt, iam non sibi vivant sed ei, qui pro ipsis mortuus est
et resurrexit (II Cor., V, 15). ´
(66) Vivo autem, iam non ego; vivit vero in me Chri
stus (Galat., II, 20).
(67) LE CAMUS, Spir. di S. Frane. di Sales, vol. I, c. 4.
(68) Opus tuum in hac vita hoc est: actiones carnis
spiritu mortificare. Haec est actio tua, haec militia tua... Si
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vere Christi discipulus es, carnem tuam crucifige cum passionibus et concupiscentiis. In hac gulden cruce per totam
vitam, perpetuo debes pendere. Sic semper vive; si terreno limò gressus non vis immergere, noli de ista cruce descendere (S. AUG., Serm., 156, 9; 205, 1).
(69) Pugna contra concuptscentiam tuam... in baptismo sancto peccata dimisisti, sed concupiscentia remansit, cum qua regeneratus pugnare debes. Conflictus in teipso est; noli tirnere hostem exstrinsecum: te vince, et mundus est victus (S. AUG., Serm., 57, 9).
(70) Quamdiu hic vivitur, sic est: sfc et ego qùi senni in ista militia, minores quippe hostes habeo; sed tamen fatigatus non cessant qualibuscumque motibus infestare senectutis quietem. Acrior pugna iuvenum est: novi eam, transivi per eam... (S. AUG., Serm., 128, 12; Conf., I, X, 29; in Ps., LV, 2, 3 ; Serm., 2, 3; in Ps., LXIII, 1).
(71) Fidelis autem Deus est, qui non patietur vos tentari supra id, quod potestis, sed faciet etiam cum tentatione proventum, ut possitis sustinere (I Cor., X, 13).
(72) Continentiam iubes? da quod iubes et iube quod vis (S. AUG., in I Cor., X, 13).
(73) Habent aliquid iam non carnis in carne (S. AUG.).
(74) Glorificate et portate Deum in corpore vestro (I Cor., VI, 20).
(75) Terrenum animai, sed coelo dignus, si suo cohaeret Auctori (S. AuG.).
(76) Et substantia mea tamquam nihilum ante te (Ps., XXXVIII, 6).
(77) Et de isto quoque nomine in nullum iam nomen, in omnis iam vocaboli mortem (TERT.).
(78) Pulvis, quem projicit ventus a facie terrae (Ps., I, 4).
(79) Virgines esse sensus virginis debent (S. BASILIO). 483

