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Vita di Don Michele Rua (it)

DOCUMENTI DEL DICASTERO PER LA FORMAZIONE

VITA DI DON MICHELE RUA

FRANCIS DESRAMAUT

PRIMO SUCCESSORE DI DON BOSCO

(1837-1910)

A cura di Aldo Giraudo

 

LAS ­ ROMA

Titolo originale dell’opera: Vie de Don Michel Rua premier successeur de Don Bosco (1837-1910) - © LAS, Roma, 2009.

Traduzione dal francese di Antonella Fasoli

Revisione generale sulle fonti archivistiche di Aldo Giraudo

INTRODUZIONE

Il centenario della morte del beato Michele Rua offre l’occasione per fare fare il punto sulla vita del primo successore di don Bosco. La famiglia salesiana gli deve molto. Che cosa sarebbe diventata se non ci fosse stato don Michele Rua?

In passato già altri si sono impegnati a scrivere la sua vita. Già all’indomani della scomparsa, l’amico di sempre Giovanni Battista Francesia (1838-1930) pubblicava un libro di 220 pagine, D. Michele Rua, primo successore di Don Bosco (Torino, 1911), il cui unico limite è forse l’eccessivo entusiasmo per il protagonista. Più tardi, coll’inizio dei processi di beatificazione e canonizzazione affluirono numerose testimonianze sulle sue virtù.

Così, sul principio degli anni Trenta, il redattore del Bollettino Salesiano, Angelo Amadei (1868-1945), che aveva facile accesso agli archivi centrali della Congregazione, iniziò a raccogliere un gran numero di documenti, confluiti in una monumentale opera di tre volumi, per un totale di 2.388 pagine, Il Servo di Dio Michele Rua (Torino, 1931-1934). Amadei si era informato accuratamente. Ad esempio, aveva fatto ricorso persino alle cronache locali delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Ma nel suo desiderio di non trascurare nulla, accumulò testimonianze e fatti, accostandoli secondo un criterio puramente cronologico, anno dopo anno, senza mai preoccuparsi di costruire un vero e proprio racconto. L’unica eccezione a questo suo modo di procedere è costituita da un interessante e dettagliato ritratto morale di don Rua, collocato tra gli anni 1898 e 1899. Per il resto tutto appare mescolato in un enorme zibaldone: ‹‹un bazar, un guazzabuglio», come mi disse un giorno don Ceria, parlando del decimo volume delle Memorie biografiche, opera dello stesso autore redatta con identici criteri. Inoltre Amadei non precisò la fonte delle sue informazioni, ignorando del tutto il metodo dei riferimenti. La sua biografia, dunque, seppur estremamente meritoria, dev’essere utilizzata con prudenza. Aggiungiamo, per amor di precisione, che i confratelli gli chiesero una versione ridotta dell’opera, pubblicata con il titolo: Un altro Don Bosco, Don Rua (Torino, 1934, 703 pagine).

Uno dei colleghi del tempo, Augustin Auffray (1881-1955), che a Torino dirigeva il Bulletin Salésien francese, fu invece molto attento a non cadere negli stessi limiti letterari e compose una vera biografia di don Rua: Un saint formé par un autre saint. Le premier successeur de Don Bosco, Don Rua (Paris-Lyon, 1932, 412 pagine), opera subito tradotta in italiano. Auffray ha costruito intelligentemente la sua storia dividendola in 49 capitoli, accuratamente organizzati e con una certa eleganza di stile. È vero che un lettore critico oggi potrebbe arricciare il naso di fronte alle sue immagini e ai suoi voli pindarici, tuttavia il libro si presenta come la prima decorosa biografia di don Rua, piacevole da leggere e sufficientemente fondata (anche lui, tuttavia, dimentica il riferimento alle fonti).

Un altro letterato, questa volta italiano, Eugenio Ceria (1870-1957), che nel redigere gli ultimi volumi delle Memorie biografiche di don Bosco si era ispirato al metodo e allo stile di Auffray, dopo la seconda guerra mondiale pubblicò una Vita del Servo di Dio don Michele Rua, primo successore di san Giovanni Bosco (Torino, 1949, 600 pagine) solidamente documentata, ben costruita e ben scritta. Anch’egli beneficiava di una conoscenza diretta di don Rua che aveva incontrato personalmente. I suoi 46 capitoli sono di gran lunga migliori rispetto a quelli di Amadei. Le note sono ridotte al minimo, limite piuttosto grave agli occhi degli eruditi. Ma dal momento che possedeva informazioni di prima mano, è probabile che se ne ritenesse legittimamente dispensato. La sua biografia di don Rua appare a tutt’oggi di qualità eccellente.

In occasione del centenario forse bastava ripubblicare e tradurre quest’opera di Ceria. Tuttavia, io credo che una biografia non sia mai definitiva. La documentazione esistente deve sempre essere reinterpretata in funzione delle domande sollevate dai ricercatori. Nuovi documenti, e abbondanti, sono stati rintracciati, come rileviamo dal DVD Documenti di don Rua, approntato nel 2007 a cura del Comitato di studi storici don Rua 2010, che bisognerebbe sfruttare più sistematicamente. Ma numerose lettere e altri documenti di don Rua giacciano ancora del tutto sconosciuti negli archivi ispettoriali salesiani di diverse parti del mondo. La conoscenza della sua teologia di riferimento resta ancora imperfetta. Non disponiamo di studi sulla sua predicazione. Sappiamo che seguiva con cura i missionari inviati in America: quale forma prendeva la sua direzione sempre così attenta? In quale misura incoraggiava (o moderava) l’italianità, allora molto accentuata, della Società Salesiana? Fino a che punto la formazione salesiana progredì sotto il suo rettorato? Inoltre restano ancora da studiare le gravi questioni relative ai direttori-confessori e alla separazione giuridica tra la Congregazione Salesiana e l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che meriterebbero un’analisi più accurata rispetto a quanto ho fatto in questa sede ...

Insomma, con questo libro non ho avuto la pretesa di rinnovare radicalmente l’argomento. Anzi, riconosco a più riprese il mio debito nei riguardi dei biografi predecedenti, soprattutto di don Ceria, non soltanto per la biografia di don Rua, anche per i suoi Annali della Società Salesiana. Confesso inoltre, con rincrescimento, di non aver potuto disporre di documenti di prima mano, che forse mi avrebbero fatto modificare il racconto in alcuni punti. La mia è stata soprattutto una rilettura, abbastanza libera, della documentazione raccolta nel Fondo Don Rua, depositato presso l’Archivio Centrale Salesiano di Roma, messa a disposizione dei ricercatori in microfilm. Soprattutto non ho potuto beneficiare delle ricerche tuttora in corso alla vigilia del centenario del 2010. Mi auguro che arrivi presto qualcuno capace di colmare tali lacune.

Tolone, 31 gennaio 2009.

ABBREVIAZIONI

Amadei A. Amadei, Il Servo di Dio Michele Rua, 3 voll., Torino, SEI, 1931-1934.
Annali E. Ceria, Annali della Società Salesiana, Torino, SEI, 1941-1951.
ASC Archivio Salesiano Centrale - Roma
Auffray A. Auffray, Le premier successeur de Don Bosco, Don Rua (1837-1910), Lyon-Paris, Vitte, 1932.
Ceria, Vita E. Ceria, Vita del Servo di Dio Don Michele Rua, Torino, SEI, 1949.
Documenti G. B. Lemoyne, Documenti per scrivere la storia di D. Giovanni Bosco, dell’Oratorio di s. Francesco di Sales e della Congregaz. Salesiana, 45 volumi, in ASC A050-A094 (FdB 966A8-1201A9).
Don Bosco en son temps F. Desramaut, Don Bosco en son temps (1815-1888), Torino, SEI, 1996.
Epistolario Giovanni Bosco, Epistolario, a cura di Francesco Motto, voll. 1-4, Roma, LAS, 1991-2003.
Epistolario Ceria Epistolario di S. Giovanni Bosco, per cura di D. Eugenio Ceria, 4 voll., Torino, SEI, 1955-1959.
FdB ASC, Fondo Don Bosco. Microschedatura e descrizione, Roma, 1980.
FdR ASC, Fondo Don Rua. Microschede e descrizione, Roma, 1996.
Francesia D. Michele Rua, primo successore di Don Bosco. Memorie del Sac. G. B. Francesia, Torino, Ufficio delle “Letture cattoliche”, 1911.
L.C. Lettere circolari di Don Michele Rua ai Salesiani, Torino, S.A.I.D. Buona Stampa, 1910.
MB G. B. Lemoyne, A. Amadei, E. Ceria, Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco, 19 voll., San Benigno Canavese e Torino, 1898-1948.
Positio 1935 Sacra Rituum Congregatione. Taurinen. Beatificationis ac Canonizationis Servi Dei Sac. Michaelis Rua. Positio super introductione Causae, Roma, Guerra et Belli, 1935.
Positio 1947 Sacra Rituum Congregatione. Taurinen. Beatificationis et Canonizationis Servi Dei Michaelis Rua. Positio super virtutibus, Romae, Guerra e Belli, 1947.
RSS Ricerche Storiche Salesiane, Roma, LAS.

 

1 - L´INFANZIA DI MICHELE RUA

La città di Torino nel decennio 1830-1840

A differenza del contadino Giovanni Bosco, che scopre la città soltanto all’età di quindici anni quando arriva come studente a Chieri, Michele Rua nasce a Torino, capitale del Regno di Sardegna, dove abiterà per tutta la vita. Sarà sempre un cittadino, il figlio di una città del periodo pre-industriale, che lentamente si evolveva da un passato, di cui va andava fiera, a un’epoca più liberale di monarchia costituzionale.

Negli anni 1830 Torino contava 100.000 abitanti e godeva di buona fama in Europa.[1]Gli stranieri lodavano ‹‹la regolarità delle case, la spaziosità e nettezza delle vie, la comodità dell’acqua che chiamano Dora, le amenissime passeggiate, l’ottima polizia, la gentilezza degli abitanti, il celebre museo, gli splendidi caffè e molte altre bellezze [...] Vi hanno qui [...] dei comodi e bellissimi portici per ogni dove».[2] Questa dignità derivava dalla sua situazione politica. Durante la restaurazione seguita alla parentesi napoleonica, dopo l’unione con la Liguria, la città era diventata la capitale più importante degli Stati italiani dell’epoca, se non per superficie, almeno per organizzazione e forza economica. L’attività degli arsenali per l’approvigionamento dell’esercito e quella delle nuove industrie, soprattutto tessili, attirava gente dalle province. A Borgo Dora sorgevano manifatture che davano occupazione a parecchie centinaia di lavoratori, con ciminiere che ammorbavano l’aria.

A Torino si viveva ancora sotto il regime reazionario della Restaurazione. Il re aveva potere assoluto. I ministri rendevano conto a lui solo. Nel 1821, dopo qualche giornata di disordini, questo sistema, per un attimo sembrò vacillare all’annuncio di un’imminente costituzione, ma venne subito ripristinato dal re Carlo Felice. Questi si preoccupò in particolare dell’educazione dei giovani, come testimonia il Regolamento per le scuole fuori dell’Università, promulgato nel 1822. Era necessario, si legge nelle reali patenti che lo introducono, rimettere ordine nell’istruzione pubblica del Regno, i cui antichi ordinamenti erano stati sconvolti dalla rivoluzione e dall’introduzione di nuove ordinanze, rese ormai caduche a partire dalla ‹‹felice epoca del maggio 1814». Si intendeva così provvere all’educazione morale e scientifica dei giovani nelle scuole comunali, pubbliche e reali del Regno. La riorganizzazione delle antiche discipline, grazie alle quali ‹‹i sudditi de’ nostri reali predecessori salirono a rinomanza di colti, non meno che di saggi», appariva la strada più adatta per formare giovani simili ai loro antenati, i quali ‹‹stimavano essere un solo indivisibile Vero le Scienze, il Trono, e Dio».[3] Si era convinti che la religione, la monarchia e la scienza avrebbero contribuito insieme a plasmare le menti e i cuori dei ragazzi in quegli anni di restaurazione. Ma purtroppo a Torino l’istruzione era accessibile soltanto alle famiglie sufficientemente fortunate.

Di fatto la grande città non presentava soltanto un aspetto ordinato e civile. Al suo interno abbondavano i poveri, spesso senza dimora. ‹‹Dalle statistiche che le congregazioni di carità hanno stilato, risulta che Torino, con 125.000 abitanti, conta 30.000 poveri», si scriveva nel 1845. I mendicanti pullulavano e importunano i passanti. ‹‹Siamo circondati, siamo giornalmente assediati dagli accattoni; e tale è il loro numero che, anche nella supposizione che tutti fossero veramente poveri e non viziosi, non sarebbe però possibile di avere né i mezzi né il tempo di fermarsi con tutti, e di soccorrerli tutti. Ond’è che siamo costretti a proseguire il nostro cammino senza badare né alle loro lagrime né ai loro più commoventi scongiuri, che pure, in teoria, non dovrebbero mai ferire indarno l’orecchio di un uomo qualunque, e particolarmente di un Cristiano».[4] I mendicanti ingombravano i viali e le passeggiate intorno alla città. Mentre all’interno li si incontava sotto i portici, alla porta delle chiese e presso i caffè più lussuosi, dove, come lamentava un cittadino, non cessavano di importunare i passanti con sfrontata ostinazione.[5]

Una parte dei poveri di Torino viveva nelle periferie in rapida espansione di Borgo Dora, San Donato e Vanchiglia. Il settore più malfamato ara situato all’estremità di Vanchiglia, nella zona detta il Moschino. Là abitavano pescatori, barcaioli e la parte più misera della popolazione torinese. Scrive un contemporaneo: ‹‹È impossibile a dirsi lo schifo che ti prende quando, o per ufficio di medico, o per studio statistico, t’aggiri per quelle immonde viuzze, segregate dal commercio, ignote all’igiene, e direi umane cloache là esistenti per accusare l’unama ingiustizia, che agli uni tanti beni concede, e niega agli altri il suolo, l’aria ed il sole».[6] Il Moschino era, per la borghesia torinese, un ricovero di banditi della peggior specie, covo di una ‹‹coca» (banda organizzata) temuta ; pericoloso di giorno e inaccessibile la notte persino alla polizia.

Queste condizioni di vita disastrose generavano un disordine morale di pari proporzione. A Torino il numero delle nascite illegittime e degli infanticidi era elevato. Una nascita illegittima su quattro. Mentre negli anni 1830-1840 se ne contava solamente una su dodici a Genova, la seconda grande città dello stato, una su tredici nelle altre città e una su quarantotto nell’insieme del regno. Come nei romanzi francesi dell’epoca, il povero trovava conforto rifugiandosi in osterie malfamate, coll’ingresso più basso rispetto al piano stradale, così efficacemente descritte da uno scrittore del tempo: ‹‹Lo sconosciuto aprì l’uscio a vetri e si trovò in uno stanzone più lungo che largo, colle pareti affumicate, col pavimento composto d’assi inchidati, tutto ronchioso pel fango racatovi ed appiccatovi qua e colà dai piedi degli avventori, con un’atmosfera grassa, densa, impregnata di acri odori, in cui il fumo faceva con pieno successo le funzioni che per la strada adempiva la fitta nebbia di quella sera invernale».[7]

Nella grande città che si stava industrializzando era particolarmente penalizzata l’infanzia povera. Nel 1840, un cittadino si lamentava con il Vicario di città: ‹‹Ad ogni angolo, ad ogni attraversamento di portici si è assediati da una turba di quei décrotteurs [lustrascarpe] che fanno a gara per prevenire ciascheduno il passeggiero, e lo inseguono quand’egli è già passato, sempre gridando con un tono ed un fare insolente, anche alla distanza di venti passi».[8] Le manifatture rovinavano i più piccoli. Nello stesso anno, un giornalista denunciava la piaga: ‹‹Chi avrà posto piede in una manifattura e specialmente in un setifizio sarà rimasto sorpreso dolorosamente scorgendo uno sciame di fanciulli, colla bestemmia ad ogni momento sulla bocca inconsapevole, smunti, laceri e sudici avvolgersi nel fango, battersi l’un l’altro, ed avviarsi coi piccoli furti, colle piccole truffe per la via del delitto; e sarà rimasto raccapricciato pensando al tristo avvenire che aspetta quelle bionde testoline a cui poche cure basterebbero per rendere tutti i vezzi, tutte le grazie, tutte le virtù (che anche questa tenera età ha le sue virtù) della fanciullezza».[9] Questi ragazzi vivevano nelle strada. A Torino si deploravano le loro malefatte: ‹‹Una fra le tante piaghe che rodono la società, e che malgrado la più marcata solerzia per parte dell’autorità ed agenti di polizia non si riesce che a lenire è certamente la classe dei borsajuoli i quali infestano non soltanto le contrade o le piazze ma giungono persino a violare i reali palazzi e le chiese. Giorno non varca senza che pervengano lagni di esportazione di tabacchiere, orologi, borse, fanari o fazzoletti, per quali consumare si mettono in campo le più destre manovre».[10] La bella Torino, dunque, presentava un aspetto davvero poco smagliante.

Fortunatamente Torino aveva anche una tradizione di carità molto solida. La città disponeva di una quantità di opere pie: ospedali, ambulatori, ospizi, orfanotrofi, rifugi o asili. Oltre alle antiche istituzioni caritative, il 10 giugno 1837 si aprì un Ricovero di Mendicità, destinato alle persone di ambo i sessi e di tutte le età, della città e della provincia. Ciascuno vi riceveva quotidianamente diciotto once di buon pane e due minestre abbondanti. Quando la salute lo richiedeva, ai mendicanti veniva dato anche vino e un menù migliore. Portavano un’uniforme e dormivano in grandi cameroni separati. Se accettavano di lavorare, avevano diritto a metà del ricavo. Fin dall’inizio il loro numero salì a 498 unità. Nel 1838 il settecentesco Albergo di Virtù venne riformato col nome di Ospedale di Carità e strutturato in forma di scuola professionale a spese della beneficenza pubblica e privata. Gli apprendisti potevano sperare di essere successivamente accettati nei laboratori dove avevano imparato il lavoro. Poi c’erano le istituzioni private. Tra queste l’Opera Pia Barolo, che comprendeva un Rifugio per carcerate e prostitute pentite e un monastero di penitenti chiamate Maddalene. Quest’opera benfica si ingrandirà ben presto. Ma l’istituzione caritativa torinese più importante era certamente la Piccola Casa della Divina Provvidenza, fondata dal canonico Giuseppe Cottolengo. Egli nel 1832 aveva trasferito nel quartiere di Valdocco un piccolo ospedale per miserabili, iniziato tre anni prima, che presto si sviluppò ed ora accoglieva una quantità di ‹‹famiglie» di orfani, di invalidi, di sordo-muti, di epilettici, di handicappati mentali, di prostitute e anche un piccolo seminario. Nel 1840, nel cuore maledetto del Moschino, ai confini del sobborgo di Vanchiglia, sorse un’istituzione tra le più interessanti. Il giovane sacerdote don Cocchi vi fondò un centro per i ragazzi abbandonati, l’‹‹Oratorio» dell’Angelo Custode, modellato sull’Oratorio romano di san Filippo Neri.

La famiglia Rua nella fabbrica della Fucina

Durante la Restaurazione, su invito di qualche intellettuale (Gioberti, Balbo, d’Azeglio), l’esercito venne riformato e potenziato. Si sognava di fare l’unità d’Italia, della quale il Regno di Sardegna ambiva essere il motore. Si imponeva uno stato piemontese forte. In Borgo Dora venne costruita un’importante industria d’armi, detta Fucina delle canne. La fabbrica aveva anche un suo ‹‹cappellano». Nell’area abitava il personale dirigente. La famiglia del controllore Giovanni Battista Ruà, nella quale nasce il nostro Michele, abitava proprio alla Fucina.

A differenza del lettore italiano, il lettore francese non nota l’accento posto sulla a del cognome Ruà nei documenti amministrativi della prima parte del XIX secolo.[11] C’è una certa assonanza tra questa parola e il termine francese roi, che significa re. Don Amadei lo faceva notare nella biografia di don Rua. Ma si sbagliava. All’origine del cognome non c’è il patronimico Des Rois.[12] Nella Francia dell’Ancien Régime, roi (cioè re) si pronunciava roa o ancora roé, mai roua. Non complichiamo dunque il problema. Forse la forma francese roua, non roi, è la più plausibile. Se, come sembra, l’antenato dei Ruà apparteneva a una popolazione di lingua francese, si chiamava all’inizio semplicemente Roua, parola trasposta in lingua italiana come Ruà. L’ipotesi è ancora più verosimile se si pensa che il patronimico Rouat è attualmente molto diffuso in Francia e nel Canada francese. Ad ogni modo, già dalla metà del XIX secolo, l’accento finale scomparve e, secondo l’uso italiano, si spostò sulla prima parte del dittongo. La vecchia pronuncia venne definitivamente dimenticata.

Un doppio matrimonio rende complicata la presentazione della famiglia di Michele Rua.[13] Il padre, Giovanni Battista, nacque probabilmente nel 1786, se si presta fede all’atto del suo primo matrimonio che gli attribuisce ‹‹circa 28 anni» (il certificato di battesimo e di famiglia non sono stati rintracciati). Giovanni Battista si sposò la prima volta il 25 aprile 1814 con la diociottenne Caterina Grimaldi, dalla quale ebbe cinque figli.[14] Tre di loro morirono in tenera età. Intorno al 1827, all’età di 31 anni morì anche Caterina.[15] Giovanni Battista sposò allora in seconde nozze Giovanna Maria Ferrero, di 34 anni, la madre del nostro Michele, alla quale affidò i due figli di primo letto, Pietro Fedele e Giovanni Battista Antonio.

Michele, nato il 9 giugno 1837 e battezzato l’11 giugno 1837 nella chiesa di santa Maria della Neve e dei Santi Simone e Giuda, a Torino,[16] era il quarto ed ultimo figlio di Giovanna Maria. I precedenti si chiamavano Giovanni Battista (nato il 2 luglio 1829), Maria Paola Felicita (nata il 7 marzo 1834) e Luigi Tommaso (nato alla fine del 1834). Maria Paola Felicita morì alla nascita di Michele, perciò egli si trovò in casa con due fratellastri, Pietro Fedele (22 anni) e Giovanni Battista Antonio (17 anni), e due fratelli, Giovanni Battista (8 anni) e Luigi Tommaso (3 anni). Si può facilmente capire perché Michele si rimasto molto affezionato a quest’ultimo.

Michele e la scuola della Fucina

Tutto lascia intendere che Giovanna Maria si prendesse cura particolare dell’educazione dell’ultimo nato, il suo preferito.

Michele imparò a leggere e a scrivere, studiò il catechismo diocesano. Ci dicono i primi biografi che aveva un’eccellente memoria. Le lezioni di catechismo si impressero definitivamente nel suo cuore e lo spirito ne rimase impregnato per il resto dei suoi giorni. A distanza di un secolo e mezzo, il dogmatismo e il moralismo di quel catechismo verrà ingiustamente disprezzato da molti sacerdoti e laici. In realtà quello strumento è stato in grado di offrire a giovani menti, come quella del piccolo Rua, una struttura religiosa destinata a durare nel tempo. Vi si imparava che cosa si dovesse pensare e credere su Dio e su Cristo, sul tremendo giudizio divino nei riguardi dei peccatori, sulla vita oltre la morte, sulle principali virtù cristiane, sui comandamenti di Dio e della Chiesa, sui peccati e sui sacramenti.[17] I cristiani formati a tale scuola non avevano più bisogno di andare in cerca di altre sicurezze.

Qui citiamo solo le ‹‹premesse» di quel catechismo che la famiglia Rua prendeva molto sul serio. La pratica degli esercizi quotidiani del cristiano riportava ogni giorno il pensiero ai principali punti della dottrina. Consisteva, al mattino, in una preghiera di adorazione, ‹‹Vi adoro, mio Dio e vi amo con tutto il cuore...», a cui seguivano il Padre nostro, l’Ave Maria, il Credo, l’invocazione all’Angelo Custode, l’elenco dei comandamenti di Dio, dei precetti della Chiesa, dei Sacramenti; poi venivano proclamati gli atti di fede, di speranza, di carità e di dolore. Alla sera si recitava il ‹‹Vi adoro», il Padre Nostro, l’Ave Maria, la preghiera all’Angelo Custode e l’atto di dolore.[18]

In questa famiglia piemontese di vecchio stampo, si diventava cristiani così, quasi senza accorgersene. Michele imparò a servire la messa, cosa che gli fornì anche occasione di commettere una birichinata. Diventato Rettor Maggiore la confesserà tranquillamente. Nel 1894, a Cavaglià, comune piemontese presso Biella, si celebrava l’inaugurazione di una scuola salesiana. Il vecchio arciprete, esecutore testamentario del fondatore morto di recente, faceva gli onori di casa a don Rua e a un gruppo di personalità invitate per l’occasione a pranzo. Giunto il momento del dessert, don Rua si alzò per il brindisi: ‹‹Io non so, monsignor arciprete, se ella ricorda un ragazzino vivace e birichinello, che veniva a servirle la Messa, quand’era in Torino Rettore della chiesa dei Catecumeni e che dopo soleva vuotare l’ampollina del vino. Ebbene, monsignore, quel ragazzo, le cui birichinate ella con tanta bontà dissimulava, regalandogli anzi ogni volta qualche soldo, quel ragazzo sono io, e vengo ora a dimandarle sincero, benché tardivo perdono». Il fratello dell’arciprete, raccontando l’aneddoto aggiunse: ‹‹Si può immaginare la schietta ilarità dei commensali, e insieme la loro ammirazione per tanta modestia nel confessare così pubblicamente un fatto della propria fanciullezza. Il vecchio anfitrione piangeva come un bambino».[19]

Presto Michele fu pronto a ricevere i sacramenti della cresima e dell’eucaristia. Secondo i registri parrocchiali di San Gioachino, ricevette la confermazione dall’arcivescovo Luigi Fransoni il 25 aprile 1845. Non aveva ancora otto anni. Alla stessa età venne ammesso alla prima comunione.[20]

Nel secondo semestre del 1845, anno decisamente fecondo di avvenimenti per lui, Michele perse il padre. Giovanni Battista Ruà morì ‹‹all’età di sessant’anni circa». I fratellastri si allontanarono dalla casa paterna. Malgrado la morte del marito, Giovanna Maria e i figli mantennero l’alloggio nella fabbrica, dove il figlio primogenito era impiegato.

Il secondo evento di quell’anno che, alla lunga, avrà per lui importanza determinate, è l’incontro con don Bosco: ‹‹Ho conosciuto il Servo di Dio nel settembre del 1845, quando avevo otto anni», testimonierà al processo di canonizzazione. Don Bosco aveva trent’anni. Sacerdote da quattro, era uno dei cappellani del Rifugio Barolo, dov’era stato chiamato ad assumere la direzione di un Ospedaletto ancora in costruzione. Fin dall’infanzia egli aveva il dono di attirare attorno a sé i ragazzi e i giovani per divertirli e istruirli. Era la sua passione ed otteneva sempre molto successo. Arrivato a Torino nel 1841, ben presto iniziò a raccogliere e organizzare un gruppo di ragazzi che catechizzava nella cappellina del Convitto ecclesiastico, adiacente alla chiesa di San Francesco d’Assisi, dove frequentava corsi di Pastorale (confessione, direzione spirituale e predicazione). Quando, tre anni più tardi, diventò cappellano al Rifugio Barolo, i ragazzi andarono a trovarlo nella sua stanza. Il numero esiguo del primo giorno crebbe ben presto. Lo aiutavano gli altri due cappellani. La marchesa di Barolo aveva concesso loro, nell’ala già terminata dell’Ospedaletto, una stanza che era stata adibita a cappella dedicata a san Francesco di Sales. Pregavano, cantavano, giuocavano, ascoltavano belle istruzioni e splendidi racconti. Al Rifugio, nell’autunno del 1844, l´‹‹Oratorio di San Francesco di Sales» assunse una fisionomia simile a quella dell’Oratorio dell’Angelo Custode di don Cocchi in Vanchiglia.

Ma la marchesa aveva preavvistato i cappellani sulla provvisorietà del loro insediamento. Quando nell’agosto successivo si inaugurò l’Ospedaletto, l’Oratorio di san Francesco di Sales dovette sgomberare i locali. Si rese dunque necessario trovare un’altra cappella e un terreno da gioco per i ragazzi, diverso dalla strada adiacente al Rifugio. Tra maggio e giugno si tentò l’insediamento in un cimitero fuori uso, san Pietro in Vincoli, provvisto di cappella. Le autorità competenti li cacciarono. Allora presentarono domanda all’amministrazione cittadina, che il 18 luglio 1845 concesse per la domenica pomeriggio l’uso della chiesa dei Mulini presso il fiume Dora. Furono tollerati solo fino a dicembre. I giovani infatti sconfinarono immediatamente nella piazza attigua, con allarme dei residenti, preoccupati della pulizia e della tranquillità del quartiere. Tutto quel movimento in Borgo Dora destava interesse e attirò l’attenzione di molti su don Bosco. Michele Rua ne fece la conoscenza quando l’Oratorio si trovava provvisoriamente ai Mulini. La signora Rua non permetteva al figlio minore di frequentare i ragazzi di strada: dunque, per quanto ne sappiamo, fu un compagno di classe a parlargli di don Bosco e accompagnarlo presso di lui al Rifugio. All’istante, Michele restò affascinato da quel sacerdote benevolo e sorridente.

Il Risorgimento a Torino

A Torino gli anni che seguirono l’incontro di Michele con don Bosco furono turbolenti. Si stava avviando il processo del Risorgimento italiano. In Roma nel 1846 a papa Gregorio XVI era subentrato il ‹‹liberale» Pio IX. Le persone più aperte lo avrebbero voluto capo di una crociata emancipatrice e unificatrice di tutta la penisola. Ci si doveva sbarazzare soprattutto del giogo austriaco che umiliava il Lombardo-Veneto. Il 4 marzo 1848, i Piemontesi si diedero una legge fondamentale, lo Satuto, che abrogava il carattere assoluto della monarchia. Venne eletto un parlamento e nel regno di Sardegna incominciò a farsi strada l’idea liberale. Tutti i cittadini, anche ebrei o valdesi, furono dichiarati uguali. L’amor di patria suscitava entusiasmi ovunque, anche tra il basso clero, a cominciare dai seminaristi, con grande dispiacere dell’arcivescovo conservatore Luigi Fransoni. Il 23 marzo il re Carlo Alberto dichiarò guerra all’Austria per la liberazione della Lombardia. Purtroppo venne sconfitto e dovette abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II (23 marzo 1849). Intanto a Roma, Pio IX, che non era disposto ad accettare questo genere di crociate militari, costretto da una rivoluzione, si rifugiò nel Regno di Napoli. Fu proclamata la Repubblica Romana, e il papa, agli occhi dei patrioti più accesi, si tramutò nel simbolo del conservatorismo oscurantista ostile al Risorgimento d’Italia.

Nel frattempo Michele Rua cominciava a pensare al sacerdozio. L’atmosfera sociale non era certo favorevole alle vocazioni, come spiegherà don Bosco nella prefazione di una sua opera: ‹‹In quell’anno (1848) uno spirito di vertigine si levò contro agli ordini religiosi e contro alle Congregazioni ecclesiastiche; di poi in generale contro al clero e a tutte le autorità della Chiesa. Questo grido di furore e di disprezzo per la religione traeva seco la conseguenza di allontanare la gioventù dalla moralità, dalla pietà; quindi dalla vocazione allo stato ecclesiastico. Mentre gli istituti religiosi si andavano così disperdendo; i preti erano vilipesi, taluni messi in prigione, altri mandati a domicilio coatto: come mai umanamente parlando era possibile coltivare lo spirito di vocazione?».[21]

Michele frequenta la scuola dei Fratelli

In quegli anni tormentati, Michele non frequentava ancora l’Oratorio di don Bosco, che dal 1846 si era trasferito definitivamente a Valdocco in casa Pinardi, dove una tettoia era stata trasformata in cappella. Sua madre non lo permetteva. Tutta la famiglia assisteva alla messa domenicale nella cappella della Fucina. Il ragazzo tuttavia si manteneva in contatto con don Bosco. Qualche volta, in compagnia del fratello maggiore Luigi, lo visitava all’Oratorio. Ma soprattutto poteva vederlo e probabilmente anche parlargli nella scuola. Forse era stato lo stesso don Bosco ad indirizzarlo alla scuola del quartiere di Santa Barbara, gestita dai Fratelli delle Scuole Cristiane. Infatti il prete di Valdocco era in confidenza con il provinciale dei Fratelli. Nel 1845 aveva dedicato la sua Storia ecclesiastica ‹‹all’esimio Fratello Hervé-de-la-Croix, provinciale dei Fratelli delle Scuole Cristiane», pregandolo di accettare l’umile omaggio di ‹‹quest’operetta [...]; non sia più mia ma sua». Lo storico dell’istituto, Georges Rigault, dopo aver citato il fatto, scrive: ‹‹Giovanni Bosco si interessava molto alla pedagogia lasalliana. Aveva preso a guida di questo studio la sicura competenza dell’Ispettore provinciale. Approfondiva la sua conoscenza innata dell’animo infantile in frequenti conversazioni con lui e attraverso la lettura della Guida delle scuole e delle Dodici virtù di un buon maestro».[22] La cosa è molto verosimile.

Nell’ottobre del 1848, Michele cominciò dunque a seguire le lezioni nella scuola comunale di Santa Barbara, situata in via Borgo Dora n. 29, che frequentò per due anni. Se le nostre informazioni sono corrette, venne iscritto subito al secondo anno della primaria superiore. Il programma prevedeva che si imparassero, ‹‹oltre alle scienze religiose, i precetti di composizione letteraria, il sistema dei pesi e delle misure in uso nel Piemonte, il sistema metrico-decimale recentemente adottato, la geografia dell’Asia e dell’Africa, la storia dei duchi di Savoia, da Amedeo VII a Carlo Emanuele II, elementi di storia naturale, di disegno e di calligrafia».[23] Questi corsi completavano dunque l’istruzione di base ricevuta nella scuola primaria inferiore.

I Fratelli ritenevano che l’educazione dovesse avere il primato sull’istruzione. Nella scuola, Michele affinò l’educazione ricevuta in famiglia. Gli allievi delle classi elementari erano invitati a leggere il trattatello del fondatore, san Giovanni Battista de La Salle, sulle Regole della buona creanza e dell’educazione cristiana. Ai tempi di Michele, in tutte le scuole dei Fratelli, gli allievi erano aspramente ripresi se davano l’impressione di trascurarle. Devevano quindi tenere un contegno all’insegna della ‹‹modestia». Le Regole li ammonivano: ‹‹niente contribuisce di più alla grazia del corpo, all’onestà stessa dei costumi della precisione, con la quale un giovane osserva lo stato naturale e il movimento delle parti del corpo». Ora, ‹‹i giovani sono troppo soggetti ai difetti che offendono, in quest’ambito, la modestia e l’onestà. La buona creanza comporta che si tenga la testa dritta e alta, senza inclinarla da una parte o dall’altra; che non la si giri a destra e a sinistra con distrazione».

Come vediamo dai titoli dei vari capitoli, il libretto sulla ‹‹buona creanza» abbondava di direttive puntuali. Riguardavano, in ordine di successione, la testa e le orecchie, i capelli, il viso, la fronte e lo sguardo, il naso, la bocca, le labbra, i denti e la lingua, il modo di parlare e di pronunciare, di sbadigliare, di tossire e di sputare; il modo di tenere la schiena, le spalle, le braccia e i gomiti, le mani, le dita, le unghie, le ginocchia, le gambe e i piedi. Ripetere tali norme di comportamento in auge nell’ordinatissima società francese del XVIII secolo, suonerebbe oggi a dir poco bizzarro e superato. Ma alla base di quelle precisazioni, che paiono eccessive a chi vive in un modo individualista come il nostro, non v’era altro che un estremo rispetto di sé e degli altri. Il contegno in pubblico doveva essere perfettamente disciplinato. ‹‹I ragazzi non interromapano mai coloro che parlano con domande, anche se serie ed opportune. Quando si chiede loro qualcosa, devono rispondere con modestia; far seguire al sì e al no gli appellativi Signore, Signora, Signorina. Si deve impedire loro di fissare sfrontatamente coloro con i quali conversano, di ascoltare chi parla ad altri, mentre non prestano alcuna attenzione a ciò che loro si dice; di ridere o di sghignazzare parlando; di trattare di cose che conoscono appena. In una parola, bisogna convincerli che è loro dovere ascoltare, parlar poco e non parlare a sproposito».

Michele Rua, di indole attenta e riservata, assimilava senza difficoltà quei principi di buona educazione. Grazie ad essi, da adulto, non farà fatica ad adattarsi alla ‹‹buona società».

Nelle scuole dei Fratelli la disciplina era ferrea. Il trattato del fondatore La Guida delle delle scuole cristiane (tradotto in italiano a Torino dall’editore Pomba nel 1834) ne illustrava le regole con dovizia di particolari. I Fratelli erano invitati a leggere e a rileggere il lungo trattato. Non sappiamo con quale puntualità lo applicassero a Santa Barbara, anche se dobbiamo supporre che i Fratelli dell’Ottocento non transigessero sulle loro tradizioni. In ogni caso l’insieme del trattato ci restituisce esattamente l’ambiente educativo nel quale crebbe Michele tra gli undici e i tredici anni. Ecco alcune di queste disposizioni, talvolta sorprendenti.

Silenzio nella scuola: ‹‹Il maestro farà ben comprendere agli alunni che possono parlare ad alta voce soltanto in tre momenti, e cioè durante la recita delle lezioni, del catechismo e delle preghiere. Anche il maestro osserverà questa norma, e non parlerà ad alta voce che in tre occasioni: 1) durante la lettura, qualora dovesse intervenire per correggere, non essendovi alcun alunno capace di farlo; 2) durante il catechismo; 3) durante le riflessioni e l’esame di coscienza. Al di fuori di queste circostanze, parlerà a voce alta solo quando lo riterrà strettamente necessario, e farà in modo che queste occasioni siano molto rare. Quando gli scolari camminano in classe, debbono farlo a capo scoperto, con le braccia incrociate, posatamente, senza trascinare i piedi sul pavimento o far rumore con gli zoccoli, per non rompere il silenzio che deve regnare sempre nell’aula. Sarà facile per il maestro far osservare il silenzio se avrà cura che gli alunni stiano sempre seduti al loro posto, con il busto eretto, con il viso rivolto in avanti e appena un po’ girato verso di lui; che tengano in mano il libro di testo e seguano la lettura; che tengano le mani e le braccia bene in vista; che non si tocchino l’un l’altro con le mani o con i piedi; che non si scambino oggetti o sguardi di intesa; che stiano composti colle gambe e non si tolgano mai le scarpe o gli zoccoli; che quelli che scrivono non si sdraino sul banco e non assumano posizioni sconvenienti».[24]

La Guida delle scuole contiene un lungo capitolo sui metodi correttivi. Non senza ragione, riteneva l’autore. In effetti, ‹‹la correzione degli alunni è una delle cose più importanti nell’arte dell’insegnamento, quella a cui bisogna fare più attenzione nell’infliggerla con giustizia e con frutto, sia per coloro che la subiscono che per gli altri che vi assistono».[25] Le punizioni erano inflitte con la ferula (un listello di legno o di cuoio per colpire la mano tesa del colpevole), con la bacchetta o con lo staffile (tre colpi, cinque se veniva opposta resistenza), e tramite le ‹‹penitenze», che generalmente consistevano in una pagina da scrivere o in un testo da imparare a memoria. Giovanni Battista de La Salle sapeva che i fanciulli vanno compatiti, ma aggiungeva: ‹‹Se si ha troppo riguardo alla fragilità umana ed un’eccessiva comprensione, lasciando far loro ciò che vogliono, si avranno solo ragazzi viziati, sregolati e pieni di insubordinazione».[26] Questo educatore metteva in secondo piano il bisogno di lasciar esprimere l’allievo, tanto esaltato ai nostri giorni. Secondo lui il comportamento abituale del maestro avrebbe facilitato tutto: ‹‹I maestri si impegneranno ad essere molto cordiali e disponibili, e ad avere un atteggiamento affabile, onesto ed aperto, senza tuttavia assumere un’aria né meschina né troppo familiare; che facciano di tutto per i loro scolari per guadagnarli tutti a Gesù Cristo e che si persuadano che l’autorità si acquisisce e si mantiene di più, nella scuola, con la fermezza, la severità e il silenzio che con le percosse e la durezza».[27]

Date queste premesse, si comprende perché a Santa Barbara facesse enorme sensazione l’arrivo di don Bosco, sacerdote che privilegiava i rapporti di amicizia con i giovani. Don Rua testimonia: ‹‹Mi ricordo che quando D. Bosco veniva a dirci la santa Messa e non di rado a predicare nelle domeniche, appena entrava in cappella, pareva che una corrente elettrica muovesse tutti que’ numerosi fanciulli. Saltavano in piedi, uscivano dai loro posti, si tringevano attorno a lui e non erano contenti sinché non arrivassero a baciargli le mani. Ci voleva un gran tempo perché egli potesse giungere in sagrestia. In quei momenti i buoni Fratelli delle Scuole Cristiane non potevano impedire quell’apparente disordine e lasciavano fare».[28]

Presso la scuola dei Fratelli, Michele si dimostrò allievo devoto, serio, impegnato e diligente: riportava regolarmente giudizi ‹‹onorevoli». Le pagelle, giunte fino a noi, lodano la sua ‹‹buona condotta» e la sua ‹‹applicazione» nelle classi di seconda e terza ‹‹elementare superiore».[29] Conserverà un bellissimo ricordo della sua scuola. Le lezioni dei Fratelli sulla dignità del contegno in società e sulla Guida delle scuole influenzeranno il suo comportamento per tutta l’esistenza.

 

2 ­ ALLA SCUOLA DI DON BOSCO

Lo studio del latino con don Bosco

Michele, all’età di tredici anni, sul principio dell’estate 1850, cominciò a frequentare le lezioni di latino per l’ammissione alla classe di ‹‹grammatica». Lo fece sotto la guida di don Bosco che aveva messo gli occhi su di lui perché sperava di farne, in fututo, un collaboratore del suo apostolato.

Verso la fine degli anni 1840 don Bosco stava diventando, nella città di Torino, agli occhi dei suoi ammiratori un personaggio carismatico, quasi taumaturgico. La stampa cattolica iniziò a celebrarlo nel 1849. Un’articolo del Conciliatore Torinese sosteneva che egli possedesse ‹‹una virtù prodigiosa» sul cuore dei giovani. Questo ‹‹nuovo discepolo di Filippo Neri» era in grado di operare prodigi.[30] L’agiografia salesiana fa risalire proprio a questi anni una moltiplicazione di ostie, una moltiplicazione di castagne e anche la resurrezione temporanea di un ragazzo di quindici anni, perché potesse confessare una colpa grave prima di spirare definitivamente. La gente all’interno e all’esterno dell’Oratorio, tendeva ad attribuirgli dei miracoli, anche quando egli negava d’esserne l’autore.

Don Bosco aveva bisogno di collaboratori, soprattutto perché ora, accanto all’Oratorio propriamente detto, era stato creato un piccolo centro di accoglienza. I ragazzi ospiti andavano al lavoro e a scuola in città. Da tre anni egli cercava nel proprio ambiente dei giovani disposti a seguirlo. Li circondava di particolari attenzioni, li istruiva e si sforzava di orientarli verso i propri obiettivi, cioè il ministero pastorale a servizio dei ragazzi poveri ed abbandonati. Ma le delusioni si moltiplicavano. Le reclute nelle quali poneva le sue speranze una dopo l’altra lo abbandonavano.

In quel momento arrivò all’Oratorio Michele Rua. Nelle vacanze estive del 1850, iniziò le lezioni di latino in compagnia di altri due giovani. L’insegnante, Felice Reviglio, era un compagno un po’ più avanzato negli studi. Dopo un paio di settimane, don Bosco fece una verifica dei loro progressi. Il primo biografo, Francesia, è categorico: Michele risultò ‹‹negligente». Giudizio che stupì chi lo conosceva. Del resto lo si può capire. Abituato, nella scuola dei Fratelli, a un insegnamento metodico, perfettamente organizzato, in classi strutturate, non poteva che rimanere disorientato dalle lezioni di un compagno inesperto, pieno di buona volontà. Ma appena si rense conto che ciò dispiaceva a don Bosco, si rimboccò le maniche, come riferisce il biografo, e superò facilmente i due compagni di ventura.[31]

Don Bosco progressivamente lo introdusse nel tipo di vita che desiderava per lui. La preghiera e l’allegria occupavano un ruolo centrale. Michele inaugurò questo nuovo periodo partecipando, verso la metà di settembre 1850, a un corso di esercizi spirituali organizzato per i ragazzi dell’Oratorio nel piccolo seminario di Giaveno. Il santo vi portò un centinaio di giovani, ai quali si unirono altri venti del paese. Il ritiro si svolse secondo uno schema semplificato degli esercizi spirituali di sant’Ignazio, ben noto a don Bosco. La meditazione mattutina era assicurata dal curato di Giaveno, Innocenzo Arduino, le istruzioni del mattino e della sera erano tenute dal teologo Felice Giorda. Sermoni, preghiere, letture pie, scandivano le giornate dei partecipanti. Come rinforzo venne anche Roberto Murialdo, direttore dell’Oratorio dell’Angelo Custode, per aiutare nelle confessioni. Allora non si concepiva un ritiro senza conversione e dunque senza confessione.[32]

Il raccoglimento dei partecipanti fu sincero. I predicatori assolsero bene al loro compito. Il 12 settembre don Bosco constatò con soddisfazione che quel giorno, uscendo di cappella, neppure uno dei giovani profittò della ricreazione prevista tra le quattro e le cinque del pomeriggio. Tutti avevano preferito ritirarsi nella ‹‹camera di riflessione».[33] A Michele piacerà raccontare come in quell’occasione avesse imparato da don Bosco ‹‹l’esercizio della buona morte» e l’importanza di farlo regolarmente e con cura.

Qualche giorno dopo il santo educatore invitò un gruppetto dei suoi oratoriani migliori, tra i quali il giovane Rua, a passare una settimana ai Becchi. Amava molto quella piacevole collina, coperta di vigneti e di alberi da frutto sparsi qua e là nei prati e ombreggiata lungo i pendii da piante maestose. Là lo portavano i ricordi dell’infanzia. Una piccola cappella sul lato della casa del fratello Giuseppe, dedicata alla Madonna del Rosario, gli permetteva di celebrare la messa sul luogo. Durante le escursioni nel territorio, i contadini offrivano ai ragazzi uva e frutta. Rua, che era abituato alla vita monotona e chiusa della città, godette dell’aria aperta della campagna. Tornò rinvigorito e ancor più affezionato al padre spirituale.

Le classi ginnasiali

Poi Michele entrò nel ginnasio. In quel tempo le classi ginnasiali, dette di ‹‹grammatica» duravano tre anni. Secondo Francesia, al termine delle vacanze del 1850, ‹‹don Bosco, volendo che i suoi allievi frequentassero un corso regolare, ne parlò ad un bravo sacerdote che a quei tempi aiutava l’Oratorio e teneva aperta una scuola privata di latinità. Egli si chiamava don Pietro Merla, da Rivara, tutto zelo per la gioventù studiosa. A questi affidò i suoi allievi, i quali poterono fare assai bene i due primi corsi di latino».[34]

Al principio dell’anno scolastico 1851-1852, Michele Rua cominciò a seguire le lezioni di Giuseppe Carlo Bonzanino, in via Guardinfanti 19. Dopo un mese, nell’ottobre 1851, raggiunti risultati di eccellenza in latino, venne autorizzato a passare al terzo anno di grammatica. La scuola del Bonzanino non assomigliava affatto a quella dei Fratelli, ma almeno non si perdeva tempo. Agostino Auffray, dotato di fertile immaginazione e ben informato, descrive quel professore in modo pittoresco:

‹‹Era un tipo, questo Bonzanino. Aveva l’insegnamento nel sangue e vi si dedicava anima e corpo. I suoi successi, che erano costanti, si spiegavano per la qualità della sua istruzione: chiara, metodica, pratica. La sua esperienza di antica data faceva istintivamente riferimento agli elementi essenziali, risolveva i problemi solo con i principi, e sapeva infondere nelle sue lezioni piuttosto austere sia l’entusiasmo che l’intelligenza. [...] Abitava presso la chiesa di San Francesco d’Assisi, nella stessa casa in cui Silvio Pellico, di ritorno dal carcere, aveva scritto Le mie prigioni. Tutte le mattine sotto il portico della sua abitazione, si riversavano gruppi di ragazzi, soprattutto delle classi più altolocate, che si suddividevano in tre corsi di latino e di greco. Li teneva tutti e tre insieme. Gli uni studiavano mentre gli altri seguivano la lezione e viceversa. Si poteva, a proprio piacimento prendere parte, nella stessa mattina, alla spiegazione di Cornelio Nepote, di Cesare o di Sallustio, di Fedro, Ovidio o Virgilio. Nessuna parete né fisica, né morale separava le classi. Il professore pretendeva solo due cose: l’attenzione, i compiti ben fatti e le lezioni imparate come si deve. Per il resto, piena libertà. Il metodo era vantaggioso per gli allievi capaci. Quelli che avevano delle lacune nella loro istruzione, le colmavano facilmente, seguendo in aggiunta il corso inferiore. Coloro che erano audaci nello spirito e avevano solide facoltà intellettuali, potevano passare al corso superiore. Bonzanino ebbe allievi che entravano in quinta in ottobre, passavano in quarta a Pasqua e terminarono l’anno in terza. Il sabato mattina, totalmente consacrato a redigere la composizione che assegnava i posti [la graduatoria di merito] della settimana, offriva uno spettacolo veramente curioso: gli allievi "sgobboni" si affrettavano a concludere il compito del loro corso per concedersi il lusso di agganciarsi alla composizione della classe superiore. Il piccolo Michele profittò mirabilmente di questo ambiente stimolante. Uno dei suoi compagni, Francesia ­ salesiano fantasioso che ritengo la fonte di queste notizie ­, testimonia che Rua, quando era in terza, si obbligava a seguire i corsi delle due classi precedenti, per rafforzarsi negli elementi delle lingue antiche».[35]

Michele brillava negli studi. Secondo Francesia, testimone oculare, benché avesse accanto dei condiscepoli molto dotati, non impiegò molto a conquistare il primo posto e a mantenerlo.[36]

Lo stesso Francesia racconta uno scherzo di cui Michele fu vittima innocente. A quel tempo in Piemonte si usava, il terzo giovedì di Quaresima, organizzare uno scherzo che consisteva nel recapitare ad un malcapitato una sega vera o di carta. Accadeva sempre che il destinatario, ignaro della trappola, venisse messo in ridicolo. Nel 1852, gli allievi di Bonzanino decisero di recapitare la sega al professore. Rua che aveva subodorato il progetto, cercò inutilmente di dissuadere i compagni. Quel giovedì mattina, quando Rua entrò in classe dopo gli altri allievi dell’Oratorio, uno di loro gli disse: ‹‹Tu che sei ancora in piedi, da’ al professore questa lettera di don Bosco». Rua la prese e la consegnò. Appena il professore sentì da chi proveniva la lettera, aprì il plico, che conteneva una sega in cartoncino. Allora si alzò infuriato contro Michele, dicendo che non si sarebbe mai aspettato tale insolenza da uno dei giovani di don Bosco, tanto meno da parte sua. Più tardi, quando capì che la vera vittima era lo stesso Rua, il professore si placò. Quel giorno era la vigilia di san Giuseppe, onomastico del professor Bonzanino. In serata, don Bosco inviò i suoi ragazzi ad augurargli buona festa. Ma Rua si teneva in disparte e non osava farsi notare. Allora il professore gli si avvicinò: ‹‹Non essere triste. È colpa mia, non ho capito che lo scherzo era destinato a te, non a me». Don Rua non dimenticherà mai l’accaduto. ‹‹Fu una gran prova», confidò ancora nel 1909 a Francesia che glielo ricordava, non tanto per l’umiliazione subita, ma per aver lasciato intendere di voler giocare un brutto tiro a un professore amato.[37]

Michele si distingueva nell’Oratorio di don Bosco, che era in piena evoluzione. Bisogna ricordare che quel centro giovanile stava diventando un’opera-pilota a Torino. Verso la fine del 1847, con una supplica si informava l’arcivescovo Fransoni che il sacerdote Giovanni Bosco e il teologo Borel, addetti alla direzione spirituale dell’Oratorio S. Francesco di Sales, avevano aperto un nuovo Oratorio tra il viale dei Platani e il viale del Re e chiedevano di delegare il curato della Madonna degli Angioli per la benedizione di quella cappella. Il nuovo Oratorio, posto sotto la protezione di S. Luigi Gonzaga, era situato nel quartiere ancora periferico di Porta Nuova. Inoltre, a seguito di una grave disavventura accaduta a don Cocchi, conclusa nel 1849 con la chiusura dell’Oratorio dell’Angelo Custode in Vanchiglia, l’arcivescovo aveva affidato a don Bosco anche la responsabilità di quel primo Oratorio torinese. Tali annessioni non garbavano ad alcuni dell’ambiente ecclesiastico. Don Bosco venne rimproverato per le sue eccessive pretese. L’invidia avvelenava le relazioni. I bisticci terminarono soltanto con un decreto arcivescovile datato Lione, 31 marzo 1852. Mons. Fransoni, esiliato in Francia, nominava don Bosco ‹‹direttore e capo spirituale» dell’Oratorio S. Francesco di Sales, al quale dovevano essere considerati ‹‹uniti e dipendenti» gli Oratori dell’Angelo Custode e di S. Luigi Gonzaga.[38]

La casa annessa all’Oratorio di S. Francesco di Sales, benché misera, vedeva aumentare il numero degli ospiti, spesso fanciulli abbandonati, costretti a cercare lavoro in qualche cantiere. Per tutti questi giovani la cappella della tettoia Pinardi diventava troppo piccola. Don Bosco si decise a costruire una vera e propria chiesa, dedicata naturalmente a san Francesco di Sales, che venne benedetta il 21 giugno 1852. Nel frattempo si costruì anche un edificio nuovo accanto al vecchio.

Michele viveva ancora in famiglia, ma era solito trascorrere la maggior parte del suo tempo libero all’Oratorio. Intanto cresceva. Osservatore nato, capiva al volo le intenzioni di don Bosco e lo aiutava come poteva a tenere un po’ d’ordine e di disciplina sia tra gli interni che tra gli esterni. Ben vestito, sempre educato, con una certa gravità nei modi, secondo le Regole della buona educazione e di civiltà di Giovanni Battista de La Salle, già alla sua età incuteva soggezione. Giovanni Cagliero ci ha lasciato un quadro pittoresco del Michele di quei tempi fra i compagni, quadro probabilmente arricchito da Auffray, da cui traggo la citazione:

‹‹Noi l’avevamo come sorvegliante nell’andare e tornare dalla scuola, e confesso che facevamo un bel contrasto con lui. Tanto noi eravamo spensierati, chiassosi, quasi indisciplinati, quanto lui rimaneva calmo, riservato, diligente. Non lo ascoltavamo sempre, ma ci incuteva soggezione sia in classe che nello studio e anche durante la ricreazione, con i suoi discorsi piacevoli e la sua devozione fuori dal comune. Ancora mi pare di vederlo, la domenica mattina, di guardia vicino alla fontana. Don Bosco confessava prima della messa e Rua vegliava affinché nessuno dei penitenti assolti mancasse alla comunione per leggerezza, venendo a bere un goccio di acqua fresca [ricordiamo che un tempo le regole del digiuno eucaristico erano strettissime]. Durante la messa il suo raccoglimento ci stimolava a pregare. Metteva fine alle chiacchiere e dopo la comunione, se il nostro sguardo o la nostra mente si distraevano, ci richiamava al dovere, sussurrando a bassa voce: "Ringrazia Nostro Signore!" Nei nostri colloqui non finiva mai di elogiare don Bosco e non cessava di raccomandarci la corrispondenza al suo amore per noi, con una docilità esemplare. Aveva una grande delicatezza, non tollerava nessun discorso equivoco tra gli artigiani che provenivano da fuori e quelli che alloggiavano da poco tempo presso don Bosco; tanto più tra gli allievi del prof. Bonzanino o di don Picco, che sembravano tutti avviati allo stato ecclesiastico».[39]

I compagni di allora, divenuti adulti, riconobbero che Rua non aveva chi gli fosse pari nello svolgimento assiduo dei suoi compiti. Naturalmente, quando don Bosco, nel corso di una conferenza, chiese dei volontari che si impegnassero a recitare giornalmente le Sette Allegrezze di Maria, Michele Rua fu uno dei dodici che si presentarono (5 giugno 1852).

Michele Rua veste l’abito chiericale

Le vacanze del 1852 furono decisive per il nostro Michele. A quindici anni mostrava già una maturità eccezionale. Come aveva fatto nel 1850, a settembre partecipò, con una cinquantina di compagni, al ritiro che don Bosco organizzava per i giovani nel piccolo seminario di Giaveno. Al ritorno, lasciò l’abitazione di famiglia alla Fucina ed entrò come ‹‹interno» nella casa annessa all’Oratorio. Infine, durante le giornate ai Becchi, divenute tradizionali per un gruppo di giovani dell’Oratorio, don Bosco gli fece indossare la tonaca. Non ci fu alcun ritiro preliminare. Ora il giovane adolescente raddoppiò l’impegno, osservando il suo maestro spirituale. Le giornate passate accanto a don Bosco avevano per lui lo stesso valore di una meditazione. Al processo di canonizzazione gli capiterà di fare la seguente deposizione: ‹‹L’osservare don Bosco nelle sue azioni anche minute mi faceva più impressione che leggere e meditare qualsiasi libro divoto».[40]

La cerimonia di vestizione, che coinvolgeva anche il compagno Giuseppe Rocchietti, ebbe luogo il 3 ottobre 1852, festa del Rosario, nella piccola cappella vicino alla casa di Giuseppe Bosco. La presiedette il curato di Castelnuovo, don Cinzano. Fu lui a benedire le tonache dei due giovani. Poi don Cinzano aiutò Rocchietti, più grande di età, a indossare la sua tonaca mentre il teologo Giovanni Battista Bertagna faceva altrettanto per il nostro Michele. Alla fine della vita don Rua ricordava ancora quanto don Bosco gli aveva detto in quell’occasione. ‹‹Mio caro Rua, tu ora hai iniziato una nuova vita. Ti sei incamminato così verso la Terra Promessa, ma bisogna attraversare il Mar Rosso e il deserto. Se mi aiuti, noi riusciremo ad attraversarlo e arriveremo». Don Ceria, interpretando questa riflessione, scrisse che don Bosco applicava al suo discepolo il detto degli Atti degli Apostoli: ‹‹Dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». (Atti 14, 21).[41]

Il suo ritorno in Oratorio con la veste talare fece sensazione: appariva come ‹‹un angelo» secondo i primi biografi. Forse fu così. In ogni caso la tonaca, che gli si addiceva, gli conferiva un’aria molto simpatica e aggiungeva un tocco di bellezza all’espressione serena del suo viso e alla dignità naturale del suo contegno. C’è da dire che la indossava con evidente rispetto.

La sua condizione di chierico lo avvicinava un po’ di più a don Bosco. Finalmente dopo molte esitazioni, si decise a chiedergli la ragione di un gesto che faceva quando lo incontrava alla scuola dei Fratelli. Agli altri ragazzi offriva di solito un’immaginetta, mentre a Rua tendeva la mano sinistra e con la destra la colpiva come per tagliarne via un pezzo dicendo: ‹‹Prendi, Michelino, prendi!». Che cosa volevano dire l’atto e le parole? ‹‹Vedi, Rua: don Bosco voleva dirti che con te un giorno avrebbe fatto a metà. Comprenderai meglio in seguito».[42]

Per completare gli studi secondari, Michele entrò nella scuola di don Matteo Picco, situata in via dei Fornelletti, vicino alla chiesa di Sant’Agostino. Era una scuola aristocratica, ma don Picco amico di don Bosco riceveva gratuitamente i suoi ragazzi. Rua, allievo perfetto, concluderà in un solo anno scolastico (1852-1853) i corsi di umanità (latino e greco) e di retorica. Si trovò a suo agio in quell’ambiente dove potè allacciare nuove relazioni che gli sarebbero state preziose in futuro. Questi corsi di liceo terminavano con un esame chiamato licenza. Michele si dimostrò brillante come sempre negli studi. Uno degli esaminatori, Domenico Cappellina, che godeva di una certa fama nel mondo letterario piemontese, disse al professore: ‹‹Mi permetta che le invidii un allievo di tanto valore. Non mancherà di fare una splendida carriera !».[43]

Quell’anno scolastico fu contrassegnato da tre avvenimenti. La sera del 1° dicembre 1852, la casa dell’Oratorio vacillò a causa del crollo dei muri dell’edificio in costruzione. A notte fonda, la madre di don Bosco si accorse di uno scricchiolio diede l’allarme. Una cinquantina di giovani dormiva nella casa. Si precipitarono in cortile, sotto gli alberi, e poi verso la cappella. Rua faceva parte di quel numero. Fortunatamente non ci furono feriti. Il danno, di ingenti dimensioni, fu solo materiale.

Il secondo fu un evento di portata storica. Nel febbraio del 1853, il vescovo di Ivrea, mons. Luigi Moreno, e don Bosco lanciarono la collana popolare delle Letture cattoliche, che avrebbe dato ancora più lustro all’opera di Valdocco.

Il terzo avvenimento colpì don Rua e la sua famiglia: il 29 marzo 1853, morì il fratellastro maggiore Giovanni. Questa morte lo colpì moltissimo. ‹‹Io non vidi mai l’amico più afflitto di quella volta! So che si era al principio di primavera, ma pioveva, ed era una mestissima giornata Ci eravamo fatto un poco di scuola, ed accortomi della sua pena, non potei trattenermi dal dirgli: ­ Che hai di così grave che ti rende tanto triste? Egli, alzando gli occhi al cielo disse sospirando: ­ Mi è morto mio fratello! Che poteva dirgli mai di consolante? Si era nella sacristia dell’Oratorio festivo, si tralasciò la scuola, e si andò in chiesa a pregare e fu un lungo pregare».[44]

Questa morte ebbe conseguenze sulla vita della famiglia Rua. La madre di Michele, ormai sola lasciò l’alloggio della Fucina per trasferirsi all’Oratorio di san Francesco di Sales, in casa Bellezza. Ormai libera del suo tempo, lo trascorse in gran parte nella stireria di don Bosco con la madre di lui, Margherita, che dal 1846 badava all’economia della casa. Così i legami tra l’opera di don Bosco e il nostro Michele si consolidavano.

 

3 ­ GLI STUDI DI FILOSOFIA

Michele e la filosofia

Nel luglio del 1853, Michele fu ammesso a studiare filosofia presso il seminario di Torino. Un seminario povero, a dire il vero, vittima dei moti rivoluzionari del 1848. Malgrado gli ordini reiterati dell’arcivescovo Fransoni, i seminaristi, alla fine del 1847 e all’inizio del 1848, continuavano a infervorarsi per le manifestazioni patriottiche. Ora questo arcivescovo, di temperamento conservatore, vedeva nelle tendenze liberali un’attentato all’autorità, quella dello Stato e quella della Chiesa. L’arcivescovo minacciava di non ammettere alle ordinazioni i trasgressori.

I seminaristi si intestardirono. A Natale, in cattedrale, alcuni seminaristi si mostrarono con la coccarda nazionale sul petto, al momento della messa pontificale dell’arcivescovo. Il Rettore del seminario che non riusciva a contenere il loro spirito ribelle, presentò le dimissioni, che mons. Fransoni si affrettò a rifiutare. L’agitazione non si placò. Il 9 febbraio 1848, quando a Torino fu annunciato lo Statuto, i chierici si mostrarono di nuovo in città con il petto o il cappello ornati di coccarde tricolori simboliche. Fecero lo stesso, qualche giorno più tardi, acclamando un corteo di corporazioni laiche. Di conseguenza a tutti i chierici che avevano partecipato alle manifestazioni venne rifiutata l’ordinazione. E l’arcivescovo prese la drastica decisione di chiudere il seminario di Torino. I seminaristi rientrarono a casa loro. Qualcuno trovò posto nelle diocesi vicine. Poi, quando scoppiò la guerra, l’amministrazione civile trasformò il seminario in ospedale militare. L’arcivescovo, imprigionato per un certo periodo a Fenestrelle, fu costretto in seguito ad andare in esilio a Lione. Così, quando Michele entrò nell’edificio come allievo esterno, il seminario era ancora per gran parte requisito. Cercò i suoi professori nel sottotetto dove alloggiavano.

Durante l´anno scolastico 1853-1854 ebbe come professori don Cipriano Mottura e don Giuseppe Farina, assistiti da un ripetitore, il canonico Berta. Di quell’anno Rua ci ha lasciato due quaderni intitolati: Quesiti di Logica 1853-1854.[45] Si trattava di un corso dettato, scritto con molta cura, sul processo della conoscenza e sull’esposizione dei suoi risultati. Il nostro seminarista imparava ad amare la chiarezza della frase, le relazioni ben costruite, giudiziosamente distribuite e perfettamente coerenti. In futuro i suoi confratelli se ne renderanno conto. Nel primo anno di filosofia egli seguì anche dei corsi di fisica, di cui ci restano gli appunti.

Gli studi non costituivano però che una piccola parte delle occupazioni di Michele. Del resto in seminario si tenevano solo due ore di lezione giornaliere. Rua doveva assicurare l’assistenza generale della casa dell’Oratorio di san Francesco di Sales. Gli spettava la sorveglianza dello studio, della cappella, del cortile e del refettorio. A ciò si aggiunse, all’ultimo momento, una lezione settimanale di catechismo e la cura della biblioteca in allestimento. E quando, nel 1854, don Bosco creò per i suoi giovani una mini-conferenza di S. Vincenzo de Paoli, istituzione apparsa a Torino da quattro anni solamente, ne assunse il segretariato e vi organizzò il lavoro a servizio dei poveri del quartiere.[46]

Un avvenimento importante per lui segnò quei mesi. Il 26 gennaio 1854, all’avvicinarsi della festa solenne di san Francesco di Sales, don Bosco, che insisteva nella sua idea di creare una società al servizio della sua opera, riunì in camera quattro giovani tra i più promettenti: i chierici Michele Rua e Giuseppe Rocchietti, i ragazzi Giacomo Artiglia e Giovanni Cagliero, e propose loro, come leggiamo in un appunto di Rua, di ‹‹fare, coll’aiuto del Signore e di S. Francesco di Sales, una prova di esercizio pratico della carità verso il prossimo, per venirne poi ad una promessa, e quindi se parrà possibile e conveniente di farne un voto al Signore».[47] Cominciava così a delinearsi la futura Società Salesiana.

Tre giorni più tardi, la sera della festa di san Francesco di Sales, i quattro fecero la loro apparizione ad una premiazione di un genere un po’ particolare. Durante la settimana gli allievi erano stati invitati a scrivere su un foglio di carta i nomi di quattro o cinque compagni che a loro parere si fossero distinti per una condotta religiosa e morale esemplare. I fogli erano firmati. Un registro autografo di don Bosco ci informa che ‹‹quell’anno, alla premiazione solenne di san Francesco di Sales, tra i chierici, furono eletti eccezionalmente Rua Michele e Rocchietti Giuseppe. Tra gli studenti, ebbero l’onore di un premio: Bellisio, Artiglia, Cagliero. Scrutatori: il più grande dei fratelli Turchi, Savio Angelo, Pepe L., Comollo».[48]

Questa specie di elezione, molto democratica, era per don Bosco uno dei tanti modi escogitati per stimolare i suoi ragazzi a diventare buoni cristiani. Per ottenere il suo scopo ­ pensava ­ niente valeva più dell’esempio vivo, ma anche dell’esempio raccontato o scritto. Ecco perché, nella serie delle Letture cattoliche, proprio in quello stesso gennaio 1854, in riedizione adattata, pubblicava per loro la storia di un giovane ammirato ed amato, che aveva conosciuto nella scuola e poi nel seminario di Chieri. La vita di Luigi Comollo ‹‹morto nel seminario di Chieri, ammirato da tutti per le sue virtù» era di continuo proposta per l’edificazione dei suoi giovani. Si può stare sicuri che il chierico Rua ne facesse tesoro, poiché troviamo, allegata a uno dei suoi quaderni di filosofia, una lunga nota di ‹‹esempi» di Luigi Comollo.

Infermiere dei malati di colera

Le vacanze estive furono un po’ movimentate per lui che dovette diventare di punto in bianco infermiere dei colerosi. Ma caliamoci nel contesto.[49]

Il 21 luglio 1854, un manifesto del sindaco affisso agli angoli delle strade di Torino, annunciava le norme igieniche da osservare nelle case, nei laboratori, nelle botteghe per l’arrivo imminente del colera in città. I ‹‹contagiosi» dettavano legge. Si dovevano costruire ospedali speciali, detti lazzaretti, per isolare i malati. Gli abitanti di Valdocco appresero che la municipalità avrebbe adibito a questo scopo un immenso capannone in Borgo Dora. Questo ospedale avrebbe avuto una capacità di centocinquanta letti e sarebbe stato fornito di una dépendace con farmacia, cucina, servizi igienici, locale per disinfezioni e stanze per il personale di servizio. I giornali informavano di continuo sullo stato del contagio. Il vicario generale della diocesi, mons. Ravina, con una circolare trasmise ai parroci le istruzioni del governo, sollecitando la loro collaborazione. Nello stesso tempo i preti di Torino potevano leggere un opuscolo con le disposizioni impartite dall’arcivescovo di Genova al suo clero: misure profilattiche ed igieniche, facilitazioni per l’esercizio del ministero e l’interdizione di fuggire dalla città. Infatti la tentazione era forte. Il 3 agosto, secondo le statistiche della Compagnia ferroviaria, un quarto della popolazione di Torino risultava aver abbandonato la città.

All’Oratorio di san Francesco di Sales, il chierico Rua si sentì pienamente coinvolto. Per far fronte al contagio don Bosco, già dal primo allarme, aveva organizzato la casa. I locali dove erano ammassati un centinaio di giovani, vennero adattati e puliti. Per facilitare un frequente cambio di biancheria raddoppiò la scorta di vestiario. A fine luglio l’epidemia cominciò a devastare la città e toccò la zona vicina all’Oratorio, Borgo Dora, dove la popolazione stava per essere letteralmente decimata dal flagello. Il clero regolare e diocesano si spese senza riserva al servizio dei colerosi. Il parroco di Borgo Dora si distinse in modo particolare. In parrocchia abbondavano i malati: ce ne furono ottocento, di cui cinquecento morirono a metà ottobre, secondo un testimone. Non contenti di amministrare i sacramenti ai malati, i preti prestavano loro i servizi di infermeria a rischio della vita. Il curato don Agostino Gattino pagò con tanta sofferenza il prezzo della sua dedizione.

Don Bosco era convinto di non darsi da fare abbastanza, limitandosi a difendere la sua opera contro un tale pericoloso flagello. La municipalità cercava infermieri volontari: ‹‹Chi vuole andare ad assistere i colerosi al lazzaretto e nelle case private?», chiese un giorno ai suoi ragazzi. Così poté presentare quattordici nomi alle autorità. Ci manca la lista completa, ma sappiamo che tra quelli c’erano sicuramente il diciassettenne Rua, il sedicenne Cagliero e il quattordicenne Anfossi. Don Bosco diede istruzioni pratiche ai suoi giovani infermieri. La malattia attraversa due stadi, spiegò con ogni probabilità. All’inizio, c’è un attacco improvviso che, salvo un soccorso immediato, spesso è fatale; poi segue la reazione, nel corso della quale la circolazione sanguigna tenta di ristabilirsi. L’infermiere del coleroso deve combattere l’attacco procurando al più presto una reazione, poi favorire tale reazione in maniera appropriata. Al tempo tali reazioni erano procurate con applicazioni di medicamenti bollenti e con frizioni energiche, avvolgendo in calda lana mani e piedi del malato, più soggetti a crampi e a raffreddamento.

Si stabilì un orario e i giovani si sparpagliarono, alcuni al lazzaretto di Borgo San Donato, altri nelle case del quartiere. Di giorno e di notte c’era, all’Oratorio, un incessante via vai. I giovani di don Bosco adempivano coraggiosamente al loro nuovo compito, sicuri che non sarebbero stati colpiti dalla malattia, seguendo scrupolosamente le raccomandazioni del loro direttore: fare attenzione alla pulizia, ma soprattutto fuggire il peccato ed affidarsi a Maria.

Cominciò così un’esperienza del tutto nuova per il chierico Rua. Doveva però superare l’orrore suscitato dal malato di colera. ‹‹Oh! Che morte spaventosa, quella dei malati di colera», scriverà don Bosco alla fine dell’anno, descrivendo ciò che aveva visto e udito. ‹‹Vomito, dissenteria, crampi alle braccia e alle gambe, mal di testa, affanno, soffocamento... Avevano gli occhi infossati, la faccia livida, gemevano e si agitavano; insomma, in questi sventurati, ho visto tutto il male che un uomo può sopportare senza morire». L´Armonia del 16 settembre dedicò ai giovani dell´Oratorio un paragrafo della Cronaca della carità del clero in tempo di colera: ‹‹Animati dallo spirito del loro padre più che superiore, D. Bosco, si accostano coraggiosamente ai colerosi, inspirando loro coraggio e fiducia, non solo colle parole, ma coi fatti, pigliandoli per le mani, facendo le frizioni, senza dar vista del menomo orrore e paura. Anzi entrati in casa di un coleroso si volgono tosto alle persone esterrefatte, confortandole a ritirarsi se hanno paura, mentre essi adempiono a tutto l’occorrente, eccettuato che si tratti di persone del sesso debole, chè in tal caso pregano che alcuno di casa resti, se non vicino al letto, almeno in luogo conveniente. Spirato il coleroso, se non è donna, compiono intorno al cadavere l´estremo uffizio».[50]

Nessuno degli infermieri volontari dell’Oratorio fu toccato dalla malattia. La loro dedizione fece grande impressione in città.

Il secondo anno di filosofia

Quando si stava preparando al secondo anno di filosofia, unico seminarista del suo corso, il nostro chierico, a quanto pare, in un primo tempo non prestò molta attenzione all’arrivo di un nuovo allievo a Valdocco, Domenico Savio. Ma dovette presto ricredersi. Era stato raccomandato a don Bosco dal suo maestro, don Cugliero. Un ragazzo che si segnalava per l’intelligenza e la pietà. ‹‹Qui in sua casa può aver giovani uguali, ma difficilmente avrà chi lo superi in talento e virtù. Ne faccia la prova e troverà un altro san Luigi».[51] Domenico era intenzionato a seguire lo stesso percorso di studi fatto da Michele quattro anni prima. Quest’ultimo testimonierà un giorno che, ‹‹fin dalle prime settimane della sua presenza nell’Oratorio», aveva provato per lui ‹‹una grande stima, che aumentò regolarmente» giorno dopo giorno. Un ‹‹fraterno affetto» li legò l’uno all’altro.[52] Tra il 1854 e il 1857, Domenico sarà successivamente allievo del prof. Bonzanino e di don Picco, con un anno di intervallo in cui frequentò la scuola nell’Oratorio stesso.

A partire dall’autunno 1854, Rua dovette occuparsi ogni domenica dell’Oratorio di san Luigi, presso la stazione di Porta Nuova. Questo per lui significava percorrere a piedi due volte al giorno un tragitto piuttosto lungo. Nel frattempo il suo ruolo nell’Oratorio di san Francesco di Sales assumeva sempre maggiore importanza. Un allievo del tempo testimonierà: ‹‹Ciò che mi stupì maggiormente quando entrai all’Oratorio, nel 1854, insieme con Domenico Savio, fu il vedere che don Bosco dava le sue preferenze di lavoro e di occupazioni al chierico Rua, mentre v’era qualcun altro, ad esempio il chierico Rocchietti, un po’ più adulto di lui e dell’aspetto più atto al comando. Davvero che mi faceva meraviglia il veder coteste preferenze per il chierico Rua, ma poi mi accorsi, com’egli da tutti i giovani fosse realmente temuto e amato, come loro superiore e come rappresentante di don Bosco, il quale evidentemente, aveva per lui una stima ed un affetto speciale».[53]

I voti privati di Michele Rua

Don Bosco a poco a poco, insieme ad altri, andava plasmando il giovane Rua, il quale, senza clamore, si preparava ad entrare nella società religiosa progettata da don Bosco. In autunno, con il permesso del suo direttore spirituale e confessore, cominciò a comunicarsi tutti i giorni.[54] Quei mesi furono il periodo del suo apprendistato spirituale, del suo noviziato, se si vuole, cosa che avrebbe comportato conferenze dottrinali specifiche ed esercizi appropriati. Le ‹‹conferenze» erano tenute da don Bosco nella sua stanzetta la domenica sera, secondo consuetudine dopo le preghiere. Tutto il futuro della sua opera era racchiuso in quel gruppetto di discepoli che intendeva formare lentamente, in base al proprio ideale educativo. Gli esercizi ai quali li sottoponeva erano quelli che faceva lui stesso: giornate spossanti di lavoro tra gli oratoriani, preghiere in comune, celebrazioni liturgiche, catechesi, lezioni serali, assistenza, giochi movimentati... Non chiedeva null’altro che una vita di dedizione totale al servizio della gioventù abbandonata, oltre alla frequentazione regolare dei sacramenti e a un sobrio programma di pratiche devote, come la visita al santissimo Sacramento. Le stesse pratiche suggerite ai giovani dell’Oratorio. A questo si limitava il suo insegnamento. Non pretendeva nulla di più. Il resto lo affidava alle mani di Dio. E la grazia operava in loro attraverso il suo esempio. Don Bosco andava e veniva, pregando, divertendosi, lavorando sotto gli occhi di tutti. Si doveva solo cogliere l’insegnamento che scaturiva dalla sua vita. Rua nutriva lo sguardo e il cuore facendo tesoro delle sue silenziose lezioni di virtù. Sull’inginocchiatoio e all’altare lo ammirava spesso, profondamente raccolto, immerso in una preghiera umile e fiduciosa. In cortile e in refettorio lo trovava sempre pieno di buonumore e di vitalità, preoccupato unicamente di mantenere tra i giovani un’allegria di buona qualità. Se lo scorgeva per strada, scopriva un uomo desideroso di non perdere mai l’occasione di entrare in contatto con i giovani. Nella vita di tutti i giorni rimaneva colpito dalla sua naturalezza e dalla sua bontà, dal suo umore perennemente uguale, dalla sua cortesia sempre sorridente. Se gli parlava nell’intimità della sua stanza, ne usciva contento per l’incontro paterno e autenticamente amichevole. Faceva bene, vivere all’ombra di don Bosco.

Il profitto spirituale fu rapido e serio, tanto che il maestro ben presto giudicò il discepolo pronto per affrontare il grande passo. La sera dell’Annunciazione, il 25 marzo 1855, nell’umile stanza di don Bosco, Michele Rua seminarista al secondo anno di filosofia, pronunciò i voti privati di povertà, castità ed obbedienza, nelle mani di colui che era il suo padre nella fede. Nessun fasto nella cerimonia. Da una parte un sacerdote in piedi e, dall’altra, di fronte a un crocifisso, un chierico inginocchiato che mormorava una formula di cui non ci è dato di conoscere il tenore. Non c’erano testimoni. ‹‹Eppure ­ scrive prudentemente don Auffray ­ tra queste quattro mura, nasceva qualcosa di grande... Origine sempre oscura delle opere in cui Dio mostra tutto il suo compiacimento!».[55]

 

4 - LA NASCITA DELLA SOCIETÀ SALESIANA

Lo studio della teologia

All’inizio dell’anno scolastico 1855-1856, il chierico Rua cominciò gli studi di teologia frequentando le lezioni del seminario. I suoi professori erano il teologo Francesco Marengo, autore di un De institutionibus theologicis (teologia fondamentale) e il teologo Giuseppe Molinari, autore di un De sacramentis in genere (teologia dei sacramenti). C’erano due ore di lezione la mattina e un’ora e mezzo il pomeriggio. Rua vi aggiungeva due o tre volte la settimana una lezione privata di greco o di ebraico con l’orientalista professore universitario abate Amedeo Peyron. Infatti ci teneva molto a leggere e a comprendere la Bibbia. Nello stesso tempo preparava l’esame di maestro, come rileviamo dalla presenza nei quaderni di quel periodo di esercizi di francese, di aritmetica e di scienze naturali.[56] Michele era veramente accanito nel lavoro intellettuale.

Curava soprattutto la teologia. Sono stati conservati quattro suoi quaderni dal titolo De Religione. Iniziano distinguendo la religione nella sua pratica (il culto) e la religione come fenomeno sociale (le religioni), poi mostrano la necessità della Rivelazione, l’integrità e la verità dell’Antico e del Nuovo Testamento che la tramandano. Il corso, a giudicare dalla calligrafia accurata, sembra sia stato dettato. Si cerca di provare che esiste una sola religione rivelata autentica che è la religione cristiana della Chiesa cattolica. Al termine, tutto il trattato è sintetizzato dal nostro seminarista in trentuno pagine di tabelle sinottiche che rivelano un uomo innamorato della chiarezza e della coerenza.

Il trattato De Deo uno et trino, che veniva dopo quello di teologia fondamentale De Religione, sicuramente fu lasciato per gli anni successivi. Sembra che il teologo Giuseppe Molinari, tenesse i corsi ciclicamente, e avesse iniziato subito ad impartire al suo allievo lezioni di sacramentaria, cominciando dal trattato De gratia. Si trova in effetti, negli stessi archivi salesiani, uno studio, scritto da Rua, di 206 pagine sulla grazia, problema cruciale nella Chiesa di quel periodo. È seguito da una lunga serie di note, più o meno ordinate, sull’Eucaristia (96 pagine). Gli altri sacramenti vengono trattati più frettolosamente in questi manoscritti: abbiamo uno schema sinottico di due pagine sul Battesimo, 34 pagine di note sulla Confessione e 17 sull’Estrema Unzione. Il tutto in un latino scolastico, come si usava a quei tempi. L’analisi di queste tesi consentirà una migliore conoscenza del pensiero di don Rua nel corso della sua vita sacerdotale.

La nascita di una società religiosa in un contesto turbolento

Nel frattempo don Bosco rifletteva. La sua opera si era consolidata con l’arrivo a Valdocco, nell’ottobre del 1854, di un prete di età matura, don Vittorio Alasonatti. Ne fece il suo secondo e gli conferì il titolo di prefetto. Intanto cominciava a strutturare in modo più preciso i ritmi e le attività della casa e dell’intera istituzione. Ma sarebbe riuscito a creare quella società religiosa, che appariva necessaria per reggere l’opera degli Oratori?

Dal punto di vista politico, il momento sembrava contrario a una tale iniziativa.[57] Tra il novembre 1854 e il maggio 1855, il governo piemontese, animato soprattutto dal ministro della Giustizia e dell’Interno Urbano Rattazzi, mise a punto e fece discutere in Parlamento una legge sui conventi, che mirava a interdire sul territorio, con ogni misura possibile, gli ordini e le congregazioni dei religiosi e delle religiose, in particolare gli ‹‹ordini mendicanti» nocivi, secondo i liberali, alla moralità del paese e ‹‹contrari all’etica moderna del lavoro». La nuova legge spogliava i monaci delle loro proprietà. La destra clericale reagì denunciando la violazione dello Statuto e dei concordati con la Santa Sede, e presentò la legge come un attentato deliberato al diritto di associazione e di proprietà, precursore dell’irruzione del socialismo e del comunismo nel paese. Nello stesso tempo l’estrema sinistra gridava contro l’oscurantismo ecclesiastico, rievocava la fine di Giordano Bruno, il filosofo che nel XVI secolo era stato accusato di eresia e arso vivo; polemizzava contro il processo di Galileo, altra mente troppo moderna, e contro l’Indice dei libri proibiti. Approfittando poi del dibattito acceso attorno alla proposta di legge, accusava i papi, tra cui Pio IX, allora protetto dai Francesi, di avere sempre preso le parti dello straniero a svantaggio dell’Italia. Mirando ad ampliare il progetto di legge che riteneva troppo debole, chiedeva la soppressione di tutti gli ordini religiosi esistenti: con i contemplativi e i mendicanti, bisognava eliminare anche le corporazioni votate alla predicazione e all’insegnamento. Insisteva perché tutti i beni ecclesiastici fossero municipalizzati o provincializzati... Insomma l’atmosfera era elettrica.

Alla fine di una serie di vicende, la legge Rattazzi venne approvata dalle due camere e firmata dal re il 29 maggio 1855. Le opere situate nel Regno di Sardegna e dipendenti da religiosi non dediti alla predicazione, all’educazione o all’assistenza dei malati non erano più riconosciute come enti morali; di fatto non esistevano più. Bisogna scorrere l’elenco annesso al decreto di applicazione della legge per comprendere il disorientamento psicologico causato da tutto ciò in Piemonte: ventuno congregazioni maschili e quattordici congregazioni femminili vennero colpite dalla legge. ‹‹Che sconcerto! che terribile malcontento! quanti infelici colpiti da scomunica!», esclamava don Bosco in una lettera a un amico.[58]

Questa legge avrebbe costituito un punto di riferimento costante per don Bosco. Gli avrebbe fatto temere per i suoi collaboratori l’epiteto sconveniente di frati; l’avrebbe indotto ad evitare ogni parvenza di ente morale per la sua società religiosa e gli avrebbe suggerito di mantenere ad ogni costo i diritti civili dei suoi membri. Questi diritti avrebbero distinto la sua società da qualunque altra corporazione religiosa.

La morte di Margherita Bosco e di Domenico Savio

Il seminarista Rua, durante il primo anno di teologia, fu toccato dalla morte di tre persone care.

Il 5 novembre 1856, all’età di soli 28 anni, morì, affetto da un’infezione polmonare, il teologo Paolo Rossi, direttore dell’Oratorio San Luigi, a Porta Nuova, dove Michele si recava la domenica mattina. Il peso del suo incarico ricadde su di lui e lo svolse meglio che poté.[59]

Nella casa dell’Oratorio di san Francesco di Sales, l’arrivo di don Alasonatti aveva definitivamente relegato nella propria stanza di lavoro la madre di don Bosco, Margherita, che per molto tempo era stata l’economa della casa. I ragazzi e i visitatori non la dimenticavano, ma lei si era ritirata. Nel novembre del 1856 fu colpita da una violenta polmonite. Da quel momento Giovanna Maria Rua rimase senza sosta al suo capezzale, insieme con la sorella di Margherita, Marianna Occhiena. Tutta la casa pregò per la sua guarigione. Per parecchi giorni tenne tutti tra il timore e la speranza. Quasi ad ogni ora i giovani si affacciavano l’uno dopo l’altro alla sua stanza per avere notizie. La comunità attendeva ogni sera di sapere qualche novità da don Bosco e da don Alasonatti. Il figlio Giuseppe arrivò da Castelnuovo. L’angoscia aumentò quando le fu somministrata l’unzione degli infermi. Infine, il 25 novembre Margherita spirò. I funerali furono modesti, ma molto commoventi. Venne celebrata una messa solenne nella chiesa dell’Oratorio. Poi i ragazzi in pianto accompagnarono la bara fino alla parrocchia; i versetti del Miserere si alternavano con qualche nota della banda musicale dell’Oratorio. Il corteo avanzava molto composto, destando grande impressione negli astanti. La signora Gastaldi affermò di non avere mai assistito a un funerale tanto commovente.[60] Conseguenza importante per i Rua: alla fine degli anni Cinquanta, Giovanna Maria sarà una seconda ‹‹mamma Margherita» per i ragazzi di don Bosco.

Il terzo lutto che colpì l’Oratorio fu la morte di Domenico Savio. L’8 giugno precedente, Domenico aveva fondato, con i chierici Michele Rua e Giuseppe Bongiovanni, la Compagnia dell’Immacolata. Si erano stilate poche regole, intessute di risoluzioni pratiche, che avrebbero migliorato il clima spirituale dell’intera opera. La ‹‹grande stima» che Michele provava per Domenico era accresciuta ‹‹in occasione della costituzione di questa associazione», dichiarerà don Rua al processo di canonizzazione del ragazzo.[61] Domenico era sempre stato di salute cagionevole. Il 1° marzo 1857 un’infezione polmonare lo obbligò a lasciare la comunità e a rientrare in famiglia. Quel mattino aveva partecipato all’esercizio della buona morte e si era congedato serenamente da don Bosco e dai compagni. Otto giorni più tardi spirava. Era un santo, proclamarono subito i compagni, che iniziarono ad invocarlo. Questo genere di preghiera si dimostrava efficace, attesterà ancora don Rua al medesimo processo.[62] Da parte sua, don Bosco, che era dello stesso avviso, cominciò a raccogliere, soprattutto con la collaborazione di Michele, le testimonianze delle sue notevoli virtù per scrivere la Vita del giovanetto Savio Domenico che avrebbe pubblicato dal 1859.[63]

Il primo progetto costituzionale di don Bosco

Ritorniamo al 1857. Le buone relazioni che intratteneva con il ministro Rattazzi rassicurono don Bosco, ansioso di passare alla realizzazione del suo progetto di fondazione religiosa. Questo temuto anticlericale apprezzava molto la sua ‹‹carità filantropica», gli raccomandava dei giovanetti bisognosi e gli faceva versare, quando don Bosco li richiedeva, dei cospicui sussidi. Si deve far risalire probabilmente al maggio 1857 una conversazione decisiva che don Bosco ebbe con lui al ministero, nel corso di una visita di ringraziamento. Rattazzi gli chiese se aveva pensato al futuro della sua opera: Perché non costituiva una società di laici e di ecclesiastici? Ma, osservò don Bosco, il governo piemontese non è ostile a questo tipo di associazioni? Rattazzi gli replicò che non doveva fondare una corporazione religiosa tradizionale, cioè una società di manomorta, ma una società nella quale ciascuno dei membri conservasse i suoi diritti civili, si sottomettesse alle leggi dello Stato, pagasse le tasse ecc., insomma una società di liberi cittadini.

Per don Bosco fu un’illuminazione. Anche se di fronte alla Chiesa la sua sarebbe stata una Congregazione, di fronte allo Stato avrebbe avuto la forma di una società di beneficenza che rispondesse a questi criteri. Alla fine del 1857 o al più tardi all’inizio del 1858, egli dette da copiare a Rua, sotto il titolo di ‹‹Congregazione di S. Francesco di Sales», un quaderno di una quindicina di pagine che spiegava l’origine, lo scopo, la forma, i voti, il governo e come essere accettati in questa società.[64] ‹‹Lo scopo di questa Congregazione ­ scriveva allora Rua copiando don Bosco ­ si è di riunire insieme i suoi membri ecclesiastici, chierici ed anche laici, a fine di perfezionare se medesimi imitando per quanto è possibile le vistù del nostro divin Salvatore».[65] Niente di complicato, soprattutto niente voti solenni, vincolanti dal punto di vista giuridico. ‹‹Tutti i congregati tengono vita comune stretti solamente dalla fraterna carità e dai voti semplici che li stringono a formare un cuor solo ed un’anima sola per amare e servire Iddio». Don Bosco aveva tenuto conto degli avvertimenti di Rattazzi: ‹‹Ognuno nell’entrare in congregazione non perderà il diritto civile anche dopo fatti i voti, perciò conserva la proprietà delle cose sue, la facoltà di succedere e di ricevere eredità, legati e donazioni».[66] Sarà una società di liberi cittadini.

Don Bosco decise di sottoporre questo progetto al papa. Egli era noto in Vaticano fin dal 1849, quando i suoi giovani avevano partecipato ad una colletta a favore di Pio IX, che li aveva fatti ringraziare. Sarebbe andato a Roma in compagnia di Michele che gli avrebbe fatto da segretario.

A Roma con don Bosco nel 1858

Il viaggio Torino-Roma, in treno, poi in nave, infine in vettura postale, durò quattro giorni, dall’alba del 18 febbraio 1858 fino alla tarda sera del 21 febbraio. A Roma don Bosco fu ospite della famiglia de Maistre, in via del Quirinale n° 49. Anche Rua in un primo tempo alloggiò lì, ma se ne andò ben presto a cercare un posto dai Rosminiani, a rischio di alzarsi prestissimo ogni mattina per raggiungere don Bosco.[67] I nostri due pellegrini, che prevedevano un soggiorno di uno o due mesi in città, organizzarono il loro tempo. Don Bosco ci teneva a mettere a punto lo statuto della sua società in gestazione. Rua avrebbe consegnato lettere a domicilio, avrebbe trascritto vari testi con la sua bella grafia, in particolare il libro di don Bosco Il mese di maggio, e avrebbe accompagnato don Bosco per la città.

Con il passare delle settimane, entrambi visitarono Roma accuratamente da veri pellegrini appassionati di architettura e di storia, e come apostoli curiosi delle esperienze pastorali della città dei papi. Se ne andavano a piedi, talvolta sotto la pioggia e al riparo di un solo ombrello, a meno che qualche nobile signore non si offrisse di accompagnarli con il suo calesse. Raccoglievano il maggior numero di notizie del giorno, pittoresche ed edificanti, lette o sentite per caso, per consegnarle poi al loro diario, che volevano molto dettagliato. Visitarono la chiesa del Gesù, il Panteon, San Pietro in Vincoli, San Luigi dei Francesi, Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano, e ovviamente San Pietro in Vaticano, Castel Sant’Angelo e dintorni. Per don Bosco che aveva appena pubblicato una vita di San Pietro, la visita più commovente fu certamente quella del 2 marzo, in compagnia di Michele e della famiglia de Maistre, al carcere Mamertino. ‹‹Solo a vederlo fa orrore», scriverà don Bosco a don Alasonatti.[68] Alla presenza della famiglia de Maistre, don Bosco celebrò la messa su un piccolo altare accanto alla ‹‹colonna di San Pietro».

Don Bosco e Rua si conformavano alle pratiche devozionali dei luoghi. Il 23 febbraio, a san Pietro in Vincoli si veneravano eccezionalmente le catene dell’apostolo. ‹‹Noi abbiamo avuto la consolazione di toccare queste catene con le nostre mani, di baciarle, di mettercele al collo e sulla fronte», dice il diario di viaggio. Il 25, salirono in ginocchio i ventotto gradini della Scala Santa. Il 13 marzo, fecero una sosta a Santa Maria degli Angeli dove vollero lucrare l’indulgenza plenaria. Presso l’altar maggiore, venerarono un numero impressionante di reliquie. ‹‹Avendo così soddisfatto la nostra devozione ­ racconta il diario ­ siamo rientrati a casa verso le sei, molto stanchi e con un buon appetito». I nostri due torinesi si interessarono molto alle opere romane di beneficenza per confrontarle con le loro. Visitarono così la casa Tata Giovanni, il cui stile di vita sembrava molto simile a quello di Valdocco; videro una scuola di carità tenuta dalla consulta romana di S. Vincenzo de Paoli a Santa Maria dei Monti; furono a San Michele, vasto istituto che accoglieva ‹‹oltre ottocento persone di cui trecento sono giovanetti»; contattarono anche parecchi Oratori legati alla tradizione di san Filippo Neri.

Il momento più importante per entrambi fu ovviamente l’incontro con il papa, che don Bosco aveva sollecitato già dal suo arrivo a Roma. L’8 marzo, al ritorno da una giornata faticosa, don Bosco aprì una lettera che lo entusiasmò. ‹‹L’apro, la leggo ed era del tenor seguente: si previene il Signor abate Bosco che S. Santità si è degnata di ammetterlo all’udienza domani nove di marzo dalle ore undici e tre quarti ad un’ora». Il giorno successivo, accompagnato dal chierico Rua, si presentò in Vaticano, molto emozionato, con una mantelletta da cerimonia sulle spalle. ‹‹Occupati da mille pensieri», si misero a salire le scale ‹‹più macchinalmente che ragionevolmente», dice il diario. Le guardie nobili, ‹‹vestite da parer tanti principi», li impressionavano. Al piano dei saloni pontifici, guardie e camerieri ‹‹abbigliati in gran lusso» li salutarono e si inchinarono profondamente per prendere la lettera dell’udienza che don Bosco teneva tra le dita. Lo spettacolo senza fine dei viavai nell’anticamera occupò il loro spirito per un’ora e mezzo di attesa.

Quando un prelato fece loro segno di entrare, don Bosco, afferma la cronaca, dovette, ‹‹farsi forza e violenza per non perdere l’equilibrio della ragione». Rua lo seguiva con le copie rilegate delle Letture cattoliche, il loro regalo per il Santo Padre. Fecero le tre genuflessioni protocollari: una all’ingresso del salone, una seconda a metà e una terza ai piedi del pontefice. E tutta la loro apprensione svanì, quando scoprirono ‹‹un uomo il più affabile, il più venerando, e nel tempo stesso il più bello che possa dipingere un pittore». Poiché il papa era seduto alla scrivania, i nostri due visitatori non poterono baciargli il piede come avevano previsto: gli baciarono solo la mano. Ma Rua, ricordando la promessa fatta ai chierici di Valdocco, gliela baciò a due riprese, una volta per lui e una volta per i suoi compagni. Restavano in ginocchio, e don Bosco, per rispetto dell’etichetta, avrebbe continuato a conversare così. ‹‹No ­ gli disse Pio IX ­ alzatevi!». Quando il papa ebbe ben compreso che aveva a che fare con l’apostolo dei ragazzi di Torino, moltiplicò le domande sugli Oratori, sui giovani, i chierici, e ricordò l’offerta ricevuta a Gaeta. Don Bosco gli consegnò i volumi delle Letture cattoliche. ‹‹Ci sono quindici legatori nella nostra casa», spiegò. Il papa si assentò un istante e tornò con quindici medagliette dell’Immacolata per i rilegatori, una un po’ più grande per Rua e uno scrigno contenente una bella medaglia per don Bosco. Si disponeva a congedare entrambi, quando quest’ultimo chiese di potergli parlare da solo. Rua fece una genuflessione in mezzo alla stanza e si ritirò. Don Bosco, rimasto con Pio IX, parlò del suo progetto di società religiosa e il papa lo esortò a chiedere i voti ai suoi collaboratori. Rua fu richiamato e l’udienza si chiuse con una solenne benedizione su don Bosco, sul compagno, su quelli che condividevano la sua missione, sui collaboratori e benefattori, infine sui giovani e su tutte le sue opere. Don Bosco e Rua fecero rientro verso le Quattro Fontane, colmi di venerazione e di gratitudine per il pontefice che li aveva trattati in modo così paterno.

L’udienza pontificia successiva del 6 aprile, che vide insieme con don Bosco e Michele Rua anche il teologo Leonardo Murialdo, un altro santo apostolo dei giovani piemontesi, allora direttore dell’Oratorio S. Luigi, fu in realtà un congedo. Don Bosco consegnò al papa una lettera di Gustavo di Cavour, che proponeva una riconciliazione in merito alla sorte di mons. Fransoni, l’esiliato di Lione, e al futuro della diocesi di Torino, priva di pastore da nove anni. Il documento venne trasmesso al cardinale Antonelli. Il papa mostrò verso don Bosco una ‹‹bontà stupefacente». Nel corso di una conversazione di tre quarti d’ora, Pio IX gli accordò tutti i favori spirituali e tutte le benedizioni che egli chiedeva. E vi aggiunse quaranta scudi d’oro perché procurasse una colazione ai giovani oratoriani. Leonardo Murialdo e Michele Rua ‹‹gongolavano di gioia», scrisse l’indomani a don Alasonatti.[69] E, il 14 aprile, i nostri due pellegrini, carichi di informazioni e di emozioni su Roma, la sua storia, le sue chiese, le sue opere di carità e soprattutto il suo venerando pontefice, ripresero in senso inverso la strada di Torino, dove arrivarono, con il treno di Genova, il 16 aprile.

L’avventura di questo viaggio rafforzò ancora di più il legame tra il maestro e il discepolo. In luglio, don Bosco, ebbe l’occasione di rispondere con una lettera in latino a Rua che gli aveva chiesto un consiglio. Questa lettera rivela non solo il tipo di spiritualità attiva insegnata da don Bosco, ma anche lo stile delle loro relazioni, diventate ormai del tutto fraterne. Eccola qui tradotta tutta intera:

Figlio mio,

La gioia e la grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia sempre nei nostri cuori. Mi hai chiesto alcuni consigli salutari, lo farò volentieri e in poche parole.

Sappi dunque e ricordati che non sono paragonabili le sofferenze del tempo presente alla gloria futura che sarà rivelata in noi. Dunque, cerchiamo questa gloria con costanza e con coraggio.

La vita dell’uomo sulla terra è come fumo di poca durata, è per noi come una traccia che svanisce, un’ombra che appare, un’onda che fluisce. Di conseguenza dobbiamo stimare poca cosa i beni di questa vita e cercare con ardore quelli del cielo.

Gioisci nel Signore; sia che tu mangi, sia che tu beva, qualsiasi cosa tu faccia fa’ tutto a maggior gloria di Dio.

Ti saluto, figlio mio. Prega per me il Signore nostro Dio.

Il tuo confratello

Sac. Bosco

Sant´Ignazio presso Lanzo, 26 luglio 1858.[70]

Per don Bosco il chierico Rua era ormai un consocius, un confratello.

Il trattato "De Deo uno et trino"

Il viaggio di Roma si era frapposto alla serie di trattati di teologia che il chierico Rua continuava a seguire nel seminario di Torino. Nel luglio 1859, agli esami di fine anno, si classificò primo su sette candidati con una valutazione più che ottima.

Gli archivi salesiani conservano cinque suoi quaderni di appunti della fine degli anni Cinquanta, intitolati De Deo uno et trino (Dio uno e trino), di cui il secondo è datato 1859. Sono in tutto 132 pagine. Il loro contenuto è interessante. Trattano, in ordine di successione, dell’esistenza di Dio, della sua essenza, dei suoi attributi, sia ‹‹negativi» ­ cioè l’eternità, l’immensità, l’immutabilità, la libertà e l’unità ­; sia ‹‹positivi» ­ cioè la santità, la veracità, la scienza, la bontà, la giustizia e la provvidenza. Il terzo quaderno tratta più specificamente della Trinità e inizia con la definizione di ‹‹processione» e di ‹‹relazione», mostra che in Dio ci sono tre persone realmente distinte, cerca di determinare l’originalità della posizione della seconda e della terza persona, insiste sulla consustanzialità delle tre persone e infine cerca di risolvere le obiezioni contro la definizione di Trinità. Si trattava quindi di uno studio del tutto classico, come ci si può aspettare dai teologi scolastici del XIX secolo. Parlava all’intelligenza, molto poco al cuore.

Alla stessa epoca risalgono alcuni quaderni di Rua intitolati De iustitia et iure 1859-60 (La giustizia e il diritto).

La teologia dogmatica e la teologia morale non sembrano aver appassionato il seminarista Rua. Egli seguiva i corsi coscienziosamente e brillava agli esami. Nel febbraio 1860 gli esaminatori si congartularono con lui, attribuendogli un giudizio egregio. Ma Rua preferiva la Bibbia o piuttosto la Storia sacra, di cui aveva iniziato a compilare tutta una serie di quaderni (ne sono stati conservati diciotto in totale), con l’obiettivo di pubblicare un’opera (che in realtà farà mai), partendo dai sei giorni della Creazione, raccontati minuziosamente in ottanta pagine, fitte fitte. Si riesce a capirlo, senza condividerlo in tutto. L’ermeneutica biblica, ai tempi del giovane Rua, balbettava appena.

Michele lavorava tantissimo. Possiamo immaginarlo se pensiamo al suo orario. Durante la giornata, i suoi incarichi all’Oratorio di san Francesco di Sales o a quello di san Luigi occupavano le ore centrali. Doveva recuperare di sera, non durante la notte perché don Bosco non lo permetteva, o il mattino prestissimo. Negli inverni più rigidi, molto frequenti a Torino, era in piedi dalle due o alle due e mezzo, come testimonierà più tardi il professor Alessandro Fabre entrato nell’Oratorio nell’ottobre del 1858. Pregava da solo, in ginocchio sul pavimento, vicino a un tavolo dello studio. Quando suonavano le tre, passava nelle camerate dove dormivano i sei, sette, dieci o anche quindici collaboratori perché si svegliassero a quell’ora. In estate ciò poteva forse essere gratificante, ma in inverno era piuttosto duro. ‹‹Quante volte capitò ­ scriverà più tardi uno di questi ragazzi ­ di trovare ai piedi del letto l’acqua della brocca gelata! Allora si apriva la finestra della mansarda, ci si sporgeva verso la grondaia e, con le mani dentro la neve, ci si lavava la faccia». Nello studio lavoravano con poca luce: qualche lumicino a olio, soprannominato cappuccino per il caratteristico spegnitoio a forma di cappuccio.14 Alle cinque e mezzo questi giovani coraggiosi erano raggiunti dagli altri studenti. Così, ogni mattina Rua poteva dedicare tre ore allo studio della teologia prima della messa.

L’organizzazione della Società di san Francesco di Sales

L’anno 1859 fu contrassegnato sul piano politico dal processo di unificazione italiana sotto la guida del Piemonte e, all’interno di Valdocco, dalla fondazione della Società che don Bosco aveva sognato di creare.

La guerra vittoriosa contro l’Austria in Lombardia, conclusa l’11 luglio con l’armistizio di Villafranca, e alcune sommosse popolari nel territorio pontificio della Romagna, fomentate da agenti piemontesi e ratificate in agosto-settembre dai propri rappresentanti a Torino, fecero sì che bruscamente tutto il Nord della penisola passasse sotto il controllo del Regno di Sardegna. Per il papa Pio IX si trattò di un grave oltraggio all’autorità pontificia. Valdocco si schierò dalla sua parte, senza alcuna esitazione. Don Bosco, autore di una Storia d’Italia considerata favorevole all’Austria e poco entusiasta sulla questione dell’unità italiana, venne giudicato un pericoloso reazionario dalla Gazzetta del popolo, che il 18 ottobre lo punzecchiava violentemente. Il 9 novembre don Bosco indirizzò al pontefice una lunga lettera in cui gli assicurava la totale disapprovazione del clero e di tutti i buoni cattolici nei riguardi dei comportamenti del governo piemontese. Il papa gli rispose con un Breve elogiativo che don Bosco fece subito pubblicare nel giornale conservatore L’Armonia, suscitando la collera dei suoi avversari.

In questo clima teso, Rua concluse velocemene alcune tappe che lo separavano dal sacerdozio. L’11 dicembre, mons. Giovanni Antonio Balma gli conferì la tonsura e i quattro ordini minori; il 17 dicembre ricevette il suddiaconato che lo votava al celibato. Sarà dunque in qualità di suddiacono che qualche giorno più tardi parteciperà alla riunione di fondazione della Società Salesiana.

Nel mese di dicembre, don Bosco dava alla sua Società una struttura semplice ma sufficiente. La sera di venerdì 9 con un discorso ai collaboratori aveva annunciato per la domenica 18 un’assemblea riservata a coloro che avessero voluto impegnarsi con lui. Chi non lo desiderava era invitato a non presentarsi.

Il regolamento ricopiato da Rua aveva un capitolo intitolato ‹‹Governo della Congregazione». Il primo articolo specificava: ‹‹La Congregazione sarà governata da un Capitolo composto di un Rettore, prefetto, economo, direttore spirituale o catechista e due consiglieri (subito passati a tre sull’originale)». Per definire questo gruppo di governo, don Bosco aveva volutamente optato per il termine ‹‹Capitolo», cioè ‹‹collegio», piuttosto che per quello di ‹‹consiglio», usato nei modelli di costituzioni a cui si ispirava. Le decisioni avrebbero dovuto essere prese di comune accordo. L’autorità del Rettore non sarebbe stata assoluta, il governo sarebbe stato collegiale.

Gli articoli successivi spiegavano le modalità dell’elezione del Rettore e i compiti del prefetto e del direttore spirituale. In questa sede, i tre articoli riguardanti il direttore spirituale sono di grande importanza. Vi leggiamo :

Art. 2 - Il Direttore spirituale avrà cura speciale dei novizi, e si darà la massima sollecitudine per far loro imparare e praticare lo spirito di carità e di zelo che deve animare colui che desidera dedicare interamente la sua vita al bene dei giovani abbandonati.

Art. 3 - È pure ufficio speciale del Direttore spirituale invigilare sulla condotta del Rettore con abbligo stretto di avvisarlo se scorgerà qualche trascuranza nell’osservare le regole della Congregazione.

Art. 4 - Ma è poi cura speciale del Direttore invigilare sopra la condotta morale di tutti i congregati».

L’assemblea del 18 provvide all’elezione di quest’organismo. Quella sera, alle ore 21, furono in diciotto ad affollare la piccola stanza di don Bosco. Due preti: don Bosco stesso e don Alasonatti, poi il diacono Angelo Savio, il suddiacono Rua, tredici chierici e infine un giovanotto laico. L’assemblea fu verbalizzata dal suo segretario Alasonatti. Secondo questo documento, i presenti affermavano, con la loro sola presenza, l’intenzione ‹‹di promuovere e conservare lo spirito di vera carità che richiedesi nell´opera degli Oratorii per la gioventù abbandonata e pericolante, la quale in questi calamitosi tempi viene in mille maniere sedotta a danno della società e precipitata nell´empietà ed irreligione». Decidevano di comune accordo di ‹‹erigersi in Società o Congregazione che avendo di mira il vicendevole aiuto per la santificazione propria si proponessero di promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime specialmente delle più bisognose d´istruzione e di educazione».

Dopodiché si procedette all’elezione dei membri della direzione della novella Società. Recitarono una breve preghiera invocando lo Spirito Santo e all’unanimità pregarono don Bosco, ‹‹iniziatore e promotore» della Società, di accettare l’incarico di Rettore. Dato che temeva forse i capricci dei suoi giovani, non sempre teneri con l’austero don Alasonatti, don Bosco acconsentì, a condizione di poter scegliere lui stesso il prefetto del Capitolo, che sarebbe appunto stato lo stesso Alasonatti, prefetto dell’Oratorio. L’assemblea non poté che dare la sua approvazione. Il gruppo poi, sicuramente su iniziativa di don Bosco, decise che, per gli altri incarichi, cioè quello di direttore spirituale, di economo e dei tre consiglieri, l’elezione sarebbe avvenuta con votazione segreta. E fu così che quella sera l’assemblea dette il proprio voto ‹‹all’unanimità», secondo il verbale, al suddiacono Michele Rua per l’incarico di ‹‹direttore spirituale» della nuova Società. Sarebbe stato, al fianco di don Bosco, il custode delle anime, colui che con la fiducia di tutti, si sarebbe occupato della formazione dei nuovi aderenti e avrebbe curato che il loro fosse uno spirito autenticamente religioso e cristiano. Don Bosco sapeva di poter contare su questo giovanotto che non aveva ancora ventidue anni. Angelo Savio venne eletto economo; Giovanni Cagliero, Giovanni Bonetti e Carlo Ghivarello furono designati come consiglieri.[71] La struttura era completa.

 

5 ­ MICHELE RUA GIOVANE PRETE

La preparazione

Quando venne nominato direttore spirituale della nascente Società Salesiana, Michele Rua stava concludendo i suoi studi di teologia presso il seminario di Torino e si preparava all’ordinazione sacerdotale. In alcuni dei suoi quaderni, per esempio in quelli contenenti il trattato De legibus (sulle leggi), troviamo le date di quell’anno 1859-1860. Era sempre molto attivo. A partire dal 1855, nell’Oratorio di san Francesco di Sales erano state progressivamente istituite le cinque classi ginnasiali. Era suo il compito di sorvegliarle.

Sempre discreto nel mostrare i suoi sentimenti, non si vedevano in lui espressioni di pietà esagerate. Il suo temperamento riflessivo lo induceva a moderare le parole e i gesti. Era la ragione a governarlo. Manteneva sempre la calma. Quando era il momento della preghiera, vi si immergeva con semplicità. Nel resto del tempo, come don Bosco, faceva del suo lavoro una preghiera. Lo affermano alcuni testimoni. Giacinto Ballesio, entrato all’Oratorio nel 1858, testimonierà che ‹‹il chierico Rua era il primo per la sua pietà semplice, sicura e degna. A vederlo pregare, sia nello studio sia sotto i portici durante le preghiere della sera, o ancora in chiesa, il suo viso luminoso, il suo contegno, ci facevano capire che il suo spirito e il suo cuore erano in Dio. Vedeva il Signore, vedeva Gesù, lo sentiva, se ne deliziava, e faceva pregare anche noi».[72]

Inutile, perciò, cercare effusioni mistiche nei suoi taccuini personali. Non era il suo genere. Tutto avveniva nel segreto della sua anima, nella sua relazione costante con Dio.

Tuttavia non immaginiamolo solo riservato e silenzioso. ‹‹Il chierico Rua, secondo lo stesso testimone, quantunque dignitoso e composto, era il re della ricreazione, dei canti, dei giochi che sapeva condire con qualche buon consiglio, e buon avvertimento od esempio».[73]

Il 17 marzo 1860, Rua iniziò nella casa dei Preti della Missione (Lazzaristi), un ritiro preparatorio al diaconato, ordine che gli sarà conferito il 24 dello stesso mese. L’ordinazione sacerdotale si avvicinava.

Nel frattempo Pio IX continuava a soffrire e don Bosco cercava di sostenerlo. Vennero organizzati plebisciti nei territori al nord di Roma, in vista della loro annessione al Piemonte. Indignato, il papa scomunicò gli ‹‹invasori e gli usurpatori». E don Bosco scriveva a lui, ultimo successore di san Pietro, mandando un’offerta dei suoi giovani, esprimendo la sua piena adesione alla politica papale e trasmettendo informazioni sui progetti di conquista dei territori degli Stati pontifici.[74] A Torino, sostenere Pio IX causava non pochi problemi. Fu perquisita la casa del conte Cays, l’abitazione del canonico Ortalda, di don Cafasso ed anche di don Bosco. Il 26 maggio la direzione dell’Oratorio subì una perquisizione piuttosto severa. E, qualche giorno dopo, le scuole della casa furono ispezionate in modo maldestro.

La prima frase di una lettera di don Bosco al nostro Rua, che stava per essere ordinato sacerdote, si comprende meglio in questo contesto. In luglio presso i Preti della Missione, nel corso del ritiro che lo preparava direttamente al sacerdozio, Rua, scrivendo in francese, aveva chiesto a don Bosco dei consigli utili ed egli rispose in latino quanto qui traduciamo:

Al carissimo figlio Michele Rua, che saluto nel Signore.

Mi hai mandato una lettera scritta in francese, e hai fatto bene. Sii francesce soltanto nella lingua e nel discorso, ma di animo, di cuore e di opere sii intrepidamente e generosamente romano.

Ascolta attentamente quanto ti dico. Ti aspettano molte tribolazioni, ma con esse il Signore Dio nostro ti concederà anche tante consolazioni.

Mostrati esemplare nelle opere buone; continua a farti consigliare; fa’ con sostanza ciò che è buono agli occhi di Dio.

Combatti contro il diavolo, spera in Dio, e, per quanto posso, sarò sempre con te.

La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia sempre con noi. Ti saluto.

Sac. Giovanni Bosco.[75]

Michele Rua avrebbe dovuto mostrarsi fedele a Roma, nelle parole e negli atti. Non aveva certamente bisogno di alcuna lezione. In ogni caso non la dimenticherà mai. Quanto all’avvertimento sulle tribolazioni che lo attendevano, l’aveva già sentito dalle labbra di don Bosco e si disponeva serenamente a soffrire.

Michele Rua è ordinato presbitero

Venne ordinato prete il 29 luglio 1860 da mons. Balma, ausiliare dell’arcivescovo Fransoni in esilio. Fu ordinato nella villa del barone Bianco di Barbania, dove il vescovo passava le vacanze. La villa si trovava a Caselle, in fondo alla vallata di Lanzo. Siccome la linea ferroviaria Torino-Lanzo, non era ancora stata costruita, il diacono Rua partì da Valdocco il 28 luglio in compagnia di due giovani chierici, Celestino Durando e Giovanni Anfossi, e fece la strada a piedi, alla maniera dei poverelli, come scrive don Francesia.[76] Tuttavia, arrivato a destinazione, non andò a letto (il mattino seguente il suo letto era ancora intatto), preferendo passare la notte in preghiera. Il giorno seguente durante le cerimonie dell’ordinazione, nella cappella di sant’Anna della villa, il suo comportamento riuscì a ‹‹strappare le lacrime» a qualche presente, stando alle espressioni un po’ sentimentali del suo biografo Francesia.[77]

Rientrò a Torino in giornata e il mattino successivo celebrò in tutta semplicità la prima messa, assistito da don Bosco, davanti alla numerosa comunità dell’Oratorio. Cinquant’anni dopo, un testimone, allora giovane chierico, ricordava ancora il suo ‹‹viso sereno e raccolto» nell’avvicinarsi all’altare, il ‹‹volto radioso» nell’atto della consacrazione e il ‹‹fervore da serafino» nel distribuire la santa eucaristia.[78] Quella sera la comunità lo sentì dare la buonanotte. Il suo discorso semplice, diretto e familiare suscitò l’applauso.

Ma la vera festa dell’Oratorio non finiva lì. Fu organizzata la domenica seguente, il 5 di agosto. Don Rua cantò messa. L’Oratorio dell’Angelo Custode di cui si occupava, come sappiamo, rafforzò il gruppo con centinaia di interni dell’Oratorio di san Francesco di Sales. Fu un giorno di gioia, di affetto e di venerazione. I componimenti, infarciti di iperboli, che gli archivi salesiani hanno conservato, abbondarono sia in prosa che in versi. In uno di essi veniva definito, ‹‹il modello dei giovani, l’esempio dei chierici, il degno emulo di Domenico Savio». In un altro, si ammirava in lui ‹‹un nuovo S. Pietro per il suo amore verso Gesù Cristo, un nuovo S. Giovanni per l’amore delle cose celesti, un nuovo Luigi Gonzaga per la purezza della sua vita, un nuovo S. Bernardo per il suo amore alla Vergine, e un nuovo don Bosco per la sua dedizione alla gioventù». Sarebbe stato un degno successore di don Bosco.[79] Michele riteneva che si esagerasse. Protestò. Il grido ripetuto di Viva don Rua! era troppo per i suoi gusti: domandò che almeno si aggiungesse anche un Viva don Bosco!

Auffray immagina il trattenimento musicale e teatrale di quel giorno: ‹‹Non lontano dal figlio, la signora Rua assisteva a questa festa come in un sogno, dominando a stento l’emozione che le stringeva il cuore nel vedere l’unico sopravvissuto dei suoi quattro figli, elevato a tale onore. In un angolo della sala, il vecchio don Picco, il professore di latino e greco di dieci anni prima, assaporava questo modesto trionfo del migliore dei suoi allievi, mentre, alla destra del novello sacerdote, don Bosco sorrideva con una felicità tanto intensa quanto contenuta. Tutti i cuori erano immersi in un’atmosfera di rara cordialità. Era una famiglia che festeggiava il suo figlio maggiore, sotto lo sguardo tenero del padre».[80]

Il lavoro del giovane sacerdote

È difficile parlare in modo adeguato della quantità di lavoro che ricadde sul giovane don Rua con l’inizio dell’anno scolastico 1860-1861. Aveva la responsabilità di tutte le classi ginnasiali dell’Oratorio, che nel luglio del 1861 contavano 317 allievi, ripartiti in cinque classi, numero che aumenterà di anno in anno. Dirigeva la sua gente senza clamore. Viveva nel silenzio con un’operosità impressionante che lo rendeva più austero di quanto non fosse nella realtà. Era impeccabile e coloro che lo avvicinavano ammiravano la sua bontà e la sua discrezione.