(80) Nec in praeterita castitate confidas; nec sanctior Davide, nec Sansone fortior, nec Salomone potes esse sapientior. Plurimi sanetissimi viri. cecidertmt propter suam secutitatem (S. GIR.).
(81) Crede mihi, episcopus sum, veritatem loquor in Christo, non mentior: cedros Libani et gregum arietes eorruisse vidi, de quorum casu non magis praesumebam, quam Gregorii Nazianzeni et Ambrosii (S. AUG.). Sit casus maiorum tremor minorum. Multi promittunt sibi quia mecum iudicabunt, quia dimiserunt omnia sua et secuti sunt me: sed habebant praesumptionem de se, habebant quemdam typhum et superbiam quam ego solus videbam (S. AUG., I, in Ps., X,
e. 8, 9). Petrum attende; fuit prius audax pra´esumptor, et postea factus est timidus negator (Serm., 147, 1).. Ecce columna firmissima ad unius aurae impulsum tota contremuit (CXIII,
in Joann.,... Nemo erit a me firmus, nisi qui seipsum sen
tit infirmum (Serra., 76, 6).
(82) Sola humilitas secura transire potest (S. ANT.). In hac parte expedit plus bene timere quam male fidere (S. CIPR.).
(83) Summe custodiendus est oculus qui est ianua cordis... quia ascendit mors per fenestras nostras (Serm., 9, 21).
(84) Pio XI, Encicl. della Cristiana Educaz. della gioventù: III p. in fine.
(85) DON RUA, Circol., pag. 462.
(86) Averte oculos meos, ne vieleant vanitatem (Ps., CXVIII, 37).
(87) Nemo dita: tutus est, periculo proximns (S. CIPR., Ep., 68).
(88) Incendium libidinis, "violati() castitatis est sensuum curiositas (S. LOR. GIUST., De Int. Coni.).
(89) Est ut non solum ah opere imniundo abstineant, sed etiam a iactu oculi et a cogitationis errore (S. GIR., in Ep. ad Titum).
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(90) ´Oculus meus depraedatus est animam meam (Thren., III, 51).
(91) Oculi incitamenta sunt vitiorum, ducesque scelerum (SENECA). Per fenestram corporis in secretum cordis venenum instillare..." (S. AUG., Serm., 250 de teme.).,
(92) Nequius oculo quid creatum est? (Eccl., XXXI, 15).
(93) Lapsus falsae linguae, quasi qui in pavimento cadens (Eccl., XX, 20).
(94) Mem. Biogr., IX, 707.
(95) Robur animae est sobrietas. Ahima sicca sapientissima (ERACL.). Iubar est anima sicca sapientissimum. et perspicax, neque madescit vini habitu in modum nebulae crassescens (CLEM. ALESS.). Vilis et tenuis mensa bonae va
letudinis est mater... Hom.... in- Joann.)´. Saturitas ca
stitatem prodegit (AMBR., Serm., 39).
(96) Stomacus... oppressus magis obruitur, quam reficitur (S. BERLA., Apol. ad. Guill., 20).
(97) Mem. Biogr., IV, 192.
(98) Mem. Biogr., IX, 707.
(99) Fratres, sobrii estote et vigilate, quia adversarius vester diabolus, tamquam leo rugiens, circuit, quaerens quem devoret (I Petr., V, 8, 9).´
(100) Semper cave, quia semper extenta est et parata muscipula inimici tui: vae tibi, si in istam muscipulam cecideris. Claude ianuam cupiditatis... et educeris de muscipula (S. AUG., IL in Psalm., XXX, 10). Inde dictus est leo et draco: leo propter apertam iram, draco propter occultas insidias (S. AUG., X, in Joann., I).
(101) DON ALBERA, Circol., p. 432.
(102) Si in terra erit cor... quomodo erit mundum quod in terra volutatur? Sordescit enim aliquid cum inferiori miscetur naturae... ita animus tuus terrenorum cupiditate sor-. descit (S. AUG., De Serra. Domini, 1. Il, e. 13).
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(103) LE CAMUS, Spir. di S. Franc. di Sale; II, c. 4.
(104) •BERTHIER, Le Prétre, 30, 57.
(105) Omni custodia serva cor tuum (Prov., IV, 23).
(106) LE CAMUS, Spir. di S. Franc. di Sales.
(107) Mem. Biogr., III, 591. /
(108) Mem. Biogr., VIII,. 873.
(109) AMADEI, Vita di Don Rua, III, 185. .
(110) Mem. Biogr., IX, 707.
(111) DON ALBERA, Circol., p. 357 s.
(112) Indefessum proficiendi studium et jugis conatus ad perfectionem, perfectio reputatur (S. BERN., Ep., 254, 3).
(113) Charitas patiens est, benigna est... omnia suffert, omnia sperat, omnia sustinet (I Cor., XIII, 4, 7) .
(114) LEMOYNE, Vita di S. Giov. Bosco, II, 216.
(115) Quid aútem est amare, nisi velie? (De Vocat. omnium gentium, 1. I, c. 3, attribuito a S. Ambrogio).
(116) Venit Christus mutare amorem, et de terreno fa-cere coelestis vitae amatorem (S. AUG., Serm., 344, 1) .
(117) In baptismo sancto peccata dimisisti, sed concupiscentia remansit cum qua regeneratus pugnare debes (S. AUG., Serm., 57, 9) .
(118) Mem. Biogr., V, 166.
(119) Mem. Biogr.,_ V, 164.
(120) Mem. Biogr., II, 154.
(121) Ha.bemus thesaurum istum in vasis fictilibus (II Cor., IV, 7).
(122) Qui se existimat stare, videat ne cadat (I Cor.,
X, 12)
(123) Mem. Biogr., V, 165.
(124) Mem. Biogr., III, 593.
(125) Mem. Biogr., IX, 839.
(126) Mem. Biogr., IX,. 403.
(127). LE CAMUS, Spir. di S. Frane. di Sales.
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(128) BERTHIER, Le Prétre, 30, 56.
(129) Mem. Biogr., IX, 707.
(130) Sumrnarium super virtutibus, num. XIII « De heroica castitate », par. 89, 90.
(131) Meni. Biogr., XVIII, 476.
(132) DON IUTA, Circol., p. 382.
(133) Mem. Biogr., XII, 593.
(134) Ipsi habuerunt lumbos praecinctos (cfr. LUC., XII, 35) et dealbaverunt stolas suas in sanguine Agni (cfr. Apoc., VII,. 14). Hi sunt sicut Angeli Dei in coelo (cfr. MATTE., XXII, 30).
(135) Mena. Biogr., XVII, 193 e 722.
(136) Beati immaculati in via, qui ambulant in lege Domini (Ps., CXVIII, 1) .
(137) Non privabit bonis eos, qui ambulant in innocentia (Ps., LXXXIII, 13).
(138) Non confundentur in tempore malo; in diebus Punis saturabuntur (Ps., XXXVI, 19).
(139) Novit Dominus dies immaculatorum, et hereditas eorum in aeternum erit (Ps., XXXVI, 18).
(140) Cum simplicibus sermocinatio eius (Prov., III, 32). Proteget gradientes simpliciter (Prov., II, 7). Qui ambulant simpliciter ambulant confidenter (Prov., X, 9). Voluntas eius in iis, qui simpliciter ambulant (Prov., XI, 20) .
(141) Qui ambulat simpliciter, salvus erit (Prov., XXVIII, 18).
(142) Fili mi, tu semper mecum es, et omnia mea tua sunt (Luc., XV, 30).
(143) Omni tempore sint vestimenta tua candida (Ecde., IX, 8) .
(144) Donec deficiam, non recedam ab innocentia mea (JOB., XXVII, 5).
(145) Psallam et intelligam in via immaculata : quando •
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venies ad me? (Ps. C, 2). Pètite et accipietis (JoANN., XVI, 24). Pater noster (MATTA., VI, 2).
(146) Si mei non fuerint _ dominati, tunc immaculatus ero et emundabor a delitto maximo (Ps., XVIII, 14).
(147) Pro anima tua non confundaris dicere verum (Eccli., IV, 24).
(148) Exacuerunt ut gladium linguas suas : intenderunt arcum, rem amaram, ut sagittent in occultum immaculatuna (es., LXIII, 4).
(149) Sepi aures tuas spinis, linguam nequam noli au-dire (Eccli., XXVIII, 28),.
(150) Si quis vult post me venire, abneget semetipsum, et tollat crucem suam quotidie, et sequatur me (LUC., IX, 23).
(151) Quia acceptus eras Deo; necesse fuit, ut tentatio probaret te (TOB., XII, 13).
(152) Parasti in conspectu meo mensam adversus eos, qui tribulant me (Ps. XXII, 5). Cadent a latere tuo mille, et decem millia a dextris tuis: ad te autem non appropinquabunt (Ps., XC, 7).
(153) Ego Mater pulchrae dilectionis et timoris et agnitionis et sanctae spei. In me gratia omnis viae et veritatis; in me omnis spes vitae et virtutis (Eccli., XXIV, 24-5). Ego diligentes me diligo (Prov., VIII, 17). Qui elucidant´ me vitam aeternam habebunt (Eccli.,. XXIV, 31).. Terribilis, ut castrorum acies ordinata (Cant., VI, 9).
(154) Benedictus Deus et Pater Domini nostri Jesu Christi, qui benedixit nos in omni benedictione spirituali in caeléstibus in. Christo; sicut elegit nos in ipso ante mundi constitutionem, ut nsgemus sancti et immaculati in conspectu eius in charitate; qui praedestinavit nos in adoptionéin filiorum per Jesum Christum (Eph., I, 3-5).
(155) Ei qui potens est vos conservare sine peccato, et constituere ante conspectum gloriae suae immaculatos in
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exsulta:tione in adventu Domini nostri Jesu Christi, soli Deo salvatori nostro, per Jesum Christum Dominum nostrum, gloria et magnificentia, imperium et potestas, ante orane saeeulum, et nunc, et in omnia saecula saeculorum. Amen. (Judae, 24-25).
Ubbidienza
(156) Atti del Cap., n. 66, p. 159.
(157) Sine fide impossibile est piacere Deo (Hebr., XI, 6).
(158) Dicitur veritas in servandis promissis, quae nihil aliud est quam fidelitas (UsSIO, Divin. Perfect., XV, 4).
(159) Mem. Blogr., XIV, 54.
(160) DON RUA, Circ., p. 409.
(161) Atti del Cap., n. 23, p. 177.
(162) S. FRANC. DI SALES, Tratt. XX, t. VI, p. 380.
(163) Atti del Cap., n. 23, p. 177.
(164) S. TERESA, Camm. d. Perf., c. 4.
(165) Indulte novum hominem, qui secundum Deum- creaturs est in justitia, et sanctitate veritatis (Eplt., IV, 24).
(166) S. FRANO• DI SALES, Tratt. XX, t. VI, p. 372.
(167) S. FRANC. DI SALES, S. R., XXXV, t. IX, p. 364. L (168) DON RUA, Circol., p. 133. (169) Mem. Biogr., II, 322.
´ (170) Mem. Biogr., III, 86.... •
(171) Mein. Biogr., IV, 338-39.
(172) Mem. Biogr., V, 692.
(173) Mem. Biogr., V, 693.
(174) Mem. Biogr., V, 693.
(175) Mem. Biogr., V, 694.
(176) Mem. Biogr., V, 881.
(177) Mem.´ Biogr., V, 907.
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(178) Mem. Biogr., IX, 499.
(179) Mem. Biogr., IX, 539.
(180) Mem. Biogr., IX, 564.
(181) Mem. Biogr., V, 880.
(182) Atti del Cap., n. 23, p. 198.
(183) DON ALBERA, Circol., p. 64.
(184) Atti del Cap., n. 23, p. 188.
(185) DON ALBERA, Circol., p. 64.
(186) DON RUA, Circol., p. 366.
(187) Mem. Biogr., IX, 572.
(188) DON BOSCO, Circol., p. 21.... -
(189) Hanc qui observant salvi permanent (S. GIOV. CRIS., Orat. « De Legibus »).
(190) LESSIO, Divin Perfect., Praecatio ad Dominum rerum omnium.
(191) BOSSUET, Serra. sulla legge di Dio.´
(192) Desiderabilia super aurum et lapidem praetiosum inultum: et dulciora super mel et favum (Ps., XVIII, 11) .
(193) In custodiendis illis retributio multa (Ps., XVIII, 12).
(194) Lex, lux (Prov., VI, 23).
(195) Lex tua veritas (Ps., CXVIII, 142).
(196) Via vitae custodienti disciplinam (Prov., X, 17).
(197) Sit autem fortitudo nostra lex iustitiae (Sap.,1I,11).
(198) Portio mea, Domine, diki, custodire legem tuam (Ps., CXVIII, 57).
(199) Qui custodit mandatum, custodit animam suam (Prov., XIX, 16).
(200) Lex tua meditatio mea est (Ps., CXVIII, 174).
(201) Pax multa dfiigentibus legem tuam (Ps., CXVIII, 165).
(202) Lex sapientis, fons vitae, ut declinet a ruina mortis (Ps., XIII, 14).
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(203) Finis enim legis, Christus (Rom., X, 4).
(204) Plenitudo ergo legis est dilectio (Rom., XIII, 10).
(205) DON RUA, Circol., p. 333.
(206) DON ALBERA, Man. Dirett., p. 85, 246.
(207) Atti del Cap., n. 23, p. 195.
(208) DON ALBERA, Circol., p. 65.
(209) Mem. Biogr., XIII, 258-9. -(210) Atti del Cap., n. 56, p. 933.
(211) Depositum custodi, devitans profanas vocum novitates (I Tim., VI, 20).
(212) Novum omne et incognitum quod est, suspectum est (TERT., De Praec., c. II).
(213) Mutatio consuetudinis, etiam quae adiuvat utilitate, novitate perturbat (S. AUG., Ep., XCVIII, c. 5).
(214) Saepenumero mutatio in melius, majorum malorum consuevit esse principium (L. VARR., Trist., lib. I).
(215) Mem. Biogr., VI, 721.
(216) Novitas mater est temeritatis, soror superstitionis, filia laevitatis (S. BERN., Ep. 174, 9).
(217) Cuneta, quae ab aliis geruntur, improbo displicent. et sola ei quae .ipse egerit placent (S. GREG. MAGN., lib. XXXIV, c. 18).
(218), Super fratrum transgressiones, non super Patrum traditiones, constituitur qui Praelatus eligitur (S. BERN., De Praec., n. 9).
(219) Formam habe sanorum verborum quae a me au-disti, in fide et in dilectione in Christo Jesu. Bonum depositum custodi per Spiritum Sanctum, qui habitat in nobis (H Tira., I, 13-14). -
(220) Atti del Cap., n. 56, p. 935.
(221) Itaque, fratres, state, et tenete traditiones quas dìdicistis sive per sermonem, sive, per epistolam nostrani Thess., c. II, 14).
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(222) Magistram omnes sequantur regulam (S. BENED., Reg., c. 3).
(223) Omnis anima potestatibus sublimioribus subdita sit: non est enim potestas nisi a Deo (Rom., XIII, 1).
(224) Quae autem sunt, a Deo ordinatae .sunt (Rom., XIII, 1). Cfr. DELATTE, Lett. di S. Paolo ai Rom., Part. II,
c. 13.
(225) Servi, oboedite dominis carnalibus... in simplicitate cordis vestri, sicut Christo (Eph., VI, 5).
(226) Mem. Biogr.,. XI, 356.

(227) Seniores ergo, qui in vobis sunt, obsecro, consenior et testis Christi passionum, qui et eius, quae in futuro revelanda est, gloriae communicator; pascite qui in vobis est gregem Dei, providentes non coatte, sed spontanee secundum Deum; neque turpis lucri gratia, sed voluntarie; neque ut dominantes in cleris, sed forma facti gregis ex animo (I Petr., V, 1-3).
(228) Filioli mei, quos iterum parturio, donec formetur Christus iu vobis (Gal., IV, 19).
(229) Quis infirmatur, et ego non infirmor? quis scandalizatur, et ego non uror? (II Cor., XI, 29).
(230) Debemus autem nos firmiores- imbecillitates infirmorum sustinere (Rom., XV, 1).
(231) Omnibus omnia factus sum, ut omnes facerern salvos (I Cor., IX, 22).
.... (232) Locus superior, sine quo regi populus non po
test, etsi ita teneatur atque administretur ut decet, tamen indecenter appetitur (S. AUG., De Civ. Dei, lib. XIX, e. 19).
(233) Non deterrentur periculis quae, cupiditàte coecati, non vident... .coeci facti sunt et duces coecorum (S. BERN., De off. Episc., 27).
(234) Multi enim non tanta fiducia et alacritate accurrcrent ad honores, si esse sentirent et onera (S. BERN., De off. Episc., 25) .
492

(235) LESSIO, De Divin. Perfect., Praecatio ad Dominum rerum omnium.
(236) Non arbitror inter Episcopos multos esse qui salvi fiant, sed multo plures qui pereant, quia saepe non damnantur pro propriis peccatis sed alienis, quae non curaverunt (S. GIOV. CRIS., Hoin., 3) .
(237) Rapitur ergo et violenter in vicinam eeclesiam cum hymnis et laudibus portatur, magis quarn ducitur (S. BENED, XIV, De Serv. Dei Beat., lib. III, c. XXXI).
(238) Se ad sedem episcopalem fuisse, multitudine strangulante, compulsum (Ibidem).
(239) Post obitum sanctae memoriae Domini Stephani, vestri quidem decessoris, mei autem persecutoris, ego a me protinus episcopatum, non canonice traditum sed violenter iniectum, ´abscidissem. (Ibidem).
(240) Iudicium durissimum his qui praesunt fiet (Sap., VI, 6)... durum si non bene rexerint seipsos: durius si non bene gubernaverint familiam propriam (S. ANTONINO, pars I, tit. 5, c. II, § 4).
(241) Iam vero alta praesumptio, quid nisi ruinosa praecipitatio est? (S. BERN., De Consid., 1. 2, n. 19).
(242) Daemones principaliter contra praelatos insurgunt, quia, praelato´ subverso, de facile subvertuntur subditi (HUG. CARD., Sup. Reg., I, c. XXI).
(243) Si quis Episcopatum desiderat, bonum opus desiderat (I Tim., III, 1).
(244) Oportet ergo episeopum irreprehensibilem esse, sobrium, prudentem, ornatum, pudicum, hospitalem, doctorem... modestum, etc. (Ibid., 2-3).
(245) Laudo quod quaeritis, sed prius discite quid quaeratis. Plerumque vero qui praeesse concupiscunt, ad usum suae libidinis instrumentum apostolici sermonis arripiunt (SAN CREG. MAG., De Reg. Pastor., VI, p. I, CVIII).
493

(246) Nullum tibi venenum, nullum gladium plus formido, quam libidinem dominandi (S. BERN., De Consid., 1. 3,
n. 2).
(247) Non tu de illis es, qui dignitates virtutes putant
(S. BERN., De Consid., 1. 2, c. 14).
(248) Altiorem... sed non tutiorem; sublimiorem, non se
curiorem (S. BERN., Ep., 238, 4).
(249) Vir obediens loquetur victoriam (Prov., XXI, 28).
(250) S. FRANCESCO DI SALES, L., MCCXXIII, t. XVIII,
p. 359.... .
(251) Qui te beatum dicunt, ipsi te decipiunt (/s.,
-12).
(252) Quotiescumque memoriae occurrit dies illa mise
rise et calamitatis (S. BERN., Ep., 344, 1).
(253) Exaltatus autem, humiliatus sum et conturbatus
(Ps., LXXXVII, 16).
(254) Non neophytum, ne in superbiam elatus, in iu
dicium incidat diaboli (I Tim., III, 6).
(255) Officium ergo tuum attende. Pelle pudorem consi
deratione affidi, age ut magister (S. BERN., Ep., 201, 2).
(256) Tu autem cura inveniri fidelis servus et prudens;
conservis tuis coeleste triticum communicare absque invidia, et absque desidia erogare; et noli frustra assumere excusa
tionem (Ibidem).
(257) Sed non sum, inquis, ad ista sufficiens. De sola tibi credito talento respondere tibi para, securus de reliquo. Si multum accepisti, da multum. Quod si modicum est, et id
tribue (Ibidem).
(258) Qui fidelis est in minimo, et in maiori fidelis est
(LUC., XVI, 10).
(259) Ad hoc vos Deus in sublimitate posuit, ut tanta
maiori Ecclesiae suae utilitati vivatis, quanto in ea eminen
tiori auctoritate praeestis (S. BERN., Ep., 230).