Inoltre la domenica continuava ad occuparsi, insieme con il direttore teologo Roberto Murialdo, dell’Oratorio dell’Angelo Custode in Vanchiglia, quartiere ingrato, come sappiamo. Il chierico Ballesio che lo accompagnava racconterà le faticose domeniche dell’estate 1861. Partiva da Valdocco all’alba e passava tutta la mattina con i giovani dell’Angelo Custode, in chiesa o in cortile, con i suoi attrezzi da gioco, le altalene, le corse e i giochi. A mezzogiorno rientrava a Valdocco, accompagnato dai ragazzini che lo tiravano per le maniche e, arrivato a destinazione, mangiava ciò che rimaneva. Senza riposarsi, tornava subito in Vanchiglia per impegnarsi in chiesa e in cortile. Le cerimonie religiose del pomeriggio erano brevi, inframmezzate dal catechismo. Don Rua non era un oratore enfatico, raccontava la storia sacra e predicava chiaramente. Infine, quando si faceva notte, rientrava a Valdocco, sempre in ritardo per la cena. Allora, come riferisce Ballesio, ancora pregava o studiava.[81]

Su un quaderno intitolato Libro dell’esperienza,[82] il vice-direttore Rua racconta le varie attività di quest’Oratorio: il mese di Maria, la cresima del 1861, accuratamente preparata giorno per giorno nella settimana precedente, la festa dell’Assunzione, la festa del direttore e la cresima all’Oratorio di san Francesco di Sales nel 1862... Questo Libro dell’esperienza ci fornisce così il programma della festa anticipata del santo patrono dell’Oratorio dell’Angelo Custode, il 29 settembre 1861: messa di comunione celebrata da don Rua, pranzo per tutti, messa cantata e vespri solenni presieduti da don Leonardo Murialdo, con l’accompagnamento della banda musicale di Valdocco. Predicò il teologo Borel. All’avvicinarsi della notte, si fecero i fuochi d’artificio. La giornata terminò in chiesa con un cantico all’Angelo Custode e l’Angelus. Nell’ottobre del 1861, in una lettera, l’arcivescovo Fransoni dall’esilio si congratulò con don Bosco per il buon lavoro compiuto nell’Oratorio dell’Angelo Custode. Don Rua sarà per tutta la vita il sostenitore dell’Oratorio di estrazione popolare, anche e soprattutto quando i suoi confratelli preferiranno la scuola e il convitto.

Per preparare un esame che gli avrebbe permesso di ascoltare le confessioni, don Rua seguì l’insegnamento di teologia morale del canonico Zappata. Disponiamo di una serie di sei quaderni, 372 pagine in tutto. Erano dettati o ricopiati? Non si sa esattamente. La copertina del primo ci presenta un programma che verteva sulle azioni umane, la coscienza, i peccati, i comandamenti di Dio e della Chiesa, la fede. Tutte nozioni che ci si potrebbe aspettare piuttosto all’inizio della formazione teologica.[83] In seguito vengono le leggi, la censura, la giustizia e il diritto, i contratti, la disciplina dei sacramenti, precisamente del battesimo, della penitenza - con una nota sulle indulgenze -, dell’estrema unzione e del matrimonio. Molto coscienzioso e dotato di un’eccellente memoria, don Rua registrava tutto. Fatto tesoro di queste lezioni e superato l’esame, il 27 giugno 1862 gli sarà conferita la patente di confessore dal canonico Zappata.[84]

Contemporaneamente, don Rua preparò l’esame di abilitazione all’insegnamento nelle prime classi ginnasiali, diploma che il Rettore dell’università di Torino firmerà il 21 settembre 1863.[85]

Infine si deve far risalire a questo periodo un’iniziativa preziosa per i futuri storici di don Bosco. In un giorno della primavera 1861 venne costituita all’Oratorio una ‹‹commissione delle fonti», composta da quattordici membri. Essi si prefiggevano di raccogliere testimonianze e documentazione dei ‹‹doni meravigliosi» e dei ‹‹fatti straordinari» attribuiti a don Bosco, della sua ‹‹maniera unica di educare la gioventù», dei suoi grandi ‹‹progetti futuri», poiché a loro pareva che tutto in lui rivelasse ‹‹qualche cosa di sovrannaturale». Don Rua era segretario della commissione. Tre degli assistenti, i chierici Ghivarello, Bonetti et Ruffino, furono designati come redattori.[86] Fino alla morte di don Bosco, don Rua avrà a cuore di far raccogliere dai collaboratori dell’Oratorio tutti gli elementi utili all’esatta conoscenza del maestro tanto ammirato e venerato.[87]

Direttore a Mirabello

Michele Rua stava per ricevere un nuovo incarico. Il 14 maggio 1862, don Bosco fece un passo decisivo per assicurare la coesione della sua società. Quella sera convocò i suoi collaboratori nella propria camera, per la prima professione dei voti religiosi previsti dalle Regole, scritte già da quattro anni. Quanti furono coloro che si raccolsero attorno a lui nella piccola stanza? Quindici, venti, ventisei? Il numero varia secondo le liste e le cronache, che includono o escludono i semplici spettatori e i postulanti assenti per forza maggiore. Ad ogni modo, non c’era posto per sedersi. Don Bosco, vestito solo con la cotta e la stola, seguì il cerimoniale classico, fissato dal documento costitutivo Società di S. Francesco di Sales, al capitolo Formola de´ voti: canto del Veni Creator, responsorio, orazione, litanie della beata Vergine, Pater, Ave e Gloria in onore di san Francesco di Sales. Ma, a questo punto, anziché seguire il rito e far venire i collaboratori uno per uno davanti a sé per pronunciare i voti, incaricò don Rua, in qualità di direttore spirituale, a recitare la formula frase per frase, in modo che gli altri potessero ripeterla. Tutto procedette in modo rapido, ma non senza gravi inconvenienti, infatti non si saprà mai esattamente chi, quella sera, si impegnò formalmente nella Società di don Bosco.[88] Tuttavia la storia salesiana potrà rilevare, senza dubbi, che nell’anno successivo (1863) la Società contava 22 professi e 17 novizi, suddivisi in due case. Quell’anno, infatti era stata creata una nuova casa, affidata alla direzione del nostro don Rua.

Nell’autunno 1861, don Bosco aveva preso contatti con una famiglia di Mirabello in vista della fondazione di un collegio in quel comune, appartenente alla giurisdizione di Casale. L’affare, sostenuto dal vescovo di Casale mons. Luigi Nazari di Calabiana, amico di don Bosco, si risolse rapidamente poiché in quel periodo la diocesi era priva di un seminario minore. Nell’autunno 1862 si iniziò la costruzione. All’amministrazione civica di Mirabello, interessata alla fondazione di un collegio nel proprio territorio, si rispose che si trattava di un piccolo seminario. Michele Rua, designato ad assumerne la direzione, mise insieme i documenti necessari: un certificato di buona condotta che lo dichiarava ‹‹eccellente, onesto, studioso, dal comportamento irreprensibile», come si addice ad un Rettore di seminario; un certificato di onesta reputazione, consegnato dal vicario capitolare di Torino Giuseppe Zappata; un certificato civile firmato dal sindaco e consegnato dalla polizia municipale di Torino...[89] Infine, il 30 agosto 1863, mons. Calabiana nominava don Rua direttore del Piccolo Seminario San Carlo di Mirabello.[90]

Arrivò a Mirabello il 12 ottobre, con la madre Giovanna Maria, che avrebbe vigilato sulla cucina e sul guardaroba del nuovo collegio. Era l’unico sacerdote. Il resto del personale era costituito da cinque chierici e quattro giovani, non ancora Salesiani. Quando il collegio venne aperto, gli allievi si presentarono in buon numero.

Gli arrivò allora, da parte di don Bosco, una lunga ed affettuosa lettera di obbedienza. Conteneva una serie di utili consigli per la buona conduzione di un collegio. La sua importanza ci induce a presentarla brevemente.[91] Vi si diceva, prima di tutto, che il direttore di Mirabello doveva mantenere sempre la calma, evitare di mortificarsi nel cibo e dormire almeno sei ore per notte, non soltanto per mantenere la salute, ma anche per il bene dei ragazzi che gli erano stati affidati. Don Bosco conosceva il discepolo. Inoltre lo invitava a curare le pratiche di pietà tradizionali, per sé e per il personale: messa, breviario, un po’ di meditazione ogni mattina, una visita al santissimo Sacramento durante la giornata. Gli raccomandava di farsi amare prima di farsi temere! (la severità apparente del discepolo preoccuperà sempre don Bosco). Nel caso dovesse dare ordini o rimproverare, era pregato di far capire in modo chiaro che lo faceva per il bene delle anime. Lo incoraggiava poi ad orientare tutte le sue azioni al bene spirituale, fisico e intellettuale dei giovani che la Provvidenza gli affidava, e prima di prendere una decisione importante era invitato ad elevare l’anima a Dio.

Il direttore, scriveva don Bosco, si deve predere attenta cura del benessere fisico dei maestri e degli assistenti. Soprattutto ha il compito di vegliare sulla salute degli allievi, di parlare spesso con essi, di informarsi delle loro preoccupazioni e di cercare le soluzioni più adatte per risolvere le situazioni difficili. Deve fare in modo che nelle classi i maestri interroghino tutti gli allievi indistintamente. Nessuna amicizia particolare, nessuna parzialità. Gli assistenti siano puntuali nel loro servizio! Il direttore, inoltre si preoccupi di riunire di tanto in tanto maestri ed assistenti, per esortarli a mantenere nel collegio un’atmosfera sana: niente cattive conversazioni, libri pericolisi, immagini oscene o qualsiasi cosa possa mettere a repentaglio la ‹‹virtù regina», la purezza.

Un intero paragrafo della lettera è riservato al personale di servizio. Il direttore metta a capo dei dipendenti una persona di riconosciuta probità, incaricata di sorvegliare non solo sulla qualità del lavoro dei subalterni ma anche sulla loro moralità. Quanto al resto, il personale deve poter assistere quotidianamente alla messa e accostarsi ai sacramenti almeno una volta al mese. Siamo proprio in altri tempi, in una cultura destinata sfortunatamente a sparire. Anche nell’accettazione degli allievi è indispensabile badare con cura al buon costume, dunque rifiutare i candidati pericolosi. Di fronte a fatti di immoralità evidente, dopo un paterno avvertimento, in caso di ricaduta si poceda a espulsione immediata.

Un capoverso della lettera riassume molto bene la condotta del direttore di Mirabello nei confronti degli allievi. ‹‹Fa’ quanto puoi per passare in mezzo ai giovani tutto il tempo della ricreazione, e procura di dire all’orecchio qualche affettuosa parola, che tu sai, di mano in mano che ne scorgerai il bisogno. Questo è il gran segreto che ti rende padrone del cuore dei giovani». Don Bosco insegna al discepolo una pedagogia della presenza che egli conosce molto bene. In generale, ‹‹la carità e la cortesia siano le note caratteristiche di un direttore tanto verso gli interni, quanto verso gli esterni» dell’istituto; egli si sforzi sempre di risolvere tutti i problemi ‹‹per la maggior gloria di Dio». Promesse non mantenute, beghe, spirito di vendetta, amor proprio, tutto merita di essere sacrificato ad majorem Dei gloriam.

Quella lettera molto concreta, leggermente ritoccata nel corso degli anni, sotto il titolo di Ricordi confidenziali ai Direttori sarà destinata a diventare progressivamente la charta magna di ogni direttore di collegio salesiano, uno dei documenti fondamentali per la conoscenza del sistema educativo di don Bosco.[92]

In conformità con le direttive di don Bosco, don Rua cercò di fare della casa di Mirabello un ambiente protettivo e trasformatore. Il suo regolamento ricalcava scrupolosamente quello dell’Oratorio di Torino.[93] Per raggiungere i risultati educativi sperati, don Rua desiderava ciascuno degli allievi trovasse tra le sue mura una gioia serena, radicata innanzitutto su una coscienza in pace con Dio. L’avrebbe nutrita con tutta l’inventiva del suo spirito zelante e si sarebbe impegnato a mantenere un clima di serenità tra i suoi. Voleva una disciplina seria, certo, ma non mai pignola né esagerata, lasciando più spazio possibile alla libertà. I maestri dovevano essere dei padri, o meglio, dei fratelli maggiori, che condividevano con gli allievi tutti i loro giochi, le inquietudini, le occupazioni, testimoniando loro una grande fiducia, legandoli a sé attraverso ogni sorta di dedizione. Dovevano tenere a mente un’unica cosa: ricostruire attorno alle anime dei ragazzi l’atmosfera della famiglia, così necessaria alla maturazione umana e, soprattutto, una vita di pietà profonda, autentica, ragionata, capace di dare a quegli adolescenti la forza di resistere al male, la luce nei giorni del dubbio e, in ogni istante, la fedeltà al dovere. Per conservare questo spirito di pietà, don Rua, conformemente a quanto aveva sperimentato nell’Oratorio di Torino, organizzò tutta una rete di pratiche. Celebrava per loro la messa quotidiana. Era disponibile mattina e sera nel confessionale. Ogni sera, dopo le preghiere, prima di mandarli a dormire, rivolgeva ai suoi figli un breve discorso, accuratamente preparato. Tutte le domeniche teneva al suo piccolo popolo due istruzioni, una in mattinata, nella quale esponeva alcune pagine della Storia Sacra, un’altra al pomeriggio per spiegare le virtù cristiane.

Nel corso dell’anno scolastico, al collegio di Mirabello, si celebrò con sfarzo e fervore la commemorazione del patrono san Carlo (4 novembre), poi l’Immacolata Concezione di Maria (8 dicembre), e le grandi solennità dell’anno liturgico. Tutte queste feste venivano preparate con una novena o un triduo. Ogni mese si faceva un breve ritiro che consisteva nell’esercizio della buona morte, tanto caro a don Bosco fin dai tempi del Convitto di Torino. Infine, ogni anno, in primavera, si teneva un corso di esercizi spirituali di tre giorni, durante il quale cessava la scuola, e gli allievi erano invitati a meditare le verità eterne e i grandi problemi della vita.[94]

I legami tra Mirabello e Torino furono numerosi e stretti. Le visite e le lettere frequenti di don Bosco incoraggiavano il direttore. Don Bosco era preoccupato della vita spirituale dei giovani. Consigliava don Rua sul modo di tener testa all’amministrazione civile di Alessandria che gli faceva storie perché in un presunto ‹‹piccolo seminario» si accettavano allievi per nulla indirizzati allo stato ecclesiastico. Il 26 febbraio 1864, il provveditore agli studi arrivò pesino a minacciare la chiusura dell’istituto.[95] Se ne occupò il vescovo di Casale. Don Bosco consigliò a don Rua di appellarsi al Governo, se necessario. Alla fine non se ne parlò più. Le relazioni che intercorsero tra i due furono anche di natura economica (una volta don Bosco si fece prestare duemila franchi da don Rua) e celebrativa, come quando, il 25 aprile 1865, don Rua andò a Torino con un centinaio di ragazzini di Mirabello per la posa della prima pietra della chiesa di Maria Ausiliatrice.

La casa era molto viva, anche se non tutto perfetto. Alla fine del secondo anno scolastico, don Rua fu costretto a ‹‹bonificare» il collegio con tre espulsioni divenute necessarie. Questi ‹‹lupi» si erano rivelati fin troppo pericolosi per il gregge.[96]

Il 1° giugno 1865, per concludere degnamente il mese di Maria, si mise in scena la commedia latina intitolata Phasmatonices, cioè il vincitore dei fantasmi, opera del vescovo Rosini di Pozzuoli. Era presente mons. Calabiana con una schiera di ecclesiastici e di laici venuti espressamente da Casale per la circostanza. Le persone colte ammirarono la recitazione disinvolta degli attori e l’abilità degli insegnanti, prova tangibile della serietà degli studi in questo collegio.

Il giovane direttore don Rua era perfettamente riuscito nella sua nuovissima esperienza di Mirabello. Ma, dopo due anni, quando si trovava a Torino per la posa della prima pietra della chiesa di Maria Ausiliatrice, don Bosco gli lasciò intendere che pensava di affidargli un nuovo incarico ancor più gravoso.

 

6 - DON RUA PREFETTO GENERALE

Don Rua sostituisce don Alasonatti

Nel luglio 1865, don Bosco a Torino si trovava veramente sovraccarico di problemi. I lavori della chiesa di Maria Ausiliatrice erano avviati e il loro costo ­ bisognava pagare le maestranze ogni quindici giorni ­ gli chiedeva un impegno straodinario. Cinque dei suoi sacerdoti erano ammalati, come scriveva a don Rua.[97] Don Vittorio Alasonatti, il prefetto generale, che reggeva l’amministrazione generale dell’opera, era affetto da un cancro alla gola. Aveva dovuto lasciare Torino e trasferirsi nella casa di Lanzo Torinese fondata l’anno precedente. Il 16 luglio, il direttore di quel collegio, Domenico Ruffino, moriva all’età di 25 anni. Così in agosto don Bosco decise di richiamare Rua al suo fianco. L’avrebbe rimpiazzato don Giovanni Bonetti. Ciò avveniva il 18 settembre. Quello stesso giorno gli chiese di pagare una fattura in scadenza.[98] Il 4 ottobre, lo incaricò di fare pubblicità per il collegio di Lanzo.[99] Poi, la notte dal 7 all’8, anche don Alasonatti morì.

Bisognava riorganizzare, urgentemente, la direzione generale della Società Salesiana. Don Bosco procedette in questo modo: dapprima riunì i cinque membri in carica del Capitolo per la sostituzione del prefetto deceduto e del direttore spirituale don Fusero, ammalato. Don Michele Rua fu eletto prefetto e don Giovanni Battista Francesia direttore spirituale. Dopodiché vennero convocati tutti i confratelli dell’Oratorio per l’elezione del terzo consigliere. Al posto di don Giovanni Bonetti, trasferito nella sede di Mirabello, fu nominato don Celestino Durando. Ci si accorse allora che formalmente nessuno dei membri di questo direttivo aveva ancora emesso i voti perpetui, come era richiesto dai canoni. Vi si pose immediato rimedio. Il 15 di novembre, i sacerdoti Rua, Cagliero, Francesia, Ghivarello, Bonetti, più due chierici e due laici pronunciarono i voti perpetui nelle mani del Rettore maggiore. Dalla fine degli anni 1860, dato che don Bosco era spesso assente, quando si fa riferimento al Capitolo dell’Oratorio, si intende parlare soprattutto di don Rua, prefetto, di don Francesia, direttore spirituale, di don Angelo Savio, economo, di Giovanni Cagliero, Carlo Ghivarello e Celestino Durando, consiglieri.

Don Rua rappresenta don Bosco

Don Bosco considerava il prefetto generale Rua il suo alter ego. L’11 gennaio 1866, lo inviò a Mirabello per ricevere, a suo nome, i voti perpetui di due professi della prima ora Francesco Provera e Francesco Cerruti. Il successivo 4 febbraio, don Bosco si trovava al capezzale di Rodolfo de Maistre agonizzante, in sua vece don Rua presiedette la riunione dei direttori raccolti per la solennità di san Francesco di Sales. L’11 febbraio, don Rua scriveva una lunga lettera alla contessa Carlotta Callori, a nome di don Bosco, ‹‹preso da molteplici incombenze».[100]

Tra il 1865 e il 1870, anche se le sue responsabilità comprendevano le case succursali di Mirabello e di Lanzo, il lavoro di don Rua si concentrò pricipalmente sulla casa dell’Oratorio. Si tende a dimenticarlo, ma, sin dal suo ritorno a Valdocco, preoccupato di dare al ginnasio un corpo insegnanti titolati, egli stesso cominciò a prepararsi per ottenere la laurea nella Facoltà di Lettere e Filosofia di Torino. Lo testimonia un certificato di iscrizioneai corsi di Letteratura latina, Letteratura italiana, Letteratura greca, Storia antica e Storia moderna, datato 30 novembre 1865.[101]

Poiché Don Bosco era spesso assente, don Rua di fatto fu il principale responsabile dell’opera di Valdocco. Doveva di continuo risolvere problemi di contabilità, di disciplina, di igiene e pulizia, di ristrutturazione dei locali, di preparazione delle feste. Di questi problemi ci parlano i verbali delle riunioni settimanali del Capitolo, fedelmente redatti dallo stesso don Rua, e qualche annotazione sul suo Libro dell’esperienza. La lettura di questi documenti, forse noiosa, è molto istruttiva. Si apprende, ad esempio, che la vita del salesiano in quel tempo non aveva nulla di idilliaco.[102] Spigoliamo qua e là qualche dettaglio dalle riunioni del Capitolo nell’anno 1866. L’11 marzo si decise di porre maggior attenzione sull’ora della levata del personale e sul modo di preparare le lezioni; il 18 marzo si raccomandò di tenere in ordine il registro della contabilità; l’8 luglio di preparare con maggior cura le cresime (che sarebbero state amministrate il 22 successivo), di non dare punizioni se non in aula e in refettorio e di controllare che i letti fossero in ordine nei dormitori; il 12 agosto, tornando sull’argomento delle punizioni, il Capitolo stabiliva una gradazione, che consisteva nel privare della pietanza, del vino, nel far mangiare in mezzo al refettorio o sulla porta di esso, in ginocchio nel refettorio, sotto i portici, ecc.[103]

La riorganizzazione dell’Oratorio

Si trattava di riprendere in mano una casa di quasi 350 studenti e 350 artigiani che spesso lasciavano a desiderare quanto ad ordine e disciplina. Sotto la direzione di don Alasonatti, uomo di salute malferma ed eccessivo nelle sue reazioni, la grande casa di Valdocco aveva perso un poco del suo spirito. Si imponeva quindi un riassetto. Il riordino della disciplina e il riconsolidamento interno della vita di pietà. Per il nuovo prefetto generale il compito non fu semplice. Si sollevarono critiche al suo operato. La posizione di Rua era scomoda. Ormai, si diceva, egli godeva la protezione di don Bosco e non era più possibile muovere foglia senza il suo permesso. Alcuni si rallegravano dell’ordine energicamente ristabilito dopo la gestione rilassata di Vittorio Alasonatti. Altri, al contrario, che erano arrivati all’Oratorio da fanciulli, divenuti uomini fatti, non si rassegnavano a sottomettersi all’antico compagno. Da qui sorgevano i malumori che don Rua cercava di contenere.

Sopportava. Il compito era pesante. Gli spettava il pagamento dei debiti che erano notevoli. Bisognava occuparsi specialmente del buon andamento dei laboratori con tutta la contabilità annessa per l’acquisto delle materie prime e dei macchinari, la paga degli operai, i conti dei clienti. Don Bosco gli affidava anche la sovrintendenza dei lavori della chiesa in costruzione. Inoltre, come afferma Auffay (non confermato dagli altri storici), sarebbe stato responsabile persino delle Letture cattoliche. La pubblicazione contava allora circa dodicimila abbonati che bisognava mensilmente soddisfare con racconti scritti in uno stile semplice e personale. ‹‹Non era cosa da poco scrivere in modo appropriato, corretto e non troppo difficile, così come sorvegliare tutto il lavoro del numero mensile».[104]

Le feste di consacrazione della chiesa di Maria Ausiliatrice

Nel maggio 1868 la casa dell’Oratorio entrò in ebollizione. Cinque anni dopo aver lanciato l’idea, don Bosco vedeva realizzarsi il sogno di una grande chiesa in onore di Maria Ausiliatrice. Si stavano portando a termine le finiture. La consacrazione era prevista per il mese di giugno, solo quattro anni dopo la posa della ‹‹pietra angolare». In maggio il Capitolo aveva discusso, sotto la direzione di don Rua, della distribuzione dei ruoli. Secondo gli appunti sintetici del verbale, era necessario prevedere portinai, questuanti, accompagnatori ai posti, camerieri ai tavoli, cantinieri, incaricati delle camere degli ospiti, confessori e illuminazione. I festeggiamenti sarebbero durati otto giorni. La cerimonia di consacrazione sarebbe stata il momento più importante. Si dovevano invitare personalità e preparare le cerimonie religiose in forma solenne. C’erano folle di devoti da accogliere, allievi delle case di Lanzo e di Mirabello da ricevere, concerti da organizzare e un’opera teatrale da allestire.

I grandiosi festeggiamenti della consacrazione, avvenuta il 9 giugno, si prolungarono per gli otto giorni successivi e furono all’altezza del fervore religioso che aveva consentito la costruzione della chiesa in tempi da record. Don Bosco li descrive in un fascicolo speciale delle Letture cattoliche, pubblicato subito dopo l’avvenimento.[105]In tutta la sua vita nessun altro evento rivestirà maggiore importanza delle meravigliose giornate tra il 9 e il 16 giugno, con messe e vespri pontificali, discorsi di vescovi, banchetti (per i quali erano arrivati doni da ogni parte dell’Italia del Nord), un saggio ginnico e alcune rappresentazioni teatrali, tra cui i Phasmatonices di mons. Rosini che era giù stato presentato a Mirabello. I fedeli erano accorsi in massa. Don Bosco era raggiante. Al termine di tutto, don Rua poteva scrivere in una nota che nulla aveva turbato ‹‹l’allegria di queste sante giornate».[106]

È difficile immaginare la quantità di lavoro che tale impresa richiese ai vari organizzatori. Giuseppe Bongiovanni, oltre al suo solito lavoro, si diede così da fare per assicurare il servizio dell’altare con il Piccolo clero, che si ammalò il giorno della consacrazione e morì il 17 giugno, ventiquattro ore dopo la conclusione dell’ottava.[107] Dobbiamo dire che don Rua, al quale era affidata l’intera macchina organizzativa, la diresse splendidamente. Ma il suo fisico subì i contraccolpi nel mese successivo. L’arco troppo teso si spezzò. Estenuato, tentò di nascondere lo sfinimento il più possibile, ma dovette darsi per vinto. Il 29 luglio rimanse a letto. Don Ceria afferma che fu colpito da una grave peritonite. Era probabilmente la diagnosi del medico, secondo il quale non gli restava una possibilità su cento di guarigione. Don Rua accettò serenamente la morte e chiese gli ultimi sacramenti.[108]

Quel giorno don Bosco era assente. Quando alla fine del pomeriggio rientrò, trovò la casa in subbuglio. Tutti si precipitavano a dargli notizie del malato. Secondo i testimoni avrebbe replicato: ‹‹Don Rua, lo conosco, non se ne andrà senza il mio permesso». E raggiunse il confessionale. Solo dopo cena salì nella stanza di don Rua. Si intrattenne con lui qualche minuto e quando lo vide convinto di dover presto morire, pare abbia detto: ‹‹Oh, mio caro Rua, non voglio che tu muoia. Hai ancora così tanto da fare per me!» Lo benedisse e uscì. Nel corso della notte il male non peggiorò. Il giorno seguente, dopo aver celebrato la messa, don Bosco fu di nuovo al suo capezzale. Il dottor Gribaudo, che era presente, gli fece segno che non c’era speranza. Don Bosco non si diede per vinto. Sembra che vedendo gli oli santi sul tavolo, abbia rimproverato l’infermiere per la sua poca fede e voltandosi verso il malato abbia detto: ‹‹Vedi, Rua, anche se tu ora ti buttassi giù dalla finestra, non moriresti». Da dove gli veniva questa convinzione? Non si sa. Ad ogni modo, il malato cominciò a soffrire meno. A poco a poco la sua salute migliorò e il pericolo svanì. Quando all’inizio della convalescenza fu in grado di muovere i primi passi fuori dalla stanza, tutta la casa esultò. Lo chiamarono sotto i portici, gli dedicarono una stornellata e gli fu letto un discorso. Quando riacquistò le forze, don Bosco lo mandò in riposo a Trofarello fino al termine dell’estate. Non partecipò alle riunioni del Capitolo tra luglio e novembre. Solo il 13 novembre riprese finalmente il suo incarico nell’Oratorio di Valdocco.

La vita quotidiana del prefetto don Rua

Per lungo tempo la vita di don Rua nell’Oratorio fu vita d’ufficio, piuttosto monotona e senza avvenimenti significativi. Solo i testimoni hanno potuto parlarne con cognizione di causa.[109] La stanza in cui lavorava disponeva dei mobili strettamente necessari. Nessun ornamento. In una stanzetta accanto stavano uno o due segretari, ai quali non si limitava ad assegnare il lavoro, ma li osservava per scoprirene le attitudini e farne eventualmente dei prefetti-economi in altre case. A questo scopo compilò dei piccoli manuali manoscritti, in cui spiegava il metodo di registrazione delle case salesiane. Illustrava la tenuta del registro delle messe, i libri di contabilità e di gestione del collegio, il taccuino delle offerte, i registri dei diversi settori dell’amministrazione di un’opera complessa: sacrestia, cucina, dispensa, laboratori, biancheria. Con pazienza don Rua avviò i suoi segretari alle operazioni amministrative più complesse. All’occorrenza prendeva, come aiuto temporaneo, persone che non riuscivano a trovare sistemazione da altre parti e si ingegnava per rimetterli in sesto.

La preghiera faceva da cornice al tempo trascorso in ufficio. Iniziava il lavoro con l´Actiones nostras, un’Ave, la lettura un pensiero di san Francesco di Sales o dell’Imitazione di Cristo, e terminava con l’Agimus tibi gratias.

La maggior parte della corrispondenza dell’Oratorio confluiva nel suo ufficio. Apriva e annotava le lettere, poi le trasmetteva ai segretari che dovevano redigere le risposte. Si riservava solo di firmarle. Gli veniva sottoposta anche una parte delle lettere indirizzate a don Bosco: commissioni, domande di accettazione, piccole offerte... Talvolta don Bosco gli passava lettere troppo lunghe, difficili da decifrare. E don Rua, dopo averle lette attentamente, ne riassumeva il contenuto per permettere al santo di orientarsi nella risposta.

Nel suo ufficio don Rua riceveva fornitori, parenti degli allievi e visitatori occasionali. Una processione che talora durava ore. Se la qualità delle persone e la natura degli affari lo permettevano, dopo uno sguardo e un saluto a chi entrava, dava udienza continuando a leggere, a scrivere e a consultare le sue carte, fino al momento di congedarsi. Si pensi quel che si vuole. Evidentemente voleva risparmiare tempo.

Dalla sua postazione, sorvegliava costantemente la disciplina della casa. Contatti e dialoghi frequenti con i membri del personale gli permettevano di individuare gli abusi e i disordini per correggerli subito. Non faceva affidamento solo sulla memoria e prendeva appunti nel suo Libro dell’esperienza. Si imponeva di vigilare personalmente i luoghi. Prese anche un’abitudine alla quale fu a lungo fedele. Dopo le preghiere della sera, passeggiava lentamente da solo sotto i portici, recitando il rosario, per ammonire coloro che non osservavano il silenzio ‹‹sacro» o non si ritiravano nella stanza, come previsto dal regolamento. Poi faceva il giro di tutta la casa. Gli capitava di ripetere questa specie di controllo nel cuore della notte e concluderlo sempre in chiesa davanti al Santissimo.

La responsabilità di don Rua non si limitava agli allievi. Il numero dei chierici andava crescendo. Bisognava curare anche quelli. Don Rua li affidò alle cure di un assistente, Paolo Albera, futuro Rettore maggiore. Ben presto furono riservate alcune riunioni del Capitolo alle ‹‹valutazioni» dei chierici. Ogni sabato, don Rua teneva loro una lezione di testamentino, cioè di studio di un passo del Nuovo Testamento. Assisteva i giovani chierici nei loro primi passi come educatori salesiani, dando l’esempio di una vita religiosa esemplare.

Soprattutto viveva sotto la direzione di don Bosco, grande sostegno dell’Oratorio, la cui influenza morale colmava la casa, anche quando era fisicamente assente. Nel 1867 don Bosco trascorse due mesi consecutivi a Roma e Rua assunse con estrema naturalezza il comando. Dava comunque l’impressione che non avrebbe mosso un dito senza il consenso di don Bosco. Quanto don Barberis scrive nel 1875 lo si poteva già dire negli anni 1860: ‹‹L´Oratorio è organizzato in modo tale che, per così dire, non ci si accorge dell’assenza di don Bosco da Torino».

 

7 ­ FORMATORE DEI GIOVANI SALESIANI

Il problema della formazione dei chierici all’Oratorio di Torino

Don Rua, prefetto generale della Società Salesiana, si trovò direttamente coinvolto nel problema della formazione dei giovani chierici dell’Oratorio. Dobbiamo collocare la sua attività nell’evoluzione faticosa della giovane Società Salesiana lungo il corso degli anni Sessanta. Soprattutto perché, anche se in quegli anni don Bosco occupava la scena, il prefetto generale era il suo primo confidente, dunque il consigliere naturale. Egli cresceva nel rapporto abituale con don Bosco, il quale non scherzava quando si trattava della formazione dei suoi figli e dello spirito del proprio metodo educativo.

A partire dal 1864, don Bosco, convinto dell’appoggio di Pio IX al suo progetto, si sforzava di far passare la Società Salesiana da Congregazione di diritto diocesano a istituzione di diritto pontificio. Ciò gli avrebbe consentito ­ così sperava ­ di non dipendere più dai vescovi per l’ammissione agli ordini dei suoi chierici. Sarebbe stato pienamente libero nel giudizio sulla loro idoneità. Sottopose dunque alla Santa Sede il testo delle Regole, con la speranza di ottenerne una sollecita approvazione. Ma si sbagliava. Quell’anno raggiunse solo una prima tappa nel processo di riconoscimento del suo istituto, quella del decretum laudis (decreto di lode), datato 23 luglio. Una serie di tredici osservazioni sul testo costituzionale formulate dalla Congregazione dei Vescovi e dei Regolari aveva alquanto smorzato i suoi entusiasmi.[110] Non solo, come egli segnalò alla Congregazione romana, avrebbe rischiato, in caso di applicazione, di dare alla sua Società le sembianze di una corporazione religiosa tradizionale, con tutti problemi che ciò avrebbe comportato. Inoltre una di quelle osservazioni era chiaramente contraria a concedere la piena facoltà di ammissione agli ordini al solo Superiore Generale: ‹‹Non si può permettere che il Superiore Generale rilasci ai membri del pio Istituto le lettere dimissorie per l’ammissione agli ordini; che ciò sia dunque eliminato nelle Regole». Questo contrastava radicalmente i suoi progetti. Dunque vi si oppose tenacemente.[111]

Nel maggio 1867, finalmente, dopo diciassette anni di ‹‹vedovanza» della diocesi, dovuta all’esilio (1850) e poi alla morte (1862) di mons. Fransoni, un nuovo arcivescovo fece solenne ingresso a Torino. Era mons. Alessandro Riccardi di Netro, trasferito dalla sede di Savona a quella torinese. Ma egli era molto geloso dei diritti e dei doveri del proprio ministero. Durante i suoi tre anni di episcopato avrebbe reso dura la vita a don Bosco, soprattutto in riferimento alla formazione dei chierici.[112]

A Torino, con gli anni, la formazione del clero era più o meno sfuggita alle regole ordinarie. Vari seminaristi si erano rifugiati presso don Bosco, il quale aveva sulla loro condotta di vita e sugli studi ecclesiastici, visioni poco sulpiziane. Per la loro istruzione si era avvalso di alcuni sacerdoti della città, talvolta (per la morale) aveva provveduto egli stesso. Durante gli studi questi chierici prestavano servizi vari per l’educazione e l’istruzione dei giovani. ‹‹Ne ho cinquanta», aveva comunicato don Bosco al Rettore del seminario Alessandro Vogliotti nel giugno del 1866. E, non senza ingenuità, aveva aggiunto: ‹‹Essi impiegano tutta la loro vita nell’assistere, catechizzare, instruire poveri fanciulli specialmente quelli che frequentano gli Oratori maschili di questa città».[113] Durante le vacanze estive del 1866, aveva talmente lavorato a suo favore che le autorità diocesane, cioè il vicario capitolare e il Rettore del seminario, si erano limitate ad esigere, da parte dei chierici residenti presso di lui, la frequenza ai corsi tenuti in seminario. Ora alcuni dimoravano a Lanzo. Ma don Bosco aveva previsto per tutti un unico corpo di docenti a Valdocco stesso. La curia riteneva, non senza ragione, che stesse esagerando.

Tuttavia don Bosco perseguiva i suoi obiettivi. A Roma, nel gennaio del 1867, erano iniziate le mosse in vista dell’approvazione della Società, seconda tappa indispensabile per il passaggio della sua Regola sotto il diritto pontificio. Per questo necessitava dell’appoggio e delle raccomandazione dei vescovi piemontesi, a cominciare da quello di Torino. Per motivi facili da immaginare, la curia torinese aveva subito mosso obiezioni. Quando, l’8 aprile l’arcivescovo Riccardi prese contatto con la nuova diocesi, cominciò a rendegli la vita difficile. Non approvava studi ecclesiastici fatti frettolosamente, in una scuola che includeva i laboratori artigianali e l’Oratorio. L’arcivescovo riteneva insufficiente tale formazione, e questo gli faceva problema dal momento che era responsabile delle ordinazioni dei chierici di don Bosco. Un mese prima dell’inizio dell’anno scolastico 1867-1868, gli scrisse una lettera inequivocabile: in futuro avrebbe ordinato solo allievi del seminario diocesano, dunque il superiore dell’Oratorio di Valdocco si regolasse di conseguenza. Don Bosco si diede subito da fare, tentò di dialogare, ma dovette riconoscere che l’arcivescovo non si sarebbe piegato. Si rivolse allora nuovamente a Roma, ma l’iniziativa irritò mons. Riccardi.

Per presentare le sue ragioni in alto loco l’arcivescovo si servì della stessa campagna messa in atto da don Bosco presso l’episcopato al fine di ottenere le lettere commendatizie a vantaggio della Società Salesiana. Consegnata a don Bosco la sua commendatizia, il 14 marzo 1868 spedì anche una lettera particolarmente pungente al cardinale prefetto della Congregazione dei Vescovi e di Regolari. Sapeva dell’appoggio goduto da don Bosco presso Pio IX e il Segretario di Stato Antonelli. Nonostante questo si sentiva in dovere di esprimere il proprio punto di vista: ‹‹Veramente se non fossi persuaso che codesta Sacra Congregazione modificherà essensialmente le Costituzioni presentate, non mi sarei giammai indotto a questo passo, per quanto la mia opposizione avesse potuto recarmi dei gravi dispiaceri, giacché crederei tradire il mio dovere di vescovo se io mi facessi patrocinatore di una Congregazione, che ove fosse approvata tal quale si propone, non potrebbe riuscire che a gravissimo danno della Chiesa, della diocesi e del clero [...] Il collegio di Torino è già un caos fin d’ora, essendo mescolati artigiani, studenti, laici, chierici e sacerdoti. Lo diverrà sempre di più estendendo la sua sfera di azione». Tre mesi dopo mons. Lorenzo Renaldi, vescovo di Pinerolo, assumeva posizioni analoghe in una lettera alla Congregazione dei Vescovi e dei Regolari.

Con molta perplessità, la commissione romana, invitata a pronunciarsi sulle Regole della Società di san Francesco di Sales, avviò un’inchiesta sui seminaristi di don Bosco. Le conclusioni di mons. Gaetano Tortone, incaricato d’affari della Santa Sede a Torino, non furono favorevoli. Criticò duramente la scarsa qualità degli studi dei chierici, la loro mancanza di spirito ecclesiastico e la loro formazione inadeguata in mezzo ai ragazzi dell’Oratorio. Qualche mese più tardi, anche il giornalista don Giacomo Margotti, personaggio influente nel mondo clericale piemontese, interrogato biasimava lo spirito di indipendenza di don Bosco nella formazione dei chierici.[114]

Nel fronteggiare tale coalizione, don Bosco, poco incline a cedere di fronte a misure che reputava vessatorie, si diede da fare per trovare alleati in Roma. Il 9 settembre 1868, ancora in euforia oer i festeggiamenti di Maria Ausiliatrice, esponeva all’amico cardinale Filippo de Angelis i suoi problemi con mons. Riccardi di Netro, che pretendeva di ordinare solo i chierici passati dai seminari diocesani. Al che obiettava: ‹‹... se io mando i chierici in seminario, dove sarà lo spirito di disciplina della Società? Dove prenderò oltre a cento catechisti per altrettante classi di fanciulli? Chi passerà un quinquennio in semenario avrà volontà di rivenire a chiudersi nell’Oratorio?».[115] Il reclutamento del personale, la sua formazione, la sua perseveranza e il funzionamento di ogni altra iniziativa educativa apparivano minacciati dalle disposizioni dell’ordinario torinese.

Quest’ultimo sembrò averla vinta. Il votum sulle Costituzioni del carmelitano Angelo Savini, consulente per la Congregazione dei Vescovi e dei Regolari, fu contrario a don Bosco.[116] Le autorità romane davano ragione all’arcivescovo. Il 2 ottobre, il segretario della Congregazione dei Vescovi e dei Regolari informava don Bosco del voto negativo in merito alla sua richiesta di approvazione della Società di S. Francesco di Sales, presentando queste motivazioni: ‹‹Sono spiacente significarle non potersi ora approvare le Costituzioni del di Lei Istituto, perché converrebbe modificarle sostanzialmente in due degli articoli principali. Il primo è quello delle Lettere Dimissoriali pei chierici, che debbono essere promossi tanto agli Ordini minori che sacri. Il secondo riguarda gli studi degli stessi chierici che l’arcivescovo esige siano fatti nelle scuole del seminario diocesano».[117]

Era chiaro. Don Bosco desiderava due cose incompatibili tra loro: l’approvazione romana della Congregazione e il mantenimento del proprio sistema di formazione ecclesiastica. L’ostacolo sembrava insormontabile.

Ma la sua manovra in fine avrebbe avuto successo. Ottenne qualche nuova raccomandazione episcopale e aggirò gli ostacoli indirizzandosi sistematicamente all’autorità superiore. Il 15 gennaio 1869, don Bosco fu a Roma deciso a spuntarla. Vi rimarrà un mese e mezzo, prendendo d’assedio i responsabili. Già il 19 il papa lo riceveva in udienza. Era la fase preliminare dell’assalto. Cominciò poi a spiegare alle autorità il suo metodo di formazione dei giovani religiosi: accettazione, anni di prova, stile di formazione degli aspiranti (don Bosco ignorava la parola noviziato), studi, formazione apostolica pratica. ‹‹Il santo Padre ­ dirà nel suo discorso ai Salesiani il 7 marzo seguente ­ era favorevole all’approvazione, ma non poteva concludere niente da solo». In occasione di una nuova udienza, il 23 gennaio, egli aveva soltanto osservato che le lettere dimissorie dei vescovi non erano indispensabili per i giovani entrati nel suo Oratorio prima dei quattordici anni. Comunque, nel corso delle settimane le cose procedettero nel silenzio. In febbraio don Bosco ebbe ancora due lunghi incontri col papa. Nel corso del secondo incontro, apprese che la Congregazione dei Vescovi e dei Regolari finalmente approvava la Società di S. Francesco di Sales. Il decreto di approvazione porta la data del 1° marzo 1869. In esso si concede al superiore la facoltà, per un periodo di dieci anni, di rilasciare lettere dimissorie ai giovani entrati nel suo Oratorio prima dei quattordici anni compiuti.[118] Don Bosco si rese conto di aver finalmente superato la seconda tappa. Quattro giorni dopo il decreto, rientrò a Torino con la certezza di una vittoria completa.

Tuttavia avrebbe presto capito che la sua Regola non era stata approvata del tutto e che non sarebbe stato sufficiente presentare le lettere dimissorie ad un vescovo per ottenere l’ordinazione di un chierico.

Don Rua maestro dei novizi senza titolo

Forte del riconoscimento ottenuto da Roma, don Bosco volle seguire con cura il progresso della sua Società. IL 15 agosto 1869, scrisse ai direttori delle case un’importante lettera circolare sui loro doveri verso i confratelli: due conferenze al mese, rendiconto mensile obbligatorio per tutti.[119] Le statistiche dichiareranno, per l’anno 1869, 62 professi e 31 ascritti (novizi), suddivisi in quattro opere salesiane. Quell’anno don Rua ricevette la responsabilità diretta della formazione di questi ascritti e divenne così maestro di novizi senza averne il titolo, per evitare che la Società apparisse come una Congregazione religiosa tradizionale. A dire il vero la sua responsabilità si estendeva a tutte le tappe del periodo di prova (parola usata da don Bosco) dei candidati alla vita salesiana, dal postulato all’ordinazione. Tuttavia la distinzione tra le varie tappe era piuttosto sfumata a Valdocco.

Cinque anni più tardi, quando l’incarico di don Rua sarebbe passato a don Giulio Barberis, in un documento preparato per le autorità romane, don Bosco chiariva le modalità di questa formazione, usando lo stile a lui congegnale di domanda e risposta.[120] Il suo testo riflette a grandi linee l’incarico assegnato a don Rua negli anni precedenti: selezione dei candidati, regolamentazione della loro vita religiosa attraverso determinate attività, insegnamento spirituale loro impartito, formazione pratica alla loro vita futura.

Secondo don Bosco, il ‹‹noviziato», se lo si voleva chiamare così, non era un assoluto: ‹‹Abbiamo il noviziato, ma le pubbliche leggi, i luoghi dove viviamo, non permettono di avere una casa separata, che serva esclusivamente a questo scopo. Il noviziato, che noi chiamiamo tempo di prova, si fa in un tratto della casa principale che è in Torino». Questo noviziato non poteva essere di tipo monastico. ‹‹Nell’accettazione dei soci si bada in modo speciale alla virtù dei medesimi; perché la nostra Congregazione non è destinata ad accogliere convertiti, che desiderino di attendere alla preghiera, alla penitenza, alla ritiratezza; ma di accogliere individui di vita costumata, fondati nella virtù e nella religione, i quali vogliano dedicarsi al bene della gioventù soprattutto dei fanciulli più poveri e pericolanti. Per questa ragione finora abbiamo accettato soltanto giovanetti da più anni conosciuti, e vissuti nelle nostre case con vita sotto ad ogni rapporto esemplare», scriveva don Bosco.[121]

I giovani venivano formati nell’azione, anche durante il ‹‹noviziato». Così voleva don Bosco, che nel 1874 spiegava ai suoi corrispondenti romani: ‹‹In questo tempo i novizi sono occupati anche a fare il catechismo ogni qual volta ne sia di bisogno, ad essistere i fanciulli dello stabilimento, e talora anche a fare qualche scuola diurna o serale, a preparare i più ignoranti alla cresima, alla comunione, a servire la santa messa e simili. In ciò consiste la parte più importante della prova. Chi non avesse attitudine a questo genere di occupazioni, non sarebbe accettato nella Congregazione».

Questo era il programma ideale, certamente. Ma come si attuava nella realtà e quali erano i risultati? Come si svolgeva la vita quotidiana di don Rua e dei suoi ascritti tra il 1869 e il 1874? Abbiamo detto che il noviziato in quanto tale non esisteva. D’altra parte ufficialmente non esisteva alcuna Congregazione religiosa a Valdocco. Semplicemente di tanto in tanto qualcuno si decideva a restare con don Bosco. E quando un ragazzo gli confidava la sua intenzione, don Bosco lo mandava da Rua.

Don Bosco sicuramente aveva forzato la realtà dei fatti quando nella sua nota accennò a pratiche di pietà speciali per i ‹‹novizi». Scriveva: ‹‹Ogni mattino, preghiera vocale, meditazione, terza parte del Rosario, e più volte alla settimana fanno la S. Comunione. Lungo la giornata hanno lettura spirituale, visita al SS. Sacramento con lettura di materia ascetica, esame di coscienza e comunione spirituale. Ogni sera dell’anno, all’ora stabilita, si raccolgono in chiesa, cantano una lode sacra, di poi si legge la vita del Santo di quella giornata; e dopo il canto delle Litanie Lauretane assistono alla benedizione del col SS. Sacramento».[122] A Torino queste pratiche corrispondevano in realtà a quelle degli allievi stessi.

Don Rua, con regolarità, ogni giovedì faceva una conferenza spirituale ai suoi ascritti, come assicura la lettera di don Bosco: ‹‹Ogni settimana il maestro dei probandi fa loro una conferenza morale sulle virtù da praticarsi e sui difetti da fuggirsi, prendendo per lo più per argomento qualche articolo delle costituzioni».[123]

In un verbale del Capitolo presieduto da don Rua l’8 novembre 1867, troviamo scritto: ‹‹Si diano i voti di applicazione e di condotta ai chierici come agli altri studenti». Di fatto, a partire da quel momento, si faranno regolari riunioni mensili dedicate ai voti dei chierici, come rileviamo dai verbali di don Rua. Ci mancano i registri contenenti questi voti o giudizi. Tuttavia, un tratto del paragrafo sul ‹‹Registro della condotta dei chierici e coadiutori», contenuto nelle ‹‹Norme [di don Rua] sulla tenuta dei registri» per le case salesiane, ci informa sull’oggetto di tali giudizi. Si valutava la diligenza e la pietà dell’interessato. ‹‹Sotto il nome di diligenza s’intende l’osservanza delle regole generali della casa e l’adempimento dei doveri della propria occupazione; sotto il nome di pietà s’intende la condotta religiosa, cioè la frequenza ai SS. Sacramenti, assistenza alle sacre funzioni, contegno in chiesa, ecc.». In due sedute di tal genere, il Capitolo ritenne necessario incrementare l’assistenza dei chierici in chiesa, nel dormitorio, nello studio e in altri luoghi![124] Il ‹‹maestro» dei probandi si intratteneva personalmente con ciascuno di loro, normalmente una o due volte al mese. I probandi dell’Oratorio erano dunque ben seguiti.

‹‹Si diventava novizi senza saperlo [...] Il noviziato salesiano presentava in quegli anni un aspetto piuttosto curioso, ­ concludeva un po’ perplesso, ma come sempre benevolo Agostino Auffray. Vi era l’essenziale: la durata e la prova; ma niente di più».[125] Forse. Ma non sarà dello stesso avviso mons. Gastaldi, quando verrà eletto arcivescovo di Torino nel 1871. Nelle sue lettere ufficiali alla Congregazione dei Vescovi e dei Regolari, insisterà perché il noviziato di don Bosco prendesse a modello quello della Compagnia di Gesù. Non era neppure l’opinione dei revisori delle Costituzioni salesiane che, nel 1873-1874, obbligarono don Bosco a formulare un capitolo definitivo: ‹‹Il maestro dei novizi e la loro direzione», testo che il fondatore, particolarmente restio, si affrettò a modificare nella versione italiana del 1875, la sola allora consegnata a ciascun confratello, ridotta di dieci articoli sul funzionamento del noviziato rispetto all’edizione latina ufficiale. Questo tempo di prova per don Bosco, era analogo a quello anteriore dell´‹‹aspirantato», un tempo di azione e di apostolato. Le Costituzioni avrebbero dovuto dichiararlo apertamente o, perlomeno, non occultarlo.

Tutto sommato i risultati di questo tipo di formazione furono buoni. Don Bosco si credette in dovere di assicurarlo nel 1874. ‹‹I risultati morali finora furono assai soddisfacenti. Quelli che riescono a queste prove divengono buoni soci, prendono affezione al lavoro, avversione all’ozio, e le occupazioni diventano per loro come necessarie, si prestano volentieri ad ogni momento in quello che può tornare alla maggior gloria di Dio. Quelli poi che non hanno attitudine a questo genere di vita, si lasciano liberi di secondare altrimenti la loro vocazione».[126]

Nonostante la mancanza di un noviziato ascetico tradizionale, la formazione dei giovani Salesiani sotto la guida di don Rua, maestro dei novizi senza titolo, venne ampiamente garantita. Il seguito della storia salesiana lo dimostrerà. Più tardi, tuttavia, gravi disordini morali tra i membri delle prime spedizioni missionarie in America ­ soprattutto tra i coadiutori ­ porteranno a riflettere su un metodo incentrato più sull’attività che sull’ascetismo.[127]

 

8 ­ DON RUA COLONNA DELL´ORATORIO E REGOLA VIVENTE

Una Società in continua crescita

Don Rua, formatore dei Salesiani delle origini era, come sappiamo, prefetto generale della Società. Rappresentava don Bosco, venerato da tutti, e si sforzava di mantenere l’unità di una Congregazione che cresceva nel numero e negli insediamenti. Tra 1870 e 1873, alle tre opere piemontesi aperte negli anni Sessanta, si aggiunsero in Liguria le case di Alassio, Varazze e Sampierdarena. Nel 1871 don Bosco incaricò don Angelo Savio di costruire in Torino la Chiesa di san Giovanni Evangelista. Nel 1872 la fondazione dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice a Mornese, considerato da don Bosco come parte integrante della Congregazione Salesiana, e l’accettazione del collegio aristocratico di Valsalice, accrebbero ulteriormente la consistenza dell’opera.[128]

Mentre a Roma, tra gennaio e febbraio 1869, don Bosco superava passo dopo passo gli ostacoli dovuti al suo modo di concepire i processi formativi dei giovani candidati ed otteneva finalmente l’approvazione della Società Salesiana, don Rua a Torino faceva pregare intensamente gli allievi per lui. I giovani, stimolati dalle sue esortazioni, si suddivisero spontaneamente in gruppi impegnandosi a scegliere ciascuno un giorno della settimana per comunicarsi, di modo che ogni mattina un buon numero si accostava alla sacra mensa secondo le intenzioni di don Bosco. Esprimevano così riconoscenza nei riguardi del loro padre, come dice la cronaca di don Rua.[129] Queste preghiere furono esaudite. Il 26 febbraio, don Bosco informò il suo prefetto del risultato positivo, chiedendogli di non diffondere la notizia per timore del clamore che avrebbe potuto suscitare la fondazione di una nuova Congregazione religiosa. Don Rua non lo confidò che a un piccolo gruppo, col quale preparò preparò con cura il ritorno di don Bosco la sera del 5 marzo.

La banda musicale salutò don Bosco all’ingresso dell’Istituto. Per accoglierlo, di là fino ai portici, attraverso il cortile dell’Oratorio erano state erette due file di pertiche, alle quali erano appesi in modo alternato globi di cristallo illuminati e torce a base di grasso. I giovani formavano due ali, gli artigiani da una parte e gli studenti dall’altra. Don Bosco, preceduto dalla banda, avanzò in mezzo alle acclamazioni di tutti i suoi giovani. Salì al primo piano della casa e si mostrò illuminato dalle luci del cortile. Il concerto continuò in mezzo allo straordinario entusiasmo generale. Don Rua era soddisfatto. La sua cronaca descrive nel dettaglio la manifestazione e la conclude così: ‹‹Fu un interminabile susseguirsi di grida di gioia».[130]

L’approvazione della Società imponeva che si rispettassero le Costituzioni, quelle che don Bosco si affannava a far riconoscere dalle autorità ecclesiastiche. Spiegò allora in una conferenza: ‹‹Tutto il mondo ci osserva e la Chiesa ha diritto all’opera nostra. Bisogna dunque che d’ora innanzi ogni parte del nostro regolamento sia eseguita alla lettera». Qualche giorno più tardi insisteva: ‹‹Guardiamoci di farci proprio degni fondatori della Società di san Francesco di Sales, affinché coloro che leggeranno la nostra storia possano trovare in noi tanti modelli e che non abbiano invece ad esclamare: Che razza di fondatori eran quelli!» Una delle sue lettere da Roma a don Rua ricordava la necessità dell’obbedienza.[131] Bisognava fare in modo di radicare le usanze religiose. Il fatto che fossero in pochi facilitava le cose.

Un prefetto esigente

Don Rua, in questa impresa delicata, fu il braccio destro di don Bosco. Umile e generoso, non si tirava mai indietro davanti alla fatica e alle difficoltà quando si trattava di rispondere alle intenzioni del maestro. Sentinella vigile, faceva attenzione a tutte le irregolarità. Calmo e paziente, non temeva di insistere quando scopriva qualche infrazione ai regolamenti stabiliti.

Spesso non veniva rispettato il silenzio sacro dopo le preghiere della sera. Si obbligò ­ some sappiamo ­ a fare, a tarda ora, il giro della casa per porvi rimedio con la sua semplice presenza. Un’altra questione che gli stava a cuore era la pratica della povertà religiosa. Don Rua si ingegnava per farla osservare scrupolosamente da ciascuno. Quando dava una somma qualsiasi a un confratello, pretendeva che quest’ultimo ne rendesse conto fino all’ultimo centesimo. C’erano casi isolati che non sfuggivano al suo controllo. L’intervento poteva essere difficile. Si può immaginare come potesse e dovesse reagire alla lettera di don Bosco del 21 aprile 1869 che gli ingiungeva: ‹‹Di’ a D. Chiapale che domenica passata l’ho fatto cercare e non mi fu possibile di poterlo ritrovare : gli dirai se le regole permettono di andare dove si vuole senza licenza, e che parmi tempo di finirla». Don Bosco gli aveva insegnato che l’osservanza delle regole era la condizione sine qua non perché la Società avesse un avvenire. Che cosa non avrebbe fatto per scongiurare il pericolo opposto!

Contrariamente a quanto potremmo immaginare, i suoi richiami all’ordine non lo rendevano odioso. Era esigente sì, ma non pedante né importuno. Dimostrava una rara abilità nella correzione. Sapeva aspettare il momento giusto e quando due parole erano sufficienti, non ne diceva tre. Adattava i suoi interventi ai diversi temperamenti. Non perdeva mai la calma, non per calcolo, ma per semplice bontà, quella bontà che gli impediva di umiliare il colpevole.

La sua forza nella correzione consisteva nell’essere per primo l’esempio dell’osservanza. Tutti potevano testimoniarlo, sebbene avessero finito per battezzarlo la ‹‹Regola vivente». Don Bosco stesso lo chiamava così quando, in sua assenza e nelle conversazioni private, lo indicava come modello di osservanza su questo o quest’altro punto particolare.

Tra il 1867 e il 1872, don Rua non dimenticò che, in qualità di prefetto generale, era anche prefetto dell’Oratorio. Gli spettava l´organizzazione e la valutazione delle grandi manifestazioni religiose (novena del Natale, settimana santa, mese di Maria, quarantore, esercizi spirituali, festa di don Bosco il 24 giugno, feste di santa Cecilia, dell’Immacolata Concezione di Maria, di san Francesco di Sales, di san Luigi Gonzaga e di Maria Ausiliatrice). Le sue istruzioni a questo proposito si trovano nei verbali delle sedute del Capitolo tenute sotto la sua presidenza.[132] I giovani erano allora quasi novecento. Egli stabilì che i giovani studenti rientrassero in ordine nelle loro classi, accompagnati dagli assistenti e che gli studenti di filosofia avessero un assistente particolare durante il tempo di studio libero (riunione dell’8 novembre 1867). Esortò a mantenere i dormitori in ordine e impedirvi l’accesso nel corso della giornata; i dormitori dovevano essere chiusi alle 8 e mezzo (riunione del 16 novembre 1871).

Il prefetto poteva dirsi quasi soddisfatto degli studenti, lo era un po’ meno degli artigiani. La loro partecipazione in chiesa lasciava a desiderare. ‹‹Che siano suddivisi per dormitori con i loro assistenti; che ciascuno abbia il proprio posto e un libro di devozione», prescriveva nella riunione dapitolare del 27 dicembre 1867. Questi allievi non avevano ancora acquisito una disciplina precisa. Per esempio gli artigiani uscivano di frequente in città per acquistare ciò di cui avevano bisogno nei laboratori: don Rua abolì tale abitudine, ma senza grande successo. L’orario era troppo elastico. Il 13 marzo 1870 il Capitolo decise che un tocco di campana avrebbe chiamato capi e artigiani. Gli artigiani facevano ricreazione nel cortile degli studenti: don Rua stabilì una rigida separazione tra studenti ed artigiani, non senza disagi, a giudicare dalle ripetute osservazioni del Capitolo. Fu decisa persino la costruzione di una recinzione per far rispettare questa separazione.[133] I momenti destinati al lavoro e all’insegnamento non erano definiti formalmente; don Rua si adoperò affinché la formazione professionale procedesse per gradi e decise che gli artigiani ricevessero tutti i giorni lavorativi un insegnamento teorico che li avrebbe perfezionati nel mestiere e nella cultura generale. Per esempio, il 9 novembre 1871, don Rua assegnò le aule per i corsi degli artigiani.[134] Di tanto in tanto si faceva vedere nell’uno o nell’altro laboratorio, osservava i giovani, si intratteneva con il capo-laboratorio, che talvolta era un individuo pieno di buona volontà ma scarso di abilità tecnica. Le riunioni capitolari, che si tenevano sotto la sua presidenza, tornavano regolarmente sul ‹‹problema degli artigiani» (come il 20 marzo 1873) e sul modo di ‹‹migliorare la condizione morale degli artigiani» (seduta del 27 luglio 1873). Grazie a lui, a poco a poco, i corsi professionali dell’Oratorio migliorarono sensibilmente e guadagnarono di prestigio.

Don Rua e il suo Capitolo si interessavano anche dell’abbigliamento da lavoro dei giovani, della loro pulizia, del lavaggio e della distribuzione della biancheria, dell’igiene dei dormitori. Avremo modo di notare come nel 1870, al momento del trasferimento del collegio di Mirabello a Borgo San Martino, Giovanna Maria Rua raggiungesse suo figlio a Valdocco e si occupasse di questo genere di problemi. Molti giovani si vestivano come potevano, un certo numero di loro, troppo poveri, erano totalmente a carico dell’istituto. Don Rua fece in modo che tutti potessero avere una tenuta decorosa la domenica e quando uscivano. Ci teneva che ogni settimana nei dormitori si procedesse all’ispezione dei corredi, per far riparare all’occorrenza abiti e scarpe.

Voleva che si osservasse accuratamente il regolamento della casa. Tale regolamento don Bosco, l’aveva scritto nel 1852, dopo un periodo di sperimentazione, l’aveva ripreso nel 1854 e fatto entrare in vigore durante l’anno scolastico 1854-1855. Non fu stampato prima del 1877 ma, a quanto pare, egli lo faceva leggere solennemente in pubblico all’inizio di ogni anno scolastico e ci teneva che tutte le domeniche ne fosse commentato un capitolo agli allievi. Era solo l’inizio. Ma quanto era veramente conosciuto il regolamento? Lo storico (qui penso a don Ceria) non si dovrebbe fare illusioni. In ogni caso, il verbale della riunione capitolare del 22 novembre 1867 stabiliva: ‹‹Perché il regolamento sia conosciuto da ciascuno [dei membri del Capitolo!], è deciso che se ne legga un passo ad ogni seduta». E la riunione capitolare dell’8 dicembre 1872 istituiva ‹‹una conferenza ai capi reparto e agli assistenti sul loro regolamento». Don Rua, che si era formato alla scuola dei Fratelli, vedeva nell’osservanza precisa delle regole la miglior garanzia del profitto morale e scolastico dei ragazzi. Del resto don Bosco ci teneva particolarmente e ogni manifestazione della volontà di don Bosco costituiva per don Rua un imperativo categorico.

Tutto ciò lo obbligava a far sentire spesso il peso della sua autorità, cosa che, malgrado la sua delicatezza, finiva per renderlo più temuto che amato. Le teste migliori e più autorevoli della casa, in particolare il futuro cardinale Cagliero, se ne preoccuparono seriamente, al punto di far parte delle loro preoccupazioni a don Bosco. Giovanni Cagliero gli avrebbe detto più o meno così: ‹‹Caro don Bosco, che Dio la conservi ancora a lungo, ma è certo che il giorno in cui andrà in paradiso la sua eredità passerà a don Rua. Tutti lo dicono e l’ha detto anche lei. Ma non tutti sono d’accordo nel pensare che godrà come lei della confidenza di tutti. La vita da censore che conduce qui all’Oratorio per mantenere la disciplina lo rende poco simpatico a molti». Don Bosco ammise che l’ossrvazione era giusta. Nel 1872, nominò un altro prefetto all’Oratorio nella persona di don Francesco Provera e conferì a don Rua il titolo di direttore, ma egli, per rispetto verso don Bosco, vero direttore dell’opera, modificò il suo titolo in quello di vice-direttore.

Questo vice-direttore aveva le spalle robuste. Non rifiutò due nuovi compiti. Dovette assumersi la predicazione della domenica mattina ai fedeli e agli allievi nella chiesa di Maria Ausiliatrice. Fino a quel momento tale compito era riservato a don Bosco. Prese a commentare la Storia Sacra, di cui teneva già pronti gli schemi nei suoi quaderni. Gli uditori non dimenticheranno le sue istruzioni, sempre chiare ed ordinate. Ai racconti aggiungeva una morale, riflessioni ascetiche e considerazioni religiose, come testimoniano i suoi appunti. Il secondo incarico consisteva nell´insegnamento della Sacra Scrittura ai chierici della casa, a partire dal giorno in cui fu istituito a Valdocco il corso teologico interno. Stando al manuale, la materia appare piuttosto arida, ma a quanto dicono alcuni ex-allievi, la sua scioltezza di linguaggio e la sua naturalezza rendevano tutto più chiaro e avvincente.

Gli toccava anche l’organizzazione generale dei corsi di teologia. Il verbale della riunione capitolare del 10 novembre 1872 ci informa sull’orario settimanale. Al mattino si tenevano i corsi di teologia dogmatica il lunedì e venerdì (professore: il teologo Molinari); di teologia morale il martedì, mercoledì e sabato (professore: don Cagliero). Al pomeriggio c’erano le lezioni di Sacra Scrittura il lunedì e il venerdì (professore: don Rua); di Storia della Chiesa il martedì e il sabato (professore: don Barberis); mentre il mercoledì si studiava il Nuovo Testamento (con don Rua). Il giovedì, giorno di vacanza, si teneva una sola lezione di liturgia, o sacre cerimonie, alle ore 10 per filosofi e teologi (professore: don Cibrario). Doveva occuparsi poi delle ordinazioni dei chierici, come testimoniano le sue corrispondenze del periodo da Torino.

Oltre a tutto questo, chi potrebbe credere ­ si domanda don Ceria ­ che don Rua si fosse ancora imposto di perpreparare esami pubblici? Eppure fu così. Nel 1872 egli figura tra i candidati all’abilitazione per l’insegnamento nel ginnasio superiore. Con il moltiplicarsi dei collegi, bisognava avere titoli riconosciuti. Don Rua cercò di conseguirne uno. Aveva già tentato nel 1866, quando era riuscito a passare lo scritto, ma venne respinto all’orale da professori universitari mal disposti nei riguardi di studenti che non avevano seguito i loro corsi. Questa volta, il 1° ottobre 1872 si meritò con onore il diploma.[135]In più (non si sa chi l’abbia introdotto), un documento originale informa che, il 19 ottobre 1873, Michele Rua entrò a far parte dell’accademia letteraria dell’Arcadia con lo pseudonimo di Tindaro Stinfatico.[136] Secondo don Lemoyne, l’abate Peyron, famoso cattedratico torinese, avrebbe affermato che con sei uomini del calibro di Rua si sarebbe potuto aprire un’università.[137]

Unsacerdote devoto

Liberato dalla carica di prefetto della casa dell’Oratorio, don Rua poté dedicarsi maggiormente al suo incarico di prefetto generale. Era già stato coinvolto nell’organizzazione dei collegi che si andavano aprendo, di cui, su richiesta di don Bosco, aveva fatto stampare e distribuire i programmi. Nell’ottobre 1872, don Bosco gli affidò anche il compito di assegnare il personale ai vari collegi. Era un impegno delicato. ‹‹Fa’ tutto quello che puoi affinché le cose si facciano sponte non coacte [spontaneamente e non per forza]», gli raccomandava in una lettera.[138] Bisognava dunque conoscere bene gli uomini, trattarli il meno bruscamente possibile, misurare correttamente le loro capacità ...

Una pietà molto viva alimentava il suo spirito, lo rendeva forte e perseverante nel sacrificio. Un aneddoto del 1873 ce lo rivela chiaramente. Don Rua non si lasciava distrarre nella preghiera. Un monaco di Lerins, che quell’anno fece il sacrestano nella chiesa di Maria Ausiliatrice, ce ne ha lasciato una testimonianza dettagliata. Un giorno arrivò all’Oratorio un principe con il suo seguito. In assenza di don Bosco, toccava a don Rua riceverlo. Egli in quel momento stava celebrando la messa. Il visitatore, che era stato informato, e un suo accompagnatore, attesero in in sacrestia. Nel giro di venti minuti don Rua tornò dall’altare. Corsero da lui per dirgli di sbrigarsi. Ma egli, come se non avesse sentito, depose adagio adagio i paramenti sacerdotali. Quando si voltò, il principe fece per avvicinarsi. Ma don Rua accennò di attendere e andò all’inginocchiatoio. Nascose il volto tra le mani e rimase così per venti minuti assorto in preghiera. Alla fine si alzò e, con un sorriso angelico, le braccia spalancate, andò verso quei signori, scusandosi di non aver potuto mettersi subito a loro disposizione. Essi compresero, si mostrarono molto cortesi e in seguito ebbero modo di dire quanto fossero rimasti edificati dal suo lungo ringraziamento.[139]

Nessuno più di don Bosco poteva dire quanto don Rua progredisse sul cammino della perfezione evangelica. Lo stesso monaco di Lerins nel settembre del 1874 si trovava a Lanzo, in occasione degli esercizi spirituali dei Salesiani, quando sentì don Bosco affermare: ‹‹Se io volessi mettere un dito sopra don Rua, in un punto, dove non vedessi in lui la virtù in grado perfetto, non potrei farlo, perché non troverei quel punto».[140]

 

Era l’anno in cui Roma, dopo lunga e dura battaglia, aveva finalmente emanato (13 aprile) il decreto di approvazione delle Costituzioni. Quante preghiere aveva elevato don Rua a Torino per ottenere questo risultato! Don Bosco lo sapeva. Il 14 aprile gli inviò un biglietto perché lo leggesse pubblicamente durante la buonanotte. Iniziava così: ‹‹Il vostro padre, il vostro fratello, l’amico dell’anima vostra, dopo tre mesi e mezzo di assenza parte oggi da Roma, passa la notte col mercoledì a Firenze e spera di essere con voi giovedì alle 8 del mattino. Non occorrono né feste, né musica, né accoglienza». Infatti l’Oratorio era in lutto per la recente scomparsa di don Francesco Provera, sucessore di don Rua nella prefettura della casa.[141]

 

9 ­ DON RUA VISITATORE DELLE CASE AFFILIATE

Don Rua ‹‹visitatore» delle case salesiane

Siamo negli anni 1870-1875. Il prefetto generale si sente responsabile dell’osservanza religiosa, non soltanto nell’Oratorio, ove risiede, ma anche negli altri centri della Congregazione nascente, le case di Borgo San Martino, Lanzo, Sampierdarena, Varazze, Alassio e Torino-Valsalice. Vuole essere continuamente informato sull’andamento di questi istituti per svolgere correttamente un compito che egli giudica indispensabile al buon funzionamento dell’insieme. Per questo sono necessarie delle ispezioni sistematiche. Le eseguirà accompagnandole con consigli e decisioni disciplinari.

Don Bosco visitava spesso le case, ma sempre con atteggiamento paterno e necessariamente benevolo. Don Rua, dal canto suo, le visitava come saggio amministratore di opere educative, preoccupato sia delle condizioni materiali che delle condizioni morali di ciascuna di esse. Ispezionava istituzioni che per vocazione dovevano attenersi alle indicazioni date da don Bosco nelle Costituzioni, nel Regolamento dell’Oratorio e negli orientamenti lasciatigli quando era stato inviato direttore a Mirabello. In sostanza doveva verificare la fedeltà allo spirito che don Bosco infondeva nella Congregazione nascente.

Si dispose ad assolvere questo incarico di ispettore a partire dal 1874, quando don Bosco ottenne l’approvazione definitiva del testo costituzionale.[142] Tra il 1874 e il 1876, registrò sistematicamente le sue osservazioni su un taccuino, che è stato conservato.[143] Don Rua in qualità di ispettore non sembra essersi molto preoccupato della suscettibilità dei direttori, primi interessati alle sue osservazioni. Non andava per il sottile se era necessario esprimere biasimo o denunciare negligenze e abusi.

Il programma di don Rua ‹‹visitatore»

In qualità di prefetto egli doveva verificare se nelle opere venivano applicate le decisioni prese nelle riunioni annuali dei direttori, che si tenevano a Valdocco in prossimità della festa di san Francesco di Sales. Le sue osservazioni erano indirizzate in un primo tempo ai direttori e, in un secondo tempo, attraverso la loro mediazione, al personale salesiano.

Si era costruito un programma di visita scritto a più riprese su uno dei suoi taccuini. L’ispezione riguardava prima di tutto i locali, poi le persone, Salesiani e allievi, infine l’ambiente in generale. Controllava accuratamente i registri dell’amministrazione.[144] Ispezionava gli ambienti a cominciare dalla chiesa e dalla sacrestia, con verifica degli altari, dei paramenti sacri, delle celebrazioni settimanali, delle domeniche e delle festività religiose. Poi passava alle stanze dei superiori e ai dormitori dei giovani: c’era qualcosa di troppo elegante nelle camere dei confratelli ? I dormitori erano puliti e sufficientemente aerati ? I crocifissi, le immagini o le statue di Maria occupavano un posto dignitoso? Le celle degli assistenti nei dormitori erano abbastanza piccole da togliere la tentazione di trasformarle in uffici? Poi don Rua scendeva al piano terra, nei corridoi, sulle scale e nei cortili, e ne verificava sistematicamente la pulizia. Se aveva occasione di entrare nelle classi, interrogava gli allievi e controllava i loro quaderni.

I confratelli erano l’oggetto principale di tutte le sue attenzioni. Verificava che fossero assicurate le conferenze spirituali ai Salesiani e agli aspiranti della casa. In effetti don Bosco aveva sancito nella circolare del 15 agosto 1869: ‹‹Ogni mese saranno tenute due Conferenze di cui una intorno alla lettura e spiegazione semplice delle regole della Congregazione. L’altra conferenza intorno a materia morale, ma in modo pratico e adatto alle persone a cui si parla». Nella stessa circolare si diceva: ‹‹Ogni socio una volta al mese si presenterà dal direttore di quella casa cui appartiene e gli esporrà quanto giudicherà vantaggioso al bene dell’anima sua, e se ha qualche dubbio intorno all’osservanza delle regole lo esporrà chiedendo quei consigli che gli sembrano più opportuni pel suo profitto spirituale e temporale». L’ispettore doveva dunque verificare la regolarità dei rendiconti mensili. Poi valutava la vita religiosa dei confratelli, in materia di modestia, di povertà e di obbedienza. Era necessario molto rigore in tema di castità. ‹‹La cosa più importante nelle nostre case si è di promuovere, ottenere ed assicurare la moralità, sia nei soci, sia nei giovani. Assicurato questo, è assicurato tutto, mancando questo, manca tutto», si leggeva in una deliberazione del Capitolo dei direttori del 1875-1876.

Inoltre bisognava verificare se gli incarichi di prefetto e di catechista fossero svolti correttamente come li descriveva la regola. Va ricordato che, secondo il regolamento dell’Oratorio di Valdocco, il cateschista provvedeva al bene spirituale dei giovani della casa, si occupava dei malati, formava e promuoveva le compagnie (di san Luigi Gonzaga, dell’Immacolata Concezione e del Santissimo Sacramento).

Don Rua sapeva che i giovani confratelli costituivano una parte importante del personale delle case visitate. Erano in numero sufficiente? Avevano regolari lezioni di filosofia e di teologia? Ricevevano una buona formazione per il servizio liturgico, con apposite lezioni? Che cosa dire della loro condotta quando esercitavano le funzioni di assistente o di insegnante? Partecipavano alle meditazioni e alle letture spirituali comunitarie?

L’indagine doveva riguardare anche gli allievi. Qual’era il loro stato di salute? Com’era tenuta l’infermeria? Per quanto riguardava la loro vita religiosa, ci si preoccupava di insegnare le preghiere e di iniziarli al servizio dell’altare? Com’erano assistiti in chiesa, nello studio, in classe, durante la ricreazione, nei dormitori e nelle passeggiate? Che dire della loro pulizia corporale e della loro salute spirituale? Veniva invitato regolarmente un confessore estraneo alla casa? Esistevano le compagnie religiose? Si era istituito il piccolo clero? I giovani studiavano con impegno? Com’erano le loro relazioni con maestri e assistenti? C’erano allievi esterni? La casa aveva un ‹‹Oratorio festivo»? Don Rua si interessava anche all’avvenire dei giovani. Vi erano allievi che pensavano di entrare nel clero? I chierici si preparavano a sostenere gli esami da maestro?

Come gli aveva suggerito don Bosco quando lo mandò direttore a Mirabello, don Rua siinteressava anche delle relazioni tra il collegio e l’ambiente circostante, il parroco, l’amministrazione comunale, ecc.

Veniva infine l’ambito economico. Com’erano trattati i superiori e gli allievi a tavola? La direzione si era avventurata in imprese onerose di costruzione e di manutenzione? Quanto si spendeva in libri e in viaggi? L’anno antecedente si era chiuso in guadagno o in perdita?

L’ispezione veniva fatta sulla base dei registri che la direzione dell’opera era invitata a presentare. La loro lista testimonia lo spirito metodico e meticoloso dell’ispettore don Rua: il registro delle messe, quello della condotta dei chierici e dei coadiutori; il registro dei postulanti alla vita salesiana, quello degli allievi e dei convittori; i registri dei depositi in denaro dei giovani, delle offerte, dell’amministrazione; gli elenchi del guardaroba consegnato al loro ingresso dai coadiutori; le liste dei diversi fornitori: calzolaio, sarto, lattaio, panettiere, macellaio, salumiere, farmacista, ecc.; infine il registro dei conti correnti. Il taccuino mostra come don Rua si preoccupasse di moltiplicare i consigli sulla tenuta dei vari registri.

Le ispezioni di don Rua nel 1874 e 1875

Le case visitate da don Rua nel 1874 e nel 1875 furono Borgo San Martino, Lanzo, Sampierdarena, Varazze, Alassio e Torino-Valsalice. Qui lo vediamo applicare il suo dettagliato programma di visita.

Don Rua visitatore a Borgo San Martino e Lanzo Torinese

Il 1° marzo 1874, mentre a Roma don Bosco si stava ancora dando da fare per ottenere la piena approvazione del testo costituzionale, don Rua ispezionò rapidamente la casa di Borgo San Martino. Il piccolo Seminario o Collegio san Carlo di Mirabello, che l’aveva avuto come primo direttore, era stato trasferito in questa località ben servita dalla ferrovia, in una splendida villa immersa in una tenuta di sei ettari, che don Bosco aveva acquistato dal marchese Scarampi di Pruney. All’inizio vi alloggiavano cento interni, numero che aumentò tra il 1874 e il 1877, passando a 160, poi a 200 unità. Don Giovanni Bonetti, salesiano della prima ora, molto stimato da don Bosco, dirigeva l’opera. Dopo la visita, don Rua si dichiarò discretamente soddisfatto del suo andamento. ‹‹Le cose sono condotte abbastanza bene», scrisse in un taccuino. Tuttavia, ritenne opportuno lasciare al direttore una dozzina di raccomandazioni, debitamente numerate, che meritano di essere citate alla lettera per familiarizzarci con il suo stile di ispettore. Eccole: 1) evitare le macchie di cera sull’altare quando si accendono le candele con la benzina; 2) mettere un crocifisso e un’immagine della Madonna nelle classi e nei dormitori, dove mancano; 3) adeguare le celle degli assistenti nei dormitori sul modello dell’Oratorio; 4) eliminare dai corridoi i cattivi odori provenienti dai servizi igienici che stanno presso la classe di retorica; 5) assicurare regolarmente le conferenze mensili a confratelli e aspiranti e fare in modo che si presentino al rendiconto ogni mese; 6) incoraggiare di più lo studio della teologia; 7) assicurare la regolarità del corso di liturgia ai chierici e ai giovani; 8) istituire la Compagnia dell’Immacolata; 9) dare i voti mensili a chierici e coadiutori; 10) tenere aggiornato il registro dei postulanti e quello delle spese; 11) affidare al chierico Ghione l’incarico di catechista, esonerandolo se possibile dall’insegnamento, affinché possa occuparsi della Compagnia di san Luigi, di quella del Santissimo Sacramento e del piccolo clero; 12) alcuni confratelli sono stati esortati a preparare gli esami civili.

Don Rua tornò ad ispezionare il collegio di Borgo S. Martino nell’aprile 1875 e vi trascorse due intere giornate. Si disse soddisfatto dal punto di vista materiale e morale, con qualche riserva. Era opportuno che gli esterni potessero assistere quotidianamente alla messa. Bisognava collocare in tutte le classi e in tutti i dormitori i crocifissi ben visibili. La pulizia di alcune scale e ripostigli lasciava a desiderare. L’incarico di catechista doveva essere svolto un po’ meglio, per questo l’interessato era invitato a farsi aiutare dal consigliere don Chicco. Si doveva stabilire la Compagnia dell’Immacolata, almeno tra i chierici. Il prefetto era invitato a farsi aiutare da un chierico per la corrispondenza e la gestione del registro della contabilità. Il direttore poi doveva vegliare con più cura sulla regolarità dei rendiconti dei confratelli e assicurarsi che venissero dati i voti di condotta a chierici e coadiutori. L’ispettore richiese inoltre che i teologi imparassero a memoria alcuni testi della Bibbia e dei Padri e che li si coinvolgesse nella soluzione delle obiezioni alle tesi teologiche formulate durante i corsi.

Nel marzo 1874, dopo l’ispezione di Borgo San Martino, don Rua dedicò un giorno e mezzo a visitare la casa di Lanzo. Era una scuola elementare e ginnasiale situata su una collina, a trentacinque chilometri da Torino. Poiché era anche convitto, accoglieva un certo numero di giovani interni. Nel 1873 si era costruito un edificio di tre piani, così nell’anno scolastico 1874-1875 il numero degli interni aveva superato le centosettanta unità. Lo dirigeva don Giovanni Battista Lemoyne, salesiano genovese arrivato da don Bosco quando era già sacerdote.

La soddisfazione dell’ispettore non fu piena. La pulizia della chiesa lasciava a desiderare e la prima camerata era in disordine. Inoltre mancavano crocifissi e immagini della Vergine nelle aule, nei dormitori e in altri ambienti. Le celle degli assistenti erano troppo spaziose. Come regola generale, tutti i dormitori dovevano rimanere chiusi, quando non vi si trovavano i giovani, così le aule e le diverse stanze. Cortili, scale e corridoi erano poco puliti e bisognava evitare di gettare rifiuti nel cortile piccolo. Il direttore era invitato a curare con maggior regolarità le conferenze mensili e i rendiconti dei confratelli. I sacerdoti non si dovevano dispensare dalla scuola per accettare impegni di ministero altrove. Il prefetto doveva occuparsi di più del personale di servizio per aiutarlo a compiere i doveri del buon cristiano. I chierici restavano troppo tra di loro e poco in mezzo ai giovani, inoltre non prendevano sul serio lo studio della teologia. Ogni giorno si doveva fare una visita al Santissimo Sacramento, individuale o comunitaria, con po’ di lettura spirituale La condotta degli allievi di seconda ginnasiale lasciava a desiderare. Era auspicabile una maggior pulizia negli abiti dei ragazzi. Il prefetto, don Costamagna, che aveva il compito di vigilare sul loro comportamento, non si doveva assentare con troppa frequenza. Bisognava invitare i giovani migliori ad entrare nella Compagnia dell’Immacolata. Mancavano vari registri: quello dei voti di condotta, quello dei chierici e dei coadiutori, il libro delle spese, il libro dei diversi fornitori. Infine il visitatore ordinò che si demolisse la pergola in mezzo al giardino. Come si vede gli ordini erano minuziosi e il tono categorico.

L’ispettore don Rua fece nuovamente la sua comparsa a Lanzo un anno più tardi, il 3 marzo 1875. Vi passò due giorni e constatò con soddisfazione che, in quanto a disciplina e pietà, il collegio funzionava meglio dell’anno precedente. Nonostante tutto elencò una lunga serie di osservazioni ad uso del direttore. Possiamo immaginare la sua mortificazione nel leggerle. Prima di tutto si interessò della chiesa e della formazione religiosa: le tovaglie dell’altare non erano pulite; bisognava assicurare la messa feriale agli esterni; si doveva organizzare un corso di liturgia per i chierici e pensare alla formazione del piccolo clero; andava data maggior importanza all’insegnamento del catechismo nel ginnasio; era indispensabile creare una classe di canto gregoriano e coinvolgervi il maggior numero di allievi, riservando a questo scopo una mezz’ora o tre quarti d’ora dopo la cena; si dovevano curare meglio le Compagnie di san Luigi e del Santissimo Sacramento, con piccole conferenze. Poi il prefetto era invitato ad avere maggior cura del personale, radunarlo regolarmente, spiegargli il regolamento della casa, ecc. Bisognava assicurare le lezioni di filosofia o di teologia ai chierici, tre o almeno due volte alla settimana. Si dovevano dare i voti di condotta ogni mese a chierici e coadiutori. I professori erano invitati a fare la lettura spirituale sotto la guida di don Scappini, mentre la meditazione mattutina degli assistenti era affidata alla responsabilità di don Scaravelli. Coloro che non potevanoo partecipare alle pratiche di pietà comunitarie, erano tenuti a farle in privato. Bisognava ridurre ulteriormente lo spazio delle celle per conformarle alle dimensioni regolamentari. La lettura a tavola non era facoltativa, dunque non la si poteva dispensare con troppa facilità.

Don Rua terminava il suo rapporto su Lanzo esponendo un certo numero di innovazioni disciplinari, che aveva potuto osservare, segno di una migliore organizzazione e di una più accurata assistenza degli allievi.

Don Rua visitatore a Sampierdarena, Varazze, Alassio e Valsalice

Dal Piemonte il visitatore si spostò sulla Riviera Ligure per l’ispezione di altre tre opere. Il 7 aprile 1875 avviò una visita di tre giorni alla casa di Sampierdarena. Come l’opera di Borgo San Martino, l´Ospizio di Sampierdarena, era frutto di un trasloco. Nel 1872 don Bosco aveva lasciato una villa troppo piccola, presa in affitto a Marassi, dove erano ospitati una quarantina di giovani artigiani, ed aveva spostato l’opera a Sampierdarena, nella periferia di Genova, in un antico convento accanto ad una chiesa abbandonata. Nell’ottobre del 1875 vi mandò cinquanta giovani adulti, vocazioni mature dell’Opera di Maria Ausiliatrice, appena fondata. L’ampliamento dell’edificio permetterà nel 1877 di ospitare circa duecento allievi, tra cui settanta vocazioni adulte. Quella casa, dalle caratteristiche simili al modello torinese, era affidata alla direzione di don Paolo Albera, discepolo prediletto di don Bosco.

Don Rua apprezzava molto l’opera. La trovò ben gestita e non si rammaricò del numero insufficiente del personale, preti, chierici e coadiutori. La pratica dei sacramenti era ottima; i giovani si comportavano molto bene in chiesa. Fece notare solo poche cose: era necesaria maggior pulizia nei dormitori; mancavano segni religiosi in alcuni ambienti comuni, classi e dormitori; le conferenze mensili e i resoconti dei confratelli avrebbero dovuto essere più frequenti; ogni settimana si doveva tenere un corso di sacre cerimonie per i chierici; alcuni allievi non avevano il vestito della festa e durante la settimana la pulizia dei loro abiti lasciava a desiderare; bisognava fondare la Compagnia di san Luigi Gonzaga; infine nell’ufficio del prefetto mancavano alcuni registri. Era tutto.

Il 22 luglio 1875, don Rua era a Varazze. Il Collegio di Varazze, fondato come ginnasio nel 1871, non poteva accogliere più di centoventi, centotrenta interni. Frequentavano i corsi anche alcuni esterni. Inoltre i confratelli avevano aperto in città due ‹‹Oratori festivi», dipendenti dal collegio, cosa che piacque molto a don Rua. Il direttore del collegio era don Giovanni Battista Francesia, uno dei primissimi discepoli di don Bosco.

L’ispezione si concluse con parecchie osservazioni, negative e positive. Le celle degli assistenti nei dormitori erano troppo grandi: non ci dovevano essere né tavoli, né scaffali, ma solo un attaccapanni, una sedia e un baule, se proprio non se ne poteva fare a meno; sarebbe stato meglio collocare le celle in mezzo ai letti dei ragazzi. Poi bisognava fare in modo che gli assistenti studiassero insieme, per esempio in biblioteca, così i dormitori avrebbero potuto rimanere chiusi durante la giornata, secondo la regola. Le lezioni di teologia erano troppo irregolari, così quelle di liturgia. Si doveva fondare la Compagnia dell’Immacolata. I coadiutori che con il consenso di don Bosco facevano degli studi particolari, dovevano avere più tempo a disposizione, con la garanzia di lezioni più regolari. Altre annotazioni riguardavano il cibo: in linea generale i menù della comunità andavano conformati alle usanze dell’Oratorio di Torino; si distribuiva troppo caffè e la caffettiera era lasciata a disposizione del personale, cosa da evitare. Don Rua si era inteso con il prefetto della casa, don Fagnano, affinché tutto il personale avesse la biancheria segnata col proprio nome, a esclusivo uso personale. Il registro delle entrate e delle uscite, era ben tenuto, e consentiva di conoscere la situazione di cassa.

Il 26 luglio 1875, don Rua iniziò l’ispezione del Collegio di Alassio. L’opera era stata fondata nel 1870, in accordo con la municipalità, e collocata in un antico convento francescano. Era una scuola importante, con classi primarie molto qualificate e l’intero corso ginnasiale e liceale. I convittori nell’anno scolastico 1875-1876 erano 160, nel 1877 supereranno i 200. Tra interni ed esterni, nell’anno 1876-1877, l’opera di Alassio contava 415 allievi. Era affidata alla saggia direzione di Francesco Cerruti, altro salesiano della prima generazione, uno dei più istruiti.

La visita di don Rua ad Alassio fu rapida e sommaria. Le osservazioni erano semplici: bisognava fare in modo che gli allievi esterni di domenica potessero assistere alle funzioni religiose; in qualche aula mancavano immagini religiose; alcune celle degli assistenti erano troppo grandi e andavano spostate in mezzo ai letti dei giovani; c’erano aule piuttosto sporche; se si istituiva la meditazione e la lettura spirituale comunitaria, si sarebbe potuto individuare meglio chi non vi prendeva parte; infine bisognava insistere di più sullo studio della teologia.

L’11 di marzo 1875, don Rua incominciò la visita della casa di Valsalice, sulla collina di Torino. Nel 1871 don Bosco, su istanza dell’arcivescovo Gastaldi, ma con serie opposizioni da parte del Capitolo Superiore, aveva accettato la direzione di questa istituzione per aristocratici che si trovava in serie difficoltà economiche. Il personale di servizio gravava pesantemenet sul bilancio. Nel 1872-1873 c’erano solo ventidue collegiali. Al momento della vistita di don Rua il loro numero era passato a trentacinque. Dirigeva l’opera don Francesco Dalmazzo, aiutato da un gruppo di collaboratori: prefetto, catechista e tre consiglieri, più quattro confratelli coadiutori e chierici.

La visita di don Rua fu brevissima: se la cavò in mezza giornata. Tutto era in ordine esemplare: chiesa, pulizia dei locali, aule, corridoi, scale e cortili. Si lamentò soltanto della mancanza di un buon provveditore e di alcuni registri (quello della condotta dei chierici e dei coadiutori, quello del personale e quello riassuntivo delle spese). Avrebbe voluto che nell’istituto si istituisse una compagnia religiosa, per esempio quella di san Luigi o del Santissimo Sacramento. Auspicò maggior impegno nello studio da parte degli allievi. L’insegnamento delle sacre cerimonie ai chierici lasciava a desiderare. Infine fece pressione perché il personale di servizio di Valsalice fosse tutto salesiano.

L’istituzione dell’ispettore nella Società di san Francesco di Sales

Le annotazioni lasciate, mostrano che don Rua era un ispettore meticoloso, poco preoccupato della suscettibilità dei direttori, primi interessati alle sue osservazioni. Lasciando le case, consegnava loro una lettera scritta con lo stesso inchiostro e con la stessa stringatezza delle osservazioni contenute nel taccuino personale. I destinatari, probabilmente poco lusingati dal contenuto, non ne fecero delle reliquie. Infatti sono scomparse. Una sola è giunta a noi. Il suo stile è lapidario. Datata 10 marzo 1875, era indirizzata al direttore di Lanzo don Lemoyne. In quattordici punti vengono riprese le osservazioni appuntate sul taccuino. La lettera inizia con ‹‹Caro Direttore», e si conclude con ‹‹Il tuo affezionatissimo D. Rua, Prefetto della Congregazione di S. Francesco di Sales».[145] Egi agisce evidentemente in qualità di prefetto di disciplina. All’occorrenza è un personaggio temibile. Nonostante la sua grande bontà, si impone per il rigore, l’austerità, la memoria infallibile, lo sguardo penetrante e la cura del dettaglio.

Così facendo, non ne guadagnava in popolarità, ma di questo non si preoccupava. IL suo compito era quella di dar forma alle case della Società di san Francesco di Sales, come in anni precedendi aveva fatto con i novizi. Contribuì così, forse senza rendersene conto, a imprimere nelle istituzioni un’identità specifica propriamente salesiana, quella che, secondo lui, don Bosco avrebbe desiderato per ciascuna di esse. E creò una nuova figura istituzionale nella nascente Società, quella dell’ispettore.

Don Rua visitò le case affiliate del Piemonte e della Liguria fino al Capitolo Generale del 1877. Fino a quella data i vari centri dipendevano tutti dal ‹‹Capitolo Superiore» di Torino. Ma, con la diffusione geografica delle opere, la loro amministrazione si andava complicando. Nel 1875, la Società aveva cominciato ad espandersi al di là delle frontiere italiane, in Francia e in Sudamerica. Il Capitolo Generale del 1877 giudicò necessario creare delle circoscrizioni, e delegare il lavoro di controllo locale, indispensabile all’unità dell’insieme e all’osservanza della regola. Secondo uno schema preparato da don Bosco in vista del Capitolo, i ‹‹provinciali» salesiani, ruolo del tutto nuovo, sarebbero stati chiamati ispettori e le province poste sotto la loro giurisdizione ispettorie. Nello spirito del fondatore, questi superiori erano incaricati di sorvegliare ­ paternamente ­ confratelli e case. Essi avevano il compito di mantenere l’unità nella Società. L’ispettore doveva essere l’occhio del Rettor Maggiore, di cui avrebbe fatto osservare le regole, che erano quelle dell’intera Congregazione.

Ritroviamo qui l’idea che don Rua si era fatto nel suo ruolo di visitatore delle case affiliate, tra 1874 e 1876. Ma don Bosco si preoccupò di attenuarne la severità, come spiegò nel corso del Capitolo Generale: l’ispettore doveva essere ‹‹un padre, il quale ha per ufficio di aiutare i suoi figliuoli a far andare bene i loro negozi e quindi li consiglia, li soccorre, insegna loro il modo di trarsi d’imbarazzo nelle circostanze critiche». Dunque, l’ispettore salesiano ­ per il quale il Capitolo Generale del 1877 stilò un regolamento, in cui si intravvede il tocco meticoloso del prefetto generale don Rua ­ avrebbe dovuto cercare di conciliare in se stesso due personaggi complementari, don Bosco e don Rua. Per convincersene sarà sufficiente citare due articoli del regolamento intitolato Visita dell´Ispettore: ‹‹[...] ­ 2. Visiterà la chiesa o la cappella in forma canonica, cioè a porte chiuse. Osserverà come sono custoditi il Ss. Sacramento, il tabernacolo, gli oli santi, le reliquie, gli altari, i confessionali, la sacrestia, i vasi sacri, calici, cibori, ostensori, il registro delle messe e i paramenti del culto divino. ­ 3. Visiterà le camere, i dormitori, l’infermeria, la cucina, la cantina, la dispensa; verificherà attentamente che non si sprechino libri, carta, biancheria, abiti, commestibili; annoterà se necessario, ciò che gli sembra contrario alla religione, alla moralità e alla povertà». Questi articoli riprendevano alcuni punti del taccuino di don Rua relativi alle vistite fatte negli anni precedenti a Lanzo, Borgo San Martino, Varazze, Sampierdarena e Valsalice.

 

10 ­ IL BRACCIO DESTRO DI DON BOSCO

Don Rua a Mornese presso le Figlie di Maria Ausiliatrice

Don Rua era l’occhio di don Bosco sulle case affiliate. Nel giugno 1875 venne inviato anche a Mornese, ad ispezionare il nascente Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Il suo taccuino non fa menzione della visita, ma la cronaca dell’opera dice che ‹‹vi si fermò alcuni giorni» e vi fece ‹‹brevi, ma intensi fervorini».[146] Dopo il 1875, quando don Giovanni Cagliero, direttore di questa seconda famiglia di don Bosco, partì per l’America a capo della prima spedizione missionaria, don Rua ne rilevò l’incarico. Così nell’agosto del 1876, sostituì don Bosco a Mornese per la vestizione delle novizie. In tale occasione esercitò il ministero della confessioni, presentò il pensiero del fondatore sullo stile di vita delle suore, trattò l’eventuale apertura di una nuova casa, esaminò l’opportunità del trasferimento di alcune consorelle, si informò sul funzionamento morale e finanziario dell’opera, elargendo spiegazioni, incoraggiamenti e consigli. La comunità, che non era mai stata oggetto di un controllo così accurato, apprezzò molto il regalo che don Bosco le aveva fatto nella sua persona.

Per le Figlie di Maria Ausiliatrice, don Rua fu l’uomo della Regola. Non tollerava il minimo compromesso. Nel 1877, la direttrice della casa di Torino, ricevette in regalo una gran quantità di frutta che intendeva distribure al mattino dopo il caffè, per non lasciarla deperire. Poiché la Regola prevedeva per colazione o caffellatte o frutta, si fece qualche scrupolo e consultò don Rua. Fedele alla sua reputazione, egli rispose che era meglio lasciar marcire della frutta piuttosto che infrangere la Regola. E le consigliò di darla in beneficenza o regalarla alle giovinette.[147]

Le circolari mensili ai direttori

Don Rua in qualità di prefetto generale vigilò regolarmente sui direttori delle case, il cui numero dalla fine degli anni Settanta era in continua crescita. Presiedette alla maggior parte delle conferenze generali dei direttori, tenute a Torino nel febbraio 1876. In tale occasione tornò sulle questioni disciplinari sollevate nel corso delle sue visite precedenti: il regolare rendiconto dei confratelli, le conferenze quindicinali, la cura delle sacre cerimonie, la riduzione dei giorni di vacanza dei Salesiani. Inoltre rammentò ai direttori che l’espulsione dei confratelli e degli ascritti non era di loro competenza.

I direttori dipendevano direttamente dal centro della Congregazione. Don Rua lo ricordava regolarmente con circolari mensili manoscritte, indirizzate a ciascuno. L’intestazione era personalizzata, mentre il corpo della circolare, stesa da un segretario, consisteva in una serie di domande (per esempio, sul numero delle messe celebrate per l’Oratorio di Torino nel corso del mese trascorso o sul rendiconto amministrativo dell’anno precedente), di informazioni (come la spedizione del catalogo della Congregazione, la data degli esami per gli studenti di teologia residenti nelle case o lo stato di salute di don Bosco), di raccomandazioni (per esempio: ‹‹Noi ci troviamo in eccezionali difficoltà finanziarie, anche il nostro caro don Bosco mi incarica di raccomandare l’economia e di evitare ogni spesa non indispensabile»), di reclami (per esempio, il ritardo di alcuni nel trasmettere a Torino la lista del personale o le note degli esami dei chierici o i foglietti di adesione dei nuovi Cooperatori), e di indicazioni di carattere formativo (come la cura dei ritiri degli allievi o la celebrazione del mese di maggio).[148] Al testo del segretario don Rua aggiungeva talvolta una esortazione spirituale, poi firmava la lettera. Gli capitava anche di aggiungere un post-scriptum più o meno lungo. A partire dal 1876, le opere dell’America ebbero circolari specifiche. Furono inviate a don Bodrato, poi a don Costamagna, che fungevano da ispettori. In tal caso le circolari si trasformavano in lunghe e dettagliate lettere, interamente scritte a mano da don Rua, come quella in dodici punti inviata a Costamagna il 21 novembre 1880.[149]

A partire dal 1881, le lettere mensili ai direttori furono accompagnate o sostituite da un questionario a stampa, firmato da don Rua, sul funzionamento delle rispettive scuole. Era intitolato ‹‹Rendiconto intorno alla Casa di ....... pel mese di ......... 188 ...», e comportava nove domande: ‹‹1) Quanti allievi interni avete? - 2) Quanti esterni? - 3) Qual’è in generale il loro contegno? - 4) Qual’è lo stato sanitario degli interni? - 5) Quante messe si celebrarono nel decorso del mese secondo l’intenzione del sottoscritto? - 6) Quante gliene assegnate da far celebrare? - 7) I rendiconti mensuali furono tutti fatti? - 8) L’esercizio della buona morte fu fatto regolarmente? - 9) Si tennero le due conferenze prescritte?» Veniva lasciato uno spazio bianco dopo ogni domanda, per la risposta del direttore.[150]

Nel 1881, tra i documenti di don Rua indirizzati ai direttori, appare anche una tabella in sette colonne di ‹‹Informazioni sul personale» delle case. Accanto a ciascun nome, il direttore era invitato ad esprimere il proprio parere sugli ‹‹uffizii e occupazioni» dell’interessato, sulla sua salute, la ‹‹diligenza nei propri doveri; negli esercizi di pietà; nello studio», e ad aggiungere ‹‹osservazioni e spiegazioni» a suo piacimento.[151] Questo sistema burocratico, quasi poliziesco, fa riflettere. Ma in ogni caso, questo fu il modo in cui don Bosco, primo responsabile di tutti i centri da lui fondati, da Torino si rendeva presente nelle singole opere grazie alle cure del suo braccio destro don Rua, prefetto generale con funzioni da ministro dell’Interno.

I resoconti delle case talvolta avrebbero causato gravi preoccupazioni al nostro prefetto generale, soprattutto in riferimento alla missione americana. Don Bodrato si lamentava di continue irregolarità in Argentina. Il 4 settembre 1879, esclamava: ‹‹Chiara ci ha traditi». E segnalava casi di immoralità, due a San Nicolas de los Arroyos e due a Villa Colon. Il 18 marzo 1880, annunciava che un coadiutore aveva dovuto sposarsi ‹‹in tutta fretta», dopo aver ingannato tutti. Supplicava: ‹‹mandateci solo dei soggetti moralmente sicuri». Don Rua incassava.

Due fondazioni mancate

La partenza dei missionari salesiani per l’America aveva suscitato una vasta eco in Italia, e incominciarono a moltiplicarsi le domande di fondazione. Finivano sulla scrivania di don Rua, che doveva esaminarle, iniziare le trattative seguendo le istruzioni di don Bosco e talvolta doveva personalmente verificare sul luogo la situazione. Nel 1877 si trattò l’assunzione di una scuola cantonale in Svizzera, a Mendrisio, nel Canton Ticino. Dopo un lungo scambio epistolare, il 30 aprile don Rua si recò a Mendrisio per visitare l’immobile e raccogliere informazioni precise. Il 3 maggio riferì al Capitolo Superiore alla presenza di don Bosco.[152] Don Bosco vedeva in questa operazione la possibilità di entrare in Svizzera. Per questo era disposto a concedere molto. I suoi consiglieri, invece, si mostravano scettici. Alla fine di agosto il governo cantonale nominò d’autorità un direttore laico di sua scelta, a capo della scuola di Mendrisio. L’ingresso dei Salesiani in Svizzera fu provvisoriamente sospeso.

Don Rua venne coinvolto da vicino in un’operazione analoga, andata a vuoto. L’abate Louis Roussel nel 1866 aveva fondato per i bambini abbandonati di Parigi un’opera, detta degli orfani-artigiani, in una catapecchia di Auteuil, località da poco inglobata nel sedicesimo distretto di Parigi.[153] Gli stavano a cuore i problemi dei lavoratori: alloggio, formazione professionale, mentalità (la sensibilità operaia). Intendeva aprire il cuore e la mente dei ragazzi poveri e nello stesso tempo prepararli alla loro professione futura. Per supplire alla mancanza dei genitori o alla loro incapacità intendeva provvedere personalmente dando una casa ai suoi artigiani. Il progetto era simile alle iniziative di don Bosco in Torino e in Genova. Tuttavia, a differenza del santo piemontese, che si formava i collaboratori, il sacerdote parigino cercava aiuto fuori del proprio ambiente. Pio IX gli aveva consigliato di rivolgersi a don Bosco. Roussel visitò l’Oratorio di Torino nel settembre del 1878. Fu una scoperta, che l’affascinò a tal punto che propose immediatamente la fusione dei due istituti, quello di Torino e quello di Auteuil. I Salesiani, molto interessati, pensarono che egli avrebbe presto inserito l’opera nella loro Congregazione, riservando a sé soltanto la direzione del periodico La France illustrée, stampato nell’istituto. Pare che don Bosco non avesse dubbi ad accettare la proposta. Si era già solidamente insediato nel Mezzogiorno della Francia, a Nizza e a Marsiglia, ed ora puntava alla capitale, dove alcuni amici insistevano che si stabilisse.

Per le trattative necessarie, l’abate Roussel proponeva come intermediario il conte Carlo Cays, che aveva conosciuto a Torino, personaggio diventato da poco tempo sacerdote salesiano e che parlava correttamente il francese. Senza indugi don Bosco propose al conte Cays un viaggio a Parigi in compagnia di don Rua, incaricato di preparare la convenzione con l’abate Roussel e sondare il pensiero dell’arcivescovo, cardinale Joseph-Hippolyte Guibert. I due inviati partirono il 6 novembre 1878. L’affare sembrava ben avviato. Don Bosco, rappresentato da don Rua, non intendeva fare la parte del conquistatore: l’abate Roussel sarebbe rimasto direttore dell’istituto a vita; i Salesiani l’avrebbero aiutato ed eventualmente gli sarebbero subentrati più tardi. Il 12 novembre, dopo un’udienza con l’arcivescovo, che si era mostrato favorevole alla venuta dei Salesiani nella capitale, don Rua presentava a don Bosco un primo progetto di convenzione in quattro punti: 1) creazione di una società civile di cui avrebbe fatto parte l’abate Roussel, per la proprietà dell’opera di Auteuil e delle sue sedi distaccate; 2) i soci prietari si impegnavano ad affidare l’opera benefica ai Salesiani, che l’avrebbero amministrata secondo le loro Costituzioni; 3) a seconda dei bisogni, il Capitolo Superiore avrebbe sostenuto finanziariamente l’opera di Auteuil; 4) l’abate Roussel ne sarebbe rimasto direttore. Don Bosco si limitava a chiedere garanzie di non estromissione per i suoi.[154] Il 16 novembre egli scriveva al conte Cays: ‹‹Tutti [i membri del Capitolo Superiore] però sono d’accordo di dare ogni favore ed autorità all’abate Roussel, purché sia fissata stabilmente la nostra dimora a Parigi».[155] Lo stesso giorno esprimeva a don Rua un duplice auspicio: entrare a Parigi e non rischiare di esserne cacciati.[156] I due messaggeri ritornarono a Torino la sera del 30 novembre.

A Torino il testo dell’accordo fu immediatamente stilato. In sostanza, diceva che l’abate Roussel chiamava don Bosco a Auteuil per essere sotenuto dalla sua Congregazione; che avrebbe mantenuto a vita la direzione dell’opera; che i Salesiani avrebbero aiutato e sostituito solo gradualmente i suoi collaboratori, mano a mano che venissero a mancare; che don Bosco era chiamato dall’abate solo come coadiutore con diritto di successione.[157] Questo accordo spedito a Parigi il 16 dicembre 1878, venne firmato dall’abate Roussel verso il 20 gennaio 1879 a Marsiglia, dove si era recato per incontrare don Bosco. Poi il corso degli eventi cambiò radicalmente dopo il ritorno di don Bosco a Torino. A fine gennaio, i Salesiani decisero di ritirarsi. Don Bosco temeva di non riuscire ad entrare a Parigi e di perderci la faccia. Il pretesto della disdetta gli venne offerto dal cardinal Guibert, che si riservava il diritto di rimandare i Salesiani se non si fossero adattati a Parigi. Non si volle rischiare. Il 6 febbraio, all’apertura della conferenza annuale dei direttori, don Bosco spiegò la sua posizione.[158] L’annullamento del contratto fu notificato all’abate Roussel il 10 di febbraio. E il conte Cays, in una lettera del 13 marzo, si spiegò in lungo e in largo con il bravo sacerdote parigino, che non sembrò prendere troppo a male il repentino cambio di direzione.[159] A dire il vero, la rinuncia si rivelò provvidenziale per l’opera di Auteuil. Infatti le risparmiò di essere soppressa quando, tra 1901 e 1903, in Francia si promulgarono leggi ostili alle congregazioni religiose, che saranno fatali per molte opere.

Don Rua nella controversia con l’arcivescovo Gastaldi

Tra il 1871 e il 1873, don Bosco soffrì molto a causa del suo arcivescovo Lorenzo Gastaldi.[160] Pareva ignorare le ragioni dell’ostilità inaspettata da parte di uno dei suoi migliori amici. Ne aveva caldeggiato la candidatura all’episcopato negli anni Sessanta. Da lui era stato apertamente sostenuto nelle pratiche romane per il riconoscimento della Congregazione. Per lui, alla fine del 1871, aveva ottenuto dal Vaticano il trasferimento dalla sede vescovile di Saluzzo a quella assai più prestigiosa di Torino. L’ostilità, manifestatasi apertamente nel 1873-1874, quando don Bosco cercava di far approvare il testo della Regola dalle autorità romane, in fondo era comprensibile. Mons. Gastaldi, prelato molto compreso dei suoi obblighi pastorali, intendeva riformare la diocesi, a cominciare dal clero, che voleva degno, pio e istruito. Precedentemente, con l’arcivescovo Riccardi di Netro, don Bosco aveva avuto non poche difficoltà a proposito della formazione dei suoi chierici. Le ritrovò, purtroppo aggravate, con il successore. Mons. Gastaldi pretendeva molto dai Salesiani candidati alle ordinazioni. Ciò inquietava don Bosco. ‹‹Le ordinazioni incontrano difficoltà da parte dell’arcivescovo?», domandava in una lettera a don Rua il 18 di novembre 1875. Le drastiche riforme di mons. Gastaldi irritarono una parte del clero che se ne lamentò a Roma. L’arcivescovo sospettò che don Bosco, favorito dal papa e dal Segretario di Stato Antonelli, avesse ispirato una lettera di richiamo da parte di Pio IX. Così, progressivamente, le relazioni tra la curia arcivescovile e Valdocco divennero tese. Il 27 agosto 1873, don Bosco fu molto amaregiato per le critiche che l’arcivescovo gli aveva mosso nel corso di una visita al collegio di Alassio.

Nella disputa, don Rua fu spinto a più riprese in prima linea. A differenza di due suoi confratelli salesiani, Gioacchino Berto e Giovanni Bonetti, si adoperò in ogni modo per smussare le spigolosità della questione. Manteneva la calma, spiegava, giustificava o semplicemente taceva. Non si è a conoscenza di alcuno scatto o imprudenza da parte sua. I confratelli di Valdocco vedevano nel segretario dell’arcivescovo, il canonico Tommaso Chiuso, un nemico. Egli invece lo trattava da ‹‹amico molto caro». Introduceva invariabilmente le sue lettere con l’espressione ‹‹Teologo mio carissimo», pregandolo, nella parte finale di ‹‹baciare per noi [di Valdocco] la mano a Sua Eccellenza sempre in Domino carissima e veneratissima».[161] La sua lettera giustificativa inviata all’arcivescovo il 13 gennaio 1879 è un ‹‹capolavoro di finezza diplomatica», come scrisse don Ceria.[162]

La vicenda, ben documentata, dell’immaginata sospensione di don Bosco nel dicembre 1875 ci serve per comprendere quale sia stato il suo ruolo in quella che si può chiamare la guerra tra Valdocco e l’arcivescovado. Don Rua non era per don Bosco un semplice mediatore di comodo. Interveniva abilmente, coniugando, negli scontri più o meno burrascosi, la franchezza con la misura, la precisione con la delicatezza, l’amore incondizionato verso don Bosco con una perfetta deferenza verso il suo arcivescovo.

La patente di confessore di don Bosco non era stata rinnovata nei tempi stabiliti.[163] Il 24 dicembre don Rua ne informò don Bosco, che interpretò il fatto come se l’arcivescovo avesse esplicitamente rifiutato il rinnovo; un mancato rinnovo che equivaleva, secondo lui, ad una sospensione dei poteri di confessione, misura che l’arcivescovo talvolta adottava con il suo clero. Don Bosco si rifugiò in altra diocesi, a Borgo San Martino, per non doversi rifiutare nel caso fosse stato richiesto di confessare in Torino. Il 27, il canonico Chiuso notificò a don Rua che mons Gastaldi lasciava a don Bosco l’autorizzazione di continuare a confessare, poiché la facoltà non gli era stata mai revocata. Il 29, un nuovo biglietto del canonico convocò don Rua dall’arcivescovo. Egli vi si recò la sera stessa e fece del suo meglio per difendere la linea pastorale di don Bosco. L’indomani riprendeva per iscritto il succo della sua argomentazione in una lettera a Gastaldi, in cui si scusava di essere stato forse troppo veemente nella sua apologia. Ma, ‹‹sono tanti anni che gli sono al fianco, ammiro le molte virtù che lo adornano, ognun vede il gran bene che va facendo e come il Signore va benedicendo la sue imprese; vedo eziandio come le cose che parrebbero più strane da lui proposte e dirette riescono a buon termine e non posso fare a meno di conchiudere meco stesso che veramente il Signore gli concede la grazia dello stato, cioè che avendolo destinato a compiere certe opere provvidenziali gli è largo degli aiuti per farvelo riuscire, sebbene di tratto in tratto, come avvenne a tanti altri santi fondatori, abbia a trovarsi in contrasto con personaggi per ogni lato rispettabili».[164]

Ma la disputa riprese subito. Il 31 dicembre, la curia arcivescovile indirizzò alla Congregazione Salesiana una serie di rimproveri opportunamente circostanziati. Non si potevano ricevere novizi senza le lettere testimoniali dei loro ordinari, non si potevano mantenere in un collegio giovani con la veste ecclesiastica senza il permesso del vescovo. Grave, nei confronti dell’autorità ecclesiastica torinese, era lo sfregio fatto nell’accettare in Congregazione persone licenziate dal seminario diocesano. La frattura era poi ancor più evidente poiché, per lettera o nei colloqui, i membri della Congregazione mancavano di rispetto all’arcivescovo. Si chiedeva loro, dunque, di attenersi strettamente delle regole canoniche. Don Rua all’inizio del 1876 scrisse una lunga lettera a mons. Gastaldi, nella quale riprendeva punto per punto la serie dei rimproveri. Uno stile diretto, stringato, perfettamente dignitoso, sottomesso, ma senza meschinità, senza rudezza; ogni affermazione era sostenuta, se necessario, da riferimenti al Diritto Canonico.

L’inizio offre un’idea del tenore della lettera : ‹‹Eccellenza Reverendissima. Sono in dovere di fare i più cordiali ringraziamenti per le osservazioni scritte il 31 u. s. dicembre, le quali confermano l’idea concepita tra noi, cioè che la sola mancanza di schiarimenti fosse la vera cagione di malcontento all’E. V. per parte della Congregazione Salesiana. Ho fondato motivo a credere, che, dato il vero aspetto delle cose e palesato il nostro buon volere, debbano eziandio svanire le difficoltà o non esistenti o non volute. Come Prefetto della Congregazione io sono sempre stato a giorno [aggiornato] di ogni cosa, e perciò, se me lo permette, esporrò il moi modo di vedere, sottoponendo poi tutto alla sua illuminata saviezza».

Don Rua concludeva: ‹‹Mi accorgo di essere stato troppo lungo; spero Ella mi vorrà perdonare questo sfogo del mio cuore, per assicurarla che i Salesiani non hanno mai diminuito né stima, né venerazione verso della Eccellenza Vostra, né quando era semplice Canonico in questa città, né quando era Vescovo di Saluzzo, né quando la Divina Provvidenza dispose che divenisse nostro Arcivescovo. ­ Sarà sempre un grande onore per me ogni qualvolta mi potrò professare colla massima gratitudine dell’Eccellenza Vostra Reverendissima, umilissimo, obbedientissimo servitore Sac. Michele Rua».[165]

Raccontiamo, in breve, il ruolo avuto da don Rua nella vicenda di Giovanni Bonetti. Questo salesiano, scelto da don Bosco come cappellano e direttore dell’Oratorio femminile S. Teresa di Chieri, diretto dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, aveva avuto un diverbio con il curato della parrocchia. Pare che, dopo aver violato i diritti parrocchiali, in una lettera lo avesse insultato. Per questo, nel febbraio 1877, gli era stata sospesa la facoltà di confessare e proibito di rimettere piede nell’opera. Recalcitrò violentemente. Don Bosco si schierò dalla sua parte. Don Rua fece da intermediario, per tentare di chiarire i torti e di far mantenere la calma. Senza successo, purtroppo. Chieri per tre anni fu una fonte interminabile di guai per i Salesiani e il prefetto generale incappò nella trappola.[166]

Accenniamo ad una vicenda, sulla quale siamo ben informati. Nel novembre 1880 era morta nella casa di Chieri una suora salesiana. Era appena stata sepolta quando alla curia torinese giunse denunzia di un’evidente violazione dei diritti parrocchiali e delle leggi canoniche da parte dei Salesiani. L’avvocato fiscale (il procuratore dell’arcivescovo), fidandosi della notizia, convocò don Rua in arcivescovado e gli espose i fatti: due Salesiani avevano somministrato gli ultimi sacramenti alla suora moribonda; a questo scopo avevano preso gli oli santi nella cappella dei gesuiti; poi avevano accompagnato il corteo funebre attraverso la città fino al cimitero. Nel corso del colloquio, don Rua fornì all’avvocato fiscale le spiegazioni che gli sembravano più plausibili, cercando di scusare i confratelli, poco esperti dei regolamenti parrocchiali. Poi, il 27 novembre, espose in lungo e in largo all’arcivescovo la sua versione dei fatti: uno dei sacerdoti era il confessore abituale della suora: i due sacerdoti si erano conformati alle usanze dell’Oratorio di Torino in materia di ultimi sacramenti e di corteo funebre. Alla fine, don Rua chiedeva ‹‹umilmente perdono a Sua Eccellenza per i due sacerdoti coinvolti» e si diceva ‹‹disposto a fare altrettanto verso il parroco locale se Vostra Eccellenza lo ravviserà necessario». ‹‹Se occorresse anche qualche indennità per violati diritti parrochiali ad un semplice suo venerato cenno ci disponiamo a fare quanto sarà necessario».[167] Ma pare che don Rua si sia sbagliato: infatti gli ultimi sacramenti non erano stati somministrati dai Salesiani, ma da un canonico della collegiata (avversario del curato e favorevole a don Bonetti) e il corteo funebre era costituito solo dalle ragazze dell’Oratorio Santa Teresa ...[168]

L’apice della disputa si toccò quando l’arcivescovo accusò don Bosco di essere all’origine di alcuni libelli diffamatori sul suo conto, pubblicati a Torino tra 1877 e 1879. In questi opuscoli don Bosco era raffigurato come vittima dell’arcivescovo. Gli autori erano evidentemente bene informati sugli affari interni della Congregazione Salesiana. Uno di essi, intitolato L´arcivescovo di Torino, don Bosco e don Oddenino, o storie comiche, serie e dolorose raccontate da un abitante di Chieri, raccontando la storia di don Bonetti metteva in ridicolo sia il vescovo che il curato di Chieri. L´affare Bonetti e la questione dei libelli malauguratamente si intrecciavano. Don Bosco non poteva difendersi né difendere il confratello. Il 27 febbraio 1881 confidava a don Rua:

‹‹Ho ricevuto la lettera del Cardinale Nina che riguarda l’affare don Bonetti. Io non ho mai desiderato altro che accomodare questa ed altre vertenze. Non vedo mezzo più semplice che quello già stabilito l’anno passato: togliere una sospensione che fu già tolta dal medesimo nostro Arcivescovo e rinnovata il giorno seguente. (Qui bisogna dire che nel frattempo il fatto citato di Chieri era pervenuto all’arcivescovo; per cui un cambiamento appare del tutto comprensibile). Vi è però la grave difficoltà espressa dal Teologo Colomiatti. Se D. Bosco non acconsente ad un accomodamento l’Arcivescovo farà un processo a D. Bosco pei libelli infamatori pubblicati contro di lui. Io sono obbligato di respingere tale minaccia, la quale tende ad accusarci colpevoli di quelle pubblicazioni, cui né direttamente né indirettamente ho preso parte; tanto più che gravita ancora sopra di me stesso la minaccia scritta e rinnovata dallo stesso Arcivescovo, vale a dire se D. Bosco per sé oper altri colle stampe o con manoscritti ha pubblicato o diramato o ciò farà in avvenire fuorché al Santo Padre ed alla S. Congregazione dei Vescovi e Regolari sia colpito di sospensione ipso facto incurenda. Che si voglia giudicare D. Bosco di così perduta coscienza e di occuparmi di tali pubblicazioni dopo così gravi minaccie? ­ Tu puoi comunicare questi miei pensieri al Sig. Teologo Colomiatti, dandoti facoltà di trattare e conchiudere ogni cosa nel modo che giudicherai tornare a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime, ma sempre rendere avvisato D. Bonetti sulle conclusioni che lo riguardano».[169]

Purtroppo l’intervento fu vano.