· 494

(260) Terribilis prorsus, terribilis est locus iste (SAN BERN., Ep., 238, 4).
(261) Considero gradum et casum vereor; considero fastigium dignitatis, et intueor faciem abyssi jacentis, deorsum (S. BERN., Ep., 238, 3).
(262) Mem. Biogr., VII, 524.
(263) Vides omnem ecclesiasticum zelum fervere sola pro dignitate tuenda. Honori totum datur, sanctitati nihil, aut parum (S. BERN., De Consid., 1. 4, n. 5).
(264) LANCISIÒ, De Cond. Boni Super.
(265) S. ALFONSO, Istruzione pratica.
(266) S. TERESA, Camm. della Perfezione.
(267) Filius hominis non venit ministrare, sed ministrare, et dare animam suam (MATTH., XX, 28).
(268) Ipse qui praeest non se existimet potestate dominantem, sed charitate serviente felicem (S. AUG., Ad Cler. Reg., III) .
(269) Discite subditorum matres vos esse debere, non dominos (S. BERN., In Gant. Serm., XXIII, 2).
(270) Praesis... ut dispenses, non imperes (S. BERN., De Consid., 1. 3, n. 2).
(271) Bonus praelatus agnoscit se fratrum suorum patrem, non dominum (S. BONAV., De sex alis, c. IV).
(272) D. BOSCO, Circol., p. 14.
(273) Mem. Biogr., XVIII, 483.
(274) Diligite inimicos vestros (MATTH., V, 44) .
(275) DON RUA, Circol., p. 267.
(276) DON RUA., Circol., p. 215.
(277) AMADEI, Vita di Don Rua, vol. M p. 215-216.
(278) IDEM, ivi.
(279) Mem. Biogr., XIII, 403.
(280) DON RUA, Circol., p. 347.
(281) Mem. Biogr., XIII, 281.
495

(282) DON´ RUA, Circol., p. 152.
(283) DON RUA, Circol., p. 279.
(284) DON RUA, Circol., p. 291-292.
(285) DON RUA, Circol., p. 294.
(286) DON RUA, Circol., p. 296.
(287) DON RUA, Circol., p. 297.
(288) DON RUA, Circol., p. 292.
(289) DON RUA, Circol., p. 292.
(290) DON RUA, Circol., p. 191.
(291) DON RUA, Circol., p. 191-194.
(292) DON ALBERA, Man. Dirett., p. 194.
(293) Mem. Biogr., X, 1102.
(294) S. FRANC. DI SALES, Tratt., XVI, t. VI, p. 300-301.
(295) DON ALBERA, Man. Dirett., p. 220.
(296) DON RUA, Circol., p. 260.
(297) DON ALBERA, Man. Dirett., p. 187.
(298) DON ALBERA, Atti del Cap., p. 202.
(299) DON RUA, Circol., p. 411.
(300) DON RUA, Circol., p. 412.
(301) DON RUA, Circol., p. 221.
(302) DON ALBERA, Man. Dirett., p. 309.
(303) Mem. Biogr., XIII, 723.
(304) Mem. Biogr., XIV, 293.
(305) Mem. Biogr., XIII, 880.
(306) Mem. Biogr., XIV, 474.
(307) Rex rigidus incurret malum.
(308) Impgtiens operabitur stultitiam et vir versutus odio
sus est (Prov., XIV, 17).
(309) Oh superbia magnae fortunae, oh stultissimum malum, a te nihil accipere juvat; orane beneficium in iniu
ríam convertir; quidquid das corrumpis; vana superbiae magnitudo, quae in odium etiam amanda perducit (SENECA, De
Benefic., lib. II, c. III).
496

(310) LESSIO, De Divin: Perfect., consid. XXXV, 2, 3.
(311) S. FRANC. DI SALES, L., MCCXXIII (t. XVIII, p. 260-61) . •
(312) DON ALBERA, Circol., p. 51..
(313) DON ALBERA; Circol., p. 221.
(314) Hoc autem onus animarum est, et infirmarurn: nam quae sanati sunt, portari non indigent; ac per hoc, nec onus sunt. Quoscumque igitur de tuis invenerís tristes, pusillanimes, murmurosos, ipsorum te patrem, ipsorum te noveris esse abbatem (S. BERN., Ep., LXXIII, 2).
(315) Omnis pulchritudinis forma, unitas est (S. AUG., Ep., LXXVI) .
(316) Nihil praetiosius invenies unitate; non parcat omnibus coeteris propter eam. Jejuniis, vigiliis, orationibus audacter praeferat unitatem (S. BERN., De parv. serm., XXVI).
(317) LESSIO, De Divin. Perfect., Praecatio ad Provi. dentiam.
(318) Mem. Biogr., VII, 694.
(319) Non ita Christus. Ille siquidem dedit vitam ne perderet oboedientiam (S. BERN., De Off. Ep., n. 33).
(320) Nam illa mors; illa crux, opprobria, sputa, fiagella, c[uae omnia caput nostrum Christus pertransiit, quid aliud corpori eius, idest nobis, quam praeclara oboedientiae documenta fuerunt? (S. BERN., De Grad. humil., n. 7).
(321) Ex iis ergo, quae passus est, discimus quanta nos, qui -puri homines sumus, oporteat pro oboedientia per-peti, pro qua is, qui et Deus erat, non dubitaverit mori (S. BERN., ib.).
(322) Mem. Biogr., VII, 694.
(323) S.. GIOVANNI CLIM;
(324) Mem. Biogr., VI, 15.... •
(325) S. FRANCESCO DI SALES, Ep., MMLXVI, t. XX, p. 148. 497

(326) 2. 24e, q. 186, a. 8.
(327) S. BAsILIG M.
(328) MARMION, Cristo Vita dell´anima, XII, IX.
(329) Mem. Biogr., VII, 249.
(330) Sola virtus est oboedientia, quae virtutes coeteras menti inserit, insertasque custodit (S. GREG. MAG., Mor.,
I, 95). In oboedientia summa virtutum clausa est (S. GIROL.).
(331) S. FRANC. DI SALES, S. R., XXVII, p. 245-7.
(332) S. FRANC. DI SALES, Tratt., XV.
(333) S. TERESA, Fond. T. III, 5.
(334) S. CATERINA, Dial. dell´Obbed., c. I.
(335) Immediata ad Deum excusatio (S. GIOV.
(336) S. FRANC. DI SALES; Tratt., XI, t. VI, p. 182.
(337) Nam si contraria lex inventa est in membris nostris per inoboedientiam, quis nesciat per oboedientiam continentiam dari? (S. BERN., In Temp. Resurr. Serm., II, 12).
(338) Mem. Biogr., XII, 224.
(339) Sive enim Deus, sive homo vicarius Dei, mandatum quodcumque tradiderit; pari profecto obsequendum est
cura, pari reverentia deferendum (S. BERN., De Praec., n. 19).
(340) Quos (praelatos) sibi Deus aequare quodammodo in utraque parte dignatus, sibimet imputat illorum et reverentiam et contemptum (S. BERN., De Praec., n. 21).
(341) Quamobrem quidquid vice Dei praecipit homo, quod non sit tamen certum displicere Deo; haud secus omnino accipiendum est, quam si praecipiat Deus (S. BERN., De Praec., n. 21).
(342) S. FRANC. DI SALES, Tratt., XI, t. VI, p. 191-2.
(343) S. FRANCESCO DI SALES, Tratt., XVI, t. VI, p. 295.
(344) S. FRANCESCO DI SALES, Tratt., XVI, t. VI, p. 297.
(345) S. FRANCESCO DI SALES, Tratt., XVI, t. VI, p. 297.
(346) S. FRANCESCO DI SALES, L. MDCLV, t. XIX,
p. 217.
498

(347) Non tantum bonis et modéstis, sed etiam discolis (I Petr., II, 18).
(348) Quodcumque facitis, ex animo operamini, sicut Domino et non hominibus; scientes quod a Domino accipietis retributionem (Col., III, 23).
(349) S. BONAV., Summa de Grad. Virt., c. II.
(350) Quid hoc infelicius casu potest aestimari, ubi pereunte memoria, ratione, voluntate, tota animae substantia perimitur? (S. BERN., De Divers. Serm., XLV, 3).
´ (351) Pergravata nimirum non solum lege peccati originaliter membris insita, verum et consuetudine terrenae inhabitationis usualiter affectionibus inolita (S. BERN., De fr. eh., L. • A., c. CXII, 41).
(352) Siquidem voluptuosa sum, curiosa sum, ambitiosa sum; et ab hoc triplici ulcere non est in me sanitas a planta pedis usque ad verticem (S. BERN., De Convers. ad Cler., n. 10).
(353) In corde duplex est lepra, propria voluntas et proprium consilium. Lepra utraque nimis pessima, eoque perniciosior, quo magis interior. Voluntatem dico propriam, quae non «est communis cum Deo et hominibus, sed nostra tantum: quando quod volumus non ad honorem Dei, non ad utilitatem fratrum,- sed propter nosmetipsos, facimus, non intendentes piacere Deo et prodesse fratribus, sed satisfacere propriis motibus animorum. Huic contraria est retta fronte charitas, quae Deus est (S. BERN., in Temp. Resurr. Serm., III, 3).
(354) Quid enim esset aliud quam vita aeterna, tota affectione divinam in omnibus segui voluntatem? (S. BERN.. De Divers. Serm., XXVI, 4).
(355) Unde enim sunt scandala, unde turbatio, nisi quod propriam sequimur voluntatem? (S. BERN., De Divers. Serm., XXVI, 3).
(356) Quid enim odit, aut punit Deus praeter propriam 499

voluntatem? Cesset voluntas propria, et infernus non erit. In quem enim ignis ille desaeviet, nisi in propriam voluntatem?... Haec autem desideria et concupiscentiae, quae invitos te
mit, non voluntas, sed corruptio voluntatis, est. Porro voluntas propria quo furore Dominum majestatis impugnet, audiant et timeant servi propriae. voluntatis... Quod in se est, omnia quoque quae Dei sunt, tollit, et diripit... Nunc, autem et ipsum (quantum in ipsa est) Deum perimit voluntas propria... Crudelis piane et omnino execranda malitia; quae Dei potentiam, justitiam, sapientiam perire desiderat. Mac est crudelis bestia, fera pessima, rapacissima lupa, et !co erta saevissima. Haec est immundissima lepra animi... Eant ounc qui se faciunt religiosiores aliis; qui non sunt sicut coeteri. hominum. Ecce arioli et idololatrae fatti sunt (SAN BERN., in Temp. Resurr. Serm., III, 3-4)
(357) Hi sunt unitatis diVisOres, inimici pacis, charitatis expertes; vanitate tumentes, placentes sibi, et magni in oculis suis... Et quae major superbia, quam ut unus homo toti congregationi judicium suum praeferat, tamqbam ipse solus habeat spiritum Dei? (S. BERN., in Temp. Resurr. Serm., III, 4).
(358) Quis vero illum admisit, nisi- propria voluntas? Ipsa est, quae in potestatem tenebrarum denuo rediit, quae nos iterum subdidit mortis imperio (S. BERN., De Div., XI, 2).
(359) Sanguisugae duae sunt filiae: id est propriae voluntatis,- quae quasi radix est, duae filiae sunt, vanitas et voluptas, clamanies: Affer, affér! Hae nunquam satiantur, nunquam dicunt: sufficit (S. BERN., De Div., XXI, 2).
(360) (Qui) legern sibi suam faceret voluntatem, grave utique et importabile jugum super omnes filios Adam, heu, inclinans et, incurvans cervices n ostras, adeo ut vita nostra inferno- appropinquaverit (S. BERN., Ep., XI, 5)
500

(361) Ut qui a Deo noluit suaviter regi, poenaliter a seipso regeretur, quique sponte jugum suave et onus leve cbaritatis abjecit, propriae voluntatis onus importabile pateretur invitus (S. BERN., Ep. XI, 5).
(362) Si in die jejunii mei inveniatur voluntas mea, non tale jejunium elegit sponsus, nec sapit illi. jejunium meum, quod non lilium obedientiae, sed vitium propriae voluntatis sapit. Ego autem non solum de jejunio, sed de silentio, de vigiliis, de oratione, de lectione, de opere manuum, postremo• de omni observantia monachi, ubi invenitur voluntas sua in ea et non oboedientia magistri sui, idipsum sentio... Grande malum propria voluntas, qua fit ut bona tua tibi bona non sint... Quia nihil omnino, quod propria inquinatum sit voluntate, gustabit is qui pascitur inter lilia (S. BERN., In Cant. Serm., LXXI, 14).
(363) Quae autem bona, nisi ordinata voluntas? quae dicit: Paratus sum et non sum turbatus, ut custodiam mandata tua? (S. BERN., in fest. S. Andr. Serm., I, 8).
(364) Mem. Biogr., VII, 47.
(365) Sanetur cervicosa voluntas, bonumque in ´ se naturae, quod superbiendo amiserat, oboediendo recipiat (SAN BERN., ín Cant. Serm., XXIII, 6).
(366) Fortissima res est oboedientia vera, et quae in animum descendere non potest, nisi a mundi huius aspergine pure presseque detersum (S. BERN., De Div. Serm., XLI, 3).
(367) Magna quidem oboedientia vestra, Angeli sancti (S. BERN., Serm. de S. Martino, 17).
(368) S. FRANC. DI SALES, S. R., XVI, t. IX, p. 128-138.
(369) Porro totius humilitatis simula in eo videtur consistere, si voluntas nostra divinae, ut dignum est, subiecta sit voluntati (S. BERN., De Div. Serm., XXVI, 2).
(370) DON RUA, Circol., p. 202.
501

(371) Mem. Biogr., IX, 574.
(372) "Hoc est libenter oboedire, praelatorum voluntatem voluntarie adimplere (S. BERN., Serm., XLI, 4).
(373) Sola ergo voluntas est, quae totius operis ornar effectum, sine qua nec bene aliquid agitar, etiamsi bonum esse videatur (S. BERN., De Div. Serm., XLI, 4).
(374) Serenitas in vultu, dulcedo in sermonibus, multum colorant oboedientiam obsequentis... Si vis ergo perfectus esse... voluntati cordis, simplicitati operis, vultus hilaritatem adjungas (5. BERN., De Div. Serro., XLI, 6).
(375) DON RUA, Circol., p. 203.
(376) Fidelis oboediens nescit moras, fugie crastinum, ignorat tarditatem (S. BERN., De Div. Serm., XLI, 7).
(377) S. FRANC. DI SALES, Tratt., XI, t. VI p. 177.
(378) DON RUA, Circol., p. 248.
(379) DDN ALBERA, Circol., p. 150.
(380) S. FRANC. DI SALES, Tratt., XI, t. VI, p. 179.
(381) Mem. Biogr., VII, 246.
(382) S. FRANC• DI SALES,´ Tratt., XI, t. VI p. 179.
(383) DON ALBERA, Circol., p. 152.
(384) DON Bosco, Circol., p. 42.
(385) Mem. Biogr., IX, 989.
(386) (Est fortitudo) quae in aree constantiae virtutes collocat... virtus est virtutes servans ac muniens (S. BERN., De Div. Serro., XLI, 8). Perseverantia... virtutum fructus, earumque consummatio, totius boni... repositorium (Ibid., n. 10).
(387) Multos videmus post praecipientis imperium multag facere quaestiones; cur, quare, quamobrem, saepius interrogare, crebras ingeminare quaerelas (S. BERN., De Div. Serm., XLI, 5).
(388) 0 verbum breve, sed plenum, sed vivum et efficax, sed dignum omni acceptione. Quam pauci inveniuntur in hac perfectae oboedientiae forma, qui suam ita abjecerint
502