L´austerità del prefetto generale

Il 21 giugno 1876, moriva la madre di don Rua Giovanna Maria.[170] La santa donna aveva sacrificato gli ultimi vent’anni della sua vita a servizio dei giovani di don Bosco. Trovavano in lei un cuore materno. La sua scomparsa afflisse moltissimo il figlio. Tutta la casa dell’Oratorio partecipò al lutto. Don Rua inviò il ritratto della defunta al fratello Antonio, controllore della fabbrica reale di armi di Brescia. Nello stesso tempo, gli fece il resoconto dei beni lasciati dalla madre. Il tutto si riduceva a qualche abito, a un po’ d’oro per un totale di 58,5 lire, all’anello matrimoniale, che era d’argento e valeva due lire, a qualche mobile del valore stimato di 80 lire. Aveva distribuito gli abiti ai parenti. Quanto al resto, scriveva: ‹‹Sommando la metà dei gioielli, cioè 30 lire, e la metà dei mobili, ossia 40 lire, ti consegno qui 70 lire, che ti proporrei di spartire tra i tuoi figli e le tue figlie, affinché tutti possano ricevere qualche piccolo ricordo della loro nonna».

Di fronte a questi dati, il lettore farà le sue riflessioni. Ma è evidente che un uomo tanto preciso nella liquidazione di una piccola eredità, fosse degno di essere il ministro della Provvidenza nella gestione delle ingenti somme che pervenivano a don Bosco. Certamente passò molto denaro tra le mani di don Rua. Mai un centesimo gli è rimasto incollato alle dita. Mai ha speso o dato più di quanto bisognava. In questo, come come in tutto il resto, si basava su un principio di don Bosco: ‹‹La Provvidenza non ci è mancata e non ci mancherà mai, sempre che noi non ce ne rendiamo indegni, sprecando il denaro e lasciando indebolire lo spirito di povertà». Da questo derivava il rigore di don Rua nell’osservanza del voto di povertà, rigore per tutti, a cominciare da se stesso.

Era povere nell’abbigliamento. Nel 1877 uno dei suoi segretari, don Giuseppe Vespignani, che era stato incaricato di spolverargli la tonaca, non osò sbatterla per paura di strapparla, tanto era logora. Era povero nelle calzature. Non si vergognava di portare scarpe risuolate. Era povero nell’ufficio: un semplice tavolo sul quale lavorava e da cui riceveva, con due o tre sedie molto ordinarie, due umili e piccole immagini appese alla parete di fronte a sé che rappresentavano il Santissimo Sacramento e Maria Ausiliatrice. Tutto qui.

Vigilava sullo spirito di povertà dei confratelli. Ci sarebbe molto da dire a questo proposito. Riveliamo solo qualche particolare che risale agli anni 1875-1880. Don Rua doveva occuparsi dei missionari. Nel 1876 un confratello stava partendo per l’Argentina e avrebbe voluto un breviario nuovo. Don Rua gli chiese di mostrargli quello che stava usando, poi gli mostrò il suo, vecchio e in cattivo stato e gli propose uno scambio. L’altro si inchinò e non insistette. Nel 1877 il segretario don Vespignani, a quei tempi ancora ‹‹novizio», avendo ricevuto una cassetta di libri, gli chiese di poterli tenere in camera. Don Rua gli rispose delicatamente: ‹‹Ti dico come ho fatto io: li ho messi tutti nella biblioteca della casa». La famiglia di Vespignani aveva spedito un leggio con il quale avrebbe potuto lavorare stando in piedi. Lo portò nell’ufficio e chiese a don Rua di poterlo utilizzare. ‹‹Vedi ­ gli rispose ­ tu sei alto di statura; il mezzo più comodo per scrivere in piedi è quello di mettere una sedia sul tavolino». Nell’uno e nell’altro caso, commenta don Ceria, don Rua metteva alla prova il novizio: gli interdiceva tutto il superfluo e non gli permetteva di tenere regali per sé, contro il dettato della Regola.

Faceva esaminare dai segretari il registro delle uscite, per verificare ciò che ciascuno spendeva per il vestiario, e si faceva consegnare la lista di coloro ai quali era necessario più di un abito e di un paio di scarpe all’anno, per farglielo notare. In un’istituzione sempre in deficit, moltiplicava i richiami ad ogni possibile forma di risparmio in cucina, nella cantina, nella biancheria, nella lavanderia, nell’illuminazione e nel riscaldamento. Questi dettagli, che paiono esagerati nella nostra società consumistica, ci sono forniti da don Ceria. Egli ritiene che una tale meticolosità serviva ad imprimere nella mente dei Salesiani l’idea del risparmio, non solo per una sana economia, ma per ricordare quale dev’essere l’uso del denaro nelle mani di chi fa voto di povertà. Per il religioso il denaro è quasi sacro, in quanto dono della Provvidenza a vantaggio di uno scopo ben preciso, vale a dire ‹‹la maggior gloria di Dio e il bene delle anime». Capiamo perché don Rua mostrasse tanta sollecitudine nei riguardi dei prefetti incaricati dell’amministrazione delle case. Gli capitava di convocarli per spiegar loro le norme pratiche dell’economia e pianificare la contabilità. In quel momento era molto importante introdurre ovunque sistemi conformi al genuino spirito della nascente Società Salesiana.

L’austero don Rua, comunque, non era gretto, né con se stesso né verso gli altri. Nella sua povertà, l’abito non solo era decente, ma pulito, e tutto ciò lo rendeva simpatico. Lo spirito di povertà non lo chiudeva ai bisogni degli altri. Non lesinava mai con i malati e, quando ne ebbe la responsabilità, con i missionari. Non faceva risparmi quando si trattava del decoro della chiesa e del culto. Due erano i principi che lo guidavano in materia di povertà, uno di natura ascetica, l’altro morale. Senza spirito di povertà, pensava, non può esserci fervore nella preghiera, è impossibile essere pronti ai sacrifici richiesti dalla vocazione salesiana, impossibile progredire spiritualmente ed essere veri figli di don Bosco.

L’Oratorio di Valdocco viveva di carità. Sono note le industrie don Bosco per convincere i ricchi a venirgli in aiuto. A poco a poco insegnò al suo secondo quest’arte, che don Rua dovette trovare molto faticosa. Gli toccava esercitarla durante le assenze, ormai prolungate, di don Bosco. Allora si metteva a scrivere all’uno o all’altro, annunciando una sua prossima visita per ricevere ciò che la carità suggeriva di donare. Talvolta pur essendo presente don Bosco, don Rua non sapeva più dove sbattere la testa per sopperire ai bisogni più urgenti. Il santo manteneva la calma, persuaso che il cielo gli sarebbe venuto in aiuto. Don Rua, da parte sua, ricevette anche qualche piccola lezione, come quella raccontata da don Lemoyne in forma dialogica.26 La sera del 29 aprile 1879, dopo cena, alla presenza dei confratelli, don Bosco aveva spiegato a don Rua che molti si lamentavano perché, quando andavano a chiedergli denaro, li mandava indietro a mani vuote.

Questo avviene, rispose don Rua, per un semplice motivo: le casse sono vuote.

­ Si vendano quelle cartelle che ci rimangono, e così si farà fronte ai più pressanti bisogni.

­ Qualcuna si è già venduta; ma vendere ancora quel poco non mi sembra conveniente, perché di giorno in giorno capitano casi gravi ed imprevisti, e non avremmo poi un soldo da poterne disporre.

­ E pazienza, il Signore allora provvederà; ma intanto soddisfacciamo a quei debiti che sono più pressanti.

­ Su quel poco danaro che tengo, ho già fatto i miei conti. Lo raduno per pagare tra quindici giorni un debito di ventotto mila lire che scade [...].

­ Ma no, questa è una follia... lasciare insoluti i debiti che potremmo pagare oggi, per mettere da parte la somma che si deve pagare da qui a quindici giorni.

­ Ma per i debiti d’oggi si possono differire i pagamenti; allora invece come faremo, dovendo pagare una somma così grossa?

­ Allora il Signore provvederà. Incominciamo a disfarci oggi di quanto dobbiamo... È un chiudere la via alla Divina Provvidenza il voler mettere in serbo danaro per i bisogni futuri.

­ Ma la prudenza suggerisce di pensare all’avvenire [...]

­ Ascoltami. Se vuoi che la Divina Provvidenza si prenda cura diretta di noi, va’ in tua camera, domani metti fuori quanto hai, si soddisfino tutti quelli che si possono soddisfare, e ciò che accadrà in seguito, lasciamolo nelle mani del Signore [...]. Non è possibile trovare un economo che interamente mi secondi, che sappia cioè confidare in modo illimitato nella Divina Provvidenza e non cerchi di ammassare qualche cosa per provvedere al futuro. Io temo che, se ci troviamo così allo stretto di finanze, sia perché si vogliono fare troppi calcoli. Quando in queste cose entra l’uomo, Dio si ritira.[171]

Due temperamenti, due spiritualità fortunatamente complementari.

Si differenziavano nella visione sociale. Don Rua era molto sensibile alla dignità sacerdotale. Sin dalla costituzione della Società Salesiana, si era inserito nella Congregazione un certo numero di laici, per la maggior parte artigiani, ma anche ortolani e cuochi. Don Rua, come sappiamo, si era dedicato unicamente alla formazione dei chierici. Lasciava a don Bosco, e poi a don Barberis, il compito della formazione dei laici, limitandosi a esortazioni generali. Era forte la tentazione di considerare i coadiutori come Salesiani di secondo livello. Nel corso del terzo Capitolo Generale (1883), una delle proposizioni diceva testualmente: ‹‹I coadiutori devono essere mantenuti in una situazione inferiore: bisogna creare per essi una categoria distinta, e via di seguito». Don Bosco, visibilmente contrariato protestò: ‹‹No, no, no! I confratelli coadiutori sono come gli altri».[172]

Don Rua proporrà ancora nel settembre del 1884 di costituire due categorie distinte. Secondo lui non conveniva che ‹‹un avvocato, un farmacista, un professore fossero costretti a trovarsi al loro fianco una brava persona qualunque».[173] Don Bosco oppose un secco rifiuto: ‹‹Non posso ammettere due classi di coadiutori», aggiungendo tuttavia che gli spiriti rozzi e sempliciotti non avrebbero potuto far parte della Congregazione. Tornando alla carica, don Rua gli chiese se non fosse possibile istituire una categoria simile a quella dei terziari francescani, ma non riuscì a fargli cambiare parere. Il contadino Bosco non seguiva l’educato cittadino Rua, sempre preoccupato delle convenzioni sociali.

Nonostante queste divergenze, le qualità intellettuali, morali e religiose di don Rua erano così eminenti, che balzavano all’occhio. L’evidenza rafforzava ogni giorno l’idea che avrebbe dovuto essere il successore di don Bosco. Nel 1879, questi pose a don Cagliero, rientrato dall’America, una domanda sul suo eventuale successore, aggiungendo che a suo parere, tre gli sembravano probabili. ‹‹Più tardi sì, rispose Cagliero, ma per ora ve n’è uno solo, don Rua». Don Bosco non gli diede torto. Anzi esclamò: ‹‹Abbiamo un solo don Rua! Egli è sempre stato ed è il braccio destro di don Bosco». E Cagliero aggiunse: ‹‹Non soltanto braccio, ma testa, occhio, mente e cuore».[174]

Don Rua aveva certamente una sua personalità originale. Tuttavia, invece di manifestarla liberamente, la subordinò e, per così dire, quasi la sacrificò a don Bosco e alla sua opera, con la convinzione di conformarsi così anche a una vocazione venuta dall’alto.

 

11 ­ IN VIAGGIO CON DON BOSCO

A Roma nei mesi di aprile e maggio del 1881

Fino al 1881, quando don Bosco si assentava da Torino, don Rua lo sostituiva nell’Oratorio, quindi non poteva accompagnarlo. Il 5 aprile di quell’anno, di ritorno da un lungo viaggio in Francia, mentre si trovava in Liguria, don Bosco gli scrisse: ‹‹Sappimi dire se è possibile la tua venuta pel mercoledì santo a Sampierdarena per accompagnarmi alla Spezia, a Firenze etc. Ne ho bisogno».[175] In realtà, era sua intenzione proseguire il viaggio fino a Roma.

Il 13 aprile don Rua raggiungeva don Bosco a Sampierdarena. Passando per Firenze, dove furono trattenuti più a lungo del previsto, i nostri viaggiatori giunsero a Roma il 20 e furono ospitati da don Dalmazzo, presso la chiesa in costruzione dedicata al Sacro Cuore. L’anno precedente la costruzione di questo tempio voluto dal papa era arrivata ad un punto fermo. Il cardinale vicario se n’era lamentato con don Bosco, allora presente a Roma. Ed egli aveva accettato di assumersi la responsabilità della ripresa dei lavori, all’espressa condizione di affiancare alla chiesa un istituto per i giovani della città. Insieme col disbrigo dell’affare Bonetti, quest’enorme impresa spiega perchè il santo avesse fatto ricorso a don Rua.

‹‹Un sito meraviglioso, piacevole e salubre», confidava quest’ultimo al direttore dell’Oratorio don Lazzero, già dal 22 di aprile. Si rammaricava solo per il fatto che ci fosse li accanto un ambiente ‹‹protestante». Il costo della chiesa e della casa per i giovani lo faceva tremare. ‹‹Non meno di parecchie centinaia di migliaia di lire, se non qualche milione». Ma, continuava, ‹‹don Bosco prega e lavora con tutte le sue forze per riuscire in questa impresa, non trascura nulla per riuscirci. E dice sempre che ha bisogno del sostegno delle preghiere dei giovani».[176] Non sappiamo granché su questo soggiorno a Roma, a parte l’udienza di Leone XIII il 23 aprile, che don Bosco raccontò ai Cooperatori nel Bollettino Salesiano del successivo mese di maggio. Don Rua lo accompagnò all’udienza.

Ecco un frammento del dialogo avuto con il papa riportato nel Bollettino. ‹‹... ­ Ma e la chiesa e l’Ospizio del Sacro Cuore di Gesù all’Esquilino ? Progrediscono i lavori ? Si va avanti oppure si sta fermi ? ­ Io ho potuto rispondere che i lavori progrediscono alacremente, e che circa centocinquanta operai impiegano l’arte loro e la loro industria nell’opera tante volte benedetta da Sua Santità. Feci notare che la carità dei fedeli ci incoraggiava, ma che la gravezza delle spese cominciava a farci sentire la scarsità del danaro. Un momento prima una persona aveva offerto al S. Padre la somma di franchi cinquemila per l’obolo di S. Pietro. ­ Ecco, Egli mi disse con ilarità, questo danaro venne a tempo: l’ho ricevuto colla destra e ve lo do colla sinistra ; prendetelo e serva pei lavori intrapresi all’Esquilino».

La raccolta dei fondi, di cui don Bosco si faceva carico sempre intelligentemente, non era che un problema tra mille altri. Bisognava informarsi bene sui contratti stipulati dall’amministrazione precedente con i fornitori, intendersi con l’architetto, esaminare i progetti dell’Ospizio. In verità Francesco Dalmazzo era stato delegato per tutti questi compiti, ma don Bosco riteneva che l’occhio esercitato di don Rua gli sarebbe stato molto prezioso. Durante questo periodo, si sarebbe occupato di persona, presso le congregazioni romane, dell’affare Bonetti e dei privilegi che cercava di ottenere per la sua Congregazione.

Il 13 maggio i nostri due viaggiatori lasciarono Roma. Giunsero a Torino il 16, per non mancare all’apertura della novena in preparazione della solenne festa di Maria Ausiliatrice.

Aiuto di don Bosco a Parigi e Lille, nel maggio 1883

Due anni dopo, a fine aprile 1883, don Rua fu di nuovo chiamato al fianco di don Bosco per un viaggio in Francia.

Il 31 gennaio, don Bosco aveva lasciato Torino per la Liguria e la Costa Azzurra francese. Voleva raccogliere fondi per la chiesa del Sacro Cuore a Roma e tendere la mano in un paese dove denaro e cuori generosi non mancavano. Il 30 gennaio scriveva al cardinale-vicario, il prelato a cui doveva l’incarico del Sacro Cuore: ‹‹Domani mattina, se a Dio piace, parto per Genova e quindi farò una visita alle case della Liguria. Vado di casa in casa fino a Mrsiglia e di là se la sanità e i pubblici avvenimenti lo permetteranno farò una gita fino a Lione ed a Parigi questuando pel Sacro Cuore e raccomandano il danaro di S. Pietro».[177] In realtà, dopo lo smacco di Auteuil nel 1879, avrebbe tentato nuovamente di aprire istituti salesiani a Parigi e a Lille. Per questo voleva presentarsi di persona.

I mesi di febbraio e marzo, quando passò da Nizza, Cannes, Tolone e Marsiglia, furono proficui. Il 19 marzo don Bosco annunciava a don Dalmazzo, incaricato degli affari a Roma, che gli inviava tremila franchi da Cannes e duemila franchi da Hyères. ‹‹Faccio quello che posso...», gli scriveva umilmente.

Il 2 aprile don Bosco lasciava Marsiglia diretto verso Nord, in compagnia del salesiano Camille de Barruel, che gli faceva da segretario. Ormai non aveva più bisogno di attirare il pubblico con discorsi di carattere sociale sulla salvezza della gioventù pericolante. La gente accorreva spontaneamente per le sue riconosciute qualità taumaturgiche. Quando passò per Avignone, dove si fermò il 3 e il 4, un giornale scrisse: ‹‹Sconosciuto fino al giorno prima, questo venerabile sacerdote è stato immediatamente circondato da una folla di malati. [...] Fu uno spettacolo toccante vedere questi ciechi, questi paralitici, questi muti, questi tisici, questi epilettici che si accalcavano attorno a lui sforzandosi il più possibile di attirare il suo sguardo, e di avere una sua parola».[178] Per beneficiare il più possibile dei suoi carismi, si voleva entrare in relazione con don Bosco, vederlo, se possibile parlargli e toccarlo. Ricevere la comunione dalla sua mano era una grazia ricercata dai fedeli. ‹‹Non sono riuscita a venire da voi», si lamentava una nobile parigina, aggiungendo: ‹‹Domenica scorsa, ho avuto la fortuna di ricevere nostro Signore dalle vostre mani. È la più grande delle grazie...».[179] Nell’impossibilità di incontrarlo personalmente, gli scrivevano. La sua preghiera otteneva tutto da Dio.

I nostri due viaggiatori giunsero a Parigi facendo alcune tappe: Avignone, Valence, Tain, Lyon e Moulins. Scesero alla Gare de Lyon (Parigi) il 18 aprile, verso le sei della sera. In ogni città si erano mobilitati cattolici e curiosi. Si accalcavano nelle chiese per vedere don Bosco, ascoltarlo, e possibilmente parlargli. Dal momento del suo arrivo a Parigi, la stampa trasformò la sua presenza in città in un vero e proprio evento.

Don Rua aveva seguito quest’epopea fin da Torino. Il 28 aprile inviava una lunga circolare agli ispettori, informandoli dell’entusiasmo scatenato dal viaggio di don Bosco in Francia.[180] Questa lettera ci restituisce (per la verità con qualche comprensibile errore di data, che mi permetto di segnalare) i suoi sentimenti durante la prima metà del viaggio a Parigi. Dopo aver riferito di tre guarigioni, ‹‹miracolose» attribuite a don Bosco, la circolare continuava:

[...] Questi fatti miracolosi destarono tale entusiasmo e venerazione per la persona del nostro superiore e padre D. Bosco, che la folla veramente numerosa, lo seguiva ovunque sapessero che egli doveva andare, e si giunse persino a tagliar dei pezzettini della sua sottana per tenerli quali reliquie preziose. La domenica 8 aprile D. Bosco si trovava a Fourvière, celebre santuario sopra una collina a breve distanza da Lione, frequentatissimo, e luogo di grande devozione a Maria SS.ma. Tanta era la folla colà accorsa per vederlo e riceverne la benedizione, che la chiesa in cui egli assisteva ai divini uffizii e tutta la piazza d’intorno ne rigurgitava. Fu mestieri che dopo l’uscita D. Bosco desse dalla finestra dell’abitazione del Rettore la benedizione per coloro che non avevano potuto entrar in chiesa. Martedì 10 aprile nella chiesa parrocchiale di S. Francesco di Sales in Lione, era tanta la folla colà accorsa per udire la messa del Sig. D. Bosco, vederlo e riceverne la benedizione, che per precauzione, onde potesse poi uscir di chiesa, eransi dovute chiudere le porte della sacrestia. All’indomani una folla ancor più compatta accorsa per lo stesso fine nella parrocchia più importante di quella città, sotto il titolo di Ainay, si accostò eziandio ai SS. Sacramenti e la distribuzione della SS. Comunione durò a lungo assai. Dopo la S. Messa il Sig. D. Bosco dovette durar fatica, ed impiegar non breve tempo per poter far ritorno alla sacrestia a deporre i sacri paramenti. Tutti volevanlo vedere, toccare, aver da lui una benedizione. Il giorno 11 aprile, tenendo un affettuoso e pressante invito, il Sig. D. Bosco recossi a pranzo alla villeggiatura dei seminaristi di Lione.

Eransi tutti radunati colà in numero di circa duecento insieme co’ loro superiori e varie persone rispettabilissime, tra cui mons. Guiol [il Rettore della Facoltà cattoliche di Lione, che riceveva don Bosco in casa sua]. L’accoglienza a D. Bosco fu cordiale e magnifica ad un tempo, per parte del Rettore, dei superiori e dei seminaristi. Pranzarono tutti insieme in un vastissimo refettorio, e verso la fine, pregatone da tutti a grande istanza, D. Bosco indirizzò ai chierici alcune parole di consiglio e di incoraggiamento, che furono accolte con religiosa attenzione e seguite da fragorosi unanimi applausi. Visitò pure a grande loro consolazione la casa delle monache del S. Cuore di Gesù.

In Lione D. Bosco tenne due conferenze: la prima ai membri di una associazione geografica, la seconda in una sala privata [si trattava dell’opera dei laboratori Boisard, a la Guillottière].

Lunedì 23 [errore, si trattava del lunedì 16 aprile] partiva da Lione per Moulins per riposarsi almeno un giorno dalle gravi fatiche e martedì 25 giungeva a Parigi ed attendevanlo ragguardevolissime persone sia ecclesiastiche che secolari, bramose di vederlo, parlargli, ed avere da lui una parola or di consiglio ed ora di conforto. Molti si disputavano eziandio l’onore di ospitarlo, e nell’impossibilità di ciò avere fecero almeno promettere dal Sig. D. Bosco una visita, stimando la presenza di lui nella propria casa quale una vera benedizione del Signore ed una grande fortuna.

Domenica 29 aprile terrà conferenza ai Cooperatori salesiani in una delle chiese più centrali e più belle di Parigi chiamata la Maddalena, e speriamo che il Signore lo vorrà assistere onde abbia a produrre ubertosi frutti d’eterna salvezza.

In tutti i viaggi ed in mezzo a tante faticose occupazioni, il Signore conserva al carissimo nostro superiore una assai buona sanità, ma è tanto il lavoro cui deve attendere, che il segretario scrive, non basterebbero a ciò altri due in suo aiuto.

Prega dunque e fa pregare molto per D- Bosco, senza dimenticare il tuo, ecc.

Mentre firmava la circolare, don Rua probabilmente era già deciso a raggiungere don Bosco a Parigi, per aiutare il segretario Camille de Barruel, che si diceva oberato dalla corrispondenza. Di fatto ginse presso la contessa di Combaud la mattina di mercoledì 2 maggio e, davanti al cumulo di posta accatastata sulla scrivania di don Bosco, capì immediatamente cosa ci si aspettava da lui. ‹‹Non puoi avere idea della montagna di lettere che sono qui in attesa di risposta ­ scriveva lo stesso giorno al direttore dell’Oratorio di Torino ­. Sarebbero necessarie non tre, ma sei o sette segretari. Fortunatamente c’è un bravo religioso che si è messo a nostra disposizione».

Don Rua non esagerava. Incontriamo la stessa osservazione due giorni più tardi, nell’articolo di un corrispondente del giornale La Liberté. Al momento della sua visita a don Bosco in palazzo Combaud, egli era stato indirizzato verso colui che chiamava il suo ‹‹segretario generale», cioè il nostro don Rua, ‹‹che è un uomo dai tratti tipicamente italiani»: ‹‹Non abbiamo mai visto tante lettere arrivate in un solo giorno, scriveva il giornalista. Formavano una pila sulla scrivania e sotto c’era il mucchio di quelle che erano già state aperte. Tra i fogli sparsi si vedevano i tratti sottili che rivelano una calligrafia femminile. Il segretario generale annotava di suo pugno ogni lettera che sembrava meritare risposta. L’appoggiava poi sul pacco di fronte a lui. Quante lettere! Quante lettere!».[181]

A Parigi don Rua catalogava e, se era il caso, rispondeva. Vi passò probabilmente diverse notti di lavoro. Rimarrà vicino a don Bosco fino al suo ritorno a Torino, verso la fine di maggio. Lo accompagnò dunque a Lille tra il 5 e il 14, tornò a Parigi con lui fino alla partenza definitiva dalla città il 26. Poi lo seguì a Reims dove, tra un treno e l’altro, Léon Harmel gli aveva dato apppuntamento in una chiesa. Continuarono il viaggio fino a Dijon, qui si fermarono tra il 26 e il 29. Fecero ancora una breve sosta presso il conte de Maistre a D�� il 29 e il 30. Infine lasciarono la Francia la sera di quel giorno e arrivarono all’Oratorio di Torino il 31 maggio, verso le 9 del mattino.

Conosciamo tutti i movimenti di don Bosco nel corso di quelle settimane: le sue messe nelle chiese, nei conventi e negli oratori privati, le conferenze, gli esiti della raccolta di elemosine, le sue visite ai malati nelle infermerie e negli ospedali, le udienze, i pranzi con le autorità ecclesiastiche e civili, i banchetti offerti in suo onore (come a Lille), le uscite da Lille a Roubaix o da Parigi a Versailles. Don Rua rimaneva sempre nell’ombra.

Il giorno stesso dell’arrivo a Torino, don Rua redasse una circolare ai direttori delle case in cui scriveva: ‹‹Con l’aiuto di Dio, il nostro caro Padre è rientrato sano e salvo, di ritorno da un lungo viaggio di ben quattro mesi: un viaggio che fu una testimonianza continua di affetto e di venerazione dei buoni Francesi nei suoi riguardi e nei riguardi della Società Salesiana». Invitava dunque a rendere grazie al Signore e alla Vergine e allegava alla circolare una copia del sogno fatto da don Bosco nella notte del 18 gennaio. In esso il defunto don Provera affidava a don Bosco una serie di raccomandazioni per i Salesiani e i loro allievi.[182]

Don Rua continuava dunque a tenersi in disparte, sistematicamente all’ombra di don Bosco. Ma quest’uomo umile impressionava. Ecco il ritratto che ne tracciò durante il viaggio, un acuto testimone: ‹‹Di media statura, pallido, il viso scarno, l’occhio vivo, don Rua è il tipico italiano distinto e diplomatico. La sua voce è dolce, il sorriso furbo, mitigato da una grande benevolenza. Ci è stato dato di passare molte ore con lui e siamo usciti affascinati da questa conversazione, dove alla bonomia italiana si unisce una conoscenza approfondita dell’animo umano. È un grande carattere».[183]

Il 27 maggio i due viaggiatori erano stati al Carmelo di Digione, dove don Bosco, celebrata la messa, si recava nell’infermeria per benedire la madre priora molto ammalata. Nel 1933, una carmelitana testimonierà: ‹‹A cinquant’anni di distanza io veggo ancora don Bosco calmo, raccolto, simile a uno che viva più in un altro mondo che non in questo [...]. Don Rua ci fece l’impressione di un santo in maniera diversa, un altro Luigi Gonzaga».[184]

Con don Bosco a Frohsdorf

Per capire il contesto dell’inatteso e fulmineo viaggio fatto da don Bosco e da Rua verso metà del mese di luglio, in Austria, a Frohsdorf, presso il conte di Chambord, pretendente legittimista al trono di Francia col nome di Enrico V, attingiamo alla relazione di don Rua stesso.[185]

Verso il termine del mese di giugno 1883 cadde pericolosamente infermo il conte di Chambord, su cui sono, dopo Dio, appoggiate le speranze dei cattolici francesi per la riordinazione degli affari politici e religiosi in quella generosa nazione. Appena se ne sparse la notizia da tutte parti della Francia si spedirono lettere e telegrammi a D. Bosco affinché pregasse e facesse pregare Maria Ausiliatrice per l’augusto infermo. Erano a centinaia ogni settimana le lettere che gli arrivarono in tal senso. Anche da Frohsdorf il fiore della nobiltà francese che forma la sua piccola corte mandò lettere e telgrammi per impegnare D. Bosco a pregare e far pregare per lui, facendo chiaramente intendere la piena fiducia che nutriva il conte nella protezione di Maria Ausiliatrice pregata da D. Bosco e da’ suoi allievi. Si rispondeva a quanti si poteva assicurando preghiere e comunioni al fine di ottenere la guarigione del Principe se ciò non era contrario al bene dell’anima sua.

Il giorno ... del mese di luglio si ricevette un telegramma proveniente da Neustadt, firmato Abbé Curé, con risposta pagata per venti parole. In esso si faceva calda istanza a D. Bosco di portarsi a Frohsdorf che l’infermo desiderava vivamente una sua visita. Essendo D. Bosco sovraccarico di affari e non troppo bene in sanità, si dovette, sebbene con rincrescimento, rispondere che non gli era possibile per allora d’intraprendere tale viaggio. Il telegramma andò smarrito, e la lettera fu ricapitata. Il principe al sentire che D. Bosco non poteva venire per allora non si perdette di speranza di averlo presso il suo letto qualche giorno. Poco dopo telegrafando all’ottimo conte Giuseppe du Bourg di Tolosa, personaggio devotissimo alla causa della Religione e della sovranità di lui, mentre l’invitava a ritornarsi da lui, gl’imponeva di passare a Torino, prendere D. Bosco e condurglielo.

Joseph du Bourg, del partito monarchico, amico dei de Maistre, aveva ospitato don Bosco a Tolosa, nel 1882.[186] Fece la sua puntata a Valdocco il 13 luglio, ma non ebbe partita facile: ‹‹Questo buon Padre mi accolse con il suo sorriso delicato e benevolo ­ racconterà. Dopo aver risposto a tutte le sue domande a proposito dei miei, gli esposi l’oggetto del mio viaggio e della mia visita. Senza esitare mi spiattellò un no, che indicava che si era già fatto un’idea sulla questione. Allora mi spiegò che il suo viaggio in Francia gli aveva tolto tutte le forze; che da quando era tornato era molto malato e incapace di far fronte alle sue faccende; e poi che le sue gambe si rifiutavano di camminare. Gli sembrava di avere al loro posto due macchine rimbalzanti ed inerti». ‹‹Del resto ­ aggiungeva ­ che ci andrei a fare in quel castello? Non è un posto per don Bosco. A pregare per il principe? Lo faccio già e lo faccio fare a tutta la Congregazione. Se il buon Dio vuole intervenire per la salute del Principe, lo farà. Ma quanto a don Bosco, non può fare altro che pregare; e lo fa a Torino come lo farebbe laggiù».

Il suo interlocutore era ‹‹costernato», ma non si diede per vinto. Insistette talmente che don Bosco accettò il viaggio. Sarebbe andato a Frohsdorf con don Rua.

Altra seccatura: bisognava assolutamente partire la sera stessa. A Valdocco si rassegnarono. Il viaggio, dapprima attraverso l’Italia del Nord poi in Austria, la mattina del 14 luglio fu reso difficile da un ritardo causato dalla mancata coincidenza alla stazione di Mestre, presso Venezia. Il treno espresso per Vienna era partito da tre quarti d’ora. I nostri viaggiatori dovettero rassegnarsi a prendere un omnibus con interminabili fermate. In queste condizioni impiegarono ventiquattro ore per arrivare alla stazione di Wiener-Neustadt, all’alba della domenica 15 luglio, dopo due notti e un giorno di ferrovia.

Tuttavia ‹‹il tempo passò piuttosto in fretta grazie alle interessanti conversazioni dei miei due compagni di viaggio ­ scrisse Joseph du Bourg. Durante le lunghe soste del nostro treno, feci inutili tentativi per portarli a mangiare qualcosa. Don Rua, verso le due del pomeriggio, fece bisboccia con due uova e un benedicite come dessert. Nel frattempo, don Bosco esercitava le sue gambe di gomma, il nostro caro pover’uomo! Passeggiando in lungo e in largo sotto il portico della stazione, con le braccia incrociate dietro la schiena. La sua tonaca attirava l’attenzione della brava gente; infatti in tutta l’Austria, fuori di casa, i preti indossano lunghe redingote e cappelli neri a cilindro. Non mi stupisco che, con tali diete, questi due religiosi siano magri come dei cuculi; ma sono santi, cosa che compensa tutto! ­ Quanto a me, le preghiere di don Bosco mi hanno risollevato il morale; mangiai per quattro».[187]

Una vettura condusse velocemente i nostri viaggiatori dalla stazione di Wiener-Stadt al castello di Frohsdorf. Il principe costretto a letto ricevette don Bosco dopo che ebbe celebrato la messa. Appena fu uscito, chiamò du Bourg: ‹‹Mio caro, ve lo dico subito, sono guarito. Non ha voluto dirmelo: ma l’ho capito bene; me la caverò anche questa volta». Du Bourg era al settimo cielo. Poi: ‹‹È un santo. Sono ben felice di averlo visto. Vi incarico di ordinare che si mettano due piatti per questi due religiosi al tavolo di mia moglie».[188] Poiché quel giorno, 15 luglio, era la ricorrenza di sant’Enrico, onomastico del conte di Chambord, il seguito fu autorizzato a fargli gli auguri, sfilando davanti al letto. Il cappellano del castello che in tale circostanza chiudeva il gruppo, ci riferisce che il conte gli rivolse queste parole: ‹‹Volevo vedervi in questi giorni, ma sono così stanco. Ed aggiunse, parlando di don Bosco e del suo compagno don Rua: ­ Don Bosco sostiene che non è lui il vero, ma che è l’altro. E visto che io non capivo: ­ Sì, ripeté, non è lui che fa i miracoli ma il suo compagno, anche lui un santo».[189]

Durante i due giorni trascorsi da don Bosco e don Rua nel castello, il conte di Chambord sembrò riprendersi. Don Bosco lo lasciò facendogli promettere di fare una visita alla chiesa di Maria Ausiliatrice, se continuava a migliorare. I nostri due santi viaggiatori lasciarono Frohsdorf il 17 luglio. E questa volta salirono su un rapido che li ricondusse ben presto a Torino.

Come degna conclusione di questo storico viaggio, don Rua si affrettò a scrivere alla contessa Marie-Thérèse de Chambord a nome di don Bosco, per ringraziarla dell’accoglienza sua e del marito. Le indirizzava contemporaneamente alcune lettere collettive degli studenti e degli artigiani, con le loro ferventi preghiere per la salute del conte. Molto commossa, la contessa gli rispose:

Molto Reverendo Don Rua!

La di Lei lettera mi andò dritta al cuore, la lessi subito al caro mio malato che ne fu commosso, ed ambedue ringraziamo Lei ed il caro nostro Don Bosco di ogni Loro parola. Fu una grande consolazione per mio marito e per me di ricevere la di Lui benedizione, ed il sapere quante anime pure ed innocenti pregano per la guarigione del mio tanto caro ed amato ammalato!

Grazie a Dio, sebbene lentamente, pure si scorge ogni giorno un miglioramento progressivo, malgrado le piccole crisi che ancora vanno venendo, però sempre dileguandosi poi, e ridonando la speranza di una completa guarigione, che, come disse anche Don Bosco, colla pazienza si otterrà. Ringraziamo anche ambedue per le così espansive e care lettere scritteci dai figli dell’Oratorio di Don Bosco, dai giovani studenti ed artigiani; e mio marito m’incarica espressamente, ed appunto nel momento che sto scrivendole, di pregare il caro Don Bosco di continuargli le Sue sante orazioni nelle quali confida tanto.

La memoria di quei due giorni che Don Bosco con Lei, ottimo Don Rua, passava qui tra noi, ci rimarrà sempre carissima. Godo che il loro viaggio siasi passato così felicemente; e non mi sorprende, perchè due anime buone e sante come Loro dovevan essere accompagnate in modo speciale dai Loro Angioli Custodi.

E, qui finisco, rinnovando al caro Don Bosco ed a Lei le assicurazioni della nostra gratitudine e sincera affezione, colle quali mi dico di cuore,

Sua obbligatissima Maria Teresa, contessa di Chambord.

Frohsdorf, 29 luglio 1883.

Mio marito m’incarica di un affettuoso saluto speciale da parte sua per Lei.[190]

 

12 ­ DON RUA VICARIO GENERALE DI DON BOSCO

L´intervento di Leone XIII

L’inizio del 1884 era stato funesto per don Bosco, indebolito per i viaggi dell’anno precedente. A 68 anni, non era poi così vecchio. Ma gli si attribuiva a ragione una salute molto fragile. Le fatiche, i problemi, le sofferenze morali avevano fatto a pezzi il suo fisico. Il medico poté affermare che, ‹‹dopo l’anno 1880 circa, l’organismo di don Bosco era quasi ridotto ad un ambulatorio patologico ambulante».[191]

Il 31 gennaio, dopo colazione, si recò al noviziato di San Benigno, dove si celebrava la festa patronale di san Francesco di Sales. La sua debolezza impressionò il maestro Giulio Barberis. Nella buonanotte del 1° febbraio ne parlò ai novizi, dicendo che gli sembrava giunto il momento di promettere qualcosa di straordinario al Signore perché continuasse a mantenere quel sant’uomo sulla terra. Allora, racconta don Barberis, un giovane di ventiquattro anni di nome Luigi Gamerro offrì la sua vita per don Bosco. Il suo sacrificio fu accolto, ed egli morì dopo qualche giorno.[192]

In febbraio una bruttissima bronchite capillare fece temere per la vita del santo. Si riprese un poco. Ma il suo stato di salute ben presto peggiorò. Il papa in persona ne fu seriamente preoccupato.

Il 9 maggio don Bosco si trovava a Roma, in compagnia di don Lemoyne, per tentare di ottenere i ‹‹privilegi» che avrebbero facilitato il governo della Società Salesiana. Finalmente, dopo aver atteso a lungo un invito formale, venne ricevuto da Leone XIII. Il papa, senza venir meno a quell’aria di superiorità che lo caratterizzava, fu di un’estrema affabilità nei suoi confronti. E, impressionato dalla sua debolezza, lo invitò con forza a riposarsi e a far lavorare altri per poter recuperare le forze. ‹‹Voi siete di sanità male andata; avete bisogno di aiuto, di essere assistito; bisogna che vi mettiate al fianco persona che raccolga le vostre tradizioni, che possa far rivivere tante cose che non si scrivono, o, se si scrivono, non s’intenderanno come devono essere intese».[193]

Il cardinale Nina, protettore dei Salesiani, era della stessa opinione. ‹‹Don Bosco vuole fare troppo», avrebbe detto il papa in quell’occasione. Secondo l’autorità ecclesiastica dunque, nel 1884 don Bosco non appariva più in grado di reggere da solo l’incarico di Superiore Generale dei Salesiani. Avrebbe potuto morire da un momento all’altro. Che ne sarebbe stato allora della Società che aveva fondato? Non si identificava forse pericolosamente con essa? La saggezza imponeva di pensare al suo ritiro, almeno parziale, e alla sua successione.

In settembre il pericolo sembrò imminente. Domenica 14, mentre si svolgevano gli esercizi spirituali a Valsalice, don Bosco dovette bruscamente ritornare a Valdocco, in quanto il gonfiore delle gambe lo obbligava a stare sdraiato. Il segretario don Lemoyne pensava si trattasse di una crisi di risipola, ma l’edema degli arti inferiori avrebbe potuto essere causato anche dall’anemia, da una debolezza cardiaca o da una malattia polmonare. In ogni caso i suoi lo giudicarono spacciato. Venerdì 19, il Capitolo Superiore presieduto da don Rua, all’inizio della seduta pose non solo il problema della sua prossima fine, ma anche dei funerali e della sepoltura.[194] Secondo il verbale, ‹‹don Rua disse che data la malattia di don Bosco, non bisogna tralasciare di riflettere su una dolorosa eventualità. Sarebbe opportuno pensare ai funerali, il modo di organizzarli, di pensare anche al luogo della sua sepoltura. Si potrebbe chiedere al governo il permesso di seppellirlo nella chiesa dell’Oratorio». Don Bosco, da parte sua, prevedeva lucidamente l’approssimarsi della fine. Aveva iniziato a scrivere un testamento spirituale agli inizi dell’anno 1884, a settembre concluse la seconda parte, nella quale parlava serenamente della sua morte.[195]

Nel corso di quelle settimane oscurate da cupe previsioni, giunse al cardinale arcivescovo di Torino Gaetano Alimonda ­ grande amico di don Bosco, a differenza del predecessore ­ una lettera di mons. Domenico Jacobini, segretario della Congregazione per la Propagazione della Fede, a nome di Leone XIII. La prima parte della lettera riguardava don Giovanni Cagliero, la seconda il ritiro e la successione di don Bosco. Per il bene del suo Istituto, il papa faceva chiedere a don Bosco, tramite il cardinale, di designare o un successore ­ cosa che equivaleva alle dimissioni dalla sua caraica di Superiore Generale ­ o un vicario con diritto di successione. Ecco questo importante documento:

Sua Santità in questa occasione mi ha ordinato di scriverle sopra un altro oggetto interessantissimo. Egli vede che la salute di don Bosco deperisce ogni giorno e teme per l’avvenire del suo Istituto. Vorrebbe dunque che V. Eminenza con quei modi che sa sì bene adoperare parlasse a don Bosco e lo facesse entrare nell’idea di designare la persona che egli crederebbe idonea a succedergli, ovvero a prendere il titolo di suo vicario con [diritto di] successione. Il santo Padre si riserverebbe a provvedere nell’uno o nell’altro modo secondo crederebbe più prudente. Brama però che V. E. faccia subito questo, che riguarda così da vicino il bene dell’Istituto.[196]

Pare che il cardinale si sia recato da don Bosco la sera del 10 ottobre, giorno in cui gli giunse il messaggio. È verosimile. Durante la riunione del Capitolo Superiore del 23 ottobre, don Bosco comunicò ai confratelli i desideri di Leone XIII e li interrogò sul da farsi. Il Capitolo lo invitò a designare egli stesso il suo vicario-amministratore e a comunicarlo al papa, il quale avrebbe approvato certamente la sua decisione. Don Bosco optò per il nostro don Michele Rua che, tuttavia, non sarebbe diventato immediatamente Superiore Generale, ma solo suo vicario. Poiché preferiva la seconda soluzione proposta da Leone XIII, non pensando ancora ad un ritiro totale. Non sembra che gli fosse venuto in mente altro nome per succedergli alla testa della Congregazione Salesiana. La sua risposta al papa fu consegnata al cardinale Alimonda che, tramite il cardinale-protettore Nina, la trasmise il 27 novembre seguente.[197]

Nel frattempo, Leone XIII aveva espresso i suoi sentimenti a don Giovanni Cagliero nel corso di un’udienza il 5 novembre. L’aveva preconizzato vescovo, nominandolo vicario apostolico della Patagonia settentrionale e centrale. Dopo avergli parlato della sua missione, si disse preoccupato per l’opera di don Bosco, quando il fondatore fosse venuto a mancare. ‹‹È vecchio», osservava abbassando il capo in maniera significativa. Bisognava dunque pensare a raccogliere con cura la sua eredità spirituale per conservarla e trasmetterla inalterata. Senza di che lo sviluppo della Società si sarebbe presto bloccato. Non c’era tempo da perdere. Finché il fondatore era ancora in vita, si sarebbe potuto conoscere più facilmente lo spirito dell’Istituto. ‹‹Per questo ci vuole un vicario capace», concluse il sovrano pontefice.

L´ufficializzazione del titolo di vicario generale

Nel corso del 1885, don Rua continuò a compiere il suo ufficio di prefetto generale, inviando lettere mensili ai direttori delle case salesiane. Il nuovo direttore dell’opera di Parigi, Charles Bellamy, godeva della sua particolare sollecitudine: tra gennaio e dicembre di quell’anno gli inviò sedici lettere.[198] Don Rua chiedeva ai direttori di comunicare i risultati degli esami semestrali dei chierici, raccomandava i ritiri spirituali degli allievi, dava notizie di don Bosco o del viaggio dei missionari. In aprile don Bosco lo inviò in visita straordinaria alle case dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice dell’Italia centrale e della Sicilia. Fu accolto molto bene. Non si comportò da ispettore pignolo preoccupato delle strutture, come aveva fatto nel 1874-1876 per le opere del Piemonte e della Liguria. Questo compito ora toccava all’ispettore locale. Gli stava a cuore essenzialmente di verificare se le opere svolgessero la loro funzione educativa nei confronti degli allievi interni ed esterni, come si costata dagli appunti superstiti della visita alle opere di La Spezia e di Lucca.[199]

La visita in Sicilia avenne in un brutto momento. L’arrivo dei Salesiani a Catania, dato come imminente, inquietava gli anticlericali del luogo. La Gazzetta di Catania si era impadronita di una recente vicenda per mettere in guardia la popolazione. Una ragazza accolta dalle suore Salesiane nella casa di Bronte, poi inviata nella casa madre di Nizza Monferrato, aveva manifestato disturbi mentali. Dopo un breve periodo in un ospedale psichiatrio di Torino, era stata restituita alla famiglia. La piccola folle, irritata da questa trafila, aveva diffuso pettegolezzi che vennero amplificati da un giornalista de La Gazzetta. Ne uscì una tragedia ambientata nel mondo delle religiose, con scene rocambolesche. Ci si prendeva gioco delle ‹‹figlie di don Bosco» e ci si scatenava contro coloro che avevano affidato a queste ‹‹iene travestite da pecore» la direzione del collegio delle ragazze di Bronte. Quando arrivò don Rua l’agitazione era al massimo. Egli procedette con calma, raccolse le informazioni e redasse una relazione puntuale e documentata all’attenzione della Gazzetta. Questa continuò la sua campagna come se nulla fosse. Fu necessario che il giornale clericale L´Amico della Verità pubblicasse il rapporto di don Rua nel numero del 27 aprile perché Catania ci vedesse chiaro.[200]

Don Rua rientrò a Torino con sentimenti contrastanti sull’opera di Magliano Sabina, presso Roma. Il Capitolo Superiore affrontò la questione durante nella riunione del 12 giugno 1885. Don Bosco voleva che i Salesiani si ritirassero. Don Rua e gli altri membri del Consiglio erano di parere contrario a causa delle prevedibili reazioni delle autorità romane. Lo scontro fu evidente. E don Bosco concluse: ‹‹Fate come volete», e predisse una possibile ‹‹catastrofe», che avvenne di fatto qualche anno più tardi. I Salesiani dovranno allora abbandonare l’opera.

Durante questi mesi, don Bosco sempre presente, riconosceva tuttavia di non poter assolvere da solo il suo compito. Notava solo che qualora se lo fosse assunto don Rua, avrebbe potuto dedicarsi alla ricerca di fondi presso i benefattori con lettere o, meglio, con visite.[201] Ma tardava ad ufficializzare il titolo di vicario generale per colui che continuava ad essere solo il suo prefetto. Probabilmente gli riusciva difficile immaginare che la Congregazione potesse gravitare attorno ad un altro centro. Quest’altro, così diverso da lui, non ne avrebbe alterato un po’ l’immagine? Il passo fu compiuto solo il 24 settembre 1885, nel corso di una seduta storica del Capitolo Superiore, che approvò la procedura che faceva di don Rua il suo vicario e successore.

Don Bosco aveva due cose da dire quel giorno.[202] La prima riguardava la sua persona, ormai sfinita e la necessità di essere sostituito da un’altro. La seconda interessava il vicario generale che si sarebbe occupato dei compiti fino a quel giorno da lui svolti e di tutto ciò che avrebbe contribuito al buon andamento della Congregazione. Era persuaso che, nel trattare gli affari, avrebbe accettato volentieri il suo parere e non avrebbe cercato che il bene della Società Salesiana, di modo che alla sua morte niente sarebbe cambiato. Il vicario doveva fare in modo che le tradizioni a cui la Società era legata fossero mantenute intatte. Il santo Padre l’aveva caldamente raccomandato. Le tradizioni differiscono dalla Regola, specificava don Bosco: esse insegnano come comprenderla e praticarla. Bisognava fare in modo che le tradizioni fossero mantenute dopo di lui e fossero trasmesse tali e quali ai successori.

Il mio vicario generale nella Congregazione sarà don Michele Rua, continuava don Bosco. È il pensiero del santo Padre che mi ha scritto per mezzo di monsignor Jacobini. Poiché egli desiderava dare a don Bosco tutto l’aiuto possibile, mi chiedeva chi sembravami tra i nostri confratelli atto a far le mie veci nella direzione suprema della Pia Società Salesiana. Io ringraziando il santo Padre della sua benevolenza risposi proponendo a mio vicario don Michele Rua, perché anche in ordine di tempo è uno dei primi della Società, perché da molti anni esercita in gran parte questo uffizio e perché in fine questa nomina avrebbe incontrato il pieno gradimento di tutti i confratelli. E il santo Padre, or sono poche settimane, per mezzo dell’amatissimo nostro arcivescovo, si degnava significarmi che questa proposta era di tutto suo gradimento. Perciò, o carissimi figliuoli, dopo aver pregato per molto tempo il Dator d’ogni bene, dopo aver invocato i lumi dello Spirito Santo e la speciale protezione di Maria Ausiliatrice e del nostro Patrono san Francesco di Sales, valendomi della facoltà concessa dal supremo Pastore della Chiesa, nomino mio vicario generale D. Michele Rua, attualmete prefetto della nostra Pia Società. Da qui innanzi pertanto egli farà le mie veci nel pieno ed intero governo della nostra Pia Società, e tutto ciò che posso far io, potrà farlo anch’egli con pieni poteri in tutti gli affari pubblici e privati, che ad essa Società si riferiscono e su tutto il personale, di cui la medesima si compone [...]. In conseguenza poi di questa elezione vi rendo noto che, valendomi delle facoltà che mi attribuiscono le nostre Regole nomino prefetto della Pia Società Salesiana don Celestino Durando, esonerandolo dall’ufficio di consigliere scolastico [....]

Don Bosco terminava chiedendo al segretario del Capitolo di redigere la circolare che avrebbe annunciato a tutte le case della Congregazione la nomina di don Rua a vicario generale. Una volta stampata, questa circolare riportava la data del successivo 8 dicembre.[203] E don Bosco programmò accuratamente la sua diffusione.

All’Oratorio, l’8 dicembre, don Bosco solennizzò la nomina. Ci tenne ad essere presente a tavola nel refettorio della comunità, cosa che non faceva più da qualche tempo, per la difficoltà a salire e scendere le scale. Gli capitava molto raramente di presiedere alla benedizione col Santissimo Sacramento; quel giorno lo fece. Gli assistenti montarono sui banchi per vederlo, mentre avanzava lentamente dalla sacrestia. In serata, tenne una conferenza ai Salesiani nel coro della chiesa di Maria Ausiliatrice, come aveva abitudine di fare ogni anno in quella data. Prima di prendere la parola, fece leggere a don Francesia, ispettore delle case del Piemonte, la circolare della nomina. Non la commentò ma esaltò la bontà della Madonna che benediceva e proteggeva l’Opera salesiana. Fu una retrospettiva delle vicissitudini dell’Oratorio, partendo dalle origini. Il confronto tra il passato e il presente metteva in evidenza il lungo cammino percorso e faceva ben sperare per l’avvenire.

Il 9 dicembre, la circolare venne spedita agli altri tre ispettori d’Europa e ai due d’America. Per l’intera famiglia salesiana, don Michele Rua era ormai a pieno diritto il vicario generale di don Bosco, ed era ritenuto il suo successore designato. La nomina fu accolta non solo favorevolmente, ma con entusiasmo, come testimoniano alcune lettere dalla Francia e dall’America, conservate negli archivi salesiani. Citiamo qui soltanto la risposta da Parigi di Charles Bellamy, datata 15 dicembre 1885. Egli scriveva a don Rua: ‹‹Il giorno dell’Immacolata Concezione è sempre stato un giorno di gioia per la nostra Pia Società. Quest’anno la nostra buona Madre ci ha fatto il dono di una notizia che è stata accolta da tutti i Salesiani come il più prezioso, il più caro, il più desiderato dei regali, voglio dire la sua nomina ufficiale al duro ma anche dolce incarico di essere Padre della nostra Pia Società. Oh! Come abbiamo reso grazie di ciò alla Madonna e come abbiamo promesso con tutto il cuore di essere per lei, come per il carissimo don Bosco, figli obbedienti e zelanti!».

Non parliamo dei Salesiani d’Italia, a cominciare dai suoi vecchi compagni. I sentimenti di Giovanni Cagliero, futuro cardinale, esprimono bene quelli di tutti: ‹‹Gli fui compagno nella giovinezza, nel chiericato, nel sacerdozio e da direttore e membro del Capitolo Superiore, e posso assicurare che in tutti questi stadi della mia vita, fu sempre primus inter pares, primo nella virtù, primo nel lavoro, primo nello studio e nel sacrificio, come fu sempre primo nell’amore santo e forte verso don Bosco e verso i giovani; per il bene e sviluppo dei quali era tutto zelo, sollecitudine, e fraterna e paterna carità».[204]

Don Rua aveva 48 anni compiuti. Vent’anni in qualità di prefetto gli avevano impresso un’aria di severità, non spontanea, ma voluta dalla natura dei doveri inerenti a questo compito. Divenuto vicario di don Bosco, se la scrollò di dosso completamente, sforzandosi di imitare dentro di sé il senso di paternità del santo. Il cambiamento fu notevole. Ora i confratelli, che lo stimavano molto, gli manifestarono un affetto filiale. Don Ceria, nella biografia di don Rua, come testimone oculare, lo annota opportunamente in questo passaggio: ‹‹Coloro che non vissero quegli anni, non possono comprendere a pieno il valore di ciò che qui diciamo, non avendo sperimentato che cosa fosse per i Salesiani don Bosco vivente».[205] Teniamolo presente!

Con don Bosco in Spagna

Il 1° marzo 1886, il segretario di don Bosco Carlo Viglietti annotava nella sua cronaca: ‹‹La fame, diceva oggi don Bosco, fa uscire il lupo dalla sua tana. Mi trovo dunque costretto, decrepito e malconcio, a intraprendere un nuovo viaggio e ad andare forse in Spagna. Si parla già del giorno in cui partiremo». Il santo progettava dunque di recarsi in Spagna, paese dove aveva già due fondazioni, Utrera in Andalusia e Sarrià in Catalogna, e dove contava alcuni generosi benefattori.[206]

In verità questo viaggio sembrava impossibile agli intimi di don Bosco, tanto egli appariva estenuato e sofferente. Tuttavia, il 12 marzo, nelle prime ore del pomeriggio, in compagnia del segretario Viglietti, lasciò Torino alla volta della Liguria e della casa salesiana di Sampierdarena. Il viaggio si sarebbe effettuato a piccole tappe, con fermate più o meno lunghe, durante le quali egli avrebbe raccolto elemosine per le sue opere, per la chiesa e per la casa del Sacro Cuore a Roma. Il 16 marzo, proseguendo il viaggio in Riviera, giunsero a Varazze e il 17 ad Alassio; di là passarono in Francia. Giunsero a Nizza il 20; il 27 si trasferirono a Cannes ; il 29 a Tolone e il 31 a Marsiglia.

A Torino erano in dubbio sull’opportunità di continuare il viaggio fino in Spagna. ‹‹Umanamente parlando, visto lo stato di salute di don Bosco, non sarebbe neppure immaginabile», scriveva il 28 marzo don Giuseppe Lazzero a mons. Cagliero. Ma le notizie provenienti dalla Francia lasciavano intendere, al contrario, che questo genere di fatica, con le manifestazioni di folla che don Bosco suscitava, lo rinvigoriva più che indebolirlo. Era nota la sua tenacia. Anche don Rua decise di raggiungerlo a Marsiglia. Il 2 aprile era all’Oratorio San Leone a fianco di don Bosco. Per familiarizzare con lo spagnolo, si portò una grammatica elementare, il libretto Don Bosco y sua obra di mons. Spinola e la traduzione spagnola dell´Imitazione di Cristo. I progressi furono rapidi, visto che, passata la frontiera, se la caverà abbastanza bene con il castigliano.

A Marsiglia don Bosco permise che si prendessero alcune precauzioni per facilitargli il viaggio, ma sarebbe andato a qualunque costo a trovare gli amici oltre i Pirenei. Il 4 aprile Viglietti annunciava a Lemoyne: ‹‹Papà è pieno di coraggio malgrado la sua debolezza fisica...».

Per trattarlo con il massimo riguardo, partendo da Marsiglia il 7 aprile, don Rua decise che il viaggio in territorio francese si facesse in una vettura di prima classe. Così il giorno 8, alle quattro del mattino, don Bosco, Rua e Viglietti giunsero alla stazione spanola di Port-Bou, sulla frontiera con la Francia. Li attendeva il direttore della casa di Sarrià, don Giovanni Battista Branda. Cambiarono treno, per proseguire il viaggio fino a Barcellona in un vagone riservato.

Vennero offerte delle bevande ai viaggiatori. Don Bosco le accettò. Ma don Rua, che voleva rimanere digiuno per celebrare la messa a Barcellona, rifiutò. Durante il tragitto si svolge una conversazione che, accidentalmente, tirava in ballo il nostro don Rua. Il direttore don Branda aveva avuto, il 6 febbraio precedente, una sorta di visione nel corso della quale don Bosco, che stava a Torino, gli era apparso in piena notte sulla porta della camera, gli aveva indicato un coadiutore e due ragazzi colpevoli di atti osceni, poi era andato con lui in giro per i dormitori della casa di Sarrià. Quella notte dunque don Bosco sarebbe stato presente nello stesso tempo a Torino e a Sarrià. Ne fu mai cosciente? A Port-Bou, prendendo posto nel compartimento con don Bosco, Branda si mise ad interrogarlo su questa vicenda. ‹‹Racconta», gli ribattè semplicemente don Bosco, stando alla testimonianza dello stesso don Branda. Ma non ottenne nessun chiarimento, anzi, don Bosco si addormentò. Allora il direttore di Sarrià andò nel compartimento vicino, per raccontare in lungo e in largo la sua storia a don Rua, che la registrò accuratamente.[207] La storia salesiana ufficiale, nella versione di Lemoyne (1913) e di Ceria (1937) non ha mai dubitato della realtà del fatto. Ma per poter affermare che ci sia stata un’autentica bilocazione, come don Branda più volte ha solennemente affermato, sarebbe stato necessario che don Bosco avesse avuto coscienza del suo spostamento. Sfortunatamente per il visionario Branda, non esiste documentazione che egli abbia mai dato l’impressione di un qualche viaggio spirituale da Torino a Barcellona nel febbraio 1886.[208]

In quei giorni don Rua stava per essere il testimone stupito dell’accoglienza riservata a don Bosco dalla città di Barcellona. Nelle stazioni francesi il santo trovava qualche benefattore e amico. A Barcellona fu ricevuto dalle autorità civili e religiose del paese La regina reggente era rappresentata dal governatore della città e l’arcivescovo (in visita pastorale) da un vicario generale. Si erano mosse per l’occasione la dirigenza dell’Associazione Cattolica e diverse personalità. C’era un gran numero di devoti e di curiosi. ‹‹Migliaia di persone, di tutte le categorie sociali, erano confluite verso la stazione per vedere don Bosco», scrisse Ceria, forse con una certa amplificazione. Le delegazioni ufficiali rispettavano un protocollo di priorità. Questo bel mondo si presentava buon in ordine, spiegherà il segretario Viglietti. Si mettevano in evidenza Cooperatori e Cooperatrici facoltosi. Tra loro, la signora Dorotea Chopitea, che ebbe l’onore, invidiato da molti, di accogliere sulla sua vettura don Bosco, don Rua e il chierico Viglietti. Dopo la messa di don Rua e un buon pasto in casa di questa signora, i nostri viaggiatori si recarono nell’Istituto di Sarrià, destinato ad ospitarli durante il soggiorno a Barcellona, tra l’8 aprile e il 6 maggio. Là don Bosco riceverà innumerevoli visitatori, che il più delle volte potrà soltanto benedire a gruppi distinti. Questi devoti e curiosi ripartivano portando con sé medaglie di Maria Ausiliatrice. Egli prese anche parte ad alcuni ricevimenti dati in suo onore in casa di facoltosi privati, in bellissime chiese o in splendidi salotti.

Intanto don Rua si dava da fare con lo spagnolo. Stupiva don Bosco, che gli chiese se aveva imparato solo qualche frase di uso corrente. ‹‹Un po’ di più», gli replicò. ‹‹Bravo, bravo, avrebbe risposto. Mi tirerai fuori d’impaccio spesso». Infatti gli faceva da interprete, quando, per il livello degli interlocutori, non era opportuno che altri Salesiani svolgessero questo compito. Una lettera indirizzata il 9 aprile al confratello Giovanni Bonetti testimonia la sua rapida familiarizzazione con la lingua. Comincia la lettera in spagnolo e poi, dopo un paragrafo, finge di riprendersi: ‹‹Oh! Guarda sono tanto avvezzo a parlare in castigliano che quasi non mi accorgevo che scrivevo in questa lingua a te, che malgrado la tua visita a questa città, non hai potuto prendere molta pratica della lingua, essendo stata assai breve. Per non farti perdere tempo continuerò in italiano». Il prefetto generale don Durando di tanto in tanto indirizzerà alle case salesiane le relazioni del viaggio a partire dalle informazioni fornite dal segretario Viglietti. Il nome di don Rua non appare che in un circolare del 5 maggio. Vi si legge: ‹‹Non bisogna che io dimentichi di darvi notizie eziandio dell’amatissimo don Rua, che in tutto il tempo della dimora di don Bosco nella Spagna gli fu vero vicario e sostegno, in mezzo a tante e svariate occupazioni; nessuna fatica, nessun lavoro lo affrange. Ma ciò che potrà riuscire di meraviglia ad alcuno, sarà il sapere che a numerosa udienza egli ha predicato in lingua spagnola, nella nostra chiesa di Sarrià». Era il 26 di aprile, lunedì di Pasqua.[209]

Don Rua accompagnò sempre don Bosco durante tutte le manifestazioni in suo onore, nella casa di Sarrià e nei suoi spostamenti a Barcellona.[210] Fu al suo fianco il 14 aprile, nel collegio delle Dame del Sacro Cuore; il 15 aprile in occasione della serata in cui la Società Cattolica di Barcellona lo fece membro onorario; il 17 aprile al banchetto offerto da don Narciso Pascual; il 29 aprile al momento della visita al presidente della Banca di Barcellona, Oscar Pascual; il 30 aprile per la conferenza dei Cooperatori salesiani nella chiesa di Nuestra Señora de Belén; il 1° maggio durante la messa di don Bosco nella stessa chiesa; il 2 maggio per il pranzo con l’arcivescovo di Barcellona; il 3 maggio nello splendido ricevimento offerto nella villa di don Luis Martì Codolar; il 4 maggio pomeriggio nelle visite alla famiglia Pons, al collegio dei gesuiti e a un ospedale fondato dalla signora Dorotea Chopitea; il 5 marzo, in occasione dell’incontro colla marchesa di Comillas e di una cerimonia nella chiesa Nuestra Señora de la Merced. Tuttavia, salvo poche eccezioni, la dettagliata cronaca del segretario Viglietti non lo cita. Ricordiamo uno di questi casi.

L’11 aprile don Bosco convocò don Rua, il direttore Branda e il segretario Viglietti e raccontò tra le lecrime un sogno fatto nella notte tra il 9 e il 10. Si trattava di un sogno ‹‹missionario», nel quale il santo vide folle di giovani che gli gridavano: ‹‹Noi ti aspettiamo», e un gruppo guidato da una pastorella che gli indicava Valparaiso del Cile, e oltre monti, colli e oceani, un altro sito che si chiamava Pechino. La pastorella tracciò una linea che andava da Santiago a Pechino, attraverso l’Africa, e disse: ‹‹Ecco, tu hai un’idea esatta di ciò che devono fare i Salesiani». ‹‹Ma ­ esclamò don Bosco ­ come possiamo fare? Le distanze sono immense, i luoghi di difficile accesso e noi non siamo a sufficienza». Gli indicò allora dei punti in India o in Cina per il noviziato delle nuove reclute. I tre ascoltatori, meravigliati, esclanarono a diverse riprese: ‹‹Oh! Maria, Maria!». Il nostro vicario generale registrava ogni informazione che riteneva di origine celeste. Le missioni gli sarebbero sempre state a cuore. Un giorno non esiterà a inviare i suoi discepoli in Africa e in Asia. ‹‹Come ci ama Maria!» aveva esclamato don Bosco, concludendo il racconto. Don Rua ebbe sempre fiducia in quella sorta di premonizione.[211]

Il ritorno dalla Spagna

I nostri tre viaggiatori lasciarono Barcellona il 6 maggio per raggiungere l’Italia a tappe, in nove giorni. Si fermarono successivamente a Gerona, Montpellier, Valence e Grenoble.[212] In queste due ultime città vediamo don Rua passare in primo piano.

A Montpellier, il dottor Combal, consultato sullo stato di salute di don Bosco, non potuto confermato a don Rua e a Viglietti una diagnosi formulata due anni prima a Marsiglia: ‹‹Don Bosco non ha altra malattia che un’estrema prostrazione di forze. Se don Bosco non avesse mai fatto nessun miracolo, io crederei il maggiore di tutti la sua stessa esistenza. È un organismo disfatto. È un uomo morto dalla fatica e tutti i giorni continua nel lavoro, mangia poco e vive. Questo per me è il massimo dei miracoli». Le giornate barcellonesi lo avevano sfinito del tutto.

Così a Valenza, l’11 maggio, don Bosco non fu in grado di tenere la conferenza prevista in cattedrale. Lo sostituì don Rua, che raccontò la storia di Valdocco. Egli ebbe occasione di intervenire anche il 12, a Grenoble sin dall’arrivo in città. Appena usciti dalla stazione i tre viaggiatori scoprirono sulla piazza San Luigi, presso la chiesa omonima, una folla raccolta all’annuncio dell’arrivo del taumaturgo don Bosco. Le strade adiacenti, il piazzale della chiesa traboccavano di gente. Il curato, vestito col rocchetto e circondato dal suo clero, aspettava il santo sulla porta della chiesa. La popolazione fece silenzio e il curato, a voce alta, invitò don Bosco a benedire i parrocchiani per esaudire tutte le loro intenzioni. Don Bosco obbedì volentieri: benedì la folla e si dispose a proseguire la strada verso il vescovado. Ma la sua benedizione generale non aveva appagato la devozione del pubblico. Secondo un’espressione del suo segretario, in piazza San Luigi l’attendeva una ‹‹nuova forma di persecuzione». La gente colta da un sentimento che Viglietti non seppe se chiamare ‹‹entusiasmo» o piuttosto ‹‹furore», si gettò su don Bosco, che don Rua si sforzava di proteggere. Avevano portato oggetti di pietà: crocifissi, medagliette, rosari, che volevano assolutamente fargli toccare. Quelli che non potevano avvicinarsi gli lanciavano a distanza dei rosari sulle spalle, sul collo, sulla testa e sulle braccia. ‹‹Una pia flagellazione», testimonierà don Rua al processo di canonizzazione. I devoti più vicini gli mettevano di forza crocifissi o medaglie sulla bocca. Alla fine si riuscì a fargli largo perché potesse arrivare al seminario maggiore dove avrebbe alloggiato.

L’indomani, 13 maggio, il superiore del seminario propose a don Rua di assicurare ai seminaristi la ‹‹lettura spirituale» di regola, espressione che nel linguaggio sulpiciano traduce ‹‹lezione spirituale» o ‹‹lezione di spiritualità». Un seminarista testimone racconterà la scena: ‹‹Il pio confessore di don Bosco prende per tema l’amore di Dio per noi. Le sue parole ardenti lasciano trasparire un’anima di fuoco. È più una contemplazione che una meditazione. Per il Santo [don Bosco] queste parole diventano un’estasi. Sulle sue guance scorrono grosse lacrime e Messieur Rabilloud [il superiore del seminario], con la sua voce così dolce e coinvolgente, dice ad alta voce: Don Bosco piange! Impossibile esprimere l’emozione che questa semplice parola provoca nelle nostre anime. Le lacrime del Santo sono più eloquenti dei sospiri infiammati di don Rua. Ora siamo commossi fin nel profondo della nostra anima. Abbiamo riconosciuto la santità dal gesto d’amore e non abbiamo bisogno di miracoli per esprimere al Santo la nostra venerazione, mentre andiamo dalla sala degli esercizi al refettorio».[213]

Don Bosco, il suo vicario Rua e il segretario Carlo Viglietti rientrarono a Torino il 15 maggio in serata, per l’apertura della novena in preparazione alla festa di Maria Ausiliatrice. Don Bosco, distrutto dalla fatica, attraversò il cortile della scuola lentamente, molto lentamente, preceduto dalla banda dei suoi giovani, tra due ali di ragazzi. Il viaggio in Spagna lascerà a don Rua il ricordo dell’ultimo trionfo dell’adorato maestro, di cui era divenuto l’umile vicario.

 

13 ­ LA MORTE DI DON BOSCO

Un vicario umile e pio

Don Rua svolse accuratamente e umilmente il suo ruolo di vicario. Nell’agosto 1886, don Bosco gli affidò la presidenza del Capitolo Generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che si teneva a Nizza Monferrato. Gli concedeva le facoltà necessarie per ogni decisione giudicata utile all’interesse dell’Istituto. Nella lettera che gli indirizzò a quello scopo, aggiungeva: ‹‹Coraggio! Il Signore ci ha preparato molti compiti, diamoci da fare per realizzarli. Sono mezzo cieco e la mia salute sta crollando».[214] Don Bosco, che non poteva far altro che pregare, si appoggiava con tranquillità al suo vicario.

Don Bosco, in settembre, presenziò a Valsalice al Capitolo Generale dei Salesiani, che riuniva tutti i direttori delle case. Ma ­ ed è questa una novità ­ con lettera aveva ufficialmente invitato ‹‹don Rua Michele, vicario generale della Congregazione», a ricevere in sua vece il rendiconto spirituale di ciascuno dei membri del Capitolo.[215] Don Rua intervenne due volte nel corso dei lavori. Nella seduta di apertura lesse il regolamento capitolare. Nelle battute finali, comunicò ai capitolari dodici impegni per i direttori, voluti probabilmente da don Bosco stesso, ma improntati al rigore tipico dell’antico prefetto generale, in materia di osservanza della povertà, della vita comunitaria e della formazione dei giovani Salesiani educatori.[216]

Don Rua praticava all’estremo la povertà che raccomandava. Amadei, suo contemporaneo, afferma che quando, attraversando il cortile dell’Oratorio, gli capitava di raccogliere un pennino nuovo, lo mostrava dicendo: ‹‹Ecco che ho trovato da scrivere per alcuni mesi!».[217] Uno dei suoi giovani segretari dell’epoca, Antonio Dones, racconterà che don Rua lo pregò più di una volta di portare dai sarti o dai calzolai vesti o scarpe sue da aggiustare, dicendogli però di passare prima dal prefetto, per farsi fare il biglietto regolamentare. Quando questi gli fece notare che il vicario di don Bosco poteva farne a meno, replicò: ‹‹Niente affatto: solo il prefetto può dar ordini nei laboratori».[218]

Ce ne voleva per sottrarlo alla meditazione quotidiana. Don Alessandro Lucchelli (1864-1938) racconterà al processo apostolico: ‹‹Il suo comportamento era ammirevole. Esteriormente sembrava che questa mezz’ora non fosse che un colloquio intimo della sua anima con Dio. Nessun accadimento poteva fargli abbandonare il suo atteggiamento profondamente devoto. ‹‹Il mattino del 23 febbraio 1887 ­ primo giorno di quaresima ­ stavamo facendo la meditazione in chiesa (io ero lettore). La scossa di un terremoto e l’enorme fragore furono tali che ci sembrava che la cupola di Maria Ausiliatrice crollasse. Tutti fuggimmo all’esterno. Solo don Rua rimase, immobile al suo posto, tra lo stupore di chi lo poté vedere».[219]

A Roma per la consacrazione della chiesa del Sacro Cuore

Don Bosco desiderava essere presente alla consacrazione della chiesa del Sacro Cuore a Roma, per la quale aveva tanto penato. Il 20 aprile 1887 partì per la capitale, a brevi tappe, in compagnia di don Rua e di don Viglietti. Arrivarono a destinazione il 30. Don Bosco era spossato, ma lo era anche don Rua che, un mattino, mentre si preparava a celebrare la messa, perse conoscenza e dovette stendersi su un letto. Ma, si riprese subito con tanta energia e celebrò messa come se niente fosse stato.

Il 13 maggio, vigili del giorno della consacrazione, Leone XIII ricevette don Bosco in. Al momento di congedarsi, il Santo chiese al papa se si poteva far entrare don Rua e don Viglietti, che aspettavano nell’anticamera. Il cronista ha riportato le parole del papa: ‹‹Ah, voi siete don Rua. Voi siete il vicario della Congregazione. Bene, bene! Ho appreso che, dalla vostra infanzia, siete stato cresciuto da don Bosco. Continuate, continuatene l’opera e mantenete in voi lo spirito del vostro fondatore. ­ Oh sì, Santo Padre, rispose don Rua. Con la vostra benedizione, noi speriamo di poterci spendere fino all’ultimo respiro per un’opera alla quale ci siamo consacrati dalla nostra infanzia». Chiese poi il permesso di presentare una richiesta: un indulto per facilitare l’ingresso nella Congregazione. Il papa lo ascoltò e dette seguito alla sua richiesta. L´indulto fu concesso per cinque anni.[220]

I tre viaggiatori tornarono a Torino il 20 maggio in serata. Appena entrati all’Oratorio, don Bosco volle ringraziare Maria nel suo santuario. Era il sesto giorno della novena in preparazione alla festa di Maria Ausiliatrice. Tutta la comunità stava radunata per la consueta funzione. Don Rua presiedette la benedizione del Santissimo Sacramento, che don Bosco ricevette con devozione.

Tradizionalmente, in occasione della festa di Maria Ausiliatrice, si teneva una conferenza per i Cooperatori salesiani di Torino. Quell’anno se ne incaricò don Rua. Ne troviamo relazione sul Bollettino Salesiano del mese di luglio. ‹‹Ebbe luogo nel Santuario la sera del giorno innanzi [13 maggio], nella quale il sacerdote don Rua, vicario di don Bosco, narrò le feste celebrate poc’anzi in Roma per la consacrazione della chiesa del Sacro Cuore, l’udienza cordialissima che il santo Padre Leone XIII accordò a Don Bosco, la benedizione che il Sommo Gerarca invocò sopra tutti coloro che avevano concorso alla erezione della predetta chiesa del Sacro Cuore, il progresso delle Missioni salesiane della Patagonia, e la protezione specialissima di Maria Ausiliatrice, che ancora in questi ultimi mesi salvò come per miracolo da certa morte monsignor Cagliero, capo delle medesime [durante un’attraversata della Cordigliera delle Ande, aveva dovuto saltare giù dal suo cavallo, imbizzarritosi improvvisamente], ecco le idee principali di un incontro molto interessante ed istruttivo».

La sostituzione di don Bosco rimasto senza voce

Don Rua sostituì ancora don Bosco, prima che questi si ammalasse, in occasione di tre manifestazioni pubbliche. Il 23 e il 24 giugno, per la festa di san Giovanni Battista, l’Oratorio festeggiava solennemente, come ogni anno, l’onomastico di don Giovanni Bosco. I festeggiamenti si svolgevano nel cortile grande della casa, unico luogo capace di contenere sia i ragazzi che i numerosi invitati. Dopo il momento musicale e letterario, la sera del 24, don Bosco non ebbe possibilità di esprimersi come al solito. Delegò don Rua per ringraziare a nome suo dell’‹‹accademia» e dei regali. Don Rua lo fece in un ‹‹discorso commosso», ci dice il cronista del Bollettino Salesiano. E il pubblico fu preso da una grande emozione, anche perché tutti erano convinti che l’avvenimento non si sarebbe più ripetuto. Gli ex allievi erano soliti organizzare un banchetto alla fine della festa. Don Bosco quell’anno non poté partecipare. Lo sostituì don Rua e parlò a suo nome. Esortò i convitati a mantenere lo spirito e a imitare nella loro vita il comportamento, i consigli, e i desideri del loro benefattore. Gli uditori ebbero la piacevole sorpresa di scoprire in don Rua la nota paternità di don Bosco.[221]

Quell’anno il santo non poté recarsi in Francia come era sua consuetudine fin dal 1876. Ma i Francesi vennero da lui. Erano più di novecento operai, guidati da Léon Harmel, che, lungo la strada verso Roma, fecero tappa a Torino. Con il loro pellegrinaggio intendevano onorare il giubileo sacerdotale di Leone XIII. Giunsero alla stazione di Torino il 13 novembre. Volevano incontrare don Bosco, ma il poco disponibile non permetteva di andare fino a Valdocco. Don Bosco dunque andò loro incontro insieme a don Rua, fino al parco del Valentino, dove un ristorante attendeva i pellegrini. Li benedì solennemente e avrebbe voluto parlare, ma la voce arrivava a stento alla prima fila. Invitò dunque don Rua a parlare a nome suo. Egli lo fece senza problemi e in francese. Don Bosco, disse, si felicita e ringrazia i pellegrini; li prega di chiedere al papa per tutta la famiglia salesiana le grazie di cui essa ha bisogno per compiere la sua missione; li invita a visitare in Roma la chiesa del Sacro Cuore; promette di celebrare la messa già l’indomani per ottenere i favori divini su tutto il pellegrinaggio. Dopo il discorso i pellegrini sfilarono davanti a don Bosco, che dava a ciascuno una medaglietta di Maria Ausiliatrice. Molti gli facevano scivolare in mano una moneta d’argento che egli consegnava a don Rua.[222]

Il 24 novembre la chiesa di Maria Ausiliatrice si riempì di fedeli per una cerimonia inedita. Il principe polacco Augusto Czartoryski, che aveva incontrato per la prima volta don Bosco a Parigi nel maggio del 1883, realizzava il suo sogno ed entrava nella Congregazione Salesiana. Avrebbe ricevuto dalle mani di Don Bosco l’abito religioso. Gli tenevano compagnia altri tre adulti: un francese, un inglese e un polacco. Don Bosco avanzò lentamente, molto lentamente, nel coro con i quattro postulanti. Dopo il canto del Veni Creator, li invitò con le parole del rituale a spogliarsi dell’uomo vecchio. Lasciarono allora giacca e cravatta ai chierici che assistevano. Poi li invitò a rivestire l’uomo nuovo e consegnò a ciascuno la veste. Quindi don Rua salì sul pulpito e pronunciò il sermone di circostanza a partire dalla frase del profeta Isaia: Filii tui de longe venient [I tuoi figli verranno da lontano]. Dopo il canto del Te Deum, quando uscirono dalla chiesa, gli anziani commentavano e dicevano: ‹‹Don Rua ha parlato con lo spirito e il cuore di don Bosco».[223]

La morte di don Bosco

A partire da metà dicembre 1887, la salute di don Bosco peggiorò sempre più. Don Rua gli restò sempre accanto, pronto ad ogni eventualità. Il 21 dicembre, la fine sembrò imminente. Si contorceva per le continue nausee. Era febbricitante. I suoi infermieri per paura di vederlo vomitare, non sapevano che dargli da mangiare. Respirava a fatica. In serata confidò ai suoi intimi che, verso le quattro del pomeriggio, si era sentito sul punto di spirare. ‹‹Non avevo più coscienza di niente». Chiese gli ultimi sacramenti. ‹‹Viglietti ­ diceva al segretario ­ fai in modo di non essere l’unico prete qui. Ho ho bisogno che ci sia qualcuno pronto a darmi l’estrema unzione». ‹‹Don Bosco ­ gli replicò il segretario ­ don Rua è sempre qui».[224] Si venne incontro al suo desiderio la vigilia di Natale. Mons. Cagliero gli portò solennemente il Viatico nell’ora della messa comunitaria, di primo mattino. E gli somministrò l’unzione verso le undici di sera.

Allarmato dalla situazione, tra il 26 e il 31 dicembre, Don Rua spedì ogni giorno ai direttori una circolare dettagliata sull’evoluzione della malattia di don Bosco.[225] La circolare del 27 dicembre parlava di una cardio-polmonite, cioè, una malattia che interessava cuore e polmoni. La solita giovialità del malato, tuttavia, aveva la meglio sul male e sul dolore. Quando, il 26, tre medici fecero un consulto sul suo stato di salute al suo capezzale, confidò a Viglietti, come il malato della commedia di Molière: ‹‹Videamus quid valeat scientia et peritia trium doctorum» [Vediamo quanto vale la scienza e la competenza di tre dottori]. Il 27, mentre quattro Salesiani ­ tra i quali don Rua ­ e un medico cercavano il modo per trasportarlo da un letto all’altro, disse: ‹‹Bisogna fare così: attaccarmi una corda al collo e tirarmi dall’uno all’altro letto». Il trasferimento fu, del resto un vero e proprio pasticcio: don Rua si ritrovò sul nuovo letto con don Bosco steso su di lui.

I figli appuntavano le sue riflessioni spirituali. Nella circolare del 30 dicembre, don Rua scriveva: ‹‹Ieri sera, in un momento in cui poteva parlare con minor difficoltà, mentre eravamo attorno al suo letto mons. Cagliero, don Bonetti e io, disse fra l’altre cose: "Raccomando ai Salesiani la devozione a Maria Ausiliatrice e la frequente comunione". Io aggiunsi allora: ­ Questa potrebbe servir per strenna del nuovo anno da mandarsi a tutte le nostre case. ­ Egli riprese: ­ Questa sia par tutta la vita... Poi acconsentì che servisse anche di strenna. Non dimentichiamo questo prezioso consiglio del nostro amatissimo padre. Mettiamolo in pratica noi stessi, raccomandiamolo ai nostri giovani e serviamocene per implorare la grazia della sua guarigione».

Il male sembrò affievolirsi. Don Bosco stava un po’ meglio e i medici parlavano di una possibile guarigione, annunciata gioiosamente da don Rua il 31 dicembre. Ma non bisognava illudersi. Il 2 gennaio, don Rua cercò di smorzare l’ottimismo: ‹‹La grave malattia del nostro amato padre non peggiora, ma il miglioramento è molto lento. Il pericolo di una morte imminente sembra scongiurato. Augura a tutti per il nuovo anno una buona salute spirituale e corporale, al fine di poter progredire nella virtù, nello studio e nelle diverse occupazioni quotidiane». La pausa durò tre settimane. Don Bosco ricominciò a parlare, mangiava un poco, a riceveva visite. Tuttavia era scettico. Il 6 gennaio, avvertì il segretario Viglietti: ‹‹Sarà bene che tu dica a don Rua che mi stia attento. Mi sento un po’ meglio, ma la mia testa non sa più nulla. Non ricordo se sia mattino o sera, che anno o che giorno sia, se sia festa o dì feriale... Non so orizzontarmi... Non so dove mi trovi. Appena conosco le persone... Non ricordo le circostanze... Mi pare di pregare sempre, ma non lo so di certo... Aiutatemi voi!».[226]

A partire dal 24 gennaio riprese a peggiorare.[227] Dal 27 cominciò spesso a perdere conoscenza e delirare. Quando ritrovava la lucidità, salutava i cari discepoli: Berto, Durando, Bonetti e don Rua. ‹‹Di’ ai giovani che li aspetto in paradiso», ripeteva. La notte dal 29 al 30 fu molto dolorosa per il povero don Bosco, che non riusciva a respirare né a inghiottire. Verso le due del mattino, si mise a tremare, a battere i denti e ad ansimare. Anche il suo letto tremava. Spaventato, l’infermiere tentò di sollevarlo, don Bosco lo strinse forte e, per un attimo, l’infermiere pensò che gli spirasse tra le braccia. Ma si calmò. Con un filo di voce, invocò Maria Ausiliatrice e aggiunse: ‹‹Sia fatta in tutto la volontà di Dio!» Al levar del sole, si capì che aveva un braccio paralizzato. In seguito non parlaò più, ma avrebbe voluto dire qualcosa ai suoi intimi. Forse mormorò quel mattino all’orecchio del suo grande discepolo: ‹‹Fatti amare!». E don Rua decise che i Salesiani e i giovani passassero a baciare la mano del morente. Ci fu un lunga teoria silenziosa sulle scale della camera di don Bosco. Giaceva inerte, con un braccio a penzoloni, un crocifisso sul petto. Molti gli accostavano medaglie, crocifissi, rosari e immagini, trasformati da quel momento in reliquie. Dopo la triste cena della comunità, i superiori principali, Cagliero, Rua, Bonetti, Belmonte, Sala..., raggiunsero la camera del moribondo che era vicina alla sala da pranzo. Inginocchiati sul pavimento attorno al letto di sofferenza del loro padre, pregavano e non si decidevano a prendere un po’ di riposo. Alla fine pensarono di passare la notte seduti nella camera accanto, pronti ad accorrere al primo segnale. Verso l’una e mezzo il suo respiro divenne terribilmente affannoso. Enria avvertì i superiori. Don Rua e mons. Cagliero pronunciarono le formule della raccomandazione dell’anima. Gli assistenti piangevano, singhiozzavano e pregavano nello stesso tempo. Poi il respiro affannoso cessò e, con esso, lo sgomento e il dolore dei presenti angosciati. Don Rua ebbe allora l’idea che meglio si accordava con l’anima del caro don Bosco. Gli prestò il suo braccio e la sua voce affinché potesse benedire i suoi figli sparsi nel mondo intero. Si avvicinò al letto e disse, con voce soffocata dal dolore: ‹‹Don Bosco, siamo qui noi suoi figli, e imploriamo la sua benedizione. Ci benedica e benedica anche tutti coloro che sono sparsi nel mondo e nelle missioni. E poiché non può più sollevare il suo braccio destro, lo sosterrò io e dirò la formula, e lei benedirà certamente tutti i Salesiani, tutti i giovani».

Con estrema dolcezza, sollevò il braccio paterno e pronunciò le parole della benedizione sui suoi fratelli prostrati che piangevano dall’emozione. Passarono ancora due ore circa. Al segnale di Enria i superiori raggiunsero il moribondo per recitare le litanie degli agonizzanti e il Proficiscere. Don Bosco si spense alle quattro e tre quarti di quel mattino, 31 gennaio 1888.

I funerali e la sepoltura del Fondatore

Per annunciare la morte di don Bosco, don Rua scrisse immediatamente una lunga e commossa lettera circolare ‹‹ai Salesiani, alle Figlie di Maria Ausilitrice, alle Cooperatrici e ai Cooperatori salesiani», datata 31 gennaio. In essa prometteva: ‹‹Incaricato di tenerne le veci, farò del mio meglio per corrispondere alla comune aspettazione. Coadiuvato dall’opera e dai consigli dei miei confratelli, certo che la Pia Società di S. Francesco di Sales, sostenuta dal braccio di Dio, assistita dalla protezione di Maria Ausiliatrice, confortata dalla carità dei benemeriti Cooperatori salesiani e delle benemerite Cooperatrici, continuerà le opere dal suo esimio e compianto Fondatore iniziate, specialmente per la coltura della gioventù povera e abbandonata e le estere missioni».[228]

Traspariva da queste righe il suo futuro programma di Rettore maggiore, totalmente fedele a don Bosco.

Il 1° febbraio il corpo di don Bosco fu sistemato su una poltrona, vestito con gli abiti sacerdotali, nella chiesa di san Francesco di Sales per essere venerato dai giovani della casa e da una folla di devoti. I Salesiani lo vegliarono per tutta la notte. Don Rua restò inginocchiato per molto tempo, in preghiera, vicino alle sante spoglie. Venuto il mattino, lo deposero in una tripla bara. La messa funebre fu celebrata nella chiesa di Maria Ausiliatrice, la mattina del 2 febbraio, e il corteo dei Salesiani e dei giovani dell’Oratorio percorse le strade del quartiere davanti a una folla immensa. Otto sacerdoti Salesiani portavano la bara. Dietro di essa, tra don Durando e don Sala, don Rua avanzava con la testa china, raccolto nel suo immenso dolore. Il corteo non si fermò al cimitero della città, ma fece ritorno alla chiesa di Maria Ausiliatrice.

Il problema del luogo della sepoltura di don Bosco tormentava in quei giorni i superiori salesiani. Avrebbero desiderato collocare il corpo del fondatore nella cripta del santuario di Maria Ausiliatrice, ma le autorità civili non lo permettevano. Alla fine, dopo molte pratiche a Torino e a Roma, si ottenne di seppellirlo fuori dalle mura di Torino, nella casa salesiana di Valsalice, che da collegio per nobili era stato trasformato, all’inizio di quell’anno scolastico, in seminario per i giovani salesiani. Questi chierici ne avrebbero avuto la custodia. Per non provocare i commenti degli anticlericali, il trasporto fu organizzato privatamente. E don Rua esortò i chierici a recarsi spesso sulla tomba del Padre. Egli stesso farà regolarmente ogni mese il tragitto dall’Oratorio a Valsalice per una fervente preghiera.[229]

 

14 ­ DON RUA RETTOR MAGGIORE

La successione di don Bosco[230]

Nella circolare del 31 gennaio, don Rua aveva scritto, parlando di don Bosco: ‹‹Incaricato di tenerne le veci, farò del mio meglio per corrispondere alla comune aspettazione». Perché non dire che l’avrebbe sostituito? Non si fece caso alla sfumatura tra i Salesiani, andava da sé che don Rua sarebbe succeduto a don Bosco. Ma don Rua continuava a considerarsi come semplice vicario. Niente di più. Non conosceva alcun decreto formale che facesse di lui un vicario con diritto di successione. Don Bosco non ne aveva mai fatto menzione, né a voce, né per iscritto. Si era basato sulle comunicazioni dell’arcivescovo Alimonda. Ma queste disposizioni non escludevano in alcun modo un’elezione regolare da parte del Capitolo Generale.

Interrogò dunque l’arcivescovo, che gli consigliò di rivolgersi a Roma. L’8 febbraio don Rua presentò a Leone XIII un esposto sulla situazione. Terminava con queste espressioni: ‹‹Beatissimo Padre, considerando la mia debolezza e incapacità mi trovo spinto a farvi umile preghiera di voler portare su altro soggetto più adatto il sapiente vostro sguardo, e dispensare lo scrivente dall’arduo uffizio di Rettor Maggiore, assicurandovi però che coll’aiuto del Signore non cesserò di prestare con tutto l’ardore la debole opera mia in favore della Pie Società, in qualunque condizione venissi collocato».[231]

I membri del Capitolo Superiore non erano di questo avviso. L’indomani, indirizzarono al cardinal Parocchi, protettore della Società Salesiana, una lettera collettiva che esponeva le ragioni a favore della conferma di don Rua; lo assicuravano che tutta la Congregazione non solo gli si sarebbe sottomessa docilmente, ma avrebbe provato una gioia sincera e molto cordiale. Lo pregavano di conseguenza di riferirlo al Santo Padre.[232]

Il documento contribuì a tacitare le voci di coloro che a Roma prevedevano l’inevitabile catastrofe dell’opera di don Bosco. Secondo alcuni personaggi di curia, non c’erano tra i Salesiani uomini in grado di salvare la Congregazione. L’unico rimedio sarebbe stato quello di scioglierla e inglobare i suoi membri in altra società con obiettivi analoghi. Queste preoccupazioni erano arrivate fino a Leone XIII e l’avevano tanto impressionato da fargli prendere in considerazione una misura così radicale. Il papa non conosceva abbastanza don Rua, che aveva visto una sola volta nel maggio 1887. Il suo comportamento semplice e persino ingenuo non gli aveva permesso di individuare in lui le qualità intellettuali necessarie per succedere a don Bosco.

Provvidenzialmente in quei giorni si trovava a Roma mons. Emiliano Manacorda, vescovo di Fossano, che amava molto don Bosco e la sua opera. Questo vescovo conosceva la curia romana dove aveva iniziato la sua carriera. Non appena ebbe percepito il pericolo, si adoperò per dissipare dubbi e timori, cercando di dimostrare che i Salesiani non mancavano di uomini di valore. Si poteva dunque aver fiducia nell’avvenire della loro Società. La lettera dei capitolari arrivò proprio in quel momento e fu letta con molto interesse, tanto più che era firmata in primo luogo da mons. Giovanni Cagliero. Il cardinale Parocchi si recò immediatamente dal papa. Terminata l’udienza, comunicò l’esito del colloquio a Cagliero: ‹‹Lieto di aver ottenuto dalla Santità di N. Signore l’esaudimento della giusta richiesta di V. S. Ill.ma e dei suoi degnissimi confratelli, m’affretto a parteciparle, Mosignore carissimo, la bella notizia. In questo istante il Santo Padre ha riconfermata la nomina di don Rua a Rettor Maggiore della Congregazione Salesiana per 12 anni. Sia lodato il Signore, qui mortificat et vivificat!». Poi gli trasmise il decreto in latino che nominava don Rua Rettor Maggiore, a partire dall’11 febbraio 1888, con riserva che questa procedura valeva per questa sola volta e non poteva dunque costituire un precedente rispetto al dettato delle Costituzioni.[233] Da quel documento si apprese che esisteva un decreto anteriore, datato 27 novembre 1884, dunque risalente al tempo della nomina di don Rua a vicario generale. Che cosa ne era stato? Mistero!

Al cospetto di Leone XIII

Nella seconda quindicina di febbraio, don Rua raggiunse Roma. Come ex-allivo dei Fratelli delle Scuole Cristiane volle assistere, il 19 febbraio, alla cerimonia di beatificazione di Giovan-Battista de La Salle, dove potè vedere Leone XIII. Da questo momento la sua preoccupazione sarà quella di avvviare della causa di beatificazione di don Bosco. La fama di santità che aveva accompagnato il maestro durante la vita, si era trasformata in una convinzione generale nel corso della malattia e all’indomani della sua morte. Don Rua, che credeva con tutto il cuore alla santità di don Bosco, si diede da fare già ventiquattro ore dopo la sepoltura. Riunì il Capitolo Superiore per considerare l’eventualità di pensare alla causa. Così, a Roma, tra le personalità della curia che incontrò, ci fu il promotore della fede mons. Caprara, per sapere come si potesse fare per iniziare senza ritardi la causa di don Bosco. Seppe così che bisognava riunire al più presto tutti i documenti sui miracoli e le grazie ottenute per sua intercessione. Don Rua affidò il compito a don Giovanni Bonetti.[234] Il 28 di febbraio, durante una seduta del Capitolo Superiore, Bonetti sarà invitato a redigere uno schema riassuntivo dei fatti e delle virtù di don Bosco, e a interrogare i testimoni diretti.[235]

Il papa accolse don Rua in udienza privata la mattina del 21 febbraio. Dell’incontro, di cui ci ha lasciato una lunga relazione allegata alla circolare ai Salesiani del 19 marzo, ricordò soprattutto la raccomandazione del pontefice: per qualche tempo si sarebbe dovuto dovuto contenere l’espansione della Società, per non rischiare la brutta avventura di altre congregazioni che avevano fondato centri con due o tre sole persone, che si erano poi dovuti chiudere pietosamente. Raccolse dalla sua bocca anche una serie di lezioni sulla formazione ascetica da impartire ai novizi. Don Rua avrebbe dovuto fare particolare attenzione ad accogliere nelle case solo individui di virtù provata e, a questo scopo, era esortato ad istituire un noviziato severo. ‹‹E voi lo fate far bene il noviziato? Per quanto tempo?», chiese il papa, certamente al corrente della duttilità di don Bosco in quest’ambito. ‹‹Sì, Santo Padre ­ avrebbe risposto don Rua ­ il noviziato si suol fare da noi per un anno dagli aspiranti alla carriera sacerdotale e per due dai coadiutori». ‹‹Va bene ­ avrebbe continuato il papa ­ ma raccomandate a chi li dirige di attendere diligentemente alla riforma della vita dei novizi. Questi quando entrano portano con sé della scoria; e quindi hanno bisogno di esserne purgati e venir rimpastati allo spirito di abnegazione, di obbedienza, di umiltà e semplicità e delle altre virtù necessarie alla vita religiosa; e perciò nel noviziato lo studio principale e direi unico dev’essere di attendere alla propria perfezione. E quando non riescono a correggersi, non abbiate timore di allontanarli. Meglio qualche membro di meno, che avere individui che non abbiano lo spirito e le virtù religiose».[236]

Dieci anni prima mons. Gastaldi aveva tenuto lo stesso linguaggio sulla formazione spirituale dei Salesiani. Non lasciandosi circuire da don Bosco, come il suo benevolo predecessore, questo papa prendeva di contropiede le posizioni salesiane in materia di formazione degli ascritti. Un noviziato non è né un collegio né un Oratorio, ma un’istituzione tipica. Leone XIII esaltava le virtù passive necessarie a chi vuole vivere da religioso. Don Rua, uomo dell’ordine e della disciplina, non chiedeva altro che l’applicazione delle lezioni venute dall’altro. Sotto il suo rettorato, i noviziati salesiani, riformati secondo tale formula, si moltiplicheranno e gli istituti vedranno diminuire il numero di ascritti formati alla buona da direttori più o meno qualificati. Si noterà che le indicazioni del papa ­ per quanto don Rua le avesse riprodotte fedelmente ­ combaciavano parzialmente con quelle del nuovo Rettor Maggiore nella sua precedente circolare ai direttori dell’8 febbraio. Anch’egli chiedeva ai Salesiani di calmarsi, ma per ragioni finanziarie. Prevedeva il peso dei diritti di successione che la Società avrebbe dovuto pagare. Istruiva i direttori avvalendosi delle indicazioni lasciate da don Bosco: ‹‹Che siano sospesi i lavori di costruzione; non si aprano nuove case (e s’intende pure non si assumano nuovi impegni nelle case esistenti che importino necessità di maggiore personale o di spese straordinarie), non si decantino debiti; ma si usino comuni sollecitudini per pagare la successione, estinguere le passività, completare il personale delle case esistenti». Terminava seccamente:‹‹Tanto per norma a tutti i Salesiani e senza commenti».[237]

Nella sua prima lettera in qualità di Rettore maggiore, datata 9 marzo 1888, giorno di san Giuseppe, non si percepisce la stessa tensione ­ del resto molto comprensibile. Due erano i pensieri dominanti all’inizio del suo mandato: la causa di don Bosco e la fedeltà al suo esempio. Scriveva che a Roma, il cardinal Parocchi aveva insistito: ‹‹Vi raccomando la causa di don Bosco, vi raccomando la causa di don Bosco». Istruito sullea procedura dei processi di canonizzazione, don Rua esortava dunque tutti i confratelli a scrivere ciò che sapevano di particolare sulla vita del Fondatore, sulle sue virtù cardinali, teologali e morali, sui doni sovrannaturali: guarigioni, profezie, visioni e cose analoghe. Le dichiarazioni avrebbero dovuto essere consegnate a don Giovanni Bonetti come direttore spirituale generale, incaricato di raccoglierle affinché servissero di base all’introduzione della causa. Don Rua avvertiva i testimoni che erano invitati a confermare le loro dichiarazioni sotto giuramento e che quindi avevano tutto l’interesse ad essere estremamente precisi. Infatti soltanto il 2 giugno 1890 don Rua promulgherà il decreto che nominava Giovanni Bonetti postulatore della causa di don Bosco.[238]

D’altra parte, don Rua riteneva che i Salesiani dovessero sentirsi fortunati figli di un padre come don Bosco. La loro sollecitudine doveva essere quella di sostenere e, a suo tempo, di sviluppare sempre più le opere da lui iniziate, seguirne fedelmente i metodi e gli insegnamenti, persino nel modo di parlare e di agire, cercando di ‹‹imitare il modello che il Signore nella sua bontà ci ha in lui somministrato». Don Rua dichiarava solennemente: ‹‹Questo, o Figli carissimi, sarà il programma che io seguirò nella mia carica; questo pure sia la mira e lo studio ciascuno dei Salesiani».[239] Tra le grandi prove della sua vita vi saranno, appunto, alcune radicali modifiche imposte dall’autorità romana alla sua fedeltà assoluta alla linea di don Bosco.

La famiglia salesiana ereditata da don Bosco

In qualità di Rettor Maggiore, don Rua riceveva da don Bosco un albero dai molti rami robusti, che avrebbe dovuto coltivare e sviluppare, una vera famiglia religiosa insomma, composta dalla Società di san Francesco di Sales, detta dei Salesiani, dall’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e dalla Pia Unione dei Cooperatori salesiani.

Le statistiche della Società Salesiana contavano allora 768 professi perpetui (di cui 301 sacerdoti), 95 professi temporanei, 276 ascritti (o novizi) e 181 aspiranti (postulanti), il tutto ripartito in 56 case. Oltre all’Oratorio di Valdocco e alle tre case di formazione in Piemonte, le altre 52 case erano raggruppate in 6 ispettorie religiose, dette a seconda della loro regione di insediamento: piemontese, ligure, romana, francese, argentina, uruguaiano-brasiliana. Le case di Spagna, Inghilterra e Austria (Trento) erano ancora dipendenti dall’ispettoria romana.

Don Bosco aveva lasciato ai suoi figli religiosi, un ‹‹testamento spirituale» che merita di essere qui riportato, soprattutto perché don Rua lo terrà sempre in grande considerazione dal punto di vista religioso.

Prima di partire per la mia eternità io debbo compiere verso di voi alcuni doveri e così appagare un vivo desiderio del mio cuore. Anzitutto io vi ringrazio col più vivo affetto dell´animo per la ubbidienza che mi avete prestata, e di quanto avete lavorato per sostenere e propagare la nostra Congregazione. Io vi lascio qui in terra, ma solo per un po´ di tempo. Spero che la infinita misericordia di Dio farà che ci possiamo tutti trovare un dì nella beata eternità. Colà io vi attendo.

Vi raccomando di non piangere la mia morte. Questo è un debito che tutti dobbiamo pagare, ma dopo ci sarà largamente ricompensata ogni fatica sostenuta per ´amor del nostro maestro il nostro buon Gesù. Invece di piangere fate delle ferme ed efficaci risoluzioni di rimanere saldi nella vocazione fino alla morte.

Vegliate e fate che né l´amor del mondo, né l´affetto ai parenti né il desiderio di una vita più agiata vi muovano al grande sproposito di profanare i sacri voti e così tradire la professione religiosa con cui ci siamo consacrati al Signore. Niuno riprenda quello che abbiamo dato a Dio. Se mi avete amato in passato, continuate ad amarmi in avvenire colla esatta osservanza delle nostre costituzioni.

Il vostro primo Rettore è morto. Ma il nostro vero superiore, Cristo Gesù, non morrà. Egli sarà sempre nostro maestro, nostra guida, nostro modello; ma ritenete che a suo tempo egli stesso sarà nostro giudice e rimuneratore della nostra fedeltà nel suo servizio.

Il vostro Rettore è morto, ma ne sarà eletto un altro che avrà cura di voi e della vostra eterna salvezza. Ascoltatelo, amatelo, ubbiditelo, pregate per lui, come avete fatto per me. Addio, o cari figliuoli, addio. lo vi attendo al cielo. Là parleremo di Dio, di Maria madre e sostegno della nostra Congregazione; là benediremo in eterno questa nostra Congregazione, la cui osservanza delle regole contribuì potentemente ed efficacemente a salvarci.[240]

L’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, per volontà di don Bosco, era completamente integrato nella Società di san Francesco di Sales. Il Rettor Maggiore dei Salesiani era anche, in forza della Costituzioni, il loro Superiore Generale. Queste Regole ricalcavano la Regola salesiana. Miravano ad assicurare alle suore compiti apostolici analoghi a quelli svolti dai Salesiani a vantaggio dei giovani. Con loro, da dieci anni ormai, avevano fondato opere nell’America del Sud. Ora contavano 390 professe e 100 novizie, con trentacinque case in Italia, quattro in Francia, una in Spagna, sei in Argentina, tre in Uruguay. Un totale di 49 opere, di cui quattro erano sede provinciale, quelle di Torino, di Trecastagni in Sicilia, di Almagro a Buenos Ayres (Argentina) e di Villa Colon a Montevideo (Uruguay). La casa madre di Nizza Monferrato e la casa di Almagro erano provviste di noviziato.

La Pia Unione dei Cooperatori salesiani era stata una creazione di don Bosco nel 1874 e riconosciuta da Pio IX nel 1876. Impossibilitato ad unire alla sua Società membri che vivessero al di fuori della comunità e che praticassero la Regola nella misura delle proprie possibilità, come prospettava in uno dei capitoli del progetto di Costituzioni della Società ­ uno dei più contestati dalle autorità romane ­ aveva creato una realtà nuova con un regolamento particolare. Era, nel suo spirito, una sorta di terz’ordine salesiano, con lo scopo principale della santificazione personale non tanto attraverso esercizi di pietà, ma di carità verso i giovani. Naturalmente questi Cooperatori lo avrebbero aiutato, e in modo molto efficace. Da qui sarebbe nata una confusione senza fine tra Cooperatori e benefattori, del resto favorita da don Bosco stesso, che includeva tra i Cooperatori tutti gli abbonati al Bollettino Salesiano. Questa confusione si consolidò nei mesi che seguirono la morte di don Bosco, con una pretesa ‹‹Lettera-testamento ai Cooperatori», stampata in un fascicoletto di otto pagine e accompagnata da una circolare di don Rua del 23 aprile 1888, spedita a tutti gli abbonati al Bollettino Salesiano.[241] Si apriva purtroppo con l’intestazione: ‹‹Miei buoni benefattori e mie buone benefattrici», specchio dell’idea errata che si era fatto il suo vero redattore, Giovanni Bonetti.[242]

Bisogna notarlo: l’intenzione di don Bosco nel creare questa Pia Unione era soltanto caritativa e sociale. Nel Regolamento del 1876 si affermava chiaramente che ‹‹scopo fondamentale dei Cooperatori salesiani è di fare del bene a sé stessi mercé un tenore di vita, per quanto si può, simile a quella che si tiene nella vita comune». E ancora: ‹‹Molti andrebbero volentieri in un chiostro, ma chi per età, chi per sanità o condizione, moltissimi per difetto di opportunità ne sono assolutamente impediti. Costoro facendosi Cooperatori salesiani possono continuare in mezzo alle loro ordinarie occupazioni, in seno alle proprie famiglie, e vivere come se di fatto fossero in Congregazione. Laonde dal Sommo Pontefice quest’Associazione è considerata come un terz’ordine degli antichi colla differenza, che in quelli si proponeva la perfezione cristiana nell’esercizio della pietà; qui si ha per fine principale la vita attiva nell’esercizio della carità verso il prossimo e specialmente la gioventù pericolante».[243]

Fedele all’idea madre del suo antico capitolo costituzionale De externis, don Bosco faceva dei suoi Cooperatori una sorta di religiosi nel mondo. Ma queste sfumature sfuggivano ancora ai collaboratori di don Rua, mentre assumeva la responsabilità di tutta la famiglia salesiana. Egli stesso le avrebbe scoperte rapidamente, come si vedrà al Congresso dei Cooperatori di Bologna.

I Cooperatori si contavano allora a migliaia in Italia e in Francia. Numerosi membri del clero erano entrati nelle loro file, come molti laici di ogni condizione: nobili, borghesi, artigiani, commercianti o contadini. L’associazione si era aperta alle donne. I Cooperatori costituivano, secondo la formula di don Ceria, la longa manus della Congregazione in seno alla società. Don Rua avrebbe fatto ricorso alla Pia Unione dei Cooperatori sforzandosi di organizzarla bene. Ma bisognerà attendere due generazioni per realizzare correttamente l’idea madre di don Bosco sul terz’ordine salesiano, che, nel suo spirito, era un esercito di benefattori devoti.

A tutti costoro, ma particolarmente ai Salesiani e alle Figlie di Maria Ausiliatrice, don Rua voleva mostrarsi come padre amorevole, così come aveva saputo esserlo don Bosco, che gli aveva sussurrato all’orecchio sul letto di morte: ‹‹Fatti amare!». Si sarebbe messo intelligentemente sui passi del suo maestro spirituale, la cui immagine l’avrebbe accompagnato lungo tutto il rettorato. Voleva comunicare l’idea che don Bosco non se n’era andato dall’Oratorio. Per questo lasciò intatta la camera in cui era spirato, collocò il suo ufficio nella stanzetta attigua, dove don Bosco riceveva negli ultimi tempi. Unica modifica all’arredamento fu la sistemazione di un canapè che ogni sera trasformava in branda per il riposo della notte.[244]

 

15 ­ GLI ANNI DELL’APPRENDISTATO (1888-1892)

Sulle orme di don Bosco

Il cardinale Gaetano Alimonda non si sbagliava quando, nell’orazione funebre pronunciata in Maria Ausiliatrice il 1° marzo 1888, trenta giorni dopo il decesso di don Bosco, affermò che egli continuava a vivere e operare in Torino. ‹‹Dio non ci diede il cuore solo per piangere; ci diede cuore, mente, fantasia per surrogare al pianto il soave conforto, ci diede una potenza meravigliosa di riparazione, quella di ricostruire nelle nostre idee, nella nostra immaginazione e nel nostro affetto l’immagine delle persone che non sono più, di rivestirle, di ricolorarle come se fossero cosa viva, riportandocele sotto allo sguardo. Io voglio dunque vedere l’amico, il benefattore, il padre, vedere e salutare Giovanni Bosco. [...] La morte, io non so, nel rapircelo, nel celarlo, lo cinse quasi di un’aureola. Lo vedrò pertanto con più di rispetto che non prima, ma sempre col medesimo affetto tenero, sempre col medesimo cuore innamorato».[245] Se c’era uno che, più di ogni altro, percepiva al suo fianco questa presenza aureolata di don Bosco, era senza alcun dubbio il nostro don Rua. Lo supplicava di non abbandonarlo mai.

Infatti si sforzava di essere un altro don Bosco. Per mesi continuò a riunire il Capitolo Superiore nella stessa camera dove egli era spirato. La sua ombra tutelare continuava ad essere presente attraverso la volontà del successore. Proteggeva con la sua autorità divenuta invisibile le decisioni che si prendevano. Certo, i loro temperamenti erano diversi. Ci si avvicinava meno facilmente a don Rua, che era sobrio ed essenziale, rispetto a don Bosco sempre affabile. Ma il consiglio ripetuto dal maestro in fin di vita, ‹‹Fatti amare!», non smetteva mai di riecheggiare in lui e di portar frutti. Don Rua non si abbandonò mai alla collera e nemmeno a scatti di voce inopportuni. Sapeva manifestare il suo disaccordo, inevitabile in certe situazioni, ma lo esprimeva con una calma tale da non irritare mai chi contraddiceva.

Il 24 giugno, festa di san Giovanni Battista, ricordava a tutti gli figli di Valdocco, soprattutto agli ex-allievi, i festeggiamenti tradizionali in onore del padre e maestro. Si decise di continuare la manifestazione, festeggiando il successore Michele Rua. Nel 1888, anno di lutto, non si fece nulla. Ma nel 1889 le cose cambiarono. Il 22 giugno in preparazione della festa, a Valsalice venne inaugurata la cappella funeraria di don Bosco, alla presenza di duemila persone. Il giorno successivo, alle 5 del mattino don Rua celebrava la prima messa in quella cappella, che gli sarà tanto cara. Gli ‹‹antichi allievi dell’Oratorio salesiano» fecero stampare un fascicoletto: ‹‹Alla venerata memoria di D. Giovanni Bosco ed all’amato D. Michele Rua».[246] Tra il 23 e il 24 giugno i festeggiamenti si svolsero a Valdocco, con discorsi e omaggi il 23 e un’accademia musico-letteraria il 24. Come testimonianza significativa di quelle giornate, ci restano alcuni documenti: un album pubblicato dagli ex-allievi,[247] un quaderno di ‹‹Comunioni e visite al SS. Sacramento offerte dagli alunni del Collegio di Spezia pel loro amato Padre D. Michele Rua»,[248] un album di sedici pagine, ‹‹A don Rua Michele, i suoi figli di Alassio», con le firme di professori, allievi e Figlie di Maria Ausiliatrice,[249] e, soprattutto un grande foglio a stampa, intitolato: ‹‹Omaggio di filiale affetto e riconoscenza a D. Michele Rua il 23 giugno 1889, giorno degli annuali festeggiamenti a D. Giovanni Bosco», con un inno di circostanza in dodici strofe firmato G.B.L., cioè Giovanni Battista Lemoyne, poeta ispirato dalle grandi occasioni. Molte strofe commossero profondamente l’austero don Rua, sempre preoccupato di rimanere fedele all’immagine lasciata da don Bosco.[250]

Sull’arpe ritornino
Gli antichi concenti;
D’amore ripetansi
Le note giulive,
D. Bosco ognor vive,
Ei morto non è.
Fanciullo, rallegrati,
Di varia regione,
Le porte non chiudonsi
Di questa magione,
Ei vive nel Presule
Che Dio volle darte
Trasfuse la parte
Migliore di sé.
[...]
A te dunque o Presule,
Che ognor Padre ci sei,
Dal cuore si elevino
I cantici miei;
Che abbiam sempre nosco
Del caro D. Bosco
La mente ed il cuor.
È suo quel sorridere
Che in volto ti splende,
È sua quell’amabile
Parola che scende
Dal tuo labbro all’anima:
È suo quello sguardo
Che infonde nel tardo
Mio spirto l’ardor.
[...]

La festa diventerà una tradizione. Il 23 e il 24 giugno si continuerà a festeggiare simultaneamente don Bosco e il successore. Il nostro don Rua, senza lasciarsi lusingare dagli elogi di circostanza, era persuaso di trovarsi sulla buona strada, quella tracciata dal suo Padre e Maestro.

Il peso dei debiti accumulati

Dopo la morte di don Bosco le offerte erano diminuite. Nell’estate 1888, durante gli esercizi spirituali, don Rua spiegò ai direttori che dalla fine di gennaio le donazioni si erano dimezzate. Don Bosco conosceva il segreto per "far aprire le borse". Il successore avrebbe dovuto darsi molto da fare per supplirlo, in questo come in tutti gli altri campi. Ora i debiti della Direzione centrale salesiana, secondo don Ceria, ammontavano a seicentomila lire, cifra enorme per la Congregazione. Si imponeva un’economia drastica. La prima lettera circolare di don Rua ai direttori ordinava loro, come sappiamo, di sospendere i lavori di costruzione, di non aprire nuove case, di non fare altri debiti e di impiegare tutta la loro sollecitudine ‹‹per pagare la successione, estinguere le passività, completare il personale delle case esistenti».[251]

Il 10 marzo 1888 don Rua inviava ai Cooperatori e ai benefattori una circolare, implorando il loro aiuto per ‹‹le centinaia e migliaia di poveri infelici sparsi in diverse parti del mondo».[252]

La Direzione della Congregazione doveva estinguere i debiti contratti colla costruzione della chiesa del Sacro Cuore a Roma. Don Dalmazzo, per mancanza di fondi, aveva dovuto sospendere i lavori per la costruzione dell’ospizio voluto da don Bosco accanto alla chiesa. Inoltre comportavano spese considerevoli anche le spedizioni missionarie, riprese l’11 marzo e il 30 ottobre 1888, in attesa del più consistente invio del 7 gennaio 1889, che mobilitò trenta Salesiani e venti Figlie di Maria Ausilitrice.

Per finanziare l’ospizio romano venne creata la ‹‹Pia Opera del Sacro Cuore». Don Rua imparò l’arte di tendere la mano, come vediamo nella prima strenna ai Cooperatori del gennaio 1889. In essa, imitando don Bosco, fece il resoconto di quanto si era realizzato nell’anno trascorso e presentò i progetti per il futuro. Dopo un lungo paragrafo sulla ‹‹carità», intesa come ‹‹mezzo efficace per sostenere le Opere», offriva ai Cooperatori tre consigli pratici:

1° Mettiamo tutti i giorni, o almeno tutte le settimane o tutti i mesi qualche cosa in disparte, per sostenere le opere di beneficenza e di religione. Questo già suggeriva di fare l´apostolo san Paolo ai primi cristiani, in sollievo degli indigenti (1 Cor 16, 1-2). 2° Facciamo di quando in quando qualche sacrifizio e risparmio a tale uopo, ora in un viaggio, ora in un divertimento, ora nell´acquisto di una veste o di un abito e simili, ora nella cucina, rendendola più economica, e via dicendo [...]. 3° Chi intende di lasciare qualche parte del fatto suo a vantaggio delle opere di carità, prenda il consiglio di farlo sua vita durante; lasci anche più poco, ma si assicuri in tal modo che la sua volontà si eseguisca, direi quasi, sotto i suoi occhi...[253]

Un grattacapo imprevisto si verificò alla fine del 1891, quando gli agenti del fisco di Torino informarono don Rua che, in qualità di proprietario delle case d’Italia, da cui dipendevano sia la Società Salesiana, sia l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, era titolare di un reddito imponibile di 322.500 lire. Fu l’inizio di una lunga controversia. Don Rua, assistito dall’avvocato Carlo Bianchetti, presentò ricorso alla commissione comunale. Seguì tutta una serie di condanne, dapprima quella del Tribunale di Torino, poi quella della Corte d’appello e della Corte di cassazione di Torino. Ma, seguendo l’esempio di don Bosco in circostanze simili, non si dette per vinto e fece ricorso alla Corte suprema di Roma. Nello stesso tempo, senza trascurare i mezzi umani, si affidava alle preghiere dei confratelli. Il suo segretario particolare Angelo Lago era parente di Giovanni Giolitti (1842-1928), allora capo del governo. Gli fece dunque esporre al ministro lo stato della questione. Giolitti riferì alla Corte suprema e chiese ai membri il loro parere. Lasciarono le mani libere al loro presidente, che impartì i dovuti ordini agli agenti del fisco affinché smettessero di molestare don Rua. Poco dopo, venuto a Torino, il Presidente volle ricevere il successore di don Bosco e comunicargli personalmente il risultato della controversia. Fu un grande conforto per lui, sempre a corto di denaro.[254]

Il problema degli studi ecclesiastici

Gli studi ecclesiastici di filosofia e di teologia non erano stati una priorità per don Bosco, che aveva conservato un ricordo non esaltante di quelli fatti un tempo nel seminario di Chieri. Le dispute speculative lo facevano dormire, arrivò a dire a proposito di Rosmini. Aveva preso interesse solo per la pratica del sacramento della penitenza, la storia sacra e la storia della Chiesa, materie trascurate nei seminari dell’epoca. Le critiche alle scarse conoscenze filosofioche e teologiche dei Salesiani non erano dunque mancate. Don Bosco si era fatto pregare, prima di introdurre un capitolo sull’argomento nelle Costituzioni. Ad eccezione di don Luigi Piscetta, che si specializzò in teologia morale, gli uomini di cultura della cerchia di don Rua si chiamavano Giovanni Battista Francesia, Celestino Durando, Giovanni Cagliero, Giovanni Battista Lemoyne e Giulio Barberis, erano artisti o letterati, non filosofi o teologi. Il più competente sembra essere Francesco Cerruti, al quale sarà presto offerta la responsabilità generale degli studi salesiani.

Papa Leone XIII non ignorava questa critica situazione. All’indomani della morte di don Bosco, espresse a mons. Manacorda il desiderio di un rinnovamento intellettuale della Società Salesiana attraverso la formazione di uomini applicati alle scienze speculative. Il verbale del Capitolo Superiore del 21 agosto 1888 ci informa che suggerì di mandare qualche giovane all’Università Gregoriana di Roma. Don Rua passò subito all’azione. Nel nuovo anno accademico inviò alla Gregoriana i diaconi Giacomo Giuganino e Angelo Festa, che presero dimora nell’ospizio del Sacro Cuore. Poi, il 29 gennaio 1889, spedì una breve intensa circolare ai direttori unicamente dedicata al problema dello studio teologico nelle case.[255]

La questione degli studi ecclesiastici avrebbe monopolizzato il quarto Capitolo Generale tenuto a Valsalice nel settembre 1889. Per comprendere il dibattito, è opportuno rendersi conto della situazione del tempo, fortunatamente superata. Nella Società Salesiana c’erano studentati filosofici dove i chierici seguivano corsi tenuti da ottimi insegnanti. Appena usciti, questi giovani passavano allo studio della teologia. In assenza di centri di studio appositi, la loro formazione dipendeva dalle risorse più o meno aleatorie delle case alle quali erano destinati. Pochi privilegiati, come abbiamo visto, frequentavano la Gregoriana. Qualche altro seguiva corsi nei seminari diocesani. Là dov’era possibile riunirne un certo numero, come all’Oratorio di Torino, a Valsalice, a Marsiglia o a Buenos Aires, si organizzavano lezioni con professori Salesiani o esterni. Ma nelle case isolate, che andavano sempre più umentando, l’insegnamento era affidato ai preti del luogo. La Regola prevedeva che, qualsiasi fosse la loro situazione, i chierici sostenessero gli esami due o tre volte all’anno (la terza per i trattati studiati nelle vacanze) davanti a esaminatori designati dal consigliere scolastico generale o dai rispettivi ispettori. Va inoltre detto che si studiava teologia non a partire dall’insegnamento di un docente, ma su manuali di cui bisognava memorizzare il contenuto.