voluntatem, ut ne ipsum quidem cor habeant, ut non quid ipsi, sed quid Dominus velit, omni bora requirant, dicentes
sine intermissione: Domine, quid me vis facere?... Sic profecto, sic multorum usque hodie pusillanimitas et perversitas exigit, ut ab eis, quaeri oporteat: Quid vis, ut faciam tibi?... Discernunt et dijudicant eligentes in quibus oboediant im peraziti, immo in quibus praeceptorem suum ipsorum oboedire necesse sit voluntati... nequando... abutentibus patientia et benignitate praelati, fiat tandem multitudo exhibitae miserationis cumulus justae damnationis (S. BERN., In Conv. S. Paul., I, 6).
(389) S. FRANC. DI SALES, S. R., LXV, p. 387, 8.
(390) S. FRANC. DI SALES, Tratt., XIX, t. VI, p. 269.,
(391) S. FRANC. DI SALES, Tratt., XI, t. VI, p. 196-200.
(392) S. FRANC. DI SALES, L., MDLXIV, t. XIX, p. 50-52.
(393) S. FRANC. DI SALES, L., CCXXXVIII, t. XIII, p. 52.
(394) Porro quisquis vel aperte vel occulte satagit, ut quod habet in voluntate, hoc ei spiritualis pater iniungat; ipse se seducit, si forte sibi, quasi de oboedientia blandiatur. Neque enim in ea re ipse praelato, sed magis ei praelatus oboedit (S. BERN., De Div. Serro:, XXV, D.
(395) Extorta autem seu coatta licentia, licentia non est, sed violentia (S. BERN., Ep., 87, 2).
(396) (Deus) nec suscipiet eum (nummum), nisi et in. teger inveniatur, et sine aliqua falsitate. Nam si discutimus, si dijudicamus... fractus est nummus: non suscipiet eum Christus. Omnes enim oboedientiam simpliciter, et sine ulla exceptione promisimus. Quod si quis oboediat quidem, sed simulatorie et ad oculum... plumbum habet, non argentum... Dolose agit, sed in conspectu Dei, quoniam Deus non irridetur
(S. BERN., De. S. Andr. Serm..,... 1).
503

(397) Hi sunt qui segregant semetipsos, animales, spiritum non habentes, nec solliciti servare unitatem spiritus in
vinculo pacis (S. BERN., In Purif. Serra., II, 2).... •
(398) Nec sane duliium, quin ampliorem gratiam mereatur, qui paratum se exhibeat, etiam ante mandatum, quam qui oboedire satagit post mandatum (S. BERN., Serm. de S. Martino, 17).
(399) 0 Domine, voluntas, de qua dixisti ut non .fieret,
· si bona• non erat, quomodo tua erat? si bona erat, .quare derelitta est?... Erat ergo voluntas Christi, et bona erat... Sed ea de qua dicebat, Fiat voluntas tua, melior erat: quia, communis non solum Patris, sed et Christi, ipsius... et nostra (S. BERN., De Temp. Pasch. Serra., III, 5). •
(400) Mem. Biogr., XII, 82.
(401) Morum ordinata correctio et praecedentium regularis observatio (S. AUG., De Duod. abus. Sect., XLIV,
c. ;1).
(402) Sicut meliores sunt quos dirigit amor, ita plures sunt quos corrigit, timor (S. AUG., Ep.,
(403) Ubi disciplina perit, ibi dissolutio, ibi vitia regnant et virtutes enervantur (GERSEN, De Im. Christi).
(404) Ubi ordo dominatur, ibi universurn ornatus est ac pulchritudo incorìvulsa (S. GREG. NAZ., Orat. XX de Modestia).
° (405) Disciplina est custos• spei, retinaculum fidei... dux itineris salutaris, fomes ac nutrimenturn bonae indolis, ma- • gistra virtutis (S. CIPR., De Discip. et Habit. Virg., e. I).
(406) DON ALBERA, Circel., p. 57.
(407) Debent etiam formam ejus visibilem in seipsis ostendere, ut eis profundius imprimatur (S. BONAV., De sex alis, e. VII). Rector praecipue ad hoc studere debet, ut sibi commissos faciat Christiformes, idest ut formam vitae et doctrinae Christi in eis imprimat (Ibid.).
504

(408) Qui enim baci summi sui necessitate exigitur sum= ma dicere, hac eadem necessitate. compellitur summa mon
· Ware S. GREG. M., Reg. past., p. II, c. 3).
(409) Lucerna, quae in .semetipsa non ardet, reni cui supponitur non accendit (S. GREG. M., lib. XXIV, c. 2, n. 4).
(470) Sermo quidem vivus et efficax, exemplum est operis, facile faciens suadibile quod dicitur, • dum monstrat fattibile quod suadetur (S. ,BERN-, Ep., 201, 3).
(411) Ex virtuosa et exemplari vita superiorum dependet profectus et salus inferiorum (DION. CART., in I Petri, V, 9).
(412) Pastor malus, male vivendo, oves suas occidit, mala exempla praebendo (S. AUG., De Pastor, c. IV).
(413) Mem. Biogr., X, 1102.
(414) Volentes esse legis doctores, non intelligentes neque quae loquuntur, neque de quibus affirmant (I Tini., I, 7).
(415) Vae prophetis insipientibus, qui sequuntur spiritum suum, et nihil vident (Ezech., XIII, 3).
(416) Eum qui coeteris praeest, peritissimum´ esse convenit (S. EPHREM, De Vit. Spir.,. n. 36).
(417) Non autem te inoveat magister imperitus, indistreta potestas (S. BERN., De Div. Servi., XLI, 3).
(418) Mem. Biogr., XII, 80. (419). Mem. Biogr., XII, 81.
(420) Ducem te constituerunt... Data est tibi potestas, ut miser sis et amplius non quiescas (S. PIER DAM., in Serm. S. Nicolai).
(421) Mem.´ Biogr,, X, 1102.
(422) Mem. Biogr.; XVI, 420.
(423) Mem. Biogr., XIII, 887.
(424) DON RUA, Circol., p. 303.... •... •
(425) Mem. Biogr„ X, 1103.
(426) DON RUA, Circol., p. 349.
(427) Ponant ergo praepositi metam oboedientiae sub- ,
505


jectorum ex votis labiorum ipsorum, non suorum desideriorum
(S. BERN., De Praec. et Disp., n. 11).... ´
(428) Mem. Biogr., XII, 80-81.
(429) Nonnulli, cum regiminis curam suscipiunt, terrore) potestatis exhibent (S. PIER DAM., in tenia III).
(430) Qui, obturat aurem suam ad clamorem• pauperis, et ipse clamabit, et non exaudietur (Prov., XXI, 13).
(431) Quid gloriosius, quam vinci a. veritate? (S. AUG., in Ps., LVII).
(432) Quanto plures sentio mei curam genere, tanto
securior exeo in pascua (S. BERN., De... Ep., n. 35).
(433) Longe tamen graviori et periculosiori debito tenentur adstricti, qui pro multis animabus redditizi sunt rationem. Quid ego infelix? Quo me vertam, si tantum thesaururn, si praetiosum depositum istud, quod sibi Christus Sanguine proprio praetiosius indicavit, contigerit negligentius custodire? Si stillantem in Cruce Domini sanguine) collegissem, essetque repositus penes me in vase vitreo, quod et portari saepius oporteret, quid animi habiturus essem in discrimine tanto? (S. BERN., De Adv.´ Dom. Serra., III, 6).,
(434) Solemus muta gentis nostrae scire novissimi et, vicinis cantantibus, ignorare (S. BERN., Op. imperf., hoin. 17).
(435) Ita mutabiles sumus, ut plerumque quod heri volebamus, hodie recusemus; et quod hodíe nolumus, cras desideremus (S. BERN., Ep., 87, n. 9).
(436) Valde fortitudo destruitur, risi per consilium fuldatar (S. GREG. M., Mor., 116).
(437) Praecipua prudentia est, quae .alios prudentiores existimat (S. BERN., De ordine vitae, c. XII).
(438) Omnia illi desunt, qui nihil sibi deesse putat (S. BERN., De Consid., I. II, n. 14).
(439) Sapientis viri -est breviter audita latius pensare (S. GREG. M., Reg. Pastor., p. III, e.).
506

(440) Antequam stes in opere, sta in consilio (S. AUG., Super. Ps., XXXIV, 1).
(441) Vir impius procaciter obfirmat vultum suurn; qui autem rectus est corrígit viam suam (Prov., XXI, 29).
(442) S. FRANC. DI SALES, Tratt., XIV, t. VI, p. 244-51.
(443) S. FRANC. DI SALES, Ep., MDLIX, t. XIX, p. 34.
(444) 2. 2ae, q. 33, a. 3.
(445) S. GREG. M., Mor., XIV, n. 20.
(446) Boni te ducem, pravi te sentiant correctorem (SAN GREG. M., Ep., lib. XI, 12).
(447) Praelatus qui subditum negligat et perire permittat, ista potius mansuetudo falsa, crudelitas est (S. AUG., Ep. L
ad Bonít.).... •
(448) Oh infelix amicitia, quae illum quem diligit, tacendo et defendendo, diabolo tradit (S. AMBR., in Apoc., c. VIII).
(449) Noli diffidere, curam exigeris, non curationem. Denique audisti: Curam illius habe, et non: Cura, vel sana Mura (S. BERN., De Consid., 1. 4, n. 2).
(450) Oh mercenarie! lupum venientem vidisti et fugisti; forte dices: ecce adsum, non fugi. Fugisti, quia tacuisti (S. AUG., De Corrept., n. 19).
(451) Puniri malum charitas est (S. Eus. CAES., Ep. ad Damas.).
(452) Innocentes non estis, sì quos indicando corrigere potestis, tacendo perire permittitis (S. AUG., in Reg., III).
(453) Qui emendare potest et negligit, particeps se pro-cui dubio delitti constituit (S. GREG. M., Ep., lib. XI, ep. 69).
(454) Si negiexeris corrigere, peior... tu eum vides perire, vel periísse, et negligis? Peior es tacendo, quam ille convieiando • (S. AUG., De Verb. Doni. Serro., XVI, c. III).
(455) Praelatus, vicarius Dei.., si non corrigit delinquentes, triplici Deo reddet rationem (S. BON., De sex alis, C. III, n. 21).
507

(456) Impunitate nutritur audacia (S. ´AMI, De N6e et Arca, c. X).
(457) NiI correctione difficilius (S. GREG. M., De Corr.,
1. 1, c. 5).... •
"(458) Nemo vitia palpet, peccata dissimulet nemo, cum viderit ordinem deperire et minui disciplinam (S. AUG., in Serm. de Nativ. Joann. Bapt.).
(459) Sive severitate, sive lenitate, nonnisi officio dilec• tionis correctio impleatur (S. AUG., Tract; super Joann. e. 10).
(460) Erga corrigendos plus agat benevolentia quam auctoritas, plus exhortatio quam comminatio (Cone. Trid., Sess. XIII, c. 2).
(461) S. FRANO. DI SALES, L., DCCCLXXXIII, t. XVI,
p. 21. ´
(462) S. FRANC. DI SALES. Tratt., XII, t. VI, p. 213.
(463) DON RUA, Circol., p. 197. •
(464)´ Don RUA, Circol., p. 196.... •
(465) Neque enim abbas supra Regulam est, cui semel et ipse spontanea se professione submisit (S. BERN., De Praec. et Disp., n. 9).
(466) SUAREZ, De Relig., tr. VII, 1. X, e. VIII, n. 11.
(467) Et eadem fortasse fidelitas a subditis nihilominus exigitur in obtemperando, quae a praepositis in dispensando (S. BERN., De Praec. et Disp., n. 3).
(468) Monentes eos, non cogentes ad celsiora; condescendentes eis, cum necesse fuerit, ad remissiora; non cadentes cum eis (S. BERN., De Praec. et Disp., n. 11).
(469) F. SIMPLICIO, Formazione e riforma, VIII.
(470) Multo facilius (reperies) multos saeculares c6nyerti ad bonum, quam unum quempiam de religiosis transire ad melius (S. BERN., Ep., 96).
(471) Rarissima avis in terris est, qui de gradu, quem forte in religione semel attigerit, vel parum ascendat (Ibidem).
508


(472)´ Quis dabit mihi, ut transeam et videam visionem hanc rnagnam? (Ibidem).
(473) S. FRANC. DI SALES, L., CLXVIII, t. XXI, p. 68.
(474) S. FRANC. DI SALES, L., CMLXXXIX, t. XVI, p. 208.
(475) Age ergo, puta tempus putationis adesse, si tamen ´ meditationis preivit. Si cor movisti, movenda iam lingua, • movenda est et manus (S. BERN., De Consid., 1. 2, n. 13).
(476) Charitas benigna est: dilatare se, non, minorare novit... Non sunt relinquendi, qui ipsi se reliquerunt (SAN BERN., Ep., 273, 1).
(477) Erudimini, qui iudicatis terram. Discite subditorum matres vos esse debere, non dominos; studete magis amari quam metui; et si interdum severitate °Pus est, paterna sit; non tirannica. Matres fovendo, patres vos corripiendo exhibeatis... Quid jugum vestrum super eos aggravatis quorum potius onera portare, debetis? (S. BERN., in Cant. Serm., XXXIII, 2).
(478) Debes studere, ut sicut ordo a tuis senioribus tradit´us est: ita et •tu tradas eum posteris tuis, quantum in te est, verbo a exemplo. Nec aliquam consuetudinem non bonam inducas vel doceas: nec aliquam bonam per neglegenticun, vel per incuriam diaboli praetermittas (S. BERN., Opusc. «Ad quid venisti », ´c. VII).
(479) Et ecce tamquam novus in Christo... sy
nagogas gatanae, idest eellulas,- extra coenobium, in quibus - tres, vel quatuor fratres sine ordine, sine disciplina habitare solent, destruis (S. BERN., Ep., 254, 1).
(480) Mem. Biogr., XIV, 46.
(481) Regolanz., n. 101, 4.
(482) Mem. Biogr., IX, 839 e 403.
(483) Qui fidelis est in minimo, et in maiori fidelis est;
et qui in modico iniquus est, et in .maiori iniquus est (LuC., XVI, 10).
509

(484) Quod minimum est, minimum est; sed in minimo fidelem esse; magnum est (S. AUG., De Civit. Dei, L V, c. 3).
(485) Mens Deo dicata sic caveat minora ut maiora, quia a minimis incipiunt qui in maxima proruunt (S. GREG. M., Reg. Past., p. III, c. 24).
(486) Ordinis perturbatio perspicuum argumentum est nemineíit esse qui imperet (SAN GIOV. DAMASC., Hom., XXXVII).
(487) Dum unus corripitur, plurimi emendantur (SAN GREG. M., Mor., 1. III, c. VII).
(488) Melius est enim ut pereat unus, quam unitas
(S. BERN., Ep., 102, 2).... •
(489) Melius est de ovile dominicò morbosam ovem ejicere, quam unius vitio sanas amittere (S. GREG. M., 1. III, in reg. ind. 4, c. LXIX).
(490) Ne timeas esse contra charitatem, si unius ejee, tione scandalum multorum recompensaveris pace (S. BERN., Ep., 102, 2).
(491) Ego autem, fratres, quidquid faciatis, decrevi semper diligere vos, etiam non dilectus (S. BERN., Ep., 253, 10).
(492) Etsi necesse sit unum fieri duobus, malo in nos murmur hominem, quam in Deum esse... Non recuso inglorius fieri, ut non irruatur in Dei gloriam (S. BERN., De Consid., 1. 2, n. 4) .
(493) Mena. Biogr., VIII, 132.
(494) S. FRANO• DI SALES, Ep., I, t. VI, p. 5-12.
(495) Ibidem.
510