Nel corso della prima sessione del quarto Capitolo Generale, il 3 settembre 1889, si affrontò lo schema intitolato: ‹‹Studi di teologia e di filosofia. Conviene cambiare i libri di testo, quali proporre? Quali miglioramenti apportare allo studio della filosofia, della teologia e dell’ermeneutica biblica?». Fu subito auspicata la costituzione di veri e propri studentati teologici. Nel frattempo era necessario migliorare lo stato delle cose. Molto dipendeva dalla scelta dei manuali di teologia. La commissione responsabile, presieduta da Francesco Cerruti, discusse sul Compendium theologiae del gesuita Giovanni Perrone, giudicato troppo difficile, e sull’edizione della Theologia moralis universa di Pietro Scavini curata da Giovanni Antonio Del Vecchio. Ma non fu possibile raggiungere un accordo sulla sostituzione del testo del Perrone che tutti auspicavano. La decisione, rimandata al Consiglio superiore, si protrasse anche dopo il Capitolo Generale, fino al 24 ottobre. Vennero allora proposte tre opere, ad esperimento per un anno scolastico: la teologia dogmatica di mons. Federico Sala (1842-1903) per l’Oratorio, il compendio del gesuita Hugo Hurter (1832-1914) per lo studentato di Valsalice e il manuale del gesuita François Xavier Schouppe (1823-1904) per la casa di Marsiglia. Alla fine la Medulla Theologiae Dogmaticae (la quintessenza della teologia dogmatica) dell’Hurter ebbe la meglio. Era la sintesi in un volume di tre tomi intitolati Theologiae dogmaticae compendium (Innsbruck, 1876-1878), un manuale di teologia dogmatica, che aveva avuto grande fortuna nei seminari per la vasta documentazione, la chiarezza e la preoccupazione di stabilire un legame con la pastorale. La Medulla sembrava il testo più adatto alle possibilità dei modesti studenti salesiani dell’epoca, spesso obbligati, lo abbiamo capito, a cavarsela più o meno da soli, con tesi che non li entusiasmavano più di tanto.

Segno di una certa preoccupazione in merito fu la circolare agli ispettori del prefetto generale Domenico Belmonte, datata 28 gennaio 1890, nella quale a nome di don Rua chiedeva la lista delle case in cui non si tenevano corsi di teologia.[256] Alla fine del 1891 don Rua informava gli ispettori che ‹‹in certi collegi i corsi di teologia e di liturgia» erano ‹‹molto trascurati». Raccomandava loro: ‹‹Insistete perché questi corsi siano regolarmente assicurati e gli si dia tutta l’importanza che meritano».[257] Nella maggioranza dei casi, infatti, i chierici salesiani ingurgitavano lezioni per semplice dovere e senza reale profitto. Risultato deplorato da don Rua in una lettera ai direttori sullo studio della teologia: agli esami si constatava una ‹‹deficienza nella perfetta comprensione» delle tesi studiate e una conseguente incapacità di esporle in modo ‹‹chiaro e preciso».[258] La formazione degli studenti di teologia rimarrà una preoccupazione costante per don Rua. In questo era sostenuto efficacemente dal consigliere scolastico Francesco Cerruti, come testimonia la raccolta delle lettere circolari e dei programmi di insegnamento tra gli anni 1885 e 1917, pubblicata da José Manuel Prellezo.[259]

Gli studi letterari

Il mondo salesiano, maschile e femminile, era costituito in gran parte da insegnanti. In una circolare ai Salesiani sugli studi letterari, datata 27 dicembre 1889, don Rua richiamò con forza l’esempio di don Bosco. Infatti, si erano manifestati seri dissensi nel personale scolastico salesiano d’Italia sul sistema di insegnamento e sui classici latini. Don Rua ricordò il prudente intervento del santo nella disputa scoppiata quarant’anni prima tra l’abate Gaume e mons. Dupanloup. La discussione era stata orchestrata dal polemista cattolico Louis Veuillot, paladino della libertà d’insegnamento, con la pubblicazione, nel 1852, di un libro intitolato il Ver rongeur ou le paganisme dans l´éducation (il verme roditore o il paganesimo nell’educazione). Questo tarlo roditore, a suo parere, era inoculato nella gioventù dallo studio dei classici latini e greci. Anche il papa Pio IX aveva dovuto occuparsene. Piuttosto che denigrare gli autori latini cristiani, come san Girolamo, don Bosco aveva esortato i suoi ad esaltarne le incontestabili qualità. Poiché era necessario seguire i programmi classici, si era adoperato per la pubblicazione di una selezione di autori profani, debitamente purgati da ciò che poteva essere contrario ai buoni costumi. Se vogliamo essergli fedeli, concludeva don Rua, uniamoci nell’applicare i suoi principi. Gli autori classici profani sono necessari per apprendere l’eleganza della lingua, ma gli autori latini cristiani sono alrettanto necessari perché veicolano ‹‹la verità». I maestri dunque sappiano valorizzare gli scritti dei Padri della Chiesa.

C’era stata una discussione anche sulla lingua italiana. Alcuni erano infatuati dello stile classico, altri sostenevano un uso della lingua modellato sugli autori moderni, dunque ritenevano necessaria la lettura delle loro opere. Anche qui, don Rua fece appello a don Bosco, che aveva studiato i classici italiani al punto di poter recitare ancora in vecchiaia lunghi brani di Dante. Ma questo tipo di letteratura non conveniva alla gioventù. Così, quando ce ne fu bisogno, aveva fondato la Biblioteca dei classici italiani per la gioventù, debitamente selezionati e purgati. Chi avesse messo nelle mani dei giovani le opere moderne nella loro integralità, sosteneva don Rua, sarebbe certamente andato contro la volontà di don Bosco. Si era appreso, con rammarico, che in alcune case erano stati introdotti libri di autori contemporanei, ‹‹conosciuti per la loro opposizione ed odio alla religione alla moralità». Già il 21 settembre 1888, il Capitolo Superiore aveva deplorato l’introduzione nella casa di noviziato di opere di Carducci e Leopardi.[260] ‹‹Come soffriva don Bosco ­ scrive don Rua ­ quando veniva a conoscenza di cose del genere!», lui che, all’inizio di ogni anno scolastico, esigeva da ciascun allievo la lista dei libri per eliminare preventivamente le opere pericolose.

Infine, concludeva il successore di don Bosco, guardiamoci dal censurarci gli uni gli altri. Un maestro non critichi l’altro sul modo di insegnare e sulle materie che spiega. Ci si parli direttamente o si facciano intervenire gli amici. ‹‹Che la carità e la grazia di Nostro Signore Gesù Cristo regnino sempre nei nostri cuori», augurava don Rua al termine della circolare.[261]

Una decina di giorni più tardi, il 6 gennaio 1890, spediva una circolare parallela, destinata alle suore salesiane, le sue ‹‹care figlie in Gesù Cristo». Intendeva metterle in guardia dai gravi pericoli che minacciavano consorelle e allieve, sia interne che esterne. Gli pareva che l’inondazione di giornali cattivi e di pessimi romanzi costituisse una delle piaghe più gravi della società moderna. Questa stampa perversa era diffusa nelle città, nei paesi e persino nella profonda campagna tramite librerie, chioschi e spedizioni postali. Anche qui si appellava a don Bosco per indicare il rimedio contro tale flagello: egli conosceva bene la letteratura italiana non ne ignorava gli scogli; per questo aveva fatto pubblicare edizioni epurate dei classici adatte ai giovani. Don Rua suggeriva, dunque, alle insegnanti di non citare mai in classe un libro cattivo o, peggio tesserne gli elogi. Se necessario, invece, esaltassero la sana dottrina per prevenire i danni. In linea generale, bisognava sempre fornire l’antidoto contro le opere perniciose raccomandando buone letture, come quelle pubblicate nella collana Letture Cattoliche. La lettera si concludeva con consigli pratici agli insegnanti e soprattutto ai catechisti: mai violenza, mai umiliazioni, curare di preferenza i più deboli, evitare assolutamente la critica reciproca.[262]

Don Rua, dunque, inseriva tra i suoi compiti di Rettor Maggiore dei Salesiani e delle salesiane una sorta di magistero intellettuale.

Per una saggia direzione

Ispettori e direttori costituivano per i confratelli gli intermediari indispensabili del Rettor Maggiore. Fin dalla prima seduta del quinto Capitolo Generale del 1889, dava loro consigli operativi, che il segretario del Capitolo registrò con cura, e che rivelano nella loro semplicità le sue idee sul buon governo della Società.

I direttori sono come luminari in mezzo agli altri: Constitui te in lumen gentium [Ti ho costituito come luce per le nazioni]. I subalterni osservano il direttore in tutto, anche nelle piccole cose, nel parlare, nal trattare, nel giudicare. Così avere esperimentato egli stesso. Ciò li deve tenere in apprensione e metterli in guardia, onde siano modelli di attività, puntualità, ecc. Perciò i direttori celebrano, come è richiesto, pie, devote et attente [in modo pio, devoto e attento], come modelli di pietà. Dicano il breviario anche nel modo e nel luogo conveniente, dove non siavi pericolo di distrazioni. Il direttore sia esemplare di pietà. Si trovi presente alla meditazione, alla lettura, e se non può regolarmente, almeno quando può, onde possa vedere anche se intervangano i confratelli, come vi stiano ed avvisarli opportunamente. Così faccia per l’esercizio della buona morte, ecc. [...]

Tra le principali cose richiama l’attenzione sull’art. 1° dei Consigli confidenziali lasciati dal caro Don Bosco ai direttori: Niente ti turbi, come praticavano S. Teresa e S. Francesco di Sales. Così: 1) conserveranno la serenità in tutto, per giudicare e decidere sulle cose della casa e che ci appartengono; 2) eguaglianza di umore, tanto necessaria e di tanto profitto. Ciò dà confidenza e guadagna il cuore dei dipendenti.

I direttori precedano altresì gli altri nel lavoro. Già si fa assai, e non può se non ringraziare il Signore. Deo gratias! Avvertano però di non volere far tutto essi. Specialmente si studino di distribuire il lavoro agli altri. Ciò è fondamento di buon ordine. In un laboratorio se il capo lavora lui solo, lavora con due braccia; se distribuisce il lavoro, lavora con le mani di tutti.

Nel fare qualche cosa di particolare fuori di casa, se ciò lo disturba nel disimpegno del proprio ufficio, [il direttore] se ne esoneri.

Attenda ad osservare i registri del prefetto; se il catechista fa il suo dovere; attenda ai maestri, ai laboratori. Se potrà tenersi lontano da occupazioni fisse avrà tempo a guidarli meglio. Questa è e fu sempre raccomandazione di D. Bosco, e specialmente deve farsi coi nuovi confratelli che vengono dallo studentato. Tal modo non istancherà il direttore, e farà ben contenti i subalterni.[263]

Ma chi non vedeva in questo ritratto del direttore ciò che don Rua stesso intendeva essere all’interno del Capitolo Superiore? Tutti sapevano come egli fosse d’esempio nel lavoro e nella pietà. Era un punto di riferimento per i suoi stretti collaboratori. E sapeva distribuire i compiti in modo eccellente.

Nel 1893, dopo la morte di don Bonetti (1891) e la sua sostituzione con don Albera, il Capitolo Superiore era così composto: Domenico Belmonte, prefetto generale; Paolo Albera, direttore spirituale; Antonio Sala, economo; Francesco Cerruti, consigliere scolastico; Giuseppe Lazzero, consigliere professionale; Celestino Durando, consigliere (di fatto, questo consigliere senza portafoglio era ispettore di una provincia sui generis detta di Tutti i Santi, che comprendeva case sparse in Svizzera, Spagna, Inghilterra, Polonia, in attesa di altre fondazioni in Africa e Asia); infine Giovanni Battista Lemoyne, segretario. Al Capitolo vero e proprio venivano aggiunti anche il maestro dei novizi Giulio Barberis, il procuratore generale di Roma Cesare Cagliero, e il vicario generale per le Figlie di Maria Ausilitrice. Il Rettor Maggiore si interessava al lavoro di ciascuno, ma attento a non invadere le competenze altrui. Lo si può vedere, per esempio, nei rapporti con don Cerruti, don Durando o don Barberis. Anche in ciò si mostrava fedele discepolo di don Bosco, il quale voleva a capo della sua Società non un presidente circondato da ministri che formavano il suo consiglio, ma un ‹‹Capitolo Superiore», cioè un collegio il cui presidente sarebbe stato solo il primus inter pares. Merita la pena citare un esempio. Il 25 maggio 1888, il Capitolo Superiore dibatté la proposta di don Alberione di cedere la sua tipografia ai Salesiani. L’accettazione avrebbe comportato la stampa del giornale l´Osservatore cattolico. Don Rua propendeva per l’accettazione. Cagliero si dichiarò contrario: don Bosco, ricordava, non voleva assolutamente che si stampasse un giornale. E il Capitolo si allineò con l’opinione di Cagliero. La Congregazione si estese e si affermò sotto il rettorato di don Rua, grazie alla sua determinazione, ma anche alla saggezza della sua direzione collegiale.

Teneva ben salde nelle mani le redini del potere, come dimostrano, fin dai primi mesi del rettorato, le ‹‹Norme» stabilite per ispettori e direttori ‹‹sull’uso del libro dei privilegi» (8 giugno 1888)[264] e sui ‹‹resoconti amministrativi» (29 novembre 1888),[265] ma anche la sua richiesta agli ispettori, attraverso la mediazione del prefetto generale, di fare tra dicembre e gennaio la visita di ogni casa, di verificare le proprietà di ogni confratello, di far redigere agli anziani il testamento e inviarne copia a Torino.[266] Queste leggi, certamente elaborate con il Capitolo Superiore, erano debitamente firmate e responsabilmente fatte proprie dal Rettor Maggiore.

 

16 ­ LA VITA QUOTIDIANA DEL RETTORE A VALDOCCO

Don Rua confessore[267]

La giornata di don Rua a Torino iniziava sistematicamente con la meditazione comunitaria, alle cinque e mezzo in inverno e alle cinque in estate. Dopodiché si metteva nel confessionale della vecchia sacrestia. C’erano altri confessori in chiesa, ma quasi tutti i confratelli e, secondo don Ceria, la maggioranza degli artigiani e degli studenti che assistevano alla messa in due momenti successivi, si confessavano da lui. Le confessioni duravano fino alle otto, ora in cui egli celebrava la messa.

Al processo di canonizzazione di don Rua, alcuni ex-figli spirituali parlarono della loro esperienza personale. Discreto nelle domande, breve e conciso nei consigli, don Rua confessore faceva riferimento alla liturgia e al santo del giorno. Gli capitava spesso di richiamare consigli dati in precedenza, cosa che conferiva continuità alla sua direzione spirituale. Troviamo a questo proposito due testimonianze nel processo diocesano di canonizzazione. La prima è di don Rigoli, prevosto di Somma Lombardo: ‹‹Fu anche mio confessore, presentandomi a lui soventissimo. Aveva tutta la mia confidenza, come pure quella di molti altri miei compagni. Colla mia esperienza d’oggi, ripensando a quella direzione, dico che era veramente illuminata e di sacerdote tutto di Dio».[268] L’altra testimonianza è del professor Pietro Gribaudi: ‹‹Ispirava una grande confidenza, sicché, nonostante la sua apparente austerità, si ricorreva a lui come confessore con animo aperto. Quando in qualche circostanza della vita sentivo il bisogno di un esame completo di tutti i miei atti ricorrevo a D. Rua e sempre dopo la confessione mi sentii profondamente sollevato».[269] Al processo apostolico, il salesiano Melchiorre Marocco depose: ‹‹Io che l’ebbi per circa dieci ani moi direttore spirituale, lo trovai sempre di una carità, di una prudenza, di una saggezza e di una pietà veramente ammirabili».[270] Aveva un’altissima considerazione del suo ministero di confessore e non tollerava di essere disturbato mentre lo esercitava. Un giorno stava confessando e vennero ad avvertirlo che una personalità di alto rango chiedeva di incontrarlo; replicò aspramente che non bisognava chiamarlo quando era in confessionale, per qualsiasi motivo.

Egli stesso, ogni lunedì, al più tardi il venerdì, dopo aver ascoltato la confessione di don Giovanni Battista Francesia, gli cedeva il posto e, in ginocchio, si confessava con lui di fronte a tutti quelli che attendevano il loro turno. Durante i viaggi, quando giungeva il giorno della sua confessione, pregava un confessore salesiano di ascoltarlo. Talvolta chi era coinvolto, piuttosto imbarazzato, cercava modo per schivarlo; ma don Rua, seriamente e fermamente gli faceva capire che non era il momento di fare cerimonie.

Le udienze

Terminate le confessioni e celebrata la messa, si ritirava in ufficio e dava udienza fino a mezzogiorno. Riceveva tutti quelli che desideravano parlargli. Talvolta erano eminenti personaggi, Salesiani e suore, signore e signori, spesso benefattori, ma anche e di frequente povera gente del popolo. Chi gli chiedeva consiglio, chi conforto, altri imploravano soccorso. Traspariva sul suo viso la partecipazione che dimostrava per le sofferenze altrui. Ascoltava pazientemente interminabili confidenze, per dare alle anime afflitte la gioia di potersi esprimere. Si commuoveva nel sentire il racconto delle disgrazie altrui. Molte persone, che i segretari avevano visto entrare in ufficio pensierose, preoccupate e tristi, ne uscivano con il volto trasformato. Le entrate e le uscite si succedevano senza sosta per tre ore. La sua fede viva e la sua ardente carità davano efficacia alle parole. Don Ceria riporta la relazione di un prete salesiano scrupoloso che aveva spesso bisogno di una voce amica per sostenersi: ‹‹La mia penna è incapace di esprimere veramente, come vorrei, le attenzioni delicate nei miei riguardi di questo santo e fedele servo di Dio, per dire di quale squisita e delicata carità il suo cuore era animato verso l’ultimo dei suoi figli». Si udì un’anima buona un po’ semplice gridare: ‹‹Se è così dolce conversare con i santi, chissà come sarà dolce trovarsi di fronte a Dio!».

La corrispondenza

Don Rua scriveva molto. Il fondo dell’archivio salesiano centrale che racchiude solo una minima parte della sua corrispondenza, annovera per esempio, tra gennaio e dicembre 1889, quarantadue lettere inviate a Cesare Cagliero, suo procuratore a Roma. Questa corrispondenza ­ ancora insufficientemente raccolta e studiata ­ ci consegna un aspetto caratteristico del suo metodo di governo. Come Rettore, conservò l’abitudine delle relazioni personali con tutti i confratelli indistintamente. I legami erano stati facili quando la Congregazione non contava che qualche decina di membri. Le relazioni personali divennero complicate quando si avvicinarono al migliaio. I Salesiani non erano ancora novecento alla morte di don Bosco. Don Rua divenuto Rettore, tentò di mantenere legami personali anche quando il numero superò il migliaio. Non contento di tenere i contatti con la Congregazione attraverso lettere circolari collettive molto paterne, gli sarebbe piaciuto coltivare la stessa intimità con ciascuno, persino con gli sconosciuti, attraverso corrispondenze individuali dirette o indirette. Tutti sapevano di potergli scrivere in piena libertà, sicuri di non rimanere senza risposta. Ci si rivolgeva a lui per parlare di bisogni reali o immaginari, per confidare le proprie pene, per esprimere un desiderio. Quando alcuni sembravano volersi eclissare, rompeva il ghiaccio per primo, invitandoli a dargli notizie.

Una corrispondenza personale così abbondante, sommata a quella d’ufficio, significava un gran numero di lettere quotidiane, che i suoi poveri occhi malati leggevano con cura e alle quali rispondeva o faceva rispondere secondo i casi. Tale lavoro richiedeva tempo e libertà. Perciò tra le ore 15 e le 17, talvolta si ritirava in casa di qualche benefattore dove non sarebbe stato disturbato. Là si dedicava a rispondere agli affari più urgenti. Le persone che lo ospitavano erano felici di mettere a sua disposizione una stanza per scrivere indisturbato. Spesso queste due ore non gli bastavano, allora doveva dedicare una parte della notte per sbrigare la corrispondenza.

Non è necessario leggere molte lettere per riconoscere il suo stile piuttosto secco. Un gran numero di esse era opera dei segretari che, come lui, non cercavano di fare letteratura. Uno studio coscienzioso di questa corrispondenza dovrebbe tenerlo presente. Mi sembra che non si trovino più nelle sue lettere da Rettor Maggiore le formule spesso brusche di quando era prefetto generale nel decennio 1870-1880. Ma don Rua non fu mai un letterato. Ha ragione don Ceria a scrivere che si cercherebbe invano nelle lettere del Rettore qualche guizzo di immaginazione, qualche originalità nella forma o nelle idee. Per ragioni di risparmio, le sue corrispondenze spesso venivano scritte su ritagli di carta. Anche le lettere personali erano rapide. Tuttavia concordiamo volentieri con il biografo, che ammirava lo stile tranquillo, l’amabilità e l’apertura di un’anima semplice e sobria, ma schietta e cordiale che da esse traspare. Facevano riflettere e commuovevano chi le riceveva. Don Ceria parla di un ‹‹linguaggio del cuore».

Riporto due lettere autografe che mi paiono significative, una scritta agli inizi del suo mandato come Rettor Maggiore, l’altra verso la fine. La prima è una risposta del 5 giugno 1892 al don Louis Cartier (1860-1945), direttore della casa di Nizza. Un pizzico di umorismo ­ forse involontario ­ sulla ‹‹benedizione» delle medagliette da parte di don Bosco, morto quattro anni prima, le conferisce un certo che di pungente.

Carissimo don Cartier,

Rispondo solo ora alla gradita tua del 24 maggio.

1. Ti spedisco 12 medaglie benedette dal Santo Padre, come mi chiedi. Sono le ultime che ancor mi rimanevano. Mandale a quella Signora che le chiedeva benedette da Don Bosco e dille che furono sul letto di lui.

2. Non ho potuto leggere l’articolo sull’Oratorio di San Giuseppe; ma spero andrà bene.

3. Quanto alla Visitazione si potrebbe provare don Canepa. Chi sa che un po’ di moto non possa fargli bene?

4. Spero che la vostra festa di Maria Ausiliatrice sia riuscita bene. Io ve ne auguro le più elette benedizioni, mentre mi ripeto tuo affezionato in Gesù e Maria

sacerdote Michele Rua.[271]

Il secondo esempio è la risposta del 7 marzo 1907 a una lettera dell’ispettore di Bogotà (Colombia), Antonio Aime (1861-1921), ottimo missionario.

Carissimo Don Aime,

Molto mi consola la buona notizia che mi dai della guarigione del caro nostro confratello: voglia Maria Ausiliatrice compiere l’opera con ristabilirlo perfettamente, se sarà per il bene dell’anima sua e degli altri. In questa tua del 27 gennaio mi accenni all’inconveniente di articoli inseriti in novembre e dicembre nel Bollettino: pareva che si potesse fare stantechè la materia di quegli articoli si ricavava quasi interamente dalle informazioni pubblicate costì probabilmente per ordine od almeno col consenso del governo; visto però quanto ora ci scrivi, tralasceremo di parlarne per l’avvenire. Ci chiedi tre sacerdoti; ma dove possiamo prenderli? Molti altri ci sono chiesti da parecchie altre parti; ma dobbiamo a tutti rispondere egualmente: non possiamo, non abbiamo: fatevi coraggio; cercate far fuoco col vostro legno, ed intanto limitate le vostre imprese a misura delle vostre forze. Non mancherò però di pregare per voi.

Il tuo affezionatissimo in Gesù e Maria

sacerdote Michele Rua.[272]

Don Rua si curava sempre di edificare spiritualmente il destinatario. Se era vicina una festività religiosa, non mancava di farvi allusione. Aveva attenzioni delicate per i corrispondenti in occasione di feste o anniversari. Esaudiva richieste un po’ curiose. Un chierico dell’Ecuador, ad esempio, desiderava una dozzina di manuali per l’insegnamento del canto liturgico; don Rua glieli fece spedire subito. Dal collegio di Randazzo, in Sicilia, don Trione gli chiedeva un inno di circostanza, per la celebrazione della prossima festa del direttore Pietro Guidazio (1841-1902). La musica era già composta e don Rua si affrettò a far scrivere i versi che desiderava e inviarli in modo che arrivassero in tempo.[273] Aveva molte trovate paterne. Michele Borghino (1855-1929), giovane direttore in Uruguay, predicava ai confratelli la dolcezza e la mansuetudine di san Francesco di Sales e di don Bosco, ma aveva fama meritata di agire in senso contrario. Vide un giorno arrivare da Torino un pacco postale, il cui indirizzo era chiaramente scritto dalla mano di don Rua. Lo apri e vi trovò un vasetto di miele con un biglietto: ‹‹Ecco, mio caro don Borghino, prenderai un cucchiaio di miele tutte le mattine, don Rua». Don Borghino sarà un superiore energico, ma tutto sommato, un buon salesiano.

Le risposte di don Rua lo rivelano pieno di comprensione per i corrispondenti. Se i temperamenti collerici superavano il limite, egli li richiamava dolcemente, da padre compassionevole. Aveva talvolta a che fare, osserva don Ceria, con persone bizzarre, che riempivano di sciocchezze pagine intere, credendole verità di vangelo. A prima vista serebbe venuta voglia di cestinarle. Non era il caso di don Rua. Per lui si trattava di una debolezza umana da trattare come tale. Il malato può essere noioso, il medico lo cura ugualmente. Dopo la sua morte, furono trovate, racconta lo stesso Ceria, cento e quindici lettere di un prete salesiano squilibrato, che moltiplicava osservazioni inconcludenti, prendendole per le cose più serie del mondo. Ebbene don Rua rispondeva ogni volta con grande premura. Cinquantasei di queste riposte sono rimaste, scriveva don Ceria; le altre cinquantanove sono state distribuite dal destinatario a persone desiderose di avere uno scritto autografo del successore di don Bosco. Potevano andare nelle mani di chiunque: tanto era il candore, l’amabilità, la capacità di sorvolare, che nessuno avrebbe indovinato la situazione del corrispondente.

Don Rua era preciso nelle risposte. Nelle prime righe specificava la data della lettera alla quale ripondeva. Poi passava ai dettagli, mostrando di conoscerne esattamente il contenuto. Insomma, la sua corrispondenza, benché semplice e senza fronzoli, testimoniava la sua bontà di padre e una spiritualità reale, benché poco appariscente. ‹‹Chi lo conobbe ­ conclude don Ceria ­ vi scorge lui con le sue doti e con le sue virtù».

Le celebrazioni annuali

Il Rettor Maggiore aveva un ruolo centrale nelle celebrazioni che si susseguivano lungo l’anno nella casa di Torino. Dal 1868, don Rua, prefetto dell’Oratorio e prefetto generale, aveva partecipato ogni 24 maggio a fianco di don Bosco alle solennità di Maria Ausiliatrice. Continuò a presiederle in qualità di Rettor Maggiore. Si è detto come, a partire dal 1889, il 23 e il 24 giugno Valdocco celebrasse insieme l’onomastico di don Bosco e la festa di don Rua. Finché gli fu possibile, presenziò anche alla distribuzione dei premi dell’Oratorio il giorno dell’Assunzione e non mancò di salutare ogni anno in chiesa gli allievi in partenza per le vacanze. Infatti continuava a mantenere contatti con i giovani della casa, pur senza occuparsi direttamente di loro, e approfittava di ogni occasione per farsi vedere in chiesa e fuori chiesa. Tutti sapevano di poterlo avvicinare quando volevano. Passeggiava volentieri tra gli allievi durante la ricreazione del pomeriggio e normalmente ogni settimana rivolgeva la parola agli studenti delle classi superiori.

Fatiche straordinarie lo attendevano tra metà agosto e i primi di ottobre. Era il periodo degli esercizi spirituali per i Salesiani e per le Figlie di Maria Ausiliatrice. Si limitava a fare una comparsa o tutt’al più presiedere alla chiusura degli esercizi spirituali delle suore. Per i Salesiani, invece, don Rua faceva molto di più: voleva essere presente in ogni muta di esercizi dall’inizio alla fine. Si metteva interamente a disposizione di coloro che partecipavano, sempre numerosi, a Valsalice o a Borgo San Martino. Dopo aver celebrato la messa ­ che allora era sempre individuale ­ in mattinata confessava per parecchie ore. Riprendeva le confessioni prima e dopo la cena. Era estremamente esigente con se stesso e gli capitò confessando di crollare svenuto. Si riprendeva subito e ritornava in confessionale. Nel corso della giornata riceveva quanti volessero parlargli. La maggior parte dei confratelli non terminava il ritiro senza averlo avvicinato, nonostante le file di attesa alla porta della sua stanza. Passava la ricreazione ‹‹moderata» dopo pranzo a conversare con quelli che lo circondavano. Ogni sera gli esercitandi ascoltavano la sua buona notte (il discorsetto della sera) dopo le preghiere, un colloquio breve e sempre interessante. Infine, a chiusura delle giornate di esercizi, teneva personalmente la predica detta ‹‹dei ricordi». Questi due mesi di esercizi spirituali lo affaticavano enormemente. Quando glielo fecero notare rispose: ‹‹È la mia vendemmia». Ma quella vendemmia durava tutta la stagione, osserva don Ceria.

Il biografo termina il capitolo con alcune considerazioni generali sul problema sempre delicato delle nomine degli ispettori e dei direttori. Quando don Rua doveva nominare un direttore, un ispettore o un membro supplente del Capitolo Superiore, non sceglieva il soggetto che gli piaceva, ma un uomo osservante. Aveva bisogno di un superiore fedele alla Regola e alle tradizioni salesiane. Poi pregava e consultava separatamente ciascuno dei membri del Capitolo Superiore. Il risultato di solito era soddisfacente. Bisogna dare credito alla testimonianza resa da Giulio Barberis al processo informativo di canonizzazione: ‹‹Non mi ricordo che ci siano state gravi lamentele a questo proposito; si deve, al contrario, ammirare il fatto che tutti si siano piegati volentieri alle sue decisioni».[274] Non fu sempre così, come testimoniano le tensioni sorte in occasione della sostituzione degli ispettori don Pietro Perrot e di don Giuseppe Bologna dopo le vicende francesi del 1904, di cui avremo occasione di parlare. Ma, guardando con attenzione, si scopre, in ogni situazione difficile, un Rettore sempre impegnato ad ammorbidire i provvedimenti presi in consiglio dal Capitolo Superiore.

Insomma, nella casa di Valdocco, per le persone vicine, per quelle esterne che venivano numerose a visitarlo e per i giovani della scuola, l’austero e pio don Rua riusciva ad essere un padre benevolo, capace di rinunciare totalmente a se stesso, fatto tutto a tutti, come sarebbe piaciuto al suo maestro don Bosco se fosse stato ancora in questo mondo.

 

17 - L´ESPLORAZIONE DEL MONDO SALESIANO IN EUROPA

In Italia

Nel 1888, anno di lutto per la morte di don Bosco, don Rua non uscì da Torino. L’anno successivo intraprese progressivamente la visita delle case salesiane d’Europa cominciando, naturalmente, dall’Italia.[275]

Facciamo una sintesi dei suoi viaggi in Italia durante i primi anni di rettorato, tra 1889 e 1892, cercando di coglierne, con l’aiuto di don Ceria, i dettagli più salienti. Nel 1889 e all’inizio del 1890, prese contatto con le case del Nord. Nell’estate 1889, lo vediamo predicare gli esercizi spirituali alle suore salesiane di Nizza Monferrato tra il 31 maggio e il 5 giugno, poi spostarsi sulla costa ligure, a Sampierdarena e Alassio, dove il suo passaggio è documentato da un album con le firme di tutti gli allievi delle scuole superiori della casa. Questo volume si apre con una dedica commovente per un uomo la cui maggior preoccupazione era quella di seguire il più possibile le orme del maestro: ‹‹Amatissimo Padre, la tua visita ci ha fatto passare tre giorni felici: la tua presenza, le tue parole hanno destato in noi una purissima gioia, un santo entusiasmo. Oseremmo dire che pareva venuto da noi, non il successore, ma don Bosco medesimo. Te ne ringraziamo adunque con tutto l’affetto del cuore».[276]

Il 25 giugno don Rua fu a Borgo San Martino per celebrare la festa di san Luigi Gonzaga. Le suore della vicina casa di Maria Ausiliatrice gli chiesero di benedire una delle consorelle che i medici avevano dato per spacciata. Don Rua le invitò semplicemente a recitare presso il suo letto tre Ave Maria per la sua guarigione. Nella buonanotte, prima di andare a dormire, fece la stessa raccomandazione agli allievi. L’ammalata prese sonno. L’indomani il medico le riscontrava solo una grande debolezza. La notizia diede occasione a don Rua per esaltare la potenza dell’intercessione di Maria Ausiliatrice. Suor Filomena Bozzo, che le consorelle chiamavano la ‹‹miracolata di don Rua», morì venticinque anni più tardi, il 22 maggio 1914, direttrice di un istituto a Damasco in Siria.[277]

Il 13 luglio troviamo don Rua in Emilia, nella bella città di Faenza, dove gli anticlericali rendevano dura la vita ai Salesiani. Si doveva benedire la cappella interna del collegio. Don Rua ammirò l’efficace entusiasmo dei Cooperatori che sostenevano i Salesiani. Furono tre giorni di festa. L’ultima sera, dopo il discorso di addio, impiegò più di un’ora per staccarsi dalla folla, che voleva avvicinarlo. Chi gli domandava una benedizione, chi un consiglio, chi desiderava sentire una parola, chi voleva almeno baciargli la mano o toccargli gli abiti. ‹‹Insomma ­ scriveva don Lazzero a mons. Cagliero ­ non si fece niente di meno di quanto già si faceva per l’amato nostro Padre don Bosco».[278]

Visitò in seguito le case di Firenze e di Lucca. Rientrò a Torino in tempo per occuparsi degli esercizi spirituali dei Salesiani e delle Salesiane, poi del Capitolo Generale che si tenne a Valsalice tra il 2 e il 7 settembre.

Nel gennaio del 1890, scese a Roma, dove la costruzione dell’ospizio del Sacro Cuore andava per le lunghe. Lunedì 13 era sul posto in attesa del biglietto di invito a un’udienza privata di Leone XIII.[279] Il papa lo ricevette mercoledì 22, con don Cesare Cagliero e don Lazzero. Possiamo immaginare la loro soddisfazione quando lo sentirono esclamare: ‹‹Le imprese di quel sant’uomo che fu don Bosco sono state benedette durante la sua vita, continueranno ad essere protette dopo la sua morte». Si interessò particolarmente all’opera dei Salesiani nei territori di missione, soprattutto in Colombia. Il papa benedisse i progetti missionari che i Salesiani intendevano avviare in Africa e in Asia, dove ancora non erano entrati. ‹‹Possiamo esser tranquilli ­ scriverà don Rua nella circolare del 1° febbraio ­ qualora ci venga fatta dimanda di missionari per quelle parti, di averne la missione dal Vicario di nostro Signore Gesù Cristo, e quindi da Dio stesso». Ci fu uno scambio di pareri sulla parrocchia del Sacro Cuore. ‹‹Coraggio! ­ esclamò il papa ­ Continuate a lavorare. Si vede che dove si lavora, nonostante le difficoltà dei tempi, il popolo accorre e si fa del bene». Don Rua intraprese il viaggio di ritorno a Torino sabato 25. Si fermò in visita all’opera di La Spezia; poi tenne un’efficace conferenza ai Cooperatori nella chiesa di san Siro di Genova. ‹‹Con l’amore di un padre e la carità di un fratello, raccomandò la cura e la protezione della gioventù abbandonata», scriverà un giornale il 28 gennaio.[280]

Nei mesi di aprile-maggio 1891, completò la visita delle opere salesiane dell’Italia del Nord, dapprima con gli istituti di lingua italiana di Trento (allora nell’impero Austrio-Ungarico) e di Mendrisio (nel Canton Ticino), dove c’era un collegio municipale aperto da don Bosco non senza qualche esitazione. A Trento, i Salesiani avevano assunto la direzione di un orfanotrofio dipendente da una fondazione locale. Un articolo del regolamento impediva l’accettazione di orfani che non fossero della città. Don Rua nella conferenza ai Cooperatori, raccontò come, poco prima, a Nizza i Salesiani avevano trovato una sera un ragazzino di undici anni intirizzito dal freddo, e l’avevano accolto con premura nella loro casa. Ora il povero bambino era trentino. Abbandonato dal fratello maggiore, mendicava alla porta di un grande albergo. E Dio sa dove sarebbe finito se mani caritatevoli non si fossero prese cura di lui. I presenti furono molto commossi dal racconto. Persino colui che si dimostrava più ostinato nel sostenere la clausola restrittiva, si ricredette, sicché l’articolo venne soppresso.[281] A Mendrisio, don Rua restò piacevolmente impressionato per l’eccellente funzionamento dell’Oratorio festivo. Il 12 maggio successivo, confidò al Capitolo Superiore che a Mendrisio ‹‹i Salesiani sono ben visti da tutte le autorità e da tutti i partiti, soprattutto per questo Oratorio festivo».[282] Durante tutto il rettorato, si farà apostolo dell’Oratorio, in un contesto salesiano che preferiva di gran lunga il convitto e l’insegnamento.

Nell’aprile del 1891, dopo un breve ritorno a Torino, ripartì per il Veneto. Della visita al collegio Manfredini di Este, ricordiamo la viva soddisfazione per una messa solenne interamente cantata in gregoriano da tutti gli allievi. Gli procurò una grande gioia: nella sua precedente circolare del 1° novembre, infatti, aveva ricordato l’amore di don Bosco per il canto della Chiesa e l’invito rivolto a mons. Cagliero di preparare un manuale di insegnamento del gregoriano. Scriveva: ‹‹in vari stati cattolici si fa attualmente diligente studio di questo canto, e in collegi di grande reputazione, lasciata a parte la musica, si applicano i giovani allievi allo studio del canto gregoriano».[283] Gli fece piacere che questo fosse avvenuto anche nel collegio di Este. Scese poi in Emilia Romagna, a Bologna, Imola e Faenza, per risalire a Parma, complimentandosi per i progressi di quelle fiorenti opere salesiane, soprattutto quella di Parma, grazie al geniale don Carlo Baratta (1861-1910), in una regione in cui trionfava il laicismo più o meno anticlericale.

Don Rua visitò le opere dell’Italia Meridionale solo tra gennaio e marzo 1892.[284] Accompagnato da don Francesia, a metà gennaio fu a Roma, dove Leone XIII lo ricevette in udienza, chiedendogli gentilmente notizie dei ‹‹suoi cari Salesiani».[285] Constatando che il papa riteneva ‹‹don Bosco grandemente meritevole presso Dio, la Chiesa, gli uomini, il mondo», don Rua scrisse ai Salesiani: ‹‹Felici noi, che apparteniamo alla scuola di un maestro così virtuoso e così santo!».[286] Da Roma scese a Napoli, dove si imbarcò per la Sicilia. A Palermo, incontrò alcuni Cooperatori, quindi raggiunse Marsala. Là si discuteva da tempo l’opportunità di affidare un orfanotrofio ai Salesiani. Riuscì a concludere le trattative. A Catania, ebbe la soddisfazione di constatare la stima che circondava l’Oratorio quotidiano, frequentato e molto vivace. Folle di giovani vi accorrevano. La gioventù di Catania adorava il direttore dell’Oratorio, il giovane sacerdote Francesco Piccollo (1861-1930). Il collegio di Randazzo, prima opera salesiana nell’isola, aveva conosciuto un tempo di crisi tra 1885 e 1889, per il trasferimento a Lanzo del direttore-fondatore, don Francesco Guidazio. Ora tornato don Guidazio il collegio stava ritrovando la vitalità di un tempo.

Non trascurò le Figlie di Maria Ausiliatrice. Visitò le opere di Catania, Bronte, Trecastagni, Mascali, Acireale, Alì Marina. L’accoglienza ad Alì Marina fu particolarmente entusiasta. Non appena si seppe del suo imminente arrivo, i giovani accorsero alla stazione per fargli festa. Il Rettore in mezzo alle loro acclamazioni raggiunse l’Oratorio dove in suo onore si svolse un piccolo ‹‹spettacolo musico-letterario». Tornato sul continente, in Calabria, salì attraverso Taranto e Bari fino a Macerata, per vedere il collegio salesiano inaugurato di recente. In un’autobiografia inedita, don Francesia scrive che la casa di Macerata, ‹‹aperta da poco, era già piena e straripante. Si sarebbe creduta l’Arca di Noè: c’erano studenti, artigiani, giovani dell’Oratorio. Solo l’amore vi manteneva l’ordine».[287] Dopo un pio pellegrinaggio a Loreto, per venerare la Santa Casa, don Rua salì verso il Veneto, con brevi scali ad Ancona, Rimini e Venezia. Da là ritornò in Piemonte, a Novara. Il vescovo della città aveva fatto costruire un magnifico Oratorio, destinato a diventare l’inizio di un’opera salesiana particolarmente florida. Quando finalmente l’8 marzo rientrò a Torino, non c’era nessuno ad attenderlo poiché il suo arrivo non era stato annunciato. Ma poteva dirsi soddisfatto di aver fatto il giro completo delle opere salesiane d’Italia.

Nel meridione della Francia

Tra febbraio a maggio 1890, don Rua effettuò un lungo viaggio in Francia, Spagna, Inghilterra e Belgio.[288] Non era ancora conosciuto in queste regioni dove il ricordo di don Bosco rimaneva vivissimo. Rientrato a Torino il 27 gennaio, al termine di una spedizione che l’aveva condotto fino a Roma, il 4 febbraio ripartiva per la Francia, via Sampierdarena.[289]

La prima casa francese a beneficiare della sua presenza fu quella di Nizza, fondata da don Bosco nel 1875, prima tra le opere salesiane fuori d’Italia.[290] Il titolo di Patronage Saint-Pierre non deve trarci in inganno. Non era un ‹‹patronato» vero e proprio: come l’Oratorio di Torino, il convitto nicese aveva le due sezioni degli studenti e degli artigiani. La visita di don Rua, ben documentata nella cronaca della casa, può essere raccontata nel dettaglio. Arrivò alle ore 20 di sabato 8 febbraio. Era buio e faceva freddo. L’ingresso e il cortile del Patronato erano ornati con bandiere e lumi. Quando apparve, la banda musicale e gli applausi dei giovani lo accolsero con gioia. Si gridava: Viva don Rua! Viva don Rua! Un passaggio del discorso di benvenuto letto da un ragazzo (e composto da don Cartier), è in perfetta sintonia con i suoi sentimenti di fedele imitatore di don Bosco: ‹‹Oggi viene a noi, amato Padre. Scopriamo in lei l’anima, lo spirito e il cuore di colui che abbiamo perduto. Anzi ritroviamo in lei lui stesso, tutto intero. I nostri occhi si aprono alla luce e sentiamo nel profondo del cuore che il nostro Padre, il nostro Maestro non è morto. Anche noi possiamo dire: ­ Non ardeva forse d’amore il nostro cuore mentre ascoltavamo la sua voce?». Don Rua commosso rispose più o meno così: ‹‹Il ricordo di don Bosco, pur facendo rivivere in me un profondo dolore, è particolarmente utile per rammentarci tutto ciò che il nostro venerato Padre ha fatto e ciò che noi dobbiamo fare. Ora don Bosco è in cielo. Abbiamo sentito più volte il suo benefico appoggio.Vi ha raccomandato di amarmi come voi l’avete amato, di obbedirmi come voi gli avete obbedito. Seguendo le sue raccomandazioni, renderete alquanto dolce e facile il mio compito, che consiste soprattutto, lo sapete, nel fare del bene alle anime vostre».

L’indomani, domenica 9 febbraio, la casa celebrava la festa di san Francesco di Sales. Don Rua entrò in confessionale alle sei e mezzo del mattino, assediato dai confratelli e dai giovani. Confessarsi con don Rua era per tutti come una benedizione. Lasciò il confessionale alle sette e trenta per celebrare la messa di comunità. I Cooperatori furono invitati alla conferenza regolamentare nella chiesa di Notre Dame, dopo i vespri delle ore 15. Don Rua parlò in presenza del vescovo di Nizza. Nel suo ‹‹sermone di carità», secondo l’espressione del giornale Semaine religieuse, chiese la collaborazione degli ascoltatori per tre tipi di istituzioni: Oratori festivi; orfanotrofi e altri istituti educativi; missioni. Come don Bosco, non si vergognava a tendere la mano. Queste opere infatti esigevano continue risorse economiche. Potevano sopravvivere solo grazie alla carità dei Cooperatori e delle Cooperatrici.[291]

Lunedì 10 febbraio, le due associazioni di sostegno della casa di Nizza, il ‹‹Comitato protettore dei laboratori del Patronato» e le ‹‹Dame patronesse», parteciparono quasi al completo alla conferenza di don Rua. Si complimentò con loro per il lavoro svolto nella casa, ma lamentò la mancanza di un ‹‹Oratorio esterno» maschile, accanto all’‹‹Oratorio interno», visto che nelle vicinanze esisteva già un Oratorio di festivo per le fanciulle, animato dalle Figlie di Maria Ausiliatrice. ‹‹Don Bosco gioisce del bene che voi fate ai giovani operai. Ma molti ragazzi hanno ancora bisogno di essere soccorsi». È solo a questa condizione che l’opera di Nizza potrà dirsi completa secondo l’idea di don Bosco.[292]

Il resto della settimana trascorse in visite ai Cooperatori e al Circolo cattolico, in ricevimenti, in riunioni con i confratelli, in lunghe sedute al confessionale. Il tutto si concluse, lunedì 17 febbraio, vigilia della partenza, con grandi giochi e una rappresentazione teatrale. Il 18 era martedì grasso. Così don Rua, secondo la commossa cronaca del Bolletino Salesiano francese, nel discorsetto di addio tenuto la sera del 17, raccomandò a tutti per l’indomani di fare la comunione e recitare le preghiere per i defunti, volendo che tale giornata, vissuta dal mondo in modo poco cristiano, portasse almeno un po’ di sollievo alle anime purganti.[293]

Martedì 18, mentre i giovani di Nizza facevano l’esercizio della buona morte e si preparavano a festeggiare il carnevale, don Rua si trasferì nella vicina casa di la Navarre, dove si fermò quattro giorni, interrotti da una puntata a Tolone per un’ora di conferenza nella chiesa principale di Santa Maria, e per la visita ad alcuni benefattori.[294] A la Navarre, il 19 si tenne il ricevimento di benvenuto. Le Compagnie e le varie classi gli indirizzarono omaggi poetici e componimenti letterari. Sabato 22 si fece l’esercizio della buona morte. Don Rua confessò a lungo gli allievi, seguendo anche in questo le orme di don Bosco che definiva la confessione come la ‹‹miglior pedagogia». Alle 10 ­ con l’autorizzazione del vescovo ­ amministrò il battesimo a due orfani protestanti accolti dal direttore della casa di Tolone Pietro Perrot. Nel pomeriggio, di ritorno a Nizza, sostò a Cannes, dove don Bosco si era fatto numerosi amici. Là, il giorno successivo, domenica, nella chiesa di Notre-Dame du Bon Voyage tenne un ‹‹sermone di carità» su don Bosco, le sue opere e i suoi Cooperatori. Il frutto della questua fu generoso (2000 franchi, secondo l’agenda di don Lazzero). A Cannes si femò cinque giorni, visitando benefattori e comunità religiose. Mercoledì 26, andò all’orfanotrofio di St. Isidore a St. Cyr-sur-Mer, tenuto dalle Figlie di Maria Ausiliatrice. Lo accolse il cappellano, don Antonio Varaia.[295] Il mattino successivo tenne una conferenza ai Cooperatori; partecipò a un pranzo con il clero locale e il conte di Villeneuve; infine si mise a disposizione delle suore tutto il pomeriggio.

La sera del 28 febbraio, preannunciato da un telegramma, giunse all’Oratorio Saint-Léon di Marsiglia. Qui si fermò otto giorni. Marsiglia era sede della casa provinciale, con l’ispettore don Paolo Albera. Ma non si limitò alla casa di Saint-Léon. Infatti (salvo errori, dato che la cronaca del Bulletin e quella di don Lazzero non concordano sulle date) don Rua dedicò due giorni, mercoledì 5 e domenica 9 marzo, al noviziato di La Providence, nel quartiere Sainte-Marguerite di Marsiglia. I trenta novizi Salesiani francesi celebrarono il suo arrivo con una bella ‹‹accademia». Poi don Rua ricevette a colloquio tutti coloro che avevano chiesto di fare la professione o di vestire l’abito chiericale. Si interessò anche dell’attigua fattoria e della campagna.[296] Il 7 e l’8 andò a far visita al curato d’Aubagne, poi al conte di Villeneuve a Roquefort, due affezionati amici di don Bosco. Nelle giornate trascorse a Saint Léon, don Rua ricevette i visitatori, confessò i confratelli e gli allievi, parlò ai comitati protettori, maschile e femminile. Rivolse anche ai ragazzi due discorsetti serali ­ molto lunghi ­ uno per incoraggiarli ad accostarsi ai sacramenti, l’altro sulla devozione a San Giuseppe. Il 6 marzo, tenne un’ampia conferenza ai Cooperatori, in cui fece l’elogio degli Oratori festivi: ‹‹I risultati ottenuti sono davvero consolanti. In una città abbiamo aperto l’Oratorio in un quartiere malfamato. Una persona rispettabile non poteva attraversarlo senza essere presa a sassate o bersagliata dai ragazzini che gettavano fango. Sei mesi dopo l’apertura dell’Oratorio salesiano, il quartiere era irriconoscibile. Io stesso ho potuto constatare che quei fanciulli non solo ci rispettano, ma sono educati e premurosi». Parlò anche delle missioni salesiane tra i ‹‹selvaggi».[297]

In Spagna

La sera di lunedì 10 marzo 1890, in compagnia di don Giulio Barberis, don Rua lasciò Marsiglia per la Spagna. Vi tornava quattro anni dopo il memorabile viaggio del 1886 a fianco di don Bosco.[298] Visitò due opere salesiane molto distanti l’una dall’altra: Sarrià, presso Barcellona e Utrera nella regione di Siviglia. Il tragitto li obbligò a percorrere lughi tratti con mezzi di trasporto lenti e complicati.

L’11 marzo, dopo una notte in treno e una splendida accoglienza alla stazione di Barcellona, potè celebrare la messa nella cappella privata della benefattrice Doña Dorotea Chopitea. Poi si affrettò a visitare il vescovo che gli dimostrò una ‹‹straordinaria bontà» (Barberis). Alle ore 16, finalmente, arrivò a Sarrià, dove si fermò otto giorni, dall’11 al 20. Musica strumentale, canti e applausi salutarono il suo arrivo. Il cortile della casa era stato addobbato con lumi collocati sotto i portici del pianterreno, del primo e del secondo piano. Neanche don Bosco aveva ricevuto un’accoglienza tanto magnifica. Giulio Barberis il 15 marzo scriveva a don Luigi Piscetta: ‹‹Tutti i Barcellonesi venerano grandemente don Rua e riconoscono veramente in lui un altro don Bosco».[299] Trascorse le giornate a ricevere persone e visitare benefattori, in particolare il signor Luis Marti-Codolar. Come degno coronamento del soggiorno a Barcellona, il 18 marzo don Rua inaugurò un’opera popolare in un sobborgo particolarmente povero. Doña Chopitea vi aveva fatto costruire a proprie spese un complesso che comprendeva la scuola e l’Oratorio festivo ed affidava ai Salesiani la missione di istruire e formare la popolazione del quartiere. Il vescovo benedì l’edificio. Poi, in una delle stanze, fu organizzato un ricevimento con discorso di circostanza, indirizzi di omaggio, poesie e brani musicali affidati ai giovani di Sarrià. Il Correo Catalan, del giorno seguente scrisse: ‹‹Sotto il fastoso baldacchino disposto per sua Ecc. Mons. Vescovo, presidente del ricevimento, avevano posto un bel ritratto di don Bosco; alla destra del prelato presero posto il M. Rev. don Rua, superiore Generale della Congregazione Salesiana, il Vicario Generale della diocesi e il Presidente delle Associazioni cattoliche».[300]

L’ultimo giorno, don Rua con i membri della comunità e i giovani di Sarrià celebrò la festa di san Giuseppe, una devozione a lui molto cara, che gli allievi solennizzarono a sera con uno spettacolo teatrale. L’indomani 20 marzo i nostri due viaggiatori si incamminarono verso la seconda opera salesiana della Spagna, Utrera, via Madrid e Siviglia. Al momento di intraprendere la descrizione di questo itinerario Barberis scriveva a Luigi Piscetta: ‹‹In primis et ante omnia bisogna che ti dica che il viaggio da Barcellona ad Utrera è lungo, assai lungo, qualche cosa di più che da Torino a Barcellona; ed aggiungo che in Spagna i treni non sono tanto celeri e vi sono pochissimi diretti di modo che il viaggio viene a sembrare assai più lungo».[301] È vero che a Barcellona Doña Chopitea aveva procurato loro biglietti di prima classe, ma resta il fatto che, partiti da Barcellona il 20 marzo alle 8 del mattino, raggiunsero Madrid, a metà percorso, il giorno seguente alla stessa ora. Don Rua, indisposto, non potè dormire e si sentiva estremamente affaticato. Ma non gli importava. Appena arrivati a Madrid, da cui sarebbero ripartiti verso sera, cercarono un luogo per la messa. Egli celebrò nella cappella privata di un ricco benefattore; Barberis invece in una chiesetta nelle vicinanze della stazione. Poi andarono a salutare il cardinale di Siviglia che si trovava a Madrid, il vescovo della città, il nunzio apostolico e il vicario generale della diocesi. Il viaggio in ferrovia fino a Siviglia durò altre tredici ore. Partiti da Madrid il 21 marzo alle 18,30 arrivavano a destinazione l’indomani alle 7,30. Malgrado la scomodità del treno, questa volta don Rua riuscì a riposare un poco. A Siviglia celebrarono la messa probabilmente nella cattedrale, ‹‹una delle meraviglie del mondo», scrive Barberis. In quel momento parecchie centinaia di operai stavano lavorando al suo restauro. Dopo la visita dell’Alambra e di alcune famiglie di benefattori, ripresero il treno per l’ultima tappa. Il viaggio questa volta durò ‹‹non più di tre quarti d’ora».[302]

Come era prevedibile, alla stazione di Utrera venne predisposta un’accoglienza grandiosa. La casa salesiana della città, infatti era molto apprezzata. Una ventina di vetture attendevano don Rua, con i due parroci della città, il sindaco, il pretore, il Capitolo della casa salesiana, tutti i sacerdoti del luogo, i diversi dignitari, e gli amici, come scrive don Barberis in una lettera del 25 marzo. Tutti volevano ‹‹far conoscenza col successore di don Bosco ed onorare in lui don Bosco medesimo». Fu un bel corteo di vetture fino alla casa salesiana. ‹‹Oh Utrera! Utrera! Io non ti dimenticherò mai più», esclamò Barberis, tanto era stato incantato dalla vivacità dei giovani andalusi.[303] Appena aperto il portone, centotrenta giovani ben allineati con i loro assistenti cominciarono a gridare Evviva!, ad applaudire e a protendersi verso colui che attendevano con tanta impazienza. Fu intonato un inno di benvenuto. La presenza di don Rua confortò i confratelli: la casa, aperta da dieci anni, non aveva ancora ricevuto la visita di un superiore. Il 23 era domenica. Tutti i giovani cercarono di confessarsi da don Rua che, a differenza di Barberis, conosceva lo spagnolo. Alla sera ci fu una grande accademia musico-letteraria. La ‹‹cattolica Spagna» impressionò don Barberis e probabilmente anche don Rua. ‹‹L’Andaluso non può parlare senza esaltare il suo S. Ermenegildo, il suo S. Ferdinando, S. Isidoro, e senza ricordare il tempo della dominazione moresca, che essi con l’aiuto di Maria hanno vinta. Varii componimenti versavano su questi soggetti».[304] Durante il suo breve soggiorno, il Rettor Maggiore volle compiere un pellegrinaggio a Nuestra Señora del Consuelo, patrona di Utrera e di tutta l’Andalusia. Visitò l’alcade, l’arciprete e due o tre famiglie di benefattori. Il 24 tenne una conferenza ai Cooperatori. ‹‹La sua parola semplice e piena di dolcezza toccò i cuori», ed ebbe tale successo che il chierico addetto all’elemosina faticava a tenere in mano il vassoio, appesantito dalle monete che vi erano state deposte.[305] Infine, la sera del 25 marzo, i due viaggiatori si disposero a riprendere la strada per Torino, dove prevedevano di arrivare all’alba del 30, domenica delle Palme. Rientrarono pieni di ammirazione per la Spagna, la generosità dei suoi Cooperatori e l’attaccamento del paese alla persona di don Bosco.

A Lione e a Parigi

Dopo due settimane trascorse a Torino nella preghiera e in lunghe riunioni capitolari, don Rua, benché avesse fretta di arrivare nella recentissima opera di Battersea (Inghilterra), fece ancora due brevi tappe a Lione e a Parigi.[306] Era accompagnato da don Louis Roussin, redattore del Bulletin Salésien francese.[307] Partiti da Torino la mattina del 14 aprile, vennero accolti alla stazione di Lione dalla famiglia Quisard, che li ospitò. Il 15 don Rua celebrò la messa nella cappella delle clarisse di rue Sala, presso il luogo in cui morì san Francesco di Sales, cosa a cui don Rua diede molto rilievo. Poi intraprese quelle poche visite che il tempo gli permetteva, in particolare al vicario generale mons. Belmont, in assenza del cardinale arcivescovo Foulon, e all’Opera della Propagazione della Fede. Quest’opera sosteneva i missionari Salesiani dell’America del Sud. Informati del viaggio di don Rua a Lione, mons. Cagliero, vicario apostolico in Patagonia e mons. Fagnano, prefetto apostolico della Terra del Fuoco, per suo mezzo si raccomandavano all’Opera. Il segretario generale mostrò in una vetrina del museo qualche oggetto proveniente dalle missioni. Il giorno successivo, don Rua salì sulla collina di Fourvière, dove era in costruzione la grande basilica che la renderà famosa. Celebrò messa nella cappella storica attigua, che già aveva visto don Bosco nel 1883. L´Echo de Fourvière apprezzò il suo tratto. Don Rua, scriveva, ‹‹è abituato a contare sulla Provvidenza, che dà il pane quotidiano a centomila ragazzi, sottratti alla miseria, e alla valorosa falange di missionari che portano la buona novella nelle regioni lontane della Patagonia. Don Rua non è in nulla da meno del suo tanto compianto maestro, per lo zelo, la mansuetudine e soprattutto per questa fede vivissima che sposta le montagne».[308] In serata, lasciava Lione su un treno notturno che lo avrebbe condotto a Parigi, dove non intendeva fermarsi più di due giorni, riservandosi di sostarvi più a lungo al suo ritorno dall’Inghilterra.

Dedicò la giornata del 17 aprile al piccolo convitto aperto a Paris-Ménilmontant nel 1884 presso l’Oratorio, culla dell’opera. Lo accolsero con la fanfara. Con sua grande soddisfazione, celebrò la messa accompagnata in canto gregoriano dagli allievi. Nel pomeriggio gli offrirono uno spettacolo, alla presenza di pochi intimi. L’Oratorio Saints Pierre et Paul, benché misero, era vivace e lo dimostrava. Don Rua passò quasi tutta la giornata del 18 fuori casa. In mattinata visitò le Benedettine del Santo Sacramento, in rue Monsieur, per le quali celebrò la messa in gregoriano, poi tenne una ‹‹chiacchierata molto paterna» con la comunità, come scrive Louis Roussin nel Bulletin Salésien, per raccontare i progressi delle opere salesiane in Europa e nelle missioni americane, ed esprimere la riconoscenza dei Salesiani verso quelle religiose che li sostenevano con le preghiere e le offerte. Nel primo pomeriggio, accompagnato dal direttore Joseph Ronchail, don Rua venne ricevuto dal nunzio mons. Rotelli, che elogiò l’opera di Ménilmontant, dove il campo d’azione offerto ai Salesiani era vasto. Seguì una conferenza ai Cooperatori, tenuta nella chiesa dell’Assunzione, in rue Saint Honoré, davanti a un’assemblea ridotta ‹‹a causa del cattivo tempo». Don Rua riprese semplicemente ciò che aveva già detto a Nizza e a Marsiglia su don Bosco, sul suo apostolato per la gioventù povera e abbandonata, sui progressi delle opere salesiane, soprattutto nelle missioni. Insistette con forza ‹‹sull’assoluta necessità di ingrandire la casa di Ménilmontant», dove a fronte di ottocento domande di ammissione si disponeva di novanta posti soltanto. I Cooperatori erano invitati a mettere mano alla borsa. Don Rua stesso passò tra di loro a raccogliere le offerte. Dopo la benedizione col Santissimo Sacramento diede udienza in sacrestia. Ebbe così modo di constatare quanto rimanesse vivo a Parigi il ricordo di don Bosco.

Don Rua in Inghilterra, nel Nord della Francia e in Belgio

Poco prima della morte, don Bosco aveva accettato una poverissima missione cattolica in un quartiere operaio di Londra, a Battersea.[309] Gli inizi erano stati faticosi. Il primo superiore Edward Mac Kiernann era morto il 30 dicembre 1888. Don Rua dedicò a quest’opera nascente sei giorni, tra il 19 e il 25 aprile. La dirigeva padre Charles Macey. I nostri due viaggiatori trovarono, vicino ad una chiesa piuttosto misera, una casetta che fungeva da canonica, una fiorente scuola mista di 315 allievi affidata a delle religiose, sovvenzionata parzialmente dallo Stato, ma amministrata finanziariamente dalla parrocchia, un Oratorio festivo per i ragazzi e un principio di orfanotrofio con tre ragazzini ancora alloggiati nella canonica.[310] In parrocchia si contavano circa duemila cattolici, per la maggior parte irlandesi.

Don Rua scrisse a don Durando: ‹‹La chiesa e le scuole sono molto frequentate, il bene che si fa è grande pei cattolici del quartiere ­ scriveva don Rua il 21 aprile ­ ed è pur grande pei protestanti giacché si ottengono sovente conversioni e talvolta d’intere numerose famiglie, ciò che accade in via ordinaria molto di rado. Anche l’Oratorio festivo procede bene: non è ancora numeroso come quello di don Pavia [a Valdocco], ma speriamo che poco alla volta verrà ad emularlo». Continuava prospettando il coinvolgimento delle Figlie di Maria Ausiliatrice nella missione inglese: ‹‹Se possiamo combinare qualche affare che abbiamo in vista, sarà conveniente inviare qui anche delle nostre suore per prendersi cura dell’Oratorio festivo delle ragazze, che verrebbero in numero molto grande e somministrerebbero anche un buon contingente di vocazioni se potessero venir coltivate».[311]

Don Rua ispezionò accuratamente gli ambienti. Si complimentò per la costruzione del muro di cinta che proteggeva i due cortili attorno alla chiesa: i ragazzini non avrebbero più potuto scavalcarli per rompere i vetri; si rammaricò che la copertura di zinco della chiesa non proteggesse a sufficienza i fedeli dalla pioggia; e soprattutto chiese a don Macey di ampliare la scuola divenuta insufficiente, per raddoppiare il numero degli allievi.

Poi iniziò le visite. La prima fu al vescovo della diocesi (Southwark), mons. Butt, che lo portò a vedere nelle vicinanze una scuola di un migliaio di allievi che aveva fatto costruire con l’aiuto dei diocesani. Questo vescovo dava priorità alla scuola cattolica, cosa che don Rua comprendeva e apprezzava. Quindi salutò il clero della parrocchia Notre Dame du Mont Carmel, il curato e il vicario, che avevano sostenuto i primi Salesiani arrivati a Battersea. Visitò la comunità delle suore di Notre Dame de Namur, responsabili della scuola, molto attive nel servizio ai poveri. Si interessò alle qualità delle funzioni liturgiche, sia nella chiesa anglicana di Westminster, sia nella comunità degli immigrati italiani. L’atmosfera di Westminster gli sembrò particolarmente fredda, mentre trovò nella comunità italiana fedeli che cantavano, devoti e cordiali. Molti protestanti, stando alla cronaca, assistevano alle funzioni degli italiani e ai concerti che organizzavano nella loro chiesa.

Il 25 aprile, don Rua riattraversata la Manica raggiunse il continente. Il 26 poteva spedire da Guînes, nelle vicinanze di Calais, una lettera a Cesare Cagliero.[312] Qui le Figlie di Maria Ausiliatrice gestivano un orfanotrofio aperto di recente. Don Rua benedì la loro cappella privata.[313] A sera raggiunse l’orfanotrofio salesiano di Lille. Il ricevimento fu solenne, con luci, fanfara, omaggi e canti della schola cantorum. Dopo la preghiera della sera, il direttore Ange Bologne annunciò ai ragazzi che l’indomani iniziavano gli esercizi spirituali e che il Rettor Maggiore sarebbe stato a loro disposizione tutto il tempo, nel confessionale e in camera. Don Rua fece la predica di apertura il 27 aprile e quella di chiusura il 1° maggio. Tra il 2 e il 6 maggio si dedicò alle numerose personalità civili ed ecclesiastiche amiche di don Bosco e dell’opera di Lille. Il direttore Bologne stava cercando fondi per l’acquisto di un fabbricato vicino alla casa, per raddoppiare i locali dell’orfanotrofio. Ne presentò il progetto dettagliato il 6 maggio, durante la conferenza ai Cooperatori, presieduta dal Rettore delle Facoltà cattoliche di Lille.[314] Don Rua espresse il suo accordo con l’oratore. Leggiamo nella cronaca: ‹‹In tre quarti d’ora, con una semplicità piena di candore, espone lo stato, i progressi e i bisogni delle opere salesiane. Insiste sulla necessità di ingrandire l’orfanotrofio di Lille e raccomanda caldamente questa impresa alla carità dei Cooperatori della regione del Nord».

Il 7 maggio, don Rua con i confratelli Bologne e Roussin entrò in Belgio. Qualche settimana prima della morte, don Bosco aveva accettato la proposta del vescovo di Liegi, Victor Doutreloux, di creare in città un’opera simile a quella di Valdocco. Don Rua intendeva realizzare il progetto. L’8 maggio presenziò alla benedizione della prima pietra dell’orfanotrofio salesiano Saint Jean Berchmans, nel quartiere industriale di Laven. La solenne cerimonia, presieduta dal nunzio apostolico di Bruxelles e da mons. Doutreloux, si svolse in due momenti: nella chiesa Sainte-Véronique si tenne il discorso, poi nel cantiere si celebrò la messa all’aperto e si svolse la benedizione propriamente detta.[315] A Sainte-Véronique don Rua fu il protagonista. Dopo il canto del Veni Creator, come racconta la Gazette di Liegi, ‹‹vediamo dirigersi verso il pulpito un sacerdote straniero, dalla carnagione scura, magro come un anacoreta. Cosa che colpisce non meno della sua magrezza, è la vivacità serena dello sguardo che brilla sotto le palpebre arrossate dalle troppe ore di veglia. [...] Si esprime con cuore e con ricchezza di eloquio, correttamente e semplicemente, con un accento in cui la parola francese si ammanta, senza mai mascherarsi, di una pronuncia francamente italiana». Don Rua raccontò per sommi capi la vita di don Bosco, la nascita della Società Salesiana e soprattutto l’accettazione piuttosto avventurosa della nuova opera di Liegi. Concluse chiedendo con fervore l’appoggio degli abitanti della città, per una casa che non avrebbe potuto vivere senza la carità pubblica. L’allocuzione, scrive la Gazette, ‹‹detta semplicemente ma con cuore, con convinzione e piena di una fede comunicativa, è bastata per dare a tutti l’impressione che don Bosco non avrebbe potuto trovare sostituto più degno e più capace».

Alla festa seguì in vescovado un banchetto rallegrato da alcuni brindisi. Anche don Rua parlò e ringraziò il nunzio con un ricordo simpatico: i Salesiani avevano potuto fondare a Catania una casa per la povera gioventù grazie ai numerosi benefattori. Tra di essi, proprio ‹‹di fronte allo stabile, c’è una signora che i bambini chiamano con il dolce nome di "mamma". È la degnissima madre... di mons. di Nava, nunzio apostolico a Bruxelles».[316]

Tra il 9 e il 17 maggio, percorse quasi tutto il Belgio per visitare numerosi benefattori e amici dei Salesiani nel paese.[317] Fu a Namur, Lovanio, Bruxelles, Malines, Anversa, Gand, Bruges, Courtrai e Tournai. Poi rientrò a Parigi. Di qui, il 19 maggio, don Rua visitò l’orfanotrofio agricolo salesiano Le Rossignol, recentemente aperto a Coigneux (Somme). Responsabile dell’orfanotrofio era don Jean-Baptiste Rivetti di trentanove anni.[318] Sembrava una seconda Betlemme: infatti era una fattoria ‹‹piuttosto fatiscente», con muri in argilla battuta, posta al centro di un terreno disboscato di novanta ettari. Una piccola stanza a pianoterra era stata trasformata in cappella. Gli orfani dormivano nel granaio, dove non c’era un angolo libero. L’orfanotrofio non possedeva che due mucche e due maiali. Don Rua benedisse i fanciulli e si augurò di ritrovare prossimamente questa casa provvista di quanto le era necessario, grazie alla generosità dei benefattori della Somme e del Pas-de-Calais. Il Bulletin francese ne faceva l’elenco: ‹‹Oggetti e ornamenti per il culto divino, biancheria da letto, mobili, abiti, stoffe diverse, utensili e arnesi per arare; veicoli, animali da tiro e bestiame, concime ecc., ecc.». L’orfanotrofio agricolo salesiano Le Rossignol nel 1890 viveva nella miseria più nera.

Il 20 maggio, don Rua e Louis Roussin presero la strada per Parigi. Fecero tappa ad Amiens per salutare il vescovo e qualche benefattore.[319] All’Oratorio Saint Pierre et Paul di Parigi, i ragazzi li accolsero in cortile con bandiere sventolanti e al suono della fanfara. Il 21, come scrive il redattore del Bulletin, ‹‹il successore di don Bosco riprendeva la serie delle visite che il suo incarico e gli interessi delle nostre opere richiedono». Il 22 maggio si fermò a lungo nei laboratori degli Assunzionisti di rue François Ier, editori del giornale La Croix e del Pèlerin. Poi visitò il cardinale-arcivescovo François Richard, molto affezionato a don Bosco. Infine rientrò a Ménilmontant per salutare il nunzio mons. Rotelli, che veniva a restituire la visita fattagli in occasione del suo precedente passaggio a Parigi. In quei giorni i giovani facevano gli esercizi spirituali annuali, predicati da un padre redentorista. Don Rua tenne la predica di chiusura il 25 maggio, domenica di Pentecoste, soffermandosi sul modo di mantenere i propositi. Nel pomeriggio, in cortile sotto un’ampia tenda, ci fu il trattenimento introdotto da un discorso del presidente del comitato dell’Oratorio. Si recitò il dramma Le Prêtre, il Prete, ma venne interrotto sin dal primo atto a causa di ‹‹un vero e proprio uragano».

Il 26 e 27 maggio, don Rua volle fare ancora qualche visita d’addio: alle Benedettine di rue Monsieur, ai Redentoristi di boulevard Ménilmontant, ecc. La sera del 27 (per non sprecare il tempo sceglieva sempre treni notturni), riprese la strada verso Torino, con tappe più o meno lunghe, a Paray-le-Monial, Cluny e Laizé (presso la famiglia Quisard, di Lione). Arrivò alla stazione di Torino Porta Nuova venerdì 30 maggio, alle 8 del mattino.

Terminava così il suo primo grande viaggio di esplorazione delle opere salesiane d’Europa. Nello stesso tempo, lavorava a un progetto mirato ad introdurre la Congregazione Salesiana in Terra Santa. Ciò avrebbe comportato per lui un altro viaggio inatteso.

 

18 ­ IL MEDIO ORIENTE

Don Antonio Belloni in Terra Santa

Nel verbale della riunione capitolare del 25 agosto 1890 leggiamo: ‹‹Don Rua legge la proposta confidenziale del canonico Belloni di incorporare la sua Congregazione dell’Infanzia abbandonata di Terra Santa, a Betlemme, Betgialla, Nazaret ecc., colla Congregazione Salesiana cedendo a questa tutte le sue proprietà. I principali suoi coadiutori sono d’accordo. Belloni verrà in Europa, ed il Capitolo, mentre risponde acconsentendo in genere, aspetta questa venuta per delibarare».[320] Aveva inizio una delle più grandi avventure del rettorato di don Rua, che preparava l’ingresso dei Salesiani in Medio Oriente.

Il canonico Antonio Belloni (1831-1903) non era sconosciuto a don Rua.[321] Questo Vincenzo de’ Paoli della Terra Santa, italiano d’origine, missionario nella regione dal 1859, professore di Sacra Scrittura e direttore spirituale del seminario, era rimasto profondamente colpito dalla miseria dei fanciulli, vittime di sfruttatori corrotti e completamente ignoranti in materia religiosa. Aveva iniziato accogliendo in casa propria il figlioletto abbandonato di un cieco. Presto si aggiunsero altri tre poveri ragazzi. Trovò un lavoro per ciascuno di loro, mentre gli faceva un po’ di scuola. Dal momento che non erano graditi in seminario, affittò una catapecchia nelle vicinanze e vide così aumentare il suo piccolo gregge. Lo aiutavano alcuni benefattori. Stabilì la sua opera a Betlemme sulla strada della santa Grotta. Dispensato dall’insegnamento in seminario con autorizzazione del patriarca latino, andò ad abitarci. Era preoccupato per il futuro. Nel 1874, circondato da 45 ragazzi, decise di dar vita a una Congregazione diocesana di Fratelli della Sacra Famiglia che lo aiutassero nella sua opera di beneficenza. I primi tre aspiranti provenivano dall’orfanotrofio stesso. Nel 1875 dopo un giro di propaganda in Europa, don Belloni portò con sé un prezioso collaboratore, il sacerdote italiano Raffaele Piperni (1842-1930). Ma l’iniziativa non gli sembrò sufficiente. Nel 1878, se si presta fede a una testimonianza poco sicura e di molto posteriore,[322] incontrando don Bosco a Torino gli offrì la sua opera in Palestina. Acquistò poi un terreno a Beitgemal per fondarvi un orfanotrofio agricolo e lo affidò a un prete venuto dall’Italia. Nel 1885, i giovani raccolti erano 80 a Betlemme e 56 a Beitgemal. Quell’anno aprì anche un esternato a Betlemme con 150 allievi. Nel 1886 fondò un terzo centro a Cremisan, presso Betlemme, per accogliere gli aspiranti della Sacra Famiglia. Infine acquistò un tereno sulla collina di Nazaret in vista di un quarto centro. L’insieme degli immobili costituiva dunque un bel patrimonio, malgrado la sua dipendenza sempre angosciante dalla carità pubblica.

La fusione della Congregazione della Sacra Famiglia con la Società Salesiana

La questione della fusione dell’opera Belloni con la Società Salesiana prese rapidamente corpo. Il verbale della riunione del Capitolo Superiore presieduto da don Rua il 6 ottobre 1890, ci informa che il ‹‹canonico Belloni, fondatore degli ospizi per giovani abbandonati a Betlemme, Betgialla e Nazaret» vi è presente. ‹‹Si esaminano ad una ad una le domande che presentò scritte il can. Belloni per la fusione della sua Congregazione colla nostra e il Capitolo risponde a tutte affermativamente. Don Durando è incaricato di stendere su queste la convenzione in articoli da presentarsi alla [Congregazione di] Propaganda in Roma». Tre giorni dopo si tenne una seconda riunione con la presenza del canonico. Secondo il verbale, ‹‹Don Durando legge la convenzione per la fusione delle due società, che è approvata da ambe le parti».[323] Don Giulio Barberis sarebbe andato a verificare sul posto la situazione. Don Belloni non perse tempo. Si recò subito a Roma per presentare il piano a Leone XIII, che lo approvò, gli fece dono di settemila lire e lo invitò a prendere contatti con Propaganda Fide. Il suo prefetto, il cardinale Simeoni, gli chiese solo di verificare se il patriarca latino di Terra Santa, mons. Piavi, presente a Roma, non ponesse ostacoli all’accordo. Tutto andò per il meglio, cosicché il 9 novembre il rescritto era pronto.

Bisognava passare all’azione. Nella riunione capitolare del 7 febbraio 1891, ‹‹don Rua espone come il can. Belloni abbia scritto chiedendo che oltre al visitatore si mandino con lui a Betlemme due Salesiani per stabilirvisi al fine di maggio. Il Capitolo propende ad acconsentire e intanto stabilisce due preti che sembrano molto atti a lavorare in Palestina».[324] Saranno don Giovanni Battista Useo e don Ruggero Corradini. Il 15 giugno 1891, il canonico con i Salesiani Barberis, Useo e Corradini sbarcavano a Jaffa. Il successivo 8 ottobre arrivarono a Betlemme quattro chierici, tre coadiutori salesiani e cinque Figlie di Maria Ausiliatrice. Altri diciassette Salesiani guidati da don Antonio Varaia, sei chierici e nove coadiutori, arriveranno il 29 dicembre. La fusione aveva preso corpo.[325]

Ma l’operazione si rivelò molto faticosa. Parecchi collaboratori abbandonarono don Belloni e si incardinarono nel Patriarcato latino. Altri recalcitravano. Circolavano voci ostili. I Salesiani minacciarono di ritirare le suore. Mancava il denaro. Al Patriarcato si contestava al fondatore la cessione dei beni in favore di don Rua, infatti, si diceva, i doni gli erano stati fatti non a ‹‹titolo personale» (intuitu personae), ma ‹‹a titolo del Patriarcato» (intuitu Patriarcatus). L’affare prese una piega così brutta che don Rua mandò in Palestina un visitatore straordinario per calmare gli spiriti. Don Celestino Durando arrivò il 23 luglio 1892. Quando, accompagnato da don Belloni, si presentò al Patriarca, quest’ultimo gli chiese a bruciapelo: ‹‹Siete venuto in Palestina per ritirare i Salesiani?». ‹‹Si vedrà, si vedrà», replicò Durando. Ma don Belloni intervenne subito: ‹‹Se i Salesiani partono, parto anch’io». Il Patriarca si ammorbidì. Fu soltanto imposta a don Belloni la restituzione dei titoli di canonico, il che fece volentieri nelle mani dei due inviati del Patriarcato. Entrò così formalmente nel mondo salesiano. Durante l’estate 1893 fece solennemente la professione perpetua nelle mani di don Giovanni Marenco, venuto sul luogo a predicare gli esercizi spirituali. Don Rua pagò i debiti dell’opera e le destinò a partire da quell’anno un sussidio annuale di ventimila franchi.

Il pellegrinaggio di don Rua in Terra Santa

A poco a poco nelle tre case di don Belloni divenute salesiane le critiche si placarono. Nulla avrebbe potuto conciliare meglio l’unione tra gli spiriti che una visita di don Rua. Egli decise di partire nel 1895.[326]

Accompagnato dal direttore spirituale generale don Paolo Albera, si imbarcò a Marsiglia sabato 16 febbraio 1895 sulla nave Druentia, della compagnia marittima Cyprien Fabre, diretta ad Alessandria d’Egitto. Il marchese di Villeneuve-Trans, cooperatore di Marsiglia, viaggiava con loro. In realtà in un primo tempo era previsto un piroscafo delle Messageries maritimes, più confortevole, ma visto che la nave non partiva nel giorno fissato da don Rua, optarono per l’altra. I primi giorni furono travagliati: un violento vento da Est obbligò due volte il comandante a fermarsi e modificare la rotta per avvicinarsi alla costa italiana. I viaggiatori sballottati dalle onde soffrivano. La mattina di domenica 17, don Rua uscì livido dalla cabina con l’intenzione di celebrare una messa preannunciata. Dovette rinunciarvi e rimanere disteso tutta la giornata in cuccetta, obbligato ogni tanto ad aggrapparsi per non essere scaraventato a terra. Le valigie ruzzolavano giù dal letto. I barili rotolavano, facendo un gran fracasso sul ponte. Tuttavia, racconta don Albera, egli restava calmo, leggeva o pregava. Infine, nella notte tra lunedì a martedì la tempesta si placò. Finalmente il 19 don Rua e don Albera poterono celebrare la messa. Trasformavano il loro viaggio in un ritiro spirituale, celebrando la liturgia delle ore, facendo insieme la meditazione e la lettura spirituale quotidiana.

La traversata Marsiglia-Alessandria durò una settimana. La nave attraccò domenica 24 febbraio. Quel giorno, celebrata la messa a bordo, salutarono il comandante e l’equipaggio, che si erano dimostrati molto gentili nei loro riguardi, e sbarcarono. Alessandria apparve loro una città pittoresca, come leggiamo nella bella descrizione di don Albera a don Belmonte. Prima di riprendere il largo per raggiungere la Palestina, alloggiarono al collegio san Francesco Saverio dei Gesuiti, i quali ‹‹colmarono di gentilezze il nostro venerando Superiore». Don Rua volle rendere visita al delegato apostolico mons. Corbelli, che insistette sulla necessità di creare ad Alessandria un centro professionale salesiano. Evidentemente riuscì a convincerlo, visto che il desiderio sarà esaudito a cominciare dall’anno seguente. Don Rua tentò anche, senza grande successo, di incontrare alcuni Cooperatori, impresa complessa in una città dalle strade senza nome e dalle abitazioni senza numero civico.

Mercoledì 27 febbraio si imbarcarono su un piroscafo di una compagnia turca. Durante il viaggio don Rua trovò un angolo tranquillo per scrivere la corrispondenza. Il giorno successivo approdarono a Giaffa, senza poter celebrare l’eucaristia. Ma ebbero la gioia di essere accolti da alcuni Salesiani che erano venuti in barca a prelevarli insieme ai bagagli, risparmiando loro parecchie noie. Nel convento francescano della città li aspettava con impazienza don Belloni.

Betlemme e Gerusalemme

Finalmente in terra palestinese, i nostri viaggiatori, preoccupati innanzitutto di compiere un vero pellegrinaggio, si affrettarono a cercare una chiesa per recitare il Te Deum, un Pater e un’Ave per ottenere l’indulgenza plenaria concessa ai pellegrini in arrivo in Terra Santa. Don Rua, con Belloni e Albera raggiunse la stazione da cui partiva il treno per Gerusalemme. Eccolo attento a individuare i luoghi segnalati nella Bibbia, apocrifi compresi, o santificati dal passaggio di Gesù, di Maria e degli apostoli: la casa di Simone il conciatore di pelli di Giaffa; Joppe dove risuscitò Tabita; Ramlah, l’antica Arimatea, patria di Giuseppe e di Nicodemo che curarono la sepoltura di Gesù; la valle del Saron ricordata per le trecento volpi di Sansone, e così via.

Alla stazione di Gerusalemme, un gruppo di preti, chierici e giovani accolse il successore di don Bosco. I tre viaggiatori partirono subito in vettura verso Betlemme. Li scortavano giovani su cavalli o asini. Altri correvano a piedi. Passando salutarono il pozzo dei re Magi e la tomba di Rachele. A un chilometro da Betlemme, una parte dei ragazzi dell’orfanotrofio con lanterne attendeva la vettura di don Rua. Gridarono di gioia. A poco a poco la truppa divenne così compatta da bloccare la carrozza, e don Rua decise di continuare a piedi. La ‹‹confusione è indescrivibile» (Albera). Alla fine, tutti festanti raggiunsero la cappella. Sulla soglia i preti attendevano in paramenti sacri, i chierici con la cotta. La banda suonò un brano. Don Rua fu accompagnato all’altare, dove venne esposto il Santissimo Sacramento e intonato il Te Deum tra le volute d’incenso e scintillio di lumi.

Don Rua era molto stanco. Acconsentì tuttavia a passare in una sala per un discorso di benvenuto, al quale rispose con grande cordialità. Poi tutta la comunità dell’orfanotrofio si riunì nello stesso refettorio per la cena, così i ragazzi poterono ammirare ‹‹l’aspetto dolce e tutto paterno del nostro venerato Superiore» (Albera). Senza dubbio, nel suo ruolo di Rettor Maggiore, egli aveva completamente abbandonato l’aria severa da prefetto generale, attento alle minime infrazioni della regola.

Venerdì 1° marzo, don Rua partecipò alla meditazione comunitaria, poi celebrò la messa, constatando con piacere che nell’orfanotrofio di Betlemme il primo venerdì del mese era dedicato al Sacro Cuore di Gesù. Fece visita al padre Guardiano dei Francescani e si diresse verso la grotta della Natività. La situazione lo rattristò: la navata dell’antica basilica di Sant’Elena era divenuta una palestra per le esercitazioni dei soldati turchi, il coro era stato trasformato in una chiesa dei Greci ortodossi (scismatici, come scrive Albera a Belmonte). Nella grotta, una stella d’argento sotto un altare avvertiva: Hic de Virgine Maria Jesus Christus natus est. [Qui Gesù è nato dalla Vergine Maria] Don Rua si inginocchiò e pregò a lungo. Ma l’altare era riservato agli ortodossi e agli Armeni e non si poteva celebrare la messa. Qualche passo più in là, una mangiatoia di marmo indicava il luogo dove ‹‹i pastori ed i Magi adorarono il divino infante» (Albera). Qui c’era un secondo altare, destinato esclusivamente ai cattolici. Don Rua vi celebrerà l’eucarestia il giorno successivo. Nei dintorni della basilica non mancavano siti più o meno storici da visitare: la grotta del sogno di san Giuseppe prima della fuga in Egitto, quella in cui furono ammassati i cadaveri degli Innocenti, il sepolcro di san Girolamo, Santa Paola ed Eustochio, l’Oratorio di san Girolamo... Luoghi santificati che appagavano il devoto don Rua, sensibile alla memoria storica e alle reliquie.

Il 2 marzo, si intrattenne a lungo con i confratelli e i ragazzi dell’orfanotrofio. Domenica 3, insieme ad Albera e al marchese di Villeneuve-Trans fu invitato a un’assemblea della Conferenza di san Vincenzo de Paoli, organizzata a Betlemme su iniziativa di don Belloni. Don Albera vi notò lo stesso spirito di carità, le stesse preghiere, le stesse preoccupazioni di sostegno alle famiglie povere delle conferenze sorelle d’Europa. Il marchese ne uscì entusiasta. Al loro ritorno, i giovani avevano preparato uno spettacolo in italiano, il dramma di don Lemoyne intitolato La Patagonia. ‹‹Bisognava applaudire calorosamente questi attori, che per lo più arabi, avevano con grande sforzo appreso le loro parti in italiano e le sostenevano in modo ammirabile» (Albera).

Lunedì 4 fu dedicato alla visita a Gerusalemme. Poco prima di entrare in città, i pellegrini costeggiarono la valle della Geenna, divenuta una specie di cloaca di acqua stagnante. Don Rua aveva fretta di inginocchiarsi presso il Santo Sepolcro. Ma dovette prima presentarsi al Patriarca latino, mons. Piavi, che, tempo prima avrebbe voluto sbarazzarsi dei Salesiani. ‹‹Questi, sebbene molto sofferente, lo riceve con grande bontà; gli manifesta a più riprese il suo piacere di vedere il successore di D. Bosco, e ricorda coloro fra i superiori salesiani che già conosce» (Albera). Dall’ufficio del patriarca, don Rua passò a quello del coadiutore mons. Apodia e nel seminario presso il Patriarcato. Dalla sua terrazza stava contemplando raccolto la città, quando arrivarono i seminaristi per baciargli la mano e sentire qualche sua parola. Don Albera racconta la scena nella lettera del 7 marzo a Belmonte: ‹‹Don Rua vi si presta volentieri e con un linguaggio semplice e cordiale li esorta a coltivare lo studio e la pietà onde far un giorno gran bene in queste missioni prese di mira dai scismatici, dai protestanti e persino dai framassoni che in questi giorni si radunano a congresso in Gerusalemme portando da lontani paesi il loro odio contro Gesù Cristo e la sua Chiesa». La Francia esercitava allora una sorta di protettorato sui cattolici orientali. Don Rua dunque andò anche a salutare il console francese, che lo ricevette con venerazione, gli presentò la famiglia e si mostrò molto interessato dalle opere salesiane, ritenendole provvidenziali in tutti i paesi, specialmente in Palestina. La visita protocollare al console italiano fu riservata al pomeriggio. Durerà a lungo.

Finalmente don Rua poté visitare il Santo Sepolcro, il Calvario, la chiesa di sant’Elena, ‹‹là dove fu scoperta la Santa Croce», e ‹‹e molti altri luoghi divenuti l’oggetto della venerazione dei fedeli e che tutti sono compresi nella grande basilica del Santo Sepolcro» (Albera). Alla sera cenò presso i Francescani che lo alloggiarono per permettergli di celebrare la messa al Santo Sepolcro l’indomani, alle quattro del mattino. Avrebbe condiviso la camera con gli altri due pellegrini. Poco gli importava! D’altra parte non dormì molto se, come raconta don Albera, salì sulle gallerie superiorì e là, con ‹‹lo sguardo fisso sul Santo Sepolcro, prolungò le sue preghiere fino ad ora assai tarda».

L’indomani don Albera e il marchese di Villeneuve servirono la messa di don Rua, ch era ‹‹visibilmente commosso». Albera celebrò dopo di lui, mentre egli, inginocchiato sulla pietra, faceva il suo ringraziamento. Poi i pellegrini seguirono parzialmente la Via dolorosa sulle orme di di Gesù, visitarono diverse stazioni della Via Crucis, entrarono nella chiesa delle Dame di Sion per vedere l’arco dell’Ecce homo. Si diressero quindi al Gethsemani, senza entrarci, e salirono sul monte degli Ulivi. Sulla strada c’è il convento delle Carmelitane, costruito ‹‹nel luogo stesso dove Gesù Cristo insegnò il Pater noster». Vi si trova anche la Grotta del credo, ‹‹perché pare che fossero colà radunati gli Apostoli quando prima di separarsi composero il Simbolo Apostolico». Le Carmelitane li fecero accompagnare fino alla chiesetta dell’Ascensione, ove baciarono la pietra che ‹‹porta l’impronta dei piedi di Nostro Signore». Quindi visitarono Betfage, da cui Gesù aveva contemplato Gerusalemme e annunciato la sua rovina; l’orto in cui Gesù fu tradito da Giuda; la grotta dell’Agonia; il sepolcro della Vergine Maria, ‹‹che ­ lamenta don Albera ­ è in mano dei scismatici».

La loro emozione religiosa fu costante e intensa, come documenta il racconto dettagliato di Albera sulla visita del pomeriggio. Incontrarono molti inglesi, ‹‹fra cui molti pastori protestanti». ‹‹Essi visitano tutto come turisti e non danno il minimo segno di pietà e di divozione. Ecco il frutto d’aver abolito il culto esterno!». I nostri tre pellegrini, invece, soprattutto il devoto don Rua, rimasero tutto il tempo in preghiera.

Cremisan

Ritornato a Betlemme, don Rua dedicò la giornata del 6 marzo alla casa di Cremisan, un po’ più lontana, dove volle recarsi a piedi malgrado le asperità del percorso. Vi abitavano i giovani destinati alla vita salesiana, chierici e coadiutori. Don Rua sperava di farne un vivaio di ottimi Salesiani. Era il giorno dell’esercizio della buona morte: ormai le usanze salesiane si erano radicate nelle antiche case della Sacra Famiglia. Dopo l’esercizio si tenne un’accademia con composizioni in latino, in italiano, in francese e in arabo. Nel pomeriggio fu presentato un dramma in italiano. Sembrava di essere in Italia, racconterà don Albera. Don Rua visitò la campagna e la cantina, dispiaciuto che la produzione dell’anno precedente non fosse ancora stata messa in commercio: ‹‹Com’è difficile a venderlo! eppure si ha tanto bisogno di danaro». Poi ricevette i resoconti spirituali dei confratelli e di tutto il personale, che desiderava confidarsi con lui.

Il 9 marzo giunsero a Betlemme cinque confratelli di Beitgemal. Avevano camminato otto ore sotto la pioggia per incontrare il Rettor Maggiore, immaginando che avrebbe potuto dedicare ben poco tempo alla loro casa.[327] Don Rua trascorse i giorni 10 e 11 di marzo in diverse visite: agli ospedalieri di San Giovanni di Dio, che festeggiavano il loro fondatore; a varie persone in Gerusalemme, soprattutto al patriarca Piavi, con il quale si dovevano trattare affari importanti per le case della Palestina. Don Albera, presente all’incontro, scrisse: ‹‹Anche in questa circostanza potei comprendere quanta stima abbia del nostro Rettor Maggiore mons. Patriarca e quanta grande sia l’oculatezza e la prudenza di D. Rua».[328]

Beitgemal

La visita di Beitgemal era prevista per il 12. Saliti sul treno nella stazione di Gerusalemme, don Albera lesse sul giornale Italia Corriere la notizia che un seminarista diocesano di Catanzaro aveva sparato al suo Rettore, il salesiano don Francesco Dalmazzo. La tristezza di don Rua fu immensa. Lungo il viaggio continuò a tornare sul drammatico fatto, auspicando che la ferita non fosse mortale. La speranza si rivelerà vana. Il treno li portò da Gerusalemme a Deyroban. Di qui andarono alla colonia agricola di Beitgemal. Vennero loro offerte alcune cavalcature, ma don Rua preferì andare a piedi, malgrado la distanza e il caldo.

All’entrata della tenuta venne accolto con canti e componimenti di benvenuto. Scoprì l’impazienza e la gioia con cui i giovani e i loro maestri lo attendevano. Ammirò il giardino in fiore e salì verso la casa, una specie di castello in cima alla collina. I ragazzi gli si strinsero attorno, ascoltando tutte le sue parole, mentre alcuni cavalieri continuavano a caracollare nelle vicinanze in segno di gioia. In casa, si cantò un Te Deum e don Rua visitò gli ambienti con evidente soddisfazione. Il pranzo era composto quasi completamente da alimenti prodotti nella colonia e preparati dalle Figlie di Maria Ausiliatrice che curavano la guardaroba e la cucina. Sorpresa: quando alzò il coperchio della zuppiera, ecco volar fuori una colomba bianca in segno di benvenuto. Gli fu anche offerto del cinghiale, cacciato dal pastore della tenuta. Al pasto seguirono alcuni compomimenti e un interminabile concerto del musicista del villaggio, che non riuscì a incantare granché i nostri italiani, che non erano abituati alla musica araba. Don Rua visitò le scuderie e tutta la casa minuziosamente. La domenica 3 marzo si fece festa: di buon mattino ci fu la messa con la comunione generale; alle dieci altra messa cantata in gregoriano, poi la benedizione di una grotta di Lourdes nel cortile dell’istituto. Nel pomeriggio don Rua ricevette i rendiconti spirituali di tutti i confratelli. Insomma l’accoglienza della colonia agricola era stata perfetta.

Il 14 marzo, in groppa a un asinello e circondato da tutti i ragazzi di Beitgemal don Rua si accomiatò. Augurò prosperità a quella casa, che attraversava una grave crisi economica. Partì per Nazaret dove don Belloni aveva acquistato un terreno destinato ad un orfanotrofio simile a quello di Betlemme.

Nazaret

Dalla stazione di Deyroban, il Rettor Maggiore e i suoi due compagni raggiunsero in treno il porto di Jaffa. Si spostarono ad Haifa in battello, poi arrivarono Nazaret in vettura. Il mare era calmo. A Giaffa furono accolti dai carmelitani, nonostante l’ora molto avanzata (era quasi mezzanotte). Il giorno successivo, 15 marzo, partirono alle sette del mattino.

A Nazaret alloggiarono presso i Francescani. Dopo pranzo si affrettarono a venerare la Santa Casa, la casa di Maria. Con emozione grande, don Rua si prostrò all’altare, sormontato dall’iscrizione: Verbum caro hic factum est. Secondo il resoconto di don Albera, videro ‹‹le tracce delle fondamenta di quella casa che gli Angeli trasportarono a Loreto, le sue dimensioni, la grotta scavata nel sasso cui era addossata la casa ed un’altra cavità che si dice servisse di cucina a Maria SS.».[329] A Don Rua sarebbe piaciuto sostare più a lungo in meditazione su quei luoghi santificati da Gesù e Maria. Ma doveva salire la collina per ispezionare il terreno della futura costruzione e deciderne l’uso. Vedendo non lontano un istituzione protestante si sentì stimolato nello zelo. Ridiscesero ed entrarono nella casa del proprietario del terreno. Venne loro offerto qualcosa da bere e sgabelli su cui accomodarsi, mentre la famiglia, con loro grande stupore, sedeva su un tappeto. Il giorno seguente, alle cinque del mattino, don Rua e don Albera ebbero la gioia di celebrare la messa nel santuario della Madonna. Anche qui i pellegrini non trascurarono di visitare alcun luogo memorabile: la fontana della Vergine, la cappella eretta sul luogo del laboratorio di san Giuseppe, con l’iscrizione: Hic Iesus subditus erat illis, la mensa Christi, ‹‹che non è altro che un’immensa pietra su cui si dice che Gesù Cristo abbia preso cibo co’ suoi discepoli». Don Albera, che ci lascia queste notizie, mostra di essere informato sulle pie tradizioni locali. Don Rua visitò anche la sinagoga in cui Gesù, aperto il libro aveva commentato le parole: ‹‹Mi ha inviato a evangelizzare i poveri e a sanare i contriti di cuore». Gli fu anche mostrato il dirupo sul quale gli Ebrei avevano trascinato il Signore per precipitarlo di sotto. Di là scorsero anche il monte Tabor, che, con rimpianto, non poterono visitare.

Dopo aver pranzato presso i Francescani (era quaresima), ripartirono in vettura verso Haifa e il monte Carmelo, ospitati cordialmente dai Carmelitani. Terminato l’ufficio religioso, li attendeva una buona cena. Don Rua intendeva rifiutare a motivo del digiuno quaresimale. ‹‹Io la dispenso in forza della facoltà che mi accordò il Patriarca di Gerusalemme», lo informò il priore, ed egli dovette cedere.

Rientro a Betlemme

Avevano il biglietto del battello per Giaffa e dovevano trovarsi al porto di Haifa l’indomani, domenica 17 marzo, alle tre del mattino. Verso l’una e mezzo un fratello carmelitano invitò i due sacerdoti a celebrare la messa. Dopo una rapida colazione, i tre partirono alla ricerca del loro ‹‹vaporetto». Ma il mare burrascoso e lo spettacolo dei passeggeri che sbarcavano in condizioni pietose indussero don Albera ad assumersi la responsabilità di una decisione che non sarà senza conseguenze. Riteneva che ‹‹il Superiore Generale d’una Congregazione non doveva avventurarsi a quel modo; che i confratelli avrebbero avuto ragione d’incolpare lui stesso qualora fosse avvenuto qualche disastro». Convinse con difficoltà don Rua, che finì con rassegnarsi quando il capitano l’avvisò che sarebbe stato probabilmente obbligato ad andare fino a Port-Saïd. Non avrebbe così potuto tornare a Betlemme per la festa di san Giuseppe, come si era impegnato a fare. I biglietti furono rimborsati.

Alla fine i tre si ritrovarono sulla strada per Giaffa in una vettura con un conducente tedesco. Si lanciavano in un’avventura imprevedibile. Ebbero momenti piacevoli, come il passaggio attraverso una colonia ebraica tenuta molto bene, dove visitarono la sinagoga, e la traversata pittoresca di un accampamento di beduini con tende e greggi... Altri momenti furono meno simpatici. Le cose si guastarono al calar della sera. A partire dalle ore 19, in quelle regioni non si può più circolare, spiegherà don Albera. Il vetturino non può vedere la strada e si potrebbe essere assaliti dai beduini. La vettura si fermò presso un villaggio di povere capanne in argilla. Il capo voleva ospitarli, ma essi non vollero mangiare circondati da spettatori curiosi né dormire in una di quelle casupole per terra sulle stuoie. Ringraziarono e rifiutarono. Cenarono con un uovo, qualche sardina e un po’ di vino. Cercarono di riposare nella vettura, mentre il conducente si stese a terra. Un turco armato sorvegliava il bivacco. Sfortunatamente soffiò un forte vento per tutta la notte. Penetrava nel veicolo dalla parte anteriore rimasta aperta. Così alle due del mattino, con le membra indolenzite per l’aria umida e la posizione scomoda, cominciarono a spazientirsi. Don Rua, avvolto nel mantello, non poteva proteggersi dal freddo e si trovava le gambe rigide. Insistette a più riprese perché il vetturino si rimettesse in strada. Questi fingeva di non capire. Alla fine i cavalli furono agganciati, e verso le tre la vettura si rimise in moto. ‹‹Ti assicuro ­ scrive Albera a Belmonte ­ che ci parve molto opportuno non solamente di farci il segno di croce, come già facevamo ogni altra volta che la vettura si metteva in moto, ma di raccomandarci di cuore al nostro Angelo Custode». La strada era accidentata e capirono perché il conducente si fosse tanto fatto pregare a riprendere la marcia prima del levar del sole. Trattenevano il respiro a ogni attraversamento di fossato. La vettura pendeva pericolosamente da un lato e dall’altro, sembrava si rovesciasse. Le mancò poco: una delle ruote aveva urtato bruscamente un grosso ramo sul terreno e il vetturino evitò la caduta facendo da contrappeso sull’estremità del sedile. Quando giunsero a un ponte stretto e senza parapetto si spaventarono. Don Rua chiese al vetturino di scendere e tenere i tre cavalli per la briglia. Questi non ci fece caso, avvicinò le bestie con le redini, le frustò e le fece avanzare stretta l’una all’altra, mentre i passeggeri trattenevano il respiro e si raccomandavano a Maria Ausiliatrice. Al di sotto l’acqua scorreva profonda e rumorosa. Scrive don Albera: ‹‹Don Rua non perde queste occasioni per dire a’ suoi compagni di viaggio: e che sono queste miserie in paragone di ciò che soffrono i nostri missionari? Ed aggiunge che è il Signore che lo guidò in quei paesi perché si facesse una idea dei loro pericoli e dei loro disagi». Il suo pensiero volava in continuazione ai suoi Salesiani nelle foreste amazzoniche o equatoriali. Finalmente si fece giorno. I due preti che avevano già recitato le preghiere del mattino, aprirono il breviario. Verso le nove il vetturino, uscendo dal suo silenzio, mostrò in lontananza il campanile e la chiesa di Giaffa. Alle ore 10 entrarono nella Casa del Pellegrino della città.

Il ritorno a Betlemme fu più tranquillo: viaggiarono in treno da Giaffa a Gerusalemme. Nella breve fermata alla stazione di Deyroban, furono salutati da confratelli, suore e giovani di Beitgémal. A Gerusalemme, gli amici offrirono le loro vetture per il tragitto verso Betlemme, dove arrivarono finalmente alle diciotto e tranta di quell’avventuroso 18 marzo.

Il giorno successivo, festa di S. Giuseppe, si concludeva degnamente il pellegrinaggio in Terra Santa. Don Rua cantò la messa solenne nella cappella dell’orfanotrofio. Dopo il pranzo, ricevette parecchie professioni religiose e consegnò l’abito ai novizi. La cerimonia si concluse con la benedizione del Santissimo. Poi era atteso nell’Oratorio femminile tenuto dalle suore salesiane per la vestizione di una suora di Betlemme. ‹‹Non fu mai vista tal funzione, quindi incredibile l’entusiasmo delle figlie dell’Oratorio e dei loro stessi parenti», scrive don Albera. Don Rua si espresse in italiano e le ragazze, benché non capissero, ascoltarono ‹‹assai raccolte e silenziose».

Quella sera, l’ultima nel paese di Gesù, don Rua parlò ai Salesiani, diede consigli e incoragiamenti. Tutti si commossero. Quando l’indomani, prima di lasciare definitivamente la casa, alle sei e mezzo del mattino benedisse ancora una volta giovani e confratelli, ‹‹quasi tutti gli occhi erano ripieni di lacrime».

Il ritorno in Europa

Si imbarcarono il 20 marzo a Giaffa sul Sindh, vapore destinato a portarli fino a Marsiglia, via Port-Saïd e Alessandria. Ma poiché c’era tempo a sufficienza, decisero di sbarcare a Port-Saïd il 21 per raggiungere in ferrovia il porto di Alessandria dove avrebbero preso lo stesso vapore. A bordo fecero alcune amicizie. Un medico francese di origine polacca, che aveva conosciuto il marchese di Villeneuve a Marsiglia in una casa di esercizi spirituali dei Gesuiti, si affrettato ad offrire la sua cabina a don Rua, quando seppe che era il Superiore Generale dei Salesiani. Il successore di don Bosco si trovò come in una cappella, le pareti della cabina infatti erano ornate di pie immagini. Vi celebrerò la messa con l’assistenza del medico. Un certo signor Descamps, facoltoso commerciante di Lille, perfetto conoscitore della Palestina e dell’Oriente, si dichiarò Cooperatore salesiano. Conversando col marchese de Villeneuve, scoprì che erano stati compagni nel collegio Rollin a Parigi. Per compiacere i nostri pellegrini, scese con loro a Port-Saïd per accompagnarli in treno ad Alessandria.

Il 22 fecero una puntata al Cairo. Si fermarono presso i Gesuiti. Don Rua si mise sulle tracce dei Cooperatori locali, che insistevano per avere una scuola professionale salesiana anche al Cairo. Il loro desiderio si realizzerà solo sotto il rettorato di don Albera. Eccezionalmente, don Rua accettò la proposta del padre ministro (economo) gesuita di una passeggiata fino alle Piramidi: al ritorno avrebbero potuto visitare Matarieh, dove la tradizione ricorda una sosta della sacra Famiglia in fuga da Erode. Attraversarono il Nilo, pensando al piccolo Mosé nel cesto, vigilato dalla sorella maggiore. L’enormità delle Piramidi li impressionò, ma il loro piacere fu guastato da un nugolo di arabi vocianti, che volevano far da guida o farli salire sui cammelli o chiedevano insistentemente denaro. Il padre Ministro dovette persino minacciare con la frusta del vetturino un uomo particolarmente violento.

A Matarieh, ammirarono l’albero ‹‹sotto cui credesi abbia riposato la Sacra Famiglia. Esso è oggetto di venerazione per i mussulmani stessi». Poi bevvero l’acqua della fontana che dissetò Maria, Giuseppe e il bambino. Dopo una deviazione a Heliopolis, i vetturini li condussero nella parte vecchia della città, alla ‹‹casa che si crede sia stata abitata dalla Sacra Famiglia nel suo esilio in Egitto». Don Albera annota: ‹‹La tradizione che quella stessa casa sia stata abitata da san Giuseppe e da Maria SS. non sembra senza fondamento»; e aggiunge: ‹‹Il luogo è in mano dei Copti».

L’indomani, dopo la messa, il superiore dei Gesuiti accompagnò personalmente don Rua alla stazione del Cairo. Verso mezzogiorno, il gruppo era ad Alessandria nel bell’istituto dei Gesuiti, dove già avevano alloggiato qualche settimana prima. Il 24 ritrovavano il Sindh con i suoi numerosi passeggeri. Li avrebbe condotti direttamente a Marsiglia. Per una brutta distorsione l’amico medico non poteva camminare e doveva tenere la gamba distesa. Don Rua avrebbe voluto restituirgli la cabina, ora che ne aveva bisogno. Ma egli non volle sentire ragioni. Durante la traversata, ogni mattina, vi si trascinerà per assistere alla messa.

All’ora dei pasti, nel soggiorno, i cinque o sei sacerdoti presenti sulla nave si sistemavano allo stesso tavolo, pregavano insieme e conversavano su temi religiosi. Si era ancora in Quaresima e don Rua non lo dimenticava. Farà digiuno durante tutta la traversata: ‹‹Don Rua, con una costanza che non tutti si sentono d’imitare, dispone le cose in modo che un pasto sarva da pranzo e l’altro da colazione, e così continua il suo digiuno. È vero che talvolta deve contentarsi per cena di alcune olive o d’una pera, tutto essendo preparato al grasso».[330] Le eccezioni sull’applicazione rigorosa delle norme ecclesiastiche invocate dai casuisti non lo interessarono mai. Fu sempre molto esigente con se stesso.

Il tempo era variabile e talvolta una improvvisa tempesta rallenta la nave. Alcuni dei viaggiatori erano talmente disturbati che li si vide soltanto a Marsiglia, come narra don Albera. Non così per don Rua, forse grazie all’austerità del suo regime. Il tempo sconsigliò il capitano di passare lo stretto di Bonifacio. Si fece il giro della Corsica e il viaggio durò dieci ore più del previsto. Venerdì 29 marzo verso le ore 15, il Sindh entrò nel porto di Marsiglia. Con loro grande sorpresa, i Salesiani venuti ad accoglierlo trovavano un don Rua con la barba lunga: si era imposto di riprendere un’antica usanza dei pellegrini in Terra Santa e l’aveva lasciata crescere.

Il pellegrinaggio aveva permesso a don Rua di alimentare la sua devozione ripercorrendo i luoghi santificati dalla presenza del Signore, di rafforzare definitivamente i legami tra la Congregazione Salesiana e l’opera di don Belloni, di prendere contatto con le popolazioni orientali di cui fino a quel momento non sapeva nulla. Rientrò a Torino molto cambiato, per celebrare la settimana santa e preparare l’imminente congresso dei Cooperatori, che si tenne a Bologna nel mese di aprile.

 

19 ­ IL CONGRESSO SALESIANO DI BOLOGNA

L´organizzazione dei Cooperatori salesiani

Nel 1876, con l’istituzione della Pia Unione dei Cooperatori don Bosco aveva realizzato in qualche modo il suo antico progetto sui "Salesiani esterni". Ne aveva anche stilato un regolamento formale. Ora i Cooperatori si erano moltiplicati in Francia e in Spagna, soprattutto in Italia. Nel luglio 1894, durante il viaggio di un mese attraverso la Svizzera, l’Alsazia-Lorena e il Belgio, don Rua era venuto a contatto con gruppi di ferventi ammiratori dell’opera di don Bosco nei cantoni svizzeri del Ticino (Lugano) e di Argovia (Muri), in Alsazia (Obernai, Andlau, Sainte-Marie-aux Mines), in Lorena (Metz), in Belgio (Liegi, Hechtel, Bruxelles) e pefino a Maestricht, nei Paesi Bassi.[331] Sentiva quanto fosse importante organizzare e animare quei cattolici generosi. La loro ragion d’essere, spesso mal compresa, era stata illustrata da don Bosco in una conversazione con Lemoyne del 19 febbraio 1884: ‹‹Il loro vero scopo diretto non è quello di coadiuvare i Salesiani, ma di prestare aiuto alla Chiesa, ai vescovi, ai parroci sotto l’alta direzione dei Salesiani nelle opere di benificienza, come catechismi, educazione di fanciulli poveri e simili. Soccorrere i Salesiani non è altro che aiutare una delle tante opere che si trovano nella Chiesa cattolica».[332] Così don Rua pensò che fosse necessario interessare direttamente le diocesi. Convocò dunque per il 12 e 13 settembre 1893, presso la tomba di don Bosco a Valsalice, il primo convegno dei direttori diocesani dei Cooperatori d’Italia. Ventisei diocesi risposero all’invito. Dopo la seduta di apertura della riunione, volle dimostrare come don Bosco, nel rispetto della gerarchia, ambiva raggruppare tutti gli operatori del bene attorno ai vescovi e, in questo modo, attorno al vicario di Gesù Cristo.[333] Fu molto soddisfatto per il risultato dell’incontro, come scrisse dopo alcuni giorni nell’affettuosa lettera collettiva di ringraziamento.[334]

Un ulteriore passo organizzativo si compì nel 1894, quando don Rua fece pubblicare una sorta di guida per i coordinatori locali, il Manuale teorico-pratico ad uso dei decurioni e direttori.[335] Nella prima parte del libretto si precisava il ruolo del ‹‹decurione», responsabile del gruppo locale di Cooperatori o Cooperatrici; si illustrava il compito del direttore diocesano, del vicedirettore (previsto per le città più importanti), del comitato salesiano, dei sotto-comitati delle Cooperatrici, degli ‹‹zelatori» e delle ‹‹zelatrici». La seconda parte, dedicata integralmente alle ‹‹opere di zelo», conteneva alcuni elementi chiave di una vera e propria spiritualità apostolica. Suggeriva il modo di coordinare azione e preghiera, catechesi (‹‹ogni cooperatore dovrà essere catechista») e cura delle vocazioni ecclesiastiche (nella famiglia, nella scuola), promozione della stampa (da diffondere tra il popolo, nei catechismi, negli oratori, nelle officine e negli ospedali) e interesse per la gioventù abbandonata (da aiutare cooperando con le opere educative e sostenendo l’azione dei Salesiani). Infine invitava a fare buon uso del denaro, mezzo potente per compiere il bene, ed esortava ad impiegarlo con frutto nelle opere.[336]

La preparazione del Congresso di Bologna

Il cardinale Domenico Svampa, arcivescovo di Bologna, ammiratore di don Bosco, desideroso di avere i suoi figli nella propria città, venne a Torino per il Congresso Eucaristico nel settembre 1894. Consapevole del successo riportato dal convegno dei direttori diocesani dei Cooperatori, propose a don Rua l’idea di una grande manifestazione, estesa non ai soli quadri dirigenti, ma a tutti i Cooperatori d’Italia. Il progetto piacque immediatamente al successore di don Bosco. In novembre scrisse al cardinale suggerendo Bologna come sede del Congresso. Svampa non si limitò ad accettare la proposta, ma considerò l’affare come proprio. Per comunicare al pubblico l’evento scelse il salesiano don Stefano Trione (1856-1935), oratore efficace e perfetto organizzatore.[337] Questi, il 26 novembre, al cospetto dell’arcivescovo, di membri eminenti del clero, ‹‹di patrizi, di matrone, di operai, di impiegati e di donne del popolo», pronunciò un discorso su Don Bosco e la gioventù del diciannovesimo secolo, nel corso del quale annunciò la convocazione a Bologna, per la primavera del 1895, del primo Congresso dei Cooperatori salesiani.

La preparazione fu rapidissima. Il mattino succesivo, con l’aiuto del cardinale don Trione formò il comitato organizzatore. I componenti vennero immediatamente avvisati e la sera dello stesso giorno si riunirono in una sala dell’arcivescovado. Don Trione spiegò il progetto, L’evento venne fissato per il 23, 24 e 25 aprile successivo. Lo scopo era quello di far conoscere l’utilità e l’opportunità delle opere fondate da don Bosco per l’educazione dei figli del popolo ­ attraverso oratori festivi, scuole, convitti, orfanotrofi, scuole d’arti e mestieri ­, per l’assistenza degli immigrati italiani, per le missioni in Asia, in Africa e tra i ‹‹selvaggi» dell´America meridionale. Il Congresso avrebbe dilatato la collaborazione e incoraggiato lo zelo e l’attività dei Cooperatori salesiani, ‹‹che sono nel mondo come dei Terziari di don Bosco, desiderosi di riprenderne lo spirito e imitarne le opere».[338] Il comitato si organizzò scegliendo come presidente mons. Nicola Zoccoli, vicario generale dell’arcivescovo, che scrisse a don Rua pregandolo di sostenere il progetto e informandolo che il cardinale Svampa avrebbe accettato la presidenza d’onore del Congresso. Don Rua rispose: ‹‹Lascio immaginare a Vostra Eccellenza con quale piacere io approvo sì bel disegno, dandovi a suo tempo tutta la pubblicità, tutto l’appoggio di cui posso essere capace presso i nostri benemeriti Cooperatori. Se poi pare conveniente che, come Superiore dei Salesiani, io assuma la presidenza effettiva di tale Congresso, sebbene con qualche trepidazione, accetto il benevolo invito, confidando a mia volta sull’appoggio del Comitato e sulla benignità dei Cooperatori che vi prenderanno parte».[339]

Don Rua seguì con ammirazione e riconoscenza il lavoro minuzioso di preparazione delle assemblee. Il comitato stabilì sei commissioni preparatorie: la prima era preposta alla ricerca e alla preparazione della sala del Congresso; la seconda responsabile del reperimento dei fondi e delle riduzioni sui biglietti ferroviari; la terza addetta all’ospitalità dei congressisti; la quarta incaricata dell’ufficio stampa; la quinta aveva il compito di esaminare i discorsi e stabilirne l’ordine; la sesta era adibita alla cura delle cerimonie religiose e dei festeggiamenti. Il programma fu suddiviso in quattro sezioni: educazione e istruzione; missioni salesiane; buona stampa; organizzazione dei Cooperatori. Bisognava anche suscitare l’interesse delle autorità ecclesiastiche. Nel gennaio 1895, il presidente del comitato inviò due circolari all’episcopato italiano, una per notificare ufficialmente il Congresso e invitare i vescovi alla partecipazione, l’altra per pregarli di designare in ciascuna diocesi una persona con la quale il comitato potesse corrispondere, incaricata di distribuire le circolari e gli inviti. Le adesioni più prestigiose affluirono subito. Cardinali e vescovi si complimentarono per l’organizzazione di un’assemblea atta a restaurare la vitalità della Chiesa e della società. Per darle il giusto peso, nella sua lettera pastorale di Quaresima, il cardinale Svampa annunciò il Congresso a tutti i diocesani. A cura della commissione per la stampa vennero pubblicati e diffusi due ‹‹numeri unici» sul Congresso con articoli e illustrazioni di circostanza. I Bollettini salesiani nelle varie lingue fecero la loro parte. Così la notizia si diffuse anche fuori dall’Italia. Quando la presidenza del comitato ebbe la certezza della partecipazione di Cooperatori da almeno sette nazioni europee, non esitò a parlare di ‹‹Congresso internazionale». Così l’iniziativa divenne un avvenimento sensazionale anche per la città di Bologna.

Lo svolgimento del Congresso

Accompagnato da don Filippo Rinaldi, ispettore di Spagna, don Rua arrivò alla stazione di Bologna il 21 aprile pomeriggio. Lo attendevano numerosi membri del comitato. Con il cardinale Svampa poté ammirare la magnifica sala delle riunioni, sistemata nella barocca ‹‹Chiesa della Santa» (che custodisce il corpo di santa Caterina de’ Vigri fondatrice del monastero delle clarisse). Un immenso tendaggio con al centro il busto di Leone XIII sovrastava la parte alta del coro, dove era collocata una pedana a due livelli per la presidenza d’onore e la la presidenza effettiva. Ai due lati del coro erano disposti i busti di Pio IX e di don Bosco.[340]

La cerimonia di apertura si tenne il mattino del 23 aprile nella basilica di San Domenico. Alle otto, tra una folla immensa, sfilò una lunga processione che partiva dalla sacrestia: chierici, sacerdoti, curati, canonici, don Rua, ventun vescovi e arcivescovi in cappa, con mitra e pastorale, i cardinali di Ravenna, di Ferrara, di Milano, e infine il cardinal Svampa, che celebrò la messa pontificale dello Spirito Santo. La musica di Palestrina contribuì perfettamente alla solennità del momento.

Terminata la liturgia, i congressisti, muniti di tessera di riconoscimento, si diressero verso la Chiesa della Santa, preparata per l’assemblea. I posti vennero rapidamente occupati. Sui banchi della stampa sedevano i rappresentanti di trentanove giornali italiani di ogni tendenza, di quattro testate spagnole, sette austriache, quattro francesi, una tedesca, tre svizzere e due inglesi. L’ingresso dei venticinque prelati fu salutato da applausi. Un periodico milanese descrive così l’arrivo di don Rua: ‹‹Mentre s’andava chetando il sussurro e l’ultimo battimani, ecco di bel nuovo fragorosamente applaudire, tutti levarsi in piedi, allungare il collo, appuntare le ciglia: un povero prete, magro, macilento, stecchito, dimesso ed umile, ma con il volto tutto raggiante di riso bonario, ascendere al banco della presidenza. Era Don Rua, colui che ha raccolto l’eredità di Don Bosco, e che ricopiando in sé le virtù del suo padre, non ci ha fatto tanto a lungo lacrimare sulla tomba dell’apostolo di Torino».[341]

Il cardinale Svampa salutò l’assemblea, a cominciare dai dignitari ecclesiastici e da don Rua, che, diceva, ha raccolto insieme con l’incarico di Rettore lo spirito stesso di don Bosco. Il segretario generale lesse il Breve di Leone XIII, che esaltava il lavoro dei Salesiani per l’educazione della gioventù e la diffusione della civiltà e delle fede cristiana tra popolazioni ancora pagane. A nome del comitato promotore il suo presidente spiegò l’origine e il significato del Congresso. Infine don Rua ringraziò gli organizzatori, in particolare il cardinale di Bologna, fervente ammiratore di don Bosco da quando, ancor giovane seminarista a Fermo, era stato scelto per leggere il componimento poetico durante una sua visita del Santo in seminario. Un immenso applauso si levò mentre don Rua baciava la mano del cardinale e questi lo abbracciava.

Il Congresso fu suddiviso in quattro sezioni:1) Educazione e istruzione; 2) Missioni salesiane; 3) Stampa; 4) Organizzazione della Pia Unione dei Cooperatori salesiani. Ciascuna delle sezioni doveva eleggere un presidente, un segretario e un relatore. Il programma giornaliero era denso. Alle 8 c’era la messa, celebrata da un cardinale. Alle 8.30 iniziavano le riunioni per sezioni, incaricate di preparare le mozioni da sottoporre all’assemblea; alle 10 si teneva l’assemblea generale; alle 13 riprendevano le riunioni per sezione, e alle 15 si teneva una nuova assemblea; infine, alle 17, c’era un sermone tenuto da un arcivescovo e la benedizione del Santissimo nella basilica San Domenico. La sera del terzo giorno fu organizzata, nella sala stessa del congresso, un’accademia in onore dei congressisti. L’avvenimento fu coronato il 26 aprile da un pellegrinaggio diocesano al santuario della Vergine di san Luca.

Gli interventi erano stati accuratamente preparati. La lista dei titoli dimostra la varietà e l’ampiezza di interessi dei congressisti: don Bosco e le sue opere; la cooperazione salesiana; l’origine e la missione dei Cooperatori salesiani; il sistema educativo di don Bosco; gli Oratori festivi e i catechismi; la scuola di religione; le scuole primarie e secondarie; i collegi e gli internati; l’educazione delle ragazze e l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice; l’educazione dei giovani lavoratori; le colonie agricole salesiane; le missioni salesiane; la tutela dei migranti; la collaborazione economica alle opere salesiane; la stampa popolare; i libri scolastici; l’opera salesiana a servizio della Chiesa per il bene dell’umanità; infine ‹‹il papa e don Bosco». Bisogna aggiungere le numerose mozioni elaborate nelle singole sezioni e fatte proprie dall’assemblea, che sono sparse qua e là negli Atti, soprattutto in riferimento all’apporto dei Cooperatori per l’educazione religiosa dei giovani: la loro collaborazione nella catechesi familiare e nei catechismi parrocchiali; l’impegno per introdurre nelle scuole elemntari pubbliche l’insegnamento religioso nella forma e nel senso voluti dalla Chiesa; la scelta per l’educazione dei figli di scuole e collegi ispirati alla fede e alla morale cattolica; la necessità di far pesare la propria autorità o prestigio perché nei concorsi le amministrazioni comunali preferissero insegnanti che per educazione, studi e qualità morali dessero garanzia di svolgere bene il loro incarico dal punto di vista pedagogico e religioso; l’aiuto ai migranti; la battaglia contro la stampa immorale ed empia e la cooperazione per una stampa popolare di buona qualità; la necessità da parte dei genitori di verificare con cura l’istruzione dei figli. Le undici mozioni sulla condizione dei giovani operai, in perfetta sintonia con ‹‹l’ammirabile enciclica Rerum novarum» di Leone XIII (1891), meriterebbero di essere citate per esteso, tanto sono significative dell’impatto della dottrina sociale della Chiesa sul mondo salesiano. Il tutto costituiva un vasto programma apostolico, soprattutto per i Cooperatori d’Italia, direttamente interessati. Restava solo la sfida di metterlo in atto.

La chiusura del Congresso

L’ultima assemblea si tenne nel pomeriggio del 25 aprile.[342] In qualià di presidente effettivo, don Rua aveva guidato con tatto tutte le riunioni. Prese la parola, con ‹‹voce tremante per l’emozione», come scrive la cronaca. Fu un discorso di ringraziamento: al papa per il suo Breve, ai quattro cardinali per la loro presenza, agli arcivescovi e vescovi, ai preti, ai laici, ai Cooperatori e Cooperatrici accorsi numerosi. Conclue: ‹‹Nella storia della Congregazione Salesiana le date 23, 24 e 25 aprile 1895 saranno segnate a caratteri d’oro, ed in mezzo ad esse brillerà il nome dell’Eminentissimo Cardinale Svampa». Il vice-presidente Achille Sassoli-Tomba ringraziò gli organizzatori e il pubblico a nome dei Cooperatori salesiani della città di Bologna. Poi parlò il cardinale Svampa, presidente onorario. Negli Atti, i suoi discorsi sono raccolti a parte così come furono pronunciati. Ci sembra utile riprenderli, nonostante il loro carattere retorico più o meno evidente, perché ci aiutano ad entrare nel clima dell’evento.

Egli disse che la sua felicità per la perfetta riuscita della manifestazione era adombrata

da un sentimento di mestizia, perchè questa è l’ultima seduta, perché dobbiamo staccarci da tante e sì care persone, perché non udremo più quesi discorsi così pratici ed interessanti che animarono la speranza del nostro cuore. Oh! perché questi discorsi non sono scolpiti a lettere eterne! Ma la rimembranza sta viva nel cuore di tutti ed è consolante il pensare che di quanto si è detto sarà steso esatto e minuto ragguaglio. Del resto è anche una pena pel mio cuore dovermi sì presto distaccare da persone tanto care che in questi giorni ci hanno onorato della loro presenza e tanto contributo hanno porto all’opera dei promotori; da queste persone che ora ci ringraziano della ospitalità ricevuta, mentre siamo noi che dobbiamo ringraziarle d’aver aderito al nostro invito; da queste persone che qui hanno trovato tutto buono, perché hanno il cuor buono. Ma mentre la nostra non è che una separazione di spazio e di persone, mi conforta il pensiero che avremo altre occasioni di trovarci. Mi duole altresì di dover dare l’addio ai miei carissimi Salesiani, e specialmente al mio carissimo D. Rua, l’anima di questo Congresso; ma è per poco, giacché egli lo ha detto, e la parola di D. Rua non si è mai smentita (applausi entusiastici), è come la firma in una cambiale con data memoranda. E noi li avremo i Salesiani, non come ospiti, li avremo nostri: non di passaggio, ma stabilmente (applausi).[343] [...]

Ognuno partendo dal Congresso tornerà alla propria residenza infiammato di novello ardore per la santa causa del bene. Lavoriamo, sì lavoriamo compatti, cooperiamo tutti uniti. Questa sia la nostra aspirazione. Uniti di fede, di cuore e di carità, cerchiamo che non entrino mai tra noi i funesti dissidi che uccidono le opere buone. Sappiamo dominare noi stessi e freniamo le passioni micidiali dell’orgoglio, dell’ambizione, della vanità. Iddio corrobori i santi propositi e li benedica. E la Vergine di S. Luca, che ci ha assistiti e guidati in questo nostro Congresso, domani ci aspetta al suo Santuario della Guardia per benedirci nuovamente. Portiamole i fiori olezzanti della nostra divozione, ed Essa benedirà le nostre opere ora e sempre e farà in modo che, come in questi giorni fummo tanto lietamente raccolti in questa chiesa della Santa, trasformata in nostro cenacolo, così possiamo trovarci allietati nell’ottenere da Dio quell’ospitalità che D. Rua ci augurava e che è il premio riservato ai perseveranti.[344]

Al termine del discorso, scrisse il cronista, il pubblicò scoppiò in lunghi e irrefrenabili applausi.

I sentimenti di don Rua

Non appena rientrato a Torino, don Rua si affrettò a indirizzare ai Salesiani una circolare dedicata al Congresso di Bologna.[345] ‹‹Per ben quattro giorni ebbi la bella sorte di assistere ad un sì sublime spettacolo, di fede, di zelo, di carità e, diciamolo pure, di simpatia, verso l’umile nostra Società, che ancora il mio cuore ne è tutto commosso e tutta ripiena la mente. Non tento neppure di mettervi dinnanzi agli occhi quanto mi fu dato divedere e udire; malgrado ogni sforzo non riuscirei che a darvi una sbiadita e pallida immagine di ciò che è avvenuto. Avrei a narrare cose sì belle, sì straordinarie e maravigliose che parrebbero avere dell’esagerato a chiunque non ne sia stato testimone oculare». Lascando dunque ad altri il compito di tracciare la storia e la fisionomia di un Congresso, ‹‹che rappresenterà una delle più belle pagine degli annali della nostra Pia Società», egli si limitò a notare che l’evento aveva messo in splendido risalto la bontà del Signore ‹‹verso gli umili figli di don Bosco». L’idea del Congresso, l’entusiasmo scatenato nella città di Bologna, l’attività instancabile del comitato organizzatore, la scelta della Chiesa della Santa per le assemblee, la competizione tra le più illustri famiglie per alloggiare i congressisti, la partecipazione devota del popolo alle cerimonie religiose quotidiane nella basilica di San Domenico, capace ‹‹di contenere quindicimila persone»..., tutto gli sembrava avesse qualcosa di straordinario. Come, all’indomani della chiusura, il pellegrinaggio di cinquantamila fedeli saliti al Monte della Guardia insieme ai congressisti per ringraziare la Vergine di san Luca del suo felice svolgimento.

Non volle tacere la benevolenza speciale delle autorità cittadine verso i partecipanti. Nulla si era risparmiato per il mantenimento dell’ordine pubblico. I congressisti erano stati trattati ovunque con squisita gentilezza. Avevano potuto visitare gratuitamente i musei di Bologna, semplicemente presentando le loro tessere di adesione. Per l’occasione, l’episcopato, non solo italiano, aveva dato ‹‹la più bella prova del suo affetto e della sua stima verso i poveri figli di don Bosco». Quattro cardinali e più di trenta vescovi erano intervenuti personalmente al Congresso. ‹‹E altri in quantità incalcolabile gli avevano inviato la loro adesione in termini così delicati e con tali elogi da lasciarci molto confusi». Per di più, una stupenda lettera d’approvazione di Leone XIII, indirizzata al cardinale Svampa, letta all’apertura del Congresso, assicurava la sua benedizione. In qualche modo si poteva dire che la manifestazione si fosse tenuta sotto la sua presidenza, poiché il suo busto maestoso troneggiava sulla la sala. Certamente il papa era stato presente con il cuore e lo spirito.15

Ciò che maggiormente aveva impressionato don Rua era stata la genuina fraternità, l’unione intima degli spiriti, il perfetto accordo di sentimenti e di volontà che si leggevano sul volto dei congressisti. Nella sala si respirava un’atmosfera tutta salesiana. Erano membri di un’unica famiglia, riuniti per parlare con attenzione commossa e nobile del loro padre comune don Bosco, di opere salesiane che erano anche le loro, che accoglievano con segni di approvazione e fragorosi applausi ciò che veniva proposto per il bene delle anime. Cardinali, vescovi, sacerdoti, così come dotti e zelanti laici avevano pronunciato discorsi molto eloquenti che avevano fatto vibrare le fibre più delicate dei cuori. Si era ampiamente parlato dei Salesiani per incoraggiarli a proseguire nelle loro imprese. Con molta efficacia i Cooperatori erano stati esortati a portare loro sostegno morale e materiale. Il cardinal Svampa a ragione poteva concludere dicendo che tutti i congressisti avevano imparato qualcosa.

Vi farà forse meraviglia se vi fu chi, trasportato dall’entusiasmo, chiamò questo Congresso un trionfo, un’apoteosi della Congregazione Salesiana? Io non avrei neppur osato riferirvi tale parola che sembra ferire quella modestia che ogni Salesiano dovrebbe praticare, se non per ricordarvi che pare ciò fosse predetto da quel sogno che ebbe don Bosco, nella notte dal 10 all’11 settembre 1881. Dopo averci santamente spaventati descrivendoci i gravi pericoli che correrebbe la Congregazione pel rilassamento di alcuni suoi membri, don Bosco ci rinfrancava dicendo: circa il 1895, gran trionfo. Dolcissimo Padre, la vostra parola si è avverata.[346]

Don Rua continuava la sua lettera cercando di trarre lezioni dal Congresso a vantaggio dei Salesiani. Un tale successo li obbligava anzitutto a riconoscere la bontà di Dio che, attraverso l’intercessione di Maria Ausiliatrice, aveva concesso felice riuscita a un’impresa tanto ardua. ‹‹Grazie a Dio e alla Vergine Maria, la riuscita superò di gran lunga la nostra aspettazione. Il cielo ci guardi dall’attribuirci una benché minima parte di ciò che è unicamente l’opera di Dio. A Lui solo tutto l’onore, a Lui la gloria!». I Salesiani poi dovevano esultare al pensiero che il loro primo Congresso avesse rallegrato ‹‹l’Augusto Vegliardo del Vaticano, che volle esser minuziosamente tenuto informato d’ogni atto delle nostre assemblee». Dunque, invitava i Salesiani a rinsaldare i legami che univano la famiglia salesiana al Vicario di Gesù Cristo; li esortava a rallegrasi nel vedere che i vescovi ‹‹si compiacciono degli sforzi che noi facciamo per secondare il loro zelo, per combattere al loro fianco le battaglie del Signore. Diamo ovunque l’esempio del rispetto verso le loro sacre persone e nell’ubbidienza ai loro comandi». Lo splendido risultato del Congresso doveva anche far crescere il loro attaccamento alla Pia Società, nella quale erano entrati per rispondere a una chiamata di Dio. Se già avevano avuto tante prove ‹‹che Iddio benedice e protegge in modo specile l’Istituto», il Congresso li doveva rendere ancor più convinti della loro missione e spronare a meritarsi sempre di più i favori celesti. ‹‹Da veri figli di don Bosco porgiamo vive grazie al Signore d’aver permesso che durante questo Congresso sia nella sala delle adunanze, sia nella basilica di san Domenico, per ben tre giorni si fosse particolarmente glorificato il suo fedel servitore, il nostro veneratissimo Fondatore e Padre. Crdinali e vescovi ne celebrarono dal p ergamo le lodi non altrimenti che avrebbero fatto d’un santo, ed ispirarono ai loro divoti uditori la più alta stima della sua virtù e dll’Opera sua, che chiamarono ad ogni piè sospinto provvidenziale».

Don Rua esortava i Salesiani ad un esame di coscienza sulla qualità della loro vita morale e religiosa. Meritavano veramente di essere tanto esaltati?

Vi confesso, carissimi Figli in Gesù Cristo, che fui coperto di confusione nel vedere quale alta stima si abbia ovunque dei poveri Salesiani. Essi furono rappresentati al Congresso quali modelli di religiosi, come ardenti di santo zelo per la salvezza delle anime, come valenti maestri nell’arte difficilissima di educare la gioventù, nell’informarla alla pietà. Più vivo divenne in molti vescovi e Cooperatori il desiderio di veder sorgere nelle loro città istituti salesiani, ripromettendosi da loro veri miracoli per la rigenerazione della odierna società. Ma voi mi scuserete, se in fondo al cuore io chiedeva a me stesso se noi siamo realmente quali siamo creduti?... M’assalì più volte il dubbio sconfortante che non avessero i nostri troppo benevoli Cooperatori a ricredersi, se loro si porgesse il destro di esaminare da vicino la condotta di certi confratelli... Ah! Se coloro che sono rilassati nella pietà, poco osservanti della santa Regola, negligenti nei loro doveri, fossero stati presenti al Congresso, non ne dubito, avrebbero fatto il proposito di mutar vita. Ve ne scongiuro, uniamoci tutti per sostenere l’onore della nostra Pia Società, viviamo nello spirito di don Bosco e rappresentiamolo meglio che per noi si possa ovunque abbia a condurci la mano di Dio.

La circolare si chiudeva con l’auspicio che il Capitolo Generale, previsto nel successivo mese di settembre, aiutasse concretamente i Salesiani a corrispondere alle attese dei Cooperatori. Con la grazia di Dio, i direttori delle case, riuniti attorno alla tomba di don Bosco a Valsalice, avrebbero potuto attingere zelo e fervore da infiammare tutti i loro confratelli.

 

20 - L´ESPANSIONE SALESIANA IN AMERICA

Lo zelo missionario di don Rua

Le missioni salesiane erano state uno dei temi centrali del Congresso di Bologna. Don Rua, da parte sua, non cessò mai di alimentare nei Salesiani l’amore alla vocazione missionaria, acceso da don Bosco nel 1875, cosicché non faceva fatica a trovare soggetti necessari a nuove spedizioni missionarie, che si ripeterono ogni anno sotto il suo rettorato.[347] Per noi oggi non è facile capire che cosa significavano quelle partenze. Nel corso del secolo trasporti e comunicazioni avevano avuto una radicale evoluzione. Allora le separazioni erano drastiche e durature. La corrispondenza impiegava al minimo un mese ad attraversare l’Atlantico. Don Rua dunque si preoccupava di preparare accuratamente coloro che si rendevano disponibili per questa avventura.

Aveva l’abitudine di riunirli a Torino nella cappellina attigua alla camera di don Bosco, prima della cerimonia tradizionale di addio nella chiesa di Maria Ausiliatrice. Là, dopo averli incoraggiati a mostrarsi degni figli di un tale padre, con lo zelo, la carità e l’osservanza, li benediva in suo nome. Li riuniva in quel luogo ristretto, malgrado talvolta fossero in molti, per parlare loro familiarmente, come ebbe a dire, come un padre con i figli. Quando, alla fine della cerimonia in Maria Ausiliatrice, sfilavano l’uno dopo l’altro davanti a lui per abbracciarlo, mormorava all’orecchio parole affettuose, che andavano dritte al cuore. Non le avrebbero più dimenticate.

Una volta partiti, don Rua non li perdeva di vista. Chiedeva di essere informato nel dettaglio sulle loro peregrinazioni. Lo leggiamo nelle prime righe di una lunga lettera di Bernardo Vacchina da Rawson, sulla sua visita agli indios Tehuelches nel novembre-dicembre 1895: ‹‹Spesse volte ella, amatissimo padre, ci raccomandò di scriverle dal luogo delle nostre Missioni, allegandoci che le relazioni dei suoi figli missionari, oltre ad alimentaare nel cuore gli affetti del fraterno amore che ci unisce in Domino, lette in comunità o date alle stampe sono un potente mezzo di educazione sacerdotale e di mutua edificazione, un argomento di gloria a Dio e di consolazione alla Santa Chiesa, ed un soave conforto ed un efficace stimolo per i nostri generosi Cooperatori...».[348] Egli stesso scriveva loro con frequenza, anche durante i suoi viaggi, soprattutto a coloro che avevano responsabilità, come gli ispettori o i maestri dei novizi. Per esempio, nel solo anno 1890, indirizzò otto lettere a don Giuseppe Vespignani, maestro dei novizi in Argentina, la prima in febbraio da Nizza, la seconda da Bruxelles, la terza da Torino, una da San Benigno, l’ultima in novembre da Torino. In realtà le vere lettere ai missionari erano piuttosto rare. Di solito per risparmiare tempo e spese postali, don Rua faceva dei pacchetti di bigliettini personali con qualche riga, che sarebbero stati letti avidamente, e religiosamente conservati.

Rispondeva meglio che poteva alle richieste di denaro dei missionari. Il cardinal Cagliero testimonierà che, quando si trovava in Patagonia, don Rua si piegava generosamente alle sue richieste di aiuto. Agì allo stesso modo con mons. Fagnano, che per l’intensa attività apostolica si trovava spesso in seri imbarazzi finanziari. Don Rua mirava unicamente a espandere il Regno di Dio in quelle terre lontane.

L’America del Sud

Alla morte di don Bosco, la Congregazione contava in America del Sud due ispettorie, Argentina-Cile e Uruguay-Brasile, e stava entrando in Equador. L’attività missionaria strettamente intesa, veniva esercitata in due circoscrizioni ecclesiastiche recentemente erette dalla Santa Sede: un vicariato apostolico comprendente il Nord e il Centro della Patagonia, e una prefettura apostolica che inglobava la Patagonia meridionale e la Terra del Fuoco. Durante il rettorato di don Rua, sotto il suo prudente impulso, i Salesiani fondarono opere in sette nuovi paesi dell’America Meridionale e Centrale: Colombia (1890), Perù (1891), Messico (1892), Venezuela (1894), Bolivia e Paraguay (1896), El Salvador (1897).

La Colombia e l´episodio di Agua de Dios

La Colombia è in testa alla lista. Gli archivi conservano reiterate domande e pressioni del governo di quel paese e dell’arcivescovo di Bogotà al Rettor Maggiore e alla curia romana.[349] Si voleva ad ogni costo i Salesiani a Bogotà. L’affare prese una piega talvolta offensiva per don Rua. Nel 1889, quando forte dell’invito del papa a non creare nuove opere, resisteva alle pressioni, ricevette dal cardinale protettore Parocchi un biglietto datato 30 marzo che gli fece male: ‹‹Torno ora dall’udienza pontificia, dolente che i miei carissimi Salesiani abbiano, senza volere, disgustato la Santità di N. Signore. Il Santo Padre ardentemente desidera che si accetti dalla nostra Congregazione la nuova casa in Colombia, e la Congregazione rifiuta. Compremdo le difficoltà della fondazione, veduta la scarsità de’ soggetti e la moltitudine de’ bisogni da provvedere; ma dinanzi al papa conviene piegarsi, per così dire, anche all’impossibile, con la fede che porta via le montagne». ‹‹Non può immaginarsi quanta pena tale notizia abbia arrecato al nostro cuore, rispose subito don Rua al cardinale Parocchi. Ed io mi affretto a rispondere per mettere in chiaro le cose...».

Non corrispondeva a verità affermare che i Salesiani rifiutavano la fondazione in Colombia. Dal mese di maggio dell’anno precedente avevano preparato una convenzione con il rappresentante del governo colombiano. Soltanto che questi avrebbe voluto che i Salesiani arrivassero già nel gennaio 1890, e invece loro ‹‹tenevano duro per il 1891».[350] Le discussioni ripresero. Il rappresentante colombiano assistette anche a Torino a una riunione del Capitolo Superiore a fine aprile 1889. Leone XIII continuava a insistere. Alla fine, i missionari per la Colombia si imbarcarono a San Nazaro il 10 gennaio 1890, sotto la guida di don Michele Unia, un sacerdote di quarant’anni. Nello stesso tempo nel Cile, don Evasio Rabagliati riceveva l’ordine di fare le valigie per assumere la direzione della nuova opera di Bogotà.

La missione colombiana assunse un aspetto particolare per le vicende di don Unia ad Agua de Dios.[351] Lo avevano informato che in quel luogo, a due o tre giorni di marcia da Bogotà, c’era un villaggio isolato dove vivevano, in un degrado materiale e morale quasi totale, parecchie centinaia di lebbrosi. Persino le loro lettere non venivano aperte per timore del contagio. Leggendo il racconto evangelico dei dieci lebbrosi guariti da Cristo, Unia sentì la chiamata a mettersi al servizio di quei disgraziati, rifiutati da tutti, miseramente assistiti dal governo con insignificanti sussidi, senza nessun sacerdote per il soccorso spirituale. Ottenne dal superiore il permesso di recarvisi, a condizione di chiedere l’autorizzazione definitiva a don Rua. Prima di mettersi in viaggio dunque, Unia inviò al Rettor Maggiore una lettera datata 18 agosto 1891. L’arcivescovo di Bogotà benediva un’impresa che, agli occhi di tutti aveva dell’incredibile. Per i lebbrosi il suo arrivo parve quello di un angelo. Non credevano ai propri occhi. Il gruppo dei più sani, uomini, donne e bambini, lo circondò e si mise a danzare per la gioia. Unia entrò allora nel lazzaretto per visitare quelli che erano costretti a star sdraiati. Piaghe ributtanti li coprivano dalla testa ai piedi. Alcuni non avevano più forma umana. Malgrado la raccomandazione di non toccarli e un’inevitabile ripugnanza, egli arrivò persino ad abbracciarli. L’arcivescovo lo nominò cappellano di Agua de Dios. Il 28 agosto Unia scrisse di nuovo a don Rua, esprimendogli la sua intenzione di rimanere sul posto, malgrado tutti i rischi che correva. Don Rua parve non condividere quell’apostolato straordinario, ma si trattò di un contrattempo. Infatti le lettere di Unia incrociarono sull’Oceano una lettera del Rettore che, ignaro dell’impresa, gli chiedeva di recarsi in Messico per assumere la direzione di una nuova casa. Convinto che don Rua non approvasse il suo ministero, Michele Unia ubbidì immediatamente, lasciò il lazzaretto tra i pianti e i lamenti di tutti quei disgraziati. Le autorità di Bogotà si commossero e telegrafarono a Torino e a Roma affinché don Rua ritornasse sulla sua decisione. Ma era cosa fatta. Nel frattempo giunsero a don Rua anche le lettere di Unia e una commovente richiesta dei lebbrosi, datata 17 ottobre, con cinquantaquattro firme. Piangevano per l’allontanamento del loro cappellano e lo supplicavano di conservargli questo conforto.

Il 13 ottobre don Rua comunicò a Unia la sua benedizione:

Sono contentissimo della generosa risoluzione di sacrificarti in favore dei lebbrosi. Ti do il mio pieno consenso e imploro da Dio per te le più elette e abbondanti benedizioni. Tu sei disposto a sacrificare la tua vita ed io me ne congratulo. Ti raccomando bensì di usare le debite precauzioni per non contrarre quella terribile infermità o almeno contrarla il più tardi possibile. Può essere che qualche altro Salesiano, attratto dal tuo esempio, si disponga ad andare a farti compagnia per aiutarvi reciprocamente nei bisogni spirituali e temporali. Benché ti trovi coi lebbrosi ti consideriamo sempre come nostro caro confratello salesiano; anzi consideriamo Agua de Dios come una nuova colonia salesiana, e ben vorremmo ci fosse possibile autare in qualche modo cotesti infermi. Con che piacere lo faremmo! Per ora basta. Saluta affettuosamente i tuoi infermi da parte nostra e di’ loro che li amiamo molto e che preghiamo per loro.[352]

Unia si fece in quattro per i suoi cari lebbrosi. Costruì una casa per i bambini, lanciò una sottoscrizione per costruire un grande ospedale, restaurò la chiesa, fece arrivare l’acqua potabile da una collina vicina, organizzò feste religiose e coltivò la musica. Quattro anni di lavoro massacrante bastarono a sfinirlo. Morì in Italia, dove era tornato per curarsi, il 9 dicembre 1895. Stava per compiere 46 anni.

Intanto l’opera salesiana si espandeva in Colombia. Dopo la scuola professionale Leone XIII di Bogotà, nel 1892 i Salesiani ricevettero l’incarico di una parrocchia a Barranquilla, il maggior porto della Colombia sull’Atlantico. Nel 1893 si aprì a Fontibon un noviziato che sarà in seguito trasferito a Mosquera. Si studiavano progetti di missioni nella provincia di San Martin verso le regioni amazzoniche nell’Est del paese, ma vennero ostacolati dalla rivoluzione del 1895 e dalla scarsità di personale. Ad Agua de Dios, frattanto, i Salesiani Crippa e Variara avevano preso in mano e fatto prosperare l’opera iniziata da don Unia. Nel 1896 si costituì l’ispettoria colombiana. Nel 1905 per favorire il rinnovamento delle tecniche agrarie sarà creata la scuola agricola di Ibaguè. A dispetto delle difficoltà politiche, endemiche in questo continente, che avranno sempre gravi contraccolpi sulle opere sostenute dai governi locali, sotto don Rua l’ispettoria colombiana continuò a crescere.

L´insediamento dei Salesiani in Perù

Come aveva fatto per la Colombia, la Santa Sede fece pressione per l’insediamento della Congregazione in Perù. Nel marzo 1890, il cardinale Rampolla informava don Rua che Leone XIII desiderava al più presto l’invio di Salesiani nella capitale Lima, perché si occupassero della gioventù. Al fine di evitare il ripetersi dell’affare colombiano, don Rua rispose categoricamente al cardinale: ‹‹Potete rassicurare Sua Santità che faremo tutto ciò che potremo per rispondere ai suoi venerati desideri». Le trattative richiesero comunque qualche tempo.

Il testo della convenzione è interessante per conoscere i legami che i governi sudamericani cercavano di intessere con la Congregazione Salesiana. Il 6 giugno il Capitolo Superiore modificò qualche punto di un progetto preparato dai peruviani. Il loro governo accettò l’accordo. Il 25 luglio il ministro plenipotenziario del Perù in Italia, Carlos Elias, partecipò in Torino a una riunione capitolare sulla creazione di un orfanotrofio maschile a Lima. Nel documento approvato in tale occasione leggiamo:

Animati dal caritatevole scopo di provvedere all’istruzione e cristiana educazione della gioventù povera ed abbandonata della città e provincia di Lima, tra S.E. il Ministro del Governo ed il Rev.mo Sac. Michele Rua, Rettor Maggiore della Pia Società Salesiana, si conviene: 1° Il Governo dal canto suo cederà in proprietà assoluta od in uso perpetuo una casa con annessi cortili e giardini capace di contenere almeno trecento alunni. ­ 2° Provvederà tutti i mobili ed utensili necessari pei dormitori, laboratori, scuole, cucina, refettorio, ecc. e la conveniente lingeria. ­ 3° Provvederà pure tutti gli arredi sacri ed i banchi per la cappella; oppure, oltre il locale, come sopra, darà per l’impianto la somma di L. 50.000 [il Governo preferì il secondo modo, depositando la somma presso la Società di Beneficenza, che la trasmise a don Rua in due rate per il tramite del ministro peruano a Roma]. ­ 4° Per dieci anni il primo viaggio di ciascuno del personale addetto all’Orfanotrofio sarà a carico del Governo. ­ 5° Il Sig. D. Rua si obbliga ad aprire in Lima nell’anno ..... un istituto di arti e mestieri ed eziandio di scuole elementari e di istruzione superiore per quelli che vi avessero attitudine. ­ 6° Il direttore dell’Orfanotrofio, come rappresentante di D. Rua, potrà liberamente applicare ad un mestiere oppure agli studi ciascuno dei giovani ricoverati. ­ 7° L’amministrazione e la disciplina dell’istituto sarà interamente e liberamente affidata al medesimo direttore. ­ 8° Saranno sempre di preferenza accolti nell’istituto i giovanetti raccomandati dal Governo, purché siano nell’età non inferiore ai 10 anni né superiore ai 14 e siano di sana costituzione fisica ed esenti da difetti corporali. ­ 9° Per ciascuno de’ suoi raccomandati il Governo pagherà all’Orfanotrofio franchi 40 in oro in ciascun mese. Quando alcuno tenesse cattiva condotta, per cui fosse di scandalo ai compagni, o fosse affetto da malattia contagiosa o cronica, dovrà ritirarlo tosto che ne avrà ricevuto l’avviso dal direttore. ­ 10° Questa convenzione durerà cinque anni, e s’intenderà rinnovata per un altro quinquennio, se dall’una delle parti non sarà dato preavviso due anni prima della scadenza.[353]

Don Rua voleva rispettare scrupolosamente le indicazioni di don Bosco: garantirsi l’appoggio della società civile, ma anche la piena libertà nell’educazione dei giovani.

Don Angelo Savio preparò l’insediamento salesiano nel paese attraverso il contatto con un’associazione benefica di Lima. Tre Salesiani e nove Figlie di Maria Ausilitrice arrivarono nella capitale verso la fine del 1891. Don Antonio Riccardi, fino a quel momento in Argentina, fu il primo direttore dell’orfanotrofio e lo organizzo come scuola di arti e mestieri. Accanto si aprì un Oratorio. La società di beneficenza della capitale ffidò alle suore una scuola professionale per ragazze. Nel 1896, al termine del quinquennio di esperimento, il Senato peruviano approvò la creazione di altre scuole salesiane. In quel momento si rendevano disponibili vari Salesiani, cacciati dall’Equador in seguito a una rivoluzione anticlericale. Così sorsero due nuove opere, una scuola agricola ad Arequipa nel 1897 e un collegio a Callao l’anno successivo. Altre opere verranno fondate a Cusco e Piura nel 1905 e 1906.

L’avventura ecuadoregna

Sin dall’arrivo dei Salesiani a Quito, il 28 gennaio 1888, l’opera in Ecuador fu fiorente. La casa contava quattordici laboratori in piena produttività. All’inizio degli anni 1890, attirò l’attenzione dei vari presidenti. Allora vennero aperte altre opere a Riobamba (1891) e a Cuenca (1892) e un noviziato a Sangolqui. Nel 1894, don Rua decise la creazione di un’ipsettoria ecuadoregna e ne affidò l’incarico a don Luigi Calcagno (1857-1899).

Nello stesso tempo la Santa Sede offrì alla Congregazione una missione importante nella zona orientale del paese, popolata da tribù indigene non ancora civilizzate.[354] Il 26 marzo 1889, il Capitolo Superiore prese in considerazione una lettera del segretario della Congregazione degli Affari Straordinari che offriva ai Salesiani il nuovo vicariato apostolico di Mendez e Gualaquiza. Il 6 settembre il cardinale Rampolla precisava a don Rua: ‹‹Sua Eccellenza Flores, presidente della Repubblica Ecuadoregna, mi ha indirizzato poco fa una lettera colla quale chiede alla Santa Sede che la missione di Mendez e Gualaquiza sia affidata ai sacerdoti della benemerita Congregazione da Lei presieduta». I Salesiani accettarono. Nel 1892, don Angelo Savio fu inviato a esplorare i luoghi; ma sfortunatamente il 17 gennaio 1893 morì a causa di una congestione polmonare, contratta dormendo a terra in una notte freddissima. A Torino si attese fino all’8 di febbraio il documento della Congregazione degli Affari Straordinari, che annunciava l’istituzione e i confini del nuovo vicariato. La prossimità a Cuenca, dove era appena stata aperta una casa, facilitava le cose. L’esplorazione fino a Gualaquiza fu affidata al giovane don Gioachino Spinelli (1868-1949) e al coadiutore Giacinto Pankeri (1857-1947). Partirono per una marcia di trentasei giorni, all’inizio di ottobre 1893. Tra mille difficoltà, a Gualaquiza venne presto stabilita una piccola scuola artigianale. La missione di Gualaquiza era poverissima. I laboratori, le aule, la cappella e l’abitazione stessa non erano che misere capanne in legno ricoperte di foglie.

Nel 1894, il presidente della Repubblica Antonio Flores segnalò alla Santa Sede in qualità di vicario apostolico di Mendez e Gualaquiza il salesiano Giacomo Costamagna, ispettore dell’Argentina, che aveva conosciuto a Quito.[355] Don Rua accetò e senza indugi gli inviò l’obbedienza. Il 3 dicembre, Costamagna salutò il collegio di Almagro. Il giorno di Natale, era all’Oratorio di Torino.[356] Nel concistoro segreto del 18 marzo 1895, Leone XIII gli conferì la sede titolare di Colonia d’Armenia. Il 23 maggio, l’arcivescovo di Torino Riccardi, assistito dagli ausiliari, lo consacrò vescovo nella chiesa di Maria Ausiliatrice. Era il terzo vescovo missionario salesiano dopo Giovanni Cagliero e Luigi Lasagna. Sfortunatamente il vicario apostolico di Mendez e Gualaquiza, molto atteso, venne ordinato in un momento di gravi sommovimenti politici in Ecuador. Col cambio di presidente, la sua presenza non fu più gradita, essendo stato scelto dal deposto presidente Flores.

Con la rivoluzione liberale del 1895 sorsero gravi difficoltà per i Salesiani dell’Ecuador. Si trattava infatti di un liberalismo anticlericale. Gli amici del governo precedente passarono per nemici del nuovo regime. Nel 1896 ci fu la catastrofe. Accusati di manovre antigovernative, i Salesiani vennero arrestati e le loro opere requisite. Nove religiosi, tra cui l’ispettore Calcagno, furono costretti a un terribile viaggio fino alla frontiera peruviana. L’odissea durò quaranta giorni e li lasciò più morti che vivi.[357]

Don Rua, avvertito, sollecitò l’intervento del ministro italiano degli Affari Esteri, Emilio Visconti-Venosta, il quale scrisse al console italiano di Guayaquil in Ecuador e al suo ministro plenipotenziario di Lima, il comandante Castelli, per chiarire le cose e intervenire in favore dei Salesiani, tutti di nazionalità italiana. Si avviò un complesso affare diplomatico. L’ispettore Calcagno presentò le sue rimostranze. All’inizio del 1897, la matassa sembrò dipanarsi. Ma fu un’illusione. In settembre don Rua insistette ancora presso il ministro degli Esteri per ottenere dal governo ecuadoregno un giudizio formale. Il coadiutore salesiano Giacinto Pankeri, rimasto a Quito, faceva del suo meglio per proteggere i beni della Congregazione. Il ministro italiano preferì affidare l’incarico di difendere gli interessi salesiani al ministro spagnolo presso il governo di Quito. Il 29 marzo 1898, il governo ecuadoregno convennne con Pankeri sulla creazione di una commissione di arbitrato. Le conferenze della commissione durarono fino al 1902,[358] quando l’opera salesiana nel suo insieme, appoggiata a Quito da energici Cooperatori, per nulla rassegnati a vederla perseguitata, ripartì nuovamente.[359]

Il Messico

Nell’ottobre del 1892, don Rua decise di inviare un primo gruppo dei suoi religiosi in Messico, paese che li attendeva già da circa quattro anni.[360] Mentre si trovava a Roma per la consacrazione della chiesa del Sacro Cuore, il 12 maggio1887, don Bosco aveva ricevuto la visita di un gruppo di ecclesiastici allievi del Collegio Sud-Americano. Qualcuno gli chiese quando i Salesiani sarebbero andati in Messico. Rispose: ‹‹Non sarò io a inviare i Salesiani in Messico; il mio successore farà ciò che io non posso fare. Siatene certi». Don Rua non mancò di adempiere il desiderio del fondatore.

Dopo la morte di don Bosco la fama della sua opera si estese in tutta l’America Latina. Il 23 giugno 1889 sette membri del comitato cattolico del Messico, volendo che il loro paese beneficiasse di una presenza così interessante, si riunirono per studiare i mezzi più adatti a raggiungere lo scopo. Quando uno dei membri si dichiarò Cooperatore salesiano, tutto il gruppo decise di iscriversi alla Pia Unione. Fu costituito un comitato promotore presieduto da Angel G. de Lascurain. Ottenuta la benedizione dell’arcivescovo Pelagio Labastida, si misero in contatto con don Rua. Questi, contento dell’iniziativa, spedì a ciascuno il diploma di Cooperatore. Quel nucleo di entusiasti amici di don Bosco diffuse la conoscenza del Santo e della sua opera in tutta la Repubblica. Persino alcuni vescovi chiesero di entrare nella Pia Unione dei Cooperatori. Il nome di don Bosco divenne popolare soprattutto nella capitale, dove molti iniziarono a desiderare l’arrivo dei Salesiani a servizio della gioventù.

Infine una ricca cooperatrice offrì la propria casa al comitato promotore perché fosse trasformata in collegio. Poiché i Salesiani tardavano, i buoni Cooperatori decisero di agire di loro spontanea volontà. Aprirono un istituto sotto la direzione del sacerdote Enrico Perez Capetillo, con laboratori di tipografia e di calzoleria, e corsi elementari serali per nove orfani, numero che salì presto a trentasette, tutti tra i più poveri della capitale. Don Rua, informato, benedisse l’iniziativa promettendo l’invio di Salesiani nel minor tempo possibile. Poi la vicenda si complicò. Il 4 febbraio 1891, l’arcivescovo del Messico, grande protettore e benefattore dell’opera, morì. Il padre Capetillo si ritirò. Tutto sembrava crollare. A questo punto don Rua, cedendo alle ripetute istanze dei messicani e incoraggiato dalla Santa Sede, si decise a inviare in Messico nell’ottobre del 1892 un primo contingente di figli di don Bosco.

Arrivarono a Vera Cruz il 1° dicembre, ricevuti con entusiasmo dai Cooperatori. Erano cinque: tre preti, compreso il direttore don Angelo Piccono, un chierico e un coadiutore. Presentarono subito al nuovo arcivescovo Alarcon una lettera di raccomandazione del cardinale Rampolla (datata 19 ottobre 1892), trasmessa direttamente da don Rua. Il cardinale esprimeva la soddisfazione del Santo Padre per la partenza dei missionari:

Le presenterà questo mio foglio il capo dei sacerdoti Salesiani che vengono a prendere possesso della casa che è stata per essi aperta in cotesta metropoli. Sebbene io sia pienamente convinto che Ella farà loro la più paterna accoglienza e che si varrà del suo potere ed influenza per sostenerli e proteggerli nella loro missione e facilitare così ad essi il conseguimento del nobile scopo per cui abbandonano la patria, e si recano in coteste lontane regioni, con tutto ciò non ho voluto mancare di munirli di questa miai commendatizia, onde Ella sappia che in tal modo farà cosa gradita al Santo Padre ed a me. Perché questi benemeriti figli di Don Bosco meritano tutto l’appoggio della Santa Sede pel bene che fanno spiritualmente ed anche materialmente in particolar modo nell’educare la gioventù alle lettere ed alle arti, col prestarsi al soddisfare ai bisogni dei fedeli nelle loro svariate forme.[361]

Iniziata sotto tali auspici, l’opera salesiana in Messico prese forma in tempi rapidi. Il 3 gennaio 1893, don Piccono espose i suoi progetti ad un’assemblea di Cooperatori salesiani. Subito una dama, Giulia Gomez, gli fece dono di un terreno di due ettari e l’ingegner Sozaya preparò il progetto di un collegio capace di ospitare quattrocento giovani. Le offerte affluirono. Il 29 gennaio l’arcivescovo poteva già benedire la prima pietra davanti a una folla di fedeli. La Repubblica messicana acquistava una posizione di riguardo tra i paesi con insediamenti salesiani in America Latina.

Venezuela, Bolivia, Paraguay, El Salvador

Riassumiamo gli eventi relativi all’ingresso dei Salesiani in altri quattro paesi americani sotto il governo di don Rua.

Il Venezuela figurava da parecchi anni nella lista di don Bosco e di don Rua.[362] Tra i precursori dell’opera salesiana nel paese, come in Messico, ci fu soprattutto un prete, Ricardo Arteaga, e un gruppo compatto di Cooperatori. L’arcivescovo Crispolo Uzcategui appoggiò presso don Rua la loro richiesta di avere i Salesiani nella città di Caracas.[363] Simultaneamente intercedeva presso il papa e faceva intervenire a suo favore la Congregazione di Propaganda Fide.[364] Tutto questo facilitò il lavoro dei Salesiani una volta arrivati sul posto. Si imbarcarono a Genova il 1° novembre 1894. La popolazione venezuelana li festeggiò, ma anche qui sopraggiunsero le delusioni. A Caracas il governo concesse una scuola d’arti e mestieri già esistente, ma solo in apparenza. Infatti amministrazione e disciplina rimanevano nelle mani di laici, sotto la dipendenza diretta dal governo, con infiltrazione di elementi anticlericali e sobillatori. I Salesiani furono costretti progressivamente a ritirarsi dalla scuola. Aiutati dall’arcivescovo trovarono altri campi di apostolato.

Un sacerdote diocesano venezuelano dall’anima salesiana, Vittore Arocha, era stato inviato a Torino dall’arcivescovo Uzcategui per ottenere da don Rua altri Salesiani per la città di Valencia. Attese un anno, ma riuscì nel suo progetto. Il direttore Andrea Bergeretti (1846-1909), sacerdote diocesano che aveva appena fatto professione salesiana, partì il 23 settembre 1894. Due chierici lo seguirono in novembre, accomagnati da don Arocha. In una casa presa in affitto a Valencia aprirono una scuola elementare, per la quale, non avendo padronanza dello spagnolo, dovettero ricorrere a insegnanti laici. Non era che l’inizio. L’afflusso dei ragazzi li obbligò a trovare un altro ambiente. Acquistarono un terreno con alcune case antiche, ma solide. Questa fu l’origine del collegio don Bosco di Valencia. Nel 1897, il ministro dell’Istruzione pubblica, in visita all’opera, fu salutato nella stazione dalla banda miusicale dell’istituto salesiano. Il collegio si sviluppava di anno in anno, a mano a mano che il personale salesiano si irrobustiva: classi primarie, classi secondarie, belle feste religiose che attiravano molta gente. Nel 1899, don Bergeretti si distinse per la sua abnegazione in occasione di una terribile epidemia di vaiolo che devastò la città. Il governo gli assegnò una medaglia al merito.

Don Luigi Costamagna (1866-1941), nipote di mons. Giacomo Costamagna, fu il primo salesiano a entrare in Bolivia, vasto paese nel cuore dell’America del Sud, tra il Brasile, il Cile e il Paraguay.[365] Con lettera del 23 settembre 1889, l’arcivescovo di La Paz, mons. Borgue, aveva fatto appello allo spirito apostolico di don Rua per la fondazione di una scuola di arti e mestieri nella sua città. Don Rua non poté che infondergli speranza per l’avvenire. Poi il 10 giugno 1891, il ministro plenipotenziario della Bolivia a Buenos Ayres, Mariano Baptista, propose, a nome del governo, una convenzione per la fondazione di due collegi di arti e mestieri, uno a La Paz, l’altro in un luogo da concordare. Le condizioni erano favorevolissime.[366] Don Rua accettò, ma l’affare richiese tempo. Nel frattempo Baptista, divenuto presidente della repubblica, conferì al suo ambasciatore in Francia, Manuel de Argandoña, pieni poteri per fissare i termini del contratto con don Rua. Il documento, economicamente interessante per i Salesiani, fu firmato l’8 ottobre 1895. Eccone i punti salienti:

1° Il Rev. Sac. D. Michele Rua s’impegnerà ad avere pronto un personale di almeno dieci Salesiani, che possano partire per la Bolivia al più tardi entro il novembre di quest’anno 1893.

2° Il Superiore destinato alla Bolivia, d’accordo con il rappresentate del Governo di questo paese, acquisterà e invierà tutti gli atrezzi e utensili necessari per i due istituti da fondarsi.

3° Il Governo di Bolivia pagherà le spese di viaggio per tutto il personale che dovrà essere mandato ai collegi di Bolivia durante i primi dieci anni, e anche dei viaggi che l’interesse dei singoli Istituti potrà richiedere.

4° Il Governo della repubblica di Bolivia farà cessione al sacerdote o sacerdoti preposti dalla Società di S. Francesco di Sales dell’uso del locale o locali con i relativi connessi, dal suddetto Governo stabiliti per la fondazione dei collegi di arti e mestieri, con tutto il mobilio, macchinario e attrezzi da comperarsi in Europa.

5° Il Governo provvederà al Superiore destinato in Bolivia, oppure al sacerdote da lui indicato, tutta la somma necessaria per le spese d’installazione.

6° La Società Salesiana e le sue case verranno esentate dalle imposte doganali e dalle altre tasse fiscali e godranno delle immunità e di tutti gli altri privilegi concessi alle Associazioni Religiose.

7° Se per cause impreviste, i Salesiani dovessero abbandonare gli stabili li restituiranno al Governo nello stato in cui si trovino e avviseranno del ritiro un anno prima.

8° Se il Governo volesse rescindere il contratto, dovrà avvisarne il Superiore quattro anni prima e pagare le spese necessarie per il trasferimento del personale.

9° Gli alunni esterni saranno tutti gratuiti e per il loro insegnamento il Governo stabilirà una sovvenzione mensile a ciascuno stabilimento, oppure assegnerà un onorario a ogni salesiano o impiegato assunto dai Salesiani.

10° Gli alunni interni pagheranno una pensione che dovrà stabilirsi d’accordo fra il Governo e il Superiore del collegio rispettivo.

11° La direzione e amministrazione interna e così pure tutte le disposizioni disciplinari dipenderanno unicamente ed esclusivamente dalla Società Salesiana.[367]

Firmando la convenzione, don Rua evitava ai Salesiani le disavventure di Caracas, dove si erano trovati alle dipendenze di un’amministrazine laica. Infatti, già prima della firma del documento, era stato designato il personale della missione boliviana. I Salesiani sarebbero stati quattordici, di cui sette per la capitale La Paz. Arrivarono a Buenos Ayres il 23 novembre seguente. Ma i contrattempi e le complicazioni di un viaggio attraverso il Cile, parte in treno, parte in battello, parte in una specie di diligenza, ritarderanno il loro arrivo a La Paz e a Sucre, fino al febbraio 1896. Anche qui l’accoglienza fu entusiasta.[368]

Le trattative tra la Santa Sede e don Bosco avrebbero dovuto far entrare i Salesiani in Paraguay già nel 1879. Ma il paese era scosso da rivoluzioni che interessarono anche il clero dell’unica diocesi di Asunción.[369] I dissesti politici bloccarono i Salesiani, che erano già pronti a Buenos Aires. Quindi il delegato apostolico si rivolse ai Lazzaristi, che accettarono la difficile missione.

Tredici anni più tardi, troviamo in Paraguay il salesiano Angelo Savio, in viaggio esplorativo nella vastissima zona del Gran Chaco.[370] Ritornato ad Asunción, egli scrisse a don Rua i risultati della sua spedizione in una regione un tempo evangelizzata dai Gesuiti (le ‹‹Riduzioni del Paraguay»). Ne aveva avuto una triste impressione: ‹‹Migliaia di indigeni selvaggi si trovano alle sponde dei fiumi e quanti saranno a 100, 200, 300 miglia nell’interno? [...] Son tribù numerosissime ed alcune mi pare abbiano conservato qualche ricordo delle antiche missioni, ma ora sono nuovamente selvagge non essendovi tra loro il sacerdote che insegni la religione unica fonte di vera civiltà. Gli sciocchi governi del passato han cacciato il prete, hanno uccisi i vescovi e pretendevano di governar senza Dio». Aggiunse che il governo militare gli aveva pagato il biglietto di ritorno e manifestato il desiderio di veder tornare i sacerdoti, ma forse solo per scopi politici.[371] Don Savio si intese anche con l’amministratore della diocesi che, lo stesso giorno, scrissse al prefetto di Propaganda Fide perché fosse affidata ai Salesiani una missione nel Gran Chaco.[372] Il cardinal Rampolla, su istruzione di Leone XIII, interessò don Rua al progetto.[373] Ma l’affare non sarà concluso sotto il suo rettorato.

Allora entrò in scena l’intrepido salesiano, Luigi Lasagna (1850-1895), ordinato vescovo titolare di Tripoli nel 1893. Egli visitò il Chaco e prese contatto con gli indios. Ma in un paese rovinato dalla guerra, gli sembrava più urgente occuparsi della formazione della gioventù delle città. Il 19 maggio 1894, convinse don Rua ad aprire nella capitale un internato per i ragazzi poveri.27 Le autorità politiche lo appoggiarono. Il 19 agosto 1895, il Parlamento paraguayano votò persino una legge per la quale il paese cedeva a mons. Lasagna, in quanto superiore dei Salesiani, un vecchio ma solido edificio, con terreni adiacenti, ad Asunción capace di ospitare cento interni, per crearvi una scuola d’arti e mestieri sotto la totale dipendenza dei Salesiani. Grazie alla sua amicizia con il presidente della repubblica paraguayana e alla sua azione efficace, mons. Lasagna era risucito anche a ristabilire le relazioni tra il Paraguay e la Santa Sede, rotte in seguito all’assassinio del legittimo vescovo di Asuncion e più tardi del suo usurpatore.[374] Sfortunatamente, la morte accidentale di questo esimio vescovo salesiano in un disastro ferroviario a Juiz de Fora (Brasile), il 6 novembre 1895, parve annullare l’ingresso dei Salesiani nella capitale. Tuttavia, su consiglio di mons. Costamagna, il console paraguayano a Montevideo, Matia Alonso Criado, chiese a don Rua di onorare gli impegni presi con mons. Lasagna. ‹‹La mia disgraziata Repubblica, diceva, è la principale vittima della spaventosa morte di mons. Lasagna, che tutti deploriamo con immenso dolore. Solamente la S.V., come degnissimo Rettore generale dei Salesiani può attenuare per il Paraguay le conseguenze di sì grande sventura».[375] Ad Asuncion, i sostenitori dei Salesiani riuscirono a far sopprimere un articolo malevolo nei loro riguardi contenuto nella legge del 19 agosto 1895.

I primi Salesiani destinati al Paraguay partirono da Montevideo (Uruguay) per Asuncion il 14 luglio 1896. Erano quattro, tutti dell’ispettoria dell’Uruguay: il direttore don Ambrogio Turriccia, un altro prete, un chierico e un coadiutore. Li guidava l’ispettore don Giuseppe Gamba. Il viaggio si fece in battello, dapprima a Buenos Ayres, poi verso la capitale attraverso i fiumi Paraná e Paraguay. Sbarcarono ad Asunción il 23. Si presentarono alle autorità religiose e civili. Venne loro destinato un immobile costruito un tempo dai Gesuiti. Don Turriccia scrisse a don Rua: ‹‹Conceda Iddio che noi, gli ultimi venuti in questa porzione della vigna del Signore, possiamo almeno fare la millesima parte del gran bene che fecero gl’illustri figli del Loyola. Ancor adesso, dopo tanti anni dalla loro espulsione, ben si vede la gran fede che essi seppero infondere in quelle nazioni».[376] Come in altre parti, anche ad Asunción i Salesiani iniziarono aprendo, a partire dal mese di ottobre, un Oratorio festivo per i ragazzi del quartiere, poi un internato di arti e mestieri per una trentina di orfani, il collegio Monseñor Lasagna.

Nel 1895, il vicario generale dell’unica diocesi della repubblica del Salvador, l’italiano mons. Michele Vecchiotti, attirò l’attenzione di don Rua su quel paese.[377] Un comitato cattolico lo aveva incaricato di trattare con Torino.[378] Don Rua gli rispose che prima del 1898 non avrebbe potuto far nulla per mancanza di uomini. Ma i salvadoregni fecero ricorso a Roma. Così don Rua qualche mese dopo ricevette una lettera del cardinale Rampolla:

Il Signor Presidente della Repubblica di San Salvador ha recentemente fatto conoscere al Santo Padre quanto da lui si va compiendo per promuovere l’istruzione ed educazione della gioventù, ed ha in particolar modo mostrato di aver grande fiducia nell’opera dei Salesiani, e di volerne affrettare il definitivo stabilimento in quella nazione; onde sarebbe suo vivo desiderio che la S.V., anziché attendere il 1898 per effettuare l’invio di alcuni padri, come gli ha promesso, si determini a disporne l’immediata partenza. Pertanto a secondare le lodevoli disposizioni del mentovato Signor Presidente della Repubblica, Sua Santità ha giudicato conveniente recarle a conoscenza di V.S., affinché col suo solito zelo e prudenza possa adottare quei provvedimenti che giudicherà più convenienti alla buona riuscita dell’opera.[379]

Anche in questo caso dovette ubbidire, promettendo di fare il possibile e dicendo che attendeva precisazioni dal presidente del Salvador. Al posto della lettera del presidente, gli giunse un’altra missiva del segretario di Stato. Il ministro delle Finanze della Repubblica salvadoregna era giunto a Roma, munito della raccomandazione del presidente e del vescovo, con l’incarico di fare il necessario per la costruzione di una scuola, che sarebbe stata affidata ai Salesiani. Poco dopo il ministro raggiunse Valdocco con una raccomandazione del cardinal Rampolla, affinché tutto andasse a buon fine ‹‹secondo i comuni desideri, per il bene della gioventù di quella lontana Repubblica».[380] Don Rua chiese allora al vicario generale Vecchiotti, di mettersi in contatto con don Angelo Piccono, direttore in Messico, al fine di stilare il progetto di convenzione con il governo per la costruzione in Salvador di una scuola di arti e mestieri e di agricoltura. Il progetto Piccono, rivisto da Rua, fu ufficialmente accettato dal governo il 28 aprile 1897. I Salesiani entrarono a San Salvador il 3 dicembre seguente, condotti da don Luigi Calcagno, ispettore dell’Ecuador cacciato dai rivoluzionari. Lo accompagnavano due preti, tre chierici e tre coadiutori. Il vescovo si prese cura di loro meglio che poté. I Salesiani furono subito stimati dalla popolazione e i Cooperatori si moltiplicarono. Il presidente Guttierez li visitò più volte.[381] Ma don Calcagno non si faceva illusioni. Il 17 gennaio 1898 scrisse a don Rua: ‹‹Sapendo per esperienza dove vanno a finire le case dipendenti dal Governo, dobbiamo temere che questa, la quale attualmente occupiamo, finisca come le altre: la sua esistenza è precaria». In febbraio insistette: ‹‹c’è bisogno di case indipendenti dal potere politico».[382] In quel momento si presentava un’occasione nella cittadina di Santa Tecla, presso la capitale. Don Piccono aveva raccomandato al Rettor Maggiore un ricco medico del luogo, Manuel Gallardo, cuore d’oro e ottimo cattolico. Don Rua gli mandò il diploma di Cooperatore salesiano. Gallardo, ringraziandolo, scriveva: ‹‹Sto facendo il possibile per meritare l’alto onore concessomi di V.R. e a tale effetto fra pochi giorni sarà terminato un edificio che fo’ costruire per accogliervi fanciulli orfani, che spero educare sotto la direzione dei Padri Salesiani, purché V.R. mi voglia accordare questo insigne favore».[383] Don Calcagno lo incoraggiava: poiché pensava che in quella casa i Salesiani sarebbero stati pienamente liberi nei loro movimenti.

Don Rua chiese a Gallardo di pazientare fino al 1901, cosa che lo indispose. In effetti, agli inizi del 1899, con un cambio di governo, cominciarono le difficoltà per i Salesiani della capitale: non vennero più pagate le rette e si fesero orecchie da mercante nei riguardi dei reclami. Verso la fine di gennaio, una parte dei confratelli con don Calcagno passò a Santa Tecla, dove la casa, piccola ma comoda, era pronta a riceverli. Gli altri attesero. Gli avvenimenti precipitarono a tal punto che nel 1900 anch’essi dovettero raggiungere i confratelli. Così a Santa Tecla sorse un vero collegio salesiano, con artigiani e studenti, sotto il patrocinio di Santa Cecilia, nome di battesimo della defunta moglie del dottor Gallardo.

Con il Salvador, nel corso dei primi dieci anni del rettorato di don Rua, i Salesiani avevano messo piede in sette nuovi paesi dell’America Latina. L’esperienza aveva loro insegnato con quale prudenza bisognasse muoversi nella stipulazione di convenzioni con i governi. Del resto avrebbero dovuto barcamenarsi in continuazione per adattarsi alle mutazioni politiche in un continente perpetuamente instabile.

Negli Stati Uniti

Negli stessi anni i Salesiani penetrarono nel Nord del continente americano. Si era in un tempo di grande emigrazione italiana negli Stati Uniti, soprattutto sulla costa dell’Ovest. Nel 1896, don Angelo Piccono, dal vicino Messico dove era stato inviato, visitò i compatrioti di San Francisco. Il 2 luglio, l’arcivescovo Patrick Riordan lo convocò per dirgli che offriva ai Salesiani: ‹‹oltre la parrocchia degli Italiani [SS. Pietro e Paolo, nel centro della città] una grande stensione di campagna nei dintorni di questa città in proprietà per farne quello che vogliono».[384] Le trattative con Torino si concretizzarono rapidamente. Il 23 novembre di quell’anno, l’arcivescovo accettava una formula di convenzione proposta da don Rua in questi termini:

1° Sua Eccellenza mons. Riordan, offre ai Salesiani la parrocchia degli Italiani esistente nella città di San Francisco.

2° Provvede alle spese del viaggio e delle prime indispensabili provviste ai Salesiani che verranno nel dicembre prossimo 1896.

3° Il Sig. D. Rua manderà per ora due preti, un chierico ed un laico a prender cura di detta parrocchia ed a misura che si potrà si aprirà Oratorio festivo, scuole diurne e serali, e poi anche ospizio e scuole d’arti e mestieri, specialmente pei giovanetti abbandonati.

4° Limita ai Salesiani di esercitare il sacro ministero in favore degli Italiani.[385]

L’arcivescovo era preoccupato di prevenire eventuali conflitti con il clero locale. Così all’inizio del 1897 i Salesiani presero possesso della parrocchia italiana di San Francisco. Nel 1898, veniva a loro affidata una seconda parrocchia in un altro quartiere della città e un’altra ancora per gli immigrati portoghesi. Lo stesso anno sulla costa Est, a New York, dove risiedevano quasi quattrocentomila italiani, i Salesiani si stabilirono nella parrocchia di Santa Brigida. Don Rua sostenne con particolare impegno quelle opere apostoliche che segnarono l’inizio dell’espansione salesiana negli Stati Uniti.

 

21 - L´ALGERIA E LA POLONIA

Nel corso degli anni Novanta, don Rua introdusse l’opera salesiana in due nuovi paesi: l’Algeria e la Polonia. Le vicende dell’insediamento in Algeria non fecero grande rumore. In Polonia invece, la situazione risultò molto più travagliata.

I Salesiani in Algeria

Nel 1883, a Parigi, don Bosco aveva promesso al cardinale Charles-Martial Lavigerie (1825-1892), arcivescovo di Cartagine in Tunisia, che avrebbe inviato i Salesiani in Africa.[386] Era il 21 maggio e si trovavano entrambi nella chiesa parigina di Saint-Pierre du Gros-Caillou. Al cardinale che, dall’alto del pulpito, gli aveva richiesto i Salesiani, don Bosco rispose: ‹‹Sono nelle vostre mani, Eminenza, per compiere in Africa tutto ciò che la divina Provvidenza chiederà da me. Sì, sì, siate certo che, se noi possiamo fare qualche cosa in Africa, io e tutta la famiglia salesiana saremo a disposizione di Vostra Eminenza. Vi invierò i miei figli, italiani e francesi».[387] Da vari anni, dunque, il cardinale attendeva i Salesiani in Tunisia. Nel 1891 don Rua lo informò, per delicatezza, di un’imminente fondazione nella diocesi di Orano. Il cardinale rispose il 2 luglio con un tono piuttosto risentito:

Reverendissimo Padre,

ho ricevuto a Cartagine la sua lettera del 16 giugno, insieme a quella del padre Bellamy. Sono stato, lo devo proprio confessare, molto sorpreso nel constatare che due santi (in verità non ancora canonizzati) come Don Bosco e Don Rua, abbiano potuto mancare a una promessa fattami in pubblico di fondare una loro casa in Tunisia, e che lei, Rev. Padre, oggi mi annunci con tutta calma e serenità l’apertura di un’opera nella diocesi di Orano. Posso certo perdonare le ingiurie, e lo devo, perché nostro Signore ce ne ha dato il comando e l’esempio; ma ringraziare e felicitami con gli autori è al disopra della mia virtù, senza dubbio molto fragile. Dunque mi limito a notificare di aver ricevuto la lettera che lei mi ha inviato il mese scorso, e di professarmi il suo

umilissimo e obbedientissimo,

ma non disperato servitore,

Charles Card. Lavigerie.[388]

Il principale autore della manovra era stato il vescovo di Orano Géraud-Marie Soubrier (1826-1899). Nell’ottobre 1889, aveva incaricato il suo vicario generale di incontrare a Marsiglia l’ispettore don Paolo Albera. Era urgente occuparsi della gioventù di Orano. La città contava allora quasi sessantamila abitanti di diverse nazionalità, soprattutto spagnoli. Un grande numero di ragazzi vagava nelle strade, senza alcuna nozione di catechismo, senza la quale non si poteva essere amessi alla prima comunione.[389] Don Rua rispose al vescovo che accettava la proposta, ma attendeva ulteriori precisazioni. Esse arrivarono. Don Rua non rispose immediatamente. Così il 31 agosto 1890 mons. Soubrier scrissveva: ‹‹Il Rev. don Albera, in una lettera che mi è giunta ieri, si dice molto stupito che lei non mi abbia scritto ancor nulla. Conoscendo i suoi grandi impegni, non mi stupisco e le faccio la stessa domanda rivolta dai discepoli di san Giovanni Battista al Divin Maestro: Tu es qui venturus es, an alium expectamus? [Sei tu che devi venire o dobbiamo aspettarne un altro?]. Non dubito affatto che abbia intenzione di ripondere al mio appello, ma mi permetta di rivolgerle la preghiera dei Macedoni a san Paolo: Transiens ad civitatem nostram episcopalem nostram adiuva nos. [Passando per la nostra città vescovile, aiutaci]».[390]

Prudentemente, don Rua gli annunciò che avrebbe inviato due preti a visitare le case che il vescovo voleva dare ai Salesiani. Di fatto, don Celestino Durando e don Charles Bellamy, allora maestro dei novizi a Marsiglia, si recarono a Orano nel dicembre 1890. Al ritorno, don Durando spiegò a don Rua e al Capitolo Superiore che il vescovo cedeva ai Salesiani due case di cui era proprietario, una in centro città, l’altra nella zona sopraelevata di Eckmühl. La prima era un antico tribunale situtato accanto a un edificio detto la ‹‹Scuola del coro della cattedrale», con una sala per le udienze abbastanza grande da essere convertita in cappella. Questa casa, secondo il vescovo, avrebbe potuto ospitare l’Oratorio festivo, la scuola della cattedrale (cioè il piccolo clero che il vescovo considerava un vivaio di vocazioni sacerdotali) e le classi per gli esterni. Il vescovo aveva intenzione di farla restaurare, donando allo scopo dodicimila franchi. L’altra casa avrebbe potuto servire da collegio. Due sorelle Cooperatrici, erano pronte a cedere ai Salesiani un bel terreno adiacente per lo sviluppo di questa seconda opera.

Gli accordi tra Torino e Orano andarono rapidamente a buon fine. La convenzione venne firmata a Torino da don Rua il 2 febbraio 1891, festa della Purificazione, e a Orano da mons. Géraud Soubrier il 12 aprile successivo, domenica del Buon Pastore.[391] Essa comprendeva dieci articoli. L’introduzione esprime bene le intenzioni dei due contraenti ed evidenzia la volontà di don Rua di dare seguito alla promessa fatta da don Bosco al cardinale Lavigerie del 1883: ‹‹Sua ecc. mons. Soubrier, desideroso di provvedere all’educazione cristiana dei giovani della città di Orano, specialmente quelli poveri e abbandonati, propone al rev.mo don Rua di aprire in questa città opere ispirate allo spirito e alle regola della Pia Società fondata da don Bosco, di felice e venerata memoria. Don Rua accetta con riconoscenza la proposta, felice di poter così realizzare il desiderio di don Bosco di inviare i suoi figli entrare nelle regioni africane per la salvezza delle anime».

I Salesiani avrebbero realizzato il progetto nei termini stabiliti dalla convenzione. Come stabiliva il primo articolo, nell’ottobre 1891 don Rua avrebbe inviato a Orano il personale necessario per iniziare l’opera, almeno sei Salesiani, tra sacerdoti, chierici e laici. Essi avrebbero assunto la direzione della scuola della cattedrale Saint Louis, l’avrebbero incrementata con le scuole elementari e coll’aggiunta di un Oratorio (art. 2). Nell’ottobre 1892 si sarebbero iniziati i corsi di latino (art. 3). Le lezioni sarebbero state a pagamento (art. 4). Inoltre, ‹‹dato che lo scopo principale della Pia Società Salesiana di don Bosco è quello di prendersi cura della gioventù povera e abbandonata, i superiori avrebbero fatto in modo di aprire un internato o orfanotrofio, non appena la Divina provvidenza avrebbe procurato le risorse indispensabili» (art. 7). In vista di questa fondazione, mons. Soubrier cedeva ai Salesiani la casa e il terreno in suo possesso presso la chiesa parrocchiale di Orano-Eckmühl (art. 8). Gli altri articoli riguardavano questioni finanziarie, che don Rua ci teneva sempre, come anche mons. Soubrier, a mettere in chiaro e possibilimente a fissare nei dettagli: spese per l’adattamento dell’antico tribunale, spese di viaggio e di sistemazione dei religiosi, stipendi degli insegnanti.

Il salesiano francese Charles Bellamy (1852-1911), originario di Chartres, fu incaricato da don Rua quale direttore-fondatore dell’opera. Era piaciuto al vescovo durante il suo viaggio di esplorazione. ‹‹Spero che i Salesiani faranno un gran bene a Orano. Mi sembra che don Bellamy sia dotato delle migliori qualità», aveva scritto a don Rua il 4 gennaio 1891.

La fondazione oranese del 1891

I sette membri della spedizione di Orano, don Bellamy, un sacerdote, due chierici, un coadiutore capo falegname e due giovani coadiutori viticultori, parteciparono a Torino il 16 agosto 1891 alla cerimonia tradizionale d’addio ai missionari nella chiesa di Maria Ausiliatrice. Cyprien Beissière, uno del gruppo, racconterà che don Rua li aveva riuniti in mattinata nella cappella attigua alla camera di don Bosco per intrattenersi familiarmente con loro. ‹‹Vi invio come agnelli in mezzo ai lupi», avrebbe detto.[392] In effetti, le seccature amministrative, troppo complesse per essere narrate qui, non mancheranno. Da Torino, i setti raggiunsero Marsiglia e l’Oratorio Saint Léon. Là, l’ispettore don Albera solennizzò la loro partenza. Il suo discorso, molto intenso e commovente, come si usava, svolse un tema biblico: ‹‹Come sono belli i piedi di coloro che vanno lontano ad annunciare il Vangelo della pace!». Il pubblico si commosse. ‹‹Le fatiche, le prove, i dolori dei missionari, il sangue che macchierà forse le loro corone, nulla è dimenticato». Salutò in modo particolare tre Salesiani del gruppo che erano stati ‹‹ragazzi del Saint-Léon». E, secondo la cronaca del Bollettino Salesiano, ‹‹qualche parola piena di delicata cordialità ricordò a tutti che il capo della spedizione [Charles Bellamy] era stato un benefattore caro a don Bosco, di cui si è mostrato costantemente degno figlio».

Il 22 agosto, i sette si imbarcarono sul piroscafo La Città di Roma diretti a Orano. Il 24 erano già a destinazione. Nessuna personalità civile o ecclesiastica li accolse: questi signori erano in vacanza in Europa. I Salesiani, guidati da don Bellamy, che conosceva i luoghi, si recarono subito alla cattedrale per salutare il Signore e incontrare il personale: il segretario generale del vescovo e i vicari della cattedrale, che fecero del loro meglio per prendersi cura di loro. Poi andarono in ricognizione in rue Ménerville per verificare lo stato dell’antico tribunale: lo trovarono in condizioni pietose. Ma avevano coraggio e spirito di sacrificio in abbondanza, come testimonia il 26 agosto una lettera di Bellamy a don Rua.[393] Si rimboccarono le maniche e si adattarono alla situazione. Il vescovo, di ritorno dalla Francia, impietositosi, fece una generosa offerta. Il 5 ottobre iniziarono le lezioni (classi elementari e classi medie), non nell’ex tribunale, ancora in cantiere, ma nella scuola parrocchiale messa a disposizione da mons. Soubrier. Volevano aprire l’Oratorio il 1° novembre, ma ci riuscirono soltanto il 15 dicembre (giorno in cui la diocesi festeggiava l’Immacolata), con la presenza di mons. Soubrier che benedì la cappella nell’antico tribunale. Un allegro spettacolo concluse la giornata. Grazie a qualche giovane attore improvvisato, ma molto sveglio, si rappresentò il piccolo dramma di don Bosco La Casa della fortuna, con grande soddisfazione del vescovo che stava in prima fila tra gli spettatori.

Restavano da concretizzare gli articoli 7 e 8 della convenzione. La proprietà ceduta da mons. Soubrier sulle alture di Eckmühl comprendeva una casa e un vasto giardino. I Salesiani vi si stabilirono il 31 gennaio 1893. Il podere si ingrandì e si abbellì rapidamente. Piantarono alberi, allestirono dormitori, classi, sale. Presto vennero organizzati quattro laboratori per artigiani, una sezione di studenti (di età tra i dieci e i dodici anni), una sezione di aspiranti al sacerdozio, con qualche vocazione tardiva. Fu aperto anche un secondo Oratorio con la sua Joyeuse Union, replica della Società dell’Allegria del giovane don Bosco. L’opera di Eckmühl negli anni Novanta non era che una ‹‹casa salesiana in miniatura», con una novantina di allievi. Ma si sognavano grandi sviluppi.

Fino al 1896 le due opere di Orano funzionarono sotto la direzione del fondatore Charles Bellamy. Talvolta ebbero anche seri problemi. Nel 1895, il giornale Le Petit Africain condusse una campagna feroce contro i Salesiani. Il 26 ottobre, l’amministrazione prefettizia ordinò, senza spiegazioni, la chiusura della cappella di Ménerville, ‹‹negli stessi giorni in cui autorizzava l’apertura di una loggia massonica», fa notare amaramente padre Bellamy. La sua reazione arrivò il 30 ottobre con una lettera aperta al prefetto. E, fortunatamente, la cosa si fermò lì.[394]

Il salesiano polacco Bronisław Markiewicz

Cambiamo completamente orizzonte e passiamo dall’Africa alla provincia polacca della Galizia, che era sotto l’amministrazione austriaca fino al 1919. Su richiesta del vescovo di Przemyśl, don Rua vi inviò nel 1892 don Bronisław Markiewicz come curato della parrocchia di Miejsce Piastowe, che divenne la prima opera salesiana in Polonia.

In quell’anno, Bronisław Markiewicz (1842-1912) era ancora, malgrado i suoi cinquant’anni, un ‹‹giovane salesiano».[395] Nato a Pruchnik, presso la città vescovile di Przemyśl, in Galizia, era entrato, non senza esitazione, nel seminario maggiore all’età di ventun anni ed era stato ordinato sacerdote tre anni dopo. Sacerdote molto dotato, studiò pedagogia e filosofia, prima a Leopoli poi a Cracovia. Potè così superare con successo l’esame di concorso parrocchiale (27 e 28 ottobre 1875). Per sette anni fu parroco di Gać (1875) e di Błażowa (1877-1882). Si diede con zelo al ministero: catechismi, predicazioni, confessioni, cura dei poveri e dei malati, fondazione di ‹‹confraternite degli astemi», in una zona in cui l’alcolismo era malattia endemica. Era molto stimato. Così il vescovo, mons. Łukasz Solecki, testimone delle sue qualità, lo promosse professore di teologia pastorale nel seminario maggiore (1882). Tuttavia Bronisław, a quarantatré anni, cominciò a sognare una vita spirituale più esigente in armonia con la pratica del ministero. Nel novembre del 1885, d’accordo con il vescovo, partì per Roma alla ricerca di una congregazione religiosa capace di rispondere alle sue aspirazioni. In principio parve pensare ai Teatini. Ma colpito dallo stile di vita e dalla spiritualità dei Salesiani di Roma, presso i quali era andato a celebrare la messa, decise di rivolgersi direttamente a don Bosco. Il 30 novembre 1885 lo incontrò a Torino e, affascinato, gli chiese di entrare nella sua Congregazione.

Il catalogo generale della Società per l’anno 1887 lo colloca tra gli ascritti (novizi) della casa di San Benigno Canavese. Iniziò il noviziato nel marzo 1886, dopo due mesi di postulato. Non esistono documenti sulla sua professione religiosa. Affermerà sempre di aver fatto professione nelle mani di don Bosco il 25 marzo 1887. Il segretario Viglietti registrava tutti gli spostamenti del suo superiore. In quella data don Bosco era a Torino. Il 25 marzo, dunque, Bronisław lo incontrò a Valdocco dove, facendo forse valere la sua età e la sua qualità di prete esperto, ottenere di pronunciare davanti a lui solo, nell’intimità della sua camera, i voti perpetui di obbedienza, povertà e castità. Probabilmente il segretariato generale non ne fu informato, per cui il catalogo della Società Salesiana per l’anno 1888 non lo include né nelle lista dei professi temporanei né in quella dei professi perpetui. Invece lo ritroviamo nelle edizioni tra il 1889 e il 1892 con il titolo di professo perpetuo. Passò due anni nella casa torinese di San Giovanni Evangelista e due anni nella casa di riposo di Mathì. In effetti si era ammalato di tubercolosi. In queste case, confessava, si occupava dei chierici, dava lezioni di storia o di teologia e, talvolta, predicava ai Salesiani. La sua visione della vita spirituale era molto esigente. ‹‹La spiritualità di don Bosco ­ scrisse il 30 agosto 1888 nelle sue note spirituali ­ consiste nell’oblio di se stessi per amor di Dio e del prossimo. Il prossimo affidato alle nostre cure si mostra spesso ostile verso di noi: bisogna tacere, sopportare pazientemente gli affronti, i sospetti, gli insulti, le calunnie, rispondendo sempre con la carità. Se il prossimo non vuole ricevere nulla da noi, bisogna permettere caritatevolmente che se ne occupino gli altri. Bisogna dunque sembre dimenticarsi di se stessi, disprezzare il proprio io».[396] Predicherà sempre l’abnegazione, la dolcezza e l’umiltà.

Al momento della professione, Bronisław sognava di tornare in Polonia per dedicarsi al servizio del proprio paese, soprattutto della povera Galizia che interiormente confrontava col ricco Piemonte. I suoi amici lo avrebbero voluto come salesiano nella parrocchia di Miejsce che dipendeva dalla sua diocesi di origine, ma era di patronato laicale.[397] Quando la parrocchia si rese libera, il ‹‹patrono» della parrocchia scrisse ufficialmente a don Rua chiedendogli di accettare la parrocchia come opera della Congregazione e di fare di don Markiewicz il curato del posto. In pieno accordo con la proposta, il 19 ottobre 1891 don Rua scriveva (in latino) al vescovo di Przemyśl: ‹‹Ho da tempo intenzione di aprire un’opera in Polonia per accogliere ragazzi, soprattutto poveri. Ma fino a questo momento, la mancanza di preti e di maestri me l’ha sempre impedito. Se la messe è abbondante, gli operai sono pochi. Ora per soddisfare il suo pio desiderio, accordo volentieri a don Bronisław Markiewicz il diritto di recarsi laggiù e di assumere l’incarico della parrocchia».[398] Don Markiewicz stesso avviò le pratiche alla fine del 1891,[399] e don Rua lo autorizzò ufficialmente.[400]

La fondazione polacca del 1892

Rientrato in Polonia, don Bronisław arrivò a Miejsce Piastowe il 24 marzo 1892. Si mise a servizio della parrocchia, ma soprattutto si dedicò alla cura dei giovani abbandonati. Sapeva che don Rua pensava a un’opera salesiana regolare, così diede inizio all’‹‹Istituto Don Giovanni Bosco» (è questo il titolo attribuito dai cataloghi salesiani tra 1894 e 1897 alla ‹‹casa» di Miejsce).

Don Markiewicz si lanciò nell’impresa a corpo morto. Alloggiò nella casa canonica e nelle sue dependance ragazzi e ragazze abbandonati. Lavoravano nella fattoria e nella campagna del ‹‹beneficio» parrochiale. Per loro nel 1895 crearono anche i laboratori di calzoleria, sartoria e altri. Cominciò a scegliere i ragazzi migliori per farne dei Salesiani al servizio dei compagni. Le ragazze avevano una loro organizzazione femminile. Don Markiewicz applicava con gli uni e le altre un metodo educativo ispirato alla migliore tradizione salesiana, basato sulla ragione, la religione e l’amorevolezza.[401] Nella lista del personale di Miejsce il catalogo salesiano del 1894 annovera undici ‹‹aspiranti»: tre coadiutori e otto studenti. Nel 1895 tre di loro appaiono come ‹‹ascritti», cioè novizi, e il numero degli aspiranti sale a diciassette (cinque artigiani e dodici studenti). Questi numeri incuriosirono Torino. I cataloghi del 1896 e del 1897 elencano solo più due ‹‹ascritti», ma non presentano aspiranti. Nel 1898, la stessa casa di Miezsce scompare dal catalogo. Ne vedremo subito il motivo.

Nella lettera ai Cooperatori sul Bollettino Salesiano del gennaio 1895, don Rua si rallegrava del lavoro di Markiewicz: ‹‹Nella Polonia da alcuni anni un sacerdote salesiano, inviatovi per fungere da parroco in Miejsce, paese della Galizia, cominciò a raccogliere nella casa parrocchiale poveri giovani bisognosi d’istruzione e sostentamento. Il piccolo ospizio si sviluppò poco alla volta. Già si dovette mandar soccorso di personale al povero parroco che da solo più non poteva bastare alla fatica; e sul finire dello scorso anno ammontava a circa cinquanta il numero dei ricoverati».[402]

Nel 1896, don Rua autorizzò una suora salesiana a partecipare alla formazione delle educatrici (erano quasi delle consacrate) che volevano abbracciare la vita religiosa.[403] Ma le iniziative sempre più audaci di don Markiewicz stavano per guastare tutto, come ci dice nella sua laconicità il verbale della riunione del Capitolo Superiore del 23 novembre 1896: ‹‹Da Miejsce, D. Markiewicz propone nuove iscrizioni [di novizi] e alcune professioni. Si decide di mandare a questa casa don Veronesi, per farsi un’idea chiara di quello che vi si fa. Intanto non si condedono né le iscrizioni né le professioni».[404]

La crisi del 1897

Nella casa Don Giovanni Bosco di Miejsce Piastowe regnava la povertà. Il numero dei giovani accolti si avvicinava al centinaio. Ma si stava profilando una grave crisi. Nel giugno 1897, don Rua preoccupato dalle notizie che gli giungevano da quell’orfanotrofio fuori controllo, mise in atto la decisione del Capitolo e inviò come visitatore l’ispettore don Mosé Veronesi. L’accoglienza fu calorosa. Ma le sue conclusioni sconcertarono Bronisław Markiewicz.

Dopo averle fatte approvare da don Rua perché fossero trasmesse all’interessato per lettera (che non è stata conservata), il visitatore, che risiedeva a Mogliano Veneto, espose le sue decisioni al curato decano di Rymanow con lettera del 14 ottobre 1897.[405] Le donne dovevano essere alloggiate in un’abitazione separata; i ragazzi non avrebbero più potuto risiedere nella casa parrocchiale; il vitto dei giovani e dei religiosi doveva essere diversificato; il numero di ragazzi non poteva superare le venti unità; le ragazze non avrebbero dovuto entrare nell’istituto; don Markiewicz si sarebbe occupato della parrocchia, dei venti ragazzi rimasti, e avrebbe mandato gli altri altrove.[406]

Di fronte a posizioni così drastiche don Markiewicz decise di uscire dalla Congregazione di don Rua e di creare una Società più fedele, pensava, alle intenzioni originarie di don Bosco. Il 29 dicembre 1897, il segretario del Capitolo Superiore scriveva nel verbale: ‹‹Si legge relazione del perseverare di Markiewicz nella defezione. Ha fatto vestizioni cliericali e ammesse ai voti alcune figlie». È tutto.[407] Possediamo la lunga lettera di don Markiewicz, datata 28 dicembre 1897, in risposta al vescovo di Przemyśl che l’aveva interrogato sulle ragioni della sua rottura con i Salesiani. Eccone i punti principali: 1) I Salesiani hanno cambiato la regola primitiva, in cui regnava il motto ‹‹Lavoro e Temperanza»; si sono rivolti alle classi medie a scapito dei ‹‹poveri e degli abbandonati». 2) Hanno centralizzato il noviziato. 3) Hanno centralizzato la gestione economica a vantaggio degli Italiani. 4) Vogliono italianizzare i Polacchi che vanno da loro. 5) La stessa tendenza nelle missioni: ‹‹italianizzare questi paesi, soprattutto l’America del Sud, è lo scopo principale dei missionari salesiani, e non la conversione dei selvaggi». Di conseguenza, ‹‹dopo aver esaurito per undici anni tutti i miei argomenti, ora so chiaramente che per me, per il mio istituto, per la Polonia e per la Chiesa, è più utile che io mi separi dai Salesiani italiani e fondi una Congregazione a parte attenendomi alla regola primitiva di don Bosco. E a questo scopo il 23 settembre di quest’anno ho presentato domanda al Reverendissimo vescovo di Przesmysl e al Santo Padre».[408] Nascerà così la Società Lavoro e Temperanza, per la quale il nostro curato ottenne senza difficoltà il beneplacito dell’amministrazione civile.

Il vescovo, da parte sua, non credette di ‹‹doversi opporre al suo disegno di fondare una Congregazione secondo lo spirito primitivo di don Bosco, ispirandosi ad esempi simili nella storia della Chiesa», come leggiamo nel verbale del Capitolo Superiore del 14 marzo 1898. ‹‹Don Rua fa rispondere che Markiewicz si rifiutò all’obbedienza dopo che noi gli avevamo scritto di ordinare la casa sua secondo gli avvisi che ci aveva comunicati lo stesso Monsignore; che noi non potevamo permettere che questa nuova Congregazione portasse il titolo della nostra; che noi secondo le Regole scioglievamo dai voti Markiewicz, e che in conseguenza non partecipava più ai nostri privilegi». Il Capitolo decise di inviare al procuratore romano Cesare Cagliero una copia della lettera del vescovo e della risposta perché, all’occasione, potesse presentarla alla Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, cioè alla Santa Sede.[409]

Infatti don Markiewicz insisteva con Roma, dove facevano orecchie da mercante. Al termine di una lunga lettera al papa, datata 5 aprile 1898, dopo aver elencato le sue riserve su quella che chiamava la ‹‹nuova Società Salesiana», scriveva:

[...] Quando quest’ultimo [don Veronesi], dapprima a voce, poi per lettera, insistette in nome dell’obbedienza sulla loro introduzione [delle usanze italiane], il sottoscritto, costretto dalla voce della coscienza, cessò i contatti con i suoi superiori e costituì una Congregazione a parte secondo la Regola primitiva e l’osservanza di don Bosco, perché, senza parlare degli esercizi annuali nello spirito di Sant’Ignazio di Loyola, la casa di don Bosco a Miejsce si distingue vantaggiosamente dalle altre case salesiane in Italia, soprattutto perché i suoi allievi mostrano quelle virtù consigliate insistentemente da don Bosco, come il lavoro e la temperanza, soprattutto per quel lato eccellente della temperanza che è l’umiltà.

Il sottoscritto ha con sé quattro chierici e quattro fratelli professi perpetui ed anche quaranta novizi. Prega dunque umilmente Vostra Santità di accordare a questa Congregazione i privilegi concessi dalla Santa Sede alla Congregazione fondata da Giovanni Bosco di gloriosa memoria, di cui è il figlio e l’imitatore più fedele.[410]

Don Markiewicz mise la sua Società sotto il patrocinio di San Michele Arcangelo. Fu questa l’origine della Congregazione maschile e femminile dei Micaeliti, riconosciuta da Roma dopo la morte del fondatore.

In questa vicenda, solo i sentimenti di don Rua ci riguardano direttamente. Li conosciamo attraverso le lettere che indirizzò nel 1897 e nel 1898 al vescovo di Przemyśl, mons. Solecki. Il 19 dicembre 1897, annunciava semplicemente l’uscita di don Markiewicz dalla Congregazione Salesiana:

A fronte della sua contumacia e della persistenza delle sue opinioni, dopo tre mesi di attesa paziente che ritratti, non ci resta altro che scioglierlo [don Markiewicz] dai voti e radiarlo dalla lista dei membri della nostra Congregazione. Tuttavia non vogliamo fare quest’ultimo passo senza informarne previamente S.E. Rev.ma e senza conoscere prima la sua saggia opinione. Se S.E. è d’accordo con noi, a partire da ora, con la presente, rimettiamo il Reverendo Markiewicz sotto la sua giurisdizione e lo togliamo dalla lista di membri della nostra Congregazione.[411]

Il 27 marzo 1898, in seguito alla lettera del vescovo, sopra citata, esaminata nella riunione del Capitolo Superiore del giorno 14, don Rua inviava un’altra lettera in latino, nella quale considerava dettagliatamente le principali critiche:

La ringrazio di tutto cuore per la sua lettera, piena di grande umanità e di benevolenza, che ho avuto il piacere di ricevere. Non aggiungerò granché sul sacerdote Bronisław Markiewicz che con la sua disobbedienza e la sua cocciutaggine, ha fatto soffrire me personalmente e gli altri superiori. Sua Eccellenza sa che ha creato nel villaggio di Miejsce una casa per ragazzi e per ragazze, che contravviene alle regole della nostra Pia Società, è molto pericolosa per i buoni costumi e, di conseguenza, è contro la mia volontà, Quando il visitatore don Veronesi, da me inviato a Miejsce, gli fece con spirito di carità tutte le osservazioni e gli ammonimenti che si imponevano e gli diede direttive secondo la volontà di Sua Eccellenza, don Markiewicz, perseverando audacemente nella propria opinione, affermò che lui solo seguiva la Regola della Pia Società di S. Francesco di Sales, e che tutti gli altri superiori avevano deviato dall’antica e buona strada. Quale audacia! O piuttosto, che sciocchezza! Quando tutti sanno che nemmeno uno iota è stato mai cambiato nelle Regole ricevute dal nostro veneratissimo Fondatore. L’infedeltà e la disobbedienza di alcuni non tocca le Regole. Prima di tutto, dunque, il carissimo don Markiewicz impari l’obbedienza e l’umiltà; constaterà allora che nulla è cambiato in queste Regole. A causa di una così grave disobbedienza e fuga, a tenore delle nostre Costituzioni (cap. II, art. 5), don Markiewicz è stato giustamente escluso dalla Pia Società di S. Francesco di Sales, cosa che confermo con questa lettera. Ritorna ad essere dunque semplice sacerdote secolare, sottomesso al suo vescovo e non beneficerà più del privilegio dei Regolari. Lo raccomando a Sua Eccellenza, sperando che sia un eccellente curato. Ma non permetterò mai che usurpi in qualche modo il nome dei Salesiani e del nostro veneratissimo don Giovanni Bosco. A ciò io mi opporrò con tutte le mie forze. Se ha intenzione di istituire qualche Pia Società, potrà darle i nomi di san Stanislao Kotska o di san Giovanni Berchmans. Ma non usurpi un nome conosciuto, cosa che genererebbe grandissima confusione, contro il parere del Santo Padre Leone XIII, che si adopera in ogni modo di condurre le Famiglie Religiose all’unità.

Benché indegno, affido me stesso e la mia Pia Società alle potenti preghiere di Sua Eccellenza.

Suo umilissimo e devotissimo servitore,

Michele Rua, sacerdote,

Rettor Maggiore della Pia Società Salesiana.[412]

Nell’aprile del 1898, in una nuova lettera in latino al vescovo, scritta su richiesta del suo ausiliare mons.Weber, don Rua riprese tutta la storia di don Markiewicz in Polonia.[413] È troppo lunga per essere riprodotta interamente, cito solo le nuove lamentele contro di lui. Malgrado la Regola lo permettesse, don Markiewicz aveva proibito ai Salesiani che gli erano stati inviati in aiuto di confidare le loro lamentele ai superiori. Aveva preteso che i Salesiani tenessero il denaro raccolto in Polonia per uso proprio, mentre di fatto serviva al mantenimento dei giovani polacchi in formazione nelle case di Foglizzo, Ivrea o Lombriasco. Quest’ultima casa era comunemente chiamata la casa dei Polacchi. ‹‹Come stupirsi che i Cooperatori polacchi, con cognizione di causa, ci abbiano aiutati ­ esclamava don Rua ­ e che approvino l’uso che noi facciamo del denaro che ci inviano!». ‹‹Non è stato possibile inviare in patria alcuni di questi giovani ad occuparsi della gioventù perché non hanno ancora terminato gli studi, ma tutti sanno che questa è la mia intenzione». Egli stesso ha aiutato personalmente gli emigranti polacchi in America o in Inghilterrra: ‹‹Ciò basti per confutare l’obiezione di don Markiewicz secondo cui, fino ad ora, i Salesiani non hanno fatto nulla per la Polonia». Terminava la lettera, chiaramente amareggiato, con la questione a suo parere più grave:

Non sia sorpreso, Eccellenza, che io deplori con tanto dolore lo scisma provocato nella nostra Società da don Markiewicz, per la sua disobbedienza, soprattutto per la sua audacia nel calunniare l’intera Congregazione come se avesse tradito del tutto lo spirito delle origini. Se veramente don Markiewicz vuole servire Dio e lavorare per la salvezza delle anime indipendentemente dai suoi legittimi superiori, non è giusto che usurpi il nome dei Salesiani, che si dica figlio di don Bosco e che allontani dalla loro vocazione altri preti e chierici polacchi.

Duole infatti che don Markiewicz, con numerose lettere, abbia esortato altri Salesiani a lasciare la Congregazione per unirsi a lui. Parecchi hanno rifiutato la proposta, ma un chierico di nome Orlemba, dopo la professione, è andato a Miejsce e, perché non si pentisse del suo gesto, è stato nominato da Markiewicz direttore del collegio. Il chierico Orlemba non è mai stato dispensato dai voti. Dia altro nome alla sua Congregazione e non si permetta di allontanare dalla loro vocazione preti e chierici e di scrivere ai Cooperatori per chiedere denaro, creando molta confusione. Questo è avvenuto in alcune lettere del 2 aprile scorso con le quali esortava i sacerdoti a celebrare messe in suo favore e a destinare gli onorari a quella che chiama la "casa di don Bosco".

Prosternato ai piedi di Vostra Eccellenza, mi raccomando alle sue ferventi preghiere, io personalmente e la Pia Società a capo della quale mi trovo malgrado la mia indegnità.

Il postulatore della causa di don Markiewicz, mi ha detto: ‹‹È stata una discordia tra due santi». Certamente, visto che la Chiesa, riconoscendo l’eroicità delle loro virtù, ha beatificato l’uno e l’altro, Michele Rua nel 1972, Bronisław Markiewicz nel 2005... Ma bisogna confessare che nel 1897 e nel 1898, chi ha sofferto di più nella ‹‹battaglia tra due santi» è stato di sicuro il nostro don Rua. La prima fondazione salesiana sul suolo polacco lo fece soffrire enormemente. Lui, così scrupoloso nell’imitazione di don Bosco, lui che procedeva seguendo fedelmente le sue orme. Accusarlo pubblicamente di mancare di fedeltà al suo maestro, immaginare che all’origine ci fosse stata una Regola più austera, che di fatto non è mai esistita, e creare in questo modo una corrente antagonista, se non un vero scisma nella Congregazione: sarebbe stato difficile trovargli un supplizio più raffinato.

Nel 1898, la nuova fondazione, certamente laboriosa, ma riuscita, della casa di Oświęcim, sarà come un balsamo per il suo cuore.[414] Miejsce sarà dimenticato, Oświęcim prenderà il primo posto tra le opere salesiane polacche.

 

22 - VIAGGIO NELLA PENISOLA IBERICA (1899)

Sarebbe noioso seguire don Rua nei numerosi viaggi in Europa. Comunque è interessante soffermarsi su quello fatto in Spagna, Portogallo e Algeria nel 1899. Fu tanto l’entusiasmo dimostrato nei suoi riguardi dai giovani e dalle folle di varie città, da richiamare quello suscitato da don Bosco stesso a Parigi e a Lille nel 1883. Come era accaduto al Maestro sedici anni prima, in don Rua si percepiva e si venerava un santo vivente.[415]

In Catalogna e nei Paesi Bassi

Arrivò a Barcellona il 5 febbraio 1899, nella prime ore della notte, proveniente dalla Francia, in compagnia di don Giovanni Marenco, suo vicario generale presso le Figlie di Maria Ausiliatrice, di e don Filippo Rinaldi che l’aveva raggiunto alla frontiera. Tantissima gente lo aspettava alla stazione per dargli il benvenuto. Alcuni giovani lavoratori, che frequentavano l’Oratorio Salesiano San José, tentarono di staccare i cavalli dalla vettura inviata da un Cooperatore, per tirala a mano su Las Ramblas, la grande strada tutta illuminata che attraversa la città, ma li fecero educatamente rinunciare. I nostri viaggiatori arrivarono alla scuola salesiana di Sarrià anch’essa illuminata a festa. Don Rua passò in mezzo a quattrocento giovani molto curiosi di vederlo, disposti su due file.

Quindici giorni gli bastarono appena per visitare i Cooperatori di Barcellona, tenere conferenze, presentare il suo omaggio alle autorità religiose e civili e dare udienza alle persone desiderose di incontrarlo. L’Oratorio San José, ultima opera creata dalla santa Cooperatrice Dorotea Chopitea, gli fece grande impressione. Lo ricorderà a Bologna il 30 maggio successivo:

Pochi anni or sono, regnava il mal costume e l’irreligione eziandio ne’ ragazzi, che, fatti petulanti e sfacciati dall’esempio de’ maggiori, insultavano e offendevano villanamente i passeggeri, sì da provocare frequenti interventi della forza pubblica. Trovai quei popolani tranquilli e garbati, ed i ragazzi chiassosi ed allegri, ma rispettosissimi verso il sacerdote, che salutano ed accostano con grande confidenza. Essi stessi attribuiscono tal meraviglioso cambiamento all’Oratorio Festivo Salesiano, che da pochi anni funziona con regolarità in mezzo a loro, e benedicono quell’istituzione che, istruendo ed educando i figli, agisce così efficacemente eziandio sui parenti e su tutta la famiglia.[416]

A proposito delle prime quattro case visitate, due rette dai Salesiani e due dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, don Rua il 15 febbraio scriveva al prefetto generale don Belmonte: ‹‹Qui le cose funzionano abbastanza bene. Queste case beneficiano di una grande simpatia». Dedicò due giorni a una quinta casa, il noviziato di Sant Vicenç dels Horts, relativamente vicino alla città. Erano gli ultimi giorni di carnevale. I novizi stavano facendo gli esercizi spirituali. Don Rua confessò, diede la buonanotte e tenne il discorso di chiusura. La popolazione locale si associò talmente alla festa del noviziato che parve dimenticare le mascherate tradizionali. Nei dintorni non si vide alcuna maschera. Don Rua era soddisfatto. Dal noviziato scriveva al prefetto generale: ‹‹Anche là sembra che le cose vadano bene». Il Rettor Maggiore non sprecava mai i suoi avverbi e soppesava le parole. Voleva dire che, malgrado alcuni difetti e debolezze immancabili, l’essenziale era assicurato. Le case di Barcellona e il vicino noviziato gli erano piaciuti per il loro ottimo spirito salesiano.[417]

Ritornato a Sarrià ebbe la piacevole sorpresa di partecipare a un convegno di ex-allievi, il primo che si teneva in Spagna. ‹‹Fu uno spettacolo veramente mirabile, come non avevamo mai visto», assicurerà un settimanale del luogo.[418] Incoraggiati da don Rua, questi giovani costituirono un’associazione permanente, destinata a raggruppare tutti gli ex-allievi della scuola di Sarrià.

Venerdì 17 febbario don Rua raggiunse la casa di Gerona, dove doveva benedire la prima pietra di una chiesa dedicata a Maria Ausiliatrice. Al suo arrivo pioveva a dirotto, la pioggia continuò tutta la notte, e nulla lasciava sperare che avrebbe smesso. La gente, angosciata da una lunga siccità, benedì il cielo e don Rua stesso, il cui arrivo sembrava aver scatenato quella benedizione. Ma la pioggia metteva in agitazione i Salesiani che temevano rovinasse la festa. Don Rua se ne accorse e li rassicurò. Suggerì che il sabato si recitassero bene le preghiere del mattino e della sera, così tutto sarebbe andato per il meglio. Infatti, la domenica 19 un sole primaverile consentì la cerimonia di posa della prima pietra con gran concorso di folla.

Il 21 febbraio lasciò la Catalogna e si diresse verso il Portogallo. Il viaggio fu più lungo e faticoso di quanto aveva previsto. Quattro tappe scandirono il percorso. Si fermò nelle case di Bilbao, Santander, Bejar e Salamanca. Dappertutto lo accolsero ‹‹con vero trasporto, con affetto, e sto per dire con divozione, non solo dai confratelli e dagli alunni, ma anche dagli esterni, specialmente Cooperatori», scriveva don Marenco a don Belmonte il 5 marzo successivo.[419] Don Rua fu continuamente assediato da persone che chiedevano consiglio, da giornalisti in cerca di interviste, da malati che imploravano le sue benedizioni. ‹‹Si rinnovano i fatti di don Bosco, compreso quello di vedere tagliati i panni addosso al povero Sig. D. Rua». La gente si procurava in tal modo reliquie a buon mercato. Come in Catalogna, vennero ad incontrarlo la municipalità, il popolo e il clero. I vescovi e i Gesuiti di Bilbao e di Salamanca, gli Scolopi di Saragozza, che gli diedero ospitalità, i Carmelitani di Alba de Tormes, dove, per rispondere al desiderio del vescovo di Salamanca, don Rua andò a venerare le reliquie di santa Teresa. Tutti, in vario modo, gli manifestarono la loro stima.

In Portogallo

Il 4 marzo, dopo Salamanca, don Rua sospese provvisoriamente le visite delle case di Spagna per raggiungere direttamente Braga, nel Nord del Portogallo. Il viaggio riservò una spiacevole sorpresa ai nostri tre visitatori. All’ingresso della stazione di Quegigal, il loro treno, per una negligenza del manovratore, si inoltrò su un binario morto dove stazionavano alcuni vagoni merci. L’urto fu terribile. Don Rua, don Rinaldi e don Marenco furono bruscamente sbalzati contro i viaggiatori che sedevano di fronte e rotolarono a terra, mentre i bagagli cadevano loro addosso. Don Rua se la cavò con una leggera ferita alla fronte e un’emorragia dal naso. Gli altri passeggeri dello scompartimento rimasero indenni. In altri scompartimenti ci furono feriti più gravi e contusi. La locomotiva riuscì ancora a trascinare il convoglio fino alla stazione successiva, dove venne sostituita.

L’ora tarda dell’arrivo a Braga non impedì ai portoghesi di accogliere con onore il successore di don Bosco. L’indomani, 5 marzo, mons. Sebastião Leite de Vasconcellos, grande ammiratore dei Salesiani del Portogallo, organizzò in seminario il ricevimento in onore di don Rua. Un oratore famoso dispiegò tutta la sua eloquenza per magnificare don Bosco, descrivere la sua opera e tracciare il profilo del Cooperatore Salesiano. L’arcivescovo, simpatico e molto amato per la sua carità, pronunciò un breve ma fervente discorso. Poi don Rua, in portoghese, ringraziò ciascuno meglio che poté. I seminaristi erano entusiasti. Il 9 marzo don Marenco poteva scrivere a don Belmonte: ‹‹L’accademia fatta a Braga ad onore del Sig. D. Rua riuscì splendidamente e fu cosa di molta importanza in città». Continuava: ‹‹Quando il Sig. D. Rua partì per Vigo, il che fu martedì alle 11 e mezza, la stazione era gremita di gente. I più distinti benefattori erano là per salutarlo e ringraziarlo dell’onore fatto a Braga colla sua visita. La banda cittadina suonava, mentre la folla prorompeva in applausi e viva, finché il treno scomparve. Non va dimenticato che sul passaggio dalla carrozza al treno ereano sparsi fiori».[420]

La stazione di Vigo era distante tre chilometri dalla città. C’erano alcuni ragazzetti ad attendere don Rua. Lo accompagnarono gridando a squarciagola "Evviva don Rua!" e scortarono la sua vettura correndo fino all’Oratorio Salesiano. Le loro grida annunciavano l’arrivo del succesore di don Bosco ai cittadini, sorpresi dalla manifestazione. Don Rua ne parlerà a Bologna come aveva fatto per l’Oratorio San José di Barcellona. Dirà: ‹‹In un piccolo paese sono stato accolto da una folla di ragazzi di tutte le età e di ogni condizione e sono stato accompagnato da questo corteo d’onore per qualche chilometro tra le grida di gioia, i segni più sinceri di stima e di affetto». I Cooperatori e le Cooperatrici lo attendevano all’entrata del collegio, mentre molta gente si ammassava in cortile. L’indomani scese verso il quartiere dei pescatori in riva al mare, dove i Salesiani si erano spesi per tre anni. Questa gente semplice lo attendeva in chiesa e voleva ascoltarlo. Parlò loro molto familiarmente, promise che i Salesiani si sarebbero occupati delle loro necessità spirituali e domandò pubblicamente ai Cooperatori di aiutarli in questa missione. Il suo desiderio sarà realizzato quando, poco dopo, i Salesiani si assumeranno la cura della parrocchia locale.

Da Vigo il giorno 9 don Rua raggiunse il Portogallo. Dopo una giornata a Porto tra alcuni amici che lo ricevettero a braccia aperte, entrò a Lisbona la mattina dell’11 marzo. La bella capitale sembrava volergli riservare l’accoglienza migliore. La stampa, anche quella liberale, aveva annunciato il suo arrivo. Le principali autorità e la più alta aristocrazia non risparmiarono né gesti né parole per testimoniargli rispetto e stima. In quel tempo e in quel paese le classi sociali non si mescolavano. Ora, come scriverà don Ceria, nel collegio salesiano dove si voleva approfittare della presenza di don Rua per festeggiare l’assegnazione dei premi agli allievi, ‹‹si videro mani aristocratiche non disdegnare di consegnare a piccoli artigiani le ricompense che si erano meritati», in pratica utensili per il loro mestiere.

Il marchese di Liveri, ‹‹un compatriota di don Bosco, residente in Portogallo da parecchi anni», secondo una lettera di don Marenco del 14 marzo, organizzò un banchetto in onore di don Rua. Lo circondavano importanti personalità, così come i provinciali dei Domenicani, dei Francescani, dei Gesuiti, dei Lazzaristi e dei Padri del Santo Spirito. Don Rua rispose con finezza ai brindisi che si susseguirono, cosa che sembrò accrescere la generosità del marchese, molto amico dei Salesiani di Lisbona. Operavano allora in un casa piccola e poco adatta e speravano un giorno di sistemare la loro scuola in maniera più decente. Il marchese offrì al successore di don Bosco centomila franchi e un vasto terreno dove i suoi figli avrebbero potuto costruire un edificio capace di rispondere ai loro progetti. Questo gesto, reso pubblico, incoraggiò altri a dare la loro offerta o il loro appoggio ai Salesiani... A Lisbona, don Rua tenne una conferenza in francese, lingua allora compresa da molti.

Quando ebbe appreso che la sua visita sarebbe stata gradita a Corte, vi si recò. Incontrò dapprima la regina Amelia, che lo ricevette con grande amabilità. Ella avrebbe voluto che i Salesiani si facessero carico di un riformatorio dove, diceva, i giovani entravano monelli ed uscivano furfanti. ‹‹Ma ­ aggiungeva ­ visto che si tratta di un istituto del governo, non sarà facile. Almeno, con il tempo! Nel frattempo, sviluppate la vostra opera, mantenendo la vostra libertà. Io continuerò a proteggerla. Fa veramente del bene». Don Rua passò poi nell’appartamento dei due principini, i suoi figli; ma non vi trovò che il più piccolo, con il quale si intrattenne per qualche minuto; gli impartì la sua benedizione e gli diede una medaglia di Maria Ausiliatrice. L’indomani si recò dall’erede al trono, Luigi Filippo, che gli parlò della sua prossima prima comunione. Don Rua gli passò attorno al collo una medaglietta di Maria Ausiliatrice e gli diede la sua benedizione che il principe ricevette in ginocchio con molta devozione. Infine, il 14 marzo, fece visita alla regina madre Maria Pia di Savoia, che lo accolse con molta cordialità.

A Pinheiro de Cima, località non lontana dalla capitale, i novizi attendevano febbrilmente il Rettor Maggiore, che d’altra parte ci teneva ad accontentarli. Vi si recò il 16 marzo e ricevette la professione di due chierici portoghesi. L’indomani mattina lasciò Lisbona. Amici e ammiratori si ritrovarono alla stazione per rinnovargli la testimonianza del loro affetto. Don Rua disse al direttore: ‹‹Credimi, lascio a Lisbona una parte del mio cuore!». L’indomani il direttore, inviandogli il progetto dell’atto di donazione del terreno da parte del marchese di Liveri, gli scriveva: ‹‹I nostri giovani non si danno pace per la sua partenza». Qualcuno di loro, molto colpito da ciò che aveva visto e udito, chiedeva di diventare Salesiano, addirittura missionario. Il Correo de Andalucia, che annunciava il prossimo ritorno di don Rua in Spagna, scrisse: ‹‹Don Rua commuove le città che visita e le tracce del suo passaggio non saranno cancellate troppo presto».

In Andalusia

Da Lisbona don Rua si recò direttamente a Siviglia, punto di partenza per le sue visite alle case salesiane dell’Andalusia.

L’accoglienza di Siviglia fu sensazionale. Appena disceso dal treno, Cooperatori e Cooperatrici si accalcarono attorno a lui. Il santo arcivescovo mons. Marcelo Spínola y Maestre ­ a cui si deve il piccolo libro Don Bosco y su Obra, pubblicato a Barcellona nel 1884 ­ lo salutò per primo. Sul piazzale della stazione, in mezzo a una moltitudine che applaudiva, c’era una fila di vetture in attesa. L’arcivescovo fece salire don Rua sulla sua. Una folla di gente, soprattutto di lavoratori, aspettavano vicino all’istituto salesiano. All’avvicinarsi della carrozza episcopale si levò un clamore misto a spari e a razzi luminosi, che copriva il canto della folla di giovani accompagnati dalla banda musicale. Don Rua, quasi portato dalla gente, si diresse verso la grande chiesa che ben presto fu ricolma. Gli allievi poterono finalmente farsi ascoltare e cantare un Te Deum intonato solennemente dall’altare. Seguirono i saluti nel cortile: un breve ma brillante discorso di un professore universitario, le parole affettuose dell’arcivescovo e una risposta commossa di don Rua in un buon castigliano. Poi dovette soffrire tutte le pene del mondo per liberarsi, tanto era schiacciato da ogni parte. Una volta entrato in camera, si accorse che gli avevano tagliuzzato la povera veste, se ne lamentò con il direttore don Pietro Ricaldone e lo pregò di intervenire perché non si ripetesse più un simile atto. Don Ricaldone promise, ma per tranquillizzarlo, gli fece notare con un pizzico di umorismo: ‹‹Stia tranquillo, domani avrà un’altra veste. Mi permetta di dirle che a me non è mai stato tagliato l’abito». Don Rua sorrise. I giorni seguenti, le famiglie più in vista mandarono alla scuola asciugamani, servizi da tavola, biancheria, coperte, tappeti, suppellettili, con la speranza che se ne servisse almeno una volta, per conservare poi questi oggetti come reliquie.

La serie delle visite durò due giorni. Il 19 marzo don Rua volle prendere parte con gli artigiani alla festa di san Giuseppe. Poi si recò dalle Figlie di Maria Ausiliatrice a vedere una casa salesiana recentemente aperta, dedicata a san Benedetto di Calatrava. Il 21 marzo interruppe il suo soggiorno a Siviglia per recarsi prima al collegio di Carmona, poi a Valverde del Camino presso le Figlie di Maria Ausiliatrice, quindi dai Salesiani e dalle suore di Ecija, nella nuova casa di Montilla, nell’istituto di Utrera e nella scuola tenuta dalle suore a Jerez de la Frontera, tutte piccole città della provincia di Siviglia. A Ecija, mentre il treno entrava in stazione, le campane della città suonarono a stormo. Nessun notabile mancò di presentare i suoi omaggi. E l’indomani una manifestazione di entusiasmo popolare salutò la partenza del ‹‹santo». Il 25 marzo, a Utrera, la prima casa salesiana fondata in Spagna, la città lo accolse, si disse, con lo stesso apparato di un re o di un membro della famiglia reale. Don Rua cantò la messa delle Palme, poi accompagnò i giovani agli esercizi spirituali nei primi tre giorni della settimana santa, li confessò, parlò loro nella buonanotte e nella predica di chiusura. Il 30 marzo, giovedì santo, era di ritorno a Siviglia, in tempo per presiedere in serata alla cerimonia della ‹‹lavanda dei piedi».

Il venerdì santo, rimase profondamente impressionato, come scrisse don Rinaldi, assistendo con devozione alla processione tradizionale della ‹‹morte del Cristo». La gente non cessava di ammirarlo, tanto era immerso in profondo raccoglimento. La sera del sabato santo, conclusione della Quaresima. I giovani del Circolo Cattolico dell’Oratorio S. Benedetto vennero a prenderlo. E gli oratoriani non lo lasciarono un istante. Innanzitutto ci fu un’accademia con discorsi, canti e musica. Poi lo fecero assistere a una rappresentazione drammatica, opera di don Pietro Ricaldone. Don Rua, fervente sostenitore degli Oratori, si prestava a tutto con una serenità che Ceria definisce ‹‹sovrumana». Al termine passò in chiesa, dove i papà e le mamme lo aspettavano per fargli benedire i bambini. Canti andalusi sotto il bel cielo di Siviglia resero gioiosa quella serata, conclusa a tarda ora nella notte con magnifici fuochi d’artificio.

Per il lunedì di Pasqua era prevista una manifestazione a conclusione delle giornate di Siviglia. Si svolse in un bel salone del palazzo vescovile. Vi presero parte tutte le autorità, l’aristocrazia, i cittadini più ragguardevoli. Alla fine don Rua ringraziò in casigliano, poi pregò l’arcivescovo di benedire nella sua ‹‹umile persona» la Congregazione Salesiana e tutti i presenti. L’arcivescovo volle premettere qualche parola, prima rivolto a don Rua, poi alla cittadinanza di Siviglia. A don Rua disse: ‹‹Rientrate a casa contento e soddisfatto. I vostri figli Salesiani fanno qui un gran bene e la città li conosce e li stima». Poi rivolto alla cittadinanza aggiunse: ‹‹Siete un popolo che sa apprezzare i benefici, che riconosce i servizi resi, che distingue il merito là dov’è, che applaude e onora colui che comprende e risponde ai bisogni dei tempi attuali. Un popolo che possiede tali risorse è un grande popolo capace di rigenerarsi». La scena che seguì produsse un’emozione indescrivibile. L’arcivescovo protestò di non poter accettare l’invito di don Rua a benedirlo. Ci teneva ad avere l’onore di ricevere lui stesso, insiema a tutti, la benedizione del successore di don Bosco. Don Rua tentò di anticiparlo inginocchiandosi, ma l’arcivescovo l’obbligò dolcemente ad alzarsi e a dare la sua benedizione a lui come e ai presenti. Si mise dunque in ginocchio. Ci fu un istante di stupore nel silenzio della sala. I testimoni affermarono che quando don Rua pronunciò le parole della benedizione, si riusciva a percepire nella voce le palpitazioni del suo cuore.

A Siviglia e dintorni, don Rua incoraggiò i Salesiani, conversò con gli allievi interni, si rivolse agli uni e agli altri nei sermoncini della buona notte, confessò ogni mattina e si interessò particolarmente all’Oratorio festivo. Nel Congresso di Bologna, il 30 maggio seguente, parlerà a lungo, dopo i benefici risultati dell’Oratorio di Barcellona, di quelli ottenuti ‹‹in una località vicina a Siviglia» :

I ragazzi del paese erano divisi in due fazioni, tra cui si combattevano frequenti lotte a colpi di fionda, che tutti sapevano maneggaire con grande destrezza. Si interposero più volte le guardie di pubblica sicurezza, ma con poco o nessun esito, che anzi i monelli erano riusciti qualche volta a metterle in fuga, unendosi tutti insieme contro di loro; ed intanto continuavano le scene selvagge e non sempre incruente a funestare quel paese. Fu allora che si sentì il bisogno di chi educasse quella gioventù abbandonata. Sorse l’Oratorio festivo, a cui corsero tutti quei birichini, attrattivi dai giochi e dai divertimenti, e dopo pochi mesi ne subirono il benefico influsso. Quale trofeo della vittoria che l’educazione religiosa aveva riportata su quei caratteri indomiti e selvaggi furono appese attorno al simulacro di Maria, posto nella cappella dell’Oratorio, trecendo fionde, di cui si disarmarono spontaneamente quei piccoli convertiti, troncando per amor della Madonna, quel triste e pericoloso gioco. E questa mi par davvero una bella pagina della storia degli Oratori festivi.[421]

Il 4 aprile, in mattina, don Rua disse addio a Siviglia tra le dimostrazioni di affetto che si possono immaginare. Aveva promesso di tenere a Mura una conferenza ai Cooperatori. Vi era già stato idurante la settimana santa, ma non aveva potuto parlare in pubblico. Ritornò per dedicare tutto il suo tempo a quegli amici particolarmente affezionati ai Salesiani.

Poi passò a Malaga. Anche là i Salesiani erano ammirati da tutti per la loro abnegazione al servizio della gioventù. L’Oratorio traboccava di ragazzi. Tra il 7 e il 12 aprile don Rua visitò tutto e fece la conoscenza di tutti. I Cooperatori avevano preparato in suo onore un ricevimento solenne. Lo presiedette il vescovo. Riunì quasi ottocento persone, ‹‹il fiore della città», come scrive don Ceria. E, quando la sera del 12 aprile si imbarcò per Almeria, una grande folla affluì al porto. Quando fu levata l’ancora e don Rua si fece vedere sul ponte, la gente, come fosse un solo uomo, si mise in ginocchio, chiedendo ad alta voce un’ultima benedizione. Li benedisse e mentre tutti lo salutavano rispose agitando le braccia.

Arrivò ad Almeria il mattino del 13 aprile. Di qui doveva imbarcarsi per Orano. Benché colà non ci fossero case salesiane né molti Cooperatori, gli venne riservata un’accoglienza solenne dalla popolazionelocale: clero e laici. Il comandante del porto lo prese nella sua barca. Una ventina di carrozze lo scortarono fino al palazzo di un facoltoso Cooperatore. Ma un’improvvisa burrasca lo obbligò a ritardare la partenza per Orano. Don Rua era talmente affaticato che don Marenco gli propose di rinunciare al viaggio in Africa. Egli non voleva deludere quelli che laggiù lo attendevano. Si aspetta un segno dal cielo. Passando presso il porto lanciò in mare una medaglia di Maria Ausiliatrice: ‹‹Se da qui a domani il vento si calma, partirò». L’indomani mattina il mare sembrava essersi calmato e s’imbarcò. Ma era un’illusione: la traversata in Algeria fu così travagliata che per raggiungere Orano la nave, invece di otto ore, ne impiegò diciannove.

Da Malaga, don Marenco, che non era molto sentimentale, aveva scritto a don Belmonte riassumendo le sue impressioni sul viaggio iberico di don Rua:

Stiamo dunque per lasciare questa terra spagnola, dove tuttora vive la fede operosa in molti cuori, e dove il Sig. D, Rua ebbe tali attestati di affetto e di venerazione che mai [vidi] i maggiori. Il viaggio del Superiore fu un vero trionfo ininterrotto. In certi momenti, come a Carmona, a Ecija, a Montilla, io a stento credevo a ciò che vedevo; e, in mezzo a quell’entusiasmo straordinario di popoli e di città intere, andavo tra me spesso pensando: Quanto è grande il nome di Don Bosco in mezzo alle genti![422]

Le case dell’Africa

Don Rua trascorse solo quattro giorni in Africa, più esattamente in Algeria.[423] Lo aspettavano per il 15 aprile. Accompagnato da don Marenco sbarcò a Orano soltanto domenica 16, alle sei del mattino, dopo una notte estenuante. Ma reagì con il suo abituale ardimento. San Luigi, l’opera collocata al centro della città, sperava di avere la primizia della sua visita: invece le circostanze (un ritardo imprevisto) fecero sì che l’Oratorio Gesù Adolescente, posto sulle alture di Eckmühl, avesse la priorità.

Quello era il giorno delle prime comunioni, che secondo l’uso francese aveva grande importanza nell’Oratorio. Don Rua celebrò la messa alle otto e mezzo, e, come dice la cronaca un po’ sentimentale del Bulletin Salésien, prima della comunione rivolse ai fanciulli ‹‹il discorso più semplice e più appropriato alla loro età e alla circostanza; le sue labbra sembravano distillare fede, pietà, amore». La casa gli porse il benvenuto in una sala tutta ornata con ghirlande. Una delle iscrizioni dovette fare particolarmente piacere a don Rua. Sui fogli di un immenso volume socchiuso, si poteva leggere un verso tratto dall’Ecclesiaste (30, 5): ‹‹Mortuus est pater... et quasi non est mortuus, similem enim reliquit sibi post se», che potremmo interpretare così: ‹‹Nostro padre don Bosco è morto, tuttavia per così dire non è morto, infatti ha lasciato in don Rua un altro se stesso». La gioia di don Rua fu particolarmente grande quando gli furono presentati i primi quattro Salesiani d’Algeria.