Castità
(Santità è Purezza)
L L´Immacolata... . ... pag.... 1
2. Soavi ricordi ... »... 2
3. Messaggio di purezza ... »... 4
4. Natura della castità... »... 6
5. Castità di Don Bosco e prerogativa salesiana .... »... 9
6. Il segreto della grandezza di Don Bosco .... »... 14
7. Come Don Bosco parlava della castità .... .... »... 18
8. Anche nei sogni o visioni .... .1... .... .... »... 21
9. Un sogno .... . ... »... 24
10. I giovani di Don Bosco, angeli di purezza e
santità... »... 26
11. I nostri doveri riguardo alla castità... .... .... »... 33
12. Santità e purezza nel concetto di S. Tommaso »... 34
13. Origine dell´amore di Don Bosco per la pu- •
rezza... .......... .... .... »... 35
14. Necessità della purezza ... »... 38
15.. « Voi non siete più del mondo » .... . ... »... 40
16. Il ritorno al mondo ... »... 44
17. Rinunzia di se stesso... »... 49
18. Custodia dei sensi... .... .... .... .... .... >,... 56
19. Il cinema... .... ....... .... .... »... 62
20. Le spiagge e i campeggi ... »... 68
21. La radio... »... 72
513

22. Il silenzio sacro .... .... . ... pag. 73
23. La sobrietà .... .... . ... »... 75
24. Mortificazione del cuore ... »... 80
25. Castità selvaggia .... .... .... .... .... . ... »... 82
26. Con altre persone... .... .... .... .... .... . ... »... 88
27. In mezzo ai giovani ... »... 94
28. Caratteristiche della carità salesiana .... . ... »... 95
29. Caratteristiche della castità salesiana .... .... »... 104
30. L´assistenza a custodia della purezza .... .... »... 109
31. Una circolare memoranda ... » 115
32. Santa intransigenza ... »... 118
33. La decenza nel vestire ... »... 120
34. Affezioni sensibili... »... 123
35. Precauzione doverosa... »... 127
36. L´educazione della purezza ... »... 130
37. Ultime raccomandazioni... » 138
38. « Se non è casto, non è nulla » .... .... .... .... »... 140
39. Chiedere incessantemente la grazia della • castità... »... 142
APPENDICE. - L´innocenza conservata con la pe
nitenza .... . . ... » 145
Ubbidienza
(Fedeltà a Don Bosco Santo)
L La santità del Padre e la fedeltà... .... .... . pag. 167
2. La fedeltà importa un atto di fede .... .... »... 172
3. La fedeltà è fiducia ... »... 177
4. Fedeltà è solenne promessa... .... .... . ... »... 178
5. Fedeltà nell´osservanza delle Regole,... »... 181
6. Eccellenza delle Regole ... »... 184
7. Il mezzo più falcile per imitare Don Bosco ... »... 187
8. Origine e sviluppo delle Regole .... . ... »... 191
514


9. Primo abbozo delle Regole ... pag. 193
10. Il lungo e doloroso Calvario per ottenere l´ap
... provazione delle Regole... .... .... .... .... .... .... »... 201
11. Trionfo finale... .... .... .... .... .... .... .... .... »... 207
12. Dobbiamo conoscere bent le nostre Regole . » 209
13. Dobbiamo osservare fedelmente le nostre Regole » 217
14. Facilità e felicità dell´osservanza delle Regole... »... 221
15. Calorosa raccomandazione... » 222
16. Che cosa sono i Regolamenti... .... .... .... .... »... 226
17. Cenno storico circa i Regolamenti... .... .... »... 229
18. Sistemazione definitiva dei Regolamenti... .... »... 235
19. Le tradizioni... »... 239
20. Tradizioni salesiane... .... .... .... .... .... .... .... »... 243
21. Autorità e natura della superiorità... »... 248
22. Il Superiore è rappresentante di Gesù Cristo .... »... 255
23. Prima della superiorità... »... 259
24. Pericoli della superiorità... .... .... .... .... .... »... 260
25. E cosa buona desiderare la superiorità? .... .... »... 264
26. Ai Superiori novelli... ........ .... .... »... 269
27. 11 Superiore salesiano fedele allo spirito di
Don Bosco... » 271
28. Al termine della superiorità... .... .... . ... »... 274
29. Le dimissioni... .... .... .... .... .... •... »... 279
30. Preghiamo per i nostri Superiori... .... .... .... »... 281
31. La paternità, caratteristica del governo salesiano »... 282
32. Un canone paterno... ........ .... .... »... 284
33. La carità, anima del governo salesiano... »... 285
34. Alla scuola del discepolo prediletto .... .... »... 287
35. Il più grande segreto di riuscita... .... .... »... 292
36. Una santa aspirazione... .... .... .... .... .... .... »... 294
37. Chi debba esercitare la paternità... .... .... »... 295
38. La paternità dei Superiori del Capitolo .... .... »... 298
39. La paternità dell´Ispettore... .... .... .... .... .... »... 304
515

40. La paternità del Direttore pag. 311
41. La Casa sia il tesoro del Direttore .... .... »... 313
42. La cura dei confratelli... .... .... .... .... .... .... »... 316
43. Prezioso Testamento... .... .... .... .... .... .... »... 317
44. Lo spirito di famiglia... .... .... .... .... .... .... »... 319
45. Il momento più bello della paternità .... .... »... 320
46. Il Direttore sempre padre ... »... 324
47. Il Direttore eviti le parti odiose .... .... . ... »... 325
48. Don Bosco incoraggiava sempre .... . »... 326
49. La paternità negli altri Superiori... .... . ... »... 329
50. Estensione della paternità salesiana . ... »... 335
51. La benedizione della Casa: gli ammalati .... »... 338
52. Paternità verso i confratelli che occupano man
... sioni difficili e pericolose... »... 342
53. I due elementi dell´osservanza... .... .... .... »... 343
54. Tre auree paginette del nostro ,Padre... .... »... 344
55. Necessità dell´ubbidienza... »... 345
56. Eccellenza dell´ubbidienza... »... 347
57. Vantaggi e frutti dell´ubbidienza .... .... .... .... »... 351
58. L´ubbidienza alla luce della fede... .... .... »... 355
59. Gl´insegnamenti del nostro Patrono ,... .... »... 358
60. Il sacrificio della propria volontà... •... »... 362
61. Gli idolatri della propria volontà .... .... .... »... 365
62. Alcune prerogative dell´ubbidienza... .... .... .... »... 370
63. Con animo ilare, prontamente, con, buona grazia
... e con umiltà .... .... ........ .... »... 372
64. Il Padre ci addita alcuni difetti dell´ubbidienza... »... 378
65. Concetto generico della disciplina... .... .... .... »... 390
66. La disciplina nel pensiero di Don Bosco .... .... »... 391
67. Necessità della disciplina... ,.... .... »... 395
68. Il Superiore e la disciplina ... " »... 397
69. L´esempio... .... . ... »... 398
70. Il Superiore e la Regola .... .... .... . ... »... 402
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71. Il Superiore faccia il Superiore .... . pag. 406
72. Ognuno faccia la parte sua .... .... .... .... .... »... 409
73. Il Superiore custode della disciplina con l´au
torità della Regola... ...... .... .... .... »... 414
74. Il -comando... ....... .. ... »... 416
75. La vigilanza .... .... .... . ... »... 419
76. La correzione... ...... .... ..... .... »... 425
77. Impedire gli abusi... »... 433
78. Danni degli abusi... .... .... .... .... .... .... »... 438
79. Sradicare gli abusi... .... .... .... .... .... .... .... »... 441
80. Alcuni abusi... .... .... .... . ... .... ´»... 443
81. Tutti concordi a difesa della nostra Società .... »... 462
82. A proposito dell´ultimo articolo delle Costi-... ,
tuzioni... ......... .... .... .... »... 465
83. L´ultima parola del Padre ... »... 473
NOTE
Castità... .... . .... . . ... . pag. 479
Ubbidienza... .... .... .... ....... .... .... .... »... 489

517 ,