I tavoli erano stati preparati all’aria aperta per il banchetto che riuscì a riunire tutta la famiglia oranese: allievi, ex-allievi, familiari e confratelli delle due case di Orano. La pioggia disturbò un poco le attività del pomeriggio. Allora tutti si ammassarono nella cappella rurale Mater Admirabilis per cantare qualche lode e le litanie e ascoltare don Rua ‹‹con rispettosa familiarità». La preghiera della sera, con i giovani in ginocchio attorno a don Rua, come racconta la cronaca, ‹‹con la buonanotte pronunciata dalle sue labbra e raccolta come una reliquia, terminò quella giornata che alcuni dei nostri ragazzi chiamarono la più bella della loro giovinezza, fatta tutta di pietà, di gioia, di intimità salesiana».

La seconda giornata africana fu dedicata alle visite in città. Ispezionò con cura la casa di Eckmühl che lo ospitava. Poi si recò in rue Ménerville, all’Oratorio San Luigi, che gli ricordava le trattative del 1890-1891 con il vescovo mons. Soubrier. Tutto l’edificio era stato ornato in suo onore. Ne ammirò le decorazioni. Ma possiamo credere al cronista quando scrive: ‹‹Il più bell’ornamento della casa fu, ai suoi occhi, la folla di ragazzi che si accalcavano e che, con i loro "Evviva", i loro canti, i loro complimenti, gli manifestavano il un caloroso affetto». Don Rua volle rendere visita al nuovo vescovo Edouard-Adolphe Cantel, e al suo predecessore nons. Géraud-Marie Soubrier, con cui aveva condotto il negoziato per l’edificio destinato ai Salesiani in città. A mons. Cantel sarebbe piaciuto vedere i Salesiani ‹‹intraprendere a Orano opere di insegnamento e di zelo in favore della classe agiata». Don Rua, ricordandosi probabilmente l’affare di Valsalice accaduto a don Bosco, promise di rifletterci.

Martedì 17 aprile venne riservato ai Cooperatori salesiani. Egli aveva a cuore la loro ‹‹Pia Unione» e ‹‹desiderava vivamente fare la loro conoscenza». Per evitare spostamenti troppo lunghi, era stato deciso che ci sarebbero stati due incontri: uno al mattino nell’Oratorio San Luigi e l’altro al pomeriggio a Eckmühl. Il vescovo, mons. Cantel, presiedette la conferenza del mattino. Secondo il cronista, don Rua parlò ‹‹di don Bosco, lo strumento docile della Provvidenza, il figlio privilegiato della Vergine Ausiliatrice e lo fece con una modestia nel contegno e una semplicità di parola che incantarono ciascuno e diedero a tutti l’illusione di sentire don Bosco stesso raccontare la sua propria vita». Tale fu in ogni caso l’impressione del vescovo che, nel suo intervento, ‹‹si rallegrò e si felicitò con l’assemblea per aver visto e sentito in don Rua un altro don Bosco, un vero figlio pieno dello spirito del suo venerato Padre e divenuto, per così dire, la sua incarnazione». A Eckmühl la riunione dei Cooperatori ebbe carattere ricreativo e venne rappresentata la tragedia ‹‹Il figlioccio di San Luigi», fortunatamente inframmezzata da intervalli comici. Al termine don Rua si mise a disposizione dei Cooperatori i quali se ne partirono chi con un consiglio, chi con una medaglia, chi con una benedizione.

La giornata di mercoledì fu riservata alle suore salesiane di Mers-el-Kébir. Nel sobborgo di Saint André occupavano una casa abbastanza spaziosa, di cui avevano appena ristrutturato due magnifiche sale a volta, trasformate in cappella. L’artificiere municipale annunciò ‹‹con fragorose e numerose detonazioni l’arrivo del successore di don Bosco». Don Rua, ‹‹scrupoloso osservatore dei riti sacri, benedisse canonicamente la cappella, dedicata a Maria Ausiliatrice». Poi vi celebrò una messa accompagnata dai canti della corale della scuola. Quella mattina, ricevette anche la professione di una giovane religiosa entrata nell’Istituto delle Figlie di Maria Ausilitrice. A pranzo il sindaco di Mers-el-Kébir, indisposto, si era fatto rappresentare dal suo primo aggiunto. Don Rua lo ringraziò ‹‹della fiducia e delle cortesie di cui la municipalità onora le suore di Maria Ausiliatrice». Nel pomeriggio, dice la cronaca, ‹‹al rumore dei colpi sparati dall’artiglieria, ripetuti con notevole precisione in ciascuno degli appuntamenti principali della giornata, e che raddoppiarono allora d’intensità, don Rua salutò le degne suore, i loro fanciulli, la brava gente di Mers-el-Kébir, soprattutto il signor curato, ringraziandoli tutti di un’accoglienza di cui avrebbe conservato un ricordo molto duraturo, tanto più che non si aspettava di incontrare in terra d’Africa una tale manifestazione d’affetto».

Rientrò a Eckmühl, dove la casa si disponeva a fare l’indomani l´esercizio della buona morte. Si mise dunque a disposizione dei giovani ricevendoli in confessione. Partì da Orano il 20 aprile. La messa che celebrò al mattino fu cantata ‹‹in musica palestriniana» per ‹‹soddisfare un desiderio espresso parecchie volte». Nel pomeriggio inoltrato, allievi e confratelli andarono di corsa verso il porto dove la nave Abd-el-Kader attendeva don Rua e don Marenco per portarli a Marsiglia. La separazione non fu senza lacrime. Due giorni dopo gli oranesi ricevevano un telegramma: ‹‹Viaggio buono. Don Rua saluta affettuosamente caro direttore, confratelli, benefattori, ragazzi d’Algeria. Condivide stessi sentimenti. Marenco». Più tardi arrivava un biglietto scritto personalmente da don Rua: ‹‹Porto di Marsiglia, 22 aprile 1899. ­ Ho ancora lo spirito pieno del ricordo di Orano, dei nostri cari confratelli, dei nostri cari giovani, ecc. ecc. Che il Signore vi benedica tutti! Grazie a Dio la traversata è stata buona, sbarcheremo tra un po’. Salutate cordialmente confratelli, giovani, e ex-allievi, a nome del vostro affezionatissimo in Gesù e Maria. Michele Rua, sacerdote».

Il periplo iberico che aveva condotto don Rua in Catalogna, nei Paesi Baschi, in Portogallo, in Andalusia, per passare poi in Algeria, si concludeva con l’ingresso nel porto di Marsiglia. Il passaggio aveva suscitato ovunque tra le popolazioni sentimenti evidenti di affetto e di venerazione. Parecchi ritrovavano in lui don Bosco, il maestro che egli si ingegnava di imitare. Il vescovo di Orano aveva persino parlato della sua ‹‹reincarnazione» in don Rua. Nulla poteva commuoverlo di più.

 

23 ­ I CAPITOLI GENERALI DEI PRIMI DIECI ANNI

I Capitoli Generali sotto don Rua

Il Capitolo Generale rappresenta sempre per una Congregazione, dunque per il suo Superiore Generale, un fatto di grande importanza. È un incontro fecondo tra le personalità più rilevanti dell’Istituto che discutono e prendono decisioni di interesse comune per la conservazione o il consolidamento dell’istituzione. All’origine della Congregazione Salesiana, i Capitoli Generali erano triennali. Durante i primi dieci anni del suo rettorato don Rua convocò quattro Capitoli Generali (1889, 1892, 1895, 1898). Poi, nei dodici anni che seguirono fino alla sua morte, se ne celebrarono soltanto due (1901, 1904).

Le quattro assemblee del primo decennio riunivano normalmente i membri del Capitolo Superiore, gli ispettori, tutti i direttori delle case, il maestro dei novizi e il procuratore generale di Roma.[424] La distanza obbligava a adottare misure particolari per i centri americani. Così nel 1889, dopo aver deciso che sarebbero intervenuti al Capitolo solo gli ispettori americani o i loro delegati, più un direttore per ogni ispettoria, scelto dall’ispettore in accordo con il Rettor Maggiore, si vide arrivare a Torino il solo ispettore Giacomo Costamagna e i due direttori e parroci Stefano Bourlot e Domenico Albanello. I Capitoli, sempre brevi, si tenevano a Valsalice presso alla tomba di don Bosco. Le proposte e gli interventi di don Rua, in qualità di Rettor Maggiore, erano accuratamente registrate dai segretari nel corso delle sedute.

Il quinto Capitolo Generale (1889)

Il quinto Capitolo Generale della Società Salesiana, venne inaugurato la sera di lunedì 2 settembre 1889 e concluso la mattina di sabato 7. I capitolari erano quarantadue. Fin dall’inizio, prima in cappella, poi al momento della riunione d’apertura, don Rua comunicò ai partecipanti il senso che intendeva dare all’assemblea. Il Capitolo, diceva, era mirato al progresso delle singole case, al mantenimento del giusto spirito nella Congregazione e al bene delle anime a lei affidate. Bisognava quindi pregare per la sua buona riuscita. Il grande problema del momento era quello di mantenere la piena conformità alle idee e alle intenzioni di don Bosco. Don Rua temeva ogni forma di deviazione.

Un pensiero mi addolora ­ esclamò nel corso della seduta di apertura ­ manca D. Bosco [...] Però consoliamoci, siamo vicini alla sua salma, e come le reliquie dei santi sono fonte di benedizione, così lo sarà specialmente per noi la salma di D. Bosco; ma non solo la salma, bensì il suo spirito ci guiderà e ci otterrà lumi nelle deliberazioni delle varie commissioni e sessioni... Preghiamo, ma informiamoci specialmente ai suoi sentimenti. Indaghiamo bene quali fossero i suoi intendimenti, poiché si vide come fu guidato da Dio nelle sue imprese... Egli intendeva sempre in tutto [adoperarsi per] la gloria di Dio e il bene delle anime. Ho raccomandato all’Oratorio di pregare e far pregare, ma lo raccomando specialmente a voi, affinché nessuna passione faccia velo all’intelletto, e solo ci sia di mira il bene della gioventù e delle anime. Mettiamoci sotto l’intercessione di Maria SS. come Sede della Sapienza, di S. Francesco di Sales perché ottenga che tutto facciamo col suo spirito. Con questi aiuti e quelli di D. Bosco tutto riuscirà bene. Abbiamo confidenza in questo, e tutte le nostre deliberazioni andranno al bene della Chiesa, della civile società ed a maggior gloria di Dio.[425]

Il 3 settembre, al termine della sessione dedicata agli studi dei chierici, problema di cui abbiamo diffusamente parlato (cap. 15), don Rua sentì il bisogno di tenere una lezione ai direttori riuniti, affermando che debbono essere come dei fari per i loro giovani confratelli. Il 4 settembre intervenne ancora sullo stile di comportamento del direttore: quando deve rimproverare un confratello, mantenga la calma; soprattutto eviti espressioni sconvenienti, come si è talvolta verificato, poiché l’interessato se ne ricorderà per tutta la vita. Ritroviamo in questi avvertimenti il don Rua ispettore delle case affiliate negli anni 1870.

Nel corso della terza sessione, quando il Capitolo discuteva sulle vacanze degli aspiranti, dei novizi e dei confratelli, prese la parola per ricordare come don Bosco raccomandasse sempre di occupare utilmente i confratelli durante le vacanze, come egli stesso aveva fatto da chierico e con i giovani dei primi tempi. Allora venne sollevata la questione dell’opportunità che gli aspiranti partecipassero agli esercizi spirituali coi Salesiani durante le vacanze dopo l’Assunzione. A questo proposito don Rua osservò: ‹‹Quest’anno medesimo su 54 giovani dell’Oratorio [che hanno preso parte a questi esercizi spirituali] solo 4 o 5 passarono al secolo, altri al seminario e circa 42 alla Congregazione. Furono gli esercizi che li fecero decidere in bene. Se andavano prima a casa, quanti forse sarebbero tornati?».[426] Il suo parere ebbe la meglio: gli aspiranti non sarebbero andati subito in vacanza in famiglia, ma avrebbero partecipato coi Salesiani agli esercizi spirituali estivi.

Il 5 settembre, in mattinata, don Rua riprese il discorso ai direttori, insistendo su alcuni punti decisivi: i dipendenti devono essere trattati come fratelli, affidando loro compiti proporzionati alle forze di ciascuno; si proibisca l’uso dei mezzi violenti e, più ancora, le affettuosità con i giovani e le carezze; si curino con molta carità i coadiutori e i famigli, non considerandoli mai come domestici; ci si interessi non soltanto dell’istruzione dei giovani ma anche della loro salute fisica e spirituale; infine il direttore si impegni personalmente a coltivare le vocazioni, isegnando ai giovani il modo di confessarsi bene: ‹‹Don Bosco vi dedicava molto tempo, imitiamolo». Don Rua teneva sempre presente il magistero e l’esempio di don Bosco.

Il sesto Capitolo Generale (1892)

Il sesto Capitolo Generale si tenne a Valsalice dal 29 agosto al 7 settembre 1892. Nella lettera di convocazione del 12 marzo, don Rua affidava al Capitolo il compito di studiare i mezzi migliori per assicurare il consolidamento e lo sviluppo della Società Salesiana, come anche il profitto spirituale e scientifico dei suoi membri. Questa volta il Capitolo fu davvero ‹‹generale»! Erano stati invitati tutti i direttori delle case, anche quelli delle comunità più piccole. Forse, proprio per questo, nel corso del Capitolo si porrà la questione sull’opportinità della loro partecipazione. Il moderatore designato, don Francesco Cerruti, comunicò: ‹‹Il Rettor Maggiore ha rinviato al prossimo Capitolo Generale la risposta a questa domanda e ha deciso che per quest’anno ci si conformerà alla tradizione degli anni precedenti, cioè che i direttori di queste case prenderanno parte al Capitolo Generale, come all’elezione del Capitolo Superiore, ma sono dispensati dal portare con sé un confratello professo». Il giorno dell’apertura i capitolari erano sessantanove.

Venivano sottoposti all’esama del Capitolo sette schemi, che qui elenchiamo: l) Studi teologici; 2) Rivedere e coordinare in un solo volume le deliberazioni dei vari Capitoli Generali; 3) Un manuale unico per le pratiche di pietà per i Salesiani e per i giovani, e norme con cui compilarlo; 4) Regolamento per le case degli ascritti (novizi) e per gli studentati dei chierici; 5) Regolamento per il provveditore ispettoriale e per il capo-ufficio della direzione dei laboratori; 6) Studio dell’Enciclica Rerum novarum del Santo Padre sulla questione operaia e modo di farne l’applicazione pratica nei nostri Ospizi ed Oratori; 7) Proposte varie dei confratelli. Il programma prevedeva che i lavori si interrompessero mercoledì 31 agosto, per l’elezione dei membri del Capitolo Superiore.

Nella cerimonia introduttiva, che si svolse nella cappella di Valsalice, don Rua parlò ai capitolari. Fece notare che per la prima volta in assenza di don Bosco si celebrava un Capitolo con elezione dei superiori, ‹‹ma il suo ricordo è talmente vivo tra di noi che possiamo davvero considerarlo presente». Disse che l’opera salesiana aveva avuto una considerevole espansione negli ultimi sei anni: tra il 1886 e il 1892 il numero dei confratelli e quello delle case era più che raddoppiato. Si vedeva chiaramente la mano di don Bosco, il quale nel dicembre 1887, qualche giorno prima dell’ultima malattia, aveva detto a un gruppo di Cooperatori: ‹‹Pregate affinché io possa fare una buona morte. Infatti in Paradiso potrò fare per i miei figli e per i miei poveri ragazzi molto di più di quanto non possa fare sulla terra».

La sera del 30 agosto, giornata consacrata al lavoro in commissione, prima della benedizione col Ss. Sacramento, don Rua volle rispondere ad alcune critiche che circolavano. In quel tempo la distribuzione del personale nelle case della Congregazione era stabilita dai superiori maggiori, di fatto da don Cerruti, consigliere scolastico generale. C’era chi pensava che il Capitolo Superiore accettasse troppo facilmente la proposta di nuove opere e così si trovasse nell’impossibilità di inviare il personale necessario alle case esistenti. Don Rua fece notare che i superiori maggiori resistevano energicamente alle richieste, tranne quando le autorità romane intervenivano obbligandoli. Secondo altri, il personale designato non rispondeva sempre alle necessità locali: certo, rispose don Rua, il Capitolo non poteva rendersi conto esattamente delle diverse situazioni.[427] Infine qualcuno si interrogava sulla formazione data ai chierici. Don Rua sostenne che la formazione fosse corretta, ma date le inevitabili carenze individuali, spettava alle case porvi rimedio aiutando i giovani confratelli.

Il 1° settembre, di fronte al problema di raccogliere tutte le delibere dei Capitoli in un unico volume, i capitolari giudicarono più saggio chiedere al Rettor Maggiore di costituire una commissione che se ne incaricasse. Il 2 settembre la riflessione sul manuale di pietà dei giovani e dei confratelli portò i capitolari a chiedere che si mantenesse il latino nelle preghiere comuni: Pater, Ave, Credo, Angele Dei, Angelus. Don Rua colse l’occasione per fare l’apologia di quella lingua: ‹‹Come i despoti mirano ad abolire la lingua propria d’un popolo per ridurlo a servitù, così i nemici della fede cattolica vorrebbero abolito il latino per rompere l’unità della Chiesa. Perciò è da insistere nell’opera nostra, anche contrastando colla inveterata consuetudine, insinuando quanto è possibile il latino quale si pratica nella Liturgia della Chiesa romana».[428] Il Vaticano II si sarebbe aperto solo sessant’anni dopo: forse alcune sue decisioni avrebbero turbato il nostro don Rua.

Quel giorno mentre si deliberava sul regolamento dell’economo ispettoriale e su quello del responsabile della direzione dei laboratori nelle scuole professionali, don Rua trovò modo di fare alcune raccomandazioni ispirandosi ai Ricordi confidenziali: ‹‹Si raccomanda ai direttori di ben conoscere il loro personale, chiamando a sé gli individui a parte e leggendo insieme la parte del Regolamento che loro spetta e dando così opportuni consigli. In secondo luogo si raccomanda ai direttori che dispieghino tutta la sollecitudine per ben conoscere le relazioni morali tra gli assistenti e maestri tra loro e cogli allievi e tra gli allievi stessi. In terzo luogo si raccomanda che nel rendiconto col Regolamento alla mano interroghino i subalterni e conoscano le difficoltà che questi incontrano nei loro uffici. Finalmente si raccomanda di inculcare costantemente la divozione a Maria SS. e al SS. Sacramento, che sono due fonti inesauribili di grazie».[429]

Il 3 settembre, introducendo l’assemblea generale, don Rua parlò ampiamente delle vocazioni e del modo di coltivarle. È necessario, disse tra l’altro, armare i giovani contro lo spirito del mondo che, attraverso giornali, libri malvagi e cattive compagnie, soffoca le vocazioni nascenti. Quando se ne presenta l’occasione, si raccomandi la cura delle vocazioni ai parroci e ai preti di parrocchia. Si faccia molta attenzione all’impegno del giovane per conservare la virtù della purezza: si potrebbe transigere facilmente sulle capacità intellettuali, ma non in quest’ambito. Il lavoro e l’esemplarità dei Salesiani sono i mezzi più efficaci per attirare i giovani e incitarli ad abbracciare lo stato religioso o ecclesiastico. Si venne poi alla questione delle vacanze, periodo che don Rua, come già don Bosco, guardava con sospetto. Se non si possono abolire le vacanze estive, disse, cerchiamo almeno di sminuzzarle. Il direttore mostri molta pazienza e dolcezza verso le vocazioni nascenti, si raccomandi alle loro preghiere, assicuri che prega per loro. Al termine del ginnasio consigli agli allievi di preferire lo stato di vita che darà loro più consolazione in punto di morte. Ma dissuada il giovane dallo scegliere lo stato ecclesiastico unicamente per il bene della sua famiglia o per meri interessi economici...

Nello stesso giorno, la discussione sul regolamento dei noviziati (allora si preferiva parlare di ‹‹case per gli ascritti») e degli studentati, portò il Rettor Maggiore a dare alcune indicazioni. Conveniva identificare presto, nelle case, eventuali candidati adatti a diventare Salesiani chierici o coadiutori, ai quali tenere almeno due conferenze mensili. In esse conveniva partire dal manuale di pietà in uso, il Giovane provveduto, per insegnare come comportarsi da buoni cristiani, però senza mai parlare di voti o di Congregazione. Poi verrà il noviziato, che come un setaccio separa il loglio dal buon grano. La Congregazione Salesiana non è fatta per coloro che hanno già sperimentato una vita mondana. ‹‹Noi abbiamo bisogno di soci sicuri, che vengano da noi col fine di raggiungere la cristiana perfezione».[430] Di conseguenza il maestro dei novizi ammetta ai voti e i direttori presentino alle ordinazioni solo soggetti di moralità perfettamente garantita.

Don Rua concluse l’assemblea generale del 5 settembre con una esortazione sull’umiltà collettiva: ‹‹Noi dobbiamo ringraziare il Signore che continuò a benedire la nostra Congregazione da non lasciarla mai incagliata: tanto da potersi dire che nihil habentes..., non ci manca nulla.[431] Con tutto ciò importa di tenerci umili e bassi, e rispetto alle altre congregazioni tenerci per ultimi. Non si censurino mai, anzi siamo roconoscenti loro, ché tutte in qualche modo concorsero a darci aiuto dappertutto in Europa e in America. Perciò non si hanno a censurare mai e tanto meno disprezzare. Tutto ci può far del bene e salvarci da tante noie».[432]

Il 6 settembre, nella seduta di chiusura, don Rua lasciò ai capitolari tre impegni che il segretariato riportò sinteticamente, cioè: ‹‹1° di promuovere la Pia Unione dei Cooperatori Salesiani; 2° di far conoscere e diffondere le Letture Cattoliche; 3° di far conoscere e diffondere l’Associazione al SS. Cuore di Gesù».[433]

I risultati di questo sesto Capitolo Generale saranno comunicati ai confratelli con la lettera circolare dell’11 novembre 1892.[434]

Il settimo Capitolo Generale (1895)

Il settimo Capitolo Generale, fu particolarmente breve, si svolse dal 4 al 7 settembre 1895. Secondo i verbali delle sedute don Rua fece pochi interventi. All’inizio di ogni seduta, leggeva e commentava brevemente un passo dei Ricordi confidenziali di don Bosco ai direttori, un adattamento leggermente ampliato dei consigli che egli stesso aveva ricevuto quando andò direttore a Mirabello.

Quando venne esaminata la questione dell’istruzione religiosa nelle scuole salesiane, don Rua chiese, come già don Bosco, che il catechismo fosse insegnato e recitato ad litteram, alla lettera, e si evitassero le lunghe spiegazioni. Il problema del tempo da dedicare all’istruzione religiosa degli artigiani suscitò molte discussioni. Durante questi confronti, non risultano inteventi di don Rua. Soltanto è registrato il suo rammarico per il fatto che in alcune case, soprattutto nell’Oratorio di Torino, l’istruzione religiosa fosse stata ridotta ad un’unica ora settimanale e solo per i sei mesi dell’anno scolastico. Osservava tuttavia che, a differenza di istituzioni educative più esigenti, come quelle segnalate dai capitolari, i Salesiani disponevano anche di altri mezzi per assicurare l’istruzione religiosa ai giovani: la buonanotte, la predicazione domenicale, le esortazioni in classe, ecc. Grazie a ciò, diceva, ‹‹la nostra istruzione è completa come quella degli altri». Infine, quando si parlò dei Cooperatori e venne sollevata la questione del contributo delle case alle spese del Bollettino Salesiano, insistette per chiedere ai direttori solo il minimo di una lira annuale per ogni abbonamento.

Il 7 settembre, durante l’assemblea di conclusione, don Rua lesse la lettera di un ammiratore che aveva partecipato al Congresso di Bologna. Si augurava che i Salesiani continuassero a distinguersi per l’umiltà, la purezza dei costumi e una grande carità. Il verbale dell’ultima assemblea venne firmato da novantasei capitolari.

L’ottavo Capitolo Generale (1898)

L’ottavo Capitolo Generale, riunì circa duecentodiciassette capitolari. Si tenne a Valsalice tra il 29 agosto e il 7 settembre 1898.

Fu preparato in sette mesi, sotto la responsabilità del moderatore Francesco Cerruti. Tutti i membri parteciparono alla seduta di apertura la sera del 29, sotto la presidenza di don Rua. C’erano i superiori generali (ad eccezione di don Lazzero ammalato), i vescovi Giovanni Cagliero e Giacomo Costamagna in qualità di vicari del Rettor Maggiore per i due versanti dell’America del Sud, il procuratore generale Cesare Cagliero, il maestro dei novizi Giulio Barberis, il vicario delle suore salesiane Giovanni Marenco, dieci ispettori, centoventiquattro direttori, e settantuno confratelli delegati (le comunità infriori a sei confratelli non avevano diritto di eleggere gli accompagnatori dei direttori). Il lavoro venne suddiviso in dieci commissioni. Tre erano i temi da affrontare: a) come perseverare nella vocazione; b) come strutturare l’insegnamento della filosofia e della teologia; c) come mantenere intatto tra i Salesiani lo spirito di don Bosco. Erano argomenti che stavano particolarmente a cuore a don Rua, ma i verbali non documentano suoi interventi nelle giornate dedicate alla discussione (31 agosto, del 1° e 2 settembre). Il 30 agosto fu riservato all’elezione dei membri del Capitolo Superiore. Il mandato di sei anni, iniziato nel 1892, terminava appunto il 31 agosto. Lo stesso don Rua volle sottomettere a elezione il proprio mandato di Rettor Maggiore.

Don Rua è rieletto Rettor Maggiore

In effetti, gli anni passavano e si stava per concludere il XIX secolo . Don Rua pensava alla successione. La Santa Sede l’aveva confermato per dodici anni nel 1888. Il suo mandato sarebbe scaduto nel 1900. Ma egli aveva buone ragioni per volerlo interrompere prima.[435] Le presentò in una circolare del 20 gennaio 1898. Vi diceva che i suoi dodici anni regolamentari sarebbero scaduti l’11 febbraio 1900. Tuttavia, continuava:

In quest’anno il nostro amato Padre D. Bosco compirebbe il secondo dodicennio dalla sua conferma a Rettor Maggiore, avvenuta nel 1874, quando furono approvate dalla Santa Sede le nostre Costituzioni. Io eletto dal Santo Padre Leone XIII a succedergli, durante il secondo suo dodicennio, compio in quest’anno il mio mandato, col compiersi del periodo dodicennale. Che se avessi da compiere dodici anni in carica, si porterebbe ad un tempo troppo incomodo l’elezione del Rettor Maggiore, il che sarebbe causa di gravissimi disturbi alle nostre case. Invito adunque i membri dell’ottavo Capitolo Generale all’elezione del Rettor Maggiore nel tempo stesso che a quella degli altri membri del Capitolo Superiore.[436]

Aveva il diritto di rinunciare a due anni di incarico. Tuttavia per procedere in perfetta regolarità e non dare l’impressione di sottrarsi alla missione che il papa gli aveva affidato, il 4 novembre 1884 don Rua chiese al suo procuratore Cesare Cagliero di parlarne al Santo Padre o al prefetto della Congregazione dei Vescovi e dei Regolari o ancora, se necessario, ad altre persone perché fosse approvata la misura che proponeva per pura convenienza. Il procuratore rivolse al papa una supplica che si concludeva nei termini seguenti: ‹‹Il Signor don Rua vi rivolge con insistenza questa domanda, non per essere esonerato dal suo incarico, ma per ovviare ai gravi problemi di una nuova convocazione di circa 300 confratelli da tutte le parti del mondo, e a spese di migliaia e migliaia di lire per i viaggi di tante persone». La risposta arrivò il 20 agosto attraverso il cardinale Parocchi, protettore della Congregazione. Informava don Rua che il Santo Padre, ‹‹attentis specialibus casus adiunctis attentoque insuper consensu Rectoris Maioris Sodalium Salesianorum» [in considerazione del carattere particolare della misura e dato inoltre il consenso del Rettor Maggiore della Società Salesiana], accordava tutte le facoltà necessarie e opportune. Sette giorni più tardi, il Segretario di Stato Rampolla, in una lettera al procuratore, comunicava a don Rua una benedizione speciale del papa:

Il Santo Padre ha appreso con piacere che si terrà a Torino il 29 agosto prossimo l’assemblea di tutti i direttori e dei confratelli aventi diritto all’elezione del Rettor Maggiore e dei membri del Capitolo Superiore. Ha anche appreso con piacere che dopo ciò si terrà il Capitolo Generale dei Salesiani di don Bosco. Sua Santità, volendo accordare a questa Congregazione un segno della sua benevolenza, ha il piacere di dare a tutti i confratelli dell’una e dell’altra assemblea la benedizione apostolica, pregando Dio di voler diffondere su di essi abbondanti grazie, perché tutto riesca al meglio per la maggior gloria di Dio e per il bene della Chiesa.

Così nessuno avrebbe potuto rimproverare a don Rua la sua iniziativa. Ottenuta la benedizione del papa, egli apparve persino più allegro.

Il mattino del 30 agosto, dopo l’invocazione dello Spirito Santo, don Rua espose il suo caso nei termini che conosciamo. Poi si passò alla lettura delle Regole e DELLE Deliberazioni capitolari sulle elezioni. I vescovi Cagliero e Costamagna fecero un piccolo discorso ciascuno. Cagliero, che non amava i cambiamenti nel Capitolo Superiore, chiese ai capitolari di rispettare ‹‹gli antichi statuti» della Congregazione. E Costamagna lo approvò. Presiedeva il prefetto generale don Belmonte. I due vescovi presero posto al tavolo presidenziale. Don Rua, pregato di salirvi, si rifiutò categoricamente e si accomodò in prima fila in compagnia dei segretari delle sedute. Si cantò il Veni Creator e mons. Cagliero lesse, nel più religioso silenzio, la lettera del cardinale Rampolla che comunicava la benedizione del papa all’assemblea. Poi il moderatore fece l’appello, al quale risposero presente, 217 capitolari sui 227 del giorno precedente (dieci erano assenti giustificati). Fu letto un biglietto di don Rua: avvisava che i due vescovi non erano eleggibili e che conveniva nominare Rettor Maggiore un confratello di età non troppo avanzata, cosa che gli avrebbe consentito di svolgere un compito tanto faticoso nelle migliori condizioni.

Il seggio era composto da tre scrutatori e due segretari. Si avvisò l’assemblea che la maggioranza assoluta sarebbe stata di 110 voti. Don Rua fu subito eletto con 213 voti. Mancavano quattro voti all’unanimità. Si seppe in seguito che due confratelli, impressionati dal biglietto di don Rua, avevano scelto il consigliere Bertello e che un terzo, un coadiutore delegato di Montevideo (Uruguay), aveva semplicemente scritto sulla scheda ‹‹Viva don Giovanni Bosco». Il quarto voto che optava per don Giovanni Marenco, allora vicario delle Figlie di Maria Ausiliatrice, non poteva provenire che da don Rua.

Al termine delle elezioni degli altri membri del Capitolo Superiore, don Rua prese la parola per ringraziare i presenti del loro accordo nella sua rielezione. Vedeva in ciò soltanto un omaggio reso a don Bosco che l’aveva scelto per vicario e un segno di devozione verso il sovrano pontefice che l’aveva eletto successore dello stesso don Bosco. Esortò l’assemblea a perseverare negli stessi sentimenti, garanzia efficace di prosperità per tutta la Congregazione.

Il 3 settembre, tutti i capitolari parteciparono alla benedizione della prima pietra della nuova chiesa che doveva essere costruita a Valsalice ‹‹come omaggio internazionale a don Bosco», secondo i termini del comitato promotore dell’impresa. La cerimonia si svolse in presenza del cardinale Manara, vescovo di Ancona, dell’arcivescovo di Torino, di sei vescovi e di numerose personalità civili. La festa concludeva gioiosamente le belle giornate dell’ottavo Capitolo Generale.

 

24 - L´ALBA DI UN NUOVO SECOLO

I direttori salesiani confessori dei loro subordinati

Don Rua iniziava così il secondo mandato di dodici anni, che sarebbe stato segnato da prove spesso molto pesanti da sopportare. Cominciamo con l’affare dei direttori confessori.[437]

Per capire questa vicenda, che obbligò don Rua ad abbandonare una tradizione molto radicata in Congregazione, bisogna risalire all’Oratorio delle origini. Don Bosco, unico sacerdote, era anche il confessore di coloro che vivevano presso di lui. Più tardi altri preti si unirono, ma, benché egli non esitasse a ricorrere all’aiuto di confessori esterni, la maggiranza di ragazzi e dei confratelli continuava ad andare da don Bosco per la confessione. Il fatto che egli fosse superiore, non impediva ai dipendenti di confidargli i segreti della loro coscienza, perché nell’esercizio dell’autorità, più che superiore si mostrava padre. Quando negli anni Sessanta, iniziò a fondare i collegi, i direttori, formati secondo il suo spirito, si comportarono allo stesso modo, cercarono di guadagnarsi l’affetto e la confidenza di tutti, esercitando paternamente la loro autorità. Si interessavano molto delle questioni ascetiche, ma agli occhi dei confratelli apparivano rivestiti di un’autorità spirituale fatta di dolcezza indulgente che apriva tutti alla confidenza. Dunque ogni direttore era innanzitutto il confessore della comunità. Tuttavia don Bosco, con l’esempio personale e la parola, aveva suggerito una precauzione, di cui fece cenno anche in due capoversi del suo testamento spirituale, che non conviene separare per capire a fondo il suo pensiero:

6° - Per lo più il direttore è il confessore ordinario dei confratelli. Ma con prudenza procuri di dare ampia libertà a chi avesse bisogno di confessarsi da un altro. Resta però inteso che tali confessori particolari devono essere conosciuti ed approvati dal superiore secondo le nostre regole.

7° - Siccome poi chi va in cerca di confessori eccezionali dimostra poca confidenza col direttore, così esso, il direttore, deve aprire gli occhi e portare l’attenzione particolare sopra l’osservanza delle altre regole e non affidare a quel confratello certe incombenze che sembrassero superiori alle forze morali o fisiche di lui.[438]

Così, seppure il salesiano aveva l’incontestabilmente libertà di scegliere un confessore che non fosse il porprio direttore, questa libertà era, nello spirito di don Bosco, fortemente inquadrata. Chi non si confessava dal direttore appariva un po’ sospetto.

Questo stile, sicuramente pericoloso con il moltiplicarsi delle nuove comunità, si continuò per i dodici anni sucessivi alla morte del santo. Il direttore confessava i propri subordinati ed anche gli allievi della casa.

Ma col tempo cominciarono a sorgere delle lamentele, probabilmente a partire dai Salesiani stessi. Il 26 settembre 1896, Il cardinale Parocchi scrisse una lettera a don Rua che denunziava la mancanza di libertà nelle case salesiane nella scelta dei confessori.[439] Don Rua si difese affermando che nelle case salesiane di fatto c’era varietà di confessori.[440] In seguito a ciò, il Sant’Uffizio chiese che le precauzioni di don Rua fossero osservate rigorosamente nella Società Salesiana.[441] Ma il nostro Rettore, allertato da questo ammonimento, raccomandò ai direttori, attraverso il prefetto generale don Belmonte, di invitare regolarmente nelle loro case ogni mese, meglio ogni quindici giorni, un confessore straordinario.[442] In tal modo la libertà di coscienza gli sembrava garantita. Ma Roma era di altro avviso.

Il decreto del Sant’Uffizio (5 luglio 1899)

La Chiesa obbligò i Salesiani a cambiare metodo. La ragione era, secondo una lettera del procuratore generale don Marenco a mons. Cagliero, che la Santa Sede, vedendo la diffusione mondiale della Società Salesiana, non voleva si introducesse una pratica che non era in tutto conforme allo spirito della Chiesa.[443] A dire il vero, Roma temeva tre cose: a) che nei collegi salesiani la libertà dei giovani nella confessione delle loro colpe fosse condizionata a svantaggio dell’integrità sacramentale; b) che i superiori legati dal segreto sacramentale fossero meno liberi nell’esercizio del loro incarico; c) che li si sospettasse di utilizzare le informazioni avute in confessione. Era pura e semplice saggezza.

La Santa Sede procedette a tappe. Innanzitutto, col decreto del Sant’Uffizio del 5 luglio 1899, proibì nelle comunità religiose, nei seminari o nei collegi di Roma che qualsiasi superiore, maggiore o minore, ricevesse la confessione dei sudditi e degli allievi residenti nella casa. Il decreto, riguardava esclusivamente la città di Roma, ma fu introdotto anche in altre diocesi. Il cardinale vescovo di Frascati, ad esempio, immediatamente lo estese alla propria giurisdizione. Così il direttore salesiano dell’ospizio del Sacro Cuore di Roma e quello del collegio di Frascati, dovettero cessare di confessare in casa. Intanto si diffuse la voce che fosse in cantiere un provvedimento radicale.

Don Rua sentì il dovere di prendere posizione, tanto più che il decreto era stato pubblicato su alcune riviste specializzate. Il 29 novembre 1899 scrisse agli ispettori una lunga circolare dedicata al sacramento della penitenza, dalla quale emergono chiaramente i principi di don Bosco.[444] Si introduceva affermando che il documento del Sant’Uffizio riguardava soltanto le confessioni degli allievi (alumni) da parte del superiore. Ricordava che, secondo due decreti pontifici precedenti, il confessore ordinario dei novizi era il maestro e che i superiori religiosi potevano confessare i sudditi se questi lo chiedevano spontaneamente. Del resto, poiché il decreto in questione non aveva forza obbligante fuori Roma, i direttori potevano continuare a confessare come in passato. Tuttavia emanava su questo punto sette direttive: non esercitare la loro autorità nelle ‹‹questioni odiose»; lasciare ad altri le misure disciplinari; affidare ai prefetti le relazioni con i genitori degli allievi; non intervenire nell’assegnazione dei voti di condotta; non leggerli in pubblico; invitare ogni sabato confessori esterni alle loro case e sistemarli in un luogo a cui i giovani potessero accedere senza essere visti dal direttore; conquistare i cuori di tutti i propri dipendenti con la pietà e la carità dolce e paziente.

A questo punto passava a parlare della responsabilità dei direttori nei confronti dei confratelli, senza dimenticare i ragazzi. Essi, diceva, devono essere ‹‹le guide degli altri confratelli sul sentiero della perfezione, le sentinelle vigilanti dei giovani che sono a loro affidati, i custodi dello spirito di don Bosco, gli interpreti autorizzati delle intenzioni dei superiori, anzi i rappresentanti della loro autorità». Il direttore dunque è il primo responsabile del progresso dei sudditi sul ‹‹cammino della perfezione». Abbandonati a se stessi, molti non saprebbero fare alcun progresso. ‹‹A voi è specialmente rivolto il comando del Salvatore: Euntes docete. Insegnate questa scienza delle scienze, la scienza dei santi, la sola veramente necessaria, ed il cui insegnamento non potete e non dovete affidarlo ad altri. Insegnate la pratica della perfezione nelle conferenze, nelle confessioni e nei rendiconti; insegnatela in ogni conversazione come faceva D. Bosco». Il direttore di una comunità deve poi prendersi una cura tutta particolare dei giovani professi. ‹‹Non fate le meraviglie se trovate in loro dei difetti, se vi tocca ripetere molte volte lo stesso avvertimento: voi sapete che non si divien perfetti tutto ad un tratto».

Evidentemente la confessione non era che uno strumento tra gli altri nelle mani del direttore. Don Rua, ad esempio, dava maggiore importanza al rendiconto di quanto non avesse fatto don Bosco. Tuttavia, in quegli ultimi giorni del XIX secolo, egli continuava ad insistere fermamente sulla fedeltà alla tradizione ereditata dal Fondatore, che faceva del direttore il confessore normale dei confratelli per assicurarne il progresso spirituale.

Il decreto del 24 aprile 1901

Don Rua cercò di prendere tempo. L’idea di dover infrangere una tradizione cara a don Bosco, che durava da oltre sessant’anni, gli faceva male. Di fronte all’eventualità dell’estensione della misura romana all’insieme della Congregazione incominciò a serpeggiare un certo scoraggiamento anche tra i confratelli, soprattutto i più anziani. Infatti Roma seguiva con preoccupazione la prassi salesiana. Il 26 novembre 1900, il cardinale Gotti, prefetto della Congregazione dei Vescovi e dei Regolari, si lamentò con il procuratore don Marenco del fatto che, fuori di Roma, i direttori salesiani fossero obbligati a confessare i sottoposti e che il rendiconto riguardasse la sfera intima.[445]

Nel 1901, poco dopo la chiusura delle feste di Maria Ausiliatrice, arrivò da Roma la notizia che era pronto un provvedimento del Sant’Uffizio che proibiva espressamente ai superiori salesiani di ascoltare le confessioni dei loro sudditi. Uscì di lì a poco. Portava la data del 24 aprile, ma fu comunicato al procuratore salesiano solo il 29 maggio.[446] La formulazione era severa. Si leggeva su un foglietto allegato: ‹‹Il comissario del Sant’Uffizio, consegnando la copia autentica del decreto del 24 aprile 1901, prega il Rev.mo Procuratore Generale dei Salesiani di fargli sapere al più presto, per iscritto, che questo decreto non solo è accettato dall’Istituto, ma che sarà rapidamente e pienamente attuato in tutte le case del detto Istituto».[447] Ricevuto il testo, don Rua si affrettò ad incaricare il procuratore di trasmettere al Sant’Uffizio la seguente dichiarazione: ‹‹Ho l’onore di far sapere a Vostra Eccellenza che ho comunicato al Rettor Maggiore il decreto del 24 aprile della Suprema Inquisizione Romana e che non solo è stato accettato dall’Istituto, ma che sarà pienamente attuato in tutte le sue case con la rapidità richiesta dal decreto stesso».

Ma don Rua era preoccupato, e indugiava, col rischio di snervare il Sant’Uffizio. Domandò subito se la comunicazione ufficiale del decreto poteva essere differita fino al prossimo Capitolo Generale di settembre. Il 22 giugno gli fu intimato di darne comunicazione sine mora, senza indugio. Spedì allora un nuovo ricorso. Il sine mora doveva essere inteso in senso stretto o poteva conciliarsi con l’ordine che figurava nel decreto stesso di comunicare intra annum (entro l’anno) alla Sacra Congregazione l’esecuzione delle ordinanze? Di conseguenza, sarebbe stato lecito rinviare la comunicazione del decreto a tutta la Congregazione dopo la chiusura del prossimo Capitolo Generale?

Nel frattempo don Rua tenneuna breve conferenza ai confratelli dell’Oratorio, raccolti nella chiesa di San Francesco di Sales. Molti si erano stupiti che da qualche tempo in confessionale si traocasse il segretario in vece sua. Si giustificò raccontando la storia dei due decreti, quello riguardante Roma e quello esteso a tutta la Congregazione. Si era domandato: Che cosa avrebbe fatto don Bosco in simile circostanza? Certo avrebbe obbedito immediatamente. Era ciò che egli intendeva fare astenendosi dal confessare. Chiedeva dunque di non essere messo in imbarazzo pretendendo di confessarsi da lui. Poi lesse il decreto del 24 aprile in latino e subito dopo in italiano. Senza altro aggiungere, recitò la preghiera di conclusione e sciolse l’assemblea.

Il 6 luglio estese la comunicazione a tutta la Congregazione attraverso gli ispettori. La sua circolare ordinava che ciascun direttore riunisse i confratelli professi e leggesse il decreto a voce alta e comprensibile; che, senza commenti, ne spiegasse il senso a coloro che non conoscevano il latino; e che il documento fosse religiosamente conservato in quanto emanato dall’autorità suprema della Chiesa. Concludeva:

Finora a norma delle deliberazioni dei Capitoli Generali tenevamo una via che ci pareva più adatta alle nostre circostanze: ora chi fu da Dio incaricato di ammaestrare i popoli, ed anche i loro maestri, ci fa conoscere che dobbiamo modificarla; e noi riconoscenti e rispettosi con piena e volenterosa obbedienza eseguiamo quanto ci viene prescritto, imitando così il nostro buon Padre Don Bosco che tanta venerazione ed obbedienza prestò sempre a qualsiasi cenno della Santa Sede. Non si cerchi come mai ci sia dato quest´ordine, per causa di chi o di quale avvenimento: riteniamo che è disposizione dell´amorevole Divina Provvidenza, che è Gesù stesso che si degna parlarci per mezzo del suo Vicario, e studiamoci di eseguirne gli ordini colla maggiore fedeltà.[448]

Tuttavia, nel frattempo don Rua commissionava uno studio teologico che gli avrebbe creato molte noie. Erano prevedibili due difficoltà nell’attuazione immediata della decisione romana. Come trovare sul campo, in ogni casa un confessore che avesse le qualità necessarie e fosse esente da incarichi incompatibili con il tenore del decreto? Come superare la ripugnanza di molti confratelli, soprattutto dei più anziani, a un cambiamento così brusco? Fece studiare il problema da don Luigi Piscetta, moralista salesiano molto stimato. Egli consultò l’ausiliare dell’arcivescovo di Torino, mons. Giovanni Battista Bertagna, il quale, come scrisse don Rua, ‹‹da oltre quarant´anni insegna con plauso universale la morale casistica ai sacerdoti che si preparano al ministero delle confessioni». Dopo matura riflessione, don Piscetta consegnò le sue conclusioni a don Rua, il quale si affrettò a farle stampare. Il 15 luglio 1901 le inviò agli ispettori, insieme ad una circolare che ne spiegava la genesi.[449]

Malgrado le precauzioni prese, le risposte di Piscetta caddero nelle mani del Sant’Uffizio che ritenne molto grave il fatto. Immediatamente il procuratore salesiano fu convocato dal commissario del Santo Ufficio, che gli fece un duro richiamo: pareva alla Sacra Congregazione che don Rua cercasse ogni mezzo per sottrarsi alla piena attuazione del decreto; gli si rimprovarava di aver voluto interpretare il documento, cosa strettamente riservata al Sant’Uffizio. Il commissario si espresse in termini severi e obbligò il procuratore a informare don Rua che si ordinava l’immediata revoca delle interpretazioni del teologo, dopodiché il Sant’Uffizio stesso avrebbe risposto alle questioni poste. Tutto ciò non si sarebbe verificato se don Rua avesse tenuto presente che l’interpretazione dei decreti del Sant’Uffizio è consentita solo a chi li emana. Nonostante avesse avuto la buona intenzione di fare le cose per bene, dava l’impressione di una certa ribellione, di cui dovette sopportare le conseguenze. Restò calmo e il 15 agosto scrisse agli ispettori revocando le risposte di don Piscetta:

Ho una lieta notizia a comunicarvi: vengo a sapere che la veneranda Congregazione della Suprema Romana e Universale Inquisizione ci darà la soluzione ufficiale di varii dubbi che sorgono nell’eseguire il Decreto Quod a suprema del 24 aprile del corrente anno. In attesa del desideratissimo documento revoco le soluzioni da me date a stampa, manoscritte ed voce a chi mi interrogava in passato intorno a tale argomento. Ringraziamo il Signore che si degna di darci una guida così sicura e continuiamo pregarlo ad aiutarci ad essere ognora fedeli nell’eseguirne gli insegnamenti.

Ma la sua gioiosa attesa fu di brevissima durata. Le questioni sottoposte a chi doveva dare un parere produssero, come effetto inatteso, la convocazione a Roma di don Rua stesso. Partì immediatamente e, arrivato a destinazione, subì personalmente i rimproveri che gli erano stati fatti attraverso l’intermediazione del procuratore. Inoltre si sentì intimare l’ordine di lasciare immediatamente la città. Il pessimo trattamento subito a Roma gli provocò un edema al petto e un aggravamento dell’infiammazione agli occhi, che lo tormentava già da qualche anno. Dio solo l’intensità della sofferenza morale da lui sopportata in quell’occasione, certamente più grave delle sofferenze fisiche.

Tra il 1° e il 5 settembre doveva tenersi a Valsalice il nono Capitolo Generale della Congregazione. Tre giorni prima dell’apertura arrivò da parte del Santo Ufficio la soluzione alle sue difficoltà da, datata 21 agosto.14 Si ripetevano, in forma ancora più imperativa, le disposizioni precedenti. Don Rua ordinò immediatamente la stampa in mille esemplari delle risposte di Roma. Le voleva distribuire ai capitolari. Veniva prescritta la lettura del documento ai membri del Capitolo Generale. Il procuratore don Marenco lo lesse all’inizio dell’assemblea. Poi, come dice il verbale, don Rua si espresse brevemente sulle domande e sulle risposte, confessando che ignorava che i problemi riguardanti i decreti del Sant’Uffizio dovessero essere risolti esclusivamente dal Sant’Uffizio stesso. Revocò dunque le soluzioni che aveva dato in precedenza e raccomandò: ‹‹Dobbiamo assolutamente eliminare qualsiasi maligna supposizione. [Il decreto] Ci viene dal papa, epperciò da Dio, quindi dobbiamo accettar con sottomissione assoluta e pronta e ringraziare anzi Iddio che ci ha dato tanta luce per mezzo dei supremi nostri Superiori, ascrivendo tale decreto ad atto di speciale benevolenza, volendo che noi ci facciamo conformi alle altre Società e Congregazioni religiose che hanno somiglianza colla nostra».[450]

Gli ordini dovevano essere messi in pratica. Nel volgere di un anno, a partire dalla data di pubblicazione del decreto ­ dunque entro il 24 aprile 1902 ­ bisognava presentare al Sant’Uffizio un esemplare delle Deliberazioni dei Capitoli Generali corrette su tutti i punti riguardanti le confessioni e i confessori. Il tempo non era sufficiente. Si chiese e si ottenne una dilazione. Ma, nella circolare del 9 marzo 1902,[451] don Rua ebbe cura di avvisare i confratelli che il ritardo nella ristampa dei documenti corretti non li dispensava in alcun modo dall’applicazione integrale del decreto.

I giovani si adattarono senza problemi. Invece molti salesiani professi fecero fatica a confessarsi da sacerdoti che spesso erano stati loro subordinati. Ecco un esempio tratto dal verbale di una riunione del Capitolo Generale del 1905. Il 16 febbraio il commissario del Sant’Uffizio convocò il procuratore Marenco per informarlo che in una casa salesiana, ‹‹gli individui erano moralmente obbligati a confessarsi da chi non godeva la comune confidenza; che nel dubbio, il S. Uffizio si rivolse, come di consueto per informazioni all’ordinario, da cui la cosa venne confermata, ed in seguito a ciò il S. Uffizio incaricò il vescovo a provvedere».[452] Don Rua, da parte sua, rispondeva laconicamente alle obiezioni che gli erano presentate. Evidentemente voleva evitare ogni discussione, poiché teneva all’obbedienza piena e totale alle decisioni romane.

La consacrazione della Società Salesiana al Sacro Cuore di Gesù

Don Rua aveva inaugurato quel doloroso primo anno del XX secolo con un atto che probabilmente giudicava il più importante del suo rettorato.[453]

Da molti anni pensava di soddisfare un desiderio espresso dall’eroico salesiano Andrea Beltrami (1870-1897), che, al termine di un suo libretto sull’apostola del Sacro Cuore Margherita Maria Alacoque, aveva scritto: ‹‹Vogliano il dolce nostro Redentore e la sua madre Maria SS., considerare sempre la Società Salesiana come sua figlia diletta e abbellirla dei fiori delle più elette benedizioni. E se la mia voce non è troppo ardita, faccio voti che la Società Salesiana venga solennemente consacrata a questo Cuore adorabile, da cui attingerà nuove grazie di vita eterna». Nel 1899, don Rua aveva auspicato che ciascun salesiano facesse la sua consacrazione personale al Sacro Cuore. Ma era a conoscenza del voto di don Beltrami e pensava di esaudirlo. Tanto più che, in quel tempo di grande devozione al Sacro Cuore, gli veniva chiesto da più parti, soprattutto dagli studentati, un gesto straordinario. Dopo aver riflettuto a lungo ed essersi consigliato con il cardinale protettore sull’opportunità e le modalità di una consacrazione dell’intera Società Salesiana al Sacro Cuore, ritenne venuto il momento di agire.[454] Nella circolare del 21 novembre 1900 scrisse ai Salesiani: ‹‹Ora intendo che ciascuno si consacri di nuovo, in modo tutto particolare, a codesto Cuore Sacratissimo; anzi desidero che ciascun direttore gli consacri interamente la casa cui presiede ed inviti i giovani a far essi pure questa santa offerta di sé stessi, che li istruisca sul grande atto che sono per compiere e dia loro ogni comodità affinché vi si possano preparare convenientemente».[455]

Proponeva di celebrare l’atto pubblico la notte del 31 dicembre 1900, all’inizio del nuovo secolo. E ne indicava la formula:

Gesù, siamo già vostri per diritto, avendoci Voi comperati col vostro preziosissimo Sangue, ma vogliamo anche essere vostri per elezione e consacrazione spontanea, assoluta: le nostre Case sono già vostre per diritto, essendo Voi padrone d’ogni cosa, ma noi vogliamo che esse siano vostre, e di Voi solo, anche per nostra spontanea volontà; a Voi le consacriamo: la nostra Pia Società già è vostra per diritto, poiché Voi l’avete ispirata, Voi l’avete fondata, Voi l’avete fatta uscire, per dir così, dal vostro Cuore medesimo. Ebbene, noi vogliamo confermare questo vostro diritto; vogliamo che essa, mercé l’offerta che ve ne facciamo, diventi come un tempio, in mezzo al quale possiamo dire con verità, che abita signore, padrone e re il Salvatore nostro Gesù Cristo! Sì, Gesù, vincete ogni difficoltà, regnate, imperate in mezzo a noi: Voi ne avete diritto, Voi lo meritate, noi lo vogliamo.[456]

Chiese anche che la solenne consacrazione fosse preparata da un triduo di preghiere e di predicazione, a partire dal giorno dei Santi Innocenti, 28 dicembre, anniversario della morte di san Francesco di Sales. Don Rua desiderava che l’atto coinvolgesse tutti: giovani, novizi, confratelli, superiori e il maggior numero possibile di Cooperatori. Ricordò che il papa aveva concesso per la notte del 31 dicembre di poter celebrare una messa solenne a mezzanotte, con l’esposizione del Santissimo. Era dunque necessario che l’assemblea si riunisse mezz’ora prima per l’adorazione eucaristica e, dopo un quarto d’ora tutti rinnovassero le promesse battesimali, quindi i confratelli ripetessero i loro voti religiosi. Poi si sarebbe fatta la consacrazione personale, quella della casa e quella di tutto il genere umano al Cuore di Gesù, secondo la formula preconizzata l’anno precedente. Contemporaneamente a Torino, don Rua e il Capitolo Superiore avrebbero consacrato l’intera Congregazione. In seguito si doveva celebrare la messa, dare la benedizione col Ss. Sacramento, cantare il Te Deum e recitare le altre preci previste dal papa e dai vescovi per l’occasione. Negli Oratori festivi la funzione poteva essere rimandata al mattino seguente.[457]

Come capo della Congregazione, don Rua desiderava una formula speciale, debitamente approvata. Il 6 dicembre scrisse a Leone XIII:

L’impulso dato dalla Santità Vostra alla divozione al sacratissimo Cuore di Gesù e l’ordine emanato lo scorso anno di consacrare tutte le diocesi e tutti i popoli a quel Divin Cuore fecero nascere in noi il desiderio di fare con tutta solennità una consacrazione speciale della Pia Società di S. Francesco di Sales, fondata dal nostro indimenticabile Padre don Bosco, e di tutte le opere e persone da essa in qualche modo dipendenti, nella notte che divide il secolo che muore dal novello secolo, notte in cui per la paterna bontà della Santità Vostra si potrà anche quest’anno celebrare la Santa Messa. Nella fiducia di far cosa gradita al cuor vostro ardente di divozione verso il Cuore Santissimo di quel Gesù di cui siete vicario, ci permettiamo di presentarvi la formula di tale consacrazione, affinché, accompagnata dalla vostra benedizione, gli torni più gradita e ci attiri in maggior abbondanza le grazie e i favori di cui abbisogniamo per lavorare con sempre maggiore alacrità a dilatare il Regno di nostro Signore Gesù Cristo e alla salute delle anime.[458]

La Santa Sede restituì la supplica a don Rua con l’approvazione: ‹‹Il Santo Padre ha benignamente lodata la pia proposta, e di tutto cuore l’ha benedetta». Così, il 31 dicembre 1900, mentre in tutte le case salesiane si procedeva alla consacrazione, don Rua, prostrato con gli altri membri del Capitolo Superiore dinanzi al Santissimo, esposto sull’altare di Maria Ausiliatrice, pronunciò con intensa partecipazione la formula speciale. Con essa consacrava al Divin Cuore persone, case, opere della Società Salesiana, l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, la Pia Unione dei Cooperatori e la gioventù affidata ai Salesiani e alle suore.[459]

L’atto di consacrazione è breve, faceva notare don Rua al termine della circolare, ma i suoi frutti dovevano essere duraturi. Per questo ritenne opportuno raccomandare ai Salesiani un certo numero di pratiche devote approvate dalla Chiesa e ‹‹dalla medesima arricchite di molte indulgenze». Suggerì dunque, nel suo devoto fervore, di solennizzare in tutte le case la festa annuale del Sacro Cuore; di celebrare una cerimonia particolare ogni primo venerdì del mese con la raccomandazione a ciascun confratello e a ciascun giovane di fare in quel giorno la ‹‹comunione riparatrice»; di ascrivere ciascun confratello alla ‹‹pratica dei Nove Uffici» (o nove Servizi al Sacro Cuore, che sono quelli dell’Adoratore, dell’Amante, della Vittima, del Discepolo, del Servitore, del Promotore, del Supplice, dello Zelante, del Riparatore). Invitò ogni comunità ad associarsi alla confraternita della Guardia d’onore. Suggerì di istituire nei noviziati e negli studentati l’Ora santa (nella notte tra il giovedì e il venerdì, in ricordo della preghiera di Gesù nel Getsemani). Non poteva certo immaginare che tutte quelle pratiche sarebbero cadute in disuso nel volgere di pochi decenni, al punto che persino il loro significato, illustrato nella lunga ‹‹Istruzione sulla devozione al Sacro Cuore di Gesù» che accompagnava la circolare,[460] sarebbe sfuggito del tutto alle future generazioni. Il tranquillo don Rua, come molti dei suoi contemporanei, era capace di entusiasmarsi quando si trattava di onorare il Cuore di Gesù.

La cerimonia del 31 dicembre 1900 apriva un secolo che avrebbe visto la Società Salesiana svilupparsi meravigliosamente, ma anche soffrire molto. E le sofferenze non tardarono a giungere. Il 1901 fu, per i Salesiani francesi, un tempo di ‹‹persecuzione».

 

25 ­ LE VICENDE FRANCESI

Il venticinquesimo anniversario dell’opera salesiana in Francia

La prima casa salesiana francese era stata fondata a Nizza alla fine del 1875. Col 1901 compiva venticinque anni di età. Il direttore, don Louis Cartier, ci tenva a celebrare il giubileo nei primi giorni di febbraio, con la presenza del Rettor Maggiore. Cartier pensava che, nella stessa occasione, don Rua avrebbe potuto celebrare le nozze d’argento dell’intera opera salesiana francese, allora molto fiorente. Il catalogo generale del 1900, ci informa che le ispettorie di Parigi e di Marsiglia contavano globalmente 18 case, 212 confratelli e 94 novizi.

Sfortunatamente le relazioni tra le due ispettorie non erano cordiali. In particolare, l’ispettore di Parigi, l’effervescente Giuseppe Bologna, mal sopportava l’ispettore di Marsiglia, il discreto e preciso Pietro Pierrot. Inoltre, il clima politico burrascoso, mentre era in elaborazione una legge sulle congregazioni religiose, sconsigliava ai Salesiani manifestazioni troppo vistose. In quel momento, ad esempio, l’origine italiana della Congregazione suscitava una certa animosità contro la casa di Dinan in Bretagna e, talvolta, anche a Parigi. Si poteva temere che la presenza di don Rua alla festa potesse essere intesa come una sorta di provocazione. Il 9 gennaio 1901, in una lettera a Cartier, don Bologna esprimeva forti riserve e annunciava che, da parte sua, non riteneva opportuno partecipare ai festeggiamenti. Allora vennero fatte pressioni sul Superiore Generale, il nostro don Rua.

La sua opinione, caratterizzata da un senso religioso raffinato e da una sana prudenza, tutt’altro che timorosa, è espressa in una significativa lettera a don Cartier del 19 gennaio:

Da varie parti della Francia mi si scrive relativamente alle feste giubilari di Nizza: chi mi dice che saranno un po’ troppo costose e che conoscendosi che si fanno tante spese si raffredderanno i benefattori verso di noi: chi dice che in questi momenti in cui si discute la legge sulle Congregazioni il far delle feste pare un controtempo; chi dice che sarebbe conveniente consultare il Nunzio di Parigi. Senza disprezzare queste osservazioni penso che le feste si potranno fare come tributo di riconoscenza a Dio ed anche verso i Benefattori, però converrà evitare quanto si può di far rumore specie sui giornali; sarà pur bene limitarci nelle spese; e se si ha da far venire qualcuno da lontano sarà opportuno che si cerchino tutte le possibili facilitazioni sulle ferrovie: limitando così le cose in guisa che si dia l’aspetto di semplici feste di devozione e di famiglia, spero che nessuno avrà a dir niente e che non occorra chiedere permesso e consiglio in proposito. [...]

Ho fatto sentire ai due Ispettori il desiderio di averli entrambi con me a Nizza: spero mi daranno questa consolazione. Questo dico in confidenza te, che dimostri così lodevole desiderio di unione tra il Nord ed il Sud.

Il Signore ci assista: e Maria Ausiliatrice, che già varie volte in questi ultimi trent’anni favorì così visibilmente la Francia, degnisi proteggerla anche in questa grave circostanza. Don Bosco che amava tanto codesta nazione spero intercederà pur esso.

Tuo affezionato in Gesù e Maria

Sacerdote Michele Rua

P. S. Per tua norma io penso di condurre meco il nuovo consigliere professionale Sig. Don Bertello.[461]

Così, tra il 3 e l’8 febbraio, le feste si svolsero in molto decoroso e non ci si dovette rammaricare per conseguenze spiacevoli. Vi parteciparono quasi tutti i direttori delle case. Anche don Bologna, tornato a più miti consigli, si unì ai confratelli il 4 febbraio.

Don Rua arrivò a Nizza la sera del 2 febbraio. I festeggiamenti inziarono domenica 3, sotto la sua presidenza, con una giornata familiare che riuniva ex-allievi e allievi del Patronato Saint Pierre. Il bravo superiore fu estremamente discreto e rimase quasi nell’ombra durante le celebrazioni. Il suo nome non apparve nel programma delle manifestazioni pubbliche svolte tra il 5 e l’8, se non per la riunione dei comitati e degli amici dell’opera, che si tenne all’interno del Patronato nel pomeriggio del 5 febbraio. Le manifestazioni previste in città lo ignorarono.[462]

Nelle mattinate di martedì 5 e di mercoledì 6, don Rua parlò ai direttori delle case di Francia. Nel tempo restante si dedicava all’istituto. Salesiani, allievi ed ex-allievi apprezzavano il suo contatto caloroso, in cui riscoprivano don Bosco, sempre caro al loro cuore. L’ex-allievo che scrisse la cronaca dell’avvenimento lo ripete con insistenza:

Il motivo più grande della nostra felicità, era vivere vicino a don Rua, gustare la sua presenza, gioire della sua conversazione. Nella Società Salesiana sono stati riversati su di lui la venerazione e l’amore che si provava per don Bosco: un consiglio, una parola uscita dalle sue labbra, talvolta uno sguardo sono per il confratello salesiano o per il membro dell’associazione degli ex-allievi, l’incoraggiamento più forte. [...] Quando don Rua attraversava i cortili, faceva fatica ad aprirsi un varco in mezzo ai giovani allievi attorno a lui; facevano a gara a chi gli prendeva la mano, a chi riusciva ad avvicinarsi di più. Il Padre era felice di queste manifestazioni, che tuttavia gli sottraevano tempo prezioso, e solo le esigenze del regolamento o le istanze dei visitatori riuscivano ad allontanarlo da questo. [...]

Durante la giornata c’era un andirivieni interminabile davanti alla porta del venerato Padre: maestri e allievi erano felici di aprirgli i loro cuori. Molte persone venute da fuori fecero ricorso alla sua esperienza e al suo zelo sacerdotale, contenti di ottenere da lui una benedizione. Dopo la preghiera, don Rua diceva ai ragazzi la buonanotte in uso nella Società Salesiana. Gli orfanelli ascoltavano le sue parole con un’attenzione che nulla poteva distrarre. Lo si capiva dal loro atteggiamento immobile, dal loro sguardo fisso su don Rua: si percepiva che consideravano il buon Padre non come un predicatore ordinario, ma come l’interprete di don Bosco.

Ufficialmente le feste si conclusero la sera dell’8 febbraio. Don Rua lasciò l’Oratorio Saint Pierre di Nizza l’indomani mattina. Come spiega il cronista, ‹‹i giovani si disposero formando due file lungo le arcate ed egli passò in mezzo. Ebbero un’ultima volta la gioia di baciargli la mano; poi se ne tornarono alle loro occupazioni abituali».[463] Era l’ultima volta che don Rua poteva salutare pubblicamente i suoi figli di Francia.

La legge francese sulle associazioni

Però partiva da Nizza con il cuore piuttosto angosciato sul futuro dell’intera opera francese, di cui aveva appena celebrato il venticinquesimo anniversario. Già da un anno era visibilmente preoccupato. Che ne sarebbe stato se veniva data attuazione ai progetti del governo della III Repubblica sulle congregazioni religiose? Torino voleva trovare una soluzione giuridica preventiva alle misure ostili che gli sembravano imminenti. Il 26 giugno 1900, all’inizio delle vacanze scolastiche, don Rua invitò don Cartier ad andare a Torino in compagnia di due consiglieri laici, l’avvocato Gaston Fabre e il signor Vincent Levrot. Si sarebbero accordati con gli ispettori di Francia.[464] Ma, probabilmente illusi dagli amici politici della destra, gli ispettori Bologna e Perrot, ai quali si era aggiunto Charles Bellamy, superiore dell’Algeria, furono di diverso parere. Don Rua si piegò, almeno provvisoriamente, alla loro opinione. Così, il 19 luglio, scriveva un’altra lettera a Louis Cartier facendo il punto della situazione:

Carissimo Don Cartier, ti ringrazio della sollecitudine spiegata per l´affare delle imminenti leggi. Debbo però notificati che don Bologna, don Perrot e don Bellamy interpellati non furono d’avviso che si debba venir qua od altrove per trattar tale affare. Essi sperano che tali leggi avranno a subire tante modificazioni da divenir quasi innocue o da aprir la via a nuove scappatoie. Perciò non sarà forse necessario disturbar per questo codesti cari amici [Fabre e Levrot], se non si manifesterà qualche urgente bisogno. Ringraziali però per parte nostra...[465]

Visibilmente preoccupato, il 1° agosto tornava sulla questione della riunione torinese che, dopo tutto, poteva svolgersi in forma ristretta.[466] A giudizio di don Rua, la migliore scappatoia ­ che già era riuscita a don Bosco ­ consisteva nel rifiutare di lasciarsi assimilare ai religiosi. A rigor di logica, i Salesiani non facevano parte di una Congregazione religiosa, ma di una ‹‹Società di beneficenza». Costituivano un’associazione di ecclesiastici e di laici con scopi umanitari. Durante le inchieste condotte a Nizza, sarebbe stato preferibile presentarsi come ‹‹Société de prêtres et de bourgeois libres», faceva notare a don Cartier il 3 gennaio 1901, in un francese corretto ma ingannevole, poiché bisognava indovinare sotto il termine bourgeois l’italiano borghesi, cioè cittadini o civili.[467]

Mentre passavano i mesi, la legge del governo francese sulle associazioni prendeva forma. Uno dei progetti, presentato il 14 novembre 1899, distingueva due tipi di associazioni. In linea di massima i contratti di associazione potevano essere conclusi liberamente, per mezzo di una dichiarazione alla prefettura; ma le associazioni, denominate eufemisticamente ‹‹piccolo-borghesi», ‹‹comportanti la rinuncia ai diritti commerciali» sarebbero state interdette, salvo autorizzazione del governo.[468]

La legge fu promulgata dal Presidente della Repubblica Emile Loubet il 1° luglio 1901. Molto liberale verso la società civile, la legge diventava restrittiva solo nel lungo paragrafo terzo, destinato unicamente alle congregazioni religiose. Queste associazioni ponevano seri problemi allo Stato francese, in quel momento decisamente anticlericale. Vi si leggeva: ‹‹Nessuna Congregazione religiosa può formarsi senza un’autorizzazione conferita dalla legge, che determinerà le condizioni del suo funzionamento. Non potrà fondare nessun istituto se non per espresso decreto del Consiglio di Stato. Il Consiglio dei ministri potrà promulgare decreti che ordinano lo scioglimento di una Congregazione o la chiusura di qualsiasi istituto» (art. 13). Gli estensori della legge previdero che le congregazioni avrebbero cercato dei paraventi. Vent’anni prima tal genere di sotterfugi aveva avuto successo, a dispetto dei politici di sinistra. Così la legge si premuniva contro ogni scappatoia: ‹‹A nessuno è consentito dirigere, sia direttamente che per interposta persona, un istituto di insegnamento, di qualsivoglia ordine, né insegnare se appartiene a una Congregazione non autorizzata»; i trasgressori sarebbero stati puniti, gli istituti interessati avrebbero potuto essere chiusi (art. 14). ‹‹Ogni Congregazione formatasi senza autorizzazione sarà dichiarata illecita. Coloro che ne avranno fatto parte saranno puniti [...]. La pena applicabile ai fondatori o amministratori sarà raddoppiata» (art. 16). Un articolo dichiarava nulli tutti gli atti tra vivi o i testamenti, a titolo oneroso o gratuito, compiuti sia direttamente che per via indiretta, aventi per oggetto di permettere alle associazioni legalmente o illegalmente formate di sottrarsi alle disposizioni della legge (art. 17). Infine, secondo l’articolo 18, le congregazioni esistenti, non autorizzate in precedenza ­ era il caso della maggior parte delle società religiose, sia maschili che femminili, e in particolare dei Salesiani e delle Salesiane ­ avrebbero dovuto richiedere, nell’arco di tre mesi, l’autorizzazione per sussistere; in mancanza di ciò, i loro beni sarebbero stati messi in vendita legale, vale a dire confiscati e liquidati.

La tattica salesiana di fronte alla nuova legge

Le autorità salesiane, e don Rua in capo, avrebbero dunque dovuto decidere la condotta da tenere entro il 1° ottobre. I mesi di luglio, agosto e settembre 1901 furono critici per il Rettor Maggiore e gli ispettori francesi. Le decisioni potevano esere prese solo a Torino, sotto il controllo di don Rua. Non far nulla significava condannarsi a morire a breve termine. Dopo la promulgazione della legge, don Rua scrisse a Louis Cartier:

[...] Per ciò che riguarda la nuova legge sulle Congregazioni, converrà che tu prenda esatte informazioni da altre Congregazioni e da persone legali che conoscano a fondo la questione e poi venga qua subito dopo l´Assunta conducendo teco qualche buon amico che crederai più adatto a darci lume sull´affare spinoso [...] Procura di venir ben preparato su tutti i punti e combina con don Perrot sul tempo per venire.[469]

 

Le decisioni si facevano urgenti, infatti l’eventuale domanda di autorizzazione avrebbe dovuto essere deposta al più tardi entro i primi di ottobre. Dopo due settimane, don Rua annunciava a Cartier che la riunione era anticipata al 29 luglio e appariva il nome del ‹‹caro amico»: ‹‹Vedi un po´ di trovarti anche tu con l’Avv. Favre [Fabre] e chi d’altri ti parrà opportuno».[470] L’avvocato Gaston Fabre sarà il principale consigliere giuridico di Louis Cartier e, di conseguenza, dei Salesiani, sulla vicenda delle congregazioni durante la prima fase del dibattito.

Nell’estate 1901, si tennero a Torino due serie di riunioni sul problema, sotto l’egida di don Rua.[471] La prima, dal 31 luglio al 2 agosto, sotto l’influsso di personalità amiche di don Bologna, concluse che sarebbe stato necessario richiedere, a nome di tutte le case salesiane del paese (Algeria compresa), l’autorizzazione ad esistere nelle dovute forme, per una Congregazione di don Bosco la cui sede principale sarebbe stata a Parigi. In questo caso don Rua mostrava molta fiducia nei suoi figli francesi, ai quali permetteva di creare un’altra Congregazione diversa dalla sua. Ma, agli inizi di settembre, al momento della seconda riunione, le cose cambiarono.

In quel momento tutti i direttori delle case di Francia si trovavano a Torino per il nono Capitolo Generale. Si consultarono. Emerse un fatto nuovo: il direttore della scuola salesiana di Montpellier, Paul Babled, aveva ricevuto una lettera del vescovo di quella città, mons. de Cabrières (1830-1921), che gli sconsigliava la domanda di autorizzazione. Secondo lui, essa avrebbe causato, se fosse stata accettata, seccature di ogni tipo. Suggeriva la ‹‹secolarizzazione» dei salesiani francesi, provvedimento che aveva prospettato la stessa Congregazione dei Vescovi e dei Regolari in una lettera circolare ai superiori delle congregazioni, datata 10 luglio 1901. L’opinione di mons. de Cabrières aveva un certo peso per i Salesiani, soprattutto quelli del Sud della Francia, che da lui erano sempre stati favoriti. Con l’appoggio di Louis Cartier, la sua proposta, vista da tutti come vantaggiosa, ebbe la meglio al momento del voto: all’inizio di settembre i ventidue direttori presenti si dichiararono favorevoli alla secolarizzazione. Don Rua concesse il suo assenso, a condizione di un’approvazione romana. Louis Cartier si recò immediatamente a Roma e se ne tornò con tutte le autorizzazioni possibili del cardinale Parocchi, protettore della Congregazione Salesiana, e del cardinale Gotti, prefetto della Congregazione dei Vescovi e Regolari.

In assemblea i Salesiani francesi prendevano sei decisioni in vista della loro secolarizzazione. 1) Secolarizzazione: tutti i preti e tutti i Salesiani con ordini maggiori (suddiaconi e diaconi) avrebbero presentato domanda di secolarizzazione a don Rua, il quale l’avrebbe concessa. I coadiutori sarebbero stati considerati come dei salariati e avrebbero firmato ogni mese una ricevuta di stipendio (fittizio). Le suore avrebbero indossato abiti civili, modesti, ma non uniformi, per ragioni facili da intuire. Nelle loro case non autonome, cioè attigue alle opere salesiane, sarebbero state ufficialmente stipendiate e nelle case autonome, sarebbero state considerate ufficialmente istitutrici di scuole libere. 2) Noviziati: i due noviziati di Francia (Saint-Pierre des Canons e Rueil) sarebbero stati raggruppati in uno solo e i novizi inviati fuori dal paese. 3) Beni: gli immobili sarebbero sempre stati dipendenti da società civili, mentre i beni mobili sarebbero stati intestati ai rispettivi direttori delle opere. 4) Corrispondenza: le lettere destinate ai superiori o scritte da loro sarebbero state infilate in una doppia busta e spedite a indirizzi concordati. In tal modo pareva facile nascondere l’identità dei corrispondenti che diventavano anziché ‹‹padri» o ‹‹confratelli», semplicemente ‹‹signori», ‹‹amici» o ‹‹zii». 5) Il Bulletin Salésien avrebbe reso conto della secolarizzazione,[472] rassicurando però i Cooperatori sulla continuità dell’opera salesiana in Francia. 6) Infine, il Catalogo generale della Congregazione non avrebbe più detto nulla delle opere francesi. L’ostilità dei governanti costringeva i Salesiani alla clandestinità.

Ma ecco una nuova e grave disavventura: con una lettera datata 6 settembre 1901, il vecchio cardinale-arcivescovo di Parigi, François Richard (1819-1908) ­ colui che avrebbe dovuto accogliere nel suo clero don Giuseppe Bologna, provinciale di Parigi e direttore dell’opera parigina ­ sconsigliava la secolarizzazione a beneficio dell’autorizzazione. L’unanimità raggiunta alla vigilia si ruppe. Louis Cartier non si ricredette; il gruppo dei direttori dell’ispettoria del Sud si strinse attorno a lui per sostenerlo. Anche don Rua continuò a propendere per la secolarizzazione. Nell’ispettoria del Nord, Angelo Bologna, direttore dell’importante casa di Lille e fratello dell’ispetore di Parigi, fece altrettanto, distribuendo ai confratelli i rescritti romani che li secolarizzavano ufficialmente. Ma l’ispetttore del Nord che seguiva una politica di conciliazione con le autorità e voleva rimanere in buoni rapporti con il suo vescovo, si arrese alla formula del cardinale Richard e trascinò progressivamente in questa linea tutta l’ispettoria.

Rientrato a casa per dare l’ultimo ritocco alla sua richiesta di autorizzazione, volle a ogni costo presentare un fronte salesiano unito e, con una manovra dell’ultimo minuto, tenuta nascosta, inglobare il Mezzogiorno nella sua richiesta. Don Bologna tentò persino di forzare la mano a don Rua. Il 1° ottobre, nell’ante-vigilia del giorno in cui la domanda di autorizzazione doveva essere depositata, telegrafava a ‹‹Michele Rua, Torino: Domanda se l’autorizzazione deve essere presentata per tutte le case o solo per il Nord». Gli archivi salesiani hanno conservato questo telegramma con la minuta della saggia risposta del Superiore Generale: ‹‹Presentate la richiesta solo per il Nord». Don Rua non si ricredeva e rendeva così un immenso servizio all’ispettoria del Mezzogiorno che si sarebbe salvata. Questa specie di sconfessione non disarmò don Bologna, che ­ senza alcun successo ­ fece pressione sull’ispettore di Marsiglia. Le tracce del suo intervento, in cui figura il nome di don Rua, appaiono in una lettera che l’ispettote Pietro Perrot scrisse a Louis Cartier il 4 ottobre:

[...] Se vi ho consultato per telegramma oggi, è perché ho appreso da una lettera di don Bologna, arrivata ieri stesso alle 3 che chiedeva, con il permesso di don Rua, l’autorizzazione per il Nord e mi impegnava a fare altrettanto. Voi avete risposto negativamente e credo che abbiate avuto ragione. Ho consultato i direttori solo per scrupolo, visto che il tempo molto limitato non mi permetteva di convocare le persone. Noi non cambieremo nulla delle decisioni prese.

P. Perrot.

L’ispettoria di Parigi seguirà la sua strada. Da Torino don Rua non poteva far altro che osservare gli sviluppi della vicenda. La nuova Congregazione Salesiana, con i suoi diversi centri debitamente registrati, dipendenti tutti dall’ispettoria di Parigi, sembrò in un primo tempo ottenere un trattamento di favore. Mentre il governo sottometteva alla Camera dei deputati ­ più anticlericale ­ la maggior parte delle domande di autorizzazione e le suddivideva in blocchi per gradi peggiorativi (monaci insegnanti, monaci predicanti, monaci commercianti...), la richiesta di don Bologna fu dirottata al Senato con quella di cinque altre associazioni religiose. Emile Combes, divenuto presidente del Consiglio dei ministri, se ne incaricò personalmente il 2 dicembre 1902. Ma associò la richiesta salesiana con considerazioni calunniose sullo sfruttamento del lavoro minorile da parte di religiosi membri di una Congregazione straniera e sull’ideologia che essi instillavano ai loro allievi. Era convinto che i Salesiani fossero nocivi al commercio e all’industria privata, bisognava dunque rifiutare la loro richiesta di autorizzazione. I Salesiani (Louis Cartier e Giuseppe Bologna) protestarono con due brevi pubblicazioni per tentare di far cambiare tale opinione. Non ci riuscirono.

Poi l’affare dei Salesiani passò al senato. Malgrado le memorie favorevoli che avevano ottenuto dai loro ex-allievi e amici di Lille, Dinan, Oran e Parigi; malgrado un dibattito molto corretto che si prolungò per due sedute, il 3 e il 4 luglio 1903, e avrebbe dovuto far cambiare gli spiriti se fossero stati meno settari, il voto finale risultò contrario ai Salesiani. Il 4 luglio, novantotto senatori si dichiararono favorevoli all’applicazione della legge, dunque all’autorizzazione, ma centocinquantotto votarono contro. ‹‹Il senato non ha approvato», concluse il Journal Officiel. I Salesiani del Nord della Francia erano sconfitti. Durante l’estate sgomberarono tutte le case (Parigi, Lille, Dinan, Mordreuc, Rueil, Ruitz, Coigneux, Saint-Denis). Li troveremo all’estero, in qualche caso con un gruppo di orfani: in Svizzera, in Belgio, a Guernesey, in Italia, e anche nei territori di missione. Altri si rifugiarono nelle case del Mezzogiorno.

Queste case del Sud, i cui membri erano ufficialmente ‹‹secolarizzati» e, dal punto di vista legale, in non dipendevano più dall’amministrazione torinese, seguirono ciascuna la sua strada. Le piccole opere (Nizas, Montmorot) scomparvero abbastanza presto. Una di esse (Romans) riuscì tuttavia a farsi riconoscere dal potere civile sotto la copertura di un’amministrazione dichiaratamente ‹‹laica». Quanto alle case importanti ­ Nizza, Marsiglia, la Navarre e Montpellier ­ malgrado la costituzione di amministrazioni laiche, non riuscirono a sopravvivere che a prezzo di perquisizioni e citazioni in tribunale per ricostituzione illecita di congregazione religiosa, con pagamento di ammende, vendita di beni e altre vessazioni. Ma non si persero d’animo. Durante gli ultimi anni del rettorato di don Rua si trovavano sul territorio francese ancora alcune opere salesiane con veri religiosi e religiose, tutti ufficialmente secolarizzati.

Il nostro Rettor Maggiore non avrebbe potuto fare di più per le case. I problemi più seri gli vennero dagli ispettori Pietro Perrot e Giuseppe Bologna. Furono talmente complicati che conviene presentarli in un apposito capitolo. Così avremo anche modo di approfondire il metodo di governo di don Rua, personaggio chiave nelle loro vicende.

 

26 ­ LA CRISI DEGLI ISPETTORI FRANCESI

Il potere sfugge all’ispettore Pietro Perrot

Lo sconvolgimento della Congregazione Salesiana in Francia metteva i due ispettori Perrot e Bologna in una situazione inedita che avrebbe creato grande imbarazzo al Rettor Maggiore. Gli sviluppi, che paiono eccessivi, seguiti alla loro destituzione ci permettono di conoscere meglio il metodo di governo di don Rua, sempre pieno di dolcezza, saggezza e comprensione. Cominciamo dal Mezzogiorno, dove l’affare dell’ispettore Pierrot divenne a poco a poco esplosivo.[473]

Lo sfortunato ispettore di Parigi Giuseppe Bologna aveva ottenuto la nazionalità francese. Dopo al votazione fatale del luglio 1903, poteva dunque vivere in un appartamento di Parigi in qualità di ex-salesiano, per tentare di aiutare i religiosi francesi dispersi ormai ovunque, in Francia, a Guernesey, in Svizzera, in Belgio o in Italia. Non così per l’ispettore di Marsiglia Pietro Perrot, che con tutti i Salesiani italiani della provincia del Sud aveva dovuto rientrare in Italia, suo paese d’origine. Nel 1904, definitivamente esiliato dalla Francia, risiedeva a Bordighera, sulla costa ligure tra San Remo e Ventimiglia, dove, in un luogo chiamato Il Torrione, i Salesiani tenevano una scuola e avevano la cura di una parrocchia. Da là l’ispettore del Sud cercava di seguire i suoi. Ma don Rua comprese che il compito era diventato insostenibile e pensò alla sua sostituzione in territorio francese.

Nel 1904, la chiusura ufficiale della casa di Montpellier rese disponibile don Paul Virion, che ne aveva assunto la direzione dopo la morte di Paul Babled. Paul Virion (1859-1931) era un francese di origine alsaziana, prudente e buon amministratore. Leggiamo nel verbale della riunione del Capitolo Superiore, presieduto da don Rua, tenuta il 12 gennaio di quell’anno: ‹‹Il Capitolo decide di incaricare don Virion della visita ai confratelli del Sud della Francia, perché don Perrot per ora non può andare in Francia. Lo si avvisi di questa disposizione».[474] Il potere cominciava a sfuggire dalle mani di don Perrot. Cercò di riacciuffarlo riunendo attorno a sé i Salesiani obbligati all’esilio in Italia. Perché non imitare l’ispettore di Parigi che stabiliva il suo centro ispettoriale nella casa salesiana belga di Tornai, vicino alla frontiera francese? Il 25 giugno 1904, il verbale del Capitolo Superiore registrava la mossa: ‹‹Don Perrot propone che per l’ispettoria francese del Sud si destini una parte della casa di Bordighera, al fine di raccogliervi i confratelli che venissero dalla Francia; e che l´educatorio [la scuola] si trasportasse a Varazze», un collegio salesiano vicino a Savona. ‹‹Il Capitolo non approva». Si comprende il rifiuto di spostare una scuola, per accogliervi confratelli verosimilmente destinati a un’altra scuola con allievi francesi.

Tra il 23 agosto e il 13 settembre dell’anno 1904, doveva tenersi a Torino-Valsalice un importante Capitolo Generale (di cui riparleremo). Per la prima volta ogni ispettoria aveva eletto un delegato dell’ispettore, membro di diritto del Capitolo. In Francia, Angelo Bologna avrebbe tenuto compagnia a suo fratello, l’ispettore del Nord. Il Mezzogiorno aveva optato per Paul Virion. La scelta conveniva del tutto a don Rua, che gli scrisse a Strasburgo la lettera affettuosa che qui riportiamo:

Torino, 4-VIII-1904.

Carissimo don Virion,

ho appreso che siete stato eletto per accompagnare l’ispettore. Per l’occasione, mi sembra opportuno che passiate qualche giorno a Dilbeck vicino a Bruxelles per controllare i lavori di questo studentato [Virion era stato architetto di professione] e partiate poi con l’ispettore per venire [a Torino]. Qui si parlerà di Montpellier, di Marsiglia e si deciderà sull’avvenire.

Tutti i miei rispetti a vostra madre e ai nostri amici, sui quali imploro da Dio, come su di voi, ogni sorta di bene.

Il vostro amico affezionato,

Sac. Michele Rua.[475]

Don Rua preparava così don Virion a nuove responsabilità.

Don Perrot è esonerato dall’incarico

Don Perrot partecipò regolarmente al Capitolo Generale di Valsalice. Il 3 settembre fu convocato con don Bologna a una riunione del Capitolo Superiore. Si discusse se fosse il caso di chiudere le case della Francia del Sud. Il verbale è laconico. ‹‹Il vescovo di Montpellier acconsente che si ritirino dalla sua diocesi i sacerdoti Salesiani. Si prendono varie deliberazioni temporanee per collocare personale nelle varie case ancora esistenti».

Poteva l’ispettore Perrot mantenere ancora un incarico che faticava a svolgere? La maggior parte del Capitolo Superiore pensava che la cosa non fosse possibile. Questa posizione era caldeggiata da don Paolo Albera, direttore spirituale e predecessore di Perrot a Marsiglia. Dieci giorni dopo la chiusura del Capitolo Generale, il Consiglio Superiore si trovò di fronte alla proposta di ‹‹esonerare don Perrot Pietro dalla carica di Ispettore della Francia del Sud, poiché sono spirati i sei anni fissati dalle Regole». Il verbale continuava con un’osservazione che bisognerà tenere presente nel seguito della vicenda: ‹‹D. Rua vorrebbe che fosse riconfermato. Si passa ai voti segreti. Con quattro voti contro uno D. Perrot è esonerato dall’ufficio di Ispettore. Al suo luogo si decide di porre un semplice incaricato che tenga il suo luogo». Solo don Rua si era opposto alla proposta.

L’incaricato fu Paul Virion che, all’indomani del voto, riceveva un biglietto di presentazione a nome di don Rua e una nota con il timbro della Congregazione Salesiana. Il primo, destinato soprattutto alle Figlie di Maria Ausiliatrice, comunicava loro: ‹‹Dato che don Perrot ha concluso il suo mandato di ispettore, è stato incaricato don Virion a sostituirlo negli affari della nostra Pia Società e nella cura del personale di entrambi i sessi che risiede nell’antica Ispettoria del Sud della Francia». La nota invece, datata 27 settembre 1904, dichiarava che il Rev. Paul Virion era incaricato degli affari della Pia Società di S. Francesco di Sales e, come tale, raccomandato da don Rua alla benevolenza di Cooperatori e benefattori delle opere salesiane.[476] Bisognava soprattutto informare i Salesiani. Il 28 settembre don Rua, in una circolare esplicitamente destinata ‹‹ai Confratelli Salesiani residenti nella Francia del Sud», annunciava loro che la votazione per la ‹‹rielezione» di don Perrot ad ispettore gli era stata ‹‹sfavorevole» e che di conseguenza il suo mandato era terminato.[477]

La notizia non fece piacere all’esonerato perché, a suo parere, non veniva proposto nulla di soddisfacente in cambio. Si stancò di aspettare a Bordighera e decise di far sentire la sua voce a Torino. A partire dalla designazione dell’ incaricato don Rua fu bombardato dalle sue proteste. Si conservano dodici sue lettere al Rettor Maggiore per il solo periodo che va dal 20 ottobre al 30 dicembre. Ripetevano che egli avrebbe accettato soltanto un incarico di dignità equivalente a quella di cui l’avevano privato. La direzione di un’importante casa italiana non gli bastava, non se la sentiva di essere messo a capo di una spedizione missionaria in Estremo Oriente, ecc. Dopo la prima lettera, don Rua, che condivideva la sofferenza di don Perrot, fu pregato di non rispondergli più: se ne sarebbe fatto carico il segretario del Capitolo. E il 6 dicembre un verbale del Capitolo Superiore fece il bilancio degli scambi tra Bordighera e Torino:

[...] Don Perrot ha più volte scritto che desidera gli si dia una carica equivalente al grado che aveva prima come per es.visitatore delle case delle suore della Spagna. Cosa che non gli si potè concedere. D. Rua propone la direzione della casa di Sampierdarena che non fu trovata corrispondente ai suoi desideri; l’assistenza a Napoli degli emigranti italiani, troppo faticosa per la sua salute; la direzione della missione di Cina, rispose che non è più giovane e termina minacciando di ricorrere a Roma. D. Rinaldi dice che hgli si proponga d’andare segretario di mons. Cagliero. D. Rua conchiude che glielo proporrà e poi faccia ciò che crede. Ciò però ­ aggiunge il redattore ­ fa vedere che non meritava realmente l’incarico che aveva.

Don Perrot si intestardì. Nel gennaio del 1905 partirono ancora quattro lettere da Bordighera per Torino: due indirizzate a don Rua e due al consigliere Celestino Durando. I suoi reclami innervosivano i capitolari. Nel verbale del 1° febbraio 1905 leggiamo: ‹‹Si incarica don Durando di scrivere a don Perrot che il Capitolo non ha più nulla da aggiungere a ciò che ha precedentemente scritto, che faccia ciò che ritiene preferibile». L’ex-ispettore tuttavia non tacque. Il 3, il 5 e il 24 febbraio, poi il 5 marzo, proseguì la sua campagna di riabilitazione con lettere a don Durando. Lo indignava il trattamento del tutto diverso accordato all’ispettore della Francia del Nord, don Bologna, che, malgrado il parere favorevole della maggioranza dei confratelli, aveva rifiutato la secolarizzazione e richiesto l’autorizzazione governativa per la sua ispettoria, perdendo in tal modo tutte le case. Anche lui era stato nominato nel 1898 e la scadenza del 1904 non gli era stata fatale, il suo fallimento non gli aveva fatto perdere né titolo né potere.

L’impetuosa difesa di don Perrot e il suo ricorso a Roma

Siamo nel 1905. Ora l’ispettore ‹‹esonerato» reclamava sul suo caso una perizia giudiziale elaborata da due teologi che, a suo modo di vedere, sarebbero stati di fatto i suoi avvocati. Erano Giuseppe Bertello e il teologo moralista Luigi Piscetta. Ottenne da essi un memoriale destinato a creare gravi imbarzzi per don Rua.

Perrot credeva di poter sostenere, di essere stato eletto ufficialmente ispettore solo il 19 marzo, data della conferma canonica del suo mandato per sei anni, dunque era vittima di un provvedimento ingiusto e poteva reclamare il suo reintegro o un posto equivalente. Il giudizio dei teologi, a suo avviso, gli era favorevole su alcuni punti fondamentali che così spiegava: ‹‹Non validità della prima nomina [quella del 1898], di conseguenza è valida solo quella del 1902. Necessità di un motivo grave per togliergli l’incarico. Obbligo per il Rettor Maggiore di difendere l’onore del confratello. Consiglio, ad suavius regimen [per un accordo in via amichevole], di fargli conoscere i motivi della sua deposizione».[478] La faccenda diventava spinosa. Don Rua evitò di decidere da solo la condotta da tenere. Il 5 marzo, un verbale del Capitolo definì con cura la posizione dei superiori:

In seguito alle lettere di D. Perrot del 24 febbraio e del 3 marzo il Capitolo incarica il pro-segretario di rispondere: a) ch’egli spontaneamente colla sua lettera del 5 febbraio propose una consulta teologica, ne formulò i quesiti ed espose il nome dei due teologi che desiderava si consultassero conchiudendo che: ‹‹Benché questo modo di procedere non mi offra che una guarentigia relativa, tuttavia me ne contento». I Superiori hanno eseguito a puntino i suoi desideri; b) che nella lettera di replica alla risposta data dai due teologi consultati aggiunge: ‹‹Ora l’ultima parola al Rev.mo Sig. D. Rua»; c) che il Sig. D. Rua non l’ha voluta dare da solo, ma col suo Capitolo, il quale lo invita a non pensare più all’Ispettorato o ad altro posto di uguale dignità e di rimettersi incondizionatamente all’ubbidienza dei suoi legittimi Superiori.[479]

Don Perrot rispose che non aveva mai disobbedito perché non gli era stato ordinato nulla. Con questa reazione si diede la zappa sui piedi. Il 10 aprile, il consigliere scolastico Francesco Cerruti fu incaricato di proporre (o piuttosto di imporre) a don Perrot la direzione della casa di Oulx, presso la frontiera francese.[480] L’obbedienza partì l’indomani 11 aprile. L’ispettore esonerato, che sognava un ritorno nella gerarchia della Congregazione, la considerò una finzione. L’Oratorio del Sacro Cuore di Gesù, fondato nel 1895 a Oulx, era una casa succursale di tre o quattro confratelli sperduta sulle Alpi. Dunque non si mosse e spedì una dopo l’altra due lettere di protesta a don Rua. Cosicché il 18 aprile, esasperato dalla sua resistenza, il Capitolo gli ordinò, tramite il pro-segretario Gusmano, di sottomettersi entro quindici giorni, vale a dire per l’inizio del mese di maggio.[481] Il poveretto si rassegnò, con la morte nell’anima. Il 4 maggio scriveva da Oulx per comunicare la sua sottomissione. Ma non si era per nulla rassegnato e metteva in atto la minaccia di ricorso alla Santa Sede con l’invio alla Congregazione dei Vescovi e dei Regolari di una lettera, nella quale chiedeva di essere reintegrato in una funzione analoga a quella di cui era stato ingiustamente privato. La Congregazione romana ne prese atto. Per sfortuna dell’interessato, essa aveva idee molto semplici sull’obbedienza che i religiosi devono ai superiori in virtù dei voti. La casistica di Perrot non piacque. Il suo ricorso fu rispedito con una sola parola sufficientemente esplicita: remittatur (da respingere).

Tuttavia don Rua, che avrebbe preferito nella sua bontà prolungare il mandato dell’ispettore del Sud della Francia, prendeva sensibilmente le sue parti. La Congregazione romana aveva appena rinviato al mittente la sua querela quando, da Torino, giungeva un altro ricorso, accompagnato da una lettera del Rettor Maggiore e dalla consulenza Bertello-Piscetta. Questa contromossa dell’autorità alla quale si era appena dato ragione, che chiedeva si tornasse sopra un giudizio espresso in suo favore, irritò la Congregazione romana. Il dossier passò nelle mani del consultore Gennaro Bucceroni, che, essendo probabilmente l’autore del rinvio della prima querela, sintetizzò la sua soluzione al rappresentante dei superiori salesiani a Roma. Don Tommaso Laureri (1859-1918), presso il Vaticano, ricopriva il ruolo di sostituto del procuratore generale in carica Giovanni Marenco. Il consultore lo convocò e gli espresse il suo parere con una certa brutalità (stando al rapporto che noi conosciamo). Don Perrot era un pessimo religioso e aveva torto marcio; la Congregazione romana avrebbe risposto così a Torino. Il consultore faceva poi un predicozzo alla direzione salesiana, dunque a don Rua in persona. La sua debolezza eccessiva e la costituzione di un tribunale per giudicare la causa avevano sfavorevolmente impressionato la Congregazione romana. Don Laureri era invitato a dire al superiore: 1) di non deve più scrivere a don Perrot, perché così si compromette; 2) di non si dia più alcun incarico a questo confratello, per tutta la sua vita; 3) di non commettere più l’errore di far giudicare le lamentele dei confratelli da consultori Salesiani, ma il superiore prenda la sua decisione e lasci a chi lo desiderava la possibilità di ricorrere alla Congregazione dei Vescovi e dei Regolari.[482] Don Rua ricevette la lavata di capo in silenzio.

Non aveva certamente voglia di ripetere, in favore di don Pierrot, l’errore commesso nel 1901 nell’affare dei direttori-confessori. Del resto, prima ancora dell’ingiunzione romana di non affidargli alcun incarico di direzione, l’aveva già fatto nominare a Bordighera ‹‹confessore dei confratelli e aiuto nel lavoro parrocchiale», intimandogli di recarvisi entro quindici giorni. Come al solito, l’interessato tenne duro. Poiché l’obbedienza era stata firmata dal consigliere scolastico Francesco Cerruti, don Perrot ribatté che solo il Rettor Maggiore poteva comandare in tutta la Congregazione. Di colpo il Capitolo decise di non rispondergli che dopo il suo arrivo a destinazione. Alla fine di tre altre settimane, il nuovo confessore di Bordighera non si era ancora rassegnato. Aveva torto pieno, e la sua cocciutaggine faceva di lui un ribelle passibile di pene canoniche. Pesava su di lui il parere di padre Bucceroni. Nel corso delle sedute del 23-25 ottobre 1905, il prosegretario del Capitolo Superiore fu incaricato di informare sull’intera vicenda la Congregazione dei Vescovi e dei Regolari e di scrivere a don Perrot che doveva raggiungere il suo posto prima di Ognissanti. In mancanza di ciò, a partire dal 9 novembre, l’ex-ispettore della Francia del Sud non avrebbe più potuto celebrare la messa. Don Perrot teneva al suo ‹‹onore», che riteneva oltraggiato, ma era comunque un buon prete. Rispose al Capitolo che si sarebbe sottomesso, ma avrebbe spedito un terzo ricorso a Roma. Il 31 ottobre tornava a Bordighera.

Il seguito delle sue avventure non riguarda più la nostra storia. Scrisse e stampò un lungo memoriale giustificativo in cui asseriva di aver riconosciuto in don Albera e don Bologna i responsabili della sua destituzione irregolare nel 1904.[483] Gli anni passarono. Nel 1910, perse ogni speranza di essere reintegrato con l’elezione di Paolo Albera come Rettor Maggiore. Nel 1914, approfittando della guerra, ritornò in Francia, nella casa de La Navarre che aveva fondato nel 1878. Confessore stimato, morì serenamente il 24 febbraio 1928.

Don Bologna ricostituisce l’ispettoria della Francia del Nord

Ci occupiamo ora del collega di don Perrot, l’ispettore francese del Nord don Giuseppe Bologna, che visse una crisi analoga tra 1905 e 1906. Uomo attivo, sempre in fermento e fecondo di progetti, non si rassegnò mai alla scomparsa della sua ispettoria avvenuta nel luglio del 1903.

Disponeva di un appartamento a Parigi, in rue Montparnasse, e con l’assenso di Torino poté stabilire la sede ispettoriale nella casa belga di Tournai, presso la frontiera francese.[484] Pensava che le offerte dei benefattori francesi sarebbero tornate. La redazione (torinese) del Bulletin Salésien francese doveva farlo sapere ai lettori. Da qui derivò un litigio con il redattore responsabile che non si piegava alle sue ingiunzioni. Considerava come suoi non solo i novizi e i confratelli sparsi in Francia, ma anche quelli rifugiati in Italia, Belgio, Portogallo o Inghilterra. Il consigliere scolastico generale don Cerruti, che aveva l’incarico dell’insieme del personale, tollerò le sue decisioni nel corso degli anni scolastici 1903-1904 e 1904-1905, ma si irrigidì all’inizio dell’anno scolatico 1905-1906. Questo disordine istituzionalizzato gli dava molto fastidio. Lo fece sapere al Capitolo durante le riunioni scaglionate tra il 2 e l’11 ottobre 1905. Il verbale riassunse così il dibattito: ‹‹Don Cerruti domanda se D. Bologna Giuseppe dipende o no dai suoi superiori; osserva che fa tutto per distaccare i confratelli che ha sotto la sua dipendenza dai Superiori. Il Sig. D. Rua vorrebbe che andasse uno del Capitolo ad osservare tutto bene e riferire prima di prendere una decisione definitiva sul conto di D. Bologna».[485] L’ispettore della Francia del Nord, senza saperlo, rischiava di seguire la stessa sorte del suo collega del Sud.

Interrogato sulle sue recenti iniziative, si difese. Aveva impiantato senza permesso una stamperia a Parigi. Certo! Ma era per utilizzare le macchine della casa salesiana di Lille, ormai chiusa. Registrarono la sua spiegazione.[486] I mesi passavano e lui proseguiva, come credeva bene, nella ricostruzione della sua ispettoria a partire dalla casa di Tournai. Aveva bisogno di uomini. A suo avviso, ottanta confratelli dipendevano ancora da lui. Scrissse lettere ai francesi rifugiati in Italia, in Portogallo, forse anche altrove, per richiamarli al servizio nella loro ispettoria d’origine. Gli sembrava indispensabile avere un noviziato sotto il suo controllo, poiché, con grande rammarico, nel 1903-1904 non era stato consultato per le professioni e le destinazioni dei suoi novizi trasferiti in Italia. Dopo la soppressione di un noviziato riservato ai francesi in Avigliana e l’unione di ascritti francesi e tedeschi a Lombriasco, nel 1905 i postulanti francesi del Nord vennero dirottati verso il noviziato dell’ispettoria belga, stabilito a Hechtel. Là si trovavano bene, ma sfuggivano alla giurisdizione dell’ispettore di Parigi. Egli pensava che fosse necessario porre rimedio a questa mancanza.

Il 12 aprile 1906, mise don Rua al corrente del suo ultimo mirabolante progetto. Aveva appena riunito il suo Consiglio ispettoriale in occasione di una visita alla casa di Tournai. Solo don Pourveer, direttore di Guernesey, era assente. La discussione verteva sui principali interessi dell’ispettoria. Approfittando delle buone disposizioni di una ricca signora, i consiglieri presenti progettavano di affittare per 600 franchi l’anno una bella proprietà che comprendeva un’abitazione spaziosa e un grande giardino, situata a Froyennes a 25 minuti di cammino da Tournai, presso la frontiera francese. ‹‹Siamo d’avviso di richiamarvi e di mettervi i nostri novizi l’anno prossimo, cioè in settembre». E illustrava i vantaggi della situazione: un orto che avrebbe fornito verdura al noviziato e a Tournai, la possibilità di ospirarvi i ‹‹figli di Maria» (le vocazioni adulte), un parco tranquillo e ombreggiato, un tram sotto casa che in dieci minuti portava alla stazione locale e in venticinque minuti all’Oratorio Saint Charles di Tournai. La signora avrebbe favorito certamente i Salesiani, e si poteva sperare di più. Si sarebbe potuto costruire un grande edificio nella proprietà. Le attrezzature salvate da Lille avrebbero costituito l’arredamento. Non si doveva temere nessun nuovo carico economico. Le pensioni versate attualmente per i novizi d’Hechtel avrebbero aiutato a coprire le spese di Froyennes. Avere novizi ‹‹sotto mano» sembrava una necessità incontestabile all’ispettore don Bologna. La creazione di questo centro non avrebbe imposto nessuna procedura canonica particolare. Il noviziato di Rueil [soppresso nel 1903] sarebbe stato ufficialmente trasferito a Froyennes, ecco tutto! Il Consiglio prevedeva dieci novizi nel 1906-1907. Don Henri Crespel sarebbe stato un eccellente maestro, ecc. ecc. Don Bologna presentava e magnificava il suo progetto in un manoscritto di in sette paginette.[487]

Il Capitolo Superiore lesse la lettera nell’atmosfera diffidente che le sue iniziative, giudicate fantasiose, avevano suscitato. La sua volontà di creare in Belgio un noviziato per la sua sola ispettoria stava per essergli fatale. Don Rua si consultò in privato con il prefetto generale don Rinaldi e col direttore spirituale don Albera. Poi, il 22 maggio, il Capitolo Superiore valutò la risposta da dare. I meravigliosi vantaggi della situazione, così come li dipingeva don Bologna, non li entusiasmavano: ‹‹Alla proposta di D. Bologna di aprire un noviziato vicino a Tournai, il pro-segretario risponda che il Capitolo Superiore non ritiene conveniente; che continui a mandare i suoi novizi a Hechtel dove potranno meglio formarsi e gli attuali ascritti si trovano contenti». Il testo continuava con una frase minacciosa per il troppo intraprendente ispettore: ‹‹Don Rua invita il Capitolo a pregare e a vedere se non sia il caso di richiamare D. Bologna in Italia».[488]

La dolorosa destituzione di don Bologna

L’interessato era ben lontano dall’immaginare la tempesta che la sua ultima proposta aveva scatenato. Cinque giorni dopo la riunione torinese, dal suo appartamento parigino, dopo aver evocato i problemi giuridici e finanziari di Lille e di Dinan e aver annunciato che a Parigi si stava proponendo un Oratorio alla sola condizione di avere un prete adatto, annotava nel quinto punto di una lettera inviata a don Rua, che la concorrenza delle Oblate dell’Assunzione aveva reso necessaria la firma del contratto di locazione di Froyennes.[489]

La lettera del pro-segretario giunta nel frattempo non lo convinse a fare marcia indietro. Gli pareva che il Capitolo Superiore non fosse abbastanza informato sulla situazione dell’Ispettoria francese del Nord. Per spiegarla, il 1° giugno 1906 spedì un memoriale di tre lunghe pagine, distribuito in ventun punti e intitolato ‹‹Sull’ispettorato S. Denis. Francia del Nord. Noviziato». Era frutto delle sue riflessioni sull’assoluta necessità di disporre di un noviziato per la porpria ispettoria. Scriveva che, innanzitutto, l’ispettoria continuava a sussistere ‹‹di fronte alla Chiesa e alla Congregazione». In secondo luogo, aveva un noviziato canonicamente eretto per decreto del 20 gennaio 1902 e stabilito a Rueil, nella diocesi di Versailles. Trasferito in Italia, ad Avignana, questo noviziato era stato soppresso senza spiegazioni. Bisognava trovargli una sostituzione. Sicuro di sé terminava il memoriale con una frase temeraria: ‹‹21° - Le ragioni addotte nella lettera del Segretario del Capitolo tendenti al rifiuto dell’autorizzazione domandata sono insussistenti e provano solo che il Capitolo non è sufficientemente documentato per giudicare della convenienza o non convenienza in conoscenza di causa».[490] Con questa reazione poco diplomatica, don Bologna faceva una mossa falsa.

Il Capitolo Superiore non accantonò le sue obiezioni senza riflettervi. Il 12 giugno rinviò a una seduta ulteriore le delibere per l’amministrazione salesiana in Francia.[491] Ma i giochi erano fatti. La mannaia cadde il 19 giugno durante una seduta dedicata interamente al caso di don Bologna. Ecco il verbale di questa seduta decisiva.

Il Sig. D. Rua e D. Albera danno notizie come D. Bologna scriva ai confratelli francesi del Portogallo, dell’Italia e di altri luoghi invitandoli a ritornare in Francia e delle nuove opere che vorrebbe fare. Si richiama alla memoria la relazione fatta da D. Bologna, a nome anche del suo Consiglio, che è poco rispettosa verso il Capitolo Superiore e si decide: 

1. Che la casa di Tournai, appartenente all’Ispettoria Belga e ceduta temporaneamente a D. Bologna, ritorni di nuovo al Belgio.

2. Si nominerà Ispettore della Francia del Sud D. Virion Paolo, finora semplice incaricato dell’Ispettoria: la proposta a votazione segreta diede sei voti su sei.

3. Con sei voti su sei si stabilisce che D. Virion Paolo, Ispettore della Francia del Sud, sia temporaneamente incaricato della reggenza dell’Ispettoria del Nord.

Si aggiunge che, posto ciò, il Sig. D. Rua chiami a Torino D. Bologna, comunichi nel modo che riterrà opportuno la presa decisione e gli affidi quell’ufficio che crederà meglio, ma che converrebbe che nessuno dei Superiori dicesse le ragioni per cui fu tolto da Ispettore, limitandosi a dire che si credette meglio prendere pel bene della Congregazione tale decisione. Ciò eviterà non pochi inconvenienti».[492]

Giuseppe Bologna venne dunque destituito dall’incarico e sostituito da Paul Virion. La conclusione del verbale può sorprendere, ma ha una ragione. Le misure erano provocate dalla condotta scorretta di don Bologna, come si comprende dalla prime righe del verbale stesso. Ma i membri del Capitolo non avrebbero potuto svelarle a chiunque, soprattutto all’interessato. La motivazione del giudizio rimaneva dunque segreta. Torino temeva evidentemente un dibattito complicato, non soltanto con l’ispettore destituito, ma con il suo Consiglio, i suoi confratelli e i suoi amici di Francia. Ma c’era il rovescio della medaglia. Il silenzio, comodo per i superiori, avrebbe invece esasperato il povero don Bologna, obbligato a piegarsi a una punizione, per lui evidente, senza poterne spiegare il motivo a se stesso e agli altri. Farà la voce grossa per tre mesi.

Richiamato da don Rua a Torino, per essere informato delle decisioni prese il 19 giugno, don Bologna vi passò una decina di giorni nel mese di luglio. Il giorno 13 il Capitolo Superiore incaricava il consigliere scolastico don Cerruti e l’economo don Rocca di spiegargli che la casa di Tournai, di cui aveva fatto la sua sede ispettoriale, sarebbe ritornata all’ispettoria del Belgio. Inoltre i confratelli di origine francese, al momento disseminati in altre ispettorie, non dipendevano più giuridicamente da lui in alcun modo. I superiori non ritenevano opportuno sopprimere l’ispettoria della Francia del Nord. Ma, in quella congiuntura, non essendo più necessari due ispettori al paese, l’ispettore del Sud avrebbe retto anche l’ispettoria del Nord.[493] Quattro giorni più tardi, don Cerruti, rendeva conto al Capitolo del colloquio con don Bologna: ne deduceva che si sottometteva e che acconsentiva, anche se a malincuore, a ritirarsi dall’ispettoria della Francia del Nord. Don Rua, che aveva in mano alcuni appunti stilati da don Bologna dopo la conversazione con don Cerruti, non si mostrò così ottimista. Sperava tuttavia di convincere l’ispettore destituito. Piuttosto che una nomina come ispettore in Italia, pareva a don Rua che egli fosse disposto ad accettare una carica all’Oratorio di Valdocco.[494]

Don Bologna si ritenne deposto dall’incarico senza motivazioni esplicite e scrisse una protesta contro la destituzione. Reclamava una procedura formale che giustamente il Capitolo Superiore tentava di evitare. In questo caso il Capitolo volle mostrare la sua determinazione. Il verbale del 27 luglio annuncia: ‹‹Il Sig. D. Rua scriverà a D. Bologna Giuseppe che il Capitolo Superiore ha esaminato quanto egli ha scritto e che nonostante unanime ha deciso che D. Bologna, consegnato che abbia a D. Virion quanto di dovere, venga a Torino ove è aspettato per ottobre».[495]

A fine luglio don Bologna rientrò a Parigi deluso e irritato. I membri del Capitolo Superiore avevano rispettato la consegna di riservatezza che era stata loro ordinata. La cordialità dei colloqui ne aveva risentito. L’ispettore deluso non ritrovava più la calorosa atmosfera salesiana che sempre conosciuto a Torino. Quelli che abitualmente lo avevano rassicurato, consolato e tranquillizzato, ora lo tormentavano. Il 29 luglio scrisse in francese una lunga lettera di 15 pagine a don Albera:

Il Consiglio non sembra aver previsto le vaste conseguenze che comporta in questo momento il mio trasferimento. A Torino, mi sono accorto di essere ormai diventato un estraneo. Nei dieci giorni trascorsi alla porta degli uni e degli altri membri del Consiglio, non ho ascoltato di persona alcuna parola paterna. Nessuno mi ha rivelato apertamente il suo pensiero. Che avevo dunque fatto? Non domando favori, ma soltanto l’osservanza esatta di ciò che la Regola, il Regolamento e le Norme determinano e prescrivono. Ho un sacco di cose urgenti da fare il cui ritardo non saprei come giustificare e sarebbe pregiudizievole per molte persone. Se mi è ancora permesso di pregare, lo faccio con tutta la mia anima per chiedere che mi si voglia concedere la pace dell’anima lasciando le cose tali e quali almeno fino alla fine del mio sessennio.

Pensava dunque di essere stato riconfermato per sei anni nel 1904, anno della scadenza del primo sessennio iniziato nel 1898.

Di che cosa veniva accusato? Sarebbe diventato indegno, lui che si era così prodigato per la Congregazione? Che poteva dire ai confratelli? Non l’avrebbero assimilato forse a don Perrot, il ribelle di Bordighera?

Devo far credere, senza motivo, a tutti i nostri confratelli francesi, che mi trovi nelle condizioni di un indegno, come un’espressione di don Rua mi ha quasi lasciato intendere? ­ Abbiamo già smosso quel D. Perrot ­. Non vorrei essergli paragonato e non posso lasciar credere di essere punito, avendo la coscienza di non essermi reso immeritevole, e se si crede il contrario, chiedo di essere convinto da un procedimento. Devono esserci avvisi preliminari; non li ho ricevuti e non credo di averli meritati. È mia ferma intenzione di non dare alcun cattivo esempio ad alcuno. Ecco perché tengo per me tutto ciò che scrivo e non parlo con nessuno di ciò che sono obbligato a scrivere.

Avrebbe dovuto pur giustificarsi un giorno o l’altro, almeno davanti al suo Consiglio, che, come gli comunicava un dispaccio, il 27 luglio stava per riunirsi ‹‹per il disbrigo degli affari in corso». Ma, per questa volta almeno, non avrebbe detto nulla. E si sarebbe sforzato di prendere una certa distanza di fronte agli avvenimenti: ‹‹Pensando alla situazione che si creerà per i Salesiani nell’arco di 10 o 15 anni, credo che la storia dovrà fare molte forzature per legittimare l’intervento attuale del Capitolo Superiore nella direzione delle cose relative alle ispettorie di Francia. Bisognerebbe lasciargli la loro piccola autonomia secondo le regole».

Quando aveva accennato alla ‹‹procedura», Torino immaginò che avrebbe fatto arrivare la sua lamentela a Roma. Ma Bologna non era Perrot. Non voleva addolorare nessuno. Faceva molto rumore, ma era profondamente buono e mise le cose in chiaro nella sua lettera a don Albera:

Se ho chiesto che si avii una procedura per farmi conoscere i motivi che hanno determinato la mia deposizione tamquam indignus, la intendevo all’interno della Congregazione e non ho mai nominato Roma. Vi ho già detto il mio desiderio di non procurare fastidi ad alcuno, ma ho anche il diritto di farmi difendere perché il cambiamento che mi si prospetta, a mio parere, non ha motivi sufficienti e, per me, ha tutta l’aria di una punizione, che non posso accettare senza giudizio.[496]

Faceva molta fatica ad accettare che Tournai, la sede ispettoriale da cui partivano le sue istruzioni ai confratelli francesi disseminati qua e là, fosse così bruscamente annessa alla provincia del Belgio. A suo parere era necessario far vivere le sue case, per le quali gli venivano richiesti dei chierici. Il 1° agosto scriveva a don Barberis: ‹‹Vi prego e vi supplico di restituirci quelli che rimangono ancora ad Ivrea. L’anno scorso vi avevo domandato Moitel; non me lo avete lasciato venire e poi, lo avete dato al Midi».[497]

Don Bologna, il 6 agosto 1906, spedì la sua protesta al Rettor Maggiore. Don Rua vi lesse tra le altre cose: ‹‹Essendo la casa di Tournai casa ispettoriale e le condizioni attuali le stesse di quelle del momento in cui essa fu assegnata all’Ispettorato, essa non può essergli tolta senza lasciare il tempo necessario per fare ricorso, cioè almeno tre anni dopo la diffida». Dato che il passaggio della casa alla provincia belga equivaleva per il suo personale a un cambio di patria, avrebbe avuto il diritto di esserne consultato. Se era ‹‹passato oltre» a questa esigenza, continuava don Bologna, lui stesso avrebbe trattenuto il direttore Patarelli e quattro altri preti francesi. Del resto c’era da temere un fuggi fuggi di questo personale. ‹‹Che ciascuno riconosca le sue responsabilità!», questo era il suo parere.

In quel momento, persuaso che la manovra tendesse a far sparire l’opera salesiana in Francia, non voleva nessun Virion al suo fianco prima del termine di un mandato che credeva dovesse prolungarsi fino al 1910. Cosa avrebbe pensato don Bosco di una tale opera di demolizione? ‹‹Inutile mandarmi don Virion o chicchessia prima della fine del mio mandato. Mi riterrei un criminale se non adoperassi tutte le mie forze a impedire di completare la rovina dell’opera di don Bosco in Francia. Sento ancora il nostro buon padre, a Marsiglia, esclamare: Che è difficile infrancesare una Congregazione. Don Bosco amava la Francia e la Francia ha reso dei servizi alla sua Congregazione. Don Bosco ha seminato e noi abbiamo irrigato il campo per 29 anni». La rivolta lo attirava, essendo la separazione dal centro del tutto prevedibile dopo gli atti dell’estate 1901 sulla secolarizzazione dei Salesiani francesi. ‹‹Ho la terribile tentazione di servirmi delle sue lettere di proscioglimento (sottinteso: dai voti religiosi) e delle lettere di secolarizzazione di Roma per prendere, a nostro nome, la cura delle opere che ci restano ancora in Francia e che abbiamo fatto tanta fatica a creare», scriveva a don Rua. Ma a questo punto si risvegliava in lui lo spirito del religioso leale. ‹‹Spero comunque che non mi si spinga fino a tal punto. Se ascoltassi il disgusto e l’indignazione per i procedimenti senza un briciolo di chiarezza e franchezza che sono stati impiegati per condurmi dove sono, temerei di commettere qualche sciocchezza». E terminava la lettera con questa invocazione: ‹‹Che l’Ausialitrice e don Bosco mi vengano in aiuto. - J. Bologna».[498]

La sua virulenza non diminuì durante le settimane di luglio-agosto 1906. Si appellò alle norme canoniche per avere spiegazioni sulla sua deposizione e sulla modifica delle ispettorie religiose. Gli sembrava che fosse stata ordita una sorta di complotto contro l’opera salesiana di Francia. ‹‹Lo scopo che sembra si voglia perseguire, è quello di distruggere l’opera salesiana in Francia ­ scriveva testualmente a don Rua il 17 agosto ­. Noti questo. Siamo stati ricevuti a Avigliana, poi a Lombriasco, ma furtivamente si sono attribuiti l’autorità dell’ispettore, gli hanno tolto il personale che, fino a quel momento, dipendeva da lui. Don Albera ha compiuto un atto di autorità e tutta l’ispettoria è stata smembrata, e il colpo che si vorrebbe ancora infliggerle finirebbe con l’annientarla definitivamente. Sarebbe veramente un peccato». Denunciava l’accanimento del Capitolo Superiore. ‹‹Da dove sono venute tutte le opposizioni che si sono sollevate nel Capitolo Superiore?», domandava. E si rispondeva: ‹‹Dal fatto che ho insistito nel difendere gli interessi dell’Opera in Francia, non c’è nient’altro». I tredici paragrafi della sua lettera del 17 agosto al Superiore Generale erano tutti ugualmente duri. La concludeva in tono secco: ‹‹Oso sperare che vorranno trovare una giustificazione alla mia modo di reclamare la protezione delle norme della Chiesa, considerando che sembra mi abbiano trattato come se mi fossi reso indegno della Congregazione, cosa che non credo affatto. - J. Bologna».[499]

Torino leggeva e comprendeva le sue recriminazioni. Don Rua e don Albera, i principali interpellati che amavano questo valido collaboratore, soffrivano essi stessi del suo dolore. Questi uomini d’azione non tenevano un diario che all’occorrenza popotrebbe confidarci le loro pene. Ma, preoccupato del buon ordine generale, il Capitolo Superiore sosteneva il suo dovere di regolarizzare la situazione nella Francia del Nord. La questione di Tournai doveva essere sistemata prima dell’apertura del nuovo anno scolastico. In Belgio, l’ispettore Francesco Scaloni (1861-1926) voleva sapere come comportarsi. L’11 settembre, il Capitolo decideva che la casa di Tournai, che solo provvisoriamente e per ragioni particolari era stata separata dalla provincia belga, doveva essere reintegrata al più tardi il 1° di ottobre. ‹‹Ad ottenere che tutto sia eseguito nel miglior modo possibile si dice che vada sul luogo D. Albera e faccia anche capire a D. Bologna che i Superiori son fermi nella presa risoluzione».[500] Il direttore spirituale generale in effetti andò a Parigi nei giorni successivi. Don Bologna dirà che don Albera non gli aveva comunicato nulla di nuovo; ma da Liegi, dove proseguì il suo viaggio, con una lettera scritta di suo pugno gli fece sapere chiaramente, poiché il Capitolo Superiore glielo aveva imposto, che i suoi ricorsi contro la destituzione non avevano convinto nessuno.

Il 24 settembre la rassegnazione ebbe finalmente la meglio sull’animo dell’ex-ispettore. Con grande tristezza, l’‹‹umile e miserabile» Giuseppe Bologna espresse la sua totale sottomissione al Superiore Generale. Non riusciva a capacitarsi che il provvedimento di destituzione fosse venuto da lui, infatti, scriveva, ‹‹tutto ciò che ho fatto, l’ho fatto su suo ordine». Checché ne fosse stato, se tale era la sua volontà, a partire dal 1° ottobre, si sarebbe comportato come un semplice confratello e non avrebbe esercitato più alcuna autorità nell’ispettoria della Francia del Nord. Tuttavia, fino alla fine dell’anno, avrebbe dovuto sistemare i suoi affari come più gli sembrava opportuno.[501] E Torino percepì l’eco del fermento che ribolliva forte in lui. Il 24 ottobre, don Rua si lamentò con il Capitolo che a Parigi don Bologna volesse vendere tutto con troppa fretta. Promise di scrivergli per chiedergli di lasciare al suo successore tutto come stava, ‹‹l’attivo e il passivo». ‹‹Che agisca come d’abitudine in altre circostanze quando un superiore è trasferito!», gli intimò il verbale del Capitolo Superiore.[502] Ci si preoccupava per la scomparsa di ogni presenza salesiana a Parigi. Lo testimonia una nota curiosa del Capitolo Superiore, scritta il 5 novembre 1906, sul salesiano Noguier de Malijay che aveva aperto un convitto per studenti. ‹‹D. Virion lo sorvegli», vi si leggeva.[503] Quest’ultima frase ci dice che in quel momento, a Parigi, il cambio di direzione era diventato effettivo. L’ispettore del Sud assumeva la ‹‹reggenza» della provincia del Nord.

Stoico, don Bologna si presentò a Torino il 1° gennaio 1907.[504] Gli fu assegnata una stanza vicino alla chiesa di Maria Ausiliatrice. Il 4 gennaio celebrò regolarmente la messa nel santuario. Dopo una breve uscita in città, lo si vide rientrare verso le dieci e trenta. Alle undici, fu trovato steso presso il tavolo di lavoro, lo sguardo spento, fulminato, si giudicò, da un attacco apoplettico. Non aveva ancora sessant’anni. Il redattore del Bulletin Salésien ci informa che ‹‹Don Rua e i principali superiori della nostra Società non poterono che piangere davanti alle spoglie di colui che avevano imparato ad amare da più di quarant’anni». L’opinione comune documentata dal Bulletin Salésien, attribuì la fine prematura di quest’uomo valoroso alle sue disavventure del 1903: il voto ostile del Senato francese, la chiusura delle case del Nord, la diaspora dei Salesiani e la confisca dei loro beni immobili. ‹‹Con supremo dolore, si vide vendere all’incanto queste case di lavoro e di preghiera, di cui ogni pietra aveva per lui una storia. Bisogna aggiungere che emozioni così forti e scosse tali avevano definitivamente intaccato il suo organismo e che la vera e propria causa del suo trapasso, è necessario chiederla a queste angosce che minacciarono senza far rumore la sua esistenza».

Don Rua, don Albera, don Rinaldi, don Cerruti, don Rocca, don Gusmano, membri del Capitolo Superiore che avevano letto o sentito il grido d’angoscia di don Bologna durante i mesi precedenti, non potevano condividere questa spiegazione troppo semplice. Sapevano che la sua destituzione e ciò che credeva (a torto) essere una volontà di demolizione sistematica della sua ispettoria proprio da parte di coloro che avrebbero dovuto sostenerla, l’avevano riempito di amarezza e gli avevano tolto la ‹‹pace dell’anima». In questo inizio d’anno 1907, andare a Valdocco non gli restituiva certamente serenità. La prova del 1903 non era riuscita a indebolirlo, fu la crisi del 1906, invece, ad aver avuto ragione della sua vita.

Il governo di don Rua

Il racconto delle disavventure degli ispettori Pietro Perrot e Giuseppe Bologna sotto il rettorato di don Rua ci fornisce preziose informazioni sul metodo di governo di quest’ultimo.

Il suo governo era collegiale. Per nulla autocratico, egli si affidava al Consiglio Superiore. I suoi collaboratori, autentici consiglieri, non si ritenevano mai obbligati ad obbedirgli. Gli capitò più volte di piegarsi di fronte al parere contrario della maggioranza, come nella vicenda di don Perrot, che difese strenuamente. È legittimo pensare che si fosse sottomesso controvoglia al silenzio sui veri motivi della destituzione di don Bologna, origine dei gravissimi tormenti dello sventurato, deposto senza comunicargli le motivazioni. Questo suo modo di governare era del tutto conforme all’idea che don Bosco aveva del Capitolo Superiore nella sua Società.

Il governo di don Rua era orientato al bene comune, al di là degli interessi particolari. L’affare di don Bologna ci indica che, malgrado le sofferenze che potevano causare i suoi provvedimenti alle persone che amava, gli stava a cuore soprattutto il bene generale. L’ex-allievo dei Fratelli delle Scuole Cristiane non amava il disordine. E gli eventi futuri gli avrebbero dato ragione. L’opera salesiana in Francia non soffrì per le sue decisioni nei riguardi di don Perrot e di don Bologna, anzi. Il saggio Paul Virion, nominato al loro posto ­ che ricoprì il ruolo di ispettore nelle province del Nord e del Sud fino al 1919 ­ preparò nella tranquillità (e nella sofferenza) la ripresa seguita alla prima guerra mondiale. L’opera fondata da don Bosco in Francia nel 1875, conoscerà nel Nord, a partire dal 1925, mezzo secolo di vera e propria rinascita.

Nella storia dei due sventurati ispettori il governo di don Rua si rivelò ad un tempo fermo, morbido, longanime, saggio e illuminato. Non indietreggiò mai. Mai alcun tentennamento. Procedeva dopo aver riflettuto a fondo e pregato. D’altra parte si può pensare che il direttore spirituale generale Paolo Albera, che conosceva bene la situazione delle ispettorie francesi, un mondo in cui era stato lui stesso ispettore dal 1881 al 1892, lo sostenesse e lo consigliasse. La sua fermezza non era inumana. Don Perrot e don Bologna non avevano l’impressione di essere bistrattati da lui personalmente. Bologna accusò il Capitolo, mai il Rettore. Tutt’al più, nel luglio del 1906, si dispiacque di non ritrovare un tono paterno in don Rua. Ma in questo caso il Rettore si conformava alla politica imposta dal suo Capitolo.

 

27 ­ I CAPITOLI GENERALI DEL 1901 E DEL 1904

Il nono Capitolo Generale (1901)

Le dolorose disavventure francesi coincisero con i due più importanti Capitoli Generali del rettorato di don Rua, che si tennero a Torino-Valsalice. Essi ebbero un ruolo decisivo nell’evoluzione della Società Salesiana, soprattutto il secondo. Ormai la Congregazione stava assumendo proporzioni tali da richiedere attenzioni e cure specifiche. Nel 1888 si contavano 773 professi e 276 novizi, suddivisi in 64 opere. Nel 1901, i professi erano 2916 e i novizi 742, in 265 opere. Nel 1904, i professi salirenno a 3223, i novizi a 764 e le case a 315.[505] Queste cifre richiedevano strutture e sistemi di formazione nuovi. Don Rua ne era consapevole.

Il nono Capitolo Generale si tenne dal 1° al 5 settembre 1901.[506] Riunì 154 capitolari. Qualcuno aveva messo in dubbio la validità degli atti prodotti dai Capitoli precedenti, inoltre alcune decisioni di questo Capitolo erano state rimesse al giudizio della Santa Sede. Così don Rua dovette attendere fino al marzo successivo per renderne conto ai confratelli in modo soddisfacente.[507] Nella nostra esposizione teniamo conto della circolare del 19 marzo 1902.

Al momento dell’assemblea preliminare, la sera del 1° settembre, don Rua presentò il decreto relativo al ministero delle confessioni, di cui si è parlato sopra (cap. 24). Con tale atto si sottometteva pienamente alle decisioni del Sant’Uffizio. Il 2 settembre fu sollevata la questione dell’opportunità di istituire i Capitoli ispettoriali e sulla composizione dei Capitoli Generali della Congregazione. Questo sarà uno dei problemi lasciati provvisoriamente in sospeso. Fino ad allora i Capitoli Generali si tenevano ogni tre anni e riunivano, oltre ai membri del Capitolo Superiore e agli ispettori, anche tutti i direttori delle case. Il Capitolo Generale auspicò che in futuro i Capitoli Generali si celebrassero ogni sei anni, con la partecipazione dei membri del Consiglio superiore, del procuratore generale della Società, degli ispettori e di uno, tutt’al più due, delegati eletti dai Capitoli ispettoriali. Alla fine del 1901, don Rua interpellò la Congregazione dei Vescovi e dei Regolari a questo proposito e la spuntò. Il 12 febbraio 1902 il procuratore don Marenco poteva spiegare al Capitolo Superiore che la Congregazione dei Vescovi e dei Regolari aveva accettato la proposta che il Capitolo Generale si svolgesse ogni sei anni e che, in ogni ispettoria, si celebrasse il Capitolo ispettoriale ogni tre anni.[508] Di conseguenza, la circolare del 19 marzo 1902 comunicò: ‹‹Nel Capitolo Generale del 1904, nel corso del quale si terranno le elezioni, prenderanno parte solo gli ispettori accompagnati da un confratello per ispettoria, eletto dai professi dell’ispettoria».

Ispettori e ispettorie assumevano così maggior importanza. La svolta era stata prospettata da parecchi anni. Già durante una riunione del 12 luglio 1897, don Rua faceva notare ai membri del Capitolo Superiore ‹‹che sarà necessario colle debite regole attribuire agli Ispettori e ai loro Capitoli l’accettazione delle nuove case poiché non può il Capitolo Superiore continuare in mezzo a tanti affari gli esami delle domande, le quali continuano così numerose da cagionare perdite di tempo incalcolabili».[509] Era necessario decentrare. Don Rua approfittò della circolare del 19 marzo 1902 per notificare agli ispettori ciò che ora ci si aspettava da loro. Fu moltro chiaro ed esigente. ‹‹In primo luogo ­ scrisse ­ procurino essi, con mano ferma, di mantenere in ogni casa la perfetta osservanza delle regole e il vero spirito di don Bosco. Qui sta il cardine di tutto l’avvenire della nostra Società. Se gli ispettori non sono vigilanti, o sono deboli, in breve si introdurrà qualche disordine, l’ispettoria decadrà e tutta la Congregazione ne soffrirà detrimento. Ricordino che questa è forse la più grande responsabilità che essi abbiano avanti a Dio. Infine che nelle loro province, lavorino alla formazione di laureati in teologia, filosofia, lettere, scienze ecc. per ogni ramo di insegnamento e per la predicazione, senza aspettare che tutto gli debba arrivare da Torino». Iniziava la regionalizzazione della Società Salesiana.

La sera del 2 settembre il Capitolo Generale votò importanti decisioni sulla formazione dei chierici. Fino a quel momento, dopo la filosofia, la maggior parte di essi studiava teologia rimanendo nei vari collegi. Ora bisognava creare appositi studentati teologici per migliorarne la formazione. Si approvò la proposta: ‹‹Il Capitolo Superiore istituirà studentati di teologia, là dove lo giudicherà opportuno, al servizio di una o più ispettorie». Poiché, come notava la commissione incaricata del problema, con tale decisione le case sarebbero state private dell’importante aiuto fornito dai chierici, si propose che, al termine degli studi filosofici e prima della teologia, essi venissero inviati per tre anni a lavorare nelle singole opere. Il Capitolo diede il suo consenso. Don Rua poteva scrivere nel resoconto del 19 marzo 1902: ‹‹Fu deliberato che dopo il corso di filosofia i chierici facciano un triennio di lavoro pratico nelle case della nostra Pia Società, e dopo tale triennio si ritirino un quadriennio nelle case di studentato per attendere seriamente alla teologia, facendovi tutto il corso della dogmatica, sacramentaria, morale ecc.». E ne presentava la ragione: ‹‹Era una necessità sentita che i nostri chierici venissero ben formati nelle scienze sacre; ed era tanto più pressante il provvedere, in quanto che, anche da competenti autorità ecclesiastiche si erano già fatte osservazioni in proposito». Infatti la Congregazione romana dei Vescovi e dei Regolari e lo stesso Leone XIII avevano deplorato l’insufficienza della formazione teologica dei Salesiani.

In Congregazione talvolta si attribuiva la colpa di tutto ciò al Capitolo Superiore. Don Rua rispose in modo chiaro a quest’accusa la mattina del 3 settembre. Il suo discorso ai membri del Capitolo Generale merita di essere citato. Come sempre don Bosco gli serviva da modello:

Molte volte il nostro buon Padre esortava anche noi a evitare lo spirito di contraddizione, di critica, di riforma e volle inserire questa raccomandazione tra gli avvisi speciali che egli dà ai suoi figli: evitare il prurito di riforma. Tale raccomandazione ripeto io a voi. La critica verso i Superiori è fatale ad una comunità, specialmente se provenisse dai direttori o dagli ispettori. I sudditi rimangono disanimati dall’obbedienza, diffideranno dei Superiori, come di voi, ne andrebbe di mezzo la vostra stessa autorità. Non solo questa critica verso i Superiori si deve evitare, ma anche contro i propri colleghi e predecessori. Non si critichi il loro operato: informarsi del metodo da loro tenuto; non demolire o riformare fabbricati, se non dopo almeno due anni di constatata necessità. Evitare la critica verso i propri dipendenti. Questo è segno di superbia: pensiamo che essi pure hanno la ragione e gli occhi per vedere e giudicare; è contrario alla carità voler sempre imporre la propria opinione; guardarsi dal rimproverare non ascoltando che il proprio cattivo umore; nel caso prendere le debite informazioni. Don Bosco era poi mirabile nel lodare e mostrarsi soddisfatto dell’opera de’ suoi dipendenti: ciò serviva d’incoraggiamento al dovere e gli conciliava il loro affetto.[510]

Nella stessa mattinata si svolse un dibattito sugli studi universitari dei chierici. Una circolare della Congregazione dei Vescovi e dei Regolari, indirizzata a vescovi e superiori generali (21 luglio 1896), vietava ai chierici secolari e regolari la frequenza delle università prima di aver terminato gli studi filosofici e teologici. Le loro menti potevano essere negativamente influenzate dai libri, dai professori e dall’ambiente. Anche i Salesiani avrebbero dovuto sottomettersi. Ma come ottenere che i confratelli si rassegnassero a riprendere gli studi letterari o scientifici dopo sette anni di abbandono (trienio di filosofia e quadriennio di teologia)? Sarebbero mancati nei collegi salesiani i titoli accademici; si sarebbe dovuto ricorrere a professori esterni, con gravi spese e a svantaggio dello spirito e degli studi dei giovani. La commissione responsabile chiese dunque di approvare un articolo regolamentare così redatto: ‹‹I chierici provvisti dei titoli richiesti e giudicati capaci dai loro superiori possono, dopo il corso di filosofia, frequentare gli studi universitari e altri studi superiori». Bisognava dunque chiedere alla Congregazione dei Vescovi e Regolari la dispensa, resa necessaria dalle condizioni speciali della Società Salesiana. Alla questione così posta dalla commissione, su 146 votanti, 131 risposero sì, 9 no, 6 si astennero. Don Rua nelle settimane che seguirono, presenterà la richiesta ben argomentata alla Congregazione romana,[511] la quale, il 21 dicembre concederà per tre anni la dispensa auspicata, limitandola agli individui giudicati adatti all’insegnamento e con tutte le precauzioni necessarie.

In apertura della seduta serale del 3 settembre, don Rua parlò della gioia e della serenità che don Bosco infondeva nella comunità. Ecco perché tutti attorno a lui erano felici:

Come rassomigliarci a lui? Primo mezzo: esattezza nelle pratiche di pietà, senza la quale non possono regnare in noi né nelle nostre case la felicità e la carità. Sbaglierebbe chi confondesse la carità col lasciar correre troppo. Secondo mezzo: far osservare in modo piacevole ed amorevole le Regole. Terzo mezzo: mostrarsi premurosi anche nel promuovere il bene fisico dei propri dipendenti; prevenirli possibilmente nei loro bisogni in caso di tristezza, d’indisposizioni, ecc. Quarto mezzo: non essere troppo tenaci nelle proprie idee. Anche nelle adunanze sentire volentieri il loro parere e seguirlo quando non c’è pericolo di cattive conseguenze. Mostrare una certa qual morbidezza di carattere. Così si va avanti con pace, tranquillità ed allegria.[512]

Il mattino del 4 settembre don Rua fece alcune raccomandazioni sulla ‹‹carità fraterna». Riteneva necessario ‹‹aiutarsi vicendevolmente e sostenere, aiutare e diffondere le opere nostre e dei nostri confratelli». Portò anche qualche esempio concreto: diffondere le Letture cattoliche, ricorrere ai negozi salesiani per gli articoli da ufficio, pagare i propri debiti alle case salesiane, versare la quota dovuta alle case di noviziato.[513] Come premessa all’assemblea serale di quel giorno credette opportuno esprimere il suo parere sulla modalità di reclutamento dei Cooperatori e dei confratelli. Come già aveva fatto don Bosco, semplificava molto (troppo?) le cose per i Cooperatori.

L’Unione dei Cooperatori stava molto a cuore a Don Bosco e si studiava di diffonderla sempre più. Bisogna imitarlo in questo. Per far questo non è necessario interpellarli; basta mandare il Regolamento. Conosciuta qualche persona bene intenzionata, le si spedisca il diploma. Per non fare duplicati, domandare se si riceve il Bolletino, senza accennare ad obblighi, ma dire che si tratta solo di fare un po’ di bene, senza essere obbligati in coscienza». Bisogna aumentare il numero dei confratelli, continuava don Rua. ‹‹Primo mezzo: far stimare le cose della Società, parlare sovente di Don Bosco, delle missioni e di delle altre opere salesiane. Non allettare con false promesse, ma indurre a sentimenti generosi nell’abbracciare la vita religiosa, che è vita di sacrificio. Secondo mezzo: interrogare i parroci coi quali possiamo essere in relazione, per vedere se avessero sott’occhio qualche adulto atto ad essere coadiutore o famiglio; averne poi tutta la cura e con ciò far loro amare la nostra Società. Siamo perciò tutti interessari su questo.[514]

Ogni suo intervento nel corso di questo Capitolo Generale rivela lo spirito ordinato, classificatore, logico di don Rua e la volontà di seguire fedelmente le orme di don Bosco.

L’incoronazione di Maria Ausiliatrice (1903)

Il 17 maggio 1903 ‹‹sarà scritto a caratteri d’oro negli annali della nostra Congregazione», annunciava don Rua nella ‹‹lettera edificante» ai Salesiani del 19 giugno successivo.[515] In tal giorno infatti il cardinale Agostino Richelmy, su richiesta di don Rua, procedeva alla solenne incoronazione dell’immagine di Maria Ausiliatrice nel suo santuario torinese.[516] La devozione di don Rua a Maria Ausiliatrice era nota. Il 20 gennaio1900, per esempio, aveva scritto ai confratelli: ‹‹È dalla intercessione di Maria Ausiliatrice che dobbiamo sperare lume alla mente, forza alla volontà, vigore al corpo, prosperità nelle imprese, e tutti quegli aiuti anche temporali che siano necessari alle nostre case. Ella che ottiene tante grazie ai nostri Cooperatori quante non ne otterrà a noi suoi figli primogeniti, se la invocheremo e la onoreremo veramente da buoni figlioli?».[517]

L’idea dell’incoronazione dell’effigie di Maria Ausiliatrice era venuta a un sacerdote dell’Oratorio nel 1902. Don Rua la fece subito propria. L’impresa non era semplice: per questo particolare rito si richiedeva l’avallo di Roma. Il Rettor Maggiore decise di approfittare del giubileo di Leone XIII, che il 20 febbraio era entrato nel suo venticinquesimo anno di pontificato, avvenimento raro nella storia dei papi. I Salesiani volevano celebrare il giubileo con particolare enfasi. Ispirato da don Rua, il Bollettino Salesiano, lanciò la proposta a tutti i direttori e le direttrici delle varie opere salesiane di aprire tra i loro loro giovani una sottoscrizione che sarebbe confluita in un grande album da presentare al papa con l’obolo di S. Pietro. Nell’album sarebbero stati scritti i nomi dei sottoscrittori per un minimo di dieci centesimi. Ne risultarono due grossi volumi con 70.000 firme e una somma di 12.400 lire. Don Rua decise di presentare tutto personalmente a Leone XIII, accompagnato da una delegazione di giovani. In tale occasione gli avrebbe chiesto la facoltà di far incoronare l’effigie di Maria Ausiliatrice nel santuario di Valdocco.

Partì da Torino a fine dicembre 1902, in compagnia di quattro sacerdoti salesiani, due studenti e due artigiani, scelti dai compagni con scrutinio segreto. L’udienza fu accordata per il 5 gennaio 1903. Ai torinesi si aggregò il procuratore generale Giovanni Marenco con due giovani romani, che rappresentavano, uno l’Oratorio festivo e l’altro l’Ospizio del Sacro Cuore. Dapprima fu fatto entrare il solo don Rua. Espose al papa la ragione della sua visita, che era un omaggio giubilare a nome delle tre famiglie di don Bosco; parlò di un prossimo Congresso dei Cooperatori salesiani, per il quale chiese una benedizione speciale; infine consegnò la domanda dell’incoronazione. Poi vennero introdotti i suoi accompagnatori. Due giovani torinesi presentarono al papa gli album e l’obolo di San Pietro. E la conversazione si svolse in modo sereno. Con grande soddisfazione di don Rua, Leone XIII concluse con queste parole, riferite dalla cronaca: ‹‹Il vostro superiore ci dice che è stato fatto tanto bene con la Pia Unione dei Cooperatori, che, grazie ad essa, la fede si mantiene in molti paesi, soprattutto con la devozione all’Ausiliatrice. Per lo sviluppo di questa devozione ci è stata presentata una petizione che accogliamo favorevolmente. Noi abbiamo accordato il favore. Ci riserviamo soltanto di studiare come procedere all’attuazione». Uscendo, don Rua era gongolante.

La questione non andò per le lunghe. Il 17 febbraio arrivò un Motu proprio al cardinale Richelmy arcivescovo di Torino. Il papa decretava l’incoronazione dell’immagine e lo delegava a procedere, secondo il rito, in suo nome e con la sua autorità. Secondo don Ceria, il documento continuava con queste espressioni: ‹‹Allorché il diletto figlio Michele Rua, Rettor Maggiore della Pia Società Salesiana, a nome suo e di tutta la salesiana famiglia, ci fece calda e umile supplica perché noi, in quest’anno nel quale celebriamo felicemente il venticinquesimo del nostro Pontificato, volessimo incoronare quella veneratissima immagine, Noi che nulla abbiamo di più caro e di più dolce che il veder crescere ogni giorno più fra il popolo cristiano la pietà verso l’augusta Madre di Dio, abbiamo volentieri giudicato bene di accondiscendere alla domanda».[518] La notizia fu accolta con entusiasmo dalla popolazione. Un comitato di dame si incaricò di commissionare le corone a un gioielliere della città.

Tra il 14 e il 16 maggio, a Torino-Valdocco, si doveva tenere il terzo Congresso Internazionale dei Cooperatori salesiani. L’arcivescovo di Torino ne avrebbe avuto la presidenza d’onore, don Rua la presidenza effettiva. L’evento avrebbe fatto confluire in città una folla di amici e di benefattori di don Bosco.[519] La festa dell’incoronazione venne collocata nella giornata conclusiva del Congresso, il 17 maggio. Lasciamo a don Rua stesso il compito di descriverci quella giornata memorabile.

Dalle ore due del mattino cominciarono ad accorrere alla porta del Santuario i divoti pellegrini. Mai non si è vista una folla così numerosa nella chiesa, sulla piazza di Maria Ausiliatrice ed in tutto il quartiere di Valdocco; e, come si esprime il nostro Em.mo Cardinal Arcivescovo, uno è di tutti il pensiero, una è di tutti la brama, vedere la fronte dell’Augusta Regina del Cielo cinta di ricco diadema. Infine giunge quel momento tanto sospirato. S. E. il Cardinal Richelmy, delegato da Sua Santità a compiere la sacra cerimonia, prima in chiesa alla taumaturga immagine e poi nel piazzale sulla divota statua, impone con mano tremante la gemmata corona sul capo della Vergine Ausiliatrice, e con voce forte ma velata dalla commozione, dall’alto del palco, pronunzia le parole del rituale: Sicut te coronamus in terris, ita a Christo coronari mereamur in coelis [Come noi ti incoroniamo sulla terra, possiamo meritare di essere incoronati da Cristo nel cielo]. A quegli accenti non è possibile frenare la pietà e l’entusiasmo dei fedeli, che scoppia in fragorosi applausi, da ogni petto erompe il grido di Viva Maria Ausiliatrice! ed un coro di migliaia di voci intona la grandiosa antifona: Corona aurea super caput ejus [Una corona d’oro sul suo capo]. Che maraviglia se a tale dimostrazione di fede, di pietà e di amore per Maria, scorressero abbondanti le lacrime dagli occhi? Altro non posso dirvi, poiché le parole non valgono ad esprimere la gioia di quel momento, l’estasi soavissima in cui tutti i cuori sono assorti, il tumulto degli affetti, l’ardore delle preghiere che si innalzano alla dolcissima nostra Madre.

È finita la funzione dell’incoronazione, ma quell’onda sterminata di popolo non si disperde; essa vuole espandere la sua pietà verso la potente Ausiliatrice dei Cristiani, perciò invade il tempio a lei dedicato che risuona per tutto il giorno di canti e preghiere. In sul fare della sera i Torinesi ed i pellegrini si riversano nel quartiere di Valdocco per assistere alla solennissima processione in cui la statua di Maria Ausiliatrice incoronata è portata in trionfo per le vie della città, e per ricevere la benedizione del SS. Sacramento, che viene impartita dall’altare e dalla porta maggiore della chiesa seguita da nuovi fragorosi applausi e dal canto di laudi al SS. Sacramento ed alla gloriosa Regina. Già è notte avanzata e la folla continua a godersi lo spettacolo dell’illuminazione della chiesa, della piazza e di quasi tutta la città di Torino, e sembra non sapersi staccare da Maria Ausiliatrice. Per dieci giorni furono continui i pellegrinaggi dei divoti che venivano anche da lontane regioni a venerare la Vergine incoronata.[520]

Questa relazione commossa dell’avvenimento dimostra quanto l’incoronazione della Vergine Ausiliatrice abbia toccato il cuore del devoto don Rua.

Omaggi di don Rua a Pio X

Il 20 luglio 1903, tra il nono e il decimo Capitolo Generale, morì papa Leone XIII. Il 4 agosto successivo gli subentrò Pio X. Andandogli a rendere omaggio, con l’appoggio del card. Svampa di Bologna, don Rua tentò di ottenere un ammorbidimento del decreto del sant’Uffizio che proibiva ai direttori salesiani di confessare i loro dipendenti.[521]

Il 26 settembre il card. Svampa scrisse al card. Rampolla, protettore della Società Salesiana, una lettera così concepita, della quale diede copia a don Rua:

Non vi nascondo che in questi ultimi anni i Salesiani furono molto mortificati dal noto decreto del Santo Ufficio, che arrivò improvviso e in termini molto gravi, sconvolgendo non poco l’organismo disciplinare che fin dai tempi di don Bosco aveva regolato l’istituto. Don Rua, uomo di virtù non ordinaria, al quale ricorrevano fiduciosamente i figli per confidargli la propria coscienza, e che nelle frequenti visite alle case influiva salutarmente alla formazione degli animi mercè il tribunale della penitenza si vide improvvisamente privato della facoltà di confessare i propri sudditi: e così tutti i superiori (ossia direttori) per riguardo ai propri dipendenti. Questa misura fu presa senza sentire lo stesso don Rua, e senza tener conto della speciale indole dei Salesiani, nei quali i direttori (e con essi il preposito generale) hanno più che altro l’ufficio di Padri Spirituali, rimanendo ai prefetti, ai consiglieri e al Supremo Consiglio il compito delle parti di rigore e di punizione. Io fui testimonio dell’immensa pena provata dai Salesiani in questa penosa circostanza e dell’obbedienza esemplare con cui ottemperarono agli ordini perentori della Suprema.[522]

Il cardinale Rampolla promise di intervenire presso il papa.

Don Rua attese la fine di ottobre per recarsi a Roma e fu ricevuto da Pio X il 3 novembre. Aveva presentato al papa tre richieste che si possono così sintetizzare: a) che lui stesso, durante i viaggi, potesse confessare coloro che glielo chiedevano; b) che, in caso di necessità evidente, i direttori salesiani potessero confessare chi si rivolgeva loro; c) che, in caso di necessità, le Figlie di Maria Ausilitrice e le loro allieve potessero accostarsi a confessori salesiani. Durante un lungo faccia a faccia estremamente cordiale, il papa scrisse in basso al foglietto: Juxta preces; pro gratia. Ex aedibus Vaticanis, die 3 novembris 1903, Pius P.P. X, formula che significa che accordava le grazie richieste.[523]

In questo modo il papa ammorbidiva un po’ gli effetti del decreto del Sant’Uffizio, che per il resto non veniva affatto revocato. Bisogna aggiungere che don Rua si servì di questo privilegio con estrema discrezione e rifiutò di confessare i Salesiani che avevano preso l’abitudine di rivolgersi a lui.

Il decimo Capitolo Generale (1904)

Il decimo Capitolo Generale della Società Salesiana, convocato da don Rua il 6 gennaio 1904 a Torino-Valsalice per il successivo 23 agosto, fu preparato con cura particolare.[524] Avrebbe avuto come moderatore don Francesco Cerruti e per obiettivo principale l’elezione dei membri del Capitolo Superiore, il cui mandato si concludeva a fine agosto; inoltre si intendeva rivedere e ordinare le decisioni prese nei precedenti Capitoli.[525]

Per la prima volta nella storia della Congregazione, il Capitolo Generale sarebbe stato composto soltanto da ispettori e delegati delle ispettorie, non più dai direttori delle case. Questa novità implicava l’organizzazione preliminare dei Capitoli ispettoriali, entità giuridiche fino a quel momento sconosciute nel mondo salesiano. Don Rua dunque, quello stesso 6 gennaio, Firmò anche un fascicoletto di Informazioni e Norme sulla modalità di preparazione del Capitolo Generale.[526] Il documento stabiliva le regole riguardanti la composizione e lo scopo dei Capitoli ispettoriali. Sotto la presidenza dell’ispettore, avrebbero riunito tutti i direttori dell’ispettoria e un delegato per ogni casa, scelto dalle comunità. Il testo di don Rua determinava anche il ruolo di questi Capitoli: innazitutto, dovevano eleggere il delegato ispettoriale e il suo supplente al Capitolo Generale; in secondo luogo, per l’Italia, avevano il compito di nominare il maestro dei novizi e i membri della commissione incaricata dell’ammissione ai voti; infine dovevano formulare proposte da presentare al Capitolo Generale.

La preparazione del Capitolo Generale si svolse senza intoppi. Tuttavia, sulle trentacinque ispettorie allora istituite canonicamente, solo trentadue inviarono i loro rappresentanti a Torino: mancavano le ispettorie di Equador, El Salvador e degli Stati Uniti, i cui rappresentanti erano assenti per malattia o per ragioni di forza maggiore. Durante la seduta preparatoria, la sera del 23 agosto, don Rua suggerì che il primo atto dell’assemblea fosse l’invio di un telegramma di sottomissione filiale al santo Padre, per implorare la sua benedizione sui lavori capitolari. Il telegramma, redatto da don Bertello, fu spedito immediatamente.[527] Poi don Rua salutò paternamente i capitolari: ‹‹Il pensiero di don Bosco che fu veramente l’uomo di Dio e della carità, di quella carità che deve penetrare tutte le nostre discussioni, mi ha spinto a convocare questo Capitolo qui, a Valsalice, dove riposano le sue venerate spoglie». E raccomandò di trattare le varie questioni con calma e carità, senza offendere mai alcuno dei presenti o degli assenti, ‹‹certi che è stato mosso dalle migliori intenzioni».

Preliminarmente si decise anche sulla partecipazione attiva al Capitolo Gnerale dei vescovi Cagliero e Costamagna, che arrivavano dall’America del Sud. Così, dopo la verifica e la soluzione di alcuni casi dubbi, il numero globale dei capitolari raggiunse le sessantacinque unità.

Il 24 agosto si fecero le elezioni dei componenti del Capitolo Superiore, che riconfermarono tutti i membri in carica. Il giorno seguente il Rettor Maggiore comunicò la notizia ai Salesiani del mondo intero, raccomandando loro vivamente di continuare a pregare ‹‹per il felice risultato di uno dei fatti più importanti per la nostra Pia Società».[528] In effetti, il Capitolo si dedicava al difficile problema della classificazione delle delibere anteriori, distinguendole in articoli detti ‹‹organici», aventi valore costituzionale, e in articoli puramente regolamentari, problema che d’altra parte non poté essere condotto a buon fine. Si redasse, ad experimentum, un Regolamento dei Capitoli Generali, una nota regolamentare sulle Ispettorie o Province, un Regolamento per i Noviziati e gli Studentati filosofici e un Regolamento-Programma per gli Studentati teologici.[529] Il Capitolo venne terminò il 13 settembre, dopo 33 assemblee generali.

Don Rua intervenne frequentemente nel corso delle assemblee. Come dicono i testimoni, tutti lo ascoltavano religiosamente. Purtroppo di questi interventi, sempre brevi secondo il suo stile, ci sono rimaste solo le note schematiche dei segretari e quelle che egli stesso si appuntò giorno per giorno in un quadernetto autografo dal titolo Raccomandazioni fatte durante il Capitolo Generale X.[530] Ne citiamo qualcune, che ci sembrano maggiormente rappresentative delle sue preoccupazioni.

Don Rua intervenne nel pomeriggio del 25 agosto sull’uso della lingua italiana. Invitò i confratelli non italiani a studiarla, per tre ragioni: ‹‹a) perché questa è la lingua della Casa Madre, del nostro venerato padre D. Bosco e del Papa; b) perché sarà un mezzo per poterci intendere più facilmente nelle future adunanze del Capitolo Generale; c) perché questo faciliterà le relazioni dei sudditi coi Superiori Maggiori, non potendo sempre essi né visitarli personalmente né imparare la loro lingua. Insistere perché i superiori delle case all’estero, inculchino ai loro dipendenti che scrivano ai Supeiori Maggiori in italiano o in latino: da questo si possono eccettuare quelli provenienti dall’Italia, i quali ad addimostrare il loro profitto potranno pur scrivere nella lingua della nazione ove si trovano». Concluse dicendo che ‹‹questi erano pure i desideri del nostro venerato Padre e Fondatore».[531]

Il 26 agosto, in mattinata, raccomandò agli ispettori di accettare solo con molta prudenza le cappellanie e altri simili impieghi fuori casa. Li si accolga solo in mancanza di preti del posto capaci di assolvere tali funzioni, ma li abbandoni immediatamente qualora un sacerdote secolare sia in grado di occuparsene. Si eviteranno così le gelosie del clero locale e la negligenza negli interessi interni della casa salesiana. Durante la seduta del pomeriggio don Rua raccomandò ai capitolari di prendere in attenta considerazione le lettere mensili o quelle straordinarie del Capitolo Superiore ed anche tutti gli stampati da esso inviati alle case.

Il 31 agosto pomeriggio, don Rua intervenne diffusamente sulle Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli. La Società Salesiana deve molto a quelle istituzioni, notava: ‹‹Per esse entrarono i Salesiani in Francia e per esse furono e sono efficacemente aiutate molte opere salesiane in particolar modo nelle Americhe. Il nostro caro padre D. Bosco, poi, ne era affezionatissimo di quest’opera e di essa ci parlava con vero entuasiasmo. Mons. Davide dei conti Riccardi soleva dire che coloro che fanno la limosina giudiziosamente son pur sempre i Signori delle Conferenze, perché non hanno solo di mira il bene materiale ma anche e soprattutto lo spirituale, e non si contentano di fare una limosina, ma essi stessi visitano i poverelli di Cristo e s’interessano delle loro miserie. Raccomanda quindi agli Ispettori che se le prendano proprio a cuore e le diffondano ovunque».[532]

In quell’anno (1904), la questione modernista animava le discussioni degli intellettuali cattolici. Il 16 dicembre 1903 il Sant’Uffizio aveva messo all’Indice quattro libri del prof. Alfred Loisy. I sostenitori ‹‹moderni» del professore e i loro avversari conservatori si affrontavano sulla storicità dei vangeli. I progressisti mettevano in discussione le posizioni del papa e della sua curia, giudicata ottusa. In questo contesto comprendiamo perché, nel corso della seduta pomeridiana del 2 settembre, don Rua sia intervenuto sul rispetto dovuto al papa e alle autorità romane: ‹‹Raccomandò in modo speciale agli Ispettori che nelle loro visite, in tutte le mute d’esercizi, nelle conferenze, sermoncini della sera, ecc., inculchino ai confratelli e giovani l’amore verso il Sommo Pontefice Vicario di Gesù Cristo e verso le Congregazioni Romane che ne sono l’organo. Il nostro venerato padre D. Bosco soleva dire: ­ Diffidate di coloro che vengono a parlarci contro il papa e le Congregazioni romane. Teneteli per nemici della Chiesa e delle anime ­ D. Bosco poi fu sempre ossequientissimo verso il S. Pontefice e dimostrò sempre questo rispetto verso il papa. Siamo dunque anche noi degni figli di un tanto padre».[533]

La mattina del 5 settembre, mentre si eleborava il regolamento degli ispettori, don Rua raccomandò loro di prendersi a cuore la formazione dei direttori: durante le visite, si intrattengano con i nuovi direttori tutto il tempo necessario; ricevano i loro rendiconti e dopo la conferenza regolamentare a tutto il personale della casa, parlino ancora separatamente con essi e diano i consigli opportuni con molta paternità. Cerchino soprattutto di infondere l’amore della santa regola e il rispetto scrupoloso delle più piccole osservanze. Rileggano insieme a loro il regolamento dei direttori e verifichino se lo osservano. Poi leggano anche gli altri regolamenti sui punti che li riguardano e facciano, a partire da quelli, le osservazioni più opportune per il bene della casa. Si informino se i direttori visitano regolarmente le classi e i laboratori, se controllano i registri. Si accertino che tengano ai confratelli le conferenze regolamentari e adempiano tutto ciò che è necessario nelle case salesiane. In particolare verifichino se i direttori si prendono sufficiente cura del personale: infatti il bene dei confratelli è il dovere principale di ogni direttore.

Don Rua tornò sull’argomento il pomeriggio del 5 settembre, questa volta rivolgendosi ai direttori: ‹‹Il direttore non sia troppo austero né troppo condiscendente. Alcuni credono falsamente che per guadagnarsi l’animo dei propri dipendenti sia necessario largheggiare con loro di passeggiate, merende, ecc. Si segua una via di mezzo e non s’introduca nessun abuso. Così sarà mantenuto lo spirito del nostro dolcissimo fondatore e padre».[534] Ritroviamo, in queste istruzioni, il don Rua ‹‹regola vivente» e il visitatore attento delle case affiliate quando era prefetto generale della Congregazione.

La Congregazione Salesiana era ormai divenuta internazionale. Il 6 settembre don Rua se ne preoccupò concretamente: ‹‹Collo scopo di mantenere meglio la pace e la tranquillità nelle case ed allontanare il malumore, incaricò specialmente gli Ispettori che impediscano le dispute di nazionalità. Non si vanti mai la propria nazione con disprezzo delle altre. In tutte c’è del bene e del male. Raccomandò poi che nelle nostre case non si fumi. D. Bosco non voleva proprio che si fumasse, perché diceva che con il fumo vengono poi altre cose. Così pure si moderi anche l’uso di prendere tabacco [da fiuto]. Chi avesse già contratto quest’abito, se non può assolutamente abbandonarlo, se ne serva in segreto. Soprattutto si eviti di offrirne ad altri».[535]

Il 9 settembre, prima di passare all’ordine del giorno, il regolatore diede la parola a don Stefano Trione sulla questione degli emigranti italiani. Don Trione concluse con due auspici: 1° accattivarsi la simpatia delle colonie italiane con la diffusione della lingua patria e l’istituzione di segretariati degli emigrati, di cappellani di porto ecc.; 2° istituire una commissione permanente dell’emigrazione. Don Rua plaudì alle proposte di don Trione, che nominò sul campo presidente dell’auspicata commissione, con l’incarico di sceglierne i membri in accordo con il Capitolo Superiore: ‹‹Desidero tanto, tanto che si lavori in favore di questi nostri italiani. Non bisogna scoraggiarsi, con la costanza si riesce a tutto: insegna [l’esempio di] don Coppo a New York. Il Signore forse ha disposto che i nostri poveri emigrati, insieme coi polacchi ed irlandesi, siano i seminatori e i conservatori della fede nelle vergini nazioni americane, e questo per mezzo dell’opera nostra fra gli emigrati. Raccomanda inoltre di avere cura degli emigrati delle altre nazioni».[536]

Quello stesso giorno don Rua si pronunciò contro le vacanze in famiglia. È solo dopo parecchi anni di assenza che l’ispettore può permettere al confratello di passare otto giorni, al massimo, in famiglia. Eccezionalmente, si potrà autorizzarlo a passarvi quindici giorni. L’ispettore prenda nota di queste autorizzazioni e si informi sugli abusi. Se è il caso, ne prenda atto e li corregga senza indugio.

Il lungo Capitolo Generale si concluse con un inno di riconoscenza per quanto si era riusciti a fare. Scriverà don Rua nella sua circolare: ‹‹da venti giorni eravamo riuniti e gli ispettori erano attesi con impazienza negli istituti da loro dipendenti, in particolare per gli esercizi spirituali. Tuttavia, tutti i membri del Capitolo Generale restarono a Valsalice fino alla sera del 13 settembre quando si cantò il Te Deum».

Le conclusioni del decimo Capitolo Generale

Don Rua attenderà fino al 19 febbraio successivo (1905) per consegnare ai confratelli i risultati del decimo Capitolo.[537] Si era dovuta attendere l’approvazione delle autorità romane. Don Rua si complimentò per la qualità dei dibattiti dell’assemblea: ‹‹M’è dolce conforto poter affermare che una calma imperturbata, una carità veramente fraterna ed un’esemplare accondiscendenza in caso di pareri diversi furono le note caratteristiche di quest’ultimo Capitolo Generale, onde uno dei membri più anziani ebbe a scrivermi che tali adunanze erano state veramente scuole di sapienza, di umiltà e di carità».

Nella circolare spiegò anche che il 3 settembre, alla presenza del cardinale Richelmy, era stata fatta in forma solenne l’apertura della bara di don Bosco per la ricognizione prevista dai processi canonici, e la contemplazione dei suoi tratti aveva profondamente toccato i cuori dei capitolari. I capitolari temevano che l’autorizzazione non giungesse in tempo e così non si potesse rivedere il viso tanto amato di don Bosco, sepolto vicino alla sala delle conferenze. Ma ci fu che provvide, così quel giorno tutti i membri del Capitolo Generale ebbero l’opportunità di contemplare a loro agio le spoglie mortali di don Bosco. ‹‹Infatti ­ scriveva don Rua ­ il feretro venne trasportato nel gran salone al pian terreno del nuovo fabbricato. Quivi dopo essersi celebrate molte messe in suffragio dell’anima sua benedetta, verso le nove e mezzo, venne scoperta la bara, e gli occhi di oltre duecento persone si affissarono nella salma del nostro buon Padre, che per circa diciassette anni non avevano più visto. Fu trovato assai ben conservato; era intatta la pelle e la carnagione del volto e delle mani. Erano però scomparsi quegli occhi che tante volte ci avevano mirato con ineffabile bontà, e stava pure alquanto aperta la bocca per l’abbassamento della mandibola inferiore; del resto la figura di don Bosco conservava ancora quasi tutti i lineamenti di quella fotografia che era stata presa il giorno della sua morte. Ci rallegrammo senza dubbio per averlo trovato in tale stato, ma ad un tempo stesso ci afflisse non poco il vedere che la morte passando aveva pur lasciate tracce profonde in quelle venerate sembianze».

Secondo don Rua, il principale risultato del Capitolo consisteva nelle decisioni prese a riguardo delle ispettorie. Il 27 gennaio 1902 erano state istituite 31 ispettorie.[538] La Società salesiana, fino a quel momento fortemente centralizzata alle dipendenza del Capitolo Superiore, si regionalizzava a vantaggio di tutti. Don Rua notava nella sua circolare:

Con ragione fu considerato quale un gran progresso nella nostra Pia Società l’aver istituite le ispettorie che la Santa Sede ha canonicamente approvate. È immenso il bene che si spera dal trovarsi raggruppati insieme gli istituti di una stessa regione, e dall’essere i medesimi posti sotto la speciale sorveglianza di un Superiore che rappresenta il Rettor Maggiore. Ben persuasi dell’importanza di questa divisione, i membri del Capitolo Generale X fecero un loro studio particolare dei doveri degli ispettori e delle relazioni che debbono esistere fra loro e le case che ne dipendono. Ne risultò un breve regolamento che mi sono affrettato di spedire a ciascuna casa, anche prima di averne ottenuta l’approvazione dalla S. Sede, affinché serva per ora come guida, riservandoci ad introdurvi in seguito quelle modificazioni che la S. Sede giudicasse opportune. Pertanto converrà che in generale i direttori facciano ricorso agli ispettori ogni volta che abbisognassero di personale, di qualche soccorso pecuniario particolare, o incontrassero difficoltà colle autorità ecclesiastiche o civili. Non dubito che gli ispettori si daranno la massima premura di venir in aiuto ai loro dipendenti, e se talora non lo potessero fare, assicureranno almeno i loro direttori che faranno istanze presso il Capitolo Superiore per ottenere ciò che essi medesimi non possono dare. Agli ispettori parimenti si chiederanno quelle licenze che i singoli confratelli crederanno di dover domandare. Faccio i voti più ardenti perchè per parte degli Ispettori vi sia ogni impegno di praticare quella dolcezza ed affabilità di cui D. Bosco ci fu maestro, e per parte loro i confratelli si avvezzino a ravvisare nei superiori la persona di Gesù Cristo; per tal modo si stabiliranno tra superiori e dipendenti quelle intime e cordiali relazioni, che assicurano il buon governo della Congregazione e la pace di ciascun socio.[539]

Il decimo Capitolo Generale rese la Congregazione Salesiana più flessibile, più forte e sempre più attaccata a don Bosco. La decentralizzazione del governo fu l’opera più importante del rettorato di don Rua. Così la Congregazione sarà in grado di affrontare, con meno rischi, l’espansione in paesi di cultura non italiana.

 

28 - LA PACE SOCIALE

"Rerum novarum"

Il periodo del rettorato di don Rua è caratterizzato dalla pubblicazione e dall’applicazione della celebre enciclica di Leone XIII Rerum novarum, datata 15 maggio 1891.

In quegli anni che chiudevano il secolo prendeva incremento l’industria, le città e le borgate operaie si moltiplicavano, mentre gli stati liberali stentavano a promulgare leggi sociali. La recessione degli anni 1885-1890 aveva messo in forte evidenza l’urgenza della cosiddetta ‹‹questione sociale»: la classe operaia stava prendendo coscienza della propria forza e si andava organizzando di conseguenza. Nel 1884 in Francia era stato finalmente autorizzato il sindacalismo. Il socialismo si stava sviluppando con la fondazione, nel 1890, della seconda Internazionale Operaia. Da parte loro i cattolici erano soprattutto preoccupati dalla questione politica: bisognava lottare per la restaurazione dell’Ancien Régime o era necessario accettare un regime liberale laico? Sul piano sociale molti si accontentavano di attenuare i difetti del liberalismo attraverso le opere di carità il ‹‹paternalismo» delle classi superiori. Indubbiamente don Bosco, grande predicatore della carità e dell’elemosina dei ricchi verso i poveri, e i suoi amici conservatori e ‹‹contro-rivoluzionari» erano rimasti fermi a questa visione statica della storia.

La promulgazione dell’enciclica Rerum novarum mise nuovo fermento nel mondo cattolico. Il testo si divideva in quattro parti: critica del socialismo; dottrina della Chiesa; ruolo dello Stato; importanza delle libere associazioni. Ne derivavano alcuni orientamenti fondamentali:

1) La società economica deve poggiare sul diritto alla proprietà privata, sulla libera iniziativa e sul mercato, al contrario del socialismo che aprirebbe ‹‹la via agli asti, alle recriminazioni, alle discordie: così le fonti stesse della ricchezza, inaridirebbero, tolto ogni stimolo all’ingegno e all’industria»; infatti, ‹‹la comunanza dei beni proposta dal socialismo [...] nuoce a quei medesimi a cui deve recar soccorso» (n. 12).

2) Il capitalismo non può essere lasciato a se stesso: l’economia deve essere sottomessa all’etica. Bisogna rifiutare il semplice ‹‹lasciar fare, lasciar passare», il libero gioco delle pretese ‹‹leggi naturali», come se una ‹‹mano invisibile», cara a Adam Smith, assicurasse automaticamente il miglior risultato sociale. ‹‹L´operaio e il padrone allora formino pure di comune consenso il patto e nominatamente la quantità della mercede; vi entra però sempre un elemento di giustizia naturale, anteriore e superiore alla libera volontà dei contraenti» (n. 34). C’è una ‹‹giusta mercede», ed è la giustizia che deve dominare l’economia.

3) Prima incarnazione di questa disciplina morale è l’azione legislativa dello Stato, il cui intervento è soprattutto atteso dai più deboli. ‹‹Il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato» (n. 29).

4) Per evitare lo statalismo, bisogna tornare a un sistema di corpi intermedi. Nell’enciclica la presentazione di associazioni adattate al mondo contemporaneo è molto dettagliata. Tuttavia l’ordine corporativo non è presentato come obbligatorio: i cittadini hanno ‹‹il libero diritto di legarsi in società» e di ‹‹scegliere per i loro consorzi quell’ordinamento che giudicano più confacente al loro fine» (n. 42). E soprattutto, la scelta del sindacalismo resta aperta; infatti, scrive Leone XIII, ‹‹vediamo con piacere formarsi ovunque associazioni di questo genere, sia di soli operai sia miste di operai e padroni, ed è desiderabile che crescano di numero e di operosità» (n. 36).

Il Rettor Maggiore don Rua, era uomo di disciplina, non aveva nulla del rivoluzionario, ma tenne sempre a mente le lezioni di Leone XIII sulla tutela dei poveri lavoratori e sul giusto salario.

I lavoratori francesi pellegrini sulla tomba di don Bosco (1891)

Sotto l’impulso di Léon Harmel, la ‹‹Francia del Lavoro» volle subito scendere a Roma per ringraziare Leone XIII della sua enciclica sulla condizione operaia.[540] Proponendo il pellegrinaggio, il ‹‹bon Père» di Val des Bois aveva scritto nella circolare del 2 agosto 1891: ‹‹Non siamo forse commossi nell’udire il toccante appello di Leone XIII? Non siamo forse pronti a tutti i sacrifici per portare consolazione al suo cuore, per testimoniare di fronte al mondo la nostra obbedienza alla sua voce? Se qualcuno ci obietta la spesa, noi gli ricorderemo la scena di Maria Maddalena. Partiamo numerosi, andiamo da Gesù Cristo che vive nel suo Vicario. È lui che ci salverà con la giustizia e l’amore».

Léon Harmel, grande amico di don Bosco e di don Rua, previde per i pellegrini francesi diretti a Roma una tappa a Torino, sulla tomba di don Bosco. Il 1° settembre 1891 si era recato a Valdocco, ci dice la cronaca, per ‹‹stabilire in modo definitivo e preciso i particolari del pellegrinaggio dei sette treni di Parigi alla tomba di D. Bosco», che si trovava a Valsalice.

Tutto venne organizzato a puntino. Sotto i grandi alberi del cortile inferiore di Valsalice, un ristoratore di Torino aveva sistemato un ‹‹refettorio campestre», protetto dal sole e dalle intemperie per mezzo di una grande tenda. C’erano quattro lunghi tavoli apparecchiati, disposti perpendicolarmente alla tomba di don Bosco, davanti alla quale si era sistemato ‹‹il tavolo d’onore, che occupava tutta la parte anteriore delle file longitudinali». Era là che i pellegrini avrebbero potuto rifocillarsi nella loro sosta tra Parigi e Roma. ‹‹Molto tempo prima, ci dice ancora la cronaca, don Rua stesso si volle occupare, e con una sollecitudine affatto paterna, di organizzare il meglio che si poteva un ricevimento degno di Leone XIII e della Francia. E ai 17 di settembre, giorno in cui era atteso il primo treno di Parigi, egli volle interrogare ciascheduno di coloro, ai quali aveva affidato l’esecuzione dei suoi ordini, affine di assicurarsi se nulla si era lasciato al caso. Infine, verso le 2, si recava a Valsalice, ove vide con piacere interpretati appieno tutti i suoi più piccoli desideri. I pellegrini potevano venire: tutto era pronto per festeggiarli».[541]

In effetti i 464 pellegrini di questo primo viaggio trovarono tutto organizzato alla perfezione: alla stazione di Porta Nuova prima, poi lungo il tragitto fino a Valsalice, al momento dell’accoglienza in musica da parte delle delegazioni operaie torinesi, che formavano sue ali sotto il porticato della casa e la funzione in cappella col canto del Magnificat ... Nel luogo del pranzo, sopra il tavolo d’onore, un grande pannello annunciava: ‹‹Alla Francia del lavoro, i figli di don Bosco. Salute, riconoscenza, rispetto». Il pasto fu naturalmente intervallato da vari discorsi. Disponiamo soltanto di un riassunto piuttosto scarno dell’intervento di don Rua. Eccolo:

Ricordando che il lavoro e gli operai, considerati sotto il punto di vista cristiano, furono sempre il centro delle preoccupazioni sacerdotali di don Bosco, e che divennero la principale ragione di essere della sua Pia Società, don Rua si rallegra di vedere il fiore degli operai di Francia sulla tomba di don Bosco. La preghiera di operai venuti così da lontano, stringerà ancora di più i legami che uniscono alla Francia don Bosco e tutte le opere nelle quali egli lasciò l’impronta della sua fede. Don Rua prega in seguito i pellegrini di umiliare ai piedi del Sovrano Pontefice l’omaggio della profonda venerazione e della divozione senza limiti della Pia Società Salesiana verso della sua sacra persona. Egli termina invocando, presso di loro e dei loro fratelli italiani, il suo titolo di presidente onorario di una sezione dei Circoli Cattolici di Torino, per acclamare con tutta l’effusione del cuore: Evviva Leone XIII. Evviva il papa degli oparai![542]

Alle 17 tutto il gruppo ripartì verso la stazione. La banda suonò per la sfilata dei pellegrini, che fecero ‹‹una vera ovazione ai nostri giovani artisti».

Scene identiche si ripeterono al passaggio di altri treni di operai cattolici pellegrini a Roma, nel corso dell’autunno 1891. Il 15 ottobre, Léon Harmel era di nuovo a Torino-Valdocco per ringraziare i Salesiani della loro accoglienza ai pellegrinaggi operai. Come scrisse Il Corriere Nazionale il giorno successivo, nel suo discorso alla fine del pranzo organizzato nella casa-madre dei Salesiani, Léon Harmel ricordò ‹‹che [gli operai francesi] arrivavano a Roma pieni di entusiastica gratitudine al ricordo dell’accoglienza affettuosa e fraterna di Valsalice».[543]

Le lezioni del Congresso di Bologna (1895)

L’enciclica Rerum novarum portò i suoi frutti al primo Congresso Internazionale dei Cooperatori salesiani, presieduto da don Rua, svoltosi a Bologna nel 1895.[544] In esso si dedicò un intero capitolo alla questione operaia, vista dal punto di vista dei ‹‹giovanetti operai», secondo la sensibilità tipica dell’ambiente salesiano. L’analisi della situazione, presentata in dieci considerazioni, riflette lo sguardo social-cattolico medio del tempo sulla condizione del ragazzo di famiglia operaia, in una società ancora prevalentemente artigianale, nella quale incominciava ad attestarsi la grande industria. Eccola in sintesi:

1° La prima e più efficace educazione dei piccoli è assicurata da madri cristiane in famiglie oneste e sane. 2° Ora, soprattutto nei grandi centri, molte abitazioni popolari non presentano più alcuna garanzia, né dal punto di vista igienico né da quello morale, sono abiette e ‹‹micidiali», in quanto uccidono il corpo e l’anima dei fanciulli. 3° D’altra parte le esigenze dell’industria moderna costringono le madri operaie ad abbandonare per l’intera giornata la casa per non mancare al lavoro collettivo in fabbrica, cosa che impedisce loro di dedicarsi al naturale compito educativo dei figli. 4° L’officina che il giovane lavoratore frequenta per impararvi il mestiere non può concorrere alla sua buona educazione, se chi la dirige non è ‹‹informato ai sentimenti santi e delicati della cristiana morale». 5° Il riposo festivo non è solamente un dovere, ma un diritto dei lavoratori. 6° La partecipazione del giovane operaio all’istruzione catechistica festiva in parrocchia è il ‹‹mezzo più sicuro per confermare la buona educazione ricevuta in famiglia». 7° Ormai è un fatto diffuso che la maggior parte dei ragazzi di ceto popolare, anche se hanno madri cristiane, quasi sempre abbandonano la pratica religiosa dopo la prima comunione, o perché corrotti da cattivi compagni o per tanti scandali di cui sono testimoni. 8° Questi giovani, e peggio quelli che non hanno avuto madri che si occupassero si loro o perché impedite dal lavoro o perché digiune di sentimenti cristiani, abbandonati a sé stessi e affidati a padroni che non sanno rispettare le loro anime, senza una sufficiente istruzione religiosa, dimenticano quel poco che hanno imparato da bambini, ‹‹crescono nell’ignoranza di Dio e dei loro doveri di cristiani e cittadini». 9° Di conseguenza coloro che formeranno la generazione del futuro, sono cristiani solo di nome, privi della luce e della speranza del cristianesimo, dunque fatalmente destinati a disprezzare le leggi più sante e più universali e ad ingrossare ‹‹quelle turbe che sono un pericolo ed una minaccia per la civile società». 10° Solo la carità cristiana, animata dallo spirito di sacrificio e di abnegazione, è in grado di scongiurare una tale sventura ‹‹colle pazienti cure e colle sante industrie».[545]

A partire da queste constatazioni, il Congresso formulava allora undici ‹‹voti», connotati da un certo tono paternalistico, allora naturale, più o meno ispirati all’enciclica. Eccoli nella loro versione integrale:

Il Congresso fa voti:

Che i Cooperatori Salesiani si colleghino a tutti gli uomini di cuore e di buona volontà per ottenere, dove è possibile, disposizioni legislative che moderino le esigenze delle grandi industrie, conciliando i soli veri interessi legittimi di queste coll’obbligo che hanno di rispettare i sacri diritti e doveri della maternità;

Che favoriscao le associazioni che abbiano per iscopo il miglioramento delle case operaie;

Che zelino e facilitino colla loro influenza il collocamento dei bambini negletti od abbandonati delle classi operaie nei presepi créches od asili d’infanzia, massime in quelli diretti da persone religiose, in quei casi in cui la prima buona educazione dei medesimi per mezzo della madre nel domicilio domestico è resa impossibile;

Che zelino il collocamento degli operai in quelle officine nelle quali si rispettano le regole della fede e morale cristiana;

Che i Cooperatori Salesiani padroni di officine o capi botteghe prendano interesse dei giovani artigiani loro affidati come se questi fossero loro figliuoli, e porgano loro l’esempio di una vita effettivamente cristiana;

Che ne curino perciò non solo l’istruzione tecnica ma anche l’educazione religiosa e morale e l’igiene del loro corpo;

Che promuovano l’osservanza del riposo e della santificazione del giorno festivo, appoggiando anche in ogni miglior modo le iniziative che all’uopo fossero prese da altri;

Che curino quindi la loro frequenza ai catechismi parrocchiali, agli Oratori festivi ed alle scuole cattoliche serali e festive, vigilando perché non manchino all’adempimento dei loro doveri religiosi;

Che lungi dal permettere loro occasione di scandalo col turpiloquio, bestemmia o gozzoviglie, loro inculchino colle parole e coll’esempio il rispetto di Dio e di se stessi, la fuga dell’ozio e l’amore al lavoro;

Che li facciano ascrivere fin da giovanetti alle società cattoliche di mutuo soccorso e di previdenza, e li abituino al risparmio, perché non manchino dei necessarii provvedimenti nei giorni delle infermità, della vecchiezza e della sventura;

Che finalmente, nel determinare la mercede od il salario ai loro lavoratori, si uniformino alle massime solennemente proclamate dal Sommo Pontefice Leone XIII nell’ammirabile sua Enciclica Rerum Novarum.[546]

Nulla di rivoluzionario in queste mozioni dal tenore moralizzante. Non appare la parola giustizia; predomina il senso di carità. Non si invoca neppure la proibizione di impiegare i fanciulli nelle fabbriche, né la riduzione dell’orario di lavoro, che era allora comunemente di dieci ore e mezzo e persino undici ore e mezzo al giorno. Solo la prima mozione lascia aperto uno spiraglio in questo senso. Quest’assemblea presieduta dal nostro don Rua fu comunque segno di una grande buona volontà in favore dei giovani operai, troppo spesso trascurati da padroni per nulla interessati dalla loro educazione.

La Società Nazionale del Patronato e Mutuo Soccorso per le Giovani Operaie

Durante quegli anni don Rua favorì la creazione, attorno a Cesarina Astesana (1858-1946), di una Società di Mutuo Soccorso delle Giovani Operaie Cattoliche.[547] Cesarina Astesana, celibe, cattolica convinta e intraprendente, si era preoccupata del destino delle sarte e delle altre lavoratrici di Torino. Gli orari delle sarte, erano molto flessibili, dipendevano dagli ordini e dalla scadenza delle consegne. Il lavoro si prolungava fino a notte e continuava nei giorni festivi, se la clientela lo richiedeva. La loro condizione morale e fisica la preoccupava molto. Con l’aiuto di alcune persone generose, Cesarina fondò un Oratorio, andando incontro a una loro espressa esigenza. Don Rua, a cui si rivolse per consiglio, non si limitò a dare suggerimenti, ma le affiancò dei sacerdoti per la celebrazione della messa e per le conferenze. La conferenza più riuscita fu quella di don Stefano Trione nella chiesa di Santa Barbara. La chiesa risultò troppo piccola per contenere la folla accorsa. Il predicatore incantò il pubblico. Fu così che sul momento venne creata una Società di Mutuo Soccorso per le Giovani Operaie Cattoliche. Nell’estate successiva don Rua ottenne dalle Figlie di Maria Ausilitrice la disponibilità di due case: quella di Giaveno ai piedi delle Alpi e quella di Varazze sulla Riviera Ligure, affinché le giovani operaie potessero per alcuni giorni respirare l’aria di montagna e di mare.

Cesarina estese la sua azione anche fuori Torino. Cercava appoggi. Don Rua la aiutò. ‹‹Quanto alla signorina Astesana ­ scriveva ­ nel 1904 al direttore della casa di Firenze, puoi rassicurare l’eccellente marchesa Alfieri che è una persona degna di ogni fiducia, che sta lavorando a un’opera degna di molto interesse da parte dei buoni, quella di proteggere le giovani operaie assicurando loro il riposo domenicale, di impedire il loro sfruttamento con un lavoro troppo prolungato a svantaggio della loro salute fisica e morale, ecc.». Incoraggiata dal cardinale Richelmy, arcivescovo di Torino, e benedetta dal papa, l’opera si diffuse e si rafforzò a beneficio delle giovani operaie. Cesarina Astesana nelle difficoltà ricorreva a don Rua che non mancò mai di consigliarla e sostenerla. Nel 1901 nacque così la Società Nazionale del Patronato e Mutuo Soccorso per le Giovani Operaie, che nel 1906 contava 1505 patronesse e 15.168 operaie, Nel 1910, alla morte di don Rua il loro numero era triplicato.

Lo sciopero dello stabilimento Anselmo Poma (1906)

Tuttavia le indicazioni della Rerum novarum si facevano strada molto lentamente. I primi anni del nuovo secolo furono alquanto turbolenti nelle regioni industrializzate. I socialisti reclamavano, a ragione, la riduzione dell’orario di lavoro nelle fabbriche. Il Parlamento italiano discuteva sul lavoro femminile e infantile. Quando lo ritenevano necessario gli operai scendevano in sciopero. Ma il sindacato cristiano non si risolveva facilmente a piegarsi davanti alla loro forza. Sono significative a questo proposito in Torino le vicissitudini della manifattura tessile di Anselmo Poma, tra maggio e luglio 1906, in cui, per un certo aspetto, venne coinvolto anche don Rua.[548]

Anselmo Poma era un grande amico di don Rua. Nella periferia di Valdocco la sua fabbrica di cotone dava lavoro a centinaia di operai e operaie. Ci fu all’inizio una questione di orari, poi di salari. Nello stabilimento Poma, la giornata lavorativa durava undici ore e mezzo. Nel maggio del 1906 gli operai, appoggiati dalla Camera del lavoro della città con i loro sindacati, chiesero di ridurla a dieci ore, come in altre fabbriche. L’industriale accettò questa diminuzione, ma chiese in cambio di ridurre proporzionalmente i salari degli operai. Dopo vari tentativi infruttuosi per cercare di mantenerli allo stesso livello, il 22 maggio operai e operaie si misero in sciopero. Anselmo Poma, pur essendo un galantuomo, teneva molto alla sua autorità: rifiutò assolutamente di cedere alla forza. Gli scioperanti resistettero e si opposero a ogni ripresa del lavoro.

Don Rua cercò di dissuadere l’industriale dall´irrigidirsi, facendogli rilevare la ragionevolezza delle richieste degli operai. Ma egli pensava, che se fosse venuto a patto con i dipendenti, avrebbe perso il suo prestigio. Don Rua gli propose come soluzione di compromesso di affidare le trattative ai suoi figli. Amadei riporta una sua lettera a Pome del 29 maggio 1906:

Ottimo signor Poma,

molto mi sta a cuore l’affare che attualmente preoccupa la S.V. Onor.ma, e sempre mi informo come vanno le cose. Sento che il malumore nella sua massa operaia continua. Giovedì scorso [il 24 maggio, festa di Maria Ausiliatrice], come ebbi a dirle, mi accorsi che la sua salute ne soffre. Abbia pazienza; si allontani per alcuni giorni; vada fuori Torino. La S.V. ha figli intelligentissimi ed affezionatissimi, che la rappresenteranno benissimo; dia loro le istruzioni che crederà opportune: essi la terranno informata di quanto occorrerà. Intanto ella si tolga da questa baraonda. Gradisca i miei rispetti, e mentre dal Signore le imploro pace e tranquillità, mi creda suo affezionatissimo obbligatissimo servo ed amico

Sac. Michele Rua.[549]

Don Rua si teneva informato tramite don Rinaldi, suo prefetto generale, che, con molto tatto, serviva da intermediario presso l’industriale. Ma questi credette di non doversi conformare al suggerimento di don Rua. Aveva un bel ripetere ai lavoratori che il sistema dei salari sarebbe stato aggiustato dopo le operazioni amministrative indispensabili, essi non demordevano. Lo sciopero, più o meno violento, proseguì. Il 19 giugno un referendum lo approvò con la quasi unanimità dei lavoratori. Elementi sovversivi si erano infiltrati nella massa operaia e soffiavano sul fuoco. Rifiutavano le soluzioni pacifiche e spingevano allo scontro. La Camera del lavoro, dominata dai socialisti, li spalleggiava. Nelle assemblee gli spiriti si infiammavano. Lo stabilimento fu letteralmente assediato. Gli elementi forti erano pronti a cacciare a colpi di pietre quelli che volevano riprendere il lavoro.

Tuttavia i colloqui tra Anselmo Poma e don Rua proseguirono. Don Rua persuase l’industriale a lanciare un appello alle donne, corredato di buone promesse, perché riprendessero il lavoro. In 650 risposero, incoraggiate e sostenute da Cesarina Astesana. Si aggiunsero 150 operai. Una vera e propria battaglia di giorno e di notte s’ingaggiò allora tra i lavoratori e gli scioperanti. Le lavoratrici non scioperanti si accamparono all’interno dello stabilimento. Amadei descrive le peripezie della resistenza. La Camera del lavoro sovvenzionava gli scioperanti e li spingeva alla lotta ad ogni costo. Sull’altro fronte il padrone non cedeva e inviava denaro a don Rua per sostenere le operaie chiuse in fabbrica. Domenica 8 luglio il curato della parrocchia vi andò a celebrare la messa e l’industriale vi assistette.

Nello stesso tempo i lavoratori della città, solidali con i loro compagni, minacciavano di organizzare uno sciopero generale. A questo punto i dirigenti socialisti si preoccuparono delle possibili complicazioni e si dissero pronti a chiedere la ripresa, a condizione che la decisione sembrasse presa dalla Camera del lavoro stessa. Si arrivò così a metà luglio senza aver fatto alcun passo né da una parte né dall’altra. Ma, grazie alla mediazione di don Rua, si profilò finalmente una soluzione. Il 17 luglio, il giornale (di destra) Il Momento pubblicava una sua lettera, accompagnata da una dichiarazione di Anselmo Poma.

Don Rua si indirizzava così al direttore del giornale: ‹‹Nell’intento di far tornare la calma negli animi lungamente esasperati e far cessare uno stato di cose tanto dannoso alla classe operaia, mi rivolsi al signor Anselmo Poma perché volesse manifestare le sue intenzioni riguardo le sue operaie. Ne ebbi la risposta che qui le comunico. Fidente di potere con la pubblicazione della medesima facilitare lo scioglimento da tutti desiderato di queste dolorose vertenze, la prego di darle posto nel suo prezioso giornale. Sicuro che la S.V. condividerà meco questo umanitario sentimento, mi prego professarmi con tutta la considerazione, ecc.».

Seguiva la lettera di Anselmo Poma: ‹‹La Ditta nella ripresa del lavoro non può esimersi per necessità dello stato in cui è ridotto lo stabilimento, quasi completamente sconcertato, dallo scegliere gradatamente quegli operai che le posson convenire. Le concessioni fatte a piena soddisfazione degli operai che attualmente lavorano, in corso fin dall’8 luglio, sono estensibili a quanti si potranno riprendere. Con tali concessioni si ha evidentemente un aumento sulle tessitrici, ritorcitrici e parte delle spolatrici, di circa il 5 per cento sulle tariffe passate».

Il giorno dopo don Rua indirizzava un’altra lettera al direttore del Momento, annunciando di avere ottenuto che la ditta riassumesse tutti gli operai, tenendo conto evidentemente delle norme morali sempre richieste nelle accettazioni. Rimanevano sospesi appena 200 telai, 100 tessitrici e 100 riparatrici, ma si sperava di riattivarle nello spazio di qualche mese. Infine nessuno degli operai tornati al lavoro con un contegno corretto sarebbe stato respinto per aver partecipato alla lotta. Il Momento aggiungeva queste considerazioni: ‹‹E noi che abbiamo sempre difeso la causa della libertà e della giustizia, combattendo a viso aperto tutti i tentativi di sopraffazione, non abbiamo che a compiacerci di una soluzione che ristabilisce l’armonia tra un grande industriale e i suoi operai, e consacra a un tempo il trionfo dell’opera paterna di quel venerando sacerdote ch’è don Rua e la sconfitta della Camera del Lavoro e dei suoi violenti rappresentanti».[550]

Fu così che il 19 luglio Anselmo Poma poté assistere al corteo di altre 900 operaie che tornavano nello stabilimento dopo una sosta di quasi due mesi. Il 21 luglio tutti i telai erano in movimento perché tutte le operaie erano rientrate, ad eccezione di quelle che avevano trovato impiego altrove.

Don Rua cercò in diverse circostanze, nel corso del suo rettorato, di difendere e onorare la classe operaia. Aveva un ideale di società certamente gerarchizzata, come allora era di rigore, ma unita dall’accordo di tutti con tutti. Nella sua visione i rapporti umani dovevano essere regolati da una giustizia sempre improntata alla carità.

 

29 ­ LE FIGLIE DI MARIA AUSILIATRICE

La direzione delle Figlie di Maria Ausiliatrice

Fino al 1906 l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice rimase, nei termini stabiliti dalle sue Costituzioni, ‹‹sotto l’alta ed immediata dipendenza del Superiore Generale della Società di S. Francesco di Sales, cui danno il nome di Superiore Maggiore» (titolo II, art. 1). Certo, l’Istituto era governato e diretto da un Capitolo Superiore, composto dalla Superiora Generale, da una vicaria, da una economa e da due assistenti, ma ‹‹dipendentemente dal Rettor Maggiore della Congregazione Salesiana» (titolo VI, art. 1).

Don Rua era dunque il Superiore Generale dell’Istituto e doveva vegliare sul suo buon funzionamento materiale e spirituale. Madre Caterina Daghero (1856-1924), Superiora Generale dalla morte di santa Maria-Domenica Mazzarello (1881), assolveva benissimo al suo compito. L’Istituto era saggiamente governato e si sviluppava lodevolmente. Come si era fatto ai tempi di don Bosco, la Madre Generale ricorreva sempre a don Rua in caso di difficoltà. Si faceva consigliare per l’aperura delle case e la creazione di missioni; con il suo aiuto stipulava le convenzioni con autorità civili ed ecclesiastiche e con le diverse amministrazioni.

Questo sistema rispettava la giurisdizione dei vescovi. Non ne ostacolava l’esercizio. Scrupoloso in materia, don Rua procedeva sempre con estrema delicatezza. Don Ceria cita giustamente come esempio una lettera indirizzata da don Rua nel 1901 all’ispettore dell’Argentina, Giuseppe Vespignani. Vespignani gli aveva chiesto come comportarsi a riguardo dei problemi delle suore con l’arcivescovo di Buenos Ayres e delle autorizzazioni che bisognava richiedere. Don Rua gli rispose: ‹‹Il modus tenendi che io ti suggerisco, si è quello di trattare alla semplice col Rev.mo Arcivescovo, ottenere da lui le autorizzazioni che crede di concedere, assecondarlo rispettosamente in ciò che esige ed evitare ogni questione. In questo medesimo modo ho già risposto anche ad altri. Noi siamo in aiuto dei vescovi; le Figlie di Maria Ausiliatrice sono in aiuto nostro e fanno per le giovanette ciò che i Salesiani fanno per i giovanetti; e poiché esse devono essere informate allo spirito del loro e nostro Fondatore e Padre, credo che gli Ecc.mi Vescovi solo vorranno assistere esse e noi nel fare un po’ di bene alla povera gioventù, principale oggetto delle nostre cure. Quindi procura di andare avanti con semplicità e prudenza, con molta deferenza all’autorità dei Vescovi; chè questo credo sarà il miglio modo da tenere».[551]

L’Istituto continuò così a ingrandirsi sotto l’egida salesiana, che lo metteva al riparo dai pericoli, dalle incertezze, dagli abbandoni e dai problemi economici. Si è potuto scrivere che questo sostegno permanente e benevolo ha costituito di fatto il ‹‹perno della sua esistenza».[552] La direzione salesiana non aveva in nulla ostacolato il libero funzionamento dell’organismo interno. Anzi, aveva coadiuvato a produrre i migliori risultati. Le statistiche sono eloquenti. Nel 1881, quando Madre Daghero divenne superiora, l’Istituto contava 202 professe e 77 novizie, distribuite in 32 centri. Nel 1906, anno della separazione tra le due congregazioni, le professe erano salite a 2354, le novizie erano 312 e le case 272. Don Rua, Superiore Maggiore delle suore, considerava la cura spirituale del ramo femminile della Società Salesiana come uno dei suoi compiti principali. Incoraggiava le suore con frequenti visite alla Casa-madre di Nizza Monferrato in occasione di vestizioni e di professioni, con la sua partecipazione agli esercizi spirituali nella stessa casa, tenendo almeno la predica di chiusura. Nel corso dei suoi spostamenti in Italia, in Spagna, in Francia o in Belgio visitava i loro Oratori festivi, le loro scuole, i loro asili. Le associava ai Salesiani per le annuali cerimonie tenute nel santuario di Maria Ausiliatrice in occasione delle spedizioni missionarie verso l’America. Infine si rendeva presente con sostanziose lettere circolari, che costituiscono per i posteri la documentazione più sicura del suo insegnamento (le note delle cronache, infatti, soprattutto quelle trasmesse da Amadei, sono poco attendibili). Si possono ritrovare in queste circolari le intenzioni, le idee e i sentimenti di don Rua nei riguardi delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

Le lettere circolari di don Rua alle Figlie di Maria Ausiliatrice

Il Fondo Don Rua nell’Archivio Salesiano Centrale conserva 35 lettere circolari da lui inviate alle Figlie di Maria Ausiliatrice.[553] Erano in gran parte occasionali. La loro lettura è istruttiva per comprendere la sua cura nel tenere informato l’Istituto. Così, ad esempio, il 24 agosto 1888, don Rua presenta alle suore il loro nuovo libro di preghiera; il 1° febbraio 1890, racconta l’udienza accordatagli da Leone XIII il 22 gennaio; il 6 giugno dello stesso anno, le avvisa dell’apertura del processo di beatificazione di don Bosco, suggerendo le orazioni da recitare mattino e sera per il buon esito; il 29 giugno 1891, le ringrazia degli auguri inviati in occasione della festa del Rettor Maggiore; il 21 novembre, spiega come festeggiare il giubileo dell’Opera Salesiana l’8 dicembre successivo; il 19 marzo 1892 le avvisa che in agosto si terrà il loro terzo Capitolo Generale; il 25 marzo 1894 firma la prefazione delle ‹‹delibere» dei loro Capitoli Generali, un documento ­ scrive ­ che le direttrici dovranno studiare e commentare con le consorelle; il 16 luglio 1897, si dilunga sul venticinquesimo anniversario della nascita dell’Istituto (1872); il 15 ottobre 1897, comunica le grazie accordate dalla Santa Sede per la celebrazione di tale anniversario; il 10 gennaio 1899, ricorda il decimo anniversario della morte di don Bosco; il 31 gennaio avvisa dell’imminente apertura del loro quarto Capitolo Generale, con l’elezione del Consiglio Superiore; il 21 novembre 1899, annuncia che il defunto procuratore generale in Roma, Cesare Cagliero, è stato sostituito dal loro direttore generale Giovanni Marenco e Clemente Bretto prenderà il suo posto come direttore generale dell’Istituto; il 22 febbraio 1903, parla della solenne incoronazione di Maria Ausiliatrice che si terrà a Torino nel maggio successivo, grande evento per tutta la famiglia salesiana; il 22 gennaio 1905, annuncia l’apertura del loro quinto Capitolo Generale nel corso dell’estate; infine il 29 settembre 1906 le ringrazia per gli auguri e le preghiere in occasione della festa di S. Michele. Come si vede, don Rua accompagnava le sue Salesiane negli avvenimenti significativi della loro vita comunitaria.

Don Rua curava soprattutto l’annuale strenna alle Figlie di Maria Ausiliatrice. Per gli anni 1889 e 1891 non ne ho trovato documentazione. Nel 1890 esiste solo una circolare (6 gennaio) di 4 pagine, sulle buone o cattive letture, destinata soprattutto alle insegnanti.[554] Ma, a partire dal 1892, le strenne del Rettor Maggiore diventarono sistematiche. In un primo momento, tra il 1892 e il 1901, si presentavano sono in forma di prefazione agli elenchi annuali, pubblicati in gennaio. Ma poiché, da buon maestro spirituale, sentiva il desiderio di confidarsi più diffusamente, così dal 1902 al 1905, le strenne vennero stampate come fascicolo a parte, per essere distribuite all’inzio del nuovo anno. Ognuna di esse ruota intorno a un tema centrale. Ci scuserete se le presentiamo, ma esse sono documento interessante delle principali preoccupazioni di don Rua riguardo alle Figlie di Maria Ausiliatrice.

Nel 1892, il Rettor Maggiore parla della meravigliosa espansione dell’Istituto, segno della protezione divina. Nel 1893, sottolinea quanto sia necessaria la carità all’interno di ciascuna comunità, che deve costituire ‹‹una piccola famiglia». Nel 1894, mette in evidenza l’unione indispensabile tra le superiore e le consorelle. Nel 1895, sostiene che gli Oratori festivi ‹‹nell’Istituto devono essere considerati come uno dei mezzi principali e più efficaci per promuovere il bene ed esercitare la carità verso il prossimo». Nel 1896, prende spunto dal drammatico incidente ferroviario del Brasile, in cui avevano trovato la morte mons. Lasagna, il suo segretario, madre Teresa Rinaldi e le sue compagne, per raccomandare: ‹‹Siate pronte, infatti il Figlio dell’Uomo verrà quando meno ve l’aspettate», e ‹‹Facciamo del bene finché ne abbiamo il tempo». Nel 1897, la lettera annuale è un’esortazione a osservare con cura la ‹‹santa Regola» e le delibere capitolari, ‹‹dono prezioso che il Signore vi fa [...], vostra guida sul cammino della perfezione religiosa [...], legame d’unione tra voi tutte». Nel 1898, riprende un discorso di don Bosco alle prime suore nel 1872 sul distacco dalla propria volontà, la franchezza con le superiore, la modestia religiosa. Nel 1899 (annunciando la pubblicazione nel 1898 del primo volume delle Memorie biografiche) invita le consorelle ad impregnarsi delle ‹‹amabili e splendide virtù» di don Bosco. Nel 1900, per l’anno santo, le esorta a purificare e a santificare la propria anima evitando ogni peccato deliberato e seguendo attentamente la santa Regola. Nel 1901, presenta un’argomentata esortazione a vivere nella santità durante il nuovo secolo, riempiendo il proprio cuore dell’amore di Gesù Cristo e del desiderio di imitarlo. Nel 1902, don Rua si dilunga sulla santa allegria, tipica dello spirito di don Bosco, una gioia che, non soltanto rende felici, ma facilita il servizio di Dio. Nel 1903, esorta le suore ad imitare le virtù del Sacro Cuore di Gesù, che diceva di se stesso: ‹‹Sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Nel 1904, si dilunga sulla vita di fede, con pagine costellate di citazioni bibliche, esortando le Figlie di Maria Ausiliatrice a pensare a Dio durante tutta la giornata. Infine, nel 1905, dedica la strenna alla pazienza, virtù spesso mal compresa, che dev’essere nutrita di carità. Nel 1906, mentre era in corso il processo di scissione, don Rua pensò che non fosse opportuno scrivere la solita strenna.

Tutte queste circolari sono impregnate di affetto paterno. Don Rua le indirizzava alle sue ‹‹buone», ‹‹care», ‹‹carissime» e persino ‹‹dilettissime» ‹‹in Gesù Cristo» Figlie di Maria Ausiliatrice. E le firmava: ‹‹vostro affezionatissimo in Gesù Cristo», e persino (il 31 dicembre 1903): ‹‹Affezionatissimo padre in Gesù Cristo». Il tono era infatti quello di un padre che parla a figlie che porta nel proprio cuore.

Il contenuto di queste circolari, era molto concreto, raggiungeva le suore nelle loro attività quotidiane di insegnanti, di educatrici di ragazze o di bambini, di infermiere, di cuoche, di guardarobiere, di econome negli asili o nei collegi, e persino nelle lontane missioni americane. Esse stesse si ritrovavano negli insegnamenti di don Rua sulla vita religiosa e sulla vita comunitaria con le sue umili esigenze. L’orientamento spirituale delle lettere era nettamente escatologico. Al termine della vita terrena, si profila sempre la salvezza o la perdizione eterna:

Conosciamo che questo è appunto il fine per cui fummo creati, di conoscere Dio: ut cognoscant Te (Gv 17,3), amarlo: diligens Dominum Deum (Dt 6,5), e servirlo: illi soli servies (Mt 3,10); che a questo si riducono i divini precetti: hoc est maximum, et primum mandatum (Mt 22,38), che per nessuna altra ragione noi esistiamo; che se ad altro noi mirassimo urteremmo contro la divina volontà, contro i bisogni stessi della nostra natura intelligente. Sbaglieremmo interamente la nostra vita e dovremmo un giorno esclamare: ergo erravimus! (Sap 5,6). Conosciamo che come ci esporemmo a tremendi castighi divini, in ignem aeternum (Mt 25,41), che ci colpirebbero per l’eternità, se noi ci opponessimo alla volontà di Dio, così la vita nostra, se viene cordialmente trascorsa nel divino servizio, ha per sé le promesse più attraenti di una celeste felicità in seno a Dio: ego... merces tua magna nimis (Gn 15,1), ove le vicissitudini di questa misera terra più non turberanno il nostro cuore: neque luctus, neque clamor, neque dolor erit ultra (Ap 21,4), dove lo spirito nostro, sospeso in una estasi d’amore, godrà le ineffabili dolcezze del paradiso: mecum eris in paradiso (Lc 23,43), e contemplando Dio in sé medesimo: facie ed faciem (1Cor 13,12), e gustando esuberantemente la sua ineffabile soavità: quoniam suavis est Dominus (Sal 33,8), noi saremo in eterno immersi e confermati nella felicità di Dio, che è in se stesso felice di un’infinita ed incomprensibile felicità.[555]

Nella vita spirituale della religiosa, la virtù occupa un posto centrale. È attraverso di essa, sia che si tratti della pazienza, dell’abnegazione, della religione, della fede e soprattutto della carità, che la Figlia di Maria Ausiliatrice progredisce nella santità e si apre le porte della vita eterna. Per esempio, il 24 agosto 1888 presentando alle suore il nuovo libro di preghiera, don Rua descrive la virtù religiosa e le sue esigenze in modo molto efficace:

Poiché mi si presenta l’occasione, vi esorto caldamente, o mie buone Figliuole in Gesù Cristo, che mettiate in pratica la raccomandazione fattaci dal nostro Divin Salvatore, di sempre pregare e di non mai stancarci (Lc 18). Ma voi mi domanderete: Come possiamo noi sempre pregare? ­ Vi rispondo coi sacri interpreti e coi maestri di spirito dicendo, che specialmente in tre maniere noi possiamo sempre pregare. Primieramente coll’acquistare l’abitudine, ossia la virtù e lo spirito della preghiera; perché in quel modo che si dice, per es., caritatevole una persona, la quale ha contratto l’abito, la facilità, la prontezza di fare atti di carità, e li pratica sempre quando se ne presenta l’occasione, così chi ha la virtù, ossia la disposizione di pregare ogni volta che deve o che può, si dice meritamente che è sempre in preghiera, come vuole il Signore, perché Egli tien conto della buona volontà. L’abitudine poi e lo spirito dell’assidua preghiera si acquista col pregare sovente, allora soprattutto quando la santa Chiesa e la Regola lo esige.

Parimenti si adempie il precetto del sempre pregare col frequente uso delle giaculatorie così caldamente raccomandate da tutti i maestri di spirito, e con cui innalziamo la mente ed il cuore a Dio e ci uniamo con Lui.

Finalmente si osserva la divina raccomandazione della continua preghiera, facendo ogni nostro lavoro ed azione con diligenza e per amor di Dio, come ci esorta l’apostolo S. Paolo (1Cor 10,31). Ond’è che il Venerabile Beda scrive: Sempre prega, chi opera sempre secondo il piacere di Dio. E S. Basilio dice: Chi opera sempre bene, prega sempre; e si opera sempre bene, quando si ha retta intenzione di dare gloria a Dio.[556]

Don Rua sapeva dunque mostrarsi dolcemente esigente verso le sue ‹‹care figlie». Forse anche un po’ troppo meticoloso, per i nostri gusti, come quando, nella parte conclusiva della strenna 1904 sulla vita di fede, invita le suore a vivere tutta la giornata tra il cielo e la terra. Dio dev’essere il primo pensiero, a Lui vanno consacrate le prime prime ore del giorno. Non solo: nelle occupazioni quotidiane deve risuonare sovente ‹‹il nome di Gesù e quello dolcissimo della sua Vergine Madre» e le consorelle non si salutino ‹‹se non invocando Gesù» nei loro cuori; oppure, sentendo scoccare le ore, immediatamente portino alla loro mente ‹‹un ricordo della vita di Maria SS. ed un pensiero a Gesù».

Certo, tali consigli, osservati alla lettera da anime scrupolose, avrebbero potuto suscitare comportamenti artefatti, estranei allo spirito di don Bosco. Ma, nelle stesse pagine, don Rua si mostra più realista, facendo notare alle suore che i muri delle loro case, ornate di quadri religiosi, e le pie immagini che abbelliscono i loro libri, sono sufficienti ad elevarle naturalmente verso Dio. L’abito stesso che portano ricorda loro che sono state separate dal mondo ‹‹per essere tutte di Gesù». Il crocifisso della professione religiosa ‹‹vi dice quale dev’essere la vostra vita». In conclusione, ‹‹come potrei io supporre che di continuo non abbiate un pensiero di fede, se di fede sempre vi parla ciò che vedete, ciò che sentite, ciò che fate, ciò che siete voi medesime?».[557]

Don Rua non si accontentava dunque di governare da lontano l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Era attento ad infondere in loro una spiritualità, ‹‹un’ascetica tipicamente salesiana», secondo l’osservazione fatta da suor Maria Esther Posada in una comunicazione su ‹‹La formazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice tra 1881 e 1922», presentata a Vienna durante il seminario europeo del 2003. L’Istituto rimarrà a lungo segnato da quest’ascetica caratteristica.

Si profila la separazione

Ma verrà il giorno in cui don Rua dovette accettare la dolorosa separazione. Il 29 settembre 1906, espresse semplicemente i suoi ringraziamenti per gli auguri in occasione della festa di S. Michele, alle ‹‹ottime» Figlie di Maria Ausiliatrice. Gli aggettivi affettuosi care, carissime, dilettissime, erano spariti.[558] Quell’anno infatti aveva dovuto rinunciare al titolo di Superiore Maggiore dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Conformemente alle disposizioni romane, l’Istituto non faceva più parte della Società Salesiana. Da quel momento in poi sarebbe stato del tutto autonomo.

Dopo la scomparsa dei direttori confessori nelle proprie case, si trattò di una seconda grave ferita a quell’eredità di don Bosco che don Rua avrebbe voluto trasmettere intatta ai successori. Ma, come ha sottolineato don Ceria, il nostro Rettore non si comportò allo stesso modo nei due casi. Nell’affare dei direttori-confessori, mentre era in corso il provvedimento romano, si adoperò fino all’ultimo per frenarne o attenuarne l’applicazione, salvo poi piegarsi docilmente davanti alla volontà romana, tanto da non tollerare più alcuna scappatoia. In questo caso invece, si mantenne a debita distanza, lasciando alle suore la cura di agire come meglio credevano. Certo, come si vedrà, i Salesiani sostennero le suore. Egli stesso senza dubbio soffrì della piega che aveva preso l’applicazione del regolamento romano, ma mantenne la calma, invitandole a una perfetta e religiosa sottomissione.

Ecco le peripezie di questa storia, relativamente complessa. Checché se ne dica oggi, le Figlie di Maria Ausiliatrice non presero mai l’iniziativa della separazione, anzi. La vicenda va ricondotta ad una precisa scelta della Santa Sede. Alla fine del XIX secolo, Roma tendeva a rendere le congregazioni femminili indipendenti dalle analoghe congregazioni maschili. La moltiplicazione delle congregazioni di suore con voti semplici spinse la Santa Sede a adottare misure di regolamentazione. Il 28 giugno 1901, la Congregazione dei Vescovi e dei Regolari promulgò un decreto che elencava le norme alle quali avrebbero dovuto adeguarsi tali congregazioni, per ottenere l’approvazione delle loro costituzioni. Il documento iniziava con le parole Normae secundum quas. L’articolo 202 stabiliva che una congregazione femminile di voti semplici non poteva dipendere da una congregazine maschile della stessa natura; questo era il caso dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Il procuratore salesiano a Roma si mise in allarme. Immaginò che i voti delle suore fossero canonicamente nulli. Il verbale del Capitolo Superiore del 30 luglio 1901 ci informa: ‹‹Si legge una lettera di D. Marengo il quale, avuto colloquio col cardinale ..... ci avverte che canonicamente i voti delle nostre suore sono nulli e quindi [espone] la necessità di fare approvare da Roma il loro Istituto e le loro Regole, in modo che restino sotto la nostra direzione. C’è anche pericolo che siano staccate da noi».[559] Don Rua si sforzò allora semplicemente di regolarizzare la situazione esistente. Il 1° ottobre 1901 una circolare del prefetto generale Filippo Rinaldi, a nome del Rettor Maggiore, comunicava a ispettori e direttori le direttive riguardanti le Figlie di Maria Ausiliatrice: le loro case dovevano essere completamente separate da quelle dei Salesiani; il loro confessore non poteva in nessun caso essere il direttore dell’opera salesiana in cui risiedevano o chi avesse qualche ingerenza materiale con loro; qualora si confessassero in una chiesa pubblica, il loro confessore ordinario doveva essere cambiato o riconfermato dopo un triennio, d’accordo col vescovo e, se salesiano, d’accordo anche col Rettor Maggiore.[560]

Poi la questione prese avvio. Nel 1902, il cardinale Gotti, prefetto della Congregazione dei Vescovi e dei Regolari, chiese a don Rua un rapporto dettagliato sulla situazione dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, cioè un esemplare delle loro Costituzioni, le ‹‹delibere» dei Capitoli Generali e l’approvazione da parte degli Ordinari. Domandò anche informazioni sulla loro origine e lo scopo perseguito, sul personale e la sua retribuzione, sulla loro situazione materiale e finanziaria. Tutto fu eseguito puntualmente. Le suore vi aggiunsero persino un catalogo delle attività svolte in ciascuna casa. Nel 1904, il cardinale Ferrata, nuovo prefetto della Congregazione, ripeté la stessa richiesta. Poi, il 10 maggio 1905, tramite lettera al procuratore don Marengo, si ingiunse all’Istituto, a nome del papa, di modificare le Costituzioni per renderle conformi al decreto Normae secundum quas.

Il 14 maggio, il procuratore trasmise la lettera a don Rua. Dopo dieci giorni fu convocato dall’Uditore della Congregazione, che dopo aver fornito alcune spiegazioni, si disse incaricato di comunicare che venivano riconosciute le benemerenze dei Salesiani verso l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e la validità dei benefici e abbondanti risultati ottenuti, ma che non era più possibile continuare nella forma in cui l’Istituto era sorto e in cui si trovava. Infine gli affidò l’incarico ufficiale da parte della Sacra Congregazione di modificare le Costituzioni dell’Istituto nel senso voluto dalle Normae secundum quas.[561]

Il 25 maggio, don Rua scese a Roma, passando per Pisa e Livorno. Il 28 voveva presiedere alla festa del venticinquesimo anniversario dell’opera salesiana romana, giorno in cui si sarebbe solennizzata Maria Ausiliatrice. Ne approfittò all’inizio di giugno ­ secondo don Amadei[562] ­ per intrattenersi con il cardinale Ferrata sul problema della possibile separazione dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice dalla Società Salesiana. In quell’occasione il cardinale si sforzò di tranquillizzarlo, dicendogli che si trattava essenzialmente di una separazione materiale.

L’allerta nell’estate 1905

Le settimane passavano e si imponeva ormai l’applicazione pratica delle Costituzioni modificate. Nello stesso tempo emersero alcuni problemi per i Salesiani e per le suore. I verbali delle riunioni dal Capitolo Superiore salesiano permettono di ricostituire dettagliatamente la vicenda. Il problema venne chiaramente delineato nella riunione del 21 agosto 1905, presieduta da don Rua con la presenza del direttore generale dell’Istituto Clemente Bretto:

Don Bretto scrive che si dovrà far presto l’acquisto di una proprietà per le suore e desidera che il Capitolo Superiore gli suggerisca la via da tenere. A questo proposito vari capitolari notano che l’assunto è assai grave; dicono che delle case attualmente abitate dalle Figlie di Maria Ausiliatrice parte sono esclusiva proprietà dei Salesiani, che non potranno o non converrà cedere; parte sono bensì proprietà dei Salesiani, ma donate per le F.M.A. o acquistate con danaro o parte di danaro delle F.M.A., e queste si potranno o converrà cederle; parte infine sono proprietà esclusiva delle F.M.A. Si disse che D. Rinaldi prepari una lista ben dettagliata ed intanto da ciò si prese occasione per dire che l’Istituto delle F.M.A. è parte importante dell’Opera di D. Bosco, che bisognerebbe perciò star attenti a non snaturarlo nel fare la riforma imposta. Cercare anzi tutti i mezzi perché conservi lo scopo, l’indole e lo spirito infusole dal suo Fondatore e che bisognerebbe far comparire questo senz’altro da questi verbali, che i Salesiani non lasciarono passare inosservato affare di tanta importanza. Qualcuno osserva che ciò spetta al solo Rettor Maggiore. D. Rua soggiunge: ‹‹Ebbene, io vi chiamo a parte e domando il vostro aiuto per poter compiere meglio che sia possibile quest’opera». Il Capitolo accetta e si dà incarico al pro-segretario di apprestare una copia delle Costituzioni preparate da D. Marenco, perché possano studiarle. Il Sig. D. Rua desidererebbe anche che D. Marenco desse lettura al Capitolo della lettera con cui fu incaricato di far il detto lavoro.[563]

Il problema delle Figlie di Maria Ausiliatrice tornò una decina di giorni più tardi. Durante il consiglio del 2 settembre, il procuratore Marenco tracciò, nei termini che conosciamo, l’origine del compito che gli era stato assegnato dalla Congregazione dei Vescovi e Regolari.

Ciò posto, il Capitolo Superiore che aveva lette le nuove Costituzioni preparate da D. Marenco, fatti alcuni appunti su vari articoli che potrebbero essere eliminati o modificati, ispirandosi all’idea di evitare di ripetere nelle Costituzioni ciò che è prescritto da decreti particolari e non obbligatorio ad inserirsi nelle Costituzioni, osserva che bisognerebbe far notare che questa Congregazione delle F.M.A.:

- Nel suo passato: fu opera di D. Bosco che pensò con essa di far colle fanciulle e colle giovani, ciò che fanno i Salesiani coi fanciulli e giovani e ciò con un disegno armonico e completo. Che l’Istituto riconosce in D. Bosco il Fondatore e Padre. Che D. Bosco morendo lo raccomandò al suo successore, il quale ha esercitato finora un ministero di paterna sorveglianza senza incagliare il libero funzionamento dell’organico interno e che ciò ha dato buon risultato, come si vede dallo sviluppo maraviglioso e dalle commendatizie di vari vescovi e dal Breve di Leone XIII.

- Nel suo presente: le parecchie migliaia di fanciulle si consacrarono a Dio nell’Istituto colla persuasione e fiducia di essere assistite dalle paterne cure del successore di D. Bosco. Cure ed appoggio divenuto, per la consuetudine, quasi necessario alla vita dell’Istituto, e senza dubbio un numero grande delle case, specie delle missioni, verrebbero meno senza questo appoggio. Nella direzione spirituale data generalmente dai Salesiani si è proceduto sempre in conformità ai canoni e d’accordo coi vescovi: l’interruzione potrebbe tornare a scapito anche del buon nome dei due istituti.

- Pel suo avvenire: pur essendo pienamente disposti a far quanto prescrive la S. Sede, si esprime il desiderio che a conservare la tranquillità nelle Figlie di M. A. e a fomentarne il bene spirituale e materiale si lasci al successore di D. Bosco quest’autorità paterna finora esercitata oppure una simile o maggiore come delegato della S. Sede.

Si conclude dicendo che ogni cosa sia semplicemente manifestata al prossimo Capitolo Generale delle F.M.A., e che esse facciano quanto crederanno opportuno, ma non si dimentichi ciò che dice il Bathandier, assai pratico in questi affari, che spesso il buon esito dipende dal far conoscere le cose come veramente stanno e non come si credono, nel saperle esporre ed adoperarsi nei termini consentiti.[564]

L’annuncio alle Figlie di Maria Ausiliatrice

Quando iniziarono a circolare voci di una eventuale separazione dai Salesiani, le suore furono prese da grande apprensione. Don Rua aveva deciso di non parlarne prima del loro quinto Capitolo Generale, che doveva tenersi in settembre a Nizza Monferrato.[565] Prevedendo le reazioni, propose al direttore generale Clemente Bretto di riunire le componenti del Capitolo Generale durante il corso di esercizi spirituali preparatori e di presentare loro, con massima prudenza, la nuova situazione dell’Istituto. Clemente Bretto lo fece il 4 settembre. L’effetto dell’inattesa comunicazione si coglie nella lettera inviata a don Rua, il giorno successivo, dalla segretaria generale a nome della Superiora Caterina Daghero e delle Capitolari. Vi si diceva, tra l’altro: ‹‹L´annuncio di una possibile sottrazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice alla dipendenza dal successore di don Bosco, benché dato con caritatevole e prudentissima tattica, provocò in tutta l’assemblea una indicibile costernazione». Seguiva una supplica destinata a evitare la frattura e riassunta nel grido: ‹‹Oh, caro Padre, non ci abbandoni!». Affinché ciascuna potesse manifestare un’opinione personale, era stata indetta una votazione segreta, se si volesse o no continuare nell’obbedienza a don Bosco e al suo successore legittimo. Tutte avevano risposto di sì.

L’8 settembre, don Rua si recò a Nizza per aprire il Capitolo e presiederlo, conformemente alle Costituzioni dell’Istituto. Nel corso della seduta di apertura, parlò della lettera e della votazione, dicendosi commosso e consolato dall’una e dall’altra, ma aggiunse subito: ‹‹Tuttavia, noi obbediamo alla santa Chiesa! Se fosse vivo, don Bosco vorrebbe che noi obbedissimo alla santa Chiesa, anche qualora ci chiedesse qualche cosa di diverso da ciò che lui aveva stabilito». Durante il Capitolo, il procuratore presentò alle capitolari il testo delle Costituzioni da lui modificato, invitandole a dare il loro parere sui cambiamenti introdotti. Constatare che la separazione stava concretizzandosi, le addolorò enormemente. Lo dissero al procuratore.

Tornato a Roma, don Marenco riferì alla Congregazione dei Vescovi e Regolari l’impressione prodotta dalla lettura del suo progetto e i desideri che alcune capitolari avevano espresso per iscritto. Il suo rapporto fece tale impressione che fu autorizzato a introdurre nel testo i desideri espressi, aggiungendone i motivi su un foglio a parte. La nota si chiudeva in questi termini: ‹‹Allo scopo di conservare nell’Istituto l’unione, la regolarità e lo spirito del fondatore, il Rettor Maggiore dei Salesiani, successore pro-tempore di don Bosco di santa memoria, continuerà ad esercitare verso il medesimo una direzione e una vigilanza paterna, la quale non derogherà menomamente ai diritti che, a norma dei sacri Canoni, competono agli Ordinari».[566]

Ma i Salesiani non dovevano farsi illusioni. Non era sufficiente la semplice separazione dei beni delle due congregazioni: si imponeva una separazione totale, precisò il cardinal Ferrata in una conversazione con don Stefano Trione. Diversamente sarebbe stato preso un provvedimento severo.[567]

La separazione dei beni dei due Istituti

Il 25 novembre 1905, con una circolare rigorosamente riservata agli ispettori, dopo aver riassunto la questione, don Rua ricordava che la Congregazione dei Vescovi e Regolari aveva ordinato al Capitolo Superiore di procedere alla ‹‹separazione amministrativa e disciplinare delle due opere». Precisava che la separazione totale dei beni avrebbe richiesto spese enormi, se immediata; per tal motivo, in accordo con la Congregazione romana, si era deciso di procedere ‹‹poco alla volta». Alcuni asili di proprietà dei Salesiani erano già stati ceduti alle Figlie di Maria Ausiliatrice. Spiegava poi come procedere nelle case salesiane in cui risiedevano suore addette alla cucina, alla lavanderia e alla biancheria: si sarebbe dovuto assumere personale maschile oppure sarebbe stato necessario trovare nelle vicinanze una residenza per le suore, che consentisse loro di assicurare il servizio senza essere alloggiate in casa. In tal caso, per attuare la separazione amministrativa, bisognava retribuirle in modo appropriato.

Per consentire la separazione disciplinare, continuava don Rua, le Figlie di Maria Ausiliatrice avevano diviso le loro case in varie ispettorie rette da proprie ispettrici. Di conseguenza, anche le direttrici che in qualche modo dipendevano dai Salesiani, dovevano rivolgersi direttamente alle rispettive ispettrici e, attraverso di loro, al proprio Capitolo Superiore. Se si fossero posti altri problemi, si sarebbe dovuto attendere il parere della Congregazione romana, poiché ‹‹non si intende scostarsi nemmeno di poco dalle sacre prescrizioni.[568]

I ricorsi a Roma delle Figlie di Maria Ausiliatrice

Allora, su consiglio dei Salesiani, le Figlie di Maria Ausiliatrice tentarono un’azione propria. Il 4 dicembre don Rua lesse al Capitolo una lettera della Madre Generale che, a nome del Consiglio e di tutto l’Istituto, implorava chiaramente in modo formale che non fossero mutate le condizioni di fondazione da parte di don Bosco e supplicava di non abbandonarle. Non chiedevano di dipendere da una Congregazione maschile, nel caso specifico dalla Società Salesiana, ma unicamente dal successore di don Bosco. Si propose loro di andare a Roma, per consultare un avvocato, a lui esporre i loro desideri e seguirne i consigli.[569]

Non si fecero pregare. Qualche giorno più tardi, il 13 dicembre, il Capitolo apprendeva che la Madre Generale era arrivata a Roma per tentare di convincere la Congregazione dei Vescovi e Regolari della necessità di restare legate al rettor Maggiore.[570] A dire il vero Madre Daghero, la segretaria Vaschetti e suor Marina Coppa, una delle consigliere, si erano imposte tre compiti a Roma: procedere a una revisione minuziosa del testo delle nuove Costituzioni da sottoporre al giudizio della Congregazione; preparare un lungo memoriale da consegnare ai cardinali di quella Congregazione, accompagnato da un esemplare stampato delle Costituzioni; far visita a Cardinali e altri prelati interessati, per spiegare le condizioni reali dell’Istituto. Nel memoriale intendevano illustrare e motivare i loro desideri, che noi già conosciamo.

Il 15 dicembre l’assistente Marina Coppa, scriveva a don Rua l’esito di un colloquio che avevano appena avuto con il cardinale Vivés, membro della Congregazione dei Vescovi e Regolari. ‹‹Don Bosco vi fondò, questa è la vostra forza; ma oggi la Chiesa applica altre disposizioni pel governo delle congregazioni femminili. [...] È un fatto che voi fate del gran bene, siete apostole nel mondo, e se non foste state ben dirette non vi sareste estese così prodigiosamente». Il cardinale aveva cconcluso il colloquio sorridendo: ‹‹Ma don Bosco continuerà ad aiutarvi dal paradiso: dicono che i fondatori vedono come in uno specchio dal cielo quanto avviene quaggiù nelle loro Congregazioni; quindi egli si adopererà affinché tutto sia in conformità del volere di Dio e per il bene».[571]

Dato che le tre superiore si sentivano sole e visto che il postulatore Marenco aveva molto da fare, il 18 don Rua decise di inviare con urgenza don Bertello per aiutarle.[572] Questa notizia le confortò. Il 19 la segretaria Luisa Vaschetti scriveva al direttore generale Clemente Bretto: ‹‹Ho sentito dire che domani sarà qui il Rev.mo Sig. D. Bertello, Deo gratias! Come si sente che abbiamo dei Superiori che ci vogliono bene davvero! Io per me, ogni volta che ci penso, mi sento rinascere la vocazione per farmi Figlia di Maria Ausiliatrice dell’Istituto fondato da Don Bosco, dove spero di perseverare fino all’ultimo respiro».[573]

Poi le suore tentarono di ottenere l’appoggio dello stesso Pio X. La mattina del 7 gennaio 1906 il papa ricevette in udienza privata Madre Daghero e le sue assistenti. L’estrema amabilità del santo Padre aprì il cuore della superiora che gli manifestò i timori comuni, ascoltati con molta attenzione. Il papa si mostrò soddisfatto delle spiegazioni e ripeté loro quattro o cinque volte di stare tranquille. Poiché certe sue espressioni sembravano lasciar intendere che avrebbero potuto continuare ad avere il loro superiore salesiano, una di esse chiese il permesso di comunicare alle suore di Torino questa notizia che le avrebbe consolate nello loro estrema afflizione: ‹‹No, disse il papa, non dite niente; pregate e state tranquille». Consegnarono allora al papa la supplica redatta in settembre dal loro Capitolo Generale. E al momento di congedarsi, videro che sfogliava il documento.[574] Le nuove Costituzioni furono consegnate alla Congregazione dei Vescovi e Regolari il 12 gennaio. Le suore dovevano solo attenderne il verdetto.

Nel frattempo, anche il consigliere scolastico generale Francesco Cerruti, che si trovava a Roma per regolare alcuni problemi con il ministero italiano della Pubblica Istruzione, il 1° aprile, durante un’udienza pontificia, tentò di difendere la posizione delle Figlie di Maria Ausiliatrice e raccolse buone parole. Ma alla fine, tutti quei passi per ottenere un ammorbidimento si rivelarono inutili. Le Costituzioni delle Figlie di Maria Ausiliatrice vennero corrette in modo da essere strettamente conformi al decreto Normae secundum quas. Il 26 giugno, la Congregazione ordinò di comunicare le ultime modifiche al Superiore Generale dei Salesiani e di consegnare, a lui e all’arcivescovo di Torino, le nuove Costituzioni corrette su ordine del papa. La lettera a don Rua, datata 17 luglio, diceva:

Rev.mo Padre.

Si trasmettono, qui unite, alla P.V. le Costituzioni dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, corrette, per ordine del Santo Padre, da questa Sacra Congregazione dei Vescovi e dei Regolari; e le si partecipa essere volere di Sua Santità che tali Costituzioni siano esattamente osservate nel detto Istituto, considerandosi come abrogate tutte le precedenti Costituzioni e Deliberazioni Capitolari, in quanto con esse non concordino. Altro esemplare delle stesse è già stato trasmesso all’E.mo Arcivescovo di Torino col mandato di comunicare alla Moderatrice del suddetto Istituto le relative disposizioni del Santo Padre. Il sottoscritto Cardinale è lieto di poter in tale incontro assicurare la P.V. della speciale benevolenza del S. Padre per la benemerita Congregazione Salesiana di Don Bosco; e con distinta stima si afferma della P.V.

D. Card. Ferrata, Prefetto.[575]

Le suore non poterono far altro che sottomettersi piangendo. Il 20 agosto, la Madre Generale dovendo scrivere a don Rinaldi per una questione amministrativa, ne approfittò per sfogarsi: ‹‹Siamo vissute fin qui come figlie alle disposizioni dei nostri venerati Superiori, godendo del loro paterno affetto, del loro benigno compatimento, tante volte quante ne avevamo bisogno, ed ora... Ora è sopraggiunta la prova: ma proprio nelle crudezze di questa prova noi abbiamo veduto che il cuore dei nostri Superiori non è cambiato, che anzi ha aumentato di tenerezza e di compassione verso queste povere figlie della Madonna e di Don Bosco. Questo pensiero è conforto, è balsamo all’animo nostro rassegnato sì, ma profondamente costernato».[576]

La separazione effettiva

Don Rua si era ritirato sin da luglio dalla gestione dell’Istituto. Il 29 settembre colse l’occasione della festa di S. Michele Arcangelo per annunciare il nuovo statuto alle Figlie di Maria Ausiliatrice. Per sdrammatizzazione la situazione scelse di esprimersi con una certa bonomia e in un tono disteso.

Torino, Festa di S. Michele Arcangelo

29 settembre 1906

Ottime Figlie di Maria Ausiliatrice,

Vi sono vivamente riconoscente per gli auguri che mi avete fatto in varie circostanze dell’anno e specialmente delle preghiere e comunioni che per me offrite al Signore Ed io in questo mio giorno onomastico intendo farvi un regalo col darvi il lieto annunzio che fra poco riceverete dalla vostra Rev.ma Superiore Generale le Costituzioni dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice fondato da D. Bosco. Esse furono rivedute nel vostro quinto Capitolo Generale tenuto l’anno scorso e modificate dalla S. Congregazione dei Vescovi e Regolari in conformità delle delle norme emanate dalla stessa Congregazione il 28 giugno 1901.

Essendo l’Istituto delle Figlie di M.A. notabilmente cresciuto, la S. Sede lo prese in benevola considerazione come quelli che son per ricevere la pontificia approvazione e che dipendono direttamente dalla stessa S. Sede.

Vogliate dunque ricevere le nuove Costituzioni colla massima venerazione e come un attestato dell’interessamento che per voi ha il Vicario di Gesù Cristo; studiatele e soprattutto praticatele per divenire buone religiose secondo le sante viste della Chiesa e mantenetevi nello spirito del nostro Padre Don Bosco, che era tutto rispetto, ubbidienza, affetto al Sommo Pontefice ed agli altri Pastori, come facilmente potrete rilevare dai suoi scritti e dai suoi esempi. E tanto più sarete degne sue figlie se, ad imitazione di lui, aggiungerete cordiale osservanza, ardente carità e vivo zelo per la gloria di Dio e la salute delle anime.

Sempre disposto, insieme agli altri Superiori dei Salesiani, ad aiutarvi in quanto potrete avere bisogno di appoggio e di consiglio, imploro dal Signore le più abbondanti benedizioni sul vostro Istituto e su ciascuna di voi e mi professo

Vostro in Gesù e Maria

Sac. Michele Rua.[577]

Qualche giorno dopo, durante la seduta del 3 ottobre, il Capitolo Superiore salesiano si occupò della separazione. Sarebbero state inviate istruzioni dettagliate alle case. Inoltre, secondo il verbale, si sarebbe spiegato alla Madre Generale che il Rettor Maggiore, conformemente ai desideri della Santa Sede, avrebbe gradito il ritiro delle suore da tutte le case dove non fossero sufficientemente separate dai Salesiani o, almeno, che la superiora ottenesse direttamente da Roma le autorizzazioni necessarie o qualche dilazione per potersi adeguare alle norme. Don Rua inviava poi comunicazione della sua completa sottomissione al cardinale Ferrata, prefetto della Congregazione dei Vescovi e Regolari. La lettera è un ottimo esempio delle sue relazioni epistolari con i dignitari ecclesiastici:

Eminenza,

Con la lettera N. 17358/15 di V. Em., in data 17 luglio 1906, ma consegnatami più tardi, ricevetti le Costituzioni dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, corrette per ordine del S. Padre. Ora seppi dalla Rev.da Superiora Generale del detto Istituto che il 22 settembre p.p. da S. Em. il Cardinale Arcivescovo di Torino le veniva comunicato un altro esemplare delle medesime Costituzioni, come l’Em. V. aveva accennato.

Credo che non sarà necessario che moltiplichi parole per accertarla che i figli di Don Bosco eseguiranno scrupolosamente e di gran cuore non soltanto ciò che vuole il S. Padre, ma anche ciò che Egli mostrasse di desiderare.

Cogliendo intanto l’occasione che mi si presenta, rinnovo i sensi della mia profonda venerazione per l’Em. V. e, mentre le bacio in ispirito la sacra porpora, ho l’onore di potermi professare

Dell’Em. V.

Umil.mo ed ubbid.mo servitore

Michele Rua

Rettor Maggiore della Pia Società di S. Francesco di Sales.[578]

 

Il 15 ottobre 1906, da Nizza Monferrato, Madre Daghero comunicò alle Figlie di Maria Ausiliatrice le nuove regole, raccolte in un piccolo libretto intitolato intenzionalmente Costituzioni dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice fondate da D. Bosco. Ormai solo più questa memoria delle origini le avvicinava ai Salesiani. La superiora non lo disse esplicitamente, ma risultava dal documento che don Rua cessava di essere il loro Superiore Generale.[579]

Il 21 novembre, don Rua indirizzò agli ispettori e ai direttori disposizioni chiare per mettere a punto la separazione tra Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice. Dopo una breve introduzione, il Rettor Maggiore condensò le norme in otto punti debitamente numerati, come era solito fare:

1° Esse, come le altre congregazioni femminili, non devono dipendere da alcuna Congregazione di uomini, bensì dalla loro Superiora Generale assistita dal proprio Capitolo, sotto la vigilanza diretta della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari e degli Ordinari a norma delle nuove loro Costituzioni e dei SS. Canoni.

2° Esse devono avere un’amministrazione e contabilità affatto distinta e separata; e però dove esse prestano la loro opera per la cucina o biancheria, devono essere stipendiate come qualunque altra Congregazione che prestasse simili servizi.

3° Ove per tali lavori, Salesiani e Suore avessero case vicine, debbono avere ingresso separato e nessuna comunicazione fra le loro abitazioni; anzi ove a tale riguardo sorgesse dubbio che vi fosse qualche irregolarità, l’Ispettore preghi l’Ordinario a verificare e all’uopo suggerire il da farsi.

4° Devono considerarsi come di loro proprietà le case di loro abitazione; per queste esse devono sopportare tutti i pesi d’imposte, riparazioni ecc. Quanto alla legale cessione si andrà facendo a misura che si renderà agevole, non potendosi fare tutto in una volta a causa dell’enorme spesa di trapasso che s’incontrerebbe. Per le nuove case, di cui venissero ad abbisognare in avvenire, ne faranno esse acquisto a nome proprio.

5° Però avendo le Figlie di Maria Ausiliatrice coi Salesiani comune lo spirito e il Fondatore, fra esse e noi vi sarà grande carità, riconoscenza e rispetto; ma senza alcun diritto di superiorità o dovere di sudditanza.

6° Quanto allo spirituale esse dipendono dai rispettivi Ordinari, a cui spetta nominare i Confessori, Direttori ecc. I Salesiani potranno occuparsi della loro direzione solo quando siano incaricati od autorizzati dall’Ordinario della Diocesi dove esse dimorano. Quello che qui si dice riguardo alla direzione spirituale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, va inteso pure per qualunque altra Congregazione femminile.

7° Dell’opera dei Salesiani, prestata colle debite autorizzazioni, come se ne valgono altre Religiose, così possono valersene anche le Figlie di Maria Ausiliatrice specialmente per essere aiutate a mantenersi nello spirito del nostro comun Padre don Bosco. Ma quando le Figlie di Maria Ausiliatrice avessero da approfittarsi dell’opera de’ Salesiani, converrà che esse stesse ne facciano dimanda all’Ordinario.

8° I Superiori Salesiani coll’esempio e colla parola inculchino ai loro dipendenti che non si rechino presso a Comunità religiose femminili se non per ubbidienza e col permesso regolarmente ottenuto, non si fermino oltre il necessario e si comportino sempre nel modo più edificante.

Nutro fiducia che praticando queste norme ne risulterà sempre più gloria a Dio e vantaggio alle anime, il che il nostro venerato Padre c’insegnò a cercare in ogni nostro affare, in ogni nostra azione.

Degnisi la Vergine Maria, di cui oggi si celebra la festa della Presentazione al Tempio, renderci sempre più degni di presentarci e servire nella casa di Dio mediante il fervore nella pietà e la purezza delle anime nostre.

Pregatela, di grazia, pel

Vostro aff.mo in G. e M.

Sac. Michele Rua.[580]

I numeri 5, 6 e 7 regolavano le nuove relazioni tra Salesiani e Salesiane, ora tenute a dipendere dalle gerarchie locali. Ma vi si percepiva il fermo desiderio di don Rua che le Figlie di Maria Ausiliatrice continuassero a custodire il loro bene più prezioso: lo spirito delle origini, lo spirito di don Bosco.

Per ora le Figlie di Maria Ausiliatrice non avevano ottenuto di più. La guida paterna del successore di don Bosco, che avrebbero tanto desiderato mantenere, non era stata concessa. Ma esse furono tenaci e don Rua non le dimenticò nelle molteplici prove. Accontentiamoci di accennare agli eventi dei mesi di settembre e ottobre 1907. Nel settembre del 1907, le Figlie di Maria Ausiliatrice tennero a Nizza Monferrato il loro primo Capitolo dopo la separazione. Lo presiedette il vescovo di Acqui. Elessero le superiore, poi chiesero la partecipazione dei Salesiani. Don Marenco arrivò il 18 e don Rua il 26 per la chiusura. Il suo discorso sviluppò la preghiera: ‹‹O Signore, insegnami la bontà, la disciplina, la scienza». E le capitolari firmarono una dichiarazione di filiale devozione a don Bosco e a don Rua a nome di tutto l’Istituto.[581] Un mese più tardi, il 24 ottobre, nella chiesa di Maria Ausiliatrice don Rua rivolgeva il suo incoraggiamento a un gruppo di Salesiane che si disponevano a partire per le missioni: ‹‹Andate a lavorare nel vostro campo d’apostolato, ma soltanto per la gloria di Dio e il bene delle anime», raccomandava loro in sostanza. E due giorni dopo, una trentina di Figlie di Maria Ausiliatrice si univano a cinquanta missionari Salesiani per la cerimonia tradizionale di addio nella stessa chiesa. Infine, il 27, don Rua rivolgeva ancora un discorso particolare alle Salesiane di Torino: ‹‹Lavorate per la maggior gloria di Dio».[582]

Undici anni dopo la separazione, il 19 giugno 1917, le suore ottenevano un decreto dalla Santa Sede grazie al quale il Rettor Maggiore dei Salesiani era nominato delegato apostolico presso le Figlie di Maria Ausiliatrice. L’amministrazione dell’Istituto sarebbe rimasta autonoma e i diritti dei vescovi sarebbero stati salvaguardati, ma ogni due anni, il Rettor Maggiore o un suo delegato avrebbero dovuto visitare le case delle Figlie di Maria Ausiliatrice paterno consilio. Madre Daghero era ancora in carica. Nel corso dell’udienza concessale il 14 gennaio 1919, Benedetto XV le chiese che cosa pensava del decreto. ‹‹Voi avete corrisposto al mio più profondo desiderio, Santissimo Padre», essa rispose.[583] Infatti appagava alla lettera il desiderio di guida paterna auspicato dalle capitolari nel settembre 1905. Le Figlie di Maria Ausiliatrice avrebbero rivissuto, per quanto limitatamente, il tempo felice in cui don Rua le seguiva e le consigliava nella loro mirabile espansione.

 

30 - L´ESPANSIONE SALESIANA NEL PASSAGGIO DI SECOLO

In Tunisia

Don Rua non si accontentò di moltiplicare la presenza dei Salesiani nel continente americano. Ebbe l’audacia di creare nuove opere anche in Africa e perfino in Asia.

L’Algeria aveva visto arrivare i Salesiani nel 1891. Allora il cardinale Lavigerie si era rammaricato che don Rua avesse preferito Orano a Cartagine in Tunisia, malgrado una promessa che don Bosco gli aveva fatto a Parigi nel 1883. Nel 1894 il successore, Clément Combes (Lavigerie era morto nel 1892) ottenne senza difficoltà l’insediamento dei Salesiani a La Marsa (1895), nei dintorni di Tunisi, poi nella stessa Tunisi (1896).

Le pratiche furono sbrigate in modo rapido. L’11 agosto 1894, il Capitolo Superiore accettava l’offerta del nuovo arcivescovo.[584] Una convenzione stipulata il 7 dicembre successivo tra l’arcivescovo di Cartagine e don Rua, stabiliva nel primo articolo: ‹‹L’Arcivescovo di Cartagine affida ai Salesiani di don Bosco la direzione dell’Orfanotrofio agricolo attualmente situato a La Marsa, Tunisia».[585] L’Istituto Perret, dal nome del suo fondatore, il lionese Perret, era una casa angusta, capace di ospitare solo una decina di orfani, ma disponeva di un vasto terreno. L’arcivescovo chiese che vi fossero inviati un sacerdote e due collaboratori ecclesiastici o laici, che si impegnava a retribuire ‹‹a conto della diocesi». E avrebbe versato annualmente quattrocento franchi per ogni orfano ‹‹affidato dalla diocesi» (art. 3). Il 31 dicembre, il direttore designato Antonio Josephidis (1861-1919), accompagnato dal coadiutore Serafino Proverbio, partì dalla Sicilia per Tunisi e La Marsa. Il direttore era un uomo intraprendente. Accolse ben presto una ventina di altri giovani, ottenne dal Capitolo Superiore l’autorizzazione per costruire locali più spaziosi e venne il giorno in cui, nel 1898, a Valdocco, mons. Combes accettò la proposta di don Rua di creare a La Marsa anche un corso di scuole secondarie. Nasceva così un’opera che farà germogliare belle vocazioni salesiane, tra le quali si distinguerà Louis Mathias, futuro arcivescovo di Madras (1887-1965).

In seguito ad altra convenzione tra l’arcivescovo e don Rua (4 marzo 1896), i Salesiani si installarono nella stessa Tunisi, dove si videro affidare la cappella Sainte-Lucie, punto di partenza della Parrocchia del Rosario con i suoi fiorenti oratori.[586] Le suore salesiane invece assumevano la direzione di un’opera femminile a La Manouba, non lontano da La Marsa.

Nel corso di un riuscito viaggio in Tunisia, tra 23 e 30 marzo 1900, don Rua potrà felicitarsi del successo di queste recenti fondazioni nel paese.[587]

L’Associazione Nazionale italiana ad Alessandria d’Egitto

Passando dalla Tunisia all’Egitto, ci troviamo di fronte a un organismo presente in tutto il Vicino Oriente, sul quale don Rua fece affidamento, col rischio di italianizzare apertamente le opere salesiane nella regione. L’Associazione Nazionale per soccorrere i Missionari Italiani Cattolici ­ questo era il nome ufficiale ­ aveva allora per segretario un dotto egittologo di nome Ernesto Schiaparelli. L’Associazione Nazionale, creata da personalità dichiaratamente cattoliche, favorite dal governo italiano, era stata riconosciuta come ente morale con regio decreto del 12 novembre 1891. Il riconoscimento le dava libertà d’azione sul versante politico.

Si era cominciato a parlare dell’invio dei Salesiani in Egitto almeno dal 1887, come testimonia una lettera del cardinale prefetto di Propaganda Fide, Giovanni Simeoni, in data 26 febbraio 1887.[588] Ad Alessandria c’era una comunità numerosa di Italiani e di Maltesi. La precoce corruzione di molti giovani affliggeva gli osservatori più sensibili, soprattutto i Francescani che auspicavano la creazione di una scuola salesiana di arti e mestieri per la formazione umana e cristiana della gioventù. Ernesto Schiaparelli faceva parte di questo numero. Nel 1890, scriveva a don Durando: ‹‹Vi sono ora in Alessandria di Egitto delle centinaia di fanciulli abbandonati, di ogni nazionalità e religione, ma specialmente italiani e maltesi, cattolici, pei quali l’imparar un mestiere e il ricevere un po’ di educazione vorrebbe dire la loro salute in questo mondo e nell’altro».[589] E assicurava ai Salesiani il sostegno dell’Associazione Nazionale.

Nel 1895, don Antonio Belloni, di passaggio in Italia, fu incaricato da don Rua di trovare in Alessandria d’Egitto un terreno adatto alla scuola salesiana di arti e mestieri già progettata. Don Belloni mise gli occhi su uno spazio edificabile del quartiere Bab-Sidra. L’affare fu complicato dalla concorrenza francese di una scuola dei Fratelli delle Scuole Cristiane. Ma i Salesiani ottennero l’appoggio di mons. Guido Corbelli, delegato apostolico d’Egitto e d’Arabia e, in questo modo, della Santa Sede. Alla fine venne siglato un accordo, che merita di essere riportato per intero, dato che, promuovendo l’italianizzazione delle opere salesiane ­ non senza una ragione tattica, infatti risparmiava loro ogni dipendenza francese ­, condizionerà per certi aspetti il loro futuro in tutto il Vicino Oriente. Il documento, intitolato Convenzione fra il Reverendo Superiore Generale della Congregazione dei Salesiani e l’Associazione Nazionale per soccorrere i Missionari Cattolici Italiani, stabiliva:

Oggi addì 1° marzo 1897, fra il sottoscritto Rev.mo Sig. D. Michele Rua Superiore Generale della Congregazione Salesiana ed il sottoscritto Prof. Ernesto Schiapparelli, quale Segretario Generale e rappresentante dell’Associazione Nazionale per soccorrere i Misionari Cattolici Italiani, è stato convenuto quanto appresso.

L’Associazione Nazionale si obbliga a pagare l’affitto del locale dell’Istituto Professionale di arti e mestieri e le spese tutte occorenti per l’insediamento e mantenimento del sopraddetto Istituto. A sua volta il Rev.mo Signor Superiore della Congregazione Salesiana prende obbligo di provvedere il personale idoneo per detto istituto che l’Associazione Nazionale intende istituire in Alessandria d’Egitto.

1) In detto Istituto per tutti gli alunni sarà obbligatorio lo studio della lingua italiana.

2) Come esterni saranno ammessi fanciulli di ogni nazionalità e religione.

3) Saranno commemorati i giorni anniversari della nascita di S. Maestà il Re e la Regina d’Italia, e il giorno dello Statuto.

In ogni altra cosa l’Istituto godrà piena autonomia.

La presente convenzione ha la durata di un anno, decorrendo dal presente giorno, e s’intende rinnovata indefinitivamente di anno in anno, se non venga disdetta da una delle parti, non meno di tre mesi prima della sua scadenza annuale.

Confermano quanto segue:

Il Superiore Generale della Congregazione Salesiana

Sac. Michele Rua

Il Rappresentante dell’Associazione

E. Schiapparelli.[590]

Don Ceria commenterà nel 1943 i vantaggi (almeno provvisori) di questa soluzione che metteva l’istituto salesiano sotto il controllo dell’Associazione Nazionale Italiana: ‹‹Negli istituti così amministrati dall’Associazione i religiosi addetti non compaiono come missionari, ma semplicemente come insegnanti, e l’Associazione ha la rappresentanza delle scuole sia verso le autorità Apostoliche, sia verso il Governo locale e le autorità consolari italiane. Perciò i religiosi vivono in una condizione di autonomia da tutte le autorità consolari, limitandosi verso il Consolato italiano al puro atto di ossequio, che è doveroso per ogni buon cittadino».[591]

Il nostro storico non prevedeva tuttavia che fosse così vicino il momento in cui i Salesiani presenti non sarebbero più stati soltanto italiani e soprattutto che tutta la regione avrebbe rivendicato la sua autonomia politica e culturale.

Costantinopoli e Smirne

Quache anno dopo, don Rua si accordò con l’Associazione Nazionale per creare simultaneamente due fondazioni in Turchia, una a Costantinopoli, l’altra a Smirne. La convenzione per Costantinopoli fu firmata congiuntamente da don Rua e dal professor Schiaparelli il 20 luglio 1903. Don Rua si impegnava ad aprire a Costantinopoli, nel settembre di quell’anno, una scuola elementare per ragazzi, alla quale si sarebbe aggiunta l’anno successivo una sezione di arti e mestieri, e gradualmente altre classi come più paresse conveniente. L´Associazione avrebbe versato, prima del 15 di settembre, un’indennità di 7000 lire per le spese di sistemazione, avrebbe fornito il materiale scolastico e avrebbe assicurato il sostegno materiale e morale.[592]

Il 26 giugno precedente, tramite Schiapparelli, l’Associazione Nazionale aveva proposto a don Rua, per il mese di ottobre, due scuole di ragazzi aperte a Smirne dal governo italiano nel 1878. Esse andavano a rotoli ‹‹per non esservi curata l’educazione cristiana». L’Associazione se ne incaricava negli stessi termini delle scuole d’Egitto e di Tripoli.[593] Don Rua e il suo Capitolo si affrettarono a dare una risposta positiva al segretario Schiaparelli, cosicché il verbale della riunione del Capitolo Superiore del 21 agosto 1903 annotava: ‹‹partiranno i Salesiani per settembre e prenderanno le scuole di Smirne».[594]

Ma non tutto andò per il meglio in Turchia. Il 21 agosto 1905, il Capitolo Superiore registrava una lamentela inviata dal console italiano a Schiaparelli. Si diceva poco soddisfatto del lavoro dei Salesiani a Smirne: si aspettava di più. Visto che le lezioni sarebbero riprese il 5 settembre, si telegrafò ad Alessandria perché don Cardano si recasse a Smirne per due o tre settimane allo scopo di avviare le classi e i laboratori. Il Capitolo era anche invitato a riflettere sul direttore da mettere a capo dell’opera.[595]

Da parte sua l’Associazione Nazionale faticava a onorare gli impegni finanziari assunti per la scuola di Smirne, come testimoniano i documenti degli anni successivi, soprattutto un Promemoria riguardante la casa di Smirne, non firmato, ma datato 17 febbraio 1906. Il suo tono è piuttosto irritato: il passivo dell’opera ammonta a 35-40 mila lire, di conseguenza si impone la chiusura, almeno temporanea, del corso commerciale, il più costoso, nell’ipotesi che l’Associazione mantenga l’assegno annuale di seimila franchi, ‹‹appena sufficiente (e forse neppure) per sostenere la Scuola Popolare della Punta»; questa misura non deve apparire ‹‹ingiusta», non lo è, secondo il Promemoria, perché l’Associazione Nazionale per prima non ha rispettato la convenzione, trascurando l’articolo sul materiale scolastico e sopprimendo le spese per l’acqua, il gas e il petrolio da riscaldamemento.[596]

L’Associazione Nazionale e le opere salesiane di Palestina

Nel frattempo, il prof. Schiaparelli e il nostro Rettor Maggiore puntavano la loro attenzione sulle opere salesiane di Palestina, le uniche del Vicino Oriente a non essere ancora interessate dall’Associazione Nazionale. La congiuntura politica, in quel principio di secolo, favoriva un cambiamento del sistema dei protettorati. Il governo francese, divenuto anticlericale, stava abbandonando senza nostalgie il suo antico protettorato sui cattolici e sulle missioni cattoliche della regione. Dunque sarebbe stato sufficiente far passare le case di Betlemme, Beitgemal, Cremisan e Nazaret sotto il protettorato italiano, per rendere possibile un contratto che le unisse ai beneficiari dell’Associazione Nazionale per soccorrere i Missionari Cattolici Italiani. L’affare fu trattato a Costantinopoli e a Roma.[597] L’Italia si sarebbe accordata con la Francia attraverso i rispettivi ambasciatori. Siccome era necessario l’assenso della Santa Sede, presso la quale l’Italia non aveva rappresentanza diplomatica, l’Associazione si fece carico delle procedure. Così il 9 settembre 1904 don Rua firmava, congiuntamente con Schiaparelli, una convenzione che vale la pena di citare, per le future ripercussioni sul personale salesiano arabo di Palestina.

Premesso: 1° che, come risulta dagli atti registrati presso il R.° Consolato d’Italia in Gerusalemme, gli immobili di Betlemme, Cremisan, Beitgemal e Nazaret con tutto quanto vi è contenuto già appartenenti al compianto Canonico Belloni, suddito italiano, sono passati in proprietà, salvi i diritti di Propaganda, di vari individui privati, tutti sudditi italiani; 2° che per tali circostanze, gli immobili stessi e gli istituti che vi sono insediati si devono trovare politicamente sotto il naturale e diretto Protettorato del R.° Console d’Italia; fra il Rev.mo Sig. D. Michele Rua, Superiore dei Salesiani, in rappresentanza della Comunità stessa, e il Prof. Ernesto Schiapparelli, Segretario dell’Associazione Nazionale per soccorrere i missionari cattolici italiani e in rappresentanza della medesima, si è addivenuto alla seguente convenzione:

Articolo 1°. Il Rev.mo Sig. D. Michele Rua colloca tutti gli Istituti Salesiani della Palestina sotto il Protettorato esclusivo dei RR. Consoli di Italia.

Articolo 2°. Lo stesso Sig. D. Rua si obbliga: a) ad aggiungere all’istituto di Betlemme un corso tecnico-commerciale; b) a riconoscere come obbligatorio l’insegnamento della lingua italiana, che colla lingua del paese sarà lingua ufficiale degli Istituti, e usata dagli alunni nella conversazione e dagli insegnanti nell’insegnamento di tutte le materie; c) a innalzare la bandiera nazionale in tutti i detti istituti, in luogo centrale ed eminente, in tutti i giorni festivi e nel compleanno delle LL. Maestà i Sovrani d’Italia.

Articolo 3°. Ai direttori dei detti Istituti è espressamente riservata piena autonomia nell’indirizzo religioso, morale, educativo, disciplinare e didattico; ma essi si onoreranno delle visite e dell’intervento dei Delegati dell’Associazione per constatare i buoni risutati dell’insegnamento e delle visite e dell’intervento dei RR. Consoli, segnatamente nelle circostanze solenni.

Articolo 4°. L’Associazione da parte sua, a titolo d’incoraggiamento, si obbliga: a) ad assegnare ai detti Istituti, complessivamente un sussidio annuo di Lire dodicimila (12.000), pagabili in rate trismestrali di lire tremila (3.000); b) a fornire il materiale scolastico italiano strettamente necessario agli istituti stessi.

Articolo 5°. La presente convenzione andrà in vigore il 15 ottobre 1904, e si intenderà rinnovata di anno in anno indefinitivamente, se non venga disdetta da una delle parti tre mesi prima della sua scadenza normale.

La presente convenzione è redatta a Torino addì nove settembre 1904 in due originali che vengono firmati da ambe le parti.

Sac. Michele Rua, Rettor Maggiore della Pia Società di S. Francesco di Sales.

Ernesto Schiaparelli, Segretario Generale A.N.[598]

In riferimento ai punti sulla proprietà italiana delle case salesiane di Palestina e sull’obbligo di utilizzare la lingua italiana nella conversazione e nell’insegnamento, si potevano prevedere molte resistenze nell’eterogeneo ambiente palestinese. Ma Torino aveva intenzione di ignorarle. Per il momento, nel 1904, all’annuncio del contratto, il direttore di Betlemme, don Carlo Gatti, che non apprezzava il cambiamento di protettorato e aveva una buona intesa con il consolato francese, presentò le dimissioni.[599] Quanto a quello di Nazaret, Athanase Prun (1861-1917), che era francese e aveva un certo temperamento, rifiutò ogni dipendenza italiana e tentò di rientrare sotto il protettorato francese, cosa che porterà Schiaparelli a tagliare di un quarto il suo sussidio annuale alle case di Palestina.[600]

Alcuni anni più tardi, sotto il rettorato di don Albera, le tensioni saliranno a causa del movimento arabista. I discepoli arabi di don Belloni ricorderanno ai superiori che essi non erano italiani e si rifiuteranno di catechizzare i loro piccoli compatrioti in una lingua che comprendevano male o per nulla. Si giunse al punto che, nel 1917-1918, al tempo dell’ispettore Luigi Sutera (1869-1948), che non li amava, mentre era in corso la guerra tra Turchia e Italia, essi prenderanno il potere a Betlemme. I Salesiani italiani di Beitgemal e di Betlemme allora soffriranno molto e in qualche caso verranno anche denunciati dai loro stessi confratelli. La ribellione araba, sarà severamente domata al termine della guerra, nel 1919, dal visitatore Pietro Ricaldone, e provocherà il passaggio di una parte dei preti Salesiani arabi nel clero del Patriarcato latino.

Don Rua, inconsapevolmente, rendeva un servizio alla causa dell’italianità, destinata più tardi a svilupparsi orgogliosamente sotto Mussolini tra le due guerre mondiali. E i Salesiani, che si erano dati la zappa sui piedi con la convenzione del 1904 con l’Associazione Nazionale italiana, falliranno la loro auspicata inculturazione nel Vicino Oriente.[601]

I Salesiani in Cina

Durante i primi anni del XX secolo don Rua fece entrare i Salesiani anche in Estremo Oriente, in Cina, nell’enclave portoghese di Macao, e in India, a Mylapore presso Madras (oggi Chennai).

Nell’ambiente salesiano degli anni 1890, c’era la diffusa convinzione che don Bosco, nell’ottobre del 1886, parlando delle missioni in Cina con don Arturo Conelli (1864-1924), lo avesse designato a recarvisi un giorno.[602] L’interessato ne aveva parlato a un amico Gesuita della Civiltà cattolica, padre Francesco Zaverio Rondina, che gli aveva proposto di preparare l’opinione pubblica all’arrivo dei Salesiani con l’invio a Macao e Hong Kong di una documentazione su don Bosco e sulla sua opera. Così, la stampa locale avrebbe pubblicato alcuni articoli.[603] Don Rua incoraggiò don Conelli a soddisfarlo.[604] E questi spedì a padre Rondina le biografie di don Bosco scritte da Charles d’Espiney e Albert du Boÿs, una pubblicazione di mons. Spinola, e qualche circolare di don Rua.

L’innesto riuscì. Dopo nove anni, il nunzio apostolico a Lisbona Andrea Ajuti, arcivescovo titolare di Damietta, trasmetteva a don Rua la seguente richiesta del vescovo di Macao, mons. José Manuel de Carvalho, datata 2 aprile 1899: ‹‹Mi manca un Orfanotrofio per il sesso mascolino, dove s’insegnino arti e mestieri, a fine di poter vedere, se per tal mezzo mi riesca di attrarre ragazzi poveri, i quali essendo ivi educati, possano conseguire la grazia della conversione alla nostra Santa Religione. A quest’effetto ho pensato all’Istituto di Don Bosco. Vengo pertanto a ricorrere all’aiuto e protezione di V.E. per questa mia impresa, chiedendole lo speciale favore di ottenere dal Superiore Generale dell’Istituto due o tre fratelli per cominciare, perché i mezzi non sono molti. E quando V.E. mi autorizzerà a farlo, allora m’indirizzerò a lui per metterci d’accordo sulle condizioni con cui essi desiderano venir qua».[605]

Non era possibile prevedere un’opera salesiana ridotta a due o tre coadiutori, sarebbe stato contrario alle Costituzioni, osservò don Rua: si imponeva la partecipazione di un sacerdote perlomeno. Ma fu d’accordo sul principio. Il 20 giugno 1899, il nunzio rispondeva che mons. de Carvalho ­ probabilmente di passaggio a Lisbona ­ accettava di aggiungere ai coadiutori dell’orfanotrofio almeno un sacerdote e qualche chierico.[606] Don Conelli sembrava ormai designato per condurre la spedizione cinese. Don Rua gli mandò a dire il 4 dicembre: ‹‹Se tu credi, tra il serio e lo scherzevole fa’ sentire a S. Em. il card. Vanutelli la designazione fatta da D. Bosco di te per la prima casa salesiana in Cina e le attuali trattative per Macao».[607] Ma il vescovo di Carvalho morì (1904).

Il successore, mons. João Paulino de Azevedo e Castro, che aveva avuto occasione di ammirare i laboratori salesiani di Lisbona, era informato dei passi fatti di mons. de Carvalho. Da Macao scrisse a don Rua ­ in portoghese ­ il 17 aprile 1904: ‹‹Accetto pienamente il progetto convenuto tra il Rev.mo Superiore Generale e il mio predecessore di cui sono a conoscenza grazie alla S.V. Rev.ma in occasione del suo recente passagio per Lisbona. L’opera sarà composta da orfani cinesi destinati ad apprendere qualche mestiere. Unito ad essa ci sarà un convitto di ragazzi figli di Europei o Portoghesi di Macao che in gran parte si orientano al commercio. Questi riceveranno educazione ed istruzione nel convitto e andranno nel Seminario per la scuola e i corsi commerciali, accompagnati da un assistente. [...] Perché il convitto e i laboratori possano inziare a funzionare sotto la direzione dei Salesiani mi pare che siano necessari, per lo meno, un direttore, tre prefetti e tre maestri d’arte: sartoria, calzoleria e arte tipografica. Questo è il personale che mi pare indispensabile [...]». E il vescovo esprimeva il desiderio che uno degli assistenti fosse capace di insegnare musica e di dirigere una fanfara.[608]

Don Rua preparò tutto, ma attese un documento formale prima di lasciar partire i suoi missionari per la Cina. Infine a Macao, il 29 dicembre 1905, mons. de Azevedo redasse un progetto di convenzione in dodici punti, valido per sette anni. Don Rua avrebbe inviato almeno un direttore, un assistente e quattro fratelli laici per la direzione e l’amministrazione di un orfanotrofio (art. 1). L’insegnamento sarebbe stato impartito sia nelle scuole che nei nei laboratori (art. 3). Il direttore scelto da don Michele Rua avrebbe avuto piena libertà nella disciplina interna dell’istituto (art. 4). Le spese erano a carico del vescovo (art. 6). Quest’ultimo avrebbe ottenuto dal governo viaggi gratuiti (art. 9).[609] La spedizione ormai organizzata doveva essere guidata da don Conelli, che attendeva da vent’anni l’evento. Ma sfortunatamente questi si ammalò all’inizio di gennaio e fu obbligato a restare in Italia. Così il 17 gennaio 1906 i missionari per Macao si imbarcavano a Genova sotto la direzione di don Luigi Versiglia (1873-1930).

Arrivato a destinazione, il primo compito di Versiglia era quello di concludere la convenzione come rappresentante di don Rua. Approvò i dodici articoli e li firmò congiuntamente con il vescovo il 20 febbraio 1906.[610]

Sfortunatamente don Versiglia avrebbe dovuto ben presto rinunciare ad alcune speranze, forse perché la situazione politica del Portogallo, di cui Macao era colonia, stava progressivamente precipitando. Infatti, col pretesto di sedare le sommosse causate dai repubblicani sotto il regime screditato del re Carlos I (1889-1908), il paese tra il 1906 e il 1908 fu sottomesso alla dittatura di João Franco. Il 1° febbraio 1908, Carlos I e il principe ereditario vennero assassinati; il secondogenito Manuel II, salì al trono all’età di 16 anni. Si possono immaginare le tensioni politiche e nazionaliste suscitate da questi avvenimenti nella piccola colonia cinese. Qui ‹‹tutto per il Portogallo», scriverà don Versiglia il 22 novembre 1908 nel rapporto a don Rua di cui noi terremo conto.

Le cose erano iniziate bene. Il 6 maggio 1906, in una lettera a don Rua, don Versiglia si era compiaciuto per l’apertura di un ‹‹Oratorio festivo».[611] ‹‹La nostra opera prospera», aveva annunciato il vescovo di Macao a don Rua, il 16 novembre.[612] Ma, dopo l’euforia degli inizi, la situazione dei Salesiani a Macao si era deteriorata. Il vescovo aveva introdotto nella struttura dell’orfanotrofio un comitato agli ordini del governo, come spiegava don Versiglia nel 1908. Contrariamente alla convenzione, i Salesiani non erano più liberi. Don Versiglia suggeriva di modificare la convenzione e intraprendere una vera e propria missione nella regione. Per questo, chiedeva a don Rua tre chierici che imparassero il cinese e fossero destinati a una missione propriamente detta in Cina. Bisognava, in questo progetto, ottenere l’appoggio della Congregazione della Propaganda Fide e della Società Nazionale per soccorrere i Missionari Italiani Cattolici. D’altra parte, sospettava che il vescovo attendesse la scadenza settennale del contratto per congedare i Salesiani italiani. Conveniva uscire per tempo da quel vicolo cieco dov’erano finiti per errore.[613]

Gli avvenimenti politici fecero precipitare le cose. In Portogallo, il re Manuel II, che aveva rinunciato al regime dittatoriale, fu ben presto rovesciato da un colpo di stato militare. Il 5 ottobre 1910 i rivoluzionari proclamarono la Repubblica. Una Costituente sciolse le congregazioni religiose, ruppe l’intesa tra Chiesa e Stato, annunciò l’insegnamento laico obbligatorio nelle scuole, concesse il diritto di sciopero... Di conseguenza nella metropoli e nelle colonie iniziò la cacciata dei religiosi dai conventi. I Salesiani di Macao, espulsi nel 1911, se ne andranno in direzione di Hong Kong. Ma la Provvidenza vigilava. Con quella disavventura, il sogno missionario di don Versiglia poteva finalmente realizzarsi. I Salesiani si stabilirono in territorio cinese, nella regione di Heung-Shan, tra Macao e Canton. Finalmente iniziava la vera opera missionaria dei Salesiani in Cina.

L’opera salesiana in India

L’introduzione dei Salesiani in India agli inizi del 1906, precisamente a Mylapore, vicino a Madras, è il risultato di una lunga serie di trattative tra il vescovo del luogo e don Rua.[614]

Il 6 dicembre 1898, il vescovo di Mylapore Antonio José de Souza Barroso scriveva (in francese) una lunga lettera a don Rua per avere i Salesiani nella sua diocesi. Lo faceva in maniera abile, evocando le intenzioni di don Bosco sulle Indie: ‹‹Conosco i Padri Salesiani di cui ho avuto occasione di apprezzare le opere. Don Bosco desiderava ardentemente fondare una casa nelle Indie. [...] Mi prendo dunque la libertà, Reverendo e caro Padre, di invitarvi ad aprire un orfanotrofio a Bandel, sulle rive dell’Hoogly: là ho una bella chiesa e un antico monastero molto grande, con dei terreni che metto interamente a vostra disposizione; ho l’impressione che Bandel risponderà mirabilmente alle esigenze dei vostri istituti per i giovani indigeni, come Beitgemal in Palestina. In secondo luogo, ho un collegio frequentato da 300 allievi di ogni religione e, a fianco, un seminario per la formazione di giovani europei e soprattutto nativi destinati al clero della diocesi: ve ne offro anche la direzione».[615]

Da un’annotazione manoscritta di don Rua in testa alla lettera apprendiamo che egli rispose al vescovo il 6 febbraio 1899: ‹‹Ci venga concesso qualche anno di tregua e poi tratteremo volentieri». Ma, nel momento in cui riceveva la risposta, mons. di Barroso l’11 aprile annunciò a don Rua che era stato trasferito alla diocesi di Porto in Portogallo e che avrebbe trasmesso la promessa al successore. Questi si chiamava Theotonio Manuel Ribeiro Vieira de Castro. Aveva un motivo personale per rivolgersi ai Salesiani: ‹‹L’anima apostolica di Don Bosco vuole davvero una o più fondazioni nell’India. Quando nell’agosto 1885, terminati i miei studi a Roma, io passai da Torino e andai a una vostra casa di campagna per ricevere la benedizione del vostro santo Fondatore, egli, posandomi la mano sul capo, mi disse che benediceva le mie opere. E quale opera benedirà più di un’opera così necessaria ed opportuna per cooperare alla salvezza eterna di 300 milioni d’infedeli che popolano le Indie?».[616]

Per iniziare le pratiche necessarie alla fondazione di un orfanotrofio salesiano nella sua diocesi, mons. Ribeiro cominciò con l’inviare a Torino uno dei suoi sacerdoti, L. X. Fernandez, che il 3 aprile 1901 si presentò a don Rua con un biglietto in latino.[617] Nella sua solita prudenza, don Rua rispose in quattro punti nella stessa lingua: 1° ‹‹Scribat nobis Episcopus» [ci scriva il vescovo]; 2° Si conceda ai Salesiani una tregua di quattro anni per preparare il personale; 3° Si provveda al viaggio di sei persone fino a Mylapore e almeno una volta al loro ritorno; 4° Si preveda, oltre all’abitazione per i Salesiani e i loro allievi, il necessario per essi per cinque anni.[618] Don Rua non voleva cacciare i suoi missionari in avventure senza uscita. Ma la risposta di don Rua al vescovo andò persa e l’affare si protrasse a lungo. Cosicché l’anno seguente, mons Ribeiro chiese al ‹‹patriarca» di Goa Antonio Sebastião Valente, di passaggio a Roma, di intervenire presso il procuratore salesiano don Marenco, il quale riferì a don Rua l’8 aprile 1902.[619] Il 30 aprile don Rua, imperturbabile, ripeté le sue condizioni. Ciò indusse il vescovo di Mylapore a scrivergli il giorno di Natale una lunga lettera che reiterava la sua proposta di un orfanotrofio, precisandola. ‹‹Dopo aver considerato tutte le circostanze, ho scelto fra le Missioni della mia diocesi, quella di Tanjore per il luogo del nostro orfanotrofio Salesiano. Ma se, quando i figli di Don Bosco arriveranno nell’India, crederan migliore un altro luogo della diocesi, dal canto mio non vi sarà difficoltà». E presentava in dettaglio i vantaggi della città di Tanjore.[620]

Gli scambi epistolari si susseguirono, tra il vescovo a cui urgeva raggiungere il suo scopo e don Rua ben deciso a non inviare i suoi missionari in India prima del 1905. Alla fine il 19 dicembre 1904 la convenzione venne firmata a Torino dalle due parti in causa, il Rettor Maggiore e mons. Ribeiro, in viaggio ad limina. Vi si percepisce la preoccupazione di proteggere il più possibile i Salesiani contro i rischi di un espatrio senza redditi propri, in capo all’Asia. Se ben aiutati, tuttavia, avrebbero avuto le mani libere nel loro lavoro. Leggiamo l’interessante testo della Convenzione:

Si conviene:

1) Il Superiore dei Salesiani invierà alla diocesi di Meliapor almeno sei persone per la direzione ed amministrazione di un orfanotrofio maschile con annesse scuole di arti e mestieri.

2) Il Vescovo provvederà pel viaggio gratuito (in prima o in seconda classe) di andata per sei persone e pel loro ritorno di una volta almeno e per la spesa di quei cambi che durante i primi cinque anni si dovessero fare per salute e altro ragionevole motivo.

3) Il Vescovo provvederà durante i primi cinque anni, non soltanto la casa, il vitto e le vesti ai Salesiani ed ai loro alunni, ma eziandio farà tutte le spese necessarie all’Istituto.

4) Quantunque quest’Istituto sarà sotto la giurisdizione del Vescovo diocesano tuttavia il direttore nominato dal Superiore, avrà piena libertà nella direzione, amministrazione e disciplina interna dell’Istituto.

5) L’accettazione degli alunni spetta tanto al Vescovo come al Direttore, badando però che gli alunni siano sani, vaccinati e di età non inferiore agli otto anni e non superire ai quindici.

6) Il Direttore però potrà licenziare quei ricoverati che giudicasse non atti per l’orfanotrofio ma ne darà avviso al Vescovo.

7) I Salesiani cercheranno d’imparare il Tamul e l’Inglese che sono le lingue più in uso nella diocesi.

8) Il Direttore ed il Vescovo cercheranno di mettersi sempre d’accordo in tutte le cose per l’edificazione dei preti e degli indigeni e pel bene delle anime e vantaggio dell’Istituto.

9) Le parti si riservano d’introdurvi dopo due anni di esperimento quelle modificazioni che paressero opportune.

Torino, Oratorio Salesiano

Li 19 Dicembre 1904

Firmati:

Theotonio Vescovo di Meliapor

Sac. Michele Rua Rettor Maggiore dei Salesiani di D. Bosco.[621]

La spedizione missionaria, composta di tre sacerdoti, un chierico, un coadiutore professo e un altro aspirante, aveva come superiore don Giorgio Tomatis (1865-1925). Si imbarcò a Genova il 18 dicembre 1904. Per essa don Rua aveva implorato una benedizione speciale del papa. Questi fece rispondere dal Segretario di Stato Merry del Val: ‹‹Il Santo Padre invia speciale benedizione al sacerdote Giorgio Tomatis e ai compagni che con lui stanno per recarsi alle Indie ed augura che Iddio non solo li prosperi nel lungo viaggio, ma anche ne renda fruttuose le fatiche, affinché la nuova missione renda ognor più benemeriti della Chiesa i figli di Don Bosco».[622] Sbarcati a Bombay il 6 gennaio 1905, arrivarono a Tanjore il 14.

Così nacque in India un’opera missionaria destinata, con il passare degli anni, ad assumere un’ampiezza straordinaria. Era il secondo insediamento riuscito in Estremo Oriente per opera del nostro don Rua. Il suo rettorato fu, per lo sviluppo mondiale della sua Congregazione, tanto decisivo per l’Asia quanto quello di don Bosco per l’America del Sud.

 

31 ­ L’ANNO 1907

La causa di beatificazione di don Bosco

Il 1907 fu per don Rua l’anno di una grande gioia turbata nel contempo da una terribile prova.

La causa di don Bosco, che gli stava tanto a cuore, raggiunse una tappa decisiva. Il lettore ci permetterà di ritornare al 1888, per comprendere fino in fondo la vicenda. Di fatto la procedura di una causa di beatificazione e di canonizzazione è complessa, somiglia, per così dire, a una corsa ad ostacoli. Don Rua, aiutato a Roma dal cardinale protettore e i dai procuratori salesiani, riuscì a superare la prima fase. Nel 1907 potrà annunciare alla Congregazione che ‹‹Don Bosco è Venerabile». Ma dopo aver penato diciannove anni per arrivare a quel primo risultato significativo.[623]

All’inizio, fu necessario ottenere l’approvazione dell’arcivescovo di Torino per aprire il processo diocesano di beatificazione e di canonizzazione, che avrebbe avviato la procedura. Don Rua cominciò coll’inviare, il 16 luglio 1889, una lettera collettiva ai vescovi del Piemonte e della Liguria sulla reputazione di santità e i miracoli di don Bosco.[624] Per incoraggiarli, il 16 agosto mandò loro una seconda lettera che documentava parecchie guarigioni umanamente inspiegabili, ottenute per intercessione di don Bosco.[625] Alcuni vescovi risposero in modo elogiativo. Cosicché il 6 settembre egli potè far sottoscrivere ai quarantanove membri del Capitolo Generale, allora riuniti a Valsalice, una richiesta molto documentata al cardinale Alimonda per la rapida apertura del processo. Allegò al documento le lettere pervenutegli dai vescovi. La petizione dei capitolari diceva: ‹‹Noi speriamo che la Em. V. vorrà accogliere benignamente questa nostra domanda. La nostra speranza è animata dal vedere che anche i Rev.mi Vescovi del Piemonte e della Liguria, i quali furono in grado di ben conoscere le virtù eminenti e le grandi opere del Servo di Dio, sono del nostro avviso, e nutrono lo stesso desiderio, come l’Em. V. può rilevare dalle lettere che le presentiamo». La supplica, accompagnata da una lettera di don Rua, venne consegnata al cardinale di Torino solo il 31 gennaio 1890, probabilmente per poter raccogliere, nel frattempo, un maggior numero di lettere episcopali.[626] Il cardinale rispose favorevolmente l’8 febbraio, ma chiese un po’ di tempo, forse per timore di qualche opposizione nell’episcopato. Tutto si risolse l’8 maggio, quando egli stesso accennò al problema in occasione di un’assemblea generale dei vescovi delle province di Torino e di Vercelli. La petizione dei Salesiani fu approvata all’unanimità, anzi, alcuni vescovi (Manacorda e Richelmy) si fecero notare per il loro entusiasmo in favore di don Bosco. Lo stesso giorno il cardinale Alimonia decise di aprire il processo informativo.

L’affare così preparato fu avviato rapidamente. Il 2 giugno 1890, don Rua nominò postulatore della causa Giovanni Bonetti; e questi il 3 giugno presentò la sua postulazione all’arcivescovo. Si doveva istituire un tribunale. L’arcivescovo vi rifletteva da tempo e lo costituì immediatamente.[627] La sua composizione poteva soddisfare don Rua. Il compito di promotore della fede (o avvocato generale, detto dal popolo ‹‹avvocato del diavolo»), era stato affidato al canonico Michele Sorasio, benevolo nei riguardi dei Salesiani, e non al canonico Emanuele Colomiatti, notoriamente accanito avversario della canonizzazione di don Bosco. Questi avrebbe dovuto accontentarsi di agire di nascosto, inviando una lettera a Roma al cardinale Caprara. Il 6 giugno don Rua, commosso e visibilmente inquieto, scrisse ai Salesiani una lunga circolare sull’apertura del processo di beatificazione del Fondatore, chiedendo a confratelli e allievi di implorare ogni giorno in pubblico o in privato la luce dello Spirito Santo e la protezione di Maria Ausiliatrice sull’eminentissimo arcivescovo di Torino, sul tribunale che aveva scelto, sul postulatore della causa, sui testimoni chiamati a deporre, affinché, assistiti dal cielo, nulla dicessero o facessero, nulla omettessero in contrasto coi decreti emanati dalla Santa Chiesa su questo genere di questioni.[628] Le trappole della procedura lo angosciavano.

Le prime due sedute del processo si tennero la mattina del 4 e del 27 giugno. Nel corso della seconda seduta, don Bonetti presentò al tribunale una serie di articoli, di cui è bene conoscere la storia, infatti avrebbero orientato le deposizioni dei testimoni.

Già a partire dalla morte di don Bosco, don Rua aveva chiesto a Bonetti di sintetizzarne vita e virtù in vista di una possibile canonizzazione. Bonetti, aiutato efficacemente dall’archivista Gioachino Berto, aveva prodotto quattro quaderni con più di ottocento articoli (o paragrafi). Su consiglio di Cesare Cagliero, procuratore salesiano a Roma, Bonetti li sottopose all’avvocato romano Ilario Alibrandi. Nel 1890, il lungo testo fu opportunamente ridotto e gli articoli vennero portati a 406. La prima parte di questi raccontava la vita di don Bosco e metteva in luce la sua reputazione di santità. La seconda presentava i fatti a documentazione dell’eroismo con il quale egli aveva praticato le tre virtù teologali (fede, speranza e carità), le quattro virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza), le virtù proprie allo stato religioso (povertà, castità e obbedienza), così come le principali virtù morali, soprattutto la pietà e l’umiltà (quest’ultima aggiunta su consiglio di Alibrandi). Gli articoli tendevano a dimostrare la presenza di queste virtù nella vita di don Bosco, soprattutto quando, nel corso della sua faticosa esistenza, si era trovato ad affrontare difficoltà familiari e sociali, malattie fisiche, tentazioni e vessazioni diaboliche, incomprensione dei parenti, dei collaboratori, degli amici, dei superiori, delle autorità civili e religiose. Si concludeva affermando che tutto in don Bosco dimostrava la perfetta corrispondenza alla grazia, la costanza nel bene e l’eroicità della ‹‹virtù», termine inteso nel senso più ampio. La lettura di questi articoli dovette fare grande piacere a don Rua, pronto a intervenire personalmente in qualità di testimone nel processo.

Le deposizioni al processo informativo

I ventotto testimoni raccolti da don Bonetti furono si presentarono al tribunale durante la terza seduta (23 luglio 1890), tutti riuniti nella cappella del seminario arcivescovile.[629] C’era un vescovo (mons. Bertagna), otto sacerdoti diocesani più o meno titolati, nove sacerdoti Salesiani (con don Rua in testa), due coadiutori salesiani e otto laici (commercianti, agricoltori e un semplice muratore). Al termine delle audizioni i testimoni saliranno a quarantacinque, di cui sei scelti ex officio (d’ufficio), e un altro, il sacerdote diocesano Giovanni Turchi, convinto a unirsi al gruppo dai Salesiani, preoccupati per la piega presa dalla vicenda dei libelli anti-gastaldiani attribuiti a don Bosco.[630]

Don Rua venne chiamato a testimoniare solo all’inizio dei cinque lunghi anni del processo informativo. Nel frattempo, morto il postulatore Giovanni Bonetti (5 giugno 1891) fu sostituito dal prefetto generale Domenico Belmonte (1843-1901). Il tribunale ascoltò don Rua nel corso di trentotto sedute, scaglionate tra il 29 aprile e il 10 luglio 1895.[631] Egli rispose dettagliatamente alle domande sul ministero pastorale di don Bosco giovane prete, sulla fondazione della Società Salesiana, sulla sua espansione, in particolare sulle missioni americane: tutte situazioni di cui era stato testimone diretto e spesso anche attivo protagonista. Alla ventunesima e ventiduesima domanda, non indugiò a dimostrare l’eroicità delle virtù teologali e cardinali del Fondatore, come si nota fin dalle prime frasi di ogni sua risposta. La sua fede? ‹‹Durante i trentasei anni in cui vissi al fianco di D. Bosco, vidi sempre in lui la massima esattezza e delicatezza nell’osservanza dei comandamenti di Dio e della Chiesa» (Positio, 436). La sua speranza? ‹‹La sua confidenza in Dio si manifestava nella circostanza di intraprendere opere difficili e grandiose» (Positio, 478). La sua carità verso Dio? ‹‹Il Servo di Dio si distinse in tutte le virtù; ma ben si può dire che la carità fu in lui, in modo speciale, luminosa» (Positio, 503). La sua carità nei riguardi del prossimo? ‹‹Animato com’era dall’amor di Dio, non poteva non essere acceso di carità verso il suo prossimo. Lo accennai come angelo tutelare a salvezza dei suoi compagni [...] Fatto sacerdote, la sua vita divenne un tessuto continuo di opere di carità» (Positio, 555).

Interrogato sulla prudenza di don Bosco, don Rua rispose: ‹‹Aggiungo ancora poche cose intorno all’eroica prudenza del Servo di Dio. Nel trattare con qualsiasi classe di persone, la sua amabilità era pei ricchi, come pei poveri; e si faceva grande studio di non rimandare mai alcuno malcontento» (Positio, 595). Rispondendo alle domande sulla virtù della giustizia affermò: ‹‹Manifestava pure rispetto verso le autorità civili e governative, mentre non mancava del rispetto dovuto al capo dello Stato» (Positio, 630). A proposito della sua forza morale dichiarò: ‹‹Ammirevole ed eroica fu la fortezza di D. Bosco nel frenare le proprie passioni, nel sopportare fatiche, incomodi, tribolazioni; nell’intraprendere e sostenere le più ardue imprese», e il nostro testimone ne dava numerose prove (Positio, 667). La temperanza di don Bosco era, secondo don Rua, orientata dal suo amore alla purezza. (Positio, 716-723). Quanto all’umiltà testimoniò: ‹‹Riceveva con grande umiltà i suggerimenti dai suoi allievi, e prendeva in buona parte le loro osservazioni e direi perfino le correzioni. Ricordo...» (Positio, 759-765). Dopo aver raccontato la vita del Fondatore, don Rua aggiunse: ‹‹Nell’esporre le virtù che il Servo di Dio esercitò pel corso della sua vita, ho più volte accennato che le ammirai esercitate in modo eroico; tuttavia parmi opportuno aggiungere come lo vidi costante nella pratica delle medesime, in guisa da potersi dire che andò crescendo nella perfezione coll’avanzarsi degli anni, anziché smettere alcunché nel fervore» (Positio, 369).

Dopo di lui, tra il 7 e il 23 ottobre 1895, testimoniò don Giovanni Turchi e i Salesiani, don Rua per primo, scopriranno quanto sarà determinante la sua testimonianza sulla vicenda dei libelli antigastaldiani. Infatti, pur senza un riconoscimento formale, quanti ne leggeranno la deposizione comprenderanno che don Turchi era l’autore degli sciagurati opuscoli, che il canonico Colomiatti continuava ad attribuire a don Bosco.[632]

La deposizione di don Rua, per quanto sobria, è una delle più sostanzione del processo e occupa ben 273 pagine della copia pubblica. Fu superato solo da Gioachino Berto (387 pagine) e Giulio Barberis (283 pagine), che però risultano molto ampollosi.[633]

Il 1° aprile 1897 l’arcivescovo di Torino Davide Riccardi presiedette la seduta di chiusura del processo informativo. Era durato sette anni, a causa di interruzioni dovute a vari decessi seguiti da nuove nomine. Nella circolare del 6 agosto 1907 don Rua scrisse: ‹‹I giudici diedero prova di molta dottrina nel raccogliere le deposizioni di numerosi testimoni, e cosa degna di esser ben considerata, lungi dall’essere annoiati dalla lunghezza e gravità del lavoro, se ne mostravano ogni giorno più entusiasti».[634] Nell’aprile 1897, don Belmonte poté consegnare alla Congregazione dei Riti a Roma la voluminosa pratica istituita a Torino.

A Roma la causa di don Bosco seguì il suo corso. Il 30 agosto del 1897, don Rua nominò postulatore don Cesare Cagliero, che era anche il suo procuratore presso la Santa Sede. Con decisione del 25 ottobre 1898, la Congregazione dei Riti ordinò la consegna di tutti gli scritti del Servo di Dio. La prescrizione venne ripresa a Torino dall’arcivescovo Riccardi e da don Rua stesso, in una lettera ai Salesiani dell’8 dicembre.[635] L’esame degli scritti si svolse dal 1902 al 1904, sotto il patrocinio del dotto cardinale Luigi Tripepi, molto favorevole alla causa. Il censore designato non trovò nulla da ridire, anche nell’apologia antigastaldiana, la più contrastata dal canonico Colomiatti, intitolata Esposizione agli Eminentissimi Cardinali (1881): si concluse che don Bosco si era limitato a difendersi, seppure in tono piuttosto aspro.[636]

Il 18 novembre 1901, don Rua fu il primo dei testimoni chiamati a deporre sull’assenza di culto reso a don Bosco (Super cultu numquam praestito).[637] Non c’era alcuna difficoltà a riconoscere quanto fosse stata grande la reputazione di santità, anche durante la sua vita mortale. Era questa ad attirargli la venerazione delle folle, soprattutto negli ultimi grandi viaggi. Ma non gli era mai stato reso culto pubblico, né nella camera mortuaria né presso la tomba a Valsalice. Don Rua non era neppure a conoscenza di una qualche forma di culto pubblico davanti ai suoi ritratti nei luoghi in cui erano esposti.

Opposizioni e repliche - Don Bosco è venerabile

La fase cruciale del processo arrivò nel 1907. Mons. Alessandro Verde, promotore della fede, si era distinto nel 1905 e 1906 per l’efficace durezza delle osservazioni sulle cause di Anna Maria Taigi e del padre minimo Bernardo Clausi. Nel marzo 1907, designato per esaminare la causa di don Bosco, presentò le sue Animadversiones (Osservazioni), destinate a sollevare obiezioni al proseguimento del progetto di beatificazione.[638] In sostanza mons. Verde denunciò una certa duplicità di don Bosco, a partire da una presunta affermazione di don Cafasso che si leggeva nella prefazione della biografia scritta dal dottor d’Espiney. La sua argomentazione era condensata nella formula: ‹‹Don Bosco è un mistero», attribuita al Cafasso. Sfortunatamente per mons. Verde (e per la memoria di don Bosco), tutto il brano era frutto di una costruzione oratoria di Louis Cartier, vero autore di quella prefazione. L’unica osservazione veramente del Calasso era forse l’altra espressione citata da Cartier : ‹‹Lasciatelo fare».[639] Comunque, mons. Verde ripercorse la vita di don Bosco, che tutti ritenevano sostenuta dalla grazia divina, per dimostrare che la reputazione di santità era fondata su sogni e profezie presentati ad arte. In realtà il suo comportamento abituale non era quello che ci si aspetterebbe da un santo. Egli appariva piuttosto come un uomo a caccia di successo e mosso da un sottile orgoglio. I Salesiani si erano dati da fare per magnificarlo e orchestrare la sua pretesa santità.[640]

Per fortuna dei Salesiani, la replica prevista venne affidata a un giovane e brillante sacerdote, don Carlo Salotti (nato nel 1870), grande ammiratore dello stile educativo salesiano, che aveva personalmente sperimentato. Secondo questo avvocato, tutta la costruzione delle Animadversiones tendeva a deformare i fatti, tacendo le circostanze significative ed esagerarando la loro importanza e portata. Sin dall’infanzia del piccolo saltimbanco, germogliò in lui il senso della preghiera e della carità zelante verso i compagni. I suoi sogni, a cominciare da quello dei nove anni, erano rivelazioni celesti. La sua estrema cautela nel raccontarli è prova della prudenza che lo animava precocemente. Nessuna chiacchera in lui, ma una voluta insistenza affinché i suoi successi fossero considerati come il risultato della fede e dell’intercessione di Maria. Nessuna ostentazione di penitenze corporali, ma una gioiosa offerta di sé nelle interminabili confessioni dei giovani e nelle molteplici collette in città, in Piemonte, nell’Italia, nell’Europa, durante viaggi spossanti e senza alcun fine turistico. Dunque era opportuno presentarlo come esempio luminoso a tutta la società cristiana e in primo luogo ai sacerdoti, lui che, giovane sacerdote, era stato presentato dal venerabile Giuseppe Cafasso come apostolo di Torino; lui che in seguito diede, tra genti molto diverse, prove abbondanti di zelo apostolico e che, con i suoi confratelli, si consacrò totalmente alla sana formazione della gioventù.[641]

Il contesto si faceva sempre più favorevole. Il cardinale Luigi Tripepi morì il 29 dicembre 1906. Il postulatore salesiano Marenco, cercò inutilmente di sostituirlo con i cardinali Rampolla, Gotti e Cretoni. Infine, come scrisse a don Rua il 7 gennaio 1907, trovò nel capuccino José Calasanz Vivés y Tuto, un cardinale disponibile e persino entusiasta.[642] Costui, nominato Ponente (responsabile) il 23 febbraio 1907, si mise subito al lavoro, come dimostrano le Animadversiones e la Responsio del marzo e aprile seguenti. ‹‹Il cardinale Vivés y Tuto è impegnatissimo ­ scrisse allora don Marenco a don Rua ­. Credo che mai abbiamo avuto un Ponente tanto benevolo ed impegnato».[643] Finalmente si arrivò a una conclusione durante la seduta della Congregazione dei Riti del 23 luglio. Alla domanda sull’opportunità di introdurre la causa di beatificazione e di canonizzazione di don Bosco, il voto dei cardinali e dei loro consulenti risultò affermativo. L’indomani Pio X firmava il documento, che avrebbe recato la data del 28 luglio 1907. Marenco, pieno di gioia, ne scrisse a don Rua il giorno stesso della firma del papa: ‹‹Allora si potranno suonare tamburi e campane».[644]

Il decreto Supremus humanae familiae che ratificava l’introduzione della causa ‹‹per la beatificazione e canonizzazione del ven. servo di Dio Giovanni Bosco, sacerdote fondatore della Pia Società Salesiana», firmato dal cardinale prefetto Serafino Cretoni, poneva la sua vita e la sua opera nella scia dei santi sacerdoti educatori dei tempi moderni:

Iddio supremo autore e reggitore dell’umana famiglia, come negli altri tempi, così nei nostri provvede con particolare cura alla cristiana società, sovvenendola con opportuni aiuti e rimedi, per mezzo di uomini singolari, illustri per luminosa e operativa virtù, i quali, percorrendo il loro camino, parvero comunicare a tutti il proprio spirito e il proprio ardore salutare e vitale. Fra costoro, nel secolo testé trascorso, la Divina Provvidenza mandò a presidio ed ornamento della sua Chiesa il sacerdote Giovanni Bosco, il quale seguendo fedelmente le orme di quegli uomini stanti, i quali furono Giuseppe Calasanzio, Vincenzo de’ Paoli, Giovanni Battista de La Salle e di altri somiglianti, con la Pia Società Salesiana da lui istituita e con varie altre opere, si consacrò interamente a procurare la salvezza delle anime e specialmente ad educare la gioventù nella pietà, nelle lettere e nelle arti, facendosi tutto a tutti per far tutti salvi.[645]

In questo documento non si faceva alcuna allusione a doti taumaturgiche, né durante la vita né dopo la morte di don Bosco; risultava semplicemente che tutta la sua vita e l’insieme delle opere da lui promosse dovevano essere considerate come una sorta di ‹‹teofania», riservata alla Chiesa in tempi difficili, come scrive con acume e spirito critico Pietro Stella.[646]

Don Marenco telegrafò subito la notizia il 24 luglio, poi si recò a Torino per consegnare di persona il documento a don Rua. Il nostro Rettore esultò. Il documento sanciva la ‹‹venerabilità» di don Bosco. Il 6 agosto, traboccante di gioia, diramò ai Salesiani una circolare tutta dedicata all’avvenimento.

Don Bosco è Venerabile! Quando mi toccò notificare con mano tremante a tutta la famiglia salesiana la morte di don Bosco, io scriveva che quell’annunzio era il più doloroso che avessi mai dato o potessi dare in vita mia; ora invece la notizia di Venerabilità di don Bosco è la più dolce e soave che io possa darvi prima di scendere nella tomba. A questo pensiero un inno di gioia e di ringraziamento erompe dal mio petto. Se vedemmo per tanti anni il nostro buon padre accasciato sotto il peso di indicibili pene, sacrifici e persecuzioni, com’è consolante vedere la Chiesa Cattolica intenta a lavorare per la glorificazione di lui anche in faccia al mondo! Se mai ci avesse sorpreso qualche dubbio che la nostra Pia Società fosse opera di Dio, ora il nostro spirito può riposare tranquillo dal momento che la Chiesa col suo infallibile magistero chiama Venerabile il nostro Fondatore. Quanto dobbiamo essere grati al Sommo Pontefice Pio X, che si degnò proporre la causa di D. Bosco allo studio della S. Congregazione molto più presto che non si soglia fare pur trattandosi di personaggi morti in odore di santità! Il cardinale Vivés y Tuto, Ponente della causa di don Bosco, porgendo le sue congratulazioni alla Pia Società Salesiana per la Venerabilità di don Bosco parlò di lui in modo da strapparci lacrime di gioia e da farci stimare come uno specialissimo favore della Provvidenza l’essere suoi figliuoli...[647]

I fatti di Varazze

Lo sforzo di don Rua per mantenere la calma, evidente a chi legge la circolare del 6 agosto, ha dello straordinario se si considera la sua sofferenza morale negli ultimi giorni di luglio causata dai fatti di Varazze. Quello non era, purtroppo, il primo scandalo denunciato dalla stampa. Il 21 maggio 1906, nel corso della riunione del Capitolo Superiore, don Baratta era entrato bruscamente in sala per informare che la casa di Intra aveva ricevuto l’ordine del Provveditore agli studi di evacuare tutti i collegiali entro quarant’otto ore.[648] Era la conseguenza di una storia di pedofilia che la stampa aveva reso pubblica. La causa intentata contro il chierico S. O. sarà giudicata il 25 maggio 1908, con la condanna dell’imputato a undici mesi di prigione.

L’affare di Varazze, invece, fondato su false testimonianze, prese tutt’altre dimensioni.[649] Don Ceria ne parla come di una vera e propria impresa diabolica, destinata a demolire la Congregazione Salesiana. Mi attengo al suo racconto, consapevole che certi dettagli marginali, per esempio i titoli dei giornali o le frasi degli interrogatori, potrebbero essere frutto dello spirito fecondo di don Amadei, primo narratore della vicenda. Ma la struttura dell’insieme, che troviamo nel memoriale di denuncia della calunnia, e gli interventi degli avvocati sono certamente esatti. Raccontiamo le prime giornate che ci ragguagliano sull’origine di una storia particolarmente sordida.

Il 29 luglio 1907, giorno successivo alla conclusione dell’anno scolastico, verso le sette del mattino, nella cappella del Collegio civico di Varazze, gestito dai Salesiani, una ventina di allievi stavano recitando le preghiere e assistevano alla messa attendendo il momento di ritornare alle loro famiglie. Improvvisamente uscì dalla sacrestia un gruppo di funzionari e agenti di polizia, entrò in presbiterio fino alla balaustra, senza rispetto per il carattere sacro della cerimonia, e ordinò al pubblico di smettere di pregare e uscire immediatamente. I collegiali vennero separati dai Salesiani e condotti dai poliziotti in refettorio, mentre i Salesiani furono raccolti in una classe. Il direttore, don Carlo Viglietti, incuriosito da quei movimenti insoliti, accorse e si imbattè nel sotto-prefetto di Savona che gli disse: ‹‹Cose gravi, cose gravi reverendo. Qui si commettono nefandezze incredibili».[650] Dopo la colazione gli allievi, a gruppi, vennero condotti alla caserma dei carabinieri per essere interrogati in presenza di una donna e di un ragazzo, di cui parleremo. I poveretti non sapevano proprio cosa rispondere.

Nel tardo pomeriggio, nella stessa caserma dove i Salesiani erano stati condotti, Viglietti, interrogato dal Provveditore agli studi di Genova, poté finalmente rendersi conto di che si trattava. Prese subito appunti, cosa che ci permette la certezza dell’obiettività.

Domandò di cosa si accusassero i Salesiani. ‹‹Ma la messa nera, la messa nera! ­ rispose il Provveditore ­ La messa nera!? Ma io non so che cosa voglia dire messa nera. ­ Non faccia l’ingenuo! Dica su, è vero o no che si faceva la messa nera nel collegio? ­ Ma permettetemi di chiedervi che mi si spieghi di che cosa si tratta». Fu chiamato il vicequestore che entrò indispettito e lesse su un piccolo taccuino una mezza pagina di sconcezze. Poi, interrompendo la lettura, si mise a urlare: ‹‹Ma io non debbo dare soddisfazione a costui; non leggo niente. La messa nera, lei lo sa, e non faccia il semplice, vuol dire che di notte tutti loro in casa, giovani e superiori, nudi, ballavano con tutte le suore. Del resto, lei sa benissimo. E poi le processioni dei fanciulli interni ed esterni, tutti nudi, con monache e frati, dentro e fuori di casa, bruciando statue e immagini di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi. E lei sa delle violenze usate ai giovani da’ suoi preti, e basta». Ciò detto uscì sbattendo la porta. ‹‹Ebbene, riprese il Provveditore, confessa ora? ­ Sono costretto per la verità, rispose Viglietti, a negare ogni cosa. Noi non conosciamo nessuna suora; nessuna suora mise mai piede in casa nostra. Messa nera imparo adesso che cosa sia. Sono nefandezze inconcepibili. Nulla di simile, stia certo, è mai, mai successo in collegio. ­ Ma gli anni scorsi ... gli anni scorsi ... ­ Solo da ottobre sono a Varazze. Ma anche pel passato non credo sia successo nulla di tutto questo. E quanto alle violenze sui giovani, io conosco il mio personale e rispondo di tutti i Salesiani, e nessuno io credo capace di simii atti, nessuno. Del resto mi presentino un solo giovane che accusi un Salesiano di queste cose. ­ Ma neppure il Calvi ? Neppure il Disperati e il Crosio? ­ Neppure! ­ Ma badi che ci sono le querele ... Badi che lei stasera sartà arrestato ... ­ Non so che dire, signor Provveditore, nego tutto. ­ E allora vada pure, io l’abbandono alla sua sorte».[651]

L’indomani 30 luglio, i Salesiani vennero lasciati in pace. Ma le perquisizioni e gli interrogatori toccarono alle Figlie di Maria Ausiliatrice, alle suore Immacolatine, alle suore della Neve, ai Cappuccini, all’arciprete e ad altri ancora, tutti denunciati per aver partecipato alle orge delle messe nere celebrate per nove mesi, nel collegio, da novembre a luglio. L’Istituto Santa Caterina, diretto dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, in mattinata fu visitato dalla polizia, che raccolse in parlatorio le suore e ventinove allieve non ancora partite per le vacanze. Quattro suore e una sola allieva furono indicate da un ragazzo condotto dai poliziotti (il ragazzo di cui stiamo per parlare) per aver preso parte alla messa nera del 23 aprile, verso le nove. Credettero subito, come parecchi ragazzi, che ‹‹messa nera» volesse dire messa da morto, che a quei tempi veniva sempre celebrata con paramenti neri, e, naturalmente, ammisero di sapere di che cosa si trattava. Allora un agente si spiegò brutalmente. Inorridite, le suore presentarono subito i loro alibi. La ragazza, invece, un’adolescente grandicella, rispose in modo arrogante ai poliziotti.

Nel frattempo veniva consegnato al direttore don Viglietti l’ultimo numero del Cittadino, il foglio anticlericale di Savona, con titoli e titoletti come questi: ‹‹La scoperta di turpitudini nel Collegio Salesiano di Varazze. Frati e monache compromessi. Gravi scandali. La chiusura del Collegio». Il giornale commentava l’inchiesta della polizia: ‹‹Pare che ne siano risultate cose incredibili, enormi, mostruose, inaudite negli annali dei collegi retti da frati e da monache».[652] Non era che l’inizio della campagna denigratoria.

Una donna in età matura, vedova di un console, Vincenzina Besson, e un ragazzo quindicenne, Carlo Marlario, un trovatello che Vincenzina dava a credere fosse suo figlio Alessandro, avevamno architettato nell’ombra l’intrigo. Carlo Marlario era allievo esterno dell’Istituto Civico. Un giorno, per interposta persona, Vincenzina Besson, fece pervenire alle autorità un taccuino di origine misteriosa, attribuito al ragazzo. Era quello di cui Viglietti aveva dovuto subire la lettura di un estratto durante l’interrogatorio. Il taccuino conteneva una sua storia così costruita dalla vedova Besson. Il ragazzo avrebbe scoperto che venivano commesse infamie di ogni genere nel collegio. La presunta madre, invece di ritirarlo, volle che continuasse a frequentare la scuola, che assistesse alle oscenità e le raccontasse una dopo l’altra nel suo taccuino. Quando l’anno scolastico stava per concludersi, il taccuino partì alla volta di Roma. Là se ne fece una copia che si trovava ora a Varazze. Don Ceria ritiene che le sue pagine presumevano una cultura pornografica e una conoscenza della terminologia medica poco verosimile per un ragazzo di quindici anni. Tuttavia, la sera del 30 luglio, il confronto con il direttore Viglietti, davanti al procuratore del Re e a un giudice istruttore del tribunale di Savona, fu sorprendente. Viglietti annotò nel diario: ‹‹Da principio mi fece l’impressione di uno che recitasse la lezione studiata e lo dissi. Ma poi ho provato l’impressione che questo disgraziato fanciullo fosse invaso da un demonio». In effetti, lo sentiva dire con precisione i luoghi, nominare le persone, rispondere alle obiezioni, descrivere le messe nere con tale abbondanza di particolari da rimanere assolutamente sconcertato.[653] La querela dei Salesiani che denunceranno la calunnia tornerà spesso sulla qualità della lunghissima deposizione del ragazzo: ‹‹È un portento di chiarezza e di precisione. Non un lapsus. Non una stranezza di linguaggio, non una lacuna di memoria, non un’incongruenza di frase».[654] Se Carlo Marlario aveva imparato una lezione, l’aveva fatta sua alla perfezione.

La notizia era esplosiva e fece rapidamente il giro d’Italia. I grandi giornali moltiplicarono le edizioni. La curiosità del pubblico andava crescendo di giorno in giorno. I titoli erano costruiti in modo da attirare l’attenzione: ‹‹Turpitudini inaudite a Varazze. Un porcaio a Varazze. Inaudite nefandità nel Collegio dei Salesiani a Varazze. Gli scandali neri. La messa nera ovvero le gioie del paradiso. I brutti scandali di Varazze. Rivelazioni di laidezze pretesche. La liturgia nera».[655] Quel genere di informazioni, di cui, con un minimo di spirito critico, si sarebbe potuto intuire l’inconsistenza, provocò anche manifestazioni violente e talvolta selvagge in varie città. Per esempio a La Spezia, la plebaglia si mise a girare per le strade, fischiando e urlando contro i preti, prendendosela con le chiese, scontrandosi con la polizia, tanto che venne proclamato ‹‹lo stato d’assedio». A Sampierdarena, ad Alassio, a Savona, a Faenza, a Firenze e altrove, i collegi salesiani vennero presi di mira da gruppi di esaltati. I disordini si estesero a città in cui non esistevano scuole salesiane, come Livorno o Mantova.[656] Circolò anche la voce che i carabinieri avessero arrestato e imprigionato un chierico e un vecchio coadiutore di Varazze. In parlamemto gli anticlericali invocavano l’abolizione degli istituti tenuti da religiosi e religiose.

Il 2 agosto, un decreto prefettizio ordinava la chiusura provvisoria del collegio di Varazze. Il 3 agosto un decreto analogo interessava l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Evidentemente i Salesiani, in un primo momento storditi dalla valanga di ingiurie, incominciarono a reagire come meglio sapevano. Incoraggiati dai loro amici, ex-allievi e Cooperatori, decisero di denunciare a loro volta la calunnia e chiedere giustizia. La popolazione di Varazze li sosteneva e si scagliava contro la vedova Besson. Il 3 agosto, i Salesiani aiutati da avvocati del foro di Torino presentarono una querela per calunnia e diffamazione. E l’onda iniziò a calmarsi.

Ma le procedure giudiziarie richiedono tempo. Il decreto del ministro di Grazie e Giustizia che autorizzava la riapertura del collegio di Varazze arrivò soltanto il 26 novembre 1907. Poi, nel giugno 1908, il tribunale di Savona riconobbe la totale inconsistenza delle accuse mosse contro i Salesiani. Passarono altri due anni e, il 2 agosto 1910, lo stesso tribunale giudicò fondata la loro querela per calunnia e diffamazione pubblica. I Salesiani credevano che alcuni massoni avessero manipolato i due accusatori, in particolare un medico di Varazze che, secondo la vedova Besson, le aveva suggerito di far scrivere da Carlo Marlario un memoriale di tutte le indecenze a cui avesse assistito o che gli fossero raccontate dai compagni.[657] Ma l’inchiesta supplementare si impantanò nel 1912.

Don Rua nella tormenta

Ritorniamo a Torino per concentrarci su don Rua. A fine luglio 1907, quando scoppiò lo scandalo, era ammalato.[658] Le persone che andavano a fargli visita lo mettevano al corrente degli avvenimenti. Malgrado il suo immenso dolore, mantenne una calma e una serenità eroiche. Pregava e faceva pregare. Talvolta chiedeva i giornali della parte avversa, ne ascoltava impassibile un estratto e si limitava a esclamare: ‹‹Vedete ciò che hanno il coraggio di scrivere». E si diceva certo che quel castello di assurdità sarebbe presto crollato. Si raccoglieva: ‹‹Bisogna pregare».[659]

Ma attorno a lui gli ex-allievi si diedero da fare. La sera del 2 agosto, il Circolo Don Bosco di Torino votò una violenta protesta contro la scellerata campagna orchestrata ai danni dei Salesiani e la passività delle forze dell’ordine in tale circostanza. Quando, l’indomani, il suo presidente ne mostrò il testo a don Rua, questi lo ringraziò, ma aggiunse: ‹‹Non è troppo forte?». Pensava che i funzionari avessero creduto di fare il loro dovere e che non si potesse giudicarli. Il presidente sbalordito dovette sorbirsi una bella predica sulla carità e sul precetto evangelico di amare il prossimo come se stessi (Gc 2,8). Ma il telegramma era già stato inviato...[660]

Lo stesso giorno, un altro ex-allievo, Giovanni Possetto, non leggendo in alcun giornale notizie di una reazione difensiva da parte dei Salesiani e temendo che non si facesse nulla, si precipitò a Torino per parlare con don Rua. Del suo colloquio ha lasciato una relazione minuziosa, di cui ricorderemo il tono generale e qualche elemento.[661] Possetto trovò don Rua seduto vicino alla scrivania, coperta di carte e di lettere, con una gamba rigida e fasciata distesa su una sedia posta a fianco. Era pallido, più che pallido, terreo, emaciato, con gli occhi gonfi e arrossati che trattenevano una lacrima in procinto di cadere sospesa agli angoli. La loro vivacità era scomparsa. Tutto il suo viso d’asceta corrispondeva agli occhi. ‹‹Povero don Rua, mai e poi mai l’avevamo visto così depresso, così addolorato». Disse di sentirsi incapace a fronteggiare il torrente di infamie scaricato sulla Società Salesiana. D’altra parte questo era il suo castigo, un debito che doveva pagare per aver osato accettare l’incarico che occupava. Tutto ciò che ci capita di bene o di male è sempre opera della volontà divina. Si rifugiava nel pianto e nella preghiera, implorando Dio che scaricasse soltanto su di lui il peso di quella prova. Solo un miracolo avrebbe potuto venire a capo delle calunnie che intaccavano la sua Società. Possetto si sforzò di confortarlo. Bisognava scuotere le autorità. Tutta l’istituzione salesiana era attaccata. Le infamie diffuse ferivano il suo onore. Aiutati che il ciel t’aiuta! Certo, bisognava confidare nell’aiuto di Dio, ma era necessario muoversi subito con una vibrante protesta al prefetto, poi chiedere un’inchiesta in tutte le case salesiane. Il povero don Rua moltiplicava le obiezioni, parlava di rassegnazione e diceva di non voler irritare ulteriormente gli avversari provocandoli con quell’inchiesta. Il colloquio durò a lungo. Alla fine don Rua si lasciò persuadere. ‹‹No, no, esclamò, portae inferi non praevalebunt» [Le porte degli inferi non prevarranno].

Oggi non riusciamo ad immaginare le proporzioni dello scandalo scatenato a Varazze e le sue ripercussioni fino in Sicilia e ai confini del paese, non solo, ma nel mondo intero. Leggiamo ciò che scrisse don Rua ai Cooperatori, nella lettera annuale sul Bollettino Salesiano del gennaio 1908: ‹‹Sono note anche a voi le infami calunnie che nella scorsa estate si cercò di accumulare sul nome dei figli di D. Bosco, le quali (con grave scandalo chi sa di quante anime!) trovarono un’eco fulminea in tutto il mondo».[662]

Inseriamo qui, a titolo informativo, una protesta che, secondo Angelo Amadei, don Rua avrebbe telegrafato al ministero dell’Interno a proposito dei disordini di La Spezia. Non ci rimane nessuna minuta del documento. Il nostro storiografo, che non consultava gli archivi del governo italiano, la ricostruì liberamente, come segue.

Sua Eccellenza il Ministro dell’Interno. Roma.

Notizie pervenutemi da Spezia mi mettono in grande angustia per la sicurezza personale dei Superiori e allievi di quell’Istituto salesiano, minacciato da una plebaglia selvaggia. È doloroso che un istituto benefico, posto quasi nel centro di una grande città, istituto nel quale sono ricoverati numerosi figli del popolo, debba passare giorni di angosciosa trepidazione per opera di malviventi e non trovi la necessaria difesa nelle autorità. Contro questo stato di cose io ricorro alla sollecitudine di Vostra Eccellenza ed invoco la protezione, alla quale ha diritto ogni cittadino.

Sac. Michele Rua.[663]

Ad ogni modo, a partire dal 5 agosto, don Rua si riprese. I verbali del Capitolo Superiore lo dimostrano. Ma non sotto forma di proteste indignate, come si potrebbe immaginare. Adottò un tono piuttosto dimesso, analogo a quello tenuto nel colloquio con Giovanni Possetto. Conosceva bene le inevitabili debolezze dei suoi figli. I verbali ci svelano i suoi veri sentimenti in quei giorni tormentati. Il 5 agosto don Rua, dopo aver ricordato ‹‹il punto critico in cui ci troviamo, forse il più critico che abbia attraversato la Congregazione, facendo astrazione dalla malignità degli uomini, [aggiunse che] vi vuol scorgere un avvertimento dal Cielo, dal Ven. D. Bosco e vorrebbe aprofittare per sempre meglio purificare le nostre case eliminando gl’indegni ed allontanando l’offesa di Dio, ultimo scopo dell’opera di D. Bosco. Il Sig. D. Rua propone anzitutto si vada molto a rilento e con tutta precauzione nell’accettare al noviziato, alla professione e dalle sacre ordinazioni».[664]

Per conoscere meglio il personale delle case, era necessario avviare un’ispezione generale. Secondo il verbale furono prese quattro decisioni:

1. Allontanare dal consorzio dei giovani quei tali (siano essi sacerdoti, chierici o coadiutori ­ professi, ascritti o famigli) che si sono gravemente macchiati per moralità o sevizie.

2. Dare altra occupazione a quei Direttori che non sono atti a disimpegnare il loro ufficio soprattutto per la direzione dei confratelli e la sorveglianza dei giovani.

3. Ridurre il numero degli Ispettori per poter così aver maggior copia di buoni Direttori e confessori, di cui si sente grande bisogno.

4. Indire entro l’anno 1907-1908, quasi contemporaneamente, una visita generale a tutte le case della Congregazione a fine di avere sott’occhio il vero stato morale, disciplinare, economico dell’intera Congregazione. [...] Il Sig. D. Rua aggiunge che quando vi sono accuse di immoralità bisogna che i superiori locali vadano bene a fondo della gravità della mancanza e che riferiscano subito e bene, acciò si possa prendere quelle decisioni stimate opportune, tra le quali egli accenna quella di far deporre l’abito talare quando il colpevole fosse un chierico non ancora in sacris.[665]

In seguito il Capitolo Superiore dedicò al problema tre riunioni, l’8 e il 9 agosto, che furono oggetto un unico verbale:

In queste tre sedute il Capitolo si occupò principalmente nel designare quei soggetti che, a suo giudizio, dovevano essere esclusi dalle case salesiane e nel segnalare agli Ispettori quei confratelli che debbono essere segregati dal consorzio dei giovani o bisognosi di speciale sorveglianza, come pure nell’indicare quei direttori delle case d’Italia che un altr’anno dovranno avere altra occupazione, perché non atti a disimpegnare il loro ufficio, soprattutto per la direzione dei confratelli e la sorveglianza dei giovani. Si tracciano alcune norme agli Ispettori, cose tutte dette nella lettera riservata del Sig. D. Albera in data 12 c.m. Gli Ispettori d’Italia furono invitati al più tardi pel 22 a recarsi a Torino per un più completo affiatamento col Capitolo. Agli altri si raccomandò che esponessero per iscritto le loro idee ed i loro progetti pel buon andamento delle case delle rispettive ispettorie cui sono preposti.[666]

Di fatto, il 23 e 24 agosto gli ispettori d’Italia passeranno uno dopo l’altro di fronte al Capitolo Superiore.

Il 29 settembre, festa di San Michele, si fece a Valsalice una magnifica celebrazione in onore del venerabile don Bosco, presso la tomba. Un messaggio autografo di Pio X, indirizzato ‹‹al diletto don Rua Superiore Generale», consolò definitivamente il Rettor Maggiore dei soprusi subiti nelle terribili settimane di luglio-agosto.[667] I Cooperatori della Sicilia fecero stampare un indirizzo di tre pagine, esplicitamente datato 29 settembre 1907: A D. Michele Rua. Omaggio di stima, di venerazione e di protesta contro gli insulti lanciati alla Congregazione Salesiana (Torino, Tip. Salesiana, 1907).[668] E don Rua chiese di inserire nel Bollettino Salesiano di ottobre un’‹‹importante dichiarazione» in cui si affermava essenzialmente che l’Istituto civico di Varazze, diretto dai Salesiani, come l’Istituto Santa Caterina della stessa città, diretto dalle Figlie di Maria Ausilitrice, erano del tutto innocenti nei riguardi delle infamanti accuse contenute nel famigerato diario di un ragazzo. La dichiarazione si concludeva così: ‹‹E poiché: 1° è falsa l’accusa che vi si commettessero inconcepibili nefandità, denominate messe nere; 2° è falsa l’accusa che uno degli insegnanti tenesse lezioni nella scuola in abito indecente; 3° è falsa l’accusa che si sia recato sfregio all’effigie del Sovrano e del genarale Garibaldi, quei due istituti furono costretti per tutela della propria onorabilità a sporgere querela per diffamazione e calunnia contro gli accusatori».[669]

L’ondata delle calunnie anti-salesiane calò nuovamente.

La condanna del modernismo

Non ci risulta che ci sia stato alcun genere di ripercussione sulla Società Salesiana della repressione antimodernista, culminata nel 1907 con il decreto Lamentabili sine exitu del 17 luglio, in cui si condannavano 65 proposizioni del modernismo biblico e teologico, e con la promulgazione dell’enciclica Pascendi del 10 settembre, che tracciava gli orientamenti del movimento dottrinale e riformista. I quadri dirigenti della Congregazione e i suoi insegnanti erano troppo fedeli alla Santa Sede per lasciarsi seriamente tentare dal modernismo dottrinale sviluppato in Francia e in Italia all’inizio del secolo. La Storia sacra e la Storia ecclesiastica di don Bosco erano ancora in uso. Tuttavia, il 1° novembre 1906, una lettera circolare di don Rua chiese a ispettori e direttori di vigilare e lottare contro le tendenze moderniste.[670] Notiamo che nel corso del decisivo secondo semestre 1907, le circolari del Rettor Maggiore e del prefetto generale abbondano di raccomandazioni pratiche di ogni tipo (sulle vacanze dei confratelli fuori dalle case salesiane; sulle vacanze abusive degli allievi a Natale e in estate; sulla tenuta degli archivi delle case; sul regolamento degli Oratori festivi; su quello degli esercizi spirituali, ecc.), ma ingnorano del tutto il termine e le tendenze del modernismo. Dalla documentazione disponibile emerge soltanto una misura emanata dal Capitolo Superiore il 16 settembre, all’indomani della Pascendi. Leggiamo nel verbale: ‹‹Si delibera di far stampare nel testo latino ed italiano le 65 proposizioni condannate sul Modernismo e precedute da una lettera del Sig. D. Rua e mandarne copia a tutti i sacerdoti o studenti di teologia della Congregazione».[671] La sottomissione della Società Salesiana alle istruzioni romane doveva essere esemplare in tutto. Facendo eco a quella direttiva, qualche mese più tardi il consigliere scolastico don Cerruti chiederà ai direttori e agli ispettori di studiare e diffondere il Catechismo sul modernismo di Jean-Baptiste Lemius, operetta particolarmente severa contro la nuova ‹‹eresia».[672]

Nel frattempo, forse in seguito a voto fatto durante la bufera di Varazze,[673] don Rua cominciò a programmare un lungo pellegrinaggio nel paese di Gesù. Dal momento dell’assunzione dell’incarico, l’anno 1907 era stato per lui il più glorioso e il più doloroso di tutti. Ottenendo per il Fondatore il titolo di venerabile, aveva coronato un’impresa iniziata all’indomani della sua morte e perseguita con tenacia per diciannove anni. Il grave complotto di luglio-agosto non era riuscito a gettare fango sulle istituzioni di cui egli era responsabile, la Congregazione Salesiana e l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice che gli stava molto a cuore. La congiura era stata sventata. Dunque sentiva il dovere di ringraziare la Provvidenza, che gli aveva permesso di superare tempi estremamente ardui per il suo corpo e il suo spirito. Nello stesso tempo il pellegrinaggio gli avrebbe permesso di partecipare in prima persona all’indispensabile ispezione generale delle case salesiane sparse nei vari continenti.

 

32 ­ SETTE MESI DI FATICHE E DI GIOIE

La visita straordinaria alle case della Congregazione

I primi mesi del 1908 furono ricchi di emozioni per il nostro don Rua. Tre avvenimenti li caratterizzarono: l’organizzazione di una visita straordinaria alle case salesiane, un viaggio in Oriente e il processo informativo diocesano di Domenico Savio.

L’idea di una visita straordinaria in tutte le case della Congregazione era venuta a don Rua nel subbuglio sorto attorno ai ‹‹fatti» di Varazze, come risulta dalla riunione del Capitolo Superiore del 5 agosto 1907. Il progetto maturò e prese corpo all’inizio dell’anno seguente.

Saggiamente, don Rua si spiegò in una circolare ai Salesiani datata 18 gennaio 1908, interamente dedicata alla visita straordinaria. Bisognava evitare di allarmare i Salesiani. Perciò si rifugiò dietro al dettato delle Regole. Le Costituzioni gli chiedevano di visitare una volta all’anno di persona o tramite un delegato tutte le case della Congregazione. Fino a quel momento aveva viaggiato molto e gli ispettori l’avevano correttamente supplito. Ma niente avrebbe potuto sostituire un visitatore straordinario, libero da legami di affetto o di interesse con l’opera e i confratelli, il quale ispirando piena fiducia ad ognuno, sarebbe stato nelle migliori condizioni per prendere atto di tutto e riferire. Il nostro Rettore ci tenne a precisare che non si trattava di un’inchiesta poliziesca. Al contrario si disse persuaso che, qualora i visitatori da lui delegati avessero constatato qualche miseria ­ poiché ‹‹noi tutti siamo figli di Adamo» ­ avrebbero avuto anche la consolazione di rendersi conto del gran bene che si faceva nelle case, grazie allo zelo e all’attività dei confratelli preposti alla loro direzione.[674]

Bisognava creare lo strumento addatto alla visita e conferirgli la solennità appropriata. Nel corso delle sedute capitolari del 13, 14 e 15 gennaio, si decise che le visite sarebbero iniziate nel mese di marzo successivo. Il Capitolo compilò le istruzioni ai visitatori. Le ispettorie furono suddivise in dieci gruppi (che diventeranno undici) e se ne designarono i rispettivi visitatori. Essi, convocati a Torino (ad eccezione dei visitatori d’America), avrebbero prestato giuramento nelle mani del Rettor Maggiore, mentre gli assenti sarebbero stati rappresentati da un delegato. Il Capitolo Superiore prese visione della lettera di don Rua datata 18 gennaio e del questionario che i visitatori dovevano compilare.[675]

La cerimonia dell’invio in missione si svolse davanti ai membri del Capitolo Superiore il 30 gennaio, alle dieci del mattino, nella piccola cappella di don Bosco nell’Oratorio. Don Rua la presiedette in cotta e stola. Erano presenti sette visitatori tra quelli nominati; li accompagnavano quattro confratelli in rappresentanza dei quattro visitatori assenti. Si cantò l’Ave Maris Stella e il Veni Creator. Don Rua commentò la circolare del 18 gennaio. Il pro-segretario del Capitolo lesse la lettera di nomina e di presentazione di ciascun visitatore. Dopo alcuni avvisi paterni del Rettor Maggiore, i visitatori e i delegati prestarono giuramento in latino: ‹‹Invoco Dio a testimone, che eseguirò fedelmente l’incarico che mi è stato comunicato e manterrò il segreto». Tutto si conclue verso le undici, con la preghiera rituale dell’Agimus.[676] Don Rua inaugurava in tal modo un atto molto importante del suo rettorato. Sperava che la Congregazione sarebbe uscita dalla visita straordinaria purificata dalle scorie che la deturpavano, di cui era molto preoccupato. Era convinto che tutto avrebbe coadiuvato ‹‹alla maggior gloria di Dio e al bene delle anime», scopo essenziale della Congregazione affidata alla sua responsabilità.

Con questi sentimenti scrisse una lunga circolare in data 31 gennaio 1908, intitolata Vigilanza. Certamente, il torrente di infamie rovesciato dalla stampa sulla Congregazione, durante le terribili settimane di luglio e agosto, proveniva dal maligno. Nulla, assolutamente nulla lo giustificava. Ma se ne poteva trarre anche un monito salutare: ‹‹I fatti accaduti l’anno scorso sono altrettanti avvertimenti che il Signore ci invia perché noi siamo più attenti ai pericoli che si incontrano nella missione delicata e non sempre facile di educatori della gioventù». Raccomandava dunque che si evitasssero parzialità, amicizie particolari, carezze, anche se ispirate da equilibrato affetto. E raccontava la storia incredibile di due fratelli mandati dal padre in un collegio salesiano espressamente per tentare i maestri. Fortunatamente avevano incontrato degli ottimi educatori, si erano accostati ai sacramenti ed erano stati trasformati nel giro di poche settimane. Giunto il tempo delle vacanze, al momento della partenza, il maggiore era andato a trovare il superiore per ringraziarlo e, piangendo, gli aveva confessato la manovra ordita dall’indegno padre, ‹‹uomo senza religione e senza moralità», che avrebbe voluto trascinare i Salesiani davanti alla giustizia, fare un processo ai religiosi e ai preti e ottenere in risarcimento una bella somma di denaro. L’educatore non è mai abbastanza prudente.[677]

Don Rua in viaggio verso l’Oriente

Don Rua si disponeva allora a partire per un lungo viaggio in Oriente. Il 20 gennaio 1908 gli era stato consegnato un passaporto per l’Europa, la Turchia asiatica e l’Egitto.[678] Progettò di attraversare l’Europa centrale fino all’Asia Minore e alla Palestina e di tornare passando dall’Egitto e dall’Italia del Sud. L’economo generale Clemente Bretto (1855-1919), visitatore straordinario per l’Oriente, l’avrebbe accompagnato e avrebbe così assolto alla sua missione particolare. Nella mente del Rettor Maggiore il viaggio, che durerà dal 3 febbraio al 20 maggio, aveva due obiettivi principali: innanzitutto una migliore conoscenza della situazione salesiana, e poi un contatto diretto con i luoghi santi. Doveva essere, come fa intendere nella sua circolare conclusiva, l’occasione per la visita attenta delle case salesiane e un pio pellegrinaggio in Oriente.[679]

Seguiamolo nel suo itinerario più direttamente salesiano.[680] Lasciò Torino il 3 febbraio e, passando per il Veneto, fece tappe più o meno prolungate, tutte degne di interesse, nelle varie case salesiane dislocate sul territorio dell’impero Austrio-Ungarico, specialmente in Slovenia (Lubiana e Radna). Col compagno di viaggio attraversò la Serbia e la Bulgaria in ferrovia sull’Orient Express e giunse a Costantinopoli la domenica 16 febbraio. Durante il tragitto, nello scompartimento in cui era confinato, don Rua soffrì molto perché non poteva stendere le gambe malate.

Costantinopoli, Smirne, Nazaret

Erano entrati nell’impero ottomano e don Bretto si trovava sul territorio dell’ispettoria orientale di cui aveva la responsabilità come visitatore. Le tappe del viaggio si prolungarono, tutte connotate da elementi comuni: applausi e discorsi, saluti alle autorità religiose e alle autorità consolari italiane, visite ai benefattori e alle case di diversi ordini e congregazioni, ma soprattutto un’attenzione tutta particolare ai nove centri salesiani della regione. Così a Costantinopoli, dove si fermarono dal 16 al 24 febbraio, don Rua, ospite della casa salesiana, si preoccupò di visitare il delegato apostolico, l’ambasciatore d’Italia e sette istituti religiosi: Domenicani, Lazzaristi, Fratelli delle Scuole Cristiane, Gesuiti, Conventuali, Cappuccini e Figlie della Carità di S. Vincenzo de’ Paoli. Lungo il percorso si mostrerà anche attento a prendere contatto con le chiese locali.

Qui ci concentriamo sulle case salesiane e sui ricordi significativi di don Rua; il lettore ci perdoni se ignoriamo il dettaglio di numerosi scali intermedi. La sera del 24 febbraio, i nostri due viaggiatori, via mare, lasciarono Costantinopoi per Smirne, dove, come sappiamo, i Salesiani gestivano due opere: una scuola commerciale e una scuola popolare con annesso Oratorio. Vi soggiornarono dal 25 febbraio al 6 marzo, e si concessero una visita ad Efeso, dove don Rua voleva venerare il ricordo del Concilio ecumenico del 431. Scriverà: ‹‹Tra i ruderi di quel tempio ove fu condannato Nestorio e fu solennemente proclamata Maria Madre di Dio, sentii i miei occhi riempirsi di lacrime, e supplicai, con tutto il fervore di cui ero capace, la nostra Madre Celeste di continuare a coprirci col suo manto e di concedere a tutti i Salesiani la grazia di essere zelanti promotori della sua divozione e propagatori delle sue glorie».[681]

Il 3 marzo, martedì grasso, gli oratoriani di Smirne organizzarono per i visitatori un pomeriggio molto divertente con una sfilata burlesca e una gioiosa commedia. Il 6 marzo, da Smirne, prima in battello, poi treno, infine in vettura a cavallo, si avviarono a Tiberiade, attraverso Beirut e Damasco. Attraversarono il lago su un’imbarcazione. Don Rua confiderà ai confratelli: ‹‹Ebbi la fortuna di solcare su d’una barchetta le onde di quel lago di Genezareth, su cui il Divin Salvatore aveva camminato a piedi asciutti, di cui aveva sedato con l’onnipotenza della sua parola una orribile tempesta, che aveva attraversato tante volte nella barchetta di Pietro. Mi parve allora di assistere alla pesca miracolosa. Nel mettere piede a terra mi immaginai eziandio di vedere la sponda gremita di gente che ascoltava avidamente la parola del Divin Maestro che parlava dalla barca. E qui commosso ho rivolto il mio pensiero a tutti i miei cari figliuoli, e feci voti ardenti perché si conservino ben afferrati alla barca di Pietro, poiché solamente con lui possiamo arrivare al porto di salute».[682]

 

Così sabato 14 marzo don Rua e don Bretto giunsero a Nazaret, dove si fermarono una settimana. Inizialmente l’orfanotrofio Gesù Adolescente di Nazaret (1899), era stato installato in locali poco adatti, sulle alture della città, dove i Salesiani possedevano un vasto terreno. Il direttore Athanase Prun si era immediatamente adoperato per costruire una grande casa, divenuta interamente agibile nell’ottobre del 1905. Vicino ad essa doveva elevarsi la bella basilica di Gesù Adolescente. La prima pietra era stata benedetta recentemente, il 20 settembre 1907.

A Nazaret, Don Rua non perse nemmeno un secondo, come apprediamo dalle relazione di don Bretto. Dedicò la sua prima giornata alla visita accurata del nuovissimo orfanotrofio, esaminò i lavori della chiesa che procedevano rapidamente e diede uno sguardo anche al sito del vecchio edificio. Gli allievi avevano preparato un ricevimento, del quale li ringraziò in italiano. Non ci capirono nulla. Così, per la buonanotte, fece ricorso a un interprete. Le altre giornate furono soprattutto dedicate alle visite al clero e ai religiosi. Don Rua volle anche recarsi dal Caimakam (governatore) della città, che pur essendo di rito ortodosso, chiese a don Rua di benedire la famiglia e la casa. Poi egli stesso si affrettò a ricambiare la visita ricevuta recandosi all’orfanotrofio, accompagnato dalle principali autorità locali a cui si aggiunse il comandante militare di Giaffa che era di passaggio a Nazaret. I ragazzi, molto onorati, eseguirono i migliori brani di musica del loro repertorio. Conversarono fino al tramonto. A questo punto i musulmani del seguito si ritirarono un momento sotto i portici per le loro preghiere rituali. Il comandante militare non poté nascondere la sua ammirazione per don Rua: ‹‹È veramente un santo!», osservò.[683] Anche le emozioni di don Rua erano di natura religiosa. Confesserà: ‹‹Non posso tacere che nei giorni passati nel nostro orfanotrofio di Nazaret, ogni volta che mi trovava in mezzo a quei cari giovinetti che con tanto affetto mi prendevano la mano, la baciavano e poscia la portavano alla loro fronte, mi pareva di vedere Gesù quando era della loro età. Spesse volte nel mio cuore lo ringraziai per averci chiamati a fare un poco di bene ai suoi concittadini».[684]

Nazaret costituiva la prima tappa del pellegrinaggio nei luoghi santi. Il Rettor Maggiore non volle trascurare nulla, prima di tutto la città. Visitò a più riprese il santuario dell’Annunciazione e vi celebrò la messa. Venerò le rovine di una basilica costruita in passato su quella che si crede essere stata la casa della Sacra Famiglia. Successivamente fece visita al rudere in cui la ‹‹tradizione» situa il laboratorio di San Giuseppe, alla ‹‹fontana della Vergine» dove Maria attingeva l’acqua per la casa, alle rovine di una vecchia sinagoga, alla cappella del Tremore, luogo in cui Maria sarebbe accorsa sentendo che stavano per precipitare Gesù dalla cima di un monte, e anche alla Mensa Christi, grande blocco di pietra sul quale la feconda tradizione locale vuole che Gesù abbia cenato con gli apostoli dopo la risurrezione.

Non lontano da Nazaret si trova il monte Tabor, ove una tradizione incerta situa la Trasfigurazione del Signore. Nel pomeriggio del 16 marzo don Rua e don Bretto, in compagnia del direttore don Rosin e dell’ispettore Pietro Cardano, si recarono ai piedi del monte. Di là li condussero alla casa custodita dai Francescani dove avrebbero dovuto trascorrere la notte. Furono ricevuti con grandi attenzioni. Il mattino successivo, dopo la celebrazione della messa, i pellegrini salirono verso la cima del monte. Un francescano faceva loro da guida. Avevano a disposizione animali da soma, ma don Rua volle fare la strada a piedi. Quando la salita diventò più ripida, accettò soltanto di sedersi di traverso su un asinello della scorta, con il rischio di ruzzolare ad ogni istante.[685] Il gruppo raggiunse la cima, presunto luogo della Trasfigurazione, ed essi videro le rovine delle antiche basiliche distrutte dalle vicissitudini dei secoli passati. In mezzo a ad esse, su una spianata, era stato collocato un altare dove gli dissero che talvolta veniva celebrata una messa durante i grandi pellegrinaggi. I pellegrini non si saziarono di contemplare il magnifico panorama che si estendeva sotto i loro occhi meravigliati: il grande e il piccolo Ermon, i monti Gelboé, la pianura di Esdrelon, in fondo alla quale intravvidero le montagne di Samaria. Ammirando lo scenario ricordarono alcuni racconti biblici, come la risurrezione del figlio della vedova di Naim e la pitonessa di Endor, o eventi storici come le crociate, Saladino e Napoleone. Ordinariamente don Rua non si entusiasmava molto. Ma don Bretto ci assicura che quella volta avrebbe esclamato: ‹‹Venire a Nazaret e non fare la salita del Tabor è proprio un peccato».[686]

Nell’opera di Nazaret, don Rua preparò gli animi alla festa di san Giuseppe, che si celebrò il 19 marzo. Fece raccontare da don Prun come dieci anni prima, agli inizi dell’orfanotrofio, il santo aveva fatto un grande regalo. Il 3 marzo di quell’anno si era sul punto di licenziare gli allievi per mancanza di denaro. Il direttore aveva invitato i giovani a pregare san Giuseppe. Dopo pochi giorni giunse una lettera assicurata, datata 3 marzo, con la quale venivano offerti diecimila franchi per pagare i debiti e cinquemila per continuare l’opera.[687] La festa di san Giuseppe fu celebrata in modo intimo e intenso.

Betlemme, Gerusalemme, Cremisan, Beitgemal, Haifa

Dal giorno seguente, 20 maggio, i pellegrini partirono diretti a Gerusalemme e a Betlemme. Un viaggio pittoresco e movimentato, che inizialmente si dovette fare a cavallo. Pe dei cavalieri inesperti era quasi impossibile evitare le cadute. Don Rosin che l’accompagnava racconterà: ‹‹Don Rua, incoraggiato a montar a cavallo, che non v’era altro mezzo di trasporto, non s’arrese che dopo molto cammino ed unicamente per compiacerci. Disgrazia volle che il cavallo inciampasse e gettasse a terra, con nostro spavento, il povero cavaliere, che sbattendo colla testa sul terreno, riportò sulla fronte una piccola ammaccatura. Rialzossi tosto sorridendo, protestandoci di non essersi fatto alcun male, ma non volle più rimontare in sella».[688]

Lentamente arrivarono a Naplusa, pernottarono nella parrocchia del patriarcato latino e il giorno successivo, 22 marzo, affittarono una vettura colla quale, traballando in continuazione su quelle strade mal tenute, finalmente arrivarono a Gerusalemme. Li aspettavano alla scuola italiana, dove vi si trattennero una notte soltanto.

Il 23 marzo l’orfanotrofio salesiano di Betlemme riservò a don Rua un’accoglienza sensazionale. Era stato eretto un arco di trionfo sulla strada che portava all’istituto. Da ogni parte una schiera numerosa di abitanti e di allievi acclamava il successore di don Bosco. In un batter d’occhio la chiesa si riempì. Don Rua ringraziò la folla in italiano e impartì la benedizione del Santissimo Sacramento. Betlemme fu la sua sede durante le quattro settimane che trascorse nella regione.

Per non perderci in una cronaca dettagliata, noiosa per chi non ha dimestichezza coi luoghi e i notabili locali, citiamo solo qualche dettaglio legato a don Rua. ‹‹Il 24 marzo ­ scriverà nella lettera ai Salesiani del successivo 24 giugno ­ grazie alla bontà dei padri Francescani, ebbi la fortuna di celebrare a Betlemme la messa nella grotta della Natività, e vi assicuro che pregando in quel luogo non solo il cuore s’infiamma di amore per quel Dio che si umilia fino a farsi uomo per la nostra salute, ma sente pure un gagliardo impulso ad imitarlo nell’umiltà e nella povertà».[689]

Proseguiamo con un ‹‹miracolo» che rientra nella ‹‹leggenda aurea» del nostro eroe, devotamente tramandata dalle suore salesiane. Il 28 marzo don Rua celebrò la messa a Gerusalemme nella cappella delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Amadei raccontò l’avvenimento testimoniato da suor Felicina Vaccarone ­ alla quale lasceremo ogni responsabilità:

Saputo che si sarebbe degnato di visitare il nostro istituto, si radunarono tutte le ragazze della scuola e i bambini dell’asilo nel lungo corridoio di entrata. Appena fu tra noi, le ragazze gli lessero un bell’indirizzo, dandogli il benvenuto. Il buon Padre rivolse loro parole di incoraggiamento e di congratulazione per l’esatta pronuncia della bella lingua italiana, e diede loro buoni e santi consigli, eccitandole al bene. Indi si volse al rev. Signor don Bretto e dissegli: "Ora bisognerebbe avere qualche cosa da dispensare a queste buone ragazze". Don Bretto sorrise, poi mise la mano in tasca ed estrasse un piccolo cartoccio che conteneva non più di trenta mentini, e lo presentò qual era a don Rua. Il venerato Padre, vedendo così poca roba per tanta gente, con la sua grande umiltà e confidenza in Dio disse: "Ebbene, cominciamo a distribuire, e la Provvidenza... ci verrà in aiuto...". Chi lo direbbe? Le ragazze coi bimbi dell’asilo erano un 200 e i mentini bastarono per tutti, dandone 5 o 6 a ciascuna. Finita la scolaresca, il buon Padre disse: "Voglio darli anche alle suore... "; e così fece: li distribuì a tutte noi che eravamo dodici, ne ebbe abbastanza, e ricordo benissimo che all’ultima, che era suor Agatina Tomaselli, diede i mentini e anche la carta: e così finì la miracolosa distribuzione, la quale fu visibile a tutti. Di questo fanno testimonianza le suore e le ragazze che furono presenti. Allora l’indimenticabile don Bretto si volse a noi suore, e disse: "È un vero miracolo, non c’è nulla a ridire!".[690]

Don Rua fu molto attento a non trascurare la ragione principale del suo pellegrinaggio in Terra Santa: ‹‹Finalmente il 30 marzo, coll’anima trepidante per la commozione, celebrai la messa sul S. Sepolcro. Fu allora che ho ringraziato il Signore di aver fatto trionfare la nostra Pia Società contro le calunnie dei nostri nemici e d’averne anzi ricavato immenso vantaggio per le opere nostre. In quel augusto tempio ho rinnovata la consacrazione della nostra Congregazione al S. Cuore di Gesù, e pregai a lungo perché tutti i suoi membri perseverino nella loro vocazione e che neppur uno abbia a perire».[691]

Don Rua dedicò gli ultimi giorni di marzo e i primi giorni di aprile a visitare con cura le case salesiane di Cremisan e di Beitgemal, ampiamente provviste di terre coltivabili. Come aveva l’abitudine di fare nelle ispezioni alle opere italiane, lasciò una serie di impegni numerati, che testimoniano le sue principali preoccupazioni, insieme spirituali e materiali.[692]

A Cremisan, verificò gli inconvenienti dell’obbligo di usare la lingua italiana nella vita quotidiana nelle case di Palestina, che, ricordiamolo, egli stesso aveva voluto. Scrisse, dunque, sollecitato dal visitatore don Bretto, una lista di impegni:

1° Alla mattina orazioni in arabo.

2° All’esercizio della buona morte conferenza ai giovani in arabo.

3° Esercitare i preti nella predicazione, con l’alternativa festiva [in arabo].

4° Stabilirvi il noviziato dei Coadiutori e scegliere un buon maestro dei novizi.

5° Mandarvi da tutte le case d’Oriente gli studenti di latino con vocazione.

6° Diligentare il vino e l’acquavite ed aumentarne la produzione.

7° Imboscare buona parte della proprietà.

8° Promuovere la coltura frumentaria, fruttuaria e ortilizia.

9° Aver di mira di arrivare a far fronte coi propri prodotti a tutti i commestibili e combustibili, eccetto l’illuminazione, e col vino a tutte le altre spese.

10° L’ispettoria impianti bene la tenuta dei necessari registri, facendo curare specialmente la contabilità e l’amministrazione.

Di fatto, il vino di Cremisan sarà presto famoso in tutta la Palestina e più tardi in Israele.

Don Rua e don Bretto si fermarono a Beitgemal dal 1° al 5 di aprile. Le consegne materiali e spirituali (che secondo Amadei vennero trasmesse un mese dopo ad Alessandria all’ispettore don Cardano), furono molto dettagliate: ventuno riaguardavano gli aspetti materiali e, suppongo, fossero formulate da don Bretto; undici erano di ordine amministrativo e spirituale, riservate al direttore e al prefetto. Queste rispecchiano le preoccupazioni di don Rua sul governo delle case salesiane e sull’idea che egli aveva dei compiti del direttore salesiano.

Per Beitgemal, per il direttore e il prefetto.

1° Ricordisi il direttore che il suo uffizio è più spirituale che temporale, perciò stia attento a non lasciarsi assorbire dagli affari materiali, a danno degli spirituali.

2° Procuri due prediche ogni giorno festivo, una al mattino, l’altra alla sera.

3° Faccia ai confratelli due conferenze mensili e riceva i rendiconti mensilmente.

4° Procuri anche alle Suore una conferenza mensile all’esercizio della buona morte.

5° Veda se e quali riparazioni occorrono all’abitazione delle suore.

6° Faccia scuola di teologia a N.N. almeno tre volte la settimana.

7° Colle sue buone parole e con paterna familiarità incoraggi i coadiutori e i famigli, informandosi delle loro aziende e lasciandoli spiegar la loro attività ecc.

8° Il prefetto dovrebbe aver cura di tutta la contabilità e registrazione, ma nelle condizioni attuali, dovendo sovente uscire, converrà che divida tale importante occupazione col direttore.

9° Tuttavia non si abbandoni interamente alle cure materiali; assista alle pratiche di pietà della comunità, e si riservi almeno un po’ di tempo per alcuni studi sacri.

10° Nella gestione materiale si faccia aiutare quanto può da qualche coadiutore fido e capace.

11° Sorvegli che non si adoperi il sistema repressivo, avvisando chi vi si abbandonasse.

In queste osservazioni fa nuovamente capolino il don Rua visitatore delle case piemontesi negli anni 1872-1876.

Cito un testo significativo, che il Bollettino Salesiano ha omesso, forse su richiesta di don Rua. L’11 aprile, si celebrò solennemente il decreto di venerabilità di don Bosco nella casa di Giaffa, affidata ai Salesiani dall’Associazione Nazionale per il soccorso ai missionari italiani. Alla messa solenne, presieduta da don Rua, seguì immediatamente un ricevimento. Il vice console Alonso volle pronunciare un discorso in lingua araba. L’ispettore delle scuole turche, molto impressionato, fece un grande elogio dell’opera salesiana e alla fine don Rua ringraziò i presenti con tale semplicità che all’uscita, secondo il cronista Bretto, il suo atteggiamento apparve ‹‹così salutare che la gente andava esclamando: Abbiamo veduto un santo e abbiamo sentito cose che non ci saremmo aspettati».[693]

Giunse la settimana santa (12-19 aprile). Don Rua seguì tutte le funzioni a Betlemme o a Gerusalemme. Egli stesso volle presiedere la ‹‹lavanda dei piedi» di tredici ragazzi dell’orfanotrofio di Betlemme. Il venerdì santo a Geruslemme partecipò alla Via Crucis organizzata dai Francescani sulla tracciato della Via Dolorosa. Obbligato a restare in piedi per lunghe ore, nell’inevitabile calca, le sue gambe malate lo fecero duramente penare. Lo comprendiamo dal racconto dettagliato di don Bretto.

È uno spettacolo grandioso: migliaia e migliaia di pellegrini cristiani, non sempre tutti cattolici, seguono devotamente il Padre Francescano che ad ogni stazione fa un breve sermoncino commovente e poi si recita la solita preghiera.

Disgraziatamente però la funzione è di solito disturbata dai soldati turchi che attraversano anche parecchie volte la massa dei devoti cristiani, come per affermare la loro padronanza di quei luoghi. Di fatto quest’anno eravamo ancora radunati nella via davanti al cortile turco ove sta la prima stazione che una sfilata di soldati con bandiere e una musica turca ci obbligò a pigiarci contro i muri. Passavano, passavano portando i loro moschetti carichi, molti a cavallo col fucile semi alzato, altri colla lancia innestata e coll’asta posata sopra il piede, ve n’erano di tutte le fogge di vestire e della pelle dal bruno al nero scuro, e dietro veniva a cavallo il capo della loro religione di residenza a Gerusalemme.

Passata appena quella sfilata, cominciò la processione, ma fatte alcune stazioni, passando dall’una all’altra con grande difficoltà per la gran calca, ecco che mentre il Padre predicava si ode la tromba annunziante una grossa pattuglia di soldati che passavano. E il Padre pregarci tutti che volessimo far largo senza dare il minimo segno di impazienza; passarono e dopo ci rimettemmo in cammino per la Via Dolorosa.

Il povero Sig. D. Rua era da noi attorniato e difeso dalle spinte che venivano da tutte le parti; ma poveretto deve pur essersi stancato assai, giacché alla sera lo vedemmo che quasi più non si poteva reggere. Ad un punto della Via Crucis, dove le vie sono strette e la processione deve ritornare su se stessa, udimmo un tafferuglio insolito e un vociare di gente che ci fece temere di qualche parapiglia, ma il contegno energico di qualche frate francescano e di alcune guardie rimise la calma e proseguimmo fino al Calvario, dove vi sono parecchie stazioni, tutte nella Basilica del S. Sepolcro.

L’ingresso qui divenne ancor più difficile. La grande massa si accalcava in quel punto, e noi che ci industriammo a mantenere il Sig. D. Rua quasi sempre a poca distanza dal Padre Predicatore perché sentisse bene, volemmo procurare a lui e a noi anche là questa soddisfazione, quindi ci spingemmo con fatica su per le scale che salgono ripide al luogo del Calvario. Poi colla stessa fatica e una grande precauzione discendemmo in fretta per accedere al luogo dell’ultima stazione al S. Sepolcro.[694]

La cerimonia di quel venerdì santo fu un’autentica Via Crucis per il nostro don Rua. Dvoto qual’era, certamente se ne rallegrò in cuor suo. Con la domenica di Pasqua, 19 aprile, celebrata a Betlemme, si concluse il pellegrinaggio propriamente detto sui luoghi santi. Il giorno successivo iniziò il viaggio di ritorno in Italia, via mare. Lo sintetizziamo, poiché la relazione, soprattutto nella versione ampliata offerta dal Bollettino (preoccupato di soddisfare, citandole, tutte le opere e tutte le personalità incontrate), è molto abbondante.

Il 20 aprile, don Rua e don Bretto si imbarcarono a Haifa per Alessandria d’Egitto, dove i Salesiani dirigevano una fiorentissima scuola italiana. Tra il 21 e il 30 aprile, si procedette alla visita minuziosa dell’opera. Nel frattempo, il 24 aprile, il prefetto generale don Rinaldi inviava da Torino agli ispettori e ai direttori una lunga circolare sul viaggio del Rettor Maggiore in Oriente, Asia Minore e Terra Santa.[695] In tal modo tutta la Congregazione poteva accompagnare il suo Rettore.

Il 30 aprile il battello Orione partì da Alessandria alla volta di Messina in Sicilia. Sbarcarono il 3 maggio, dopo una traversata molto tormentata a causa della tempesta. Don Rua visitò le case salesiane dell’isola. Il 5 maggio fu a Siracusa, di qui si imbarcò per Malta e La Valletta, dove si inaugurava un nuovo istituto salesiano (Sliema), occasione per diversi festeggiamenti. L’8 maggio lo ritroviamo in Sicilia e martedì 12 sul continente, in Calabria. In seguito passò a Bari, a Foggia, a Macerata (17 maggio), poi a Loreto, a Bologna (19 maggio) e infine ad Alessandria (20 maggio). Quel giorno visitò le Figlie di Maria Ausiliatrice della città, che furono testimoni pietose della sua estrema fatica: ‹‹Le labbra secche, si sarebbe detto un crocifisso». Quella sera rientrò all’Oratorio di Torino dove, dopo la funzione del mese mariano, impartì la benedizione col SS. Sacramento e intonò un Te Deum di riconoscenza al Signore per aver portato a termine il suo viaggio, il più lungo di tutta la sua vita. Il 24 maggio, nella circolare a ispettori e direttori, il prefetto generale don Rinaldi poté annunciare che il Rettor Maggiore, ‹‹reduce dal suo lungo viaggio di visita alle nostre case di Oriente», ringraziava ‹‹cordialmente i cari confratelli per le preghiere con cui si compiacquero di accompagnarlo durante questi mesi» e augurava loro di ‹‹passare santamente l’imminente mese del S. Cuore di Gesù».[696]

Impressioni di viaggio

Don Rua dedicò la lettera circolare del 24 giugno al viaggio in Oriente. Si disse contento, supercontento (mi arrischio ad usare questo aggettivo moderno). Non solo il pellegrinaggio ai luoghi santi lo aveva appagato, come abbiamo appena visto, ma gli aveva offerto modo di constatare ovunque che le calunnie mirate a distruggere la Congregazione nei mesi precedenti non avevano lasciato alcuna traccia. Dovunque elogi, in nessun luogo l’ombra di una riserva. Prima di passare alle impressioni provate sui luoghi santi, insistette a lungo sulla soddisfazione per l’opera dei suoi figli in quelle lontane contrade.

Anzitutto mi somministra materia da scrivere la visita che io feci a molte nostre case che si trovavano sul mio passaggio. In ciascuna di esse ho procurato di trattenermi quanto era necessario per formarmi un giusto concetto delle opere a cui attendono i nostri confratelli, delle difficoltà che incontrano nel non sempre facile loro apostolato, e dei frutti che ricavano o sperano ricavare dalle loro fatiche. Ora da quanto ho visto co’ miei occhi, udito colle mie orecchie e, direi, toccato colle mie mani, mi torna di gran conforto il poter conchiudere che il Signore continua a benedire la nostra Pia Società, e che non cessa di servirsene quale strumento per la salute di moltissime anime.

Gli elogi erano stati ovunque abbondanti: in Austria-Ungheria, in Asia Minore, in Terra Santa, in Egitto, a Malta, in Sicilia, e in tutta la penisola italiana. ‹‹Le calunnie e le persecuzioni dei tristi contro i loro antichi superiori e maestri ben lungi dall’allontanarli [gli ex-allievi] da noi, segnarono un consolantissimo risveglio di affetto e di riconoscenza e li spronarono ad unirsi ed a mostrarsi sempre più fedeli agli insegnamenti ricevuti». Notiamo che l’Associazione degli ex-allievi salesiani, nacque proprio nel 1908.

Ma si affrettò ad aggiungere che tutte le lodi andavano rivolte a don Bosco:

Confesso che per parte mia avrei amato che si fosse omesso quanto riguarda direttamente la mia povera persona, ed unicamente si pubblicasse ciò che torna a maggior gloria di Dio e al bene delle anime. Ma nessuno meglio di me è convinto che quanto si fece e si fa in onore di don Rua, non è che un riflesso dell’affetto e venerazione che si ha per don Bosco; e però non mi credetti in dovere d’impedire tali accenni. Anzi per quel che riguarda specialmente questo ultimo mio viaggio mi par doveroso approvarli e lasciare che anche queste dimostrazioni di stima siano recate a conoscenza dei nostri Cooperatori [allusione agli articoli successivi del Bollettino], perché esse fanno pur meglio conoscere quanto insieme con don Bosco sia apprezzata anche in lontane regioni l’opera sua principale, cioè la nostra Pia Società. [...] Ebbi evidentissima prova, ne’ miei ultimi viaggi, del gran conto in cui è tenuta la Congregazione Salesiana dalle autorità ecclesiastiche e civili, dagli ordini religiosi, dai più ragguardevoli cittadini. [...] Nella persona del Rettor Maggiore in ogni luogo si volle onorare tutta quanta la nostra Pia Società; colle ovazioni, coi complimenti, colle accademie fatte a me, oltre la venerazione a don Bosco, si intese esternare la gratitudine che si professava a tutti i Salesiani. Ed è per questo che in quel momento scompariva la mia umile persona, era esaltata la nostra Congregazione ed acclamato il suo Venerabile Fondatore.[697]

A distanza di un secolo, queste pie e affettuose contorsioni forse non ci convincono. Di fatto, ovunque si voleva vedere e ascoltare proprio il santo successore di don Bosco. Era troppo evidente. E i lettori del Bollettino nel 1908 lo sapevano, malgrado i tagli fatti nel racconto del viaggio.

Il processo di beatificazione e canonizzazione di Domenico Savio

Il 4 aprile 1908, mentre era in corso il pellegrinaggio in Palestina, a Torino si aprì il processo informativo di beatificazione e canonizzazione di Domenico Savio. Don Rua sarebbe stato citato come uno dei testimoni privilegiati,[698] insieme ad altri cinque: i canonici Giovanni Battista Anfossi e Giacinto Ballesio, i Salesiani Cagliero e Cerruti, il laico Carlo Savio, contadino di Mondonio. Si sarebbero poi aggiunti quattro testimoni d’ufficio: il Salesiano don Francesia, i parroci don Piano, don Pastrone e don Vaschetti.

Nel gruppo dei testimoni, don Rua era, senza dubbio, il più informato. Intervenne nel corso di sette sedute, scaglionate tra il 23 giugno e il 20 luglio del 1908. Troviamo le sue risposte nel Summarium di 243 pagine incluso nella raccolta intitolata Positio super introductione causae beatificationis et canonizationis Servi Dei Dominici Savio.[699] Don Rua non risparmiò elogi al suo antico compagno d’Oratorio. Gli era stato vicino dal momento in cui era entrato a Valdocco, nell’ottobre 1854, fino alla sua partenza definitiva, la vigilia della morte nel marzo del 1857. Dopo cinquant’anni, le virtù del condiscepolo, sulle quali veniva interrogato, continuavano a suscitare la sua fervida ammirazione. La fede di quel ragazzo era di una ‹‹semplicità» estrema. ‹‹Il Servo di Dio era guidato in ogni sua azione dalla speranza della ricompensa eterna». ‹‹Io sono persuaso che il Servo di Dio non commise mai peccato mortale e direi pure peccati veniali deliberati». Gli capitò più volte di andare in estasi davanti al Santissimo Sacramento o all’altare della Vergine Maria. Il suo zelo per la salvezza delle anime sconfinava nell’eroismo. Era stato eroico nella pratica della giustizia, della prudenza, della fortezza, della temperanza, della castità, dell’umiltà e dell’obbedienza. Era veramente un santo. D’altronde, dopo la morte, i compagni incominciarono immediatamente ad invocarlo chiedendo la sua intercessione, ed eminenti ecclesiastici auspicarono la sua canonizzazione. Don Rua citò anche alcune guarigioni conseguite grazie a lui: ‹‹Ho sentito raccontare molte grazie ottenute per intercessione del Servo di Dio; alcune le ho scritte io stesso sotto dettato dei graziati, e si trovano nell’Appendice della biografia scritta dal Ven. D. Giovanni Bosco, e di queste grazie ottenute per intercessione del Servo di Dio, alcune hanno del prodigioso».[700]

Quelle lunghe sedute davanti al tribunale diocesano, incaricato di istruire la causa di beatificazione di Domenico Savio, furono, insieme con l’annuncio della visita straordinaria e con il viaggio in Oriente, il terzo avvenimento del 1908, che rese memorabili per il nostro don Rua quei sette mesi faticosi, ma consolanti. La visita straordinaria alle case salesiane, annunciata in gennaio, aveva prodotto risultati rassicuranti. Il lungo viaggio attraverso l’Europa Centrale, l’Asia Minore, la Palestina, l’Egitto e l’Italia Meridionale aveva confortato il suo cuore. Ora, il processo per la causa di Domenico Savio, gli permetteva di rivivere momenti privilegiati della giovinezza.

 

33 ­ LA CONSACRAZIONE DELLA CHIESA DI S. MARIA LIBERATRICE

La chiesa di Maria Liberatrice a Roma

Come don Bosco ventun anni prima, così don Rua, prima di morire, si recò un’ultima